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Articoli di Monica Ceravolo, Francesco Spini e Armando Zeni, Francesco La Licata, Alfio Caruso, e una nota dell’agenzia ANSA

Calcestruzzi, manette per mafia

Test su strade e ponti a rischio per l’uso di materiale di scarsa qualità

L’accusa: usavano miscele di calcestruzzo «allungate» e di bassa qualità per risparmiare e creare al contempo fondi neri che in Sicilia rappresentavano il trenta per cento del fatturato e sarebbero stati utilizzati per finanziare i clan mafiosi, mentre nel resto d’Italia avrebbero avuto scopi ancora da accertare. È la tesi della Dda di Caltanissetta che ha chiesto ed ottenuto dal gip il sequestro dell’intera Calcestruzzi spa e l’arresto dell’amministratore delegato Mario Colombini e di altre tre persone: Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania, sospeso dalla società nei mesi scorsi, Francesco Librizzi, già capo area per la Sicilia, e Giuseppe Giovanni Laurino, ex dipendente, anche lui capo area per la Sicilia. Truffa, frode in pubbliche forniture, intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver agevolato l’attività di Cosa Nostra: queste le ipotesi di reato. Sono previsti test su alcune opere che potrebbero essere «a rischio».

“Calcestruzzi favoriva Cosa Nostra”

di Monica Ceravolo

PALERMO. Nei cantieri della «Calcestruzzi spa» sarebbe stato prodotto calcestruzzo di scarsa qualità che, venduto per buono, consentiva di creare fondi neri per finanziare Cosa nostra. Di questa truffa criminale sarebbe stato a conoscenza l’amministratore delegato della società, Mario Colombini, arrestato ieri mattina insieme con Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania, e i due ex dirigenti, Francesco Librizzi e Giuseppe Giovanni Laurino.

L’ordine di custodia cautelare è firmato dal gip di Caltanissetta su richiesta del procuratore aggiunto di Caltanissetta, Renato Di Natale, e dal pm della Direzione distrettuale antimafia, Nicolò Marino, che ha coordinato l’inchiesta sull’azienda bergamasca, che fa parte del gruppo Italcementi.

Ai quattro indagati sono stati contestati i reati di truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di avere agevolato la mafia. Il giudice ha pure ordinato il sequestro della Calcestruzzi. L’azienda, presente su tutto il territorio nazionale, ha 10 direzioni di zona, 250 impianti di betonaggio, 23 cave e 21 impianti di selezione di inerti. Beni per un valore di 600 milioni di euro. Nei computer, secondo gli inquirenti, ci sarebbe la prova della truffa, con una doppia tabella.

E la scoperta del cemento depotenziato ha fatto aprire un altro, allarmante capitolo: quello delle opere a rischio. Sarà infatti necessario controllare la staticità delle opere realizzate con quel materiale. E’ per questo che, nei mesi scorsi il gip aveva ordinato il sequestro del nuovo palazzo di giustizia di Gela, il Porto Isola-Diga Foranea di Gela, la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Braemi e lo svincolo di Castelbuono-Pollina sul tratto autostradale A20 Palermo-Messina. Ma non basta: i consulenti dei pm esamineranno alcuni tratti della Tav, il nuovo palazzo della Provincia di Milano, il nuovo ponte sul Po di San Rocco al Porto (Lodi) e la chiesa di San Paolo Apostolo a Pescara.

Confindustria in una nota fa sapere che segue la vicenda «con piena fiducia nell’operato della magistratura». «Confindustria è certa che l’azienda saprà fornire tutti gli elementi utili a fare chiarezza, anche alla luce del fatto che la stessa società, per evitare rischi di commistioni o pratiche distorsive, ha dato vita nei mesi scorsi a una Commissione di garanzia presieduta dall’ex procuratore Piero Luigi Vigna».

Il presidente di Confindustria di Bergamo, Alberto Barcella, sostiene che non vi sono estremi di provvedimenti contro l’azienda perché giudica positivamente le azioni della società. Ivan Lo Bello, il presidente di Confindustria Sicilia, da cui è partita la proposta di mettere alla porta gli imprenditori che si piegano al racket della mafia, invita l’azienda a collaborare. Il gruppo che fa capo alla famiglia Pesenti sottolinea: «Italcementi conferma la propria linea di piena collaborazione con l’autorità giudiziaria ribadendo una linea di rifiuto di qualsivoglia contiguità con fenomeni di criminalità».

Un impero costruito sull’Italia del boom

di Francesco Spini e Armando Zeni

MILANO. Carta e cemento. Già, perché se oggi l'interesse nell'editoria dei Pesenti - la famiglia che attraverso Italcementi controlla Calcestruzzi -, come azionisti nella Rcs-Corriere della Sera, è uno dei tanti, importante sì ma non certo il principale, all’inizio di tutto fu proprio la carta. Quella che usciva dalla cartiera di Alzano, a due passi da Bergamo: carta da pacchi, niente a che vedere con i giornali - quelli verranno dopo -, seguita con l'amore da un piccolo imprenditore poco più che artigiano, Antonio, il capostipite dei Pesenti, le radici saldamente ancorate nel passato contadino della famiglia ma la testa già proiettata nel futuro imprenditoriale. Muore giovane, Auntonio, e lascia una famiglia numerosa.

Comincia così la storia dei Pesenti, che oggi guidano un gruppo che fattura sei miliardi di euro, produce oltre 70 milioni di tonnellate di cemento l’anno in 22 Paesi distribuiti su quattro continenti. Ma che da decenni sono tra i protagonisti della finanza italiana, con posizioni importanti in Mediobanca, dove siedono nel patto di sindacato tra i soci industriali, in Rcs, nella Mittel, in UniCredit dove Carlo Pesenti è consigliere di amministrazione.

Quando i Pesenti muovono i primi passi, la situazione era quella dell'Italia di metà Ottocento, non ancora unita, solo con le prime avvisaglie di un'industria che prende forma spesso trainata da gruppi stranieri, francesi, tedeschi, che nell'Italia ancora vergine vedono sbocchi importanti. Succede anche per il cemento che, a quel tempo, dalle parti di Bergamo, futura roccaforte cementiera dei Pesenti, nessuno conosceva: ci pensarono i francesi ad aprire una fabbrica di calce. E fu lì che, come dire, il destino dei Pesenti cambiò.

Lasciata la cartiera, nel 1864 a Calzo prende forma - con Augusto, figlio di Antonio - il primo nucleo della futura Italcementi. Il nome è un programma, Società bergamasca per la fabbricazione del cemento e della calce indraulica, che solo sessant'anni dopo, alla vigilia della Marcia su Roma, prese il nome di Italcementi, più conciso, più italico. E qui entra in scena Carlo, il Pesenti che fece grande - anche se alla fine rischiò di azzerarlo - il gruppo.

Gli anni di Carlo «primo» sono gli anni del primo e del secondo boom del cemento, gli anni delle prime grandi infrastrutture dell'Italia che voleva il suo «posto al sole» e che, dopo la guerra, doveva ricostruire. L'Italcementi è lì, tra i big, cresce, si rafforza, moltiplica gli utili. Carlo, uomo tutto d'un pezzo, infaticabile lavoratore, zero (o quasi) ferie, nessuna concessione mondana, inflessibile amministratore («Sono le piccole spese - diceva - che ti mandano in malora»), cattolico fervente (ogni giorno, prima del lavoro, la messa) sfrutta i grandi profitti del cemento e li investe. Diversifica. Compra banche perché le banche servono, diceva, banche a Bergamo e banche a Milano (l'Ibi). Compra assicurazioni, la Ras, una delle maggiori che già allora cercava di tener testa alle Generali. Compra giornali, come Il Tempo di Roma. E a un certo punto compra anche la Lancia.

Uomo tutto d'un pezzo, Carlo Pesenti, geloso delle sue prerogative di uomo d'industria e di finanza, deciso in tempi in cui la trasparenza era termine sconosciuto nella finanza. Memorabili le sue assemblee che si aprivano e chiudevano (nonostante si trattasse di società quotate) in un lampo senza mai soddisfare le (poche) domande di qualche sprovveduto azionista di minoranza. Solitario cavaliere dell'imprenditoria italiana del dopoguerra. Odiato e amato. Accentratore infaticabile, incapace di delegare.

Tant'è che quando morì, nel 1984, molti immaginarono il diluvio: gli succedette il figlio Giampiero che a cinquant'anni era stato tenuto fuori da tutto. In realtà, grazie anche all’alleanza con la Mediobanca di Enrico Cuccia - con un legame che resiste tuttora, con la presenza della famiglia tra i grandi soci -, Giampiero fu l’uomo che salvò - allora - il gruppo sommerso da una montagna di debiti: senza clamori cedette il cedibile, le banche, la Ras, e tenne ferma la barra sul cemento.

E’ un protagonista della «finanza cattolica», grande amico di Giovanni Bazoli - siedono insieme nel consiglio della finanziaria bresciana Mittel -, ma in ottimi rapporti anche con Alessandro Profumo. Si deve a lui, al taciturno Giampiero, amante del basso profilo, poco spazio all'immagine, poche interviste, zero presenzialismo, la seconda vita del gruppo nel cemento: l'espansione all'estero, le acquisizioni.

Il grande passo avviene nel ‘92 con l’acquisizione di Ciments Francais. Italcementi diviene una multinazionale, con le presenze odierne nell’Europa dell’Est, in Egitto, in Kuwait, in Cina. Nel ‘97 l’affare italiano che probabilmente oggi rimpiangeranno: l’acquisto della Calcestruzzi dalla Compart. Fuori dal cemento ancora i giornali, il Corriere, dove oggi Giampiero presiede il Patto di sindacato. Al resto, da anni, pensa il figlio Carlo, quinta generazione dei Pesenti, dal 2004 consigliere delegato del gruppo.

Il cemento che fa tremare la Tav

di Francesco La Licata

CALTANISSETTA. Il palcoscenico è vecchio come la storia della mafia: le cave, il movimento terra, cemento e calcestruzzo, i padroncini che caricano e scaricano. Anche i luoghi sono antichi: Riesi che evoca boss d’altri tempi come Peppe Di Cristina, la campagna di Gela popolata di «stiddari» in funzione di «antimafia militare». Ma questo è solo lo sfondo, su cui si muovono personaggi moderni e interessi contemporanei. L’ambiente che dà vita ad una storia attuale e che offre i più classici degli artifici imprenditoriali e contabili su cui poggia l’illegalità diffusa. Solo che da queste parti l’illegalità prende connotazioni particolari - la mafia, appunto - e si articola per regole squisitamente «siciliane». E così accade che alcuni dirigenti ed impiegati della Calcestruzzi spa (fa capo all’Italcementi di Bergamo) ricoprano - almeno nelle conclusioni della magistratura di Caltanissetta - anche il ruolo di boss del territorio, intimamente legati ai vertici di Cosa nostra.

Per che fare? Semplice, nella risposta dei giudici: «Spremere soldi a palate, truccando la qualità e la quantità del prodotto offerto ai committenti, per finanziare la mafia». Il tutto mediante «sovrafatturazioni di prestazioni di servizio; sottofatturazioni del calcestruzzo prodotto», quindi «fornendo prodotto di qualità difforme dai capitaloti di appalto per la costruzione di opere pubbliche e private» e «acquisendo la materiale gestione di aziende fittiziamente intestate a terzi». In sostanza, dicono i magistrati, la gestione della produzione della Calcestruzzi spa era affidata ad alcuni personaggi che fornivano materiale scadente falsificando la documentazione e la contabilità. E perciò, sparse per l’Italia e per la Sicilia, ci sarebbero opere pubbliche che corrono rischi di instabilità per via del calcestruzzo «depotenziato». Il Tribunale di Gela, per esempio, e la «veloce» di Licata e ancora la Diga Foranea di Porto Isola a Gela, lo svincolo autostradale di Castelbuono e un lotto della Palermo-Messina. Era in programma anche un’intensa attività in vista dei lavori per la costruzione del Ponte di Messina e per questo si riponeva grande attenzione verso l’impianto di San Michele di Ganzeria. Anche questo, però, sfortunatamente era finito nel gorgo melmoso della poco edificante gestione di Francesco Librizzi, sospettato di collusione con gli amici degli amici e in particolare col capo Ciccio La Rocca. Un altro poco rassicurante gestore risulterebbe Giuseppe Laurino, indicato come «la testa» che governava, tra Gela e Riesi, la truffa mafiosa.

Ma i dubbi dei magistrati sulla «tenuta» delle opere non si limitano alla Sicilia. A sentire uno dei «collaboratori» (utilissime le dichiarazioni di Salvatore Paterna e Carlo Alberto Ferrauto, entrambi ex dipendenti e sospettati di mafia) che hanno aiutato gli investigatori a capire, il sistema non poteva sopravvivere senza la distrazione compiacente della sede centrale di Bergamo. E perciò i controlli saranno estesi ad una serie di lavori sparsi per l’Italia, per esempio alla Tav di Anagni dove - quando era in servizio Paterna - fu fornito un tipo di calcestruzzo(il RCK15) che richiedeva 270 Kg. di cemento per ogni m3 e in effetti ne conteneva 150 Kg. Ma i controlli dovranno essere «a sorpresa», perchè sembra che ai periti del Tribunale si tenda a fornire campioni astutamente selezionati. Nelle gallerie, per esempio, bisogna addentrarsi perchè agli estremi il calcestruzzo è «a posto», le colate taroccate stanno verso il centro.

La truffa poggiava, come hanno spiegato i due «pentiti», sull’esistenza di due diverse schermate del computer che, di volta in volta, fornivano una «ricetta» ad uso esterno (che certificava la buona qualità del prodotto) ed un’altra ad uso interno che serviva a calcolare il deficit di cemento, per poterlo poi giustificare nelle giacenze in magazzino, e l’eccesso di «additivi». A parere dei magistrati questo «patrimonio informatico» non poteva essere destinato ad uso esclusivo dei «locali». Si spiega così il decreto di sequestro valido per tutti gli stabilimenti del territorio nazionale. E, d’altra parte, che - sulle vicende siciliane - vi fosse un dibattito interno alla Italcementi è dimostrato dall’intensa attività telefonica di dipendenti e dirigenti, anche dopo una prima ondata di arresti, di licenziamnti e allontanamenti, qualche volta non difinitivi. Illuminante, in proposito, un colloquio tra Fausto Volante (responsabile per Sicilia e Calabria) e un padroncino che si riteneva discriminato dall’azienda e perciò minacciava: «Ve lo dico, geometra... Ve lo dico spassionatamente, se io vado via dalla Calcestruzzi succede una bomba, perchè... ma non in Sicilia, ma qua anche in Campania, perchè qua c’è una melma, c’è una corruzione...una corruzione tremenda... tremenda...».

Un ruolo ambiguo viene assegnato all’amministratore delegato Mario Colombini, già rappresentante legale della Calcestruzzi spa di Ravenna (Gruppo Ferruzzi). I giudici lo accusano di aver chiuso più di un occhio all’epoca della intestazione fittizia «sottoscritta da Volante e Ferraro (indiziato mafioso)» della cava di contrada Palladio. Questa convinzione deriva anche da una serie di intercettazioni telefoniche ed ambientali che confermano la consapevolezza di Colombini riguardo all’operazione. Il 31 luglio 2006, al telefono, addirittura «ammette di averla avallata», ma «sorprendentemente sostiene di non ricordare nemmeno più per quale motivo». Poi tradisce preoccupazione, come quando parlando con la moglie, trapela che ha ricevuto una riservata dalla Italcementi. «In particolare da tale Carlo (identificabile in Carlo Pesenti, chiosano i magistrati)».

Le mani sull’edilizia

di Alfio Caruso

Fu Vito Ciancimino a insegnare a picciotti e compari l’importanza del calcestruzzo, delle società edilizie e di quelle sbancamento terra. Servono per aggiudicarsi gli appalti, per far la cresta sui lavori, per ripulire il danaro proveniente dal traffico di droga. Il figlio del barbiere di Corleone, che non aveva fatto fortuna in America, nei suoi quattro anni da assessore pubblico rilascia circa 3000 licenze edilizie, e che sarà mai se l’80 per cento di esse è monopolizzato da un muratore, da un venditore di carbonella, da un guardiano di cantiere? Se poi vengono spazzate via le magnifiche ville liberty, compreso quel gioiello di Villa Deliella, abbattuta in una notte, è il prezzo da pagare al progresso.

Cinquant’anni dopo niente è cambiato. Gli appalti servono a ripulire circa 9 miliardi di euro l’anno. L’aggiunta di piccoli accorgimenti tattici, allungare il cemento armato né più né meno come avveniva con il vino, consente d’impinguare il business. Per un boss avere le mani dentro la calce rappresenta la migliore garanzia di partecipare alla spartizione della torta. Almeno così è stato fino al crollo del vertice mafioso, fino alla resipiscenza di una classe imprenditoriale per la quale Cosa Nostra non è più un buon affare. E in questo senso la Calcestruzzi Spa, azzerata ieri da un’inchiesta giudiziaria di lungo percorso, ha costituito nell’ultimo quarto di secolo una tipica storia di connivenze e complicità.

L’inizio è rappresentato da tre fratelli: Salvatore, Nino e Giuseppe Buscemi. Secondo le migliori tradizioni si erano spartiti i compiti: Giuseppe era medico, Nino faceva l’imprenditore, Salvatore guidava il mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco-Uditore. Alta mafia per tradizione familiare e consolidati rapporti con la Palermo delle professioni, delle banche, della nobiltà. Interessi così intrecciati da consentire a Nino Buscemi di conoscere in anticipo l’ordine di cattura che il 29 settembre 1984 lo mandava in galera assieme ad altri 365 mafiosi. L’urgenza di Nino non fu di sottrarre se stesso ai rigori della legge, bensì la sua società, la Calcestruzzi Palermo, che in una manciata di ore cambiò proprietà. Venne acquistata dalla Calcestruzzi Ravenna, stella di prima grandezza nel firmamento della Ferruzzi holding.

Il sodalizio tra le due dinastie divenne solido: Nino e Giuseppe Buscemi figuravano soci paritari dei romagnoli nella Finsavi. Quando rapirono la salma di Serafino Ferruzzi con richiesta di riscatto miliardario, i suoi famigliari bussarono ad alcune porte siciliane. Malgrado un’improvvisa fioritura di cadaveri nel Ravennate, la salma non fu restituita, ma nessuno pretese più quattrini. Nel ’97 i magistrati siciliani avanzarono il sospetto che le società off-shore legate ai Gardini-Ferruzzi avessero aiutato Cosa Nostra a ripulire centinaia di miliardi. Indimenticabile la riunione della primavera ’88 negli eleganti uffici della Calcestruzzi in via Mariano Stabile a Palermo: era il famoso tavolo degli appalti con il riconoscimento del 2 per cento alle «famiglie» incaricate di sovrintendere ai lavori e dello 0,80 a Riina. Nella cena di festeggiamento dell’accordo zu Totò pronunciò la triste frase: «Sono come lo Stato, anch’io riscuoto le tasse». Quella stessa sera, a poche centinaia di metri, la presunta società civile siciliana faceva la fila per ammirare i sessanta quadri attribuiti a Luciano Leggio. Le opere d’arte andarono via come il pane, prezzo minimo: quindici milioni.

Eppure la Calcestruzzi trovò nuovi padroni, continuò a vincere appalti, proseguì a incamerare profitti, a servire da schermo a intese che la procura di Caltanissetta giudica illecite. D’altronde l’importanza del mattone è dimostrata dal record di case abusive, circa 250 mila, detenuto dalla Sicilia. Da trent’anni pochi generosi combattono per salvare tesori quali l’Oasi del Simeto, la Valle dei Templi. Nel piano di riordino delle coste, benedetto da Cuffaro appena eletto, non rientrarono soltanto i pochissimi che avevano edificato sui terreni del demanio.

A Palermo Pizzo Sella sarebbe un incantevole angolo di verde se non fosse stato devastato da 193 mila metri cubi di cemento. A costruire centinaia di villette fu una società all’ombra di Michele Greco, il papa. Un sostituto procuratore con la faccia e i modi dell’antipatico, Alberto Di Pisa, ebbe l’esistenza frantumata alla vigilia di far luce sulle torbide connivenze. Da sindaco Leoluca Orlando Cascio ogni inverno prometteva che in estate le ruspe avrebbero fatto piazza pulita. In otto anni fu abbattuto un solo rudere. Nel 2002 il Comune rilevò Pizzo Sella per demolire le villette. Nel 2004 l’assessore alla Legalità, Michele Costa, figlio del procuratore ucciso nell’80, si dimise per l’impossibilità di ottemperare all’impegno. Politici, sindacalisti, professori universitari, architetti da un paio di anni si battono uniti per fare un pernacchio alle sentenze emesse dalla Cassazione, dal Tar, dal Consiglio di giustizia amministrativa.

ANSA

La Calcestruzzi spa in previsione della realizzazione del Ponte sullo Stretto aveva aperto a Messina uno stabilimento. Secondo quanto emerge dalle indagini, la societa’ di Bergamo era sicura che avrebbe fornito il calcestruzzo all’impresa chiamata a realizzare il ponte. Il particolare emerge dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta che ieri ha portato all’arresto dell’amministratore delegato della societa’ bergamasca, Mario Colombini. Il dichiarante Salvatore Paterna, ex dipendente dell’azienda, arrestato e condannato per mafia nei mesi scorsi, ha dichiarato ai pm che: ’’La Calcestruzzi Spa apri’ l’impianto di Messina in previsione della costruzione del ponte sulla stretto; del resto Impregilo ex Girola spa ha sempre lavorato con la Calcestruzzi’’. Paterna ha fatto capire agli inquirenti che la Calcestruzzi voleva me

Affari & Finanza

Cantiere Italia, i soldi e i sogni

di Adriano Bonafede

C’è di tutto e per tutti: autostrade, ponti, linee ferroviarie ad alta velocità, superstrade, persino dighe. Se si dovesse prendere alla lettera il programma enunciato da Berlusconi durante la campagna elettorale, l’Italia si dovrebbe trasformare, da Nord a Sud, in un immenso cantiere. Del resto i piani d’investimento ci sono, molte opere considerate fondamentali sono già state iniziate o sono sulla rampa di lancio. A questo punto basterebbe soltanto dare una spinta, mettere sul piatto più soldi e, soprattutto, velocizzare il tutto: proprio quello che i costruttori si aspettano adesso dal nuovo presidente del Consiglio e dal governo.

A dare un’occhiata alle opere in corso di realizzazione o di progettazione, balza agli occhi il gigantesco sforzo finanziario pensato, se non proprio messo in atto, dallo Stato e dalle sua varie articolazioni, dall’Anas alle Ferrovie, dalle regioni alle concessionarie autostradali. Ci sono in ballo decine di miliardi di euro per oltre 40 opere ritenute prioritarie che dovrebbero essere ultimate, secondo il "Primo programma delle infrastrutture strategiche", da qui al 20142016, con punte anche nel 2017.

Il tanto chiacchierato Ponte sullo Stretto, con una previsione di costi per 6,10 miliardi (ma il prezzo dell’acciaio è tanto lievitato in questi ultimi mesi da rendere questa cifra ormai solo indicativa), non è l’opera più faraonica in programma. Ad esempio, la ‘dorsale jonica, la SS106, ha un budget di costi stimati in 15,3 miliardi per 491 chilometri. C’è poi la tratta ferrovia ad alta velocità MilanoTorino, da ultimare entro il prossimo anno, il cui costo è stimato in 7,78 miliardi. Di poco inferiore l’impegno finanziario previsto per l’autostrada SalernoReggio Calabria, 7,57 miliardi.

Tra le opere in programma di cui si è parlato molto sui giornali in questi anni c’è il sistema Mo.Se. di dighe per bloccare l’acqua alta a Venezia (costo stimato 4,27 miliardi), da ultimare entro il 2012. E c’è la Pedemontana Lombarda, un lavoro che dovrebbe costare alla collettività 4,66 miliardi. L’alta velocità ferroviaria la fa da padrona: ci sono varie tratte (MilanoBologna, MilanoVerona, BolognaFirenze, MilanoGenova, tanto per citarne alcune) ciascuna delle quali vale intorno ai 5 miliardi. Il ‘corridoio 5’ europeo, ovvero La TorinoLione, ha un costo stimato in 4,7 miliardi.

Insomma, a guardare sulla carta l’Italia sembra tutta un cantiere. I colossi italiani del settore, a cominciare da Impregilo e Astaldi, e dalle imprese che fanno capo alla Lega Coop riunite nel Consorzio Ccc, hanno le mani in pasta un po’ ovunque. Le alleanze sono ‘ a geometria variabile’, e qualche volta le imprese che si contendono un’opera con una guerra all’ultimo prezzo si ritrovano a collaborare in altri frangenti.

Impregilo, ad esempio, ha vinto di recente la gara per la Pedemontana Veneta (un lavoro da sempre caldeggiato dalla Lega Nord) proprio contro le cooperative riunite nel Consorzio Ccc. Ma sul passante di Mestre le due imprese sono tranquillamente socie come se niente fosse. E sul Ponte di Messina, che ancora deve cominciare, c’è, insieme a Impregilo, anche la Cmc (una delle principali imprese della Lega Coop). Ancora il Ccc è in società al 50 per cento con Pizzarotti sulla Brebemi (autostrada BresciaBergamoMilano), mentre Pizzarotti è socio di Impregilo sulla Pedemontana Lombarda. Astaldi è socia di Impregilo sulla Pedemontana Lombarda ma sulla linea C della metropolitana di Roma è general contractor. Condotte privilegia molto il rapporto con Impregilo, di cui è socia nei raggruppamenti di imprese per due lotti della SalernoReggio Calabria e per il Ponte di Messina.

Dunque tutte le imprese sono posizionate, come i concorrenti prima di una gara, per la ripartenza delle opere pubbliche. Il governo Berlusconi deve ora reimpostare le priorità e, si sa, ha gusti diversi rispetto all’esecutivo Prodi. Intanto, per prima cosa, ha annunciato la ripresa del Ponte sullo Stretto. Cosa che ha fatto immensamente piacere al trio Salvatore LigrestiMarcellino Gaviofamiglia Benetton che insieme controllano Impregilo, l’impresa che aveva vinto la gara poi congelata dal governo di centro sinistra.

Il ritorno di Berlusconi ridisegna di fatto la mappa del potere nel mondo delle costruzioni. Ligresti e Gavio, non è un mistero, avevano salutato il possibile ritorno del Cavaliere al governo, già prima delle elezioni politiche, con grande entusiasmo. Il perché è presto detto: oltre alle grandi opere in cui Impregilo è coinvolta, i due hanno separatamente molti altri interessi da soddisfare. Ligresti ha, tramite Immobiliare Lombarda (controllata da FondiariaSai) una serie di investimenti da fare a Milano, che ora saranno moltiplicati per quattro dopo l’annuncio di Expo 2015. Un governo amico sarà di giovamento. La stessa cosa può dirsi per Marcellino Gavio, che tramite le sue concessionarie autostradali (la MilanoTorino in primo luogo) e le sue società di costruzione (tra cui la Grassetto che un tempo fu di Ligresti) potrà ricevere benefici dalla ‘sintonia’ con il nuovo governo.

Oggettivamente il mondo della cooperazione non sembra avvantaggiato dal governo Berlusconi, che nell’esperienza precedente tra il 2001 e il 2006 aumentò la tassazione su questo genere di imprese. Ma il nuovo clima bipartizan promette bene. Non sembra più il tempo per guerre di questo tipo. Anche perché le cooperative sono presenti massicciamente nelle opere infrastrutturali del centro nord. Condotte, invece, attraversa per conto suo un momento difficile: mentre era in corso un complesso piano di ristrutturazione, sono arrivati dei problemi sul fronte giudiziario. La Todini, guidata dalla spumeggiate Luisa Todini, è ora impegnata nella Variante di Valico FirenzeBologna, che sarà finita entro il 2011 per un costo stimato di 3,12 miliardi.

Astaldi è in questo momento, e come molte altre imprese di costruzione, più impegnata all’estero che in Italia: circa il 62 per cento del fatturato. Ma resta la speranza di una ripresa delle grandi opere nel nostro paese: infatti se si guarda il suo portafoglio lavori, si scopre che per il 60 per cento è ancora concentrato in Italia.

Questo però significa una cosa sola: all’estero i lavori si prendono e si portano a termine, in Italia si prendono ma sembrano non finire mai. «È questo il vero problema dell’Italia spiega Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance le opere cominciano ma non si va avanti se non molto, troppo lentamente. Da una nostra indagine risulta che per gli appalti oltre 50 milioni di euro ci vogliono in media 67 anni per finire mentre in Gran Bretagna ne bastano 23. È il momento di dare una svolta. Le decisioni devono essere prese in tempi rapidi, e i progetti devono essere fatti meglio: sono quasi sempre sbagliati perché sono degli schemi di massima».

Insomma, i lavori pubblici italiani sono come delle ouvertures a cui non segue mai la sinfonia vera e propria. «C’è tanta carne al fuoco, ma il fuoco è basso», dice Piero Collina, presidente del Consorzio Ccc. «La storia dei nostri appalti è fatta di lungaggini burocratiche, di ricorsi su ricorsi, di continui stop and go dovuti anche alle resistenze locali».

I costruttori riconoscono che il primo Berlusconi, con la Legge Obbiettivo, ha fatto qualcosa per velocizzare le procedure. Ma non è bastato, e ora più che mai non basta più. «Su project financing (finanziamento privato dei progetti, NdR) dice Romano Galossi, membro di presidenza dell’Ancpl e sull’offerta economicamente più vantaggiosa vanno fatti degli immediati aggiustamenti».

Ma, oltre alle procedure e alle lungaggini da correggere, c’è anche un molto più semplice problema di soldi. Ci sono davvero? Ai costruttori corre un brivido su per la schiena: sarà che Berlusconi vuole rilanciare i grandi lavori, ma al momento ha stornato i fondi inizialmente destinati al Ponte sullo Stretto (e che il governo Prodi aveva poi assegnato ad altre infrastrutture nel Sud) a coprire lo sgravio Ici sulla prima casa. Insomma anche i costruttori vedono che le casse dello Stato sono messe male. Non c’è dubbio: c’è ancora uno scarto fra i sogni degli imprenditori e la realtà. Chissà se Berlusconi saprà davvero colmarlo.

la Repubblica

Superstrade, dighe e cantieri eterni ecco l´Italia delle opere incompiute

di Davide Carlucci



MILANO - La grande scritta "vergogna" sul cavalcavia è stata cancellata. Ma il completamento della superstrada della val Camonica non è ancora ripartito. Fermo dai tempi di tangentopoli: fu un ministro di quell´era, il bresciano Gianni Prandini, a volerla e fu una storia di mazzette a inguaiare la ditta costruttrice a bloccare i lavori. Era il 1992 e quattro anni dopo il sottosegretario Antonio Bargone previde la conclusione dell´opera nel 1998. Dieci anni dopo è successo di tutto - anche la morte di un camionista, nel 2005, per il crollo della rampa di un viadotto - ma di cantieri riaperti nel tratto tra Capodiponte e Forno Aglione neanche a parlarne. «La ripresa era annunciata prima per l´autunno, poi per la primavera - dice Guido Cenini, di Legambiente - l´estate è alle porte e siamo ancora con i camion e le auto incolonnate che passano davanti alle case, causando un inquinamento pazzesco. E dire che siamo partiti, negli anni Sessanta, con l´idea di un´autostrada che doveva collegare il Bresciano con la Germania... ».

Ma siamo in Italia, la nazione delle incompiute, imprese ambiziose che al dunque non arrivano mai. Tormentoni che si rinnovano a ogni campagna elettorale: la chiusura dell´anello ferroviario di Roma, era d´attualità già nel 1993, quando Francesco Rutelli si candidò per la prima volta a sindaco ed è tornata a esserlo quest´anno. Progetti immaginifici, come la "strada dei due mari": dovrebbe collegare il Tirreno all´Adriatico ma si riduce a rari brandelli di strada a quattro corsie tra Fano e Grosseto. Di eterni cantieri è piena la Calabria, dalla mai abbastanza vituperata (dagli automobilisti) Salerno-Reggio Calabria, alla statale 106 che porta a Taranto lungo lo Ionio. Un monumento allo spreco è la diga sul Menta, pensata nel 1979 per dare acqua a Reggio, lavori iniziati nel 1985, costi sestuplicati rispetto al progetto originario, completamento previsto nel 2011 e tutti che ancora si chiedano se serva davvero. Asciutto anche l´invaso del Pappadai, in Puglia, in costruzione dagli anni ‘80, costato già 400 milioni di euro. Il primato però è della Sicilia: le opere interrotte risultano 168 su un totale di 357 censite in tutt´Italia. E solo a Giarre, se ne contano ben 12, dalla piscina olimpionica al teatro comunale.

Ovunque va lentissima l´alta velocità ferroviaria: non solo in val di Susa, ma anche tra Milano e Novara, tra Firenze e Bologna (con l´incognita del sottoattraversamento del capoluogo toscano) e tra Genova e Milano, dove un´inchiesta giudiziaria terminata con una prescrizione - erano coinvolti il senatore Pdl Luigi Grillo e il costruttore Marcellino Gavio - ha contribuito ad allungare i tempi. Sorte comune a tantissime altre opere, come la linea 6 della metropolitana di Napoli, ferma anch´essa dai tempi di Tangentopoli e inaugurata solo in parte. Ma a Napoli sono fermi da tempo immemore anche la bonifica dell´area ex Italsider di Bagnoli, la cittadella della polizia e l´ospedale del mare nel quartiere Ponticelli-San Giovanni. L´elenco delle strutture sanitarie o assistenziali mai finite - o in grave ritardo nei lavori, come l´ospedale di Cona, inaugurato nel 1990 da papa Giovanni Paolo II, e l´orfanotrofio di Vercelli, inaugurato dopo 33 anni - in Italia, è lunghissimo. E tra le opere lasciate a metà c´è anche un borgo: Consonno, nel Comasco, doveva essere una specie di Disneyland. Ora è un paese fantasma.

la Repubblica

L’ospedale-scandalo in costruzione da 50 anni

di Giuseppe Caporale

È un palazzo di cinque piani in costruzione dal 1958 ma che non è mai stato aperto. Lo Stato, per questo ospedale, ha già speso oltre venti milioni di euro. Non solo, ogni anno l´Azienda sanitaria locale investe altri soldi per adeguare la struttura ai cambiamenti delle normative, per sostituire gli impianti che con il tempo, nel corso di questi 50 anni, si sono ovviamente deteriorati.

Eppure, l´ospedale Padre Pio (questo il nome voluto dal sindaco Giovanni Palumbo nel 1997 con tanto di cerimonia solenne) non è mai entrato in funzione. Vuoi per i parametri dei piani sanitari regionali, vuoi per gli eterni ritardi nei lavori. Persino ora, la Asl e la Regione continuano a stanziare fondi: da pochi giorni hanno deliberato altri quattro milioni di euro per l´ulteriore messa a norma. La quarta. Il nuovo sindaco in scadenza di mandato, Donato Agostinelli (Udeur), promette che questa sarà la volta buona.

Si muore maledicendo l´ospedale della vergogna, a San Bartolomeo in Galdo, nel beneventano. Qui, nella valle del Fortore, si vive nel terrore di aver bisogno dello Stato, di aver bisogno dell´ospedale. Quando scatta l´emergenza è un terno al lotto. Una corsa contro il tempo che quasi nessuno riesce a vincere. Troppo lontano il 118 (impiega almeno 30 minuti solo per arrivare), troppo lontani gli ospedali (Lucera a 45 minuti, Campobasso a 50 minuti, Benevento a 90 minuti di distanza). E così, lungo il tragitto, si muore. Per un infarto lieve o per un incidente che altrove sarebbe banale.

Ma l´assurdo di questa vicenda è che qui l´ospedale c´è, eccome.

La prima pietra fu posizionata nel 1962 dall´allora sindaco Aldo Gabriele. I lavori furono ultimati intorno alla metà degli anni settanta, dopo una prima catena di ritardi, dovuti anche ad un terremoto. I nostalgici ricordano ancora la prima clamorosa protesta, quella del "comitato di agitazione permanente", che nel 1980 inviò oltre mille cartoline all´allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, per chiedere l´immediata apertura della struttura. Seguì un corteo con le bandiere di tanti partiti di allora: pci, dc, psi. Poi più nulla. Tanti padrini politici, tante promesse, ma la struttura non è mai entrata in funzione. Una settimana fa l´ultimo decesso per colpa dell´ospedale della vergogna (una mamma con tre figli piccoli, morta per un problema cardiaco). E questa volta il grido di dolore e rabbia, è arrivato dal parroco del paese, don Franco Iampietro. «Basta… Sono stanco di accompagnare al cimitero persone che hanno l´unica colpa di essere nate qui», ha scritto il parroco in una lettera aperta alle istituzioni «l´ospedale mai aperto è un vuoto monumento alla disonestà e all´incapacità di chi ne è stato, e ne è l´artefice. Cosa deve fare questa gente per farsi ascoltare? Deve organizzare una rivolta?». A rispondere, l´attuale sindaco Agostinelli. «Apriremo nel 2009 ma sarà un country hospital: ci saranno due ambulanze per l´emergenza, guardia medica, e ottanta posti di riabilitazione gestiti da un privato». Ma non ci sarà il pronto soccorso. E così, lo Stato prima ha impiegato 50 anni per costruire un ospedale, e ora che potrebbe entrare in funzione, ha deciso che non serve più. Va riconvertito, non sarebbe economico. E nella valle del Fortore si continua a morire, maledicendo quel monumento allo spreco e alla vergogna.

Milano Se il dialogo sulla legge elettorale tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi ha frenato di fronte alla seconda bozza Bianco e poi si è fermato al precipitare della crisi di governo che pure ha provocato, in quel di Segrate il Partito democratico e Forza Italia vanno a braccetto da un bel po'. Anzi adesso addirittura si tengono per mano.

Arrivare al grande idillio è stato semplice: da un lato il sindaco forzista Adriano Alessandrini aveva da tempo intenzione di smarcarsi dai riottosi alleati, in particolare la Lega nord, che aveva mal digerito l'approvazione da parte della giunta dell'edificazione di un nuovo centro commerciale; dall'altro il neopartito veltroniano non ha mai nascosto il fastidio di un'alleanza con i partiti della sinistra alternativa, tanto che a fine novembre sul blog del Partito democratico segratese è uscito un intervento del coordinatore del Pd per l'area Milano sud Augusto Schieppati dal più che mai esplicito titolo «Sinistra radicale nun te reggae più».

E allora pochi giorni fa, il 16 gennaio, i gruppi consiliari di Forza Italia, Alleanza nazionale e Partito democratico hanno sottoscritto un documento, un accordo di legislatura, in base al quale le tre forze politiche si impegnano a lavorare insieme. Dando totale fiducia al sindaco forzista, visto che nel preambolo si legge che le forze politiche sottoscrittrici «constatano che non esistono rilevanti differenze per quanto riguarda le impostazioni programmatiche relative alle grandi tematiche che riguardano la città», «rilevano che occorre il formarsi di una collaborazione pragmatica e non ideologica tra le forze politiche responsabili presenti in consiglio comunale» e, dulcis in fundo, «concordano nel superare le logiche di schieramento e di condividere il programma del sindaco, opportunamente aggiornato e arricchito con alcune istanze e priorità portate avanti dai sottoscrittori e in particolare dal Partito democratico». Et voilà, l'inciucio è servito. Certo, in cambio di questa sua «genuflessione» al sindaco, il Partito democratico ottiene la possibilità, insieme a Forza Italia e An, di «concordare la definizione di una nuova compagine di giunta, al fine di attuare le indicazioni programmatiche sopra indicate». Che, tradotto dal politichese, vuol dire che il Pd avrà un assessore, e i bene informati dicono sia proprio quello Schieppati che già da tempo «nun reggae più» la sinistra alternativa.

La «grosse coalition» in salsa lombarda lascia tuttavia strascichi e malumori sia a destra che a sinistra. La Lega ha già fatto sapere che se la firma del protocollo sarà il primo passo per far fuori i lumbard dalla giunta, allora il Carroccio metterà in discussione tutte le realtà della provincia milanese dove il centrodestra governa con l'aiuto della lega. E da sinistra arrivano strali contro «l'inaccettabile inciucio» dalla coordinatrice provinciale milanese di Sinistra democratica Chiara Cremonesi, che accusa il Pd di «aver tradito il patto con gli elettori del centrosinistra», e dai Verdi regionali, che parlano di «sciagurato accordo per la condivisione e la spartizione del potere e della speculazione edilizia per cementificare la cittadina».

Se si pensa che la Lombardia è stata in tempi passati anticipatrice di quanto sarebbe accaduto poi a livello nazionale (senza andare a Depretis e al trasformismo basta pensare al craxismo degli anni Ottanta e all'accordo forzista con la Lega nel decennio successivo), è facile immaginare cosa potrebbe accadere da qui a poco in Italia. Del resto, il luogo è anche altamente simbolico: Segrate, cittadina di oltre 30mila abitanti nell'hinterland milanese, ha visto nascere Canale 5, Publitalia e l'impero mediatico del Cavaliere. E, sulla strada Rivoltana che tange la cittadina, giusto lo scorso anno è stata rimessa a nuovo la sede storica della Mondadori, che Berlusconi si è conquistato al termine di una lunga battaglia legale nota alle cronache più giudiziarie che culturali come la guerra di Segrate. In più, in un paesino vicino, c'è un parco giochi chiamato «Minitalia»: i bambini possono vedere tutte le bellezze del nostro paese in miniatura. E i loro genitori possono ammirare in consiglio comunale il «piccolo inciucio», in attesa che prenda forma quello grande, a Roma.

Nota: si può anche perdonare, a questo interessante articolo tutto sommato più attento alla politica politicante che al territorio su cui si esercita, lo svarione di collocare il parco a tema Minitalia "in un paesino vicino" a Segrate. Per la cronaca e la coerenza con i temi di questo sito, precisiamo che Capriate si trova a diversi svincoli autostradali di distanza, oltre il fiume Adda e in provincia di Bergamo. Per chi vuole andarci a fare inciuci, quasi di fronte al casello autostradale e al parco a tema c'è il comodissimo "Gugliel Motel" (f.b.)

Il Gazzettino di Venezia

I costruttori veneti: aboliamo le Province. All'assemblea regionale appelli per una nuova organizzazione del territorio: «Ridurre i livelli decisionali»

Dàgli alle Province. Confindustria, Ance (l'associazione dei costruttori edili) e sindaci del Veneto sono compatti nel chiedere una riforma profonda del sistema di amministrazione. Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari durante l'assemblea regionale dell'Ance ieri al terminal marittimo ha colto il nocciolo della questione: «Non ha più senso parlare di "città"; viviamo in un territorio policentrico dove Treviso, Venezia, Padova e Vicenza, fino a Belluno, Verona e Rovigo sono quartieri di una stessa metropoli grande un terzo di Shanghai. Davanti a trasformazioni epocali le strutture istituzionali non possono restare quelle di duecento anni fa: deve cambiare anche il punto di vista amministrativo perché altrimenti sarà impossibile una buona amministrazione».

Il dibattito con i sindaci dei capoluoghi (assenti solo quelli di Padova e Vicenza, Zanonato e Variati) ha indicato le priorità da condividere con i costruttori: realizzare infrastrutture necessarie a un diverso e più attuale sviluppo urbanistico, recuperare gli immobili in disuso nei centri cittadini, migliorare la qualità coltivando "l'economia del bello" e sconfiggere la "sindrome del cemento" avviando «una nuova fase del fare e non solo del conservare». Tutto ciò si può realizzare solo ampliando il coordinamento tra le varie città senza per questo privarle della propria identità.

«Abbiamo un bisogno terribile di infrastrutture - ha incalzato il presidente dell'Ance veneta, Stefano Pelliciari -: servono per se stesse, ma anche per lo sviluppo del territorio e la pianificazione territoriale. Siamo indietro di tantissimi anni: almeno una ventina. Il piano regionale di sviluppo dovrebbe servire proprio a pianificare ed è importantissimo il grosso sforzo della Regione. Ma ci auguriamo che abbia un seguito concreto, con la realizzazione di infrastrutture: dalle strade, alle ferrovie, ma anche alle reti di collegamento dati, agli impianti di smaltimento dei rifiuti e di produzione di energia». L'Ance ha rinnovato un'accordo di collaborazione con Confindustria veneta, rafforzandolo anche dal punto di vista economico. Il primo obbiettivo è ottimizzare le competenze: «All'Ance spetteranno soprattutto le questioni relative a urbanistica e territorio». Il secondo, avere una sola voce nei rapporti con la politica. Tasto dolente, sul quale è ritornato il presidente di Confindustria veneto, Andrea Riello, evidenziando che nell'assemblea di ieri il confronto è stato fatto «con i sindaci e non con i presidenti di provincia: abbiamo anticipato ciò che tutti si augurano sia il futuro. Bisogna ridurre i livelli decisionali». Abolendo, appunto, le Province.

A. G.

La Repubblica. Milano

Lombardia a statuto speciale

di Andrea Montanari

La Lombardia a statuto speciale per l´Expo del 2015. Sarebbe questa la richiesta forte che Roberto Formigoni invierà oggi al nuovo governo, nel giorno del via libera del consiglio regionale al nuovo statuto della Lombardia. Un lavoro bipartisan che non finisce certo con l´approvazione della nuova carta regionale che pur definisce la Lombardia «come regione autonoma». Semmai un nuovo un punto di partenza. Più autonomia per sfruttare a pieno le potenzialità dell´Esposizione universale, la realizzazione delle infrastrutture e per cogliere tutte le opportunità che si apriranno per il sistema economico e territoriale lombardo. Due le priorità tra le altre. Il federalismo fiscale e differenziato entro l´estate e la ripresa della trattativa interrotta bruscamente con la fine anticipata della scorsa legislatura sulle 12 materie sulle quali il Pirellone chiede allo Stato di avere la competenza esclusiva o concorrente. Dall´ambiente, ai beni culturali, dall´organizzazione sanitaria, alla comunicazione, alla protezione civile, alla previdenza, alle infrastrutture, alla ricerca, innovazione e università, alla cooperazione transfrontaliera fino alle casse di risparmio rurali e regionali. Concentrandosi soprattutto su quelle che rappresentano la concretizzazione del federalismo. Come le infrastrutture e l´istruzione.

«Una giornata storica» la definisce già il presidente del consiglio regionale leghista Ettore Albertoni. Un lavoro condiviso anche dal Partito democratico durato mesi, che pone la Lombardia all´avanguardia e non solo in Italia. Il testo entrerà in vigore a metà settembre, salvo entro 30 giorni 300mila cittadini chiedano il referendum. «Con questo testo - spiega Giuseppe Adamoli, presidente della Commissione statuto del Pd - la Lombardia è in grado di esercitare non solo le funzioni standard delle altre regioni, ma anche quelle più ampie che attendiamo che il Parlamento e il governo ci assegnino nel più breve tempo possibile».

Sessantacinque articoli, che contrariamente ad altre regioni lasciano invariato a 80 il numero dei consiglieri, che però dovranno rappresentare tutte le province. Viene introdotta la mozione di sfiducia contro il governatore e la censura verso gli assessori. Riconosciute e garantite anche le pari opportunità tra uomini e donne in ogni campo. Tra i principi, il nuovo Statuto riconosce la persona «come fondamento della comunità regionale», si affermano «il diritto alla vita in ogni sua fase», la famiglia, il lavoro e l´impresa. Si riconoscono la «chiesa cattolica e le altre confessioni religiose», si perseguono tradizioni cristiane e civili e «la valorizzazione delle identità storiche e linguistiche presenti sul territorio».

L´obiettivo finale del Pirellone è quello di arrivare a una nuova concezione dello Stato, che riconosca nel cittadino il vero titolare della sua azione e dia pari dignità a tutte le componenti. Un traguardo reso difficile dai vincoli degli articoli 116 e 117 della Costituzione.

Un traguardo ambizioso, che è stato preceduto ieri da una giornata in cui la maggioranza ha ancora una volta scricchiolato sull´approvazione del piano cave dell´assessore lombardo all´Ambiente Marco Pagnoncelli. Dopo essere stato falcidiato da sette franchi tiratori leghisti, ben due riunioni dei capi gruppo e una della maggioranza durata oltre un´ora è stato nuovamente aggiornato, dopo che è mancato per ben due volte il numero legale sull´emendamento che chiedeva lo stralcio della cava di Caravaggio. Un progetto che non piace ai sindaci del cremasco e della bergamasca che temono danni al sistema idrogeologico, che hanno già annunciato ricorsi e non piace nemmeno a tutto il centrosinistra. «Formigoni farebbe bene a presentarsi oggi in aula con un nuovo assessore all´Ambiente» fa notare a fine giornata il verde bergamasco Marcello Saponaro.

Nell'icona: il Sacco di Roma in una miniatura francese del XV secolo (da Wikipedia)

A quaranta’anni dal terremoto del Belice (14 gennaio 1968 – 14 gennaio 2008) la ricostruzione continua a inghiottire risorse finanziarie e la mancanza di lavoro alimenta l’emigrazione: l’ultima finanziaria dello stato ha destinato alla ricostruzione 50 milioni di euro per la realizzazione di opere pubbliche e 100 milioni di euro per l’edilizia residenziale privata.

La storia infinita della ricostruzione del Belice è emblematica del fallimento delle politiche attuate dallo Stato a favore del Mezzogiorno e di quelle non meno fallimentari messe in atto dalla Regione Siciliana. Ma è anche emblematica del fallimento delle proposte di molti urbanisti e architetti, siciliani e non, che con maggiore o minore buona fede e con diversi gradi di coinvolgimento, si sono cimentati nella ricostruzione, disegnando piani territoriali, ideando nuove città, progettando architetture.

Riteniamo di avere individuato alcune circostanze e responsabilità che hanno condizionato negativamente la vicenda della ricostruzione. Esse riguardano la demolizione sistematica subito dopo il terremoto di un gran numero di edifici di interesse storico ed artistico, portata a compimento con troppa fretta per motivi di presunta pericolosità; la miopia dello Stato nell’impostare la politica di sviluppo del Belice con scelte verticistiche e modelli astratti; la voracità della Regione Siciliana nell’ampliare a dismisura le aree terremotate con la conseguente dispersione dei finanziamenti statali; il ricorso esagerato al trasferimento degli insediamenti in aree spesso molto lontane dalle città distrutte o danneggiate; l’utilizzazione di modelli urbanistici sovradimensionati ed estranei alla cultura insediativa locale per il disegno dei nuovi centri urbani; la megalomania e l’autoreferenzialità diffusa in molti degli architetti coinvolti, convinti che la qualità delle loro opere avrebbe creato magicamente spazi e ambienti attraenti e vitali; il meccanismo perverso di finanziamento e di esecuzione dei lavori pubblici, causa di tempi biblici di attuazione degli interventi; la leggerezza di alcuni sindaci, soddisfatti comunque di aprire qualsiasi cantiere per qualsiasi progetto.

Dopo il terremoto, le proposte di assetto territoriale della Sicilia occidentale furono orientate dall'analisi dei processi di spopolamento verificatisi nei centri più piccoli a favore dei centri medi come Sciacca e Castelvetrano. Si propose pertanto di aggregare gli insediamenti in conurbazioni di media dimensione, disposte lungo direttrici di sviluppo, ritenendo in tal modo di razionalizzare la dotazione di infrastrutture e attrezzature in funzione di bacini di utenza di ampiezza maggiore.

Lo sviluppo economico doveva essere assicurato da previsioni di insediamenti industriali, terziari, residenziali e turistici e da una grandiosa infrastrutturazione viaria. La risorsa dell'agricoltura, una delle poche presenti e radicate che poteva essere concretamente potenziata, fu del tutto trascurata: la soluzione dei problemi dell'irrigazione e la costruzione delle dighe sul Belice, di cui si era cominciato a parlare nel 1929, ripetutamente dibattuti e tenacemente rivendicati dalle forze popolari, non furono minimamente presi in considerazione. Tra le previsioni più cervellotiche anche quella di trasformare in porto industriale il porto peschereccio di Mazara del Vallo.

L’auspicato sviluppo industriale e turistico non si è realizzato, ma i criteri posti a base della pianificazione del territorio e della progettazione urbanistica delle nuove città hanno indotto un gigantesco spreco di suolo, foriero di sontuosi indennizzi per espropri sconfinati, hanno ipotizzato ciclopiche reti infrastrutturali e proposto attrezzature generalmente sovradimensionate e spesso destinate ad attività improbabili.

La ricostruzione è stata anche una straordinaria e tragica occasione che ha generato una mole sterminata di commesse pubbliche per urbanisti, architetti, ingegneri, in un arco temporale molto ampio e ha prodotto alcuni risultati dovuti alle prestazioni dei più noti progettisti italiani nel campo dell’urbanistica e dell’architettura (Giuseppe e Alberto Samonà, Ludovico Quaroni, Vittorio Gregotti, Tommaso Giura Longo, Carlo Melograni, Franco Berlanda, Franco Purini e tanti altri) che meriterebbero ulteriori analisi.

Ci sembra che l'errore più diffuso e praticato dalla committenza politica e dai progettisti, in tutte le fasi della ricostruzione, sia stato quello di proporre soluzioni urbanistiche e progetti architettonici senza porsi minimamente il problema della conoscenza della realtà sociale, economica e perfino fisica del territorio, e senza avvertire la benché minima necessità di formulare risposte che tenessero nella dovuta considerazione i problemi e le aspettative delle comunità locali. Anche se con motivazioni diverse si trattò di un atteggiamento comune, in momenti successivi, sia agli urbanisti che agli architetti, ai quali per altro la committenza pubblica non indicava percorsi e metodi più impegnativi.

Tra le infrastrutture viarie previste sono state realizzate solamente l’autostrada Palermo-Trapani (compreso il tratto tra Palermo e l’aeroporto), l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo e la strada a scorrimento veloce Palermo-Sciacca. Quest’ultima, completata alla fine degli anni ’90, impiegando per la sorveglianza nei cantieri i soldati dell’operazione Vespri Siciliani, sembra l’opera più utile di tutta la ricostruzione perhè ha consentito al territorio del Belice di uscire da una condizione di oggettivo isolamento.

Oggi, nonostante gli scempi del terremoto e quelli provocati dall’opera dell’uomo, nonostante la perdurante presenza di ruderi e rovine, la valle sembra essere risorta come territorio agricolo produttivo intensamente coltivato a vigneti e oliveti, attento alle colture biologiche e costellato da insediamenti agrituristici. Altri segnali positivi vengono dalla nuova generazione di amministratori locali, che affrontano con coraggio e consapevolezza la gestione di un’eredità difficile rappresentata dai nuovi insediamenti con migliaia di case vuote, da centri storici ridotti a siti archeologici, da opere d’arte arrugginite, da ettari di suoli cementificati che costituivano le basi delle baraccopoli.

Comincia finalmente a emergere un progetto complessivo di sviluppo locale che cerca di riannodare i fili con le radici culturali delle comunità; l’apertura di un museo nel castello Grifeo, a Partanna, avvenuta nel dicembre 2007, è una significativa testimonianza di questo processo. Il superamento dell’assistenzialismo e l’avvio di un nuovo protagonismo produttivo sono leggibili anche nella realizzazione di un parco eolico che alimenterà le entrate dei comuni interessati e le inziative nel campo della raccoltà differenziata dei rifiuti, accolte dalla popolazione con favore e spirito di collaborazione.

Palermo 16 gennaio 2008

postilla

Il meccanismo del progettista o ahimé anche pianificatore "paracadutato" sul territorio locale, che opera senza particolari rapporti di scambio e interazione con il contesto sociale, introducendo modelli e metodi vuoi standardizzati, vuoi concepiti e sperimentati altrove, non è certo limitato all'esperienza della ricostruzione del Belice. Basta del resto scorrere la pubblicistica specializzata dell'epoca per verificarne anche una base, per così dire, "teorica", oltre che nelle pratiche professionali e decisionali. Vicende diverse, hanno modo di svilupparsi soprattutto là dove le reti sociali, economiche, di rappresentanza locale, hanno forza e volontà per imporsi e instaurare un conflitto produttivo con questo genere di "governo del territorio".

Solo per fare un esempio quasi contemporaneo all'inizio delle vicende della valle del Belice, qui su eddyburg nelle Pagine di Storia si vedano i primi testi relativi alla formazione del Parco del Ticino, dove il ceto medio lombardo emergente inizia ad esprimere in forme moderne questo tipo di conflittualità (f.b.),

Le chiamano archistar. Volteggiano fra aeroporti, molti dei quali hanno progettato, saltano da Occidente a Oriente, dal Pacifico all’Atlantico. Megalopoli e piccole città. Centri antichi e new towns. Ovunque possibile lasciano il marchio, una firma flessuosa e svolazzante. L’architettura come brand. La definizione di archistar, munita persino di copyright, si deve a due studiose italiane, Gabriella Lo Ricco e Silvia Micheli. Di archistar, di quegli architetti «che costeggiano i canali della moda, del design, dello spettacolo, del marketing e spesso cercano una scorciatoia verso una posizione riconosciuta, che li esima da una continuazione della ricerca», scrive Leonardo Benevolo, fra i padri riconosciuti della moderna urbanistica.

Contro le archistar e il loro sistema si scaglia Franco La Cecla, cinquantasettenne palermitano, architetto di formazione che poi ha virato verso gli studi antropologici (insegna al san Raffaele di Milano e al Politecnico di Barcellona, è stato professore a Parigi e a Venezia) e che ora ha scritto un pamphlet dallo stile impertinente e veloce che si intitola Contro l’architettura (Bollati Boringhieri, pagg. 117, euro 12). La Cecla ha lavorato con Renzo Piano e poi ha fondato un’agenzia per valutare l’impatto sociale delle opere di architettura, ciò che succede in una città in cui avviene una trasformazione urbana. Ed è stato impegnato in contesti molto diversi, da Tirana a Barcellona.

La Cecla, chi sono le archistar?

«Artisti al servizio dei potenti di oggi. Sono grandi, abilissimi professionisti addetti a stabilire trends, a stupire e richiamare il grande pubblico con trovate che hanno pochissimo di un edificio e moltissimo invece a che fare con una messa in scena. Costruiscono enormi cartelloni pubblicitari sedotti da un foglio accartocciato».

Lei si riferisce a Frank Gehry che, nel film a lui dedicato da Sidney Pollack, entra nello studio, appallottola un foglio di carta e dice ai suoi: «Voglio questo»? Il Gehry del Guggenheim di Bilbao?

«Così si vaporizza l’architettura, che diventa una specie di cipolla, solo strati, superfici e niente spazio: è più importante il packaging che non il prodotto. L’architettura è ridotta al rango di tessuto, perde la volumetria. Jean Nouvel promette superfici leggere, vetrate impalpabili, come a dire che l’architettura è solo bidimensionale, deve entrare nelle pagine di una rivista patinata».

Jean Nouvel e Frank Gehry sono considerati due fra i massimi architetti contemporanei.

«Sarà pur vero. Ma per quanto riguarda Gehry vada a leggere cosa scrive John Silber».

Silber è un critico?

«No, è un profano, ma è il rettore della Boston University. Ed è cliente di Gehry, il quale realizzando lo Stata Center, il cuore delle indagini scientifiche all’Mit, avrebbe, secondo Silber, completamente ignorato le esigenze dei ricercatori, inscatolati in spazi comuni, tutti trasparenze e lavagne curve, mentre quel tipo di procedimenti e di studi esigevano una certa intimità, compresa la possibilità di chiudersi una porta alle spalle».

Come ha reagito Gehry?

«Si è molto risentito. D’altronde ad architetti come lui importa poco che la gente non accetti. Ci si traveste subito da geni incompresi. È accaduto per Massimiliano Fuksas, al quale era stato chiesto, progettando il padiglione per il mercato di Porta Palazzo a Torino, di prevedere delle porte scorrevoli. Ma non c’è stato nulla da fare: l’opera d’arte è intangibile».

Torna il paragone con gli artisti?

«Le archistar sono artisti, ma in un senso rinnovato. L’architetto è un "trend setter", uno che lancia una tendenza. Rem Koolhaas ha aperto nuove direzioni al marketing di Prada. È diventato un guru di atmosfere, non ha fornito solo involucri, ma anche uno spirito tutto nuovo all’azienda di moda. L’archistar non lavora solo per la moda, diventa moda egli stesso, diventa logo, garanzia per poter firmare un negozio, ma anche un museo o un pezzo di città».

Rem Koolhaas non è solo moda.

«Assolutamente no. È forse lui che ha inventato la nuova maniera di essere architetti. È il più colto di tutti. Parla del capitalismo globale come Toni Negri. L’ho visto commentare accoratamente le scene di un caterpillar che demoliva le misere stamberghe di una bidonville con tanta gente che faceva appena in tempo a fuggire dalle baracche. Ma contemporaneamente costruisce grattacieli a Dubai, dove nella più totale ingiustizia distributiva e nella più ideologica imitazione dell’Occidente, si innalzano villaggi avveniristici, milioni di tonnellate di cemento per fare una Malibu nel Mar Rosso. Koolhaas usa la vecchia arma del "siamo realisti": visto che il mondo è così lasciate almeno che io lo descriva».

F orse l’architettura è pressata da corposi interessi - costruttori, immobiliaristi, grandi investitori. Deve contribuire a produrre profitti. Lei che dice?

«È vero, ma queste ragioni non spiegano tutto. Ci sarebbe da aspettarsi maggiore autocritica e invece è tutta una corsa ad accaparrarsi committenze in ogni angolo del pianeta».

Lei scrive che l’architettura non fa i conti con l’abitare, che «non sa nulla di quell’essenza propriamente narrativa di cui gli spazi sono fatti».

«Prenda l’esempio di New York. Mai come in questi anni a Manhattan si parla di architettura. Lavorano grandi architetti, da Renzo Piano a Gehry a Libeskind. Ma tutta questa effervescenza c’entra poco con la città, è un dibattito di vetrina che risponde alla trasformazione di Manhattan in un "marchio", in una piattaforma costellata di monumenti da consumare come l’intero sistema di shopping a cui New York sembra pericolosamente ridursi».

L’architettura non produce il senso della città, lei aggiunge, non crea le caratteristiche di attrattiva, di mescolanza, di urbanità...

«Caratteristiche che rivivono nel Bronx, mentre tramontano a Manhattan. Nel Bronx si trovano magnifiche architetture déco, boulevards, ma soprattutto un attaccamento al luogo rielaborato dalle comunità che vi erano e che vi sono insediate. Nulla di speciale, per carità, ma nel Bronx c’è più spazio pubblico di quanto ne abbia prodotto qualsiasi scatola di vetro e latta costruita a Manhattan».

È la seduzione dei luoghi di cui parla lo storico dell’architettura Joseph Rykwert?

«Secondo Rykwert, l’architettura può ancora essere il punto d’incontro di coloro che vogliono costruire una città più giusta. Ma altrove lo stesso Rykwert indica nell’incapacità di produrre simboli condivisi la principale carenza dell’architettura contemporanea. E fa anche un esempio specifico: il concorso per costruire a Ground Zero, la povertà di idee offerta anche da uno come Daniel Libeskind. Non si può immaginare che l’unico modo per aggregare una città ferita sia un banale "costruiamo come prima e più in alto ancora"».

A proposito, che cosa pensa dei tre grattacieli che dovranno sorgere a Milano nell’area dell’ex Fiera, uno dei quali firmato da Libeskind?

«Sono l’esempio di un’architettura autoreferenziale, che si cita reciprocamente. Sono un prodotto glamour, l’unico che si sia in grado di realizzare in una città che sembra una città di provincia».

Lei ha lavorato a Barcellona, chiamato da Josep Acebillo che dirige il piano per le trasfomazioni della città. Da quell’esperienza ha ricavato un’impressione contraddittoria. Perché?

«Barcellona attrae per la sua singolare maniera di vivere, per la socialità densa che esprime. Ricordo interi pomeriggi passati ad ammirare la semplicità dell’arredo urbano, la manutenzione di panchine e muretti, che erano uno dei punti di forza del piano di Oriol Bohigas. Ora la città sembra tornata a vecchie forme di nazionalismo catalano. Credo non ne possa più di quel cosmopolitismo che si è realizzato negli ultimi decenni e che i giovani di tutto il mondo ancora vanno a cercare».

Troppo turismo?

«Barcellona è visitata da cinquanta milioni di persone ogni anno. Si è superato un limite. E la città funziona in modo schizofrenico: la parte antica è un tritacarne di turisti, la parte ottocentesca ha alzato barricate contro i turisti. Non si è realizzato lo sposalizio fra le due anime. I risultati di quanto fatto in questi decenni sono ben visibili e di splendida qualità. Ma anche Barcellona rischia di diventare un logo. E se una città si trasforma in un logo è meglio andare a vivere altrove».

L’ambientalismo globale è contraddistinto da almeno queste cinque caratteristiche. Si occupa di tutto quanto riguarda la vita (qualsiasi forma di vita, non solo quella umana) fra il cielo e la terra. È un movimento propositivo, non negativo: ha in testa un progetto (circostanziato anche nei particolari) che si riferisce a un diverso modo d’intendere l’esistenza (anche in questo caso: umana, ma anche non umana). È assolutamente, radicalmente non violento. Nasce dal basso, si autorganizza, si diffonde a macchia d’olio: diffida delle leggi sulla partecipazione votate dalle assemblee elettive, perché ritiene che la vera democrazia sia quella del confronto, che c’è, quando tutti i soggetti che la praticano sono vitali (se no, comunque non c’è). Non è l’antipolitica, per cui avverte una sovrana estraneità, ma una forma nuova, inedita della politica; quella più vera e autentica, fatta fuori delle conventicole e del Palazzo.

Quando uno di questi punti non c’è o stenta a manifestarsi o è appena in embrione, allora siamo in presenza di fenomeni collaterali o deviati o degenerati. Vorrei esser chiaro e al tempo stesso non sfuggire alle difficoltà. Le manifestazioni popolari in Campania di questi giorni sono un’altra cosa. Anche lì, però, la «deviazione» e la «degenerazione» non vengono dal basso: vengono dall’alto. Una troppo lunga carenza dei poteri istituzionali produce mostri: ragioni innegabilmente legittime si mescolano a metodi inaccettabili; oppure: anche quel che c’è di giusto, - e io penso che ce ne sia, - appare deformato dall’insopportabile emergenza, non se ne riconosce più la fisionomia originaria.

Dunque (per così dire), sesta caratteristica: il neo-ambientalismo è profondamente autonomista; ma invoca al tempo stesso che tutte le istituzioni svolgano appieno e seriamente i loro compiti e funzioni. Si potrebbe dire: meno Stato - meno controlli, meno inter-mediazioni, meno trattativismo lobbistico e affaristico - nel libero gioco del confronto democratico; ma più Stato - almeno più controlli, più tutela, più verifiche e più progetto - nella gestione della cosa pubblica. Personalmente ritengo che la sfera dei cosiddetti «beni comuni» non possa esser lasciata all’arbitrio e all’improvvisazione di qualsiasi forma di localismo e di particolarismo. E ritengo che l’ambito di tale sfera debba essere allargato rispetto all’uso comune: progettazione e utilizzo del «territorio», ad esempio, vanno considerati parti di tale sfera.

Penso che i politici, generalmente parlando, si rendano poco conto - salvo qualche eccezione - della portata di tali fenomeni (al di là, come spiegherò meglio più avanti, delle sproloquiate e vane dichiarazioni di principio). Questo è un errore grave, di cui non vorrei ci si rammaricasse, come sovente accade, solo di qui a dieci anni. Poiché amo parlar chiaro, non negherò che in questo movimento, che ormai conosco piuttosto bene, ci siano tentazioni di luddismo ambientalista. Il luddismo, del resto, è presente in ogni movimento vitale (come la storia originaria di quello operaio ha dimostrato). Al luddismo il neo-ambientalismo reagisce per conto suo, cercando di tener puntigliosamente insieme le cinque caratteristiche elencate in esordio. Se però manca la sesta, - e questa non dipende da noi, - il luddismo ambientalista potrebbe apparire, persino a un individuo ragionevole, l’unica strada da percorrere.

Da quest’ultimo punto di vista la situazione in Italia appare duplice, anzi fortemente divaricata, anzi, meglio, schizofrenica. Da una parte, infatti, sarebbe ingeneroso non riconoscere che i Ministeri più direttamente competenti (Beni Culturali e Ambiente) stiano tentando di muoversi nella direzione giusta. Dico: stiano tentando, poiché le macchine, di cui essi sono i terminali, sono vecchie, deluse, sguarnite e insufficienti. Qualche tempo fa, su queste colonne (15 novembre 2007), Francesco Rutelli ha dichiarato che «ci troviamo di fronte a un fallimento generale»: affermazione non da poco per un Ministro della Repubblica, dai toni generalmente moderati. E ha indicato in un nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, che si sta preparando, la vera e propria Carta costituzionale cui fare riferimento in futuro per risollevarsi da tale «fallimento» (lo aspettiamo con ansia).

Dall’altra, l’Italia è sommersa da un vero e proprio tsunami di villettopoli, opere e progetti inutilmente faraonici, uno spregiudicato (ai limiti o al di là del Codice penale) uso del territorio e del paesaggio a fini speculativi. In questo paese il conto economico, e il modo di calcolarlo, sono sempre incerti. Se però d’una cosa v’è certezza, è che il nostro territorio - il «paese Italia» - è il bene più prezioso che possediamo, da sempre. E dovrebbe essere per sempre. Invece ce lo stiamo svendendo agli angoli delle strade come dei «magliari» impazziti.

Gli esempi occuperebbero pagine e pagine di questo giornale. Per farmi capire, ne userò uno solo: quello, a mio giudizio, in questo momento più clamoroso e più urgente. A Nord di Roma, verso Grosseto, Livorno e Pisa, corre una grande strada statale, la numero 1, l’Aurelia. Nel tratto Civitavecchia-Grosseto (che interessa il nostro discorso), essa potrebbe essere allargata, migliorata, ingrandita, «messa a norma», come dicono i tecnici (esiste un progetto in tal senso, non di una conventicola di scalmanati neo-ambientalisti, ma dell’Anas). No: la Regione Toscana - del tutto autolesionisticamente, dal suo punto di vista, se non c’è qualcosa che non capiamo - si è intestardita a chiedere che sul medesimo percorso, e dunque letteralmente affiancata alla statale Aurelia, venga costruita ex novo un’autostrada. Il prezzo sarebbe lo sventramento e la definitiva liquidazione di una delle zone più belle e conservate d’Italia, la zona meridionale della Maremma.

Il centro-sinistra dovrebbe, su una questione come questa, sottoporre ad analisi la propria schizofrenia, E discutere, in seno al Consiglio dei Ministri, come «affiancare», - per modo di dire, - il «fallimento generale» denunciato dal ministro Rutelli e la decisione di proseguire in grande stile per quella medesima strada.

Mi si dice che il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro sia favorevole alla pressante richiesta della Regione Toscana. Non ci posso credere. Anzi, non ci credo, punto e basta. Ai tempi di Mani Pulite - anzi, proprio agli albori di quella straordinaria azione giudiziaria - pochissime voci si levarono a sostenerla. Antonio Di Pietro non può ignorare che sono le stesse che oggi chiedono d’impedire lo scempio della terra maremmana. Che differenza c’è in termini etico-politici tra il malaffare di alcuni politici e l’assassinio perennemente irrimediabile d’un territorio?

Pare a me che il secondo sia peggiore del primo. Se c’è un rischio di catastrofe, - catastrofe ambientale, intendo, ma, anche in questo caso, appunto, etico-politica, - meglio adottare soluzioni più modeste, più ragionevoli, più a misura d’uomo. Altrimenti il circolo perverso non si spezzerà mai (e questo vale, ripeto, per altri diecimila casi, il che riporta alle dimensioni gigantesche del problema).

La sera in cui venne giù la montagna l'ospedale era pieno di medici, infermieri e pazienti. Molti restarono intrappolati, quando l'onda di fango sommerse la frazione di Episcopio. Oggi l'insegna annerita del pronto soccorso è ancora lì, abbandonata, in via Pedagnali, tra le case appena ricostruite e quelle in attesa di essere completate. Ritrovarsi ora davanti all'ingresso del presidio dove sanitari, ammalati e soccorritori persero la vita, fa pensare che l'orologio della storia, per la comunità di Sarno, si sia idealmente fermato intorno alle mezzanotte del 5 maggio 1998, quando una frana spaventosa, otto ore dopo il primo smottamento, seminò distruzione e provocò 137 vittime. Dieci anni dopo quel disastro, molte cose sono cambiate ma altre sono rimaste uguali a prima. «È come vivere senza una gamba. Cammini, ma la tua esistenza non è più la stessa», dice Antonio Milone: allora aveva 31 anni e nella sciagura perse il padre, Gaetano. L'ospedale Villa Malta non è più in via Pedagnali. La nuova struttura, realizzata nei pressi dell'autostrada, è già in funzione. Si chiama, adesso, Martiri di Villa Malta, per non dimenticare la sciagura che sconvolse, oltre a Sarno, i comuni vicini di Siano, Quindici e Bracigliano. La data della tragedia dà il nome a una grande piazza riaperta nel 2006 dopo anni di attesa. Alle vittime è dedicato un mausoleo. La ricostruzione però non è stata portata a termine. E anche se il disastro ha ricordato al mondo che la montagna va rispettata, qualcuno evidentemente non ha imparato la lezione se è vero, come afferma con amarezza il sindaco, Amilcare Mancusi, che «ancora siamo costretti intervenire per costruzioni realizzate abusivamente nella zona rossa»: vale a dire nell'area dove per ragioni di sicurezza è proibita qualsiasi opera edilizia.

La sera del 5 maggio ‘98 Mancusi era consigliere comunale, dal 2004 è sindaco alla testa di una coalizione di centrodestra. Milone invece guida l´associazione Rinascere che riunisce i familiari delle vittime. La ricostruzione, dice Mancusi, «è all'80 per cento. L'entrata in funzione dell'ospedale ha rappresentato un segnale concreto. Ma la ferità è ancora aperta, troppa gente aspetta ancora la propria casa». Milone è più severo: «Speravamo di non vivere un'altra Irpinia. Confidavamo in uno scatto d'orgoglio che non c´è stato. Se possibile, le cose sono andate addirittura peggio che in Irpinia. La ricostruzione è partita con cinque anni di ritardo e procede come in un famoso passo del Manzoni: "Adelante, Pedro, con judicio"».

Oltre all'ospedale, spiega il sindaco, «sono state completate almeno 60 abitazioni e, per quanto riguarda la messa in sicurezza del territorio, undici vasche per contenere l'acqua, alcune delle quali grandi il doppio di un campo di calcio, e una rete di canali lunga 18-20 chilometri. Ma restano da costruire 24 abitazioni in via Casa Sale, alle quali si aggiungono altre 18 in zona Ponte Alario, dove è stata solo sistemata la prima pietra. Soprattutto, non è stato realizzato il Centro polifunzionale di Protezione civile che dovrebbe ospitare anche un eliporto e la caserma dei vigili del fuoco».

Ieri si è concluso il mandato del commissariato straordinario retto dal governatore Antonio Bassolino e dal vice, Agostino Magliulo. Si va verso una soluzione-ponte, con l'attribuzione di poteri speciali limitati ad obiettivi specifici. Una deroga, dunque, non una proroga, in attesa che entri in funzione l'Agenzia regionale per la difesa del suolo, prevista per la fine dell'anno. «Risulta realizzato o in via di completamento - spiegano dalla Regione - l'89 per cento delle opere necessarie alla messa in sicurezza dei centri abitati». Bassolino definisce «positivo» il bilancio delle attività svolte dal commissariato. «Era un dovere dello Stato - afferma - dare risposte alla popolazione e la Regione ha finanziato gli ultimi interventi con 77 milioni di euro».

Milone però non si fa illusioni. «La tragedia, pur tra tanti lutti, ci aveva offerto l'opportunità di studiare questi eventi e prevenirli per evitare una nuova Sarno. Invece, dopo tutto quel che è successo, siamo stati costretti a registrare altre alluvioni: Cervinara, Nocera, l'ultima a Ischia, per rimanere solo in Campania». E in tutta Italia il dissesto idrogeologico minaccia ampie parti del territorio.

Sulla sciagura è stato scritto un libro "Robertino salvato dal fango" che racconta la storia di Robertino Robustelli, il ragazzo che riuscì a sopravvivere dopo essere rimasto intrappolato per due giorni nelle macerie della sua abitazione. Da quel testo, scritto a quattro mani con Ernesto Dello Jacono, è stato tratto il dramma intitolato, semplicemente, "Fango". Con l'assoluzione del sindaco dell'epoca, Gerardo Basile, e dell'allora assessore Ferdinando Crescenzi, si è concluso il processo di primo grado istruito con l'ipotesi di omicidio colposo plurimo. I due esponenti politici erano accusati di non aver lanciato tempestivamente l'allarme e di non aver ordinato l'evacuazione della città. Il Tribunale li ha scagionati con la formula più ampia, «perché il fatto non sussiste». Il processo d'appello riprenderà a settembre.

Sul monte si vedono ancora le piaghe scavate dalle frane di quella notte. «A livello emotivo, quello che pesa di più è l'assenza - dice Milone - non solo delle persone, ma dei luoghi dove siamo cresciuti e abbiamo trascorso la nostra vita». Dieci anni dopo, quelle ferite sulla montagna sembrano confermare quel che oggi molti, a Sarno, pensano: è il territorio, la vittima numero 138 del disastro.

LO HANNO già chiamato «l´ottavo Re di Roma», perché si è comprato - pagando una miseria - 7,4 milioni di metri quadri di terreno (con 1.500 unità immobiliari) appena oltre il raccordo anulare che circonda la Capitale. Non si chiama Ricucci o Coppola, ma Alberto Mezzini da Monghidoro, un «quasi» perfetto sconosciuto. Scende dal treno arrivato da Milano, entra in un bar davanti alla stazione. Una spremuta d´arancio, le prime risposte a monosillabi, poi il racconto di come da un paese della montagna bolognese si arrivi, a 42 anni, alla guida di un´immobiliare che investe soprattutto sulla terra; una land bank che ora ha un patrimonio di 9 milioni di metri quadri di terreno e che in Europa è seconda solo a un´immobiliare spagnola.

«Io sconosciuto? Non troppo, ma mi impegno a tenere un profilo basso. Io non vado a caccia di veline, non faccio scalate ai giornali, non compro squadre di calcio. Mi interessa la terra, e soprattutto quella sulla quale, nel giro di qualche tempo, si può costruire».

Sconosciuto a tanti, non a tutti. «La mia società, quotata in Borsa, si chiama Uni Land. Nel consiglio di amministrazione, fino a quando è diventato presidente dell´Unipol, c´era Pier Luigi Stefanini. Ora al suo posto c´è Paolo Bedeschi, presidente coop Reno. Nomi non certo sconosciuti. In una delle controllate, la House Bilding, c´è Adriano Turrini, presidente della coop Costruzioni di Bologna. Un legame fra noi è la sinistra? Non si tratta di questo. Ma in Emilia Romagna cinque società su sette sono cooperative, e come fai a non avere rapporti?».

Un patrimonio di 663 milioni (di euro), al netto 338. E adesso questa eredità Borghese che lancia la Uni Land ai vertici delle immobiliari. «All´inizio ho camminato sulle orme di mio padre, Domenico. Lui ha cominciato ristrutturando il bagno di un amico, poi costruendo la villetta di un conoscente. Io ho studiato a Bologna, alle Aldini Valeriani, diploma di perito in telecomunicazioni, che con l´edilizia non c´entra nulla. Poi mi sono laureato in ingegneria edile, in una università vera, quella di porta Saragozza. Ai tempi di mio padre, comprare un terreno sperando che diventasse edificabile, era un´impresa. Ma anche allora non ci voleva un mago: bastava cercare le aree più vicine a quelle già servite da strade, fogne… Dal 2000 tutto è, relativamente, più facile. Con la legge urbanistica numero 20 i Comuni debbono dire come svilupperanno le città nell´arco dei 10 anni. Preparano il Psc, il piano strutturale comunale, e poi due Poc, piano operativo comunale, che durano cinque anni, come un sindaco. Il risultato è questo: quando compri, sai già che l´area diventerà fabbricabile. Con questa certezza, il contadino te la cede non più a 10 euro al metro quadro, ma a 30 euro, ma alla fine, quando l´area diventerà fabbricabile, i valori cambiano: a Bologna, ad esempio, non vendi a meno di 1000 - 1500 euro al metro quadro. La scommessa diventa questa: in quale Poc verrà inserita l´area? Nel primo o nel secondo? Un conto è comprare e costruire dopo un anno, un conto dopo 10. E´ per questo che ancora oggi serve l´intuito che in qualche modo mi è stato trasmesso dal padre. Come Uni Land abbiamo comprato aree in tutta Italia, a Milano, Bergamo e anche a Bologna. Sono nostri 120.000 metri quadri sulla San Vitale, fra via Martelli e via Mattei. Potremo costruire circa 400 appartamenti».

Ieri in Borsa l´Uni Land ha perso il 5,45%, martedì aveva guadagnato il 9%. «Dopo l´annuncio dell´accordo per l´eredità Borghese il titolo è salito del 30%, ora c´è qualcuno che realizza. Uni Land è andata in Borsa nel 2005 quando per gli immobiliaristi, in Italia, non tirava certo una buona aria. Erano tempi in cui gli immobili, soprattutto statali, passavano da uno all´altro decuplicando i prezzi e qualcuno restava con il cerino in mano. Noi siamo entrati in Borsa facendo un´opa verso la Perlier, già quotata, che produceva chimica e farmaceutici. L´affare è stato buono. Abbiamo svuotato la Perlier vendendo le sue attività, incassando 11 milioni contro i 10 spesi. Abbiamo messo dentro il nostro patrimonio, per legge stimato con perizia di tribunale e non valutato a capocchia. Ma la nostra opa sulla Perlier aveva fatto schizzare i prezzi, da 0,20 a 1,50. E gli azionisti hanno comprato a 1,50, mentre oggi il valore è attorno a 0,36. Ma fino all´altro giorno nessuno sapeva dell´operazione Borghese».

Uffici e casa a Bologna, week end con la moglie e i tre figli a Monghidoro. «A diventare famoso non ci tengo, anzi. Qualcuno però mi conosce senza saperlo. Fanno parte della mia azienda, ad esempio, anche le agenzie immobiliari che in Italia si chiamano Unire e a Bologna Global casa. Ora dovrò andare più spesso a Roma e dintorni. Ma sono sereno. Se hai comprato terreni e case al costo di una palude, puoi dormire tranquillo».

I beni culturali non sono assimilabili alle "merci". È il principio ispiratore del Codice voluto dal vicepremier Francesco Rutelli, predisposto da una commissione presieduta da Salvatore Settis e ratificato ieri dal Consiglio dei ministri. Il testo è fondamentale per la salvaguardia del paesaggio italiano ed eviterà - grazie a un sistema di garanzie molto stringente - la costruzione di nuovi ecomostri. Il Fondo per l'ambiente italiano commenta entusiasta: «Un passo importante per rilanciare l'economia e il turismo».

È passato quasi un secolo da quando Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione nell'ultimo governo Giolitti, presentò il 25 settembre del 1920 la prima legge sul paesaggio, approvata poi due anni più tardi. E nel frattempo, il Belpaese ha dovuto subire abusi edilizi, scempi e saccheggi che ne hanno deturpato la fisionomia. Ma ora finalmente l'Italia ha un nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, promosso dal ministro Francesco Rutelli, predisposto da una commissione di esperti sotto la guida del professor Salvatore Settis e infine ratificato ieri dal Consiglio dei ministri agli sgoccioli della legislatura. Una svolta che si può considerare storica, se si pensa ai tanti ecomostri ed ecomostriciattoli che intanto hanno deturpato la Penisola; un successo dell'ambientalismo più costruttivo e delle associazioni più responsabili, con in testa il Fai (Fondo per l'ambiente italiano) presieduto da Giulia Maria Crespi.

Già Croce nel ‘20, come si legge nella sua stessa relazione, intendeva porre "un argine alle ingiustificate devastazioni che si van consumando contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo". E con l'autorevolezza del filosofo e dello storico, spiegava che il paesaggio "altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria, con i suoi caratteri fisici particolari quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli". Sfrondata dalla retorica dell'epoca, la definizione regge ancora oggi e sostanzialmente è proprio quella che adesso il Codice recepisce e consacra.

Prima di arrivare all'approvazione definitiva del testo, è stato necessario un confronto serrato fra il governo e le Regioni, a tratti un braccio di ferro, per raggiungere un punto d'equilibrio ragionevole e soddisfacente. Ma questo, fuori da qualsiasi compromesso al ribasso, accresce ora l'importanza e il valore del Codice perché ne fa un "corpus" giuridico condiviso dall'amministrazione centrale e locale. Un patto Stato-Regioni, insomma, contro un malinteso federalismo e una "devolution" selvaggia, in forza del quale lo Stato si riappropria della sua potestà esclusiva sul paesaggio e nel contempo le Regioni rivendicano la propria autonomia nell´ambito delle rispettive competenze territoriali, secondo la Convenzione europea di Firenze sottoscritta nel 2000 e diventata legge nazionale nel 2006.

Fondato sull'articolo 9 della nostra Costituzione, in cui si sancisce al primo comma che "la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica" e al secondo comma che "tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione", il Codice Rutelli può essere l'inizio di una rifondazione ecologica del Paese, la prima pietra di una "nuova Italia", più ordinata e civile. È stata un'importante sentenza della stessa Corte costituzionale a ribadire, nell'ottobre 2007, che la tutela paesaggistica costituisce un valore primario e assoluto, come paradigma dell'identità nazionale. Da qui, dunque, un limite istituzionale all'esercizio dei poteri attribuiti agli enti locali, in quella che gli "sherpa" ai quali si deve la mediazione decisiva preferiscono definire una "competizione virtuosa".

Sono due i punti più qualificanti del Codice: uno riguarda la disciplina dei rapporti Stato-Regioni in questo campo e l'altro il meccanismo di sub-delega ai Comuni. Viene introdotto così un sistema di garanzie che stabilisce una gerarchia di valori e di competenze, prevedendo una pianificazione congiunta fra Stato e Regioni. L'amministrazione centrale emana le "prescrizioni d'uso" a cui i piani regionali devono attenersi e fino a quando queste non vengono rispettate il parere delle Sovrintendenze è vincolante. Poi, resta comunque obbligatorio e in caso di controversie è ammessa anche la possibilità di ricorso da parte delle associazioni ambientaliste.

Quanto alla sub-delega ai Comuni, fonte purtroppo di tanti abusi e di tanti illeciti, il Codice stabilisce innanzitutto che le amministrazioni locali devono comprendere nel loro organico adeguate competenze tecniche e scientifiche: ciò significa, in pratica, che non si potrà più rimettere tutto alla discrezionalità dei geometri più o meno compiacenti. E in secondo luogo, distingue fra la materia urbanistica e la tutela del paesaggio, ribadendo la priorità di quest'ultima rispetto al regime delle concessioni edilizie.

Un altro rilevante capitolo è quello che attiene alla difesa del patrimonio artistico, soprattutto contro il saccheggio organizzato dei furti e delle esportazioni. I beni culturali non saranno più assimilabili a "merci" e quindi scatterà di conseguenza una tutela più forte sulla loro circolazione internazionale. A completare il quadro, nuove norme per la salvaguardia del patrimonio immobiliare pubblico nel caso di dismissione o uso per la valorizzazione economica.

Al di là degli aspetti culturali, il Codice Rutelli - come fa rilevare la presidente del Fai - punta anche a difendere e rilanciare una grossa risorsa economica come quella del turismo, con tutti i benefici che ne derivano per l'occupazione del settore e dell'indotto. «Se riusciremo a mantenere integri il nostro paesaggio e il nostro territorio - avverte Giulia Maria Crespi - i turisti continueranno ad arrivare da tutto il mondo; altrimenti, se l'Italia diventerà una gigantesca villettopoli, rischieremo di perdere la più grande industria nazionale». Insieme all'identità del Paese, qui sono in gioco insomma la sua immagine, la sua competitività e il suo benessere.

Traffico convulso. Abusivismo Pochi soldi per scavi e restauri. Un luogo d’arte celebre al mondo vive fra norme caotiche e nell’incertezza su chi deve tutelarlo - Da anni si aspetta che i suoi confini vengano ampliati per evitare la pressione edilizia. Rita Paris, direttrice dell’area: "Spesso ho la tentazione di lasciare tutto"

Duemila auto l’ora. È vero che accade solo nelle ore di punta. Ma è anche vero che siamo sull’Appia antica, nel parco che si estende per tremilacinquecento ettari e che comprende la regina di tutte le vie (Regina viarum la chiamavano i romani), i mausolei, i sepolcri e i colombari dell’età repubblicana e poi di quella imperiale e protocristiana. Ed è ancor più vero che altre ottanta, centomila macchine tutte le mattine fremono a un incrocio poco distante da qui, al nodo di Ciampino, nel dubbio se infilarsi o meno, per raggiungere il centro di Roma, nella strada che Appio Claudio fece costruire a partire dal 312 avanti Cristo.

Il traffico è una delle grandi piaghe che affliggono l’Appia. Chi si avventura a piedi, solo con una capriola mentale immagina di stare in un parco. E se si ferma a gettare un occhio al di là delle recinzioni di ville che sembrano fortini militari per vedere un lacerto di muro o il basamento di una colonna (la gran parte di tutto il patrimonio archeologico è in residenze private), corre il rischio che qualche fuoristrada sfrecciando lo arroti. «Per arrivare all’aeroporto di Ciampino passano tutti di qui, soprattutto i cortei di auto blindate con le delegazioni ufficiali», racconta Alma Rossi, direttrice del parco. E se si considera che Ciampino ospita i low cost e che nei paesi sui castelli romani ogni anno lievitano i residenti (ora abitano circa trecentocinquantamila persone), molti dei quali tutte le mattine vanno a lavorare a Roma, decidendo se passare per l’Appia antica a seconda di quanto è lunga la fila, si può avere un’idea di come la congestione possa solo crescere.

E la congestione è solo uno dei problemi. L’Appia vive un periodo di ansiosa attesa. Un Godot che ogni tanto si manifesta e poi svanisce. Non si capisce bene a chi spetti il suo governo, a chi, in primo luogo, tocchi la sua tutela. Si parla di ampliare i suoi confini, di spostare altrove tutte le attività commerciali e imprenditoriali più ingombranti e spesso abusive: carrozzieri, sfasciacarrozze, concessionari di auto, centri sportivi (questi ultimi indaffaratissimi a chiedere autorizzazioni per nuove piscine in vista dei mondiali di nuoto del 2009). Ma in fondo nessuno sa bene quale sarà la sorte di questo immenso comprensorio archeologico e paesaggistico insieme, purtroppo percepito solo a brandelli, una di quelle meraviglie che intrecciano valori storici e monumentali come in poche altre parti del mondo - i ruderi della Villa dei Quintili e la valle dell’Almone, il fiume sacro ai romani, con i boschi di leccio e di roverella, i recentissimi scavi di Capo di Bove e il pianoro ondulato di Tor Marancia, uno degli ultimi luoghi dove in giugno a Roma si trovano le lucciole. Dal 1965 il destino dell’Appia parrebbe tracciato: diventare un immenso parco pubblico (così prescriveva il decreto d’attuazione del piano regolatore di Roma approvato quell’anno). Ma la prospettiva sembra tanto lontana da rovesciarsi nel suo opposto, un territorio senza legge e senza futuro. "Parco di carta", lo chiamava Antonio Cederna.

La condizione di stallo induce molta tristezza in Rita Paris, che presso la Soprintendenza archeologica di Roma ha la responsabilità dell’Appia (oltre che la direzione del Museo di Palazzo Massimo). «Non sappiamo più quali siano le norme che governano quest’area», lamenta l’archeologa. «Il nuovo piano regolatore di Roma ha destinato l’Appia a parco regionale, per il quale è previsto uno specifico piano regolatore, chiamato piano d’assetto, che è stato preparato dall’Ente parco nel 2002. Noi della Soprintendenza abbiamo avanzato molte critiche, perché non c’era un riconoscimento specifico per la parte archeologica. Ma non sappiamo nulla né delle nostre osservazioni né del piano, che è fermo da anni alla Regione in attesa di essere approvato».

Intanto la Soprintendenza va avanti con i pochi soldi che ha, un milione l’anno per le manutenzioni ordinarie e appena duecentocinquantamila euro per gli scavi. Una miseria. Qualcosa si recupera con i ribassi nelle gare d’appalto: viene fissata una somma, poi vince chi offre il venti per cento in meno e quel che si racimola serve, per esempio, a sistemare la tenuta di Capo di Bove, una delle ultime acquisizioni della Soprintendenza. «Ogni volta che dobbiamo porre un vincolo arrivano pressioni di ogni genere per ostacolare i nostri propositi, anche da parte di persone che non ci aspetteremmo mai di trovarci contro», insiste Rita Paris. Il cui tempo trascorre in prevalenza davanti alle pratiche di condono. E sarebbe niente il fatto di sottrarlo, quel tempo, agli scavi, ai restauri, alle mostre e alla ricerca, per dedicarsi a un’incombenza burocratica. Se servisse a qualcosa. Il fatto è che i condoni non si sarebbero mai dovuti concedere, perché tutte e tre le leggi, pur sciaguratissime, escludevano sanatorie in zona archeologica. E invece i privati hanno fatto la domanda al Comune, hanno pagato la multa e ora, anche a distanza di più di vent’anni (il primo condono, quello di Craxi e Nicolazzi è del 1985) attendono ancora una definizione della pratica che la Soprintendenza non può avallare. Ma le pratiche si accumulano comunque in un groviglio di carte e di frustrazioni. «Sono circa duemila», calcola Alma Rossi, «anche venti per uno stesso immobile: noi del Parco abbiamo espresso solo pareri negativi».

In trepidante attesa di approvazione è anche una legge regionale, adottata due anni e mezzo fa dalla Giunta e da allora ferma in Consiglio, che dovrebbe regalare al parco altri millecinquecento ettari. Il motivo dell’ampliamento, nelle intenzioni dei promotori (in primo luogo l’allora assessore regionale dei Verdi, Angelo Bonelli, ora deputato), è semplice: un parco vive bene se diminuisce la pressione edilizia ai suoi bordi e se il verde penetra nel tessuto cementizio della città, costituendo corridoi ecologici essenziali a una rigenerazione di quartieri asfissianti.

Urbanistica e archeologia viaggiano di concerto, come energicamente diceva Cederna. E come sottolinea Adriano La Regina, ex soprintendente archeologico di Roma, e ora presidente del Parco: «Il verde dell’Appia si incunea già nel cuore della città storica, attraverso la Passeggiata archeologica e il Circo Massimo arriva fino al Palatino, al Colosseo e ai Fori. L’ampliamento serve a rendere più umana parte della periferia romana».

Il progetto di ingrandimento del parco bloccherebbe, inoltre, operazioni lottizzatorie di diversa portata. Il più grande, segnalato da La Regina, è nel Comune di Marino (il parco dell’Appia antica scavalca i confini di Roma), dove su settanta ettari di suoli agricoli si vorrebbe costruire un grande insediamento commerciale e industriale, ottocentocinquantamila metri cubi. Lo stesso Comune di Marino prevede una lottizzazione anche nella zona di Mugilla, in un’area di grande interesse archeologico, dove emergono tracce di un insediamento d’età repubblicana (IV secolo a.C.), e per la quale la Soprintendenza ha chiesto l’assoluta inedificabilità.

L’altra operazione è nel Comune di Roma e si trascina da anni. Riguarda la zona di Colle della Strega e il Fosso della Cecchignola, un’ area verde di grande pregio per la sua fauna e la sua vegetazione che unisce il parco dell’Appia con la riserva di Laurentino Acqua Acetosa e che viene segnalato anche per i ritrovamenti storico-archeologici. Qui erano previsti edifici per settantaduemila metri cubi e una strada che avrebbe squarciato il bosco. L’insediamento serviva, nelle intenzioni del Comune di Roma, a finanziare una serie di servizi che avrebbero dovuto riqualificare il Laurentino 38, famoso quartiere popolare, intenzioni contestatissime da un comitato di cittadini che ha raccolto migliaia di firme, ottenendo che la Regione stralciasse questa previsione. Sembrava fatta. Ma recentemente dall’amministrazione capitolina sono arrivati segnali contrastanti. «Noi restiamo fermi agli atti ufficiali della Regione, che prevedono di non edificare», sostengono al comitato di cittadini, «ma sappiamo che sono fortissime le pressioni di costruttori e proprietari di aree che con l’allargamento del Parco dell’Appia si vedrebbero sottratti d’un colpo millecinquecento ettari, una superficie enorme sulla quale ricadono molti appetiti».

Nel frattempo cresce la fatica della tutela quotidiana. «L’Appia è esemplare del fatto che la tutela archeologica non si può limitare alla conservazione dei ruderi», spiega Rita Paris. «Ma dobbiamo prendere atto che non c’è nessun coordinamento fra le tante istituzioni che hanno responsabilità su quest’area, il Comune, la Regione, perfino dentro lo stesso ministero per i Beni culturali. Spesso ho la tentazione di lasciare questo incarico esprimendo pubblicamente l’impossibilità e l’inutilità di andare avanti, se non accade qualcosa. Perché in fondo, in questa condizione di equivoco generale, tutto precipita nelle stanze del mio piccolo ufficio».

Si veda l'articolo di Antonio Cederna (1953) I gangster dell'Appia antica

Solo la bellezza può riscattare le città

Al centro dell'affresco del Buongoverno, nel Palazzo dei Priori di Siena, Ambrogio Lorenzetti (1285-1348) aveva dipinto una scuola mentre come «cuore della città reale» aveva immaginato, proprio davanti al Duomo, l'immenso Ospedale della Scala. Una ragione per quella scuola e quell'ospedale sparati così in primo piano c'è. Perché quella rappresentata da Ambrogio Lorenzetti non vuole essere soltanto una realtà estetica ma anche sociale: fin dai primi secoli dell'Anno Mille, tutti i cittadini della civitas avevano avuto, accanto ai loro doveri alla partecipazione attiva e alla sua difesa, alcuni diritti inviolabili come l'accesso all'istruzione elementare con tanto di maestro (la scuola) e all'assistenza sanitaria con tanto di medico (l'ospedale).

Strade, piazze, portici, ponti come simbolo delle nostre libertà e dei nostri diritti. Una città «bella » analizzata non soltanto come un'opera d'arte ma anche come «ambiente ecologico per la sua democrazia, dove i suoi cittadini si possono sentirsi intimamente tali ». Sono alcuni dei tasselli del mosaico messo insieme da Marco Romano nel suo nuovo libro ( La città come opera d'arte, Einaudi, pp. 120): «L'idea di bellezza proposta ad esempio dal Rinascimento — spiega Romano che è stato docente di Estetica delle città a Venezia, Palermo, Genova, Milano nonché autore sempre per Einaudi di una Estetica della città europea — non voleva soddisfare solo l'esigenza dello spirito ma aveva anche l'ambizione di sfidare il tempo offrendo una prospettiva di eternità nella quale si potessero radicare le nostre speranze terrene». Per questo, quando si trattava di «estetica delle città» l'idea di eternità doveva superare necessariamente i confini della semplice forma per legarsi «alla trasformazione di ogni individuo in un effettivo elemento della civitas, in una persona socialmente riconosciuta».

L'invito è dunque quello di guardare l'evoluzione della città europea da mille anni a questa parte per pensare e progettare la città di oggi. Avvicinando Calatrava e Ammannati, la Biblioteca Malatestiana di Cesena e il Beaubourg, la locanda della Posta di Senigallia a l'«Unite d'habitation» di Le Corbusier ma allo stesso tempo allontanandosi da ogni nostalgia tradizionalista (alla Léon Krier per intenderci). In questa riscoperta del valore sociale della bellezza c'è, per Romano, la ricetta per superare l'attuale crisi delle nostre città. Come aveva, a suo tempo, fatto la Firenze mercantile aprendo i cantieri delle nuove mura arnolfiane e del Duomo quando era ancora in lotta contro le famiglie dell'oligarchia; come aveva fatto Siena «disegnando » Piazza del Campo quando ormai la sua potenza finanziaria e militare era avviata verso un irrimediabile declino; come avevano fatto, in tempi più recenti, i cittadini di Bilbao reagendo al loro tramonto industriale affidando a Frank 0. Gehry il progetto per la nuova «filiale » del Guggenheim.

Tommaso Moro nella sua Utopia voleva non soltanto che tutti gli abitanti avessero i medesimi compiti, il medesimo lavoro, i medesimi cibi, i medesimi vestiti ma anche che avessero «le medesime case a tre piani». Quest'idea di democratizzazione estetica dell'architettura può rivelarsi utile anche ai nostri giorni. Che vedono banlieu e periferie trasformati in luoghi di degrado «non perché lontane materialmente dal centro, ma perché i loro abitanti sono privi di qualsiasi riconoscimento di appartenenza, sono una galassia asserragliata in un ghetto dove si perde l'idea stessa di democrazia». Dunque risanare (anche esteticamente) quelle periferie vuol dire avviare il loro riscatto sociale. Non a caso, d'altra parte, Voltaire chiedeva nel Settecento un nuovo piano regolatore che restituisse a nuova vita i quartieri più bui di Parigi. E lo voleva addirittura scolpito nel marmo, esposto nell'atrio del palazzo municipale, trasformato in una testimonianza perenne del «glorioso» futuro delle città.

«Idea colta, ma anacronistica Servono scuole e biblioteche»

Le risposte di Stefano Boeri e Francesco Dal Co

Sergio Fajardo, sindaco di Medellin e probabile prossimo presidente della Colombia, in quattro anni ha letteralmente ribaltato la città. E lo ha fatto solo con l'architettura: scuole, biblioteche, funivie e altre «strutture » destinate alla collettività che (insieme all'aumento del numero dei poliziotti di quartiere) hanno di fatto dimezzato gli omicidi della seconda città della Colombia, tristemente famosa in quanto a lungo capitale mondiale del narcotraffico.

Per Stefano Boeri, direttore di «Abitare» e protagonista con Fajardo del simposio su «La dimensione politica dell'architettura» organizzato dalla Fondazione Targetti e dalla Fondazione «Corriere della Sera» svoltosi ieri a Firenze, il modello per migliorare la qualità di vita delle città è proprio quello indicato da Fajardo: «Non credo che abbellire la città serva necessariamente a renderla anche più vivibile — dice Boeri —. È una visione che definirei molto colta ma anche molto anacronistica, legata a una realtà imposta da pochi soggetti». Secondo Boeri, dunque, «l'idea della città come opera d'arte globale non aiuta a cancellare diseguaglianze che oltretutto non possono più essere localizzate soltanto nelle periferie ma in quelle che io chiamo le anti-città, vere e proprie zone franche nel centro di città come Bari, Genova e Napoli».

Sulla stessa linea anche Francesco Dal Co, professore di Storia dell'architettura all'Università di Venezia: «L'idea di ispirarsi a una bellezza antica per migliorare la qualità delle nostre città mi fa venire in mente i turisti che amano la Cupola del Brunelleschi senza però sapere che nel Quattrocento, all'ombra di quella bellissima cupola, la gente viveva al massimo trentadue anni. O a chi si entusiasma davanti alla Reggia di Katsura in Giappone senza rendersi conto che è impossibile viverci ». Per Dal Co, d'altra parte, «non tutte le architetture antiche che sono sopravvissute fino a noi sono necessariamente anche belle». Il suo modello? «La periferia di Berlino disegnata negli Anni Venti da Mies van der Rohe, una periferia certo bellissima e oggi assai ambita dall'élite degli intellettuali, ma dove quello che conta non è tanto la visione estetica quanto la misura del vivere, l'idea che ogni singolo spazio rispecchi fedelmente la tipologia delle persone che ci vivono, e questo non è certo soltanto una questione di bellezza».

Gli architetti dovrebbero essere più attenti quando citano, per giustificare (fondare sarebbe vocabolo troppo impegnativo) le proprie scelte estetiche e le proprie inutili bizzarrie, il pensiero filosofico dell'ultimo secolo parlando a caso di nihilismo o di decostruzionismo: quest'ultimo vocabolo in particolare, sono convinto, ha suscitato grande interesse per via del riferimento alla costruzione ed all'idea di differenza ma nello stesso tempo con una scarsa capacità di comprensione della filosofia francese degli anni Settanta.

Purtroppo il dibattito intorno alle diverse teorie e fondamenti della cultura architettonica è, da qualche decennio, andato in frantumi e utilizzato sovente da parte degli architetti in modo autopromozionale, che riduce spesso i principi a slogan pubblicitari. Né bisogna dimenticare che è mutato il posto che gli architetti occupano nell'immaginario sociale (ma è anche mutata la natura della loro professione) un luogo che si è spostato verso quella categoria di successo a cui appartengono stilisti della moda, designer, parrucchieri o i protagonisti del mondo mediatico. All'equilibrio antico tra pensare, costruire e figurare l'ultimo termine ha preso il sopravvento, sospinto soprattutto dal vento del mercato e del consumo.

Altrettanto prudenti dovrebbero essere gli architetti nelle imitazioni che estetizzano i risultati delle tecnoscienze, o quelli dei metodi di altre pratiche artistiche (compresa la narrativa), tutte cose di grande interesse in cui il dialogo è però utile e possibile solo a partire dalle differenti specificità.

In queste condizioni di incertezze e confusioni è del tutto naturale che tornino a farsi sentire le vecchie resistenze conservatrici che erano state prodotte più di mezzo secolo or sono, certo con altra robustezza teorica (si vedano i celebri testi di Hans Sedlmayr) resistenze giustificate anche dal ripetitivo trasbordare nei nostri anni dei progetti e delle realizzazioni verso il grottesco, sino al limite della caricatura.

Tutto questo tenendo conto che gli esiti, sovente contraddittori, delle teorie urbane proposte dal razionalismo quali la divisione delle aree per funzioni sono state sottoposte a critica positiva da più di trent'anni, senza per questo contraddire gli ideali del progetto moderno.

Ciò che oggi non dove essere sottovalutato è anche il successo di pubblico, certamente indotto anche dalle comunicazioni mediatiche, al di là degli interessi pubblici e privati, intorno al valore di immagine di marca che viene attribuito all'edificio, in quanto oggetto ingrandito; naturalmente nel totale disprezzo per il disegno urbano e per la dialettica con il contesto che è uno degli argomenti più diffusi in questo tipo di architettura post-postmoderna.

Al di là del riferimento stilistico, prima alla storia in senso del tutto generico poi ai linguaggi dell'avanguardia (compresi i procedimenti di bricolage) ampiamente riutilizzati e la cui unica novità è il rovesciamento del senso oppositivo che li caratterizzava, è infatti proprio l'ideologia della postmodernità come cultura del tardo capitalismo (interpretata dagli architetti) che descrive appieno le ragioni della attuale scrittura architettonica di successo, compresa la progressiva disgregazione di una cultura antica capace di immaginare alternative. Si tratta cioè, per quanto riguarda la maggior parte dell'architettura di successo mediatico dei nostri anni, di una forma di rispecchiamento realista dei valori, dei comportamenti e dei desideri della nostra condizione postsociale. E non è cosa da poco.

Attuare di fronte a tutto questo una resistenza critica capace di proposte civili è difficile ma anche indispensabile, se vogliamo continuare il nostro compito di costruire poeticamente; tutto questo senza alcun interesse per inutili ritorni al passato, ma anche senza dimenticare che il terreno della storia è quello su cui camminiamo e costruiamo: anche se non ci dice nulla sul cammino da prendere per immaginare, per l'architettura e per la società, possibilità altre.

C'era un insopportabile tanfo di Anni Cinquanta dieci giorni fa all'Urban Center, dove - convocato dall'assessore Masseroli al grido di battaglia boccionian-futurista "la città che sale" - sguazzava a proprio agio un codazzo di " professionisti acuti (che), tra i sorrisi ed i saluti, ironizzano i miei dubbi sulla vita" (della città). Col ritornello gucciniano mi frullavano per la testa le parole di Giuseppe De Finetti che nell'immediato dopoguerra si interrogava sul "perché le forze nuove della città si esprimono in modi così alieni, così sciocchi, così dannosi all'utile" e, ammonendo sul rischio di "lasciar prendere la mano ai praticoni od ai cosiddetti uomini d'azione, che credono di fare la civiltà d'oggi perché costruiscono case o producono beni industriali o commerciano le merci od il denaro e lo fanno sempre con furia gloriandosi della velocità della loro azione e del loro successo, ma sciupando la civiltà del domani, la ricchezza del domani", stigmatizzava "gli spiriti inquieti che tendono al nuovo per il nuovo, allo strano e al mirabolante" e "la frenesia di privatismo che si rivela nelle ricostruzioni senza piano regolatore" come "l'indizio più valido della decadenza dello spirito civico e, con ciò, della classe dirigente venturi aevi immemor" e invitava a ragionare per la città del 2000, decidendo sulle trasformazioni milanesi "dall'esterno e da lungi".

Un orizzonte decisamente troppo ampio e distante per chi, anche oggi, propone di abdicare al ruolo di indirizzo pubblico e collettivo sul "bene comune" che è la città, delegandolo alle opportunità di mercato di volta in volta ritenute aziendalmente attendibili e ad una conformazione progettuale e di immagine che in questa visione attiene più al carattere della riconoscibilità del marchio aziendale o del logo pubblicitario, assunto acriticamente da pubblici amministratori inclini (a destra e a sinistra) alla politica-spettacolo. Così a destra quelle stesse forze che strepitano contro il "tradimento" di Alitalia al ruolo produttivo indotto dalla Grande Malpensa, a livello milanese vogliono poi condizionare FS a reinvestire il miliardo di euro che si ricaverebbe dal riuso edificatorio degli scali ferroviari dimessi, sul Secondo Passante milanese per riconcentrare nel capoluogo metropolitano residenza di lusso e funzioni pregiate, anziché sulla Gronda regionale Novara-Malpensa-Bergamo e sul collegamento per Chiasso al progetto elvetico AlpTransit. Ma anche a sinistra non va meglio, se il sindaco comunista di Cinisello affida alla ciellina Progetto Fiera la valutazione economica delle proprie trasformazioni urbane "perché loro gli affari li sanno fare", se gli amministratori comunali di Sesto S.G. si affidano a un accondiscendente (e dimostrabilmente inattendibile) avallo economico di Guido Rossi per un ingiustificabile raddoppio degli indici edificatori all'ex Falck e se l'ex assessore di Pieve Emanuele giustifica la prosecuzione stabilita nella Finanziaria di Prodi dell'inciucio Bassanini/Tremonti nell'uso degli oneri urbanizzativi, perché altrimenti i Comuni non sanno come quadrare i bilanci sociali. Bertinotti, con bella suggestione metaforica, ha intitolato il suo ultimo libro, in cui espone "cinque riflessioni sul mondo che cambia", La città degli uomini. Anche inteso in senso più letterale, ciò esprime una pregnante attualità alternativa. Ma perché, allora, rifarsi all'esempio del populismo demagogico del primo Fanfani degli Anni Cinquanta, anziché alla ripresa dell'eredità storica delle conquiste riformiste e generaliste del centrosinistra degli Anni Sessanta/Settanta (Prg e standard pubblici di legge, 40-70% di edilizia popolare, ecc.), unico baluardo ancora oggi rimasto ai cittadini per opporsi alla deriva privatistico-liberista, via via prevalsa dagli Anni Settanta ad oggi?

Giuseppe Boatti, col suo intervento su Eddyburg del 10 aprile ha portato all’attenzione di politici, amministratori, urbanisti ed associazioni ambientaliste la situazione allarmante per la pianificazione urbana lombarda a seguito dell’ennesima variante apportata alla legge regionale per il governo del territorio, ossia la LR 12/2005. Con le nuove disposizioni la regione disapplica il DM 2 aprile 1968 n. 1444, fatta salva, negli interventi di nuova costruzione, la distanza tra gli edifici, la quale però è derogabile all’interno dei piani attuativi! Si è trattato di un colpo di spugna col quale si è voluto mettere decisamente fine alle conquiste dell’urbanistica riformista che mirava a porre fine alla carenza di standard e ad una organizzazione caotica delle città. La vita difficoltosa di questo decreto ministeriale è nota. Sempre avversato dalle rendite immobiliari è stato via via attaccato dall’urbanistica neoliberista, unitamente al modello di pianificazione a cascata previsto dalla L. 1150/1942.

In Lombardia la sua applicazione nella legislazione regionale ha retto fino ai primi anni 2000. Il primo significativo attacco risale infatti al 2001, allorquando venne approvata la L.R. 15-1-2001 n. 1. È con questa legge infatti che la Regione, a guida Formigoni, cominciò ad intervenire in modo strutturale sulla pianificazione locale per avviare un processo di sua progressiva e radicale modifica in senso neoliberista. Tra i principi costitutivi della legge vi era l’assunzione di “metodi di valutazione ispirati a principi di libertà nella gestione del territorio, sintetizzabili nella nozione ‹‹ quello che non è espressamente vietato è ammesso›› (DGR n 7/7586 del 21/12/2001) e l’introduzione della nozione di “interesse generale” accanto a quella di “interesse pubblico” per giustificare l’ingresso formale e paritetico dei privati nella gestione del territorio e dei servizi pubblici. Essendo la nuova legge ispirata a principi del tutto nuovi, si dichiarava esplicitamente il superamento della “disciplina vincolistica” contenuta nel DM 1444/68, in particolare i disposti del decreto ministeriale in materia di standard che dovevano essere considerati “superati in toto” (Circ. 13-7-2001 n. 41 dell'Assessorato al Territorio e Urbanistica).

Si eliminò anzitutto l’obbligo dello zoning (la nuova normativa distingueva il territorio comunale in due ambiti: le aree edificate e le aree di espansione ed i lotti liberi) e si introdusse ufficialmente nella legislazione urbanistica lombarda l’obbligo del ricorso al Piano dei servizi, uno strumento che era già presente in alcune elaborazioni locali connesse ai Programmi integrati di intervento, ma che ancora non disponeva di una veste giuridica. Si deliberò così il passaggio dallo standard “quantitativo” allo standard “prestazionale” al fine di inserire “a pieno titolo nel dibattito sulla concorrenza dei territori” uno strumento appropriato per rendere competitivo il territorio, sintetizzabile nel concetto di “marketing territoriale” (DGR n 7/7586 del 21/12/2001). Si demandò dunque ai Comuni il potere di definire l’individuazione dei servizi reputabili, ai fini urbanistici, quali standard e si legiferò intervenendo sul dimensionamento del PRG, dando ad essi la possibilità di ridurre fortemente gli obblighi vigenti connessi alla quantificazione delle aree da destinare a standard. Queste modifiche furono apportate senza che nessun Comune battesse ciglio e ignorando le proteste delle Organizzazioni Sindacali degli inquilini. Anzi, molti Comuni, pur potendo mantenere nei propri PRG e nei piani attuativi dotazioni maggiori (la legge fissava i valori minimi al di sotto dei quali non si poteva scendere), hanno in genere optato per ridurre all’interno delle NTA e del Piano dei servizi, le aree da destinare a standard regalando alle rendite immobiliari significative aree per l’urbanizzazione.

Con le recenti modifiche alla legge regionale lombarda per “il governo del territorio” si aggiunge quindi un altro tassello ad un processo di delegificazione che la regione Lombardia pratica da diversi anni e che, unitamente ad una interpretazione leghista del principio di sussidiarietà, devolve ai Comuni, senza più un quadro di riferimento generale, responsabilità crescenti anche in ambito della pianificazione del territorio. Va da sé che in presenza di una pianificazione di vasta area indebolita, i Comuni, lasciati ora liberi di decidere ognuno per proprio conto, accentueranno nella pianificazione locale le spinte concorrenziali territoriali mettendo a disposizione delle infrastrutturazioni connesse al terziario e commercio (logistica e media distribuzione) e delle espansioni residenziali quote crescenti di aree non urbanizzate. E poiché al peggio non c’è mai fine, ora sta venendo avanti un progetto di legge di iniziativa della Giunta regionale (Pdl 0226) riguardante le “infrastrutture di interesse concorrente statale e regionale”, in cui, oltre a prevedere il ricorso a poteri sostitutivi da parte della Regione “in caso di inerzia dei competenti organi statali e qualora il ritardo arrechi pregiudizio”, si concede ai costruttori la possibilità di finanziare le opere costruendo lungo le fasce laterali delle autostrade (art.10, comma 3) al fine di ottenere maggiori introiti e ammortizzare più facilmente gli investimenti, con buona pace del consumo di suolo (vedere articolo di Bottini - Eddyburg 15 aprile). Gli emendamenti presentati nelle Commissioni ignorano completamente questa problematica.

Ma tornando alla disapplicazione del DM 1444/68, Boatti fa presente nel suo intervento il silenzio con cui è passato in Regione l’emendamento. Vogliamo a questo proposito ricostruire anche il modo con cui la Giunta regionale lo ha imposto al Consiglio, secondo una prassi ormai invalsa di sottrarsi in Commissione a un dibattito trasparente e di calare in Consiglio testi di difficile comprensione. All’assessore, per regolamento, è consentito di presentare emendamenti direttamente in aula al testo licenziato in Commissione, mentre ai consiglieri corre l’obbligo di presentare i testi 24 ore prima, in modo che siano a tutti noti. Così, nel pieno del dibattito, sono stati calati “emendamenti tecnici” stesi in modo criptico, con citazioni di numeri e date di articoli di decreti e leggi da modificare, di cui era impossibile rilevare tutta la portata senza una indagine preventiva. L’attenzione era tutta dedicata all’”emendamento ammazzaparchi”, il cui ritiro aveva assorbito l’attenzione di tutta l’opposizione e è parso ininfluente l’”emendamento tecnico” che ha effetti così pesanti sulla normativa. E’ una disattenzione comunque colpevole, ma vorremmo qui porre i rilievo un venenum in cauda che tradisce le regole.

Come Gruppo regionale di Rifondazione comunista assicuriamo il nostro impegno affinché non venga ulteriormente peggiorata la LR 12/2005 e garantiamo che ci batteremo nelle Commissioni regionali e in Consiglio al fine di impedire che passi il progetto di legge sulle infrastrutture. Per dare forza a queste iniziative è indispensabile ancora una volta la mobilitazione di associazioni, movimenti e urbanisti. Una mobilitazione come quella che di recente ed alla quale ha dato un notevole contributo anche Eddyburg, ha permesso di impedire l’ennesimo assalto delle rendite immobiliari ai parchi lombardi. Una mobilitazione che sembra già essere in campo attraverso una petizione per il ritiro del progetto di legge n. 226/2007 che ha raccolto in breve tempo numerose adesioni e che anche noi sottoscriviamo e sosteniamo.

Per decenni termini come «industria delle costruzioni», hanno contribuito a mascherare, evocando l'idea di progresso, un disastroso consumo di territorio. Costruire una casa, abbiamo imparato a nostre spese, non è come fabbricare una macchina: produrre un edificio è, di fatto, un'operazione irreversibile che va valutata come tale.

Le parole, a volte, servono a confondere il senso delle cose.

Oggi il termine «valorizzazione», ad esempio, associato ad aree ed edifici pubblici, sembra indicare un loro futuro recupero sociale: nuovi parchi e servizi per i cittadini. Ma si veda l'esito dei concorsi per la trasformazione di due vecchie rimesse Atac che invitava gli architetti a proporre, con un preoccupante neologismo, «nuovi mix funzionali». L'iniziativa è di per sé opportuna perché riguarda spazi che potrebbero costituire una risorsa per i quartieri: il primo nel nodo vitale di piazza Bainsizza, il secondo nel relitto urbano, a ridosso della soprelevata, tra la ferrovia e la Prenestina. Eppure uno dei progetti prevede, oltre ad alcuni servizi di quartiere, un serpentone di sette piani lungo via Monte Santo e un blocco di dieci su viale Angelico (16.000 mq tra abitazioni e servizi privati), l'altro tre fabbricati lungo via del Pigneto con enormi balconi che si protendono nel vuoto.

A parte la qualità dell'architettura, il vero problema, oggettivo e allarmante, sono le migliaia di nuovi metri cubi, in gran parte residenziali, che minacciano di riversarsi su aree della città già troppo dense. E mentre altre diciotto aree di proprietà Atac sono in attesa di trasformazione, la parola «valorizzazione» diviene incerta: qualche spazio pubblico scambiato con il permesso di costruire nuova edilizia privata.

Nei municipi è in corso un acceso dibattito sulle idee proposte dai due concorsi. Ma non sarebbe una buona idea interpretare il termine «valorizzazione» come semplice esecuzione del nuovissimo piano regolatore che qui prevede, saggiamente, servizi pubblici?

Il ministro degli interni s'è accorto che la prostituzione è materia delicata e che ci vogliono almeno una quindicina di giorni prima di legiferarci sopra, e così il geniale emendamento Berselli-Vizzini sguscia dal decreto sicurezza e passa al disegno di legge, o forse agli archivi. Gli stessi Berselli e Vizzini del resto, un attimo prima di passare alla storia, si sono accorrti che appiccicare il loro geniale emendamento in coda al decreto sicurezza correva il rischio di essere incostituzionale. I geniali emendatori e il ministro non potevano accorgersene prima? Sì, se avessero un'idea di che cosa vuol dire legiferare. Ma non ce l'hanno. Da quando ha messo piede in parlamento quattordici anni fa, la (non più) nuova destra italiana capitanata da Silvio Berlusconi crede che legiferare significhi sparare l'annuncio eclatante di una cosa che non si può fare, farlo rimbalzare su tutte le tv e le gazzette del regno, far sognare agli italiani una soluzione magica effetto di una bacchetta magica, e infine non farne nulla o quasi. Fino alla volta successiva, quando il copione ricomincia da capo.

La prostituzione è un problema, come sempre e oggi, in tempo di mercato globale e mercificazione totale, più di sempre? Un emendamento e via, le prostitute diventano «socialmente e moralmente pericolose», vengono sbattute in galera o al confino e come per incanto spariscono dalle strade e dalla vista. Poi si scopre che la prostituzione, come tutte le cose di questo mondo, è l'effetto di una catena di rapporti complessi - nella fattispecie, rapporti di sesso, di potere e di danaro -, che la bacchetta magica non funziona, che usarla contro l'elemento finale della catena, cioè le prostuitute di strada, senza attaccare gli altri, cioè i clienti e gli organizzatori del traffico, è delirante, e il problema resta lì dov'era.

Nel frattempo però è stato raggiunto il risultato più importante, che non riguarda affatto il problema della prostituzione ma la semina mediatica del convincimento che le prostitute sono persone socialmente e moralmente pericolose, che basterebbe sbatterle in galera o al confino per levarsele di torno e che se il governo non lo fa è perché qualcuno, generalmente da sinistra, glielo impedisce. Dopodiché scatta l'immancabile sondaggio sulla percezione del rischio-prostituzione, dal quale risulterà che la maggioranza degli italiani ritiene che le prostitute sono moralmente e socialmente pericolose, che bisogna sbatterle in galera o al confino o nelle case chiuse e che il governo voleva farlo ma non gliel'hanno fatto fare. E così la tavola è apparecchiata per il prossimo sussulto, le prostitute restano dove sono, i clienti e gli sfruttatori pure, senza che né l'opinione pubblica né il governo né il governo ombra ne abbiano tratto un solo elemento di conoscenza su: chi e perché si prostituisce; qual è il grado di disumanità di un mercato del lavoro che convince molte donne, soprattutto immigrate, che fra prostituirsi per 400 euro a notte e lavorare per 400 euro al mese è meglio prostituirsi; qual è il grado di alienazione che le porta sempre più spesso a sostenere che prostituirsi «è un lavoro come un altro»; qual è il grado di feticismo che porta molti uomini a preferire il sesso a pagamento al sesso implicato in una qualche relazione; chi e quanto ci guadagna e ci lucra sopra organizzando racket e sfruttamento; quali provvedimenti si potrebbero tentare per rendere tutto ciò meno disumano, ascoltando quello che le prostitute hanno da dire e magari da proporre, e hanno varie volte detto e proposto.

E' un copione disperante che si ripete da settimane a turno, sugli immigrati, sui rom, sulle prostitute, sui trans. Pare proprio che nel belpaese altra idea non circoli che quella di ripristinare la filosofia del grande internamento riveduta e corretta: tutti in galera o nei cpt, immigrati, rom, prostitute, trans, piccoli delinquenti (i grandi no, restano a piede libero) e tutti quelli che possono interpretare la parte dei devianti nella commedia della all'italiana della normalità benpensante. In attesa che ricompaia anche la nave dei folli, l'ultimo sondaggio (Demos-Coop, su Repubblica di ieri) ci avverte che tutti gli italiani pensano che la criminalità sia in vorticoso aumento, due su dieci temono di essere rapinati, cinque hanno paura degli stranieri, otto vogliono sgombrare i campi rom, sei invocano le ronde e tutti i poliziotti e le videocamere. Gli emendamenti slittano, ma intanto ben scavato, vecchia talpa.

Italia Nostra chiede un nuovo regolamento urbanistico, che ponga fine alla cementificazione incontrollata e preveda una seria riqualificazione del centro storico. Questa la posizione dell’associazione emersa durante il convegno promosso in San Girolamo - «Identità da salvare, Lucca e il suo territorio» - al quale hanno partecipato numerosi esperti del campo dell’urbanistica e il sindaco Mauro Favilla.

La posizione di Roberto Mannocci, presidente della sezione Lucca di Italia Nostra è netta: «Il Regolamento urbanistico approvato nel 2004 non è stato capace d’indicare un progetto di città, consente ai singoli operatori la libertà di scegliere cosa e come costruire, lasciando in pratica la pianificazione alle regole del mercato e del guadagno. E una città pianificata in base alle regole del mercato non è una città». La preoccupazione di Mannocci è supportata da alcuni dati su quanto si è costruito (9 milioni di euro di oneri di urbanizzazione incassati dal Comune anche nel 2007) e su quanto ancora si può costruire. O recuperare: basta pensare - sono dati forniti dall’architetto Gilberto Bedini, uno dei consulenti del sindaco sull’urbanistica - ai 600mila metri cubi dei grandi contenitori pubblici nel centro storico o ai 700mila metri cubi di edifici da recuperare (fra pubblici e privati) fuori dalle Mura.

Cifre su cui riflettere. Non a caso, nei vari interventi il denominatore comune è stata l’avversione al modello di centro storico come “parco divertimenti”: «Il turismo di massa può uccidere una città d’arte: Lucca deve evitare di diventare come Venezia e Firenze, dove gli abitanti non sono più padroni della loro città» sostiene il presidente nazionale di Italia Nostra, Giovanni Losavio. Anche se Lucca negli ultimi decenni ha visto un costante calo di residenti nel centro storico, oggi poco più di 9mila, con lo spostamento massiccio nella periferia e conseguente cementificazione delle campagne. Tra le molte proposte emerse, spicca l’idea dell’urbanista Vezio De Lucia, in passato consulente della Provincia, che propone la creazione di una “linea rossa” che circondi le zone agrarie oltre la quale sia proibito costruire, obbligando di conseguenza ad un riutilizzo più razionale degli spazi già edificati. E, infatti - osserva Mannocci - «a Lucca Italia Nostra propone da anni la creazione di maggiori servizi per i cittadini del centro, come la creazione di una “cittadella alimentare” al mercato del Carmine o il ritorno dentro le mura degli uffici».

In questa ottica di recupero e sviluppo sostenibile del territorio, l’architetto Gilberto Bedini, elenca alcune di quelle che dovrebbero essere le linee guida di un nuovo regolamento urbanistico: la conservazione degli spazi verdi, anche non coltivati, rimasti intatti all’interno delle aree urbane (come nella zona di Sant’Anna), il riutilizzo degli edifici “recuperabili”, come la Pia Casa e il mercato del Carmine, appunto. Per quanto riguarda la politica dei “grandi contenitori”, definiti da Mannocci un possibile «volano per lo sviluppo della città», è prospettato un intervento importante, ancora però da definire. Gli spazi disponibili sono enormi: tra edifici del centro e fuori dalle Mura è da recuperare complessivamente una superficie utile di 383mila metri quadri, per un volume complessivo di 1 milione e 300mila metri cubi.

Due bei debutti per il neo-ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo: a livello internazionale è andata a chiedere a nome dell’Italia una riduzione dei parametri fissati a Kyoto contro le emissioni di gas serra, ritenendoli troppo alti per noi; a livello interno ha cancellato per decreto la commissione tecnica per la valutazione dell’impatto ambientale (Via) composta da elementi capaci e quindi «scomodi». Tale cancellazione ha più di un risvolto inquietante. Intanto essa è stata infilata nel decreto legge sui rifiuti, pur essendo materia "assolutamente estranea ai contenuti e ai motivi di necessità e di urgenza che hanno portato alla redazione del decreto legge sui rifiuti" (l’osservazione critica, assai pertinente, è dell’ufficio legislativo del Wwf). Inoltre l’azzeramento tecnico-scientifico è stato motivato, tragicomicamente, col "contenimento della spesa pubblica" poiché riduce da 60 a 50 i componenti della detta commissione tutta da rinominare nei prossimi tre mesi dai nuovi ministri (il vero titolare della grandi manovre ambientali sembra Altero Matteoli, ministro per le Infrastrutture, autore di un Codice per l’ambiente mai abbastanza deprecato).

Va detto subito che il numero di 60 componenti non nasceva a caso: ci sono valutazioni ambientali e valutazioni ambientali strategiche, o VAS (per i grandi progetti soprattutto), volute dalla direttiva europea per la quale, attenzione, il governo Berlusconi è stato già condannato per il mancato recepimento. Le VAS richiedono esami delicati, dettagliati, approfonditi, e quindi tecnici in grado di svolgerli seriamente e nei tempi dovuti. Esigenza riconosciuta pure dal TAR. Evidentemente, ora si vogliono invece valutazioni "semplificatissime", quindi ultraveloci, compiute da tecnici più allineati al nuovo corso Prestigiacomo-Matteoli di quelli testé "cancellati". All’articolo 7 del decreto sui rifiuti si fa capire anche un’altra cosa allarmante: con il decreto legge col quale sarà rifatta (su misura) la nuova commissione per la VIA sarà pure riordinato il Ministero medesimo. Altra decisione quanto meno sorprendente. Siamo in realtà ad uno sbrigativo spoil-system "esteso impropriamente", nota sempre il Wwf, "oltre che agli incarichi apicali della pubblica amministrazione di nomina politica, anche ad una commissione tecnica", con l’aggravante dell’uso della decretazione di urgenza. Ma quale urgenza poi? Con questa "cancellazione" della commissione tecnica si perdono in realtà mesi e mesi, si vanificano lavori delicati (appunto) in corso di esame. Decreto legge quindi da bocciare su tutta la linea.

Ma la voce che gira negli ambienti ministeriali è che Altero Matteoli voglia portare presso di sé, cioè alle Infrastrutture, la valutazione d’impatto ambientale, soprattutto in materia di grandi opere, come l’amatissimo Ponte sullo Stretto col quale - l’ha ridetto l’altro giorno Silvio Berlusconi - "passerò alla storia". E Matteoli con lui, s’intende.

Dal canto suo, l’onorevole Sandro Bondi ha debuttato davanti alla commissione Cultura della Camera con una audizione da maratoneta durata oltre cinque ore. Ha cercato di "volare alto" per evitare le secche della difficile situazione finanziaria. Ha detto una cosa importante: non retrocederà dal Codice Rutelli per i beni culturali e il paesaggio al più debole e ambiguo Codice Urbani sulla stessa materia. Bondi condivide "pienamente il pensiero del professor Salvatore Settis" secondo il quale il nuovo Codice è "un importante passo avanti nell’attuazione della Costituzione repubblicana. Può esserlo. Dipende da noi". Il neo-ministro si è pure detto impressionato da "città devastate dalla bruttezza e dal degrado" : "la bruttezza e il degrado generano violenza. Per questo dobbiamo investire nella bellezza". Sante parole. Come quelle in cui Bondi assicura che avvierà una collaborazione con le Regioni "mediante l’inserimento di più specifici contenuti prescrittivi e mediante la redazione di nuovi piani paesaggistici" Ma, come ha già notato su questo giornale Stefano Miliani, tanta buona volontà deve fare i conti con…Tremonti e con la manovra finanziaria che, secondo il "Sole 24 Ore" di giovedì 5 veleggia "verso i 35 miliardi", da coprire riducendo anche le spese, già quanto mai asfittiche, destinate ai Beni e alle attività culturali (Bondi ha riconosciuto che per queste voci fondamentali spendiamo appena lo 0,28 per cento del bilancio dello Stato, cioè 2,3 miliardi di euro, ponendoci "agli ultimi posti tra gli Stati europei"). Per compensare infatti il taglio dell’Ici, il ministro dell’Economia ha tolto ai Beni culturali 4,9 milioni di euro e altri 7,7 ne sottrarrà ai fondi speciali. Il taglio più contraddittorio e più pesante riguarda tuttavia proprio il paesaggio sul quale le intenzioni del neo-ministro sembrano così incoraggianti. Dalle parole ai fatti il clima cambia: sinora è confermata la cancellazione dei 15 milioni all’anno per un triennio che Rutelli aveva destinato all’abbattimento di "ecomostri", dalle torri del Villaggio Coppola a Pinetamare al grande scheletro cementizio dell’isola ligure di Palmaria, e via elencando. Se così fosse, saremmo davvero alle beffe.

In tanta austerità - che rischia di bloccare del tutto la già zoppicante macchina del Ministero nelle "ordinarie" attività di tutela e di restauro (ci sono Soprintendenze dove sono già finiti i soldi del 2008 per francobolli e telefoni) - spunta l’idea di un nuovo direttore generale (ce ne sono già una quarantina al MiBAC) il quale, secondo Bondi, dovrebbe fungere da super-coordinatore dei 3.500 musei italiani. Un grande manager con relative stock options? Un iperdirettore di musei pescato non si sa dove? Per spremere più introiti da biglietti e ingressi, forse. Che non è il compito dei musei per buona parte gratuiti proprio per la fondamentale funzione culturale ed educativa che essi svolgono.

Ma anche all’onorevole Bondi, ahimé, piace molto l’identificazione cultura-turismo culturale. Che invece sono cose diverse: l’una è la "materia prima", che ha valore in sé al di là dei ricavi che se ne possono trarre, e l’altro è uno degli utilizzi della medesima. Così si rischia invece di ridurre tutto a mercato. E poi, i musei statali sui quali il Ministero potrebbe agire sono un quinto di tutti i musei italiani anche se, in più d’un caso, risultano i maggiori. Ci sono infatti i musei comunali, prevalenti al Centro-Nord (dai Capitolini al Castello Sforzesco, dai genovesi Palazzo Rosso e Bianco all’Archeologico di Bologna, a tutti i musei bresciani). Poi vengono i Diocesani, gli Ecclesiastici ormai più di 600. Un coordinamento nazionale sembra francamente arduo e problematico. A meno che non si debba recuperare qualche supercritico specialista in comunicazione oggi in panchina dopo aver cercato, invano per ora, di salire in Campidoglio. Mentre l’attuale, stimato direttore generale del MiBAC, Giuseppe Proietti, mi risulta ancora in attesa di riconferma.

«Il Pd non può non essere ambientalista. La sfida che ci attende è quella del rigore per lasciare ai nostri nipoti un paesaggio almeno come l’abbiamo trovato». Vittorio Emiliani, giornalista, tessera Pd, grande paladino del bello e dell’ambientalismo, fiero oppositore del partito del mattone, a cominciare dalla sua Capalbio...

Dove l’anima del Pd che si batte contro il piano strutturale sembra maggioritaria rispetto a quella ambientalista.

Cosa ne pensa?

«Lasciamo perdere. Di Capalbio ho detto anche troppo in passato. A me interessa fare un discorso più generale sul Pd».

Prego.

«La proposta dell’ambientalismo del fare non mi convince: la trovo mite e subalterna al berlusconismo. Non c’è bisogno di aggiungere all’ambientalismo il verbo fare. Difendere le ragioni dell’ambiente non significa non fare, ma fare bene, secondo regole precise. Sono proprio le regole che dobbiamo recuperare. In questo sono d’accordo con Giorgio Ruffolo».

Che dice?

«Che un partito di sinistra come il Pd deve condurre due grandi battaglie: il recupero dell’interesse pubblico, distrutto dal berlusconismo, e la difesa dell’ambiente. Moralità e ambientalismo devono essere i due caratteri di fondo che contraddistinguono l’identità di sinistra».

Nel Pd quale anima prevale: ambientalista o sviluppista?

«Lo sapremo quando daranno la parola agli iscritti».

Provi intanto a giudicare quella dei dirigenti.

«Mi sembra un ambientalismo molto diluito. Veltroni ha cooptato il vertice di Legambiente che esprime una posizione ambientale molto blanda rispetto ad esempio a Italia Nostra e al Wwf».

C’è Realacci.

«Anche lui ex presidente di Legambiente, sostenitore di um ambientalismo ragionevole, molto soft».

E allora come comporre le due anime?

«Non sarà facile. L’unica strada percorribile sarà l’intesa su questioni concrete».

Tipo?

«Che posizione assumerà il Pd sul progetto di revisione della legge urbanistica? Che dirà del ministro Prestigiacomo che ha esordito chiedendo l’abbassamento dei parametri di Kyoto? E se Bondi rivedrà in senso peggiorativo il codice dei Beni culturali approvato da Rutelli?».

Bondi ha applaudito la posizione di Asor Rosa su Monticchiello.

«Mero tatticismo, furbizia».

In Toscana - da Viareggio all’Elba - il Pd perde voti là dove si esprime una voglia di mattone. E Conti irride Asor Rosa dicendo che dopo le sue polemiche a Monticchiello il centrosinistra ha aumentato i voti. Gli sviluppisti portano voti e gli ambientalisti li fanno perdere?

«Può anche darsi che nell’immediato sia così. Che il mattone paghi di più. Ma la sinistra deve guardare all’interesse generale. Battersi contro il conflitto di interessi non porta voti, ma allora cosa si fa? Si lascia perdere? Difronte al paesaggio abbiamo doveri che riguardano le future generazioni. Non possiamo limitare lo sguardo alle urne elettorali. Anche perché le battaglie giuste prima o poi pagano sempre...».

Per la più contestata delle opere volute dall'ex sindaco Walter Veltroni, il parking sotterraneo del Pincio — sette piani interrati nel colle, con ingresso delle auto dagli emicicli ottocenteschi del Valadier su piazza del Popolo — si profila un non-futuro. Nella migliore delle ipotesi, un ridimensionamento con varianti del progetto e riduzione dei posti auto previsti (circa 700) a causa dei recenti ritrovamenti archeologici che i responsabili della Soprintendenza definiscono «più estesi di quanto rivelato dai sondaggi » (una riunione tecnica decisiva è annunciata a giorni). In sintesi, si tratta di strutture murarie con quote di profondità ancora da capire a fondo e un criptoportico del I secolo avanti Cristo. Osteggiato in campagna elettorale dal sindaco Alemanno (An e Forza Italia votarono sempre contro l'opera quando erano all'opposizione), criticata da alcuni comitati cittadini, da molti celebri intellettuali, da «Italia Nostra», da esponenti dei Verdi, il parcheggio, secondo quanto detto dal neoassessore comunale alla Cultura Umberto Croppi, «semplicemente non si farà».

Addio al parcheggio voluto da Veltroni

Antiche strutture, muri e un criptoportico, non si sa bene ancora quanto profondi. La Soprintendenza archeologica: «I resti più estesi di quanto emerso nei sondaggi fatti quattro anni fa». Per il futuro del parking, lo stop o una considerevole riduzione del progetto

Prima ipotesi, tecnica, una variante di progetto, con «significativa riduzione dei posti auto». E a dirlo sono gli archeologi. Seconda ipotesi (ma è molto di più che un'ipotesi) uno stop definitivo del Comune all'opera più contestata — e spericolata secondo i suoi numerosi critici — dell'ex giunta Veltroni: il parcheggio sotterraneo del Pincio, 700 posti auto interrati in sette piani da scavare nel cuore del colle più famoso di Roma, con rampe di accesso per auto sugli eleganti emicicli ottocenteschi disegnati da Valadier e uscite pedonali, bocchettoni, prese d'aria ecc. sulla terrazza panoramica. Il «parking della vergogna», come recita un'enorme scritta vergata da qualche anonimo writer sulla palizzata che delimita il cantiere in corso.

Che alla nuova giunta guidata dal sindaco Alemanno non piacesse il progetto-Pincio è cosa nota. Lo stesso primo cittadino lo aveva più volte detto in campagna elettorale. Da ricordare, inoltre, che tra i più acerrimi nemici dell'opera, c'è sempre stata l'ex opposizione in Campidoglio, oggi maggioranza, compresa la pattuglia di An nel vecchio consiglio del primo Municipio, centro storico, di cui era capogruppo Federico Mollicone, oggi eletto consigliere comunale. E oggi è un assessore, Umberto Croppi, responsabile della Culturali, che in tutt'altro contesto, interpellato sul tema, a domanda ha risposto: «Il parcheggio del Pincio non si farà». Secco. La notizia non è da poco. La domanda, per sicurezza, viene riformulata. Stessa risposta: «Può tranquillamente attribuirmelo, nessun problema». Esulterà Italia Nostra, acerrima nemica di quel progetto. Esulteranno molti cittadini. E quei tanti intellettuali, urbanisti, storici dell'arte, ambientalisti, che nel corso degli anni hanno firmato petizioni e appelli (inascoltati, fino all'oggi): da Salvatore Settis a Italo Insolera, da Vezio De Lucia a Marisa Dalai Emiliani, da Anna Coliva a Fulco Pratesi. Ma a mettersi di traverso alle ruspe (operative solo dal novembre scorso) della Sac — società del costruttore Cerasi da sempre considerato vicinissimo al duo Rutelli Veltroni che vinse l'appalto — c'è anche l'archeologia.

Previsti, paventati, annunciati dalle tante «voces clamantes in deserto » (sempre minimizzate dalle istituzioni) i ritrovamenti ci sono, eccome. E oggi, a scavo avviato, risultano già «di entità ed estensione maggiore, indubbiamente, di quanto ipotizzato». Parola di archeologi. Sul tema, così interviene il soprintendente di Stato all'archeologia di Roma Angelo Bottini: «L'esito su una parte del sito è positivo. Grandissime novità non ce ne sono. Un criptoportico interrato, strutture di età imperiale, marginali per ora rispetto a un antico complesso sul Colle. Stiamo comunque approfondendo la questione, per fare un quadro completo e il punto della situazione ci sarà un incontro a giorni. Può parlare con la direttrice dello scavo per saperne di più».

La direttrice dello scavo è l'archeologa Maria Antonietta Tomei, che conferma quanto detto dal soprintendente, e soprattutto chiede che siano evitati inutili clamori e anticipate decisioni ancora da prendere: «Tra qualche giorno ne sapremo di più». Sullo stato attuale dello scavo (almeno quattro gli archeologi impegnati ogni giorno nel cantiere) qualcosa aggiunge. Alla lettera: «Strutture antiche di notevole estensione, primo secolo avanti Cristo, fine età repubblicana con vari rifacimenti più tardi, ora bisogna capire quanto sono profonde, quanto si estendono, siamo in fase di interpretazione. Esiste un criptoportico, ancora non scavato. Sì, i resti sono più estesi di quanto visto e constatato anni fa dai sondaggi. Ora occorre capire come queste strutture si collocano, il piano di profondità, le quote, per ora il tutto sembrerebbe ancora compatibile con i solettoni, ma si stanno facendo verifiche. Si può adeguare il progetto, con solettoni più bassi. Ciò comporterebbe una riduzione di posti auto. Ma ancora per qualche giorno è tutto prematuro».

Breve storia del parking più odiato

Storia travagliatissima, quella del parking nelle viscere della collina del Pincio, opera che nel 2004 — 29 luglio — l'allora sindaco Veltroni, parlando di «riconquista della parte più bella di Roma», annunciò «pronta nel 2007».

Cavallo di battaglia della maggioranza nella scorsa consiliatura, considerato opera propedeutica e necessaria per una pedonalizzazione del cosiddetto Tridente, il parking è sempre stato difeso da chi lo ha voluto e pensato nonostante una marea di critiche e un'opposizione che fu, anche politicamente, trasversale. Nel 2006, ad esempio, un ordine del giorno del primo municipio (consultivo e non vincolante) per la costruzione del parcheggio fu sì approvato, ma i no arrivarono, oltre che Forza Italia, An e Udc, anche dai Verdi. All'epoca, tra le prime e più tenaci oppositrici del progetto, la giovane consigliera municipale dei Verdi Francesca Santolini, oggi assessore nello stesso municipio a guida Orlando Corsetti, che «sparigliò» la maggioranza arrivando anche, e siamo al febbraio 2008, a scrivere una lettera aperta all'allora ministro per i Beni culturali Rutelli, in procinto di candidarsi di nuovo a sindaco, contro l'opera monstre.

Ricostruire lo «storico» di quest'opera, contro la quale nel tempo si sono schierati anche, oltre a Italia Nostra, vari comitati di cittadini, «Rosa nel Pugno» e l'ex presidente del Consiglio della Provincia Adriano Labbucci (Sinistra democratica) non è cosa facile. La primogenitura del progetto, stando alle cronache, è dell'allora presidente della Sta (società per la mobilità del Campidoglio poi fusa in Atac, che è il committente dell'opera) Chicco Testa (tramontarono presto le alternative Borghetto Flaminio e piazzale Flaminio, mentre si parlava anche di un analogo parcheggio sotto il Colle del Quirinale). Tra i grandi sostenitori del progetto anche Fulvio Vento, attuale presidente di Atac spa, ex sindacalista e manager comunale vicino a Rutelli e Veltroni.

I costruttori

Gara europea vinta dalla Sac

È una delle famiglie di imprenditori considerate più vicine al centrosinistra a gestire i lavori per il parcheggio del Pincio. La gara europea bandita dall'Atac era stata vinta infatti dalla Sac di Claudio Cerasi.

L'azienda è guidata da Emiliano Cerasi, figlio di Claudio, che peraltro siede nella giunta esecutiva dell'Associazione costruttori edili romani con la carica di presidente del Comitato promotori.

Esponenti della famiglia Cerasi in questi anni non sono mai mancati alle cene elettorali di Walter Veltroni e Francesco Rutelli. Fra i vari lavori hanno partecipato alla costruzione del Maxxi (insieme alla famiglia Navarra). A conferma del forte legame fra la vecchia amministrazione e la dinastia dei costruttori, il Comune di Roma, con Veltroni sindaco, qualche mese fa ha indicato come amministratore delegato della Fiera Ottavia Zanzi, moglie appunto di Emiliano Cerasi, nomina considerata in quota Margherita.

Recentemente la Sac ha vinto la gara per la realizzazione del nuovo auditorium di Firenze, opera da un centinaio di milioni di euro finanziata all'interno del programma di interventi infrastrutturali per i festeggiamenti dei 150 anni dell'Unità di Italia, programma avviato da un comitato presieduto dall'allora ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli.

Postilla

Come diceva Deng Xiao Ping, non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che prenda il topo. Siamo contenti che la giunta Alemanno abbia mangiato l’orrendo topo inventato dalla giunta di Veltroni (e dai suoi “ambientalisti del fare”). Ha avuto ragione il Corriere della sera a dare la notizia con ampiezza nella sua edizione romana, a partire dalla prima pagina. Non l’abbiamo trovata sull’edizione romana dell’altro grande quotidiano nazionale che frequentiamo,la Repubblica. L’adesione al leader del PD è così forte, nel quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, da indurlo a errori giornalistici così clamorosi? Nascondere sotto il tappeto gli errori dei propri amici non è cosa bella, né utile agli stessi che si vogliono coprire.

Costruttori che minacciano licenziamenti se non si superano le rigidità dei vincoli imposti dal Piano paesaggistico. E pratiche per il rilascio di concessioni comunali praticamente bloccate «causa Ppr». Ad un mese dallo stop degli incontri di “copianificazione” tra Regione e Comune, il caos edilizia rischia di deflagrare. Il Comune ormai riduce all'osso le autorizzazioni per non incorrere in violazioni di legge. Nell'incertezza applicativa - e in attesa dell'adeguamento del Piano urbanistico comunale - uno dei costruttori più “colpiti” dalla nuova disciplina paesaggistica, Antonio Puddu, compra una pagina del quotidiano locale L'Unione Sarda per avvertire: «Siamo costretti a licenziare 60 lavoratori su 130». Il suo progetto di realizzare due palazzi di sei piani via Caboni è fermo dal 2 gennaio per un sequestro penale: il comune aveva concesso la licenza entro la fascia vincolata dei cento metri da un bene paesaggistico, il fortino militare tra via Caboni e via Ravenna, tutelato dal Ppr. Da lì i sigilli, confermati anche da un collegio di giudici in sede di Riesame. Ma senza palazzi, niente occupazione. Da quando il tavolo tecnico Regione-Comune-Soprintendenza è fallito, il 12 maggio scorso, con la richiesta di un parere da parte della soprintendenza all'Avvocatura, nulla si è mosso. I grandi cantieri privati autorizzati in zone indicate come di pregio paesaggistico o “identitario” dallo strumento urbanistico regionale, sono sospesi, su decisione della magistratura o dello stesso comune. Oltre a via Caboni e via Ravenna, è ferma anche la ristrutturazione dell'ex Biochimico di via Dante, mentre indagini sono in corso sui lavori in via dei Falconi. Perché la magistratura ha dato un'interpretazione letterale del Piano: le opere autorizzate in zone vietate dal Ppr sono abusive, salvo modifiche al Ppr. Secondo il comune le licenze rilasciate e poi sospese dall'amministrazione sarebbero, invece, almeno sessanta. Se il dirigente del servizio Edilizia privata, Mario Mossa, interpellato sullo stop nel rilascio delle concessioni preferisce il silenzio, è l'assessore all'Urbanistica, l'architetto Gianni Campus, ad ammettere con candore: «Sapevamo che sarebbe successo: l'attività degli uffici è rallentata per forza di cose a causa della maggiore complessità della procedura scaturita dal Piano. Siamo immersi in un bagno di dubbi. Ma tra diventare responsabili di una mancanza amministrativa (non rilasciare autorizzazioni, ndr), e rilasciare concessioni che poi potrebbero costituire un illecito penale, va da sé che si sceglie la prima». Secondo i dati che il servizio Edilizia privata avrebbe fornito al costruttore Puddu (si legge sulla pagina a pagamento), nei primi cinque mesi del 2008 «il comune ha rilasciato 44 concessioni edilizie contro le 77 dello stesso periodo del 2007, e 87 in quello del 2008». Puddu cita i sigilli chiesti e ottenuti dal pm Andrea Massidda: «Il nostro cantiere di via Caboni è stato posto sotto sequestro proprio a causa di una presunta violazione delle norme del piano che ancora oggi stentiamo a capire. Quanto accaduto ha portato al fermo di quasi tutti i lavori edili ed alla sospensione di ogni decisione sul rilascio delle concessioni edilizie, tra cui alcune nostre».

Postilla

Avete un’idea di che cosa sono diventate le più belle coste della Sardegna per effetto di quelli che Antonio Cederna chiamava “gli energumeni del cemento”? Hanno svillettato i più bei paesaggi del mondo. Hanno costruito mostri più brutti del Fuenti e di Punta Perrotti (conoscete il lussuoso Cala di Volpe? andateci per inorridire). Se sapete che cosa hanno fatto e come hanno distrutto un bene prezioso dell'umanità, considererete anche voi il lamento del costruttore Puddu una buona notizia.

Sabato 14 giugno, dalle 10 alle 16, alla sala conferenze del Teatro Donizetti di Bergamo, si tiene l’assemblea costitutiva della Rete lombarda dei Comitati per la difesa del territorio e dell'ambiente. Introdurranno la manifestazione Ezio Locatelli e Mario Agostinelli, e interverrà Alberto Asor Rosa.

Come eddyburg aveva auspicato l’esempio della Rete toscana si sta estendendo. Dopo una regione il cui passato ha lasciato patrimoni considerevoli custoditi per secoli e solo recentemente abbandonati al degrado, scende in campo una regione in cui da decenni dominano ideologie distruttive.

La costituzione della Rete lombarda vede svolgere un ruolo centrale sia alle componenti storiche dell’ambientalismo di sinistra sia al recente movimento per la tutela dei parchi regionali, cui eddyburg ha fornito tutto il suo sostegno. Auguri alla nuova Rete, di cui pubblichiamo il manifesto e, in calce, le firme dei promotori.

VERSO LA COSTITUZIONE DELLA RETE LOMBARDA DEI COMITATI PER LA DIFESA DEL TERRITORIO E DELL’AMBIENTE

Il grado di vivibilità e di sostenibilità ambientale del territorio lombardo sta notevolmente peggiorando. Questo è quanto dice tutta una serie di indicatori che attestano uno scadimento dei parametri relativi alla qualità dell’aria, sistemi di trasporto, rifiuti, qualità dell’acqua, siti contaminati, inquinamento acustico, inquinamento elettromagnetico, cementificazione.

Siamo in presenza di una situazione di degrado e di crisi ambientale che non è solo conseguenza di un dato quantitativo determinata dall’alta densità degli insediamenti produttivi, residenziali, o di modelli di consumo e di trasporto individuali. Questa situazione è anche e soprattutto il frutto di una politica orientata all’abbandono di strumenti di programmazione e di governo del territorio, di una politica orientata a dare preminenza all’interesse privato rispetto all’interesse pubblico. Ed ancora, nel corso di questi anni abbiamo assistito ad una politica di sviluppo fondata su un’idea di crescita senza limiti, rivolta a rilanciare la Lombardia come “territorio della competizione e del consumo” tramite una piena valorizzazione economica - meglio sarebbe dire pieno sfruttamento - dei fattori del territorio: ambiente, risorse naturali, beni comuni, servizi. Questo è il rischio cui è esposto, in definitiva, il progetto di Expo 2015 presentato come un progetto che mette al centro i temi agroalimentari e energetici, Expo può diventare il paravento dietro cui nascondere una nuova ondata di speculazioni immobiliari, cementificazioni, realizzazioni di grandi opere, autostrade, alta velocità.

Di contro a questo modello di sviluppo, che è causa di distruzioni ambientali sempre più vistose e visibili, si sono costruite nel corso degli anni una molteplicità di iniziative di denuncia, di dibattito, di mobilitazione. Iniziative ambientali e pratiche di partecipazione per lo più agite sul piano locale, rivolte a difendere i propri territori dal saccheggio e dalle privatizzazioni. Noi riteniamo che queste pratiche e iniziative territoriali, al di là di essere una risposta fondamentale sul terreno della difesa della qualità della vita e della salute, rappresentino un potenziale di cambiamento, la possibilità di delineare un altro modo di fare economia, di intendere lo sviluppo non più incentrato sulla crescita fine a se stessa, ma basato sulla capacità di interagire positivamente con i cicli ambientali. Un’ idea di sviluppo qualitativo capace di ridurre e recuperare rifiuti, di fermare la cementificazione e le grandi opere speculative, di affermare il diritto alla mobilità nei termini di un rilancio delle diverse forme di trasporto pubblico e collettivo, di approntare una politica energetica fondata sul risparmio e le fonti rinnovabili, di attuare una politica di risanamento territoriale, di riuso urbano e di difesa dei beni comuni, di contrastare i cambiamenti climatici, tema quest’ultimo per il quale è prevista l’importante manifestazione nazionale del 7 giugno a Milano.

I comitati, le diverse realtà associative che operano sui temi della salvaguardia del territorio e dell’ambiente possono rappresentare - laddove la politica tradizionale allo stato attuale registra e segnala una sua crisi profonda di rapporto con l’insediamento sociale - un terreno di ricostruzione di una nuova stagione di partecipazione, di vertenze in direzione di una difesa durevole delle risorse ambientali e territoriali, di un ripensamento del nostro modello di sviluppo. Unitamente al riconoscimento e alla valorizzazione piena di tutti i contributi e le sollecitazioni che sono proprie di una politica di prossimità, ci sembra altrettanto importante costruire la dimensione di una riflessione e di un intervento più a carattere regionale attraverso la condivisione di obbiettivi comuni e molteplici.

A tal proposito, come persone, comitati, organismi impegnati a vario titolo sui temi della salvaguardia del territorio e dell’ambiente, nonché della difesa dei beni comuni, proponiamo un incontro regionale per dare vita ad una rete aperta a tutti gli interessati - come già avviene in Toscana e in altre regioni - quale strumento di supporto alle forme di partecipazione, di mobilitazione, di vertenze presenti a livello locale.

Promotori

Mario Agostinelli (Consigliere regionale e Portavoce contratto mondiale energia), Ezio Locatelli (già Consigliere regionale e Parlamentare, comitati ambientalisti) Pino Vanacore (portavoce Unaltralombardia), Luigi Mara (Centro per la Salute Giulio A. Maccacaro), Domenico Finiguerra (Sindaco Cassinetta di Lungagnano), Bruno Muratore (ex Dirigente Regione Lombardia-settore Agricoltura), Ivana Brunato, (Camera del Lavoro - Varese), Giorgio Ferraresi (Politecnico di Milano), Gianni Beltrame (Professore di urbanistica), Francesco Chiodelli (dipartimento architettura e pianificazione del Politecnico di Milano), Francesco Macario (urbanista nonché assessore al Comune di Bergamo), Fausto Amorino (Assessore all’ambiente al Comune di Bergamo),Marco Caldiroli (Medicina Democratica), Andrea Di Stefano (direttore rivista Valori), Franco Morabito (Presidente Circolo Peppino Impastato Paullo), Antonio Frascone (Unaltralombardia Magenta), Paolo Cagna Ninchi (Unaltralombardia Milano), Massimo Tafi (esperto di comunicazione, Varese), Livio Muratore (Cgil Varese) Bianca Dacomo Antoni (Lista Fo), Luca Trada (No expo), Sergio Finardi (Attac Italia), Andrea Savi (Associazione ex Fornace Rho), Antonio Corbelletti, (Rete Green, Pavia), Dijiana Pavlovic (cittadina italiana, Comunità Rom), Salvatore Amura (Vicepresidente Associazione Rete Nuovi Municipi), Roberto Fumagalli (Presidente Circolo ambientale “Ilaria Alpi” Merone-Como), Nicoletta Pirotta (Territorio precario-Como), Massimo Patrignani (Forum Ambientalista), Maurizio Mazzucchetti e Marina Zanella (Comitato contro l’interporto di Montello), Matteo Gaddi (Associazione culturale Punto Rosso), Davide Biolghini (Lilliput Milano), Rolando Mastrodonato (Vivi e Progetta Milano), Amalia Navoni (Comitato San Siro Milano), Franco Azzali (Lega Cultura di Piadena), Roberto Molinari (Forum Sinistra Canegrate), Sergio Cordibella (ex Consigliere regionale), Sergio Clerici (No Polo logistico, Arese), Tronconi Pierattilio (No centrale di Bertonico), Adriano Pirotta (ingegnere, esperto in trasporti e territorio), Francesca Berardi (Comitato per l’acqua pubblica Cremona), Giorgio Simone e Stefano Zenoni (architetti), Emanuela Garibaldi (architetto), Marco Brusa (ingegnere nucleare, consulente associazioni ambientaliste), Rocco Cordì (Unaltralombardia Varese), Alessandro Moroni (Comitato promotore Parco Agricolo/Ecologico Bergamo), Giovanna Galli (Comitato Ambientalista Treviglio), Pino Timpani (Associazione per i Parchi del Vimercatese), Daniele Icari (Terra Nostra), Rete Bassa Ceru, Mattia Avigo (Collettivo uscita di sicurezza), Comitato per la salvaguardia sociale e ambientale della Martinella, Paolo Longaretti (Comitato di Levate), Alberto Scanzi (Presidente Circolo Gramsci di Bergamo), Adele Ghilardi (Comitato pendolari Romano di Lombardia), Anna e Joris Bettoni (Tavernola Democratica), Adriana Beretta (Comitato ecologico Caravaggese), Milvo Ferrandi (Comitato per Redona), Claudio Sala (Comitato contro il megacentro commerciale di Quitntano), Vittorio Armanni (consigliere provinciale di Bergamo), Luca Benedini (Codiamsa di Mantova), Partecipa Ezio Corradi (coordinamento dei Comitati ambientalisti Lombardia), Antonietta Bottini (Comitato Broni-Mortara)


Tra stomaco e serbatoio – 6 giugno 2008

Il vertice della Fao che si è concluso ieri a Roma non ha dato alcuna risposta seria a quello che Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ha chiamato il ?silenzioso tsunami? dei prezzi alimentari. Ha risposto con l’afasia, l’indifferenza, la disunione, e una volontà, ferrea, d’impotenza. Al comunicato finale son allegate innumerevoli proteste, soprattutto sudamericane. Il vertice ha ignorato i dati che aveva a disposizione, ha finto di non conoscere le cifre che pure parlano chiaro: gli affamati che vertiginosamente aumentano, man mano che i prezzi di cibo e energia salgono; gli egoismi di lobby e Stati affluenti che dilatano una catastrofe tutta fabbricata dall’uomo; le promesse dei ricchi scordate. Basti rammentare il giuramento del vertice Fao nel 1996: "Dimezzeremo entro il 2015 il numero degli affamati", garantirono, e allora gli affamati erano 800 milioni. Già un anno e mezzo dopo erano 863 milioni e nel frattempo se ne sono aggiunti 100, sfiorando il miliardo.

Non sono le organizzazioni internazionali a esser colpevoli di simili disastri, così come non lo sono del degradare del clima, della gestione dei conflitti militari, delle scandalose disparità di ricchezza nel mondo. Le organizzazioni come l’Onu, la Fao, la Banca Mondiale sono grottescamente trascinate sul banco degli imputati, sono ormai macchinalmente ribattezzate con i nomignoli più sprezzanti - son chiamate di volta in volta carrozzoni, elefanti burocratici che mangiano soldi e vanno gettati nella spazzatura - ma tutti questi son giochetti e menzogne, simili ai sotterfugi retorici cui si ricorre in Europa per denigrare gli amministratori di Bruxelles.

Giochetti che gli Stati fanno per nascondere le proprie responsabilità; menzogne utili ad allontanare dai governanti, e dal cittadino, verità scomode e elettoralmente costose. Possiamo pure abolire Fao, Onu, tutti gli organi del dopoguerra: non per questo avremo curato i mali, perché questi ultimi non son generati dalle istituzioni multilaterali ma dagli Stati e dalle loro sovranità assolute, riluttanti a accettare - sopra di sé - qualsivoglia autorità mondiale. Una volta abolite queste istituzioni dovremo ricrearle, perché di istituzioni e di governo mondiale c’è pur sempre e più che mai bisogno, e non di politiche che lusinghino e favoriscano il ciascuno per sé.

Tra gli Stati responsabili degli odierni fallimenti ci sono innanzitutto i più ricchi e potenti. qui il male, qui l’ignoranza militante che impedisce di riconoscere la natura del disastro e aggiustarla. Se oggi non pare possibile la Rivoluzione Verde che negli Anni 60 scongiurò la carestia nei Paesi poveri, è perché un’immobile apatia s’è insediata nei vertici degli Stati nazione, perché nazionalismi acuti sono di ritorno nei Paesi ricchi, perché la mente degli economisti e dei responsabili occidentali si è ossificata, incapace di adattarsi con elasticità al mutare del mondo e di chi lo abita. Il meccanico gioco di mercato non basta a risolvere la crisi e un collettivo intervento pubblico si impone? L’ideologia liberista frena, inorridita. Le politiche nazionali danneggiano la Terra, ostacolano il libero commercio di beni alimentari? Che muoia il mondo e tutti i filistei, purché le marionette regnanti possano accontentare i propri elettori, arrabbiati e resi ciechi dalle bugie che vengono loro raccontate dalle marionette in questione.

Certo non esiste un’unica responsabilità per l’immane carovita: sono molte e convergenti le cause. A differenza degli Anni 60 c’è il deterioramento del clima e il rarefarsi dell’acqua per le irrigazioni. C’è il prezzo di petrolio e gas che ha raggiunto livelli proibitivi. Ci sono interi e popolosi continenti - Cina, India - che escono dalla povertà, che stanno dando alla luce una vastissima classe media, che cominciano ad avere una dieta più variata, comprendente la carne. C’è l’enorme divario che si sta aprendo tra poveri che crescono pur sopportando prezzi alti e poveri che sopportano il carovita ma non hanno redditi in aumento. Siamo al cospetto di due favole parallele, ha scritto Amartya Sen sul New York Times del 28 maggio: la prima narra l’asimmetria tra poveri e ricchi, la seconda fra poveri e poveri.

La condotta più egoista è quella americana. Sono mesi che l’amministrazione insiste esclusivamente sulle responsabilità degli emergenti, e il segretario all’Agricoltura Ed Shafer l’ha ribadito non senza sfacciataggine a Roma: è la domanda cinese e indiana che fa aumentare i prezzi, allo stesso modo in cui sono Cina e India che accelerano, producendo anidride carbonica, la catastrofe climatica. Minimo è invece, secondo Shafer, l’effetto della produzione di biocarburanti intensificata da Bush nel 2005. Non meno colpevoli per Washington sono coloro che si oppongono - non solo in Europa ma in molti Paesi africani - agli organismi geneticamente modificabili (ogm): visti spesso come panacea, gli ogm rinviano mutazioni più ardue dei comportamenti e delle politiche occidentali.

Il ruolo degli Stati Uniti e dei ricchi viene completamente negato, e le lobby difese a denti stretti. Eppure gli esperti sono unanimi nel constatare come la scelta Usa di sovvenzionare massicciamente le coltivazioni di mais per estrarne energia alternativa (etanolo) abbia crudelmente ridotto le superfici coltivabili per produrre cibo per l’uomo: "Lo stomaco degli affamati è costretto a competere con i serbatoi di benzina", denuncia Sen, ed è chiaro chi perde nell’impari battaglia. Ma su questi punti il governo Usa è inamovibile: ha perfino l’appoggio del Brasile, anche se l’etanolo di quest’ultimo è estratto dalla canna da zucchero e penalizza meno le produzioni di cereali.

Gli occidentali affluenti hanno la tendenza a puntare il dito su cinesi e indiani che consumano più carne: un’analisi non scorretta, ma che indispettisce profondamente Cina e India, che si sforzano di uscire dall’inferno dell’indigenza. Il loro infuriarsi è comprensibile: dicono che in due secoli di rivoluzione industriale l’Occidente ha rovinato il pianeta ed è diventato obeso a forza di rimpinzarsi, e adesso che è confrontato con penuria e carovita fa di tutto per non rimettere in causa proprie abitudini e scelte, quasi sognasse di ricacciare gli emergenti nella povertà. Il rancore è grande, verso Paesi che s’adoperano molto per correggere gli altri, e poco o nulla per correggere se stessi. Che denigrano le istituzioni internazionali solo per proteggere le proprie lobby, le sovranità intangibili dei propri Stati, le proprie ideologie liberiste.

Va di moda oggi vilipendere le utopie degli Anni 60, che erano speranze di futuro: ma quell’epoca era meno cieca, infinitamente più duttile. Di fronte all’Occidente s’accampava un pericolo vero, il comunismo, e tutti i pericoli veri sono anche una sfida, una straordinaria occasione: nel caso specifico, la sfida era di competere col comunismo nell’aiutare i poveri e i diseredati. Nessun pericolo odierno (terrorismo, Iran) è paragonabile a quella minaccia benefica, che teneva sveglia la coscienza occidentale e la mobilitava.

Oggi quella sfida non esiste più: in parte è una disgrazia. Oggi non si tratta di strappare i poveri e gli ultimi alla seduzione sovietica ma di aiutare le singole persone umane a non morire di fame, semplicemente e subito. E' questo che gli occidentali non sanno fare, questo che li rende così afasici, volontariamente impotenti, e vuoti.

Il candidato meticcio – 8 giugno 2008

D’un tratto tutto quello che in Europa aveva l’aria d’essere la modernità si sfalda e ingrigisce e invecchia, messo a confronto con quello che accade nelle presidenziali americane: un po’ come succede al Centro Pompidou di Parigi che nei primi Anni 70 fu avanguardia assoluta, con i suoi furibondi colori e i suoi tubi d’acciaio, e presto divenne stranamente decrepito, troppo decifrabile. L’ascesa di Barack Obama e la sua vittoria sulla casa Clinton nelle primarie democratiche ha questo, di inatteso e scompaginante: fa invecchiare d’improvviso quello che sembrava ineluttabilmente vincente, smentisce credenze cui tanti si erano conformati, a destra e sinistra. L’idea che esista un’unica via liberista per aggiustare l’economia, che la globalizzazione possa esser governata con vecchi politici nazionali e vecchie identità monocolori, che l’intervento dello Stato nell’economia sia sempre sciagurato, che nei governanti non conti più l’etica, che l’uso politico della paura e della xenofobia siano redditizi: tutti questi convincimenti sono sbriciolati da un candidato americano e globale al tempo stesso, figlio di un africano keniota, cresciuto in Indonesia, rientrato nelle migliori università statunitensi. Il suo esser meticcio fa impressione nel piccolo universo bianco, ma tre quarti della terra gli somigliano.

Forse il candidato nero non vincerà contro McCain, ma il mero fatto di correre per la Casa Bianca scompagina i manuali del successo. Scompagina due certezze, in particolar modo. La certezza che gli Anni 60 e il ’68 siano un angolo morto della storia, da deplorare senza fine. E la certezza che l’impero Usa sia qualcosa di rigido, non esposto a mutazioni profonde. ? invece un oggetto bizzarro, debole e però straordinariamente elastico. Una lunga pratica di arroganza l’ha sfibrato, sino a produrre l’anticorpo Obama. La sua duttilità è unica perché crea tali anticorpi, e restituisce fascino alla democrazia e alla convivenza etnico-razziale.

Son scombussolati in primo luogo gli stereotipi sul Sessantotto: in Europa è di grandissima moda denigrarlo, l’Italia lo sa e anche la Francia, dove Sarkozy ha costruito una carriera su simile denigrazione. In America la maldicenza è più antica: l’offensiva contro i liberal degli Anni 60 cominciò con Nixon e proseguì nel ’94 con la rivoluzione conservatrice di Newt Gingrich e la vittoria repubblicana alle legislative. Bush e i neo-conservatori sono figli di questa rivoluzione dell’acrimonia. Molti acrimoniosi hanno partecipato al ’68 ma poi si sono trasformati, adeguandosi al più moderno spirito dei tempi: spesso si son fatti stranamente beghini e falsamente virtuosi, come accade a chi si congeda da una gioventù scapestrata. Somigliano alla vereconda madama Pernelle, che nel Tartufo di Molière insulta ogni sorta di libertà. L’età "ha messo nella sua anima uno zelo ardente" che l’induce a denigrare la spregiudicatezza dei giovani, e a difendere il devoto ipocrita Tartufo. "Col velo pomposo di un’alta saggezza dissimula la miseria delle sue tramontate seduzioni", così è derisa dalla servetta Dorine. Parecchi neo-conservatori denunciano il ’68 allo stesso modo: un ardente zelo li porta a cancellare un’epoca intera, senza la quale Obama oggi non sarebbe dov’è.

Obama non è un sessantottino, in più modi lo fa capire. Se ha vinto alle primarie contro Hillary Clinton è perché ha sormontato quella che vien chiamata l’iconografia del ’68: le battaglie di liberazione dei neri o delle donne viste come fini in sé, da ottenere solo per la propria classe o razza o genere. Schiava del ’68 si è rivelata Hillary, e non le è stato d’aiuto. Ma Obama è pur sempre il prodotto di un movimento favorevole alla varietà e all’incrocio col diverso, anche se di esso non è preda. In Europa possiamo continuare a credere che l’avvenire appartenga a chi liquida gli Anni 60: le battaglie di emancipazione, giustizia, uguaglianza; le canzoni di Moustaki sul métèque. In America quest’iconoclastia è già finita, sia che Obama vinca sia che perda.

La seconda idea scompaginata concerne l’impero americano e il suo degradarsi. Anche qui Obama è specchio del male e anticorpo che il male ha saputo secernere: è un annunziatore estremamente realistico della crisi, anche se non sempre è disposto a guardarla davvero traendone tutte le conseguenze. Dice che la guerra al terrorismo si è sfracellata in Iraq, sbrecciando in maniera enorme e durevole l’immagine mondiale dell’America e la sua capacità di influenzare gli eventi, soprattutto nel mondo arabo e musulmano. Con le sue mani, Washington ha fabbricato il Golem che è Ahmadinejad e l’ambizione iraniana all’egemonia nella regione più conflittuale del pianeta. Alcuni, come Niall Ferguson, parlano già di breve impero americano: ben più breve dell’antica Roma che i neo-conservatori sognavano d’emulare.

Non è chiaro se Obama sappia fino in fondo l’infermità che annunzia. Sia lui che McCain la descrivono con severità, sperano di riparare, correggere. Ma in America le presidenziali hanno spesso questo tono: i candidati lamentano il declino di una nazione che continuano a vedere come eletta, impareggiabile. Anche oggi rischia di esser così, Stephen Sestanovich lo spiega bene in un articolo su Slate online del 2 giugno. Ambedue i candidati, scrive, coltivano la speranza che non sia vero quel che dicono: che non sia vero che l’America è più che mai debole, inascoltata. Quando McCain propone una nuova comunità occidentale, quando vuol escludere la Russia dal Gruppo degli Otto, non sa la differenza fra il dire e il poter fare: non sa le diffidenze europee, non sa che la Russia sarà difficile metterla alla porta con un ukase americano.

Obama è assai più realista, specie sul disastro iracheno, ma l’illusione assedia anche lui. Non basta parlare con Ahmadinejad per indurlo alla ragione, per il semplice fatto che il suo regime ha sin d’ora una razionalità, diversa dall’occidentale. L’Iran di Ahmadinejad è un po’ come la Prussia di Federico il Grande, nella seconda metà del ’700: tutte le potenze nell’Europa continentale si coalizzarono per abbatterlo, ma attraverso la guerra e l’isolamento la Prussia, da parvenu che era, divenne nazione cruciale. La convinzione dei politici americani è che se solo usi razionalmente la tua testa, diventi subito filo-americano e filo-occidentale: altrimenti devi esser pazzo. E' la presunzione imperiale che genera queste chimere, e che spiega alcuni cedimenti di Obama all’unilateralismo conservatore.

I nipoti del ’68 hanno superato le scarsezze e perentorietà dei nonni ma hanno un bisogno esistenziale di legittimità, e questo frequentemente li intimidisce. Pensano che per esser accettati devono mostrarsi più centristi, cioè di destra (sono "mercanti di razze" e "prigionieri della politica dell’identità", secondo Shelby Steele, scrittore nero e conservatore) e il loro incubo è Israele, che in America è tra i massimi dispensatori di certificati di legittimazione. Anche questo cambierà, e non necessariamente in meglio per gli ebrei della diaspora e neppure per Israele. Ma per ora, l’imprimatur dei gruppi di pressione ebraici (dell’Aipac in primis - American Israel Public Affairs Committee - più conservatore del governo israeliano) è essenziale. E' all’Aipac che Obama ha fatto una promessa ritenuta eccessiva dallo stesso Dipartimento di Stato, il 4 giugno: la difesa di Gerusalemme "capitale indivisa d’Israele".

Chi viene dal ’68 sente di dover continuamente scusarsi, anche se i difetti del ’68 li ha superati tutti. Obama rischia di sperdersi nel trasformismo, a forza di scusarsi. Rischia di ripetere l’esperienza Hillary: troppo sicura all’inizio, troppo underdog alla fine, quando per scelta s’è trasformata in emblema di chi per mestiere o destino è un perdente.

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