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ROMA - Meno personale, buste-paga più leggere, chiusura di sedi locali. E soprattutto: soppressione degli incentivi sullo stipendio legati alla lotta all´evasione fiscale. Sono questi gli effetti della manovra d´estate che rischiano di dare un duro colpo al morale degli uomini impegnati nella caccia a chi fa il furbo con il fisco: a pagare il dazio dei severi tagli alla spesa pubblica sono in prima linea i 35.662 dipendenti dell´Agenzia delle entrate, tra di loro la schiera di «007» che è stata protagonista nei mesi scorsi dei casi legati a Valentino Rossi, Giancarlo Fisichella e Fabio Capello. Una vera e propria categoria di tecnici, cui si aggiungono le competenze dei dipendenti delle Dogane e dell´Agenzia per il territorio. Su tutti costoro cadrà la scure di Tremonti: e domani scenderanno in Piazza Montecitorio per protestare. «Tagliare le risorse dei lavoratori delle agenzie fiscali equivale ad indebolire la lotta contro l´evasione fiscale», dice il segretario della Confsal-Salvi, Sebastiano Callipo. «Da una parte ci chiedono di incentivare i controlli fiscali, dall´altra ci tagliano le risorse», spiega Giovanni Serio segretario della Fp-Cgil.

E i tagli ci sono. A partire dal quello noto come «comma 165»: fu introdotto nel 2003 dallo stesso governo di centrodestra che ora lo cancella: in pratica si stabilisce che una percentuale delle risorse recuperate dall´evasione fiscale ed effettivamente riscosse, vadano direttamente nelle buste paga dei dipendenti delle Agenzie fiscali e del ministero dell´Economia. Senz´altro un incentivo e comunque un modo di legare la retribuzione ad una variabile concreta. In tutto, ogni anno, arrivano circa 330 milioni che significano per il 2007 circa 3.900 euro lordi in media annua per dipendente. La manovra d´estate riduce del 10 per cento la somma del 2007 e la spalma anche sulla Guardia di Finanza: con l´effetto che ci saranno meno risorse per tutti. Ma c´è di più: dal 2009 il meccanismo del «comma 165» viene abolito. A questo si aggiunge il taglio dei fondi per l´integrativo, come per gli alti statali: circa 782 euro in meno all´anno dal 2010.

Nasce anche un problema di personale. Il governo Prodi aveva varato un piano per l´assunzione di 5.100 dipendenti per la lotta all´evasione: di questi non c´è più traccia. Al contrario scatta la tagliola del turn over che a fronte di pensionamenti per 1.700 dipendenti nelle tre agenzie principali, prevede solo un reintegro del 10%. «Al Nord gli uffici sono già in carenza di organico», aggiunge Serio della Cgil.

Anche i presidi territoriali dell´Agenzia delle entrate rischiano: la manovra prevede una riduzione del 20 per cento delle direzioni regionali. Significa che su 40 uffici, otto sono destinati a chiudere.

La lotta all´evasione batte la fiacca? La manovra prevede 100 mila accertamenti in più e norme contro i paradisi fiscali. Ma arriva anche una sorta di «condono mascherato», come lo definisce un documento del centro studi Nens, con la possibilità di aderire ai verbali di constatazione direttamente con la Guardia di Finanza che ha fatto le rilevazioni e senza passare per la trafila degli uffici: la sanzione prevista per queste pratiche, che era già di un quarto del normale, si riduce ad un ottavo. Scompare anche il cosiddetto elenco clienti-fornitori in base al quale ogni società doveva comunicare per via informatica codice fiscale e partita Iva, appunto, dei clienti e dei fornitori: una banca dati molto utile per individuare false fatturazioni o gonfiate. Tra le armi che vengono spuntate anche quelle tese a limitare l´uso del contante e a rendere possibile la tracciabilità del denaro: scompare il conto corrente dedicato imposto ai professionisti per incassare le parcelle sopra i 500 euro (vietando il contante sopra questa cifra). Scompare anche il divieto di pagare in qualsiasi transazione in contante fino a 5.000 euro: con la manovra il tetto torna a 12.500 euro lasciando maggiore libertà ma anche rendendo più difficili i controlli.

«Non ci stiamo», dicono Cgil-Cisl-Uil e Confsal-Salvi. E domani saranno in piazza.

LA SINTESI DELLA PRIMA RIUNIONE

La riunione, che si è tenuta il 15 luglio 2008 presso la sede del Consiglio regionale, per via di disguidi nella trasmissione dell’invito ha visto la partecipazione di un limitato numero di comitati, alcuni dei quali rappresentanti di reti locali.

La riunione è stata aperta da Mario Agostinelli che ha illustrato la bozza di progetto messo a punto con Andrea Rossi riguardante “la costituzione della rete dei comitati in difesa del territorio”. Ne è seguito un dibattito che ha permesso di integrare alcuni punti del progetto che dovrà essere sottoposto a tutti i comitati. La discussione ha affrontato inoltre la questione posta da Locatelli riguardante il modo con cui rendere operativa la rete tenendo presente due aspetti: la massima apertura e la condivisione del percorso e dei contenuti.

È stato fatto presente che per la gestione della Rete Lombarda non si può prendere a riferimento il modello della rete della Toscana dato che essa si è strutturata attorno ad una specifica tematica (il caso Montichiello). La rete della Toscana è strutturata operativamente attorno a 8 gruppi di lavoro composti da un numero variabile di persone, coordinati da un responsabile. I partecipanti alla rete condividono una “carta della rete” composta da un preambolo e da 10 punti. La rete ha un Consiglio di Coordinamento, un Consiglio scientifico ed una Segreteria

Per la Lombardia è stato ipotizzato l’affidamento della gestione della rete a 3 Gruppi operativi (uno per ciascuna macro-area tematica: urbanistica e pianificazione del territorio - ambiente e paesaggio - energia) composti da rappresentanti di comitati (in numero da definire) oltre al Comitato tecnico scientifico ed a una Segreteria.

Per garantire la massima apertura e partecipazione è stata proposta la rotazione periodica dei componenti di ciascun Gruppo operativo. Nella discussione è comunque emersa l’importanza di evitare un sistema organizzativo eccessivamente flessibile poiché esso inciderebbe negativamente in termini di efficienza. Pertanto i partecipanti hanno avanzato un’ipotesi di organizzazione della rete che coniughi la più alta partecipazione possibile dei comitati con la necessità di avere dei punti di riferimento stabili.

Nel corso della riunione è altresì emersa la necessità di “qualificare” la rete (evitando comunque una connotazione di tipo partitico) al fine di non aggregare comitati che, sulla stessa problematica, perseguono obiettivi opposti e/o contrastanti. Per questo motivo si ritiene necessario che l’adesione alla rete lombarda venga fatta sulla base della condivisione di uno “statuto” o “carta” della rete.

Si è inoltre accennato al modo con cui sostenere i costi di gestione della rete: è stata avanzata l’ipotesi di definire una quota associativa annuale da porre in capo a chi vi aderisce.

I presenti hanno inoltre accolto la proposta di indire quattro iniziative a partire dall’autunno sulle seguenti tematiche:

energia sul territorio: fossili o rinnovabili

mobilità e grandi infrastrutture

expo 2015: Milano ed i territori lombard

salvaguardia dell’ambiente e contenimento del consumo di suolo

Infine si sono assunte le seguenti decisioni di carattere organizzativo:

a - inviare via e-mail a tutti i comitati ed alle persone che individualmente hanno accolto la proposta di Bergamo di costituire la rete lombarda, la bozza di progetto riguardante “la costituzione della rete dei comitati in difesa del territorio” al fine di ricevere suggerimenti e proposte (qui in allegato);

b - convocare i comitati lombardi ad una assemblea pubblica il giorno 15 settembre alle ore 18:00 presso la sede della Regione Lombardia al fine di assumere decisioni operative riguardanti la strutturazione e l’organizzazione della rete.

Andrea Rossi

UNA PROPOSTA DI LAVORO

La costituzione di una Rete dei Comitati di lotta deve tener conto:

delle caratteristiche peculiari dei vari Comitati

dei loro punti di forza e di debolezza

della domanda che viene espressa

della volontà dei Comitati a costituire forme di relazione informazione e coordinamento

Elementi caratteristici strutturanti i Comitati di lotta

Si tratta di organismi vertenziali nati per rispondere, in genere, a bisogni locali specifici di varia natura che:

Rivendicano la propria autonomia rispetto alle Istituzioni ed alle forze politiche

Rivendicano la propria autonomia di elaborazione e di decisione

Le decisioni vengono assunte in assemblee pubbliche e con il metodo del consenso

Dispongono di una propria piattaforma rivendicativa/propositiva

Autofinanziano le proprie iniziativeIn genere non hanno una struttura formalizzata –esiste portavoce.

Le cariche non sono permanenti

Sono composti da persone aventi posizioni politiche eterogenee e provenienti da strati sociali diversi

Si rivolgono a tutte le forze politiche ed alle istituzioni al fine di ricercare condivisione e sostegno alla rivendicazione in atto

Attuano forme di lotta decise in assemblee pubbliche

Punti di forza

Sono in grado di mobilitare la cittadinanza locale (non solo) in assemblee, manifestazioni, forme di lotta varie autogestite

Sono in grado di coinvolgere sulla vertenza/piattaforma le forze politiche locali e le istituzioni

Sono in grado di coinvolgere i mass media locali per pubblicizzare la lotta/vertenza in atto

Sono in grado di conseguire i risultati vertenziali attesi in un rapporto di rappresentanza diretta

Punti di debolezza

Limitano il proprio orizzonte vertenziale / di lotta al livello locale

Le lotte/vertenzialità hanno una natura spontaneistica (nascono con la manifestazione del bisogno e dal riconoscimento che ad esso non si dà una risposta pubblica adeguata)

Non dispongono in genere di adeguati sostegni e informazioni di natura scientifica

Tengono limitatamente conto delle esperienze analoghe fatte da altri comitati

Dispongono di limitate risorse economiche per l’autogestione delle lotte

L’esperienza non è quasi mai formalizzata, per cui si perde nel tempo (perdita della memoria)

Le vertenze non si trasformano per lo più in iniziative di carattere generale (dal comitato al movimento)

Non è scontato un rapporto tra comitati e forze politiche

Le vertenze hanno una scarsa incidenza sulla produzione legislativa

La domanda dei Comitati

Collegarsi agli altri Comitati presenti nel territorio lombardo per socializzare (mettere in circolo) l’esperienza attivata, per ricercare sostegno e supporto alla propria vertenza, per conoscere eventuali altre esperienze e per condividere i risultati conseguiti

Costituzione di un Osservatorio sui problemi oggetto di vertenzialità, sulle piattaforme e sui risultati conseguiti

Disporre di conoscenze tecnico-scientifiche e legislative (formazione)

Disporre di un comitato tecnico scientifico a cui rivolgersi per formulare proposte tematiche e dare sostegno alla piattaforma vertenziale (supporto alle vertenze)

Disporre di supporti legali

Produrre cambiamenti in un quadro di coerenza che incida oltre il livello locale

Obiettivi

Ricostruire fino al livello regionale il ciclo di messa a profitto del territorio attraverso la rappresentanza dei singoli Comitati

Disporre di un osservatorio dei bisogni/problematiche presenti sul territorio

Disporre di un osservatorio della vertenzialità e lotte in essere sul territorio

Supportare le vertenze in atto

Attuare forme di scambio e partecipazione attiva - sia interregionali che intraregionali - dei Comitati nelle varie lotte per uscire dalla frammentazione

Sviluppare forme di solidarietà sociale

Superare una visione localistica dei problemi presenti e permettere una lettura complessiva delle problematiche territoriali

Dare alle istanze territoriali provenienti dal basso uno sbocco politico-istituzionale

Definire forme di comunicazione efficaci e partecipate

Organizzazione

Al fine di organizzare in modo efficace la Struttura della nascente Rete dei Comitati si potrebbe pensare ad un percorso a tappe

Costituzione e finanziamento di una struttura per l’organizzazione e mantenimento della rete

Costituzione di gruppo di coordinamento aperto con incarichi revocabili o a rotazione

Censimento ed organizzazione dei comitati (modulistica-segreteria)

Predisposizione sito internet dei comitati e gestione diretta e coordinata

Costituzione di comitati tecnico-scientifici per AREE TEMATICHE

Organizzazione di incontri -convegni -seminari di formazione

Definizione di forme di comunicazione efficaci e partecipate

Questionario

Ad ogni Comitato che vorrà far parte della Rete, verrà inoltre richiesta la compilazione di un questionario nel quale raccogliere le seguenti informazioni:

breve storia del Comitato

problemi oggetto della vertenza

obiettivi della vertenza

controparte della vertenza

alleanze strette forme di lotta attuate/previste

documentazione prodotta sulla vertenza

aspettative dalla Rete dei Comitati

aspettative dai supporti tecnico scientifici

suggerimenti per il finanziamento

aspettative formative

ORGANIZZAZIONE DEL BILANCIO SOCIALE TERRITORIALE (BST)

Il Bilancio sociale territoriale dovrebbe essere strutturato sulle seguenti macro tematiche:

Urbanistica e pianificazione del territorio

Ambiente e paesaggio

Energia

Acqua e beni comuni

Trasporti

Il Bilancio sociale territoriale dovrebbe essere strutturato secondo una matrice che permetta di costruire:

a) Una mappa del bisogno sociale/territoriale (attraverso la costruzione di una matrice in cui si mettono in relazione i TEMI della vertenzialità con la loro LOCALIZZAZIONE

b) Una mappa del bisogno sociale/comitato-organismo-vertenziale (attraverso la costruzione di una matrice in cui si mettono in relazione i TEMI della vertenzialità con il COMITATO PROMOTORE)

L’aggiornamento continuo delle mappe consente il MONITORAGGIO delle vertenze/lotte in atto e la VERIFICA dei risultati conseguiti

(seguono tabelle esemplificative che traducono le indicazioni sopra riportate; scarica il file .pdf allegato)

Postilla

Un tentativo interessante di aumentare l’efficacia delle singole iniziative di difesa del territorio, tenendo conto di quanto è avvenuto in Toscana dopo lo scandalo di Monticchiello.

In effetti, le iniziative locali hanno un respiro breve, e raggiungono risultati spesso effimeri, se non allargano il loro orizzonte. Non si tratta solo di essere più forti perché si è di più, ma di assumere consapevolezza che le lotte locali saranno sempre minoritarie e perdenti finché non alzeranno il tiro. Generalmente le scelte locali di devastazione del territorio e di privatizzazione dei beni comuni sono conseguenze di atti e decisioni che hanno radici lontane nel tempo (esempio, scelte di piani urbanistici approvati nel silenzio e nell’indifferenza dei cittadini) o nello spazio (esempio, leggi e atti amministrativi regionali o nazionali). Solo collegandosi ad altre iniziative locali e dandosi strumenti capaci di mirare alle cause i risultati potranno essere positivi.

Questa consapevolezza è implicita nei documenti. Forse sarebbe utile che diventasse esplicita, e che ogni comitato si impegnasse a dare (aiutando a colpire bersagli comuni e “lontani”) oltre che a ricevere (assistenza tecnica, informazioni ecc.)

Per il ministro Prestigiacomo, visto che, dopo i colpi di mannaia di Tremonti, non ci sono più fondi per l’ambiente, è utile dare in gestione i nostri 23 Parchi Nazionali (e magari pure quelli regionali) ad agenzie private per tirare su un po’ di soldi. Per il ministro Bondi, visto che, passata la sega elettrica di Tremonti, non ci sono fondi per la cultura e per l’arte, è utile allargare l’area di intervento delle società private per i servizi aggiuntivi nei maggiori Musei, in modo da incassare un po’ di soldi. Privatizzate, dunque, e siate felici. L’onorevole Prestigiacomo lo dice col sorriso della signora borghese che non sa quel che si dice. L'onorevole Bondi lo dice un po' piangendo e un po' no perché risparmiare bisogna, l'ha detto il Capo. Comunque sia, si tratti di insipienza, di sottocultura o di dilettantismo, il risultato è lo stesso: il nostro patrimonio storico-artistico-naturalistico-paesaggistico è affidato a queste mani e a queste menti, dietro le quali grandeggia ("Mamma mia!", titolò l'Economist) Berlusconi, Silvio/Nerone affiancato da Tremonti e da Brunetta. Con Matteoli al Cemento&Asfalto.

Nella giornata di oggi, 22 luglio, nei nostri musei, nei siti archeologici, nelle antiche biblioteche, custodi e tecnici si asterranno parzialmente dal lavoro premurandosi però di distribuire, "contro i nuovi barbari", volantini di protesta (della Uil e, separatamente, grave errore, di Cgil e Cisl) in cui si spiega ai visitatori italiani e stranieri - circa 36.000 milioni - che quello potrebbe essere il loro ultimo ingresso nei magnifici luoghi della nostra storia: se al Ministero per i Beni e le Attività Culturali verranno inferti, da qui al 2011, tagli di finanziamenti per 1,2 miliardi di euro, il personale delle Soprintendenze, dal più alto in grado all'ultimo entrato, riceverà lo stipendio (modesto) ma non avrà risorse per fare in pratica alcunché. E poiché il nostro turismo è mosso, per buona parte, dalle città d'arte, con musei e siti archeologici chiusi o semichiusi, coi restauri bloccati, con l'attività di tutela sospesa, coi vandali non più sorvegliati, con gli abusivi che la fanno franca assieme ai "tombaroli", quella fonte di reddito nazionale verrà presto impoverita e disseccata. Complimenti: ci volevano genii assoluti come Berlusconi, Tremonti & C. per portare al suicidio finale il Belpaese.

Analogo discorso si può fare per i Parchi di ogni ordine e ampiezza: sono costati decenni di lotte, coprono ormai il 10 per cento di un Paese altamente dissestato e inquinato e costituiscono un'altra molla essenziale dello stesso turismo di massa, il solo Parco Nazionale d'Abruzzo viene visitato da oltre 2 milioni di persone l'anno. Un movimento anni fa impensabile che ha concorso a consolidare una vera e diffusa "economia dei parchi", fatta di agricoltura e zootecnia compatibili, di prodotti tipici del bosco e sottobosco, di marchi di qualità. Frutto di una azione di tutela pluriennale, tenace, rigorosa, contro abusi di ogni genere, come e più di quella che ha riguardato i nostri centri storici largamente salvati. Ma che richiede investimenti pubblici, personale qualificato, tecnici preparati, mezzi nuovi.

Qual è la logica del duo Prestigiacomo&Bondi, ispirati, devotamente, dall'esempio del Capo? I beni culturali e ambientali non sono un patrimonio permanente, fondante dell'Italia (articolo 9 della Costituzione), non sono valori primari "in sé e per sé", ma sono, quelli che lo sono, macchine per fare soldi. E gli altri? Semplicemente non sono, e dunque vadano in rovina. Punto e basta. I parchi, per lor signori, non formano una parte strategica dei paesaggi italiani, non rappresentano i luoghi nei quali ricostituire una natura che disboscamenti secolari hanno distrutto o rattrappito, nei quali conservare e tornare ad arricchire la biodiversità della flora e della fauna per decenni dissipata, nei quali i cittadini possono incontrare e ritrovare la Natura, ossigenando il corpo e la mente. Per il ministro Prestigiacomo sono, evidentemente, simili ai parchi-diventimenti, nei quali far pagare un biglietto, lasciar costruire di nuovo case e ville, reintrodurre la caccia, dai quali insomma spremere soldi attraverso la logica privatistica, aziendale (par di vedere il Cavaliere, sullo sfondo, che sorride beato), del profitto.

Analogamente i luoghi dell'arte, i musei, le aree e i monumenti archeologici, i castelli, magari le chiese, le abbazie, i palazzi civici ed ecclesiastici: mettiamoli a reddito, facciamoci dei begli incassi. Macché ingressi gratuiti o ridotti per scolaresche, studenti e studiosi, macché didattica museale per abituare i più piccoli a capire quadri e sculture, macché mostre ispirate a criteri scientifici, macché valori della cultura del contesto e loro trasmissione ai nostri figli e nipoti. E per i centri storici? Basta con le ubbie della conservazione, delle ZTL, largo ai commercianti, agli esercenti, alle pizze-a-taglio, ai pub, ai protagonisti del Divertimentificio notturno, ai Suv parcheggiati ovunque. A Roma il sindaco Alemanno ha già aperto questa strada e vedrete che, se la protesta dei cittadini (e degli intellettuali) non salirà chiara e forte, andranno avanti. A tutto Suv.

Si legge sui giornali che, bontà sua, l’Unione Europea dopo lungo dibattito e considerazione ha deciso di stanziare un miliardo di euro per il sostegno allo sviluppo del continente africano. Si legge anche, più o meno sugli stessi giornali, che sull’asse di via Torino a Settimo Torinese un consorzio formato per ora da Comune, Pirelli Tyre , Edison , Intesa-San Paolo , IPI , Pirelli RE , Loclafit, vuole investire UN MILIARDO E DUECENTO MILIONI di euro in un progetto di trasformazione urbana. Complessivamente la superficie interessata è di circa un milione di metri quadrati: moltissimo, per un comune come Settimo Torinese; pochino, se lo paragoniamo all’Africa, no? E con una concentrazione di risorse del genere si capisce, che qualcuno salti sulla sedia, e che a qualcun altro inizino a brillare gli occhi, come succede nei fumetti a Zio Paperone.

La via Torino è il percorso della Padana Superiore nel primissimo tratto “extraurbano”a est di Torino città, dopo la grande rotonda in cui si conclude l’asse di corso Giulio Cesare alla periferia del capoluogo. Dopo corso Romania e il cavalcavia, questa di via Torino è tutta la striscia che sta prima di convergere con l’altro “ramo” di via Regio Parco e restringersi nell’area pedonalizzata del centro storico di Settimo. Qui soprattutto nella seconda metà del Novecento si è accumulato un po’ di overspill produttivo metropolitano che ha trasformato questa zona di ex campagna fra le sponde dello Stura e il nucleo centrale di Settimo in terra di conquista per capannoni che classicamente proponevano il proprio modello insediativo piuttosto brutale. Isolati enormi, impenetrabilità, e ad anticipare in qualche modo il centro commerciale di oggi un’organizzazione introversa che lasciava ben poco al contesto, salvo gli indispensabili assi della strada di attraversamento e la vicina parallela ferrovia, che fa da margine settentrionale.

Immediatamente dopo l’ultima guerra, questa striscia di futura metropoli si conquista un piccolo quarto d’ora di celebrità. È quando sulle pagine della prestigiosa Metron, diretta da Bruno Zevi, Giovanni Astengo e Mario Bianco pubblicano alcuni estratti del loro pionieristico “ Piano Regionale Piemontese”, elaborato anche come modello possibile da offrire alla Costituente per le future, non ancora formulate nei dettagli, Regioni italiane. Proprio l’asse della via Torino è presentato come schizzo tridimensionale di sistema lineare di espansione metropolitano, nel quadro del più ampio “comprensorio” che in quel piano si stende sin oltre Chivasso.

Naturalmente all’epoca la sola idea della pianificazione regionale faceva venire i sudori freddi agli “interessi consolidati”, e al congresso INU di Venezia del 1952 lo stesso Bruno Zevi doveva spiegare a liberali e democristiani seduti in platea che no, questi piani non erano tanto da prendere sul serio. Infatti in tutte le periferie più o meno metropolitane d’Italia invece di seguire piani regolatori l’edilizia sapeva benissimo “regolarsi” da sola …. Figuriamoci poi quando come nel caso di Settimo Torinese si trattava di impianti produttivi, e strettamente legati al comparto dell’automobile, i pneumatici della Pirelli …

Passano gli anni, le imprese scoprono i mercati del lavoro più convenienti di altri paesi, e in tutte le nostre città iniziano a svuotarsi le fabbriche e riempirsi le sale dei convegni in cui si discetta di aree dismesse. Le stesse imprese, ovvero gli “interessi consolidati”, avevano ovviamente già scoperto da anni il tema della grande dimensione territoriale: la loro avversità ai piani regionali del 1952, si doveva solo al fatto che non volevano alcuna interferenza pubblica nel decidere i grandi assetti spaziali entro cui imperversare. Non a caso, quando ancora negli anni ’60 alcuni politici lungimiranti tentano di inserire un approccio programmatico anche territoriale nei documenti di bilancio, il tutto viene liquidato dalla grande stampa come “libro dei sogni”. Proprio nel momento in cui le medesime grandi formazioni delineate ad esempio dal Progetto ’80 iniziano a prendere forma visibile, primo fra tutti il Triangolo Industriale, soprattutto sull’ipotenusa Milano-Torino.

Ipotenusa che, guarda caso, sul lato occidentale si attacca proprio a quelle poche centinaia di metri di via Torino, fra gli sparpagliati capannoni dismessi della Pirelli. E quando c’è di mezzo l’interesse privato, salta improvvisamente fuori che il “libro dei sogni” dell’area vasta, anche vastissima, non è una cosa da sfottere, ma da prendere maledettamente sul serio. Come nel caso della recente enorme trasformazione urbana dal poetico nome “Laguna Verde”, proposta (e a quanto pare già accettata).

Di seguito alcuni dati desunti dal sito Skyscraper City e più o meno confermate dagli articoli dei giornali:

- superficie interessata 815.000 mq

- 13.300 posti auto

- parco di 320.000 mq

- centro ricerca 60.000 mq

- palazzetto dello sport 15.000 mq

- piscina

- scuola 25.000 mq

- museo 12.000 mq

- edifici privati : 650.000 mq (50% residenziale , 19% attività commerciale , 17% ricerca e produzioni innovative , 7% terziario e direzionale , 7% tempo libero)

- cittadella del sapere 160.000 mq

- il progetto prenderà vita in 6-7 anni

E c’è sempre da tenere ben presente quel 1,2 miliardi di euro, nonché la “sinergia” territoriale entro cui si inserisce l’investimento. Dal punto di vista metropolitano, che già non è affatto poco, il Piano Strategico legato a doppio filo alla TAV recita:

Nel territorio metropolitano […] due assi di sviluppo ad alta accessibilità […] La seconda centralità metropolitana investe il settore urbano compreso tra la periferia nordest di Torino e i comuni di Settimo e Borgaro, dove il progetto di trasformazione è declinato prioritariamente in termini di riqualificazione [….] Urbanistica, Laguna verde, nuovi comparti produttivi Pirelli[1].

C’è anche, forse soprattutto, la dimensione megalopolitana di questi interventi, che forse spiega meglio l’enorme pressione che hanno alle spalle. Se ne sentono varie eco molto più a oriente, nel dibattito sull’Expo milanese, come ha ben raccontato su Lo Straniero Giacomo Borella, di questa vagheggiata regione urbana, che “impropriamente” qualcuno immagina solo come aumento delle densità edilizie e infrastrutturali (e relativa torta da dividere) su quantità spropositate di spazio.

Ma che saranno mai cento chilometri di territorio, per certi nostrani maîtres à flairer da convegno a gettone, paludati in pensosi maglioncini scuri girocollo da cabaret esistenzialista, geniali nella fulminante battuta che fa scattare l’applauso? Uno scioccare di lingua, e il balzo è bell’e fatto! Alla faccia di quei noiosi geografi e pianificatori, sempre lì a occuparsi dei dettagli … Poi via, nelle sterminate pianure, verso il prossimo convegno sui destini dell’ineluttabile ubiquo “sviluppo del territorio” ...

Con questi presupposti, appare poi del tutto conseguente l’atteggiamento della stampa, che con tono omogeneo e appiattito sulle dichiarazioni dei promotori, sembra descrivere un panorama in cui tornano tutti i possibili luoghi comuni: la brillante idea del prestigioso architetto che ci libererà per sempre da ogni traccia di vetusto puzzolente industrialismo, potenzialità strabilianti che dalle casse degli investitori si riverseranno automaticamente (nella migliore vulgata liberista) sulla testa dell’umanità tutta, eccetera eccetera. Una brevissima rassegna ci racconta:

Una sorta di San Gimignano del terzo millennio che prenderà il posto dell’area industriale. […] Settimo diventerà la porta verso Malpensa, la Fiera di Rho, Milano. Ma anche verso Aosta e Ginevra, nell’ambito di una riorganizzazione complessiva del Nord Ovest, in grado di coinvolgere anche Genova. Anche per questo nel concept è prevista la realizzazione di un’isola nella Laguna per ospitare un hotel” (Augusto Grandi, “A Torino la città sopraelevata”, Il Sole 24 Ore, 8 maggio 2008).

Uno dei più grandi progetti di riqualificazione urbana e di eco-city d’Italia […] è ritenuto uno dei più sofisticati ed ecocompatibili del pianeta. […] la sostenibilità non sarà solo naturalistica, ma antropoculturale, socio-gestionale ed economico-finanziaria” (Giovanna Favro, “Le palafitte della città futura”, La Stampa, 12 giugno 2008).

In mezzo a tanto verde il comune intende costruire anche vari grattacieli e una stazione ferroviaria” (Jan Pellissier, “Laguna Verde, eco-city a Settimo”, Italia Oggi, 18 giugno 2008).

Il grattacielo […] l’impressione che darà è di un libro sfogliato […] con due bracci puntati direttamente sul centro di Milano e sulla città di Ginevra” (Andrea Gatta, “Ecco Laguna Verde, cittadella del futuro a misura di ambiente”, Cronaca Qui, 12 giugno 2008).

Il tutto sulla base di una serie di classicissimi renderings, che mostrano sostanzialmente un insediamento a organizzazione lineare lungo l’asse attuale, con edifici molto sviluppati in altezza, un percorso denominato broadway a connettere il tutto, e l’idea della “Laguna”, ovvero dell’edificato e di parte del verde a “galleggiare” organizzato in “isole” sopra il livello delle infrastrutture.

E con tutto il rispetto per i promessi uno virgola due miliardi di euro di investimenti: che ci azzeccano in sé e per sé i grattacieli, di un colore o l’altro che siano, con la “ sostenibilità antropoculturale”? Per giustificare la presenza di un albergo c’è bisogno di essere la porta su Malpensa, di stare “ nell’ambito di una riorganizzazione complessiva del Nord Ovest”?

Insomma, senza entrare troppo nei dettagli, che tra l’altro pare non ci siano, l’impressione è che si tratti di un trompel’oeil giornalistico, come già visto in tanti e tanti casi di grandi progetti di trasformazione urbana. L’unica osservazione che si può aggiungere per il momento pare di metodo anziché di merito: è davvero il caso che, come riferiscono gli articoli dei giornali, il Comune approvi “prima” questa serie di suggestivi schizzi e tabelle del concept, e “poi” inizi le procedure di variante ad hoc del Piano Regolatore?

Perché l’intuizione migliore probabilmente l’ha avuta suo malgrado uno di quei lettori entusiasti di Skyscraper City, pronti ad acclamare sempre e comunque i rendering più colorati e ad effetto. Il progetto della cosiddetta “Laguna Verde” a Settimo Torinese gli ricordava molto da vicino quello di Renzo Piano per le aree delle ex acciaierie di Sesto San Giovanni. A Settimo non sono ancora arrivati i premi Nobel al traino, ma lo schema sembra presentarsi identico, coi salvatori della patria che promettono e stragiurano sfracelli.

Ma, “Poi”?

L’unico modo di garantirsi un “poi” è quello di arrivare “prima”: con una strategia condivisa all’interno della quale collocare, con tutte le contrattazioni pubbliche del caso, anche vagonate di renderings, tonnellate di pensosi filosofi e sociomani da convegno, e magari anche le esigenze della città. Che non si calcolano solo in rapporto agli investimenti: “ diventare una città modello per il dialogo, per lo studio, per l’ambiente. Dove sia piacevole vivere e interessante lavorare”, come ha dichiarato il sindaco di Settimo al Sole 24 Ore, passa anche e soprattutto da una strategia. Condivisa con una platea magari un pochino più ampia di quella degli investitori.

Di seguito scaricabile un pdf con questo testo e qualche immagine, dell'area e del progetto "concept" di P.P. Maggiora (f.b.)

[1]Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Provincia di Torino, Un territorio sostenibile ad alta relazionalità. Schema di Piano Strategico per il territorio interessato dalla direttrice ferroviaria Torino-Lione, p. 75

Fu nel luglio 2010 che i milanesi scoprirono il loro nuovo parco.

Il petrolio quotava 250 dollari a barile, l´amico Putin giocava ad aprire e chiudere i rubinetti del gas e il dibattito sul ritorno al nucleare ferveva. Intanto, fra le generali proteste anche della sua maggioranza, il neo ministro dell´energia, il leghista Giuseppe Bonomi, aveva appena pubblicato le nuove norme per il risparmio energetico: condizionatori vietati, ascensori in funzione solo in orario di lavoro, ventilatori autorizzati dalle prefetture e l´odiosa super-tassa sui ventagli che aveva già attivato un fiorente mercato clandestino.

Fu allora che CityLife divenne un nuovo paradiso urbano.

Malgrado gli insistenti interventi del premier Berlusconi e le prediche dell´ex ragazzo della via Gluck, nessuno aveva raddrizzato il grattacielo di Libeskind. Ma solo pochi milionari davvero snob si erano dimostrati disponibili ad affrontare le centinaia di gradini fino ai loro super attici senza aria condizionata e con specchi ustionanti al posto delle vetrate panoramiche. Il grattacielo era in uno stato di semi abbandono, ma con i suoi due fratelli "normali" continuava a proiettare una lunga persistente ombra sul verde splendidamente ingegnerizzato di CityLife. Quell´ombra che i comitati solo tre anni prima avevano ferocemente contestato, aveva creato una piccola isola di refrigerio nella città cementificata dall´Expo. E quello strano profilo del grattacielo più contestato era piaciuto a frequentatori professionali della notte che vi avevano fissato una solida dimora: su ogni sbalzo dell´architettura si indovinava la sagoma rovesciata di un pipistrello. Un lugubre annuncio?

Nient´affatto: per i frequentatori del parco la garanzia di zanzara zero.

Un´assicurazione importante dopo che le aree destinate ad ospitare l´Expo erano state massicciamente disertate perché infestate come la bassa Pavese: riaprire le vie d´acqua non era stata una buona idea e già ci si interrogava sul perché 80 anni fa ci si fosse così impegnati a interrarle. Zanzare a parte, i frequentatori delle nuove rive segnalavano topi, nutrie e si favoleggiava perfino di castori; e naturalmente, di un vorace pesce siluro già padrone dei canali e della presenza di tale Loredano, feroce caimano metropolitano. Là, in cima al grattacielo storto, volavano invece due veri falchi nemici di ogni roditore. E tra le architetture liberty di largo Domodossola si accendevano a tratti i lampi gialli degli occhi di una civetta.

Festa grande per gli etologi e nuovi impegni per i climatologi. Perché nella città in via di tropicalizzazione, quell´area garantiva suggestioni particolari. A parte le palme e i banani (che avrebbero dovuto mettere in sospetto il gran ciambellano-giardiniere), si segnalavano infatti tifoni in miniatura e venti accelerati dal canyon dei nuovi grattacieli, mai registrati prima nelle cronache cittadine.

Fu così che CityLife si popolò di non residenti in braghe corte e canottiera a temperare la cittadinanza dei nuovi ricchi. E fu così che Milano sperimentò nella sua stessa geografia urbana una inquietante "eterogenesi dei fini". Per una volta, a lieto fine.

Documento inviato a la Repubblica e ad eddyburg.it per la Rete toscana dei comitati per la difesa del territorio

Si attendeva con interesse l’incontro del 17 luglio in Regione, annunciato come “risposta” al convegno della Rete dei Comitati sulle emergenze territoriali in Toscana del 28 giugno. Con interesse, perché questa volta la parola doveva passare dalle impressioni soggettive ai dati sul consumo di suolo. Negli ultimi due decenni, veniva ipotizzato, la crescita delle aree urbanizzate diminuisce drasticamente: e ciò per effetto delle nuove disposizioni legislative messe in atto dalla Regione Toscana a partire dalla Legge 5 del 1995. E’ il satellite che lo dimostra, niente di più oggettivo.

L’esito dell’evento sta non tanto nei toni dell’incontro che si è svolto nella sede dell’auditorium regionale a Firenze, e nemmeno nella relazione presentata dall’IRPET, quanto nel resoconto che troviamo sulla pagina locale di Repubblica il giorno dopo, con sottotitoli del tipo “Suolo e cemento: è in Toscana la terra promessa”, oppure “Qui si costruisce meno che nel resto d’Italia. E meglio”. Il titolista si è lasciato prendere la mano, esagerando anche i toni dell’articolo dove pure accanto alle ‘sviolinate’ rivolte all’assessore c’era anche qualche espressione di cautela. Oltre al titolista, si segnala anche il redattore che ha scelto le immagini: una grande foto aerea del raccapricciante pasticcio nato intorno al casello autostradale di Barberino di Mugello, poi un vigneto “californiano” (in foto piccola) … Belle immagini davvero, per documentare la qualità delle trasformazioni del paesaggio!

Nel testo non si parla neppure del contenuto di tutti gli altri interventi, variamente critici, non solo di Paolo Baldeschi, della Rete dei Comitati, e Federico Oliva, presidente dell’INU, ma anche di Marco Romagnoli sindaco di Prato e di Dario Franchini della Provincia di Pisa: secondo l’articolista, l’evento si è esaurito con la figura dell’assessore e con le cifre che egli esibiva a conferma delle proprie tesi.. La pagina toscana di Repubblica del 18 luglio è l’esatto contrario della pagina (nazionale) curata da Francesco Erbani sullo stesso giornale del 28 giugno, che dava conto del dossier sulla “mappa delle emergenze territoriali in Toscana”: 109 casi di “malaurbanistica”, di aggressioni al paesaggio, all’ambiente e al patrimonio storico, molti in corso di realizzazione ma anche molti che ancora potrebbero essere bloccati, magari applicando realmente quel Codice del Paesaggio che Conti ha più volte dichiarato di non amare..

Il dossier della Rete dei Comitati offre una casistica di situazioni, molto diverse fra loro, dalla quale emerge confermata l’impressione che proprio negli ultimi anni si stia compiendo (anche) in Toscana una opera di cementificazione - pessima qualitativamente e distruttiva per localizzazione - ad uso principalmente della speculazione edilizia, favorita o non sufficientemente contrastata dalla legislazione vigente. Non è vero, ci risponde la Regione: da quando abbiamo assegnato ai Comuni la piena autonomia di decidere delle sorti del proprio territorio, cioè dal 1995, le cose vanno meglio. Sui singoli casi documentati nella “mappa delle emergenze” saranno date risposte puntuali, a tempo debito. Ma intanto i numeri parlano: da un incremento nel decennio 1990-2000 pari al 16 % del costruito il consumo di suolo si è ridotto, nei sei anni successivi, a un modesto 3 %. Così Riccardo Conti: e i numeri sono numeri, non si possono mica discutere.

L’idea di una verifica del consumo di suolo per urbanizzazione - con tutti i limiti di un approccio quantitativo che mette in ombra la vera emergenza toscana che è soprattutto qualitativa - è interessante, e anche noi della Rete ci siamo messi a lavorare sui dati dell’uso del suolo, utilizzando le competenze dei laboratori universitari di ricerca territoriale, a Siena e a Empoli.

Una prima constatazione, esaminando la mappatura Corine relativa al 1990, è che il procedimento adottato nel progetto europeo (sulla base di moduli di 25 ettari) è troppo grossolano per rendere conto dei processi di urbanizzazione di tipo estensivo. Da un conteggio analitico (ma probabilmente approssimato per difetto) l’insieme delle aree ignorate nel 1990 ma “recuperate” nel 2000 supera i 2.000 ettari, cui dovrebbero essere aggiunti altri 300 ettari di cave, per arrivare a un incremento effettivo non di 8.300 ettari ma intorno ai 6.000, pari al 7,3 %: un valore molto vicino alla media nazionale.

Come hanno fatto i nostri esperti regionali a dimostrare che nell’ultimo decennio del secolo scorso l’urbanizzazione correva al ritmo di 1.384 ettari l’anno, mentre nei sei anni successivi solo di 534? Semplice: sono andati a rivedere e verificare il Corine Land Cover, ma non quello del 1990, bensì quello del 2000, estraendo dal territorio agricolo e forestale la bellezza di 5.707 ettari, che sommati agli 8.300 dei dati ufficiali portano l’incremento del consumo di suolo alla spaventosa cifra di 13.000 ettari nel decennio, il + 16 % , appunto. Un valore che collocherebbe la Toscana in compagnia della Calabria, della Basilicata, dell’Abruzzo. Poi con la stessa “metodologia” hanno compiuto una rilevazione su immagini satellitari relative al 2006, per avere un termine di confronto: il famoso + 3 % post-legge 5/95.

Ma le maggiori ragioni di perplessità sull’uso dei dati riguardava, e riguarda, non tanto l’entità assoluta del consumo di suolo, quanto l’effetto che le nuove aree - residenziali e industriali - hanno avuto sulle città e sul paesaggio: i fenomeni di conurbazione e di saturazione delle periferie nelle agglomerazioni della valle dell’Arno e della costa, la proliferazione di nuovi aggregati edilizi nel territorio aperto della Toscana collinare, la moltiplicazione di seconde e terze case e di insediamenti turistici. In un decennio, un consumo di suolo di 6.000 ettari, per lo più rivolto alla creazione di rendite, è già tantissimo, e non ci consola il fatto che in altre regioni il consumo di suolo sia cresciuto più che in Toscana.

E allora, lasciamo perdere la clamorosa conferma che viene dall’oggettività dei dati. Cerchiamo di ragionare seriamente. Abbiamo a disposizione altri strumenti di verifica, come l’Inventario Forestale (che è già informatizzato) o la Carta dell’uso del suolo del 1980 (che invece non lo è, ma potrebbe facilmente essere digitalizzata). Possiamo risalire indietro fino al volo GAI del 1954 o alla Carta dell’utilizzazione del suolo del CNR, che ci restituisce la situazione agli anni ’50. Fonti che documentano la situazione di questi decenni cruciali con criteri diversi e a scala diversa, ma che potrebbero costituire una base di partenza un po’ più affidabile del Corine Land Cover. Di certo qui non troveremo un’area agricola al posto di San Miniato!

Poi ragioneremo sugli effetti prodotti dalle nuove urbanizzazioni, sulla qualità, come ci viene promesso dalla Regione.

Con le presentazioni a Palazzo Mezzanotte ed ai Sindacati, in pubblico e, osiamo supporre, ai Sindaci amici in privato, la strategia di SEA è uscita allo scoperto ed i piani sono chiari, oltrechè i soliti: crescita e terza pista non sono certo novità.

Coperta rimane la questione ambientale che noi, invece, vogliamo ricordare: parlare di 50 milioni di passeggeri a Malpensa è terrorismo ambientale.

Vogliamo evidenziare, a questo proposito, che Malpensa sta nel Parco del Ticino, non in un deserto, e che tutta l’area è fortemente antropizzata.

É facile verificare che, nel raggio di 10 km dalle piste, esistono 38 Comuni con oltre 250.000 abitanti.

Allargando a 15 km si contano in totale 88 Comuni e 500.000 abitanti.

É qui che vogliamo far crescere un aeroporto che è già oltre il doppio del limite stabilito dal proprio P.R.G.A?

Nulla di nuovo anche sul fronte sindacale: a parte qualche esponente incredulo (dove troveranno i soldi?) il plauso è generale. Gli allarmi occupazionali (esagerati!!!) sono già rientrati, sono già ricominciate le assunzioni, si riparla di crescita e l’esperienza appena vissuta con il dehubbing e tutte le falsità relative non ha insegnato nulla.

Se Malpensa torna a crescere, l’elevata concentrazione di voli (forzando il mercato) e di lavoratori costituirà di nuovo una bolla destinata a scoppiare. E quando scoppierà (e sarebbe già la terza volta) pagheranno come al solito i più deboli o, nella migliore delle ipotesi, i contribuenti, per gli errori di politici, amministratori e sindacati.

Politici, amministratori e sindacati che, quando Malpensa cresce, si fregano le mani tutti contenti, senza pensare all’ambiente, quando scoppia, strillano e cercano altrove il capro espiatorio su cui rovesciare le proprie responsabilità.

In merito alle dimensioni aeroportuali è interessante ricordare che Linate, con una sola pista, gestiva, fino al ’98, 16 milioni di passeggeri/anno: perchè Malpensa, che doveva gestire al massimo 12 milioni di passeggeri, ha due piste?

Allora la proposta è: rispettiamo il P.R.G.A. e l’ambiente e, invece di fare la terza pista, chiudiamo una delle due attuali.

Si noti inoltre che due piste parallele consentono, ad esempio a Londra Heathrow, una capacità operativa superiore a quella che sarebbe possibile a Malpensa con tre piste.

Questo studio, infatti, redatto per S.E.A. da Mitre Corporation di Washington, e noto per essere stato presentato ad alcuni Sindaci e per descrizioni circolate, invece di risolvere i principali problemi di Malpensa, ne crea altri.

Attraversamento di pista con rischio di collisioni e ridotta capacità operativa (ridotta per un hub, in realtà, per l’ambiente è esagerata) sono attualmente i principali problemi.

Con la terza pista secondo Mitre l’operatività aumenterebbe un po’, ma anche i problemi, poichè gli attraversamenti di pista ci sarebbero ancora e la dipendenza tra le piste diventerebbe un gioco a tre (piste), quindi ancora meno sicuro.

Poi, particolare non trascurabile, si dovrebbe demolire e ricostruire la torre di controllo (costata 15 milioni di €) perchè nell’attuale posizione interferirebbe con i movimenti sulla nuova pista.

Ricordiamo la nostra proposta, il “Sistema Aeroportuale del Nord Italia”, dove ci sono 13 aeroporti con 15 piste ed una capacità di ca. 100 milioni di passeggeri/anno, il traffico reale è meno di 40 milioni e quindi non serve alcun ampliamento, neppure a Malpensa.

Ma non è ora di smetterla con questo aeroporto?

Gallarate, 19 luglio 2008 http://unicomal.blogspot.com/

Se ne parla ormai con allarme da molti mesi. Agli abituali 800 milioni e passa di affamati annualmente censiti dalla FAO se ne va aggiungendo un numero imprecisato che aumenta di giorno in giorno.Analisti e commentatori hanno chiarito soprattutto le ragioni congiunturali di ciò che sta avvenendo: crescita della domanda, soprattutto di carne e quindi di mangimi nei Paesi emergenti, annate di prolungata siccità in importanti regioni cerealicole, vaste superficie di suoli convertiti ai biocarburanti, aumento del prezzo del petrolio, speculazione finanziaria sui titoli delle materie prime, ecc. E tuttavia l’attuale fase non è un congiuntura astrale, il fatale combinarsi di “fattori oggettivi”. Luciano Gallino, su Repubblica, ha ben messo in luce le responsabilità dell’Occidente nel determinare le condizioni dei nostri giorni. Ma le responsabilità non sono solo recenti, rimandano a una storia di scelte e di strategie che occorre rammentare se si vogliono trovare soluzioni durevoli a un problema di così scandalosa gravità.

La diffusione epidemica della fame nel mondo ha una origine storica ormai non più recente.Essa nasce con la rivoluzioneverde avviata dagli USA negli anni ’60 in vari Paesi a basso reddito e proseguita con crescente intensità nei decenni successivi. Quella rivoluzione venne definita verde perché essa aveva il compito strategico di contrastare, nelle campagne povere del mondo, l’onda rossa del comunismo.Essa doveva impedire che l‘avanzare di una rivoluzione sociale – come quella che aveva consegnato la Cina al partito comunista di Mao – investisse altre aree del mondo povero di allora. Ed era verde non perché rivestisse anticipatrici connotazioni ambientalistiche, ma perché puntava a una radicale trasformazione tecnologica dell’agricoltura senza sovvertire i rapporti di proprietà.Non la liquidazione dei latifondi, ancora così diffusi in tutti i continenti, né la distribuzione della terra ai contadini, ma una via tecnologica.Essa puntava a innalzare la produzione unitaria, a modernizzare le campagne sul modello occidentale, risolvere il problema elementare del cibo per tutti e fornire così un potere stabile alle classi dirigenti locali amiche dell’Occidente. In una fase storica in cui una moltitudine di Paesi si stava liberando dal giogo coloniale una rivoluzione sociale nelle campagne costituiva una eventualità tutt’altro che remota..

La rivoluzione verde si è imposta attraverso un dispositivo molto semplice: la difusione di un “pacchetto tecnologico”(technical package )composto da sementi ad alte rese, concimi chimici, pesticidi, ecc. Tutti gli elementi del pacchetto erano indispensabili e fra loro interdipendenti per la riuscita dell’innovazione. Senza i concimi chimici le sementi non davano rese elevate, senza i pesticidi le piante, create in laboratorio, venivano decimate dai parassiti.E occorreva, infine, un ricorso senza precedenti all’uso dell’acqua. D’un colpo i saperi millennari con cui i contadini avevano provveduto sino ad allora alla produzione del proprio cibo venivano sostituiti da uno schema tecnologico calato dall’alto su cui essi non avevano più alcun potere. Non potevano più utilizzare le loro sementi, perché dovevano ormai acquistarle all’esterno, e così il concime, i pesticidi, più tardi i diserbanti, ecc. Essi dovevano limitarsi ad applicare i dettami di una scienza esterna di cui non capivano i meccanismi e che alterava gravemente il loro habitat naturale. Ma la loro agricoltura diventava dipendente dall’industria agrochimica occidentale. Oggi i contadini che sono rimasti sulla terra subiscono l’aumento generale dei prezzi di tutti questi imput esterni dipendenti dal petrolio..Di passaggio rammentiamo che l’introduzione degli Ogm aggiungerebbe a queste spese di esercizio anche il pagamento delle royalties sui semi protetti da patenti: con quali vantaggi per risolvere il problema della fame è facile capire.

Ma allo spossessamento culturale si è accompagnato, ancor più violento, lo sradicamento sociale. La grande maggioranza dei contadini non era in grado di reggere le spese di esercizio di quella nuova agricoltura e abbandonava le campagne. D’altra parte, per applicare con piena efficienza economica il pacchetto tecnologico occorreva puntare sulle grandi aziende, accorpare le piccole proprietà coltivatrici, abolire le agricolture miste ( che garantivano l’autosuffcienza alimentare delle famiglie), estendere le monoculture, introdurre i trattori. Era il trionfo dell’agricoltura industriale, con pochi addetti ( in regioni del mondo affamate di lavoro) che aumentava significativamente la produzione globale dei vari Paesi, ma spingeva milioni di contadini ad abbandonare la terra, costringendoli a comprare il modesto cibo quotidiano che prima producevano con le proprie mani. Ma quei contadini non hanno trovato fonti di reddito alternative. Diversamente da quanto è accaduto in Europa o in USA, nella seconda metà del ‘900, non hanno avuto la possibilità di trovare lavoro nelle fabbriche o nei servizi urbani. Hanno creato un nuovo esercito do poveri. La crescita delle megalopoli asiatiche e latino-americane, la diffusione delle baraccopoli in Africa e in varie altre regioni del mondo, nel secolo scorso, sono in gran parte l’esito di queste migrazioni rurali. E qui la fame trionfa.

A partire dagli anni ’80, con le politiche della Banca Mondiale e del FMI volte ad “orientare al mercato” le economie dei Paesi a basso reddito, le scelte avviate con la rivoluzione verde hanno ricevuto una definitiva consacrazione. Ma esse hanno mostrato, in maniera ineccepibile, il loro stupefacente fallimento. L’innegabile successo economico-produttivo di quelle scelte non ha affatto scalfito l’iniquità sociale dei rapporti sociali e dell’accesso ai mezzi di produzione, soprattutto alla terra. Esemplare il caso dell’India. Qui, tra il 1966 e il 1985 la produzione di riso è passata da 63 milioni di tonnellate a 128, facendo di questo Paese uno dei maggiori esportatori di derrate fra i Paesi poveri. Eppure la maggioranza degli oltre 800 milioni di affamati si trova oggi in India. Qui, nel 2000, si è verificato un surplus di cereali di 44 milioni di tonnellate, che sono state destinate all’esportazione, come vuole il credo liberista. Ma diversamente esemplare è il caso dello Stato indiano del Kerala. Qui, nel 1960, è stata realizzata un’ampia riforma agraria, che ha distribuito la terra ai contadini – il 90% della popolazione - assegnando ad essi una superficie non superiore agli 8 ettari.La fame del resto dell’India qui è sconosciuta, l’ambiente è integro, le foreste ben curate. Eppure il Kerala ha una densità di 747 individui a km2, il triplo di quella della Gran Bretagna. D’altra parte è ben noto: numerose ricerche condotte in USA, in Europa e in giro per il mondo hanno mostrato la più elevata produttività unitaria della piccola proprietà coltivatrice rispetto alla grande azienda agricola. Senza considerare che essa garantisce la rigenerazione della terra, impiega poca energia, acqua, pesticidi, conserva la biodiversità agricola, riduce la produzione di CO2.

Dunque, dopo tanti decenni di questa strategia verde oggi tutti possono ammirarne i mirabolanti successi: il numero degli affamati nel mondo non è mai significativamente diminuito e oggi rischia di conoscere una nuova e tragica impennata. L’agricoltura dipende da potenze economiche inesistenti solo mezzo secolo fa: i colossi chimico-sementieri la cui strategia può condizionare la vita di intere popolazioni. Cargill, Dupont, Monsanto,ecc accrescono i loro affari mentre anche nella civilissima Europa si diffonde il salariato agricolo semischiavile e ovunque continua l’esodo dalle campagne. Eppure governi, organismi internazionali, esperti perseguono nel loro vecchio errore: voler trasformare le campagne del Sud nella copia delle agricolture industriali occidentali. La panacea è sempre la stessa, garantire l’espansione del cosiddetto libero mercato. Pazienza se il mondo tende a diventare un’immensa megalopoli e le campagne si ridurranno a poche monoculture lavorate con le macchine. Quanto agli affamati è sufficiente l’elemosina degli aiuti, che servono a smaltire le eccedenze agricole dei Paesi ricchi e a tacitare la coscienza delle più ipocrite classi dirigenti di tutta la storia contemporanea.

Due eventi hanno turbato negli scorsi giorni gli eleganti corridoi del Collegio Romano, sede centrale dei Beni Culturali. Primo evento, i recenti tagli al bilancio del Ministero: il Dl sull’Ici ha cancellato i 45 milioni di euro per il ripristino dei paesaggi degradati; 105 milioni sono stati dirottati a compensare mancati introiti Ici e al "Fondo per la politica economica"; infine, il Dl 112/2008 taglia nel prossimo triennio quasi un miliardo, di cui 761 milioni dalla "tutela dei beni culturali e paesaggistici".

Il secondo evento è assai più banale: sul Sole-24 ore del 4 luglio ho commentato queste cifre, citandole dalla Gazzetta Ufficiale. Non ci vuol molto a capire che il primo di questi due eventi è assai preoccupante, il secondo è irrilevante. Eppure è sul mio articolo, e non sui tagli che lo hanno provocato, che si sono concentrati quasi tutti i commenti di senatori e deputati (fra cui un sottosegretario), e di molti giornali. Nessuno ha contestato la correttezza dei dati che avevo addotto; in compenso, più d’uno ha chiesto le mie dimissioni da presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Perché? Perché la preoccupazione per questi tagli rivelerebbe «scarso rispetto per le istituzioni» (sen. Amato), «disinvoltura e gusto per la polemica» (on. Giro), «non condivisione della linea di rilancio delle attività culturali del Ministro» (on. Carlucci). Perché, insomma, chi presiede il Consiglio Superiore dei Beni Culturali è tenuto a non manifestare preoccupazioni sui Beni Culturali, che potrebbero suonare critiche verso il governo. Anzi, soggiunge il sen. Amato, il carattere strumentale di tali critiche è dimostrato dall’«assordante silenzio» che avrei osservato all’epoca del governo Prodi.

Il presupposto di queste esternazioni sembra essere: la presidenza del Consiglio Superiore è un incarico politico, e comporta fedeltà al governo; ergo, ogni preoccupazione del presidente non può che essere "strumentale", cioè da oppositore politico. Quanto al mio preteso silenzio durante il governo Prodi, ricordo al sen. Amato solo la normativa sul silenzio-assenso. Quando fu proposta dal ministro Baccini (governo Berlusconi), ne scrissi sulla prima pagina di Repubblica dell’8 marzo 2005 (Beni culturali, ultimo scempio); quando una norma assai simile fu riproposta dal ministro Nicolais (governo Prodi), il mio articolo Per i Beni Culturali ritorna lo scempio, ahinoi molto simile al precedente non solo nel titolo, uscì sulla prima pagina di Repubblica dell’11 settembre 2006 (in ambo i casi, la proposta fu ritirata).

Altri esponenti della maggioranza hanno preso per fortuna la strada opposta: l’on. Granata, per esempio, mentre lo stesso Ministro Bondi ha riconosciuto «l’urgente necessità di intraprendere un cammino comune per limitare il più possibile il temuto ridimensionamento delle risorse», e ha dichiarato di non aver «mai messo in dubbio la legittimità di esprimere liberamente le proprie opinioni da parte del presidente del Consiglio Superiore».

Ma è vero che, come alcuni han detto, chi ricopre questa carica è obbligato al pubblico silenzio su ogni questione che riguarda i beni culturali? No, non è vero. Il Consiglio Superiore dei Beni Culturali è, come altri Consigli Superiori (dei Lavori Pubblici o della Magistratura), uno degli organi tecnico-scientifici (non politici) che l’Italia liberale istituì come mediatori fra il governo, il parlamento e la società civile, convocando competenze dal mondo dell’università, della ricerca, delle professioni. Perciò la presidenza del Consiglio Superiore comporta la massima discrezione sui documenti su cui il Ministro chiede pareri, ma non comporta l’obbligo del silenzio sugli atti ufficiali del governo né il divieto di citare dati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, né tanto meno la proibizione di esprimere opinioni. Il carattere tecnico-scientifico e non politico del Consiglio è stato pienamente riconosciuto dal Ministro Bondi, quando, davanti alle (doverose) dimissioni del presidente e dei membri nominati da Rutelli, ha chiesto a tutti di restare al loro posto.

L’atteggiamento responsabile del Ministro e la sua dichiarazione alle Camere che intende «impegnarsi per una progressiva crescita dell’intervento economico dello Stato a favore delle politiche culturali, attualmente attestato sulla troppo modesta percentuale dello 0.28%» consentono di accantonare le polemiche inutili, per tornare al cuore del problema. Quale che sia la manovra economica del governo, a chiunque abbia una qualche competenza specifica sui beni culturali, o un ruolo istituzionale connesso, spetta non la facoltà, bensì l’obbligo di dire nel modo più chiaro che questo è un settore (come del resto l’università e la ricerca) in cui tagli troppo drastici e non compensati da credibili meccanismi di recupero possono generare conseguenze di lungo periodo. Il deterioramento del patrimonio e del paesaggio per carenza di tutela, così come la forzata chiusura di una linea di ricerca o l’emigrazione di giovani talenti, educati in Italia a caro prezzo, verso Paesi più interessati alla ricerca, innescano processi irreversibili, danni economici e culturali non più sanabili.

Il Paese non può permettersi tagli tanto gravi ai Beni Culturali da mettere a rischio l’obbligo costituzionale della tutela, tanto più d’attualità oggi di fronte alla selvaggia aggressione al paesaggio da parte di comuni e regioni di ogni colore politico. Oggi e non domani è il momento di dirlo, prima che il Dl venga convertito in legge (entro l’8 agosto). Una discussione aperta, trasparente, limpida (dunque pubblica) sui fatti è richiesta dal pubblico interesse e dalle regole della democrazia. E poiché il Ministro (ha ragione l’on. Carlucci) ha una chiara «linea di rilancio delle attività culturali», protestare contro i tagli che ne impedirebbero l’attuazione è segno di rispetto per lui, di condivisione delle sue dichiarazioni alle Camere, e non il contrario. Il Ministro, intanto, sta lavorando per limitare il danno che verrebbe al suo Ministero da quei tagli: infatti, all’assemblea di Federculture ha parlato della «carenza di risorse che attanaglia il Ministero». Dopo gli 80 milioni per il cinema già recuperati, dopo i 20 milioni che verranno da Arcus, non si può dubitare che egli si adoprerà sia per ridurre la portata dei tagli al suo bilancio sia per attivare altre fonti d’introito.

Il Parlamento, al cui esame è ora il Dl 112, non può, non deve sottoscrivere tagli ai Beni Culturali della portata ipotizzata. Lo ha ripetuto ieri all’unanimità il Consiglio Superiore al Ministro, esprimendo il proprio apprezzamento per le sue dichiarazioni e per l’intenzione di promuovere donazioni mediante misure di defiscalizzazione, ma anche «piena solidarietà e appoggio allo scopo di scongiurare la temuta deriva che rischia di annichilire la tutela e il governo del patrimonio culturale e paesaggistico». Una preoccupazione grave che nasce dal massimo rispetto per la Costituzione, per gli interessi del Paese, per i funzionari della tutela, per il Ministro che vi è preposto e per i progetti che egli ha dichiarato alle Camere. Con ostinato ottimismo rivolgiamo al senso di responsabilità istituzionale del Governo e del Parlamento un accorato appello perché le cifre dei tagli previsti dal Dl 112 vengano rivedute sensibilmente al momento della sua conversione in legge; anzi perché, pur nella difficile congiuntura economica, venga avviato un piano per una progressiva, necessaria crescita delle risorse.

Per ben due volte Bertinotti, intervenendo in televisione come leader di Sinistra Arcobaleno, propose il ritorno ad una sorta di Piano Fanfani, ultimo episodio – a suo dire – di intervento pubblico in campo residenziale in Italia. Gli scrissi facendogli rilevare che così cancellava persino la memoria degli interventi attuati dal centro-sinistra col Piano decennale per la casa finanziato dalla Legge 865/71, fortemente voluta soprattutto dal lombardiano Michele Achilli, di cui pure per contiguità di origine politica avrebbe dovuto conservare il ricordo; che il senso politico di quel modo di intervento era radicalmente all’opposto del populismo episodico del Piano Fanfani, proponendosi invece un’edilizia popolare come quota programmata (40-70%) dell’insediamento totale previsto nei PRG.

Mi fece rispondere che avevo ragione e se ne scusava.

Vedo ora che analogo obnubilamento affligge Fuksas, già suo amico e strenuo sostenitore, ancorché oggi trasmigrato in altri lidi amicali, etico-sociali e politici, dopo averlo visto da Presidente della Camera esibire la spilla pacifista ad una parata del 2 giugno. Che volete: ognuno ha le sue suscettibilità, le sue inclinazioni, i suoi interessi da tutelare.

Mi rimane, però, un dubbio atroce: sarà stato uno dei due a condizionare l’altro in simili obnubilamenti della memoria storica e sociale ? E quale dei due sarebbe meno grave e preferibile l’avesse fatto ?

Giusto comunque preoccuparsi di cosa potrà succedere col faustiano “patto col diavolo” indotto da Expò 2015 a Milano: il nodo della questione sta proprio lì. Fondazione Fiera – egemonizzata da CL/Compagnia delle Opere – ha acquistato quasi un milione di metri quadri di aree agricole attigue al Nuovo Polo fieristico e la provvidenziale (?) occasione di sei mesi di Expò nel 2015 gliele renderà nel 2016 trasformate in aree edificabili ! Non è solo l’enorme guadagno (che pure ci sarà) a preoccuparmi, ma l’obiettivo di egemonia che con ciò CL persegue: per trovare casa a prezzi ragionevoli a Milano bisognerà passare genuflessi dalle cooperative di Compagnia delle Opere e di quanti verranno a patti con essa. Lo sanno bene i dirigenti di Coop Lombardia che hanno accolto il generoso invito a far parte del Consiglio direttivo di Fondazione Fiera; lo sanno bene gli architetti che attorno a queste occasioni di lavoro vedono svilupparsi il proprio futuro professionale !

E questo l’esito del fanfanismo del Terzo Millennio: l’assetto insediativo che ne sortirà sarà solo una variabile dipendente, quale che sia l’ecologismo e l’altermondialismo di cui si vorrà rivestirlo.

Che lo sappia bene Fuksas non mi sorprende, tutto concentrato com’è ad esaltare il suo ruolo di egocentrismo demiurgico, quale che ne sia l’occasione.

Ma la Sinistra riuscirà mai a ritrovare il senso di un proprio pensiero autonomo sul progetto della città e sul suo uso sociale?

Postilla

Adesso si comprende perchè Bertinotti, a proposito di politica della casa, è rimasto così arcaico da riferirsi al Programma Ina Casa. Si comprende perchè ha mancato di riferirsi alla ben più compiuta strategia delineata, a partire dalla legge 167/1962 (quartieri integrati nell'ambito delle zone d'espansione dei PRG), con le successive leggi per la programmazione dell'edilizia abitativa pubblica, per il recupero dei quartieri e delle case degradate e sottoutilizzate, e infine per il controllo del mercato privato (equo canone). L'ignoranza, si può supporre adesso, non era sua, ma dei suoi consiglieri.

La precisazione dell’assessora Barbanente, in replica all’articolo di Dino Borri, è stata pubblicata da la Gazzetta del Mezzogiorno, edizione Bari, il 17 giugno 2008

Il dibattito sviluppatosi sulla stampa locale in seguito all’approvazione della modifica delle Norme tecniche di attuazione del Piano regolatore generale (Prg) di Bari, adottata dal Consiglio comunale nel dicembre 2005, mi induce ad alcune riflessioni che in parte vanno oltre i contenuti dell’atto in questione.

Un primo punto che mi sta particolarmente a cuore riguarda la partecipazione sociale. La Regione ha approvato Indirizzi che prevedono che il coinvolgimento della società nella formazione dei Piani urbanistici generali (Pug) accompagni l’intero processo decisionale, sin dalla fase di concepimento del piano e, soprattutto, dia voce a portatori di interessi ambientali, socioeconomici, culturali diversi da quelli “del mattone” e a soggetti finora esclusi dalle decisioni perché privi delle risorse cognitive necessarie per comprendere atti tecnici di indubbia complessità.

Queste nuove forme di partecipazione non sostituiscono quelle da lungo tempo previste dalle norme urbanistiche a tutela dei diritti di ogni soggetto, pubblico o privato, singolo o associato, ma si aggiungono ad esse. I non addetti ai lavori devono sapere che l'iter di formazione del Prg e delle relative varianti prevede: adozione del Consiglio comunale, pubblicazione, presentazione di osservazioni che il Consiglio è obbligato a esaminare puntualmente, controllo regionale con eventuali modifiche che – merita sottolineare – possono riguardare solo l'accoglimento delle osservazioni e il coordinamento con altri piani territoriali e le norme vigenti.

Mi colpisce che, mentre operiamo ogni sforzo per potenziare gli strumenti della partecipazione nelle direzioni sopra indicate, quelli consolidati non siano utilizzati neppure da soggetti attivi e informati.

Vi è un secondo punto sul quale mi preme soffermarmi, soprattutto per evitare che i Comuni pugliesi possano immaginare che la Regione non sia imparziale nella valutazione dei piani comunali. Esso attiene ai limiti dei poteri regionali: come accennavo, la Regione può solo controllare la rispondenza degli atti adottati al quadro normativo di riferimento e non può effettuare valutazioni in ordine all’opportunità degli stessi, essendo queste di stretta competenza del Consiglio comunale. Così come è di competenza comunale la scelta di non dotarsi di Programma Pluriennale di Attuazione (Ppa), reso facoltativo da norme statali recepite dalla lr n. 20/2001. D’altra parte, basta leggere il programma amministrativo del Sindaco Emiliano, al paragrafo “Fare di Bari una città costruttiva”, per constatare che l’eliminazione di “scelte pregresse come il Ppa” era un’esplicita opzione politica volta a “sfidare con successo tutte le questioni, i nodi, i problemi che si sono accumulati”. Ed è proprio la scelta di non redigere un nuovo Ppa che, da un lato, ha reso edificabili altri volumi rispetto a quelli inclusi nel 3° Ppa, dall’altro, ha suggerito di introdurre con la variante al Prg l’obbligo,nelle zone di espansione, di estendere all'intera maglia i piani attuativi, di realizzare le urbanizzazioni di collegamento con quelle esistenti anche al di fuori della maglia e di riservare all’edilizia residenziale pubblica almeno il 40% della volumetria totale.

Nei limiti dei propri poteri, la Regione ha approvato la variante di Bari (adottata fra il 2005 e il 2006, ndr), obbligando, fra l’altro, il Consiglio comunale a deliberare un piano di utilizzazione delle aree destinate a servizi di quartiere, definito sulla base della verifica degli “standard” dei singoli quartieri e/o circoscrizioni. Operazione non da poco, se si pensa che il Comune di Bari non è riuscito in trent’anni ad approvare il piano dei servizi previsto dal Prg e che questa norma potrebbe indurre finalmente a effettuare una ricognizione, quartiere per quartiere, della dotazione di aree per servizi che residuano alla progressiva erosione dovuta a usi impropri, programmi in deroga e sentenze del TAR su aree con vincoli preordinati all’esproprio decaduti.

La Regione, inoltre, nel rispetto delle norme abrogate con lr n. 22/2006, ha eliminato ogni rimando ai crediti urbanistici per le aree ricadenti nei 300 m dalla costa e nei 150 m dalle lame. Quanto ai riferimenti alla perequazione urbanistica, è stato osservato che essi sono del tutto ininfluenti, mancando nella variante norme e strumenti per renderla operativa. La Regione ha peraltro ricordato che la tutela di tali aree è comunque affidata alle norme del piano paesaggistico regionale. Particolare attenzione è stata prestata alle modifiche delle norme sugli indici edilizi, che sono state approvate perché giudicate migliorative di quelle previgenti che consentivano la facoltà di deroga per le lottizzazioni estese a una intera maglia di Prg, mentre le modifiche escludono tale facoltà per tutti i piani esecutivi presentati dai privati. L’attenzione a queste norme deriva dalla consapevolezza degli effetti perversi prodotti nelle aree sottoposte a tutela paesaggistica dalla facoltà derogatoria prevista da Quaroni: questa induce i privati, per sfruttare tutta la volumetria consentita dal Prg, a concentrare l’edificazione nelle aree non tutelate e a sviluppare i fabbricati in altezza, con intuibili impatti negativi su paesaggi e ambienti di particolare valore e fragilità.

Non ho dubbi che il confronto di idee su questi temi è sempre utile e quindi va sollecitato. Ma sono pure convinta che occorre allargare le sfere della partecipazione sociale al di là dei media. L’insegnamento che credo tutti possano trarre da questa vicenda, soprattutto in vista della redazione del Pug che mi auguro imminente, riguarda le possibili distorsioni di un dibattito sviluppatosi tutto nella sfera mediatica. Questo ha spostato il fuoco dell’attenzione su scelte già da tempo compiute (non approvare un nuovo Ppa), su norme prive di alcuna efficacia (la perequazione urbanistica) o sugli undici milioni di metri cubi della grande manovra urbanistica (che non mi pare possano essere motivo di vanto discendendo dalla semplice decisione di non dotarsi del Ppa e che successive stime hanno peraltro ridotto a tre). E ha occupato i vuoti degli esistenti istituti della partecipazione democratica e determinato la formazione dei giudizi ben più della conoscenza diretta dei fatti.

Per la cultura "le risorse sono poche, bisogna fare delle scelte". Così il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi nel suo intervento durante l'assemblea annuale dell'associazione Civita. "Si dovrebbe limitare l'uso deficiente delle risorse, spendendole male o per niente - ha spiegato il ministro -. L'unica cosa da fare è destinare quei fondi, anche se pochi, a progetti qualificati. Intanto, la cultura non deve essere sottovalutata come mezzo di rilancio economico, neanche dalla classe dirigente politica". Restando in termini di economia della cultura, Bondi ha aggiunto: "l'unica soluzione per uscire da questa situazione di stallo economico è la cooperazione tra pubblico e privato, senza antagonismi. bisognerebbe tornare alla gestione autonoma dei beni culturali e rimuovere gli eccessivi vincoli che ostacolano chi vuole aiutare a rilanciare il patrimonio. Penso anche ad una defiscalizzazione dei sostegni che provengono dai privati". Come esempio di collaborazione tra pubblico e privato, il ministro ha detto: "Civita sta lavorando ad un piano d'innovazione tecnologica per i musei italiani, è possibile una collaborazione. Intanto il ministero - ha ricordato - sta pensando ad un piano nazionale per la valorizzazione dei quasi 4000 musei italiani".(ANSA).

Postilla

L’ottimismo quasi senza riserve manifestato oggi dal Presidente del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, riconfermato dopo la bufera, si scontra con le dichiarazioni che in più sedi (Civita, FederCulture, lo stesso Consiglio Nazionale) in queste ultime ore lo stesso ministro ha rilasciato e di cui riportiamo ad exemplum il comunicato ANSA.

Al di là delle consuete dichiarazioni di maniera, peraltro inevitabili dopo lo scontro politico sull’articolo del Sole del 7 luglio, la direzione prioritaria cui ispirare la politica del Ministero è chiarissima: largo ai privati.

In queste affermazioni non ci sembra proprio di cogliere alcuna intenzione di proporre una battaglia politica e culturale per provocare non dico un’inversione, ma neanche un semplice ridimensionamento dei tagli brutali prefigurati dal DL 112: si dà anzi per scontato che le risorse saranno ridotte e che, quindi, si dovrà ricorrere a finanziamenti non pubblici e sicuramente non solo statali.

Certo considerazioni drasticamente negative non possono essere tratte da poche note di agenzia stampa (ma le cronache di ieri erano sufficientemente concordi al riguardo, come risulta dalla rassegna stampa di patrimoniosos): attendiamo il ministro nella sede deputata, la discussione parlamentare sul Dl 112: passaggio cruciale al quale eddyburg si prepara, con le poche forze di cui dispone, per produrre il massimo sforzo di conoscenza e di sollecitazione politica. (m.p.g.)

Appena qualche settimana fa si rifletteva sulla pesante perdita del potere d’acquisto. Politici d’ogni colore, imprenditori e finanzieri dichiaravano di unirsi al coro di chi giudicava insostenibili gli attuali livelli salariali ed immaginava politiche di recupero. Magari perché i bassi salari deprimono i consumi. I numeri europei che hanno rimbalzato su tutti i media, nella loro drammaticità, sono del resto inoppugnabili. L’Italia è il fanalino di coda con una perdita di circa un quinto del potere di acquisto rispetto alla media degli altri paesi dell’Europa a 15. Rispetto a molti degli altri paesi, tuttavia, presenta alcune anomalie. La prima è costituita dal fatto che al deprezzamento dei salari non corrisponde un’analoga contrazione dei profitti, la seconda è costituita da una crescita esponenziale della remunerazione delle fasce più elevate della dirigenza, tant’é che le due linee del grafico che rappresenta i lavoratori “normali” da una parte e quelli della dirigenza dall’altra, non solo non marciano in parallelo, ma la seconda corre sempre più verso la parte alta del quadrante. Situazione tanto clamorosa da indurre esponenti del Governo a proporre politiche fiscali antispeculative indirizzate verso settori che, evidentemente non solo non risentono della crisi ma, anzi, nella crisi prosperano.

Perché non c’è niente di più falso della massima secondo la quale: quando è guerra è guerra per tutti. Nella stessa linea si era anche ipotizzato un taglio, o un tetto per le retribuzioni più elevate. Appena qualche settimana fa, si è detto, perché non appena arrivata la conferma della crisi, il Governo ha subito rimandato le politiche distributive che aveva annunciato per l’immediato dopo-elezioni. La Confindustria, dal canto suo, non solidarizza più con i percettori di salari insufficienti, ma riprende a piangere su se stessa, più che sui propri peccati. Come nelle migliori tradizioni, insomma, si ripresenta l’annoso problema di sempre: su chi scaricare i costi della crisi? In queste ultime settimane, le linee relative alla politica sociale ed alla questione salariale si sono sufficientemente chiarite. Lanciamo un’ancora di salvataggio per l’impresa e poi: si salvi chi può. Il salvataggio dell’impresa, però, parte ancora una volta dalla richiesta di solidarietà ai lavoratori: in una situazione di crisi come questa è impensabile chiedere un recupero salariale. Che è poi soltanto una forma elegante per annunciare il proposito di una ulteriore riduzione dei salari (reali). Cos’altro può significare la proposta del Governo di fissare all’1,7% il tetto dell’inflazione programmata, quando sappiamo che in Italia ed in Europa si galoppa al di sopra del 3,5 per cento, verso quota 4%? Che i sindacati, a queste condizioni, neppure accettino di sedersi al tavolo, sembra proprio il minimo.

Ma una volta chiarito che il salvataggio dell’impresa dovrebbe incominciare con il sacrificio dei lavoratori, rimane la seconda parte dello slogan: si salvi chi può! Su questo è importante riflettere per un momento, perché si tratta di una linea che il Governo pratica con sempre più coerenza offrendo un ventaglio di possibilità integrative a chi non riesce più a sbarcare il lunario con il proprio salario. Una prima possibilità offerta, di cui già abbiamo parlato, è quella di lavorare di più. Questa possibilità è incentivata mediante una parziale detassazione degli straordinari. Altri percorsi, ancora ispirati alla filosofia dell’arrangiarsi, sono quelli dell’abolizione dell’incompatibilità tra redditi da pensione e redditi da lavoro. Se la pensione non è più sufficiente, si può ritornare sul mercato per arrotondarla. Analoga possibilità è offerta ai dipendenti pubblici ai quali manchino non più di 5 anni per raggiungere il massimo contributivo: potranno ritirarsi dal lavoro con il 50%, fermo restando che al raggiungimento dei 40 anni diventeranno regolarmente pensionati con l’importo che sarebbe loro spettato se avessero continuato a lavorare.

Tutte misure, come si vede, che facilitano un incremento del reddito complessivo se ci si da da fare, in ogni caso, evidentemente, lavorando di più. La spaventosa cifra del lavoro irregolare, quasi il 40 per cento secondo le ultime stime, fa capire come funziona, nel suo insieme, il sistema. Sopratutto se si considera non solo l’evasione più eclatante delle imprese che lavorano totalmente in nero, ma i mille lavoretti, anche autonomi, spesso per lo stesso datore di lavoro con “gestione separata” che contribuiscono, per chi ne ha le forze e l’abilità, di arrotondare un salario che, nei livelli più bassi, è assolutamente insufficiente. Il salario, così, diventa solo una delle fonti di reddito, seppure spesso la principale, e le strade di difesa del reddito non suggeriscono più la solidarietà tra i lavoratori, la vertenza per il suo miglioramento, ma una vita spericolata, in mare aperto, che premia i più forti ed i più furbi e affonda i più deboli ed i più ingenui. Va avanti, grazie a mille sotterfugi, una profonda trasformazione del lavoro, del quale ci si può appropriare anche a basso costo, grazie alla concorrenza di un mercato parallelo di diseredati, pronti a qualunque sacrificio. La misura voluta dal Governo, che abolisce il diritto ad una data certa per le dimissioni, consentendo di ripristinare il barbaro costume delle dimissioni firmate in bianco, non è poca cosa, è un simbolo del rispetto che i potenti di turno riservano a chi, per vivere, è costretto a vendere la propria forza lavoro.

Qui il bellissimo quindicinale online il manifesto sardo

L’Italia che ricorda in quest’anno 2008 il settantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali è sotto accusa di razzismo per alcune misure varate dal governo attuale. È inevitabile che questa situazione dia un tono particolare alla rievocazione e alla discussione di quel che accadde nel 1938. Un gruppo di scienziati italiani, ad esempio, ha sentito la necessità di ribattere punto su punto le tesi di un celebre manifesto di alcuni scienziati di allora e di affermare esplicitamente che le razze umane non esistono. Questo "manifesto degli scienziati antirazzisti" è stato presentato nei giorni scorsi nel parco toscano di San Rossore in un meeting antirazzista dedicato dal presidente della Regione Claudio Martini a una riconsacrazione laica del luogo dove settant’anni fa Vittorio Emanuele III firmò le leggi razziali. Di commemorazioni e di riparazioni simboliche dello stesso genere se ne prevedono altre.

Intanto, su di un binario parallelo a quello dei riti e dei simboli si srotolano i fatti concreti di una società italiana che, pur lontana anni luce da quella di allora, viene accusata di ricadere negli stessi errori . Fra tante altre misure che dividono e discriminano la popolazione tra chi è al di sopra e chi è al di sotto di ogni sospetto ce n’è una che ha colpito in modo speciale l’opinione pubblica: il censimento delle impronte dei piccoli zingari. La storia non si ripete, certo, anche se è difficile non ricordare che alle leggi razziali si arrivò nel 1938 dopo un censimento dei cognomi ebraici.

Una cosa è certa: queste misure prese in nome della sicurezza diffondono insicurezza. Si è creato un circuito perverso tra paure socialmente diffuse e ricerca politica del consenso. Chi parla di maniera forte e tolleranza zero copre l’inefficienza delle istituzioni e stimola la paura nei confronti dei gruppi marginali. Mendicanti, vagabondi, gente senza casa e senza lavoro si trasformano così nella percezione sociale in gruppi pericolosi. E’ un fenomeno antico. Come abbia segnato la storia dell’Europa e dell’Italia ce lo ha raccontato in saggi bellissimi il grande storico e uomo politico polacco Bronislaw Geremek morto improvvisamente in questi giorni, che a quella umanità diversa, perdente e ribelle ha dedicato una vita di studi.

Oggi, in una situazione di crisi delle società affluenti assistiamo al riprodursi di meccanismi antichi: aumentano i gruppi di sradicati, emarginati, migranti e cresce la paura nei loro confronti. Su quella paura crescono fortune politiche mentre le relazioni sociali si spogliano rapidamente di ogni traccia di umanità. Che la stragrande maggioranza degli italiani, inclusi i membri del governo, non sia disposta a dichiararsi razzista niente toglie alla cupezza di ciò che avviene.

Qui non sono in gioco fedi razziste. E tuttavia la discriminazione su base etnica che colpisce gli zingari in Italia solleva una grande questione morale e giuridica. Minimizzarla o coprirla con una untuosa retorica paternalista , parlarne come di una misura protettiva verso gli stessi zingari significa non rendersi conto che attraverso questa misura passa una offesa alla dignità dell’individuo, alla parità dei diritti fra tutti gli esseri umani, all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. La democrazia ne è colpita in un frammento della popolazione tanto più indifeso quanto più esposto a essere ferito. E se l’offesa fatta ai bambini ci offende in modo speciale è anche perché all’origine della sensibilità morale della nostra cultura nei confronti dei bambini c’è una indimenticabile pagina dei Vangeli cristiani.

Il limpido manifesto antirazzista degli scienziati non si muove a questo livello e non può far reagire una società italiana che non si sente razzista. E’antica tra noi la coscienza della nostra realtà di paese di passo, aperto a tutte le presenze del mondo. "L’origine degli Italiani attuali risale agli stessi immigrati africani e mediorientali che costituiscono tuttora il tessuto perennemente vivo dell’Europa": lo diceva perfino il manifesto razzista del 1938 con parole che, in tempi di criminalizzazione legale dell’immigrazione clandestina e di sfruttamento bestiale dei lavoratori africani e orientali condannati alla clandestinità, sembrano venire da un altro mondo.

Resta il fatto che alla discriminazione poliziesca di quel piccolo contingente di bambini (di volta in volta definiti "pericolosi" o "in pericolo" , a seconda della franchezza o dell’ipocrisia di chi parla) si dovrà opporre un rifiuto fermo. Chi ha autorità per farlo la usi. Chi si vergogna del paese che fa questo lo dica. Nel 1938 ci fu un italiano che alla lettura delle leggi razziali esplose gridando che si vergognava di essere italiano. Si chiamava Achille Ratti ed era Papa col nome di Pio XI. (L’episodio è emerso grazie a uno studio di P. Giovanni Sale sulla "Civiltà cattolica"). Se il Papa non giunse a dichiarazioni pubbliche conseguenti e adeguate, ciò si dovette solo alla morte che lo colse di lì a poco.

Le parole di un Papa contano. Contano anche i silenzi. Qualcuno immaginerà che si voglia qui riaprire la questione del cosiddetto "silenzio" del successore di Pio XI , un altro italiano di diversa personalità: Papa Pacelli. Non è questo il punto. Si vuole solo ricordare una realtà a tutti evidente: il Papa aveva allora in Italia e sulle cose italiane uno speciale campo di azione e di governo. Lo ha ancor oggi: e non certo meno di allora. L’esercizio del diritto papale a fare politica è un dato di fatto. Che di recente l’attuale maggioranza di governo se ne sia fatta garante è piuttosto una mossa del gioco politico che una sanzione al di sopra delle parti.

Potrebbe il Papa di oggi avvertire lo stesso sentimento di vergogna del suo predecessore Pio XI? Difficile immaginarlo. Ci si vergogna per il paese a cui si appartiene, così come i bambini si vergognano per i genitori. Ma qui si pone un problema non di sentimenti bensì di atti politicamente e socialmente rilevanti. Sia l’eventuale parola del Papa sia un suo perdurante silenzio avranno il loro peso in una lacerazione della società e in un disagio che emergono oggi soprattutto dalle voci del mondo cattolico più impegnato nel volontariato e nel governo pastorale; un disagio tanto più forte quanto più vasta è l’apertura di credito fatta al nuovo governo italiano da parte delle autorità della Chiesa.

Nell’Italia del 1938 al papato guardarono con speranza gli ebrei italiani, in nome di una antichissima tradizione storica che aveva costituito il vescovo di Roma come il protettore supremo della comunità ebraica. Ebbene, anche gli zingari hanno costruito nei secoli un vincolo di tipo protettivo col pontefice. Come ha raccontato Bronislaw Geremek, gli zingari ricorsero molto spesso alla protezione papale . Si appellarono al Papa perfino per dimostrare che, se rubavano, lo facevano con un suo permesso scritto (apocrifo, naturalmente).

Anche questa è una storia tutta italiana. Ne fu protagonista quella stessa minoranza di antica presenza nella penisola che è stata vittima di recenti gravissime violenze e che oggi è nel mirino di misure legali di discriminazione. Discriminazione etnica: non diremo razziale perché le razze non esistono.

Per prendere una stretta di mano fra Olmert e Abu Mazen come il segno che la pace è vicina non ci vuole scarsa memoria, ci vuole mala fede: non solo perché leader israeliani e palestinesi, peraltro tutti ben più credibili dei due attuali, si sono ormai stretti la mano decine di volte e nelle più disparate capitali del mondo senza che poi nulla accadesse, ma soprattutto perché mai come ora, con l'attacco all'Iran incombente, lo scenario mediorientale è apparso altrettanto cupo. Come del resto quelli analoghi, anche questo vertice destinato a battezzare la ex iniziativa euromeditterranea con cui Sarkozy sperava di rilanciare un ruolo centrale della Francia (ex, da quando Angela Merkel gli ha ricordato il senso delle proporzioni), è spettacolo da baraccone.

Persino un passo indietro rispetto al passato perché di un accordo generale regionale ha solo il nome, consistendo in realtà solo nella proposta - a chi vuole e su cosa vuole - di accordi bilaterali, su un vastissimo menu, che va dalla polluzione al turismo. Non una iniziativa «comunitaria» come era, almeno nelle intenzioni, l'accordo di Barcellona, dunque, ma a geometria variabile, in cui il «comune» sarà poco più che formale: anziché delegare tutto il potere decisionale alla burocrazia di Bruxelles, ci sarà ora un segretariato con due co-presidenti, uno europeo e uno extracomunitario.

In continuità col passato c'è invece il fatto che si prevede di tutto, meno, anche questa volta, l'essenziale: la libera circolazione di merci capitali e servizi, non di quelle merci particolarissime che sono i prodotti agricoli, perché le sole competitive con le nostre; e perché, per motivi non certo commerciali, noi preferiamo la «banana atlantica» (quella della United Fruits), a quella pur buonissima dell'Africa del nord.

E, naturalmente, non prevede nemmeno la libera circolazione degli umani. (Come ha detto Roland Henri, che dirige il Centro di ricerca dell'Institut du Monde Arabe et islamique, «Gli europei ci vogliono come loro, con loro, ma non da loro»).

Imponderabile «Ufficio Gioventù»

Previsto nel menu di Parigi c'è persino anche un immancabile Ufficio Gioventù, che non si capisce bene cosa potrà fare in queste condizioni, il problema dei giovani della sponda sud essendo essenzialmente solubile per un tempo prevedibilmente lungo soltanto con una libera circolazione: metà della popolazione ha meno di 30 anni e per mantenere la percentale di disoccupazione al già altissimo livello attuale bisognerà, nei prossimi 15 anni, creare 23 milioni di nuovi posti di lavoro.

L'inutile iniziativa Sarkozy è l'approdo di 36 anni di mediocri tentativi euromediterranei, sulla cui inefficacia tutti concordano. Dalla «Politica Mediterranea globale», lanciata nel 1972 e rinnovata nel 1990, consistente in accordi commerciali; al «Dialogo 5+5» (Maghreb e europei vicini), anch'esso, nel 1990; al «Forum mediterraneo sulla sicurezza», nel 1994, stabilito fra 11 paesi, che ha avuto come effetto il coinvolgimento degli eserciti turco e marocchino nell'avventura del Kosovo; all' «Accordo di partenariato», firmato nel 1995 a Barcellona. Praticamente annullato dalla brusca inversione di tendenza impressa nel 2003 quando, sotto la presidenza Prodi, venne varata la Pev (Politica europea di vicinato), che ha affogato il Mediterraneo nel calderone, marginalizzandolo rispetto all'est, cui sono state indirizzate il grosso delle risorse, non solo perché l'operazione appariva economicamente più promettente, ma perché quell'orizzonte geografico assecondava la tentazione di un'Europa pan Cristiana.

Come in un recente convegno a Tangeri ha detto l'ambasciatore Huitzinger - uno dei diplomatici incaricati da Sarkozy di seguire il suo piano - la politica mediterranea dell'Unione europea assomiglia alla torta millefoglie: una serie di strati diversi, posti l'uno sopra l'altro. Così collocati senza mai riflettere criticamente sulle iniziative precedenti, senza tracciare un bilancio su ciò che è realmente accaduto o meglio non accaduto. E così anche ora, con il nuovo progetto di Unione per il Mediterraneo.

Nell'affrontare con qualche serietà il problema Mediterraneo, che ha riacquistato una grande centralità, non si può far finta di non sapere che attraverso il Mediterraneo passa la frontiera più drammatica del mondo, molto più drammatica di quella che separa il Messico dagli Stati Uniti: lì il rapporto è di 1 a 6 nel reddito procapite, invece da noi è di 1 a 14. E che la dipendenza dei paesi del sud dall'Europa è totale: quasi tutte le loro esportazioni vanno verso l'Ue ma per l'Ue sono niente, in compenso quasi tutte le loro importazioni provengono dall'Ue. In queste condizioni la zone di libero scambio non è solo inutile, può essere solo fonte di ulteriore degrado.

Lo squilibrio non è solo economico. È anche politico. Da una parte l'Europa unita, che agisce attraverso istituzioni comuni; sull'altra sponda un fronte frammentato e diviso da ostilità non sanate. Le sigle unitarie sono solo etichette. E poi sul fallimento del dialogo euromediterraneo - così occorre chiamarlo - pesa come un macigno l'accresciuta diffidenza politica generata dalle ferite aperte in questi 30 anni - la guerra all'Iraq - o non chiuse, anzi ulteriormente approfondite: l'occupazione israeliana della Palestina.

L'Europa avrebbe potuto contribuire alla soluzione. Non l'ha fatto perché gli Stati uniti glielo hanno impedito. Ci aveva provato con un'iniziativa un po' più autonoma nel 1973, in occasione della prima crisi petrolifera, quando aveva preso apertamente posizione in favore dell'Opec e aveva proposto il riconoscimento dell'Olp. Fu bloccata da un intervento di Kissinger che, con sarcasmo, chiese all'Europa di sottoscrivere una nuova Carta Atlantica che conteneva l'obbligo di consultazione preventiva su tutto.

L'asimmetria con il Nord Africa

L'intervento Usa si è ripetuto negli anni, sicché l'Ue ha finito per delegare a Washington la politica, ritagliandosi libertà per qualche accordo commerciale. I negoziati fra Israele e l'Autorità palestinese, come è noto, non prevedono nemmeno la presenza europea.

Ma ora sta accadendo una cosa molto grave. Una mossa europea che non potrebbe essere più in linea con la peggiore politica Americana: si sta procedendo, attraverso l'up grading dell'accordo di associazione di Israele con l'Ue, ad un mutamento qualitativo dello status di questo paese. Che potrebbe persino preludere ad un suo isolato ingresso nella stessa Unione. Per ora si tratta solo di manovre, di ballon d'essai. Ma è proprio così che di solito si procede in Europa.

L'ideologia mediterranea - l'aspirazione a ricercare l'unità fra nord e sud del Mediterraneo non è - bisogna tenerne conto - innocente. Non lo è mai stata. Oggi c'è chi, a giusta ragione, teme che sia un modo per separare il nord Africa dal suo continente, un pretesto per dissimulare - scrive Danilo Zolo - l'asimmetria.

Il dialogo euromediterraneo è intasato da quintali di detriti, di incomprensioni, non ha toccato la società araba reale, ha al massimo coinvolto le elites. La società araba è certo cambiata. Le emittenti locali si sono moltiplicate e sui tetti di in ogni villaggio fiorisce una selva di parabole. Ma attenti: stare alle finestre dell'Europa ma non poter stare alle sue porte, guardarci da lontano fidando in una vicinanza che è solo virtuale, può aver effetti perversi. La circolazione delle immagini e delle merci, e non quella degli umani, è uno squilibrio avvertito come insulto, come una ingiustizia suprema, come una beffa. Perché tutti sanno ormai che l'Europa non può far a meno degli immigrati, che sono già il 10% della nostra forza lavoro. Ma questa fetta di popolazione non ha rappresentanza, non ha diritti politici, non vota. Sono come gli schiavi nell'antica Roma. Peggio della casta degli intoccabili in India. Da noi il lavoro più umile e mal pagato, viene politicamente sottratto alla democrazia. Un'Europa che nega questi diritto è un vulno intollerabile.

Le misure previste dal governo rafforzano e indeboliscono al tempo stesso l'edilizia pubblica. La scelta di vendere le case popolari agli assegnatari è solo apparentemente una soluzione per le difficoltà, anche finanziarie, degli Iacp. In realtà, la liquidazione del patrimonio e la convivenza forzata di proprietari e di inquilini che appartengono invece a fasce sociali problematiche finiranno per creare le premesse per l'ingovernabilità del sistema. Soprattutto nelle grandi realtà urbane, dove più acuti sono i problemi e maggiori i bisogni.

Il nostro sistema di protezione sociale ha una “prima linea” piuttosto sguarnita. Ogni intervento che vada a rafforzarla colma una lacuna e ci avvicina all’Europa.

La manovra finanziaria varata in giugno dal governo si occupa anche di edilizia pubblica, rafforzandola e indebolendola al tempo stesso. Nel saldo finale, tuttavia, sembra prevalere il segno negativo. Il giudizio non riguarda solo la quantità di alloggi a disposizione per tutelare i giovani e la fascia più debole della comunità, ma anche e soprattutto il destino finale dell’edilizia sociale. La scelta di vendere le case popolari agli inquilini rappresenta solo apparentemente una soluzione capace di risolvere le difficoltà, anche finanziarie, in cui si trovano gli istituti autonomi case popolari. In realtà, la liquidazione del patrimonio e la convivenza forzata di proprietari e di inquilini appartenenti a fasce sociali problematiche finiranno per creare le premesse per la complessiva ingovernabilità del sistema, soprattutto nelle grandi realtà urbane, dove più acuti sono i problemi e maggiori i bisogni.

L'edilizia sociale nella manovra

Il decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008 contiene due norme sull’edilizia sociale che pure è da tempo competenza delle Regioni e non più dello Stato.

Il Piano casa, previsto dall’articolo 11, riprende interessanti modelli di carattere “sussidiario”, già adottati da alcune Regioni italiane, ad esempio la Lombardia e il Trentino, e previsti dall’ultima Legge finanziaria, all'articolo 1, comma 1154. Contiene infatti una serie di disposizioni per la realizzazione di alloggi secondo le logiche della finanza di progetto, ovvero riducendo al minimo indispensabile il ricorso a risorse gravanti sui bilanci pubblici.

La norma del decreto legge definisce nel dettaglio i potenziali beneficiari, individuandoli in un’area adiacente a quella del tradizionale disagio sociale più acuto, ovvero tra soggetti che possono sostenere canoni contenuti, ma comunque in grado di coprire i servizi del debito e gli oneri connessi alla finanza di progetto: le giovani coppie a basso reddito, i nuclei monoparentali, gli studenti, gli sfrattati. La stessa norma prevede la possibilità di utilizzare strumenti di finanziamento, come i fondi immobiliari, e il ricorso a incentivi di tipo urbanistico-edificatorio per coinvolgere i privati e ampliare l’offerta di edilizia sociale (anche l’urbanistica, per inciso, è competenza delle Regioni e non dello Stato).

Il secondo intervento, previsto all’articolo 13, riguarda invece misure per valorizzare il patrimonio residenziale pubblico delle Regioni. In particolare, l’indicazione è che si semplifichino le procedure per l’alienazione degli immobili degli istituti autonomi case popolari (Iacp), comunque denominati. Il secondo comma dello stesso articolo prevede che il valore degli immobili, da cedere agli assegnatari, sia definito con riferimento al canone di locazione pagato.

La previsione del decreto legge appare per molti aspetti problematica e contraddittoria.

Il primo aspetto riguarda il rapporto Stato-Regioni. Tutta la norma appare come una evidente invasione di campo di stampo “antifederalista”. Se il fondo previsto al comma 9 dell’articolo 11 sarà erogato alle Regioni con vincolo di destinazione, il provvedimento potrebbe risultare in conflitto rispetto ai pronunciamenti della Corte costituzionale in materia di rapporti finanziari Stato-Regioni. È poi probabile che non tutte le realtà territoriali si muoveranno con tempestività e sensibilità adeguate, soprattutto se le risorse dello Stato saranno, come sembrano, di consistenza modesta rispetto alle ambizioni del Piano casa. (1)

Il secondo aspetto riguarda l’impatto che potrà avere la combinazione delle misure previste all’articolo11 rispetto a quanto indicato nell’articolo 13.

L’articolo 11 allarga il patrimonio dell’edilizia sociale, con il ricorso a strumenti innovativi per l’esperienza italiana, ma l’articolo 13 prevede l’alienazione dell’esistente. Come già è avvenuto in passato, probabilmente si assisterà a una vendita a prezzi di favore, una svendita, da cui si ricaveranno risorse modeste. Occorrerà alienare almeno cinque alloggi per reperire le risorse necessarie a costruirne uno. E se la procedura si reiterasse nel tempo, è facile prevedere che nell’arco di qualche decennio, a forza di svendere l’esistente per finanziare il nuovo, l’edilizia sociale delle Regioni finirebbe per essere cancellata.

Una resa definitiva

Vi è poi un altro aspetto da rimarcare. La scelta di vendere sembra segnare la resa definitiva del pubblico come soggetto gestore dell’edilizia sociale. La crisi che attraversa gli istituti autonomi case popolari è nota e grave. Da anni, il patrimonio decade qualitativamente per assenza di adeguate manutenzioni. L’occupazione abusiva o in sub-affitto di alloggi è frequente. La morosità ampia. L’impunità diffusa. La responsabilità di tutto ciò va ricondotta in primo luogo a una normativa del settore concepita quando l’edilizia sociale era intesa come lo strumento in grado di garantire un alloggio ad ampie fasce di operai, artigiani e dipendenti pubblici. Per anni la “casa popolare” è stata intesa come un modo diverso per essere comunque proprietari: canoni molto contenuti, diritto alla permanenza anche con redditi abbastanza elevati, possibilità di subentro nell’alloggio da parte dei figli.

Il contesto economico-sociale è ora mutato e il modo migliore per valorizzare il patrimonio esistente dell’edilizia sociale è accrescere il turn-over degli alloggi. Oggi, i canoni sociali risultano per tutti gli inquilini estremamente modesti, e non solo per i più poveri. Un loro adeguamento è fattibile e consentirebbe di recuperare flussi consistenti di risorse da destinare a manutenzioni e nuove realizzazioni. Si potrebbe anche superare l’attuale rapporto di tipo amministrativo tra Iacp e inquilini, sostituendolo con un regolare contratto di affitto a condizioni convenzionate e di durata definita, anche se rinnovabile nel tempo se permangono le stesse condizioni economico-sociali. Agendo sulle soglie di permanenza e creando adeguati incentivi al rilascio di alloggi, soprattutto se di ampia superficie rispetto alle mutate esigenze di nuclei di vecchi occupanti, si potrebbero rendere disponibili appartamenti per nuove famiglie.

Questa strada si scontra ovviamente con interessi consolidati e ben rappresentati. Èperò in grado di dare una prospettiva a una politica sociale che rischia altrimenti di spegnersi, anche se potenzialmente e giustamente associata a una seconda componente di natura più sussidiaria, come quella implicita nel modello basato sulla finanza di progetto. Inoltre, la linea indicata dal decreto legge produrrà effetti sulla gestione stessa dell’edilizia pubblica. Difficilmente la vendita riguarderà tutte le unità di un singolo immobile. Di norma, vi saranno situazioni in cui, all’interno dello stesso edificio, convivranno proprietà pubblica e proprietà privata, inquilini abbienti che si sono comperati l’alloggio e altri che non se lo sono potuto permettere. Compariranno gli interessi di finanziatori privati che stipuleranno patti di futura vendita con assegnatari in età avanzata. Ci saranno nuclei di proprietari o persone che pagano canoni di mercato, per alloggi ormai privati, accanto a ex detenuti o tossicodipendenti, inviati dai servizi sociali. E tutto ciò sarà più accentuato nelle aree urbane, dove più necessaria è la presenza di edilizia pubblica da “prima linea”.

Postilla

La compresenza di inquilini proprietari e inquilini ex-detenuti non ci sembra l’aspetto più preoccupante di queste norme. L’autore trascura invece un aspetto molto grave sotto il profilo urbanistico (e dell’equità). Le norme dell’articolo 11, commi 5 e 7 (vedi l' allegato in calce), consentono infatti agli operatori privati di realizzare alloggi usufruendo di aree e di “diritti edificatori” pubblici e di alienarli a prezzi di mercato dopo dieci anni. In parole povere: dispongo di un’area che il piano urbanistico destina all’agricoltura o a spazi pubblici (standard); mi impegno a realizzare “edilizia sociale”; il comune mi dà il “diritto edilizio”, e quindi la possibilità di costruire alloggi; li affitto per dieci anni ai prezzi stabiliti e poi ne faccio ciò che voglio. Prima dell’egemonia berlusconiana si chamava sordida speculazione immobiliare. Oggi si chiama “edilizia sociale”.

Allegato

Stralcio dal Decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, "Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria"

Art. 11. Piano Casa

1. Al fine di superare in maniera organica e strutturale il disagio sociale e il degrado urbano derivante dai fenomeni di alta tensione abitativa, il CIPE approva un piano nazionale di edilizia abitativa, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro per le politiche giovanili, previa intesa in sede di Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281. Il Ministero trasmette la proposta di piano alla Conferenza unificata entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto.

2. Il piano e' rivolto all'incremento del patrimonio immobiliare ad uso abitativo attraverso l'offerta di alloggi di edilizia residenziale, da realizzare nel rispetto dei criteri di efficienza energetica e di riduzione delle emissioni inquinanti, con il coinvolgimento di capitali pubblici e privati, destinati prioritariamente a prima casa per le seguenti categorie sociali svantaggiate nell'accesso al libero mercato degli alloggi in locazione:

a) nuclei familiari a basso reddito, anche monoparentali o monoreddito;

b) giovani coppie a basso reddito;

c) anziani in condizioni sociali o economiche svantaggiate;

d) studenti fuori sede;

e) soggetti sottoposti a procedure esecutive di rilascio;

f) altri soggetti in possesso dei requisiti di cui all'articolo 1 della legge n. 9 del 2007;

g) immigrati regolari.

3. Il Piano nazionale ha ad oggetto la realizzazione di misure di recupero del patrimonio abitativo esistente o di costruzione di nuovi alloggi ed e' articolato, sulla base di criteri oggettivi che tengano conto dell'effettivo disagio abitativo presente nelle diverse realtà territoriali, attraverso i seguenti interventi:

a) costituzione di fondi immobiliari destinati alla valorizzazione e all'incremento dell'offerta abitativa, ovvero alla promozione di strumenti finanziari immobiliari innovativi e con la partecipazione di altri soggetti pubblici o privati, articolati anche in un sistema integrato nazionale e locale, per l'acquisizione e la realizzazione di immobili per l'edilizia residenziale;

b) incremento del patrimonio abitativo di edilizia sociale con le risorse derivanti dalla alienazione di alloggi di edilizia pubblica in favore degli occupanti muniti di titolo legittimo;

c) promozione da parte di privati di interventi ai sensi della parte II, titolo III, del Capo III del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163;

d) agevolazioni, anche amministrative, in favore di cooperative edilizie costituite tra i soggetti destinatari degli interventi in esame, potendosi anche prevedere termini di durata predeterminati per la partecipazione di ciascun socio, in considerazione del carattere solo transitorio dell'esigenza abitativa;

e) realizzazione di programmi integrati di promozione di edilizia sociale e nei sistemi metropolitani ai sensi del comma 5.

4. L'attuazione del Piano nazionale e' realizzata con le modalità di cui alla parte II, titolo III, del Capo IV del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, ovvero, per gli interventi integrati di valorizzazione del contesto urbano e dei servizi metropolitani, ai sensi dei commi da 5 a 8.

5. Al fine di superare i fenomeni di disagio abitativo e di degrado urbano, concentrando gli interventi sulla effettiva consistenza dei fenomeni di disagio e di degrado nei singoli contesti, rapportati alla dimensione fisica e demografica del territorio di riferimento, attraverso la realizzazione di programmi integrati di promozione di edilizia sociale e nei sistemi metropolitani e di riqualificazione urbana, anche attraverso la risoluzione dei problemi di mobilità, promuovendo e valorizzando la partecipazione di soggetti pubblici e privati, con principale intervento finanziario privato, possono essere stipulati appositi accordi di programma, promossi dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, per l'attuazione di interventi destinati a garantire la messa a disposizione di una quota di alloggi, da destinare alla locazione a canone convenzionato, stabilito secondo criteri di sostenibilità economica, e all'edilizia sovvenzionata, complessivamente non inferiore al 60% degli alloggi previsti da ciascun programma, congiuntamente alla realizzazione di interventi di rinnovo e rigenerazione urbana, caratterizzati da elevati livelli di qualità in termini di vivibilità, salubrità, sicurezza e sostenibilità ambientale ed energetica. Gli interventi sono attuati, attraverso interventi di cui alla parte II, titolo III, Capo III del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, mediante le seguenti modalità:

a) trasferimento di diritti edificatori in favore dei promotori degli interventi di incremento del patrimonio abitativo destinato alla locazione a canone agevolato, con la possibilità di prevedere come corrispettivo della cessione dei diritti edificatori in tutto o in parte la realizzazione di unità abitative di proprietà pubblica da destinare alla locazione a canone agevolato, ovvero da destinare alla alienazione in favore di categorie sociali svantaggiate, di cui al comma 2;

b) incrementi premiali di diritti edificatori finalizzati alla dotazione di servizi, spazi pubblici e di miglioramento della qualità urbana;

c) provvedimenti mirati alla riduzione del prelievo fiscale di pertinenza comunale o degli oneri di costruzione e strumenti di incentivazione del mercato della locazione;

d) costituzione di fondi immobiliari di cui al comma 3, lettera a), con la possibilità di prevedere altresì il conferimento al fondo dei canoni di locazione, al netto delle spese di gestione degli immobili.

6. Ai fini della realizzazione degli interventi di cui al presente articolo l'alloggio sociale, in quanto servizio economico generale, e' identificato, ai fini dell'esenzione dell'obbligo della notifica degli aiuti di Stato, di cui agli articoli 87 e 88 del Trattato istitutivo della Comunità Europea, come parte essenziale e integrante della più complessiva offerta di edilizia residenziale sociale, che costituisce nel suo insieme servizio abitativo finalizzato al soddisfacimento di esigenze primarie.

7. In sede di attuazione dei programmi di cui al comma 5, sono appositamente disciplinate le modalità e i termini per la verifica periodica e ricorrente delle fasi di realizzazione del piano, in base al cronoprogramma approvato e alle esigenze finanziarie, potendosi conseguentemente disporre, in caso di scostamenti, la diversa allocazione delle risorse finanziarie pubbliche verso modalità di attuazione più efficienti. Gli alloggi realizzati o alienati nell'ambito delle procedure di cui al presente articolo non possono essere oggetto di successiva alienazione prima di dieci anni dall'acquisto originario.

8. Per la migliore realizzazione dei programmi, i comuni e le province possono associarsi ai sensi di quanto previsto dal testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. I programmi integrati di cui al comma 5 sono dichiarati di interesse strategico nazionale al momento della sottoscrizione dell'accordo di cui all'accordo di cui al comma 5. Alla loro attuazione si provvede con l'applicazione dell'articolo 81 del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n. 616 e successive modificazioni ed integrazioni.

9. Per l'attuazione degli interventi previsti dal presente articolo e' istituito un Fondo nello stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, nel quale confluiscono le risorse finanziarie di cui all'articolo 1 comma 1154 della legge 27 dicembre 2006, n. 296 nonche' di cui agli articoli 21, 21-bis e 41 del decreto-legge 1° ottobre 2007, n. 159, convertito con modificazioni dalla legge 29 novembre 2007, n. 222. Gli eventuali provvedimenti adottati in attuazione delle disposizioni legislative citate al primo periodo del presente comma, incompatibili con il presente articolo, restano privi di effetti. A tale scopo le risorse di cui agli articoli 21, 21-bis e 41 del citato decreto-legge n. 159 del 2007, ivi comprese quelle già trasferite alla Cassa depositi e prestiti, sono versate all'entrata del bilancio dello Stato per essere iscritte sul Fondo di cui al presente comma, negli importi corrispondenti agli effetti in termini di indebitamento netto previsti per ciascun anno in sede di iscrizione in bilancio delle risorse finanziarie di cui alle indicate autorizzazioni di spesa.

Art. 12. [omissis]

Art. 13. Misure per valorizzare il patrimonio residenziale pubblico

1. Al fine di valorizzare gli immobili residenziali costituenti il patrimonio degli Istituti autonomi per le case popolari, comunque denominati, e di favorire il soddisfacimento dei fabbisogni abitativi, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto il Ministro delle infrastrutture ed il Ministro per i rapporti con le regioni promuovono, in sede di Conferenza unificata, di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, la conclusione di accordi con regioni ed enti locali aventi ad oggetto la semplificazione delle procedure di alienazione degli immobili di proprietà dei predetti Istituti.

2. Ai fini della conclusione degli accordi di cui al comma 1, si tiene conto dei seguenti criteri:

a) determinazione del prezzo di vendita delle unità immobiliari in proporzione al canone di locazione;

b) riconoscimento del diritto di opzione all'acquisto in favore dell'assegnatario unitamente al proprio coniuge, qualora risulti in regime di comunione dei beni, ovvero, in caso di rinunzia da parte dell'assegnatario, in favore del coniuge in regime di separazione dei beni, o, gradatamente, del convivente more uxorio, purche' la convivenza duri da almeno cinque anni, dei figli conviventi, dei figli non conviventi;

c) destinazione dei proventi delle alienazioni alla realizzazione di interventi volti ad alleviare il disagio abitativo.

3. Nei medesimi accordi, fermo quanto disposto dall'articolo 1, comma 6, del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 351, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 novembre 2001, n. 410, può essere prevista la facoltà per le amministrazioni regionali e locali di stipulare convenzioni con società di settore per lo svolgimento delle attività strumentali alla vendita dei singoli beni immobili.

Il testo integrale del DL 112/2008 e raggiungibile qui

Dietro il marketing dell’orso - dice il sociologo dell’ambiente Lauro Struffi - c’è una gabbia: vasta, con impalpabili sbarre elettroniche, ma gabbia. E mentre noi sogniamo un cucciolo, il suo territorio finisce di essere distrutto nell’indifferenza». A dare l’allarme, la moderatissima Società degli alpinisti tridentini. Per la prima volta, dopo 136 anni, ha indetto lo «sciopero dei sentieri». Non curerà più i tracciati in Paganella, cuore di una stagione epica dell’alpinismo. «Ruspe, piste e seggiovie - dice il presidente della Sat, Franco Giacomoni - hanno cancellato la montagna. Nessuno ci ha avvertiti. Inutile restare dove non si può più camminare». Il nuovo profilo è uno choc: uno scheletro di piloni, asperità spianate, grotte di ghiaccio riempite di detriti, autostrade sciabili che rompono i boschi. Uno scempio non isolato. Protetta dal marchio di garanzia dell’orso, la speculazione penetra in parchi e riserve.

La Provincia autonoma di Trento ha pronti 50 milioni di euro per gli impianti che collegheranno Pinzolo con Madonna di Campiglio. Dieci milioni andranno alla connessione tra Passo Rolle e San Martino di Castrozza. Cento milioni alla comunicazione tra Folgaria e Laste Basse, in Veneto. Un’altra valanga di denaro è destinata a cabinovie e strade a Tremalzo, nel Tesino, alla Polsa, in valle di Pejo e in valle dei Mocheni. A rischio anche il ghiacciaio della Marmolada: una funivia sul versante fassano, promessa in questi giorni dopo anni di opposizione, sbloccherà l’attuazione dell’accordo sui confini fra Trentino e Veneto. «Località fallite - dice il leader di Cipra e Mountain Wilderness, Luigi Casanova - o sotto la quota-neve, o in zone delicatissime e sotto tutela integrale. All’inizio i soldi pubblici pagano gli impianti, poi ripianano i debiti che producono ogni anno». Non sono esclusi i fallimenti dei privati.

La società funiviaria di Folgarida e Marrileva, in valle di Sole, in questi giorni rischia il crack. Decine di milioni gli euro perduti in una speculazione finanziaria sui terreni vicini all’aeroporto di Venezia. Il credito locale trema. La Provincia «per tutelare gli interessi collettivi», si è detta «pronta a fare la propria parte». A pochi mesi dalle elezioni provinciali d’autunno, monta anche l’ombra di una colossale speculazione edilizia. «Trentino e Sudtirolo - dice lo scrittore e giornalista Franco de Battaglia - sono la zona con la maggior concentrazione d’impianti al mondo. Non servono altre piste. Le seggiovie, spacciate per mobilità alternativa, nascondono milioni di metri cubi di seconde case sui fondovalle devastati da vent’anni di abusi».

Una legge, coraggiosa ma in ritardo di anni, ha appena frenato le lottizzazioni comunali. Dal 2009, però, e a discrezione della giunta. La volata per trasformare in un condominio l’ultimo pezzo di prato è lanciata. Mentre l’orso ammicca dall’ingannevole pubblicità di Alpi intatte, avanzano strade in alta quota, tangenziali, tunnel, edifici, centri commerciali, cave, capannoni, funivie e bacini per l’innevamento artificiale.

I parchi, soppressa la politica conservativa, sono relegati a logo per i depliant turistici: nessun ostacolo alle auto, sì anche a rally e ai raduni di fuoristrada. Il presidente del Parco Adamello-Brenta è diventato presidente dei cacciatori. Il leader del comitato anti-parco ha preso il suo posto. Davvero la specialità trentina, come si sussurra, è ridotta a finanziaria pubblica di sostegno alla voracità dei privati?

La catena delle Alpi misura più di 190 mila chilometri quadrati. Il versante ormai è inciso da 87 mila chilometri di strade di montagna, 2.024 impianti di risalita, 5.943 chilometri di piste, 12 milioni di posti-letto turistici. Negli ultimi vent’anni il 60% delle frazioni d’alta quota dei 5.954 comuni alpini, è stato però abbandonato. Dimezzato il territorio coltivato: macchia e cespugli invadono ogni anno oltre la metà del terreno.

«In Trentino nel 1980 - dice il perito Adriano Pinamonti - venivano sfalciati 300 chilometri quadrati di pascolo: ora, nonostante i contributi Ue e provinciali, sono 190. Dal 1990 le aziende agricole di montagna si sono dimezzate. Le malghe attive, da 700, sono ridotte a 300. Nel 1980 salivano sui pascoli estivi 36 mila vacche, oggi sono 8 mila. Gli ettari dei prati alti, da 90 mila, sono diventati 35 mila».

L’età media della popolazione alpina è di 57 anni, 72 quella dei piccoli contadini. Paesi e villaggi sono abitati da vecchi e immigrati, ultima risorsa per alberghi, stalle e cantieri. In un secolo la superficie dei ghiacciai alpini, termometro della salute climatica, si è ridotta del 50%. I suicidi, nelle località turistiche raggiunte dalla ricchezza dello sci, sono il triplo di quelli in città. Il 74% dei giovani emigra a fondovalle, o nei capoluoghi, prima dei 25 anni.

«L’Italia - spiega il direttore del Museo degli usi e costumi di San Michele all’Adige, Giovanni Kezich - dalla Roma imperiale ha ereditato cultura urbana e attrazione centripeta. Resiste però il magnetismo del paradosso alpino. Si fugge, ma si resta ancorati ad un invisibile, e indissolubile, cordone ombelicale. Chi nasce in montagna, appartiene per sempre alle relazioni che la animano. Il dramma è lo smarrimento della capacità di vivere da soli, senza rete. Un impoverimento sociale, ma pure un evento politico».

Dopo il 1968, l’alta quota ha perso il fascino «americano» della protesta. Libertà, avventura, impresa, rifiuto di uno sviluppo, dall’Europa, si sono trasferite in Asia e Sudamerica. L’esodo dalle Alpi occidentali, in Piemonte, è consumato. Ma anche i villaggi trentini, cassaforte immobiliare dei nuovi ricchi, cominciano a restare deserti quasi tutto l’anno. Un’agonia alimentata da governo ed enti locali. L’Italia, spaventata dall’idea di regolare il traffico dei Tir, è l’unico Paese a non aver firmato la Convenzione delle Alpi. Le comunità montane, anche quelle vere, rischiano la soppressione. I contadini di montagna ricevono un terzo degli incentivi destinati agli agricoltori di pianura. L’anno prossimo le Dolomiti saranno dichiarate «patrimonio dell’umanità»: Trento e Bolzano hanno preteso però di tutelare solo le rocce, non l’ambiente che le circonda.

«L’ennesimo imbroglio pubblicitario - dice il glaciologo Roberto Bombarda - svela l’obiettivo dei grandi interessi politici ed economici: ultimare la demolizione di ciò che resta dell’ambientalismo italiano. Un esempio? Nessuna località trentina è nella lista di quelle che hanno scelto una mobilità dolce».

Colpire associazioni e comitati alpini, a cominciare da chi si oppone alle linee ferroviarie ad alta velocità, per estinguere ciò che resta del movimento che nel 1987 disse no al nucleare. Quali battaglie credibili resterebbero, nel Paese, consumata la distruzione della montagna? «Protezionisti e Verdi italiani - dice Geremia Gios, docente di economia dell’ambiente all’università di Trento - vivono una crisi senza precedenti. Lotte estetiche, estremismo, mancanza di concretezza e assenza di leader autenticamente ambientalisti precedono il disastro degli ultimi anni. Si sono lasciati identificare come il partito neo-conservatore del no. In montagna, dove c’è bisogno di soluzioni ai problemi, odiano il loro snobismo ideologico: proprio quando sarebbero indispensabili». Solo un’assessora Verde, a Trento, siede ormai nei governi regionali delle Alpi. La mobilitazione associativa è ai minimi storici.

Nessuno schieramento nazionale mette la natura al primo posto del programma. «Il Trentino - dice il presidente provinciale del Wwf, Francesco Borzaga - era un esempio di armonia tra uomo e natura. Se l’equilibrio si è rotto qui, significa che non solo le Alpi sono perdute. La montagna, per la sua fragilità, ha sempre anticipato il destino ambientale di metropoli e pianure».

Sotto accusa, l’iper-specializzazione economica dell’alta quota: colonizzata dall’industria della neve, spazza via le piccole aziende agricole e piega le medie al modello padano, o bavarese. Dal 2006 l’Europa ha ridotto drasticamente i sussidi agli allevatori. I contributi locali del 2007, aumentati per scongiurare il tracollo delle stalle, non sono ancora stati pagati. Chi può, abbandona. «Se non ti adegui a sistema e dimensioni della pianura - dice Laura Zanetti, presidente dei pastori e dei malghesi del Lagorai - ti fanno fuori. Il biologico viene ostacolato con ogni mezzo, trionfa un iperigienismo comico».

Tutto deve essere sterile, pastorizzato e standardizzato. «Mentre tonnellate di concimi chimici, mangimi tossici e alimenti sconvolti dai conservanti, ottengono incentivi - continua Zanetti - La montagna è persa perché ha scelto di abbandonare i piccoli, la ricchezza della loro diversità».

Uno spartiacque impressionante e senza precedenti. Da una parte l’oligarchia del potere politico ed economico, ormai indistinguibili. Dall’altra la crescente domanda popolare di condizioni di vita compatibili sulle Alpi. L’esempio della Vallarsa, tra le più povere e marginali del Trentino, è lo specchio di un cambiamento dirompente. In due anni è stata totalmente cablata. L’altro giorno, quando la rete ottica si è bloccata, il Comune è stato sommerso dalle proteste: sedici telefonate in venti minuti. «Il giorno dopo - dice il sindaco - è mancata l’acqua per una mattina: una chiamata in quattro ore». Tra pochi giorni aprirà qui il primo supermercato italiano automatico. Nel distributore 400 prodotti, freschi compresi, scelti dagli abitanti e acquistabili 24 ore su 24 con una tessera. Gli anziani non dovranno più implorare i figli di fare la spesa per loro a Rovereto.

I neo-pendolari d’alta quota, vera novità della montagna fino a un’ora di viaggio dal posto di lavoro, disporranno di un servizio introvabile anche in città. Persi i contadini, grazie alla tecnologia i paesi si ripopolano di intellettuali e professionisti. Una coppia, nel silenzio di località Bruni, disegna cartoon destinati al mercato giapponese. «Non sono però i casi di nicchia - dice il sociologo Christian Arnoldi - a frenare la fuga innescata dal turismo di massa. L’indifferenza politica per la vita in montagna resta totale. In Italia si pensa ancora che seppellire il turismo di assistenzialismo significhi aiutare la montagna. Il risultato è che, assieme ai saperi, se ne va anche la cultura della contemporaneità. Una fascia del mondo sfasata dal proprio tempo: nelle valli gli eventi sono legati allo sport, oppure rileggono in farsa il passato». A combattere la battaglia decisiva contro l’ultimo assalto alla natura meglio conservata d’Italia, solo qualche giovane. Nei masi, assieme a rumeni, peruviani e indiani, cominciano a tornare ragazzi trentini decisi a coltivare la terra, invece di asfaltarla. Elisa e Filippo Rasom, ventenni, si sono appena sposati. A Vallonga, sopra Vigo di Fassa, hanno inaugurato un allevamento con 27 mucche e un apiario con 80 arnie. «Alberghi e piste - dice Filippo - senza una stalla non avranno più nulla da offrire». A Zortea, nella valle del Vanoi, Elisa e Corrado Cozzolino hanno puntato su 60 capre e 100 arnie.

Laureati, padovani, oggi trentenni, sono reduci dalla prima settimana di ferie dopo dieci anni. «Solo piccole dimensioni e grande qualità di prodotti naturali - dice Elisa - restituiscono un senso economico anche alle periferie montane». Francesco Prandel, professore di chimica a Levico, il pomeriggio fa invece il pastore a Fravort, in Valsugana. Una malga in affitto, sfalcio a mano, come risposta al sequestro dell’orso nutrito per piazzare settimane bianche. Ce ne sono già decine, come loro. Investimenti contenuti, sacrificio, coraggio, percezione del limite e passione: l’altra faccia delle valli svendute all’ordinarietà dei colossi finanziari che tengono in ostaggio il circo bianco.

Anche Francesco Franzoi, in Valpiana, non ha smesso di fare il formaggio sull’alpeggio. Riconosce ogni forma, dal profumo sa dire la settimana di caseificazione, fiori e versanti brucati quel giorno. Non capisce perché in Italia i prodotti tipici artigianali, per legge, non possano essere «somministrati fuori dal luogo di produzione». Come se una Ferrari potesse essere venduta solo a Maranello. «I modelli globali - dice - hanno svuotato il Trentino. Rese inutili le Alpi, portano al fallimento anche il resto dell’economia nazionale. Sussidiarietà, solidarietà e comunità sono l’unica risposta a liberismo, egoismo e xenofobia». L’autonomia riformista, alternativa al neocentralismo padano, si nasconde nelle periferie d’alta quota. Inizia a battersi per guarire ambiente e paesaggio. Chiede che dell’orso non si parli, e non si rida, più. Che si accetti di incontrarlo, piuttosto, ascoltando ciò che ha da dire la paura. Un animale di carne finalmente libero in una foresta vera.

La prima volta che La Maddalena ospitò un G8 le cose non andarono tanto bene. Benché fosse giugno, il tempo si mise di traverso, e impedì ai Grandi convenuti nell'isola di sbarcare: era il 1882, e gli emissari delle teste coronate di mezza Europa nonché del presidente degli Stati Uniti si trovarono nell'arcipelago per i funerali di Giuseppe Garibaldi. L'eroe fu salutato dalle salve delle navi, ma poi vento e mare impedirono i rifornimenti e la partenza per giorni. Bizzarrie del tempo maddalenino. Non altrettanto sarà per il G8 che nel 2009 si terrà sull'isola a cui Silvio Berlusconi in persona ha dato il via libera definitivo: lo ha promesso il capo della Protezione civile Guido Bertolaso, che come commissario straordinario per l'evento si è preso la responsabilità di garantire che tra un anno esatto tutto sarà pronto. E cioè che, laddove oggi c'è un vecchio edificio di fine Ottocento usato come ospedale, ci sarà un albergo a cinque stelle lusso adatto ai Grandi, e che nel vecchio Arsenale, anch'esso di stampo ottocentesco e in disuso da trent'anni, sorgeranno come per incanto la conference room degli incontri dei capi di Stato, l'area stampa, un altro albergo e la darsena per un migliaio di posti barca. Tutto lustro, ecologicamente compatibile e ad autonomia energetica solare, popolato di mezzi elettrici e con la banda larga via etere, con i materiali di scarto riutilizzati nella malta e con cibo 'a kilometri zero'. Una meraviglia tecnologico-turistica destinata non solo a sfruttare le vestigia di vecchie servitù militari di cui la Regione è diventata proprietaria, ma anche a cancellare definitivamente quell'atmosfera da vecchia colonia che aleggia nell'isola. E a lanciare l'arcipelago, fino a pochi mesi fa vincolato (e preservato) dall'ingombrante presenza della base americana, nel grande giro del turismo di lusso. "Non saremo la piscina di nessuno", promette il sindaco maddalenino Angelo Comiti, Pd. Oggi, infatti, secondo i calcoli dell'Ente parco, ogni anno arrivano nell'arcipelago 12 mila barche, e 3.800 passeggeri al giorno vengono riversati dai barconi su spiagge e spiaggette di Santa Maria, Budelli, Spargi, tutti gioielli naturali. Turismo di passo, che non fa la spesa, non va in albergo, non affitta case. Consuma le bellezze naturali, ma non lascia soldi.

Ora invece i soldi per far fare alla Maddalena il grande salto ci sono. Trecento milioni per i lavori dell'evento G8, garantiti da Bertolaso (la Regione ne metterà una settantina, il resto viene da stanziamenti fatti ad hoc, più il rastrellamento di 100 milioni di fondi Fas per le aree sottoutilizzate), ma che lieviteranno fino alla strabiliante cifra di 800 milioni. Come? Agganciando al treno in partenza del grande evento, e alle sue procedure superveloci sull'impatto ambientale, una serie di opere pubbliche che Regione e Comune avevano in mente di fare (con relativo stanziamento): dalle quattro corsie Olbia-Sassari (370 milioni di euro) al nuovo tracciato della Arzachena-Palau (85 milioni), all'allungamento della pista dell'aeroporto di Olbia per far atterrare l'Air Force One, dal depuratore-potabilizzatore dell'isola dimensionato ai futuri consumi (12 milioni), fino al 'waterfront' maddalenino (18 milioni), insomma il porto turistico nuovo di zecca che farà lievitare i posti barca da diporto dai 90 ospitati attualmente nella piccola Cala Gavetta a 650. Più quelli dell'Arsenale, un tripudio di nautica dove oggi la fanno da padroni gommoni e barconi di legno che offrono pasta con le cozze.

Nel compendio militare in città, off-limits fino a febbraio e dove gli americani facevano la spesa, andavano al cinema, portavano i bambini al parco e giocavano a squash, oggi governa la Protezione civile che sorveglia i lavori del G8. Finita l'impresa, tornerà ai proprietari, i Mordini, che in tutti questi anni hanno incassato un canone d'affitto. I quali hanno già un progetto di costruzione di un centro congressi e un albergo. Non sono gli unici. L'ex sindaco Pasqualino Serra ne farà uno a Santo Stefano, il Club Méd, chiuso da due anni, ricostruirà a Caprera, si vuole allargare l'Hotel Cala Lunga comprato dall'imprenditore del packaging Davide Cincotti, e anche Salvatore Ligresti, che ha acquistato le 134 ville prima affittate alle famiglie degli americani in una delle più belle zone dell'isola, Trinita, vorrebbe allargarsi. Insomma dai 1.100 posti letto attuali, l'arcipelago arriverà a 2.200. Qualcuno stima un impatto di 200 mila metri cubi di cemento, ma il governatore Renato Soru su questo punto è tranchant: "È un dato inesatto: quei metri cubi sono per il 95 per cento volumetrie già esistenti che possono essere recuperate. In linea con il Piano paesaggistico regionale, che non è vero che ha bloccato l'edilizia in Sardegna, e che consente la riqualificazione dell'esistente, il recupero, e una premio per chi trasforma seconde case in alberghi". E a chi critica il nuovo modello di sviluppo maddalenino il sindaco risponde ricordando i 1.800 disoccupati dell'isola (su 12 mila abitanti), e l'esiguità del suo budget da 27 milioni, che ora potrebbe prendere il volo, tra Ici e introiti delle nuove concessioni portuali. Modello che ha un solo ostacolo da abbattere: l'Ente parco dell'arcipelago, contro il quale l'intero consiglio comunale ha votato un referendum consultivo tra la popolazione per il suo scioglimento. O di cui, in alternativa, il Comune vorrebbe la presidenza.

La grande prova sarà comunque il G8. Reggere all'arrivo delle 20 mila persone che l'evento di luglio 2009 porterà sull'isola non sarà facile. Alla Protezione civile sono ottimisti e anche un po' eccitati. Dopo aver organizzato congressi eucaristici, firme della Costituzione europea e intronizzazione del papa, questo è il loro primo intervento 'da prato verde', in cui si parte da zero e tutto va inventato e realizzato. Affrontando temi quali: quanto devono essere grandi le suite di Sarkozy e della Merkel, di Putin e di Obama (dato lui per vincente), insomma degli otto big più il presidente della Ue e quello di turno del Consiglio europeo con relativi capi delegazione? Come si sposteranno i suddetti grandi? E dove far dormire i 3 mila giornalisti attesi e le 10 mila forze dell'ordine? Come sfamare tutti in un'isola che importa qualsiasi cosa da fuori? Come garantirsi da cadute di tensione elettrica o che dal rubinetto della Jacuzzi di Putin non esca più l'acqua? E, soprattutto, come fare tutto in 12 mesi?

"Teak? Meglio il granito: neanche il teak è più quello di una volta...". Con qualche ritocco firmato da Berlusconi in persona, i progetti, tutti vincolati dal segreto militare, sono stati varati. Gli appalti verranno conclusi entro il mese, e le maestranze lavoreranno 24 ore su tre turni. Lo studio di Stefano Boeri firma la zona conferenze nell'Arsenale, che le indiscrezioni raccontano come un grande parallelepipedo aggettante sull'acqua. Dopo, diventerà uno yacht club attraverso una gara internazionale bandita dalla Regione. Perché tutta l'area del vecchio Arsenale militare, dal molo dove nell'Ottocento si scaricava il carbone alla darsena per le riparazioni, sarà il volano del futuro maddalenino. Sarà lì che nascerà il Polo nautico dell'arcipelago, con una zona per l'attività fieristico-commerciale e una di rimessaggio per la cantieristica leggera, cioè non i super-yacht, ma le barche a vela. Più albergo per gli equipaggi. Ma chi sogna l'America's cup dovrà rassegnarsi: a Valencia è stata necessaria una superficie che è cinque volte quella maddalenina.

Allo studio Facchini, che per il Vaticano ha firmato la Domus Santa Marta, il 5 stelle che ha ospitato i cardinali del conclave, è andato invece il progetto dell'albergo per i Big. Fronte mare, il vecchio palazzotto dell'ospedale militare, debitamente integrato con due ali ad esedra, ospiterà 115 stanze, di cui dieci suite da 70 metri quadrati (la metà del G8 in Giappone) più altrettante da 45 metri quadrati per i capi delegazione. Invece della palestra in camera, ce ne sarà una comune, più piscina, più spa. Decisioni difficili, si sa, ma prese dopo attenta disamina di metri cubi e distanze dei G8 precedenti e di quello appena concluso. Con un risultato che non si sa se verrà apprezzato dai Grandi: a 150 metri dalla sala del congresso, i giornalisti non sono mai stati così vicini. n

Manifesto Soru

"Il G8 è un'occasione per bonificare siti militari dismessi, sperimentare forme di sostenibilità ambientale per esempio nell'approvvigionamento energetico, nella mobilità nell'isola, nel consumare i prodotti agro-alimentari sardi. Sarà completato il ciclo della depurazione delle acque, nemmeno un litro d'acqua sarà sprecato. E questo accade dove sino a un anno fa era presente una nave appoggio per sommergibili a propulsione nucleare". Renato Soru è orgoglioso dell'operazione che ha avviato con il governo Prodi e ora condotto in porto con quello Berlusconi. Ma era proprio necessario infilare nel pacchetto anche le strade, governatore? "Sono strade necessarie e di cui si parla da decenni. Le procedure del G8 rendono tutto più veloce, senza saltare nessun passaggio: la Olbia-Sassari è una delle strade più pericolose e trafficate d'Italia, rifarla è una richiesta di tutto il sistema economico sardo".

La Maddalena reggerà l'impatto della crescita turistica che si prepara?

"Sì, l'isola d'estate è soffocata da auto e villeggianti, che però la sera se ne vanno perché non sanno dove dormire. Si deve riconvertire un'economia basata sulle attività militari in economia civile, turistica, attorno al meraviglioso ambiente del Parco nazionale".

Il Parco: anche lei è per cancellarlo?

"L'Ente parco nazionale crea problemi e conflitti, è un potere che si sovrappone a quello comunale, mentre lo Stato mette risorse ridicole per un bene di immenso valore che costa invece alle casse della Regione. È ora che torni alla disponibilità dei sardi".

BRACCIO DI FERRO A CAPRERA

"Ricorrerò al Tar sulla questione referendum". Giuseppe Bonanno, 32 anni, presidente dell'Ente parco dell'arcipelago maddalenino ha l'aria di uno che mette il dito nella diga per fermare l'acqua. Gli enti locali, dalla Regione al Comune alla Provincia, non hanno nominato i propri rappresentanti negli organismi decisionali per azzopparlo, e vedono il parco come un ostacolo per i mille progetti di valorizzazione delle isole. Innanzitutto Caprera, dove nella zona militare di Punta Rossa la Regione ha deciso di far nascere un Centro di osservazione per gli ecosistemi costieri (ma si è rischiato l'albergo), e dove l'altro oggetto del desiderio è il forte militare che domina l'isola. L'Ente parco, viceversa, progetta per l'isola un blocco delle auto, con un parcheggio di scambio e lo smistamento dei visitatori con minibus elettrici. Quanto a Santo Stefano, è ancora in discussione cosa fare della ex base americana, passata alla Regione. L'architetto Stefano Boeri sta lavorando a un'idea: farne un centro turistico a basso costo per i giovani, e porterà in ottobre i suoi studenti di Harvard a studiarne il progetto. Che potrebbe combinarsi con quello di un attracco dei traghetti su Santo Stefano, collegandola poi a La Maddalena con un ponte.

Sull'argomento si vedano gli articoli La Maddalena Blindata, Nuvole sulla Sardegna, e l'Opinione di Vezio De Lucia

La notizia è giunta tardi e mi induce a dirvela prima di ciò che sto per scrivere perché dubito che la troverete su molti altri giornali. Venerdì al Senato americano, i democratici hanno tentato di abbattere la privatizzazione delle cure mediche per gli anziani e di tornare all’estremismo di Kennedy, Johnson, Carter e Clinton: le cure mediche sono un diritto dei cittadini. La proposta repubblicana era: abbandonare i vecchi al buon cuore delle compagnie di assicurazione.

Ha scritto l’economista di Princeton Paul Krugman (New York Times 12 luglio): «Sembrava un film. Ai democratici mancava un voto per vincere. All’improvviso si è presentato in aula il settantasettenne Senatore Kennedy, appena operato di tumore alla testa. Kennedy ha portato il voto risolutivo. Bush e il dominio delle assicurazioni private sono stati sconfitti».

È una storia che dice molto della testarda ossessione di un vecchio, grande politico americano di stare ogni momento, e fino alla fine, dalla parte dei cittadini. Per noi è solo un simbolo, ma perché non dichiarare subito che solo così, qualunque sia il suo stato anagrafico, un leader politico può definirsi «coraggioso»?

Ma ora riprendo il mio percorso fra le tristi notizie italiane.

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Mi era venuto in mente, pensate, di dire in questo articolo, che il conflitto di interessi paga, che alla fine di qualunque storia che non sia una fiaba vince il più forte, non il migliore (persino se la forza è rubata attraverso l’abuso sia del potere privato che di quello pubblico), che non c’è niente di male nel sentirsi migliore di chi attacca o minaccia o ricatta tutti i poteri dello Stato e scardina, piega o abolisce con le sue leggi tutte le regole.

Mi era venuto in mente di dire che, per forza, molti perdono la testa, il filo e il sentiero della ragione dopo quindici anni di realtà berlusconiana raccontata a rovescio, deformata, amputata, pur di isolare, più o meno intatta, l’immagine di una sola persona - Berlusconi l’immune - costringendo tutti gli altri protagonisti presenti in scena a una forma di sottomissione, a un continuo addossarsi di colpe, o ad essere confinati dal consenso comune (dei buoni e dei cattivi commentatori) nell’isola degli estremisti, dove persino ciò che rimane di Rifondazione (Sansonetti, Liberazione, 10 luglio) ti ingiunge di chiedere scusa, e si unisce agli scandalizzati non dello scandalo, ma di chi lo denuncia, visto come un guastafeste, ovviamente estraneo alla sinistra, sia quando usa i toni sbagliati, sia quando usa quelli giusti.

Avrei voluto scrivere che non ci sono toni giusti perché, alla fine, come puoi presumere di essere un giudice, nel mondo in cui tutti ormai accettiamo di dire o lasciar dire che i giudici sono comunque manovrati da una forza politica, nel mondo in cui tutti, tutti più o meno, diciamo: «Basta con l’uso politico della giustizia» (alcuni usano l’assurda parola “giustizialismo”, dicono: «occorre far finire questa anomalia»; e precisano che l’anomalia sono i giudici che indagano, non coloro che - avendo grandi responsabilità politiche - ne approfittano e commettono reati).

Non dirò che sono stato dissuaso dalla enormità dei fatti, che sono questi: sono stati resi immuni da ogni azione giudiziaria le quattro più alte cariche dello Stato. Ma una, il presidente della Repubblica, è già difeso dalla Costituzione. Due, se malauguratamente inquisiste, non danno luogo ad alcuna impossibilità di governare perché sono cariche elettive interne al Parlamento e in caso di necessità si possono rieleggere o alternare senza coinvolgere o negare il consenso dei cittadini. Rimane la quarta, ma la quarta è il plurimputato Silvio Berlusconi. Dunque tutto è avvenuto per una sola persona anomala. E una immensa barricata, che coinvolge persone estranee a ogni imputazione, è stata eretta, per quella sola persona deformando lo Stato, creando per la Repubblica un danno senza ritorno, una ferita sul volto dell’Italia che ci renderà unici e riconoscibili anche in futuro.

Potrei continuare raccontando il modo un po’ mussoliniano con cui stata strangolata, in questi giorni, la Camera dei Deputati, soffocandone il dibattito fino al ridicolo per una grande istituzione democratica, forzando ognuno di noi, in quel quasi silenzio, ad apparire complici del progetto in cui il presidente-imputato esige la sua legge liberatoria, e la vuole sùbito, impone tempi ridicolamente stretti al presidente della Camera e il presidente della Camera si presta, obbedisce, esegue: «Volete un solo giorno di finto dibattito (finto perché la disciplina della maggioranza era toccante; finto per l’eroismo dell’Udc di Casini, che ha scelto l’astensionismo per non ipotecare il futuro; finto per il numero di minuti dedicati al dissenso). Come no? Agli ordini». Lo sanno tutti che un Parlamento (potere democratico dello Stato) è agli ordini dell’esecutivo e dunque si impegnerà nella missione di mettere a tacere l’altro potere democratico, quello giudiziario.

Potrei raccontare i veri e propri momenti di urla e rivolta fisica della maggioranza ad ogni tentativo di Pd e Italia dei Valori di porre almeno un argine alla prepotente imposizione di discussione strangolata. Pensate, persino la sinistra sembra provar piacere a condannare "l’opposizione urlata"; ma in Parlamento le sole urla che si sentono, alte e selvagge, sono quelle della maggioranza che si getta con furore su ogni spiraglio di resistenza, per quanto mite.

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Invece mi fermo qui, per dire: questo è il mio millesimo editoriale, uguale agli altri. È una rappresentazione fedele di ciò che accade. Ma ciò che accade ripete un gioco di potere che in fondo non si è interrotto mai, neppure nei pochi giorni di Prodi. Perché anche in quei giorni sono rimasti intatti tutti i centri di controllo di ciò che sappiamo ogni giorno del Paese. Infatti Prodi è apparso un grave e fastidioso pericolo mentre governava, veniva additato all’Italia come un incapace ed esoso esattore di tasse e come la rovina della nostra economia, che adesso è totalmente paralizzata e in stato di abbandono. E intanto i costi e le tasse salgono ma il nuovo Parlamento italiano è impegnato a fermare i giudici.

Mi fermo anche per il modo efficace con cui il notista della Stampa Ugo Magri racconta un momento della non esemplare giornata alla Camera che abbiamo appena vissuto. Cito: «Perfino Furio Colombo viene snobbato dai colleghi Pd, i quali si vede che ne hanno le tasche piene, nel momento in cui invoca “solidarietà per i magistrati che Berlusconi considera un cancro”».

Mi resta da dire che ho pronunciato questa frase in modo deliberatamente formale e non stentoreo sapendo - come è accaduto - che sarei stato subito coperto da urla. Strana cosa le urla di una larga maggioranza di potere che non rischierebbe nulla perfino ostentando una flemma tipo Anthony Eden o Lord Sandwich. Ma quelle urla ci dicono come è, come sarà l’epoca di potere che comincia adesso. Che nessuno pensi impunemente di sgarrare. Dalla gabbia mediatica non si sfugge. Provvede la gabbia mediatica, con la partecipazione straordinaria e volontaria di tanti di noi, a dire, proprio mentre urla fino al parossismo l’intero Popolo delle libertà, che l’opposizione “urlata” ed “estremista” è proprio insopportabile.

Dirò che mi fermo, in attesa di nuovi eventi che saranno, tra poco, così clamorosi, inauditi e - ripeteremo noi, pedanti - estranei alla democrazia, da prendere di sorpresa persino chi ha sempre dichiarato piena sfiducia in questo governo e nella sua maggioranza. Azzardo una previsione, e la proporrò. Sarà la descrizione di un paesaggio grave e tragico. Anche se vorranno costringerci alla percezione prevista dal copione. Ci diranno che è il “ritorno al Paese normale”.

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E’ il momento in cui si scopre che il conflitto di interessi ha un suo modo pernicioso di spandersi, anno dopo anno, in Italia. È l’interesse del conflitto, nei due sensi letterali: perché l’interesse è un continuo dividendo che il Paese deve pagare al titolare del conflitto, concedendogli ogni volta di più, visto che controlla così tanto.

Ma è anche l’interesse a mantenere vivo il conflitto perché i nemici, bene in vista e tenuti alla gogna, sono indispensabili per un governare montato come una campagna elettorale che non finisce mai. Nonostante l’effetto illusorio di una pace sempre possibile e sempre vicina, ogni accostamento viene impedito alzando bruscamente il prezzo, in modo che sia impossibile. Ma sempre per colpa dell’altro e a meno di un di un cedimento che ne cancella l’identità e lo esibisce come preda.

Dunque l’interesse remunera due volte il conflitto. C’è - s’intende - la condizione del rigoroso rovesciamento mediatico. Esempio: se gli aggrediti da questo potere commettono l’errore di rispondere con un insulto a un insulto, solo l’ insulto degli aggrediti sarà ricordato, ripetuto, inchiodato nella memoria collettiva. Avverrà a cura dei media, in modo che l’autore potente del primo insulto appaia sempre il mite protagonista vilmente insultato. Un esempio: Berlusconi definisce “cancro” e “metastasi” i giudici senza altra ragione che i temuti processi contro di lui. I media registrano e dimenticano all’istante. Fanno in modo che non se ne parli mai più, fino allo sbadiglio di Ugo Magri sulla Stampa per la mia frase. Ma se dite “magnaccia” (parola forse un po’ esagerata) al primo ministro sorpreso a sistemare le sue giovani amiche nella Tv di Stato, state tranquilli: se ne parlerà per sempre.

Temo invece, dati i tempi e dati i media, che non si parlerà per sempre della odiosa intenzione, inclusa nel “pacchetto sicurezza” del ministro dell’interno italiano Maroni, di obbligare all’umiliazione delle impronte digitali i bambini Rom, sia quelli italiani sia quelli ospiti del Paese Italia, che sta rapidamente diventando il più barbaro d’Europa. Giovedì 10 aprile [sic] il Parlamento europeo ha condannato a larga maggioranza l’Italia per l’incivile progetto. Il ministro degli Esteri Frattini e il ministro per gli Affari europei dell’attuale governo italiano Rochi, hanno subito indossato la faccia dell’«ora fatale del destino che batte nel cielo della nostra patria» (le prime parole del discorso di Mussolini, 10 giugno 1940) per ribattere a muso duro al Parlamento europeo che le nostre impronte digitali ai bambini non sono affari loro. Ronchi ha detto giustamente: «E’ il momento peggiore del nostro rapporto con l’Europa».

Vero, ma suona ridicola una frase così solenne se detta dal colpevole colto sul fatto. Il fatto triste è che Frattini e Ronchi intendevano proprio dire: «Se noi abbiamo deciso di svergognare l’Italia e affiancarla, quanto a diritti civili, allo Zimbabwe, sono affari nostri. E nessuno ci deve impedire di infangare come vogliamo la nostra immagine».

I due ministri, nel loro impegno a puntare sul peggio, sono apparsi così decisi, così sicuri che si possa buttare all’aria ogni decente e rispettoso rapporto con l’Europa, e così irrilevante essere considerati da Paesi civili come un Paese incivile, da rendere un po’ meno cupa l’immagine del ministro Maroni. Il ministro, in nome delle superstizioni della sottocultura leghista, priva di ogni soccorso, anche modesto, della cultura comune, ha dichiarato diverse guerre, tutte ai poveri e ai deboli inventati come nemici.

Pensate alla sua guerra ai Rom, che sono 150mila, metà italiani, metà donne, metà bambini. Il loro coordinatore, Xavian Santino Spinelli, ha parlato in Piazza Navona a nome dei molti Rom presenti (è la prima volta nella storia politica del nostro Paese) e a nome di tutti i Rom italiani.

Forse dispiacerà alla sottocultura leghista che il Rom Spinelli oltre a essere musicista (troppo facile, diranno) sia anche docente di Antropologia all’Università di Trieste. Il fatto è che il peggio di Maroni ha fatto nascere un meglio senza precedenti nelle vita italiana: un legame con il popolo Rom. Giovedì 8 luglio, per fare un altro esempio senza precedenti, la sala conferenze della Fondazione Basso era affollata di di Rom e di intellettuali della Fondazione per discutere il che fare insieme. Il lunedì precedente l’Arci ha organizzato in Piazza Esquilino una raccolta di impronte digitali di adulti e bambini italiani, evento affollato e filmato da una decina di televisioni europee e americane.

Ma proviamo a confrontare l’indefesso lavoro del ministro Maroni contro i piccoli, i deboli, gli scampati alla traversata del mare e alle guerre e persecuzioni nei loro Paesi, con ciò che pensa (del pensiero padano, del ministro Maroni e, ovviamente dell’illustre governo di Frattini e Ronchi) il Cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi. Cito da pag. 13 de Il Giornale, 8 luglio: «Asili per gli immigrati: le materne comunali dovrebbero essere aperte anche ai figli degli immigrati clandestini. Lo sgombero dei Rom: l’impressione è che nello sgombero si sia scesi sotto la soglia di tutela dei fondamentali diritti umani. L’esercito nelle città: I soldati servono ad aumentare la paura. La sicurezza non passa per decreto legge. La moschea di Viale Jenner: Maroni sposta la moschea? Solo un regime fascista e populista usa tali metodi dittatoriali».

Lo stesso giorno il ministro della Difesa La Russa aveva detto, con la sua famosa mancanza totale di humour: «Per il momento sembra chiaro che ai militari, a Milano, sarà affidata la sorveglianza del Duomo e delle chiese più importanti». Il Cardinale, che celebra ogni giorno la messa in Duomo, ha visto sùbito immagini che a uomini intelligenti e sensibili evocano Pinochet.

Come si è visto, l’interesse del conflitto è grande e sfacciato abbastanza da indurre l’editore del governo (che è anche il governo dell’editore) a pubblicare la più squallida e violenta copertina che mai settimanale politico europeo abbia pensato di pubblicare. Panorama, 10 luglio: la fotografia è quella di un bambino che i lettori sono chiamati a identificare come zingaro. Il titolo è “Nati per rubare”. Segue questo testo: «Appena vengono al mondo li addestrano ai furti, agli scippi, all’accattonaggio. E se non ubbidiscono sono botte e violenze. Ecco la vita di strada dei piccoli Rom che il ministro Maroni vuole censire, anche con le impronte digitali».

So di averne già parlato, ma ripeto le citazioni e l’immagine per due ragioni. Una è l’ offesa per una pubblicazione che esalta, secondo i canoni di Goebbels, l’indegnità genetica dei bambini di un popolo. L’altra è la solidarietà ai colleghi di Panorama, molti dei quali conosco e stimo personalmente, per l’umiliazione imposta loro da un proprietario che, dovendosi salvare dai suoi processi, ha bisogno dei voti leghisti e dunque deve pagare (e far pagare) pesanti tributi alla sottocultura leghista così risolutamente respinta dal Vescovo di Milano, in piena solitudine.

L’interesse del conflitto è una infezione che continua ad estendersi. Ma siamo appena all’inizio delle sue conseguenze peggiori. Purtroppo, a fra poco.

furiocolombo@unita.it

È NECESSARIO parlare di giustizia, della legge Ghedini-Alfano in via di velocissima approvazione, dell’emendamento blocca-processi e del suo auspicato smantellamento, del divieto ai giornali di riferire notizie sulla fase inquirente delle inchieste giudiziarie. È necessario ribadire con forza, come ha fatto Ezio Mauro nel suo articolo di venerdì, la vergogna d’una strategia dominata dall’ossessione del "premier" di evitare a tutti i costi e con tutti i mezzi la celebrazione di un processo a suo carico per un reato assai grave (corruzione di magistrati) che non rientra nelle sue funzioni ministeriali; un reato infamante di diritto comune sottratto all’accertamento giurisdizionale con un grave "vulnus" dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

Tutto ciò è necessario e bene ha fatto il Partito Democratico ad opporsi con fermezza al complesso di questi atti legislativi, inaccettabili sia nel merito sia nelle procedure e nella tempistica che li hanno caratterizzati. Ma c’è un aspetto della situazione ancora più grave perché va al di là del caso specifico della denegata giustizia riguardante Silvio Berlusconi. E riguarda il mutamento in corso della Costituzione materiale.

Si sta infatti verificando dopo appena due mesi dall’insediamento del governo un massiccio spostamento di potere verso la figura del "premier" e del governo da lui guidato, un’intimidazione crescente nei confronti della magistratura inquirente e giudicante, una vera e propria confisca del controllo parlamentare di cui gli attori principali sono gli stessi presidenti delle due assemblee e la maggioranza parlamentare nel suo complesso. Non si era mai visto nei sessant’anni di storia repubblicana un Parlamento così prono di fronte al potere esecutivo che dovrebbe essere sottoposto al suo controllo.

Le Camere si sono di fatto trasformate in anticamere del governo, i loro presidenti hanno accettato senza fiatare che decreti firmati dal capo dello Stato per ragioni di urgenza fossero manomessi da emendamenti indecenti e non pertinenti, disegni di legge dei quali il capo dello Stato aveva rifiutato la decretazione per evidente mancanza dei presupposti di urgenza sono stati votati in quarantott’ore invertendo l’ordine dei lavori e l’intera agenda parlamentare.

Lo ripeto: qui non emerge soltanto l’ossessione dell’imputato Berlusconi, emerge un mutamento profondo ed estremamente pericoloso della Costituzione materiale della Repubblica, che avvia la democrazia italiana verso forme autoritarie, affievolisce l’indipendenza e lo spazio operativo dei contropoteri, mette in gioco gli istituti di garanzia a cominciare da quello essenziale della Presidenza della Repubblica.

Siamo entrati in una fase politica dominata dall’urgenza, qualche volta reale ma assai più spesso inventata e suscitata artificialmente. L’urgenza diventa emergenza, l’emergenza diventa eccezionalità. Il governo opera come se ci trovassimo in condizioni di stato d’assedio o in presenza di enormi calamità naturali; i decreti si susseguono; i testi dei provvedimenti finanziari sono approvati in nove minuti senza che nessuno dei componenti del governo ne abbia preso visione; la velocità diventa un valore in sé indipendentemente dal merito; la schedatura dei "rom" e dei loro bambini deve essere eseguita a passo di carica; tremila militari debbono affiancare trecentomila poliziotti e carabinieri per dare ai cittadini la sensazione di una minaccia incombente ed enorme e al tempo stesso la rassicurazione dell’intervento dell’Esercito per dominarla.

Questo sta avvenendo sotto gli occhi d’una pubblica opinione sbalordita, ricattata da paure inconcrete e invelenita dall’antipolitica dilagante che provvede ad infiacchirne la responsabilità sociale e il sentimento morale.

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È pur vero che nell’era globale gli enti depositari a vari livelli di poteri sovrani debbono poter decidere con appropriata rapidità. La rapidità è diventata addirittura uno dei requisiti di merito delle decisioni poiché la lentocrazia non si addice alla dimensione globale dei problemi. A livello locale, nazionale, continentale, imperiale, la rapidità rappresenta un valore in sé che comporta un’autorità centralizzata ed efficiente. Il paradigma più calzante di questa forma post-moderna di democrazia presidenziale è fornito dagli Stati Uniti, dove il Presidente, direttamente eletto, fruisce di strumenti di alta sovranità e d’un apparato amministrativo che a lui direttamente si rapporta. La democrazia presidenziale cesserebbe tuttavia di esser tale se non fosse collocata in uno stato di diritto fondato sull’esistenza di poteri plurimi reciprocamente bilanciati. Il primo di tali poteri bilanciati è l’autonomia degli Stati dell’Unione, che delimita territorialmente la competenza federale.

Il secondo è il Congresso e in particolare il Senato dove il legame elettorale dei senatori con i cittadini dello Stato in cui sono stati eletti è nettamente superiore al legame verso il partito di appartenenza: partiti liquidi che hanno piuttosto le sembianze di comitati elettorali finalizzati alla selezione dei candidati piuttosto che alla custodia di ideologie e discipline partitocratiche. In queste condizioni i membri del Congresso e le sue potenti commissioni rappresentano un "countervailing power" di particolare efficacia sia nell’ambito finanziario sia nella nomina di tutti i dirigenti dell’amministrazione federale sia nei poteri d’inchiesta e di controllo che non sono affievoliti dalla labile appartenenza ai partiti.

Il terzo potere risiede nella Suprema Corte che agisce sulla base dei ricorsi intervenendo sulla giurisdizione e sulla costituzionalità.

Il quarto potere è quello della libera stampa, nella quale nessun altro potere ha mai chiesto restrizioni e vincoli speciali a tutela di istituzioni e di pubbliche personalità. Giornali e giornalisti incorrono, come tutti, nei reati contemplati dalle leggi ma non esiste alcun limite alla stampa di pubblicare notizie su qualunque argomento e qualunque persona, tanto più se si tratti di personaggi pubblici, della loro attività pubblica e dei loro comportamenti privati e privatissimi.

Questo è nelle sue grandi linee il quadro complesso della democrazia presidenziale, ulteriormente arricchito dalla pluralità delle Chiese e dalla libertà religiosa che ne consegue. Non si tratta certo d’un modello statico né di un modello privo di storture, di vizi, di grandi e grandissime magagne; tanto meno di una società ideale da imitare in tutto e per tutto. Ma configura un punto di riferimento importante nell’evoluzione di un centralismo democratico nell’ambito dello Stato di diritto e della separazione bilanciata dei poteri e dei contropoteri. Nulla di simile alla nuova Costituzione materiale verso la quale si sta involvendo la situazione italiana.

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Sbaglierebbe di grosso chi ritenesse che l’involuzione del nostro sistema verso istituzioni di democrazia deformata risparmi l’economia. In realtà essa è la più esposta alle intemperie dell’interventismo pubblico e delle cosiddette politiche creative e immaginose delle quali abbiamo già fatto tristissima esperienza nel quinquennio tremontiano 2001-2006. Quelle politiche sono ritornate all’opera in un quadro internazionale ancor più complesso e preoccupante.

L’esempio che desta maggior allarme è fornito dal caso Alitalia del quale abbiamo più volte parlato e che ora sembra delinearsi in tutta la sua gravità. A quanto risulta dalle più attendibili indiscrezioni fatte filtrare direttamente dall’"advisor" Banca Intesa, si procede verso la formazione di una "nuova Alitalia" che potrebbe utilizzare l’80 per cento delle rotte di volo sul territorio nazionale e del personale di volo e di terra necessario all’esercizio di questa attività. La proprietà della nuova compagnia sarebbe interamente privata e nazionale. Essa non avrebbe più alcun debito poiché debiti, perdite, esuberi di personale sarebbero interamente trasferiti ad una "bad company" o "vecchia Alitalia" che dir si voglia, di proprietà pubblica, avviata alla liquidazione con tutti gli oneri conseguenti.

In uno schema di questo genere il maggior beneficiario è rappresentato dai proprietari di Air One, società sostanzialmente fallita che scaricherebbe i suoi debiti e le sue perdite nella "bad company" e percepirebbe quote azionarie della "new company": un salvataggio in piena regola a carico del danaro pubblico. Molti altri aspetti assai dubitabili si intravedono in questo progetto, lo sbocco del quale sarebbe una compagnia regionale del tipo della Sabena o della Swiss Air, risorte sulle ceneri di un fallimento per servire un mercato poco più che regionale. Se questo accadrà, l’opinione pubblica e i dipendenti di Alitalia avranno modo di misurare il danno che la sconsiderata condotta di Berlusconi-Tremonti ha procurato al Paese affondando la trattativa con Air France senza alcun piano alternativo e agitando lo specchietto per allodole della Compagnia di bandiera.

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Tiene ancora banco la disputa tra Tremonti e Draghi sulla "Robin Hood Tax". Nella recente riunione dell’Abi (Associazione bancaria italiana) il ministro e il governatore erano entrambi presenti e parlanti. I giornali hanno riferito in dettaglio lo scontro - peraltro assai sorvegliato nelle forme - che si è verificato tra i due, col governatore che ha battuto sulla necessità di evitare che la "Robin Tax" si traduca in un aggravio dei costi dell’energia e dell’attività bancaria e il ministro che difendeva la sua figura di difensore dei ceti deboli e di severo tassatore dei profitti speculativi. «Prima si tassavano gli operai che non potevano certo trasferire su altri le loro imposte» ha detto ad un certo punto il ministro dell’Economia guardandosi fieramente intorno come gli capita di fare quando pensa d’aver inferto un colpo dritto al petto dell’avversario.

Prima si tassavano gli operai. I lavoratori dipendenti. Certo, è così. È stato sempre così perché i lavoratori dipendenti sono stati la sola categoria sociale che ha pagato le tasse per intero, salvo dover accettare d’immergersi nel precariato del lavoro nero con tutto ciò che ne consegue sia sul piano salariale sia sulle protezioni antinfortunistiche e le provvidenze sociali. Prima si tassavano gli operai. Perché il ministro usa l’imperfetto storico? Ora non si tassano più? Al contrario: ora si tassano ancora più di prima. Basta scorrere le cifre uscite dall’Istat appena due giorni fa. Il peso dell’Irpef è in aumento e, all’interno del gettito dell’imposta personale, è in aumento l’onere dei lavoratori in genere e di quelli dipendenti in particolare. Prima si tassavano? Mai come adesso sono tassati, onorevole Tremonti ed è proprio lei a farlo. Perciò non usi l’imperfetto storico perché il tema è terribilmente presente (e futuro).

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Lo stesso Tremonti ha presentato nei giorni scorsi a Bruxelles il suo documento sull’importanza della speculazione nell’aumento dei prezzi dell’energia e delle "commodities". Avrebbe dovuto essere, nelle aspettative del ministro e dei tanti giornali che gli fanno coro, una sorta di marcia trionfale. Invece è stato un flop né poteva essere altrimenti per le tante ragioni che abbiamo elencato domenica scorsa. Le autorità europee hanno cortesemente messo in dubbio che l’aumento dei prezzi derivi dalla speculazione (la stessa osservazione ha fatto Draghi nella riunione dell’Abi sopra ricordata), hanno messo in dubbio che si possa dimostrare una collusione tra operatori e infine hanno messo in dubbio che l’Europa abbia strumenti adeguati per intervenire sul mercato delle "commodities" e del petrolio che si svolge per la maggior parte su piazze extraeuropee.

Questa storia della speculazione peste del secolo è un modo come un altro di suscitare un nemico esterno immaginario e distrarre l’attenzione da realtà assai più rilevanti e preoccupanti. Così il governo affronterà un durissimo autunno. Ora anche la Marcegaglia è "estremamente preoccupata" dal calo di produzione industriale dello scorso maggio e di quanto ancora si prevede per giugno e per i mesi successivi. Ma non lo sapeva, non lo prevedeva, non era nei segnali delle sue antenne, gentile presidente di Confindustria? Il clima era buono fino a un paio di settimane fa, diceva lei. Dunque una brutta sorpresa, un fulmine a ciel sereno? Stia più attenta, signora Marcegaglia: questa è roba seria e non ci si può impunemente distrarre.

Le città sono nate per dare risposta a due grandi questioni. La spinta verso il progresso economico: i primi aggregati urbani della storia, come noto, nascono nel vicino oriente proprio per permettere l’accumulazione della produzione agricola eccedente ai bisogni della popolazione insediata. Il bisogno di sicurezza verso l’esterno, la necessità di riconoscersi in gruppi che condividono la lingua e la cultura.

Le mura o i recinti delle città rappresentavano fisicamente e simbolicamente il limite tra dentro e fuori, tra sicurezza e insicurezza, tra l’ignoto e il conosciuto. Ma questo artificio di dividere in due la realtà, contrapponendo un interno sicuro per definizione ad un esterno ignoto non è mai stato vero. La storia delle città è stata sempre attraversata da inaudite violenze. Spesso queste violenze provenivano dall’esterno, dall’ignoto, appunto. Ma tante volte erano generate dal cuore stesso della città, dalla lotta di fazioni interne alla ricerca della supremazia e del dominio, dai conflitti religiosi. Nei momenti di crisi le violenze sono state indirizzate verso i diversi o le minoranze. Verso coloro che venivano dipinti come responsabili assoluti dello stato di malessere. Gli esempi sono infiniti. Da Antigone alle streghe, fino alle recenti persecuzioni razziali, sono tanti i modi con cui le città hanno tentato di esorcizzare la paura.

Il sentimento della paura non è dunque nuovo nella città. Quello che viviamo attualmente è soltanto l’ultimo in ordine di tempo. Nonostante i dati numerici ci dicano che i fenomeni di violenza sono più o meno stabili negli ultimi anni, si parla solo della sicurezza e dell’intervento repressivo necessario a riportare ordine. Siamo assediati in ogni luogo da telecamere puntate a scrutare ogni angolo urbano. Il senso comune di insicurezza che si sta affermando non è dunque un fenomeno inedito, ma un tema ciclicamente ricorrente. La novità inedita sta a mio giudizio nel fatto che i casi di violenza si iscrivono in una fase in cui la città nella forma storica con cui la conoscevamo -e cioè quella rete di relazioni e di luoghi che permetteva di attenuare le conseguenze dell’insicurezza sempre esistente- sta scomparendo. Oggi, insomma, c’è più allarme sociale perché non c’è più la città.

Non erano soltanto le mura a generare sicurezza e senso di appartenenza. L’evoluzione storica delle città ha portato progressivamente alla costruzione dei luoghi dell’identità delle comunità. Da quelli più semplici, come le strade destinate al commercio o le piazze sedi di mercato, a quelli più complessi, come i luoghi dell’esercizio dei poteri pubblici, della cultura o i luoghi in cui si svolgevano i riti del pensiero magico o religioso. Nella città contemporanea questo bisogno di identità sociale è diventato sempre più complesso e articolato: le strutture destinate all’istruzione di massa, le abitazioni pubbliche o i servizi alle persone -da quelli sanitari a quelli sociali- hanno rappresentato negli ultimi secoli i luoghi simbolici e concreti della sicurezza sociale. Sono stati i servizi sociali a fornire un’ancora di salvataggio alle fasce di popolazione più povere. Sono stati gli alloggi popolari a dare una fondamentale base al bisogno di sicurezza dell’abitare.

La fase del liberismo senza regole in cui viviamo sta cancellando con una velocità impressionante questo sistema di equilibrio sociale. Le città sono diventate esclusivo fattore economico, ogni altro elemento di giudizio, da quello simbolico a quello di benessere sociale è scomparso. Un esempio recentissimo si trova nel decreto legge n.112 del governo Berlusconi in vigore dal 25 giugno. L’articolo 58 obbliga i comuni a individuare le proprietà pubbliche da vendere e a redigere specifici progetti di “valorizzazione economica”. I progetti approvati andranno in deroga a tutti gli strumenti urbanistici e alle norme di tutela del paesaggio. Conta soltanto la realizzazione dell’affare economico.

I servizi sociali vengono chiusi uno dopo l’altro perchè non ci sono soldi, fatto incomprensibile per un paese che pure partecipa all’opulento banchetto degli otto paesi più ricchi del pianeta. Il sistema sanitario chiude progressivamente tutte le sedi periferiche che garantivano, quanto meno dal punto di vista psicologico, una sicurezza di assistenza immediata. Le scuole, quando non vengono dismesse per il calo della natalità, versano in uno stato di progressiva fatiscenza fisica e di contenuti: i tagli all’istruzione sono continui e generalmente accettati. Le case pubbliche e degli enti previdenziali sono state vendute alle più potenti società immobiliari, da Pirelli real estate alle altre grandi multinazionali del mattone.

Agli inquilini e ai pensionati non è restato altro che andare ad ingrossare le squallide periferie metropolitane. E tocchiamo così il secondo aspetto della scomparsa delle città. Anche nel periodo seguente alla rivoluzione industriale, quando le mura urbane non avevano più una funzione reale, le città crescevano quasi sempre per contiguità. Nuovi quartieri nascevano a diretto contatto con quelli esistenti e nel loro insieme dialogavano con la città storica. Oggi gran parte della popolazione è stata espulsa dalla città compatta e vive in un informe periferia metropolitana dove non esistono servizi e luoghi di aggregazione sociale e si vive nel più completo isolamento. In cui le opinioni non si formano dialetticamente con gli altri abitanti, ma si ricevono acriticamente dai media.

E così, come spesso succede, coloro che hanno causato questo devastante deserto sociale e cioè gli esponenti del pensiero liberista sostenitore dell’abbattimento di ogni residua funzione pubblica, cavalcano l’onda emotiva. Ed hanno buon gioco, finora, nell’additare i responsabili del clima di paura. Lavavetri, mendicanti e marginali. Immigrati dai paesi poveri e rom. Dopo gli assalti ad alcuni campi sosta, siamo arrivati all’idea criminale di prendere le impronte digitali ai bambini di etnia rom. Sono i responsabili della scomparsa della città che vivono di rendita sulla paur

La nostra Costituzione dà ben pochi poteri al Presidente della Repubblica che è tenuto a difenderla; fra di essi c'è il diritto di concedere la grazia e la possibilita di indirizzarsi alle Camere. Non può invece rimandare loro più di una sola volta una legge che ritiene sbagliata: se esse in seconda lettura la mantengono ferma, non puo rifiutare di promulgarla - siamo una Repubblica parlamentare ed è bene che tale restiamo.

Non è il caso della Francia, dove il capo dello stato presiede il consiglio dei ministri: così Nicolas Sarkozy parla da mattina a sera come Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio dei ministri e leader del suo proprio partito, la Ump. Gli serve più che mai una visibilità quando è, come ora, in difficolta nella sua stessa maggioranza.

E' dunque, supponiamo, nella sua prima e seconda veste che, incontrandolo al G8 nell'isola giapponese di Hokkaido, ha suggerito a Silvio Berlusconi di graziare l'ex Br Marina Petrella, che sta lasciandosi a morire in un penitenziario francese (ieri sera è stata ricoverata d'urgenza in un ospedale). Lui, da parte sua, senza attendere il parere del Consiglio di Stato, ritiene di estradarla in Italia, ma avrebbe la coscienza più tranquilla (in questi giorni aveva appena smesso di abbracciare Ingrid Betancourt che già offriva asilo senza condizioni ai membri delle Farc che disarmassero) se la sapesse senz'altro graziata. Silvio Berlusconi lo ha subito rassicurato, ricevendo poi a giro di e-mail dal Quirinale una nota che precisa come la grazia sia prerogativa del capo dello stato. Cosa che i due avrebbero dovuto sapere.

Non varrebbe la pena di commentare le uscite di due esternatori impenitenti come Nicolas e Silvio, se non ci fosse di mezzo la vita di una donna di 54 anni, che si è ricostruita da un passato tempestoso di speranze e illusioni, errato ma condiviso non certo per sordidi motivi da una parte della sua generazione. Marina Petrella era stata condannata una prima volta a sei anni di detenzione per soli reati associativi e stava ricominciando a vivere quando, nell'alone dei molti processi Moro, era stata ricondannata all'ergastolo per aver partecipato a un omicidio e per concorso in altri reati commessi in quanto dirigente di un gruppo territoriale delle Br romane.

Sappiamo quale estensione funesta ha avuto la dizione «concorso» negli anni dell'emergenza. In realtà i giudici non dovevano ritenerla così pericolosa se non è seguito di colpo l'arresto, e lei, già fortemente provata per la scelta fatta e per averne pagato il prezzo, non se l'è sentita di attendere un parere della Cassazione che magari le confermasse la pena a vita. Si è affidata alla parola che Francois Mitterand aveva dato nel 1985, secondo la quale chi dicesse addio alle armi e decidesse di passare a una seconda esistenza in Francia, senza piu uscire dalla legalità, vi sarebbe stato accolto.

E così è avvenuto, i governi che sono successi a Mitterrand hanno tenuto fede alla sua parola e Marina Petrella in Francia è stata per ben quindici anni con tutti i documenti in regola, ha trovato un lavoro e messo al mondo una seconda figlia.

Soltanto di recente, su pressione del governo italiano e di una frazione della maggioranza di destra francese, i nostri vicini d'oltralpe hanno deciso di consegnare all'Italia prima Cesare Battisti, poi Paolo Persichetti e adesso Marina Petrella. Adesso, quando quella fase degli anni Settanta, ammesso che sia stata un vero pericolo per le istituzioni italiane - cosa di cui dubita chi scrive - è finita da trent'anni. Marina di anni ne ha 54 e questo esito del tutto inatteso le ha tolto ogni volonta di vivere. Non si nutre, non parla.

Noi ci aspettiamo che Giorgio Napolitano abbia l'umanità che il presidente francese non ha avuto, pur avendo alle spalle l'impegno di Mitterrand che l'Italia non ha: gli anni di piombo sono stati soprattutto un dramma nostro e è piu facile essere generosi con quelli degli altri. Ma pensiamo che egli sarà generoso, tenendo presente la vicenda molto speciale di Marina Petrella, la gravità del suo stato e, anche, la grazia concessa dai suoi predecessori a Renato Curcio prima e a Ovidio Bompressi poi.

Ma da lui vorremmo qualcosa di più della grazia per Marina, con cui lei possa trovare le ragioni per continuare a vivere. Vorremmo un gesto che chiuda la pagina giudiziaria di oltre un decennio doloroso ma fattualmente concluso. Trent'anni sono molti, tutto lo scenario e i suoi soggetti sono cambiati. Ci aspettiamo che il Presidente della Repubblica indirizzi al Parlamento l'esortazione a trovare il modo di mettervi un punto finale. Non occorre una memoria condivisa fra chi ha anche compiuto atti gravi - e pagato assai caro, un tentativo di insorgenza sociale - e chi ne è stato vittima. Non crediamo alla dimenticanza pura e semplice, sappiamo dai greci che bisogna saper ricordare per mettere fine all'odio e dedicare un altare all'oblio. Sappiamo anche che non sono le famiglie colpite a voler ancora vendetta, non i Calabresi, non i Moro, non i Tarantelli.

Se Giorgio Napolitano inviterà a chiudere anche simbolicamente questa pagina forse non sarà subito ascoltato, ma la sua parola restituirà alla storia quella stagione e le darà pace.

I rom li schediamo per proteggere i bambini. Le moschee le chiudiamo per motivi urbanistici. L´Alto Commissariato per la lotta alla corruzione, invece, lo sciogliamo per tagliare la spesa pubblica. La decisione è contenuta in un articoletto passato inosservato del decreto legge del 25 giugno scorso. Un Paese che, secondo le classifiche di Trasparency International, risulta al quarantunesimo posto nella graduatoria mondiale sulla corruzione dei poteri pubblici, appena sopra la Malesia, ha deciso che l´Alto Commissario non ci serve. Protesta il Consiglio d´Europa, dove l´Italia aveva appena aderito allo speciale organismo per la lotta alla corruzione. E annuncia che «chiederà spiegazioni» al governo italiano.

In realtà la creazione dell´Alto Commissario deriva da una serie di impegni internazionali assunti dall´Italia. Oltre che dal Consiglio d´Europa, la presenza di una autorità nazionale indipendente che vigili sull´onestà dei funzionari pubblici è prevista anche dalla Convenzione dell´Ocse. E soprattutto dall´articolo 6 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla corruzione, che l´Italia si è impegnata a ratificare prima di assumere la presidenza del G8, che della lotta alla corruzione ha fatto una priorità. I casi sono due: o non aderiamo alla convenzione Onu, oppure ricostituiamo l´Alto Commissariato dopo averlo abolito. Con un indubbio aggravio per la spesa pubblica.

Gent.ma Guermandi, a proposito della trasmissione di Report sull'urbanistica romana, per amore del confronto le trasmetto questa lettera aperta scritta a Report, scritta a caldo, prima ancora che venissero pubblicate le reazioni di Morassut. spero che avrà tempo di leggerla.

Forse il diavolo è brutto proprio come l'ha dipinto Report e quindi alla malora tutto e tutti (a cominciare da Veltroni e Morassut). Può essere, anche se tanti dubbi ci sono.

Però credo che dalla trasmissione escano perdenti indiscutibilmente due cose che a tutti noi dovrebbero stare a cuore: l'informazione e l'urbanistica (noti bene, entrambe senza aggettivi).

L'informazione, perché è davvero incontestabile (se ha dei dubbi si riveda la registrazione video più che il resoconto scritto della puntata) che la trasmissione ha avuto un impianto tendenzioso volto soprattutto a colpire un soggetto (l'amministrazione uscente): usare le fotografie di veltroni che mangia le tartine con i costruttori è davvero squallido! e vogliamo parlare dei commenti musicali? siamo tutti abbastanza svezzati da vedere e capire certe cose...!

L'urbanistica, perché paradossalmente, nel rivendicare un immagine "pura" dell'urbanistica che dovrebbe librarsi al di sopra degli interessi dei costruttori, o delle questioni di bilancio, o dei rapporti di forza e di potere, la si uccide, la si uccide nella sua essenza vera che è molto "sporcarsi le mani" (come tutto quello che è politica e territorio) non nel senso ovviamente di prendere le mazzette ma nel senso di sedersi a dei tavoli dove le controparti hanno sempre molta più forza di te e sono numerose, mentre la parte pubblica è quasi sempre sola e debole, e sapere che comunque da quei tavoli bisogna alzarsi con delle scelte. Se lasciamo passare l'idea che la pianificazione (possiamo sostituirla anche con la parola "politica") alla fine è fatta solo di accordi sottobanco e di interessi privati, perché qualcuno dovrebbe ancora appassionarsi e crederci? crederà solo a quello che gli dice, lasciate fare a me che sono ricco di mio e sistemo tutto io...

con stima

Arch. Felice Cappelluti

Due brevi risposte a proposito di informazione e di urbanistica,

Che il servizio di Report abbia accortamente adoperato tutte le figure retoriche dell’allusione, del parallelo, della sineddoche e via elencando a servizio di una tesi, è innegabile, ma fa parte delle “armi del mestiere”: l’uso che se ne fa è deontologicamente scorretto laddove la tesi da dimostrare ne risulta distorta. Nessuna delle affannose repliche uscite a commento della trasmissione ha incrinato il quadro complessivo di una gestione del territorio più che disponibile nei confronti delle richieste dei costruttori e poco incline all’ascolto delle ragioni dei mille comitati civici sorti in questi anni. E l’unico argomento a discolpa nella sua lunga lettera è un disarmante “così fan tutti” che dalla nostra parte politica proprio pretendiamo di non sentire più, anche perché è esattamente una delle cause principali del dilagare qualunquistico che Report è accusata di incentivare (detto inter nos, si è domandato perché la trasmissione, pronta da almeno due mesi, sia uscita dopo il 27 aprile? Altro che tendenze suicide della sinistra…).

Le tesi del servizio televisivo sono peraltro freudianamente ribadite nella sua stesso commento alla postilla di eddyburg, laddove si parla con ironia dell’immagine “pura” dell’urbanistica e con pragmatismo operativo di “sporcarsi le mani”. Solo una considerazione al proposito: ma perché mai la parte pubblica dovrebbe essere per forza “sola e debole” di fronte al privato? In una democrazia degna di questo nome la parte pubblica è portatrice del volere della maggioranza dei cittadini e chiamata a rappresentare le esigenze superiori dell’interesse collettivo e ha armi politiche (nel senso migliore del termine) potenti per far pesare le proprie decisioni solo che le usi: una per tutte, la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali,. Questo non le impedisce di “sedersi a dei tavoli” e di contrattare, ma in piena trasparenza, in una casa di vetro. Il problema è che i vetri puliti sono a rischio, con le mani sporche…(m.p.g.)

La lettera di Felice Cappelluti sul forum del PD

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