Gli architetti dovrebbero essere più attenti quando citano, per giustificare (fondare sarebbe vocabolo troppo impegnativo) le proprie scelte estetiche e le proprie inutili bizzarrie, il pensiero filosofico dell'ultimo secolo parlando a caso di nihilismo o di decostruzionismo: quest'ultimo vocabolo in particolare, sono convinto, ha suscitato grande interesse per via del riferimento alla costruzione ed all'idea di differenza ma nello stesso tempo con una scarsa capacità di comprensione della filosofia francese degli anni Settanta.
Purtroppo il dibattito intorno alle diverse teorie e fondamenti della cultura architettonica è, da qualche decennio, andato in frantumi e utilizzato sovente da parte degli architetti in modo autopromozionale, che riduce spesso i principi a slogan pubblicitari. Né bisogna dimenticare che è mutato il posto che gli architetti occupano nell'immaginario sociale (ma è anche mutata la natura della loro professione) un luogo che si è spostato verso quella categoria di successo a cui appartengono stilisti della moda, designer, parrucchieri o i protagonisti del mondo mediatico. All'equilibrio antico tra pensare, costruire e figurare l'ultimo termine ha preso il sopravvento, sospinto soprattutto dal vento del mercato e del consumo.
Altrettanto prudenti dovrebbero essere gli architetti nelle imitazioni che estetizzano i risultati delle tecnoscienze, o quelli dei metodi di altre pratiche artistiche (compresa la narrativa), tutte cose di grande interesse in cui il dialogo è però utile e possibile solo a partire dalle differenti specificità.
In queste condizioni di incertezze e confusioni è del tutto naturale che tornino a farsi sentire le vecchie resistenze conservatrici che erano state prodotte più di mezzo secolo or sono, certo con altra robustezza teorica (si vedano i celebri testi di Hans Sedlmayr) resistenze giustificate anche dal ripetitivo trasbordare nei nostri anni dei progetti e delle realizzazioni verso il grottesco, sino al limite della caricatura.
Tutto questo tenendo conto che gli esiti, sovente contraddittori, delle teorie urbane proposte dal razionalismo quali la divisione delle aree per funzioni sono state sottoposte a critica positiva da più di trent'anni, senza per questo contraddire gli ideali del progetto moderno.
Ciò che oggi non dove essere sottovalutato è anche il successo di pubblico, certamente indotto anche dalle comunicazioni mediatiche, al di là degli interessi pubblici e privati, intorno al valore di immagine di marca che viene attribuito all'edificio, in quanto oggetto ingrandito; naturalmente nel totale disprezzo per il disegno urbano e per la dialettica con il contesto che è uno degli argomenti più diffusi in questo tipo di architettura post-postmoderna.
Al di là del riferimento stilistico, prima alla storia in senso del tutto generico poi ai linguaggi dell'avanguardia (compresi i procedimenti di bricolage) ampiamente riutilizzati e la cui unica novità è il rovesciamento del senso oppositivo che li caratterizzava, è infatti proprio l'ideologia della postmodernità come cultura del tardo capitalismo (interpretata dagli architetti) che descrive appieno le ragioni della attuale scrittura architettonica di successo, compresa la progressiva disgregazione di una cultura antica capace di immaginare alternative. Si tratta cioè, per quanto riguarda la maggior parte dell'architettura di successo mediatico dei nostri anni, di una forma di rispecchiamento realista dei valori, dei comportamenti e dei desideri della nostra condizione postsociale. E non è cosa da poco.
Attuare di fronte a tutto questo una resistenza critica capace di proposte civili è difficile ma anche indispensabile, se vogliamo continuare il nostro compito di costruire poeticamente; tutto questo senza alcun interesse per inutili ritorni al passato, ma anche senza dimenticare che il terreno della storia è quello su cui camminiamo e costruiamo: anche se non ci dice nulla sul cammino da prendere per immaginare, per l'architettura e per la società, possibilità altre.
C'era un insopportabile tanfo di Anni Cinquanta dieci giorni fa all'Urban Center, dove - convocato dall'assessore Masseroli al grido di battaglia boccionian-futurista "la città che sale" - sguazzava a proprio agio un codazzo di " professionisti acuti (che), tra i sorrisi ed i saluti, ironizzano i miei dubbi sulla vita" (della città). Col ritornello gucciniano mi frullavano per la testa le parole di Giuseppe De Finetti che nell'immediato dopoguerra si interrogava sul "perché le forze nuove della città si esprimono in modi così alieni, così sciocchi, così dannosi all'utile" e, ammonendo sul rischio di "lasciar prendere la mano ai praticoni od ai cosiddetti uomini d'azione, che credono di fare la civiltà d'oggi perché costruiscono case o producono beni industriali o commerciano le merci od il denaro e lo fanno sempre con furia gloriandosi della velocità della loro azione e del loro successo, ma sciupando la civiltà del domani, la ricchezza del domani", stigmatizzava "gli spiriti inquieti che tendono al nuovo per il nuovo, allo strano e al mirabolante" e "la frenesia di privatismo che si rivela nelle ricostruzioni senza piano regolatore" come "l'indizio più valido della decadenza dello spirito civico e, con ciò, della classe dirigente venturi aevi immemor" e invitava a ragionare per la città del 2000, decidendo sulle trasformazioni milanesi "dall'esterno e da lungi".
Un orizzonte decisamente troppo ampio e distante per chi, anche oggi, propone di abdicare al ruolo di indirizzo pubblico e collettivo sul "bene comune" che è la città, delegandolo alle opportunità di mercato di volta in volta ritenute aziendalmente attendibili e ad una conformazione progettuale e di immagine che in questa visione attiene più al carattere della riconoscibilità del marchio aziendale o del logo pubblicitario, assunto acriticamente da pubblici amministratori inclini (a destra e a sinistra) alla politica-spettacolo. Così a destra quelle stesse forze che strepitano contro il "tradimento" di Alitalia al ruolo produttivo indotto dalla Grande Malpensa, a livello milanese vogliono poi condizionare FS a reinvestire il miliardo di euro che si ricaverebbe dal riuso edificatorio degli scali ferroviari dimessi, sul Secondo Passante milanese per riconcentrare nel capoluogo metropolitano residenza di lusso e funzioni pregiate, anziché sulla Gronda regionale Novara-Malpensa-Bergamo e sul collegamento per Chiasso al progetto elvetico AlpTransit. Ma anche a sinistra non va meglio, se il sindaco comunista di Cinisello affida alla ciellina Progetto Fiera la valutazione economica delle proprie trasformazioni urbane "perché loro gli affari li sanno fare", se gli amministratori comunali di Sesto S.G. si affidano a un accondiscendente (e dimostrabilmente inattendibile) avallo economico di Guido Rossi per un ingiustificabile raddoppio degli indici edificatori all'ex Falck e se l'ex assessore di Pieve Emanuele giustifica la prosecuzione stabilita nella Finanziaria di Prodi dell'inciucio Bassanini/Tremonti nell'uso degli oneri urbanizzativi, perché altrimenti i Comuni non sanno come quadrare i bilanci sociali. Bertinotti, con bella suggestione metaforica, ha intitolato il suo ultimo libro, in cui espone "cinque riflessioni sul mondo che cambia", La città degli uomini. Anche inteso in senso più letterale, ciò esprime una pregnante attualità alternativa. Ma perché, allora, rifarsi all'esempio del populismo demagogico del primo Fanfani degli Anni Cinquanta, anziché alla ripresa dell'eredità storica delle conquiste riformiste e generaliste del centrosinistra degli Anni Sessanta/Settanta (Prg e standard pubblici di legge, 40-70% di edilizia popolare, ecc.), unico baluardo ancora oggi rimasto ai cittadini per opporsi alla deriva privatistico-liberista, via via prevalsa dagli Anni Settanta ad oggi?
Giuseppe Boatti, col suo intervento su Eddyburg del 10 aprile ha portato all’attenzione di politici, amministratori, urbanisti ed associazioni ambientaliste la situazione allarmante per la pianificazione urbana lombarda a seguito dell’ennesima variante apportata alla legge regionale per il governo del territorio, ossia la LR 12/2005. Con le nuove disposizioni la regione disapplica il DM 2 aprile 1968 n. 1444, fatta salva, negli interventi di nuova costruzione, la distanza tra gli edifici, la quale però è derogabile all’interno dei piani attuativi! Si è trattato di un colpo di spugna col quale si è voluto mettere decisamente fine alle conquiste dell’urbanistica riformista che mirava a porre fine alla carenza di standard e ad una organizzazione caotica delle città. La vita difficoltosa di questo decreto ministeriale è nota. Sempre avversato dalle rendite immobiliari è stato via via attaccato dall’urbanistica neoliberista, unitamente al modello di pianificazione a cascata previsto dalla L. 1150/1942.
In Lombardia la sua applicazione nella legislazione regionale ha retto fino ai primi anni 2000. Il primo significativo attacco risale infatti al 2001, allorquando venne approvata la L.R. 15-1-2001 n. 1. È con questa legge infatti che la Regione, a guida Formigoni, cominciò ad intervenire in modo strutturale sulla pianificazione locale per avviare un processo di sua progressiva e radicale modifica in senso neoliberista. Tra i principi costitutivi della legge vi era l’assunzione di “metodi di valutazione ispirati a principi di libertà nella gestione del territorio, sintetizzabili nella nozione ‹‹ quello che non è espressamente vietato è ammesso›› (DGR n 7/7586 del 21/12/2001) e l’introduzione della nozione di “interesse generale” accanto a quella di “interesse pubblico” per giustificare l’ingresso formale e paritetico dei privati nella gestione del territorio e dei servizi pubblici. Essendo la nuova legge ispirata a principi del tutto nuovi, si dichiarava esplicitamente il superamento della “disciplina vincolistica” contenuta nel DM 1444/68, in particolare i disposti del decreto ministeriale in materia di standard che dovevano essere considerati “superati in toto” (Circ. 13-7-2001 n. 41 dell'Assessorato al Territorio e Urbanistica).
Si eliminò anzitutto l’obbligo dello zoning (la nuova normativa distingueva il territorio comunale in due ambiti: le aree edificate e le aree di espansione ed i lotti liberi) e si introdusse ufficialmente nella legislazione urbanistica lombarda l’obbligo del ricorso al Piano dei servizi, uno strumento che era già presente in alcune elaborazioni locali connesse ai Programmi integrati di intervento, ma che ancora non disponeva di una veste giuridica. Si deliberò così il passaggio dallo standard “quantitativo” allo standard “prestazionale” al fine di inserire “a pieno titolo nel dibattito sulla concorrenza dei territori” uno strumento appropriato per rendere competitivo il territorio, sintetizzabile nel concetto di “marketing territoriale” (DGR n 7/7586 del 21/12/2001). Si demandò dunque ai Comuni il potere di definire l’individuazione dei servizi reputabili, ai fini urbanistici, quali standard e si legiferò intervenendo sul dimensionamento del PRG, dando ad essi la possibilità di ridurre fortemente gli obblighi vigenti connessi alla quantificazione delle aree da destinare a standard. Queste modifiche furono apportate senza che nessun Comune battesse ciglio e ignorando le proteste delle Organizzazioni Sindacali degli inquilini. Anzi, molti Comuni, pur potendo mantenere nei propri PRG e nei piani attuativi dotazioni maggiori (la legge fissava i valori minimi al di sotto dei quali non si poteva scendere), hanno in genere optato per ridurre all’interno delle NTA e del Piano dei servizi, le aree da destinare a standard regalando alle rendite immobiliari significative aree per l’urbanizzazione.
Con le recenti modifiche alla legge regionale lombarda per “il governo del territorio” si aggiunge quindi un altro tassello ad un processo di delegificazione che la regione Lombardia pratica da diversi anni e che, unitamente ad una interpretazione leghista del principio di sussidiarietà, devolve ai Comuni, senza più un quadro di riferimento generale, responsabilità crescenti anche in ambito della pianificazione del territorio. Va da sé che in presenza di una pianificazione di vasta area indebolita, i Comuni, lasciati ora liberi di decidere ognuno per proprio conto, accentueranno nella pianificazione locale le spinte concorrenziali territoriali mettendo a disposizione delle infrastrutturazioni connesse al terziario e commercio (logistica e media distribuzione) e delle espansioni residenziali quote crescenti di aree non urbanizzate. E poiché al peggio non c’è mai fine, ora sta venendo avanti un progetto di legge di iniziativa della Giunta regionale (Pdl 0226) riguardante le “infrastrutture di interesse concorrente statale e regionale”, in cui, oltre a prevedere il ricorso a poteri sostitutivi da parte della Regione “in caso di inerzia dei competenti organi statali e qualora il ritardo arrechi pregiudizio”, si concede ai costruttori la possibilità di finanziare le opere costruendo lungo le fasce laterali delle autostrade (art.10, comma 3) al fine di ottenere maggiori introiti e ammortizzare più facilmente gli investimenti, con buona pace del consumo di suolo (vedere articolo di Bottini - Eddyburg 15 aprile). Gli emendamenti presentati nelle Commissioni ignorano completamente questa problematica.
Ma tornando alla disapplicazione del DM 1444/68, Boatti fa presente nel suo intervento il silenzio con cui è passato in Regione l’emendamento. Vogliamo a questo proposito ricostruire anche il modo con cui la Giunta regionale lo ha imposto al Consiglio, secondo una prassi ormai invalsa di sottrarsi in Commissione a un dibattito trasparente e di calare in Consiglio testi di difficile comprensione. All’assessore, per regolamento, è consentito di presentare emendamenti direttamente in aula al testo licenziato in Commissione, mentre ai consiglieri corre l’obbligo di presentare i testi 24 ore prima, in modo che siano a tutti noti. Così, nel pieno del dibattito, sono stati calati “emendamenti tecnici” stesi in modo criptico, con citazioni di numeri e date di articoli di decreti e leggi da modificare, di cui era impossibile rilevare tutta la portata senza una indagine preventiva. L’attenzione era tutta dedicata all’”emendamento ammazzaparchi”, il cui ritiro aveva assorbito l’attenzione di tutta l’opposizione e è parso ininfluente l’”emendamento tecnico” che ha effetti così pesanti sulla normativa. E’ una disattenzione comunque colpevole, ma vorremmo qui porre i rilievo un venenum in cauda che tradisce le regole.
Come Gruppo regionale di Rifondazione comunista assicuriamo il nostro impegno affinché non venga ulteriormente peggiorata la LR 12/2005 e garantiamo che ci batteremo nelle Commissioni regionali e in Consiglio al fine di impedire che passi il progetto di legge sulle infrastrutture. Per dare forza a queste iniziative è indispensabile ancora una volta la mobilitazione di associazioni, movimenti e urbanisti. Una mobilitazione come quella che di recente ed alla quale ha dato un notevole contributo anche Eddyburg, ha permesso di impedire l’ennesimo assalto delle rendite immobiliari ai parchi lombardi. Una mobilitazione che sembra già essere in campo attraverso una petizione per il ritiro del progetto di legge n. 226/2007 che ha raccolto in breve tempo numerose adesioni e che anche noi sottoscriviamo e sosteniamo.
Per decenni termini come «industria delle costruzioni», hanno contribuito a mascherare, evocando l'idea di progresso, un disastroso consumo di territorio. Costruire una casa, abbiamo imparato a nostre spese, non è come fabbricare una macchina: produrre un edificio è, di fatto, un'operazione irreversibile che va valutata come tale.
Le parole, a volte, servono a confondere il senso delle cose.
Oggi il termine «valorizzazione», ad esempio, associato ad aree ed edifici pubblici, sembra indicare un loro futuro recupero sociale: nuovi parchi e servizi per i cittadini. Ma si veda l'esito dei concorsi per la trasformazione di due vecchie rimesse Atac che invitava gli architetti a proporre, con un preoccupante neologismo, «nuovi mix funzionali». L'iniziativa è di per sé opportuna perché riguarda spazi che potrebbero costituire una risorsa per i quartieri: il primo nel nodo vitale di piazza Bainsizza, il secondo nel relitto urbano, a ridosso della soprelevata, tra la ferrovia e la Prenestina. Eppure uno dei progetti prevede, oltre ad alcuni servizi di quartiere, un serpentone di sette piani lungo via Monte Santo e un blocco di dieci su viale Angelico (16.000 mq tra abitazioni e servizi privati), l'altro tre fabbricati lungo via del Pigneto con enormi balconi che si protendono nel vuoto.
A parte la qualità dell'architettura, il vero problema, oggettivo e allarmante, sono le migliaia di nuovi metri cubi, in gran parte residenziali, che minacciano di riversarsi su aree della città già troppo dense. E mentre altre diciotto aree di proprietà Atac sono in attesa di trasformazione, la parola «valorizzazione» diviene incerta: qualche spazio pubblico scambiato con il permesso di costruire nuova edilizia privata.
Nei municipi è in corso un acceso dibattito sulle idee proposte dai due concorsi. Ma non sarebbe una buona idea interpretare il termine «valorizzazione» come semplice esecuzione del nuovissimo piano regolatore che qui prevede, saggiamente, servizi pubblici?
Titolo originale: After extensive consultation, we'll be doing as we please – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Le consultazioni sono state una delle principali caratteristiche degli anni di Blair-Brown. Si legano a Tony Blair, al suo “grande dialogo”, alla sua “grande tenda”. Ma i più sarcastici sostengono che avvengano solo perché poi il governo sia in grado di far precedere agli annunci politici più difficili le rassicuranti parole “Dopo ampie consultazioni …”
Ce ne sono al momento circa 500 l’anno, e l’anno scorso si è arrivati alla reductio ad absurdum quando è stato pubblicato il documento Effective Consultation, ovvero una consultazione sulle consultazioni. La risposta del pubblico rivela che la “fatica mentale della consultazione” è una cosa che si sta affermando, si teme che le domande poste siano troppo tecniche, semplicemente irrilevanti, e in generale che le risposte saranno comunque ignorate. Un aspetto ben descritto dall’umorista americano Ambrose Bierce nel suo Devil's Dictionary, che definisce il verbo “ consultare” come: “ chiedere l’approvazione altrui a qualcosa che si è già deciso”.
Il che ci porta a un caso di consultazione importante che si conclude questa settimana: quello sui progetti per una terza pista e l’ampliamento dell’aeroporto di Heathrow. Sia Gordon Brown che il suo ministro ai trasporti Ruth Kelly hanno reso molto chiaro il proprio entusiasmo a proposito. Parallelamente, in una serie di “ road-show” del ministero dei Trasporti è stato chiesto alla gente che abita vicino all’aeroporto cosa ne pensava. Beh, più o meno.
Il road-show dove sono stato si teneva in uno Holiday Inn nella zona occidentale di Londra. Fra carte di corridoi di volo e punti di rilevamento per il rumore degli aerei, c’erano delle bacheche contenenti i corposi documenti della consultazione, intitolati Adding Capacity at Heathrow. Sono rivolti a 250.000 persone che abitano vicino all’aeroporto, e che hanno risposto alle domande.
Entrando nella sala consultazione ho visto un uomo – un membro del pubblico in carne e ossa – che leggeva una delle domande, aggrottando la fronte. “Un momento” diceva. “Qui si chiede: Sino a che punto lei è d’accordo con la proposta che nel caso si costruisse una terza pista a Heathrow, essa dovrebbe accompagnarsi a nuove strutture di terminal passeggeri?”. Ha sollevato gli occhi mentre rifletteva concentrato. “Ma io non la voglio, la terza pista a Heathrow” ha concluso.
Sadicamente gli ho chiesto cosa ne pensava di un’altra delle domande: “ Sino a che punto lei è d’accordo, o no, sull’aggiunta di una terza pista entro i limiti di qualità dell’aria stabiliti dal documento guida, senza altri interventi?”. Gli ho indicato la parte del documento di consultazione che dovrebbe aiutarlo a rispondere a questa domanda, trovando immediatamente un passaggio caratteristico: “ Restano ad oggi alcune incertezze riguardo ai modelli sull’intensità delle emissioni di ossidi di azoto, che potrebbero essere superiori o inferiori a quanto previsto, ma l’andamento delle concentrazioni di azoto non dovrebbe divergere in modo significativo”. L’uomo ha di nuovo sollevatolo sguardo. “Aspetti ...”
“É una consultazione molto difficile” ammetteva un funzionario estremamente cortese, a disposizione per rispondere alle domande. “É molto tecnica”.
Gli ho risposto che non doveva per forza essere così, che il governo avrebbe potuto semplicemente chiedere: “ È favorevole alla costruzione di una terza pista all’aeroporto di Heathrow”. Ha risposto automaticamente che c’era già stata una consultazione su questo, citando quella precedente il documento guida del 2003, il quale gaiamente prevedeva un raddoppio degli impianti aeroportuali nei prossimi 25 anni. In quella consultazione, l’idea di massima di ampliare le capacità aeroportuali era stata proposta in modo molto generico a tutta la popolazione del sud-est inglese. “E avevano risposto di sì?” ho chiesto al funzionario. “Beh – ha ribattuto – c’era tutta una gradazione di risposte”.
Ci sono state parecchie consultazioni sull’ampliamento di impianti aeroportuali, tutte più o meno famigerate tra chi abita nei corridoi di volo: una si è distinta per essersi guadagnata la definizione di “ concretamente fuorviante” dal tribunale supremo. Ho ricordato al mio funzionario che le consultazioni sono piuttosto prive di significato nel caso dell’aeronautica. “Beh – replicato – devono partire da una base di scelte”.
La base di scelte in questo caso è che Gordon Brown non solo vuole la terza pista, ma anche eliminare l’alternanza nell’uso delle piste, con gli aerei che atterrano su ciascuna di quelle esistenti una settimana sino alle tre del pomeriggio, e la settimana dopo solo dopo le tre. In questo modo, si dà un po’ di sollievo dall’orrendo fracasso a chi abita più vicino lungo i corridoi: gli si concede, per così dire, una mezza vita. Naturalmente, a chi ci abita non viene chiesto se sono o meno a favore di questa possibile sospensione dell’alternanza, o della costruzione della terza pista, per l’ottimo motivo che tutti risponderebbero di NO.
Un’altra importante e recente consultazione ha riguardato la modifica delle procedure urbanistiche, ora all’esame del parlamento. Anche qui aleggia il fantasma di Ambrose Bierce: è ampiamente diffusa fra i consultati l’opinione che il progetto di legge sia stato redatto prima di analizzare le loro risposte. Il disegno di legge è stato ispirato dalla procedura di revisione pubblica del progetto per il quinto terminal di Heathrow, durata cinque anni: troppo, per il governo. Il terminal, che aprirà il mese prossimo, alla fine della procedura è stato autorizzato come ultimo definitivo passo nell’ampliamento di Heathrow, condizione allora accettata dal governo e ora dimenticata. Il disegno di legga taglia drasticamente il diritto di interferire nelle decisioni urbanistiche, e verrò approvato prima che la British Airports Authority presenti la propria domanda per la terza pista.
Si: si tratta di una fregatura di proporzioni colossali. Si apre la strada alla BAA, compagnia private a capitale spagnolo, per deportare migliaia di persone, radere al suolo il villaggio storico di Sipson (qui non si sono tenuti road-show di consultazione, a causa di “mancanza di spazi adeguati”): tutto per realizzare una pista che produrrà ogni anno emissioni di carbonio equivalenti all’intera produzione del Kenya.
Al timone della grande alleanza che coraggiosamente si oppone a tutto questo c’è Hacan ( Heathrow Association for the Control of Aircraft Noise) Clearskies, il cui presidente John Stewart ha chiesto a chi viene chiamato in causa di ignorare le domande della consultazione: “Ma dove dice Commenti Generali scrivete: MI OPPONGO A QUALUNQUE ULTERIORE AMPLIAMENTO DI HEATHROW”. Questa, aggiunge, è una linea di confine.
Hacan terrà una manifestazione contro l’ampliamento di Heathrow alla Westminster Central Hall lunedì alle 19.00.
Nota: sulle modalità dei rapporti cole popolazioni locali si veda anche su Mall questo articolo dall'Independent 23 febbraio 208 (f.b.)
Non è una bomba a orologeria, o almeno speriamo che non lo diventi, ma il conto alla rovescia è già cominciato. Il calendario lascia ormai meno di due mesi, prima delle elezioni che potrebbero riconsegnare l’Italia al centrodestra, per approvare il nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio presentato dal ministro Francesco Rutelli. E inopinatamente, anche da parte di alcuni settori del centrosinistra sono in atto le “grandi manovre” contro una riforma fondamentale per salvaguardare l’ambiente, l’identità e l’immagine del Belpaese.
Predisposta da una commissione di esperti sotto l’autorevole presidenza del professor Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, la riscrittura del Codice ha il merito principale di restituire allo Stato la competenza “esclusiva” sulla tutela del paesaggio, in sintonia con la sentenza della Corte costituzionale del novembre scorso. Il potere centrale si riappropria in questo modo di alcune prerogative sul governo del territorio che per definizione, riguardando un patrimonio collettivo, non può essere localistico, municipale o regionale, frazionato insomma tra una pluralità di soggetti amministrativi spesso in conflitto tra loro. In forza di una legge delega già prorogata di due anni, il termine ultimo per ratificare il provvedimento scade il 1° maggio, ma difficilmente il testo sopravviverebbe in questa versione a una vittoria elettorale del centrodestra.
Nello spirito dell’articolo 9 della Costituzione, secondo cui “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, la riforma introduce innanzitutto l’obbligo di una pianificazione congiunta fra Stato e Regioni per elaborare i piani paesaggistici. In questa procedura, è previsto poi il parere vincolante delle Sovrintendenze su qualsiasi intervento urbanistico o paesaggistico che incida su territori vincolati. E inoltre la sub-delega dalle Regioni ai Comuni, per i piani e le licenze edilizie, viene subordinata all’istituzione di uffici con competenze specifiche.
Prima dell’approvazione definitiva da parte del governo uscente, occorrono però i pareri consultivi delle competenti Commissioni parlamentari (Cultura e Ambiente) e prima ancora quello della Conferenza Stato-Regioni. È proprio in questa sede che è scattata la trappola dilatoria per allungare l’iter procedurale e insabbiare il provvedimento. Di fronte alla convergenza dei Comuni e delle Province, seppure condizionata a qualche ritocco ragionevole e accettabile, sono state alcune regioni governate dal centrosinistra come la Toscana e la Calabria (in quest’ultima l’assessore al Turismo è stato arrestato nei giorni scorsi in un’operazione antimafia), alleate per l’occasione ad alcune regioni di centrodestra come la Lombardia e il Veneto, a tirare il freno per difendere i propri poteri decisionali, nonostante la disponibilità di altre regioni di centrosinistra tra cui il Piemonte, la Sardegna, la Puglia e la Basilicata.
Di rinvio in rinvio, si rischia ora di far naufragare in extremis il Codice Rutelli provocando una spaccatura all’interno dello stesso Partito democratico. Non a caso, quando il Pd ha organizzato il suo recente convegno sull’Ambiente a Firenze, il presidente della giunta regionale toscana, Claudio Martini, aveva contestato pubblicamente il testo elaborato in più di un anno di lavoro dalla commissione Settis, bollandolo come un “passo indietro” nel governo del territorio. Allo slogan del cosiddetto “ambientalismo del fare”, si contrappone perciò un interrogativo che merita una risposta chiara e definitiva: per fare che cosa? Le “grandi opere”, l’autostrada della Maremma o le villettopoli sul modello di Monticchiello, contestate non solo dai Verdi ma da tutto il fronte ecologista? Oppure, per fare ecomostri da abbattere poi a colpi di denunce e cariche di dinamite?
Da qui alle elezioni di metà aprile, questo diventa perciò un test importante per definire il profilo ambientalista del Partito democratico guidato da Walter Veltroni. Non c’è nulla di rivoluzionario, di radicale o di massimalista, nel Codice sul Paesaggio. Non è stato concepito da una “sinistra antagonista”, come si suol dire a volte in tono spregiativo, ma da una cultura riformista delle conoscenze e delle competenze. E si tratta di uno strumento utile anche a fini economici, per incentivare il turismo di qualità e quindi l’occupazione di tutto l’indotto.
Mentre la sottosegretaria ai Beni culturali, Danielle Mazzonis, avviava un tentativo di mediazione per superare l’impasse, il professor Settis ha scritto intanto a Rutelli per esprimergli la sua preoccupazione e sollecitarlo a respingere l’ostruzionismo di quelle che lui stesso chiama le “regioni palazzinare”: tanto più che il governo ha la facoltà di approvare il Codice anche contro un loro eventuale parere negativo. “Benedetto Croce – ricorda in conclusione la lettera - fu ministro per un solo anno, ma ancora si studia la sua legge sul paesaggio, la prima nella storia d’Italia”. Si farà in tempo ora ad approvarne una nuova, a quasi un secolo di distanza?
Roma – A questo punto la domanda è:servono le Regioni ? A quasi quarant’anni dall’entrata in funzione degli enti regionali. Augusto Barbera, ordinario di diritto costituzionale a Bologna, parte dall’assunto che si debba dare un senso al federalismo. “Individuati con chiarezza gli obiettivi, so possono affrontare i problemi normativi e predisporre le soluzioni tecniche più adeguate. Servono le Regioni ? E a quale scopo ? E con quali compiti ? Quali gli obiettivi da perseguire ‘ Quali i collegamenti fra Regione e gli enti locali ?”
Appunto, professore, quali obiettivi perseguire ?
“Si sovrappongono due linee di politica istituzionale: una centralistica e l’altra localistica. La prima cerca di trattenere allo Stato il maggior numero di funzioni, prendendo spunto dalla tutela di interessi nazionali, dall’attenzione ai vincoli di bilancio, dal perseguimento di malintese politiche meridionalistiche; l’altra linea cerca invece di trasferire il massimo possibile di funzioni.”
Una contrapposizione netta che si sta estremizzando, no ?
“Una contrapposizione ideologica, soprattutto, che trascura come il problema sia il centralismo, ma anche il localismo.”
Perché mai il localismo sarebbe un problema ?
“La pianificazione territoriale è invischiata in logiche campanilistiche che inducono a mettere da parte i tentativi di pianificazione seria. La ricchissima rete di aziende pubbliche ha cominciato a superare la dimensione locale, ma è frenata da logiche municipalistiche, si moltiplicano strutture sottodimensionate. Infine, i Comuni, grazie al potere di veto, respingono o ritardano l’insediamento di impianti come i termovalorizzatori, le centrali.”.
E gli ospedali ?
“Problemi anche qui. L’alleanza fra corporazioni mediche e interessi campanilistici rende impossibili in alcune regioni una seria pianificazione ospedaliera. E le università ? la ricerca di fondi le porta a disperdere energie, disseminando sedi anche in piccoli comuni.”
La questione Malpensa diventa questione padana anziché internazionale, da aeroporto Hub.
“Nell’area padana ci sono diciotto aeroporti. Prendo l’Emilia-Romagna, dove vico: c’era solo Bologna, oggi ci sono anche Rimini, Parma, Licenza e Forlì.”
Troppi livelli decisionali ?
“Decisamente troppi. Andrebbero rivisti tutti i poteri decentrati, liberando energie locali e attribuendo maggiore autorità al centro.”
L’occhiello che il Messaggero ha messo all’intervista, e che ne riassume il contenuto, è il seguente: “Il costituzionalista Barbera: con le logiche di campanile impediscono una seria pianificazione”. D’accordo. Moltri segni indicano che si tende a tornare indietro rispetto al rigurgito devoluzionista cominciato quasi un decennio fa. Sebbene sia rarissimo il caso ch qualcuno si interroghi sul merito delle ragioni dei NO: la TAV in val di Susa non è solo compattuta per i danni ambientali, ma per l’assoluta inconsistenza dell’efficacia economica e trasportistica. Il MoSE nella Laguna di Venezia è contestato perché inutile e dannoso ai fini stessi che si propone, e del tutto insostenibile dal punto di vista economico. E così via. Barbera non fa essezione a questo modello di ragionamento ameno miope, che difende l’efficienza delle decisioni ma trascura il giudizio sulla loro qualità.
Ma c’è un altro punto che vogliamo sollevare. Dice Barbera: le logiche di campanile “inpediscono una seria pianificazione”. Gli chiediamo: quando mai lo Stato hanno fatto una “seria pianificazione”? Quando mai ha esposto l’insieme delle loro scelte sul territorio, orientate a una strategia di lungo periodo (in materia di grandi infrastrutture, le tutele dei beni paesaggistici d’interesse nazionale, le precauzioni connesse alla difesa del suolo, le ricadute territoriali delle politiche energetiche, agricole, trasportistiche ecc.), curandone la coerenza complessiva e riferendole esattamente al territorio? Quando mai su questo complesso sistematico di scelte, , lo Stato ha coinvolto nella discussione l’insieme del sistema delle autonomie locali, applicando quei principi di trasparenza e di condivisione che a ogni piè sospinto vengono predicate? Eppure, fin dal 1977 (Dpr 616/1977, articolo 81) lo Stato avrebbe il dovere e l’impegno di farlo: di definire le “linee fondamentali dell'assetto del territorio nazionale,con particolare riferimento alla articolazione territoriale degli interventi di interesse statale ed alla tutela ambientale ed ecologica del territorio nonché alla difesa del suolo”. Rispetti lo Stato i suoi impegni e adempi ai suoi doveri; dopo, avrà buon gioco a chiedere anche agli altri di farlo.
Delusa, amareggiata, pronta a lasciare. O quasi. Marina Marino, 45 anni, urbanista, a capo dell'Ufficio tecnico del Comune di Bagheria (Palermo) si è presa una pausa di riflessione, ma in paese, dove i boss mafiosi locali la sopportano malvolentieri già da qualche anno, si è capito che potrebbe lasciare. Laureata all'Università di Venezia Marina Marino è arrivata qui dopo aver vinto una selezione pubblica quando al vertice del Comune c'era Pino Fricanò sindaco ché si compiaceva di frequentare Francesco Campanella, uno dei complici di Bernardo Provenzano oggi pentito: era il 2003
Decisiva è stata la seduta del consiglio comunale di mercoledì sera quando la maggioranza di "rinnovamento" che attualmente guida il Comune dopo una lunga tradizione di commissariamenti per infiltrazioni mafiose non ha avuto la forza politica di fermare la richiesta presentata dai parenti di un boss locale. Oggetto della delibéra è la destinazione urbanistica dell'area di fronte al Municipio, l'ex palazzo delle Poste italiane, che la famiglia del boss Pietro Lo Iacono, già condannato, in primo grado, a 13 anni di carcere nel dicembre del 2005 per associazione a delinquere di stampo mafioso, ha acquistato per 700mila euro nel 2004. Il figlio di Lo Iacono, il nipote (si chiamano ambedue Carmelo) e la moglie Dorotea Zarcone, hanno presentato alla fine di giugno del 2005 domanda per cambiare la destinazione urbanistica dell'immobile: l'obiettivo è di farne un centro commerciale. L'ufficio guidato dà Marina Marino si è opposto e da allora il contenzioso è andato avanti. L'atto del consiglio comunale poteva chiudere l'intera partita destinando l’area a spazio pubblico a servizio della città. Ma la delibera è stata respinta dal consiglio comunale grazie ai voti della minoranza (qui rappresentata dai partiti del centrodestra) e all'assenza di almeno sette consiglieri della coalizione che appoggia il sindaco Biagio Sciortino, il quale ha sì nel programma l'impegno antimafia ma era assente per partecipare a un convegno. Non è stata tenuta in considerazione l'informativa antimafia della Prefettura: «Le ditte interessate, per le provate cointeressenze e per gli stretti vincoli di parentela con l'appartenente alla mafia Pietro Lo Iacono, possono subire condizionamenti mafiosi».
Questa la goccia che ha fatta traboccare il vaso: «La politica si è dimostrata in questi anni molto debole in alcune materie» dice Marina Marino. In questa occasione poteva dimostrare una vera volontà di rinnovamento in quello ché è stato per anni il Comune simbolo della mafia guidata da Bernardo Provenzano. Marina Marino ha anche redatto il nuovo Prg di Villabate, regno dei boss Nicola e Nino Mandalà (uomini di Provenzano): un piano regolatore che ha cambiato destinazione d'uso all'area su cuì doveva sorgere il centro commerciale voluto dalla mafia che dunque non pótrà più essere costruito.-E c'è un'aItra scortesia alla mafia che l'urbanista Marino ha preparato a Bagheria: ha predisposto un regolamento per l’assegnazione di trenta lotti nell’area di insediamento produttivo che prevede l'obbligo di presentare il certificato antimafia a chi voglia accedervi. Una previsione che-qualcuno, si dice in paese, vorrebbe surrettiziamente aggirare facendo in modo che si debba presentare solo un’autocertificazìone antimafia. Sarebbe il massimo, considerato che quei lotti sono stati pensati per accedere anche ai fondi del Patto territoriale di Bagheria in totale 47,57 milioni di investimenti dì cui 35,85 milioni di fondi pubblici. La delibera doveva andare in Consiglio giovedì sera ma la seduta è stata rinviata. Vedremo come andrà a finire.
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L’altro giorno a Grosseto al convegno «L’albergo non è una casa» un alto, elegante ufficiale della finanza, in divisa, ha raccontato una delle storie più losche nell’ambito di abusi edilizi che mi sia capitato di ascoltare. Il tono della voce studiato per non tradire nessuna emozione accentuava l’aspetto veramente incredibile e anche grottesco su come poteri locali, funzionari pubblici che dovrebbero certificare la perfetta rispondenza alla legge dei contratti di compravendita delle case e imprenditori d’assalto, che sembrano arrivati dall’isola della Tortuga, si sono messi d’accordo per truffare i cittadini e lo Stato e farsi passare per benefattori.
In Toscana la straordinaria bellezza dei luoghi, quell’atmosfera incantevole in cui sono immerse le colline, il modo con cui l’uomo ha saputo inserirsi nella natura mantenendo un perfetto equilibrio non vanno protetti e mantenuti solo per il piacere di pochi esteti. Costituiscono le fondamenta dell’economia locale, basata da sempre sui forestieri, senza i quali non saprebbero a chi vendere i caci, la finocchiona, le terrecotte, il panforte, l’olio buono e il vino buono e tutto il resto. Il paesaggio in Toscana può essere paragonato a quello che rappresenta lo Stock Exchange per New York o la Ford per Detroit o i grandi vini per Bordeaux. Ecco perché qualsiasi manomissione del territorio «plus qu’un crime, ça à étè une erreur», come dicono benissimo i francesi, dove errore sta per cazzata: il classico modo di darsi la tradizionale zappa sui piedi.
Sembra incredibile ma in Toscana continuano a farsi male con questa zappa, anche se le vicende edilizie variano molto da zona a zona. In questa regione, che dovrebbe avere più sensibilità di altre, le cose vanno molto peggio che in Emilia Romagna, il cui governo ha dato interpretazione restrittiva delle norme che regolano in generale l’urbanistica. Qui invece sta dilagando un fenomeno abbastanza nuovo, almeno in queste dimensioni soprannominate: «Viva le RTA», intese come residenze turistico alberghiere, ovvero come costruire quello che non si può costruire, nei terreni vincolati al verde, pagando meno tasse, e fregando turisti con promesse non mantenute e privati con contratti fasulli. Queste RTA vengono usate come grimaldello per aprire porte che altrimenti resterebbero chiuse. Un esempio: il piano regolatore proibisce di costruire in una certa area di solito tra le più amene per riservarla al verde pubblico, escludendo tassativamente edifici di qualsiasi genere. Niente paura. Si fa una finta ricognizione delle capacità ricettive della città, si scopre di aver bisogno di altri posti letto per i turisti e a ruota si presenta una domanda per una o più installazioni di che, in deroga al piano regolatore, prevede l’insediamento proprio nelle zone proibite e molto ambite dagli speculatori. A questo punto si lancia una campagna in favore dell’insediamento per allargare le potenzialità del paese, che non trova molti oppositori: si faccia avanti chi è contro il turismo in Italia?
Naturalmente tutti o quasi tutti sono a favore, in buona o in cattiva fede e con rapidità si dà inizio ai lavori dell’albergo. I due aspetti più strabilianti di tutta la faccenda, che è tutta straordinaria, sono almeno due: il primo è la sicurezza e la tracotanza con cui i costruttori mettono mano fin dall’inizio a edifici con appartamenti privati, senza simulare di stare costruendo un’RTA e quando la palazzina è finita si passa alla vendita ai privati senza mettere in scena nemmeno per qualche giorno la parvenza di un albergo con camerieri e insegne turistiche. Il secondo aspetto è rappresentato dai contratti di compravendita, che nei casi migliori sono stilati dai notai con uno stile che riecheggia la prosa dell’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria, in cui si dice tutto e il contrario di tutto. E nei casi peggiori certificando il falso quando si rassicura il compratore affermando che lui ha la piena proprietà dell’immobile.
Mi risulta che in Toscana almeno un ufficiale della finanza ha chiesto alla magistratura di mandare nelle patrie galere qualcuno di questi notai meno coscienziosi, diciamo così, ma la sua richiesta non è stata accettata. Come finale paradossale di tutta l’operazione i costruttori in questo modo non solo truffano gli acquirenti, ma anche lo Stato venendo a pagare meno tasse.
L’ufficiale parlava della propria area di competenza, che era quella di Massa Carrara, ma il fenomeno è diffuso quasi ovunque in Italia. Quanto alle giunte che dovrebbero sorvegliare con occhio attento ad ogni minimo tentativo di manomettere il territorio, sembra che stiano perennemente con la testa dentro uno scatolone di sabbia. Come spiegare altrimenti lo strano comportamento dei comuni della Toscana che dovevano chiedere ai costruttori la tassa prevista per il cambiamento d’uso degli edifici: quasi tutti, con eccezione di Pisa e di altri due centri minori, si sono dimenticati di chiederla. Era uno sforzo superiore alle loro possibilità.
Cominciamo dall'idrovia, "concepita nel 1965, doveva servire a togliere i troppi camion dalle strade e abbattere l'inquinamento. Invece ci costruiranno su un lato una strada camionabile: dopo il danno, la beffa". Quando parla del canale mai completato, con enorme spreco di denaro pubblico, si infervora il cavaliere Antonio Canova, presidente del Comitato di salvaguardia del territorio. Il sodalizio è nato a maggio con una assemblea di oltre 500 abitanti e i sindaci di Vigonovo, Saonara, Fossò, Camponogara, Dolo e Mira, cioè dell'hinterland tra Padova e Venezia; e il 13 dicembre scorso sono scesi in piazza.
La storia è molto di più di una bega del Nord-est. E non è soltanto un problema di traffico. Perché accanto alla beffa idrovia-camionabile si sta giocando un'altra partita. "C'è da denunciare un altro pericolo", annuncia il consigliere provinciale dei Verdi di Padova, Paolo De Marchi: "La Regione sta covando in segreto il progetto di un maxi porto off-shore, 18 chilometri al largo delle foci del Po di Rovigo". Lunga 528 metri e larga 156, la piattaforma artificiale servirà per l'attracco delle grandi navi portacontainer. E diventerà il luogo di smistamento, su battelli più piccoli, dei container destinati ai porti di Ravenna, Chioggia, Venezia, Trieste, Slovenia e Croazia, dove i mostri navali con chiglie profonde 25 metri non possono attraccare. "Visto che l'idrovia non l'hanno completata, per trasportare poi i container da Venezia verso l'entroterra ci sarà un fiume continuo di camion anche sulla strada che vogliono costruire sulla sponda destra", spiega il sindaco di Saonara, Andrea Buso. Saranno necessarie, si teme, una nuova strada statale, detta Romea commerciale, che affianchi la esistente Romea tra Mestre e Ravenna, e una nuova autostrada a lato di quella già ingolfata dal traffico tra Padova e Venezia.
Non basta. Sono in doppio allarme anche i pescatori del Polesine, già in scompiglio per la costruzione, nello stesso tratto di mare davanti al delta del Po, del rigassificatore previsto dal governo. Alessandro Faccioli, vicepresidente di Federcoopesca, che nella zona conta 1.500 associati più 24 cooperative, parla chiaro: "Tra il traffico delle grandi navi e le zone di rispetto attorno al porto off-shore e al rigassificatore, lo specchio di mare dove poter pescare si ridurrà ancora di più. Importeremo dalla Cina anche il pesce?".
Nonostante le proteste, in Regione è dato per scontato che la costruzione della piattaforma inizierà l'anno prossimo. Merito di quattro robusti genitori: Consorzio Venezia Nuova, Autorità del Porto di Venezia, Consorzio Interporto di Rovigo e impresa Mantovani. Il costo è notevole, almeno 500 milioni di euro. "Ma sono disposte a finanziarci Bnl, Monte dei Paschi, Unicredit e Sanpaolo", spiegano il presidente dell'Interporto di Rovigo, Mario Borgatti, e l'ingegnere capo dei progettisti della Mantovani, Piergiorgio Baita.
Con buona pace dell'idrovia Padova-Venezia: dal lontano1965 sono stati spesi oltre 100 milioni di euro per scavare solo parte del tracciato e costruire tutti i ponti per le strade che dovrebbero attraversarla (e che oggi attraversano l'aria). L'anno scorso Padova, città con due fiumi e vari canali, a causa delle forti piogge ha rischiato grosso un'altra volta. Il Comune ha diramato istruzioni alla popolazione su come comportarsi in caso di alluvione. E uno studio del docente di ingegneria idraulica Luigi D'Alpaos dimostra che in mancanza dello sfogo a mare assicurato dall'idrovia completata, Padova rischia danni enormi. "Ben maggiori dei 50-100 milioni necessari a completare questa benedetta idrovia osteggiata dalle lobby delle auto e dei pedaggi autostradali", conclude Carlo Crotti, presidente dell'associazione Salvaguardia idraulica del territorio padovano e veneziano.
Veneto City, il colosso che scuote il Nordest
di Adriano Favaro
L'esempio del terzo Veneto , il futuro di una regione che deve esporre le sue eccellenze. Capitale che sfida Parigi, Barcellona, Londra. O l'esempio del cuore di pietra in cui si è trasformata questa regione che, dopo i capannoni, pretende di sviluppare ancora cemento, torri e alberghi in mezzo alla campagna. Perfino il nome di questa operazione è simbolo del doppio che rappresenta: "Veneto City ". Doppio perché da quando si è cominciato a discutere del progetto - una delle più grandi operazioni edilizie mai pensate in Italia, su un'area di oltre 50 campi da calcio, nei comuni di Dolo, Pianiga e Mirano a metà strada tra Padova e Mestre, in Riviera del Brenta - il fronte dei no e dei sì è diventato subito scottante.
Il progetto "documento preliminare" è arrivato - 80 pagine - in municipio di Dolo lo scorso ottobre. "È la nuova vetrina del Veneto e dell'Italia del Nord" hanno detto i promotori. Con in testa Luigi Endrizzi, ingegnere (sua l'idea dell'Ikea, Padova) che conserva il suo stile: «Non abbiamo presentato un progetto e ora non facciamo interviste o discorsi. La questione è nelle mani dei Comuni interessati e alle istituzioni: loro devono scegliere». Il complesso comprende una specie di Parco scientifico, Ikea e Cinecity; torre telefonica-tv e alcuni alberghi.
La decisione apre un problema per il Nordest: possono 20, 40, 60 consiglieri comunali decidere di un'opera che sposta il baricentro socio-economico di una regione?
Vi dovrebbero lavorare diecimila persone, 60-70 mila auto. Si pensa anche di spostare la stazione ferroviaria di Arino. Il territorio della City è nel cuore degli incroci del nuovo Veneto: passante, autostrada, ferrovia.«C'era già l'edificabilità - spiega Endrizzi - Proponiamo un'opera di alto profilo». La Regione non ha fatto mosse ufficiali. Un anno fa il governatore Giancarlo Galan (ad un Rotary) ha esposto le sue idee: «Veneto City non è un mostro che sconvolge il territorio. L'agricoltura qui ormai non ha più senso, lo sviluppo passa per la logistica». Bene se non ci fosse di mezzo la Porto Marghera da risanare, area dismessa che aspetta il rilancio. Area per la quale Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, non si risparmia. Dal 2006 dice: «Non sprechiamo territorio». Aggiungendo: «Fare Veneto City è un'idea delirante». La primavera scorsa alla fiera immobiliare di Milano: «Stop a Veneto City. Il futuro è a Marghera. Ai bordi della laguna ci sono duemila ettari da riutilizzare». A Milano la Regione era assente e molti hanno letto in questo il braccio di ferro Galan-Cacciari. Quest'ultimo poi all'Unione industriali veneziani ha posto domande precise. E il presidente Antonio Favrin: «La piattaforma logistica la vogliamo a Marghera; ma con che governance?».
Tradotta la considerazione è: chi ci dà garanzie? Il Comune, la Regione? Chi governa? Giusta domanda anche alla luce delle considerazioni di Fabio Gava, assessore all'industria: «Il rilancio di Porto Marghera va bene. In questo modo Venezia verrà riconosciuta "capitale". Del resto che la città non ha mai guardato al territorio». In attesa Veneto City è riuscito a dividere.
«É un intervento insensato - commenta Edoardo Salzano, uomo di sinistra, docente universitario, per anni assessore al Comune di Venezia - Continuano a costruire cose che mi sembrano molto brutte sulle sponde del Brenta: quel canale è una meraviglia».
Anche l'architetto Guglielmo Monti, sovrintendente ai Meni architettonici del Veneto Orientale è perplesso: «Si può parlare male di questa iniziativa, così come quella della "città della moda". Dal mio punto di vista sono due pericoli per il territorio, minacce nel senso che se si costruiscono grossi centri si svuoteranno gli altri, i più vecchi. Io devo salvaguardarli invece. In decenni di capannoni non si è imparato niente. Sembra essere tornati ad un nuovo Far West edilizio. Il mio potere? Poco. Il paesaggio è protetto fino a 150 metri dai bordi dell'acqua del Brenta. Dopo no. Il fatto è che qui si sono sviluppate forme di commercio e rendite finanziarie che esulano da turismo e agricoltura, che sono le grandi vocazioni di questa terra».
Lo sviluppo "ecocompatibile" è invocato anche dai sindaci di questa Riviera presa nello strabismo veneziano-padovano, da decenni arrancante nel rilancio di un'identità che nemmeno le ville più belle del mondo (sempre chiuse) riescono a darle.Salzano sa che i comuni di Dolo, Pianiga e Mirano si aspettano molto dalla "City" (Ici da decine di milioni). «Qui i soldi arrivano, guastano e vanno via. Lavorerà qualche manovale da fuori. Queste operazioni immobiliari non danno niente alla società». Però dovrebbe essere la vetrina del Veneto. «Se il veneto ha bisogno di cose moderne le faccia a porto Marghera. Qui serve pensare alla crisi dell'industria. É stato molto più facile fare soldi con l'immobiliare che investire in ricerca. Fiat e Pirelli hanno dirottato sull'immobiliare per anni». E se i palazzi fossero firmati da Foster o Piano? «'Ste robe le chiamano "mattone col pennacchio". Ma sono sbagliate e basta. Temo che qui nemmeno il pennacchio...».
Non può approvare l'ingegner Endrizzi: «Quell'area è già lottizzabile. Meglio una incerta lottizzazione, un capannone dopo l'altro o un piano preciso? Decidano i comuni. La nostra idea è tutta da discutere e concordare, con un tavolo ampio dove oltre a Regione ci siano Provincia di Venezia, Comuni, Autostrade, Ferrovie, i protagonisti dello sviluppo di quest'area». Dove i terreni (ex agricoli) sono saliti anche sei volte di prezzo.
Furibondo è Ivone Cacciavillani: «Faccio l'avvocato e dico che occorre essere seri nelle norme urbanistiche. Forse Veneto City sarà la cosa più bella del mondo ma deve esserci coerenza tra le norme della Pubblica Amministrazione. Quante cose non vanno, non è tollerabile quello che sta accadendo qui e altrove. Prenda Padova: luoghi dove ci sono negozi invece destinati a verde pubblico e si rimedia tutto (dopo) con una variante. Andremo avanti a tutte le corti del mondo. Servono modifiche ai piani? Siano fatte secondo legge e non attraverso chissà quali cambi per avere qualche euro di Ici. Se però si creano 10mila posti di lavoro ci saranno 10 mila al mattino; e la sera. Più che il "Turco infame" e l'"Innominabile" (termine che Cacciavillani usa per Napoleone) la Serenissima è stata distrutta e affossata da Cini e Volpi. Invoco chiarezza in tutti gli atti amministrativi».
Insomma di variante in variante le aree agricole non dovrebbero diventare edificabili magari dopo che le ha acquistate qualcuno.
Anche Rosanna Brusegan, la docente che con "Italia Nostra" ha dato vita al confronto pubblico di sabato a Dolo - ore 15,30 all'ex macello - chiede una cosa simile: «Le amministrazioni devono parlare: finora ho trovato solo silenzioso. Desidero trasparenza per i gesti che impegnano nel futuro questa terra. Le uniche fonti di informazioni sono i giornali. Sono offesa nella mia dignità di cittadina, vogliamo sapere».
La politica locale una risposta l'ha già data: il presidente della provincia di Venezia Davide Zoggia (Pd) lo scorso anno ha detto: «Sì a Veneto City, d'accordo col comune di Dolo, ma solo dentro le aree già destinate per quel ruolo dal piano regolatore. Nessuna variante cioè».
Il sindaco di Dolo Antonio Gaspari (Margherita) - era vicesindaco durante il mandato di Claudio Bertolin il primo cittadino che fermò per due anni il progetto di Veneto City cercando di avere più informazioni possibili - non nasconde il suo assenso: «Veneto City deve essere opportunità, non pericolo». E poi si è buttato alla ricerca di un pool di esperti per avere chiarezza sugli effetti dell'opera. A Dolo intanto le opposizioni (Forza Italia, socialisti e Udc) rumoreggiano. L'attuale vicesindaco, Adriano Spolaore (ex ds) è un altro politico che apprezza Veneto City e che non si pone il dubbio se si tratti di una mostruosa opportunità per il terziario o di un mostro ecologico.Appoggia e a volte sopravvanza il suo sindaco che sostiene il progetto, in linea col piano territoriale provinciale: «Veneto City è una risorsa e non una speculazione» sostiene appena - ottobre 2007 - Endrizzi presentò la proposta per la del quale Bepi Stefanel, uno degli imprenditori interessanti aveva detto: «Un sistema stellare, del quale il pianeta principale sarà costituito dal centro servizi dedicato a ricerca, innovazione, marketing e analisi dei nuovi mercati».
«Qualsiasi futuro ormai è di stile metropolitano»
di Stefano Micelli
(A.F.) Stefano Micelli è docente universitario, presidente del Coses, il Consorzio formato dalla Provincia e dal Comune di Venezia per lo studio di economia e società.
Veneto City: orizzonte o scempio del futuro?
«La Provincia di Venezia corre su due dorsali, terraferma segnata dal passante e la gronda lagunare. In questo momento il passante ricolloca il futuro su quattro ruote: ogni casello diventa un polo di attrazione straordinario».
Mentre la laguna...
«In questo momento è vista e vissuta in termini di "tutela e turismo". Non si può pensare ad altro futuro per quest'area che è l'altra faccia della medaglia del Veneto che si sviluppa».
Un'area che vive ancora con "sussidi".
«Negli ultimi 500 anni la tutela della laguna è stata legata allo sviluppo delle iniziative, anche commerciali in terraferma».
Quindi il rilancio di Marghera?
«Non è solo uno sbilanciamento di una polarità ma un modo diverso di pensare ad ambiente e territorio che affidiamo a leggi speciali. Per Marghera serve il rilancio di attività compatibili con gli ambienti lagunari: residenziale, logistica (porto), turistico (completando accoglienza e ricezione anche in Marghera)».
Il futuro non sembra passare facilmente per Marghera?
«Oggi la dorsale del passante avrà un futuro di per sè. È la dorsale acquatica che ha problemi. Anche perché finora (vedi lancioni) la tutela è pubblica il guadagno privato. Pensare a Marghera vuol dire pensare al futuro della laguna».
Tornando a Veneto City...«Meglio così che cinque "mini Veneto City", uno ad ogni casello»
Le dispiacerebbe...
«Perdere l'attenzione su "laguna-Marghera". Un'area sulla quale il mondo ha fatto tesoro, da Barcellona a Valencia hanno guardato a noi».
Cosa manca?
«La sensazione che ho io è che qui manchi uno scatto culturale».
L'asse Padova-Venezia?
«Oggi chi governa le due città non ha più spirito solo "municipale". Io lotto perché ci sia un solo biglietto (tram, treno, bus..) per le due città Per chi ha 40 anni Padova e Venezia sono un'unica esperienza»
Condivido lo sforzo di presentare il territorio in modo visibile a chi viene da fuori?
«Chi viene da fuori deve avere "segnali di Metropoli". Mi chiedo perché no a Marghera? Lo deve decidere la politica. Non possiamo permetterci che gli altri continuino a vederci come somma di piccoli campanili. Il nostro spazio non può continuare a d agire senza una "cifra" metropolitana. La crescita oggi è da metropoli: che qui, o altrove, si deve fare».
«La faccenda non ci piace diciamo no a quel mostro»
(A.F.) Davvero quello il luogo ideale per il futuro del Veneto? Se parlate con Maurizio Franceschi, Confesercenti di Venezia sentite subito il no. Lo stesso che da anni usan Albonetti (Confesercenti del Veneto): «Marghera attende il riscatto». Lo stesso di Nicola Rossi, Confesercenti di Padova: «No a Veneto City, non s'ha da fare». E' in questo dibattito che nasce anche l'idea di spostare la fiera di Padova a Dolo. Uno sbarco che parrebbe non sgradito a Vittorio Casarin (Presidente della provincia di Padova e uomo che conta nella società autostradale): «Serve una fiera interprovinciale», ha fatto sapere. Che queste però non siano prove di città metropolitana lo sostiene anche Ferruccio Macola della "GL Events, Fiera di Padova: «Il mercato dice che Veneto City oggi non è un grande investimento; forse fra 15 anni. Ma se la politica dice che si va a Dolo noi andiamo».
Replica di Fernando Zilio, Ascom padovana: «Noi categorie alimentiamo la Fiera. Perché andarcene? Chi paga»? A Padova il dibattito è intenso. Dice l'assessore Ivo Rossi: «Veneto City? Come mandare gli operai in campagna: un non luogo». Riprende Maurizio Franceschi Confesercenti di Venezia: «Il problema resta la gestione del territorio Veneto, città diffusa. Dobbiamo riguardare al "policentrismo" che aveva un ruolo. C'è una regione marmellata. Le città devono garantire le funzioni». Perché se si continuano a realizzare strutture «e non parlo solo di commercio ma anche di intrattenimento - insiste Franceschi - ovviamente si svuota la città di funzioni. Senza dimenticare in queste faccende la mobilità. Il passante sta risolvendo problemi ma ne vediamo anche gli aspetti negativi. È partito Veneto City ma chi ci dice che ad ogni casello non si voglia fare una cittadella del commercio?». Domanda giusta. «Mai possibile - aggiunge Franceschi - che gli interventi di questo tipo non debbano essere visti su scala regionale, con una programmazione che dica quali debbano essere i nuovi poli». Confcommercio dice che il Veneto che verrà ha bisogno di un'accelerata sulla programmazione: «Si sta ripetendo quello che si è fatto finora: tanti investimenti immobiliari e vai. Così, senza un programma. Io dico che grande distribuzioni e le multisale (che rischiano di diventare baracconi) dovrebbero ormai entrare nelle città». Insomma guerra ai non-luoghi fino al punto, per Franceschi di dire: «Di Veneto City dò un giudizio molto negativo: crea occupazione ma si mangia lo spazio. Toglierà funzioni e ruolo alle città. E si risanerà anche Marghera? E il "Marco Polo City"? In questo grande outlet manca il governo del territorio».
Articoli di Monica Ceravolo, Francesco Spini e Armando Zeni, Francesco La Licata, Alfio Caruso, e una nota dell’agenzia ANSA
Calcestruzzi, manette per mafia
Test su strade e ponti a rischio per l’uso di materiale di scarsa qualità
L’accusa: usavano miscele di calcestruzzo «allungate» e di bassa qualità per risparmiare e creare al contempo fondi neri che in Sicilia rappresentavano il trenta per cento del fatturato e sarebbero stati utilizzati per finanziare i clan mafiosi, mentre nel resto d’Italia avrebbero avuto scopi ancora da accertare. È la tesi della Dda di Caltanissetta che ha chiesto ed ottenuto dal gip il sequestro dell’intera Calcestruzzi spa e l’arresto dell’amministratore delegato Mario Colombini e di altre tre persone: Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania, sospeso dalla società nei mesi scorsi, Francesco Librizzi, già capo area per la Sicilia, e Giuseppe Giovanni Laurino, ex dipendente, anche lui capo area per la Sicilia. Truffa, frode in pubbliche forniture, intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver agevolato l’attività di Cosa Nostra: queste le ipotesi di reato. Sono previsti test su alcune opere che potrebbero essere «a rischio».
“Calcestruzzi favoriva Cosa Nostra”
di Monica Ceravolo
PALERMO. Nei cantieri della «Calcestruzzi spa» sarebbe stato prodotto calcestruzzo di scarsa qualità che, venduto per buono, consentiva di creare fondi neri per finanziare Cosa nostra. Di questa truffa criminale sarebbe stato a conoscenza l’amministratore delegato della società, Mario Colombini, arrestato ieri mattina insieme con Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania, e i due ex dirigenti, Francesco Librizzi e Giuseppe Giovanni Laurino.
L’ordine di custodia cautelare è firmato dal gip di Caltanissetta su richiesta del procuratore aggiunto di Caltanissetta, Renato Di Natale, e dal pm della Direzione distrettuale antimafia, Nicolò Marino, che ha coordinato l’inchiesta sull’azienda bergamasca, che fa parte del gruppo Italcementi.
Ai quattro indagati sono stati contestati i reati di truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di avere agevolato la mafia. Il giudice ha pure ordinato il sequestro della Calcestruzzi. L’azienda, presente su tutto il territorio nazionale, ha 10 direzioni di zona, 250 impianti di betonaggio, 23 cave e 21 impianti di selezione di inerti. Beni per un valore di 600 milioni di euro. Nei computer, secondo gli inquirenti, ci sarebbe la prova della truffa, con una doppia tabella.
E la scoperta del cemento depotenziato ha fatto aprire un altro, allarmante capitolo: quello delle opere a rischio. Sarà infatti necessario controllare la staticità delle opere realizzate con quel materiale. E’ per questo che, nei mesi scorsi il gip aveva ordinato il sequestro del nuovo palazzo di giustizia di Gela, il Porto Isola-Diga Foranea di Gela, la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Braemi e lo svincolo di Castelbuono-Pollina sul tratto autostradale A20 Palermo-Messina. Ma non basta: i consulenti dei pm esamineranno alcuni tratti della Tav, il nuovo palazzo della Provincia di Milano, il nuovo ponte sul Po di San Rocco al Porto (Lodi) e la chiesa di San Paolo Apostolo a Pescara.
Confindustria in una nota fa sapere che segue la vicenda «con piena fiducia nell’operato della magistratura». «Confindustria è certa che l’azienda saprà fornire tutti gli elementi utili a fare chiarezza, anche alla luce del fatto che la stessa società, per evitare rischi di commistioni o pratiche distorsive, ha dato vita nei mesi scorsi a una Commissione di garanzia presieduta dall’ex procuratore Piero Luigi Vigna».
Il presidente di Confindustria di Bergamo, Alberto Barcella, sostiene che non vi sono estremi di provvedimenti contro l’azienda perché giudica positivamente le azioni della società. Ivan Lo Bello, il presidente di Confindustria Sicilia, da cui è partita la proposta di mettere alla porta gli imprenditori che si piegano al racket della mafia, invita l’azienda a collaborare. Il gruppo che fa capo alla famiglia Pesenti sottolinea: «Italcementi conferma la propria linea di piena collaborazione con l’autorità giudiziaria ribadendo una linea di rifiuto di qualsivoglia contiguità con fenomeni di criminalità».
Un impero costruito sull’Italia del boom
di Francesco Spini e Armando Zeni
MILANO. Carta e cemento. Già, perché se oggi l'interesse nell'editoria dei Pesenti - la famiglia che attraverso Italcementi controlla Calcestruzzi -, come azionisti nella Rcs-Corriere della Sera, è uno dei tanti, importante sì ma non certo il principale, all’inizio di tutto fu proprio la carta. Quella che usciva dalla cartiera di Alzano, a due passi da Bergamo: carta da pacchi, niente a che vedere con i giornali - quelli verranno dopo -, seguita con l'amore da un piccolo imprenditore poco più che artigiano, Antonio, il capostipite dei Pesenti, le radici saldamente ancorate nel passato contadino della famiglia ma la testa già proiettata nel futuro imprenditoriale. Muore giovane, Auntonio, e lascia una famiglia numerosa.
Comincia così la storia dei Pesenti, che oggi guidano un gruppo che fattura sei miliardi di euro, produce oltre 70 milioni di tonnellate di cemento l’anno in 22 Paesi distribuiti su quattro continenti. Ma che da decenni sono tra i protagonisti della finanza italiana, con posizioni importanti in Mediobanca, dove siedono nel patto di sindacato tra i soci industriali, in Rcs, nella Mittel, in UniCredit dove Carlo Pesenti è consigliere di amministrazione.
Quando i Pesenti muovono i primi passi, la situazione era quella dell'Italia di metà Ottocento, non ancora unita, solo con le prime avvisaglie di un'industria che prende forma spesso trainata da gruppi stranieri, francesi, tedeschi, che nell'Italia ancora vergine vedono sbocchi importanti. Succede anche per il cemento che, a quel tempo, dalle parti di Bergamo, futura roccaforte cementiera dei Pesenti, nessuno conosceva: ci pensarono i francesi ad aprire una fabbrica di calce. E fu lì che, come dire, il destino dei Pesenti cambiò.
Lasciata la cartiera, nel 1864 a Calzo prende forma - con Augusto, figlio di Antonio - il primo nucleo della futura Italcementi. Il nome è un programma, Società bergamasca per la fabbricazione del cemento e della calce indraulica, che solo sessant'anni dopo, alla vigilia della Marcia su Roma, prese il nome di Italcementi, più conciso, più italico. E qui entra in scena Carlo, il Pesenti che fece grande - anche se alla fine rischiò di azzerarlo - il gruppo.
Gli anni di Carlo «primo» sono gli anni del primo e del secondo boom del cemento, gli anni delle prime grandi infrastrutture dell'Italia che voleva il suo «posto al sole» e che, dopo la guerra, doveva ricostruire. L'Italcementi è lì, tra i big, cresce, si rafforza, moltiplica gli utili. Carlo, uomo tutto d'un pezzo, infaticabile lavoratore, zero (o quasi) ferie, nessuna concessione mondana, inflessibile amministratore («Sono le piccole spese - diceva - che ti mandano in malora»), cattolico fervente (ogni giorno, prima del lavoro, la messa) sfrutta i grandi profitti del cemento e li investe. Diversifica. Compra banche perché le banche servono, diceva, banche a Bergamo e banche a Milano (l'Ibi). Compra assicurazioni, la Ras, una delle maggiori che già allora cercava di tener testa alle Generali. Compra giornali, come Il Tempo di Roma. E a un certo punto compra anche la Lancia.
Uomo tutto d'un pezzo, Carlo Pesenti, geloso delle sue prerogative di uomo d'industria e di finanza, deciso in tempi in cui la trasparenza era termine sconosciuto nella finanza. Memorabili le sue assemblee che si aprivano e chiudevano (nonostante si trattasse di società quotate) in un lampo senza mai soddisfare le (poche) domande di qualche sprovveduto azionista di minoranza. Solitario cavaliere dell'imprenditoria italiana del dopoguerra. Odiato e amato. Accentratore infaticabile, incapace di delegare.
Tant'è che quando morì, nel 1984, molti immaginarono il diluvio: gli succedette il figlio Giampiero che a cinquant'anni era stato tenuto fuori da tutto. In realtà, grazie anche all’alleanza con la Mediobanca di Enrico Cuccia - con un legame che resiste tuttora, con la presenza della famiglia tra i grandi soci -, Giampiero fu l’uomo che salvò - allora - il gruppo sommerso da una montagna di debiti: senza clamori cedette il cedibile, le banche, la Ras, e tenne ferma la barra sul cemento.
E’ un protagonista della «finanza cattolica», grande amico di Giovanni Bazoli - siedono insieme nel consiglio della finanziaria bresciana Mittel -, ma in ottimi rapporti anche con Alessandro Profumo. Si deve a lui, al taciturno Giampiero, amante del basso profilo, poco spazio all'immagine, poche interviste, zero presenzialismo, la seconda vita del gruppo nel cemento: l'espansione all'estero, le acquisizioni.
Il grande passo avviene nel ‘92 con l’acquisizione di Ciments Francais. Italcementi diviene una multinazionale, con le presenze odierne nell’Europa dell’Est, in Egitto, in Kuwait, in Cina. Nel ‘97 l’affare italiano che probabilmente oggi rimpiangeranno: l’acquisto della Calcestruzzi dalla Compart. Fuori dal cemento ancora i giornali, il Corriere, dove oggi Giampiero presiede il Patto di sindacato. Al resto, da anni, pensa il figlio Carlo, quinta generazione dei Pesenti, dal 2004 consigliere delegato del gruppo.
Il cemento che fa tremare la Tav
di Francesco La Licata
CALTANISSETTA. Il palcoscenico è vecchio come la storia della mafia: le cave, il movimento terra, cemento e calcestruzzo, i padroncini che caricano e scaricano. Anche i luoghi sono antichi: Riesi che evoca boss d’altri tempi come Peppe Di Cristina, la campagna di Gela popolata di «stiddari» in funzione di «antimafia militare». Ma questo è solo lo sfondo, su cui si muovono personaggi moderni e interessi contemporanei. L’ambiente che dà vita ad una storia attuale e che offre i più classici degli artifici imprenditoriali e contabili su cui poggia l’illegalità diffusa. Solo che da queste parti l’illegalità prende connotazioni particolari - la mafia, appunto - e si articola per regole squisitamente «siciliane». E così accade che alcuni dirigenti ed impiegati della Calcestruzzi spa (fa capo all’Italcementi di Bergamo) ricoprano - almeno nelle conclusioni della magistratura di Caltanissetta - anche il ruolo di boss del territorio, intimamente legati ai vertici di Cosa nostra.
Per che fare? Semplice, nella risposta dei giudici: «Spremere soldi a palate, truccando la qualità e la quantità del prodotto offerto ai committenti, per finanziare la mafia». Il tutto mediante «sovrafatturazioni di prestazioni di servizio; sottofatturazioni del calcestruzzo prodotto», quindi «fornendo prodotto di qualità difforme dai capitaloti di appalto per la costruzione di opere pubbliche e private» e «acquisendo la materiale gestione di aziende fittiziamente intestate a terzi». In sostanza, dicono i magistrati, la gestione della produzione della Calcestruzzi spa era affidata ad alcuni personaggi che fornivano materiale scadente falsificando la documentazione e la contabilità. E perciò, sparse per l’Italia e per la Sicilia, ci sarebbero opere pubbliche che corrono rischi di instabilità per via del calcestruzzo «depotenziato». Il Tribunale di Gela, per esempio, e la «veloce» di Licata e ancora la Diga Foranea di Porto Isola a Gela, lo svincolo autostradale di Castelbuono e un lotto della Palermo-Messina. Era in programma anche un’intensa attività in vista dei lavori per la costruzione del Ponte di Messina e per questo si riponeva grande attenzione verso l’impianto di San Michele di Ganzeria. Anche questo, però, sfortunatamente era finito nel gorgo melmoso della poco edificante gestione di Francesco Librizzi, sospettato di collusione con gli amici degli amici e in particolare col capo Ciccio La Rocca. Un altro poco rassicurante gestore risulterebbe Giuseppe Laurino, indicato come «la testa» che governava, tra Gela e Riesi, la truffa mafiosa.
Ma i dubbi dei magistrati sulla «tenuta» delle opere non si limitano alla Sicilia. A sentire uno dei «collaboratori» (utilissime le dichiarazioni di Salvatore Paterna e Carlo Alberto Ferrauto, entrambi ex dipendenti e sospettati di mafia) che hanno aiutato gli investigatori a capire, il sistema non poteva sopravvivere senza la distrazione compiacente della sede centrale di Bergamo. E perciò i controlli saranno estesi ad una serie di lavori sparsi per l’Italia, per esempio alla Tav di Anagni dove - quando era in servizio Paterna - fu fornito un tipo di calcestruzzo(il RCK15) che richiedeva 270 Kg. di cemento per ogni m3 e in effetti ne conteneva 150 Kg. Ma i controlli dovranno essere «a sorpresa», perchè sembra che ai periti del Tribunale si tenda a fornire campioni astutamente selezionati. Nelle gallerie, per esempio, bisogna addentrarsi perchè agli estremi il calcestruzzo è «a posto», le colate taroccate stanno verso il centro.
La truffa poggiava, come hanno spiegato i due «pentiti», sull’esistenza di due diverse schermate del computer che, di volta in volta, fornivano una «ricetta» ad uso esterno (che certificava la buona qualità del prodotto) ed un’altra ad uso interno che serviva a calcolare il deficit di cemento, per poterlo poi giustificare nelle giacenze in magazzino, e l’eccesso di «additivi». A parere dei magistrati questo «patrimonio informatico» non poteva essere destinato ad uso esclusivo dei «locali». Si spiega così il decreto di sequestro valido per tutti gli stabilimenti del territorio nazionale. E, d’altra parte, che - sulle vicende siciliane - vi fosse un dibattito interno alla Italcementi è dimostrato dall’intensa attività telefonica di dipendenti e dirigenti, anche dopo una prima ondata di arresti, di licenziamnti e allontanamenti, qualche volta non difinitivi. Illuminante, in proposito, un colloquio tra Fausto Volante (responsabile per Sicilia e Calabria) e un padroncino che si riteneva discriminato dall’azienda e perciò minacciava: «Ve lo dico, geometra... Ve lo dico spassionatamente, se io vado via dalla Calcestruzzi succede una bomba, perchè... ma non in Sicilia, ma qua anche in Campania, perchè qua c’è una melma, c’è una corruzione...una corruzione tremenda... tremenda...».
Un ruolo ambiguo viene assegnato all’amministratore delegato Mario Colombini, già rappresentante legale della Calcestruzzi spa di Ravenna (Gruppo Ferruzzi). I giudici lo accusano di aver chiuso più di un occhio all’epoca della intestazione fittizia «sottoscritta da Volante e Ferraro (indiziato mafioso)» della cava di contrada Palladio. Questa convinzione deriva anche da una serie di intercettazioni telefoniche ed ambientali che confermano la consapevolezza di Colombini riguardo all’operazione. Il 31 luglio 2006, al telefono, addirittura «ammette di averla avallata», ma «sorprendentemente sostiene di non ricordare nemmeno più per quale motivo». Poi tradisce preoccupazione, come quando parlando con la moglie, trapela che ha ricevuto una riservata dalla Italcementi. «In particolare da tale Carlo (identificabile in Carlo Pesenti, chiosano i magistrati)».
Le mani sull’edilizia
di Alfio Caruso
Fu Vito Ciancimino a insegnare a picciotti e compari l’importanza del calcestruzzo, delle società edilizie e di quelle sbancamento terra. Servono per aggiudicarsi gli appalti, per far la cresta sui lavori, per ripulire il danaro proveniente dal traffico di droga. Il figlio del barbiere di Corleone, che non aveva fatto fortuna in America, nei suoi quattro anni da assessore pubblico rilascia circa 3000 licenze edilizie, e che sarà mai se l’80 per cento di esse è monopolizzato da un muratore, da un venditore di carbonella, da un guardiano di cantiere? Se poi vengono spazzate via le magnifiche ville liberty, compreso quel gioiello di Villa Deliella, abbattuta in una notte, è il prezzo da pagare al progresso.
Cinquant’anni dopo niente è cambiato. Gli appalti servono a ripulire circa 9 miliardi di euro l’anno. L’aggiunta di piccoli accorgimenti tattici, allungare il cemento armato né più né meno come avveniva con il vino, consente d’impinguare il business. Per un boss avere le mani dentro la calce rappresenta la migliore garanzia di partecipare alla spartizione della torta. Almeno così è stato fino al crollo del vertice mafioso, fino alla resipiscenza di una classe imprenditoriale per la quale Cosa Nostra non è più un buon affare. E in questo senso la Calcestruzzi Spa, azzerata ieri da un’inchiesta giudiziaria di lungo percorso, ha costituito nell’ultimo quarto di secolo una tipica storia di connivenze e complicità.
L’inizio è rappresentato da tre fratelli: Salvatore, Nino e Giuseppe Buscemi. Secondo le migliori tradizioni si erano spartiti i compiti: Giuseppe era medico, Nino faceva l’imprenditore, Salvatore guidava il mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco-Uditore. Alta mafia per tradizione familiare e consolidati rapporti con la Palermo delle professioni, delle banche, della nobiltà. Interessi così intrecciati da consentire a Nino Buscemi di conoscere in anticipo l’ordine di cattura che il 29 settembre 1984 lo mandava in galera assieme ad altri 365 mafiosi. L’urgenza di Nino non fu di sottrarre se stesso ai rigori della legge, bensì la sua società, la Calcestruzzi Palermo, che in una manciata di ore cambiò proprietà. Venne acquistata dalla Calcestruzzi Ravenna, stella di prima grandezza nel firmamento della Ferruzzi holding.
Il sodalizio tra le due dinastie divenne solido: Nino e Giuseppe Buscemi figuravano soci paritari dei romagnoli nella Finsavi. Quando rapirono la salma di Serafino Ferruzzi con richiesta di riscatto miliardario, i suoi famigliari bussarono ad alcune porte siciliane. Malgrado un’improvvisa fioritura di cadaveri nel Ravennate, la salma non fu restituita, ma nessuno pretese più quattrini. Nel ’97 i magistrati siciliani avanzarono il sospetto che le società off-shore legate ai Gardini-Ferruzzi avessero aiutato Cosa Nostra a ripulire centinaia di miliardi. Indimenticabile la riunione della primavera ’88 negli eleganti uffici della Calcestruzzi in via Mariano Stabile a Palermo: era il famoso tavolo degli appalti con il riconoscimento del 2 per cento alle «famiglie» incaricate di sovrintendere ai lavori e dello 0,80 a Riina. Nella cena di festeggiamento dell’accordo zu Totò pronunciò la triste frase: «Sono come lo Stato, anch’io riscuoto le tasse». Quella stessa sera, a poche centinaia di metri, la presunta società civile siciliana faceva la fila per ammirare i sessanta quadri attribuiti a Luciano Leggio. Le opere d’arte andarono via come il pane, prezzo minimo: quindici milioni.
Eppure la Calcestruzzi trovò nuovi padroni, continuò a vincere appalti, proseguì a incamerare profitti, a servire da schermo a intese che la procura di Caltanissetta giudica illecite. D’altronde l’importanza del mattone è dimostrata dal record di case abusive, circa 250 mila, detenuto dalla Sicilia. Da trent’anni pochi generosi combattono per salvare tesori quali l’Oasi del Simeto, la Valle dei Templi. Nel piano di riordino delle coste, benedetto da Cuffaro appena eletto, non rientrarono soltanto i pochissimi che avevano edificato sui terreni del demanio.
A Palermo Pizzo Sella sarebbe un incantevole angolo di verde se non fosse stato devastato da 193 mila metri cubi di cemento. A costruire centinaia di villette fu una società all’ombra di Michele Greco, il papa. Un sostituto procuratore con la faccia e i modi dell’antipatico, Alberto Di Pisa, ebbe l’esistenza frantumata alla vigilia di far luce sulle torbide connivenze. Da sindaco Leoluca Orlando Cascio ogni inverno prometteva che in estate le ruspe avrebbero fatto piazza pulita. In otto anni fu abbattuto un solo rudere. Nel 2002 il Comune rilevò Pizzo Sella per demolire le villette. Nel 2004 l’assessore alla Legalità, Michele Costa, figlio del procuratore ucciso nell’80, si dimise per l’impossibilità di ottemperare all’impegno. Politici, sindacalisti, professori universitari, architetti da un paio di anni si battono uniti per fare un pernacchio alle sentenze emesse dalla Cassazione, dal Tar, dal Consiglio di giustizia amministrativa.
ANSA
La Calcestruzzi spa in previsione della realizzazione del Ponte sullo Stretto aveva aperto a Messina uno stabilimento. Secondo quanto emerge dalle indagini, la societa’ di Bergamo era sicura che avrebbe fornito il calcestruzzo all’impresa chiamata a realizzare il ponte. Il particolare emerge dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta che ieri ha portato all’arresto dell’amministratore delegato della societa’ bergamasca, Mario Colombini. Il dichiarante Salvatore Paterna, ex dipendente dell’azienda, arrestato e condannato per mafia nei mesi scorsi, ha dichiarato ai pm che: ’’La Calcestruzzi Spa apri’ l’impianto di Messina in previsione della costruzione del ponte sulla stretto; del resto Impregilo ex Girola spa ha sempre lavorato con la Calcestruzzi’’. Paterna ha fatto capire agli inquirenti che la Calcestruzzi voleva me
Affari & Finanza
Cantiere Italia, i soldi e i sogni
di Adriano Bonafede
C’è di tutto e per tutti: autostrade, ponti, linee ferroviarie ad alta velocità, superstrade, persino dighe. Se si dovesse prendere alla lettera il programma enunciato da Berlusconi durante la campagna elettorale, l’Italia si dovrebbe trasformare, da Nord a Sud, in un immenso cantiere. Del resto i piani d’investimento ci sono, molte opere considerate fondamentali sono già state iniziate o sono sulla rampa di lancio. A questo punto basterebbe soltanto dare una spinta, mettere sul piatto più soldi e, soprattutto, velocizzare il tutto: proprio quello che i costruttori si aspettano adesso dal nuovo presidente del Consiglio e dal governo.
A dare un’occhiata alle opere in corso di realizzazione o di progettazione, balza agli occhi il gigantesco sforzo finanziario pensato, se non proprio messo in atto, dallo Stato e dalle sua varie articolazioni, dall’Anas alle Ferrovie, dalle regioni alle concessionarie autostradali. Ci sono in ballo decine di miliardi di euro per oltre 40 opere ritenute prioritarie che dovrebbero essere ultimate, secondo il "Primo programma delle infrastrutture strategiche", da qui al 20142016, con punte anche nel 2017.
Il tanto chiacchierato Ponte sullo Stretto, con una previsione di costi per 6,10 miliardi (ma il prezzo dell’acciaio è tanto lievitato in questi ultimi mesi da rendere questa cifra ormai solo indicativa), non è l’opera più faraonica in programma. Ad esempio, la ‘dorsale jonica, la SS106, ha un budget di costi stimati in 15,3 miliardi per 491 chilometri. C’è poi la tratta ferrovia ad alta velocità MilanoTorino, da ultimare entro il prossimo anno, il cui costo è stimato in 7,78 miliardi. Di poco inferiore l’impegno finanziario previsto per l’autostrada SalernoReggio Calabria, 7,57 miliardi.
Tra le opere in programma di cui si è parlato molto sui giornali in questi anni c’è il sistema Mo.Se. di dighe per bloccare l’acqua alta a Venezia (costo stimato 4,27 miliardi), da ultimare entro il 2012. E c’è la Pedemontana Lombarda, un lavoro che dovrebbe costare alla collettività 4,66 miliardi. L’alta velocità ferroviaria la fa da padrona: ci sono varie tratte (MilanoBologna, MilanoVerona, BolognaFirenze, MilanoGenova, tanto per citarne alcune) ciascuna delle quali vale intorno ai 5 miliardi. Il ‘corridoio 5’ europeo, ovvero La TorinoLione, ha un costo stimato in 4,7 miliardi.
Insomma, a guardare sulla carta l’Italia sembra tutta un cantiere. I colossi italiani del settore, a cominciare da Impregilo e Astaldi, e dalle imprese che fanno capo alla Lega Coop riunite nel Consorzio Ccc, hanno le mani in pasta un po’ ovunque. Le alleanze sono ‘ a geometria variabile’, e qualche volta le imprese che si contendono un’opera con una guerra all’ultimo prezzo si ritrovano a collaborare in altri frangenti.
Impregilo, ad esempio, ha vinto di recente la gara per la Pedemontana Veneta (un lavoro da sempre caldeggiato dalla Lega Nord) proprio contro le cooperative riunite nel Consorzio Ccc. Ma sul passante di Mestre le due imprese sono tranquillamente socie come se niente fosse. E sul Ponte di Messina, che ancora deve cominciare, c’è, insieme a Impregilo, anche la Cmc (una delle principali imprese della Lega Coop). Ancora il Ccc è in società al 50 per cento con Pizzarotti sulla Brebemi (autostrada BresciaBergamoMilano), mentre Pizzarotti è socio di Impregilo sulla Pedemontana Lombarda. Astaldi è socia di Impregilo sulla Pedemontana Lombarda ma sulla linea C della metropolitana di Roma è general contractor. Condotte privilegia molto il rapporto con Impregilo, di cui è socia nei raggruppamenti di imprese per due lotti della SalernoReggio Calabria e per il Ponte di Messina.
Dunque tutte le imprese sono posizionate, come i concorrenti prima di una gara, per la ripartenza delle opere pubbliche. Il governo Berlusconi deve ora reimpostare le priorità e, si sa, ha gusti diversi rispetto all’esecutivo Prodi. Intanto, per prima cosa, ha annunciato la ripresa del Ponte sullo Stretto. Cosa che ha fatto immensamente piacere al trio Salvatore LigrestiMarcellino Gaviofamiglia Benetton che insieme controllano Impregilo, l’impresa che aveva vinto la gara poi congelata dal governo di centro sinistra.
Il ritorno di Berlusconi ridisegna di fatto la mappa del potere nel mondo delle costruzioni. Ligresti e Gavio, non è un mistero, avevano salutato il possibile ritorno del Cavaliere al governo, già prima delle elezioni politiche, con grande entusiasmo. Il perché è presto detto: oltre alle grandi opere in cui Impregilo è coinvolta, i due hanno separatamente molti altri interessi da soddisfare. Ligresti ha, tramite Immobiliare Lombarda (controllata da FondiariaSai) una serie di investimenti da fare a Milano, che ora saranno moltiplicati per quattro dopo l’annuncio di Expo 2015. Un governo amico sarà di giovamento. La stessa cosa può dirsi per Marcellino Gavio, che tramite le sue concessionarie autostradali (la MilanoTorino in primo luogo) e le sue società di costruzione (tra cui la Grassetto che un tempo fu di Ligresti) potrà ricevere benefici dalla ‘sintonia’ con il nuovo governo.
Oggettivamente il mondo della cooperazione non sembra avvantaggiato dal governo Berlusconi, che nell’esperienza precedente tra il 2001 e il 2006 aumentò la tassazione su questo genere di imprese. Ma il nuovo clima bipartizan promette bene. Non sembra più il tempo per guerre di questo tipo. Anche perché le cooperative sono presenti massicciamente nelle opere infrastrutturali del centro nord. Condotte, invece, attraversa per conto suo un momento difficile: mentre era in corso un complesso piano di ristrutturazione, sono arrivati dei problemi sul fronte giudiziario. La Todini, guidata dalla spumeggiate Luisa Todini, è ora impegnata nella Variante di Valico FirenzeBologna, che sarà finita entro il 2011 per un costo stimato di 3,12 miliardi.
Astaldi è in questo momento, e come molte altre imprese di costruzione, più impegnata all’estero che in Italia: circa il 62 per cento del fatturato. Ma resta la speranza di una ripresa delle grandi opere nel nostro paese: infatti se si guarda il suo portafoglio lavori, si scopre che per il 60 per cento è ancora concentrato in Italia.
Questo però significa una cosa sola: all’estero i lavori si prendono e si portano a termine, in Italia si prendono ma sembrano non finire mai. «È questo il vero problema dell’Italia spiega Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance le opere cominciano ma non si va avanti se non molto, troppo lentamente. Da una nostra indagine risulta che per gli appalti oltre 50 milioni di euro ci vogliono in media 67 anni per finire mentre in Gran Bretagna ne bastano 23. È il momento di dare una svolta. Le decisioni devono essere prese in tempi rapidi, e i progetti devono essere fatti meglio: sono quasi sempre sbagliati perché sono degli schemi di massima».
Insomma, i lavori pubblici italiani sono come delle ouvertures a cui non segue mai la sinfonia vera e propria. «C’è tanta carne al fuoco, ma il fuoco è basso», dice Piero Collina, presidente del Consorzio Ccc. «La storia dei nostri appalti è fatta di lungaggini burocratiche, di ricorsi su ricorsi, di continui stop and go dovuti anche alle resistenze locali».
I costruttori riconoscono che il primo Berlusconi, con la Legge Obbiettivo, ha fatto qualcosa per velocizzare le procedure. Ma non è bastato, e ora più che mai non basta più. «Su project financing (finanziamento privato dei progetti, NdR) dice Romano Galossi, membro di presidenza dell’Ancpl e sull’offerta economicamente più vantaggiosa vanno fatti degli immediati aggiustamenti».
Ma, oltre alle procedure e alle lungaggini da correggere, c’è anche un molto più semplice problema di soldi. Ci sono davvero? Ai costruttori corre un brivido su per la schiena: sarà che Berlusconi vuole rilanciare i grandi lavori, ma al momento ha stornato i fondi inizialmente destinati al Ponte sullo Stretto (e che il governo Prodi aveva poi assegnato ad altre infrastrutture nel Sud) a coprire lo sgravio Ici sulla prima casa. Insomma anche i costruttori vedono che le casse dello Stato sono messe male. Non c’è dubbio: c’è ancora uno scarto fra i sogni degli imprenditori e la realtà. Chissà se Berlusconi saprà davvero colmarlo.
la Repubblica
Superstrade, dighe e cantieri eterni ecco l´Italia delle opere incompiute
di Davide Carlucci
MILANO - La grande scritta "vergogna" sul cavalcavia è stata cancellata. Ma il completamento della superstrada della val Camonica non è ancora ripartito. Fermo dai tempi di tangentopoli: fu un ministro di quell´era, il bresciano Gianni Prandini, a volerla e fu una storia di mazzette a inguaiare la ditta costruttrice a bloccare i lavori. Era il 1992 e quattro anni dopo il sottosegretario Antonio Bargone previde la conclusione dell´opera nel 1998. Dieci anni dopo è successo di tutto - anche la morte di un camionista, nel 2005, per il crollo della rampa di un viadotto - ma di cantieri riaperti nel tratto tra Capodiponte e Forno Aglione neanche a parlarne. «La ripresa era annunciata prima per l´autunno, poi per la primavera - dice Guido Cenini, di Legambiente - l´estate è alle porte e siamo ancora con i camion e le auto incolonnate che passano davanti alle case, causando un inquinamento pazzesco. E dire che siamo partiti, negli anni Sessanta, con l´idea di un´autostrada che doveva collegare il Bresciano con la Germania... ».
Ma siamo in Italia, la nazione delle incompiute, imprese ambiziose che al dunque non arrivano mai. Tormentoni che si rinnovano a ogni campagna elettorale: la chiusura dell´anello ferroviario di Roma, era d´attualità già nel 1993, quando Francesco Rutelli si candidò per la prima volta a sindaco ed è tornata a esserlo quest´anno. Progetti immaginifici, come la "strada dei due mari": dovrebbe collegare il Tirreno all´Adriatico ma si riduce a rari brandelli di strada a quattro corsie tra Fano e Grosseto. Di eterni cantieri è piena la Calabria, dalla mai abbastanza vituperata (dagli automobilisti) Salerno-Reggio Calabria, alla statale 106 che porta a Taranto lungo lo Ionio. Un monumento allo spreco è la diga sul Menta, pensata nel 1979 per dare acqua a Reggio, lavori iniziati nel 1985, costi sestuplicati rispetto al progetto originario, completamento previsto nel 2011 e tutti che ancora si chiedano se serva davvero. Asciutto anche l´invaso del Pappadai, in Puglia, in costruzione dagli anni ‘80, costato già 400 milioni di euro. Il primato però è della Sicilia: le opere interrotte risultano 168 su un totale di 357 censite in tutt´Italia. E solo a Giarre, se ne contano ben 12, dalla piscina olimpionica al teatro comunale.
Ovunque va lentissima l´alta velocità ferroviaria: non solo in val di Susa, ma anche tra Milano e Novara, tra Firenze e Bologna (con l´incognita del sottoattraversamento del capoluogo toscano) e tra Genova e Milano, dove un´inchiesta giudiziaria terminata con una prescrizione - erano coinvolti il senatore Pdl Luigi Grillo e il costruttore Marcellino Gavio - ha contribuito ad allungare i tempi. Sorte comune a tantissime altre opere, come la linea 6 della metropolitana di Napoli, ferma anch´essa dai tempi di Tangentopoli e inaugurata solo in parte. Ma a Napoli sono fermi da tempo immemore anche la bonifica dell´area ex Italsider di Bagnoli, la cittadella della polizia e l´ospedale del mare nel quartiere Ponticelli-San Giovanni. L´elenco delle strutture sanitarie o assistenziali mai finite - o in grave ritardo nei lavori, come l´ospedale di Cona, inaugurato nel 1990 da papa Giovanni Paolo II, e l´orfanotrofio di Vercelli, inaugurato dopo 33 anni - in Italia, è lunghissimo. E tra le opere lasciate a metà c´è anche un borgo: Consonno, nel Comasco, doveva essere una specie di Disneyland. Ora è un paese fantasma.
la Repubblica
L’ospedale-scandalo in costruzione da 50 anni
di Giuseppe Caporale
È un palazzo di cinque piani in costruzione dal 1958 ma che non è mai stato aperto. Lo Stato, per questo ospedale, ha già speso oltre venti milioni di euro. Non solo, ogni anno l´Azienda sanitaria locale investe altri soldi per adeguare la struttura ai cambiamenti delle normative, per sostituire gli impianti che con il tempo, nel corso di questi 50 anni, si sono ovviamente deteriorati.
Eppure, l´ospedale Padre Pio (questo il nome voluto dal sindaco Giovanni Palumbo nel 1997 con tanto di cerimonia solenne) non è mai entrato in funzione. Vuoi per i parametri dei piani sanitari regionali, vuoi per gli eterni ritardi nei lavori. Persino ora, la Asl e la Regione continuano a stanziare fondi: da pochi giorni hanno deliberato altri quattro milioni di euro per l´ulteriore messa a norma. La quarta. Il nuovo sindaco in scadenza di mandato, Donato Agostinelli (Udeur), promette che questa sarà la volta buona.
Si muore maledicendo l´ospedale della vergogna, a San Bartolomeo in Galdo, nel beneventano. Qui, nella valle del Fortore, si vive nel terrore di aver bisogno dello Stato, di aver bisogno dell´ospedale. Quando scatta l´emergenza è un terno al lotto. Una corsa contro il tempo che quasi nessuno riesce a vincere. Troppo lontano il 118 (impiega almeno 30 minuti solo per arrivare), troppo lontani gli ospedali (Lucera a 45 minuti, Campobasso a 50 minuti, Benevento a 90 minuti di distanza). E così, lungo il tragitto, si muore. Per un infarto lieve o per un incidente che altrove sarebbe banale.
Ma l´assurdo di questa vicenda è che qui l´ospedale c´è, eccome.
La prima pietra fu posizionata nel 1962 dall´allora sindaco Aldo Gabriele. I lavori furono ultimati intorno alla metà degli anni settanta, dopo una prima catena di ritardi, dovuti anche ad un terremoto. I nostalgici ricordano ancora la prima clamorosa protesta, quella del "comitato di agitazione permanente", che nel 1980 inviò oltre mille cartoline all´allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, per chiedere l´immediata apertura della struttura. Seguì un corteo con le bandiere di tanti partiti di allora: pci, dc, psi. Poi più nulla. Tanti padrini politici, tante promesse, ma la struttura non è mai entrata in funzione. Una settimana fa l´ultimo decesso per colpa dell´ospedale della vergogna (una mamma con tre figli piccoli, morta per un problema cardiaco). E questa volta il grido di dolore e rabbia, è arrivato dal parroco del paese, don Franco Iampietro. «Basta… Sono stanco di accompagnare al cimitero persone che hanno l´unica colpa di essere nate qui», ha scritto il parroco in una lettera aperta alle istituzioni «l´ospedale mai aperto è un vuoto monumento alla disonestà e all´incapacità di chi ne è stato, e ne è l´artefice. Cosa deve fare questa gente per farsi ascoltare? Deve organizzare una rivolta?». A rispondere, l´attuale sindaco Agostinelli. «Apriremo nel 2009 ma sarà un country hospital: ci saranno due ambulanze per l´emergenza, guardia medica, e ottanta posti di riabilitazione gestiti da un privato». Ma non ci sarà il pronto soccorso. E così, lo Stato prima ha impiegato 50 anni per costruire un ospedale, e ora che potrebbe entrare in funzione, ha deciso che non serve più. Va riconvertito, non sarebbe economico. E nella valle del Fortore si continua a morire, maledicendo quel monumento allo spreco e alla vergogna.
Milano Se il dialogo sulla legge elettorale tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi ha frenato di fronte alla seconda bozza Bianco e poi si è fermato al precipitare della crisi di governo che pure ha provocato, in quel di Segrate il Partito democratico e Forza Italia vanno a braccetto da un bel po'. Anzi adesso addirittura si tengono per mano.
Arrivare al grande idillio è stato semplice: da un lato il sindaco forzista Adriano Alessandrini aveva da tempo intenzione di smarcarsi dai riottosi alleati, in particolare la Lega nord, che aveva mal digerito l'approvazione da parte della giunta dell'edificazione di un nuovo centro commerciale; dall'altro il neopartito veltroniano non ha mai nascosto il fastidio di un'alleanza con i partiti della sinistra alternativa, tanto che a fine novembre sul blog del Partito democratico segratese è uscito un intervento del coordinatore del Pd per l'area Milano sud Augusto Schieppati dal più che mai esplicito titolo «Sinistra radicale nun te reggae più».
E allora pochi giorni fa, il 16 gennaio, i gruppi consiliari di Forza Italia, Alleanza nazionale e Partito democratico hanno sottoscritto un documento, un accordo di legislatura, in base al quale le tre forze politiche si impegnano a lavorare insieme. Dando totale fiducia al sindaco forzista, visto che nel preambolo si legge che le forze politiche sottoscrittrici «constatano che non esistono rilevanti differenze per quanto riguarda le impostazioni programmatiche relative alle grandi tematiche che riguardano la città», «rilevano che occorre il formarsi di una collaborazione pragmatica e non ideologica tra le forze politiche responsabili presenti in consiglio comunale» e, dulcis in fundo, «concordano nel superare le logiche di schieramento e di condividere il programma del sindaco, opportunamente aggiornato e arricchito con alcune istanze e priorità portate avanti dai sottoscrittori e in particolare dal Partito democratico». Et voilà, l'inciucio è servito. Certo, in cambio di questa sua «genuflessione» al sindaco, il Partito democratico ottiene la possibilità, insieme a Forza Italia e An, di «concordare la definizione di una nuova compagine di giunta, al fine di attuare le indicazioni programmatiche sopra indicate». Che, tradotto dal politichese, vuol dire che il Pd avrà un assessore, e i bene informati dicono sia proprio quello Schieppati che già da tempo «nun reggae più» la sinistra alternativa.
La «grosse coalition» in salsa lombarda lascia tuttavia strascichi e malumori sia a destra che a sinistra. La Lega ha già fatto sapere che se la firma del protocollo sarà il primo passo per far fuori i lumbard dalla giunta, allora il Carroccio metterà in discussione tutte le realtà della provincia milanese dove il centrodestra governa con l'aiuto della lega. E da sinistra arrivano strali contro «l'inaccettabile inciucio» dalla coordinatrice provinciale milanese di Sinistra democratica Chiara Cremonesi, che accusa il Pd di «aver tradito il patto con gli elettori del centrosinistra», e dai Verdi regionali, che parlano di «sciagurato accordo per la condivisione e la spartizione del potere e della speculazione edilizia per cementificare la cittadina».
Se si pensa che la Lombardia è stata in tempi passati anticipatrice di quanto sarebbe accaduto poi a livello nazionale (senza andare a Depretis e al trasformismo basta pensare al craxismo degli anni Ottanta e all'accordo forzista con la Lega nel decennio successivo), è facile immaginare cosa potrebbe accadere da qui a poco in Italia. Del resto, il luogo è anche altamente simbolico: Segrate, cittadina di oltre 30mila abitanti nell'hinterland milanese, ha visto nascere Canale 5, Publitalia e l'impero mediatico del Cavaliere. E, sulla strada Rivoltana che tange la cittadina, giusto lo scorso anno è stata rimessa a nuovo la sede storica della Mondadori, che Berlusconi si è conquistato al termine di una lunga battaglia legale nota alle cronache più giudiziarie che culturali come la guerra di Segrate. In più, in un paesino vicino, c'è un parco giochi chiamato «Minitalia»: i bambini possono vedere tutte le bellezze del nostro paese in miniatura. E i loro genitori possono ammirare in consiglio comunale il «piccolo inciucio», in attesa che prenda forma quello grande, a Roma.
Nota: si può anche perdonare, a questo interessante articolo tutto sommato più attento alla politica politicante che al territorio su cui si esercita, lo svarione di collocare il parco a tema Minitalia "in un paesino vicino" a Segrate. Per la cronaca e la coerenza con i temi di questo sito, precisiamo che Capriate si trova a diversi svincoli autostradali di distanza, oltre il fiume Adda e in provincia di Bergamo. Per chi vuole andarci a fare inciuci, quasi di fronte al casello autostradale e al parco a tema c'è il comodissimo "Gugliel Motel" (f.b.)
Il Gazzettino di Venezia
I costruttori veneti: aboliamo le Province. All'assemblea regionale appelli per una nuova organizzazione del territorio: «Ridurre i livelli decisionali»
Dàgli alle Province. Confindustria, Ance (l'associazione dei costruttori edili) e sindaci del Veneto sono compatti nel chiedere una riforma profonda del sistema di amministrazione. Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari durante l'assemblea regionale dell'Ance ieri al terminal marittimo ha colto il nocciolo della questione: «Non ha più senso parlare di "città"; viviamo in un territorio policentrico dove Treviso, Venezia, Padova e Vicenza, fino a Belluno, Verona e Rovigo sono quartieri di una stessa metropoli grande un terzo di Shanghai. Davanti a trasformazioni epocali le strutture istituzionali non possono restare quelle di duecento anni fa: deve cambiare anche il punto di vista amministrativo perché altrimenti sarà impossibile una buona amministrazione».
Il dibattito con i sindaci dei capoluoghi (assenti solo quelli di Padova e Vicenza, Zanonato e Variati) ha indicato le priorità da condividere con i costruttori: realizzare infrastrutture necessarie a un diverso e più attuale sviluppo urbanistico, recuperare gli immobili in disuso nei centri cittadini, migliorare la qualità coltivando "l'economia del bello" e sconfiggere la "sindrome del cemento" avviando «una nuova fase del fare e non solo del conservare». Tutto ciò si può realizzare solo ampliando il coordinamento tra le varie città senza per questo privarle della propria identità.
«Abbiamo un bisogno terribile di infrastrutture - ha incalzato il presidente dell'Ance veneta, Stefano Pelliciari -: servono per se stesse, ma anche per lo sviluppo del territorio e la pianificazione territoriale. Siamo indietro di tantissimi anni: almeno una ventina. Il piano regionale di sviluppo dovrebbe servire proprio a pianificare ed è importantissimo il grosso sforzo della Regione. Ma ci auguriamo che abbia un seguito concreto, con la realizzazione di infrastrutture: dalle strade, alle ferrovie, ma anche alle reti di collegamento dati, agli impianti di smaltimento dei rifiuti e di produzione di energia». L'Ance ha rinnovato un'accordo di collaborazione con Confindustria veneta, rafforzandolo anche dal punto di vista economico. Il primo obbiettivo è ottimizzare le competenze: «All'Ance spetteranno soprattutto le questioni relative a urbanistica e territorio». Il secondo, avere una sola voce nei rapporti con la politica. Tasto dolente, sul quale è ritornato il presidente di Confindustria veneto, Andrea Riello, evidenziando che nell'assemblea di ieri il confronto è stato fatto «con i sindaci e non con i presidenti di provincia: abbiamo anticipato ciò che tutti si augurano sia il futuro. Bisogna ridurre i livelli decisionali». Abolendo, appunto, le Province.
A. G.
La Repubblica. Milano
Lombardia a statuto speciale
di Andrea Montanari
La Lombardia a statuto speciale per l´Expo del 2015. Sarebbe questa la richiesta forte che Roberto Formigoni invierà oggi al nuovo governo, nel giorno del via libera del consiglio regionale al nuovo statuto della Lombardia. Un lavoro bipartisan che non finisce certo con l´approvazione della nuova carta regionale che pur definisce la Lombardia «come regione autonoma». Semmai un nuovo un punto di partenza. Più autonomia per sfruttare a pieno le potenzialità dell´Esposizione universale, la realizzazione delle infrastrutture e per cogliere tutte le opportunità che si apriranno per il sistema economico e territoriale lombardo. Due le priorità tra le altre. Il federalismo fiscale e differenziato entro l´estate e la ripresa della trattativa interrotta bruscamente con la fine anticipata della scorsa legislatura sulle 12 materie sulle quali il Pirellone chiede allo Stato di avere la competenza esclusiva o concorrente. Dall´ambiente, ai beni culturali, dall´organizzazione sanitaria, alla comunicazione, alla protezione civile, alla previdenza, alle infrastrutture, alla ricerca, innovazione e università, alla cooperazione transfrontaliera fino alle casse di risparmio rurali e regionali. Concentrandosi soprattutto su quelle che rappresentano la concretizzazione del federalismo. Come le infrastrutture e l´istruzione.
«Una giornata storica» la definisce già il presidente del consiglio regionale leghista Ettore Albertoni. Un lavoro condiviso anche dal Partito democratico durato mesi, che pone la Lombardia all´avanguardia e non solo in Italia. Il testo entrerà in vigore a metà settembre, salvo entro 30 giorni 300mila cittadini chiedano il referendum. «Con questo testo - spiega Giuseppe Adamoli, presidente della Commissione statuto del Pd - la Lombardia è in grado di esercitare non solo le funzioni standard delle altre regioni, ma anche quelle più ampie che attendiamo che il Parlamento e il governo ci assegnino nel più breve tempo possibile».
Sessantacinque articoli, che contrariamente ad altre regioni lasciano invariato a 80 il numero dei consiglieri, che però dovranno rappresentare tutte le province. Viene introdotta la mozione di sfiducia contro il governatore e la censura verso gli assessori. Riconosciute e garantite anche le pari opportunità tra uomini e donne in ogni campo. Tra i principi, il nuovo Statuto riconosce la persona «come fondamento della comunità regionale», si affermano «il diritto alla vita in ogni sua fase», la famiglia, il lavoro e l´impresa. Si riconoscono la «chiesa cattolica e le altre confessioni religiose», si perseguono tradizioni cristiane e civili e «la valorizzazione delle identità storiche e linguistiche presenti sul territorio».
L´obiettivo finale del Pirellone è quello di arrivare a una nuova concezione dello Stato, che riconosca nel cittadino il vero titolare della sua azione e dia pari dignità a tutte le componenti. Un traguardo reso difficile dai vincoli degli articoli 116 e 117 della Costituzione.
Un traguardo ambizioso, che è stato preceduto ieri da una giornata in cui la maggioranza ha ancora una volta scricchiolato sull´approvazione del piano cave dell´assessore lombardo all´Ambiente Marco Pagnoncelli. Dopo essere stato falcidiato da sette franchi tiratori leghisti, ben due riunioni dei capi gruppo e una della maggioranza durata oltre un´ora è stato nuovamente aggiornato, dopo che è mancato per ben due volte il numero legale sull´emendamento che chiedeva lo stralcio della cava di Caravaggio. Un progetto che non piace ai sindaci del cremasco e della bergamasca che temono danni al sistema idrogeologico, che hanno già annunciato ricorsi e non piace nemmeno a tutto il centrosinistra. «Formigoni farebbe bene a presentarsi oggi in aula con un nuovo assessore all´Ambiente» fa notare a fine giornata il verde bergamasco Marcello Saponaro.
Nell'icona: il Sacco di Roma in una miniatura francese del XV secolo (da Wikipedia)
A quaranta’anni dal terremoto del Belice (14 gennaio 1968 – 14 gennaio 2008) la ricostruzione continua a inghiottire risorse finanziarie e la mancanza di lavoro alimenta l’emigrazione: l’ultima finanziaria dello stato ha destinato alla ricostruzione 50 milioni di euro per la realizzazione di opere pubbliche e 100 milioni di euro per l’edilizia residenziale privata.
La storia infinita della ricostruzione del Belice è emblematica del fallimento delle politiche attuate dallo Stato a favore del Mezzogiorno e di quelle non meno fallimentari messe in atto dalla Regione Siciliana. Ma è anche emblematica del fallimento delle proposte di molti urbanisti e architetti, siciliani e non, che con maggiore o minore buona fede e con diversi gradi di coinvolgimento, si sono cimentati nella ricostruzione, disegnando piani territoriali, ideando nuove città, progettando architetture.
Riteniamo di avere individuato alcune circostanze e responsabilità che hanno condizionato negativamente la vicenda della ricostruzione. Esse riguardano la demolizione sistematica subito dopo il terremoto di un gran numero di edifici di interesse storico ed artistico, portata a compimento con troppa fretta per motivi di presunta pericolosità; la miopia dello Stato nell’impostare la politica di sviluppo del Belice con scelte verticistiche e modelli astratti; la voracità della Regione Siciliana nell’ampliare a dismisura le aree terremotate con la conseguente dispersione dei finanziamenti statali; il ricorso esagerato al trasferimento degli insediamenti in aree spesso molto lontane dalle città distrutte o danneggiate; l’utilizzazione di modelli urbanistici sovradimensionati ed estranei alla cultura insediativa locale per il disegno dei nuovi centri urbani; la megalomania e l’autoreferenzialità diffusa in molti degli architetti coinvolti, convinti che la qualità delle loro opere avrebbe creato magicamente spazi e ambienti attraenti e vitali; il meccanismo perverso di finanziamento e di esecuzione dei lavori pubblici, causa di tempi biblici di attuazione degli interventi; la leggerezza di alcuni sindaci, soddisfatti comunque di aprire qualsiasi cantiere per qualsiasi progetto.
Dopo il terremoto, le proposte di assetto territoriale della Sicilia occidentale furono orientate dall'analisi dei processi di spopolamento verificatisi nei centri più piccoli a favore dei centri medi come Sciacca e Castelvetrano. Si propose pertanto di aggregare gli insediamenti in conurbazioni di media dimensione, disposte lungo direttrici di sviluppo, ritenendo in tal modo di razionalizzare la dotazione di infrastrutture e attrezzature in funzione di bacini di utenza di ampiezza maggiore.
Lo sviluppo economico doveva essere assicurato da previsioni di insediamenti industriali, terziari, residenziali e turistici e da una grandiosa infrastrutturazione viaria. La risorsa dell'agricoltura, una delle poche presenti e radicate che poteva essere concretamente potenziata, fu del tutto trascurata: la soluzione dei problemi dell'irrigazione e la costruzione delle dighe sul Belice, di cui si era cominciato a parlare nel 1929, ripetutamente dibattuti e tenacemente rivendicati dalle forze popolari, non furono minimamente presi in considerazione. Tra le previsioni più cervellotiche anche quella di trasformare in porto industriale il porto peschereccio di Mazara del Vallo.
L’auspicato sviluppo industriale e turistico non si è realizzato, ma i criteri posti a base della pianificazione del territorio e della progettazione urbanistica delle nuove città hanno indotto un gigantesco spreco di suolo, foriero di sontuosi indennizzi per espropri sconfinati, hanno ipotizzato ciclopiche reti infrastrutturali e proposto attrezzature generalmente sovradimensionate e spesso destinate ad attività improbabili.
La ricostruzione è stata anche una straordinaria e tragica occasione che ha generato una mole sterminata di commesse pubbliche per urbanisti, architetti, ingegneri, in un arco temporale molto ampio e ha prodotto alcuni risultati dovuti alle prestazioni dei più noti progettisti italiani nel campo dell’urbanistica e dell’architettura (Giuseppe e Alberto Samonà, Ludovico Quaroni, Vittorio Gregotti, Tommaso Giura Longo, Carlo Melograni, Franco Berlanda, Franco Purini e tanti altri) che meriterebbero ulteriori analisi.
Ci sembra che l'errore più diffuso e praticato dalla committenza politica e dai progettisti, in tutte le fasi della ricostruzione, sia stato quello di proporre soluzioni urbanistiche e progetti architettonici senza porsi minimamente il problema della conoscenza della realtà sociale, economica e perfino fisica del territorio, e senza avvertire la benché minima necessità di formulare risposte che tenessero nella dovuta considerazione i problemi e le aspettative delle comunità locali. Anche se con motivazioni diverse si trattò di un atteggiamento comune, in momenti successivi, sia agli urbanisti che agli architetti, ai quali per altro la committenza pubblica non indicava percorsi e metodi più impegnativi.
Tra le infrastrutture viarie previste sono state realizzate solamente l’autostrada Palermo-Trapani (compreso il tratto tra Palermo e l’aeroporto), l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo e la strada a scorrimento veloce Palermo-Sciacca. Quest’ultima, completata alla fine degli anni ’90, impiegando per la sorveglianza nei cantieri i soldati dell’operazione Vespri Siciliani, sembra l’opera più utile di tutta la ricostruzione perhè ha consentito al territorio del Belice di uscire da una condizione di oggettivo isolamento.
Oggi, nonostante gli scempi del terremoto e quelli provocati dall’opera dell’uomo, nonostante la perdurante presenza di ruderi e rovine, la valle sembra essere risorta come territorio agricolo produttivo intensamente coltivato a vigneti e oliveti, attento alle colture biologiche e costellato da insediamenti agrituristici. Altri segnali positivi vengono dalla nuova generazione di amministratori locali, che affrontano con coraggio e consapevolezza la gestione di un’eredità difficile rappresentata dai nuovi insediamenti con migliaia di case vuote, da centri storici ridotti a siti archeologici, da opere d’arte arrugginite, da ettari di suoli cementificati che costituivano le basi delle baraccopoli.
Comincia finalmente a emergere un progetto complessivo di sviluppo locale che cerca di riannodare i fili con le radici culturali delle comunità; l’apertura di un museo nel castello Grifeo, a Partanna, avvenuta nel dicembre 2007, è una significativa testimonianza di questo processo. Il superamento dell’assistenzialismo e l’avvio di un nuovo protagonismo produttivo sono leggibili anche nella realizzazione di un parco eolico che alimenterà le entrate dei comuni interessati e le inziative nel campo della raccoltà differenziata dei rifiuti, accolte dalla popolazione con favore e spirito di collaborazione.
Palermo 16 gennaio 2008
Il meccanismo del progettista o ahimé anche pianificatore "paracadutato" sul territorio locale, che opera senza particolari rapporti di scambio e interazione con il contesto sociale, introducendo modelli e metodi vuoi standardizzati, vuoi concepiti e sperimentati altrove, non è certo limitato all'esperienza della ricostruzione del Belice. Basta del resto scorrere la pubblicistica specializzata dell'epoca per verificarne anche una base, per così dire, "teorica", oltre che nelle pratiche professionali e decisionali. Vicende diverse, hanno modo di svilupparsi soprattutto là dove le reti sociali, economiche, di rappresentanza locale, hanno forza e volontà per imporsi e instaurare un conflitto produttivo con questo genere di "governo del territorio".
Solo per fare un esempio quasi contemporaneo all'inizio delle vicende della valle del Belice, qui su eddyburg nelle Pagine di Storia si vedano i primi testi relativi alla formazione del Parco del Ticino, dove il ceto medio lombardo emergente inizia ad esprimere in forme moderne questo tipo di conflittualità (f.b.),
Il ministro degli interni s'è accorto che la prostituzione è materia delicata e che ci vogliono almeno una quindicina di giorni prima di legiferarci sopra, e così il geniale emendamento Berselli-Vizzini sguscia dal decreto sicurezza e passa al disegno di legge, o forse agli archivi. Gli stessi Berselli e Vizzini del resto, un attimo prima di passare alla storia, si sono accorrti che appiccicare il loro geniale emendamento in coda al decreto sicurezza correva il rischio di essere incostituzionale. I geniali emendatori e il ministro non potevano accorgersene prima? Sì, se avessero un'idea di che cosa vuol dire legiferare. Ma non ce l'hanno. Da quando ha messo piede in parlamento quattordici anni fa, la (non più) nuova destra italiana capitanata da Silvio Berlusconi crede che legiferare significhi sparare l'annuncio eclatante di una cosa che non si può fare, farlo rimbalzare su tutte le tv e le gazzette del regno, far sognare agli italiani una soluzione magica effetto di una bacchetta magica, e infine non farne nulla o quasi. Fino alla volta successiva, quando il copione ricomincia da capo.
La prostituzione è un problema, come sempre e oggi, in tempo di mercato globale e mercificazione totale, più di sempre? Un emendamento e via, le prostitute diventano «socialmente e moralmente pericolose», vengono sbattute in galera o al confino e come per incanto spariscono dalle strade e dalla vista. Poi si scopre che la prostituzione, come tutte le cose di questo mondo, è l'effetto di una catena di rapporti complessi - nella fattispecie, rapporti di sesso, di potere e di danaro -, che la bacchetta magica non funziona, che usarla contro l'elemento finale della catena, cioè le prostuitute di strada, senza attaccare gli altri, cioè i clienti e gli organizzatori del traffico, è delirante, e il problema resta lì dov'era.
Nel frattempo però è stato raggiunto il risultato più importante, che non riguarda affatto il problema della prostituzione ma la semina mediatica del convincimento che le prostitute sono persone socialmente e moralmente pericolose, che basterebbe sbatterle in galera o al confino per levarsele di torno e che se il governo non lo fa è perché qualcuno, generalmente da sinistra, glielo impedisce. Dopodiché scatta l'immancabile sondaggio sulla percezione del rischio-prostituzione, dal quale risulterà che la maggioranza degli italiani ritiene che le prostitute sono moralmente e socialmente pericolose, che bisogna sbatterle in galera o al confino o nelle case chiuse e che il governo voleva farlo ma non gliel'hanno fatto fare. E così la tavola è apparecchiata per il prossimo sussulto, le prostitute restano dove sono, i clienti e gli sfruttatori pure, senza che né l'opinione pubblica né il governo né il governo ombra ne abbiano tratto un solo elemento di conoscenza su: chi e perché si prostituisce; qual è il grado di disumanità di un mercato del lavoro che convince molte donne, soprattutto immigrate, che fra prostituirsi per 400 euro a notte e lavorare per 400 euro al mese è meglio prostituirsi; qual è il grado di alienazione che le porta sempre più spesso a sostenere che prostituirsi «è un lavoro come un altro»; qual è il grado di feticismo che porta molti uomini a preferire il sesso a pagamento al sesso implicato in una qualche relazione; chi e quanto ci guadagna e ci lucra sopra organizzando racket e sfruttamento; quali provvedimenti si potrebbero tentare per rendere tutto ciò meno disumano, ascoltando quello che le prostitute hanno da dire e magari da proporre, e hanno varie volte detto e proposto.
E' un copione disperante che si ripete da settimane a turno, sugli immigrati, sui rom, sulle prostitute, sui trans. Pare proprio che nel belpaese altra idea non circoli che quella di ripristinare la filosofia del grande internamento riveduta e corretta: tutti in galera o nei cpt, immigrati, rom, prostitute, trans, piccoli delinquenti (i grandi no, restano a piede libero) e tutti quelli che possono interpretare la parte dei devianti nella commedia della all'italiana della normalità benpensante. In attesa che ricompaia anche la nave dei folli, l'ultimo sondaggio (Demos-Coop, su Repubblica di ieri) ci avverte che tutti gli italiani pensano che la criminalità sia in vorticoso aumento, due su dieci temono di essere rapinati, cinque hanno paura degli stranieri, otto vogliono sgombrare i campi rom, sei invocano le ronde e tutti i poliziotti e le videocamere. Gli emendamenti slittano, ma intanto ben scavato, vecchia talpa.
Italia Nostra chiede un nuovo regolamento urbanistico, che ponga fine alla cementificazione incontrollata e preveda una seria riqualificazione del centro storico. Questa la posizione dell’associazione emersa durante il convegno promosso in San Girolamo - «Identità da salvare, Lucca e il suo territorio» - al quale hanno partecipato numerosi esperti del campo dell’urbanistica e il sindaco Mauro Favilla.
La posizione di Roberto Mannocci, presidente della sezione Lucca di Italia Nostra è netta: «Il Regolamento urbanistico approvato nel 2004 non è stato capace d’indicare un progetto di città, consente ai singoli operatori la libertà di scegliere cosa e come costruire, lasciando in pratica la pianificazione alle regole del mercato e del guadagno. E una città pianificata in base alle regole del mercato non è una città». La preoccupazione di Mannocci è supportata da alcuni dati su quanto si è costruito (9 milioni di euro di oneri di urbanizzazione incassati dal Comune anche nel 2007) e su quanto ancora si può costruire. O recuperare: basta pensare - sono dati forniti dall’architetto Gilberto Bedini, uno dei consulenti del sindaco sull’urbanistica - ai 600mila metri cubi dei grandi contenitori pubblici nel centro storico o ai 700mila metri cubi di edifici da recuperare (fra pubblici e privati) fuori dalle Mura.
Cifre su cui riflettere. Non a caso, nei vari interventi il denominatore comune è stata l’avversione al modello di centro storico come “parco divertimenti”: «Il turismo di massa può uccidere una città d’arte: Lucca deve evitare di diventare come Venezia e Firenze, dove gli abitanti non sono più padroni della loro città» sostiene il presidente nazionale di Italia Nostra, Giovanni Losavio. Anche se Lucca negli ultimi decenni ha visto un costante calo di residenti nel centro storico, oggi poco più di 9mila, con lo spostamento massiccio nella periferia e conseguente cementificazione delle campagne. Tra le molte proposte emerse, spicca l’idea dell’urbanista Vezio De Lucia, in passato consulente della Provincia, che propone la creazione di una “linea rossa” che circondi le zone agrarie oltre la quale sia proibito costruire, obbligando di conseguenza ad un riutilizzo più razionale degli spazi già edificati. E, infatti - osserva Mannocci - «a Lucca Italia Nostra propone da anni la creazione di maggiori servizi per i cittadini del centro, come la creazione di una “cittadella alimentare” al mercato del Carmine o il ritorno dentro le mura degli uffici».
In questa ottica di recupero e sviluppo sostenibile del territorio, l’architetto Gilberto Bedini, elenca alcune di quelle che dovrebbero essere le linee guida di un nuovo regolamento urbanistico: la conservazione degli spazi verdi, anche non coltivati, rimasti intatti all’interno delle aree urbane (come nella zona di Sant’Anna), il riutilizzo degli edifici “recuperabili”, come la Pia Casa e il mercato del Carmine, appunto. Per quanto riguarda la politica dei “grandi contenitori”, definiti da Mannocci un possibile «volano per lo sviluppo della città», è prospettato un intervento importante, ancora però da definire. Gli spazi disponibili sono enormi: tra edifici del centro e fuori dalle Mura è da recuperare complessivamente una superficie utile di 383mila metri quadri, per un volume complessivo di 1 milione e 300mila metri cubi.
Due bei debutti per il neo-ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo: a livello internazionale è andata a chiedere a nome dell’Italia una riduzione dei parametri fissati a Kyoto contro le emissioni di gas serra, ritenendoli troppo alti per noi; a livello interno ha cancellato per decreto la commissione tecnica per la valutazione dell’impatto ambientale (Via) composta da elementi capaci e quindi «scomodi». Tale cancellazione ha più di un risvolto inquietante. Intanto essa è stata infilata nel decreto legge sui rifiuti, pur essendo materia "assolutamente estranea ai contenuti e ai motivi di necessità e di urgenza che hanno portato alla redazione del decreto legge sui rifiuti" (l’osservazione critica, assai pertinente, è dell’ufficio legislativo del Wwf). Inoltre l’azzeramento tecnico-scientifico è stato motivato, tragicomicamente, col "contenimento della spesa pubblica" poiché riduce da 60 a 50 i componenti della detta commissione tutta da rinominare nei prossimi tre mesi dai nuovi ministri (il vero titolare della grandi manovre ambientali sembra Altero Matteoli, ministro per le Infrastrutture, autore di un Codice per l’ambiente mai abbastanza deprecato).
Va detto subito che il numero di 60 componenti non nasceva a caso: ci sono valutazioni ambientali e valutazioni ambientali strategiche, o VAS (per i grandi progetti soprattutto), volute dalla direttiva europea per la quale, attenzione, il governo Berlusconi è stato già condannato per il mancato recepimento. Le VAS richiedono esami delicati, dettagliati, approfonditi, e quindi tecnici in grado di svolgerli seriamente e nei tempi dovuti. Esigenza riconosciuta pure dal TAR. Evidentemente, ora si vogliono invece valutazioni "semplificatissime", quindi ultraveloci, compiute da tecnici più allineati al nuovo corso Prestigiacomo-Matteoli di quelli testé "cancellati". All’articolo 7 del decreto sui rifiuti si fa capire anche un’altra cosa allarmante: con il decreto legge col quale sarà rifatta (su misura) la nuova commissione per la VIA sarà pure riordinato il Ministero medesimo. Altra decisione quanto meno sorprendente. Siamo in realtà ad uno sbrigativo spoil-system "esteso impropriamente", nota sempre il Wwf, "oltre che agli incarichi apicali della pubblica amministrazione di nomina politica, anche ad una commissione tecnica", con l’aggravante dell’uso della decretazione di urgenza. Ma quale urgenza poi? Con questa "cancellazione" della commissione tecnica si perdono in realtà mesi e mesi, si vanificano lavori delicati (appunto) in corso di esame. Decreto legge quindi da bocciare su tutta la linea.
Ma la voce che gira negli ambienti ministeriali è che Altero Matteoli voglia portare presso di sé, cioè alle Infrastrutture, la valutazione d’impatto ambientale, soprattutto in materia di grandi opere, come l’amatissimo Ponte sullo Stretto col quale - l’ha ridetto l’altro giorno Silvio Berlusconi - "passerò alla storia". E Matteoli con lui, s’intende.
Dal canto suo, l’onorevole Sandro Bondi ha debuttato davanti alla commissione Cultura della Camera con una audizione da maratoneta durata oltre cinque ore. Ha cercato di "volare alto" per evitare le secche della difficile situazione finanziaria. Ha detto una cosa importante: non retrocederà dal Codice Rutelli per i beni culturali e il paesaggio al più debole e ambiguo Codice Urbani sulla stessa materia. Bondi condivide "pienamente il pensiero del professor Salvatore Settis" secondo il quale il nuovo Codice è "un importante passo avanti nell’attuazione della Costituzione repubblicana. Può esserlo. Dipende da noi". Il neo-ministro si è pure detto impressionato da "città devastate dalla bruttezza e dal degrado" : "la bruttezza e il degrado generano violenza. Per questo dobbiamo investire nella bellezza". Sante parole. Come quelle in cui Bondi assicura che avvierà una collaborazione con le Regioni "mediante l’inserimento di più specifici contenuti prescrittivi e mediante la redazione di nuovi piani paesaggistici" Ma, come ha già notato su questo giornale Stefano Miliani, tanta buona volontà deve fare i conti con…Tremonti e con la manovra finanziaria che, secondo il "Sole 24 Ore" di giovedì 5 veleggia "verso i 35 miliardi", da coprire riducendo anche le spese, già quanto mai asfittiche, destinate ai Beni e alle attività culturali (Bondi ha riconosciuto che per queste voci fondamentali spendiamo appena lo 0,28 per cento del bilancio dello Stato, cioè 2,3 miliardi di euro, ponendoci "agli ultimi posti tra gli Stati europei"). Per compensare infatti il taglio dell’Ici, il ministro dell’Economia ha tolto ai Beni culturali 4,9 milioni di euro e altri 7,7 ne sottrarrà ai fondi speciali. Il taglio più contraddittorio e più pesante riguarda tuttavia proprio il paesaggio sul quale le intenzioni del neo-ministro sembrano così incoraggianti. Dalle parole ai fatti il clima cambia: sinora è confermata la cancellazione dei 15 milioni all’anno per un triennio che Rutelli aveva destinato all’abbattimento di "ecomostri", dalle torri del Villaggio Coppola a Pinetamare al grande scheletro cementizio dell’isola ligure di Palmaria, e via elencando. Se così fosse, saremmo davvero alle beffe.
In tanta austerità - che rischia di bloccare del tutto la già zoppicante macchina del Ministero nelle "ordinarie" attività di tutela e di restauro (ci sono Soprintendenze dove sono già finiti i soldi del 2008 per francobolli e telefoni) - spunta l’idea di un nuovo direttore generale (ce ne sono già una quarantina al MiBAC) il quale, secondo Bondi, dovrebbe fungere da super-coordinatore dei 3.500 musei italiani. Un grande manager con relative stock options? Un iperdirettore di musei pescato non si sa dove? Per spremere più introiti da biglietti e ingressi, forse. Che non è il compito dei musei per buona parte gratuiti proprio per la fondamentale funzione culturale ed educativa che essi svolgono.
Ma anche all’onorevole Bondi, ahimé, piace molto l’identificazione cultura-turismo culturale. Che invece sono cose diverse: l’una è la "materia prima", che ha valore in sé al di là dei ricavi che se ne possono trarre, e l’altro è uno degli utilizzi della medesima. Così si rischia invece di ridurre tutto a mercato. E poi, i musei statali sui quali il Ministero potrebbe agire sono un quinto di tutti i musei italiani anche se, in più d’un caso, risultano i maggiori. Ci sono infatti i musei comunali, prevalenti al Centro-Nord (dai Capitolini al Castello Sforzesco, dai genovesi Palazzo Rosso e Bianco all’Archeologico di Bologna, a tutti i musei bresciani). Poi vengono i Diocesani, gli Ecclesiastici ormai più di 600. Un coordinamento nazionale sembra francamente arduo e problematico. A meno che non si debba recuperare qualche supercritico specialista in comunicazione oggi in panchina dopo aver cercato, invano per ora, di salire in Campidoglio. Mentre l’attuale, stimato direttore generale del MiBAC, Giuseppe Proietti, mi risulta ancora in attesa di riconferma.
«Il Pd non può non essere ambientalista. La sfida che ci attende è quella del rigore per lasciare ai nostri nipoti un paesaggio almeno come l’abbiamo trovato». Vittorio Emiliani, giornalista, tessera Pd, grande paladino del bello e dell’ambientalismo, fiero oppositore del partito del mattone, a cominciare dalla sua Capalbio...
Dove l’anima del Pd che si batte contro il piano strutturale sembra maggioritaria rispetto a quella ambientalista.
Cosa ne pensa?
«Lasciamo perdere. Di Capalbio ho detto anche troppo in passato. A me interessa fare un discorso più generale sul Pd».
Prego.
«La proposta dell’ambientalismo del fare non mi convince: la trovo mite e subalterna al berlusconismo. Non c’è bisogno di aggiungere all’ambientalismo il verbo fare. Difendere le ragioni dell’ambiente non significa non fare, ma fare bene, secondo regole precise. Sono proprio le regole che dobbiamo recuperare. In questo sono d’accordo con Giorgio Ruffolo».
Che dice?
«Che un partito di sinistra come il Pd deve condurre due grandi battaglie: il recupero dell’interesse pubblico, distrutto dal berlusconismo, e la difesa dell’ambiente. Moralità e ambientalismo devono essere i due caratteri di fondo che contraddistinguono l’identità di sinistra».
Nel Pd quale anima prevale: ambientalista o sviluppista?
«Lo sapremo quando daranno la parola agli iscritti».
Provi intanto a giudicare quella dei dirigenti.
«Mi sembra un ambientalismo molto diluito. Veltroni ha cooptato il vertice di Legambiente che esprime una posizione ambientale molto blanda rispetto ad esempio a Italia Nostra e al Wwf».
C’è Realacci.
«Anche lui ex presidente di Legambiente, sostenitore di um ambientalismo ragionevole, molto soft».
E allora come comporre le due anime?
«Non sarà facile. L’unica strada percorribile sarà l’intesa su questioni concrete».
Tipo?
«Che posizione assumerà il Pd sul progetto di revisione della legge urbanistica? Che dirà del ministro Prestigiacomo che ha esordito chiedendo l’abbassamento dei parametri di Kyoto? E se Bondi rivedrà in senso peggiorativo il codice dei Beni culturali approvato da Rutelli?».
Bondi ha applaudito la posizione di Asor Rosa su Monticchiello.
«Mero tatticismo, furbizia».
In Toscana - da Viareggio all’Elba - il Pd perde voti là dove si esprime una voglia di mattone. E Conti irride Asor Rosa dicendo che dopo le sue polemiche a Monticchiello il centrosinistra ha aumentato i voti. Gli sviluppisti portano voti e gli ambientalisti li fanno perdere?
«Può anche darsi che nell’immediato sia così. Che il mattone paghi di più. Ma la sinistra deve guardare all’interesse generale. Battersi contro il conflitto di interessi non porta voti, ma allora cosa si fa? Si lascia perdere? Difronte al paesaggio abbiamo doveri che riguardano le future generazioni. Non possiamo limitare lo sguardo alle urne elettorali. Anche perché le battaglie giuste prima o poi pagano sempre...».
Per la più contestata delle opere volute dall'ex sindaco Walter Veltroni, il parking sotterraneo del Pincio — sette piani interrati nel colle, con ingresso delle auto dagli emicicli ottocenteschi del Valadier su piazza del Popolo — si profila un non-futuro. Nella migliore delle ipotesi, un ridimensionamento con varianti del progetto e riduzione dei posti auto previsti (circa 700) a causa dei recenti ritrovamenti archeologici che i responsabili della Soprintendenza definiscono «più estesi di quanto rivelato dai sondaggi » (una riunione tecnica decisiva è annunciata a giorni). In sintesi, si tratta di strutture murarie con quote di profondità ancora da capire a fondo e un criptoportico del I secolo avanti Cristo. Osteggiato in campagna elettorale dal sindaco Alemanno (An e Forza Italia votarono sempre contro l'opera quando erano all'opposizione), criticata da alcuni comitati cittadini, da molti celebri intellettuali, da «Italia Nostra», da esponenti dei Verdi, il parcheggio, secondo quanto detto dal neoassessore comunale alla Cultura Umberto Croppi, «semplicemente non si farà».
Addio al parcheggio voluto da Veltroni
Antiche strutture, muri e un criptoportico, non si sa bene ancora quanto profondi. La Soprintendenza archeologica: «I resti più estesi di quanto emerso nei sondaggi fatti quattro anni fa». Per il futuro del parking, lo stop o una considerevole riduzione del progetto
Prima ipotesi, tecnica, una variante di progetto, con «significativa riduzione dei posti auto». E a dirlo sono gli archeologi. Seconda ipotesi (ma è molto di più che un'ipotesi) uno stop definitivo del Comune all'opera più contestata — e spericolata secondo i suoi numerosi critici — dell'ex giunta Veltroni: il parcheggio sotterraneo del Pincio, 700 posti auto interrati in sette piani da scavare nel cuore del colle più famoso di Roma, con rampe di accesso per auto sugli eleganti emicicli ottocenteschi disegnati da Valadier e uscite pedonali, bocchettoni, prese d'aria ecc. sulla terrazza panoramica. Il «parking della vergogna», come recita un'enorme scritta vergata da qualche anonimo writer sulla palizzata che delimita il cantiere in corso.
Che alla nuova giunta guidata dal sindaco Alemanno non piacesse il progetto-Pincio è cosa nota. Lo stesso primo cittadino lo aveva più volte detto in campagna elettorale. Da ricordare, inoltre, che tra i più acerrimi nemici dell'opera, c'è sempre stata l'ex opposizione in Campidoglio, oggi maggioranza, compresa la pattuglia di An nel vecchio consiglio del primo Municipio, centro storico, di cui era capogruppo Federico Mollicone, oggi eletto consigliere comunale. E oggi è un assessore, Umberto Croppi, responsabile della Culturali, che in tutt'altro contesto, interpellato sul tema, a domanda ha risposto: «Il parcheggio del Pincio non si farà». Secco. La notizia non è da poco. La domanda, per sicurezza, viene riformulata. Stessa risposta: «Può tranquillamente attribuirmelo, nessun problema». Esulterà Italia Nostra, acerrima nemica di quel progetto. Esulteranno molti cittadini. E quei tanti intellettuali, urbanisti, storici dell'arte, ambientalisti, che nel corso degli anni hanno firmato petizioni e appelli (inascoltati, fino all'oggi): da Salvatore Settis a Italo Insolera, da Vezio De Lucia a Marisa Dalai Emiliani, da Anna Coliva a Fulco Pratesi. Ma a mettersi di traverso alle ruspe (operative solo dal novembre scorso) della Sac — società del costruttore Cerasi da sempre considerato vicinissimo al duo Rutelli Veltroni che vinse l'appalto — c'è anche l'archeologia.
Previsti, paventati, annunciati dalle tante «voces clamantes in deserto » (sempre minimizzate dalle istituzioni) i ritrovamenti ci sono, eccome. E oggi, a scavo avviato, risultano già «di entità ed estensione maggiore, indubbiamente, di quanto ipotizzato». Parola di archeologi. Sul tema, così interviene il soprintendente di Stato all'archeologia di Roma Angelo Bottini: «L'esito su una parte del sito è positivo. Grandissime novità non ce ne sono. Un criptoportico interrato, strutture di età imperiale, marginali per ora rispetto a un antico complesso sul Colle. Stiamo comunque approfondendo la questione, per fare un quadro completo e il punto della situazione ci sarà un incontro a giorni. Può parlare con la direttrice dello scavo per saperne di più».
La direttrice dello scavo è l'archeologa Maria Antonietta Tomei, che conferma quanto detto dal soprintendente, e soprattutto chiede che siano evitati inutili clamori e anticipate decisioni ancora da prendere: «Tra qualche giorno ne sapremo di più». Sullo stato attuale dello scavo (almeno quattro gli archeologi impegnati ogni giorno nel cantiere) qualcosa aggiunge. Alla lettera: «Strutture antiche di notevole estensione, primo secolo avanti Cristo, fine età repubblicana con vari rifacimenti più tardi, ora bisogna capire quanto sono profonde, quanto si estendono, siamo in fase di interpretazione. Esiste un criptoportico, ancora non scavato. Sì, i resti sono più estesi di quanto visto e constatato anni fa dai sondaggi. Ora occorre capire come queste strutture si collocano, il piano di profondità, le quote, per ora il tutto sembrerebbe ancora compatibile con i solettoni, ma si stanno facendo verifiche. Si può adeguare il progetto, con solettoni più bassi. Ciò comporterebbe una riduzione di posti auto. Ma ancora per qualche giorno è tutto prematuro».
Breve storia del parking più odiato
Storia travagliatissima, quella del parking nelle viscere della collina del Pincio, opera che nel 2004 — 29 luglio — l'allora sindaco Veltroni, parlando di «riconquista della parte più bella di Roma», annunciò «pronta nel 2007».
Cavallo di battaglia della maggioranza nella scorsa consiliatura, considerato opera propedeutica e necessaria per una pedonalizzazione del cosiddetto Tridente, il parking è sempre stato difeso da chi lo ha voluto e pensato nonostante una marea di critiche e un'opposizione che fu, anche politicamente, trasversale. Nel 2006, ad esempio, un ordine del giorno del primo municipio (consultivo e non vincolante) per la costruzione del parcheggio fu sì approvato, ma i no arrivarono, oltre che Forza Italia, An e Udc, anche dai Verdi. All'epoca, tra le prime e più tenaci oppositrici del progetto, la giovane consigliera municipale dei Verdi Francesca Santolini, oggi assessore nello stesso municipio a guida Orlando Corsetti, che «sparigliò» la maggioranza arrivando anche, e siamo al febbraio 2008, a scrivere una lettera aperta all'allora ministro per i Beni culturali Rutelli, in procinto di candidarsi di nuovo a sindaco, contro l'opera monstre.
Ricostruire lo «storico» di quest'opera, contro la quale nel tempo si sono schierati anche, oltre a Italia Nostra, vari comitati di cittadini, «Rosa nel Pugno» e l'ex presidente del Consiglio della Provincia Adriano Labbucci (Sinistra democratica) non è cosa facile. La primogenitura del progetto, stando alle cronache, è dell'allora presidente della Sta (società per la mobilità del Campidoglio poi fusa in Atac, che è il committente dell'opera) Chicco Testa (tramontarono presto le alternative Borghetto Flaminio e piazzale Flaminio, mentre si parlava anche di un analogo parcheggio sotto il Colle del Quirinale). Tra i grandi sostenitori del progetto anche Fulvio Vento, attuale presidente di Atac spa, ex sindacalista e manager comunale vicino a Rutelli e Veltroni.
I costruttori
Gara europea vinta dalla Sac
È una delle famiglie di imprenditori considerate più vicine al centrosinistra a gestire i lavori per il parcheggio del Pincio. La gara europea bandita dall'Atac era stata vinta infatti dalla Sac di Claudio Cerasi.
L'azienda è guidata da Emiliano Cerasi, figlio di Claudio, che peraltro siede nella giunta esecutiva dell'Associazione costruttori edili romani con la carica di presidente del Comitato promotori.
Esponenti della famiglia Cerasi in questi anni non sono mai mancati alle cene elettorali di Walter Veltroni e Francesco Rutelli. Fra i vari lavori hanno partecipato alla costruzione del Maxxi (insieme alla famiglia Navarra). A conferma del forte legame fra la vecchia amministrazione e la dinastia dei costruttori, il Comune di Roma, con Veltroni sindaco, qualche mese fa ha indicato come amministratore delegato della Fiera Ottavia Zanzi, moglie appunto di Emiliano Cerasi, nomina considerata in quota Margherita.
Recentemente la Sac ha vinto la gara per la realizzazione del nuovo auditorium di Firenze, opera da un centinaio di milioni di euro finanziata all'interno del programma di interventi infrastrutturali per i festeggiamenti dei 150 anni dell'Unità di Italia, programma avviato da un comitato presieduto dall'allora ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli.
Come diceva Deng Xiao Ping, non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che prenda il topo. Siamo contenti che la giunta Alemanno abbia mangiato l’orrendo topo inventato dalla giunta di Veltroni (e dai suoi “ambientalisti del fare”). Ha avuto ragione il Corriere della sera a dare la notizia con ampiezza nella sua edizione romana, a partire dalla prima pagina. Non l’abbiamo trovata sull’edizione romana dell’altro grande quotidiano nazionale che frequentiamo,la Repubblica. L’adesione al leader del PD è così forte, nel quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, da indurlo a errori giornalistici così clamorosi? Nascondere sotto il tappeto gli errori dei propri amici non è cosa bella, né utile agli stessi che si vogliono coprire.
Costruttori che minacciano licenziamenti se non si superano le rigidità dei vincoli imposti dal Piano paesaggistico. E pratiche per il rilascio di concessioni comunali praticamente bloccate «causa Ppr». Ad un mese dallo stop degli incontri di “copianificazione” tra Regione e Comune, il caos edilizia rischia di deflagrare. Il Comune ormai riduce all'osso le autorizzazioni per non incorrere in violazioni di legge. Nell'incertezza applicativa - e in attesa dell'adeguamento del Piano urbanistico comunale - uno dei costruttori più “colpiti” dalla nuova disciplina paesaggistica, Antonio Puddu, compra una pagina del quotidiano locale L'Unione Sarda per avvertire: «Siamo costretti a licenziare 60 lavoratori su 130». Il suo progetto di realizzare due palazzi di sei piani via Caboni è fermo dal 2 gennaio per un sequestro penale: il comune aveva concesso la licenza entro la fascia vincolata dei cento metri da un bene paesaggistico, il fortino militare tra via Caboni e via Ravenna, tutelato dal Ppr. Da lì i sigilli, confermati anche da un collegio di giudici in sede di Riesame. Ma senza palazzi, niente occupazione. Da quando il tavolo tecnico Regione-Comune-Soprintendenza è fallito, il 12 maggio scorso, con la richiesta di un parere da parte della soprintendenza all'Avvocatura, nulla si è mosso. I grandi cantieri privati autorizzati in zone indicate come di pregio paesaggistico o “identitario” dallo strumento urbanistico regionale, sono sospesi, su decisione della magistratura o dello stesso comune. Oltre a via Caboni e via Ravenna, è ferma anche la ristrutturazione dell'ex Biochimico di via Dante, mentre indagini sono in corso sui lavori in via dei Falconi. Perché la magistratura ha dato un'interpretazione letterale del Piano: le opere autorizzate in zone vietate dal Ppr sono abusive, salvo modifiche al Ppr. Secondo il comune le licenze rilasciate e poi sospese dall'amministrazione sarebbero, invece, almeno sessanta. Se il dirigente del servizio Edilizia privata, Mario Mossa, interpellato sullo stop nel rilascio delle concessioni preferisce il silenzio, è l'assessore all'Urbanistica, l'architetto Gianni Campus, ad ammettere con candore: «Sapevamo che sarebbe successo: l'attività degli uffici è rallentata per forza di cose a causa della maggiore complessità della procedura scaturita dal Piano. Siamo immersi in un bagno di dubbi. Ma tra diventare responsabili di una mancanza amministrativa (non rilasciare autorizzazioni, ndr), e rilasciare concessioni che poi potrebbero costituire un illecito penale, va da sé che si sceglie la prima». Secondo i dati che il servizio Edilizia privata avrebbe fornito al costruttore Puddu (si legge sulla pagina a pagamento), nei primi cinque mesi del 2008 «il comune ha rilasciato 44 concessioni edilizie contro le 77 dello stesso periodo del 2007, e 87 in quello del 2008». Puddu cita i sigilli chiesti e ottenuti dal pm Andrea Massidda: «Il nostro cantiere di via Caboni è stato posto sotto sequestro proprio a causa di una presunta violazione delle norme del piano che ancora oggi stentiamo a capire. Quanto accaduto ha portato al fermo di quasi tutti i lavori edili ed alla sospensione di ogni decisione sul rilascio delle concessioni edilizie, tra cui alcune nostre».
Avete un’idea di che cosa sono diventate le più belle coste della Sardegna per effetto di quelli che Antonio Cederna chiamava “gli energumeni del cemento”? Hanno svillettato i più bei paesaggi del mondo. Hanno costruito mostri più brutti del Fuenti e di Punta Perrotti (conoscete il lussuoso Cala di Volpe? andateci per inorridire). Se sapete che cosa hanno fatto e come hanno distrutto un bene prezioso dell'umanità, considererete anche voi il lamento del costruttore Puddu una buona notizia.
Sabato 14 giugno, dalle 10 alle 16, alla sala conferenze del Teatro Donizetti di Bergamo, si tiene l’assemblea costitutiva della Rete lombarda dei Comitati per la difesa del territorio e dell'ambiente. Introdurranno la manifestazione Ezio Locatelli e Mario Agostinelli, e interverrà Alberto Asor Rosa.
Come eddyburg aveva auspicato l’esempio della Rete toscana si sta estendendo. Dopo una regione il cui passato ha lasciato patrimoni considerevoli custoditi per secoli e solo recentemente abbandonati al degrado, scende in campo una regione in cui da decenni dominano ideologie distruttive.
La costituzione della Rete lombarda vede svolgere un ruolo centrale sia alle componenti storiche dell’ambientalismo di sinistra sia al recente movimento per la tutela dei parchi regionali, cui eddyburg ha fornito tutto il suo sostegno. Auguri alla nuova Rete, di cui pubblichiamo il manifesto e, in calce, le firme dei promotori.
VERSO LA COSTITUZIONE DELLA RETE LOMBARDA DEI COMITATI PER LA DIFESA DEL TERRITORIO E DELL’AMBIENTE
Il grado di vivibilità e di sostenibilità ambientale del territorio lombardo sta notevolmente peggiorando. Questo è quanto dice tutta una serie di indicatori che attestano uno scadimento dei parametri relativi alla qualità dell’aria, sistemi di trasporto, rifiuti, qualità dell’acqua, siti contaminati, inquinamento acustico, inquinamento elettromagnetico, cementificazione.
Siamo in presenza di una situazione di degrado e di crisi ambientale che non è solo conseguenza di un dato quantitativo determinata dall’alta densità degli insediamenti produttivi, residenziali, o di modelli di consumo e di trasporto individuali. Questa situazione è anche e soprattutto il frutto di una politica orientata all’abbandono di strumenti di programmazione e di governo del territorio, di una politica orientata a dare preminenza all’interesse privato rispetto all’interesse pubblico. Ed ancora, nel corso di questi anni abbiamo assistito ad una politica di sviluppo fondata su un’idea di crescita senza limiti, rivolta a rilanciare la Lombardia come “territorio della competizione e del consumo” tramite una piena valorizzazione economica - meglio sarebbe dire pieno sfruttamento - dei fattori del territorio: ambiente, risorse naturali, beni comuni, servizi. Questo è il rischio cui è esposto, in definitiva, il progetto di Expo 2015 presentato come un progetto che mette al centro i temi agroalimentari e energetici, Expo può diventare il paravento dietro cui nascondere una nuova ondata di speculazioni immobiliari, cementificazioni, realizzazioni di grandi opere, autostrade, alta velocità.
Di contro a questo modello di sviluppo, che è causa di distruzioni ambientali sempre più vistose e visibili, si sono costruite nel corso degli anni una molteplicità di iniziative di denuncia, di dibattito, di mobilitazione. Iniziative ambientali e pratiche di partecipazione per lo più agite sul piano locale, rivolte a difendere i propri territori dal saccheggio e dalle privatizzazioni. Noi riteniamo che queste pratiche e iniziative territoriali, al di là di essere una risposta fondamentale sul terreno della difesa della qualità della vita e della salute, rappresentino un potenziale di cambiamento, la possibilità di delineare un altro modo di fare economia, di intendere lo sviluppo non più incentrato sulla crescita fine a se stessa, ma basato sulla capacità di interagire positivamente con i cicli ambientali. Un’ idea di sviluppo qualitativo capace di ridurre e recuperare rifiuti, di fermare la cementificazione e le grandi opere speculative, di affermare il diritto alla mobilità nei termini di un rilancio delle diverse forme di trasporto pubblico e collettivo, di approntare una politica energetica fondata sul risparmio e le fonti rinnovabili, di attuare una politica di risanamento territoriale, di riuso urbano e di difesa dei beni comuni, di contrastare i cambiamenti climatici, tema quest’ultimo per il quale è prevista l’importante manifestazione nazionale del 7 giugno a Milano.
I comitati, le diverse realtà associative che operano sui temi della salvaguardia del territorio e dell’ambiente possono rappresentare - laddove la politica tradizionale allo stato attuale registra e segnala una sua crisi profonda di rapporto con l’insediamento sociale - un terreno di ricostruzione di una nuova stagione di partecipazione, di vertenze in direzione di una difesa durevole delle risorse ambientali e territoriali, di un ripensamento del nostro modello di sviluppo. Unitamente al riconoscimento e alla valorizzazione piena di tutti i contributi e le sollecitazioni che sono proprie di una politica di prossimità, ci sembra altrettanto importante costruire la dimensione di una riflessione e di un intervento più a carattere regionale attraverso la condivisione di obbiettivi comuni e molteplici.
A tal proposito, come persone, comitati, organismi impegnati a vario titolo sui temi della salvaguardia del territorio e dell’ambiente, nonché della difesa dei beni comuni, proponiamo un incontro regionale per dare vita ad una rete aperta a tutti gli interessati - come già avviene in Toscana e in altre regioni - quale strumento di supporto alle forme di partecipazione, di mobilitazione, di vertenze presenti a livello locale.
Mario Agostinelli (Consigliere regionale e Portavoce contratto mondiale energia), Ezio Locatelli (già Consigliere regionale e Parlamentare, comitati ambientalisti) Pino Vanacore (portavoce Unaltralombardia), Luigi Mara (Centro per la Salute Giulio A. Maccacaro), Domenico Finiguerra (Sindaco Cassinetta di Lungagnano), Bruno Muratore (ex Dirigente Regione Lombardia-settore Agricoltura), Ivana Brunato, (Camera del Lavoro - Varese), Giorgio Ferraresi (Politecnico di Milano), Gianni Beltrame (Professore di urbanistica), Francesco Chiodelli (dipartimento architettura e pianificazione del Politecnico di Milano), Francesco Macario (urbanista nonché assessore al Comune di Bergamo), Fausto Amorino (Assessore all’ambiente al Comune di Bergamo),Marco Caldiroli (Medicina Democratica), Andrea Di Stefano (direttore rivista Valori), Franco Morabito (Presidente Circolo Peppino Impastato Paullo), Antonio Frascone (Unaltralombardia Magenta), Paolo Cagna Ninchi (Unaltralombardia Milano), Massimo Tafi (esperto di comunicazione, Varese), Livio Muratore (Cgil Varese) Bianca Dacomo Antoni (Lista Fo), Luca Trada (No expo), Sergio Finardi (Attac Italia), Andrea Savi (Associazione ex Fornace Rho), Antonio Corbelletti, (Rete Green, Pavia), Dijiana Pavlovic (cittadina italiana, Comunità Rom), Salvatore Amura (Vicepresidente Associazione Rete Nuovi Municipi), Roberto Fumagalli (Presidente Circolo ambientale “Ilaria Alpi” Merone-Como), Nicoletta Pirotta (Territorio precario-Como), Massimo Patrignani (Forum Ambientalista), Maurizio Mazzucchetti e Marina Zanella (Comitato contro l’interporto di Montello), Matteo Gaddi (Associazione culturale Punto Rosso), Davide Biolghini (Lilliput Milano), Rolando Mastrodonato (Vivi e Progetta Milano), Amalia Navoni (Comitato San Siro Milano), Franco Azzali (Lega Cultura di Piadena), Roberto Molinari (Forum Sinistra Canegrate), Sergio Cordibella (ex Consigliere regionale), Sergio Clerici (No Polo logistico, Arese), Tronconi Pierattilio (No centrale di Bertonico), Adriano Pirotta (ingegnere, esperto in trasporti e territorio), Francesca Berardi (Comitato per l’acqua pubblica Cremona), Giorgio Simone e Stefano Zenoni (architetti), Emanuela Garibaldi (architetto), Marco Brusa (ingegnere nucleare, consulente associazioni ambientaliste), Rocco Cordì (Unaltralombardia Varese), Alessandro Moroni (Comitato promotore Parco Agricolo/Ecologico Bergamo), Giovanna Galli (Comitato Ambientalista Treviglio), Pino Timpani (Associazione per i Parchi del Vimercatese), Daniele Icari (Terra Nostra), Rete Bassa Ceru, Mattia Avigo (Collettivo uscita di sicurezza), Comitato per la salvaguardia sociale e ambientale della Martinella, Paolo Longaretti (Comitato di Levate), Alberto Scanzi (Presidente Circolo Gramsci di Bergamo), Adele Ghilardi (Comitato pendolari Romano di Lombardia), Anna e Joris Bettoni (Tavernola Democratica), Adriana Beretta (Comitato ecologico Caravaggese), Milvo Ferrandi (Comitato per Redona), Claudio Sala (Comitato contro il megacentro commerciale di Quitntano), Vittorio Armanni (consigliere provinciale di Bergamo), Luca Benedini (Codiamsa di Mantova), Partecipa Ezio Corradi (coordinamento dei Comitati ambientalisti Lombardia), Antonietta Bottini (Comitato Broni-Mortara)
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