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Dopo i precedenti interventi di Italia Nostra che denunciavano le gravi alterazioni in atto alla Punta della Dogana, in uno dei luoghi veneziani più prestigiosi e ricchi di storia, il commento pessimistico di molti è stato che la triste vicenda forse non era ancora finita e che “il peggio non è mai morto”. Italia Nostra riteneva che quanto già al momento noto, con alterazioni e interventi di grande pesantezza, fosse un limite impossibile da superare. Purtroppo dobbiamo ricrederci.

Le ultime notizie parlano, fra l’altro, di due obelischi di cemento alti ben dieci metri da erigere a pochi passi dall’ingresso dell’edificio. In riferimento al vago carattere cimiteriale che gli obelischi spesso richiamano, qualcuno ha commentato che potrebbero valere come simbolo funerario dedicato ad un luogo di eccezionale valore oltraggiato in quei suoi antichi caratteri che avevano resistito per secoli.

Italia Nostra ama anche l’ironia, ma non è disposta ad apprezzare più di tanto le battute che irridono a scelte comunque di grave pesantezza. Rimane invece fermissima nel condannare tutta un’operazione che negli anni ha fatto della Punta della Dogana ciò che sta diventando. La faccenda – lo si ricordi – inizia quando gli organi dello Stato decidono di spostare dalla Dogana in Terraferma uffici con funzioni d’interesse pubblico che lì si svolgevano da secoli. Non sapendo progettare il futuro una volta di più si colpiva il passato. E posti di lavoro venivano tolti ad una Venezia già pericolosamente proiettata verso una miope monocultura di mero sfruttamento turistico.

Si ricorda altresì come le autorità amministrative centrali e locali e gli stessi organi di controllo che dovrebbero tutelare Venezia (in particolare la Commissione di Salvaguardia e le Soprintendenze), non abbiano saputo impedire alterazioni fortissime delle strutture monumentali. Con scarsa fantasia l’unica destinazione che si è saputo trovare per un manufatto di tale valore culturale è stata quella di sede espositiva: un’altra! nella città che ne ha la massima quantità in proporzione al suo tessuto urbano e che intanto continua ad espellere gli abitanti senza risolvere il problema vitale della residenza.

Con scarsa fantasia ci si è pure impegnati a “nobilitare” l’operazione in atto con il richiamo del grande architetto (senza che il ponte di Calatrava abbia insegnato qualcosa)! E si è scelto un operatore (Tadao Ando) che non ha nulla veramente a che fare con la cultura della grande edilizia veneziana e che è noto ovunque per l’uso del cemento!

Non a caso, dunque, dieci metri per due di obelischi di cemento rischiano di essere il segno di un ulteriore gravissimo sfregio alla qualità civile di Venezia. Se un monumento dovranno essere, gli obelischi lo saranno non in lode a un architetto che ha deciso di collaborare a un progetto che viola la cultura veneziana; non lo saranno nemmeno a lode di un ricco signore che può comprarsi palazzi e beni per metterci quello che desidera; non lo saranno nemmeno alle autorità pubbliche che hanno approvato queste scelte. Saranno il monumento alla memoria di una ulteriore offesa al patrimonio culturale di una città straordinaria ma sempre più indifesa.

Il recente pronunciamento del TAR del Lazio circa la legittimità del dispositivo di sosta a pagamento attuato in una zona della città di Roma, pronunciamento che ora il Codacons brandisce a guisa di clava contro le moltissime Amministrazioni comunali che hanno adottato analoghe misure, evidenzia, al pari di altre analoghe vicende, uno sconfortante livello di inciviltà tecnica, giuridica e sociale.

Inciviltà giuridica in primis: al di là delle motivazioni della sentenza, che saranno ovviamente ineccepibili sotto l’aspetto formale, non si può non cogliere come sia costantemente assente nella logica che muove questi ed altri analoghi giudizi il principio del rispetto della volontà del legislatore.

Il nuovo Codice della Strada è infatti ben chiaro nella volontà di superare la vecchia e del tutto insensata norma, quella appunto applicata nella sentenza ed a gran voce reclamata dal Codacons, della garanzia di parità tra posti-auto a pagamento e posti auto-gratuiti, dando la potestà alle Amministrazioni di non applicarla nelle “Zone di particolare rilevanza urbanistica”, che sono definite semplicemente e genericamente come “ aree nelle quali sussistono esigenze e condizioni particolari di traffico”.

Che ora un tribunale decida la sufficienza o meno delle motivazioni che portano alla definizione di tali zone è quantomeno imbarazzante, anche perché purtroppo la sentenza si dilunga a spiegare che le ritiene dubbie in quanto queste ricomprendono anche “ vie secondarie, prive di abitazioni e di negoz.”, e nello stesso tempo quindi dimostra la notevole ignoranza degli estensori della medesima circa il funzionamento del sistema della sosta e del concetto basilare di regolazione di area che da questo deriva.

Senza qui voler invocare il vulnus ai fondamenti dello stato democratico moderno, il mancato rispetto dei ruoli istituzionali e dei poteri qui porta più banalmente ad indurre persone nel loro campo certamente brave e competenti ad occuparsi di materie di cui palesemente non capiscono nulla.

La stessa mancanza di rispetto si era peraltro manifestata in altre e ben più gravi occasioni, in particolare rispetto alla pervicace volontà di impedire l’applicazione delle finalmente efficaci forme di controllo telematico delle infrazioni, dai limiti di velocità, al rispetto dei semafori, al controllo delle corsie preferenziali e di emergenza.

Come fanno giudici e presunti difensori del cittadino a non accorgersi di come la sostituzione di norme non di rado mal scritte ma chiare nelle finalità con una sterminata e contraddittoria produzione giurisprudenziale privi il cittadino del suo diritto più importante, che è quello appunto della certezza della norma e del diritto stesso?

E quando la norma non va applicata ma ‘interpretata’ tutto può succedere: anche che un semplice funzionario ministeriale si arroghi il diritto, come non molto tempo fa è successo, di sostituirsi al legislatore e di impedire, di fatto, l’applicazione di un sistema tranquillamente e positivamente diffuso in tutta Europa, che è quello che prevede di utilizzare i semafori per il controllo delle velocità.

Inciviltà tecnica poi: la tariffa è unicamente vista dal Codacons come balzello vessatorio. Nella teoria economica dei trasporti la tariffa è invece riconosciuta come uno dei metodi più efficienti per regolare l’accesso competitivo all’uso di risorse scarse, quale è la capacità di una strada o la quantità di sosta di un parcheggio. E non è senza significato sottolineare come efficienza significhi in questo caso proprio la massimizzazione del surplus del consumatore.

Al contrario l’accesso non regolato, e la congestione che ne deriva, risulta essere un meccanismo di regolazione altamente inefficiente e fortemente penalizzante proprio per i soggetti più ‘motivati’ al consumo.

Altra cosa sarebbe porre il tema della equità distributiva della tariffazione, ma non di questo sembra ci si voglia occupare con tali crociate: è evidentemente un tema troppo complesso e di scarso interesse forense.

Inciviltà sociale infine: la tariffazione della sosta e, più in generale, del consumo di trasporto automobilistico, è uno degli strumenti fondamentali per governare i livelli di traffico nelle aree urbane, dai quali discendono impatti rilevantissimi sull’ambiente e sulla qualità del vivere urbano: dall’inquinamento, alla sicurezza, all’uso degli spazi ….

Decidere di difendere, per giunta maldestramente come abbiamo prima spiegato, il solo “automobilista consumatore”, significa negare le ragioni degli altri e non meno meritevoli “cittadini consumatori”: consumatori di sicurezza, di aria pulita, di silenzio, di qualità urbana; questo senza nemmeno avere l’onestà di rendere esplicite e di giustificare le ragioni di tale decisione. E questo significa sfruttare nell’interesse di una parte un ruolo di rappresentanza che dovrebbe, nelle finalità fondamentali di tali associazioni, essere un poco più universale.

Ne è un chiaro e ben amaro esempio la già citata opposizione all’utilizzo delle forme di controllo telematico delle infrazioni, laddove evidentemente si preferisce salvaguardare gli interessi di chi, volendo poter correre senza noiosi limiti di velocità e snervanti attese ai semafori rossi, pregiudica l’altrui sicurezza; o la mai sopita guerra agli ausiliari del traffico che nella pratica significa difendere chi si ritiene in diritto di lasciare la propria macchina sui marciapiedi o in doppia fila, con buona pace dei passeggeri del tram bloccato o dell’invalido cui viene impedito il passaggio.

P.S. - Poichè uno strumento è buono solo se correttamente applicato, è ben possibile che, nel caso in questione delle strisce blu di Roma Ostiense che non conosciamo nel dettaglio, il provvedimento di pagamento della sosta fosse del tutto scorretto. Questo nulla toglie al ragionamento svolto, dato che l’opposizione a tale provvedimento è stata essenzialmente condotta sui principi generali e non nello specifico, come avrebbe invece dovuto essere. Ne è riprova il successivo annuncio da parte del Codacons di voler intraprendere altre analoghe impugnazioni ovunque tale provvedimento sia vigente.

La via Appia sembra ormai l’ultima posizione su cui si attesta nel suburbio romano la difesa del paesaggio archeologico dall’aggressione di trasformazioni pesanti e volgari. Gli abusi, che pure non mancano, sono stati contenuti dal vecchio piano regolatore, che destinava l’area a parco pubblico, e dalla tutela esercitata dallo stato tramite le soprintendenze; sono poi intervenute la vigilanza ambientale e l’intensa attività di conservazione naturalistica svolte da parte del Parco regionale dell’Appia antica, istituito nel 1988; nella repressione di ogni illecito attentato all’integrità dei luoghi si manifesta ora, con nuova sensibilità, anche una più incisiva azione giudiziaria.

La disfatta è altrove evidente non solo per l’offesa ai caratteri formali del territorio, ma anche per l’insipiente spreco di risorse naturali. Una politica accomodante nei confronti di ogni abuso, riproposta con periodica insistenza mediante condoni edilizi e riforme intese ad affievolire la tutela del patrimonio storico artistico e del paesaggio, ha favorito e persino indotto a teorizzare spregiudicate forme di gestione urbanistica di cui si vedono i risultati su ampia parte del territorio italiano.

Ai danni inflitti alla città di Roma negli anni Cinquanta con lo squallore dei quartieri periferici, che con tanta fatica si vanno risanando, si sommano quelli arrecati più estesamente all’agro romano, da oltre un ventennio preda di disordinate mire edificatorie. Malamente alterato e spesso inutilmente svilito anche nella sua vocazione produttiva agricola è ormai il versante orientale del suburbio romano, interessato da strade anch’esse ricche di storia, segnate da complessi monumentali come la villa di Adriano sulla Tiburtina, la villa dei Gordiani e la città di Gabii sulla Prenestina, il mausoleo di Sant’Elena e le ville della tenuta imperiale ad duas lauros sull’antica via Labicana (ora Casilina), la villa dei Sette Bassi sulla Tuscolana. I monumenti principali si sono salvati, ma il paesaggio di cui fanno parte è perduto oppure è già gravemente a rischio. Basti vedere le offese arrecate alle monumentali rovine dei Sette Bassi, assediate da palazzi di vetro che ne deturpano le prospettive sullo sfondo della campagna romana.

Negli atti della Commissione d’indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio, istituita con una legge del 1964, per invocare la protezione del contesto ambientale dei monumenti è usata una bella similitudine: «Come il fondo di un quadro sulle figure, l’ambiente influisce sull’aspetto di un monumento architettonico, ossia sull’effetto che esso produce in noi. Pure rimanendo identiche, le figure del quadro ci darebbero un’impressione diversa ad ogni cambiamento del fondo, ossia del loro ambiente; e così un monumento, qualora si cambiassero, anche in parte, gli elementi della composizione ambientale cui appartiene». Non a caso si richiamava un’immagine pittorica: della commissione facevano parte maestri come lo storico dell’arte Carlo Ludovico Ragghianti, l’archeologo Massimo Pallottino, il filologo Augusto Campana, il pittore Mino Maccari.

Le raccomandazioni di allora sono state purtroppo quasi dovunque disattese, ma non per la via Appia. Il paesaggio archeologico è qui ancora quasi del tutto integro. Si giustificano così da una parte la particolarissima attenzione posta dalle istituzioni alla sua migliore conservazione e dall’altra il consenso dell’opinione pubblica verso la repressione di illeciti perpetrati con ogni sorta di furbizia, sotterfugi, falsificazioni e connivenze.

Si sentono pronunciare sovente giudizi assai riduttivi sulle cause di decadimento del paesaggio italiano. Il più comune, espresso anche da uno dei passati ministri dei beni culturali, vorrebbe attribuire la responsabilità dei guasti all’edilizia sciatta, alla diffusa incapacità di progettare il bello, ma il problema non può essere ridotto nei termini di una questione meramente formale. La perdita dei caratteri storici del territorio è dovuta soprattutto a motivi di natura strutturale, ossia alla sottrazione di suoli pregiati alla produzione agricola per esigenze che invece potrebbero essere soddisfatte facilmente con un razionale uso delle aree già destinate ad attività incongrue o dismesse. Tutto ciò si traduce peraltro in un vero e proprio danneggiamento delle naturali fonti di ricchezza. Il Parco dell’Appia antica ha infatti posto nei suoi programmi il mantenimento delle attività agricole nei comprensori già pervenuti nella proprietà pubblica, quali le tenute di Tormarancia e della Caffarella, e in quelle che vi potranno ancora pervenire, come la Farnesiana.

Nel dialetto subalpino circolava una metafora romanesque: «l’hanno cambiato a balia»; forse lo dicono ancora d’uno che improvvisamente risulti diverso (i dialetti e relativa sapienza vanno estinguendosi); l’ubriacone diventa asceta, il codardo compie gesta eroiche et similia.

Stanno nel fisiologico le metamorfosi lente operate da lunghi esercizi (Freud le chiama forme reattive, Reaktionsbildungen). Qui è innaturalmente fulminea. Tale appariva la conversione del Caimano in homme d’Etat pensoso, equanime, altruista. Impossibile, natura non facit saltus. Nessuno cambia d’un colpo a 72 anni, tanto meno l’egomane insofferente delle regole (etica, legalità, grammatica, buon gusto), specie quando sia talmente ricco in soldi e voti da mettersele sotto i piedi. Era molto chiaro dall’emendamento pro Rete4, in barba alla disciplina della concorrenza, ma i cultori del cosiddetto dialogo perdonano tutto o quasi.

Nell’aria del solstizio, lunedì sera 16 giugno, Leviathan (nome biblico del coccodrillo archetipico) batte due colpi. Partiamo dall’arcinoto retroscena. Come gli capita spesso, soffre d’antipatiche rogne giudiziarie: in un dibattimento milanese prossimo all’epilogo è chiamato a rispondere del solito vizio, definibile lato sensu "frode"; stavolta l’accusa è d’avere pagato David Mills, avvocato londinese, affinché dichiarasse il falso su fondi neri esteri; l’aveva incautamente svelato l’accipiens. Inutile dire quanto gli pesi la prospettiva d’una condanna: il massimo della pena è otto anni, art. 317 ter c. p., o sei, se fosse applicato l’art. 377 (indurre al falso chi abbia la facoltà d’astenersi); appare anomala l’ipotesi d’un presidente del Consiglio interdetto dai pubblici uffici, né sarebbe pensabile l’insediamento al Quirinale nell’anno 2013; punta lì, lo sappiamo, in un’Italia ormai acquisita, patrimonio familiare, dépendance Mediaset. La posta è enorme. Altrettanto i mezzi con cui risponde al pericolo.

Esiste un dl sulla sicurezza pubblica. Palazzo Madama lavora alla conversione in legge. Gli emendamenti presentati dai soliti yes men prevedono la sospensione d’un anno dei processi su fatti ante 1 luglio 2002, la cui pena massima non ecceda i 10, pendenti tra udienza preliminare e chiusura del dibattimento; così tribunali e corti sbrigheranno il lavoro grosso. Lo dicono senza arrossire i presentatori del capolavoro e lo ripete Leviathan nella lettera al presidente del Senato, sua devota creatura, annunciando un secondo passo, ripescare l’immunità dei cinque presidenti, dichiarata invalida dalla Consulta quattro anni fa.

Sarà sospeso anche uno dei processi inscenati a suo carico «da magistrati d’estrema sinistra»: gliel’hanno detto gli avvocati; che male c’è?; un perseguitato politico deve difendersi; e ricuserà il presidente del tribunale, lo rende noto en passant. Ma è puro caso che l’emendamento gli riesca comodo. La ratio sta nell’interesse collettivo. Discorso molto berlusconiano, chiunque glielo scriva. Tra un anno sarà immune: se non lo fosse ancora, basterebbe allungare la sospensione; tra cinque da palazzo Chigi scala Monte Cavallo, sono due passi; nel frattempo vuol essersi riscritta la Carta vestendo poteri imperiali (davanti a lui, Charles-Louis-Napoléon, III nell’ordine dinastico, è un sovrano legalitario). In sede tecnica riesce arduo definire questo sgorbio, tanto straripa dalla sintassi legale. Ciurme parlamentari sfigurano il concetto elementare della legge: va al diavolo la razionalità immanente i cui parametri indica l’art. 3 Cost.; l’atto rivestito d’abusiva forma legislativa soddisfa solo l’interesse personale del futuro padrone d’Italia.

Vengono in mente categorie elaborate nel diritto amministrativo: «le détournement du pouvoir»; mezzo secolo fa Francesco Carnelutti configurava l’ipotesi «eccesso di potere legislativo». Siamo nel regno dei mostri, studiato dal naturalista Ulisse Aldrovandi. L’espediente appare così sguaiatamente assurdo in logica normativa, da sbalordire l’osservatore: perché sospendere i processi su fatti ante 1 luglio 2002, mentre seguitano i posteriori?; e includervi i dibattimenti alla cui conclusione manchi un giorno?; tra 12 mesi l’ingorgo sarà più grave, appena ricadano nei ruoli. Che nel frattempo il taumaturgo d’Arcore abbia quadrato il cerchio allestendo una giustizia rapida, è fandonia da imbonitori: la pratica abitualmente, quando non adopera le ganasce; o forse sottintende una tacita caduta nella curva dell’oblio; spariscono e non se ne parla più, amnistia anonima. Oltre alla patologia amministrativa, l’incredibile pastiche ne richiama una civilistica: il dolo, nella forma che Accursio chiamava «machinatio studiosa», stretta parente della frode, tale essendo la categoria sotto cui è definibile l’epopea berlusconiana (avventuriero piduista, impresario delle lanterne magiche, grimpeur d’affari risolti con trucchi penalmente valutabili, intanato in asili fiscali a tenuta ermetica, spacciatore d’illusioni elettorali): gli emendamenti galeotti hanno come veicolo un dl firmato dall’ignaro Presidente della Repubblica su materie nient’affatto analoghe, e s’era guardato dal dire cosa covasse; in nomenclatura romana, dolus malus.

Gli sta a pennello l’aggettivo tedesco «folgerichtig», nel senso subrazionale: ha dei riflessi costanti (finto sorriso, autocompianto, barzelletta, morso, digestione); non tollera le vie mediate; sceglie d’istinto la più corta, come il caimano quando punta la preda. Con questa sospensione dei processi sotterra l’azione obbligatoria: Dio sa cos’avverrà nei prossimi cinque anni ma gli obiettivi saltano all’occhio: la vuole à la carte; carriere distinte, ovvio; Procure agli ordini del ministro, sicché il governo disponga della leva penale; procedere o no diventa scelta politica (se ne discorreva nella gloriosa Bicamerale sotto insegna bipartisan: Licio Gelli, fondatore della P2, rivendicava i diritti d’autore riconoscendo le idee del suo «Piano» d’una «rinascita democratica» anno Domini 1976; l’ancora invisibile demiurgo frequentava la loggia in quarta o quinta fila). A quel punto nessuno lo smuoverebbe più se fosse il superuomo cantato dai caudatari, invulnerabile dal tempo. Le altre due mete è chiaro quali siano: prima, uscire dall’Unione europea, compagnia scomoda; seconda, moltiplicare lo smisurato patrimonio. Sul quale punto nessuno con la testa sul collo ha dubbi: anni fa gli contavano 40 mila vecchi miliardi; crescono come la vorace materia prima evocata da Anassimandro.

SARNO (SA) - Niente più licenze edilizie, per almeno sei mesi. Troppe le duecentottanta concesse negli ultimi anni: il territorio di Sarno, massacrato dieci anni fa dall’alluvione che uccise 137 persone, non sopporta altro cemento. Compreso quello abusivo, che continua a invadere anche le zone più a rischio. Stefano Boeri detta le sue condizioni. Dal 2002 l’architetto milanese lavora al piano regolatore del comune campano (il vecchio piano risale al 1972 e la bozza di un altro piano venne trovata negli anni Novanta a casa del camorrista Pasquale Galasso). Ma con l’attuale giunta di centrodestra si è arrivati a un punto di rottura: si discuterà stasera, in Consiglio comunale, se ci si avvarrà ancora della consulenza di uno dei più autorevoli progettisti italiani e dei suoi propositi di bloccare la cementificazione, legale e illegale, nella piana agricola. O se invece si continuerà a consumare suolo. Se non avrà garanzie Boeri rinuncerà all’incarico, lasciando in balìa di sé stesso un territorio fra i più martoriati, dove la memoria dell’alluvione racconta di palazzi costruiti in luoghi in cui ogni regola e persino il buonsenso lo impedivano.

Sarno è impantanata in un paradosso. Da una parte c’è l’architetto che redige un piano. Dall’altra c’è il Comune, che gli ha dato l’incarico di mettere ordine in una sconsiderata espansione edilizia e che elargisce concessioni all’insaputa dell’architetto e spesso in contrasto con il piano. La cifra di duecentottanta permessi dal 2004 la fornisce il sindaco, Amilcare Mancusi. «L’edilizia è una delle principali attività della città», spiega il primo cittadino. Ma la piana agricola, che ospita colture di pregio, è un fitto cantiere dove le villette sono spacciate per edifici rurali. E ciò accade nonostante a Sarno ci siano 30mila abitanti, come nel 1970. «È vero», insiste il sindaco, «ma abbiamo il nuovo ospedale e molti insediamenti industriali: non è detto che la popolazione non aumenti». Un altro dei cardini del piano di Boeri è il recupero delle case abbandonate del centro storico, un appartamento su dieci. «Ma per questa operazione ci vuole molto più tempo», è la replica di Mancusi.

La frenesia edilizia è incessante e, secondo alcuni tecnici, in contrasto con il piano territoriale adottato dalla regione Campania, che per le aree agricole prevede rigide misure di tutela. Alla seduta di stasera si arriva dopo un lungo braccio di ferro. Boeri ha scritto anche una lettera a Giorgio Napolitano: il caso di Sarno è considerato esemplare di un certo modo di abbandonare i territori più delicati a un destino di pericolo immanente. E che le ferite in Campania possano riaprirsi lo segnala l’Ordine dei geologi, il cui presidente regionale, Francesco Russo, indica duecentoventi zone a rischio idrogeologico, fra le quali centoventi con caratteristiche simili alle rapide colate di fango che seppellirono Sarno. Più suolo si impermeabilizza con il cemento, più le acque piovane non sono smaltite correttamente, più aumentano i rischi di alluvioni e frane.

Fra le scelte controverse dell’amministrazione, votata dall’intero Consiglio comunale, c’è anche quella di concedere l’abitabilità a tutti i piani interrati di edifici fuori del centro storico. «È una decisione di cui abbiamo saputo a cose fatte», spiega Boeri, «senza considerare, vista la tragedia di dieci anni fa, i rischi che corre chi va a vivere lì». «Quei locali erano già usati come tavernette», risponde Mancusi, che accusa Boeri di ritenersi il dominus delle scelte politiche della città, «che invece spettano al Consiglio comunale».

L’ultimo capitolo spinoso è l’abusivismo. Lo stesso sindaco ammette che il fenomeno non si è esaurito e investe anche i lembi più pericolosi del territorio. Attualmente sono oltre seimila le domande di condono. «Ma gli insediamenti illegali non sappiamo neanche dove siano», lamenta Boeri, «soprattutto quelli che non rientrano in nessuna sanatoria. Abbiamo chiesto una mappa, ma non siamo mai riusciti a ottenerla».

CIRCA 200 professionisti hanno lavorato al sistema di regole che si chiama «piano regolatore». Molti fra i migliori d’Italia: archeologi, paesaggisti, geologi, dottori in agraria, trasportisti, giuristi hanno prodotto un grande apparato di conoscenze sulla città. Le sovrintendenze hanno collaborato alla sistematizzazione

La trasmissione di Report del 4 maggio scorso è un esempio di diffamazione per mezzo della televisione la cui portata va al di là dell'evento, apparentemente limitato nel tempo. La trasmissione ha mescolato artatamente vere e proprie false affermazioni, interviste tagliate, interventi faziosi senza contraltare, immagini di avvenimenti spacciati per altri avvenimenti, in un quadro complessivo di superficialità ed incompetenza, sotto la parvenza di giornalismo d'assalto.

Per le contestazioni puntuali, tutte documentate, si può fare riferimento al fascicolo di risposta prodotto sulla base dei testi della trasmissione, e consegnato ai giornalisti nella conferenza stampa del 6 giugno nella quale Roberto Morassut ha esposto le ragioni della sua querela.

Ma qui mi preme ricordare quale esempio di devastante inciviltà sia alla base della iniziativa.

Si afferma di parlare del nuovo piano regolatore di Roma, ma nella maggior parte della trasmissione si parla d'altro, facendo credere che si parli del piano.

Non si dice che il piano, come deve essere, è un sistema di regole che vale per tutti, ma si dice che è una coperta per le peggiori nefandezze. Guarda caso lo si dice appena il piano è approvato. Forse ai giornalisti autori del servizio o agli intervistati danno fastidio le regole uguali per tutti?

Roma, ha scelto da tempo di dotarsi di un nuovo piano regolatore. Ha dovuto produrre - senza il sostegno di alcuna moderna legislazione né nazionale né regionale, e a differenza di altre grandi città che hanno potuto far conto su leggi regionali più avanzate - un piano che affrontasse e risolvesse dall'interno i problemi di una metropoli contemporanea. Lo ha fatto dando un sostanziale contributo all'aggiornamento della disciplina urbanistica, trovando concrete soluzioni per i più spinosi problemi di governo del territorio. Il controllo pubblico di tutte le trasformazioni, la sostenibilità ambientale, l'equità di trattamento, il rapporto tra pubblico e privato con procedure di evidenza pubblica, il rinnovo dei tessuti edilizi esistenti, la regolamentazione delle innovazioni per il recupero ambientale ed il risparmio energetico.

Il piano di Roma ha prodotto un apparato di conoscenze di base che non ha eguali a livello nazionale. La classificazione dei tessuti della città esistente e la salvaguardia dei valori spaziali storici, architettonici ed ambientali sono garantiti da una quantità elevatissima di dati certi e documentati. Le soprintendenze di Stato, che hanno contribuito consistentemente alla raccolta ed alla sistematizzazione dei dati, sono ben lontane dall'avere nella sua interezza questo patrimonio, che raccoglie e valuta dati dalla protostoria ad oggi, su tutto il territorio comunale. E tutto questo in una visione dinamica che consente un costante aggiornamento.

Il sistema di regole che si chiama "nuovo piano regolatore" oggi finalmente approvato è il frutto di un impegno costante durato 14 anni: preceduto dalla conclusione di provvedimenti generali come la "variante di salvaguardia" e il "piano delle certezze", ispirati ai suoi stessi principi, è stato concretamente avviato nel 1998 ed è stato elaborato da circa duecento professionisti che, nel corso di dieci anni (1998-2008), hanno prestato la loro opera per ottenere questo risultato.

Molti sono tra i migliori professionisti d'Italia, professori universitari di chiara fama, urbanisti più giovani, esperti in ingegneria dei trasporti, paesaggisti, storici dell'arte, storici dell'architettura, archeologi, biologi vegetali, zoologi, geologi, dottori in agraria, esperti nelle discipline informatiche, esperti in economia urbana, demografi, esperti in valutazioni economiche, esperti in valutazioni ambientali, esperti giuristi.

Tra loro naturalmente la validissima squadra dei giovani e dei meno giovani delle strutture di supporto tecnico del Comune, la STA prima e Risorse per Roma poi. Sono tutti elencati con nomi e qualifiche negli atti pubblici prodotti e disponibili da molti anni sul sito del Comune di Roma.

Questa formidabile squadra di tecnici ha avuto il sostegno di tutta la amministrazione comunale, dai dirigenti dei vari settori a tutti i funzionari ed a tutti i dipendenti a vari livelli impiegati.

Senza naturalmente dire della dedizione e dell'impegno dei Sindaci, delle giunte, degli assessori e di tutti i consiglieri comunali e municipali, nelle assemblee elettive e nelle commissioni rinnovate per ben quattro volte durante il lavoro, che hanno sempre perseguito e raggiunto l'obiettivo con valutazioni largamente favorevoli.

Bisogna anche ricordare le centinaia di assemblee pubbliche, le settemila osservazioni scritte presentate. A tutti è stato dato ascolto ed a tutti è stata data risposta.

Alla fine il prodotto approvato dal Consiglio Comunale è stato valutato, in un consesso comune (la conferenza di copianificazione), con gli esperti urbanisti e giuristi della Provincia di Roma e della Regione Lazio.

Tutte queste persone hanno prestato la loro opera, che fossero dipendenti del Comune o di altri Enti, o che avessero incarichi specifici, con tutte le loro capacità ed energie, orgogliosi e convinti di partecipare ad un evento di alto valore civile.

Naturalmente non significa che il piano sia perfetto, perché tutto è sempre migliorabile, ma il lavoro, quando produce un patrimonio per tutti, merita rispetto. Un rispetto neppure lontanamente accennato nella trasmissione.

Tutti succubi dei nuovi re di Roma? Tutti ignoranti e deficienti?

Forse l'origine sta solo nell'ignoranza del tema trattato , nelle piccole ambizioni personali di alcuni giornalisti apologhi del "purché sia scoop", nutriti da un minuscolo gruppetto di vecchi oppositori del piano che hanno accumulato un astio sempre crescente, protetto da corazze di ideologie ormai corrose.

Resta il fatto che è stata offerta l'occasione di avvelenare uno dei più significativi risultati ottenuti dal ciclo dei governi cittadini di centrosinistra.

Un avvelenamento che ha dato un immediato sostegno a chi, per gli interessi derivati dai nuovi assetti politici, cerca di rimettere in discussione le regole introdotte con il nuovo Piano e, nel cavalcare l'onda, afferma che molto è sbagliato e che ora si dovranno sistemare le cose.

Il risultato ottenuto è una devastante opera di distruzione, qualunquista nella peggiore delle accezioni.

Come architetto ed urbanista, responsabile negli ultimi anni dell'ufficio che ha redatto il nuovo Piano, che ha firmato gli elaborati assumendone la responsabilità professionale, anche se mai citato, come nessuno degli altri protagonisti di questa battaglia di lungo periodo, mi ritengo oggettivamente coinvolto. Credo però di rappresentare un comune sentire, sulla base della straordinaria esperienza condivisa, di tutti coloro che, hanno contribuito alla redazione del piano.

Ognuno ha lavorato per costruire qualcosa di nuovo e di buono ed ha contribuito per la sua parte. Nascondersi più o meno vigliaccamente lasciando che il tema sia affrontato solo dal punto di vista politico, vuol dire avere paura della solidità e della correttezza delle tecniche e delle discipline. Non può esistere un risultato della portata del Piano di Roma senza il cosciente contributo di tutte le competenze professionali.

In questo senso ci sentiamo tutti diffamati. Per non essere stati neppure interpellati, sulla base del preconcetto che fosse inutile. Infatti saremmo tutti succubi dei "politici rapinatori". Ed ancora diffamati nel merito, perché le poche cose dette sul piano sono false, e falsamente rappresentate.

Postilla

Riportiamo l’articolo del Direttore dell’Ufficio del Nuovo piano regolatore di Roma durante le giunte guidate dal sindaco Walter Veltroni per puro desiderio di completezza d’informazione. Non troviamo argomenti che meritino di essere contraddetti. Non ci sembra una garanzia della correttezza politica e sociale del piano il fatto che, nel corso di 14 anni, vi abbiano lavorato duecento esperti di varie discipline. Non ci sembra che l’ampiezza dei dati accatastati sia una prova della validità delle scelte del piano. Non ci sembra un merito di questo specifico PRG il fatto di essere, in teoria, un sistema di regole uguale per tutti (e vorrei vedere che le norme fossero “personalizzate”!).

Mentre l’Unità pubblicava questo articolo, eddyburg ne pubblicava uno di Paolo Berdini (il giorno dopo comparso su il manifesto ) che costituisce un’utile puntualizzazione di fatti che Modigliani si guarda bene dal contraddire.

Il 14 Giugno a Bergamo si è costituita la “Rete lombarda dei Comitati per la difesa del territorio e dell’ambiente”: al nuovo organismo di coordinamento hanno aderito, sino a ora, 114 comitati locali da tutte le province. La Rete è costituita da realtà territoriali e persone.

Ad ognuno, pur nella tutela della propria identità e autonomia, viene proposto di mettersi in rete per costituire un collegamento tra le varie iniziative locali. Si tratta di un primo nucleo che conta di estendersi e coordinarsi su tutta la regione e mantenere rapporti con reti analoghe (come quella piemontese, emiliana e toscana presenti con i loro portavoce Becarelli, Gavioli, Asor Rosa).

Le forme flessibili di coordinamento e di relazione tra reti sono fin dall’inizio aperte e saranno da precisare e condividere nel dibattito e nel funzionamento reale. Si è compilato un indirizzario regionale che si svilupperà per adesione libera e che verrà già nei prossimi giorni distribuito a tutti gli attuali registrati e messo in chiaro sui siti web di comune interesse. La Rete lombarda dei Comitati ambientali si muoverà su sei aree tematiche: pianificazione urbanistica, energia, beni comuni, parchi, centri commerciali, infrastrutture e mobilità, che si daranno comitati tecnico- scientifici di riferimento.

In Lombardia la situazione di degrado e di crisi ambientale non è solo conseguenza quantitativa dell’alta densità degli insediamenti produttivi e residenziali, o dei modelli di consumo e del congestionamento del trasporto individuale. E’ anche e soprattutto il frutto di una politica orientata all’abbandono di strumenti di programmazione e di governo del territorio e a dare preminenza all’interesse privato rispetto all’interesse pubblico. Nel corso di questi anni abbiamo assistito ad una prassi di saccheggio fondata su un’idea di crescita senza limiti, rivolta a rilanciare la nostra Regione come “territorio della competizione e del consumo”, con lo sfruttamento dell’ambiente, delle risorse naturali, dei beni comuni.

Questo è il rischio cui è esposto il progetto di Expo 2015, che mette al centro i temi agroalimentari e energetici, ma che per Formigoni e la Moratti sarà il paravento dietro cui nascondere una nuova ondata di speculazioni.

Di contro, si sono costruite nel corso degli anni una molteplicità di iniziative di denuncia e di mobilitazione. Iniziative ambientali e pratiche di partecipazione per lo più agite sul piano locale, rivolte a difendere i propri territori dalla devastazione e dalle privatizzazioni.

Metterle in rete corrisponde a quanto si era fatto con i Consigli di fabbrica, quando dai reparti e dagli uffici si ricostruiva il ciclo di produzione completo attraverso i delegati: nel caso in questione si cerca di ricostruire il ciclo di messa a profitto del territorio attraverso la rappresentanza dei singoli comitati. Come per le vertenze sull’organizzazione del lavoro, puntiamo alle vertenze sull’organizzazione del territorio.

Queste pratiche e iniziative territoriali rappresentano un potenziale di cambiamento, la possibilità di un altro modo di fare economia e di interagire positivamente con i cicli ambientali. Un’idea che parte da ridurre e recuperare rifiuti, fermare la cementificazione e le grandi opere speculative, affermare il diritto alla mobilità superando l’auto individuale e qualificando il trasporto pubblico, riprogrammare il fabbisogno energetico, attuare una politica di riuso urbano e di difesa dei beni comuni e contrastare i cambiamenti climatici, visto che la Lombardia produce un quinto di tutte le emissioni italiane di CO2.

E’ in corso il tentativo di marginalizzare le richieste di controllo popolare sugli interventi che riguardano il territorio, mentre è forte la domanda di nuove modalità di convivenza e di una democrazia partecipata. Una sinistra che si riunifica dal basso non può trascurare prospettive come questa in maturazione, dato che occorre uscire dalla frammentazione e collegarsi e comunicare per promuovere un’idea comune di socialità e per passare dall’opposizione alla proposta.

Le realtà associative che operano sui temi della salvaguardia del territorio e dell’ambiente e che attuano una politica di prossimità, possono rappresentare - laddove la politica tradizionale segnala una sua crisi profonda di rapporto con l’insediamento sociale - un terreno di ricostruzione di una nuova stagione di partecipazione. Credo che in questo momento una prospettiva per la sinistra possa giungere anche dall’aggregazione delle realtà che lavorano a contatto con il territorio e che superano nelle loro rivendicazioni l’astrattezza di posizioni identitarie che spesso dividono. In questo senso l’iniziativa di Bergamo è un contributo su cui dovrebbero riflettere i congressi in corso, troppo rinchiusi al loro interno per rispondere alla sfida che la destra porta ai fondamenti della libertà e della democrazia.

Qui i documenti d'avvio della Rete dei comitati lombardi, e qui il resoconto dell'iniziativa di eddyburg coinbtro la "legge mangiaparchi"

«Regime leggero», democrazia non più antifascista ma a-fascista nonché a-politica, aveva disgnosticato giovedì scorso Fausto Bertinotti nella sua analisi delle «ragioni della sconfitta». Un fine settimana e il tema si è arroventato, complici da un lato un'uscita di Giulio Tremonti sull'impoverimento dei ceti medi che comporterebbe un rischio di fascismo, dall'altro le decisioni del governo su intercettazioni, esercito a guardia della sicurezza, emendamento salva-Berlusconi.

Per Eugenio Scalfari (Repubblica), queste ultime sono la prova che «non sarà fascismo, ma è un allarmante incipit verso una dittatura che si fa strada in tutti i settori sensibili della vita democratica, complici la debolezza dei contropoteri, la passività dell'opinione pubblica e la sonnolenta fragilità delle istituzioni»; ragion per cui il Pd farebbe bene a decidere che non c'è più alcuna possibilità di dialogo con il governo. Per Piero Sansonetti (Liberazione) Tremonti ha ragione oltre le sue intenzioni: il rischio-fascismo s'è già inverato in una «svolta illiberale e autoritaria», che comprende l'interruzione della curva di crescita delle libertà collettive e individuali, alcune rotture dello stato di diritto, la semplificazione del sistema politico a spese del pluralismo e della rappresentanza, il ritorno del classismo, la sostituzione dei valori di solidarietà e giustizia sociale con principi gerarchici e d'ordine.

Giudizi che le cautele di tre storici (Piero Melograni, Emilio Gentile, Lucio Villari) intervistati dal Corsera, convinti che il fascismo sia un fenomeno novecentesco non riproducibile oggi, non bastano a controbilanciare. Non chiamiamolo fascismo, ma il problema di una frattura fascistoide della democrazia costituzionale, di un salto di forma della Repubblica (che non coincide con il gioco della sua numerazione in prima, seconda e terza), c'è ed è sotto la vista di chiunque non guardi, per dirla alla Kubrik, «a occhi completamente chiusi».

Il problema, però, non è solo di nome e nemmeno solo di diagnosi, ma di analisi, e ha ragione Paolo Franchi, sul Corsera di ieri, a farlo presente. Gli appelli al risveglio delle opposizioni, scrive Franchi, suonano tanto drammatici quanto poco convincenti, «forse perché sono poco convincenti le analisi che li sorreggono», e anche perché di un rischio-regime si parla dal '94 in poi a ogni governo Berlusconi, senza che fin qui - e per fortuna - questo rischio si sia effettivamente inverato. «Denunciare con parole di fuoco il rischio che quello che non è capitato finora stia per succedere adesso è sicuramente più facile, ma altrettanto sicuramente meno produttivo, che guardare impietosamente dentro questo quindicennio e dentro se stessi per provare a essere oggi sul serio opposizione, domani governo. Era davvero inevitabile che la transizione italiana avesse un esito di destra?».

Domanda ineludibile, eppure a tutt'oggi quasi improponibile, come se per rispondere mancasse la profondità storica - ma 15 anni a far data da Tangentopoli, quasi 20 a far data dall'89, cominciano a essere tanti - o la coerenza di un'ipotesi di interpretazione politica. Eppure senza porsela e senza tentare di rispondere, è difficile se non impossibile sia la valutazione della deriva di regime, sia l'indicazione di una prospettiva di opposizione o di alternativa. Perché è vero - e Franchi forse lo sottovaluta - che il quadro di oggi è per certi versi peggiore di quello del '94: per la scomparsa della sinistra (non solo radicale) dalla scena, per la tendenza alla stabilizzazione, e non come nel '94 alla destabilizzazione, del sistema che il voto del 13 aprile ha espresso. Ma è altrettanto vero - e questo invece lo sottovaluta Scalfari - che le derive di regime che oggi hanno libero corso nell'attività di un governo privo di opposizione erano già tutte, ma proprio tutte presenti nella vittoria berlusconiana del '94. E che dal '94 a oggi, non c'è stata nell'opposizione a Berlusconi né chiarezza né costanza su quanto e come andassero avversate e contrastate.

Per scomporre in altre domande la domanda sull'esito della transizione: era inevitabile affidarsi a una soluzione giudiziaria della fine della «prima Repubblica» all'inizio degli anni '90? Era inevitabile partecipare alla delegittimazione della Costituzione giocherellando con riforme che di fatto servivano solo a disfare lo stato sociale e a rafforzare i poteri dell'esecutivo? O derubricare l'importanza di alcune libertà (si vedano le vicende della legge 40 e dei Pacs) per tenersi buone le gerarchie vaticane? O credere fino in fondo alle metamorfosi democratiche di Fini, o alle buone ragioni settentrionaliste di Bossi? O accettare e incoraggiare forma e vocazione dell'attuale Pd? Era inevitabile (già dalle leggi d'emergenza di fine anni 70) considerare opzionali i vincoli dello stato di diritto? Soprattutto: era inevitabile sacrificare alla «normalità» della democrazia maggioritaria lo svuotamento della democrazia costituzionale? Sono solo alcuni esempi di domande possibili e obbligate. Non s

Nel mezzo della luna di miele che la maggioranza degli italiani credeva di vivere con il nuovo governo, la vera natura del berlusconismo emerge prepotente, uguale a se stessa, dominata da uno stato personale di necessità e da un’emergenza privata che spazzano via in un pomeriggio ogni camuffamento istituzionale e ogni travestimento da uomo di Stato del Cavaliere. No. Berlusconi resta Berlusconi, pronto a deformare lo Stato di diritto per salvaguardia personale, a limitare la libertà di stampa per sfuggire alla pubblicazione di dialoghi telefonici imbarazzanti, a colpire il diritto dell’opinione pubblica a essere informata sulle grandi inchieste e sui reati commessi, pur di fermare le indagini della magistratura. La Repubblica vive un’altra grave umiliazione, con le leggi ad personam che ritornano, il governo del Paese ridotto a scudo privato del premier, la maggioranza parlamentare trasformata in avvocato difensore di un cittadino indagato che vuole sfuggire al suo legittimo giudice, deformando le norme.

In un solo giorno – dopo la strategia del sorriso, il dialogo, l’ambizione del Quirinale – Silvio Berlusconi ha chiamato a raccolta i suoi uomini per operare una doppia azione di sfondamento alla normalità democratica del nostro sistema costituzionale. Sotto attacco, la libertà di informazione da un lato, e l’obbligatorietà dell’azione penale dall’altro. Per la prima volta nella storia repubblicana, il governo e la sua maggioranza entrano nel campo dell’azione penale per stravolgerne le regole e stabilire una gerarchia tra i reati da perseguire. Uno stravolgimento formale delle norme sulla fissazione dei ruoli d’udienza, che tuttavia si traduce in un’alterazione sostanziale del principio di obbligatorietà dell’azione penale. Principio istituito a garanzia dell’effettiva imparzialità dei magistrati e dell’uguaglianza dei cittadini. La nuova norma berlusconiana (presentata come un emendamento al decreto-sicurezza, firmato direttamente dai Presidenti della I e II commissione di Palazzo Madama) obbliga i giudici a dare «precedenza assoluta» ai procedimenti relativi ad alcuni reati, ma questa precedenza serve soprattutto a mascherare il vero obiettivo dell’intervento: la sospensione «immediata e per la durata di un anno» di tutti i processi penali relativi ai fatti commessi fino al 31 dicembre 2001 che si trovino «in uno stato compreso tra la fissazione dell’udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado».

È esattamente la situazione in cui si trova Silvio Berlusconi nel processo in corso davanti al Tribunale di Milano per corruzione in atti giudiziari: con l’accusa di aver spinto l’avvocato londinese Mills a dichiarare il falso sui fondi neri della galassia Fininvest all’estero. Quel processo è arrivato al passo finale, mancano due udienze alla sentenza. Si capisce la fretta, il conflitto d’interessi, l’urgenza privata, l’emergenza nazionale che ne deriva, la vergogna di una nuova legge ad personam. Bisogna ad ogni costo bloccare quei giudici, anche se operano "in nome del popolo italiano", anche se il caso non riguarda affatto la politica, anche se il discredito internazionale sarà massimo. Bisogna con ogni mezzo evitare quella sentenza, guadagnare un anno, per dar tempo all’avvocato Ghedini (difensore privato del Cavaliere e vero Guardasigilli-ombra del suo governo) di ripresentare quel lodo Schifani che rende il premier non punibile, e che la Consulta ha già giudicato incostituzionale, perché viola l’uguaglianza dei cittadini: un peccato mortale, in democrazia, qualcosa che un leader politico non dovrebbe nemmeno permettersi di pensare, e che invece in Italia verrà presentato in Parlamento per la seconda volta in pochi anni, a tutela della stessa persona, dalla stessa moderna destra che gli italiani hanno scelto per governare il Paese.

Con ogni evidenza, per l’uomo che guida il governo non è sufficiente vincere le elezioni, e nemmeno stravincerle: non gli basta avere una grande maggioranza alle Camere, parlamentari tutti scelti di persona e imposti agli elettori, una forte legittimazione popolare, mano libera nel dispiegare legittimamente la sua politica. No. Ancora una volta a Berlusconi serve qualcosa di illegittimo, che trasformi la politica in puro strumento di potere, il Parlamento in dotazione personale, le istituzioni in materia deformabile, come le leggi, come i poteri della magistratura. È una coazione a ripetere, rivelatrice di una cultura politica spaventata, di una leadership fuggiasca anche quando è sul trono, di un sentimento istituzionale che abita la Repubblica da estraneo, come se fosse un usurpatore, e non riesce a farsi Stato, vivendo il suo stesso trionfo come abusivo. Col risultato di vedere il Capo dell’esecutivo chiedere aiuto al potere legislativo per bloccare il giudiziario. Qualcosa a cui l’Occidente non è abituato, un abuso di potere che soltanto in Italia non scandalizza, e che soltanto l’establishment italiano può accettare banalizzandolo, per la nota e redditizia complicità dei dominati con l’ordine dominante, che è a fondamento di ogni autoritarismo popolare e di ogni democrazia demagogica, come ci avviamo purtroppo a diventare.

Questo uso esclusivo delle istituzioni e della norma, porta fatalmente il Premier ad un conflitto con il Capo dello Stato, garante della Costituzione. Napolitano era già intervenuto, nelle forme proprie del suo ruolo, contro il tentativo di introdurre la norma anti-prostitute nel decreto sicurezza, spiegando che non si vedeva una ragione d’urgenza. Poi aveva preso posizione per la stessa ragione contro l’ingresso nel decreto della norma che porta i soldati in strada a svolgere compiti di polizia. Oggi si trova di fronte un emendamento che addirittura sospende per un anno i processi penali e ordina ai magistrati come devono muoversi di fronte ai reati, una norma straordinaria inserita come "correzione" in un decreto che parla di tutt’altro. Che c’entra la sospensione dei processi con la sicurezza? Qual è il carattere di urgenza, davanti ai cittadini? L’unica urgenza – come l’unica sicurezza – è quella privatissima e inconfessabile del premier. Una stortura che diventa un abuso, e anche una sfida al Capo dello Stato, che non potrà accettarla. Come non può accettarla il Partito Democratico, che ieri con Veltroni ha accolto la proposta di Scalfari: il dialogo sulle riforme non può continuare davanti a questi "strappi" della destra, perché non si può parlare di regole con chi le calpesta.

Nello stesso momento, mentre blocca i magistrati e ferma il suo processo, Berlusconi interviene anche sulla libertà di cronaca. Il disegno di legge sulle intercettazioni presentato ieri dal governo, infatti, non impedisce solo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, con pene fino a 3 anni (e sospensione dalla professione) per il cronista autore dell’articolo e fino a 400 mila euro per l’editore. Le nuove norme vietano all’articolo 2 la pubblicazione "anche parziale o per riassunto" degli atti delle indagini preliminari "anche se non sussiste più il segreto", fino all’inizio del dibattimento. Questo significa il silenzio su qualsiasi notizia di inchiesta giudiziaria, arresto, interrogatorio, dichiarazione di parte offesa, argomenti delle difese, conclusioni delle indagini preliminari, richiesta di rinvio a giudizio. Tutto l’iter investigativo e istruttorio che precede l’ordinanza del giudice dell’udienza preliminare è ora coperto dal silenzio, anche se è un iter che nella lentezza giudiziaria italiana può durare quattro-sei anni, in qualche caso dieci. In questo spazio muto e segreto, c’è ora l’obbligo (articolo 12) di "informare l’autorità ecclesiastica" quando l’indagato è un religioso cattolico, mentre se è un Vescovo si informerà direttamente il Cardinale Segretario di Stato del Vaticano, con un inedito privilegio per il Capo del governo di uno Stato straniero, e per i cittadini-sacerdoti, più cittadini degli altri.

Se il diritto di cronaca è mutilato, il diritto del cittadino a sapere e a conoscere è fortemente limitato. Con questa norma, non avremmo saputo niente dello spionaggio Telecom, del sequestro di Abu Omar, della scalata all’Antonveneta, della scalata Unipol alla Bnl, del default Parmalat, della vicenda Moggi, della subalternità di Saccà a Berlusconi, dei "pizzini" di Provenzano, della disinformazione organizzata da Pollari e Pompa, e infine degli orrori della clinica Santa Rita di Milano. Ma non c’è solo l’ossessione privata di Berlusconi contro i magistrati e i giornalisti (alcuni). C’è anche il tentativo scientifico di impedire la formazione di quel soggetto cruciale di ogni moderna democrazia che è la pubblica opinione, un’opinione consapevole proprio in quanto informata, e influente perché organizzata come attore cosciente della moderna agorà. No alla pubblica opinione (che non sappia, che non conosca) a favore di opinioni private, meglio se disorientate e spaventate, chiuse in orizzonti biografici e in paure separate, convinte che non esista più un’azione pubblica efficace, una risposta collettiva a problemi individuali.

A questo insieme di individui –di cui certo fanno parte anche gli sconfitti della globalizzazione, la nuova plebe della modernità – il populismo berlusconiano chiede solo una vibrazione di consenso, un’adesione a politiche simboliche, una partecipazione di stati d’animo, che si risolve nella delega. La cifra che lega il tutto è l’emergenza, intesa come orizzonte delle paure e fine del conformismo, del politicamente corretto, delle regole e degli equilibri istituzionali. Conta decidere (non importa come), agire (non conta con che efficacia), trasformare l’eccezione in norma. Il governo, a ben guardare, non sta militarizzando le strade o le discariche, ma le sue decisioni e la sua politica. Meglio, sta militarizzando il senso comune degli italiani, forzandolo in un contesto emergenziale continuo, con l’esecutivo trasformato per conseguenza da organo ordinario in straordinario, che opera in uno stato d’eccezione perenne. Così Silvio Berlusconi può permettersi di venire allo scoperto in serata, scrivendo in una lettera a Schifani che la norma blocca-processi «è a favore di tutta la collettività», anche se si applica «a uno tra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica». È il preannuncio di una ricusazione, in una giornata come questa, vergognosa per la democrazia, con il premier imputato che rifiuta il suo giudice mentre ne blocca l’azione. A dimostrazione che Berlusconi è pronto a tutto. Dovremmo prepararci al peggio: se non fosse che il peggio, probabilmente, lo stiamo già vivendo.

Qui gli articoli di D'Avanzo e di Scalfari. E, per ricordare come è fatto il lupo, c'è una vecchia cartella a lui dedicata

Risale a quarant’anni fa il processo intentato dalla potentissima Società generale immobiliare contro l’Espresso di Arrigo Benedetti per la campagna di denuncie di Manlio Cancogni sul sacco di Roma. Qualche giorno fa, l’ex assessore all’urbanistica di Roma ha querelato Report di Milena Gabanelli per il servizio sull’urbanistica romana firmato da Paolo Mondani.

Nella lunga memoria che accompagna la querela si affrontano molte questioni con una singolare premessa. Si contesta nel metodo la trasmissione perché affermava esplicitamente di voler parlare del nuovo piano regolatore e ha fatto invece vedere vicende precedenti al 2006, anno di approvazione del nuovo piano. Eppure è lo stesso assessore ad affermare che il nuovo Prg “è stato già attuato al 77%”. Evitiamo in questa sede di chiedere attraverso quali misteriosi poteri un piano appena approvato sia già pressoché concluso. Stupisce però la contestazione: per quindici ininterrotti anni ci siamo sentiti ripetere che il pianificar facendo era la chiave di volta della nuova urbanistica romana, poiché ogni intervento anticipava il nuovo disegno urbano. E ora che una breve trasmissione fa vedere il disastro urbanistico della città ci si offende perché non si è parlato del futuro! E’ il presente, purtroppo, che spaventa.

Nella stessa memoria si continuano inoltre a citare come straordinari successi cose assolutamente inesistenti. Vediamo. Si dice che le cubature previste nelle centralità urbane sono state ridotte in modo drastico. Non c’è stato nessun regalo alla rendita fondiaria, dunque. Ma non è affatto vero. Le due più grandi centralità ancora da attuare, Romanina e Madonnetta, avevano una destinazione pubblica nel precedente piano regolatore. Servivano insomma per costruire un liceo o un ospedale. Il nuovo piano regolatore ha trasformato quelle cubature da pubbliche a private. Le volumetrie sono state diminuite ma era il minimo che si dovesse fare e comunque sono state garantite enormi fortune private. Del resto, è lo stesso proprietario di Romanina a confessare a Report di aver acquistato nel 1990 l’area per 160 miliardi e che essa ne vale oggi 5 o 6 volte di più. Analoga vicenda vale per la centralità della Bufalotta. Anche in questo caso si afferma che le cubature sono state ridotte senza pietà per la proprietà fondiaria. Grazie tante. In quell’area si potevano fare soltanto capannoni e magazzini. E’ solo con uno degli infiniti accordi di programma che quelle stesse cubature –diminuite di poco- sono diventate ben più remunerative destinazioni commerciali e residenziali. Il fatto è che a Roma ci sono stati in questi anni due assessori all’urbanistica. Uno è quello “ufficiale” che oggi si avventura in una temeraria querela. L’altro era addetto agli accordi di programma e ne ha concretizzati molte decine, sempre in variante e sempre con il consenso di tutta la giunte municipale.

Eppure, si continua ad affermare che in questi anni alla rendita immobiliare sono stati inferti colpi devastanti. Negli anni del sacco di Roma è invece avvenuta un’inedita affermazione dei costruttori e immobiliaristi romani. Francesco Gaetano Caltagirone oltre a possedere Il Messaggero e il Mattino di Napoli siede nel cda del Monte dei Paschi di Siena. Un esponente della famiglia Toti siede nel consiglio di amministrazione di Rcs. Bonifici ha rilanciato e potenziato il quotidiano Il Tempo. Un costruttore romano, infine, è a capo dell’associazione di categoria nazionale. La rendita ha dunque trionfato. E non poteva essere altrimenti, perché negli anni del precedente governo Berlusconi, Roma insieme all’Istituto nazionale di urbanistica ha appoggiato convintamene la devastante legge Lupi che consegnava alla proprietà immobiliare il destino delle città.

Ancora. Per giustificare il diluvio di cemento che è stato inflitto alla città (70 milioni di metri cubi per una città che non cresce demograficamente!) abbiamo ascoltato in questi anni fino all’ossessione che eranostati vincolati per sempre 88 mila ettari di preziosa compagna romana”. Stavolta il falso era stato svelato dallo stesso comune di Roma. Fin dal 2002 l’assessorato ai lavori pubblici aveva infatti pubblicato uno studio sullo stato della città che certificava che erano rimasti liberi 80 mila ettari sui complessivi 129 mila. Eravamo in una data precedente all’approvazione del nuovo piano regolatore e dunque già si partiva da una quantità di campagna romana ben più piccola di quella sbandierata. A seguito della edificazione dei previsti 70 milioni di metri cubi di cemento verranno consumati non meno di 15.000 ettari di suolo. Resteranno vincolati a campagna romana 65.000 ettari di territorio: 23.000 in meno di quelli spudoratamente sbandierati.

Ma il cemento non vola via con i mantra, e i romani, mentre ascoltavano gli effetti annuncio di un futuro di verde, vedevano quotidianamente spuntare le gru del delirio di cemento armato che ci è stato propinato. Così hanno voltato le spalle a questa dissennata urbanistica. Molta parte della sconfitta elettorale sta qui. Basta guardare il voto in luoghi come Finocchio, dove a uno dei furbetti del quartierino è stato permesso di fare tutto ciò che voleva. O quello della Bufalotta, illusa di un meraviglioso destino e poi lasciata cinicamente nelle mani del mercato.

E infine. Nella periferia metropolitana di Roma, sono stati aperti in pochi anni ventotto giganteschi centri commerciali. Gran parte di essi sono sorti in deroga al piano regolatore utilizzando il grimaldello dell’accordo di programma. Sono dislocati per lo più lungo il grande raccordo anulare e impoveriscono le periferie perchè cancellano quel tessuto di piccolo commercio che è il principale connotato della vita urbana.

Pochi mesi fa, un gruppo di persone che attendeva lo scuolabus è stato investito da un’auto. E’ accaduto a Fiumicino, periferia abusiva metropolitana. Non c’era neppure un marciapiede di protezione e sono morti tre bambine e due mamme. A trecento metri brillano le vetrine del “Da Vinci”, uno dei più grandi centri commerciali d’Europa, nato, come ovvio, attraverso accordo di programma. Centinaia di ettari di terreno agricolo sono stati destinati ad edificazione. I proprietari dell’area hanno guadagnato in un solo colpo qualche centinaio di milioni di euro. Questa immensa fortuna privata non ha neppure prodotto il miracolo di realizzare un marciapiede che avrebbe potuto salvare cinque vite umane. Sono stati accesi tanti megastore e si è spenta una città intera.

Quarant’anni fa era la più potente società dei costruttori ad intimidire la stampa. Oggi è un personaggio della politica traghettato senza traumi dalla sinistra storica al centro che se la prende con una delle più libere e autorevoli espressioni del giornalismo nazionale. E’ un segno dei tempi su cui varrebbe la pena di riflettere: in entrambi i casi c’è di mezzo il sacco urbanistico di Roma.

L'articolo è uscito su il manifesto del 17 giugno 2008, col titolo Le gru del delirio del cemento armato a Roma

È guerra senza quartiere agli abusivi che attaccano con ferro e cemento l'Appia Antica. Campo di battaglia, per l'ennesima volta, è quel lembo di parco archeologico a ridosso del Grande raccordo anulare e, soprattutto, dell'acquedotto dei Quintili. A meno di 200 metri dalle eleganti arcate romane, all'interno dell'azienda agricola Cavicchi, è stata costruita una struttura in ferro per ospitare decine di tavoli per i viandanti delle gite fuori porta. E numerosi banchi di un supermarket. Ma nei giorni scorsi i guardaparco, coordinati da Guido Cubeddu, hanno sequestrato questa ennesima superfetazione all'interno dell'area di via Appia Nuova 1280, dove si trova il contestatissimo ristorante "Pappa e ciccia".

Gli uomini dell'ente Parco Appia Antica stavolta si sono mossi insieme con i carabinieri dei Nas. I militari dell'Arma hanno apposto i propri sigilli perché hanno riscontrato numerose violazioni delle norme di igiene: l'acqua della rivendita di pane e porchetta, ad esempio, veniva da un pozzo abusivo.

"Pappa e ciccia" è tornato alla ribalta della cronaca perché inserito dalla trasmissione Report di Rai Tre, dedicata il 4 maggio scorso all'urbanistica a Roma, nell'elenco degli illegali presenti nel parco. Ma si tratta di una vecchia conoscenza della procura romana. Massimo Miglio e gli uomini dell'Ufficio antibusivismo del Comune hanno già lavorato, e per ben tre giorni, all'abbattimento di una nuova ala del ristorante. «Agli albori di questa triste vicenda, c'era solo una serra, fatta di pali e teloni, peraltro abusiva. Poi la Cavicchi è diventata una delle pratiche più voluminose della Soprintendenza archeologica» racconta Rita Paris, responsabile per l'Appia. «Dalla fine degli anni ‘90 - aggiunge l'archeologa - sono spuntate le coperture, i saloni, il cartello sulla strada. Vorremmo occuparci solo della tutela e degli scavi archeologici. Siamo stanchi dei continui attacchi dei "gangster dell'Appia Antica", come li chiamava Antonio Cederna. È ora che il Comune blocchi qualsiasi tipo di licenze commerciali all'interno del Parco».

ROMA - «Esiste il rischio che si arrivi alla dittatura della maggioranza. O meglio alla dittatura dei leader, del Re Sole e del Re Ombra». Arturo Parisi non riesce ad attenuare i toni. Soprattutto non fa niente per allontanare l´allarme già lanciato su Repubblica da Eugenio Scalfari e Giuseppe D´Avanzo. Per diradare la nebbia che avvolge i provvedimenti del governo Berlusconi. Che, a suo giudizio, gettano un´ombra sinistra sul prossimo futuro. Soprattutto se il Partito democratico non smetterà di «cercare solo il riconoscimento da parte della maggioranza».

Dalla casa bolognese, l´ex ministro della Difesa chiede al suo partito di impostare l´opposizione in tutt´altro modo. Nei giorni scorsi non aveva nascosto le critiche. Ora invoca una svolta. Per riconquistare la sua «autentica funzione». Prendendo atto dei pericoli che la democrazia italiana sta attraversando e spostando in una fase successiva il dialogo sulle riforme. «Sono d´accordo con Scalfari dalla prima all´ultima riga. Descrive una dinamica che tocca tutto il Paese e non solo la maggioranza. E che è partita dalla caccia indiscriminata al rumeno dopo l´omicidio Reggiani ed è arrivata alle ronde "democratiche" di cui sento parlare a Milano». Il tutto provocato da una «sindrome dell´emergenza» che viene alimentata di giorno in giorno. Una paura giustificata? Parisi si ferma, cerca di calibrare ogni parola. Ma ogni verbo diventa un fendente: «È alimenta da fattori esterni. La catena paura-emergenza-poteri straordinari produce altra paura e quindi la richiesta di altre misure straordinarie. La militarizzazione, in effetti, è una sintesi di quel che accade. Impiegare 2500 soldati non può provocare ripercussioni immediate ma lancia un messaggio. La gente pensa: "allora la situazione è davvero critica"». Nel lungo periodo, cioè, l´effetto può essere la restrizione delle libertà? Il silenzio stavolta dura diversi secondi, poi Parisi sospira: «Il rischio, appunto, è che la richiesta di una restrizione delle libertà nasca dalla gente».

Un pericolo che fa paventare «un potenziale eversivo suscitato dalla paura e che mette capo all´accentramento dei poteri dell´esecutivo». Con un´aggravante: «Chi è preposto al governo è esposto a domande che vengono da settori e gruppi portatori di una cultura democratica inadeguata». Una frase che sembra avvalorare la tesi di chi parla di "deriva fascista". L´ex ministro, però, mette le mani avanti: «I termini vanno pesati». Non vuole fare analogie rispetto al Ventennio. Parla, però, di «corto circuito dei processi democratici». Che in questo caso penetra le sue radici nel rapporto che si è instaurato tra maggioranza e opposizione: «L´allarme più forte, come ricorda Scalfari, riguarda l´asservimento dei Parlamenti al volere della "Corona". Dobbiamo riconoscere che l´accentramento di poteri nel centrodestra sta giustificando anche l´accentramento dei poteri nel centrosinistra. All´esautoramento dei parlamentari da parte dei ministri del Re Sole corrisponde un esautoramento dei parlamentari da parte dei ministri-ombra del Re Ombra. Entrambi sono coinvolti nella stessa dinamica paura-emergenza-risposta emergenziale».

Il cuore del problema, dunque, per Parisi è rappresentato dal dialogo tra Veltroni e Berlusconi. In particolare il tentativo del segretario di Piazza Santa Anastasia di farsi riconoscere «come titolare esclusivo del ruolo di oppositore». Una strada che offre al Pd una «rendita di posizione, ma certo non aumenta le probabilità di rappresentare un´alternativa agli occhi degli elettori. C´è l´illusione che la forza dell´opposizione venga dal riconoscimento da parte della maggioranza». Si confonde «alternanza con alternativa» senza far salire le chance di vincere le elezioni al prossimo turno. E invece «Walter dovrebbe farsi riconoscere dagli elettori prima che da Berlusconi. Il confronto sulle riforme dovrebbe svolgersi solo dopo che il Pd si è assicurato il riconoscimento degli elettori. E questo fino ad ora non mi sembra avvenuto». Anzi, ammonisce Parisi alzando per un momento il tono della voce, le conseguenze saranno inevitabili: «una democrazia bloccata», proprio come avveniva nella Prima Repubblica con il pentapartito e il Pci. «Se la maggioranza è debordante e l´opposizione è inadeguata - avverte - è evidente che la democrazia, come noi la conosciamo, è a rischio. C´è una degenerazione. Se non una dittatura della maggioranza, una distorsione profonda. Se non fosse per la presenza della Lega da una parte e dell´Idv e dell´Udc dall´altra, bisognerebbe assumere che la trama tra il Sole e l´Ombra ha messo in moto una dinamica preoccupante». «Per questo - chiude Parisi - condivido dalla prima all´ultima riga quello che ha scritto Eugenio Scalfari».

Postilla

Veramente Scalfari non aveva paragonato Berlusconi al Re Sole, ma alla "parrucca del Re Sole". E poi, concludendo l'analogia, ha scritto: "Il Re Sole. Ma qui il sole non c’è. C’è fanghiglia, cupidigia, avventatezza, viltà morale". Essere l'Ombra non del Re Sole, ma di una realtà fatta di "fanghiglia, cupidigia, avventatezza, viltà morale" è davvero un po' avvilente...

«Berlusconi vuole dimostrare che per governare la crisi italiana è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno. Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore: sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare il senso della nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie». Così ha scritto ieri Giuseppe D’Avanzo su questo giornale [qui in eddyburg].

Purtroppo questo suo giudizio fotografa esattamente la realtà. Non sarà fascismo, ma certamente è un allarmante "incipit" verso una dittatura che si fa strada in tutti i settori sensibili della vita democratica, complici la debolezza dei contropoteri, la passività dell’opinione pubblica e la sonnolenta fragilità delle opposizioni.

Questa sempre più evidente deriva democratica, che si è profilata fin dai primi giorni della nuova legislatura ed è ormai completamente dispiegata davanti ai nostri occhi, ha trovato finora il solo argine del capo dello Stato. Giorgio Napolitano sta impersonando al meglio il suo ruolo di custode della Costituzione. L’ha fatto con saggezza e fermezza, dando il suo consenso alle iniziative del governo quando sono state dettate da necessità reali come nella crisi dei rifiuti a Napoli, ma lo ha negato nei casi in cui le emergenze erano fittizie e potevano insidiare la correttezza dei meccanismi costituzionali. Sarebbe tuttavia sbagliato addossare al presidente della Repubblica il peso esclusivo di arginare quella deriva: se la dialettica si riducesse soltanto al rapporto tra il Quirinale e Palazzo Chigi la partita non avrebbe più storia e si chiuderebbe in brevissimo tempo. Bisognerà dunque che altre forze e altri poteri entrino in campo.

Bisogna denunciare e fermare la militarizzazione della vita pubblica italiana della quale l’esempio più clamoroso si è avuto con i provvedimenti decisi dal Consiglio dei ministri di venerdì sulla sicurezza e sulle intercettazioni: due supposte emergenze gonfiate artificiosamente per distrarre l’attenzione dalle urgenze vere che angustiano gran parte delle famiglie italiane.

E’ la prima volta che l’Esercito viene impegnato con funzioni di pubblica sicurezza. Quando fu assassinato Falcone e poi, a breve distanza di tempo, Borsellino, contingenti militari furono inviati in Sicilia per presidiare edifici pubblici alleviando da quelle mansioni la Polizia e i Carabinieri affinché potessero dedicarsi interamente alla lotta contro una mafia scatenata.

Ma ora il ruolo che si vuole attribuire alle Forze Armate è del tutto diverso: pattugliamento delle città con compiti di pubblica sicurezza e quindi con poteri di repressione, arresto, contrasti a fuoco con la delinquenza.

Che senso ha un provvedimento di questo genere? Quale utilità ne può derivare alle azioni di contrasto contro la malavita? La Polizia conta ben oltre centomila effettivi, altrettanti ne conta l’Arma dei carabinieri e altrettanti ancora la Guardia di finanza. Affiancare a queste forze imponenti un contingente di 2.500 soldati è privo di qualunque utilità.

Se il governo si è indotto ad una mossa tanto inutile quanto clamorosa ciò è avvenuto appunto per il clamore che avrebbe suscitato. Tanto grave è l’insicurezza delle nostre città da render necessario il coinvolgimento dell’Esercito: questo è il messaggio lanciato dal governo. E insieme ad esso l’eccezionalità fatta regola: si adotta con una legge ordinaria una misura che presupporrebbe la dichiarazione di una sorta di stato d’assedio, di pericolo nazionale.

Un provvedimento analogo fu preso dal governo Badoglio nei tre giorni successivi al 25 luglio del ‘43 e un’altra volta nel ‘47 subito dopo l’attentato a Togliatti. Da allora non era più avvenuto nulla di simile: la Pubblica sicurezza nelle strade, le Forze Armate nelle caserme, questa è la normalità democratica che si vuole modificare con intenti assai più vasti d’un semplice quanto inutile supporto alla Pubblica sicurezza.

* * *

Il disegno di legge sulle intercettazioni parte dalla ragionevole intenzione di tutelare con maggiore efficacia la privatezza delle persone senza però diminuire la capacità investigativa della magistratura inquirente.

Analoghe intenzioni avevano ispirato il ministro della Giustizia Flick e dopo di lui il ministro Clemente Mastella, senza però che quei provvedimenti riuscissero a diventare leggi per la fine anticipata delle rispettive legislature.

Adesso presumibilmente ci si riuscirà ma anche in questo caso, come per la sicurezza, il senso politico è un altro rispetto alla «ragionevole intenzione» cui abbiamo prima accennato. Il senso politico, anche qui, è un’altra militarizzazione, delle Procure e dei giornalisti.

Le Procure. Anzitutto un elenco dei reati perseguibili con intercettazioni. Solo quelli, non altri. E’ già stato scritto che lo scandalo di Calciopoli non sarebbe mai venuto a galla senza le intercettazioni. Così pure le scalate bancarie dei "furbetti". Ma moltissimi altri. Per chiudere sul peggiore di tutti: la clinica milanese di Santa Rita, giustamente ribattezzata la clinica degli orrori.

Le intercettazioni poi non possono durare più di tre mesi. Non c’è scritto se rinnovabili e dunque se ne deduce che rinnovabili non saranno. Cosa Nostra, tanto per fare un esempio, è stata intercettata per anni e forse lo è ancora. Tre mesi passano in un "fiat", lo sappiamo tutti.

I giornalisti e i giornali. C’è divieto assoluto alla pubblicazione di notizie fin all’inizio del dibattimento. Il deposito degli atti in cancelleria non attenua il divieto. Perché? Se le parti in causa o alcune di esse vogliono pubblicizzare gli atti in loro possesso ne sono impedite. Perché? Non si invochi la presunzione di innocenza poiché se questa fosse la motivazione del divieto bisognerebbe aspettare la sentenza definitiva della Cassazione. Dunque il motivo della secretazione è un altro, ma quale?

In realtà il divieto non è soltanto contro giornali e giornalisti ma contro il formarsi della pubblica opinione, cioè contro un elemento basilare della democrazia. Il caso del Santa Rita ha acceso un dibattito sull’organizzazione della Sanità, sul ruolo delle cliniche convenzionate rispetto al Servizio sanitario nazionale. Dibattito di grande rilievo che potrebbe aver luogo soltanto all’inizio del dibattimento e cioè con il rinvio a giudizio degli imputati. L’eventuale archiviazione dell’istruttoria resterebbe ignota e così mancherebbe ogni controllo di opinione sul motivo dell’archiviazione e su una possibile critica della medesima. Così pure su possibili differenze di opinione tra i magistrati inquirenti e l’ufficio del Procuratore capo, sulle avocazioni della Procura generale, su mutamenti dei sostituti assegnatari dell’inchiesta. Su tutti questi passaggi fondamentali la pubblica opinione non potrebbe dire nulla perché sarebbe tenuta all’oscuro di tutto.

Sarà bene ricordare che il maxi-processo contro "Cosa Nostra" fu confermato in Cassazione perché fu cambiato il criterio di assegnazione dei processi su iniziativa del ministro della Giustizia dell’epoca, Claudio Martelli, allertato dalla pressione dei giornali in allarme per le pronunce reiterate dell’allora presidente di sezione, Carnevale. Tutte queste vicende avvennero sotto il costante controllo della stampa e della pubblica opinione allertata fin dalla fase inquirente. Falcone e Borsellino non erano giudici giudicanti ma magistrati inquirenti. Mi domando se avrebbero potuto operare con l’efficacia con cui operarono senza il sostegno di una pubblica opinione esaurientemente informata.

Le gravi penalità previste da questa legge nei confronti degli editori costituiscono un gravame del quale si dovrebbero attentamente valutare gli effetti sulla libertà di stampa. Esso infatti conferisce all’editore un potere enorme sul direttore del giornale: in vista di sanzioni così gravose l’editore chiederà a giusto titolo di essere preventivamente informato delle decisioni che il direttore prenderà in ordine ai processi. Di fatto si tratta di una vera e propria confisca dei poteri del direttore perché la responsabilità si sposta in testa al proprietario del giornale.

Si militarizza dunque il giudice, il giornalista ed anche la pubblica opinione.

* * *

Ha ragione il collega D’Avanzo nel dire che questi provvedimenti stravolgono la Costituzione. Identificano di fatto lo Stato con il governo e il governo con il "premier". Se poi si aggiunge ad essi il famigerato lodo Schifani, cioè il congelamento di tutti i processi nei confronti delle alte cariche dello Stato, l’identificazione diventa totale.

Qui il nostro discorso arriva ad un punto particolarmente delicato e cioè al tema dell’opposizione parlamentare.

Parlo di tutte le opposizioni politiche. Ma in particolare parlo del Partito democratico.

Negli ultimi giorni il Pd e Veltroni quale leader di quel partito hanno assunto su alcune questioni di merito atteggiamenti di energica critica nei confronti del governo. La luna di miele di Berlusconi è ancora in pieno corso con l’opinione pubblica e con la maggior parte dei giornali ma è già svanita in larga misura con il Partito democratico. Salvo un punto fondamentale, più volte ribadito da Veltroni: il dialogo deve invece continuare sulle riforme istituzionali e costituzionali.

E’ evidente che questa "riserva di dialogo" condiziona inevitabilmente il tono complessivo dell’opposizione. Le riforme istituzionali e costituzionali sono di tale importanza da trasformare in "minimalia" i contrasti di merito su singoli provvedimenti. Tanto più che Tremonti chiede all’opposizione di procedere «sottobraccio» per quanto attiene alla strategia economica; ecco dunque un’ulteriore "riserva di dialogo". Sembrerebbe, questa, una novità a tutto vantaggio dell’opposizione ma non è così. La politica economica italiana dovrà svolgersi nei prossimi anni sotto l’occhio vigile delle Autorità europee. Che ci piaccia o no, noi siamo di fatto commissariati da Bruxelles.

Tremonti dovrà assumere responsabilità impopolari. Necessarie, ma impopolari e vuole condividere con l’opposizione quell’impopolarità.

Intanto, nel merito delle riforme, Berlusconi procede come si è detto e visto, alla militarizzazione del sistema. "L’Etat c’est moi" diceva il Re Sole e continuarono a dire i suoi successori fin quando scoppiò la rivoluzione dell’Ottantanove.

Voglio qui ricordare che uno dei modi, anzi il più rilevante, con il quale l’identificazione dello Stato con la persona fisica del Re si realizzò fu l’asservimento dei Parlamenti al volere della Corona. Gli editti del Re per entrare in vigore avevano bisogno della registrazione dei Parlamenti e soprattutto di quello di Parigi. Questa era all’epoca la sola separazione di poteri concepita e concepibile. Ma il re aveva uno strumento a sua disposizione: poteva ordinare ai Parlamenti la registrazione dell’editto. Di fronte all’ordine scritto del Sovrano il Parlamento registrava "con riserva" e l’editto entrava in funzione. Di solito quest’ordine veniva dato molto di rado ma col Re Sole e con i suoi successori diventò abituale. Quando i Parlamenti si ribellarono ostinandosi a non obbedire il Re li sciolse. Il corpo del Re prevalse sulla labile democrazia del Gran Secolo.

Il Re Sole. Ma qui il sole non c’è. C’è fanghiglia, cupidigia, avventatezza, viltà morale. Corteggiamento dell’opposizione. Montaggio di paure e di pulsioni. Picconamento quotidiano della Costituzione.

Quale dialogo si può fare nel momento in cui viene militarizzato il Paese nei settori più sensibili della democrazia? Il Partito democratico ha un solo strumento per impedire questa deriva: decidere che non c’è più possibilità di dialogo sulle riforme per mancanza dell’oggetto. Se lo Stato viene smantellato giorno per giorno e identificato con il corpo del Re, su che cosa deve dialogare il Pd? E’ qui ed ora che il dialogo va fatto, la militarizzazione va bloccata. Le urgenze e le emergenze vanno trasferite sui problemi della società e dell’economia.

«In questo nuovo buon clima si può fare molto e molto bene» declama la Confindustria di Emma Marcegaglia. Qual è il buon clima, gentile Emma? Quello dei pattuglioni dei granatieri che arrestano gli scippatori e possono sparare sullo zingaro di turno? Quello dell’editore promosso a direttore responsabile? Quello del magistrato isolato da ogni realtà sociale e privato di «libero giudizio»? Quello dei contratti di lavoro individuali? E’ questo il buon clima?

Ricordo che quando furono pubblicati "on line" gli elenchi dei contribuenti ne nacque un putiferio. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, autore di tanto misfatto, fu incriminato e si dimise. Ma ora il ministro Brunetta pubblica i contratti di tutti i dirigenti pubblici e le retribuzioni di tutti i consulenti e viene intensamente applaudito e incoraggiato. Anch’io lo applaudo e lo incoraggio come ho applaudito allora Visco e Romano. Ma perché invece due pesi e due misure? La risposta è semplice: per i pubblici impiegati si può.

E’ questo il buon clima? Attenti al risveglio, può essere durissimo. Può essere il risveglio d’un paese senza democrazia. Dominato dall’antipolitica. Dall’anti-Europa. Dall’anarchia degli indifferenti e dalla dittatura dei furboni.

Io trovo che sia un pessimo clima.

La Stampa

Le false favole europee

di Barbara Spineli

Quasi tutte le parole che descrivono la bancarotta del referendum irlandese sull'Europa suonano false e fanno pensare a quel che Macbeth dice del mondo, quando viene a sapere che la sposa è morta: come la vita, anche le parole sono «una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla».

Non significa nulla lamentare con enfasi la democrazia assente nell'Europa, la sua lontananza dai popoli, perché l'Unione non è uno Stato pienamente funzionante, con cui i popoli sono in vero rapporto dialettico. È un edificio ancora da fabbricare o comunque completare, anche se le nostre società sono già europeizzate e le leggi nazionali soggiacciono in larga misura a quelle comunitarie. Il Trattato di Lisbona non è d'impedimento alla democrazia e anzi l'accentua notevolmente, coinvolgendo più che in passato il parlamento europeo e anche i parlamenti nazionali. Gli avversari odierni del trattato, come quelli che osteggiarono la costituzione nel 2005, lo sanno alla perfezione ed è contro questi miglioramenti che si battono. Si battono contro l'accresciuto potere di decisione affidato al parlamento europeo in 40 nuove politiche, e perfino contro la maggiore influenza dei deputati nazionali. Lottano contro la votazione diretta dei futuri presidenti della Commissione: pur proponendoli, gli Stati devono, secondo il trattato, tener conto degli equilibri creatisi nelle elezioni europee.

E’ una favola che non significa nulla dire che l'Europa viene regolarmente bocciata perché non ha peso su questioni cittadine vitali. Il trattato di Lisbona è colmo di difetti (ha cancellato la parola costituzione e i simboli di un soggetto politico nuovo) ma i progressi non sono trascurabili: il trattato unifica le politiche di sicurezza, immigrazione, terrorismo. In questi come in altri ambiti sostituisce all'unanimità il voto a maggioranza, il che vuol semplicemente dire che comuni politiche europee divengono realizzabili, come già accade nell'agricoltura, nel commercio, nella moneta. I propagandisti del No mentono sapendolo: denunciano un'Europa assente su immigrati o sicurezza, e uccidono la possibile sua presenza. Questo vuol dire che non vogliono affatto quello che pretendono. Vogliono preservare un potere, anche se ormai irrilevante. Come gli uomini impagliati di Eliot, hanno le mascelle spezzate di regni perduti: regni che si spengono «non già con uno schianto ma con un lamento».

È una favola che non significa nulla ripetere, come automi addestrati, che l'Europa è incapace di comunicazione. Della comunicazione sono responsabili i comunicatori, i destinatari della comunicazione, e chi è in mezzo: i media. I referendum falliti segnalano che la catena non ha funzionato, che nelle mani del popolo è stato messo quel che politici e media non sanno maneggiare. Il giorno prima del voto irlandese, Rai 1 neppure nominava un referendum che riguardava 490 milioni di europei. Il giorno dopo era perentoriamente sapiente su quel che aveva ignorato. Molto spesso i plebisciti danno risposte a domande che nel quesito referendario neppure son formulate: è il motivo per cui democrazie memori di referendum liberticidi, come la Germania, li vietano.

Non meno insignificante è la favola sull'identità europea inesistente: narrata da chi, dell'Unione, non scorge il nuovo, inedito incrociarsi tra locale, nazionale, soprannazionale. Tra costoro Marcello Pera: interrogato da Giacomo Galeazzi su La Stampa, piange l'Europa atea «giustamente punita». L'Europa è fatta di molte identità, lo dimostra proprio il referendum. In Irlanda hanno votato contro cattolici spaventati da aborto e eutanasia, ma anche anticapitalisti non religiosi. L'Europa sarà sempre più meticcia: l'intera sua storia è un Bildungsroman, un romanzo di formazione che ci educa al coesistere di più appartenenze (etniche, culturali, religiose). Obama somiglia a tale romanzo più di quanto gli somigli Pera.

È insignificante poi la favola che indica colpe e difetti delle istituzioni soprannazionali di Bruxelles. Nel trionfo dei No non c'è un responsabile ma ce ne sono tanti, e Bruxelles è il meno colpevole. Responsabili sono Stati, partner europei e atlantici, classi dirigenti, elettori. Questi ultimi non vanno vituperati ma giudicarli non è blasfemo.

Non significa nulla infine parlare di rottura e chiusura di un'epoca eroica. L'epoca eroica dell'Unione non è conclusa, i compiti oggi non sono meno grandi di quelli del dopoguerra. Ieri era questione di pace e guerra, dopo due smisurati conflitti. Oggi è questione del peso di questo continente nel mondo, della penuria planetaria di cibo ed energia, della catastrofe climatica, del conflitto fra culture. Ancora non è stata escogitata sul pianeta una costruzione politica capace di superare le inadeguatezze dei vecchi piccoli Stati-nazione, e l'invenzione dell'Europa resta un unicum esemplare.

Non è dunque l'Europa federale che naufraga periodicamente ma l'Europa dei falsi Stati sovrani: a Parigi, L’Aja, Dublino. Rischia il naufragio anche a Roma, dove un cruciale partito governativo, la Lega, imita il No irlandese (anche se i partiti principali a Dublino erano per la ratifica). La divisione sull'Europa è ben più grave dei contrasti su Afghanistan e Usa nel governo Prodi, non fosse altro perché la disapprovazione di Bush è diffusa in America e nel mondo: l'elogio del «clima più costruttivo» fatto dal Quirinale suona come una critica gratuita a Prodi. I giornali che hanno dilatato per due anni tali contrasti hanno appena accennato all'offensiva leghista contro l'Europa.

Una cosa poco promettente è che gli europei sembrano non imparare dalle crisi, nonostante quel che si dice su disastri e colpe felici. I disastri sono istruttivi solo per uomini con forte senso del futuro, del bene comune. Jean Monnet ad esempio diceva che «le crisi sono grandi opportunità»: di rompere col passato, di tentare il nuovo («Nulla è pericoloso come la vittoria», ripeteva). Alla Francia il referendum non ha insegnato molto. Pochi giorni prima del referendum, il ministro degli Esteri Kouchner ha vilipeso, sprezzante, gli irlandesi. Ha facilitato il No: per incompetenza, ignoranza, megalomania francese, come quando Chirac insultò gli europei orientali nel 2003. Comunicare bene e astutamente vuol dire parlar chiaro, ma non a vanvera.

In realtà non siamo di fronte a una storia eroica che finisce ma a una grande illusione che continua. L'illusione che gli Stati-nazione possano farcela da soli, in un mondo dove ciascuno dipende dal vicino e dal lontano. L'illusione che sia sovranità autentica, quella che Stati promettono di custodire. Tale sovranità non esiste, l'Irlanda lo conferma. Il militante più potente dei No è un ricchissimo industriale, Declan Ganley, che s'è preparato dal 2007 fondando l'associazione Libertas. Libertas riceve finanziamenti ingenti da neo-conservatori Usa e dal Foreign Policy Research Institute di cui Ganley - presidente di una ditta Usa specializzata in contratti bellici privati - è membro da anni: lo ha ricordato venerdì in un convegno parigino l'europeista liberal-democratico inglese Andrew Duff. Così come la natura, anche l'Unione ha orrore del vuoto. Quando non siamo noi a farla, è fatta da altri: in particolare, da chi teme l'Europa-potenza e vuol estrometterla.

Eppure di tutte queste parole false sono tanti a bearsi, compiacendosi del nulla. Chi resiste come Giorgio Napolitano o la Commissione o Sarkozy e la Merkel dice che un'avanguardia deve insistere, e pragmaticamente proseguire le ratifiche. Saggio consiglio, ma tutt'altro che pragmatico. Qui urge ancora un po' d'eroismo. I più determinati oggi non sono gli eroi ma i rinunciatari, i pavidi, gli uomini impagliati di Eliot: «La sanguigna marea s'innalza e ovunque / annega la cerimonia dell'innocenza; / i migliori mancano d'ogni convincimento, / mentre i peggiori son colmi d'appassionata intensità».

il manifesto

La sordità di chi vuol «tirare dritto»

di Luciana Castellina

«Tireremo dritto». Questa, esattamente come tre anni fa - quando a bocciare la Costituzione furono francesi e olandesi - la risposta che i leaders di tutta Europa (italiani inclusi) hanno dato al nuovo «no» degli irlandesi. Che si sono pronunciati così nonostante sia stato loro sottoposto un testo meno ambizioso, frettolosamente arrangiato a Lisbona, nella speranza di far creder agli scettici che si trattasse di una minestra diversa da quella rifiutata.

Andranno dunque avanti come stabilito, insensibili al non trascurabile particolare che la ratifica del Trattato è sì stata approvata da 18 stati membri, ma sempre e solo dai rispettivi parlamenti e generalmente senza che i cittadini ne sapessero poco più che niente, mentre questa Unione Europea non passa l'esame proprio ogni volta che a votare è direttamente il popolo via referendum.

Come tre anni fa, anche questa volta, i renitenti sono stati accusati di tradimento e di ignoranza: come non capire l'afflato ideale di quei 418 articoli fitti di indicazioni sulla circolazione di merci servizi e capitali?

Per gli irlandesi, poi, c'è un'aggravante: sono anche ingrati. Hanno mangiato a ufo tutti questi anni, ottenendo più vantaggi da Bruxelles di chiunque altro, tanto da balzare da un reddito procapite inferiore alla media europea addirittura al secondo posto: e non si sono contentati.

Non basta, evidentemente. Ed è singolare che non si consideri proprio questo dato un aggravante: che se l'Unione non piace nemmeno a chi ne ha più beneficiato, vuol dire che il disamore deve essere davvero profondo. Vuol dire che un'Europa sempre più allineata alla globalizzazione, priva di una propria specifica ragion d'essere, a rimorchio degli Stati Uniti su guerre e ideologia, non è roba che fa sentire europei.

Agli irlandesi che hanno il beneficio di esser ancora neutrali, costa oltretutto anche più cara: li trascina nella costruzione di eserciti europei della cui autonomia politica dalla Nato c'è di cui dubitare.

Di particolarmente europeo rischia oggi di esserci piuttosto un tratto peggiorativo: la progressiva erosione della democrazia che stiamo vivendo e che costituisce, non a caso, uno dei principali motivi di diffidenza dei cittadini verso le istituzioni europee, dove del resto ormai esplicitamente si teorizza la necessità di passare a una democrazia (persino) post-parlamentare, perchè i problemi posti dalla globalizzazione sarebbero oramai tanto complessi da esigere una crescente dose di delega ai gestori amministrativi.

Del resto a leggere i commenti al voto irlandese risulta davvero imbarazzante l'assenza di ogni riflessione sul distacco che ormai si registra fra pronunciamenti dei parlamenti e pronunciamenti diretti, via referendum, dei cittadini.

La prima e più urgente cosa che occorre dire, e anzi, ripetere, è che si deve adesso andare a una vera fase costituente europea, non a un nuovo esercizio di ingegneria istituzionale, pratica in cui l'Unione eccelle. Per riproporsi l'interrogativo di fondo: a che serve un'Europa clone del mercato globale, che non riesce a rappresentare una qualche specifica diversità, in grado di reinverare quanto di meglio c'è nella nostra tradizione democratica e sociale? Anzichè tirare dritto, meglio una pausa di riflessione. Anche per la sinistra che, o è stata piattamente e acriticamente europeista, o , pur essendo critica, si è scordata di considerare seriamente il p

Si scrive VAS ma si legge «Valutazione ambientale strategica» ed è una delle tante, proficue norme che l’Europa ha immesso nel nostro ordinamenento. Infatti con la direttiva europea 42/2001/CE, la l.r. 12/2005, si è introdotto l’obbligo di accompagnare tutti i piani attinenti l’organizzazione del territorio, tra i quali il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, con la Valutazione Ambientale Strategica. Proprio il sito della Amministrazione Provinciale di Pavia spiega che la «procedura di VAS consiste nell’elaborazione di un rapporto relativo all’impatto sull’ambiente (rapporto ambientale), conseguente all’attuazione del piano, da redigere anche mediante lo svolgimento di consultazioni e la messa a disposizione delle informazioni».

E giustamente si sottolinea sempre, da parte dell’Amministrazione Provinciale di Pavia, come il cuore della VAS sia «la partecipazione, il confronto tra l’Amministrazione e i soggetti che sul territorio rappresentano interessi diffusi.»

Il progetto di realizzazione dell’autostrada Broni-Pavia-Mortara, l’opera più ingente prevista nel corso del prossimo decennio sul territorio provinciale, costituisce ovviamente il banco di prova della VAS. Non a caso nella conferenza dei servizi del febbraio 2007 i sindaci dei Comuni coinvolti hanno deliberato un ordine del giorno che impegnava Infrastrutture Lombarde e la Regione Lombardia ad avviare una Valutazione Ambientale Strategica, una VAS appunto, dell’opera.

Adesso a poche settimane dall’assegnazione, che dovrebbe avvenire a luglio, della progettazione esecutiva dell’autostrada, è stato consegnato ai sindaci il ponderoso dossier che contiene lo «studio tecnico-scientifico sugli effetti ambientali e territoriali dell’autostrada Broni-Pavia-Mortara». Per chi non è un addetto ai lavori, difficile comprendere se questo documento rappresenti la VAS, prevista dalla normativa europea e di cui parla il sito provinciale, o invece ne costituisca una sorta di interpretazione secondo il rito ambrosiano officiato dalla Regione Lombardia, sotto forma di una Valutazione Ambientale Sintetica - chiamiamola VAS bis - introdotta dal Pirellone e alla quale fa riferimento Infrastrutture Lombarde nel presentare il suo vasto studio redatto da una pluralità di soggetti di peso e autorevoli esperti.

Uno studio che parrebbe dimostrare come «le criticicità siano superabili» e dunque si possa sollecitamente procedere. Da osservatori esterni, non si può che dire come ora, con questo dossier, la palla sia passata ai sindaci che, si presume, staranno girando e rigirando le centinaia di pagine del documento chiedendosi, si spera, come farne tesoro. Da un lato dovrebbero disporre, davanti alla mobilitazione di competenze e professionalità schierate da Infrastrutture Lombarde, di un contrappeso scientifico ed analitico adeguato per verificare, dal loro punto di vista, che tutto sia stato obiettivamente analizzato e valutato. Dall’altro, realisticamente, conosciamo le risorse di cui i Comuni, soprattutto i più piccoli, possono disporre.

Il confronto che sarebbe auspicabile orchestrare su questo dossier sugli effetti ambientali e territoriali della futura autostrada rischia dunque di essere un dialogo tra dei nani senza voce contrapposti a un gigante di stentoree capacità. Questa dissimmetria, e i tempi strettissimi a disposizione, rischiano perciò di vanificare quell’auspicio alla partecipazione - che costituisce il cuore della VAS, intesa come Valutazione Ambientale Strategica - che non si capisce se batte anche nel cuore della VAS bis. Ovvero della Valutazione Ambientale Sintetica.

Il timore è che la «sintesi» in questo caso si traduca - se non viene declinata anche in partecipazione effettiva - in un tagliar corto, nel tacitare suggerimenti, nello stoppare alternative che magari sarebbe proficuo per tutti soppesare. Compito dei sindaci coinvolti e soprattutto dell’Amministrazione Provinciale e del suo presidente è dimostrare a questo punto, con una mirata ed efficace opera di comunicazione verso i cittadini, che non è così. Le prossime settimane consentiranno di capire se questa, della partecipazione è la strada scelta. O se invece, pressati dalla fretta, ci si è incamminati su un altro viottolo.

Dimentichi del proverbio secondo cui «da soli si va veloci. In compagnia si va lontano».

Nota: per qualche informazione in più si veda in allegato la Reazione Tecnico-Ambientale della Provincia di Pavia sull'Autostrada; per questo progetto (e le altre devastanti trovate degli sviluppisti indigeni) abbondano naturalmente i riferimenti, in questa stessa cartella SOS Padania (f.b.)

Berlusconi è intenzionato a dimostrare che – per governare la crisi italiana, come vuole che noi l’immaginiamo – è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto, la decisione dalla legge, l’ordine giuridico dalla vita. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno.

Così critica, oscura e sinistra da rendere urgente e senza alternative un potere di regolamentazione così esteso da modificare e abrogare con decreti le leggi in vigore. Con il «decreto sicurezza» (alla voce immigrati) e con il «decreto Napoli», è stato chiaro che Berlusconi intende muoversi in uno «stato di eccezione». Ha deciso di esercitare il suo potere secondo un tecnica che gli impone di creare – volontariamente e in modo artefatto – una necessità dopo l’altra, giorno dopo giorno, quale che siano le priorità più autentiche e dolorose del Paese. Nonostante quel che si può pensare, infatti, la necessità non è una situazione oggettiva, implica soltanto un giudizio o una valutazione personale. In fondo, sono straordinarie e urgenti soltanto le circostanze definite tali: quel che, come tali, definisce il Cavaliere.

Il quinto consiglio dei Ministri del Berlusconi IV ha dichiarato l’assoluta necessità di ridimensionare l’azione dei giudici; di limitare il diritto di cronaca; di declinare le ragioni dello Stato con l’esibizione, la forza, le armi dell’Esercito. E’ finora il caso più emblematico ed esplicito di quel che abbiamo definito la «militarizzazione della politica». Non è mai avvenuto in Italia che i soldati fossero chiamati a far fronte all’ordine pubblico o al controllo delle città. Nemmeno nei terribili mesi che seguirono alla morte di Falcone e Borsellino, all’aperta sfida lanciata contro lo Stato dalla Cosa Nostra di Totò Riina. In quell’occasione, l’Esercito si limitò a proteggere, con "posti fissi", gli edifici pubblici e i luoghi "sensibili" liberando dall’impegno non investigativo le forze di polizia. La decisione del governo di «parificare» 2.500 soldati «agli agenti di pubblica sicurezza» con «compiti di pattugliamento e perlustrazione» delle città inaugura una nuova, inedita stagione. Evocando ragioni (necessità) di «ordine pubblico» e «sicurezza» avvicina, sovrappone il diritto alla violenza. Assegnata all’Esercito, altera il suo segno la funzione amministrativa della polizia, chiamata a rendere esecutivo il diritto. Quella funzione e presenza si fa intimidazione. Non solo per chi trasgredisce, ma per tutti coloro che non credono «democratico» che il governo sostenga le sue decisioni con la violenza. Nello slittamento del legittimo esercizio del potere verso un arbitrario diritto della forza, come non avvertire il rischio che chiunque dissenta sia considerato un "criminale" perché avversario di una «decisione assoluta» che sola può assicurare la «governabilità» e l’uscita dalla crisi? Non è questa l’idea politica, il paradigma di governo, addirittura il fondo sublogico che consiglia a Berlusconi di intervenire anche contro la magistratura limitando l’uso delle intercettazioni o contro l’informazione, promettendo il carcere a chi pubblica il testo o il riassunto di "un ascolto"?

Magistratura e informazione, i due ordini che, in un’equilibrata architettura di checks and balances, sono le istituzioni di controllo dei poteri, diventano in questo quadro i pericolosi agenti attivi e degenerati del declino da affrontare. «Nemici», perché impediscono al sovrano di governare, perché sorvegliano le sue decisioni e quella vigilanza è un ostacolo che crea uno status necessitatis, l’urgenza di un provvedimento legislativo che Berlusconi avrebbe voluto con immediata forza di legge. E’ stato costretto a una marcia indietro dal capo dello Stato e, dalla Lega, a una correzione che autorizza le intercettazioni anche per i reati contro la pubblica amministrazione. Ma il disegno di legge, se non sarà corretto in Parlamento, dissemina l’iter investigativo e la sua efficacia di intralci, intoppi, legacci, esclusioni, vuoti, bizzarri obblighi (se l’indagato è un vescovo bisognerà avvertire il segretario di Stato vaticano, cioè il ministro di un altro Stato). Sono ostacoli che salvaguardano le pratiche più spregiudicate dei colletti bianchi, rendono più fragile la sicurezza dei più deboli, senza proteggere davvero alcuna privacy. I corifei del sovrano diffondono numeri farlocchi sul passato, mai spiegano perché non chiudono le falle nella rete dei gestori di telefonia, venute alle luce con l’affare Telecom. Né svelano all’opinione pubblica come e se daranno mai conto dell’uso delle «intercettazioni preventive» che oggi, al di fuori del processo penale e di ogni tipo di controllo giurisdizionale, possono essere effettuate dalle polizie e, dal 2005, anche dai servizi segreti su delega del presidente del Consiglio con l’autorizzazione del procuratore presso la Corte d’Appello.

Non è la privacy del cittadino che interessa a Berlusconi. Gli interessa soltanto la sua privacy e la sua immagine, l’annullamento di un paio di conversazioni con Agostino Saccà, l’oblio di altre in cui di lui si parla. Intende creare una sorta di «diritto positivo della crisi» che impone al giudice di che cosa occuparsi in ossequio alla funzionalità della decisione politica, presentata come necessaria e univoca. Vuole giornalisti silenziosi, intimiditi dalla minaccia del carcere. Vuole editori spaventati dalle possibili, gravi penitenze economiche.

Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare radicalmente la struttura e il senso della nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie.

Milano, la Milano dell´Expo 2015, non si sente grande metropoli o almeno non le interessa aderire all´Associazione mondiale delle grandi metropoli (www. metropolis. org). A dire il vero, tra le città italiane vi ha aderito c´è solo Torino mentre in tutto il mondo sono un centinaio ed in Europa tutte le capitali e molte città di primo piano. Peccato perché chi vi aderiva era invitato a partecipare alla sesta sessione del Congresso internazionale di urbistica che si è svolto ad Hammamet. L´urbistica è una disciplina nata nel 1986 al Crem (Centro ricerche energetiche) di Martigy e si è sviluppata nei Paesi francofoni - Francia, Svizzera e Canadà - ma ora è coltivata da tutte le grandi metropoli del mondo. In breve, si tratta di concepire la città come un sistema complesso fatto di edifici, strade, piazze ma anche di reti fisiche - elettricità, acqua, fogne, cablaggi, trasporti - e di cittadini e loro organizzazioni politiche e sociali: un sistema che deve essere gestito unitariamente ed in maniera integrata. Quello che gli urbisti definiscono un approccio sistemico.

In parole povere gli urbisti partono da un´idea di fondo: gli eletti e con loro chi gestisce la città hanno l´obiettivo di fornire agli abitanti ed alle imprese le risorse ed i servizi essenziali al buon funzionamento delle attività urbane. Tutto questo deve coniugarsi con una buona qualità della vita, con una forte attenzione ai problemi ambientali e di risparmio delle risorse non riproducibili a cominciare dal suolo. L´obiettivo sotteso a tutto questo è di rendere la "macchina città" affidabile e sicura: sicura da tutti i punti di vista e non solo quello caro al nostro vice sindaco. Affidabile e sicura vuol dire che non rischio di morire in un´ambulanza imprigionata nel traffico, che in agosto non ho blackout elettrici per il sovraccarico dovuto ai condizionatori, che i lavori stradali sono gestiti in modo da dare il minimo di fastidio, che una piccola epidemia d´influenza non fa collassare il sistema sanitario, che i sistemi informatici della pubblica amministrazione non vadano in tilt, che i dati d´informazione sulla città siano raccolti sistematicamente e con programmi che possano integrarsi reciprocamente. Vuol dire pensare a dei bypass per ogni importante funzione. Vuol anche dire che la città va osservata attentamente nei suoi cambiamenti sociali per evitare le emergenze (salvo che non le si voglia cavalcare), anche quelle sociali come i cinesi di Paolo Sarpi o i campi rom. Vuol dire accorgersi che gli alloggi degli studenti mancano prima che il mercato nero degli affitti li strangoli. Vuol dire avere un programma di comunicazione e d´informazione permanente con i cittadini, scambiare buone pratiche, competenze, formazione e coinvolgimento degli attori singoli e collettivi della vita della città. Vuol dire conoscere, integrarsi, ed approfittare di tutte le tecniche e di tutti i saperi ormai diffusi ma separati come sono separate e spesso contraddittorie le attività della pubblica amministrazione. Nei Paesi che dell´urbistica hanno fatto uno strumento di crescita stabile ed ordinata, questa competenza è affidata al city-manager. Vogliamo pensarci anche a Milano?

Cominciamo dall'idrovia, "concepita nel 1965, doveva servire a togliere i troppi camion dalle strade e abbattere l'inquinamento. Invece ci costruiranno su un lato una strada camionabile: dopo il danno, la beffa". Quando parla del canale mai completato, con enorme spreco di denaro pubblico, si infervora il cavaliere Antonio Canova, presidente del Comitato di salvaguardia del territorio. Il sodalizio è nato a maggio con una assemblea di oltre 500 abitanti e i sindaci di Vigonovo, Saonara, Fossò, Camponogara, Dolo e Mira, cioè dell'hinterland tra Padova e Venezia; e il 13 dicembre scorso sono scesi in piazza.

La storia è molto di più di una bega del Nord-est. E non è soltanto un problema di traffico. Perché accanto alla beffa idrovia-camionabile si sta giocando un'altra partita. "C'è da denunciare un altro pericolo", annuncia il consigliere provinciale dei Verdi di Padova, Paolo De Marchi: "La Regione sta covando in segreto il progetto di un maxi porto off-shore, 18 chilometri al largo delle foci del Po di Rovigo". Lunga 528 metri e larga 156, la piattaforma artificiale servirà per l'attracco delle grandi navi portacontainer. E diventerà il luogo di smistamento, su battelli più piccoli, dei container destinati ai porti di Ravenna, Chioggia, Venezia, Trieste, Slovenia e Croazia, dove i mostri navali con chiglie profonde 25 metri non possono attraccare. "Visto che l'idrovia non l'hanno completata, per trasportare poi i container da Venezia verso l'entroterra ci sarà un fiume continuo di camion anche sulla strada che vogliono costruire sulla sponda destra", spiega il sindaco di Saonara, Andrea Buso. Saranno necessarie, si teme, una nuova strada statale, detta Romea commerciale, che affianchi la esistente Romea tra Mestre e Ravenna, e una nuova autostrada a lato di quella già ingolfata dal traffico tra Padova e Venezia.

Non basta. Sono in doppio allarme anche i pescatori del Polesine, già in scompiglio per la costruzione, nello stesso tratto di mare davanti al delta del Po, del rigassificatore previsto dal governo. Alessandro Faccioli, vicepresidente di Federcoopesca, che nella zona conta 1.500 associati più 24 cooperative, parla chiaro: "Tra il traffico delle grandi navi e le zone di rispetto attorno al porto off-shore e al rigassificatore, lo specchio di mare dove poter pescare si ridurrà ancora di più. Importeremo dalla Cina anche il pesce?".

Nonostante le proteste, in Regione è dato per scontato che la costruzione della piattaforma inizierà l'anno prossimo. Merito di quattro robusti genitori: Consorzio Venezia Nuova, Autorità del Porto di Venezia, Consorzio Interporto di Rovigo e impresa Mantovani. Il costo è notevole, almeno 500 milioni di euro. "Ma sono disposte a finanziarci Bnl, Monte dei Paschi, Unicredit e Sanpaolo", spiegano il presidente dell'Interporto di Rovigo, Mario Borgatti, e l'ingegnere capo dei progettisti della Mantovani, Piergiorgio Baita.

Con buona pace dell'idrovia Padova-Venezia: dal lontano1965 sono stati spesi oltre 100 milioni di euro per scavare solo parte del tracciato e costruire tutti i ponti per le strade che dovrebbero attraversarla (e che oggi attraversano l'aria). L'anno scorso Padova, città con due fiumi e vari canali, a causa delle forti piogge ha rischiato grosso un'altra volta. Il Comune ha diramato istruzioni alla popolazione su come comportarsi in caso di alluvione. E uno studio del docente di ingegneria idraulica Luigi D'Alpaos dimostra che in mancanza dello sfogo a mare assicurato dall'idrovia completata, Padova rischia danni enormi. "Ben maggiori dei 50-100 milioni necessari a completare questa benedetta idrovia osteggiata dalle lobby delle auto e dei pedaggi autostradali", conclude Carlo Crotti, presidente dell'associazione Salvaguardia idraulica del territorio padovano e veneziano.

Veneto City, il colosso che scuote il Nordest

di Adriano Favaro

L'esempio del terzo Veneto , il futuro di una regione che deve esporre le sue eccellenze. Capitale che sfida Parigi, Barcellona, Londra. O l'esempio del cuore di pietra in cui si è trasformata questa regione che, dopo i capannoni, pretende di sviluppare ancora cemento, torri e alberghi in mezzo alla campagna. Perfino il nome di questa operazione è simbolo del doppio che rappresenta: "Veneto City ". Doppio perché da quando si è cominciato a discutere del progetto - una delle più grandi operazioni edilizie mai pensate in Italia, su un'area di oltre 50 campi da calcio, nei comuni di Dolo, Pianiga e Mirano a metà strada tra Padova e Mestre, in Riviera del Brenta - il fronte dei no e dei sì è diventato subito scottante.

Il progetto "documento preliminare" è arrivato - 80 pagine - in municipio di Dolo lo scorso ottobre. "È la nuova vetrina del Veneto e dell'Italia del Nord" hanno detto i promotori. Con in testa Luigi Endrizzi, ingegnere (sua l'idea dell'Ikea, Padova) che conserva il suo stile: «Non abbiamo presentato un progetto e ora non facciamo interviste o discorsi. La questione è nelle mani dei Comuni interessati e alle istituzioni: loro devono scegliere». Il complesso comprende una specie di Parco scientifico, Ikea e Cinecity; torre telefonica-tv e alcuni alberghi.

La decisione apre un problema per il Nordest: possono 20, 40, 60 consiglieri comunali decidere di un'opera che sposta il baricentro socio-economico di una regione?

Vi dovrebbero lavorare diecimila persone, 60-70 mila auto. Si pensa anche di spostare la stazione ferroviaria di Arino. Il territorio della City è nel cuore degli incroci del nuovo Veneto: passante, autostrada, ferrovia.«C'era già l'edificabilità - spiega Endrizzi - Proponiamo un'opera di alto profilo». La Regione non ha fatto mosse ufficiali. Un anno fa il governatore Giancarlo Galan (ad un Rotary) ha esposto le sue idee: «Veneto City non è un mostro che sconvolge il territorio. L'agricoltura qui ormai non ha più senso, lo sviluppo passa per la logistica». Bene se non ci fosse di mezzo la Porto Marghera da risanare, area dismessa che aspetta il rilancio. Area per la quale Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, non si risparmia. Dal 2006 dice: «Non sprechiamo territorio». Aggiungendo: «Fare Veneto City è un'idea delirante». La primavera scorsa alla fiera immobiliare di Milano: «Stop a Veneto City. Il futuro è a Marghera. Ai bordi della laguna ci sono duemila ettari da riutilizzare». A Milano la Regione era assente e molti hanno letto in questo il braccio di ferro Galan-Cacciari. Quest'ultimo poi all'Unione industriali veneziani ha posto domande precise. E il presidente Antonio Favrin: «La piattaforma logistica la vogliamo a Marghera; ma con che governance?».

Tradotta la considerazione è: chi ci dà garanzie? Il Comune, la Regione? Chi governa? Giusta domanda anche alla luce delle considerazioni di Fabio Gava, assessore all'industria: «Il rilancio di Porto Marghera va bene. In questo modo Venezia verrà riconosciuta "capitale". Del resto che la città non ha mai guardato al territorio». In attesa Veneto City è riuscito a dividere.

«É un intervento insensato - commenta Edoardo Salzano, uomo di sinistra, docente universitario, per anni assessore al Comune di Venezia - Continuano a costruire cose che mi sembrano molto brutte sulle sponde del Brenta: quel canale è una meraviglia».

Anche l'architetto Guglielmo Monti, sovrintendente ai Meni architettonici del Veneto Orientale è perplesso: «Si può parlare male di questa iniziativa, così come quella della "città della moda". Dal mio punto di vista sono due pericoli per il territorio, minacce nel senso che se si costruiscono grossi centri si svuoteranno gli altri, i più vecchi. Io devo salvaguardarli invece. In decenni di capannoni non si è imparato niente. Sembra essere tornati ad un nuovo Far West edilizio. Il mio potere? Poco. Il paesaggio è protetto fino a 150 metri dai bordi dell'acqua del Brenta. Dopo no. Il fatto è che qui si sono sviluppate forme di commercio e rendite finanziarie che esulano da turismo e agricoltura, che sono le grandi vocazioni di questa terra».

Lo sviluppo "ecocompatibile" è invocato anche dai sindaci di questa Riviera presa nello strabismo veneziano-padovano, da decenni arrancante nel rilancio di un'identità che nemmeno le ville più belle del mondo (sempre chiuse) riescono a darle.Salzano sa che i comuni di Dolo, Pianiga e Mirano si aspettano molto dalla "City" (Ici da decine di milioni). «Qui i soldi arrivano, guastano e vanno via. Lavorerà qualche manovale da fuori. Queste operazioni immobiliari non danno niente alla società». Però dovrebbe essere la vetrina del Veneto. «Se il veneto ha bisogno di cose moderne le faccia a porto Marghera. Qui serve pensare alla crisi dell'industria. É stato molto più facile fare soldi con l'immobiliare che investire in ricerca. Fiat e Pirelli hanno dirottato sull'immobiliare per anni». E se i palazzi fossero firmati da Foster o Piano? «'Ste robe le chiamano "mattone col pennacchio". Ma sono sbagliate e basta. Temo che qui nemmeno il pennacchio...».

Non può approvare l'ingegner Endrizzi: «Quell'area è già lottizzabile. Meglio una incerta lottizzazione, un capannone dopo l'altro o un piano preciso? Decidano i comuni. La nostra idea è tutta da discutere e concordare, con un tavolo ampio dove oltre a Regione ci siano Provincia di Venezia, Comuni, Autostrade, Ferrovie, i protagonisti dello sviluppo di quest'area». Dove i terreni (ex agricoli) sono saliti anche sei volte di prezzo.

Furibondo è Ivone Cacciavillani: «Faccio l'avvocato e dico che occorre essere seri nelle norme urbanistiche. Forse Veneto City sarà la cosa più bella del mondo ma deve esserci coerenza tra le norme della Pubblica Amministrazione. Quante cose non vanno, non è tollerabile quello che sta accadendo qui e altrove. Prenda Padova: luoghi dove ci sono negozi invece destinati a verde pubblico e si rimedia tutto (dopo) con una variante. Andremo avanti a tutte le corti del mondo. Servono modifiche ai piani? Siano fatte secondo legge e non attraverso chissà quali cambi per avere qualche euro di Ici. Se però si creano 10mila posti di lavoro ci saranno 10 mila al mattino; e la sera. Più che il "Turco infame" e l'"Innominabile" (termine che Cacciavillani usa per Napoleone) la Serenissima è stata distrutta e affossata da Cini e Volpi. Invoco chiarezza in tutti gli atti amministrativi».

Insomma di variante in variante le aree agricole non dovrebbero diventare edificabili magari dopo che le ha acquistate qualcuno.

Anche Rosanna Brusegan, la docente che con "Italia Nostra" ha dato vita al confronto pubblico di sabato a Dolo - ore 15,30 all'ex macello - chiede una cosa simile: «Le amministrazioni devono parlare: finora ho trovato solo silenzioso. Desidero trasparenza per i gesti che impegnano nel futuro questa terra. Le uniche fonti di informazioni sono i giornali. Sono offesa nella mia dignità di cittadina, vogliamo sapere».

La politica locale una risposta l'ha già data: il presidente della provincia di Venezia Davide Zoggia (Pd) lo scorso anno ha detto: «Sì a Veneto City, d'accordo col comune di Dolo, ma solo dentro le aree già destinate per quel ruolo dal piano regolatore. Nessuna variante cioè».

Il sindaco di Dolo Antonio Gaspari (Margherita) - era vicesindaco durante il mandato di Claudio Bertolin il primo cittadino che fermò per due anni il progetto di Veneto City cercando di avere più informazioni possibili - non nasconde il suo assenso: «Veneto City deve essere opportunità, non pericolo». E poi si è buttato alla ricerca di un pool di esperti per avere chiarezza sugli effetti dell'opera. A Dolo intanto le opposizioni (Forza Italia, socialisti e Udc) rumoreggiano. L'attuale vicesindaco, Adriano Spolaore (ex ds) è un altro politico che apprezza Veneto City e che non si pone il dubbio se si tratti di una mostruosa opportunità per il terziario o di un mostro ecologico.Appoggia e a volte sopravvanza il suo sindaco che sostiene il progetto, in linea col piano territoriale provinciale: «Veneto City è una risorsa e non una speculazione» sostiene appena - ottobre 2007 - Endrizzi presentò la proposta per la del quale Bepi Stefanel, uno degli imprenditori interessanti aveva detto: «Un sistema stellare, del quale il pianeta principale sarà costituito dal centro servizi dedicato a ricerca, innovazione, marketing e analisi dei nuovi mercati».

«Qualsiasi futuro ormai è di stile metropolitano»

di Stefano Micelli

(A.F.) Stefano Micelli è docente universitario, presidente del Coses, il Consorzio formato dalla Provincia e dal Comune di Venezia per lo studio di economia e società.

Veneto City: orizzonte o scempio del futuro?

«La Provincia di Venezia corre su due dorsali, terraferma segnata dal passante e la gronda lagunare. In questo momento il passante ricolloca il futuro su quattro ruote: ogni casello diventa un polo di attrazione straordinario».

Mentre la laguna...

«In questo momento è vista e vissuta in termini di "tutela e turismo". Non si può pensare ad altro futuro per quest'area che è l'altra faccia della medaglia del Veneto che si sviluppa».

Un'area che vive ancora con "sussidi".

«Negli ultimi 500 anni la tutela della laguna è stata legata allo sviluppo delle iniziative, anche commerciali in terraferma».

Quindi il rilancio di Marghera?

«Non è solo uno sbilanciamento di una polarità ma un modo diverso di pensare ad ambiente e territorio che affidiamo a leggi speciali. Per Marghera serve il rilancio di attività compatibili con gli ambienti lagunari: residenziale, logistica (porto), turistico (completando accoglienza e ricezione anche in Marghera)».

Il futuro non sembra passare facilmente per Marghera?

«Oggi la dorsale del passante avrà un futuro di per sè. È la dorsale acquatica che ha problemi. Anche perché finora (vedi lancioni) la tutela è pubblica il guadagno privato. Pensare a Marghera vuol dire pensare al futuro della laguna».

Tornando a Veneto City...«Meglio così che cinque "mini Veneto City", uno ad ogni casello»

Le dispiacerebbe...

«Perdere l'attenzione su "laguna-Marghera". Un'area sulla quale il mondo ha fatto tesoro, da Barcellona a Valencia hanno guardato a noi».

Cosa manca?

«La sensazione che ho io è che qui manchi uno scatto culturale».

L'asse Padova-Venezia?

«Oggi chi governa le due città non ha più spirito solo "municipale". Io lotto perché ci sia un solo biglietto (tram, treno, bus..) per le due città Per chi ha 40 anni Padova e Venezia sono un'unica esperienza»

Condivido lo sforzo di presentare il territorio in modo visibile a chi viene da fuori?

«Chi viene da fuori deve avere "segnali di Metropoli". Mi chiedo perché no a Marghera? Lo deve decidere la politica. Non possiamo permetterci che gli altri continuino a vederci come somma di piccoli campanili. Il nostro spazio non può continuare a d agire senza una "cifra" metropolitana. La crescita oggi è da metropoli: che qui, o altrove, si deve fare».

«La faccenda non ci piace diciamo no a quel mostro»

(A.F.) Davvero quello il luogo ideale per il futuro del Veneto? Se parlate con Maurizio Franceschi, Confesercenti di Venezia sentite subito il no. Lo stesso che da anni usan Albonetti (Confesercenti del Veneto): «Marghera attende il riscatto». Lo stesso di Nicola Rossi, Confesercenti di Padova: «No a Veneto City, non s'ha da fare». E' in questo dibattito che nasce anche l'idea di spostare la fiera di Padova a Dolo. Uno sbarco che parrebbe non sgradito a Vittorio Casarin (Presidente della provincia di Padova e uomo che conta nella società autostradale): «Serve una fiera interprovinciale», ha fatto sapere. Che queste però non siano prove di città metropolitana lo sostiene anche Ferruccio Macola della "GL Events, Fiera di Padova: «Il mercato dice che Veneto City oggi non è un grande investimento; forse fra 15 anni. Ma se la politica dice che si va a Dolo noi andiamo».

Replica di Fernando Zilio, Ascom padovana: «Noi categorie alimentiamo la Fiera. Perché andarcene? Chi paga»? A Padova il dibattito è intenso. Dice l'assessore Ivo Rossi: «Veneto City? Come mandare gli operai in campagna: un non luogo». Riprende Maurizio Franceschi Confesercenti di Venezia: «Il problema resta la gestione del territorio Veneto, città diffusa. Dobbiamo riguardare al "policentrismo" che aveva un ruolo. C'è una regione marmellata. Le città devono garantire le funzioni». Perché se si continuano a realizzare strutture «e non parlo solo di commercio ma anche di intrattenimento - insiste Franceschi - ovviamente si svuota la città di funzioni. Senza dimenticare in queste faccende la mobilità. Il passante sta risolvendo problemi ma ne vediamo anche gli aspetti negativi. È partito Veneto City ma chi ci dice che ad ogni casello non si voglia fare una cittadella del commercio?». Domanda giusta. «Mai possibile - aggiunge Franceschi - che gli interventi di questo tipo non debbano essere visti su scala regionale, con una programmazione che dica quali debbano essere i nuovi poli». Confcommercio dice che il Veneto che verrà ha bisogno di un'accelerata sulla programmazione: «Si sta ripetendo quello che si è fatto finora: tanti investimenti immobiliari e vai. Così, senza un programma. Io dico che grande distribuzioni e le multisale (che rischiano di diventare baracconi) dovrebbero ormai entrare nelle città». Insomma guerra ai non-luoghi fino al punto, per Franceschi di dire: «Di Veneto City dò un giudizio molto negativo: crea occupazione ma si mangia lo spazio. Toglierà funzioni e ruolo alle città. E si risanerà anche Marghera? E il "Marco Polo City"? In questo grande outlet manca il governo del territorio».

Articoli di Monica Ceravolo, Francesco Spini e Armando Zeni, Francesco La Licata, Alfio Caruso, e una nota dell’agenzia ANSA

Calcestruzzi, manette per mafia

Test su strade e ponti a rischio per l’uso di materiale di scarsa qualità

L’accusa: usavano miscele di calcestruzzo «allungate» e di bassa qualità per risparmiare e creare al contempo fondi neri che in Sicilia rappresentavano il trenta per cento del fatturato e sarebbero stati utilizzati per finanziare i clan mafiosi, mentre nel resto d’Italia avrebbero avuto scopi ancora da accertare. È la tesi della Dda di Caltanissetta che ha chiesto ed ottenuto dal gip il sequestro dell’intera Calcestruzzi spa e l’arresto dell’amministratore delegato Mario Colombini e di altre tre persone: Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania, sospeso dalla società nei mesi scorsi, Francesco Librizzi, già capo area per la Sicilia, e Giuseppe Giovanni Laurino, ex dipendente, anche lui capo area per la Sicilia. Truffa, frode in pubbliche forniture, intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver agevolato l’attività di Cosa Nostra: queste le ipotesi di reato. Sono previsti test su alcune opere che potrebbero essere «a rischio».

“Calcestruzzi favoriva Cosa Nostra”

di Monica Ceravolo

PALERMO. Nei cantieri della «Calcestruzzi spa» sarebbe stato prodotto calcestruzzo di scarsa qualità che, venduto per buono, consentiva di creare fondi neri per finanziare Cosa nostra. Di questa truffa criminale sarebbe stato a conoscenza l’amministratore delegato della società, Mario Colombini, arrestato ieri mattina insieme con Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania, e i due ex dirigenti, Francesco Librizzi e Giuseppe Giovanni Laurino.

L’ordine di custodia cautelare è firmato dal gip di Caltanissetta su richiesta del procuratore aggiunto di Caltanissetta, Renato Di Natale, e dal pm della Direzione distrettuale antimafia, Nicolò Marino, che ha coordinato l’inchiesta sull’azienda bergamasca, che fa parte del gruppo Italcementi.

Ai quattro indagati sono stati contestati i reati di truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di avere agevolato la mafia. Il giudice ha pure ordinato il sequestro della Calcestruzzi. L’azienda, presente su tutto il territorio nazionale, ha 10 direzioni di zona, 250 impianti di betonaggio, 23 cave e 21 impianti di selezione di inerti. Beni per un valore di 600 milioni di euro. Nei computer, secondo gli inquirenti, ci sarebbe la prova della truffa, con una doppia tabella.

E la scoperta del cemento depotenziato ha fatto aprire un altro, allarmante capitolo: quello delle opere a rischio. Sarà infatti necessario controllare la staticità delle opere realizzate con quel materiale. E’ per questo che, nei mesi scorsi il gip aveva ordinato il sequestro del nuovo palazzo di giustizia di Gela, il Porto Isola-Diga Foranea di Gela, la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Braemi e lo svincolo di Castelbuono-Pollina sul tratto autostradale A20 Palermo-Messina. Ma non basta: i consulenti dei pm esamineranno alcuni tratti della Tav, il nuovo palazzo della Provincia di Milano, il nuovo ponte sul Po di San Rocco al Porto (Lodi) e la chiesa di San Paolo Apostolo a Pescara.

Confindustria in una nota fa sapere che segue la vicenda «con piena fiducia nell’operato della magistratura». «Confindustria è certa che l’azienda saprà fornire tutti gli elementi utili a fare chiarezza, anche alla luce del fatto che la stessa società, per evitare rischi di commistioni o pratiche distorsive, ha dato vita nei mesi scorsi a una Commissione di garanzia presieduta dall’ex procuratore Piero Luigi Vigna».

Il presidente di Confindustria di Bergamo, Alberto Barcella, sostiene che non vi sono estremi di provvedimenti contro l’azienda perché giudica positivamente le azioni della società. Ivan Lo Bello, il presidente di Confindustria Sicilia, da cui è partita la proposta di mettere alla porta gli imprenditori che si piegano al racket della mafia, invita l’azienda a collaborare. Il gruppo che fa capo alla famiglia Pesenti sottolinea: «Italcementi conferma la propria linea di piena collaborazione con l’autorità giudiziaria ribadendo una linea di rifiuto di qualsivoglia contiguità con fenomeni di criminalità».

Un impero costruito sull’Italia del boom

di Francesco Spini e Armando Zeni

MILANO. Carta e cemento. Già, perché se oggi l'interesse nell'editoria dei Pesenti - la famiglia che attraverso Italcementi controlla Calcestruzzi -, come azionisti nella Rcs-Corriere della Sera, è uno dei tanti, importante sì ma non certo il principale, all’inizio di tutto fu proprio la carta. Quella che usciva dalla cartiera di Alzano, a due passi da Bergamo: carta da pacchi, niente a che vedere con i giornali - quelli verranno dopo -, seguita con l'amore da un piccolo imprenditore poco più che artigiano, Antonio, il capostipite dei Pesenti, le radici saldamente ancorate nel passato contadino della famiglia ma la testa già proiettata nel futuro imprenditoriale. Muore giovane, Auntonio, e lascia una famiglia numerosa.

Comincia così la storia dei Pesenti, che oggi guidano un gruppo che fattura sei miliardi di euro, produce oltre 70 milioni di tonnellate di cemento l’anno in 22 Paesi distribuiti su quattro continenti. Ma che da decenni sono tra i protagonisti della finanza italiana, con posizioni importanti in Mediobanca, dove siedono nel patto di sindacato tra i soci industriali, in Rcs, nella Mittel, in UniCredit dove Carlo Pesenti è consigliere di amministrazione.

Quando i Pesenti muovono i primi passi, la situazione era quella dell'Italia di metà Ottocento, non ancora unita, solo con le prime avvisaglie di un'industria che prende forma spesso trainata da gruppi stranieri, francesi, tedeschi, che nell'Italia ancora vergine vedono sbocchi importanti. Succede anche per il cemento che, a quel tempo, dalle parti di Bergamo, futura roccaforte cementiera dei Pesenti, nessuno conosceva: ci pensarono i francesi ad aprire una fabbrica di calce. E fu lì che, come dire, il destino dei Pesenti cambiò.

Lasciata la cartiera, nel 1864 a Calzo prende forma - con Augusto, figlio di Antonio - il primo nucleo della futura Italcementi. Il nome è un programma, Società bergamasca per la fabbricazione del cemento e della calce indraulica, che solo sessant'anni dopo, alla vigilia della Marcia su Roma, prese il nome di Italcementi, più conciso, più italico. E qui entra in scena Carlo, il Pesenti che fece grande - anche se alla fine rischiò di azzerarlo - il gruppo.

Gli anni di Carlo «primo» sono gli anni del primo e del secondo boom del cemento, gli anni delle prime grandi infrastrutture dell'Italia che voleva il suo «posto al sole» e che, dopo la guerra, doveva ricostruire. L'Italcementi è lì, tra i big, cresce, si rafforza, moltiplica gli utili. Carlo, uomo tutto d'un pezzo, infaticabile lavoratore, zero (o quasi) ferie, nessuna concessione mondana, inflessibile amministratore («Sono le piccole spese - diceva - che ti mandano in malora»), cattolico fervente (ogni giorno, prima del lavoro, la messa) sfrutta i grandi profitti del cemento e li investe. Diversifica. Compra banche perché le banche servono, diceva, banche a Bergamo e banche a Milano (l'Ibi). Compra assicurazioni, la Ras, una delle maggiori che già allora cercava di tener testa alle Generali. Compra giornali, come Il Tempo di Roma. E a un certo punto compra anche la Lancia.

Uomo tutto d'un pezzo, Carlo Pesenti, geloso delle sue prerogative di uomo d'industria e di finanza, deciso in tempi in cui la trasparenza era termine sconosciuto nella finanza. Memorabili le sue assemblee che si aprivano e chiudevano (nonostante si trattasse di società quotate) in un lampo senza mai soddisfare le (poche) domande di qualche sprovveduto azionista di minoranza. Solitario cavaliere dell'imprenditoria italiana del dopoguerra. Odiato e amato. Accentratore infaticabile, incapace di delegare.

Tant'è che quando morì, nel 1984, molti immaginarono il diluvio: gli succedette il figlio Giampiero che a cinquant'anni era stato tenuto fuori da tutto. In realtà, grazie anche all’alleanza con la Mediobanca di Enrico Cuccia - con un legame che resiste tuttora, con la presenza della famiglia tra i grandi soci -, Giampiero fu l’uomo che salvò - allora - il gruppo sommerso da una montagna di debiti: senza clamori cedette il cedibile, le banche, la Ras, e tenne ferma la barra sul cemento.

E’ un protagonista della «finanza cattolica», grande amico di Giovanni Bazoli - siedono insieme nel consiglio della finanziaria bresciana Mittel -, ma in ottimi rapporti anche con Alessandro Profumo. Si deve a lui, al taciturno Giampiero, amante del basso profilo, poco spazio all'immagine, poche interviste, zero presenzialismo, la seconda vita del gruppo nel cemento: l'espansione all'estero, le acquisizioni.

Il grande passo avviene nel ‘92 con l’acquisizione di Ciments Francais. Italcementi diviene una multinazionale, con le presenze odierne nell’Europa dell’Est, in Egitto, in Kuwait, in Cina. Nel ‘97 l’affare italiano che probabilmente oggi rimpiangeranno: l’acquisto della Calcestruzzi dalla Compart. Fuori dal cemento ancora i giornali, il Corriere, dove oggi Giampiero presiede il Patto di sindacato. Al resto, da anni, pensa il figlio Carlo, quinta generazione dei Pesenti, dal 2004 consigliere delegato del gruppo.

Il cemento che fa tremare la Tav

di Francesco La Licata

CALTANISSETTA. Il palcoscenico è vecchio come la storia della mafia: le cave, il movimento terra, cemento e calcestruzzo, i padroncini che caricano e scaricano. Anche i luoghi sono antichi: Riesi che evoca boss d’altri tempi come Peppe Di Cristina, la campagna di Gela popolata di «stiddari» in funzione di «antimafia militare». Ma questo è solo lo sfondo, su cui si muovono personaggi moderni e interessi contemporanei. L’ambiente che dà vita ad una storia attuale e che offre i più classici degli artifici imprenditoriali e contabili su cui poggia l’illegalità diffusa. Solo che da queste parti l’illegalità prende connotazioni particolari - la mafia, appunto - e si articola per regole squisitamente «siciliane». E così accade che alcuni dirigenti ed impiegati della Calcestruzzi spa (fa capo all’Italcementi di Bergamo) ricoprano - almeno nelle conclusioni della magistratura di Caltanissetta - anche il ruolo di boss del territorio, intimamente legati ai vertici di Cosa nostra.

Per che fare? Semplice, nella risposta dei giudici: «Spremere soldi a palate, truccando la qualità e la quantità del prodotto offerto ai committenti, per finanziare la mafia». Il tutto mediante «sovrafatturazioni di prestazioni di servizio; sottofatturazioni del calcestruzzo prodotto», quindi «fornendo prodotto di qualità difforme dai capitaloti di appalto per la costruzione di opere pubbliche e private» e «acquisendo la materiale gestione di aziende fittiziamente intestate a terzi». In sostanza, dicono i magistrati, la gestione della produzione della Calcestruzzi spa era affidata ad alcuni personaggi che fornivano materiale scadente falsificando la documentazione e la contabilità. E perciò, sparse per l’Italia e per la Sicilia, ci sarebbero opere pubbliche che corrono rischi di instabilità per via del calcestruzzo «depotenziato». Il Tribunale di Gela, per esempio, e la «veloce» di Licata e ancora la Diga Foranea di Porto Isola a Gela, lo svincolo autostradale di Castelbuono e un lotto della Palermo-Messina. Era in programma anche un’intensa attività in vista dei lavori per la costruzione del Ponte di Messina e per questo si riponeva grande attenzione verso l’impianto di San Michele di Ganzeria. Anche questo, però, sfortunatamente era finito nel gorgo melmoso della poco edificante gestione di Francesco Librizzi, sospettato di collusione con gli amici degli amici e in particolare col capo Ciccio La Rocca. Un altro poco rassicurante gestore risulterebbe Giuseppe Laurino, indicato come «la testa» che governava, tra Gela e Riesi, la truffa mafiosa.

Ma i dubbi dei magistrati sulla «tenuta» delle opere non si limitano alla Sicilia. A sentire uno dei «collaboratori» (utilissime le dichiarazioni di Salvatore Paterna e Carlo Alberto Ferrauto, entrambi ex dipendenti e sospettati di mafia) che hanno aiutato gli investigatori a capire, il sistema non poteva sopravvivere senza la distrazione compiacente della sede centrale di Bergamo. E perciò i controlli saranno estesi ad una serie di lavori sparsi per l’Italia, per esempio alla Tav di Anagni dove - quando era in servizio Paterna - fu fornito un tipo di calcestruzzo(il RCK15) che richiedeva 270 Kg. di cemento per ogni m3 e in effetti ne conteneva 150 Kg. Ma i controlli dovranno essere «a sorpresa», perchè sembra che ai periti del Tribunale si tenda a fornire campioni astutamente selezionati. Nelle gallerie, per esempio, bisogna addentrarsi perchè agli estremi il calcestruzzo è «a posto», le colate taroccate stanno verso il centro.

La truffa poggiava, come hanno spiegato i due «pentiti», sull’esistenza di due diverse schermate del computer che, di volta in volta, fornivano una «ricetta» ad uso esterno (che certificava la buona qualità del prodotto) ed un’altra ad uso interno che serviva a calcolare il deficit di cemento, per poterlo poi giustificare nelle giacenze in magazzino, e l’eccesso di «additivi». A parere dei magistrati questo «patrimonio informatico» non poteva essere destinato ad uso esclusivo dei «locali». Si spiega così il decreto di sequestro valido per tutti gli stabilimenti del territorio nazionale. E, d’altra parte, che - sulle vicende siciliane - vi fosse un dibattito interno alla Italcementi è dimostrato dall’intensa attività telefonica di dipendenti e dirigenti, anche dopo una prima ondata di arresti, di licenziamnti e allontanamenti, qualche volta non difinitivi. Illuminante, in proposito, un colloquio tra Fausto Volante (responsabile per Sicilia e Calabria) e un padroncino che si riteneva discriminato dall’azienda e perciò minacciava: «Ve lo dico, geometra... Ve lo dico spassionatamente, se io vado via dalla Calcestruzzi succede una bomba, perchè... ma non in Sicilia, ma qua anche in Campania, perchè qua c’è una melma, c’è una corruzione...una corruzione tremenda... tremenda...».

Un ruolo ambiguo viene assegnato all’amministratore delegato Mario Colombini, già rappresentante legale della Calcestruzzi spa di Ravenna (Gruppo Ferruzzi). I giudici lo accusano di aver chiuso più di un occhio all’epoca della intestazione fittizia «sottoscritta da Volante e Ferraro (indiziato mafioso)» della cava di contrada Palladio. Questa convinzione deriva anche da una serie di intercettazioni telefoniche ed ambientali che confermano la consapevolezza di Colombini riguardo all’operazione. Il 31 luglio 2006, al telefono, addirittura «ammette di averla avallata», ma «sorprendentemente sostiene di non ricordare nemmeno più per quale motivo». Poi tradisce preoccupazione, come quando parlando con la moglie, trapela che ha ricevuto una riservata dalla Italcementi. «In particolare da tale Carlo (identificabile in Carlo Pesenti, chiosano i magistrati)».

Le mani sull’edilizia

di Alfio Caruso

Fu Vito Ciancimino a insegnare a picciotti e compari l’importanza del calcestruzzo, delle società edilizie e di quelle sbancamento terra. Servono per aggiudicarsi gli appalti, per far la cresta sui lavori, per ripulire il danaro proveniente dal traffico di droga. Il figlio del barbiere di Corleone, che non aveva fatto fortuna in America, nei suoi quattro anni da assessore pubblico rilascia circa 3000 licenze edilizie, e che sarà mai se l’80 per cento di esse è monopolizzato da un muratore, da un venditore di carbonella, da un guardiano di cantiere? Se poi vengono spazzate via le magnifiche ville liberty, compreso quel gioiello di Villa Deliella, abbattuta in una notte, è il prezzo da pagare al progresso.

Cinquant’anni dopo niente è cambiato. Gli appalti servono a ripulire circa 9 miliardi di euro l’anno. L’aggiunta di piccoli accorgimenti tattici, allungare il cemento armato né più né meno come avveniva con il vino, consente d’impinguare il business. Per un boss avere le mani dentro la calce rappresenta la migliore garanzia di partecipare alla spartizione della torta. Almeno così è stato fino al crollo del vertice mafioso, fino alla resipiscenza di una classe imprenditoriale per la quale Cosa Nostra non è più un buon affare. E in questo senso la Calcestruzzi Spa, azzerata ieri da un’inchiesta giudiziaria di lungo percorso, ha costituito nell’ultimo quarto di secolo una tipica storia di connivenze e complicità.

L’inizio è rappresentato da tre fratelli: Salvatore, Nino e Giuseppe Buscemi. Secondo le migliori tradizioni si erano spartiti i compiti: Giuseppe era medico, Nino faceva l’imprenditore, Salvatore guidava il mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco-Uditore. Alta mafia per tradizione familiare e consolidati rapporti con la Palermo delle professioni, delle banche, della nobiltà. Interessi così intrecciati da consentire a Nino Buscemi di conoscere in anticipo l’ordine di cattura che il 29 settembre 1984 lo mandava in galera assieme ad altri 365 mafiosi. L’urgenza di Nino non fu di sottrarre se stesso ai rigori della legge, bensì la sua società, la Calcestruzzi Palermo, che in una manciata di ore cambiò proprietà. Venne acquistata dalla Calcestruzzi Ravenna, stella di prima grandezza nel firmamento della Ferruzzi holding.

Il sodalizio tra le due dinastie divenne solido: Nino e Giuseppe Buscemi figuravano soci paritari dei romagnoli nella Finsavi. Quando rapirono la salma di Serafino Ferruzzi con richiesta di riscatto miliardario, i suoi famigliari bussarono ad alcune porte siciliane. Malgrado un’improvvisa fioritura di cadaveri nel Ravennate, la salma non fu restituita, ma nessuno pretese più quattrini. Nel ’97 i magistrati siciliani avanzarono il sospetto che le società off-shore legate ai Gardini-Ferruzzi avessero aiutato Cosa Nostra a ripulire centinaia di miliardi. Indimenticabile la riunione della primavera ’88 negli eleganti uffici della Calcestruzzi in via Mariano Stabile a Palermo: era il famoso tavolo degli appalti con il riconoscimento del 2 per cento alle «famiglie» incaricate di sovrintendere ai lavori e dello 0,80 a Riina. Nella cena di festeggiamento dell’accordo zu Totò pronunciò la triste frase: «Sono come lo Stato, anch’io riscuoto le tasse». Quella stessa sera, a poche centinaia di metri, la presunta società civile siciliana faceva la fila per ammirare i sessanta quadri attribuiti a Luciano Leggio. Le opere d’arte andarono via come il pane, prezzo minimo: quindici milioni.

Eppure la Calcestruzzi trovò nuovi padroni, continuò a vincere appalti, proseguì a incamerare profitti, a servire da schermo a intese che la procura di Caltanissetta giudica illecite. D’altronde l’importanza del mattone è dimostrata dal record di case abusive, circa 250 mila, detenuto dalla Sicilia. Da trent’anni pochi generosi combattono per salvare tesori quali l’Oasi del Simeto, la Valle dei Templi. Nel piano di riordino delle coste, benedetto da Cuffaro appena eletto, non rientrarono soltanto i pochissimi che avevano edificato sui terreni del demanio.

A Palermo Pizzo Sella sarebbe un incantevole angolo di verde se non fosse stato devastato da 193 mila metri cubi di cemento. A costruire centinaia di villette fu una società all’ombra di Michele Greco, il papa. Un sostituto procuratore con la faccia e i modi dell’antipatico, Alberto Di Pisa, ebbe l’esistenza frantumata alla vigilia di far luce sulle torbide connivenze. Da sindaco Leoluca Orlando Cascio ogni inverno prometteva che in estate le ruspe avrebbero fatto piazza pulita. In otto anni fu abbattuto un solo rudere. Nel 2002 il Comune rilevò Pizzo Sella per demolire le villette. Nel 2004 l’assessore alla Legalità, Michele Costa, figlio del procuratore ucciso nell’80, si dimise per l’impossibilità di ottemperare all’impegno. Politici, sindacalisti, professori universitari, architetti da un paio di anni si battono uniti per fare un pernacchio alle sentenze emesse dalla Cassazione, dal Tar, dal Consiglio di giustizia amministrativa.

ANSA

La Calcestruzzi spa in previsione della realizzazione del Ponte sullo Stretto aveva aperto a Messina uno stabilimento. Secondo quanto emerge dalle indagini, la societa’ di Bergamo era sicura che avrebbe fornito il calcestruzzo all’impresa chiamata a realizzare il ponte. Il particolare emerge dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta che ieri ha portato all’arresto dell’amministratore delegato della societa’ bergamasca, Mario Colombini. Il dichiarante Salvatore Paterna, ex dipendente dell’azienda, arrestato e condannato per mafia nei mesi scorsi, ha dichiarato ai pm che: ’’La Calcestruzzi Spa apri’ l’impianto di Messina in previsione della costruzione del ponte sulla stretto; del resto Impregilo ex Girola spa ha sempre lavorato con la Calcestruzzi’’. Paterna ha fatto capire agli inquirenti che la Calcestruzzi voleva me

Affari & Finanza

Cantiere Italia, i soldi e i sogni

di Adriano Bonafede

C’è di tutto e per tutti: autostrade, ponti, linee ferroviarie ad alta velocità, superstrade, persino dighe. Se si dovesse prendere alla lettera il programma enunciato da Berlusconi durante la campagna elettorale, l’Italia si dovrebbe trasformare, da Nord a Sud, in un immenso cantiere. Del resto i piani d’investimento ci sono, molte opere considerate fondamentali sono già state iniziate o sono sulla rampa di lancio. A questo punto basterebbe soltanto dare una spinta, mettere sul piatto più soldi e, soprattutto, velocizzare il tutto: proprio quello che i costruttori si aspettano adesso dal nuovo presidente del Consiglio e dal governo.

A dare un’occhiata alle opere in corso di realizzazione o di progettazione, balza agli occhi il gigantesco sforzo finanziario pensato, se non proprio messo in atto, dallo Stato e dalle sua varie articolazioni, dall’Anas alle Ferrovie, dalle regioni alle concessionarie autostradali. Ci sono in ballo decine di miliardi di euro per oltre 40 opere ritenute prioritarie che dovrebbero essere ultimate, secondo il "Primo programma delle infrastrutture strategiche", da qui al 20142016, con punte anche nel 2017.

Il tanto chiacchierato Ponte sullo Stretto, con una previsione di costi per 6,10 miliardi (ma il prezzo dell’acciaio è tanto lievitato in questi ultimi mesi da rendere questa cifra ormai solo indicativa), non è l’opera più faraonica in programma. Ad esempio, la ‘dorsale jonica, la SS106, ha un budget di costi stimati in 15,3 miliardi per 491 chilometri. C’è poi la tratta ferrovia ad alta velocità MilanoTorino, da ultimare entro il prossimo anno, il cui costo è stimato in 7,78 miliardi. Di poco inferiore l’impegno finanziario previsto per l’autostrada SalernoReggio Calabria, 7,57 miliardi.

Tra le opere in programma di cui si è parlato molto sui giornali in questi anni c’è il sistema Mo.Se. di dighe per bloccare l’acqua alta a Venezia (costo stimato 4,27 miliardi), da ultimare entro il 2012. E c’è la Pedemontana Lombarda, un lavoro che dovrebbe costare alla collettività 4,66 miliardi. L’alta velocità ferroviaria la fa da padrona: ci sono varie tratte (MilanoBologna, MilanoVerona, BolognaFirenze, MilanoGenova, tanto per citarne alcune) ciascuna delle quali vale intorno ai 5 miliardi. Il ‘corridoio 5’ europeo, ovvero La TorinoLione, ha un costo stimato in 4,7 miliardi.

Insomma, a guardare sulla carta l’Italia sembra tutta un cantiere. I colossi italiani del settore, a cominciare da Impregilo e Astaldi, e dalle imprese che fanno capo alla Lega Coop riunite nel Consorzio Ccc, hanno le mani in pasta un po’ ovunque. Le alleanze sono ‘ a geometria variabile’, e qualche volta le imprese che si contendono un’opera con una guerra all’ultimo prezzo si ritrovano a collaborare in altri frangenti.

Impregilo, ad esempio, ha vinto di recente la gara per la Pedemontana Veneta (un lavoro da sempre caldeggiato dalla Lega Nord) proprio contro le cooperative riunite nel Consorzio Ccc. Ma sul passante di Mestre le due imprese sono tranquillamente socie come se niente fosse. E sul Ponte di Messina, che ancora deve cominciare, c’è, insieme a Impregilo, anche la Cmc (una delle principali imprese della Lega Coop). Ancora il Ccc è in società al 50 per cento con Pizzarotti sulla Brebemi (autostrada BresciaBergamoMilano), mentre Pizzarotti è socio di Impregilo sulla Pedemontana Lombarda. Astaldi è socia di Impregilo sulla Pedemontana Lombarda ma sulla linea C della metropolitana di Roma è general contractor. Condotte privilegia molto il rapporto con Impregilo, di cui è socia nei raggruppamenti di imprese per due lotti della SalernoReggio Calabria e per il Ponte di Messina.

Dunque tutte le imprese sono posizionate, come i concorrenti prima di una gara, per la ripartenza delle opere pubbliche. Il governo Berlusconi deve ora reimpostare le priorità e, si sa, ha gusti diversi rispetto all’esecutivo Prodi. Intanto, per prima cosa, ha annunciato la ripresa del Ponte sullo Stretto. Cosa che ha fatto immensamente piacere al trio Salvatore LigrestiMarcellino Gaviofamiglia Benetton che insieme controllano Impregilo, l’impresa che aveva vinto la gara poi congelata dal governo di centro sinistra.

Il ritorno di Berlusconi ridisegna di fatto la mappa del potere nel mondo delle costruzioni. Ligresti e Gavio, non è un mistero, avevano salutato il possibile ritorno del Cavaliere al governo, già prima delle elezioni politiche, con grande entusiasmo. Il perché è presto detto: oltre alle grandi opere in cui Impregilo è coinvolta, i due hanno separatamente molti altri interessi da soddisfare. Ligresti ha, tramite Immobiliare Lombarda (controllata da FondiariaSai) una serie di investimenti da fare a Milano, che ora saranno moltiplicati per quattro dopo l’annuncio di Expo 2015. Un governo amico sarà di giovamento. La stessa cosa può dirsi per Marcellino Gavio, che tramite le sue concessionarie autostradali (la MilanoTorino in primo luogo) e le sue società di costruzione (tra cui la Grassetto che un tempo fu di Ligresti) potrà ricevere benefici dalla ‘sintonia’ con il nuovo governo.

Oggettivamente il mondo della cooperazione non sembra avvantaggiato dal governo Berlusconi, che nell’esperienza precedente tra il 2001 e il 2006 aumentò la tassazione su questo genere di imprese. Ma il nuovo clima bipartizan promette bene. Non sembra più il tempo per guerre di questo tipo. Anche perché le cooperative sono presenti massicciamente nelle opere infrastrutturali del centro nord. Condotte, invece, attraversa per conto suo un momento difficile: mentre era in corso un complesso piano di ristrutturazione, sono arrivati dei problemi sul fronte giudiziario. La Todini, guidata dalla spumeggiate Luisa Todini, è ora impegnata nella Variante di Valico FirenzeBologna, che sarà finita entro il 2011 per un costo stimato di 3,12 miliardi.

Astaldi è in questo momento, e come molte altre imprese di costruzione, più impegnata all’estero che in Italia: circa il 62 per cento del fatturato. Ma resta la speranza di una ripresa delle grandi opere nel nostro paese: infatti se si guarda il suo portafoglio lavori, si scopre che per il 60 per cento è ancora concentrato in Italia.

Questo però significa una cosa sola: all’estero i lavori si prendono e si portano a termine, in Italia si prendono ma sembrano non finire mai. «È questo il vero problema dell’Italia spiega Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance le opere cominciano ma non si va avanti se non molto, troppo lentamente. Da una nostra indagine risulta che per gli appalti oltre 50 milioni di euro ci vogliono in media 67 anni per finire mentre in Gran Bretagna ne bastano 23. È il momento di dare una svolta. Le decisioni devono essere prese in tempi rapidi, e i progetti devono essere fatti meglio: sono quasi sempre sbagliati perché sono degli schemi di massima».

Insomma, i lavori pubblici italiani sono come delle ouvertures a cui non segue mai la sinfonia vera e propria. «C’è tanta carne al fuoco, ma il fuoco è basso», dice Piero Collina, presidente del Consorzio Ccc. «La storia dei nostri appalti è fatta di lungaggini burocratiche, di ricorsi su ricorsi, di continui stop and go dovuti anche alle resistenze locali».

I costruttori riconoscono che il primo Berlusconi, con la Legge Obbiettivo, ha fatto qualcosa per velocizzare le procedure. Ma non è bastato, e ora più che mai non basta più. «Su project financing (finanziamento privato dei progetti, NdR) dice Romano Galossi, membro di presidenza dell’Ancpl e sull’offerta economicamente più vantaggiosa vanno fatti degli immediati aggiustamenti».

Ma, oltre alle procedure e alle lungaggini da correggere, c’è anche un molto più semplice problema di soldi. Ci sono davvero? Ai costruttori corre un brivido su per la schiena: sarà che Berlusconi vuole rilanciare i grandi lavori, ma al momento ha stornato i fondi inizialmente destinati al Ponte sullo Stretto (e che il governo Prodi aveva poi assegnato ad altre infrastrutture nel Sud) a coprire lo sgravio Ici sulla prima casa. Insomma anche i costruttori vedono che le casse dello Stato sono messe male. Non c’è dubbio: c’è ancora uno scarto fra i sogni degli imprenditori e la realtà. Chissà se Berlusconi saprà davvero colmarlo.

la Repubblica

Superstrade, dighe e cantieri eterni ecco l´Italia delle opere incompiute

di Davide Carlucci



MILANO - La grande scritta "vergogna" sul cavalcavia è stata cancellata. Ma il completamento della superstrada della val Camonica non è ancora ripartito. Fermo dai tempi di tangentopoli: fu un ministro di quell´era, il bresciano Gianni Prandini, a volerla e fu una storia di mazzette a inguaiare la ditta costruttrice a bloccare i lavori. Era il 1992 e quattro anni dopo il sottosegretario Antonio Bargone previde la conclusione dell´opera nel 1998. Dieci anni dopo è successo di tutto - anche la morte di un camionista, nel 2005, per il crollo della rampa di un viadotto - ma di cantieri riaperti nel tratto tra Capodiponte e Forno Aglione neanche a parlarne. «La ripresa era annunciata prima per l´autunno, poi per la primavera - dice Guido Cenini, di Legambiente - l´estate è alle porte e siamo ancora con i camion e le auto incolonnate che passano davanti alle case, causando un inquinamento pazzesco. E dire che siamo partiti, negli anni Sessanta, con l´idea di un´autostrada che doveva collegare il Bresciano con la Germania... ».

Ma siamo in Italia, la nazione delle incompiute, imprese ambiziose che al dunque non arrivano mai. Tormentoni che si rinnovano a ogni campagna elettorale: la chiusura dell´anello ferroviario di Roma, era d´attualità già nel 1993, quando Francesco Rutelli si candidò per la prima volta a sindaco ed è tornata a esserlo quest´anno. Progetti immaginifici, come la "strada dei due mari": dovrebbe collegare il Tirreno all´Adriatico ma si riduce a rari brandelli di strada a quattro corsie tra Fano e Grosseto. Di eterni cantieri è piena la Calabria, dalla mai abbastanza vituperata (dagli automobilisti) Salerno-Reggio Calabria, alla statale 106 che porta a Taranto lungo lo Ionio. Un monumento allo spreco è la diga sul Menta, pensata nel 1979 per dare acqua a Reggio, lavori iniziati nel 1985, costi sestuplicati rispetto al progetto originario, completamento previsto nel 2011 e tutti che ancora si chiedano se serva davvero. Asciutto anche l´invaso del Pappadai, in Puglia, in costruzione dagli anni ‘80, costato già 400 milioni di euro. Il primato però è della Sicilia: le opere interrotte risultano 168 su un totale di 357 censite in tutt´Italia. E solo a Giarre, se ne contano ben 12, dalla piscina olimpionica al teatro comunale.

Ovunque va lentissima l´alta velocità ferroviaria: non solo in val di Susa, ma anche tra Milano e Novara, tra Firenze e Bologna (con l´incognita del sottoattraversamento del capoluogo toscano) e tra Genova e Milano, dove un´inchiesta giudiziaria terminata con una prescrizione - erano coinvolti il senatore Pdl Luigi Grillo e il costruttore Marcellino Gavio - ha contribuito ad allungare i tempi. Sorte comune a tantissime altre opere, come la linea 6 della metropolitana di Napoli, ferma anch´essa dai tempi di Tangentopoli e inaugurata solo in parte. Ma a Napoli sono fermi da tempo immemore anche la bonifica dell´area ex Italsider di Bagnoli, la cittadella della polizia e l´ospedale del mare nel quartiere Ponticelli-San Giovanni. L´elenco delle strutture sanitarie o assistenziali mai finite - o in grave ritardo nei lavori, come l´ospedale di Cona, inaugurato nel 1990 da papa Giovanni Paolo II, e l´orfanotrofio di Vercelli, inaugurato dopo 33 anni - in Italia, è lunghissimo. E tra le opere lasciate a metà c´è anche un borgo: Consonno, nel Comasco, doveva essere una specie di Disneyland. Ora è un paese fantasma.

la Repubblica

L’ospedale-scandalo in costruzione da 50 anni

di Giuseppe Caporale

È un palazzo di cinque piani in costruzione dal 1958 ma che non è mai stato aperto. Lo Stato, per questo ospedale, ha già speso oltre venti milioni di euro. Non solo, ogni anno l´Azienda sanitaria locale investe altri soldi per adeguare la struttura ai cambiamenti delle normative, per sostituire gli impianti che con il tempo, nel corso di questi 50 anni, si sono ovviamente deteriorati.

Eppure, l´ospedale Padre Pio (questo il nome voluto dal sindaco Giovanni Palumbo nel 1997 con tanto di cerimonia solenne) non è mai entrato in funzione. Vuoi per i parametri dei piani sanitari regionali, vuoi per gli eterni ritardi nei lavori. Persino ora, la Asl e la Regione continuano a stanziare fondi: da pochi giorni hanno deliberato altri quattro milioni di euro per l´ulteriore messa a norma. La quarta. Il nuovo sindaco in scadenza di mandato, Donato Agostinelli (Udeur), promette che questa sarà la volta buona.

Si muore maledicendo l´ospedale della vergogna, a San Bartolomeo in Galdo, nel beneventano. Qui, nella valle del Fortore, si vive nel terrore di aver bisogno dello Stato, di aver bisogno dell´ospedale. Quando scatta l´emergenza è un terno al lotto. Una corsa contro il tempo che quasi nessuno riesce a vincere. Troppo lontano il 118 (impiega almeno 30 minuti solo per arrivare), troppo lontani gli ospedali (Lucera a 45 minuti, Campobasso a 50 minuti, Benevento a 90 minuti di distanza). E così, lungo il tragitto, si muore. Per un infarto lieve o per un incidente che altrove sarebbe banale.

Ma l´assurdo di questa vicenda è che qui l´ospedale c´è, eccome.

La prima pietra fu posizionata nel 1962 dall´allora sindaco Aldo Gabriele. I lavori furono ultimati intorno alla metà degli anni settanta, dopo una prima catena di ritardi, dovuti anche ad un terremoto. I nostalgici ricordano ancora la prima clamorosa protesta, quella del "comitato di agitazione permanente", che nel 1980 inviò oltre mille cartoline all´allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, per chiedere l´immediata apertura della struttura. Seguì un corteo con le bandiere di tanti partiti di allora: pci, dc, psi. Poi più nulla. Tanti padrini politici, tante promesse, ma la struttura non è mai entrata in funzione. Una settimana fa l´ultimo decesso per colpa dell´ospedale della vergogna (una mamma con tre figli piccoli, morta per un problema cardiaco). E questa volta il grido di dolore e rabbia, è arrivato dal parroco del paese, don Franco Iampietro. «Basta… Sono stanco di accompagnare al cimitero persone che hanno l´unica colpa di essere nate qui», ha scritto il parroco in una lettera aperta alle istituzioni «l´ospedale mai aperto è un vuoto monumento alla disonestà e all´incapacità di chi ne è stato, e ne è l´artefice. Cosa deve fare questa gente per farsi ascoltare? Deve organizzare una rivolta?». A rispondere, l´attuale sindaco Agostinelli. «Apriremo nel 2009 ma sarà un country hospital: ci saranno due ambulanze per l´emergenza, guardia medica, e ottanta posti di riabilitazione gestiti da un privato». Ma non ci sarà il pronto soccorso. E così, lo Stato prima ha impiegato 50 anni per costruire un ospedale, e ora che potrebbe entrare in funzione, ha deciso che non serve più. Va riconvertito, non sarebbe economico. E nella valle del Fortore si continua a morire, maledicendo quel monumento allo spreco e alla vergogna.

Milano Se il dialogo sulla legge elettorale tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi ha frenato di fronte alla seconda bozza Bianco e poi si è fermato al precipitare della crisi di governo che pure ha provocato, in quel di Segrate il Partito democratico e Forza Italia vanno a braccetto da un bel po'. Anzi adesso addirittura si tengono per mano.

Arrivare al grande idillio è stato semplice: da un lato il sindaco forzista Adriano Alessandrini aveva da tempo intenzione di smarcarsi dai riottosi alleati, in particolare la Lega nord, che aveva mal digerito l'approvazione da parte della giunta dell'edificazione di un nuovo centro commerciale; dall'altro il neopartito veltroniano non ha mai nascosto il fastidio di un'alleanza con i partiti della sinistra alternativa, tanto che a fine novembre sul blog del Partito democratico segratese è uscito un intervento del coordinatore del Pd per l'area Milano sud Augusto Schieppati dal più che mai esplicito titolo «Sinistra radicale nun te reggae più».

E allora pochi giorni fa, il 16 gennaio, i gruppi consiliari di Forza Italia, Alleanza nazionale e Partito democratico hanno sottoscritto un documento, un accordo di legislatura, in base al quale le tre forze politiche si impegnano a lavorare insieme. Dando totale fiducia al sindaco forzista, visto che nel preambolo si legge che le forze politiche sottoscrittrici «constatano che non esistono rilevanti differenze per quanto riguarda le impostazioni programmatiche relative alle grandi tematiche che riguardano la città», «rilevano che occorre il formarsi di una collaborazione pragmatica e non ideologica tra le forze politiche responsabili presenti in consiglio comunale» e, dulcis in fundo, «concordano nel superare le logiche di schieramento e di condividere il programma del sindaco, opportunamente aggiornato e arricchito con alcune istanze e priorità portate avanti dai sottoscrittori e in particolare dal Partito democratico». Et voilà, l'inciucio è servito. Certo, in cambio di questa sua «genuflessione» al sindaco, il Partito democratico ottiene la possibilità, insieme a Forza Italia e An, di «concordare la definizione di una nuova compagine di giunta, al fine di attuare le indicazioni programmatiche sopra indicate». Che, tradotto dal politichese, vuol dire che il Pd avrà un assessore, e i bene informati dicono sia proprio quello Schieppati che già da tempo «nun reggae più» la sinistra alternativa.

La «grosse coalition» in salsa lombarda lascia tuttavia strascichi e malumori sia a destra che a sinistra. La Lega ha già fatto sapere che se la firma del protocollo sarà il primo passo per far fuori i lumbard dalla giunta, allora il Carroccio metterà in discussione tutte le realtà della provincia milanese dove il centrodestra governa con l'aiuto della lega. E da sinistra arrivano strali contro «l'inaccettabile inciucio» dalla coordinatrice provinciale milanese di Sinistra democratica Chiara Cremonesi, che accusa il Pd di «aver tradito il patto con gli elettori del centrosinistra», e dai Verdi regionali, che parlano di «sciagurato accordo per la condivisione e la spartizione del potere e della speculazione edilizia per cementificare la cittadina».

Se si pensa che la Lombardia è stata in tempi passati anticipatrice di quanto sarebbe accaduto poi a livello nazionale (senza andare a Depretis e al trasformismo basta pensare al craxismo degli anni Ottanta e all'accordo forzista con la Lega nel decennio successivo), è facile immaginare cosa potrebbe accadere da qui a poco in Italia. Del resto, il luogo è anche altamente simbolico: Segrate, cittadina di oltre 30mila abitanti nell'hinterland milanese, ha visto nascere Canale 5, Publitalia e l'impero mediatico del Cavaliere. E, sulla strada Rivoltana che tange la cittadina, giusto lo scorso anno è stata rimessa a nuovo la sede storica della Mondadori, che Berlusconi si è conquistato al termine di una lunga battaglia legale nota alle cronache più giudiziarie che culturali come la guerra di Segrate. In più, in un paesino vicino, c'è un parco giochi chiamato «Minitalia»: i bambini possono vedere tutte le bellezze del nostro paese in miniatura. E i loro genitori possono ammirare in consiglio comunale il «piccolo inciucio», in attesa che prenda forma quello grande, a Roma.

Nota: si può anche perdonare, a questo interessante articolo tutto sommato più attento alla politica politicante che al territorio su cui si esercita, lo svarione di collocare il parco a tema Minitalia "in un paesino vicino" a Segrate. Per la cronaca e la coerenza con i temi di questo sito, precisiamo che Capriate si trova a diversi svincoli autostradali di distanza, oltre il fiume Adda e in provincia di Bergamo. Per chi vuole andarci a fare inciuci, quasi di fronte al casello autostradale e al parco a tema c'è il comodissimo "Gugliel Motel" (f.b.)

Il Gazzettino di Venezia

I costruttori veneti: aboliamo le Province. All'assemblea regionale appelli per una nuova organizzazione del territorio: «Ridurre i livelli decisionali»

Dàgli alle Province. Confindustria, Ance (l'associazione dei costruttori edili) e sindaci del Veneto sono compatti nel chiedere una riforma profonda del sistema di amministrazione. Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari durante l'assemblea regionale dell'Ance ieri al terminal marittimo ha colto il nocciolo della questione: «Non ha più senso parlare di "città"; viviamo in un territorio policentrico dove Treviso, Venezia, Padova e Vicenza, fino a Belluno, Verona e Rovigo sono quartieri di una stessa metropoli grande un terzo di Shanghai. Davanti a trasformazioni epocali le strutture istituzionali non possono restare quelle di duecento anni fa: deve cambiare anche il punto di vista amministrativo perché altrimenti sarà impossibile una buona amministrazione».

Il dibattito con i sindaci dei capoluoghi (assenti solo quelli di Padova e Vicenza, Zanonato e Variati) ha indicato le priorità da condividere con i costruttori: realizzare infrastrutture necessarie a un diverso e più attuale sviluppo urbanistico, recuperare gli immobili in disuso nei centri cittadini, migliorare la qualità coltivando "l'economia del bello" e sconfiggere la "sindrome del cemento" avviando «una nuova fase del fare e non solo del conservare». Tutto ciò si può realizzare solo ampliando il coordinamento tra le varie città senza per questo privarle della propria identità.

«Abbiamo un bisogno terribile di infrastrutture - ha incalzato il presidente dell'Ance veneta, Stefano Pelliciari -: servono per se stesse, ma anche per lo sviluppo del territorio e la pianificazione territoriale. Siamo indietro di tantissimi anni: almeno una ventina. Il piano regionale di sviluppo dovrebbe servire proprio a pianificare ed è importantissimo il grosso sforzo della Regione. Ma ci auguriamo che abbia un seguito concreto, con la realizzazione di infrastrutture: dalle strade, alle ferrovie, ma anche alle reti di collegamento dati, agli impianti di smaltimento dei rifiuti e di produzione di energia». L'Ance ha rinnovato un'accordo di collaborazione con Confindustria veneta, rafforzandolo anche dal punto di vista economico. Il primo obbiettivo è ottimizzare le competenze: «All'Ance spetteranno soprattutto le questioni relative a urbanistica e territorio». Il secondo, avere una sola voce nei rapporti con la politica. Tasto dolente, sul quale è ritornato il presidente di Confindustria veneto, Andrea Riello, evidenziando che nell'assemblea di ieri il confronto è stato fatto «con i sindaci e non con i presidenti di provincia: abbiamo anticipato ciò che tutti si augurano sia il futuro. Bisogna ridurre i livelli decisionali». Abolendo, appunto, le Province.

A. G.

La Repubblica. Milano

Lombardia a statuto speciale

di Andrea Montanari

La Lombardia a statuto speciale per l´Expo del 2015. Sarebbe questa la richiesta forte che Roberto Formigoni invierà oggi al nuovo governo, nel giorno del via libera del consiglio regionale al nuovo statuto della Lombardia. Un lavoro bipartisan che non finisce certo con l´approvazione della nuova carta regionale che pur definisce la Lombardia «come regione autonoma». Semmai un nuovo un punto di partenza. Più autonomia per sfruttare a pieno le potenzialità dell´Esposizione universale, la realizzazione delle infrastrutture e per cogliere tutte le opportunità che si apriranno per il sistema economico e territoriale lombardo. Due le priorità tra le altre. Il federalismo fiscale e differenziato entro l´estate e la ripresa della trattativa interrotta bruscamente con la fine anticipata della scorsa legislatura sulle 12 materie sulle quali il Pirellone chiede allo Stato di avere la competenza esclusiva o concorrente. Dall´ambiente, ai beni culturali, dall´organizzazione sanitaria, alla comunicazione, alla protezione civile, alla previdenza, alle infrastrutture, alla ricerca, innovazione e università, alla cooperazione transfrontaliera fino alle casse di risparmio rurali e regionali. Concentrandosi soprattutto su quelle che rappresentano la concretizzazione del federalismo. Come le infrastrutture e l´istruzione.

«Una giornata storica» la definisce già il presidente del consiglio regionale leghista Ettore Albertoni. Un lavoro condiviso anche dal Partito democratico durato mesi, che pone la Lombardia all´avanguardia e non solo in Italia. Il testo entrerà in vigore a metà settembre, salvo entro 30 giorni 300mila cittadini chiedano il referendum. «Con questo testo - spiega Giuseppe Adamoli, presidente della Commissione statuto del Pd - la Lombardia è in grado di esercitare non solo le funzioni standard delle altre regioni, ma anche quelle più ampie che attendiamo che il Parlamento e il governo ci assegnino nel più breve tempo possibile».

Sessantacinque articoli, che contrariamente ad altre regioni lasciano invariato a 80 il numero dei consiglieri, che però dovranno rappresentare tutte le province. Viene introdotta la mozione di sfiducia contro il governatore e la censura verso gli assessori. Riconosciute e garantite anche le pari opportunità tra uomini e donne in ogni campo. Tra i principi, il nuovo Statuto riconosce la persona «come fondamento della comunità regionale», si affermano «il diritto alla vita in ogni sua fase», la famiglia, il lavoro e l´impresa. Si riconoscono la «chiesa cattolica e le altre confessioni religiose», si perseguono tradizioni cristiane e civili e «la valorizzazione delle identità storiche e linguistiche presenti sul territorio».

L´obiettivo finale del Pirellone è quello di arrivare a una nuova concezione dello Stato, che riconosca nel cittadino il vero titolare della sua azione e dia pari dignità a tutte le componenti. Un traguardo reso difficile dai vincoli degli articoli 116 e 117 della Costituzione.

Un traguardo ambizioso, che è stato preceduto ieri da una giornata in cui la maggioranza ha ancora una volta scricchiolato sull´approvazione del piano cave dell´assessore lombardo all´Ambiente Marco Pagnoncelli. Dopo essere stato falcidiato da sette franchi tiratori leghisti, ben due riunioni dei capi gruppo e una della maggioranza durata oltre un´ora è stato nuovamente aggiornato, dopo che è mancato per ben due volte il numero legale sull´emendamento che chiedeva lo stralcio della cava di Caravaggio. Un progetto che non piace ai sindaci del cremasco e della bergamasca che temono danni al sistema idrogeologico, che hanno già annunciato ricorsi e non piace nemmeno a tutto il centrosinistra. «Formigoni farebbe bene a presentarsi oggi in aula con un nuovo assessore all´Ambiente» fa notare a fine giornata il verde bergamasco Marcello Saponaro.

Nell'icona: il Sacco di Roma in una miniatura francese del XV secolo (da Wikipedia)

A quaranta’anni dal terremoto del Belice (14 gennaio 1968 – 14 gennaio 2008) la ricostruzione continua a inghiottire risorse finanziarie e la mancanza di lavoro alimenta l’emigrazione: l’ultima finanziaria dello stato ha destinato alla ricostruzione 50 milioni di euro per la realizzazione di opere pubbliche e 100 milioni di euro per l’edilizia residenziale privata.

La storia infinita della ricostruzione del Belice è emblematica del fallimento delle politiche attuate dallo Stato a favore del Mezzogiorno e di quelle non meno fallimentari messe in atto dalla Regione Siciliana. Ma è anche emblematica del fallimento delle proposte di molti urbanisti e architetti, siciliani e non, che con maggiore o minore buona fede e con diversi gradi di coinvolgimento, si sono cimentati nella ricostruzione, disegnando piani territoriali, ideando nuove città, progettando architetture.

Riteniamo di avere individuato alcune circostanze e responsabilità che hanno condizionato negativamente la vicenda della ricostruzione. Esse riguardano la demolizione sistematica subito dopo il terremoto di un gran numero di edifici di interesse storico ed artistico, portata a compimento con troppa fretta per motivi di presunta pericolosità; la miopia dello Stato nell’impostare la politica di sviluppo del Belice con scelte verticistiche e modelli astratti; la voracità della Regione Siciliana nell’ampliare a dismisura le aree terremotate con la conseguente dispersione dei finanziamenti statali; il ricorso esagerato al trasferimento degli insediamenti in aree spesso molto lontane dalle città distrutte o danneggiate; l’utilizzazione di modelli urbanistici sovradimensionati ed estranei alla cultura insediativa locale per il disegno dei nuovi centri urbani; la megalomania e l’autoreferenzialità diffusa in molti degli architetti coinvolti, convinti che la qualità delle loro opere avrebbe creato magicamente spazi e ambienti attraenti e vitali; il meccanismo perverso di finanziamento e di esecuzione dei lavori pubblici, causa di tempi biblici di attuazione degli interventi; la leggerezza di alcuni sindaci, soddisfatti comunque di aprire qualsiasi cantiere per qualsiasi progetto.

Dopo il terremoto, le proposte di assetto territoriale della Sicilia occidentale furono orientate dall'analisi dei processi di spopolamento verificatisi nei centri più piccoli a favore dei centri medi come Sciacca e Castelvetrano. Si propose pertanto di aggregare gli insediamenti in conurbazioni di media dimensione, disposte lungo direttrici di sviluppo, ritenendo in tal modo di razionalizzare la dotazione di infrastrutture e attrezzature in funzione di bacini di utenza di ampiezza maggiore.

Lo sviluppo economico doveva essere assicurato da previsioni di insediamenti industriali, terziari, residenziali e turistici e da una grandiosa infrastrutturazione viaria. La risorsa dell'agricoltura, una delle poche presenti e radicate che poteva essere concretamente potenziata, fu del tutto trascurata: la soluzione dei problemi dell'irrigazione e la costruzione delle dighe sul Belice, di cui si era cominciato a parlare nel 1929, ripetutamente dibattuti e tenacemente rivendicati dalle forze popolari, non furono minimamente presi in considerazione. Tra le previsioni più cervellotiche anche quella di trasformare in porto industriale il porto peschereccio di Mazara del Vallo.

L’auspicato sviluppo industriale e turistico non si è realizzato, ma i criteri posti a base della pianificazione del territorio e della progettazione urbanistica delle nuove città hanno indotto un gigantesco spreco di suolo, foriero di sontuosi indennizzi per espropri sconfinati, hanno ipotizzato ciclopiche reti infrastrutturali e proposto attrezzature generalmente sovradimensionate e spesso destinate ad attività improbabili.

La ricostruzione è stata anche una straordinaria e tragica occasione che ha generato una mole sterminata di commesse pubbliche per urbanisti, architetti, ingegneri, in un arco temporale molto ampio e ha prodotto alcuni risultati dovuti alle prestazioni dei più noti progettisti italiani nel campo dell’urbanistica e dell’architettura (Giuseppe e Alberto Samonà, Ludovico Quaroni, Vittorio Gregotti, Tommaso Giura Longo, Carlo Melograni, Franco Berlanda, Franco Purini e tanti altri) che meriterebbero ulteriori analisi.

Ci sembra che l'errore più diffuso e praticato dalla committenza politica e dai progettisti, in tutte le fasi della ricostruzione, sia stato quello di proporre soluzioni urbanistiche e progetti architettonici senza porsi minimamente il problema della conoscenza della realtà sociale, economica e perfino fisica del territorio, e senza avvertire la benché minima necessità di formulare risposte che tenessero nella dovuta considerazione i problemi e le aspettative delle comunità locali. Anche se con motivazioni diverse si trattò di un atteggiamento comune, in momenti successivi, sia agli urbanisti che agli architetti, ai quali per altro la committenza pubblica non indicava percorsi e metodi più impegnativi.

Tra le infrastrutture viarie previste sono state realizzate solamente l’autostrada Palermo-Trapani (compreso il tratto tra Palermo e l’aeroporto), l’autostrada Palermo-Mazara del Vallo e la strada a scorrimento veloce Palermo-Sciacca. Quest’ultima, completata alla fine degli anni ’90, impiegando per la sorveglianza nei cantieri i soldati dell’operazione Vespri Siciliani, sembra l’opera più utile di tutta la ricostruzione perhè ha consentito al territorio del Belice di uscire da una condizione di oggettivo isolamento.

Oggi, nonostante gli scempi del terremoto e quelli provocati dall’opera dell’uomo, nonostante la perdurante presenza di ruderi e rovine, la valle sembra essere risorta come territorio agricolo produttivo intensamente coltivato a vigneti e oliveti, attento alle colture biologiche e costellato da insediamenti agrituristici. Altri segnali positivi vengono dalla nuova generazione di amministratori locali, che affrontano con coraggio e consapevolezza la gestione di un’eredità difficile rappresentata dai nuovi insediamenti con migliaia di case vuote, da centri storici ridotti a siti archeologici, da opere d’arte arrugginite, da ettari di suoli cementificati che costituivano le basi delle baraccopoli.

Comincia finalmente a emergere un progetto complessivo di sviluppo locale che cerca di riannodare i fili con le radici culturali delle comunità; l’apertura di un museo nel castello Grifeo, a Partanna, avvenuta nel dicembre 2007, è una significativa testimonianza di questo processo. Il superamento dell’assistenzialismo e l’avvio di un nuovo protagonismo produttivo sono leggibili anche nella realizzazione di un parco eolico che alimenterà le entrate dei comuni interessati e le inziative nel campo della raccoltà differenziata dei rifiuti, accolte dalla popolazione con favore e spirito di collaborazione.

Palermo 16 gennaio 2008

postilla

Il meccanismo del progettista o ahimé anche pianificatore "paracadutato" sul territorio locale, che opera senza particolari rapporti di scambio e interazione con il contesto sociale, introducendo modelli e metodi vuoi standardizzati, vuoi concepiti e sperimentati altrove, non è certo limitato all'esperienza della ricostruzione del Belice. Basta del resto scorrere la pubblicistica specializzata dell'epoca per verificarne anche una base, per così dire, "teorica", oltre che nelle pratiche professionali e decisionali. Vicende diverse, hanno modo di svilupparsi soprattutto là dove le reti sociali, economiche, di rappresentanza locale, hanno forza e volontà per imporsi e instaurare un conflitto produttivo con questo genere di "governo del territorio".

Solo per fare un esempio quasi contemporaneo all'inizio delle vicende della valle del Belice, qui su eddyburg nelle Pagine di Storia si vedano i primi testi relativi alla formazione del Parco del Ticino, dove il ceto medio lombardo emergente inizia ad esprimere in forme moderne questo tipo di conflittualità (f.b.),

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