Dopo una ventina d’anni di dure polemiche, che hanno punito alcuni di noi per la loro resistenza alle mode con evidenti esclusioni (ma si sa che l’esclusione è una delle punizioni applicate dalla cultura di massa a chi non è d’accordo con le opinioni della maggioranza rumorosa; per essa quello che non compare non esiste e quello che compare può essere facilmente falsificato) cominciano ad apparire segni di rivolta contro gli «archistar», che hanno ridotto l’architettura a «design» ingrandito, i monumenti in immagini di marca, rifiutando di fare del tessuto urbano un materiale essenziale al disegno della città, accettando la privatizzazione dello spazio pubblico, e predicando l’ideologia della deregolazione come estetica della constatazione.
A queste critiche sembrava fare riferimento, anche se in modo confuso nelle sue dichiarazioni programmatiche, anche il responsabile della Biennale di Architettura di Venezia 2008 Aaron Betsky, ma poi, per far fronte agli errori denunciati, anziché cercare la via della responsabilità civica, egli sembra volere accelerare la corsa verso l’abisso dell’identificazione dell’architettura con l’idea di immagine, indefinibile, aperta ed instabile, anche se un’architettura, come sappiamo da 3500 anni, ha un’immagine formalmente ben definita anche se certo non è solo un’immagine. E’ vero: oltre alla città visibile, fisica, esiste una città dei flussi sempre più strutturalmente importante. Ma a ciascuno il suo compito. Gli architetti devono occuparsi della città visibile in cui quella non visibile abita e si confronta. Ma non fare un’architettura di imitazione del non visibile.
A distanza poi di quasi un secolo dal tempo delle avanguardie, non siamo più alimentati dal vento della rivoluzione politica ed artistica, dalla storia lunga e gloriosa delle utopie, siamo lontani da una società equa e liberata, ma anche dalla messa in discussione del ruolo stesso delle nostre pratiche artistiche nella società che è divenuta post-società di maggioranze rumorose ed omogenee.
No, caro Betsky, noi siamo oggi nell’epoca dell’impero del mercato, della finanza e dei consumi globali, siamo nel tempo della politica, del marketing e della pubblicità a cui una gran parte degli artisti, che confondono bizzarria e creatività, si adeguano, rispecchiando così fedelmente lo stato e le volontà dei poteri per i quali inoltre le proteste estetiche sono benvenuti ornamenti. Altro che «motivazioni proprie», il nostro problema è di lottare per mezzo dell’architettura contro tutto questo e contro il fatto che dopo i rispecchiamenti ideologici, ciò che trionfa è il rispecchiamento dei mercati; compreso il mercato degli architetti.
«L’architettura - dichiara solennemente Betsky - non è una questione tecnica ma culturale». Lo ringraziamo di questa prodigiosa scoperta, come quella che l’acqua è bagnata, sconvolge le nostre millenarie convinzioni. Come ho avuto più volte l’occasione di sottolineare, l’architettura sin dai tempi più antichi è stata sempre «ergon poietikon», cioè costruire poeticamente. Il costruire è, cioè essenza costitutiva della pratica artistica dell’architettura. Separare i due fatti e la specificità che deriva dalla loro congiunzione è, come dimostra lo stato dell’architettura di più ampia diffusione mediatica dei nostri giorni, del tutto disastroso: per l’architettura e per la società in cui essa opera. Ci si riduce a pensare che tutto è già giustificato dalla propria autonoma presenza, naturalmente prodotto dalla libertà creativa senza limiti e che si tratta di riconoscere il valore emozionale: è l’invenzione dell’estetica della constatazione, la violazione delle regole fatta a pagamento.
Ancor meno condivisibile appare poi nella mostra il richiamo al mondo immaginario dei film e dell’arte (e aggiungerei della letteratura). Da essi credo la cultura dell’architettura dovrebbe prendere le distanze, non per negarne i valori importantissimi per il progetto ma a causa dell’insistente ed artificiosa confusione tra le diverse pratiche (una specie di «Gesamtkunstwerk» della multimedialità) che invece, proprio al fine di discutere utilmente, devono mantenere chiare le proprie identità.
E’ vero, «ci serve un’architettura che interroghi la realtà» come Betsky afferma, ma aggiungo io, che sappia, attraverso alla risoluzione che essa propone, assumere anche una distanza critica da essa, cioè proporre un nuovo possibile. E per far questo non vanno proprio incoraggiate «quelle visioni effimere» che quasi sempre non sono affatto oggi «prove tangibili di un mondo migliore» ma consolazioni puramente seduttive attorno allo stato delle cose e riduzione delle pratiche delle arti a pura comunicazione.
Anche in questa Biennale dell’Architecture beyond Building non manca certo qualche eccezione. Anzitutto la mostra dedicata a Sverre Fen, un autentico grande architetto della mia generazione. Poi vi sono padiglioni, come quello spagnolo o finlandese che espongono con onestà i risultati architettonici recenti dei loro paesi. In generale gli allestimenti in quanto tali sono assai migliorati come ad esempio quelli di Russia o Francia: anche se la prima con pessime architetture stile archistar o la seconda con architetture di qualità modesta. Migliorati gli allestimenti salvo quelli del padiglione Italia e dell’Arsenale in bilico tra la caricatura di esperimenti compiuti dalle arti visive una trentina d’anni or sono e la festa dell’oratorio. La cosa migliore resta la dedica al grande Harald Szeemann di uno dei viali.
Anche se le proposte di questa Biennale sono, io credo, tragicamente sbagliate per la nostra disciplina e la sua pedagogia e per il futuro della città, da questo punto di vista la riflessione più seria mi sembra proprio quella fatta dal presidente Paolo Baratta, il quale sostiene giustamente che le informazioni ormai precedono le esposizioni e che forse è necessario fare delle Biennali qualcosa di completamente diverso, forse degli istituti di ricerca e sperimentazione ma soprattutto un luogo di confronto critico. Sempre che non si tratti di riflessioni senza fondamenti come vetrine delle esibizioni di pseudo artisti, come nel caso della Biennale 2008.
Questo purtroppo vale anche per le Biennali delle arti visive, che possono prendere senso solo se costruite a partire da un rigoroso punto di vista critico e non solo informativo, anche se questo è molto difficile, a causa del confronto con gli interessi delle numerose partecipazioni straniere, che sono fondamentali per le fortune delle Biennali di Venezia.
Certamente l’assenza di una esposizione dell’oggetto nella sua fisicità ha sempre costituito per le mostre di architettura, un ostacolo serio e la tentazione di sostituirlo con la scenografia o di assegnare un valore figurativo in sé alle testimonianze di produzione o di riproduzione (che talvolta qualcosa di esso possiede) è la strada che conduce appunto a ridurre l’architettura ad arte ornamentale.
MILANO - Il dualismo Fumicino-Malpensa? Un falso problema. L’aeroporto di Milano – almeno così sostengono i nemici del doppio hub – non è vittima del concorrente romano. Anzi. I suoi avversari più pericolosi se li deve cercare sotto casa: a Linate, in primis, ma anche in quella Pianura Padana che negli ultimi anni – in un anarchico federalismo aeroportuale – ha visto prosperare (spesso alle spalle del presunto hub lombardo) uno scalo ogni 50 chilometri.
Le cifre parlano chiaro. Nel 2000, anno del suo vero battesimo, Malpensa ha visto passare 20 milioni di passeggeri, vale a dire il 50% del traffico aereo del Nord Italia. Sette anni dopo i clienti sono aumentati (22 nei primi 11 mesi di quest’anno) ma la quota dello scalo bustocco nei cieli "padani" si è ridotta al 39%. Perché? Le diagnosi sono differenti. Il sindaco di Milano Letizia Moratti, ad esempio, ha le idee chiare: colpa delle scelte sbagliate di Alitalia, che non ha mantenuto i suoi impegni di trasferire una base d’armamento e le rotte intercontinentali a Malpensa e che ancor oggi scarica sull’aeroporto lombardo i costi dei trasferimenti degli equipaggi. Dal governo, invece, puntano il dito proprio contro la coriandolizzazione del sistema aeroportuale del Nord dove gli enti locali si sono mossi in ordine sparso. Magari portando vantaggi ai consumatori (che trovano gli aerei a due passi da casa) ma forse facendo un danno alla collettività. In questo modo – dicono a Roma – hanno aperto le porte della pianura padana (spesso con soldi pubblici) all’invasione delle low-cost e hanno creato basi regionali da cui portare passeggeri business verso gli hub di concorrenti europei.
Il traffico dei cieli del Nord, in effetti, ha cambiato volto in pochi anni. Il caso Linate (doveva sparire e invece fa viaggiare 10 milioni di passeggeri l’anno) è senz’altro l’esempio più macroscopico di cannibalizzazione ai danni di Malpensa. Ma non è l’unico. Bergamo Orio al Serio – grazie soprattutto a Ryanair – è balzata da 1 a 6 milioni di passeggeri. Torino, Verona e Venezia sono cresciute del 50% in sette anni, Treviso ha decuplicato i suoi clienti. Gente che spesso si imbarca in provincia, bypassa Malpensa (anche perché le autostrade da Verona all’aeroporto bustocco sono una vera via crucis), per poi magari imbarcarsi su un volo intercontinentale in un altro paese europeo. Milano – spiegano fonti del Tesoro – deve imparare da Venezia. La Save prima ha tentato di acquistare Adr, poi si è costruita il suo network (non un hub) intercontinentale macina-utili. Oggi da Venezia si vola a New York, Dubai, Atlanta, Philadelphia. E visti i problemi di piste ha potenziato e fatto decollare anche lo scalo-cugino di Treviso. Piani simili, in vista degli Open Sky con gli Usa di marzo 2008, hanno anche Torino e Bologna. Tanto che a lamentarsi dell’arrivo di Air France, osservano maliziosamente a Palazzo Chigi e dintorni, è solo la Lombardia, e non il resto del settentrione.
«Dire che Malpensa è vittima della concorrenza del resto del Nord è però riduttivo – dice Stefano Paleari, direttore scientifico dell’Iccsai, centro strategico del trasporto aereo –. Se non è decollata è per due motivi chiari: Linate in primis, certamente, ma poi il fatto di essere nata come hub senza avere i collegamenti infrastrutturali di un hub». Difetto che non è stato corretto negli ultimi anni salvo, forse, con il futuro arrivo della Pedemontana.
È possibile adesso sfoltire la giungla di aeroporti padani per salvare Malpensa? Una cosa, di sicuro, si può fare: ridimensionare (compatibilmente con i paletti Ue) Linate. Tanto che Moratti si è già detta disponibile a ripensare il city airport meneghino. Ragionare sul resto è difficile. Gli enti locali in ballo sono tanti. Mettere d’accordo tutti i campanili in Italia è difficile. E c’è da tener conto anche degli interessi dei consumatori. Forse la soluzione più logica (come propone anche Paleari) sarebbe quella di sedersi attorno a un tavolo e ripensare al sistema integrato del traffico aereo padano tutti assieme, magari avviando un lento processo di consolidamento societario dei gestori. E i grandi Aeroporti del Nord forse, in futuro, potranno ripensare alla loro offerta per far decollare, dopo tanti anni anche il business della Malpensa.
Nota: forse i lettori di eddyburg ricorderanno il piccolo spazio dedicato, non molto tempo fa, alla vicenda dello "hub virtuale" di Montichiari, non citato in questo articolo di Repubblica, ma assolutamente emblematico di un modo di agire del tutto irresponsabile da parte di una pubblica amministrazione attenta evidentemente al solo consenso del notabilato locale e/o di partito, oltre che alla solita grande torta delle opere pubbliche, distribuite a casaccio tanto quanto gli aeroporti (f.b.)
Una casa da 700 milioni
di Maurizio Maggi
Tanto costa il piano del governo a favore dell'edilizia sociale. E punta su società miste tra pubblico e privato. Obiettivo: 80 mila nuovi alloggi in dieci anni. Con affitti che non superino il 35 per cento del reddito degli inquilini
Per quanti avevano sperato in un piano casa di dimensioni 'fanfaniane', i 700 milioni da spendere alla svelta messi sul piatto dal governo guidato da Romano Prodi per affrontare l'emergenza immobiliare sono una parziale delusione. La sinistra radicale si lamenta perché i quattrini stanziati per risolvere le emergenze con l'articolo 21 del decreto legge collegato alla Finanziaria per il 2008 sono pochi. I fautori dell'intervento degli investitori non pubblici nel residenziale da affittare a prezzi ragionevoli, invece, non riescono a intravvedere con sufficiente chiarezza, nelle dieci righe dell'articolo 41, l'auspicata apertura ai privati per la costruzione e la gestione delle case da destinare alle fasce meno abbienti della popolazione. Il primo articolo stanzia 550 milioni che, anticipa a 'L'espresso' Anna Maria Pozzi, direttore tecnico di Federcase (la federazione degli ex Iacp, gli Istituti autonomi delle case popolari), saranno probabilmente spesi così: metà per il recupero e la manutenzione, il 30 per cento in nuove costruzioni e il 20 per cento per l'acquisto di alloggi già esistenti. "è un primo passo che darà respiro ai casi più drammatici di emergenza sociale, ma non è quello che ci aspettavamo, sulla base del fabbisogno necessario per il recupero dell'edilizia pubblica fatiscente", commenta Pozzi. I soldi destinati ad attuare l'articolo 41 sono ancora meno, 150 milioni.
Un topolino che però potrebbe partorire la montagna. Infatti non serviranno a mettere in moto il mega-piano da un milione di alloggi pubblici caldeggiato da Carlo Puri Negri, boss di Pirelli Real Estate e vicepresidente di Assoimmobiliare, però possono dare una bella scossa a un mercato, quello della realizzazione di case 'popolari', che in Italia è statico da anni. Nonostante le stime prudenziali di Federcasa dicano che ci sarebbe bisogno di almeno 600 mila abitazioni ad affitti contenuti. "Dal crollo delle quotazioni del mattone di metà anni Novanta, a lungo ci si è illusi che la casa non fosse più un problema di massa, e per di più le Fondazioni bancarie hanno dovuto cedere il patrimonio immobiliare per legge", sottolinea Sergio Urbani, direttore della Fondazione Social Housing della Cariplo. E peraltro la cronaca anche molto recente spiega chiaramente come l'inefficienza nel maneggiare l'edilizia pubblica galoppi sia quando si vende sia quando non si vende. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha avviato un'indagine per capire chi occupa il patrimonio immobiliare del Comune e il governatore del Lazio, Pietro Marrazzo, ha invitato gli istituti delle case popolari della regione a sospendere le vendite dopo aver scoperto che appartamenti di qualità erano stati ceduti a prezzi pari a anche a un decimo del loro valore di mercato.
Ma ecco come l'articolo 41 del decreto, voluto dal ministero dell'Economia e delle Finanze con il coinvolgimento dei ministeri delle Infrastrutture e della Solidarietà sociale può riavviare il motore dell'edilizia calmierata. Senza appesantire i conti pubblici. Innanzitutto, si affida all'Agenzia del demanio il compito di creare una società che promuova la formazione di "strumenti finanziari immobiliari a totale o parziale partecipazione pubblica", per comprare, recuperare, ristrutturare immobili da abitazione. A disposizione dell'iniziativa, il governo stanzia 150 milioni da investire entro fine anno. Sembra una dichiarazione di principio perché la norma dice che gli strumenti possono essere "a totale o a parziale partecipazione pubblica". Dichiara Gualtiero Tamburini, presidente di Assoimmobiliare e dell'Istituto di ricerche Nomisma: "Sul tema dell'edilizia residenziale c'è ben altro da fare: occorre creare le condizioni per il ritorno degli investitori privati, che devono poter intervenire in tutti i segmenti della casa, da quella più propriamente sociale e pubblica fino a quella libera ma convenzionata". E Carlo Ferroni, direttore generale dell'Ance, che considera le decisioni governative "un passetto", si augura che l'articolo 41 sia interpretato per in maniera decisamente 'aperturista': "Gli strumenti devono essere veramente misti, altrimenti si risolverà ben poco".
Le naturali preoccupazioni di Ferroni e Tamburini, tuttavia, potrebbero essere almeno parzialmente fugate se l'applicazione dell'articolo 41 seguirà le linee guida dello studio dell'Agenzia del demanio. Secondo quanto risulta a 'L'espresso', infatti, l'agenzia diretta da Elisabetta Spitz ha messo a punto un progetto per creare 60-80 mila alloggi nel prossimo decennio, da affittare a cifre che non superino il 35 per cento del reddito degli inquilini. Un traguardo raggiungibile solo se l'operazione verrà sostenuta almeno per metà da investimenti privati e se, una volta locati, gli immobili siano economicamente autosufficienti. Come centrare l'obiettivo? Inizialmente con una o più società di sviluppo, che dopo la realizzazione dell'immobile, possano trasformarsi in Società di investimento immobiliare quotate, le famose Siiq. Per costruire 8 mila appartamenti all'anno sono necessari circa 1,4 miliardi di euro l'anno. Trovare i soldi dai privati che si candidano a gestire i patrimoni anche con rendimenti inferiori a quelli medi di mercato (però certi) e soprattutto dagli investitori istituzionali, non dovrebbe essere difficile. Le compagnie di assicurazioni, per esempio, potrebbero tornare al mattone residenziale abbandonato qualche anno fa, e anche le fondazioni bancarie, che per statuto fanno investimenti etici. Chi sicuramente sarà della partita è la Cassa depositi e prestiti, che già si è impegnata per la valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico finanziando l'edilizia popolare dei Comuni attraverso il meccanismo della concessione lunga, ossia degli affitti a 50 anni. Ma la Cdp potrebbe anche entrare direttamente nelle società promosse dal Demanio o nelle Siiq, oltre che rivestire il ruolo di finanziatore di lunga lena.
Dal lato più o meno privato e istituzionale, dunque, il percorso immaginato con l'articolo 41 non dovrebbe trovarsi di fronte insormontabili ostacoli. Ma sul versante pubblico, da dove dovrebbero arrivare i 7 miliardi di euro (in dieci anni) necessari a coprire appunto la metà del piano? I soldi freschi, ovviamente, saranno pochini. Sempre secondo il progetto allo studio dell'Agenzia del demanio, gli enti locali e lo Stato dovrebbero entrare nelle Spa di sviluppo immobiliare apportando aree ed edifici e offrendo sgravi fiscali e riduzione di costi amministrativi. Gli 80 mila alloggi sarebbero destinati a famiglie con redditi compresi tra i 1.100 e i 1.300 euro mensili. Le abitazioni dovrebbero avere una superficie media di 70 metri quadri e l'affitto calmierato dovrebbe aggirarsi tra i 400 e i 500 euro al mese. Significherebbe pagare 60-90 euro al metro quadro all'anno, mentre l'attuale canone, nelle grandi città, si aggira intorno ai 150 euro. Infine, uno dei tasti più importanti del piano: la redditività a regime per le Siiq. Al Demanio pensano che debba essere del 5,25 - 5,75 per cento lordo. Non strepitosa, ma neanche da buttare. Per esempio, l'obiettivo atteso della Oikos è del 5 per cento lordo. Oikos è la società costituita dalla Fondazione della Cassa di risparmio di Alessandria, dal Comune e dal gruppo privato Norman per realizzare 54 appartamenti e 40 box da locare, con la formula dell'affitto-mutuo (dopo 35 anni la casa diventa di proprietà degli inquilini) per le fasce più deboli.
Il 'social housing' (e cioè l'edilizia a prezzi calmierati) richiede che anche l'operatore immobiliare abbia un approccio etico all'investimento. Tra le fondazioni più attive nel settore c'è la Cariplo, che ha costituito apposta la Fondazione Housing Sociale, ha realizzato il Villaggio Barona a Milano e promosso il primo fondo immobiliare dedicato all'edilizia sociale, Abitare Sociale 1, raccogliendo 85 milioni di euro. Lavora a tre progetti a Milano (750 alloggi) e uno a Crema (100 alloggi). In ordine sparso, da Bologna a Siena, da Torino a Padova, Rovigo e Verona, le fondazioni bancarie hanno risolto casi socialmente difficili. Ora tocca allo Stato pensare un po' più in grande. Il primo mattone è l'articolo 41.
Tra gli ultimi nella Ue
Degli oltre 214 milioni di alloggi che rappresentano lo stock residenziale dei Paesi aderenti all'Unione europea, circa 34 milioni sono riconducibili al cosiddetto 'social housing', definizione che accomuna tutti i settori residenziali che implicano doveri di interesse pubblico e affitti bassi. "L'Italia è in una situazione simile a quella di Irlanda, Belgio, Finlandia e Lussemburgo: un'alta percentuale di abitazioni è occupata dai proprietari stessi e c'è una bassa percentuale di alloggi sociali", spiega Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, "eppure lo Stato ha ridotto la dotazione finanziaria del fondo sociale per l'affitto: istituiti nel 1999, era di 500 milioni, adesso è sceso a 230 milioni". Nel convegno sull'Housing Sociale organizzato da Somedia a Milano il 4 ottobre, Breglia ha presentato uno studio sulla situazione dell'edilizia pubblica o calmierata a livello europeo. Tra i Paesi dell'Ue, la Germania (dove il limite di reddito per farsi assegnare una casa popolare è di circa 1.750 euro netti al mese) guida la classifica con 11,6 milioni di alloggi sociali, seguita da Gran Bretagna con 5,4 milioni e Francia con 5 milioni, mentre l'Italia è staccata, a quota 1,5 milioni. Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito hanno una grossa dotazione di appartamenti a canone sociale e spendono per per le case popolari il 3 per cento del Pil. Grecia, Portogallo e Spagna sono i fanalini di coda: pochi alloggi sociali e spesa pubblica inferiore all'1 per cento del Pil.
Prezzi in discesa dal 2009
di Stefano Livadiotti
Per il mattone è in arrivo la grande frenata. Dopo otto anni di boom ininterrotto, che ha visto passare di mano 8 milioni di case (pari al 30 per cento dell'intero stock abitativo del paese), con un'impennata dei prezzi del 51 per cento (del 65 per cento nei comuni più grandi), il ciclo si è invertito. Nei primi mesi del 2007 le compravendite (che avevano chiuso il 2006 con un più 1,3 per cento) hanno fatto registrare una battuta d'arresto (meno 3,5 per cento). Che verrà seguita, tra 12-18 mesi (il tempo necessario alla riduzione delle aspettative di chi vende), da una flessione delle quotazioni. Se il mercato si sgonfia, l'offerta si adegua: gli appartamenti di nuova costruzione, che sono passati da poco meno di 193 mila nel 1999 al picco di 336 mila quest'anno (per un valore di 40,5 miliardi di euro), diminuiranno a 323 mila nel 2008, per poi scendere fino a 308 mila nel 2009.
Il rapporto Cresme-Saie sul mercato delle costruzioni, che verrà presentato il 23 ottobre a Bologna in occasione dell'apertura del Salone internazionale dell'edilizia, e che 'L'espresso' è in grado di anticipare, attribuisce lo sboom a tre principali fattori. Primo: dopo anni di progressiva riduzione, la dimensione dei nuclei familiari tende oggi ad assestarsi. Secondo: complici la scarsità di acquirenti e il rincaro dei mutui, sta calando la domanda da parte di chi è già proprietario di una casa, ma vuole sostituirla con un'altra, magari più grande. Terzo: si sta affievolendo la spinta dei figli del baby boom della seconda metà degli anni Sessanta (i 'bamboccioni' secondo la definizione del ministro Tommaso Padoa-Schioppa), che con ritardo rispetto alle generazioni precedenti hanno lasciato la casa paterna in questi anni. La fascia di popolazione con età compresa tra i 30 e i 39 anni, quella che in Italia esprime la maggiore propensione alla creazione di nuove famiglie e alla ricerca di una casa, è in diminuzione: dopo essere salita dagli 8 milioni del 1991 ai 9,5 del 2002, scenderà di nuovo a 8 milioni nel 2012 e poi a 7 quattro anni dopo.
A tirare resta così soprattutto la domanda degli immigrati, che già oggi rappresentano il 13 per cento del mercato immobiliare italiano. E che in prospettiva peseranno sempre di più: se nel 2006 le presenze straniere erano a quota 3,8 milioni (il 7 per cento della popolazione italiana) nei prossimi dieci anni arriveranno a 7 milioni. Nel 2006 solo 300 mila di loro vivevano in una casa di proprietà. Mentre 2 milioni e 200 mila pagavano un affitto.
L'idea contenuta nell'articolo 41, quello di realizzare alloggi di edilizia sociale con fondi privati non speculativi è giusta. Così, ad esempio, in Inghilterra hanno fatto fronte già dal 1998 al calo di risorse pubbliche destinate a questo scopo. I privati realizzano alloggi da destinare ad affitto calmierato "accontentandosi" di una redditività, prodotta dai canoni calmierati, che è intorno al 5%. Ma allo stesso tempo la scrittura dell'articolo lascia ampi margini di manovra a soluzioni "all'italiana". Ad esempio non si fa cenno al fatto che la gestione di questi immobili deve essere affidata a un soggetto diverso dal costruttore. Per questo bisognerebbe favorire anche in Italia la formazione di un registro di proprietari sociali di immobili, ad esempio associazioni no profit, alle quali affidare la gestione degli alloggi sociali realizzati con fondi privati non speculativi. Il rischio, diversamente, è la cosiddetta edilizia convenzionata. Ma questa l'abbiamo già conosciuta e se ne conoscono anche i mali. L'uso delle aree demaniali è una opportunità straordinaria per avviare anche in Italia il settore immobiliare intermedio tra la casa popolare e il libero mercato, contribuendo così a liberalizzare un mercato immobiliare privato la cui finanziarizzazione lo ha reso rigido e poco capace di interpretare i reali bisogni.
Un passo nella direzione giusta, bisogna solo accertarsi che anche la testa guardi nella stessa direzione. (g.c.)
Sono rimasto stupefatto dalla lettura del libro di Walter Tocci, Italo Insolera, Domitilla Morandi, da pochi giorni in libreria (Avanti c’è posto. Storia e progetti del trasporto pubblico a Roma, Donzelli, € 29). È diviso in due parti, una di Tocci, l’altra di Insolera e Morandi, tutt’e due trattano di tram, ma sono profondamente diverse. Il testo di Insolera e Morandi è dedicato davvero al tram, e dà conto degli studi e dei progetti che i due autori hanno prodotto come consulenti del comune di Roma, in particolare: via Nazionale; il centro e il lungotevere; la via Aurelia; il cosiddetto Archeotram, cioè la linea, da Termini all’Appia Antica,che avrebbe dovuto connettere i più importanti punti di interesse storico archeologico della capitale. Ogni argomento è sviluppato con grande attenzione al profilo storico, ai confronti internazionali, ad aspetti anche minutamente tecnici. Nessuno dei progetti è stato realizzato, né credo lo sarà, ed è spontanea la riflessione su come sarebbe Roma se quelle idee avessero avuto seguito, e certamente diversi sarebbero stati gli esiti delle elezioni amministrative (e forse anche di quelle politiche). Su tutto ciò spero che ci sia occasione di tornare.
Del tutto diversa è la prima parte del libro, quella scritta da Tocci. Qui il tram è un pretesto. Un pretesto per affrontare le questioni cruciali della politica urbanistica romana, gli errori commessi, le occasioni perdute, la subordinazione agli interessi fondiari (“A Roma la forza unificante dell’economia del mattone ha sempre vinto sulle differenze degli ordinamenti politici” [p. 93]. Il terzo capitolo della prima parte del libro (La chiamiamo ancora Roma) è un’indagine critica dell’urbanistica romana contemporanea molto approfondita, rigorosa, lucida, convincente. Non è che Tocci vada fuori tema rispetto al tram. Il tram, sostiene Tocci, va visto come occasione di riorganizzazione della città, non come mero intervento ingegneristico [p. 9]. “Per contenere la città infinita – scrive Tocci – l’unica possibilità è la città del tram. Nei casi migliori è stata la risposta europea alla tendenza internazionale verso lo sprawl, sempre assecondata invece negli Usa, con la generalizzazione del modello Los Angeles, e nei paesi emergenti con la formazione delle megacittà. In Italia, a dispetto della tradizione di civiltà urbana, sembra prevalere il modello insediativo americano e Roma non è da meno” [p. 10]. A Roma, infatti, si è formato “uno dei più grandi esempi di sprawl in Italia e per certi versi anche in Europa. È paragonabile a quello dell’area milanese e a quello del Nord-est, ma prende gli aspetti peggiori di entrambi, la forte gravitazione del primo e la bassa densità del secondo. In verità il modello di riferimento non è né italiano né europeo, ma quello americano delle inner cities circondate da immense distese di villette, molto diverso dalla cultura urbana che abbiamo ricevuto in eredità”. [p. 105].
Il modello insediativo americano, cioè l’espansione senza fine, a Roma hanno tentato di camuffarlo chiamandolo “policentrismo”, all’uopo inventando le cosiddette nuove centralità. Ma se un episodio urbano si ripete una ventina di volte (tante sono le nuove centralità previste alla scala urbana) non si centralizza alcunché, commenta Tocci [p. 116]. Secondo lui, il nuovo piano regolatore di Roma non è neppure un nuovo piano, ma un’ennesima variante di quello del 1962, di cui si condivide la forte geometria espansiva. “Attuare oggi quelle previsioni urbanistiche è in un certo senso più grave che averle pianificate negli anni sessanta” [p. 118]: nessuno di noi, critici da sempre del piano di Roma, aveva osato arrivare a questa conclusione. Eppure le valutazioni di Tocci non sono mai pregiudiziali ma sempre espresse a conclusione di un’analisi puntualmente documentata, spesso facendo riferimento ai risultati dei modelli di simulazione. Dai quali risulta, per esempio, che “un quartiere realizzato nella periferia anulare, dopo massicci investimenti infrastrutturali, è in grado di offrire ai cittadini un’accessibilità su ferro tre volte più bassa della media cittadina e sei volte più bassa dell’area centrale” [p. 112].
Penso che i lettori condividano il mio stupore. Tocci è stato vicesindaco di Roma e assessore alla Mobilità dal 1993 al 2001, quando fu sindaco Francesco Rutelli. È inevitabile allora che ci si chieda se l’insostenibilità del nuovo piano regolatore, Tocci l’abbia fatta presente all’amministrazione di cui è stato autorevolissimo esponente. Nel libro non c’è risposta. Apprendiamo solo che nel 1996 presentò uno studio dell’assessorato alla Mobilità sotto forma di contributo alle discussioni sul nuovo Prg (come se fosse stato un consulente). E negli ultimi giorni del suo mandato curò una pubblicazione, che assume l’importanza di un testamento (“Se non si modificano le regole della trasformazione urbanistica non ci può essere nessuna politica della mobilità in grado di risolvere il problema. Anche i piani di traffico più ambiziosi sarebbero come il tentativo di svuotare il mare con un secchiello" [p. 113]). Il vicesindaco si domanda addirittura “perché in un lungo ciclo di buongoverno come quello dell’ultimo quindicennio, non sia stato possibile compiere una svolta nella politica urbanistica” [p. 124]. Anche noi vorremmo proprio saperlo.
Ma in fondo tutto ciò non è molto importante. Importante è che abbiamo recuperato Walter Tocci. Forse non tutti i frequentatori di eddyburg sanno che Tocci è stato, per anni, uno del nostro giro. È stato fra i fondatori – insieme a Gigi Scano, Antonio Cederna, Eddy Salzano, Maria Rosa Vittadini, Paolo Berdini e altri – dell’associazione Polis, capostipite di questo sito. È un intellettuale colto, cultore aggiornato dei fenomeni urbani, e in Avanti c’è posto torna la lucentezza e la passione dello studioso di una volta. Bentornato Walter.
È la storia a parlare attraverso la voce corposa di Ermanno Rea. E la questione Napoli diviene il tassello di un puzzle chiamato corso degli eventi: «Vorrei sapere se è una conversazione rilassata. Perché ecco, ho le mie piccole idee, non sono certo il depositario di verità acquisite, ma ho una mia analisi». Abbiamo tempo e lo scrittore napoletano, nato nel 1927, autore di un romanzi cult come Mistero napoletano, La dismissione e oggi in concorso al premio strega con l'ultimo lavoro Napoli ferrovia, non ha bisogno di domande, fa da sé. «Benissimo allora vorrei iniziare con una lettura dei discorsi parlamentari di Giorgio Amendola, in particolare della seduta del 20 giugno, quando alla fine del conflitto mondiale spiega i motivi sul perché il Pci si oppone all'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno». La lettura va avanti come una musica per un po', poi Rea d'improvviso si ferma: «E' questo il passo, lo rileggo: 'con il pretesto di dare mille miliardi di lire cercate di creare un organismo che sarà pericoloso strumento di corruzione e asservimento delle popolazioni meridionali da parte di quelle forze sociali, esse stesse responsabili della situazione'. Lui si riferiva agli imprenditori settentrionali e ai latifondisti. Ci siamo. Quasi 60 anni fa Amendola riusciva a prevedere quello che sarebbe avvenuto. La fonte originaria di tanto sviluppo della camorra e di interessi particolari. Qualcuno arriccerà il naso sentendomi parlare della questione Meridionale, visto che ormai è stata bandita dal lessico politico e addirittura si è capovolta in maniera inquietante nella questione settentrionale, ma non essendo mai stata risolta con la modernizzazione del Sud e l'adeguamento degli standard con il resto del paese, ci troviamo inesorabilmente di fronte alla Napoli di oggi».
Un epilogo inevitabile?
Assolutamente. E mi permetto di usare un altro mio cavallo di battaglia: la teorizzazione della democrazia bloccata per tutto il periodo della guerra fredda. E come è possibile farlo se non si è in presenza di un regime totalitario? Svendendo la legalità, lasciando le malefatte impunite per acquisire consenso. Non poteva non accadere quello che vediamo oggi nella nostra città. Monnezza, traffici illegali, camorra, sono processi assolutamente intrecciati, ma invece di affrontarli da un punto di vista politico e dalla prospettiva economica meridionale, si è preferito elargire prebende e sovvenzioni a pioggia favorendo la corruzione. E ora? le problematiche meridionali vengono descritte come questioni locali. Se è così la mia conclusione è pesante: ha ragione Bossi, dividiamoci. Se ho una gamba putrefatta delle due l'una, o la curo o procedo all'amputazione. E' chiaro che sono un sostenitore del corpo unico, la questione del Sud è nazionale. E mi pare di essere in buona compagnia da Guido Dorso a Salvemini, da Gramsci a Giustino Fortunato, uomini che nessuno ha il diritto di mettere in soffitta.
Intanto però passa pericolosamente il messaggio che il problema siano i napoletani.
E' il vecchio e maledetto trucco. Dando per scontato che si tratta del pensiero di una subcultura che non ci appartiene è chiaro che quando non si intraprendono i sentieri giusti, si inquinano tutti i processi negandoli. Si dice spesso che una cosa sia lo zingaro che delinque un'altra quello che vive onestamente, stesso vale per l'italiano, il napoletano, ce ne sono di ogni specie. Oggi però non esiste nemmeno più lo stereotipo di napoletano da cartolina, tollerante, disponibile e accogliente. Prendiamo per esempio i fatti di Ponticelli, io tendo a distinguere poco quanto accaduto dallo scempio dei rifiuti. Entrambi i fenomeni hanno una radice comune di degrado antropologico. Ma sono convinto che Napoli resti meticcia e il suo sarà un futuro di massima apertura.
Nello scandalo immondizia secondo lei Bassolino è un capro espiatorio o ha effettivamente grosse responsabilità?
Vorrei superare gli eventi, non conosco i fatti specifici e non mi interessano. Trovo invece interessante analizzare il suo percorso politico, con un piccolo riassunto. Napoli è stata pietrificata dalla guerra fredda, una volta caduto il muro è stata travolta, come il resto del paese, da tangentopoli. Spazzati via i vecchi centri di potere dai Gava ai Pomicino, si sono spezzati molti dei legami con il passato. E' stato allora che è nato un movimento fortunato, ribattezzato con uno slogan stupido come «rinascimento napoletano». Ma si trattava di un fermento, di una mobilitazione della popolazione che voleva combattere l'illegalità. Bassolino ne è stato il conduttore politico poi ha sbagliato. Invece di consapevolizzare la popolazione ha tentato di mettere un freno. La politica che rassicura, quindi tappa, per ottenere consensi è perdente in sé. Faccio un esempio: possibile che nessuno fosse a conoscenza degli sversamenti tossici delle imprese settentrionali nel nostro territorio? Che c'è voluto un giovanotto come Roberto Saviano per raccontarci quanto accadeva? Dove era la politica? La stampa? Quando ho letto gli ultimi capitoli di Gomorra sono saltato dalla sedia, non ne sapevo nulla.
Dal 15 aprile in parlamento c'è una sensazione di solitudine che diventa quasi clandestinizzazione nella sinistra «rossa». Un'epoca è finita anche in Campania.
A 81 anni sono ormai un uomo con un piede per tre quarti nel passato, non riesco a fare distingui, per me la sinistra ha avuto uno smacco e questo provoca gli stessi sentimenti di solitudine generalizzata. Non posso concepire un moderatismo di sinistra. Anzi mi chiedo se esiste una sinistra moderata. Non capisco Veltroni, sono figlio di un'unica sinistra molto consapevole e costituzionalista. Lo stesso vale per la questione campana, una regione d'Italia e non un'isola sperduta, dove si dispiegano le stesse dinamiche, con le dovute varianti, della Lombardia o della Sicilia. Noi prima ancora del manifesto di Marx avevamo come vangelo la costituzione, dunque l'unità nazionale e per questo la crescita del Sud.
E Berlusconi a Napoli?
Un colpo di teatro, una bella scampagnata.
Il Ponte di Calatrava? Già progettato a Venezia oltre quattrocento anni fa, da Cristoforo Sabbadino, grande ingegnere e proto dell’Ufficio delle Acque della Serenissima. Nella sua celebre pianta di Venezia, concepita nel 1557, compare infatti sul Canal Grande tra Santa Chiara e la zona del Corpus Domini - oggi corrispondente al piazzale di Santa Lucia - un ponte tracciato per collegare le due rive in corrispondenza di quello realizzato oggi dal famoso architetto catalano, che tanto fa discutere.
Quel ponte - che sarebbe stato il secondo sul Canal Grande, dopo quello di Rialto, allora ancora in legno e ben prima di quello degli Scalzi - non fu poi mai realizzato, ma è singolare che nel furioso dibattito che da anni è in corso in città sulla funzionalità e la collocazione dell’opera di Calatrava, nessuno si sia ricordato che già negli anni d’oro della Repubblica Veneta un collegamento simile era stato concepito e disegnato su una delle piante più conosciute della cartografia antica veneziana. Lo ha notato, ora, una giovane docente di Storia dell’Architettura dell’Iuav, la dottoressa Elena Svalduz, consultando per una ricerca la copia della pianta del Sabbadino conservata alla Biblioteca Marciana, accanto alle altre due che possiede invece l’Archivio di Stato.
«La pianta, ben nota alla critica - spiega - raffigura il cosiddetto “piano” per Venezia elaborato nel 1557 da Cristoforo Sabbadino, come proto dell’Ufficio delle Acque, l’organismo che controllava l’assetto delle aree marginali della città. E’ considerato un vero e proprio piano regolatore, che concepisce e disegna la città come un complesso urbano in trasformazione, in anticipo sui tempi rispetto alla moderna pianificazione urbanistica. Per la città di Venezia è il primo progetto d’insieme, di cui sono previste tanto le ricadute fisiche, quanto quelle d’economiche. A completamento del disegno manoscritto, infatti, l’autore riporta il computo dettagliato delle superfici e del volume di fango necessario per ottenerle».
Era, quella, una Venezia da circa 180 mila abitanti, in crescita, che dopo il boom edilizio della prima metà del Cinquecento e la saturazione delle aree centrali disponibili, cercava nuovi terreni per l’edificazione, reperibili solo ai limiti della città. Da qui anche interventi contemporanei di riequilibrio, come la bonifica dei terreni paludosi, con l’uso dei fanghi asportati dai canali per consentire una migliore circolazione dell’acqua. «Sulla scia di una serie di provvedimenti volti a rettificare i bordi della città - spiega ancora la dottoressa Svalduz - Sabbadino disegna una fondamenta continua in pietra, larga più di 17 metri, lungo l’intero perimetro urbano. Allo sbocco dei canali sono previsti ben trentasei nuovi ponti, uno dei quali sul Canal Grande tra Santa Chiara e il Corpus Domini, grosso modo in corrispondenza di quello progettato da Calatrava, oggi in corso di realizzazione. Lungo le rive è delineato un sistema di canali prolungati in linea retta nelle aree recuperate, fino a immettersi nei due nuovi canali scavati sul retro della Giudecca e a lato delle attuali Fondamente Nuove, per vivificare quelli interni e per convogliare il flusso delle maree lungo i bordi». In anticipo sui moderni project financing, quelle concepite dall’ingegner Sabbadino erano opere pubbliche a costo zero. Secondo i suoi calcoli, infatti, la vendita dei nuovi terreni strappati alle acque e resi edificabili, avrebbe consentito di coprire le spese relative tanto alla realizzazione della lunga banchina con i suoi ponti, quanto alle opere di escavo dei canali perimetrali. Ma a cosa sarebbe servito il “ponte di Calatrava” versione Sabbadino? Al collegamento pedonale verso la terraferma, nell’area vicino al convento di Santa Chiara, dove sarebbe stato ricavato un nuovo bacino acqueo, una sorta di terminal per il trasporto fluviale per le barche «da Padoana et Vicentina», come si legge sulla pianta. Un ponte spostato un po’ più a ovest rispetto a quello ora realizzato e che in fondo giustifica anche sul piano storico il nome di Ponte de la Zirada che il Comune vuole attribuire ora al suo “gemello”.
Stati Uniti, la mia casa farà crash
di Andrea Rocco
Lo scoppio della «bolla» immobiliare potrebbe essere più violento del previsto, e trascinerebbe con sé la già fragile economia a stelle e strisce. I primi segnali dagli agenti: prezzi in picchiata, via i dipendenti. Guai per il consumatore medio: si è indebitato fidando sul valore dell'abitazione
Fino a qualche mese fa l'espressione chiave per descrivere la situazione del mercato immobiliare negli Stati Uniti era soft landing, atterraggio morbido. Una fase di declino progressivo, ma non drammatico, a cui doveva seguire una ripresa a tempi ragionevolmente brevi. Oggi non c'è più alcun osservatore che parli di discesa morbida. Il dibattito semmai si è spostato sull'alternativa tra una crisi dura, ma governabile, e un vero e proprio crash simile a quello che ha colpito il settore tecnologico nella primavera del 2000. Le similitudini non mancano. Come l'hi-tech, anche l'immobiliare ha visto la costruzione di una bolla speculativa con aumenti dei prezzi delle case superiori al 10% all'anno nel periodo 2002-2005, ma con punte di aumenti annui vicini o superiori al 20% in alcuni mercati particolarmente «caldi» come la Florida, la California del Sud, una parte delle Montagne Rocciose. Una vera e propria corsa al mattone che ha interessato tutte le tipologie e i segmenti del mercato, dalle ville di lusso alle seconde case per le vacanze, dagli appartamenti popolari alle penthouse newyorkesi, e che ha avuto effetti indiretti anche fuori dai confini americani. Sono però alcuni mesi che il vento sembra essere cambiato e che si moltiplicano le grida di allarme di chi vede i segni inequivocabili di un rovesciamento di tendenza. In realtà aveva già cominciato l'ex-presidente della Federal Reserve Alan Greenspan nella primavera del 2005, parlando se non di «bolla» speculativa, di «schiuma» (come quella dei cappuccini) che si sarebbe creata nel mercato immobiliare.
I dati più recenti, quelli di inizio agosto, sono però inequivocabili, anche perché vengono da due aziende leader che operano negli snodi critici del mercato e che godono dunque di un punto privilegiato di osservazione. La prima è Countrywide Financial Corporation, la più grande organizzazione finanziaria del paese nel campo della concessione di mutui immobiliari. Nell'ultimo mese Countrywide ha visto un crollo del 19% delle richieste di mutui. E ha immediatamente licenziato 382 dipendenti.«La gente è troppo ottimista - ha detto il direttore generale di Countrywide, Angelo Mozilo - quando continua a parlare di atterraggio morbido». Il secondo operatore a suonare l'allarme in questi giorni è stato Toll Brothers, azienda leader nelle case di lusso (ne costruisce oltre 9 mila ogni anno). Nell'ultimo trimestre gli ordini di abitazioni Toll sono scesi del 47% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. «Sembra che il rallentamento del mercato - ha detto al Los Angeles Times Robert Toll, amministratore delegato della società - durerà almeno altri sei mesi, che potrebbero però diventare anche due anni». Da tenere presente che fino alla primavera scorsa Robert Toll era considerato uno degli operatori più «tori», ovvero più ottimisti sulle prospettive dell'immobiliare. Ma altri segnali non incoraggianti vengono dal mercato delle seconde case. In alcune aree costiere della Florida, dominate dalle seconde case, si segnalano cadute dei prezzi nell'ordine dell'8% sull'anno precedente, in New Jersey siamo sul meno 10-15%. La crisi tocca anche le ville super-lussuose degli Hamptons, nei pressi di Long Island dove gli agenti immobiliari hanno iniziato a produrre spot televisivi per vendere le case ed organizzano veri e propri ricevimenti con vini e formaggi francesi per attirare potenziali acquirenti. Quello delle seconde case è un mercato ovviamente più «discrezionale», non guidato da necessità abitative urgenti (matrimonio, divorzio, trasferimento per lavoro) ed è caratterizzato da oscillazioni più marcate rispetto a quello delle prime case.
Il caso di San Diego è poi ancora più significativo. Qui il boom immobiliare è stato davvero straordinario. Dopo la crisi dei primi anni '90, dovuta ai tagli all'industria militare e aerospaziale, dal 1995 ad oggi i prezzi delle case sono triplicati. Ma anche qui il crash sembra dietro l'angolo: ovunque fioriscono i cartelli for sale e si diffonde la pratica delle riduzioni di prezzo, nell'ordine dei 20, 30 e anche 50 mila dollari. L'aumento di prezzi e di vendite negli ultimi dieci anni era stato spinto dal basso livello dei tassi di interesse, da nuove facilitazioni fiscali e dall'introduzione di nuovi strumenti, alcuni piuttosto disinvolti, per finanziare gli acquisti immobiliari. In pratica si è consentito di acquistare case di alto valore a chi aveva redditi limitati, con anticipi in contanti nulli e rate procrastinate nel tempo. Il castello di carte ha retto fino ad un certo punto, ma oggi l'aumento dei tassi ne ha accentuato e accelerato la caduta. E questo introduce l'altro tema molto dibattuto tra politici, economisti e operatori dell'immobiliare: le conseguenze che la ormai pressoché certa caduta del mercato delle case avrà sull'economia americana. Perché, al contrario di quanto era successo in altri momenti di crisi, oggi potrebbe essere l'immobiliare a rallentare l'economia e non la situazione economica generale ad essere motivo di arretramento nel mercato delle abitazioni. All'inizio degli anni 2000 il settore aveva tirato l'economia americana fuori da una mini-recessione e il recente boom ha consentito agli americani di indebitarsi usando l'abitazione come garanzia per i prestiti e di spendere quel denaro, tenendo alto il livello dei consumi. Si calcola che un terzo circa della crescita economica recente sia da attribuire all'immobiliare. Una decisa correzione, come quella che ormai quasi tutti si aspettano, potrebbe ridurre la crescita del Pil di un 1,5%. «Credo che le cose peggioreranno ancora molto prima che si possano vedere dei segnali di ripresa», ha dichiarato al New York Times Greg Gieber, un rispettato analista del settore
Nota: sulla bolla immobiliare USA, qui su Eddyburg vedi anche l'articolo di Mike Davis (f.b.)
Argentina, la grande occasione della speculazione immobiliare
di Maurizio Galvani
Scoppia la bolla immobiliare (e speculativa) in Argentina. Trainata dalla robusta ripresa industriale del paese latinoamericano - 8,8% negli ultimi sette mesi del 2006 e una espansione annuale pari al 7,6% - che, a sua volta, trascina la ripresa di tutti i maggiori settori. Particolarmente di quello edilizio e delle costruzioni (con un più 17,9% di produzione sia dei metalli leggeri sia di cemento). La «grande occasione» immobiliare è dovuta, inoltre, alla debolezza attuale del peso (la moneta nazionale) rispetto all'euro e al dollaro (cambiati tra il 3,91-4,01 e 3,07- 3,10 rispettivamente), come pure al grande ritorno dei capitali stranieri ed locali. O meglio, al grande rientro dopo la fuga «permessa» alla fine degli anni Novanta con la complicità dei grandi istituti di credito: quando si iniziava a paventare lo shock della grande crisi e si era conclusa la sbornia provocata dalla parità - 1 a 1 - del cambio tra peso e dollaro.
«Tornano» gli investitori, stranieri e non, e pretendono la casa più bella, più spaziosa, più d'epoca. Comprare nella zona portuale di Puerto Madero o nella zona residenziale di Recoleta o Retiro non è più solo un lusso ma anche un affare. I prezzi delle case sono lievitati e il valore al metro quadro di un abitazione è già sopra i duemila dollari; quando non tocca anche la cifra record di 3.500 dollari. Ma questo non è un problema: la richiesta può essere avanzata lo stesso, tanto i medesimi appartamenti o sono destinati ad uso privato per persone facoltose, oppure sono a loro volta fonte di speculazione e guadagno. Vengono infatti affittati, magari per brevi periodi, a turisti, per la maggior parte di nazionalità europea. I quali pretendono, appunto, il bello ed il confertevole, il «fascino bohemien» e l'avventura di una città ancora molto particolare. Comunque, una metropoli dove vivono circa tredici milioni di abitanti.
Del resto, è meglio reinvestire i propri risparmi invece che tenerli bloccati in una banca. Dopo che si è concluso il ciclo dele vacche grasse, quando in Argentina si poteva investire nei famosi tango-bond e si potevano ottenere smisurati guadagni sul costo del denaro (quasi il 15% di interesse). Ora si torna a reimpiegare questi soldi nel settore immobiliare, forse più sicuro. Tanto le ultime, più recenti, statistiche segnalano che - in tutto il paese e non solo a Buenos Aires - il costo delle viviendas (abitazioni) è cresciuto già del 17%, in un solo anno. Ed è destinato a salire provocando, a sua volta, ristrutturazioni forzate come pure espropriazioni forzate in numerossime zone. Aree che successivamente diventano «esclusive», come sta accadendo in tanti barrios (quartieri) della capitale (la zona di Palermo, ad esempio) che è diventata un'area per singole categorie di persone: Palermo hollywood (ad esempio, per gli attori...), Palermo soho (per i designer...) o Palermo chico (zona per ricconi...). Inoltre, stanno fiorendo come funghi molte agenzie immobiliari e via Internet si moltiplicano le proposte; che «preparano» i turisti prima della partenza per la capitale argentina.
Buenos Aires è sempre stata meta attrattiva per la diffusione del tango. Negli anni più recenti, fino alla dichiarazione del default, l'Argentina ha accumulato un debito pari a a 140 miliardi. La ripresa hecha in Argentina (made in argentina) è costata fatica e continua a pesare. La ripresa e una nuova investitura internazionale del paese - sotto la guida di Nestor Kirchner - si è avvertita, ma non è stata, allo stesso tempo, egualitaria (ancora sono tanti i poveri e i disoccupati). Il paese torna ad essere un grande protagonista e anche una grande «occasione» per coloro che vogliono fare degli investimenti. Con la speranza, comunque, che non si ripeta l'esperienza di svendita che fu realizzata negli anni Novanta dall'ex-presidente Carlo Menem.
Sul dibattito attorno alla proposta di realizzare a Venezia nel 1997 l'Expo mondiale, riceviamo e volentieri pubblichiamo un intervento di Edoardo Salzano, presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica.
Nell'ultimo dei suoi interventi sulla proposta «Expo a Venezia» ( Repubblica del 19 novembre), Bruno Visentini accenna al problema dell'Arsenale, il quale, secondo gli sponsor e i sostenitori della proposta, dovrebbe costituire la clliegina sulla torta dell'Esposizione internazionale 1997 (sempre che, non prevalendo il buon senso, la manifestazione debba tenersi effettivamente a Venezia). E nella sua recente intervista a questo giornale (26 novembre) Gianni De Michelis dichiara che la localizzazione dell'Expo all'Arsenale è «una scelta abbastanza obbligata» (come quella di disporre sulla sponda lagunare una grande Disneyland). Il riferimento all'Arsenale mi sembra particolarmente utile per far comprendere come a Venezia servano ben altre cose che non l'Expo, e come anzi le volontà (o velleità) che stanno dietro quest'ultima abbiano già allontanato la soluzione già alcuni rilevanti problemi. Valgano i fatti.
Nel 1982, promotore l'allora ministro per i Beni Cultura li, Enzo Scotti, il Comune e i tre ministeri interessati (Difesa, Beni Culturali e Finanze) avevano raggiunto un accordo volto a riaprire alla città l'Arsenale, oggi largamente inutilizzato, per una serie di utilizzazioni pienamente rispettose del carattere monumentale e della struttura storica del complesso, e funzionali rispetto a una strategia di rilancio economico di Venezia: si trattava di offrire spazi alla cantieristica minore, di fornire una sede ai laboratori del Consiglio nazionale delle ricerche già presenti a Venezia rafforzandone la consistenza con un nuovo istituto volto allo studio e alla sperimentazione della cantieristica, e infine di restituire alcuni spazi al servizio del patrimonio culturale della città.
Sulla proposta non si andò avanti, con gli approfondimenti e le verifiche che sarebbero state necessarie. Essa fu di fatto bloccata solo perché il ministro De Michelis e i suoi uomini vi opposero la velleità di utilizzare l'Arsenale come una grande struttura in cui arte contemporanea e mercato, innovazione tecnologica e incentivazione di tradizionali flussi turistici, convenienze private e sostegni pubblici, avrebbero dovuto accomodarsi come un pulcino di struzzo nel guscio d un uovo di passero.
E' la proposta nota come «Beaubourg all'Arsenale»: la città la respinse, ma essa fu tale da paralizzare ogni iniziativa per tl recupero dell'Arsenale. Tant'è che oggi il grande complesso è ancora vuoto e chiuso, e se i grandi progettisti internazionali chiamati da De Michelis a progettare una faraonica piramide sulle antiche strutture del Sansovino e del Da Ponte hanno ripiegato i loro disegni e sono tornati a New York, restano anche largamente inutilizzati i finanziamenti destinati dallo Stato alla liberazione degli spazi e a un corretto restauro delle strutture arsenalizie.
Rievocare questa vicenda è utile oggi. La proposta «Expo a Venezia» è infatti una chiara enfatizzazione della proposta «Beaubourg all'Arsenale»: ne esprime la stessa «linea di pensiero», è funzionale alla stessa strategia, è gravida degli stessi rischi. In realtà, ciò che si vuole è dare un piglio «moderno» all'antica prassi di vendere la «merce» Venezia sul mercato internazionale, sollecitando i più potenti interessi economici mondiali con l'intenzionne di manovrarli, ma in concreto lasciando a essi di foggiare il futuro della città. E', insomma, offrire la «vetrina» costituita dal prestigio di Venezia per esporre qualsiasi prodotto vendibile, e adoperare la sinergia tra le attrattive della città lagunare e la capacità di richiamo delle grandi «firme» dell'economia mondiale per i incrementare ulteriormente t flussi dei visitatori (e dei potenziali consumatori). In definitiva, ciò che ci si propone è di sfruttare il «giacimento» costruito da secoli di cultura e lavoro così come si sfrutta una miniera di carbone: con la prospettiva, se non l'intenzione, di disperdere in fumo ogni frammento.
Ma il rischio maggiore non è che una simile proposta si realizzi. Già il presidente della Giunta regionale, il Dc Carlo Bernini, ha compiuto due non indifferenti correzione di rotta rispetto all'impostazione demichelislana (e Bernini rappresenta una forza politica che, come dice Visentini, se è subalterna a Venezia, è però egemone. nel Veneto). La prima, è di spostare l'epicentro della proposta Expo dà Venezia alla terraferma. La seconda, è di sottrarre la proposta all'esclusivo gioco degli interessi privati e di ricondurla nelle sedi istituzionali. La mia opinione e che allontanare di qualche chilometro l'Expo da Venezia non scongiurerebbe l'accelerazione del degrado della città, inevitabilmente provocato da sterminati flussi turistici; del resto, utilizzare l'Arsenale non come cuore dell'Expo, come vorrebbe De Michelis, ma come sua «biglietteria», come ha proposto Bernini, provocherebbe identici guasti.
Tuttavia, se sulla proposta sponsorizzata da De M1chelis e da Bernini, si aprirà una riflessione seria, poco permeabile agli immediati tornaconti economici e alle miopie munìcipalistiche, fondata sui fatti e su valutazioni realistiche (proprio come quella che Visentini auspica) sarà facile dìmostrare che la contraddizione tra l'Expo e Venezia e la conservazione del patrimonio culturale della città non è sanabile.
C'è da credere, quindi, che i rischi più gravi saranno scongiurate. Non sarà scongiurato però, se e finché della questione si continuerà a discutere, il rischio di distrarre una volta ancora l'attenzione, l'impegno, le risorse, il tempo, dalla soluzione dei problemi reali di Venezia. Che non sono pochi, e che troppe volte (l'Arsenale insegni) sono stati lasciati a marcire perchè al lavoro paziente e quotidiano, teso a costruire soluzioni ragionevoli realistiche, attento ai consensi possibili e già maturi, si è preferita la fuga in avanti di proposte a volte fantasiose spesso devastanti sempre naufragate nell'impotenza.
Fra le luci sfavillanti e le installazioni visionarie della Biennale Architettura si apre lo spazio drammaticamente concreto de «L´Italia cerca casa / Housing Italia», allestito da Francesco Garofalo nel Padiglione italiano alle Tese delle Vergini e promosso dalla Parc (la Direzione generale del ministero dei Beni culturali). Qui il volo dell´architettura diventa più radente: niente star, niente bizzarrie compositive, niente bei gesti assimilabili alla moda. Visitando il Padiglione si sente rimbalzare il paradosso di questi anni, quello per cui più case si costruiscono più ce ne vorrebbero. I dati li propone Garofalo, architetto romano e professore a Pescara, introducendo il catalogo della mostra (che verrà edito da Marsilio): il bisogno di case è acuto e stringe alla gola milioni di persone (più di centomila, per esempio, nella sola Roma), eppure non si è mai costruito tanto in Italia come in questo decennio, 350 mila appartamenti nel solo 2007, un trend che non ha eguali neanche nel dopoguerra, quando occorreva dare un tetto a chi l´aveva avuto distrutto dalle bombe. «Quella dell´abitare è la questione centrale della nostra cultura architettonica», sintetizza Garofalo.
La mostra è divisa in tre sezioni. Si guarda al passato, alle politiche per l´abitazione attuate nel Novecento. Al presente, a un mercato dell´edilizia dominato dalla finanza e dai mutui. E al futuro, con l´esposizione di dodici progetti di altrettanti studi italiani, in prevalenza animati da giovani architetti: accanto ai più esperti Andrea Branzi (classe 1938) e Italo Rota (nato nel 1953), ecco Marco Navarra (1963) e Beniamino Servino (1960), Mario Cucinella (1960) e Luca Emanueli (1961), insieme agli studi Albori, Baukuh, Cliostraat, IaN+, Salottobuono e al gruppo Stalker/Osservatorio Nomade.
La prima sezione racconta l´edilizia popolare in Italia dagli anni Trenta al suo esaurirsi, alla fine degli anni Ottanta. Un atlante sistemato nella grande sala rettangolare del Padiglione (disegnato da Mario Lupano e curato da Maristella Casciato) assembla su 350 metri quadrati di parete le immagini di un pezzo fondamentale dell´architettura novecentesca. È la storia di insediamenti che ancora resistono nel paesaggio opaco di molte periferie italiane, svettando in mezzo alla banalità dei palazzi di speculazione privata – sono i palazzi dell´Icp, Istituto case popolari, poi diventato Iacp, oppure dell´Incis, che erano destinati agli impiegati dello Stato, o, ancora, dell´Ina-Casa. Le ultime istantanee riguardano i grandi complessi degli anni Sessanta e Settanta, edificati sulla spinta di manifestazioni di piazza e di lotte operaie. Fu uno sforzo enorme da parte dello Stato. Nacquero lo Zen a Palermo, le Vele a Napoli, a Roma Corviale e il Laurentino 38. Molte città videro ergersi nelle cinture periferiche grappoli di torri grigie, disegnate in modo elementare eppure dotate di personalità architettonica e di una monumentalità che i progettisti ritenevano adeguati a una classe operaia sempre più consapevole di sé. A Roma, racconta Giovanni Caudo, autore del saggio presente nel catalogo Dalla casa all´abitare, i piani di edilizia popolare prevedevano alloggi per una popolazione pari a quella dell´Umbria, 712 mila stanze su più di 5 mila ettari. I risultati, in molti casi, furono controversi. Enormi spazi inutilizzati. Servizi scarsi e scadenti. Manutenzione inesistente. E, soprattutto, una lontananza dalla città che aveva l´aspetto dell´esclusione sociale. La discussione fra gli storici dell´architettura è tuttora aperta e cerca di districarsi fra luoghi comuni demonizzanti, come se quegli edifici fossero la quintessenza del disagio che affligge le periferie, la sola sua causa.
Quella stagione è comunque chiusa, nonostante l´intervento pubblico nell´edilizia sia stato in Italia di molto inferiore alla media dei paesi europei.
La seconda sezione della mostra è occupata dal video che mette in immagini il testo di Caudo Dalla casa all´abitare (regia di Maki Gherzi, animazione di Kalimera). Caudo spiega il paradosso delle tante case costruite e della tanta gente che non trova casa. I valori immobiliari sono tremendamente lievitati negli ultimi anni e soltanto ora, dopo la crisi dei subprime americani, gli aumenti si sono arrestati. Crescono i mutui e le famiglie sono sempre più indebitate. Il mercato è di fatto l´unico a fornire abitazioni, prevalentemente da acquistare (in Italia, a differenza degli altri paesi europei, il 73 per cento delle famiglie vive in appartamenti di proprietà). Ma al mercato non accedono le fasce più deboli e neanche strati del ceto medio (single, precari, giovani coppie, studenti, lavoratori in trasferta). L´affitto è anche fattore di dinamismo e una città in cui questo mercato è risicato ne risente: è difficilissimo, per esempio, per ricercatori o artisti stranieri trovare a Roma una sistemazione temporanea. «Le case sono diventate di carta», spiega Caudo, «sono merce di transazioni finanziarie e lo stesso sta accadendo per le città, un tempo luogo principale delle trasformazioni, dall´economia industriale a quella dei servizi».
La soluzione del paradosso non viene indicata in un ritorno all´edilizia popolare. Caudo segnala come molti paesi europei puntino sull´affordable housing, le case accessibili, né solo private, né solo pubbliche, che sorgano in aree già urbanizzate, ma inutilizzate. L´invito è dunque lanciato alla politica, ma anche alla cultura architettonica, «che sembra essersi appiattita sul mercato imperante e sulle domande di spettacolarizzazione».
I progetti esposti (la cura è di Gabriele Mastrigli) sono "materiali per la riflessione". Ma già il titolo che li raggruppa bandisce gli effetti speciali: «La casa per ciascuno». La gran parte di essi propongono il riuso di volumi già esistenti, evitando di consumare territorio. Lo studio Albori di Milano vorrebbe recuperare la struttura incompiuta della stazione ferroviaria di San Cristoforo a Milano, progettata da Aldo Rossi. Andrea Branzi, invece, immagina una "casa madre", un complesso che tiene insieme residenza e lavoro, ma non solo: è una specie di co-housing integrale, di coabitazione fra specie umana e animale. Mario Cucinella indaga su una casa da 100 mila euro di 100 metri quadrati a zero emissioni di CO2. Lo studio IaN+ suggerisce un ritorno della residenza nel centro di Roma, ricostruendo l´interno di alcuni edifici di cui resterebbero intatte le facciate. Marco Navarra, architetto che vive a Caltagirone, studia i modi di abitare degli immigrati ed è anche un sostenitore del repairing cities, le città che si riparano senza espandersi (ha appena pubblicato un volume sulle esperienze compiute al Cairo): per la Biennale ha messo a punto delle soluzioni di abitazioni e di servizi per la comunità tunisina di Mazara del Vallo. Il gruppo Stalker, invece, ha analizzato le tecniche costruttive dei Rom ed ha realizzato con loro, nel campo Casilino 900 di Roma, una casa in legno, grande 70 metri quadrati. Beniamino Servino, architetto casertano, ha disegnato un edificio sospeso su piloni, una casa-viadotto che si contrapponga all´immensa città diffusa spalmata fra Napoli e Caserta.
I progetti esplorano vari temi. E offrono soluzioni più a portata di mano o più lontane, proponendosi come ipotesi di studio: ma il concetto dell´abitare li attraversa tutti, come pure l´idea che l´architettura non può fare a meno di cercare un riscontro sociale. «È una sfida architettonica», insiste Garofalo, ricordando che non a caso le tre principali riviste dell´architettura italiana si intitolino Abitare, Casabella e Domus.
“Piove sul bagnato”, era il titolo d’apertura del “manifesto” di domenica scorsa. A illustrarlo, la foto di una cordata di persone con l’acqua alla cintola. A spiegarlo, il sommario che diceva di 530 vittime ufficiali (ma certamente molte di più) nella poverissima Haiti, ripetutamente colpita da violente tempeste tropicali. Commento: “Ma nel mondo non fa notizia”.
Ch’io sappia è la prima volta che un giornale, con tanta evidenza e così decisa condanna (all’interno suffragata poi dall’ampia descrizione di un paese afflitto anche in condizioni “normali” da miseria e sfruttamenti inauditi), sottolinea il fatto che le catastrofi ambientali (quelle stesse che trovano vastissimo spazio e sensazionale risonanza se lo tsunami si abbatte su riviere fitte di turisti occidentali, o Katrina colpisce un simbolo della mitologia americana come New Orleans, o Gustav mette a rischio la convention repubblicana) vengono di fatto ignorate quando offendono paesi del sud del mondo, esclusi dal novero di quelli che contano, estranei al circuito dei mercati forti, privi di risorse pregiate che gli consentano di “emergere”, da sempre soggetti a tutte le maledizioni. Basta buttare un occhio su “Il diario della terra”, rubrica per cui mezzo ogni settimana meritoriamente “L’Internazionale” dà notizia di questi eventi: sempre sono decine, ma spesso centinaia o migliaia di morti, e centinaia di migliaia di profughi, senza tetto, senza cibo, senza meta. Ma tutto questo appunto non fa notizia. Venti righe nelle pagine interne di qualche quotidiano, quindici secondi in coda a un telegiornale, è il massimo che ne segue. Quando va bene.
Nulla di che stupirsi, si dirà: da sempre morti e calamità “valgono” di più o di meno a seconda di chi ne soffre. Ma la cosa non appare più così semplice, se si confronta con una serie di altri fatti o comportamenti collettivi riguardanti il rischio ecologico. I poli si sciolgono, ma di che mai lamentarsi: li si potrà circumnavigare con ampie prospettive di un nuovo boom turistico, e sarà finalmente facile l’accesso ai sottostanti preziosi giacimenti di gas, petrolio, uranio; peccato certo per i poveri orsi che da mesi continuano a nuotare senza trovare approdo, ma dopotutto anche una lacrima serve a coronare teneramente la narrazione dei fatti. E se i mari inquinati e supersfruttati non hanno più pesce, in compenso prosperano le acquaculture; se poi il loro livello continua a innalzarsi, l’Olanda già va progettando coste artificiali e case galleggianti; alcuni arcipelaghi in Oceania sono già sommersi, ma nessuno ci fa caso. L’automobile ancora e sempre insostituibile simbolo del nostro tempo, rimane protagonista nei mercati come nell’immaginario collettivo, benché notoriamente tra le cause prime di ciò che i giornali annunciano, vistosamente titolando “Il pianeta ha la febbre”. D’altronde tutto questo significa tanto buon Pil, che (mentre le borse crollano, i consumi ristagnano, la benzina è alle stelle, potenti banche falliscono e - udite udite! - tocca allo stato salvarle, e insomma la crisi a lungo negata è ormai tra noi) scalda i cuori di economisti e politici e riaccende le speranze. Come sciuparle, soffermandosi sulle sciagure di Haiti e altre terre iellate? Bush, che censura i più allarmati rapporti del Pentagono sulla crisi ecologica, fa scuola. “La crescita innanzitutto”, è l’articolo di fede che tutti fanno proprio e con stentorea certezza rilanciano. Da destra come da sinistra.
Ed è questo che mi è difficile capire. Se il capitale insiste nelle politiche che l’hanno portato a conquistare il mondo, e con pertinacia e disperazione ad esse si aggrappa anche quando sempre meno si rivelano paganti, sempre più contrastate come sono nel loro obiettivo primario e imprescindibile (la crescita appunto, l’accumulazione) dai confini stessi del mondo che dominano: tutto ciò appartiene a una “necessità” difficile da negare, anche se sempre meno pagante. Ma le sinistre? Anche tra loro, fatta eccezione per piccoli gruppi ambientalisti, la crescita è una indiscutibile, perfino ovvia necessità. E su questo spesso mi trovo a scontrarmi di brutto anche con amici, ai quali porto stima e affetto.
Penso ad esempio a Galapagos, un amico appunto, che in un recente fondo (“Sotto i debiti”, 3 settembre) dopo un ampio giro d’orizzonte sul calo dei consumi che tocca più o meno tutti i paesi e sulla conseguente generale contrazione della crescita, si sofferma a considerare che “fra i lettori del manifesto ci sono molti sostenitori della ‘non crescita’, fautori della qualità della vita più che dell’ espansione illimitata del Pil”. “E di ragioni ne hanno,” ammette. Ma, aggiunge, “in un paese come l’Italia ci sono macro aree che necessitano di crescita quantitativa per colmare gap storici di redito e sviluppo”. Ora, a parte che tra i fautori della qualità della vita più che della crescita ci sono non solo lettori ma anche redattori e collaboratori del manifesto (basti pensare alla eccellente rubrica “Terra-terra”, firmata per lo più da donne, la bravissima Marina Forti in testa) davvero è plausibile sperare che l’insistenza nella medesima logica economica fin qui osservata possa sanare il guasto da essa prodotto? Se lo sfruttamento più che mai esoso del lavoro caratterizza lo strenuo tentativo del capitalismo neoliberistico di rimettersi in equilibrio? Se negli ultimi decenni, mentre il Pil poco o tanto continuava a salire, aumentavano precarietà e disoccupazione, gli orari di lavoro si allungavano, crescevano le distanze tra ricchi e poveri, non solo a livello internazionale ma anche all’interno dei paesi più affluenti? E oggi l’1% degli abitanti del mondo ne possiede il 50% della ricchezza?
Ma (sapendo di rischiare impopolarità e forse reazioni negative tra persone sinceramente impegnate per “un mondo migliore”) credo si debbano considerare anche altre posizioni. Un esempio. Non ho seguito personalmente il forum torinese di “Sbilanciamoci!”, ma ne ho letto ampie cronache e dettagliati compendi delle “Cento proposte per il bene comune”, cioè della “Controfinanziaria” come ogni anno elaborata dal gruppo, e in sostanza (quasi) tutta condivisibile. Come non essere d’accordo con chi auspica migliori scuole, sanità, trasporti pubblici, case popolari, tasse sulle emissioni inquinanti, e dichiara di volere “equità sociale, sostenibilità ambientale, pace e solidarietà internazionale”?
Rimane tuttavia difficile capire come si pensi di realizzare tutto ciò in un solo paese, prescindendo - parrebbe - dal fatto che questo paese, come l’intero pianeta, è governato dal neoliberismo (mentre mostrano di saperlo benissimo gli operai che in Italia, in Polonia, in Serbia, in Bangladesh, lavorano per la Fiat, e proprio al Forum di Torino ne discutono concludendo: “I problemi sono uguali in tutto il mondo”). Senza dunque rimettere apertamente in causa un modello economico che, in tutto il mondo appunto, sempre più brutalmente va depredando la natura e sfruttando il lavoro, e ormai solo nella guerra vede lo strumento per rilanciare la crescita e mantenersi vincente. Che è quanto, sempre a Torino, hanno denunciato uno scienziato dell’ambiente, Luca Mercalli, e uno scienziato della politica, Marco Revelli: chiedendo il primo la fine della crescita, il secondo un netto cambio di paradigma.
Questo oggi a me pare l’handicap più grave di tutte le sinistre (quelle che restano e ancora hanno il coraggio di chiamarsi così). Una sorta di rassegnazione che sembra dare ormai il capitale come un fenomeno metastorico, una realtà immodificabile quindi, un destino ineluttabile. Cui segue il ripiegamento su una politica piccola, frantumata, operante per singoli temi, incapace di confrontarsi con i problemi che (come ha detto la piccola internazionale di operai Fiat allo stesso Forum Sbilanciamoci) sono di tutto il mondo.
Conseguenza inevitabile della sconfitta? Certo, le botte pesano. Ma a volte possono servire a ripensare le linee guida seguite finora, e magari rimetterle in causa, a confronto con una realtà sociale economica culturale ambientale clamorosamente trasformata e in continua trasformazione, su tutto il pianeta.
Nella mostra allestita al Padiglione Italia, «Experimental Architecture», i progettisti invitati, attivisti e intellettuali oltre che professionisti, mettono in discussione le politiche della sicurezza, i cicli dell’industria edilizia, la gestione delle risorse. Un impostazione ribadita all Arsenale nella sezione «L Italia cerca casa», che propone nuove forme di condivisione dello spazio
«Sperimentale» è una di quelle parole trite e abusate la cui sola vista induce a voltare pagina. Lungi dall'evocare la rivoluzionaria presa sulla realtà del metodo galileiano, il termine tende ormai a sovrapporsi alla sfera mielosa della creatività, manna degli uffici stampa e dei predicatori neoliberisti. La mostra Experimental Architecture ospitata nel Padiglione Italia della Biennale veneziana restituisce invece al lemma il senso di critica e verifica del reale che gli compete. È sufficiente scorrere la lista dei circa sessanta partecipanti per rendersi conto che la visita non assomiglierà alla solita stanca passeggiata tra plastici colorati: pochi i nomi conosciuti al grande pubblico, e in ogni caso noti più per avere espresso nuovi punti di vista sull'abitare, elaborato nuove strategie d'intervento nella città, che per gli edifici realizzati. «Sono architetti, urbanisti, artisti - spiega Emiliano Gandolfi, curatore di questa sezione della Biennale - che hanno scelto di reinterpretare il ruolo dell'architettura in un momento storico in cui è sempre più marginalizzata, schiacciata tra la produzione di oggetti spettacolari e le richieste imperiose di un capitalismo globale che disegna la crescita urbana esclusivamente in base a calcoli economici». Dopo decenni in cui l'unica sperimentazione possibile era la definizione di forme sofisticate o strutture biomorfe, si torna a rivendicare apertamente un significato sociale e politico dell'architettura, si producono analisi, visualizzazioni, racconti che generano alternative al sistema unico del real estate .
Spaesamento e tensione vitale
È vero che tutto questo non rappresenta una novità assoluta: con l'intensificarsi, nel terzo millennio, di crisi economico-finanziarie, petrolifere e immobiliari, anche gli ambienti più tradizionali dell'architettura mondiale hanno ritenuto opportuno stemperare l'entusiasmo ludico della creazione, fieramente ostentato per tanti anni, con una mesta retorica della responsabilità, dell'attenzione alla natura e al rispetto delle persone. Per limitarsi agli esempi più istituzionali, basta ricordare il Less Aesthetics, More Ethics della biennale di Fuksas o i rassicuranti casi di buon governo di Burdett, o ancora i temi dell'ultimo congresso mondiale degli architetti che si è tenuto a Torino a luglio. Ma gli architetti selezionati da Gandolfi sono decisamente più radicali, mettono in questione le politiche della sicurezza, l'istituto della proprietà, i sistemi di comunicazione, i cicli consolidati dell'industria edilizia, la gestione degli spazi pubblici, delle risorse energetiche. Per lo più sono attivisti e intellettuali, oltre che professionisti. Censiscono e quantificano fenomeni altrimenti difficili da valutare, come le enormi cubature di uffici inutilizzati o la sostituzione dei tessuti misti dei centri storici con i grandi centri commerciali (NL Architects e ZUS, entrambi olandesi). O studiano sistemi di riuso integrale dei materiali di costruzione (l'architettura a ciclo continuo dei 2012 Architecten, sempre olandesi). Oppure lavorano su nuove forme di architettura partecipata, come i cileni Elemental o Teddy Cruz, che opera sul confine Tijuana-San Diego. Altri «attivano» spazi abbandonati con installazioni e servizi temporanei, come una forma di manutenzione urbana, o inventano sistemi interattivi per gli spazi pubblici (Id-lab, Milano-Torino) o forniscono kit di autocostruzione (gli spagnoli Recetas Urbanas). Anche se molti di loro sono comparsi su riviste specializzate, a mostre e convegni internazionali, questa è con ogni probabilità la prima volta che si trovano concentrati in così grande numero a fare massa, protagonisti della scena e non speziate figure di contorno, in un posto come la Biennale: una contiguità che può produrre una sensazione di spaesamento, ma certamente anche una grande tensione vitale.
Sulla stessa linea si pone la mostra del Padiglione Italiano all'Arsenale, curata da Francesco Garofalo. Il titolo neorealista, L'Italia cerca casa , e i modelli in scala potrebbero dare l'impressione di un genere espositivo completamente diverso, e invece anche in questo caso la ricerca si è spostata dall'abitazione all'abitare, dalle soluzioni formali all'interrogazione politica, sociale, economica della città. In un paese dove il dibattito pubblico sui problemi delle periferie e del disagio abitativo è stato ininterrottamente dominato da faziose arringhe sulle responsabilità dell'architettura e dell'urbanistica modernista (che però per insondabili ragioni ha prodotto, dall'Olanda al Sudamerica, tessuti urbani e abitazioni più che desiderabili), un'analisi sulla finanziarizzazione del mercato immobiliare come quella prodotta da Giovanni Caudo, co-curatore del Padiglione, è ossigeno puro. Studiando i meccanismi che hanno alimentato l'impennata dei valori immobiliari attraverso l'indebitamento delle famiglie, Caudo mette a nudo l'inutilità dei programmi di espansione edilizia: «Le radici dell'emergenza abitativa contemporanea sono profondamente diverse dalla storica "vertenza della casa". Per soddisfare il fabbisogno abitativo degli anni '70 bastava costruire più case. Oggi se ne costruiscono in abbondanza, ma solo in libero mercato, e la fascia di persone che se le possono permettere si assottiglia». La chiave del problema è nella quota di affitti a prezzi sociali, che negli altri paesi europei è infinitamente più alta, mentre in Italia il culto della casa di proprietà viene incoraggiato come «un fenomeno di identità culturale». Ma tra la realtà del debito e il miraggio di un canone equo si possono sperimentare nuove forme di condivisione dello spazio e dei servizi, dal co-housing in su.
Il recupero degli interstizi
Portando alle estreme conseguenze questo concetto di abitazione collettiva, Andrea Branzi propone un co-housing integrale , che estende la convivenza agli animali come nelle metropoli indiane, dove circolano scimmie, vacche sacre e altre bestie. Un modello non antropocentrico meno irragionevole di quanto possa sembrare a prima vista, che ritorna nel progetto dei Salottobuono, Altri inquilini - una rilettura critica del piano di riqualificazione del quartiere Sant'Elia a Cagliari elaborato da Oma - che prende in considerazione oltre ai movimenti dei residenti storici anche quelli delle «popolazioni» animali e vegetali. Molti si pongono il problema della ripopolazione dei centri storici, espropriati da turismo, commercio, uffici, banche: i genovesi Baukuh intensificando gli spazi interstiziali, i lotti abbandonati, i parcheggi a raso di cui è stracolma Milano, Ian+ riconfigurando i palazzi sottoutilizzati di Roma, Studio Albori convertendo un «ecomostro», ex-stazione ferroviaria disegnata da Aldo Rossi e Gianni Braghieri, in un aggregato di case miste. E se Italo Rota polemicamente sostiene l'impossibilità di immaginare nuove case collettive, perché «la gente non può vivere da sola, ma è incapace di vivere insieme», i disegni e il modello metallico di Beniamino Servino danno consistenza a questo paradosso attraverso una visione perturbante: un'enorme stecca orizzontale alla Le Corbusier sopraelevata su pilotis di ordine gigante, congiunta alla terra da rampe elicoidali che ricordano gli scivoli di Carsten Höller. Un'immagine che potrebbe coincidere con il peggiore incubo di un fiero abitante di una villetta brianzola.
La cancellazione del progetto della realizzazione del parcheggio del Pincio da parte dell’amministrazione comunale romana è una notizia straordinaria. Ha vinto la Roma migliore e potremo godere nuovamente della terrazza sovrastante piazza del Popolo senza che uno dei peggiori scempi a cui si voleva perpetrare alla nostra città lo deturpasse per sempre. Da questa vicenda si possono trarre tre lezioni generali e un’attenzione per il futuro di Roma.
Lungo le recinzione del cantiere che ha tentato di sfigurare la meravigliosa terrazza si legge che la decisione era stata presa sulla base dell’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3543 del 2006. Un riferimento oscuro che in realtà si riferisce al provvedimento con cui Romano Prodi aveva fornito all’allora sindaco Veltroni poteri speciali in materia di traffico. La città soffoca quotidianamente in un gigantesco ingorgo e la soluzione prescelta, senza alcun confronto con il consiglio comunale e la città grazie ai poteri speciali, era quella di sfigurare uno dei luoghi più belli del mondo per ricavarne 720 posti auto.
E siccome al ridicolo non c’è più fine, qualche giorno fa lo stesso Veltroni -eroicamente immolatosi nella difesa del Pincio- sulle pagine di Repubblica affermava che la principale urgenza di Roma era quella di costruire un piano per i parcheggi. Era proprio lui, sulla base dell’ordinanza Prodi, ad avere pieni poteri per realizzare quel piano dei parcheggi. Non l’ha fatto quando era sindaco e ora traccia la linea della nuova amministrazione di destra a cui ha regalato il governo della città! Bisognerebbe che qualche anima caritatevole lo avvertisse di non insistere. La prima lezione da trarre dalla vicenda è che bisogna farla finita con le scorciatoie istituzionali. Il futuro delle città deve tornare ai consigli comunali e ai cittadini. I pieni poteri ad personam, i commissari straordinari e i famigerati accordi di programma hanno dimostrato che servono soltanto a consentire ignobili speculazioni.
Seconda lezione. Quando lo scorso anno ci mobilitammo contro quella decisione governo, regione, provincia di Roma e capitale erano amministrate dal centro sinistra. In altri tempi sarebbe stata una garanzia di libera dialettica. Ai nostri giorni non è bastato che l’appello contro il parcheggio fosse firmato da personalità della cultura come da Desideria Pisolini Dall’Onda, Salvatore Settis, Italo Insolera eLuitpold Frommel, solo per citare alcuni delle decine di firmatari. A parte Liberazione e il manifesto, sugli altri quotidiani non è uscita una riga. Un controllo ferreo dell’informazione non consentiva il libero dispiegarsi di una normale dialettica che –sempre auspicabile- assumeva per la rilevante delicatezza del luogo il significato quasi di obbligo morale. Oggi il vaso di Pandora si è aperto. Dello scandalo del Pincio se ne parla su Le Monde e sulla stampa nazionale. In queste condizioni la nostra ragionevole posizione si è affermata. Dobbiamo oggettivamente ringraziare un sindaco che non ripudia il ventennio fascista perché a sinistra si è voluta azzerare ogni elemento critico. La seconda lezione da trarre dalla vicenda è dunque che a sinistra bisognerà chiudere per sempre una pagina umiliante in cui si è confuso il proprio ruolo con l’obbligo valido per tutti di “obbedir tacendo”. Si pensi che Roberto Morassut, ex assessore all’urbanistica di Roma, ha denunciato alla magistratura Report per l’impeccabile servizio sull’urbanistica romana. Un deputato Pd, come la società immobiliare negli anni ’60 contro l’Espresso, cerca di far tacere la Gabanelli e Mondani.
Terza lezione. I luoghi simbolici di ogni città vanno rispettati. A nessuna persona sensata verrebbe in mente di costruire un parcheggio sotto piazza San Pietro. Siamo invece arrivati ad un tale livello di corruzione delle coscienze che da noi si voleva scavare sotto il Pincio, mentre a Milano si scava davanti a Sant’Ambrogio e a Fiesole si devasta una delle piazze storiche più belle d’Italia. Il problema è che con l’impressionante silenzio della sinistra si è affermata in questi anni una concezione economicista delle città e dei beni comuni. Viene prima lo sviluppo, viene prima l’economia e le città si devono adeguare. Non era mai accaduto nella storia e conseguentemente è a rischio l’identità di tutte le nostre meravigliose città. A Torino, è solo un esempio tra tanti, si vorrebbe mutare per sempre, creando qualche grattacielo, lo storico disegno urbano soltanto perché –così si afferma- farebbe bene all’economia. L’interesse di alcuni potentissimi gruppi finanziari prevale sulla storia, sulla ragione della tutela, sugli interessi di tutti. Questa posizione culturale è congeniale della destra neoliberista. Ma quando queste stessa supina accondiscendenza verso le false ragioni dell’economia (in realtà si farebbe presto a dimostrare che si tratta sempre di speculazioni fondiarie) viene sostenuta dalla sinistra si comprende perché stiamo vivendo una sconfitta storica. La terza lezione è dunque che la sinistra ricostruisca un suo autonomo pensiero critico sulle città che metta al primo posto gli interessi generali. Si potrebbe iniziare da pochi passi dal defunto parcheggio del Pincio, dove un ettaro di villa Borghese, la prima villa pubblica aperta alla cittadinanza romana è stata recintata e affidata a un gruppo imprenditoriale che gestisce la casina Valadier. Questi benemeriti “imprenditori” non hanno trovato di meglio che contrattare i costi del restauro con la possibilità di aumentare il numero dei tavolini del ristorante. L’amministrazione di centro sinistra di Roma ha accettato con entusiasmo. Così il popolo delle stock option può pranzare a contatto con gli eroi dell’Italia mentre villa Borghese versa in degrado spaventoso. Non c’è una città dell’Europa civile che compie simili misfatti. E’ ora di revocare la concessione.
Infine l’attenzione al futuro di Roma. Oggi i quotidiani parlano della volontà di compensare il compianto parcheggio del Pincio con l’allargamento dell’offerta del vicino parcheggio del galoppatoio. Nel merito occorrerà comprendere se questo allargamento peggiorerà ancora lo stato di villa Borghese. E a scorrere le indiscrezioni della stampa non c’è da stare allegri. Sembra che si voglia realizzare un magnifico tunnel tra il parcheggio del Galoppatoio e piazza del Popolo. Un’idea geniale, degna di Chicco Testa. Si potrebbe tracciarne uno simmetrico dall’altro lato e farlo uscire proprio davanti alla storica “breccia” da cui le truppe piemontesi entrarono a Roma. Un magnifico tunnel che rappresenterebbe bene la modernità stracciona di un paese che non vuole liberarsi, unico in Europa, del predominio della speculazione fondiaria. Di un paese che non ha ancora capito che sono la storia e la natura a dover guidare le trasformazioni delle città e non viceversa. Proprio nel paese in cui esiste il più grande giacimento culturale del mondo. Lasciato in pace il Pincio, occorrerà lasciare in pace anche la piazza del Pop
Non c'è proprio nulla di "vecchio" o di "nostalgico", come si sono affrettati a dire in molti, nella polemica sulla doppia sortita sul fascismo e su Salò di due uomini di prima fila della destra italiana al governo, il sindaco di Roma e il ministro della Difesa: né francamente è interessante sapere se è per fascismo istintivo, naturale, antico, che nascono queste bestemmie istituzionali, o per la nuovissima incultura repubblicana, europea, occidentale che domina il berlusconismo indisturbato e regnante.
Al contrario, quelle frasi parlano di noi e di oggi, di ciò che siamo come Paese e come classe dirigente, come cultura nazionale e come pubblica opinione. Di questo vale la pena discutere, dunque, non delle piccole beghe tra Storace ed Alemanno che secondo alcuni sono l'unico movente e la spiegazione pacifica e rassicurante di una rivendicazione congiunta fatta davanti ai simboli della Repubblica, e non a caso da due "uomini nuovi" (se così si può dire) proiettati in competizione sul dopo-Fini, nel grembo berlusconiano che tutto concede e nulla vieta.
Stanno perfettamente insieme, nel rozzo bisogno di riaggiustare l'identità della destra dopo 14 anni, l'esaltazione dell'eroismo cieco e patriottico (dunque ingenuo e storicamente "innocente") di Salò con la riduzione del fascismo ad esperimento di modernizzazione autoritaria, travolto solo da un "esito" incongruo e tragico dovuto all'errore dell'innesto nibelungico col nazismo, le leggi razziali e la guerra. Si chiarisce l'aspetto tattico della svolta di Fiuggi, per la fretta dell'arruolamento belusconiano e la necessità conseguente di un cambio rapido di parole d'ordine e di riferimenti politici: una svolta appunto politicista, nient'affatto culturale, e tanto meno morale e storica, come confermano gli esiti odierni.
E' facile, sotto il mantello, i numeri e la leadership altrui, diventare ministri e presidenti delle Camere. Più difficile diventare democratici convinti: e addirittura convincenti.
Nell'immaturità della svolta, due elementi appaiono soprattutto fragili, e tra loro collegati. L'orrore e la vergogna delle leggi razziali, insieme con la necessità di un accreditamento internazionale, hanno portato Fini e tutta la classe dirigente di An a periodizzare la loro presa di distanza dal fascismo dal 1938. Tutto ciò che è avvenuto in questo senso è naturalmente doveroso e positivo, a partire dal primo incontro tra Fini e Amos Luzzatto, presidente della comunità ebraica italiana, che "Repubblica" ospitò nel 2003 su richiesta dello stesso Luzzatto, perché il leader di An non poteva andare in Israele senza prima aver fatto i conti con gli ebrei italiani. E tuttavia questo forte passo in avanti (nell'assunzione di una responsabilità storica, e nel discostarsene, condannandola) ha un limite se resta isolato. Perché se non c'è una condanna del fascismo come regime ("antiparlamentare, antiliberale e antidemocratico" come disse Mussolini nel '25) si disconosce la sua stessa "natura", la sua opposizione al principio di uguaglianza attraverso l'elitismo da un lato e il razzismo dall'altro, e dunque si può separare - come appunto fa Alemanno - l'esito tragico del Ventennio dalla tragedia quotidiana che nasceva dalla sua stessa essenza liberticida, dal suo "odio per la democrazia", da quella che Turati chiamò l'"anticiviltà".
Non solo: concentrando il "male" del fascismo nel '38, la condanna di quel male si risolve in un atto di contrizione personale a Yad Vascem, come se l'orrore supremo dell'Olocausto assorbisse in sé tutti gli altri scempi della democrazia compiuti dal regime, ogni altro gesto di riparazione, ogni legittima aspettativa degli italiani che avevano subito torti, abusi, violazioni della libertà. A partire dall'assassinio di Matteotti, per il quale nessun post-fascista ha sentito il bisogno nell'anniversario, ottant'anni dopo, di esprimere una condanna dal palazzo del governo, dopo che dal palazzo del governo Mussolini aveva impartito l'ordine di ammazzare un deputato d'opposizione.
Questo limite ha tre ragioni evidenti. La prima è la mancanza di un'autonoma necessità democratica degli uomini di An a chiudere per sempre la storia del loro passato, assumendo non solo la democrazia come contesto imprescindibile della vicenda odierna, ma i costruttori della democrazia - a partire dalla Resistenza - come Padri di una Repubblica condivisa e accettata nei suoi valori e nei suoi caratteri fondanti, tradotti nella Costituzione. La seconda è il limite naturale del berlusconismo - una specie di autismo politico - che concepisce la sua grandezza nell'edificazione di sé e non nella costruzione di una moderna cultura conservatrice democratica e occidentale che il Paese non ha mai conosciuto, doroteo o fascista com'è sempre stato a destra. La terza è lo strabismo congenito degli intellettuali liberali e dei loro giornali, che non hanno mai incalzato la destra per spingerla a liberarsi dei suoi vizi storici e dei suoi ritardi culturali, risparmiando con avarizia ideologica evidente quel pedagogismo che per decenni hanno opportunamente dispiegato nei confronti dei ritardi e delle colpe del comunismo: e che esercitano ancora - naturalmente a senso unico - anche oggi che il comunismo è per fortuna morto ed è nata una sinistra di governo riformista.
Anzi, dovremmo dire che proprio le indulgenze della cultura italiana e del suo establishment compiacente, la permeabilità azionaria (salvo naturalmente la golden share berlusconiana) del Pdl dove contano solo fedeltà e rapporti di forza, non scommesse culturali e coraggio politico, la nuova predisposizione italiana verso il politicamente scorretto e il "non conforme", rendono possibile ciò che sta accadendo: non nel pensiero politico, che con ogni evidenza non c'è, ma nella prassi di governo della destra. E' come se il contesto italiano di oggi autorizzasse un passo indietro rispetto ai timidi passi avanti di più di un decennio fa.
Oggi, in questa Italia, è evidentemente possibile onorare Salò e rimpiangerla. Oggi è possibile rivalutare il fascismo, poi incespicare in una correzione travagliata costruita con due "non" ("comprendere la complessità storica del fenomeno totalitario in Italia non significa non condannare...) per la difficoltà di dire con nettezza qualcosa di chiaro, di risolto, di comprensibile. Dire, soprattutto, cos'è oggi questa destra, in cosa credono i suoi uomini.
Bobbio aveva avvertito su questo possibile esito dello sforzo decennale del revisionismo per affermare un rifiuto dell'antifascismo in nome dell'anticomunismo: una nuova forma "aberrante" di equidistanza tra fascismo e antifascismo. E' ciò che stiamo sperimentando in questo inizio di stagione, nella distrazione italiana del dopo-ferie, in un Paese in cui il senso comune - con i suoi pregiudizi - si è sostituito alla pubblica opinione (con la sua consapevole capacità di giudizio), la sinistra è prigioniera della sua subalternità culturale prima che politica, manca un principio di reazione perché non è in campo un pensiero alternativo al pensiero dominante: mentre si allarga ogni giorno, per conseguenza naturale, quella che i vecchi sudditi sovietici chiamavano la capacità di "digestione" della società.
Ma lo stesso Bobbio avvertiva che alla base della repubblica (e probabilmente della sua tenuta nel lungo dopoguerra) c'era un sentimento civile condiviso: un'"idea comune della democrazia". E' ciò che oggi manca ed è la dominante della fase che stiamo vivendo. Proverei a dare questa definizione: in Italia oggi si contrappongono due diverse idee della democrazia. Non c'è bisogno di giudizi roboanti o di etichette improprie. È sufficiente guardare la realtà.
Da un lato c'è un'idea repubblicana, nazionale ed europea che potremmo definire di democrazia costituzionale, che si riconosce nello Stato moderno, nella divisione dei poteri e nel principio secondo cui la sovranità "risiede" nel popolo. Dall'altro lato c'è l'idea di una democrazia che potremmo chiamare demagogica, una sorta di autoritarismo popolare continuamente costituente di un ordine nuovo, quasi una rivoluzione conservatrice che sovverte l'eredità istituzionale mentre la governa: in nome di un populismo che crea se stesso come un potere sovraordinato agli altri, nella prevalenza della decisione rispetto alla regola, anzi nella teorizzazione della nuova libertà post-politica che nasce proprio dalla rottura delle regole, perché il nuovo mondo si gerarchizza spontaneamente nella subordinazione volontaria al demiurgo.
Ce n'è abbastanza (basta pensare ai richiami impliciti ma evidenti del futurismo, del dannunzianesimo, dell'irrazionalismo, del nazionalismo, della restaurazione rivoluzionaria) perché l'istinto fascista nascosto ma conservato voglia fare la sua parte, si agiti sotto la cenere di una fiamma mai spenta, chieda di partecipare al banchetto costituente di questa "destra realizzata" che cerca una forma compiuta in Italia, una definizione che vada oltre l'orizzonte biografico berlusconiano e il limite biologico del suo titanismo. Così come si capiscono le responsabilità di tutto questo. Si capisce meno, se questa è la partita, cosa faccia chi per definizione sta dall'altra parte del campo. Se questo, tutto questo è destra (qualcuno può ancora avere dubbi?) si può rinunciare ad essere sinistra, col Pd, sia pure sinistra finalmente risolta, e capace di parlare all'intero Paese? Non solo: quell'idea comune della democrazia - che in gran parte coincide con la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri, dunque è di per sé "costituente" dell'identità civile del Paese - non si può declinare e costruire già dall'opposizione, con il rischio di scoprire magari che quel sentimento è già maggioranza nella coscienza dei cittadini?
C'è una qualche ragione di stupore nel fatto che alla celebrazione della difesa di Roma l'8 settembre - l'8 settembre!, nel giorno in cui quelli come lui, i nostalgici della Patria Littoria e, insieme, i ministri della difesa, dovrebbero, per decenza, chiudersi in silenziosa meditazione -, il ministro La Russa non abbia trovato di meglio che tessere l'elogio dei combattenti di Salò? Ignazio La Russa è un fascista (può sembrate anacronistico, ma è così). Era fascista trent'anni fa, quando bazzicava piazza San Babila. Ha continuato a essere fascista per tutto il tempo in cui ha ricoperto alte cariche in un partito, il Msi, che aveva nel proprio simbolo il sacello del duce e che ostentava come un onore la discendenza dalla Repubblica sociale. E' rimasto fascista nonostante la riverniciatura di Fiuggi. E' fascista culturalmente. Politicamente. Anche antropologicamente, lasciatemelo dire, tanto da sembrare una caricatura del fascista. Lo è allo stesso modo di Alemanno, di Gasparri, di Storace... Quello che ha detto a Porta San Paolo lo aveva già detto, in forma certamente più cruda, prima del '94, nelle sezioni del suo partito dove troneggiava di solito il testone di Mussolini e pendevano ai muri i gagliardetti della «decima mas». E lo avrà ripetuto chissà quante volte ai raduni reducistici della Divisione Littorio o della «Ettore Muti» (quelli, per intenderci, che rastrellavano con i tedeschi le nostre valli e bruciavano le borgate ribelli).
Quello che colpisce e indigna, nei fatti di ieri, è che ora lo dica non più da «uomo di partito», ma da ministro - e non un ministro qualunque -: da Ministro della Difesa, uno che rappresenta il braccio armato della nostra nazione, e che decide della vita e della morte sia dei nostri soldati che di quelli che se li trovano davanti. Quella «lettura» della storia italiana viene dal cuore del potere governativo, dal suo nucleo più duro, e inquietante, perché preposto «all'esercizio della forza». Ma anche questo è un segno dei tempi. Della profonda trasformazione - e degenerazione - del nostro sistema politico. Del mutamento strutturale - di «regime», potremmo dire - dell'assetto istituzionale italiano.
Se il fascista La Russa può permettersi di usare, da quel podio, «istituzionalmente», un linguaggio che negli ultimi anni aveva dovuto moderare e mascherare, se può dire quello che pensava e che pensa, è perché avverte che se lo può permettere. Che si sono abbassate le difese immunitarie del paese rispetto a quella retorica e a quelle argomentazioni. Che nel senso comune prevalente, la memoria di quegli eventi è ferita, neutralizzata, in ampia misura azzerata. Sembra che, interpellato, il ministro abbia risposto di aver «detto cose molto meno impegnative di quelle che disse Violante sui ragazzi di Salò, o di quello che ha detto lo stesso Veltroni». E purtroppo colpisce un punto dolente, perché lo strappo di Porta San Paolo avviene su un terreno già preparato da tempo.
Si insinua in un vuoto di consapevolezza e di coscienza storica lasciato da chi, per rincorrere mode mediatiche e troppo facili riconoscimenti dall'avversario politico, ha bruciato troppi ponti. Cancellato troppe linee identitarie. Giocato troppo spregiudicatamente con la propria e l'altrui storia. I «regimi» nascono, e soprattutto si manifestano, anche così: non solo con i fatti, ma con le parole. E se dei fatti (e misfatti) di questo governo le vittime sono gli «ultimi», quelli su cui è facile maramaldeggiare (i migranti, i rom, i precari, i senza voce...), delle parole vittima sono i «primi»: i fondatori di questa Repubblica che si appanna e svanisce. Quelli che l'8 settembre, in solitudine, nel naufragio della patria, scelsero. Un'Altra Italia, da allora non certo maggioritaria, ma autorevole, capace di voce e di memoria. Ostacolo e limite a ogni tentativo di ritorno. E' quella la vittima sacrificale di Porta San Paolo. Il segno che, sessantacinque anni dopo, Roma è caduta. Lo misureremo nei prossimi giorni, dall'intensità della risposta, quanto profonda sia la caduta. Ma se quelle parole dovessero «passare». Se venissero archiviate come cronaca nel gossip dominante. Se la pur dignitosa e autorevole replica del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovesse restare la sola, e non si materializzasse - di contro - una ferma, diffusa, condivisa e forte risposta, allora dovremmo concludere che il cerchio si chiude. E l'autobiografia della nazione si ripropone, nel suo eterno ritornare.
Domanda: il ministro di Giustizia, Angelino Alfano, e il suo scudiero Franco Ionta, direttore dell’amministrazione penitenziaria, sono due ingenui dilettanti allo sbaraglio o due ambiziosi furbacchioni che credono di poter raggirare tutti in tutte le occasioni? Se invento nuovi reati e nuove aggravanti; se inasprisco le pene; se faccio di ogni erba un fascio e cancello ogni ragionevole confine tra inciviltà, micro-devianza e criminalità (e anche tra i diversi tipi di criminalità). Se non punisco più il fatto, ma castigo l’identità, l’appartenenza ad alcune categorie di “umani” che giudico, di per se stesse, pericolose; se – in soldoni – penso di risolvere ogni problema sociale (dalla tossicodipendenza a quello – epocale – dell’immigrazione) con il diritto penale e la galera, non posso poi stupirmi se le carceri scoppiano. Se Alfano è in questa condizione, dovremmo chiederci se è l’uomo giusto al posto giusto.
Se invece, come crediamo, Alfano non è Alice nel Paese delle Meraviglie, il “piano svuota-carceri” che oggi propone è la prova concretissima del fallimento del modello securitario scelto dal governo per fronteggiare la “percezione d’insicurezza” che esso stesso alimenta irresponsabilmente da anni. Agitando la bandiera della sicurezza, la destra di Berlusconi ha costruito la sua credibilità e la vittoria elettorale.
Alla prova dei fatti, alle prese con la dura realtà di fenomeni complessi, getta la spugna escogitando un «piano» che, ancora una volta, mostra quanto sia contraddittoria la sua “visione”: Berlusconi ha votato l’indulto; è riuscito, in campagna elettorale, a cacciarlo sulla groppa delle responsabilità di Prodi e, ora che è al governo, se ne cucina un altro. Solo che non lo chiama indulto, ma «piano svuota-carceri».
Già basterebbe, ma non è il peggio. Il peggio è che Alfano vuole convincerci che il suo «piano» non sia uno slogan di marketing politico-burocratico, ma che serva davvero a qualcosa. In realtà, non serve a niente. È inattuabile e soprattutto inutile. È soltanto il tentativo, rispetto al peggio che incombe, di salvare la faccia, di liberarsi di ogni responsabilità futura. Alfano sa quale inferno sono oggi le carceri e che incontrollabile gehenna diventeranno nei prossimi due anni quando i detenuti in Italia diventeranno più di 70mila (in alcune previsioni, 73 mila) in un sistema predisposto per ospitarne 43 mila. Settantatremila persone ristrette l’uno sull’altro in celle sopraffollate, “chiuse” per venti ore al giorno. Alfano teme che, presto, le rivolte incendieranno i penitenziari.
Sa come i tumulti, già scoppiati in piccoli penitenziari (Trento), possono allargarsi ai più grandi (a Sulmona lo si è già visto) dove, nell’ora d’aria, due poliziotti penitenziari tengono a bada duecento detenuti alla volta. Alfano sa oggi, a prezzo di quali violenze, sia conservato un ordine che non si disintegra soltanto per la responsabilità dei detenuti e il sacrificio della polizia penitenziaria. Vuole soprattutto dirsi innocente per quel che può accadere o accadrà. La sua ricetta ha due medicine. Il braccialetto per i 4.100 italiani da “liberare” e l’espulsione per i 3.300 stranieri che devono scontare meno di due anni.
Ora il braccialetto elettronico, in Italia, è una boutade. La sperimentazione è stata catastrofica e dal 2005 l’uso di questi dispositivi è stato interrotto. Costano troppo (15 milioni l’anno per i 400 braccialetti da testare) e l’impresa non vale il prezzo: la centralina che conferma la presenza del detenuto in casa salta anche quando viene spolverata o sfiorata da un bambino; il meccanismo diventa muto se il detenuto si immerge in una vasca da bagno o scende in cantina con un fiorire di falsi allarmi che mobilitano senza costrutto le forze di polizia che non ne vogliono più sapere nulla di quell’aggeggio. Naturalmente la tecnologia potrebbe migliorare e permettere al detenuto, ad esempio, di lavorare o studiare. Ma a quale prezzo? Ai costi attuali dei braccialetti in dotazione, le casse dello Stato dovrebbero sborsare nei prossimi dieci anni, per i 4000 detenuti programmati, un miliardo e 500 milioni di euro. Ci sono questi soldi in cassa? Alfano sa che non ci sono.
Non è più concreta del braccialetto, l’espulsione per gli stranieri. Si dice che 3.300 stranieri devono scontare ancora due anni e possono farlo nei loro Paesi. È vero, così c’è scritto nella legge. Ma quanti di quei 3.300 devono soltanto scontare tre mesi, sei mesi? Le statistiche del ministero non lo indicano, ma il dato è importante perché l’iter di espulsione di un tribunale di vigilanza (non decide il ministero l’espulsione del detenuto straniero condannato in via definitiva) in media “prende” sei mesi di tempo. Quanti di quei 3.300 saranno già liberi prima che l’idea di Alfano si realizzi? Ammettiamo che tutti i 3.300 debbano scontare due anni e i tempi di espulsione siano coerenti, ci sono le risorse per accompagnarli nei paesi d’origine? I soldi non ci sono e, per quel che se ne sa, anche le espulsioni per via amministrativa del ministero dell’Interno sono ferme al palo per la sofferenza del bilancio.
Anche in questo caso, ammettiano che il bilancio della Giustizia consenta le espulsioni, è davvero economico rispedire a casa un neozelandese e due kazaki (nelle carceri italiane sono “rappresentate” 160 nazionalità)? E tuttavia ammettiamo ancora che la ricetta di Alfano (braccialetto più espulsioni) sia praticabile, come pensa il governo di impedire che non si crei, tra un anno, la stessa emergenza sovraffollamento di oggi? La questione è decisiva. Indirizzata alla “difesa sociale”, spesso manipolata nelle sue criticità, a danno del reinserimento e di ogni programma sociale, la politica securitaria del governo moltiplica soltanto le imputazioni, aggrava le pene e la detenzione, riduce le opportunità di libertà condizionata per una vasta gamma di reati e produce, senza alternative, soltanto nuovi detenuti in misura esponenziale. Per di più senza risolvere la questione sicurezza ché non c’è alcun rapporto tra il tasso di incarcerazione e la riduzione del tasso di criminalità. Su questo incidono, infatti, per gli studi più accreditati, i periodi di crisi economica e sociale, la variazione delle occasioni di guadagni illeciti, la variazione dei livelli occupazionali, il grado di legittimazione delle istituzioni politiche, economiche e sociali.
Dunque, la morale della favoletta di fine estate raccontata da Alfano e Ionta è soltanto una. Con gli slogan si possono forse vincere le campagne elettorali, ma difficilmente si governa un Paese: la destra di Berlusconi prima ha spaventato il Paese e, oggi, non ha uno straccio di idea né per rassicurarlo né per proteggerlo.
D’un tratto in politica s’accampa un Nuovo che scompiglia ogni cosa, che promette addirittura di ricominciare il mondo. Il Nuovo è il corpo del candidato, e non del solito candidato ma del candidato-donna. E neppure di una donna che ha speciali esperienze: quando i giornali americani scrivono che con Sarah Palin «è nata una stella» alludono a un candidato forte perché enormemente simile a tutte le donne e alla loro vita quotidiana, fatta di tanti bambini, tante famiglie accidentate. È la prima volta e questa formula («È la prima volta») ha le virtù d’un mantra: è un cumulo di sillabe che protegge con magica efficacia. Tutto sembra tramutarsi in mantra, non appena sul palcoscenico fa irruzione la biologia femminile: non intercambiabile con quella dell’uomo, perciò primeva, inaugurale. Nel rifare il mondo, la donna può anche ricorrere all’arma suprema, all’atomica che dissuade l’avversario azzittendolo. Mette in mostra, modernamente disinibita, quel che ancor ieri era intimo: la pancia incinta, dunque il rapporto primordiale con la vita e la morte. Giacché questa è la politica al grado zero: vita o morte, pace o guerra, tutto o nulla. Nella favola di Esopo erano le membra del corpo che si ribellavano alla pancia oziosa. Adesso fa secessione la pancia, reclama il primato assoluto.
C’erano una volta due corpi del Re - accadeva nelle monarchie medievali descritte da Kantorowicz negli Anni 50: il corpo mortale e quello eterno, santo, che raffigura l’istituzione e la Corona e s'incarna in questo o quel re. Ora s’aggiunge un terzo corpo: la pancia incinta che la donna politica, non senza cinismo, eleva come trofeo. La pancia della diciassettenne Bristol, figlia della candidata alla vice presidenza. O la pancia del ministro della giustizia Rachida Dati, in Francia. Un mistero circonda quasi sempre il Terzo Corpo. Il padre è figura secondaria: trascurabile nel caso di Bristol Palin, incerta per Rachida Dati. Il Mondo Nuovo non appartiene ai padri. In questi giorni in America è nata una santa, oltre che stella: il ventre immemorialmente è benedetto. Il corpo politico, chiamato per secoli body politic perché paragonato all’organismo umano, diventa body e null’altro, senza più i parafernali della politica.
In realtà quest’irrompere del corpo non è nuovo. Accadde all’inizio del ’900, quando si cominciò a paragonare le virtù dello sportivo con quelle dell’intelligenza o dello spirito. Robert Musil costruisce un romanzo su questa scoperta: improvvisamente l’Uomo Senza Qualità s’accorge che lo spirito del tempo (lo spirito della comunità) esalta il corpo come la cosa più autentica dell’uomo. Ulrich lo annuncia a Diotima, la cugina borghese che di autenticità è insaziabilmente affamata: «Dio, per ragioni che non ci sono ancora note, sembra aver inaugurato un'epoca della cultura del corpo; perché l'unica cosa che in qualche modo sostiene le idee è il corpo, cui esse appartengono». Aprendo il giornale, un mattino, Ulrich s’imbatte sulla vittoria di un «geniale cavallo da corsa». Il corpo (animale o femminile) ha occupato l'intera scena, divorando la genialità letteraria o politica: è diventato totem, simbolo soprannaturale in cui il clan si identifica. Basta dire corpo di donna ed è Mondo Nuovo, Moderno. Non importa quel che la donna fa: conta l'apparire corporeo, con cui il suo essere coincide perfettamente specie quando la pancia ne è sintesi e apoteosi.
Eventi simili non cadono dal cielo. Hanno antecedenti. In principio c’è un ammalarsi della politica, della democrazia, non per ultimo dei mezzi di comunicazione. Basta sfogliare i giornali, non solo in America, e si vedranno analoghe fatali attrazioni per ciò che è considerato autentico nell’uomo politico. In Italia non avremo forse l’infame curiosare su una diciassettenne incinta, ma lo spazio è egualmente invaso dal gossip, dalla cronaca rosa oltre che nera. Perfino la critica letteraria è spesso solo rosa. Attrae il privato dei politici, in particolare se donne. Si fruga nelle loro vite, nelle pance, come i rotocalchi che spiano divi e sportivi. Da tempo diminuiscono i giornalisti che indagano su altro che questo, con la stessa continuità. In Francia questa metamorfosi si chiama pipolisation: dai rotocalchi people emulati da giornali e tv. Il fenomeno concerne inizialmente sia uomini che donne. Sarkozy ha sfoggiato i propri matrimoni. Ancor prima s'è distinto Berlusconi: il corpo, i capelli, la prestanza fisica sono stati sue sciabole. I giornali si sono adattati al gusto del tempo, al finto realismo che inghiotte il reale.
La donna in politica tende a impigliarsi nella pipolisation: non fosse altro perché viene presentata come nuova e migliore in sé, a prescindere da quello che fa o pensa. Ségolène Royal era ineguagliabile in quanto donna, Hillary Clinton è caduta nella stessa trappola e ora si trova davanti la nemesi che è Sarah Palin. In Italia non è diverso. Di recente, Veltroni s’è augurato un direttore nuovo all’Unità. Non s’è soffermato sulla bravura o non-bravura del direttore Antonio Padellaro, sulla nuova linea che auspicava, sulla vecchia che esecrava. S’è limitato a proferire il mantra, lo scorso 25 maggio sul Corriere della Sera: «Ci vorrebbe una donna alla direzione dell’Unità». Senza spiegare in cosa consistesse l’ancien régime, disse che la rivoluzione era questa. Qualcuno ha commentato, con saggezza: Padellaro era un uomo, purtroppo.
McCain è tutt’altro che maldestro. Adopera la crisi della politica, della democrazia, dei media. Sa di poter contare sull’estensione del gossip, della cultura del corpo. La pancia della povera figlia di Sarah Palin e il corpo del neonato down ostentato nella campagna portano voti, perché riaccendono la guerra culturale che il populismo di destra conduce contro la presunta egemonia della sinistra. Gli studiosi George Lakoff e Thomas Frank denunciano da tempo, in libri e articoli, la fuga della destra nel falso realismo dell’autenticità e nel risentimento dei piccoli verso i forti. È una destra che s’è impossessata di molte bandiere di sinistra: la discriminazione delle piccole città, della povera gente, di chi «non è stato cooptato dall’élite cosmopolita», infine delle donne.
Obama è considerato elitario, cooptato: quindi cosmopolita, non genuinamente americano. Palin invece incarna il nuovo valore dell'Autenticità ed è contro tutte le élite, specie mediatiche. Alla convenzione repubblicana ha entusiasmato: «Ecco una notizia flash per tutti i reporter e commentatori - ha gridato -: vado a Washington non per strappare la loro buona opinione. Vado a Washington per servire il popolo di questo Paese. Non sono parte dell'establishment politico. In questi giorni ho presto imparato che se non sei parte dell’élite, alcuni media non ti considereranno il candidato qualificato». Il politico più seduttore oggi è un maverick: un cane sciolto, una personalità più che una persona. McCain è maverick e anche Sarah Palin perché - così pare - la donna in quanto tale ieri era mobile e oggi è maverick.
La vecchia guerra contro la sinistra dominatrice riprende, e permette a McCain di fingersi nuovo pur continuando Bush. Ma è guerra assai temibile, ricorda Lakoff su Huffington Post: i repubblicani la maneggiano perfettamente da quando Nixon, nel ’69, convocò la maggioranza silenziosa contro il Sessantotto. È guerra che seduce giornali e intellettuali; che ha fatto vincere Reagan e Bush jr. Viene rispolverata ogni volta che i repubblicani, pur di non evocare quel che hanno fatto, si gettano su valori che dividono la sinistra e la intimidiscono sino a incastrarla (famiglia, aborto). Anche l’uso delle donne serve a tale scopo. Se attacchi Sarah Palin sarai accusato di sessismo ed è massima ingiuria. Forse la candidata inciamperà; son numerose le sue azioni passate non pulite. Ma finché resta un totem è vincente, e inattaccabile.
Un osservatore spassionato che volesse descrivere quanto sta accadendo nella sinistra italiana in tutte le sue varie espressioni, da quella riformista a quella massimalista, dovrebbe servirsi della parola “implosione”. La sinistra sta implodendo, i suoi punti di riferimento non sprigionano più l’energia sufficiente a delineare una direzione di marcia, i fari non emettono più segnali di luce capaci di illuminare i lineamenti della costa e gli scogli che la cospargono.
Implosione ed entropia: dopo lo sforzo compiuto nella campagna elettorale e la sconfitta subita l’energia si è dispersa e degradata. Il secondo principio della termodinamica descrive questo processo che si applica non solo in natura ma in ogni entità organizzata e questo è anche il caso dell’opposizione politica e di quella sindacale. Le forze centrifughe prevalgono su quelle centripete. Il risultato è la frammentazione della sinistra e, al limite, la sua polverizzazione.
Il fenomeno potrebbe ancora essere arrestato? Difficile dirlo, ma certo il punto di non ritorno, la soglia oltre la quale il processo diventa irreversibile è molto vicino e questo si avverte con particolare intensità nel Partito democratico che essendo la forza più rilevante dell’opposizione è quella dove i fenomeni di decomposizione sono più visibili e suscitano i massimi contraccolpi.
Il presidente della Regione Lazio, che vuole entrare come azionista nella nuova Alitalia contro il parere del suo partito, ha detto l’altro ieri che il centralismo democratico è finito. L’ha detto con un senso di liberazione.
È vero, il centralismo democratico del vecchio Pci è finito da tempo e comunque i rappresentanti di istituzioni rispondono ai loro elettori prima ancora che agli organi del partito al quale appartengono.
La rivendicazione di questa autonomia istituzionale è un bene che non va sottovalutato, ma tra l’autonomia e il “liberi tutti” c’è una differenza di fondo quantitativa e qualitativa che non può essere ignorata. Diversamente il “liberi tutti” si trasforma rapidamente in un “tutti a casa” che è esattamente ciò che sta accadendo nel Partito democratico, in Rifondazione comunista e in tutto quel vasto elettorato che rappresenta il 40 per cento di elettori e che sta perdendo il senso dell’appartenenza nel momento stesso in cui perde di vista le finalità dell’azione politica e degli strumenti necessari per realizzarne gli obiettivi concreti.
Ho fatto altre volte il confronto con un fiume che rompe gli argini e si sparge nelle campagne circostanti. Quando questo fenomeno avviene le ipotesi su quanto accadrà subito dopo sono tre. La prima è che l’acqua del fiume rientri nel suo letto naturale e riprenda a scorrere come prima; la seconda è che si scavi un nuovo alveo e scorra con la stessa pendenza tra nuovi argini; infine la terza è che diventi palude, acquitrino infestato da miasmi e zanzare, luogo di caccia alle anatre che, ignare e indifese, starnazzano in cielo.
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Il governo, la sua maggioranza e gran parte dei “media” cercano dal canto loro di accentuare questo processo di disfacimento dell’opposizione. In vari modi.
Uno di essi, il più frequentato, si svolge intorno alla parola “dialogo”. S’invoca il dialogo, si vuole il dialogo e se ne tesse la tela attraverso il dialogo con pezzi dell’opposizione o addirittura con singoli personaggi. «La sventurata rispose» scrive il Manzoni quando la Monaca di Monza parla con il suo amante e acconsente al rapimento di Lucia. Credo che nella maggioranza dei casi i personaggi che hanno accettato di dialogare siano in perfetta buona fede e non abbiano in animo di far rapire alcuna Lucia, ma non toglie che la polverizzazione d’un partito di opposizione passa anche attraverso pratiche che si prestano ad essere scambiate per trasformismo, quale che siano le intenzioni degli interessati, suscitando fenomeni analoghi e non sempre altrettanto innocenti.
Il vero punto in discussione sta proprio nella parola dialogo. A volte il lessico è lo strumento diabolico che Mefistofele usa con i vari Faust che cadono nelle sue grinfie. Si dovrebbe usare – come fa il presidente Napolitano quando tocca quest’argomento – la parola confronto. Walter Veltroni l’ha detto molte volte: il confronto tra forze politiche in un sistema di democrazia parlamentare avviene in Parlamento e alla luce del sole.
A quel confronto nessuno si può sottrarre a meno di non modificare la Costituzione. E il Partito democratico non si è sottratto, ottenendo in alcuni casi qualche successo. Per esempio nel caso dell’emendamento “blocca processi” che fu tolto dal decreto legge sulla sicurezza, auspice anche la presidenza della Repubblica che fece pesare con forza la sua opinione in proposito. E per esempio nel caso dei “rom” e del “censimento” dei loro bimbi, più volte annunciato dal ministro Maroni a beneficio dei suo elettori leghisti ma poi abbandonato anche per le pressioni della Commissione di Bruxelles e del Consiglio d’Europa.
Il confronto parlamentare avviene tra forze politiche e non tra singoli personaggi e questa è la sostanza della democrazia parlamentare. Certo un partito non vive soltanto in Parlamento: vive, dovrebbe vivere, nel Paese, sul territorio, elaborando programmi specifici e concreti all’interno di una visione complessiva del bene comune e delle regole che ne scandiscono il funzionamento.
Questa presenza politica e questa elaborazione culturale sono gli aspetti manchevoli che abbiamo segnalato; a causa di questa assenza o presenza troppo debole i fenomeni di implosione, frammentazione, dialogo di singoli con lo schieramento avversario, si moltiplicano con diffuso gaudio del governo, della maggioranza e dei “media” consenzienti e addirittura dediti al picconamento dell’opposizione.
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Ho accennato all’intenzione del presidente della Regione Lazio di entrare come azionista nella compagine societaria della nuova Alitalia (Cai). Se il suo desiderio fosse accettato dagli azionisti della Cai la privatizzazione di Alitalia subirebbe uno strappo a favore di un ente locale interessato a “tutelare” le sorti dell’aeroporto di Fiumicino. Lo stesso Marrazzo ha auspicato un analogo ingresso del presidente lombardo Formigoni a tutela degli interessi dell’aeroporto di Malpensa.
C’è qualche cosa di storto in questo modo di ragionare. Se gli enti locali sul cui territorio operano aeroporti importanti dovessero far parte della Compagnia di volo dovrebbero entrarvi anche Napoli, Palermo, Bari, Venezia, Bologna ed altri ancora. L’assemblea della società diventerebbe una stanza di compensazione di interessi contrapposti con tanti saluti alle regole del mercato.
Ma una stanza di compensazione tra interessi forti la nuova Alitalia lo è già. Non a caso il senatore Luigi Zanda ha scritto una lettera pubblica e formale al presidente dell’Antitrust segnalando i macroscopici conflitti di interessi di alcuni azionisti della Cai, in particolare i Benetton, i Riva, gli Aponte e parecchi altri. Sarà interessante vedere come si comporterà l’Antitrust su una questione così delicata.
Quale dovrebbe essere la funzione del Partito democratico, posto che il trasporto aereo è un tema di rilievo nazionale sul quale una forza politica ha pieno titolo di esprimersi?
Credo che il Pd – come ogni altro partito – debba dire la sua sulla privatizzazione della Compagnia, sui molteplici conflitti di interesse presenti nella nuova società, sul piano industriale, sugli oneri che esso comporta per la finanza pubblica. Il problema degli esuberi è una derivata del piano industriale, come correttamente sostiene la Cgil.
È pacifico per tutti che in tempi di globalizzazione non esiste la possibilità di una società di trasporto aereo che non sia inserita in un “network” internazionale, a meno che non si tratti d’un vettore esclusivamente locale, con una piccola flotta di aerei e pochi dipendenti. Ma questo non è il caso dell’Alitalia.
I network interessati a livello europeo sono tre: Air France-Klm, British, Lufthansa. I tedeschi vedono in Alitalia uno strumento per aprirsi la strada verso l’Africa e l’Asia. I francesi e gli inglesi questa apertura ce l’hanno già e vedono in Alitalia un contenitore di passeggeri. Trenta milioni di passeggeri che negli anni saranno destinati a raddoppiare se inseriti in un quadro di ben altre dimensioni.
Quanto ai nuovi azionisti della Cai, realisticamente essi sanno che gli utili della Compagnia saranno assai magri nei primi cinque anni; non è quindi per la profittabilità dell’impresa che essi hanno deciso di impegnarvisi. Tantomeno per sentimenti patriottici, lodevoli ma estranei ad un piano industriale.
I soci della Cai, tutti ad eccezione di Colaninno, hanno interessi extra-Alitalia da promuovere e tutelare e questa è già una buona ragione per metter nel piatto un “cip” e sedersi a quel tavolo. Ma ce n’è un’altra di ragione: far nascere una nuova Alitalia, ripulita da tutte le croste accumulatesi durante gli anni. La ripulitura non costerà nulla alla Cai, la fa Fantozzi a spese dello Stato.
Una volta compiuta la ripulitura, Alitalia possiederà una flotta di media importanza, una serie di diritti di volo soprattutto sul territorio nazionale e un pacco-passeggeri di trenta milioni di unità destinate ad aumentare fino al raddoppio. Il conto economico, l’abbiamo detto, darà risultati magri, ma il valore patrimoniale di una società ripulita a dovere sarà notevolmente più elevato: dopo il 2011 la Cai potrà valere a dir poco un quarto in più rispetto al patrimonio di partenza. A quel punto gran parte degli attuali azionisti, che non hanno alcun interesse per il trasporto aereo, usciranno dall’affare realizzando cospicue plusvalenze. A spese dello Stato e dei contribuenti.
Questo è l’affare Alitalia, questa è la logica del mercato e questa sarà la soluzione finale della compagnia aerea italiana. Colaninno, che buon per lui non ha conflitti d’interesse in questa vicenda, probabilmente resterà a guidare la sezione italiana del “network” internazionale nelle cui capaci braccia si spegnerà la cordata tricolore.
* * *
Ci sono molti altri temi di confronto tra maggioranza ed opposizione: la sicurezza, la giustizia, l’istruzione, la sanità. L’uscita dei partiti dalle Asl e dalla Rai e il riassetto dell’azienda televisiva. Il federalismo fiscale. E naturalmente le riforme costituzionali, legge elettorale compresa.
Il luogo del confronto è il Parlamento dove contano i voti ma conta anche il consenso che i partiti si guadagnano nel Paese con la loro presenza, le loro proposte, i loro programmi, i valori dei quali sono portatori.
Se la crisi della sinistra e in particolare del Pd è l’appannamento della leadership, conviene dunque concentrarsi su questa questione e risolverla. Bisogna contemporaneamente costruire il partito sul territorio, risollevare l’animo e l’impegno degli elettori, dare forza al vertice del partito, utilizzare l’esperienza dei cosiddetti senatori del Pd portando però nella prima linea operativa una generazione di giovani da addestrare e a cui affidare a tempo opportuno la guida.
Nelle aziende e nelle banche di grandi dimensioni questo schema si chiama “duale”, un consiglio di sorveglianza e un consiglio di gestione; nel primo stanno i saggi, nel secondo gli operativi. Forse uno schema del genere non si adatta ad un partito politico ma può comunque essere adatto a suggerire una soluzione adeguata.
C’è pochissimo tempo per riprendere la marcia. L’opposizione scricchiola, la gente si disimpegna, le rivalità interne si incistiscono. Bisogna spezzare questo circuito nefasto.
Credo che la responsabilità di riaccendere le luci d’una casa abbuiata incombano su Veltroni. Del resto è lui il segretario in carica. Decida e operi, chiami a raccolta tutti coloro che in quel partito ci credono ancora e cammini insieme a loro con idee precise e chiaramente enunciate.
Chi vuole dialogare con l’avversario a titolo personale non è un traditore. Può essere un ingenuo. Oppure un vanitoso. Comunque, se vuole farlo lo faccia a proprio rischio senza pretendere di rappresentare un partito perché l’ingenuità e la vanità possono condurre al disastro una forza politica.
Per il lettore giovane. Il “centralismo democratico” è il termine che designa il sistema di decisione-azione che ha caratterizzato il Partito comunista italiano, e altri partiti di matrice leninista. In base a quel sistema la discussione che precede le decisioni è aperta a tutti gli iscritti, nelle varie sedi di quel partito, la decisione è presa a maggioranza e poi, una volta decise le posizioni e le azioni, queste sono rispettate da tutti. La pratica del “centralismo democratico” ha come postulato il carattere elettivo di tutte le istanze decisionali.
Antegnate, 28/08/2008
Egr.Sig. Sindaco
Antegnate (BG)
OGGETTO: Proposte ai fini della redazione del Piano di Governo del Territorio L.R. 12/2005
PREMESSO CHE:
Da qualche mese è iniziato il processo di definizione del Piano di Governo del Territorio (PGT), un evento molto importante per tutta la nostra comunità, durante il quale si definiscono gli assetti del paese.
La normativa regionale (L.R. 12/2005) per la redazione del PGT prevede che il piano sia poi sottoposto alla VAS - Valutazione Ambientale Strategica, con l’obiettivo di garantire un elevato livello di protezione dell’ambiente, un uso parsimonioso del suolo, l’integrazione delle considerazioni ambientali all’atto dell’elaborazione del piano e al fine di promuovere lo sviluppo sostenibile come criterio primario, ovvero come decidere al meglio il futuro dei luoghi in cui viviamo e vivranno le generazioni future.
La procedura della VAS definita negli “indirizzi generali per la VAS” approvati con D.C.R. 13 marzo 2007, n. VIII/351 e succ. D.G.R. del 27 dicembre 2007, n. VIII/6420 prevede una prima fase di scoping. Il D.lgs 4/08 definisce questa fase come “analisi preliminare dei potenziali effetti del piano” e prevede la redazione di un apposito documento per la consultazione dei soggetti competenti in materia ambientale.
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La nuova legge regionale ha, infatti, trasferito la maggior parte delle competenze e delle funzioni in materia urbanistica ai singoli Comuni, i quali hanno pressoché carta bianca nella stesura della pianificazione territoriale. Una grossa opportunità, ma anche un rischio.
Come contrappeso alla mancanza di un controllo superiore, la nuova legge dispone espressamente il rafforzamento della trasparenza e della partecipazione dei cittadini, associazioni e istituzioni varie per tutto il percorso di costruzione del PGT.
Tutto questo richiedeva pertanto l’apertura di un dibattito nel paese per definire tutti insieme quale tipo di sviluppo vogliamo, di quante persone riteniamo utile crescere, di quali servizi attrezzarsi per il futuro.
Molti Comuni hanno, in questo senso, promosso assemblee pubbliche con gli abitanti, le varie associazioni, gli imprenditori o distribuito questionari ai cittadini per raccogliere suggerimenti e proposte che hanno costituito, insieme al lavoro dei tecnici incaricati, la base del documento del PGT. L’informazione e il coinvolgimento della popolazione quindi, hanno avuto un’importanza fondamentale, permettendo così al cittadino di intervenire in modo consapevole.
Il PGT è uno strumento di governo del territorio completamente nuovo, che non può essere definito “a porte chiuse”, anzi, è necessario che sia fatto in modo allargato e condiviso superando la vecchia concezione dei piani regolatori come progetti calati dall’alto, “contrattati” da una ristretta cerchia di persone. Si tratta di pianificare lo sviluppo del paese, per i prossimi anni, secondo un modello urbanistico basato sul principio della sostenibilità.
Purtroppo questo ad Antegnate non è avvenuto ed il PGT che ci e’ stato proposto, oltretutto con documenti incompleti in allegato, rispecchia tra l’altro l’accoglimento delle istanze di privati per l’edificazione di una grande area adiacente al costruendo centro commerciale.
Quell’area, che confina con Barbata, è oltretutto prevista dal P.T.C.P. per una parte a costituire il corridoio ecologico e fascia ambientale tra i due comuni per evitare l’innesco di fenomeni di saldatura tra paesi e per la parte dell’area contigua alla statale è prevista la destinazione ad area agricola con finalità di protezione/conservazione.
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La concertazione con il privato fa certo parte di un moderno e più avanzato concetto di pianificazione e governo del territorio, ma non si può pensare che automaticamente le sue istanze vadano nella direzione degli interessi diffusi dei cittadini.
Non si capisce anche, perché un’altra area a Nord/Est sopra la zona industriale già edificata, è stata proposta ad ambito produttivo pur essendo in netto contrasto con le indicazioni contenute nel Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale che ha previsto per la stessa la non edificabilità per la costituzione del corridoio di tutela per la TAV.
Il PGT dovrebbe tener presente come il territorio di Antegnate sarà fortemente penalizzato dal passaggio di BREBEMI e TAV, sicuramente utili ma fortemente impattanti sull’ambiente, della cava già approvata su un’area di circa 360.000 m2 e un’area estrattiva di 124.000 m2 con scavo fino a 35 mt di profondità, che comporterà anche un appesantimento della rete viabilistica e senza dimenticare la prossima apertura del centro commerciale che oltre ai benefici porterà inevitabilmente nuovi flussi di traffico e inquinamento.
Come territorio credo quindi che Antegnate abbia già dato la sua parte e che chiunque faccia una seria analisi dell’impatto ambientale e sociale di queste ed ulteriori grandi strutture su un così piccolo paese, non potrà che condividere il parere negativo per le trasformazioni proposte.
Le zone agricole non sono aree in attesa di essere edificate, ma ambiti territoriali che potenzialmente possono migliorarsi per le proprie prestazioni produttive, ambientali ecologiche e sociali e che possono offrire servizi fondamentali alla collettività e all’ecosistema.
Il territorio, patrimonio prezioso e non rinnovabile, è sempre più importante: se le scelte con le quali viene “modificato” sono prese senza il consenso dei cittadini e non nel loro interesse ma sono scelte conseguenti ad altri interessi, in se legittimi, allora i danni alla comunità saranno permanenti.
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Il nostro paese naturalmente sta cambiando ma si sono create nel tempo situazioni di dispersione ed estraneità, alcune inevitabili e altre volute e lo spirito delle mie indicazioni non vuole di certo bloccare lo sviluppo e la crescita economica di Antegnate ma mira a uno sviluppo equilibrato e sostenibile, per non peggiorare la situazione del territorio ma salvaguardare chi, scegliendo di vivere ad Antegnate, lo possa fare soprattutto perché trova una dimensione di vita ottimale, non solo perché trova lavoro.
Per la mancanza di dati e con la riserva di integrarle quando l’Amministrazione Comunale metterà a disposizione i documenti completi di informazioni,
PRESENTA LE SEGUENTI INDICAZIONI
1) Si adotti una procedura corretta che dia alle autorità/soggetti con competenze ambientali i documenti preliminari con dati completi (visto che la prima conferenza di valutazione è già stata effettuata con documentazione mancante di dati), in modo da poter dar loro la possibilità di effettuare corrette indicazioni, anche perché il loro ruolo nel processo di VAS è estremamente importante perché la competenza e l’autorevolezza dei loro pareri costituisce uno dei più rilevanti strumenti di trasparenza e di garanzia per i cittadini circa la correttezza delle stime di impatto e la completezza del processo di VAS. Le stesse autorità dovranno poi essere consultate, nella fase conclusiva prima dell’adozione del piano, sulla bozza di Piano e sulla VAS che dovrà esplicitare in quale modo le loro indicazioni sono state tenute in conto.
2) L’area a Ovest adiacente al centro commerciale mantenga, per il momento, la destinazione agricola di salvaguardia ambientale come previsto dal vigente P.R.G. e si decida la sua destinazione futura dopo l’apertura della tangenziale e del centro commerciale al fine di monitorare la sostenibilità sociale, ambientale e viabilistica che è molto più importante per i cittadini dell’urgenza di un interesse privato.
3) L’area posta a Nord/Est sopra la zona industriale già edificata, recepisca le prescrizioni contenute negli strumenti di pianificazione sovraordinati, quali il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale in relazione alla futura infrastruttura ferroviaria. (corridoio di tutela TAV)
4) L’area di rispetto della Roggia Cusano in lato ovest rimanga, come previsto dal vigente P.R.G., da usufruire come oasi ambientale insieme alla piccola cappella adiacente al parcheggio dello stabilimento Zucchetti, con fascia di rispetto identica a quella imposta all’edificazione di un concittadino in quella zona.
Nota: le fotografie per niente filologiche del centro abitato e del nuovo centro commerciale (distante poche decine di metri) sono state scattate dal sttoscritto il 6 settembre 2008; su Antegnate e l'area circostante, Mall ha pubblicato due testi relativi rispettivamente al Centro Commerciale Bre.Be.Mi e al Centro Commerciale Le Acciaierie; i pochi materiali del PgT di Antegnate sono disponibili sul sito ufficiale del Comune (f.b.)
Caro direttore, credo che sia giunto il tempo di portare a conclusione un dibattito, quello sulla costruzione del parcheggio del Pincio, che sta coinvolgendo e appassionando sempre più vasti strati della società civile. Il sindaco di Roma e la giunta comunale nel suo complesso dovranno esprimersi con una memoria di giunta fondata non solo sui nostri intendimenti politici ma anche sulla legittimità che discende dalla continuità dell'azione amministrativa.
Sono due aspetti diversi che non possono essere confusi da chi in buona fede vuole difendere gli interessi incomprimibili della nostra città.
Comincio dalla volontà politica del sottoscritto: io non ritengo che sia opportuno procedere alla costruzione di questo parcheggio. Questa convinzione discende da una corretta applicazione del "principio di precauzione" che deve sovrintendere a tutte le decisioni in materia di tutela ambientale, artistica e archeologica.
Questo principio ci insegna che quando si interviene su un luogo particolarmente delicato e prezioso come il Parco del Pincio bisogna tenere presente non soltanto le condizioni tecniche del progetto, ma anche gli impatti presenti e futuri che questo intervento produrrà nel contesto circostante. Facciamo un esempio: quando si costruì 30 anni fa il parcheggio del Galoppatoio fu garantito ai romani che tale opera non avrebbe intaccato in maniera significativa quel lato incantevole di Villa Borghese e indubbiamente ogni sforzo fu fatto in questo senso dai costruttori di allora.
Andate oggi a vedere come è ridotto il lato del Galoppatoio investito dall'intervento: una landa desolata in cui la presenza sotterranea del parcheggio è fin troppo manifesta non solo attraverso le prese d'aria ma anche dall'emersione dal sottosuolo della massa di calcestruzzo.
Trasliamo questa immagine su un contesto molto più delicato e prezioso come quello del Pincio: chi ci garantisce che fra 5, 10 o 20 anni assestamenti strutturali, carenze di manutenzione, cambi di destinazione d´uso non turbino in maniera irreversibile quel contesto? Neppure gli attuali accorgimenti tecnici annullano, nelle previsioni, gli "affioramenti" del parcheggio quali prese d´aria, griglie di emergenza e gallerie di accesso. Il Pincio è prima di tutto un giardino storico, un parco urbano e, come tale, è tutelato dalla Carta dei Giardini Storici (del 15 dicembre 1982) in cui si raccomanda che "ogni modificazione dell´ambiente fisico che possa essere dannosa per l´equilibrio ecologico deve essere proscritta". Al di là di sentimenti profondi di "sacralità" di molti luoghi romani che ci spingerebbero a desiderare che sotto la terrazza del Pincio ci sia l'antico tufo di quella collina e non un vero e proprio "palazzo" sotterraneo di 7 piani in calcestruzzo, nulla ci assicura che questa ingombrante presenza non riemerga nel tempo in tutta la sua estraneità ad un contesto ambientale come quello di un parco storico. In più, nel definire l'equilibrio del buonsenso e della precauzione, c'è la non indispensabilità dell'opera pubblica progettata: i 700 posti auto pertinenziali possono essere utili per diminuire il numero delle auto parcheggiate nel Tridente, ma la loro realizzazione non risulta risolutiva per la mobilità di questa zona di Roma, obbiettivo che può essere perseguito con soluzioni alternative forse ancora più efficaci come l'ampliamento del parcheggio del Galoppatoio di cui parlavamo prima.
Se correre rischi per un'opera pubblica indispensabile può essere comprensibile, non può certamente esserlo per qualcosa che indispensabile non è, in mancanza di uno studio organico sulla mobilità romana.
Quindi la scelta politica dovrebbe a nostro avviso andare sicuramente verso l'abbandono del progetto del Pincio e l'ampliamento del parcheggio già esistente al Galoppatoio, ottenendo tra l'altro una equivalente o addirittura maggiore redditività economica secondo quanto risulta dai primi approfondimenti dei nostri uffici tecnici. Tuttavia per perseguire questo obbiettivo politico dopo le scelte già compiute dall'amministrazione che ci ha preceduto è necessario un cambiamento forte sul versante delle autorizzazioni previste dall'iter amministrativo.
Dopo che il ministro dei Beni Culturali ha espresso le nostre stesse preoccupazioni, si ripropone la possibilità di una riconsiderazione da parte delle sovrintendenze dei pareri vincolanti che sono stati espressi non solo dal punto di vista archeologico ma soprattutto da quello ambientale e monumentale. Sono queste autorità, nella loro autonomia che ci devono dire se esistono condizioni sufficienti per revocare l'appalto senza incorrere nell'illecito amministrativo. Mentre i nostri uffici stanno completando tutte le istruttorie per valutare ogni aspetto di questa complessa questione, è necessario che ci sia un'attenta considerazione da parte di chi è chiamato più di ogni altro a tutelare il nostro patrimonio ambientale, monumentale ed archeologico.
Postilla
Molte delle considerazioni del sindaco di Roma sono sottoscrivibili e del resto già enunciate in altri interventi sul tema presenti in eddyburg in questa sezione ed è apprezzabile anche il tono generale non ideologico, ma improntato ad affermazioni di buon senso.
Un sorriso strappa però quel richiamo finale indirizzato agli organi preposti alla tutela ad una "attenta considerazione": quell'esortazione ad una "riconsiderazione da parte delle sovrintendenze dei pareri vincolanti", pare stridere con il concetto di autonomia citato en passant poco oltre e lascia un vago retro gusto di condizionamento che i molti milioni in ballo per la penale (annullati in presenza di vincoli Mibac), chiariscono, ma, in linea di principio, non giustificano. (m.p.g.)
L’Europa assolve il governo italiano perché fortunatamente non ha fatto quel che in ripetute dichiarazioni pubbliche il suo ministro degli Interni si era riproposto di fare: la raccolta generalizzata delle impronte digitali di tutti gli abitanti dei campi nomadi, compresi i bambini.
La lettura del rapporto inviato il 1° agosto da Roma a Bruxelles ha dato modo di verificare le modalità del censimento nei campi nomadi e – si badi bene – «di correggere tutte le misure che potevano dare luogo a contestazioni». Limitando «solo a casi estremi» il rilievo dei dati dattiloscopici dei bambini, quando siano «strettamente necessari e come ultima possibilità di identificazione».
L’Italia evita così il disonore di un richiamo comunitario alle più elementari regole di civiltà, e non possiamo che gioirne. Senza dimenticare però l’insistenza con cui Roberto Maroni, fra giugno e luglio, aveva più volte sottolineato la necessità di prendere le impronte dei bambini rom. Quando il suo annuncio sollevò le prime contestazioni, il ministro rincarò la dose: lo facciamo per il loro bene, solo così li sottrarremo allo sfruttamento dei genitori criminali. Infine, dopo un voto del Parlamento europeo e le perplessità manifestate dagli stessi prefetti incaricati di applicare il provvedimento, la raccolta delle impronte è stata derubricata a extrema ratio. Ma silenziosamente, alla chetichella, lasciando che fra i cittadini esasperati continuasse a circolare la certezza di un governo che non si lascia commuovere da quelle manine, viste troppe volte frugare nelle tasche e nelle borse dei malcapitati.
La genericità con cui il censimento e la nomina dei Commissari prefettizi è stata riferita a non meglio precisati “campi nomadi”, ha consentito di aggirare l’accusa di discriminazione su base etnica o religiosa. E nel frattempo gli altri ministri del governo Berlusconi, seguiti dai sindaci più fantasiosi, sono subentrati con una raffica di ulteriori emergenze, tutte da affrontare con la divisa e tutte ispirate al medesimo principio: abbiamo vinto nettamente le elezioni e dunque procediamo al ripristino del principio di autorità. Dopo i rom viene il turno dei clandestini, dei fannulloni, dei cattivi in condotta. E siccome gli annunci di tolleranza zero si nutrono dell’innovazione linguistica, diventa importante anche cambiare il nome alle cose: i Centri di permanenza temporanea diventano Centri di identificazione e espulsione, così come i poveri amministratori locali deprivati dell’Ici potranno consolarsi fregiandosi di una simbolica stella da sceriffo.
Era prevedibile che l’opinione pubblica manifestasse forte sintonia – finalmente! – con l’annuncio della fine del lassismo. Pur senza illusioni sul ripristino della sicurezza pubblica: intanto accontentiamoci che le autorità politiche indichino per nome e cognome le categorie colpevoli, ponendo fine all’indulgenza. A cosa serve lo Stato se non, innanzitutto, a sorvegliare e punire? L’integrazione, il recupero, l’assistenza, sono lussi che possono permettersi solo i privilegiati. Le culture solidariste sono ferrivecchi destinati alla discarica, insieme alla sinistra.
Per questo il presidente della Camera viene trattato come un guastafeste quando conferma il suo orientamento favorevole a riconoscere il diritto di voto amministrativo agli immigrati residenti da un congruo numero di anni sul territorio nazionale. I suoi stessi compagni di partito hanno liquidato con malcelato fastidio come “opinione personale” la sua apertura alla proposta di Walter Veltroni. Ma come? Proprio ora che otteniamo il via libera pure dalla Commissione europea, tu vieni a romperci con i diritti degli immigrati (vincolati ai doveri, ça va sans dire)? Prima ancora di Berlusconi e Maroni è il coordinatore di An, Ignazio La Russa, a precisare che «per noi la priorità resta la lotta all’immigrazione clandestina». Come se fosse plausibile un contrasto efficace dei residenti senza documenti validi che non contempli certezze di diritti riconosciuti: ricongiungimenti familiari, permessi di soggiorno validi anche per chi ha provvisoriamente perduto il lavoro, voce in capitolo sulle scelte amministrative nel luogo in cui si risiede da anni, procedure codificate di accesso alla cittadinanza italiana, luoghi di culto dignitosi e adeguati.
Tutto ciò, e non solo il diritto di voto alle elezioni amministrative, resta fuori da un programma di governo che viceversa ritiene di trarre legittimità da una cultura di sottomissione degli immigrati alla comunità nazionale. Una comunità che non può fare a meno della loro manodopera ma che al tempo stesso si dichiara satura e priva di risorse sufficienti alla loro graduale integrazione.
L’Italia cristiana che ritiene di avere già fatto troppo nel campo dell’accoglienza, incapace di commuoversi davanti agli annegati e infastidita da chi nomade non lo è certo per vocazione, trova nei suoi governanti – tornati detentori dell’autorità – gli inconsapevoli fautori di un pensiero antico. Basta leggere La pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa, del compianto Bronislaw Geremek (Laterza), per notare il recupero in atto di certe dottrine medievali: distinguere i “poveri vergognosi”, caduti in disgrazia nell’ambito della nostra comunità e dunque meritevoli di pubblica compassione, dai forestieri vagabondi e parassiti, indegni di ricovero e elemosina, tanto meno di diritti.
Rischiamo una regressione culturale da cui non ci salverà la benevolenza dell’Ue. Perché l’ingiustizia nei confronti dei più deboli prima o poi genera conflitti, e allora le aspettative suscitate da un governo miope moltiplicheranno il rancore sociale.
Vedi anche gli articoli di Eugenio Scalfari, Giuseppe De Rita, Luciano Gallino e Nadia Urbinati , Furio Colombo, Ilvo Diamanti e Massimo L. Salvadori
Sul Corriere della Sera di ieri, Walter Veltroni, difendendo, ovviamente, il parcheggio del Pincio, sostiene che Roma ha bisogno «di un coraggioso programma per i parcheggi». Benissimo. Saremmo tutti molto grati all'ex sindaco se ci dicesse qual è il coraggioso programma che prevede il parcheggio del Pincio. Se esiste, la discussione finora asfitticamente limitata a una sola opera, potrebbe estendersi vantaggiosamente a tutte le soluzioni previste per l'accessibilità al centro storico, e sarebbe questa la scala giusta per valutare compiutamente la necessità dello scempio del Pincio, e per verificare eventuali altre soluzioni.
Qui ricordo solo che Walter Tocci, quando era vicesindaco e assessore alla mobilità, escluse proprio le aree del centro storico dal piano urbano dei parcheggi. Se è stato fatto un nuovo programma, cambiando la meritoria decisione di Tocci, allora discutiamone. Non dimenticando le disponibilità residue del vecchio parcheggio sotto al galoppatoio di villa Borghese e quelle del nuovo parcheggio in costruzione all'angolo fra ponte Margherita e via Arnaldo da Brescia, a poche decine di metri da piazza del Popolo. Veltroni afferma poi che il 90 per cento dei posti macchina previsti sono destinati ai residenti.
Ma egli certamente sa quant'è difficile garantire il rispetto di questi obiettivi. E com'è facile che nella categoria dei residenti, oltre alle famiglie, siano compresi anche quanti nell'area del Tridente esercitano professione o attività economica, siano proprietari degli immobili o vantino altri titoli che legittimano la titolarità a un posto macchina al Pincio. Servirebbero una severità e una determinazione nella tutela del centro e nel contrastare le destinazioni a parcheggio che a Roma non hanno mai avuto cittadinanza. Cito, per esempio, la repellente sistemazione intorno al Palazzo di giustizia di piazza Cavour, dove i marciapiedi e una porzione di strada sono stati sottratti ai pedoni e difesi da catenelle e squallide recinzioni per essere trasformati in parcheggi riservati ai funzionari degli uffici giudiziari.
Allo stesso uso è stato destinato lo spazio verso il lungotevere davanti all'ex Casa del mutilato. Non si capisce perché alcuni lavoratori - i magistrati, i dipendenti di Camera e Senato e altre categorie del pubblico impiego - debbano beneficiare di così vistosi favoritismi a spese degli altri cittadini e del decoro urbano. Eliminando ingiustificati privilegi si potrebbero recuperare centinaia di posti macchina da destinare agli abitanti e al miglior uso dello spazio pubblico. Ancora un'osservazione all'articolo di Veltroni, là dove sostiene che è stata ed è «sacra» l'area del Pincio, così come tutta villa Borghese. E ricorda che negli ultimi anni tutti gli edifici sono stati ristrutturati e riportati alla loro antica meraviglia. Non è esattamente così. Nell'ultimo libro di Paolo Berdini, La città in vendita , c'è la fotografia della Casina Valadier al Pincio, dove si vede che sono state sopraelevate arbitrariamente le terrazze di copertura. Si legge inoltre che un ettaro della villa è stato privatizzato e destinato all'uso esclusivo dei clienti della Casina.
Poi, ci informa sempre Berdini, in villa Borghese è stato addirittura costruito un teatro, con relativo parcheggio: un'iniziativa degli eredi per onorare la memoria del probabilmente benemerito costruttore Silvano Toti. Non sono precedenti confortanti.
Ha inizio questa sera a Torino la nuova edizione di Sbilanciamoci , la sesta. Negli anni scorsi, e sempre all'inizio di settembre, le riunioni si sono svolte a Napoli-Bagnoli, Parma, Roma-Corviale, Bari, Venezia-Marghera. Un giro d'Italia che nella sua follia aveva un certo metodo. Il metodo, nel girovagare di Sbilanciamoci , è quello di piantare le tende del movimento in un punto particolarmente caldo della discussione pubblica, come la Parma di Parmalat o la Marghera del Nordest dei misteri. E di chiamare a discutere di fronte a una platea, troppo spesso emarginata - un voto ogni due o tre anni e basta - un gruppo di tecnici, (urbanisti, sociologi, economisti, politici, medici, ingegneri, sindacalisti, ecc. ecc.) non necessariamente rossi, ma certamente esperti.
Se ne è accorta per esempio Rosi Bindi che l'anno scorso a Marghera , da ministro del governo Prodi, ha esordito così: «Sono onorata di essere qui, a Cernobbio non mi hanno mai invitato!... La fatica più grande è accettare il confronto con un'idea alternativa di economia, di sviluppo, di benessere. Ma rimettere in discussione i modelli acquisiti, e che hanno mostrato crepe, non dovrebbe esssere il senso profondo della politica, anche quando si costituisce un partito nuovo?» Già, il partito nuovo. Bindi lotta per la leadership di uno di essi e indica quel che dovrebbe essere il senso profondo della politica, il programma del suo partito. Ma sarà sconfitta. Bindi osserva serenamente che a Cernobbio non l'hanno mai invitata e coglie subito il punto.
Cernobbio , la sede dello studio Ambrosetti che invita pensatori, politici e polemisti di moda a esibirsi di fronte alla crema del paese è stato per sei anni il riferimento di Sbilanciamoci , il suo alter ego: tutto quello che è ingiusto, escludente, privato è raccolto lì. Mentre a Cernobbio «vengono presentate le ricette più tradizionali dell'ideologia neoliberista (privatizzazioni, riduzione del welfare, precarizzazione del lavoro, supremazia del mercato, allentamento dei vincoli ambientali) nei Forum di "Sbilanciamoci" si vogliono far emergere vie ed esperienze diverse e alternative di sviluppo economico basato sulla protezione e sul rilancio del welfare, le regole e i diritti del lavoro, il positivo ruolo delle istituzioni e della spesa pubblica, la sostenibilità ambientale, la responsabilità sociale delle imprese e una fiscalità solidale che colpisca rendite e privilegi».
Questo si pensava a Bari, nel 2006. Sembra un mondo scomparso da un secolo quello di Bari, ma sono trascorsi solo due anni. La riunione del Forum era allora all'Università. Di fronte a un pubblico di centinaia di persone, il presidente della giunta regionale era al suo meglio. Riuscì a spiegare l'importanza della politica, la necessità di discutere, di convincere. Non offriva l'impossibile al suo uditorio incantato, chiedeva di fare, insieme, le poche cose possibili e importanti. A Torino, il Forum si troverà di fronte a qualche difficoltà ulteriore. Quello che vi sarà discusso non sembra interessare troppo gli esponernti politici locali: non almeno al punto di interloquire, di discutere insieme, suggerire soluzioni possibili, ascoltare le proposte di altri non allineati.
Una discussione pubblica, proprio come diceva Bindi, è fondativa per un partito, è essenziale per costruire una società di uguali. Rinunciarvi, alzare steccati, avere paura del confronto di idee, ha la conseguenza di sapere di meno, di conoscere meno i fatti, nella loro complessità. E' un errore dividere tra chi conta e gli altri, tra chi ha e chi è sempre escluso. Ai Forum di Sbilanciamoci hanno sempre parlato tutti e tutti hanno potuto ascoltare ed esprimersi: questa è la differenza fondamentale rispetto ai Cernobbio , dove parla solo qualcuno ben selezionato che la pensa all'unisono con il pensiero dominante, dove chi è ammesso ad ascoltare lo è perché si può permettere di pagare l'ingresso. Una selezione dell'informazione per censo. e per conoscenze.
Quest'anno, anche Sbilanciamoci, nonostante il nome deve badare al bilancio tutt'altro che illimitato. Per questo non è stato possibile invitare studiosi di altri paesi, che in anni diversi sono stati capaci di proporre la propria esperienza al pubblico e confrontarla con studiosi locali e con le autorità cittadine. E' un peccato, perché Susan George, o Vandana Shiva, o Aruna Roy avrebbero suggerito ai partecipanti di Torino una riflessione importante. E in tempi di scarsità, qualche idea in più fa comodo a tutti, arricchisce, ma nel senso giusto. Il sito sbilanciamoci.info che sarà presentato a Torino vuole appunto offrire qualche idea in più, non solo tirandola fuori da un vecchio cilindro, ma cercandola anche da molte provenienze e diverse, senza cautele o sospetti. ma ben diverso sarebbe sentire direttamente e discutere con compagni e compagne che spesso ci aiutano a capire.
Non è poi che le idee manchino del tutto, almeno sul piano del nostro paese. Sbilanciamoci ne propone cento, ma è un numero omerico, nel senso di esagerato. «Una politica nuova per un'economia diversa - 100 proposte per un Italia capace di futuro».
Su questa riflessione dei cento punti si svolgerà il Forum di Torino. «Con i primi atti e provvedimenti di politica economica del governo Berlusconi e del ministro dell'economia Tremonti torna una vecchia politica economica che - con la scusa dei tagli alla spesa pubblica - colpisce enti locali, welfare ambiente ed è gravemente carente di un'idea nuova di un modello di sviluppo che noi vogliamo fondato sull'equità sociale, la sostenibilità ambientale, la pace e la solidarietà internazionale». E rincara la dose: «La manovra finanziaria del governo è contro la società, l'ambiente e i diritti. I pesanti tagli previsti nei prossimi tre anni a sanità, scuola, enti locali, previdenza, ambiente superano i 30 miliardi di euro. Salari e redditi per i lavoratori dipendenti ( a causa di un'inflazione programmata all'1,7% a fronte di una reale al 3,6% e alla mancata restituzione del fiscal drag) subiranno una drastica riduzione: per loro non caleranno le tasse mentre continuerà a sopravvivere il trattamento fiscale per rentiers e classi alte di reddito...»
Nessuno avrebbe scommesso, io per prima, su una larga partecipazione al dibattito di Sinistra Democratica in festa” di Torino dal titolo “Una città a misura di chi?”, sia per l’argomento che per la data, lunedì 1 settembre, giornata che per molti ha segnato la fine delle vacanze estive. Invece, abbiamo dovuto ricrederci, e registrare il segnale che esiste il desiderio di discutere di politiche urbanistiche, spesso anche con un po’ di rabbia da parte di chi non condivide le scelte intraprese.
Per animare l’incontro, abbiamo chiamato ad un confronto con gli assessori alla viabilità e trasporti, Maria Grazia Sestero, e all'urbanistica, Mario Viano, Paolo Berdini, docente di Urbanistica presso l'Università di Tor Vergata a Roma, ed autore de "La città in vendita. Centri storici e mercato senza regole." (Donzelli Editore).
In questo saggio vengono raccontati quindici anni di scelte urbanistiche a Roma, ampiamente documentate nella trasmissione Report di qualche mese fa, e alla base, secondo alcuni, della sconfitta del centrosinistra alle ultime amministrative comunali.
"A Roma l'urbanistica è stata abbandonata: la 'valorizzazione' dell'Ara Pacis all'Augusteo e il parcheggio del Pincio sono solo gli aspetti più eclatanti dell'abbandono di una visione unitaria dei processi di trasformazione urbana. Di un'idea di città e del suo nucleo storico."
Lo stesso Ilvo Diamanti, in un recente articolo su Repubblica, “Italia, condominio degli estranei”, denuncia una deriva generalizzata: “Altri quartieri e altri villaggi nuovi. Sorgono senza seri progetti di integrazione, socializzazione. Senza politiche finalizzate a costruire relazioni sociali, oltre agli immobili. Né ad alimentare la vita pubblica, oltre alla rendita privata.”
Non è un caso che Paolo Berdini citi nel suo libro la zona di Ponte Galeria, teatro della recente aggressione dei due turisti olandesi e descritta dal sindaco Alemanno come “luogo abbandonato dagli uomini e da Dio”, come “il più impressionante esempio dell’abbandono del metodo del governo urbano, avvenuto in questi anni lungo la direttrice che collega la capitale con l’aeroporto di Fiumicino”. Nello stesso luogo, era avvenuto un incidente che aveva visto cinque persone travolte da un veicolo data l’assenza del marciapiede. La domanda che sorge spontanea è perché il Comune abbia permesso un guadagno di 800 milioni di euro ad un privato, proprietario delle aree, senza prevedere dei servizi di base per i cittadini. Sono questi i risultati dell’urbanistica contrattata?
L’assessore Viano ha difeso la valorizzazione immobiliare portata avanti dai Comuni, in quanto è ormai diventata una delle leve principali della finanza locale, data la progressiva riduzione di fondi per investimenti dallo Stato. Per contro, il fenomeno che vede diverse migliaia di persone espulse dalle città ha avuto a suo avviso caratteristiche diverse a Torino rispetto a Roma. La rigidità del mercato immobiliare torinese ha determinato questo fenomeno, non l’aumento dei costi immobiliari come nella capitale romana. Il risultato è però identico: calo demografico nelle città, pendolarismo e inquinamento atmosferico. Di infrastrutture ha parlato l’assessora Sestero, concentrandosi però soprattutto sul significato attuale di partecipazione alle trasformazioni urbane, poiché oggi scontiamo la mancanza della mediazione portata avanti nei decenni scorsi dai partiti.
Motivo di confronto, anche acceso, fra i relatori e i diversi interventi da parte del pubblico (non è stato facile fare la moderatrice!) è stata la differente valutazione della qualità di vita attuale a Torino, se rapportata a quella precedente al Piano Regolatore del ‘95. Tutti sono stati però d’accordo sull’esigenza di elaborare un bilancio dell’attuazione di questo piano e di tutte le varianti successivamente approvate, prima di progettare le prossime trasformazioni urbanistiche, che non possono avere come unico riferimento la cosiddetta “urbanistica contrattata”.
E’ necessario dunque che la Sinistra si riappropri del tema delle città, elaborando un’idea di città nel suo complesso, come insieme di progetti ur
Premio Attila 2008 a Paolo Costa. Ieri alla Mostra del Cinema i comitati «No Mose, No Dal Molin, coordinamento contro le grandi Navi» hanno proiettato il loro documentario «Venezia Crepa», sui danni «irreversibili e irreparabili» prodotti negli ultimi anni alla città e alla laguna. I lavori del Mose che sono in corso ma anche i progetti della sublagunare e i lavori per l’aeroporto americano Dal Molin a Vicenza.
«Molte erano le candidature, tutte autorevoli e degne di menzione», si legge in un comunicato, «come Prodi, Berlusconi, Galan e Lunardi, la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, la soprintendente Codello e il presidente di Arsenale spa Roberto D’Agostino». «Alla fine», spiegano i comitati, «l’ha spuntata Paolo Costa».
Nei suoi molteplici incarichi, di ex ministro, ex sindaco, parlamentare europeo e adesso presidente del Porto, Costa «ha contribuito a far approvare progetti e opere che hanno cuasato o causeranno danni irreversibili alla città». Ecco allora il Mose, dighe mobili e colate di cemento da 4300 milioni di euro, passato a Roma con il voto favorevole dell’allora sindaco Paolo Costa nonostante il voto contrario, la sera prima, del Consiglio comunale. Il sostegno al progetto di sublagunare, definito dalla giunta nel 2002 «di pubblica utilità» mentre porterà in città altri milioni di turisti e costi a carico della collettività.
E infine la nomina a presidente dell’Autorità portuale, primo atto del nuovo governo Berlusconi, contro le candidature proposte dal Comune e dalla Provincia. «Un esempio di difesa delle lobby per portare avanti progetti spesso non voluti dalle comunità locali, espropriandole di ogni decisione», scrivono i comitati.
Una «nomina» che Paolo Costa - in questi giorni a Bruxelles dove presiede ancora la commissione Trasporti dell’Unione europea - ha accolto con ironia. «Attila io? Forse dovrebbero cambiare il nome del premio. Attila era famoso perché dove passava il suo cavallo non cresceva più un filo d’erba. Al contrario io ho cambiato il progetto del Dal Molin, e ho salvato il grande prato verde». Quanto a Mose e sublagunare, Costa si dice «orgoglioso» di averli sostenuti. «Il Mose andava fatto, alternative non ce ne sono. La sublagunare è l’unico modo per salvare questa città e creare nuovi accessi. Tra quelli che considerano misfatti si sono dimenticati del Passante e del ponte di Calatrava».
Ma i comitati si dicono pronti a dimostrare che il premio è «meritato». Ieri lo hanno spiegato ai gionalisti di mezzo mondo, durante la proiezione di «Venezia Crepa», il documentario-inchiesta di 30 minuti realizzato dall’ associazione Ambiente Venezia e Multimedia records proiettato alla Biennale nella rassegna «Industry». Una raccolta d’autore dei danni provocati alla laguna dai lavori del Mose, dal moto ondoso, dalle Grandi Navi. «Progetti demenziali che distruggeranno questa città per favorire le grandi lobby», accusa Luciano Mazzolin.
Il premio Attila intanto («sezione speciale Nord Est») sarà consegnato stamattina a Paolo Costa dai comitati promotori. L’appuntamento è per le 14.30 alla stazione di Santa Lucia.