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La manifestazione di ieri di Antonio Di Pietro (non solo sua, soprattutto sua) è stata un successo ma sarà inutile. Quello che ci aspetta sono cinque anni di inarrestabile potere berlusconiano. Cinque anni almeno. La legge che garantisce l'immunità al presidente del Consiglio, il principale, sacrosanto obiettivo dei manifestanti di ieri, sarà approvata domani sera dalla camera dei deputati. Senza problemi. Le contromisure al regime, se di regime si tratta e probabilmente sì senza per questo proporre impossibili paralleli con il passato, non si improvvisano. Non saremmo nell'abisso democratico che proprio i girotondi denunciano se bastasse lanciare un grido per provocare una reazione sufficiente a bloccare il treno del governo. Questa reazione non si intravede.

Che i manifestanti di ieri con il loro furore antiberlusconiano siano i principali alleati di Berlusconi, come ci raccontano in troppi, è una sciocchezza. Il cavaliere è un re nudo che si muove completamente al di fuori della Costituzione. Se c'è qualcuno tra la folla osannante che a un certo punto lancia un grido è un bene e al cavaliere non fa affatto comodo. Infatti ne è ossessionato. L'ossessione però finisce con l'essere reciproca. E trasforma la vicenda personale del presidente del Consiglio - i suoi interessi economici, i suoi processi, le sue amanti - nell'unica ragione valida per fargli opposizione. Il fatto che Berlusconi governa diventa più grave, più insopportabile del come effettivamente stia governando. Molte ragioni di opposizione al centrodestra e dunque al razzismo, all'istinto securitario, al classismo delle misure economiche, sono rimaste fuori dalla piazza di ieri sera. Sembra questo il limite più forte dei girotondi, più ancora delle semplificazioni, delle volgarità, degli argomenti che in fondo esprimono la stessa cultura autoritaria che si vorrebbe contestare.

L'opposizione non è un pranzo di gala. A farla nei confini dettati dal Corriere della Sera, Veltroni finisce col non farla affatto. Se adesso - a giorni alterni - promette battaglia è perché Berlusconi lo ha costretto e perché le grida di questa piazza disturbano anche lui. Ma non è al partito democratico che si può affidare l'alternativa al potere berlusconiano. Non ne ha le caratteristiche strutturali perché è nato per venire a patti con Berlusconi, tanto è vero che si è inventato un inesistente presidente del Consiglio statista. Non ne ha più il background istituzionale tanto è vero che si ricorda della Costituzione solo di fronte agli avvocaticchi del primo ministro e anche in quel caso chiuderebbe un occhio se servisse a resuscitare il «dialogo». Non ne ha alla fine nemmeno la voglia perché se padroni e salariati sono uguali non ha senso dividersi su chi sta con gli uni e chi con gli altri. L'alternativa dovremmo aspettarcela dalla sinistra, ma quel che resta della sua rappresentanza partitica è troppo impegnata a massacrarsi nelle sue piccole stanze. E se ieri ha fatto una pausa è stato solo per venire ad ascoltare l'urlo dei girotondi, ai piedi del palco. Ma almeno di questo non diamo la colpa a Di Pietro.

I rifiuti che hanno ingombrato per mesi e ancora ingombrano le strade della Campania sono gli stessi che in altri contesti vengono raccolti, più o meno ordinatamente, nei sacchetti, nei bidoni, nei camion e negli ecocentri della raccolta differenziata. Si presentano ai nostri occhi in modo diverso, ma materiali e oggetti di cui sono composti sono uguali: in gran parte imballaggi; di plastica, cartone, vetro, legno e metallo; poi altri prodotti usa-e-getta (stoviglie, pannolini e gadget) e avanzi di pasti non consumati o di acquisti alimentari non cucinati. Nei rifiuti urbani - quelli che ciascuno di noi produce - non c'è quasi altro.

I rifiuti domestici sono il residuo dei nostri consumi: cioè di cose che abbiamo comprato, pagato e prima o poi (più prima che poi) buttato, perché non ci servivano più. Gli imballaggi sono tanti: il 40%, in peso, dei rifiuti che produciamo; il 60-70 e anche più in volume, cioè prima di entrare nel ventre di un compattatore che li schiaccia un po'; i prodotti usa e getta fanno un altro 10-15%. Gli avanzi alimentari contano molto meno: sono mediamente 250-300 grammi al giorno a testa, compresi quelli prodotti dai mercati e dai negozi. Inoltre, in confronto con gli altri rifiuti, occupano poco spazio (l'organico è pesante); ma, se non vengono ritirati e trattati, si deteriorano in fretta: puzzano e attirano topi, insetti, parassiti e malattie. Lo fanno ovunque si trovino: sia abbandonati per strada che depositati in un cassonetto; sia in un contenitore per la raccolta differenziata che in una discarica. Gli imballaggi - in gran parte superflui - e gli articoli usa e getta che potrebbero essere sostituiti facilmente da prodotti lavabili e gli alimenti che buttiamo via ogni giorno. Perché abbiamo fatto la spesa con poca attenzione, incidono molto sul costo della vita: quasi un quarto di ciò che spendiamo. Poi dobbiamo spendere una seconda volta per il servizio di igiene urbana che li porta via, sperando che funzioni. Insomma, dentro i rifiuti che produciamo ogni giorno c'è l'equivalente della quarta settimana del mese: quella in cui molti si ritrovano senza denaro, perché hanno già speso tutto nelle prime tre settimane.

Un'amministrazione che aiuti non solo a liberarci dai nostri rifiuti (portandoli via e trattandoli in modo differenziato, come è suo dovere fare, se noi collaboriamo), ma anche a liberarci dalla necessità di dilapidare un quarto delle spese correnti in imballaggi, in prodotti e in acquisti inutili aiuterebbe a superare il problema della quarta settimana molto meglio di qualche modesto aumento salariale. Si può fare. In molti paesi europei e in qualche città italiana si è già cominciato a farlo: con la vendita di prodotti sfusi (alla spina): detersivi, liquidi alimentari, prodotti in grani; con la riduzione al minimo degli imballaggi - evitando l'eccesso di packaging; vino, birra e bibite in bottiglie a rendere (richiede un sistema di «logistica di ritorno», con la cauzione per il vuoto, che molti paesi civili hanno reintrodotto da tempo). Imponendo o raccomandando stoviglie lavabili nelle mense, nei fast food e nelle feste; pannolini di nuova concezione, lavabili in lavatrice (complessivamente costano un decimo di quelli usa e getta usati da un bambino); acqua del rubinetto (che spesso è più pura di quella minerale); ecc. A questo vanno aggiunte la regolamentazione e la promozione dei mercati e dello scambio dell'usato, che consente a chi non può permettersi il «nuovo» di accedere comunque a beni importanti e di qualità; e a chi vuole sbarazzarsi del vecchio, di non aggiungerlo al pozzo senza fondo dei rifiuti. Sono tutte questioni su cui i poteri pubblici locali possono avere un peso decisivo.

Non si vuole certo svalutare le rivendicazioni salariali, sacrosante soprattutto in Italia, che sta ormai al fondo della scala delle retribuzioni del lavoro dipendente in Europa. La lotta sindacale ha e manterrà sempre finalità redistributive che, se trascurate, finiscono per spianare la strada del declino di tutto il sistema industriale: cioè a farci assimilare sempre più a un paese del Terzo mondo. Tuttavia le rivendicazioni salariali non potranno mai più tenere il passo con i modelli di consumo che ci vengono proposti, dove prodotti inutili come gli imballaggi, l'usa e getta, gli ingorghi del traffico, le luminarie senza scopo hanno uno spazio crescente e ci costringono a un inseguimento senza domani. Per di più, in un contesto in cui le nazioni impegnate in un decollo economico e nel conseguente consumo di risorse contano miliardi di abitanti mentre i limiti del pianeta sono ormai resi evidenti dall'aumento irreversibile del prezzo dei cereali, del petrolio e dei suoli edificabili. La strada per la riconquista della quarta settimana, cioè di un reddito che permetta a tutti di fare fronte alle esigenze e alle aspirazioni di una vita decente passerà sempre meno attraverso mere conquiste salariali o il perseguimento di un maggior reddito; e dipenderà sempre più dall'adeguamento dei nostri consumi alle caratteristiche di un pianeta in cui i commensali e le loro esigenze aumentano, mentre le risorse sono sempre le stesse o addirittura diminuiscono. Non è detto che questo peggiori la qualità della vita. In molti casi può migliorarla: meno traffico, meno rifiuti, meno stress, meno miseria - se non ancora la nostra, sicuramente quella altrui, che sempre più, però, ricompare, come fonte di turbamento, sotto il nostro sguardo diretto o telematico: cioè per strada o alla televisione. Ma è una transizione che non può essere realizzata solo da ciascuno di noi, anche se i comportamenti individuali hanno in questo campo un peso crescente; e nemmeno può essere affidata soltanto alla lotta salariale o alla difesa settoriale degli interessi corporativi. E' una transizione in cui il rapporto tra cittadinanza e poteri pubblici - soprattutto locali - è decisivo. Per questo non possiamo più essere indifferenti a chi gestisce questi poteri, né delegare loro la definizione di interventi come la gestione dei rifiuti o la riconversione del sistema distributivo, che per tanti anni abbiamo considerato questioni al di fuori della nostra portata. Viviamo in un contesto di sfiducia e distacco - peraltro motivati - tra cittadinanza e chi la governa: sia a livello nazionale che locale. Una svolta nella gestione dei rifiuti è una cosa piccola; ma rappresenta la strada obbligata per ricostruire le basi della convivenza.

Postilla

Imporre la riduzione degli imballaggi all’origine: questo sarebbe un argomento politico in una società nella quale la politica non fosse serva dell’economia e la guidasse. Ma ne siamo molto lontani. Ancora più lontana una società nella quale l’economia non avesse nella ricerca affannosa del massimo profitto l’unbico suo motore.

La deliberazione del Comune di consentire nello scorcio del mandato ben 11 milioni di nuovi metri cubi residenziali e molti altri milioni di mc di dubbi edifici per servizi – tutto quanto residua del gigantesco PRG Quaroni approvato nel 1976, in epoca culturale e ambientale diversissima dalla nostra – non può che allarmare chi tiene alle sorti della città. Per l´incombente colata di cemento, destinata a aggravare ancor più ambiente e qualità di vita in una città cresciuta assai male negli ultimi anni, si pensi che: a) si tratta di edifici per ulteriori 110mila e passa abitanti rispetto agli attuali 320mila e di ultimare (ma il programma elettorale del Sindaco non andava in altra direzione?) una manovra edificatoria del PRG degli anni 1960 orientata a una mai inveratasi città di 650mila abitanti; b) il recentissimo PRG di Roma, città grande dieci volte Bari, ha previsto per i prossimi venti anni nuovi edifici residenziali per circa 70 milioni di metri cubi facendosi criticare per il devastante impatto ambientale già evidente in quell´agro unico al mondo per vestigia storico-culturali.

Pare si dica, a Bari, che volendo rifare il Piano Regolatore convenga ridar fiato all´economia sfruttando tutto il residuo potenziale edificatorio dell´ambiziosa Città-Regione pensata negli anni 1960 del grande sviluppo sociale e economico. Ma tutti sanno oggi, a Sud e a Nord del pianeta, che un durevole sviluppo sociale e economico si costruisce valorizzando e rispettando l´ambiente e si pregiudica con le colate di cemento tipiche di una crescita povera e di rapina.

Ieri su Repubblica Giovanni Ancona – ricordando Vittore Fiore e la tradizione di una coscienza critica rara a Bari – citava il freno qui posto tuttora dall´economia del cemento a una più avanzata economia industriale, dei servizi, e della conoscenza, e con esso l´aggravarsi della qualità della vita e dell´ambiente e delle vecchie e nuove povertà. La variante deliberata alle Norme Tecniche di Attuazione del vigente PRG – forse per inaugurare alla grande, facendo tabula rasa del paesaggio-ambiente di una metropoli non priva di ambizioni internazionali, la più saggia stagione urbanistica possibile con la revisione del vecchio piano? – consentirà dunque ulteriore cementificazione, questa volta nelle aree per servizi trent´anni fa riservate alla popolazione dei quartieri e della città, spazzando via da una Bari sfortunata ogni frammento di spazio e spirito pubblico. Essa avanza all´apparenza con la distratta testimonianza di una Regione Puglia che per altri versi dice di voler mirare a una nuova stagione di qualità e rigenerazione urbana e di lotta alla povertà.

Ci si deve chiedere se oltre al Comune di Bari anche RP abbia sottostimato i prevedibili impatti sulla società e l´ambiente di questa variante di piano: a) sostituzione di servizi privati di quartiere e urbani ai servizi pubblici originariamente previsti per rispettare una legge nazionale a parer di chi scrive non aggirabile almeno negli anni di esercizio consentito del potere pubblico (quali conseguenze sul costo della vita e la ‘città pubblica´?); b) frammentazione degli interventi privati – e dunque di nuovo peggiore qualità della città – per eliminazione sia di ogni misura minima delle lottizzazioni che del piano dei servizi; c) mano libera senza limiti di volume a "spazi liberi e porticati a piano terra" che rischiano di riaccendere furbesche pratiche di chiusure posticce e condoni; d) riconoscimento del diritto edificatorio sulle strisce larghe 300 metri accanto alle "lame" e 150 metri accanto al mare – dichiarate fin dal 1985 aree non edificabili minime a rispetto di quegli ecosistemi – con trasferimento dei futuri edifici nei pochi campi attigui residui in ossequio a una "urbanistica perequativa" sconosciuta in Europa. Se la ripresa del vecchio modello di crescita quantitativa e l´abbandono della più aggiornata via della qualità s´orientano come pare a incentivare attività e consensi del variegato milieu sociale da sempre in Bari orbitante sulle costruzioni, non sarebbe meglio ricostruire le tante cattive aree centrali e periferiche ostili alla vita – di cui la città è purtroppo ormai fatta? Si può solo sperare che le Comunità della Metropoli Terra di Bari, oggi impegnate in un difficile piano strategico per il loro sviluppo futuro agiscano per scongiurare l´inquietante prospettiva.

Panacea, la dea che tutto guarisce, figlia del dio Esculapio, ha lasciato l´Olimpo: è scesa tra di noi milanesi sotto le spoglie di Expo 2015. Benvenuta! A lei oramai ci affidiamo perché ci guarisca da tutti i mali, dalle infrastrutture insufficienti e malandate ai sentieri di montagna mal segnalati, al dissesto idrogeologico, all´inquinamento atmosferico, alle buche nei marciapiedi. Tutto lei può. Da ultimo ci siamo rivolti a lei per il problema della casa, un´emergenza ormai nota per la sua drammaticità e che ha stravolto il significato della parola stessa: quando dura un quarto di secolo emergenza non c´è più, è solo drammatica incapacità a provvedervi.

Dunque di nuovo oggi si interrogano gli architetti per avere lumi. Gli amministratori pubblici interpellano gli architetti ai quali hanno appiccicato una nuova professione, quelli che definirei di "socio-architetti", quelli che loro ritengono capaci di risolvere problemi sociali usando dell´architettura. È un pericoloso arretramento della classe politica di fronte alle sue responsabilità: individuare i problemi sociali e scegliere gli strumenti adatti a risolverli, ovviamente solo in parte quelli dell´architettura. Detto tra noi conosco molti disastri sociali fatti dagli architetti e pochi esempi del contrario: dal problema dal Corviale a Roma fino allo Zen di Palermo. Ci risiamo? Il problema è analogo a quello del pane oggi, scarso e caro. Soltanto qualche brillante spirito penserebbe di consultare i panificatori chiedendo loro di risolvere il problema pensando alla forma del pane: rosette? biove? ciriole? francesini? ciabatte? carasau?

Il problema principe della casa, in particolare quella popolare (che oggi con impareggiabile delicatezza chiamiamo housing sociale) è la sua scarsità e il suo prezzo. Alla fine del 1993, governo Ciampi, sotto la spinta della diffusa morosità, delle occupazioni abusive e delle difficoltà di gestione, viene varata la legge 560 che autorizza gli enti proprietari di edilizia sociale a vendere il loro patrimonio.

La soluzione è devastante: le vendite impoveriscono il demanio pubblico e favoriscono chi ha qualche risparmio trasformandolo in un fortunato che godrà della rivalutazione forsennata degli immobili degli anni successivi: ombre in più sulle vendite, come sempre. Da un 30% di milanesi a fine anni 80 alloggiati in case popolari o di edilizia pubblica si passa ad oggi ad una percentuale di poco superiore all´otto per cento.

Dunque il dato essenziale è che mancano le case, non solo quelle popolari, mancano le aree per costruirle, mancano i denari. A fronte di 30.000 alloggi necessari se ne producono qualche migliaio all´anno, se va bene. Il numero delle famiglie con redditi insufficienti per il libero mercato aumenta. Agli immigrati regolari bisogna dare una casa. Sinceramente non vorrei più sentir parlare, anche per questo problema, della fantastica strategia "collaborazione pubblico-privato". Di questa invenzione abbiamo esempi clamorosi: la clinica Santa Rita, Ville Turro, le autostrade in concessione. Tanto per cominciare l´elenco. Preferisco i "rozzi" strumenti degli anni 70 e 80 dove il rapporto tra pubblico e privato era regolato dalla legge sugli appalti. Non indenne da difetti ma dove era più facile capire chi rubava o più semplicemente "profittava". E provvedere.

Comunque vada non saranno i guai giudiziari a far cadere Berlusconi dal piedistallo. Come accade da quattordici anni a questa parte. Ora, nella «doppietta» decreto bloccaprocessi-lodo Alfano, il premier può optare persino per la seconda ipotesi, facendo contenti i suoi alleati e fornendo al Pd l'apparenza di un punto da incassare. A dover scegliere il male minore, l'impunità temporanea per «le alte cariche dello stato» è sicuramente l'opzione preferibile. Ma sempre «male minore» è.

La vicenda conferma come la via giudiziaria al cambiamento politico sia un'illusione, ma - soprattutto - quanto sia sbagliato concepire la lotta al berlusconismo come battaglia che si risolve in una persona sola e nelle sue malefatte. Per quanto sia potente la persona e grave il malaffare. Un riduzionismo che, prima, ha costruito un'alleanza elettorale dal respiro corto come quella dell'ultimo governo Prodi e ora ha ridotto l'opporsi parlamentare al puro contrasto delle leggi ad personam predisposte dalla maggioranza del presidente del consiglio.

Così la prima manifestazione di massa contro un governo ignobile è costretta a muoversi sulle sabbie mobili di uno scambio tra le due modalità diverse messe in campo per garantire l'impunità berlusconiana, mentre il Pd si accontenta (per simularsi in vita) di un'innocua raccolta di firme in attesa di una piazza che verrà. Tra tre mesi, forse.

Nel frattempo Maroni prende impronte, Tremonti propaganda la sua carità ai poveri, il duo Brunetta-Sacconi smantella in via definitiva i diritti del lavoro, la Russa fa la guerra, Scajola predispone affari nucleari. In pochi vedono in queste politiche concrete l'essenza del berlusconismo; in pochissimi (e sparpagliati) provano a opporvisi. I più inseguono le vicende pecorecce dell'imperatore e dei suoi cortigiani o pensano di poterle esibire come prova d'indegnità a un'opinione pubblica ormai rotta a tutto o quasi.

Scendere in piazza è un atto lodevole e c'è da sperare che la manifestazione di oggi vada bene, che sia un augurio per il futuro. Ma è pericoloso ridurre la portata dell'iniziativa guardando solo la punta dell'iceberg: il problema dell'iniziativa contro «il ritorno del Caimano» non è in ciò che dice, ma in quel che non dice. Nel lasciare ai margini, ad esempio, i temi economici e sociali. Nell'ignorare che l'uso privato e affaristico della cosa pubblica è la forma che riveste la sostanza della trasformazione delle persone in merci, dei cittadini in sudditi. Una mezza opposizione.

Due recentissimi articoli di tema apparentemente distante, esemplificano con grande chiarezza i due lati della stessa medaglia, intendendo come tale la situazione dell’archeologia in Italia, ma non solo.

Sulle pagine culturali del Corriere della Sera di domenica 8 giugno, un articolo dal titolo "Italia ad Atene: cent'anni in solitudine" si concludeva con un appello al buon cuore degli italiani di nobile sentire perchè intervengano a risollevare le sorti della centenaria Scuola Archeologica Italiana d'Atene, minacciata, già da qualche anno, dalla scure delle ultime finanziarie alla perenne ricerca di sacche di risorse da recuperare ed etichettata come ente inutile. In realtà la “gloriosa e benemerita” (binomio laudativo di prassi in casi consimili) istituzione rappresenterebbe un risparmio di scarsa entità, vivacchiando con un budget annuale di poche centinaia di migliaia di euro che consente a malapena di elargire la dozzina di borse di studio che giustificano la denominazione e permettono ad una ristretta lobby di professori universitari di gestire corsi di specializzazione non proprio classificabili come eventi culturali. Quanto agli scavi, un tempo attività di grande risonanza e ottimi risultati scientifici, probabilmente per le ristrettezze economiche, anche in questo settore sono lustri che la Scuola d'Atene non può annoverare risultati significativi: in tutto l'accorato articolo del Corriere che ne perora le sorti, uno dei pochi elementi a favore del suo mantenimento, oltre all'esiguità dell'onere finanziario e alla vetustà dell'istituzione (che si voglia vincolarla come reperto archeologico?), risiede nell'affermazione che esistono numerosissime scuole archeologiche straniere ad Atene e quindi sarebbe un'onta nazionale che sparisse quella italiana: una sorta di versione culturale della vicenda Alitalia, insomma. Effettivamente, come per le compagnie aree di bandiera, non tutte le Scuole Archeologiche straniere attraversano un’uguale fase di decadenza, anche se tutte hanno dovuto affrontare un radicale ripensamento del loro ruolo. Nate come coté culturale di politiche neppure troppo velatamente originate dall’ideologia colonialista, alcune hanno saputo diventare, nel tempo, centri di ricerca di primo livello e forniscono, ad Atene come a Roma, servizi culturali all’intera comunità internazionale degli studiosi. Altrettanto non è avvenuto per la Scuola Italiana d'Atene che, da alcuni decenni a questa parte, invece di affrontare questo passaggio cruciale, sta attraversando una lunghissima fase di stagnazione che l'ha resa molto simile ad un periodico buen retiro sia pure con motivazioni culturali, ormai totalmente svincolato dalle primigenie finalità di formazione per il personale dell'amministrazione statale e scosso periodicamente da querelles di basso potere accademico. Certo questa non è la sola italica istituzione culturale che vivacchia in dorato isolamento nelle lagune protette dell'erudizione e della ricerca per “specialisti”, tenendosi ben al riparo dalle maree della cultura contemporanea, ma come le altre “gloriose e benemerite” è un sintomo evidente di una incapacità dell'archeologia nostrana ad affacciarsi al mare aperto della ricerca e ad affrontare i molti nodi che ancora la confinano fra le discipline di erudizione. Per festeggiare il prossimo centenario non come una commemorazione un po’ funerea di passati splendori, occorrerebbe all’attuale Direttore che ha ereditato una così pesante situazione, prima che un aiuto economico, uno sforzo di ripensamento intellettuale, urgente e radicale per superare questa lontananza evidente e pericolosa dalla contemporaneità di una disciplina, quella archeologica, che in Italia appare ancora incapace, nel suo complesso, di proporsi come una scienza in grado di confrontarsi e interagire con la post-modernità e i suoi problemi.

L'altro, speculare sintomo di questa involuzione è ben esemplificato dalla rincorsa sempre più convinta agli aspetti più effimeri di tale modernità e quindi alla necessità di una visibilità mediatica: frenesia che si manifesta nella ipertrofica realizzazione di eventi in serie (dalle conferenze di stile holliwoodiano agli scoop giornalistici) in cui, nella grande maggioranza dei casi, l'antico viene utilizzato soprattutto per il suo potere di richiamo fascinoso ed esotico. L’ultimo, in questa direzione, ci viene preannunciato dall’odierna esternazione su la Repubblica dello studioso che da anatomo patologo dei primati, ha recentemente (post 13 aprile, per intenderci) ribadito l’assoluta neutralità ideologica della disciplina (“l’archeologia non è né di destra né di sinistra”). Andrea Carandini dunque, dopo aver rivendicato alle università italiane il possesso di un patrimonio documentale misconosciuto (e c’è da domandarsi come mai organi deputati alla diffusione della conoscenza abbiano sinora svolto così male uno dei loro compiti statutari), sprona l’attuale amministrazione capitolina ad abbandonare ogni timidezza (sic) e a lanciarsi nell’impresa del nuovo costituendo Museo della città di Roma, attraverso il quale la capitale d’Italia, finalmente allineata alle altre metropoli europee, riuscirebbe a raccontare la storia del proprio passato. Dall’articolo pare di capire che si tratti in primo luogo di un museo di storia dell’architettura (antica?) abbinato a un meno magniloquente museo della “vita quotidiana”. Un altro museo dunque, dai caratteri ancora non precisati, ma per il quale, in compenso esiste già una sede bella e pronta in via de’ Cerchi e come ognun può capire non mancherebbe certo, a Roma, il materiale archeologico per riempire le sale: dove sta il problema? Il problema sta esattamente nello strumento adottato, il museo, che alle nostre latitudini attraversa da anni una crisi di funzione testimoniata da una perdurante disaffezione di pubblico. Si vada a leggere il professor Carandini le cifre degli accessi ai tre musei citati nel suo intervento (Cripta di Balbo, Mercati di Traiano e della Civiltà romana), scoprirà che si tratta di luoghi disertati non solo dai grandi flussi turistici, ma incapaci di attirare se non poche migliaia di visitatori l’anno. In Italia, come ogni operatore culturale minimamente informato sa bene, escludendo pochissime eccellenze (in campo archeologico al di fuori di Pompei e il Colosseo, che non sono musei, solo L'Egizio di Torino e i Capitolini reggono dignitosamente), i visitatori non frequentano i musei e questi ultimi, specialmente in alcune realizzazioni recenti, sono diventati spesso cattedrali nel deserto destituiti di ogni impatto culturale, ridotti alla mera funzione conservativa e con costi di gestione proibitivi per la collettività. E’ assolutamente vero che esiste una domanda crescente di informazione da parte di flussi di visitatori sempre maggiori e che Roma e il suo passato meritano uno sforzo culturale in campo comunicativo. Ma che sia davvero innovativo: non solo e non tanto dal punto di vista tecnologico ( e certo in questo settore gli esempi stranieri non mancano), ma da quello intellettuale. Forse nel “basta Roma a raccontare sé stessa” di Salvatore Settis (pur se accusato di disinformazione, sic!) era contenuta una più profonda verità: Roma è essa stessa un museo a cielo aperto e come tale va “comunicata”, non allestendo l’ennesimo museo, ma magari collegando fra loro quelli che già ci sono (alcuni di recentissima realizzazione) e facendoli dialogare con i monumenti della città, con quel “tessuto continuo e cangiante dell’abitato” che Carandini cita, ma che, in quanto tale, non può certo essere confinato e spiegato per exempla nelle sale di un museo. Al contrario va fatto leggere nella fisicità originaria di un contesto unico al mondo.

Il museo, insomma, può essere uno strumento di una strategia culturale, uno dei tanti, non necessariamente l’unico o il più efficace…certo rimane uno dei più mediaticamente spendibili.

E così fra questi due estremi in fondo contigui e in taluni casi sovrapposti dell'isolamento accademico e iperspecialistico da un lato e della rincorsa all'evento in sè dall'altro, mi sembra che questa nostra disciplina si riveli spesso incapace di misurarsi con l'urgenza e la violenza dell'oggi che scortica e brucia, le scorie innanzi tutto, ma non solo, e che però è l'unica via possibile per superare il guado e tentare di traghettare il passato nel presente e nel domani. In questa situazione di impotenza culturale siamo in buona compagnia: in fondo, pur con qualche forzatura, questa condizione è assimilabile a quella che contraddistingue l'attuale vicenda della sinistra in Italia, fra radicalità attardata su modelli arcaici e con strumenti interpretativi tutti da reinventare e un riformismo disperso nella rincorsa di una modernità di facciata anche a costo di trasmutazioni genetiche forse irreparabili e in grado di cancellare identità storiche in cambio di maschere indecifrabili e labili.

Anche in questo caso vaghiamo dunque, alla ricerca di risposte, in una notte caliginosa: eppure, come ci ha insegnato Hegel, “la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”.

Milano è da alcuni anni I'epicentro del virus dell'eccellenza. Questo virus megalomane si è propagato a macchia d'olio nel discorso pubblico e mediatico, intossicando in modo trasversale con la sua retorica ogni ambito della comunicazione politica, amministrativa, universitaria, giornalistica, sanitaria, architettonica, perfino gastronomica. Ciò che rende difficile da sopportare l'epidemia retorica dell'eccellenza è il fatto che essa cresce in rapporto di diretta proporzionalità allo scadimento della vita di ogni giorno nella regione metropolitana milanese, all'indecenza che caratterizza la progettualità nella dimensione quotidiana e ordinaria di molta parte delle istituzioni e della cittadinanza. Si pensa di curare la perdita della capacità di prendersi cura della "città di tutti i giorni", della capacità di investire energie nel senso civico quotidiano -che è il segno di ogni urbanità civile -a colpi di eccellenza, progetti straordinari, grandi opere, allo stesso modo in cui la perdita profonda della capacità di fare festa, oggi produce la serie infinita di festival, kermesse, eventi, intrattenimenti. È chiaro quindi che in questo quadro l'Expo 2015 "vinta" da Milano arriva come il cado sui maccheroni: Grande Opera e Grande Intrattenimento, insieme, in un solo colpo.

Ma prima di venire all'Expo, è necessario capire meglio la scena sulla quale essa ora si affaccia come un deus ex machina: un angolo visuale privilegiato per farlo, per descrivere la mancanza di decenza nella costruzione della città ordinaria, e per osservare gli effetti dell'avvento del discorso retorico dell'eccellenza che avrà poi il suo apogeo nell'Expo, può essere quello delle trasformazioni urbanistiche e architettoniche milanesi degli ultimi anni.

Di certo emblematica è la prima generazione di trasformazioni delle aree industriali dismesse, avvenuta a cavallo tra anni novanta e duemila: un'occasione irripetibile prodotta da un cambio di paradigma produttivo di rilevanza epocale, che si è risolta nella costruzione di una serie di quartieri monofunzionali - residenza mono-ceto (medio-alto) più centro commerciale - all'insegna del più tradizionale consociativismo - grande proprietà, comune, cooperative bianche e rosse, grande distribuzione commerciale - e nella più totale incoscienza delle questioni urbane nodali del nostro tempo - energia, viabilità, integrazione sociale, ambiente. Questa generazione di interventi (detta dei Pru, dal nome dello strumento urbanistico utilizzato: Programmi di recupero urbano) è avvenuta in sostanziale continuità con le modalità proprie delle ultime grandi operazioni immobiliari della stagione pre-tangentopoli, quali i quartieri del famigerato Piano Casa di Ligresti (poi messo a riposo per un brevissimo periodo di quarantena, e come sappiamo oggi ampiamente terminato) e come essi, tra l'altro, contrassegnata da un'architettura anche formalmente indecorosa, progettata da professionisti impresentabili, per quanto spesso in posizione di forza all'interno delle università. La realizzazione dei Pru è stata il principale fiore all'occhiello delle politiche urbanistiche delle giunte Albertini, insieme al Piano dei parcheggi, che consisteva nella realizzazione di oltre un centinaio di parcheggi sotterranei (molti ancora oggi in corso di realizzazione), su suolo pubblico in concessione a privati, in buona parte in zone centrali della città: un esplicito incentivo all'uso abituale dell'automobile negli spostamenti urbani.

Questo quadro molto sommario -al quale bisognerebbe aggiungere almeno l'ondata di sopralzi generalizzata promossa da una legge formigoniana che, al di là di importanti effetti negativi sul piano urbanistico, ha soprattutto fornito un ritratto impietoso dell'analfabetismo architettonico dei tecnici e committenti milanesi -ha avuto un progressivo punto di svolta cinque o sei anni fa, quando ha cominciato a diffondersi la parola d'ordine dell'eccellenza. Questa trasformazione è ben rappresentata proprio dalle strategie di Ligresti, che fino ai primi anni novanta affidava il progetto di centinaia di migliaia di metri cubi ai geometri del suo ufficio tecnico, e che oggi, a capo della cordata che ha comprato all'asta l'area della ex Fiera Campionaria, ingaggia le più grandi star dell'architettura commerciale mondiale (tra l'altro, su consiglio dell'ex operaista tafuriano Francesco Dal Co, oggi potente manovratore della critica e del management architettonico). Su questa traccia fortemente mediatizzata e spettacolare, e sul modello delle dinamiche del cosiddetto Real Estate affermate in tutto il mondo, da Londra a shanghai, si allineano le successive trasformazioni delle grandi aree dismesse residue nel milanese. O meglio, sulla base del più casereccio precedente modello "indecente" dell'architettura lottizzata e impresentabile, viene innestato il nuovo modello "eccellente" dell'architettura-spettacolo. La seconda serve anche a vendere la prima, la prima tenta di "aggiornarsi" imitando la seconda: è ciò che succede per esempio nell'area Garibaldi-Repubblica, o ancor più emblematicamente al supermediatizzato progetto di Santa Giulia, dove la parte scadente già quasi terminata e realizzata dalle cooperative (bianche e rosse) rischia di rimanere senza quella eccellente disegnata da Norman Foster, che forse non si farà più a causa dei guai finanziari di Zunino e del contemporaneo afflosciarsi della bolla del mercato immobiliare.

Va visto in questa chiave di urbanistica mediatica, anche se qui le superstar dell'architettura non c'entrano, pure l'Eco-Pass, la congestion charge del sindaco Moratti, un provvedimento teso chiaramente a comunicare un messaggio anti-inquinamento senza intaccare i diritti degli automobilisti, più che a ridurre drasticamente il numero di auto circolanti in città. Un provvedimento oggettivamente ridicolo, visto che la limitazione riguarda solo la cerchia dei Bastioni e solo le auto "vecchie": in tutta la parte di città costruita dal Seicento a oggi (e nel frattempo Milano è diventata una città-regione) le auto possono circolare liberamente.

Così la Milano del nostro tempo è una città che, con più enfasi di altre in Italia, punta all'eccellenza dello straordinario e nell'ordinario razzola nell'indecenza. È in primo luogo in rapporto a questo scenario che si può comprendere quanto poco ci sia da essere contenti della vittoria di Milano nella gara per l'assegnazione dell'Expo 2015 e quanto sia costernante l'u- nanimità pressoche assoluta dei consensi che l'hanno accolta. Assegnare l'Expo a Milano è un po' come regalare a un matto megalomane un vestito da Napoleone.

La vicenda dell'Expo milanese dimostra che Guy Debord, descrivendo quarant'anni fa la Società dello Spettacolo, se aveva sbagliato, aveva sbagliato per difetto. L'Expo conferma che la politica non può governare se non mediante lo spettacolo, l'evento. Un consigliere comunale di Forza Italia, membro del comitato organizzatore, nel corso di un dibattito radiofonico alla vigilia dell'assegnazione dell'Expo mi dice innocentemente che capisce tutte le mie perplessità, ma che con gli strumenti e le risorse ordinarie non si sarebbero potuti purtroppo soddisfare i bisogni fondamentali della città, le infrastrutture e i servizi di cui Milano assolutamente necessita, e che l'Expo servirà proprio a quello. Che diamine di bisogni abbiamo, a quali standard ci rifacciamo per misurarli, quali modelli di città abbiamo in mente, se le risorse di uno degli otto paesi più sviluppati del mondo non bastano a soddisfarli? Ed è a partire da questo sovradimensionamento dei propri bisogni che questa città si propone di affrontare, come recitano i depliants pubblicitari dell'Expo, "i grandi problemi dello sviluppo sostenibile del pianeta"? A rendere ancora più grottesco questo tema c'è poi il fatto che - se sono riuscito a capire qualcosa nella ridda di cifre spesso incoerenti tra loro diffusa dai media - dei 4,1 miliardi di budget previsti per la costruzione dell'Expo, solo il20 per cento viene da fonte privata, ovvero 1'80 per cento saranno fondi pubblici, stanziati da Comune, Provincia, Regione e soprattutto Stato. Ciò significa che, posto che tali necessità siano davvero inderogabili, le risorse per rispondervi che sembrerebbero reperibili nella quasi totalità anche senza l'Expo, senza la scusa catartica del Grande Spettacolo in realtà non lo sarebbero affatto.

E se ufficialmente a sostenere la "necessità" dell'Expo vengono portate ragioni “scientifiche", di ferreo realismo economico, in realtà una dimensione magica, salvifica, taumaturgica, ai limiti della superstizione, viene attribuita a questo evento da moltissimi sostenitori, compreso il sociologo Aldo Bonomi, che nel corso dello stesso dibattito sostiene che "la Sciura Maria che torna dal mercato con le borse della spesa, se l'Expo non venisse assegnata a Milano, avrebbe una conferma del declino della città e del paese, e questo sarebbe tragico". L'Expo come talismano contro il declino!

Tutta la vicenda dell'Expo milanese è una galleria di situazioni grottesche. Nell'atmosfera calcistico-patriottica prodotta ad arte dai media dopo la vittoria, si sostiene che a trionfare è stata la serietà e completezza del dossier di candidatura presentato da Milano, sostenuta dalla testimonianza di Al Gore che assicura che "Milano è una città amica dell'ambiente" (pazienza se i rapporti dell'Organizzazione mondiale della sanità indicano l'area metropolitana milanese come una delle zone più inquinate di Europa), o che il successo è frutto del lavoro di squadra bipartisan, oppure al contrario si rivendica il merito esclusivo della vittoria, come fa Berlusconi la sera stessa dell'assegnazione. Ma si sa perfettamente che l'appoggio dei diversi paesi membri del Bureau (o di quelli che non lo erano, ma che sono stati convinti a entrarvi: negli ultimi giorni prima della scadenza il numero è improvvisamente aumentato del 50 per cento) è stato comprato sguinzagliando negli ultimi tre mesi assessori di Comune, Provincia e Regione in giro per il mondo: voti comprati in cambio di "aiuti allo sviluppo" dei generi più strampalati -una centrale del latte alla Nigeria, un ct italiano alla nazionale di calcio del Vietnam - con una caparra anticipata di complessivi dieci milioni di euro e un conguaglio a saldo, a votazione positiva avvenuta, di altri cento milioni. Ma neppure in questa compravendita quasi nessuno trova qualcosa di un po' schifoso, né a destra né a sinistra: è capacità di costruire partnership internazionali, arte di tessere reti geopolitiche.

Grottesco, se non osceno, a me appare il tema stesso scelto per l'intera kermesse – tema che invece entusiasma anche i pochi scettici illustri dell'Expo: Renzo Piano e Adriano Celentano - e fa abbastanza impressione vedere tra i membri del comitato scientifico, tra gli altri, i nomi di Carlo Petrini e Amartya Sen: dietro allo slogan generico "Nutrire il pianeta / Energia per la vita" viene tracciata una linea che congiunge il tema dell'eccellenza gastronomica, il famoso italian food, a quello della fame del mondo. Il tema di questo grande spettacolo da 4 miliardi di euro, ma dall'indotto complessivo stimato in oltre 40 miliardi, è in sostanza il mangiare, in senso molto lato, fino a comprendere il suo opposto: il non-mangiare. Sievince dai depliants promozionali che illustrano il programma che il problema di chi comprensibilmente si ostina a far riferimento al secondo versante, cioè a non mangiare, o a mangiare molto poco, è un problema medico, tecnico e tecnologico, dietetico, di educazione alimentare, di innovazione, e giammai il prodotto di un preciso modello di sviluppo politico-economico fondato sulla diseguaglianza, sull'iperconsumo di alcuni e sulla miseria e lo sfruttamento di molti. La medicalizzazione della fame nel mondo, la sua rubricazione nella categoria delle disfunzioni della filiera produttore-consumatore, è un messaggio così rivoltante che sinceramente stupisce che neppure nelle parti più decenti del fronte pro-Expo nessuno abbia avuto niente da dire.

Tra i molti precedenti di grandi opere o grandi eventi milanesi che si potrebbero ricordare, a partire dai disastri economico-urbanistici dei campionati mondiali di Italia ‘90, è bene evidenziarne almeno due tra i più recenti. Del potenziamento dell'autostrada Milan-Torino e della contestuale realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità, ancora in corso, i giornali si sono occupati a lungo concentrandosi sui costi e sui tempi astronomicamente lievitati e sulle massicce infiltrazioni mafiose nei loro appalti. Ma quest'opera è anche un esempio lampante di che cosa significa oggi da un punto di vista fisico, ambientale, paesaggistico la corsa allo sviluppo, alla crescita, all'eccellenza: un tratto di territorio della lunghezza di un centinaio di chilometri è stato trasformato d'un colpo da paesaggio semirurale a scenario periferico lineare, una concatenazione ininterrotta di viadotti ferroviari sopraelevati e di bretelle, svincoli, sotto passi autostradali necessari a superare le continue intersezioni fra i due sistemi di trasporto (perché, come è ormai noto, ogni aumento della velocità di comunicazione in una direzione, costituisce un ostacolo e un rallentamento per gli spostamenti nella direzione trasversale alla prima, e rende necessarie ulteriori infrastrutture per il loro che a loro volta divengono ostacoli nell'altra direzione, eccetera...). È lo scheletro infrastrutturato di un futuro suburbio lineare sovraregionale, la megalopoli Torino-Trieste che manda in brodo di giuggiole Fuksas, la città infinita che ambiguamente descrive Bonomi.

Proprio Fuksas immagina la sua Fiera di Rho-Pero - che è il secondo esempio a cui volevo accennare e che si salderà con il villaggio Expo che le sorgerà giusto accanto – non come una semplice fiera, ma come un brano di questa futura megalopoli. E su questa dismisura essa è sintonizzata: la sua dimensione è tale che, da quando esiste, la Fondazione Fiera - feudo di quella Compagnia delle Opere senza la cui presenza si può capire ben poco delle dinamiche non solo urbanistiche milanesi - ha il problema di cosa farne. La struttura funziona a pieno regime solo nei cinque giorni del Salone del Mobile, quando ogni anno per l'affluenza di visitatori l'intero sistema della mobilità milanese va in tilt: ingorghi colossali, code di centinaia di metri fuori dalla metrò e alle fermate dei taxi. Per il resto dell'anno molta parte della megastruttura è inutilizzata e per compensare gli insostenibili costi di gestione l'ente progetta di vendere l'ultimo pezzo della vecchia Fiera Campionaria che aveva mantenuto in città, trasformandolo in centro commerciale e cinema multisala. Il modello per cui si finanziano con risorse pubbliche grandi strutture d'eccellenza tese a competere sul famigerato scenario globale, e poi si rimane con il problema di che cosa farsene, è in grande espansione: dal PalaFuksas di Torino al PalaGregotti di Milano, cioè il Teatro degli Arcimboldi costruito da Pirelli alla Bicocca, in utilizzato per gran parte del tempo.

Il tema di un'architettura ipertrofica e drogata che ha invertito il suo rapporto di servizio con l'uso e la necessità, è uno dei grandi temi tragicomici dell'architettura contemporanea. Che tocca anche l'Expo: su un'area di oltre un milione di metri quadrati verranno costruiti edifici che in minima parte - sembra solo i padiglioni dei paesi stranieri - verranno smontati dopo il 2015. Il resto dovrà essere riconvertito dall'eccellenza alla vita quotidiana. Su questo tema il progetto dell'Expo è di una vaghezza sconfortante: si parla di residenze universitarie e atelier per creativi. Un milione di metri quadri di atelier per creativi? Ma è lo stesso progetto architettonico e urbanistico dell'Expo a essere assolutamente aleatorio, tanto che all'indomani dell'assegnazione il sindaco Moratti, sull'onda di una campagna populista contro i grattacieli storti guidata da Berlusconi e Celentano (progetti orrendi, attaccati per la ragione sbagliata) ha cancellato in pochi minuti la torre di duecento metri che ne era il perno. Un progetto fantasma, disegnato da ghost-designers per aggirare la normativa europea che impone di affidare progetti pubblici solo mediante gare o concorsi. Una aleatorietà che non è solo un limite specifico di questo progetto ma un fattore strutturale di tutta l'architettura contemporanea della mega- macchina: le operazioni in cui essa viene messa al lavoro hanno ingredienti e procedure complesse, toccano interessi così poderosi e capitali tanto fluttuanti che la sua flessibilità deve essere totale, ma allo stesso tempo essa deve essere immediatamente spendibile sul piano dell'immagine e dello spettacolo. Avere cioè una forma memorabile ancor prima che qualcuno sappia a cosa dovrà servire. L'architettura dell'eccellenza è quindi pura aleatorietà compensata da iperrealismo. È un architettura che ambisce a quella smaterializzazione, a quella disincarnazione che Illich e Virilio hanno individuato come tratto cruciale della disumanizzazione con- temporanea, un'architettura-play station che cancella ogni terrestrità: senza gravità, senza materia, senza luogo. Visti di sfuggita nella videoanimazione promozionale dell'Expo, mentre la telecamera virtuale vola come in un videogioco, l'edificio che si protende a sbalzo per cinquanta metri, senza appoggi, o i padiglioni con gli spigoli smussati come elettrodomestici o Suv, raccontano la favola agghiacciante che piace a tutti di una landa tra Milano e Rho, tra l'autostrada per Torino e il carcere di Bollate, trasformata in scenario di second Life.

Il ministro Sandro Bondi ha reso alle Camere e alla stampa dichiarazioni encomiabili sul futuro dei beni culturali e del paesaggio. Si è impegnato a un rigoroso rispetto dell`articolo 9 della Costituzione («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») sottolineando, come già hanno fatto dal Quirinale Ciampi e Napolitano, lo stretto nesso fra i due commi e il ruolo dello Stato. Ha considerato il Codice dei Beni culturali e del paesaggio, dopo i tre "passaggi" coi suoi predecessori Urbani, Buttiglione e Rutelli, il frutto positivo di un lavoro genuinamente bipartisan, e si è impegnato ad attuarlo attivando un tavolo di coordinamento ministero-Regioni.

Ha insistito sulla necessità di potenziare le Soprintendenze mediante nuove assunzioni, di ripristinare i paesaggi degradati, di migliorare la capacità di spesa del ministero, di rilanciare la cultura italiana del restauro.

Con questi lodevoli propositi, della cui sincerità non c`è motivo di dubitare, contrasta tuttavia in modo stridente la politica economica del Governo. Il decreto sull`esenzione dell`Ici per la prima casa (Dl 93/2008) azzera i 45 milioni che la Finanziaria aveva destinato al ripristino dei paesaggi degradati; inoltre, accantonamenti di bilancio dei Beni culturali per oltre 15 milioni dal 2008 al 2010 sono utilizzati a copertura dei mancati introti Ici, e 90 milioni nel triennio confluiscono nel «Fondo per interventi strutturali di politica economica». A questi tagli già cospicui (in totale 150 milioni) si aggiungono le misure ancor più drastiche del recentissimo Dl 112, che sottrae ai Beni culturali 228 milioni nel 2009, 240 milioni nel toto e 423 milioni nel 2011: un taglio complessivo di quasi un miliardo che, aggiungendosi ai 150 milioni già menzionati, infliggerà un colpo mortale a un`amministrazione già in grande sofferenza per mancanza di risorse (invano Prodi aveva promesso di portare il bilancio dei Beni culturali dal misero 0,28% all`1% del bilancio dello Stato). Di più, come ha scritto Luigi Lazzi Gazzini sul Sole 24 Ore del 26 giugno, il Dl 112 capovolge d`autorità, «stiracchiando la Costituzione», la gerarchia delle fonti normative, demandando al Governo (anzi al ministro dell`Economia) il potere di modificare per decreto gli stanziamenti approvati dalle Camere per legge.

I tagli ai Beni culturali non vengono operati su attività marginali né su progetti opzionali: la maggior parte della riduzione di spesa prevista per il triennio 2009-11 grava infatti sulla voce «Tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici», cuore e "ragione sociale" del ministero. I tagli alla tutela sono 198 milioni su 228 nel 2009, 207 milioni su 240 nel 2010, 366 milioni su 423 nel 2011. Se prendiamo come anno di riferiménto il 2011, in cui al taglio più massiccio si sommerà

l`effetto incrementale del decurtamento 2008-2010, si può dire che resteranno sul bilancio del ministero solo gli stipendi per il personale residuo, del resto in via di esaurimento visto che l`età media dei funzionari tecnico-scíentifci ha ormai varcato la soglia di guardia dei 55 anni, e che le pochissime nuove assunzioni in vista non bastano nemmeno a coprire il 10% del turn over.

In queste condizioni, non solo non sarà possibile ripristinare i paesaggi degradati, ma neppure proteggere quel poco che ancora c`è di intatto. Non solo non si potrà promuovere il restauro, ma si stenterà a lasciare aperti musei e monumenti. Forse migliorerà la capacità di spesa: ma solo perché resterà ben poco da spendere.

Il disegno politico sotteso a questi provvedimenti del Governo appare diametralmente opposto a quello che l`onorevole Bondi ha delineato alla Camera. Tagli di tale entità configurano la messa in mora del ministero fondato da Spadolíni, che ereditò la gloriosa tradizione italiana di tutela e l`ha fatta sopravvivere con dignità fino ad oggi.

Si può avanzare l`ipotesi che alla messa in mora debba seguire, nell`intenzione del Governo odi una sua parte, l`abolizione del ministero (o, che è lo stesso, la sua riduzione allo stato larvale) e forse la devoluzione della tutela alle Regioni, secondo la proposta avanzata nel 2007 dalla Lombardia e dal Veneto. Un progetto come questo presupporrebbe un`interpretazione assai forzata del Titolo V della Costituzione (articolo 116), infelicemente riformato nel 2ooi con esigua maggioranza. Se questo è il progetto, il Codice dei Beni culturali, che prevede una forte interazione fra Soprintendenze e Regioni, è già lettera morta, e il "tavolo di coordinamento" Stato Regioni voluto da Bondi segnerebbe la resa incondizionata di un ministero in via di liquidazione.

L`articolo 9 della Costituzione, che assegna alla competenza esclusiva dello Stato la tutela dei beni culturali e del paesaggio (come la Corte Costituzionale ha ribadito da ultimo nella sentenza 367/2007), verrebbe in tal modo svuotato, anzi capovolto. Ma se questo è il disegno, perché non dirlo subito?

E se il disegno non è questo, chi ci spiegherà come potrà mai funzionare la tutela in Italia con le casse vuote e il personale in costante decremento?

Col Berlusconi IV, ogni giorno porta, a noi cittadini, la sua pena e a tutto il Belpaese la sua sventura. Il quadro generale dei nostri beni culturali è divenuto, in pochi mesi, fosco. Francesco Rutelli era stato criticato (anche su queste colonne) per un giro di nomine sbagliato, ma aveva difeso validamente nel governo Prodi i finanziamenti destinati alla tutela e alla cultura, e quelli per il Fondo Unico dello Spettacolo, inoltre aveva conseguito il risultato finale di far approvare il Codice per i beni culturali e per il paesaggio nella versione ampiamente riformata predisposta da Salvatore Settis. Versione che, per ora, il suo successore, Sandro Bondi, ha detto di non voler toccare. Purtroppo però o la capacità di contrattazione del roseo neo-ministro all’interno del governo Berlusconi è inesistente, molle come il burro d’estate, o egli non vede e non sente (se non glielo dicono). Venerdì lo stesso Salvatore Settis, presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali, ha messo il dito sulle piaghe di un ministero che, già a corto di risorse, si vede ora massacrato di tagli. Bondi parla e Tremonti fa, cioè taglia: un miliardo circa di euro nei prossimi tre anni, secondo Settis. Oltre ai 150 milioni già sottratti ad una amministrazione che deve fare i conti con le bollette della luce, del telefono e del gas, con le spese per i francobolli.

Il segretario nazionale della Uil-Bac, Gianfranco Cerasoli, ha accusato Sandro Bondi di fungere ormai da «commissario liquidatore» del ministero creato con tante speranze da Giovanni Spadolini nel 1975. Il piano di tagli predisposto dal duo Tremonti-Brunetta incide in modo pesantissimo sulla voce «tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici», cioè sulla ragion d’essere costituzionale del ministero stesso. In definitiva per tutta l’attività del ministero dei Beni e delle Attività Culturali (MiBAC) rimarrebbe una miseria contro risorse che sino a ieri ammontavano a 625 milioni di euro. Dunque, niente assunzioni di tecnici, riduzione degli orari dei musei e magari chiusure diffuse, nessuna ispezione o missione sul territorio con grande gioia di speculatori, ladri, tombaroli e abusivi. Si pagherebbero, di fatto, i magri stipendi (il direttore di un grande museo non arriva ai 1.500 euro mensili) e poco più. Con tanti saluti al turismo culturale motore di un movimento intenso di visitatori del Belpaese che apprezzano soprattutto le città d’arte, i musei e i paesaggi italiani, e sempre meno le spiagge e le montagne. Una sorta di suicidio in piena regola, anche a volerlo guardare dal solo punto di vista economico.

Due scenari emergono infatti da questa serie di amputazioni: nel primo caso, si è detto, avremmo la “morte” del ministero dei Beni culturali; nel secondo, «la sola riduzione del Fus (Fondo unico dello spettacolo, ndr) porterà ad una crisi degli attuali settori di intervento», commenta Cerasoli, «che colpirà, secondo le stime dell’Agis, almeno 1.100.000 lavoratori». Aggiungiamoci la cancellazione della Tax Credit e per il nostro cinema, appena risollevatosi un po’, sarà la tomba. Corollario finale: il ministero dell’Economia e Finanza, cioè il solito Tremonti, si tiene per sé «le entrate derivanti dai servizi aggiuntivi (legge Ronchey) che permetteva il reintegro di almeno il 50 per cento delle somme». E l’omone di burro Bondi che fa? Sorride, stringe mani, distribuisce targhe e premi. Sembra tanto contento di sé. Un necroforo felice. Ma dove vive?

Le disgrazie, dicevo, non vengono mai sole. Nelle pieghe del decreto legge del 25 giugno scorso, all’articolo 58, si scopre che il superministro Giulio Tremonti, privati i Comuni dell’Ici e di un ben po’ di risorse sino a ieri trasferite dal centro (Bossi e Calderoli dov’erano andati nel frattempo, a pescare?), spinge gli Enti locali a vendere, anzi a svendere tutto, travolgendo ogni regola di buona amministrazione, pur di turare le falle, or ora allargate, dei loro bilanci correnti.

I Comuni infatti dovranno operare forzosamente la privatizzazione del loro patrimonio edilizio formando Piani delle Alienazioni Immobiliari in cui iscrivere i «singoli beni immobili ricadenti nel territorio di competenza, non strumentali all’esercizio delle proprie funzioni istituzionali, suscettibili di valorizzazione ovvero di dismissione». Insomma: cari Comuni, non vendetevi proprio i palazzi civici e quelli degli uffici, però tutto il resto mettetelo sul mercato. Obiezione: ci sono i piani urbanistici vigenti a fissare le destinazioni d’uso dei vari immobili. Risposta: roba vecchia, il Piano delle Alienazioni votato dal consiglio comunale «costituisce variante allo strumento urbanistico generale». Non conta nulla che questo sia stato elaborato con procedure democratiche, osservazioni, ricorsi, controricorsi. Tutto cancellato: il Piano delle Alienazioni, in una botta sola, spazza via quell’intero ciarpame democraticistico. E i palazzi di valore storico-artistico? Non sappiamo, ma c’è ragionevolmente da temere anche per essi.

«Tragedia nella tragedia», commenta nel suo coraggioso sito eddyburg.it l’urbanista Edoardo Salzano, docente a Venezia, «nessuno ha reso pubblico questo ignobile provvedimento. Il potere degli Alienanti è diventato davvero egemonico, il loro governo un regime». Basterebbe, e avanzerebbe, questo ritorno in campo del Grande Alienatore e Cartolarizzatore Tremonti (che tante sofferenze sociali ha prodotto nel quinquennio 2001-2006). Ma, purtroppo, c’è, come abbiamo visto, la messa in liquidazione, per sottrazione di fondi, del ministero per i Beni e le Attività culturali che, suggerisce Salvatore Settis, ridotto ad una larva burocratica, potrebbe essere espropriato dalle Regioni. Lo propongono da tempo Toscana, Lombardia e Veneto. E, visto come vanno le cose in Sicilia, dove la tutela è già regionale, potrebbe anche essere la fine della cultura italiana intesa, da molti secoli, come la base, assieme alla lingua, di una identità nazionale unitaria.

ROMA - Ci sono le ville e le villette, i capannoni industriali e i centri commerciali, i magazzini e gli spazi espositivi. C’è un reticolo di cemento che invade silenziosamente il territorio, si chiama tecnicamente "dispersione urbana" o, più ottimisticamente, "città diffusa". È la fine della divisione tra città e campagna a cui si assiste ormai da anni, è l’avvento della città unica, senza confini. Milano, Roma, Napoli, Torino sono gli agglomerati più vasti dove si assiste all’espansione continua nello spazio circostante. Una trasformazione geografica epocale che dilaga senza incontrare ostacoli, un’aggressione dei terreni dovuta anche alla svendita incontrollata di pezzi di territorio messa in atto dai comuni, autorizzata dai sindaci per fare cassa.

In Italia l’80 per cento della popolazione vive ormai nel 5 per cento del territorio, lo sottolinea il rapporto 2008 della Società geografica italiana "L’Italia delle città, tra malessere e trasfigurazione". In duecento pagine i curatori fanno un’analisi di quello che sta accadendo sul suolo, ai paesaggi. Le città sono cambiate, dicono i geografi, per l’immaginario collettivo sono ancora quelle di un secolo fa, ma a quell’idea corrispondono ormai solo i centri storici, al posto della vecchia urbs ci sono agglomerati senza confini e senza gerarchie.

«Il 5 per cento del territorio italiano è occupato da agglomerazioni urbane dove vive l’80 per cento della popolazione mentre il 7 per cento degli abitanti occupa il 20 per cento», spiega Giuseppe Dematteis, coordinatore del rapporto e professore di Geografia urbana al Politecnico di Torino. «Fuori dalle grandi agglomerazioni c’è una dispersione che consuma suolo con danni rilevanti per la campagna e il paesaggio, per la mancanza di infrastrutture. È una devastazione permessa dai comuni che danno le autorizzazioni pur di ricavare risorse, i comuni infatti concedono autorizzazioni per costruire case in zone agricole o mettere fila di capannoni lungo le strade, per questo incassano gli oneri di urbanizzazione e l’Ici, sono cifre enormi, a cui si aggiungono tutte le collusioni tra costruttori e amministratori». Su questa svendita del territorio non ci sono dati: «Il grosso del cambiamento c’è stato fino agli anni 70, con le ondate migratorie, ma non è mai terminato e continua l’aggressione di terreni sempre più rari».

La città diffusa, è scritto nel rapporto, è una realtà non soltanto italiana ma nel nostro Paese ha assunto una pervasività e un’intensità uniche, come nelle aree di industrializzazione nel Centro-Nord. Città che si ramificano, si dissolvono dando vita a un altro fenomeno incontrollato, quello della dispersione abitativa. «È terribile vedere le aree di pianura invase da case», dice Edoardo Salzano, urbanista che ha dedicato molte analisi e battaglie allo sprawl. È questo il termine inglese usato già negli anni Cinquanta per la crescita urbana senza regole. «Nelle altre città europee c’è una linea netta tra città e campagna, da noi c’è una linea continua autorizzata dalle leggi. Il fenomeno, che è sempre esistito, è andato via via peggiorando, un decreto alcuni anni fa, consentì di utilizzare i finanziamenti derivanti dagli oneri di urbanizzazione per il bilancio comunale, da quel momento i sindaci con difficoltà di cassa hanno aumentato il numero delle concessioni edilizie. Ora come se non bastasse c’è stato il decreto legge del giugno scorso, di cui nessuno ha parlato, che impone a comuni, province e regioni di fare l’elenco delle proprietà immobiliari per venderle o metterle a reddito, risorse pubbliche devono essere trasformate in qualcosa che renda». Intanto il territorio si trasforma e diventa altro. Addio quindi alla città e addio anche alla campagna. Al loro posto ecco le aree metropolitane, la regione-urbana, le città-regioni, termini burocratici per esorcizzare il fantasma della megalopoli.


Pompei il crepuscolo delle rovine

Patrizia Capua – la repubblica, ed. Napoli, 6 luglio 2008 (m.p.g.)

Primo giorno dell'emergenza. Nella Città degli scavi posta sotto tutela dal governo, la sola novità ieri è stata una disinfestazione negli uffici deserti della direzione, programmata da tempo. Mercoledì prossimo il ministro Bondi firmerà l'ordinanza con la nomina del commissario. Esce di scena, così pare, il prefetto Mario Mori, chiamato come capo di gabinetto del sindaco di Roma, Alemanno. Un commissario, approva il critico d'arte Vittorio Sgarbi, neo-sindaco della cittadina di Salemi: «Bisogna salvare il sito archeologico. L'ho detto recentemente al ministro. Servono interventi necessari e urgenti per impedire che la mancanza di tutela e di controllo distrugga questi luoghi».

«Sarebbero 95 euro, ma vi faccio lo sconto: cinquanta, che ne dite, eh?». Guide a caccia di turisti a Porta Marina Inferiore. Il "patentino" rilasciato dalla Regione Campania bene in vista sul petto. Se li accaparranno, e li portano in giro, a volte, come fossero un bagaglio personale. Turisti in balìa delle guide. In questo posto unico al mondo, straordinario e potente, non c'è un tariffario esposto all'ingresso, un presidio che garantisca il visitatore, controlli accurati.

Come districarsi? Il giro della città romana, con l'accompagnatore a pagamento, dura in media due ore, meno e non più. Pompei è una città grandissima, pochi ne hanno consapevolezza prima di addentrarsi. «Il turista arriva qui disarmato, pieno di fiducia, esposto a tante variabili e qualche sorpresa», dice una guida "fuori del coro", «per alcuni Pompei è una miniera di affari. Un esempio frequente: la guida entra con due persone, e poi fa "trombetta", come si dice in gergo, strada facendo raccatta visitatori disorientati. A dieci euro ciascuno, in una giornata il guadagno di 500, 600 euro è assicurato». Abusi. Capita che a metà del giro, mollino il gruppo dicendo: l'uscita è quella. I turisti per lo più si accontentano, si lasciano portare fiduciosi. Ogni tanto qualcuno si ribella, denuncia e finisce in lite, come testimoniano le denunce al posto di polizia. «Ci sono organizzazioni illegali», tuona l'assessore regionale Velardi, «che agiscono in modo paracamorristico».

Inefficienze e limiti. La Casa di Trittolemo è chiusa per restauro, così la casa di Romolo e Remo. Sul cartello è indicata la data di chiusura dei lavori: l'altroieri. Area chiusa per "caduta pietre" nel vicolo degli Augustali, puntelli arrugginiti dal terremoto del 1980. In fondo a via della Fortuna, lastricata come tutte di pietre di basalto, c'è la Casa di Marco Lucrezio Frontone, cantiere chiuso due mesi fa e non ancora aperta al pubblico, come le case di Obelio Firmo, restaurata con i Por, di Cecilio Giocondo, di Trebio Valente, dei Quattro stili. La folla si assiepa ai cancelli dei Granai, museo all'aperto, con due telecamere puntate all'interno. Calchi originali, anfore, un'arca, le sagome dei fuggiaschi, una statua funeraria trovata nella necropoli di Ercolano. In lontananza l'isola di Capri, la brezza di mare soffia tra i vicoli e fa scordare l'arsura. «Ci vorrebbero migliaia di interventi» commenta Ciro Mariano, storico custode, alle Terme del Foro, dove i turisti vengono accolti dai cani randagi che spadroneggiano tra le rovine. Nel Foro la folgorazione, l'incontro con il Vesuvio ritagliato sullo sfondo. Mette in pace gli animi. A dispetto di lucchetti e transenne.

«Il commissario è quello che mette in moto tutto. Precondizione per il ripristino della legalità, sicurezza, agibilità», dice l'assessore Velardi, «prima di passare a un progetto di cambiamento». Piano che, spiega, riguarda Pompei e tutta Stabia, con un accordo di programma magari da fare insieme con la Tess. Un vero programma di sviluppo dell'area: dentro gli Scavi e fuori di essi, per offrire accoglienza ai turisti. «Con un progressivo ingresso del privato e del mercato». Tra Scavi e Santuario, Pompei ha quattro milioni di visitatori l'anno.

Si occuperà di Pompei anche la senatrice del Pdl, Diana De Feo, componente della commissione Beni culturali, moglie di Emilio Fede. «Dalla Comunità europea arriveranno per la Campania 900 milioni di euro per gestire l'arte e la cultura. Il sovrintendente Giovanni Guzzo ha lasciato languire nella casse milioni destinati a Pompei. È ora di voltare pagina, anche politicamente».

Pompei sempre più in rovina: arriva il commissario

Stefano Miliani – l'Unità, 5 luglio 2008

L'unico bar chiuso, problemi alle fogne, case restaurate ma alcune non visitabili perché mancano i custodi oppure perché pochi sorveglianti, rappresentati da sindacati minori (una sigla pesa solo qui), possono bloccare molto, incuria e degrado costanti e di lunga data, un anno fa una colonna crollata e fu un avvertimento, non il vento. Per questo il sito archeologico di Pompei viene commissariato. Per un anno almeno. Su proposta del ministro dei beni culturali Sandro Bondi accolta in pieno ieri dal consiglio dei ministri. Questo mentre, denuncia la Uil, grazie al decreto legge 112 Brunetta-Tremonti il ministero vede dimezzare la dotazione finanziaria 2008 (a 279 milioni di euro) e nel triennio 2009-11 subirà «tagli vicini al miliardo». Un disastro.

Il provvedimento su Pompei incontra il plauso dell'assessore campano al turismo Velardi, Pd («Decisione coraggiosa, mi sono preso rimbrotti quando ho indicato la necessità di un cambio radicale nella gestione del sito»), e del sindaco Claudio D'Alessio, Margherita, il quale rimprovera alla soprintendenza un totale «rifiuto» alle sue proposte di collaborazione. Il commissario sarà nominato a giorni e dovrà risistemare la gestione amministrativa e l’ordine pubblico del sito. Un provvedimento senza precedenti per un luogo culturale, tanto più clamoroso perché riguarda il «museo a cielo aperto» statale più visitato del nostro paese con 2 milioni e mezzo di ingressi l'anno, benché nei primi sei mesi del 2008 siano scesi a 1 milione 243mila rispetto al milione 424mila del primo semestre 2007, causa la non proprio invitante pubblicità nel mondo del caso-rifiuti. Eppure la rete di abitazioni romane, di vie in pietra, di resti di templi e anfiteatro soffre anche per i tanti turisti: l’ingresso costa 11 euro, il giro di soldi intorno alla città distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C., dove pullulano bancarelle e vendita abusiva di guide, fa gola anche alla criminalità organizzata.

«Ferme restando le competenze in materia di tutela del soprintendente Guzzo, avrà compiti in materia di ordine, sicurezza pubblica e controllo sull'attività amministrativa», recita una nota del ministero. Che così vuole «proteggere» Guzzo, archeologo tra i più competenti in circolazione, al quale Bondi rinnova piena fiducia. Il soprintendente si rallegra della decisione, da sempre denuncia problemi, e però viene «commissariato». Va spiegato che Pompei ha una struttura particolare: è una soprintendenza autonoma con 20 milioni d’incasso l’anno e ha, o dovrebbe avere perché così aveva stabilito a suo tempo Veltroni quando era ministro, un city manager. Un amministratore per gli aspetti amministrativi qui più complicati che altrove (si parlò anche di ingressi non sempre regolari). Quello nominato da Veltroni, Gherpelli, funzionò bene e risolse diversi problemini. Poi arrivarono, voluti da Urbani, il generale dell’aeronautica Lombardi e Crimaco, e funzionò meno bene: i rapporti con il soprintendente non sono stati idilliaci (così come non lo sono stati con l’archeologo De Simone, scelto da Rutelli nel 2007, durato un soffio e contestato da Guzzo) e senza un’intesa ai vertici non si procede. «Mi auguro che il commissario non sarà un mero ragioniere, serve una gestione ordinaria, nelle casse giacciono 70 milioni di euro inutilizzati», denuncia il presidente dell’Osservatorio campano sul patrimonio culturale Antonio Irlando.

"Stato d'emergenza per gli Scavi di Pompei"

Patrizia Capua – la repubblica, 5 luglio 2008

Un commissario straordinario per Pompei, basta con l'incuria e il degrado. Il governo annuncia lo stato di emergenza per la Città degli scavi, il sito archeologico più visitato al mondo. Per una situazione che «definire intollerabile è poco». Un provvedimento, spiega il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, che è «un atto d'amore nei confronti della cultura». Arriverà un commissario straordinario, precisa il ministero, che dovrà occuparsi dei conti, ma anche dell'ordine pubblico e della sicurezza.

Chi sarà non è ancora deciso, anche se nel dicastero di via del Collegio Romano circola il nome del prefetto Mario Mori. «Decideremo in settimana», taglia corto Bondi, e sarà una decisione, spiega, presa di concerto con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e il sottosegretario all'emergenza rifiuti Guido Bertolaso. Nessun commissariamento per il soprintendente archeologico Pietro Guzzo, assicura, che rimane responsabile della tutela e le cui competenze non vengono toccate. «Mi ha assicurato che collaborerà con il commissario». Da Pompei, Guzzo conferma: «Mi sento rafforzato e grato». Ma dietro le quinte sono in molti a leggere in questa decisione del governo un giudizio non proprio positivo dell'operato del soprintendente. Dai sindacati al sindaco di Pompei, Claudio D'Alessio, del Pd, che sottolinea «la pervicace volontà della soprintendenza nel rifiuto di qualsiasi collaborazione utile nella complessa azione della valorizzazione del patrimonio culturale presente nel territorio cittadino». Nella cerchia dei collaboratori più vicini a Guzzo, invece, la decisione suscita preoccupazione e sdegno: «È un'ingiustizia, qui lavoriamo per sopperire alle mancanze del ministero, che non integra il personale che va in pensione e della Regione Campania, che promette soldi per le aperture straordinarie e non mantiene». E azzardano: «C'è un disegno che va verso la privatizzazione. Pompei fa gola, ci sono grossi interessi, specie da quando la sovrintendenza è stata unificata a quella di Napoli. Guzzo sta facendo uno sforzo enorme per ripristinare anche la legalità».

Con il commissariamento, i riflettori si accendono ancora sull'incuria, l'inefficienza, il degrado nell'area della città romana, un'estensione di 66 ettari di cui 44 già riportati alla luce e 22 ancora da scavare. L'emergenza sono i servizi igienici insufficienti e mal tenuti, come scrivono i turisti nel libro blu dei reclami all'ufficio informazioni. Protestano perché le audio guide non funzionano, non ci sono le mappe per visitare il sito, mancano i custodi, non c'è il posto di guardia medica, e troppi cani randagi che invadono il percorso dei visitatori. «Quello che fa più arrabbiare i turisti», dice Mattia Buondonno, che ha guidato i Clinton a spasso tra le rovine, «è trovare i cancelli chiusi delle più belle case di Pompei». L'ultima casa aperta, dopo il restauro, è quella dei Ceii, una conquista di maggio. Chi arriva in questi giorni, in maggioranza turisti spagnoli e russi, trova chiusa per restauro la Casa dei Vettii, nel Foro, l'edificio di Eumachia, dove c'era il mercato della lana. Lavori di iniezioni di cemento sul tetto pericolante, nel Macellum, che conserva le teche con i calchi dei fuggiaschi in cerca di salvezza dall'eruzione. Chiusa, ma visitabile con prenotazione on line la Casa degli Amorini Dorati. Restano sempre aperte al pubblico le case del Fauno, della Caccia antica, della Fontana piccola, le Terme, gli edifici del grandioso Foro, il piccolo e il grande teatro, Villa dei misteri.

Velardi applaude la decisione di Roma: "Una vittoria, ora apriamo ai privati"

Ottavio Lucarelli -la repubblica, ed. Napoli, 5 luglio 2008

«Una decisione importante da parte del governo. Una decisione coraggiosa, un aiuto per lo sviluppo dell'area archeologica. Direi anche una mia vittoria, che ora apre la strada all'ingresso dei privati nella gestione». Esulta Claudio Velardi, assessore regionale del Partito democratico con delega al turismo che del caso Pompei in pochi mesi ne ha fatto una crociata.

Esulta e non dimentica i suoi nemici: «Ho incassato molti rimbrotti per le mie idee quando ho indicato la necessità di un cambio di rotta radicale nella gestione di uno dei siti archeologici più importanti del mondo. Mi hanno attaccato, c'è chi ha ironizzato, qualcuno mi ha preso per matto. Bacchettoni di ogni genere sono scesi in campo per difendere una situazione insostenibile fatta di sciatterie, corporativismi, piccole e grandi illegalità».

Esulta Velardi. E accusa i «bacchettoni di ogni genere» riferendosi soprattutto a professori e opinionisti che su diversi giornali lo hanno attaccato a ripetizione: «Il governo ha preso una decisione importante e coraggiosa proclamando lo stato d'emergenza nell'area e scegliendo di intervenire seriamente in difesa della legalità e del decoro di Pompei. Ma non solo. Con questa scelta si gettano anche le basi per una gestione innovativa e moderna del sito».

Intesa Governo-Regione che, del resto, è indicata esplicitamente nel comunicato ufficiale di Palazzo Chigi dove si legge: «Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza nell'area archeologica di Pompei (come richiesto dal ministro per i beni culturali Sandro Bondi, dal prefetto e dalla Regione) per intervenire con mezzi e poteri straordinari in difesa dell'immenso patrimonio artistico, minacciato da crescenti e gravi criticità».

«Ad un'azione indispensabile di ripristino della civiltà - conclude l'assessore Velardi che ha commentato la vicenda sul suo blog battezzato "Mission impossible" - dovrà poi seguire un grande progetto di sviluppo in cui coinvolgere importanti risorse pubbliche e private, italiane e internazionali. Se si lavorerà bene insieme sarà possibile fare di Pompei in pochi anni un sito in grado di accogliere degnamente milioni di turisti con informazioni adeguate, servizi efficienti, percorsi fruibili. Per l'intera area che va da Pompei a Stabia si presenta una grande occasione di crescita e sviluppo del turismo. Non ce la dobbiamo fare sfuggire. Istituzioni centrali e periferiche, imprenditori, operatori turistici».

Spazio ai privati, dunque. Claudio Velardi rilancia e Gianni Lettieri, presidente degli industriali napoletani, raccoglie l'assist: «Sono d'accordo con l'assessore. Se Pompei, in queste condizioni, è uno dei siti più visitati al mondo, figuriamoci cosa si potrebbe fare coinvolgendo i privati. Sono d'accordo con Velardi. È evidente che con i privati la gestione degli Scavi funzionerebbe molto meglio e io credo che a Pompei ci siano tutti i presupposti per questo passo in avanti. Un discorso che, ovviamente, vale per l'archeologia così come per tanti altri campi dell'economia».

Il governo di destra dichiara lo stato di emergenza e non solo l'assessore regionale Velardi ma anche il sindaco di Pompei Claudio D'Alessio, esponente del Partito democratico di area Margherita, approva la decisione presa dal Consiglio dei ministri: «Il degrado dell'area archeologica di Pompei è di tale evidenza da giustificare un provvedimento mai adottato nella storia d'Italia quale la dichiarazione dello stato di emergenza. Sulla deprecabile situazione dell'area archeologica, del resto, la nostra amministrazione comunale ha più volte espresso da tempo una posizione critica, sottolineando la pervicace volontà della Sovrintendenza nel rifiuto di qualsiasi collaborazione utile a valorizzare il patrimonio culturale del territorio cittadino».

Secondo il sindaco Claudio D'Alessio «Il degrado degli Scavi incide negativamente anche sull'aspetto della città moderna, come dimostrano i lavori senza fine lungo il margine meridionale della città antica con l'ingombro di impalcature lungo i marciapiedi di via Plinio, estesi fino a piazza Anfiteatro, da dove si ammirano gli ingombranti volumi di costruzioni moderne edificate sul suolo archeologico, immediatamente a ridosso delle antiche mura». Per non parlare della «carenza dei servizi minimi essenziali, quali punti di accoglienza e di ristoro».

Un luogo che comunque, tra degrado e assenza di servizi minimi essenziali, continua ad avere un richiamo fortissimo. Pompei, nonostante un calo dovuto all'emergenza rifiuti che ha penalizzato tutta la Campania, resta infatti il primo sito al mondo per numero di visitatori.

Un'area in cui ha lavorato a lungo il giornalista Luigi Necco, amministratore dal 2002 al 2006 dell'azienda di Soggiorno e turismo di Pompei, che è però molto scettico sulle reali possibilità di ripresa legate alla decisione del Consiglio dei ministri: «Non credo che questa decisione del governo vada verso la privatizzazione della gestione degli Scavi e, a mio parere, l'assessore Velardi in queste ore esprime solo la gioia che il presidente della Regione Antonio Bassolino gli ha detto di esprimere. Il punto è che il male di Pompei è negli Scavi ma non si esaurisce negli Scavi. I nomi dei custodi di Pompei, quelli che non aprono i cancelli ai turisti, che non tutelano il sito e fanno ammucchiare torme di cani selvaggi anche per disturbare gli spettacoli notturni, sono gli stessi nomi dei bancarellari che serrano in una morsa gli Scavi e che strozzano il turismo».

Luigi Necco rispolvera quindi un piano di sviluppo per rilanciare Scavi e turismo. Un piano messo a punto negli anni scorsi e mai decollato: «Stavamo per avviare un grande progetto con un palazzo messo a disposizione dalla Curia e con fondi delle Regione stanziati dall'ex assessore Marco Di Lello per realizzare il grande Museo di Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti che, con 15 milioni di euro, avrebbe fatto compiere un salto di qualità enorme all'intera area. In più, puntavamo a trasformare in hotel a cinque stelle il "Seminario" e l´albergo "Rosario" chiuso ormai da decenni e di proprietà della Curia che era d'accordo. Tutto sembrava pronto, poi dalla sera alla mattina fui mandato a Napoli in un'altra azienda, un'azienda di turismo carica di debiti e quel progetto svanì»

Stato d'emergenza a Pompei: un commissario per gli scavi

Alessandra Arachi - Corriere della Sera, 5 luglio 2008

Il provvedimento di Palazzo Chigi ieri è stato un decreto, espresso: dichiarazione dello stato di emergenza per gli scavi di Pompei. Non era mai successo. Che un governo italiano trattasse un sito archeologico come fosse uno tsunami. «Ma non si poteva più tollerare oltre la situazione di degrado di un bene incommensurabile come quello di Pompei», garantisce Sandro Bondi, ministro per i Beni Culturali. Che ha persino faticato a credere a quanto scritto e documentato proprio sulle pagine del Corriere, qualche giorno fa.

«Sono grato alla denuncia del Corriere sullo stato deprimente in cui versano le rovine », dice Bondi, spiegando che ieri mattina il provvedimento dello stato di emergenza per gli scavi archeologici di Pompei non ha avuto soltanto l'unanimità del Consiglio dei ministri: «È stata un'approvazione entusiastica ».

Incuria, degrado, furti, sfregi, danneggiamenti: bisogna girarli gli scavi di Pompei per crederci e capire. Un patrimonio dell'Umanità (e dell'Unesco) che il mondo ci invidia, sta andando alla deriva come una zatterina in preda al maremoto. Ed ecco lo stato di emergenza: durerà per un anno. Ecco l'arrivo di un commissario straordinario. Sarà nominato mercoledì prossimo dal ministro Bondi, insieme con i sottosegretari alla presidenza Gianni Letta e Guido Bertolaso, con un decreto che ne preciserà anche le competenze.

Il nome che è più circolato in questi giorni è quello del prefetto Mario Mori, ex capo dei Ros e del Sisde. «Vogliamo una personalità autorevole che abbia poteri di emergenza concreti, reali», dice il ministro Bondi. E spiega: «Il commissario dovrà occuparsi della gestione e dell'amministrazione. Ma anche, e soprattutto, delle questioni legate all'ordine pubblico e alla sicurezza. Verranno impiegate le forze dell'ordine per tutelare l'intera area. Ci sono anche le mani della criminalità organizzata sopra gli scavi di Pompei».

Quarantaquattro ettari di scavi e altri ventidue ettari di beni archeologici mai portati alla luce che oggi sono in balìa dei tombaroli. Ma non solo: sopra quei 22 ettari mai scavati di Pompei, negli anni, si sono accumulate discariche abusive e, in più, sono state costruite le serre di contadini che con acqua e concimi potrebbero aver definitivamente deteriorato il patrimonio rimasto ancora sotto terra.

«Questo commissariamento è stato concordato con la Regione Campania, con Antonio Bassolino, con il quale c'è assoluta condivisione», garantisce il ministro dei Beni Culturali. E aggiunge: «Ho anche telefonato al soprintendente Giovanni Guzzo, al quale va la mia stima personale e che rimarrà a Pompei a ricoprire il suo ruolo, quello di archeologo». Convenevoli a parte, il ministro Bondi è molto molto deciso: «Voglio lavorare su Pompei come il presidente Berlusconi sta lavorando su Napoli».

Non mancano certo le cose da fare. E anche, o soprattutto, le cose da capire. Come quei 70 milioni di euro nel bilancio degli scavi: come mai non sono stati mai spesi? Ce ne erano altri 30 di milioni di euro: nel 2006 l'allora ministro ai Beni Culturali Buttiglione decise di riprenderli indietro, chissà se infastidito dagli sperperi.

Ma adesso si cambia registro. L'attuale titolare dei Beni Culturali non ha dubbi: «Questo grande interesse del governo su Pompei deve servire a dirottare sulle rovine tutte le risorse possibili. Quelle private, innanzitutto, anche straniere. Per questo andrò io, di persona: il prossimo 18 luglio sarò alle rovine di Pompei insieme con il nuovo commissario straordinario».

Anche Claudio Velardi, assessore regionale al Turismo, aveva pensato di aprire gli scavi di Pompei ai privati. E dalle colonne del Corriere del Mezzogiorno aveva annunciato di aver già preso contatti con colossal come Google e Microsoft per sponsorizzazioni e partnership.

Non c'è molto tempo da perdere: tra le rovine di una delle Sette meraviglie del mondo se ne è già perso fin troppo. Basti pensare ai trent'anni che non sono stati sufficienti per ultimare i restauri dell'Antiquarium, il museo. O ai ventuno trascorsi senza che venissero conclusi gli ultimi scavi fatti a Pompei, quelli della Casa dei Casti Amanti.

Tutto questo è bastato a Roman Polanski per fuggire a gambe levate dalle rovine. Con un paradosso davvero triste: il suo film su Pompei, il regista lo sta girando in Spagna.

Pompei, Bondi benedice la «rivoluzione»

Intervista di Carlo Franco all'assessore Velardi Corriere del Mezzogiorno, ed. Napoli, 5 luglio 2008

Assessore Velardi, vuole darci il nome del Commissario di Pompei?

«Non scherziamo, nessuno è in grado di farlo».

Neanche lei?

«Io posso dire solo che si tratterà di un Prefetto».

È già molto, basta a far partire la caccia al reggente. La fantasia galoppa: garantisce Claudio Velardi, l'assessore con la maglietta. Il piglio con il quale risponde al cronista è quello dei giorni migliori: «Questo, dice, non è che l'inizio, la precondizione, faremo pulizia della gestione ordinaria, metteremo ordine nei conti, poi preparemo l'ingresso dei privati e il vero salto di qualità».

L'annuncio del commissariamento di Pompei segue i tempi della «rivoluzione » anticipata al nostro giornale dal responsabile regionale della politica turistica, ha provocato, insomma, uno sconquasso. Solo il Soprintendente Piero Guzzo conserva imperturbabile il suo aplomb e a chi gli chiede se si sente «commissariato » replica: «No, rafforzato perché finalmente potrò lavorare alla tutela del sito che è il vero lavoro di un archeologo, lontano dalle scartoffie». Tutti, a Roma e a Napoli, gli confermano la stima, ma i sindacati picchiano duro: Gianfranco Cerasoli, segretario generale della Uil, avanza dubbi sulla gestione Guzzo e sulla stessa strada si pone l'Unsal che chiede anche l'istituzione di una polizia di settore per salvare non solo Pompei ma anche Paestum, i siti dell'Etruria meridionale e del Palatino.

Ma torniamo a Velardi. L'assessore, che ha sentito il Governatore Bassolino ricevendo tutte le coperture del caso, ha nomi altisonanti da proporre. «Affideremo la gestione dei diritti d'immagine ad una azienda di carattere internazionale, la Pixar o la Warner Bros. Pompei deve diventare un laboratorio vivo, quando avremo ottenuto le giuste condizioni di sicurezza e di agibilità, i privati ci faranno fare il salto di qualità. Grandi eventi ma sempre dopo aver ottenuto garanzie sull'uso corretto del territorio e degli straordinari monumenti ospitati. C'è tanto da fare, compreso operazioni di marketing e di merchandising ».

La «pratica» cammina veloce. Mercoledì il Ministro Bondi s'incontrerà con Velardi per siglare un accordo istituzionale, sulla falsariga di quello stipulato con il sottosegretario al Turismo, Michela Brambilla.

In cosa consiste l'accordo?

«Stabiliremo le condizioni per strategie comuni che avranno come unico obiettivo quello di migliorare la produttività di Pompei gravemente offuscata».

È vero, chiediamo a bruciapelo, che esistono venti milioni di euro non spesi?

«Non lo so, risponde l'assessore, ma ne sarei felice perché significherebbe che avremmo anche i soldi per partire. Parliamo, invece, delle cose possibili, cioè dei passi che faremo. Dopo l'accordo con il Ministero incontreremo la Tess e i Comuni che gravitano su Pompei: dobbiamo procedere insieme, finora ognuno è andato per conto suo e i risultati si vedono».

Si dice anche che la Scabec, l'azienda regionale che gestisce alcuni siti museali, sarà della partita. Le risulta?

Breve pausa per riordinare le idee, poi la risposta: «Potrebbe occuparsi della gestione delle biglietterie che in questi anni è stata particolarmente carente e si è tirata addosso molte critiche».

Ha visto il Soprintendente Guzzo?

«No, ma non ce n'è bisogno, Guzzo sarà il garante culturale di tutta l'operazione».

Un'ultima informazione al limite del paradosso: la National Galleryof Art di Washington sta lavorando al lancio di una mostra sugli scavi che si inaugurerà ad ottobre. Servirà a rilanciare in America l'immagine di Pompei: speriamo che si arrivi in tempo.

Le mani dei privati sui beni culturali

Nino Alongi – la Repubblica, ed. Palermo, 6 luglio 2008

Da qualche tempo sullo scenario politico nazionale la Sicilia è tornata a far notizia. E questo accade anche grazie al livello dei suoi uomini insediatisi (provvidenzialmente, dice qualcuno) nei palazzi romani del potere. Sono in molti in Italia a riconoscere l'«equilibrio» del presidente Renato Schifani, specialmente adesso nel suo nuovo ruolo, ma anche l'fficienza e la dedizione del giovane ministro Angelino Alfano, la discrezione, fino al silenzio più assoluto, della ministra Stefania Prestigiacomo e l'ntusiasmo dirompente del ministro della difesa (o della guerra?) Ignazio La Russa. Il futuro ci dirà quanto la loro presenza in quei palazzi sia utile e proficua per la Sicilia.

Intanto registriamo che l'Isola ha un posto di rilievo nel panorama nazionale anche per l'attività, mai banale e sempre piena di eccessi, del suo parlamento, l'Assemblea regionale guidata adesso da Francesco Cascio del Pdl, succeduto al leader forzista della prima ora Gianfranco Miccichè. Nella settimana che ci siamo lasciati alle spalle, malgrado la cronaca parlamentare nazionale sia stata ricca di colpi di scena, due notizie provenienti dalla nostra città hanno bucato d´incanto lo schermo dei telegiornali con l'effetto straordinario di sorprendere i telespettatori evidentemente non ancora del tutto assuefatti alle intemperanze della casta. È successo che, mentre il procuratore generale della Corte dei conti relazionava sul bilancio catastrofico della Regione, gravato dall'ulteriore aumento delle retribuzioni dei deputati che affollano Sala d'Ercole - ben 70 su 89 godono di gettoni aggiuntivi - l'assessore regionale ai Beni culturali Antonello Antinoro, per nulla turbato dalla requisitoria del giudice contabile, prendeva una clamorosa iniziativa.

E proponeva candidamente, per risanare gli esausti bilanci del suo assessorato, di trasferire ai privati la gestione dei beni culturali esistenti nell'Isola. Per di più il governatore Lombardo rincarava la dose. Ipotizzando - certo con involontaria ironia - la «cessione» dei siti archeologici in Val di Noto alla compagnia petrolifera russa Lukoil e l'affidamento della Venere di Morgantina (il cui ritorno in Sicilia è previsto per il 2010, dopo un contenzioso durato anni) al Paul Getty Museum: cioè all'stituzione pescata con le mani nel sacco per averla acquistata da un ricettatore. Il Paul Getty, nel vaneggiamento estivo di Lombardo, dovrebbe costruire un museo ad Aidone.

Una mera coincidenza, ma le due notizie messe insieme sono rivelatrici di una tendenza politica portata avanti dalla classe dirigente isolana con lucidità suicida. A fronte di una spesa pubblica che cresce in modo incontrollato (è salita a 15 miliardi di euro) e con un «parco impiegati» che ha raggiunto la modica cifra di 21.104 persone di cui 2.245 dirigenti, l'amministrazione regionale pensa non a tagli drastici, non a una gestione finalmente rigorosa, ma a nuove risorse da cercare e da bruciare con la faciloneria di sempre.

E così, dopo aver contribuito a privatizzare le coste, desertificare i boschi, abbandonare l'agricoltura e inquinare parti rilevanti del territorio, la Regione vuole adesso liberarsi dei Templi di Agrigento, del Teatro greco di Siracusa, dei vari siti archeologici sparsi per la Sicilia, dei musei e delle città d´arte, cioè liberarsi dei beni rimasti.

Non ci vuole molto a comprendere che privatizzare significa entrare nella sfera delle leggi di mercato, passare dalla cooperazione alla competizione, dalla fruizione al profitto. Una forma particolarmente significativa della mercatizzazione - sostiene Giorgio Ruffolo - è il declino dei beni collettivi rispetto si beni privati. Il mercato tende a favorire nettamente la produzione e il consumo di beni competitivi rispetto a quelli collettivi anche perché la loro gestione incontra un aumento insostenibile di costi molto prima di raggiungere un grado diffuso di soddisfazione.

«Ben vengano i mecenati - ha sostenuto il presidente Raffaele Lombardo d'accordo col suo assessore - non vedo nulla di straordinario se un privato, con i propri soldi, vuole valorizzare una parte del nostro patrimonio culturale che oggi è sottoutilizzato». In giro, però, più che mecenati disposti ad impegnare risorse si vedono speculatori alla ricerca di profitti. «L'importante è intendersi - aggiunge Lombardo per nulla turbato - su quello che si deve fare e su come farlo. Tutto è chiaro deve avvenire sotto il controllo del pubblico, cioè della Regione». Il presidente si ferma qui, non spiega a esempio come la Regione, che non riesce a governare neppure la sua struttura interna, possa domani controllare il rispetto dei contratti di beni culturali dati in concessione. Le reazioni a queste proposte e non solo da parte dell'opposizione non si sono fatte attendere. Speriamo bene.

Si sono intanto concluse, purtroppo nell'indifferenza generale, le ultime procedure elettorali. Tra le poche novità emerse dalle urne, va sottolineata la elezione a sindaco di Salemi di Vittorio Sgarbi. Una scelta interessante, il paese potrebbe ricavare da questa nomina indubbi vantaggi e non solo sul piano dell´immagine. Sgarbi ha esperienza amministrativa e un'ottima preparazione artistica. Le sue prime dichiarazioni, tuttavia, ci hanno sorpreso. Egli ha detto: «Il nome del paese d'ora in poi non sarà più associato alla mafia o al terremoto del 1968. Grazie a me, Salemi uscirà dall´isolamento». Gli ricordiamo che nell'Isola, per antica consuetudine, non si è mai creduto ai salvatori della patria. I siciliani, come tutti sanno, hanno molti difetti, ma non sono creduloni. Lo sanno bene: o si salvano da soli o non si salveranno mai. A Sgarbi consigliamo di guardare, andando in giro per l'Isola, le bellezze artistiche e naturali, ma anche le croci numerose che segnano il nostro impegno civile.

Valle dei Templi: una faccenda privata

Vittorio Emiliani – l'Unità, 4 luglio 2006

Povera Sicilia, povera Valle dei Templi, quale altra offesa si prepara per voi (e quindi per noi)? Per ora, c’è questa idea genialissima di affidare a privati la Valle agrigentina, e il Teatro greco di Taormina, affinché la Regione Sicilia ne tragga un pingue canone. Così altre infrastrutture (eliporto incluso) potrebbero venire costruite dentro o nei pressi di una fra le più strepitose aree archeologiche del mondo intero già violentata da una strada che l’attraversa, da numerose case, anzi ville, abusive con piscina- per le quali si è parlato di “abusivismo di necessità” - con un paesaggio urbano che incombe come un incubo sui templi antichi e solenni. È la proposta, sfornata calda calda dall’assessore alla Cultura della Regione Sicilia, Antonello Antinoro (Udc), nella giunta presieduta dall’iperautonomista Lombardo. Sostenuta dal neo-sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi che, per renderla meno indecente, la gira subito al Fai. Ovviamente riceve un secco “no” da Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente del Fondo per l’Ambiente Italiano, la quale si augura al contrario che «lo Stato non abdichi ai suoi doveri primari».

Lo Stato, in questo caso, non è il ministero: la tutela dei beni culturali isolani spetta infatti alla Regione Sicilia in forza di una specialissima autonomia concessale nel 1947, prima di votare la Costituzione, temendo che il movimento separatista potesse prevalere. Così abbiamo un caso, pressoché unico (le altre Regioni a statuto speciale si comportano in genere più saggiamente della Sicilia), di tutela, si fa per dire, e di gestione autonoma regionale del patrimonio storico-artistico-paesaggistico.

oi risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti: coste devastate da un abusivismo ormai pluridecennale, oasi naturali invase dal cemento, i mosaici di piazza Armerina danneggiati dai vandali, nessun piano paesaggistico, musei archeologici, come l’ “Orsi” di Siracusa, per la cui realizzazione ci sono voluti vent’anni e «oggi abbiamo difficoltà enormi a tenerlo aperto. Ci sono gravi carenze nello staff tecnico-scientifico. Mancano archeologi, restauratori, geometri, fotografi, custodi. Ogni giorno è una scommessa». Parole scolpite dal soprintendente siracusano di lungo corso Giuseppe Voza in una recente intervista. Quando allo stesso professor Voza, archeologo, l’intervistatore ha chiesto dei privati, ha così risposto: «Sono favorevole all’intervento dei privati, ovviamente nel rispetto di alcune regole dettate dal superiore interesse pubblico. In trentacinque anni, però, l'offerta più cospicua che ho ricevuto in Sicilia ammonta a cinque milioni di lire. Buoni per la birra...».

Ecco il quadro, impietoso ma realistico, dipinto da uno dei soprintendenti di spicco che già dieci anni fa, ad un convegno sulla ricostruzione di Noto, mi confidava tutte le difficoltà e le ambasce di una amministrazione tecnico-scientifica sottoposta alla pressione ravvicinata dei politici regionali. Ne sa qualcosa l’archeologa Graziella Fiorentini, tempo fa soprintendente, la quale patì persino l’arresto per essersi opposta ad altre devastazioni nella Valle dei Templi. A lei Desideria Pasolini dall’Onda, presidente nazionale di «Italia Nostra», volle attribuire in Senato il prestigioso premio Umberto Zanotti Bianco.

Di recente la stessa presidente del Fai, Giulia Maria Mozzoni Crespi ha guidato un lungo elenco di intellettuali e di politici (pochi) illuminati i quali chiedono al Presidente della Repubblica, Napolitano, di evitare lo scempio di un enorme rigassificatore a Porto Empedocle, insediato proprio sull’Altipiano delle argille azzurre dove sorge la casa natale di Luigi Pirandello (con parco debitamente vincolato), direttamente nel paesaggio verso il mare che si ammira dalla Valle Templi. Il cui disastroso abusivismo, così giustamente avversato, «al confronto del suddetto mostro sarebbe poca cosa» poiché «in questo scorcio di mare e di terra potremmo vedere la fila di navi gasiere di 350 metri ciascuna posizionate di fronte alla contrada Caos e le torri-torcia di circa 40 metri di altezza con fiamma perenne». Un altro disastro paesaggistico.

E adesso arriva bel bello l’assessore Antonello Antinoro a completare l'opera (che potremmo intitolare «Come ti concio uno dei più straordinari siti del mondo») con la proposta di rinunciare a tutelare la Valle dei Templi dandola in gestione a privati che però costruiscano strade, alberghi di lusso, eliporti e quant’altro ancora si può coi piccioli ricavati. Del resto, non l’ha ripetuto tante volte il Cavaliere che “ognuno è padrone a casa sua”? L’assessore siciliano l’ha preso in parola e, forte dell’essere temporaneamente “padrone” (o “padroncino”) dei beni culturali siciliani, ha pensato bene di cominciare a privatizzarne uno o magari due. Dei più straordinari naturalmente. Per il nuovo ceto di potere il passato è business e basta. A quando l’idea di cedere il Colosseo ai privati come centro di un mega luna-park? Ci siamo vicini: il neo vice-sindaco di Roma, Mauro Cutrufo, ha già proposto un enorme “parco divertimenti” ispirato all’antica Roma. Geniale, da gemellare subito con l’assessore Antinoro.

Coi risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti: coste devastate da un abusivismo ormai pluridecennale, oasi naturali invase dal cemento, i mosaici di piazza Armerina danneggiati dai vandali, nessun piano paesaggistico, musei archeologici, come l’ “Orsi” di Siracusa, per la cui realizzazione ci sono voluti vent’anni e «oggi abbiamo difficoltà enormi a tenerlo aperto. Ci sono gravi carenze nello staff tecnico-scientifico. Mancano archeologi, restauratori, geometri, fotografi, custodi. Ogni giorno è una scommessa». Parole scolpite dal soprintendente siracusano di lungo corso Giuseppe Voza in una recente intervista. Quando allo stesso professor Voza, archeologo, l’intervistatore ha chiesto dei privati, ha così risposto: «Sono favorevole all’intervento dei privati, ovviamente nel rispetto di alcune regole dettate dal superiore interesse pubblico. In trentacinque anni, però, l'offerta più cospicua che ho ricevuto in Sicilia ammonta a cinque milioni di lire. Buoni per la birra...».

Ecco il quadro, impietoso ma realistico, dipinto da uno dei soprintendenti di spicco che già dieci anni fa, ad un convegno sulla ricostruzione di Noto, mi confidava tutte le difficoltà e le ambasce di una amministrazione tecnico-scientifica sottoposta alla pressione ravvicinata dei politici regionali. Ne sa qualcosa l’archeologa Graziella Fiorentini, tempo fa soprintendente, la quale patì persino l’arresto per essersi opposta ad altre devastazioni nella Valle dei Templi. A lei Desideria Pasolini dall’Onda, presidente nazionale di «Italia Nostra», volle attribuire in Senato il prestigioso premio Umberto Zanotti Bianco.

Di recente la stessa presidente del Fai, Giulia Maria Mozzoni Crespi ha guidato un lungo elenco di intellettuali e di politici (pochi) illuminati i quali chiedono al Presidente della Repubblica, Napolitano, di evitare lo scempio di un enorme rigassificatore a Porto Empedocle, insediato proprio sull’Altipiano delle argille azzurre dove sorge la casa natale di Luigi Pirandello (con parco debitamente vincolato), direttamente nel paesaggio verso il mare che si ammira dalla Valle Templi. Il cui disastroso abusivismo, così giustamente avversato, «al confronto del suddetto mostro sarebbe poca cosa» poiché «in questo scorcio di mare e di terra potremmo vedere la fila di navi gasiere di 350 metri ciascuna posizionate di fronte alla contrada Caos e le torri-torcia di circa 40 metri di altezza con fiamma perenne». Un altro disastro paesaggistico.

E adesso arriva bel bello l’assessore Antonello Antinoro a completare l'opera (che potremmo intitolare «Come ti concio uno dei più straordinari siti del mondo») con la proposta di rinunciare a tutelare la Valle dei Templi dandola in gestione a privati che però costruiscano strade, alberghi di lusso, eliporti e quant’altro ancora si può coi piccioli ricavati. Del resto, non l’ha ripetuto tante volte il Cavaliere che “ognuno è padrone a casa sua”? L’assessore siciliano l’ha preso in parola e, forte dell’essere temporaneamente “padrone” (o “padroncino”) dei beni culturali siciliani, ha pensato bene di cominciare a privatizzarne uno o magari due. Dei più straordinari naturalmente. Per il nuovo ceto di potere il passato è business e basta. A quando l’idea di cedere il Colosseo ai privati come centro di un mega luna-park? Ci siamo vicini: il neo vice-sindaco di Roma, Mauro Cutrufo, ha già proposto un enorme “parco divertimenti” ispirato all’antica Roma. Geniale, da gemellare subito con l’assessore Antinoro.

In otto anni a Roma sono stati aperti ventotto giganteschi centri commerciali. Altri quattordici sono in corso di realizzazione. Nessuna altra città del mondo è stata sottoposta ad una così irresponsabile politica commerciale per numero e dimensione. Roma è stata colonizzata dai grandi monopoli della distribuzione internazionale, Panorama, Auchan, Mediaword, Ikea, Ipercoop e tanti altri. Questa follia è avvenuta soltanto a Roma perché la capitale ha decretato la morte dell’urbanistica e di ogni forma di programmazione. Si è affermato che la città doveva diventare nel suo complesso “offerta di mercato”. Coerentemente con questo assunto, i responsabili dell’urbanistica romana hanno spensieratamente frequentato in questi anni le maggiori fiere della speculazione immobiliare internazionale, affittando stand giganteschi rispetto alle altre capitali europee.

Oggi la città raccoglie i frutti di questa irresponsabile politica. I centri commerciali sono nati e nasceranno dovunque, sfruttando le infrastrutture stradali che esistono o che vengono finanziate con soldi pubblici proprio per mitigare gli effetti di quelle aperture. Lungo l’autostrada per Fiumicino per far funzionare i giganti del commercio nati nella zona di Ponte Galeria –oltre che la limitrofa nuova Fiera- sono stati realizzati chilometri di nuove autostrade, svincoli e cavalcavia. I soldi per realizzare quelle opere li ha messi la collettività. Lungo il tratto urbano dell’autostrada per L’Aquila i centri commerciali aperti –per collegare uno di questi sono state aperti svincoli in una curva autostradale!- si sta per realizzare una gigantesca viabilità complanare. I soldi li metterà la collettività.

E’ scontata, a questo punto, la rituale obiezione degli ex amministratori severamente puniti nella recente tornata elettorale comunale. Roma ha approvato un nuovo piano regolatore e fa dunque parte dei comuni virtuosi che programmano il territorio. Sono i quarantadue giganteschi centri commerciali a rappresentare la più clamorosa smentita di questa tesi: negli elaborati del nuovo piano non c’è una riga sul fatto che si voleva realizzare un così insostenibile numero di centri commerciali. Nessuno ha potuto mai vedere esplicitato questo folle disegno. Come sono stati dunque realizzati i grandi centri commerciali? E’ naturale: attraverso lo strumento dell’accordo di programma che, al riparo di ogni procedura trasparente, ha cambiato volta per volta le regole che il consiglio comunale tentava faticosamente di approvare.

Questo modo di procedere ha posto una incalcolabile ipoteca sul futuro della città. A vederli sulle foto satellitari, i centri commerciali realizzati sembrano infatti corpi alieni calati a forza sul tessuto della città. Non hanno alcuna relazione con i tessuti urbani circostanti e si caratterizzano per la enorme dimensione di fabbricati circondati da un mare di posti auto. Essi sono stati dunque pensati per l’automobile. Mentre il petrolio si avvia a superare il valore di 150 dollari al barile, a Roma si è disegnata la più insostenibile città dal punto di vista della mobilità. Anche questa prospettiva non era contenuta negli elaborati del piano regolatore, dove invece abbondava una vuota retorica sul “primato del trasporto su ferro”. Nei fatti si è invece condannata una città intera a dipendere dall’automobile per compiere anche le normali azioni quotidiane come fare la spesa.

Ma non basta, perché in tempi brevi si produrrà anche una seconda gravissima conseguenza. Se si aprono grandi superfici commerciali che possono, come è ampiamente noto, praticare prezzi minori rispetto ai “normali” negozi di quartiere, è evidente che tra poco tempo chiuderà qualche migliaio di piccole botteghe. Il presidente di Confcommercio ha lanciato un drammatico allarme proprio in questi giorni, stimando in diecimila il numero dei negozi di vicinato che a Roma chiuderanno tra breve tempo i battenti. E’ del tutto evidente che la fascia di popolazione anziana, quella che ha le maggiori difficoltà nell’uso dell’automobile, subirà le maggiori conseguenze di questo inevitabile fenomeno. I responsabili dell’urbanistica romana nel loro delirio mercatistico non avevano pensato a questa prevedibilissima conseguenza mentre parlavano diffusamente della riqualificazione dell’immensa periferia romana? Tra non molto avremo periferie sempre più povere di funzioni e di complessità urbana. Più insicure e tristi. Altro che recupero delle periferie.

E infine un ragionamento più generale che riguarda le caratteristiche delle derrate alimentari che arrivano sulla tavola dei romani. E’ nella logica delle imprese transnazionali privilegiare le produzioni provenienti dal proprio paese d’origine e da quelli con cui si sono instaurate convenienti relazioni economiche. La prevalenza dei colossi del settore commerciale romano è francese. Ovvio che molti prodotti vengano da quel paese a tutto detrimento di quelli italiani. Non ne faccio, ovviamente, una vuota questione di bandiera. Dietro a questo modello produttivo c’è un insostenibile modello di alimentazione: si privilegia la filiera lunga e si mettono in ginocchio le produzioni locali. Le derrate alimentari arrivano sulle nostre tavole dopo un impressionante tragitto che utilizza – anche in questo caso con costi sempre crescenti - il trasporto aereo. Seppure ricchi, siamo parte integrante della rapina che si sta perpetrando verso i paesi poveri del mondo spingendoli verso la fame.

La vicenda dei quarantadue giganti del commercio internazionale nati alla chetichella in questi anni sono la più evidente dimostrazione del fallimento del pensiero debole dell’urbanistica romana di questi anni. Mentre le altre città europee programmano .con tutti i limiti che ciò comporta- lo sviluppo del proprio territorio, a Roma con l’ossimoro del “pianificar facendo” si è tolto ogni freno alla speculazione fondiaria. Mentre nelle altre città europee il mondo sviluppato tenta di sostenere con adeguate politiche le produzioni alimentari di prossimità, tentando così di arginare i processi economici globalizzati, da noi il tanto “modello romano” ha guardato al passato ed ha prodotto un risultato di grave arretratezza culturale e urbana. E mentre nelle altre città d’Europa si tenta –sulla base di mirate politiche- di arginare il consumo di suolo agricolo, a Roma è stato compiuto il più grande sacco urbanistico della storia della città.

E non c’è all’orizzonte alcun barlume di ripensamento. I quartieri centrali di Roma sono tappezzati di manifesti del centro destra che parlano di una città più sicura. Tanto entusiasmo, spiega il manifesto, deriva dal fatto che non solo sono stati identificati molti pericolosi clandestini, ma sono state sequestrate merci contraffatte. Niente paura: potremo trovarle in offerta speciale nei quarantadue mostri di cemento.

«Privatizziamo la Valle dei templi». Per ora è poco più di un´idea, una proposta shock che porta però la firma di chi gestisce la politica dei beni culturali in Sicilia. Quella dell'assessore regionale Antonello Antinoro, che ha già abbozzato una ampia relazione sul tema: finirà presto sul tavolo della giunta Lombardo. Un'iniziativa annunciata ieri e che ha già scatenato un vespaio di polemiche. Raccogliendo, per ora, solo dissensi. «Per rendere il più possibile redditizia la gestione dei beni culturali in Sicilia dobbiamo affidare a un privato di qualità il pacchetto completo di un sito turistico per trent'anni. Penso ad esempio alla Valle dei Templi o al teatro greco di Siracusa», afferma Antinoro, uno degli uomini forti dell'Udc di Cuffaro in Sicilia, trentamila voti alle ultime regionali. Al piano l'assessore sta lavorando con Adele Mormino, il suo capo di gabinetto che è anche il sovrintendente dei beni culturali di Palermo. «In cambio della gestione del nostro patrimonio artistico - dice Antinoro - i privati dovranno garantirci un canone fisso e alcune opere da realizzare nell'indotto. Penso alle strade o a un certo numero di alberghi. Nel caso della Valle dei templi potremmo chiedere ai privati di migliorare la strada statale Palermo-Agrigento e un eliporto».

Ma non si ferma qui, l'assessore. E, in un'intervista rilasciata a un sito internet allunga la lista dei monumenti da privatizzare: «Potrebbero essere inseriti anche il teatro antico di Taormina, Selinunte o la Cappella Palatina. Ma l'elenco dei siti dovrà essere concordato con l'assessorato regionale al Turismo». Antinoro aggiunge: «Potremmo affidare a privati anche gruppi di opere, in cambio della realizzazione di un museo per ospitarle in Sicilia».

È una proposta che riapre nel modo meno atteso il dibattito attorno alla Valle dei templi, sito visitato ogni anno da 700 mila turisti, considerato patrimonio dell'umanità dall'Unesco ma indicato da anni, a torto a ragione, come uno dei simboli dell'aggressione del cemento alle bellezze monumentali del Paese. E salito alla ribalta, di recente, per piccoli e grandi disservizi. L'anno scorso, di questi tempi, l'irrigidimento burocratico dei custodi - che negarono l'ingresso a 38 bimbi stranieri perché il biglietto gratuito era previsto solo per i minori appartenenti all'Ue - fece gridare al razzismo il mondo politico, senza distinzione di bandiera.

In Sicilia capita non di rado che i turisti si trovino di fronte ai cancelli dei monumenti chiusi, specialmente di domenica o nei giorni festivi. Ma è la privatizzazione la soluzione alle difficoltà di gestione? Non ci crede Rosalia Camerata Scovazzo, presidente dell'ente che controlla il Parco dei templi. Nasconde a fatica l'imbarazzo per non essere stata neppure avvertita dell'iniziativa del governo regionale. Ma, nel corso di un sopralluogo al tempio di Giunone, lascia intendere il suo pensiero. «Voglio vedere il provvedimento prima di fornire una valutazione chiara - afferma la Camerata Scovazzo - Ma una cosa è certa: la tutela dei beni culturali non può essere oggetto di delega, da parte di un'amministrazione pubblica». E ovviamente l'iniziativa ha già scatenato una battaglia politica. Con il Pd siciliano pronto a dirsi «inorridito»: «È un paradosso che nella regione che ha il più altro numero di dipendenti, oltre ventimila, si pensi di affidare i beni pubblici a soggetti privati», dice Filippo Panarello, vicepresidente della commissione Beni culturali dell'Assemblea regionale. Panarello invita a «combattere sprechi e clientelismi, per mettere in piedi un credibile piano di fruizione dei beni culturali che deve prevedere orari di apertura più ampi, anche nei giorni festivi». D'accordo il collega di partito Mario Bonomo: «Quest'idea di provare a fare cassa in tutti i modi, di trasformare in business anche la nostra stessa memoria fa semplicemente inorridire».

Postilla

Se i fautori delle ragioni del centralismo statale avessero bisogno, in questi tempi di federalismo malamente inteso, ma ubiquo, di qualche elemento a sostegno delle loro tesi, eccoli accontentati. Già da tempo questa parte d'Italia, non certo dello Stato italiano, perchè per quanto riguarda la gestione dei beni culturali la Sicilia gode da decenni di un'autonomia praticamente illimitata, è divenuta exemplum proverbiale di pessima amministrazione, tanto che nelle discussioni spesso accese fra regionalisti e statalisti durante la stesura del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, le ragioni di questi ultimi sono state più di una volta rafforzate dalla semplice evocazione delle vicende siciliane per quanto riguarda la gestione del patrimonio culturale, tanto ricco quanto negletto. A ulteriore clamorosa testimonianza, ecco le dichiarazioni dell'assessore Antinoro: non è tanto la ritrita riproposizione del privato come panacea per tutti i mali del pubblico a stupire, ormai, quanto lo sbracamento ideologico che la sottende in questo caso. I beni culturali vengono ceduti al privato senza alcun progetto culturale, tanto è vero che neanche i responsabili e curatori dei beni stessi sono stati non solo coinvolti, ma neppure informati dei progetti dei politici. E il ritorno che si auspica da una operazione che per modalità appare il frutto di improvvisazione amministrativa ai limiti del lecito (oltre che del comune buon senso), è da svendita finale per cessata attività: la valle dei templi, il teatro di Siracusa, quello di Taormina in cambio di qualche albergo, una strada e, tocco di classe surreale, un eliporto. Nessun ritorno è previsto per la tutela e una migliore fruizione dei beni stessi, evidentemente considerati solo come limoni da spremere fino all'ultima goccia. In questa rincorsa alle meraviglie della privata intraprendenza, in verità, la Sicilia può vantare qualche illustre antecedente: anche in tempi passati, in fondo, ai privati erano delegati compiti di gestione erariale di non poco impegno. Erano i tempi dei fratelli Salvo di indimenticata memoria e sappiamo bene come andò a finire quella storia... (m.p.g.)

ROMA - Difficile non confrontarsi con le parole di Umberto Eco. Difficile non chiedersi se davvero noi italiani siamo con un piede nel burrone, se davvero la democrazia qui, adesso, è in pericolo. «Non siamo ancora al regime – dice Rossana Rossanda – ma ci sono molti segnali di avvicinamento. Siamo al limite, tira un’aria brutta. Trovo importante che Eco sia intervenuto. Il rischio c’è. E a preoccuparmi non sono solo le gesta di Berlusconi, di La Russa, della "banda" che ci governa, ma il guasto profondo che si è prodotto nella società italiana, nell’opinione pubblica». Da Parigi, dove ormai vive quasi in pianta stabile, senza tuttavia perdere nulla di quel che succede in Italia, Rossanda vede un Paese incline al «populismo», in cerca del «capro espiatorio», «del poveraccio, del diverso», su cui far convergere frustrazioni, rancori, paure: «Se è vero che il 47 per cento degli italiani prova repulsione all’idea di vivere accanto a un Rom, allora bisogna battersi contro quel 47 per cento, ribellarsi all’egoismo, all’individualismo, risvegliare le coscienze».

Una democrazia, quella italiana, che scivola lentamente in altro. Dice Eco che «la maggioranza ha diritto di governare», ma altra cosa è il sentirsi depositari dell’unica verità. Dacia Maraini si farà prendere pubblicamente le impronte, il 7 luglio prossimo, a Roma, come atto di protesta contro uno dei provvedimenti più odiosi decisi da questo governo, la schedatura dei piccoli Rom. E’ d’accordo con Eco: «Questo Paese è borderline dal punto di vista della democrazia. Berlusconi non tiene conto di nulla, è un estremista, gestisce l’Italia come fosse una sua azienda. Maggioranza non può essere diritto di impunità, non è dominio sulla minoranza, non implica l’uso personalistico, poliziesco della politica».

La storia non si ripete o, semmai, si può ripetere in farsa, «ma anche le farse, a volte, possono essere inquietanti», avverte Rossanda che attribuisce un certo torpore etico anche alla scomparsa dei comunisti alla Berlinguer: «Potevi non essere d’accordo con loro, ma il Pci di allora, con le sue denunce, ti faceva sentire in colpa, agitava le coscienze». Oggi gli anticorpi sembrano minori. Che serva il ritorno alla piazza? «Se fossi a Roma – dice Rossanda - non andrei alla manifestazione dell’8 luglio perché intravvedo in Di Pietro un’idea della democrazia alimentata dalla vendicatività che non condivido». A ognuno il suo. Vincenzo Cerami pensa che, «per carità, un girotondo vada benissimo» ma da un «grande partito come il Pd, doverosamente dotato di senso delle responsabilità istituzionali, ci si attende una manifestazione alta, matura». Eco, dice Cerami, ha ragione quando fiuta il pericolo-regime in Italia ma l’immagine di «una minoranza che non osa reagire» non si applica certo all’opposizione veltroniana che, a mio avviso, non è né paciosa né tranquilla. Io dico: una manifestazione il Pd la farà, con i suoi tempi, con i suoi modi, senza un linguaggio impulsivo. Lasciamo che la maggioranza si cuocia nel suo brodo, lasciamo che vengano più allo scoperto...».

Lo scrittore Predrag Matvejevic, che ha conosciuto il regime croato di Tudjman e l’aria irrespirabile dei Paesi dell’Est, e ha ricevuto la cittadinanza italiana dal presidente Napolitano, tifa per un’Italia più reattiva: «Una democrazia a rischio può scivolare facilmente in quello che io chiamo "democratura" dove tutto sembra come prima, dove si proclama con forza il rito della democrazia ma, in realtà, è rimasto solo l’involucro».

Umberto Eco

"La minoranza ha il dovere di manifestare"

Repubblica, 2 luglio 2008

Umberto Eco ha inviato questa lettera a Furio Colombo, Paolo Flores d'Arcais, Pancho Pardi, promotori della manifestazione dell'8 luglio in Piazza Navona.

Cari Amici,

mentre esprimo la mia solidarietà per la vostra manifestazione, vorrei che essa servisse a ricordare a tutti due punti che si è sovente tentati di dimenticare:

1) Democrazia non significa che la maggioranza ha ragione. Significa che la maggioranza ha il diritto di governare.

2) Democrazia non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa che, mentre rispetta il governo della maggioranza, essa si esprime a voce alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perché questo è il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia.

Umberto Eco

Assediato da 2,5 miliardi di euro di debiti, l’immobiliarista Luigi Zunino si arrende ai creditori (le banche): l’area ex Falck di Sesto San Giovanni e probabilmente anche Santa Giulia a Rogoredo sono in vendita al miglior offerente. Una trattativa è già ben avviata, con il fondo Dubai Limitless, per l’area di Sesto San Giovanni ridisegnata da Renzo Piano, mentre per la città di Norman Foster nella zona Sud Est di Milano le manifestazioni di interesse sono numerose. E Zunino non ha ancora perso le speranze di riuscire – con i proventi della cessione dell’area Falck – a condurre in porto il progetto Rogoredo. Il sindaco di Sesto Giorgio Oldrini mette le mani avanti: «I futuri proprietari non tocchino il progetto di Renzo Piano. E il Comune vuole continuare ad avere un ruolo da protagonista».

Anche gli imperi costruiti sui mattoni rischiano di sgretolarsi per il peso dei debiti. E così Luigi Zunino, professione immobiliarista, che lo scorso anno è entrato nel salotto più buono di Milano, vale a dire nel consiglio di sorveglianza di Mediobanca, si trova in balia dei creditori e potrebbe essere costretto a vendere alcuni dei gioielli della sua Risanamento per saldare il conto con le banche. Dopo un tourbillon di indiscrezioni, il suo gruppo Risanamento è stato costretto - dalla Consob - a confermare che il consiglio di amministrazione ha dato via libera alle trattative con il fondo Dubai Limitless Lcc che ha offerto circa 1,5 miliardi per le aree Falck di Sesto San Giovanni e Santa Giulia a Rogoredo. La Borsa, ovviamente, ha festeggiato con uno spettacolare rialzo del 46%.

A fine marzo Risanamento aveva accumulato 2,5 miliardi di debiti, tanti in valore assoluto e troppi rispetto ai canoni percepiti dagli affitti. Se il patrimonio del gruppo ha un valore stimato di ben 5 miliardi, sono infatti pochi i palazzi che sono stati messi a reddito. Su questa mole d’indebitamento Zunino paga interessi superiori rispetto ai canoni che riscuote dai palazzi di via Bigli e di corso Vittorio Emanuele a Milano, dal grattacielo di Madison Avenue a New York, per finire con gli edifici parigini sugli Champs-Elysées e in Avenue Matignon. Nel primo trimestre di quest’anno Zunino ha infatti pagato alle banche 41 milioni di interessi sui debiti, e ne ha riscossi 48 dagli affitti e dalle plusvalenze per la cessione di alcuni asset immobiliari.

Ma c’è di peggio. Perché la specialità di Zunino è quella di portare avanti importanti progetti di riqualificazione e in particolare quello dell’area un tempo occupata dalle industrie Falck di Sesto San Giovanni e quella a Sud Est di Milano di Santa Giulia. Per entrambi, Zunino si è avvalso di alcuni tra i più famosi architetti al mondo: per l’area Falck Renzo Piano, per Santa Giulia Norman Foster. Tuttavia, forse l’eccesso di ottimismo tipico degli imprenditori, ha portato Zunino a mettere troppa carne al fuoco, senza fare i conti con un mercato immobiliare che dopo anni di boom inizia a scricchiolare anche per colpa della crisi finanziaria legata ai mutui ipotecari americani. E così lui, che fino a qualche mese fa era in gara per ogni asta immobiliare e per tutti i principali appalti (ha partecipato anche all’asta per Citylife, stata vinta da Generali e Ligresti) ora è costretto a vendere anche i progetti che gli stanno più a cuore per far fronte alle pendenze con i creditori. Prima fra tutti l’area della Falck, sui cui la sua Risanamento ha intrapreso una trattativa in esclusiva con il fondo di Dubai, che a breve dovrebbe formalizzare un’offerta. Ancora prima di ricevere le autorizzazioni per costruire e posare la prima pietra a Sesto San Giovanni, Zunino si è infatti indebitato sull’area Falck per circa 260 milioni. Inoltre Risanamento ha bisogno di nuova liquidità per portare avanti il progetto di Santa Giulia, che pur essendo già stato approvato deve ancora essere sviluppato in toto, tranne per l’edificio che diventerà la sede di Sky che da solo ha un valore stimato in circa 300 milioni.

Ma adesso a determinate condizioni Zunino potrebbe vendere anche il progetto di Santa Giulia, proprio perché tra gli investimenti che devono essere ancora fatti e i debiti che la società ha già accumulato, sarà difficile per il gruppo immobiliare portare a termine i lavori in queste condizioni finanziarie. E per Santa Giulia sarebbero arrivate a Risanamento una serie di offerte. Oltre al fondo Limtless, anche il gruppo olandese Multi e la Colony Capital di Tom Barrack, uno degli uomini più ricchi al mondo e affittuario di Zunino nel palazzo sulla Madison a New York che è di proprietà di Risanamento.

Oldrini avvisa i futuri proprietari "Il progetto di Piano non si tocca" (intervista al sindaco di Sesto San Giovanni)

di Rodolofo Sala

Per il sindaco di Sesto non si tratta di un fulmine a ciel sereno. «Da tempo - dice Giorgio Oldrini - eravamo al corrente delle difficoltà economiche del gruppo Zunino».

Siete preoccupati?

«Non possiamo certo impedire che sull’area Falck sbarchi un nuovo proprietario. Ma in questa partita naturalmente vogliamo dire la nostra, per continuare a svolgere un ruolo da protagonisti. Anche perché su quest’area realizzeremo un progetto per la produzione di energia pulita con una società che abbiamo costituito assieme ad A2A».

Insomma, ponete delle condizioni?

«Voglio essere chiaro: per noi è irrinunciabile mantenere nella sua unitarietà il progetto elaborato da Renzo Piano».

Temete lo spezzatino?

«Quello di Piano è un progetto enorme e complesso, che interessa un’area di oltre un milione e 300mila metri quadri dove sorgerà una città nella città. Università, centri di ricerca, residenze di pregio e case popolari, la nuova stazione».

E se la nuova proprietà dovesse decidere di rinunciare al progetto di Piano?

«Per esaminarne uno nuovo avremmo bisogno di moltissimo tempo. Non certo perché siamo pigri, ma perché gli interventi sull’area sono immensi e complessi».

È un messaggio ai nuovi acquirenti?

«I tempi lunghi non convengono a nessuno. Il progetto Piano è pronto, a primavera potremmo già cominciare gli scavi. Noi abbiamo tutto l’interesse a fare tutto in fretta e bene».

La società di fondi di Dubai è avvertita...

«Noi sappiamo che quella è solo una delle ipotesi in campo. E che sotto il profilo economico e finanziario il pallino ce l’ha Banca Intesa, il maggior creditore di Zunino».

Questi altri potenziali acquirenti vi garantirebbero di più?

«Di certo non siamo indifferenti: per noi un compratore non vale l’altro».

Il piano regolatore

Dalla fine degli anni ’70, e successivamente in modo più accelerato, sono intervenute a Torino modificazioni radicali nella struttura industriale della città che dai luoghi della produzione hanno investito l’assetto territoriale e la composizione sociale della popolazione. Queste trasformazioni hanno comportato, per Torino come per altre città non solo italiane, la chiusura di impianti e di scali ferroviari, spesso collocati in posizioni centrali, considerati non più adeguati alle nuove esigenze della produzione, e il trasferimento di grandi complessi come la Dogana e i Mercati generali.

L’insieme di queste trasformazioni si è inserito in un contesto politico-ideologico caratterizzato dal prevalere di teorizzazioni e di scelte operative, improntate all’esaltazione del mercato come al discredito della programmazione e della pianificazione a tutti i livelli. Queste impostazioni hanno destrutturato le basi culturali, su cui si fondava tradizionalmente l’azione della sinistra (il Grande balzo all’indietro di Serge Halimy). Ma non si è trattato solo di segnali culturali: in Inghilterra, negli Stati Uniti, ma anche in Italia si sono affermati indirizzi di governo coerenti con quei principi.

Nel nostro paese, sono entrati progressivamente in crisi i grandi disegni riformatori di riassetto economico e sociale tracciati da alcune regioni e dal sistema delle autonomie, le cui premesse politiche e culturali risalivano agli anni ’60; in particolare quelli concernenti la riforma dei suoli. Già all’inizio del 1980 la Corte Costituzionale, malgrado quanto statuito dalla legge 10 del 1977, sancendo l’illegittimità della separazione fra proprietà dei suoli e diritto di edificare., ha colpito al cuore il potere degli enti locali di decidere dove, come, quando trasformare la città, nonché di determinare i costi di acquisizione delle aree espropriabili per esigenze generali. Anche in questo caso le conseguenze per la sinistra sono state nefaste. Il controllo della acquisizione privata della rendita urbana era stato un cavallo di battaglia per molti anni (dal secondo dopoguerra) di un fronte assai composito di forze politiche e sociali: dalle masse operaie sindacalizzate, che nel ’69 scioperarono per rivendicare costi ridotti delle abitazioni e quindi tagli radicali della rendita fondiaria, alla sinistra DC (il progetto Sullo è dell’inizio anni ’60), alle componenti della cultura cattolica più avvertita nei campi dell’economia (Siro Lombardini) e dell’urbanistica (Giovanni Astengo e la sua rivista Urbanistica). Con la sentenza dell’80 quel fronte politico-culturale si è sfaldato e la questione è stata completamente lasciata cadere dalla forze politiche e culturali di centro-sinistra.

Come si ricorderà, negli anni ’70 e ’80 la proprietà della casa si era estesa a ampi strati della popolazione, grazie non solo all’aumento dei redditi delle famiglie, ma anche per gli effetti prodotti da una legge dai contenuti improvvisati: la legge cosiddetta dell’”equo canone”. La carenza di interventi a favore dell’edilizia pubblica a basso costo (esempio unico nei paesi industrializzati d’Europa), aveva costretto molti a ricorrere alla proprietà, essendo scomparsa dal mercato l’abitazione in affitto. Questo fatto agli occhi ormai annebbiati di larga parte della sinistra, generò il silenzio più assoluto sui processi di formazione ed acquisizione privata della rendita fondiaria.

E’ in quel contesto che il Comune di Torino, fra il 1986 ed il 1995 ha portato a compimento il Piano regolatore, con una convergenza politica e culturale pressoché unanime, improntata alle seguenti scelte fondamentali:

- la scelta di ricercare un nuovo assetto urbano, conseguente all’abbandono di ogni politica di integrazione regionale o comunque di area vasta. Il nuovo disegno della città previsto dal Piano si fonda in primo luogo sull’espansione del settore dei servizi per le imprese e le famiglie [1], nel tentativo di ampliarne l’area di influenza delle attività di comando, insediate nel cuore di Torino (tradizionalmente riferite alla dimensione regionale), fino a comprendere il settentrione d’Italia e l’Europa;

- la scelta di ricercare investimenti per le infrastrutture della mobilità, finalizzati a privilegiare ristrette aree cittadine, cui affidare il compito della qualificazione e della specializzazione terziaria;

- la scelta di ricercare l’alleanza strategica con la proprietà fondiaria, individuata nelle maggiori industrie torinesi (Fiat, Michelin, Savigliano, ex Teksid) e nelle Ferrovie dello Stato, a loro volta alla ricerca della massima valorizzazione dei compendi immobiliari investiti dalla disattivazione produttiva o dalla obsolescenza degli impianti.

In conseguenza di quelle scelte il piano regolatore di Torino, approvato dalla Regione nell’aprile del 1995, contiene le seguenti linee principali:

- Il sostanziale azzeramento delle aree industriali. Le aree di trasformazione in senso residenziale e terziario, in gran parte già occupate da industrie, ammontano a poco meno di 9 milioni di metri quadrati. Esse comprendono le aree della cosiddetta “Spina Centrale”, estesa su 3 milioni di metri quadrati. Mentre il piano azzera le aree industriali nella città, nei comuni della provincia, soprattutto in quelli più prossimi a Torino, per quella destinazione si offre una disponibilità per circa 30 milioni di metri quadrati. [2]

- L’individuazione del corridoio mediano della città, costituito dalla Spina Centrale. Questa è percorsa da nord a sud dal cosiddetto “boulevard”, ricavato a copertura del tracciato ferroviario interrato, quale luogo privilegiato per l’insediamento di 23 mila abitanti e 32 mila addetti del settore terziario, dislocati con densità elevate e in forme che testimoniano la rilevanza eccezionale assegnata agli interventi previsti. E’ con riferimento a quel luogo che oggi si discute della opportunità e delle altezze dei vari grattacieli, già individuati dal Piano regolatore e successivamente esaltati da specifiche iniziative: gli uffici di Intesa–San Paolo; gli uffici regionali; il grattacielo Ligresti, etc. In sostanza le aree della Spina sono considerate dal Piano come il luogo in cui concentrare funzioni e forme caricate di rilevanza simbolica da esibire (e da far fruttare economicamente) sul piano non solo locale, ma nazionale e internazionale.

- L’indifferenza con la quale il piano tratta le condizioni ambientali della città, in particolare quelle dei quartieri di più antica formazione prossimi alla Spina (Centro 1; Crocetta 3; San Paolo 4; Cenisia - Cit Turin 5; San Donato 6; Aurora – Rossini 7; Barriera di Milano18), molto popolosi (350 mila circa), caratterizzati da forti densità edilizie e da attività soprattutto terziarie (7,5 milioni di metri quadrati costruiti), ma assolutamente carenti di spazi per servizi sociali. Si direbbe che sul tavolo da disegno della progettazione urbanistica il ritaglio delle aree della Spina sia arrivato del tutto separato dal resto del contesto urbano, per essere riempito con elementi (di qualità e quantità) estranei alla realtà urbana e riassumibili nello slogan: “ concentrare funzioni rare nel settore centrale della città”.

- La scarsa attenzione prestata ai beni culturali, che pure nella storia della città hanno caratterizzato molti degli insediamenti industriali [3]. Il Piano ha tutelato la città barocca ed i beni di maggiore rilievo, purché riconducibili alla tipologia della residenza e dei servizi collettivi, abbandonando alla demolizione o alla radicale trasformazione esempi pregiati di architettura industriale, degni di maggiore attenzione, essendo stata la destinazione produttiva di fatto bandita dalle aree industriali dismesse. Quanto è stato faticosamente salvato è il frutto di iniziative benemerite, intraprese a Piano approvato, non sempre però coronate da successo (come dimostra la vicenda delle Officine Grandi Motori di Corso Novara), che hanno teso a sottrarre al piccone demolitore architetture prestigiose.

L’intervento della proprietà privata sull’assetto del territorio.

Delineati contenuti e ragioni del Piano di Torino, conviene accennare ad alcune vicende, emblematiche del prevalere nel contesto locale di una rendita immobiliare in grado di imporre alle assemblee elettive decisioni improntate alla propria visione dello sviluppo urbano e alle proprie convenienze e non all’interesse collettivo.

La tendenza non è specifica né del torinese né della Regione Piemonte, tanto che, nella legislatura 2.001–2.006, essa stava per essere consacrata a norma, attraverso il nuovo “Testo della legge sul governo del territorio”, approvato soltanto da uno dei due rami del Parlamento, nel cui ambito si è profilato un atteggiamento non pregiudiziale da parte di ampi settori del centro-sinistra. In questa chiave, sembrano significativi alcuni casi concreti riguardanti il contesto locale, che vanno sotto il nome di Mondo Juve, Bor.Set.To, Millenium Canavese, tutti riconducibili alla prevalenza del “particulare” sull’interesse generale.

Al proposito è opportuno rammentare che un ente, persona fisica o giuridica, quando debba reperire somme consistenti, disponendo di proprietà immobiliari, può, nella comprensione generale, rivolgersi in primo luogo a quelle disponibilità, sapendo che su di esse nel tempo si accumulano plusvalenze fondiarie potenziali, traducibili in ricchezza reale, a condizione che le regole, gestite dagli enti locali, consentano interventi edilizi adeguati. Ove questo non si dia non resta che muovere i passi giusti per modificare le regole che si frappongono all’acquisizione delle plusvalenze, agitando accortamente presso l’opinione pubblica in alcuni casi il miraggio del possibile rilancio di una qualche iniziativa economicamente o moralmente benemerita, in altri la minaccia del dissesto economico, e quindi la falcidia della manodopera eventualmente impiegata.

La modifica delle regole consiste sostanzialmente in un’operazione cartacea: si tratta semplicemente di variare un qualche segno, di aggiungere o rimuovere un qualche articolo di una norma astrusa, contenuta in un piano regolatore in genere difficile da comprendere e ignoto ai più. E poi quella modifica così decisiva, ha questo di bello: non costa nulla; al pari delle riforme a costo zero produce solo ricchezza, che in realtà nessuno paga; quindi nei confronti di quella modifica, venuta meno la presenza vigile dei partiti (almeno di alcuni), nessuno più ha interesse ad opporsi.

Mondo Juve

Si tratta di una vicenda collegata con le esigenze di risanamento di bilancio della “ Juventus Football club s.p.a”.

L’operazione riguarda l’Ippodromo, sito nei Comuni di Nichelino e di Vinovo, su un’area di 50 ettari circa; l’Ippodromo si trova in quella ubicazione dai lontani anni ’50 del secolo scorso, trasferito a sua volta dal settore sud di Torino, dal cosiddetto Quartiere Ippodromo (QUIP), prossimo alla Fiat Mirafiori. Su quell’area sorge ora un bel quartiere ad alta densità, che ha sostituito le aree verdi, allora occupate dall’Ippodromo. L’area dell’Ippodromo ora in Vinovo, incalzata per la seconda volta dall’espansione urbana, si trova a fruire delle seguenti condizioni:

- è ai margini del Parco di Stupinigi, quindi in un intorno di indubbio prestigio ambientale;

- è lambita dal nuovo tracciato della SS 23 di collegamento con il pinerolese e più oltre con il comprensorio del Sèstrière; la Statale a sua volta si innesta nella Tangenziale, immediatamente a nord dell’area in questione;

- è lambita dalla ferrovia Torino Pinerolo, per la quale sono previsti piani e programmi regionali di potenziamento e comunque di inserimento del tracciato nella rete regionale, con i conseguenti vantaggi di appartenenza al “ passante” di Torino. E’ prevista l’istituzione di una fermata, in prossimità delle aree dell’Ippodromo, che alcuni vorrebbero spostare proprio in corrispondenza del “ parco commerciale Mondo Juve”;

- è estesa e ben ubicata, non da oggi è inserita in un settore ampio e popoloso della zona sud dell’area torinese.

Come si vede si danno tutte le condizioni perché l’area in questione per le potenzialità geografiche di cui fruisce, per le infrastrutture esistenti o previste, possa essere utilizzata per destinazioni di rango più elevato, più redditizie, rispetto alle attuali. Di qui la proposta della Società Mondo Juve di trasformare l’area dell’Ippodromo in “ parco commerciale”, integrato con altre destinazioni. La proposta, avanzata dalla Società, fatta propria dai Comuni di Vinovo e Nichelino, è stata oggetto di varianti di piano regolatore, felicemente approvate dalla Regione.

Bor.Set.To. [5]

La vicenda, che va sotto il nome di Bor.Set.To (acronimo di Borgaro, Settimo, Torino), rappresenta uno dei casi più emblematici di prevalenza degli interessi privati su quelli pubblici.

La vicenda ha radici lontane: inizio anni ’60. La Società per azioni “Urbanistica Sociale Torinese”, controllata dalla “Società Generale Immobiliare” (Sogene), allora con partecipazione del Vaticano, acquistata una grande estensione di terreni agricoli nel settore nord di Torino, propone di costruire una “ città satellite” per 60 mila abitanti. La proposta raccoglie adesioni e contrasti, ma non passa. All’inizio degli anni ’90, fallita la Società Sogene (abbandonata nel frattempo dal Vaticano), la proprietà dei terreni (oltre 3 milioni di metri quadri) passa alla neo costituita Bor.Set.To., formata dalla Cooperativa Antonelliana, dalla COGEDIL (Ferrero Acciaierie), Valorizzazioni edili (Ligresti), Deiro ed altri.

Nel 1996 la Regione Piemonte, la Provincia e i Comuni interessati, coordinati dall’allora Assessore provinciale Luigi Rivalta, conducono avanti un tentativo, fallito, di acquistare tutte le aree per 30 miliardi di lire.

Nell’aprile del 1999 il Consiglio Provinciale di Torino adotta il Piano Territoriale di Coordinamento che, per essere operante, abbisogna per legge della approvazione Regionale. Quel piano disegna le linee di trasformazione del territorio provinciale e indica, per quanto qui interessa, i seguenti obiettivi/vincoli:

1. la tutela del territorio agricolo e dunque anche delle aree Bor.Set.To, dotate di elevata fertilità, al fine di preservare le poche aree ancora libere nella conurbazione torinese, soggetta ad intensa urbanizzazione;

2. coerentemente il settore Borgaro–Settimo (e dunque le aree Bor.Set.To.) non risulta compreso fra le direttrici di ulteriore espansione sia per residenze che per attività;

3. il Piano, adottato dal Consiglio Provinciale nella primavera del 1999, in conformità alle disposizioni di legge, avrebbe dovuto entrare in “salvaguardia” a tutela dei contenuti, affinché i comuni non potessero formare piani in contrasto con il Piano Provinciale stesso, fino all’approvazione regionale, o almeno per tre anni dall’adozione.

Adottato nell’aprile del 1999, il Piano arriva in Regione per l’eventuale approvazione. Qui sorgono problemi e difficoltà. Intanto si scopre che per un banale refuso della legge (la legge regionale urbanistica) non è possibile applicare la salvaguardia a favore del Piano provinciale. Invece di risolvere l’errore mediante un’immediata e modestissima correzione della legge regionale, la questione resta senza soluzione per otto anni, fino al gennaio 2007 [6]. Non solo. Malgrado la legge regionale limiti a 90 giorni il periodo entro il quale la Regione deve approvare o respingere il Piano Territoriale, la decisione formale viene assunta dopo 4 anni, nell‘agosto 2003, dopo 1.460 giorni.

Mentre la Regione “valuta”, su proposta dei Comuni di Settimo, Borgaro, Leinì e Volpiano, prende avvio il cosiddetto “ URBAN Italia”. I programmi URBAN sono finanziati dal Fondo europeo, a favore dello sviluppo sostenibile (termine usato ed abusato) di città e di quartieri soggetti a crisi. Nel caso specifico le indicazioni di URBAN Italia hanno smentito totalmente le linee del Piano Territoriale provinciale, in quanto hanno configurato un comprensorio industriale di centinaia di ettari, una barriera urbanizzata in barba alla tutela delle aree agricole. Dormiente il Piano Provinciale, URBAN Italia ha tutto il tempo di essere approvato (27 maggio 2002) dal Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti.

Se URBAN Italia costituisce lo strumento (il bastone), che sconvolge i contenuti del Piano Provinciale, nello stesso periodo viene varata l’iniziativa (la carota), tendente a qualificare il territorio prossimo alle grandi infrastrutture stradali di Torino, denominato “tangenziale verde”.

Tra fine 2002 e inizio 2003 si danno le condizioni perché finalmente, dopo oltre 40 anni di traversie, si possa risolvere l’annosa vicenda delle aree già Sogene. Le condizioni al contorno sono le seguenti:

1 il Piano Provinciale attende l’approvazione regionale. A scanso di sorprese la Regione ha “consigliato” e la Provincia accettato di fare proprie correzioni al Piano che rendono assai meno incisivi i vincoli originari;

2 sono diventati operanti i documenti, che danno alle previsioni di espansione delle aree Bor.Set.To. il carattere dell’ufficialità e del prestigio;

2 il Comune di Borgaro Torinese ha approvato una variante al proprio Piano Regolatore, che trasforma la destinazione di una parte delle aree Bor.Set.To. da agricole a servizi per parchi urbani e territoriali. Questa destinazione, per legge, dovrebbe comportare l’esproprio delle aree relative. Ma da tempo, grazie all’apporto qualificato della migliore cultura urbanistica, vige la linea della cosiddetta “ perequazione”, in base alla quale a fronte di espropri costosi per la collettività e invisi alle proprietà, si può praticare una strada più “civile”, concordare con la proprietà una sorta di “do ut des”, grazie alla quale il Comune concede possibilità di costruire su parte dei terreni, in cambio della cessione gratuita della restante proprietà. Questa è la strada che si profila come migliore e più conveniente anche per le aree Bor.Set.To., dato che sarebbe una incongruenza, figlia ormai di un passato lontano e superato, imboccare la strada dell’esproprio sulle aree destinate a parco.

Queste sono le condizioni che rendono possibile e opportuno il Protocollo d’intesa fra i Comuni di Borgaro, Settimo e Torino con la partecipazione di Provincia e Regione. Il Protocollo stabilisce l’edificabilità per le diverse destinazioni (270.000 metri quadrati di superficie edificabile per residenze, industrie, terziario) da realizzare nei tre comuni; stabilisce altresì quali e quante aree (2,6 milioni di metri quadrati da destinare a parchi, sevizi sociali, strade) si debbano cedere come contropartita per i Comuni, nei quali ricadono le aree Bor.Set.To.

Il 1 agosto 2003, dopo oltre quattro anni di elaborazioni e verifiche assai impegnative, la Regione approva il Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Torino. Dopo quaranta anni di traversie, giustizia è fatta!

Millenium Canavese

Nella piana, estesa a sud-est di Ivrea, in prossimità dell’abitato di Albiano, su un’area di 60 ettari circa, disposta in fregio all’autostrada Santhià–Ivrea, nasce alla fine degli anni ’90 il progetto “ Millenium Canavese”. Il progetto prevede la realizzazione di un complesso “ polifunzionale”, comprendente un parco a tema, un albergo, un’area commerciale, spazi di ristorazione, servizi, per un investimento stimato in 170 milioni di euro. E’ prevista la frequentazione di un milione e seicentomila visitatori all’anno per il parco a tema e dieci milioni per l’area commerciale. E’ previsto inoltre che l’impianto dia lavoro a settecento addetti. L’ubicazione dell’intervento trae origine da due elementi fra loro collegati:

1. la proprietà dell’area, originariamente in capo alla Società Olivetti, confluita nella Società Mediapolis, a formare una quota di partecipazione, rispetto ad altre, detenute da finanziarie italiane ed estere;

2. la facilità di accesso da un bacino di utenza potenziale di ampie dimensioni, costituito dalle popolazioni di Milano, Torino, Genova, servito magnificamente dalle autostrade Milano–Torino; Voltri–Sempione; Torino– Aosta, connesse a loro volta dalla “bretella” autostradale Santhià–Ivrea.

L’iniziativa, promossa dalla Società Mediapolis, ha ottenuto tutte le approvazioni necessarie e vinto tutte le controverse giunte fino al Consiglio di Stato.

La data di approvazione (giugno 2003) dello strumento urbanistico non può passare inosservata. E’ certamente per pura combinazione che anche nel caso della vicenda Millenium Canavese (al pari di quanto accaduto per la vicenda Bor.Set.To) l’approvazione del Piano Territoriale sia avvenuta proprio all’indomani della conclusione della variante del piano regolatore di Albiano, che ha consentito di mutare destinazione dell’area interessata da agricola in “ parco a tema”. Senza quella fortuita combinazione infatti le indicazioni del Piano Territoriale avrebbero impedito o almeno seriamente ostacolato l’approvazione regionale della variante al piano di Albiano

Conclusioni

In tutti i casi citati l’iniziativa prende le mosse dall’interesse privato. Il leitmotiv consiste nel presentare l’operazione come occasione irripetibile per assicurare un vantaggio per la collettività, in termini di sviluppo economico e/o di acquisizione di patrimoni fondiari da destinare a servizi sociali di rilievo locale o sub regionale.

Nel settore del governo del territorio l’interesse privato ha costituito da sempre il risvolto concreto delle decisioni assunte dalla mano pubblica. Al centro delle trasformazioni e delle iniziative si stagliano la formazione e l’acquisizione privata della rendita urbana, nella duplice forma di rendita assoluta e di rendita differenziale; la prima derivante dallo sviluppo economico e dalla crescita della ricchezza in una determinata località; la seconda derivante dalla entità e dalla concreta distribuzione sul territorio degli investimenti infrastrutturali e dalla generale valorizzazione dell’ambiente urbano.

Nei tempi andati l’ente pubblico tentava spesso, con alterna fortuna, di reagire a quelle tendenze attraverso alcune linee di azione e grazie a risorse interne oggi indisponibili:

1 la spinta culturale e politica, rivolta a riportare, per quanto possibile, la ricchezza prodotta dalla collettività alla collettività stessa. Questo principio, divenuto prevalente negli anni ’60 del secolo scorso con la partecipazione della cultura più avvertita e di un ampio schieramento politico, ha trovato attuazione in atti legislativi specifici rivolti a far acquisire alla mano pubblica una parte consistente della rendita urbana;

2 la formazione di strumenti di pianificazione, soprattutto comunali, i quali, pur entro il vigente sistema di formazione e acquisizione privata della rendita, avevano lo scopo di modellare le città in modo da attenuare le disfunzioni più vistose, create dalla rendita stessa, attraverso politiche redistributive (la politica della casa, dei trasporti, dei servizi etc.), riservando alla collettività il potere di decidere dove, quando, in che modo dare corso alla trasformazione urbana;

3 l’utilizzo di un principio affermato a tutte lettere già dalla legislazione urbanistica, emanata in epoca fascista (1942), in base al quale, si doveva evitare di trasferire a vantaggio dell’interesse privato le plusvalenze fondiarie, derivanti da mutamenti di destinazione del suolo resi necessari dallo sviluppo della città.

Questi indirizzi sono stati bensì oggetto di provvedimenti non sempre lucidi e determinati: nel passato non mancano esempi di operazioni contraddittorie o culturalmente inadeguate. Oggi però la situazione è radicalmente mutata: nessuna forza né politica né culturale si propone di elaborare strumenti amministrativi o provvedimenti legislativi per controllare la rendita urbana. Nella legislazione italiana non esiste più, perché abrogato, il principio della indifferenza del valore dei suoli rispetto alle scelte di piano regolatore, affermato a suo tempo dall’articolo 38 della legge urbanistica del ’42. Troppo spesso si ricorre a questioni di rilievo formale–ambientale, trascurando ragioni di ordine strutturale. E’ il caso degli argomenti, con cui di recente si è cercato di contrastare la costruzione del grattacielo Intesa-San Paolo: ci si oppone a quell’edificio in quanto esso si porrebbe in competizione con l’altezza della Mole Antonelliana (180 metri contro 150), quando le ragioni di fondo per contrastare quella iniziativa andrebbero ricercate nelle scelte strutturali del Piano regolatore, riguardanti sia la natura e la distribuzione delle funzioni, sia le densità abnormi che quelle funzioni richiedono.

E’ a questa realtà che occorre acconciarsi? Non ne sono ancora convinto.

Raffaele Radicioni è architetto ed è stato assessore all'urbanistica del Comune di Torino durante la giunta Novelli.

[1] Giuseppe De Matteis, Anna Segre “Da città – fabbrica a città – infrastruttura”, in “Spazio e Società” n. 42 aprile – giugno 1988.

[2] Provincia di Torino – Assessorato alla Pianificazione Territoriale. “PTC. Ricerca sul Sistema Produttivo della Provincia” a cura di Emilio Barone e Sergio Conti. Febbraio 1999.

[3] Si veda in particolare il lavoro svolto dal Politecnico di Torino, Dipartimento Casa – Città dal titolo “Beni culturali ambientali nel Comune di Torino”, edito dalla Società degli Ingegneri e degli Architetti in Torino nel 1984.

[4] Il Parco Naturale di Stupinigi è stato istituito con Legge Regionale 14 gennaio 1992, n.1.

[5] L’esposizione fa ampio riferimento al “Libro Bianco Bor.Set.To” a cura del Coordinamento per la difesa delle Aree Bor.Set.To e dintorni, pubblicato nel marzo 2005.

[6] L’errore è stato corretto avendo avuto la fortuna di essere ripreso nella legge regionale n. 1 del 26/01/2007, nata con ben altri obiettivi, essendo rivolta a la “Sperimentazione di nuove procedure per la formazione e l’approvazione delle varianti strutturali ai piani regolatori generali. Modifiche della legge regionale 5 dicembre 1977, n. 56 (Tutela ed uso del suolo)”.

Ricordate la "variante Laika" di San Casciano in Val di Pesa? Si tratta del progetto - a nostro giudizio dissennato - di seppellire sotto 326000 metri cubi di cemento un pezzo di grande pregio del territorio toscano, progetto che vede concordi istituzioni locali e imprenditori, immobiliaristi e sindacati, tutti egualmente dimentichi del valore durevole e imprescindibile (anche in termini banalmente economici) del paesaggio, tutti alla disperata ricerca di "opere" i cui unici parametri di valutazione - paradossalmente in positivo - sono la dimensione e il costo. Dall'ormai lontano Settembre 2006, ne abbiamo parlato a più riprese in queste note e sul nostro web, su cui abbiamo anche pubblicato un appello il cui primo firmatario è il nostro Presidente e un dossier storico estremamente circostanziato sulla spinosa vicenda.

Ebbene, il Tribunale Amministrativo della Toscana ha di recente emesso una sentenza sul ricorso presentato, avverso la variante, dal pool di comitati e associazioni ambientaliste con cui si è schierata anche la Rete; nella quale non si è pronunciato a proposito di ben 5 sulle 7 contestazioni presentate, eccependo sulla legittimità dei proponenti "a poter porre questioni in merito a scelte urbanistiche che non tocchino direttamente aree o beni vincolati dalla legge come 'beni ambientali'".

Si tratta di una disfatta gravissima non solo per la vicenda particolare, ma per tutta la nostra cultura: con questa eccezione, infatti, il TAR limita implicitamente la giurisdizione dei cittadini su ambiente e territorio a situazioni del tutto marginali quali i parchi, i monumenti e le zone protette, negando i risultati del lavoro pluridecennale di un movimento che - fino a prova contraria - rappresenta l'unico vero spunto di avanguardia in tutto il panorama politico e culturale del nostro Paese; applicando questo principio, si legge nel comunicato stampa appena diramato dai ricorrenti, si arriverebbe a non poter contestare un programma di edificazione selvaggia in area verde in quanto i cittadini che vi abitano "non sono specie protetta". A dire il vero, questo - che cioè i cittadini non siano protetti da nessuno - in effetti lo avevamo capito da tempo; non cesseremo, però, di dolercene.

Paolo Baldeschi Le emergenze in Toscana

Relazione al convegno della Rete dei comitati toscani per la difesa del paesaggio, 28 giugno 2008. Con postilla

Premessa

Possiamo chiamarle emergenze quelle documentate nella ‘mappa’? La parola ‘emergenza’ evoca il concetto di eccezionalità, una malattia che ha raggiunto un momento di crisi, ma pur sempre temporanea, Ma l’emergenza rifiuti in Campania è una malattia di un organismo politico-amministrativo sano, o è profondamente connessa proprio alla natura e al funzionamento di questo organismo? E le emergenze toscane sono il risultato di una congiuntura, l’inevitabile scoria che accompagna il passaggio dal vecchio sistema gerarchico di controlli al nuovo governo del territorio o sono invece dovuti a mutamenti strutturali dell’economia toscana che si combinano con le modalità del nuovo governo? E, in quest’ultimo caso, sono una patologia curabile del sistema o derivano dal funzionamento fisiologico di un apparato legislativo e di pianificazione - di un sistema di governo - che per sua natura produce emergenze? In una parola, sono un problema di malfunzionamento amministrativo o dipendono da scelte politiche?

Rispondere a queste domande ha un’importanza fondamentale, perché se fosse vera la seconda ipotesi, il ruolo dei comitati non può avere una natura meramente difensiva e non può neanche limitarsi a fornire delle proposte caso per caso, ma deve prospettare, oltre a proposte alternative, anche un nuovo modo di governare il territorio, più aperto alla partecipazione dei cittadini, meno opaco di quello attualmente praticato, in una parola una politica diversa; paradossalmente una politica più aderente agli obiettivi espressi nei documenti ufficiali della Regione, la legge di governo del territorio e il Piano di indirizzo territoriale (PIT) in primis.

Tre categorie di emergenze

Le emergenze toscane possono essere classificate in tre categorie. Una prima in cui l’azione dei comitati ha una natura seccamente oppositiva. Sono operazioni che non si devono fare e basta, perché non solo danneggiano irreversibilmente il patrimonio ambientale e paesaggistico della regione, la ricchezza di tutti, ma oltre tutto non sono funzionali allo sviluppo dell’economia toscana (beninteso se non si equipara lo sviluppo alla cementificazione). La seconda categoria, che comprende per lo più le opere pubbliche – strade, infrastrutture di trasporto su ferro, impianti di produzione di energia o di smaltimento di rifiuti - non vede opposizioni di principio. Qui i comitati si oppongono piuttosto a specifici progetti, e allo stesso tempo propongono progetti alternativi, meno impattanti sul territorio, meno costosi (ma forse quest’ultima caratteristica è proprio quella che ne definisce uno specifico handicap).

Vi è, infine, una terza categoria, quella delle attività estrattive dove le emergenze sono dovute all’inadeguatezza del piano regionale; un piano che è la sommatoria delle richieste dei privati e che spesso di risolve in uno sfruttamento oltre il lecito delle risorse di cava e nella sostanziale inosservanza dei progetti di recupero.

In questa relazione sulle emergenze toscane sarà trattata solo la prima categoria, le operazioni diffuse e pervasive contro l’ambiente e il paesaggio toscano. Questa scelta dipende dal fatto che trattare con un minimo di documentazione e in modo non sommario le operazioni che entrano nelle altre due categorie avrebbe comportato la necessità di un tempo e di uno spazio non consentito in questa sede. Ma, soprattutto, perché si tratta di operazioni non generalizzabili, ma che devono essere esaminate progetto per progetto, caso per caso. Rimando perciò a questo proposito alle specifiche relazioni che seguiranno e saranno svolte da coloro che hanno competenza ed esperienza in proposito. Quindi, anche se le considerazioni e le proposte conclusive riguardano tutte le categorie di emergenze, qui l’attenzione sarà rivolta soprattutto ai casi che si iscrivono nella metafora Monticchiello.

Le operazioni contro il paesaggio e l’ambiente

Monticchiello, è stato definito – a volte a mezza voce, a volte apertamente – dai politici toscani ‘un caso risibile’. Siamo d’accordo: Monticchiello è risibile se confrontato con tanti altri casi, avvenuti o in corso. In fin dei conti, a Monticchiello vi era un la giustificazione di offrire abitazioni alla popolazione locale, un problema reale che riguarda zone di alta appetibilità turistica dove la gente del posto non può competere nel mercato delle abitazioni. Un problema cui è stata data una risposta viziata da un eccesso di localismo e sbagliata da un punto di vista economico. Tuttavia, se le case di Monticchiello non fossero state costruite come pretenziose villette proprio ai piedi del castello, ma come normali abitazioni in qualche luogo più adatto, in un contrasto non stridente con l’edificato storico, si poteva discutere sulla qualità architettonica, ma la cosa finiva lì.

Ma che dire di tante operazioni concluse o in cantiere o progettate che ripetono in termini moltiplicativi la pur deprecata (a parole) lottizzazione di Monticchiello senza alcuna giustificazione se non la promessa di ‘sviluppo’ alle comunità locali? Basta muoversi nelle colline o nell’entroterra costiero toscano, magari percorrendo qualche strada secondaria, per notare un abnorme proliferazione di ville e villette, lottizzazioni poste in luoghi di alta visibilità, spesso accanto a qualche centro storico o a complessi edilizi monumentali (la grancia di Cuna, ad esempio), con un impatto paesaggistico devastante La ‘mappa’ segnala decine di queste operazioni in corso, rivolte al mercato delle seconde o terze case o al mercato turistico e tuttavia i casi segnalati nella mappa sono solo la punta dell’iceberg: operazioni come quelle in corso a Casole d’Elsa, a Campagnatico, sul Monte Argentario, a Rimigliano (S. Vincenzo) a Capoliveri e a Marina di Campo nell’Elba, a Salivoli (Piombino), a Monticiano, a Monte San Savino, a Serravalle Pistoiese sul Montalbano, a Magliano, a Lucca (le serre trasformate in residenze), tanto per citarne alcune, alcune finite sulle cronache dei quotidiani per palesi episodi di illegalità. Ma su quest’ultimo punto tornerò più avanti, perché anche l’illegalità rischia nel sistema di governo toscano di diventare fisiologica e non più patologica.

L’opposizione dei comitati al depauperamento del paesaggio toscano è quindi pienamente giustificata: si tratta della proliferazione di veri e propri scempi, promossi da politici e amministratori locali che coagulano a loro volta gli interessi di costruttori, proprietari, professionisti, e li traducono in operazioni dove spesso gli uffici tecnici comunali svolgono il ruolo di catalizzatori più che di controllori. All’opposizione di comitati, le amministrazioni e i blocchi locali del mattone oppongono il consueto argomento dello sviluppo, una parola magica che ricorre in tutti i documenti politici, da quelli regionali fino a quelli dei comuni più piccoli. Lo sviluppo come panacea che mette tutti d’accordo; lo sviluppo che chiede inevitabilmente il sacrificio di qualche valore secondario; lo sviluppo che prevale per forza di cose su ambiente e paesaggio.

Un falso sviluppo

Proviamo ad esaminare allora la qualità e la reale consistenza di questo sviluppo. Costruire case produce reddito una tantum, un reddito che va ai costruttori in forma di profitti, ai proprietari dei suoli in forma di rendite e agli addetti come retribuzione del lavoro. Si tratta di redditi che generalmente non vengono spesi localmente e hanno breve durata. Ciò che è stato costruito a sua volta produce reddito, ancorché figurativo, se si tratta di prime case. Ma la lottizzazione della campagna toscana non produce quasi mai prime case. La stragrande maggioranza dei cittadini della nostra regione sono già proprietari delle case in cui abitano e coloro che cercano abitazione – giovani e immigrati – non possono certamente acquistare immobili che per prezzo e caratteristiche sono destinate ad acquirenti ben più ricchi.

A proposito di sviluppo e incremento del reddito locale, un dato mi sembra interessante: riguarda l’isola d’Elba, un territorio particolarmente aggredito da lottizzazioni legali e illegali, dove la presenza dell’ente parco dell’arcipelago toscano viene sentito con particolare fastidio da amministratori e costruttori. Un recente studio dell’Irpet (Toscana Economia - n. 4 - 18 giugno 2008) afferma che “... se il turismo porta ricchezza (all'Elba il Pil è per il 21% più alto rispetto alla media regionale), quel reddito in buona parte se ne va altrove: molti acquisti si fanno sul continente, i lavoratori stagionali arrivano da fuori, i proprietari delle strutture turistiche spesso non sono del posto. Di conseguenza il reddito disponibile - e non quello prodotto - è di circa il 4% più basso della media regionale. Aumentano poi le spese generali (smaltimento rifiuti, consumi idrici, trasporti): ogni 100 euro che un turista spende - ha calcolato l'Irpet - le entrate per gli enti locali crescono di 9 euro ma le spese generali di 14.

Ciò che vale per l’Elba vale a maggior ragione per l’intera regione. I comuni non costituiscono sistemi chiusi: profitti e rendite alimentano ulteriori investimenti edilizi, in altre parti della Toscana o in altre regioni, i redditi dei lavoratori hanno breve durata e sono spesi in altri luoghi. L’offerta turistica più che aggiuntiva finisce per essere sostitutiva di quella esistente; ne fanno fede due fenomeni di facile osservazione. Da un parte l’ingente quantità di sfitto turistico anche nei mesi di alta stagione come luglio e agosto; interi residences che sono vuoti o occupati solo per brevi periodi, non certamente rimunerativi dell’investimento, ma in realtà una specie di bene rifugio. Dall’altra la tendenza delle cosiddette residenze turistico-alberghiere a diventare residenze e basta, dopo avere goduto di particolari agevolazioni normative e fiscali. Si tratta quest’ultimo di un fenomeno diffuso che ha visto più volte l’intervento sanzionatorio delle procure della repubblica.

I motori di uno sviluppo basato sull’edilizia

Ciò che appare come distruzione irreversibile di risorse territoriali viene promosso e alimentato da un riposizionamento in atto di parti consistenti dell’economia toscana. Molti imprenditori operanti in settori soggetti alla concorrenza del mercato globale – come tessile e moda – anche penalizzati dalla debolezza valutaria dei paesi dove sono esportatori[1], stanno riconvertendo i loro capitali dalle attività manifatturiere all’edilizia, soprattutto nel settore turistico, ma anche nel mercato delle abitazioni. E’ significativo a questo proposito che i prezzi delle abitazioni residenziali siano cresciuti nel periodo che va dal 2000 al 2006 quasi del 50% (fonte ANCE, Quinto rapporto sul mercato immobiliare toscano, ott. 2006), mentre i prezzi degli immobili per uffici o nello stesso periodo siano cresciuti del 16% e degli stabilimenti industriali del 10% (meno, cioè, dell’inflazione). Ma il dato forse più interessante sulla composizione strutturale dell’economia toscana e sulle sue direzioni di cambiamento viene dal rapporto annuale del 2005 della Banca d’Italia, a proposito degli impieghi bancari di medio e lungo termine. Nel 2005, in Toscana si è investito in costruzioni più di 10 miliardi di euro, di cui 4 miliardi in abitazioni, meno di 4 miliardi in investimenti direttamente produttivi (macchine, attrezzature, mezzi di trasporto, ecc.), mentre più di 17 miliaerdi sono stati destinati all’acquisto di immobili[2]. Ancora più significativi i dati tendenziali. A fronte di un incremento degli investimenti in costruzioni (non comprendente le opere pubbliche) medio annuale del 18% nel biennio 2003-2005 sta un decremento degli investimenti produttivi che nel 2005 ha registrato un meno 7,5% rispetto all’anno precedente. In sintesi, l’economia toscana a fronte delle difficoltà che incontrano i suoi settori tipici si sta riconvertendo verso il mattone, dagli alberghi di extra lusso, ai villaggetti turistici e ai residences destinati agli acquirenti più modesti. Il settore immobiliare ha assunto il ruolo di volano per il trasferimento di capitali da settori in crisi per concorrenza a settori che godono di rendite oligopolistiche: dalla produzione manufatturiera all’edilizia, utilizzando come materia prima il territorio, il ‘made in Tuscany’ non soggetto alla concorrenza ma non riproducibile. E poiché il territorio toscano, per la sua unicità e per il suo appeal richiama anche numerosi investitori stranieri, nonché capitali di origine dubbia se non chiaramente malavitosa, si può comprendere come sia in atto un assalto generalizzato alle parti più pregiate della regione; un assalto che i comitati possono solo denunciare non certo contrastare da soli.

Uno sviluppo durevole

La miscela fra le tendenze in atto dell’economia toscana e comportamenti amministrativi, sollecitati quest’ultimi anche dalla crisi delle finanze comunali, alimenta un modello di falso sviluppo, distruttivo del territorio. Qui stanno due obiettivi fondamentali che chiedono una politica diversa da parte della Regione. In primo luogo uno sviluppo durevole e che – differenza di quello edilizio – non si esaurisca nel prodotto stesso. In secondo luogo uno sviluppo che utilizzi il territorio come fattore di innovazione e di modernità; che incorpori cioè la qualità e unicità del territorio toscano come ‘qualità del prodotto’, senza distruggerlo.

Se guardiamo all’isola d’Elba, per tornare all’esempio precedente, vediamo un territorio di straordinarie opportunità che viene utilizzato per attività turistiche poco più di due mesi l’anno; dove invece che servizi si offrono immobili; dove i diversi operatori non fanno sistema; dove chi alloggia in un residence non è sicuro di trovare un posto sulla spiaggia; dove, in sintesi si offrono cose a caro prezzo, per lo più case, ma non servizi. Altra cosa sarebbe un turismo prolungato per almeno sei mesi l’anno, un’offerta complementare di alloggi, servizi, eventi, prodotti tipici, come avviene in un mercato moderno. Se in questo modello virtuoso di sviluppo si dovessero costruire anche delle strutture ricettive, ben inserite nel paesaggio sarebbero benvenute. Quanto vale per l’Elba vale anche per il resto della Toscana.

In definitiva, i comitati si oppongono a una distruzione di paesaggio e territorio che avviene senza che alla base vi sia un progetto di sviluppo durevole e sostenibile. Sono certamente a favore di progetti che utilizzino il territorio in senso opposto, in un reale processo di modernizzazione dell’economia toscana. Agli inizi del terzo millennio, modernizzazione e sviluppo significano ricerca, innovazione, istruzione, formazione professionale, servizi alle imprese, produzioni tecnologicamente avanzate, ospitalità qualificata e orientata - una serie di beni, prevalentemente immateriali, che trovano nel nostro territorio e nel nostro paesaggio un supporto di eccellenza. Questi valori dovrebbero stare alla base del patto politico fra diversi livelli istituzionali e fra istituzioni e cittadini, e se tutto ciò comporta un limitato consumo di nuovi suoli, anche in posizioni delicate, cioè se i progetti edilizi sono realmente finalizzati a una modernizzazione correttamente intesa, possono essere tranquillamente accettati e sostenuti fatta salva ovviamente la qualità dei progetti.

Il territorio e la politica dichiarata della Regione Toscana

Quanto detto finora sulla qualità dello sviluppo toscano e sulle tendenze in atto è confermato dal Piano di sviluppo regionale (PSR) 2006-2010, dove si afferma che “in ambito economico-sociale, l’analisi della distribuzione del reddito e della ricchezza segnala uno spostamento progressivo dalla retribuzione del lavoro a quella della rendita, e dai settori produttivi a quelli finanziari e immobiliari. Mentre a proposito del settore terziario del tempo libero - che in gran parte equivale ad attività turistiche - sempre nel PSR viene detto che “è necessario sviluppare competitività attraverso la valorizzazione del patrimonio ambientale, paesaggistico, culturale, e ridurre le rendite di posizione” e di seguito, sempre il PSR sostiene che nel ridisegno del sistema toscano “risultano favorite ... le aree turistico-rurali, dove un nuovo modello di sviluppo, ma anche il meccanismo della rendita e dell’investimento immobiliare, ha creato significativi flussi di reddito, non accompagnati però da livelli occupazionali stabili e qualificati. Risultano, invece, sfavoriti i sistemi produttivi locali basati sull’attività manifatturiera(PSR 2006-2010, p. 7).

Ma i principali documenti programmatici e strategici della Regione Toscana, vale a dire PSR e PIT sono condivisibili non solo per molti aspetti analitici, ma anche per quelli propositivi. In particolare per quanto riguarda il territorio, nel PSR ci si propone di “far emergere il valore immateriale rappresentato dal territorio, contrastando tutte le forme delle rendite di attesa; promuovere anche attraverso le politiche territoriali l’innovazione, salvaguardare e rafforzare il valore delle colline e delle coste e di tutte le altre eccellenze presenti sul territorio; generare coesione, dinamismo e governance territoriale cooperativa tra tutti i livelli istituzionali presenti” (PSR p. 31).

Un territorio che secondo il PIT deve essere inteso come “patrimonio ambientale, paesaggistico, economico e culturale della società toscana. Ma anche “un ‘veicolo’ essenziale con cui la nostra comunità regionale parteci­pa alla comunità universale dell’umanità e si integra nei suoi destini”. E ancora: il territorio è “un fattore costitutivo del capitale sociale di cui dispone l’insieme di antichi, nuovi e potenziali cittadini della nostra realtà geografica. Perciò, quale che sia la titolarità dei suoli e dei beni immobili che vi insistono, il territorio – nelle sue componenti fisiche così come in quelle culturali e funzionali – è comunque e pregiudizialmente il nostro patrimonio pubblico: che pubblicamen­te e a fini pubblici va custodito, manutenuto e messo in valore[3](Documento di piano, pp. 21, 22).

Potremmo aggiungere molte altre importanti affermazioni del PSR e del PIT che sono completamente condivise dai comitati. I comitati non solo sono d’accordo con queste analisi e questi obiettivi, ma intendono collaborare in quello spirito di partecipazione ‘bottom-up’ che deve integrare la componente ‘top-down’ delle decisioni.

Il territorio e la politica reale nella regione Toscana

Le dichiarazioni di principio di PSR e PIT sono importanti; ma sono anche impegnative? E se sono impegnative come sono tradotte in una prassi concreta?

Qui si situa una fondamentale discrasia fra fini e mezzi che deriva da una precisa scelta politica della Regione. La discrasia consiste nel fatto che l’adesione degli enti locali, dei Comuni in primis, agli obiettivi della politica regionale riguardante il territorio si colloca su un piano meramente volontaristico. Questa scelta è dichiarata e ribadita nel PIT al di là di ogni possibile dubbio. Cito fra le tante affermazioni: “Nessun Comune deve sentirsi sotto tutela.... E' un punto su cui la chiarezza dev’essere massima, a costo della ridondanza. Così come la ge­rarchia anche l’età del principio di conformità - quale chiave delle relazioni intergovernative - è de­finitivamente sepolta”. (Documento di piano, p. 82).

In sintesi, secondo il PIT, “perché la governance non scada a mero rito negoziale”, perché, cioè, si realizzi quel patto istituzionale e politico necessario affinché gli obiettivi del PIT non rimangano sulla carta, occorrono due pilastri fondamentali. Il primo pilastro è costituito da un’adesione, più ancora che politica, ‘etica’ alle finalità del PIT[4]. L’altro pilastro è la valutazione integrata che dovrebbe costituire il lato tecnico e ‘oggettivo’ della governance. (“la valutazione integrata è lo strumento indispensa­bile per dare sostanza alla governance territoriale, trasformando la sussidiarietà e l’autonomia lo­cale, che ne sono il presupposto, in cooperazione attiva invece che in tentazioni di isolamento par­ticolaristico o municipalistico ..... E dia testa e gambe a quel nuovo ‘patto’ che il Pit vuole rappresentare”[5]). E ometto molte altre citazioni che rafforzano questa posizione sostanziale che costituisce l’essenza della politica di governo del territorio della Regione Toscana.

Di fronte a una così palese contraddizione fra obiettivi politici e strumenti amministrativi viene da chiedersi se i nostri governanti abbiano perso ogni senso della realtà? Si immaginano forse che i comportamenti degli amministratori locali – fatto salvo il comportamento di tanti sindaci che operano con sostanziale correttezza siano rivolti esclusivamente al bene comune e che non vi giochi alcun altro tipo di interesse, né di politica personale, né economico? Che non sia possibile alcuna collusione fra politica e affari? Che le forze della rendita si facciano ammansire dalle buone parole? Poiché i governanti della Regione Toscana non sono così ingenui da credere di vivere in un mondo incantato, dove non esistono capitali leciti e illeciti in cerca di occasioni speculative, un mondo dove non esistono collusioni fra amministratori e il blocco del mattone, un mondo dove non esiste la corruzione, dove lo statuto del territorio, ancorché costituito da soli indirizzi, è la fonte e il parametro etico, di quel “senso del limite” con cui chi amministra come chi intraprende deve trattare un patrimonio (il territorio) tanto prezioso, quanto delica­to” (Documento di piano, p. 26); poiché, dicevamo, i nostri governanti, forse non sono in questo momento particolarmente sensibili alla tutela del paesaggio, ma certamente non ingenui, dovremmo pensare che gli obiettivi politici del PIT siano di altra natura rispetto a quelli dichiarati e che mirino ad una consensuale spartizione del governo del territorio fra Regione e Comuni, finalizzata alla conservazione di poteri collettivi e personali, con le Province relegate nel ruolo di convitati di pietra.

Una seconda risposta cui ci piacerebbe aderire (ma va dimostrata nei fatti) nasce dalla constatazione in parte condivisibile che le politiche di piano, le “politiche regolative” e in particolare la loro strumentazione giuridica non si realizzano senza un diffuso consenso; consenso che non può essere ottenuto ritornando a sistemi di pianificazione gerarchica, ma deve coinvolgere tutte le istituzioni. Questa secondo punto di vista anche se sottovaluta la potenza dei cambiamenti strutturali che abbiamo ricordato e delle conseguenti spinte ad un’utilizzazione privatistica del territorio, mirata allo sfruttamento di rendite di posizione, deve essere precisata e integrata sul piano degli attori cui viene sollecitato il consenso. Torneremo su questo punto che è centrale nelle conclusioni.

Di fatto in questi ultimi anni, già a partire dalla legge di governo del territorio del 1995 (che non differisce nelle finalità da quella attuale), le cose sono andate in tutt’altra direzione e non bastano certamente le esortazioni del PIT o del PSR a ribaltare corposi e consistenti interessi economici che si sono intrecciati con gli interessi politici di non pochi amministratori locali. L’affermazione che l’efficacia del piano regionale (di cui abbiamo già ricordato i virtuosi obiettivi) è affidata alla “capacità politica” dell’amministrazione regionale di alimentare e orientare la cooperazione tra i diversi livelli di governo del panorama istituzionale toscano. (Documento di piano, p.26), suona come ‘parola di re!’, dove la ‘capacità politica’, assurge a suprema garanzia del patto fra istituzioni e cittadini.

[…]

Nota

Il testo integrale della relazione di Baldeschi, comprese le note, è scaricabile in formato .pdf, adoperando il collegamento qui sotto.

Della relazione ci sembra che meritino particolare evidenza quattro aspetti.

1. Il progressivo spostamento degli interessi economici dalle attività produttive a quelle della “valorizzazione immobiliare”, che costituisce l’ambito di riferimento delle politiche territoriali del sistema delle istituzioni.

2. La sottolineatura della profonda ambiguità del PIT, delle leggi urbanistiche e dell’intera politica del territorio. In particolare, il gigantesco scarto tra le intenzioni enunciate, le denunce espresse, gli obiettivi dichiarati, e le concrete azioni mediante le quali si effettuano, si promuovono o si tollerano azioni di segno radicalmente opposto.

3. L’accento posto sulla questione del mancato rispetto della legalità: si va dall’ossimoro delle “Varianti delle invarianti” (sic), approvate da molti comuni, al mancato rispetto, nei “regolamenti urbanistici”, delle prescrizioni dei “piani strutturali”. L’unica possibilità di imporre il rispetto delle procedure di corretto governo del territorio diventa quindi il ricorso alla magistratura.

4. La precisione con la quale si definiscono sinteticamente le caratteristiche che dovrebbe avere un’azione di tutela, conforme al Codice del paesaggi, che voglia essere efficace: il piano deve essere prescrittivo e non di mero indirizzo; deve essere garantita la conformità degli strumenti urbanistici; deve essereverificato l’effettivo adeguamento delle strutture tecniche comunali.

Un presidente della Repubblica sotto tutela. Costretto a precisare di aver deciso in autonomia l'invito alla prudenza spedito ieri al Csm a proposito del decreto blocca processi. Precisazione complicata: in effetti Napolitano ha fatto esattamente quanto i due presidenti delle camere, guardiani della maggioranza berlusconiana, gli avevano chiesto 24 ore prima. Preoccupandosi poi di farlo sapere perché questa è la cifra istituzionale delle seconde cariche dello stato. Quando nel 1991 Francesco Cossiga volle condizionare le decisioni dell'organo di autogoverno della magistratura si mise a sedere alla presidenza del Csm. Napolitano ha scritto una lettera. Per ribadire l'ovvio, cioè che il Consiglio superiore ha la facoltà di esprimere pareri sulle leggi che riguardano l'organizzazione della giustizia - ha però sbagliato norma di riferimento, si tratta della 195 del 1958 - e per cavillare sui limiti di questi pareri. È pacifico: il controllo di costituzionalità sulle leggi non spetta al Csm, che infatti non lo svolge. Di quel potere è titolare la Corte costituzionale e in prima istanza anche il capo dello stato che non deve dimenticarsene.

Berlusconi impone leggi non costituzionali. Questo è un fatto, verificatosi più volte durante la legislatura 2001-2006. Leggi cancellate dalla Corte costituzionale anche quando il presidente della Repubblica le aveva firmate senza troppi problemi. Anche allora il Csm aveva lanciato un avvertimento sulla illegittimità delle leggi di Castelli, Bossi e Fini, Cirielli e Pecorella. Anche allora molto scandalo (della destra) ma nessun capo dello stato preoccupato di ridimensionare («marginalizzare» ha detto ieri il portavoce di Forza Italia) il Csm. Forse perché allora non si parlava di «dialogo»? E siccome adesso adesso se ne parla, il Csm dovrebbe chiudere gli occhi di fronte a una norma che senza alcuna ragionevolezza blocca alcuni processi, incluso quello del premier?

Costituzionalizzare Berlusconi è un'impresa impossibile. Uscire dall'anomalia italiana a cavallo del cavaliere pure, dal momento che l'anomalia è lui. Napolitano si impegna. Richiama tutti con i suoi «messaggi in bottiglia» nel nome di una correttezza istituzionale che non c'è. È costretto a inseguire Schifani e Fini, concede una copertura al presidente del Consiglio e ne è immediatamente ricambiato con l'annuncio di un possibile nuovo decreto sulle intercettazioni. La «moral suasion» non funziona col cavaliere. Che resta libero nelle sue sguaiate scorribande mentre gli altri poteri che dovrebbero contenerlo si frenano a vicenda con molta eleganza e rispetto. Se Napolitano con la sua lettera voleva un clima più disteso ha ottenuto solo un nuovo affondo della destra contro il Csm. Ora al capo dello stato resta solo l'estrema decisione, firmare o non firmare la legge con il «blocca processi». Scopriremo allora se c'è ancora qualche argine a Berlusconi oppure no.

Se si vuole far tornare alla normalità la gestione dei rifiuti in Campania la prima cosa da fare è porre fine alla sequela di falsità, denigrazioni e insulti verso le popolazioni della regione che pagano anni di responsabilità altrui. E rispondere a 2 domande.

1. Perché, se gli sversamenti di rifiuti tossici provenienti da tutte le regioni d'Italia durano da decenni, chi ora fa barriera contro le discariche dei propri rifiuti non si è opposto anche a quelle devastazioni? La prima risposta è che la popolazione campana non si comporta diversamente da quella di qualsiasi altro territorio inquinato da rifiuti industriali. Ci si accorge «dopo» di ciò, quando il danno è fatto; spesso anni dopo, quando si cerca una diversa destinazione d'uso dei siti. Ma ci sono altri fattori.

a. L'ignoranza delle conseguenze ambientali e sanitarie - ma anche economiche e sociali - di quelle operazioni. Di qui l'importanza di un'educazione ambientale vera, adeguata a una società industriale e non relegata a qualche «progetto educativo» che si sovrappone senza modificarli ai curricula scolastici: dalle elementari all'educazione permanente. Oggi, se interrogate un abitante di Napoli sul ciclo dei rifiuti, le sue fasi, le alternative praticabili, troverete una conoscenza che lascia a bocca aperta persino gli esperti. Conoscenza acquisita a proprie spese. Ponete le stesse domande al cittadino di una regione «a posto» con i rifiuti e vedrete quanta strada ha ancora da fare. Questa cultura, di cui c'è un vitale bisogno per governarsi, non riguarda solo i rifiuti, ma l'energia, le acque, l'assetto idrogeologico, l'urbanistica, la mobilità, l'agricoltura, ecc. Certo la tv non ha contribuito granché.

b. Non parliamo di un territorio qualsiasi. Nelle province di Napoli e Caserta il territorio è controllato dalla camorra; partner utilizzato da molte industrie di tutto il paese per sbarazzarsi a basso costo dei loro rifiuti. Opporsi alla camorra, soprattutto dove le amministrazioni sono colluse, presenta dei rischi. E' vero che in questi territori c'è una contiguità con la malavita organizzata che riguarda tanto molte istituzioni pubbliche e imprese quanto una parte rilevante della popolazione. E' una contiguità senza soluzioni di continuità: tra la cosca criminale arcinota e il cittadino o l'amministratore compromessi non c'è quasi mai rapporto diretto, bensì mediazioni e «diluizioni» che passano attraverso finanziamenti, appalti, favori, assunzioni, consulenze, protezioni, raccomandazioni, prestiti, e quant'altro. A volte senza sapere veramente con chi si ha a che fare. In contesti simili, tacciare tutte le mobilitazioni popolari - anche le più odiose, come l'assalto al campo rom di Ponticelli - come «camorristiche» è il modo migliore per spingere sempre più gente nell'abbraccio della malavita. E tuttavia denunce e esposti di singoli cittadini o di organismi collettivi sono stati numerosi, da anni; spesso senza esiti. Ma molte delle inchieste sulla malavita organizzata sono partite da quelle denunce.

c. Il litorale campano da Castelvolturno a Castellammare è una delle aree più densamente popolate del mondo. Realizzare impianti dall'indubbio impatto ambientale e sanitario in contesti del genere non è certo impossibile, ma richiede rigore e selezione delle soluzioni meno lesive per la popolazione. Nessuno ha mai proposto una discarica a Milano non dico in Parco Sempione, ma nemmeno a Monte Stella; oppure a Roma, non dico a Villa Borghese, ma neppure a Villa Ada. Perché allora a Napoli una delle poche aree ancora verdi, densamente abitata, deve diventare la discarica di tutta la città? Lo stesso vale per l'inceneritore di Acerra, costruito nel sito più inquinato e più cancerogeno d'Europa, o per Agnano, dove se ne vuole fare un altro, inutile anche per chi ama questi impianti. Gli impianti ovviamente si devono fare: ma commisurandone alla «capacità di carico» dei territori dimensioni, localizzazione, impatto e tipologia. Perché, allora, solo inceneritori e non compostaggio e riciclo, come molti comuni hanno chiesto di fare? I cittadini campani chiedono che prima di costruire un nuovo impianto - e non dopo - il sito sia bonificato dai guasti pre-esistenti, per non aggiungere inquinamento a inquinamento. Invece la localizzazione di molti impianti sembra aver seguito la logica opposta: sono stati fatti nelle aree già compromesse. Il che equivale a avvelenare la popolazione. Ovvio che le reazioni siano drastiche.

2. Ma perché mai in Campania «non si fa la raccolta differenziata»? Dove le amministrazioni si sono date da fare - una cinquantina di comuni, anche di dimensioni consistenti - la raccolta differenziata ha raggiunto livelli di eccellenza. Dove non si è fatta è perché i comuni l'hanno delegata al Commissario o a consorzi che non se ne sono occupati. Ma, soprattutto, perché è stato loro impedito di farla. Da chi? Dai sostenitori dell'inceneritore. L'associazione delle banche italiane (Abi), sponsorizzando con un intervento illecito e a danno dei concorrenti, il gruppo Impregilo, che aveva presentato il progetto tecnico di inceneritore peggiore - ma che poi ha vinto la gara - faceva notare fin dal 1999 che per garantire un adeguato rientro dei costi sostenuti dall'impresa era necessario ridurre al massimo il prelievo alla fonte dei rifiuti combustibili, cioè carta e plastica. Senza questi materiali, infatti, l'inceneritore «si spegne». Di qui l'esigenza di bloccare la raccolta differenziata, frazione organica compresa. Tanto che nel 2001, la Fibe (l'azienda del gruppo Impregilo cui era stato consegnato il monopolio dei rifiuti campani) ha imposto la chiusura e lo smantellamento dell'impianto di compostaggio di S. Maria Capua Vetere, in funzione da due anni, perché «i rifiuti erano suoi» e intendeva mandarli tutti nel futuro inceneritore di Acerra, facendoli passare attraverso uno degli impianti di selezione del rifiuto indifferenziato (i cosiddetti Cdr) appena aperti: impianti che ha poi usato non per alimentare l'inceneritore, non ancora pronto dopo sette anni, ma per produrre montagne di ingestibili ecoballe. Senza impianti di compostaggio non si può raccogliere l'umido. Così, quando il consorzio Caserta2 ha realizzato un nuovo impianto a San Tammaro, il commissario gli ha riempito i capannoni di ecoballe nonostante che per quell'uso, lì di fronte ci fosse un piazzale grande come quattro campi di calcio. Così, per uscire dall'emergenza, si rende «indispensabile» l'inceneritore; anzi, quattro: perché i campani «non vogliono fare la raccolta differenziata».

Certo, come ovunque in Italia, ci saranno anche state in passato delle resistenze verso una raccolta differenziata porta a porta: quella che, dopo un periodo di avviamento, costa meno e toglie i cassonetti dalle strade. Ma invece di affrontare le difficoltà, troppe amministrazioni le hanno assecondate o indotte, per continuare con i vecchi sistemi e i vecchi appalti e «lasciar lavorare» Fibe e commissari. Oggi però, con montagne di rifiuti per strada, non c'è un solo cittadino campano che non voglia fare la raccolta differenziata «spinta». Anzi, in molti quartieri si sono organizzati per farla da soli, bypassando aziende, comuni e consorzi; anche se poi è difficile trovare chi viene a prelevare il materiale raccolto. La crisi della Campania va affrontata cominciando con il restituire alle sue popolazioni, con atti concreti, il rispetto che è loro dovuto.

L’abbinamento tra rifiuti urbani e rifiuti umani è un dato di fatto, consolidato dal tono e sempre più anche dalle parole dei politici impegnati sul fronte della "sicurezza". I primi, i rifiuti urbani, sono lo scarto e il residuo non consumato dei nostri "consumi", cioè di quello che ciascuno di noi compra tutti i giorni. I secondi, i rifiuti umani, sono lo scarto, il residuo non assimilato, dell’ininterrotto processo di riorganizzazione e di riconfigurazione della società. Ma la "società" siamo noi e anche i rifiuti sociali sono un nostro prodotto.

Generiamo i rifiuti urbani individualmente, ciascuno per conto proprio, ma all’interno di processi di produzione-consumo-scarto in larga parte predeterminati da altri. Produciamo rifiuti sociali collettivamente e anonimamente; ma poi ciascuno di noi deve fare i conti con la propria coscienza: con il grado e la misura in cui partecipa alla formazione e alla conferma dei processi di esclusione in atto; che possono portare anche molto lontano: per esempio all’incendio di campi nomadi e al rogo di chi ci abita, riedizione plebeo-leghista ("nord e sud uniti nella lotta") del porrajmos con cui i nazisti hanno a suo tempo sterminato mezzo milione di zingari.

L’abbinamento tra rifiuti urbani e rifiuti umani non dovrebbe destare scandalo perché è una verità comprovata; e può suscitare indignazione solo se e quando questo sentimento diventa il filo conduttore per fare i conti con il problema e cercare di venirne a capo.

Una città invasa dai rifiuti urbani, come Napoli e larga parte della sua provincia e del Casertano è il contesto ideale non solo per la produzione incontrollata di rifiuti umani, ma anche per il loro accumulo in forme che rendono sempre più difficile il ritorno alla "normalità". Il disordine ambientale promuove il disordine sociale e trasforma il nostro rapporto con le cose in un modello per il nostro rapporto con le altre persone. Accumulare cose che non ci servono e buttare via a casaccio tutto ciò che ci dà fastidio è un principio informatore della società e dell’economia in cui e di cui viviamo; ma è il principio che ha messo la Campania in ginocchio e che sta portando al pettine i nodi di tutto il modello di vita e pensiero che ha guidato prima lo sviluppo industriale dell’Occidente e poi il processo di globalizzazione che investe il pianeta Terra: un modo d’essere e di pensare – l’impalcatura storicamente determinata in cui si manifesta lo spirito dei tempi – che ci spinge, parallelamente, a non adoperarci per ridurre al minimo, cioè per prevenire, i problemi dell’emarginazione sociale e la produzione di rifiuti umani, ma a spingerli invece al massimo.

Che fare allora? Per alcuni la soluzione sta nel fuoco purificatore dell’inceneritore e nella continua e sempre più affannosa ricerca di siti e buchi in cui sotterrare la montagna di rifiuti che ci assedia. È quattordici anni, da quando ha avuto inizio la gestione commissariale dei rifiuti in Campania, e forse anche da prima, che i fautori di questa soluzione, senza molto preoccuparsi delle sue controindicazioni, aspettano gli inceneritori che non sono mai arrivati e che, anche quando, e se, arriveranno, non basteranno più a bruciare le montagne di rifiuti, le ecoballe e i depositi di inquinanti sotterrati in ogni dove che questa attesa ha provocato. Quanto alle discariche, è ormai chiaro che in un tessuto sociale denso e in un territorio compromesso come quello campano non c’è più spazio per sistemare, nemmeno "provvisoriamente" i rifiuti al ritmo in cui vengono prodotti. Di qui il caos, istituzionale e normativo, prima ancora che ambientale, in cui è stata fatta precipitare la regione.

Così non saranno i roghi purificatori dei campi nomadi – che campi non sono, ma suoli pregiati che fanno gola agli immobiliaristi, e nomadi sono i loro abitanti solo perché vengono continuamente cacciati dall’uno all’altro – non saranno quegli incendi a "ripulire" le nostre città dalla loro incomoda presenza: l’attesa della soluzione salvifica, oggi al centro dell’agenda politica, non farà che incancrenire il problema. Mentre il tentativo di trovare sempre nuovi siti – e buchi – in cui confinare i loro abitanti ha prodotto solo la loro moltiplicazione, così come un cassonetto circondato da sacchetti di immondizia abbandonati, perché non riesce più a contenerli e non viene svuotato in tempo, diventa un punto di accumulo di ogni sorta di altri rifiuti. Ma alla luce dei risultati raggiunti e dei guasti realizzati da quattordici anni di commissariato speciale per i rifiuti, l’idea di affrontare il problema dei rom con altri commissari speciali alla sicurezza dovrebbe far rabbrividire chiunque.

Una politica attenta alle cose e alle persone – una politica che dovrebbe radicarsi nei comportamenti e nell’educazione di ciascuno di noi – dovrebbe mirare innanzitutto a ridurre con la prevenzione la produzione di rifiuti e i meccanismi dell’emarginazione; e poi apprestare, per ciò che comunque il ciclo ordinario delle nostre esistenze non riesce ad assorbire, strumenti e circuiti di riciclaggio e di reinserimento sociale che evitino o riducano al minimo il ricorso sia alle discariche e ancor più agli inceneritori: rifiuti zero – o quasi, dato che non possiamo più permetterci l’utopia – sia per le cose che per le persone. Una raccolta differenziata in cui gli scarti del consumo si raccolgono e vengono incanalati in maniera ordinata nei contenitori e verso gli impianti preposti a reimmetterli in un successivo ciclo di produzione è la premessa indispensabile per avere una città pulita, senza monnezza e senza sporcizia per le strade; un ambiente urbano "vivibile"; una ricostituzione dei legami sociali basati sulla solidarietà e non sulla necessità di danneggiare gli altri per salvaguardare se stessi.

Un sistema di accoglienza, di inquadramento, di accompagnamento alla scuola, all’assistenza sanitaria, all’inserimento lavorativo, alla cittadinanza degli individui e delle comunità che non hanno le risorse materiali e culturali per provvedervi in proprio è la premessa indispensabile per evitare l’accumulo continuo e incontrollato di materiali umani di scarto in siti e buchi che fungono irrimediabilmente da attrattori di un’umanità sempre più ai margini del consorzio sociale.

Costruire dal basso – visto che dall’alto non arriva niente di buono – una politica del genere costa di più, non solo in termini di risorse materiali e finanziarie, ma anche culturali e morali, del disinteresse e del cinismo che hanno prodotto i campi nomadi – una realtà che esiste solo in Italia, nonostante che tutti i paesi d’Europa siano destinatari di afflussi incontrollati di migranti – e che prima o dopo è destinata inevitabilmente a sfociare nei roghi. Ma alla fine i risultati si vedono perché in questo modo si evitano i costi economici e gli inconvenienti sociali e morali legati allo smaltimento finale – e alle "soluzioni finali". Scusate la brutalità.

LA STASI generale dei processi è un espediente faute de mieux: B. vuole l’immunità, reiterata nell’ascesa al Quirinale; e che intanto il dibattimento milanese dorma. S‘è visto perdente nel giudizio a regola d’arte (ai bei tempi li affatturava): se no, quale migliore occasione d’un dibattimento trionfale?; così conclude chiunque, munito d’un cervello, non militi sotto bandiera blu (colore della nuova pirateria, epoca «Beautiful»). La sua difesa è l’abusato giuramento purgatorio sulla testa dei figli, quarta volta: tali messinscene valevano poco già otto secoli fa, quando un canone del IV Concilio Laterano, anno 1215, squalifica l’obsoleta macchina giudiziaria vietando ogni apporto ecclesiastico alle «purgationes vulgares» (ordalie e duelli); dalla crisi emergono i sistemi inquisitori (raziocinio empirico sulla questione storica, giudici professionisti, fonti romane, leggi imperiali, statuti). Nella consueta chiave paranoide mima il gesto delle manette davanti ai Confesercenti che lo fischiano: toghe sovversive l’hanno condannato in segreto, sei anni, ma lui non è un povero diavolo inerme; cambierà le regole nell’interesse collettivo, Robin Hood delle libertà; e honny soit chi insinua sospetti d’un profitto personale. A ogni costo deve impedire la decisione milanese. Il famigerato emendamento sulla sicurezza viene utile sotto due aspetti: gli blinda un anno; e mettono paura le centomila cause che manda al diavolo per bloccare la sua. Non è discorso da cavaliere immacolato: li preoccupa la routine sconvolta?; gli garantiscano l’immunità, legando nel frattempo lo scomodo tribunale. Così parlano gli estorsori (art. 629 c. p.): «chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da 5 a 10 anni»; e nessuno se ne stupisce, tanto poca notizia fa Tortuga emersa nell’Olona. Che batta bandiera nera, è già chiaro quando i networks nascenti invadono l’etere, protetti da governanti complici, finché una vergognosa legge ad divum Berlusconem, cosiddetta Mammì (Oscar, ministro delle Poste), consacra il duopolio, ed è niente rispetto al séguito. Cade Craxi premier: affogano i tre del Caf, Craxi, Andreotti, Forlani; il pirata delle tv salta in politica, condottiero forzaitaliota; raddoppiando ogni volta la posta, oltre ad arricchirsi smisuratamente insegue l’en plein assoluto; se il colpo riesce, l’Italia sarà una signoria berlusconiana.

Non ha perso tempo. Venerdì 27 giugno Palazzo Chigi vota un ddl. a beneficio dei quattro presidenti: lui viene modestamente ultimo, dopo Quirinale, Palazzo Madama, Montecitorio; saranno immuni dal processo. Avviene nelle migliori corti europee, spiegano al pubblico i soliti piccoli Goebbels: gli elettori hanno diritto a un governo stabile; come può adempiere l’alto compito chi abbia addosso dei persecutori? Fandonie. I premier d’Europa non godono d’alcuno scudo, salvo l’eventuale autorizzazione a procedere quando siano parlamentari (in Francia e Olanda non lo sono) e viga tale ormai incongrua tutela, qui abolita dall’art. 1 l. c. 29 ottobre 1993 n. 3 (come in Belgio: altrove non è mai esistita, vedi Usa, Inghilterra, Svezia): risaliva ai tempi in cui oppositori scomodi rischiassero pressioni da una magistratura lunga mano del potere esecutivo; nell’Italia attuale il fine sarebbe inverso, lasciare impuniti gli uomini del re-padrone. Qualcosa della nient’affatto riguardosa prassi statunitense sappiamo dal caso Clinton-Levinski. Insomma, B. sarà l’unico capo del governo immune in quanto tale.

Il clou sta nell’art. 5: i processi restano sospesi finché dura la carica e la sospensione «non è reiterabile»; parrebbe uno sbarramento equo ma in cauda venenum, «salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura». Undici parole, soppesiamole. Due casi sono chiari: Il governo è affondato: dopo Primus viene Secundus; affonda anche lui; riappare Primus e perdurando la legislatura, rivive l’immunità. La seconda conclusione sicura è che a tali fini non valgano uffici diversi in legislature distinte, altrimenti un presidente del consiglio planerebbe au dessus de la loi 22 anni se, avendo governato per 5, nei 10 seguenti presiedesse Camera alta e Camera bassa, scalando infine Monte Cavallo. L’art. 5 ammette il bis solo rispetto alla «nuova nomina» durante «la stessa legislatura»: ora, niente impedisce che l’ex premier guidi una Camera o tutt’e due o la Repubblica; nella quale ultima ipotesi verosimilmente cade il limite dell’immunità alla singola legislatura; eletto in termine, la conserva sette anni. Sappiamo dove miri B.: puntava al Colle già nel secondo governo; vuol salirvi con i poteri d’un De Gaulle o Bush, mettendo a Palazzo Chigi qualche commesso ubbidiente e revocabile; tale resta l’obiettivo ma c’è una deadline o termine finale, oltre cui l’Eldorado svanisce (metafora molto realistica perché nemmeno lui sa quanti miliardi gli pioverebbero in soprannumero politico); il tutto deve accadere nella XVI legislatura. I conti sono presto fatti: Camera e Senato durano 5 anni, prorogabili con una legge, «soltanto in caso di guerra» (art. 60 Cost., c. 2); evento improbabilissimo; il quinquennio spira nell’aprile 2013; poco dopo scadono i sette dell’attuale Presidente; il quale fissa l’elezione entro 15 giorni dalla riunione delle Camere nuove; l’art. 85. Cost, c. 3, gli proroga i poteri; idem qualora manchi meno di tre mesi allo scioglimento delle Camere.

Se tutto va secondo i suoi calcoli, dunque, B. diventa capo dello Stato, presiedendo il Csm: sono gesta da Nave dei folli (tema ricorrente nella pittura didascalica quattro-cinquecentesca), visto che animale da preda sia e cosa pensi dei magistrati (mestiere sporco, vi confluiscono gli affetti da turbe mentali; e progetta visite psichiatriche); saranno spettacoli d’una strabica Dike fescennina ma, svanita l’immunità, eccolo in tribunale sotto l’accusa d’avere pagato un testimone perché mentisse. Non può succedere: il suo mondo ha qualche aspetto psicotico, però Leviathan, alias Caimano, è azzannatore infallibile; molti deliri sono coerenti; e nelle psicosi «acted out» il delirante modifica l’ambiente adeguandolo a sé. Dovendo essere eletto in questa legislatura, presuppone l’esodo dell’attuale Presidente. I casi sono tre: morte (nessun precedente); impedimento da malattia (Antonio Segni); dimissioni (Giovanni Leone). In tal senso aveva accennato una mossa. Resta da dire che mostro sia in termini costituzionali il ddl. dei quattro presidenti (meglio denominabile «c’est Moi», maiuscolo), e l’argomento richiede discorsi terribilmente seri.

Quella che si è verificata nelle ultime due settimane ha costituito una formidabile e per molti aspetti inaspettata esperienza di partecipazione democratica: 1.000 firme inviate in pochi giorni al nostro sito da parte di cittadini e organizzazioni contattate per catene selettive per chiedere a chi governa in Regione Lombardia di cestinare l’emendamento alla legge di governo del territorio che avrebbe consentito di urbanizzare i parchi regionali!

Il risultato praticodella nostra iniziativa è noto: per ora le ipotesi di riforma delle legge sono accantonate.

Certamente il risultato ottenuto non è frutto soltanto della nostra raccolta di firme. Altrettanto importanti per contrastare l’emendamento proposto dall’Assessore al Territorio Davide Boni sono stati l’impegno dei consiglieri regionali dell’opposizione e la mobilitazione delle associazioni ambientaliste.

Ma pensiamo di poterlo affermare con orgoglio: eddyburg.it ha funzionato come catalizzatore e acceleratore di iniziative. Forse perché eddyburg non ha nel suo Dna un ruolo “politico” in senso stretto; forse perché nel suo archivio è possibile trovare il meglio della riflessione della cultura urbanistica nazionale e internazionale sui nuovi modi di governo del territorio; forse perché gli accessi al nostro sito hanno avuto un sensibile incremento, riteniamo di aver svolto un ruolo importantein questa mobilitazione della società civile non solo lombarda, ma soprattutto lombarda e milanese.

Si tratta di una vittoria parziale: la riproposizione di modifiche alla legge regionale è stata annunciata per il prossimo gennaio…probabilmente quando si saranno calmate le acque e, quando, in particolare, alcune decisioni cruciali saranno state ormai prese. Naturalmente il riferimento diretto e contingente riguarda l’aggiudicazione del progetto per l’Expo del 2015 a Milano: come si sarebbe potuto accreditare presso il BIE l’immagine di una amministrazione locale lungimirante e vocata all’ambiente e, nel frattempo, approvare una ennesima disposizione deregolativa contro le ormai scarse riserve di territorio non compromesso della nostra regione, e soprattutto della sua principale area metropolitana, quella milanese? Come si sarebbe riusciti a “non dare nell’occhio” con una così vistosa mobilitazione della società civile?

Ma sullo scriteriato emendamento proposto dall’assessore Boni, e sui suoi sponsor politici ed economici, molto abbiamo scritto su questo sito e molto è stato evidenziato nei comunicati stampa emessi in questo periodo dai gruppi di opposizione, dalle associazioni ambientaliste e dagli organi di stampa.

Qui vogliamo invece provare a raccontare brevemente come ha preso forma e forza quello che noi consideriamo un importante processo di “partecipazione dal basso”; un processo che ha assunto dimensioni che sono andate ben al di là delle nostre aspettative e che ha rischiato anche di sommergerci…e lo facciamo in particolare per tutti coloro chi ci hanno dato la loro generosa e pronta adesione.

La vicenda ha inizio nei primi giorni di novembre, quando ci giunge la notizia dell’intenzione dell’assessore Boni di presentare alla Commissione V, fra le già numerose criticabili modifiche proposte dalla maggioranza alla LR 12/2005, anche un emendamento pericolosissimo che mette a rischio la sopravvivenza del territorio dei parchi regionali.

Questa proposta non solo rappresenta un’ulteriore pesante ipoteca per il territorio della Lombardia, ma appare come una autentica aggressione a Milano, già provata dall’urbanistica derogativa e dai grandi progetti meramente speculativi approvati dalla Giunta, e al suo territorio ancora non urbanizzato.

La proposta viene inoltre presentata quando è da poco tempo stata presentata la proposta di revisione del Piano territoriale di coordinamento della Provincia di Milano che ha lanciato un preciso allarme sugli ingenti consumi di suolo per urbanizzazione in atto sul territorio milanese, indicando come priorità una giudiziosa densificazione e, in particolare, la salvaguardia perenne di quella preziosa e residuale risorsa territoriale ed ambientale costituita dal Parco Sud Milano.

Eddyburg , che da molto tempo ha fatto del tema dei consumi di suolo e del controllo dello sprawl un momento centrale delle proprie riflessioni, si interroga sul che fare.

Si parte in sordina, con qualche scambio di opinioni all’interno della redazione, e si decide di “fare qualcosa”.

Una volta ricevuta conferma che l’assessore Boni intende sottoporre ad approvazione l’emendamento nella seduta della Commissione V programmata per il 21 novembre, si decide di lanciare attraverso il nostro sito un appello dal titolo “Lombardia vergogna d’Europa?” per chiederne il ritiro e di farlo circolare al nostro indirizzario: con un po’ di preoccupazione per il carico di lavoro che inevitabilmente ci dovremo sobbarcare, ma anche con la consapevolezza che occorre impegnarsi in questa ennesima battaglia per la difesa del territorio, così come l’avevamo fatto con successo per scongiurare l’approvazione della famigerata “Legge Lupi”.

Inizialmente utilizziamo appunto i nostri indirizzari di amici, prevalentemente frequentatori di eddyburg. Si tratta di qualche decina di nomi (prevalentemente urbanisti, accademici e amministratori locali) che ricevono il nostro appello a partire dal 13 novembre, quando si dispone del testo definitivo dell’Art. 13 bis. Subito dopo inseriamo lo “strillo”, con il link all’appello, nella homepage di eddyburg, dove aggiorniamo quotidianamente il numero delle adesioni.

Da quel momento si attiva immediatamente una sinergia fra eddyburg e alcune associazioni ambientaliste; decidiamo di non affidare la raccolta di firme a un sito web specializzato checertamente ci risparmierebbe molto lavoro organizzativo, ma avrebbe il difetto di rendere le adesioni forse più numerose, ma certamente molto più generiche e non rappresentative.

La risposta al nostro appello risulta da subito molto superiore alle aspettative: prima della riunione del 21 novembre della Commissione V raccogliamo 450 firme che provvediamo a inviare agli indirizzi di tutti i componenti la Commissione V, al Presidente della Regione, al presidente della Provincia di Milano e all’assessore al territorio della Provincia di Milano.

Vista la reazione dei cittadini, la Commissione V decide di rinviare la decisione alla settimana successiva.

A questo punto pensiamo che il nostro compito sia terminato.

Ma la informazione continua a circolare: alle iniziative diffuse di raccolta di adesioni al nostro appello, si aggiungono i comunicati stampa di alcuni partiti e consiglieri regionali dell’opposizione, gli articoli sulla carta stampata ed anche una trasmissione di Report, già da lungo tempo programmata, che ha il merito di far conoscere a tutti in maniera chiara e documentata lo scempio urbanistico che il connubio fra amministratori e grandi cordate immobiliari sta perpetrando a Milano.

In quella settimana di attesa della nuova seduta della Commissione V si è verificato un evento che non avevamo previsto: il ritmo delle adesioni al nostro appello anziché attenuarsi è diventato incalzante; ma, soprattutto, è cambiata sensibilmente la provenienza delle adesioni: non più soltanto le adesioni di specialisti, accademici, militanti delle grandi associazioni ambientaliste, ma sempre più invece adesioni che provengono dal più ampio spettro delle professioni, da semplici cittadini, da molti pensionati, da comitati spontanei locali.

La sera precedente la seconda riunione della Commissione consiliare, che si è tenuta il 28 novembre, siamo stati in grado di inviare ai suoi Componenti la notizia che avevamo raggiunto le 1.000 firme! E molte se ne sono aggiunte, e continuano ad aggiungersi, anche successivamente.

Come già sottolineato, un primo risultato è stato raggiunto: la discussione sul pacchetto di modifiche alla legge 12 è stata rinviata genericamente a gennaio.

Ma la massiccia mobilitazione dei cittadini ha certamente prodotto un altro risultato: ha indicato che “la partecipazione serve”.

Altrove, soprattutto nelle regioni economicamente più avanzate (e la maggioranza che governa la Regione e il Comune capoluogo continua a farsi un vanto di annoverarsi fra le regioni “locomotiva d’Europa”) il territorio dei parchi regionali è considerato risorsa ambientale preziosa e severamente tutelata . Altrove, nelle più ricche regioni europee, le leggi urbanistiche non vengono modificate in maniera discrezionale per singoli capitoli o articoli sulla base delle aspettative di grandi interessi privati contingenti e senza avere dimostrato, attraverso processi formalizzati e trasparenti di discussione pubblica, il valore aggiunto in termini di vantaggi collettivi di una eventuale revisione. Altrove, leggi ad personam o emendamenti ad personam, come quelli di cui trasuda l’attività legislativa in materia di governo del territorio della Regione Lombardia, avrebbero già provocato la delegittimazione e il discredito della sua classe dirigente.

Non sappiamo fare previsioni su come andranno le cose in Regione dopo gennaio; ma invitiamo tutti a tenere alta l’attenzione.

Grazie dunque ancora a tutti i cittadini e associazioni che hanno firmato (presto inseriremo l'elenco completo delle adesioni) e…leggete in questo file alcuni dei messaggi con cui avete prospettato ai decisori, con le vostre riflessioni critiche e propositive, quale sarebbe la giusta rotta da seguire.

E grazie di cuore anche a Davide Boni, che interpretando nel modo piuttosto diretto ed esplicito le indicazioni di alcuni interessi, nello stile caratteristico della sua parte politica, ha messo in luce in modo molto chiaro e comprensibile quali fossero gli orientamenti della maggioranza di governo regionale. È anche grazie alla sua goffaggine, che tutti abbiamo capito benissimo. E reagito.

A presto

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