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È mai possibile che una metropoli come Milano si giochi il suo futuro nelle prossime ventiquattro ore, quando il Bureau International des Expositions la metterà in ballottaggio con Smirne a scrutinio segreto? E se malauguratamente la realpolitik globale dovesse favorire i turchi, nonostante il generoso sforzo comune messo in atto dalle istituzioni locali e dal governo nazionale, davvero potremmo dare la colpa all’Alitalia che da oggi taglia del 72 per cento i suoi voli da Malpensa?

O magari al discredito gettato dall’incolpevole mozzarella campana su un Expo 2015 dedicato, guarda caso, al tema dell’alimentazione?

Facciamo i debiti scongiuri, confidiamo in una vittoria che è senz’altro alla portata di Milano, ma per favore – nel caso l’esito non fosse quello sperato – evitiamo fin d’ora di abboccare al surreale pesce d’aprile della "congiura contro il Nord".

La coincidenza del 31 marzo 2008, tra il declassamento di Malpensa e la scelta dell’Expo che il sindaco Moratti ha enfatizzato come passaggio decisivo del suo progetto di sviluppo per Milano, semmai ci costringe a una riflessione severa: evidenzia i rischi che corre la metropoli più dinamica del paese, fallito il progetto di farne la capitale di un’inesistente nazione padana.

Il centrodestra che da un ventennio si presenta come politica nordista, governando a lungo pure a Roma, ha lasciato che le spinte centrifughe del territorio prescindessero da un disegno di sistema efficiente. Oscillando fra il laissez faire per le imprese in cerca di diversificazione e l’illusoria protezione di quelle obsolete.

La parola definitiva su Malpensa "hub" del Nord non l’ha pronunciata il ministro Padoa-Schioppa ma il governatore forzista del Veneto, Giancarlo Galan: quel progetto non ci interessa e non ci riguarda. Evviva la sincerità: Milano rischia di andare in panne continuando a pensarsi epicentro di un sistema padano che si è sviluppato felicemente lungo circuiti diversi.

Non è vero che da domani i manager lombardi, piemontesi, veneti, si strapperanno i capelli nell’impossibilità di partire da Malpensa per l’Oriente. Il trasferimento di 886 voli Alitalia a Fiumicino provoca certo disagi e dolorose ricadute occupazionali. Ma molti imprenditori già da tempo preferiscono un’ora d’attesa in più negli scali di Francoforte, Monaco, Londra – volando "point to point" dall’aeroporto di casa propria – agli ingorghi stressanti della Serenissima e della Milano-Laghi. Gli stessi milanesi restano affezionati alla comodità di Linate. Ciò non toglie che un aeroporto come Malpensa, collocato al centro di un’area tra le più industrializzate d’Europa e in prossimità del nuovo Polo fieristico di Rho, mantenga ottime prospettive di rilancio una volta liberato dall’assurda ipoteca dei voli Alitalia (carissimi e in perdita). Purché non si affidi al sogno ricorrente ma fallimentare di una casereccia Air Padania, o peggio di un’Alitalia di nuovo caricata sulle spalle del contribuente.

Il più esplicito nel sottrarsi alla cordata elettorale di Berlusconi – una specie di colletta tra grandi imprese che acquisterebbero così titoli di merito nei confronti del suo prossimo governo – è stato un personaggio non certo sospetto di simpatie a sinistra come Bernardo Caprotti, patron di Esselunga. Che ha definito Alitalia azienda gloriosa ma decotta, ricordandoci come una destra liberista già da tempo avrebbe semmai dovuto invocarne il fallimento. Ma soprattutto ha spiegato che solo una grande compagnia internazionale, con la sua esperienza industriale e con la possibilità di investirvi miliardi, può farne un business profittevole.

Lo stesso manager leghista Giuseppe Bonomi, presidente di Sea Aeroporti Milano, va ripetendo a mezza voce (per non smentire i demagoghi della sua parte politica) che senza alle spalle un solido operatore internazionale la cordata italiana non andrà da nessuna parte.

L’Esposizione Internazionale del 2015 che verrà assegnata domani a Parigi costituisce senz’altro un volano di risorse significative. Si parla di 3,7 miliardi di investimenti diretti e di un’attrazione di risorse che sfiora i 20 miliardi. Incrociamo le dita. Ma l’attesa di questi flussi finanziari non impedisce di tracciare un bilancio della transizione post-industriale vissuta dalla più europea fra le metropoli italiane.

Nella città che ha generato la leadership politica e imprenditoriale di Silvio Berlusconi, chi si è arricchito e chi gestisce il potere reale? Vi sono certamente le banche, il cui peso si è accresciuto grazie alla proiezione internazionale ma anche in seguito alla retrocessione delle grandi aziende indebitate. Fatto sta che le famiglie più influenti, anche dopo l’accumulazione straordinaria di cui si sono resi protagonisti alcuni stilisti, restano quelle che gestiscono rendite immobiliari e petrolifere. Le reti attrattive di saperi e di risorse, tipiche delle altre metropoli europee contemporanee, per fortuna esistono anche qui. Ma sopraffatte da potentati speculativi, bisognosi di protezione e poco propensi alla revisione dei privilegi che li avvantaggiano. Pur di tutelarsi nei salotti buoni, sono disposti a investirvi in perdita.

Una Malpensa liberata dal monopolio Alitalia e un Expo 2015 sottratto alla consorteria dei soliti noti, costituirebbero un’occasione formidabile di crescita per una Milano finalmente sottratta all’ideologia fasulla della questione settentrionale. Chissà che non possiamo ricordare questo fatidico lunedì 31 marzo 2008 come un passaggio difficile ma felice, oltre il vittimismo e l’assistenzialismo.

L’aeroporto di Malpensa, a 45 km. da Milano, si trova tra due autostrade e poteva essere logico pensare che dovesse essere collegato con entrambe.

Il collegamento con la A8 è stato “ammodernato” grazie ai mondiali di calcio “Italia 90” ma è costituito da un “budello” a due carreggiate senza corsie di emergenza e, quindi, con svincoli molto pericolosi.

La Malpensa-Boffalora, collegamento con la A4, che viene inaugurata oggi, ca. 10 anni dopol’apertura dell’ampliamento di Malpensa, è quindi un esempio di programmazione fallita.

Viene inaugurata solo oggi, mentre se ne parla dal 1998 (anno di inaugurazione di Malpensa 2000), oggi, quando si parla di ridimensionare Alitalia e Malpensa.

E’ tuttavia doveroso chiedersi perché c’è voluto così tanto tempo, così come altrettanto tempo ci vorrà per completare il raccordo FFSS-Ferrovie Nord a Castellanza per il collegamento delle FFSS da MICentrale a Malpensa. In compenso è stato progettato un assurdo (tanto costoso quanto devastante sotto il profilo di impatto ambientale) collegamento denominato “Accesso ferroviario da nord a Malpensa”.

Progetti “faraonici”, senza avere, dei faraoni, né le risorse economiche, né le capacità decisionali, né gli spazi per realizzarli. E’ fin troppo evidente che l’area di Malpensa non è in grado di ospitare un hub, se non a prezzi economici, sociali e ambientali impossibili da sostenere. La Boffalora-Malpensa ne è un esempio paradigmatico: è un disastro ambientale.

Questo collegamento, lungo 18 km., è stato realizzato scavando una trincea larga ca. 60 m e profonda ca. 10 m. Lo sbancamento ha riguardato 1.080.000 mq, pari a 108 ettari, e sono stati rimossi qualcosa come 10 milioni di mc. Questo per il tracciato, a cui va aggiunto un ulteriore consumo di suolo per i 6 svincoli: in media uno svincolo ogni 3 km. Logico o assurdo?

Si tratta inoltre di uno dei maggiori impatti ambientali causati da infrastrutture nel Nord Italia dell’ultimo decennio: i 18 Km di trincea sono infatti tutti in un’area tutelata da un parco.

Molti critici, cioè quei Tecnici che non sono pagati per sostenere quel che serve ai cattivi politici ed ai pessimi Amministratori, l’hanno definita , da tempo, un tragico sproposito.

E inoltre, brillante, ironica e satirica ciliegina sulla torta, amara, di questa cerimonia, l’inaugurazione dell’opera tanto attesa e celebrata, coincide con il tracollo di Malpensa, l’hub che non c’è, che non c’è mai stato.

Ma se Malpensa crescesse davvero fino ad un traffico di 40-50 milioni di passeggeri/anno, più del doppio di quelli raggiunti finora, cosa faremmo del territorio, del Parco Ticino, dei paesi e delle persone che vivono da sempre intorno all’aeroporto e che finiranno sotto le nuove rotte?

Si propone ancora, per salvare Malpensa, di potenziare la sezione Cargo 24 ore su 24 (lo si dice con vanto: l’unico aeroporto, in Europa, con i voli notturni...) “Delocalizzeremo” ancora altre migliaia di persone: a Tornavento, ad Arsago, a Somma, com’è già stato deciso, ma non ancora attuato completamente, a Case Nuove, Lonate e Ferno, perchè la delocalizzazione, oltre ad un costo sociale, ne ha uno, altrettanto elevato, economico?

Purtroppo non è finita qui: altri danni incombono a partire dal prolungamento della Malpensa- Boffalora fino alla Tangenziale Ovest, ulteriore devastazione ambientale ed economica



Noi non siamo contro il progresso, le infrastrutture, lo sviluppo.

Siamo contro un certo tipo di “sviluppo”, che va a favore dei grandi interessi economici, delle speculazioni edilizie, dei “signori del cemento” (e in questo caso dell’asfalto).

Malpensa, al di la delle strumentali e paradossali polemiche e manifestazioni di campagna elettorale, può benissimo rappresentare un aeroporto importante, funzionale, redditizio ed attraente senza ulteriori colate di danaro pubblico e cemento, e senza devastare ulteriormente il territorio, semplicemente svolgendo un ruolo primario in un moderno e concreto “sistema aeroportuale del Nord”, produttivo, funzionale, razionale,compatibile e non necessariamente “malpensocentrico”.

Anche perché, da sempre, abbiamo avuto il sospetto che non di Malpensa 2000 si trattasse, ma di 2000 speculazioni su Malpensa...

Gallarate, 30 marzo 2008

- WWF Italia

- LEGAMBIENTE

- UNI.CO.MAL. Lombardia (Unione Comitati Comprensorio Malpensa)

- Amici della Natura - Arsago Seprio

- EXCALIBUR Alternativa Verde - Lonate Pozzolo

Partinico, 14 marzo 2008 – I posti di lavori promessi o prospettati per l’apertura di grandi centri commerciali in Italia sono sempre inferiori a quelli creati realmente. E’ una delle risultanze di uno studio realizzato dal blog Libera Mente (www.partinico.info) incrociando i dati del territorio e di altre esperienze italiane per capire quale può essere l’impatto sull’economia locale di un progetto della società Policentro Daunia srl di Agrate Brianza da realizzare a Partinico e che viene annunciato come uno dei più grandi d’Europa.

Oltre al bilancio tra posti creati e persi, dall’analisi costi-benefici e dai dati relativi ad altri centri commerciali aperti in Lombardia (province di Bergamo, Sondrio, Pavia, Cremona, Milano, Brescia), Puglia (Molfetta), Lazio (Valmontone) e Sardegna (Sestu, Cagliari) è emerso che: una buona parte dei lavoratori non vengono presi dal territorio dell’insediamento perché le aziende portano con sé personale specializzato di fiducia; spesso si segnalano alti livelli di precariato (soprattutto al sud) fra gli addetti degli outlet; il centro storico della città si svuota e si spostano le attività aggregative e di consumo verso l’outlet; l’impatto sulla viabilità locale è forte (+20-25% traffico, aumento scarichi auto in atmosfera); aumenta la pressione antropica nell’area dell’insediamento (rifiuti, consumi idrici, scarichi civili, ecc.).

L’analisi (scaricabile di seguito) ha registrato anche ricadute positive di questi insediamenti: il generale aumento dei valori immobiliari urbani e dei valori fondiari di terreni vicini all’outlet; la necessità di aumentare la capacità ricettiva; l’aumento del gettito fiscale per il comune dove è insediata la struttura.

Nel caso di Partinico, dove si discute e si polemizza dal 2000 su questo progetto, a fronte dei 2000 nuovi posti di lavoro più 2400 legati all’indotto prospettati dalla società brianzola l’analisi di partinico.info, su dati e statistiche ufficiali trattati dall’economista Giuseppe Nobile (responsabile del servizio statistica della Regione Sicilia), hanno registrato, invece, una media ottimistica di 393 nuovi occupati, indotto incluso.

Postilla

L’aspetto positivo, anche indipendentemente dal merito, dello studio allegato, è quello di affrontare in modo innovativo il tema della radicale trasformazione socioeconomica e territoriale indotta dalla grande distribuzione. Ovvero, nell’evitare l’abituale (ahimè) contrapposizione fra conservatorismo a oltranza e innovazione ad ogni costo, così come di norma viene proposta da stampa e comunicazione in genere: da un lato società e ambiente “locale”, dall’altro la new wave globalizzante rappresentata dai nuovi spazi della post-modernità.

Le cose non sono naturalmente mai così semplici, perché come si intuisce ogni trasformazione comporta dei costi, e ad esempio quelli per l’ambiente e il territorio sono irreversibili, hanno delle conseguenze anche sociali ed economiche di medio periodo, e via dicendo.

Ben venga, anche, questo modo innovativo e “di base” di approccio ai problemi, soprattutto per il contesto dell’Italia meridionale, sottoposto a fortissime pressioni insediative commerciali e a fronte di una debolezza culturale e istituzionale che rischia di ripetere, con impatti altrettanto devastanti, quanto già avvenuto nei casi delle opere di modernizzazione come strade, grandi impianti, complessi industriali ecc. Con la speranza di vederne ancora molti, e soprattutto di veder affiancarsi e convergere altri soggetti, come il mondo accademico e della ricerca istituzionale, o quello associativo: sia dal punto di vista della qualità, che dell’approccio, che della sua visibilità pubblica. E per un confronto, si vedano ad esempio i vari studi sugli effetti della WalMart proposti su eddyburg_Mall (f.b.)

17 marzo 2008

La Maddalena, l'arsenale diventa un hotel

di Guido Piga

Rinasce, La Maddalena, come una stella luminosa al centro del Mediterraneo. Le sue "magnifiche sorti e progressive" passano dall'arsenale, da quello che sarà tirato su al suo posto, 113 anni anni dopo essere stato aperto dalla marina militare: un hotel lussuosissimo a 5 stelle. Eccolo, allora, quello che sarà il cuore del G8 del 2009 e che poi farà pulsare il turismo nell'arcipelago. "La Nuova" pubblica le foto del progetto redatto dagli architetti Stefano Boeri e Mario Cucinella. E' un intervento di riconversione economica senza precedenti in Sardegna.

La più grande operazione di ristrutturazione urbanistica dell'Isola è maestosa, ma non cancellerà il passato. Non del tutto, almeno. L'arsenale non ci sarà più, non ci saranno operai impegnati a riparare e rifare le navi della marina militare italiana. Ci sarà un albergo a 5 stelle, con 110 camere vista mare, alimentato da energia solare ed eolica, costruito con materiali naturali. Sarà una svolta architettonica radicale nel paesaggio della Sardegna, dopo quella impressa dal modello Costa Smeralda negli anni Sessanta (e poi sempre scimmiottata malamente).

L'hotel avrà dei grandi padiglioni. Uno è sospeso sopra il mare, con ampie vetrate. E' il punto in cui si riuniranno gli 8 presidenti dei paesi più industrializzati del mondo. La loro vista godrà del mare dell'arcipelago, dell'isola di Santo Stefano libera dalla servitù militare americana. Il vetro è dominante, nella riconversione dell'arsenale. E' un po' una metafora, economica e politica. Il vetro è un materiale ecosostenibile. Il filo rosso del G8 sarà proprio questo, la salvezza dell'ambiente. «Sarà un G8 in cui dovranno essere prese importanti decisioni per l'ambiente, noi dobbiamo dare l'esempio» è la linea del commissario Guido Bertolaso e del governatore Renato Soru. L'albergo sarà energeticamente autosufficiente. All'ingresso, in un grande piazzale bianco, ci saranno delle mini pale eoliche, sul tetto dei pannelli solari. L'acqua per il riscaldamento verrà pompata dal mare, una soluzione innovativa che è stata già sperimentata all'hotel Cervo.

Ma il massiccio ricorso al vetro ha una valenza politica. Il vetro è luce, rappresenta plasticamemente la rinascita della Maddalena che passa da un'economia di stellette (militari) a una di stelle (alberghiere). Il vetro è anche trasparenza, quella che dovrà essere (quanto più possibile) adottata dagli 8 grandi della terra nelle loro decisioni.

Sorgerà una torre, molto alta, quasi un faro. E' questo il punto di contatto con le funzioni dell'arsenale che non verranno dimenticate. Davanti e dietro, ecco i pontili. Nell'idea di Boeri e Cucinella una nave, anche da crociera, potrà attraccare proprio davanti all'hotel; tutte le altre potranno ormeggiare a Cala Camicia, dentro l'arsenale, lasciando libero solo il molo orientale che servirà ancora per un po' alla marina militare. La nautica vivrà e prospererà, nell'area da 16 mila metri quadrati completamente rivoluzionata. Ci sarà spazio anche per un cantiere da destinare ai maxi-yacht. Ma questa è una scelta che dovrà prendere la Regione, finito il vertice. Soru vuole un bando internazionale per la gestione dell'hotel e del porto, ci sono in pole position due candidati d'eccellenza: l'Aga Khan ed Ernesto Bertarelli. Il primo potrebbe mettere in campo lo Yacht Club Costa Smeralda per la nautica e le società turistiche del suo gruppo (dirette da una sarda, Francesca Cossu) per l'albergo. Il secondo potrebbe calare la carta della Maddalena come sede della Coppa America, qualora Alinghi dovesse vincerla ancora.

Solo ipotesi. La certezza è che l'arcipelago avrà una struttura di altissimo valore, unica nel Mediterraneo così come unica è la bellezza delle isole maddalenine. Una rinascita che avverrà in un anno. Lo stesso periodo di tempo che in Cina, nel campus dell'università di Pechino, hanno impiegato per costruire un albergo ecosostenibile da 20mila metricubi progettato da Mario Cucinella. Quel successo è stato raccontato, con molti particolari sull'impiego di materiali della bioedilizia targata Made in Italy, da "Abitare", la rivista di architettura diretta da Boeri. E allora avanti: come dicono Obama e Veltroni, "si può fare".

17 marzo 2008

La Maddalena: pomodori contro Legambiente

di Serena Lullia

La festa di Legambiente per lo smantellamento della base americana affonda davanti al porto. Le barche con le bandiere simbolo delle battaglie ecologiste galleggiano per alcune ore davanti all'isola parco. L'attracco nell'arcipelago non ci sarà. Un centinaio di maddalenini presidia il molo. Barriera umana di rabbia e frustrazione. Commercianti, ex dipendenti Usa ed ex lavoratori dell'arsenale bloccano l'ormeggio. Uova, pomodori e insulti diventano le armi per tenere lontano i soldati delle guerre verdi.

La visita sulle onde di Legambiente fa detonare il malessere di un'isola che in attesa del G8 si spegne lentamente. La goletta verde doveva fare rotta sulla Maddalena per festeggiare la liberazione dalle catene a stelle e strisce. Provincia, Comune e Parco erano stati annunciati come ospiti speciali del party sull'acqua. Ma quando il presidente regionale di Legambiente, Vincenzo Tiana, è sbarcato non ha trovato un comitato di accoglienza in doppio petto. Ad aspettarlo un centinaio di cittadini infuriati, uomini e donne rimaste incastrate negli ingranaggi della riconversione militare. L'annuncio della festa di primavera è stato interpretato come un insulto, un'offesa alla comunità maddalenina che da anni aspetta un'alternativa all'economia delle stellette. «Siamo venuti per fare proposte di sviluppo - spiega Tiana -. Ribadiamo la soddisfazione per lo smantellamento della base Usa ma condividiamo il malumore degli ex dipendenti.

Ci impegniamo a incontrare il commissario per il G8 Bertolaso e il presidente Soru perché diano risposte certe ai lavoratori isolani». Dichiarazioni che non spengono la rabbia dei maddalenini. I cittadini accerchiano il presidente Tiana, lo invitano ad andarsene, qualcuno gli regala il biglietto per il traghetto e glielo infila in tasca. Nel frattempo le barche di Legambiente provano ad avvicinarsi alla banchina. Parte il lancio di uova e sacchetti di sugo. Le imbarcazioni giallo-verdi sono costrette alla ritirata. Davanti al presidente verde sfila il malumore di un'isola intera. Il numero uno di Legambiente protetto dai carabinieri ascolta lo sfogo rabbioso della gente. «I maddalenini sono i primi ambientalisti - dice Nuccio Maddaluno, commerciante -. Legambiente vorrebbe frenare il cemento. Oggi abbiamo bisogno di costruire infrastrutture per rimettere in moto un'economia ferma. Non si tratta solo dell'arsenale o della base Usa. È mancato un indotto che ha bloccato tutto. Anche gli affari dei commercianti sono in caduta libera».

Il coordinatore di Forza Italia, Roberto Ugazzi, parla di paese al capolinea. «Quest' isola è stata svenduta - dice -. Non è stata mai creata un' alternativa all'economia militare. Ora siamo al collasso». I contestatori cercano tra la folla i politici annunciati come special guest. Il sindaco Comiti e l'assessore Zanchetta non si vedono. Il presidente Bonanno convoca una conferenza lampo per prendere le distanze da Legambiente. «I politici annunciati non ci sono - dice Pietro Cuneo, ex dipendente Usa -. Se non erano d'accordo con Legambiente dovevano impedire la visita di oggi. L' associazione ambientalista è stata poco sensibile. Il futuro della Maddalena non può essere basato solo sul G8. Gli ex dipendenti Usa sono senza certezze. Fra qualche mese saremo in mobilità. Ma i fatti dimostrano che non solo noi lavoratori ma tutta l'isola non ha nulla da festeggiare».

22 marzo 2008

I lavori del G8 coperti dal segreto di Stato

di Guido Piga

LA MADDALENA. Sulle opere per il G8 arriva il segreto di Stato. Ieri Romano Prodi ha firmato un’altra ordinanza, sarà pubblicata oggi sulla Gazzetta ufficiale. Guido Bertolaso, commissario straordinario dell’evento, avrà maggiori poteri. Soprattutto sugli appalti per l’arsenale e l’ospedale militare, su come verranno fatti i lavori, su chi li farà e come, su chi fornirà materiali e servizi. Molte le deroghe alle leggi statali e regionali.

Quello di apporre il segreto è un atto necessario e motivato. Il presidente del consiglio Prodi ha esteso a tutti i lavori del G8, comprese le forniture e i servizi, la «qualificazione di riservatezza e segretezza». E lo ha fatto spiegando che tutto deve essere fatto con la «massima sicurezza», soprattutto per la presenza dei più importanti leader politici del mondo. E, altro particolare fondamentale, con la «somma urgenza».

Il G8 alla Maddalena è tra poco più di un anno, non è più possibile perdere tempo. In ballo c’è l’immagine dell’Italia, chiamata a dare prova di grandi capacità organizzative e, anche, a riscattare la pessima prova dell’ultimo vertice organizzato a casa propria: quello tragico del luglio 2001 a Genova.

Dunque pieni poteri a Bertolaso ma, passaggio politicamente rilevante, sempre usati d’intesa con il presidente della Regione. Su questo non ci sono incertezze: anche nell’ordinanza pubblicata oggi sulla Gazzetta ufficiale, è riconosciuto il ruolo di primo piano affidato a Soru per l’imponente riconversione economica e sociale che cambierà la faccia della Maddalena. «Ma, attenzione - fanno sapere da palazzo Chigi e dallo staff di Bertolaso - la segretezza non vorrà dire assenza di informazione. Anzi, Bertolaso vuole dare la massima pubblicità a tutti gli atti che prenderà». Dopo ogni decisione, ci sarà la comunicazione ufficiale. Un segnale di trasparenza che vuole essere, insieme all’ecosostenibilità, la cifra caratterizzante del G8.

La segretezza con cui Bertolaso potrà operare è prevista dal codice sui contratti pubblici. Quando di mezzo c’è la sicurezza dello Stato, opere, servizi e forniture possono essere eseguiti in deroga. Non ci sarà pubblicità sugli appalti per la riconversione dell’arsenale, dell’ospedale militare, della caserma Faravelli e delle officine Sauro. Bertolaso potrà fare una «gara informale», invitando a presentare le loro proposte almeno cinque importanti imprese. Una di queste, o un consorzio di queste, avrà il ruolo di general contractor: in Italia è una qualifica che hanno solo 23 aziende, tra queste Impregilo e Astaldi, le prime due nel settore delle costruzioni. Il general contractor avrà la responsabilità di realizzare le opere nei tempi previsti (anticipando i soldi), facendo ricorso ai subappalti. Una possibilità che apre le porte alla partecipazione delle imprese maddalenine e sarde in generale.

Bertolaso, però, non farà le cose da solo. Sarà affiancato da una “struttura di missione” che lavora sotto la direzione della presidenza del consiglio e, per i casi specifici, sotto la guida della protezione civile. Ma la nuova ordinanza, che amplia quella firmata da Prodi nel novembre del 2007, prevede anche un’altra figura cui il commissario straordinario potrà fare ricorso: quella del soggetto attuatore. E’ un ruolo-chiave: dovrà seguire le procedure per l’affidamento dei lavori, dei servizi e delle forniture, la stipula dei contratti, la direzione dei lavori e il controllo della spesa pubblica. Avrà a sua volta il potere di derogare alle leggi statati (in primis quella sui contratti pubblici) e regionali. Alcuni esempi. Non dovrà seguire le norme che disciplinano la posa di cavi e la realizzazione di condotte, il trasporto dei rifiuti, la realizzazione di impianti di smaltimento. E così avverrà anche per la valutazione d’impatto ambientale. Si farà su tutte le opere, è bene rimarcarlo. Verranno accorciati solo i tempi della procedura, che saranno ridotti della metà. Ma, vista la «somma urgenza», Bertolaso (o il soggetto attuatore) potrà comunque affidare i lavori senza la valutazione, imponendo poi al general contractor le «prescrizioni che dovessero essere impartite a seguito della compiuta valutazione d’impatto ambientale». Questo permetterà al commissario di mantenere gli impegni presi: i cantieri per il G8 apriranno il 1° aprile.

A essere derogato sarà anche il piano paesaggistico regionale. Bertolaso potrà non tenere conto di una serie di articoli, dall’attuazione del piano alla disciplina transitoria, per finire con le prescrizioni sui “manufatti storico culturali”. Ma, l’ordinanza è chiara, lo dovrà fare in «raccordo con il presidente della Regione autonoma della Sardegna». Il G8 non violerà lo statuto speciale, semmai - è il caso del trasferimento dei beni dallo Stato - ha contribuito enormente a farlo applicare. E infatti, a parte tutte le altre opere pubbliche che saranno inserite nelle ordinanze di Bertolaso, come l’allungamento della pista dell’aeroporto di Olbia dopo il 2009, Soru ha ottenuto ciò che voleva per un bene strategico: il comprensorio di Punta Rossa, a Caprera, diventerà un centro di ricerca e sviluppo sulle specialità ambientali e artistiche della Sardegna.

Ma il G8 sarà una grande opportunità pure per ingegneri e architetti: una decina, sotto i 35 anni, potranno partecipare a un concorso per l’assunzione nella pubblica amministrazione, per un anno. Staranno a contatto con Boeri e Cucinella. Una bella scuola.

23 marzo 2008

G8, ricorso all’Unione europea

Paura di speculazioni immobiliari

LA MADDALENA. Il G8 non può diventare il grimaldello per aprire la porta a speculazioni immobiliari nell’arcipelago maddalenino. E’ la posizione degli ambientalisti del Gruppo d’Intervento giuridico e Amici della Terra, i quali temono che le deroghe concesse per garantire la riuscita di un evento straordinario come il vertice dei potenti della terra, possano alla fine rivelarsi devastanti sul piano dell’impatto ambientale.

«L’ordinanza del presidente del consiglio dei ministri - dice il portavoce dei movimenti ecologisti, Stefano Deliperi - disegna un G8 in “salsa cinese” con aperture potenziali spaventose per la speculazione edilizia. All’articolo 5 sono previste disposizioni in deroga per la segretazione degli interventi. All’articolo 8 sono previste ulteriori disposizioni in deroga alla disciplina dei termini e dei medesimi effetti della normativa sulla valutazione di impatto ambientale, della valutazione di incidenza ambientale e del piano paesaggistico regionale».

Come se non bastasse, poi, per gli ambientalisti diventa rischiosissimo il disposto secondo il quale «nelle more del procedimento di valutazione di impatto ambientale il soggetto attuatore è autorizzato a procedere agli affidamenti dei lavori, espressamente riservandosi il potere di imporre al soggetto affidatario le eventuali prescrizioni che dovessero essere impartite successivamente all’esito della valutazione di impatto ambientale, consentendo altresì l’apertura dei cantieri e l’inizio delle opere compatibilmente con le esigenze ambientali».

«Qui - dice Deliperi -, a nostro parere, vengono meno anche i principi fondamentali delle disposizioni comunitarie e nazionali in materia che vincolano la realizzazione degli interventi assoggettati a Via alla positiva conclusione del relativo procedimento». Per questo motivo, gli ambientalisti hanno inoltrato un ricorso alla Commissione Europea «per verificare se sia rispondente al diritto comunitario una deroga di così eccessive proporzioni».

Per Deliperi nel primo decreto del governo, quello cioé che nominava Guido Bertolaso commissario straordinario, le disposizioni del piano paesaggistico regionale non potevano essere derogate. Quindi, è il passo successivo, il secondo decreto, che apre alcune porte pericolose per la salvaguardia ambientale alla Maddalena.

Altra circostanza che ha messo in allarme gli ecologisti è che le intese raggiunte tra la Regione, la Provincia Gallura e il Comune della Maddalena non contegono questa volta le schede istruttorie allegate. «Per questo - dice Deliperi - abbiamo già provveduto a richiederle per poter verificare ubicazioni e volumetrie per valutare quali iniziative ulteriori intraprendere per la salvaguardia dei valori ambientali e naturalistici dell’arcipelago della Maddalena».

La filosofia degli ambientalisti è molto chiara: «Così come abbiamo avversato il raddoppio della base militare in uso alla Us Navy dice infatti Stefano Deliperi -, ci opponiamo alla speculazione immobiliare. Faremo tutto il possibile per tenere fermi i principi cardine di salvaguardia di un ambiente unico e irripetibile». (p.m.)

Con la legge regionale 11 marzo 2005, n. 12, la Regione Lombardia ha imposto a tutti i comuni lombardi di provvedere alla sostituzione dei vecchi Piani Regolatori Generali con il nuovo Piano di Governo del Territorio;

Negli ultimi decenni, in particolare nella Brianza, si è assistito ad uno sproporzionato ed insensato consumo di suolo inedificato, senza preoccupazione alcuna delle conseguenze che un tale fenomeno produce sull’ambiente nel quale viviamo, sulla sicurezza alimentare e sulla salute dei cittadini;

Già nel 2004 nell’ambito del convegno provinciale “Il sistema del verde nord Milano”, tenutosi a Desio e organizzato da Legambiente Lombardia, con il patrocinio del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano e della Provincia di Milano, al quale hanno partecipato esponenti del mondo accademico, amministrativo, associativo e politico accomunati da una visione unitaria sulle politiche di salvaguardia del sistema delle aree verdi nord milanesi, si era posta l’attenzione sul ruolo chiave e fondamentale di questi anni per decidere che futuro si vuole costruire per i cittadini della Brianza e che destino si vuole dare a questo sistema del verde. Il convegno ha evidenziato che le decisioni cruciali, se si vogliono perseguire delle serie politiche di salvaguardia del verde e della salute dei cittadini, devono essere prese ora, poiché più tardi il modello di sviluppo in atto non permetterà più di tornare indietro: tutto ciò, purtroppo ha riscosso un appoggio “verbale” di alcuni amministratori locali a cui non sono seguiti fatti concreti;

Sempre nel 2004, il tavolo “A – ambiente e biodiversità” di Agenda 21 intercomunale di Desio-Cesano Maderno-Meda-Seveso, nel suo piano d’azione conclusivo, aveva evidenziato attraverso la mappatura cartografica e fotografica delle aree azzonate dai Piani Regolatori Comunali “a verde”, “agricole” e “a standard” dei 4 comuni, l’esiguità delle superfici allora disponibili da destinare a corridoi ecologici per mettere in rete le macroaree verdi presenti sui 4 comuni, ribadendo quindi l’urgenza di una politica di pianificazione urbanistica di salvaguardia e di valorizzazione delle stesse aree, che sinora è rimasta inascoltata;

Un’importante iniziativa in controtendenza rivolta “alla salvaguardia ambientale, alla tutela e riqualificazione degli spazi verdi esistenti” è stata l’istituzione in Comune di Seregno nel 2001 del PLIS “Brianza Centrale”. Questo parco, in posizione baricentrica rispetto ad alcuni grandi parchi di interesse regionale (Groane, Alta Valle del Lambro, Brughiera Briantea), pur essendo nato con il proposito di comprendere aree via via più ampie dei comuni contermini è rimasto per ora limitato entro i confini del comune di Seregno;

Il nuovo P.G.T., dal nostro punto di vista, se attuato con lungimiranza e con saggezza, attraverso il coinvolgimento di tutte le componenti della società civile, può diventare un’occasione unica per recuperare il tempo perduto ponendo al centro della pianificazione urbanistica le tematiche ambientali e di riduzione del consumo di suolo, fondamenta sulle quali costruire una nuova qualità dell’abitare, dove le aree verdi, agricole ed a standard, da semplici indici urbanistici, diventino aree strategiche, veramente fruibili da tutti i cittadini, sulle quali realizzare interventi di compensazione ambientale integrati fra loro (agricoltura produttiva, parchi urbani ed intercomunali, oasi e corridoi ecologici), finalizzati a porre un limite agli effetti negativi già evidenti (traffico, inquinamento, disgregazione sociale, impoverimento della biodiversità) provocati da questo eccesso di urbanizzazione del territorio;

Il contestuale rifacimento della pianificazione urbanistica in tutti i comuni della Lombardia in un medesimo ristretto periodo, fornisce un occasione unica per affrontare, attraverso il confronto e la collaborazione fra più comuni confinanti, tematiche che travalicano i singoli territori, come i corridoi ecologici o l’impatto dell’autostrada “ PEDEMONTANA”, progetti che, se affrontati con lungimiranza di vedute, eviterebbero alla Brianza di diventare definitivamente una megalopoli insalubre, invivibile e sepolta sotto un mare di cemento;

La PEDEMONTANA nasce vecchia e occorre prendere subito provvedimenti radicali e innovativi. Se ci sono soldi, questi dovrebbero essere spesi per costruire – ora non tra dieci anni – quelle infrastrutture che permettano di mantenere stili di vita dignitosi in situazioni critiche: quindi occorrerebbe impegnarsi a migliorare il trasporto pubblico rendendo meno appetibile la macchina privata, incrementare la qualità energetica delle abitazioni; la PEDEMONTANA rischia di diventare uno dei più grossi progetti di speculazione edilizia camuffata da intervento viabilistico;

Il progetto d’autostrada “PEDEMONTANA” produce un ulteriore grave impatto sul territorio della Brianza, senza produrre per i suoi abitanti benefici per quanto concerne gli aspetti relazionali, viabilistici ed urbanistici, privandoli oltretutto della superstrada MILANO-MEDA e dei diversi accessi che ripartivano in ambito locale i flussi di traffico, senza peraltro provvedere ad un potenziamento contestuale del trasporto pubblico;

É molto facile immaginare inoltre enormi quantità di nuove costruzioni, visto il progetto di legge della Giunta Regionale del 3 aprile 2007, che prevede che i concessionari che realizzeranno l'autostrada saranno autorizzati – per recuperare più velocemente gli investimenti – a costruire nelle vicinanze ulteriori costruzioni con aggravio del carico ambientale dovuto ai nuovi residenti e a nuove strutture;

Il recente tentativo, fortunatamente fallito, fatto attraverso l’emendamento 13 bis, detto “ammazzaparchi”, dimostra che la Regione Lombardia non ha alcuna intenzione di tutelare efficacemente il nostro territorio;

SI RICHIEDE DUNQUE

• che i Piani di Governo del Territorio dei singoli comuni perseguano, attraverso una progettazione sovracomunale, la preservazione, la salvaguardia e la valorizzazione delle residue aree agricole ed a standard, che in un territorio fortemente urbanizzato come la Brianza, hanno assunto un valore ambientale, che è anche economico, che deve essere riconosciuto formalmente e conformato anche dagli strumenti di pianificazione urbanistica, poiché contribuisce al miglioramento della vita di ogni cittadino. Tali aree per questi motivi devono rimanere escluse da processi speculativi che contribuiscono a ridurne le superfici per diventare invece parte di una progettazione ambientale di qualità che le renda fruibili ed integrate nella rete ecologica provinciale, attraverso la realizzazione di parchi;

• che vengano realizzati parchi urbani che, messi in rete da una pianificazione urbanistica condivisa a livello sovracomunale, costituiscano la spina dorsale di un corridoio ecologico del nord Milano che metta in comunicazione e renda fruibili da tutti i cittadini i “polmoni verdi” già esistenti della futura provincia di Monza e Brianza: Parco delle Groane, Parco della Brughiera Briantea, Parco del Grugnotorto-Villoresi, Parco Brianza Centrale, Parco della Valle del Lambro, Parco dei Colli Briantei, Parco del Molgora e Parco del Rio Vallone.

• che si utilizzi sin d’ora lo strumento del Piano di Governo del Territorio affinché le aree libere che in un malaugurato futuro dovessero essere attraversate dal tracciato della “PEDEMONTANA”, rimangano prive di costruzioni di qualsiasi tipo per destinarle al contrario ad opere di compensazione ambientale caratterizzate da una progettazione di effettiva qualità al fine di realizzare opere ambientali che abbiano una positiva ricaduta in ogni singolo comune ed una rilevanza ambientale sovracomunale;

• che ci sia sinergia e coordinamento con quei Comuni che hanno espresso criticità rispetto agli elaborati progettuali della Pedemontana per le pesanti ricadute causate, tenendo in considerazione tali richieste per una riformulazione progettuale

• che si faccia ogni sforzo in fase di progettazione esecutiva per ridurre l’impatto ambientale della Pedemontana, mitigandone la percezione, riducendo i carichi di traffico forzato indotti dalle opere accessorie all’interno dei comuni attraversati quali le strade d’arroccamento, evitando lo sviluppo edilizio intensivo attorno alla nuova viabilità in quanto fattore non più sostenibile di sfruttamento del territorio;

• nell’ipotesi che l’autostrada Pedemontana venga comunque realizzata, sarà compito del coordinamento vigilare attentamente con tutti i mezzi a disposizione, affinché le risorse finanziarie delle compensazioni ambientali – così come più volte dichiarato dallo stesso presidente di Società Pedemontana Fabio Terragni – vengano destinate ad EFFETTIVE OPERE di COMPENSAZIONE AMBIENTALE, per ricucire il territorio che verrà ulteriormente deturpato da questa infrastruttura e per realizzare i parchi urbani ed i corridoi ecologici utili alla formazione della rete ecologica provinciale e non ad opere inutili o che nulla hanno a che vedere con essa.

IN PARTICOLARE, SI RITIENE FONDAMENTALE:

• la riduzione delle superfici fuori terra legate direttamente o indirettamente alla nuova viabilità;

• la realizzazione di sistemi accessori di viabilità lenta (piste ciclabili);

• il supporto economico ai Parchi (locali e regionali) delle zone interessate dalla Pedemontana per interventi ambientali negli stessi;

• la realizzazione di collegamenti per garantire la continuità delle aree protette attualmente esistenti;

• il recupero e/o la realizzazione di nuove aree verdi in ambito comunale e sovracomunale pensate non solo come aree attrezzate ma come veri e propri parchi naturali;

• che le risorse da spendere in compensazione ambientale legate all’autostrada Pedemontana, NON DOVRANNO ricadere “a pioggia” sui singoli Comuni unicamente in forma di risarcimento del danno prodotto. Priorità quindi ad una REALE COMPENSAZIONE AMBIENTALE PIANIFICATA PER MEZZO DI UNA PROGETTAZIONE CONDIVISA

PER QUANTO CONCERNE LA PROGETTAZIONE A SCALA TERRITORIALE DEGLI INTERVENTI DI RIFORESTAZIONE E DI RIQUALIFICAZIONE DEL PAESAGGIO si prospettano i sottoindicati interventi:

CESANO MADERNO:

- zona ricadente nel Parco della Baruccanetta e delle Rogge: coerentemente con il progetto preliminare relativo alla creazione del Parco della Baruccanetta e delle Rogge, approvato dall’Amministrazione Comunale di Cesano Maderno nel luglio del 2006, si chiede di realizzare una fascia di mitigazione e compensazione ambientale, in parte a prato rustico stabile e in parte a forestazione urbana, a cavallo del futuro tracciato autostradale, che in questo tratto scorrerà in galleria artificiale e verrà sostituito da una viabilità di arroccamento a raso. Ciò consentirà di creare una vera e propria spina verde nord-sud tra il centro di Cesano e le frazioni di Molinello e Cascina Gaeta, come negli obiettivi del Parco della Baruccanetta e delle Rogge, nonché a scala più ampia un corridoio ecologico e di fruizione ciclopedonale di collegamento con il Bosco delle Querce a nord e con il PLIS del Grugnotorto Villoresi a sud.

- zona compresa tra il grande svincolo di Cascina Gaeta-Binzago e il confine di Desio: si richiede una riqualificazione ambientale complessiva delle aree adiacenti al tracciato PEDEMONTANA mediante mirate opere di mitigazione e compensazione ambientale e ripristinando la naturalità dei luoghi, oggi in parte compromessi dall’uso improprio dei suoli, con la realizzazione di fasce boscate, siepi e filari che andrebbero a connettersi con il sistema del verde presente in territorio di Desio. Si ricorda che quest’ambito è inoltre interessato dalla presenza di un corridoio ecologico secondario (art. 58) e da una zona extraurbana con presupposti per l’attivazione di progetti di consolidamento ecologico (art. 61) individuati dal PTCP della Provincia di Milano. Inoltre si richiede che per tale area venga richiesta l’adesione all’esistente Parco Locale d’Interesse Sovracomunale “Brianza Centrale”.

DESIO:

- zona Villa Buttafava, cascina San Giuseppe e aree agricole circostanti: creazione di un’area complessiva di mitigazione e compensazione ambientale che preservi il carattere rurale attuale e si adoperi per rendere fruibili, attraverso la realizzazione di percorsi ciclopedonali a siepi e filari, i tracciati interpoderali e vicinali già esistenti, anche attraverso convenzioni con singoli coltivatori diretti presenti sulle aree. Inoltre si richiede che per tale area venga richiesta l’adesione all’esistente Parco Locale d’Interesse Sovracomunale “Brianza Centrale”;

- zona fra le località di San Giuseppe e San Carlo: creazione di un’area complessiva di mitigazione e compensazione ambientale, in parte a prato rustico stabile e in parte a forestazione urbana, per mitigare la presenza della PEDEMONTANA con costruzione di percorsi ciclopedonali. Inoltre si richiede che per tale area venga richiesta l’adesione all’esistente Parco Locale d’Interesse Sovracomunale “Brianza Centrale”

- zona in località San Carlo, Ospedale, via per Cesano e via per Bovisio: creazione di un’area complessiva di mitigazione e compensazione ambientale conformata come parco urbano d’interesse sovracomunale, con opere che ne realizzino la piena fruibilità cittadina, sull’esempio del parco della Porada a Seregno, preservandone per quanto possibile il carattere rurale di alcune aree ancora coltivate, caratterizzate dalla presenza della rete di tracciati interpoderali e vicinali, anche attraverso convenzioni con singoli coltivatori diretti presenti sulle aree. La finalità di questo parco a oltre mitigare la presenza della PEDEMONTANA, sarebbe di creare un nodo ecologico che metterebbe in comunicazione diretta altri parchi esistenti nei comuni contermini: Parco di Cassina Savina e Parco della Baruccanetta e delle Rogge a Cesano Maderno, con il Parco del Meredo e il Parco Locale d’Interesse Sovracomunale “Brianza Centrale” a Seregno;

- dorsale verde nord-sud, San Carlo-Valera, attraversata dalla nuova tangenziale ovest di Desio: creazione di un’area complessiva di mitigazione e compensazione ambientale con funzione di corridoio ecologico, con opere che ne realizzino la piena fruibilità cittadina, preservandone per quanto possibile il carattere rurale di alcune aree ancora coltivate, caratterizzate dalla presenza della rete di tracciati interpoderali e vicinali, anche attraverso convenzioni con singoli coltivatori diretti presenti sulle aree. Finalità di questo parco, creazione un corridoio ecologico che metterebbe in comunicazione diretta il Parco Locale d’Interesse Sovracomunale “Brianza Centrale” a Seregno, con il Parco del Grugnotorto-Villoresi di Varedo, attraverso il proposto parco urbano di San Carlo del precedente punto;

- dorsale verde est-ovest, Valera-Prati, caratterizzata dalla presenza del cimitero di Desio ed in parte attraversata dalla nuova tangenziale sud di Desio: creazione di un’area complessiva di mitigazione e compensazione ambientale con funzione di corridoio ecologico, con opere che ne realizzino la piena fruibilità cittadina, preservando per quanto possibile il carattere rurale di alcune aree ancora coltivate, caratterizzate dalla presenza della rete di tracciati interpoderali e vicinali e da un tessuto agricolo antico quale quello della cascina Valera e della zona dei “Prati” (così chiamata in memoria dei prati adacquatori della roggia di Desio, di cui rimangono le testimonianze nei terreni agricoli di competenza delle cascine Antona Traversi e Prati in territorio di Muggiò) anche attraverso convenzioni con singoli coltivatori diretti presenti sulle aree. La finalità di questo parco è la creazione di un corridoio ecologico che metterebbe in comunicazione diretta, per mezzo dell’area di pertinenza del cimitero nuovo e di alcune aree libere su quella direttrice, il centro storico di Desio ed il suo parco comunale Cusani-Traversi-Tittoni con il Parco del Grugnotorto-Villoresi di Muggiò e da lì verso Varedo, Seregno e Cesano Maderno, attraverso i già proposti corridoi ecologici dei precedenti punti;

MACHERIO – LISSONE – SOVICO – ALBIATE: - rispetto le aree agricole e standard, indicate nei piani urbanistici vigenti, dei comuni di: MACHERIO zona Torrette – Pedresse – Santa Margherita (aree a nord dell’asse viario costituito dalle vie S. Ambrogio, Cardinal Ferrari e Regina Margherita delimitate a est dalla via Bosco del Ratto)

LISSONE zona Santa Margherita – Cascina Bini (aree a est dell’asse viario costituito dalle vie Angelo Arosio, Giusti, Pasolini, Verga, Lecco e Raiberti)

SOVICO zona Boscone (Bosco del Ratto) (aree a ovest della linea ipotetica che, idealmente, congiunge le cascine Greppi, Virginia e Canzi; aree prospicienti via A. Volta e la Strada Comunale delle Prigioni)

ALBIATE zona Dosso – C.na Canzi (aree a ovest dell’asse viario costituito dalle vie Adamello, Trieste, Aquileia, Montello e Gorizia; aree prospicienti le vie Dosso, Pasubio e delle Valli; aree a sud della ferrovia “Seregno-Carnate”)

si richiede la creazione di un’area complessiva di mitigazione e compensazione ambientale conformata come ampliamento del Parco Locale d’Interesse Sovracomunale “Brianza Centrale” da attuarsi attraverso: interventi di riforestazione su aree standard o da acquisire; la ricomposizione delle caratteristiche del paesaggio rurale delle aree coltivate, con messa a dimora di siepi e filari lungo la rete esistente di tracciati interpoderali e vicinali da recuperare anche in funzione ciclopedonale per garantirne una piena fruibilità cittadina; la creazione di corridoi ecologici e di una rete di percorsi a servizio della mobilità lenta per una comunicazione diretta con le aree protette esistenti (Parco della Valle del Lambro, Parco urbano di Lissone, ecc.); la conservazione e la valorizzazione dei beni storici ed architettonici esistenti.

- in particolare si chiede:

la formazione di fasce boscate, per la mitigazione ambientale e paesistica, in prossimità del tracciato della Pedemontana e della nuova SP n. 6 “Monza–Carate”;

la salvaguardia ed il recupero paesistico dell’area circostante l’oratorio di Santa Margherita alle Torrette (Macherio), della strada vicinale alberata per la frazione S. Margherita e del prospiciente contesto agricolo; l’ampliamento e la riqualificazione dell’area forestale del Boscone (Bosco del Ratto) con mirati interventi di riforestazione e il mantenimento dei prati stabili e degli incolti esistenti;

il consolidamento, nei comuni di Albiate e Carate Brianza, del corridoio ecologico secondario (art. 58 PTCP della Provincia di Milano) di rilevante importanza strategica per la connessione tra la zona del Dosso (Seregno – Albiate) ed il Parco Regionale della Valle del Lambro;

MEDA: - progettazione integrata del corridoio ambientale di collegamento tra la porzione meridionale del Parco della Brughiera in direzione del Bosco delle Querce Attraverso la Valle dei Mulini, percorso ambientale ancora riconoscibile percepibile di cui il Vecchio Mulino e l’area “Cave” (da recuperare) di Meda costituiscono il il primo elemento da collegare agli ambiti con le medesime funzioni in direzione di Lentate sino a Cantù Asiago. Il sistema avrà altri elementi minori anche utilizzando il corridoio del Torrente Terrò, sino a ricongiungere il sistema al Parco Brianza Centrale lungo la direttrice da Meda Sud al Meredo;

- ripristino della comunicazione interpoderale e di quella intercomunale interrotte sin dall’evento diossina a partire dal Bosco delle Querce con la creazione di una rete a servizio della mobilità lenta con innesti al centro abitato (mantenimento dello scavalcamento della sede ferroviaria e prosecuzione in direzione nord, anche ripristinando i camminamenti in fregio al Terrò sino a ricongiungersi alla direttrice Parco della Porada – Parco della Brughiera lungo Via Trieste e Via Valseriana);

- Consentire, con adeguata copertura finanziaria, l’acquisizione da parte dell’ente Parco Sovracomunale Brughiera Briantea dell’ex FORNACE CEPPI da adibire a “porta del Parco” con museo delle attività lavorative, estrattive d’argilla in primis, ora scomparse, nonché possibile sede del Parco stesso

SEREGNO:

- valorizzazione dell’esistente PLIS “Brianza Centrale” – ampliato mediante adesione di aree nei comuni limitrofi – tramite interventi di riforestazione su aree da acquisire e la realizzazione di percorsi ciclopedonali su tracciati interpoderali e vicinali già esistenti, in particolare nella zona Dosso.

- acquisizione delle aree della porzione di territorio (comunale e sovracomunale) denominato “Meredo” e realizzazione delle opere di forestazione e delle attrezzature già previste nel PP del PLIS “Brianza Centrale”. In subordine acquisizione delle aree medesime e cessione al comune delle stesse, oppure la stipula di contratti decennali di comodato ad uso pubblico sempre con il comune interessati e sempre per la medesima tipologia di opere;

- studio della fauna selvatica esistente nel PLIS al fine di favorirne per quanto possibile la diffusione, anche mediante la realizzazione di piccole opere di collegamento per superare i principali assi di comunicazione: Nuova Valassina, futura Pedemontana, ferrovia Milano-Como-Chiasso (linea di cui è previsto il quadruplicamento);

SEVESO:

per la presenza del casello di uscita della Pedemontana si determinerà una forte pressione sia sul Bosco delle Querce che su le residuali aree verdi di Baruccana. La compensazione in tale ambito dovrà garantire e rafforzare la continuità delle aree verdi anche con interventi di riforestazione.

? la conservazione del corridoio ambientale in direzione del Meredo e l’ampliamento delle aree assegnate al Bosco delle Querce dovranno raccordasi alle medesime azioni prospettate per i comuni limitrofi a costruire una rete ambientale in comunicazione.

VIMERCATESE: la realizzazione di collegamenti per garantire la continuità delle aree protette attualmente esistenti con riferimento ai corridoi ecologici già individuati nel progetto Dorsale Verde della Provincia di Milano. Nel vimercatese in particolare occorre pianificare il collegamento dei parchi presenti nella direttrice da Ovest ad Est con interventi di riqualificazione ambientale finalizzati a connettere tra loro le aree del Parco dei colli Briantei con il Parco del Molgora e di qui, proseguendo verso Est, con il Parco del Rio Vallone fino al Parco Adda

Firmatari del documento:

- Alternativa Verde per Desio – Desio;

www.alternativaverde.it ;
info@alternativaverde.it

- Associazione per i Parchi del Vimercatese;

www.parchivimercatese.it ;
parchivimercatese@brianzaest.it

- Associazione Econazionalista Domà Nunch – Uboldo,Barlassina;

www.eldraghbloeu.com ;
redazion@eldraghbloeu.com

- Associazione Torrette Bini Dosso Boscone per l’ampliamento del Parco Brianza Centrale – Macherio;

www.macherio.net/comitatotorrette.htm ;
dantedinanni@libero.it

- Cesano per Noi-Noi per Cesano – Cesano Maderno;

noipercesano@hotmail.it

- Circolo Legambiente “Roberto Giussani” – Desio;

legambientedesio@libero.it

- Legambiente Seregno ONLUS – Seregno;

www.legambienteseregno.it ;
info@egambienteseregno.it

- Sinistra e Ambiente – Meda;

www.centrosinistrameda.it/sinistra_e_ambiente.htm

- WWF Sezione Groane;

http://web.tiscali.it/wwfgroane/index.html ;
groanewwf@yahoo.it;

Berlusconi, per come racconta la cronaca e come lo ricordo io che fui anche testimone diretto, è stato l’inventore delle cordate fasulle.

La più celebre fu quella della Sme, passata anche sui tavoli della giustizia civile e penale. Per bloccare il contratto già firmato tra De Benedetti e l’Iri, s’inventò un’inesistente cordata guidata da un suo prestanome, certo Scalera, che rimise in gioco l’accordo per il tempo necessario a riaprire il gioco. Poi Scalera scomparve, scomparve fisicamente, e la cordata Fininvest-Ferrero-Barilla ne prese il posto, ma era fasulla anche quella. Alla fine lui si ritirò e Ferrero-Barilla si divisero le spoglie della Sme. In quel caso la Fininvest non aveva altro interesse che fare un favore politico a Craxi. Il compenso fu il famoso decreto soprannominato "decreto Berlusconi" con il quale il governo bloccò la sentenza della Corte Costituzionale autorizzando le televisioni Fininvest a trasmettere in barba alla sentenza della Corte e dei tribunali che le avevano emesse.

Non fu il solo caso. Ce n’erano stati altri all’epoca della guerra di Segrate, che vide ancora una volta opposti lui da un lato e la Cir di De Benedetti dall’altro e che culminarono nel famoso "lodo Mondadori" anch’esso transitato sui tavoli della giustizia civile e penale con esiti a volte a lui favorevoli a volte contrari, sepolti infine dalla prescrizione.

Il personaggio è dunque coniato in questo modo, se ne infischia dei conflitti d’interesse, se ne infischia delle leggi e se ne strainfischia delle norme europee. Guarda al sodo, al suo interesse, animato dall’istinto del combattente e dagli spiriti animali d’un capitalismo senza regole.

Però questa volta non gioca sul tavolo delle tre carte. Questa volta – credetemi – fa sul serio. La cordata italiana lui la vuole veramente e riuscirà a farla decollare in un modo o in un altro, magari imbarcando per la strada i tedeschi o i fondi americani o qualche arabo di quelli che lui conosce.

Questa volta gioca da presidente del Consiglio "in pectore". L’Alitalia la considera cosa sua e considera cosa sua anche l’hub di Malpensa e quello di Fiumicino. Considera cosa sua i sindacati di Alitalia e quelli della Sea. Anche di Linate. Anche i dieci aeroporti che infiocchettano il lombardo-veneto da Bergamo a Treviso.

Si è calato interamente nella figura del leader autoritario preconizzato da Giulio Tremonti. Decide la politica, l’economia segue. Il mercato, se ostacola i suoi disegni, vada a farsi fottere. E se necessario vada a farsi fottere anche l’Europa tecnocratica.

Dio, Patria, Famiglia e ora anche Alitalia. Tremonti dixit.

* * *

È opportuno a questo punto valutare oggettivamente i costi dell’operazione cominciando dall’Alitalia e dal piano industriale presentato da Air France, che prevede un investimento immediato di due miliardi di euro.

Questa cifra è la somma di 150 milioni di esborso per gli azionisti di Alitalia, più 600 milioni di rimborso delle obbligazioni emesse da quella società, più l’assunzione dei debiti che figurano nel bilancio della Compagnia di bandiera. Air France si è anche impegnata a ricapitalizzare l’azienda con un miliardo di capitale. E fanno tre. Ci vogliono dunque tre miliardi per assumere il controllo di Alitalia e assicurarle il capitale di funzionamento. Ma resta che la Compagnia continuerà a perdere a dir poco 350 milioni l’anno se non sarà risanata e rilanciata.

Il corso Spinetta, che fa l’amore col progetto Alitalia ormai da quindici anni, prevede di portare la società al profitto entro cinque anni col taglio degli esuberi, il rinnovamento della flotta, l’abbandono di Malpensa e un investimento complessivo di 6,5 miliardi entro il 2013 nel quadro di un grande gruppo che comprende Air France, Klm, e la stessa Alitalia.

L’impegno totale dell’acquisto e del rilancio contempla dunque 10 miliardi di investimenti. Queste sono le cifre di partenza.

* * *

Ma per una cordata patriottica che abbia come obiettivo di rilanciare non solo Alitalia ma anche Malpensa tutelando i sindacati interni delle due aziende senza tuttavia smantellare Linate e tanto meno gli altri aeroporti padani, il costo dell’investimento non si ferma qui.

Senza eliminare gli esuberi non si risana un bel niente. Quanto a Malpensa le perdite attuali ammontano a 200 milioni annui. Per arrivare all’aeroporto partendo da Milano si impegna un’ora e venti minuti. Ci vogliono quindi altri investimenti indispensabili in strada e ferrovia. I diritti di traffico dell’Alitalia dovranno poi essere divisi tra i tre aeroporti di Malpensa, Fiumicino e Linate. La Sea non ha un soldo e deve essere ricapitalizzata.

Non si è dunque lontani dal vero ipotizzando che la cordata patriottica dovrà darsi carico di almeno altri 4 miliardi entro il 2013, da aggiungere ai 10 previsti da Air France. Totale quattordici. Ammesso che due hub siano un peso sostenibile.

Non mi sembra che Toto sia affidabile per un’impresa di queste dimensioni né mi sembra che Banca Intesa si possa accollare da sola una responsabilità di questo genere.

I nomi chiamati in causa e cioè Ligresti, Bracco, Soglia, Moratti, Fininvest, Della Valle, possono mobilitare l’un per l’altro 200 milioni a testa. Sapendo che nessuno di loro guiderà l’operazione. Cordata patriottica, appunto. Come la fede d’oro per finanziare la conquista dell’Impero.

Comunque un miliardo o giù di lì. Ne mancano almeno altri tredici. Ma il leader patriottico non bada a queste quisquilie. Lui guiderà il governo, su questo non ha dubbi. È in grado di compensare chi lo aiuta. Troverà il modo. E poi c’è lo Stato. Lo Stato pagherà. Il rischio e l’investimento saranno distribuiti sulle spalle dei contribuenti e dei risparmiatori. Sarà lanciato un prestito obbligazionario. Si formerà un consorzio di banche. Al Tesoro ci sarà Tremonti il creativo. Tremonti il protezionista. Tremonti il colbertiano. Che vuole la politica autoritaria alla testa dell’Europa e dell’Italia. Amico di Sarkozy.

La Cassa Depositi e Prestiti avrà un ruolo. Mediobanca anche.

Naturalmente le risorse che saranno gettate su Alitalia-Malpensa dovranno essere sottratte da altri impieghi. Ma la decisione è politica. Se il Capo è d’accordo, si va alla guerra e così sia.

Dio, naturalmente, è con noi e intanto ci farà vincere le elezioni, che è ciò che conta.

* * *

I sindacati incontreranno Spinetta il 25 prossimo, dopodomani. Forse sul cargo tratteranno (cinque vecchi aerei, 135 piloti per guidarli, 200 milioni di fatturato annuo, 70 milioni annui di perdita). Forse si aprirà uno spiraglio sugli esuberi di AZ Servizi e sul tempo di dismissione.

Se rompono la crisi sarà immediata. Se rompono si assumono i rischi della rottura perché Spinetta è stato chiaro su questo punto: senza l’accordo con i lavoratori mi ritiro. E’ un ricatto? A me sembra un dato di fatto e un segno di considerazione. Ma ognuno decide con la sua testa.

Può darsi però che i sindacati non rompano, che il piano industriale francese li convinca, ma che abbiano bisogno di qualche giorno per perfezionarlo.

Può darsi che cinque giorni, dal 25 al 31 marzo, non bastino. Può darsi che ne vogliano dieci o giù di lì. Spinetta concederà quei pochi giorni fissando una data certa e accettata? Prodi e Padoa-Schioppa accetteranno una proroga breve con data prefissata e non superabile?

Esprimo un’opinione personale: una proroga di cinque o sei giorni oltre il 31 marzo sembra accettabile. Oltre quel limite non lo è.

Quanto al prestito che Berlusconi chiede al governo, Prodi ha già detto che non si può fare se non è garantito da un soggetto bancabile. La Ue vieta operazioni di prestito a rischio da parte di un governo ad una società per azioni.

Al di là di questo non ci sono altri orizzonti che l’amministrazione controllata. Significa congelamento dei debiti, nomina d’un commissario giudiziale, risanamento con vendita delle poche attività e concordato con i creditori. Esuberi? Da quel momento la controparte dei sindacati sarà il commissario. La flotta continuerà a volare? Così come Parmalat continuò a produrre il suo latte e i suoi yogurt?

C’è una differenza di fondo tra i due casi: la gestione di Parmalat era attiva ma il capitale finanziario non c’era più. Per Alitalia invece il capitale finanziario non c’è più e la gestione è in pesante passivo.

Affinché la flotta continui a volare occorre che i fornitori vendano il carburante a credito, la manutenzione e il personale di volo e di terra lavori senza sapere se a fine mese gli stipendi saranno pagati. Una situazione ovviamente impossibile quale che siano le opinioni in proposito di Giordano, Diliberto e Pecoraro Scanio.

Berlusconi strillerà e con lui Fini. E con loro Formigoni e la Moratti che sono tra i principali responsabili del flop di Malpensa. E gli elettori?

Nessuno può dire quale sarà l’effetto dell’affaire Alitalia-Malpensa sugli elettori del Nord. Forse la maggioranza se ne infischia o forse no. Quanto agli industriali, è un fatto che in quindici anni da quando dura quest’agonia sotto quattro diversi governi, gli industriali del Nord nessuno li ha visti. Avevano altri pensieri. Li vedremo oggi? Daranno oro alla Patria? In barba al mercato? Col solo vantaggio d’essere i finanziatori di Berlusconi?

Tutto è possibile. Nel 1921 finanziarono Mussolini pensando che sarebbe stato una marionetta nelle loro mani. Non fu così, ma quando se ne accorsero era troppo tardi. Dovettero aspettare vent’anni e una catastrofe epocale.

Qui se ne preparano altri cinque e siamo ancora alle prese con lo stesso leader, lo stesso personale politico, la stessa Lega, lo stesso Fini, gli stessi "ascari" con i cannoli o senza cannoli.

Ma il popolo è sovrano. A volte decide per il suo bene, a volte si dà il martello sui piedi, a volte resta a casa a guardare lo spettacolo dalla finestra. E questa è la cosa peggiore che possa accadere.

Aeroporti che passione. In Italia quasi ogni provincia ne può contare almeno uno. E chi non ce l'ha freme ardentemente per averlo. Costi quel che costi, tanto paga lo Stato. E che importa se si alza appena un volo al mese, vuoi mettere il prestigio di avere uno scalo sotto casa? Prestigio certo, ma soprattutto tanto business.

C'è una legge italiana, vecchia di quindici anni, che parla chiaro: sotto i 600mila passeggeri l'anno lo Stato può mettere mano al portafogli e aiutare alla costruzione o alla riqualificazione di una struttura aeroportuale. Così, dal 1993 ad oggi, gli investimenti si sono moltiplicati: oltre 2,5 miliardi di euro, divisi tra fondi dello Stato (550 milioni), fondi Ue (500 milioni) e fondi delle singole regioni (200 milioni).

Per giustificare la nascita di un nuovo aeroporto, dicono gli esperti, c'è bisogno almeno di un traffico di un milione di passeggeri annui. E in Italia solo 21 (il 20% del totale) rispondono a questa esigenza. Il traffico aereo nazionale si concentra infatti esclusivamente su cinque grandi poli. Il più grande è quello di Milano (Malpensa, Linate e Orio al Serio) che solo lo scorso anno ha fatto viaggiare 36,5 milioni di persone. Segue Roma (Fiumicino e Ciampino) con 34,6. Più distanti il sistema dei due scali di Venezia-Treviso (7,6 milioni), Catania (con 5,3) e Napoli (5,2).

Gli altri 80, dunque, potrebbero tranquillamente chiudere e nessuno se ne accorgerebbe. Come l'aeroporto di Taranto-Grottaglia che nel 2007 ha visto salire a bordo appena 16 passeggeri. Uno scalo civile costato oltre 100 milioni di euro, tra finanziamenti della Regione e dell'Unione europea, ma che di civile ha ben poco, visto che la destinazione unica è Seattle e a viaggiare, oltre i pochi tecnici, sono le fusoliere del nuovo Boeing costruito dall'Alenia e destinate al mercato statunitense. Sempre in Puglia, a Foggia, c'è un altro areoporto che gli esperti dell'Enac (l'ente nazionale aviazione civile) definiscono «assolutamente inutile» per via degli appena 6.714 biglietti strappati al check-in in un anno e che non giustificano i 3,1 milioni di euro spesi per il suo ammodernamento.

La regione a detenere il record di aerostazioni è la Sicilia, ben sei. Ma il numero è destinato ad aumentare. Perché nell'isola della rete ferroviaria ad un unico binario non sono sufficienti gli scali già esistenti di Palermo (91,5 milioni di euro stanziati fino al 2013 per interventi di ammodernamento), Trapani (scalo militare che da poco si è aperto al turismo di massa grazie ai 20 milioni di euro stanziati da qui a fine anno), Catania (prediletta dai viaggiatori low-cost con un investimento di 140 milioni), Comiso (l'ex base dei missili Cruise che a giugno aprirà i battenti, costo 40 milioni per una previsione di 3.000 passeggeri annui), Lampedusa e Pantelleria. Ne serve un settimo, Agrigento dice di averne «assoluto bisogno» e Totò Cuffaro si è dato subito da fare riuscendo a mettere sul tavolo 35 milioni di euro. Ne mancherebbero altrettanti per completare l'intera opera, ma intanto i lavori sono partiti. Ed Enna e Messina? Anche loro hanno chiesto uno scalo cittadino e la Regione si è detta disponibile.

Salendo per lo stivale la situazione cambia poco. Nel Lazio, ad esempio, dove si è da poco conclusa una gara fratricida tra Viterbo e Frosinone per la realizzazione di uno nuovo scalo che dia un po' d'ossigeno a Ciampino, sempre più congestionato dai voli low-cost. Le due città sono risultate idonee e così, salomonicamente, si è dato l'ok ad entrambe. Si sale ancora e arriviamo ad Ampugnano, 15 km da Siena, dove, tra le proteste dei comitati cittadini, sta per essere rispolverato un vecchio areoporto militare degli anni '30. L'obiettivo è trasformarlo in uno scalo faraonico, multi-pista e molto hi-tech, che punta, nel 2020, a far viaggiare oltre 500mila persone. «Utopia», dicono gli esperti, ma intanto Monte dei Paschi e Comune hanno già trovato i 70 milioni necessari per posare il primo mattone. Dalla Toscana all'Emilia Romagna, dove si pensa seriamente ad ampliare l'aerostazione di Parma (nel 2007 appena 120mila passeggeri), decisione che ha fatto andare su tutte le furie gli altri due scali della regione, quello di Forlì e Rimini (città che distano appena una cinquantina di chilometri) che vorrebbero più soldi per l'ampliamento delle loro piste.

Anche nel profondo nord la concorrenza è spietata. Tra Milano e Venezia c'è un aeroporto ogni 40 chilometri: Biella, Cuneo, Malpensa-Linate, Brescia, Bergamo, Belluno, Verona, Vicenza, Trento, Padova, Treviso, Trieste e Venezia. Con «chicche» da Guinness dei primati come lo scalo di Vicenza in cui decollano appena sei aerei la settimana, meno di uno al giorno. O peggio a Biella dove si alzano in volo dodici apparecchi l'anno. Tutto questo mentre - paradosso tutto italiano - l'Alitalia è in piena agonia.

(fonte: Cresme)

Anno 2000: i Comuni possono spendere i soldi delle licenze edilizie SOLO a fronte di investimenti.

Anno 2001, ottobre: i Comuni sono autorizzati a spendere i soldi delle licenze edilizie per fare quello che gli pare, grazie al nuovo Testo Unico sull’edilizia.

Arriva il boom edilizio.

Anno 2000: 159.000 abitazioni costruite.

Anno 2007: 298.000 abitazioni costruite e 38.000 ampliamenti di abitazioni.

Le licenze raddoppiano in 7 anni, il territorio italiano viene cementificato da palazzine, nano grattacieli, hangar, seconde, terze, quarte ville, parcheggi, garage. I Comuni raddoppiano gli incassi senza alcun obbligo di destinazione d’uso. Hanno la licenza di uccidere il territorio.

Il territorio comunale, lo dice la parola stessa, è patrimonio “comune” dei cittadini che lo abitano. Appartiene a loro. Il bosco, il prato, la vista panoramica, un posto per passeggiare o far giocare i propri figli, il parco, i giardini o, anche, un semplice spazio vuoto per vedere l’orizzonte. Chiarito che il territorio è dei cittadini e non del sindaco fasciato a festa e dei suoi assessori che sono SOLO dipendenti comunali facciamoci qualche domanda.

Dove sono finiti i soldi delle licenze edilizie concesse senza più l’obbligo di investimento? Nuovi servizi, asili, piste ciclabili, trasporti pubblici non si sono visti. Farei un’indagine, Comune per Comune.

Quanto ancora si può cementificare il paesaggio italiano? Si può solo tornare indietro, decementificare. Il turismo sta morendo di cemento.

Quali sono le maggiori imprese edili che hanno ottenuto le licenze? I costruttori comandano ormai più del sindaco Moratti e del sindaco Topo Gigio, devono uscire dai consigli comunali. Sono lì, anche se non sono stati eletti.

Il processo infernale messo in moto dal Testo Unico del 2001 va fermato. Bisogna riportare le lancette al 2000. Meno cemento, meno soldi per i partiti, i veri padroni dei Comuni. I cittadini devono presentarsi in consiglio comunale per chiedere i motivi dello scempio edilizio e documentare l’incontro con una telecamera.

Il Bel Paese è nostro, riprendiamocelo.

Postilla

Consumo di suolo e crescita smisurata degli investimenti immobiliari sono facce della stessa medaglia. Mediatori e complici a volte obbligati e a volte compiacenti i sindaci, incapaci di gestire i bilanci senza svendere il territorio comune (il futuro dei loro figli). Mentre s’impoverisce il patrimonio comune si accrescono i patrimoni privati, senza neppure che si riesca a tosare in modo adeguato la rendita parassitaria. Fino a quando la politica lascerà queste verità in esclusiva a Beppe Grillo?

VENEZIA. Un’enorme betoniera davanti alla spiaggia di Pellestrina. E un villaggio da 500 operai nell’area verde di Santa Maria del Mare, protetta da vincoli e norme europee. Per la Salvaguardia va tutto bene, e i due progetti del Mose sono stati approvati a maggioranza. Ma le norme urbanistiche vigenti non prevedono quegli insediamenti. Un nodo che dovrà essere sciolto dal Tar - che esaminerà il ricorso del Comune contro i cantieri a metà aprile - ma anche dalla Provincia, che deve per legge dare il suo parere sulle emissioni dei nuovi impianti e sulla conformità urbanistica della nuova fabbrica.

Nei prossimi giorni, subito dopo Pasqua, sarà convocata una nuova Conferenza dei servizi che dovrà esprimersi sui progetti, che hanno già ottenuto il via libera dalla commissione Via della Regione. «Ma il testo unico sull’ambiente prevede che ci debba essere l’autorizzazione agli scarichi in atmosfera data dalla Provincia», dice Ezio Da Villa, assessore all’Ambiente di Ca’ Corner, «e noi dovremo tener conto del parere del Comune». «I nostri uffici stanno valutando il da farsi», dice il Capo di Gabinetto del sindaco Maurizio Calligaro.

Il precedente. Un anno fa, dopo un sopralluogo ai cantieri di Santa Maria del Mare, i dirigenti dell’Urbanistica avevano inviato il loro rapporto. In cui gli interventi venivano definiti «illegittimi» perché sprovvisti della certificazione urbanistica. Un problema che a maggior ragione riguarda ora l’area dove è stato previsto il cantiere, che sorge su territorio comunale. Zona vincolata dal Palav, ricordano in Comune, ma anche dall’Ue perché area Sic (Sito di interesse comunitario) e soggetta a Norme tecniche di attuazione molto vincolanti. Ma di tutto ciò non s’è tenuto conto.

Tentativo. Il Magistrato alle Acque e il Consorzio Venezia Nuova che avevano ritirato il progetto, lo hanno ripresentato giovedì scorso. Definendo «impraticabili» le alternative proposte. La nave da crociera per il «pendolarismo», le colonie abbandonate degli Alberoni per la distanza. «Ma è una vergogna», sostengono in un comunicato i comitati dell’Assemblea permanente No Mose, «il progetto è stato approvato senza una relazione paesaggistica e senza valutare alternative meno impattanti e meno costose. Come ha fatto la Soprintendenza a cambiare idea? E come fanno i componenti di questa commissione di nomina politica che sono tanto intransigenti e inflessibili con i progetti presentati da normali cittadini, a dare il loro via libera?». L’Assemblea propone di abolire la commissione di Salvaguardia, che era stata creata per tutelare i beni ambientali architettonici della città. «Presenteremo anche un’indagine alla Corte dei Conti», dice Mazzolin, «sarebbe utile che si indagasse sugli impegni economici presi coi soldi della collettività per costruire questo megavillaggio e sul risparmio che ci sarebbe stato attuando le soluzioni alternative bocciate. Il pendolarismo esiste per decine di migliaia di lavoratori normali, non solo per quelli del Consorzio».

I verdi. La protesta monta. «Chiederemo spiegazioni, com’è possibile che i vincoli ambientali non contino più nulla?», si chiede il capogruppo dei Verdi Beppe Caccia, «intanto per ora gli unici processi che vanno avanti sono quelli a carico di chi ha contestato il Mose». L’udienza contro i manifestanti No Mose è stata fissata per il 21 aprile.

Sull'argomento si veda l'eddytoriale 96 (sulle illegalità del MoSE) e l'eddytoriale 103 (sull'intervento a Pellestrina)

Porta Vittoria, S. Giulia, Falck la crisi si abbatte sui progetti

di Luca Pagni

Porta Vittoria, Santa Giulia, ex Falck: negli ambienti politici ed economici cresce la preoccupazione per i tre grandi cantieri che, legati ai destini degli immobiliaristi in difficoltà come Coppola e Zunino, corrono il rischio di arenarsi o di subire pesanti ritardi. L´assessore all´Urbanistica Masseroli lancia l´allarme: «Attenti alle crisi di sistema, le banche sono meno disposte ad investire».

Milano aspetta dai primi anni Ottanta il recupero delle aree di Montecity, alle spalle della stazione di Rogoredo. E dalla metà degli anni ‘90 che al posto della vecchia stazione di Porta Vittoria nasca un nuovo quartiere residenziale. Da qualche stagione in meno Sesto San Giovanni attende di dire addio alle ultime vestigia del suo passato ad alta concentrazione industriale rappresentato da quel che resta delle acciaierie della Falck. Dopo così tanto tempo, l´area metropolitana può ancora permettersi di perdere altro tempo, in attesa di capire come finirà la parabola degli uomini d´oro della finanza italiana di inizio secolo, di quel gruppetto di imprenditori che hanno cavalcato l´onda della bolla degli immobili e che ora devono frettolosamente vendere le aree in via di trasformazione?

Nelle ultime settimane è questo un timore comune in molte stanze che contano della Milano della politica e dell´economia. Cosa succederà della aree che l´Ipi di Danilo Coppola (Porta Vittoria) e la Risanamento di Luigi Zunino (Santa Giulia e Sesto San Giovanni) hanno problemi? Il primo con la giustizia e con il Fisco. Il secondo con le banche che in questi anni gli hanno garantito sostanziosi crediti per le sue operazioni. Nei salotti finanziari si cercano altri imprenditori pronti a subentrare in operazioni che potrebbero ancora rivelarsi vantaggiose. In quelli della politica le preoccupazioni sono quelle di un ennesimo ritardo nei cantieri e nelle opere che devono essere realizzate per garantire i servizi collegati per rendere vivibili i nuovi quartieri, dalle scuole ai parchi.

In verità, le tre operazioni di recupero - le più importanti in corso a Milano e nelle immediate vicinanze e non solo per le dimensioni - non sono allo stesso livello. Il progetto più avanzato è quello di Santa Giulia. Nel triangolo compreso tra Rogoredo, Tangenziale est e San Donato sono ormai in via di ultimazione i cantiere dei palazzi che Zunino ha ceduto ad alcune cooperative che hanno realizzato interventi in edilizia convenzionata. Mentre l´accordo più importante, per le altre funzioni, è quello chiuso con Sky che qui sta procedendo alla realizzazione della nuova sede, la più grande del sud Europa per la corporation di Rupert Murdoch. Tutto da definire, invece, il futuro del grande centro congressi - struttura che a Milano manca da sempre - ora che anche la Fondazione Fiera ha fatto sapere al Comune di essere a sua volta interessata a costruirlo in uno dei padiglioni del vecchio recinto. Ma le preoccupazioni della giunta Moratti sono anche altre: che le difficoltà del gruppo Zunino influiscano sui tempi di realizzazione delle opere pubbliche a Santa Giulia, soprattutto quelle strategiche di collegamento viario con la Tangenziale Est.

A Porta Vittoria - area che solo tre anni fa è passata dalle mani di Zunino a quelle di Coppola - i lavori, invece, sono più indietro. Dopo la bonifica dell´ex stazione Fs, la parte cantierata è minima. I permessi ci sono già tutti, per dare impulso ai lavori bisogna attendere che arrivi un nuovo proprietario per Ipi spa, la società quotata in Borsa che ha in portafoglio Porta Vittoria. In questo caso, i ritardi si assommano agli anni persi per un cambio di programma della giunta guidata dall´allora sindaco Marco Formentini, ai tempi di quando Milano votava in massa per il candidato della Lega: qui sarebbe dovuta sorgere la nuova sede dell´Università statale che poi si decise di realizzare alla Bicocca.

Per le aree Falck si dovrà attendere ancor più tempo. Anche perché è stata l´ultima a passare in mano a Zunino, che l´ha rilevato dalla famiglia Pasini di Sesto. Aree che sono a un passo dalla Bicocca e che l´imprenditore piemontese ha affidato al ridisegno di Renzo Piano: così come a Santa Giulia sono in ballo oltre un milione e 200mila metri quadri da recuperare, uno dei più grandi interventi di aree dismesse in tutta Europa.

"Banche e imprenditori hanno paura di investire"

di Maurizio Bono (intervista all’assessore Masseroli)

Assessore Masseroli, c´è il rischio che i guai di Danilo Coppola e le difficoltà del gruppo Zunino si abbattano sui progetti di sviluppo di Milano?

«Il nostro livello di preoccupazione è alto per tutto il sistema. Non tanto per i singoli progetti, ma per la disponibilità dei soggetti econonomici a investire, in questo clima, nel futuro di una città che pure resta fortemente attrattiva. Grandi operazioni di sviluppo richiedono tempi lunghi di immobilizzo dei capitali, mentre le banche sono meno disposte a rischiare».

Pensa a un rallentamento?

«Non lo credo. Sono in ottima salute i progetti Citylife, Porta Nuova, Marelli, Bisceglie e Bovisa. Ma sono consapevole che di fronte al bisogno di case di Milano bisognerà anche trovare interlocutori diversi, fondazioni e assicurazioni disposte a finanziare case in affitto a canone sociale o moderato, in cambio di un ritorno del 2 o 3 per cento all´anno. Servirebbero sconti fiscali per incentivarli».

Finora però avete fatto conto soprattutto sui grandi gruppi immobiliari, e ora su Santa Giulia (Zunino) e Porta Vittoria (Coppola) l´impatto c´è.

«Come Comune siamo partner di tutti i progetti di sviluppo e facciamo il tifo perché proseguano nel migliore dei modi, compreso quello di Zunino sull´area Falck che è a Sesto San Giovanni, ma riguarda anche Milano e il suo futuro. Per Porta Vittoria la via d´uscita è la vendita del progetto. Ho visto recentemente Franco Tatò, ora al timone dell´Ipi, e mi ha parlato di due fondi potenzialmente interessati. Noi abbiamo dato ampia disponibilità a ripensare un progetto ormai attempato».

Anche se gli accordi sottoscritti allora erano definitivi?

«Tra regole astratte e la realtà, in via di principio sono per la realtà, nel campo del lecito».

E Santa Giulia?

«Ha stadi diversi di avanzamento, ma l´urgenza riguarda soprattutto 180 mila metri quadrati di edilizia convenzionata: un ritardo lì sarebbe grave per la quantità di famiglie in attesa di andarci a vivere».

Cosa manca?

«A Zunino tocca finanziare l´urbanizzazione primaria, strade e fogne, e poi incasserà a sua volta dalle cooperative di abitazione. Oltre a fare il tifo, stiamo cercando dei percorsi per sbloccare la situazione. Per esempio anticipare l´attività di urbanizzazione saltando un passaggio, con l´intervento diretto delle cooperative per attivare le imprese».

C´è anche il problema del centro congressi: i vostri accordi lo prevedevano lì, ora la Fiera lo vorrebbe fare grande il doppio accanto a Citylife...

«Rispetto a 8 anni fa è evidente che le dimensioni che avevamo immaginato non bastano perché sia internazionalmente competitivo. Fiera spinge per una soluzione più adatta e più veloce. Dovremo parlarne con gli uni e con gli altri, a Zunino l´ho detto e mi ha chiesto di aspettare».

Tornando a Coppola e Porta Vittoria, lì c´è il problema della Biblioteca Europea...

«Noi finora abbiamo dato l´area, pagato la progettazione e aggiunto un´area da valorizzare per la residenza libera, di fatto co-finanziando il progetto. Più di così, senza fondi statali, non possiamo fare».

Quei cavalieri del mattone dagli affari d´oro ai troppi debiti

di Walter Galbiati

Un tempo facevano affari fra di loro passandosi di mano palazzi a suon di milioni di euro. Erano ricercati da tutti, banche e grandi gruppi industriali, che avevano in mente di vendere i loro portafogli immobiliari, o qualche pezzo pregiato, a prezzi da capogiro. Ora che il mercato in generale, e quello immobiliare in particolare, è girato in negativo si trovano in difficoltà. L´apice l´hanno toccato nel 2004, quando Danilo Coppola e Luigi Zunino si sono accordati sulle spalle di un altro raider, Stefano Ricucci sul futuro dell´Ipi: il primo per comprare il secondo per cedere l´ex società del gruppo Fiat, in pancia della quale è custodito il progetto di Porta Vittoria. Una delle maggiori aree di sviluppo dell´area milanese insieme con altre due iniziative che fanno ancora capo a Zunino, Santa Giulia e "l´ex Falck" di Sesto San Giovanni.

E proprio sullo sviluppo di questi tre progetti si sono riverberati i recenti guai dei due immobiliaristi, in difficoltà nel raccattare i soldi per finire i lavori avviati. Su Danilo Coppola ha pesato più di tutto l´arresto dello scorso marzo disposto dalla procura di Roma con l´accusa di bancarotta fraudolenta relativa alla società Micop. Un duro colpo alla sua reputazione, affossata anche dalle indagini a suo carico per associazione a delinquere, reimpiego di capitali di provenienza illecita, evasione di imposte per circa 70 milioni, appropriazione indebita aggravata e falso ideologico. Dopo aver ottenuto i domiciliari, anche per motivi di salute, a dicembre Coppola era tornato in cella per aver trasgredito le regole rilasciando un´intervista tv. L´immobiliarista era fuggito dall´ospedale di Frascati, in cui era stato ricoverato temporaneamente, per concedere un´intervista televisiva. Ieri, è tornato di nuovo ai domiciliari, ma la sua ascendenza sul sistema bancario che dovrebbe concedergli i finanziamenti per ultimare i progetti, è ormai ai minimi storici. Per arrivare al capolinea Porta Vittoria ha bisogno di un centinaio di milioni di euro. Coppola ha messo tutto in vendita per pagare le sue pendenze col Fisco (70 milioni). Della cessione, che riguarda l´intero gruppo Ipi, si sta occupando Banca Leonardo, la merchant bank guidata da Gerardo Bragiotti. L´onere, quindi, e gli eventuali profitti di Porta Vittoria spetteranno a chi si farà carico del gruppo.

Zunino, invece, soffre per via dell´eccessivo indebitamento delle sue società. La Risanamento spa, la holding quotata, ha perso in un anno oltre l´80% del proprio valore, penalizzando ulteriormente l´immobiliarista che per finanziarsi aveva dato in pegno i titoli della stessa Risanamento. Il sistema bancario ha recentemente rinegoziato le linee di credito concesse col gruppo Zunino, chiedendogli di cedere una parte del patrimonio immobiliare, messo insieme in breve tempo e in modo disomogeneo. Le risorse raccolte serviranno in parte per allentare la morsa del debito. E in parte per finanziare le aree di Santa Giulia e di Sesto San Giovanni. Per ultimare la prima, già ben avviata, servirà oltre un miliardo di euro, mentre per la seconda sono necessari altri due miliardi da spalmare in dieci anni.

E proprio ieri la Risanamento, dopo i recenti crolli di Borsa, ha comunicato di aver avviato nuove trattative con le banche di riferimento, tra le quali Intesa Sanpaolo, Unicredit, la Popolare di Milano e il Banco Popolare, per discutere nuove concessioni di credito. A differenza di Coppola, gli istituti hanno garantito il proprio appoggio a Zunino. La reputazione dell´immobiliarista piemontese presso "i signori del credito" è stata solo scalfita dalle vicende che hanno travolto i furbetti del quartierino. Ha rimediato solo un rinvio a giudizio per ostacolo alle autorità di vigilanza nella scalata ad Antoveneta promossa da Gianpiero Fiorani e i "signori del credito" lo considerano ancora "affidabile". Tanto è vero che i due più grandi istituti del Paese, Intesa Sanpaolo guidata da Corrado Passera e l´Unicredit di Alessandro Profumo, figurano ancora al suo fianco. I due advisor incaricati della cessione del patrimonio immobiliare del gruppo sono proprio Banca Intesa e Mediobanca, la merchant bank milanese il cui presidente del consiglio di sorveglianza, Cesare Geronzi, è designato da Unicredit, azionista con circa l´8,5%.

L’approvazione definitiva e il varo con due decreti legislativi del Codice per il Beni culturali e il paesaggio, con un atteggiamento responsabile della stessa opposizione di centrodestra e delle Regioni più gelose di una propria (ma poco meritata) autonomia, rappresenta un indubbio successo, un premio alla tenacia: per il governo ancora in carica, per il ministro Francesco Rutelli e per il professor Salvatore Settis presidente della commissione per la revisione del Codice.

Ma anche per il sottosegretario Danielle Mazzonis delegata ai problemi del paesaggio che erano quelli dove le tribolazioni, i pericoli e i guasti emergevano drammaticamente.

Per i Beni Culturali infatti c’è una riacquisizione importante e cioè quella dell’impianto di fondo del cosiddetto Regolamento Melandri col quale nel 2000 si riuscì a rimediare ad un improvvido voto parlamentare che trasformava da non vendibili in vendibili tutti i beni culturali demaniali «salvo eccezioni». Il regolamento - che disciplinava con grande attenzione cessioni (a volte sacrosante) e cessioni in uso - venne travolto dal duo Tremonti-Urbani che invece puntava a dismissioni di massa (poi irrealizzate, o quasi). Averne recuperato l’impianto mi sembra un punto fermo nella legislazione di tutela del patrimonio. Così come aver chiarito le norme relative alla circolazione internazionale dei beni stessi e al patrimonio ecclesiastico che è tanta parte di quello nazionale.

Per il paesaggio il nuovo Codice Rutelli-Settis ha il merito di mettere finalmente ordine (in parte, diciamolo, l’aveva già fatto Rocco Buttiglione nel breve passaggio al ministero) nella selva di norme e di conflitti generati dalla stratificazione di leggi e soprattutto dal confusionario Titolo V della Costituzione, una delle maggiori colpe del centrosinistra ante-Berlusconi II, con una serie di concessioni alle Regioni di taglio pseudo federalista e con l’oscuramento sostanziale dell’articolo 9 della Costituzione (quella vera). E cioè «la Repubblica tutela il paesaggio della Nazione», cioè Stato, in primis, Regioni, Enti locali, armonicamente. E l’attuale Codice - che recita in modo tranciante «salva la potestà esclusiva dello Stato di tutela del paesaggio» - ridà pieno valore a questo articolo-cardine della tutela restituendo alle Soprintendenze statali un ruolo attivo e il potere di vincolo e di rigoroso rispetto del medesimo. Ruolo e potere che, nonostante le sentenze della Cassazione e della Consulta (fondamentale la n. 367 del 2007 sul paesaggio), era stato fortemente intaccato. Col duplice risultato negativo - verificabile in pieno nel caso esemplare di Monticchiello - di indurre le Soprintendenze territoriali al sonno e alla latitanza, e le Regioni alla più pericolosa delle sub-deleghe, quella ai Comuni. I quali ultimi, privati (bisogna rimarcarlo) di consistenti fondi erariali, hanno oggi assai più interesse ad incentivare l’attività edilizia che non a tutelare il paesaggio. Il Comune che ha incassato di più in Italia da oneri e da concessioni edilizie è stato quello di Lucca. Pensate quale frenetica attività edile vi si è scatenata.

Il passaggio del Codice su queste sub-deleghe non è dei più chiari e però comincia a porre dei limiti. Intanto all’idea che il paesaggio è una sorta di “proprietà” delle comunità locali e non invece dell’intera Nazione. E poi al lassismo (ammantato di democrazia di base...) di certe Regioni che in realtà “lasciano fare” ai Comuni, anche a quelli che non hanno nessun strumento tecnico valido per occuparsi di tali temi strategici.

Introduce invece essenziali elementi di chiarezza il passaggio sulla co-pianificazione paesaggistica regionale. La collaborazione delle Regioni con lo Stato, cioè col ministero, non è più auspicata ma diventa obbligatoria. Ministero e Regioni «definiscono d’intesa le politiche per la conservazione e la valorizzazione del paesaggio», «cooperano nella definizione di indirizzi e criteri riguardanti l’attività di pianificazione territoriale, Nonché nella gestione dei conseguenti interventi». Dunque, criteri univoci, piani paesaggistici regionali dettagliati e prescrittivi (e non di semplice indirizzo per gli Enti locali come il recente Pit toscano), elaborazione congiunta. Nei casi di interventi edilizi in aree vincolate - e sono tanti visto che il 47 per cento del Belpaese è coperto da vincoli paesaggistici - le Soprintendenze hanno il potere di esprimere un parere preventivo vincolante e comunque obbligatorio. Nel termine però di 45 giorni.

E qui nasce una questione centrale che nessun Codice può risolvere, quella cioè dell’inadeguatezza, a volte disperante, dei quadri tecnici delle Soprintendenze territoriali di settore, con pochi e malpagati architetti e ingegneri, gravati, ognuno, di centinaia di pratiche, e quindi di controlli, sopralluoghi, verifiche, pareri, ecc. Il ministro Rutelli ha fatto bene a inserire in questi atti legislativi anche il finanziamento, per 15 milioni annui, dell’abbattimento di abusi e di ecomostri. Ma chi verrà dopo di lui al Collegio Romano dovrà assolutamente dedicare i propri sforzi non alla moltiplicazione delle Soprintendenze, bensì al potenziamento esclusivamente tecnico-scientifico, strutturale degli organismi territoriali esistenti ai quali il Codice, in questa nuova e strategica versione, ridà un ruolo e un potere in nome della Costituzione e della bellezza. Ruolo che però va esercitato con quadri e strumenti adeguati. Altrimenti sarà la solita Italia che sforna buone leggi e poi non attrezza uomini e uffici per attuarle, provocando soltanto frustrazione e sfiducia. Oltre al massacro in atto del Belpaese. Provocato, come ognun sa, da un meccanismo infernale inserito nella legge finanziaria, in base al quale - cancellando una saggia norma della legge Bucalossi del 1977 - si consente ai Comuni di utilizzare gli introiti da oneri di urbanizzazione, Ici e altro al 50 per cento per la spesa corrente e al 25 per cento per manutenzioni e non esclusivamente, invece, per spese di investimento. Col risultato di seminare di cantieri edili i più straordinari paesaggi e di suicidarsi sul piano del turismo internazionale. Un bell’esempio di cretinismo politico-culturale. Quindi, a buone, magari ottime leggi come questa facciamo seguire tecnici e mezzi qualificati per attuarle seriamente e rapidamente. Nell’interesse pubblico e in quello privato.

Nei commenti generalmente entusiastici che si sono letti su tutta la stampa si avverte l’eco della dichiarazione trionfale del ministro Rutelli. In questa conclusiva revisione del “codice” Italia Nostra stenta a riconoscere “una svolta storica”. Si tratta invece di un assai cauto intervento correttivo che ripristina talune essenziali garanzie, come in tema di alienazione di beni culturali pubblici (non però nei controlli sui trasferimenti privati all’estero), ma non sa riconoscere nel “centro storico” un unitario bene culturale e, per talune sue disposizioni, segna perfino un arretramento rispetto alla precedente revisione. E’sanzionata infatti la opzione esclusiva per la “gestione” in forma indiretta al fine di assicurare il migliore livello di valorizzazione dei beni culturali di appartenenza pubblica (è così sancita la mortificazione della responsabilità istituzionale). Né più si vuole che il parere della soprintendenza rimanga in ogni caso vincolante (anche a regime) quando la regione abbia delegato i comuni a rilasciare l’autorizzazione paesaggistica. Bene invece che i nuovi piani paesaggistici (e l’adeguamento di quelli esistenti) siano redatti di intesa da regione e soprintendenze e che il ministero possa autonomamente riconoscere nuovi ambiti di tutela paesaggistica, dettandone la disciplina. Mentre contrasta con il principio costituzionale dell’esercizio unitario della funzione di tutela la previsione che, una volta approvati i piani paesaggistici, il parere delle soprintendenze sulle progettate trasformazioni fisiche dei luoghi cessi di essere vincolante. E’ un cedimento subito nella sede della conferenza unificata stato–regioni che contraddice il testo, sul punto rigoroso, elaborato dalla commissione presieduta da Salvatore Settis.

E se pure, in conclusione, ci si voglia dichiarare soddisfatti per il recupero di essenziali funzioni alle istituzioni di tutela dello Stato, non può essere ignorato il problema che gli uffici territoriali del ministero - le soprintendenze - a quelle funzioni non sono in grado di far fronte (perché mantenuti in vistosa carenza di energie professionali e mezzi) e dunque la effettiva salvaguardia del paesaggio esige misure straordinarie che rimandano alla responsabilità politica del nuovo parlamento e del governo che verrà. E non è segno confortante che questo tema (l’adempimento di un precetto costituzionale, nel celebrato anniversario dei sessant’anni) sia rimasto del tutto assente dal dibattito elettorale e che si stenti a riconoscere nel programma dei partiti un prioritario impegno al riguardo.

Quel che è avvenuto a Bolzaneto nel 2001 è la violazione simultanea e flagrante di tre importanti trattati internazionali che l'Italia aveva contribuito ad elaborare e si era solennemente impegnata a rispettare: la Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950, il Patto dell'Onu sui diritti civili e politici del 1966, e la Convenzione dell'Onu contro la tortura del 1984. A Bolzaneto sono stati inflitti trattamenti disumani e degradanti ma, in più casi, anche vere e proprie torture.

I trattamenti disumani e degradanti, vietati dalla Convenzione europea, sono quelli che causano sofferenze fisiche o mentali ingiustificate e umiliano e abbrutiscono una persona. Ad esempio, la Corte europea vietò all'Inghilterra di infliggere come pena la fustigazione di minorenni condannati; condannò la Turchia perché due ufficiali avevano commesso atti di violenza carnale nella zona nord di Cipro senza essere puniti; censurò la Lettonia per aver detenuto in un carcere carente di strutture adeguate un condannato paraplegico e non autosufficiente, causandogli 'sentimenti costanti di angoscia, inferiorità ed umiliazione'. Anche tenere ventidue ore al giorno più detenuti in celle anguste, senza servizi igienici, costituisce trattamento disumano e degradante - come fu rimproverato all'Inghilterra.

Quando si ha invece tortura? Quando i maltrattamenti o le umiliazioni causano gravi sofferenze fisiche o mentali, ed inoltre la violenza è intenzionale: si compiono volontariamente contro una persona atti diretti non solo a ferirla nel corpo o nell'anima, ma anche ad offenderne gravemente la dignità umana; e ciò allo scopo di estorcere informazioni o confessioni, o anche di intimidire, discriminare o umiliare. "Datemi un pezzettino di pelle e ci ficcherò dentro l'inferno", è quel che un grande scrittore americano fa dire ad un aguzzino. La tortura è proprio ciò: l'inferno nel corpo o nell'anima. È tortura l'uso di elettrodi su parti delicate del corpo, il fatto di provocare un quasi-soffocamento (infilando un sacchetto di plastica sul capo), o quasi-annegamento (si tiene una persona a testa in giù, inondandole di acqua la bocca e il naso, così da darle la sensazione di annegamento), o picchiare con forza e a lungo sul capo di una persona con un elenco telefonico, fino a provocare capogiri o svenimenti. Queste e tante altre forme di violenza sono state concordemente considerate tortura da autorevoli giudici internazionali.

A Bolzaneto quasi tutti i 200 e passa arrestati vennero sottoposti a trattamenti disumani e degradanti, come risulta dagli atti dei pubblici ministeri, riassunti nell´incisivo reportage di D'Avanzo pubblicato su questo giornale. Ma in più di un caso si andò oltre e si trattò di vera e propria tortura. Ad esempio, nel caso di A.D. che – cito D'Avanzo – «arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella 'posizione della ballerina' [in punta di piedi]. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole, lo minacciano di 'rompergli anche l'altro piede'. Poi gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano 'Comunista di merda'». Penso anche al caso di G.A., arrivato ferito a Bolzaneto: «Un poliziotto gli prende la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due 'fino all´osso'. G.A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G.A. ha molto dolore. Chiede 'qualcosa' Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare». Questi fatti, se confermati dai giudici, costituiscono tortura. Così come si arriva alla soglia della tortura in altri casi apparentemente meno gravi, ma in cui l´effetto cumulativo di più comportamenti (insulti, pestaggi ripetuti, umiliazioni soprattutto nei confronti delle donne, spesso lasciate nude agli sghignazzamenti e agli scherni dei poliziotti), è tale da causare gravi sofferenze mentali (spesso anche fisiche).

Orbene, di fronte a questi fatti cosa si può fare in Italia? Visto che siamo legati da importanti trattati internazionali, se i giudici non infliggeranno adeguate punizioni e significativi risarcimenti, si potrà fare ricorso alla Corte Europea. Ma non basta. La Corte di Strasburgo potrà tutt'al più accertare la violazione della Convenzione europea da parte dell'Italia e condannare il nostro Governo a risarcire i danni morali e materiali. Più significativo sarebbe che i nostri giudici potessero condannare per tortura coloro che fossero ritenuti colpevoli di tali atti. Ma è impossibile: come è noto, anche se la Convenzione dell´Onu del 1984 ne impone l'emanazione, una legge che vieti specificamente la tortura manca ancora in Italia – benché ben 20 progetti di legge siano stati presentati in Parlamento dal 1996.

Come mai? In genere in Italia tardiamo ad attuare trattati internazionali, per insipienza, lentezze burocratiche, ottuse resistenze della pubblica amministrazione. Nel caso della tortura è lecito però sospettare che la mancanza di una legge sia dovuta anche ad una precisa volontà politica di certi partiti: la volontà di non consentire che i colpevoli dei fatti di Bolzaneto venissero puniti adeguatamente. È significativo che nella penultima legislatura (2001-2006), quando sembrava di essere in dirittura di arrivo, all'improvviso la Camera approvò a maggioranza, in plenaria, un emendamento della Lega che richiedeva per la tortura la sussistenza di "reiterate violenze o reiterate minacce" (non basterebbe torturare solo una volta, bisognerebbe torturare la stessa persona ieri, oggi e domani, per essere puniti!). Anche se successivamente si tornò al testo originario, la legislatura si chiuse senza alcuna legge, così come è avvenuto nel 2006-2008.

Se i giudici confermeranno la ricostruzione dei fatti e le tesi dei pubblici ministeri, si avranno due conseguenze, già sottolineate da altri: taluni fatti non verranno chiamati per nome e cognome (tortura), ma con termini generici, inadatti a rifletterne la gravità, come «abuso di ufficio» e «violenza privata»; e i reati cadranno presto in prescrizione.

Per il futuro, non ci resta che sperare che il prossimo Parlamento sia meno inefficiente. E che le «autorità amministrative competenti» traggano le debite conseguenze da condanne di funzionari dello Stato che infangano il buon nome delle forze dell'ordine, la cui stragrande maggioranza rispetta e tutela i diritti umani. E non si tema di continuare a protestare: il giorno in cui smettiamo di indignarci per fatti come quelli di Bolzaneto, la democrazia è morta in Italia.

Domani sono cinque anni. Era il 20 marzo del 2003 e i primi missili salparono dalle navi al largo del Golfo Persico diretti su Baghdad. Avvertiti per tempo, pochi direttori di giornali statunitensi si piazzarono davanti alla tv per non perdersi i primi lampi verdi nella notte di Baghdad e all'Hotel Palestine i reporter cominciarono a strillare nei microfoni. Quella notte un missile più grosso degli altri sventrò il palazzo che una spiata aveva indicato come il covo di Saddam, non era vero e la guerra continuò per un altro pugno di settimane, i figli del dittatore cacciati come bestie, macellati ed esposti come trofeo di caccia, il dittatore stesso stanato dal suo buco, rasato ed impiccato davanti a un telefonino con telecamera. «Major combat is over», Bush lo annunciò in maggio su una portaerei con più cineprese che cannoni. Non era vero nemmeno quello ma a chi importava? L'Iraq era stato vinto in un attimo, senza alcun onore - se mai ve n'è in una guerra - i bombardieri americani spianavano la strada alla fanteria americana che spianava la strada alle salmerie della ricostruzione, la stampa occidentale scherniva i fantaccini iracheni che si arrendevano in massa mentre Halliburton e soci firmavano contratti che avrebbero arricchito alcuni e mandato altri in galera per truffa. Lo stato canaglia moriva sepolto di missili e bugie. Intanto il mondo cambiava. Il primo a sparire fu il principio che gli stati si riconoscono tra loro e tra loro si possono difendere ma non aggredire. Era il trattato di Westfalia, datava tre secoli e mezzo, bruciò come carta vecchia. Morì anche l'Onu ma non se ne accorse e oggi si ostina ad esistere in un palazzo di vetro a New York ma non più nelle coscienze di un pianeta mutato. A che serve una legge sovranazionale se funziona benissimo la legge del più forte?

Dotata delle moderne protesi tecnologiche, la superpotenza mondiale rimasta ha sancito l'eversione dalla struttura legale che governava il mondo e ha fatto della soggezione dell'altro la leva e il motore di una nuova storia. La seconda superpotenza mondiale, come il New York Times battezzò l'opinione pubblica in quelle giornate di cinque anni fa, non tardò a liquefarsi come l'illusione generosa che era. I dettagli rimasti, come il divieto di torturare i nemici, vennero sepolti ad Abu Ghraib. In Italia la sinistra di governo ha avuto in una guerra, quella per il Kosovo, uno dei suoi atti fondativi: sradicata nei punti cardinali, disseccata nei molti vegetali a cui la sua toponomastica si è riferita negli anni, ha continuato per quella strada. La sinistra cosiddetta radicale ha avuto nella guerra la prima forca caudina davanti alla quale piegarsi per fedeltà di coalizione, avviando la crisi in cui oggi si dibatte. Messi insieme i partiti arcobaleno valgono il 13% ma pregano per l'8% e qualcosa vorrà dire. Sì, il governo Prodi si è ritirato dall'Iraq, ma quando ormai lo prometteva anche Berlusconi. E in questa campagna elettorale della guerra non si fa minuziosamente parola, è cosa remota. Molto remota. Domani sono cinque anni

Chi più ne ha, più ne spreca. Stiamo parlando del territorio agricolo lombardo, sempre più 'terreno di conquista' per iniziative immobiliari e opere infrastrutturali che non tengono in conto il valore dei suoli: un valore che è allo stesso tempo ambientale, paesaggistico e agricolo, ma che sparisce di fronte alle rendite speculative connesse alla sua trasformazione in terreno edificabile. Di questo si è parlato al convegno organizzato oggi da Legambiente Lombardia con il patrocinio della Presidenza del Consiglio Regionale Lombardo.

Quanto siano speculative le rendite connesse al consumo di suolo lo si capisce dalla pressione che esse esercitano sui terreni agricoli della 'Bassa'. A Mantova spetta il titolo di 'provincia sciupasuoli'. In tutta la provincia mantovana, ogni anno, 'spariscono' 616 ettari di suolo prevalentemente agricolo, cioè una superficie pari a quella di un migliaio di campi di calcio, per far fronte ad un fabbisogno che non ha nulla a che fare con la domanda di residenza: infatti, con una popolazione che è appena un decimo di quella della provincia di Milano, a Mantova si consumano ogni anno 16 metri quadri di suolo per abitante (a Milano il dato pro capite è 2,4 mq). Ma nella categoria 'sciupasuoli' ci sono un po' tutte le provincie della 'Bassa': Pavia e Lodi (11 mq/ab*anno), Cremona (8,6) e Brescia (8,0 mq/ab*anno). Tutti territori di conquista per una alluvione di capannoni spesso vuoti, centri commerciali con annessi parcheggi, strade. Certo, la 'bolla immobiliare' ha giocato a favore di questa crescita inflattiva di consumi di suolo, ma il dato è destinato a consolidarsi, e forse anche a peggiorare, con le previste nuove opere autostradali (Cremona-Mantova, Tirreno-Brennero, Broni-Mortara, BreBeMi) che porteranno con sé anche una crescita di valore immobiliare per i suoli in prossimità dei futuri svincoli. Le situazioni più gravi restano, come ovvio, quelle dell'area metropolitana che da Varese e Milano si estende ormai senza interruzione fino a Brescia, provincia in cui il dato del consumo di suolo è in assoluto il più alto della Lombardia (929 ettari all'anno nel periodo 1999-2004), di poco superiore perfino a quello milanese che tuttavia presenta una situazione ormai consolidata di cementificazione pervasiva, specie nel quadrante nord. Tuttavia il dato delle province meridionali lombarde è preoccupante perchè indica una tendenza alla crescita del cosiddetto sprawl urbanistico, un termine anglosassone che significa 'sparpagliamento' disordinato degli insediamenti e che porta con sé costi ambientali crescenti, a partire dall'aumento della mobilità commerciale e privata, e quindi dell'inquinamento atmosferico, ai danni di un territorio agricolo che è tra i più fertili e produttivi d'Europa.

I primi dati raccolti ed elaborati dal DiAP (Dipartimento di Architettura e Pianificazione) del Politecnico di Milano, nell'ambito del costituendo Osservatorio Nazionale sul Consumo di Suolo promosso da INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) e Legambiente, parlano di una Lombardia che consuma quasi 5000 ettari di suolo ogni anno, pari a circa 140.000 metri quadri di terra Lombarda che ogni giorno vengono coperti di cemento e asfalto.

“Suolo e acqua sono le risorse naturali più preziose di cui dispone la nostra regione – commenta Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia –, il suolo in particolare è una risorsa non rinnovabile e che quindi, una volta consumato, non sarà più disponibile per le generazioni che verranno. Occorrono politiche e norme efficaci contro la dilapidazione del patrimonio territoriale lombardo, che purtroppo è favorito dai comuni per i quali le concessioni di nuovi volumi edificabili rappresentano il modo più facile per fare cassa”.

Per raggiungere l'obiettivo della tutela dei suoli, Legambiente propone di attuare la 'compensazione ecologica preventiva': si tratta in pratica di vincolare ogni trasformazione di suoli alla realizzazione di interventi di riqualificazione e cura del paesaggio attraverso azioni di rinaturazione, per responsabilizzare il settore delle costruzioni e incentivare l'edilizia della ristrutturazione e del riuso delle aree dismesse rispetto a quella che occupa territori 'vergini'.

“Sono sempre di più i Paesi europei che mettono in campo norme rigorose per preservare le proprie risorse di natura e paesaggio connesse con la conservazione del territorio rurale concludeDi Simine -. In Italia e in Lombardia non esiste ancora nulla di simile, ma non c'è tempo da perdere se vogliamo impedire che la nostra regione diventi una distesa caotica di piastre commerciali, autostrade e parcheggi”.



Dati sul consumo di suolo in Lombardia:


Provincia Suolo consumato annuo, ettari/anno (1999-2004) Indice di consumo di suolo,

% suolo consumato annuo/ superficie provinciale

Consumo annuo pro capite

m2 / ab * anno

Varese 312 0,26 4,0
Como 243 0,20 4,0
Lecco 149 0,18 5,0
Sondrio 123 0,04 7,0
Milano e Monza 893 0,45 2,4
Bergamo 634 0,23 6,5
Brescia 929 0,19 8,0
Pavia 544 0,18 11,0
Lodi 219 0,28 11,0
Cremona 289 0,16 8,6
Mantova 616 0,26 16,0
LOMBARDIA 4950 0,20 5,5

Fonte: elaborazioni Legambiente – DIAP Politecnico, su dati ARPA Lombardia riferiti al periodo 1999-2004. La popolazione di riferimento è desunta dal censimento ISTAT 2001

Marco Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. «Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro».

«Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell´androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio…».

Marco Poggi dice che sa che cos´è la violenza. «Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l´avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"».

Marco Poggi è «l´infame di Bolzaneto». Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l´infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall´altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. «Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c´erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l´ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c´era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l´ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch´io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l´ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l´ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani».

Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. «Beh! - dice - un po´ sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l´infame di Bolzaneto».

Dice Marco Poggi che «se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare». Dice che lui «lo sapeva fin dall´inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione». Dice Poggi che però «quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell´autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch´io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c´è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d´inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo».

Ci incontriamo nell'ufficio di Ken all'ottavo piano della City Hall e stiamo ancora chiacchierando, prima di cominciare davvero l'intervista, quando Ken esce correndo dalla stanza e rientra sventolando un documento. La vecchia energia e entusiasmo non sono chiaramente diminuiti. «Guarda - dice - guarda qui... Stiamo progettando di presentare questo il 27 febbraio. E' la strategia di riduzione del carbone per la città fino al 2025-30. E può essere realizzato. Si può davvero ottenere il 60% di riduzione nelle emissioni. Si basa tutto sul cambiamento di atteggiamento e sulle tecnologie esistenti. Tutto ciò che serve è la volontà politica».

E come si genera?

Ah... beh, continuando instancabilmente a parlare di queste cose. Bisogna acquistare consenso, spingere tutto in avanti. Vedo almeno un ministro alla settimana e lo faccio da sei anni e mezzo. Sì fanno progressi dolorosamente lenti, e di tanto in tanto si torna indietro, magari perché uno di questi ministri ti dice che serve un'altra pista a Heathrow.

La tua priorità ora paiono essere i cambiamenti climatici.

Sì, ma se non riusciremo a ridurre le emissioni di carbonio sarà una catastrofe. I capitalisti più sensibili riconoscono il problema. Al tempo del Greater london council (Glc), l'arena politica internazionale rispecchiava la divisione di classe nella società e le imprese avevano totalmente aderito al Thatcher-pensiero. Ma le grandi imprese adesso sono un alleato forte su tutta una serie di questioni, dai cambiamenti climatici al miglioramento della specializzazione della forza lavoro, all'investimento nei trasporti pubblici. Non sono più loro il nemico, sono i comuni (sia quelli in mano ai laburisti che quelli guidati da conservatori e liberali). E poi c'è il governo, che è terrorizzato da quello che potrebbe dire il Daily Mail.

Parli molto di rendere Londra una città globale sostenibile. Quando eravamo nel Glc ci preoccupavamo di evitare che Londra diventasse thatcheriana. C'è qualcosa di equivalente oggi?

Allora stavamo promuovendo una strategia economica alternativa. E avevamo anche un piano per ridurre il numero di abitanti da 8 milioni e mezzo a 6. Ma le cose sono andate al contrario. Adesso bisogna lottare per contenere il più possibile la crescita di Londra. La densità immobiliare è aumentata del 300% per ettaro in quattro anni. E dato che la maggioranza della popolazione mondiale oggi vive in città bisogna trovare il modo di farle funzionare in maniera sostenibile. Poi c'è la questione della struttura. Nel Glc abbiamo fatto il possibile per impedire il declino dell'industria manifatturiera e nulla per incoraggiare business e finanza, ma quella battaglia è stata completamente persa. I servizi commerciali e finanziari sono raddoppiati e rappresentano oltre un terzo dei posti di lavoro a Londra, mentre l'industria è scesa a 300mila posti e sta ancora calando. La situazione che abbiamo di fronte certamente non è quella che avremmo scelto. A produrla è stato il big bang della Thatcher.

Finora le cose su cui ti sei concentrato sono la City e i cambiamenti climatici. Quando parli di Londra come città globale, cosa intendi?

Beh, mi pare chiaro che Londra si sia avvicinata a città come New York.

In che termini?

In termini di servizi finanziari e commerciali, ma anche di come viene percepita dal resto del mondo. Qui succedono tante cose, sempre più giovani scelgono di trasferirsi qui anziché a New York. E l'altro grande cambiamento è che la popolazione nera e asiatica è raddoppiata dai tempi del Glc. Quindi siamo di fronte a una città che è certo la capitale della Gran Bretagna ma che a tutti gli effetti è una città globale.

Nel senso di avere tutto il mondo in una sola città...

Sì. A Londra si parlano 300 lingue, a New York 200. Il grande vantaggio che abbiamo rispetto ad altre città miste è che le etnie e i luoghi qui si mescolano meglio. Una persona su venti qui è di etnia mista, ma non è così a New York. Perciò queste idee di scontro di civiltà e terrorismo globale non hanno alcun senso.

Il multiculturalismo di cui parli è diverso da quello americano...

Sì, negli Usa si tratta di condividere i valori americani, e quindi i cittadini sono definiti come italo-americani, messico-americani. Noi qui diciamo invece che questa è una città in cui ognuno mantiene la propria identità ma partecipa alla città. Nel mondo ci sono oggi diverse importanti culture e nessuna di queste potrà prevalere sul lungo periodo. Devono imparare a coesistere. Se guardiamo al tasso di crescita della Cina, è chiaro che fra dieci o vent'anni supererà gli Usa, il che sarà uno shock devastante per la psiche americana. E' per questo che sono a favore degli stati uniti d'Europa: sarebbe bello esserci.

In questo senso sei esplicitamente contrario all'egemonia Usa...

Sono contro qualunque egemonia. In questo momento abbiamo la possibilità che il mondo decida che cosa gli piace delle varie culture, che la gente scelga quali pezzi delle culture degli altri ignorare e quali invece adottare, far propri.

Nonostante tutto Londra è ancora il luogo di produzione di un neoliberismo che ha sostenuto il Washington consensus e ha prodotto ogni sorta di disastri e ingiustizie in giro per il mondo. Tu sei abbastanza esplicitamente contrario al neoliberismo e lo hai detto, eppure questo è il cuore del London Plan. Non voglio che tu riconcili queste cose, vorrei che mi dicessi come usi le due cose insieme...

All'interno di quello che tu chiami neoliberismo c'è il brutto e il bello. Voglio dire, c'è la negazione dei cambiamenti climatici, ma ci sono anche Bp e ora Shell che dicono che qualcosa va fatto. Questo per dire che le contraddizioni sono molte. Non è un complesso militare-industriale, non sono Bush, Cheney e Halliburton che dominano tutto questo.

Dunque ci sono contraddizioni o brecce nel sistema con le quali puoi lavorare...

Sì. Ma dovresti davvero parlare con i manager delle grandi imprese per chiedere perché lavorano con me. Io ho il cruccio di dover avere a che fare con istituzioni come le grandi banche che sono responsabili di problemi come l'enorme debito. Ma le banche devono avere a che fare con me.

Ok, ma questo significa che continui a sostenere la City e il suo corollario di industrie di servizi, che le chiami o meno neoliberiste...

Beh, sostengo ancora che bisogna avere una Tobin tax e che io dovrei avere il potere di redistribuire ricchezza togliendola ai super ricchi di Londra.

Ecco cosa volevo sapere. Perché l'altro problema è che Londra sta diventando anche la capitale dell'ineguaglianza e questo ha un'enorme ricaduta sulle politiche per la casa...

Sì. Ma questo non dipende dalle grandi imprese, questo dipende dal governo Labour. E' abbastanza chiaro che a Londra i guadagni lordi di quella piccola élite sono così fuori dai limiti che si potrebbero ricavare un bel po' di tasse.

E allora perché non battersi per questo?

Non vedo alternative. Non c'è possibilità che questo governo, o Gordon Brown, mi diano il potere di redistribuire la ricchezza a Londra. Così sono legato a un sistema fiscale molto meno progressista di quello che avevo al Glc, che era fantastico.

Allora al governo stai dicendo che bisognerebbe tassare i ricchi?

Certo. Ma non spreco il fiato a cercare di convincere Gordon Brown.

Però se non avessi una strategia così centrata sulla finanza non potresti redistribuire qualcosa?

E su cosa dovrebbe essere centrata? Dovrei ricostruire l'industria? Questo non è il mondo che crei, questo è il mondo in cui sei.

Ma aumenta l'ineguaglianza.

Sì. Ma dato che la finanza oggi è la fonte maggiore e più importante di posti di lavoro a Londra, allora non possiamo dire che l'abbandoniamo, perché naturalmente questo ci porterebbe ad una catastrofica recessione. Quindi è un problema. Si fa il possibile per ricostruire l'industria nel settore creativo. Ma alla fine siamo ingabbiati in quella struttura.

Questo è il punto...

Lo so, ma a New York è uguale. La cosa interessante è stata anche che New York e Londra sono cresciute diventando virtualmente il riflesso una dell'altra in termini di struttura del lavoro. Entrambe sono città in cui la popolazione sta crescendo, entrambe sono città varie, entrambe sono città che in termini culturali non hanno quasi nulla in comune con il resto del paese. Ed entrambe sono al centro dell'amministrazione dell'economia globalizzata.

Esattamente.

Beh, datemi poteri dittatoriali e saremo in grado di fare qualcosa su questo. Se si facesse qualcosa a Londra, la finanza si sposterebbe semplicemente a Parigi o Shanghai. Bisogna costruire strutture globali di progressisti, laburisti e verdi per affrontare il problema. Se improvvisamente il governo Labour mi desse la libertà di gestire l'intera faccenda e io rimettersi mano al sistema fiscale, la finanza si trasferirebbe in un altro posto. Ma, fortunatamente per noi, avrebbero dei problemi a spostarsi in altre parti d'Europa. Ma non è solo una questione di che cosa fa la sinistra. Adesso abbiamo Bill Gates che dice "ho guadagnato 35 milioni di sterline e non posso spenderli, dovrò realizzare qualcosa di progressista con questi soldi". E Warren Buffet ha praticamente detto la stessa cosa. C'è Clinton che corre di qua e di là per convincere le ditte a donare medicinali e strumentazioni mediche economiche al terzo mondo.

Fanno qualcosa di diverso da te, però. Fanno cose per cercare di evitare che i problemi appaiano così gravi, mentre quello che tu ti proponi di fare è cercare di cambiare il funzionamento delle cose. Non solo esercizi ginnici.

No, ma neanche quello che stanno facendo Gates, Buffet e Clinton a proposito dei cambiamenti climatici. La Fondazione Clinton sta davvero spingendo su questa questione. Clinton sta negoziando con grandi compagnie la possibilità di passare alla produzione di semafori a risparmio energetico. L'idea è assicurare che Chicago, New York, Londra e Los Angeles li comprino e magari pure Parigi e Berlino, e perciò il prezzo si abbasserà così da avere un effetto a lungo termini. Questo genere di cose è molto interessante. Durante la guerra fredda, sia che ci si schierasse con l'Urss che con gli Stati uniti, quasi ogni questione politica interna rifletteva gli stessi schieramenti. Ma adesso non è così semplice.

Tu hai fatto certamente parecchio in termini di relazioni globali, hai già detto che hai molte iniziative in piedi con Cuba, la Cina, la Russia, il Venezuela. Puoi dirci qualcosa in più?

In tutto questo la questione centrale è quella cinese. La cosa interessante della Cina è che, nonostante abbia adottato la sua forma di capitalismo, in realtà non è un semplice capitalismo. La nostra opinione iniziale che avremmo avuto un legame da città a città con Shanghai ben presto è stata cancellata quando ci siamo resi conto che tutte le più grandi decisioni globali ottengono ancora il via libera dalla macchina del partito a Pechino. E in ogni nostra trattativa con la leadership del Partito comunista cinese abbiamo visto che sono sinceramente orgogliosi di aver sollevato 200 o 400 milioni di persone dalla povertà.

Qual è il ruolo di Londra allora?

Il ruolo di Londra è quello di fare il possibile per incoraggiare legami tra quello che sta emergendo in Cina e in India, le forze progressiste dell'occidente, le forze progressiste del sud America e via dicendo.

Ok, dimmi ora un po' di Chavez. Che succede?

Chavez è consapevole del fatto che non possiamo redistribuire ricchezza. Così ci vende il petrolio per i nostri autobus a 20 milioni di dollari in meno l'anno e noi usiamo i soldi che risparmiamo per ridurre della metà le tariffe sugli autobus in modo che tutti ne possano usufruire.

Da una parte ti allei con Chavez, dall'altra vai a Davos.

Ci vado per parlare di cosa possiamo fare sui cambiamenti climatici.

Che ne pensi del movimento no global? Hai sostenuto il social forum.

Si, ma bisogna isolare i violenti. Non penso che siano tutti provocatori, ma dal collasso del comunismo è nata una generazione di giovani arrabbiati che sono cresciuti senza l'esperienza all'interno di organizzazioni comuniste o trotzkiste o nel sindacato. E poiché non sono stati addestrati nel marxismo e non hanno imparato da gente che gli ha spiegato che questa è una lotta lunga una vita, si sono arrabbiati e sono usciti a spaccare vetrine. Mi dispiace, ma questa gente è un lusso che non possiamo permetterci. Non lascio che un venticinquenne arrabbiato che fra vent'anni sarà un bancario senza scrupoli e si sarà dimenticato tutto mi faccia venire rimorsi. Ho investito la mia intera vita adulta nel cercare di portare avanti la causa socialista.

L'intervista

Il sindaco e la giornalista

Doreen Massey è una geografa di rilievo internazionale, insegna all'Open University, ha ricevuto il Prix Vautrin Lud (il «Nobel della geografia») e collabora alle politiche urbane di Caracas, in Venezuela. I suoi ultimi libri sono For space (Sage, 2005) e World city (Polity, 2007), un'analisi delle dinamiche metropolitane a partire dal caso di Londra. Insieme a Stuart Hall e Michael Rustin ha fondato e diretto a lungo la rivista «Soundings, A journal of politics and culture». Questo colloquio con Ken Livingstone, «sindaco» della Grande Londra, pubblicato anche su Soundings, continua un dialogo iniziato quando Livingstone, negli anni '80, era a capo del Greater London Council (poi sciolto dal governo Thatcher) e Doreen Massey collaborava con le politiche di cambiamento urbano. Anche a Londra si vota (fra poco più di un mese) per le elezioni locali e i conservatori - sostenuti dalla grande stampa inglese - hanno lanciato una durissima sfida a Livingstone e agli aspetti più radicali delle sue politiche. Dopo Parigi e Roma, il voto di Londra sarà un test importante per disegnare il profilo di una politica di sinistra nelle grandi città europee.

Una striscia di asfalto con tanto verde accanto. Sarà così la Pedemontana, l’autostrada che collegherà le province nord da Bergamo a Varese attraverso cinque parchi naturali: le opere di compensazione ambientale prevedono anche una pista ciclabile di 90 chilometri, siepi e filari. Gli ecologisti si dicono d’accordo «a patto che non attiri altro cemento» dice Damiano Di Simine, di Legambiente.

Come un grande parco. Che costeggerà la cosiddetta "città infinita" tra Bergamo e le province che lambiscono il territorio di Malpensa. Fatto di case e capannoni. Praticamente senza soluzione di continuità. Una sorta di spina dorsale trasversale composta da una pista ciclabile innovativa lunga 90 chilometri. Circondata da siepi e filari, da Varese a Bergamo. Che collegherà i 5 parchi regionali (Ticino, Pineta di Appiano Gentile, Groane, Lambro, Adda Nord), i 12 parchi locali di interesse sovracomunale (Rugareto, Medio Olona, Rile-Tenore-Olona, Lura, Brughiera Briantea, Brianza Centrale, Grugnotorto Villoresi, Colline Briantee, Cavallera, Molgora, Rio Vallone, Brembo). Più 50 progetti locali di riqualificazione ambientale che saranno gestiti direttamente dai sindaci dei comuni interessati.

Si tratta del progetto delle opere di compensazione ambientale della Pedemontana, la nuova autostrada che collegherà tra loro le province nel nord della Lombardia, appena approvato dal collegio di vigilanza, che sarà presentato ufficialmente domani. Patrocinato sia dalla Provincia che dalla Regione e realizzato in collaborazione con il Politecnico. Un investimento di 100 milioni di euro, di cui 35 solo per la "greenway" che costeggerà il tracciato dell’autostrada a una distanza di circa 5 chilometri. Si tratta del 3,5% dell’importo per la realizzazione complessiva dell’opera. «Una cifra che potrebbe raddoppiare aggiungendo i fondi comunitari e regionali se altri seguiranno il nostro modello - assicura il numero uno di Pedemontana spa, Fabio Terragni - Abbiamo proposto alle amministrazioni interessate di evitare ogni dispersione delle risorse e di concentrarle su un progetto unitario». Sette tipologie di interventi, come spiega Arturo Lanzani, docente di Tecnica e Progettazione urbanistica al Politecnico, che con Antonio Longo ha coordinato il progetto. Ampliamenti di parchi urbani, interventi forestali, di connessione della mobilità lenta attraverso la nuova pista ciclabile, piantumazione di nuove aree, acquisizione di altre zone boschive, interventi di tipo agroambientale e di vera e propria riqualificazione del paesaggio rurale. «Questo - spiega Lanzani - è un territorio già straurbanizzato dove però esiste una emergenza infrastrutturale anche di tipo ambientale. Lo sforzo è stato quello di coniugare un ragionamento d’insieme».

La realizzazione della pista ciclabile (35 milioni di euro) sarà interamente a carico di Pedemontana spa. I 50 progetti di riqualificazione ambientale, invece, saranno promossi e sviluppati dai Comuni e dagli enti Parco. I lavori potranno in molti casi iniziare anche prima della realizzazione dell’opera. Si tratta di progetti di diversa natura e dimensione che potranno contare su gli altri 65 milioni di euro messi a disposizione da Autostrada Pedemontana Lombarda. La maggior parte saranno destinati alla riqualificazione del paesaggio agrario nel Vimercatese e nella piana agricola Comasca. Un intervento che interesserà centinaia di ettari di paesaggio.



Intervista al presidente di Legambiente

di Anna Cirillo



Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, bastano queste opere di compensazione ambientale per una operazione come la Pedemontana?

«Il progetto Pedemontana è molto pesante. Le compensazioni ambientali per un totale di 100 milioni di euro sono una sfida interessante. Ma diciamo che in altri paesi, tipo Germania, per un’opera come questa, che supera i 4 miliardi di euro e che si sviluppa in aree già fortemente urbanizzate del nord Milano, si avrebbe diritto a compensazioni doppie, se non triple».

E quale giudizio dà sulla qualità delle compensazioni?

«La progettazione è di qualità, si sono individuate, per esempio, alcune aree sulle quali fare interventi, invece della solita politica a pioggia per accontentare tutti. La pista ciclabile va benissimo, ma spenderei di più per le forestazioni, per compensare con natura vera quello che alla natura viene sottratto con la Pedemontana. Inoltre le opere di compensazione, che pure sono irrinunciabili, non bastano. Bisogna fare di più».

Quanto e che cosa di più?

«La Pedemontana è l’ottava autostrada che si vuole costruire in Lombardia ed è quella che ha un senso, dare ordine alla mobilità caotica, mentre le altre hanno prevalentemente un interesse speculativo: urbanizzare la campagna, costruire dove costa meno, creare nuova urbanizzazione, con tutto quello che ciò comporta. Per la Pedemontana ci sono due cose che vanno fatte assolutamente. La prima, impedire con dei vincoli nuove costruzioni, tipo centri commerciali, perché significherebbero ancora più traffico».

E la seconda?

«Secondo, sottoporre l’autostrada ad una cura dimagrante, cioè tagliare sulla viabilità connessa, complementare alla Pedemontana: le nuove strade a scorrimento veloce che vanno ad inserirsi ovunque ci sia un po’ di territorio che ha potenziali urbanistici. Di queste, quella più pericolosa in termini di occupazione del suolo è la nuova Varesina, parallela all’attuale statale, che va inutilmente a distruggere nel Varesotto boschi e foreste, creando condizioni per una ulteriore invasione di cemento».


Cinque anni di guerra in Iraq e una guerra afghana che nessuno osa riesaminare hanno cambiato il mondo radicalmente, danneggiando in misura non ancora calcolabile la sicurezza, la forza d'attrazione, la robustezza economica, infine la potenza morale dell'Occidente. Non siamo solo alle prese con la «fine della magia americana», descritta dal ministro francese Kouchner in una conferenza parigina dell'11 marzo. La magia che aveva sedotto lui e molti europei - a cominciare da Berlusconi nel 2001-2006 - ha avuto e continua ad avere effetti durevoli, che non scompaiono con l'evaporare dell'incanto e sui quali gli ex ammaliati tacciono, come ignorassero che questo tacere è un ennesimo, scandaloso peccato di omissione.

Ovunque sulla Terra, la politica neo-conservatrice ha alimentato un sospetto deleterio: che qualsiasi nazione toccata dall'Occidente diventi fatalmente uno Stato fallimentare. Che la democrazia sia qualcosa di malato, di temibile. Che libertà, laicità, pluralismo siano da posporre, sempre, ai ben più essenziali imperativi di sicurezza. Quel che accade in Tibet negli ultimi giorni non è disgiunto dalla magia infranta: ne è il lascito, catastrofico. La carneficina di monaci buddisti a Lhasa (i tibetani in esilio parlano di 100 uccisi) è responsabilità cinese ma è stata facilitata da America ed Europa, che non a caso reagiscono con voce pallida, e sguardo cieco. Quel che essi non hanno visto è la lezione che gran parte degli Stati ha tratto dalla politica di Bush. Una lezione che possiamo riassumere così: per meglio difendersi dalle insipienze Usa, gli Stati hanno tutto l'interesse a presentarsi come Leviatani aggressivi, chiusi in sovranità assolute.

Sovranità generalmente ingannevoli (tutti siamo immersi nell'economia-mondo), ma anche l'inganno è effetto delle guerre antiterroriste: dalle menzogne non si esce che con altre menzogne. I grandi profittatori dei conflitti odierni non sono solo i produttori petroliferi e le compagnie fornitrici di soldati che hanno contribuito a privatizzare le guerre. Tutti gli Stati che scelgono la forza - Cina, autocrati arabi o asiatici - sanno che la strategia Usa, al momento, non produce che failed states, incapaci di monopolizzare violenza e territori. Che l'America esca spezzata da tale esperienza è tragicamente confermato dalle stragi cinesi, dalla forza con cui i conservatori islamisti si presentano al voto iraniano. Basta guardare alla stupefacente coincidenza dei giorni. L'insurrezione tibetana comincia lunedì 10 marzo: da tempo ardeva nell'ombra. Nonostante questo il Dipartimento di Stato esce poche ore dopo, l'11 marzo, con un rapporto sui diritti umani che denuncia le lentezze della Cina ma la cancella dalla lista dei trasgressori. Le timide reazioni americane ed europee alle stragi tibetane testimoniano molto più di un'incongruenza: testimoniamo una rotta morale dell'Occidente.

Una potenza imperiale che pretende fondarsi sulla democrazia non può ignorare gli effetti morali di quel che fa: è suo tratto distintivo, e proprio questo tratto è andato svanendo. La guerra in Iraq fu iniziata per mostrare la superiorità delle istituzioni libere - la democrazia avrebbe generato Stati stabili, plurali - ed è avvenuto il contrario. Dopo l'aumento di truppe deciso da Bush, i soldati Usa sono più sicuri ma la violenza resta. Non ce ne accorgiamo più, perché non apparendo in video sembra inesistente. Il premio Nobel Joseph Stiglitz ricorda nel suo ultimo libro che le tv accendono i riflettori solo quando gli attentati fanno più di 25 morti (The Three Trillion Dollar War, Norton 2008). Né sembra accorgersene il candidato repubblicano alla successione di Bush: pur di persuadere i neo-conservatori, McCain annuncia: «Se riusciamo a ridurre i nostri morti possiamo restare anche cento anni in Iraq. A me va benissimo». Né l'Iraq è divenuto più vivibile, con poche ore di elettricità al giorno e quasi 5 milioni di sfollati (2,5 dentro e 2 fuori, in Siria e Giordania) Ecco il cataclisma occultato per anni dalle bende della magia: l'America voleva esportare democrazia, e ha esportato invece insicurezza, violenza, immoralità. La sua posizione è talmente indebolita che non può reagire agli eventi cinesi. Anche per questo fanno tanta impressione i dibattiti elettorali italiani: un ex ministro del campo berlusconiano consiglia addirittura di tornare in Iraq, quasi non sapesse com'è diventato il paese nel quinto anniversario della guerra.

Il cataclisma morale non viene fabbricato solo col cinismo, con la spudorata violenza di politiche avventate. Lo si fabbrica anche con questo non-sapere, quest'ignoranza singolarmente militante. È incompetenza tecnica, politica, militare. È l'ignoranza che nel vecchio dizionario Tommaseo viene distinta dall'inscienza: quest'ultima è di uomini che non sanno quello che fanno, mentre la prima è ignoranza colpevole, ignora quello che saremmo tenuti a sapere, è «crassa, rozza, indolente, superba». Fu ignoranza superba lanciare guerre senza conoscere i paesi occupati. È ignoranza superba la politica verso la Cina. Nell'amministrazione Usa, un gruppetto di finti esperti ha giocato col mappamondo alla maniera di Chaplin-Hitler nel Grande dittatore. Sarebbe bastato uno sguardo in terra per vedere che la violenza cinese si sarebbe abbattuta sul Tibet, incoraggiata dal rapporto pronto al Dipartimento di Stato da mesi.

L'idea di Bush era semplice, dopo gli attentati del 2001: si trattava d'inventare una politica assolutamente nuova. Interessi e valori avrebbero coinciso, come nei sogni o nelle magie. Clinton stesso in fondo aveva provato, in Kosovo: con un certo successo, anche se contaminato dal veleno dei nazionalismi etnici. Ma l'Iraq non era il Kosovo, la Freedom Agenda dei neo-conservatori concerneva il pianeta e non una minuscola provincia. L'ultimo rapporto della Fondazione Carnegie (Nuovo Medio Oriente, 2008) sostiene che la Freedom Agenda è stata un totale fallimento: ha rafforzato l'Iran, regalandogli un Iraq turbolento ma ideologicamente fedele. Ha incoronato Ahmadinejad. Raccomandando infine una democrazia numerica (conta chi raccoglie maggioranze e non l'imperio della legge né l'equilibrio tra poteri, ambedue anteriori alla democrazia), ha aiutato non i pochi laici ma gli islamisti, ovunque e soprattutto in Palestina. A ciò si sono aggiunte condotte statunitensi accettate da parecchi governi dell'Unione Europea: le torture a Abu Ghraib, il trasferimento di prigionieri in centri di tortura europei oltre che arabi. Come dice l'ammiraglio William Fallon, appena dimesso dal Comando centrale Usa, ha prevalso la peggiore delle strategie: «l'imprevedibilità con gli alleati, la prevedibilità con gli avversari».

Uscire da simili disfatte è difficile. McCain e Hillary Clinton quasi sembrano non scorgerne la natura. La scorge meglio Obama, forse perché conosce le diversità del mondo: soprattutto quando critica una politica filo-israeliana «schiacciata sul Likud». O lamenta il deteriorarsi mondiale dell'immagine Usa: «Per colpire pochi fondamentalisti (al massimo 50.000)», ha detto in un incontro con le comunità ebraiche a Cleveland, il 24 febbraio, «abbiamo provocato un disastro, trascurando 1,3 miliardi di musulmani».

La questione morale è al centro. Accanto al disastro economico-strategico della guerra irachena (Stiglitz indica un costo di 3000 miliardi di dollari, pagato solo col deficit), c'è questo disastro etico: non meno esiziale. Un'etica che fallisce così miseramente è terribilmente simile al comunismo - e non sorprende che fra i neo-con ci siano tanti eredi del '68 marxista-cinese. Alla fonte l'ideale comunista è buono, ma i risultati sono tali che etica e ideale ne escono lordati irrimediabilmente. Lo stesso accade per le guerre etiche, così come son state imposte dagli esorcisti neo-con d'America ed Europa.

Il grattacielo, oggetto architettonico nato alla fine del XIX secolo, deriva dalla combinazione di una tecnica di costruzione (lo scheletro metallico), del perfezionamento di ascensore e telefono e soprattutto dall'incredibile ricchezza di alcune imprese, che si possono permettere un edificio emblematico, che suscita ogni tipo di invidia. Il primo immobile di grande altezza (40 m) è costruito a New York nel 1868, il secondo a Minneapolis e il terzo a Chicago nel 1884, da William Le Baron Jenney. La torre diventa l'espressione per eccellenza del capitalismo. Come si dicesse che è datata: essa viene sempre sorpassata da un'impresa di maggior successo, che esibisce la sua supremazia edificando la torre più alta. All'insaziabile «sempre di più» dei capitani d'industria o dell'alta finanza, corrisponde il «sempre più alto», simbolo, ai loro occhi, della potenza: la loro torre, allo stesso tempo sede sociale, insegna e marchio. Vi è qualcosa d'infantile in questa competizione ascensionale, fatta salva una manciata di architetti convinti che «la torre» esprima il futuro...

di un secolo passato! La vera sfida, d'ora in poi, consiste nell'inventare una forma architettonica che possa rispondere alle contrastanti aspettative di cittadini alla ricerca di un reale confort nel rispetto dell'ambiente, e accompagnare le trasformazioni urbane in atto. Le persone senza fissa dimora attendono delle ancore di salvataggio (strutture leggere di servizi d'emergenza), primo passo verso un'abitazione decente. Chi soffre di un disagio abitativo spera in alloggi più confortevoli e adatti alla dimensione della famiglia o alle esigenze dei sensi individuali. Anche l'edilizia popolare esige norme nuove e inserimenti più civili. In breve, la posta in gioco è enorme e necessita di sperimentazioni coraggiose nel metodo di finanziamento, nel sistema d'attribuzione, nell'architettura di questi habitat e, perché no, nel coinvolgimento dei futuri locatari nella loro costruzione. La torre non è la risposta all'alloggio della maggioranza delle persone: è costosa, le tasse rappresentano un secondo affitto - ciò spiega perché sia riservata ad abitazioni di lusso - non possiede alcuno spazio pubblico, la vita ruota intorno all'ascensore, la consegna a domicilio, l'isolamento dalla città «reale». Essa è un vicolo cieco in altezza, come la definisce Paul Virilio, in Città panico (Raffaello Cortina, 2004).

Quanto agli uffici, non è ancora un fenomeno ben conosciuto l'assenteismo causato dall'internamento in un universo dominato dall'aria condizionata ma abbondano le testimonianze relative ad angine e altre patologie respiratorie. Dopo l'attentato dell'11 settembre 2001, gli impiegati delle imprese del World Trade Center sono stati trasferiti in edifici più piccoli: oggi, soddisfatti dei nuovi ambienti, rimpiangono solo l'atmosfera di Manhattan (1) . Tuttavia qualche architetto-star stimolato da tutta una lobby immobiliare afferma senza alcuna prova che la torre risolve la questione fondiaria (questo è vero, in parte), accresce la densità (questo non è dimostrato), economizza l'energia (i dati sono contraddittori), e partecipa allo spirito della città (questo non è sempre evidente), ecc.

Al Mercato internazionale dei professionisti dell'immobiliare (il Mipim), a Cannes nel 2007, i visitatori potevano ammirare i plastici dei futuri grattacieli di Mosca (la torre della Federazione, 448 metri, consegna nel 2010), di Varsavia (Zlota 44, 54 piani, 192 metri), di New York (la torre della Libertà 541 metri, quella del New York Times, 228 metri), di Dubai (certamente di circa 800 m), della Défense (la torre Granite del gruppo Nexity di Christian de Portzamparc, la Generali di Valode e Pistre, la torre faro di Unibail di Tom Mayne di 300 metri, consegna nel 2012), di Londra (Renzo Piano e la London Tower Bridge di 300 m)... Un'incredibile frenesia costruttiva, immagine dell'arroganza delle multinazionali. Già nel 1936, all'epoca delle sue conferenze a Rio de Janeiro, Le Corbusier reclamava Parigi una torre di 2.000 metri. Per il momento solo dei giapponesi hanno lavorato al progetto di una torre di 4 km d'altezza o una piramide di 2004 m (detta «Try 2004») che può accogliere 700.000 residenti permanenti.

Già nel 1930, l'architetto Frank Lloyd Wright denunciava il «tout-tour» (il tutto-torre, ndt): «I grattacieli non hanno vita propria, né vita da dare, non ricevendone alcuna dalla natura della costruzione.

(...) Perfettamente barbari, essi si innalzano senza particolari riguardi per i dintorni, né gli uni per gli altri (...). L'esterno dei grattacieli è senza morale, senza bellezza, senza continuità.

È una prodezza commerciale o un semplice espediente. I grattacieli non hanno che il successo commerciale come ideale unitario più importante (2) ». Certamente, Wright non anticipava la vittoria del centro commerciale (shopping mall) e dello scenario che l'accompagna, almeno in certe megalopoli. Questo surrogato di città si bea di questa immagine, nella quale la torre ha il ruolo principale. Guy Debord, nella rivista Potlatch (n° 5, 20 luglio 1954), se la prende con chi è «più guardia della media» (si riferisce a Le Corbusier) che ambisce «a sopprimere la strada» e rinchiudere la popolazione nelle torri, anche quando secondo lui si tratta di valorizzare i «giochi e le conoscenze noi abbiamo diritto ad aspirare in una architettura veramente sconvolgente».

Svilupperà, in seguito, la psicogeografia, l'urbanistica unitaria e la deriva, criticando senza tregua la fredda geometria dei grandi complessi, torri e sbarre insensibili al vagabondaggio ludico.

L'urbanista cinese Zhuo Jian (3) , che elenca 7.000 immobili di grande altezza a Shanghai (una ventina superano i 200 m), constata che il suolo si abbassa di parecchi centimetri ogni anno. Gli esperti spiegano che una torre è energivora nella sua fabbricazione (la produzione di acciaio e vetri sempre più sofisticati necessita di un'importante spesa energetica) e nella sua manutenzione (aria condizionata, illuminazione delle parti centrali dei piani, ascensori, etc.), anche se si considerassero soluzioni alternative (come quelle utilizzate nell'ingegnosa torre Hypergreen di Jacques Ferrier). Insistono sulla durata di vita limitata (una ventina d'anni, senza lavori di ristrutturazione) di questo «prodotto» oneroso e poco adattabile a utilizzi differenti. Credere che sia facile alloggiarvi un'università, una biblioteca, abitazioni di lusso, un hotel a 5 stelle, con orari e con «clienti» così diversi, è illusorio.

E a Parigi? Il Front de Seine, le Olympiades, il quartiere Italie-Masséna, Flandres e la torre Montparnasse (1973, 210 metri) non incoraggiano la costruzione di altre torri e condannano l'urbanistica funzionalistica.

Nel 1977, il Consiglio di Parigi fissa a 37 metri l'altezza massima delle costruzioni. Nel 2003, una consultazione della cittadinanza parigina registra il 63% d'opposizione contro gli edifici di grande altezza. Tuttavia, nel giugno 2006, alcuni architetti individuano diciassette siti in grado di accogliere torri di 100-150 m e immobili per abitazioni di 50 m (cioè 17 piani). Nel gennaio 2007, tre di essi sono presi in considerazione dalla municipalità, a titolo di test (Porte de La Chapelle, Bercy-Poniatowski e Massena-Bruneseau).

Dodici squadre disegnano torri che possono arrampicarsi fino a 210 m, su terreni inospitali, circondati da infrastrutture pesanti, rumorose e inquinanti. La maggior parte dei progetti prevede spazi verdi e luoghi pubblici, si integra alla periferia vicina e necessita di trasporti pubblici. Tuttavia, conserva una monofunzionalità verticale, non tiene in gran conto dell'effetto maschera sul soleggiamento del quartiere e dell'accelerazione dei venti, del trattamento dei rifiuti e del costo energetico di queste costruzioni. Quanto all'estetica, il dibattito è appena cominciato! È assurdo, di conseguenza, essere semplicemente a favore o contro: esistono torri splendide, che onorano il paesaggio della città che contribuiscono ad abbellire - chi resterebbe insensibile alla bellezza di alcune città «in piedi», come New York o Chicago? È tuttavia aberrante costruire una torre solitaria senza preoccuparsi dell'urbanistica, cioè dei trasporti pubblici, della relazione col suolo, con la strada, dei rapporti di scala con gli altri edifici, del gioco delle proporzioni fra le facciate, il piazzale, le coltivazioni. Se, al posto di costruire delle torri adatte ad uno stile di vita costrittivo, certi architetti avessero dedicato la loro intelligenza a concepire degli ecoquartieri, non solo secondo le attuali norme dettate dall'alta qualità ambientale, spesso elementari, ma anche secondo quelle di «alta qualità esistenziale», prendendosi cura delle persone, dei luoghi e delle «cose della città» (per esempio, delle illuminazioni dolci e rassicuranti), allora l'urbanità sarebbe meno selettiva e l'alterità meno discriminante.

La torre non permette l'incontro. Del resto, né la letteratura né il cinema l'hanno rappresentata come un luogo magico; al contrario, essa alimenta gli scenari catastrofici! Diffidiamo delle mode, per loro natura passeggere.

note:

L’Autore è filosofo, urbanista e docente universitario, ha scritto tra l’altro Petit manifeste pour une écologie existentielle (Bourin-editore, 2007), collabora alla rivista Urbanisme , Parigi.

(1) Sophie Body-Gendrot, La société américaine après le 11 Septembre , Presses de Sciences Po, Parigi, 2002.

(2) «La tyrannie du gratte-ciel», conferenze del 1930, inL'Avenir de l'architecture , Editions du Linteau, Parigi, 2002.

(3) Cfr. Urbanisme , n° 354, Parigi, maggio-giugno 2007.

(Traduzione di A. D'A.)

Welcome to Bovisa, city of Milan. John Foot, londinese, 43 anni, insegna a Cambridge, ma la sua materia, Storia moderna italiana, ha deciso di approfondirla sul posto. E per passione, oltre che per amore, vive in Bovisa, da dove osserva la città e le sue trasformazioni, urbanistiche anzitutto e perciò sociali, raccontandole in libri acuti e originali. «È un posto perfetto per capire quello che succede a Milano, perché è un laboratorio».

In che senso?

«Vivo lì da 15 anni, da quando mi sono sposato con un’italiana. C’erano ancora qualche fabbrica e dei residui del quartiere operaio che fu. Poi 10 anni di abbandono totale, quasi di autogestione urbanistica. Adesso è un misto di studenti del Politecnico, creativi e designer che stanno nelle ex fabbriche, loft, artisti che gravitano intorno alla nuova Triennale. E stranieri. Con una buona integrazione, anche se ora sono arrivate baracche e campi nomadi».

E che metafora di Milano ne ricava?

«Quella dell’enorme delusione dal punto di vista urbanistico. La fine della grande industria dava un’opportunità di ridisegnare la città non solo dal punto di vista economico, ma anche degli alloggi, della destinazione degli spazi. E così è stato, ma senza visione di insieme. Si è lavorato a lotti, a pezzi. Il risultato è una città disordinata, caotica, inquinata, dove ci sono pezzettini meravigliosi accanto a pezzettini orrendi. E questo se vogliamo è a sua volta un’altra metafora del fatto che è venuto meno un substrato che unificava, un tessuto connettivo, un’idea comune. Insomma, la società».

È una visione terribile.

«Ma anche con lati positivi. Le periferie sono brutte, ma sono poco isolate: una volta erano ammassi di condomini squadrati o di case autocostruite, le cosiddette coree, che sorgevano nel deserto, e diventavano ghetti per gli immigrati meridionali. Adesso gli immigrati - non più meridionali ma stranieri - sono dappertutto, perché ognuno di loro ha agito per conto proprio e si è scelto dove vivere. Ora anzi sono gli stranieri le forze fresche, fisicamente e mentalmente, della città, solo loro hanno ancora spirito di iniziativa».

Ognuno fa per sé. Ma la politica? Una volta aveva un ruolo di regia.

«Ma ora non decide nulla, è molto indietro rispetto ai processi sociali, si limita a prenderne atto senza governarli o almeno indirizzarli. In questo il massimo è stato Albertini: la metafora dell’amministratore di condominio che aveva usato per sé gli calzava a pennello, non faceva niente e lasciava andare avanti la società. Si va al traino di minoranze illuminate e intraprendenti, come la moda e il design (che forse sarà la salvezza futura), o di eventi che vengono da fuori, come l’Expo. Manca una strategia di lungo periodo. E in una città che per decenni ha avuto una politica lungimirante».

Cos’è successo?

«Che questa politica riformista è stata distrutta da due cose. Il craxismo, che ha introdotto l’individualismo della peggior specie, quello che nega un tessuto sociale comune e anzi lo distrugge. Da me la signora Thatcher diceva "la società non esiste". E la sua lezione è stata applicata. E Tangentopoli, che ha eliminato l’iniziativa della politica stessa, che adesso gioca di rimessa, in contropiede».

A proposito, lei è anche un grande appassionato di calcio: ha scritto un libro per spiegare il football italiano agli inglesi.

«Sì, ed è un altro modo di raccontare l’Italia e la sua società. E anche in questo Milano è un buon osservatorio. Per dire, Herrera - un allenatore che non si sapeva neppure con precisione se fosse francese, spagnolo o argentino - è perfetto per spiegare la Milano del Boom, dove venivano a lavorare e avevano successo persone di mille posti diversi. Così come la reinvenzione della città degli anni Ottanta e Novanta è andata di pari passo con la reinvenzione del calcio fatta da Berlusconi: si spendeva e spandeva per dare spettacolo, e il divario tra ricchi e poveri aumentava. E tra gli scandali iniziali di Tangentopoli ci fu proprio il rifacimento di San Siro».

Lei ci va, allo stadio?

«Mi sono goduto dal vivo il mio Arsenal che batteva il Milan».

Stop al cantiere sulle tombe di Sant’Avendrace

di Mauro Lissia

CAGLIARI. E’ arrivato l’ordine di stop immediato per i lavori in corso nel viale Sant’Avendrace, dove l’impresa ‘Cocco Raimondo costruzioni srl’ è impegnata a costruire un palazzo di cinque piani a ridosso delle tombe puniche. Dopo la sentenza del Tar Sardegna, che ha bocciato i vincoli paesaggistici imposti dalla Regione, le betoniere avevano ripreso immediatamente a girare nell’area interna di fronte al costone cimiteriale. Fino a ieri pomeriggio, quando gli uomini del Corpo Forestale al comando di Giuseppe Delogu hanno notificato a tempo di record il decreto cautelare firmato alle 15.10 dal presidente della sesta sezione del Consiglio di Stato, che ha accolto l’istanza urgente proposta mercoledì per la Regione dagli avvocati Giampiero Contu, Paolo Carrozza e Vincenzo Cerulli Irelli e ha trasmesso il provvedimento via fax alla presidenza della giunta. Tutto di nuovo fermo, dunque. In attesa della decisione sui ricorsi per sospensiva, che dovrebbe essere assunta dai giudici in composizione collegiale nell’udienza di trattazione fissata per il primo aprile.

Almeno fino a quel momento in viale Sant’Avendrace non potrà muoversi una foglia, la Forestale vigilerà per conto della Regione e considerata dalla straordinaria rapidità d’azione mostrata in queste ore i controlli si annunciano rigorosi. Il provvedimento del Consiglio di Stato - simile all’ex articolo 700 dei procedimenti civili - non riguarda l’area del parco archeologico in cui lavorava l’impresa incaricata dal Comune e neppure il cantiere di Nuove Iniziative Coimpresa: qui, più opportunamente, prima di riaccendere i bulldozer i responsabili hanno deciso di attendere il pronunciamento dei giudici amministrativi di secondo grado. Atteggiamento di prudenza colto dai legali della Regione, che infatti hanno chiesto il decreto cautelare soltanto per l’impresa Cocco. Per le ragioni esposte nell’istanza: «Si segnala - scrivono i legali - che in queste ore, come dimostrano le fotografie allegate, l’impresa Cocco Raimondo srl sta realizzando proprio davanti alle grotte derivanti da antichi insediamenti rupestri (assimilabili ai Sassi di Matera) opere in cemento armato che coprono gli inestimabili reperti archeologici e che renderanno pressochè impossibile, tra pochi giorni, un accettabile ripristino dello stato dei luoghi, necessario per la tutela della zona sottoposta a vincolo paesaggistico sulla cui legittimità la sezione è chiamata a decidere. A fronte di un comportamento così aggressivo - scrivono ancora i legali - che non intende neppure aspettare i pochi giorni necessari per giungere alla camera di consiglio di trattazione dell’istanza di sospensione, si rende necessaria l’adozione di un decreto presidenziale che eviti ulteriori gravi compromissioni fino alla data della camera di consiglio».

Sulle istanze di questo tipo, che seguono una procedura privilegiata e molto celere, il Consiglio di Stato decide in composizione monocratica senza sentire le ragioni dell’altra parte, in questo caso i legali dell’impresa Cocco. E di norma il decreto, se i motivi sono validi, viene emesso in automatico quando - come in questo caso - i giudici non sono in condizione di rispondere all’istanza urgente di sospensiva nei dieci giorni successivi alla notifica del ricorso. Con le feste pasquali di mezzo la prima data utile era quella del primo aprile. Così nel frattempo, rispettando a puntino le prescrizioni della legge, il magistrato ha ‘congelato’ la situazione per due settimane.

Nel decreto non c’è dunque alcuna indicazione sul merito della causa ma solo riferimenti al ricorso da trattare, anche perchè l’ordinanza che uscirà dalla camera di consiglio di aprile dovrà riguardare tutti e tre i ricorsi depositati dagli avvocati della Regione contro le tre sentenze - di fatto una, riferita a tre situazioni quasi speculari - emesse dal Tar l’8 febbraio scorso.

La giunta Soru, impegnata in una battaglia senza esclusione di colpi contro la distruzione dei colli punici, spera naturalmente che l’efficacia della sentenza del Tar venga sospesa. Sarebbe già una parziale vittoria, perchè i lavori attorno all’area archeologica verrebbero fermati almeno sino alla sentenza di merito. Ci sarebbe un anno, forse un anno e mezzo di tempo per studiare nuove strategie di difesa del sito punico.

Italia Nostra ricorre in appello contro la sentenza del Tar che ha bocciato i vincoli per interesse pubblico sui colli

CAGLIARI. E dopo la Regione anche l’associazione Italia Nostra-Onlus, che lavora da decenni alla tutela del patrimonio storico-culturale e del paesaggio, ha ricorso contro la sentenza con la quale il Tar ha cancellato i vincoli sui colli punici. In venti pagine fitte di riferimenti legislativi l’avvocato Carlo Dore attacca punto per punto le motivazioni espresse dalla seconda sezione del tribunale amministrativo, puntando l’indice soprattutto sull’aspetto centrale: la legittimità della commissione paesaggistica nominata dalla Regione per decidere sul ‘notevole interesse pubblico’ dell’area di Tuvixeddu-Tuvumannu. Per il Tar doveva essere nominata dopo l’approvazione di una legge regionale, mentre la giunta Soru l’ha fatto - così hanno sostenuto i giudici amministrativi - senza neppure indicare i criteri per la selezione dei quattro membri esterni. L’avvocato Dore ribatte sostenendo che «deve ritenersi che l’articolo 137 del Codice Urbani (quello che prevede l’istituzione delle nuove commissioni paesaggistiche, in sostituzione di quelle provinciali, ndr) abbia abrogato la norma regionale in precedenza vigente che attribuiva relativa funzione alle commissioni provinciali per le bellezze naturali». Dore, con un’argomentazione in nove punti, cerca di dimostrare che la scelta della Regione sui commissari è stata in realtà corretta proprio sulla base del Codice Urbani: «La scelta dei componenti esterni - scrive il legale - aveva ed ha carattere discrezionale e doveva ritenersi sufficiente il riferimento, contenuto nella delibera della giunta che li aveva nominati, ai relativi curricula, da cui risultava in modo inequivocabile come gli stessi possedessero i requisiti di professionalità e di competenza richiesti dalle norme». Secondo Dore «basterebbe consultare internet per avere conferma dei titoli e delle esperienze vantate dai professori Camarda, Mongiu e Zucca e dall’architetto Roggio per avere conferma della correttezza della scelta operata dalla Regione».

Sul problema della validità dell’accordo di programma del 2000 l’avvocato Dore sostiene che «poteva essere risolto per impossibilità sopravvenuta o per eccessiva onerosità sopravvenuta, circostanze sicuramente verificatesi in questo caso vista l’approvazione del Codice Urbani». Mentre lo sviamento di potere contestato dal Tar - per il progetto Clement, alternativo a Coimpresa - Dore liquida drasticamente il problema: «Pettegolezzi e insinuazioni che il Tar non ha verificato ma al contrario a preso per oro colato». Con il ricorso si chiede al Consiglio di Stato che la sentenza del Tar Sardegna venga sospesa perchè «l’esecuzione dei lavori determinerebbe un’irreversibile modifica dello stato dei luoghi, con la devastazione della zona di massima tutela». (m.l)

Non si possono scegliere, si sa, i tempi nei quali si nasce e, di conseguenza, non si possono scegliere neppure i propri contemporanei. Avremmo voluto evitare questa Cagliari dei costruttori e del “fare”, concentrata a distruggere quello che di bello possiede.

Come è noto il Tar della nostra Isola ha bocciato - meglio dire bastonato - il provvedimento della Regione che poneva nuovi vincoli sulla necropoli di Tuvixeddu perché, dice il Tar, pare che il sito sia già ben tutelato con i vincoli decisi dalla Sovrintendenza nel ‘96.

Beh, entrare nei cunicoli delle sentenze e discuterle è un esercizio improduttivo e dannoso. Però si può ragionare sulle cose che accadono intorno a noi.

La necropoli di Tuvixeddu subisce una distruzione sistematica che continua anche dopo il ’96 e sepolture puniche e romane hanno continuato ad essere barbaramente ricoperte da mattoni e cemento. Un’impresa edile è sospettata, oggi, di avere violato alcune tombe con le ruspe. Un’altra impresa ha costruito a pochi metri da un complesso di sepolture che in una città più civile sarebbero state protette gelosamente. Decine e decine di tombe sono state sbancate per le nuove fondamenta in prossimità del sepolcro del romano Caio Rubellio il quale ora vede il retro di uno squallido palazzo e medita un ricorso al Tar.

Infastidite dalla presenza della necropoli che avrebbe inorgoglito qualunque altra città le nostre imprese hanno pensato di costruire sul colle sacro palazzine e perfino una strada nel canyon. Eppure archeologi titolati hanno dichiarato che là, a Tuvixeddu, ci sono tombe dappertutto e se ne trovano sempre di nuove. Niente da fare, se ne impipano e non c’è tempo per queste bambinate. C’è da costruire, e nella nostra città, di questi tempi, costruire è un verbo che annulla tutti gli altri. Un imprenditore ha dichiarato che “gli ambientalisti sono il cancro della città” dimenticando che nella storia del nostro Paese il “cancro” delle città è rappresentato - non solo a nostro avviso - proprio dalle imprese prive di una filosofia del costruire. Antonio Cederna le chiamava “i nuovi Vandali”. E ogni angolo libero è inesorabilmente riempito di palazzi con licenze, timbri e bolli in regola. La faccia è salva, la città si educa alla bruttezza e Caio Rubellio perderà il ricorso.

I verdetti utilizzati come randelli dai litiganti e i ragionamenti a trotto di cane sulle sentenze hanno deformato la discussione su Tuvixeddu. Non sono i giudici del Tar a decidere del nostro Paesaggio. Essi giudicano fatti e procedimenti, indicano e censurano errori. Sul Paesaggio, invece, abbiamo tutti competenze, il dovere di esercitare la critica e di guardare ai fatti come sono davanti agli occhi.

La necropoli, che non è di destra o di sinistra, non è ancora del tutto perduta. L’offensivo giardinetto da “Caro estinto” accanto alle tombe non è un male irreversibile e si smantella da sé, ricoperto da erba giuridica e da malva, asparagi, borragine, agavi, iris e perfino orchidee. Ma l’ottusa confusione tra la crescita della città e l’edificare ha diffuso l’idea che costruire sia un’azione proseguibile in eterno. Dicono che costruire distribuisce ricchezza ma si arricchiscono in pochi, come sempre, e la città diventa sempre più brutta. In appena sessant’anni Cagliari e il suo contorno di allegri borghi agricoli, vigne e orti è diventata un'irriconoscibile poltiglia urbana. La bellezza non esiste più e mai arriveranno turisti in visita al paesaggio della statale 554, agli abusi edilizi di Quartu, alle case squallide degli altri paesoni senza costrutto, ai canneti incendiati degli stagni, alla spiaggia nera del Poetto.

Verrà ricordata la storia affaristica di Cagliari di questi anni e lo spregio del bello culminato con l’annichilimento del Poetto o il finto decoro di Castello dove la Porta dei Leoni è trasformata in un muretto dozzinale o l’anfiteatro soffocato da tavolacci. Per questa volgarità non avremmo scelto di vivere in questi anni e avremmo evitato molti nostri contemporanei, compresi i politici piccoli, gli affaristi e i domatori di pulci.

Pubblicato anche su La nuova Sardegna, 15 febbraio 2008

La parola impronunciabile - quella che dovrebbe far scattare chiunque, con un senso di allarme istintivo - è stata pronunciata, in un'aula di tribunale. E non dagli avvocati: dai Pubblici ministeri. Connessa a fatti specifici. A ben individuati imputati. Documentata. Certificata da testimonianze giurate e giudicate vere da una magistratura di solito avara, quando si tratta di «organi dello Stato».

«La tortura è stata molto vicina a Bolzaneto - ha detto la Pm Petruzziello - In quelle ore si è verificata una grave compromissione dei diritti umani». Nel nostro paese sono state praticate, a livello di massa, su oltre 200 persone, con continuità e ostentazione, sevizie, umiliazioni, crudeltà che rientrano tra gli atti previsti dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Non è una notizia, questa?

No, a leggere i grandi quotidiani italiani. L'ho cercata a lungo, quasi incredulo, quella notizia - almeno un titoletto, qualche riga, un corsivo, un piccolo editoriale... - sulle prime pagine del Corriere e di Repubblica, che pure, il giorno prima, in un'anticipazione della requisitoria (a pagina 16!) aveva parlato di «trattamenti inumani e degradanti...., dita spezzate, pugni, calci, manganellate su persone inermi, bruciature con accendini e mozziconi di sigaretta, bastonate sulle piante dei piedi; teste sbattute contro i muri, taglio di capelli, volti spinti nella tazza del water...». E che mercoledì non ne parla più - un compito già svolto, un fatto già archiviato -, mentre il Corriere la confina a pagina 23, come se si trattasse di cronaca nera, e la Stampa a pagina 20 (con almeno un piccolo richiamo in prima). Per i giovani di Bolzaneto, per i loro oltraggi subìti, non si scomodano gli opinion leader, i Panebianco, i Galli della Loggia, e nemmeno gli Scalfari o le Annunziata. De minimis non curat praetor. È più importante il gossip su Ciarrapico (prima pagina di tutti), sulle squillo del governatore di New York (in prima di Repubblica), sulla moglie di Mastella ...

Non è nemmeno un fatto politico?

Ancora una volta no, a porgere l'orecchio al brusio che viene da questa orribile campagna elettorale, tutta all'insegna della virtualità e della simbolizzazione. Evidentemente quei corpi umiliati, quei ragazzi profanati alla loro prima esperienza d'impegno pubblico, non sono simboli sufficientemente maneggiabili, né utili nello spazio degradato della competizione senza principii. Meglio il faccione di Calearo, i fogli bianchi strappati da Berlusconi, le boutades sulla castrazione chimica di Veltroni, la rincorsa ai santini distribuiti da Ruini. Fanno più colore. «Funzionano», «tirano», come si dice adesso.

Qualcuno ha sentito un solo fiato, al centro o da quello che si chiamava fino a ieri il centro-sinistra (lasciamo andare la destra, che quelle torture le ha favorite, le ha prodotte e le ha coperte...), sullo scandalo di Bolzaneto? Sul nostro senso civile finito sotto i tacchi degli anfibi dei medici aguzzini e dei secondini sadici, in una caserma della Repubblica? Quegli stessi che ancora pochi mesi fa guidavano la caccia ai mendicanti e ai lavavetri in nome della legalità, e si stracciavano le vesti di fronte a un migrante privo di permesso di soggiorno, hanno obiettato qualcosa per quegli uomini in divisa che colpivano le ferite aperte, minacciavano di stupro ragazzine minorenni, piegavano a colpi di bastone adolescenti ridotti all'impotenza?

Eventi come questi non sono indolori. Scavano un solco. Tracciano un confine. D'ora in poi sarà sempre più difficile mantenere anche solo un terreno di discorso possibile, e aperto, tra queste due Italie: quella piccola, esile, minoritaria fin che si vuole, che non ci sta a digerire tutto, anche il disumano, e quella disposta ormai a passare su tutto e che tutto accetta come «normale». Sarà sempre più difficile continuare a credere anche solo a una riga delle infinite colonne di piombo, e delle stucchevoli prediche sulla nostra bella democrazia, che ci ammanniscono sui giornali. Sarà sempre più difficile, quasi impossibile, continuare ad affidare anche solo un brandello dei nostri progetti e delle nostre speranze a un qualche settore di questo ceto politico indifferente a tutto tranne che a se stesso. Insomma, sarà sempre più difficile sentirsi parte, anche piccola, di un medesimo paese.

Saremo apolidi, forse. O esuli mentali. Può darsi che sia questo l'estremo approdo del bradisismo che si è innescato in questa tormentata transizione italiana: la fuoriuscita dell'Altra Italia dall'Italia ufficiale. La chiusura definitiva del ciclo apertosi col 1945, e protrattosi per oltre un sessantennio. Non lo so. Ma una cosa è certa: d'ora in poi nessuno si permetta più di farci, dall'alto di un qualche luogo «istituzionale» o da qualche organo di stampa, la predica sul «bene comune», sull'«impegno civile», e della «buona cittadinanza». Perché ogni legittimazione è finita.

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