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Ricordate la scena finale dell'«Abbuffata» di Mimmo Calopresti, quella dove Gerard Depardieu festeggia al centro di una tavolata con tutti gli abitanti del paese? Tenetela bene a mente, perché quella sequenza rischia di essere l'ultima immagine di com'era fino a pochi mesi fa Largo Savonarola, una delle più belle piazzette di tutta la Calabria, con il suo splendido affaccio sul mare e sull'isola di Cirella. Sì, ricordatela bene perché quella piazza, orgoglio di Diamante, paese di cinquemila abitanti in provincia di Cosenza, non c'è più, deturpata dallo scheletro di un albergo che, arrampicandosi dalla scogliera sottostante, ostacola ai diamantesi la vista sul Tirreno. E questo nonostante da mesi l'amministrazione comunale di centrosinistra tenti in tutti i modi, ma inutilmente, di fermarne la costruzione dell'ennesimo ecomostro che deturpa le coste italiane.

L'ultimo smacco è di ieri, quando il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza con cui il Tar della Calabria aveva accettato la richiesta di sospensiva di revoca della concessione edilizia presentata dalla ditta costruttrice dell'albergo. Una decisione che però, per quanto amara, non scoraggia il sindaco di Diamante, Ernesto Magorno, e la sua giunta, determinati nel continuare la loro battaglia. E questo anche se rappresenta comunque un boccone duro da mandare giù. «Sono perplesso - ammette infatti Magorno - troppo spesso si accusa la politica calabrese di agire male, e perfino di essere collusa con la criminalità. Quando però si tenta di fare qualcosa di buono la risposta da parte delle altre istituzioni dello stato non c'è». Almeno per ora, comunque, i lavori dell'albergo non proseguiranno. Il cantiere è stato infatti posto sotto sequestro dalla procura di Paola che ha indagato i responsabili della ditta e l'ex responsabile dell'ufficio urbanistico.

Quella dell'albergo di Diamante è a suo modo un classico esempio di come in Italia vanno un certo tipo di cose. Tutto comincia nel 2005, quando il paese è governato da un giunta civica di centrodestra. Largo Savonarola è ancora una splendida piazzetta appesa sull'Alto Tirreno. Una vista mozzafiato, con il paesaggio reso ancora più suggestivo dalla visione di una delle due isole calabresi. Sotto la piazza, a picco sulla scogliera, già esistono un ristorante e una casa disabitata da anni, il cui tetto è proprio parte della piazza: un rettangolo di circa duecento metri quadrati recintato da un piccolo muro ma di proprietà del Comune. La concessione rilasciata alla ditta S.I.R. sas consente di trasformare la casa disabitata in albergo, rialzandola di un piano. «Già questa è assurdità, perché si permette di edificare sopra il terrazzo che è del comune», commenta Magorno.

La concessione viene però subordinata alla stipula di una convenzione tra la S.I.R e il comune, in cui si dovrebbero fissare non solo le nuove cubature previste, ma soprattutto si confermerebbe che la proprietà della terrazza resta dell'amministrazione. Stipula che però non viene mai fatta. Nonostante questo, la S.I.R. comincia i lavori. Nel frattempo nella giunta le cose cambiano: alcuni assessori si dimettono e il comune viene commissariato. E il commissario blocca i lavori dell'albergo. Fino al 29 maggio dell'anno scorso quando, vinte le elezioni, la nuova giunta guidata da Magorno avvia le procedure per annullare la concessione edilizia e procedere con l'abbattimento di quanto costruito fino ad allora. Mentre la S.I.R fa ricorso al Tar chiedendo la sospensiva dell'annullamento della concessione (ricorso in seguito accolto dal Tribunale amministrativo), interviene la procura di Paola a sequestrare il cantiere.

Quella di Diamante è una battaglia per opporsi anche a un destino che, negli anni passati, ha visto l'intera zona cedere lentamente al cemento. Come ricorda lo stesso Magorno in una lettera che il 5 febbraio scorso invia al presidente della repubblica Giorgio Napolitano: «Negli anni '80 - scrive il sindaco - Diamante, con tutta la costa tirrenica, ha subito l'impatto di una enorme speculazione edilizia che ha sconvolto non solo il territorio ma anche le abitudini e lo stile di vita dei residenti». Un destino che in molti vorrebbero che non si ripetesse ancora, ma che purtroppo sembra essere sempre in agguato. Come dimostra un'altra speculazione edilizia che minaccia un'area archeologica poco distante da Diamante, dove è prevista la costruzione di villette a schiera per 38mila metri cubi.

Per quanto riguarda la piazzetta, Napolitano ha promesso di interessare della vicenda il ministero dell'Ambiente. «Finora però non si fatto vivo nessuno», spiega Magorno. «Di una cosa, però sono sicuro: finché il sindaco sarà io, sulla piazzetta non costruiranno niente».

Cominciamo col non esagerare. La partita sull’Expo non è affatto decisiva per i destini del nostro paese, né per quelli delle sue connessioni culturali e produttive internazionali. Si tratta di un successo importante per Milano sul piano del marketing urbano, visto che le città sono diventate purtroppo pure occasioni di competizione mercantile. In questo si sono trasformate le Esposizioni universali che hanno cessato la loro funzione propria alla fine del XIX secolo, trasformandosi in utilissime occasioni di lavoro e di afflusso temporaneo di capitali. Non è più il tempo delle Tour Eiffel.

Sarebbe invece importante compiere da subito uno sforzo di progettazione urbana di lungo periodo per costruire un’ipotesi credibile, un piano, su come si possa utilizzare tale occasione, immaginando miglioramenti strutturali, diffusi e non esibizionisti. Le occasioni eccezionali come Olimpiadi, campionati internazionali, esposizioni tematiche possono essere utilizzate positivamente come hanno fatto Barcellona o Torino vincendo l’ideologia della deregolamentazione con piani di lunga durata o trasformarsi in disastri come a Siviglia o ad Osaka.

Per quanto riguarda la reazioni polemiche che hanno attraversato i giornali, esse oscillano tra l’odio generalizzato per la nuova costruzione (un’ostilità peraltro ampiamente giustificata dallo stato cattivo dello sviluppo urbano degli ultimi anni) e l’entusiasmo senza confini per il cambiamento incessante, tra le battaglie pro o contro il grattacielo, battaglie senza senso perché non si può essere pro o contro una tipologia architettonica ma solo pro o contro la sua qualità e il suo uso proprio o improprio. Quanto, poi, al giudizio sulla qualità dei prodotti architettonici recenti, essa è sovente una pura proiezione dei parametri di giudizio personali: le preferenze di gusto non sono argomenti sufficienti a discutere con competenza di un argomento così complesso. Se le critiche che, da questo punto di vista, ho sollevato fin dall’origine al progetto dell’area della vecchia Fiera coincidono con quelle del dottor Silvio Berlusconi è una questione che riguarda le contraddizioni interne al suo schieramento che quel progetto ha promosso: questo sì sicuramente in funzione di alcuni privati interessi.

Continua implacabile, anzi cresce ogni giorno, l´ondata di cemento che sta seppellendo il paesaggio italiano. Di fronte a questo irresponsabile suicidio, è il momento di chiedersi se le correzioni apportate al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, che entrano in vigore in questi giorni, saranno un presidio sufficiente. Il ministro Rutelli ha condotto in porto con determinazione una normativa che afferma principi capitali, ispirati alla priorità della tutela del paesaggio (competenza esclusiva dello Stato) sulla gestione del territorio (affidata a Regioni ed enti locali). Nulla di più di quanto dice l´art. 9 della Costituzione: ma i conflitti insorti fra Stato e Regioni e alcune recenti, importanti sentenze della Corte Costituzionale hanno consentito di riformulare questi principi con maggior rigore. Si è così potuto disciplinare la co-pianificazione obbligatoria Stato-Regioni, reintrodurre il parere vincolante delle strutture ministeriali per ogni intervento sul paesaggio protetto, commisurare il peso degli enti locali alle competenze di cui sapranno dotarsi e alla loro capacità di progettare il futuro del proprio territorio. Queste ed altre modifiche intervengono su un impianto del Codice già stabilito da altri ministri di altre maggioranze (Urbani e Buttiglione): c´è dunque speranza che un tema di tanta importanza venga affrontato anche dal prossimo governo, di qualunque colore, con spirito di fedeltà alla Costituzione e agli interessi del Paese.

Questo non vuol dire, ahinoi, che possiamo dormire sonni tranquilli. Le leggi, anche quelle ottime, restano lettera morta se non ci si mette in condizione di applicarle, e se non si modificano le condizioni che hanno determinato l´insorgere dei relativi problemi. Almeno tre punti vanno citati in questo contesto: gli organici delle Soprintendenze, lo stato della normativa regionale e le incertezze finanziarie degli enti locali. Si sa che il blocco delle assunzioni ha colpito duramente la funzionalità delle Soprintendenze (l´età media degli addetti si aggira oggi sui 55 anni); si spera che venga portato a termine un piano di nuove assunzioni lanciato da Rutelli, ma non basta. A quelle poche centinaia di nuovi posti si deve aggiungere, se si vuole che lo Stato risponda con efficacia ai compiti che con questa legge si è dato, un reclutamento straordinario, di giovani e competenti funzionari, assunti sulla base esclusiva della competenza e del merito. Non meno grave è il blocco all´applicazione del Codice che può insorgere se le Regioni non provvederanno rapidamente a modificare le proprie normative, che troppo spesso prevedono la sub-delega ai Comuni di ogni autorizzazione paesaggistica: è così che sono nati non uno, ma centinaia di "casi Monticchiello". Il nuovo Codice rende illegittimo questo meccanismo di sub-delega, ma è necessario adeguare la legislazione regionale, nonché prevedere un opportuno regime transitorio.

Più gravi sono i problemi che derivano dallo stato delle finanze comunali. Si sa che, in una condizione generale di sofferenza, gli oneri di urbanizzazione sono diventati per i Comuni una delle principali fonti di introito, se non la principale. Queste tasse, dovute ai Comuni per ogni nuovo insediamento o edificio, erano destinate in origine alle opere pubbliche di volta in volta necessarie (strade, fognature, ecc.); ma da qualche anno, entrando nel bilancio comunale, sono utilizzabili per spese di ogni natura. Si spiega così che Comuni e sindaci anche "virtuosi" si lascino tentare dal consumo indiscriminato del territorio, pur di assicurare introiti adeguati alle loro casse altrimenti vuote. Su questo tema non è certo un Codice dei Beni Culturali che può intervenire: esso richiede una assai più attenta e vasta analisi e condivisione, prima di essere affrontato in modo efficace.

Il paesaggio è uno dei pilastri della storia e dell´identità del nostro Paese, nella diversità e varietà straordinaria delle sue città e delle sue regioni. E´ una delle massime ragioni di attrattività del nostro Paese, concorre a costituirne l´immagine e l´anima per gli italiani e per chi non lo è. Dopo una serie di leggi (la prima delle quali proposta nel 1920 dal ministro Benedetto Croce), la sua tutela ha raggiunto rango costituzionale con l´avvento della Repubblica. La nostra Costituzione è stata anzi la prima al mondo a collegare organicamente tutela del patrimonio storico, artistico e archeologico e tutela del paesaggio; e a porla fra i principi fondamentali della Repubblica. Di questi precedenti storici, giuridici, istituzionali e civili dovremo saperci ricordare, se non vogliamo che la crisi delle attività produttive lasci spazio solo a un´edilizia di basso livello che consuma il paesaggio, a un turismo becero che, indirizzandosi nei luoghi più decantati del Paese, li aggredisce e li distrugge. Se vogliamo che il nuovo Codice non sia una vana proclamazione di buone volontà, ma un importante passo avanti nell´attuazione della Costituzione repubblicana. Può esserlo, dipende da noi.

"Vento, vento portami via con te..." recitava una celebre canzone degli anni Quaranta che si dice inducesse Mussolini a gesti di scongiuro, dopo un rapporto della polizia in cui si segnalava come spesso il finale venisse cambiato in "... portalo via con te". Quell’aria mi è tornata alla mente leggendo la lettera di protesta inviatami dal segretario generale dell’Anev (Associazione nazionale energia del vento), Simone Togni, che si dice «dispiaciuto», per la mia rubrica intitolata «Il vento soffia miliardi a scapito del paesaggio» ("Repubblica" del 17 us). Eppure è proprio così, checché ne dica il gentile rappresentante dei promotori dell’eolico che mi accusa di «non voler vedere gli aspetti positivi di questa tecnologia pulita... mentre l’unico impatto reale è quello paesaggistico e proprio per combatterlo l’Anaev ha sottoscritto un protocollo che impegna i nostri associati al rispetto di regole virtuose, protocollo sottoscritto anche da Wwf e Legambiente».

Dopo aver ribadito con incauta noncuranza che l’unico inconveniente sarebbe quello «visivo» (per cui basterebbe chiudere gli occhi per evitare il fastidio?) lo scrivente cambia le carte in tavola e si produce in una difesa ad oltranza delle energie rinnovabili, su cui siamo cento volte d’accordo, con l’avvertenza, per contro, a non confonderle tutte nello stesso cesto, perché l’eolico, se esteso nelle dimensioni già in atto e, ancor più in quelle annunciate (20.000 pale su piloni di cemento di 120 metri – ma anche di 170 – e conficcati per 25 m nel terreno), devasterebbe il paesaggio italiano, soprattutto quello collinare e dei clivi montani. Bisogna inoltre calcolare che per trasportare turbine e pali occorre una rete di ampliamenti stradali e di nuove arterie dove far passare migliaia di autotreni in andata e ritorno in zone con forti pendii, sovente geologicamente franose, occorrono inoltre scavi per centinaia di chilometri per gli elettrodotti, nuove linee elettriche aeree, cabine, piazzole, installazioni di illuminazione delle turbine per la sicurezza aerea. Tutto a carico della spesa pubblica statale e locale. Una vera e propria follia dietro cui, però, come diceva Shakespeare, vi è sovente una «logica». In questo caso la logica di una fruttuosa speculazione all’italiana, con profitti sicuri per i costruttori e gestori degli impianti e aggravio per le bollette degli utenti sui quali verrà scaricato il sovrapprezzo energetico. In uno studio del Wwf, favorevole in linea di principio ad una razionale utilizzazione dell’eolico si legge: «La valorizzazione dell’energia prodotta da impianti eolici che beneficiano dei certificati verdi (che i produttori di energie alternative possono rivendere alle industrie inquinanti per farle rientrare contabilmente nei parametri di Kyoto, ndr) ammonta a circa 190 euro per mwh (il MegaWatt equivale a 1000 kiloWatt, ndr). In gran parte d’Europa l’incentivazione, ad esempio in Germania, è compresa tra i 55 e gli 87 euro per mwh. L’elevata remunerazione garantita dal meccanismo di incentivazione in Italia ha quindi determinato una corsa all’eolico negli ultimi anni». Su tutto ciò il portavoce dell’Anev tace, ma sorvola anche sul fatto che la vantata Convenzione con le organizzazioni ambientaliste è scaduta e il Wwf non l’ha rinnovata perché, come mi scrive il segretario generale, prof. Michele Candotti, «non ha avuto impatti pratici e non si è arrivati a una posizione comune e ad un consenso sulle linee guida per la localizzazione degli impianti».

Alla lettera è allegato uno studio su quel che sta avvenendo nelle varie Regioni. Cito qualche breve passaggio: «Da un rapido esame su tutti i procedimenti autorizzativi regionali si evince che la potenza eolica installata o autorizzata è stimabile in circa 5000 mw, di gran lunga superiore ai 2500-3000 mw previsti per l’intera Italia... I progetti presentati solo da Sicilia, Calabria, Sardegna, Puglia e Basilicata ammontano ad oltre 12.000 mw!... Se alcune regioni hanno inserito ultimamente dei tetti massimi ciò non ha impedito che venissero approvati impianti in aeree ad alta vulnerabilità ambientale o eccedenti per ben sei volte (Sicilia) le capacità di distribuzione della rete elettrica. Ne emerge un quadro desolante caratterizzato da innumerevoli esempi di malagestione territoriale... con conseguente degrado di siti protetti, la scomparsa di comunità faunistiche di rilievo, l’adulterazione di paesaggi plurivincolati, il degrado di valori storici, archeologici e culturali». A questo punto il Wwf invoca almeno una moratoria per bloccare e regolare la sfrenata "bora" che rischia di devastare il Bel Paese.

Poco più di un secolo fa Cesare Beruto, ingegnere capo del Comune, disegnava il nuovo piano regolatore con l'esplicito intendimento che Milano diventasse ancora più bella, un piano molto apprezzato dai contemporanei, dai cittadini e dagli intenditori. Che nessuno oggi riconosca nelle strade di Milano l'impronta dell'opera d'arte è per la nostra città una disgrazia, ma non è un fatto così fuori dell'ordinario: dal Cinquecento al Settecento nessuno costruiva più nello stile gotico e nessuno era più in grado di apprezzare lo specifico carattere architettonico di ogni cattedrale. Soltanto con il revival gotico, quando tornò di moda, qualcuno ricominciò a studiarlo e Viollet-le-Duc ne fece poi un'analisi magistrale. Da allora in poi tutti furono di nuovo in grado di comprendere, volendo, una cattedrale gotica.

Ecco un esempio. Beruto aveva disegnato, davanti a Santa Maria delle Grazie, una lunga strada verso la campagna — via Ruffini, via Mascheroni, via Rossetti, viale Scarampo — sicché chi fosse arrivato in città l'avrebbe vista là in fondo. E ancora oggi — se la continuità di questa visuale venisse mantenuta — chi arrivasse dalle autostrade verrebbe accolto da uno dei monumenti più significativi della città, dove è conservato il Cenacolo leonardesco.

Nessuna città europea avrebbe una prospettiva così significativa e le migliaia di visitatori attesi per l'Expo, quelli che arriveranno dai loro Paesi in automobile o dalla Malpensa con un autobus o un taxi, avrebbero un memorabile benvenuto. Ma il progetto in corso sulle aree della ex fiera non tiene conto di questo suggerimento. Ha, infatti, disposto fabbricati che occludono questa vista.

Le nostre città sono state costruite nel corso di mille anni per essere opere d'arte. Questa intenzione estetica è evidente per chi le sappia leggere — una conoscenza alla portata di tutti — e sembra strano che siano proprio gli italiani a ignorare di cosa sia fatta la loro bellezza.

In questi giorni tutti sembrano d'improvviso i più appassionati cultori della bellezza, ma di una bellezza che sembra un contenitore cui ciascuno è libero di dare il contenuto e il significato che crede. Non è così, non è vero che de gustibus non est disputandum. Le regole costitutive della bellezza delle città, quelle che ne hanno fatto un'opera d'arte, sono l'esito di un processo millenario nel quale sono state coinvolte quaranta generazioni di cittadini, e sono ancora quelle che suggeriscono di abbellire una città con un nuovo teatro, una nuova biblioteca, un nuovo museo, tutti temi collettivi inventati centinaia di anni fa, accanto alle strade trionfali, alle passeggiate, ai boulevard cui sarà bene ricorrere anche ora. Che l'occasione dell'Expo sia la vetrina della nostra volontà di bellezza e non della nostra ignoranza.

Nota: per chi volesse verificare, del Piano Beruto sono disponibili su Mall/Antologia la relazione e la carta della versione 1884 (f.b.)

All’appuntamento con l’Expo appena conquistata, fra sette anni esatti, si presenterà una città radicalmente cambiata: una selva di grattacieli griffati, monumenti di archeologia industriale richiamati alla vita, battelli che scivolano su vie d’acqua urbane. Ecco un viaggio tra i quindici mega-progetti che ridisegnano il suo futuro.

l vento di aprile soffia insistente sulle fronde chiare del betullino e il fruscio arriva fino a dentro, mischiato con il fischio delle foglie di una quercia ancora giovane. Entra anche il profumo intenso del gelsomino che ha messo i primi fiori, e la macchia di colore rosso delle bacche del cratego. È il momento migliore, per il bosco. Il momento del risveglio. Ma questo è un bosco speciale: siamo in un appartamento di città, al ventisettesimo piano della torre "D" di Porta Nuova Isola, pareti di vetro che danno sul terrazzo, davanti una quinta di verde. E questo è il "Bosco Verticale", progettato dallo studio Boeri, novecento alberi alti fino a nove metri sovrapposti l’uno all’altro, salici e peri da fiore, ciliegi giapponesi e bambù, piantati piano sopra piano. Poco più su, sul tetto, volteggiano le pale eoliche che garantiscono energia. Molto più giù, invece, le sonde geotermiche pompano calore dal sottosuolo e da qualche parte le acque grigie, filtrate, tornano in circolo per l’irrigazione. Dalle finestre, tra le fronde, ecco a perdita d’occhio il profilo della città.

Ed ecco, appena in là sull’orizzonte, a nascondere le cime delle montagne, un altro bosco, stavolta semplicemente pensile. A centosessanta metri di altezza, che vuol dire al trentunesimo piano. Sul belvedere, con ristorante, del grattacielo che è la nuova sede della Regione Lombardia e che quassù vuole attirare cittadini e turisti. Un parallelepipedo di vetro progettato dall’architetto cinese della Piramide del Louvre, immaginato per celebrare la trasparenza e il buon governo, al centro di una grande piazza coperta da una cupola, dove migliaia di persone passeggiano e fanno shopping negli elegantissimi negozi; ma anche se ne stanno semplicemente sedute ai bordi della fontana circolare, pc sulle ginocchia, collegate col wi-fi. Un’opera grandiosa: centomila metri quadri edificati per un costo di 320 milioni di euro. La più maestosa delle opere commissionate da un ente pubblico dal tempo degli Sforza; l’erede, nelle intenzioni, del Castello.

Benvenuti a Milano 2015. Benvenuti nella città che ha vinto l’Expo e che per questo, da stanca metropoli post-industriale, smarrita e senza vocazione, ha ripreso a correre. Se l’iniezione di denaro prevista dal piano per l’esposizione - 4,1 miliardi di euro - permetterà la costruzione ex novo di un pezzo di città che oggi non esiste, il quartiere della fiera da più di un milione di metri quadrati, e il completamento di strade, linee di metropolitana, reti ferroviarie, una zona verde grande come tre Hyde Park e mezzo, perfino la creazione di una via d’acqua sulla quale scivolano i battelli, quella che fra sette anni si presenterà all’appuntamento con il mondo sarà in ogni caso una città completamente nuova. Ci saranno colline nel piatto della pianura; laghi là dove era asciutto. Ma sarà, soprattutto, una città verticale. Con grattacieli storti, sì anche sbilenchi; qualcuno colorato, altri con le guglie; certi che sembreranno essere lì lì per cadere, altri ancora perfino attorcigliati. Torri rivestite di vetro, acciaio, pietra, ma anche di bosco, addirittura di lamine d’oro. E tutti, questo è certo, saranno altissimi.

È come se a Milano si fosse scatenata una gara tra gli architetti di tutto il mondo per vedere chi inventa l’edificio più stupefacente. Spariti i vecchi immobiliaristi legati in qualche modo alla tradizione, ora anche i cantieri sono nelle mani di chi non ha mai avuto legami con la città, gli sviluppatori internazionali, che costruiscono a Londra come ad Abu Dhabi e che rispondono esclusivamente a logiche di profitto. L’obiettivo è diventato far rumore, farsi vedere, trasformare tutto in attrazione, vendere. Ma attrazione per chi? Per il mezzo milione di abitanti che negli ultimi trent’anni ha lasciato la città, che ci ritorna al mattino per lavorare ma che se ne va la sera? Nel 1972 Milano era una metropoli da un milione e settecentomila abitanti; oggi sfiora il milione e tre. Una città impoverita ma, soprattutto, una città che ha il drammatico problema del pendolarismo: 840mila ingressi ogni mattina, 510mila persone che arrivano in automobile, hanno dei costi altissimi. Far tornare i milanesi a Milano, smettere con l’edificazione delle città-satellite nell’hinterland, ricominciare a costruire solo al centro potrebbe essere un disegno per il futuro.

Ma per costruire in centro, è necessario soprattutto farlo in verticale. Vediamola, questa nuova città, dal ventottesimo piano della torre "D". All’orizzonte, a quel punto, i vecchi simboli saranno diventati insignificanti: la Madonnina, la Torre Velasca, il grattacielo Pirelli. Stracciati, in una classifica basata semplicemente sull’altezza, da almeno quindici nuovi "mostri" di acciaio, cemento, vetro e tanto verde. Disegnati dai più grandi architetti del mondo chiamati a operare ovunque, a riempire vuoti, a reinventare aree dismesse, a costruire dove per trent’anni non si è fatto. Sono quindici progetti giganteschi e 147 piccoli interventi, che l’abolizione del vecchio piano regolatore e la scomparsa della destinazione d’uso ha liberalizzato. Nasceranno quartieri nuovi e altri abbandonati torneranno a vivere; anche i comuni limitrofi avranno i loro simboli. Come Rozzano, con la torre Landmark, alta duecento metri. Perfino le caserme cittadine troveranno una seconda vita; e cambieranno pelle gli scali ferroviari abbandonati.

Il più grande piano di riqualificazione urbana si sta realizzando nella zona intorno all’Isola, vecchio quartiere tra la stazione Centrale e Garibaldi, che prevede l’edificazione di 350mila metri quadrati e la realizzazione di una delle aree pedonali più grandi della città, dentro la quale ci sarà la Biblioteca degli Alberi, un reticolo di percorsi tra piantumazioni di diverse essenze destinati a diventare anche percorsi didattici. Svetta, in questa zona, la nuova sede della Regione Lombardia, con i trenta piani, centosessanta metri, firmata dallo studio Pei. Il nuovo Pirellone si alza su un impianto formato da corpi allungati a serpentina, arrotondati, che si incrociano saldandosi in un unico edificio. Poco distante è Cesar Pelli a immaginare una torre che si innalza con tre guglie, stile Dubai estrema, e che guarda in una nuova piazza circolare e pedonale.

I mega-progetti in fase di esecuzione non sono raggruppati in una zona, identificabili con un quartiere: toccano tutta la città, anche quella considerata oggi periferia, anche comuni esterni, come Sesto San Giovanni e Rozzano, appunto. Ed è proprio questo il filo conduttore della Milano di domani, espresso chiaramente nel piano "Milano verso il futuro" dall’assessore allo Sviluppo del territorio Carlo Masseroli: superare il concetto centro-periferia, distribuire i servizi ovunque, creare una metropoli integrata e continua. Superare anche il confine tra città e hinterland, fare in modo che diventi una realtà «la grande Milano, nella quale Milano-città rappresenti il nodo principale di una costellazione». A sud-est, ad esempio, in un’area che ora è periferica, separata dal corpo metropolitano da ferrovia e tangenziale, la città cambierà volto con il progetto Santa Giulia, ideato da Norman Foster, l’archietto del St. Mary Axe, "The Gerkin", il grattacielo a forma di cetriolo che per primo ha cambiato lo skyline di Londra. Santa Giulia, che prende il nome da una chiesa che verrà costruita, è immaginato per essere abitato da cinquanta-sessantamila persone, dunque sulla carta è già promosso come modello di città nella città e di metropoli nel verde. Qui nascerà il Crescent, una zona residenziale d’eccellenza, high tech e domotica, energia rinnovabile, con appartamenti i cui costi partono da due milioni di euro.

Via le periferie, dunque. Come ha detto Renzo Piano, l’architetto che ha progettato l’area Falk, centocinquanta ettari di archeologia industriale, la città già delle fabbriche, degli altiforni e delle acciaierie, quella più intimamente legata alla storia della Milano operaia dove ogni mattina, al suonare delle sirene, arrivavano migliaia di persone in tuta blu. Piano vuole che la sua città resti una fabbrica: «Una fabbrica di idee, il mio Beaubourg a Sesto San Giovanni». È qui uno dei recuperi più straordinari di costruzioni di archeologia industriale, il laminatoio, destinato a diventare secondo il progetto della Provincia un museo di arte contemporanea, la nostra Tate Modern. Ed è qui che Carlo Rubbia sperimenterà gli "Elfi", veicoli a trazione elettrica o a idrogeno. Due torri, anche qui: alte duecento metri, direttamente sulla "Rambla", un ampio viale alberato che converge in un parco centrale.

Il primato dell’altezza spetta al progetto City Life, che è forse il più vistoso, immaginifico, sicuramente il più griffato. Nel quartiere storico della vecchia Fiera - quella costruita nel 1906, proprio per un’esposizione universale - stanno prendendo corpo i tre spettacolari grattacieli dell’architetto iracheno Zaha Hadid, del giapponese Arata Isozaki, di Daniel Libeskind, il progettista di Ground Zero: lo "storto", il "curvo" e il "dritto", alto, quest’ultimo, duecentodiciotto metri, cinquanta piani. Accanto ai tre giganti è previsto l’edificio del Museo di arte contemporanea, e la pianta complessiva prevede percorsi in mezzo al verde, corsi d’acqua con ponti trasparenti. Saranno, l’acqua e il verde, i nuovi elementi di Milano. Se da una parte c’è la ricerca di un simbolismo stravagante, dall’altra la qualità della vita assume un posto di primo piano. Il verde è dappertutto: si immagina un anello intorno alla città, fatto solo di boschi. Il piano generale per l’Expo prevede addirittura la rinascita di una via d’acqua, che giunga diretta al centro. Ma non saranno progetti troppo ambiziosi? Non sarà che ancora una volta, al passaggio dall’effimero al concreto tutto si ferma?

La storia dell’urbanistica milanese è storia di grandi incompiute. In ritardo sulle grandi città europee, su Barcellona e Berlino, sulla Parigi di Bercy e sulla Londra dei Docks, Milano sembra volere oggi ripensare a fondo il suo destino. Se davvero è uscita dalla crisi degli anni Novanta, se davvero la sua classe dirigente saprà non solo lasciare mano libera ai developers ma costruire un’idea di sviluppo, il momento è quello giusto. L’appuntamento con il mondo è fissato per il primo maggio del 2015.

postilla

Ce lo ricorda involontariamente anche la giornalista, inserendo doverosamente la torre Landmark di Rozzano, nel Parco Sud, fra i principali progetti destinati a rivoluzionare l’area metropolitana: non si tratta di interventi “a scala urbana” così come siamo soliti immaginarla. E del resto ci ha provato - senza molto successo mediatico a dire il vero - anche il presidente della Provincia Filippo Penati, a sottolineare come la candidatura all’Expo riguardasse l’area padana centrale che certo fa capo a Milano, ma coinvolge un territorio assai più ampio. Ebbene questi mirabolanti progetti di trasformazione vanno tutti, nessuno escluso, nella duplice direzione da un lato di rafforzare la presenza terziario-direzionale nel cuore dell’area metropolitana, dall’altro di innescare inesorabilmente processi abbastanza rapidi di espulsione di popolazione.

Si parla molto e giustamente in questi giorni degli sgomberi di campi Rom, ma andrebbe ricordato che prima in modo diretto con demolizioni e riorganizzazioni spaziali, poi indirettamente con le ondate di incremento dei valori immobiliari, i grandi progetti spingono ad una massiccia sostituzione sociale, secondo processi già visti in tante città del mondo, e che iniziano a destare preoccupazioni solo quando hanno assunto forme patologiche.

Forme che da un lato vedono la sparizione dal territorio locale di ceti e professioni indispensabili al metabolismo urbano (da insegnanti, a poliziotti, a altri operatori di servizi), dall’altro in assenza di grandi strategie di area vasta in questo senso, di una crescita insediativa guidata dal “mercato”, o meglio come già visto da frammentatissimi mercati locali di piccoli territori comunali in devastante concorrenza reciproca. Andava e va in questo senso, non a caso, il famigerato tentativo della Regione di modificare la legge urbanistica riguardo ai perimetri dei parchi.

Se la sinistra, o anche il centrosinistra, vogliono davvero distinguersi per le proprie proposte, dovrebbero farsi portatori – come già accennato da qualcuno – di una “legge speciale” per l’Expo, che ad esempio garantisca un coordinamento metropolitano, una authority se non altro urbanistica in grado di evitare quanto già si riflette evidente, su queste scintillanti facciate a doppio taglio (f.b.)

“Gli spiriti inquieti che tendono al nuovo per il nuovo, allo strano ed al mirabolante non servono all’architettura e, quando per caso si dedicano a questo mestiere che è tutto reale e concreto, raramente giovano. E danno non piccolo fanno anche gli ingegni copiatori, quelli che per mancanza di forza inventiva e di spirito critico si attaccano alla moda e seguono solo questa, accettandola tal quale anche se allogena ed estranea affatto al loro tema, al loro clima, ai loro mezzi economici e tecnici.

Oggi è l’americanismo indigesto che folleggia in grattacieli.

Perché le forze nuove della città si esprimono in modi così alieni, così sciocchi, così dannosi all’utile ?

Anche se animato da volontà di far nuovo, di far grande, ogni signore delle ferriere suole affidare la soluzione dei propri problemi ad un suo tecnico, necessariamente ubbidiente alla moda che è nell’aria e alla personalità volitiva del padrone.

Costui ha sempre delle idee, raccolte a Londra, a Parigi, oggi soprattutto in America: costui si gloria non di inventare (la parola è disusata fuor del campo tecnico) ma d’imitare ieri un lord Derby, o un banchiere Laffitte, oggi una Corporation famosa pel suo grattacielo.

Università, burocrazia, potentati sono vuoti di idee.

Guai a lasciar prendere la mano ai praticoni od ai cosiddetti uomini d’azione, che credono di fare la civiltà d’oggi perché costruiscono case o producono beni industriali o commerciano le merci od il danaro e lo fanno sempre con furia gloriandosi della velocità della loro azione e del loro successo, ma sciupando la civiltà del domani, l’industria del domani, la ricchezza del domani. E questi realizzatori noi sappiamo sin d’ora che balzeranno alla ribalta alla prima occasione a bandire programmi mirabolanti e semplicistici, a chiedere libero campo per le loro imprese, a battersi per il sistema del fare pur di fare perché il tempo stringe e la necessità è grande.

Conviene dunque precederli e cercar di fissare qualche concetto fondamentale per lo sviluppo della città, che valga anche a difenderla dagli improvvisatori.

G. de Finetti, La Ricostruzione delle città. Per la città del 2000, serie di articoli inediti per “Il Sole”, 17 aprile 1943, ora in Milano. Costruzione di una città, Hoepli, Milano 2002, pp. 322-323.

Con grande profusione del consueto fascino seduttivo italico da parte delle istituzioni locali (dalle glorie della lirica scaligera e del calcio ambrosiano, al glamour degli stilisti, dei designers, dei cantautori, sino alle prelibatezze gastrononomiche di casa Berlusconi ad Arcore) e grazie alla consumata abilità diplomatica del Governo nazionale, Milano ha ottenuto l’ambìta designazione da parte dei membri del BIE a sede dell’Expò mondiale nel 2015.

Insieme alle meritate congratulazioni per il raggiungimento della meta agognata e alla soddisfazione per le prospettive di investimento e di incentivo allo sviluppo socio-economico che ciò comporta, da più parti – politicamente e culturalmente spesso molto distanti – si è, tuttavia, levato l’auspicio che ciò non avvenga con le stesse modalità con cui Milano ha proceduto sinora a ridefinire i caratteri tipologico-funzionali e di espressività architettonico-progettuale delle proprie aree in corso di trasformazione urbanistica.

Così, ad esempio, si sono espressi il giorno dopo la designazione Renato Nicolini sul Manifesto e Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera, segnalando i rischi di una concezione per un verso di effimera inusualità dell’immagine per quantità, forma ed altezza rispetto al contesto insediativo, per altro verso di sudditanza agli appetiti di immensi guadagni speculativi che dietro quella scelta si cela e, da ultimo, di carenza di reale innovatività nei caratteri funzionali ed insediativi, in grado di esprimere effetti durevoli nel tempo e su larga scala territoriale.

Ma, inaspettatamente, appena la settimana prima, era stato Angelo Crespi, direttore de Il Domenicale, settimanale di cultura promosso e sponsorizzato da Marcello Dell’Utri, a lanciare una severa critica (ampiamente ripresa e riproposta dal Foglio, da Libero e dallo stesso Corriere della Sera) alle scelte progettuali ed espressive utilizzate dalle archistar internazionali Libeskind, Hadid e Isozaki nel progetto Citylife di riconfigurazione dell’area del vecchio recinto fieristico in dismissione, che pure l’Amministrazione comunale aveva proposto al BIE a sostegno della propria candidatura come modello di successo della propria capacità di indirizzo delle trasformazioni urbane in corso.

Si tratta di aree su cui si appuntano gli appetiti di quegli stessi centri finanziari che, in un quadro di estesa globalizzazione degli scambi finanziari e commerciali e alla ricerca di condizioni di più bassa remunerazione della forza lavoro, presiedono alla ricollocazione globalizzata di gran parte delle produzioni materiali di massa dei paesi industrialmente maturi verso i paesi di nuova industrializzazione (est europeo, Turchia, India, Estremo Oriente; in misura assai minore America meridionale, spesso riproponendovi i più arretrati rapporti sociali e forme di organizzazione produttiva dismessi in Occidente) e lasciando così liberi nelle città novecentesche del mondo occidentale ampi comparti di aree alla ricerca di nuove destinazioni funzionali.

Essi vedono nelle operazioni immobiliari conseguenti alle nuove destinazioni d’uso delle aree dismesse il coronamento di un disegno di predominanza della valorizzazione capitalistica nella quale ritengono propria legittima prerogativa non solo proporre quantità e funzioni secondo una valutazione delle opportunità di mercato e delle sue eventuali fluttuazioni (oggi, la residenza di lusso, il consumismo di massa della grande distribuzione commerciale e dello svago; domani, una volta saturata la domanda solvibile, quant’altro vorrà il mercato), ma anche quella di fornirne una conformazione progettuale e di immagine che, ovviamente, nella loro visione attiene piuttosto al carattere della riconoscibilità del marchio aziendale o del logo pubblicitario, che non a quello dei caratteri insediativi o della tradizione culturale del contesto o della città in cui si colloca l’intervento. In questo, occorre dirlo, supportate dal pervasivo diffondersi di una cultura progettuale veicolata in campo urbanistico-architettonico dall’ambito mass-mediatico e più affine al mondo della novità effimera della moda e del design che non all’individuazione di tendenze stabili e durature, che meglio si confanno a fenomeni di lunga durata come sono quelli di conformazione urbana.

In alcuni casi, addirittura, gli operatori finanziari hanno tratto spunto da un iniziale caso di successo nel riuso del proprio sito aziendale dismesso per accreditarsi come promotori immobiliari affidabili per casi analoghi, dando vita ad un nuovo ramo imprenditoriale (a Milano è il caso di Pirelli e Fiera di Milano che a partire dalla trasformazione di propri siti dimessi hanno sviluppato Pirelli Real Estate e Nuovosistemafiera come promotori di analoghe operazioni per altri siti propri o di terzi), in cui sempre più spesso, l’effetto di “scoop” nella fantasmagoria dell’immagine di queste opere affidate all’indiscutibilità della fama mediatica dei grandi nomi dello stilismo architettonico viene proposto ad amministratori in vena di cavalcare una sempre più pervasiva politica-spettacolo per accaparrarsi il consenso della pubblica opinione con l’affermazione di una facile immagine di modernità ed efficienza.

A Milano, in particolare, questa stagione in cui è la proprietà immobiliare a proporre quantità edificatorie, scelte funzionali, tipologiche e linguistico-espressive ad un’amministrazione pubblica in posizione di succube accettazione, ha inteso nobilitarsi dandosi il nome di Nuovo Rinascimento Urbano; ciò non solo non è bastato a impedire l’immediata ribellione dei cittadini delle aree attigue, che vedono sottrarsi luminosità, visuali, spazi pubblici e accrescersi il traffico e l’inquinamento ambientale, ma –come si è visto – neanche il dissenso espresso dagli ambienti culturali più consapevoli, siano essi progressisti o conservatori.

La riproposizione di quel modello alle aree di Expò 2015 e agli scali ferroviari in dismissione (quasi 3 milioni di metri quadri di aree con quattro milioni di metri cubi di edificazioni e spazi verdi insufficienti) sarebbe, ovviamente, non solo disastroso per la qualità ambientale ed i caratteri insediativi e paesaggistici dell’ambito urbano milanese, ma smentirebbe l’unica (e sinora inattuata) indicazione strategica di un Documento di Inquadramento Urbanistico per il resto succube di un mercato immobiliare ingessato: cioè che a partire da “l'opinione diffusa tra gli addetti ai lavori che l’offerta esistente a Milano di spazi per uffici e servizi sia inadeguata alle richieste del mercato (che) nelle maggiori città europee è rivolta a superfici monopiano di grande dimensione, con luce diretta e ben dotate di tutti gli impianti necessari per la comunicazione trasmissione (…) e che Milano sembra per ora esclusa da questo processo anche perché incapace di intercettare e trattenere gli investitori internazionali, si formulava l’ipotesi di nuove tipologie di terziario avanzato, tale da permettere l’insediamento di uffici e servizi, ed insieme una parte rilevante di verde e spazi e attrezzature per il tempo libero e sportive, in un contesto di particolare qualità ambientale. Il progetto dovrebbe diventare la prova della possibilità di costruire uno spazio urbano capace di fare concorrenza all’attrattività dei centri storici per qualità monumentale e ambientale. Un’ambizione che dopo tanti disastri dell’urbanistica e dell’architettura moderna può far sorridere, ma è una condizione indispensabile per il successo del progetto. Un intervento nel settore nord-ovest avrebbe un rilievo strutturale sulla forma della regione urbana…”[1].

Quella singolare figura di architetto-urbanista, pubblico amministratore e studioso della città che fu Giuseppe de Finetti, nell’immediato dopoguerra, indicando nella frenesia di privatismo che si rivela nelle ricostruzioni senza piano regolatore l’indizio più valido della decadenza dello spirito civico e, con ciò, della classe dirigente venturi aevi immemor, proponeva una metropoli milanese che si attuasse in forme civili senza barbarismi, senza esotismi e senza arcaismi e la città futura assomigliarsi in questa porzione centrale molto più alla città del Rinascimento che non a quella dello “stupido secolo XIX” che la guerra ha distrutta.

Bertinotti, con bella suggestione metaforica, oggi intitola La città degli uomini il suo ultimo libro, in cui espone “cinque riflessioni sul mondo che cambia”. Eppure, anche inteso in senso più letterale quel titolo esprime una piena attualità problematica e progettuale: occorre, quindi, chiedersi se non sia giunto il momento di un’estensione delle rivendicazioni no logo anche al campo delle manifestazioni della creatività architettonica, affinché un’architettura della città degli uomini si opponga all’uso servile cui troppo spesso si acconcia l’architettura degli architetti.

[1] L. Mazza, Ricostruire la Grande Milano, relazione accompagnatoria al DIU, giugno 2000, pp. 115-117, passim.

La città colpita al cuore

I centri storici delle città si svuotano, perdono residenti. Svaniscono attività che hanno sempre ospitato - gli artigiani, i negozi di alimentari, le farmacie, gli asili nido. E sbarcano uffici, banche e soprattutto turisti, il cui sciamare domina il paesaggio urbano di Firenze e di Siena, di Venezia e di Roma, di Pienza e di San Gimignano. Dilagano alberghi e bed & breakfast, pizzerie a taglio, tavolini all’aperto e gelaterie, che alterano luci e colori, ma avviano anche un degrado fisico che potrebbe sfigurare la stessa risorsa sulla quale il turismo prospera, essendo i centri storici il fulcro di quel museo all’aperto che l’Italia può vantare.

Il fenomeno è di lunga durata e si intreccia con il modo in cui sono cresciute le città. La città in vendita di Paolo Berdini (Donzelli, pagg. 187, euro 25), urbanista, professore a Roma Tor Vergata, racconta le vicende di questo abbandono, riferendosi in particolare alla capitale, la cui emorragia di residenti Berdini segue dal 1951 a oggi, cercandone le cause e discutendo le politiche attuate per contrastarla o registrando quanto questo esodo, come tante trasformazioni urbane, sia governato prevalentemente dal mercato. Un centro storico vuoto di residenti, segnala Berdini, si riduce a un prezioso involucro senza vita, affogato dalle auto che scaricano chi raggiunge uffici e studi professionali, assediato dai pullman di turisti, dai furgoni che riforniscono un commercio sempre più a misura del turismo stesso. Il centro storico è diventato il cuore malato di un organismo affaticato, la città nel suo complesso.

I numeri danno noia, ma rendono l’idea. E molti numeri indica Vittorio Emiliani nell’introduzione al libro. A Urbino, capolavoro dell’urbanistica rinascimentale, gli abitanti del centro storico sono calati, da sessant’anni in qua, dell’86 per cento. Nel quartiere del Duomo risiedevano 350 persone. Ora sono 16. Al loro posto si è insediata una popolazione di studenti universitari, che fino a un certo limite fa benissimo a una città antica, oltre quel limite rischia di soffocarla. A Venezia erano 164 mila i residenti, ora sono meno di 60 mila (qui non ci sono macchine, ma 12 milioni di turisti ogni anno). A Firenze la superficie di centro storico destinata ad abitazione era il 30 per cento del totale nel 1987, ora si è ridotta al 10.

Ma torniamo a Roma. Nel 1951 risiedevano entro la cinta delle Mura Aureliane 370 mila persone. Oggi sono meno di 100 mila. Sempre nel 1951 Roma era edificata su 6 mila ettari e ospitava 1 milione 600 mila abitanti. Ora gli abitanti sono 2 milioni e mezzo, il 60 per cento in più, ma la città si spalma su 45 mila ettari, sette volte la superficie di allora, e, se verranno realizzate le previsioni del nuovo Piano regolatore, fra pochi anni occuperà 60 mila ettari. La domanda di mobilità in un organismo che prende questa forma aumenta vistosamente. Se ci sono molte metropolitane il danno è contenuto. Altrimenti il problema è drammatico. E la spia è in un altro numero: nella capitale circolano 89 auto ogni 100 abitanti, con conseguenze spaventose sull’inquinamento atmosferico, una cifra di molto superiore a quella media italiana (72 ogni 100), doppia rispetto a Madrid (46).

Nel dopoguerra, racconta Berdini, il centro di Roma era sovraffollato, molte persone abitavano ai piani terra o in seminterrati. Era salutare un diradamento. Poi, fra il 1951 e il 1971, si sono impetuosamente dilatati il settore terziario e quello politico-amministrativo. E l’esodo di residenti si è impennato. Nell’area fra piazza del Popolo, via del Babuino, via del Corso e via di Ripetta, i residenti calano del 65 per cento (da 100 mila diventano 37 mila). Nella zona di piazza Fiume va via il 59 per cento degli abitanti (da 15 mila a 6 mila). Dall’Esquilino il 50 per cento (da 62 mila a 31 mila).

La città della politica e della burocrazia occupa ogni spazio. I prezzi schizzano in alto e dal centro storico vengono scacciati i residenti economicamente più deboli. Nei primi anni Sessanta il problema viene posto con urgenza. Nasce l’idea di spostare fuori dal centro storico molte attività incompatibili con i tracciati barocchi, con i reticoli di strade che risalgono al primo Rinascimento. Si immagina che Roma, come altre capitali, possa avere il suo centro direzionale e che la città contemporanea cresca affiancandosi a quella antica, non deturpandola (il progetto, però, resterà lettera morta).

Contemporaneamente in tutta Italia si sviluppano le competenze. A Gubbio, nel 1960, si mette a punto un decalogo per tutelare i centri storici nella loro interezza - con le strade, gli allineamenti dei palazzi, i materiali costruttivi - e di non concentrarsi sugli edifici monumentali. Gli effetti di queste innovazioni si fanno sentire in molte città, si specializzano i saperi e, secondo Leonardo Benevolo, queste conoscenze sono fra i vanti che l’architettura italiana può esibire sulla scena internazionale. L’integrità fisica dei centri storici italiani può dirsi relativamente al riparo dalle picconate che li avevano sventrati durante il fascismo e negli anni Cinquanta. Ma per continuare a vivere non basta che restino in piedi le mura.

A Roma l’esodo prosegue anche dopo il 1971, sebbene più lentamente. Secondo i dati di Berdini, sono investiti altri quartieri - Borgo, Campo Marzio, Monti, Castro Pretorio. «Ormai solo a Testaccio, Aventino e San Saba il calo della popolazione è inferiore al 60 per cento. Altrove ci si attesta sopra il 70». Nell’estate del 2006, stando alle rilevazioni di una società immobiliare, un appartamento di lusso nel centro storico vale 25 mila euro al metro quadro. Nonostante alcuni tentativi (il restauro di Tor di Nona, per esempio), la rotta non è stata invertita. Riportare residenti nei centri storici, scrive Berdini, ricostituirebbe quella complessità fatta di ceti diversi che li rende vitali. Ma un’operazione di questo genere si scontra con la preponderanza delle leggi di mercato.

«Città e paesaggio sono ridotti a fattore economico», annota Berdini. «È vero che sono anche questo: è stata l’industria a consentire lo sviluppo delle città moderne. Ma esse hanno saputo coniugare la produzione con altre funzioni, che non avevano utilizzazione economica». Oggi, invece, «le prerogative collettive che il liberalismo classico aveva attribuito alla sfera pubblica sono trasferite al comparto privato». In altri paesi europei «vige un sistema di regole che programma gli interventi». In Italia «queste regole sono state in gran parte cancellate, e con esse la stessa urbanistica». Gli appartamenti di un centro storico sono riservati a pochi, il commercio è orientato a soddisfare i turisti, si progettano parcheggi, si vendono ospedali, stazioni ferroviarie, conventi e altri edifici monumentali per farne hotel (nel solo centro antico di Roma, esclusi i bed & breakfast che lavorano in nero, si contano 43 mila posti letto alberghieri, poco meno di metà di tutti i residenti). Il fenomeno pare inarrestabile e, sebbene fisicamente intatti, i nuclei antichi delle città rischiano di perdere l’anima.

Benevolo: "Che cosa fare per salvarli"

Per Leonardo Benevolo, storico dell’architettura, uno dei padri dell’urbanistica in Italia, l’espressione "centri storici" non è convincente. Non rende bene «la natura originaria di città complete e autonome». È una definizione contraddittoria che sfigura il loro equilibrio. Nella città che è continuamente soggetta a trasformazione, e che deve assumere una forma policentrica, aggiunge Benevolo, la "città antica" è uno dei suoi centri e va protetta da tutte «le attività micidiali per la sua conservazione».

Quali sono i principali pericoli?

«La rete di strade deve essere protetta dalle macchine. Questo è un punto delicatissimo. Ma altri se ne possono indicare».

L’eccessiva pressione turistica?

«Direi di sì. Il turismo si può organizzare, indirizzandolo sulle città antiche, ma anche sui paesaggi. In un sistema così concepito il turismo è una risorsa da non sprecare. Ma non può diventare un’attività preponderante: è come se in un appartamento la camera più bella fosse quella per gli ospiti».

Si deve mantenere una proporzione fra abitanti e turisti.

«Tranne Roma, le città di cui parliamo sono abitate in media da alcune decine di migliaia di persone. Se sono frequentate da masse imponenti di visitatori rischiano di soccombere».

Qualcuno indica anche il pericolo che potrebbe derivare dai troppi studenti universitari.

«In qualche caso questo pericolo è evidente. Urbino è al limite della sopravvivenza. L’università è troppo grande e la città troppo piccola. Non si sa più se la città ha gli strumenti necessari al suo funzionamento. O se i suoi servizi sono commisurati all’università».

Ma le università sono in sé stesse un rischio per i centri storici?

«Assolutamente no. Possono essere una fonte di ricchezza. A Oxford o a Cambridge il rapporto fra università e organismo urbano funziona bene».

Nell'entusiasmo per l'assegnazione dell'Expo 2015 a Milano, forse è meglio non accettare in maniera acritica affermazioni non dimostrate sugli effetti benefici della manifestazione. Perché le incertezze sono molte. A partire dal bilancio finale dell'organizzatore: eventuali perdite sarebbero pagate dallo Stato italiano. Nel calcolo dell'impatto occupazionale non si considera l'effetto sostituzione. Quanto alle infrastrutture, seppure utili, la loro costruzione non dipende dall'evento.

L'assegnazione a Milano dell'Expo 2015 è stata accolta con molto entusiasmo, confermando ancora una volta che i grandi eventi, dall'Esposizione universale alle Olimpiadi, hanno un forte sostegno a priori non solo dei decision maker, ma anche dell'opinione pubblica. Di fronte a questo sostegno trasversale, è giusto che l'economista faccia il suo mestiere e provi a indagarne i possibili effetti reali, al di là delle solite immagini retoriche utilizzate dai promotori: oggi "l'Expo pagherà l'Expo", come i greci dissero a suo tempo "i giochi pagheranno i giochi" .

UNA SCOMMESSA AL RIALZO

L'economia dei grandi eventi è poco studiata. La gran parte del materiale disponibile proviene dai promotori stessi o della stampa che ne commenta, in itinere, gli esiti più visibili. Tuttavia, alcuni lavori, ancora per certi aspetti "pionieristici", sono stati sviluppati. Baade e Matheson, in una lucida analisi, ricordano come il contesto stesso di competizione, con il potere di monopolio dell'ente accreditatore (solo il Bie può concedere una Exposition Universelle, solo il Comitato olimpico internazionale può attribuire le Olimpiadi), crea una situazione di svantaggio per le città candidate. (1) In primo luogo, sono sottoposte a un meccanismo di rilancio: nel processo di candidatura, la configurazione che ottimizza il bilancio costo-beneficio per il territorio non è un punto di equilibrio stabile; i candidati devono a più riprese aumentare la posta per accrescere le loro probabilità di successo. Una volta entrati, non c'è niente che consenta di uscire da questo meccanismo e che garantisca che il bilancio rimanga positivo. (2)

Va poi considerato il sistema delle royalties che gli organizzatori devono pagare agli accreditatori per poter organizzare l'evento: illustra alla perfezione i meccanismi di estrazione della rendita da parte del monopolista. Le royalties sono talmente cospicue che alcuni organismi le coprono della massima riservatezza. (3) Se è comune percezione che i grandi eventi comportano un flusso di reddito per la città ospite, meno diffusa è la percezione che questo reddito ha come contropartita una spesa. Bisogna però ammettere che le informazioni disponibili sull'Expo 2015 sono piuttosto rassicuranti: si parla di 11 milioni di euro (4), facendo sperare che non sia stata estratta tutta la rendita.

LA VALUTAZIONE DEI COSTI-BENEFICI

Il punto più critico risiede forse altrove, nella visione distorta dei costi e benefici che può nascere da un progetto del genere.

La considerazione più banale riguarda l'equilibrio economico dell'organizzatore, che in caso di mancata realizzazione degli incassi previsti (5) si troverebbe costretto a chiedere l'applicazione della garanzia dello Stato italiano. (6) Ma al di là dell'equilibrio dell'esercizio, sia a livello dell'ente organizzatore, sia dell'insieme delle amministrazioni coinvolte, quello che merita l'attenzione degli economisti è l'effettivo interesse della collettività nazionale a ospitare un simile evento.

Lavori di analisi economica che fanno uso di concetti cardine, come il surplus, sono rari. Tuttavia, uno studio sulle Olimpiadi invernali di Vancouver del 2010 mostra come queste rappresenteranno per il Canada una perdita netta di benessere. (7) Non tutti i dati necessari sono disponibili e il lavoro si basa su ipotesi perfettibili, tuttavia ricorda a chi lo vorrebbe dimenticare, che al di là dell'equilibrio finanziario degli enti promotori, quello che conta è il contributo delle risorse investite al benessere delle popolazioni.

Tra gli argomenti a favore di un evento di questo tipo si cita quasi sempre l'eredità che lascia. Ci sono tuttavia seri dubbi sull'utilità di molte delle opere realizzate per l'Expo. Di solito, il suo formato implica che diversi padiglioni siano temporanei. Quanto poi agli investimenti più duraturi, in particolare nelle infrastrutture di trasporto, è difficile sostenere che non abbiano un'utilità sociale rilevante, tuttavia sarebbe sbagliato attribuirli all'Expo, tanto che lo stesso dossier di candidatura li categorizza, in maniera corretta, sotto la voce "infrastrutture non legate alla realizzazione dell'Expo".

E sono da prendere con cautela anche le cifre indicate sugli effetti occupazionali. I promotori calcolano l'impatto indiretto della gestione dell'evento a 12.734 posti di lavoro: "ad esclusione dell'occupazione direttamente creata dall'Expo" sostiene il capitolo 21 del dossier di candidatura. Sarebbe comunque più giusto un calcolo che tenesse conto esplicitamente degli effetti di sostituzione. (8) E la pratica di contabilizzare nell'impatto dell'evento sia l'occupazione diretta, che quella indiretta e indotta, seppure prassi corrente nei lavori empirici, solleva forti obbiezioni concettuali (9) .

Queste considerazioni non vogliono essere una valutazione negativa della candidatura all'Expo, ma un chiaro avvertimento contro interpretazioni ingenue dell'economia dei grandi eventi. E un invito a non accettare in maniera acritica affermazioni non dimostrate sugli effetti benefici dell'Expo 2015.

PER SAPERNE DI PIU'

http://www.brunoleoni.com/nextpage.aspx?codice=4008

(1) "Bidding for the Olympics: fool's gold?" Robert Baade e Victor Matheson. Disponibile negli atti della conferenza International Association of Sport Economists.

(2) Tranne decisioni coraggiose come quella presa nel 2002 in Francia dal nuovo governo Raffarin di rinunciare all'Expo 2004 di Dugny. Che pure pagò cospicui indennizzi a vari enti, tra cui 94 milioni di euro all'amministrazione locale promotrice del progetto, il département di Seine-Saint-Denis.

(3) Per i gran premi di Formula uno, si veda per esempio Trevor Mules, "Taxpayer subsidies for major sporting events", Sport management Review, 1998, 1, 25-43.

(4) Fonte: dossier di candidatura Expo 2015

(5) Su questo punto, le previsioni di biglietteria appaiono molte alte: 29 milioni di visitatori, una cifra considerevole rispetto alle ultime edizioni svoltesi in Europa che non hanno superato i 20 milioni (17 milioni a Hannover). Certo, l'ipotesi si basa su un prezzo del biglietto più popolare: 28 euro a tariffa piena, contro i 69 euro chiesti a Hannover. È tuttavia lecito considerare che la robustezza del piano economico prospettato per l'evento dipende completamente dell'affidabilità di questa previsione. Inoltre, anche le spese sono da considerarsi come un "wish data" soprattutto se si considerano le molte prove ormai disponibili della lievitazione dei costi nel contesto dei grandi progetti. Si vedano ad esempio le ampie evidenze raccolte da Flyvberg in merito.

Nei tempi antichi la via Appia, che collega Roma alla città meridionale di Brindisi, era conosciuta come la regina viarum, la regina delle strade. Ma ai giorni nostri la sua corona appare appannata da cronica congestione del traffico, vandalismo e, come si lamentano i suoi custodi, abusivismo.

“Guardi questo!” esclama Rita Paris, la direttrice del Ministero italiano, responsabile per la via Appia, scrutando attraverso uno schermo di bambù stagionato che fiancheggia la strada, mentre manovra la sua auto sobbalzante su un tratto di antiche pietre irregolari. “Può scommettere che questa era una tettoia che è stata murata e trasformata in un’abitazione.” Un poco più oltre si infervora contro un vivaio che è stato trasformato in ristorante (senza permesso edilizio), una cisterna rimodellata in piscina e le ville moderne attaccate ai monumenti antichi. Numerose sono affittate per ricevimenti nuziali o balli di società, e il fatto incrementa il flusso del traffico – e occasionalmente, “fuochi d’artificio”, ci racconta Rita Paris, con un fremito. Considerata fondamentalmente zona di proprietà immobiliari nei tempi antichi, allorchè i Romani seppellivano i loro morti nelle tombe allineate lungo le strade al di fuori delle mura della città, la via Appia ha conosciuto un rinascimento in età contemporanea negli anni ’60, quando Roma era conosciuta come la Hollywood sul Tevere. Le stars del cinema italiano vi si trasferirono in massa, mentre oggi è soprattutto abitata da danarosi proprietari. Ma ai giorni nostri i residenti sembrano indifferenti al ricco passato archeologico della strada, ci ha detto Livia Giammichele, un’archeologa che, come Rita Paris, sta conducendo una campagna contro quegli abitanti che descrive come “nuovi barbari”. “Non si rendono sempre conto che vivono in condizioni privilegiate”, afferma.

Ciò che irrita particolarmente gli archeologi che controllano la strada principale, che fu iniziata nel 312 a.C. dal censore Appio Claudio Cieco, è il fatto che numerose leggi governino l’Appia, almeno sulla carta. Benchè l’idea di creare un parco pubblico lungo il percorso risalga ai tempi napoleonici, fu solo nel 1965 che un’area di 6000 acri fu assegnata a tale finalità. Nel 1988 la regione Lazio istituì il Parco Regionale dell’Appia Antica, un serpentone verde che si allarga nel suburbio a sud est di Roma. Tecnicamente ciò significa che l’area è protetta da leggi severe per la conservazione dell’habitat naturale. L’abbondanza di monumenti antichi, sia visitabili (come la tomba di Cecilia Metella o le catacombe) che non accessibili (perché all’interno di proprietà private), dovrebbe inoltre precludere ogni sviluppo irregolare secondo la legge italiana. La realtà è più complessa. L’area del parco è ampia e difficile da controllare (in alcuni tratti al di fuori della città “ci sono atti di vandalismo quasi ogni notte”, ci ha detto Rita Paris). E oltre il 90% del Parco è ancora proprietà privata. A complicare la situazione, tre condoni edilizi sono stati approvati dai governi nazionali, fin dai primi anni ’80. I critici evidenziano come il condono degli abusi passati incoraggia ancora di più le costruzioni abusive. “Non si può costruire un muro di Berlino qui attorno – non è la soluzione più moderna,” ha dichiarato Adriano La Regina, il presidente del parco regionale, che è stato il Soprintendente archeologo di Roma. Se anche potesse essere costruito, ciò non risolverebbe la questione. “C’è un tale groviglio di amministrazioni e istituzioni coinvolte a livello municipale, regionale e statale da rendere la vita molto complicata perché ciascuna di esse agisce su alcuni aspetti della gestione del parco,” afferma Adriano La Regina. Deve ancora essere definito un assetto unitario. Se gli archeologi potessero governare la strada antica, ha dichiarato, questa tornerebbe al suo stato di “straordinario monumento storico”.

Durante gli ultimi anni gli ispettori archeologi sono riusciti a far sì che il Ministero italiano della Cultura acquisisse allo Stato alcune delle proprietà che sono state messe in vendita sull’Appia. Nel 2002 lo Stato ha acquistato un’ampia villa in un’area conosciuta come Capo di Bove. Gli scavi nei giardini hanno portato alla luce le fondazioni di un complesso termale di 54 ambienti. La villa stessa fu costruita negli anni ’50, e i muri esterni sono tappezzati di manufatti archeologici come coperchi d’anfora, iscrizioni marmoree e tegole di terracotta. “Non avrebbero potuto farlo, ma se ne sono infischiati”, ci dice Rita Paris. La villa presto ospiterà l’archivio di Antonio Cederna, un giornalista ed intellettuale che promosse campagne stampa per tutelare il patrimonio culturale italiano e fu uno strenuo difensore del parco dell’Appia Antica.

Più recentemente, il Ministero della Cultura ha acquistato e sta ora restaurando la chiesa di Santa Maria Nova, che confina con la spettacolare Villa dei Quintili del II sec. d.C., a circa cinque miglia dal centro di Roma. Vicino alla chiesa sono stati rinvenuti dei mosaici che raffigurano gladiatori. Ma gli scavi sul sito sono cessati presto quest’anno, poichè i fondi sono finiti. Il bilancio finanziario per l’Appia è di circa un milione mezzo di dollari annui, e non dura mai molto, ci ha detto Livia Giammichele. La vita sull’Appia non è sempre semplice neanche per i residenti. Paolo Magnanimi, che gestisce il ristorante Hostaria Antica Roma, che dichiara aperto, sull’Appia, nel 1796, suggerisce che gli ispettori ministeriali pur avendo ragione a tutelare la zona, dovrebbero essere più accomodanti. “Non possono sempre guardare a tutto con gli occhi del gendarme”, dichiara. Quando suo padre comprò il ristorante nel 1982, afferma Magnanimi, diede nuova vita ad un posto che era stato abbandonato. “i controlli sono giusti, ma tenete presente che noi acquisimmo un monumento che era divenuto un’abitazione privata e lo riaprimmo al pubblico”, dice. “Tutti possono entrare e guardare: non si deve per forza mangiare un piatto di pasta.”

(traduzione di Maria Pia Guermandi, qui il testo originale)

Ecco perché dobbiamo vergognarci

di aver detto "no"

Venezia 2000, Milano 2015. Tre lustri non sono niente, anche se è passato un secolo, la rabbia resta uguale. Sono contentissimo per Milano. 20 miliardi di euro e 70mila posti di lavoro, una vittoria italiana, una sconfitta per la turca Smirne. Con tutta la simpatia per Smirne città mediterranea. Mi offende sentire che Milano punterà in pieno sulla dimensione acquea dei Navigli. Sì, Milano punta sull'acqua per la futura Expo. Giuseppe De Rita uno dei principali intellettuali che si sbilanciarono assieme a Renzo Piano per Venezia oggi scrivono che " Venezia 2000 fu suicidata da una campagna di stampa ben concentrata da goliardiche raccolte di firme e dal prudente ritiro da parte del Governo di allora". Fu preferita Saragozza. La Venezia delle contesse e del Fronte del No vinse la sua partita. Anch'io che all'epoca scrivevo per il Gruppo dell'Espresso nei quotidiani locali, ho fatto parte a quella campagna. Una vera schifezza di cui vergognarsene. Con quei soldi, con il Magnete di Renzo Piano. con i grandi progetti, Venezia e il Veneto avrebbero bonificato Porto Marghera, restituito dignità al sestiere di Castello, recuperato in pieno l'Arsenale, fatto sistema tra le realtà urbane di Padova e Treviso. Oggi che Milano punta sulla sua acquaticità mi vengono in mente le Cassandre degli anni Novanta, i Soloni universitari di allora. Venezia avrebbe subìto la peste di 50 mila visitatori al giorno! Oggi che i turisti sono oltre 20 milioni quegli intellettuali anti-Expo dovrebbero fare pubblica ammenda. Abbiamo sbagliato. l piano urbanistico di Leonardo Benevolo del 1995 era illuminato e utile per la comunità veneziana. Quante occasioni perse dalla insipienza degli amministratori locali. Per curiosità storica ho recentemente letto le cronache del Gazzettino del 1955: alla inaugurazione del cavalcavia ferroviario di Mestre, raddoppiato, tagliava il nastro tricolore il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. I lavori erano stati coordinati dalla provincia di Venezia presieduta dal democristiano Armando Favaretto Fisca. Ebbene, il sindaco comunista Giobatta Gianquinto non vi partecipa per protesta perchè l'opera era "una cattedrale nel deserto". Opera inutile, per le auto private, come inutile era costruire le nuove autostrade. E' passato mezzo secolo e i tempi dettano giustizia. Del povero Giuseppe Volpi, sepolto per pietà ai Frari dalla volonta del futuro papa Giovanni XXIII°, fu scritto che "causò i disastri di Porto Marghera e l'acqua alta". Non è giunto forse il tempo di ripensare il nostro futuro?

(Maurizio Crovato)

Venezia "porto franco"?

Inizia a farsi strada un'idea di autonomia

(da.sca.) Potrebbe essere una nuova sfida per testare la forza della classe politica locale. Comunque un progetto di lungo respiro: Venezia porto franco o, comunque, con una qualche autonomia fiscale e legislativa che dia agli amministratori locali gli strumenti per governare meglio la città. Il tema era stato lanciato a gennaio dall'assessore Mara Rumiz proprio sul Gazzettino, ma non era stato raccolto, passato quasi sotto silenzio. L'assessore aveva citato Barcellona a proposito del tetto alla trasformazione degli edifici residenziali in turistici, un limite che la città catalana ha potuto applicare in forza di una sua autononomia legislativa.«Oggi - aveva detto Mara Rumiz - si deve dare un nuovo valore alla specificità veneziana, parlare non solo di trasferimenti finanziari, ma anche dell'introduzione di normative specifiche per la città, per garantire non solo la sua salvaguardia, ma anche per incentivare attività economiche diverse dal turismo, per portare nuova residenzialità».

Un appello alle forze politiche locali, che se a livello regionale puntano su un federalismo fiscale conaltre sfumature, a livello veneziano hanno glissato. Qualche giorno fa, però, sul sito di Fondaco, società che si occupa di comunicazione istituzionale e di marketing, l'amministratore Enrico Bressan ha ripreso la palla.

«Lo strumento fiscale - scrive Bressan - è l'unico in grado oggi di garantire e programmare il futuro di Venezia. Risorse finanziarie pubbliche per mantenere e valorizzare la città non ce ne sono e quindi è necessario, e non più rinviabile, pensare all'innovazione e a strumenti che possano generarne di alternative. Sono necessari interventi strutturali per evitare il continuo spopolamento ed avviare una stagione di progettazione. E l'unico modo per affrontare e risolvere questi problemi è quello che Venezia diventi fiscalmente zona franca».

«È necessario - aggiunge Bressan - un fisco capace di trattenere coloro che vogliono vivere in città: dall'esenzione totale per l'acquisto della prima casa all'esenzione totale per chi affitta, dalla deducibilità integrale del canone di locazione (sia per residenti che per studenti, questi ultimi finiti gli studi potrebbero decidere di fermarsi definitivamente a Venezia e facendo così magari qualche bella testa pensante anziché andare in cerca di nuovi lidi potrebbe rimanere qui) alla deducibilità totale per coloro che fanno interventi di restauro. Agevolazione massima per le aziende che desiderano aprire una loro sede in città (sia nel centro storico che nelle aree dove è necessaria la riqualificazione urbanistica) questa volta però in modo serio (sedi reali e non fantasma come avviene nei paradisi fiscali) con un periodo minimo garantito di residenza (10 anni) e l'obbligo di offrire nuovi posti di lavoro e quindi nuove opportunità per i giovani. L'esempio in Europa lo abbiamo: l'Irlanda. Da ultimo per reddito pro capite e prodotto interno lordo è diventato in pochi anni il Paese con il più alto tasso di sviluppo perché ha saputo attrarre con misure fiscali intelligenti la disponibilità di numerose multinazionali senza che l'ambiente subisse stravolgimenti».In conclusione, dice l'amministratore di Fondaco «prima dei soldi, è necessario attrarre intelligenze e competenze in forza delle quali individuare i migliori percorsi di sviluppo. Così Venezia può ritornare ad essere la città del futuro. L'invito che rivolgiamo alle istituzioni, a tutti i livelli, è quello di chiedere all'Unione Europea una deroga speciale per il territorio comunale di Venezia (forse in quella sede incontreremo maggiore sensibilità e quindi maggiore chance che tutto ciò si realizzi). Un provocazione, un'utopia, un sogno, forse di tutto un po' ma per raggiungere grandi risultati è necessario pensare in grande

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Tre aree: l'area delle ...

Tre aree: l'area delle nazioni, il network delle idee, quello della produzione. Un'invasione stimata tra i 45 e i 26 milioni di turisti tra il 1° marzo e il 30 giugno 2000, con una presenza media di 250mila persone al giorno. Erano questi alcuni dei dati dell'Expo 2000 che si sarebbe dovuta tenere a Venezia, un "sogno" che stimolò anche la fantasia dei creativi. Ci fu chi, come gli architetti Emilio Amnasz e Antonio Foscari, arrivò a immaginare uno stadio in mezzo alla laguna raggiungibile sia con l'auto che con la barca, spettacoli su padiglioni e teatri galleggianti, percorsi acquei illuminati. Si parlò di numero chiuso per regolare gli afflussi in città e accessi gestiti con sistemi elettronici. La sede strategica dell'Expo doveva essere l'area delle nazioni, prevista a bordo della laguna nella zona di Marghera o in quella di Tessera, con rivalutazione del waterfront.

Il network delle idee avrebbe invece dovuto trovare posto all'Arsenale, vero e proprio cuore della manifestazione in centro storico con dibattiti, confronti, centro di produzione, cervello operativo e sede espositiva. Il network della produzione, la sede espositiva vera e propria, avrebbe invece coinvolto il Veneto, soprattutto il sistema fieristico, da Verona a Padova. Il tema dell'Esposizione doveva essere l'equilibrio del sistema Terra, facendo di Venezia la città simbolo di una nuova cultura. Si parlava, allora, di risorse in arrivo per 5mila miliardi di lire dell'epoca, praticamente una mini Finanziaria.

L'intera manifestazione, poi, avrebbe avuto ricadute sul territorio, con l'acceleraizone del Piano regionale di coordinamento e del Piano regioinale dei trasporti. Per gestire i flussi si pensava a una ExpoCard per controllare gli arrivi nei giorni di maggiore affluenza. Tema tornato (o rimasto) d'attualità.

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«Venezia porto franco, ...

«Venezia porto franco, con una sua autonomia legislativa e fiscale? Una proposta difficile, quasi impossibile da far passare».Il vicesindaco Michele Vianello è scettico, perché si tratterebbe di una riforma pesante, per la quale la classe politica locale e italiana dovrebbe impegnarsi a livello europeo. Eppure, su un altro fronte, questo impegno c'è.Proprio ieri i presidenti di Friuli-Venezia Giulia e Veneto, Illy e Galan, hanno rilanciato l'Euroregione. Progetto istituzionale certo diverso da quello di una Venezia "a statuto speciale", però indicativo del fatto che, quando un obiettivo è condiviso, non esistono steccati di parte. L'importante, insomma, è crederci.E Illy ci crede a tal punto da affermare che «se non arriverà il "via libera" da Roma per l'Euroregione, noi la costituiremo lo stesso». Non solo, ma Illy ribadisce anche che continuerà «a essere al fianco di Galan e degli altri presidenti delle Regioni a statuto ordinario nel pretendere che il nuovo titolo quinto della Costituzione, modificato nel 2001, venga attuato pienamente, che significa anche realizzare il federalismo, incluso quello fiscale».

A dargli manforte, lo stesso Giancarlo Galan, il quale afferma di ritrovarsi «nell'ormai tradizionale sintonia accanto al Friuli-Venezia Giulia». Tuttavia, secondo il governatore, non basta l'impegno di Illy e Galan perché si realizzino Euroregione e federalismo fiscale».«Ciò che desidero per davvero - conclude Galan - è che attorno alla costituzione dell'Euroregione (Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Carinzia, Slovenia, Croazia e Contea dell'Istria) si formi una forte unità tra tutte le forze politiche del Friuli Venezia Giulia e del Veneto, e lo stesso avvenga a livello nazionale».

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«Per carità, "pentimento" ...

«Per carità, "pentimento" è una parola grossa. Però con il senno di poi la spinta modernizzatrice dell'Expo a Venezia poteva far comodo...».La vittoria di Milano nella competizione per l'Esposizione universale 2015 ha riaperto nel vicesindaco Michele Vianello e tra alcuni degli "exposcettici" una ferita non ancora così antica da essersi rimarginata, quella dell'Expo 2000. Resta ancora un pericolo evitato per Venezia o, alla luce delle lodi che piovono in capo al sindaco milanese Letizia Moratti, è diventata un'occasione mancata?Tra gli anni Ottanta e Novanta la città si logorò nel dilemma e alla fine i dubbi ebbero la meglio, scoraggiando il governo di allora a sostenere la candidatura veneziana. «Un caso unico - commenta oggi Nereo Laroni, sostenitore dell'Expo al fianco di Gianni De Michelis, eletto europarlamentare tra i socialisti proprio nel 1989 dopo l'esperienza di sindaco tra il 1985 e il 1987 - Ricordo politici locali e italiani spendersi addirittura contro Venezia...».

A una ventina di anni di distanza, c'è dunque chi rilegge le sue convinzioni di allora, come Vianello. O anche, in parte, come il viceministro ai trasporti Cesare De Piccoli, vicesindaco tra il 1987 e il 1990.

«Il "no" all'Expo allora era basato su due motivazioni - spiega De Piccoli - Il primo ideologico: c'era chi respingeva una certa idea di modernità. Il secondo, e io lo scrissi chiaramente all'epoca, era dovuto alla convinzione che Venezia non era compatibile con un evento simile, non lo avrebbe sopportato. Lo vediamo anche oggi: Venezia non regge il peso dei grandissimi eventi, figuriamoci un'Expo che in 4 mesi avrebbe portato in città 30 milioni di visitatori. Certo, il "no" giustificato con l'antimodernità non era però condivisibile. De Michelis forse vide in prospettiva, sbagliò chi sottovalutò la spinta propulsiva dell'Expo».

Michele Vianello invece conserva i ritagli e i documenti di allora, ha tenuto i verbali delle riunioni del Pci, i documenti, gli ordini del giorno in consiglio comunale.Oggi il Pci non esiste più. «E mi diverte vedere - insinua Laroni - che chi allora faceva parte del partito del "non fare", come Cacciari, oggi è diventato più morbido, presenta progetti su Tessera con la Save di Marchi. Perfino Bertinotti plaude al successo di Milano...».

«È vero - ammette Michele Vianello - l'Expo allora avrebbe dato alla città un'utile e necessaria spinta di modernizzazione, avrebbe portato a Venezia una grande firma come Renzo Piano, avrebbe innovato un tessuto infrastrutturale. Invece vent'anni fa hanno prevalso i veti ideologici. Perché? Per il semplice motivo che vedevamo nell'Expo un acceleratore di quei processi di degrado che poi, però, si sono verificati lo stesso».A partire dalla deriva turistica, che puntualmente c'è stata. Così scriveva nel 1990 il professor Edoardo Salzano, urbanista dello Iuav e fiero oppositore all'Expo: «Ora, dopo aver perso 5 anni a contrastare una proposta sbagliata, si può ricominciare a lavorare per risolvere i problemi, ma nella direzione opposta: per governare il turismo, anziché per esaltarlo, per difendere le attività ordinarie della città, per costruire le ragioni e le occasioni di uno sviluppo economico e sociale non effimero». Parole e speranze che oggi appaiono tradite dai fatti. E lo ammette lo stesso Salzano, che a 78 anni continua a studiare e a produrre idee con il suo sito web Eddyburg. «È vero - ammette Salzano - allora c'era quella convinzione, ma la città poi ha preso un'altra direzione. Personalmente sono deluso dalla classe politica che si è succeduta da allora, non si è saputo indirizzare la città verso uno sviluppo positivo, legato alla sua tradizione e alla sua vocazione. La deriva di Venezia ci è sotto gli occhi quotidianamente. Ho nostalgia dei "vecchi" amministratori, di Gianni Pellicani e anche di Gianni De Michelis che, Expo a parte, negli anni Settanta sapeva guardare lontano. Oggi manca proprio questo: la lunga prospettiva. La politica è diventa conquista di voti a breve termine».Tuttavia sull'Expo Salzano non ha cambiato idea. «Continuo a pensare che sarebbe stata un danno per Venezia - conclude - Anzi, a mio avviso è un pericolo anche per Milano. Il giorno dopo la notizia della vittoria, i terreni sui quali si costruirà avevano già decuplicato il loro valore. E penso alle conseguenze che l'Esposizione milanese potrà avere anche su Venezia».

Proprio per compensare questo impatto, il sindaco Cacciari ha chiesto che una parte delle risorse stanziate per l'Expo del 2015 arrivi anche a Venezia. «Più che soldi - corregge De Piccoli - coglierei l'occasione per mettere alla prova la classe politica del nord, lombarda e veneta, alla vigilia delle elezioni. L'Expo di Milano deve essere l'occasione per ricalibrare le priorità nelle infrastrutture. L'asse Torino-Milano ha già beneficiato dell'effetto Olimpiadi del 2006, ora le risorse a disposizione per l'Alta Velocità si destinino prioritariamente a completare il collegamento Milano-Venezia, finendo la linea mancante Verona-Padova. Si tratta di una decina di miliardi in gioco. Questa sarebbe una risposta concreta per far entrare nel gioco anche il Veneto e Venezia. È necessario entrare subito nel Comitato per l'Expo e far valere in quella sede le istanze del Veneto. A fianco di questo progetto, poi, viene da sè una seria organizzazione e gestione dei flussi, perché è impensabile che chi andrà a Milano nel 2015 non venga a fare una visita a Venezia».

L'Expo, dunque, come grande occasione. Anche se si tratta di quella di Shangai del 2010, dove Venezia è stata chiamata a partecipare con alcuni progetti. «Noto però - osserva Laroni - che tra i "fiori all'occhiello" di Venezia non è stato inserito il Mose. Strano: non vuol dire che, anche se Cacciari è contrario, non si possa presentare al mondo un'opera unica e altamente significativa come quella. E noto anche come si sia dimenticato che solo due settimane fa si voleva chiedere alla Fenice di non andare in tour in Cina per la repressione in Tibet, mentre ora si osanna la missione a Shangai. Evidentemente prevale l'opportunismo politico».

«E comunque - conclude Laroni - i fatti dimostrano che venti anni fa avevamo ragione. Oggi si sono presentati trionfalmente progetti come le bonifiche, il quadrante di Tessera, le varie infrastrutture, che l'Expo avrebbe accelerato. Invece tutto è stato ritardato di un ventennio...».

E a venti anni fa torna Mario Rigo, sindaco socialista tra il 1975 e il 1985, che ricorda come allora «non ci fu una posizione di contrarietà del consiglio comunale», ma un irrigidimento di Ca' Farsetti «perché - racconta Rigo - il progetto dell'Expo fu presentato a scatola chiusa, con una società di privati già costituita, senza alcun coinvolgimento del Comune».

«Cosa ben diversa - osserva Rigo - da quanto avvenuto con Milano, dove la spinta propulsiva è venuta proprio dal sindaco Moratti. Nel caso di Venezia il sindaco non venne assolutamente coinvolto, addirittura si era già dato l'incarico a Renzo Piano per il famoso "Magnete" che doveva diventare il simbolo architettonico dell'Expo 2000».

(Davide Scalzotto)

Postilla

C’è chi, come De Rita e Laroni, era già allora tra i promotori dell’Expo a Venezia. C’è chi allora l’aveva combattuta, e ora si pente. Nulla di male. I tempi sono cambiati, i principi pure. Il pensiero unico ha conquistato larghissima parte del mondo della politica (e non solo). In realtà è proprio nei primi anni 90, quando si evitò a Venezia la sciagura dell’Expo, che i tempi cambiarono. Le parole d’ordine che erano state di Craxi, e che Berlinguer aveva sdegnosamente respinto, divennero gli slogan di gran parte degli ex PCI. Una “modernizzazione” a base di grandi infrastrutture e di grandi occasioni d’investimento, un’omologazione che cancelli ogni diversità (anche se la diversità è quel gioiello d’equilibrio che si chiama Venezia), una rincorsa a inseguire tutto ciò che può aumentare il PIL (anche se, come il turismo, distrugge giorno per giorno ciò che tocca): questi i “valori” di oggi. Evidentemente diversi da quelli che si nutrivano quando si combatteva l’Expo; a meno che, già da allora non si ignorasse in nome di che cosa lo si faceva. (e.s.)

Qui l’editoriale de l’Unità con il quale si annunciava il ritiro della candidatura italiana all’Expo 2000

Esplode la polemica sulla Milano del futuro, che ospiterà l’Expo del 2015. Adriano Celentano risponde al sindaco Moratti, ma nel dibattito irrompe anche Berlusconi, contro i grattacieli «storti e sbilenchi». La città e i partiti si dividono.

Fra Letizia Moratti e Adriano Celentano mette il dito Berlusconi. Se il Molleggiato aveva attaccato gli architetti cementificatori in chiave Expo e il sindaco gli aveva risposto «pensi a cantare», il leader del Pdl ieri ha dato una mano inattesa al Re degli ignoranti. Il quale si è anche difeso in proprio: «La Moratti dice che è meglio che canti? Beh, qui non ha tutti i torti. Non sono poche le persone che oggi s’improvvisano magari direttori generali della Rai (la Moratti è stata presidente, ndr) quando fino a un’ora prima vendevano panettoni».

Ma il botto è di Berlusconi, che a un quotidiano racconta di aver visto «progetti di grattacieli storti e sbilenchi, elaborati da architetti stranieri, in totale contrasto con il contesto milanese e la sua tradizione urbanistica». E aggiunge: «Spero non sia questa l’idea moderna di Milano, altrimenti la protesta dei milanesi nascerà spontanea e giusta e io mi metterò alla sua testa».

I «grattacieli storti e sbilenchi» sono quelli di CityLife firmati da Libeskind (ambasciatore dell’Expo 2015), Isozaki e Hadid. Dalla società e dai progettisti, nessun commento. Risponde invece l’assessore all’Urbanistica di Forza Italia Carlo Masseroli: «Il progetto è eccezionale, internazionalmente riconosciuto fra i migliori al mondo e per la città è imprescindibile. Non ci saranno ripensamenti di nessun tipo». Ieri il consiglio di Zona 8 ha dato l’ok (20 voti a 16, resta l’opposizione dei comitati).

«Berlusconi ha scoperto che chi non tira la quarta settimana non ama i grattacieli avveniristici», dice Emanuele Fiano del Pd, architetto contrario «alla ricerca dell’eccesso a tutti i costi». E in effetti per Fi non è facile parare un’uscita elettoralmente comprensibile, ma imbarazzante per la giunta. E se il deputato azzurro Luigi Casero coglie nelle parole di Berlusconi «un invito a mantenere i valori tradizionali pur nello sviluppo dell’Expo», il capogruppo in consiglio Giulio Gallera fa un passo avanti: «Rispetto le opinioni del presidente, ma è giusto innovare, specie dopo l’occasione mancata della Bicocca. Le capitali moderne che tanto ammiriamo fanno così».

Nel dibattito intervengono tre maestri come Vittorio Gregotti (sua proprio la nuova Bicocca), Massimiliano Fuksas (Polo esterno della Fiera) e Mario Botta (ristrutturazione della Scala), tutti d’accordo nel giudicare provinciale la querelle fra architetti italiani e stranieri: «Non esiste mestiere più internazionale di questo». «Sono desolato di dover dare ragione a Berlusconi - apre Gregotti - tuttavia la responsabilità è di Comune e Regione, governati dal suo partito. Ci sono progetti con una pessima origine, vedi CityLife, che ha prevalso sull’ottima proposta di Renzo Piano perché offriva di più. Il guaio è che certa roba piace, altri lavori dal tratto preciso e severo non hanno lo stesso successo».

«Berlusconi? Tanto il giorno dopo ci ripensa - scherza Massimiliano Fuksas - ma su CityLife io e lui siamo abbastanza d’accordo. Fra i grattacieli fatti e da fare, il Pirellone di Giò Ponti domina ancora mirabilmente». Per lo svizzero Mario Botta, «Berlusconi è la voce del popolo, che a volte fa confusione. Anche il grande edificio modernista di Luigi Moretti in corso Italia rompe la cortina stradale ottocentesca della via, ma si inserisce perfettamente nel contesto».

Infine Stefano Boeri, architetto, urbanista e già direttore di Domus: «Un capolavoro mondiale come la Torre Velasca all’inizio fu stroncata. Per alcuni non rispettava la tradizione milanese, che è di grande sobrietà. Non era così. Ma Berlusconi, che da immobiliarista ha fatto la storia urbanistica di Milano, non dice eresie. Alcuni virtuosismi muscolari, come certe torsioni, sono autoreferenziali e poco interessanti».

Il patrimonio ambientale del Carso

Il Carso, che rappresenta gran parte della superficie delle Province di Trieste e Gorizia e che si estende anche ad est nel territorio della Repubblica di Slovenia, racchiude un insieme di ecosistemi ed un paesaggio di grandissima valenza ambientale e culturale. Ne è una riprova il fatto che quasi l’intera estensione di questo territorio è ricompresa all’interno di SIC (Siti di importanza comunitaria) e ZPS (Zone di protezione speciale), individuati in base ai precisi criteri scientifici indicati dalla direttive europee “Habitat” 92/43/CEE e “Uccelli” 79/409/CEE, tanto sul versante italiano, quanto – e ancor di più – su quello sloveno. Per questo motivo, da almeno un quarantennio, si susseguono le proposte per un’efficace tutela di tale straordinario patrimonio. Proposte, però, quasi tutte rimaste (almeno in Italia) lettera morta, malgrado il sostegno del mondo scientifico, dell’associazionismo ambientalista e di ampi settori dell’opinione pubblica.

Oggi, soltanto alcuni limitati lembi di territorio carsico sono effettivamente tutelati, in Italia, dalla legge del Friuli Venezia Giulia sulle aree protette (la n. 42 del 1996): si tratta di 5 riserve naturali regionali, le quali coprono un’estensione complessiva di poco più di 2.000 ettari, rispetto ad un’estensione complessiva delle aree carsiche in territorio italiano che supera i 25.000 ettari. Molto più grandi sono, naturalmente, i perimetri – sovrapposti tra loro - dei già citati SIC (9.648 ha) e ZPS (12.190 ha), privi però a tutt’oggi dei prescritti piani di gestione, così come mancano ancora – a 12 anni dall’approvazione della legge che le istituì - i Piani di Conservazione e Sviluppo per quasi tutte le riserve naturali citate.

In questo quadro, è evidente che un ruolo importante per la tutela del territorio carsico (e del suo straordinario sottosuolo, che rappresenta una parte fondamentale del pregio naturalistico, per l’enorme concentrazione di cavità e fenomeni carsici ipogei, in gran parte ancora inesplorati) spetta agli strumenti della pianificazione territoriale ordinaria, piani regolatori comunali in testa.

L’urbanistica dei Comuni carsici

I PRGC dei Comuni carsici non hanno dimostrato, generalmente, un’adeguata attenzione alle problematiche legate alla tutela del territorio (e del sottosuolo) carsico. Ne sono una prova lampante quello di Trieste, approvato nel 1997 (sindaco Riccardo Illy), ma anche quelli dei Comuni minori. Fa – o meglio faceva - eccezione il PRGC di Duino-Aurisina, approvato nel 1999 e redatto da Edoardo Salzano, Luigi Scano e Mauro Baioni. La nuova amministrazione comunale di centro-destra subentrata nel 2002, però, non paga di aver spianato la strada alla cementificazione della Baia di Sistiana, ha progressivamente svuotato il PRGC vigente di molti dei suoi elementi qualificanti, prima con la variante “agricola” e poi con un’ulteriore variante approvata nel 2007. Con il pretesto di dare risposta alle pressanti esigenze – solo presunte ma insistentemente manifestate - dei cittadini per nuove residenze o attività produttive (il figlio che deve metter su famiglia, l’azienda agricola che necessita di mega-serre, ecc.), si è riaperta la strada all’edificazione diffusa, che già tanti guasti aveva prodotto nei decenni precedenti.

Il PRGC di Sgonico

Il Comune di Sgonico, in provincia di Trieste, esteso su 3.130 ettari di territorio interamente carsico e senza affaccio al mare, è certo sottoposto a pressioni edificatorie di entità molto inferiore a quelle che hanno interessato Trieste e Duino-Aurisina. Almeno finora. Di recente, infatti, è stata adottata la variante n. 12 al PRGC (a tutti gli effetti un nuovo piano regolatore generale), che apre ampi varchi all’invadenza dello sprawl edilizio.

Va detto subito che gli stessi dati citati dai redattori della variante dimostrano l’inesistenza di un disagio abitativo nel Comune. A fronte dei 2.203 residenti nel 1996, se ne contavano infatti 2.099 nel 2006. Al censimento del 2001 (quando i residenti erano 2.226) risultavano occupate 826 abitazioni, mentre 89 erano quelle non occupate.La volumetria disponibile pro capite è pari a 280 m3/ab. nelle zone “B” e di 355 m3/ab. nelle zone “A” (si ricorda che la dotazione prevista dal Piano urbanistico regionale generale del 1978 era pari a 100 m3/ab…). Appare verosimile quindi che oggi, essendo diminuito il numero dei residenti, le abitazioni non occupate siano ulteriormente aumentate, anche se nel corso degli anni si è riscontrata una riduzione del numero di componenti per famiglia (2,72 nel 1995 e 2,46 nel 2006).

Malgrado ciò, la variante postula – senza giustificarlo in modo convincente - un “fabbisogno” di 58 nuove abitazioni, alle quali corrispondono 143 nuovi residenti (teorici). E’ previsto infatti un notevole ampliamento delle zone residenziali, la cui superficie complessiva passerebbe dai 654.987 metri quadrati del piano vigente a 778.144. A fronte di un futuro incremento (teorico) dei residenti pari al 6,8 per cento si programma quindi di aumentare del 18,8 per cento l’estensione delle aree da urbanizzare a fini di residenza.

Si tratta, dichiara ipocritamente la variante, di zone “B”, cioè “di completamento”, che nella prima versione della variante erano definite – correttamente - zone “C” di espansione. Era però arduo giustificare l’esigenza di ulteriori espansioni residenziali, a fronte di un calo demografico come quello che emerge dai dati sopra citati: la fantasia italica (anche se il Comune in questione è abitato in grande prevalenza da cittadini di lingua e cultura slovena, sindaco compreso) ha quindi prontamente provveduto a ridesignare le aree in questione.

Oltre 12 ettari di territorio carsico verrebbero quindi sacrificati per far posto a ville e villette, per di più in buona parte “sgranate” irrazionalmente lungo gli assi viari. Ma il consumo di territorio agricolo e naturale non si limiterebbe a questo. La variante prevede infatti anche notevoli ampliamenti delle zone industriali-artigianali e di quelle commerciali. Il principio della limitazione del consumo di suolo, sancito – sia pure soltanto a parole – anche nella (pur pessima) legge urbanistica regionale 5/2007, viene così tranquillamente ignorato.

Non basta: la variante considera attive due cave di pietra, abbandonate in realtà da circa 25 anni, che ricadono entro il perimetro del SIC e della ZPS: l’abbandono dell’attività estrattiva ha permesso l’insediamento di formazioni vegetali e specie animali che la riapertura ovviamente comprometterebbe, come sottolinea anche la relazione di incidenza che accompagna il nuovo strumento urbanistico, laddove si evidenzia come le aree in questione rivestano una “forte vocazione per il gufo reale”.

Ancora: come buona parte del territorio del Friuli Venezia Giulia, specie lungo la fascia di confine, anche il Comune di Sgonico era interessato da varie aree militari (una caserma, una polveriera, un piccolo aeroporto), dismesse da tempo. In proposito, però, la variante al PRGC contiene invece soltanto la vaga indicazione di un riuso per “funzioni di interesse pubblico”, mentre le stesse aree si presterebbero sia ad un riuso almeno in parte residenziale, in alternativa alla “villettizzazione” del territorio non urbanizzato, sia (l’ex polveriera, sita all’interno del SIC e della ZPS) ad un oculato intervento di rinaturalizzazione.

Quanto alle zone agricole, la normativa della variante appare più funzionale alla regolamentazione di “zone edificabili a bassa intensità”, piuttosto che di aree produttive del settore primario. Vi è, ad esempio, un’ambigua norma che esclude il mutamento delle destinazioni d’uso da agricola a residenziale, a seguito degli ampliamenti ammessi, degli edifici esistenti all’interno di SIC e ZPS: se ne deduce che in caso di analoghi ampliamenti in edifici esterni a SIC e ZPS il mutamento di destinazione d’uso sia ammesso. Il che, ovviamente, equivale alla creazione surrettizia di nuove zone residenziali “B” (o “C”?) anche in aree agricole. Viene poi consentita la costruzione di serre (altezza massima 3,20 m.) a libera localizzazione e senza vincoli dimensionali in lunghezza, mentre nella maggior parte delle zone agricole è ridotta a 1.000 m2 la superficie del lotto minimo edificabile.

La variante individua poi i “perimetri di insediabilità” per nuove edificazioni nelle zone di preminente interesse agricicolo”, per le quali è altresì ammessa un’altezza massima decisamente pari a 7,50 m. Tali perimetri sono ben 35 e non sono - in molti casi – affatto “in continuità o vicinanza ai centri edificati” come dichiarato nella normativa. Quanto agli aspetti paesaggistici (gran parte del territorio comunale è soggetto a vincolo ex art. 136 e 142 del D. Lgs. 42/2004) le prescrizioni della normativa di PRGC si limitano a indicare che gli interventi su edifici esistenti “dovranno tendere all’integrazione morfo-tipologica dei nuovi volumi curando l’omogeneità dei materiali (e i colori? – NdR), mentre per i nuovi interventi le tipologie dovranno “tendere alle soluzioni architettoniche dell’edilizia tradizionale locale”.

Nessuna previsione di un abaco delle tipologie edilizie ammesse, sulla scorta di quanto previsto in altri PRGC (ad esempio Duino-Aurisina). Nessuna prescrizione neppure per quanto concerne strutture ed infrastrutture ad elevata incidenza paesaggistica (es. interramento di linee elettriche e telefoniche, disposizioni sulle modalità di realizzazione di muri divisori, recinzioni, divieto di collocazione di roulottes in aree classificate agricole, ecc.).

Conclusioni

Sia pure su scala più ridotta rispetto ad altri Comuni, anche Sgonico pare aver scelto un approccio urbanistico sostanzialmente incurante sia dei limiti che il pregio naturalistico e paesaggistico dei luoghi, sia della realtà demografica. Un approccio funzionale di fatto agli interessi della rendita immobiliare, ai quali viene di fatto sacrificata la qualità del territorio e quindi anche la prospettiva di un suo uso sostenibile.

Il che dimostra una volta di più quanto pericoloso sia abbandonare (come accade con la legge urbanistica ed il Piano territoriale regionale del Friuli . Venezia Giulia) all’arbitrio dei comuni la gestione di territori preziosi, in assenza di linee guida e di serie normative sovraordinate per la tutela dei beni paesaggistici e naturalistici.

Spetterà ora al prosieguo dell’iter della variante l’eventuale correzione almeno delle storture più evidenti. Sarà interessante leggere il parere del competente ufficio regionale (visti altri precedenti e l’impostazione generale della politica territoriale, non c’è da attendersi nulla di buono) e vedere cosa accadrà in consiglio comunale al momento dell’approvazione definitiva.

Ultimo dettaglio non irrilevante: il Comune di Sgonico è retto (da sempre) da una maggioranza di centro-sinistra.

L’autore è Responsabile settore territorio del WWF Friuli Venezia Giulia

La società di costruzioni Condotte, terza in Italia per fatturato, non ha più il certificato antimafia. A darne notizia è stato un comunicato del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, che ha precisato di aver “dato disposizioni all’Anas affinché adotti con urgenza tutti i provvedimenti previsti dalla legge relativamente ai rapporti contrattuali in corso con la Società Italiana per Condotte d’Acqua Spa, cui è stata revocata dal Prefetto di Roma la certificazione antimafia”.

E la risposta dell’Anas non si è fatta attendere. Interpellata dal Sole 24 ore la società ha annunciato: “Abbiamo provveduto in giornata (ieri, ndr) alla revoca di tutti i contratti in essere e alla comunicazione del provvedimento a Condotte”. Da ieri, quindi, sono bloccati tre lotti della Salerno-Reggio Calabria: le tratte Serre-Mileto da 91 milioni e la Mileto-Rosarno (il lotto A vale 41 milioni e il lotto B 26) e un maxilotto della Ss Jonica (la variante di Palizzi da 87 milioni). Ancora incerta la sorte dei cantieri: per ora l’Anas ha deciso solo di revocare il contratto con Condotte. Deve ancora valutare se procedere a una riassegnazione con gara oppure se, soprattutto nei caso di lavori ormai quasi finiti (come ad esempio sulla Serre-Mileto) si possano tentare anche strade più brevi, come il subentro del raggruppamento secondo classificato.

Ma il no al certificato antimafia rischia di provocare un effetto domino su moltissime della grandi opere in corso di realizzazione in Italia nelle quali è impegnata Condotte: a cominciare dall’Alta velocità ferroviaria (sia sulla Roma-Napoli che sulla Torino-Novara) passando poi per il Mose di Venezia e per finire da ultimo anche alla Nuvola di Fuksas, appalto da 221 milioni vinto da Condotte appena a dicembre 2007. Per la Nuvola sarebbe il secondo stop dopo il braccio di ferro con la prima impresa, la Dec di Bari che ha bloccato per anni il progetto.

Il nulla osta antimafia è richiesto in varie fasi dell’appalto e non solo all’inizio. Serve per ottenere i pagamenti in ogni fase di avanzamento dei lavori. Anche se ogni prefettura è autonoma nella valutazione discrezionale sul provvedimento, nei casi come questo, di imprese di rilievo internazionale, è scontato che anche le altre prefetture si adegueranno e negheranno anche per gli altri appalti il visto.

Al momento non si ha notizia di indagini in corso sui vertici della società: il problema, come ha spiegato lo stesso Di Pietro nel comunicato, riguarda piuttosto “la gestione di alcuni cantieri dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e della nuova strada statale 106 Jonica”. Il diniego del nullaosta antimafia deciso dal Prefetto di Roma – spiega Bruno Frattasi alla guida del Comitato di sorveglianza sulle grandi opere – è stato preso dopo numerose verifiche del gruppo interforze di Reggio Calabria, che ha visitato più volte i cantieri trovando un contesto ambientale inquinato”. Le indagini secondo Di Pietro avrebbero evidenziato “uno stretto legame tra la società e la criminalità organizzata calabrese”. Anche il comitato diretto dal prefetto Bruno Frattasi e incaricato di vigilare sulle grandi opere della legge obiettivo ha fornito un parere negativo al Prefetto di Roma sul rilascio.

Sorpresa e stupore da parte della società romana. “Siamo attoniti – commenta il vicepresidente di Condotte, Duccio Astaldi – perché completamente all’oscuro di tutto. Nella vicenda ci dovremmo sentire parte lesa: avevamo denunciato noi per primi che nelle forniture di calcestruzzo nel cantiere sulla strada statale Jonica qualcosa non funzionava”. In un comunicato poi la società si è detta certa che “tutto verrà chiarito e risolto in tempi rapidi” e ha auspicato “che tutti gli organi competenti, verso cui esprime la massima fiducia, agiscano nel pieno rispetto dei loro poteri”. Impossibile per ora pensare a un ricorso: “Non abbiamo ricevuto alcun provvedimento: lo abbiamo saputo dal comunicato del Ministro”.

Condotte è la terza impresa di costruzioni italiana per fatturato. Secondo l’ultimo bilancio disponibile, nel 2006 ha avuto un giro d’affari d 713 milioni con un utile di 6,9 milioni. È anche una delle più antiche; è stata fondata nel 1880 e ora fa capo a Ferfina (holding della famiglia Bruno). Ma il sospetto dell’infiltrazione mafiosa e il conseguente blocco di tutti gli appalti in Italia potrebbero portarla al fallimento. Prima ad esprimere solidarietà è stata l’associazione di categoria dei grandi general contractor, l’Agi, secondo la quale la revoca dei contratti “avrebbe effetti di devastante gravità per una delle maggiori, più antiche e più qualificate imprese del settore”.

Accordo fatto, nasce la città aeroportuale

di Alberto Vitucci

MESTRE. Stadio, Casinò con albergo annesso, uffici e terminal sull’acqua. E terreni destinati alla seconda pista, se davvero arriverà il raddoppio dei passeggeri previsto per il 2015. La nuova «città aeroportuale», come la chiama il presidente di Save Enrico Marchi, prende forma. Con il plauso bipartisan del sindaco Massimo Cacciari e del presidente della Regione Giancarlo Galan.

Ieri mattina dopo un anno di tira e molla e qualche polemica dietro le quinte, l’accordo è stato ufficialmente presentato. Consiste in uno scambio di terreni tra la società aeroportuale Save e il Comune che consente una nuova localizzazione delle attività previste. Business da centinaia di milioni di euro. E la trasformazione della gronda lagunare di Tessera in uno dei «nodi intermodali più importanti d’Italia». Con lo stadio da 30 mila posti, la nuova sede del Casinò con albergo adiacente da 350 stanze in stile Las Vegas. Gli uffici commerciali e il terminal. E in mezzo la nuova viabilità, a cominciare dalla ferrovia regionale Sfmr e dall’Alta Velocità. Due milioni di metri quadrati la superficie complessiva della cittadella, di cui un milione sarà destinato a verde, 750 mila metri cubi di nuove costruzioni. Insomma, una vera e propria «città» in gronda lagunare, nata modificando radicalmente gli strumenti urbanistici in vigore.

La Regione ha garantito il suo appoggio all’approvazione della nuova Variante urbanistica, ferma negli uffici di palazzo Balbi da quattro anni. «Ma la vecchia Variante concentrava a ridosso dell’aeroporto tutte le funzioni», dice Cacciari, «cosa che non esiste sulla faccia della terra, perché impediva lo sviluppo aeroportuale. Adesso il progetto è molto più logico. Se non ci saranno intoppi che non riesco proprio a vedere potremo bandire le prime gare per Casinò e nuovo stadio entro la fine dell’anno». I lavori dunque potrebbero cominciare già nei primi mesi del 2009. Anche se i finanziamenti, come ha spiegato il progettista De Carli «ancora non sono del tutto disponibili».

Uno scambio di aree avvenuto a «prezzo di costo». «Nessuno ha speculato, abbiamo pagato i costi sostenuti da chi ha acquistato, come certificato dal notaio», scandisce il sindaco, «se fossi bravo a fare affari per me come li faccio per il Comune sarei miliardario». I terreni agricoli sono stati pagati a 8 euro il metro quadrato, 35 quelli acquistati più di recente dai piccoli proprietari. Il Comune ha acquistato le aree edificabili di stadio e Casinò a 500 euro.

Rispetto al progetto ipotizzato dalla giunta Costa, stadio e Casinò sono stati spostati più a nord, l’area degli impianti sportivi verso ovest, di là della bretella autostradale. La superficie dell’impianto è stata quasi raddoppiata. «Diventerà un modello a livello europeo», dice il presidente di Marco Polo spa Massimo Miani. Di qua della strada, il nuovo Casinò. «Se entro due-tre anni non c’è la nuova sede saremo bruciati dalla concorrenza», avverte il presidente della Casinò spa Mauro Pizzigati.

Più grande anche l’area business, perché la Save potrà costruire altri 100 mila metri cubi di uffici in cambio dei terreni ceduti al Comune per farne bosco e aree verdi. Espansione anche per l’area aeroportuale, con il via libera al progetto del terminal sull’acqua ideato dall’architetto canadese Frank Gehry e alla nuova viabilità, per cui saranno finalmente sbloccati 17 milioni della Legge Speciale fermi da anni. Una nuova strada di accesso è prevista sul terreno dell’Aeroterminal, la società dell’attuale presidente del Venezia calcio Arrigo Poletti. «Un’occasione per potenziare le nostre infrastrutture», dice Galan, «dopo l’accordo sul vallone Moranzani. Questo è il Polo di Nord est».

Maxi operazione immobiliare stadio e altri 750 mila metri cubi

di Nicola Pellicani

MESTRE. Fino all’ultimo l’accordo ha rischiato di saltare. Di fronte all’insistenza di Save d’inserire nell’accordo un capitolo che prevedeva a destinazione aeroportuale i terreni che corrono lungo la Triestina, il sindaco ha minacciato di disertare l’incontro. Alla fine è tornata la calma ed anzi la presentazione dell’accordo è avvenuta in un clima di grande cordialità tra Cacciari, Marchi e Galan. In ogni caso ciò che vuol fare Save in quei terreni è chiaro a tutti: sia che intenda realizzare la seconda pista, oppure sviluppare l’area cargo o altro, quel che è evidente è che vuole oltrapassare la barriera della Triestina. E prima o poi lo farà. Ma per ora le aree Save resteranno a destinazione agricola, com’è stato specificato ieri. L’oggetto dell’accordo presentato da Comune, Save e Regione è infatti un altro. Vale a dire il complicatissimo marchingegno in base al quale arriverà l’atteso via libera allo stadio e alla nuova sede del casinò.

Ciò significa che se gli amministratori si dimostreranno in grado di gestire la partita - e non è scontato -, per il territorio di Tessera sarà una vera rivoluzione. In assenza di mecenati sportivi e di soldi pubblici l’accoppiata stadio-casinò sarà finanziata da un’operazione immobiliare da circa 750 mila metri cubi che si aggiungeranno alla costruzione della cittadella sportiva e del piano della viabilità.

Lo scambio di aree tra Comune e Save, definito ieri dopo quasi tre anni di trattative, sblocca l’operazione. La cartina pubblicata mostra i terreni interessati alla permuta. Il Comune, attraverso la Marco Polo, il suo braccio immobiliare, ha chiuso un accordo con Save in base al quale, attraverso uno scanbio di terreni, l’area sportiva passa da 210 mila mq a 495 mila, mentre l’area Aev passa da 274 mila a 401 mila mq. Inoltre Save ha ceduto al Comune una fascia verde di 1.144.016 mq destinata a bosco che corre lungo il Dese. La compensazione a favore di Save è stata valutata in 17 milioni di euro che l’amministrazione comunale pagherà, cedendo a Save una volumetria equivalente all’interno dell’Aev, dove sorgeranno i 750 mila metri cubi. La volumetria prevista nell’area aumenta quindi, rispetto alla vecchia pianificazione, di circa un terzo. Save potrà costruire circa 90 mila metri cubi (30 mila mq), corrispondenti a quei 17 milioni. Ciò significa che il valore riconosciuto delle aree è stato di circa 585 euro per mq.

La valorizzazione dell’area Aev - che ospiterà anche il nuovo casinò -, attraverso un bando che gestirà la Marco Polo, in collaborazione con Save, servirà a finanziare parte degli interventi. Dalla vendita dei terreni si ricaveranno almeno 116 milioni. Ma lo stadio, essendo considerato un’opera di urbanizzazione secondaria, sarà finanziato con gli oneri urbanizzazione. Per stadio e viabilità connessa serviranno circa cento milioni, mentre per il casinò e l’abergo ce ne vorranno almeno 70. Sembra infine chiarito anche il nodo dei 17 milioni che la legge speciale ha destinato 10 anni fa alla Save per la realizzazione della viabilità esterna al Marco Polo. E dovranno essere utilizzati esclusivamente per questo scopo.

Zoggia e Scaramuzza danno forfait

Le assenze tra qualche malumore

MESTRE. Non c’era il presidente della Provincia Davide Zoggia, più volte critico con le scelte della Save e i superstipendi ai loro dirigenti. Non c’era nemmeno il presidente della Municipalità di Favaro Gabriele Scaramuzza, ex segretario Ds ora responsabile provinciale del Pd. E non c’erano nemmeno i rappresentanti in giunta della Quercia. «Ma i Ds non ci sono più, adesso c’è il Pd», sorride il presidente della Municipalità di centro Massimo Venturini. In realtà qualche malumore circola. Soprattutto in casa degli ex diessini. Solo poche settimane fa la polemica contro il superpremio di 2 milioni e 200 mila euro che Marchi si è attribuito per i «buoni risultati» del 2007. E poi le interrogazioni parlamentari, la richiesta di un Consiglio regionale straordinario. Non tutto è superato. Anche se sulla scelta strageica di stadio e Casinò l’accordo è trasversale.

Ieri nell’affollata sala del Cda di Save a Tessera, oltre a Galan, Cacciari e Marchi c’erano il presidente della Casinò Spa Mauro Pizzigati, gli assessori alla Mobilità Enrico Mingardi e all’Urbanistica Gianfranco Vecchiato, la nuova amministratrice delegata di Save Monica Scarpa. C’erano inoltre Renato Boraso e una folta pattuglia di capigruppo in Comune, da Piero Rosa Salva a Ezio Oliboni (Psdi), Alfonso Setta (Udc), Giacomo Guzzo (udeur). (a.v.)

Un terreno che fino a due giorni fa valeva uno ora vale dieci. Hanno fruttato bene i 255mila metri quadrati di proprietà della società Belgioiosa Srl controllata direttamente dal gruppo Raggio di Luna appartenente alla famiglia Cabassi, dopo una recente operazione di scissione di Sintesi a favore di Raggio di Luna.

Negli anni '50 la proprietà era di un milione di metri quadrati. Poi dopo sette espropri in un colpo solo il restante lotto (Fiorenza) verrà dato in concessione di diritto di superficie al Comune di Milano che lo utilizzerà per l'Expo 2015. In base all'accordo con il Comune sottoscritto lo scorso luglio entro 18 mesi dalla conclusione dell'Expo Belgioiosa riavrà indietro 150mila metri quadrati, 105mila in meno rispetto ai 255mila attuali che però hanno una destinazione d'uso agricola. A partire dal 2016, quando saranno state smantellate le strutture temporanee che saranno abbattute al termine dell'Expo e con l'obbligo di non realizzare attività industriali che compromettano l'ambiente, Cabassi invece potrà edificare con un indice pari a 0,6 (o 0,5, è uno dei punti da definire in dettaglio). Supponendo che il terreno agricolo valga circa 10-12 euro al metro quadrato moltiplicati per 255mila metri quadrati si ha un valore attuale del terreno di 2,55-3,06 milioni di euro. Valutando almeno 3mila euro al metro quadrato i 30mila metri quadrati che si potranno costruire a partire dal 2016 (esclusi i sotterranei e quindi eventuali box) si ottiene un valore del diritto di costruire – in cui c'è ovviamente anche un margine di rischio – di circa 22,5 milioni di euro (il 25% di 90 milioni di euro) a cui, sommando una rivalutazione del bene pari almeno all'inflazione per dieci anni, si arriva a 30 milioni di euro contro i tre attuali.

Per diventare operativo l'accordo è vincolato all'approvazione di un piano urbanistico che escluda attività produttive insalubri e contempli la destinazione a verde e parco urbano di una superficie minima pari alla metà di quella oggetto di urbanizzazione. Il master plan dell'Expo 2015 «allo stato attuale – spiega Giancarlo Tancredi, dirigente del settore progetti strategici del Comune di Milano – prevede un'area "rossa" di oltre un milione di metri quadrati dove per intenderci si pagherà il biglietto e un'area "blu" delle stesse dimensioni dove verranno realizzate tutte le opere in qualche modo accessorie alla manifestazione stessa». Quindi altri 15-20 proprietari di aree adiacenti all'area dell'Expo 2015 potrebbero essere coinvolti nel progetto. Tra questi c'è la Camfin – il cui socio di maggioranza è la Gpi controllata da Marco Tronchetti Provera – proprietaria di un'area di 120mila metri quadrati situata nel Comune di Rho di cui metà a destinazione a uso industriale (ex capannoni) e terziario e metà agricola. Lo scorso 12 settembre il Cda di Camfin ha deliberato la dismissione dell'area, ritenuta non più strategica. Decisione confermata anche dopo la notizia dell'assegnazione dell'Expo.

Altro grande protagonista della vicenda è EuroMilano, proprietario di un'area di 530mila metri quadri (Cascina Merlata) situata nel Comune di Milano, e adiacente al Comune di Rho, comprata l'anno scorso prima che si mettesse in moto la macchina organizzatrice della candidatura. Rilevata dalla società Ecce l'area ospiterà il villaggio dell'Expo. «La nostra acquisizione – spiega Chiara Elena Gerosa di EuroMilano – va inquadrata nella strategia di puntare sullo sviluppo del quadrante nord ovest di Milano. Siamo partiti con l'area di via Palizzi dove abbiamo realizzato il progetto Milano Certosa, trasformando un'area dismessa di oltre 450 mila metri quadri fino a pochi anni fa occupata dagli impianti delle raffinerie Fina». Altro importante progetto il recupero e la ridefinizione della Bovisa, storico quartiere industriale milanese dove EuroMilano sta realizzando una sede del Politecnico di Milano (60mila mq) e dove ha già realizzato in comodato d'uso per tre anni la Triennale Bovisa, aperta lo scorso novembre e già visitata da 44mila appassionati d'arte.

Ovviamente tra i protagonisti c'è anche la Fondazione Fiera Milano. A fronte delle opere di urbanizzazione realizzate sull'intera area di sua proprietà (oltre 600mila mq) il Comune di Milano ne conserverà a titolo definitivo 55 mila metri quadrati sui quali verrà costruita una torre, elemento architettonico emblematico che sarà mantenuta anche dopo la chiusura della manifestazione. Terminata l'Expo gli edifici e le strutture permanenti verranno destinati al pubblico utilizzo, mentre quelli temporanei saranno abbattuti a spese del Comune di Milano.

Il terzo e ultimo proprietario delle aree oggetto della cessione del diritto di superficie sono le Poste italiane, uno dei sette esprioprianti dell'originale tenuta Cabassi, che si sposteranno lasciando un'area di 80mila metri quadrati al Comune di Milano.

Altri commenti della prima ora qui

Galan, presidente Regione Veneto:

“Un secondo “hub” in Italia non ci sta. Non ho conosciuto nessun imprenditore che per poter andare all'estero abbia preso l'aereo a Malpensa”.

Chiamparino, sindaco di Torino:

“Malpensa e Alitalia hanno bisogno di una dose di mercato, il loro limite è che entrambi sono cresciute con eccessive protezioni e non dalla reale capacità competitiva".

Cacciari, sindaco di Venezia: “Venezia è il terzo aeroporto in Italia. Mi sembra che l’80% del traffico gravita su Francoforte o su Roma, non su Malpensa. Quindi per me Malpensa è un problema della Lombardia… su Malpensa si arrangino. A me va benissimo come hub, ma non perché lo è per decreto dello Spirito Santo, ma per logiche di mercato”.

Formigoni, presidente Regione Lombardia:

“Lo si voglia o no, il traffico aereo è qui”.

Letizia Moratti, sindaco di Milano:

“Sì a una moratoria di tre anni per l’hub lombardo”.

Bonomi, presidente di SEA, la società che gestisce lo scalo: “Nel breve e medio periodo l’aeroporto sarà “point to point”.

31 marzo 2008: Alitalia riduce del 72% i suoi voli da Malpensa e risparmia circa 200 milioni di euro annui di costi.

31 marzo 2008: Malpensa è semi deserta, 900 dipendenti di SEA sono in cassa integrazione a rotazione. 400 lavoratori stagionali non avranno il rinnovo del contratto.

30 marzo 2008: La superstrada Boffalora-Malpensa che collega l’A4 Torino-Milano viene inaugurata. Permetterà di velocizzare il tragitto da Torino alla Malpensa. 18,6 km, due corsie per senso di marcia, 260 milioni di euro di spesa. Interessa i comuni di Lonate Pozzuolo, Castano, Buscate, Cuggiono e Inveruno. La superstrada attraversa il Parco del Ticino, una delle poche zone non cementificate della Lombardia.

La Malpensa è un finto hub figlio delle tangenti point to point craxiane. I suoi successori non se la sono sentita di buttare via lo scalo insieme al latitante. L’economia ha dovuto fare il lavoro sporco. Malpensa, al massimo è un point to point, un piccolo aeroporto regionale. Chi vive a Torino parte da Caselle. Chi sta a Treviso vola da Venezia. Volano verso gli hub di Londra, Francoforte, Parigi. Lo fanno da sempre, non perché l’Alitalia è fallita.

L’Italia può permettersi un solo hub. Con Malpensa deserta, con decine di aeroporti nel Nord Italia, si inaugura una nuova superstrada, si asfalta un parco nazionale. I torinesi continueranno a partire da Caselle, i veneziani da Venezia. Per i politici italiani “ nulla si crea, tutto si distrugge” con i soldi pubblici. Le cattedrali nel deserto una volta rendevano sotto forma di tangenti, oggi producono voti e poltrone. Marx inventò il plusvalore, i nostri politici la teoria del disvalore: l'utilizzo del lavoro dei cittadini per produrre valore personale e distruggere il Paese.

Nota: si veda come esempio di parallela "follia aeroportuale padana" il caso parzialmente ricostruito su queste pagine, dell'altro Hub virtuale a Montichiari, di cui chissà perché non parla più nessuno (f.b.)

PerplExpo 2015: dubbi e attese sulla stampa



Titoli: costruzioni e immobili volano dopo Expo a Milano”, così una nota della Reuters a modo suo sottolinea quello che per molti purtroppo rappresenta il vero e unico traguardo dell’affaire gigantesco di trasformazione del territorio metropolitano e regionale. Nonostante a livello europeo il settore costruzioni sia in leggera perdita, aumentano invece in modo vistoso tutte le imprese coinvolte nelle grandi opere padane, più o meno convergenti sul nodo milanese, a partire dall’autostrada Pedemontana (Impregilo, Astaldi) e altre. La Reuters riassume anche alcune cifre dell’Expo, che “ si è impegnata a ospitare 7.000 eventi in sei mesi di esposizione, che si svolgerà nei pressi dell'area fieristica di Rho, a nordovest di Milano, su una superficie di 200 ettari. Il budget dell'evento è di 4,12 miliardi di euro (3,228 miliardi per infrastrutture, 892 milioni per l'organizzazione)

Luca Pagni, su la Repubblica, propone conseguentemente un “Ecco chi guadagnerà con l’Expo”, confermando in apertura che il mondo dell’economia e della finanza sta già festeggiando e che la cosa non ha affatto bisogno di aspettare opere, movimenti terra, colate di cemento, flussi di visitatori che spendono nei negozi e negli alberghi. Confermando la precedente nota Reuters “Basta scorrere il listino di Borsa e vedere come già ieri siano schizzate verso l’alto le quotazioni delle società che gli investitori di Piazza Affari ritengono possano essere coinvolte favorevolmente dall’evento”. Ivi comprese le società di alcuni operatori (es. Zunino con le cittadelle griffate di Renzo Piano e Norman Foster) che sino alle scorse settimane erano date in grossa crisi finanziaria, con minaccia di abbandono dei progetti a mezza strada.

Ed emerge naturalmente, come ci si poteva aspettare, la logica che spinge alle procedure eccezionali, e in generale alla forzatura delle regole correnti: particolarmente micidiale, va sottolineato, in una situazione come quella milanese, con un piano regolatore cittadino ancora alle prime battute e con una caratterizzazione che pare assai orientata al patchwork di interessi particolari, e la tradizionale debolezza del coordinamento urbanistico metropolitano. Riassume bene questo aspetto il titolo scelto per l’articolo di Giuseppina Piano sulle pagine locali de la Repubblica: “Expo, è già corsa contro il tempo”, dove a partire da una dichiarazione del sottosegretario alla Presidenza del consiglio appare chiaro il bisogno comunque di fare in fretta. Questa corsa contro il tempo però sembra proporre un coerente, veloce “scaricamento” di buona parte delle istituzioni che hanno sostenuto la candidatura milanese: dalla prima riunione del consiglio comunale vengono esclusi D’Alema (che come ministro degli Esteri è stato fra i protagonisti) il presidente della Regione Formigoni (che pure appartiene al medesimo schieramento) e Penati (con buona pace di chi vedeva proprio nella dimensione minima metropolitana la scala di governo dell’evento). Mentre già, d’altra parte, emergono gravi ritardi accumulati per un’opera essenziale e complementare all’insediamento dell’Expo: “i quasi due milioni di metri quadrati a Rho-Pero che dovranno essere rivoltati come un guanto. La parte più lunga e a rischio sforamento è quella dei collegamenti: svincoli, parcheggi, strade. La storia insegna: la Fiera a Rho è stata inaugurata tre anni fa, i cantieri per i collegamenti non sono ancora finiti”.

Elisabetta Soglio, sul Corriere della Sera, sottolinea “Seduta in Comune «chiusa» a D'Alema”,e ancora al tema dello scaricamento istituzionale dopo l’assegnazione, è dedicato il titolo di Rodolfo Sala, “Adesso Letizia è più forte (e cala il gelo con Berlusconi)” sull’edizione milanese de la Repubblica. Velocissimo e drastico, appare il riposizionamento del sindaco già il giorno successivo: sia nell’avocare a sé e al comune la gran parte dei poteri decisionali, sia rispetto allo schieramento di parte, lontanissimo dalle larghe intese che si vantavano sino alla vigilia del voto parigino. Il progetto appare però probabilmente più complesso: “ridurre la giunta (quella attuale o la prossima solo un tantino ritoccata) a una condizione di marginalità, e puntare tutto sul nuovo comitato che gestirà la partita Expo. Tutto girerà intorno a questo, di qui al 2015, ed è lì che il sindaco potrebbe sperimentare un nuovo modello di governo”. Se possibile, a rafforzare l’impressione di una drastica svolta verso corsie preferenziali, che sfuggono in parte anche ai controlli democratici.

Si aspetta un nuovo atteggiamento da parte dell’opposizione ambientalista, per quanto ancora critica, Paolo Hutter, ricordando che con tutte le cautele e attenzioni “L’impatto non è mai zero”. Il nuovo approccio della rivendicazione, per avere qualche mordente, secondo Hutter, dovrà essere di rilancio propositivo su tutti i fronti, a partire da quelli più direttamente legati alle idee vincenti che hanno determinato l’assegnazione: ambiente, salute, energia, qualità dell’insediamento e dei servizi. E poi “ci vuole una verifica obiettiva e pluralistica. Troppo spesso, in questi Grandi Eventi, i dati vengono forniti solo dagli organizzatori, o comunque da agenzie nominate dai governi locali. … ci vorrebbe un gruppo di lavoro al quale partecipi anche almeno un tecnicoexposcettico

Anche se si capisce immediatamente che per eventuali scettici e critici non si preparano tempi facili. Osserva sull’edizione locale del Corriere della Sera Claudio Schirinzi, come rapidamente si stia delineando l’emergere di un “ Nuovo Potere”, verso cui convergono decisamente vari soggetti, ma che si coagula nella figura di Letizia Moratti, “ Come utilizzerà, la Moratti, il suo nuovo potere? … La preparazione dell'Expo richiede un consenso ampio … tanto più perché nessuno può prevedere oggi chi sarà al governo della città, della Regione e del Paese nel 2015. Meglio arrivarci, dunque, con soluzioni condivise”. Ma resta misterioso l’orientamento di questa formula multi-partisan, e i modi in cui si è sviluppata sinora la vicenda sembrano andare in direzioni opposto rispetto all’auspicio di Paolo Hutter o degli altri ambientalisti con un approccio propositivo all’Expo.

Come il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, anche componente del comitato scientifico dell’esposizione, che intervistato da Giorgio Salvetti sul manifesto conferma ottimismo: “ L’Expo può essere una sfida”. Da qui secondo Petrini l’importanza di partecipare direttamente sia alla preparazione che all’attuazione dell’iniziativa, anche se in modo critico. E in particolare rispetto al tema del rischio che tutto si traduca in una enorme speculazione edilizia: “ Le grandi esposizioni sono sempre state un'occasione per le città per rigenerarsi, anche qui bisogna che vengano rispettati i piani ecocompatibili. E' una questione di intelligenza, ma è una battaglia che va combattuta per poter esser vinta”.

Sulle pagine locali milanesi del manifesto, l’europarlamentare Vittorio Agnoletto, col polemico titolo “Affamare il pianeta” esprime una posizione fortemente dubbiosa: è davvero pensabile che un’area metropolitana e regionale che ha sinora saputo fare assai poco per la sua aria, l’acqua, il traffico, la tutela del territorio, possa diventare un simbolo internazionale di attenzione a questi temi nella prospettiva di una sana alimentazione e stile di vita? Senza un costante controllo da parte delle forze sociali, locali e non, l’evento potrebbe semplicemente tradursi nel fatto “che Milano diventi per quindici anni un enorme cantiere, con l’ulteriore paralisi del traffico urbano ed extraurbano, con nuove autostrade, tangenziali e la terza pista a Malpensa al posto di una rete di trasporti pubblici efficiente e non inquinante, con piste ciclabili, che è quello di cui avremmo bisogno”.

Sulle stesse pagine del manifesto, una sfumatura leggermente più propositiva è quella proposta da un gruppo di rappresentanti della Sinistra Democratica, che chiedono: “Ora un progetto”. A implicitamente intendere come quanto esposto sinora dai promotori in effetti fosse solo una serie di auspici e dichiarazioni di intenti. Un progetto, si afferma che sia soprattutto convergenza ampia di forze e interessi a ridisegnare il sistema metropolitano, dal punto di vista socioeconomico e infrastrutturale, ambientale e della partecipazione. Elementi chiave di questo progetto, una Legge speciale, e “un Osservatorio di grande autorevolezza, con personalità del mondo della cultura, dell’Università, della scienza, del lavoro, delle associazioni ambientaliste e degli interessi diffusi, che verifichi e accompagni le tappe progressive della realizzazione dell’Expo”.

CAGLIARI. Sul cemento di Tuvixeddu si decide il 30 maggio, ma prima che il Consiglio di Stato depositi la sentenza d’appello, che sarà anche definitiva, nessuna delle tre imprese impegnate nei lavori sui colli punici della città accenderà i motori delle betoniere. Tutto fermo, in base a un accordo proposto dai legali di Coimpresa, accolto dal presidente della sesta sezione Giuseppe Barbagallo e avallato dai difensori delle parti pubbliche e private in causa. La Regione ha insistito perchè si andasse alla sospensiva, il giudice ha preferito la linea del rinvio.

Non c’è spazio per i trionfalismi e neppure per la delusione: i giudici amministrativi romani hanno scelto di non esprimersi sulla richiesta avanzata dalla Regione, dal ministero dei Beni culturali, da Italia Nostra e da Legambiente di sospendere l’efficacia della sentenza con la quale il Tar Sardegna ha bocciato i vincoli imposti dalla giunta Soru, accogliendo integralmente i ricorsi di Coimpresa, Comune e Raimondo Cocco costruzioni. La scelta di non decidere è legata a due necessità: quella di affrontare con calma la montagna di faldoni che raccontano la complessa vicenda politico-amministrativa di Tuvixeddu e l’altra, non meno importante, di ridurre a una sola udienza il prevedibilissimo scontro fra i due schieramenti di avvocati, pronti a darsi battaglia in vista di un obbiettivo diventato centrale al di là del valore storico dei colli cagliaritani. Scelta logica, perchè una decisione sulle istanze di sospensiva sarebbe stata certamente letta, in un clima così teso, come un’anticipazione di giudizio. I giudici hanno preferito evitare il rischio, richiamando le parti al buon senso: due mesi di tempo a disposizione di tutti ma a bocce ferme, perchè i beni in discussione non vengano pregiudicati con nuovi colpi di bulldozer e i legali possano affilare le armi per una contesa che sarà finale. Al patto hanno aderito formalmente anche i difensori dell’impresa Cocco - gli avvocati Benedetto e Antonello Ballero - malgrado il decreto cautelare di stop ai lavori, firmato il 14 marzo dal presidente del Consiglio di Stato su richiesta della Regione, sia ormai scaduto.

La posta in gioco è altissima. Coimpresa si gioca la possibilità di realizzare un progetto che sulla carta si presenta ad alta redditività, coi lavori già avviati. La Regione e il comune di Cagliari - stranamente antagonisti, nonostante si tratti di difendere un bene collettivo - un pezzo della loro credibilità istituzionale.

Con un grande punto interrogativo sugli esiti del confronto una cosa è apparsa chiara nell’austera aula del Consiglio di Stato: il ministero dei Beni culturali è al fianco della Regione. Basta leggere il ricorso firmato dall’Avvocatura dello Stato per trovare la conferma: in tre pagine scarne ma analitiche i legali pubblici attaccano alle fondamenta la sentenza del Tar sardo, entrando con forza nel merito delle valutazioni tecniche e lanciando un giudizio di parte, ma comunque significativo, su alcune scelte del collegio cagliaritano. Su tutte quella di aver manifestato pareri extragiuridici su aspetti di taglio culturale, come la mappatura delle aree da sottoporre ai vincoli in base al Codice Urbani. E come il sospetto, manifestato esplicitamente dal Tar, che l’iniziativa del governo Soru di bloccare i lavori a Tuvixeddu nascondesse l’intenzione di aprire la strada a un piano alternativo, quello firmato dal celebre architetto francese Gilles Clement. Su quest’aspetto però la partita è aperta: c’è un’inchiesta giudiziaria condotta dal sostituto procuratore Daniele Caria dopo l’esposto depositato dal legale di Coimpresa, Agostinangelo Marras. Improbabile, sul piano strettamente tecnico, che le valutazioni del magistrato penale coincidano con quelle del giudice amministrativo: sono problemi diversi.

Partita tutta da giocare, dunque. Ma le note di commento nel corso della giornata sono fioccate lo stesso. La Regione - patrocinata dagli avvocati Paolo Carrozza, Vincenzo Cerulli Irelli e Giampiero Contu - ha espresso «grande soddisfazione per la posizione decisa e coraggiosa assunta nella vicenda a sostegno della legittimità del vincolo dal Ministero per i beni culturali, attraverso l’Avvocatura generale dello Stato e dalle principali associazioni ambientaliste, Italia Nostra e Legambiente. In questa buona compagnia - è scritto in una nota - la Regione andrà avanti nella tutela dell’ambiente e del paesaggio contro ogni tentativo di appropriazione speculativa del patrimonio naturale e storico dell’isola».

Legambiente - tutelata dall’avvocato Giuseppe Andreozzi - definisce «salomonica anche se non risolutiva» la decisione dei giudici romani e conferma come «il blocco delle attività di cantiere fosse una necessità imprescindibile». Soddisfatto anche l’avvocato Carlo Dore, legale di Italia Nostra. Mentre Coimpresa - i difensori sono Pietro Corda, Antonello Rossi e Duccio Maria Traina - sottolinea di aver deciso «volontariamente di non iniziare i lavori prima della data dell’udienza» e smentisce una nota diffusa nel sito della Regione in cui si parlava impropriamente di provvedimenti inibitori: «Restano interamente valide ed efficaci - scrive l’amministratore Giuseppe Cualbu, figlio di Gualtiero Cualbu - le sentenze del Tar di annullamento dei vincoli». Coimpresa respinge le accuse di «appropriazione speculativa» perchè sono riferite «a un progetto che prevede la cessione al pubblico di 38 ettari su 48 e la realizzazione di servizi necessari alla riqualificazione dei quartieri popolari circostanti. Ancora una volta - si chiude la nota - vengono usate argomentazioni e toni poco consoni a un’istituzione pubblica quale è la Regione, che intende colpire ingiustamente una parte dell’imprenditoria sarda».

Silenzio dal Comune, difeso in giudizio dagli avvocati Ovidio Marras, Massimo Massa, Federico Melis e Marcello Vignolo.

Mi sembra davvero un errore puntare in maniera così netta, e con quelle modalità straordinarie che rimproveravamo alla destra, sul turismo d’élite a La Maddalena. Che sia criticabile questo sviluppo sbilanciato sul lusso lo scrisse qualche mese fa, in un brillante pezzo per il Manifesto Sardo proprio Ignazio Camarda; ed è spiacevole ricordare che normative e procedure derivate dalle leggi di tutela del paesaggio con un’emergenza direttamente governata dalla Presidenza dell’Esecutivo sono una cosa che fu vista per la prima volta con Berlusconi, guarda caso mediante, se non ricordo male, la Protezione Civile. Potenza dei modelli!

Preoccupano le modalità di emergenza, perché i grandi eventi speciali, memoriali, straordinari (dall’omaggio ai potenti del pianeta alle Olimpiadi) portano sempre, tributo all’efficienza, qualche messa in mora della democrazia, e maggiori probabilità, indebolendosi i controlli, di abusi. Speriamo bene, perciò.

Ma il dissenso profondo è proprio sul modello: capisco la ragione e la convinzione, anche se non mi appartengono, di mettere in moto il bello sconvolgente dell’Arcipelago, emancipato dagli orribili navigli nucleari (e dall’inquinamento? d’altronde Quirra è già sull’altro piatto della bilancia) per produrre immagini attrattive di ricchezza, benessere, capitale; e anche la preoccupazione che una comunità in qualche modo abituata ai dollari non possa rivoltarsi a qualsiasi pratica, poco veloce ma più affidabile, di sviluppo sostenibile, come le attese (pur criticandone se necessario aspramente i contenuti ) di una popolazione che ha visto a lungo il suo straordinario ambiente espropriato da qualcosa, ed è arrivata – anche per la mancanza di culture alternative consolidate e vincenti – a mettere sullo stesso piano di espropriatori basi militari e il modello del Parco nazionale. Processo conosciuto anche all’Asinara e nel Gennargentu, che induce a forte preoccupazione. Che evidenzia la questione irrisolta del Parco, la necessità di una modifica alla stessa legge-quadro sulle aree protette che sia più inclusiva delle popolazioni dei territori interessati, mantenendo però con fermezza l’irrinunciabilità alla tutela pubblica e nazionale, quindi statale, di un arcipelago già inserito nel dossier UNESCO. Aspetto concettualmente rinforzato dalla nota sentenza della Corte Costituzionale e delle recenti modifiche al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

Potrei inoltre dire che mi sarebbe piaciuto capire meglio e cogliere, in questo sforzo politico e finanziario della Regione Autonoma di autoreferenziarsi nello scenario mondiale, quali siano le somme destinate per il Compendio Garibaldino di Caprera, o per il Museo del relitto romano di Spargi. O ancora per la tutela dei siti archeologici ed architettonici che caratterizzano in primaria importanza tutto l’arcipelago (dal tafone neolitico di Cala Corsara al riparo sotto roccia preistorico di Cala di Villamarina). Sul fatto che caratterizzare con ‘antropologie di élite’ un luogo così delicato significhi affidarlo a classi e ceti non certo vocati al rispetto del paesaggio e sempre infastiditi dalle regole pubbliche.

Da queste pagine immaginavamo la necessità, tra le altre cose, di allocare alla Maddalena, come all’Asinara, un centro di studi sulle energie pulite e rinnovabili. Renato Soru ha pensato di aprire in occasione del G8 un dibattito mondiale sull’ambiente e le energie rinnovabili: senza naturalmente rinunciare al modello del turismo di élite così vicino ai ceti che sostengono i ‘Cavalieri dell’Apocalisse’ del G8, titolari di quei modelli che stanno distruggendo il nostro pianeta, incardinandolo ai destini del petrolio e dell’industria militare ad esso intimamente connesso. La contraddizione, pesante, mostra la scarsa credibilità di un’alternativa ambientale di Soru (che ha avuto il premio Kyoto 2021!) anfitrione a La Maddalena di George Bush, primo responsabile dell’affossamento del protocollo di Kyoto, dal quale pare logico aspettarsi, nel senso letterale del termine, orecchie da mercante.

Se trovo poco edificante ospitare il G8 e tutte le sovrapposizioni alle norme ordinarie inferte dalla ‘eccezionalità’, trovo imbarazzante il ritardo della sinistra su questi temi. Non è alla fine strano che Renato Soru persegua un modello di sviluppo borghese evoluto, organico a una concezione del territorio non esattamente incardinata a sinistra e sui beni comuni, ma l’opposizione ideale sconfina in modo preoccupante con un’assenza di proposte. Non ci va bene uno sviluppo puntato sugli alberghi a cinque stelle? Abbiamo a sinistra elaborato un modello di vita quotidiana assistito da scelte amministrative politiche correnti che sia in grado di essere convincente per le popolazioni e non solo per noi? Renato Soru ha una sua idea per sviluppare turismo di ‘alto livello’ (di reddito) e qualità dei luoghi della quale non condividiamo coordinate teoriche, modelli antropologici, risultanze pratiche. Ma rischiamo di essere in forte ritardo sulla proposta di idee alternative, perché non si riesce ad andare oltre a parole d’ordine esclusivamente resistenziali, ostacolati dall’incapacità di uscire dalle zone rosse di Genova, di capire che lo scenario è cambiato.

I riflettori che si accenderanno sul G8 saranno utili solo se sapremo organizzare, sfuggendo al rischio-trappola del potere, un contro vertice pacifico e globale delle competenze e dello sviluppo sostenibile, diffuso in tutta l’isola. e proporre idee, soprattutto convincenti. Non dovremo permetterci il lusso di non essere propositivi.

Il manifesto sardo è un giornale online

Mi chiedo come sia possibile, in Toscana, il massacro del territorio rurale, Val di Cornia compresa. Me lo chiedo, prima di tutto, alla luce delle leggi che questa regione ha prodotto, sin dagli anni 70. Leggi che hanno sempre individuato nel territorio rurale, e nelle attività agricole, una fondamentale risorsa economica e un tratto distintivo del paesaggio e dell’identità della regione.

Provenendo da altre regioni ed attraversando la Toscana, si percepisce nettamente che cosa hanno rappresentato questi capisaldi della legislazione regionale. La Maremma, la Val d’Orcia, le colline senesi, le colline di Bolgheri e altre realtà rurali sono oggi straordinari bacini di qualificata produzione agricola e risorse paesaggistiche che contribuiscono a promuovere l’immagine della Toscana nel mondo.

Sono patrimoni che devono essere protetti sotto il profilo paesaggistico e sostenuti per lo sviluppo di produzioni agricole orientate alla qualità e alla tipicità. La più recente legge regionale sul governo del territorio (la n.1/2005) sembra averne coscienza, arrivando ad affermare che “nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali sono consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riutilizzazione e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti”, che le zone agricole sono assunte “come risorsa essenziale del territorio limitata e non riproducibile, che “nelle zone con esclusiva funzione agricola sono di norma consentiti impegni di suolo esclusivamente per finalità collegate con la conservazione e lo sviluppo dell’agricoltura e delle attività connesse”.

Se le leggi non sono propositi, ma norme da osservare, viene davvero da chiedersi cosa stia accadendo nel concreto governare di questa Regione e dei suoi Comuni. Basta guardarsi intorno, anche qui, per capire che qualcosa non va nella politica e nell’amministrazione. Il fenomeno è diffuso, ma raggiunge limiti intollerabili in realtà come San Vincenzo dove vaste aree agricole sono massacrate da villette che spuntano dal nulla, da casolari rurali che si ampliano a dismisura e si moltiplicano fino a divenire agglomerati abitativi, da vere e proprie lottizzazioni che si materializzano tra relitti di campi coltivati. Basta percorrere la vecchia Aurelia o salire in quelle che un tempo erano le strade panoramiche di S. Carlo e S. Bartolo per capire che cosa stia accadendo: uno scempio paesaggistico e la distruzione progressiva del patrimonio produttivo agricolo.

Le domande sono molte. Com’è possibile, in presenza di leggi regionali a cui devono uniformarsi piani e regolamenti locali, disattendere clamorosamente i principi guida del governo del territorio?

Com’è possibile, in un’area come la Val di Cornia che ha tradizioni di pianificazione coordinata, assistere ad una così profonda divaricazione delle politiche di governo del territorio tra comuni limitrofi? Com’è possibile, senza che la politica si ponga serie domande, assistere al prevalere di evidenti interessi speculativi su quelli della produzione agricola e della conservazione di beni vitali per l’immagine della Toscana, determinati per la qualificazione dello sviluppo locale, compreso quello turistico? E’ sin troppo evidente, ormai, che è più facile per una società immobiliare ottenere permessi per una lottizzazione nelle zone agricole che per un imprenditore agricolo il permesso di ampliare una cantina o per una cooperativa le autorizzazioni a costruire un frantoio sociale.

Il problema dunque, anche in Toscana, non è dunque il “dire” ma il “fare” quel che si dice. Nella pubblica amministrazione, poi, il dire una cosa e farne un’altra dovrebbe configurare un illecito amministrativo, pena la perdita di credibilità della politica e l’inevitabile scivolamento nel dominio dell’arbitrio dove a contare non sono le leggi ma i poteri.

Massimo Zucconi è stato il creatore del sistema dei parchi della Val di Cornia e il suo direttore per oltre un decennio

Il Consiglio dei ministri ha approvato, il 18 novembre 2005, uno "schema di Decreto legislativo recante disposizioni correttive e integrative del Codice dei beni culturali e del paesaggio [...], in relazione al paesaggio" (d'ora in poi "nuovo schema di decreto"), come comunicato nella lettera di trasmissione di tale provvedimento al fine di acquisire il prescritto parere della cosiddetta "Conferenza unificata" Stato, Regioni, enti locali. Ciò sulla base dell'articolo 10 della Legge 6 luglio 2002, n. 137, con cui si è emanato il Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 ("Codice dei beni culturali e del paesaggio"). Infatti il medesimo articolo 10 conferisce al Governo la delega ad adottare disposizioni correttive e integrative dei decreti emanati, dovendosi tale delega esercitare entro due anni dall'entrata in vigore dei predetti atti legislativi, e quindi, per quanto riguarda il Codice dei beni culturali e del paesaggio, entro l'1 maggio 2006.

Le modifiche e le integrazioni che il nuovo schema di decreto prevede di introdurre nel Codice sono, a mio parere, nel complesso e singolarmente considerate, migliorative del provvedimento legislativo sul quale intervengono: talvolta rilevantemente migliorative, talaltra volta più apparentemente che sostanzialmente tali, più spesso appena correttive, quasi mai peggiorative, e in tali casi in termini marginali e agevolmente correggibili.

In questo intervento mi limiterò a fare presenti, a grandi linee e con qualche ineluttabile apoditticità valutativa, le più consistenti modifiche e integrazioni che il nuovo schema di decreto prevede di introdurre nel Codice.

Correzione di errori materiali

Si propone, innanzitutto, di correggere alcuni veri e propri errori materiali, presenti nel Codice, e derivanti da sciatteria, imprecisione, difetti di coordinamento finale tra i diversi passaggi del testo. Errori largamente e abbastanza facilmente ovviabili in sede interpretativa, ma che ciononostante avevano suscitato gravi equivoci e accese polemiche.

Vale la pena di citare, quale esempio particolarmente significativo, l'infelicissima espressione del comma 1 dell'articolo 142 del Codice per cui i beni enumerati nel medesimo comma sarebbero stati sottoposti ope legis alle disposizioni del Titolo del Codice recante "Tutela e valorizzazione" dei "beni paesaggistici" soltanto "fino all'approvazione del piano paesaggistico ai sensi dell'articolo 156". Anche esponenti di organizzazioni e movimenti che operano per la tutela del patrimonio culturale hanno sospettato, o dato addirittura per scontato, che l'espressione sopra riportata implicasse la possibilità, per il piano paesaggistico, di abrogare tout court la qualità di "beni paesaggistici" di taluni degli elementi territoriali enumerati, o di loro parti. Con ciò privilegiando l'interpretazione maggiormente capace di stimolare lo sdegno verso gli atti e le intenzioni vandaliche e criminogene del Governo, anziché quella più suscettibile di garantire la tutela dei beni per cui si faceva mostra di battersi. A ogni buon conto, il nuovo schema di decreto propone, puramente e semplicemente, la soppressione dell'espressione dianzi riportata, con ciò risolvendo drasticamente equivoci e polemiche.

Ritocchi integrativi

Tale è, a mio parere, quello che il nuovo schema di decreto propone di operare all'articolo 136 del Codice, nel quale vengono delineate (in termini pressoché letteralmente identici all'articolo 1 della Legge 29 giugno 1939, n. 1497) le categorie di beni che possono essere qualificati "beni paesaggistici" attraverso specifici provvedimenti e atti amministrativi singolarmente afferenti a ognuno di essi. Il nuovo schema di decreto prevede di inserire espressamente, tra "gli immobili e le aree" definibili "beni paesaggistici", i "centri storici" e le "zone di interesse archeologico". Quest'ultima categoria è stata indicata, essenzialmente, per sovvenire a (veri o supposti) problemi individuativi, e non rileva granché darne conto. Mentre può dare la sensazione di una forte innovazione l'esplicita citazione dei "centri storici". A una riflessione appena più attenta, invece, questa citazione finisce con il doversi considerare assai modesta (la stessa relazione illustrativa del nuovo schema di decreto riconosce trattarsi nulla più che del chiarimento di una possibilità già suggerita addirittura dall'articolo 9 del Regio Decreto 3 giugno 1940, n. 1357, recante il regolamento di attuazione della Legge 1497/1939, e comunque "già ampiamente praticata dalla prassi amministrativa degli ultimi decenni") e forse addirittura foriera di rischi. Mi riferisco al fatto che la sottolineatura della prospettiva di definizione dei "centri storici" quali "beni paesaggistici" può stimolare una concezione della tutela dei medesimi "centri storici", e delle unità di spazio che li compongono (unità edilizie e unità di spazio scoperto), limitata alla preservazione dell'"aspetto esteriore", ignorando le elaborazioni e le centinaia (almeno) di discipline pianificatorie e regolamentari definite in Italia negli ultimi quattro o cinque decenni, volte a garantire la conservazione delle caratteristiche tipologiche strutturali delle unità di spazio, con particolare riferimento, tra l'altro, agli assetti distributivi interni delle unità edilizie.

Miglioramenti sui contenuti della pianificazione paesaggistica

Più rilevanti e positive ritengo siano le correzioni che il nuovo schema di decreto prevede di apportare agli articoli 135 e 143 del Codice, i quali, nel loro insieme, definiscono innanzitutto i contenuti della pianificazione paesaggistica. Tali correzioni possono infatti sortire l'effetto di attutire, e di rendere evitabili (pur senza escluderli del tutto) i rischi di dare luogo a una pianificazione paesaggistica del tutto priva di reale pregnanza e incisività precettiva, rischi insiti nelle norme dell'originaria, e vigente, stesura del Codice.

Queste ultime norme, infatti, pretendono la costruzione di astratte categorie di "trasformabilità", relazionate a presumibilmente assai soggettivi "gradi di valore", attribuiti ad "ambiti omogenei": la qual cosa porterebbe quasi inevitabilmente, se non attraverso scappatoie sostanzialmente elusive del dettato legislativo, a dettare disposizioni assai poco, o per nulla, relazionate alle specifiche e peculiari caratteristiche conformative, meritevoli di tutela conservativa, delle concrete componenti territoriali considerate.

In altri termini, laddove, in sede di redazione di uno strumento di pianificazione paesaggistica si sia individuato un "ambito" di "elevatissimo pregio paesaggistico" - racchiudente, per esempio, un'area boscata, una prateria montana sommitale, qualche corso d'acqua torrentizio, un'area di interesse archeologico - si potrebbe sfidare chiunque a dettare precetti pregnanti circa le trasformazioni, le attività, le utilizzazioni ammissibili, anziché vaghi e vacui auspici, con riferimento all'"ambito" in quanto tale. Mentre, per converso, da un lato sarebbe estremamente agevole stabilire prescrizioni conformative precise per ognuno degli elementi territoriali presenti, dall'altro sarebbe certamente auspicabile, e da perseguire, quand'anche più complesso, modulare tali prescrizioni conformative sia in relazione agli intrinseci gradi di valore di ognuno di tali elementi territoriali, sia in relazione alle reciproche interrelazioni degli specifici elementi territoriali presenti.

Il controllo e la gestione dei beni tutelati

Ma le modifiche e integrazioni più consistentemente innovative riguardano, per il vero, il controllo e la gestione dei beni (paesaggistici) soggetti a tutela. Si prevede, infatti, di stabilire la vincolatività del parere del competente soprintendente in merito al rilascio, o meno, delle speciali autorizzazioni alle quali è subordinata l'effettuabilità di trasformazioni dei beni soggetti a tutela (modifiche e integrazioni proposte dal nuovo schema di decreto all'articolo 146 e passim).

Si badi bene che non è minimamente intaccata la previsione del Codice (articolo 143) per cui la pianificazione paesaggistica, qualora sia formata congiuntamente e concordemente dalle Regioni e dalle amministrazioni statali competenti, può sottrarre taluni elementi territoriali riconosciuti quali "beni paesaggistici", o parti di essi, all'ordinario regime di necessaria sottoposizione delle trasformazioni in esse operabili all'ottenimento di speciali autorizzazioni. Venendo queste ultime, per così dire, "assorbite" negli ordinari provvedimenti abilitativi delle trasformazioni, finalizzati ad accertare la conformità delle trasformazioni medesime alle regole dettate dalla pianificazione paesaggistica e da quella, sottordinata, a essa adeguata.

Ciò, peraltro, viene considerato ammissibile solamente con riferimento ai "beni paesaggistici" così qualificati ope legis (e, a mio parere, con riferimento ai "beni paesaggistici" qualificati come tali dalla stessa pianificazione paesaggistica). Sono esplicitamente esclusi da tale possibilità i "beni paesaggistici" definiti come tali con specifici provvedimenti amministrativi, evidentemente ritenendosi (per quanto opinabile e discutibile possa essere tale convinzione) che il pregio intrinseco posseduto da questi ultimi beni esiga un controllo puntuale e discrezionale della coerenza con esso delle trasformazioni via via proposte, non bastando alla bisogna la verifica della conformità di tali trasformazioni alle regole definite dalla pianificazione.

E si badi altresì che la vincolatività del parere del competente soprintendente in merito al rilascio, o meno, delle speciali autorizzazioni, è esclusa (comma 4 dell'articolo 143 come risulterebbe dalle modifiche e integrazioni proposte dal nuovo schema di decreto) in tutti i casi in cui la pianificazione paesaggistica sia formata congiuntamente e concordemente dalle Regioni e dalle amministrazioni statali competenti. Quantomeno laddove le Regioni stabiliscano di esercitare direttamente la funzione autorizzatoria, o di delegarne l'esercizio alle Province, viene stabilito (comma 3 dell'articolo 146 come risulterebbe dalle modifiche e integrazioni proposte dal nuovo schema di decreto) che, ove invece intendano delegare tale esercizio ai Comuni, da un lato possono farlo soltanto ove sia stata approvata la pianificazione paesaggistica formata congiuntamente e concordemente dalle Regioni e dalle amministrazioni statali competenti e i Comuni vi abbiano adeguato i propri strumenti urbanistici (il che ritengo assolutamente sensato e condivisibile), da un altro lato permarrebbe comunque la vincolatività del parere della competente soprintendenza sulla rilasciabilità delle autorizzazioni (il che, invece, propendo a ritenere scarsamente giustificato).

In buona sostanza, e in estrema sintesi, l'assunto concettuale fondamentale della più rilevante innovazione proposta dal nuovo schema di decreto, è quello per cui - ove e fino a quando i beni (paesaggistici) soggetti a tutela non siano disciplinati da regole conformative, immediatamente precettive e direttamente operative, definite d'intesa tra tutti i soggetti istituzionali che costituiscono la Repubblica, ivi compreso lo Stato, e per esso la sua amministrazione specialisticamente competente - non può essere escluso un ruolo decisionale di quest'ultima amministrazione nell'apprezzamento discrezionale, caso per caso, delle trasformazioni ammissibili dei predetti beni soggetti a tutela.

Proteste delle Regioni e degli enti locali

Non si vuole minimamente negare che l'assunto concettuale qui sintetizzato sia stato tradotto, dal nuovo schema di decreto, in concrete disposizioni, e in combinati disposti precettivi, tutt'altro che privi di sbavature, di particolari discutibili, di eccessi scarsamente giustificati di cautele: criticabili, ovviabili, correggibili.

Così come l'intero nuovo schema di decreto avrebbe potuto dar luogo - in primis proprio nella sede deputata a esprimere il primo parere in merito a esso, cioè nell'ambito della cosiddetta "Conferenza unificata" Stato, Regioni, enti locali - a un approfondito confronto rivolto a perfezionarne i contenuti, e quindi a ottimizzare il modello giuridico e operativo della concorrenza dei soggetti che costituiscono la Repubblica (comuni, province, città metropolitane, regioni e Stato) in quella tutela del paesaggio che della Repubblica è un compito indeclinabile secondo il relativo "principio fondamentale" proclamato dall'articolo 9 della Costituzione. Avendo ben chiaro che, in questa come in consimili fattispecie, il termine "concorrenza" (purtroppo di non univoco significato anche nel nostro dovizioso lessico italiano) significa collaborazione compartecipativa con altri soggetti alla realizzazione di un fine comune, e non, come (sacrosantamente) in altri contesti, confronto competitivo con altri soggetti nell'acquisizione, produzione e vendita di beni.

Risulta invece che, una volta approdato il nuovo schema di decreto nella cosiddetta "Conferenza unificata" Stato, Regioni, enti locali, esso sia stato dichiarato - dal "fronte" delle Regioni e degli enti locali, con prontezza scarsamente ricorrente, e con raramente tanto piena convergenza trasversale (rispetto alle formazioni e alle coalizioni politiche di appartenenza dei rappresentanti dei soggetti istituzionali partecipanti) - assolutamente inaccettabile e inemendabile.

Ritengo non accettabile l'atteggiamento del "fronte" delle Regioni e degli enti locali, il quale, proprio per il suo rifiuto a entrare dettagliatamente nel merito di ogni singolo punto, si appalesa come uno "sgomitare" rivolto a ridurre entro termini irrisori, se non ad azzerare, il ruolo dello Stato nella tutela dei "beni paesaggistici".

Con ciò mostrandosi altrettanto (pur se su posizioni simmetriche) estraneo allo spirito e alla lettera di quel, già ricordato, "principio fondamentale" di cui all'articolo 9 della Costituzione del 1948, per cui la tutela del paesaggio (e del patrimonio storico e artistico) compete alla Repubblica, e quindi alla totalità delle sue articolazioni, nessuna potendo esserne esclusa.

Per questo, cioè per la profonda aspirazione a una riscoperta della "forza propulsiva" della Costituzione del 1948, oltre che per i profili più strettamente di merito, ritengo altresì, e per concludere, che i problemi posti dalle vicende qui sommariamente esposte esigeranno l'assunzione di chiare prese di posizione da parte dell'attuale Governo.

Pubblicato in versione elettronica il giorno: 20/06/2006; pubblicato in versione cartacea in "IBC", XIV, 2006, 2

D. Lunedì a Parigi si decide l'assegnazione dell'edizione 2015 dell'Esposizione internazionale. In gara ci sono Milano e Smirne. Un attesa e un evento solo e soltanto milanese o che coinvolge anche la provincia? La sua città si sente coinvolta in questa sfida?

R. Sfida per cosa? Per esaltare un modello di sviluppo che sta portando la pianura padana al collasso ambientale e l'intero pianeta alla distruzione?

Una premessa storica. Le esposizioni universali nascono a metà dell'ottocento per magnificare lo sviluppo poderoso e all'apparenza inarrestabile del liberalismo politico e del liberismo economico.

Questi grandi avvenimenti nascono sostanzialmente per celebrare i successi, i progressi scientifici, i prodotti dell'industria. Nascono per mettere a disposizione della conoscenza globale i progressi dell'uomo. L'ottimismo regnava. L'uomo vedeva davanti a se un futuro grandioso.

Credo che i tempi siano "leggermente" cambiati. Intanto oggi, nell'era di internet, organizzare tali eventi è uno spreco, di energia e di risorse. Con le stese risorse si potrebbero risolvere problemi ben più importanti rispetto al desiderio di "passare alla storia" di alcuni sindaci, presidenti di provincia o di regione.

Oggi non c'è nulla da celebrare o da magnificare. 800 milioni di persone soffrono di fame e malnutrizione, più di un miliardo non ha accesso all'acqua potabile. Ogni ora 1200 bambini muoiono per malattie curabili.

La vera esposizione universale dovrebbe essere fatta su questo.

E il titolo scelto dalla Moratti "nutrire il pianeta, energia per la vita" è del tutto fuorviante se non beffardo. Infatti nel programma dell'expo non si legge nessuna critica al modello agroalimentare fin quì seguito, imposto dalle stesse multinazionali che co-organizzeranno l'evento. Nessuna critica all'imposizione di monoculture che impoveriscono il suolo e affamano milioni di contadini. Nessuna obiezione all'obbligo di usare il terreno per produrre soia per il nostro bestiame. Nessuna parola verso l'impego di OGM.

Lo so. Credo che la grande maggioranza dei cittadini delle nostre città vogliano expo 2015. Ma sono realmente informati sullo stato del pianeta.

Anche le comunità della valle padana, sono portate a idolatrare questo mito della crescita economica, osannato dal concerto messo in piedi ad arte dai poteri economici, politici e massmediatici. Però non viene mai detto loro al Telegiornale che stiamo consumando più di quanto il pianeta è in grado di produrre. E che per garantire il nostro apparente benessere, stiamo dilapidando il capitale ambientale, a tutto danno del sud del mondo e delle generazioni future.

Se Milano otterrà l'Expo 2015 prevede più svantaggi o più benefici per il Comune da lei amministrato e per il territorio circostante?

In molti affermano che vi saranno enormi benefici da expo 2015. Sicuramente per qualcuno ci saranno grandi affari economici e commerciali. Per altri si apriranno le porte per grandi investimenti immobiliari.

Io, per il territorio, prevedo grossi problemi. Expo metterà il turbo a tanti progetti di devastazione ambientale. Dalla rimessa in discussione dei parchi, alla realizzazione di grandi opere faraoniche sul modello già visto in occasione dei mondiali Italia '90.

Dicono che ci saranno 70 mila posti di lavoro. Però si dice una mezza verità. Expo durerà 6 mesi, sarà pertanto lavoro precario. Magari in nero.

Non prevedo quindi benefici, ma soltanto l'avvio di una nuova stagione di consumo di territorio. Sempre all'insegna della rincorsa della fantomatica crescita economica e del PIL.

Se Milano otterrà l'Expo quali aspettative si creeranno per la sua città?

Le vere aspettative per il nostro paese sono, o dovrei dire erano, legate ad un serio investimento nel campo del turismo ambientale. La navigazione sui navigli per godere delle ville di delizia, la fruibilità dei nostri parchi, la bellezza del paesaggio da mettere a disposizione di quanti non immaginano che a pochi km da Milano ci siano posti come i nostri.

Purtoppo, a breve avremo già un antipasto di quello che ci aspetta con la nuova autostrada Malpensa-Magenta. Che dovrebbe proseguire fino alla tangenziale ovest, con tanti saluti al Parco del Ticino e alla riserva della Biosfera Unesco.

Credo che osservare dal Navilgio Grande di Cassinetta di Lugagnano una delle belle ville del '600 non sarà poi così entusiasmante se a pochi metri vedi e senti frecciare uno, dieci, cento tir carichi magari di bottiglie di acqua minerale provenienti dalla Sicilia e dirette in Valle d'Aosta.

Quali eventi, iniziative, progetti la sua città potrebbe attuare per arrivare preparata all'evento del 2015? Ritiene che possa essere in grado di riscuotere l'interesse di almeno una parte di visitatori stranieri attesi?

Se Milano otterrà Expo 2015, a Cassinetta di Lugagnano e ovunque altre comunità del Parco del Ticino lo proporranno, ci prepareremo a realizzare una contro-esposizione universale, una rassegna-manifestazione nazionale permanente, già a partire dal 2008 per promuovere un modello di sviluppo alternativo, che metta al centro il benessere delle persone, che non si può continuare a misurare con il PIL. Un indicatore, che come ha detto Bob Kennedy nel celebre, ma spesso dimenticato discorso tenuto all'università del Kansas, è del tutto inadeguato. Un discorso non molto lungo, che davvero invito a leggere.

Un discorso di un uomo politico molto lontano da quell'ideologia che spesso viene appicciccata a coloro che oggi propugnano la teoria della decrescita come unico mezzo per salvare il pianeta e con esso l'uomo e le generazioni future.

Quindi ci prepareremo anche noi a expo 2015. Ma a modo nostro e sui temi che davvero servono a rilanciare non l'economia, ma la speranza di una vita futura e migliore.

Allarme turismo. Con la nuova proposta di legge della giunta regionale anche le ultime difese per i residenti della città storica rischiano di essere travolte. Il nuovo disegno di legge sul turismo, firmato dall’assessore e vicepresidente della giunta Galan, il leghista Luca Zaia, prevede all’articolo 132 una norma che rischia di oncrinare per sempre l’equilibrio della città storica. Alberghi e affittacamere potranno infatti aprire «dipendenze» ovunque, anche al di fuori della norma dei cento metri prevista per il resto del Veneto, purché all’interno dello stesso sestiere. Ieri, presa visione della proposta, l’assessore alla Casa del Comune Mara Rumiz ha inviato una dura lettera al presidente della Regione Giancarlo Galan e al vicepresidente Luca Zaja. «Questa legge va in senso contrario alla politica di tutela della residenza scelta dal Comune», scrive la Rumiz, «e rischia di comprometterne il futuro. Siamo a disposizione per fornire all’amministrazione regionale tutti i chiarimenti di cui ci sia bisogno». Allegato alla lettera, l’assessore ha inviato anche l’ultimo studio dell’Osservatorio Casa in cui viene documentato come negli ultimi anni ci sia stata un’esplosione delle attività di affittacamere, pensione e hotel. E soprattutto come circa la metà di questi spazi siano stati sottratti alla residenza. Appartamenti «svuotati» degli inquilini, sfrattati e costretti a trovarsi alloggio in terraferma, dove i prezzi sono più bassi. E consegnati alla speculazione. Risultato, alberghi e affittacamere ovunque. Ma anche hotel con «dipendenze» nelle vicinanze. Adesso, invece di correggere il fenomeno, si allargano ulteriormente le maglie. Dopo un periodo in cui non sempre il Comune ha interpretato in senso restrittivo le norme già piuttosto carenti. «Meglio alberghi che l’Enichem o i vu’ cumprà», dice il leghista Alberto Mazzonetto, «il turismo è l’economia più importante della città, va bene così». Ma è una voce fuori dal coro.

Danilo Lunardelli, assessore al Turismo della Provincia, annuncia una prossima convocazione di un tavolo sul turismo. «Bisogna discutere delle possibilità di sviluppo del settore», dice, «ma a Venezia bisogna andare con calma. Certo non si possono togliere i vincoli proprio lì».

Del tema degli alberghi diffusi si parlerà anche martedì a Ca’ Farsetti, nel corso del vertice tra uffici comunali e Apt convocato dal sindaco Massimo Cacciari. «E’ la dimostrazione di come in tanti settori la città non abbia alcun potere decisionale», dice il verde Beppe Caccia. Ricordando come nei primi anni Novanta fu proprio una legge regionale a disciplinare il trasporto pubblico non di linea. Istituendo vincoli e normative che ancora oggi pesano sulla possibilità di modificare la mobilità acquea. In questo caso però i vincoli saranno tolti. «Un disastro», accusano i dirigenti di Italia Nostra, «questa città è stata stravolta. Invece di frenare lo sviluppo di alberghi e affittacamere si vuole consentire a tutti di farlo». La conseguenza sarebbe che il mercato delle case tornerebbe alle stelle. E la concorrenza delle grandi società che vogliono acquistare alberghi e dependance si farebbe pressante. I veneziani sarebbero cacciati, ammenocché non vivano di alberghi.

Insomma, siamo vicini a un punto di non ritorno. «Daremo battaglia», promettono in Comune, «e cercheremo di convincere chi ha scritto quel testo che si tratta di un grave errore». Ma la pressione delle lobby è forte. Si dice che un provvedimento del genere potrebbe rivelarsi presto anche una «sanatoria indiscriminata» nei confronti dei tanti esercizi abusivi: sono centinaia quelli sanzionati dalla Finanza e dall’Edilizia privata del Comune, con esposti in Procura. La proposta di legge comincerà nei prossimi giorni il suo iter in commissione.

In questo scritto di Luigi Scano le scelte che hanno permesso di rendere il PRG innocuo per chi vuole trasformare residenze in alberghi

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