È vero quel che dice il Sindaco di Alghero, l’avvocato Marco Tedde.
Ho partecipato per un lungo tratto alla redazione del Piano strategico della città, coordinando il gruppo di lavoro della nostra Facoltà, figurando per un po’ come responsabile scientifico del Piano (da laureato in Fisica cum laude, purtroppo mai fisico “militante”, attualmente Professore di Tecniche urbanistiche, e a volte attivo in urbanistica e pianificazione).
In quelle occasioni ho conosciuto meglio l’avvocato Tedde, apprezzandone la cordialità e la correttezza personale.
Apprezzamento che mantengo, anche se ho dovuto amaramente constatare successivamente che il mio Sindaco, l’Avvocato Tedde non ha ritenuto di rispondere né a mie lettere pubbliche né a una lettera privata istituzionale su temi rilevanti dell’antifascismo e della Costituzione, ma di questo parlerò in altra occasione.
A un certo punto del processo di Pianificazione strategica, ho scelto di mettermi da parte, e l’ho fatto senza clamori, ma con fermezza per un dissenso non marginale su una questione di rilievo.
Cerco di spiegare: i contenuti generali del Piano sono largamente condivisibili e lo conferma il voto unanime del Consiglio comunale.
Tra l’altro, se lo leggiamo attentamente, non pare proprio che il cosiddetto “Piano del porto”, tanto per fare un esempio, sia minimamente coerente con le indicazioni del Piano strategico: tutto il contrario, quell’insieme di interventi, sbagliati e senza motivo (almeno apparente) è in pieno contrasto con le linee generali del Piano strategico.
Quel che è noto a chi si occupa di governo della città è che tra le buone intenzioni scritte in un Piano e la realtà della gestione quotidiana spesso vi è un abisso.
Infatti il dissenso che mi ha portato a ritirarmi dalle ultime fasi della redazione del Piano strategico era proprio questo: era ed è mia convinzione che il Piano strategico dovesse essere reso concreto attraverso un processo di coinvolgimento diretto dei cittadini (dei cittadini tutti: un lavoro difficile e paziente), nei quartieri, nelle borgate, nelle scuole e attraverso la definizione di obiettivi concreti, verificabili e quantificabili; più volte abbiamo sollecitato che questo avvenisse, più volte ho richiamato l’attenzione dell’Amministrazione su questa necessità assoluta: rendere concreto il Piano strategico con la partecipazione diretta dei cittadini nella definizione delle azioni.
Non siamo stati ascoltati e ci siamo messi da parte, senza polemiche (forse abbiamo sbagliato per eccesso di rispetto istituzionale).
Sono tuttavia molto lieto che esistano le linee generali del Piano strategico, approvate all’unanimità dal Consiglio Comunale; rivolgo un appello all’avvocato Tedde perché dia il via ora al processo di partecipazione che possa renderlo concreto, lieto di dare una mano se richiesto; un altro appello è quello di rendere concreto, motivato ed esplicito il riferimento alle linee del Piano strategico in ogni documento di pianificazione (dal porto al commercio al Piano urbanistico comunale): se no a che serve un Piano strategico anche ben fatto e ben scritto?
Il sindaco Tedde non è l’unico amministratore, nell’Italia di questi anni, che si accontenta delle belle parole e ritiene che queste automaticamente generino azioni coerenti. Il degrado delle cittàe la distruzione del territorio sono avvolti in una nebbia compatta, costruita con piani di chiacchiere che impediscono di vedere le scelte vere; quelle, per dirlo con i francesi, che sono opposables aux tiers, opponibili ai terzi: regole certe, non derogabili, precisamente riferite al territorio, che vincolino le azioni di tutti.
Provo a raccontare in forma di parabola la storia di un grande Paese che abita una penisola troppo lunga. Così la definirono gli arabi, l’Italia, quando tentarono invano di impossessarsene. Un Paese la cui storia fu spezzata in due. Anzi, in tre. Nell’antichità c’erano a Nord i Celti. A Sud i Greci. Al Centro gli Etruschi. I romani lo unificarono per la prima volta, ma immergendolo in un grande impero. Poi l’impero si sfasciò e quel paese tornò a spezzarsi. In due. Anzi, in tre. A Sud, sempre i Greci. A Nord i Longobardi. Al Centro, la Chiesa. Per quattro o cinque secoli, il Nord fu politicamente unito sotto il segno dell’impero: dai longobardi, e poi dai franchi e poi dai tedeschi. A Sud invece si frammentò subito tra colonie greche, ducati longobardi e repubbliche autonome, continuamente percorso da eserciti imperiali e da orde saracene.
Poi, all’inizio del secondo millennio, la scena si rovesciò. Il Sud (con la Sicilia) fu conquistato dai normanni e ricomposto in un solo potente Regno. Il Nord cominciò a decomporsi politicamente in liberi Comuni e Repubbliche. Continuarono dunque, Nord e Sud, a procedere per strade opposte. Ci fu un momento, quando gli svevi, e il loro imperatore, Federico II, subentrarono ai normanni, in cui la potenza del Sud avrebbe potuto congiungersi con la ricchezza del Nord. Solo il grande Federico poteva farlo. Ma a tutto pensava meno che ad allearsi con loro. E loro con lui. Si combatterono, anzi, ferocemente.
Così, dopo Federico, il grande Regno di Sicilia si ridusse progressivamente al reame di Napoli. Le repubbliche del Nord fiorirono, ma fermandosi politicamente a livello di potenze regionali. Così l’Italia cadde sotto il dominio straniero. E per quasi tre secoli subì l’onta e l’impronta della servitù. Ma ancora una volta, diverso fu il destino del Nord da quello del Sud. Nel Nord l’eredità politica dei Comuni consentì la formazione di una borghesia colta, civicamente educata, che tuttavia non fu mai capace di guidare, tutt’al più solo di assecondare un vasto movimento di liberazione. Nel Sud, tra la prepotenza dei baroni e la disperazione dei contadini non si formò mai una vera borghesia, ma quella caricatura di borghesia che si chiama mafia. Maturava dunque al Nord una borghesia politicamente irresponsabile, al Sud una pseudo-borghesia economicamente parassitaria. Quando finalmente venne il momento dell’unità, ambedue lasciarono le strutture dello Stato nelle mani di una burocrazia cui il Sud forniva i quadri e la monarchia sabauda l’impronta autoritaria.
Ma allora, è giusto domandarsi, come, da chi e perché si compie, malgrado tutto, nei tempi moderni, l’unità d’Italia? La risposta è stata data tante volte. Essa è frutto dell’azione di minoranze. Come sempre, si potrebbe dire. Sì, ma nel caso dell’Italia, di minoranze particolarmente minoritarie, nel senso che non rappresentano culturalmente le correnti pesanti di questo Paese: non ne sono il "campione". Certo, esse non sorgono dal vuoto. La civiltà italiana, la nazione italiana, benché priva di Stato, è una realtà storica. Lo è la lingua. La letteratura. L’arte. La musica. Ma è la spuma di una cultura, non il fondo. Questa si esprime nei grandi episodi della vita politica italiana moderna: il risorgimento, il fascismo, la repubblica. Quello resta torpido, servile, ribelle.
Il Risorgimento è un’antologia di slanci generosi. Forse il meno noto e il più emblematico è quella rivoluzione napoletana del 1799 che rivelò la tragica frattura tra l’idealismo patriottico dei giacobini e la ripulsa reazionaria dei lazzaroni mobilitati dai preti. Spento il genio di Cavour, contestato l’eroismo di Garibaldi, il risorgimento decade consumandosi nella grigia mediocrità della monarchia sabauda. Incapace di realizzare l’unità del Sud e del Nord quella monarchia la sforza con la violenza in una brutale repressione delle plebi meridionali. Il fascismo non è all’origine un movimento reazionario. Anch’esso espressione di minoranze intellettuali, è una rivoluzione piccolo borghese intrisa di violenza di classe e satura di letteratura retorica. Esso trascina una borghesia pavida e un proletariato sconfitto all’avventura e alla catastrofe.
La Repubblica. Nata dal riscatto vitale della Resistenza, espressione di minoranze intrepide, trae il suo vigore da due grandi forze popolari in conflitto: quella democristiana e quella comunista. Queste hanno il merito, eccezionale nella storia d’Italia, di trascendere i termini di quel conflitto dando al Paese una Costituzione socialmente avanzatissima, e di respingere i conati separatisti. La Democrazia cristiana riesce a tenere a bada le pretese clericali e a controllare il qualunquismo eversivo delle maggioranze silenziose. Il partito comunista, a frenare gli impulsi insurrezionali deviando la sua grande forza verso un disegno storico di alleanza con il mondo cattolico. A questo disegno ideologico esso sacrifica però le concrete possibilità aperte al riformismo liberale e solcialdemocratico che si afferma negli altri Paesi d’Europa.
Preservata l’unità politica del Paese, la repubblica dei partiti si rivela incapace di rifondarla su una vera unità nazionale, affrontando e risolvendo il vero nodo che impedisce la formazione di uno Stato moderno: la questione meridionale, ovvero l’impasse di una penisola troppo lunga. Questo è il vero fallimento della Repubblica. La grande insurrezione che segue, contro la corruzione politica, inizialmente motivata da un autentico sdegno civile, ha aperto le porte ad una gigantesca jacquerie. Quel terremoto ha travolto i partiti, strutture portanti della Repubblica, senza rigenerare il paesaggio politico. Ha scatenato invece una possente rebelion de las masas scatenata contro i partiti, contro lo Stato, contro la politica. L’essenza di questa deriva è il privatismo, la riduzione di ogni aspirazione a interesse privato, l’insensibilità per valori politici che lo trascendono, l’insofferenza di ogni regola che si imponga alle pretese del "particulare". Il privatismo è l’essenza del populismo. Le formazioni collettive cui da luogo non sono strutture; sono mucchi di granelli di sabbia esposti al vento di correnti emotive, di suggestioni demagogiche e mediatiche. Emerge una società informe, senza identità. Una società in senso proprio privata: di sé stessa.
Mai come oggi l’Italia è apparsa così fragile. E la sua unità così in pericolo. I pericoli di secessione non sono svaniti. Dopo il Nord la febbre leghista può investire il Sud promuovendo progetti separatisti come quelli che la Mafia elaborò nel pieno della tremenda crisi del 1992, quando si tramava la fondazione di uno Stato del Sud, una sorta di Singapore mediterranea, ultramercatistica e autoritaria. Porto franco, capitale di tutti i capitali del mondo. Il pericolo non è un nuovo fascismo. È la decomposizione nazionale e sociale. Mazzini aveva detto: l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà. Questa profezia rischia di avverarsi al suo livello più basso.
Compito storico della Sinistra avrebbe potuto essere quello di ricomporre l’unità nazionale in un progetto di società che affronti i grandi problemi dello sviluppo economico, dell’equilibrio ambientale e del benessere sociale. E di fondare su questo il grande disegno federativo unitario indicato da Carlo Cattaneo, non lo pseudo federalismo separatista implicito nei progetti leghisti. Ma la Sinistra italiana è priva di un progetto. Essa è dilaniata tra due tendenze: alla contestazione e alla mimesi della destra, ambedue subalterne. Il sociologo Durkheim avrebbe detto che il suo linguaggio non è quello della conversazione, ma quello del pettegolezzo. Un progetto non può desumersi dal chiacchiericcio dell’attualità, ma solo dalla consapevolezza della storia di questo Paese: grande ma troppo lungo. Un progetto che permetta finalmente di accorciarlo un po’. Non sto proponendo un corso di storia. Se mai, di geografia.
Non vorremmo che l’insistere di Ruffolo sulla eccessiva lunghezza della Penisola venisse inteso come un invito ad accorciare la distanza fisica realizzando nuove vie di comunicazione.
«L’ invasione del cemento sul lago di Garda è un orrore per ogni persona di buon senso... » Vittorio Messori, scrittore cattolico di fama mondiale, usa un tono deciso e parole forti: «Qui si vive una quotidiana sofferenza nel vedere prati bellissimi, ruscelli, boschetti e uliveti devastati da distese di capannoni commerciali e di lottizzazioni che sembrano conigliere. A lasciare sbalorditi è l'insipienza, la folle idiozia che spinge tanti amministratori, non necessariamente corrotti, a distruggere spiagge e colline per dare sempre nuovi spazi alle cosiddette seconde case: squallidi sottoprodotti edilizi, abitati per due settimane all'anno da anonimi soggiornanti che sul lago non lasciano soldi, ma soltanto rifiuti». Messori vive da 15 anni a Desenzano del Garda e, insieme al cantautore Roberto Vecchioni e a decine di «cittadini senza tessere di partito»', si è speso in pubbliche iniziative contro «la masochistica distruzione di un territorio che con la sua bellezza è un capitale unico e irripetibile». Un impegno civile ripagato con lettere anonime, danneggiamenti e minacce di morte. «Intimidazioni di stampo mafioso», secondo la Questura di Brescia. Forse basta questa vergogna - minacce criminali per zittire uno scrittore che ha firmato libri con due papi, Wojtyla e Ratzinger - a misurare quanto sia diventato sporco il business dell'edilizia sul più grande lago italiano. Italia Nostra ha contato le "nuove abitazioni" costruite in 14 paesi della Riviera bresciana dal 1981 al 2001 (data dell'ultimo censimento Istat), scoprendo che sono aumentate del 47 per cento. E come se nel giro di quattro amministrazioni fossero spuntati dal nulla sette nuovi comuni, fatti tutti di seconde case: solo cemento e asfalto, senza abitanti. Dal 2001 al 2007 poi, il boom dei prezzi ha scatenato un altro sacco urbanistico. E ora incombe una nuova ondata di cemento.
Sommando solo i progetti già in cantiere nei tanti piccoli comuni sparsi tra Brescia, Verona, Mantova e Trento, si supera abbondantemente il tetto di oltre un milione di metri cubi di nuove costruzioni. Un business da 2 miliardi di euro, che sta già muovendo plotoni di speculatori, faccendieri e politici locali. Ma la mole degli interessi edilizi comincia a calamitare, per la prima volta in queste province del Nord, anche soldi di comprovata origine mafiosa. Mentre la costa bresciana è invasa da capitali sospetti di ricchissimi affaristi russi. II Garda è un tesoro naturale che ogni estate arricchisce i suoi 320 mila residenti: circa 3 miliardi di ricavi garantititi da oltre 20 milioni di presenze turistiche.
Ad attrarre soprattutto tedeschi e olandesi sono l’ambiente e il paesaggio. Con la sua grande estensione e profondità, il lago è un bacino di 49 chilometri cubi d'acqua dolce, protetta dalle colline moreniche, che creano un'isola di clima mediterraneo incastonata tra la Pianura padana e le Prealpi. Olivi, cipressi, lecci e oleandri crescono spontanei e gran parte delle spiagge sono affollate di bagnanti. Almeno per ora. L'inquinamento da scarichi fognari è stato limitato, dopo i disastri di Tangentopoli, dal maxi-depuratore di Peschiera. Ma il boom di nuove costruzioni supera le capacità di smaltimento. E mette a rischio il fiume Mincio e i laghi di Mantova. Testimonia Barbara Meggetto di Legambiente: «Tutti i punti del Mantovano controllati dalla nostra Goletta dei laghi risultano inquinati da colibatteri. Abbiamo prelievi che superano di 55 volte i limiti di legge».
Eppure la cementificazione continua. Anzi, peggiora. Un esperto magistrato della zona riassume schiettamente: «La Dc di una volta era clientelare anche con l'edilizia, ma aveva il senso del peccato. Oggi troppi assessori e progettisti hanno perso ogni pudore nel mescolare affari e politica». Il problema è politico-economico: qui un terreno agricolo vale 20-30 euro al metro quadrato; se ha una vista lago, anche parziale, arriva a 40-60; ma appena diventa edificabile, il prezzo schizza a 400-500. E ogni mini-appartamento finito si vende a 4-5 mila euro al metro. Come dire: paghi 1, vinci 200. E a regolare la lotteria dell'edilizia, cioè a decidere chi può facilmente fare montagne, è la politica. Divisa in tante piccole giunte e partitini imbottiti di geometri, ingegneri, speculatori e costruttori.
L'ultima operazione-scandalo è la grande truffa dei finti alberghi. A Peschiera del Garda i giudici veronesi hanno sequestrato per lottizzazione abusiva un maxi villaggio in località San Benedetto: 375 appartamenti, con negozi e piscine, controllati dal più ricco costruttore locale attraverso l'immobiliare Sermana. E già venduti per 110 milioni a tanti investitori ora inferociti. Perché il Comune aveva autorizzato una «residenza alberghiera», divisa sì in casette, ma da gestire come un hotel. Invece i presunti furbetti del Garda li hanno venduti come singole villette. Ora sotto sigilli. Proprio la destinazione ad albergo, da riempire tutto l'anno di turisti, consentiva ai politici interessati di zittire il malcontento popolare contro l'inflazione di seconde case. Ora anche l'attuale sindaco leghista giura di non essersi mai accorto, in 15 anni di progetti e lavori, che quelle "residenze alberghiere" in realtà erano in vendita. Con tanto di rogiti. O con strane "cessioni di quote societarie" che per puro caso coincidono con la singola micro-casetta.
L'esposto di Legambiente da cui è nata l'indagine riguarda anche le "lottizzazioni-albergo" Pioppi, Bassana e Conta. Ma altri "villaggi-hotel" sono in cantiere sulle colline da Lonato a Cavaion. Il sequestro dei 932 posti letto di Peschiera per ora ha avuto solo il miracoloso effetto di fermare le ruspe a Pacengo. Dove la Cooperativa Azzurra, rasi al suolo decine di platani secolari, aveva già cominciato a vendere le sue "residenze alberghiere". Lo scorso marzo la Cassazione ha ribadito che il trucco dei finti alberghi resta reato. Ma la lobby del mattone sta brigando, in Regione Veneto, per regalare ai Comuni il potere di sanare gli abusi. Le nuove speculazioni minacciano boschi e vigneti. Il panorama è impressionante soprattutto se lo si va a vedere dal lago, in barca. A Castelnuovo del Gardaland (soprannome del Comune con il parco-divertimenti più grande d'Italia) i fabbricati tra gli ottovolanti e i megaparcheggi occupano l'intera fascia a lago. A Lazise il regno del cemento (e degli abusi condonati) è Caneva, il parco acquatico ora raddoppiato con Movieland: mostruosi capannoni in calcestruzzo in riva a un maxi-porto.
A Bardolino, dove negli anni '70 un sindaco dc firmò centinaia di licenze la notte prima del piano regolatore, la giunta di Forza Italia sta varando un'altra mega-darsena al posto del campeggio pubblico. Il sindaco dovrebbe astenersi, visto che gestisce due camping privati concorrenti, ma l'opposizione teme l'alterazione delle correnti (l'effetto "lago morto") e nuovo cemento. Lo sponsor politico è Aldo Brancher, l'ex tangentista della Fininvest (reati prescritti grazie all'abolizione del falso in bilancio) che ora è il più potente parlamentare locale: all'assemblea di presentazione del porto ha dato degli «imbecilli» ai cittadini che si oppongono allo sviluppo turistico. Risalendo a nord, la piana del comune di Garda, le pendici montane da Albisano a San Zeno, le colline tra Costermano e Cavaion sono una distesa di villini e condomini. Approvati da giunte di destra e di sinistra. E a Torri è in cantiere l'ennesimo porto turistico. Sulla Riviera bresciana le colline sembrano più grigie che verdi. Tra Desenzano e Sirmione c'è tanto cemento che il parroco della frazione di Rivoltella è arrivato a tuonare dal pulpito contro «un'edilizia immorale». A Toscolano-Maderno il piano regolatore che autorizza mille nuove abitazioni è già stato superato da deroghe e varianti. A Padenghe la lunga spiaggia bianca è stata cancellata da una «passeggiata artificiale con cemento anti-lago e ciottoli grigi da cava», finanziata dalla Regione Lombardia. A Manerba la cascata di Dusano è inglobata in un condominio-residence. Tra le scogliere di Campione, la Coopsette ha comprato per 20 milioni un capolavoro di archeologia industriale e l'ha quasi tutto abbattuto per farne un polo turistico da 160 mila metri cubi con 1.450 parcheggi. È un piano da 200 milioni.
Nell'alto lago trentino, che è un paradiso delle vele, la navigazione a motore è vietata, i depuratori funzionano e la legge Gilmozzi frena le seconde case. Ma il passato pesa: a Riva del Garda è urbanizzato il 44,83 per cento del comune, a Nago-Torbole il 48,90. Dopo tanto cemento, ora sul Garda comincia a nascere una società civile. Che crea comitati «contro la superstrada del Monte Baldo» o associazioni «per il parco delle colline moreniche». L'architetto Rossana Bettinelli, vicepresidente nazionale di Italia Nostra, spiega il perché con un esempio: «L'antica piazza di Bogliaco oggi è un deserto di seconde case. Troppe lottizzazioni restano vuote ma consumano per sempre il territorio. E i cittadini ora si mobilitano». Con qualche rischio.
Lo scrittore Messori è l'anima del comitato che sta aiutando la Soprintendenza a salvare il verde che circonda l'abbazia-capolavoro di Maguzzano. Non ama parlarne ( «Non voglio fare l'eroe»), ma da allora è minacciato: «È vero, ho ricevuto lettere anonime, di quelle coi caratteri ritagliati dai giornali. C'è stato un crescendo, dagli insulti alle minacce di morte. Mi hanno anche spaccato i vetri della macchina, più volte. Sono perfino entrati con i bastoni dentro l'abbazia per fracassarmi l'auto e minacciarmi. Il questore di Brescia era preoccupato, ha voluto farmi denunciare tutto alla Direzione antimafia e manda la polizia qui a sorvegliarmi». L'overdose di cemento e turismo ha da tempo trasformato il Garda in un ipermercato di droga e prostituzione. Ma al peggio non c'è limite. Il mese scorso la polizia ha scoperto che, dietro i due incendi che hanno distrutto le più famose discoteche del Garda (Sesto Senso e Lele Mora House), c'era una presunta faida criminale tra i due imprenditori del divertimento, Leo Peschiera e Piervittorio Belfanti. Un rogo era la vendetta per l'altro, secondo l'accusa, in un incrocio di estorsioni, rapimenti di personale, pestaggi e agguati armati. Altre due discoteche, Backstage (ex Biblò) e Lamù, sono state sequestrate dai magistrati nel luglio 2007, con il primo blitz contro i patrimoni mafiosi mai eseguito nel Bresciano: 49 immobili turistici controllati dalla camorra di Afragola e dalla 'ndragheta di Gioia Tauro. Messori ride amaro: «Sul Garda sembrava impossibile, ma stiamo diventando una zona di lupara».
Le cose del calcio hanno un gran pregio: smascherano l´ipocrisia nazionale, ci rivelano quanto "politica" e ideologica sia la strategia della "tolleranza zero" che governi di ogni colore hanno proposto nel tempo. Nella prima giornata del campionato di calcio, la "tolleranza zero" è diventata massima tolleranza. Non avviene per una sventura o per un´avventura.
I fatti sono noti. Un paio di migliaia di tifosi organizzati del Napoli hanno invaso la stazione ferroviaria di piazza Garibaldi; assalito un treno; costretto i viaggiatori ad allontanarsi e preteso che il convoglio raggiungesse Roma, dove i prepotenti – molti con il passamontagna a coprire il volto – sono stati accolti da trenta bus che li hanno accompagnati – gratis – all´Olimpico dove sono entrati senza alcun controllo dal cancello principale, molti senza biglietto, alcuni con sacchi di bombe carta.
Il viaggio ha provocato danni alle cose (vagoni, bus) per quasi 600 mila euro. Oggi tutti a chiedersi come sia potuto accadere quel che, con un eufemismo, il sottosegretario agli Interni Mantovano definisce «una catena di anomalie».
A porre la domanda in giro è la solita solfa italiana che riduce il fare al dire. Le Ferrovie dicono di aver fatto sapere che, nel giorno del rientro dalle vacanze per migliaia di italiani, non c´era possibilità di formare treni speciali. Il Calcio Napoli si difende ricordando di aver avvertito i tifosi delle difficoltà delle Ferrovie. Il questore di Napoli, poverino, arriva a sostenere che quando è partito il treno era tutto a posto, tutto tranquillo, gli adrenalinici viaggiatori avevano – tutti – il biglietto delle ferrovie, dello stadio e nessuno – nessuno – era armato. Nemmeno chessò una «lama» o un petardo. A sua volta, la questura di Roma spiega che, una volta che la banda di animals (1500/2000) è giunta nella Capitale, l´opzione più illuminata prevede di condurli nel recinto dello stadio per «ridurre il danno»: «Perdi la faccia, è vero, ma eviti che se ne vadano a distruggere il centro della città, che sarebbe molto peggio».
Come sempre dopo queste «catastrofi dello Stato», suonano alte le grida di sdegno. Il giorno dopo, sono a basso prezzo e nessuno si tira indietro. E poi nascono per durare poco o niente. Più o meno un anno fa, eravamo nella stessa situazione, ricordate? A febbraio era stato ucciso l´ispettore di polizia Filippo Raciti, il "decreto Amato" aveva incarognito i provvedimenti del predecessore Pisanu: possibilità di arresto in flagranza differita anche dopo 48 ore dai fatti; divieto di vendita cumulativa dei biglietti; biglietto nominativo; divieto di esporre striscioni che incitano alla violenza; nuovi reati (invasione di campo, fino a 4 anni); pene aggravate per le lesioni gravi o gravissime a pubblico ufficiale se «in occasione di manifestazioni sportive» (fino a 10 e 16 anni). Il periodo di relativa quiete che ne segue lascia sbocciare un´ottimistica attesa che presto va delusa. Novembre 2007. Un poliziotto ammazza nell´area di servizio di Badia al Pino, Arezzo, Gabriele "Gabbo" Sandri, poco dopo una rissa tra laziali e juventini. L´omicidio scatena una guerriglia in mezz´Italia (gli ultras chiedono la sospensione delle partite), a Roma vengono assaltate la sede del Coni e un paio di caserme. Anche allora, appena dieci mesi fa, si ode un solo grido: basta, tolleranza zero! Divieto delle trasferte di massa delle tifoserie violente. Sospensione delle partite in caso di incidenti anche lontano dallo stadio e lungo le vie di trasporto.
Sono le soluzioni che, anche in queste ore, tornano ad affacciarsi. E ieri come oggi, saranno inutili perché il problema non sono le leggi (che ci sono, e severissime), ma la loro applicazione che è leggera, distratta, occasionale. Perché? Perché a una donna islamica con il velo sarà vietato di entrare in un museo, ma un paio di centinaia di animals potranno attraversare la capitale con il passamontagna sul volto. Che cosa giustifica la "tolleranza zero" per quella donna e la "massima tolleranza" per gli animals del calcio?
Una spiegazione, al di là del luogo comune della politica e dell´ipocrisia del mondo del calcio, ci deve essere e voglio azzardarne una. Puoi permetterti la tolleranza zero con chi è stato spogliato dei suoi diritti, privato di ogni statuto politico e di ogni prerogativa fino a ridurlo a non-cittadino, come non-cittadini sono gli immigrati contro cui si esercitano le politiche di tolleranza zero.
I violenti degli stadi che, spesso nelle loro periferie vivono la stessa condizione di denizens degli immigrati, diventati "tifosi" e "massa" recuperano uno status – addirittura una dignità, quasi un diritto di cittadinanza – perché fanno parte dello spettacolo e lo spettacolo, con i tempi che corrono, ha sempre una positività impetuosa, indiscutibile, intoccabile. È lo spettacolo cui partecipano a restituire ai violenti diritti, voce, un linguaggio, uno spazio, un potere, un´illusione, l´impunità. Impunità che non avrebbero se, fuori dello spettacolo, scatenassero la loro collera sociale (nello spettacolo, i gesti dello spettatore «non sono più i suoi, ma di un altro che glieli rappresenta»).
È dunque il potere dispotico dello spettacolo a rendere immuni gli ultras perché è lo spettacolo che li tiene lontani dal conflitto sociale, e un prezzo bisognerà pur pagarlo per quel beneficio. Forse accade addirittura di più. Nei riti di guerra simulata, le tifoserie violente interpretano con la tribalizzazione dell´identità, l´occupazione di uno spazio territoriale, il radicamento delle appartenenze, l´evocazione di simboli e slogan politici e della coppia amico/nemico, una tendenza sociale più che condivisa; una vocazione condotta fino al limite della patologia che non si vuole o può condividere, ma nemmeno smentire al di là di una condanna di circostanza. Che, con il nuovo giorno, si può lasciare cadere da qualche parte per ricominciare ancora una volta daccapo. Non è accaduto questo finora? E non è questo che ancora accadrà?
Intervento di ampliamento e completamento del progetto di coltivazione della cava di inerti della Green cave S.r.l. denominata “Cascina la mandria” in località cascina La Mandria, Santhià- Vc.
Osservazioni in merito
Secondo quanto previsto in materia di partecipazione -Legge 40-1998- art 14
1.Chiunque, tenendo conto delle caratteristiche del progetto e della sua localizzazione, intenda fornire elementi conoscitivi e valutativi concernenti i possibili effetti dell'intervento, ha facoltà di presentare in forma scritta all'autorità competente osservazioni, ivi comprese informazioni o contributi tecnico-scientifici, nei termini seguenti [:…]
b- la fase di valutazione, entro quarantacinque giorni dalla data di avvenuto deposito di cui all'articolo 12, comma 2 lettera a.
2. Le osservazioni di cui al comma 1 sono messe a disposizione per la consultazione da parte del pubblico fino al termine della procedura di VIA. I provvedimenti conclusivi delle fasi di verifica e di valutazione danno conto delle osservazioni pervenute.
Premesso
- che i sottoscrittori del presente documento da tempo continuano a tenere sotto osservazione le numerose attività estrattive e non solo, relative alla zona in quanto portatori di interessi diretti quali abitanti di paesi appartenenti all’area Alice Castello, Santhià, Tronzano e Cavaglià o limitrofi quali Borgo d’Ale, Saluggia, Livorno Ferraris, Cigliano, Viverone,
- che in ogni modo si sono sempre sollevate le numerose problematiche ambientali inerenti i comuni interessati
- che si sono tenute negli anni 2007-2008 alcune petizioni popolari, regolarmente presentate ai Sindaci di Alice Castello e di Tronzano Vercellese, in cui i firmatari esponevano le loro preoccupazioni per le attività di cava fiorenti nei nostri comuni
- che ci sono stati vari tentativi di avvicinare la Provincia e i comuni stessi, esponendo correttamente in colloqui informali o pubblici, secondo i canali consentiti, le preoccupazioni e le richieste della popolazione
-visti i documenti relativi alla richiesta di ampliamento della cava in cascina La Mandria
espongono quanto segue e chiedono venga tenuto conto in sede di Conferenza dei servizi.
a- Considerazioni sui fatti accaduti finora
Dal Piano di coltivazione di cava di cui si fa riferimento in apertura, si evince che l’attività della ditta in questione non è avviata ora. La società è costituita dal 2001, la concessione risale al 2003 (delibera comunale n° 38 del 28-7-2003 e precedente delibera comunale 01-02- 1999 rilasciata alla ditta Gesri srl) e malgrado le notizie rassicuranti presentate nel Piano, dal punto di vista della popolazione locale i benefici finora apportati sul piano economico e sociale ai nostri paesi non sono rapportabili alle ferite inferte al paesaggio, all’ambiente e di conseguenza ala salute dei cittadini.
Lo stesso Piano consideracongrua la domanda di ampliamento proprio perché “già esistenti altre attività estrattive”, né la continuità che il gruppo Candeo avanza ci paiono positive alla luce dello stato dei fatti.
Lo stesso Piano pur parlando di ripristino dell’ambiente, segnala che le voragini saranno piantumate, ma resteranno tali anche alla fine della coltivazione, verificandosi quindi nella zona, un continuo abbassamento del piano campagna “che non viene più ripristinato”. La modificazione del paesaggio é definita “rilevante”, del resto basta considerare cosa è accaduto finora in Valledora per non avere dubbi sul risultato finale. Non si può dunque parlare di “ricostruzione naturalistica del paesaggio” poiché rimarrà uno sbancamento effettivo permanente al quale nessuno riuscirà più a porre rimedio. Citiamo testualmente dal progetto: “ La fase di escavazione è tra le maggiori dal punto di vista del progetto in quanto, nonostante il successivo recupero ambientale, costituisce modificazione permanente del paesaggio. Soltanto un corretto recupero finale potrà ridurre l’impatto determinato, anche se non riuscirà certamente a ripristinare le condizioni iniziali”
Si consideri che il tutto viene effettuato a 20 metri da un complesso storico del ‘700, appunto la cascina La Mandria, e quindi ai piedi di un bene tutelato, raro esempio di corte padana, dove alcune famiglie hanno investito sia nel loro futuro e sia le loro risorse.
Si aggiunga che in questo modo si aggredisce e non si tutela lo sviluppo agricolo di una delle porzioni più produttive della Pianura padana, costringendo chi faticosamente tenta di continuare la vocazione agricola naturale di questa zona a una difesa strenua e non ad armi pari.
“ Le radici degli abitanti dell’area con la terra non sono solo proclamate ma ribadite e testimoniate da atti concreti …quali…investimenti in irrigazione, attivitàprimarie integrate” ( vedi Consulenza sull’impatto ambientale di attività estrattiva– Università degli Studi di Torino-Dipartimento di scienze della Terra- 1994).
Inoltre anche secondo le indicazioni del Comune di Santhià “ trattasi di aree dove sono state apportate profonde modificazioni dovute ad attività antropiche”- Piano regolatore comunale-, aggiungiamo noi, sovente di gruppi provenienti da altre regioni che hanno concessione di agire nell’assoluta mancanza di programmazione generale senza due documenti importantissimi al fine di poter procedere ad altre autorizzazioni di ampliamenti o di nuove concessioni:
un Piano cave provinciale,
un Piano provinciale relativo alla protezione degli acquiferi esistenti sul territorio, entrambi previsti dalla normativa ( Piano territoriale regionale e Piano territoriale regionale -acque ).
Anche il DPAE, che indica invece la qualità dell’area estrattiva del materiale della Valle Dora e le conseguenti norme dei PAEP, raccomanda, attraverso la prescrizione del tipo di studi e previsioni, una progettazione ambientalmente compatibile”- documento regionale.
Il DPAE mira a fornire il quadro territoriale e a delineare i possibili scenari verso i quali far evolvere i diversi bacini estrattivi, e riveste il ruolo di indirizzo per la formazione dei Piani Provinciali di cui siamo carenti.
I principali documenti esistenti
1. PTA regionale- Piano regionale tutela delle acque- approvato in data 13 marzo 2007 dal Consiglio regionale del Piemonte che ha come scopo la conservazione e il miglioramento dello stato delle acque superficiali e profonde del territorio considera la zona della Valle Dora “BACINO DI RICARICA DELLE ACQUE in quanto situato in esatta CORRISPONDENZA dell'ASSE DRENANTE della falda acquifera, paragonabile ad una zona di confluenza di falda”.
L’importanza idrogeologica della zona Valledora è riconosciuta dunque nel contesto del Piano regionale delle acque in cui ” individua …zone di elevata qualità… si tratta di riserve idriche da proteggere”
Nel PTA la regione chiede che al più presto vengano stabiliti dei limiti e dei vincoli nelle aree di ricarica di falda da inserirsi negli strumenti urbanistici comunali, provinciali e regionali.
2-Stato della zona e Vulnerabilità del territorio.
Il territorio Valle Dora, in cui si vuole apportare l’ampliamento in questione, è comprensivo di aree ricadenti in due province e tre comuni: Alice Castello, Cavaglià e Santhià ed è stato classificato da diversi studi come «altamente vulnerabile dal punto di vista idrogeologico». Tale vulnerabilità alta è stata riconosciuta anche da documenti presenti nel sito della Provincia di Vercelli appunto nella Carta della vulnerabilità degli acquiferi sensibili all’inquinamento- del giugno 2006.
3- 1990- Schema idrogeologico, qualità e vulnerabilità degli acquiferi della pianura vercellese”CNR – politecnico di Torino
Cita: IL COMPLESSO ACQUIFERO AD USO POTABILE E’ IDRAULICAMENTE COMUNICANTE CON la FALDA SUPERFICIALE
ed è ribadito chiaramente anche nella cartografia disponibile nel punto 3b.
3b - Convenzione tra il Dipartimento di Scienze della terra dell’Università degli Studi di Torino e la Regione Piemonte – 2002-Identificazione del modello idrogeologico degli acquiferi di pianura e loro caratterizzazione
( riferimenti p. 14-21-22 )
4 - 1987-”Idrogeologia ed idrogeochimica del settore pedecollinare della pianura vercellese –alessandrina” Rossanigo-Zuppi Milano.
Si definisce che “le acque veicolate nelle porzioni… SONO IN STRETTO CONTATTO IDRAULICO caratterizzandosi come acquifero unico FINO ALLA PROFONDITA’ DI 100 METRI”
5- geologo Floriano Villa nel 1991 –studio per Valledora discariche ad Alice Castello
La zona non è allo stato originario poiché “vi sono state apportate modifiche essenziali con l’asportazione di tutto lo strato superficiale … che è in grado di filtrare e depurare tutte le acque che dalla superficie scendono nel sottosuolo….Gli acquiferi in zone idrogeologicamente attivate come questa possono dar luogo a forti fluttuazioni ( sollevazioni e abbassamenti) della superficie dellafalda … dato il richiamo di coni di depressione che risentono a distanza, per l’alta permeabilità dei materiali”.
5 -Impatto ambientale di attività estrattive 1994- Dipartimento di Scienze della Terra, Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, Università di Torino - La ricerca, pur se mirata all'attività di estrazione, prende in esame
l'impatto ambientale delle varie attività presenti nella zona e giunge alle conclusioni che ulteriori
attività di cava in questo territorio porterebbero a:
-diminuzione del valore strategico della risorsa idrica sotterranea e perdita del potenziale utilizzo di
un campo pozzi;
rischio per le captazioni di acquedotti di Santhià e Tronzano[…]
esigenza di un monitoraggio ambientale i cui costi graverebbero sulla collettività;
esigenza di predisporre un piano di recupero complessivo dell'area.
“…è evidente che un corpo di utilizzo di così rilevante interesse non è compatibile con nuove attività a rischio quali cave o discariche” p. 48
Dalla consultazione delle carte risulta imprescindibile nella nostra zona interessata la comunicazione tra i due acquiferi superficiale e profondo.
8- marzo 2008 –Ampliamento del progetto di coltivazione e recupero ambientale- Coltivazione di cava di inerti in località La Mandria-
Detta che“…l’opera collocata in ogni caso in un’area leggermente depressa e paesaggisticamente non rilevante”
“La predisposizione dell’area con destinazione pubblica per una fruizione ludica aumenterà il grado di accettazione da parte della popolazione interessata all’intervento”
A fronte di queste discutibili affermazione si dichiara che ogni zona è definibile ” particolarmente non rilevante” solo da chi non abita e non vive nella stessa e che per la popolazione residente non è accettabile la rassegnazione al degrado della zona in cui si vive.
Le compensazioni poi non esistono e tanto meno per una “destinazione ludica dell’area”.
9 - Ci appelliamo ancora ai nuovi orientamenti sulla Convenzione europea del paesaggio, recepiti dal contratto Stato-Regioni nel 2001, al Codice dei beni culturali e del paesaggio emanato nel recente gennaio 2004, in cui si promulga che “i valori espressi nel paesaggio sono da intendersi come manifestazioni percepibili dell’identità collettiva”.
Riteniamo che ogni paesaggio abbia una sua dignità e faccia parte di un patrimonio collettivoinsostituibile, sia fautore della cultura e della tradizione locale e che nessuno abbia ragione di stravolgerlo, neppure per ragioni di libero mercato.
Riteniamo che occorra muoversi in una direzione diversa per salvaguardare questa identità collettiva ormai fortemente minata da scelte operate in antitesi ad ogni programmazione e a ogni buon senso, avallate da autorizzazioni che non tengono conto di altre ragioni se non quelle di una idea di sviluppo discutibile o non compatibile.
c - Osservazioni di carattere specifico
Il progetto prevede una profondità di scavo da 21 a25 metri dal piano campagna attuale arrivando rispetto alla prima falda acquifera ad un livello di minima soggiacenza di metri 1,5 con una velocità di penetrazione di eventuali inquinanti 6,5 minuti. Questo rappresenta un gravissimo stato di pericolo durante l’ultima fase di coltivazione della cava quando ci sarà presumibilmente raggiunta la massima profondità di scavoe non si sarà ancora provveduto a stendere su tutte le scarpate e il fondo cava lo strato di limo di 70 centimetri che dovrebbe rendere decisamente superiore il tempo di penetrazione di inquinanti (p. 74).
Sarà poi da verificare se dopo un notevole lasso di tempo lo strato di limo posato sulle scarpate e sul fondo manterrà la sua capacità di impermealizzazione o se gli apparati radicali degli alberi messi a dimora scalfiranno l’integrità del limo e di conseguenza verrà ridotta la capacità di rallentamento della penetrazione degli inquinanti.
Rimangono molti dubbi sulla capacità di attecchimento delle varie specie messe a dimora per il recupero ambientale su uno strato di terreno fertile di 30 centimetri sulle sponde di cava e di 50 centimetri sul fondo cava.
Per quanto riguarda la completezza del progetto sono decisamente insufficienti, a nostro parere, le verifiche generali. Attualmente sono previsti monitoraggi semestrali sulla qualità dell’acqua di prima falda, effettuati dall’ ARPA, ma chiediamo siano pianificate , a spese della ditta e in accordo con gli organi tecnici del Comune, verifiche periodiche semestrali su tutte le fasi di sviluppo della coltivazione della cava: profondità di scavo, pendenza delle scarpate, fasi di recupero da effettuarsi prima della fine di coltivazione di cava, possibili variazioni di soggiacenza minima tenendo conto delle periodiche dosi elevate di piovosità degli ultimi tempi per le variazioni climatiche in atto.
Si segnala inoltre che la viabilità sulle strade provinciali e comunali risulta già compromessa dall’alto numero di camion che percorrono la zona e che trasportano il materiale rendono pericoloso il transito normale dei veicoli, rallentano la circolazione e la ostacolano, pertanto anche l’aumento previsto nel dettaglio del progetto fino a un passaggio ogni 5 minuti circa, risulta dannoso ulteriormente e gravante sulla qualità dell’aria.
Conclusioni
Si chiede, infine, ad ogni singolo Ente presente alla Conferenza dei Servizi convocata per l’esame del progetto in oggetto, di esprimersi in merito a quanto sopra esposto con inchiesta pubblica come previsto dalla Legge 40-1998 .
In conclusione chiediamo alla Conferenza dei servizi istituita dalla Provincia di Vercelli di pronunciarsi negativamente sullo studio di Impatto ambientale a tutela della salute pubblica di tutti i cittadini che risiedono in questi Comuni di cui le Istituzioni presenti sono i garanti.
Si dichiara la disponibilità per ogni chiarimento e ci si riserva l’opportunità di integrare con ulteriori considerazioni
MOVIMENTO VALLEDORA
Anna Andorno
Gruppo ambiente Santhià – Cei Simonetta
Mario Ferragatta
Comitato Cave di Tronzano V.se - Andrea Chemello
Gruppo Ambientalista Alicese- Aldo Casciano
Comitato per la Tutela dell’Ambiente e della Salute di Cavaglià- Alba Riva
Comitato “No inceneritore, no inquinamento” Livorno Ferraris p.Flavio Bruzzesi
Anna Andorno
Pronatura Piemonte- Mario Cavargna
Italia Nostra onlus – sezione di Vercelli
EttoreCagliano
Lipu Biella - Vercelli - Giuseppe Ranghino
Santhià, 22 agosto 2008
Il falso mito patriottico secondo cui converrebbe salvaguardare sempre e comunque l’italianità delle nostre compagnie di trasporto, telecomunicazioni, autostrade, televisioni, assicurazioni, miete consensi politici trasversali. Viene assunto come un dogma da cui dipende il consenso popolare, dunque criticabile solo da economisti "apolidi" e irresponsabili.
Nella vicenda Alitalia è tale luogo comune – la difesa dell’italianità – che garantisce a Berlusconi l’aureola di difensore dell’interesse nazionale. Guai a chi si oppone. Ma se si dà per scontato che la sopravvivenza della compagnia di bandiera rappresenti una priorità vitale della nostra economia, ne consegue che le alterazioni delle regole di mercato e gli esborsi di denaro pubblico siano tollerabili come male minore, necessario al perseguimento di una non meglio precisata "strategia-Paese". In fondo anche stavolta pagheremo senza accorgercene…
L’argomento vincente è che tutti i grandi paesi hanno una compagnia di bandiera (falso) e dunque per non venir colonizzati dobbiamo avercela pure noi (perché?). Se si prova a chiedere una motivazione meno generica, la risposta è che siamo una nazione a forte vocazione turistica. Come se dipendesse da Alitalia il calo delle presenze straniere nel Bel Paese. O ancora si sostiene che l’industria del Nord necessita di collegamenti migliori. Vero, ma il piano Fenice non può certo garantirli, e perciò mira a concentrare i suoi profitti sulle tratte locali.
L’accordo con Air France tentato dal governo Prodi fu bocciato come svendita del patrimonio nazionale. Il fallimento di Alitalia viene respinto all’unanimità come ipotesi catastrofica. Ma si può star certi che se a varare un piano come quello di Intesa Sanpaolo fosse stato il governo Prodi, la destra lo avrebbe bollato di comunismo. Sospensione della libera concorrenza, favoritismo degli imprenditori "amici", dirigismo, aggravio di spesa pubblica…
Che confusione, povera sinistra riformista: ha faticato tanto per assimilare le regole dell’economia di mercato, e ora subisce l’accusa di essere antiquata da parte di chi? Di un ministro come Tremonti che a Rimini ha rivendicato con disinvoltura il motto: "Dio, patria, famiglia". Dopo anni di predicazione "meno tasse, meno Stato".
Bisogna riconoscere che se la sinistra patisce oggi l’accusa populista di "mercatismo" e sudditanza allo straniero, se i rilievi europeisti di Mario Monti vengono snobbati come prediche inutili, ciò deriva dalla timidezza con cui anch’essa ha venerato il tabù dell’italianità quando era al governo. Il cattivo esempio dello statalismo francese suscita per lo più ammirazione. E perfino l’astuzia dei finanzieri d’oltralpe Bernheim, Bolloré, Ben Ammar, che spergiurano di operare a tutela dell’italianità di Generali e Mediobanca, gode di buona stampa. Patrioti di una patria altrui? Peccato non siano servite di lezione le manovre dei vari Fazio, Consorte, Fiorani, Ricucci che concertavano scalate bancarie anch’essi con la scusa dell’italianità.
Tranne che nel caso della Fiat, è opinabile che gli altri interventi bancari motivati come difesa del "sistema-Paese" abbiano rafforzato le nostre imprese. Né il veto alla fusione italo-spagnola delle autostrade ha comportato vantaggi per i consumatori.
Certo l’Italia non può fare a meno di una politica industriale, e soprattutto in tempi di crisi lo Stato deve fare la sua parte in economia. Una visione meramente liberista sarebbe irresponsabile, ma di qui a illudersi che le crisi aziendali si superano ricorrendo al patriottismo degli imprenditori, ce ne corre. Mentre le nostre imprese più dinamiche si rafforzano grazie a fusioni internazionali o diventando competitive sui mercati esteri, i difensori (trasversali) dell’italianità perseguono la falsa idea che la libera concorrenza sia un lusso che questo Paese non potrebbe permettersi. La loro aspirazione è una deroga perenne alle norme antitrust, da ottenere tramite il collateralismo politico-bancario e il perpetuarsi dell’economia di relazione.
Nel breve periodo a giovarsene sono settori di classe dirigente abituati a realizzare profitti soprattutto nell’ambito di mercati domestici e protetti. Pare faccia scuola il modello Mediaset, cioè il miraggio di un’economia imperniata su campioni nazionali squilibrati, forti in casa e deboli in trasferta. Del resto gli ostacoli posti alla nascita di un terzo polo televisivo italiano non hanno impedito la penetrazione dell’impero di Murdoch. Pensiamo davvero che farebbe bene all’economia italiana replicare la protezione di altri piccoli monopoli tricolori nei diversi settori di concessione pubblica?
Questa è una visione miope del nostro futuro, un tirare a campare che penalizza i consumatori e le imprese più attrezzate a vincere in campo aperto. Ne scaturisce una ricorrente contrapposizione alle regole comunitarie che non solo ci indebolisce a Bruxelles ma rischia di ostacolare il consolidamento di una potenza economica europea.
Il falso patriottismo giova alla popolarità del governo di destra ma non è in grado di impedire che, nel medio periodo, i nostri piccoli campioni nazionali vengano integrati nei colossi globali. Remare contro è una pessima politica: può arricchire i soliti noti ma impoverisce il Paese.
È giusto che Alitalia rimanga italiana. Soltanto una sostanza collosa e maleodorante come il capitalismo italiano può fregiarsi di un simile simbolo, vantarsi di un'operazione altamente schifosa come il cosiddetto «salvataggio» Alitalia. Mettere i debiti, gli esuberi, le vite di 7mila persone, sul groppone degli italiani è tipico di un capitalismo straccione e vigliacco che tende a socializzare le perdite e a privatizzare gli utili. Cosa sarà di quei 7mila disoccupati (che sarebbero stati 2mila con il piano Air France) non è dato sapere. Prima hanno detto che li spedivano alle poste. Poi hanno ventilato un improbabile riassorbimento sul mercato privato, ma non risulta che alcun imprenditore abbia alzato la mano per dire: ehi, io me ne prendo un centinaio! Ora che c'è da far digerire il piano ai media (tanto digeriscono tutto) si dice che i 7mila espulsi saranno garantiti per 7 anni, ma è ovvio che non sarà così, e se sarà così pagherà il famoso debito pubblico. Un altro astuto colpo dei nostri liberisti dei puffi. Hanno dovuto modificare una legge: Silvio chiede e le leggi si riscrivono quasi da sole, una legge ad aziendam. Divertente assai la mappa dei coraggiosi imprenditori che partecipano alla «cordata». Alcuni vivono di concessioni dello stato: al prossimo rincaro delle tariffe autostradali sapremo chi veramente ha pagato la nuova Alitalia (noi). Altri vengono dal mercato immobiliare (alcuni ci sono entrati ieri), certi che il favore reso al sovrano sulla questione Alitalia si tradurrà in sostanziosi appalti (leggi Expo). Il rischio di impresa viene trasferito sui lavoratori, e gli imprenditori ne sono magicamente immuni: verranno ripagati in favori e privilegi. Al sindacato si punta la pistola alla tempia: o si risolve in un mese o salta tutto ed è colpa tua. Ecco perché Alitalia rimane italiana, perché è un coerente frutto del capitalismo italiano. Quanto a etica, Vallanzasca è messo meglio. Sapete come dice la barzelletta: non dite a mia madre che faccio l'imprenditore in Italia, lei mi crede violinista in un bordello.
Il vertice europeo sulla Georgia che Sarkozy ha convocato per domani a Bruxelles sarà importante non tanto per i risultati che produrrà, ma per le riflessioni che potrebbero iniziare intorno a quel che l’Unione vuol essere in un continente ridivenuto instabile e brutale. L’essenza stessa dell’Unione è infatti malferma, non da oggi ma da anni, e questa è forse l’occasione di ridefinirla, di capire le fonti del disaccordo interno, di vedere se dal chiarimento potrà nascere un modo meno dissonante di vedere le cose e agire. È dai primi Anni 90 che una discussione simile viene elusa, ed è il motivo per cui l’Unione continua a subire gli eventi, lasciandosi dividere da Washington o Mosca. La guerra georgiana e il riconoscimento russo di Sud-Ossezia e Abkhazia hanno lacerato la costruzione europea, strategicamente e anche esistenzialmente. È messa in causa la sua filosofia (alcuni la chiamano postmoderna) fondata sul superamento di Stati sovrani assoluti. È messa in causa l’idea di potenza civile, interessata a fondare i rapporti internazionali su leggi e trattati. La potenza europea non è solo economica. È un modello di relazioni tra Stati che non guerreggiano su territori, che tutelano le minoranze senza più usarle per irredentismi. Ed è un modello di uso della memoria: l’Unione scommette su un futuro comune in memoria del passato, non è fatta per punire gli ingiusti di ieri, regolar conti coi vinti e compiacersi delle loro catastrofi.
Proprio quest’Europa è considerata oggi non più servibile, dalle sue periferie orientali. A esse s’associa l’Inghilterra, da sempre ostile a una Comunità post-nazionale. Parlando in nome di molti orientali, il presidente estone Toomas Ilves è stato perentorio, nei giorni scorsi. In un mondo dove tornano in auge potenze ottocentesche, ha detto, non c’è più spazio per le idee di Monnet e Schuman. Perde senso «l’Europa postmoderna che privilegia incontri e discussioni»; che presuppone «un mondo dove tutti sono buoni e gentili» (Le Monde, 29-8). La Russia è una potenza pre-moderna, e al premoderno di Hobbes tocca tornare, dove l’uomo è lupo per l’uomo. Il dissenso in Europa è acuto, come sull’Iraq. Occorrerà parlarne, per sapere se davvero è al premoderno che urge tornare o se la scommessa comunitaria vale ancora.
In fondo è il momento più adatto per spiegarsi. La forza Usa non è svanita ma le ultime amministrazioni l’hanno indebolita, fino a renderla, in Georgia, irrilevante. Il riconoscimento del Kosovo si è rivelato un boomerang, e l’ultimo Bush è un unico fallimento: dopo la Georgia, intervenire in Iran è impensabile. È sempre più pericolante anche la Nato.
Man mano che s’allarga è meno credibile. A partire dalle guerre balcaniche inoltre ha cambiato natura, divenendo concorrente dell’Onu, ma non ha generato ordine bensì caos. Stefano Silvestri scrive, sul sito dell’Istituto Affari Internazionali: «Questa crisi ha dimostrato chiaramente come la Nato non possa efficacemente sostituirsi all’Unione europea quando la dirigenza Usa è incerta o distratta». Comunque, «la Nato non può essere la chiave di volta della politica nei confronti della Russia».
Per questo oggi è l’ora dell’Europa. L’ora di un «grande e difficile negoziato» con la Russia, ha scritto Arrigo Levi su La Stampa, e l’ora di una spiegazione interna sulla natura dell’Unione. Sarebbe bene se le due cose procedessero con gli stessi tempi, ma se necessario dovrà essere un’avanguardia a negoziare con Mosca un nuovo ordine che sia fondato su una duplice sicurezza: sicurezza degli europei dentro i propri confini, e promessa alla Russia che tali confini non saranno continuamente spostati a Est, dall’Unione o dalla Nato. È difficile dirlo, ma appartenere all’Europa non è appartenere all’Unione. Germania, Francia e Italia potrebbero far proposte, su cui le periferie si pronunceranno aderendo all’iniziativa o rifiutandola. Se le periferie e Londra la boicotteranno complicheranno i lavori dell’avanguardia senza tuttavia ottenere la tranquillità desiderata.
Torneranno ad assaporare il fascino del premoderno, ma - lo si vede oggi - con risultati per nulla promettenti.
Il chiarimento tra europei è stato eluso prima dell’allargamento, ma meglio tardi che mai. Ci sono cose trascurate dai fondatori, e altre che restano incomprese a Est. Quel che i fondatori devono capire è che gli Stati periferici hanno speciali bisogni di sicurezza, ignoti a chi non vive sul confine. Le periferie sono avamposti, non trasferiscono volentieri sovranità. Occorre dunque rassicurarle, altrimenti sarà l’America a farlo con potenza non meno ottocentesca. Manca, nell’Unione, l’articolo 5 che nella Nato garantisce a ogni Stato aggredito l’assistenza di tutti. L’Ueo (Unione dell’Europa occidentale, fondata nel ’48) ha un analogo articolo 5, incluso nel trattato di Lisbona. Sospeso dopo il no irlandese, il trattato potrebbe attuarsi in parte, cominciando proprio da quest’articolo. Un contingente europeo nei Baltici e in Polonia potrebbe essere la prima tappa del chiarimento: i paesi-avamposto, più rassicurati, sarebbero indotti a capire le ragioni dei fondatori, scoprendo che una maggiore autonomia da Washington significa non solitudine ma forse più sicurezza.
A questo punto si potrebbe aprire alla Russia, analizzando i veri pericoli della sua rinnovata forza. È vero che Mosca ha riaffermato in questi giorni una volontà di potenza trascurata dagli occidentali per oltre un decennio. È vero che Putin e Medvedev hanno per il momento vinto, militarmente. Ma la Russia è molto meno forte di quanto appaia. Non reincarna né l’Urss né lo zarismo. Non ha il grande potere d’influenza (il soft power) che aveva quand’era comunista. Non ha alleati fidati: al vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (Sco), riunitosi a Dushambe il 28 agosto, enorme è stata la diffidenza cinese e delle repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan).
L’avventura georgiana e il riconoscimento dei secessionismi spaventano non solo Asia centrale e Cina, non solo Georgia, Ucraina, Moldavia, ma anche Stati amici con forti minoranze russe (Bielorussia). Senza una stabilizzazione negoziata della propria zona d’influenza Mosca è perdente, anche se possiede il petrolio di cui l’Europa (Germania e Italia in testa) non può fare a meno.
Il modello di negoziato già esiste, non bisogna tornare alla vecchia politica di potenza che seduce tanti responsabili americani e dell’Est europeo. La riunificazione tedesca fu negoziata con intelligenza tra Kohl, Gorbaciov e Bush senior: fu un successo, e produsse conquiste cruciali come la moneta unica e il progetto, anche se oggi interrotto, di costituzione. Da quell’esperienza varrà la pena ripartire, mostrandosi fermi con Mosca ma iniziando a comprenderla e a prenderla sul serio. Ignorare risentimenti e paure d’una potenza vinta vuol dire ignorare il reale, e preparare violenze future: già è avvenuto dopo il ’14-’18. Ma anche il Cremlino dovrà scoprire il reale: l’estero vicino che tanto l’inquieta è ormai anche vicinato europeo, e difficilmente potrà pacificarsi se ambedue Unione e Russia non fisseranno i propri confini smettendo di spostarli continuamente. Dopodiché potrebbe nascere una zona di libero scambio, alle frontiere dell’Unione, che includa Russia e Stati ex sovietici e che abbia sue istituzioni e rappresentanti (è la politica di vicinato proposta da Prodi, quando era presidente della Commissione europea). Una comune politica dell’energia potrebbe seguire, evitando che i più forti dell’Unione negozino con il Cremlino escludendo i più deboli.
Questo il compito dell’Europa. Lo assolverà se resterà fedele a Monnet e Schuman. Se saprà agire inventando il futuro, non trasformando la storia presente in giudizio universale e la memoria in un gioco al massacro.
Alla fine il botta e risposta fra il sindaco aennino Alemanno e il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro (forza Italia), condito da una fulminante battuta di Francesco Storace ha fatto capire gli schieramenti delle forze in campo sulla vessata questio della costruzione del parcheggio nel ventre della collina del Pincio.
La giornata, infatti, era cominciata molto diplomaticamente con un’agenzia che annunciava che il ministro dei Beni culturali aveva dato mandato al Capo di Gabinetto, Salvatore Nastasi, di acquisire tutta la documentazione per fornirgli ogni elemento utile per una valutazione complessiva della questione. Si veniva anche a sapere che fra ministro e sindaco c’era stata una telefonata e che Alemanno, fresco di un sopralluogo (venerdì) al cantiere, ringraziava il ministro di una collaborazione certamente capace di «dare una spinta per una soluzione positiva». A rompere il minuetto arrivava la dichiarazione da cater pillar del leader de La Destra: « Se entra in campo Bondi è evidente che il rischio che il parcheggio al Pincio si faccia cresce e di molto». E dal fioretto si è passati alle armi pesanti, infatti a quel punto è sceso in campo Francesco Giro, il sottosegretario ai beni culturali che ha appena lasciato il ruolo di coordinatore di FI nel Lazio, per il quale «se non verrà trovata una soluzione equilibrata per il parcheggio (occasione positiva per un punto di equilibrio ormai inderogabile e non più rinviabile fra sviluppo urbanistico e architettonico della capitale), allora temo che il confronto per la realizzazione della metro C sarà impervio e pieno di ostacoli penso insormontabili».
Frase piuttosto minacciosa che mette su un piatto della bilancia il parere positivo sulla continuazione dei lavori sotto la collina del Valadier e sull’altro quelli per la realizzazione di una infrastruttura fondamentale per la città. A questo punto anche Alemanno ha dovuto abbandonare il riserbo: «Ammiro le granitiche certezze di Giro ma solo nel caso della metropolitana è assolutamente evidente l’interesse pubblico dell’opera».
Intanto slittano ( e per chi non vuole il parcheggio il rinvio è una boccata di ossigeno) le decisioni, martedì la questione doveva andare in Giunta ma il confronto è stato rinviato perché nella stessa data si riunisce il comitato dei saggi che deve valutare i pro e i contro fra il definitivo via libera al parcheggio interrato di 700 posti o il blocco dei lavori, come chiesto da Italia Nostra che, proprio su questo aveva cercato, prima delle elezioni, un rapporto con l’attuale sindaco. Il progetto è infatti una eredità della giunta Veltroni, per il quale l’opera doveva servire a pedonalizzare completamente il Tridente.
Ancora, la precisazione: alla fine deciderà il Campidoglio, il ministero offre le sue competenze tecniche e tutto sarà risolto entro la fine della settimana.
L'archeologa Rita Paris, responsabile per l'Appia antica della Soprintendenza di Roma, interviene sul caso della villa-scempio descritto ieri da Repubblica. Racconta di aver subito «pressioni di ogni genere» in seguito alla prelazione che ha esercitato sulla tenuta messa in vendita dai Salabè. «Premetto che lavoro sulle pratiche e non contro le persone. E che non ci stiamo accanendo contro i privati, poiché attuiamo la prelazione solo nei casi di vendita spontanea».
Così è stato per la Villa dei Quintili. E con i Salabè?
«Nel giugno 2001 la Frasa dei Salabè ci ha notificato - dato che tutta l'area è vincolata dal 1995 - che mettevano in vendita la proprietà. Ma la vendita è stata realizzata pochi giorni dopo a vantaggio della società Posta del Borgo, di Andrea Meschini, senza rispettare i 60 giorni di tempo previsti dalla prelazione. Da quel momento, è iniziata una vera battaglia».
Con quali armi?
«Le mie armi sono state ore e ore alla scrivania, nel rispondere a infondate e diffamanti dichiarazioni, per spiegare le ragioni delle azioni mirate esclusivamente a tutelare e acquisire al pubblico parti del parco dell'Appia. Loro, hanno prodotto una serie interminabile di ricorsi e sono intervenuti presso i miei superiori con i quali ho dovuto giustificare il mio operato. E ci sono state due interrogazioni parlamentari, del senatore della Margherita Giuseppe Vallone, relative a questa prelazione ma anche a quella di Capo di Bove, di proprietà fino al 2002 della famiglia Streccioni».
Cosa volevano sapere?
«Mi hanno chiesto perché lo Stato fosse interessato a queste proprietà. Perché? Siamo nella tenuta della Farnesiana, che il Piano di assetto del Parco regionale dell´Appia Antica prevede diventi tutto di proprietà pubblica. E a Capo di Bove a fine ottobre apriremo completamente al pubblico, gratuitamente, la villa grande, e renderemo consultabile l´Archivio di Antonio Cederna».
C'è un errore nel vincolo della proprietà già dei Salabé?
«Il vincolo fu notificato alla Frasa su tutte le particelle catastali. Ma all'Ufficio del registro fu fatto un errore materiale per cui, su alcune particelle, il vincolo è stato riportato alla vecchia proprietà, la Farnesiana srl».
Poi ci sono gli abusi edilizi, inizialmente condonati. Perché?
«Un mese prima dell'atto di vendita, L'Ufficio condono edilizio del Comune ha rilasciato concessioni edilizie in sanatoria ma senza consultare il parere delle due Soprintendenze, l'archeologica e la monumentale. Dopo varie mie segnalazioni, e riscontrato l'errore, le concessioni in sanatoria sono state ritirate».
Cosa chiede al Demanio?
«Di acquisire rapidamente l'area utilizzando i 425mila euro pronti dal 2001. Non verranno spesi tutti, perché su alcune particelle catastali c'è stato l'errore di registrazione. Ma quando entreremo in possesso di quelle vincolate, potremo provvedere alla demolizione degli abusi che vi si trovano».
Alla cortese attenzione di: Ministro per i Beni e le Attività Culturali sen. Sandro Bondi, Direttore Generale Beni Archeologici dott. Stefano De Caro, Direttore Generale PARC arch. Francesco Prosperetti, Direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici della Sardegna arch. Eli Garzillo, Soprintendente ai Beni Archeologici della Sardegna, dott.ssa Fulvia Lo Schiavo, Soprintendente ai BAP della Sardegna arch. Fausto Martino, Presidente della Regione Sardegna dott. Renato Soru, Assessore regionale Beni Culturali dott.ssa Maria Antonietta Mongiu, Assessore regionale Urbanistica dott. Gianvalerio Sanna, Presidente della Provincia di Cagliari dott. Graziano Milia, Sindaco di Cagliari dott. Emilio Floris,
Oggetto: Richiesta di tutela del sistema dei colli Tuvixeddu-Tuvumannu
Italia Nostra ricorda che il Consiglio di Stato, con le sentenze che hanno confermato l’annullamento del provvedimento di vincolo paesaggistico imposto dalla Regione Sardegna - decisioni che consentono, di fatto, l’edificazione di parte dei colli -, ha solo affermato una verità processuale. Una verità obbligata dal rispetto di tempi e procedure e necessariamente limitata dalla rigida osservanza del principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato. Che non si tratti di una verità definitiva e assoluta emerge dalle stesse sentenze, laddove si afferma che, qualora la Regione intenda riavviare una procedura volta all’estensione del vincolo, lo potrà fare tenendo conto “delle notazioni e indicazioni, di carattere essenzialmente formale” prescritte dallo stesso organo giudicante, rinnovando “integralmente e ab origine la necessaria attività istruttoria”.
Per i colli di Tuvixeddu e Tuvumannu, purtroppo, il fatto che la verità processuale possa non coincidere con quella sostanziale, non è una novità.
Il 19 gennaio 1996 un’altra decisione del Tar Sardegna, sempre confermata dal Consiglio di Stato, accogliendo le richieste di un costruttore, dichiarò “illegittimo per difetto di istruttoria e inadeguatezza della motivazione il decreto col quale il Ministro per i Beni Culturali e Ambientali, accertata l’esistenza di antiche testimonianze in alcune unità immobiliari ..., imponga il vincolo di notevole interesse archeologico sull’intera area, senza fornire alcuna specifica e dettagliata indicazione circa l’acquisita certezza della presenza e della dislocazione di reperti archeologici nelle restanti particelle catastali ..., ovvero senza dimostrare congruamente che i beni ritrovati costituiscano un complesso inscindibile, tale da rendere indispensabile l’imposizione del vincolo su tutta la superficie considerata ed il conseguente sacrificio degli interessi della totalità dei proprietari dei lotti di terreno inclusi nella stessa.”
Solo un anno dopo - e fino al 2003 - in quelle stesse aree, a causa dell’attività edilizia autorizzata a seguito dell’annullamento del decreto di vincolo, sono emerse 431 (quattrocentotrentuno) sepolture.
Nonostante l’evidenza dei ritrovamenti, allora, prevalse la verità processuale. Non si diede l’avvio ad un nuovo procedimento di imposizione del vincolo e le tombe - in parte scavate nella roccia e dotate di strutture monumentali - dopo essere state indagate e private dei ricchi reperti, furono ricoperte da una cortina di palazzi. Venne cancellato il panorama sugli stagni dal versante occidentale della necropoli e si oscurò definitivamente la vista del colle dal viale Sant’Avendrace. Al costruttore, grazie ai prevedibili - benché negati in giudizio - ritrovamenti è stato offerto in ricompensa, dallo stesso Ministero, un premio di rinvenimento.
Il ricordo di parte di quelle sepolture rimane affidato a due pubblicazioni in cui, paradossalmente, si attestano “le buone condizioni di conservazione” delle strutture “che hanno consentito ... la comprensione dei modi delle ripetute occupazioni e in qualche caso degli atteggiamenti di profondo rispetto nei confronti dei più antichi defunti”.
All’indomani delle decisioni del Consiglio di Stato, per evitare il ripetersi di simili devastazioni, Italia Nostra chiede al Ministero per i Beni e le Attività Culturali la predisposizione di una seria indagine conoscitiva estesa a tutta l’area dei colli di Tuvixeddu e Tuvumannu - indagine mai effettuata malgrado le espresse previsioni contenute nello stesso Accordo di Programma del 2000 - affinché si realizzi al più presto l’efficace tutela dell’intera superficie. La necessità di un adeguamento del regime vincolistico attuale, del resto, è già reso palese dalla maggiore estensione e dall’accresciuto valore dell’impianto funerario emerso a seguito della scoperta di 1166 (millecentosessantasei) nuove sepolture, rinvenute tutte successivamente alla predisposizione del sistema di salvaguardia risalente agli anni ’96 e ’97.
Ulteriori esigenze di tutela diretta derivano anche dal fatto che nella pineta del villino Mulas e nelle zone circostanti - compresa la stessa via Is Maglias - nel corso degli anni, sono emerse diverse sepolture, a dimostrazione che l’area sepolcrale si è estesa fino a quella ora destinata all’edificazione e che i beni ritrovati - anche se non sempre materialmente conservati -, in quanto parte della medesima necropoli, “costituiscono un complesso inscindibile tale da rendere indispensabile l’imposizione del vincolo su tutta la superficie considerata”.
Italia Nostra sottolinea, inoltre, il “valore primario e assoluto” del paesaggio, sancito dall’art. 9 della Costituzione, rilevando che “la conservazione della morfologia del territorio e dei suoi essenziali contenuti ambientali”, è un principio fondamentale della sua tutela la quale, “rientrando nella competenza esclusiva dello Stato, precede e comunque costituisce un limite alla tutela degli altri interessi pubblici assegnati alla competenza concorrente delle regioni in materia di governo del territorio e di valorizzazione dei beni culturali e ambientali (Corte Costituzionale sentenza n. 367/07).
Italia Nostra, infine, ricorda che per il nostro ordinamento il sistema di salvaguardia deve essere effettivo ed efficace, in grado di proteggere realmente il patrimonio culturale e di assicurarne la conservazione.
Per questi motivi Italia Nostra, certa che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali terrà fede all’impegno assunto con la risposta all’interrogazione parlamentare del 24 luglio scorso, chiede la difesa dell’intero sistema dei colli, perchè soltanto preservando l’unità paesaggistica dell’insieme le eccezionali emergenze archeologiche e naturalistiche ivi presenti potranno conservarsi nel proprio contesto.
Nella speranza che, questa volta, per i colli di Tuvixeddu e Tuvumannu la verità sostanziale prevalga su quella processuale prima che sia troppo tardi.
Per Italia Nostra la Delegata regionale alla tutela del patrimonio culturale Maria Paola Morittu
Oggetto: progetto denominato “Autostrada regionale integrazione del sistema transpadano - direttrice Cremona-Mantova, tratto Cremona-Mantova”.
L’ Associazione Italia Nostra Onlus, nel rispetto dei propri fini statutari, visto il progetto definitivo dell’autostrada in oggetto indicato, elaborato dalla società “Stradivaria” concessionaria della Regione Lombardia, per collegare Cremona con Mantova, ma in una prima fase limitato di fatto ai due collegamenti Cremona – Calvatone e Virgilio – A22, formula le seguenti osservazioni.
A titolo generale valgono le seguenti considerazioni:
- un’ autostrada non può essere definita “regionale” perché per sua natura deve avere una influenza territoriale non limitata al perimetro amministrativo locale di una Regione;
- un’arteria intesa soprattutto per alleggerire la viabilità ordinaria dal trasporto merci rappresenta una concezione superata, mentre oggi è più attuale e realistico prevedere linee ferroviarie ad alta capacità che colleghino interporti prossimi alle città con treni navetta per trasporto di autocarri o container (si veda l’ esempio già in atto in Austria e Svizzera) con minori costi e maggiore eco-sostenibilità;
- né a Cremona né a Mantova la popolazione, mai consultata dagli enti promotori, in spregio alla vigente normativa comunitaria e nazionale in materia di Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.) (D. Lgs. 3.4.2006 n. 152) ritiene utile tale iniziativa, anzi ne vede soltanto gli aspetti dannosi per il territorio;
- il completamento del percorso tra i due collegamenti previsti nella prima fase, da realizzare nei prossimi anni, si prospetterebbe con la seconda fase tra il 2026 ed il 2032, tempi di programmazione assurdi per un simile tracciato.
Si osserva in particolare per il tratto Cremona – Calvatone:
● il progetto conferma e, in qualche caso, peggiora il grave impatto ambientale che la arteria è destinata a produrre nel cuore della pianura cremonese, attraversandola longitudinalmente da Cremona sino al confine con la provincia di Mantova. È appena il caso di ricordare che il terreno interessato è certamente tra i più fertili dell’intero pianeta e tra i meglio conservati dell’intera Pianura Padana;
● il progetto, sempre per quanto riguarda il tratto cremonese, non appare lineare, come sarebbe stato logico attendersi da un’ autostrada che per sua natura dovrebbe tendere a minimizzare la sua lunghezza, ma, nonostante l’assenza di ostacoli fisici significativi, è abbastanza contorto al punto da presentare alla periferia di Piadena (località Pontirolo) quella che nel linguaggio dei gran premi automobilistici potrebbe definirsi una curiosa “ chicane”;
● mentre la legislazione nazionale impone alle nuove edificazioni di mantenere opportune distanze rispetto alle strade, il progetto di autostrada si accosta spesso a costruzioni esistenti, quasi lambendole, senza preoccuparsi di rispettare il distanziamento di legge e limitandosi ad affidare la riduzione del disagio che così fatalmente verrà apportato, alla creazione di apposite barriere di protezione acustica, circostanza che mortificherà significativamente, persino nei futuri utenti dell’autostrada, la possibilità di godere del panorama circostante;
● il nastro autostradale, realizzando una pesante e nettamente peggiorativa variante al progetto preliminare, intersecherà la ex-strada statale “ Padana Inferiore”, e cioè la maggiore tra le tradizionali arterie che dal territorio convergono radialmente su Cremona, sovrapassandola, anziché sottopassandola come in origine ipotizzato. Il nuovo colossale rilevato autostradale, alto una diecina di metri sopra il piano della campagna, sbarrerà così il territorio cremonese inibendo per chilometri quella libera visione del “ Torrazzo” (la maggiore torre muraria d’Europa) che tradizionalmente guida il viaggiatore diretto alla città. La circostanza confligge con una delle più significative caratteristiche del paesaggio della Lombardia meridionale che lo stesso Piano Territoriale Paesistico Regionale impone di tutelare;
● in località Sant’Agata il nastro autostradale giunge a lambire la discarica provinciale di rifiuti solidi urbani, costituita da un macroscopico volume fuori terra (collina artificiale) di cui è imminente l’ampliamento. È importante ricordare che tale localizzazione, appartata e invisibile dalla viabilità tradizionale convergente su Cremona, era stata a suo tempo individuata soprattutto al fine di minimizzare l’inevitabile effetto anomalo e disturbante nel tipico panorama piatto e alberato della campagna cremonese. Tale cautela viene ora radicalmente distrutta dalla nuova progettazione autostradale che darà alla discarica una visibilità davvero inopportuna;
● il nastro autostradale dividerà inesorabilmente in due parti distinte il territorio provinciale posto ad oriente di Cremona. Il passaggio dai terreni a sud a quelli a nord, e viceversa, verrà reso problematico ad uomini ed animali, limitando la tradizionale mobilità attraverso la continuità del territorio finora esistente;
● non è chiaro se i sottopassi per gli spostamenti e le migrazioni degli animali siano stati previsti in misura e in posizioni adeguate. Ci si domanda perché analoga rete di collegamenti privilegiati non sia stata prevista anche per pedoni e ciclisti. La lacuna progettuale, decisamente grave considerate le caratteristiche piatte e agevolmente “ ciclabili” della pianura cremonese, sembra inspiegabilmente contraddire lo stesso inequivocabile dettato legislativo. Occorre infatti qui ricordare che la Legge 19.10.1998 n° 366 (art. 10, commi 1 e 2) ha integrato con il comma 4 bis l’art. 13 del D.L.gs. 30.04.1992 n° 285 (Codice della Strada) prescrivendo che “ le strade di nuova costruzione classificate ai sensi delle lettere C, D, E ed F……. devono avere, per l’intero sviluppo, una pista ciclabile”. Sembra pertanto inopportuno ed illegittimo che tutte le nuove strade di interesse locale, che il progetto autostradale prevede di realizzare per raccordare la viabilità locale preesistente altrimenti interrotta dalla nuova opera, risultino prive di parallela pista ciclo-pedonale realizzata in sede propria;
● poco ad ovest di Piadena il progetto autostradale prevede un’ area di sosta a ridosso dell’area di protezione naturalistica denominata “ Lagazzi”. Appare ovvia la preoccupazione che il traffico di persone e veicoli possa risultare di grave disturbo per il microambiente dell’area protetta;
● la considerazione più singolare riguarda il fatto che il tratto autostradale di cui si è nei fatti progettata la effettiva e rapida costruzione (Cremona-Calvatone) potrà avere un minimo di utenza solo se effettivamente allacciato al ponte sull’Oglio della autostrada Tirreno-Brennero (TI-BRE), della quale è tutt’altro che sicura la tempestiva realizzazione. Se quest’ultima opera viaria dovesse ritardare o addirittura essere rinviata “ sine die” , l’autostrada Cremona-Calvatone rimarrebbe un’irrazionale e inspiegabile moncone praticamente privo di utenza.
Si osserva in particolare per il tratto Virgilio – A22:
● il tracciato in progetto di km 4,8 dal comune di Virgilio all’ Autobrennero A22 risulta inutile e dannoso perché aggiunge un ulteriore consumo di territorio senza che si sappia come completare il sistema tangenziale di Mantova, per ora rappresentato da alcuni tronconi separati;
● inoltre esso tenderà a indurre fenomeni speculativi su un territorio agricolo di grande pregio che deve rimanere verde in quanto costituisce, insieme con i laghi, l’ anello paesistico che caratterizza da secoli la città;
● come rilevato anche da comitati spontanei di cittadini, esso non sarà in grado di risolvere o attenuare i problemi del traffico pesante nella zona a sud di Mantova, anzi aggraverebbe le condizioni della cintura verde intorno al centro storico.
In considerazione di quanto sopra esposto, la scrivente Associazione formula le seguenti istanze:
Il progetto di autostrada Cremona-Mantova non venga approvato in quanto inutile per la funzionalità del territorio e dannoso per la tutela della sua integrità ambientale, sia per la parte cremonese sia per quella mantovana.
In assenza della corretta applicazione della V.A.S ai sensi della normativa vigente sia europea sia nazionale, si ritiene che l’ iter procedurale finora percorso sia da considerare nullo in quanto gli enti promotori non hanno consultato associazioni e cittadini in merito al progetto.
Nota
Il progetto di Autostrada Cremona Mantova Express ( ACME, appunto) è stato fra i primi a inaugurare la nefasta sezione SOS Padania di questo sito, come lampante esempio di opera tesa a promuovere "sviluppo del territorio", anziché svolgere la propria teorica funzione di asse di trasporto veloce; una logica poi confermata dalla complementare Autostrada della Lomellina (che sposta verso l'asse centropadano parte del traffico pedemontano) e per ultimo dal disegno di legge sulla capannonizzazione delle fasce laterali. Il tutto appare poi decisamente surreale, soprattutto nel momento in cui anche amministrazioni orientate a centrodestra, come quella di Arnold Schwarzenegger in California, sembrano andare proprio nella direzione opposta (f.b.)
Appia, la villa-scempio degli 007
Alberto Custodero – la Repubblica, ed. Roma, 30 agosto 2008
È da sette anni che la Soprintendenza archeologica tenta di acquistare dalla società Frasa di Adolfo Salabè (l’architetto balzato agli onori delle cronache negli anni 90 perché coinvolto nello scandalo dei fondi neri del Sisde), una tenuta nel cuore dell’Appia Antica. È il pezzo mancante del puzzle per fare di quell’area del Parco fra la colata lavica di Capo di Bove e il sepolcro di Cecilia Metella un unico luogo aperto al turismo in cui storia e natura si sposano felicemente. Gli uffici del ministero dei Beni Culturali ci stanno provando, ma non ci sono ancora riusciti perché i proprietari le hanno tentate di tutte pur di non cedere il complesso immobiliare allo Stato che vanta il diritto di prelazione.
Quella tenuta del contendere di 30 mila metri di terreno con edifici al suo interno quasi tutti abusivi (negli anni Cinquanta c´era una cava di basalto), si trova in via Ardeatina 285. Là, in quei locali lontani da occhi indiscreti, negli anni Novanta furono ospitati gli archivi degli 007, in attesa che la sede dei servizi segreti di Monte Oppio venisse ristrutturata dalla Frasa dei fratelli Salabè.
La contesa fra i Beni Culturali e i Salabè è la più lunga del genere. Senza contare che la direttrice della Soprintendenza, Rita Paris, è stata in questo tempo sottoposta a pressioni di ogni genere. E’ la stessa Paris a denunciarlo a Repubblica: «In tutti i modi - ha dichiarato - hanno tentato di impedirmi di acquisire quell’area nella disponibilità del Parco. Ho subìto pressioni di ogni genere. Due interrogazioni parlamentari hanno messo in cattiva luce la mia iniziativa. E c’è chi ha provato - senza ovviamente riuscirci - a corrompermi».
Questa strana storia ha inizio l’11 giugno del 2001 con un giallo, quando, nell’ufficio del notaio Giancarlo Mazza (il professionista arrestato quest´anno per una serie di truffe), vengono redatti, a distanza di 4 giorni, 2 misteriosi passaggi di proprietà. Nel primo, la Frasa dei Salabè vende il complesso immobiliare di via Ardeatina ad un’altra società di famiglia, la Cober. I Salabè vendono a se stessi. Nel secondo, la Cober cede il tutto alla società locataria, la Posta del Borgo dell’immobiliarista Andrea Meschini. Ma quei due atti contengono una stranezza, e una irregolarità. È strano, infatti, che nello stesso rogito siano stati dichiarati 2 prezzi di vendita differenti. «Il prezzo convenuto - si legge negli atti - è di 425 mila euro, ma il valore dichiarato dalle parti, ai soli fini fiscali, è di un milione e 380 mila». Perché questa differenza di valore? Per legge l’imponibile fiscale è solo la somma di denaro transitata fra le parti. Perché dichiararne un altro, è per di più di un ammontare superiore? Dopo questa stranezza, l’irregolarità.
Nonostante nello stesso rogito si concedano 2 mesi di tempo ai Beni Culturali per esercitare il diritto di prelazione grazie al vincolo archeologico, lo stesso notaio Mazza sigla la seconda vendita appena 4 giorni dopo la prima, senza aspettare i 60 previsti dalla legge, triplicando l’imponibile fiscale. Perché i Salabè hanno tutta questa fretta di vendere la proprietà al loro inquilino? Quest’ultimo atto notarile viene nascosto alla Soprintendenza, che fa scattare la prelazione sulla prima società venditrice, la Frasa, scatenando il ricorso al Tar della Cober. Cioè dei Salabè. L’interminabile schermaglia giudiziaria passata per i 2 gradi della giustizia amministrativa e un parere dell’Avvocatura generale dello Stato, si è conclusa a favore dei Beni Culturali. Ad eccezione di alcune particelle della proprietà sfuggite alla prelazione per un vizio di forma, la Soprintendenza può diventare proprietaria di una cospicua parte del complesso immobiliare che s´incunea nell’Appia Antica. Può. Anzi, potrebbe.
Nonostante la Soprintendenza fin dal 2001 abbia a disposizione i 425 mila euro per l’acquisto, il Demanio – l’ente che deve procedere alla transazione per conto degli uffici ministeriali - non ha ancora proceduto, inspiegabilmente, a prendere possesso della proprietà. Perché? Nei giorni scorsi, nei confronti dell’agenzia demaniale è scattata la diffida della Soprintendenza. In quell’aut aut, al Demanio è stato imposto di acquisire l’area e, in caso di rifiuto da parte del Meschini di cederla, di procedere allo sfratto amministrativo.
Ma c’è un altro capitolo di questa storia che vede sempre protagonisti i Salabè e Andrea Meschini: è quello degli abusi edilizi e dei falsi condoni. Gran parte del complesso edilizio, infatti, è stato costruito dai Salabè prima, e da Meschini poi, senza licenze, trasformando gli originali magazzini dell´ex cava in una lussuosa villa. La Frasa aveva chiesto un condono generale, il Comune in un primo tempo gliel’aveva concesso, salvo poi fare una precipitosa retromarcia perché - e questo è un altro mistero - non aveva chiesto il parere, che è stato poi negativo, alla Soprintendenza, titolare dei vincoli. A quel punto sono scattate due indagini dei guardiaparco coordinate dal pm Maria Cristina Palaia. La prima, sulle opere abusive, s’è conclusa con la condanna in primo grado di Andrea Meschini a un anno di arresto per reati edilizi. La seconda, invece, è relativa a un condono, risultato inveritiero, presentato in comune dai fratelli Mario e Adolfo Salabè, entrambi indagati per falso in un’inchiesta tuttora pendente dal gip. È il caso di una torretta nella quale, secondo una dichiarazione della Frasa, avrebbero dovuto esserci alcuni uffici. In quell’antico manufatto, invece, i guardiaparco, anziché uffici, hanno scoperto una cabina elettrica dell´Acea, in funzione, ininterrottamente, dal 1935.
Il casale degli abusi edilizi nel parco delle meraviglie
Carlo Alberto Bucci -la Repubblica, ed. Roma, 30 agosto 2008
Se non fosse per la tramoggia della vecchia cava trasformata illegalmente in salottino o per la centralina dell’Enel tinta di rosa e fatta passare abusivamente per palazzina di uffici, il casale nel verde venduto dai Salabè ad Andrea Meschini sarebbe uguale alle altre preesistenze della Farnesiana: intatto. Infatti, la tenuta di 25 ettari circa, vincolata alla metà degli anni Novanta e inserita nel Parco regionale dell’Appia antica, presenta quel continuum tra natura e archeologia, economia rurale e architettura medievale, che costituisce per Salvatore Settis la peculiarità del patrimonio italiano, il marchio distintivo «dell’identità nazionale».
Si tratta di un pianoro, costituito dalla colata lavica che dall’Appia declina sino all’Ardeatina, che il Piano di assetto del parco (pronto da anni ma ancora in attesa del via libera della Regione) prevede diventi di proprietà pubblica. La Soprintendenza statale è pronta ad entrare in possesso del casale già Salabè. Mentre l’ente Parco ha avviato i lavori di restauro delle Vignacce: il casale settecentesco ospiterà un centro studi, per documentare l’attività agricola dall’età romana (vi coltivavano anche le rose) a quella medievale (soprattutto vigne), fino all’Ottocento; ma anche alcune stanze da letto, modello per quella tipologia di attività ricettive "leggere" - stazioni di riposo per cicloturisti o per i podisti del trekking - che la tenuta, venduta nel 1810 dai Farnese ai Torlonia, e oggi per lo più di proprietà della Farnesiana srl, potrà ospitare in un quadro di predominante conservazione del paesaggio rurale e dell’economia agricola.
La Farnesiana, visitabile solo grazie alle passeggiate organizzate dalle guide del Parco, è parte del pianoro denominato Zampa di Bove, estremità di quella colata che ha nella tomba di Cecilia Metella il Capo di Bove. È fiancheggiata dalle antiche Appia e Ardeatina ma era percorsa in antico da una fitta rete viaria, tra cui la via Asinaria, di collegamento tra le varie ville romane, ancora tutte da scavare seguendo i resti affioranti. Ad esempio, le strutture d’epoca romana sepolte sotto la diruta torre di Zampa di Bove, alta 15 metri e appartenente a un castelletto medievale, affiancata dalla rovina di un edificio detto "ninfeo" per la presenza di una piccola abside.
La tenuta delle meraviglie conserva inoltre il più grande bosco di querce del parco: lecci, roverelle, e sughere. Ed è nel sottobosco di biancospini e marruche che i guardiaparco, coordinati da Guido Cubeddu, tendono le reti per la cattura di upupe, civette e picchi verdi che, ricevuto l’anello intorno a una zampa, vengono poi liberati. E tornano così a volare intorno ai resti delle 5 torri medievali di vedetta, innalzate sfruttando al meglio i dieci metri di altezza, sul livello della campagna, del pianoro lavico costruito dall´ultima fase di attività del Vulcano Laziale, 190mila anni fa. Da lassù, è assicurato il belvedere sulla Città Eterna, dal Colosseo alla cupola di San Pietro. Ed è possibile zoomare sull’integrità di natura e cultura di questo lembo di campagna romana faticosamente sottratto all’avanzata dei palazzi moderni.
Ilvo Diamanti nel numero di domenica 24 agosto di Repubblica ha restituito un quadro disastrosamente efficace dell´estraneità dei cittadini nel contesto della situazione insediativa che si è verificata negli ultimi anni, descrivendo la colossale espansione delle costruzioni per abitazioni in Italia: con scarsissimo riguardo per quelle dei meno abbienti ovviamente. Il consumo sistematico (ma senza regole) del bene finito del territorio e la distruzione del paesaggio urbano e naturale si accompagna alla scomparsa delle relazioni sociali e dello spazio pubblico a cui fanno riscontro, come egli scrive, «le notti bianche e gli eventi di massa». Tutto questo assume poi il carattere fisico di quella che gli urbanisti chiamano la città diffusa, una sorta di periferia infinita a media densità servita da abbandonanti infrastrutture di trasporto e tecnologiche.
Dentro alla città diffusa, poi, gli spazi aperti come spazi pubblici di relazione, sono considerati in generale luoghi inospitali e sovente pericolosi, tanto che ad essi va sostituendosi il grande interno privatizzato e sorvegliato, luogo di incontro motivato dallo «shopping» sociale: il centro commerciale, lo stadio di calcio, ed in generale i luoghi dove si celebra la competizione o di divertimento.
Qualche architetto ha teorizzato sciaguratamente (ma anche con cinico realismo) che non resta più «nessun qualcosa» di collettivo nella città, anzi che va teorizzata una «città generica» rappresentazione del nuovo populismo mercantile della condizione debole del consumatore e della finanza globale forte. Come è giusto dal punto di vista dello studioso di sociologia, Ilvo Diamanti ci restituisce un ritratto preciso della nostra condizione post-sociale; ma sarebbe giusto che invece, dal mio punto di vista di architetto, si tentasse di individuare anche qualche altra responsabilità: istituzionale (cioè politica) e disciplinare (cioè dei progettisti), oltre a quelle ovvie degli interessi dei proprietari dei terreni, degli immobiliaristi e delle banche alle loro spalle.
La prima di queste responsabilità riguarda l´ideologia della deregolazione che coinvolge insieme, in modi diversi, istituzioni e progettisti da più di una ventina di anni. I modi sono diversi anche nelle relazioni tra i due aspetti, relazioni spesso gestite da chi ha l´effettivo potere economico sulle realizzazioni. Basterebbe osservare lo sviluppo delle periferie delle città grandi e piccole che, al di là di qualche rara eccezione, muovono perfino con entusiasmo verso lo «sprawl». Si tratta di una iniziativa molecolare rapidamente organizzata e sospinta dall´ossessione della casa singola in proprietà non meno che dagli alti costi dell´abitazione nei centri urbani. Ma si tratta anche della ideologia del privato e dello sviluppo senza pianificazione e ragionevolezza collettiva. È questo ciò che sembra aver spento ogni senso del dovere dei gestori delle comunità, di formulare ipotesi (sia pure flessibili) sul futuro dei propri territori soprattutto nella scala vasta, al di là dei divergenti e soventi astratti confini comunali. L´insensato consumo del ben finito dei suoli, che quando sono rimasti liberi divengono solo resti in attesa di occupazione, è anche colpevole degli altissimi costi di infrastrutturazione a causa dei contraddittori indirizzi delle amministrazioni territoriali e della distruzione per inglobamento di quella straordinaria ricchezza (specie nel caso della tradizione europea), che è la fittezza dei piccoli insediamenti storicamente dotati di identità urbana, saggiamente distanziati e che proprio le tecniche delle comunicazioni immateriali potrebbero rendere altamente produttivi nella rete delle loro singolarità.
Tutto questo non assolve naturalmente le colpe numerose che possono essere attribuite ad una pianificazione che a sua volta è stata sovente ideologica e progressivamente sempre più burocratica, che ha mostrato gravi difficoltà a divenire flessibile ai mutamenti delle condizioni pur tenendo saldi principi ed obiettivi (i principi dell´urbanistica contrattata richiedono un´alta consapevolezza sociale del bene collettivo che è andata, come scrive giustamente Diamanti, del tutto smarrita o puramente condominiale) costruendo sempre più forti cesure nei confronti dei problemi del disegno dell´architettura della città.
E qui si rileva l´altro aspetto delle responsabilità degli architetti, concentrati sugli aspetti di novità formale del singolo prodotto molto sovente alla ricerca della novità come bizzarria, che hanno dimostrato un progressivo disinteresse per il disegno dello spazio abitabile tra le cose, sospinti anche dalla esasperante lentezza burocratica e dalla cesura in uso tra piani (quando ci sono) e progetti, e premiati invece dal valore di immagini di marca (politiche o private) rappresentate dallo spettacolo dell´architettura trasformata in oggetto ingrandito.
Ma qui, per capirne le ragioni, è necessario tornare alle riflessioni di Diamanti sullo stato di omogeneità disgregante che le nostre società stanno attraversando.
Terreni, immobili, servizi: il grande affare è a terra
di Roberto Rossi
Ci sono i terreni di Pianabella a Fiumicino, una porzione di immobili a Sesto San Giovanni, tutti da vendere. Ci sono i terreni dell’Expo di Milano da sfruttare. C’è tanta terra al sole nei pressi di Linate da riconvertire. Ci sono gli investimenti negli aeroporti italiani, corposi, pesanti, da tutelare. Ci sono le società di handling da sviluppare. Chi crede che la partita Alitalia si giochi solo negli uffici di Air France o Lufthansa corre il rischio di guardare il dito e non la luna. Il grande affare sta altrove. E si chiama speculazione, riconversione, sfruttamento.
Soldi, tanti, difficilmente quantificabili se non parzialmente. D’altronde non è un caso se tra i sedici capitani coraggiosi pronti a sacrificare l’oro alla patria e salvare Alitalia dallo straniero sei sono immobiliaristi o costruttori: Salvatore Ligresti, Francesco Caltagirone Bellavista, la famiglia Benetton, Marco Tronchetti Provera, il gruppo Gavio, il gruppo Fratini. Tutti pronti ad assecondare i desiderata di Berlusconi a condizione che il loro sforzo renda, e non solo con la vendita della propria quota nella nuova Alitalia, fra qualche tempo.
Si prenda il caso Benetton. La famiglia di Ponzano Veneto entrerà in Alitalia con un investimento tra i 100 e i 150 milioni di euro. Lo farà attraverso la controllata Atlantia, società che controlla le autostrade, già beneficiata da una revisione delle tariffe. Ma i Benetton gestiscono anche Adr Aeroporti di Roma (Fiumicino e Ciampino), che controllano attraverso Gemina (di cui fa parte anche Ligresti e il fondo Clessidra, altro azionista Alitalia). Adr, da tempo, è in trattativa proprio con Alitalia per la cessione di circa 50 ettari di terreno in località Pianabella attorno all’aeroporto di Fiumicino. Lo scorso marzo Adr aveva valutato quei terreni 120 milioni di euro. Che fine faranno ora? A quanto venderà quei terreni Benetton azionista forte di Alitalia a Benetton azionista forte di Adr?
C’è da scommettere che in Alitalia i soci non faranno troppe resistenze. Quei terreni, non edificabili, serviranno poi allo sviluppo dell’aereoporto romano. Sul quale Adr ha fatto una scommessa di lungo periodo. Nel piano industriale 2007-2016 la società ha preventivato uno sviluppo del traffico che in un decennio dovrebbe raggiungere i 50 milioni di passeggeri (oggi fermi a 33 milioni). Per farlo ha messo in piedi un programma di investimenti decennali per due miliardi. Tanti soldi che, come si legge anche nella semestrale, corrono il rischio di non avere il ritorno sperato se Alitalia dovesse fallire.
La tutela dell’investimento preme anche agli altri azionisti di Gemina e quindi di Adr, come Ligresti per esempio. Che, per la verità, ha anche altre aspettative. Lui, attraverso la controllata Fonsai (assicurazioni), impegnerà non più di 30-50 milioni. Briciole per il costruttore amico di Berlusconi. Che, però, gli consentiranno di avere un posto in prima fila nel grande affare Expo Milano 2015. Sarà quella la grande scommessa per immobiliaristi e costruttori. La torta è enorme: 3,2 miliardi, infatti, saranno destinati per le infrastrutture altri 892 milioni saranno il budget dell’evento.
A tavola c’è posto per tutti, come per Marco Tronchetti Provera e la sua Pirelli Real Estate o Francesco Caltagirone Bellavista con la società Acqua Pia Antica Marcia. I due in Alitalia metteranno non più di 50 milioni a testa. E aspetteranno. E anche se non dovessero avere troppe soddisfazioni dall’Expo, c’è l’immobile Alitalia di Sesto San Giovanni da alienare (2mila metri quadri per una decina di milioni di euro), ma soprattutto c’è la partita Linate da giocare. Comunque andrà l’aeroporto milanese sarà ridimensionato e molti terreni saranno liberati. Si prospetta la possibilità di una grande speculazione. Quantificarla è ora impossibile, ma negli affari, alle volte, si va a fiuto.
Lo stesso che ha portato ancora Benetton e Caltagirone Bellavista a fare il loro ingresso nell’aeroporto di Bologna. Piccola quota azionaria, in vista della privatizzazione, e gestione della società di handling. E se va in porto l’idea del multihub, che prevede la presenza di Alitalia in diversi aeroporti oltre Roma e Milano, si brinda. Una volta di più.
Linate, Sea vola alto: salotto buono con vista lago
di Luigina Venturelli
RESTYLING Sea l’aveva già scritto nel piano industriale presentato poche settimane fa e riconfermato anche ieri: Linate diventerà «il salotto buono» del sistema aeroportuale lombardo, tagliato su misura per i voli d’affari e per la relativa clientela.
Negozi di lusso «alla Montenapoleone», bar e ristoranti forniti d’ogni golosità made in Italy, il più grande parcheggio di Milano (2600 posti auto) direttamente collegato all’aerostazione da una passerella pedonale coperta, servizi e infrastrutture di livello con tanto di vista sull’acqua.
Vale a dire sull’Idroscalo, il lago artificiale fatto costruire da Mussolini per l’atterraggio degli idrovolanti ed oggi luogo di svago per chi non dispone di seconda casa al lago per i fine settimana. Il progetto di Sea, infatti, prevede «la valorizzazione dell’area waterfront di Linate», come vengono chiamati i terreni ormai dismessi che venivano utilizzati per il traffico merci. Forse per richiamare l’immagine di più noti waterfront (il lungo Tamigi di Londra o il lungo mare di Valencia, tanto per citare i più famosi) riqualificati con ristoranti, alberghi, residenze e uffici con affacci prestigiosi.
Per questo, mentre il governo si dibatte tra cordate nazionali e compagnie straniere per sciogliere il rebus Alitalia, allo scopo sacrificando gran parte dei voli sullo scalo cittadino a favore di Malpensa, la società che gestisce i due aeroporti milanesi non sembra preoccuparsi più di tanto. «Fa fede il piano industriale» è il mantra che si sente ripetere al quartier generale del Forlanini.
Il che significa: tutto fermo fino al 2010, in attesa di vedere quel che succede, aspettando che passi il periodo di «contingency», così sono definiti i prossimi anni di magra, riduzione del volume di affari conseguita agli scossoni degli ultimi mesi e attenzione al riordino dei conti della sezione handling. Poi tutto potrà succedere: Malpensa forse tornerà alla sua vocazione di hub (tipo Zurigo e Monaco), forse si limiterà ad essere grande aeroporto internazionale (i modelli sono Barcellona e Berlino).
Tra due anni, infatti, sarà stato individuato il vettore di riferimento (Lufthansa è sempre in pole position, ma non è detto possano tornare in auge Airfrance o la nuova Alitalia a fare dello scalo varesino la propria base operativa). Sviluppata la rete degli aeroporti a livello infrastrutturale e rivista la gestione delle risorse - secondo le previsioni del presidente Sea Giuseppe Bonomi - si tornerà ai livelli di traffico del 2007 con 34 milioni di passeggeri contro i 28 previsti a chiusura del 2008. Quindi il trampolino dell’Esposizione universale dovrebbe fare il resto.
L’obiettivo numerico di passeggeri è 50 milioni, da raggiungere nel 2016 con lo scenario hub e nel 2025 con quello da grande aeroporto internazionale: per arrivarci sono necessari il preannunciato ampliamento del terminal 1 (nuove porte e check-in), restyling del terminal 2 che diventerà la casa delle low cost, sviluppo della cargo city (in crescita del 3,5 per cento fino al 2007 e che sta subendo un netto calo dopo il ridimesionamento di Alitalia), nuovi sistemi di volo e nuovi edifici, la tanto discussa terza pista e il primo lotto del terminal 3.
Gli scenari futuribili non possono peccare d’ottimismo. Di certo, per ora, c’è che Linate vedrà ridursi il traffico turistico a favore delle tratte business. Solo dopo il 2015 si compirà il destino dell’aeroporto che sorge tra due parchi verdi a soli 7 chilometri dal centro città e che, per quella data, sarà dotato di comoda linea metropolitana.
Benetton: Con Adr è da tempo in trattativa per l’acquisto di un’area Alitalia
Nella nuova Alitalia la famiglia di Ponzano Veneto investirà una somma che oscilla tra i 100 e i 150 milioni. Lo farà attraverso la controllata Atlantia, società che controlla le autostrade. I Benetton gestiscono anche Adr Aeroporti di Roma (Fiumicino e Ciampino), Adr, da tempo, è in trattativa con Alitalia per la cessione di circa 50 ettari di terreno in località Pianabella attorno all’aeroporto di Fiumicino. Terreni valutati circa 120 milioni di euro.
Ligresti: Pochi milioni per un posto in prima fila nell’affare Expo
Ligresti, attraverso la controllata Fonsai (assicurazioni), impegnerà non più di 30-50 milioni. Briciole per il costruttore amico di Berlusconi. Che, però, gli consentiranno di avere un posto in prima fila nel grande affare Expo Milano 2015. Sarà quella la grande scommessa per immobiliaristi e costruttori. La torta è enorme: 3,2 miliardi, infatti, saranno destinati per le infrastrutture altri 892 milioni saranno il budget dell’evento.
Caltagirone Bellavista: A Sesto San Giovanni in vendita un palazzo della compagnia
Francesco Caltagirone Bellavista con la società Acqua Pia Antica Marcia non investirà più di 30-50 milioni. Oltre alla partita Expo, c’è l’immobile Alitalia di Sesto San Giovanni da alienare (2mila metri quadri per una decina di milioni di euro) ma soprattutto c’è quella che riguarda Linate. Comunque andrà l’aeroporto milanese sarà ridimensionato e molti terreni saranno liberati. Si prospetta la possibilità di una grande speculazione.
postilla
Vale forse la pena ricordare come l’articolo (ovviamente) non faccia alcuna menzione degli enormi pasticci che si aprono per i territori del Parco Ticino, che con questa “soluzione” appaiono in balia di qualunque capriccio clientelare locale, e dove già si è sperimentato abbondantemente il modello della trasformazione e urbanizzazione irreversibile, con enormi e ancora incalcolabili danni ambientali, sulla sola base di progetti di sviluppo vaghi e poi non confermati dai fatti. Il tutto a ribadire come al centro delle preoccupazioni di chi governa, nonché delle forze economiche di riferimento, ci sia un modello a dir poco assai arretrato e arraffone di crescita, che unisce fiato corto (è assolutamente insostenibile anche su tempi non dilatati) ed effetti devastanti. E l’opposizione? (f.b.)
[si veda anche l'articolo di Luigina Venturelli da l'Unità del 27 agosto ]
I lettori di eddyburg forse ricordano la vicenda del complesso Macrico di Caserta. È un'area centralissima, oltre 32 ettari, nel cuore della città, fino al 2001 utilizzata dall’esercito per la manutenzione di mezzi corazzati (il nome è l'acrostico di MAgazzino Centrale Ricambi mezzi Corazzati) . Subito dopo la dismissione, si è costituito un comitato per contrastare le speculazioni edilizie in agguato e per fare del Macrico il primo parco pubblico del capoluogo di Terra di Lavoro, senza neppure un metro cubo di cemento, recuperando solo il costruito esistente. Il comune di Caserta è di fatto privo di verde pubblico, anche per colpa del diffuso e perverso convincimento che il bisogno di spazi verdi sia ampiamente soddisfatto del parco della reggia voluta da Carlo III di Borbone, come se fosse questo l’uso cui adibire un bene monumentale di così grande importanza, sotto tutela dell’Unesco.
Il comitato per il Macrico ha agito in modo esemplare. All’inizio, furono raccolte in poche settimane oltre diecimila firme. Nel 2002, non riuscendo ad avere valide risposte dall’amministrazione comunale e dai partiti, il comitato costituiva una lista civica, “Macrico verde”, che eleggeva al consiglio comunale Maria Carmela Caiola, presidente di Italia nostra. Fu anche lanciata l’idea, sostenuta a livello nazionale dalla medesima associazione, di un azionariato popolare per l’acquisto del Macrico con lo slogan “50 euro per rimanere al verde” (50 euro per un metro quadro di parco). All’inizio del 2007, si è svolta una grande manifestazione – con la proiezione del film I have a green realizzato da un centro sociale – che ha visto il teatro comunale pieno in ogni ordine di posti, gente in piedi, pubblico entusiasta e variegato: scolaresche, insegnanti, madri, anziani, esponenti delle associazioni cittadine, tutti a testimoniare la grande voglia di verde.
Nell’ottobre 2007, l’obiettivo sembrò a portata di mano. L’occasione era fornita dalla celebrazione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità nazionale (1861-2011), evento per il quale sono previsti progetti speciali in tutto il Paese di concerto tra governo, regioni ed enti locali. Tra le idee approvate, la costruzione del Parco dell’Unità d’Italia all’interno dell’area Macrico. Il governo, la regione Campania, la Provincia e il comune parevano intenzionati a realizzare davvero, entro il 2011, il gran parco pubblico del Macrico.
È stato un abbaglio. Lunedì scorso 25 agosto è venuta fuori l’amara verità: il Macrico non sarà un parco verde ma un ammasso di cemento e di asfalto. Così ha deciso la conferenza dei servizi indetta presso la presidenza del Consiglio dei ministri dal comitato per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Alla conferenza hanno partecipato la regione Campania, la provincia e il comune di Caserta, la prefettura, i vigili del fuoco. Solo la soprintendenza ai beni architettonici ha mosso obiezioni. Il progetto approvato prevede, su un’area di poco più di 32 ettari, nuova edificazione per oltre 360 mila metri cubi. Considerando i 110 mila mc da recuperare, risulta una densità insediativa pari a quasi 1,5 mc/mq, un’autentica speculazione fondiaria. È previsto di tutto: un auditorium da 1.200 posti, un museo, alloggi e mensa per studenti, un polo fieristico, un incubatore d’imprese, uffici, bar ristoranti. E ancora, un’area mercatale, una sezione di riabilitazione medica, un centro benessere, una biblioteca. Infine, parcheggi interrati e nuove strade.
Allora, addio Macrico verde? La speranza è che i sostenitori del progetto non abbiano fatto i conti con la capacità di mobilitazione di Italia nostra, delle decine di associazioni e comitati che hanno inventato e sostenuto l’idea del parco pubblico. Senza cemento e senza asfalto.
Sull'argomento in eddyburg anche la nota di Italia nostra e l'articolo di Dacia Maraini
Se a Lampedusa si pensa di recintare il Cpt con il filo spinato, nella locride gli immigrati sono diventati una risorsa. Impegnati in laboratori tessili e di ceramica e perfettamente integrati con la popolazione. L'esperienza di un'immigrazione possibile a Riace, Caulonia e Stignano I sindaci di tre paesi: «Accogliamo gli immigrati»
Lem Lem fila la ginestra per farci i tessuti, un'antica arte della Calabria jonica che sta rifiorendo anche grazie a lei e ad altre come lei. Ha 25 anni, è bella, capelli e occhi scuri, vive a Riace da quattro anni con sua figlia Anna e suo nipote Thomas che lei considera un altro figlio e Anna un fratello, tutti e due hanno sette anni e tutti e due, mentre la madre lavora nel laboratorio di tessitura, frequentano con un'altra dozzina di bambini la scuola estiva in un antico palazzotto ristrutturato poco più in là, imparano l'italiano, giocano e hanno l'aria felice. Lem Lem sbarcò con i due bimbi in Sicilia nel 2004, viaggio per mare dalla Libia per 900 dollari, ma era in fuga dal Sudan e dalla guerra già nel 2000, e ora che vive a Riace non va tanto male: 400 euro al mese li guadagna al laboratorio la mattina, altrettanti li tira su facendo la colf nel pomeriggio. Di fronte a lei, al telaio, c'è un'eritrea di 23 anni, statuto di rifugiata, tre figli anche loro alla scuola estiva, sono qui da otto mesi; anche lei, come Lem Lem, è ortodossa, altre ospiti di Riace invece sono cattoliche, altre islamiche. Issa invece di anni ne ha 37, non lavora nel laboratorio tessile ma in quello di ceramica, nel 2001 scappò da Gazine, piccolo centro afgano a cinquanta minuti da Kabul, dove i taliban volevano arruolarlo per forza, venne in Italia attraverso la Turchia, due mesi nel Cpt di Crotone, poi il centro di prima accoglienza di Venezia dove gli consigliarono di stabilirsi a Riace. Adesso che fa il ceramista guadagna 800 euro al mese, ne paga altrettanti all'anno per l'affitto e dell'Afghanistan dice, scuotendo la testa, che va sempre peggio.
Di storie come quella di Lem Lem e di Issa, a Riace se ne contano una sessantina: tanti sono gli immigrati, perlopiù rifugiati, eritrei, etiopi, afgani, rumeni, palestinesi, che hanno trovato accoglienza in questo piccolo borgo appeso sulle colline della costa jonica, da dove l'altro ieri è partita la proposta, d'intesa con gli altri due comuni vicini di Caulonia e Stignano, di aprire le porte ai migranti che le trovano chiuse a Lampedusa. Riace è un centro della Locride noto più degli altri per via del ritrovamento dei Bronzi, ma come gli altri segnato da un passato novecentesco di emigrazione di massa in America e in Nord Europa e come gli altri destinato a un futuro di decadenza e di spopolamento, finché a qualcuno non è venuto in mente che quel piccolo borgo, oltre a ridare vita agli immigrati, poteva riceverne. Quel qualcuno è l'attuale sindaco, Mimmo Lucano, meno che cinquantenne, militanza nei movimenti e nella «sinistra antagonista» come la chiama lui, mai una tessera di partito però, e un'idea lucida sul suo territorio, questa: tutta quella gran corsa allo sfruttamento turistico del mare, con tanto di massacro edilizio della costa jonica, non serve proprio a niente se non si rivitalizzano gli antichi paesi della collina, con i loro tesori artistici (la cattedrale di Stilo è a un passo da qui), la montagna incontaminata alle spalle e una vista da sballo sul golfo di Squillace. Così nel '98, quando da queste parti cominciarono gli sbarchi di esuli curdi e i primi esperimenti di accoglienza a Soverato e Badolato, Lucano non ci vide una jattura ma una risorsa, umana ed economica. Mise su un'associazione, «Città futura», un centro culturale ed etnografico in uno dei più bei palazzi di Riace, e un progetto integrato di accoglienza dei migranti e di turismo equo e solidale, con l'idea di ripopolare l'antico borgo desertificato. Si trattava di riaprire le case abbandonate, nel corso del 900, dagli emigrati in America e in Nordeuropea e di riusarle in parte per gli immigrati che arrivano a ondate dal mare, in parte per creare un «albergo diffuso» per turisti in cerca di natura e sapori autentici. Così l'amministrazione del 2001 si convinse ad aderire subito al primo programma di protezione per i rifugiati, e il resto è venuto dopo l'elezione a sindaco di Lucano, nel 2004, con la lista civica «Un'altra Riace è possibile», un nome un programma. Adesso i migranti - più donne che uomini - diventati stanziali sono 60, i posti letto dell'albergo diffuso 120, vengono scolaresche in gita da tutta Italia a vedere l'esperimento e capita che si coronino matrimoni fra turisti francesi e tedeschi con le bomboniere fatte a mano da Issa.
Non c'è dunque solo un istinto di generosità, ma anche un esperimento oliato alle spalle, dietro la proposta di accoglienza avanzata da Lucano ha avanzato assieme ai suoi colleghi di Caulonia, Ilario Ammendolia, e di Stignano, Piero Sasso. Fra le case abbandonate dei tre paesi, una scuola dimessa di Caulonia e la Casa del pellegrino della diocesi di Locri, affidata in comodato d'uso al comune, si arriva a più di trecento posti: un messaggio civile e mediatico potente da una zona abituata a ricevere gli onori della cronaca solo in caso di mattanze mafiose. Non c'è nemmeno omogeneità di campo politico: se Ammendolia è un sindaco Pd che viene dal Pci e volentieri racconta e rivendica i fatti della «Repubblica rossa» di Caulonia del '43, Sasso viene da An e guida una giunta di centrodestra. Tutti e tre però sono convinti che non si può continuare ad assistere agli sbarchi - gli ultimi, proprio fra Riace e Stignano, l'8 luglio e il 22 agosto - gridando continuamente all'emergenza. E che non è solo disumano, ma anche antieconomico continuare a imbottire i Cpt: «Una giornata di un immigrato in un Cpt costa allo stato 70 euro, una giornata di un rifugiato coperto da un programma di protezione ne costa 22», dice Lucano. Se Lampedusa rammenda i fili spinati - «ma bisogna anche capire che quell'isola non ce la fa più», dicono i tre - qualche altro è pronto a strapparli.
La soluzione dell’"affaire" Alitalia (che è stata formalizzata ieri) non è una bufala. Si chiama con questo termine figurato la vendita di una patacca, una truffa in piena regola. Invece la soluzione Alitalia è un’altra cosa: un imbroglio politico che cerca di far passare con una diversa apparenza e in condizioni peggiori la stessa sostanza che era stata già concordata nello scorso mese di marzo con Air France.
Insomma un’operazione d’immagine che costerà ai contribuenti italiani un miliardo di euro come minimo, più il costo sociale degli esuberi, cioè dei licenziamenti che saranno più del doppio e poco meno del triplo di quanto sarebbe avvenuto in marzo.
Cinque mesi fa l’ipotesi accettata dal capo di Air France, Jean-Cyril Spinetta, ma furiosamente osteggiata da Berlusconi, da Fini e dai sindacati, prevedeva duemila esuberi, altri quattromila dipendenti sarebbero stati parcheggiati in una società di proprietà dello Stato con la prospettiva che almeno metà di loro sarebbe stata riassorbita entro cinque anni. La società si sarebbe fusa nel gruppo Air France-Klm conservando il suo marchio, gran parte del personale e gran parte delle rotte e acquisendone altre per destinazioni internazionali. La flotta sarebbe stata rinnovata gradualmente poiché la consistenza della flotta Air France-Klm insieme agli aerei Alitalia era in grado di far fronte ai previsti incrementi di passeggeri e di merci nei prossimi anni.
All’epoca in cui queste trattative erano sul punto di chiudersi il prezzo del petrolio, già molto alto rispetto ad un anno prima, quotava 80 euro al barile. Sono stati persi cinque mesi da allora ed oggi la trattativa si è svolta con il barile di greggio a 115 euro. Alitalia era sostanzialmente fallita già cinque mesi fa ma si poteva risollevare senza commissariamento e a condizioni migliori per il Paese e per il Tesoro.
Oggi dovrà inevitabilmente passare per il commissariamento, le condizioni per la nascita della "nuova Alitalia" costeranno inevitabilmente di più alla collettività senza cambiare di un ette la sostanza: una compagnia di fittizia bandiera che si avvia a diventare una branca di un gruppo controllato e gestito da una compagnia di altra nazionalità.
A quest’operazione d´immagine partecipano una decina di imprenditori italiani e tre o quattro banche tra le quali Banca Intesa e forse Mediobanca. Non si tratta però di "capitani coraggiosi" come alcuni giornali li hanno affrettatamente chiamati. Si tratta di capitalisti che sanno il fatto loro e che hanno patteggiato il loro ingresso nel capitale di Alitalia con contropartite di notevole interesse.
Ho detto che non è una bufala ma un imbroglio. Non saprei definirlo diversamente.
La prima constatazione (non si tratta di un’opinione ma di un fatto) è la situazione patrimoniale della "bad company" cioè della vecchia Alitalia, del vecchio e logoro osso che resterà in mano al Tesoro, cioè allo Stato, cioè a tutti noi contribuenti. Come è noto il patrimonio si compone di poste attive e di poste passive. Queste ultime ammontano nel caso Alitalia ad oltre un miliardo di euro perché tanti sono i suoi debiti. Ma in più ci saranno da gestire da cinque a seimila esuberi e forse più. Questa gestione ha un costo sociale e un costo finanziario. Quello sociale riguarda le persone e le famiglie che passeranno dallo stipendio alla Cassa integrazione e poi al licenziamento. Per di più si tratta quasi interamente di persone e famiglie concentrate a Roma, il che rende ancora più pesante l’impatto sociale della crisi.
Il costo finanziario dipenderà da eventuali "finestre" di pre-pensionamenti e dalla possibilità di alcune categorie di creditori di sottrarsi agli effetti del commissariamento pretendendo e ottenendo il pagamento integrale di quanto ad essi dovuto. Tra questi i fornitori di carburante i quali potranno adire il tribunale e ottenere una posizione privilegiata minacciando altrimenti di non rifornire la flotta Alitalia impedendone in questo modo il decollo.
C’è poi da considerare la sorte dei 300 milioni che nello scorso aprile furono conferiti dal Tesoro all’Alitalia per assicurarne la sopravvivenza. Quei soldi furono poi messi a patrimonio con la clausola che sarebbero stati restituiti al Tesoro nei tre mesi successivi all´avvenuto risanamento della società.
Saranno restituiti? Sarebbe una partita di giro, dalla "bad company" al Tesoro stesso. Quindi impraticabile perché inutile. Oppure non saranno restituiti, nel qual caso assumerebbero la natura di un aiuto di Stato e come tale impugnabile dalla Commissione europea dinanzi alla Corte di giustizia dell´Ue. Oppure ancora qualche banca o fondazione compiacente dovrebbe assumersi l’onere di rimborsare il Tesoro. Un samaritano che porti la croce. Ce ne sono in giro? Io non ne vedo. Se ci fossero sarebbero pazzi. Oppure furbi di quattro cotte che darebbero trecento per ottenere di ritorno in altri modi almeno il doppio. Staremo a vedere. Il nostro compito di giornalisti è appunto quello d’informare il pubblico. Non mancheremo di farlo.
I capitani coraggiosi. Vorrei cominciare dal gruppo Benetton per una ragione molto semplice: il responsabile operativo della famiglia e del gruppo di Ponzano Veneto rilasciò tempo fa un’intervista assai significativa, virgolettata e rivista dall’intervistato. Il giornalista che l’intervistava affacciò il dubbio che la contropartita d’una partecipazione dei Benetton al salvataggio Alitalia fosse già stata ottenuta con le ottime condizioni alle quali lo Stato aveva rinnovato la concessione delle autostrade al gruppo di Ponzano. Ma l’intervistato replicò che no, la partita delle autostrade non aveva alcun nesso con il salvataggio dell’Alitalia; le condizioni della concessione rinnovata non erano affatto un favore ma un’equa pattuizione. E va bene, sarà certamente così.
Il caso Alitalia era invece diverso. I Benetton non hanno alcun interesse a partecipare ad una compagnia di trasporto aereo. Possono metterci qualche spicciolo se proprio serve a salvare l’immagine politica, ma il loro interesse è un altro. I Benetton sono da tempo diventati costruttori di opere pubbliche: l’attuale aeroporto di Fiumicino l’hanno fatto le loro imprese. È un sito studiato per ospitare 30 mila passeggeri al giorno. Ma ora le previsioni per i prossimi vent´anni richiedono un aeroporto da 60 mila passeggeri in transito giornaliero. Perciò bisogna ricostruire Fiumicino nell´ambito di un progetto che ne faccia un "hub" mediterraneo. Ecco: i Benetton puntano su questo obiettivo. Non sono mica molliche.
Naturalmente, se la previsione d´un aeroporto da 60 mila transiti è corretta, non c´è assolutamente nulla di male a mettere in gara l´opera pubblica. Una trattativa privata senza concorrenti sarebbe uno strappo non da poco. Ma Tremonti è capace di questo e di altro nell´ambito di una strategia di Stato-padrone e di primazia della politica.
Però c´è un altro problema che lo stesso Benetton sollevò in quell’intervista: le tariffe da applicare alle compagnie di trasporto per utilizzo dell’aeroporto e, tra queste, in particolare le tariffe della compagnia di fittizia bandiera. Mi domando se non ci sia un conflitto di interessi tra un Benetton gestore dell´aeroporto e un Benetton azionista di Alitalia.
Di Ligresti si sanno molte cose e molte altre si intuiscono. Costruirà non so quanti milioni di metri cubi connessi (insieme alle circostanti aree) con l’Expo di Milano. Guida un gruppo gigantesco, immobiliare, finanziario, assicurativo. Sta nel sindacato di Mediobanca e come tale allunga l´occhio anche sul Corriere della Sera. Metterà una cinquantina di milioni anche in Alitalia. Per lui sono spiccioli e possono venir buoni con tanta terra al sole. E poi la sua banca di riferimento non è Intesa-Sanpaolo? È opportuno rendersi utili a chi finanzia i propri affari, accade da che mondo è mondo.
Conosco poco gli altri neo-azionisti della nuova Alitalia e quindi mi guardo bene dal formulare su di loro pensieri maliziosi. Ma una cosa va detta e vale per tutti: questi capitani coraggiosi giocano in realtà sul velluto perché hanno giustamente messo come condizione "sine qua non" la presenza nella combinazione d’un grande vettore internazionale. Poiché hanno ora accettato che i loro nomi siano resi pubblici se ne deve dedurre che l’accordo con il vettore straniero sia già stato fatto o sia comunque in avanzata trattativa.
Sappiamo che quando l’accordo sarà ufficializzato risulterà che lo "straniero" avrà il controllo azionario e la gestione della compagnia. È immaginabile e verosimile.
Secondo le informazioni che ho in proposito gran parte dei capitani coraggiosi si propongono di vendere allo "straniero" o sul mercato le loro quote azionarie quando l´accordo sarà diventato operativo. Dal che deduco che una rete di sicurezza i capitani coraggiosi ce l´hanno.
Arriva all’ultim’ora la notizia che Air France ha convocato il suo consiglio d´amministrazione per giovedì ed ha riaperto il dossier Alitalia. Spinetta chiederà anche di incontrarsi con Passera.
A pensarci bene è stato proprio un gioco dell’oca. Cinque mesi dopo torna l’ipotesi di tornare al punto di partenza in condizioni assai peggiori di prima.
Poiché in quest´operazione compare più volte il nome di Mediobanca, converrà spendere qualche parola su questo leggendario istituto che ha movimentato la storia finanziaria d’Italia dal 1947 ad oggi attraversando anche in casa propria alcune agitate, vicende come del resto accade nelle migliori famiglie. Finora le vicende "domestiche" di piazzetta Cuccia sono sempre finite bene e ci auguriamo che sia sempre così. Non altrettanto si può dire di quelle che Mediobanca ha patrocinato. Alcune a lieto fine altre a fine triste o tristissimo, a cominciare dalla guerra chimica ai tempi della Edison e della Bastogi per arrivare alla Montedison di Cefis e a quella dei Ferruzzi e dei Gardini e per finire con Pirelli e Telecom.
Che sta accadendo adesso a Mediobanca?
È in corso uno scontro molto duro. A volerlo personalizzare i protagonisti sono tre: Geronzi, Profumo, Nagel. Il primo è il presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca dopo aver guidato per molti anni il Banco di Roma che si fuse circa due anni fa con Unicredit; il secondo è l’amministratore delegato di Unicredit; il terzo è l’amministratore delegato del consiglio di gestione dell´Istituto di piazzetta Cuccia (un tempo si diceva via Filodrammatici perché Enrico Cuccia era ancora vivo).
Al momento della fusione del Banco di Roma con Unicredit si pose il problema di trovare una posizione adeguata per Cesare Geronzi che altrimenti sarebbe rimasto disoccupato. Geronzi non è uno che vada in pensione; si può tranquillamente scommettere che morirà (spero il più tardi possibile) lavorando. Banco di Roma e Unicredit possedevano circa il 9 per cento ciascuno del capitale di Mediobanca, in totale il 18 per cento, cioè la maggioranza assoluta nel patto di sindacato. A quel punto Profumo decise di vendere metà della partecipazione restando con il 9 per cento. Decise anche di affidare a Geronzi la presidenza dell´istituto ma per non essere troppo generoso optò per una "governance" duale, dando all´ex presidente del Banco di Roma la guida del consiglio di sorveglianza e insediando alla testa del consiglio di gestione il capo del management di piazzetta Cuccia, Nagel.
Un equilibrio perfetto, almeno sulla carta. Ma non era pensabile che Geronzi si contentasse a lungo di fare il padre nobile. Passato poco più di un anno è entrato infatti in agitazione chiedendo che la governance di Mediobanca tornasse dal sistema duale a quello "monale" e rivendicandone la presidenza operativa.
Profumo non è d’accordo ma è molto prudente, anche lui ha i suoi guai e non da poco. Nagel non è d’accordo neppure lui, ma Geronzi è in maggioranza nel sindacato e nell’assemblea degli azionisti. Dalla sua parte c’è Mediolanum, Ligresti, Generali, i francesi, insomma il grosso degli azionisti. Soprattutto ha l’appoggio politico di Berlusconi.
Ma Nagel e Profumo sono tuttora contrari. Se decideranno di battersi possono raggruppare un terzo dei voti nel sindacato azionario: una minoranza di blocco che riproporrebbe una conduzione duale all´interno di una "governance" unificata.
Infine c’è un’ultima incognita. Geronzi è stato rinviato a giudizio e addirittura condannato in primo grado per alcuni reati di cospicua gravità in materia finanziaria e bancaria. In tempi normali tutto ciò avrebbe determinato automaticamente le dimissioni del rappresentante legale di una banca e in tal senso esiste da tempo una circolare di indirizzo della Banca d’Italia. Ma oggi, lo sappiamo, non siamo in tempi normali. Mi domando però se questa posizione resterà ferma anche nel momento in cui il processo avrà inizio. Ogni previsione è azzardata ma una cosa è certa: la scelta dipenderà in larga misura da Draghi. È una partita cui sarà molto interessante assistere per raccontarla a dovere.
SCENARI «Nella cordata Alitalia ci sono troppi immobiliaristi per non insospettirsi, l’area di Linate rappresenterebbe un affare colossale se riconvertita ad uso residenziale e terziario». A pensare male si fa peccato ma spesso s’indovina, disse una volta
Andreotti, consegnando ai posteri un’utile chiave di lettura della politica italiana.
Torna buona anche oggi per leggere tra le righe del nuovo piano di salvataggio della compagnia di bandiera, quello che prevede il sostanziale addio allo scalo milanese con il trasferimento a Malpensa di tutti i voli Alitalia e AirOne. A pensar male è Nino Cortorillo, segretario generale della Filt Cgil Lombardia: «La chiusura di Linate è coerente con l’accordo siglato pochi mesi fa tra la Sea, che gestisce i due scali milanesi, e Lufthansa, che nel 2009 porterà a Malpensa sei aerei della sua controllata Air Dolomiti per farne entro il 2014 un hub centrale del suo sistema di alleanze. Ma anche con la composizione della cordata».
Spiega il sindacalista: «Gli investitori, tra i quali spicca il nome di Ligresti, partecipano all’operazione per avere un ritorno economico. Probabilmente non arriverà da Alitalia, ma dall’area dell’aeroporto cittadino e dalle opere dell’Expo». Così si scioglie anche il rebus della metropolitana che per il 2015 arriverà a Linate: perché costruirla se il destino dello scalo è segnato?
I piani di sviluppo urbano guardano ben oltre l’appuntamento fieristico. Nel frattempo si prepara il terreno per Lufthansa, che non vuole concorrenza per Malpensa: «Ma lo scalo varesino - conclude Cortorillo - non potrà farsi carico dei 10 milioni di passeggeri di Linate senza compromettersi ogni possibilità d’espansione».
L’ipotesi non piace nemmeno al presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, che ieri ha inviato un telegramma al presidente del Consiglio Berlusconi per chiedere la convocazione urgente di un tavolo con le istituzioni locali sul sistema aeroportuale milanese: «È una presa in giro per gli elettori del Nord. Non si parla più di liberalizzazione dei diritti di volo e si preannuncia una nuova compagnia aerea di dimensioni modeste ma forte di due monopoli: quello della tratta più ricca d’Europa, la Roma-Milano, e quello dei voli internazionali dall’Italia non liberalizzati». Le somme tirate da Penati sono sconfortanti: «E Pantalone pagherà due volte, da contribuente nel risanare i debiti della bad company e da consumatore nell’acquistare biglietti aerei più cari della media europea».
Sugli stessi toni anche il segretario del Pd milanese, Ezio Casati: «Saranno i cittadini a pagare il monopolio preannunciato dalla fusione di Alitalia con AirOne. L’aeroporto di Linate è una risorsa importante che non può essere sacrificata».
Nel centrodestra, invece, è scattata la consegna del silenzio. Dopo il fuoco e fiamme minacciato per il ridimensionamento di Malpensa, il presidente della Lombardia Roberto Formigoni preferisce tacere sulle «illazioni» su Linate per salutare la nascita di Compagnia Aerea Italiana come «l’inizio di un nuovo cammino per Alitalia».
Si sbilancia solo la Lega Nord, compagna di barricate del governatore lombardo a difesa dello scalo varesino: «Linate non chiuderà mai, è troppo comodo per la città. Il vuoto di Alitalia, nel rispetto dei principi di libero mercato, sarà riempito da qualcun altro» sentenzia Marco Reguzzoni, capogruppo del Carroccio alla Camera. «Evidentemente avevamo ragione noi della Lega, quando dicevamo che chiudere Malpensa era insensato». Logica ineccepibile, con buona pace dell’aeroporto uscito perdente dalla sfida per la sopravvivenza.
Così rinascono gli Scavi
Stella Cervasio - la Repubblica, ed. Napoli, 27 agosto 2008
"I rovi occupavano il sessanta per cento dell´area archeologica, oggi è tornata la natura" Alla faccia dell’inquinamento, ci sono luoghi in Campania che possono diventare vere oasi ecologiche. È il caso di Pompei, che proprio in questi giorni ha avuto un segnale incontrovertibile, più ancora del risultato di un´analisi dell´aria: il ritorno dell’upupa. L’uccello dei poeti, dal piumaggio spettacolare a righe bianche e nere e con una grande cresta a ventaglio sulla testa, rossa puntinata di nero, mancava da anni dalla zona degli Scavi, ma prima dell’eruzione il suo becco ricurvo a Pompei era di casa, come testimoniano le pitture murarie delle domus: nel bestiario pompeiano il suo volo simile a quello di una farfalla è tra quelli che più hanno colpito gli artisti che trasferirono la natura sulle pareti delle lussuose case patrizie. L’Upupa epops è stata avvistata nell’area archeologica e la sua presenza è stata documentata fotograficamente. Il ritorno sta a significare un’ottima qualità dell´habitat naturale, dal punto di vista delle condizioni del verde e della purezza dell’aria. In quanto migratore, l’upupa soggiorna solo dove le conviene, dove cioè tra ambiente naturale e catena alimentare c’è un rapporto equo. Altrimenti, vola via e sceglie altre mète. Gli esperti del laboratorio scientifico dell’area archeologica hanno preso la sua apparizione come un palmares che ricompensa oltre 15 anni di attività. Il lavoro di Anna Maria Ciarallo, paleobotanica, e della sua équipe che opera a Pompei nella soprintendenza di Pier Giovanni Guzzo, è volto a creare un equilibrio fra natura e resti di un´antica civiltà che proprio dalla natura fu distrutta. Il risultato è anche una risposta alle denunce di degrado in cui verserebbero gli Scavi di Pompei, secondo gli esperti. «Gli sforzi compiuti per liberare Pompei dai rovi - dice Anna Maria Ciarallo - che quindici anni fa occupavano per il sessanta per cento l’area archeologica, hanno dato i loro frutti. Con pazienza certosina, mettendo a punto tecniche di intervento diventate esemplari per l’archeologia di tutto il mondo, si è cercato di coniugare le esigenze di conservazioni del bene archeologico con quello naturalistico, poco noto al grande pubblico, ma altrettanto importante. Si è creato così uno straordinario equilibrio tra archeologia e natura, unico al mondo».
Che vuol dire? Una ventina di anni fa Pompei incarnava il gusto "romantico"delle rovine dove la natura ha preso il sopravvento, con erbe infestanti e rovi cresciuti disordinatamente dappertutto, come si vede nelle vecchie foto degli Scavi. Dove le pietre mancavano, il verde incolto riempiva i vuoti. Sotto la guida di Guzzo, si è formulato un progetto per la ricostruzione dei giardini come li volevano e li vedevano i pompeiani, proprietari delle case. Gli spettacolari spazi verdi delle case di Loreio Tiburtino, della Venere in Conchiglia, della Casa del Menandro e di quella del Profumiere, dell´Orto dei Fuggiaschi o della Grande Palestra oggi sono un valore aggiunto offerto ai visitatori, parte integrante dell’itinerario storico e di utilità per il restauro archeologico. All’estero se ne sono accorti prima di noi. I giardini recuperati sono infatti stati inseriti in una guida europea sugli spazi verdi più belli del mondo.
«Abbiamo sperimentato tecniche molto innovative di conservazione - spiega la botanica - come alcune malte per il restauro capaci di contrastare l’infestazione di erbe pericolose per la stabilità dei ruderi. Sono state protette rarissime specie vegetali adottando tecniche avanzatissime per la difesa ambientale, utilizzando i prati autoctoni per contrastare gli stress idrici legati alle condizioni climatiche che ormai caratterizzano le nostre zone».
Vigneti, siepi curate, piante in fiore, come nei giardini degli Amorini dorati (come si vede nella foto del ‘98, in precedenza erano preda delle sterpaglie, dove anche camminare per un visitatore era proibitivo), della bella Casa del Citarista, la preferita di Robert Harris, che qui scrisse nel 2003 il bestseller "Pompei", anche nell’area della necropoli di via Nocera, le cui immagini storiche parlano - quelle sì - di un degrado che oggi appare datato.
La verità di Bondi: «Pompei? Era uno strazio»
Enrico Paoli – Libero, 27 agosto 2008
Ministro, il nostro patrimonio storico e artistico è, forse, unico al mondo. Eppure non riusciamo a tutelarlo e valorizzarlo a sufficienza. Come intende intervenire?
«Sto lavorando ad un piano nazionale dei Musei italiani. Voglio dimostrare che è possibile realizzare un importante progetto di tutela e di valorizzazione dei musei italiani, destinando ad esso risorse adeguate, sia pubbliche che private», dice il ministro ai Beni Culturali Sandro Bondi, intervendo sulla polemica sollevata da Libero. «Ho deciso di bandire un concorso aperto anche agli stranieri per ricoprire il posto di direttore generale per i musei italiani. Accanto a questo progetto, sto lavorando, in stretta collaborazione con il sottosegretario Michela Brambilla, ad un piano per la valorizzazione degli itinerari turistico culturali, con particolare attenzione all`Italia cosiddetta minore, alle piccole città d`arte che rappresentano una ricchezza diffusa e nascosta senza paragoni nel mondo. Desidero, infine, sostenere particolarmente l`arte contemporanea».
Nel Mezzogiorno d`Italia i siti storici e archeologici sono ammalati di degrado e incuria? Perché? C`è una differenza fra nord e sud?
«Non credo che il Nord abbia una natura diversa dal Sud, dettata quasi dal Fato. Detto questo, le differenze ci sono, tra Nord e Sud, e si vedono. Ma la risposta la devono sempre dare i sistemi socioeconomici e culturali complessivi dominanti nelle singole aree del territorio nazionale. Dobbiamo avere la giusta attenzione in questi casi e valutare le singole realtà. Faccio poi presente che, ad esempio, la Sicilia è, di fatto, la punta di diamante dell`autonomia istituzionale ed operativa in queste materie ed è Regione autonoma, ma i problemi ci sono, in questa, come in altre Regioni d`Italia. Nel caso della Sicilia, direi che dovrebbe essere la Regione a investire soldi per il recupero dei luoghi e, quindi, per la successiva valorizzazione. Occorre sempre distinguere per non incorrere in facili schematizzazioni ed errori di analisi».
Per alcuni aspetti la Sicilia, anche se il patrimonio di quella regione non dipende direttamente dal suo ministero, rappresenta un caso limite. Ma è davvero impossibile porre un argine allo strapotere delle soprintendenze, in Sicilia come nel resto d`Italia?
«Guardi, io non parlerei di strapotere. Il Ministero dei beni culturali del quale le soprintendenze rappresentano le articolazioni territoriali rispondono ad una missione: quella di tutelare e custodire il patrimonio storico artistico e paesaggistico della nostra Nazione. È una missione che si fonda sulla Costituzione, che pone lo Stato a fondamento della tutela e della valorizzazione dei beni culturali. Questa missione ha formato una vera e propria élite burocratica, costituita da funzionari, storici e archeologi di grande preparazione culturale t di grande esperienza. Io, comunque, sono impegnato in una riforma che rifugga dagli estremi: sia un interventismo delle soprintendenze che può apparire a volte irragionevole e statalista, sia una libertà assoluta che metta in pericolo il nostro patrimonio culturale. I giornali stessi stigmatizzano alternativamente sia il degrado, del nostro territorio dovuto ad una malintesa libertà di costruire, sia il freno allo sviluppo conseguente a divieti e ad una burocrazia impermeabile al buon senso. Basta partire dal Codice dei beni culturali voluto dal mio predecessore Giuliano Urbani, e successivamente integrato dai ministri Buttiglione e Rutelli, rappresenta già un punto di equilibrio molto avanzato. Io ho cominciato ad agire sulla base del Codice del beni culturali e delle innovazioni costituzionali più recenti allestendo dei tavoli di lavoro con le Regioni e con gli enti locali che stanno dando già degli ottimi risultati in tema di collaborazione istituzionale».
Su Pompei invece è intervenuto, ma il grosso resta ancora da fare. Anche lei ha la percezione che questo sito archeologico non venga considerato una priorità per il nostro paese? L’industria dei turismo vive grazie a queste bellezze storiche...
«Pompei, che è una delle aree archeologiche più importanti del mondo, è stata lasciata in condizioni indescrivibili. L`immagine dell`Italia che ne ricavavano i turisti era straziante. Perciò ho adottato un provvedimento unico nella storia del nostro Paese. II Commissario sta operando con efficacia, e credo che in poco tempo l`area archeologica sarà riportata in condizioni di piena efficienza. Questa è la condizione essenziale per affrontare la fase successiva che prevede una gestione più manageriale del sito e della sua migliore valorizzazione turistica Per il futuro, sto riflettendo sulla migliore gestione dei beni culturali del nostro Paese. La forma delle gestioni autonome, come quella delle Fondazioni, sta offrendo indicazioni utili e positive. La Reggia di Venaria, l`area archeologica di Aquileia e la Villa Reale di Monza rappresentano modelli nuovi di gestione dei beni culturali. Non c`è dubbio, inoltre, che queste innovazioni indicano la necessità di separare e distinguere la sfera della tutela dei beni culturali affidata alla soprintendenze, da quella della loro vaio rizzazione turistica che può essere meglio affidata a strumenti autonomi di gestione».
L’altro aspetto eclatante riguarda le grandi opere, come la metropolitana a Roma il parcheggio del Pincio. Sono stati eseguiti gli scavi, sono emersi dei reperti archeologici che, con tutta probabilità, finiranno nello scantinato di qualche museo. L’unico risultato concreto, alla fine, è quello di bloccare i lavori. Ma è davvero impossibile superare questa logica dei veti?
«Sono assolutamente convinto del ruolo positivo della cultura per lo sviluppo del Paese, per questo il ministero per i beni e le attività culturali non deve essere più identificato come quello che frena la modernizzazione e lo sviluppo del Paese. Per queste ragioni, sono stato proprio io, senza che nessuno me lo chiedesse, a proporre al Presidente Berlusconi di nominare un commissario straordinario per superare tutti gli ostacoli, anche di natura burocratica, alla realizzazione delle linee metropolitane di Roma e di Napoli; due opere straordinarie per il rilancio e la modernizzazione di queste due città e a cui il governo tiene molto».
E sul caso del parcheggio del Pincio?
«Per quanto riguardala questione del Pincio a Roma, non c’è stato alcun intervento ostativo alla realizzazione del parcheggio da parte delle competenti soprintendenze. Semmai ci sono stati interventi e prese di posizione da parte della società civile per richiamare l’attenzione sulla necessità di salvaguardare un possibile grande patrimonio archeologico. Ci sono stati gli interventi a questo proposito molto intelligenti dei Professor Carandini e del sottosegretario Francesco Giro. Lo stesso mio amico Fabrizio Cicchitto mi ha invitato a recarmi sul posto e di valutare bene la situazione. Lo farò certamente. Questo per dire che la situazione è più complessa di come la si voglia far credere. E che le soluzioni non sono mai semplici, ma richiedono obiettività, conoscenza, buonsenso. Sempre che non vi siano interessi economici prevalenti che sono legittimi ma che devono avere dei contrappesi se si tratta di tutelare il patrimonio della Nazione. Molti esperti di cui ho fiducia mi hanno detto che per il Pincio è possibile sia realizzare il parcheggio che musealizzare i reperti archeologici. Esaminerò con attenzione questo problema, dopo aver sentito il sindaco Alemanno, i funzionari del ministero e i rappresentanti della società civile».
A proposito di modernizzazione a Firenze per non scavare sottoterra, ha rinunciato ad una vera metropolitana per una tramvia che dovrebbe correre a pochi metri dal Battistero. Le sembra una soluzione accettabile?
«La tutela del patrimonio storico del nostro Paese é una funzione che lo Stato deve continuare a svolgere sia pure con la partecipazione determinante degli enti territoriali. Ho espresso preoccupazione per l`impatto che la tramvia potrebbe avere sul Duomo e sul Battistero. Resto di questo avviso. E questa posizione del ministero verrà comunicata al comune di Firenze quando si riunirà per la prima volta il tavolo tecnico che abbiamo deciso di costituire su questo ed altri argomenti».
Postilla
L’intervista del ministro Bondi che riportiamo merita senza dubbio un commento non affrettato, che rimandiamo ad altra occasione, non solo per le risposte, ma anche per le domande, esemplari, nella rozzezza culturale e antropologica che esprimono, di un’intera concezione del nostro patrimonio cui purtroppo il ministro non sembra contrapporre una radicale diversità.
Ma in questa sede interessa sottolineare soprattutto il contrasto, non solo di contenuti, ma anche di toni, dei due articoli odierni sulla situazione di Pompei: la realtà che raffigurano è talmente in contrasto da domandarsi se si tratti dello stesso sito. Certo, come ci hanno insegnato schiere di filosofi, la verità “oggettiva” non esiste e come insegnano fior di epistemologi di alto livello, la complessità degli elementi che costituiscono un sistema come può essere quello di Pompei è tale che le interpretazioni possono divergere anche profondamente, eppure…a noi di eddyburg, sospettosi per natura, è venuto in mente di controllare l’agenda del capo del ministro Bondi: ad ottobre è prevista una sua visita agli scavi pompeiani, in pendant mediatico-politico di quella ormai “cult” di qualche settimana fa in una Napoli finalmente “risanata” dalla monnezza. E una Pompei rifiorita con un colpo di bacchetta magico commissariale è assai più vendibile e spettacolare di un sito che dopo lunghi anni di ricerche, analisi, restauri, cure (per di più originate in “regime” di centro sinistra…), rinasce non solo dal punto di vista culturale, ma addirittura anche da quello naturalistico.
A pensar male, come si sa, si fa peccato, ma…(m.p.g.)
Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno.
Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione antifascista - spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto.
Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco.
Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino.
Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo “berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici.
Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato.
Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo. L’Unità è un pezzo della storia di questo Paese in cui tutti e ciascuno, in tempi anche durissimi, hanno speso la loro forza e la loro intelligenza a tenere ferma la barra del timone. Ricevo in eredità - da ultimo da Furio Colombo ed Antonio Padellaro – il senso di un impegno e di un’impresa. Quando immagino quale potrebbe essere il prossimo pezzo di strada, in coerenza con la memoria e in sintonia con l’avvenire, penso a un giornale capace di parlare a tutti noi, a tutti voi di quel che anima le nostre vite, i nostri giorni: la scuola, l’università, la ricerca che genera sapere, l’impresa che genera lavoro. Il lavoro, il diritto ad averlo e a non morirne. La cura dell’ambiente e del mondo in cui viviamo, il modo in cui decidiamo di procurarci l’acqua e la luce nelle nostre case, le politiche capaci di farlo, il governo del territorio, le città e i paesi, lo sguardo oltreconfine sull’Europa e sul mondo, la solidarietà che vuol dire pensare a chi è venuto prima e a chi verrà dopo, a chi è arrivato da noi adesso e viene da un mondo più misero e peggiore, solidarietà fra generazioni, fra genti, fra uguali ma diversi. La garanzia della salute, del reddito, della prospettiva di una vita migliore. Credo che per raccontare la politica serva la cronaca e che la cronaca della nostra vita sia politica. Credo che abbiamo avuto a sufficienza retroscena per aver voglia di tornare a raccontare, meglio e più onestamente possibile, la scena. Credo che la sinistra, tutta la sinistra dal centro al lato estremo, abbia bisogno di ritrovarsi sulle cose, di trovare e di dare un senso al suo progetto. Il senso, ecco. Ritrovare il senso di una direzione comune fondata su principi condivisi: la laicità, i diritti, le libertà, la sicurezza, la condivisione nel dialogo. Fondata sulle cose, sulla vita, sulla realtà. C’è già tutto quello che serve. Basterebbe rinominarlo, metterlo insieme, capirsi. Aprire e non chiudere, ascoltarsi e non voltarsi di spalle. È un lavoro enorme, naturalmente. Ma possiamo farlo, dobbiamo. Questo giornale è il posto. Indicare sentieri e non solo autostrade, altri modi, altri mondi possibili. Ci vorrà tempo. Cominciamo oggi un lavoro che fra qualche settimana porterà nelle vostre case un quotidiano nuovo anche nella forma. Sarà un giornale diverso ma sarà sempre se stesso come capita, con gli anni, a ciascuno di noi. L’identità, è questo il tema. L’identità del giornale sarà nelle sue inchieste, nelle sue scelte, nel lavoro di ricerca e di approfondimento che - senza sconti per nessuno - sappia spiegare cosa sta diventando questo paese; nelle voci autorevoli che ci suggeriscano dove altro sia possibile andare, invece, e come farlo. Sarà certo, lo vorrei, un giornale normale niente affatto nel senso dispregiativo, e per me incomprensibile, che molti danno a questo attributo: sarà un normale giornale di militanza, di battaglia, di opposizione a tutto quel che non ci piace e non ci serve. Aperto a chi ha da dire, a tutti quelli che non hanno sinora avuto posto per dire accanto a quelli che vorranno continuare ad esercitare qui la loro passione, il loro impegno. Non è qualcosa, come chiunque capisce, che si possa fare in solitudine. C’è bisogno di voi. Di tutti, uno per uno. Non ci si può tirare indietro adesso, non si deve. È questa la nostra storia, questo è il nostro posto.
Oggi ci s'interroga se Alemanno, a proposito del Pincio, considererà più impegnative le strizzate d'occhio ad Italia Nostra prima del ballottaggio, o gli interessi economici intrecciati alla «grande impresa» che stanno uscendo allo scoperto. Ha l'alibi di chi ha gridato ai conti in rosso, e dello sbandierato ammontare della penale. E soprattutto del fatto che il famigerato parcheggio non è una sua iniziativa, ma un'eredità della giunta Veltroni.
Nella mia lunga vita di assessore e consigliere comunale, ho avuto più di una volta la sensazione che l'approccio della «macchina comunale» al traffico romano non sia il più felice, pesante nelle soluzioni (il modo in cui è stata progettata la linea «8», più un monumento all'idea di tram che un funzionale tram veloce, che forse avrebbe potuto fare a meno, come ad Amsterdam, della banchina centrale e dei cordoli, appoggiandosi direttamente ai marciapiedi di viale Trastevere) quanto approssimativo nei dettagli (per restare sull'«8», basta guardare la foresta dei semafori davanti al ministero della Pubblica Istruzione).
A Roma sopravvivono tecniche consigliate dai peggiori manuali degli anni Cinquanta: le più datate sono la rotatoria come panacea universale, e l'idea di ricercare la «grande soluzione» anziché le più complesse soluzioni. L'idea che, per diminuire le auto parcheggiate per strada, occorrono più parcheggi ne è un corollario. Mentre sinora tutte le esperienze hanno dimostrato che è vero il contrario, che i nuovi parcheggi generano traffico. Oppure - a Roma - restano inutilizzati (basta visitare il famoso parcheggio del Gianicolo, ragione di una furibonda controversia giubilare di Rutelli contro il «signor no» La Regina) o sottoutilizzati (come lo stesso parcheggio - d'autore, firmato Luigi Moretti; e teatro di un evento culturale come Contemporanea di Porta Pinciana). In fondo, osserva qualcuno, non è tanto grande la distanza tra il progettato parcheggio del Pincio e quello esistente di Moretti... Aggiungo che considero un po' velleitaria l'idea, alla base del progetto, che i residenti del Tridente compreranno tutti un box nel nuovo parcheggio, in modo di poterlo liberare integralmente dalle macchine. E se non tutti facessero così? È il mercato, bellezza!
Dire di no al parcheggio potrebbe avere il valore liberatorio di rompere con l'illusione di risolvere una polmonite con l'aspirina. Ma Alemanno non sembra aver molta voglia di approfondire la questione, al punto di non trasmettere ai «cinque saggi della «sua» commissione i risultati degli scavi compiuti dalla Sopraintendenza. Preferisce pensare in grande: alla sua commissione Attali «de noantri», dove Venditti dovrebbe dialogare con Cipolletta e Portoghesi. Pensare che Tremonti si scaglia contro «il nullismo del '68»! Ma questo non è nullismo, è (berlusconiana) cura dell'immagine.
Nonostante l'indecisione dell'opposizione in Campidoglio, la questione del parcheggio del Pincio ha prodotto una divisione reale nella maggioranza di Alemanno. Non si scherza col simbolico, e in questo caso il simbolico si propone ben due volte. Il parcheggio va bloccato perché è uno dei simboli della Roma di Veltroni, le scoperte archeologiche vanno tutelate perché sono memoria del glorioso passato. E non l'ha appena detto Tremonti, che per andare avanti occorre guardare al passato?
Proprio queste fibrillazioni politiche mettono in evidenza una sostanziale indifferenza delle reazioni alle scoperte archeologiche appena pubblicate. La bellezza delle immagini è stata contraddetta dalla valutazione possibilista dello stesso sopraintendente. Purtroppo è qualcosa che appartiene più al ceto politico che al riflesso d'ordine della grande stampa. Anche del ceto politico del centro sinistra: a Napoli la Jervolino non ha saputo nascondere il suo disappunto per analoghi tesori portati in luce dai lavori della metropolitana. Haussmann, il demolitore» della vecchia Parigi per costruire la nuova, non rifiutò per caso un analogo incarico, che il Governo italiano gli offrì dopo la caduta di Napoleone III in quello stesso anno 1870 in cui Roma fu riunita all'Italia.
A Roma bisogna sapere intervenire con più delicatezza, quella per cui il «prefetto di ferro» non si sentiva giustamente portato. E soprattutto con idee più generali di singole grandi opere presunte, qui un parcheggio, lì una Nuvola, lì la «città della fitness acquatica» al posto del Velodromo di Ligini fatto esplodere dallo stesso prefetto che avrebbe dovuto tutelarlo. La capacità che abbiamo di comprendere il senso della città, della sua storia e dei suoi monumenti, non è altro che lo specchio della nostra capacità di essere moderni nell'intimo, che è altra cosa dalla sua esibizione spettacolare.
A Roma pensiamo a termine il maxi, il macro, la Nuvola di Fuksas la cui costruzione sta diventando una favola. Pensiamo a vere «nuove centralità» che sappiano competere col fascino del centro. Non è qualcosa d'impossibile, in fondo la stessa trasformazione del modo di vivere a Testaccio, all'Ostiense, a San Lorenzo lo dimostra. L'unico difetto è che finora si tratta di centralità cresciute «a macchia d'olio» intorno al centro esistente. E riprendiamo la «grande idea» di Petroselli per Roma - il centro archeologico e storico luogo della cultura - in forme meno banalmente tecniciste che far dipendere dal parcheggio del Pincio la pedonalizzazione del Tridente.
Nuovo capitolo su Tuvixeddu. Ieri la Coimpresa ha ripreso i lavori e il governatore Renato Soru ha risposto su due fronti. Da un lato ha convocato per giovedì un incontro in presidenza tra Regione, Comune, soprintendenza e Coimpresa. Dall’altro ha annunciato che in settimana la Giunta predisporrà l’ipotesi di delibera (da approvare in Consiglio), per la nomina della commissione al Paesaggio e, in contemporanea, un provvedimento urgente per bloccare i lavori su tutto il colle. La contesa sul colle va avanti dall’11 gennaio del 2007, con l’intervento della Regione per fermare tutti i cantieri aperti sul colle di Tuvixeddu. Ma la storia contemporanea di Tuvixeddu (al cui interno si trova la necropoli punico romana più grande del Mediterraneo) inzia molto prima. Accordo di programma. Tra il 1989 e il 1990 la Coimpresa (che fa capo al gruppo fondato da Gualtiero Cualbu) presentò un progetto per un’ampia lottizzazione del colle. Subito vi fu una mobilitazione di ambientalisti e archeologici (guidati dall’accademico dei Lincei Giovanni Lilliu). Poi il piano iniziale venne fortemente ridimensionato e, dopo varie trattative, si arrivò a un intervento integrato sancito dall’accordo di programma firmato, nel 2000, da Coimpresa, Regione e Comune. Quest’intesa prevedeva, e prevede, tra le varie cose anche un parco archeologico naturalistico di venti ettari (con all’interno la necropoli); da un’altra parte del colle (a lato di via is Maglias), una serie di edificazioni per circa quattrocento appartamenti; e relativa viabilità funzionale al decongestionamento del traffico nell’area di Is Mirrionis, con una strada anche dentro il canyon. Tutela. La lottizzazione di via Is Maglias si trova distante dall’area archeologica, come sottolineato più volte dalla Coimpresa, che ha anche precisato che «da quella parte del colle la necropoli nemmeno si vede». Nel 2004 però, ha affermato la Regione, il Codice Urbani (la legge nazionale sui beni culturali) ha esteso il concetto di tutela anche al paesaggio. Il che significa, ha ripreso ieri il presidente Soru, «che per noi è importante tutelare tutto il colle perchè in questo c’è la storia e la memoria che si rileva anche nel paesaggio e nei ricordi che questo evoca». Due concezioni. Lo scontro è tra «due visioni diverse», ha affermato il governatore. «Noi partiamo da una considerazioine del bene pubblico, il privato no: i ruoli sono diversi». Il concetto di paesaggio viene visto, nel Codice Urbani (a cui si rifà la Regione), come un valore non commercializzabile. Nel caso di Tuvixeddu questo si allarga ben oltre l’area della necropoli: a tutto il contesto che assume quindi un valore culturale pur nella sua contorta morfologia. Da conservare «nella sua integrità all’interno del grande parco che vogliamo fare». Il contenzioso. Dopo il blocco dei lavori del gennaio 2007, la Regione fece una serie di atti sino al vincolo di inedificabilità su tutto il colle. I privati e il Comune (a cui la Coimpresa ha ceduto 40 ettari di terreno del colle e ridotto un vecchio debito legato a terreni irregolarmente espropriati) hanno fatto ricorso al Tar, che ha invalidato tutte le determinazioni e le delibere della giunta regionale. E annullato (per gravi irregolarità procedurali) la commissione al Paesaggio che aveva motivato l’allargamento del vincolo. Sentenza poi convalidata anche dal Consiglio di Stato a cui si era appellato il governo dell’isola. La necropoli. La Regione, ha precisato ieri il presidente Soru, «pensa che alcuni errori procedurali» siano ben poca cosa «rispetto all’importanza di una necropoli, bene dell’umanità, come quella di Tuvixeddu». Un centro archeolgoico dove, «dal 1997 (anno in cui venne posto il vincolo) sono state scavate altre 1.166 tombe», ha pricisato l’assessore Maria Antonietta Mongiu (Cultura). Di cui «ben 430 fuori dal perimetro archeologico e da quello del parco comunale», ha aggiunto l’assessore Gianvalerio Sanna (Urbanistica). E «una parte di queste ultime sono monumentali», ha informato Mongiu. Da qui la richiesta di intervento, ha ribadito Soru, «fatta al ministro alla Cultura. Ma visto che il Codice Urbani assegna anche a noi dei compiti, ricostituiremo la commissione al Paesaggio per riproporre e varare il vincolo a tutto il colle. Nel frattempo, tramite l’articolo 14 della legge urbanistica, attiveremo il blocco dei lavori per novanta giorni». Trattativa. Nell’incontro di giovedì prossimo la Regione proporrà alla Coimpresa una “compensazione” in cambio dei terreni di via Is Mglias. «Vi sono molte aree militari dismesse che possono essere oggetto di scambio - ha affermato il presidente - non precludiamo niente, nemmeno forme di indennizzo, ma puntiamo a una compensazione. Vi sono molte aree in cui è possibile costruire. E discutendo si può arrivare a un accordo che salvaguardi tutti gli interessi: sia del pubblico, che i diritti del privato».
Attacco agli apparati pubblici. Fine della lotta all'evasione. Dai primi cento giorni di governo emerge la strategia di Berlusconi: cavalcare la crisi. E a pagare saranno i lavoratori dipendenti
I primi cento giorni del Caimano, del Cavaliere, dello 'statista', dello stratega di affari geopolitici sono una sfida micidiale al Pd e a tutte le opposizioni. Anzi, un attacco putiniano in pieno assetto di guerra. Peccato non essersene accorti. Come ha detto Giulio Tremonti presentando la manovra: "L'Italia possiede un punto di forza: la stabilità politica; che resterà per cinque, dieci, forse quindici anni".
Se il Pd fosse meno impegnato nelle sue beghe, a creare fondazioni, a demolire Sergio Chiamparino, a proiettare nel cielo dell'estate vaghe astrazioni fra il letterario e lo sciamanico, un lunghissimo brivido scenderebbe nella schiena dei suoi dirigenti, primo fra tutti Walter Veltroni.
Come aveva detto Massimo D'Alema? Rischiamo di diventare una "minoranza strutturale". Infatti, per la prima volta si assiste in Italia al profilarsi di una nuova specie di guerra di classe. Berlusconi e Tremonti hanno in mente il progetto perfetto per diventare eterni.
Per capirlo, bisogna uscire dal coacervo dei singoli provvedimenti: l'abrogazione dell'Ici era un atto dovuto dopo la campagna elettorale, la detassazione (parzialissima) degli straordinari è una misura irrilevante nella quantità, la campagna su immigrazione e sicurezza ha un valore simbolico fortissimo, con l'esercito in strada e le vecchiette che dicono "vi vogliamo bene" ai soldati, ma i suoi contenuti saranno da valutare più avanti.
Ma è il lavoro dietro le linee quello che viene condotto dal governo, e nasce da una concezione darwiniana della politica. Di destra vera e cattiva, senza inibizioni e remore culturali. Il Popolo della libertà vede con chiarezza una perdita di peso del lavoro dipendente e di tutti i ceti riconducibili nel perimetro del reddito fisso, e quindi la possibilità di creare un blocco sociale di maggioranza che possa confermarsi, come ha ripetuto Tremonti, "a tempo indeterminato". Un settore politico che copre la metà della società, 'la società del 50 per cento' (diversamente dalla "società dei due terzi" descritta a suo tempo dal socialdemocratico tedesco Peter Glotz), che governa agevolmente contro tutti gli altri ceti dispersi e perdenti.
Per ottenere questo scopo, a suo modo 'storico', Berlusconi si è premunito garantendosi l'immunità, con la cinica operazione del provvedimento bloccaprocessi, che è servito a introdurre la 'mediazione' del lodo Alfano: prima si minaccia l'atomica e poi si negozia da posizioni di forza. Un capolavoro di violenza sulle istituzioni.
A questo punto, sereni e tranquilli, si può passare alla Fase 2, la fabbricazione di una maggioranza sociale e politica non aggredibile dalle opposizioni. Con un esemplare ragionamento da economista, Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 17 agosto ha scritto che Tremonti, che pure ha evocato spesso lo spettro del Ventinove, "rischia di ripetere gli errori di Herbert Hoover, il presidente che, nel tentativo di raggiungere il pareggio di bilancio nel mezzo di una recessione, creò le premesse per la grande depressione".
Tremonti, dice Giavazzi, tiene la pressione fiscale invariata per un triennio, "al livello elevatissimo al quale l'aveva lasciata Prodi". Strano, per gente che aveva sempre puntato sul 'meno tasse per tutti'. Tanto più, aggiunge l'editorialista del Corriere, che "come ha spiegato con grande chiarezza Guido Tabellini (…), ciò che servirebbe è un'energica riduzione delle tasse sul lavoro".
Ora, consideriamo che Giavazzi è uno dei più celebri economisti italiani, e che Guido Tabellini è un quasi premio Nobel. Si può immaginare allora che Tremonti sia uno sprovveduto che durante una fase di stagnazione e inflazione approva riduzioni di spesa con effetti, direbbero i suddetti economisti, “pro-ciclici”, cioè con una seria probabilità di aggravare la recessione?
Non è possibile. Una interpretazione più realistica è quella di Pier Luigi Bersani:il governo sta facendo provvista per affrontare i costi inevitabili della struttura federalista. Ma c'è anche un'interpretazione più inquietante. La recessione può essere un fenomeno preoccupante sotto l'aspetto economico, ma funzionale invece al disegno politico del Pdl. Basta dividere in due la società: da una parte il già citato reddito fisso, lavoro dipendente e pensionati; dall'altra imprese e lavoro autonomo (professioni, commercio, artigiani ecc.).
Per queste categorie sociali, né l'inflazione né la stagnazione rappresentano un'inquietudine. Alle imprese è stato lanciato il messaggio sulla contrattazione da flessibilizzare, sul lavoro precario e perfino su aspetti premoderni del rapporto fra imprenditori e lavoratori, come la cancellazione della legge che impediva la pratica delle dimissioni firmate in bianco. Alle categorie del lavoro autonomo, che Bersani aveva tentato con qualche limitato successo di sottoporre alla concorrenza, viene assegnata di fatto la possibilità di manovrare prezzi e tariffe. Non che il mercato si possa comprimere con i calmieri; ma la scomparsa del contenimento dell'inflazione dalle priorità vere del governo mette allo scoperto la pesante sfasatura, per il reddito fisso e per i contratti, fra l'inflazione programmata, del tutto irrealistica, e l'inflazione reale.
In ogni caso i pilastri dell'azione del governo sono da un lato l'attacco a tutti gli apparati pubblici; dall'altro il tendenziale smantellamento del contrasto all'evasione.
Il primo aspetto è spettacolare (così come è uno show quotidiano l'azione intimidatoria di Brunetta sul pubblico impiego): i trenta miliardi in tre anni di tagli alla macchina pubblica incidono su scuola, università, sanità, sicurezza, e su tutti gli enti locali, in maggioranza di centrosinistra, che avranno difficoltà pesanti nell'assicurare i servizi.
L'altro, il ritiro dalla lotta all'evasione, è più strisciante. Si compone di provvedimenti invisibili, che non fanno titoli sui giornali, e che non accendono la fantasia dei commentatori.
Tanto per dire, sul Sole 24 ore Stefano Micossi riconosce al governo di avere avviato per il paese un percorso di "riforme strutturali, capaci di liberarne il potenziale di crescita e modernizzarne le istituzioni obsolete". Converrebbe allora capire se fra queste riforme va compresa anche l'istituzionalizzazione politica dell'evasione, che l'ex viceministro dell'Economia, l'odiatissimo ma efficiente Vincenzo Visco ha riassunto in questo modo: "Ormai si è convinti che le tasse le debbano pagare solo i lavoratori dipendenti".
Per chi volesse avere un'idea delle misure 'anti-antievasione', secondo Visco non c'è che l'imbarazzo della scelta: abolizione della tracciabilità dei compensi, indebolimento delle norme sugli assegni bancari, eliminazione dell'elenco dei fornitori, con l'aggiunta dello smantellamento dello staff ministeriale che aveva lavorato con il governo precedente.
Via libera al sommerso, quindi, sotto la coltre fumogena di operazioni come la 'social card' e un esproprio patrimoniale con strizzata d'occhio come la 'Robin Tax': tanto che nessuno nell'opposizione sembra in grado di cogliere la portata dello choc sociale che è stato innescato. Vale a dire un trasferimento di ricchezza potenzialmente colossale, mascherato dietro le filosofie di Tremonti sull'economia sociale di mercato, sul federalismo fiscale, sulla resistenza 'di comunità' alla globalizzazione.
Ci sono insomma due linee di confronto, e di scontro, dell'opposizione con la maggioranza: una corre su questa redistribuzione regressiva, di tipo castale. L'altra sull'operazione 'istituzionale' di tipo federalista. Entrambe le iniziative di fondo del governo possono innescare tensioni fortissime nel tessuto sociale e nazionale. Con la prima, l'attacco al reddito fisso, il Pdl ha cominciato a costruirsi il suo blocco politico, e lo fa 'con i nostri soldi', cioè con i soldi dell'opposizione. Con la seconda, aprirà un tiro alla fune spaventoso fra Centro-nord e Sud, che potrà essere gestito soltanto aprendo i rubinetti delle casse pubbliche, cioè a spese del bilancio dello Stato. Con rischi fortissimi o dell'aumento della tentazione separatista, oppure di un attentato materiale alla crescita (ma non importa, si è già visto che nella recessione la maggioranza e i suoi elettori ci sguazzano).
È per questo che il Pd, e tutte le opposizioni residue dovrebbero dedicare l'autunno a un'azione di duro contrasto al progetto generale berlusconian-tremontiano. Il 'dialogo', le 'commissioni à la Attali' e altre finzioni collaboranti vanno lasciate a momenti migliori. Il punto centrale è: attrezzarsi a fare opposizione sulle questioni reali. Per il dialogo sulle questioni immaginarie verranno tempi migliori, forse, chissà, un giorno, se nel frattempo non ci avranno spolpati.