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Appia antica, un parco fino in Centro

di Adriano La Regina

Il proposito di provvedere con una legge della Regione Lazio all'ampliamento del Parco dell'Appia antica, su cui la Giunta si era in passato impegnata e di cui vi è grande attesa, viene ora ripreso negli uffici regionali, e la nuova attività istruttoria dovrebbe giungere a compimento in tempi brevi. Il progetto prevede l'estensione dell'area inclusa nel perimetro del parco, che passerebbe dagli attuali 3500 a ben oltre 5000 ettari di superficie. Si verrà così a costituire un comprensorio territoriale di ragguardevoli dimensioni, tutelato non solo dallo Stato per la conservazione del patrimonio archeologico e paesaggistico, ma anche dalle norme regionali sulla protezione dei caratteri naturalistici e ambientali.

Sulla base delle intese da tempo istituite con l'assessore all'ambiente della Regione, Filiberto Zaratti, si sono avuti al riguardo due incontri del presidente del Parco con il vice presidente della giunta regionale, Esterino Montino. Si sono esaminate le concrete possibilità di far pervenire celermente il progetto di legge all'esame del Consiglio regionale con i ritocchi necessari per incrementarne l'efficacia. Si è tra l'altro convenuto sull'opportunità di procedere all'approvazione del piano d'assetto del Parco solamente dopo l'approvazione della legge di ampliamento, in modo da adeguarlo alla nuova dimensione e di rivederlo in alcuni aspetti risultati carenti a seguito di verifiche eseguite nel tempo intercorso dalla sua predisposizione. Sarà inoltre necessario raccordare il piano stesso, lo strumento che renderà pienamente efficace l'azione dell'Ente, con le norme di tutela paesistica approntate dalla Regione.

Sono confermati i propositi di inserire nel perimetro del parco le aree di grande pregio ambientale sulle quali il Comune di Marino sta predisponendo massicci programmi di urbanizzazione, dal peso di quelli a suo tempo previsti per Tormarancia e scongiurati con il vincolo archeologico e con l'attribuzione di quella tenuta al parco. Sempre riguardo al territorio di Marino sarà necessario riconsiderare il perimetro dell'ampliamento per includervi l'area di una città antica, comunemente identificata con Mugilla, anch'essa esposta a gravi trasformazioni e tuttavia ancora priva di tutela archeologica. È parimenti confermata la previsione di inserire nell'ambito del parco il fosso della Cecchignola con il colle della Strega.

La maggiore novità è costituita dalla previsione di ampliare l'area del parco all'interno delle mura aureliane non solo ai lati della via Appia fino a piazzale Numa Pompilio, com´è nel progetto di legge già formulato, ma anche al di là della via Latina fino a Porta Metronia, e di includervi inoltre il primo tratto della strada, a partire dal punto in cui si trovava l'antica porta Capena, ossia subito prima del Circo Massimo. Il parco della via Appia verrà così effettivamente a saldarsi con l'area archeologica centrale, e vi rientreranno le Terme di Caracalla con le aree retrostanti fino alle mura, e quelle alle pendici del Celio verso la passeggiata archeologica. Questi spazi all'interno delle mura, che si potevano immaginare sufficientemente tutelati, alla prova dei fatti si sono rivelati esposti a gravissime trasformazioni. Una, la più devastante, è stata provocata con il riempimento della vallecola a ridosso del bastione del Sangallo, avvenuto nel 2004, che ha comportato la perdita di un paesaggio affascinante nel contesto monumentale. Altre trasformazioni perniciose incombono sul parco S. Sebastiano e sulle aree limitrofe, ove si vorrebbe costruire un teatro per l'associazione Angelo Mai, e dove baracche abusive condonate starebbero per essere trasformate in ville. Per non dire del decadimento d´immagine a cui viene periodicamente esposto l'ingresso all'area centrale di Roma per la ripresa abitudine di ubicare feste e manifestazioni poco consone al carattere dei luoghi lungo il tratto iniziale della via Appia, di fronte alla FAO e alle terme di Caracalla.

Condonate due mega ville tra le rovine

di Carlo Alberto Bucci

La lunga battaglia per la difesa dell'Appia antica dall'assalto dell'abusivismo registra la vittoria dei proprietari di due mega ville costruite in zona e su resti archeologici. A denunciarlo è Rita Paris, responsabile della Regina Viarum per la Soprintendenza archeologica di Roma, l'indomani l'inchiesta di Repubblica sul paradossale caso del concessionario Hyundai (che, privo di permessi, lavora nel parco occupandosi, tra l'altro, della manutenzione delle auto della Provincia e del Viminale) e della villa della famiglia Anzalone costruita sopra e dentro il sepolcro di Sant'Urbano. «È di questi giorni la sentenza del Tar e del Consiglio di Stato - racconta l'archeologa - che rigetta il ricorso del Comune di Roma che, dopo l'opinione della nostra Soprintendenza, si era espresso contro la costruzione di due ville di circa 500 metri quadri l'una».

Non una veranda né un barbecue in muratura. Ma un grande abuso, uno dei centinaia che funestano il parco. Una distesa di stanze e cemento per due principesche dimore, a proposito delle quali i giudici hanno sentenziato che il vincolo archeologico era stato posto solo dopo la loro costruzione nel parco composto da 3500 ettari in mano (soprattutto) ai privati. «Si sono attaccati a un cavillo» esplode la studiosa. «Perché, prima ancora della tutela archeologica, sull'area vige da mezzo secolo il vincolo di assoluta inedificabilità sancita dal Piano regolatore del 1965 e da quello paesaggistico del 1953». I proprietari delle ville, costruite negli anni Settanta, hanno puntato sui condoni edilizi dell'85 e del ‘97. E l'hanno avuta vinta. Almeno per il momento. «Noi ora abbiamo le mani legate e, dopo il danno anche la beffa, siamo stati condannati a pagare 4000 euro per le spese del processo» aggiunge Rita Paris «ma rimane aperta la questione dei vincoli urbanistici e paesaggistici che il Campidoglio può, e deve, far valere».

Nei prossimi giorni si terrà al Ministero Beni Culturali un incontro tra i direttori generali dell'archeologia (De Caro) e del paesaggio (Di Francesco) con i dirigenti dell'ufficio condoni (Murra) del Campidoglio. Mentre a occuparsi, tra l'altro, dell'Appia Antica, sarà oggi il programma televisivo di Rai Tre Report focalizzato, stasera, sull'urbanistica di Roma.

La lotta di classe? C´è stata e l´hanno stravinta i capitalisti. In Italia e negli altri Paesi industrializzati, gli ultimi 25 anni hanno visto la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale salire a razzo, amputando quella dei salari, e arrivare a livelli impensabili ("insoliti", preferiscono dire gli economisti). Secondo un recente studio pubblicato dalla Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, nel 1983, all´apogeo della Prima Repubblica, la quota del prodotto interno lordo italiano, intascata alla voce profitti, era pari al 23,12 per cento.

Di converso, quella destinata ai lavoratori superava i tre quarti. Più o meno, la stessa situazione del 1960, prima del "miracolo economico". L´allargamento della fetta del capitale comincia subito dopo, nel 1985. Ma per il vero salto bisogna aspettare la metà degli anni ´90: i profitti mangiano il 29 per cento della torta nel 1994, oltre il 31 per cento nel 1995. E la fetta dei padroni, grandi e piccoli, non si restringe più: raggiunge un massimo del 32,7 per cento nel 2001 e, nel 2005 era al 31,34 per cento del Pil, quasi un terzo. Ai lavoratori, quell´anno, è rimasto in tasca poco più del 68 per cento della ricchezza nazionale.

Otto punti in meno, rispetto al 76 per cento di vent´anni prima. Una cifra enorme, uno scivolamento tettonico. Per capirci, l´8 per cento del Pil di oggi è uguale a 120 miliardi di euro. Se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent´anni fa, quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che dei capitalisti. Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbero dire 5 mila 200 euro, in più, in media, all´anno, se consideriamo anche gli autonomi (professionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, stanno un po´ di qui, un po´ di là. Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tonde in più, in busta paga. Altro che il taglio delle aliquote Irpef.

Non è, però, un caso Italia. Il fenomeno investe l´intero mondo sviluppato. In Francia, rileva sempre lo studio della Bri, la fetta dei profitti sulla ricchezza nazionale è passata dal 24 per cento del 1983 al 33 per cento del 2005. Quote identiche per il Giappone. In Spagna dal 27 al 38 per cento. Anche nei paesi anglosassoni, dove il capitale è sempre stato ben remunerato, la quota dei profitti è a record storici. Dice Olivier Blanchard, economista al Mit, che i lavoratori hanno, di fatto, perduto quanto avevano guadagnato nel dopoguerra. Forse, bisogna andare anche più indietro, al capitalismo selvaggio del primo ‘900: come allora, in fondo, succede poi che il capitalismo troppo grasso di un secolo dopo arriva agli eccessi esplosi con la crisi finanziaria di questi mesi.

Ma gli effetti sono, forse, destinati ad essere più profondi. C´è infatti questo smottamento nella redistribuzione delle risorse in Occidente dietro i colpi che sta perdendo la globalizzazione e il risorgere di tendenze protezionistiche: da Barack Obama e Hillary Clinton, fino a Nicolas Sarkozy e Giulio Tremonti.

Sostiene, infatti, Stephen Roach, ex capo economista di una grande banca d´investimenti come Morgan Stanley, che la globalizzazione si sta rivelando come un gioco in cui non è vero che vincono tutti. Secondo la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo, la globalizzazione doveva avvantaggiare i paesi emergenti e i loro lavoratori, grazie al boom delle loro esportazioni. E quelli dei paesi industrializzati, grazie all´importazione di prodotti a basso costo e alla produzione di prodotti più sofisticati. «E´ una grande teoria - dice Roach - ma non funziona come previsto».

Ai lavoratori cinesi è andata bene, ma quelli americani ed europei non hanno mai guadagnato così poco, rispetto alla ricchezza nazionale. Sono i capitalisti dei paesi sviluppati che fanno profitti record: pesa l´ingresso nell´economia mondiale di un miliardo e mezzo di lavoratori dei paesi emergenti, che ha quadruplicato la forza lavoro a disposizione del capitalismo globale, multinazionali in testa, riducendo il potere contrattuale dei lavoratori dei paesi sviluppati. Quanto basta per dirottare verso le casse delle aziende i benefici dei cospicui aumenti di produttività, realizzati in questi anni, lasciandone ai lavoratori le briciole. Inevitabile, secondo Roach, che tutto questo comporti una spinta protezionistica nell´opinione pubblica, a cui i politici si mostrano sempre più sensibili.

Ma il ribaltone nella distribuzione della ricchezza in Occidente è, allora, un effetto della globalizzazione? Non proprio, e non del tutto. Secondo gli economisti del Fmi, nonostante che il boom del commercio mondiale eserciti una influenza sulla nuova ripartizione del Pil, l´elemento motore è, piuttosto, il progresso tecnologico. Su questa scia, Luci Ellis e Kathryn Smith, le autrici dello studio della Bri, osservano che il balzo verso l´alto dei profitti inizia a metà degli anni ´80, prima che le correnti della globalizzazione acquistino forza. Inoltre, l´aumento della forza lavoro disponibile a livello mondiale interessa anzitutto l´industria manifatturiera, ma, osservano, non è qui - e neanche nei servizi alle imprese, l´altro terreno privilegiato dell´offshoring - che si è verificato il maggior scarto dei profitti.

Il meccanismo in funzione, secondo lo studio, è un altro: il progresso tecnologico accelera il ricambio di macchinari, tecniche, organizzazioni, che scavalca sempre più facilmente i lavoratori e le loro competenze, riducendone la forza contrattuale. E´ qui, probabilmente, che la legge di Ricardo, a cui faceva riferimento Roach, si è inceppata. Il meccanismo, avvertono Ellis e Smith, è tutt´altro che esaurito e, probabilmente, continuerà ad allargare il divario fra profitti e salari in Occidente.

Dunque, è la dura legge dell´economia a giustificare il sacrificio dei lavoratori, davanti alla necessità di consentire al capitale di inseguire un progresso tecnologico mozzafiato? Neanche per idea. La crescita dei profitti, sottolinea lo studio della Bri, «non è stato un passaggio necessario per finanziare investimenti extra». Anzi «gli investimenti sono stati, negli ultimi anni, relativamente scarsi, rispetto ai profitti, in parecchi paesi». In altre parole «l´aumento della quota dei profitti non è stata la ricompensa per un deprezzamento accelerato del capitale, ma una pura redistribuzione di rendite economiche».

La lotta di classe, appunto.

ROMA Traffico soffocante, vandalismo sui monumenti, abusivismo edilizio selvaggio incentivato da tre condoni: cinquantacinque anni dopo le accuse che Antonio Cederna scagliava ai “Gangster dell’Appia Antica”, nulla è cambiato. Anzi. Come denunciato l’estate scorsa da Repubblica, le ville dei vip sono diventati centri di catering senza licenze commerciali per feste con tanto di fuochi artificiali. Il degrado della regina viarum, e l’impotenza dello Stato nel perseguirne lo scempio, proseguono fra l’indifferenza generale che fa sì che una concessionaria automobilistica occupi da anni, abusivamente, un pezzo del parco accanto alla tomba di Priscilla. Ma mezzo secolo di denunce non hanno prodotto ancora gli effetti necessari al recupero di questo immenso patrimonio culturale e ambientale.

Proprio nei giorni scorsi il degrado dell’Appia Antica è stato denunciato dal “New York Times”, che ha addirittura evocato la violenza dei “vandali” per descrivere lo stato di abbandono in cui versa la queen of roads. Simbolo dell’incapacità della pubblica amministrazione laziale di affrontare efficacemente il fenomeno dell’abusivismo, in una delle aree di più alto interesse archeologico e storico al mondo è, oggi, il “Centro motoristico Appia Antica snc” ricavato nell’ex essiccatoio Tabacchi.

Mentre perfino i quotidiani Usa denunciano il degrado dell’Appia Antica, nessuno - politici, poliziotti, autisti, funzionari ministeriali e della Provincia, magistrati - sembra essersi mai accorto di questo piccolo-grande scandalo ambientale e storico: il parco dell’Appia Antica deturpato da una concessionaria Hyundai che occupa senza titolo — non avendo mai firmato un contratto di affitto — un immobile del Comune. Che espone le auto su un’area di diecimila metri espropriata dal municipio, nel marzo scorso, perché utilizzata abusivamente. E che non ha mai ottenuto l’autorizzazione di inizio attività perché ha sempre avuto i pareri negativi dall’Ente Parco, dalla Soprintendenza archeologica e dai vari uffici comunali. Con in mezzo due sentenze, del Tar e poi del Consiglio di Stato, che le hanno sempre dato torto.

In una situazione igienico-ambientale del tutto fuorilegge: manca il permesso della Provincia per gli scarichi e l’emissione fumi, mentre l’allacciamento all’acqua è “di fortuna”, grazie al parroco della chiesetta del Domine Quo Vadis. Eppure, da 10 anni, il centro motoristico di Salvatore Bonanno, fra il sepolcro di Geta e la sede del Parco, nel cuore della valle della Caffarella sulle rive dell’Almone e a breve distanza dalle catacombe di San Sebastiano, non solo è sempre là, ma incredibilmente, nell’aprile scorso, ha ottenuto dalla Provincia e senza bando pubblico (grazie a una scrittura privata), l’appalto della manutenzione delle auto della polizia provinciale.

La polizia della Provincia che dovrebbe perseguire «le violazioni urbanistiche edilizie» e provvedere alla «tutela dei vincoli archeologici e paesaggistici», invece di inviare i propri agenti a far rispettare al centro le leggi in materia ambientale e commerciale, si è convenzionata con quella concessionaria con un contratto esclusivo per riparare le proprie jeep.

Non solo: in quello stesso centro motoristico, nel cui perimetro una villetta a un piano completamente abusiva non può essere demolita, come previsto da un’ordinanza comunale, perché ci abita un’anziana parente del Bonanno (e dove perfino l’insegna blu della Hyundai, che s’affaccia sui selci della Regina Viarum da un pilone del cancello verde zozzo, è priva di autorizzazione), viene riparata anche parte del parco auto del Viminale. I vigili della Capitale nel 2003 hanno denunciato Bonanno per vari reati edilizi. Il comune di Roma nell’aprile del 2007 gli ha espropriato il terreno (sul quale prosegue, come se nulla fosse, l’attività commerciale abusiva), e ha tentato, invano, di demolire la villetta abusiva. A indagare sulla scrittura privata fra Provincia e la concessionaria di Bonanno è stato solo l’ex consigliere provinciale di sinistra critica Nando Simeone. «Voglio sapere — ha dichiarato Simeone — come sia stato possibile che, all’interno della stessa amministrazione provinciale, l’assessorato alla Sicurezza abbia stipulato una scrittura privata con la concessionaria Hyundai alla quale l’assessorato all’Ambiente non ha rilasciato le necessarie autorizzazioni per gli scarichi».

Per Rita Paris, direttore archeologo della Soprintendenza, «si tratta di un caso emblematico della totale disattenzione, se non ignoranza, del valore del complesso monumentale del Parco. È, questa, la conferma che l’Appia Antica non evoca più nulla, neanche a un ente pubblico come la Provincia, se non la sede di una concessionaria di motori».

Ma la concessionaria non è certo l’unico caso di abusi edilizi e commerciali visto che Adriano La Regina, presidente del Parco dell’Appia Antica, nella relazione del bilancio di previsione 2008, ha dovuto porre l’obiettivo di «sollecitare le amministrazioni competenti per chiudere definitivamente tutte le pratiche relative agli abusi edilizi giacenti dal 1985 in poi».

A questo proposito, il contenzioso più antico fra pubblico e privato è quello degli abusi edilizi nel complesso del sepolcro di Sant’Urbano con annessa Villa Marmenia, un sito storico di straordinaria importanza scavato nell’Ottocento da Lugari — che ha dato il nome alla via — e venduto negli anni Sessanta, non si sa ancora oggi come, ad alcuni privati. Già nel 1965, “Paese Sera”, a proposito di quelle speculazioni edilizie, titolava così: «Stanno costruendo una casa nel rudere».

Da allora, però, gli abusi sono proseguiti pressoché indisturbati, nonostante dal 1970 la pubblica amministrazione tenti di fermarli. L’area storica che comprende il sepolcro, sulle cui mura romane è addossato un barbecue, è diventata un giardino privato: all’interno della cella funeraria è stato ricavato un piccolo spazio per feste, con tanto di tinello moquettato e cucinetta. Per costruire una piccola piscina sono stati rimossi preziosi pezzi da basolato. Per quegli abusi, il proprietario dell’epoca, Gianfranco Anzalone, fu denunciato in procura dai carabinieri. Il processo però — l’accusa fu sostenuta dall’allora pm Giovanni Ferrara — finì con un nulla di fatto: il pretore Roberto Mendoza, nel 1987, assolse Anzalone: una parte dei reati si estinse grazie a un condono, un’altra per un’amnistia. E così il contenzioso con la Soprintendenza è arrivato ai giorni nostri con un nulla di fatto.

«È assurdo — commenta Rita Paris — che si possa presentare un condono per abusi fatti dentro un monumento ». Gli eredi ora vorrebbero alienare l’immobile storico allo Stato, ma le trattative con la Soprintendenza sono appena all’inizio. «L’assoluzione del pretore — ha spiegato Paris — ha impedito di perseguire nel tempo quegli abusi. Un eventuale nostro acquisto ora deve tener conto che la situazione antica del bene è stata stravolta, la strada è scomparsa, e per riportare il monumento allo stato originale ci vuole un notevole impegno finanziario».

Accanto al sepolcro, un’altra storia di abusi che riguarda altri proprietari. Uno spezzone dell’antica villa romana di Marmenia fu trasformata, trentotto anni fa, in un villino che ha stravolto completamente il manufatto archeologico. L’allora proprietario, Camillo Micarelli, fu denunciato nel 1970 dai carabinieri, ma nel tempo la struttura abusiva fu rilevata dalla società Sant’Urbano che, oggi, ha come amministratore unico la signora Antonella Meduri. Inutili, dagli anni Settanta a oggi, gli interventi di Soprintendenze, le ordinanze del Comune e altri enti pubblici per tentare di porre fine a tanto scempio. Vani anche i tentativi della Soprintendenza di acquistare l’area: il diritto di prelazione dell’ente è stato aggirato dalla Sant’Urbano evitando di ricorrere ad atti pubblici di compravendita, ma ricorrendo a riservati passaggi di proprietà delle azioni societarie.

Oggi la situazione è a un punto morto: il Comune, dopo il parere negativo della Soprintendenza Archeologica, ha rigettato l’istanza di condono presentato dalla signora Meduri. Quella villa edificata abusivamente nel ’70 è, di fatto, priva di licenza edilizia. Sulle carte catastali del 2008, pur essendoci da quasi 40 anni, ufficialmente non esiste. «Ciò che non si capisce — dichiara Rita Paris — ora che il Comune ha respinto il condono, è come si possa procedere all’acquisizione pubblica del bene e a chi competa l’eventuale demolizione e il ripristino dello stato storico dei luoghi. Sono state fatte numerose riunioni, senza capire se debba intervenire la Prefettura, il Ministero o il Comune». La morale della storia dell’abusivismo edilizio nel Parco dell’Appia Antica denunciato anche oltreoceano non è affatto rincuorante: lo Stato s’è rivelato impotente a tutelare il patrimonio archeologico che il mondo ci invidia.

"Traffico e condoni, colpa del Comune"

intervista al Presidente dell'Ente Parco

«Non esiste da nessuna parte un parco che abbia il volume di traffico automobilistico come quello che attraversa l´Appia Antica. È questo uno dei punti più importanti sul quale il Comune deve intervenire». Adriano La Regina, presidente dell´Ente Parco, punta l´indice sull´amministrazione comunale, responsabile, a suo dire, di «applicare in modo singolare gli strumenti che ha per far rispettare le leggi» nei 3500 ettari di parco che il mondo ci invidia.

Professor La Regina, cosa dovrebbe fare il Comune di Gianni Alemanno per restituire dignità alle bellezze storiche e archeologiche della regina viarum?

«Il Comune di Roma è sempre stato molto prodigo di condoni e su questo c´è sempre stato un contenzioso con la Sovrintendenza. È un fenomeno che ha attraversato tutte le amministrazioni precedenti. Il punto debole è sempre stato quello comunale».

Lei è presidente dell´Ente Parco: che strumenti avete voi per contrastare, ad esempio, l´abusivismo?

«Per gli strumenti che ha, l´Ente Parco si sta prodigando in modo esemplare. Peccato, però, che non abbia molti mezzi per affrontare questo tipo di problemi».

Cosa state facendo per risolvere il caso dell´abusivismo commerciale ed edilizio dell´officina Hyundai, che paradossalmente si trova proprio di fronte alla vostra sede legale?

«È una vicenda che si dovrebbe concludere, sono lì senza titolo, quindi si tratta di provvedere allo sfratto, cosa di cui dovrebbe occuparsi il Comune, essendo il proprietario dell´immobile».

Qual è il futuro del Parco?

«Il futuro è nel suo ampliamento: siamo in attesa di includere nel territorio dell´Appia Antica altri 1500 ettari, parte sul territorio di Roma, parte su quello di Marino».

Gentili telespettatori,

Vi comunichiamo che Report andrà in onda Domenica 4 Maggio alle 21.30 su RAI TRE.

La puntata si intitola ''I RE DI ROMA'' di Paolo Mondani.

Lo scorso febbraio, il consiglio comunale di Roma ha approvato il nuovo piano regolatore. Le previsioni parlano di nuovi edifici per 70 milioni di metri cubi di cemento su un territorio di 11-15 mila ettari.

Una nuova città, più grande di Napoli, che verrà costruita nelle campagne di Roma. Tutto questo nonostante la crescita demografica nella capitale sia vicino allo zero, esclusi i circa 200 mila nuovi residenti tra gli extracomunitari. Nel piano regolatore e' stata prevista, dall'amministrazione comunale, la realizzazione di tante piccole città, denominate Centralità, tutto intorno all'attuale zona urbanizzata. Queste micro città verranno costruite su aree private che sono in possesso dei grandi costruttori: Toti, Scarpellini, Ligresti, Caltagirone, Santarelli, che chiedono già oggi di aumentare le cospicue previsioni cubatorie previste dal piano regolatore appena approvato. Lo strumento attraverso cui queste richieste possono realizzarsi è il cosiddetto ''Accordo di Programma''.

Basta che un costruttore o un proprietario di un'area chieda all'Amministrazione di andare in deroga al piano regolatore, che questa procedura sostituisce alla decisione pubblica un tavolo di trattativa tra le parti. E' grazie a questa tecnica che molte regole urbanistiche possono saltare.

L'inchiesta mostra come funzionano invece le cose in altre due capitali europee: Parigi e Madrid.

A Parigi e' stata costruita Bercy: una mini-città cresciuta in questi anni attorno al centro storico, paragonabile ad una delle ''Centralità''' che si vogliono costruire a Roma. Qui però il comune di Parigi, pur coinvolgendo la proprietà privata e i costruttori, mantiene il suo ruolo di perno della decisione urbanistica, in termini di localizzazione delle funzioni e di progettazione.

A Madrid si mostra, in parallelo con Roma, come viene affrontato il tema della costruzione dell'edilizia popolare e pubblica. L'amministrazione spagnola si muove da autentico imprenditore tenendo però sempre in altissima considerazione le esigenze dei giovani che cercano casa. A Roma e nel resto d'Italia la costruzione delle case pubbliche è ormai ridotta quasi allo zero e la realizzazione delle case a basso costo è stata interamente delegata ai grandi costruttori privati.

Sono previste le repliche di questa puntata su Raisat Extra canale 120 piattaforma Sky nei seguenti giorni:

lunedì 05/05 alle 10.00 e alle 21.00

mercoledì 07/05 alle 23.15

venerdì 09/05 alle 04.00

Sul sito www.report.rai.it potete trovare la trascrizione integrale dei testi ed i video di tutte le inchieste di Report.

«Relativismo non vuol dire nulla! Non ne posso più di sentir parlare a vanvera di relativismo! Gli «ismi» in genere sono flatus vocis, parole vuote, che non significano nulla fintanto che non si spieghi specificatamente cosa si intenda dire. Fini non è né un filosofo né un teologo: lasciamo perdere le sue citazioni filosofiche o i suoi omaggi teologici al Pontefice».

Il filosofo Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, non nasconde la sua irritazione per il dibattito politico-culturale seguito al discorso di Gianfranco Fini da neo-presidente della Camera. Ammette però di apprezzare un passaggio: quello in cui si afferma che «la minaccia alla libertà non viene dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso, ormai sepolte nella quasi totalità delle coscienze».

Ma sul relativismo, lei boccia Fini?

«Se per relativismo si intende il fatto che la libertà viene declinata sempre più in termini individualistici ed egoistici sono perfettamente d´accordo con Fini. Ma questo è solo un aspetto del problema. Siamo in un'epoca molto difficile proprio perché tutti sono diventati democratici. Ed è difficilissimo capire cosa significhi democrazia. E allora bisogna ridefinire il termine. Questo è il punto».

Nessuno spettro mussoliniano o stalinista alle porte?

«Fini ha ragione: non viviamo più in anni nei quali ci si debba preoccupare di pericoli di carattere autoritario o totalitario».

Quali sono invece i veri pericoli per la democrazia oggi?

«È in atto una evidente crisi della democrazia. Si tratta di una crisi del principio di rappresentanza. Una crisi di sovranità. Che deriva in parte dall'autorevolezza o meno del ceto politico, ma anche da cause più strutturali. Penso alla potenza degli apparati tecnico-economici-finanziari, che non funzionano certo sulla base di principi democratici. Esiste un difficile problema di rapporti tra sfera politica e sfera economica, sfera politica e sfera finanziaria, sfera politica e sfera tecnico-scientifica. Questi sono i problemi del futuro. Che dovremo affrontare tutti insieme».

In un recente articolo su Liberazione l’urbanista Sergio Brenna, a proposito dell’Expo 2015, citava le parole pronunciate nel ’43 da De Finetti in uno dei suoi saggi riguardanti la pianificazione della città e del territorio. Una citazione che ci sentiamo di riprendere per la sua impressionante attualità e viste le proposte contenute nei programmi dei due maggiori schieramenti politici in materia di governo del territorio e tutela dell’ambiente. De Finetti avvertiva “di non lasciar prendere la mano ai praticoni o ai cosiddetti uomini d’azione che si battono per il sistema del fare pur di fare perché il tempo stringe e la necessità è grande”. E sì, perché se da un lato conosciamo molto bene le scelte di politica urbanistica promosse dalle destre, dall’altro scopriamo nel programma riformista del Pd affermazioni in materia di governo del territorio che rasentano il paradosso. In linea con la politica del “ma anche” e del “più”, troviamo quella del “basta” poiché la crescita economica richiede che si “debba fare”. In tema di ambiente si dice allora: “…basta con l’ambientalismo che cavalca ogni movimento di protesta e impedisce la crescita dell’Italia…” e si ribadisce che per modernizzare il Paese c’è bisogno “del nostro ambientalismo del fare”.

Date queste prospettive ed utilizzando ancora le riflessioni di De Finetti ritengo che “…conviene precederli e cercar di fissare qualche concetto fondamentale per lo sviluppo della città” e, aggiungiamo noi, anche del territorio, “…che valga anche a difenderli dagli improvvisatori”.

Il presupposto fondante della linea politica comune a entrambi gli schieramenti è la dottrina neoliberista che affida al mercato anche la definizione degli assetti territoriali ed allo Stato l’assunzione di un ruolo minimale. I neoliberisti non sono contro l’intervento dello Stato nel mercato ma ritengono che esso debba operare per integrarlo ed aiutarlo (Hayek). In quest’ottica il decisore pubblico dovrebbe intervenire solo per sostenere l’interesse privato, considerato il vero motore dello sviluppo economico. Secondo gli apologeti del neoliberismo la pianificazione dovrebbe pertanto rinunciare definitivamente alla pretesa di svolgere, a qualunque livello ed in qualunque modo, un ruolo di “sistema” nei confronti delle attività private. Da qui il fatto che il governo del territorio, a loro avviso, dovrebbe essere affidato ad una strumentazione minimale, altamente flessibile che liberi il mercato dai “lacci e laccioli” della politica, considerati un freno all’obiettivo primario della crescita economica. Esplicativo a questo proposito è il progetto di legge che era stato presentato sotto il governo Berlusconi dall’ex Assessore lombardo Lupi che, approvato alla Camera grazieanche ai voti ed alle convergenze di Margherita e DS, fortunatamente non è andato in porto per la scadenza della legislatura. Si trattava di un progetto neoliberista che in nome della “regola aurea” per cui il bene pubblico deve essere conseguito con il minimo sacrificio della proprietà privata, privatizzava di fatto l’urbanistica ponendo al centro dell’agire pubblico l’interesse ed il ruolo dei privati, ossia quello delle rendite immobiliari. Si trattava di un disegno di legge ispirato alla legge lombarda per “il governo del territorio” (LR 12/2005), una legge in cui alle rendite fondiarie si riconoscono il diritto “naturale ad edificare” ed un ruolo “sociale” oltre che economico. In questa legge regionale, che interpreta in chiave leghista il principio di “sussidiarietà”, si pongono forti limiti ai poteri di pianificazione di “area vasta” delle Province e li si devolvono ai Comuni, i quali se ne servono per far quadrare i propri bilanci mettendo a disposizione delle rendite immobiliari vaste aree del proprio territorio non ancora urbanizzato. É una legge che fa propria la politica del “pianificar facendo” già in essere da diversi anni e praticata dai Comuni ricorrendo astrumenti urbanistici che hanno consentito di aggirare i PRG vigenti. Un recentissimo studio (Legambiente – DIAP) ha evidenziato che in Lombardia, nel solo periodo 1999-2004, ogni anno sono stati sottratti all’agricoltura ed alla campagna ben 4.950 ettari. Ogni giorno sono stati coperti di cemento e asfalto ben 135.600 mq. E poiché questo non basta, da alcuni mesi l’Assessore lümbard all’urbanistica Boni sta profondendo tutto il suo impegno per peggiorare la legge regionale vigente, proponendo emendamenti che prevedono di dare ai Comuni la possibilità di urbanizzare anche nei Parchi. Fin’ora l’Assessore è stato stoppato grazie ad una massiccia mobilitazione che ha visto impegnati Associazioni ambientaliste, urbanisti, cittadini e l’opposizione di centro-sinistra in regione Lombardia. Ciò nonostante il caparbio Assessore ha promesso che ci riproverà, con buona pace delle direttive dell’U.E. che invitano gli Stati membri a dar corso a politiche per lo “sviluppo urbano sostenibile” che pongano al centro il contenimento del consumo di suolo, la tutela della biodiversità e degli spazi verdi. E, se questi sono i prodromi, ne vedremo delle belle quando si presenteranno i progetti relativi all’Expo 2015! Sotto il governo Prodi si è tentato di dare al Paese una legge quadro che ponesse un freno al dilagare di leggi regionali neoliberiste ed a politiche di urbanizzazioni prive di limiti. Purtroppo l’interruzione della legislatura non ha permesso al Parlamento di approvare un testo unico in cui anteporre l’interesse pubblico e generale a quello privato affidando la responsabilità del governo del territorio e delle città esclusivamente ai poteri pubblici, i quali la devono esercitare impiegando il metodo e gli strumenti della pianificazione. Ora, visti i programmi dei due maggiori schieramenti il rischio di vedere riesumato il progetto di legge Lupi è assai concreto.

I soggetti e le associazioni che hanno concorso a dar vita a “La Sinistra l’Arcobaleno” e che nel corso di questi anni hanno sviluppato iniziative di lotta per la difesa dell’ambiente e del territorio hanno contribuito a diffondere una coscienza collettiva di essi quali “beni comuni”. Una consapevolezza necessaria e da cui bisogna partire per intraprendere il faticoso ma indispensabile percorso verso uno “sviluppo socialmente ed ambientalmente sostenibile”.

“La Sinistra l’Arcobaleno”, riconoscendo la valenza di queste pratiche e l’importanza del tema dello sviluppo sostenibile ne ha fatto un punto imprescindibile del proprio programma. Un obiettivo programmatico decisivo che presuppone una concezione del territorio e dell’ambiente diametralmente opposta a quella dominante. Si tratta di concepire il territorio non più come un mero supporto fisico da sfruttare in funzione dell’insediamento delle attività umane. Si tratta di concepire l’ambiente non come ricettacolo/pattumiera atta a raccogliere qualsiasi “scarto” di un modello di sviluppo che si fonda su una crescente produzione di merci ad alto contenuto energetico, di materie prime non facilmente riproducibili e difficilmente degradabili.

Territorio e ambiente sono beni necessari, indispensabili e soprattutto finiti. Ed è propria la coscienza del loro limite che deve spingere verso un radicale cambiamento di rotta nella loro gestione ed organizzazione. Ma per poterli gestire e governare in modo virtuoso e consapevole è necessario ridare centralità alla pianificazione pubblica. Solo entro un processo di pianificazione del territorio e di ciò che interagisce con esso è possibile recuperare un equilibrio ecologico da tempo compromesso.

Un processo che deve essere necessariamente affidato al potere pubblico poiché solo in questo ambito è possibile ricercare le risposte ai problemi che minacciano il clima e la vita sul pianeta. Pubblico e partecipato perché si tratta di gestire in modo efficace, trasparente e condiviso risorse che appartengono alla collettività. Soltanto entro questo processo che è anche un processo di apprendimento e crescita culturale, è possibile dare concretezza ad una diversa idea di società.

Mario Agostinelli è Capogruppo PRC–SE nel Consiglio regionale della Lombardia; Andrea Rossi è Consigliere PRC SE alla Provincia di Lodi

Una Camargue italiana dove i cavalli corrono liberi sulle dune lungo il fiume, fino al mare. Dove migliaia di uccelli migratori fanno tappa nelle sterminate paludi ricche di cibo, mentre altre centinaia di specie si fermano a nidificare. Dove sontuosi esemplari di cervo abitano i boschi, insieme a daini, lepri, scoiattoli e volpi. Dove specie rare di anfibi, come l’ululone dal ventre giallo, un piccolo rospo divenuto per i biologi un po’ il simbolo delle specie da proteggere, hanno trovato l’habitat assolutamente ideale. Un ambiente magico da cui partono per riprodursi, nelle loro cicliche migrazioni verso il mare dei Sargassi, le anguille. È qui nel territorio dimenticato del Parco del Delta del Po, tra Chioggia e Comacchio, a cavallo tra il Veneto e l’Emilia, che il Wwf e il mensile Geo, terranno in occasione delle giornate italiane della biodiversità, il 9, 10 e 11 maggio prossimi, il censimento e la mappatura degli animali che abitano l’intera area. Cinquanta ricercatori, coordinati dal naturalista Fernando Spina, dell’Istituto Nazionale della Fauna Selvatica, esploreranno il territorio, divisi in piccoli gruppi, per lanciare una sfida in difesa di uno straordinario ambiente minacciato.

«Sabato 10 maggio ci porterà la sua benedizione, sul posto, il premio Nobel Dario Fo, particolarmente sensibile ai temi ambientali - racconta soddisfatta Fiona Diwan, direttore di Geo, motore dell’iniziativa. - Perché il Delta non è più terra di malaria e povertà (ci morì Anita Garibaldi), ma scrigno delle meraviglie naturalistiche italiane, da conoscere e proteggere». La minaccia più insidiosa si chiama Euroworld, un’immensa colata di cemento per realizzare un parco divertimenti che intende riprodurre, con tanto di funicolare, su una superficie complessiva di 124 chilometri, in provincia di Rovigo, una gigantesca ricostruzione, ad uso turistico, dell’intero continente europeo. Un’operazione assolutamente da cancellare secondo tutti i naturalisti che amano il parco. «Difendere la biodiversità non significa semplicemente difendere il numero delle specie presenti in un determinato habitat - spiega Fernando Spina. - Ma capire le interconnessioni, le relazioni esistenti tra specie e specie, di cui lo stesso uomo fa parte. La biodiversità non è qualcosa di estetico, da guardare, non è un lusso inutile. Ma è la chiave della vita sul pianeta. Ogni specie è come una tessera di un immenso mosaico. Ha una sua identità, certo, ma è solo la relazione con le altre tessere che ci permettere di capire il disegno complessivo».

L’Italia è il paese europeo con la maggiore ricchezza di sistemi ecologici. Corridoio biologico tra l’Europa e l’Africa. «Un territorio unico che ospita complessivamente 57.468 specie animali e 9 mila botaniche - ricorda Enzo Venini, presidente del Wwf Italia. - La biodiversità è importante perché fa funzionare meglio gli ecosistemi, che con un numero maggiore di specie sono più stabili. Gli ambienti con biodiversità elevata dimostrano infatti maggiore resistenza al cambiamento. E anche una maggiore resilienza, la capacità cioè di tornare allo stato originario una volta perturbati. Insomma investire sulla biodiversità è un po’ come fare un’assicurazione sulla vita del pianeta».

Nota: di seguito un interessante commento sul progetto, che ho ripreso dal forum del sito per appassionati www.parksmania.it ; allegati anche due pdf scaricabili: la presentazione “istituzionale” del progetto con alcuni dati quantitativi, e il comunicato stampa degli ambientalisti,; per qualche altra informazione "interessata" sul progetto di parco tematico c'è il sito http://www.euroworld-italia.it (f.b.)

Io abito nella zona in cui dovrebbe essere costruito il parco (il delta del Po, in provincia di Rovigo) e devo ammettere che stando alle dichiarazioni comparse su un periodico locale (la Città) la situazione è abbastanza nebbiosa. La ditta (svizzera mi pare) che vuole costruire il parco vuole garanzie dagli enti locali in breve tempo per iniziare i lavori il prima possibile e aprire per il 2013-2014, ma i nostri sindaci e amministrazioni comunali stanno facendo una specie di ostruzionismo dicendo "che devono parlare, decidere se una cosa del genere può relamente incentivare il turismo (mi chiedo pensano a sta roba, sono anni che cercano di portare turisti dove l'attrattiva e le strutture turistiche sono pressocheè nulle o fatiscenti)" e cose simili, ma tutte senza presentare un vero interesse al progetto, che porterebbe pure circa 20-30000 posti di lavoro secondo le stime. A questo si aggiunge un precente storico non indifferente: alla fine degli anni 80 il comune di Taglio di Po, in questo caso interessato marginalmente dal progetto, ma che è comunque coinvolto nelle trattative e la cui approvazione è necessaria per dare il via alla progettazione del parco, ha rifiutato categoricamente e senza appello la costruzione di Mirabilandia sul suo territorio, parco che è poi stato realizzato a Ravenna.

Diciamo che allo stato attuale, date le richiesta di "decidere presto" fatte dai costruttori e il "voler rallentare " dei comuni diciamo che il parco si farà in Italia al 10%.... al 90% andrà costruito in Croazia o Spagna

PS. Il parco sarà costituito da una parte tematica (però non si sa niente sulle attrazioni che potrebbero essere presenti) e da un parco acquatico. E' interessante notare che se il parco verrà realizzato si troverà ad appena 60 km da Mirabilandia.

Nella presentazione grafica – nel programma a stampa – di questo nostro contributo al festival è caduto per comprensibili ragioni di semplificazione il sottotitolo che meglio lo avrebbe spiegato e a cui teniamo molto anche perché credo che si sia rimasti in pochi a condividerne la proposizione o almeno ad avere la imprudenza di enunciarla. Voglio dire della “attualità della Carta di Gubbio”, dettata ormai sono cinquant’anni e ripudiata perfino dall’ANCSA, l’associazione che proprio su quelle dichiarazioni si era costituita. Una dottrina, si dice, misurata nei secondi anni 50 del secolo scorso sulle dimensioni e i problemi delle piccole città dell’Umbria che allora avevano conservato pressoché intatta la forma e non erano strette dalla pressione di slabbrate periferie e dunque su tipi non rappresentativi della varietà e complessità di condizioni urbane tra loro incomparabili. E son passati cinquant’anni, si insiste, l’elaborazione della cultura della città è giunta a nuovi approdi (i tempi del rinnovo della cultura degli architetti sono, facile constatazione, rapidissimi) e i processi di trasformazione urbana registrano oggi situazioni e problemi che allora neppure erano immaginabili. Come è oggi possibile, si conclude, parlare di “unitario bene culturale” dove il centro storico, e specie nelle maggiori città, ha smarrito i suoi confini, registra vaste porzioni di tessuto edilizio profondamente alterato, e pure nelle sue tipiche funzioni, per il quale dunque è improponibile la dottrina del restauro urbano?

E anche il codice dei beni culturali e del paesaggio non ha inteso ricomprendere nella sua disciplina il centro storico (ma meglio si direbbe l’insediamento urbano storico, la città storica insomma, che se è divenuta geometricamente centro lo deve alla smisurata e recente espansione, che la stringe da ogni lato, come periferia assai spesso priva di qualità urbana: solo Ferrara ha saputo preservare sul lato a nord il rapporto diretto con la campagna, per la sua addizione verde), neppure, dicevo, il “codice” ha voluto riconoscerlo come autonomo – tipico e specialissimo - bene culturale nel suo complesso unitario, secondo il suggerimento di Italia Nostra disatteso dalla commissione preposta alla recente e conclusiva revisione.

E’ certamente vero che le regole dettate dalla Carta di Gubbio sono di per sé insufficienti ad assicurare una efficace tutela di quella realtà composita e assai complessa che era, è ancora, vogliamo che sia, il centro storico. Perché, si dice, anche del risanamento conservativo si è impossessata la speculazione edilizia e alla preservazione del tessuto edile fisico può non corrispondere quella altrettanto e forse più decisiva del tessuto sociale. Ma è all’urbanistica allora e alla politica della città che spetta di apprestare i più adeguati strumenti di intervento perché i principi cui la Carta si ispira non ne risultino travolti.

E se alla città storica come organismo urbano unitario si deve riconoscere la qualità di bene culturale, ad essa sono appropriati i modi del restauro, adeguati, si intende, alla specialissima natura di un oggetto che è sede, in senso proprio, della vita delle persone e che alla persistenza delle condizioni della loro vita vede legata la preservazione dei suoi complessi valori.

Di risanamento conservativo si era dunque parlato (e ancora vogliamo parlare) come la risposta moderna, e innovativa nel metodo, alla esigenza (da nessuno messa in discussione) di tramandare la città “storica” quale connotato essenziale e sicuramente il più incisivo, della identità del nostro paese.

Si era creduto che gli argomenti opposti dai Brandi e dai Cederna a chi continuava a rivendicare l’incomprimibile diritto dei moderni ad esprimersi con il proprio autentico linguaggio entro i contesti antichi (come sempre, perbacco, era avvenuto nel passato e antistorico sarebbe stato quindi negarlo agli architetti di oggi!) avessero definitivamente convinto. Negare all’architettura “moderna” la legittimità ad intervenire nei contesti storici non implica affatto un pregiudizio nei suoi confronti, ma al contrario quella negazione si fonda sul riconoscimento dei suoi più autentici valori che sono di rottura della tradizione e che la rendono perciò incompatibile (per questi stessi caratteri intrinseci che hanno saputo raggiungere esiti di alta qualità formale) con il principio di spazialità prospettica al quale obbediva l’architettura del passato. Tra il Palazzo Massimo alle Colonne di Corso Vittorio con le sue finestre balconate e la Casa sulla cascata con i suoi sporti, ogni continuità è spezzata, osservava Brandi. E’ la coscienza storica del passato, rifletteva Cederna, acquisizione della cultura dei “moderni”, che ci impone di rispettare la spazialità dei centri storici e di rifiutare la contaminazione reciproca tra i modi tradizionali di costruire la città del passato e gli stilemi dell’architettura contemporanea. Il rapporto tra antico e moderno, aggiungeva, si pone non già al livello edilizio per impossibili accostamenti, ma a quello più ampio, urbanistico, perché il risanamento dei centri storici e la costruzione della moderna città sono operazioni diverse nei metodi ma complementari, essendo agli architetti di oggi affidato il compito arduo, che ancora attende di essere adempiuto, di riscattare i più recenti insediamenti urbani dalla mortificante condizione di periferia della città storica, per restituirli alla dignità di autentica città moderna. Insomma la conservazione dei centri storici è la vera innovazione, siamo moderni perché rifiutiamo di comportarci come era legittimo (perché la cultura di quei tempi lo consentiva) nel passato, ma oggi non possiamo più mettere con il Bernini i torricini sul frontone del Pantheon (e fu un errore rimuoverli nell’ottocento). Ed è tutta moderna la concezione stessa del centro storico come organismo complesso che non è fatto soltanto (mi rendo conto di dire banalità) della successione delle singole architetture e deve la sua unità alla integrazione degli elementi compositivi di diversa epoca e natura, valendo gli spazi inedificati (siano strade, piazze, orti e giardini) quanto le strutture costruite (e dunque l’ inserto di un nuovo edificio vale come la demolizione di quello antico). Ed è moderna, nuova, complessa, la scienza della conservazione, del risanamento conservativo (non solo del singolo edificio ma del complessivo organismo urbano), che ancora non ha dato soddisfacenti risposte ai molti ed ardui problemi che ad essa si pongono (per indicarne uno soltanto, il rifiuto in ogni caso del ripristino sembra espressione di un pregiudizio ideologico) ed esige impegnativi approfondimenti. Certo è che il restauro urbano non è attitudine rinunciataria ed esprime una tensione di elaborazione progettuale che è pari alla creazione del nuovo e se certi interventi nei propositi ricondotti al metodo del risanamento conservativo non possono essere condivisi, il fenomeno non mette in crisi la praticabilità del metodo stesso, ma pone l’esigenza di un suo affinamento, specie con riguardo alla fase della esecuzione dell’opera e dei relativi controlli.

Il discorso che si è fatto fin qui, si sarà ben capito, implica il netto, ma Italia Nostra crede motivato, rifiuto a considerare il centro storico come il campo aperto agli esercizi di stile della nuova architettura impegnata a testimoniare (ma così, affermandosi, si nega) in un velleitario confronto con l’antico il linguaggio autenticamente moderno, nel proposito di accrescere con il proprio contributo la qualità sedimentata nell’ambiente urbano storico. E francamente preoccupa il cedimento delle istituzioni della tutela di fronte alla restaurazione di quella cultura del passato che non sa riconoscere i valori autentici della città storica e rifiuta le regole consolidate di un rigoroso restauro, accreditandosi con l’autorevolezza intimidatrice delle stars dell’architettura internazionale (la moltiplicazione vertiginosa dei volumi per il Teatro del Piermarini alla Scala; la magniloquente cortina che musealizza l’ ara pacis e chiude il quadrilatero del grande sventramento di piazza Augusto Imperatore, completando idealmente il grandioso progetto littorio degli anni trenta del novecento). Lo stesso ministero per i beni culturali attraverso la sua direzione per l’architettura e l’arte contemporanee accetta e anzi espressamente promuove “la sfida della qualità”, dove la garanzia della qualità sarebbe assicurata dall’istituto del concorso naturalmente entro l’orizzonte internazionale. E non ha fatto scandalo che, contro le finalità istituzionali di tutela, a un simile strumento di selezione si sia ricorsi per trovar soluzione a un tema che correttamente doveva intendersi come tema di rigoroso restauro: il prospetto posteriore “non finito” della fabbrica del Vasari sarà completato con la realizzazione dell’idea vincente di una monumentale via di uscita dagli Uffizi, moderna versione della Loggia dei Lanzi, come assicura il progettista.

Credo che Italia Nostra debba rifiutare “la sfida della qualità”, sorprendentemente presentata come il promesso esonero, alla condizione di una sfuggente “qualità”, dalle regole del restauro delle strutture urbane storiche e perfino del singolo monumento; e allarmata esprimere un fermo richiamo alla responsabilità delle istituzioni della tutela.

Se ne è parlato riservatamente per giorni tra salotti, comitati elettorali e redazioni dei giornali. E ieri i presunti retroscena dello stupro della giovane studentessa africana avvenuto la scorsa settimana a La Storta — periferia nord di Roma — sono diventati materia di scontro tra i candidati a sindaco della capitale. Ha iniziato Rutelli: «Alcune di queste vicende degli ultimi giorni sono state anche un po' sospette. Ma non tocca a me parlarne, indagheranno le forze dell'ordine, indagherà la magistratura ».

Immediata la replica di Alemanno: «Si è toccato il fondo. Sono preoccupato di come Rutelli sta affrontando quest'ultimo scorcio di campagna elettorale». Poi ha rivelato: «Si lascia intendere chissà che cosa intorno allo stupro della studentessa del Lesotho nei pressi della stazione La Storta. È una cosa talmente fantascientifica che non so se fa più ridere o piangere. Come si fa a strumentalizzare il dolore? Sottacqua dicono che è stata la destra a organizzare lo stupro della studentessa del Lesotho. Sono dei cialtroni e vanno rimandati a casa».

A mettere in pubblico alcune «stranezze» dello stupro alla Storta era stato, mercoledì scorso, il sito internet Dagospia, pubblicando una lettera siglata MD che ricalca una e-mail fatta circolare dall'ex assessore della giunta Veltroni, oggi consigliere regionale del Pd, Mario Di Carlo. «Ricevo e giro», avvertiva il politico per dire che non è lui la fonte primaria dell'informazione. Nel messaggio ci si chiedeva come fosse possibile che un rumeno senza fissa dimora nominasse un avvocato del calibro di Marcello Pettinari, «famoso penalista difensore del magistrato Metta indagato nell'ambito del processo Lodo Mondadori che vedeva indagati Berlusconi, Pacifico, Previti e Squillante».

E faceva notare che Pettinari ebbe in gioventù un passato missino, mentre uno dei soccorritori della ragazza di colore violentata, «guarda caso, firma con Alemanno con tanto di foto sul Messaggero del 22 aprile 2008 il patto per la legalità e la sicurezza». Conclusione della lettera: «Agatha Christie faceva dire a Poirot che quando ci sono tre coincidenze diventano un indizio».

In questo caso l'indizio sarebbe quello di un concentrato un po' sospetto di uomini di destra intorno alla vicenda. Al quale il Secolo d'Italia ha replicato ieri mattina con un articolo intitolato «Rutelliani disperati: il rumeno? Assoldato dal Pdl». E la nomina di Pettinari, che non ricorda di essere stato missino e oggi si autodefinisce «liberale convinto», era stata spiegata dall'interessato al Riformista (che aveva ripreso Dagospia) in questi termini: il rumeno aveva in tasca un biglietto da visita di un avvocato suo amico, Cesare Sansoni, risalente a un trasloco di un paio di anni fa; chiamò lui, che però è un civilista e quindi ha passato il caso al figlio Antonio e a suo zio, Marcello Pettinari.

Sempre ieri l'agenzia Ansa ha diffuso un'altra notizia che alimenterebbe l'indizio nato dalle coincidenze riassunto nella e-mail: una donna rumena «che lavora in un negozio di generi alimentari sulla via Cassia », dunque vicino alla Storta, avrebbe testimoniato in un interrogatorio svoltosi nei giorni scorsi in Procura, che «nella comunità rumena della capitale sarebbero circolate voci secondo le quali Joan Rus, l'uomo accusato di aver violentato la studentessa del Lesotho, potrebbe essere stato coinvolto in un gesto tendente a screditare la comunità stessa». La testimone avrebbe detto di aver «sentito queste voci tra i suoi connazionali », senza poter affermare se rispondessero alla realtà.

In Procura la notizia di questa testimonianza sul rumeno mandato a violentare una ragazza di colore non trova riscontro. Anzi, viene smentita. Confermata solo la deposizione del «salvatore» della vittima, Bruno Musci, ufficialmente secretata dagli inquirenti per evitare possibili «inquinamenti » derivanti da interviste sui giornali o in tv. Ma è una deposizione durata ben quattro ore, e di solito su un verbale si mette il segreto quando emergono novità che vanno verificate. Per esempio tempi e modalità con cui lo stesso Musci e il suo amico Massimo Crepas hanno dato l'allarme ai carabinieri. La donna avrebbe anche detto che pochi giorni prima dell'aggressione la moglie del violentatore era tornata in Romania. Per il marito, che i connazionali conoscerebbero come un tipo «violento e aggressivo », i difensori hanno chiesto la perizia psichiatrica.

1. C’è sempre più bisogno di paesaggio

La percezione, drammaticamente nitida, degli effetti generati dalla frenetica trasformazione che interessa, oramai da trent’anni, gran parte del territorio italiano (e non solo) chiede a noi tutti, urbanisti o amministratori, esperti o semplici cittadini quanto meno una pausa di riflessione.

Una riflessione che dal punto di vista degli addetti ai lavori dovrebbe essere dedicata, in prima istanza, alla ricerca di un effettivo punto di incontro tra approccio analitico e capacità di dare risposte concrete alla crescente domanda di paesaggio posto dalla nostra società. L’assunzione di impegno a spendersi per una comprensione non solo teorica, ma anche propositiva, dei fenomeni della dispersione nell’intento di arginare, e se possibile correggere, quanto avvenuto (e sta avvenendo) nei nostri territori in termini di consumo di suolo e di risorse vitali, di produzione di caos funzionale e di malessere dell’abitare[1].

All’interno del dibattito avviatosi già da qualche anno e centrato sulla necessità di una riforma culturale e operativa dell’urbanistica, finalizzata a ricucire i fili di un discorso slabbrato e sempre più autoreferenziale, sembra riaffacciarsi sulla scena dell’immaginario disciplinare, a distanza di quasi cinquant’anni dalle prime formulazioni, quel concetto che a cavallo degli anni ’50 e ’60 andava sotto il nome di «progettazione integrale»[2].

Non saprei dire se la definizione possa essere ritenuta ancora appropriata, almeno sul piano del linguaggio specialistico. Comunque sia, al di là di ogni interpretazione o sfumatura terminologica (verso le quali nutro, soprattutto in questa sede, scarso interesse), ciò che mi sembra importante sottolineare è che tale concetto, nella sua formulazione originaria, esprimeva fiducia nella continuità tra pianificazione socio-economica, piano urbanistico, intervento architettonico. Il tutto si sintetizzava in un nuovo modello di sviluppo, quello della pianificazione regionale teorizzata tanto dai geografi quanto dagli urbanisti[3], e nell’immagine della cosiddetta «città-regione», definita dai protagonisti del dibattito di quegli anni come “esperienza insieme architettonica e urbanistica che supera le limitazioni insite nei concetti di edificio, di quartiere e di città, per interessare tutto, alla sua vera grandezza, l’ambiente per la vita dell’uomo”[4].

Ma la bontà di un’idea, sappiamo, non la rende, necessariamente, vincente. Così di lì a poco, nelle diverse posizioni accademiche, che vedranno l’opporsi dell’«architettura» all’«urbanistica», si farà strada un’interpretazione totalmente diversa di questo che inizialmente sembrava essere, invece, un obiettivo condiviso: saperi e relativi percorsi esperienziali tenderanno a radicalizzarsi nel tentativo di avere il primato sugli studi della città e del territorio.

Non è questa la sede dove ripercorrere, anche solo i tratti più salienti, della storia dell’urbanistica italiana dal dopoguerra ad oggi. Mi interessa invece sottolineare come, nel cercare tracce di paesaggio, è possibile riconoscere al dibattito della fine degli anni ’50, e di quello poco successivo, un’attualità davvero straordinaria ed anche un’originalità poi rapidamente obliterata a favore di una diversa preoccupazione: quella di mettere a punto strumenti di analisi finalizzati principalmente a fondare scientificamente il piano, relegando ad un ruolo del tutto subalterno la conoscenza e il rispetto per la «materialità del territorio», il suo essere palinsesto fisico, economico e sociale, considerando ininfluente il suo futuro assetto formale e fisico.

Tutto ciò non desta alcuna meraviglia. Del resto, com’è stato scritto, le tracce di paesaggio rimandano ad “un paradigma debole e multiforme, nato su un termine anfibio, capace di connotazioni molteplici, resistente ad ogni esclusiva connotazione, in cui conoscenza e modificazione si intrecciano, scambiandosi volentieri i ruoli”[5]. Le stesse ragioni che portano al centro della discussione disciplinare anche il tema del paesaggio vanno cercate in dominanti molto variegate: dalla maggiore attenzione e preoccupazione verso le questioni ambientali[6] alla riscoperta dell’arte e del valore olistico dei luoghi[7], dal crescere dell’approccio patrimonialista che inserisce il paesaggio nel catalogo dei beni e delle risorse storico-culturali all’azione riformatrice della Convenzione Europea del Paesaggio.

Guardando all’oggi, quello che appare fecondo è il dilatarsi, sempre più fiducioso, dei confini disciplinari, espressione di un’attitudine intellettualmente e scientificamente più generosa che lascia spazio a questo comune sentireper il paesaggio che aggrega, in modo sempre più ampio e convinto, esperti tecnici e opinionisti di vari settori, ma anche associazioni di cittadini e perché no? persone comuni.

2. “Who owns the paradise?”: il paesaggio tra interessi particolari e visione di bene comune

Il paesaggio, come abbiamo visto, rappresenta un campo di interesse che più facilmente di altri riesce a mettere insieme approcci disciplinari e culturali diversi, uniti dalla comune volontà di riconoscere allo stesso una straordinaria qualità maieutica.

Il paesaggio si presenta come fucina di idee, come grande laboratorio,sempre più affollato e variegato, dove si incontrano saperi diversi e dove si sperimentano non solo e non tanto nuove teorie o nuovi filoni di ricerca[8]. Un contesto in cui – quando parliamo di progetto di luoghi – si mettono a punto, nel confronto con gli abitanti, nuove prassi e nuove, ed originali, forme di progettualità.

Forse per questa ragione, nella disciplina urbanistica, così come nella pianificazione, il paesaggio costituisce, al di là di qualunque ragione strumentale, un tema sempre più ineludibile, un discorso obbligato (sarebbe troppo ottimistico definirlo centrale) anche nella gran parte dei dibattiti pubblici.

C’è allora da domandarsi quale sia la vera causa di questo progressivo irrompere del paesaggio nel discorso della cultura urbanistica. Ma poi ancora: se e come il paradigma del paesaggio possa far emergere una nuova cultura capace di innovare i saperi e le loro forme di espressione.

Indubbiamente la Convenzione Europea sul Paesaggio (CEP) ha giocato un ruolo fondamentale nel dinamizzare gli interessi e le azioni sul terreno del paesaggio facendolo diventare un tema importante – non più subordinato – del dibattito urbanistico. La CEP ha contribuito anche a dare vigore alle riflessioni teoriche riproponendo il quesito relativo su come interpretare e valutare il rapporto tra trasformazione del territorio e produzione di paesaggio, facendo emergere la grande disponibilità di conoscenze, competenze e interessi trasversali che consentono al paesaggio, appunto, di diventare un terreno di sperimentazione culturale, politica e tecnica.

C’è poi da chiedersi quanto questo parlare paesaggio corrisponde effettivamente al diffondersi di una lingua franca, di un codice comune,che scaturisce, prendendo a prestito le parole di Danilo Dolci,da “un concepire affine, disponibile ad ampliarsi nel confrontarsi”[9].

La ricerca di un linguaggio comune sembrerebbe soddisfare il bisogno di comunicare in modo sempre più ampio la convergenza di interessi e di obiettivi che, come dicevo all’inizio, accomuna molte e differenti discipline. Il paesaggio ci appare allora come risorsa anche in quanto struttura comunicativa, che come tale non si limita al solo dialogo, ma si spinge all’interazione comunicativa, si propone cioè come “alternativa ai tradizionali rapporti unidirezionali” [10].

Malgrado i molti segnali positivi, la battaglia contro la diffidenza nei confronti di questo «paradigma debole e multiforme» non è del tutto vinta. Per questo è utile affermare che ragionare sul paesaggio non significa, come ancora qualcuno pensa, attardarsi a discutere di questioni astratte. Riformare l’approccio alla comprensione e alla gestione delle trasformazioni territoriali, proprio a partire dal paesaggio, può significare, al contrario, riuscire a dare una chance a quella che potremmo definire, prendendo a prestito un felice ossimoro di Ernst Bloch, un’ “utopia concreta”[11].

Non mancano neppure voci critiche, o fortemente dubbiose, sulla correttezza e sull’efficacia del messaggio espresso dalla Convenzione Europea sul Paesaggio. Queste posizioni di dissenso, espresse da figure molto impegnate proprio nella difesa dell’integrità del paesaggio, fanno leva sull’interpretazione di alcuni dei passaggi chiave del testo della Convenzione.

Uno di questi è quello che associa (i detrattori dicono: vincola) il paesaggio alle sorti dello sviluppo locale.

La critica mossa alla coppia paesaggio-sviluppo locale deriva dal fatto che secondo questa lettura interpretativa il paesaggio, per essere considerato risorsa, dovrebbe sottostare alle regole del mercato, della competizione, delle performance produttive, ….

C’è in effetti il rischio, è inutile negarlo, di una pericolosa banalizzazione, se non addirittura di mistificazione, dell’idea stessa di paesaggio, quando tendiamo ad associarlo allo sviluppo. Ed é un rischio non esclusivo solo dell’esperienza italiana. Guardando però all’Italia possiamo dire che, a dispetto dell’articolo 9 della Costituzione, il nostro Paese, purtroppo, s’è distinto per un comportamento tutt’altro che virtuoso.

Proprio per scongiurare questo pericolo credo sia molto utile provare a guardare con maggiore attenzione al di fuori dei nostri confini, ai molti esempi positivi che con la loro presenza ci rassicurano sulla praticabilità di scelte alternative da cui trarre alcuni utili insegnamenti.

Penso innanzitutto al caso della Francia, e alla grande campagna fotografica associata alla rivisitazione dei valori del paesaggio messa in campo già da alcuni decenni prima dal DATAR e poi dal Ministero dell’Ambiente con lo scopo di documentare il territorio nazionale e di stabilire un punto di partenza da cui far emergere politiche di tutela e di valorizzazione nuove affinché il “prodotto territoriale”, scaturito da queste eventuali trasformazioni, possa considerasi compatibile con le politiche di tutela ma anche di costruzione di nuovi paesaggi di valore[12].

Poi penso alla Spagna, più in particolare alla Catalogna, al grande e capillare lavoro messo in campo sin dal novembre 2004 dall’Observatori del Paisatge, struttura tecnico-politica che potremo considerare una sorta di cabina di regia da cui deriva il coordinamento di tutte le attività di pianificazione, di messa in atto – attraverso le Carte del Paesaggio – di innovativi strumenti di governo del territorio che obbligano a considerare il paesaggio come punto di partenza di una nuova organizzazione spaziale, attribuendo alla sua tutela e alla sua corretta valorizzazione (non alla sua mercificazione) il ruolo di volano dello sviluppo[13].

Altrettanto positivamente potremo parlare, com’è noto, dell’Inghilterra, così come di molti altri paesi europei che da tempo hanno messo in conto la necessità e l’utilità di un censimento e della catalogazione dei paesaggi tradizionali, di quei milieu in cui si riconoscono interrelazioni ancora molto forti tra dimensione culturale, sociale, economica[14]. Contesti contraddistinti da valori simbolici e associativi assai complessi di cui il paesaggio è forse la più efficace forma di espressione/rappresentazione.

Le esperienze citate, le volontà istituzionali che le hanno prodotte, ma anche le comunità che le hanno faticosamente fatte proprie, e il cambiamento di valori che questa nuova consapevolezza comporta, fanno immaginare il paesaggio (soprattutto quello tradizionale) come laboratorio di cittadinanza costruita attraverso la riaffermazione del suo mandato più nobile: quello educativo, inteso in termini di riscoperta delle radici e dei processi evolutividelle identità locali e tradotto, laddove l’osmosi tra generazioni è ancora forte, nella “ricerca di un inserimento armonioso” dell’opera dell’uomo nel mondo naturale, sostituendo “l’atteggiamento del predatore” come lo definisce Serge Latouche, “con quello del giardiniere”[15].

Non c’è spazio, né tempo per poter approfondire adeguatamente l’argomentazione. Credo valga la pena ritornare su queste riflessioni perché trovo che vi siano moltissime analogie tra l’idea di una nuova concezione di paesaggio, scaturita da un importante cambiamento di valori culturali e sociali, e il “circolo virtuoso della decrescita serena” di cui parla largamente Latouche[16].

3. Paesaggio: territorio abitabile, ma con cura.

Rosario Assunto afferma che il paesaggio può essere assimilato al concetto di “realtà in cui l’uomo abita”. Una realtà che “egli esperisce direttamente, può produrre, modificare (secondo l’inglese landscaping) in meglio o in peggio; o anche distruggerla, cancellandola dal proprio orizzonte”[17].

Seguiamo ancora per un attimo il pensiero di Assunto.

Egli ci dice che il paesaggio è uno spazio (o una rappresentazione dello spazio). Dunque il paesaggio non occupa uno spazio, né è oggetto nello spazio. In altre parole, secondo Assunto, la nozione di spazio è costitutiva (ma non esaustiva) del concetto di paesaggio.

Nella valutazione dell’esperienza pratica, ci viene anche fatto osservare, però, l’identificazione del concetto di paesaggio con quello di spazio è stata portata all’estremo. L’ «idea del paesaggio come spazio», in altri termini, non sembra soltanto esprimere un punto di arrivo, ma addirittura si può dire che esso incarni l’epilogo stesso della storia del paesaggio, che si traduce, appunto, nel trattare il «paesaggio come puro spazio».

Sul piano concreto Assunto suggerisce di guardarsi attorno, facendo un semplicissimo esercizio che è quello di “percorrere una delle tante autostrade costruite negli ultimi decenni, oppure ispezionare uno qualsiasi degli insediamenti d’abitazione, degli impianti industriali, dei complessi turistici che sono stati costruiti negli ultimi dieci e quindici anni”[18]. In Italia, continua Assunto, il fenomeno di banalizzazione è stato forse più vistoso che altrove, raggiungendo proporzioni macroscopiche. Le ragioni di questo drammatico “primato” vanno ricercate in una sorta di “voluttà sostitutiva, derivata dal sentirsi artefici di una vera e propria rivoluzione culturale, al negativo, che si avventava contro il paesaggio della memoria e della fantasia per ridurlo a semplice spazio della geometria”[19].

La rivoluzione culturale di cui parla Assunto vede moltissimi attori principali, purtroppo, anche tra gli architetti e gli urbanisti. Ad essi, ma non solo ad loro, Assunto attribuisce molte delle responsabilità nell’aver retrocesso il paesaggio a «semplice spazio».Tutto il nostro territorio, ci rammenta, “è segnato dai residui della produzione e del consumo: frammenti morti di materiali in gran parte, com’è noto, indistruttibili”[20].

A questo proposito, é utile ricordare che la crescente attenzione versi i temi del paesaggio nulla ha potuto, però, contro il dannosissimo depositarsi sul suolo italiano di detriti edilizi, residenziali o produttivi, così come di discutibili opere infrastrutturali. Come non riflettere, anche qui, sulla colonizzazione arrogante e indifferente, cifra indelebile di moltissime aree del nostro territorio, su quella territorializzazione scellerata che ha portato con sé l’inevitabile male di vivere (e di lavorare), delineando con drammatica precisione i tratti di quel «paese spaesato» di cui parlano sempre più spesso molti cittadini e che gli addetti ai lavori e gli analisti costantemente registrano[21].

I dati, messi a disposizione da Legambiente e dal CRESME in una relazione del giugno 2007 e ripresi da Francesco Erbani in una cronaca che utilizzo come fonte, ci parlano di 3 milioni 231 mila appartamenti realizzati nell’ultimo decennio. 331 mila costruiti solo nel 2006 dei quali 30 mila abusivi. E poi ancora 7 mila capannoni sorti soltanto nel 2005. Non si contano quelli già precedentemente realizzati e inutilizzati. Ma ci sono anche 6 mila cave attive e circa 10 mila dimesse. Un patrimonio, dice Lorenzo Bellicini, direttore del CRESME, stimato attorno ai 53 metri cubi di cemento per ogni cittadino italiano. Ma questo, si intuisce dall’articolo di Erbani, rappresenta solo un piccolo assaggio de “l’assalto al paesaggio” di cui parla Erbani nel suo articolo. Alle considerazioni sulla quantità vanno affiancate quelle sulla qualità del prodotto urbano e post-urbano esprimendo un giudizio non meramente estetico della materia sciatta che dà forma e sostanza alla città occasionale e diffusa [22].

L’esperienza empirica consigliata da Assunto, ci aiuta sotto diversi punti di vista.

In particolare esorta ad indagare a fondo, e in modo più specifico, anche se ancora per difetto, sulla coppia paesaggio-risorsa ricavandone, indirettamente, il monito ad addentrarsi con grande cautela nel terreno incerto della cosiddetta valorizzazione del paesaggio, che troppo facilmente è stata assimilata, pensiamo ad esempio alle politiche per il turismo, ai concetti di “produzione” e di “consumo”[23], declinazioni assolutamente compatibili con i principali attributi dell’essere in sé risorsa: la soggettività, la relatività e la funzionalità.

Ma quali dunque allora le alternative? Arturo Lanzani, in uno scritto del 2002, propone sette strategie per il paesaggio[24]. Non trovo esplicitata, forse perché già compresa nelle diverse formulazioni, l’idea di paesaggio come milieu[25]. Personalmente credo che la complessità dei temi del paesaggio possa essere ricondotta ed interpretata in modo ancora più corretto se letta in chiave di milieu. Anzi, proprio questa dimensione, composta tanto di oggetti che di valori[26], consente di rendere evidente il ruolo da attribuirgli anche nel campo dell’agire urbanistico.

Utilizzare il concetto di milieu significa interpretare in modo ampio il paradigma del paesaggio come risorsa e di stabilire le regole attraverso cui costruire il progetto locale non come esperienza assoluta ma di progetto latente (o il progetto implicito di cui parla Dematteis) dove il paesaggio si manifesta come luogo di rappresentazione delle necessità e degli interessi collettivi[27].

4. Paesaggio passato. Paesaggi futuri.

In chiusura vorrei provare a fare un rapido salto indietro nel tempo ricordando un altro capitolo della storia dell’urbanistica italiana.

Cinquant’anni fa, più o meno di questi tempi, si davano alle stampe gli atti del VI Convegno Nazionale di Urbanistica, tenutosi a Lucca l’anno precedente (novembre del 1957). Titolo del convegno e del volume: Difesa e valorizzazione del paesaggio urbano e rurale. La seduta inaugurale si apriva con la presentazione di Adriano Olivetti, presidente dell’INU, seguita dalla relazione di apertura di Giuseppe Samonà e dalla presentazione della proposta di legge quadro sulla tutela delle bellezze naturali e del patrimonio artistico e culturale, relatore Gianfilippo Delli Santi[28].

Si tratta, a mio parere, di un documento importante, uno dei tanti, che può essere utilizzato a testimonianza dello svolgersi di un dibattito (animato anche al di fuori dell’INU, si pensi solo agli interventi di Italia Nostra nata nell’ottobre del 1955) che già al tempo assumeva toni molto appassionati e decisi.

In questa raccolta di interventi, tra i diversi resoconti e prese di posizione, vi sono moltissime analogie con la discussione, tutt’oggi molto attuale, relativa al tema della concettualizzazione del paesaggio in relazione alle pratiche di gestione del territorio.

Tra gli interventi più interessanti sembra emergere quello di Edoardo Vittoria, singolare figura di intellettuale e di progettista fortemente segnato dall’esperienza olivettiana. All’inizio del suo contributo egli si sofferma sulla definizione di paesaggio per rendere più chiari quali debbano essere gli obiettivi di una difesa seria ma anche propositiva e creativa del paesaggio. Vittoria afferma che “il paesaggio può essere inteso unicamente come integrazione dello spazio fisico nel quale vive e lavora l’uomo contemporaneo” e prosegue dicendo che “l’ambizione di un nuovo paesaggio nasce da una riflessione su tutto il paesaggio esistente che non può essere scisso nelle sue parti buone e nelle sue parti cattive, secondo una schematica suddivisione dei periodi storici. […] Questa concezione del paesaggio – continua Vittoria – non più limitata ai soli elementi tradizionali, nasce in conseguenza di fatti edilizi, se si vuole anche negativi […] che hanno determinato problemi originali, espressioni di nuovi modi di vita, e che hanno condizionato la trasformazione del paesaggio verso un più razionale impiego delle opere naturali e delle opere costruite […]”[29].

Ho letto nelle parole di Vittoria, ma in realtà anche di molti altri protagonisti di quell’incontro e del più ampio dibattito di quegli anni, una grande vicinanza con quanto scritto, quasi cinquant’anni più tardi, ma forse in modo più opaco, nella Convenzione Europea del Paesaggio.

Questo mi fa dire, con ancora maggiore convinzione, che non è soltanto opportuno, ma addirittura necessario, certamente improcrastinabile, un slancio d’orgoglio rinnovato e di presenza costruttiva nella scena europea per la messa in campo di politiche territoriali profondamente riformate e basate sul ruolo strategico del paesaggio, nel rispetto anche di quest’ultima testimonianza storica che ci parla del grande impegno culturale e civile espresso dai molti intellettuali italiani nella difesa del patrimonio paesaggistico,

Gli esempi che citavo prima, in particolare quello della Catalogna, così ammirata dagli architetti e dagli urbanisti di casa nostra, devono significare che il cambiamento è possibile: un cambiamento che sia in grado di aprire una nuova stagione di impegno dove al dibattito seguono i fatti; alle strategie e ai programmi se si vuole, se si ha coraggio, i progetti.

[1] Come sappiamo la bibliografia attraverso cui studiare la genesi, l’evoluzione e il declino della cosiddetta «città diffusa» è straordinariamente ampia. Cito, per sintesi, il volume di F. Vallerani – M. Varotto (a cura di), Il grigio oltre le siepi. Geografie smarrite e racconti del disagio in Veneto, Nuova Dimensione, Portogruaro, 2005, dove, alle analisi di carattere strettamente fisico e funzionale, si affiancano acute riflessioni “sullo spazio vissuto, sulla qualità della vita, sulla quotidianità esistenziale, sul crescente disagio nei confronti del vistoso declino del bel paesaggio veneto, prestigiosa eredità millenaria di cui sembra essersi perso non solo il valore memoriale, ma anche le più elementari competenze per salvaguardarne l’integrità idrogeologica ed ecologica”, p.13.

[2] Il contesto in cui si formalizza questa nuova visione di «urbanistica continua e continuamente variata» è quello del VII Congresso INU del 1959 nell’ambito del quale si tenne una famosa «tavola rotonda» i cui temi furono riproposti da L. Quaroni, G. De Carlo e E. Vittoria in Urbanistica, n. 32, dicembre 1960 cit. anche in Durbiano G. – Robiglio M., Paesaggio e architettura nell’Italia contemporanea, Donzelli, Roma 2003, p. 37. I medesimi concetti vengono poi ripresi in De Carlo G., La nuova dimensione della città. La città regione, Relazione di sintesi al Seminario, ILSES, Milano 1962.

[3] Sui temi del regionalismo, agli albori della pianificazione regionale, vedasi tra gli altri Bonora P., I geografi nel dibattito sulla questione regionale (1944-1948), Pitagora Editrice, Bologna 1980; Corna-Pellegrini G., “La dimensione regionale della politica economica”, Civiltà degli scambi, settembre 1960 ora anche in Bonora P. (a cura di), Giacomo Corna-Pellegrini. Italia paese nuovo. Saggi geografici ed economici, Edizioni Unicopli, Milano 1989, pp. 103-116; AA. VV., La pianificazione regionale, Atti del IV Congresso Nazionale di Urbanistica (Venezia 18-21 Ottobre 1952), Istituto Nazionale di Urbanistica, Roma 1953.

[4] VII Congresso INU, cit.

[5] Durbiano G. – Robiglio M., cit., p. 79.

[6] L’approvazione, avvenuta nel 1985, della legge 431 (la cosiddetta legge Galasso) che impone alle regioni la redazione di piani paesistici e la messa a punto di strumenti specifici per le aree di tutela speciale serve, in qualche modo, a rilanciare l’interesse per il paesaggio attraverso però l’espressione di un approccio più generale ai temi dell’ambiente e della qualità del territorio. Per una ricostruzione, non convenzionale, della genesi della legge 431 cfr. F. Erbani, Uno strano italiano. Antonio Iannello e lo scempio dell’ambiente, Laterza, Bari 2002.

[7] Cfr. P. Castelnovi (a cura di), Il senso comune del paesaggio, Ires, Torino 2000.

[8] “Un modo per convergere nello studio intorno [al paesaggio] – sostiene Lucio Gambi – è quello di accoglierlo come problema: problema che manda a carte al vento i nostri tradizionali, gelosi ritagli disciplinari”, Gambi L., Riflessione sui concetti di paesaggio nella cultura italiana degli ultimi trent’anni, in Martinelli R. – Nuti L. Fonti per lo studio del paesaggio agrario, Atti del III Convegno di Storia Urbanistica, Ciscu, Lucca 1999, p. 9 ripreso anche in Durbiano G. – Robiglio M., cit., p. 79.

[9] Citato in Mazzoleni C., La relazione società e ambiente in una prospettiva maieutica: incontro con Danilo Dolci, http://danilo1970.interfree.it/prop.html.

[10] Ibidem.

[11] E. Bloch, Il principio della speranza, Garzanti, Milano 1994. Sull’interpretazione del pensiero di Bloch vedasi anche Pozzoli C., L’utopia possibile. Per una critica della follia politica, Rusconi, Milano 1992.

[12] Sull’esperienza dell’Observatoire photographique du paysage e del Bureau des paysages del Ministére de l’Amenagement du territoire et de l’Environment si veda Seguin J.-F., Séquence paysages-revue de l ‘Observatoire Photographique du Paysage - 2000, Arp Éditions, Bruxelles 2000.

[13] Cfr. Observatori del Paisatge, http://www.catpaisatge.net. Per un inquadramento sulle politiche territoriale e il paesaggio in Catalogna e in Spagna cfr. Nogué J., El tratamiento de la temática paisajística en Cataluña y en Espagna, in Mata R. – Tarroja A., El paisaje y la gestión del territorio. Criterios paisajísticos en la ordenación del territorio y el urbanismo, Deputació Barcelona – Xarxa de municipis, 2006, pp. 53-60.

[14] Per uno rapido sguardo alla recente esperineza inglese vedasi Selman P., “Community Partecipation in the Planning and Management of Cultural Landscape”, Journal of Environmental Planning and Management, Vol. 47, No. 3, May 2004, pp. 365-392; Id., “The ‘Landscape Scale’ in Planning: Recent Experience of Bio-geographic Planning Units in Britain”, Landscape Research, Vol. 30, No. 4, October 2005, pp. 549-558; Id, Planning at the Landscape Scale, Routledge, London, 2006.

[15] Latouche S., Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 43; Id., La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano, 2006. Sul tema dell’agire della “società paesaggistica” si veda tra gli altri Donadieu P., “Può l’agricoltura diventare paesistica?”, in Lotus, n. 101, 1999, pp. 60-71; Id., La société pajsagiste, Actes Sud-Ensp, Arles 2001; e Clement G., Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, Macerata 2005.

[16] Ivi, p. 44.

[17] Assunto R., Il paesaggio e l’estetica, Edizioni Novecento, Palermo 1994, p. 22.

[18] Ivi, p. 24

[19] Ibidem.

[20] Ibidem.

[21] Comitato per la Bellezza – Centro Studi TCI, Un Paese spaesato. Rapporto sullo stato del paesaggio italiano, I Libri Bianchi del Touring Club Italiano, n. 12, 2001

[22] Erbani F. “L’assalto al paesaggio”, La Repubblica, 20 giugno 2007, p. 59.

[23] Cfr. Urry J., Consuming Places, Routledge, London 1995

[24] Lanzani A., Qualificare/Regolare le trasformazioni, in Clementi A. (a cura di), Interpretazioni di paesaggio, Meltemi, Roma 2002, pp. 262-291 anche in Lanzani A., I paesaggi italiani, Meltemi, Roma 2002, pp. 206-255.

[25] Sul tema cfr. anzitutto Berque A., Mediance. De milieu en paisage, Gip Reclus, Montpellier 1990. Per un inquadramento più generale sul tema del milieu in rapporto ai temi urbani e territoriali cfr. Governa F., Il milieu urbano. L’identità territoriale nei processi di sviluppo, Franco Angeli, Milano 1997.

[26] Entriking N., The betweeness of the place, Towards a Geography of Modernity, Macmillan, London1991, p. 7.

[27] Sul tema cfr. Magnaghi A., Il progetto locale, Bollati Boringhieri, Torino 2000; Bonora P., Sistemi locali territoriali, trascalarità e nuove regole della democrazia dal basso, in Marson A. (a cura di), Il progetto di territorio nella città metropolitana, Alinea, Firenze 2006, pp. 113-120.

[28] AA.VV., Difesa e valorizzazione del paesaggio urbano e rurale, Istituto nazionale di Urbanistica, Roma 1958.

[29] Vittoria E., Una nuova concezione del paesaggio, ivi, p. 146-147.

A Ballarò il candidato-sindaco del centrodestra, Gianni Alemanno, ha dipinto martedì sera un quadro «terroristico» di Roma, parlando di «sgoverno», di «situazione terribile», di «città fuori controllo». La più sonora smentita gli viene dai dati reali della Questura di Roma: nel raffronto fra i primi trimestri dell’anno, dal 2006 al 2008, l’ultimo presenta il segno meno in quasi tutti i reati.

Meno omicidi volontari (da 9 a 6), meno violenze sessuali (dalle 53 dell’anno passato alle 35 di quest’anno), meno furti, molti di meno, meno rapine (- 35%), meno reati connessi alla droga e così via. Dati che confermano, del resto, la tendenza nazionale al calo annunciata dal ministro dell’Interno Giuliano Amato che ne ha scritto, inascoltato, sul primo numero della rinata rivista Amministrazione civile del suo dicastero.

Pochi giorni or sono, il New York Times ha scritto, fra l’altro, che, a Roma, «uscire a cena è una cosa perfettamente sicura, grazie ad una bassa percentuale di criminalità», la capitale non è stata mai così sicura, anche «dopo il crepuscolo», dai tempi dell’imperatore Traiano. Firmato Jan Fisher che vive qui e sa quello che dice su giorni e notti romane.

Del resto, se la Roma odierna fosse quella dipinta a tinte fosche dal candidato-sindaco della destra, per quale masochismo sarebbero venuti l’anno scorso nella Città Eterna oltre 9 milioni di turisti che vi hanno soggiornato per alcuni giorni? Masochisti fino in fondo perché, intervistati dalla Doxa, oltre la metà di loro, il 51 per cento, ha risposto che non era alla prima vacanza sul Tevere. Dunque erano già stati fra noi e si erano trovati così bene da volerci tornare. Tutto ciò l’anno scorso, in pieno «sgoverno» veltroniano, secondo il fantasioso e cupo Alemanno (nomen/omen).

Il quale però non si è fermato lì e per quasi tutta la serata ha continuato a dipingere a tinte fosche la realtà romana, costellata di delitti, di stupri, di rapine e così via. Abbiamo già fornito la secca smentita che viene dai dati reali. Ma aggiungiamo qualcosa. Noi non siamo soliti attribuire ai sindaci le responsabilità relative al tasso di criminalità di questa o quella città, ben sapendo che i loro poteri in materia sono abbastanza scarsi. Però, siccome l’onorevole Alemanno insiste nel gettare la croce (celtica?) addosso a Rutelli e a Veltroni, andiamo a vedere, in base al Rapporto del Viminale sul 2006, cosa è successo realmente a Roma e cosa è accaduto oggettivamente a Milano dove, fra Lega, Forza Italia e An, il governo della città il centrodestra ce l’ha dallo stesso 1993 in cui Rutelli fu eletto per la prima volta in Campidoglio. Possiamo così constatare che negli omicidi volontari Roma è a 1 ogni centomila abitanti contro 1,7 di Milano che risulta superiore persino alla media nazionale di 1 e mezzo. Pessima graduatoria quindi. Che rimane tale per le rapine dove Milano (sempre riferendosi ai centomila abitanti) ne registra quasi il doppio di Roma, o per i furti in appartamento (336 contro i 257 di Roma).

Nello scenario truculento messo in piedi alla bell’e meglio da Alemanno c’è il discorso, in sé gravissimo, sulla droga. Anche in questo caso però gli va molto male, peggio anzi del previsto. Perché se a Roma, nel 2006, è stata denunciata una persona per spaccio di stupefacenti, a Milano, nello stesso anno, ne sono state denunciate poco meno di due. Di questi, quanti sono risultati stranieri? Uno immagina che nell’inferno romano cupamente affrescato da Gianni Alemanno siano, in percentuale, molti di più i delinquenti di nazionalità straniera, e invece no, essi risultano molti di più a Milano: quasi il 58% là contro il 40% qui. Percentuali che, in ogni caso, esigono più prevenzione, attenzione e rigore repressivo. Su un reato il candidato-sindaco della destra potrebbe avere le sue ragioni: per i furti di auto e moto Roma batte Milano, ma, insomma, non è un reato cruento o pericoloso come ammazzare qualcuno oppure spacciare droga.

Insomma, se esistesse un delitto di «terrorismo sociale e turistico», l’onorevole Alemanno potrebbe esserne accusato con ampia facoltà di documentazione e di prova. In effetti ha ragione Francesco Rutelli ad usare un solo aggettivo, liquidatorio, per quel suo comizio: irresponsabile. Apprendisti stregoni che scherzano col fuoco, che lo alimentano, aiutati da telegiornali e giornali dove l’Italia, e Roma con essa, per un omicidio avvenuto chissà dove fanno grondare di sangue il video per giorni e giorni. Così la provincia di Pavia - dove c’è, sì e no, un omicidio l’anno - per la vicenda irrisolta di Garlasco si tinge di sangue. Così Perugia dipinta, da mesi ormai, come una sorta di Sodoma e Gomorra d’Italia.

E poi ci lamentiamo se all’estero, nella stessa Europa, ci considerano un Paese fermo, seduto, anzi ripiegato su se stesso. Nella graduatoria degli omicidi volontari l’Italia è scesa, in cifra assoluta, dai 1.441 del 1992 ai 621 nel 2006, e da 4 ogni centomila italiani a 1,5. Con una netta diminuzione (specie in Sicilia) degli assassinii dovuti alla criminalità organizzata e con un aumento invece dei delitti passionali o familiari, cresciuti da 97 a 192 l’anno. La criminalità organizzata comunque «firma» tuttora un quinto degli omicidi volontari. Nonostante questa presenza malavitosa, tuttora sanguinaria, il tasso di omicidi si colloca in Italia in linea con le medie europee.

Sulle violenze sessuali - che oggi ben più di ieri vengono denunciate da chi le subisce - ha detto bene Rutelli: per una quota elevata, purtroppo, esse avvengono ad opera di persone conosciute dalla vittima, consanguinei oppure partner, parenti, amici, quindi fra le mura domestiche. La violenza sulla donna o sul minore non viene percepita fra quelle mura come un crimine vero e proprio. Sciaguratamente. Poiché questo appena descritto è lo scenario oggettivo della criminalità in Italia rispetto al resto dell’Europa e del mondo, poiché questo è il quadro autentico della criminalità a Roma che l’Interpol ha definito qualche anno fa la capitale più sicura fra quelle dei Paesi sviluppati, come mai la propaganda «sfascista» sull’Italia e su Roma può attecchire tanto? Perché la nostra informazione, in speciali modo quella in tv, con rare eccezioni, proietta - soprattutto nei periodi in cui al governo c’è il centrosinistra - una immagine largamente distorta della realtà criminale dando conto, spesso come prima notizia negli «strilli» dei Tg, di un delitto avvenuto chissà dove, amplificato poi per mesi, se la notizia è morbosamente ghiotta (Cogne, Garlasco, Perugia, ecc.), da tutti i possibili talk-show, a cominciare da Porta a porta. Ogni tanto vedo i Tg europei e non trovo nulla di paragonabile, di «oscenamente» paragonabile. E pensare che, secondo il Censis, oltre il 60% si forma proprio dalla tv un’opinione sulle cose. Che inganno, che manipolazione, che tremenda responsabilità civile.

Roma. Gianfranco Fini se ne va per mercati in passeggiata elettorale «controllando» il permesso di soggiorno degli ambulanti. Se voleva documentare il disordine, non gli va troppo bene. Al semaforo di Forte Boccea, il venditore di accendini, egiziano, mostra i documenti in ordine. Più avanti altri due egiziani. Altri due permessi di soggiorno esibiti. Conclude il prossimo presidente della Camera dei Deputati (ride, ma non deve essere molto soddisfatto): «Dico, non è possibile che tutti siano in regola, mi sa proprio che i documenti se li comprano».

Altra città. Altra scena. Bologna. Il consiglio comunale approva un ordine del giorno per dotare la polizia municipale di spray urticanti e «manganelli», da usare nelle intenzioni soltanto per legittima difesa perché tra la pistola e le mani nude ci deve essere uno strumento intermedio, si sente dire. Sempre Bologna. Il sindaco Sergio Cofferati non gradisce che si parli di «ronde», ma conferma che saranno chiamati «volontari» a svolgere «compiti di assistenza alla cittadinanza più debole e a segnalare comportamenti scorretti o pericolosi».

Sembra diffondersi, come un’onda impetuosa, una sicurezza «fai da te». Ogni maggioranza comunale, ogni sindaco, ogni partito con troppo o pochi voti, agita la questione per proprio conto, con una propria iniziativa - «ronde», «volontari», ordinanze contro lavavetri, controlli del reddito degli immigrati. Una babele dove quel che conta, non pare essere l’efficacia dell’iniziativa, la sua coerenza con una «politica», ma l’eco mediatica che avrà, il dividendo politico che sarà possibile incamerare pronta cassa. Non c’è di niente di peggio - e di più dannoso - che l’approssimazione, quando si hanno di fronte problemi seri.

Abbiamo imparato, nel corso del tempo, a capire che le politiche pubbliche in tema di sicurezza ridisegnano il profilo stesso della società (mai che si ascolti un qualche ragionamento, a questo proposito); che molte esperienze hanno messo in dubbio l’efficacia delle politiche criminali nel controllo dei conflitti e dei fenomeni illeciti; che il senso di insicurezza non è necessariamente connesso all’esistenza di pericoli "concreti", ma spesso ha a che fare con il genere, l’età, l’esperienza di vita, la familiarità con l’ambiente in cui si vive, il senso di appartenenza a una comunità. Ilvo Diamanti ci ha spiegato come l’insicurezza sia un sentimento diffuso, che riflette un timore concreto, reale; ma anche un’inquietudine più nebbiosa. Non è un scherzo affrontare, con politiche pubbliche efficaci e condivise, la sovrapposizione della Paura, figlia di uno spaesamento esistenziale, con le paure provocate da minacce concrete. Appena l’anno scorso l’Osservatorio Demos-Coop, ha documentato come «entrambi i sentimenti stanno montando, senza freni». L’83% degli italiani ritiene che negli ultimi 5 anni la criminalità, nel nostro Paese, sia cresciuta. Nella precedente rilevazione, che risale a 2 anni fa, questa percentuale era già alta: 80%. È cresciuta ancora. È aumentata l’insicurezza locale. Nel 2005, il 34% delle persone percepiva in crescita l’illegalità nella zona di residenza. Oggi, quella componente è salita di oltre 10 punti percentuali. Ha superato il 44%. L’incertezza - è la conclusione delle ricerca - si sta insinuando nel nostro mondo, nelle nostra vita. Intorno a noi. Dentro noi stessi. Stentiamo a trovare un rifugio nel quale sentirci protetti. Infatti, il 57% delle persone si dicono preoccupate della criminalità nella zona in cui vivono. Quasi 10 punti più di due anni fa.

Si può affrontare una catastrofe «emotiva» e concretissima così imponente con qualche alzata d’ingegno, con una mossa del cavallo, con un’iniziativa propagandistica e qualche posa gladiatoria? Non pare. Eppure è quel che accade in un clima di allegra spensieratezza secondo un canovaccio che attribuisce alla «destra» la capacità di «combattere la criminalità». Lo pensa il 40% degli italiani mentre solo il 18 riconosce una qualche fiducia al centrosinistra che appare debole, incerto, incapace di comprendere, spiegare, affrontare il fenomeno. E proprio per questo è chiamato a dotarsi ora di una «cultura della sicurezza» moderna, non ideologica, arricchita dai valori del rispetto della dignità della persona. A giudicare da quel che si è visto ieri, e nei giorni addietro, «destra» e «sinistra» sembrano muoversi nella stessa direzione sbagliata. Frammentarietà e approssimazione degli interventi. Qualche sceneggiata propagandistica. Che finiranno soltanto per aumentare la percezione di insicurezza che affligge il Paese.

Lombardia: una tomba di cemento per il verde

il manifesto, ed. Milano

Coldiretti Milano e Lodi

Una colata di cemento si sta mangiando i campi della Lombardia.

A lanciare l’allarme sono le associazioni delle imprese agricole, Coldiretti di Milano e Lodi, Confagricoltura e Cia che hanno presentato i dati sul trend di scomparsa delle aree verdi attorno al capoluogo e nelle altre province della regione. Fra la provincia di Milano e l’area metropolitana si arriva, secondo dati del Politecnico, a oltre il 42 per cento del consumo di suolo con quasi 840 chilometri quadrati fra terreni già urbanizzati e altri ancora da edificare. La situazione peggiore si registra nella zona a nord di Milano (con una fetta già consumata e a rischio dell’83 per cento), all’interno del capoluogo (70 per cento), nel Rhodense e nel Legnanese che si attestano sul 58 per cento e la Brianza sul 54 per cento. “A forza di asfalto e cemento rischiamo di trovarci senza più terreni sufficienti da coltivare, con un conseguente danno per l’ambiente.

Noi non siamo contro tutto a priori, ma serve una politica di concertazione sull’uso del territorio che veda coinvolto in prima persona chi di questo territorio si occupa, fra cui noi”, dicono gli agricoltori, che in questa battaglia sono affiancati da Legambiente, Wwf, Fai e associazioni dei consumatori.

Attorno al capoluogo lombardo c’è la situazione peggiore con la Tem (Tangenziale est esterna) che per 40 chilometri attraverserà il Parco agricolo Sud Milano, con la Brebemi che si collegherà alla Tem all’altezza di Melzo, con raddoppio della Paullese fra Milano e Crema, con il collegamento della Tem alla Cerca nell’area di Melegnano.

Senza dimenticare poi tutto il sistema degli accessi alla Fiera e all’aeroporto di Malpensa, i collegamenti fra la Padana superiore e la Tangenziale Ovest con 14 svincoli fra Abbiategrasso e Magenta e il collegamento a nord con la Boffalora-Malpensa. “Se andiamo avanti così più che infrastrutture in mezzo alla campagna lombarda, ci ritroveremo una spianata di capannoni e strade punteggiata ogni tanto da qualche terreno agricolo.

Un paradosso, vista l’importanza che le coltivazioni hanno sempre avuto e che stanno assumendo ancora di più oggi anche a livello internazionale – afferma Carlo Franciosi, presidente della Coldiretti di Milano e Lodi - Il suolo non è una risorsa infinita. Non si può certo pensare di coltivare grano e mais sulla corsia di sorpasso della tangenziale o della Brebemi, o di trasformare l’ingresso di una cascina in un casello della Brebemi. Serve una mobilitazione che salvaguardi le aree agricole come zone ad alto valore ambientale evitando che finiscano cannibalizzate da strade che molte volte invece di diminuire il traffico, al contrario lo aumentano, con inquinamento e smog”.

L’avanzata del cemento sta colpendo anche il sud della Lombardia, fra le province di Mantova, Lodi e Pavia, dove si stanno espandendo capannoni, strade e poli logistici. Secondo dati raccolti da Legambiente, fra il 1999 e il 2004, a Mantova ogni anno sono spariti oltre 6 milioni di metri quadrati di terreni verdi, a Lodi oltre 2 milioni, a Pavia quasi 5 milioni e mezzo.

Con indici di consumo procapite per abitante fra i più alti della Lombardia: 16 a Mantova, 11 a Lodi e anche a Pavia. Secondo gli agricoltori serve un atteggiamento responsabile degli enti locali per quanto riguarda le pianificazioni urbanistiche e i via libera a insediamenti che potrebbero stravolgere le ultime aree verdi rimaste. Una posizione condivisa anche da ambientalisti e consumatori con i quali Coldiretti, Confagricoltura e Cia stanno dando vita a un patto per la difesa del territorio.

Gli agricoltori sotto assedio "Il cemento ci sta uccidendo"

la Repubblica ed. Milano

di Ilaria Carra

Cemento e catrame occupano in provincia di Milano il 34% del suolo. Ma ci sarà una crescita, fino arrivare al 42,7% quando saranno costruite le aree edificabili. Per questo gli agricoltori lanciano l’allarme e chiedono di potersi sedere ai tavoli dove si decide il futuro della Lombardia. «A forza di asfalto e cemento rischiamo di trovarci senza più terreni sufficienti da coltivare. Serve una politica di concertazione sull’uso del territorio, in cui si mettano a punto anche forme di compensazione» sostengono Coldiretti, Cia e Confagricoltura, che hanno presentato il documento, "Un futuro per l’agricoltura milanese", con cui chiedono maggiori tutele per la salvaguardia del territorio agricolo dai progetti infrastrutturali. Una posizione sottoscritta anche da Fai, Slow food, Italia Nostra, Legambiente, Wwf, e Adiconsum.

I dati rivelano che l’avanzata del cemento sta colpendo anche il Sud della Lombardia, rimasta in passato più tutelata rispetto al nord, fra le province di Mantova, Lodi e Pavia, dove si stanno espandendo capannoni, strade e poli logistici. Fra il 1999 e il 2004 a Mantova ogni anno sono spariti oltre 6 milioni di metri quadrati di terreni verdi, a Lodi oltre 2 milioni, a Pavia quasi 5 milioni e mezzo.

A Milano seconda città agricola d’Italia, e quinta provincia in Lombardia, con 90mila ettari coltivati e 370milioni di euro lordi di prodotti della terra, la situazione è già compromessa da tempo: secondo i dati del Politecnico tra provincia e area metropolitana il consumo di suolo supera il 42 per cento, con quasi 840 chilometri quadrati fra terreni già urbanizzati e altri in attesa di edificazione. Le preoccupazioni degli agricoltori nel Milanese riguardano in particolare i progetti stradali (Tem, Brebemi, i collegamenti con la Fiera e Malpensa, Pedemontana) e quelli dei centri come il Cerba che sorgeranno nei parchi. Senza contare i progetti edilizi in chiave Expo. «Che è basato, prima di tutto, sull’agroalimentare: ma senza territorio come facciamo?», si chiede Carlo Franciosi, presidente Coldiretti Milano e Lodi. «L’Expo dovrebbe portare, invece, a un’eccellenza agricola - auspica Paola Santeramo, presidente provinciale della Cia - chiediamo un piano di recupero delle cascine abbandonate, uno sviluppo degli agriturismo e un piano di insediamento di giovani imprenditori». A difesa del territorio divorato dal mattone si schiera anche Pietro Mezzi, assessore provinciale al Territorio, che chiede «di porre un limite prima di arrivare al punto di non ritorno». In altre parole: giù le mani dai parchi a chi pensa di ritoccarne i confini per costruire.

Giulia Crespi: "La nuova legge allenterà la tutela". E rispunta la contestata norma "ammazzaparchi"

Da piccola era solita andare al Parco agricolo sud con il padre, quando ancora si sentiva il profumo del fieno. «Oggi quasi non si sente più, con esso sono scomparse molte aree verdi di Milano e provincia. E se passa il progetto di legge della Regione sui parchi sarà un danno ulteriore per il nostro territorio». È con il Pirellone che se la prende Giulia Maria Crespi, presidente del Fai (Fondo italiano per l’Ambiente), che, dopo aver sottoscritto il documento "Un futuro per l’agricoltura milanese", attacca il progetto di legge regionale sui parchi. «Stanno pensando - denuncia - di estendere la caccia nelle aree protette e di eliminare la tipologia dei parchi regionali, mettendo ai vertici personaggi politici che non hanno le competenze adatte per quell’incarico». Una preoccupazione condivisa anche dai Verdi con il consigliere Carlo Monguzzi, che denuncia «la maggior libertà di edificare dei Comuni dopo la riforma urbanistica voluta dalla Regione». Dove ora, alla commissione Ambiente, si sta discutendo appunto il nuovo progetto di legge, che approderà in consiglio entro l’estate.

Tre i punti fondamentali: la riduzione notevole dei membri dei cda dei parchi, la possibilità per la Regione di intervenire in contenziosi sorti tra comuni ed enti gestori delle aree protette (un’eventualità già respinta in passato, battezzata "ammazzaparchi", e che ora ritorna), e la nomina dei direttori da parte della giunta regionale selezionando i candidati da un albo accessibile a chiunque abbia i requisiti. «Vogliono gestire i parchi come le Asl», critica Francesco Prina, consigliere del Pd al Pirellone. «Vogliamo soltanto razionalizzarne la struttura - spiega Marco Pagnoncelli, assessore regionale all’Ambiente - i parchi devono diventare attori protagonisti. Lo sviluppo ha il suo prezzo ma andrà di pari passo con la tutela del territorio».

Con la pubblicazione delle ennesime, per ora ultime consistenti modifiche alla legge urbanistica regionale lombarda 12/2005, introdotte dalla legge regionale 4/2008 si è consumato un nuovo episodio del processo apparentemente inarrestabile di deregulation urbanistica.

L’attenzione del pubblico è stata richiamata, anche dall’opposizione, soltanto sul cosiddetto emendamento “ammazzaparchi” che consentiva alla giunta regionale di decidere in via definitiva sulle richieste dei comuni di modifica dei Piani territoriali di coordinamento dei parchi stessi. L’emendamento è stato alla fine ritirato dallo stesso assessore competente.

E’ invece stato approvato, nel silenzio generale, un altro emendamento, quello che introduce il comma 1 bis dell’art.103. Tale emendamento disapplica nella Regione il decreto 2 aprile 1968 n. 1444, tranne che per la distanza minima di dieci metri tra edifici.

Morte accertata per l’urbanistica riformista.

Chi conosce non solo il decreto, ma anche l’impianto e lo spirito della legge 12 non faticherà ad intuire quanto vaste e sconvolgenti possano essere sul territorio le conseguenze di questo articoletto di poche righe. Per tutte mi limito a qualche esempio.

Partiamo dalla questione degli standard urbanistici. L’articolo 9 della legge 12 continua a prevedere che, in quella porzione dello strumento urbanistico generale denominato “piano dei servizi”, sia rispettata la quantità minima di spazi pubblici pari a 18 mq per abitante. Si apre però una fila lunghissima di interrogativi, dei quali fornirò ancora una volta solo qualche esempio. Come si calcolano i mc per abitante? Non vi sono più obblighi di previsione degli standard, in misura quantitativamente definita, per gli insediamenti non residenziali? E gli standard di livello urbano dove sono andati a finire?. E cosa garantisce l’applicazione degli standard nella pianificazione attuativa?. Come sempre ormai, in Lombardia, terremoto e totale incertezza del diritto. O meglio, perdita di ogni omogeneità di comportamento, e facoltà per ciascuno dei 1546 comuni in cui è sminuzzato il territorio regionale di darsi o anche di non darsi regole e principi di comportamento civili e moderne.

Ma la disapplicazione dello storico decreto produce una serie di altri effetti di portata difficilmente calcolabile rispetto alla prassi urbanistica faticosamente conquistata negli ultimi quarant’anni. La definizione di centro storico sparisce dalla legislazione urbanistica e resta affidata al solo fragilissimo baluardo del piano paesistico regionale. I limiti massimi di densità edilizia e di altezza che ci avevano consentito di uscire faticosamente dall’incubo urbanistico degli anni 50 non esistono più; il nuovo incubo fa pensare ad una generalizzazione del modello Pudong.

E’ solo qualche esempio, ma sufficiente per capire dove ci stanno portando le istituzioni lombarde, circondate dal silenzio praticamente totale di associazioni, organismi culturali ed università. Orbene, la legge è appena entrata in vigore. Il governo, giunto al termine della propria vita, ed in particolare il Ministero dell’ambiente avranno la forza di reagire? Avrà la voglia di reagire la Provincia di Milano? Oppure a resistere saranno lasciati ancora una volta, da soli, i “comitati”?

L'ultimo intervento del Cittaterritorio Festival, affidato al grande storico dell'architettura Joseph Rykwert dal titolo "La città ideale: che cosa resta di un'utopia", ha ripreso l'esigenza di una progettualità urbanistica espressa dal primo intervento di Bernardo Secchi e l'ha coniugata con la necessità di un'architettura della socialità avanzata sabato da Saskia Sassen. Anche per questa sintesi, la sua dissertazione sulla città utopica è stata la migliore conclusione possibile dell'evento, salutato da un tendone gremito in Piazza del Municipio.

Secondo Rykwert, il futuro è inaspettato, e la statistica non può aiutarci a prevederlo. A questa indeterminatezza, noi possiamo reagire con la passività, o con il progetto: "il progetto in architettura, è un proiettile lanciato verso il futuro, che richiede terreno solido sotto i piedi, inteso come conoscenza della propria situazione". Costruire una casa è anche costruire una città, cioè il contesto dell'edificio, così "ogni progetto non può essere fine a sé stesso, passando dal disegno, al cantiere all'edificio in modo meccanico, ma ci deve essere un'elaborazione concettuale". Il progetto può avere due obiettivi: uno ovvio e raggiungibile ed uno che rimarrà irraggiungibile ed irraggiunto. Questo è il senso del pensiero utopico. "Noi cerchiamo sempre di fare meglio sapendo che non sarà fatto, nonostante possa sembrare un paradosso".

E per dimostrare come il progetto formale privo di una visione sociale, sia un concetto superato, Rykwert ha portato l'esempio di Le Corbusier che negli anni '20 aveva progettato un modello di città tecnocratica per tre milioni di abitanti con al centro otto palazzi di 60 metri e un aeroporto, poi, nel dopoguerra, intervenendo nella ricostruzione di Marsiglia, aveva invece progettato un sistema di palazzi a stecca con al centro uno spazio collettivo, fatto di caffé, alberghi e uffici, che prima era negato. Successivamente, attorno agli edifici del grande architetto, ne sono stati costruiti altri, che li imitavano, ma senza un progetto, con il solo effetto di interrompere la prospettiva fino al mare. "Molti miei contemporanei - ha detto Rykwert - sembrano sedotti dagli insegnamenti di certi professori i quali cercavano di liberare l'impresa formale dei grandi architetti del ‘900 da qualsiasi impegno sociale. Io invece ho cercato di tener libera la ricerca formale che rispetta un legame tra forma costruita e un pensiero sociale. Dall'altra parte mi sembra che questa ricerca sia minacciata dall'insegnamento forse più raffinato che l'architetto operante nella società tardo-post capitalistica, nella società dove manca qualsiasi occasione sociale, quella società del populismo mercantile di cui parlava Gregotti, non può nutrire speranze di elaborare un ordine architettonico. La ricerca formale può solo mirare presentare forme vuote di qualsiasi pretesa significativa ed è contro questi due formalismi che ho cercato di proporre un impegno con la ricerca di un modo di incarnare la speranza sociale in un ordine formale. Ed è appunto questo impegno che voglio proporre come la ricerca più attuale in quanto mira a una cosa irraggiungibile, occulta che offre il pensiero utopico: non chiedo che si costruiscano città ideali, sarebbe ridicolo, ma chiedo invece che nel pensare la città non si renda all'immensità delle forze laceranti, il tessuto urbano, ma si proceda al progetto tenendo sempre presente la ricchezza e l'efficacia del pensiero utopico".

Con un'ovazione degna di una star, i presenti hanno salutato questo grande pensatore dimostrando che anche tematiche così astratte e complesse possono catturare un vasto pubblico, non solo di addetti ai lavori.

E invece proprio agli architetti, agli urbanisti e ai costruttori, si è rivolto il Sindaco Gaetano Sateriale in chiusura: "Non esagerate, non vogliate lasciare per forza un segno nella città e considerate sempre il contesto in cui lavorate".

Poi ha aggiunto: "Per quanto riguarda me, l'ideatore del Festival Giuseppe Laterza e l'organizzazione di Ferrara Fiere, siamo già al lavoro per la prossima edizione del Festival, arrivederci!".

E' vero che le statistiche sulla criminalità dicono che il fenomeno è in buona sostanza stabile. Ma sottovalutare la soglia di allarme sociale a cui siamo giunti sarebbe per la sinistra un errore devastante. E' infatti innegabile che la percezione di vivere in città e territori sempre meno sicuri ci coinvolge tutti e davvero non ce la possiamo cavare con un'alzata di spalle. La questione è seria e va affrontata con rigore, prima che le paure fomentate dalla destra riescano a scalfire un altro pezzo del sistema della convivenza civile. Ma con altrettanta chiarezza credo che vadano affrontate anche le cause strutturali del fenomeno. Senza questa analisi si rischia la deriva autoritaria: tutto, anche i writers o i lavavetri, diventa ordine pubblico. Se guardiamo invece allo stato delle nostre città, potremmo cogliere quelle contraddizioni che derivano dai modelli economici imposti dalla globalizzazione.

Sono due le principali caratteristiche della vita urbana. La prima è che si stanno espandendo in maniera impressionante. Siamo a ritmi simili a quelli degli anni '60 quando c'era il boom economico e una impetuosa crescita demografica. Oggi siamo a economia stagnante e popolazione ferma ai circa 60 milioni di residenti. E non si venga a dire che le città crescono per quei 3 milioni di immigrati che vivono in Italia! Crescono perché gli investitori finanziari internazionali operano ormai senza ogni regola. Si stanno realizzando centinaia di immensi centri commerciali in ogni città e nelle campagne. Si stanno costruendo dovunque giganteschi alberghi a beneficio dei pochi tour operators che guidano il miliardario mercato turistico globale. Si sta realizzando, infine, un'immensa villettopoli, visto che i prezzi delle abitazioni urbane sono inaccessibili.

L'altra caratteristica della fase di vita urbana è che di fronte a questa espansione urbana si vanno spegnendo uno a uno i luoghi pubblici che formavano i nodi della rete di relazioni sociali. A parte le poche di maggiore grandezza, tutte le stazioni ferroviarie sono senza presidio. Non c'è più personale perché la spesa pubblica è stata falcidiata. I capolinea del trasporto pubblico locale hanno subito lo stesso destino. E che dire della piccola rete commerciale delle periferie urbane che ha rappresentato uno dei rari elementi di socialità nelle nostre tristi periferie? Cancellate dall'apertura dei megastore di cui parlavamo prima.

Insomma le città crescono a dismisura mentre i presidi pubblici vengono chiusi uno dopo l'altro. Ecco il motivo strutturale dell'insicurezza. Il neoliberismo sta cancellando le città come le avevamo ereditate da una secolare tradizione, e cioè luoghi di relazioni economiche e sociali. Oggi tutto è ridotto al solo fattore economico.

Il dramma è che la parte maggioritaria della sinistra è ancora ubriacata dai miti del liberismo e non riesce più ad articolare nessun ragionamento. Non sarebbe difficile sbattere in faccia alla tracotanza securitaria di Alemanno che è proprio la loro concezione liberista ad aver costretto le pubbliche amministrazioni a chiudere servizi e luoghi pubblici. A rendere insomma più povere e insicure le nostre città. Qualche settimana fa sono morte cinque persone nella desolata periferia romana. Investite da un'automobile perché non c'era neppure un marciapiede. Tre delle vittime erano bambini che stavano andando a scuola. Il luogo della tragedia è lontano duecento metri da un gigantesco centro commerciale: si accendono le vetrine del consumo e si spengono città intere.

Allora, insieme alle doverose risposte in termini di prevenzione della criminalità diffusa, apriamo la stagione di un ripensamento della nostra condizione urbana. Ricominciamo a vedere il deserto che c'è nelle periferie. E' da lì che sono volati via milioni di consensi.

1. Speculazioni. Sorgerà a Belpasso il centro commerciale più grande della Sicilia. Con un paio di deroghe al Prg

Catania. Volere è potere. Far sorgere un insediamento industriale grande circa 650mila metri quadrati in un’area a destinazione agricola potrebbe sembrare impossibile, soprattutto quando si parla di una cittadina che ha già due zone destinate allo sviluppo: la prima è quella dell’Asi, la seconda è quella del Piano regolatore. I cittadini non ne sono a conoscenza ed il caso, nel silenzio della grande stampa, lo segue solo un magazine guidato da giovani giornalisti: “Sciara”.

L’ombra della speculazione. Chi considera il centro commerciale Etnapolis come il più esteso della Sicilia, non ha fatto ancora i conti col nuovo centro logistico di Belpasso che sarà grande almeno il doppio. Si parla di 65 ettari sui quali non è possibile dire quanto cemento verrà armato tra uffici, capannoni e strutture che stando ai progetti ricordano molto quelle tipiche dei grandi insediamenti produttivi. Ma qui si parla di logistica, almeno sulla carta, almeno per adesso, ed è chiaro che i numerosi terreni acquistati come agricoli ad un certo prezzo dopo un passaggio in consiglio comunale valgono oro. Per un fatto semplicissimo. Stando al Prg vigente nessuno poteva pensare ad una loro rivalutazione.

La location. È strategica. La posizione del nuovo insediamento produttivo sembra non essere casuale. Da un lato ci sono lo svincolo autostradale della Catania-Palermo e la stazione ferroviaria di Motta S. Anastasia. Dall’altro sono presenti una azienda che produce prefabbricati per l’edilizia e qualche deposito del gruppo Ard Discount. Poi c’è il Simeto che lambisce gran parte dei 65 ettari in questione di cui 20 edificandi, con un gomito che regala una bellezza unica al paesaggio attuale fatto di aranceti a perdita d’occhio. L’arrivo delle ruspe è previsto entro pochi mesi.

L’iter. Nel novembre 2006 la General Costruzioni srl amministrata da Domenico Santonocito (sede legale Tremestieri Etneo) e la Gec amministrata da Salvatore Leotta (sede legale a Catania) presentano un progetto attraverso lo Sportello unico per le attività produttive guidato da Sebastiano Leonardi, dirigente del settore Urbanistica del comune di Belpasso. Pare che la società incaricata della progettazione del centro cercasse un’area di 61 ettari per l’insediamento produttivo. Ma questa non esisteva e non rientrava nelle prerogative del Prg all’interno di una cittadina di 24mila anime. È intervenuto così l’art. 5 del Dpr. 447/98 modificato dal Dpr 440/2000 che definisce, grazie allo Sportello unico, le modalità per le approvazioni in genere in materia di attività produttive. L’art. 5 prevede che, ove l’imprenditore proponga un insediamento in una localizzazione che non ha la compatibilità e la conformità con il Prg, l’amministrazione comunale, dopo averlo rigettato e valutate tutta una serie di indicazioni fornite dalla normativa, può convocare, su richiesta dell’azienda proponente, una conferenza di servizi. La normativa dice che, trascorsi i termini di legge, la conferenza di servizi approva favorevolmente l’iniziativa imprenditoriale. Per quanto riguarda la variante, la procedura è quella classica: pubblicità sulla Gazzetta Ufficiale e proposta di tutto il pacchetto al consiglio comunale, il quale ha 60 giorni di tempo per decidere in merito, adottando o meno la variante urbanistica. Quello che viene presentato di per sé è già un progetto edilizio esecutivo, con tanto di valutazione ambientale fatta dalla Regione. Il resto lo hanno fatto i dodici pareri favorevoli dopo che il 16 febbraio e il 24 settembre 2007 era stata riunita la conferenza dei servizi. Le società Gc e Sgc vengono inglobate in un’altra società, la Parco Mediterraneo srl che contemporaneamente diventa proprietaria di tutta l’area. A fine marzo del 2008 il consiglio comunale approva in nottata tutto il progetto con undici voti favorevoli, sei contrari e un astenuto.

Industrializzazione punto e basta. I territori situati a sud di Belpasso sono noti per le produzioni agrumicole. A forza di varianti e di insediamenti industriali più o meno controllati da qualche anno la classe politica ha scelto quello che deve essere il futuro di questa cittadina e ha scelto anche in quale maniera deve concretizzarsi questo futuro in assoluto disordine. Non c’è regola o programmazione urbanistica che tenga. Il discorso vale per l’insediamento di cui si parla ma anche per i numerosi capannoni industriali che continuano a sorgere sui terreni agricoli dapprima come strutture che dovrebbero ospitare attività connesse con la lavorazione della terra, poi, una volta realizzati, si preparano ad ospitare qualunque tipo di impresa. Un futuro di cementificazione che forse fa rima con speculazione, un futuro delineato nel chiuso delle stanze del palazzo municipale, mentre la cittadinanza dorme sonni tranquilli.

2. Enna. L’outlet targato Ciancio e Virlinzi

Enna. Metti Vincenzo Viola a capo di una cordata della quale fanno parte l’imprenditore Ennio Virlinzi e l’editore Mario Ciancio oltre che il costruttore sardo Gualtiero Cualbu e il torinese Riccardo Garosci, europarlamentare ed ex presidente della Federcom. Metti un paesino in provincia di Enna poco distante dall’unica arteria autostradale esistente, un progetto firmato da Guido Spadolini (lo stesso del primo outlet italiano a Serravalle Scrivia), ed un’area di 31 ettari sulla quale è concessa “carta bianca” dalla classe politica. Il gioco è fatto, potere è volere. Nasce così un’intera città destinata allo shopping fatta di strade, piazze, bar, ristoranti e alberghi di lusso, ma anche negozi di tutte le dimensioni e per i più tradizionalisti ci sarà anche un centro commerciale di 6.700 metri quadrati. Tutto questo ad Enna, cuore della Sicilia, città più povera d’Italia, dove però gli imprenditori in questione ritengono di poter pescare su un bacino che supera i tre milioni di abitanti.

Quando i poteri forti chiamano arrivano subito autorizzazioni e pareri favorevoli, ma anche infrastrutture più o meno grandi, ma sicuramente rilevanti, come la corsia di immissione e la rotatoria situate ad ovest dell’outlet sulla Sp 75. 32.000 metri quadrati coperti di cui 17.500 corrispondono alla superficie netta dei moduli in vendita ai quali si aggiungono le superfici dell’albergo di lusso e dell’ipermercato. 220 posti auto, autorizzazione rilasciata dalla Regione nel febbraio 2008. Consegna in 18 mesi, chiavi in mano. Altro che burocrazia e tempi lunghi.

Nota: va sottolineato, tra l’altro, il sostanziale silenzio della stampa mainstream, locale e non, su un tema così importante. La cosa si deve anche secondo molti osservatori al fatto che spesso gli interessi di chi possiede i mezzi di informazione coincidono con quelli che inducono certe trasformazioni territoriali, in Sicilia come altrove.

Ci volevano alcuni creativi d’eccezione per organizzare un festival che si propone, nientemeno, che di rappresentare come “paesaggio della felicità” ciò che resta delle cittadine industriali della pedemontana triveneta con il “passaggio al postfordismo”.

Rovereto, Schio, Valdagno, Montebelluna, Conegliano, Vittorio Veneto, Maniago: luoghi di antica vocazione protoindustriale, accanto a vere e proprie company town, ma anche nodi commerciali sulle antiche vie d’Alemagna, sedi di importanti commerci testimoniati in alcuni casi dalla presenza di consistenti comunità ebraiche. Esattamente l’opposto del Veneto contadino, arretrato e ignorante divenuto luogo comune nell’Italia della ricostruzione postbellica degli anni Cinquanta.

Ciò nonostante, città tutte più o meno travolte dal selvaggio sviluppo, immobiliare prima ancora che produttivo, dei decenni più recenti, che ne hanno a volte conservato i pregevoli centri antichi ma sfigurato i confini, le campagne, la parte esterna del corpo. Il rapido smembramento delle forme consolidate è andato di pari passo con lo sgretolamento delle regole sociali consolidate, spesso un po’ pesanti e chiuse, ma comunque in grado di riprodurre una tranquilla e peculiare convivenza civile.

E con la forma va perdendosi anche la memoria, giacché oggi la Pedemontana veneta, più che un’organizzazione sociale, produttiva e territoriale peculiare designa più volgarmente un progetto autostradale.

“Perché la città torni a diventare impresa e l'impresa torni a essere città”, recita dunque l’iniziativa che dal 18 al 20 aprile prossimi intende promuovere “un rinnovato senso del lavoro, di progettazione e di vita proteso al perseguimento della felicità”. Chi sono costoro, e con chi intendono comunicare?

Un ex giornalista d’un noto quotidiano di sinistra, in seguito responsabile per la comunicazione d’un rilevante monopolio, ora portavoce del Presidente regionale; un geniale organizzatore d’eventi e arredatore, da qualche tempo direttore editoriale d’una rivista nazionale che sponsorizza l’evento; l’attivissimo cantore della nuova classe imprenditoriale postfordista; qualche docente di economia e affini, qualche giornalista, un editore, una sindacalista pedemontana. Un mix interessante, non c’è che dire, per chi apprezza il genere, ma per organizzare che cosa?

Beh, un festival, come dice il titolo stesso dell’evento.

Se non fosse un festival, il fatto che gli organizzatori dichiarino che “questo territorio, e le sue imprese, devono diventare attrattivi per migliaia di lavoratori intellettuali provenienti da ogni angolo del pianeta, offrendo loro come prospettiva quella di lavorare nelle aziende più innovative del mondo, in una “metropoli” che offre occasioni, stimoli culturali e un paesaggio dove vivere felici” aprirebbe diversi interrogativi. Che cosa significa oggi essere un’azienda innovativa? Sono davvero le metropoli, e nel caso quali metropoli, i luoghi che offrono stimoli culturali e un paesaggio che fa vivere felici? Le nostre comunità residue sono davvero disponibili a convivere con ulteriori migliaia di lavoratori provenienti da ogni angolo del pianeta, per ora verosimilmente attratti dai differenziali salariali rispetto ai paesi d’origine più che da altri fattori? E che significa occuparsi del nostro paesaggio? Argomenti che sarebbe assai utile fossero discussi nei luoghi consoni, deputati ad assumere le decisioni in nome della collettività, siano essi le aule dei consigli regionali o comunali piuttosto che le sedi delle organizzazioni di categoria e quant’altro. Ma che invece brillano per assenza di dibattito pubblico, a iniziare dalla campagna elettorale e dai relativi programmi partitici.

La risposta implicita che il festival ci fornisce è l’evento-spettacolo come nuovo motore dell’economia urbana, poco importa se innanzitutto dell’economia immobiliare. Tesi un po’ vecchiotta, oggetto di un dibattito disciplinare da una ventina d’anni, e ahimé tornata in strepitosa auge dopo la recente designazione di Milano a sede Expo.

Relegati al ruolo di consumatori passivi, non ci resta che approfittare di quel poco di sicuramente interessante che il festival offre, come i filmati d’autore in programma a Vittorio Veneto. Tra questi il bellissimo “Pier Paolo Pasolini e la forma della città”, girato nel 1972 a Sanaa e Orte, i cui contenuti costituiscono una lucida denuncia delle tesi fatte proprie dagli organizzatori.

La coerenza è proprio passata di moda, anche da queste parti prossime alla montagna?

Che cos’è che fa di un luogo «un luogo seducente». E che cosa, al contrario, fa sì che un luogo emani disagio, alienazione.

Da molti anni Joseph Rykwert, storico dell’architettura, origini polacche, a lungo professore negli Stati Uniti, adesso londinese, uno dei grandi studiosi della città e delle sue forme - dal mondo classico alle moderne megalopoli - indaga sul senso profondo di una costruzione urbana, al di là degli aspetti architettonici, economici e persino razionali fino a sondare un limite che sembrerebbe del tutto improprio, trattando di questi argomenti, quello che distingue il conscio dall’inconscio. La seduzione del luogo si intitola uno dei suoi libri più celebri, un libro che torna in questi giorni dopo molti anni (Einaudi, pagg. 366, euro 26).

Il tema della seduzione coglie la città nel momento in cui essa attraversa, sostengono tanti urbanisti, un passaggio di stato.

Cosa sia città è difficile a dirsi con la stessa sicurezza di quando essa era un aggregato piuttosto denso di edifici e di strade, di centro e di periferia, sufficientemente distinto da ciò che città non era. La città ora si disperde, secondo alcuni esplode, secondo altri rimette insieme i suoi pezzi sparsi in quella che un tempo era campagna. Si trasforma, seguendo logiche riconoscibili, oppure soddisfacendo interessi speculativi. Questo accade in maniera molto diversa, spiega Rykwert, da un capo all’altro del pianeta. Ma accade un po’ ovunque. Una delle frasi che Rykwert predilige è di Italo Calvino, da Le città invisibili:

«Le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altra bastano a tener su le loro mura».

Partiamo da qui, professor Rykwert, che cos’è la seduzione di un luogo?

«Per qualsiasi insediamento occorre risalire a una serie di fattori conoscitivi che lo governano, a fattori simbolici. Prenda la città di epoca romana».

Com’è nata quella città?

«Si era sempre detto che fosse l’esempio di un ordine razionale, perché si ispirava al modello dell’accampamento militare. E invece è vero il contrario. Sia l’accampamento che la città potevano essere abitate solo dopo cerimonie che ne spiegavano il senso.

Quella pianta rettangolare rispecchiava credenze, oltre all’idea che gli uomini avevano del mondo e al posto che occupavano in esso».

Prima la seduzione e poi altri fattori più razionali.

«Nel mondo antico la pianta di una città corrisponde a certe idee sull’ordine del cosmo, per esempio. Successivamente intervengono questioni economiche e politiche, la divisione dei suoli, delle proprietà. Poi, quando quelle concezioni cosmologiche si sono logorate, si è passati a costruire le città cercando un altro ordine dentro sé stessi e modellando in questo modo l’ambiente».

Di ciò lei parla a lungo in un altro suo libro, L’idea di città. La seduzione è dunque una forza intrinseca al tessuto urbano.

«A Città del Messico, nonostante l’immensa estensione delle sue baraccopoli, esiste un centro raccolto intorno allo Zòcalo, la piazza tracciata da Cortés all’indomani della Conquista, la cui potenza attrattiva non è cancellata da una crescita urbana incontrollata. Persino Manhattan, il luogo al mondo più conformato dalla globalizzazione, ha uno status di città che non è solo economico. La seduzione dipende in gran parte anche dalla nostra capacità inventiva nel manipolare concetti e forme».

Si spieghi meglio.

«In generale la città moderna appare piena di contraddizioni. Ospita culture diverse, gruppi etnici diversi, religioni diverse. Questa sua frammentazione, questa sua disponibilità, persino i suoi conflitti sono attraenti».

Lei ha studiato il Rinascimento italiano, Leon Battista Alberti, «la città ideale», descrivendo come l’architettura si proponesse il rinnovamento sociale. Ora questa pretesa pare messa in forte discussione. Perché?

«Perché si contestano quei sistemi politici dirigisti, sia di destra che di sinistra, e l’architettura razionalista che nel Novecento hanno costruito quartieri più o meno sperimentali, che nonostante fossero molto costrittivi, lasciavano intuire un’idea di riorganizzazione sociale».

Lei si riferisce ai grandi insediamenti popolari, anche molto diversi fra loro, sorti in tante città europee.

«A Francoforte o ad Amsterdam gli abitanti di questi insediamenti sono spesso contenti della loro sorte. Ma preponderante è il luogo comune che un esperimento sociale, frutto di un pensiero utopico, sia solo un’avventura fallimentare. Ora siamo approdati a uno stadio della società tardo-capitalista nel quale l’idea che un’impresa edilizia produca un miglioramento sociale sia fasulla e controproducente. E’ l’ideologia del mercato imperante più che il fallimento di un progetto legato a un’idea di società».

Secondo le Nazioni unite, più di metà della popolazione mondiale vive oggi in un contesto urbano. Che impressione le fa?

«E’ un’impressione paurosa. Perché lo svuotamento del mondo rurale non può che portare a carenza di cibo, di grano e di riso, in particolare, che grava soprattutto sui paesi poveri».

E in effetti è nei paesi poveri che si concentra questo nuovo urbanesimo. Ma che cosa c’è di urbano in città come Kinshasa, Nairobi, Lagos o Città del Messico? Che cosa seduce di questi luoghi?

«Ogni luogo ha la sua storia e modi diversi di seduzione. Non bisogna fermarsi ai dati che indicano solo le quantità di crescita. Città del Messico, come le dicevo, ha poco a che fare con le altre metropoli che lei cita. Ha una storia millenaria. E la relazione difficilissima tra il suo centro e le favellas ci rimanda alla crescita delle prime città industriali e ai modi in cui si attirava popolazione rurale, una storia complessa, tragica. Il Congo e il Kenya sono invece società costruite sulle rovine di stati semi-nomadi, con forti divisioni tra loro. E la Nigeria ha un’altra storia ancora, legata al passato del grande impero africano».

Non generalizziamo, lei insiste, anche di fronte a fenomeni che appaiono simili come la spaventosa crescita delle megalopoli africane. A costo di sbagliare, le chiedo: come giudica il fenomeno della dispersione abitativa?

«Mi pare già in fase di trasformazione. Il tessuto sociale sta producendo nuove aggregazioni e credo che ancora non siano perfettamente compresi gli effetti delle comunicazioni elettroniche».

E dal punto di vista della qualità ambientale? Questo modo di occupare il territorio non è sempre più dipendente dalle automobili, costose e inquinanti?

«Questo è un problema, sicuramente. Ma va esaminato caso per caso. E poi non credo che i gas di scarico siano l’effetto peggiore, quanto il fatto che la rete stradale è sommersa da una marea di automobili che saturano lo spazio. A San Paolo del Brasile i ricchi preferiscono l’elicottero per muoversi in città».

Molte grandi città si trasformano con le Olimpiadi. Milano ospiterà l’Expo del 2015. E si sono subito aperte polemiche. Come giudica queste occasioni? Si può evitare che si trasformino in pure operazioni immobiliari?

«Le Olimpiadi hanno avuto effetti positivi solo nelle città che hanno assorbito il loro impatto, come Barcellona. In altri luoghi lo sforzo finanziario ha lasciato una scia di debiti. Dopo il fiasco pubblicitario della fiaccola di Pechino e le delusioni degli ultimi Expo mi sembra legittimo chiedersi il perché di tante attenzioni. Sono comunque esperienze che si collocano ai bordi della vita urbana».

Si apre oggi a Ferrara, e si chiude domenica, la prima edizione di «Cittàterritorio Festival»: quattro giorni d’incontri in cui architetti, storici, urbanisti, economisti, sociologi, studiosi d’estetica si confrontano sulla realtà urbana del terzo millennio. Il festival è promosso dal Comune e dall’Università di Ferrara, dalla Regione Emilia-Romagna e dallo Iuav di Venezia. L’organizzazione è di Laterza Agorà e Ferrara Fiere. Sponsorizza l’Eni. Sul tema Centro e periferia, intorno al quale ruota questa prima edizione del festival, pubblichiamo una riflessione di Stefano Boeri, direttore della rivista Abitare.

Per secoli, studiosi di ogni disciplina hanno provato a definire la città ricorrendo a metafore (la città come una macchina, come il corpo umano, come una rete, come un testo..). Hanno anche utilizzato categorie astratte di misurazione: la dimensione, l'estensione, l'altezza, la demografia, l'infrastrutturazione, l'attrattività. Niente da fare. «Città» è un termine che - forse perché comprende noi stessi che cerchiamo di definirlo - è sempre sfuggito ad una definizione apodittica.

Eppure tutti noi, vivendo e attraversando quotidianamente i suoi spazi e i suoi paesaggi, sappiamo bene cosa sia, oggi, una città. Ad esempio sappiamo che a distinguerla dal resto del territorio è soprattutto una densità fisica determinata dalla compressione di costruzioni (edifici, volumi, architetture) in un unico territorio. Ma è anche una densità di infrastrutture. Una città significa migliaia di metri di rotoli e griglie di strade, piazze, tunnel sotterranei, viadotti, tubature in cui scorrono i flussi dell'urbanità contemporanea: le folle dei cittadini, la moltitudine dei veicoli, le infinite varianti delle merci che ci vestono, alimentano, divertono, aiutano; e poi le acque, le correnti energetiche, i gas; i flussi finanziari che scorrono nelle reti immateriali; e infine le immagini verbo-visive: migliaia di parole e figure che volano nei cablaggi, nelle reti digitali, nei coni d'ombra dei satelliti. Tutto questo significa anche densità di nodi: areoporti, stazioni, fiere, ortomercati, banche, scuole, centri commerciali, headquarter, cattedrali, interporti, monumenti… punti, emergenze, coaguli verso cui i flussi vengono convogliati, orientati, rilanciati nel gioco infinito degli scambi.

I nodi di una città rappresentano il punto di coagulo - negli spazi fisici - delle infrastrutture e dei flussi. Ma non solo: i nodi ci aiutano anche a cogliere l'altra fondamentale dimensione dell'urbanità: quella simbolica. Per esistere, oggi più che mai, una città deve costituirsi come un'entità riconoscibile e condivisa per le moltitudini sempre più variegate dei suoi cittadini. Non esiste città senza quella misteriosa alchimia di luoghi, di ricordi intimi, di memorie condivise capace di volare nell'immaginario collettivo e di saldare in una parola o in una sensazione - magari sfuggente - tutte queste cose insieme.

Da Milano a Dubai, da Roma a Città del Messico, da Napoli a Los Angeles le città si stanno espandendo nel territorio; crescono i loro reticoli, si addensano i flussi e i nodi, aumenta la loro dimensione geografica e demografica, svaniscono i confini con la campagna e con le città contigue, sfuma il loro perimetro. Eppure, in questa vertiginosa estensione spaziale - dura, fisica, minerale - l'unica densità che permette a questi agglomerati di essere percepibili come entità singolari per noi che le abitiamo è legata a qualcosa di immateriale e aleatorio: un'idea condivisa, l'immagine di un luogo e di un'atmosfera… Oggi più che mai le città sono simboli oppure, semplicemente, non sono.

Siamo nel vivo di una formidabile trasformazione delle logiche di evoluzione delle città europee. Nel vivo di una transizione che (per usare una metafora che associa la città ad una lingua) riguarda sia la sintassi che la grammatica dei nostri spazi di vita.

Io credo che il modo più efficace per descrivere questa transizione (che ci sta portando verso una nuova condizione urbana, dai confini ancora incerti) sia di usare i concetti di «differenza» e «variazione». La città moderna, nata con la rivoluzione industriale e con le sue infrastrutture, si basa su una sintassi chiarissima che opera per «differenze» tra le parti del grande organismo urbano. Il centro storico medievale è un insieme distinto dall'insieme delle zone costruite durante il Rinascimento. Le aree degli isolati regolari costruiti nel corso dell'800 sono diverse dalle frange della periferia costruita dallo Stato nel dopoguerra; che sono a loro volta diverse dai quartieri di villette che cingono la campagna urbanizzata.

Fino a qualche anno fa, uscendo dal centro verso l'esterno delle nostre città, noi percorrevamo un viaggio nello spazio e nel tempo; dal passato verso il presente. Attraversavamo in sequenza pezzi distinti di città e ogni zona aveva un perimetro chiaro. Ogni parte era omogenea e distinta nettamente dalle altre. E dentro il perimetro di ogni parte omogenea di città, agiva il principio di «variazione»: gli edifici, simili per storia e funzione, variavano tra di loro secondo elementi secondari (altezza, finiture, materiali, arredi esterni…) che però non smentivano il carattere distintivo complessivo della parte urbana.

Differenza tra parti omogenee, variazione tra edifici simili all'interno della stessa parte. Ecco la sintassi della città moderna, che ha assorbito e regolato secoli di evoluzione urbana.

Oggi, ma sarebbe meglio dire da qualche decennio, tutto questo è cambiato. La «città per parti» è intaccata, sommersa, contraddetta, da un modo del tutto diverso di crescere della nuova città. La città contemporanea non cresce più per parti omogenee, ma piuttosto per singoli edifici. Migliaia di costruzioni singole, una diversa dall'altra, che occupano nuovi territori e scompigliano le parti consolidate della città moderna.

Se viaggiamo in una porzione nuova di città vediamo scorrere una serie di oggetti eterogenei: la palazzina residenziale, l'autolavaggio, il capannone industriale, il quartiere di villette a schiera, lo svincolo, il centro commerciale, il borgo storico, il call center… monadi solitarie anche se sono accostate e ammassate nello stesso fazzoletto di territorio. E se cerchiamo le somiglianze tra queste edifici, non riusciamo a costruire degli insiemi geograficamente continui (delle parti omogenee) bensì delle costellazioni di edifici sparsi, accumunati dalla stessa radice tipologica (le villette con le villette, i capannoni con i capannoni).

Il punto è che questi due modelli evolutivi - quello della città moderna e quello della città contemporanea - oggi si sovrappongono, confliggono negli stessi spazi. Perché in fondo rappresentano le società urbane che le determinano e coabitano negli stessi spazi.

La città contemporanea riflette - anche nelle sue parti più centrali e storiche - la nuova grande energia molecolare che alimenta le società urbane: una moltitudine di soggetti e istituzioni che hanno le risorse giuridiche, economiche e politiche per cambiare piccole porzioni di spazio. E che lo fanno.

Qui sta il senso primo della transizione epocale che stiamo vivendo. Le città italiane, le città europee non sono più la scena di un gioco tra pochi grandi soggetti (i latifondisti, le amministrazioni pubbliche, i potentati politici, le banche, le grandi famiglie industriali…) che governano grandi porzioni omogenee di territorio. Sono diventate il campo di azione di una moltitudine di attori spesso attenti solo al loro piccolo spicchio di spazio, spesso spregiudicati e a volte arroganti, disposti a tutto.

Qui sta uno dei grandi paradossi della contemporaneità: che la democratizzazione delle società urbane sta frammentandolo in tanti sottosistemi lo spazio collettivo delle nostre città. Una società abitata da una moltitudine di minoranze sta costruendosi un territorio a sua immagine e somiglianza. Da qui, inutile dirlo, i grandi problemi di governo e orientamento che assillano tante amministrazioni pubbliche, tanti urbanisti, tanti pianificatori.

Sono passati soltanto pochi giorni da quando, presentando il “nuovo” progetto per l’autostrada lombarda Pedemontana, il presidente ne enfatizzava il potenziale ruolo di vero e proprio corridoio verde dentro la cosiddetta “città infinita”. Contemporaneamente, una dettagliata analisi pubblicata dai Comitati territoriali di alcune aree interessate sottolineava il rischio, quasi ovvio, che qualunque intenzione e dichiarazione in questo senso potesse rivelarsi alla fine assai debole: sia in una prospettiva storica, visto che puntualmente l’infrastruttura stradale a tutte e latitudini si tira appresso forme di urbanizzazione conseguenti; sia nella contingenza politica e culturale italiana e specie padana, dove dietro altisonanti quanto banali “misure d’uomo” e altrettanto rituali “attenzioni all’ambiente”, spunta sempre implacabile la necessità di “sviluppo del territorio”.

Quasi contemporaneamente alle rassicuranti e propositive dichiarazioni sulla Pedemontana, in altra sede non troppo discosta si presentava il progetto di legge lombardo Infrastrutture di Interesse Concorrente Statale e Regionale, che mira a definire “procedure scandite da tempistiche veloci e da meccanismi di reazione all’inerzia degli organi istituzionali”, si orienta in particolare all’autostrada Pedemontana, al nuovo collegamento Milano-Brescia, alla Tangenziale Esterna del capoluogo, e vedi vedi “valorizzazione massima delle aree infrastrutturali, comprese le aree connesse”.

Insomma, detto in altre parole: che ce ne facciamo di tutto quel verde, che poi i paroloni tipo greenway non li capisce nessuno? Molto meglio, che so, l’ outlet del fuoristrada, la boutique dell’insaccato, il mega-fashion-district della calzatura sportiva.

Vicolungo insegna: fuori dall’oblio della storia, a colpi di comodi parcheggi e trompe l’oeil precompressi studiati dai migliori megavetrinisti.

Proprio mentre il comune di Milano inaugura il suo nuovo rapporto col territorio agricolo post-Expo, dedicando al Farmers’ Market un rettangolo di (esageriamo) mille metri quadrati in piazza San Nazaro, affacciato sul corso di Porta Romana, fuori dalla cerchia delle tangenziali, hic sunt peones, l’ineluttabile “sviluppo del territorio” si è già mangiato virtualmente qualche migliaio di ettari, rigorosamente a nastro, lungo le nuove arterie, magari anche in pieno parco Ticino sulle fasce laterali dell’appena inaugurata A4-Malpensa.

Come? Il nostro bel Progetto di Legge lo esplicita all’articolo 10, dove si spiega che “per ottenere maggiori introiti dalla possibilità di sfruttare economicamente aree attigue ai tracciati ed ammortizzare più facilmente gli investimenti attraendo capitali privati, le concessioni possano riguardare anche aree esterne alle infrastrutture, ma con le stesse collegate, sicché i relativi margini di gestione possano contribuire all’abbattimento dei costi dell’esposizione finanziaria dell’iniziativa complessiva”.

Chiaro, inequivocabile, squadrato. Ricorda proprio la forma di quegli insediamenti “esterni alle infrastrutture ma ad essi collegati” che allietano nella logica del massimo sfruttamento i vari serpentoni stradali di piano e di valle.

Maggiori particolari, nell’allegato.

Nota: Chi non ama le cose esterne alle infrastrutture ma ad esse collegate, può aderire alla Petizione contro il PdL (f.b.)

Nel quartiere della Magliana - periferia sud di Roma tristemente nota per essere stata uno degli esempi più mostruosi della speculazione edilizia degli anni '70 nonché per l'omonima banda malavitosa che ha ispirato libri e film - alcuni intramontabili affaristi hanno messo gli occhi su una scuola abbandonata da tempo. Vorrebbero realizzarvi nientemeno che una funivia per collegare il quartiere con l'Eur, dall'altra parte del Tevere. Manco fossimo al Sasso del Pordoi. La grancassa dei giornali di informazione, che più che informare amplificano veline fabbricate altrove, ha costruito l'evento: siamo di fronte, assicurano, al grande futuro di Roma.

Dietro il progetto c'è invece una ignobile speculazione: la scuola possiede l'unico vero spazio verde del quartiere e lì si vorrebbe realizzare un immenso parcheggio per i residenti. La periferia ha fame di parcheggi e servizi? Ecco pronta la ricetta: saccheggiamo le proprietà pubbliche per costruire box auto. Mille posti auto per 60 mila euro ciascuno fanno la gigantesca cifra di 60 milioni di euro. Il promotore del progetto è Sviluppo Italia, uno dei figli prediletti del precedente governo Berlusconi, veicolo di spregiudicate operazioni. E' stato il comune di Roma ad avergli affidato la responsabilità del progetto.

Il caso della Magliana è il paradigma del futuro della città nei prossimi cinque anni di amministrazione. Il nuovo sindaco dovrà scegliere se continuare nella spregiudicata politica affaristica fin qui consentita e tollerata o invertire una buona volta il corso degli eventi. In questi anni si è costruito ai ritmi degli anni '60 e '70, quando la città cresceva di 50 mila abitanti ogni anno. Oggi la popolazione non cresce e l'enorme quantità di cemento serve soltanto ai grandi investitori internazionali. Gli ultimi dieci anni hanno consentito il più gigantesco sacco urbanistico di Roma, 80 milioni di metri cubi di cemento che hanno creato una periferia sempre più lontana. E sempre più povera di relazioni. In ossequio al «mercato», infatti, nel giro di sette ani sono stati inaugurati 28 giganteschi centri commerciali disseminati lontano dai quartieri. Il piccolo tessuto commerciale periferico sta scomparendo perché non regge la concorrenza. La città diviene sempre più deserta.

Ma ancora oggi per salvare le periferie si parla soltanto dell'intervento delle archistar, i grandi architetti internazionali che con la loro maestria dovrebbero riqualificare la città anonima. Non è la loro bravura a essere in discussione. Il problema è che aggiungendo senza alcuna idea unificante ulteriori pezzi ad una città congestionata, non si fa altro che peggiorare la già grave situazione. Le città non cambiano con l'eclettismo. Le belle architetture aiutano certamente la qualità urbana, ma se manca proprio la città non servono a nulla. Le città sono beni pubblici per eccellenza e per cambiarle occorrono idee lungimiranti, non pezzi casuali e incoerenti.

Il caso della Magliana è paradigmatico anche per un altro fondamentale motivo. Per scongiurare l'ignobile speculazione la scuola è stata occupata da un gruppo di giovani: oggi ci abitano decine di famiglie di immigrati che non potrebbero permettersi altro che un sordido scantinato o una baracca lungofiume. Poco distante, in una piccola e splendida bottega, si costruiscono insieme ai bambini del quartiere biciclette con materiale di scarto. Intelligenze collettive che cercano un futuro possibile.

Non è minimalismo senza prospettive. Al contrario, Roma ha bisogno proprio di una grande idea pubblica unificante e tante piccole attenzioni alle sue informi periferie. Siamo purtroppo ancora all'interno della cultura opposta: nessuna idea e tante gigantesche valanghe di cemento. Firmati o no da archistar stanno soffocando la città, ed è ora di voltare pagina.

Certo ognuno ha i guai suoi, ma a quanti si dicono giustamente preoccupati per la vittoria dei giorni scorsi di Milano, vorremmo ricordare che in Campania con la prossima (e ultima, per grazia di Dio) tornata di aiuti comunitari, pioveranno entro il 2013 oltre 14 miliardi di euro, una bella sommetta, sufficiente a metter su un almeno un paio di Expo, o una nuova ricostruzione in Irpinia.

Si tratta di una partita importante, e infatti Bassolino ha ultimamente dichiarato che il principale motivo delle sue mancate dimissioni è proprio la necessità di completare la programmazione dei fondi strutturali.

Cosa intenda fare la Regione di tutti questi soldi è scritto nel documento strategico, redatto prima dell’ultima crisi dei rifiuti, tutto basato su un rosario di slogan tra il suggestivo e il tautologico (“La Campania si fa bella”, “Il mare bagna la Campania”), che nei giorni tristi che stiamo vivendo suonano in verità un po’ sinistri.

Poche righe sono dedicate al contrasto della criminalità (che secondo il Sole24Ore controlla il 32% del Pil regionale), mentre la crisi dei rifiuti viene sbrigativamente spiegata con l’opposizione delle popolazioni locali agli inceneritori.

Ad ogni modo, la novità principale, rispetto al precedente periodo 2000-2006, è la concentrazione del 60% delle risorse su una trentina di grandi progetti, per evitare finanziamenti a pioggia. Nulla di male naturalmente, se i progetti rappresentassero risposte appropriate alle molteplici crisi strutturali che attanagliano la regione.

Invece, forse proprio in ossequio all’emergenza in corso, il criterio di compilazione della lista è quello che gli analisti di politiche pubbliche chiamano scherzosamente garbage can (bidone della spazzatura), sarebbe a dire che tutto fa brodo, purché si faccia in fretta.

Con il risultato che i fondi per uscire dall’emergenza rifiuti sono stati inseriti sotto dettatura della Commissione europea, mentre quelli per bonificare i lacerti di Campania felix martoriati dai rifiuti tossici sono stati affannosamente recuperati in extremis, dopo che Coldiretti ha gettato sul tavolo una petizione con 100.000 firme.

Naturalmente, ogni riferimento al Piano territoriale regionale ed alla programmazione settoriale è accuratamente evitato, anzi la pianificazione vigente viene considerata il più fastidioso ostacolo allo sviluppo, come le rocce vaganti che Odisseo deve scansare nella sua perigliosa navigazione.

Alla fine, in un tragico errore di prospettiva, l’unico obiettivo esplicitamente indicato da Bassolino è quello della capacità di spesa, in barba a regole vincoli procedure, perché altrimenti si perdono i fondi, e qui il ricordo non può non andare al CAF e all’aria frizzante che tirava negli anni ‘80, prima dello scoppio di Mani pulite.

Esattamente il contrario di quanto sommessamente dichiarato dal ministro Bersani, secondo il quale, in assenza di obiettivi chiari, è meglio lasciar perdere e darsi una calmata, così almeno si evitano ulteriori danni.

La valutazione di impatto ambientale (VIA) dovrebbe essere uno strumento a garanzia di un serio esame preventivo degli impatti che determinati progetti possono avere sull’ambiente (vale a dire sul paesaggio, sugli ecosistemi naturali, sulla salute pubblica, ecc.), con la conseguente possibilità di impedire la realizzazione delle opere nocive. La competenza della Commissione VIA concerne tutte le opere di maggiori dimensioni: autostrade, linee ferroviarie, porti, centrali elettriche, grandi impianti industriali, rigassificatori, ecc. Sembra ovvio che, per essere credibili, le procedure di VIA debbano fondarsi su analisi e valutazioni tecniche approfondite ed interdisciplinari, non manipolate da interessi e pressioni politiche e/o affaristiche.

In Italia, il compito di effettuare queste analisi spetta da sempre, in base alla legge vigente – e in assenza di una struttura tecnica ad hoc – alla Commissione VIA, costituita da esperti (molti i docenti universitari) di tutte le materie implicate, mentre soltanto la segreteria è fornita da funzionari del ministero dell’ambiente e per la tutela del territorio e del mare (Mattm, secondo l’acronimo ormai invalso).

E’ noto che in passato non sono mancati i “rimaneggiamenti” nella composizione della Commissione, da parte di ministri desiderosi di ottenere responsi favorevoli ai progetti di amici e clienti. Così fu, ad esempio, per il “siluramento” dell’ex presidente della Commissione VIA, Maria Rosa Vittadini, poco dopo l’entrata in carica dell’allora ministro Matteoli, “colpevole” di aver espresso (tra l’altro) una valutazione negativa sul progetto del MOSE veneziano. Non va neppure dimenticata la “Commissione speciale VIA”, istituita ad hoc – a fianco di quella “normale” – dal Governo Berlusconi allo scopo di valutare le opere inserite negli elenchi di quelle “strategiche” in base alla legge Obiettivo (L. 443/2001).

E’ evidente, quindi, la strategicità – in senso positivo – di una Commissione autorevole ed indipendente, ovvero – in senso negativo – di una Commissione dequalificata e/o arrendevole rispetto alle pressioni. Ecco perché fu salutata con grande favore l’estate scorsa, da chi ha a cuore la tutela dell’ambiente, la nomina a presidente della Commissione VIA del prof. Stefano Rodotà. Pochi altri, in effetti, avrebbero potuto dare maggiori garanzie di rettitudine, autorevolezza e indipendenza. Ecco perché grave sconcerto suscita invece la notizia recente – passata quasi inosservata dai mezzi d’informazione – delle dimissioni definitive di Rodotà dal suo incarico.

Secondo quanto riferisce “il Sole 24 Ore”, unico quotidiano nazionale a quanto risulta ad aver ripreso la notizia (anche questo un segno dei tempi), le dimissioni sono state motivate principalmente dalle condizioni miserevoli in cui la Commissione è stata costretta ad operare: i commissari sono ridotti a pagare di tasca propria missioni e spese vive, le attrezzature a disposizione sono misere, ecc. Difficoltà che, a quanto risulta, Rodotà aveva segnalato già tempo addietro, senza ottenere esito alcuno. Donde le dimissioni, accolte dal ministro Pecoraro Scanio, che ha nominato un nuovo presidente nella persona di un ex magistrato della Corte dei Conti.

La vicenda pare emblematica del degrado in cui versano tante strutture pubbliche di questo disgraziato Paese. E’ infatti particolarmente grave che avvenga proprio nel momento in cui – per i rifiuti della Campania come per le tante altre vicende di cui la stampa non parla – le questioni ambientali avrebbero bisogno di un approccio finalmente serio ed autorevole da parte dei pubblici poteri (mentre invece sono quasi scomparse, ad esempio dalla campagna elettorale).

E’ anche gravissimo che, nominato Rodotà e malgrado le sollecitazioni di quest’ultimo, Governo e ministro abbiano “dimenticato” un organo fondamentale come la Commissione VIA e non lo abbiano messo nelle condizioni di lavorare decentemente, negandogli anche le risorse elementari. Sarà dipeso dalla scarsità di fondi del Mattm? O dallo scarso peso politico del ministro Pecoraro Scanio rispetto ai colleghi? O al fatto che le risorse del ministero sono state riservate ad altri impieghi politicamente più gratificanti? Sarebbe interessante ottenere qualche risposta da chi può darla, anche se temo che – complice la campagna elettorale – non se ne farà nulla.

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