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In Campania la situazione di emergenza dura ormai da 14 anni; ma può essere affrontata solo con misure estemporanee, rimandando a una ipotetica "fase due" gli interventi strutturali che dovrebbero porre le basi di una gestione "normale"? Gli obiettivi di lungo periodo non vanno fin da ora incorporati nelle misure immediate?

I rifiuti sono un flusso: ogni giorno se ne creano di nuovi che ogni giorno devono "defluire" da qualche parte: o in impianti di recupero o in discariche "a perdere". Ma se il getto del rubinetto è maggiore della portata dello scarico occorre: 1) stringere il rubinetto; 2) aprire un secondo deflusso; 3) disintasare lo scarico.

Stringere il rubinetto. Per ridurre la produzione dei rifiuti – peraltro è l´obiettivo prioritario della normativa europea e nazionale, mai seriamente preso in considerazione – occorre intervenire sui prodotti che li generano. I rifiuti urbani sono costituiti da imballaggi per circa il 40 per cento, se misurati in peso; ma se misurati in volume, che è quello che riempie i cassonetti e invade le strade, si arriva al 65-70 per cento. Buon senso suggerisce che la prima misura da prendere sia un taglio drastico alla vendita di prodotti imballati. Il Commissario straordinario ha i poteri per farlo.

Si può fare? Si può. E in tempi più rapidi di tutte le misure previste e mai adottate finora, anticipando un indirizzo che ha e avrà sempre più spazio nelle politiche ambientali dell´Unione Europea. Alcuni prodotti (dai detersivi al riso, dall´olio alla pasta) vengono ormai venduti sfusi in molti supermercati sia europei che italiani. Sono esperimenti di successo che in Campania, per aver un impatto immediato, dovrebbero essere resi obbligatori in modo generalizzato. Per i prodotti da banco e per la frutta e verdura confezionata su ingombranti quanto inutili vassoietti si tratta invece di usare sacchetti leggeri. Per molti prodotti igienici e sanitari occorre imporre confezioni ridotte al minimo, già in commercio; oppure lo "spacchettamento" del prodotto alle casse. Per i beni durevoli, il ritiro dell´imballaggio alla consegna. Per tutti i liquidi alimentari (compresa l´acqua minerale, di cui in Italia c´è un consumo smodato, senza confronto con tutto il resto del mondo) la vendita va limitata a quelli in contenitori a rendere, sia in vetro che in plastica, con l´imposizione di adeguate cauzioni, come avviene in molti paesi europei. Altri prodotti usa e getta possono essere disincentivati con imposte addizionali ad hoc (un anticipo sugli oneri di smaltimento) o sovvenzionando i prodotti sostitutivi riusabili: valga per tutti il caso dei pannolini per bebé e anziani, che sono la disperazione di tutti gli addetti allo smaltimento.

Gli esercizi commerciali e i loro fornitori dovranno attivare, con il concorso delle rispettive associazioni e delle Camere di commercio, canali di invio degli imballaggi recuperati direttamente agli impianti di trattamento o di imbottigliamento, senza gravare sulla raccolta dei rifiuti domestici (è la cosiddetta "logistica di ritorno"). Sarà un onere all´inizio pesante sia per i consumatori, ormai abituati a portarsi a casa quintali di costosi e spesso inutili contenitori, sia per gli esercizi commerciali, costretti a destinare nei loro locali sempre troppo stretti uno spazio ai cartoni e ai vuoti a rendere. Ma per entrambi è meglio che scavalcare una montagna di immondizia per entrare in un negozio. Senza contare che una misura drastica in Campania potrebbe dare una sferzata a tutto il sistema industriale, mettendolo al passo con i tempi.

Aprire un secondo deflusso: la normativa italiana prescrive obiettivi di raccolta differenziata dei rifiuti urbani del 60 per cento al 2011 (secondo gli artt. 1108 e 1109 della finanziaria 2007), o del 65 per cento al 2012 (secondo l´art. 205 della L. 152/06: il cosiddetto "Codice ambientale" del precedente governo). Per anni in Campania sono stati "impiegati" in una raccolta differenziata che non si è mai fatta decine e decine di migliaia di lavoratori senza alcun risultato. Perché la raccolta differenziata è stata considerata un "bacino occupazionale" in cui si sovrapponevano e configgevano gestioni dei comuni, degli appaltatori privati, dei consorzi, delle giunte regionali (di destra e di sinistra) senza che il Commissario facesse nulla per mettere ordine nella materia. La raccolta differenziata, per essere efficiente, deve essere fatta porta-a-porta, con una responsabilizzazione diretta non solo di ogni singolo utente, ma soprattutto degli addetti. A questi spetta individuare le diverse tipologie di utenze servite, i loro problemi, e contribuire a trovare le soluzioni più acconce per ciascuna di esse con un confronto in seno ai rispettivi gruppi di lavoro. E´ una scelta organizzativa che "personalizza" il servizio e "professionalizza" gli operatori. Richiede un´organizzazione capillare, la formazione continua degli addetti, personale motivato e incentivato, e maggiori risorse: infinitamente meno, comunque, di quelle che sono state sprecate in anni di gestioni scellerate. Anche in Campania la raccolta differenziata funziona se la si organizza bene; e i cittadini sono contenti.

Disintasare lo scarico: I quattro anni che ci separano dal 2012 sono il minimo indispensabile, tra gare, autorizzazioni, progettazione e cantiere, per mettere in esercizio il secondo inceneritore campano con cui il commissario Bertolaso pensa di risolvere il problema sul lungo periodo. Ma è molto difficile che glielo lascino fare: oltre ai comitati che si oppongono, ci sono le amministrazioni comunali che, a torto o ragione, utilizzano poteri di veto e lungaggini burocratiche per dilazionare le scelte. Non è una specificità della Campania; anche a Torino, Reggio Emilia, Trento, Roma e in molte altre città le amministrazioni "lavorano" da anni a un inceneritore, e non se ne è fatto niente.

Gli inceneritori servono a "smaltire" i rifiuti; la produzione di energia elettrica e riscaldamento, con efficienza energetica bassissima rispetto al riciclaggio dei materiali bruciati, è sempre solo un "sottoprodotto". Emettono diossine (un inquinante micidiale per la salute) o i loro "precursori": vuol dire che le diossine non rilevate al camino si formano poi in atmosfera con le sostanze emesse. Non sono più un business, perché sono stati ormai esclusi dagli incentivi cosiddetti CIP6 destinati alle fonti energetiche rinnovabili (sole, vento, biomasse, sottosuolo). Senza incentivi sono macchine mangiasoldi e nessun privato si azzarderà più a investire in questi impianti se non sarà più coperto da corpose sovvenzioni pubbliche: cioè dalla possibilità di presentare il conto finale al contribuente. Un semplice calcolo basta a dissolvere le aspettative affidate a questi impianti. La Campania produce 7.300 tonnellate di rifiuti urbani al giorno. Senza interventi di riduzione, ne produrrà circa 8.000 nel 2012. Riducendo gli imballaggi, in tre anni potrebbe invece dimezzarne la produzione. Comunque, il 65 per cento di raccolta differenziata porterebbe il residuo indifferenziato da avviare a smaltimento al 35 per cento: meno di 3.000 tonnellate al giorno.

Il rifiuto indifferenziato non può comunque finire direttamente in un inceneritore; deve prima essere sottoposto a un trattamento che separa il materiale combustibile (carta, plastica, stracci) da quello inerte (cocci) e organico (residui alimentari da inertizzare). E´ il lavoro dei sette impianti cosiddetti CDR (impianti di trattamento meccanico-biologico) che in Campania hanno prodotto dieci milioni di "ecoballe" accumulate finora in enormi piramidi maleodoranti: non perché mancavano gli inceneritori, ma perché la separazione non è stata fatta bene e nessuno, per anni, l´ha controllata. Le ecoballe campane non sono combustibile, che avrebbe un mercato anche senza bisogno di inceneritori, ma cumuli di immondizia a cielo aperto che nessuno vuole e che col tempo cominciano a sfasciarsi. L´intasamento dello "scarico" non è costituito dalla mancanza di inceneritori, ma dal cattivo funzionamento dei cosiddetti CDR. In ogni caso, se la separazione è ben fatta, all´inceneritore va meno della metà, o anche solo un terzo del rifiuto residuo: se al 2012 la Campania rispetterà le regole, non più di 1.400 tonnellate al giorno, e molte meno di 1.000 se verrà imposta una restrizione sugli imballaggi: siamo ben al di sotto della capacità dell´inceneritore di Acerra (2.000 tonnellate al giorno), se e quando entrerà in funzione: con consistenti disponibilità aggiuntive per incenerire, nel tempo, anche l´accumulo pregresso.

La priorità non è dunque costruire nuovi inceneritori: questo è stato l´alibi con cui per 14 anni sono stati dilazionati gli interventi più efficaci, più economici, di più rapida realizzazione e più validi sia per l´occupazione che per la creazione di nuove imprese. Con la conseguenza che oggi, mentre si progetta di esportare la monnezza campana in Romania (dopo Lombardia, Emilia, Basilicata e Germania), gli stabilimenti campani per la lavorazione dei rifiuti da imballaggio importano la plastica da fuori, perché la raccolta differenziata della regione non ne produce abbastanza.

Domani i giornali informeranno che il Consiglio di stato ha dato sostanzialmente ragione alla decisione dell’apposita commissione regionale, che aveva dichiarato inammissibile il referendum abrogativo del Piano paesaggistico regionale. Il TAR di Cagliari aveva accolto un ricorso dei promotori del referendum abrogativo e aveva ordinato alla Regione di bandirlo. Ora l’ordinanza del Consiglio di stato, in attesa della sentenza di merito, ha sospeso gli effetti della decisione del TAR. Ecco il dispositivo dell'ordinanza del Consiglio:

“ritenendo la sussistenza dei presupposti di cui all'art.33 (danno grave e irreparabile),avuto anche riguardo al costante indirizzo giurisprudenziale che qualifica in termini di diritto soggettivo politico inaffievolibile la posizione che si appunta in capo ai promotori dell'iniziativa referendaria, con conseguente radicamento della giurisdizione ordinaria, per questi motivi accoglie l'appello e sospende la sentenza”.

In sostanza, secondo il Consiglio di stato la competenza a stabilire l’obbligo della Regione a bandire il referendum abrogativo non era del TAR ma del giudice ordinario. Ora è possibile che i promotori del referendum adiscano al giudice ordinario per chiedere una sentenza che obblighi la Regione a bandire i referendum. Sembra però improbabile che il giudice ordinario compia questo passo, nelle more della discussione – da parte del Consiglio di stato - del merito della questione, e della relativa sentenza. Il termine per bandire il referendum è il 30 gennaio.

Permane il referendum abrogativo della legge (n. 8 del 2004) che stabilisce le procedure di approvazione del PPR, fissato per il 29 giugno 2008. Se questo avesse esito positivo la Giunta regionale sarebbe costretta a ripercorrere l'iter di approvazione secondo la precedente legge regionale, che prevede l'approvazione del PPR da parte del Consiglio.

La questione dei rifiuti in Campania è un concentrato di tutte le crisi del nostro paese: crisi culturale, politica, amministrativa, economica, occupazionale, ambientale, urbana, sanitaria, securitaria: insomma, una bancarotta della democrazia.

La crisi nasce innanzitutto da una sottovalutazione della questione dei rifiuti, che continua ancor oggi a essere considerata un ambito settoriale e non un tema che incrocia tutti gli ambiti della vita, sia quotidiana che istituzionale. Ci si riempie la bocca con le parole crescita e sviluppo, senza rendersi conto che una gestione lungimirante del ciclo dei rifiuti e delle filiere che li generano può trasformarsi in una fonte di occupazione qualificata, di impresa innovativa, di reddito e di qualità della vita e dell'ambiente. Ma anche senza rendersi conto che non saper gestire i propri rifiuti distrugge la principale industria del territorio, il turismo, e «l'attrazione degli investimenti»: quella capacità che oggi mette in competizione tutte le città-regioni del mondo. Così le ambizioni di Napoli, capitale del Mediterraneo, insieme al cosiddetto «Rinascimento napoletano», sono state definitivamente affossate sotto un cumulo di monnezza.

In materia, destra e sinistra non hanno fatto nulla che le distinguesse tra loro. Quindici anni fa la giunta Rastrelli (An) aveva varato un piano dei rifiuti che attribuiva la parte onerosa del ciclo (la raccolta) ai comuni e ai loro consorzi, e quella in cui si guadagna (gli impianti) ai privati. Anzi, a un privato, la società Fibe, che con un'unica gara (sulla cui correttezza sono stati avanzati molti dubbi) si era aggiudicata costruzione e gestione di tutti gli impianti previsti dal piano: tre inceneritori e cinque impianti di trattamento meccanico-biologico (Mtb), comunemente chiamati Cdr (da combustibile ricavato dai rifiuti: uno dei due prodotti, quello destinato ad alimentare gli inceneritori, che dovrebbero uscire da quegli impianti; l'altro si chiama Fos, frazione organica stabilizzata, ed è un terriccio usato per ricoprire cave e discariche).

L'infelice scelta di Acerra

Ma insieme agli impianti, alla Fibe era stato attribuita anche la scelta del sito in cui costruirli (per aggiudicarsi l'appalto i concorrenti dovevano già disporre delle aree) e questa, per convenienze sue, aveva scelto Acerra, l'area più infestata dai tumori di tutta l'Europa. L'amministrazione regionale aveva cioè abdicato da quella che è la funzione per eccellenza di chi ha responsabilità di governo del territorio, ma le due giunte successive (Bassolino) non hanno mai messo in discussione quelle scelte, nonostante che ve ne fossero tutte le condizioni (tanto è vero che il contratto con la Fibe alla fine è stato rescisso); e nonostante che i presidenti di tutte e tre le giunte fossero stati investiti dei poteri straordinari connessi alla gestione commissariale.

Per 15 anni si è lasciato che le cose corressero verso il baratro: percentuali irrisorie di raccolta differenziata; dieci milioni di «ecoballe» uscite dai Cdr: cioè balle di immondizia, vere e proprie bombe ecologiche, accatastate in immense piramidi, da fare invidia a quella di Cheope; quasi mille discariche illegali, ma non clandestine, di rifiuti industriali e ospedalieri provenienti da mezza Italia e gestite dalla Camorra; altre centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti che periodicamente si accumulano per le strade, fino a quando qualcuno non le incendia spargendo nell'aria più diossina di trenta inceneritori messi insieme; decine e decine di treni per portare nel resto dell'Italia e in Germania un gigantesco campionario dei nostri rifiuti made in Italy; decine di migliaia di lavoratori, un vero e proprio esercito, in cui si sovrapponevano gestioni comunali, appaltatori privati, consorzi a cui i comuni non hanno mai voluto cedere le competenze e, dulcis in fundo, Lsu (lavoratori socialmente utili) in carico alla giunta di destra, poi quelli delle giunte di sinistra; tutti ingannati con la promessa di lavorare a una raccolta differenziata che non si è mai fatta. A riprova del fatto che i rifiuti sono il ricettacolo non solo delle cose che non ci servono più, ma anche delle persone di cui ci si vuole sbarazzare: con politiche cosiddette di workfare senza capo né coda.

La gestione commissariale ha trasformato il cancro in metastasi, affidando la soluzione del problema alle stesse persone - i presidenti della giunta regionale - che, come titolari dell'ordinaria amministrazione ne erano stati esautorati. Ma anche quando la palla è passata al prefetto Catenacci (in una regione dove l'intreccio tra Camorra e rifiuti è il nodo da sciogliere) le cose non sono cambiate. Non perché lo scontro con la malavita organizzata sia stato troppo aspro, ma perché non c'è stato: per non disturbare i sindaci che non volevano «interferenze» nei loro feudi, fatti di appalti e gestioni dirette che spesso non arrivavano nemmeno al tre per cento di raccolta differenziata. Così abbiamo visto tanti sindaci indossare la fascia tricolore per mettersi alla testa di mobilitazioni contro le discariche decise dal commissario, ma nessuno fare la stessa cosa per impedire lo sversamento di rifiuti industriali mille volte più pericolosi nelle cave abusive gestite dalla Camorra, che tutti sanno dove sono e tutti sanno di chi sono.

Uno spirito di delega

Oltretutto, la gestione commissariale ha accentuato nella popolazione uno spirito di delega, per cui, a risolvere il problema, deve essere «lo Stato». Questo offusca la responsabilità diretta dei cittadini non solo rispetto alla raccolta differenziata (che con amministrazioni latitanti è peraltro impossibile fare); ma anche rispetto alla regolare riconferma di maggioranze e sindaci che nella gestione dei rifiuti vedono solo occasioni di malaffare e di clientele.

L'attuale gestione del commissario Bertolaso non promette di meglio, perché non sono cambiati i presupposti che ne definiscono gli obiettivi: cioè prender tempo - come si è fatto negli ultimi 15 anni - in attesa che siano pronti i tre impianti di incenerimento definiti dalla nuova gara di appalto da 4,5 miliardi di euro (avete letto bene: quattro virgola cinque miliardi di euro), divisa in tre lotti, ma andata deserta già due volte. Tanto che la Fibe, pur licenziata ed esclusa, è ancora lì al suo posto; a «finire il lavoro», come direbbe Bush. La Fibe, peraltro, si era aggiudicata la gara in project-financing, cioè anticipando il denaro dell'investimento, perché contava di recuperarlo con i proventi dell'inceneritore. Come ci insegna infatti il caso da manuale dell'Asm di Brescia, l'inceneritore è una macchina per fare soldi: non solo a spese degli utenti - i comuni che producono i rifiuti - ma anche dei contribuenti: attraverso i famigerati incentivi denominati Cip6. Ma ora che gli inceneritori sono stati finalmente esclusi dai benefici del Cip6, che senso ha continuare a costruirli?

All'incasso può ancora aspirare la Fibe, o chi la sostituirà; ma l'inceneritore di Acerra, se mai entrerà in funzione, avrà il suo daffare a bruciare - per i prossimi 15-20 anni: quanto è l'arco della sua vita utile - le «ecoballe» accumulate dagli impianti di Cdr; senza poter accogliere nemmeno un grammo dei rifiuti che verranno prodotti da ora in poi. E senza il Cip6 nessuno vorrà mai più finanziare con denaro proprio nuovi inceneritori. D'altronde, per costruirne uno, tra gare, progettazione, autorizzazioni e cantiere - ammesso, e ovviamente non concesso, che la popolazione non frapponga ostacoli - ci vogliono almeno quattro anni. Tutto il lavoro di Bertolaso per tappare i buchi in attesa dei nuovi inceneritori campani è dunque una fatica di Sisifo, che non farà avanzare di un palmo la situazione.

Che fare allora? La montagna di «errori» - per usare un eufemismo - accumulati negli anni sono una pietra al collo di chiunque si cimenti con il problema. La discarica che il nuovo commissario ha ottenuto di aprire a Serre (l'esito della vicenda dimostra comunque che ricorrendo fin da subito al negoziato si sarebbe probabilmente ottenuto lo stesso risultato in modo più rapido e meno traumatico) è appena sufficiente ad assorbire metà del milione di tonnellate di rifiuti che già ora si trova per strada. E poi?

Via gli imballi

Poi. Primo: bisogna ridurre drasticamente la produzione dei rifiuti. Non c'è alternativa: va vietata in tutta la regione, a tempo indeterminato e fino alla ricostituzione di uno stato di normalità, la vendita al dettaglio di prodotti imballati, sia alimentari che non (compresa l'acqua minerale e le bibite gassate), introducendo l'obbligo dei contenitori riusabili per la vendita dei prodotti sfusi, con esenzioni limitate ai soli casi in cui, per ragioni sanitarie, il rischio supera quello determinato dall'attuale accumulo di rifiuti per le strade. Si fa già da molte altre parti d'Italia e d'Europa. In Campania bisogna solo rendere generale e obbligatoria la cosa. Contestualmente, va fatto obbligo alla rete della distribuzione al dettaglio, e alle relative associazioni di categoria, di spacchettare i beni venduti e di avviare gli imballaggi agli impianti di recupero. Lo stesso deve valere per tutti gli inutili supplementi dei quotidiani e per la pubblicità cartacea. Da soli, gli imballaggi costituiscono il 40 per cento in peso dell'intera massa dei rifiuti urbani, ma fino al 60-70 per cento in volume.

Ne potrebbe anche nascere del buono. 1: la sperimentazione, da parte della cittadinanza, che si può vivere bene anche senza, o con molti imballaggi in meno; 2: la costruzione di canali di reverse-logistic (restituzione agli impianti di trattamento dei vuoti e dei prodotti dismessi) da parte dei commercianti e delle loro associazioni; 3: il potenziamento di detti impianti - molti possono essere realizzati e montati in pochi mesi; 4: lo stimolo per i produttori di beni di consumo - durevoli e non - a mettere in produzione articoli che comportino minor spreco di materiali. E' un esperimento che potrebbe far compiere alla Campania il salto di un'intera fase storica, trasformandola nel laboratorio di un'economia più sostenibile.

Secondo: la raccolta differenziata, per essere efficiente, deve essere fatta porta-a-porta, con una responsabilizzazione diretta non solo di ogni singolo utente ma anche, e soprattutto, degli addetti (alias, operatori ecologici). A questi spetta individuare le diverse tipologie di utenze servite, i loro problemi, e contribuire a trovare le soluzioni più acconce per ciascuna di esse con un confronto in seno ai rispettivi gruppi di lavoro.

E' una scelta organizzativa che professionalizza gli operatori, trasformandoli in lavoratori cosiddetti front-line. Richiede un'organizzazione capillare del servizio, la formazione continua degli addetti e, ovviamente, personale motivato, economicamente incentivato, e maggiori risorse: infinitamente meno, comunque, di quelle che sono state sprecate in anni di gestioni scellerate. L'esperienza insegna che si possono raggiungere percentuali di raccolta differenziata del 60-70 per cento anche in contesti urbani difficili in un anno o poco più. D'altronde alcuni centri della Campania questi obiettivi li hanno già raggiunti grazie agli sforzi dei loro amministratori: dunque, si può fare. La raccolta differenziata i cittadini la fanno volentieri e ne sono orgogliosi.

Terzo: la costruzione di nuovi impianti di trattamento meccanico-biologico e/o la riabilitazione di quelli esistenti deve mirare a un ulteriore recupero di materiali dal rifiuto residuo (frazione organica stabilizzata, plastica, cartaccia e metalli). Le tecnologie per farlo sono disponibili e già ampiamente sperimentate e il residuo da destinare alla discarica può scendere fino al 10 per cento di quanto prodotto. A questo punto il miraggio degli inceneritori che ci liberino finalmente (e quando?) dai rifiuti perde ogni ragion d'essere: sia ambientale, sia anche, e soprattutto, economica.

Come le piramidi di Giza

Quarto: il pregresso, cioè le montagne di ecoballe. Viene la tentazione di dire: che restino lì, come le piramidi di Giza; a perenne monito dei rischi connessi alla riconferma di sindaci inetti. E invece no. Qui, in presenza di un impegno concreto della popolazione campana, e di poteri sostitutivi nei confronti di tutti i comuni e i consorzi inadempienti, si può chiedere per l'ultima volta alle altre regioni italiane di farsi carico di una parte almeno del loro smaltimento: in impianti dedicati (inceneritori e discariche) e non (centrali a carbone,cementifici) che siano in grado di contenere gli impatti di quel disastro. E' un debito che le altre regioni hanno contratto nel tempo, perché la maggior parte delle discariche abusive che inquinano la Campania sono state riempite con rifiuti provenienti da fuori.

Quinto: per quanto riguarda l'ordine pubblico, le cause della montagna di rifiuti che invade la Campania sono Camorra e corruzione o, più spesso, la contiguità tra Camorra e amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli. Per combattere entrambe non mancano le leggi (il codice penale), né gli strumenti (prefetti, polizia, carabinieri, guardia di finanza, magistratura).

Forse, qui come altrove, manca del tutto la volontà politica e, a monte, tra noi cittadini ed elettori, una cultura adatta ai problemi da affrontare.

Governo colpevole. Solo da oggi? Solo lui? Bello, intenso l’Eddytoriale 109 del 15 dicembre. Tempestiva la protesta del Comitato per la bellezza circa la finanziaria che non solo conferma la nota schifezza ma la prolunga di tre anni, fino al 2010.

Ma.

Dopo la cancellazione nel 2001 della norma voluta da Pietro Bucalossi (nessuno più dei milanesi può rimpiangere questa figura), per cinque anni il centrosinistra all’opposizione ha taciuto. Non ha protestato, non ha smascherato la malefatta, non ha nemmeno spiegato agli ingenui, se mai ce ne fossero, che cosa c’era dietro il finanziamento dei bilanci mediante gli oneri di urbanizzazione: l’ultima mazzata sulla “speranza di salvezza per il già intaccato e manomesso paesaggio italiano” (Vittorio Emiliani, documento del Comitato per la bellezza, in eddyburg). Poi, conquistato il governo, il centrosinistra non ha fatto altro che procedere, come in merito a tanta altra materia di interesse culturale e sociale, copiando il centrodestra. ( l’Unità, 16 dicembre, cita il ministro Livia Turco che, riguardo al tema della laicità, afferma che “il Pd non deve essere una brutta copia di Forza Italia” (p. 4) – pensate, una copia addirittura brutta).

E perché tanto scalpore adesso? Non da oggi i Comuni, più o meno quatti dapprima e poi senza remore circa paesaggio e bellezza, effettiva utilità comunitaria, insomma cautela urbanistica, dispensano ad arte concessioni edilizie che, oltre a distribuire ingiuste ma apprezzate da loro extrarendite, mettono qualche puntello a bilanci magari mal costruiti. Il governo è colpevole. Ma troppi sindaci mostrano una tale propensione a edificare in qualsiasi maniera il territorio che il loro pianto per dover ricorrere agli oneri di urbanizzazione ai fini di bilancio è sospetto. Un’infinità di episodi raccontati anche in eddyburg hanno mostrato il fastidio dei sindaci verso i mezzi, costituzionali o consuetudinari o culturali, atti a difendere il paesaggio italiano dai noti aggressori; a curarlo, mantenerlo per le generazioni future.

Quante volte abbiamo protestato contro la rivendicazione capziosa dell’autonomia locale consistente da una decina d’anni nel super-potere di sindaci e giunte e nella debilitazione dei Consigli comunali? Quante contro il trasferimento da Regione ai Comuni delle competenze relative al paesaggio, come se questo fosse un dato, un problema localistico? Cosa c’entravano gli oneri di urbanizzazione con il caso Monticchiello (Regione Toscana, Comune di Pienza)? Fin troppo discusso a dir il vero, però emblematico stante che la Val d’Orcia con le nuove lottizzazioni (seconde case, peraltro) è a un tiro di schioppo dalla piazza Pio II dovuta al più eminente progetto urbanistico della storia italiana. Che dire oggi dell’altra alleanza fra il governatore della Toscana Martini e il sindaco di Montaione per concedere a una multinazionale tedesca una colossale speculazione territoriale nel borgo di Castelfalfi ( l’Unità del 16.12, intervista a Claudio Martini di V. Frulletti)? Oneri o no, questo volevano ad ogni modo; la notizia è apparsa mesi fa sui quotidiani. Campione di gesuitismo, Martini, che taccia di burocratismo “il controllo centralizzato nel governo del territorio, estromettendo le comunità locali” a fronte, per mirabile esempio, del consenso espresso al sindaco in una riunione notturna di trecento persone. Tra l’altro il giornale scrive spensieratamente di “insediamento turistico”. Sappiamo che il gruppo tedesco prevedrebbe, oltre a una cosiddetta valorizzazione dell’antico borgo, un campo di golf nientemeno che doppio, 18 + 18 buche, con l’immancabile contorno. D’altronde, cosa potrebbe fare una multinazionale se non fregarsene totalmente del paesaggio toscano in un ampio tratto collinare fra i pochi quasi intatti del nostro paese? (Per memoria: a sud di Castelfiorentino, a ovest di Certaldo; San Gimignano è un po’ più lontana a sud-est – circa 20 km – e ci si può andare attraverso splendide tortuose stradette secondarie).

Toscana di là, Lombardia di qua. I Comuni che vogliono costruire nel territorio vincolato del Parco Sud milanese giustificano la violazione anzitutto non con esigenze del bilancio ma con la presunta necessità di urgente espansione edilizia. Motivata come? Non si sa, oppure l’urgenza riconosciuta è quella degli imprenditori speculatori. La Regione concede, e vara opportune norme. Anzi, l’edificazione nelle aree verdi vincolate (agricoltura, parchi, riserve ambientali…) sta diventando la nozione, la pratica usuale indipendentemente dalla questione degli oneri, giusto in tempo per varare nuovi piani d’espansione edilizia coerenti (sigla P… a scelta) o per sbeffeggiare l’eventuale opposizione alla costruzione di autostrade nei parchi (esempio il povero parco del Ticino che sarà scassato verso sud dall’autostrada di settanta chilometri Broni-Stroppiana e verso nord dalla bretella per l‘aeroporto della Malpensa). Se poi l’abuso avviene per cause diciamo socio-sanitarie di speciale risonanza, come la prevista costruzione del nuovo centro oncologico di Veronesi, enorme insediamento comprendente ricche abitazioni dei medici, servizi extra-ospedalieri e tutto quanto d’inutile al giorno d’oggi usa infilare in ogni progetto, è vietata ogni critica. Anche se, in questo caso milanese, parlar male di Garibaldi vorrebbe dire non solo farlo verso Veronesi, il presidente della Provincia ex Ds Penati e il sindaco, ma anche verso lo “storico”, per così dire, speculatore immobiliare Ligresti, famosissimo trasgressore di leggi e norme urbanistiche ed edilizie.

Potrei proseguire oltre la Toscana e la Lombardia e disegnare una fitta mappa della mia disperazione provocata dalle scelte di Regioni di destra e di sinistra, di Comuni idem, infine e di più da troppe decisioni del governo nulla c’entranti con le nostre speranze di cambiamento: riguardo alla generalità dei problemi e, particolarmente, alla difesa e al restauro del poco territorio sfuggito alla congiura dei suoi diversi assassini.

Bellezza e relativo comitato. Mi sembra maturo il momento per mutarne il nome in un altro meno insensato, giacché è difficile negare che non abbia vinto il contrario, della bellezza d’Italia decantata primatista mondiale.

Milano, 17 dicembre 2007

Campania, inquinati 1.760 chilometri quadrati

Simona Brandolini – Corriere del Mezzogiorno, ed. Napoli, 16 maggio 2007

Perché il governo ha emanato in tutta fretta un decreto per l'emergenza rifiuti che agisce anche in deroga alle leggi sulla tutela dell'ambiente e del territorio? E, soprattutto, perché il commissario Guido Bertolaso nei giorni scorsi ha lanciato l'allarme diossina? Ora è tutto chiaro. A leggere i dati ufficiali che a più riprese e in diverse sedi sono stati elaborati si comprende la gravità della situazione igienico sanitaria in Campania. A metterli insieme emerge un quadro a dir poco inquietante.

Partiamo dalle rilevazioni dell'Apat, l'agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente ( braccio operativo del ministero).

Sul totale del territorio nazionale ( esclusa la Sardegna) la Campania è prima per aree contaminate. In altre parole, il 43 per cento dei siti avvelenati in Italia è concentrato in Campania: in termini assoluti equivale a 1.763 km quadrati. Di aree inquinate il Piemonte industrializzato ne ha solo il 24 per cento. La Liguria, tanto per fermarci alle prime tre, solo l' 11 per cento. Il Litorale Domizio e l'agro aversano detengono il record negativo di 163 mila 887 aree inquinate, intendendo per tali sia il terreno sia lo specchio d'acqua. A Taranto, dove regna, città nella città, l'Ilva, ce ne sono 11mila 374; a Porto Marghera ( polo dell'industria chimica alle porte di Venezia) appena 5mila 790. In questi ultimi sono presenti dosi massicce di amianto. Ma, tornando alla Campania, da cosa viene contaminata? Soprattutto nella zona tra Caserta e Napoli in questi anni una miriade di inchieste ha portato alla luce un traffico esteso di rifiuti tossici. Una tra tutte l'inchiesta Cassiopea della Procura di Santa Maria Capua Vetere, guidata dal pm Donato Ceglie, che ha accertato come un'organizzazione criminale abbia smaltito illecitamente un milione di tonnellate di rifiuti pericolosi. L'ultima è di pochi giorni fa: sette aziende del casertano sono state messe sotto sequestro per la presenza di diossina nel latte bufalino destinato al settore caseario.

Siamo arrivati ad un altro capitolo: diossina. Anzi le diossine che derivano da tutto quello che viene trattato col cloro e che hanno capacità cancerogene, ma anche mutogene. Nel rapporto presentato il 12 aprile scorso proprio da Bertolaso emergevano due dati su tutti. « Quelli che noi diciamo da anni e ci dicono che siamo pazzi — dice il tossicologo oncologo del Pascale, Antonio Marfella — . E cioé che nel famoso triangolo della morte Acerra Marigliano Nola si sono registrate l' 84 per cento in più di malformazioni e ci si ammala di tumore sino al 20 per cento in più rispetto a tutto il resto d'Italia, zone industriali comprese » . Sono proprio i dati dell'Oms, l'organizzazione mondiale della sanità, a dimostrare quanto siano correlate la presenza di discariche, la concentrazione di ecomafie, con l'incidenza e la mortalità per cancro. Ma chi controlla e fa le analisi? È un altro aspetto quasi paradossale della vicenda.

Per rilevare la diossina ci sono doppie responsabilità. L'Arpac, l'agenzia regionale per l'ambiente, effettua i prelievi sull'erba e sul terreno. Ma non può elaborarli, li spedisce a società specializzate del Nord. Per ora. Il laboratorio di Agnano non è ancora in funzione, necessita ancora di nove mesi per aprire i battenti.

Da un paio di giorni poi per Acerra ( e solo per Acerra) è stato nominato commissario straordinario per il rischio diossina il sindaco Espedito Marletta. Quanto infine agli esami sugli animali e sull'uomo la competenza è dell'assessorato regionale alla Sanità. Anche in questo caso vengono spediti fuori regione. (1 continua)

In Campania 250 mila persone avvelenate dai rifiuti

Simona Brandolini – Corriere del Mezzogiorno, ed. Napoli, 17 maggio 2007

È come scoprire l'acqua calda. Tutti sanno che esiste, ma nessuno lo dice ( tanto esiste). Il disastro in Campania è evidente, è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno che lo ammetta apertamente. «Certo che i dati dell'Apat li conosco — afferma l'assessore regionale all'Ambiente, Luigi Nocera — . Ma mi sembra doveroso fare qualche precisazione».

Secondo i dati dell'Agenzia nazionale di tutela dell'ambiente ( riferiti al 2003 ed escludendo la Sardegna) in Campania ci sono il 43 per cento dei siti contaminati d'Italia: 176 mila ettari, 1796 chilometri quadrati di territorio e mare. Un'enormità.

Partiamo da qui.

«Prima precisazione — prosegue Nocera — la maggior parte delle competenze ce l'ha proprio l'Apat. Infatti si parla di siti di interesse nazionale. Quanto al problema della diossina è sempre l'Apat con l'Arpac che fa i rilievi. La Regione per ora è impegnata a spegnere gli incendi dei rifiuti per evitare dispersione di diossine nell'ambiente. Esiste poi un commissario straordinario per le bonifiche alle dirette dipendenze del ministero. Questo è il quadro, non faccio a scaricabarile. Ma questo è il quadro delle competenze» . Allora qual è la responsabilità di Palazzo Santa Lucia? «Uno dei punti della nostra programmazione europea futura è proprio dedicato al settore delle bonifiche, dai Regi lagni in giù — ancora l'assessore — . Da cittadino capisco e non ho problemi a dire che la situazione è drammatica, da politico dico che il problema ambientale in Campania sconta un periodo di gestione ambientale disastrosa se non inesistente. Da due o tre anni stiamo facendo la messa in sicurezza dei siti dei rifiuti. L'unica cosa che posso assicurare è che nella prossima programmazione grande attenzione e risorse saranno destinate alle bonifiche». Ma allora chi deve tutelare il territorio? «Tutti, nessuno escluso — termina Nocera — e quando dico questo mi riferisco ai primi responsabili, i comuni. Chi fa i controlli? L'Arpac fa il piano, ma sono i comuni che devono fare richiesta di analisi. Se c'è una discarica abusiva come faccio a saperlo se non me lo dice il sindaco? Chi me lo dice che ci sono i copertoni nel Vesuvio? Gli organi preposti sul territorio, cioé i comuni».

Siccome la responsabilità è anche dei comuni val la pena cacciare da un altro cassetto altri dati. Per carità anche questi conosciuti, ma forse troppo spesso dimenticati. Quelli sull'incidenza dei tumori maligni nel territorio dell'Asl Napoli 4, la più vasta e quella più colpita: 550mila 665 abitanti, 496 chilometri quadrati e 35 comuni a cavallo tra Napoli e Caserta. Una prima curiosità: il report è stato pubblicato ( dall'Organizzazione mondiale per la sanità, l'Istituto superiore di Sanità, dal Cnr e dalla Regione Campania) nel dicembre del 2006 ma si riferisce al periodo 1997 2002 e i dati sono stati confrontati con quelli nazionali. Per alcune patologie l'incremento registrato è pari al 400 per cento in più.

Parliamo di tumori maligni al polmone, alla laringe e alla vescica nei maschi e al fegato in entrambi i sessi. Si parla di almeno 250 mila persone «avvelenate» in vario modo da sostanze inquinanti.

Nel dossier, finito sulle scrivanie di Strasburgo nel 2006, ci sono anche le relazioni di Mauro Mazza del Cnr di Pisa e della ricercatrice britanni ca Kathryn Senior. Secondo gli studiosi, per il cancro al fegato l'indice di mortalità su centomila abitanti è, tra gli uomini, pari al 14 per cento in Italia, al 15 per cento in Campania, mentre svetta al 38,4 nel territorio dell'Asl Napoli 4 e al 35,9 per cento nel triangolo della morte Nola Acerra Marigliano. Per le donne, il tasso di mortalità è del 20,8 nell'Asl Napoli 4 e del 20,5 nel triangolo, contro il 6 della media italiana e l' 8,5 della Campania. C'è poi un'ulteriore elaborazione dei dati fatta dall'Oms in cui si evince che il tasso di mortalità negli uomini è aumentata del 19 per cento nei comuni della provincia di Caserta e del 43 per cento nella provincia di Napoli; per le donne del 23 per cento nel Casertano e del 47 per cento nell'hinterland partenopeo.

A chiusura della relazione si legge: «Le zone a maggior rischio identificate negli studi sulla mortalità e sulle malformazioni congenite in buona parte si sovrappongono e sono interessate dalla presenza di discariche e siti di abbandono incontrollato di rifiuti» . Un caso? Difficile da credere. La pensa così anche il professor Giuseppe Comella, direttore della Terapia medica del Pascale, che dice nella sua relazione al Parlamento europeo: «Il mancato intervento sul degrado ambientale verificatosi, potrebbe portare nei prossimi anni all'acuirsi di tali fenomeni con ancor più serie ripercussioni sulle condizioni di vita e salute della popolazione». ( 2 continua)

Campania, 2.550 aree contaminate ma nemmeno una è stata bonificata

Simona Brandolini , Fabrizio Geremicca– Corriere del Mezzogiorno, ed. Napoli, 18 maggio 2007

Per comprendere fino in fondo il disastro ambientale campano, di cui pare che solo ora si inizia ad avere contezza, c'è un ultimo capitolo: le bonifiche. Nell'annuario dell'Apat 2006 ci sono gli aggiornamenti sulla stato di inquinamento delle regioni. In Campania vengono indicati come siti potenzialmente contaminati 2551 aree ( in Lombardia 1237). Tra i siti da bonificare inseriti o inseribili in anagrafe ce ne sono 23 con sola indagine preliminare, 20 con il piano di caratterizzazione approvato, 3 con progetto preliminare approvato, 2 con progetto definitivo approvato. Alla voce bonificati compare uno zero spaccato. Lo stesso discorso vale per i cinque ( perché dal 2005 oltre a Bagnoli, Napoli Orientale, Litorale domitio e agro aversano, il litorale vesuviano è stato inserito anche il bacino del Sarno) siti di interesse nazionale avvelenati. Per intenderci quelli che da soli rappresentano il 43 per cento del totale nazionale del territorio inquinato. Alla voce bonifica ancora una volta c'è uno zero.

Passiamo alla Regione Campania al suo piano di bonifiche ( che per carità esiste ed è già una buona notizia) approvato nel 2005, completato nel 2006. Per 7 siti pubblici sono previsti 6 milioni di euro. Ma siamo nella fase di progettazione. Si tratta delle discariche di Serre, Sala Consilina, Benevento, Montesano sulla Marcellana, San Bartolomeo in Galdo e di Napoli piazzale Tecchio e del torrente Fenestrelle di Monteforte irpino. Con un ulteriore stanziamento di 4 milioni di euro sono stati previsti interventi in 256 siti. Dopo due indagini 151 sono risultati contaminati.

Nel frattempo la cifra prevista per la bonifica è passata da 4 milioni a 6 milioni 485 mila euro. Ora i comuni dovranno fare i piani di riqualificazione. Ma siamo ancora a zero bonifiche. Perché tra i piani e l'applicazione degli stessi ci passa il mare.

La conferma amara arriva il 3 aprile scorso. In quella data il professor Arcangelo Cesarano, subcommissario alle bonifiche viene ascoltato in commissione Ambiente. Sul sito del Senato c'è il resoconto stenografico di quella audizione. Cosa dice Cesarano in quella occasione? Che finora non è partita nessuna bonifica e soprattutto che mancano i fondi.

Facciamo un esempio. Ricordate Agrimonda? È la rivendita di fitofarmaci distrutta 12 anni fa da un incendio, a Mariglianella. Estate 1995 ma è come se il tempo si fosse fermato. Quei 4000 metri cubi di rovine materiale edile, ma pure sostanze chimiche sono ancora lì. « Non è stata effettuata neppure la caratterizzazione per capire quale sia il livello di inquinamento del terreno » , è una delle tante cose che dice Cesarano. La normativa prevede che la effettui il proprietario, a sue spese.

La ditta che gestiva la rivendita di fitofarmaci risulta però fallita. Il 19 dicembre 2006 Cesarano ha chiesto l'inter vento dell'Arpac per analizzare il liquido rinvenuto nel sottoscala degli uffici. Agrimonda non è un caso isolato, tutt'altro. Rientra nel sito di interesse nazionale del Litorale Domitio e agro Aversano.

Dovrebbero essere in corso interventi di radicale disinquinamento dei terreni, delle acque, del sottosuolo. In realtà mancano i soldi, nonostante nel 1997 fossero stati stanziati dallo Stato 174 milioni di euro. Sono stati dirottati sull'emergenza rifiuti. « Ho chiesto alla Regione di ripristinare le somme distolte — ha riferito ai parlamentari Cesarano — . Fino ad ora sono stati però recuperati solo 50 milioni di euro di fondi ordinari » . Meno di un terzo della cifra iniziale. Altri 53 milioni di euro sono arrivati con i fondi Por 2000 2006: 27 per l'Area orientale, 17 per il Litorale domizio, 9 per Bagnoli.

Insufficienti. Nel Litorale Domitio e Agro aversano, per esempio, sono state rimosse solo 1.400 tonnellate di ma teriale, prevalentemente inerti dell'edilizia. Briciole, perché nei 77 comuni del sito il commissariato stima che vadano portate via 800 mila tonnellate di materiali, almeno il 10 per cento dei quali sono rifiuti tossici e nocivi. « Non abbiamo neanche una conoscenza adeguata della situazione della falda sotterranea » , ancora Cesarano ai senatori.

Materialmente, le operazioni di bonifica sono affidate alla Jacorossi, una società che opera sulla base della convenzione che stipulò, sei anni fa, col ministero dell'Ambiente, con la Regione e con il commissariato alle Bonifiche.

Tre senatori di Rifondazione Franco Russo Spena, Raffaele Tecce e Tommaso Sodano hanno presentato un anno fa un'interrogazione parlamentare sull'operato della società. « Da verifiche effettuate dalla provincia di Caserta e di Napoli — si legge — emergerebbero gravi irregolarità a carico di Jacorossi spa, relative allo smaltimento di diverse decine di migliaia di tonnellate di rifiuti » . Denunciavano, inoltre, che le bonifiche erano praticamente ferme, nonostante alla Jacorossi fossero state trasferite già risorse per 65 milioni di euro. Tredici mesi più tardi poco è cambiato. Certo, sta per essere assegnata la gara di appalto per la realizzazione di due stazioni di pompaggio dell'acqua di falda inquinata ad Acerra e sono state condotte alcune operazioni di messa in sicurezza provvisoria, per esempio alla discarica So. Ge. Ri. Interventi parziali.

Ma tanto per non farsi prendere da un pessimismo cosmico, ci conforta che il piano regionale ci sia. Ci conforta che ci siano tante istituzioni sul campo ( ministeri, regione, agenzie, comuni, commissariati e così discorrendo). Ora vorremmo vedere anche qualche ruspa in azione. ( 3 fine)

Stralcio della relazione tenuta dal prof.Govan Battista de’ Medic, ordinario di geologia applicata all’Università degli studi Federico II di Napoli, durante la conferenza stampa sui siti alternativi a Serre organizzata dall’Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia, sabato 12 maggio alle ore 11.00, presso la sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

(…) L’11 gennaio, esattamente alle ore 14.45, io insieme ad altri delegati dell’Assise di Palazzo Marigliano e del Comitato allarmi rifiuti tossici, tra cui l’avv. Marotta e padre Zanotelli, fummo ricevuti in prefettura a Napoli e avemmo una lunga discussione con il dott. Bertolaso e con il vice la dott.ssa Di Gennaro. Avemmo una buona accoglienza anzi quasi una testimonianza di affetto. Ci fu chiesto di dare un contributo alla risoluzione dell’emergenza rifiuti. Qualche giorno dopo fui chiamato dalla dott.sa Di Gennaro e mi fu chiesto di collaborare.

Per due mesi io ho collaborato, a titolo gratuito, con la struttura commissariale guidata da Bertolaso. Ho, così, partecipato a tutte le riunioni: quelle in prefettura qui a Napoli, alla Protezione civile a Roma e su tutti i luoghi che erano in discussione in quel momento. Queste riunioni sono delle vere e proprie conferenze di servizio e quindi sono tutte riunioni registrate. Erano presenti in questi incontri i rappresentanti del ministero dell’Ambiente, cioè i capi di gabinetto e i vicecapi di gabinetto, c’erano i rappresentanti di Legambiente, c’erano i rappresentanti dell’Apat, l’agenzia nazionale che comprende anche il vecchio servizio geologico di Stato, c’era il WWF e inizialmente, in alcune riunioni, c’erano anche i delegati della provincia di Salerno.

Io fin dall’inizio posi due questioni alle quali fino ad oggi non sono riuscito ad ottenere risposta. La qual cosa mi indigna ulteriormente. La prima domanda che posi alla struttura Bertolaso e che pongo ancora oggi è questa: perché la struttura Bertolaso ha agito fin dall’inizio esclusivamente su cave dismesse. Un commissario straordinario che ha ampi poteri non capisco perché non possa scegliersi dei siti più idonei dal punto di vista geologico, dal punto di vista ambientale, paesaggistico, turistico e da tutti i punti di vista. Scusate ma perché solo su cave dismesse? Voi sapete benissimo che le cave in Campania sono quasi tutte in mano alla camorra e che sono state abbandonate in situazioni disastrose anziché essere messe a posto dagli stessi coltivatori delle cave.

La legge parla chiaro: se io ho un piano di coltivazione sulla cava questo piano comprende l’inizio, lo sfruttamento e dopo la messa a posto definitiva. Non si può, dunque, intervenite in queste cave e spacciare il tutto come riqualificazione ambientale. La riqualificazione non la deve fare lo Stato o il governo regionale ma chi ha inguaiato la zona. E questo è il primo motivo. Il secondo è che quasi tutte le cave sono in materiali calcarei e lapidei cioè geologicamente non si prestano minimamente all’utilizzazione di una discarica e soprattutto ad una discarica di immondizia per rifiuti. La maggior parte di queste cave (Eboli, Dugenta ecc.) sono tra l’altro in materiali non argillosi. Il che significa praticamente che bevono percolato e che quindi bisogna fare dei trattamenti speciali per sistemarle. Dugenta è addirittura in falda, cioè la falda idrica è affiorante perché con lo scavo si è arrivati in falda. Ci sono dei laghetti nei quali si dovrebbe poi mettere l’immondizia. A queste domande non ho mai avuto risposte.

Per evitare di incorrere in errori e farsi indicare dei siti più idonei perché non è stata chiamata l’Apat che era presente ai colloqui?Anche a questa domanda manca la risposta. Detto questo e fatte le schede sui diversi siti che presentavano di volta in volta e che noi andavamo a vedere io scartai tutti quanti questi siti tra cui c’era anche Serre ­ una vera e propria assurdità. A proposito di Serre mi fu detto dal dott. Sauli, che era consulente della struttura, ed è a verbale se ci sono le registrazioni: “No professore ma noi praticamente la utilizziamo per un anno poi di volta in volta man mano che accumuliamo i rifiuti noi mettiamo calce su e non inquiniamo niente”. “Chiedo scusa ­ replicai ­lei mi può garantire per iscritto in questo momento che dopo l’uso temporaneo di Serre di Persano l’Oasi ritornerà quella di prima naturalisticamente parlando?”. Mi risponde: “No. Questo non lo posso dire”.

Allora io mi misi in macchina a spese mie, con i miei assistenti e andai a fare un giro nelle zone che già avevo indicato alla struttura Bertolaso e che esistono a verbale cioè a voce e registrate ci sono queste mie indicazioni provincia di Salerno, di Benevento, ma soprattutto in provincia di Avellino. Faccio riferimento alle aree attorno a Vallesaccarda, Vallata, Macedonia e Bisaccia. La relazione con questi siti la presentai a febbraio alla struttura Bertolaso. Mi dettero perfettamente ragione i vice coordinatori e i coordinatori del ministero dell’Ambiente, mi dettero ragione i dirigenti dell’Apat, mi dettero ragione tutte le altre componenti. Però mi dice la dott.ssa Di Gennaro: “Professore noi adesso come facciamo? Perché amministrativamente noi abbiamo già tutto pronto su Serre di Persano, adesso dovremmo ricominciare punto e a capo”. “Guardi dottoressa ­ risposi ­ non è così”. Alla discussione che ebbi con la dott.ssa Di Gennaro era presente ance il dott. Pizzi che è a capo della struttura geologica della Protezione civile.“Non è così ­ dico ­ perché in queste ampie aree estese per chilometri e chilometri quadri sono presenti non solo situazioni ideali da tutti i punti di vista ma c’è anche la presenza di campi eolici con autostrade che attraversano tutte queste aree”. Cioè dall’autostrada Napoli-Bari si dipartono una serie di autostrade interne perché i camion per portare le pale eoliche che sono altissime e grandi e hanno bisogno di strade ampia quasi quanto quelle delle autostrade. E nello stesso tempo è già tutto sistemato perché se questi campi sono utilizzati per l’energia eolica è chiaro che tutta la questione amministrativa è già risolta ci si mette d’accordo con questi e si utilizzano le aree che è possibile utilizzare. Poi c’è un’altra questione che non sono riuscito a capire. Fin dall’inizio si è parlato di un’urgenza micidiale cioè in 24 ore bisognava trovare i siti sono passati mesi e i siti ancora non ci sono. Soltanto ieri sui giornali esce fuori per esempio Sant’Arcangelo Trimonte di cui non si era mai parlato e che viene messo in provincia di Benevento mentre è in provincia di Avellino.

Io feci un discorso molto chiaro alla dott.ssa Di Gennaro alla presenza di testimoni e dissi: “Dott.ssa io le ho consegnato la relazione dei siti che secondo me sono i migliori e vi dico anche che non ci sono problemi però voi volete continuare per forza su Serre di Persano che io vi escludo non solo per motivi geologici che poi sono stati accertati in maniera straordinaria dal mio collega Ortolani ma per fatti anche vitali: voi non potete andare a fare una discarica in una zona che è prossima al fiume Sele e non potete farla a distanza di 500 metri da un’oasi naturale che va salvaguardata non solo all’interno ma per legge anche all’esterno.

Allora io non capisco questa situazione perché ho l’impressione che manchi una ratio a questa situazione perché qual è la ratio che viene messa in campo?

Se ci sono siti alternativi idonei ad ospitare discariche, in questa fase emergenziale, perché si insiste sulle aree protette? Ma a questa domanda pare non ci sia risposta…

«In 13 anni di emergenza mai un opuscolo per spiegare a cosa serve la raccolta differenziata e che vantaggi dà. Mai un accordo tra tutti i Comuni per costruire un sistema unico ed efficiente di raccolta di carta, vetro, plastica e metalli evitando gli sprechi. Mai un´informazione vera e completa ai cittadini. Tanti siti per lo stoccaggio dei rifiuti scelti senza criteri trasparenti di scelta. E poi ci si meraviglia se la gente protesta?». Umberto Arena, come docente di ingegneria chimica a Napoli e consulente per il piano rifiuti in Campania del 1997, è un tecnico. Ma come abitante del Vomero è anche uno dei napoletani che, pur producendo meno spazzatura dell´italiano medio (1,32 chili al giorno pro capite contro 1,47), si trovano sul banco degli accusati per una follia economica senza uguali: la paralisi del sistema rifiuti porta a spendere 20-30 volte di più per esportare il pattume sui treni speciali.

In Campania l´emergenza, almeno finora, si è limitata a proseguire la vecchia politica in una nuova forma. L´inceneritore regionale per i rifiuti ospedalieri non esiste. La piattaforma regionale per i rifiuti industriali non esiste. L´unico grande progetto per sottrarre alimento ai ratti che proliferano nelle strade, nato alla fine Novanta, è stato sepolto sotto un insuccesso su cui indaga la magistratura. Abbondano invece le discariche abusive: un primo, parziale conteggio, ne ha censite oltre mille, per la maggior parte piazzate lungo le strade che costeggiano i terreni agricoli. E abbondano le ecoballe, nome profetico utilizzato per indicare un assemblaggio di materiali che in teoria avrebbero dovuto avere le caratteristiche del combustibile, ma che in pratica continuano a somigliare pericolosamente a un rifiuto.

In pochi anni sono stati accumulati 4,3 milioni di tonnellate di ecoballe, una fila infinita che salda due Comuni, Giuliano e Villa Literno, in un solo conglomerato unificato dalla spazzatura. Queste ecoballe basterebbero a riempire sei discariche come quella che si vuole realizzare a Serre Persano. Così come i rifiuti confinati in cumuli provvisori la colmerebbero una volta e mezza. E la spazzatura regionale urbana di routine in tre mesi. Senza tener conto dei rifiuti speciali, cioè principalmente industriali, che sono quasi il doppio degli urbani anche se, secondo i dati ufficiali, risultano curiosamente dimezzati rispetto alla media nazionale.

«Eppure cambiare rotta è possibile e conveniente», continua Arena. «In alcune zone del Salernitano la raccolta differenziata è sopra il 20 per cento, il doppio della media regionale. Ci sono Comuni in testa alla classifica nazionale. E quando il Comieco, il Consorzio per la raccolta degli imballaggi di carta, ha messo piccoli contenitori nei palazzi di Napoli i numeri del recupero sono triplicati».

Ma la raccolta differenziata è ancora insufficiente ad alimentare le aziende nate in Campania puntando sul circuito virtuoso del riciclo. E così si registra l´ennesimo paradosso: mentre la spazzatura parte verso Nord, a caro prezzo, i materiali della raccolta differenziata scendono, a caro prezzo, verso Sud.

Il mercato avanzato del rifiuto è in sofferenza mentre il business dell´ecomafia continua a prosperare. «I camorristi che alle fine degli anni Ottanta gestivano le discariche abusive sono diventati imprenditori», ricorda Enrico Fontana, responsabile dell´Osservatorio ambiente e legalità della Legambiente. «In Campania la criminalità organizzata ha speculato sui terreni acquistati per realizzare impianti di stoccaggio provvisorio e si è infiltrata pesantemente nelle società di gestione dei rifiuti. La torta su cui ha messo gli occhi è robusta: 800 milioni di fatturato illegale per i rifiuti urbani nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa e un miliardo di euro di gestione della struttura emergenziale in Campania. Senza contare il traffico illecito di rifiuti industriali provenienti da altre regioni italiane».

I dati dei rapporti di Legambiente, quello nazionale e il fascicolo presentato ieri a Napoli nell'Istituto filosofico, confermano che in Campania si continua a perpetuare un massacro ambientale. La triade di rifiuti, veleni e cemento firma un patto d'acciaio contro un territorio maltrattato da trafficanti, camorristi, imprenditori, tecnici e amministratori pubblici conniventi.

In cifre significa che la regione, in Italia, dal secondo posto del 2005 passa al primo per i reati ambientali commessi: solo nel 2006 ci sono stati 3.169 illeciti accertati, otto reati al giorno, uno ogni tre ore; con 2.861 persone denunciate o arrestate e 1.362 sequestri effettuati. Nei fatti significa che esiste un sistema di 64 clan camorristici con a disposizione un giro di 6 miliardi di euro, tra fatturato legale e illegale. Affari che arrivano dalla tratta dei rifiuti tossici, ma anche da quelli «puliti», nonché dall'edilizia abusiva. Uno scempio.

Un'emergenza ancora più pericolosa se unita all'incapacità di gestione istituzionale, negli ultimi 13 anni, del ciclo integrato dell'immondizia. Due mondi che si guardano proprio per le connivenze tra la criminalità organizzata, enti e strutture preposte alla raccolta e allo smaltimento. E' di lunedì l'ultima protesta dei cittadini dell'agro aversano, il regno dei Casalesi. A Gricignano, Casal di Principe e San Cipriano le popolazioni sono scese in strada e hanno gettato davanti alle caserme dei carabinieri cumuli di rifiuti. La contraddizione è che in quei comuni attualmente non c'è nessuna crisi in atto. E' verosimile dunque che le tensioni siano fomentate in prospettiva. La discarica di Villaricca, che da ottobre per accordi presi con l'amministrazione comunale, accoglie i sacchetti di mezza Campania ora è giunta a saturazione. Nel frattempo però non sono stati ancora individuati siti di sversamento alternativi, (i cittadini di Serre e Lo Uttaro si oppongono a diventare la pattumiera della regione). Con l'estate alle porte si avvicinano le cicliche emergenze regionali, la camorra lo sa e preme per soluzioni d'urgenza in cui infiltrare i propri uomini (siano questi imprenditori o proprietari di terre).

Rischi reali, basta andare a leggere il rapporto di Legambiente: anche nel ciclo dei rifiuti la Campania detiene il primato negativo. Sono 448 le infrazioni accertate, 453 le persone denunciate e arrestate e 175 i sequestri. Quanto alle ecomafie il quadro è ancor più disperante: è di oltre 600 milioni di euro il giro d'affari annuo, con oltre 10 milioni di tonnellate di veleni sversati negli ultimi due anni. «Sappiamo che ormai operare effettivamente per lo smantellamento del controllo dei rifiuti dobbiamo fare di più - ha detto il ministro Alfonso Pecoraio Scanio - dobbiamo cioè utilizzare quelle tecnologie avanzate e coinvolgere tutti i settori per contrastare i crimini dell'ecomafia». Ma il senatore Tommaso Sodano, presidente della commissione ambiente è critico: «Il rapporto di Legambiente è come al solito impressionante ma non ci coglie di sorpresa». Ma se era già noto cosa è stato fatto dal governo in un anno? «Per il momento - dice Sodano - non vedo provvedimenti forti e al contrario, solo tentennamenti nell'imboccare la strada delle energie rinnovabili». Quindi ha ricordato che «il ddl governativo per l'abolizione dei finanziamenti pubblici a petrolieri, inceneritori e carbone non è ancora stato incardinato». Un'altra buona notizia.

Perfino sul fronte dell'abusivismo edilizio la Campania sbaraglia i concorrenti: con 1.166 infrazioni, 1509 persone denunciate e 470 sequestri. A febbraio l'ultima «scoperta»: un quartiere completamente abusivo (centinaia di appartamenti) sorto dalla sera alla mattina a Casalnuovo (Na). Secondo Legambiente in Campania vivono i migliori maestri del cemento fai-da-te. Sono circa 6000 le costruzioni abusive realizzate nel 2006. Nove giorni e nove notti, 227 ore di lavoro per mettere in piedi una villetta monofamiliare. Ogni giorno sono all'opera circa 100 operai, capaci di scavare anche decine di piscine, tutte orientate verso il mare. Solo la guardia di finanza negli ultimi due anni ha sequestrato 100 cantieri per un valore di 98 milioni di euro. «Davanti a questi numeri - spiega Michele Buonomo, presidente Legambiente Campania - nella nostra regione l'abusivismo fa più paura del Vesuvio».

Per raccontare gli ultimi capitoli dell’odissea dei rifiuti in Campania è impossibile sfuggire alle trappole del gergo. La novità non è tanto quella di un’intera regione oramai preda del NIMBY: le proteste contro la decisione del supercommissario Bertolaso di localizzare una nuova discarica a Serre di Persano pongono l’ulteriore dilemma se sia preferibile il criterio “dirt on dirt ”, localizzando la discarica in un sito già inquinato, piuttosto che quello “dirt on clean”, piazzandola cioè in aree “pulite” o addirittura, nel caso di Serre, di conclamato pregio ambientale, a due passi dall’oasi naturalistica che ospita gli ultimi esemplari di lontra in Campania.

D’altro canto, la trattativa diretta che si è instaurata tra ministero dell’ambiente, commissariato e comitato di opposizione locale, il cui risultato è per ora il ridimensionamento della discarica da 2 milioni a 700 mila tonnellate, certifica una volta di più il deficit di credibilità della Regione, incapace di trovare il bandolo di un’emergenza (?) che dura da tredici anni, e che ha coinvolto tre diverse amministrazioni e ben cinque commissari straordinari (Rastrelli, Losco, Bassolino, Catenacci, Bertolaso).

Ad appesantire ulteriormente il quadro, la brutta notizia di stamane, dell’arresto del vice di Bertolaso per presunte collusioni camorristiche. Piove sul bagnato.

Tornando alla Regione, l’occasione per una tardiva correzione di rotta l’ha pure avuta, con la recente approvazione di una legge sui rifiuti, che definisce i paletti del nuovo piano regionale, in sostituzione di quello strampalato che l’emergenza l’ha alimentata ed amplificata, e che era di fatto basato sull’impacchettamento della monnezza tal quale e l’incenerimento nei due mega impianti di Acerra e S. Maria la Fossa, realizzati in project financing dal gruppo Impregilo di Cesare Romiti.

Occasione mancata, se la maggioranza con un autoemendamento ha cassato in extremis uno degli articoli politicamente più impegnativi della legge, quello che imponeva alle cinque province di segnalare tempestivante al commissario straordinario due siti ciascuna per la localizzazione delle discariche.

Evidentemente, il tempo delle assunzioni di responsabilità non è ancora giunto per la politica campana, e l’ombrello commissariale, seppur ridotto a colabrodo, fa ancora comodo.

A testimoniare il disagio, la significativa astensione di Gerardo Rosania, uno dei consiglieri campani maggiormente avvertiti in materia territoriale: uno di quelli che le responsabilità istituzionali non le ha mai schivate, lui che da sindaco di Eboli ha demolito centinaia di villette abusive sulla duna demaniale, in una regione nella quale un altro sindaco, quello di Casalnuovo, non si era accorto della nascita di un intero rione abusivo finanziato da Gomorra spa perché “nascosto dai cespugli” (sic!).

La lezione per il centrosinistra campano, al termine di un ciclo politico iniziato nel ’93, è amara assai, ed è quella che non esistono scorciatoie: la strada per la rinascita del Mezzogiorno d’Italia non può essere quella di una modernizzazione perseguita a botta di deregolamentazioni, privatizzazioni, esternalizzazioni dei processi decisionali, deroghe alle valutazioni preventive e ai controlli, perché “altrimenti si perdono i fondi”. La cosa da fare è meno suggestiva e immaginifica: restituire dignità e credibilità alle istituzioni, capacità alla pubblica amministrazione, nel rispetto delle procedure ordinarie, nel rispetto della legge, recuperando il passo riformista di Rossi-Doria, dei “…cavalli dal fiato lungo”.

In questi giorni si sta decidendo in Parlamento l'importante partita degli inceneritori. Oggi, i rifiuti bruciati negli inceneritori sono considerati una fonte d'energia assimilata alle rinnovabili, e per questo chi li brucia incassa un sacco di soldi, prelevati dalle nostre bollette dell'elettricità. Succede dal 1992. La Finanziaria di quest'anno doveva porre fine a questo scempio della salute e del portafoglio dei cittadini: nessun inceneritore costruito dopo il 31 dicembre 2006 avrebbe più beneficiato dei finanziamenti.

Ma c'è un emendamento che vuol cambiare le cose all'ultimo momento sostituendo il termine “costruiti” col termine “autorizzati”. Un inceneritore non lo si costruisce in una settimana, ma lo si può benissimo autorizzare. I lobbisti della cosiddetta “termovalorizzazione” (altra presa in giro linguistica) l'avranno così spuntata di nuovo.

Qui dal Trentino dove abito questa faccenda assume un sapore di beffa. Da anni si parla della costruzione di un inceneritore che dovrà bruciare tutti i rifiuti indifferenziati della Provincia. Ma non si era mai arrivati al dunque. Senonché, in questi ultimi giorni, in maniera tempisticamente sospetta, sono arrivate le prime autorizzazioni alla costruzione. Così, gli amministratori provinciali si assicurerebbero per il rotto della cuffia quei finanziamenti all'incenerimento che hanno sempre detto di non tenere in alcun conto. “L'unica nostra preoccupazione – hanno sempre sostenuto – è di evitare la discarica a quel 20-30% di rifiuto residuo che avanza anche coi migliori sistemi di raccolta differenziata”.

Ma la soluzione al problema dei rifiuti passa non solo dalla loro differenziazione, ma anche (soprattutto) dalla loro riduzione. La frazione di residuo secco che in effetti non può che rimanere anche coi migliori sistemi di differenziazione – su questo hanno ragione i lobbisti dell'incenerimento – si può infatti ridurre solo facendo un ulteriore passo. La soluzione è cambiare gli attuali sistemi di produzione e consumo. Il ‘ bad industrial design' di cui parla il padre della strategia Rifiuti Zero ( http://www.zerowaste.org) , lo statunitense professor Paul Connett, deve diventare un ‘good industrial design', capace di garantire la totale riciclabilità dei prodotti.

Questo cambiamento può accadere solo se produttori e consumatori si accordano per andare con decisione verso questa direzione. E' in genere a questo punto che il dibattito si avvita su se stesso senza portare da nessuna parte. Il primo passo spetta ai consumatori! No, spetta ai produttori! Io produttore vorrei, ma poi il consumatore non compra… No, sono io consumatore che vorrei, ma poi il prodotto sullo scaffale del supermercato non ce lo trovo… E avanti così, mentre i rifiuti si ammucchiano e le discariche si esauriscono…

La cosa triste è che tecnologie produttive e tecniche di distribuzione per uscire da questa impasse ci sarebbero, se solo le si volesse davvero impiegare. Lo dimostrano i nuovi modi di produrre e consumare che, nella logica della riduzione dei rifiuti, vengono messi in pratica qua e là in maniera sporadica, nell'ambito delle realtà più evolute nella gestione sostenibile dei rifiuti. L'acquisto del latte fresco dai distributori automatici, i detersivi alla spina, il vuoto a rendere, i prodotti sfusi: sono tutte soluzioni praticabili.

In Trentino, dove l'opposizione all'inceneritore è forte, esperienze di questo genere non mancano, ma restano fortemente minoritarie. Gli amministratori provinciali fingono di incentivarle, ma la loro idea è un'altra: “Il cambiamento dei sistemi produttivi e dei criteri di progettazione – mi ha fatto notare l'assessore all'Ambiente della Provincia Autonoma di Trento – contrasta con logiche di mercato che rendono impossibile il recupero. Ad esempio un'automobile è costruita con materiale recuperabile per oltre il 90% ma i costi per smontarla completamente sono insostenibili. L'esperienza di altre realtà, in particolare estere, di imporre con legge divieti o obblighi ha aperto una lunga serie di contenziosi perchè, comunque la si guardi, cambiamenti rilevanti nell'attività produttiva comportano notevoli investimenti”. Ma il punto non è tanto quello di imporre il cambiamento al sistema produttivo, quanto di indurlo, ad esempio cominciando dall'evidenziare la cosiddetta verità dei costi, che tiene conto anche di quelli ambientali, ed è in grado di rendere economicamente sostenibile, come insegna il citato professor Connett, persino lo smontaggio di un'automobile.

Proprio in questi giorni Nimby trentino ( http://ww.eccetera.org ), l'associazione che da tre anni guida l'opposizione all'inceneritore, ha celebrato il millesimo giorno di digiuno di protesta portato avanti a catena dai cittadini. Il coordinatore Adriano Rizzoli critica le scelte di facciata di un'amministrazione che punta sulla differenziata, ma poi trascura completamente la strategia della riduzione e del “ good industrial design”. “A causa di quale tipologia di rifiuti – si domanda Rizzoli – si prendono le dissennate decisioni di costruire gli inceneritori? Quanti rifiuti non riciclabili si potrebbe fare a meno di produrre? Quanti di essi si potrebbero rimpiazzare con del materiale riciclabile grazie a un'appropriata progettazione?”

Se si va a mettere le mani nel rifiuto residuo si scoprono cose molto interessanti. Rizzoli l'ha fatto, scoprendo che nel 2005, ben oltre la metà del residuo secco prodotto in Trentino, e che in futuro brucerà nell'inceneritore, era in realtà materiale riciclabile. E la parte non riciclabile? In essa è molto consistente la presenza dei poliaccoppiati, tipo tetrapak, per intenderci. “Allora non si potrebbe spingere per la totale sostituzione dei contenitori in tetrapak con contenitori di materiale riciclabile?”. Un'altra frazione importante del residuo secco non riciclabile è quella dei tessili sanitari. “E chi sa che anche i pannolini, se prodotti in un certo modo, si possono riciclare?”.

Il buon senso suggerirebbe innanzitutto di riflettere bene sui dati dell'analisi merceologica del residuo secco, e poi di fare il massimo sforzo per ridurre quanto non si può riciclare. Solo dopo si dovrebbe decidere se vale la pena di pianificare o meno un inceneritore, che rappresenterebbe una soluzione rigida e irreversibile. “Invece – prosegue Rizzoli – da noi in Trentino s'è fatto esattamente il contrario: prima s'è frettolosamente previsto un mega-inceneritore da 400.000 tonnellate l'anno, poi s'è aggiustato il tiro rimpicciolendolo di volta in volta man mano che si sono constatati i frutti della differenziazione. Se si avesse la pazienza e l'onestà di aspettare anche gli effetti di decise azioni di riduzione, alla fine non si potrebbe che decidere di abbandonare per sempre l'idea di costruirlo”.

A meno che quell'idea la si abbia per intascare i soldi pubblici che finanziano l'incenerimento. Il subdolo tentativo di questi giorni di far rientrare dalla finestra tali finanziamenti sembrerebbe indicare che le cose stanno purtroppo così.

Le questioni poste da Giovanni Valentini con il suo articolo su “Repubblica” del 29 agosto a proposito del Piano per la gestione dei rifiuti in Sicilia (o meglio, del piano degli inceneritori di Cuffaro) meriterebbero risposte puntuali che non è facile riassumere.

Tra le tante cose sagge che dice, Valentini incappa però in qualche inesattezza:

Il Consiglio di Stato, intanto, non ha dato alcun via libera (tant’è che i lavori di sbancamento nei siti sono tuttora sospesi) ma ha riformato l’ordinanza del TAR Catania laddove questo sospendeva anche i lavori preparatori che non comportano la modifica dei luoghi (e quindi progettazioni, piani finanziari, ecc.).

Per evitare poi che dalla lettura dell’intervento di Valentini si tragga l’impressione che in Sicilia – se pur con qualche contraddizione – il commissario-presidente Totò Cuffaro stia operando per il meglio e che sono gli ambientalisti e le popolazioni colpite dalla “sindrome Nymby” ad ostacolare una corretta gestione della problematica dei rifiuti, provo a riportare sinteticamente i motivi dell’opposizione di Legambiente e di altre associazioni, motivi esposti in decine di documenti, denunce, ricorsi.

Il piano regionale, palesemente, non è conforme né alla normativa nazionale né a quella europea. Se questa affermazione è fondata lo dirà, speriamo presto, la Commissione Europea a cui Legambiente e WWF hanno presentato una denuncia d’infrazione. Intanto l’ha detto con chiarezza l’ex ministro Edo Ronchi, intervenendo a Palermo ad un convegno organizzato da Legambiente.

Per affrontare il problema dello smaltimento dei rifiuti l’Europa s’è dotata di una politica detta delle 4 R: riduzione (della produzione di rifiuti), raccolta differenziata, riciclaggio, recupero di energia. Non si tratta d’una disorganica elencazione di obiettivi, né di fattori il cui ordine può essere cambiato arbitrariamente, quanto piuttosto dei punti essenziali d’una strategia costruita su precise priorità. Bisogna dare prevalenza alle politiche di riduzione dei rifiuti e contestualmente riciclare il maggior numero di materie, sempre con l’obiettivo di risparmiare risorse (materie prime ed energia necessarie per produrre beni che poi si trasformerebbero in rifiuti). Il recupero di energia dai rifiuti (attraverso la combustione) è solo l’ultimo dei sistemi in ordine di priorità e deve riguardare esclusivamente quella frazione dei rifiuti che sfugge alla raccolta differenziata o che non può essere riciclata.

Il piano regionale inverte le priorità indicate dalla UE dando precedenza e centralità al sistema della termovalorizzazione che dovrebbe smaltire almeno il 60% dei rifiuti prodotti dai siciliani, mentre il conseguimento della quota del 35% di raccolta differenziata – obiettivo obbligatorio per tutti dal maggio 2003 e già raggiunto nel 2002 da quelle regioni italiane che, come la Sicilia, erano in emergenza negli anni ‘90 – viene rimandato al 2008 senza, fra l’altro, prevedere alcuna misura che ne assicuri il rispetto. Se poi si confronta il piano con l’ordinanza n° 333 che ha dato il via libera al sistema della termovalorizzazione, ci si trova davanti ad una realtà ancora peggiore: le quantità che la Regione s’è impegnata a conferire alle quattro Associazioni Temporanee di Imprese che dovranno trattare i rifiuti sono praticamente pari al totale di quelli prodotti in Sicilia, con l’esclusione della piccola quota di raccolta differenziata che attuano i comuni e che, notoriamente, non supera il 6%. La capacità d’incenerimento degli impianti è addirittura superiore al totale dei rifiuti prodotti in Sicilia. Per essere ancora più chiari, il sistema è stato studiato per consegnare nelle mani delle imprese per i prossimi vent’anni, a partire dal 31 marzo 2004 o da quella data in cui verranno superate tutte le difficoltà insorte nel frattempo, l’intero settore dello smaltimento – dal trasporto alla discarica e all’incenerimento. E tutto ciò prevedendo a favore delle imprese garanzie più che straordinarie. Per esempio:

a) la tariffa viene ritoccata al rialzo anche se diminuisce il quantitativo dei rifiuti conferiti – paradossalmente, più differenziata fai e più ti aumenta la tariffa;

b) un impegno della Regione assolutamente acritico affinché “ le aree di interesse dell’Operatore Industriale siano rese disponibili, unitamente a tutte le autorizzazioni e permessi necessari alla realizzazione del Sistema e permettere il corretto svolgimento delle attività su tali aree senza impedimenti ed entro i termini previsti”. Un impegno che già faceva presagire il rigetto di qualunque fondata obiezione dei cittadini e delle collettività locali sulla scelta dei siti già fatta in splendida solitudine dall’Operatore Industriale e che ha prodotto pareri favorevoli a difettose Valutazioni d’Impatto Ambientale;

c) nessuna penalità per il fermo impianti (basterà dire che si tratta di manutenzione), neppure a seguito di un eventuale sequestro della Magistratura;

d) la promessa che quando l’Operatore si sarà stufato di continuare l’attività o (solitamente dopo dieci anni) non troverà conveniente rinnovare il termovalorizzatore, la Regione subentrerà nella proprietà degli impianti acquistando i ferrivecchi o pagando il canone di locazione;

e) un organismo di vigilanza nominato dal Commissario delegato ma pagato dall’Operatore Industriale.

È forse per farci dimenticare tutto ciò – compreso il fatto che sembra si sia decretata la fine di ogni programma per una decente raccolta differenziata – che la struttura commissariale si è data ad una frenetica ricerca di un’impossibile legittimazione ed ha promosso una massiccia campagna volta a convincere i siciliani che il problema dei rifiuti è ormai risolto con la realizzazione di quattro mega-inceneritori? Si assicura che così spariranno le discariche ma si omette di dire che comunque bisognerà smaltire, in discarica, quel famoso 37% di umido (circa un milione di tonnellate l’anno) che non sarà mai un compost di qualità, come dimostra l’analogo sistema di selezione meccanica in funzione in Campania per produrre le ingestibili eco-balle. E sempre in discarica dovranno finire 400mila tonnellate l’anno di rifiuti speciali (ceneri e residui di combustione) prodotti dagli inceneritori.

A proposito di “scelte di civiltà”, inoltre, bisognerebbe ricordare che a Copenhagen, a Vienna, a Parigi – ed in tutte le città straniere che ci vengono portate come moderno esempio di compatibilità tra inceneritori e centri urbani – la raccolta differenziata è ben oltre il 50%; si brucia meno roba e molto ben selezionata. La scelta fatta in Sicilia dal commissario-presidente Cuffaro, in violazione delle leggi nazionali e comunitarie, è invece quella di bruciare la maggior parte dei rifiuti “tal quale” (si leggano i decreti autorizzativi), direttamente dal cassonetto al forno. Sul piano etico, ambientale e sanitario una decisione barbara e inaccettabile; sul piano economico una manna per chi gestirà gli impianti incassando almeno 80 euro per ogni tonnellata di rifiuti che gli verranno consegnati, oltre al lauto contributo CIP6 per ogni chilowattora prodotto. È un affare grosso quanto quello per il famigerato Ponte sullo Stretto che si tenta di far passare nel silenzio. Per quale ragione non si rendono pubbliche le convenzioni che sono state stipulate con le A.T.I. e non si dice chiaramente quanto costerà a ciascuno questo sistema?

Non meno grave infine che tutti gli impianti siano ubicati in prossimità o addirittura all’interno di aree SIC e ZPS. Paradossalmente l’inceneritore di Augusta verrebbe costruito sulla stessa area della centrale Enel già contaminata da diossina, accanto al sito archeologico di Megara Iblea. La scelta dei siti non è stata fatta dalla struttura commissariale o da organi istituzionali, bensì lasciata agli stessi operatori industriali ai quali è stato affidato l’appalto. La Commissione Europea ha poi avviato una procedura d’infrazione, tramutatasi in deferimento alla Corte, nei confronti dell’Italia per come in Sicilia si è affidato il settore ai privati in violazione delle norme sugli appalti.

Sul versate della salubrità, al di là del ruolo di testimonial affidato al prof. Veronesi, il danno sanitario accertato, per esempio ad Augusta, è già fin troppo noto ed i continui dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità non sono però finora serviti a modificare la scelta dei siti.

Ci sembra urgente comprendere la portata, sul piano della tutela dell’ambiente e del rispetto della legalità, di ciò che si sta mettendo in moto in Sicilia. E cioè:

1) Di fatto, si affida il delicatissimo settore dei rifiuti a quattro A.T.I., le quali si serviranno di altre aziende private che – da troppo tempo e con molte ombre – gestiscono la raccolta e le discariche in Sicilia. Avete sentito qualcuno protestare per essere stato escluso dal business?

2) Alle imprese vengono garantite per vent’anni condizioni e tariffe vantaggiosissime per loro ma estremamente sfavorevoli per i cittadini utenti, un introito certo di alcune centinaia di milioni di euro l’anno per lo smaltimento e altrettanti dall’energia elettrica prodotta dagli inceneritori e pagata dagli utenti con la tariffa CIP6.

3) Pur di accontentare tutti, i rifiuti viaggeranno da un capo all’altro dell’isola. Per esempio quelli di Catania, Siracusa, Enna e Ragusa ad Augusta; quelli di Messina a Catania. Il biglietto, ovviamente, lo pagheremo noi.

A ben pensarci tornano in mente le pagine di storia siciliana che parlano delle esattorie: si esigeva male per il pubblico ma i privati incassavano aggi favolosi. Che il servizio fosse efficiente non importava a nessuno, tutto però era funzionale al mantenimento del potere.

Spero sia chiaro a tutti che queste questioni, o altre ancora su chi sono mai i soci locali della Falck (può a aiutare a capirlo l’articolo di Gian Antonio Stella sul “Corriere della Sera” del 24.11.04), non possono essere tenute dietro la cortina (fumogena, è il caso di dire) degli edifici disegnati dalla buonanima di Kenzo Tange.

Enzo Parisi / Legambiente Sicilia

Michele Serra

Rifiuti, ancora roghi e scontri. La Ue minaccia sanzioni

la Repubblica, 3 gennaio 2008

Una comunità che sprofonda e soffoca nei propri escrementi: difficile immaginare un’allegoria più devastante, quasi dantesca nella sua potenza punitiva. Le immagini infernali (e annose) di Napoli e parte della Campania che cercano una impossibile purificazione nel rogo delle cataste di rifiuti che intasano le strade ci riguardano non solo perché Napoli è Napoli, città del mondo affidata alla custodia italiana.

Ma perché quell’occlusione, pur essendo una catastrofe locale, incarna e ravviva una delle paure collettive più attuali e – ahimé – più motivate: quella di non essere più in grado, come consesso umano, di smaltire le nostre deiezioni. E di controllare, di governare la progressione geometrica dei consumi e delle scorie.

Naturalmente, al netto di questa sensazione (la sensazione, cioè, che le scorie di Napoli siano solo le più visibili, le più infette e ingombranti nel breve periodo), rimane lo scandalo, gigantesco, di un apparato politico, amministrativo, industriale e tecnico che proprio lì, e proprio ora, è stato totalmente sopraffatto dal fenomeno, e non è in grado di gestirlo. E l’immagine di autorità sopraffatte, a ben vedere, è perfino più paurosa del vecchio luogo comune – molto diffuso al Sud - delle autorità sopraffattrici: né la speculazione né eventuali arbitrii nelle decisioni hanno potuto sortire alcun effetto. Quando il risultato finale è l’impotenza, vuol dire che a lasciare il segno non è l’arroganza del potere, ma la sua debolezza, la sua latitanza. Ed è perfino peggio.

L’ultimo capitolo della labirintica vicenda dei rifiuti campani, fatta di continui passi falsi e frettolosi arretramenti, è la tentata riapertura di una discarica, quella di Pianura, chiusa dodici anni fa con la trionfale promessa di aprire proprio lì un campo da golf. Ma i green non si sono visti. Semmai si vedranno tornare, come un figliol prodigo non particolarmente atteso, i rifiuti, sotto la forma di quelle ecoballe che si accumulano a decine di migliaia, fino a formare non metaforiche catene montuose, nei siti che dovrebbero avviare i rifiuti ai due grandi inceneritori mai attivati.

A quanto si capisce (e non è facile orientarsi) il sistema di smaltimento della Regione Campania è infatti come un intestino chiuso, senza sbocco. Era stato impostato oltre dieci anni fa, dal governo regionale di centrodestra, sui termovalorizzatori di Acerra e di Santa Maria La Fossa, che avrebbero dovuto bruciare le famose ecoballe, a loro volta sbocco intermedio della raccolta differenziata.

A quanto pare nessuno di questi tre livelli (raccolta differenziata, trasformazione in ecoballe, incenerimento) è riuscito ad andare a regime. La raccolta differenziata a Napoli viaggia, secondo stime desolanti, attorno al dieci per cento del totale, e già qui è molto difficile stabilire se sia una mediocrissima pedagogia politica o il disastroso stato del senso civico diffuso a produrre i danni peggiori, le negligenze più gravi. Le ecoballe, che dovrebbero "preparare" i rifiuti allo smaltimento finale, evitando di destinare agli inceneritori anche i rifiuti tossici o riciclabili, pare siano del tutto inadeguate al loro scopo, spesso puri involti di tutto quello che finisce in discarica, indiscriminatamente. Quanto ai due termovalorizzatori, la storia è nota: ne esiste uno soltanto, quello di Acerra, ma ancora virtuale, non in grado di funzionare. E nel frattempo le ecoballe si accumulano a dismisura, intasando il livello intermedio. E i rifiuti rimangono nelle strade, intasando la vita delle persone.

Se il disastro fin qui descritto assomiglia alla realtà e alla verità, è ovvio che le colpe non possono essere limitate. Certamente il potere regionale, che si identifica da parecchi anni con il governatore Bassolino (che è stato anche, per lungo tratto, commissario straordinario per l’emergenza rifiuti), deve sobbarcarsi la percentuale più alta e inappellabile delle responsabilità. Ha ereditato dal centrodestra un’ipotesi di smaltimento, l’ha fatta propria, non è riuscita a portarla a compimento. Le municipalità locali, e questo salta all’occhio, non hanno neanche provato a farsi carico di ciò che non le riguardava. "Dove volete, ma non nel mio cortile" è stata la dilagante parola d’ordine in grado di animare ogni subbuglio, ogni preoccupazione per la salute locale ma anche ogni menefreghismo e ogni mini-localismo. "No alla discarica", e pazienza se la mia merda andrà a intasare le fognature degli altri. Basta che io non ne senta la puzza.

La camorra ha trasformato in industria l’inefficienza pubblica, si infila in ogni possibile pertugio lasciato incustodito dallo Stato, figurarsi in una voragine del genere. Ma viene da domandarsi se non sia, quello della mano malavitosa sui rifiuti, solamente uno scandalo collaterale rispetto all’incapacità di una regione popolosa, importante, depressa in alcune plaghe ma operosa, industrializzata e perfino tecnologica in altre sue parti, di mettere in piedi un sistema di smaltimento in grado di funzionare.

Perfino il dibattito sui modi (inceneritori sì o no, eccetera) è del tutto ozioso, lussuosamente ideologico, in una zona d’Italia che contempla le sue montagne di scorie senza riuscire a immaginare una maniera, virtuosa o viziosa che sia, di liberare il paesaggio. La regione italiana che esprime il leader dei Verdi, nonché ministro per l’Ambiente, non può fare altre ipotesi sul proprio futuro ambientale se non quella di turarsi il naso per sopravvivere.

Massimo Serafini

Una politica usa e getta

il manifesto, 5 gennaio 2008

Le nuove giornate di fuoco scatenate in Campania dall'eterna emergenza rifiuti sollecita una domanda: perché il rifiuto di inceneritori e discariche della popolazione campana è così radicale, «senza se e senza ma», infinitamente più duro che in altri posti, al punto da invocare la presenza dell'esercito? La risposta è semplice: da decenni la camorra seppellisce illegalmente, con profitti elevatissimi, nel territorio campano gran parte dei rifiuti tossici delle imprese del nord.

E in particolare di rifiuti tossici delle imprese lombarde e venete. Questa scomoda verità è da tempo nota, anche perché è tutta scritta in Gomorra, il bel libro di Saviano. Forse sarebbe il caso di mandare ai cancelli di quelle fabbriche esercito e polizia e non contro le popolazioni, in modo da far cessare questo traffico illegale che ha avvelenato gran parte della terre e delle acque della Campania, causando una diffusione di tumori e malattie di ogni tipo fra la popolazione che non ha pari in nessuna altra regione italiana.

Se non si parte da qui non si capisce nulla dell'emergenza rifiuti e della rabbia delle popolazioni. Soprattutto rende irricevibili i pelosissimi e continui richiami alla razionalità e l'invito di tanti a dire qualche sì, a cominciare dal presidente di Confindustria, che ha coperto le imprese responsabili di questi traffici mortali. Che cosa è stato fatto per stroncare questo traffico o per bonificare la terra intossicata ed avvelenata? Nulla, anzi dai cumuli ammassati lungo le strade non emana solo odore di marcio si sente forte la puzza dell' intreccio fra affari e politica su cui questa realtà ha potuto consolidarsi.

Grandi sono dunque le responsabilità dei decisori politici, soprattutto quelli di sinistra, che in questi anni sono stati latitanti. Forse più che di latitanza bisognerebbe parlare di colpa: di avere accettato la cultura della crescita infinita dei consumi e quindi dei rifiuti, così ben sintetizzata dalla pubblicità dei rasoi Gillette «la comodità dell'usa e getta» con cui ogni sera veniamo martellati ed educati al dogma dell'eterna crescita economica. Ma la colpa più grande è quella di aver pensato che il problema fosse possibile risolverlo con i commissari e con l'intervento straordinario, escludendo la popolazione e i suoi sindaci. Una scelta assurda e miope, imposta con innumerevoli decreti di proroga che hanno attraversato sempre uguali la prima e la seconda repubblica. Una decisione con cui di fatto si è tolta ogni possibilità all'unica politica che permette di gestire i rifiuti quella che chiede prima di pensare se seppellirli o incenerirli di organizzare le tre R: ridurne la quantità, raccoglierli in modo differenziato e riciclarli. Poi si penserà a ciò che resta.

Queste politiche non partono per ordine di un commissario né per decreto, ma solo se si organizzano le donne e gli uomini e li si convince offrendo loro partecipazione, conoscenza, una cultura critica del consumismo, nuovi stili di vita, tutte cose che solo un intervento ordinario e quotidiano, gestito da decisori, come i sindaci, vicini alla gente, può garantire.

E l'emergenza? Nessuno la nega, ma paradossalmente solo commissariando i commissari la si può affrontare. Soprattutto dando qualche segnale alla popolazione di un cambio di passo: far capire a chi ha fallito ed è responsabile di questo disastro che esiste la nobile arte delle dimissioni e soprattutto presentando piani di bonifica e di organizzazione delle tre R. Solo così anche misure straordinarie ed impiantistiche saranno capite e accettate e non imposte.

Roberto Saviano

Ecco tutti i colpevoli della peste di Napoli

la Repubblica, 5 gennaio 2008

È UN territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l’ossessione di emigrare o di arruolarsi. E’una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all’opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.

Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%. Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all’opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un’impresa - l’Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia. Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio. Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l’ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l’inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell’antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi. Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso erano vicino alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano. Nel caso dell’inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all’anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni.

Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall’estero: da ogni parte d’Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l’autorizzazione dalla Regione. Aveva però l’unica autorizzazione necessaria, quella della camorra. Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l’unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell’inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l’emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l’emergenza e quindi riuscì con l’attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003. Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all’amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l’appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan. La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all’avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L’emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione. Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l’operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell’80% sui prezzi ordinari. Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no. Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d’Italia è stato intombati a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra. E’in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E’in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l’ossessione dell’informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell’informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi. Non è affatto la camorra ad aver innescato quest’emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l’emergenza e con l’apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli. Quando si getta qualcosa nell’immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall’emergenza non si vuole e non si po’ uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più. L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa. Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L’80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriare. Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: "il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.

A un anno dalla rivolta popolare contro l’inceneritore di Acerra, guidata congiuntamente dal sindaco comunista e dal vescovo, nella cittadina ai piedi del Vesuvio le ruspe si sono fermate perché - a forza di scavare nel terreno - una falda freatica ha allagato il cantiere. Tra la Campania e la Puglia, intanto, è in corso una disputa sulla collocazione di un nuovo impianto di smaltimento al confine tra le due regioni che è arrivata a contrapporre i rispettivi governatori di centrosinistra, Antonio Bassolino e Nichi Vendola. E in Sicilia, il progetto della Regione per la costruzione di quattro termovalorizzatori, bloccato da un ricorso al Tar e sospeso all’unanimità dalla stessa assemblea regionale fino al 30 settembre, ha appena ricevuto un via libera dal Consiglio di Stato: il "valore politico" di quella decisione, secondo l’ordinanza, "non incide direttamente sugli atti amministrativi e sulla loro efficacia".

Sullo sfondo di un Sud che aggiunge ai suoi mali storici la malagestione dei rifiuti, sotto la minaccia delle discariche abusive e l’ombra della criminalità organizzata che si allunga su quest’ultimo business, il caso siciliano rischia di diventare un paradigma nazionale. Con buona pace del glorioso generale Garibaldi, le due Italie continuano a dividersi perfino sulla spazzatura. E il nostro povero Mezzogiorno, in ritardo anche sulla raccolta differenziata rispetto al resto del Paese, rimane pericolosamente in bilico tra un degrado urbano e ambientale che è sotto gli occhi di tutti e una possibile modernizzazione civile, irta però di ostacoli e ambiguità.

Da quando nel ‘99 fu dichiarata l’emergenza rifiuti nell’isola, la Regione Sicilia ha avviato un piano d’intervento ispirato, almeno sulla carta, ai principi della sostenibilità. Il ciclo completo - come si fa già altrove - prevede innanzitutto la raccolta differenziata, presupposto indispensabile per separare il secco dall’umido, la carta, la plastica, il legno, il vetro e i metalli; poi la produzione di compost, un fertilizzante per usi agricoli; quindi la selezione e il riutilizzo dei rifiuti non riciclabili; e infine la produzione di energia attraverso una rete di termovalorizzatori, gli impianti nei quali si bruciano ad altissime temperature i materiali dotati di sufficiente potere calorifico.

In questi cinque anni, dopo la nomina dello stesso presidente della Regione Salvatore Cuffaro a Commissario straordinario per l’emergenza, la situazione è andata gradatamente migliorando con una tendenza verso gli standard nazionali: la raccolta differenziata è aumentata, mentre le discariche su tutto il territorio regionale si sono ridotte dalle 357 iniziali a 114. Ma c’è ancora molto da fare per allineare la Sicilia agli obiettivi del "decreto Ronchi" che nel ‘97 fissò il tasso di raccolta differenziata al 35% sul totale della produzione di rifiuti urbani: tanto più che il Nord ha già superato il 30%, il Centro è intorno al 15, mentre il Sud e le isole sono ancora sotto il 6.

Il piano della Regione Sicilia prevede la realizzazione di quattro termovalorizzatori: uno a Bellolampo, alle porte di Palermo; gli altri ad Augusta (Siracusa), Casteltermini (Agrigento) e Paternò (Catania), per servire altrettante aree omogenee a cavallo di nove province. I primi tre impianti sono stati appaltati al gruppo Falck con alcuni partner locali, il quarto sarà realizzato da un altro gruppo. L’investimento complessivo ammonta a circa un miliardo di euro, con 1.500 occupati nella fase di costruzione e altrettanti in quella di gestione.

Ma è soprattutto sul doppio vantaggio, ambientale ed energetico, che punta il consorzio Actelios per superare le resistenze delle popolazioni locali e del fronte ecologista che hanno prodotto lo stop bipartisan dell’assemblea regionale contro il piano del presidente-commissario. Con l’installazione dei termovalorizzatori, da una parte verrebbe trattato e smaltito circa il 70% dell’attuale produzione regionale di rifiuti; dall’altra, verrebbe installata una potenza di 150 megawatt per una produzione di energia elettrica sufficiente a soddisfare il 20% del fabbisogno della popolazione siciliana. E così le discariche si ridurrebbero a 8 in tutta l’isola, con una diminuzione della massa dei rifiuti pari all’80%.

Per sostenere il piano, e difendere naturalmente i propri interessi aziendali, il gruppo Falck ha affidato il progetto degli impianti allo studio dell’architetto giapponese Kenzo Tange (scomparso recentemente), con l’intento dichiarato di trasformarli in altrettanti monumenti industriali e renderli così esteticamente più accettabili. Ma, per vincere l’ostilità degli ambientalisti, è soprattutto sul nome di Umberto Veronesi che il consorzio fa ora affidamento: l’ex ministro della Sanità ha accettato la presidenza di un comitato a cui spetterà il compito di monitorare la salubrità dei territori dove verranno installati i termovalorizzatori. Un oncologo di fama mondiale, insomma, come testimonial di tutta l’operazione.

Al di là delle motivazioni ideologiche e politiche, dunque, il caso siciliano riassume emblematicamente tutte le contraddizioni che qui o altrove alimentano la "guerra dei rifiuti". Gli ambientalisti hanno senz’altro ragione a insistere sull’esigenza prioritaria di ridurne innanzitutto il volume complessivo, con l’uso di materiali biodegradabili al posto delle buste o bottiglie di plastica e delle lattine, per incrementare quindi la raccolta differenziata ed evitare il sovradimensionamento degli impianti. Sta di fatto però che in tutto il Sud (e a dirlo qui è un meridionale, immune da qualsiasi tentazione di razzismo) la spazzatura è ancora una questione di abitudini o di cattive abitudini, di educazione o maleducazione civica, di igiene pubblica che spesso diventa emergenza sanitaria, diciamo pure di cultura: basta osservare le montagne di sacchetti, scatole e scatoloni ammassati abitualmente intorno ai cassonetti o agli angoli delle strade, per rendersene conto. E allora, proprio in difesa delle popolazioni interessate e dell’ambiente in cui vivono, occorre procedere realisticamente per fermare il degrado e impedire guasti maggiori.

In Sicilia, come in Campania, in Puglia o altrove, tutti abbiamo il problema dei rifiuti da smaltire, ma nessuno vorrebbe farlo nel proprio paese, nella propria città, provincia o regione. Gli inglesi, cultori del pragmatismo, la chiamano con un acronimo "sindrome Nimby": not in my backyard, non nel mio cortile ovvero nel mio giardino, insomma non a casa mia. Con tutte le garanzie necessarie, a cominciare da quelle sulla separazione dei materiali per finire al controllo delle emissioni, si tratta perciò di decidere la collocazione degli impianti di smaltimento nel modo più trasparente possibile, sulla base di valutazioni oggettive e ragionevoli.

Il termovalorizzatore, come raccontammo un anno fa da Brescia in un’inchiesta sull’Italia dei rifiuti, può rappresentare una risposta moderna a un problema antico e sempre più grave. Non è un mostro e non deve diventare un tabù. Sono oltre trecento, del resto, gli impianti di questo genere già attivi nel resto d’Europa. E se in un’ottica di "ambientalismo sostenibile", compatibile cioè con lo sviluppo e con la tutela della salute, si riesce a smaltire i rifiuti, a ricavarne energia e a ridurre l’inquinamento, vuol dire che avremo trovato la quadratura del cerchio.

Si veda anche l'intervento di Antonio di Gennaro

Fingiamo che l’annegamento dei cittadini campani in un mare di rifiuti non sia anche un problema di ordine pubblico e di malavita organizzata e che dipenda, come altrove in Italia, solo dall’ingente quantità di pattume che riusciamo a produrre, qualcosa come oltre 650 kg per persona ogni anno. Cosa dovremmo fare operativamente per avviare a una soluzione definitiva la questione? Una discarica non è mai la soluzione globale del problema rifiuti, sebbene quello di gettare gli avanzi attorno sia uno dei gesti più antichi dell’uomo. Una discarica è solo un buco per gettare soprattutto materia organica - la cosiddetta «frazione umida» - che copre circa il 30% del complesso dei rifiuti solidi urbani (Rsu), cioè resti di frutta e verdura, avanzi di cibo, ossa, bucce e quant’altro. Poi c’è la carta (28%), la plastica (16%), il legno e i tessuti (4%), il vetro (8%) e i metalli (4%), insieme con gli altri rifiuti che compongono la «frazione secca». E la frazione umida puzza, pure se, paradossalmente, l’aria di una discarica è certamente più salubre di quella del centro storico di Napoli, strangolato dal traffico. La puzza dei rifiuti non è gradevole, ma non intossica, come invece le diossine dei cassonetti incendiati per le strade.

Le discariche poi sono pericolose perché, a lungo termine, comunque inquinano: per quanto isolate artificialmente e poste in luoghi geologicamente adatti, sono soggette a perdere liquidi con probabile contaminazione di falde idriche, suoli e gas. Le discariche mangiano territorio e spazi comuni, alterano il paesaggio, richiamano gabbiani, topi, cornacchie, piccioni. Insomma i buchi non funzionano, perché dovremmo ancora sorbirceli magari per sempre? Non è nemmeno una soluzione bruciare i rifiuti, come si suggerisce a gran voce, non tanto per i problemi di carattere ambientale legati alle ceneri solide o ai fumi emessi al camino, carichi di diossine e polveri sottili anche quando restano nei limiti di legge. Da questo punto di vista un inceneritore non è più malefico del traffico cittadino responsabile di centinaia di migliaia di morti l’anno solo in Italia. Piuttosto è il bilancio energetico a essere in difetto perché si ottiene molta meno energia da un oggetto bruciato rispetto a quella che si è dovuta impiegare per costruirlo. Bruciare i rifiuti non conviene.

Due sono le soluzioni e le conosciamo bene: primo, produrre meno rifiuti, cioè ridurre di peso e volume gli imballaggi, cosa che aziende e ditte non hanno ancora cominciato significativamente a fare. Secondo, raccogliere i rifiuti in maniera differenziata e riciclarli, operazione che porta quattro vantaggi: allunga la vita delle materie prime, riduce gli inquinamenti, fa risparmiare energia e tutela il paesaggio dall’apertura di nuove cave e miniere. È un’operazione vecchia, che già si faceva nel nostro Paese negli Anni 60, quando i netturbini venivano a raccogliere fino davanti la porta di casa il contenuto dei secchi zincati foderati di fogli di giornale. Anzi, fino dalla Napoli del Settecento, le cui strade erano pulitissime, perché tutto veniva portato agli orti della campagna per ammendare il terreno e coltivare.

Si dice: però in Campania c’è un’emergenza. Ma che emergenza è quando se ne parla da almeno quindici anni e non si sono fatti passi in avanti di un qualche rilievo? Forse la via per uscire dall’emergenza è quella di considerarla cronicizzata e di comportarsi come il buon senso vorrebbe prendendo il tempo che ci vuole: campagne di educazione sul problema, partenza di una seria strategia per la raccolta differenziata e riciclaggio, seguendo l’esempio di comuni più piccoli, ma oculati che hanno capito - prima della camorra - che i rifuti possono diventare un affare (pulito) quando non li si considera più scarti, ma risorse. Almeno fino a quando non si arriverà al sospirato (ma forse utopistico) azzeramento dei rifiuti. Nell’ormai mitologico comune di Peccioli (Pi) arrivano oltre 600 tonnellate al giorno di rifiuti solidi urbani che qui vengono trattati e producono oltre tre milioni di euro l’anno con i quali l’amministrazione provvede alle spese correnti e anche a quelle straordinarie. Non contenti, a Peccioli hanno costituito un azionariato popolare per cui i cittadini si dividono i guadagni dello smaltimento controllato che gestiscono: 5 mila azionisti per un affare che non prevede speculazioni di Borsa e che non può conoscere crisi. Proprio quindici anni fa a Peccioli i rifuti erano un’emergenza, oggi sono una risorsa, converrebbe rifletterci.

«Devo tornare al mare, al solitario mare e al cielo...». Da quand'ero studente, questi versi di John Masefield non hanno mai smesso di emozionarmi. La nostra relazione d'amore con l'acqua salata è una strana faccenda. I greci veneravano l'Egeo «scuro come il vino», ma le popolazioni atlantiche erano più timorose che innamorate del mare, fino a non molto tempo fa. Solo nel XIX secolo il mare è diventato una meta desiderabile. I romantici hanno esaltato tutta la natura selvaggia ma delle icone romantiche solo il mare ha veramente resistito.

D'estate andiamo al mare in massa per nuotare, navigare, pescare. Ce ne stiamo, con l'acqua alle ginocchia, anche solo a guardarlo incantati. È come se l'umanità, i cui lontani antenati sono usciti dagli oceani, inconsciamente desiderasse ritornare a ciò che W.H. Auden chiamava «l'alfa dell'esistenza».

Il richiamo del mare è così forte che sempre più gente decide di andarci a vivere in permanenza. Sorprende sapere che oggi due terzi della popolazione mondiale risiede a meno di 80 chilometri dal mare. Le 16 maggiori città del mondo, con tre sole eccezioni, si trovano sul mare. Negli Usa circa la metà di tutte le nuove case vengono costruite vicino all'uno o all'altro «scintillante oceano»; una ricerca della fine degli anni Novanta diceva che gli americani si trasferivano sulle coste al ritmo di 3600 al giorno. Ma, nonostante il nostro professato amore, trattiamo il mare con sommo disprezzo. Masefield vedeva solo una «grigia foschia sul volto del mare». Oggi la superficie del mare è lordata da una spaventosa quantità di spazzatura. Ci piace andare al mare, ma quando ci arriviamo, inspiegabilmente, lo copriamo di plastica. Da una recente verifica è emerso che sulle 269 spiagge inglesi prese in considerazione si trovava una qualche spazzatura mediamente ogni 50 centimetri; un aumento di più dell'80% rispetto al decennio passato.

I colpevoli sono, in parte, quei tipi insopportabili che non possono andare a contemplare un panorama senza lasciarsi dietro un sacchetto vuoto di patatine e una lattina di birra (i malfattori più incalliti lasciano venti mozziconi di sigaretta e un pannolino sporco). Tuttavia questi sudicioni inveterati, per quanto odiosi, non sono il problema maggiore. Dappertutto si possono vedere orrendi residui di bottiglie di plastica. E la plastica, di sicuro il prodotto più detestabile della nostra età dell'idrocarburo, galleggia. Non è biodegradabile. Fa rumore quando ci si cammina sopra. E luccica nei giorni di sole, come per farsi ancor più notare.

I rifiuti di plastica sono ormai un problema mondiale. Quando il naturalista Tim Benton si è recato, non molto tempo fa, sull'atollo disabitato di Ducie Island, la più lontana delle Isole Pitcairn, a 5 mila miglia a est dell'Australia, ha trovato sulle sue coste 953 oggetti portati dal mare; e tra di essi c'erano 268 pezzi di plastica, 71 bottiglie di plastica, 29 pezzi di tubi di plastica e la testa di due bambole di plastica. E questi relitti sono solo la parte più evidente del torrente di spazzatura che la nostra specie getta in mare ogni giorno. Solo New York scarica 500 tonnellate di liquami di fogna. Il totale giornaliero di olii proveniente da fonti umane è poco meno di un milione di galloni. Il Mare del Nord contiene una quantità di fosfati 8 volte superiore a quella di 20 anni fa. Il mare sarà sempre profondo, ma è ancora blu?

In teoria ci sarebbero modi per far cessare tutto questo, per far rispettare i divieti di gettare rifiuti in mare. Tutte le navi mercantili, per esempio, potrebbero essere munite dei compressori di spazzatura realizzati dalla marina degli Usa. Ma ho il sospetto che anche così i marinai non smetterebbero di gettare in mare le loro bottiglie di Coca Cola. In fondo non vedono mai le spiagge in cui quelle poi finiscono.

Oppure le autorità locali potrebbero sorvegliare le spiagge, dare multe esemplari a coloro che le sporcano e organizzare regolarmente pulizie su vasta scala. Tuttavia non ho abbastanza fiducia nelle autorità locali: se le si tirano in ballo si finirà probabilmente per veder interdire del tutto alla gente l'accesso al mare.

Che cosa fare, allora? Questo pensiero mi ha tormentato per tutte le ore passate quest'estate in Galles a riempire sacchi con i rifiuti altrui. E sono arrivato a una risposta piacevolmente semplice. La soluzione è quel che sto facendo — con i volontari che si sono uniti a me, alla mia famiglia e ai nostri amici della vicina Nature Reserve in uno sforzo collettivo per pulire la nostra costa. In breve, è sempre la stessa storia. Se vuoi che qualcosa sia fatto, in questo mondo, fallo tu. Masefield ha intitolato la sua poesia «Febbre del mare». Ma ora è il mare, non il poeta, ad avere la febbre. Solo noi, che amiamo sinceramente il mare, possiamo curarlo.

(Traduzione di Maria Sepa)

Una strana attesa sembra gravare da qualche tempo sul destino urbanistico di Palermo, una serie di segnali, voci e dichiarazioni che investono direttamente i due principali strumenti urbanistici della città, il Piano regolatore generale e il Piano particolareggiato esecutivo, segnati nella loro vicenda storica da due diverse visioni e culture. Il primo, varato definitivamente dal Consiglio comunale nel gennaio 2004 con una presa d´atto che ha recepito i due decreti di approvazione da parte della Regione della variante generale inviata nel 2002, ha avuto un iter più che decennale quanto mai frastagliato che ne ha infine fortemente alterato le premesse e la filosofia d´impianto. Il secondo, approvato nel 1993 secondo i criteri del restauro conservativo, è ormai scaduto e, secondo gli annunci dell´assessore comunale all’Urbanistica Nino Scimemi, necessita di una revisione profonda così da attrarre capitali e risorse in grado di accelerare il recupero del centro storico. In modo differente, entrambi gli strumenti in vigore risultano così allo stato attuale delle anitre zoppe, insufficienti a delineare le direttrici di sviluppo e di disegno urbano, con la conseguenza di sospendere i piani di previsione della città tutta in una sorta di limbo, una condizione di incertezza che impedisce e blocca ogni ipotesi di progettualità unitaria accentuandone quella fisionomia casuale e frammentaria che sembra divenuto il suo carattere irreversibile.

Non c’è dubbio che tutta la vicenda del Prg abbia giocato, in questa disarticolazione progettuale, un ruolo centrale. Avviato addirittura nel 1989 con l´incarico affidato dalla giunta cosiddetta esacolore guidata da Leoluca Orlando a una équipe coordinata da Leonardo Benevolo per la variante di adeguamento, concretizzatosi operativamente con l´affidamento a Pierluigi Cervellati nel 1993, consegnato con gli elaborati a scala 1 a 5.000 l´anno successivo e adottato nel 1997, il Piano regolatore ha conosciuto, dopo questa data, una serie di modifiche all’impianto iniziale.

Un vulnus decisivo per Cervellati, al punto da disconoscerne la paternità in una dichiarazione polemica nei confronti della amministrazione Orlando, secondo la quale invece il passaggio non ne invalidava la concezione di base e gli assi operativi miranti a un recupero (come si legge nella premessa) della unitarietà territoriale: dalla identificazione del cosiddetto «netto storico» che indicava le parti di città dai caratteri di pregio storico, artistico e ambientale alla valorizzazione del verde storico, dal contenimento dell’incremento di cubatura nelle zone parzialmente urbanizzate alla individuazione delle aree destinate alla realizzazione di strutture residenziali, ricettive o direzionali.

Contro quel Piano - prima e dopo l’accoglimento delle osservazioni - si levarono subito le critiche di chi lo giudicava eccessivamente conservativo, penalizzante verso i possibili nuovi insediamenti commerciali e industriali, frenante nei confronti di un possibile sviluppo economico della città e del suo territorio; le stesse critiche a suo tempo rivolte al Ppe, con il quale infatti il Prg stabiliva una organica continuità di metodo saldando la filosofia del restauro del centro storico a quella di un recupero - dopo i decenni del saccheggio indiscriminato delle risorse territoriali - di quanto, nella lunga vicenda di Palermo e delle antiche borgate fagocitate dalla cementificazione era ancora leggibile e recuperabile come un sistema culturale unitario. I due decreti regionali contenenti una serie di modifiche e correzioni del marzo e del luglio 2002, recepiti poi dal Comune con una semplice - e anomala - presa d’atto, hanno inficiato sostanzialmente quel disegno e quella concezione. Alcune parti del «netto storico», soggetto a salvaguardia (zone A e A1), sono state convertite in zona B, e rese passibili quindi di aumenti di cubatura e di incremento demografico; alcune parti della zona B (parzialmente o totalmente edificate) sono state a loro volta convertite in zona C per nuova edificazione, aree di verde storico prima costrette da vincoli di inedificabilità assoluta sono state rinominate a verde agricolo con nuovi indici di fabbricabilità. Al termine del suo lungo iter, il Piano regolatore è così approdato a una mappatura ibrida, incerta, priva di strategia, e nonostante questo già più volte ulteriormente assediata sotto forma di deroghe e varianti, come quelle che hanno destinato l’area di Fondo Raffo, verde storico della Piana dei Colli a ridosso dello Zen, al nuovo centro commerciale fortemente voluto da Maurizio Zamparini. Una condizione di debolezza strutturale insomma, che non a caso ha indotto alcuni costruttori, nei giorni dell’emergenza dei senza casa, a chiedere addirittura un nuovo Piano regolatore che allenti definitivamente i vincoli in una deregulation che rischierebbe di tramutarsi nell´ennesimo, definitivo episodio delle mani sulla città.

La richiesta è stata respinta dall’assessore all’Urbanistica (né poteva essere altrimenti: i Prg hanno, per legge, una loro durata), che però, quasi contestualmente, ha annunciato l’intenzione di rivedere in modo sostanziale il Ppe affidando tale compito a un gruppo di cinque esperti. Ufficiosamente, i nomi sono usciti nei giorni scorsi, e si tratta di urbanisti e architetti di prestigio (da Bruno Gabrielli a Teresa Cannarozzo, che proprio sulle pagine di questo giornale aveva in passato sottolineato i meriti del piano, e la cui presenza costituiva quindi una garanzia di equilibrio in un contesto così delicato), ma le nomine, improvvisamente, sono state bloccate al punto che lo stesso assessore ha minacciato le dimissioni se queste non fossero state firmate dal sindaco entro la fine della settimana scorsa. La settimana è trascorsa, le dimissioni non ci sono state; in compenso, è giunta la notizia (non smentita; ne ha scritto la scorsa domenica Massimo Lorello) di un possibile accordo che Diego Cammarata starebbe per condurre in porto con la società degli Emirati Arabi "Limit Less" per il risanamento non soltanto del centro storico, ma anche di quella zona costiera - il Waterfront, come è stato ribattezzato - su cui da tempo gravitano gli interessi della autorità portuale, senza che tuttavia l’intervento progettuale (era uno degli aspetti più sconcertanti della mostra della Biennale architettura che proprio il commissario Nino Bevilacqua aveva voluto nel padiglione di Sant’Erasmo lo scorso anno) andasse oltre le indicazioni preliminari. Come si costituirebbe tale accordo, e soprattutto quali conseguenze avrebbe nei confronti sia del Prg che del Ppe, è tutto da vedere. È altamente probabile, tuttavia, che la logica di intervento possa avere un effetto dirompente sui due strumenti urbanistici, ed è tale incertezza sulla logica di ridisegno della città tutta - senza che si sia aperto un dibattito reale su questioni di cruciale importanza per il futuro di Palermo - a destare allarme, nel merito e nel metodo.

Non è serio ridurre la questione della legge elettorale alla solita rissa fra notabili. Quali che siano i limiti della democrazia rappresentativa, considerare il problema come inesistente è una frivolezza che non ci possiamo permettere.

Il sistema elettorale «alla francese», al quale inclina Walter Veltroni, è il peggiore nei dintorni. Un presidenzialismo secco, vera e propria monarchia, senza neanche un'adeguata informazione degli elettori: Nicolas Sarkozy, scelto dal suo partito nel giro di due sedute a 2007 già avanzato, era presidente della Repubblica quattro mesi dopo. Peggio che negli Usa.

Nel sistema statunitense come in quello francese l'obiettivo è ridurre più che si può la complessità delle espressioni politiche in una società complessa. Cosa che negli Usa è, molto parzialmente, corretta da una divisione dei poteri, in Francia assai meno. E non penso a quella elementare divisione che dovrebbe darsi fra presidenza, governo e parlamento; già era poca cosa dopo la costituzione di De Gaulle del 1958, adesso sarà ancora meno, dato che secondo la commissione nominata da Sarkozy se finora toccava al presidente e al governo decidere la linea della Repubblica, d'ora in poi questo toccherà soltanto al presidente.

Ogni sistema presidenziale sembra fatto per dare voce, dovunque, alle spinte meno riflettute, più manipolate, delle popolazioni relative: vota un re! Fidati di lui! Il buon popolo americano ha votato in massa per la rielezione di George W. Bush perché aveva fatto e continuava a fare la guerra. Il buon popolo francese ha votato, anch'esso in massa, Nicolas Sarkozy, perché si proclamava un fautore dell'ordine e dello slogan «arricchitevi» in salsa parigina. Adesso i cittadini degli Stati uniti sono pentiti di avere votato Bush e i sondaggi francesi danno Sarkozy in vistoso calo, a meno di sei mesi di distanza dall'averlo messo in trono.

C'è da riflettere sullo spessore di un sistema democratico, da esportare fin con la guerra, nel quale si vota a vanvera, pagando poi prezzi altissimi. Eppure Bush s'è presentato per quel che era, Sarkozy non ha mentito sulle sue intenzioni: voleva mettere ordine, ha aumentato la polizia e sta riducendo poteri e mezzi della magistratura, voleva difendere la «francesità» e intende sbattere fuori 25.000 immigrati all'anno, e obliga a chi vuole riunirsi alla famiglia a sottoporsi alla prova del dna.

Voleva far «lavorare di più per guadagnare di più» e sta facendo fuori quel che restava delle 35 ore e ha già fatto passare gli straordinari senza contributi sociali. Aveva annunciato la discontinuità, e ha elogiato i benefici del colonialismo e riportato la Francia in linea con la politica estera del Pentagono. Di passaggio, si è aumentato l'indennità presidenziale del 140%. Di queste vicende a Veltroni evidentemente non cale.

Il presidenzialismo piace a chi è persuaso, come il «Sindaco d'Italia» e a colui che era il suo maggior avversario fino a poco tempo fa, che al governo è meglio essere soli, senza l'intralcio di opposizioni in grado di contare qualcosa. E senza avere fra i piedi una piccola minoranza di sinistra alternativa. Il richiamo al sistema francese è eloquente: esso si propone di distruggere tutti i contendenti salvo due. E già dire due è molto, perché negli Usa come in Francia, è difficile che il secondo arrivato resti visibile: chi si ricorda più di Kerry? E che cosa conta più Segolène Royal, che alle presidenziali aveva raccolto il 47 per cento di voti? Non che il proporzionale "alla spagnola" sia molto meglio, ma almeno non azzera del tutto. In verità, ha ragione Sartori, un qualsiasi democratico dovrebbe arretrare ululando davanti a qualsiasi premio di maggioranza. Resta la necessità per chi non è uno dei due grandi partiti ammessi dal bipolarismo, di esistere. Anche sul piano istituzionale. Perché fuori di esso si danno gruppi di opinione, movimenti, isole di soldiarietà, oppure la rivolta. Almeno su questo le sinistre a sinistra del Pd si dovrebbero accordare e non solo in separata sede. C'è una battaglia da dare in un paese scombussolato. Che da noi oggi la Costituzione sia considerata uno straccio conteso fra quattro poveracci è un po' penoso.

”La vie moderne demande, attend un plan nouveau,

pour la maison et pour la ville

(Le Corbusier, 1931)

Ville Radieuse: un nome che evoca un sogno, il sogno di una nuova città a misura d’uomo, concepita per sostituire quella malsana città compatta in cui tutte le funzioni si mescolano senza soluzione di continuità. E’ il mito del ‘900, quello del modernismo, tanto dibattuto nei CIAM e nelle Università, un mito che pretendeva di assegnare ad ogni attività umana i suoi spazi ben definiti e che tentava di ordinare quella complessità che per millenni aveva contraddistinto qualsiasi ambiente urbano. Un mito che rievoca inevitabilmente il suo principale creatore: Le Corbusier.

Radiant City, film-documentario prodotto dal National Film Board Canadese, ricorda quel mito e spiega ai più, criticandolo molto esplicitamente, uno dei suoi prodotti più devastanti (o almeno ritenuto tale): il suburbio.

Protagonista è la famiglia Moss, una tipica famiglia che decide di comprare casa in un suburbio, spinta dalle più classiche delle motivazioni: un prezzo ragionevole per uno spazio dove cinque persone, genitori e tre figli, possono vivere comodamente, parcheggiare senza problemi la loro macchina ed essere protetti dal caos della downtown. Si tratta – come si scopre alla fine – di una famiglia costruita a tavolino, ma ciò non toglie nulla al realismo della narrazione.

Radiant City ci racconta il suburbio per quello che è: un agglomerato di case, dove lo spazio pubblico è inesistente, da cui e in cui non puoi muoverti senza una macchina – ma chiaramente ce ne vogliono almeno due per nucleo familiare – e in cui, nonostante i diversi pezzi vengano chiamati community, di quel senso di comunità tanto ricercato non c’è nemmeno l’ombra. Ogni membro della famiglia, ad eccezione della figlia più piccola, si relaziona in maniera diversa con lo spazio in cui vive, rappresentando così diversi “personaggi tipici” del suburbio.

La mamma, Jane, accetta di buon grado la vita suburbana, perché le offre una casa nuova, grande, tutta sua, anche se la contropartita è dover pianificare mese per mese gli spostamenti dell’intera famiglia. Il padre, Evan, un po’ meno entusiasta di quella vita, tenta di nascondere le sue frustrazioni e le sue reali aspirazioni, al punto di farci credere che per lui le due ore passate ogni giorno in macchina imbottigliato nel traffico di una comunissima highway siano salutari, perché può rilassarsi, pensare alla sua vita, ascoltare musica.

E’ intorno a lui che ruota una delle “chicche” del film, un musical fai-da-te ( Suburbs – The Musical) che ironizza sulla vita suburbana, celebrando in particolare la sacralità del giardino:


The mower clips

the tender tips

row by row

in even strips

the sharped blade

beheads the foe

and as it flies you civilize

the earth below

here it cries

circumcise

mow...

Notice your neighbours

engaging in similar labours

toiling over their turf

which is perfectly verdant and bright

my grass is greener

and grows with a nicer demeanor...

la falciatrice taglia

le tenere punte

riga per riga

in strisce regolari

la lama tagliente

decapita il nemico

e mentre vola tu civilizzi

la terra sotto i tuoi piedi

ecco che piange

si purifica

falcia...

Guarda i tuoi vicini

impegnati negli stessi lavori

che lavorano sodo sul loro prato

verdeggiante e luminoso

la mia erba è più verde

e cresce molto meglio...

I due figli, Nick e Jennifer, rappresentano altre due “costanti”: il primo, impegnato in giochi macabri, rappresenta l’effetto degenerativo della crescita in un ambiente desolante e triste come il suburbio. La seconda, invece, va in palestra (la Gymtastics!), suona il piano e fa karate, simulando così quel superimpegno cui invasati genitori sottopongono spesso i loro figli nell’illusione di dargli una scelta che loro, sostengono, non hanno mai avuto.

L’interesse di questo pseudo-documentario non è tanto nella novità delle informazioni: sui suburbi si è detto e scritto tanto e, tutto sommato, non ci viene detto nulla di nuovo rispetto a ciò che già sapevamo. Radiant City, però, riesce a dare una panoramica esaustiva del fenomeno, affrontando quasi tutti gli aspetti e i problemi della vita suburbana e rendendo il tema accessibile al largo pubblico. Le vicende e le emozioni della famiglia Moss si alternano alle spiegazioni degli “specialisti” – architetti, pianificatori, scrittori e filosofi – e ai vari dati statistici – quanto spazio spreca il suburbio, quanto sono più obesi i giovani abitanti suburbani rispetto ai loro coetanei cittadini e via discorrendo.

Chi guarda Radiant City senza essersi mai posto il problema di che cosa significhi la vita suburbana di fronte alle informazioni chiare e discretamente approfondite del film probabilmente capirà un po’ meglio l’ambiente in cui vive. Come spesso accade, questo non basterà a risolvere il problema, ma, probabilmente, qualcuno resterà meno insensibile di fronte a quelle distese di terreno occupate da migliaia di villette disposte ordinatamente lungo strade deserte o di fronte a tristi centri commerciali persi nel vuoto.

In Italia la situazione è notevolmente diversa. Le nostre grandi città hanno periferie tristi e degradate, ma nulla di lontanamente paragonabile ad un suburbio. C’è un problema di dimensione: le grandi città italiane sono decisamente più piccole delle grandi città nordamericane. Ma non solo. In Italia sono troppe e troppo pesanti le sedimentazioni storiche per pensare di costruire senza porsi il problema di un centro, dei servizi e soprattutto dello spazio pubblico.

La storia ci ha consegnato una realtà in cui oltre le grandi città iniziano i piccoli comuni, sia da un punto di vista culturale che spaziale. Non è infrequente che chi non può permettersi il centro della grande città preferisca fare il pendolare dal piccolo comune limitrofo piuttosto che finire in periferia.

Certo, anche il Belpaese ha le sue “villettopoli”, ma si tratta di piccole lottizzazioni, lontane dai suburbi che si estendono per chilometri e chilometri. E infatti, l’italiano che guarderà Radiant City tirerà probabilmente un sospiro di sollievo nel vedere raccontato un fenomeno che qui fortunatamente non ha mai preso piede.

Tutto fantastico, quindi? Non proprio, perché la storia non basterà a metterci in salvo: forse non avremo mai una Evergreen (il nome della community in cui vivono i Moss), ma il rischio che corrono le nostre città e in generale il nostro territorio è comunque molto alto e le cronache dei giornali ce lo dimostrano. E se scaviamo un po’, scopriremo che all’origine di questo rischio c’è una parentela significativa con il suburbio nordamericano.

Uno dei concetti che i tecnici e gli studiosi intervistati dai registi di Radiant City rimarcano spesso è che il suburbio sia un prodotto del dopoguerra ed è alle teorie moderniste che si addossa gran parte della colpa per la sua diffusione. Non si tratta di un errore, ma è bene fare qualche precisazione.

Semplificando molto un processo durato decenni, dopo la Seconda Guerra Mondiale la situazione economica delle famiglie migliora, tra alti e bassi, di anno in anno. Le tecnologie progrediscono, i sistemi di produzione si evolvono, le distanze si riducono e per molti la scelta di dove vivere diventa quasi del tutto indifferente rispetto al luogo di lavoro, perché alla base c’è la consapevolezza di potersi spostare agevolmente. Grazie all’automobile, e non solo, ogni individuo è indipendente dal resto del mondo.

C’è dunque una questione eminentemente pratica all’origine del suburbio: la diffusione dell’automobile. E a conferma di ciò c’è il fatto che proprio a partire dagli anni trenta, quando questo nuovo mezzo di trasporto cominciava a diffondersi, in America si era rotto definitivamente il rapporto tra la pianificazione delle infrastrutture e quelle degli insediamenti, che fino ad allora avevano avuto un’unica regia pubblica. Gli investitori privati cominciano ad avere maggiore libertà di manovra: acquistano terreni lontani dai centri urbani, dove costano di meno, lottizzano e vendono. Il pubblico provvederà poi a seguire le loro decisioni con la costruzione della rete viaria.

Parallelamente a questo cambiamento epocale prendono corpo le teorie anti-urbane di Le Corbusier e soci, che hanno avuto un ruolo non secondario nell’alimentare il mito della vita solitaria e lo spirito di repulsione verso la città di cui il suburbio è concreta manifestazione. Esse rientrano più o meno consapevolmente in una tradizione culturale che considera la complessità dell’ambiente urbano in modo negativo: la vita di prossimità e la condivisione dello spazio con altri individui, infatti, spingono l’uomo verso la corruzione e l’immoralità e per questo vanno combattute.

Grazie all’automobile, adesso la battaglia appare più semplice: edifici immersi nel vuoto al cui interno si cerca di riprodurre in altezza quella complessità tipica delle città. Tutt’intorno, larghe autostrade in cui il traffico e il caos della vita cittadina saranno solo un lontano ricordo. Con qualche timida opposizione, sarà questo il leit motiv della ricerca architettonica per gli anni a venire, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Se riconosciamo nella diffusione dell’automobile e nel consolidarsi di uno spirito antiurbano l’origine del suburbio, allora dobbiamo anche riconoscere che il Belpaese ha avuto il suo “suburbio”. Quella stessa storia che ci ha protetto dalle distese di anonime villette, non ci ha messo al riparo dalla tendenza a costruire in modo diffuso, senza la necessaria attenzione per lo spazio pubblico e con enormi consumi, di suolo e di energie. Il nostro è un suburbio fatto di villette sparse, di palazzine in cui si rinchiudono piccole enclaves familiari, in cui le città crescono per micro-lottizzazioni che spesso non fanno sistema. Il principio è lo stesso che sta dietro a Evergreen: si costruisce lì dove l’automobile permette di arrivare dal centro in tempi ragionevoli, per poter avere il proprio spazio riparato e poter evitare il caos delle città. Il modello insediativo che ne scaturisce è molto diverso, ma in proporzione altrettanto dannoso.

Tutto questo avviene in un contesto politico-amministrativo in cui il pubblico ha rinunciato già da tempo a pianificare la crescita edilizia e a controllare che quella crescita avvenga nel rispetto dei piani-proclami adottati e approvati. A cadenze ricorrenti il pubblico provvede a condonare quei piccoli e grandi disastri che la sua disattenzione ha provocato e che ormai non suscitano più né sdegno né condanne.

Ma lamentarci perché il pubblico non difende abbastanza il territorio non basta. Il “pubblico”, in fondo, è fatto di amministratori che prendono atto dei desideri delle varie Jane Moss italiane: una casa nuova a un buon prezzo, uno spazio abbastanza grande per far crescere i propri figli e stare lontani dal caos della vita cittadina. E così, fatti i dovuti distinguo, non è improbabile che una pièces teatrale dal titolo “Villettopoli – Il musical” possa chiudersi così:


Looking for a place

you'd want to call your own

looking for a place

that's always growning

not overgrown

Searching for the finest school

playgrounds and pools

sensible zoning

with rational rooms...
Alla ricerca di un luogo

che sia tutto tuo

alla ricerca di un luogo

che cresca

ma non sia sovraffollato

Alla ricerca delle migliori scuole

dei campi da gioco e delle piscine

uno zoning sensato

con alloggi razionali...

Per chi volesse saperne di più, qui c'è il sito ufficiale del film; qui, invece, una recensione pubblicata sul New York Times.

Quando quest’orgia di emozioni sul "Vesuvio buono" sarà assorbita resterà un’opera di architettura di uno straordinario architetto italiano. Ricordo l’incredulità dei contadini nella sezione del Pci, io inviato dal Partito, quando si resero conto di avere perduto le proprie terre di pianura e irrigue, capaci di tre raccolti l’anno. Territori di alta produttività agraria furono così inseriti nell’"Area di sviluppo industriale" di Nola su un progetto urbanistico redatto da tecnici, commessi di scelte irresponsabili. Insisto: erano zone pianeggianti e irrigue.

Si documentò l’enorme perdita di suolo produttivo per esigenze industriali sproporzionate, con una scelta priva di serie premesse economiche e sociali. In seguito la crisi industriale e l’accaparramento di superfici a prezzi contratti verificano in maniera indiscutibile l’irresponsabilità di consentire al Cis di Nola, organismo commerciale, di realizzare il proprio insediamento.

È opportuno rileggere il procedimento 10862/B/95 e l’affidamento, quale incidente probatorio, da parte del giudice per le indagini preliminari di una perizia sulla legittimità dell’intervento Cis eseguito. Questo studio contesta fermamente la conformità agli strumenti urbanistici vigenti delle concessioni edilizie, tra l’altro di enormi dimensioni, giustificate dall’interpretazione vaga e inconsistente di "insigni giuristi" napoletani; documenta l’irritualità di attrezzature destinate ad attività commerciali - è la definita funzione del Cis - in quanto il Piano Asi vincola in maniera univoca il territorio investito per interventi industriali, unica finalità. Quindi la destinazione commerciale era esclusa. In sede penale viene derubricato il delitto relativo al 416 bis nell’articolo 378 cp e viene dichiarato il non luogo a procedere dati i tempi di prescrizione raggiunti. Il Pg si appella, la Corte di Assise conferma la sentenza.

E l’illegittimità di quanto concesso in superfici e volumi resta, non essendoci purtroppo "prescrizioni" su di essi. È necessario un grande sforzo ad avere fiducia nella pianificazione urbanistica e nei diritti naturali dei contadini irrigui. Si esce da tale vicenda, oggi conclusa con l’avvitamento nell’ambiente del Bacino dei Regi Lagni del "Vesuvio buono" tanto caro alla collettività irriflessiva con la verifica ancora di una sconfitta, la mancata protezione e sviluppo coerenti del territorio da parte delle autorità preposte al rispetto di tutte le preesistenze, dei valori irrinunciabili della politica economica. È grave. Resta un’opera di architettura, ma in un luogo offeso dall’arroganza di organismi amministrativi locali i quali utilizzano indifferentemente l’ambiente per suggellare, in acqua, il potere di una classe dirigente.

Poste in gioco In un sistema ispirato a prassi neo-patromoniali di accaparramento, vincere o perdere le elezioni può significare moltissimo in termini non solo di governo ma di arricchimento personale

Un tempo in Kenya non c'erano né urne né schede elettorali. Nei giorni comandati gli elettori si recavano ai seggi senza matita perché il voto non si esprimeva votando ma mettendosi in fila dietro alle insegne del proprio candidato. Il massimo di trasparenza con il minimo di libertà di scelta. Il sistema della «coda» (queuing nel linguaggio giornalistico in uso allora nel paese) fu impiegato per selezionare i candidati fra quelli proposti dal solo partito legale ancora vent'anni fa, nel 1988, e non mancarono le polemiche.

Tutte le elezioni successive, peraltro, anche quelle che si sono svolte dopo l'introduzione del multipartitismo, hanno originato controversie e faide, comprese quelle del dicembre 1997, l'ultima volta di Daniel arap Moi. Mwai Kibaki si era presentato come principale antagonista di Moi, già in disgrazia presso i suoi tradizionali sostenitori (gli organismi internazionali e i donatori occidentali stavano pensando a una successione che togliesse almeno le ragnatele), conquistando il 30 per cento dei voti. Le proteste di piazza provocarono una decina di morti. Niente a confronto della tragedia nazionale seguita alle elezioni del 27 dicembre scorso, che rischia di fare a pezzi anche un paese relativamente stabile, e dotato di una solida ragion di stato, come il Kenya.

In compenso, la prima vittoria di Kibaki, osannato nel 2002 e oggi vituperato e sotto accusa, fu un verdetto accettato senza discutere perché Kibaki si era smarcato dal regime in carica dopo essere stato al governo per due decenni e aveva acquisito rispetto, consensi e popolarità capeggiando l'opposizione nella fase conclusiva del più ventennale «regno» autoritario di Moi.

I due alleati divenuti rivali

È stata la logica dello scontro elettorale che ha via via aumentato il divario fra i due principali pretendenti alla corona nella fatale consultazione del 2007. Nel 2002, pur appartenendo a formazioni politiche diverse, Mwai Kikabi e Raila Odinga erano quasi alleati. Raila Odinga è figlio di Oginga Odinga, militante di grande spicco nella lotta per l'indipendenza e vice-presidente con Jomo Kenyatta alla presidenza nei primi anni dopo l'indipendenza, che si dissociò dal «padre della patria» quando il suo governo imboccò la deriva dell'iperconservazione e della corruzione istituzionalizzata.

Un tema di contrasto era la considerazione da dare ai Mau Mau nella memoria e nella prassi dello stato. Oginga Odinga si impossessò dei miti che Kenyatta riteneva di dover lasciar cadere per quieto vivere (sia verso i potentati interni che verso quelli esterni) e si trovò automaticamente collocato a sinistra. Così facendo assecondava, oltre alle sue ambizioni, le aspettative frustrate dei luo, il suo gruppo etnico, nei riguardi dell'egemonismo rapace dei kikuyu, l'etnia di Kenyatta ma anche dei capi e della base negli anni Cinquanta del movimento Mau Mau (ufficialmente «esercito per la libertà e la terra»).

L'evoluzione compiuta da Raila Odinga è molto simile a quella del padre. Anche il non più giovanissimo Raila, dovendosi distinguere dal moderatismo imperante, si è trovato a indossare i panni del paladino dei poveri. È facile però predicare contro i mali del liberismo estremo e la corruzione quando si parla dall'opposizione.

Tutti contro i kikuyu

In un sistema ispirato alle pratiche di accaparramento proprie del neo-patrimonialismo, vincere o perdere le elezioni può significare moltissimo in termini non solo di governo ma di arricchimento personale e al limite di sopravvivenza di un'intera sezione della società.

In caso di risultato equilibrato del voto, le irregolarità nello svolgimento delle elezioni o nello scrutinio - che sono fisiologiche in una situazione di arretratezza ma che possono essere patologiche quando il potere non è disposto ad accettare le regole della successione (come stando alle molte testimonianze è probabilmente avvenuto nel duello fra Mwai Kibaki e Raila Odinga) - sono sfruttate come ultima chance. La «rivolta» è un altro modo d'essere di una democrazia malata e violenta e difficilmente rende giustizia ai deboli.

Ci sono precedenti comunque di esiti elettorali sconfessati e persino rovesciati ex post in alcuni paesi africani e anche in Europa. Spesso la contestazione o la sanatoria dipende dai protettori rispettivi a livello internazionale. Le stesse procedure degli «osservatori», un misto di paternalismo e impotenza, finiscono, magari involontariamente, per esasperare gli animi.

Prima o poi i conflitti in Africa assumono un connotato etnico. Anche in Kenya la miccia etnica, sincera o pretestuosa poco importa, ha scatenato il caos, riproponendo il solito schema dei kikuyu contro i luo o di tutti contro i kikuyu. Nessuno naturalmente vuole restaurare l'ordine tribale, ma l'appartenenza a una comunità etnica è il movente più immediato di mobilitazione politica. A ben vedere, le poste sono le stesse di ogni confronto politico: l'esercizio del potere, l'accesso alle risorse e, tema importantissimo in questo caso, la terra.

Tutelare il turismo internazionale.

La terra sta divenendo in Kenya, come quasi ovunque in Africa, un bene scarso. Per di più, le vicende storiche legate prima all'insediamento degli inglesi e poi alle peripezie della decolonizzazione hanno alterato gli insediamenti tradizionali suscitando risentimenti contro gli intrusi. L'enfasi sull'etnicismo è un'ammissione di parzialità anche di chi pretenderebbe di difendere la giustizia offesa. Dopo tutto, in Africa - per le condizionalità del mercato o dell'aiuto (e in Kenya c'è anche la necessità di tutelare il turismo internazionale, massima risorsa del paese) - le decisioni sfuggono in gran parte alla politica locale.

Mario Agostinelli, Il polverone Malpensa (estratto di un articolo più ampio sul 2007 lombardo), il manifesto ed. Milano, 3 gennaio 2007

Da mesi come PRC andiamo ripetendo che è solo propaganda la riproposizione di Malpensa come secondo hub italiano e che è ridicola la proposta di costituire una compagnia aerea del Nord. Meglio sarebbe difendere l’occupazione, migliorarne la qualità sottraendola al precariato e rendere definitivamente possibile la convivenza di un’opera sbagliata con l’ambiente circostante. E’ sull’insieme del sistema aeroportuale del Nord che si deve riprogettare il traffico aereo e i collegamenti, evitando la congestione di un’area già provata da cementificazione e infrastrutture mal programmate. Invece Formigoni si è messo alla testa di una insana sollevazione a difesa di un futuro che Malpensa non avrà mai e che è stato in gran parte pregiudicato dai clamorosi errori prioprio di chi, come Forza Italia e Lega, ha pensato in piccolo e non in dimensione adeguata al nuovo assetto delle comunicazioni e allo sviluppo equilibrato e qualitativo del territorio. Sono i nodi del modello di rapina di questi ultimi 20 anni che vengono al pettine e non basterà l’illusione di un grande hub nella brughiera o di 20 grattacieli per Expo 2015 a curare le ferite inferte e la mancanza di una progettualità partecipata.

Temo molto la virulenza di una protesta tanto più truculenta quanto più carente di proposte realizzabili e desiderabili.

Claudio Del Frate, Nuova strada per Malpensa dimezzata, Il Corriere della Sera ed. Milano, 3 gennaio 2007

Il disimpegno di Alitalia rischia di penalizzare Malpensa proprio nel momento in cui arrivano al traguardo i lavori per la realizzazione di importanti infrastrutture. Il 31 marzo prossimo, 24 ore prima della data in cui è previsto che scattino i tagli ai voli, è programmata infatti anche l'apertura del nuovo collegamento tra l'hub e l'autostrada A4 Milano-Torino. Quasi una beffa.

Ieri ha preso posizione anche «Fiera Milano»: «Condividiamo la battaglia che i vertici delle istituzioni lombarde portano avanti affinché Malpensa non venga privata del suo status di hub e delle sue rotte e collegamenti intercontinentali».

Il pesce d'aprile, in aeroporto, quest'anno cadrà il 31 di marzo. Ventiquattr'ore prima della data in cui è previsto che scattino i tagli ai voli (il primo aprile, per l'appunto) è prevista infatti anche l'apertura del nuovo collegamento tra l'aeroporto e l'autostrada A4 Milano-Torino. Come dire: le infrastrutture arrivano quando i voli sono ormai cancellati. È l'ultima beffa di Malpensa, è la contraddizione in cui si dibatte un'infrastruttura sulla quale lo Stato aveva impegnato miliardi di euro, ma che adesso si va svuotando.

A oggi, con la Lombardia intera in gramaglie per la vendita di Alitalia ad Air France e la conseguente smobilitazione dei voli da Malpensa, è difficile immaginare tagli di nastro, fasce tricolori e fanfare di ottoni, ma nei giorni scorsi era data per sicura l'apertura al traffico della nuova strada proprio il 31 di marzo. L'arteria, realizzata dall'Anas, era da anni ritenuta di vitale importanza per l'aeroporto: avrebbe consentito a tutti i passeggeri che risiedono a Torino e in Piemonte (ma a chiunque fosse destinato a raggiungere quelle zone) di andare e venire dall'aeroporto senza passare per le forche caudine della tangenziale di Milano. E soprattutto avrebbe tolto l'hub da quell'isolamento che i suoi critici hanno sempre additato come una delle pecche maggiori. Detto e fatto: adesso la strada c'è, ma nel frattempo sono spariti in voli e Malpensa, al 31 marzo, avrà probabilmente smesso di essere uno snodo del traffico dei cieli così come era stato ipotizzato per anni. Il piano «di sopravvivenza » di Alitalia, condizione per la vendita ad Air France prevede infatti di tagliare 14 delle 17 destinazioni intercontinentali e altri 130 voli cosiddetti di «feederaggio», cioè rotte brevi ma che portano passeggeri da imbarcare sulle tratte più lunghe. In pratica questo si tradurrebbe, dall'oggi al domani, in un taglio del 25% del traffico di Malpensa.

Paradossalmente la mazzata della vendita ad Air France non sembra avere intaccato la fiducia di molti amministratori locali nel futuro dello scalo. Il Comune di Gallarate, ad esempio, è intenzionato a tirare dritto nella realizzazione del cosiddetto business park, una maxivariante urbanistica che preve la nascita, alla periferia della città di un'area di 900.000 metri quadrati di uffici, centro direzionale, logistica, aree produttive alternate al verde. Il tutto, ovviamente, come indotto dell'attività dell'aeroporto.

«La nostra volontà è confermata — dice il sindaco di Gallarate Nicola Mucci — perché continuiamo a credere che Malpensa sarà una risorsa del Paese e per il nostro territorio, nonostante la vendita ad Air France ». Anche Lonate Pozzolo, il Comune ai margini delle piste dove sono stati spesi buona parte dei circa 400 milioni di euro per le cosiddette «delocalizzazioni » (lo Stato ha acquistato le case degli abitanti che si trovavano sotto le rotte di decollo e atterraggio), niente cambierà.

«Chiediamo innanzitutto che le delocalizzazioni vengano completate — dichiara il sindaco Piergiulio Gelosa — perché il rumore dei sorvoli continua e continuiamo a credere che quegli edifici oggi svuotati possano servire ad attività di supporto a Malpensa. Adesso lo shock è forte ma in futuro, specie quando Alitalia avrà lasciato liberi i suoi slot, siamo convinti che la struttura riprenderà a crescere ».

Nota: altri elementi per giudicare il tema, nelle ormai parecchie (ahimé) pagine questa stessa ricca sezione SOS padania (f.b.)

Il messaggio di fine d'anno del Presidente della Repubblica è, da tempo, un rituale confortante. E questo vale anche per il discorso di Giorgio Napolitano, il primo presidente della Repubblica che si è formato nel Pci. Questa volta, però, il messaggio presidenziale era stato anticipato dal 41º Rapporto del Censis, che insisteva sulla poltiglia italiana, soprattutto politica e istituzionale. Giorgio Napolitano ignora il Censis, quasi a dire che de minimis non vale occuparsene.

Certo il discorso del Presidente mette al primo posto gli operai uccisi alla Thissen. È assolutamente positivo, anche se sarebbe stato difficile tacerne. Tuttavia, visto che siamo ai 60 anni della Costituzione sarebbe stato utile che avesse citato un passo dell'art. 36 della Costituzione che recita: «L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alle libertà, alla dignità umana». Dove la sicurezza viene prima della dignità e della libertà. E così anche a proposito del salario. L'art. 36 della Costituzione dice che «Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa». Sottolineo «libera e dignitosa».

Queste cose il Presidente avrebbe dovuto dire e sottolineare, mentre non era (a mio avviso) affatto necessario citare gli Usa come «il nostro maggiore e storico alleato» e neppure il «sincero augurio» a Benedetto XVI.

Il punto è, torno al Rapporto del Censis, che sarebbe autolesionista ignorare che il nostro paese è messo male e peggio ancora sta il suo mondo politico del quale il Presidente sottolinea che «Vi sto parlando poco». Certo il Presidente della Repubblica ha ragione di non voler entrare nelle dispute della «casta», tuttavia una sua critica allo stato di cose esistente sarebbe stata molto utile. Viene quasi nostalgia delle intemerate di Sandro Pertini.

Per concludere e dichiarandomi largamente d'accordo con la diagnosi del Censis, sarebbe stato più utile a noi italiani un messaggio un po' più preoccupato e meno confortante. Siamo, soprattutto nel campo della politica istituzionale, nella «poltiglia». Ignorare - pur con tutte le migliori intenzioni - questa verità non aiuta, anzi aggrava il male.

La democrazia è malata, e non solo in Italia e, pertanto, bisogna avere il coraggio e l'onestà intellettuale di dichiararlo. L'Italia - ci dice Napolitano - deve esigere di più da se stessa, ma proprio perché non stiamo messi bene. E questo dobbiamo avere il coraggio di dichiararlo. Anche nel messaggio di fine d'anno del Presidente della Repubblica.

È da troppo tempo che ci confortiamo con il «nostro patrimonio storico-artistico e culturale». Bisognerebbe parlare di più «di quel che accade nella sfera della politica e delle istituzioni», anche tenendo a mente quel che ci ha detto il Censis.

Si può ammazzare un poeta e cantastorie? La storia ci ha più volte detto di sì. Talvolta l’autore è stato la bestialità di un potere dittatoriale, talaltra la causalità, anch’essa bestiale, impersonata da ragazzi di strada. Siamo sempre più assuefatti alla violenza omicida e questa ‘abitudine’, dopo un battito di inquietudine, ci ha reso indifferenti di fronte all’orrore della morte procurata, a meno che essa non colpisca persone a noi vicine. All’indomani del fatto quasi sempre siamo già dimentichi, nonostante la ragione ci suggerisca che non ci sono giustificazioni (neppure le più gravi e tanto meno quelle presunte) per accettare un atto così estremo.

Hanno ammazzato Peppino Marotto, un poeta le cui uniche armi erano i dolci suoni delle sue poesie e la coscienza civile che metteva al servizio della comunità di Orgosolo. Difficilmente potremo dimenticare questa violenza, e chi oggi appare indifferente non sa di essere più povero e più solo di ieri.

Non ho mai conosciuto Peppino Marotto, ma il suo nome e la sua attività intellettuale mi erano familiari, e seppure a distanza facevano parte del mio background. Non avrò più occasione di conoscerlo, qualcuno lo ha ammazzato in pieno giorno e in una strada centrale del paese.

Ho letto in modo partecipe gli articoli a lui dedicati e ascoltato con attenzione i commenti di chi conosce certamente molto più di me l’humus culturale di Orgosolo e la lunga vita operosa di Marotto. Mi hanno colpito le dure parole di Giovanna Marini, secondo cui il paese che uccide i suoi poeti è senza speranza, ed anche quelle di Paolo Pillonca, secondo cui se una spiegazione c’è, va cercata nelle tenebre del passato; così come ho ascoltato quelle affrante di Giacomo Mameli che della comunità orgolese in molti suoi articoli ha esposto la grande capacità di cogliere i nuovi percorsi di sviluppo sociale ed economico. Ma anch’egli sembra aspettarsi che la causa di questo omicidio vada cercata nei profondi labirinti del rancore tramandato per decenni.

Sono di nascita barbaricina e mi capita di riflettere sul rancore che sembra connotare pezzi della popolazione sarda, e ciò perché nei racconti di qualche famigliare continuo a cogliere un’atavica incapacità di distaccarsi emotivamente da un torto subito (o presunto tale), anche quando il torto non lo riguardava direttamente, ma era vissuto di riflesso attraverso qualche antico componente della famiglia. Ed ogni volta mi sono chiesta a che serve accanirsi con se stessi in questo modo . Perché accade questo nella maggior parte dei casi. Ricordare del passato prevalentemente il male che si crede di aver ricevuto, significa imputare ad altri la responsabilità della propria più o meno grande infelicità.

Ma la mia reiterata riflessione non ha valenza scientifica, è solo un vissuto personale che non si può estendere ad un’intera comunità. Recentemente ho avuto modo di studiare le dinamiche degli omicidi in Sardegna, pratica violenta ancora troppo diffusa , in modo particolare in una delimitata area dell’Isola centro-orientale. Omicidi che si caratterizzano per lo più per il fatto che si tratta di atti individuali, che avvengono in ambienti comuni a vittima ed autore, che vengono compiuti da persone con un basso livello di istruzione, in gran parte per ragioni futili e solo in minima parte per ragioni economiche. Pratica che comunque non è connessa a forme di malessere sociale così come si è sostenuto in passato, e che neppure può essere spiegata come un modo residuale e primordiale di soluzione dei conflitti, in assenza di altri meccanismi di conciliazione e mediazione. Insomma, provo una certa resistenza ad acquisire come spiegazione la vendetta per risolvere un conflitto, seppure tardiva, come viene ipotizzato da alcuni nel caso dell’omicidio di Marotto.

Le diverse spiegazioni che conducono al passato mal si conciliano con un’immagine di Orgosolo che in questi ultimi tempi ha saputo esprimere intelligenze, sapienza del fare e civicità, paese che recentemente ha saputo sostenere le ragioni del suo sviluppo, confermate dal fatto che è uno dei pochi comuni dell’interno che non ha subito il devastante processo di spopolamento.

Saranno gli inquirenti ad indagare, nella speranza che sappiano tessere la ragnatela per intrappolare celermente l’omicida. Di questa persona mi ha colpito il senso di sicurezza con cui ha agito in pieno giorno, come se si sentisse immune dal pericolo tra i muri del suo paese, come ha detto Giacomo Mameli a Rai 1; spero soltanto che quei muri abbiano acquistato voce e orecchie, così come i suoi abitanti hanno saputo conquistarsi intelligenza e sapienza.

RIVOLTELLA (Desenzano del Garda) — Ricco, straniero e ingombrante. Almeno fosse bello come George Clooney. O famoso come Michael Schumacher, che si dice avesse messo gli occhi su quella che è adesso casa sua. Invece no. Del misterioso magnate russo che tre anni e mezzo fa ha comprato Villa Bober, a Rivoltella del Garda non si sa neppure il nome.

Passione

Dicono però sia uno di quelli che contano nella Gazprom, la potentissima compagnia russa del gas, uno dei giganti dell'economia mondiale. E che un ex campione di ciclismo, suo connazionale, gli faccia da ambasciatore in attesa del trasloco. In comune con gli altri due, o almeno con il primo, sembra avere solo la passione per le case in riva al lago e la voglia di dare una ritoccatina alle sponde.

Mica parliamo di case qualsiasi, s'intende. Villa Bober risale più o meno agli anni Trenta del Novecento. Ma a renderla celebre (e anche un po' sinistra) fu il cavalier Guido Bolzacchini da Carpenedolo, fondatore di quel calzaturificio Bober che arrivò ad impiegare 1600 persone, prima di essere ceduto nel 1974 e fallire qualche anno dopo.

Dynasty

A dar retta alle cronache dell'epoca, certo non in debito di fantasia, quella dimora in stile liberty, che l'imprenditore acquistò e restaurò negli anni Sessanta, doveva essere tale e quale a un set di Dynasty: marmi, stucchi, feste col bel mondo, compresa una Maria Callas di passaggio dalla vicina Sirmione. In realtà, tra quei muri, c'era probabilmente meno magia e un po' più di malasorte, visto che la moglie del cavalier Bolzacchini annegò nella grande piscina nel parco. L'Innominabile venuto dal freddo, però, non se dette gran cura. O forse nemmeno lo sapeva. Fatto sta che, a luglio 2004, i giornali locali rivelarono l'acquisto da parte del magnate russo: 6,8 milioni di euro versati alla società San Marco. Quasi 5 in meno di quelli che, si dice, fossero stati chiesti inizialmente e che (ma il condizionale è d'obbligo) avrebbero fatto innestare la retromarcia persino a Michael Schumacher. E chissà quanti ne starà spendendo per i lavori di ristrutturazione in corso.

Monumento

Ma, come la villa, anche quel tratto di lago non è un tratto qualsiasi. Dove finisce il muraglione di cinta, inizia il canneto di San Francesco, che la Regione Lombardia dovrebbe presto dichiarare, su richiesta del Comune, «monumento naturale». E lo specchio d'acqua davanti a Villa Bober ha un difetto: il fondale è basso, bassissimo. D'estate finisce pure in secca. Il Paperone di tutte le Russie, invece, pare abbia un debole per lo sciabordio dell'acqua contro la muraglia. E, ovvio, per le barche.

Progetto

Visto quel che ha speso, s'è così sentito in diritto di chiedere al Comune un' aggiustatina idraulica: un canale a U, fondo due metri e largo undici, con le braccia protese per 280 metri verso il lago e la base a sfiorare, per 200 metri, il muraglione della villa. Un modo per poter di nuovo utilizzare la piccola darsena interna ormai interrata. E il fondale troppo basso? Basta grattargli via mezzo metro, in tutta l'area interna ai bracci del canale (circa 4500 metri quadrati).

Il russo ha incassato tutti i via libera che servono, anche se il Comune gli ha bocciato l'ipotesi di un pontile lungo 200 metri, ma le associazioni ambientaliste (Cai, Cnr, Lega Navale e Airone Rosso) sono insorte.

«Un'opera del genere — dice Guido Parmeggiani dell'Airone Rosso — stravolgerebbe l'intero ecosistema di questo tratto di lago. Passi per un braccio di canale di accesso alla darsena, che peraltro c'era già in passato. Ma quell' enorme U e lo scavo del fondale sarebbero deleteri per pivieri, pettegole, pantane, cavalieri d'Italia e altri piccoli trampolieri che trovano alimento proprio nei fondali bassi. E oltre che dannosa, l'opera sarebbe pure inutile, perché una volta smosso il fondale, il canale si interrerebbe di continuo».

Confronto

«Che funzioni o no, non spetta a me dirlo, perché non sono un ingegnere idraulico — replica il sindaco di Desenzano Cino Anelli — ma non mi pare che uno scavo sotto il livello dell'acqua possa fare un gran danno all'ambiente. Abbiamo anche imposto che il secondo braccio stia a 15 metri di distanza dal canneto (gli ambientalisti vorrebbero un'area di salvaguardia di almeno 75 metri, ndr) Comunque, ridiscutiamone pure».

Già, ma adesso chi va a dirlo all'oligarca?

Un «appello» per la tutela del paesaggio

di Giovnni Lo Savio (presidente nazionale di Italia Nostra)

Il Lago di Garda rischia di rappresentare il peggior esempio italiano di governo del paesaggio per assenza di tutela.

Nell'ultimo decennio, pesanti interventi di edilizia speculativa hanno gravemente compromesso l'ambiente lacustre, specialmente perché gli «strumenti della tutela del paesaggio» non hanno degnamente svolto il loro compito: il Piano paesistico regionale non è precettivo, il piano territoriale paesistico provinciale pare inefficace e la sub-delega regionale ai comuni in materia di rilascio delle autorizzazioni paesistiche nelle aree soggette a vincolo ambientale hanno consentito innumerevoli scempi che la sezione di Brescia di Italia Nostra da anni denuncia. Casi clamorosi a Padenghe, come a Moniga e Manerba, come a Toscolano e Gargnano ove si costruiscono residence in stile «caraibico», villettopoli sulle colline moreniche, strade abusive sulle colline, una cascata inserita in un nuovo albergo-residenziale a lago, ville a quattro piani a margine di un castello medievale, un hangar a lago, di 33.000 metricubi, alto 8 metri, per il ricovero di 300 imbarcazioni, costruito in assenza dell'autorizzazione della competente Sovrintendenza. Agli interventi privati, ed è ancor più grave, si aggiungono iniziative pubbliche, altrettanto devastanti. Clamoroso é il caso del progetto di realizzare una «passeggiata» sulle spiagge dei comuni da Desenzano a Toscolano, finanziato dalla Regione Lombardia. Un intervento pubblico di cementificazione delle spiagge che danneggerebbe irreversibilmente le rive del lago. A questo scempio Italia Nostra si oppone, rivolgendosi contemporaneamente al Ministro Rutelli perché impedisca l'ennesimo— pubblico — sfregio e ai cittadini perché manifestino il loro dissenso aderendo al nostro appello per la salvaguardia del paesaggio del lago di Garda.

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