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«Il Campidoglio ha venduto la città ai re del mattone? Falso. Ha barattato aree verdi con milioni di euro per i servizi? Falso. Ha autorizzato una "colata di cemento" sul territorio della metropoli? Falso. Ed infine: il nuovo piano regolatore è stato approvato con "un colpo di mano"? Falso».

Dietro ai microfoni della saletta stampa della Camera di via della Missione, affollata come non mai, l'ex responsabile dell'Urbanistica ora deputato del Pd, Roberto Morassut, snocciola i diciotto punti della denuncia-querela contro l'inchiesta "I re di Roma" della trasmissione Report condotta da Milena Gabanelli, che ha suscitato a sua volta un'inchiesta della magistratura. È mezzogiorno. Due ore prima aveva depositato in Procura le mille pagine del suo esposto.

Ad ascoltarlo ci sono gli ex assessori Silvio Di Francia, Giancarlo D'Alessandro, Lia Di Renzo, Jean Leonard Touadi, Gianni Borgna, Domenico Cecchini; il portavoce dell'allora sindaco Veltroni Walter Verini, il capogruppo del Pd Umberto Marroni, la deputata Marianna Madia, il senatore Lionello Cosentino; il portavoce romano del Pd Riccardo Milana, l'assessore regionale Daniela Valentini, Michele Meta. E anche il costruttore Claudio Toti.

«Da parte mia» dice Morassut sottolineando le parole «è un atto dovuto per difendere l'onore di un'intera amministrazione e di tanti tecnici, professionisti, consulenti, che hanno contribuito a redigere il nuovo piano regolatore con intelligenza e onestà». Al suo fianco l'architetto Daniel Modigliani, lo storico direttore del Piano regolatore, e Luca Petrucci, l'avvocato che sosterrà la causa.

«Il Prg - precisa l'ex assessore - non è stato un atto clandestino, è stato discusso per dieci anni, votato tre volte dal Consiglio Comunale, ha ricevuto 7000 osservazioni che hanno avuto risposta, è stato oggetto di discussione con cittadini, ambientalisti, imprenditori. Il risultato è uno strumento importante, criticabile, correggibile, ma che costituisce una svolta per la città e che Alemanno deve attuare».

Poi snocciola i punti. «Report parla di "colata di cemento? Noi abbiamo tagliato 60 milioni di metri cubi dalle previsioni del vecchio prg, tutelato a verde 87.800 ettari pari al 68% di tutto il territorio». Ma l'attacco più duro è all'accusa di aver scelto le nuove centralità in base ai terreni di proprietà dei grandi costruttori. «Noi non abbiamo mai trattato con i costruttori. Non solo. Dal 2001 al 2008 non è stata avviata nessuna centralità su terreni privati. Ma, soprattutto, nel 2000, quando sono state scelte, erano quasi tutte di proprietà pubblica, da Acilia a Magliana. Erano private solo Lunghezza, Eur Castellaccio e Bufalotta. Alcuni terreni, dopo, sono passati di mano. Ma questo è il mercato».

Ancora: «È falso che a Bufalotta trasformeremo in edilizia privata le cubature degli uffici. Abbiamo ritirato la delibera dal Consiglio. È falso che lì non c'è il verde: ci sono i 120 ettari dati al verde che si stanno cominciando ad allestire. È falso che Romanina era un'area verde: era destinata a servizi pubblici. Abbiamo tagliato a Scarpellini 700 mila metri cubi. È falso che ad Acilia non andrà il campus dell'università. E Ponte di Nona e Grottaperfetta erano state approvate prima della giunta Rutelli. A Tor Pagnotta abbiamo tagliato 4 milioni e mezzo di metri cubi». Morassut è un fiume in piena. Afferma di aver rifiutato «dieci minuti di replica offerti da Report». In sala c'è anche il cronista di Report Paolo Mondani: «Siamo tranquilli, ci vedremo in tribunale. Le nostre stesse tesi le hanno sostenute compagni di partito dell'ex assessore come Tocci e Pasetto» (Ma Tocci e Pasetto replicheranno: «Non condividiamo l'inchiesta di Report»). E poi: «Morassut voleva prima 15 minuti di replica fatta girare da lui con un service. Una soluzione bulgara che abbiamo rifiutato. Alla fine ha chiesto 30 minuti». «Dopo un'ora di diffamazioni» ribatte Morassut «mi sembrava il minimo». In sala anche uno dei "re del mattone di Roma", Claudio Toti. «Volevo capire» ha detto «come Morassut controbattesse alle inesattezze trasmesse da Report. In realtà non c'è stato nessun favoritismo».

Postilla

La reazione, più volte preannunciata, dell'ex assessore Morassut sottolinea ancora una volta che il prg rappresenta uno degli snodi non solo dell'urbanistica capitolina, ma dell'intero “Modello Roma” nel senso politico più ampio del termine. Alla presenza degli stati generali dell'establishment PD romano a far fronte comune, Morassut ha rivendicato ancora una volta “l'importanza” del suo prg. L'insieme delle repliche a difesa, in realtà, non pare affatto scalfire l'impianto dell'inchiesta di Report e ci si limita a limare cifre e percentuali per di più paragonandole alle previsioni di un piano regolatore di quarant'anni fa: è con la situazione della capitale così come si è venuta a costituire in questi ultimi lustri, nell'assenza di regole e di una visione complessiva della forma e dell'uso urbano che si doveva confrontare il nuovo piano. Invece di proporre un'inversione di tendenza rispetto a questa deriva che aveva condotto sia il centro storico che le periferie, con modalità diverse, ma ormai dirompenti in entrambi i casi, a livelli preoccupanti di degrado e di invivibilità, il prg di Morassut&C si è limitato a sancire tutte le linee di tendenza in atto al momento della redazione che, fatalmente, non potevano che rispecchiare le volontà speculative di lobby cresciute, in questi anni, in ricchezza, influenza e potere, senza che la mano pubblica pensasse minimamente di rivendicare per sé – e quindi per la collettività che l'aveva eletta – un ruolo di verifica, controllo e, si licet, contrasto.

L'elevatissimo numero delle osservazioni ricevuto dal suo prg, sbandierato da Morassut come elemento di democraticità, è il sintomo, al contrario, dell'ostilità diffusa dei cittadini ad un piano sentito in contrasto con aspirazioni ampiamente condivise e che, non avendo mai esercitato strumenti di partecipazione effettivi, si è limitato a calmierare alcune previsioni senza saper o poter correggere l'impianto complessivo.

E così, all'affermazione più volte ribadita dal giorno della trionfale approvazione, che si tratti di uno strumento di importanza storica, tautologicamente comprovata sulla base della semplice esistenza (“è bello perchè c'è”) ai cittadini non è rimasto che rispondere, sinteticamente, ma inequivocabilente, il 27 e 28 aprile. (m.p.g.)

Sul PRG romano, in eddyburg

Nuovo, devastante attacco dell'abusivismo al parco dell'Appia antica. Il Circolo del tennis all'Acquasanta e lo Sporting Palace sono stati dotati di altrettante piscine, e di annessi muri in cemento armato, nonostante sia il Parco regionale sia la Soprintendenza archeologica statale avessero negato le autorizzazioni. Ma i lavori illegali sono stati scoperti prima della fine. E, nel giro di una decina di giorni, sono stati sequestrati il cantiere del circolo tennistico di via dell'Almone 49 e, l'altro ieri, quello del complesso di via Appia Nuova 700 che, come reclamizzano i poster in tutta la città, sarà inaugurato il 18 giugno.

Durante la ricognizione per il piano anticendio, i guardiaparco coordinati da Guido Cubeddu hanno scoperto che all'Acquasanta era stato realizzato un colossale sbancamento per una piscina da 25 metri per 20 e profonda 4, come l'altezza dei locali. «Non avevano il nostro nulla osta - spiega la direttrice del Parco, Alma Rossi - . Hanno presentato una dichiarazione d'inizio attività al IX Municipio. Ecco il risultato: un cantiere di 70 metri per 50. E siamo nella zona più vincolata al mondo. Ma senza l'approvazione del piano e del regolamento del Parco, è una lotta impari».

Incalza Rita Paris, responsabile dell'Appia per la Soprintendenza. «Già nel 1994 ci esprimemmo contro il condono dell'intero impianto. .. e sono tre anni che riceviamo pressioni per autorizzare questa piscina. Abbiamo detto sempre no. Poi hanno presentato una perizia geologica per pericolo di frana. Abbiamo dato l'ok a una vasca per l'acqua piovana. Serviva per l'irrigazione e in caso di incendi. Invece hanno fatto tutt´altro. È una zona archeologica, piena di reperti: che fine ha fatto tutta quella terra sbancata?».

L'archeologa è indignata anche lo Sporting Palace: «Si trova nella valle della Caffarella. Nacque nel 1956 come impianto per l'imbottigliamento dell'acqua. Io avevo già proposto la demolizione. E ora torno a chiederla dopo questo ulteriore abuso. Mi chiedo: quale istituzione ha autorizzato un tale scempio?». L'anno scorso l'ente Parco non è stato neanche invitato alla conferenza dei servizi sullo Sporting. A maggio 2007 aveva rilasciato un nulla osta solo per lavori di manutenzione ordinaria. Il 3 ottobre ha negato il permesso al cambio di destinazione d'uso e alla piscina interrata. Invece, una l'hanno realizzata sul tetto. Sopraelevando l'edificio: due metri in più di cemento armato che si frappone tra le meraviglie di Cecilia Metella e delle Tombe Latine.

I prezzi del cibo vanno alle stelle, milioni sono affamati e altri milioni lo saranno in paesi dove il riso si vende a tazze e non più a sacchi, i ristoranti servono pasta perché costa meno, tutti i redditi se ne vanno in calorie. La crisi mondiale del cibo è una sciagura. Ma i titoli di grano e mais vanno alle stelle, miliardi si spostano dalla borsa valori alla borsa merci, si acquistano campi e fertilizzanti e mietitrebbie e persino rimorchi e cargo. La crisi mondiale del cibo è un'opportunità.

Toccherebbe capire le cause ma gli organismi di riferimento hanno altro da fare. Qualche governo ha messo tasse sull'export, prima mangiamo e poi vendiamo il resto: anatema dell'Organizzazione mondiale del commercio. Qualche altro critica i sussidi agli agricoltori ricchi: anatema della Banca mondiale. L'Onu dovrebbe mettere d'accordo affaristi e affamati ma non ce la fa perché è un fantasma e la sua moral suasion giace sepolta da qualche parte nel deserto dell'Iraq.

Eppure mezzo mondo ha fame dunque meno barriere doganali, più liberalizzazione e avanti con ogm, energia atomica, agrocarburi. E' la cosa più oscena: chi ha creato il problema (la fame) decide la soluzione (meno tasse, più ogm). Soprattutto deciderà il G8, che non è un'istituzione internazionale ma un abusivo oligopolio che si identifica per alto censo, pelle bianca e dotazione nucleare. Dovrebbe riunirsi clandestinamente come le organizzazioni malavitose, scrisse qualcuno, invece questo pianeta è suo. Ne custodisce gelosamente il disordine.

Le grandi opere sono numerose, sorgono in molte zone del paese nell’intendimento di risolvere le necessità più diverse, ma hanno sempre alcuni tratti comuni.

In primo luogo sono, appunto, grandi e occupano molto spazio e usano (o sprecano) molte risorse ambientali, tanto nel corso della costruzione che in quello di funzionamento. Poi modificano per sempre il paesaggio trasformando e deformando la memoria delle cose. I tempi di realizzazione, alla fine, saranno almeno doppi di quelli preventivati e anche il costo finale dell’opera, se va tutto bene, sarà raddoppiato o triplicato. Alla fine di tutto, tra il pubblico si diffonde una sensazione: che l’opera sia esagerata.

Sarebbe potuta essere assai più piccola, cioè meno imponente e meno invadente; tanto più se, terminato il ciclo di vita o di uso; o finiti i soldi prima del completamento, ciò che avviene di frequente; o cambiate le tecniche o le scelte prioritarie della società, le grandi opere del ciclo politico precedente rimangono inutili e abbandonate. O, come si dice, dismesse.

1. Non tutte le interruzioni dei lavori, o i cambi di destinazione in corso d’opera, sono però negative.

C’è un’eterogenesi dei fini perfino nelle grandi opere. Se poi c’è di mezzo l’imperscrutabile fine ultimo, la questione è ancora più impervia per una mente umana. Un caso assai noto è quello del duomo di Siena, la cattedrale di S. Maria Assunta; un avvenimento non infrequente nelle storie delle cattedrali. Le città-stato rivaleggiavano nel costruire cattedrali, che erano la forma massima dell’orgoglio cittadino e la prova del potere della Chiesa, degli ordini religiosi e degli ottimati locali. Ma è avvenuto varie volte che si sia reso necessario ridurre in modo drastico gli esagerati progetti iniziali. Nel caso di Siena, l’edificio attuale, di perfezione assoluta, così ricolmo di arte e di religiosità, è solo il transetto della grande opera prevista inizialmente.

Oggi i tecnici sanno che se la grande opera fosse stata completata con le potenti navate, secondo il progetto di Lando di Pietro, mezza città sarebbe franata sotto il peso. D’altro canto, non è sempre andata così a buon fine. Ogni persona conosce almeno un gigantesco stabilimento abbandonato, spesso prima dell’inaugurazione o un ponte che si erge nella campagna senza senso, senza strade di uscita. Sono le repliche moderne, metafisiche, delle rovine antiche, degli acquedotti romani? Di certo manca la patina della memoria e della bellezza.

2. Per tornare alle grandi opere odierne, molti tra i critici pensano che le dimensioni del manufatto siano strettamente connesse al ricavo delle imprese o dell’impresa che ha curato i lavori. La visibilità, l’imponenza stessa dell’opera non è strettamente necessaria all’uso che è previsto, ma è una sorta di prova della sua indispensabilità. E’ talmente grosso questo manufatto, talmente costoso che deve anche essere necessario: molti ragionano così. Vi è insomma un capovolgimento tra interesse primario e secondario. Quello che conta è scegliere di fare l’opera e farla immensa. Il perché farla lo si deciderà dopo, in un secondo tempo. A qualcosa, comunque, servirà.

3. Si deve insomma immaginare che una grande impresa di lavori pubblici, proprio come una cooperativa di costruzione, sia artigianale sia con migliaia di addetti, hanno sempre bisogno di lavorare, quest’anno, l’anno prossimo, tra cinque anni; e per loro lavorare significa costruire; meglio se in grande.

Ma come nota per esempio Marco Cedolin, autore di un libro assai apprezzabile in argomento, (“Grandi opere – Le infrastrutture dell’assurdo” Arianna editrice), l’interesse per le grandi opere è condiviso da un ceto economico e finanziario, fatto di promotori e industriali, pubblici amministratori e banchieri, giornalisti e professori che spinge per ottenere le costruzioni, un po’ per condividere il profitto connesso alla grande opera, un po’ perché il clima sociale favorevole alle grandi opere è quello che mettein movimento i capitali e consente di realizzare i fini della società nella tale o talaltra generazione; o almeno quelli ritenuti tali. Gli stakeholder, i portatori d’interessi, delle grandi opere sono in ultima analisi assai più numerosi degli shareholder, gli azionisti delle compagnie costruttrici. E’ importante segnalare il ruolo decisivo degli intellettuali e dei media che hanno il compito di convincere l’opinione pubblica e la maggioranza della popolazione dell’utilità del nuovo manufatto, anzi della sua assoluta necessità.

Gli argomenti sono quelli ben conosciuti del confronto internazionale, del ritardo nei confronti degli altri paesi consimili con cui ci si vede in competizione; e un po’ anche quelli, meno economicistici, di erigere un monumento a se stessi, al proprio futuro. Sono in modo un po’ farsesco, gli argomenti dei costruttori di cattedrali, anche se la fede in dio non è proprio uguale alla fede in Mammona.

4. C’è una grande opera di cui nel corso di molti anni è stato possibile studiare a fondo e discutere la progettazione e l’utilità: è il Ponte sullo Stretto di Messina. Si è parlato di poesia e mitologia, di paesaggio e di fauna, di terremoti e di mafie, di ambiente e di denaro, di traffici e di modernità, di imprese pubbliche e di imprese private, di treni e di autoveicoli, di Anas e di Regioni, di 30 campi di calcio consecutivi da appoggiare sul Ponte, di vento forte e di Valutazione d’impatto ambientale, di monumento e di riscatto siciliano, di gare internazionali e di cordate sempre uguali, di progettazione da centinaia di milioni di euro e di penalità da pagare, di associazioni ambientaliste e di sindaci, di consiglieri regionali siciliani e calabresi, di lavoratori assunti e licenziati: sterratori, edili, manovali, manutentori, traghettatori di Messina e di Villa San Giovanni. E se ne parla ancora: il Ponte immaginato è sempre là che ci aspetta.

5. Il ministro delle infrastrutture Altero Matteoli ha scritto una lettera, invitando il presidente della Società Stretto di Messina a riprendere l’annoso progetto del Ponte e portarlo a termine. Pietro Ciucci – questo il suo nome – nel frattempo è diventato presidente e direttore generale dell’Anas, la società pubblica delle strade statali che della Stretto di Messina spa è il maggiore azionista con l’80% delle azioni. Ciucci rimane impassibile all’inattesa comunicazione.

Promette secondo l’indicazione del ministro di cominciare i lavori nel 2010 e di concluderli sei anni dopo. «E chiaro però – ha osservato – che prima è opportuno terminare l’autostrada per la quale siamo a circa il 40% dei lavori totali». Il presidente dell’Anas allude alla A3 (Salerno- Reggio Calabria). Inoltre ha assicurato di essere convinto che «il Ponte sullo Stretto sia come l’ultimo lotto della Salerno-Reggio. Di concerto con il nuovo Governo,adesso il progetto potrà partire».

Ciucci in questo modo ha indebolito, piuttosto che rafforzato la soluzione Ponte. In breve tempo è presumibile che salterà o come presidente dell’Anas o come presidente del Ponte, ridando spazio a uno degli uomini di Pietro Lunardi o di qualche altro giro più alla moda. Corre poi un’altra voce, secondo la quale i quattrini accantonati per grandi opere viarie (Ponte ovvero Palermo-Messina) in realtà sarebbero quelli che il governo dovrà sequestrare per adempiere alla sua promessa in tema di Ici sulla prima casa. Ma trascuriamo questo maligno sospetto.

6. Ciucci aveva però qualche ragione. Era a colloquio con il presidente della giunta di Calabria, Giuseppe Scopelliti che gli faceva presente i disagi profondi, tra tangenziale di Reggio e tratto autostradale tra Bagnara e Scilla, moltiplicati dai problemi di certificato antimafia alla società Condotte, incaricata di molti lavori.

Non poteva dunque dimenticare che il futuro Ponte serve a poco se non ci sono strade che lo raggiungano.

7. Questo dal lato calabrese.

Al lato siciliano ci ha pensato l’ingegner Castelli. Roberto Castelli, senatore leghista, è oggi anche sottosegretario alle infrastrutture, quindi particolarmente autorizzato a dire il suo pensiero a proposito di ponti e strade.

In un’intervista a la Repubblica(Luisa Grion, 24 maggio) Castelli, dopo aver chiarito che da federalista verace ritiene che ciascuno debba decidere sui ponti di pertinenza, mette in chiaro la scarsità di capitale per tutte le grandi opere desiderate. «Quando il governo Prodi decise che quell’opera (il Ponte, ndr.) non sarebbe stata realizzata, i fondi vennero indirizzati ad altre opere per il Sud, come la Messina-Palermo, per esempio. Ora sia chiaro: non è che i fondi destinati al Meridione possono raddoppiare a scapito delle altre opere. Bisognerà fare delle scelte: se ci sarà il ponte probabilmente non ci sarà la Messina-Palermo». Senza strade in Calabria, senza strade in Sicilia, per entrare e per uscire dall’importante manufatto, la sua vita appare piuttosto precaria.

Anche i sostenitori del corridoio Berlino-Palermo avranno qualche dubbio...

8. Carenza di investimenti privati, concorrenza con altre spese per grandi opere e con gli adempimenti di promesse elettorali del tutto alternative, costi che si moltiplicheranno nel corso degli anni e dei rinvii, devastazioni ambientali, tanto per la costruzione del Ponte in sé che per la necessità di servire il Ponte con collegamenti viari e ferroviari molto complessi. In questo contesto trascorrerebbero gli anni che ci separano dal fatidico 2010. Tutto per lo scarso traffico prevedibile . e previsto da tutti gli urbanisti e gli economisti del traffico indipendenti . con la necessità di potenziare, anche in presenza del Ponte, il sistema portuale che comunque deve reggere i traffici aumentati, per effetto della stessa costruzione del Ponte e per unaquindicina di anni, non speculando sulla carenza viaria, per un Ponte, ormai ridotto al significato di monumento celebrativo.

9. Dedicare tanta attenzione a un’opera di così difficile e controverso avvio, ai soldi che mancano e sui quali si sono manifestati troppi appetiti è proprio perché si tratta di un simbolo, di un monumento al fare male dell’intero settore delle grandi opere nel nostro paese. Il vizio di origine è proprio in una non scelta.

C’è un ponte sul Danubio tra Bulgaria e Romania in progetto, ma è lungo un terzo e soprattutto largo un terzo. Tra tutti ponti lunghi esistenti nel mondo, quello che avrebbe dovuto unire Sicilia e resto d’Italia è in pratica l’unico previsto per il traffico di autoveicoli e treni. Non c’è stata alcuna scelta, i sostenitori di auto e di treno, logicamente in alternativa, ovunque, qui non sono in grado di imporsi, di battere l’altro partito, con una proposta capace di prevalere, quali che ne siano le motivazioni. Così i due partiti, del ferro e della gomma, si accordano sul programma di massima, e su altri affari (Grandi stazioni, per esempio). Mettono insieme i sostegni politici, si spartiscono cariche, e assunzioni e finiscono non tanto per cooperare, ciò che sarebbe una novità, ma per non portarsi guerra a vicenda e per accettare un assurdo piano che fa del ponte non forse il più lungo, ma certamente il più largo mai programmato, proprio per l’obbligo di fare correre assieme due linee ferroviarie e otto corsie stradali. Questo significa porre al progetto condiziona-menti e vincoli assai difficili da superare, dal punto di vista della stabilità e dell’enormità di mezzi da mettere in campo. Il risultato è che i numeri dei treni e delle auto messi in preventivo sono entrambi spropositati, quattro o cinque volte maggiori della più rosea delle prospettive. I passaggi effettivi di lunga distanza sono passati (i dati sono tratti da un recente articolo di Alberto Ziparo su la Repubblica –Sicilia) dagli 11 milioni del 1985 ai 6,5 del 2002.

Naturalmente andare da Reggio a Messina e viceversa continuerà ad essere, in presenza dell’eventuale Ponte, molto più rapido ed economico con i traghetti che non con un’automobile, costretta a un giro pesca sui raccordi e poi alla ricerca del posteggio nell’altra città.

10. La grande opera per definizione è però nel nostro paese la Tav. Si tratta di mille chilometri di ferrovia, in parte già costruiti che prosciugheranno ogni altra spesa ferroviaria in Italia per un lungo periodo in una spesa senza pari. Senza pari, nel senso che i nostri modelli di Tav, proprio come il Ponte che non ha saputo scegliere tra i binari e la gomma, non sanno scegliere tra i passeggeri e le merci. “In Francia e in Giappone – scrive Marco Cedolin – sulle linee ad alta velocità passano solo treni passeggeri; in Francia i treni non passano la notte quando viene effettuata la manutenzione….I traffici passeggeri e merci previsti nel progetto (Tav Italia, ndr), sono un puro esercizio di fantasia, totalmente disancorato dalla realtà”. I treni da 300 all’ora hanno bisogno di binari lisci e puliti, impossibili da ottenere se sui binari passano treni merci da 1.000 tonnellate che deformano le rotaie.

Tutto lascia pensare che la linea doppio scopo sarà sempre in manutenzione. Ma in fondo avrà rispettato i suoi due compiti precipui: la forte spesa iniziale che si protrae nel tempo, la prova di forza o di autoesaltazione della classe dirigente, inebriata di sé e della propria modernità, anche se è stata costretta alla demagogia delle merci per ottenere tutti i miliardi di euri necessari a fare la Tav, proprio come in Francia.

A 62 anni si è serenamente spenta la signora Repubblica. Il 2 di giugno, suo compleanno, si è svolta invece della festa una commemorazione funebre. Al suo posto si è insediata la monarchia, sua antica rivale. Le tributa ossequio una corte di ex repubblicani bisognosi di benevolenza. Non solo le alte cariche di uno stato secondario, non solo i sedili desolati della supposta opposizione, ma la libera informazione che dirama i liberi bollettini di nostrosovrano.

A sommesso contrasto si ascoltano le voci critiche dell'Onu e dei vescovi d'Italia contro le illegittime invenzioni giuridiche contro gli stranieri colpevoli di viaggio senza titolo. Si tratta di voci provenienti dall'estero, dipendendo i vescovi nostrani da un'altra sovranità. In patria l'ossequio è compatto.

Più interessante diventa il caso di Napoli e dei suoi scarti esposti. Napoli è una città monarchica. In avvio di repubblica,anni '50, eleggeva a suo rappresentante un impresario navale, per brevità chiamato ammiraglio, che la voleva riportare a regno. Napoli è una città anarchica: i re la dovevano lasciare in pace.Feste, farina e forca esaurivano il compito assegnato. Napoli ha questa doppia faccia, più spagnola che italiana. Nella Spagna monarchica prese piede più che altrove il movimento anarchico.

Nostrosovrano ha deciso di giocarsi l'avvio di regno a Napoli. E' una piazza delicata. Le statue dei re esposte davanti a Palazzo Reale hanno il numero chiuso.Napoli è difficile da espugnare proprio perchè non ha difese naturali. L'inespugnabilità si è trasferita nei suoi cittadini.

A Chiaiano si svolge un cruciale contrappunto. Da un lato, esterno, monarchico e sbirresco, si vuole imporre la dannazione di una discarica in un'area porosa e fitta di ospedali. Dall'altro lato,interno, c'è l'unanimità di un popolo paziente e civile che ha pure votato in buona parte per nostrosovrano. Non passeranno perchè la salute pubblica, il diritto all'incolumità non sono trattabili. Non passeranno perchè a Chiaiano si è costituita la repubblica disciolta altrove. Le decisioni sono prese dall'assemblea, le autorità locali, elette, partecipano e si attengono alle scelte prese. Non passeranno perchè si tratta di una rivolta compatta ma di forza quieta e ragionevole: ha accettato di trattare, di aspettare le conclusioni delle perizie scientifiche, di smobilitare la barricata nel frattempo.

Sa rispettare i patti, perciò è repubblica.

Scherzi della storia. Mentre il mondo diventa carogna, chiude i confini, dirotta il cibo per farne carburante, alza muri alti quattro metri per impedire che entrino negli Stati Uniti non i terroristi ma i campesinos disperati in cerca di un lavoro che c’è (perché lo fanno solo i campesinos disperati), proprio in quel momento - in questo momento - compare sulla scena americana un candidato nero.

Ah, ma attenti. Non solo di discutibile etnia diversa, ma anche figlio di immigrato da Paese sospetto (il Kenya), nato da un matrimonio misto che i più condannano, e identificato da un nome che può bloccare la folla in attesa in qualunque cancello di immigrazione (se quei cancelli, nei Paesi che si vantano di essere civili, fossero ancora aperti).

Si chiama Barack Obama.

Chi gli vuole male e intende denigrarlo pronuncia intero tutto il suo nome - Barack Hussein Obama - Perché si percepisca tutta la sua estraneità e diversità. Chi non può sopportare il nuovo evento ha fatto circolare la voce che forse il candidato - Dio ce ne scampi - non è neppure cristiano. Poi si è scoperto che era cristiano, ma legato a una Chiesa e a un pastore così aspramente militanti, così (si direbbe in Italia) di sinistra radicale, da fare impressione e scandalo per le brave persone miti, middle class e bianche d’America, nelle pianure della Bibbia, nelle città degli operai, nei sobborghi borghesi, di cui di solito si dice “benpensanti”. Ma le brave persone miti, middle class e bianche d’America hanno continuato a votare per lui, immigrato, meticcio, e appartenente a una Chiesa sbagliata.

Scherzi della storia. Ore prima della proclamazione di un simile candidato, un aspro editoriale del New York Times descriveva in questo modo l'America ai giorni di George W. Bush. «Un giorno non riconosceremo noi stessi per ciò che stiamo facendo oggi: una nazione di immigrati tiene in schiavitù un'altra nazione di immigrati (il riferimento è ai clandestini, ndr), sfrutta il loro lavoro, ignora la loro sofferenza, ci condanna a restare fuori legge, li arresta e li espelle quando finge di scoprirli, con incursioni improvvise nelle case e nelle fabbriche, sparge terrore indiscriminato trattando lavoratori da criminali, mentre altri criminali-lavoratori prendono il loro posto illegale e fruttuoso, fino al rastrellamento, alla prigione, alla espulsione successiva. Un'America che attribuisce come unica identità di esseri umani che lavorano la condizione di clandestini; macchia di vergogna la nostra identità, la nostra storia». Scherzi della storia. In quell'America si sono fatti avanti, dal lato umano e liberale di un'America che non è morta con Martin Luther King e con Robert Kennedy, un candidato donna, con lo slancio straordinario e infaticabile di Hillary Clinton (la stessa Hillary Clinton che aveva scritto l'unica legge che avrebbe garantito completa assistenza sanitaria anche ai più poveri).

E un candidato nero che ha avuto il coraggio di dire: «Io sono questa America. Mentre la mia nonna bianca mi teneva stretto, bambino nero estraneo in tutto alla sua vita, decisa a difendermi da ogni male, aveva paura se gente nera si avvicinava a noi, incuriosita da quel piccolo nero stretto a una donna bianca, che si ritraeva con diffidenza». Nelle elezioni primarie ha vinto Barack Obama. È il candidato del Partito Democratico per la presidenza degli Stati Uniti. Chi lo ha sentito parlare crede di sapere perché. Dice che la forza gentile di Martin Luther King e il senso di giustizia non negoziabile di Robert Kennedy sono tornati con il giovane senatore che viene dal Kenya a guidare gli americani.

Gli americani ascoltano e vedono, con lui, con quella sua capacità immediata e istintiva di evocare il sogno, un altro Paese. Vedono un'America che forse c'è stata, un'America, pensano in molti, che può essere il futuro senza rabbia, senza vendette, senza solitudine, senza paure, senza guerre, senza l'orrore degli esclusi, sfruttati e cacciati. Scherzi della storia. Gli sta davanti, come avversario, un uomo bianco immensamente per bene che non vuole avere niente a che fare con l'America repubblicana che lo precede. Cerca anche lui un Paese pulito e rispettato, legato di nuovo ad amici alleati invece che ad alleati servi, con cui tentare di realizzare insieme una politica umana, in un mondo decente che si allontana dalla morte.

Troppa speranza? Per un giorno, non è peccato. Oggi, mentre scrivo, è il giorno in cui Robert Kennedy è stato ucciso, esattamente 40 anni fa. È un giorno perfetto per sognare.

Sarà pure un impianto vecchio, obsoleto, antiquato, quello sloveno di Krsko, come lo era certamente quello sovietico di Chernobyl. E sarà pure ingiustificata la paura. Ma istintivamente si stenta a credere, tanto più con il ricordo drammatico dell'86 ancora nella memoria e negli occhi, che "al momento non c'è pericolo di contaminazioni", come recitano i primi comunicati ufficiali.

"Al momento", si precisa. Anche allora non c'era pericolo, la situazione era sotto controllo, la nube radioattiva sarebbe stata fermata. E invece, silenziosa e invisibile, dilagò in tutta Europa, arrivò fino all'Italia e oltre, scavalcando confini e barriere doganali.

Quanti furono effettivamente i morti di Chernobyl? Quante sono le vittime di quel disastro? E quanti bambini, nati successivamente, ne portano ancora i segni nel proprio organismo, sulla propria pelle, nel proprio animo? Nessuno sa dirlo con certezza. La maledizione biblica del nucleare continua.

Auguriamoci che questa volta non sia così. Che la portata dell'incidente sia circoscritta e limitata. Che l'allerta possa rientrare rapidamente, come annuncia la nostra Protezione civile. Ma in pieno revival nucleare quello che arriva da Krsko è più che un segnale d'allarme: è un monito, un richiamo a pensare a riflettere.

Non c'è nulla di ideologico in tutto questo, se non nel senso etimologico delle idee, delle valutazioni e delle scelte che la questione comporta. Il nucleare non è un tabù e non può essere neppure un totem da adorare come un feticcio.

Non occorreva aspettare il "campanello" di Krsko per sapere che, anche nel caso di impianti più moderni ed efficienti, le centrali nucleari non sono né sicure né tantomeno economiche. Non sono sicure in rapporto ai rischi altissimi che un qualsiasi incidente può produrre e ancora meno lo sono in rapporto allo smaltimento delle scorie. E non sono neppure economiche, queste cattedrali dell'atomo, perché richiedono enormi investimenti governativi per la costruzione e la manutenzione, la sorveglianza degli impianti, la sicurezza delle aree circostanti.

È vero: la crisi globale incalza, il petrolio è arrivato alle stelle, l'economia mondiale ristagna o regredisce. Ma solo il cinismo della disperazione può indurre alla fuga dalle responsabilità. Non c'è alibi per il ricatto nucleare. L'umanità può anche rassegnarsi a fare il conto dei costi e dei benefici, ma deve calcolare a parte il prezzo dell'autodistruzione, il rischio di scomparire per crescere, il pericolo mortale dello sviluppo.

Non è un caso, del resto, che negli Stati Uniti non si costruiscono più centrali atomiche da vent'anni a questa parte e che in Europa i nuovi impianti si contano sulle dita di una mano. La stessa enfasi con cui viene invocato oggi il mito del "nucleare sicuro", il cosiddetto nucleare di quarta generazione che nessuno sa dire se e quando arriverà mai, rivela la mancanza di sicurezza attuale. O quantomeno, l'insufficienza del livello di sicurezza.

La verità è che la crisi energetica mette in discussione il nostro modello di sviluppo economico-sociale, il paradigma dei nostri consumi e anche dei nostri costumi: per dire, la tendenza collettiva allo sperpero, alla distruzione delle risorse naturali, al saccheggio sistematico del patrimonio ambientale. E perfino l'emergenza rifiuti, a Napoli e in tutto il Mezzogiorno d'Italia, ne è un prodotto e un riflesso. Una società che consuma troppo, a spese soprattutto delle generazioni future; un mondo in cui una metà fa la dieta macrobiotica e l'altra metà fa la fame o muore letteralmente di fame; un pianeta dove si combatte contemporaneamente contro l'obesità e contro la carestia.

Eppure, per ridurre la dipendenza dal petrolio e dagli altri combustibili fossili che inquinano l'atmosfera, provocando il surriscaldamento della Terra e il cambiamento climatico, la prima fonte energetica è già pronta, a portata di mano, disponibile: ed è il risparmio energetico, le piccole buone abitudini quotidiane, ma soprattutto la tecnologia per ridurre i nostri consumi. E poi la ricerca, compresa quella sul "nucleare sicuro"; lo sviluppo delle fonti rinnovabili; la riscoperta del sole e del vento che madre natura prodiga gratuitamente a tutta l'umanità.

Speriamo davvero che sia soltanto un segnale quello che viene da Krsko. Ma in ogni caso non sottovalutiamolo. Non lo rimuoviamo dalla nostra coscienza collettiva. È un richiamo alla ragione, alla consapevolezza, alla responsabilità. E potrebbe anche essere provvidenziale.

Dopo via Corelli, in Lombardia è in arrivo un nuovo Cpt. Vicino a Malpensa. Tre le località candidate (Lonate Pozzolo, Somma Lombardo e Ferno) anche se sull'esatta collocazione della nuova struttura dal Viminale il riserbo è ancora strettissimo.

La volontà di aumentare il numero dei Cpt — in sostanza, un raddoppio — era stata annunciata dallo stesso ministro dell'Interno Roberto Maroni durante la presentazione del pacchetto sicurezza.

Con la nuova normativa i Cpt (centri di permanenza temporanea) hanno cambiato nome. Oggi si parla di Cie, centri di identificazione ed espulsione.

«I centri di permanenza temporanea ora si chiamano Centri di identificazione ed espulsione»

Sarà nei pressi di Malpensa il nuovo Cpt lombardo. O meglio, il nuovo Cie, visto che nel recente pacchetto sicurezza il nome è cambiato: quelli che erano i centri di permanenza temporanea ora si chiamano Centri di identificazione ed espulsione. Sull'esatta collocazione della nuova struttura del Viminale, il riserbo è strettissimo: le polemiche hanno contraddistinto la storia dei Cpt fin dalla loro istituzione. Ma con ogni probabilità, un secondo Cie lombardo da circa duecento posti — l'altro è quello di via Corelli a Milano, da 112 posti — troverà spazio in uno dei tre comuni in cui parte degli abitanti sono stati «delocalizzati» per l'eccessiva vicinanza a Malpensa: e dunque, la «rosa» si riduce a Lonate Pozzolo, Somma Lombardo e Ferno.

La volontà di aumentare il numero degli ex Cpt — in sostanza, un raddoppio — era stata annunciata dallo stesso ministro dell'Interno Roberto Maroni durante la presentazione del rinnovato pacchetto sicurezza. Un aumento connesso con l'allungarsi dei possibili tempi di permanenza in queste strutture fino a sei mesi, qualora l'identificazione degli ospiti risultasse incerta. Per quanto riguarda i tempi di realizzazione, Maroni a suo tempo aveva parlato di un paio di mesi, inclusa la definitiva approvazione del pacchetto sicurezza da parte del parlamento. Ad ogni modo, una commissione mista tra i ministeri del-l'Interno e della Difesa è già lavoro per valutare le diverse possibili localizzazioni.

Fino a questo momento, come sede per i nuovi centri di espulsione si è parlato soprattutto di caserme dismesse o edifici analoghi. Nel caso dell'area di Malpensa, potrebbe non essere così. A giocare comunque a favore dell'area sono soprattutto due fattori. Il primo è la vicinanza all'aeroporto, e dunque la facilità di raggiungere il luogo finale dell'espulsione. E in linea di massima, la vicinanza agli aeroporti contraddistinguerà tutti i nuovi Cie.

In secondo luogo, a facilitare l'operazione è la proprietà unica. A Lonate, Somma e Ferno esiste un'ampia disponibilità di edifici di proprietà regionale derivanti dal piano di «delocalizzazione » degli ultimi anni, il trasferimento degli abitanti dalle frazioni e dalle località più esposte al rombo degli aerei.

Ma in Regione, per il momento, prevale la cautela. Spiega l'assessore al Territorio Davide Boni che «i tavoli per discutere questi problemi stanno per essere istituiti, e certamente la collocazione di un Cie a Malpensa potrebbe rispondere a molti requisiti. Ma al momento, l'argomento è prematuro».

postilla

Dopo le ultime elezioni si è molto dibattuto sulla capacità della Lega di mantenere stretti rapporti col “territorio”. Con l’ultima proposta di realizzazione di un Centro di Identificazione e Espulsione nell’area del Parco Ticino, già devastata dai mal pianificati insediamenti connessi all’hub aeroportuale di Malpensa, forse si chiarisce meglio quali siano effettivamente le idee di “territorio” magari inconsapevolmente sottoscritte da una parte dell’elettorato:

a) si vuole realizzare nell’isolamento della brughiera del Parco Ticino una fortezza inattaccabile e di fatto socialmente incontrollabile: una sorta di “duty free ” del razzismo;

b) si vogliono, forse con l’esca di qualche posto di lavoro fantasma, colpire ancora le popolazioni locali, già fortemente penalizzate dall’insediamento aeroportuale;

c) con la scusa della solita “emergenza” si aggireranno quasi certamente le normali regole urbanistiche, in un’area ambientalmente sensibile come quella del Parco fluviale, e in linea con le mire del centrodestra lombardo nell’attacco alle zone protette.

Basterebbero anche questi pochi motivi, tutto sommato secondari rispetto all’impianto culturale e politico che sottende l’idea dei Centri di Identificazione ed Espulsione, per respingere decisamente il progetto di questa Guantanamo della brughiera (f.b.).

Un piccolo caleidoscopio, che fa vedere tutta l'infamia, tutta la vera, schifosa natura degli «imprenditori politici» della paura e del razzismo, dai quali, si spera, perfino Berlusconi, sui clandestini, forse comincia a prendere le distanze: tale si rivela il blitz di ieri a Mestre di un gruppo di leghisti contro un villaggio per i sinti (che vivono da trent'anni poco lontano, in un insediamento ormai inadeguato) progettato dal Comune di Venezia. Di per sé, il blitz ha raccolto ben poco, una ventina di persone. In compenso, a favore del villaggio, sono schierate tutte le istituzioni della città, associazioni e gente di buona volontà, il Patriarca, la Caritas, mentre prefetto e questore hanno garantito che l'insediamento non ha mai dato problemi.

I 169 sinti sono tutti residenti, tutti regolari, tutti lavorano, tutti i loro bambini vanno a scuola. Il progetto, risalente al '98, era nato sulla base di finanziamenti governativi. Inaffidabili, come sempre in questi casi, i vari governi hanno poi tagliato i fondi. Così il Comune, che si era impegnato con i sinti e con la città attraverso un contratto di quartiere (che prevede nell'area dell'attuale campo un intervento di edilizia residenziale e una struttura per anziani), ha deciso di onorare l'impegno stanziando la cifra necessaria (2,8 milioni di euro).

Nel villaggio si trasferiranno 38 degli attuali nuclei, 130 persone circa, avendo 7 nuclei deciso di accettare un alloggio pubblico. L'area interessata è poco distante dal campo attuale, è più spaziosa, non a ridosso di un quartiere popoloso come è l'attuale e, perciò, rende possibile ampliare e riqualificare l'insediamento. Una soluzione razionale e civilissima, perfino economicamente vantaggiosa per il Comune, perché se tutti i sinti avessero scelto l'alloggio pubblico (a cui avrebbero diritto per cittadinanza, reddito, numero di figli e altri membri) i costi sarebbero stati ben maggiori.

Perché tutto questo livore, dunque? Perché, appunto, gli «imprenditori politici» della paura e del razzismo (la definizione è di Luigi Manconi) non hanno alcun interesse a soluzioni razionali e civili. Al contrario, vogliono alimentare un disordine rancoroso e nevrotico, che finora li ha premiati elettoralmente (Berlusconi compreso, che rischierà di misurarsi con i mostri che ha creato). Non a caso, anche a Mestre, da giorni, stanno cercando l'incidente, per enfatizzare il proprio livoroso discorso. Oggi gran parte dei media, in perfetta sintonia con l'Italia paranoica e irragionevole, ha regalato allo sparuto drappello leghista una visibilità del tutto immotivata, data la miseria non solo dei loro argomenti ma della mobilitazione stessa.

Il Comune, comunque, intende procedere e in città si sta preparando la contro mobilitazione degli anti razzisti. Resta da vedere cosa farà il resto del centro destra, anche alla luce delle differenze createsi ieri con la Lega sul reato di clandestinità. Qui, però, non ci sono «clandestini». Il nuovo insediamento è un segno della città che cresce e migliora. Nessuno potrà fermarla.

Nota. - Si confronti la prospettiva a cui ci obbligano i nostrani imprenditori della paura, con le linee guida sull’abitazione per le minoranze nomadi appena pubblicate dal ministero britannico per le aree urbane, dove la frase di apertura suona più o meno “ tutti hanno diritto a un’abitazione decorosa …” (f.b.)

Come osservava Pierre Bourdieu più di trent’anni fa (La distinzione), i rapporti sovraordinazione/ subordinazione e la riproduzione delle divisioni e delle gerarchie sociali oggigiorno tendono sempre più a fare assegnamento sulla seduzione piuttosto che sulla regolamentazione normativa, sulla produzione dei desideri più che sulla coercizione, sulle public relation piuttosto che sulla sorveglianza. Questa fiducia, possiamo aggiungere, aumenta di pari passo con il passaggio da una "società di produttori" a una "società di consumatori". Come tutti i modelli di ordinamento sociale, quello che sta venendo alla luce - non più costruito secondo il modello della "fabbrica fordista", ma secondo quello di un centro commerciale, e che viene fatto funzionare attraverso i meccanismi descritti da Bourdieu - identifica in modo differente i gruppi della società che sono inadatti all’inclusione. Invece delle "classi pericolose", ribelli o rivoluzionarie - che puntano a neutralizzare o ad assumere il controllo dei mezzi di coercizione e a ridefinire la normativa - sono i "consumatori imperfetti" - individui e categorie di individui insensibili alla seduzione e/o incapaci di agire in base ai loro desideri per scarsità o mancanza di risorse - a essere classificati come inadatti a essere inclusi nella società (questa classificazione è appropriatamente espressa attraverso la definizione di sottoclasse = al di sotto, e dunque al di fuori, dell’ordinamento di classe).

Nella loro forma originaria, ipotizzata da Jeremy Bentham e retrospettivamente indicata da Michel Foucault, i meccanismi panoptici di dominazione, miranti a immobilizzare il sorvegliato, a tenerlo al suo posto e dentro il regime comportamentale routinario, a impedirne la fuga o la deviazione, oggi si limitano e si concentrano esclusivamente sugli "inadatti" (leggi: coloro che sono insensibili ai dispositivi di controllo applicati alla maggioranza della popolazione). Destinati in passato a essere applicati universalmente (appropriati ed efficaci per i dipendenti delle fabbriche e degli uffici, per i soldati nelle caserme, gli scolari, i pazienti degli ospedali e delle cliniche per malattie mentali, i detenuti, gli indigenti negli ospizi), oggi questi meccanismi vengono utilizzati soprattutto nei luoghi di detenzione: in più, l’enfasi posta nella dichiarata finalità della sorveglianza si è spostata dalla imposizione di una particolare routine comportamentale alla prevenzione di fughe e danni.

Come suggeriva Thomas Mathiesen, nel caso della "maggioranza", l’applicazione della strategia della dominazione del "controllo-attraverso-la-sorveglianza" è passata dal "tutti guardano tutti", ai "pochi che guardano tutti", per giungere infine alla fase "tutti guardano alcuni". Mentre si è riposto il controllo sociale nella "scatola degli attrezzi", la coercizione esercitata attraverso la seduzione e le pubbliche relazioni (la sorveglianza popolare di divi e celebrità, di persone in vista trasformate in oggetti di ammirazione e di emulazione) ha sostituito il controllo generale da parte dei rappresentanti dell’autorità.

La tendenza individuata e descritta da Mathiesen è senz’altro importante, sebbene non sia l’unica e, probabilmente, nemmeno la principale deroga nella ininterrotta storia dell’impiego tradizionale della sorveglianza. Anche all’interno del "nocciolo duro" dell’ordine sociale rimane valido lo schema "pochi che guardano molti": semmai, ora esso diventa più onnipresente, più sofisticato e tecnologicamente meglio attrezzato che in passato, e ha fatto ulteriori progressi sulla strada che porta alla completa liberalizzazione e privatizzazione. Cosa ancora più importante, questo schema si è rivolto verso un obiettivo radicalmente differente. La sua funzione principale e generale è quella di mantenere fuori gli outsider, gli indesiderabili, piuttosto che tenere dentro (leggi: dentro l’area disciplinata normativamente e dentro la routine obbligatoria) gli insider (leggi: quelli già altrimenti, adeguatamente disciplinati).

Possiamo dire che "Big Brother" e i suoi rappresentanti e plenipotenziari, sempre più numerosi, sono stati reimpiegati per contribuire all’esclusione e impedire il "ritorno degli esclusi" di una moltitudine in rapida crescita di categorie: immigrati sgraditi, improbabili clienti di centri commerciali, mendicanti invadenti, ospiti non invitati di comunità residenziali con accesso controllato, abitanti di banlieue e di ghetti urbani nei centri cittadini, gente a cui le banche non concedono crediti, eccetera. In poche parole, la funzione del Secondo Big Brother è quella di mantenere a tenuta stagna la linea che separa gli inadatti dagli adatti: una metafora concretizzata recentemente attraverso gli addetti alla sicurezza aeroportuale, che confiscano le bottiglie d’acqua minerale. Il primo Big Brother manteneva gli occhi fissi sulle uscite: quelli dei suoi discendenti sono concentrati sulle entrate.

La sorveglianza destinata a mantenere le entrate inaccessibili è presentata, pubblicizzata e venduta all’opinione pubblica sotto l’etichetta della loro sicurezza. Il fatto che il concetto di "sicurezza" sia definito e si manifesti principalmente in compiti come l’esclusione di tutti quelli ritenuti "inadatti" (cioè, controproducenti o semplicemente indifferenti al funzionamento senza intoppi dei meccanismi di controllo sociale attualmente impiegati) difficilmente viene dichiarato in modo esplicito negli articoli pubblicitari. Ciò nonostante, la cosa è fin troppo evidente nella pratica ed è ben facile da dedurre. Gli oggetti di una sorveglianza onnipresente e invadente sono indotti ad accettare l’intimo collegamento tra esclusione e sicurezza e dunque ad accettare, tranquillamente e senza risentimenti, la strategia messa in atto (quindi la realtà di incursioni sempre più radicali nella nostra privacy); ad accettare di essere costantemente sotto sorveglianza; ad accettare i benefici effetti dell’esclusione, malgrado la sua bizzarria morale. Per ridurre ulteriormente la possibilità di risentimenti, le persone sono invitate a partecipare attivamente "al gioco": per esempio, votando per allontanare gli indesiderabili dallo show del Grande Fratello.

Una volta diventata principalmente un mezzo di esclusione, la sorveglianza assegna contemporaneamente ai membri della società il ruolo di colpevoli e di bersagli, di carnefici e di vittime. Trasforma le sue potenziali vittime o "perdite collaterali" in suoi complici attivi o passivi o in spettatori solidali. Paradossalmente, ma con ottimi risultati, ciò fa crescere gli "interessi acquisiti" delle potenziali vittime nella perpetuazione e nell’ulteriore inasprimento della strategia di dominio del "controllo-attraverso-la-minaccia-dell’esclusione".

L’onnipresenza dei dispositivi di sorveglianza, oggi, ha raggiunto la fase in cui essa è ormai auto-sostentata e auto fecondante. La quantità e dimensione, la visibilità e l’invadenza di tali dispositivi, bastano a creare e alimentare un’atmosfera da "fortezza assediata" e una forma mentis da emergenza permanente: che a sua volta alimenta e legittima la richiesta di un’ulteriore, accelerata diffusione di tali dispositivi e rafforza il favore popolare per le misure promesse per accogliere tali richieste. La sorveglianza, oggi, è un "setaccio" al servizio della propria perpetuazione: un setaccio che serve a isolare i bersagli appropriati della sorveglianza (gli indesiderabili) da quelli che potrebbero/dovrebbero essere lasciati fuori (perché hanno superato il test di non indesiderabilità). Gli esclusi, tuttavia, non sono stati addestrati all’arte della autodisciplina e sono disabituati a praticarla: perciò hanno bisogno di comprare la sorveglianza per riempire il vuoto lasciato dalla scomparsa della sorveglianza fornita dalla società. Da ciò deriva l’attuale "boom della consulenza", la domanda sempre crescente di "consulenti", dal vivo o telematici, ma, in entrambi i casi, altrettanto disorganizzata quanto coloro che li richiedono. Il sorprendente successo del sito Facebook trae vantaggio da questa tendenza.

La riflessione aperta su l’Unità da Walter Tocci e poi ripresa da Roberto Morassut, sullo sviluppo urbano e sul PRG di Roma, non mette certamente in dubbio i risultati ottenuti in questi anni dalle giunte di centro sinistra per una diffusa e ampia rete ecologica e ambientale e per la riqualificazione delle periferie. Così come non è messa in discussione l’onestà e la trasparenza dell’azione non certo facile portata avanti dall’assessore Roberto Morassut. Il nuovo Prg è un risultato indiscutibile del centro sinistra capitolino da difendere e da cui ripartire.

Tuttavia una riflessione critica è necessaria nella prospettiva di quanto occorre migliorare e resta da fare. La riflessione, a nostro avviso, deve riguardare, più che l’impostazione generale del piano, anche essa integrabile in alcuni punti, le modalità con cui negli ultimi tre anni, prima ancora che il piano fosse approvato, si è proceduto alla sua attuazione sotto la spinta di un attivismo talvolta più rispondente alle sollecitazioni degli operatori che alle attese dei cittadini.

Così le molte zone di espansione attivate nelle aree esterne al Gra, in parte eredità del vecchio piano, oltre a consumare estese parti dell’agro romano tutelato, rischiano di produrre nuove periferie isolate, prive di connotati urbani e di collegamenti adeguati. Inoltre, esse impegnano l’amministrazione in programmi infrastrutturali dispersi, difficilmente attuabili e sostenibili.

Ancora, l’ambizione di attivare subito tutte le 19 "centralità" previste dal piano, sembra condurre ad un declassamento di ruolo delle stesse, da luoghi di offerta di funzioni di eccellenza e di policentrismo, a cittadelle isolate di ulteriore residenza ed uffici ad alto costo intorno ad un ipercentro commerciale. Non sempre, inoltre, queste operazioni negoziate con gli operatori accrescono in modo rilevante la dotazione di spazi pubblici, verde e infrastrutture.

È da queste valutazioni che deve muovere la riflessione critica. Un piano generale con la previsione di un forte incremento dell’offerta residenziale e di sedi di attività in una prospettiva segue più che decennale deve seguire una precisa strategia attuativa partecipata: a partire dai problemi pregressi e delle domande più urgenti dei cittadini, assicurando con la fattibilità la coerenza progressiva degli interventi tra di loro e con gli obiettivi ed i requisiti di qualità e funzionalità previsti dal piano. Occorre formulare un programma attuativo del piano a partire dalla riqualificazione della città esistente e delle sue periferie, scegliere le priorità, rinviando le scelte che risultano premature per l’assenza di infrastrutture o per eccesso di decentramento o non coerenti con la domanda.

La tutela dell’agro romano per essere reale richiede una politica urbanistica finalizzata alla ricompattazione urbana ed interventi di sostegno alle attività agricole e del tempo libero.

La coerenza dei nuovi interventi (residenziali e non) nei contesti preesistenti può essere assicurata da una programmazione urbanistica di livello intermedio, partecipata, affidata ai municipi ed estesa ai territori degli stessi.

Occorre accentuare la differente caratterizzazione delle centralità, tra quelle urbane con funzione di aggregazione dei municipi e dei territori locali e quelle metropolitane. Queste ultime sono da attivare solo dopo aver assicurato l’effettiva possibilità d’impianto o trasferimento di funzioni di eccellenza e servizi di alto livello e rappresentanza (ministeri, università, centri di ricerca, ecc.), in condizioni di accessibilità garantite.

Soprattutto due temi di carattere generale richiedono una più esplicita definizione. Il primo riguarda le regole generali della negoziazione nel rapporto pubblico-privato. È necessario recuperare al pubblico, con regole certe, una quota più elevata dell’incremento di valore indotto dalle previsioni di piano, in modo da coprire non solo costi e dotazioni di servizi, verde ed infrastrutture interne all’intervento ma anche una quota parte di quelli indirettamente indotti nei contesti di margine e sull’intera città.

Il secondo riguarda l’assenza di una visione metropolitana.

La città non può essere organizzata in modo isolato rispetto al suo territorio, né amministrata in modo autonomo rispetto alla provincia metropolitana. Né questo rapporto può essere inteso come conquista di territorio da parte di Roma. Va riproposto il doppio policentrismo fra municipi urbani ricompattati e sistemi intercomunali o comuni metropolitani, componenti distinte di un sistema metropolitano integrato sotto il profilo funzionale, ambientale ed economico, linea recentemente ripresa dal nuovo piano territoriale della provincia.

Si tratta di promuovere un processo di crescita culturale che, prima di sperimentare nuove soluzioni istituzionali, va praticato attraverso tavoli di copianificazione e consuetudine alla collaborazione tra enti locali e tra livelli istituzionali nella nuova dimensione della provincia metropolitana.

Infine "la riflessione" non può che investire anche il processo di rinnovamento che è indispensabile aprire nel Pd Romano, a partire dai problemi di fondo della città, dalle sue problematicità, e da quanto queste possono aver inciso soprattutto sul disagio dei cittadini delle periferie, e conseguentemente sul recente risultato per l’elezione del Sindaco di Roma.

Se è vero che occorre non fermarci e "guardare avanti", è pur vero che occorre dispiegare il massimo dell’impegno nel promuovere nuovi e competenti dirigenti, così come è giunto il momento di collocare questo dibattito guardando alla costituzione della provincia metropolitana ed alla soggettività delle future municipalità che segneranno per Roma il vero punto di forza istituzionale democratico dal quale ripartire.

Riprendendo un tema che fu oggetto nel '33 di una celebre mostra e che negli ultimi anni è stato trascurato, la Triennale di Milano presenta l'esposizione «Casa per tutti» fino al 15 settembre. Abitazioni come abiti, capanne o capsule, per esistenze nel segno del nomadismo.

Con la mostra Casa per tutti, in corso fino al 15 settembre, la Triennale rende omaggio alla sua storia riprendendo il tema affrontato dalla famosa esposizione del '33, quando i più importanti progettisti italiani si confrontarono sperimentando tipologie di alloggio differenti. Dopo anni in cui le ricerche degli architetti si erano orientate altrove, verso gli spazi del mercato, con le architetture di Koolhaas per Prada o di Toyo Ito per Tod's, va riconosciuto ai curatori - gli storici dell'architettura Fulvio Irace e Carlos Sambricio insieme a Matteo Agnoletto, Silvia Berselli, Teresa Feraboli, Federico Ferrari, Gabriele Neri, Jeffrey Schnapp - il merito di aver riportato al centro del dibattito architettonico la casa e più in generale la questione dell'abitare.

In contemporanea, infatti, il sociologo Aldo Bonomi cura nella stessa sede la mostra La Vita nuda dove trovano spazio fra l'altro il progetto di sensibilizzazione sulle comunità rom che Stalker/Osservatorio nomade conduce da un decennio, gli esperimenti di co-housing sempre più frequenti nelle nostre città e infine la ricerca di multiplicity.lab sulla rete di cascine presenti nel territorio milanese da trasformare in residenze. E nel parco della Triennale sono installate le architetture per l'emergenza di Fuksas, Kengo Kuma, Cino Zucchi, Cruz Roja Peruana + IFRC, Piero Barbanti e Luca Tontini (vincitori del concorso indetto in concomitanza con la mostra), I-Beam Design, Alejandro Aravena e Andreas Wenning/Baumraum, mentre nell'atrio è collocata la Clothes House, architettura temporanea degli olandesi MVRDV, un monovolume costruito con i vestiti riciclati che si propone come riflessione etica sulla quantità di indumenti buttati via ogni giorno nel mondo.

Gli stessi MVRDV sono presenti anche nella sezione «macro-house» con il progetto Mirador Residences che, realizzato a Madrid nel 2005, riprende il tema della macrostruttura residenziale cara ai Metabolisti giapponesi. Qui la forma è generata dall'assemblaggio di singoli parallelepipedi trattati in maniera differente nel ritmo e nella forma delle finestre, nei colori e nelle scelte dei materiali ma anche nella tipologia abitativa: un gioco a incastri unitario ed efficace.

«Macro-house» è una delle sezioni in cui si articola Casa per tutti (le altre sono «casa abito», «casa leggera», «casa mobile», «case rapide», «capsule aggregabili», «cabanon», «emergenze e quotidianità», «sezione americana», in un allestimento, firmato da Cliostraat, che rischia a tratti di essere disomogeneo e prepotente) e propone un confronto interessante tra architetti noti, come appunto MVRDV, Steven Holl e Rem Koolhaas e altri meno conosciuti in ambito internazionale, come i tre progettisti italiani invitati alla rassegna: Stefano Mirti con la casa d'emergenza per immigrati, Dogma con la Stop City (una citazione della no-stop city teorizzata dagli Archizoom nel '69) e il gruppo di architetti romani altro_studio con l'unità di abitazione verticale per vacanze Sentina.

Ma all'interno dello spazio dedicato al «macro» sono presenti anche tre «architetture-città»: le Unités d'habitation di Marsiglia e Nantes di Le Corbusier (i cui straordinari disegni aprono il percorso tematico), il Corviale di Mario Fiorentino e il quartiere Ina-Casa Forte Quezzi realizzato da Luigi Carlo Daneri a Genova, esempio di re-interpretazione del Plan Obus lecorbusieriano. Un tema che si svilupperà poi negli anni Settanta con architetti come Paolo Soleri (assente giustificato dalla mostra avendo progettato macro-città e non residenze), i metabolisti giapponesi, i radicali Archigram, Hans Hollein, Superstudio.

Ma tornare a discutere sulla casa in Italia pone in evidenza soprattutto le questioni legate ai destinatari dei progetti: i giovani, gli immigrati, i lavoratori fuori sede, gli studenti, le neo-famiglie.

L'architetto viene così sollecitato a rioccuparsi dell'abitare come istanza etica nei confronti della società. E forse - suggerisce la mostra milanese - per raggiungere questo obiettivo occorre ripartire dalle case rapide realizzate con materiali prefabbricati, veloci da costruire e dai costi contenuti, secondo l'insegnamento del fabbro-architetto Jean Prouvé, di Marco Zanuso con la sua unità abitativa di emergenza Fiat-Anic e oltreoceano di Buckminster Fuller con le case fatte di materiali riciclati. A questo proposito, Casa per tutti dedica un posto di rilievo proprio al contesto statunitense, dove sono presentate alcune tra le ricerche più interessanti sulle residenze mobili: è questo il caso di Rocio Romero che commercializza i kit di case prefabbricate in alluminio con tanto di istruzioni d'uso, e dei container ripensati in forma di abitazioni da Jennifer Siegal/Design Mobile, mentre più tradizionale appare la ricerca di Marmol-Radziner con i suoi prefabbricati modulari. La prefabbricazione è uno dei temi affrontati anche dalla ricerca di altro_studio, da un decennio all'opera su questi temi, come dimostrano i progetti in mostra a Milano, dal prototipo in scala 1:1 Absolute box (una scatola di quindici metri quadri sostenuta da cavalletti di acciaio, dotata di bagno, zona giorno, sistema fotovoltaico e recipiente per un'autonomia idrica di tre giorni e un costo pari a quello di un'auto utilitaria) al plastico del modulo infinito di chiara ispirazione fulleriana.

Lo spazio che Casa per tutti dedica a questa ricerca rappresenta un riconoscimento importante, soprattutto tenendo conto di come spesso la critica italiana sia distratta nel valorizzare l'impegno professionale di architetti che lavorano su contenuti specifici. Ma al tempo stesso è la dimostrazione che ben di più l'esposizione della Triennale avrebbe potuto fare per fornire un quadro completo e stimolante della ricerca contemporanea sul tema dell'abitare.

È la piccola storia di un’Italia non alle corde, come dicono i giornali: sta talmente bene da frugare il manuale del superfluo costoso. Comincia col Berlusconi Due, va in opera col Berlusconi Tre. Un giudice sta per decidere (a Parma) se accogliere la richiesta di referendum presentata da avvocati civilmente slegati dagli interessi politico-imprenditoriali della città. Cremonini, ex sindaco socialista, Allegri presidente di Monumenta, associazione che prova a frenare gli eccessi della giunta cantiere. È il logo degli amministratori messi in poltrona da imprenditori che dei cantieri sono protagonisti. Le loro televisioni e i loro giornali trasformano gli uomini qualunque in personaggi dei quali non si può fare a meno. Incenso dopo incenso le generazioni degli elettori vengono cresciute così. Nella città di ieri i protagonisti dell’industria fabbricavano cose da servire in tavola; oggi sono signori del mattone.

Nessun professionista con la testa sulle spalle ha convenienza a contrastarli, eppure avvocati e intellettuali senza collare, hanno scelto di stare dalla parte della gente nella tutela di una normale democrazia. Contestano l’interpretazione dell’ex sindaco Ubaldi che ha deciso di sottrarre la costruzione della metropolitana al giudizio di chi dovrebbe usare il metrò. A Parma il voto della gente può decidere. È uno dei pochi comuni dove il sì o il no non sono consultivi: fermano o fanno correre l’avventura del treno sotto. Non importa se l’appalto è già firmato e le talpe pronte a scavare.

La metropolitana di Parma è il Ponte di Messina di noi della Padania. Con una differenza. Il ponte è la linea che unisce due sponde traversando il braccio di mare. Non vuole cambiare niente. La matassa degli intrighi mediterranei non può essere fiorata. La metropolitana è invece una linea di fantasia. Non risolve i problemi della città e impone il disegno di una città diversa per salvare in qualche modo bilanci che si annunciano disastrosi. Città troppo piccola? Gonfiamola per giustificare il metrò. Svuota il centro storico. Impone quartieri satelliti dove disgregare le abitudini nel pionierismo di strade abitate da gente che arriva a caso; estranei raccolti attorno alle cattedrali dei supermercati. Dovranno inventarsi un’altra vita, forse un altro dialetto.

Nel Cantiere Parma, il rapporto supermercati- abitanti, alza la città al top ten dei primati. Non importa se ogni supermercato chiude 75 negozi del centro storico dal quale sono già sparite le sale dei cinema. Riaprono fra i prati in attesa del metrò. Comunità che invecchia. Nel 2015 un abitante su quattro supererà i 65 anni. Per vedere i film che incantano i giornali deve prendere un taxi o aspettare due o tre anni fino a quando il film arriverà in Tv. Addio alle sale attorno alla piazza, quattro passi dopo lo spettacolo, pizza, un gelato: piaceri della provincia. Al cinema in moto oppure si resta a casa perché il metrò è ancora un appalto, impresa Pizzarotti. E la città dei monumenti, stradine con vetrine intriganti, librerie, caffè dalla piccola storia, sta per trasformarsi in una specie di museo: parmigiani come turisti, palcoscenico per i piaceri da rappresentare quando viene la sera. Musica e tavoli in mezzo alla strada. Talk show offerti dalle agenzie comunali mescolano nello stesso umanesimo Sgarbi e Funari. Mangiare e bere. Le nuove generazioni Tv incalzano; la maggioranza che ha una certa età deve rassegnarsi alle piazze spettacolo, città da fotografare, città sepolta nei tunnel, negozi e parcheggi interrati. La modernità lo impone. Perfino Parigi si era lasciata andare, anni fa. Ma appena si accorge che non-memoria e tensioni civili minacciano il futuro nell’emarginazione dei quartieri satelliti, Chirac richiama i commercianti dispersi nei recinti delle banlieue. Per favore, tornate. Rianimate la Parigi dormitorio sgualcita da turisti frettolosi. Prestiti a fondo perduto purché le botteghe riaccendano; cinema di quartiere che riaprono le porte. Ricompone la città densa dove il dialogo naturale nella quotidianità degli incontri, accende la vita reale. Non la vita immaginaria nei bunker, aria condizionata dei bottegoni di periferia. Chirac non era un presidente progressista: più o meno la stessa destra del governo di Parma, ma la Francia è nazione dove la cultura mantiene il primato sulla febbre del mattone. Il metrò di Parma dovrebbe raggiungere quartieri che crescono su terreni opzionati dalle solite mani. Disegno programmato da lontano. Il treno sottoterra è la ciliegina sulla torta- appalto dei mille zecchini d’oro. Il primo tratto unisce due punti della grande città: pedalando senza fretta sono quindici minuti in bici, dodici con autobus e filobus.

Non è questo il problema. Nella filosofia dei nuovi urbanisti inventati dall’ex sindaco Ubaldi, modernizzare, disperdendo, vuol dire attrarre nuovi abitanti per far risalire la popolazione da 174mila a 400mila persone, quasi Bologna, più di Verona. Miracolo. Con qualche perplessità sul raddoppio della popolazione: dove pescare i parmigiani del futuro? Arriveranno, arriveranno: tranquillizzano i profeti del metrò. Sono i soldi a far confusione, quei soldi che il governo Berlusconi Due ha elargito mentre stava passando la mano a Prodi: firma all’ultimo minuto. Coi milioni in tasca, rinunciare a scavare voleva dire restituire il grisbi allo Stato. Per carità, scaviamo. Inutilmente Alfredo Peri, assessore regionale ai trasporti, propone la soluzione della metropolitana leggera. Razionalizzare il sistema di superficie. Costi rimpiccioliti, ma addio all’appalto dei mille zecchini. Non se ne parla. Avanti col tunnel sotto i palazzi della storia. Per risparmiare, meno fermate. A una certa età camminare fa bene. Non importa se la linea corre lungo un torrente secco, impetuosità delle piene (rarissime) regolata da un bacino scavato a monte (impresa Pizzarotti). Trentacinque anni fa l’ingegnere Lunardi aveva firmato il progetto che immaginava far correre le rotaie nel grembo del fiume. Il quale taglia la città in due città. Costo dei lavori più o meno dieci volte inferiore ai conti di oggi, soluzione che il Lunardi ex ministro ritiene superata. Coraggio, scaviamo. Sotto la Pilotta dei Farnese, monumento con quattrocento anni di vita. «Tremare come la Pilotta», è il ritornello che accompagna l’ironia della città. Mura imponenti ma dai gusci fragili come le costruzioni del tempo. Accolgono la Galleria Nazionale, il Teatro Farnese, Biblioteca Palatina, Archivio Bodoni, Museo delle Scienze, università. Si trema davvero temendo che il frugare sotto non apra le crepe della Milano attorno a Sant’Ambrogio, vittima di parcheggi underground. Sciocchezze. Il dramma sono i conti. In Svizzera la gente decide questo tipo di spese col referendum. Un anno fa voglio sapere a Zurigo come mai la capitale dell’industria e degli affari continui ad affidare i trasporti ai tram più silenziosi del mondo. Gli elettori hanno una certa età: non vogliono il metrò. Preferiscono viaggiare alla luce del sole. Pio Marzolini, capo ufficio traffico assicura che gli zurighesi «hanno difeso il piacere di guardare le vetrine e poter scendere quando qualcosa attrae». Bacino di un milione di persone. «Ogni capo famiglia ha fatto i conti e non se l’è sentita di indebitare figli e nipoti perché un milione di abitanti non garantisce il pareggio». Risposta che si ripete a Ginevra. Philippe Vulster studia per le Nazioni Unite i flussi dell’urbanizzazione: meglio gli autobus. «Per dormire tranquilli. 50, 60 milioni di viaggiatori l’anno non bastano».

Un anno fa gli amministratori prevedevano 17 milioni di viaggiatori l’anno ma 12 milioni e 800mila clienti restavano «da individuare». Ancora non si trovano. E i 400mila fantasmi evocati dall’ex Ubaldi sarebbero gocce d’acqua. Ma non è solo il futuro. La previsione di spesa per la costruzione si annuncia ragnatela degli abra cadabra. 25 milioni al chilometro, si dice. Brescia che sta finendo il suo metrò, tracciato con le stesse difficoltà, ne spende 53. Più del doppio. Svista macroscopica o a Brescia hanno rubato? Chi rimboccherà la catastrofe? Il governo amico, eppure per quanto amico sono soldi di tutti gli italiani. Qualche sovvenzione; per il resto la città farà quadrare i bilanci in sconsolata solitudine. Il municipio sta vendendo le azioni Enia per riempire altri buchi. I buchi del metrò verranno colmati con tagli di servizi. Prezzi più cari per tutto. Meno autobus, filobus: i quartieri lontani dalla sotterranea devono farsene una ragione. Meno servizi sociali, non parliamo di case popolari per i senza tetto e senza niente. Costruiti 36 appartamenti in dieci anni di governo, con 6 milioni pagati dalla Fondazione Cassa di Risparmio, vicinissima (per italiche abitudini) all’Ubaldi quand’era sindaco. Più qualche casa riadattata. Ma il principio sacrosanto è che i senza casa non devono intralciare le grandi opere. Cinghia stretta per la gloria del metro. Ma non basterà. L’incubo della gestione coinvolge due, tre chissà quante generazioni: pagheranno i debiti di un trasporto per pochi.

Non è la polemica dei politici contro: analisi del professor Marco Ponti, insegna economia applicata al Politecnico di Milano, membro della società italiana degli Economisti dei Trasporti e della World Conference of Trasport Research Society. Nella sala Filosofi dell’università di Parma spiega perché la metropolitana è l’imprudenza che fa comodo a qualcuno. Dibattito organizzato da StopMetro, galassia di associazioni e movimenti motore del referendum. «Non sono né verde, tanto meno di sinistra. Sono un liberale che studia l’uso del patrimonio pubblico ed ho lavorato dieci anni per la Banca Mondiale. Tornato in Italia non mi sono ancora ripreso nel vedere come vengono utilizzate le risorse pubbliche». Ricorda che nel panorama nazionale sprechi come il metrò Parma non fanno eccezione: «L’obiettivo non è fare progetti sensati, ma ottenere da Roma più soldi possibili. Ed è quasi impossibile per l’amministrazione della città dire: “quei soldi non li voglio”. La pressione delle lobby locali (e di chi cuoce gli appalti) è quasi irresistibile». Domanda dall’aula affollata: il Cipe ha concesso il finanziamento sulla base di un progetto che prevedeva 25 milioni di viaggiatori l’anno. Le ultime stime prudenziali li hanno ridotti a 8 milioni. Possibile che i signori del Cipe non sappiano quanti abitanti ha Parma? Un clic sul computer e si informano. Il professor non consola: «Nella mia esperienza le previsioni di spesa sono sempre sottovalutate e il traffico di passeggeri sempre sopravvalutato. Se uno fa un progetto di mobilità che è una cretinata, dopo un anno si vede subito, mentre le grandi opere impediscono di controllare i risultati in tempi brevi, ecco perché sono molte amate dai politici del momento». Domani sarà difficile risalire alle responsabilità.

mchierici2@libero.it

Vedi su eddyburg la corrispondenza di Andrea Bui. Vedi anche il sito Stop Metro.

Spuntano come funghi e ridisegnano il territorio e le relazioni sociali, sono gli outlet e factory outlet center (Foc), per semplicità i grandi centri commerciali. Vere e proprie città dello shopping che invadono la campagna e relegano i paesi a periferie di borghi artificiali e immensi parcheggi.

In Italia l’apripista è stato nel 2000 il Foc di Serravalle Scrivia, in provincia di Alessandria. Con 180 negozi e tre milioni di visitatori all’anno è il più grande d’Europa, il primo aperto e gestito nel nostro paese da gruppo britannico McArthur Glen. In tutto sono 16 i megacentri che hanno visto la luce dal 2000 a oggi, entro la fine del 2008 saranno 24. E se oggi la superficie totale occupata da questi spazi è pari a 333.506 mq, le previsioni dicono che entro l’anno raddoppierà (Urb&Com, 2007).

Un mostro sta ad esempio per sorgere in Toscana, a Migliarino (Pi). Quelli che accompagnano gli imminenti lavori per la costruzione del “Parco Commerciale San Rossore”, nome che beffardamente evoca la vicina area protetta, sono numeri da capogiro: 222mila mq di superficie, senza considerare l’area dello svincolo autostradale di 33.600 mq, una superficie di vendita dedicata alla grande distribuzione di 31.500 mq (di cui 20mila concessi a Ikea), alla media di 8.500 mq e 1.500 dedicati alla piccola distribuzione. Il tutto per una superfici coperta di 48.800 mq e un bacino d’utenza di 1.200.000 persone.

Un centro enorme, se si considera che l’intero comune di Migliarino è pari a 35,37 kmq, abitati da poco più di 3.700 anime. “I 20mila visitatori medi giornalieri e i circa 200 mezzi pesanti per i rifornimenti merci previsti – denuncia il Movisati, movimento spontaneo di cittadini sorto per contrastare la nascita del parco commerciale – porteranno il paese al collasso”.

Costi ambientali

Dal punto di vista ambientale, il prezzo da pagare per la nascita di questi megacentri dello shopping è insostenibile. “Qualunque area vicina ai sistemi autostradali è ormai un patchwork sporco dove anche gli spazi non urbanizzati e impermeabilizzati sono comunque di bassissimo valore – sentenzia Fabrizio Bottini, urbanista e autore di I Nuovi Territori del Commercio (Alinea 2005) – Le acque si inquinano per il di lavaggio dei parcheggi e l’aria si riempie degli scarichi degli ingorghi. La nascita di questi centri consuma moltissimo suolo e impermeabilizza chilometri e chilometri quadrati di superficie”. Ne è un esempio il Foc di Noventa di Piave, di prossima realizzazione, che occuperà circa 16 ettari di terreno e, come tutte le opere superiori agli 8.000 mq, per essere attuato avrebbe bisogno della Via e della Vas. “In realtà costruendo a stralci di 4.500 mq per volta, si porta avanti una frode urbanistica legalizzata”, spiega Irene Rui, sociologa dell’ambiente e del lavoro. Come se non bastasse la nascita di questi centri porta anche un incremento vertiginoso degli spostamenti carrabili: scompaiono i “negozi di vicinato” e i consumatori sono costretti a utilizzare l’automobile.

Lavoro al centro

“Visto che nelle nostre desolate periferie sono spesso le attività commerciali di vicinato a svolgere una funzione di legante sociale, non c’è dubbio che in futuro aumenteranno i fenomeni di marginalità urbana – spiega l’ingegnere urbanista Paolo Berdini – Per ogni centro commerciale che apre sono circa 70 i negozi tradizionali costretti a chiudere. Le conseguenze urbane e sociali dell’apertura delle grandi superfici di vendita, a Roma in sette anni ne sono state aperte 28, saranno quelle di una rarefazione del tessuto commerciale, in particolare quello periferico”.

In molte regioni del centro-nord, secondo Luca Tamini, docente di Progettazione urbanistica di strutture commerciali al Politecnico di Milano, “si assiste a un’avanzata saturazione del mercato dei grandi insediamenti commerciali che, acquisendo gli elementi qualitativi presenti nella riforma del commercio Bersani del marzo 1998, ha incentivato politiche di refurbishment, cioè messa a nuovo, e progetti di riconversione di strutture esistenti con interventi di integrazione funzionale e di cooperazione con la rete del commercio locale. Il Sud Italia e le Isole – continua Tamini – rappresentano invece ancora un territorio in via di consolidamento. Sono previsti circa 2,3 milioni di mq di commercio nei prossimi anni, dove poter sperimentare modelli di sviluppo commerciale maggiormente compatibili con le diverse dinamiche socioeconomiche”.

C’è poi il caso degli outlet che nascono a pochi chilometri o poche centinaia di metri l’uno dall’altro. “Questi centri, quando vogliono e possono, si fanno concorrenza esattamente come due panettieri nella medesima via – riprende Bottini – non a caso se si confrontano i potenziali bacini d’utenza, esistono moltissime sovrapposizioni, e non di poco conto”.

Chi difende queste strutture dice che un nuovo centro commerciale porta nuovi posti di lavoro: è vero. Ma è altrettanto vero che la chiusura dei posti vendita tradizionali i posti di lavoro li toglie. Un esempio? Il nuovo outlet di Noventa di Piave (Ve) occuperà circa 500 persone, a fronte di 2.500 posti in meno causati dalla chiusura dei punti vendita vicini, secondo una stima del presidente della Federmoda provinciale Giannino Gabriel.

Super Luoghi

Da non luoghi a super luoghi. Stazioni ferroviarie, aeroporti, ma soprattutto centri commerciali e outlet, hanno ormai perso le caratteristiche di contenitori anonimi e senza identità descritte dal sociologo Marc Augé all’inizio degli anni Novanta, che definì questi spazi “non luoghi”. Così l’outlet di Serravalle oggi si propone come “un centro storico del tipico borgo ligure”; l’outlet di Barberino del Mugello è progettato come “un borgo rinascimentale”; quello di Castel Romano propone ai suoi visitatori uno shopping “passeggiando fra le vie dell’antca Roma”; il nuovo outlet in costruzione a Noventa di Piave prevede addirittura una “finta Venezia” e l’intero centro nascerà come “villaggio palladiano” con barchesse, palazzi in stile palladiano, veneziano e trevigiano, ampi portici e affreschi alle pareti.

“Non sono più semplici contenitori, ma prodotti essi stessi”, ha spiegato qualche tempo fa il professor Giandomenico Amendola, docente di Sociologia urbana all’università di Firenze. “Sono l’emblema della città che si disperde nel territorio – spiega Amendola – il centro che di solito manca in essa, vorrebbero rappresentare quello che erano le piazze italiane e infatti le imitano”.

E così sorgono centri commerciali e factory outlet curati nei minimi particolari, dalla fontana in stile neoclassico alla piazzetta attorniata da panchine sulle quali durante il week-end trascorrono felicemente le proprie giornate adolescenti, coppie e anziani.

“La cura del progetto spaziale degli outlet – riprende Bottini – ameno sul versante microurbanistico è estrema. Gli operatori gestiscono quantità enormi di risorse economiche, ed è giusto e doveroso che queste risorse si traducano nel costruire città, overo spazi anche e soprattutto pubblici che si sommano a quelli della tradizione. Così ci si allontana – continua Bottini – dall’idea di scatola con attorno un parcheggio, uno svincolo, e intorno l’aperta campagna”.

Se basta un trucco

Insomma, un po’ di maquillage e al peggio non c’è fine. Ma è possibile fermare la continua occupazione di nuovi spazi? “No – risponde secco l’urbanista Fabrizio Bottini – se si accetta come ineluttabile destino il modello insediativi che per comodità, interesse o pura cultura di impresa gli operatori continuano a proporci come immodificabile. Sì, se affrontiamo il tema dell’insediamento diffuso nel suo insieme”.

Riguardo alla qualità dei progetti, c’è una nota di tiepido ottimismo. “Negli ultimi 5-6 anni si è alzato il livello qualitativo nella realizzazione architettonica e urbanistica delle nuove grandi strutture di vendita – riprende Luca Tamini – Questo per effetto dell’orientamento delle politiche pubbliche di governo degli insediamenti commerciali, focalizzato sulla riduzione del consumo di suolo, sulla compatibilità ambientale e su una corretta accessibilità viabilistica. E anceh per via del carattere integrato e diversificato dei nuovi format commerciali”.

Qualche esempio? “Il progetto Portello a Milano, il Vulcano Buono a Nola-Napoli, il mercato di Santa Caterina a Barcellona, che oltre ad essere stati disegnati da attenti progettisti come Studio Valle o Renzo Piano building workshop, hanno contribuito a superare la monofunzionalità insediativi dei luoghi del commercio di prima e seconda generazione costruendo, spesso, relazioni virtuose con il contesto urbano e territoriale”.

Quello che è certo è che “piccolo è bello” non esiste più.

“Ma la domanda c’è” – parla il capo del Consiglio nazionale centri commerciali

Il presidente del consiglio nazionale dei centri commerciali, Pietro Malaspina, non ha dubbi: “I nuovi spazi di vendita sono richiesti dagli operatori”. Il fenomeno, insomma, non sembra andare incontro a crisi. Anche se urge una buona pianificazione del territorio.

Ma sono davvero necessarie così tante strutture?

Ogni centro commerciale ha un proprio “posizionamento” di mercato: per la gamma merceologica offerta, per il segmento di reddito o per lo stile di vita dei frequentatori cui si rivolge. La distribuzione non segue una logica spaziale, ma è dettata dalla presenza di un mercato. Aree metropolitane dense o forti addensamenti di piccoli centri urbani richiamano evidentemente maggiore attenzione da parte degli operatori.

Come mai si trovano grandi centri a pochi chilometri di distanza?

Ci sono situazioni irrazionali, di densità o rarefazione: la normativa per l’autorizzazione alla loro realizzazione non è mai stata completamente inquadrata in un’ottica di governo complessivo del territorio. Spesso sono stati realizzati dei centri commerciali dove era possibile farlo e non nelle posizioni che, idealmente, sarebbero state ottimali. Ma investimenti privati della dimensione di quelli necessari per realizzare un centro commerciale sono sempre decisi in base ad analisi accurate, che partono dal mercato potenziale e dal livello di servizio commerciale esistenti.

Quindi ne verranno costruiti altri?

In Italia i centri commerciai hanno livelli di frequentazione e di vendite soddisfacenti, quasi sempre superiori a quelli di altri mercati europei. I risultati economici delle operazioni di sviluppo dei nuovi centri sono buoni, come è dimostrato dall’interesse degli investitori istituzionali all’acquisto dei centri esistenti e in progetto. C’è un’evidente e documentata domanda: in un’economia di mercato una domanda genera sempre un’offerta. Si tratta quindi non di bloccare il mercato, caso mai di governarlo, inquadrando lo sviluppo di una formula commerciale che risulta nei fatti gradita, in una più ampia visione di governo del territorio”.

Alternativa a misura d’uomo - Nascono i “centri commerciali naturali”: reti organizzate di botteghe e negozi per rilanciare il commercio

Rilanciare l’economia del territorio mettendo in rete esercizi commerciali già esistenti, dando loro una regia unitaria nella promozione e nell’approvvigionamento delle merci. È la ricetta dei centri commerciali naturali, un’esperienza nuova che sta dando già i suoi buoni frutti, da Firenze a Torino, dalla Val d’Aosta alle Marche, sono ormai molti i centri commerciali naturali che operano oggi in maniera ottimale, mettendo in piedi vere e proprie campagne di fidelizzazione o limitandosi a manifestazioni a carattere di spot, giusto per attirare un maggior numero di consumatori.

In Toscana in particolare i centri commerciali naturali della provincia di Lucca stanno riscuotendo un certo successo: un’iniziativa nata per impulso di Ascom-Confcommercio e del Consorzio centro commerciale Città di Lucca e realizzato grazie al contributo della Regione Toscana. “La regione ha fortemente creduto nel progetto finanziandone sia lo start up che le successive azioni di rafforzamento e sviluppo – spiega Sara Giovannini della Confcommercio – La nostra realtà in particolare è poi riuscita a crescere, seppur con molte difficoltà, grazie soprattutto al sostegno di tutti gli enti, pubblici e privati, coinvolti: Provincia, Camera di Commercio, i Comuni interessati e la fondazioni bancarie”.

In Sardegna i primi centri commerciali naturali finanziati dalla Regione cominceranno invece a operare tra qualche mese. “Il loro successo – ha affermato il segretario regionale della Confesercenti, Carlo Abis – è una nuova stagione di rilancio per l’economia di Cagliari e potrà avvenire se ci sarà un modo nuovo di collaborare per il bene comune”. L’obiettivo è quello di dare un volto umano al commercio riscoprendo quello tradizionale all’interno dei centri urbani, rivalutando vie, piazze, gallerie, centri storici e quartieri in cui spontaneamente e storicamente si sono addensati negozi, botteghe, bar e ristoranti.

I vantaggi sono molteplici. I centri commerciali naturali, forme d’aggregazione spontanee e provviste di stato giuridico proprio, hanno una regia unitaria che coordina le iniziative correlate al commercio e risanano alcune inefficienze tipiche del commercio tradizionale, come la scarsa incisività della comunicazione e promozione. Ma soprattutto restituiscono ai consumatori il piacere dello shopping in un ambiente familiare e non artificiale, spesso anche all’aria aperta.

Da cittadini a clienti, di Sandro Polci (presidenza Comitato scientifico Legambiente)

Gli iperluoghi trionfano, punteggiando sempre più le aree periferiche delle città o, baricentricamente, estese aree semirurali. Sono le nuove centralità del consumo. Sono definiti democratici perché alla portata di molti, ma è più giusto parlare di “target commerciale esteso” perché la democrazia è altra cosa e riguarda valori che nella piazza, luogo per eccellenza della centralità urbana, trovano il gioco, lo “struscio”, il monumento, il municipio, il comizio, il giardino, la chiesa a non la sola funzione mercantile.

Meglio non giocarla sul piano economico. Se la regola è “dove c’è domanda si crea l’offerta” non c’è partita fra le multinazionali della grande distribuzione e una bottega di due vetrine. È invece indispensabile una ferrea programmazione, che contemperi esigenze e tipologie non essendo i mall commerciali integrativi ma quasi sempre completamente sostitutivi del tessuto mercantile esistente. E questo non per nostalgia ma perché il commercio urbano di piccolo taglio garantisce diversità, imprenditorialità, socialità e sicurezza.

La realizzazione degli iperluoghi, inoltre, impatta violentemente sul paesaggio ma non lo fa così direttamente sulla quotidianità e l’economia visiva delle aree urbane consolidate. Quindi paradossalmente danno meno fastidio. Come esiste la sindrome nimby esiste quella yiop, perdonate l’invenzione: “ yes in other place”, fate pure in altri luoghi che non tocchino la mia “caverna”, che va dal giardino al plasmaschermo. Il tram a Firenze che significa meno auto, meno inquinamento e meno costi fa inorridire i difensori dell’italica eccellenza artistica, mentre “Porta di Roma” crea il più grande mall commerciale d’Europa soltanto fra borbottii e malumori.

Gli operluoghi creano un’inarrestabile spinta centrifuga. Ne consegue una forte crescita degli spostamenti con il mezzo privato, e l’inquinamento continua a salire. Ogni anno percorriamo in automobile 528 miliardi di km producendo 79,2 milioni di tonnellate di CO2. Nel mondo? In Europa? No, in Italia. Ma dove andamo? Dei nostri 37 chilometri percorsi ogni giorno la maggioranza servono per divertirci. Tendiamo a disperderci sul territorio, consumandolo. Lo sprawl (dispersione urbanistica), la mancanza di infrastrutture, l’insufficienza di metropolitane, tram e ferrovie, uniti alla frenesia degli spostamenti in auto, ci porteranno alla felicità? Quando tutti si accentrano il problema è razionalizzare, se tutti si disperdono il problema diviene però enorme. Nessuno vuole tornare alla città multitask. Ma se rivisitato, il modello pedonale, relazionale, ergonomico non è poi così malvagio.

Se con le “tasse per costruire” si paga la pubblica illuminazione o l’asfalto delle strade, si incita il municipio a fare cassa con il rilascio delle concessioni edilizie. Una pratica da contrastare.

E poi basta con il consumo di paesaggio. Ma non solo quello collinare toscano, anche quello perimetropolitano, fruito da milioni di persone che lentamente si contaminano con la bruttezza come con le polveri sottili, Inoltre le nostre città sono quasi sempre centri d’arte da tutelare.

Guardiamo il meglio: in Germania e Gran Bretagna esistono leggi “no sprawl” che impongono il saldo zero (con debite eccezioni) nell’uso del territorio destinato alle costruzioni. Altrimenti trasferiamo qualche residua funzione pubblica all’interno degli iperluoghi e rottamiamo le città storiche, scrigni nostalgici per sola arte e pedoni.

Nota: Sandro Polci evidentemente non lo sa, e non è un frequentatore abituale del sito Mall, ma la sua “provocazione” finale sul trasferimento di funzioni pubbliche negli spazi del commercio non è affatto tale. Nel contesto nordamericano il fatto è diventato talmente patologico che nelle indicazioni anche manualistiche della “smart growth” (e dunque nei documenti guida urbanistici delle amministrazioni che la adottano) sono comprese prescrizioni alternative. In Italia, al contrario, in alcuni casi specie di outlet village viene presentato come un successo, dall’amministrazione locale, la presenza di propri uffici e spazi nei passeggi commerciali. Ne dobbiamo ancora fare, insomma, di strada … (f.b.) [scaricabile di seguito l'impaginato dell'articolo con le immagini]

Magari oggi correggerà in parte le sue parole. Capita spesso. Ma, se si prende sul serio e alla lettera quel che ha detto Silvio Berlusconi a Napoli, non c´è dubbio che l'esecutivo – come già s'era paventato – voglia tirare avanti per la sua strada con un paradigma di governo che "militarizza" la politica e l'applicazione della decisione; un canone che sospende temporaneamente l'esercizio della norma anche in violazione della legge e della Costituzione.

Dinanzi alla catastrofe dei rifiuti non smaltiti di Napoli e della Campania, Berlusconi rivendica il diritto e il dovere di declinare la "governabilità" come decisione assoluta e non partecipata. Il presidente del Consiglio non ha alcuna intenzione – come pure era parso a molti – di mitigare l'"eccedenza autoritaria" del suo piano e del decreto legge che lo sostiene. Al contrario, evocando una «destrutturazione dello Stato» e la minaccia di «un'anarchia», lo irrobustisce, lo "incarognisce" e annuncia il ruolo decisivo – nell'operazione – dell'Esercito. Saranno i militari del Genio a gestire gli impianti di combustibile da rifiuti (CdR), abbandonati dall'impresa privata (la Fibe) che si è vista decapitare le direzioni dagli arresti della magistratura. I soldati proteggeranno le discariche (e questo si sapeva) e in più – è una novità – «saranno chiamati a garantire anche l'accesso ai siti: non è accettabile alcun divieto di transito alle istituzioni della Repubblica. In gioco ci sono le regole minime per non passare dalla democrazia all'anarchia». «Chiaiano sarà definita zona militare», dice Berlusconi.

Si può immaginare allora che cosa accadrà presto in quella periferia di Napoli. Teatro dei violenti scontri della scorsa settimana, l'"ultimo chilometro" – dalla rotonda della Rosa dei Venti che conduce al Poggio Vallesana e alla Cupa del Cane, dove sono le cave di tufo che ospiteranno la discarica – sarà "militarizzato". L'Esercito, e non più la polizia, ne proteggerà la percorribilità impedita per alcuni giorni dalle barricate dei comitati di protesta. Berlusconi è stato categorico, forse imprudente, forse consapevole della sua sfida: «Dalle relazioni che abbiamo, siamo sicuri della idoneità di Chiaiano». In realtà, le analisi tecniche del suolo sono in corso soltanto da quattro giorni e, alla vigilia, ne sono stati ritenuti necessari venti per un responso rigoroso. L'anticipo della sentenza non potrà che riaccendere gli animi e in serata, a Chiaiano già si urlava contro «la beffa del governo».

Berlusconi è stato liquidatorio contro ogni ipotesi di correzione del decreto per evitare i profili di incostituzionalità che magistrati e costituzionalisti hanno rilevato nella creazione di un "commissario giudiziario" (titolare di tutte le inchieste ambientali della regione, potrà scegliersi il pubblico ministero più "affidabile", in deroga alle ordinarie regole di assegnazione) e di un "processo penale napoletano" (inedita la figura di un giudice collegiale per le indagini preliminari). Taglia corto Berlusconi: «Un ordine dello Stato non può vivere in un empireo e pensare alle leggi come ad un moloch assoluto. Le leggi devono essere adattate per far vivere meglio i cittadini». Anche questo s'era intravisto. L'emergenza napoletana si definisce ora compiutamente come «uno stato d´eccezione», come un «vuoto del diritto» che interrompe la norma e trasforma il diritto in una «prassi» dove la decisione «non può essere mai interamente determinata dalla norma». È in questo scarto che nascono le torsioni costituzionali che Berlusconi non riconosce. Il governo si sceglierà allora i magistrati che dovranno controllare le sue iniziative. I campani saranno meno protetti dalla legge. Ciò che è "tossico" altrove, non lo sarà in Campania. Ciò che altrove è considerato "pericoloso", qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia sanitaria qui non saranno in vigore o lo saranno affievolite. Come ha scritto Stefano Rodotà «viene aggirato l'articolo102 della Costituzione, che vieta l'istituzione di giudici straordinari o speciali. Vengono creati nuovi reati di ampia interpretazione che finiscono per restringere il diritto di manifestare liberamente. La garanzia dei diritti costituzionalmente garantita è degradata. La legalità costituzionale è complessivamente incrinata». «È un dovere che lo Stato faccia definitivamente lo Stato», conclude il presidente del Consiglio.

Berlusconi agita, dunque, lo spadone intenzionato a tagliare i nodi istituzionali e sociali della catastrofe napoletana con un solo, deciso colpo netto. Senza curarsi (o intenzionalmente approfittandone) degli strappi alla Costituzione, agli ordinamenti, alla partecipazione sociale. Ne nasceranno molte polemiche e conflitti, e se ne parlerà ancora nel minuto. Quel che in queste ore, però, bisogna chiedersi è se questa incrudelita accelerazione avvantaggi la soluzione della crisi napoletana o costituisce un problema in più alla somma di inestricabili problemi che già ci sono. Nei giorni scorsi, era sembrato che il governo volesse abbassare i toni, accogliere le obiezioni. Le teste d'uovo erano al lavoro in Parlamento per correggere con un maxi-emendamento le "eccedenze" mentre responsabilmente l'Associazione nazionale magistrati dichiarava al ministro della Giustizia la sua disponibilità a trovare le soluzioni più adeguate ad «accompagnare» lo sforzo urgente del governo. L'annuncio dell'«uso della forza dello Stato» chiude ogni spazio di mediazione. Berlusconi può vantare nel suo arroccamento il beneplacito dell'opposizione, l'intesa delle istituzioni locali e soprattutto la drammaticità della crisi. Nei prossimi giorni, sapremo se sono elementi sufficienti per piegare con «la forza» le popolazioni e far dimenticare le manomissioni costituzionali e lo sbaraglio del potere di controllo di una magistratura indipendente.

Ha il «Che» tatuato sul braccio, ma quell'icona non ha nulla a che vedere con la partecipazione all'azione in difesa del suo territorio. Dario è un uomo vero e non c'è da dubitare che dica il vero, conosce le vie, gli angoli, gli uomini e le donne del Pigneto e non ne tollera più il degrado a causa di una «riqualificazione urbana» che caccia i vecchi abitanti per lasciar posto a chi è disposto a investire cifre astronomiche per una casa in un un salotto dell'intellighentzia un po' radical e molto chic. Ha deciso di intervenire perché il radicamento nel territorio legittima la sua aspirazione a rappresentarlo, visto che le forze politiche, senza nessuna distinzione tra destra e sinistra, si comportano come forze di occupazione, negando ai «vecchi abitanti» l'esercizio di poter decidere delle proprie vite.

Quella di Dario è l'orgogliosa dichiarazione di appartenenza a un territorio e alla comunità che lo abita in piena sintonia con lo spirito del tempo dominante, a nord come a sud, a est come a ovest.

Ma il territorio non esiste. Esistono luoghi e forme di vita inseriti in un rapporto dialettico con flussi di capitale che vogliono conformare quelle relazioni sociali alle compabilità economiche decise sempre altrove. Da questo punto di vista il Pigneto è paradigmatico del nesso instabile, flessibile e contrattuale tra il globale e il locale. Un quartiere viene coinvolto in un progetto di valorizzazione economica per attrarre professionisti, operatori culturali e i migranti destinati ai lavori precari e servizi a bassa qualificazione di cui hanno bisogno gli «abbienti». Una dinamica omologa a quanto avviene in molti quartieri di Milano o nella metropoli diffusa che è il nord-est.

Il sistema politico ha lasciato fare, cercando tuttalpiù di avviare uno scambio politico con le imprese coinvolte nel flusso di capitale. Andate pure avanti, ma almeno garantite qualche servizio sociale per la popolazione residente: questo è stato il refrein da alcuni lustri a questa parte. Ma i flussi di capitale non tollerano ostacoli. Da qui i punti di frizione con i «residenti». E se a Milano, la metropoli deve arrivare con i migranti sotto controllo alla grande avventura dell'esposizione universale, al Pigneto il livello di guardia è stato superato quando le forme di vita consolidate - livelli di salario e di reddito, di accesso al mercato del lavoro, di informalità delle norme del vivere associato - hanno percepito che di quel flusso di capitale rimaneva ben poco per loro residenti. Da qui l'individuazione, questa sì fascista, di un nemico dello status quo, che non è in chi governa e orienta il flusso di capitale, ma in chi vuol nuotare in quel flusso di capitale.

Il paradigma del territorio usato per spiegare tanti fenomeni va analizzato attentamente per smontarlo, perché occulta i rapporti sociali dominanti, lo svuotamento del governo in amministrazione dell'esistente. E che alimenta un populismo postomoderno dove la comunità vede i carnefici rivendicare un'eterogenesi dei fini con le proprie vittime.

Class action sulle strisce blu e da Milano a Napoli arriva una pioggia di ricorsi

Caterina Pasolini – la Repubblica, 31 maggio 2008

Da oggi nella capitale parcheggio gratis per tutti ovunque. Ma è solo l'inizio. La rivoluzione corre lungo una striscia azzurra sull'asfalto. La rivolta contro le soste a pagamento si allarga, dilaga e una pioggia di ricorsi sta per abbattersi su decine di comuni, da Milano a Napoli, da Parma a Firenze, da Salerno a Bologna, da Trieste a Biella. Li stanno mettendo a punto in queste ore i legali del Codacons, l'associazione dei consumatori convinta che sia irregolare l'80% delle aree a pagamento, pronta anche a fare una class action per un risarcimento collettivo di chi ha ricevuto multe dopo il 2004 per aver sistemato l'auto senza versare la somma prevista ed esibito il tagliandino.

È questo il primo effetto della sentenza del Tar Lazio che ha annullato le strisce blu a pagamento al quartiere Ostiense perché irregolari, e il sindaco Alemanno che ha momentanea allargato il risparmio a tutta la città sino a nuovo ordine e nuova delibera.

E se gli automobilisti brindano al free parking c'è chi giudica il provvedimento del primo cittadino «demagogico», come Legambiente che ricorda come quelle zone erano gratuite per i residenti e favorivano la mobilità. E chi come l'assessore al traffico di Napoli parla di «vero e proprio disastro» se venisse esteso altrove. Perché le strisce blu, sottolinea, sono uno degli strumenti di controllo del traffico, insieme con la Ztl e il ticket d'ngresso. E di fatto impediscono l'accaparramento per intere giornate di spazi destinati alla sosta proprio nei centri urbani.

«Roma è solo la prima vittoria», ribatte comunque il presidente del Codacons Carlo Rienzi. «I comuni devono smetterla di usare i parcheggi per fare cassa. Noi siamo favorevoli alle zona di sosta a pagamento, ma solo dove sono veramente necessarie e dove prescrive la legge e non inventandosi aree di rilevanza urbanistica per spillare soldi». La legge prevederebbe solo strisce blu nel centro storico, nelle aree con 50 negozi per km, con cinema teatri, palazzetti dello sport. Altrimenti bisogna che ci siano in egual misura aree di sosta gratuite, come ha sancito la sentenza della Corte di Cassazione dell'anno scorso annullando le multe a chi non aveva pagato il parcheggio non trovando posti non a pagamento fuori da queste zone ben delimitate.

E se l'associazione per la difesa dei consumatori annuncia di voler dare battaglia dal nord al sud, invitando tra l'altro il sindaco Moratti a seguire l´esempio di Alemanno - «perché la verità è che i comuni hanno esteso a casaccio le aree a pagamento, inventandosi che erano tutte zone di rilevanza urbanistica» - le diverse amministrazioni cittadine da Milano a Firenze passando per Torino o Parma e Palermo, sottolineano tutte per bocca dei vari assessori al traffico che nei loro comuni la legge è seguita. Le proporzioni tra strisce bianche o gialle e blu, tra gratuite, a pagamento o per residenti rispettate. Tutte convinte che «la sentenza non avrà alcuna ricaduta» nei loro comuni. Come Milano, una delle prime ad inaugurare le strisce blu, gialle dieci anni fa e dove ora il sistema della sosta regolamentata è doppio: da una parte strisce blu a pagamento (1,50 euro all'ora dalle 8 alle 20), accanto strisce gialle dove non si paga nulla ma i posti sono riservati ai residenti che espongano un pass comunale. Più volte ci sono state contestazioni, perché ci sono intere zone dove sono spariti i posti liberi per chi non abita nel quartiere. Ma il doppio sistema ha sempre resistito. E progressivamente è stato esteso dal Comune in tanti quartieri anche fuori dal centro storico per disincentivare il traffico e proteggere la sosta dei residenti. Così oggi i posti auto a pagamento in strisce blu sono 43mila in tutta la città, quelli gratuiti riservati ai residenti in strisce gialle 22mila. Ma tutto rischia di cambiare se passeranno i ricorsi annunciati ieri dal Codacons a Milano, Firenze, Trieste, Cassino, Biella, Lecce, Bologna, Napoli, Udine Catanzaro. E siamo solo al primo giorno dopo la sentenza.

Ma il Centro storico si ribella "Pronti a scendere in piazza"

Laura Serloni – la Repubblica, ed. Roma, 31 maggio 2008

«Decisione demagogica e irresponsabile»: la Consulta per la vivibilità del Centro storico spara a zero contro la scelta di sospendere i parcheggi a pagamento. E giudica la disposizione del Campidoglio "un atto che riporta la città indietro di quindici anni". Decine di comitati sono sul piede di guerra. Tutti pronti a mobilitarsi.

«I parcheggi a tariffazione esistono in tutte le metropoli del mondo - sottolinea Gisella Pandolfo, portavoce della Consulta - Per Roma, città complessa dove ci sono 780 auto per mille abitanti, le strisce blu hanno costituito un disincentivo all'uso dell'auto privata e un incentivo all'impiego dei mezzi pubblici». Una conquista, insomma, che ha contribuito a diminuire il caos della circolazione e della sosta. E incalza: «La sospensione è un gravissimo errore e farà felici i parcheggiatori abusivi, le cui vessazioni come cittadini conosciamo benissimo. Senza le strisce blu, i lungoteveri e le strade a scorrimento ripiomberanno nell'incubo delle doppie e triple file con il blocco della circolazione in moltissimi punti nodali per il traffico».

Una linea che si sposa con quella espressa dal comitato Monti. «È una follia - commenta Natalie Naim - un'azione controproducente per gli abitanti. Con un'ordinanza del Consiglio dei Ministri nel 2006 era stata decretata l'emergenza mobilità a Roma e occorreva riportare la situazione alla normalità. Le strisce blu e la Ztl ne sono un esempio. Già il traffico è insostenibile, ora senza la sosta tariffata si torna al caos. Noi residenti siamo inviperiti. E pronti a mobilitarci». Temono che la città si trasformi in un "far west". «Già è difficile parcheggiare, adesso sarà impossibile - spiega Fabio Nicolucci del comitato di residenti del Celio - Il posteggio a pagamento non è solo una tassa, ma una garanzia per il governo del territorio». Taglia corto Viviana di Capua, presidente degli abitanti del Centro Storico: «Non si prendono decisioni di questo genere in un giorno. Se certe regole non vanno bene si possono anche cambiare, ma con un progetto discusso e condiviso da associazioni e comitati. Così regna solo l´anarchia. E si risponde solo alla lobby dei commercianti, senza nessuna tutela per gli abitanti».

"Tutto a favore delle auto è il ritorno al Far West"

Cecilia Gentile – la Repubblica, ed. Roma, 31 maggio 2008

«Il ritorno al Far West». Così Eugenio Patanè, responsabile della Mobilità per il Pd del Lazio e presidente della commissione comunale Traffico nella scorsa consiliatura, vede la scelta del sindaco Alemanno di bloccare le strisce blu in tutta Roma.

Ci spieghi perché non condivide questa scelta.

«Perché ci vedo una volontà precostituita di distruggere tutto quello che è stato conquistato dalla precedente amministrazione in materia di mobilità. La sentenza del Tar è solo sul quartiere Ostiense, invece Alemanno ne ricava una regola per tutta la città».

Il sindaco e l'assessore alla Mobilità Marchi sostengono il carattere vessatorio dell'attuale disciplina delle strisce blu.

«Le strisce blu sono state pensate e realizzate come strumento di mobilità per regolare la sosta nelle zone con una forte presenza di uffici, negozi e abitazioni. In queste zone è necessaria una rotazione del parcheggio ed è anche necessario assicurare ai residenti il posto auto. L'amministrazione non ha mai pensato di fare cassa con i parcometri. Anzi, il più delle volte sono stati i residenti a chiederli».

In ogni caso, l´attuale amministrazione vuole cambiare le regole.

«Un conto è la revisione, un conto è la rimozione. Anche noi avevamo intenzione di rivedere le tariffe e la distribuzione degli stalli. Io e il collega Valeriani avevamo preparato una delibera che abbassava a 50 centesimi l'ora la sosta nelle zone con minor concentrazione di uffici, negozi e case, la annullava intorno agli ospedali e la alzava nelle aree monumentali e a grande vocazione commerciale. Ma quello che adesso fa Alemanno è un'altra cosa».

Cos'è?

«Sta incoraggiando i romani a prendere il mezzo privato a svantaggio del trasporto pubblico. E dalle dichiarazioni dei suoi assessori, per esempio al Commercio Bordoni e alla Mobilità Marchi che già parlano di cambiare gli orari della ztl notturna, si capisce quali saranno le prossime scelte: tutte a favore del mezzo privato».

Forse i romani saranno contenti di non pagare.

«Invece non esulterà proprio nessuno perché le stesse auto occuperanno perennemente gli stessi spazi: i residenti non avranno più posto, gli avventori non sapranno più dove lasciare la macchina, i commercianti perderanno i clienti».

All’ingresso del ministero dei beni culturali, in via del Collegio romano a Roma, da qualche tempo i controlli per chi entra sono molto più rigidi. Chissà se dipende da un’aria cambiata o meno. Di sicuro le nomine fatte dal predecessore Rutelli in extremis prima della scadenza da ieri vanno a farsi benedire. Ben 216. Dirigenti, assegnati o talvolta confermati alle direzioni centrali, regionali, soprintendenze. Nomine fissate da un decreto ministeriale del 28 febbraio scorso che avevano suscitato critiche da più parti, soprattutto dai sindacati confederali (per Uil da un lato, Cgil e Cisl dall’altro, molte non erano date per meriti, anzi). Su quel decreto di riorganizzazione la Corte dei Conti ha fatto rilievi: avrebbe contestato 11 nomine.

Di conseguenza il decreto non è stato registrato e sulle osservazioni della Corte il capo di Gabinetto Salvatore Nastasi ha firmato il provvedimento che annulla gli incarichi. Nel ministero e soprattutto in tante soprintendenze c’è la sensazione di un ulteriore ribaltone dell’ingranaggio lasciando uno stato di precarietà permanente, di impossibilità a pianificare a lunga distanza, ad agire.

«Atto gravissimo», commenta l’ex sottosegretario ai beni culturali e ora senatore Pd Andrea Marcucci. Ma se Bondi agisce in una cornice legislativa, come prendere il neodeputato del Pdl Luca Barbareschi? Ringrazia il ministro e dice chiaro cosa vuole certa Destra: «questa scelta sottolinea lo spirito di squadra e di forte coesione con cui lavora il Popolo della libertà per il rilancio dell’azione di governo nella cultura». Tradotto: la cultura va occupata. Manca poco che dica militarmente. Formalmente le nomine saltano tutte. Magari non andrà proprio così. Alcune, eccellenti, come De Caro alla direzione archeologica o Carla di Francesco al paesaggio, non dovrebbero rischiare. Se sì sarebbe un errore. Non resterebbero Bruno De Santis, direttore generale per l’organizzazione, innovazione e altro, e l’attuale direttore regionale della Calabria Giuseppe Zampino, già soprintendente dei beni architettonici a Napoli, anni fa coinvolto in una vicenda di appalti partenopei dalla quale è stato assolto. Se Bondi voglia fare o meno piazza pulita, Barbareschi e chi spalleggia l’attore preme. Certo, ci sono cose da aggiustare, nel ministero. Sempre per fare esempi, in Campania con Rutelli si è sdoppiata una soprintendenza archeologica (una Salerno e Avellino, una Caserta e Benevento), operazione sulla cui utilità più di un archeologo dubita, mentre nella archeologicamente ricca Sardegna si è accorpato tutto a Cagliari con scelta poco lungimirante. E si potrebbe riflettere su quattro contratti esterni da soprintendente dati tempo fa a dirigenti di una regione del sud. Intanto Bondi ha detto al Corsera di volersi occupare del caso Monticchiello e Asor Rosa, che quel caso sollevò, se ne rallegra. Ma Tremonti cancellerà 15 milioni di euro stanziati da Prodi per abbattere ecomostri: dietro la facciata c’è molto da temere.

Postilla

L’episodio della revoca delle nomine al Ministero Beni Culturali non è grave in quanto ennesima manifestazione di spoil system. E’ questo in fondo un meccanismo cui siamo ormai assuefatti, pur nella versione del tutto italica e assolutamente bipartisan che ne fa una delle forme di occupazione del potere di tipo consortile più che politico, destinata a premiare non solo una consonanza ideologica, ma spesso soprattutto una disponibilità all’allineamento tanto più gradita quanto più prossima all’asservimento. Ma in questo caso nelle dichiarazioni di alcuni dei neoparlamentari si coglie una plateale e beatamente sbandierata ignoranza dei meccanismi istituzionali e amministrativi che preoccupa: le nomine sub iudice riguardano nella quasi totalità figure di funzionari già da anni impegnati in quei ruoli. Si tratta quindi di conferme o semplici spostamenti di sede, interni al personale in servizio, neppure lontanamente equiparabili a quelle dei grands commis o amministratori delegati di aziende o enti. Neanche in un rigurgito di bonapartismo quei funzionari potrebbero essere sostituiti sic et simpliciter con novelli esecutori della “cultura di destra”.

Questa pulsione a trasformare ruoli eminentemente tecnici in territori di possibile appropriazione è preoccupante come sintomo sia di distorsione della dinamica democratica che di assoluto disinteresse nei confronti dei parametri di competenza e capacità professionale: dietro queste affermazioni che ci auguriamo smentite nella pratica, vi è solo l’interesse ad occupare “caselle” sulla base di criteri di contiguità di appartenenza e di opportunismo clientelare. E’ status di pratica politica ben povero quello che, in cambio della costruzione di meccanismi di consenso anche a livelli davvero circoscritti quali quelli che può assicurare un funzionario statale di medio livello, non esita ad introdurre ulteriori, pesanti elementi di precarietà e disagio in una macchina, quella del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, già da anni strangolata da uno stillicidio progressivo di riduzione di risorse e la cui attività appare di fatto congelata da una perenne riforma che tutto cambia senza consolidare mai nulla.

Con quest’ultimo, ennesimo contraccolpo, sapientemente predisposto da una Corte dei Conti tempestivamente allineatasi all’evolversi del quadro politico, l’attività del Ministero, sia a livello centrale, che sul territorio è bloccata sine die, rendendo di fatto di enorme difficoltà una corretta azione di tutela del patrimonio culturale. In queste condizioni, organismi vitali di presidio come le Soprintendenze già da tempo minate da una lenta, ma progressiva asfissia in termini di mezzi e personale, sono financo politicamente delegittimate ad operare. E il tanto apprezzato Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio è destinato a rimanere semplicemente un bellissimo e prezioso documento, destituito di ogni efficacia operativa e quindi totalmente inutile. (m.p.g.)

«Il ministro Sandro Bondi mi dà ragione su Monticchiello non diversamente da come mi aveva dato ragione il suo predecessore Francesco Rutelli... Una vicenda di cui prendo atto con molta soddisfazione. Evidentemente la denuncia fatta a suo tempo ha sollevato uno scalpore capace di resistere ai mutamenti di maggioranza del governo».

Alberto Asor Rosa ha appena letto l'intervista al ministro Bondi al Corriere della Sera. Contento degli apprezzamenti del neoministro dei Beni culturali? «Non si può che esserne contenti. Ma Monticchiello è la punta più emergente e nota di un iceberg di dimensioni ben più imponenti, composto da tanti segmenti persino più consistenti. Lì si capirà il tipo di approccio del nuovo ministro, visto che anche lui parla del caso Toscana».

A che cosa si riferisce, Asor Rosa? «In Toscana pende da tempo la questione del corridoio tirrenico, cioè la sciagurata ipotesi di affiancare al vecchio tracciato dell'Aurelia una nuova autostrada destinata a sfondare da cima a fondo la Maremma. Sarà il vero banco di prova per il ministro, ben più impegnativo e significativo della presa di posizione su Monticchiello». Il vecchio professore non rinuncia alla battuta: «Il dispiegamento delle aperture bondiane avrà modo di chiarirsi nei prossimi mesi».

Vi vedrete col ministro? «Ci sarà presto una magnifica occasione. Il 28 luglio si riuniranno a Firenze proprio i Comitati toscani per la difesa del territorio, io ne sono il coordinatore. Credo che in quella sede, dietro adeguato nostro invito, il ministro potrà ottenere l'ascolto di una platea sicuramente molto attenta alle sue opinioni...»

Nell'intervista al neoministro Bondi alcune posizioni condivisibili, molta prudenza e sprazzi di cerchiobottismo. Dal Corriere della Sera , 29 maggio 2008 (m.p.g.)

Sandro Bondi è approdato al ministero fondato da Giovanni Spadolini. Ha cambiato stanza (addio a quella monumentale) ma ha confermato molti uomini che hanno lavorato con Urbani, Buttiglione e Rutelli (il capo di gabinetto Salvatore Nastasi, il capo dell'ufficio legislativo Mario Torsello).

Ministro, cominciamo dal paesaggio. Costruire ancora o procedere al riuso, come vogliono gli ambientalisti?

«La priorità è il recupero delle periferie degradate. Nelle città devastate si annidano fenomeni allarmanti di disagio sociale: la bruttezza genera mostri. Quindi: minor consumo di territorio e del poco verde ancora libero che assicura ossigeno alle città, priorità al recupero e al riuso delle aree già cementificate ma inutilizzate. Altrimenti le città si fondono in immense megalopoli indistinte. Il territorio in Italia è il bene scarso per eccellenza, e richiede un utilizzo attento, misurato e prudente. Questo non vuol dire che non si deve più costruire: evitiamo estremismi».

Un esempio concreto?

«Quello che Gianni Alemanno ha proposto per Roma: puntare sull'edilizia di riqualificazione, che rispetta l'identità della città e salvaguarda il verde. Nuove opportunità per l'ímprendítoria e l'edilizia, che troveranno nel recupero e nel restauro occasioni di sviluppo»

Mi può fare un esempio?

«Per esempio su Monticchiello e la difesa del paesaggio sono d'accordo con Alberto Asor Rosa. Anche se rifuggo da certe posizioni scandalistiche e vagamente ideologizzanti. Ma in una saggia applicazione del Codice dei Beni culturali c'è il giusto equilibrio tra sviluppo e tutela».

Pensa di parlarne con lui, di incontrarlo al ministero visto che presiede i Comitati di difesa del territorio toscano?

«Perché no? Volto volentieri. Farò tutto quello che può essere utile per difendere il nostro patrimonio. Asor Rosa ha rivolto critiche giuste all'amministrazione regionale toscana. E le stesse critiche io rivolgerò al presidente della Regione».

Apprezzava Asor Rosa già ai tempi di «Scrittori e popolo», cioè quando lei, ministro, militava nel Pci o preferisce l'ultima «versione» dello storico della letteratura?

«Per la verità ho sempre apprezzato Asor Rosa come storico della letteratura, attraverso l'imponente biblioteca di Storia della Letteratura pubblicata da Einaudi, anche se non sempre ho condiviso le sue predilezioni e scelte interpretative».

In quanto agli ecomostri?

«Al netto di certo sensazionalismo, ritengo giusta la battaglia per liberare i nostri paesaggi da brutture inaccettabili: i vecchi scheletri incompiuti che sfregiano coste e montagne devono essere abbattuti. Le norme esistono. Bisogna affinare gli strumenti operativi».

«Mai più condoni edilizi», disse Rutelli l'anno scorso per difendere il paesaggio. Condivide?

«Il condono, oltre che dannoso al territorio, ha dei costi gestionali elevati, anche se ne riconosco una necessità e utilità se pure limitata nel tempo e per via straordinaria. In ogni caso, la Corte costituzionale nel 2004 ha chiarito che un pezzo di competenza importante sul punto (tranne che per il profilo penale) è delle Regioni, non dello Stato».

Il suo portavoce Lino Jannuzzi rivela: «I registi di sinistra ora cercano Bondi, c'è curiosità...».Chi l'ha cercata?

«Posso confermare che c'è curiosità. Io non cerco palcoscenici. Desidero solo essere un interlocutore serio. E spero di essere giudicato dai fatti e dalla sincerità delle mie intenzioni».

I Beni culturali avranno un ruolo nell'audiovisivo?

«Dovremo far nascere iniziative comuni con la Rai e le aziende specializzate nell'audiovisivo per promuovere territorio e beni culturali con la promozione di un made in Italy del bello, della cultura e dell'arte. Anche fiction e cinema possono aiutarci in questo senso».

Luca Barbareschi ha polemizzato: «Perché Bondi ha reintegrato le 116 persone che Rutelli aveva tentato di assumere con la qualifica di dirigenti il giorno prima di lasciare i Beni culturali? Ci vuole una strategia comune del centrodestra».

«Non abbiamo preso decisioni. Forse si parla delle nomine della maggior parte dei soprintendenti di settore da parte del precedente governo in limine mortis, cioè dirigenti di ruolo dell'amministrazione e non di assunti. Molti loro contratti sono all'esame della Corte dei conti. Qualche rilievo c'è già stato e valuteremo con scrupolo e imparzialità le professionalità anche per correggere decisioni che sono sembrate alle volte affrettate e poco comprensibili. Spero si possa discutere con serenità e obiettività, e con uno stile misurato e costruttivo. Io sono pronto a farlo con tutti».

E’ un errore richiamare, a partire dalla crisi dei rifiuti in Campania, un nuovo conflitto tra Berlusconi e la magistratura o, se piace di più, tra la magistratura e Berlusconi. Magari, si trattasse soltanto di questo. L’affare a Napoli è molto più contorto di questa semplificazione lineare. Lo si comprende soltanto se si è consapevoli che il collasso di Napoli non nasce da un accidente occasionale. E’ il frutto marcio di una cattiva politica e di una pessima amministrazione che, del tutto prive di una "cultura del risultato", hanno trasformato la raccolta dei rifiuti e il ciclo industriale del loro smaltimento in un’occasione per distribuire reddito e salario a una società stressata e assegnare profitti a poteri criminali ingordi e a imprese private senza scrupoli. Con l’evidente utilità – per la politica – di amalgamare un «blocco di potere» corrotto (dal professionista al "pregiudicato") che, in cambio del saccheggio di quelle risorse pubbliche, ha assicurato consenso accettando di vivere in un progressivo, inarrestabile degrado igienico-sanitario.

Ne è nata una spirale diabolica: la cattiva gestione della cosa pubblica ha provocato «l’emergenza». «L’emergenza», altra cattiva gestione. E ancora «emergenza» e ancora cattiva gestione in un gorgo il cui esito è oggi sotto gli occhi di tutti. E tuttavia, anche nella procura di Napoli, è facile incontrare più d’un pubblico ministero disposto ad ammettere che le frasi (intercettate) di Marta Di Gennaro – il braccio destro di Bertolaso agli arresti domiciliari da martedì – sono le parole «sofferte» di un funzionario dello Stato che deve scegliere tra il male e l’orribile per far fronte all’emergenza, pur nella consapevolezza che le «ecoballe» sono un «mucchio di merdaccia» (perché non lavorate, non inertizzate), che la discarica di Macchia Soprana è «una vera schifezza» (perché vi finisce anche quel che, tossico e pericoloso, non dovrebbe finirci).

Come interrompere questo avvitamento? Con un decreto che ha valore di legge ordinaria, il governo ha "spento" qualche principio costituzionale per rafforzare la sua decisione e l’operatività della task force affidata a un sottosegretario/commissario straordinario. L’esecutivo ha la convinzione, non campata per aria, che a Napoli e in Campania ci sia uno «stato d’eccezione» che legittima un «vuoto del diritto» e la sospensione delle norme perché le decisioni necessarie ad evitare la crisi non possono essere determinate più né dalle norme né dal diritto, ma soltanto dalla gravità dell’emergenza. Accade così che, per la sola Campania, non ci sarà alcuna differenza tra rifiuti e rifiuti tossici o pericolosi perché si agirà in deroga alle leggi e alle normative europee. Nasce un ufficio giudiziario a competenza regionale che elimina «il giudice naturale» con la centralizzazione in capo al procuratore di Napoli dell’esercizio dell’azione penale e delle indagini preliminari. Sono ridimensionati i poteri del pubblico ministero e della polizia giudiziaria, cui è vietato il sequestro preventivo d’urgenza delle discariche irregolari o pericolose. Si condiziona l’intervento preventivo della magistratura a «un quadro indiziario grave» e non, come avviene in Italia, alla «sufficienza indiziaria». Si crea, come dicono i magistrati, un "procuratore speciale" con il compito di proteggere il lavoro "sporco" e urgente del "Commissario del Governo" che già ha nelle mani la direzione di tutte le autorità pubbliche (polizie, prefetti, questori, forze armate, gli altri poteri competenti per materia).

Ci sono delle ragioni sufficienti per questa straordinarietà, è sciocco o irresponsabile negarlo. Le leggi e il diritto delimitano una condizione di normalità. Qui di "normale" non c’è più nulla. Se non si trovano, nei prossimi mesi, sei, sette capaci «buchi» dove stipare, quale che sia la sua pericolosità, tutta l’immondizia della regione non raccolta e quella che continua a produrre, ricorderemo a lungo l’estate del 2008 come la stagione di una catastrofe sanitaria molto poco europea.

A questa ragione di Stato si oppone un’altra ragione altrettanto ostinata. L’eccedenza autoritaria dei provvedimenti del governo riduce, per i campani, alcuni diritti garantiti dalla Costituzione. Se «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge», articolo 3 della Carta, i campani saranno meno eguali, avranno meno dignità sociale. Ciò che è «tossico» altrove, in Campania non lo è. Ciò che altrove è considerato «pericoloso», qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia e controllo sanitario qui non saranno in vigore. E ancora, appare «inaccettabile», come ha scritto su queste pagine Stefano Rodotà, la manipolazione del sistema giudiziario. «Il governo si sceglie i magistrati che devono controllare le sue iniziative. Viene aggirato l’articolo102 della Costituzione, che vieta l’istituzione di giudici straordinari o speciali. Vengono creati nuovi reati di ampia interpretazione che finiscono per restringere il diritto di manifestare liberamente. La garanzia dei diritti costituzionalmente garantita è degradata. La legalità costituzionale è complessivamente incrinata». Per di più – anche questo sarebbe sciocco e irresponsabile negarlo – è proprio vero che questo diritto «speciale», non alimenti ancora, come è già accaduto, quella cattiva gestione che finora ha prodotto soltanto guai e nuove emergenze?

Come si vede, non abbiamo dinanzi il consueto conflitto tra i governi di Berlusconi e la magistratura. La controversia è più intricata e mette in contrasto l’urgente necessità di agire per risolvere, nel brevissimo periodo, una crisi che può diventare un cataclisma e il dovere di garantire, protetto dall’indipendenza della magistratura, il diritto alla salute che, violato, potrebbe produrre nel medio/lungo periodo danni al cittadino e disgrazie per la democrazia non più lievi di quelle prodotte dall’emergenza di oggi. Non c’è spazio per gli estremismi ideologici. Occorre pragmatismo e responsabilità. E una faticosa mediazione che, tenendosi alla larga dalle forzature corporative e dalle eccedenze autoritarie, sappia risolvere – oggi – la catastrofe napoletana senza pregiudicare – per il domani – la Costituzione e regole del gioco di una democrazia.

L'enorme potenza di fuoco legislativo della Regione Lombardia colpisce ancora, dopo l'ammazzaparchi (momentaneamente ritirato ma già pronto a ricomparire nell'ambito della revisione della legge quadro sui parchi), ci si mantiene in allenamento approvando una "leggina" che in sintesi dice:

- Pratiche veloci per le infrastrutture (hop-hop-hop via tutta quella carta e quelle lungaggini...)

- Mano libera ai privati che hanno partecipato alla realizzazione dell'opera: 20 anni di concessione non bastano? Bene, che gli scatoloni (logistiche, centri commerciali, cinema a 48 sale e via scatolonando) sorgano fino al sospirato pareggio.

Sado-masochismo territoriale e buoni sentimenti federalisti si mescolano nei commenti del post-voto. L'assessore regionale Raffaele Cattaneo gioca con le parole e con la nostra intelligenza sostenendo che si tratta di "federalismo territoriale". Come se non fosse possibile un modello federalista che abbia a cuore la tutela del territorio invece del suo consumo indiscriminato.

Grazie a HelpConsumatori da cui è tratta la cronaca che segue.

IL Consiglio Regionale lombardo ha approvato in data 18-05-08 la nuova Legge Obiettivo numero 226 in materia di infrastrutture. Il voto - rinviato nella seduta precedente per mancanza del numero legale - è stato espresso in maniera favorevole dalla maggioranza, con l'astensione del Pd e il parere contrario del resto dell'opposizione (Sd e Prc). La legge intenderebbe velocizzare la realizzazione di infrastrutture strategiche varie o ferroviarie di interesse nazionale per le quali è già stato riconosciuto il "concorrente' interesse nazionale e regionale". Scopo dichiarato del provvedimento è la riduzione delle procedure introducendo la regionalizzazione dell'istruttoria e assegnando alla Regione tutti quelli strumenti utili per superare l'eventuale inerzia degli organi statali.



In sintesi, qualora non si raggiungessero le intese per regolare ruoli, competenze e tempi, la Regione potrà intervenire con propri provvedimenti per evitare che eventuali lentezze da parte degli organi statali competenti possano frenare la realizzazione delle infrastrutture. Con l'approvazione di questa norma è possibile inserire all'interno della concessione per la costruzione di nuove strade e autostrade anche la possibilità di realizzare insediamenti e strutture di vario genere nelle aree vicine al tracciato. Il provvedimento prevede anche l'avocazione alla Regione di una serie di prerogative decisionali e autorizzative finora in capo al Governo nazionale. Delle nuove norme potranno beneficiare opere come la Pedemontana, la Brebemi e la Tem, oltre alle tratte ferroviarie Arcisate-Stabio, la connessione Malpensa-Ferrovie Sempione, la Chiasso-Monza e la Gallarate-Rho.



"Oltre all'aspetto contraddittorio nei confronti delle competenze governative - afferma Pietro Mezzi, assessore al Territorio e Parchi della Provincia di Milano - va lanciato un vero e proprio allarme per lo stravolgimento del territorio che questa norma comporta. Da oggi, infatti, sarà possibile intasare per una larga fascia i nuovi tracciati con insediamenti indiscriminati, al solo scopo di permettere al concessionario di ripagarsi l'opera in assenza di un ritorno economico dai pedaggi. Bisogna porsi l'obiettivo di ricostruire il paesaggio attorno al tracciato di una nuova autostrada, e cercare di contestualizzarla, non costruirle intorno capannoni e centri commerciali stravolgendo il territorio. In questo modo - continua l'assessore Mezzi - si produce un impoverimento complessivo dell'ambiente e ci allontaniamo dalla positive esperienze realizzate in molti Paesi esteri, dove si cerca di ridare fisionomia e qualità al paesaggio attorno ai grandi tracciati". Diversa la posizione della maggioranza regionale, secondo cui "la via del federalismo deve passare anche per autostrade e ferrovie", come ha dichiarato l'assessore alle Infrastrutture della Lombardia, Raffaele Cattaneo, che usa proprio il termine di ''federalismo infrastrutturale'' per descrivere la legge appena approvata. "La speranza, adesso, è che la legge non venga impugnata dal governo - ha continuato Cattaneo - non mi sorprenderebbe se dei funzionari ministeriali proponessero il ricorso perché la nostra legge è innovativa, ma su questo misureremo la politica''.



Sulla legge, ha ricordato il presidente della commissione Territorio del Consiglio regionale Marcello Raimondi, c'è già stato un confronto con i ministri del passato Consiglio. ''Per questo siamo sereni sul fatto che al governo non interessi fare ricorso, tanto più che l'attuale maggioranza parlamentare ha un orientamento federalista. Il ricorso sarebbe un un autentico controsenso''. Comunque, il Consiglio ha approvato anche un ordine del giorno per chiedere al governo di approvare una legge speculare a quella della Lombardia, che dia alle Regioni la possibilità, nel caso di infrastrutture concorrenti, di fissare discipline istruttorie più snelle e veloci.
''Quello che facciamo è prenderci tutti gli spazi di federalismo che ci consente la Costituzione'' ha aggiunto Cattaneo spiegando che l'effetto della Lgge obiettivo regionale "sarà quello di tagliare i tempi e abbassare i costi". Diversa la visione dell'opposizione di sinistra, secondo cui la legge lombarda stravolgerà in maniera irresponsabile il territorio.



"E' una legge miope e irresponsabile, poiché assume come bussola e ratio suprema la fretta di fare le grandi opere autostradali, come Pedemontana, Brebemi e Tem, senza porsi troppi problemi sul come operare e sul conseguente impatto ambientale e territoriale", afferma in una dichiarazione Luciano Muhlbauer, consigliere regionale lombardo del Prc. "La nuova legge, infatti - sottolinea Muhlbauer - non prevede soltanto un potere sostitutivo da parte del Governo regionale rispetto a quello nazionale in caso di ritardi procedurali, ma inserisce con l'articolo 10 una sorta di maxi-deroga agli strumenti urbanistici e paesistici, laddove stabilisce che le concessioni per le infrastrutture, approvate dal Presidente della Regione, possono comprendere anche l'autorizzazione per l'edificazione delle aree limitrofe. E come se non bastasse, la definizione di cosa e dove esattamente si può costruire, è talmente ambigua e generica, che praticamente tutto diventa possibile. E l'unico vero criterio per tali interventi diventa così che i margini operativi di gestione possano contribuire all'abbattimento del costo dell'esposizione finanziaria dell'infrastruttura". La preoccupazione della sinistra che ha votato contro - mentre il Pd si è semplicemente astenuto - è che questa norma sia anticostituzionale. "Pur guardando con favore alla partecipazione di privati per la costruzione delle opere infrastrutturali - ha rimarcato il vicepresidente del Consiglio Marco Cipriano (Sd) - credo che questi soggetti dovrebbero investire non per un tornaconto diretto ma attraverso i benefici indiretti sulla attività economica". Una delle questioni più discusse, infatti, riguarda l'articolo che prevede la possibilità che le concessioni riguardino non solo i tracciati ma anche le zone a loro vicine per "ottenere maggiori introiti".



Contro questo punto diverse associazioni - fra cui Italia Nostra e Rete Lilliput - hanno iniziato una raccolta firme e proposto un emendamento per cancellare la norma, presentato in primis dal consigliere del Prc Muhlbauer. "Poiché sono noti e significativi i problemi finanziari che comportano le faraoniche opere autostradali - ha spiegato Muhlbauer - Regione Lombardia non trova di meglio che offrire come una preda il territorio più o meno adiacente al tracciato delle autostrade". Ha parlato invece di un "miglioramento" il consigliere dell'Udc Gianmarco Quadrini, mentre Stefano Tosi del Pd ha spiegato la scelta astensionista come una "perplessità su alcuni strumenti e alcune incongruenze con la legge urbanistica, anche se è una misura importante perchè va nella direzione di ridurre i tempi delle procedure di progettazione e realizzazione delle infrastrutture decisive per il territorio, oggi oggettivamente troppo lunghe e farraginose e perché può avere un impatto positivo sulle politiche di sviluppo".

Monnezza, poteri e contropoteri

di Guglielmo Ragozzino

Massimo Malvegna, consigliere delegato di Fibe-Impregilo, la società delle ecoballe e del termovalorizzatore di Acerra, è sicuro del fatto suo: nel suo impianto si può bruciare qualsiasi rifiuto; al massimo si tratterà di fare una buona manutenzione. «Ci si può mettere l'amianto, quello che si vuole...» ha spiegato, intervistato ieri dal Gr1 Rai: le emissioni saranno sempre nei limiti delle normative europee. Dichiarazione assai sicura, ma non condivisa dalla magistratura di Napoli. E la magistratura, preoccupata per l'amianto o per la disinvoltura, ha messo in custodia cautelare lui, altri sei dirigenti del gruppo e poco meno di venti altre persone che hanno a lungo operato e comandato sul ciclo dei rifiuti a Napoli e in Campania.

Non è la prima inchiesta sull'attività di Fibe, in collegamento con la protezione civile. Per i magistrati di Napoli, la Fibe e quel modo di rimuovere o eliminare i rifiuti non è una soluzione ma fa parte del problema. Anzi ne è diventato una componente decisiva, anche perché quella scelta di ecoballe più bruciatore per produrre elettricità esclude recisamente ogni altra soluzione. Con il Cdr, il combustibile da rifiuti, chiamato ecoballe familiarmente, si guadagna due volte, prima raccogliendolo e trattandolo e poi bruciandolo, come fosse carbone. Occorre raccoglierne, trattarne e bruciarne più che sia possibile. Se poi il trattamento non avviene sul serio, ma solo per finta, allora si guadagna tre volte, visto che anche il trattamento viene pagato e ci si può dividere parecchi proventi.

Oggi leggerete sui giornali formidabili retroscena sui poteri dello stato che si azzannano: servizi contro protezione civile, governo A contro governo B, regione contro prefetti, magistratura contro tutti, camorra che se la ride. Noi sentiamo soprattutto l'ennesima sconfitta, lo smarrimento. C'è una voglia diffusa di mandarli tutti al diavolo, anche per l'insopportabile coazione a ripetere, manifestata dai poteri: lo stesso Guido Bertolaso, la stessa Fibe di sempre.

C'è la convinzione che non se ne uscirà mai, ma occorre reagire. E' certo difficile, in una situazione tanto compromessa, non rassegnarsi, ma continuare a fare il proprio lavoro, alla ricerca di un bene comune, tanto arduo da raggiungere, spesso non potendosi fidare di quello che lotta a fianco a te e che potrebbe agire a pagamento, essere un mestatore. In effetti i rifiuti, ripete spesso Guido Viale, sono interessanti perché sono una specie di immagine del mondo, degli usi e dei consumi di tutti noi; così anche la forma della lotta. Intanto cresce a Napoli una generazione di persone competenti. Alcuni citano l'esempio di Val di Susa: come lassù è cresciuta una schiera di tecnici-militanti che ne sanno di più del più famoso professore di scienza trasportistica, così a Napoli e dintorni c'è un popolo che ormai sa tutto dei rifiuti, del loro ciclo e della chimica per gestirli e prevenirli. Bisogna solo dare a queste mani, a questa cultura, strumenti che vadano oltre la scopa di legno e di saggina.

Schiaffo per Bertolaso Pd e Pdl lo difendono

di Adriana Pollice

Ieri pomeriggio ha incontrato nel capoluogo partenopeo il sindaco di Terzigno per discutere della discarica da costruire. Consueto sfoggio di efficienza per Guido Bertolaso, che non si ferma nemmeno quando la procura mette ai domiciliari alcuni dei sui collaboratori negli anni in cui ricopriva il ruolo di commissario straordinario ai rifiuti, incluso il suo braccio destro Marta Di Gennaro. Lo stesso procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore sottolineava: «La popolazione deve sapere che vigiliamo in modo autonomo sulla correttezza dell'azione di tutti gli attori coinvolti. Devono avere fiducia perché molte delle persone indagate non ricoprono più incarichi». I vertici delle imprese coinvolte, dalla Fibe all'Impregilo, però sono al loro posto così come alcuni funzionari che allora, come oggi, partecipano alla gestione della crisi rifiuti.

I pm Noviello e Sirleo, con i risultati della loro nuova inchiesta, riprendono il lavoro dove si era fermato l'altro atto d'accusa ai protagonisti del disastro immondizia. Una situazione che, secondo la procura, è proseguita immutata, continuando a passare sopra normative e leggi, grazie a collusioni e connivenze. Il decreto legge presentato del governo Berlusconi sembra sanare la situazione da qui in avanti ma non fornisce alcun ombrello per quanto fatto fino a ieri. Così i processi diventano due e si prosegue a sperare nella prescrizione. Qualcuno poi si è lasciato insospettire per la tempistica. Un modo per sabotare i piani del governo su Chiaiano secondo la destra, una vendetta postuma dell'ex ministro all'Ambiente Pecoraro Scanio, tra gli affondatori di Bertolaso prima maniera, e persino una resa dei conti con De Gennaro, in corsa per lo stesso incarico. Un'ipotesi, però, smentita dalla tempistica, visto che gli atti sono stati depositati a gennaio scorso.

La politica, nonostante il nuovo terremoto, prosegue a cavalcare la crisi rifiutandosi di prendere in considerazione qualsiasi elemento che esuli dal teorema emergenza-leggi speciali-discariche-inceneritori. Se il presidente della Repubblica Napolitano esorta tutti a fare la loro parte, Sergio D'Antoni per il Pd dà piena fiducia a Bertolaso: «La persona giusta. Tanto è vero che era stato scelto anche dal centrosinistra» scordandosi di sottolineare che l'altra volta non fu una grande performance la sua. Solo Idv, con Nello Formisano, ribatte che l'azione dei magistrati può far luce sui motivi per cui in Campania «l'emergenza rifiuti abbia potuto protrarsi per ben quindici anni».

Solidarietà anche dalla sindaca Iervolino. In sintonia con la destra Ermete Realacci, ministro ombra Pd dell'Ambiente: «Non sarà la giustizia a risolvere il problema dei rifiuti in Campania, ma mi auguro che agisca per accompagnare la soluzione e non la ostacoli come qualche volta ha fatto con interventi fuori contesto», non indicando però quale sarebbe il contesto a cui dovrebbe attenersi la magistratura.

Un fiume in piena di solidarietà da parte delle forze al governo per Bertolaso e il prefetto di Napoli Alessandro Pansa da parte del sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, che prova a giocare la carte del dubbio: «Senza voler formulare nessuna ipotesi di complotto e nessuna illazione, mi limito a osservare che rispetto a una richiesta di misure cautelari formulata a gennaio, l'esecuzione dell'ordinanza avviene pochi giorni dopo il varo del decreto rifiuti che sta sollevando reazioni, anche, nel mondo giudiziario».

Rocco Buttiglione invece si lascia prendere dall'entusiasmo dichiarando, a proposito del neosottosegretario ai rifiuti, «se a suo tempo avessero lasciato fare a Bertolaso, oggi non avremo l'emergenza. L'urgenza dei tempi non lascia spazio a discussioni infinite». Pacato come sempre il sottosegretario alle Infrastrutture, Roberto Castelli: «La statura istituzionale di alcuni degli inquisiti lascia aperta la porta al sospetto di essere di fronte ad una azione intimidatoria».

A mettere in fila le carte dei processi e le reazioni politiche, sembra evidente che le responsabilità del disastro rifiuti in Campania coinvolga le forze di governo da entrambi i lati dello schieramento, tutte in fila dietro gli interessi della Impregilo, niente di strano se nessuno mette in dubbio la credibilità di Bertolaso o avanzi anche solo qualche timida domanda sul suo ex braccio destro. Poche storie, è l'emergenza, baby.

I «rompiballe» che taroccavano i rifiuti. Grazie al commissariato

di Francesca Pilla

Sembra di vedere all'opera 'o sistema. Ecoballe non a norma vengono prelevate dai siti di trasferenza, si triturano facendoci passare sopra i camion, la spazzatura diventa poltiglia ed è codificata come materiale trattato, ma in realtà proviene direttamente dai cassonetti in strada. Un lavoro clean, per citare «Gomorra» di Garrone, ma invece di essere commissionato dai clan dell'antistato, si realizza attraverso le connivenze di dirigenti del commissariato straordinario, delle strutture regionali campane, fino alla complicità di un militare distaccato alla protezione civile (Rocco De Frenza). Così per due anni si è consentito lo smaltimento illecito di rifiuti, anche pericolosi, nelle discariche di Lo Uttaro (Ce) e Villaricca (Na), nonché il trasferimento con i treni in Germania. Così per quasi 24 mesi un gruppo di funzionari si è messo in tasca i proventi dell'emergenza, si è assicurato la «permanenza» della struttura «speciale» e ha ottenuto avanzamenti di carriera.

L'inchiesta Rompiballe

E' questo l'impianto accusatorio dell'«operazione Rompiballe», e anche se la procura di Napoli ha tentato all'ultimo momento di ribattezzare l'inchiesta, mai nome fu più appropriato. I «seccatori» ancora loro, i pm Noviello e Sirleo dell'inchiesta Fibe-Impregilo, con il procuratore aggiunto De Chiara, che ieri hanno depositato al gip Rossana Saraceni la richiesta di custodia cautelare per 25 persone. Tra i nomi illustri l'attuale prefetto di Napoli Alessandro Pansa, accusato di falso in atto pubblico in qualità di commissario e la vice di Bertolaso, Marta Di Gennaro. Ma a essere sul banco degli imputati è anche la solita compagnia di giro che ha gestito e gestisce in gran parte ancora oggi lo smaltimento dell'immondizia.

E' come se fosse il sequel di un film di successo, il lasso di tempo preso in esame dai magistrati infatti è immediatamente seguente a quello dell'indagine madre ormai in fase di dibattimento. Un periodo che va dal 2006 alla fine del 2007, dall'anno cioè in cui Bertolaso, allora commissario, rescisse il contratto con l'Impregilo - salvo poi conferire alla stessa impresa, la scorsa settimana, l'incarico di terminare l'impianto di Acerra - fino al passaggio di mano a Pansa. «Anche se non in qualità di società secondo la legge 231 come nella precedente inchiesta - spiega l'avvocato Tizzoni - ma nella persona fisica dell'ad di Fibe Massimo Malvagna che mi ha nominato suo difensore». Le ipotesi di reato contestate vanno dal traffico illecito di rifiuti e falso ideologico in atto pubblico, fino alla truffa aggravata ai danni del consiglio dei ministri, della Protezione civile, del Commissariato straordinario, indotti in errore con l'aggravante del danno patrimoniale. Ai domiciliari, tra gli altri, sono finiti i sei capimpianto dei cdr incriminati (quelli di Giugliano, Caivano, Casalduni, Piano d'Ardine, Battipaglia, Tufino), il dipendente regionale ed ex della Protezione Civile Michele Greco, il presidente della Ecolog, Roberto Cetera e il direttore tecnico, Lorenzo Miracle, il gruppo cioè che fino all'ultima commessa aveva curato il trasporto dei rifiuti campani in Germania.

Bertolaso a «Gomorra»

Nell'ordinanza di oltre 600 pagine depositata ieri sono diversi i passaggi che configurano uno scenario alla Gomorra e che se fossero provati potrebbero dare la stangata definitiva alla credibilità dello stato sull'emergenza. In primis a Bertolaso, non indagato, ma che in un dialogo con la sua vice si lascia andare a descrizioni di scarsa professionalità riguardo al trattamento dei rifiuti. Come nella conversazione del 30 maggio 2007 quando Bertolaso in merito alla relazione sulle tonnellate da mandare alla discarica salernitana di Parapoti dice al suo braccio destro «e tu fai una relazione molto semplice, dici abbiamo portato 17mila tonnellate o quante cazzo ne avete portate, questa sera finisce tutto. Bertolaso l'altro ieri si è preso schiaffi prima da quelli di Parapoti poi da quelli di Acerra, non ha più guance da offrire per queste vicende, quindi alternative non l'abbiamo L'unica cosa che mi sembrerebbe da immaginare è quella di portare tal quale a Parapoti ma non so se la cosa è fattibile». La Di Gennaro chiama quindi Rosetta Sporviero, la pasionaria della discarica che chiese come garanzia sul sì alla riapertura l'intervento di Napolitano, per convincerla a prendere materiale non trattato, «tanto è lo stesso perché la nostra fos è uguale al tal quale».

E ancora sul sito temporaneo la Di Gennaro, ad esempio, si rivolge a Bertolaso perché riferisca a una terza persona, «se trova i Noe, se possono stare lì ad Acerra. I Noe giusti, persone collaborative», e Bertolaso risponde: «Va bene però, ecco, che ci sia comunque qualcuno da noi che registra tutti i camion che entrano e faccia le foto. Facciamo comunque vedere che c'è un'attività di sorveglianza... andiamo in giro in elicottero senza la macchina fotografica, come abbiamo fatto l'altro giorno».

Serre, «una porcata»

Fare finta di controllare dunque. E' così che a Lo Uttaro, come si legge nell'ordinanza, sono stati inviati rifiuti diversi dal sovvallo oltre ai pericolosi? E' per questo che a Villaricca, secondo la relazione del dottor Iacucci, consulente dei pm, è stata ritrovata «un'abnorme produzione di percolato, non imputabile in alcun caso alla naturale produzione»? Perfino a Macchia Soprana, la discarica simbolo di Serre su cui si è dimesso, nel luglio del 2007, l'attuale sottosegretario non sarebbe stata predisposta a norma: «Così come intendono farla loro è una porcata», sono le parole testuali di Marta Di Gennaro. Una valutazione confermata in una successiva telefonata con Aiello, il capo dell'ufficio legislativo del dipartimento. La Di Gennaro dice tra altre cose che quel progetto è un «trappolone tecnico» di cui «non possiamo avere la responsabilità perché è tecnicamente inaccettabile» e che così facendo «becchiamo tutti, tu, tua figlia, tua nonna, l'avviso di garanzia per disastro ambientale». Alla fine però quella pattumiera da 750mila tonnellata è stata aperta vicino all'Oasi naturale protetta di Persano, come imposizione ai serresi.

Michael Mehaffy è un pianificatore attento ai metodi dell'urbanistica sostenibile. Collabora con centri di ricerca e riviste. Ha scritto saggi con Nikos Salingaros e lavorato per la Fondazione del principe Carlo d'Inghilterra. Interviene nel dibattito sui rapporti tra moda, comunicazione e architettura

Oltre a comprensibili preoccupazioni sulla difesa dell'identità locale e del patrimonio nazionale, vorrei commentare la pretesa dell'Expo 2015 di definire i nuovi progetti che si stanno predisponendo a Milano come «sostenibili». E proporrei ai cittadini di assumere un atteggiamento molto scettico su quest'affermazione.

Per dirla molto francamente, la pretesa che esistano edifici alti sostenibili è una frode crudele. Tra i loro molti peccati, i grattacieli favoriscono la perdita e il guadagno di calore in inverno e in estate a causa delle loro grandi esposizioni e a causa degli ampi vetri non riparati dal sole. Tendono a causare effetti di «isola di calore» che, di fatto, aggiungono calore al riscaldamento globale del pianeta. Inoltre, i grattacieli sono costruiti con materiali che hanno un'elevata dispersione di energia, le loro superfici calpestabili non sono convenienti a causa degli eccessivi requisiti di spazio che richiedono ascensori, scale e uscite d'emergenza, infine la loro manutenzione e riparazione richiede spesso stravaganti sistemi. E si potrebbe continuare… Per altro non aggiungono realmente qualcosa alla vita di una città, se non, forse, un'icona aziendale che potrebbe essere interessante da guardare per un paio d'anni e nulla più. Ma il prezzo che per loro la città deve pagare è molto elevato: i grattacieli bloccano il sole e la vista, creano strani effetti del vento a livello del suolo ed isolano in modo estremo gli occupanti dall'attività urbana che si svolge a livello terreno. Invece di distribuire le persone lungo una strada e favorirne il contatto con la realtà urbana, con i grattacieli si finisce con il concentrare le persone in piccoli nodi, spesso lasciando grandi vuoti urbani nei quali non si può passeggiare. E questa non è di certo una formula giusta per costruire una città sostenibile.

Sono consapevole delle osservazioni di chi sostiene che la densità fornita da edifici alti è benefica; ma l'evidenza mostra che ciò non è vero. Alcune ricerche, ad esempio, dimostrano che i problemi legati al carbonio tendono a scendere ad un livello stabile nelle aree dove abitano circa un centinaio di persone per ettaro. Una densità ben distribuita di cento persone per ettaro è perfettamente realizzabile in un tessuto edilizio con case a quattro o sei piani, come dimostrato da molte città europee. Per contro, città come Houston e Atlanta, che hanno edifici molto alti, dimostrano di avere anche emissioni per persona molto elevate, oltre ad altri problemi ecologici.

Inoltre, la costruzione di un nuovo edificio alto — non importa quanto «verde» sia la sua tecnologia — consuma alti livelli d'energia e di risorse. Per capirlo, basta confrontare il consumo netto di energia e di materiali di un nuovo edificio con quello degli edifici esistenti. Spesso è molto più «ecologica» una riqualificazione di un edificio esistente piuttosto che costruire un nuovo edificio con funzioni di risparmio energetico, che spesso non funzionano nel tempo specie perché non si è tenuto conto degli alti costi di manutenzione.

È molto importante, infine, comprendere che un approccio sostenibile è basato sui «sistemi interi». Quando adottiamo questo approccio, scopriamo che la maggior parte delle strutture sostenibili sono quelle già esistenti. In definitiva, la strategia più sostenibile appare quella di proteggere il nostro patrimonio e la nostra identità locale, difendendole con forza contro chi vorrebbe cambiarla in favore di luccicanti novità.

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