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«A cosa servirà - in Parlamento e fuori di esso, nell'immediato e in prospettiva - il soggetto unitario e plurale che state costruendo a sinistra in tutta fretta?». E' questa la domanda centrale che Gabriele Polo ci pone nell'editoriale del manifesto di sabato scorso. Intendo rispondere chiaramente, perché quell'interrogativo coinvolge e inquieta una parte grande del nostro popolo. Polo chiede «risposte non scontate» né limitate all'«elenco dei sacri princìpi». Va bene, è giusto. A patto però di non considerare comunque banali e ovvie quelle risposte. Perché non lo sono affatto. Perché non è banale e ovvia la fase che stiamo attraversando. Siamo di fronte a un'operazione politica di portata e di ambizione gigantesche, iniziata ben prima della campagna elettorale ma che con la campagna elettorale ha subìto una drastica accelerazione.

Senza giri di parole, l'obiettivo è cancellare la sinistra dal quadro politico di questo paese, per rendere marginale il conflitto sociale, rimuovere ogni forma di protagonismo e partecipazione, far scomparire dall'orizzonte ogni idea di alternativa di società.

D'altronde, il quadro che tende a delinearsi dopo le elezioni è proprio quello di un governo di compatibilità confindustriali, per far valere gli interessi forti allorquando si faranno sentire la recessione americana, la crisi finanziaria e quella energetica. Non mi riferisco solo al classico governo di larghe intese, come in Germania, ma anche ad altre e inedite modalità, come peraltro si sta sperimentando in Francia con la commissione Attali. Tutte scelte che peseranno in maniera soverchiante sul lavoro e sulle condizioni di vita delle fasce più deboli della popolazione, accentuando precarietà e moderne forme di impoverimento. La possibilità di fronteggiare questa situazione ed evitare che a pagare i costi della crisi siano, come al solito, i più deboli dipende tutta dalla presenza di una forte e radicata sinistra politica. E' evidente che l'esperienza del governo Prodi, per lo scarto enorme tra le aspettative che aveva suscitato e le delusioni seguenti, rende tutto ciò molto più difficile. Non è un caso infatti che il Pd di Veltroni, dopo aver rappresentato con le altre forze centriste la principale resistenza all'attuazione del programma del governo e alle aspirazioni di rinnovamento del paese, eviti oggi qualsiasi serio bilancio di quella esperienza e proponga un programma stavolta, a differenza di quello boicottato in precedenza, del tutto adeguato alle richieste condizionanti di Confindustra e delle gerarchie ecclesiastiche

Se accetto e ritengo fondata la critica rispetto al ritardo con cui abbiamo avviato il processo unitario, nonostante lo sforzo da noi compiuto da tempo per contrastare resistenze e conservatorismi, credo che il tema vero sia quello di convenire unitariamente sulla necessità della costruzione di una sinistra non solo parlamentare ma politica in senso forte. Capace cioè di legare qui ed ora il mutamento concreto delle condizioni materiali individuali e collettive con un progetto complessivo di trasformazione della società. Esattamente il rovescio del modello americano, che tollera esperienza anche di radicalità sociale, incapaci, però, di incidere sulle scelte di fondo e sulla progettualità della politica. Dove è possibile, insomma, aprire solo canali di microcontrattazione parziale i cui esiti sono destinati, con il tempo a rivelarsi effimeri. A volte ho la sensazione che la sirena della contrattazione «all'americana», così come quella del ritrarsi in una dimensione del sociale incontaminata dalla politica, trovino entrambe ascolto anche sulle pagine del manifesto. E invece, pur tra limiti e contraddizioni, la sfida del nuovo soggetto unitario e plurale sta proprio nella capacità di coinvolgere a pieno titolo nella sua costruzione tutte le esperienze della Sinistra, dai movimenti alle esperienze comunitarie di nuovo legame sociale, dalle associazioni ai singoli compagni, dai luoghi della conflittualità sociale a quelli della lotta in difesa dei diritti civili, fino alle esperienze di ricerca politica e culturale che sono fiorite in questi anni al di fuori delle forze politiche organizzate.

Non vedo altra via per tenere aperta la possibilità di trasformazione nel nostro paese e per restituire attualità all'idea di eguaglianza, mettendola in relazione dialettica con le trasformazioni subìte dai processi di produzione e con la valorizzazione della differenze introdotta dal femminismo e dal pensiero della differenza sessuale nei criteri classici del pensiero critico. Non vedo altra via per affrontare la scommessa costituita dalla necessità di coniugare, in forme adeguate ai tempi, l'eguaglianza con la libertà, intesa come liberazione dei soggetti dalle forme di alienazione, dall'eterodeterminazione dei bisogni, dal peso della tecnica e della scienza che colonizza i corpi, i sentimenti, gli affetti: il capitalismo che oggi occupa lo spazio della produzione e della riproduzione.

Se questa è la posta in gioco, care compagne e cari compagni del manifesto, la critica, anche aspra, è non solo benvenuta ma per noi necessaria. A patto però che quella critica e quella necessità di confronto non si traducano solo in una sorta di attesa vigile che esclude il coinvolgimento immediato e diretto nel processo di costruzione del soggetto unitario e plurale della Sinistra.

Il precipitare della crisi politica ci ha posto di fronte a enormi difficoltà ma ci ha anche offerto potenzialità altrettanto grandi. Possiamo, dal basso, cambiare il segno di questa fase politica e tenere aperta una prospettiva che in troppi vorrebbero definitivamente chiusa. Non potete tirarvene fuori.

Negli ultimi giorni l’agenda elettorale è cambiata. Sembrava che i temi riguardanti i diritti civili, le questioni «eticamente sensibili» dovessero rimanerne fuori, per una tacita intesa tra i grandi contendenti, timorosi di discussioni difficili che potevano rendere più polemici i confronti, e così provocare divisioni all’interno di Pd e Pdl. Le cose sono andate diversamente.

Perché qualche irriducibile non si rassegnava a questa rimozione e, soprattutto, perché una cronaca impietosa mostrava una realtà insensibile agli ammiccamenti tra i partiti, com’è avvenuto a Napoli quando una donna che aveva appena interrotto una difficile gravidanza si è trovata nelle mani della polizia. Da qui una fiammata di consapevolezza, con le donne che si riprendono la piazza e la parola; con categorie professionali abitualmente assai prudenti, come quella dei medici, che assumono posizioni nette; con l’arrivo nel Pd delle candidature «scandalose» dei radicali e di Umberto Veronesi.

Qualcuno dirà, ancora una volta, che le elezioni si vincono dando risposte precise ai bisogni materiali, che oggi sono quelli dell’economia, del fisco, del lavoro, della crescita dei prezzi, della sicurezza. In tempi tanto difficili, i diritti civili vecchi e nuovi appartengono ad un «secondo tempo» della politica, sono un lusso che ci si può permettere solo dopo aver risolto le questioni davvero urgenti. «Prima la pancia, poi vien la morale» – canta alla fine del secondo atto dell’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht «il re dei mendicanti», Mackie Messer. Ma può la politica vivere senza ideali, senza gettare il suo sguardo al di là delle contingenze, non per sfuggire ad esse, ma per coglierne il significato più profondo? «L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che viene dalla bocca di Dio». Anche il non credente coglie in questo passo del Vangelo di Matteo un insegnamento che non può essere trascurato, e che consiste appunto nella necessità di trarre ispirazione da qualcosa che non consista solo nell’amministrazione del quotidiano.

Ma – si può ancora obiettare – tutti i sondaggi ci mostrano che temi come il testamento biologico o le unioni di fatto raccolgono un consenso modesto.

Ora, a parte la considerazione che i risultati dei sondaggi sono fortemente influenzati dal momento in cui sono effettuati e dal modo in cui sono strutturate le domande, l’esistenza di un gruppo di elettori sia pur limitato, ma che farà le sue scelte proprio in base al modo in cui i partiti si pronunceranno su quelle questioni, deve far riflettere quanti sottolineano che il risultato elettorale dipenderà probabilmente dall’orientamento di fasce ristrette dell’elettorato. E, se si vuole rimanere nella dimensione dei sondaggi, vale la pena di ricordare che, quand’era ministro della Salute, Umberto Veronesi aveva un gradimento altissimo, superiore a quello degli altri suoi colleghi di Governo.

Nasce forse da qui il risentimento di alcuni ambienti per le candidature dei radicali e di Veronesi, per il comunicato sui temi della nascita della Federazioni dei medici. Si chiede chiarezza, ma in realtà si è disturbati proprio dal fatto che quelle candidature sono chiarissime, comprensibili per i cittadini senza distorsioni tattiche. Disturbano perché rifiutano il monopolio dell’etica da parte di chicchessia, perché manifestano convinzioni forti, ma in nome del dialogo e del confronto, non della pretesa di schiacciare gli altri sotto il peso di «valori non negoziabili». E’ buona cosa per la democrazia quando tutte le opinioni possono stare in campo con eguale forza e dignità.

Alle considerazioni contenute nel comunicato della Federazione di medici dovrebbero essere riservati lo stesso rispetto e attenzione che ambienti e giornali cattolici dedicarono, qualche settimana fa, a quel che disse un gruppo di primari medici romani sulla necessità di rianimare i feti nei casi di aborti tardivi. Si è sostenuto, da parte dell’Avvenire, che quel testo non corrisponde al documento effettivamente votato. Chiarimenti a parte su questo aspetto, è bene ricordare che lo stesso giornale riconosce che nella Federazione sono ufficialmente emerse posizioni critiche sulla legge sulla procreazione assistite e di pieno sostegno alla legge sull’aborto ed alla pillola del giorno dopo. Come si diede piena legittimità alla privata presa di posizione dei primari romani, allo stesso modo si deve riconoscere rilevanza ad una posizione espressa nell’ambito della massima organizzazione dei medici, se non altro perché smentisce la tesi tante volte avanzata di un massiccio rifiuto dei medici delle nuove tecniche che la scienza mette a disposizione delle donne.

Arricchita l’agenda elettorale con gli ineludibili temi che riguardano la vita delle persone e i loro diritti, si tratta ora di vedere come questa novità sarà gestita politicamente. La salute si presenta giustamente come un tema centrale, che sollecita l’autocandidatura di Giuliano Ferrara ad occupare quel ministero e fa nascere il timore che, invece, il ministro possa essere proprio Umberto Veronesi. Al futuro ministro, quale che sia, conviene ricordare che, proprio in materia di salute, l’articolo 32 della Costituzione stabilisce che «la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». E’, questa, una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, poiché pone al legislatore un limite invalicabile, più incisivo ancora di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. Nell’articolo 32 si va oltre. Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all’indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato. Il governo del corpo e della vita appartiene all’autonomia della persona. Un principio non ispirato da una deriva individualistica, ma memore dell’orribile sperimentazione dei medici nazisti, processati proprio mentre si scriveva la nostra Costituzione. E da quella esperienza nacque il Codice di Norimberga, che subordina ogni intervento sul corpo al consenso dell’interessato.

Tornando al presente, si deve sperare che non si avvii una spirale «compensativa», un bilanciamento affidato a candidature cattoliche. Se così fosse, il Pd diverrebbe prigioniero di una schizofrenia paralizzante, la stessa che nella passata legislatura ha impedito ai disegni di legge sul testamento biologico e sulle unioni di fatto di arrivare in aula. E, poiché è tempo di programmi e di promesse e Veltroni ha parlato della immediata presentazione in Parlamento di una serie di proposte se vincerà il suo partito, si può chiedere un altro impegno. Qualora il Pd non raggiunga la maggioranza, presenti lo stesso le sue proposte e usi gli spazi e i tempi riservati alle opposizioni dai regolamenti parlamentari per chiederne la discussione e sollecitarne il voto.

Certo, in questo modo si corre il rischio della bocciatura. Ma sarebbe peggiore il silenzio, e il rifiuto di chiedere il consenso sociale, di promuovere in concreto la cultura dei diritti. Vi sono comportamenti «impolitici» che sono il miglior antidoto all’antipolitica.

Il Friuli Venezia Giulia è stato la prima Regione italiana a dotarsi di uno strumento di pianificazione territoriale d’area vasta, con il Piano Urbanistico Regionale Generale (PURG) del 1978.

Si trattò, per allora, di un piano d’avanguardia: basti dire che venivano di fatto prefigurati, con il sistema delle aree protette (76 “ambiti di tutela ambientale”, a tutela delle parti più preziose del territorio regionale e 14 parchi naturali regionali a rappresentare il “connettivo” tra i primi), i “corridoi ecologici” che soltanto molti anni più tardi alcuni strumenti di pianificazione avrebbero cominciato ad individuare.

Purtroppo, questa esperienza avanzata fu ben presto contraddetta dalla pratica urbanistica degli anni successivi, appiattita sulla gestione – spesso assai discutibile - delle scelte a livello comunale.

Abortito ben presto il disegno ambizioso del sistema delle aree protette, immiserito in una miriade di “piani di conservazione e sviluppo” parcellizzati e totalmente inefficaci dal punto di vista protezionistico (produttivi quasi soltanto di “parchi di carta” e di più o meno laute parcelle agli estensori), per quasi un trentennio di piani d’area vasta non si parlò più, e tanto meno a quella scala si pianificò.

Venne persa, per precisa ed esplicita volontà della classe politica e della struttura tecnica regionale, anche l’occasione offerta dalla legge “Galasso” n. 431 del 1985: si riuscì infatti a far accettare al ministero dei beni culturali la tesi che il PURG del ’78 avesse valenza di piano paesaggistico e non era pertanto necessario procedere alla stesura di un piano ad hoc.

Caso certamente unico di preveggenza in campo urbanistico-territoriale, che con un piano del ’78 si potesse attuare una legge del 1985!

La legge urbanistica n. 52 del 1991, delegando da un lato l’approvazione dei piani regolatori ai comuni medesimi, immiseriva ulteriormente il ruolo pianificatorio della Regione, pur prevedendo che il PURG venisse sostituito da un Piano Territoriale Regionale Generale (PTRG), il quale peraltro – malgrado una considerevole mole di studi ed analisi preliminari, non fu mai adottato.

Il mondo nel frattempo cambiava e anche in Friuli Venezia Giulia si affacciavano nuovi fenomeni e pressioni sul territorio, spesso ingigantiti da una gestione urbanistica ristretta (politicamente e culturalmente) entro l’orizzonte dei confini comunali.

Oltre alla macroscopica proliferazione dei centri commerciali e delle zone produttive industriali-artigianali, in molte aree della pianura e della costa si manifestavano sempre più aggressive le spinte alla villettizzazione disordinata, preferibilmente lungo le vie di comunicazione.

A tutto ciò, negli ultimi anni si sono aggiunti i progetti di infrastrutture di trasporto ed energetiche di grandi dimensioni, con i conseguenti rilevanti problemi nei rapporti con le comunità locali, a livello di enti (comuni in primis) ma ancor più di cittadinanza organizzata in comitati ed associazioni.

Una delle critiche principali avanzate dagli oppositori (comuni, associazioni ambientaliste, comitati di cittadini) delle tante grandi opere pubbliche e private, ad elevato impatto ambientale, proposte negli ultimi tempi in Friuli Venezia Giulia, è infatti la mancanza di un quadro di riferimento programmatico, di un piano che le prevedesse e ne dimostrasse la necessità. E questo tanto a livello statale, quanto a livello regionale.

Così per la nuova linea ferroviaria ad alta velocità Venezia-Trieste-Lubiana (parte del “Corridoio 5” Lisbona-Kiev), per i terminali di rigassificazione del GNL (due progetti proposti in Friuli Venezia Giulia), per gli elettrodotti di importazione da Austria e Slovenia, per la nuova autostrada prevista tra la Carnia e il Cadore, e così via.

Il PTR di Illy

Ora il “quadro di riferimento” c’è: è il Piano Territoriale Regionale (PTR), adottato dalla Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia nell’ottobre 2007, e “figlio” della nuova legge urbanistica regionale n. 5/2007 che ha definitivamente soppiantato la vecchia 52/1991.

Va detto che l’urbanistica non compariva affatto nel programma di Riccardo Illy, eletto presidente della Regione nel giugno 2003, né per quanto concerne la riforma della legislazione in materia, e tanto meno per quanto riguarda la predisposizione di un piano generale d’area vasta.

L’esigenza di occuparsi di questa materia sorge improvvisamente agli inizi del 2005 e poterà alla fine di quell’anno all’approvazione della L.R. 30/2005, che sancisce alcuni principi “ideologici” fondamentali: in primo luogo l’”equiordinazione” tra finalità prettamente economiche (nel senso di uno “sviluppo” del tutto tradizionale, naturalmente) e finalità di tutela del territorio e del paesaggio.

Cuore autentico della legge era però da un lato l’introduzione di norme per il recepimento d’imperio, negli strumenti urbanistici comunali, dei progetti di nuove opere ed infrastrutture “di interesse regionale” (dichiarato tale da un atto politico della Giunta), dall’altro dichiarava essere la pianificazione territoriale – anche sovracomunale! – competenza del Comune, in nome dei principi di “sussidiarietà e adeguatezza”.

Che cosa avesse spinto la Giunta Illy a dotarsi di un simile strumento legislativo appariva ben chiaro dalla prima formulazione del disegno di legge, poi diventato la L.R. 30/2005, laddove si citavano esplicitamente alcuni dei progetti di “interesse regionale”: la tratta di TAV compresa nel “ Corridoio 5”, alcune strade, ecc.

La nuova legge, tuttavia, non sostituisce ancora la vigente normativa urbanistica (L.R. 52/1991), pur annunciandone una futura revisione/sostituzione, così come indica alcuni contenuti ed elementi del Piano Territoriale Regionale, nonché la procedura per la sua approvazione. Il tutto condito da ripetuti riferimenti alla procedura VAS e alle metodologie di Agenda 21.

Comincia così la stesura del documento preliminare del PTR, divulgato nella primavera 2006, di cui il WWF produce un’ampia disamina, assai critica.

Su questo documento viene imbastito un cosiddetto “processo partecipativo”, dal quale scaturiscono alcuni obiettivi (e conseguenti azioni di piano), che si vorrebbe fossero stati assunti poi alla base della stesura del PTR vero e proprio. Il che non è, se non in minima parte, vuoi per la genericità di tali obiettivi, vuoi per il fatto che alcuni contenuti fondamentali del PTR non trovano alcun riferimento negli indirizzi, bensì derivano da input di altra natura (di cui non peraltro difficile individuare l’origine nella stessa Giunta regionale e nei gruppi di interesse economico dalla stessa rappresentati).

Il PTR dovrebbe altresì avere valenza di piano paesaggistico ai sensi del D.Lgs. 42/2004 (con il che viene implicitamente ammessa l’autentica truffa compiuta quando fu dichiarata la valenza paesistica del PURG del 1978…). A tal fine, nel dicembre 2006 era stata stipulata un’Intesa interistituzionale tra la Regione ed i ministeri dei beni e attività culturali e dell’ambiente.

Quanto alle scelte strategiche, va detto subito che il PTR contiene tutto, ma proprio tutto quello che vogliono i “poteri forti”, cioè le categorie economiche (industriali in testa).

Cominciando dalla montagna, sono previsti, per citare soltanto gli elementi principali:

1. un elettrodotto di importazione – una cosiddetta merchant line - tra l’austriaca Wurmlach e Somplago, caldeggiata da tempo da alcune importanti industrie friulane;

2. una moltitudine di impianti di risalita, piste da sci e strutture ricettive, di cui peraltro non si precisano le caratteristiche (il PTR recepisce infatti automaticamente i programmi di sviluppo della società a controllo regionale “Promotour” per i poli sciistici di Piancavallo, Forni di Sopra, Sella Nevea, Ravascletto-Zoncolan e Tarvisio ed inoltre il progetto di sviluppo infrastrutturale e ricettivo per il polo di Pramollo-Nassfeld, deciso in base ad un accordo diretto tra Illy ed il governatore del Land Carinzia, Jörg Haider);

3. l’autostrada di collegamento tra l’A 23 e l’A27, cioè tra la Carnia e il Cadore (frutto di un accordo politico stipulato nel 2004 tra Illy, Galan e Lunardi).

In pianura invece:

1. la linea TAV Venezia-Trieste-Divaccia (parte del “Corridoio 5” Lisbona – Kiev);

2. gli elettrodotti tra Redipuglia e Udine Ovest e tra Redipuglia e Divaccia (quest’ultimo verrebbe inserito all’interno del “cunicolo esplorativo” scavato sotto il Carso per le gallerie della TAV);

3. un mega-centro golfistico tra Bicinicco, Castions di Strada e Mortegliano;

4. un parco tematico attrezzato (stile Eurodisney, par di capire) a Latisana.

Quanto alle infrastrutture energetiche, interessante l’indicazione relativa ai terminali di rigassificazione: dovranno essere collocati “negli ambiti portuali industriali individuati ai sensi della L. 84/94”. Il che equivale a dire Trieste (l’unico progetto di terminale GNL presentato in un porto industriale è quello di Gas Natural a Trieste-Zaule), ma dev’essere mancato il coraggio.

Semplicemente, le previsioni di una pluralità di soggetti, pubblici, privati o misti che siano, sono inserite nel PTR e per ciò stesso diventerebbero “legge”: ai Comuni il compito di adeguarsi, ai cittadini quello di accettare.

Altre perle: sono 21 (ventuno!) le “espansioni della grande distribuzione commerciale” previste, di cui sette intorno a Udine, ma tra queste non appare – stranamente – il mega-centro previsto dalle Coop nell’ex Silos presso la stazione centrale di Trieste.

Ancora: vengono consentite sia l’apertura di nuove cave, sia l’ampliamento di quelle esistenti all’interno di SIC e ZPS (aree di grande importanza naturalistica, individuate in ottemperanza a Direttive europee).

Gli aspetti naturalistici sono, dal canto loro, ridotti alla mera ricognizione dei perimetri delle aree protette esistenti (senza che non ne venga proposta alcuna nuova), mentre i “corridoi ecologici” sono ridotti ad un’indicazione quanto mai sommaria riferita per di più alle “direttrici” di tre sole specie faunistiche (capriolo, orso e lince), rinviandone l’individuazione puntuali a studi specifici da produrre a livello di pianificazione comunale (!).

E si potrebbe continuare a lungo.

Sconcerta soprattutto che la necessità e la sostenibilità della congerie di opere e insediamenti previsti siano date per scontate a priori, ancorché la giustificazione – possibilmente argomentata con dati oggettivi - delle scelte compiute sia ovviamente il cuore di un qualsiasi piano. Lo prescrive del resto la specifica Direttiva europea 2001/42/CE, sulla Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.) di piani e programmi: le previsioni in questi contenute – e le possibili alternative - devono essere motivate e analizzate nelle loro conseguenze ambientali. Il tutto deve avvenire nell’ambito di un processo partecipato con i cittadini, che deve cominciare prima dell’adozione del piano, proseguire fino all’approvazione e coinvolgere anche gli Stati e le Regioni confinanti.

Nulla di tutto ciò nel PTR: il Rapporto Ambientale per la VAS, malgrado le sue 672 (!) pagine, non analizza affatto le conseguenze sull’ambiente delle previsioni di piano e men che meno le alternative, neppure accennate. Inoltre la procedura V.A.S. è stata avviata soltanto dopo l’adozione del piano, né vi è traccia del coinvolgimento di Veneto, Carinzia e Slovenia.

Alla faccia delle tante chiacchiere sulla trasparenza, la democrazia partecipata e l’integrazione con i vicini nell’Euroregione: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare!

Il PTR ribadisce ad ogni piè sospinto, infatti, l’obiettivo di contenere il consumo di suolo e promuovere lo “sviluppo sostenibile”, salvo non mettere in campo nessuna misura concreta per contrastare il primo fenomeno e ridurre il secondo a mero slogan. Basti dire che da un lato si afferma la necessità di disincentivare gli insediamenti industriali-artigianali isolati, ma dall’altro viene ammessa l’estensione delle zone produttive (già troppe e irrazionalmente disperse sul territorio) “anche se non contigue all’esistente”. Non molto diverse le previsioni per le zone residenziali, di fatto lasciate all’arbitrio dei Comuni.

Va detto che il PTR incorpora anche uno schema della Rete di Ciclovie di Interesse Regionale, indicandone i tracciati di massima. Visto il quadro complessivo, è probabile che – se saranno realizzate – queste consentiranno istruttivi giri turistici … tra una selva di capannoni e villette.

Il PTR non è un piano paesaggistico ma solo un “piano delle opere”

E il paesaggio? Il PTR non rispetta le disposizioni fondamentali del D. Lgs. 42/2004. Non vengono infatti perimetrate le aree ex art. 142 del decreto (cioè le aree vincolate “ex Galasso”), mancano norme di salvaguardia, né vengono adeguatamente individuati i fattori di rischio paesaggistico (neppure una parola, ad esempio, sulle devastanti previsioni di molti piani regolatori comunali), sono del tutto insufficienti le prescrizioni per la tutela dei beni paesaggistici, ecc.

Il PTR “scarica” in sostanza la materia ai Comuni, ai quali impartisce soltanto alcune vaghe e lacunose “prescrizioni”, che tali poi non sono, per i Piani Strutturali Comunali, attraverso i quali dovrebbero effettivamente attuarsi le disposizioni a tutela del paesaggio (ma anche quelle sul recepimento delle nuove infrastrutture, ecc. essendo tutte queste finalità “equiordinate”!).

Finirà che ogni Comune sarà di fatto padrone assoluto sul proprio territorio (fatti salvi naturalmente i grandi interventi di cui sopra, che la Regione gli impone di accettare).

Viste le esperienze recenti, con le tante porcherie ammesse – e spesso fortemente volute – dai piani regolatori comunali, è lecito aspettarsi il peggio, cioè l’assalto indiscriminato al territorio. Anche perché dalle cementificazioni, com’è noto, arrivano tanti soldi nelle casse municipali: attraverso l’ICI e gli oneri di urbanizzazione (ora destinabili per il 75 per cento alla copertura delle spese ordinarie dei Comuni).

Di conseguenza, il PTR del Friuli Venezia Giulia, lungi dall’essere (ad onta della mole di elaborati che lo compongono) un vero strumento di pianificazione d’area vasta, e tanto meno un piano paesaggistico, si rivela in definitiva una sorta di “piano delle opere”, infrastrutturali e non, che politicamente la Giunta ha deciso essere “strategiche” per lo “sviluppo” della Regione.

Insomma, il PTR persegue – sepolto sotto un diluvio di parole – il vecchio disegno di uno “sviluppo” identificato con la mera crescita economica (del PIL), alla quale il territorio ed i suoi valori vengono tranquillamente sacrificati.

Ormai da tempo c’è chi mette in discussione questo modello distorto di sviluppo e l’uso ipocrita e strumentale del termine “sostenibile”: c’è per esempio chi, anche a livello accademico, parla di decrescita. Tutto ciò, però, non ha avuto diritto di cittadinanza nel nutrito gruppo di lavoro che ha redatto il PTR (dove spicca – con un ruolo determinante - l’ing. Ondina Barduzzi, ex assessore all’urbanistica ai tempi di Illy sindaco a Trieste) e tanto meno nella Giunta regionale che lo ha adottato.

La (brutta) politica vincerà di nuovo?

Adottato dalla Giunta regionale nell’ottobre 2007, il PTR è stato fatto oggetto di numerose osservazioni, sia pure nei limiti alquanto restrittivi previsti dalla nuova legge urbanistica regionale, che legittima a presentare osservazioni (cfr. art. 10, c. 5)soltanto alcuni soggetti: a) enti e organismi pubblici; b) associazioni di categoria e soggetti portatori di interessi diffusi e collettivi; c) soggetti nei confronti dei quali le previsioni del PTR adottato sono destinate a produrre effetti diretti.

Merita sottolineare che la Giunta regionale procederà all’approvazione definitiva del PTR “tenuto conto delle osservazioni di cui al comma 5” (art. 10, c. 6), senza cioè che vi sia neppure l’obbligo di controdedurre puntualmente ai contenuti delle osservazioni stesse, come peraltro prevede la stessa legge citata per le osservazioni sui piani comunali….

Malgrado ciò, molte sono le osservazioni formulate, tra le quali quelle del WWF Friuli Venezia Giulia, che si possono riassumere nei punti seguenti:

1) contrasto tra l’impostazione del Piano e quella prescritta dal D.Lgs. 42/2004 per i piani paesaggistici, per la mancata individuazione delle aree vincolate ex art. 142 del D.Lgs., l’inadeguata individuazione dei fattori di rischio paesaggistico, l’insufficienza delle prescrizioni per la tutela dei beni paesaggistici contenute nelle schede degli AP, l’inesistenza di norme di salvaguardia in attesa dell’approvazione dei piani comunali di adeguamento al PTR;

2) disomogeneità e grave lacunosità della base analitica del PTR, rappresentata dal “quadro delle conoscenze e delle criticità”, scoordinata con le azioni di piano e le previsioni normative;

3) assoluta inadeguatezza – anche in termini di scala (1:150.000!) – e incompletezza dei supporti grafici;

4) contraddittorietà nell’impostazione delle Norme di Attuazione del PTR, tanto vaghe e generiche per quanto concerne le prescrizioni a tutela del territorio e del paesaggio, quanto precise e cogenti nell’imporre alla pianificazione subordinata il recepimento di scelte infrastrutturali, non motivate né valutate;

5) incompletezza delle schede degli Ambiti Paesaggistici, con la sistematica omissione dei fattori di rischio paesaggistico rappresentati dalle previsioni dei PRGC vigenti e la mancata considerazioni di molti elementi di grande valenza paesaggistica;

6) stravolgimento della procedura V.A.S. sul Piano, rispetto a quanto previsto dalla Direttiva europea in materia, con la contestuale inadeguatezza del Rapporto Ambientale e l’insufficienza degli indicatori per il monitoraggio.

Il WWF rileva altresì come il P.T.R. risenta, al pari della L.R. 5/2007 dalla quale discende, di un’impostazione di fondo culturalmente errata, in base alla quale obiettivi territoriali e paesaggistici – per di più spesso confusamente espressi e sviluppati – sono stati intrecciati ed “equiordinati” con finalità di ordine economico (lo “sviluppo”), laddove è pacifica da decenni anche a livello giurisprudenziale la superiorità gerarchica dei valori paesaggistici (e quindi della tutela degli stessi) rispetto ad ogni altro interesse che esprima attraverso gli strumenti urbanistici (cfr. anche la sentenza n. 367/2007 della Corte Costituzionale).

Valutazioni analoghe sono contenute anche nelle osservazioni formulate da Italia Nostra e Legambiente.

Invano ci si sarebbe attesi una presa di posizione su tale obbrobrio da parte delle forze politiche, comprese quelle della cosiddetta “sinistra radicale” (che peraltro sostengono la Giunta Illy, hanno quasi tutte compatte votato la pessima L.R. 5/2007 e si apprestano a rinnovare l’alleanza con Illy ed il PD alle elezioni regionali del prossimo 13 e 14 aprile).

Invano ci si sarebbe attesi una reazione critica visibile da parte degli “addetti ai lavori” (urbanisti singoli ed associati, ordini professionali, mondo accademico regionale, ecc.).

L’iter del PTR andrebbe sospeso e, previa completa rielaborazione, riavviato da capo in conformità alle disposizioni statali (sul paesaggio) ed europee (sulla V.A.S.) platealmente disattese. Il WWF, come altre associazioni ambientaliste, lo ha chiesto.

La Giunta regionale, invece, pare stia cercando di accelerare l’iter di approvazione del piano, per poterlo sbandierare nella campagna elettorale già iniziata.

Tuttavia, per il riconoscimento della valenza paesaggistica del piano, occorre come detto l’avallo statale (ministeri dell’ambiente e dei beni culturali). E’ lecito sperare che gli organi ministeriali facciano valere le proprie prerogative senza essere condizionati da ragioni politiche, come purtroppo in altri casi – si veda la sconsolante conclusione della vicenda della Baia di Sistiana - è accaduto.

Dario Predonzan è Responsabile settore territorio ed energia del WWF Friuli Venezia Giulia. Le osservazioni del WWF sul P.T.R. sono disponibili nel sito regionale dell’associazione, nella sezione “documenti”, mentre gli elaborati del Piano si trovano nel sito della Regione Friuli Venezia Giulia nella sezione “Urbanistica infrastrutture e trasporti”.

Un severo commento della Orribile legge urbanistica del Friuli - Venezia Giulia è, in eddyburg , tra gli scritti di Luigi Scano

Continua la campagna per la difesa della necropoli di Tuvixeddu

La singolare sentenza del TAR che boccia la tutela di un bene impareggiabile criticata duramente, mentre Renato Soru resiste e affila le armi. La Nuova Sardegna, 24 febbraio 2008

Soru non cede: «Tuvixeddu alla Regione»

Il Governatore annuncia che sarà acquisito come bene di utilità pubblica

Su Tuvixeddu il presidente Renato Soru non si arrende e rilancia: «La Regione acquisirà l’area dopo averla dichiarata di pubblica utilità». Il governatore della Sardegna lo ha affermato ieri mattina durante l’incontro promosso da Legambiente in difesa dell’allargamento del vincolo a tutto il colle. Il presidente ha ribadito che si opporrà alla sentenza del Tar chiedendo al Consiglio di stato la sospensiva dei lavori. Durante il simposio è stato precisato che il paesaggio di Tuvixeddu non è un valore economico ma un bene di tutti, «non commercializzabile». Intanto il mondo universitario di Cagliarai e di Sassari si è mobilitato in favore della Regione e del vincolo su tutto il colle.

La Regione acquisirà l’area di Tuvixeddu dopo averla dichiarata di «pubblica utilità». Lo ha affermato ieri mattina Renato Soru, presidente della Regione, chiudendo l’incontro promosso da Legambiente in difesa dell’allargamento del vincolo a tutto il colle. Dopo che il tribunale amministrativo regionale (Tar) ha accolto i ricorsi presentati dagli imprenditori (Coimpresa e società Cocco) e dal Comune, a giorni il governo dell’isola presenterà l’opposizione al Consiglio di Stato. «Chiederemo la tutela dell’area in attesa del giudizio di merito», ovvero la domanda di sospensiva dei lavori.

Il governatore è stato ottimista: «Più di una volta è capitato, anche su cose importanti, che una sentenza del Tar sia stata ribaltata da parte del Consiglio di Stato». La Regione, insomma, va avanti e «il privato sarà risarcito per i suoi diritti». Nel passato La Marmora bloccò la distruzione della Grotta della Vipera. «Oggi - ha precisato Soru - non c’è più un vicerè che interviene, ma la pubblica amministrazione può dire ancora che cosa ritiene importante dal punto di vista del paesaggio, della cultura e dell’interesse pubblico? Io penso di sì».

Ora il prossimo passaggio è il Consiglio di Stato, ma il governo dell’isola andrà avanti in ogni caso. E il motivo, ha affermato, si chiama Piano paesaggistico regionale (Ppr). Il Tar ha annullato il nuovo vincolo (allargato a tutto il colle) e ripristinato la vecchia situazione. Nelle sentenza il tribunale amministrativo fa riferimento in particolare all’accordo di programma, per la lottizzazione integrata su Tuvixeddu-Tuvumannu, firmato nel 2000 da Regione, Comune e Coimpresa. Quel documento sanciva sia la realizzazione di un parco archeologico di venti ettari (per la necropoli punico-romana), sia la possibilità di una edificazione, presso via Is Maglias (in un’altra parte del colle) di un complesso di circa quattrocento abitazioni e costruzioni per l’Università ai lati del colle di Tuvumannu.

Ma noi, ha spiegato il presidente Soru, «sulla base della convenzione internazionale sul paesaggio e del Codice Urbani siamo intervenuti con il Ppr. Subito dopo le elezioni abbiamo bloccato per tre mesi l’edificazione nelle coste che avrebbe creato la città lineare - ha precisato - e poi ridato una norma di tutela. In sintesi il Ppr dice che non tutto può essere mercificato e/o venduto. E così abbiamo cancellato milioni di metri cubi di edificazioni che erano già diritti acquisiti». Ma nella fascia costiera c’è anche Cagliari, «così abbiamo messo un vincolo anche su Tuvixeddu. Allora non c’era ancora la concessione edilizia, quindi noi pensavamo che, visto il vincolo, non si sarebbe costruito». Ma poco dopo, «in tempi rapidissimi sono state date una serie di concessioni edilizie. Allora quando mi sono accorto che si iniziava a costruire a Sant’Avendrace, a ridosso di alcune tombe romane, sono intervenuto». Inizialmente «sì, abbiamo fatto degli errori, poi ci siamo corretti con la commissione. Ma se si fosse rispettato il Ppr, non avremmo avuto la necessità di intervenire in fretta». Primo blocco l’11 gennaio del 2007, poi l’istituzione della commissione al Paesaggio e il vincolo allargato in agosto.

Infine una stoccata all’accordo di programma del 2000: «In Giunta, allora, passarono due fogli in cui si parlava - ha continuato Soru, mostrando il documento - di un finanziamento di sei miloni e di un terreno sul colle che la Regione avrebbe dovuto cedere per il parco. Niente allegati. Dopo un funzionario delegato andò in Comune a firmare l’accordo di programma. Un documento sulla cui correttezza si dovrebbe indagare». In ultimo, dopo aver ribadito che la Regione acquisirà l’area, una citazione ispirata da Giovanni Maria Angioni: «La percezione del senso di patria è la difesa del bene comune».

Legambiente: «Intervenga il ministro»

Enrico Corti: «Il Codice Urbani giustifica l’allargamento del vincolo»

CAGLIARI. Dopo la sentenza del tribunale amministrativo che ha stracciato le procedure che hanno portato all’allargamento del vincolo su Tuvixeddu, ieri è stata la giornata della riscossa. Legambiente ha mobilitato, nella sala del palazzo Viceregio, i maggiori studiosi del settore: archeologi e storici (da Giovanni Lilliu a Enrico Atzeni, da Marcello Madau ad Attilio Mastino, da Simonetta Angiolillo ad Alberto Coroneo, sino a Paolo Scarpellini), geologi (Felice Di Gregorio) e urbanisti (Enrico Corti). Tutti uniti nel difendere l’operato della Regione e l’allargamento del vincolo a tutto il colle (deliberato nell’agosto del 2007).

Vincenzo Tiana, responsabile regionale dell’associazione ambientalista ha precisato, in apertura, che la sentenza del Tar è stata un arretramento «dal punto di vista culturale» e informato di aver chiesto «un incontro col ministero per fare presente la situazione». E informato che su Sant’Avendrace «l’impresa Cocco ha già ripreso i lavori. Noi non entriamo nel merito tecnico della sentenza, ma di quello che significa in termini di ritorno indietro in rapporto all’importanza del paesaggio, come stabilito dal Codice Urbani». Aspetto, questo, spiegato anche da Corti (che, tra l’altro, ha firmato il nuovo piano regolatore del comune di Cagliari). L’urbanista, pur senza entrare nel merito tecnico, ha contestato alcune considerazioni contenute nel pronunciamento del tribunale amministrativo. In particolare quella in cui si afferma che non sarebbe intervenuto niente di nuovo, in termini di ritrovamento archeologico, da giustificare l’allargamento del vincolo. Ma il problema, ha sottolineato Corti, è che «dal 2000, anno della firma dell’accordo di programma, a oggi sono sopravvenuti alcuni fatti molto importanti: il consiglio d’Europa ha portato all’attenzione degli Stati membri l’importanza del paesaggio (come valore politico e culturale per le identità dei popoli); indicazione poi tradotte nel codice Urbani». Impostazione che nega «il principio della produttività del bene paesaggistico, che non deve entrare nel meccanismo economico in quanto viene prima: è un bene culturale che non si possiede in quanto appartiene a tutti».

Discorso analogo è stato fatto dall’archeologo Alfonzo Stigliz che ha ricordato la battaglia di Antonio Cederna per la difesa dell’Appia antica, a Roma, poi sancita con un atto d’imperio dell’allora ministro Mancini, che cambiò il piano regolatore di Roma. Paolo Scarpellini, già direttore (all’epoca delle decisioni su Tuvixeddu) delle sovrintendenze regionali e oggi responsabile in Calabria, ha ricordato l’assenso dato dal ministero all’intervento su Tuvixeddu. E pricisato che «l’accordo di programma è comunque subordinato al vincolo paesaggistico». Aspetto, questo, sottolineato anche da Carlo Dore, avvocato civilista, che ha fatto riferimento a una sentenza della Corte costituzionale di fine 2007 in cui si afferma che il bene paesaggistico è «un valore primario e assoluto».

Giovanni Lilliu, decano degli archeologi sardi, impossibilitato a muoversi per l’età, ha fatto pervenire il suo appoggio al convegno tramite un video in cui ha ribadito «il grosso ingombro» che costituirebbe la lotizzazione prevista dall’accordo di programma. E rammentato quando, sin dagli anni Ottanta, chiedeva un grande parco per Tuvixeddu.

Ma che strada seguire per salvare il colle? «Occorre puntare alle acquisizioni delle lottizzazioni previste - ha affermato Graziano Milia, presidente della Provincia - a suo tempo mi diedero del provocatore. Ma se lo avessimo fatto avremmo risparmiato molti soldi. Ora costruiamo un percorso concreto e possibile, che permetta di salvare il colle». Ipotesi, l’acquisizione (con relativo rimborso del privato), che ora propone (vedasi articolo di apertura) anche il presidente Renato Soru. (r.p.)

Numeri paradossali, da non credere. Cheraccontano di un fenomeno come quello dell'abusivismo allarmante.Negli uffici dei Comuni di San Felice Circeo e Sabaudia giacciono12.200 pratiche di condono. Ben 3.331 riguardano abusi chericadono nelle aree del parco nazionale del Circeo. Sono 7734sono le pratiche di condono del Comune di San Felice Circeo: unnumero che fa impressione se si calcola che i residenti sono8.036. Quasi un abuso per ogni abitante. Un po' meglio Sabaudiadove le richieste di condono sono 4472 per 16.229 abitanti: unaogni quattro residenti.

Questi alcuni dati che emergono dall'analisi sull'abisivismocondotta dal parco nazionale del Circeo. In questi mesi l'enteparco ha lavorato per predisporre un 'data base' che raccoglie eordina tutti i dati man mano che questi si rendono disponibili.E' emerso che ci sono 7734 pratiche di condono che riguardano ilcomune di San Felice Circeo: di queste, 2050 rientrano nellecompetenze del parco, ma solo 458 sono state trasmesse all'Enteparco. Queste ultime interessano abusi residenziali e commercialiper complessivi 55.470,15 metri quadri e 140.995,29 metri cubi(una parte dei quali relativi a pavimentazioni esterne e cambi didestinazioni d'uso). Sono invece 4472 le pratiche di condono peril Comune di Sabaudia: di queste 1281 sono relative al parco maad oggi trasmesse materialmente all'ente appena 620. Questeultime sono relative ad abusi commerciali e residenziali pari a85.633,87 metri quadri e 240267,13 metri cubi (una parte deiquali sempre inerenti fondamenta o pavimentazioni esterne e cambidi destinazioni d'uso).

Le tabelle del parco sono dettagliate edistinguono i vari tipi di abusi dando anche conto delle pratichegia' definite: "Quello che stupisce- sottolinea il presidente delparco Gaetano Benedetto- e' che ogni cittadino di San Felice,neonato o vecchio che sia, ha sulla sua testa una pratica dicondono. Migliore la percentuale per Sabaudia dove una pratica dicondono e' ogni 4 cittadini". Certo, si tratta di finzionestatistica "poiche' molte pratiche sono relative a immobili dipersone non residenti, ma comunque l'abuso commesso pesa suquesti comuni e quindi sui tutti i cittadini residenti".

Secondo Benedetto servono "obiettivi concreti a breve e mediotermine per uscire da questa situazione paradossale di stallo",in cui c'e' un abuso per ogni ettaro di terreno nel parco. Epropone: "Incominciamo a rigettare subito le 400 praticherelative ad abusi commessi nel parco dopo il 31 dicembre 1993,abusi che per legge sono incondonabili". Infatti, com'e' noto, adifferenza di quelli precedenti l'ultimo condono (che tratta gliabusi edilizi successivi al primo gennaio 1994 e comunquerealizzati non oltre il 31.3.2003) non consente la possibilita'di sanare gli abusi nelle aree protette.(SEGUE)

"Il lavoro che ci attende e' pero' benpiu' complesso- sottolinea il presidente del Parco- e abbiamobisogno di operare in stretto coordinamento con i comuniinteressati per dare risposte definitive a migliaia di cittadiniche, per altro, hanno addirittura anticipato oneri concessori chein molti casi si dovranno restituire". Su mandato del consiglio,l'ufficio tecnico del Parco "accelerera' le risposta allepratiche trasmesse all'ente che pero' rappresentano meno di unterzo di quelle che dovremo esaminare". Per questo lavoro "ciavvarremo ancora di un gruppo di tecnici esterni per lepreistruttorie ed abbiamo deciso un altro affiancamento legaleall'ufficio tecnico", spiega il presidente dell'area protetta. E invita i comuni "che legittimamente parlano di nuovi pianiregolatori" a tenere conto della "pesantissima situazionepregressa ancora da definire". Le proiezioni dell'ente infattidimostrano come la stima delle cubature abusive in aerea parco"ammontano a circa mezzo milione di metri cubi nel comune diSabaudia e a oltre 690.000 metri cubi nel comune di San Feliceper un totale complessivo vicino al milione e duecentomila metricubi".

CAGLIARI. C’è il via libera della Regione alla costruzione delle ville principesche disegnate dalla matita di Massimiliano Fuksas e ai due lussuosi hotel della ‘Is Molas spa’, controllata dalla ‘Immsi’ di Roberto Colaninno. Mentre resta un piccolo punto interrogativo sul nuovo campo da golf ‘Gary Player’ e sui lavori idraulici che riguardano il Rio Tintoni, il corso d’acqua naturale destinato ad essere modificato per dare acqua al green e agli spazi verdi del resort da 130 milioni di euro ha già scatenato la reazione del Gruppo di Intervento giuridico e degli Amici della Terra che annunciano nuovi ricorsi: per questi interventi la Regione ha imposto la valutazione di impatto ambientale.

Tecnicamente la delibera segna la conclusione della procedura di verifica sul ‘completamento della lottizzazione convenzionata Is Molas’. Di fatto stabilisce che le ville e gli hotel possono essere costruiti senza valutazione di impatto ambientale perchè «il complesso costituisce una rivisitazione con standard di qualità dal punto di vista architettonico e dell’inserimento paesaggistico-territoriale di livello superiore rispetto a precedenti iniziative già assentite e non portate a compimento». Mentre, indicate una serie di prescrizioni da rispettare rigorosamente nella fase di realizzazione delle opere, la Regione esprime qualche preoccupazione sul nuovo green che la società di Colaninno vuole mettere a disposizione dei suoi prossimi ospiti. Secondo il servizio Savi - l’ufficio che verifica le ricadute ambientali degli interventi - esistono «potenziali impatti significativi negativi, non mitigabili in sede di screening». Per questo «è necessario sottoporre gli stessi interventi a valutazione d’impatto». Il riferimento della delibera è soprattutto per il sistema idraulico del campo di golf, che prevede modifiche al Rio Tintoni e lo sfruttamento intensivo del suo apporto idrico. La Regione chiede di accertare fino a che punto sarà utilizzato il torrente e se esistano fonti di approvvigionamento alternative.

Sul caso del progetto ‘Is Molas’ indaga anche la Procura della Repubblica dopo un esposto degli ecologisti e un rapporto della Guardia Forestale: il pm Andrea Massidda non ha ravvisato alcun abuso, anche perchè nulla finora è stato costruito. L’inchiesta, oggi congelata, potrebbe riaprirsi solo se la società immobiliare non dovesse rispettare a puntino le prescrizioni regionali e se - come sostiene la Forestale - il cemento interessasse anche le aree colpite in passato da alcuni incendi. Il difensore della ‘Is Molas spa’ Luigi Concas ha precisato che «le indagini sul problema degli incendi riguarderebbero in ogni caso la precedente proprietà, perchè l’acquisto della società da parte della Immsi è successivo agli eventi denunciati dagli ecologisti».

Per Massimiliano Levi, dell’ufficio stampa di Immsi «il progetto ideato dall’architetto Massimiliano Fuksas caratterizzerà Is Molas come uno dei resort turistico-residenziali di più alto livello in Europa, grazie alle ricercate qualità architettoniche e paesaggistiche». Per Levi «il nuovo campo da golf richiamerà i più grandi giocatori del mondo e porterà Pula nel ristretto novero dei green di interesse internazionale». Is Molas spa - secondo l’ufficio stampa - è «orgogliosa di aver superato i controlli puntigliosi della Regione, che ha riconosciuto la qualità del progetto» e garantirà «lavoro alle imprese sarde».

«Ben che vada portiamo a casa la pelle». Partiamo da qui, da questa frase detta a mezza voce un po' dovunque, per affrontare l'incubo presente a molti ma esplicitato da pochi: la scomparsa della sinistra parlamentare italiana, o la sua riduzione a irrisoria consistenza (che poi è come sparire). Finire sotto l'8% aprirebbe la strada per un declino alla «francese» e a quel punto resterebbe solo il terreno extraparlamentare; superare quella soglia rappresenterebbe una «prova in vita», che senza risolvere il problema dell'assenza di un progetto di trasformazione, terrebbe aperta la possibilità di agire la lotta politica anche a livello istituzionale.

La Sinistra-l'arcobaleno è arrivata a questo bivio nel peggiore dei modi: con un'unità tutta «di riporto» rispetto alla nascita del Partito democratico, massacrata da un'esperienza di governo foriera di pochissimi successi, nella fretta di costruire una compagine elettorale sotto gli equilibri dei partiti che la compongono (e che rischiano di esaurirla) e solo promettendo per un domani la costruzione di un vero e proprio soggetto politico. Mettendo insieme, con pessima alchimia, il peso di una concezione della politica parziale nel merito e totalizzante nel metodo (centralità quasi esclusiva delle sedi istituzionali, pretendendo di rappresentarvi il «tutto» di una società frammentata) con la leggerezza di messaggi testimoniali. Tradotto in termini elettoral-parlamentari, proporsi come opposizione senza le idee e le forze per praticarla. Così la domanda cui ci viene chiesto di rispondere diventa: «pensate o no che debba esistere una sinistra in Parlamento?». La risposta è fin troppo facile: «certo che sì», ma il punto è che quella è la domanda sbagliata. Perché corrisponde al «congelamento delle idee di fronte alla liquidazione della sinistra» di cui parlava ieri Marco Revelli in un'intervista su queste pagine; perché rivela una logica puramente testimoniale. Se fosse così, tanto valeva tenersi la falce e il martello: almeno sarebbe stata una testimonianza lineare.

La domanda vera - che giriamo ai dirigenti della Sinistra-l'arcobaleno - è un'altra. A chi - come chi scrive - vi voterà per stato di necessità, quale disegno proponete? A che cosa servirà - in Parlamento e fuori da esso, nell'immediato e in prospettiva - il soggetto «unitario e plurale» che state costruendo in tutta fretta? Non è una domanda retorica e sarebbe bene dare risposte non scontate, né risolvere il problema con l'elenco dei sacri princìpi (che diamo per acquisiti) o con un elenco di microprovvedimenti. E' una domanda che si fanno in molti e che pretenderebbe l'apertura di un confronto serrato, da non esaurire il 13 aprile. Avrebbe bisogno della ricostruzione di una comune alternativa da riempire di pratiche. Altrimenti il rischio - più che concreto - è che di fronte a una pura logica di sopravvivenza, le donne e gli uomini in carne e ossa - alle prese con i loro pressanti problemi - preferiscano la scelta «americana» del Partito democratico. Scegliendo un contenitore che non propone nessuna alternativa di sistema, ma che in una logica del tutto contrattualistica della politica promette soluzioni parziali a individui e gruppi, elargendo un po' di prebende e affermando l'antico e interclassista luogo comune della comunità nazionale ben governata. Alla fine è un imbroglio, ma potrebbe essere visto da molti come l'unica soluzione possibile. E, poi, le illusioni - se ben presentate - possono apparire un sogno. Per evitare tristi risvegli avremmo bisogno di tutt'altri sogni.

Quando una città cresce e si espande sente il bisogno affannoso di reperire nuove aree edificabili; e le cerca nelle immediate vicinanze, occupando senza scrupoli i terreni ancora liberi, sotto la spinta di una miope ed esclusiva ricerca di speculazione. Analogamente, una tribù di selvaggi, quando cresce di numero, occupa violentemente nuovi territori limitrofi, sotto la spinta di una impellente necessità di sopravvivenza. Una stessa legge della giungla domina due comportamenti ugualmente violenti. Tuttavia, mentre una città retta dal "buon governo" padroneggia la sua espansione e la inquadra in piani di razionale sviluppo urbanistico, volti a conseguire un auspicabile bene comune; al contrario una città retta dal "mal governo", come quello che amministra oggi Milano, allunga i tentacoli della sua espansione su qualsiasi territorio a portata di mano, evitando deliberatamente di accertarsi se questi territori abbiano un valore ambientale o storico, o monumentale. Nei programmi del "malgoverno" non esiste il concetto di bene comune, esiste soltanto l’interesse ed il tornaconto dei singoli gruppi privati, cioè delle lobby.

In questi giorni sta per essere presa dalla Regione Lombardia una iniziativa offensiva e sciagurata; una offensiva che modifica la attuale legge urbanistica e peggiora sensibilmente le norme di protezione dei parchi naturali. I parchi naturali, quando si trovano ai margini della città, vengono comprensibilmente valutati, da parte di costruttori avidi e di amministratori poco scrupolosi, come tesori rari ed inestimabili. Una edificazione interamente collocata nel verde acquista infatti un invidiabile pregio e garantisce un altissimo profitto.

Con la precedente legge regionale era stata ottenuta una lodevole conquista, culturale e civica allo stesso tempo: il paesaggio, sia naturale che monumentale, veniva considerato come un bene di assoluta proprietà collettiva, un bene da salvaguardare gelosamente in nome di comuni e generali principi etici ed estetici; principi analoghi a quelli invocati dall’Unesco quando si impegna a salvaguardare luoghi di particolare valore, definiti "patrimonio dell’umanità". La nuova legge regionale calpesta questi principi e apre la porta a una distruzione dei parchi naturali, selvaggia e indiscriminata. Ipocritamente presentata come una occasione di abbellimento del territorio lombardo, la nuova legge in realtà apre le strade alla distruzione di quella parte di territorio ancora verde posto a Sud di Milano, e sopravvissuto alla edificazione caotica del dopoguerra; mentre dalla stessa edificazione è stata irrimediabilmente sfigurata la parte posta a Nord, la (un tempo) amena Brianza. Con una subdola norma, che può sembrare innocua ed è invece letale, la nuova legge demanda alla Regione il potere di concedere nuove edificazioni all’interno dei parchi, anche contro il parere dei Comuni interessati, cioè dei primi ufficialmente autorizzati a deliberare, perché inclusi nei confini del Parco e costituenti di questo parte integrante. "Allarme cemento nei parchi", diceva ieri, con enfasi appropriata, questo quotidiano; si dovrebbe aggiungere oggi, con toni angosciati, "Allarme, eccidio del paesaggio".

Firmate contro l'obbrobrio !

Oggi le campagne elettorali si organizzano, come ormai affermano tutti i manager del settore, o su “idee-guida” valoriali, come è il caso dei politicalpreachers statunitensi, o su issues che interessano direttamente la vita quotidiana dei cittadini.

Morte le ideologie, finite le grandi narrazioni storiche in cui si identificavano vasti gruppi di cittadini, cessata la protezione geopolitica che aveva fatto parlare Ronchey di un “fattore K”, la vendita delle scelte politiche è simile sempre di più alla campagna per la diffusione dei prodotti di largo consumo. Uso del “testimonial” (il leader politico, in questo caso) creazione di slogans forti e semplici, scarsa innovazione nella comunicazione, simbolizzazione di alcuni temi. Un partito politico si vende con le stesse tecniche del fustino di detersivo, che serve a tutti, è abbastanza anonimo, e comunque evoca messaggi rassicuranti e universali, niente affatto collegati alla funzione del detersivo, che è appunto quella di pulire. Inoltre, la comunicazione politica è, e deve essere, suadente e non creare associazioni negative o complesse, e deve parlare all’area pre-razionale dei sentimenti, delle pulsioni, delle abitudini.

Quel genio di Séguéla, che ha avuto l’unico torto di far incontrare Sarkozy e Carla Bruni, ha fatto vincere Mitterrand con lo slogan “la forza tranquilla”, ancora insuperato nella comunicazione politica. Non implica una attività da parte dello spettatore-elettore che deve sempre rimanere passivo, come invece il “we can” di Obama, ma ti sottopone il messaggio di un lento e piacevole abbandono a un padre buono, forte e autorevole. Poi, come diceva lo spin doctor di Tony Blair, “noi possiamo fare tutto, ma non possiamo creare il carisma”.

Nel caso della campagna elettorale italiana, abbiamo leaders che comunicano insieme troppi concetti (e spesso abborracciati, si vede che non sono statisti) oppure veicolano un eccesso di messaggi consolatori e edulcorati, che senza l’effetto carismatico “bambolizzano” come dicono gli spin doctors, l’elettore ma non lo fidelizzano. Compreranno subito un fustino di detersivo, ma non è detto che sia quello che produci tu. La sequenza di botte e risposte sulle issues, poi, depotenzia il messaggio e le rende poco credibili.

Il problema è che, nel marketing politico attuale, non si vende più un prodotto (la riforma universitaria, l’aumento delle pensioni, gli asili-nido) ma la certezza della capacità di risolvere i problemi. La moneta è comandata a Francoforte, e non da noi, i flussi di capitale arrivano da ben altre linee che non da Montecitorio, la divisione internazionale del lavoro si discute nei think tanks internazionali, che poi la inducono sui governi. Quindi, nessuno può più fare promesse, ma solo vendere l’aura magica della potenza e della credibilità di risolvere imprevisti problemi futuri.

Il sempre più folto «partito» degli anti-Civis ora è nelle mani della Soprintendenza. A non nascondere alcune perplessità attorno al progetto del filobus a guida ottica è il neo-direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici, Luciano Marchetti. Perplessità che affondano tra gli articoli del Codice dei Beni Culturali in vigore dal 2004. Esattamente come sostenuto ieri sul Corriere dall'architetto Pier Luigi Cervellati: «Il codice legislativo — ha scritto — prescrive la tutela dei centri storici, non solo dei monumenti, ma anche delle sue strade». Colare l'asfalto in vie medievali come Strada Maggiore e Rizzoli, caratterizzate ancora oggi dalla tradizionale pavimentazione in pietra, al fine di consentire il passaggio del Civis, potrebbe essere valutato come un intervento contrario al concetto di «tutela» espresso dalla legge.

«Con quali argomenti la Soprintendenza non ha applicato il Codice?», la domanda posta da Cervellati. «Le vie e le piazze vanno salvaguardate come le chiese e i monumenti — concorda Marchetti — A questo punto, è necessario capire se il Civis sia compatibile o meno con la tutela di questi luoghi». Il nuovo direttore regionale per i beni culturali si è insediato solo a gennaio e ancora non ha avuto modo di approfondire i dettagli del progetto. Ne discuterà presto con l'assessore alla Mobilità, Maurizio Zamboni, e con la Soprintendente, Sabina Ferrari. In programma, un appuntamento tra una decina di giorni. «Il Codice vieta gli interventi dannosi — spiega l'ingegner Marchetti — In generale, ho perplessità sullo stravolgimento del centro storico, anche se ritengo opportuno farlo vivere e non trasformarlo in un museo. Il giudice ultimo è comunque la Soprintendenza. Su questo progetto in particolare, vedremo di trovare la soluzione migliore».

Al momento, al Comune e ad Atc è stata data indicazione di realizzare una pavimentazione mista nelle strade medievali del centro interessate dal tracciato: asfalto rosso lungo la guida del Civis, basoli ai lati. «È un'ipotesi possibile. L'altra è cercare di mantenere i basoli anche là dove passa il mezzo», sostiene il direttore regionale. E sulla scelta di far attraversare al filobus a guida ottica il cuore della città, alza i toni: «Avrei preferito mezzi più piccoli. Verificheremo. Potremmo anche decidere di non farlo passare attraverso le strade più strette». Tra le fila degli anti- Civis, spunta anche il critico d'arte e assessore milanese alla cultura, Vittorio Sgarbi: «Sono perfettamente d'accordo con Cervellati — osserva — Opere come il Civis vanno fermate. Altrimenti perché si fanno le leggi? Il potere competente in questa materia è la Soprintendenza, che non deve arrivare a mediazioni con l'amministrazione comunale. Il centro storico di Bologna è un luogo nobile che non va sfregiato. Sarebbe come decidere di asfaltare il Canal Grande, solo perché così attraversarlo sarebbe più comodo».

A difesa dell'autenticità della pavimentazione del centro storico anche Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la bellezza: «Dal punto di vista estetico, sarebbe davvero un pugno in un occhio — commenta — E pensare che Bologna è forse una delle città finora meglio conservate del Paese. Purtroppo, a volte, le Soprintendenze esprimono pareri positivi su opere davvero discutibili. Sarebbe giusto sottoporre la questione ai cittadini con un referendum, come a Firenze e come si farà a Torino per il Grattacielo di Renzo Piano. I bolognesi devono poter esprimere le loro volontà su un progetto che potrebbe modificare tanto la città». Referendum che, tra gli altri, non disdegnano neppure i Verdi: «La consultazione popolare sul Civis è condivisibile », afferma Daniela Guerra, capogruppo dei Verdi in Regione, che si rendono disponibili alla raccolta delle firme necessarie. «Un referendum che sarebbe opportuno allargare al quadro generale della mobilità cittadina, metrò e people mover inclusi».

L' università si schiera con la Commissione per i fatti di Tuvixeddu. Avevano temporeggiato un pò. Volevano valutare, documenti alla mano, il contenuto della sentenza del Tar. Ora da Cagliari prendono posizione, allineandosi a quanto espresso qualche giorno fa dai colleghi sassaresi. Una quarantina di professori hanno sottoscritto il documento col quale si esprime totale sostegno alla decisione della Commissione regionale del paesaggio. Lo ntani dall 'esprimere un giudizio tecnico sull'operato del Tribunale, nell'atto, evidenziano alcune valutazioni sul concetto di “bene ambientale e culturale”. La sentenza del Ta r che annulla il provvedimento con cui la Regione aveva esteso il vincolo paesaggistico all'area di Tuvixeddu, non tiene conto di «un fatto realmente nuovo che imponeva e impone una revisione della situazione precedente». La novità è intervenuta nel 2004 quando, col cosiddettoCodice Ur bani (codice dei beni culturali e del paesaggio) è stato introdotto «il concetto radicalmente innovativo del bene paesaggistico come“ unità ambientale” all'interno della quale si trovano diverse categorie di beni culturali: naturalistici, storici, archeologici....». Fatta questa premessa la posizione dei giudici che si basa sulla «mancanza di nuovi ritrovamenti archeologici che giustif ichino il vincolo, privilegia la vecchia idea del bene cultur ale così come prevista prima della Urbani». In base alla nuova legge, proseguono: «deriv a la possibilità di restaur are il paesaggio con il ripris tino della sua unità ambientale». Questo significa non un ritorno alle origini, che sarebbe impossibile. Piut tosto una restituzione alla condizione precedente «a una serie di interventi più o meno recenti che l' hanno compromessa pur non cancellandone la memoria». Se quegli inter venti danneggiano l'unità ambientale, così come definita dal codice Urbani, è illogico pensare che la situazione sia irre versibile. Soprattutto se - proseguono i professori - quell'area destina ta al pubblico viene consegnata ad un uso totalmente privato. «Questo va contro l'obiettivo fondamentale: l'unità ambientale Tuvixeddu - Tuvumannu - Is Mirrionis rimanga oritorni a essere patrimonio della collettività». La Commissione nell'aver riconosciuto l'unità di notevole interesse pubblico, ha bene interpretato il senso del codice Urbani. Su questa base sostengono che da una parte l' imposizione di quel vincolo fosse legittima econtemporaneamente che i privati che su quell'area hanno avviato legittimamente dei lavori possano aver diritto ad un risarcim ento. «La sentenza pecca di lungimiranza, perchè si limita a ribadire la legittimità di quanto programmato e intrapreso prima della modifi ca, viceversa recepita e fatta propria dalla Commissione».

la Repubblica

Un duro conflitto appena cominciato

di Paolo Hutter

«La nuova legge permette di operare per una Lombardia ancora più bella». La dichiarazione è del presidente della commissione Territorio, il forzista Marcello Raimondi. È da incorniciare quell’"ancora".

È segno di orgoglio lombardo, anzi di sguardo velato da compiacimento verso la megalopoli di villette e capannoni che è colata da tutte le parti negli ultimi decenni. Bisognerebbe invertire la rotta, non andare "ancòra" avanti nella direzione del cemento, delle ruspe e del mattone. E invece la legge contiene proprio quell’emendamento che gli ambientalisti uniti hanno cercato di respingere e hanno battezzato "ammazzaparchi". Si tratta di una questione che al momento, si presenta solo come attribuzione di potere, ma dietro la quale si agitano le pressioni a edificare, soprattutto nel Parco Sud Milano. Finora un Ente Parco, che poi è composto dai Comuni, non da marziani verdi, poteva bloccare, a maggioranza, giudicandole incongrue col parco, delle iniziative edilizie in un singolo comune. Con il testo della nuova legge, la giunta regionale si attribuisce un potere a senso unico. Le associazioni ambientaliste sono state audite, ma il loro parere è stato scavalcato. Tutte le forze di centrosinistra si oppongono, in questo caso unite. Forse il conflitto sta solo cominciando. Il tema del consumo del suolo sta diventando sempre più caldo in Europa e in particolare nella densa Italia, e lo sta diventando per ragioni sia climatiche che energetiche che paesaggistiche. È vero che a livello locale ci possono essere esigenze diverse difficili da comporre ma in termini generali l’opinione pubblica si sta spostando verso la salvaguardia, anzi la ri-estensione delle aree verdi e agricole. Chissà se qualcuno ne terrà conto, anche nella campagna elettorale che si sta aprendo.

la Repubblica

L’affare mattone nella zona sud

di Stefano Rossi

Con l’emendamento Boni approvato in Regione vengono resi edificabili 38 milioni di metri quadrati di Parco Sud entro i confini di Milano, 38 chilometri quadrati su un totale di 182. Oltre un quinto del territorio cittadino.

Non si vuole dire che su questa enorme serie di aree a ferro di cavallo, da sud-ovest a sud-est, da domani si vedranno ruspe e cantieri. È vero però che «d’ora in poi il sindaco, non la giunta o il consiglio comunale - dicono i verdi Carlo Monguzzi e Paolo Lozza - potrà di sua iniziativa proporre al parco di trasformare tutte le aree che ricadono nei suoi confini amministrativi. Fino a ieri il parco diceva di no. Domani deciderà la Regione». E ci sono circa 60 Comuni nel perimetro del parco Sud, 400 dentro i parchi dell’intera Lombardia.

A metà marzo la Provincia esaminerà le richieste di modifica dei confini del parco Sud da parte dei Comuni inclusi. Le motivazioni sono le più svariate, dalla correzione di errori cartografici alla richiesta di sviluppo urbano e industriale. Se venissero accolte tutte le istanze, il consumo del territorio, vale a dire la parte "popolata" del suolo (case, uffici, strade, parcheggi), aumenterebbe di 8 punti percentuali. Arriverebbe al 42 per cento del totale contro il 34 attuale, che peraltro è un dato medio. E a contenere la media finale, il parco Sud contribuisce in modo significativo, con un 19 per cento di consumo del territorio.

Si diceva che il Comune non edificherà su tutte le aree «liberate» dall’emendamento Boni. Anzi, l’assessore all’Urbanistica, Carlo Masseroli, si difende: «Non abbiamo megaprogetti nel cassetto, non siamo cementificatori». Il Comune vuole assegnare a ogni area vincolata a uso agricolo un indice di edificabilità, che sarà aggiunto ai diritti di costruzione dello stesso proprietario su altri terreni. Per i grandi immobiliaristi come Ligresti, Cabassi, Zunino, si aprono prospettive interessanti di utilizzo, sia pure indiretto, di terreni improduttivi, finalmente in grado di generare altrove cubature di costruito. Per Masseroli il bilancio rimarrà in equilibrio grazie al fatto che le aree agricole protette, spogliate dei loro diritti edificatori, passeranno in proprietà al Comune con destinazione a parco. Mentre ora, così come sono, rimangono abbandonate: «I contenziosi generano paralisi e degrado delle aree protette, dunque la norma regionale è corretta. Con la Provincia (guidata dal centrosinistra, ndr) stiamo facendo un ottimo lavoro per rendere fruibili grandi pezzi di parco dentro la città».

Andrà così? Non moltissimi anni fa il parco delle Groane, visto dall’alto, si confondeva con il tessuto agricolo circostante. Oggi è ben individuabile, delimitato dall’urbanizzazione. «Il Comune di Senago da tempo vuole costruire dentro le Groane un grosso insediamento residenziale, il quartiere Mascagni - racconta Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia - e sarebbe un bel morso alle zone protette. C’è un’aspettativa enorme di edificazione sui parchi, che finora hanno resistito alla ondata immobiliare più potente del Nord Italia».

Ora l’argine scompare. Un altro esempio? La futura cittadella dell’ingrosso cinese al Gratosoglio. È prevista su un’area industriale, ma dove sono gli spazi per allargare le strade e accogliere il maggior flusso di camion? Su aree di Ligresti, nel parco Sud. Il Comune ha un interesse forte e giustificato e la Regione difficilmente dirà di no, quand’anche il Parco si opponesse. Maria Grazia Fabrizio, consigliera regionale del Pd, ha chiesto «cosa potrebbe succedere al parco di Trenno o all’ippodromo di San Siro, che sono nel parco Sud? Chi garantisce contro l’idea, molto redditizia, di farci delle belle villette?». Marco Cipriano di Sd si augura che in aula «la maggioranza si divida. L’emendamento è presentato dall’assessore leghista Boni, però Boni non è tutta la Lega. Ad altri nel partito potrebbe non piacere». Ma gli ambientalisti non ci sperano troppo: «Come tanti anni fa, il vero sindaco di Milano è Ligresti».

la Repubblica

Allarme cemento nei parchi

di Andrea Montanari

Nuovi edifici nei parchi lombardi, tutto il potere al Pirellone. Tra le proteste dell’opposizione di centrosinistra, Fai, Italia nostra, Legambiente e Federparchi, la commissione regionale Territorio ha approvato l’emendamento dell’assessore leghista Davide Boni dà il potere alla Regione di decidere sulle controversie tra comuni e le amministrazioni dei parchi sulle nuove costruzioni nella aree protette. Ora la battaglia si trasferisce in consiglio regionale. Per il Pd e la Sinistra «sarà la cementificazione dei parchi». Ribatte il Pirellone: «Non è vero, così finalmente si potrà decidere».

Il via libera della commissione regionale Territorio all’emendamento dell’assessore lombardo all’Urbanistica Davide Boni, della Lega, che attribuisce solo alla Regione l’ultima parola sull’edificazione anche nei parchi e nelle aree verdi, è arrivato ieri. Ed è giunto nonostante il parere negativo ribadito sempre ieri a chiare lettere, durante la loro audizione, da Fai, Wwf, Italia Nostra, Legambiente, rappresentati da Costanza Pratesi, e Federparchi presente con il suo presidente Agostino Agostinelli. La modifica della legge urbanistica, che da ora in poi assegnerà solo al Pirellone e non più ai comuni ogni decisione, e toglierà ai responsabili dei parchi il potere di veto, è stata approvata dal voto compatto di tutta la maggioranza di centrodestra, che nel frattempo ha approvato tutta la legge 12: un "sì" a poche settimane dal varo della giunta del nuovo piano regionale del territorio, destinato a cambiare il volto e soprattutto il paesaggio della Lombardia nei prossimi anni. Ora la battaglia per l’approvazione definitiva si sposterà in aula, a partire dal 4 marzo.

Nella nuova legge, fortemente voluta dal Carroccio, sono comprese, tra l’altro, nuove norme restrittive sulla realizzazione in Lombardia di nuove moschee e l’insediamento di campi rom solo con il consenso di tutti i comuni limitrofi, e quelle più permissive che, ad esempio, consentiranno di costruire anche nelle "aree standard" come nel caso ormai noto della Cascinazza, a ridosso del parco di Monza. Per l’assessore provinciale al Territorio Pietro Mezzi, dei Verdi, è a rischio l’integrità delle zone protette. «Quello che lo scorso novembre era stato impedito da una vasta mobilitazione - denuncia - si è purtroppo verificato. Con l’approvazione dell’emendamento Boni, anche in presenza di un "no" dei parchi a progetti comunali di insediamento, un parere della Regione potrà consentire comunque l’intervento». Pronta la replica dell’assessore regionale all’Urbanistica Davide Boni, che spiega: «Sono tranquillo come lo ero due mesi fa. Perché questa norma non dà alcuna possibilità a nessuno di edificare dove non si può. Io sono per salvaguardare l’ambiente il più possibile, ma non per salvaguardare i 1900 euro al mese che guadagna ogni presidente di parco. Dopo il via libera della giunta al nuovo piano regionale del territorio è arrivato il momento di decidere». Dello stesso avviso il presidente della commissione Territorio del Pirellone, Marcello Raimondi di Forza Italia: «Le nuove norme tutelano il territorio e i cittadini. Si prospetta così il disegno di una Lombardia ancora più bella. Con questa legge, ad esempio, tutte le strade e le infrastrutture di mobilità dovranno prevedere adeguate opere di mitigazione ambientale». «Finalmente», esulta anche il capogruppo di An in Regione, Roberto Alboni.

Di parere diametralmente opposto tutto il centrosinistra. «La maggioranza è stata sorda al richiamo del buon senso» attacca Franco Mirabelli del Pd. «La Cdl ha fatto carta straccia degli emendamenti dell’opposizione, che comunque si è duramente opposta all’emendamento ammazzaparchi, e dei pareri contrari di urbanisti e associazioni ambientaliste - aggiunge Luciano Muhlbauer di Rifondazione comunista - si tratta di un provvedimento inaccettabile».

Corriere della Sera

Parchi, nuove norme al via Fronte verde contro la Regione

di Laura Guardini

«Sì» della commissione Territorio del Consiglio regionale della Lombardia alle modifiche alla legge urbanistica

MILANO — Da una parte la Regione: «Le nuove norme urbanistiche tutelano territorio e cittadini. E permettono di lavorare per una Lombardia più bella » assicura Marcello Raimondi, presidente della commissione Territorio che ieri ha votato le modifiche alle legge del 2005. Dall'altra ambientalisti e gestori delle aree protette, che hanno battezzato appunto «ammazzaparchi » il nuovo assetto legislativo. In commissione, ieri, sono stati ascoltati. Ma poi, come si aspettavano, l'emendamento 13 bis è passato: la norma contesa, intorno alla quale le polemiche si susseguono da mesi.

Il meccanismo: la legge regionale del novembre 1983, oltre a istituire parchi e aree protette e a classificarli a seconda delle caratteristiche, affidava sostanzialmente ai parchi stessi — formati dai Comuni interessati — la pianificazione territoriale. Una delle modifiche alla legge urbanistica — predisposte dall'assessorato al Territorio guidato dal leghista Davide Boni, mentre l'assessore alla Qualità dell'Ambiente Marco Pagnoncelli, Forza Italia, prepara la revisione alla legge sui parchi che andrà in commissione a partire dal 29 febbraio — prevede ora che i Comuni possano chiedere varianti al piano territoriale del parco. E se il parco stesso dice no, la richiesta può essere sottoposta alla giunta regionale. «La Regione sarà garante di ciò che avviene nei parchi, non vedo perché questo debba essere preso come un via libera alla cementificazione », ha detto e ripetuto l'assessore Boni.

Ma, nel preannunciare ancora battaglia quando, il 4 marzo, la legge urbanistica andrà in consiglio regionale, verdi e Federparchi rincarano la dose. «Provvedimento inaccettabile, che può segnare la fine dei parchi lombardi — dicono i consiglieri Carlo Monguzzi (Verdi), Marco Cipriano (Sd) e Luciano Muhlbauer (Prc). E ricordano che, nel Parco Agricolo Sud — quello sul quale sembrano soprattutto incombere voglie di edificazione — il Comune di Milano ha 38 chilometri quadrati di verde: la superficie totale del territorio municipale è di 182 chilometri quadrati. «Ma a preoccuparci non è tanto una criticità localizzata quanto la voragine che si sta per aprire: l'ordine gerarchico degli strumenti urbanistici viene stravolto », dice Attilio Dadda, presidente di Federparchi Lombardia.

E aggiunge: «Con queste regole qualsiasi Comune può mettere davanti i propri interessi di campanile. Così si cancella la legge del 1983, innovativa, moderna, che metteva davanti l'interesse collettivo». Che è «tutela del paesaggio, ma anche della salute»: Dadda ricorda lo studio dell'Istituto dei tumori che, a causa dell'inquinamento atmosferico, ha stimato che gli abitanti della Pianura Padana vivano 36 mesi meno degli altri italiani.

«La legge è rispettosa dei parchi — ribatte Marcello Raimondi. — . Per evitare dissidi inconcludenti abbiamo previsto una novità importante costituita dal ruolo di arbitrato assegnato alla Regione per risolvere conflitti tra ente parco e singoli Comuni».

«L'avevo definito emendamento vergogna e confermo questo giudizio», replica da Palazzo Isimbardi Pietro Mezzi, assessore al Territorio della Provincia di Milano. «Alla Regione viene assegnato un potere sostitutivo decisionale», protesta per il Pd Maria Grazia Fabrizio e Franco Mirabelli aggiunge che il centrodestra «è stato sordo al richiamo del buonsenso », mentre dal Wwf la segretaria lombarda Paola Brambilla parla di «ritorno del furore cementificatore». Con Fai, Italia Nostra e Legambiente, il Wwf ha promesso di «portare all'attenzione del Bureau International des Expositions quello che sta succedendo, perché in netto contrasto con le linee di sostenibilità ambientale espresse dalla candidatura di Milano per l'Expo 2015 e supportate dalla Regione».

Nota: L'emendamento andrà adesso in Consiglio, dove passerà lo stesso. Si può comunque aderire ancora alla campagna contro l'emendamento al sito http://www.piccolaterra.it a sostenere il lavoro dell'opposizione istituzionale e stimolare una crescita e visibilità del movimento di opinione civile (parola assai adeguata, di fronte a certe scimmie nude elette e non)

In un contesto di tendenziale crescita del numero di automobili in circolazione, tale da assorbire la quasi totalità degli spostamenti individuali, si fa sempre più forte l'esigenza di un rinnovamento della cultura sociale e politica sui problemi dei sistemi di trasporto urbano. Per promuovere nella società civile e nelle istituzioni una mobilità urbana alternativa, è stata fondata l'associazione «NoAuto», presentata ufficialmente ieri a Roma.

Tra i promotori della neonata associazione Ugo Boghetta, responsabile trasporti di Rifondazione comunista, Gerardo Marletto, docente di economia dei trasporti a Sassari, Giuseppe Pinna, direttore di ItaliaMondo e Vittorio Sartogo, ambientalista e saggista.

I danni causati dal traffico urbano sono evidenti dal punto di vista della salute, anche per le patologie legate alla sedentarietà, quanto dal punto di vista dei costi economici, sociali ed ambientali. Le amministrazioni locali sembrano essere incapaci di risolvere questi problemi, se non attraverso palliativi. Nuovi insediamenti, mega centri commerciali e altre infrastrutture continuano ad essere pensati e progettati interamente in funzione dell'auto e del trasporto individuale su gomma. In questo contesto, la «leva» dell'auto viene anche in soccorso della speculazione immobiliare e fondiaria.

La predisposizione di un «bilancio sociale ed ambientale della mobilità», che valuti i danni generati dal sistema, dovrebbe essere reso obbligatorio, secondo una proposta dell'associazione, per ogni amministrazione pubblica con competenze in materia di mobilità. Tale bilancio, congiuntamente alla redazione di un documento di programmazione che abbia come obiettivo la riduzione al minimo del trasporto individuale motorizzato, dovrebbe essere reso vincolante per la concessione di finanziamenti pubblici nazionali e comunitari.

«NoAuto» non significa desiderio di eliminare l'automobile, bensì di riportarla a un ruolo complementare del trasporto collettivo. Da città cresciute «a misura di automibile» bisognerebbe quindi arrivare a città «a misura d'uomo».

Nota: per chi volesse saperne un po' (non molto) di più, qui il sito NoAuto, e naturalmente per un semplice confronto quello Carfree (f.b.)

L´assessore all´urbanistica Virginio Merola parla per la prima volta di «ecomostri»: «Il Piano Regolatore dimostra il fallimento della pianificazione basata su vincoli ed espropri». Merola, alla viglia dell´approvazione del Piano Strutturale Comunale (prevista per settembre), risponde all´inchiesta di Repubblica e si interroga sui risultati del Prg dell´85. «C´è stata una rinuncia alla pianificazione urbanistica intesa come visione coerente del territorio. Decisioni prese per caso, edifici isolati e fuori dal contesto». Una urbanizzazione «a macchia di leopardo» troppo spesso incentrata sulla cementificazione. «Oggi dobbiamo cercare una terza via».

«Il Piano regolatore del 1985 è la dimostrazione del fallimento della pianificazione urbanistica basata sui vincoli e sulle espropriazioni. Oggi gli espropri si fanno a valore di mercato, il Comune non se le può permettere e quindi quelle previsioni sono saltate. Da questo però si è passati a uno sviluppo a macchia di leopardo, basato sulla cementificazione».

Virginio Merola è alla vigilia dell´approvazione del nuovo Piano strutturale comunale, al voto in Consiglio comunale in settembre, che disegna la città nei prossimi 15 anni. Eredita una città che sull´urbanistica ha fatto scuola ma che oggi si interroga sui risultati perlomeno sconcertanti di quella pianificazione.

L´assessore all´urbanistica si trova così, mentre sta per inaugurare la piazza intitolata al «Liber Paradisus» nella nuova sede del Comune, a tracciare un bilancio di due «fallimenti», in cerca di una terza via per lo sviluppo della città.

Assessore Merola, gli urbanisti illustri che hanno firmato il Prg del 1985 prendono oggi le distanze almeno da alcune zone disegnate da quel piano. Gli architetti indicano nell´edilizia contrattata del Pru 2003 il grosso difetto di una città che cresce disordinatamente nel cemento. Lei cosa ne pensa?

«Alcuni esempi riportati da Repubblica, i così detti "ecomostri", sono un caso evidente di incapacità di ascolto e di attenta decisione politica. C´è stata una rinuncia alla pianificazione urbanistica intesa come visione coerente del territorio, che ha portato all´urbanistica contrattata degli ultimi anni. Decisioni prese caso per caso, edifici isolati e fuori dal contesto. Dalla aspirazioni del Prg si è passati alla «macchia di leopardo», con un uso della densità edilizia mirato alla quantità, alla fattibilità economica degli interventi in cambio di oneri e servizi pubblici e di alloggi convenzionati».

Può fare qualche esempio?

«L´urbanistica contrattata comporta che si ottengono usi pubblici con il meccanismo dell´aumento degli indici. Per costruire di più, si offrono in cambio servizi. Il Prg dal canto suo è la dimostrazione del fallimento della pianificazione dei vincoli, a un certo punto l´amministrazione pubblica non si è più potuta permettere di espropriare e quindi non è stato concretamente possibile realizzare le previsioni del 1985. Oggi dobbiamo cercare una terza via».

Qual è la sua ricetta?

«Un piano strutturale per fissare gli indirizzi, un piano operativo che stabilisce l´attuazione. Agli espropri si sostituisce la perequazione urbanistica: ogni privato avrà un indice alla pari con gli altri, ma è il piano che stabilisce dove si concentrano gli indici. I diritti edificatori valgono cinque anni, se non attuati si perdono e non alimentano la rendita fondiaria».

Anche lei è del parere che il Prg abbia fallito lo scopo di frenare le rendite? Il suo Psc ci riuscirà?

«Il Prg non ci è riuscito, l´urbanistica diventa impotente se le si attribuiscono temi che non le competono. Il Psc non ci riuscirà, ma non se lo pone come obbiettivo. Bisogna prendere atto che non si freneranno le rendite senza un piano nazionale sulla casa. Per quanto riguarda l´espansione, io credo che di cemento ne abbiamo anche troppo, adesso è il momento di riqualificare le aree urbane, in quelle abbandonate c´è il costante rischio, secondo i presidenti di quartiere, di veder "spuntare" un ecomostro».

Secondo lei quali sono le caratteristiche degli ecomostri,?

«L´ecomostro è un edificio che nasce fuori dai riferimenti del territorio, senza sforzi di ricerca e progetto. Sul singolo gesto architettonico, invece, bisogna lasciare la massima libertà, osare l´architettura contemporanea in una città un po´ "allergica". Ad esempio la nuova sede del Comune progettata dall´architetto Mario Cucinella è un oggetto urbano interessante».

Le piace la nuova sede dei servizi del Comune?

«Sì, valorizzerà il quartiere della Bolognina, e creerà una nuova piazza urbana. Piazza che abbiamo deciso di intitolare al "Liber Paradisus", che contiene uno dei primi atti al mondo ad abolire la schiavitù, emesso proprio a Bologna 750 anni fa».

Parlando di qualità, come si può assicurare ai nuovi edifici che sorgeranno?

«Nel nuovo Psc i concorsi di architettura sono obbligatori, un´architettura contemporanea illustrata nei laboratori di urbanistica ma che non dovrà mai essere sottoposta a referendum, perché per immaginare la città del futuro ci vuole coraggio».

Forse lo «shock» prodotto dalle espressioni più recenti di architettura è anche dovuto a un difetto di comunicazione. I cittadini vedono sorgere in pochi mesi palazzi enormi, magari previsti in un piano di 20 anni fa di cui hanno perso memoria. Non c´è un difetto di democrazia?

«Ci sono delle trasformazioni che richiedono tempi lunghi, è normale che i cittadini poi si dimentichino i dettagli di un progetto presentato anni prima. La risposta non può che essere quella di usare i cantieri come centri di comunicazione, cioè aprirli e renderli più leggibili ai cittadini con grafici, dati, disegni della costruzione che sta sorgendo».

Le famose «gocce» sarebbero dovute servire a questo scopo: un Urban center per mostrare i progetti per la città. Pensa di chiudere quell´esperienza?

«L´Urban center verrà spostato in Sala Borsa e il contenitore, lo spazio sotterraneo cui si accedeva tramite le Gocce, tornerà a disposizione del settore cultura. Anche se si tratta di uno spazio molto difficile da usare, perché non ci si può restare per più di 4 ore di seguito. Noi puntiamo sulla partecipazione dei laboratori di urbanistica e su internet, oltre al piano di comunicazione che abbiamo elaborato con la facoltà di Scienze della Comunicazione».

Lei ha citato il modello delle torri come riferimento per lo sviluppo della zona Fiera. I grattacieli saranno quindi la cifra della città del futuro?

«Le torri oggi possono essere tipologie edilizie innovative, con un recupero di terreno permeabile e di spazio pubblico. Il grattacielo è un´immagine un po´ fuorviante, fa pensare a alla densità urbana delle metropoli, Bologna è una città media che vuole rimanere tale. Di sicuro escluderei per il futuro le «villettopoli», casette a schiera che abbondano in provincia, uno spreco energetico e di territorio».

Ivan Berni, Quanti dubbi sull’Happy End, la Repubblica, 20 febbraio 2008

Soluzione trovata e tutti contenti. Basterà avere soltanto un po’ di pazienza: entro 30 mesi i grossisti cinesi si trasferiranno al Gratosoglio, e i residenti della zona Paolo Sarpi ritroveranno la tranquillità e la vivibilità perduta del loro quartiere. Naturalmente c’è da augurarsi che davvero vada a finire così, tuttavia sull’happy end di questa vicenda pesa un interrogativo grande perlomeno come Chinatown, forse più: che ruolo ha avuto il Comune di Milano? E soprattutto, che ruolo avrà quando dall’intesa sulla carta si passerà ai fatti? L’impressione ricavata ieri è che Palazzo Marino sia soltanto il notaio di una scelta operata esclusivamente da privati e benedetta, assai impropriamente, dal console della Repubblica popolare cinese Limin Zhang. Privato è, infatti, l’importatore Luigi Sun che capeggia la cordata che darà vita al nuovo centro. Privato è l’imprenditore italiano Piero Moccarelli che venderà alcune sue aree al Gratosoglio. Privato è, infine, il "mediatore" Angelo Ou, indicato come rappresentante della comunità cinese. Insomma, se la mina Chinatown verrà disinnescata, lo si dovrà alla lodevole iniziativa di un gruppo di persone che sono riuscite a coniugare i loro affari con l’interesse generale della città. Tutto bene, salvo i problemi che d’ora in poi si apriranno e che chiamano in causa, fin da adesso, Palazzo Marino. Per esempio si apprende che dall’operazione il Comune dovrebbe incassare 20 milioni di oneri di urbanizzazione. Cosa intende farne?

La domanda non è per nulla peregrina. Chi ha dato un’occhiata all’area del Gratosoglio ha notato che la viabilità è del tutto insufficiente per sostenere il traffico generato da 400 grossisti. Però nessuno, finora, ha parlato di potenziamento delle strade d’accesso e di infrastrutture dedicate. Ancora: Gratosoglio è noto come una periferia "enclave" nella città, attraversata da tensioni sociali e soggetta a un controllo del territorio da parte della criminalità. L’arrivo dei grossisti cinesi potrebbe generare altre tensioni o aggravare quelle esistenti. Non è detto e nessuno se lo augura, ma per evitarlo è necessario, come minimo, un forte coinvolgimento delle associazioni, del consiglio di zona, del tessuto civile, informando, spiegando e, se caso, modificando il progetto. Cosa che nessuno ha fatto e nemmeno ha annunciato di voler fare.

Infine, chi può assicurare che le cose vadano davvero come promette l’intesa di ieri? I privati coinvolti rispondono dei propri comportamenti e dei propri interessi e non di quelli delle centinaia di grossisti cinesi attivi in zona Sarpi. Che potrebbero aderire formalmente al progetto ma poi, fra due anni, restare dove sono. Come loro permette la legge. Si dirà: c’è la parola del console. Ma che c’entra il rappresentante diplomatico di Pechino con una questione di quartiere, di rispetto del codice della strada e delle regole base di convivenza civile? Nulla naturalmente. Altra storia sarebbe stata se il Comune avesse trattato con rappresentanti eletti della comunità, portatori di un mandato di rappresentanza che avrebbe riassunto diritti e doveri dei cittadini cinesi a Milano. Diritti e doveri esigibili. Ma questo della democrazia è un tasto che non piace al console. E nemmeno alla giunta di Palazzo Marino, se si parla di immigrati.

Stefano Rossi, Hotel, 400 negozi e un museo così sarà la nuova Chinatown, la Repubblica, 20 febbraio 2008

Edifici a due-tre piani con spazi commerciali ed espositivi su 43mila metri quadrati, per 5-600 attività commerciali, collegati fra loro da passerelle aeree, dotati di interni con box vetrati e soppalchi, uffici e servizi (3mila metri quadrati), parcheggi (20mila). E ancora la torre di un albergo (6mila), un residence (4mila), aree verdi. Un museo della Cina e iniziative culturali. Ecco l’Asia trading Milan center destinato a sorgere fra due anni e mezzo al Gratosoglio, fra via dei Missaglia e via Selvanesco, sul sito della demolita Cartiera di Verona e alle spalle del Car world center dell’imprenditore Piero Mocarelli. Questi è in parola per vendere - l’affare non è ancora concluso - un’area di 53.000 metri quadrati a un gruppo di otto grossisti cinesi guidati dai principali rappresentanti della comunità, i sino-italiani Angelo Ou e Luigi Sun, importatori di alimentari. La lunghissima querelle fra italiani e cinesi di via Paolo Sarpi va dunque verso una soluzione, con un accordo fra privati favorito dal console Zhang Limin e dal Comune. Come ha detto ieri nel presentarlo l’assessore all’Urbanistica, Carlo Masseroli, «si avvia un percorso importante, che è anche un segno forte di integrazione».

La strategia cinese del sorriso d’acciaio si è rivelata vincente. Come i proverbi distillati da una cultura millenaria. Prima si è cercato di far capire al Comune che la vis punitiva, dopo la rivolta della comunità in strada, non avrebbe portato lontano: «L’uomo virtuoso è incline agli accordi, quello vizioso vuole un colpevole». Poi che l’ipotesi Arese non era praticabile, e pazienza se a Palazzo Marino si arrabbiavano: «Due persone che diventano amiche facilmente non lo restano per tutta la vita». Però un buon compromesso le farà felici entrambe. Soprattutto ricordando che «chi ha una solida presa non lascia facilmente ciò che possiede».

Ecco, soprattutto questo. I cinesi sono proprietari di negozi comperati a caro prezzo e, come ha detto ieri il console, «non esiste una legge italiana che vieti il commercio all’ingrosso». E poi ha coniato un proverbio di suo: «Il problema che non è stato creato in un giorno non può essere risolto in una notte». Ancora più chiaro, Angelo Ou: «I cinesi possono restare finché gli pare». Morale: il Comune non può fare la voce grossa, perché in ogni momento i cinesi possono dire xie xie e zhai jian, grazie e arrivederci. E mandare tutto a monte.

Ci vorranno, si diceva, due anni e mezzo. Nel frattempo sarà fatto, a un chilometro di distanza, il nuovo svincolo della Tangenziale Ovest. C’è il tram (il 15), la metropolitana (stazione Abbiategrasso della linea verde), la Milano-Genova a poca distanza. Però andranno allargate le strade e Gratosoglio già protesta per l’aumento del traffico e l’erosione delle aree circostanti, di proprietà di Ligresti e dentro il parco Sud. Per gli oneri di urbanizzazione si stima, al momento, una spesa di 20 milioni.

Forse ci saranno sgravi fiscali per chi trasloca (ma Masseroli non ha preso impegni), altri incentivi potrebbero giungere dalla comunità. Ieri sera i cinesi si sono riuniti per discutere. L’ipotesi Gratosoglio non è l’unica, ve ne sono altre, anche più veloci, come capannoni già pronti tra l’Ortica e Linate. E trattative sull’area del Girasole a Lacchiarella e l’ex Motta a Cornaredo. Fra i grossisti c’è chi tentenna, specialmente se ha comperato in Paolo Sarpi da poco e sta pagando i debiti. Luigi Sun si augura che «giunga un aiuto dalle istituzioni, il percorso non è facile». Angelo Ou, invece, già progetta di proporre a Mocarelli, dopo cinque anni dallo start up, la cessione di un altro pezzo dell’area «per un ulteriore sviluppo». E propone agli interessati di entrare con una quota nella costituenda società che farà il business, offerto per ora a banche e società di export della madrepatria. Sui cinesi si può contare, è il messaggio. E non sarà un Biscione a mangiarsi il Dragone.

Stefano Rossi, Franco Vanni, Cinesi in assemblea "Niente Ztl in Sarpi o la trattativa salta"

Applausi tiepidi, sì con riserva a discutere del trasloco a Gratosoglio, no deciso alla Ztl in Paolo Sarpi «o la trattativa salta». Duecento grossisti cinesi si sono riuniti ieri sera nel teatro dell’oratorio di via Verga per ascoltare la proposta di trasferimento dal rappresentante della comunità, Angelo Ou. «La zona a traffico limitato ci taglierebbe le gambe - ha detto Ou - Dobbiamo dare tutto il nostro aiuto a chi all’interno dell’amministrazione comunale non vuole applicare la Ztl. Se la nostra mobilità verrà limitata la trattativa salterà. Ma dobbiamo anche impegnarci a rispettare le regole. Una volta ultimato il trasloco il quartiere Sarpi diventerà come tutte le Chinatown del resto del mondo, vivibile, con negozi e ristoranti».

Pierfranco Lionetto, il presidente di ViviSarpi, l’associazione di residenti che ha chiesto lo spostamento «delle attività all’ingrosso, e non dei cinesi», mantiene molte perplessità. E le manifesta all’assessore Masseroli: «Quali garanzie ci sono - chiede Lionetto - che l’operazione andrà a buon fine? Abbiamo visto insediarsi nuove attività il mese scorso, e ancora questo mese, mentre le trattative per l’area di via dei Missaglia erano in corso. Il console ci invita ad avere pazienza. Noi siamo pazienti dal 1999, coscienti del fatto che non si trasloca dall’oggi al domani. È bene che sia stata fissata una data ma nel frattempo non stiamo fermi, procediamo con la Ztl».

«Sulla Ztl deve votare il consiglio comunale», risponde Masseroli. Il 28 febbraio è in calendario la discussione in aula di una mozione bipartisan Lega-Pd che chiede di istituirla, come d’altronde previsto da una delibera di giunta già approvata. «Si deve fare», taglia corto il leghista Matteo Salvini. «È inimmaginabile lasciare l’area Sarpi-Canonica nelle condizioni attuali», aggiungono per il Pd Pierfrancesco Majorino e Aldo Ugliano. Il Pd sollecita il Comune a tutelare il Gratosoglio dall’impatto del nuovo insediamento, richiesta condivisa da Carlo Fidanza e Marco Osnato di An: «Il Gratosoglio non va abbandonato, serve un presidio della polizia locale. E la Ztl in via Paolo Sarpi si faccia non presto, ma prestissimo». Angelo Ou ricorda che la Ztl, e la successiva completa pedonalizzazione, non sono all’ordine del giorno: «Di questo si occupa il vicesindaco. Lui ci ha sempre assicurato che non ci sarebbe stata Ztl prima del trasferimento. Anche altri commercianti italiani sono contrari alla pedonalizzazione. Non credo che il Comune voglia far vacillare il progetto che abbiamo messo in cantiere». A rappresentare i commercianti dissidenti è Franco Marini, presidente della Ales, Associazione liberi esercenti Sarpi: «La Ztl sarebbe deleteria mentre finalmente si vede una iniziativa seria, che necessita di tempi adeguati». Si ripropone la spaccatura fra italiani, residenti e negozianti. Questi ultimi, in maggioranza, prima della Ztl vogliono i parcheggi promessi da tempo dal Comune.

Paolo Berizzi, Gratosoglio è sul piede di guerra "Non siamo la pattumiera di Milano", la Repubblica, 20 febbraio 2008

Sarà la paura del nuovo. Sarà il riflesso condizionato prodotto dai grandi numeri (i grossisti cinesi sono 350). Sarà l’ansia di non sapere ancora quando e come. E forse anche il gazebo della Lega montato per l’occasione... Ma il Gratosoglio è inquieto. Sta di fatto che al Gratosoglio dicono che «stiamo diventando una Napoli 2», il riferimento alla monnezza è puramente voluto.

Dicono che «va bene tutto, però adesso anche i cinesi no, eh... «. La gente passa in bicicletta in via Selvanesco, pieno parco Sud. Adesso sembra poco più di un sentiero di campagna. Di spazzatura ce n’è, ma siamo lontani dai cumuli partenopei. Quando allargheranno la strada, perché la devono allargare, diventerà una specie di rampa d’accesso per centinaia di furgoni cinesi. «Chinatown? Forse pensano che siamo la terra di conquista di Milano. Zona Sud, avanti tutti», dice ironico Vincenzo Arnaud che abita in una delle torri di Ligresti dette anche i "grattacieli bianchi". Li mette in fila, Arnaud, gli ospiti indesiderati: in ordine sparso. I due depuratori. Il nuovo inceneritore che verrà. Il campo nomadi - che sta proprio su via Selvanesco. Il Sert di via Boifava, vicino all’Esselunga. La mitica "Casa gialla" di via Saponaro, che prima era una scuola e oggi è un dormitorio per i clochard un tempo ospitati dalla chiesa di San Francesco in via Moscova.

«Tutte cose nobili, per carità», ragiona Claudio Mozzana, consigliere di zona 5 per il Pd, «ma mi chiedo: perché tutte da noi? Ho l’impressione che i ricchi, i signori spostino qui tutto quello che dà fastidio a loro. Il mio partito porta avanti la politica dell’accoglienza e dell’integrazione. D’accordissimo. Da cittadino però dico che tra i doveri di un’amministrazione, forse, c’è anche quello di distribuire in modo ragionato e razionale sul territorio le cose "scomode"».

Pare di intuire che il battito cardiaco del Gratosoglio, quartiere già in sofferenza, sia un po’ accelerato. E il fiato s’accorcia. Il trasloco del commercio cinese fa paura: non perché arriverà un’orda di chissà quali criminali. Ma perché, è questo il timore principale, la zona potrebbe collassare. «Il problema più importante, al di là del fatto che la gente è già sotto pressione per altre scelte fatte dalle ultime amministrazioni, è la viabilità - spiega l’architetto Ettore Brusatori, consigliere di zona per la lista Fo - Dall’uscita della tangenziale a piazzale Abbiategrasso, in certi orari, ci sono code micidiali. Cosa succederà quando la babele commerciale cinese accenderà i suoi motori? L’assessore Masseroli ha parlato di effetti positivi per il quartiere. Di investimenti importanti. Per ora sono solo belle parole. Attendiamo verifiche».

L’area su cui sorgerà la nuova Chinatown insiste su un terreno di proprietà del titolare del Car world center, Piero Mocarelli. Forse l’unico, e si capisce, a parte gli abitanti italiani di Paolo Sarpi, a gioire per il Grande Esodo programmato per il 2010 massimo 2011. Laggiù, alle spalle dell’ex Cartiera di Verona, nella landa che collega via dei Missaglia a via Ripamonti, resistono qualche rottamaio e una mezza decina di vecchi capannoni industriali. Nella trincea disegnata da via Selvanesco ora ci sono gli abitanti del Gratosoglio. «Già me lo vedo cosa succederà - dice un ex consigliere di zona che chiede l’anonimato - I cinesi saranno il pretesto per cementificare a destra e a manca. Qui si pensa a costruire e basta. Come se la riqualificazione di una zona fosse legata al mattone. Politiche sociali qua non ne vedo. Dopo le otto di sera non si vede in giro un vigile né un poliziotto. Mi sta bene che si voglia sgravare Paolo Sarpi, ma non mi sta bene che il Gratosoglio diventi il confine del mondo che, per la sua collocazione geografica, deve sopportare di tutto».

La signora Mirella Montanari usa una metafora affilata: «Non ho niente contro i cinesi, ma, le dico la verità, mi sto preparando alla tortura della goccia cinese: ogni giorno una, finché sei sfiancato. Esagero? Stiamo a vedere, io spero di sbagliarmi, ma temo che ci avrò preso».

L’ultimo monito arriva da una chiesa. Quella della parrocchia di Madre Maria delle Grazie. Lui è don Eugenio Brambilla, uno di quei preti sociali da periferia difficile. «Spero che alla conferenza stampa di ieri segua una serie di incontri con i cittadini. Il Comune deve ascoltare le esigenze del quartiere, altrimenti si rischia che un’operazione complessa come questo trasloco porti altri problemi in un quartiere che complesso lo è già di suo».

postilla

Anche dalla descrizione sommaria del progetto, emerge evidente per chi ha seguito le vicende del Cerba più di una analogia: l’emergenza (qui urbana-ambientale-sociale, là di prestigio per l’Expo e l’immagine della città), la localizzazione nel medesimo settore urbano – in effetti basta fare in bicicletta l’ex via rurale Selvanesco per passare da una zona all’altra – a ridosso della Tangenziale e ai margini estremi dell’insediamento compatto, infine, ciliegina sulla torta, la collocazione nel Parco Sud e la proprietà di Salvatore Ligresti (che proprio da queste parti in via dei Missaglia col Piano Casa in epoca craxiana mise a segno uno dei suoi colpi grossi). Col polo dei grossisti si crea evidentemente un punto di pressione insediativa, che potrebbe definitivamente esplodere una volta eliminato l’ostacolo della pianificazione territoriale di area vasta, così come vuole il ripresentato “emendamento Boni”: se un comune ha contrasti con l’ente parco per problemi di “sviluppo del territorio” interviene la Regione con procedura abbreviata, e a favore del comune. Non ci vuole un immaginazione lisergica, per ipotizzare nuove “emergenze” commerciali, produttive, sociali come quelle che emergono già dalla proteste del quartiere Gratosoglio, ed ecco là all’orizzonte già pronto il nuovo svincolo della Tangenziale, per cui già sarà necessario intervenire su qualche porzione del Parco … Beh, il meccanismo è ovvio e collaudato. Noi possiamo solo chiedere di continuare a FIRMARE l’APPELLO contro il sabotaggio degli Enti Parco, che si discute proprio oggi (f.b.)

«Non riconosceremo l’indipendenza del Kosovo unilateralmente dichiarata, perché contraria al diritto internazionale». Così ha detto in apertura della riunione Ue - dando con la sua autorevolezza voce a una linea già enunciata da molti governi europei - ilministro degli esteri spagnolo, Moratinos. Che ha anche aggiunto, conferendo particolare drammaticità alla sua denuncia, che accettare questa secessione dalla Serbia equivale all’invasione dell’Iraq .

L’unità dell’Ue si è dunque ampiamente spezzata, al punto che l’Unione va in ordine sparso e non vale più l’argomento secondo il quale non ci sarebbero stati spazi per una posizione italiana diversa da quella che rischia invece di prevalere a Bruxelles: un’accettazione del fatto compiuto, che appare tanto più grave se si considera che così, oltretutto, si opera anche contro il Consiglio di Sicurezza e la risoluzione 1244 votata a suo tempo dall’Onu.

Una doppia violazione, dunque, che per l’Italia appare anche più grave: innanzitutto perché nei mesi passati Romaaveva stabilito un dialogo con la Serbia che, nella pur difficilissima situazione, sembrava dare frutti positivi, tanto è vero che Belgrado aveva già accettato di concedere alla regione ribelle un’autonomia larghissima, tale da conferire alle autorità locali più del 90% delle funzioni statali. Bruciare così bruscamente questo rapporto produrrà inevitabili risentimenti, l’affossamento di ogni ipotesi di soluzione negoziale, la fatale ripresa di egemonia delle forze serbe più nazionaliste, a tutto danno di quelle democratiche che oggi governano. In secondo luogo è particolarmente grave per noi perché è il nostro paese che sarà capofila di una spedizione di polizia affidata a regole quanto mai confuse e destinata a imporre, in spregio ai principi del diritto internazionale, la volontà del gruppo kosovaro di Thaqi, e degli Stati Uniti che l’hanno spalleggiato.

L’affermazione di Moratinos è sacrosanta: l’inviolabilità delle frontiere è uno dei cardini dell’ordine postbellico che va salvaguardata, anche se oramai da tempo le indipendenze unilateralmente annunciate e realizzate solo quando di convenienza occidentale sono diventate la prassi. Proprio l’uso arbitrario nell’attuazione delle decisioni dell’Onu sta minando ogni fiducia nella possibilità di un assetto democratico delmondo e producendo barbarie. Cosa potrà accadere ora nel Kosovo è facile da immaginare. Basti pensare a quanto è già accaduto in questi nove anni: 300.000 profughi serbi, 2.000 uccisioni, monasteri incendiati. Nessuno vuole fare il computo dei morti dell’una e dell’altra parte.Ma va ben detto che con i bombardamenti Nato sulla Jugoslavia si sono fatti altri morti e si è solo ritardata la vittoria degli oppositori di Milosevic. E che ora si apre la strada all’acutizzazione di una serie senza fine di conflitti, bruciando ogni possibilità di trovare soluzioni negoziate per dare a ogni popolo i diritti che gli spettano, mache non necessariamente coincidono con la moltiplicazione di stati che sta sbriciolando la mappa del mondo garantendo solo un’indipendenza fittizia. Perché manovrata dall’una o dall’altra grande potenza; e, complessivamente, dai poteri forti e incontrollati del mercato globale.

Si manifesta in bici a Quarto Oggiaro,Bovisa, Niguarda. Si fa unpresidio informativo a Crescenzago,nel quartiere Adriano. Con Legambientee Ciclobby, continua latrentennale lotta dei cittadini organizzatinel Coordinamento deiComitati contro la Gronda Nord.

Lo scorso 16 febbraio, giorno dedicato a “Mal’Aria”: all’indomani del tragico incidente stradale nel cuore di Milano. E nell’anniversario del protocollo di Kyoto. In un’Italia che non solo non lo rispetta, ma addirittura aumenta il suo trend di emissioni di polveri e veleni.

Con 670 automobili ogni 1.000 abitanti, il nostro paese è il secondo “regno dell’auto” al mondo, dopo gli Usa (800/1.000 ab.). Aumentano nelle nostre giungle d’asfalto urbane gli incidenti: 60 investiti dalle auto al giorno.

A Milano e nella sua area metropolitana e in Lombardia, tra le zone più intasate ed inquinate al mondo, diminuiscono i chilometri di ferrovie ed aumentano le autostrade.

Le teste dei politici e degli amministratori, di centro-destra e di centro-sinistra (poche le eccezioni), e la cultura dominante degli imprenditori e delle loro associazioni sono ossessivamente orientate a promuovere la politica stradista e cementificatrice. Che suolo e territorio non sono beni illimitati a nessuno importa? Così continuando si va verso il disastro ecologico economico civile.

La protesta in bici contiene una proposta positiva e un messaggio di civiltà: trasformare il tracciato di circa 12 km, previsto per l’autostrada urbana Gronda Nord, in un percorso verde e ciclopedonale e in un asse di trasporto pubblico su rotaia.

E’ arrivato il momento di finirla con una grottesca “storia infinita” cominciata negli anni trenta del secolo scorso all’interno del disegno del regime fascista di una “grande Milano” in espansione nel suo hinterland.

Per la prima volta nel 1953 e poi nel Piano Regolatore del 1980, si inserisce il progetto di una megainfrastruttura autostradale a sei corsie con viadotti tunnel e svincoli di collegamento tra il nodo di Gobba della tangenziale est e quello di Cascina Merlata della tangenziale ovest. Lo blocca nel 1985 la ribellione di massa dei cittadini, con 30.000 firme. Tuttavia si continua a cementificare nella fascia settentrionale infoltendo al massimo l’addensato urbano.

Con la Lega Nord a Palazzo Marino rispunta nel 1996 il vecchio progetto di Gronda. Lo si ridimensiona a quattro corsie, due per senso di marcia, ma sempre con un volume di traffico tra un minimo di 2.000 e un massimo di 5.000 auto all’ora. Si cambia nome, ma la sostanza rimane la stessa: non più Gronda Nord, che evoca la mega-autostrada, ma S.I.N. ovvero Strada Interquartiere Nord. Insistono le Giunte Albertini fino al 2006. Si spezzetta il percorso in tratti inferiori al chilometro per evitare la valutazione d’impatto ambientale. I Comitati presentano ricorsi giuridici. Il Tar dà ragione ai cittadini: il percorso autostradale, di scorrimento e non di quartiere, è unitario. Bisogna fare la V.I.A. Il Comune impugna la sentenza. Si va al Consiglio di Stato, che invia gli atti all’Unione Europea che mette in mora l’Italia. Si è oggi in attesa del pronunciamento della Corte di Giustizia Europea.

Anche la Moratti insiste ed inserisce la Gronda Nord nel progetto di candidatura di Milano all’EXPO del 2015! E’ davvero ossessiva e quasi diabolica la pervicacia con cui le giunte di centro-destra ripropongono la Gronda, arrivando a sottrarre alla città - che fatica a respirare - lembi vitali di verde del Parco Nord per consentire di arrivare al pronto soccorso di Niguarda in autostrada! E non si fa una piega di fronte alla contraddizione tra qualche timidissima e limitatissima misura (come il cosiddetto ecopass) e la politica stradista!

Uno spiraglio si apre nel 2005: il Consiglio Provinciale di Milano approva il 20 ottobre un ordine del giorno contro la Gronda Nord, che non solo accoglie le istanze dei cittadini ma indica una politica della mobilità e dei trasporti diversa da quella dominante di tipo stradista e su gomma e prevalentemente privata. L’analisi coincide con quella dei Comitati: “Il sistema viario di Milano, caratterizzato da grandi assi che dividono il territorio a fette, è fondamentalmente di tipo centripeto e funzionale allo sviluppo di una metropoli monocentrica. La SINGronda nord sviluppa ulteriormente, e in senso trasversale (estovest) la logica dei grandi assi stradali urbani. Si deve invece passare ad un’altra concezione che: escluda la costruzione di nuovi assi autostradali e razionalizzi il sistema viario esistente, trasformandolo, con adeguati raccordi, in un sistema a rete”; si afferma inoltre che “tale sistema può migliorare la mobilità in tutte le direzioni se si sviluppano al massimo e prioritariamente i mezzi di trasporto pubblico, in primis quelli su ferro” sia di superficie che sotterranei, ”sviluppando la rete metropolitana su scala interurbana”. Finalmente il Consiglio Provinciale rivendica la competenza della Provincia ad intervenire in quanto la Gronda Nord “non può appartenere all’esclusiva pertinenza del Comune di Milano, ma interessa tutti i Comuni dell’hinterland e della corona urbana nord-est e nordovest”.

Si stigmatizza che “la Gronda e gli interventi sui nodi delle tangenziali, se fossero realizzati danneggerebbero irrimediabilmente sia porzioni consistenti del Parco Nord, del costituendo Parco Adriano e della media Valle del Lambro e del Parco Lambro (già spaccato dalla tangenziale), sia un rilevante patrimonio di beni ambientali, paesaggistici ed architettonici (cascine, ville, naviglio Martesana) già da anni tutelati dalla regione”. Nella parte finale dell’o.d.g. si impegna “la Presidenza della Provincia di Milano e la Giunta, dati i compiti istituzionali ed il ruolo di Ente promotore della metropoli policentrica e come socio di maggioranza della Società Serravalle, ad intervenire con urgenza, ponendo un problema di legittimità giuridico-amministrativa relativo ai progetti succitati, ad assumere e proporre un’iniziativa di grande valore: una Variante al PRG che trasformi il tracciato previsto per la Gronda Nord-SIN in un corridoio verde da utilizzare come percorso ciclopedonale e la realizzazione sullo stesso asse di una infrastruttura di trasporto pubblico su rotaia”.

Dal 2005 ad oggi nessun atto conseguente alla presa di posizione del Consiglio Provinciale di Milano è stato assunto. Presidente Penati, giunta, assessori alla mobilità e trasporti (Matteucci), al territorio (Mezzi), all’ambiente (Brembilla), se ci siete battete un colpo.

E i consiglieri della maggioranza di centro-sinistra aspettano, continuano ad aspettare invano? Si vuole predicare bene e razzolare male? Si vuole approfondire ulteriormente le distanze tra le istituzioni e la società civile?

gronda nord

Lavori realizzati al 50%. «Ma prima di riprendere le opere dovremo coordinarci con i tecnici di Nuova Iniziative Coimpresa». Dopo Tuvixeddu, riapre anche il cantiere del tunnel di Tuvumannu: un altro progetto bloccato, dopo i vincoli archeologici sul colle voluti dalla Regione, e riabilitato dalla sentenza del Tar dello scorso 8 febbraio. Gli uomini della Gecopre, la società che sta realizzando la galleria, si sono limitati negli ultimi giorni ad una messa a norma del cantiere: un anno di stop si è fatto sentire anche qui, come per Nuova iniziative Coimpresa. Gli operai hanno recintato gli scavi e verificato le condizioni di sicurezza. Prima di una ripresa vera e propria bisognerà attendere ancora un paio di settimane: «Dobbiamo ancora coordinare i lavori con Coimpresa», spiega Paolo Zoccheddu, dirigente comunale dell'area gestione del territorio. «È un passo obbligato, perché devono intervenire anche a Tuvumannu, con delle opere strettamente collegate alle nostre. Quindi prima di riprendere gli scavi dovremo concordare alcuni aspetti e preparare un piano dei lavori attendibile. Dopo un anno di blocco sono cambiate alcune cose e il tempo ha avuto il suo effetto sul cantiere». Prima di tornare al lavoro bisognerà riportare l'area nelle condizioni di gennaio 2007. Una cosa è certa: «Non aspetteremo l'esito del ricorso al Consiglio di Stato». Sulla galleria si è registrato - era lo scorso aprile - l'ennesimo scontro tra Comune e Regione. «Ci hanno bloccato, segnaleremo il caso alla Corte dei Conti», accusavano i primi. «Non abbiamo disposto nessuno stop», precisavano i secondi. In mezzo, una richiesta milionaria (1 milione e 200 mila euro solo per i primi due mesi di stop) da parte della Gecopre. Ora invece c'è il via libera: il tunnel è stato realizzato al 50 per cento: 700 metri previsti, 350 già completati. Un lungo serpente sotterraneo che partirà da via Cadello, sfiorerà il rione di via Castelli e spunterà in superficie nel canyon di Tuvixeddu, dopo aver superato - ma sempre sotto terra - l'incrocio con via is Maglias. Due corsie per due sensi di marcia, ad una profondità che varierà dai 7 ai 15 metri. Servirà per alleggerire il traffico di tutta la zona via Cadello - Is Mirrionis. L'appalto di questo primo lotto è costato 7 milioni e 600 mila euro. Con la seconda e terza tranche, la strada passerà nel cuore del colle, per sbucare poi in viale Trento. Al momento è stata realizzata solo la parte centrale del tunnel. Mancano ancora la testa e la coda, cioè i pezzi più impegnativi, anche perché gli scavi andranno a incrociare i tubi dei sottoservizi di via Castelli. Ecco perché sono previsti ancora due anni di lavoro prima dell'inaugurazione della galleria. Nel frattempo, l'associazione Amici di Sardegna e il comitato Tuvixeddu Wive chiedono un referendum popolare, per decidere il futuro del colle.

Paolo Griseri

Torino cancella un pezzo di periferia

TORINO - Betty ha tre figli, fa la casalinga a Verona ed è tornata l´altro ieri nel grande quartiere all´ombra di Mirafiori. Ci è tornata dopo 18 anni di assenza a celebrare la fine di un simbolo, il crepuscolo delle periferie cresciute intorno allo stabilimento Fiat. «I simboli si rincorrono anche quando scompaiono», commenta amaro l´ex sindaco Diego Novelli che queste vie aveva battuto da cronista e militante del Pci all´inizio degli anni ?70. I grandi palazzi di via Artom, via fratelli Garrone, via Millelire, sono stati per quarant´anni il simbolo di una crescita tumultuosa e socialmente devastante, le strade dove arrivavano prima le case e solo con ritardo le fognature e i mezzi pubblici. I luoghi dei «meridionali» richiamati in massa dall´ampliamento della Fiat a produrre e trasformare un´ex capitale in metropoli industriale. Oggi alle 14,30 uno di quei palazzi, il numero 73 di via Fratelli Garrone, salterà in aria come un mostro di cemento qualsiasi, tra i tanti che deturpano il paesaggio italiano. Questa volta però la dinamite si porterà via un pezzo di storia sociale italiana.

Di quella storia Betty è stata protagonista. Era lei la «Ragazza di via Millelire», la capobanda nel film di Gianni Serra che per primo aveva raccontato, tra le polemiche dei torinesi doc, la vita delle periferie Fiat. Avevano girato nell´estate dell´80, mentre ai cancelli di Mirafiori si preparava lo scontro finale tra sindacati e azienda che sarebbe culminato nei 35 giorni di presidio dei cancelli e nella marcia dei 40 mila capi per le strade del centro. Betty ricorda «un quartiere dove i ragazzi non avevano orario: stavano in mezzo alla strada dal mattino alla sera e avevano tanto bisogno di raccontare le loro storie». Storie uguali alle molte che si rincorrevano, tra realtà e leggenda, nei quartieri intorno alla fabbrica. Storie di bande di cortile e di famiglie troppo numerose, dove le figlie nascondevano alle madri la pillola nella minestra. Storie di famiglie del Sud che ricordano da vicino quelle dei maghrebini di oggi: «Arrivavano a Torino - ricorda Novelli - e finivano ad occupare abusivamente le caserme abbandonate del centro storico, in via Verdi. O si costruivano baracche di fortuna». Una Torino in cui le case nuove venivano prese d´assalto prima ancora che gli operai lasciassero il cantiere perché è dura lavorare senza avere un tetto e un letto per la famiglia.

Ci sono voluti oltre vent´anni per ricucire lo strappo sociale, per far diventare città anche i casermoni della periferia, quelli costruiti a tempo di record con il piano Fanfani. «Li avevano fatti in fretta ma resistenti, guardate che fatica c´è voluta per abbattere le pareti interne», racconta con una punta d´orgoglio un altro ex sindaco, Giovanni Porcellana, già democristiano. Non è facile, con gli occhi di oggi, vantarsi per la realizzazione di questi alveari. Ma anche l´orgoglio di Porcellana ha una spiegazione, quella dell´amministratore di radice cattolica che con quegli alveari aveva provato a risolvere il problema di migliaia di famiglie baraccate. Oggi entra anche lui nel video realizzato per celebrare la grande esplosione.

E siccome i simboli si rincorrono, a decidere di piazzare i candelotti è stato un giovane assessore di origine pugliese, Roberto Tricarico, l´unico uomo del Sud tra i 14 membri della giunta cittadina di centrosinistra guidata da Sergio Chiamparino. Una rivincita? «Rivincita è un´espressione eccessiva - protesta Tricarico - ma certo l´orgoglio di essere riuscito ad avviare il recupero di una parte importante della periferia». Suo padre era arrivato a Torino nel ?66, nello stesso anno in cui venivano terminati i casermoni di via Millelire: «Essere nato in una famiglia del Sud mi è servito soprattutto a intendermi con le famiglie, a organizzare il loro trasloco in altri alloggi popolari. Non è stato un lavoro facile».

Che ne sarà di via Artom, che cosa sorgerà al posto del cratere? Servizi pubblici e centri di incontro, promettono i progettisti del comune. La speranza è che un giorno anche questa parte di Torino diventi un quartiere normale, come tanti altri. «Quel che colpisce - dice Novelli - è la contemporaneità degli avvenimenti: cadono i palazzi di via Artom mentre si discute che farne di Mirafiori». Il grande stabilimento è ormai attivo solo per metà e l´amministrazione sta discutendo come occupare gli spazi vuoti. Tutti sanno che non tornerà più la fabbrica con 60 mila operai dell´inizio degli anni ?70. Perché c´è un destino che unisce i simboli: si rincorrono anche nella caduta.

Il coraggio di cambiare ha reso nei secoli le città italiane le più belle del mondo. La paura del futuro rischia ora di ucciderle, di ridurle a musei invivibili e avvelenati dal traffico. A lanciare l’allarme non è soltanto Renzo Piano, ma i fatti. Le capitali del pianeta, Londra e New York, Parigi e Barcellona, Berlino, Praga e Sydney, si lanciano nell´inaugurazione di grandi opere nei centri urbani. In Italia la contemporaneità suscita immediato sospetto e aperta ribellione. E’ probabilmente, come sostiene Piano, la paura del futuro tipica di una società vecchia come la nostra. In qualche caso il sospetto non sarà infondato. Ma da qui a «non poter spostare una panchina nei centri storici senza provocare la nascita di venti comitati», come dice il presidente dell´associazione dei comuni Lorenzo Domenici, ne corre.

Oltre le ragioni concrete e specifiche, si coglie una paura soltanto nostra. I verdi italiani salgono sulle barricate contro le nuove linee ferroviarie, benedette invece dagli ambientalisti tedeschi, francesi, spagnoli. A Bordeaux e a Nantes si festeggia in piazza il ripristino delle tramvie, considerate a Firenze e a Perugia uno «sfregio ambientale».

Il dato più paradossale è che a scatenare le proteste non sono quasi mai le grandi speculazioni in periferia, l’anonima colata di cemento che ha ripreso a inghiottire pezzi interi di Paese. Ma piuttosto il progetto di qualità. Ravello insorge alla notizia dell’auditorium progettato dal centenario Oscar Niemayer, un mito del Novecento. Firenze s’interroga da anni sulla pensilina degli Uffizi del grande Isozaki, definita un «orrore» da Vittorio Sgarbi, nientemeno. Mentre naturalmente nella periferia, da Novoli in poi, l’intramontabile Salvatore Ligresti progetta vagonate di metri cubi nel silenzio quasi generale.

La guerra alla torre della banca Intesa-Sanpaolo, disegnata da Renzo Piano, muove da una cartolina-manifesto. All’immagine più nota di Torino, dominata dalla Mole, viene affiancata la sagoma bruna di un grattacielo alto come una delle Torri Gemelle. Il fotomontaggio è un falso, secondo l´architetto, che ha esibito subito il progetto vero, dove la torre risulta trasparente, alta la metà e lontana due chilometri e mezzo dalla Mole. Ma intanto, che senso ha fermare il futuro nel segno di una cartolina? Lo chiediamo a Renzo Piano, rintracciato a New York alla vigilia dell’inaugurazione della nuova sede del New York Times, il primo grattacielo della città dopo l’11 settembre.

«Ho l’impressione sempre più spesso, quando torno in Italia, che siamo diventati un paese prigioniero delle paure. E la prima è quella del futuro. Declinata in varie forme. Fanno paura la società multietnica, i cambiamenti sociali, le scoperte scientifiche, sempre rappresentate come pericoli, la contemporaneità in generale. Si fa strada, perfino fra i giovani, la nostalgia di un passato molto idealizzato. Si combina una memoria corta e una speranza breve, e il risultato è l´immobilità. Il passato sarà un buon rifugio, ma il futuro è l’unico posto dove possiamo andare».

Nel comitato torinese colpisce però la presenza di nomi illustri e certo non conservatori, come l’ex sindaco Diego Novelli, il primo a disegnare la città post industriale, ai tempi del Lingotto.

«Per una volta Novelli è stato mal informato. Ha scritto che la torre è alta sessanta metri più della Mole e costa un miliardo. In realtà supera la Mole di soli dieci metri e costa 248 milioni. Ma non è questo il punto. Stimo Novelli e non voglio sottovalutare il disagio che rappresenta. Al contrario, le critiche intelligenti sono preziose. Un palazzo non è un quadro o un romanzo, ma qualcosa destinato a condizionare la vita delle persone, lo vogliano o no. Più voci si ascoltano meglio è. Ma allora Novelli, che conosce Torino meglio di chiunque altro, mi aiuti a fare un progetto migliore per i torinesi. A chi e a che cosa serve una guerra ideologica dove il fatto concreto non conta, si può manipolare a piacimento in nome di una giusta causa?»

Si può anche vedere così, la Torino industriale rifiuta d’inchinarsi allo strapotere della finanza, delle banche, materializzato in un simbolo di dominio come un grattacielo.

«E’ un’altra critica motivata. Ma anche qui, non facciamoci condizionare dai simboli. Le torri sono per natura simboli di potere, d’accordo. Ma costruire in verticale ha dei vantaggi. Qui per esempio, il vantaggio è di poter creare un grande parco per i torinesi. Il San Paolo ha molto terreno, io potrei sdraiare la torre in orizzontale. E i verdi, per assurdo, sarebbero contenti di far sparire un parco».

Non è la prima volta che si trova a giocare il ruolo del mancato profeta in patria. Basta confrontare la stampa americana di questi giorni con le durissime polemiche italiane sul Lingotto di Torino, l’Acquario di Genova, l’Auditorium di Roma.

«Belli o brutti, non spetta a me dirlo, sono luoghi di socialità e di scambio che hanno preso il posto del nulla. Basta contare le presenze. Comincio a pensare che quello che non si perdona in Italia è l’essere contemporanei. Ed è triste per un paese che ha insegnato al mondo il coraggio in architettura».

Per secoli nelle città italiane ai contemporanei è stato permesso non soltanto di costruire ex novo e sovrapporre stili, ma di mettere mano ai monumenti-simbolo. Stern aveva vent’anni quando fu chiamato a "migliorare" il Colosseo, e dopo di lui venne Valadier. Leon Battista Alberti ha rimodellato e stravolto il tempio malatestiano di Rimini. Lo stesso Antonelli riuscì a completare la "follia" della Mole, all’epoca considerata dai torinesi una mostruosità.

«Tutto questo è molto chiaro all’estero. Mi chiamano perché sono italiano, vengo da questa storia. Il problema è che la nostra storia è più conosciuta a Sydney o a Londra. All’estero l’Italia è considerata ancora un laboratorio, noi ci vediamo come un museo. Si parla tanto di modernizzazione, ma è retorica. La modernità è soltanto la parodia del futuro. Siamo il paese dei veti incrociati. Prendiamo la politica. In tutte le democrazie un’opposizione che gioca al massacro e vive soltanto per demolire perde consensi, qui li moltiplica»

E’ una logica da curve ultras, per rimanere all’attualità di questi giorni, dove trionfa lo scontro frontale, lo sventolar di bandiere contrapposte?

«Ma sì, s’è perso il gusto della discussione. Una discussione vera che non consista, diceva Norberto Bobbio, nell’arte retorica di persuadere, di vincere sull’altro. E’ un regresso civile che ormai si vede nel corpo fisico del Paese. Le nostre città sono belle perché hanno mescolato sempre gli stili, sono state oggetto di continue trasformazioni, specchio di milioni di vite vissute. Ora rischiano di modellarsi sullo scontro per bande, dove alla fine trionfa soltanto la difesa dello status quo»

E’ ancora una volta il futuro il grande assente dalla scena?

«Il mio lavoro mi costringe a pensarci in continuazione. Perché se un architetto sbaglia un progetto oggi, glielo ricorderanno per tutta la vita».

Mentre nei media o in politica una cantonata si dimentica nel giro di qualche giorno.

«Sì, ma quando un’intera società assume tempi televisivi, sono guai seri. Più di tutto preoccupa questa difesa di un passato che peraltro non si conosce. Come se il futuro fosse soltanto gravido di minacce. E’ nella natura umana, certo. Penso alle ultime pagine del Grande Gatsby, all’immagine della vita come di una barca destinata a remare sempre contro la corrente e la voglia di lasciarsi portare indietro. Peccato che tornare indietro non si possa. Si può soltanto andare nel futuro. Prima o poi, presto o tardi. A volte, con molto sforzo, troppo tardi».

Postilla

L’articolo di Curzio Maltese è esemplare nel tentativo di connotare l’attuale dibattito sulle nostre città come riproposizione in chiave architettonica della querelle des anciens e des modernes, in cui, ovviamente, i modernes sono portatori di valori positivi e progressisti, mentre gli anciens, misoneisti attardati, fautori della paura e dello status quo.

Oltre ad essere diversificate al loro interno, le posizioni di chi si oppone a taluni interventi architettonici nelle nostre città non si appiattiscono certo in un acritico accanimento preconcetto contro tutto ciò che non odora di antico. Ma la nostra ottica, lo ribadiamo ancora una volta, è di sistema: quali sono le nostre città. Così l’introduzione di un elemento, peraltro spesso non insignificante dal punto di vista oggettivamente “quantitativo”, non è né indifferente né semplicemente collegato alle intrinseche qualità formali, che intrinseche non sono mai perché ogni testo si adatta e adatta il contesto (urbanistico e sociale) nel quale vive e dal quale è spesso destinato a subire “mutazioni” anche radicali (nell’uso, nell’impatto, nella funzionalità) e del tutto impreviste in fase progettuale. Questo non significa “non fare”, ma operare con consapevolezza e strumenti (non solo tecnici) non solo moderni, ma davvero innovativi, rispetto ad una generica, provincialissima e pertanto questa sì, attardata, pulsione verso l’icona architettonica come simbolo, esteriore e posticcio, di adeguamento al contemporaneo.

Non ci riguarda evidentemente, l’accusa di accanimento sulle singole costruzioni di archistars a scapito dell’attenzione a quanto succede nelle nostre periferie e nei territori periurbani o rurali. Basta uno sguardo anche superficiale a qualsiasi pagina di eddyburg per verificare che la sua azione di denuncia civile e politica è sistemica e sistematica sull’insieme delle speculazioni che da qualche anno a questa parte investono il nostro territorio: proprio perché ci rendiamo conto sempre più che la lottizzazione estensiva e i singoli interventi architettonici, possono avere lo stesso carattere di invasività e di distorsione della qualità urbana e sono quindi, nel loro complesso, manifestazioni di quella strategia di attacco al territorio che la sua rinnovata centralità dal punto di vista economico, ha scatenato. I rimandi che trovate in calce sono una esemplificazione ridottissima di una documentazione ormai amplissima e stratificata di casi proposti, diversificata per aree geografiche, per “tipologie” progettuali, per modalità di intervento.

A volte, a noi della redazione, prende una sorta di sconforto per non riuscire a dare conto di tutto ciò che accade e il senso dell’emergenza ci sovrasta quotidianamente. Se anche da giornalisti non ignari della complessità della partita politica e sociale in atto e architetti di grande livello culturale l’unica risposta è la riproposizione, con toni caricaturali e violentemente distorsivi, dell’intera panoplia dei luoghi comuni sui conservatori a prescindere, il gioco diventa davvero durissimo da giocare.

A chiosa finale del panorama di banalità esemplificative inanellato nel testo (da Ravello al tempio malatestiano) ricordiamo che l’Auditorium di Piano a Roma fu fortemente caldeggiato da uno dei più accaniti e polemici difensori dell’intangibilità dei nostri centri storici qual era Antonio Cederna. (m.p.g.)

Sui grattacieli di Torino e Milano, in eddyburg:

Ettore Boffano e Vittorio Gregotti,

Oreste Pivetta,

Eddyburg per carta, n.36 e n.39

La polemica per il grattacielo più alto della Mole

di Ettore Boffano

Alla fine, sarà una sorta di referendum per una cartolina. Quella dei tabaccai e dei "saluti da Torino", con la metropoli distesa come in un quadro di Felice Casorati, la corona delle Alpi e infine la Mole Antonelliana: solitaria ed enigmatica nello skyline. Poi, un quesito polemico, «Vorreste vedere nell’orizzonte un grattacielo di 200 metri?», e assieme anche un retropensiero di politica bancaria del NordOvest e una corsa al primato tra Piemonte e Lombardia. Per via di quella fusione di un anno fa tra "San Paolo Imi" e "Banca Intesa" che molti, in riva al Po, non hanno ancora digerito e che, quasi per tutti, sarebbe una vittoria tutt’altro che simbolica delle guglie del Duomo di Milano e degli uomini di Giovanni Bazoli e di Corrado Passera.

Quasi per tutti, meno uno: Enrico Salza, uno dei "padroni" della città che al grattacielo, a dire il vero, ci pensava già quando il "San Paolo" era ancora tutto torinese. E che, questa mattina, ne presenterà in una mostra il progetto definitivo assieme al suo creatore: quel Renzo Piano che a Torino ha già offerto il ridisegno del Lingotto. Duecento metri di altezza, di cemento armato, di acciaio e di vetro (almeno 180 reali e altri 20 di antenne contro i 167 metri della Mole), per degli uffici realizzati vicino al Palazzo di Giustizia, sulla "spina" urbanistica che ha coperto il passante ferroviario: il trincerone che divideva in due i quartieri. Una spesa di almeno 350 milioni di euro. Quasi un festa per il banchiere, che al grattacielo annette il segnale tangibile e definitivo di non aver tradito la sua città e di non aver «svenduto la banca ai milanesi». Ma una festa già rovinata dai contrasti, perché proprio ieri pomeriggio la questione è diventata una polemica. Nella libreria del Gruppo Abele, infatti, un comitato organizzato tra gli altri dall’ambientalista Paolo Hutter e dal meteorologo Luca Mercalli ha lanciato la battaglia. C’è già lo slogan, «Non grattiamo il cielo di Torino», c’è un primo manifesto (proprio una cartolina vera, "taroccata" con la sagoma di un grattacielo accanto alla Mole) e c’è anche la provocazione eccellente: un messaggio inviato da Vittorio Gregotti, padre del piano regolatore torinese, che mette in guardia dalle "torri" troppo alte. Una critica che l’architetto Augusto Cagnardi, l’altro coautore del prg, aveva avanzato in modo ancora più caustico: «I grattacieli non sono prezzemolo, da distribuire a casaccio. Il rischio è che si trasformino nei salami di Jacovitti che crescono tra i piedi di Cocco Bill».

Insomma, gli ingredienti necessari perché tutto si amalgami in un "caso Torino", tenuto conto che la città attende adesso altri tre grattacieli pronti a frastagliare l’orizzonte delle Alpi: quello "gemello" del progetto di Piano e che potrebbe essere assegnato a Salvatore Ligresti, quello disegnato da Massimiliano Fuksas per la Regione Piemonte al Lingotto e infine quello previsto in piazza Marmolada accanto alla fontana-igloo di Mertz. Con la questione pronta ad attorcigliarsi attorno a un solo interrogativo: nel ventunesimo secolo, ha ancora senso mutare lo skyline di una città? Guido Montanari, docente di storia dell’architettura e tra i promotori del comitato, risponde con un no secco: «Torino ha un orizzonte che, eccetto la Mole e poi la Torre Littoria di piazza Castello e il grattacielo della Rai, conserva le linee dell’Ottocento. È una sua grande bellezza: così come hanno rivelato tutte le tv del mondo durante le Olimpiadi. Perché rovinarla? Il problema non è decidere se i grattacieli sono giusti o sbagliati, semmai invece se una città come Torino ne ha bisogno».

Renzo Piano preferisce non parlare, in attesa della conferenza stampa di oggi. Ma qualche settimana fa, commentando la prossima inaugurazione, il 19 novembre, del grattacielo disegnato per il "New York Times", aveva replicato anche alle prime critiche torinesi: «Io non difendo in modo aprioristico l’uso delle torri, anche se mi affascinano. Ciò che conta, in realtà, è fare edifici che non siano egoistici, arroganti, ma piuttosto pubblici e aperti. Il grattacielo di "Intesa San Paolo" avrà un auditorium, un ristorante sul tetto, terrazze panoramiche, sale per mostre».

Adesso, però, tutti i contrasti si sposteranno in Comune, dove dovrà essere approvata la variante per il grattacielo (c’è già un parere negativo, non vincolante, delle circoscrizioni). Con il sindaco Sergio Chiamparino che, però, sembra lasciare pochi spazi ai ripensamenti: «È vero, lo skyline torinese è fermo all’800. Ma ogni epoca ha segnato la città e dunque ciò può accadere anche oggi. I grattacieli non sono oggetto del demonio: dipende da come vengono realizzati. Discorsi che Piano conosce bene e sui quali ci dà garanzie». Tutto si concluderà dunque tra i banchi della Sala Rossa? Paolo Hutter, ex assessore comunale all’ambiente, promette di no: «Faremo decidere i cittadini. E non è il solito modo di dire: siamo pronti al referendum».

Un edificio altissimo è un buon affare

ma anche la storia ha le sue ragioni

Vittorio Gregotti

La fissazione dei grattacieli, oltre all’orgoglio sempliciotto degli amministratori per il segno urbano simbolico, al di là della sfida per il "Guinness dei primati" e dei suoi significati banalmente psicanalitici, non bisogna dimenticare che è anche un buon affare. Nonostante i maggiori costi di strutture ed impianti, qualche centinaia (o migliaia) di metri quadrati in più guadagnati con la maggiore altezza qualche volta fanno tornare i conti. Quindi si capisce come molti e vari interessi convergano verso l’edificio altissimo. Tutto questo senza alcun pregiudizio verso un tipo edilizio consolidato da più di un secolo. Ma anche per il grattacielo dovrebbe valere una più generale strategia di disegno urbano sia per quanto riguarda il suo impatto con il profilo della città e nei confronti degli altri monumenti, sia per la sua collocazione sul piano funzionale e dei trasporti. Non meraviglia quindi che la "corsa al grattacielo" sollevi molte obiezioni fondate, anche al di là delle resistenze conservatrici ad ogni novità: questo specie nelle città con un forte profilo storico come Torino. Credo che se anche si tratta di un’iniziativa di un ente come la banca San Paolo-Intesa, le amministrazioni della città farebbero cosa utile aprendo una discussione sulla questione. Al di là della qualità architettonica del progetto di Renzo Piano, che potrà essere certamente positiva a partire dalla sua esperienza in merito alla tipologia delle torri.

Si veda anche eddyburg per Carta, nel numero del 13 ottobre 2007

Titolo originale: Reach for the Sky- Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Sin dall’unificazione italiana del 1861, Torino, la “capitale delle Alpi”, sa cosa significhi essere un saltatore con gli sci dal trampolino olimpico. Un giorno sta alta nel cielo più di ogni altra città; quello successivo, viene riportata a terra senza tante cerimonie.

Nel 1861, questa magniloquente cittò barocca, tutta sensazionali cupole, strade commerciali porticate, pasticcerie specializzate in cioccolato e grandi piazze, divenne la capitale della nuova Italia. Ma nel giro di pochi anni, il titolo andò a Firenze, e poi a Roma, portandosi con sé via posti di lavoro, prestigio nazionale e ruolo. Torino si scrollò la polvere di dosso e divenne una delle più innovative e particolari città industriali, famosa per la sensazionale fabbrica Fiat del Lingotto – progettata dall’ingegnere Giacomo Matte-Trucco, con la pista da corsa sul tetto – come per la Cappella della Sacra Sindone, il più barocco di tutti i monumenti religiosi barocchi, capolavoro del teatino sacerdote-architetto Guarino Guarini.

La storia d’amore politico fra Mussolini e Hitler portò quella che era diventata la più razionalista delle città romantiche ad essere una rovina senza tetti: nel maggio 1945, più del 40% degli edifici di Torino risultavano distrutti. Così la città si reinventò un’altra volta: negli anni ’50, insieme a Milano, fu il propulsore del “miracolo economico” italiano. Alla fine del secolo, con l’industria pesante che migrava verso l’Asia, cadde in un altro periodo di declino.

Ora, per le Olimpiadi Invernali del mese prossimo, Torino sta di nuovo alzando lo sguardo. Nelle prossime settimane, i visitatori scopriranno una città che mette in mostra non solo le prodezze sportive, e nemmeno semplicemente buone architetture connesse alle Olimpiadi, ma un’urbanistica intelligente e ricca di senso civico ad una dimensione tranquillamente eroica. Il modo in cui Torino sta utilizzando i giochi olimpici a proprio vantaggio è quasi l’esatto opposto di come vengono gestiti i giochi del 2012 a Londra.

A Torino, i nuovi edifici sono per la maggior parte interventi sottotono nel vecchio tessuto urbano sia della città industriale che di quella barocca. È vero, c’è il vistoso Palasport Olimpico d’acciaio da 12.250 vicino al recentemente restaurato Stadio comunale degli anni ‘30, ma anche questo scintillante progetto dell’architetto di Tokyo Arata Isozaki, costruito formalmente per le partite di hockey su ghiaccio olimpiche, ha un futuro di lungo termine come struttura multiuso per gli sport, gli spettacoli, gli eventi culturali. Come ogni altra realizzazione olimpica qui, fa parte di una massiccia trasformazione urbana. Al punto che l’intero funzionamento della città, o più precisamente il modo in cui ci si muove per far funzionare la città, sarà completamente trasformato fra due o tre anni.

A Londra, gli ultimi progetti per il parco olimpico del 2012 resi pubblici la scorsa settimana sembrano confermare che qui quello che conta di più è la gran bolgia di trucchi visivi e illusionismo architettonico. Lo stadio e le altre strutture progettate per il 2012 sembrano montagne russe prese da una fiera dei divertimenti gigantesca e probabilmente saranno già fuori moda appena terminate. Nel frattempo, il programma dei trasporti pubblici tanto necessario a fare delle Olimpiadi di Londra un successo, sta arrancando. Se Torino è vicina a completare una nuova linea di metropolitana completamente automatizzata, e la ricostruzione delle principali linee ferroviarie - liberando nel frattempo una enorme quantità di spazio per nuove case e l’ampliamento della principale università- Londra deve ancora raggiungere un accordo per iniziare i lavori del Crossrail, o stendere i binari del tram verso Stratford. Eppure, tutto il clamore, tutta la grafica architettonica al livello dei bambini, la visibilità politica, arrivano dalla Londra Olimpica.

A Torino, i visitatori delle Olimpiadi che si concederanno un po’ di tempo per esplorare resteranno esterrefatti dalla ricostruzione delle principali linee ferroviarie. Quello che per decenni è stato una guazzabuglio di binari che attraversava la città ora è stato ricoperto. Le linee presto attraverseranno il centro in tutte le direzioni, quelle nazionali e internazionali. Al di sopra, un grandioso viale di proporzioni davvero barocche porterà il traffico su sei corsie, e poi piste ciclabili, altri trasporti pubblici, percorsi pedonali fiancheggiati da poderose fontane, e poi giù dentro al cavernoso flusso del nodo di interscambio di trasporti a Porta Susa. Il traffico, pubblico e privato, così si può muovere verso il centro, oppure superarlo tangenzialmente venendo dalla direzione di Milano verso le Alpi, o dalla costa ligure o dalla Francia.

L’ambiziosa nuova cattedrale del Santo Volto, progettata da Mario Botta, fungerà da portale est del nuovo Viale della Spina. Il Metro automatico, che scambia con le ferrovie e il Viale della Spina a Porta Susa, sarà prolungato per raggiungere i parcheggi posti agli ingressi autostradali principali della città.

Altri monumenti di architettura verso il centro di Torino comprendono un centro culturale progettato da Mario Bellini e i nuovi spazi del Politecnico cittadino di Vittorio Gregotti. I nuovi colorati alloggi per gli studenti serviranno come villaggio della comunicazione durante le Olimpiadi, prima che entrino gli studenti. Nessuno degli edifici olimpici andrà sprecato quando gli sciatori lasceranno la città.

Le Olimpiadi sono state anche utilizzate per completare la rivitalizzazione delle ex aree industriali più vicine al centro, come il Lingotto, dove la famosa fabbrica Fiat è stata trasformata nel corso di parecchi anni sotto la direzione architettonica di Renzo Piano. I Mercati Generali Ortofrutticoli degli anni ‘30, un grande e buon esempio di progetto classico ed essenziale, sono stati intelligentemente rinnovati e trasformati da Benedetto Camerana e Giorgio Rosental in un Villaggio Olimpico per i 2.600 atleti che parteciperanno ai giochi del prossimo mese. Sarà un magnifico posto per abitare, sia durante i Giochi che dopo, quando sarà usato come alloggio per studenti e giovani in cerca di prima casa. Nonostante l’uniforme feticista delle sue architetture dell’era di Mussolini, il vecchio mercato rivitalizzato sembra indossare una camicia verde anziché nera: i pannelli fotovoltaici abbondano, e anche il sistema di ventilazione è alimentato a energia solare.

Lì vicino, un delizioso padiglione in cemento in stile fluttuante costruito per l’Esposizione Italia '61 è stato riutilizzato dopo anni di abbandono: sono stati inseriti una struttura sportiva da 94.000 posti per il pattinaggio artistico e altre gare, sotto le complesse geometrie di calcestruzzo originariamente concepite dai fratelli architetti Annibale e Giorgio Rigotti. Il rifacimento è di Arnaldo De Bernardi e Gae Aulenti, molto conosciuta per la conversione della Gare D'Orsay, a Parigi, nel Musée D'Orsay. Come nel caso del vecchio Mercato Ortifrutticolo, anche qui c’era una struttura che aveva perso il proprio scopo ed è stata riportata in uso per il lungo periodo.

C’è un edificio olimpico nuovo di zecca al Lingotto; si tratta degli 8.000 posti dell’Ovale progettato da Hok Sport e dallo Studio Zoppini di Milano. Realizzato per le gare di pattinaggio veloce durante i Giochi, è stato costruito in modo tale che, con poca fatica, sia possibile riconvertirlo in struttura per mostre e fiere commerciali. La città, a differenza di Londra, riesce a progettare con calma nuovi e funzionali edifici pubblici anziché fantasmagorie.

Il padiglione della medaglie a Torino è collocato in Piazza Castello, la maggiore delle piazze barocche della città, mentre in Piazza Solferino, l’Atrium Torino, una coppia di svolazzanti padiglioni da mostra terminati nel 2004 su progetto di Giugiaro Architettura e Archiland Studio, è usato per raccontare la storia di cosa abbiano significato a Torino le Olimpiadi Invernali. Si ricorda anche ai visitatori, che nonostante la città giochi un ruolo importante nei Giochi, gli eventi più spettacolari avranno luogo nelle valli alpine di Susa, Chisone e Germanasca. Qui non tutto è andato liscio. I nuovi interventi olimpici sono avvenuti in zone piuttosto selvagge, dove si aggirano ancora i lupi. C’è stato un inteso dibattito sull’equilibrio fra investimenti nelle Olimpiadi e la domanda di mantenere le Alpi intatte, per quanto possa restarlo una catena di montagne tanto vicina a tante luccicanti città.

Per una cifra pari ad un quarto del costo degli investimenti che Londra prevede di fare entro le Olimpiadi del 2012, Torino ha mostrato che è possibile preparare un evento sportivo internazionale investendo anche nel benessere urbano di lungo periodo. Le nuove architetture danno la sensazione di essere parte integrante di quella che continua ad essere una delle più belle e illuminate città d’Europa.

here English version

Primo: modernizzare l’Italia.

Pensare ad un’Italia moderna significa scegliere come priorità le infrastrutture e la qualità ambientale.

Il Paese ha bisogno di infrastrutture e servizi che oggi sono ostacolati più da incapacità di decisione che da carenza di risorse finanziarie.

Noi riformeremo la normativa di valutazione ambientale delle opere, con l'eliminazione dei tre passaggi attuali e la concentrazione in un’unica procedura di autorizzazione, da concludere in tre mesi. La priorità va data agli impianti per produrre energia pulita, ai rigassificatori indispensabili per liberalizzare e diversificare l'approvvigionamento di metano, ai termovalorizzatori e agli altri impianti per il trattamento dei rifiuti, alla manutenzione ordinaria e straordinaria della rete idrica.

L’Alta Velocità è il più grande investimento infrastrutturale in corso nel nostro Paese: va completato e utilizzato appieno. Il completamento della TAV metterà a disposizione del trasporto regionale un aumento del 50 per cento delle tratte ferroviarie. Noi le useremo per ridurre il traffico attorno alle grandi città e per dare ai pendolari un servizio finalmente decente.

Secondo: crescita del Mezzogiorno, crescita dell’Italia.

La priorità in materia è quella di portare entro il 2013 la rete delle infrastrutture, a cominciare dal sistema dei trasporti – strade, ferrovie, porti, aeroporti e autostrade del mare – su un livello quantitativo e qualitativo confrontabile con l’Europa sviluppata. E lo stesso vale per servizi essenziali come quelli idrici e ambientali.

La Sicilia ha bisogno di una rete infrastrutturale che le consenta di diventare davvero, con le altre regioni del nostro Mezzogiorno, la naturale piattaforma logistica per gli scambi di servizi, di beni, di persone, di culture in un’area cruciale del mondo.

Terzo: controllo della spesa pubblica.

Proprio l’esperienza di questi due anni ci consente di dire credibilmente ai cittadini italiani che nella prossima legislatura, il banco di prova decisivo per il Governo del Partito Democratico è quello di riqualificare e ridurre la spesa pubblica. Senza ridurre, anzi facendo gradualmente crescere in rapporto al PIL, la spesa sociale aumentandone la produttività e rendendola finalmente quel fattore di sviluppo e di uguaglianza che oggi ancora non è.

Mezzo punto di PIL di spesa corrente primaria in meno nel primo anno, un punto nel secondo e un punto nel terzo: il conseguimento di questo risultato è condizione irrinunciabile per onorare l'altro impegno che assumiamo con i contribuenti italiani, famiglie e imprese: restituire loro, con riduzioni di aliquota e detrazioni, ogni Euro di gettito aggiuntivo, derivante dalla lotta all'evasione fiscale. Obbiettivo del Partito Democratico è quello di semplificare il nostro barocco sistema amministrativo, ridurre le sovrapposizioni fra uffici, livelli istituzionali, organismi ed enti pubblici, accorpare in un’unica sede provinciale tutti gli uffici periferici dello Stato.

Cominceremo da subito abolendo le Province nei grandi Comuni metropolitani, ai quali andranno dati poteri reali in settori importanti come la mobilità. Utilizzeremo in modo produttivo il grande patrimonio demaniale, con l’accordo di Stato e Comuni, in modo da abbattere contestualmente di qualche punto il debito pubblico, che potrà così scendere più rapidamente al di sotto della soglia del 100 per cento sul PIL. Libereremo così risorse per almeno un punto di PIL all’anno.

Quarto: Pagare meno, pagare tutti.

Oggi è possibile ridurre davvero le tasse ai contribuenti leali, che sono tanti, lavoratori dipendenti e autonomi, e che pagano davvero troppo. Il risanamento della finanza pubblica realizzato negli ultimi due anni, combinato con questo credibile e concreto programma di riduzione e riqualificazione della spesa e con la prosecuzione della lotta all’evasione, permette per il futuro, anche per quello immediato, di programmare una riduzione del carico fiscale.

Un obiettivo che si traduce, subito, in un incremento della detrazione IRPEF a favore dei lavoratori dipendenti. E dunque in un aumento di salari e stipendi.

Quinto: investire sul lavoro delle donne.

Il modello sociale italiano è oggi afflitto da tre gravi patologie: bassi tassi di occupazione femminile, bassa natalità e alti tassi di povertà minorile. Per questo noi vogliamo trasformare l’enorme capitale umano femminile inattivo in un “asso” da giocare nella partita dello sviluppo, della competitività, del benessere sociale.

Vogliamo rovesciare il circolo vizioso in un circolo virtuoso. Più donne occupate significa infatti più crescita, più nascite (come dimostra l’esperienza degli altri paesi europei), famiglie più sicure economicamente e più dinamiche e meno minori in povertà.

Sesto: aumentare il numero di case in affitto.

La scarsa disponibilità di case in affitto blocca la mobilità, specie dei giovani e delle giovani coppie. Il terzo delle famiglie che non possiede abitazioni è esposto al rischio di aumenti dei costi degli affitti e alle difficoltà di poter acquistare una casa senza venderne un'altra.

Tra le misure che proporremo per aumentare l’offerta di case in affitto, un grande progetto di social housing realizzato da fondi immobiliari di tipo etico a controllo pubblico, con ruolo centrale della Cassa Depositi e Prestiti, che può mobilitare risorse per 50 miliardi di euro, senza intervento di spesa pubblica, per la costruzione e gestione di 700 mila unità abitative da mettere sul mercato a canoni compresi fra i 300 e i 500 euro.

E una coraggiosa riforma del regime fiscale degli affitti: tassare il reddito da affitto ad aliquota fissa, ferma restando l’opzione per la condizione di miglior favore; e consentire la detraibilità di una quota fissa dell’affitto pagato fino a 250 euro mensili.

Settimo: incremento demografico.

Grande obiettivo programmatico del Partito Democratico è quello di invertire l’attuale trend demografico, aiutando in modo significativo le famiglie con figli, mediante l’istituzione della Dote fiscale per il figlio, proposta dalla Conferenza governativa di Firenze sulla famiglia.

La Dote sostituisce gli attuali Assegni per il nucleo familiare e le detrazioni Irpef per figli a carico, assicura trattamenti significativamente superiori a quelli attuali, si rivolge anche ai lavoratori autonomi.

L'asilo nido deve diventare un servizio universale, disponibile per chiunque ne abbia bisogno. Il nostro obiettivo, in collaborazione con le Regioni e gli enti locali, è quello di raddoppiare il numero dei posti entro cinque anni, in modo da assicurare il servizio ad almeno il 20 per cento dei bambini da 0 a 3 anni.

E’ anche con questi strumenti che si sostiene la famiglia, che la si aiuta a svolgere la sua importante funzione sociale.

Dobbiamo fare della nostra una società a misura di bambino, riservando all’infanzia i tempi e gli spazi di cui ha bisogno.

Ottavo: Scuola, Università e Ricerca.

Abbiamo bisogno di “campus” scolastici e universitari. Abbiamo bisogno che per i ragazzi i luoghi di formazione non siano come una fabbrica o un ufficio, ma dei centri di vita e di formazione permanente.

Cento “campus”, universitari e scolastici, dovranno essere pronti per il 2010. Questi saranno a tutti gli effetti delle centrali di sapere per le comunità locali, dei luoghi di formazione e di “internazionalizzazione” per i nostri ragazzi.

Tutti gli studenti delle scuole italiane saranno periodicamente sottoposti a test oggettivi, che serviranno alle famiglie per valutare la qualità dell’apprendimento dei ragazzi e della scuola che frequentano.

Importante sarà l’investimento destinato alla professionalità dei docenti. Ciò significa ad esempio prevedere per gli insegnanti periodi sabbatici di aggiornamento intensivo, così come avviene per i professori universitari.

Quanto alla ricerca, dobbiamo spingere le imprese a investire più risorse, concentrando solo sugli investimenti in ricerca e sviluppo i contributi a fondo perduto.

Nono: lotta alla precarietà, miglior qualità del lavoro e più sicurezza, un diritto fondamentale della persona umana.

In questo senso si tratta di difendere e promuovere standard minimi di civiltà. Ma anche di far avanzare un’idea alta della competizione e della produttività.

Per questo bisogna creare un'unica Agenzia Nazionale per la sicurezza sul lavoro, grazie alla quale potrà essere realizzato un sistema di forti premi per le imprese che investono in sicurezza, agendo sul livello della contribuzione; bisogna, inoltre, avviare la sperimentazione di un compenso minimo legale, concertato tra le parti sociali e il governo, per i collaboratori economicamente dipendenti, con l'obiettivo di raggiungere 1.000 euro mensili.

Troppi giovani sono ora “intrappolati” troppo a lungo, spesso per anni, in rapporti di lavoro precari.

Noi contrasteremo questa situazione, facendo costare di più i lavori atipici e favorendo un percorso graduale verso il lavoro stabile e garantito. Un percorso che preveda un allungamento del periodo di prova e una incentivazione e modulazione del contratto di apprendistato come strumento principale di formazione e di ingresso dei giovani nel lavoro.

Decimo: garantire la Sicurezza.

Far sentire sicuri i cittadini, aumentando la presenza di agenti per strada e anche utilizzando nuove tecnologie è uno dei principali obiettivi programmatici del Partito Democratico.

Per questo, trasferiremo ai comuni funzioni amministrative e vareremo un piano di mobilità interna alla Pubblica Amministrazione di personale civile oggi sottoutilizzato, per impiegarlo nelle attività amministrative di supporto alle attività di polizia. La sicurezza dipende anche dalla certezza della pena. Troppo frequenti sono i casi di condannati per reati di particolare allarme sociale che vengono ammessi a rilevanti benefici di legge senza avere mai scontato un giorno di carcere.

Il “pacchetto sicurezza” approvato dal Consiglio dei Ministri il 30 ottobre scorso aveva ampliato il numero dei reati particolarmente odiosi, fra questi la rapina, il furto in appartamento, lo scippo, l’incendio boschivo e la violenza sessuale aggravata. E in tutti questi casi prevedeva l’obbligo della custodia cautelare in carcere, il giudizio immediato, l’applicazione d’ufficio della custodia cautelare in carcere già con la sentenza di primo grado e l’immediata esecuzione della sentenza di condanna definitiva senza meccanismi di sospensioni. Su questa linea noi proseguiremo.

Undicesimo: giustizia e legalità

Di innovazione ha bisogno un’altra sfera decisiva nella vita di un Paese e di ogni suo cittadino: quella della giustizia, della legalità. Il Partito Democratico, sia attraverso il codice etico, sia attraverso norme statutarie relative ai comportamenti di suoi iscritti eletti nelle istituzioni, stabilisce indicazioni rigorose in particolare sulla qualità delle nomine di cui i suoi rappresentanti dispongono.

Proporremo, inoltre, norme innovative per la trasparenza delle nomine di competenza della politica. Per ognuna di esse, dovranno essere predeterminati e resi pubblici criteri di scelta fondati sulle competenze; attivate procedure di sollecitazione pubblica delle candidature; infine, pubblicato lo stato e gli esiti delle procedure di selezione. Noi proporremo anche di introdurre nel nostro ordinamento il principio della non candidabilità al Parlamento dei cittadini condannati per reati gravissimi come quelli connessi alla mafia e alla camorra, alle varie forme di criminalità organizzata, o per corruzione o concussione. Il nostro undicesimo grande obiettivo programmatico comprende anche il motivo principale dell’emergenza giustizia: i tempi del processo, sia penale che civile.

Noi porteremo a compimento le riforme avviate negli scorsi anni, come la razionalizzazione e l’accelerazione del processo civile e di quello penale. Ma adotteremo anche provvedimenti amministrativi che possono essere presi immediatamente, per accrescere l’efficienza del sistema giudiziario italiano.

C’è poi il nodo delle intercettazioni telefoniche, informatiche e telematiche. E’ uno strumento essenziale al fine di contrastare la criminalità organizzata e assicurare alla giustizia chi compie i delitti di maggiore allarme sociale, quali la pedofilia e la corruzione. Si tratta di conciliare queste finalità con i diritti fondamentali, come quello all’informazione e quelli alla riservatezza e alla tutela della persona.

Dodicesimo: banda larga in tutta Italia e TV di qualità.

L’effettiva possibilità di accesso alla rete a banda larga deve diventare un diritto riconosciuto a tutti i cittadini e a tutte le imprese, su tutto il territorio nazionale, esattamente come avviene per il servizio idrico o per l’energia elettrica. Noi realizzeremo, a partire dalle grandi città, reti senza fili a banda larga per creare un ambiente disponibile alla gestione di nuovi servizi collettivi.

Per quanto riguarda la televisione è necessario seguire i principi della libertà, della concorerenza e dell'autonomia. Più libertà significa superamento del duopolio, oggi reso possibile dall'aumento di canali garantito dalla TV digitale. Per andare oltre il duopolio occorre correggere gli eccessi di concentrazione delle risorse economiche, accrescendo così il grado di pluralismo e di libertà del sistema. La libertà di informazione è un cardine della democrazia, come ci ha insegnato un grande giornalista, che resta nel cuore di tutti gli italiani, Enzo Biagi.

Più concorrenza significa ricondurre il regime di assegnazione delle frequenze ai principi della normativa europea e della giurisprudenza della Corte costituzionale. Più qualità: noi proponiamo di istituire un fondo, finanziato da una aliquota sui ricavi pubblicitari, che finanzi le produzioni di qualità. Dire qualità e dire Italia è la stessa cosa. Più autonomia della televisione dalla politica significa, subito, nuove regole per il governo della RAI. La nostra idea è quella di una Fondazione titolare delle azioni, che nomina un amministratore unico del servizio pubblico responsabile della gestione.

Queste sono alcune delle nostre idee per cambiare il Paese. Questo è il cammino di innovazione che attende l’Italia.

wwww.partitodemocratico.it

Il testo che abbiamo tratto dal sito di Rai news 24, 17 febbraio 2008

Ambiente

Infrastrutture e qualità ambientale. Veltroni respinge l'ambientalismo del No "che cavalca ogni movimento di protesta del tipo Nimby cioè 'non nel mio giardinò". È prioritaria la realizzazione di impianti per produrre energia pulita, rigassificatori e termovalorizzatori. Non dimentica la Tav che "va completata e utilizzata appieno". E poi vuole che si "produca il 20 per cento di energia con il sole e con il vento per risparmiare miliardi di euro sulle importazioni di petrolio". Lo slogan è: dopo aver incentivato la rottamazione delle auto, ora incentiviamo la rottamazione del petrolio.

Mezzogiorno

Farlo crescere per far crescere l'Italia. Portare entro il 2013 la rete delle infrastrutture, a cominciare dal sistema dei trasporti, allo stesso livello dell'Europa sviluppata. Stesso discorso vale per servizi essenziali come quelli idrici e ambientali. Attenzione particolare è rivolta alla Sicilia per la sua posizione cruciale nel Mediterraneo.

Spesa pubblica

Spesa pubblica da riqualificare e ridurre, far aumentare gradualmente la spesa sociale in rapporto al Pil. lo slogan è 'spendere meglio, spendere menò. Nel dettaglio: mezzo punto di Pil di spesa corrente primaria in meno nel primo anno, un punto nel secondo e uno nel terzo. E poi l'impegno di restituire ai contribuenti italiani, "con riduzioni di aliquota e detrazioni, ogni euro di gettito aggiuntivo derivante dalla lotta all'evasione fiscale". E poi, ancora Veltroni promette un aumento dell'efficienza del lavoro pubblico "collegando all'effettiva produttività la dinamica delle retribuzioni" e una "semplificazione del nostro barocco sistema amministrativo".

Abolizione delle Province nei grandi comuni metropolitani; utilizzo del grande patrimonio demaniale per abbattere contestualmente di qualche punto il debito pubblico che "potrà cosi' scendere più rapidamente al di sotto della soglia del 100 per cento sul Pil".

Tasse.

"Ridurre davvero le tasse ai contribuenti locali, che sono tanti, ai lavoratori dipendenti e autonomi che pagano davvero troppo". Grazie al risanamento, per il leader del Pd è possibile programmare una riduzione del carico fiscale. 'Pagare meno, pagare tutti' è il suo slogan. Come? Incremento della detrazione Irpef a favore dei lavoratori dipendenti e dunque aumento di salari e stipendi; si parte dai redditi medio-bassi e poi si porta a regime per la restituzione del fiscal-drag. L'impegno è, a partire dal 2009, di ridurre gradualmente tutte le aliquote Irpef: un punto in meno all'anno, per tre anni.

Subito, invece, riduzione della pressione fiscale sulla quotadi salario da contrattazione di secondo livello. Per le piccole imprese, poi, elevare il tetto di 30mila euro di fatturato per il pagamento a forfait delle diverse imposte e tributi.

Donne

Incentivi fiscali per lavoro femminile e difesa della 194. In particolare, Veltroni pensa ad un credito di imposta rimborsabile per le donne che lavorano: nei primi due anni della legislatura vale solo per il sud, poi sarà esteso a tutto il paese. Inoltre, i Cda delle aziende pubbliche devono essere per metà al femminile. Nuovo congedo di paternità interamente retribuito dalle imprese. Sulla 194: difesa netta delle legge che "è una buona legge contro il dramma dell'aborto e che in 30 anni ha quasi dimezzato il numero degli aborti", per questo "va difesa ed è un tema che va tenuto fuori dalla campagna elettorale".

Casa

Aumentare il numero di case in affitto. Il progetto è quello di social housing realizzato da fondi immobiliari di tipo etico a controllo pubblico, con ruolo centrale della Cassa depositi e prestiti, che può mobilitare risorse per 50 miliardi di euro, senza intervento di spesa pubblica, per la costruzione di 700 mila case sul mercato a canoni compresi tra i 300 e i 500 euro. E poi: tassare il redddito da affito ad aliquota fissa e consentire la detraibilità di una quota fissa dell'affitto pagato fino a 250 euro mensili.

Figli

Istituire una Dote fiscale di 2.500 euro per il primo figlio, cifra che poi aumenta con il numero dei figli. Più asili nido: assicurarli ad almeno il 20 per cento dei bambini da 0 a 3 anni. E qui Veltroni condanna in modo netto la pedofilia "il più orrendo dei crimini, equiparabile ad un delitto".

Università

100 campus universitari e scolastici da realizzare entro il 2010. E poi, scuole aperte il pomeriggio e luoghi di formazione permanente. Novità anche sulla valutazione degli studenti: nelle scuole dovranno essere sottoposti a test oggettivi perchè, dice Veltroni, "è sul talento e sul merito che la società italiana dovrà contare" e "a quarant'anni dal '68 - aggiunge Veltroni - fatemi dire che chi allora proponeva il '6 politicò produceva un falso egualitarismo che perpetuava le divisioni sociali e di classe esistenti". Per gli insegnanti, previsti periodi sabbatici di aggiornamento intensivo.

Precari

Lotta alla precarietà con il salario minimo legale di 1000 euro per i giovani precari. Il percorso prevede un allungamento del periodo di prova e una incentivazione del contratto di apprendistato come strumento principale di formazione e ingresso dei giovani nel lavoro. In un primo periodo i trattamenti e le agevolazioni all'impresa restano quelle attuali; alla fine di questo periodo si procede alla verifica della qualificazione dell'apprendista con la possibilità di continuare il rapporto e se necessario con ulteriori agevolazioni. Dopo, vanno previsti incentivi all'impresa che trasforma il rapporto in contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Sicurezza

Diritto alla sicurezza. Previsto il varo di un piano di mobilità interna alla Pubblica amministrazione di personale civile, oggi sottoutilizzato, per impiegarlo nelle attività amministrative di supporto alle attività di polizia. Maggiore controllo del territorio grazie alle nuove tecnologie, a cominciare dalle reti senza fili a larga banda, e la videosorveglianza da far diventare un terminale della rete.

Giustizia

Giustizia più equa e veloce. Trasparenza delle nomine di competenza della politica. L'istituzione della figura del manager dell'Ufficio giudiziario che si occupi di assicurare la celerità dei processi.

Banda larga

Portare la banda larga in tutta Italia e garantire a tutti gli italiani una Tv di qualità. Veltroni promette la realizzazione, a partire dalle grandi città, delle reti senza fili a abanda larga per creare un ambiente disponibile alla gestione di nuovi servizi collettivi. Inoltre, superamento del duopolio, oggi possibile grazie all'aumento di canali garantito dalla tv digitale.

L’assessore al Territorio della Toscana, Riccardo Conti, liquida le critiche avanzate da Vittorio Emiliani su ciò che accade da un punto di vista urbanistico in quella regione, con l’accusa di essere un grafomane (vedi Unità del 17 novembre) con «una visione ottocentesca dello Stato e del paesaggio». A Torino il Sindaco è stato ancor più sarcastico nei confronti di chi ha espresso riserve sulla sua vocazione per i grattacieli. Chi non la pensa come lui «vorrebbe vedere tornare le pecore in Piazza San Carlo». Ma non basta. Con il concorso dei prestigiosi progettisti (Piano e Fuskas), di due degli annunciati grattacieli (ma ce ne è già un terzo dietro l’angolo), si è scatenata da parte delle autorità cittadine e regionali una campagna «per la modernità, per lo sviluppo, per la trasformazione», contro «i retrò, il vecchiume», contro «coloro che temono il futuro» (Renzo Piano), tra innovatori e conservatori.

Conosco e stimo Renzo Piano da almeno trent’anni, da quando collaborò con l’Amministrazione di sinistra di Torino per i primi interventi nel centro storico e soprattutto per il riuso degli edifici industriali abbandonati e più precisamente il Lingotto. Fu lui ad indicarci come la deindustrializzazione, nella sua crudeltà (perdita di occupazione), poteva rappresentare un’occasione per ridisegnare la città, recuperando spazi per i servizi, per il verde, per il decongestionamento provocato dallo sviluppo selvaggio degli anni Cinquanta e Sessanta quando furono costruiti tremila edifici abusivi e vennero rilasciate, da parte delle amministrazioni centriste, ben cinquemila licenze edilizie in contrasto con il piano regolatore allora vigente.

Credo sia interessante cercare di capire ciò che sta accadendo oggi, non solo a Torino e in Toscana, ma in Italia, soprattutto negli Enti Locali governati dal centro sinistra, visto che la destra è sempre stata schierata dalla parte della speculazione fondiaria. Non avendo riserve ideologiche nei confronti dei grattacieli (fui affascinato la prima volta che vidi quelli di Chicago, molto più belli di quelli di New York) la domanda che in molti ci siamo posti è questa: la modernità di una città è rappresentata da uno o più “segni fallici”, inventati da oltre cent’anni che per Torino, tra l’altro, alterano la linea dell’orizzonte (skyline) unico al mondo con il fondale delle montagne? Ma al di là delle questioni estetiche (non dimenticando però che la Costituzione tutela il paesaggio), ci sono almeno tre questioni di fondo che sollevano perplessità. Se ne può parlare, oppure si è subito tacciati di essere dei “dinosauri o dei trogloditi”?

1) Il progetto di Renzo Piano richiede una nuova variante al piano regolatore, a pochi mesi di distanza da quella che portava l’altezza massima degli edifici da cento a centocinquanta metri. Il nuovo grattacielo sfiora i duecento metri, calcolando anche le “vele” che saranno installate in cima per tutti gli impianti tecnologici. La Mole Antonelliana, con la stella, supera di poco i centosessanta metri. Non discutiamo dei costi dell’opera: paga la Banca San Paolo-Intesa (anche se si tratta di un istituto di diritto pubblico e non di una azienda privata). Ma è peccato chiedere quali saranno i costi di gestione, la quantità di energia necessaria per tenerlo caldo d’inverno e fresco d’estate, con il petrolio a cento dollari al barile? E poi: quale sarà lo scenario energetico fra dieci-venti anni? La vera architettura d’avanguardia, innovativa, che considera anche i cambiamenti climatici possibili, è quella autosufficiente, “la casa passiva” come viene chiamata in Germania, oppure a Friburgo dove hanno già realizzato “il quartiere sostenibile”.

Renzo Piano, trent’anni fa, ci indicava come risanare le case fatiscenti del centro storico, coinvolgendo gli abitanti, senza deportarli nei nuovi ghetti della periferia. Ci entusiasmava con le sue idee sulla città moderna al servizio dei cittadini, ponendo al centro dell’attenzione dei pubblici amministratori le esigenze e le aspirazioni delle persone che vivono la città. Anche lui ha cambiato opinione?

2) Il grattacielo in questione rappresenta una gigantesca speculazione immobiliare. Se venissero applicati gli standard urbanistici fissati dal piano regolatore di Gregotti e Cagnardi, per realizzare i volumi di cubatura previsti sarebbe necessaria un’area di ottantamila metri quadrati (otto ettari!). Il presidente del San Paolo ha presentato invece l’operazione come un regalo alla città, «vuole lasciare un ricordo di sè». Un po’ di megalomania non guasta mai.

3) Contrariamente a quanto scritto da Curzio Maltese su la Repubblica del 14 novembre, non esiste a Torino contrapposto «al rumore sul grattacielo di Piano», il silenzio sull’operazione Ligresti (l’intramontabile pregiudicato uomo d’affari) che vorrebbe realizzare un nuovo villaggio residenziale ai confini della città, al posto di un parco pubblico. Addirittura si sono opposti un gruppo di esponenti dei vecchi Ds, valutando la speculazione attorno ai cento milioni di euro. Il fatto è che l’Assessore all’urbanistica di Torino considera benevolmente la rendita sui suoli purchè il frutto della speculazione venga reinvestito in città come ha promesso Ligresti. Anche questo sarebbe un segno di modernità e di sviluppo.

Ma ciò che maggiormente sconcerta è la caduta, da un punto di vista culturale, da parte del centro sinistra su questi temi. Mentre il problema della casa si fa ogni giorno più acuto per milioni di famiglie, di edilizia popolare (o convenzionata) non si sente più parlare e tanto meno di una nuova legge urbanistica sui regimi dei suoli. I piani regolatori delle grandi città attraverso le varianti a go-gò (a Torino abbiamo superato quota centosessanta) sono diventati un mercato diretto dai costruttori e dagli speculatori. L’ultima puntata televisiva di Report su Milano è stata illuminante e nel contempo agghiacciante. Nelle zone rurali fioriscono ovunque villaggi residenziali con villette e case a schiera, che continuano a mangiare fette del “Belpaese”. Ad esempio vorrei chiedere all’assessore Conti notizie dell’unico esempio che conosco personalmente della sua Regione: perchè è stato consentito lo scempio del nuovo villaggio realizzato sotto le bellissime mura del comune di Magliano in Toscana?

Non ho nostalgie per il passato, anzi considero la nostalgia un disvalore (a differenza della memoria), però “la voglia di futuro”, caro vecchio amico Renzo Piano, è per vivere meglio e non peggio. Non amo l’Italia degli outlet così ben descritta da Aldo Cazzullo nel suo ultimo libro.

Nota: sui temi dei grattacieli, e sul caso di Torino in particolare, Eddyburg ha dato spazio in questi giorni anche all'appello del Comitato " Non grattiamo il cielo" (f.b.)

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