Il 28 giugno scorso, a Firenze , la Rete dei Comitati toscani guidata da Asor Rosa mostrò l’immagine della Toscana infelix sulla quale pesano, a mo’ di esempio, 109 emergenze territoriali che rappresentano l’esatto contrario di un buon governo del territorio. Furono assenti totalmente da quell’appuntamento gli Amministratori regionali (per propria precisa volontà), ma gli stessi hanno partecipato, sempre a Firenze il 17 di luglio ad un convegno sul consumo di suolo toscano.
Qui i governanti toscani, con i dati ricavati dall’interpretazione delle immagini derivanti dal programma satellitare Corine Land Cover, hanno tranquillizzato: in Toscana si è costruito pochissimo, e molto meno che nel resto dell’Italia! Le sensazioni dei Comitati e dei comuni cittadini sarebbero quindi solo false percezioni! In realtà aveva voluto tranquillizzare (e moltissimo) anche il Garante regionale della Comunicazione prof. Morisi a cui però (come all’assemblea della Rete dei Comitati di fine giugno) è sfuggita la valutazione che i Comitati stessi si dimostrano “fuori dal mondo” non solo perché percepiscono quello che non c’è assolutamente (l’eccesso di costruzioni, appunto), ma perché non si rendono conto che le “villettopoli” così vituperate in realtà sono assai richieste, e volute, e hanno mercato, quindi la Regione (che è e vuole essere dentro il mondo) cosa può fare?
Insomma la Regione Toscana (stando dentro il mondo) vuole essere efficiente interprete di queste voglie comuni di villettopoli e i margini per farlo sono ancora molto ampi. Certo, ancora ce ne vuole per deturpare tutto il paesaggio dell’intera Toscana e (graziealcielo!) esistono ancora tanti scorci intatti sfruttabili dai migliori attuatori delle nostre voglie e dei nostri bisogni: gli speculatori.
Non sappiamo, in dettaglio, cosa il satellite ha evidenziato (l’arch. Claudio Greppi, estensore della mappa delle emergenze toscane, però ne ha rilevato puntualmente l’inattendibilità, perché l’operazione è avvenuta ad una scala troppo piccola), ma in replica alle rassicurazioni toscane e solo a mo’ di esempio, voglio citare il caso della mala urbanistica lucchese, caso (con caos conseguente) appena scoppiato su dati numerici obiettivi e inconfutabili e che sono del tutto derivabili dalla politica urbanistica regionale.
A Lucca il Regolamento urbanistico
deroga dal Piano strutturale
Questi i passi essenziali degli eventi urbanistici lucchesi. Nell’anno 2000, con Del. C.C. n° 188 del 28. dicembre, viene adottato il piano strutturale ai sensi della legge urbanistica regionale n°5/95. L’anno successivo con Del. C.C. n° 129 del 09.08.2001 si procede alla definitiva approvazione di questo piano. Con Del. C.C. n° 101 del 08.04.2002 il Comune adotta il sotto-ordinato Regolamento urbanistico, applicativo delle linee programmatiche fissate dal P.S.. Nel marzo 2004 (Del. C.C. n° 25 del 10.03.2004) il Regolamento urbanistico è approvato in via definitiva.
I nuovi strumenti ampliano enormemente le possibilità di intervento edilizio, sia nuovo che di ristrutturazione. Incapaci di dare e indirizzare una visione vitale e funzionale della città per il suo futuro, questi strumenti si limitano piuttosto a rendere possibili una miriade di interventi offrendo, ovunque, una vastissima gamma di possibili destinazioni d’uso, la scelta delle quali è interamente lasciata al mercato e alle volontà e convenienze dei singoli operatori. Alcuni limiti quantitativi per i vari settori funzionali sono fissati all’interno del P.S. sia in riferimento all’intero territorio comunale sia all’interno di ogni singola UTOE (Unità Territoriale Organica Elementare).
Questa grande indefinizione qualitativa e l’estensione delle possibilità edificatorie fanno sì che a Lucca negli ultimi 8 anni si sia costruito così tanto, ma così tanto che il Comune è stato costretto a rendere noti i dati quantitativi che hanno evidenziato come in quattro zone (UTOE) le quantità residenziali massime stabilite dal sovra-ordinato Piano Strutturale (dal 2001) per quanto riguarda nuove costruzioni sono state ampiamente “sforate”…..Il rilevamento, fatto fare dall’Amministrazione comunale dando un apposito incarico esterno perché gli Uffici operavano senza monitorare la situazione, però è stato limitato alle nuove costruzioni, al settore residenziale ed ha computato solo i dati successivi al 2004 (ovvero successivi all’approvazione del R.U.) e non anche quelli relativi al triennio 2001/2004, ovvero a partire dalla data di fissazione di questi quantitativi.
Comunque, la conseguenza immediata di questa scoperta parziale è stata che il Sindaco ha bloccato il rilascio di permessi per nuove abitazioni in queste zone, rimandando a settembre la correzione dello strumento urbanistico per permettere l’estensione delle quantità fissate dal P.S.! Gli speculatori e gli amanti di villettopoli (così ben interpretati dagli Amministratori) possono quindi stare tranquilli: a settembre con facili accordi tra Comune e Regione il P.S. lucchese sarà debitamente corretto per ampliarne le possibilità! Ma, data la parzialità dei dati come evidenziata sopra, la reale situazione lucchese è ancora in gran parte sconosciuta e sicuramente molto più grave di quella, già gravissima, che è emersa finora.
Un recupero che aumenta
il carico urbanistico
Il presunto fiore all’occhiello della Toscana (è stato detto anche nel convegno del 17 luglio) è il recupero del patrimonio edilizio esistente! Purtroppo il “recupero”, che anche a noi piacerebbe veder coerentemente applicato, è termine divenuto troppo ambiguo. A Lucca, grazie alle norme toscane che orgogliosamente assegnano ai comuni grande e totale discrezionalità, tutto quello che è configurabile come recupero di immobili o ristrutturazione dell’esistente o demolizione e ricostruzione non è computato ai fini del carico urbanistico, né quello che si ottiene dallo sfruttamento delle volumetrie esistenti è scomputabile dai fabbisogni della comunità.
Allora non solo il “recupero” non serve assolutamente a limitare il consumo di nuovo suolo, ma diviene mero “abuso” di volumi comunque reperibili: così non solo palazzi e capannoni industriali sono divenuti condomìni, negozi, centri commerciali ed uffici, ma è nata anche la mutazione di serre agrarie collinari in 32 appartamenti, si sono abbattute tettoie per cavalli per costruire in centro storico 55 abitazioni ex novo, è nata la bulimica metamorfosi di baracche di lamiera in ville-portaerei con nuove strade, parcheggi e piscine sugli intatti rilievi collinari….Un “recupero” che da un lato presenta questi assurdi qualitativi, ma che diviene ancora più grave perché nessuna di queste quantità “recuperate” viene sottratta dal computo dei fabbisogni programmati...
Non basta! Il Comune di Lucca, nella sua inviolata autonomia municipale, è stato libero di regalare, ai possessori di edifici, da 150 a180 mc in più (un bonus volumetrico in regalo una tantum, al di là degli indici e delle zone) non computabile a nessun fine. Ancora non computabili come volumi risultano poi anche quelli derivanti dalle cosiddette superfici accessorie quali garage, seminterrati, sottotetti, ascensori, scale, corridoi ecc. Proprio per tutto questo le baracche di lamiera si sono tradotte in ville/portaerei.
Una proposta sensata alla Regione
Dal caso Lucca emerge, poi, anche quest’altro aspetto gravissimo: il Regolamento Urbanistico (come dimostrano i maggiori quantitativi concessi nelle quattro UTOE) di fatto prevede una forte maggiore edificabilità rispetto al sovra ordinato Piano strutturale. Ciò significa che i singoli Comuni in realtà, quando autonomamente elaborano lo strumento applicativo degli indirizzi, prefissati nel P.S. con Provincia e Regione, fanno quello che vogliono.
Il cattivo esempio lucchese (un esempio dei tanti, sicuramente) scoppiato ai primi di agosto costituisce un’esperienza negativa che dovrebbe portare ad una verifica indispensabile ed ad una correzione normativa necessaria della legge urbanistica regionale. La Regione Toscana dovrebbe immediatamente raccogliere (e far raccogliere) da tutti i Comuni i dati quantitativi, suddivisi per settore, sui permessi per nuove costruzioni, ristrutturazioni, trasformazioni, bonusvolumetrici, spazi accessori ….. rilasciati anno dopo anno dal 1995 (anno di entrata in vigore della L.R.T. 5/95). La Regione così possiederebbe, sempre aggiornata, la conoscenza numerica, obiettiva, di quello che succede sul territorio, e il confronto con i limiti fissati nei singoli Piani Strutturali permetterebbe quell’azione di controllo che la Regione stessa finora non ha voluto fare. Sicuramente questi dati, se fedelmente raccolti, sarebbero assai più credibili delle interpretazioni a piccola scala del programma Corine. Quattro mesi di tempo, nell’epoca informatica, sarebbero sufficienti per sapere obiettivamente tutto questo. Sapere e monitorare, obiettivamente, cosa è successo sul territorio toscano e dove lo stiamo portando, per chi e per quante persone e per quali constatati e previsti bisogni stiamo costruendo e martoriando città territori e paesaggi, non è un vezzo, è un dovere! Sapere serve anche per correggere! E le norme regionali che di fatto non permettono di intervenire per reprimere gli abusi dei Comuni che sgarrano (come quello di Lucca) anche sotto questo aspetto devono essere drasticamente riviste.
I parchi sono di destra o di sinistra?
Naturalmente si tratta – come al solito maneggiando i due mistici concetti - di una domanda piuttosto cretina e mal posta, ma è innegabile che si tratti di un argomento tale da sollevare immediatamente la questione: conservare o innovare, proteggere lo status quo o cercare equilibri più avanzati? E apparentemente la risposta “di sinistra” potrebbe suonare più o meno: ma è ovvio, si tutela la condizione materiale dell’ambiente, e si innova la sua funzione sociale, non più spazio per pochi privilegiati, ma luogo accessibile a tutti gli strati sociali, spazio di salute, ricreazione del corpo e dell’anima, contemplazione …
Qualcosa non torna, eh? Queste sono le caratteristiche di alcuni tipi di parco, ma non riassumono affatto la grande complessità che questa parola assume all’alba del XXI secolo, dopo quasi due secoli di evoluzione e articolazione delle esperienze. Forse, è il caso di fare un passo indietro.
Anche limitandosi al tipo di parco più convenzionale, ovvero quello che vede una forte compresenza di elementi naturali, più o meno addomesticati, e attività umane, esistono almeno due grandi percorsi distinti per la formazione delle idee di oggi: quello che vede al centro dell’attenzione la città, e quello che privilegia invece la campagna. Naturalmente si tratta di “città” e di “campagna” nell’accezione più generale e storica dei termini, ovvero da un lato il luogo della grande concentrazione umana, della produzione di ricchezza, di scambi, di cultura, di socialità; dall’altro l’ambiente degli spazi aperti incontaminati, del rapporto diretto con la natura, della solitudine. E anche, è il caso di ricordarlo, spazio privilegiato di quello che la premiata ditta Marx & Engels non del tutto a torto etichettava “idiotismo della vita rustica”.
È comunque dalla città, non dalla campagna, che partono le idee di parco moderno. L’accoppiata fra le rivoluzioni borghesi del XIX secolo e il poderoso avanzamento tecnico della produzione industriale, se da un lato produce i leggendari orrori di elefantiasi urbana così ben raccontati da generazioni di romanzieri (ivi compresi in epoca recentissima anche l’ex cyberpunk Bruce Sterling o il campione di vendite globalpopolari Michel Faber, con la sua prostituta vagante nei quartieri vittoriani), vede anche la nascita del modello dell’attuale grande parco di città: quello a cui in sostanza alla fin fine spontaneamente pensano tutti, quando si tratta di parchi. Sono, in Europa, le tenute private della nobiltà e delle varie Corone, o più tardi le vecchie fortificazioni militari di ex potenze, o gli spazi dismessi per le esercitazioni dei soldati, a riempirsi di nuova vita e natura. In qualche caso si aprono semplicemente i cancelli, e il popolo degli esclusi inizia a riscoprire l’odore dell’erba e delle piante. In altri l’operazione è un pochino più complessa, come nel caso del Central Park di New York, realizzato pensando ai grandi modelli parigini o londinesi, ma che ha una storia emblematica.
Non nasce infatti dal semplice e “spontaneo” accerchiamento da parte della città di una grande proprietà a spazi aperti, ma da un preciso progetto culturale e urbanistico, come forse si può intuire dalla forma esattamente rettangolare, l’opposto di qualunque idea di natura. Il Central Park nasce dall’idea di natura sapientemente addomesticata di un ex giardiniere, Andrew Jackson Downing, e dall’impegno di un giornalista, William C. Bryant. Che insieme riescono a suscitare un vasto movimento di opinione pubblica favorevole al grande progetto: espropriare il rettangolo compreso fra la 59° e la 110° Strada, e la Quinta e Ottava Avenue, per farne appunto il grande polmone verde di cui Manhattan aveva bisogno. Sono, letteralmente, centinaia di isolati urbani strappati all’edificazione così come prevista dal piano urbanistico del 1810, ovvero quello che traccia la famosa griglia ortogonale delle strade. L’operazione si rende possibile, sia perché si tratta di aree poco pregiate, e in parte già di proprietà di enti pubblici, sia perché il movimento di opinione rende chiara una cosa: quel parco sarà un grande elemento di identità comunitaria; tutti i cittadini lo sentiranno come proprio, e diventerà (come poi puntualmente accaduto) simbolo e orgoglio della città. Uno dei motivi, se non il motivo, per cui a nessuno, anche nella città patria della speculazione edilizia e dei grattacieli a vanvera, ha mai pensato né penserebbe mai di costruirci dentro, al Central Park.
La cultura di cui era portatrice Andrew Jackson Downing, era però più complessa di quella di un semplice progettista di giardini, con la scelta delle essenze e composizione spaziale. Downing, e dopo di lui il suo successore al Central Park, Frederick Law Olmsted, danno un contributo fondamentale all’idea di territorio moderno: il concetto di spazio aperto naturale in una grande regione metropolitana, inteso come mescolanza di elementi del parco cittadino (a partire dall’idea di accesso pubblico), dell’ambiente rurale, e infine della grande riserva naturale. Si affermano, nella nascente pianificazione territoriale dei primi grandi spazi metropolitani, i concetti base di green wedge, il cuneo verde che collega radialmente gli spazi aperti più interni alla città con l’area rurale, e la green belt, concetto di origine biblica, a impedire che la metropoli consumi tutto il territorio che le dà vita. Una versione intermedia di questo tipo di spazi verdi è quella proposta da Olmsted nella cosiddetta Emerald Necklace (Collana di Smeraldi) a Boston, e più ancora nel grandioso piano regolatore proposto da Daniel Burnham per Chicago nel 1909.
In questo caso, si mescolano organicamente nella progettazione della metropoli tutti i tipi di spazio a parco: il polmone verde urbano per il passeggio e la sosta di tradizione europea, una sua versione allargata e molto naturalistica (che anticipa certe soluzioni moderne di verde metropolitano) sulla sponda del lago, con bacini per la navigazione a vela, oasi naturali ecc; infine i collegamenti a cuneo verde verso le aree naturali regionali esterne alla formazione urbana-ferroviaria-portuale. Il verde rappresenta (come nel caso del Mall di Washington, progettato dal medesimo Burnham sulla base dell’idea originale di l’Enfant) la struttura fondamentale della città: a collegare tutti i parchi urbani, e poi il più all’esterno il verde regionale, c’è l’enorme semicerchio della parkway, vera e propria “autostrada nel verde” che unisce all’infrastruttura stradale per le prime automobili (nel 1909!) ampie strisce alberate e piantumate destinate alla sosta e al passeggio.
Ma l’idea più nota, e giustamente tale, di green belt, è quella proposta dal britannico Ebenezer Howard nel suo fortunatissimo libretto di riforma sociale del 1898: To-morrow, a peaceful path to real reform. Qui, nel tentativo di porre rimedio alle penose condizioni abitative della classe operaia urbana inglese, realizzando nella campagna grandi insediamenti integrati cooperativi di abitazioni, industrie, servizi, si individua proprio nella green belt lo strumento fondamentale di soluzione del conflitto fra città e mondo rurale/naturale.
Il territorio più giusto ed equo del domani, secondo Howard, dovrà comporsi di una serie di Città Giardino sparse nel contado, ciascuna autosufficiente anche dal punto di vista alimentare grazie ad una ampia area di verde destinata alla coltivazione, alla contemplazione, alla tutela dell’ambiente e del paesaggio tradizionale. Si recupera così in pieno anche il senso dell’identità locale e dell’attaccamento alla terra, caratteristico dell’origine biblica del concetto di green belt, allontanandosi con l’idea di Città Giardino dalla contrapposizione urbano rurale bollata dai marxisti con lo “idiotismo della vita rustica”.
E non a caso sarà questa idea di massima “riformista”, di moderato ritorno alla natura compatibile con lo sviluppo industriale nonché coi meccanismi di mercato, a imporsi via via in Gran Bretagna nel periodo tra le due guerre mondiali, fino a sfociare dopo il 1945 nella politica delle nuove città pianificate, e di istituzionalizzazione nazionale della green belt, soprattutto come forma di separazione fra le principali aree metropolitane del paese.
È anche il concetto generale che viene introdotto in Italia pochi anni più tardi, quando la rapidissima e incontrollata crescita urbana del boom economico pone la questione del governo dei grandi spazi regionali, soprattutto nell’area strategica dello sviluppo industriale del “triangolo” Milano-Torino-Genova.
È attorno al capoluogo lombardo, nella sua regione urbana che di lì a poco inizierà a colmarsi dello spillover produttivo e insediativo, che nascono le esperienze originali in questo senso. I cunei verdi che dovrebbero collegare il nucleo denso metropolitano centrale a nord alla fascia prealpina, e a sud alla pianura agricola irrigua, sono la struttura portante della cosiddetta “turbina” del Piano Intercomunale Milanese. Il parco fluviale della valle del Ticino, nato dalla consapevolezza della precarietà del sistema naturale di fronte alla crescita industriale e urbana, della quale vuole anche inconsapevolmente costituire una “frontiera”, si forma attraverso un inedito processo partecipativo di base, che troverà la prima sanzione ufficiale in una affollatissima storica assemblea al Civico Teatro Fraschini di Pavia il 2 marzo 1967. Il processo di riorganizzazione della tutela degli spazi verdi di area vasta, si completa con l’istituzione della prima vera green belt agricola, ovvero il Parco Sud Milano, alcuni anni più tardi.
È in questo sistema complesso di identità, struttura istituzionale, relativa consapevolezza e consuetudine da parte dei cittadini, che irrompe negli anni più recenti l’attacco alle radici fondative, così come si è cercato di descriverle brevemente, da parte di alcune forze – fra le più retrive, è il caso di sottolinearlo – del nostrano centrodestra. Ma, almeno in parte, la vicenda del cosiddetto emendamento “ammazzaparchi”, e dei vari tentativi paralleli di sradicare un’idea di pianificazione e uso del territorio che viene da molto lontano (e non è affatto un’invenzione “comunista” o di epoche di decisionismo politico per qualche motivo tramontate) ci fa tornare alla domanda di partenza: i parchi sono di destra o di sinistra?
E la risposta a questo punto può dirsi, se non bi-partisan come usa oggi, almeno storicamente motivata. Se per conservazione intendiamo il mondo della campagna, emendato grazie all’innovazione tecnologica e sociale da ogni “idiotismo della vita rustica”. Se per progresso intendiamo il mondo della metropoli, inteso nel senso ampio, partecipativo, sostenibile che ha assunto nella progettualità diffusa degli anni più recenti. Se accettiamo queste due prospettive, allora la risposta la troveremo facilmente solo guardandoci attorno, ovvero costruendo qualcosa che si avvicini il più possibile a una identità urbano-rurale.
Tanti dei solenni personaggi citati nei paragrafi precedenti, ci guarderanno (per dirla con Horatio Nelson) “dall’alto dei secoli della storia”.
Deve essere stato il peso di quello sguardo, ad aver spinto anche qualche sindaco leghista sconfessare l’assessore pezzo da novanta del partito, quando ha provato l’ultima volta ad ammazzare i parchi. Si saranno chiesti: vado, l’ammazzo, ma poi dove diavolo torno?
(*) Questo articolo è nato come Traccia di intervento al convegno: Grandi opere, aree protette e tutela del territorio, Albugnano (At), Abbazia di Vezzolano, 14 giugno 2008
Ponte di Calatrava, si cambia. Più precisamente, saranno sostituiti ventiquattro gradini: via le pedate in vetro troppo scivolose, in arrivo le pedate di pietra più sicure. L’ha proposto l’architetto catalano il quale, evidentemente stufo di ricevere mail, lettere e fax circa le continue cadute sulla sua lucente creatura, ha optato per la soluzione più drastica.
«Un lavoro per niente complicato e costoso - spiegano i suoi tecnici - smontaggio e montaggio sono possibili in una sola notte, due al massimo se si vuole tenere il ponte sempre aperto. La decisione spetta unicamente alla direzione dei lavori, che supponiamo vorrà intervenire quanto prima».
Detta così sembra facile, ma a Ca’ Farsetti hanno fatto un balzo dalla sedia. Nessuno aveva mai sentito parlare di cambio di gradini, di altre spese, di ulteriori lavori, di viabilità interrotta ma solo di segnaletica. Strisce gialle per terra e cartelli informativi ai piedi del ponte.
«Ho appreso delle proposte dello studio Calatrava mentre i nostri uffici sono già al lavoro su una diversa ipotesi - dichiara l’assessore ai Lavori pubblici Mara Rumiz - Un’ipotesi legata alla segnaletica, per aumentare il livello di attenzione degli utenti e migliorare la percezione dei gradini nei cambi di passo conseguenti al cambio di larghezza della pedata attraverso puntuali elementi correttivi che non risultino invasivi. Ipotesi che ritengo meno complessa della sostituzione di parti del ponte, meno costosa e oltretutto modulabile, suscettibile cioè di eventuali e ulteriori aggiustamenti».
E intanto c’è chi, come il capogruppo di An in Municipalità, Pietro Bortoluzzi, punta il dito e spara: «Calatrava ammette di aver sbagliato a disegnare gli scalini del ponte».
A questo punto, però, le parti dovranno incontrarsi e decidere il da fare, e anche in tempi rapidi, visto che sul ponte - forse anche un po’ per l’effetto domino - si continua a cadere come peri.
«Il problema della caduta di persone resta - continua la Rumiz - meno di dieci, in venti giorni, sono ricorse alle cure del Pronto soccorso, come ha puntualizzato il primario che comunque ha ricordato che ogni settimana i casi di questo tipo sono “diversi”, visto che a Venezia le cadute sui ponti sono naturali».
E così, per non essere più subissato di mail su questo che si è fatto male di qua e quell’altro che si è fatto male di là, Calatrava propone una soluzione radicale.
«Com’è noto alcuni gradini hanno larghezza doppia rispetto a quelli che precedono e a quelli che seguono - scrive lo studio dell’architetto in un comunicato - I doppi gradini marcano appunto il cambio di larghezza delle pedate e, in questi punti, il pavimento del ponte è diviso in tre corsie: ai lati vetro antiscivolo e al centro pietra. Secondo il direttore dei lavori Salvatore Vento i più distratti o le persone con problemi alla vista possono non percepire immediatamente il cambio di ritmo della pedata e dunque rischiano di cadere. Si tratta evidentemente di una questione che appartiene al settore percettivo e che ha pertanto carattere del tutto soggettivo».
Visto che sul ponte bisogna mettere mano, si provvederà anche ad agevolare gli ipovedenti. Due le proposte dell’architetto da presentare per la scelta alle associazioni di non vedenti: alzare di tre centimetri il pavimento davanti ai parapetti per una superficie di sessanta centimetri quadrati e installare sul pavimento dei mercatori d’acciaio o di gomma del tipo utilizzato per i non vedenti, in modo che possano intercettarli con il piede o con il bastoncino».
Intanto, però, il ponte della Costituzione fa il pienone, segno che - oltre a essere bello - è anche utile e, dopo tante polemiche, non guasta.
Il razzismo che riemerge. La rivalutazione di Salò. La caccia al rom. Il consenso totale al Capo. Siamo al nuovo fascismo? No, rispondono storici e intellettuali. Ma la democrazia è in pericolo
Esagerato? Forse. Ma c'è un intellettuale che, viste le camicie nere e i saluti romani in Campidoglio, sommati i discorsi del nuovo sindaco Gianni Alemanno e quelli di Ignazio La Russa, ha deciso che l'Italia non fa più per lui.
Predrag Matvejevic, l'autore del fortunato Breviario mediterraneo, a Roma ci ha vissuto, e bene, dal 1994 all'altro ieri e ha insegnato letterature slave alla Sapienza. Adesso risponde da Zagabria col tono tra il battagliero e la delusa nostalgia: “Ho fatto le valigie. Se devo lottare contro il neofascismo lo faccio dove sono nato”.
L'Italia è stata (con la Francia) la sua isola felice in una vita apolide. Figlio di un russo menscevico di Odessa, nato a Mostar nel 1932, vissuto ragazzo sotto l'occupazione italiana, fuggito dai Balcani quando, dopo i comportamenti “fascistoidi” di Tudjman e Milosevic, si è ritrovato con la cassetta della posta crivellata di proiettili, ora ha deciso per un nuovo trasloco. Ha conosciuto tutti i totalitarismi del Novecento e confessa di “avere paura” per noi. Spende, per definirci, il termine già usato per certi regimi dell'Est, di “democratura”, crasi tra democrazia e dittatura. Non pensa al manganello e all'olio di ricino, però è preoccupato che “tanti discorsi parafascisti che ho sentito anche tra la gente”, coniugati con la crisi finanziaria internazionale, inducano gli italiani ad affidarsi a una “mano forte”.
Certo: per Matvejevic scatta il riflesso condizionato della sua storia personale. Però, se si mettono in fila una serie di fatti, certi interrogativi su una deriva autoritaria diventano almeno legittimi. I roghi nei campi rom, sindaci che seppelliscono il politicamente corretto per annunciare che “i negri puzzano anche quando si lavano”, Borghezio che va al raduno neonazista di Colonia, l'invocazione securitaria, la rilettura benevola del fascismo e persino della sua degenerazione lacustre (Salò) a opera di ministri e capipopolo.
La ridicola disputa sul male assoluto tra politici e storici dilettanti tracima sui media come fosse una discussione tra Karl Jaspers e Hannah Arendt. Come si definisce tutto questo? E se 'neofascismo' è troppo, quale termine pescare dal vocabolario? Serve un nuovo conio? L'Italia è il laboratorio di un 'nuovo' indefinibile al momento? Potrebbe venire in soccorso la parola 'barbarie'. Rotte le convenzioni, anche quelle ipocrite, il profluvio verbale non conosce limiti. Ma le parole definiscono il mondo, anche quando vengono ritirate il giorno dopo. Resta il fatto che non c'è nessun paese occidentale nel quale un premier può andare in tv senza contraddittorio con miss e medagliata di turno. E in nessun paese le veline della censura d'antan diventano culto mediatico.
La sbornia di consenso attorno al governo e al presidente Silvio Berlusconi possono essere la concausa della rottura di freni inibitori. Permette al trucido sepolto di venire a galla grazie all'investitura popolare. Sorride un po' delle nostre paure uno che ci conosce bene come il professore francese Marc Lazar, storico della politica italiana e a Roma stabile, per lavoro, da più di un anno: “La voglia dell'opinione pubblica di avere qualcuno che decide non significa che ci sia il fascismo”, dice. Semmai è successo qualcosa di diverso: “Da una quindicina di anni la destra è riuscita a vincere culturalmente dopo un lungo periodo caratterizzato dalla dominazione culturale della sinistra”.
Le grandi dottrine politiche sono finite. L'appiglio per definirsi diventano i valori “e la destra ha saputo imporne alcuni che le sono propri, in sintonia con la società”. Ha usato, per ripetere una convinzione diffusa, le televisioni per far giungere il proprio messaggio? “A livello di massa senza dubbio. Ma non si è fermata lì. Funzionano think tank e fondazioni bene organizzate”. Gli italiani, conclude Lazar, non hanno voglia di fascismo, “però la paura è cattiva consigliera. Recentemente ero a Firenze e mi sono reso conto che, nel centro, ci sono videocamere dappertutto È come se ti dicessero: siete sorvegliati per la vostra sicurezza. Avete questa ossessione e un governo che cavalca il consenso potrebbe essere tentato di prendere misure che restringono diritti umani e libertà”.
Anche per Mario Isnenghi, cattedra di storia contemporanea a Venezia, 'fascismo' è termine da maneggiare con cura. Non si stupisce, tuttavia, che riaffiori nel dibattito, “è un logico paradigma storico”, ma propone piuttosto “democrazia autoritaria”. Pensa a Berlusconi più che ai postfascisti o ai leghisti: “Per Fausto Coppi si usava l'espressione 'un uomo solo al comando'. Non è fuori luogo riproporla per il premier”. Coglie alcune analogie tra il Mussolini comunicatore di massa e l'imprenditore moderno della comunicazione e del virtuale e si premura di aggiungere: “Non c'è nulla di pregiudiziale in questo riscontro”.
Semmai l'equivoco deriva dal fatto che 'fascismo' riporta al passato, mentre qui siamo nella modernità e oltre. Berlusconi e non solo. Lui sarebbe il demiurgo di atteggiamenti mentali che, 'per li rami', scendono nei quadri intermedi. Dove ognuno porta un suo specifico. I leghisti la frammentazione antistatuale, i postfascisti una strisciante rivalutazione del ventennio. Isnenghi considera segno dei tempi che, in occasione del bicentenario di Garibaldi, si sia dato spazio persino a qualche nostalgico dei Borboni e del Papa Re: “Con questa finzione pluralista si rimescola la storia e si sottintende che non c'è nulla di vero e provato, ma tutto è negoziabile”.
Tutto diventa lecito. Commemorare per Porta Pia i caduti papalini, ad esempio: è appena successo. O rileggere con la lente dei vincitori di oggi anche le pagine di storia assodate. Con quale scopo? O meglio,ricordare quelli del battaglione Nembo assieme ai partigiani a cosa serve? Giovanni De Luna, storico dell'Università di Torino, prova a mettere ordine. “Sgombriamo il campo da alcuni equivoci”, dice, “e cominciamo col distinguere tra storia e memoria”. La confusione tra i due generi aiuta e nutre coloro che la nostra storia la vogliono manipolare per ridefinire i valori della Repubblica. “La memoria è individuale: quindi carica di emozioni e di rancore”. E la storia invece? “È pacata, perché frutto di ricerche, perché fatta da chi se ne intende”.
E qui De Luna fa una precisazione e un'autocritica: “La Russa può rivendicare il patriottismo dei soldati del Nembo perché viviamo in un abisso di ignoranza della storia. Perché nessuno sa che quei soldati erano inquadrati organicamente nella Wehrmacht, non difendevano la patria (neanche quella fascista), ma il Terzo Reich. La colpa di questo stato di cose è di noi che insegniamo la storia, sia nelle scuole, che come me, nelle università”. La scuola è ferma ai vecchi manuali che gli studenti non vogliono leggere, incapace di usare mezzi audiovisivi, raccontare ciò che si vede nelle foto e nei filmati”, mentre quella che viene raccontata nelle trasmissioni tv “è una storia usa e getta, che rifiuta la complessità: appiattita al presente consumista”.
La parola storia evoca polverosi archivi, biblioteche e dispute tra iniziati. Ma proprio ciò che sta succedendo dovrebbe ribaltare questo cliché. Perché da una storia rivista e corretta si cerca una legittimità per le scelte politiche che si andranno a compiere. “La destra”, è la tesi di De Luna, “si approfitta dell'ignoranza e della confusione per ridefinire lo spazio pubblico della memoria”. A questo scopo serve riaprire (o mai chiudere) le controversie. Anche in Francia c'è la memoria di chi stava dalla parte di Dreyfus e chi era antisemita, tra chi stava con Vichy e chi con la resistenza, male questioni sono chiuse. “Da noi questioni analoghe sono aperte perché la destra non ha il coraggio di dire direttamente di voler cambiare le fondamenta del nostro vivere civile”, fondamenta antifasciste, o se vogliamo, i valori della Costituzione. La manipolazione del passato è una scappatoia a chi manca il coraggio di dire apertamente come si immagina un futuro, basato su valori diversi da quelli della Repubblica. “Per loro (a eccezione di Fini) l'antifascismo non è un valore. Ma non osano dirlo esplicitamente”. Quando lo fanno, invocano le attenuanti di non essere stati bene intesi (le solite colpe dei giornalisti) e le ritrattano parzialmente. Intanto il dado è tratto.
Non succede altrove. Non succede in Germania. A Berlino a due passi dal Bundestag (l'ex Reichstag) c'è un gigantesco monumento alle vittime della Shoah: un popolo ha posto al centro della sua capitale il segno della propria vergogna, per posare una pietra sul passato, per non riaprirlo mai più. Del resto 'mai più Auschwitz, mai più il fascismo' uniti alla consapevolezza della colpa, sono le basi dell'identità della Repubblica federale.
E da noi, quali sono le basi della legittimità della nostra Repubblica? E la destra le sta cambiando? La destra in realtà si può permettere il revisionismo perché l'Italia, come ha sostenuto tra gli altri Emilio Gentile, non ha mai voluto affrontare la sua realtà totalitaria. L'ha semplicemente rimossa. E allora, indigerita, può tornare a galla. Anche per colpe dell'altra parte politica. Le individua Massimo Cacciari, filosofo e sindaco di Venezia: “La Costituzione è stata interpretata dalle sinistre in un modo miope, non presbite. Continuano a ripetere: resistere, resistere, resistere. Anziché: sviluppare, sviluppare, sviluppare [sic – n.d.r.]. Machiavelli scriveva che un modo sicuro per portare allarovina la città è fermare le sue leggi. Noi abbiamo bisogno urgente di aggiornare la nostra carta dei valori. Dobbiamo arrivare a un ripensamento radicale”. La Costituzione si basa sull'antifascismo, ma la legittimità del governare dipende da altro: “Dalle urne. Dunque il problema è politico. La destra italiana non è un'eccezione. Si muove nel solco di un trend europeo di revisionismo culturale mentre nell'ambito mondiale è parte della corrente neoconservatrice generale”.
La catastrofe semmai la rischiamo, secondo il sindaco, perché “c'è un intero ceto medio, base di ogni democrazia, che ha paura di essere travolto dalla crisi. In una situazione così si va alla caccia del nemico, alla ricerca del capro espiatorio”. Viviamo in tempi in cui la democrazia “sta diventando mera procedura e allora si apre tutto lo spazio per il populismo”. Berlusconi, andando in tv, entra nei salotti di chi lo guarda e “dà l'impressione di farti partecipare alle sue decisioni. Ma è demagogia. Per combatterla dobbiamo trovare un modo perché ci sia la responsabilità diffusa delle decisioni, la sovranità plurale (che risponde alla voglia di partecipazione cui i partiti sono incapaci di dare una risposta), il federalismo”. Il fascismo così come lo si intende, è morto. Ma la democrazia non sta molto bene. E la barbarie quotidiana avanza.
La Venezia versione Disneyland fa discutere, come la reazione del sindaco Massimo Cacciari che ha duramente polemizzato, definendole «i peggiori luoghi comuni» sia le osservazioni dell’economista britannico John Kay - vincitore, con un articolo pubblicato sul Times sul degrado turistico della città e sui mezzi per contrastarlo, del premio giornalistico sulla città, bandito dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti - sia con la giuria. Una giuria guidata dal presidente dell’Istituto Leopoldo Mazzarolli e di cui fanno parte storici dell’arte e studiosi di valore: da Pierre Rosenberg ad Antonio Paolucci, da Wolfgang Wolters a veneziani di diritto e d’adozione come Alvise Zorzi, Gherardo Ortalli, lady Frances Clarke. E proprio Alvise Zorzi, presidente dei Comitati privati per la salvaguardia di Venezia, replica con misura, ma anche con fermezza alla reazione polemica di Cacciari contro la denunciata «disneylandizzazione» della città, che è in parte sotto gli occhi di tutti.
«Mi trovo d’accordo - commenta - con l’analisi del professor Kay, anche se egli evoca in modo paradossale l’utilità dei gestori di Disneyland al posto degli amministratori per affrontare i problemi legati alla pressione turistica su Venezia e alla trasformazione che la città sta subendo. Il premio dell’Istituto Veneto, attraverso il riconoscimento assegnato a questo articolo, intende fare non da critica ma da sprone ai nostri amministratori, perché affrontino finalmente questi problemi, di cui si parla da anni ma senza risultato». Zorzi entra anche nel merito: «Credo che un sistema di regolazione dei flussi turistici a Venezia non sia più rinviabile, assieme a misure concrete che favoriscano il mantenimento e l’arrivo di attività produttive alternative al turismo, perché Venezia non è solo questo. Non è certo colpa solo del Comune, ma quando sento che l’assessore alla Produzione culturale Luana Zanella dichiara che Venezia è la periferia di Mestre, mi cascano le braccia. La mercificazione della città è evidente, tutto è ormai consentito, purché ci sia un ritorno economico: basta vedere le insegne pubblicitarie sui monumenti». Anche il presidente dell’Istituto Veneto Leopoldo Mazzarolli concorda: «Il nostro Premio non ha altre finalità che quelle di stimolare il dibattito su Venezia, per questo mi hanno stupito e mi sono spiaciute le parole di Cacciari, perché quello articolo ha certo un tono provocatorio, ma per aiutare ad affrontare i problemi della città, che sono sotto gli occhi di tutti». Anche Italia Nostra esprime «sconcerto» per le reazioni di Cacciari. «Far passare il grido di allarme di un economista di rilievo internazionale per il cattivo scritto di un mediocre giornalista - commenta Giovanni Losavio, presidente dell’associazione ambientalista - significa non averne capito il senso. Chiunque abbia letto l’articolo, non può non riscontrare il tono provocatorio e paradossale scelto da John Kay per criticare la discutibile gestione amministrativa di Venezia. Parlare di Venezia come “parco tematico” significa denunciare la deriva che la città sta vivendo, travolta da un turismo fuori controllo e malamente gestito». (e.t.)
Qui un’ampia sintesi dell’articolo di John Kay, su l’Indipendente, ripresa da Patrimonio SOS http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=21063
Se è vero che la nostra cultura affonda le radici in Grecia, dove la sacralità dell’ospite era ossequio agli dei, o se, come molti sostengono a gran voce, le radici cristiane sono le nostre ? «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Marco 10,40) ? allora abbiamo fatto una svolta selvaggia verso il puro mercantilismo. Oggi la stazione Centrale dopo la ristrutturazione sarà l’icona dell’ospitalità negata e dell’accoglienza trasformata in affare commerciale.
Solo una parte di chi viaggia lo fa per puro diletto: la maggioranza lo fa per necessità di lavoro, spesso disagiata. Costringere tutti, e questi ultimi in primo luogo, ad allungare il percorso di accesso ai treni per costringerli a passare davanti alle vetrine dei negozi, allungando così il tempo del viaggio, ha qualcosa d’incivile. I passeggeri non hanno a disposizione due percorsi, uno rapido e l’altro commerciale, ma uno solo, come se fossero in una stazione di servizio sull’autostrada (i padroni sono gli stessi): uscire passando tortuosamente tra gadget e provole locali. Se vogliamo avvicinarci a tempi più vicini, ecco l’Accademia della Crusca: «Ospitalità ? Liberalità nel ricevere i forestieri». Di liberalità nella società Grandi Stazioni non c’è traccia, persino la toilette si paga a Milano: 80 centesimi, e il tornello a moneta non dà nemmeno il resto.
Ovviamente la strategia è la stessa anche per Centostazioni, la società che provvede alla ristrutturazione delle stazioni minori. Mesi fa a Brescia, lavori terminati nel 2006, ho chiesto a un ferroviere di indicarmi la sala di attesa: «Non c’è, è stata chiusa perché insicura». Risposta lapidaria ma meno realista di quella di un agente di pubblica sicurezza: «Non c’è più, adesso per far soldi ci sono solo esercizi commerciali». Aveva ragione. Lo conferma Centostazioni Spa: «... il progetto originale ha consentito di incrementare la superficie destinata ai servizi per gli utenti...» Tra questi: bar-ristorazione, tabaccaio, agenzia viaggi, barbiere, make-up accessori, due edicole, forno, cioccolateria/sweet corner, cartolibreria, bancomat (Bnl), agenzia di assicurazione (Hdi), negozio di telefonia Tim e ottico. Costosa, dunque, l’attesa. A Padova, dove è in corso la ristrutturazione, la nuova toilette costa 60 centesimi. Il risultato: il grande parcheggio di bici annesso alla stazione, quello dei pendolari, ha ora un puzzo di urina degno del peggior sottopasso urbano. Nel nostro Paese, prospero e felice, per qualcuno ? molti ? 60 o 80 centesimi sono qualcosa. Con questo spirito e con questa generosa mentalità ci avviamo ad accogliere gli "ospiti" per l’Expo 2015. A noi ospitanti, sempre e solo il ruolo di pecore da tosare.
Nota: a parere del sottoscritto va nella medesima direzione anche la valorizzazione degli spazi ferroviaridi Venezia Santa Lucia, nel cui ambito si inquadra il nuovo ponte di Calatrava sul Canal Grande (f.b.)
A chi ha seguito le polemiche sulla Biennale di Architettura (Lucia Tozzi e Emanuele Piccardo sul «manifesto», Vittorio Gregotti su «Repubblica») pare di cogliere l'eco di un dibattito che si è aperto a giugno con il XXIII congresso internazionale di Architettura di Torino. Se i risultati della esposizione veneziana sembrano oggettivamente modesti, come non sono parsi entusiasmanti i contributi alla kermesse torinese, è tuttavia interessante per un sociologo urbano sentire echeggiare una certa inquietudine nel mondo dell'architettura, e assistere al riaprirsi di una serie di questioni storiche: che cosa devono fare gli architetti? Esiste un futuro per la professione, e quale dovrebbe essere la relazione tra l'architetto e la società? Giustamente Gregotti segnala il pericolo della riduzione dell'architettura a «fatto ornamentale», ma forse sarebbe utile investigare maggiormente la «politicizzazione dell'estetica», non solo come componente costitutiva delle soggettività postmoderniste, ma più semplicemente per comprendere come determinate scelte ad effetto servano a coprire operazioni discutibili e a volte vere e proprie speculazioni. Nelle mutate condizioni della produzione l'estetica diviene un terreno di potenziali conflitti che non sempre trovano adeguata espressione. Forse ha avuto ragione Rem Koolhaas a contrabbandare per etica la provocatoria scelta della bigness : dietro le apparenze dei grandi contenitori «buoni per tutto» sempre più si giocano partite costitutivamente politiche. L'epoca è difficile: appare comprensibile che uno zoccolo duro di architetti si arrocchi su alcune tautologie, prima tra tutte quella per cui «gli architetti devono fare gli architetti» - una cosa bellissima, se solo fosse vera. In realtà gli architetti fanno di tutto, oggi più che in passato. Non avrà tutti i torti Gregotti a scagliarsi contro il pasticciaccio artistoide, magari taroccato, ma è evidente che la professione non è più quella d' antan e i suoi confini tendono a diluirsi in una dimensione di «progettista generico». Nel migliore dei casi l'architetto è un ideatore, ma molte volte finisce per essere l'esecutore di «spartiti» scritti altrove, in una condizione del tutto analoga a quella di altri lavoratori delle «industrie creative». È chiaro che in una simile situazione l'«artistismo» è una menzogna, ma questo non tanto per una «contaminazione» del campo architettonico, peraltro sempre meno definito, quanto per l'assoluta mancanza di una componente artistica tradizionalmente intesa nell'atto del produrre. D'altra parte è vero, come ha notato Piccardo, che chi si occupa di architettura tende sempre più ad attingere ai saperi del sociologo e dell'antropologo, talora con la presunzione di potersi sostituire ad esso - ma anche in questo caso mi pare di scorgere più una necessità imposta dai tempi che una «svolta sociale» significativa. Quella consapevolezza politica che Gregotti a più riprese pare auspicare si comincia solo timidamente a prospettare, a causa di limiti in parte storici, in parte strutturali. E non è solo questione della imbarazzante presenza delle archistar, che in fondo rappresentano nient'altro che l'esasperazione della figura dell'architetto che fa l'architetto, è il dibattito generale sui grandi problemi che stenta a decollare. Forse quello che Lucia Tozzi intendeva sottolineare nella sua lettura della Biennale era proprio un accenno di apertura, di cui attesta per esempio la presenza a Venezia di un lavoro controcorrente come quello di Giovanni Caudo. Insomma con il vecchio calembour si potrebbe concludere che la crisi dell'architettura ha finora generato solo un'architettura della crisi, ma che i tempi richiedono prese di coscienza più coraggiose, in grado di riverberarsi su un contesto sociale in mutamento che ha ormai le dimensioni del pianeta. Ma possono queste prese di posizione emergere unicamente dall'ambito delle discipline architettoniche? Per ora pare proprio di no. Forse allora aprire il dibattito sulla crisi dell'architettura ai saperi delle scienze umane, avviare un confronto con sociologi, filosofi e antropologi potrebbe rendere il dibattito più ricco.
Un paesaggio in via d'estinzione. Devastato da metastasi di villette, infettato dal cemento, soffocato da indigestioni di seconde case. Per il lago di Garda, ormai, non resta che cercare di salvare il salvabile. Come la ventina di ettari di terreni, un tempo parte del comune monastico, attorno all'abbazia di Maguzzano (Lonato), scelta da Italia Nostra per una tavola rotonda, in programma oggi («Dal mito all'offesa del mito»), nell'ambito di «Paesaggi sensibili», giornata nazionale dell'associazione ambientalista.
Un consulto attorno al capezzale del morente? Forse. O forse no. Perché l'intossicazione da mattone potrebbe anche regredire. Almeno a giudizio di Luca Rinaldi, soprintendente ai bene architettonici e paesaggistici di Brescia.
«Ai sindaci voglio dire: abbiate il coraggio non solo di non aggiungere altro cemento, ma di tagliare volumetrie».
Ma davvero si può fare? «In diversi Comuni ci sono strumenti urbanistici che già prevedono nuove costruzioni in aree molto delicate. Nel caso non ci fossero ancora i progetti, si potrebbe convincere i proprietari a non costruire più lì, accettando in cambio altre aree come compensazione».
Certo, anche senza scomodare le minacce arrivate allo scrittore Vittorio Messori per la sua battaglia a favore di Maguzzano, è evidente che i sin-daci di coraggio dovrebbero averne parecchio. Forse troppo. Tanto che, per dare coraggio anche a chi non ce l'ha, Rossana Bettinelli, vicepresidente nazionale di Italia Nostra, ha una proposta: «II problema di fondo è che i sindaci vendono, anzi svendono il loro territorio perché hanno bisogno di soldi. E, allora, perché lo Stato non pensa a come ricompensare economicamente i Comuni che si impegnano a salvaguardare determinate aree, rinunciando ai conseguenti oneri urbanistici o all'ICI sulle seconde case?»
Su una cosa, però, Rinaldi e Bettinelli concordano: che, anche per salvare il Garda morente, la prevenzione sarebbe la migliore delle terapie. «Il nodo — spiega Rinaldi — sono i Piani di governo del territorio dei Comune (che hanno sostituito i piani regolatori, ndr).
Le Regioni dovrebbero mettere dei paletti precisi e lo stesso dovrebbero fare le Province con i Pctp. Perché, anche per le Soprintendenze, lavorare con i singoli Comuni è faticosissimo. Purtroppo, un discorso pianificatorio che coinvolga più enti manca. E, anzi, negli ultimi anni mi sembra stia venendo meno l'entusiasmo sui temi del paesaggio. Noto, ad esempio, una corsa dei Comuni ad approvare i Pgt prima del nuovo anno, quando entrerà in vigore il nuovo codice dei beni culturali, che da più potere pianificatorio alle Soprintendenze».
«il mio sogno — aggiunge l'architetto Bettinelli — sarebbe di avere un referente di Italia Nostra in ogni Comune, che possa seguire le vicende dei Pgt e segnalarci le situazioni a rischio prima e non dopo che si inizi a costruire». Per questo Italia Nostra terrà a battesimo, oggi, un Osservatorio che, per un anno, censirà le parti ancora sane del grande malato: tutti i beni paesistici da salvaguardare sul Garda.
E, visto che a volte la storia può essere maestra di vita, Emilio Crosato, presidente del Comitato per il parco delle colline moreniche, annuncia un' altra iniziativa: «Dalla primavera del 2009, una mostra fotografica, in gran parte di foto aeree, mostrerà come è cambiato il Garda dal 1860 a oggi».
Anche Crosato la sua medicina ce l'ha: «Servono regole precise per il governo del territorio. Se non volete chiamarlo parco, chiamatelo in un altro modo. Ma i vincoli sono necessari».
Di deregulation si può anche morire.
Il nucleare non fornisce risposte convincenti all'emergenza climatica e il ricorso all'atomo potrebbe rivelarsi fatale per un'economia fragile. Eppure il «sentimento prevalente» del paese subisce la campagna del governo Berlusconi, sostenuta dall'opportunismo dei capofila dell'economia italiana.
1. Un'impresa dissennata. Secondo l'Ipcc al 2020 saremo già in piena emergenza climatica se non interverranno prima riduzione dei consumi e blocco delle emissioni di Co2. In tali tempi ravvicinati il ricorso al nucleare risulta pressoché ininfluente. A un impianto nucleare, con 40 anni di funzionamento previsto, occorrono i primi 9 anni di esercizio per pareggiare l'energia spesa nella costruzione. Tenuto conto di 4 anni di lavori e di 5 tra localizzazione e progettazione, un sistema che sviluppa 1 impianto/anno darebbe energia netta positiva solo dal 19˚ anno (anche nel piano di Scajola arriveremmo al 2028). Se si raggiungesse entro il 2030 l'obiettivo buttato lì da Berlusconi - il raddoppio nel mondo delle centrali nucleari esistenti - per le emissioni globali di Co2 la riduzione sarebbe solo del 5% . Occorrerebbe una nuova centrale ogni 2 settimane da qui al 2030, spendendo tra 1.000 e 2.000 miliardi di euro, aumentando il rischio di incidenti e aggravando la questione irrisolta delle scorie. Se poi guardassimo oltre il 2030, il nucleare dovrebbe arrivare a pesare almeno per il 20-25% del mix elettrico per rallentare il cambiamento climatico. Occorrerebbero almeno 3 mila centrali nucleari in più (oggi sono 439): 3 nuove centrali al mese fino a fine secolo, con prezzi alle stelle dell'uranio in via di esaurimento.
2. Clima e acqua : emergenze ambientali. Lungo l'intero ciclo di vita dell'uranio, dalla miniera al reattore, si registrano emissioni di Co2 inferiori, ma confrontabili con quelle che accompagnano il ciclo del gas naturale. Sono emissioni connesse all'esercizio della centrale, ma soprattutto alle fasi relative a costruzione, avvio, posizionamento in loco del combustibile fissile, che possono avvenire attualmente solo con l'impiego molto elevato di fonti fossili nell'area di costruzione e in miniera. Inoltre, agli impianti nucleari occorrono enormi quantità di acciaio speciale, zirconio e cemento, la cui produzione richiede carbone e petrolio. Sommando tutto, la Co2 emessa nel ciclo completo di un impianto nucleare corrisponde all'incirca al 40% di quella prodotta dal funzionamento di una centrale di pari potenza a gas naturale. Senza contare lo stoccaggio finale dei rifiuti, per cui mancano esempi. L'energia nucleare è destinata solo alla fornitura di elettricità, che conta per il 15% degli usi finali di energia nel mondo (il restante 85% va in trasporti, calore per riscaldamento e processi industriali). Un aspetto critico, spesso taciuto, nel processo nucleare è la quantità di acqua necessaria. Per evitare rischi di incidente catastrofico l'acqua ai reattori deve fluire, per asportare l'eccesso di calore, in volumi 10 volte superiori a quelli delle centrali tradizionali, con dispersione in vapore in aria e ritorno nel letto a elevata temperatura. Dove le filiere atomiche hanno subito una diffusione massiccia, come in Francia, la crisi idrica si è già manifestata. In questo paese il 40% di tutta l'acqua fresca consumata va a raffreddare reattori nucleari.
3. Sicurezza. Il nucleare comporta seri e irrisolvibili problemi di sicurezza. A 22 anni dall'incidente di Chernobyl, non esistono ancora garanzie né per la contaminazione «ordinaria» radioattiva da funzionamento, né per l'eliminazione del rischio di incidente nucleare catastrofico. Piccole dosi di radioattività nell'estrazione di uranio e durante il normale funzionamento delle centrali, non sono rilevabili in tempo reale, ma solo registrabili per accumulo a posteriori. Vi sono esposti i lavoratori, come nel caso dei tre recentissimi incidenti consecutivi di Tricastin , in Francia, e la popolazione che vive nei pressi della centrale, come nel caso recente, di Krsko, in Slovenia. In un processo di combustione, spegnendo l'impianto, cessa anche la produzione di calore. In una centrale nucleare, invece, anche quando la reazione a catena viene «spenta», i prodotti di fissione presenti nel nocciolo continuano a liberare calore. Se non può essere rimosso, questo determina la fusione del combustibile e il rilascio catastrofico di materiale radioattivo, che si disperde nello spazio e permane attivo nel tempo. E' un'eventualità insopprimibile di una probabilità di catastrofe prevista e connaturata alla progettazione, che rende imponderabile il rischio nucleare. Nonostante l'enfasi che si vuole porre su un'ipotetica «quarta generazione» operativa solo dopo il 2030 (?), con i reattori in grado di eliminare parte delle scorie (?), l'impiego di miscele di combustibile meno pericolose (?), oggi si possono realizzare solo centrali intrinsecamente insicure. Le scorie radioattive sono tra i problemi più noti in relazione alle centrali nucleari. Non esistono soluzioni concrete. Le circa 250 mila tonnellate di rifiuti radioattivi prodotte finora nel mondo sono tutte in attesa di siti di smaltimento definitivi. Il problema rimane senza soluzioni, producendo effetti incommensurabili sul piano economico. Sarebbe impossibile affrontarlo ex novo su scala nazionale e irresponsabile trascurarne le conseguenze. In Italia, però, nel governo nessuno si preoccupa delle scorie prodotte dall'ipotizzato piano nucleare.
4. Esauribilità e costi. Secondo le stime del World energy council , l'uranio estraibile a costi convenienti è pari a 3,5 milioni di tonnellate, a fronte di un consumo annuo di circa 70 mila tonnellate. Al ritmo attuale l'uranio è disponibile solo per 40-50 anni. Se aumentassero le centrali, inizierebbe una competizione internazionale per questa risorsa scarsa. Il ciclo nucleare ha costi diretti e indiretti troppo elevati, e perciò destinati a essere scaricati sulla collettività. Di fatto, il nucleare è la fonte energetica più costosa che ci sia. Negli ultimi anni, il prezzo dell'uranio è cresciuto di sei volte, passando da 20 $ per libbra del 2000 ai 120 $ del 2007 e si prevede salirà. Inoltre, gran parte del costo dell'elettricità da nucleare è legato alla progettazione e realizzazione delle centrali: il doppio di quanto ufficialmente dichiarato, per i tempi di ritorno di 20 anni. Aggiungendo anche i costi di smaltimento delle scorie e di decommissioning degli impianti, le cifre sono imprecisabili, ma più alte delle altre fonti. Il Kwh da nucleare risulta apparentemente poco costoso dove lo stato si fa carico di sicurezza, ricerca e inconvenienti di gestione, ma soprattutto delle scorie e smantellamento delle centrali. Sono proprio questi costi e la possibilità di ripensamento dei governi in crisi finanziaria, a aver scoraggiato gli investimenti privati negli ultimi decenni. Nel caso dell'Italia, nonostante la propaganda di Scajola e soci, il nucleare non consentirebbe di ridurre la bolletta energetica. Infatti, per un totale di 10-15mila Mw di potenza installata su una decina di impianti, occorrerebbe costruire da zero tutta la filiera, investendo tra i 30 e i 50 miliardi di euro (scorie escluse) con i primi ritorni solo dopo 15 o 20 anni e sicuramente bollette più salate.
la Repubblica
Don Antonio Sciortino
Il passo breve verso l´autoritarismo
La semplificazione del quadro politico alle ultime elezioni e l´ampia investitura popolare ottenuta dal Pdl (e di conseguenza dal governo del presidente Berlusconi) ha posto nel paese la questione del rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia di opinione. Il dibattito può assumere anche toni drammatici quando, invocando l´estesa legittimazione popolare al governo in carica, si mette in dubbio la possibilità altrui di esprimere opinioni e critiche sull´operato del governo. Quando poi gli attacchi vanno dritti contro un giornale e si dissente sul diritto all´opinione diversa e alla critica (non verso le istituzioni, ma verso le idee e le azioni che uomini delle istituzioni esprimono), è legittimo chiedersi se non sia in atto un ritorno all´autoritarismo, che disprezza il principio dell´uguaglianza delle idee, almeno nella loro possibilità di esprimersi.
Ciò che è accaduto di recente nei confronti di Famiglia Cristiana per le sue critiche ad alcuni provvedimenti del governo, è esattamente questo. Chi governa con ampio mandato popolare ritiene, forse, che è suo compito anche spalmare il paese di un pensiero unico e forte, senza ammettere alcun diritto di replica? In realtà, da sempre noi non abbiamo mai risparmiato critiche a governi e opposizioni, usando sempre lo stesso metro di giudizio, che è una visione solidale della realtà. Famiglia Cristiana si è comportata così con tutti i governi, anche quelli democristiani, quando ci sembrava giusto e cristiano farlo. Fedele al mandato del suo fondatore, il beato Giacomo Alberione, che diceva di «parlare di tutto cristianamente». Avverbio, questo, che connota la nostra missione di comunicatori, e ci spinge a giudicare la realtà alla luce del Vangelo. Solo così un giornale trova interlocutori, stimola il dialogo, aumenta il tasso di democrazia di opinione nel paese.
E´ stato assai singolare che, dopo le nostre prese di posizioni sulla questione dei rom e sul cosiddetto «pacchetto sicurezza», il governo si sia scagliato con insolita veemenza contro Famiglia Cristiana. Già questo denota quanto il nostro paese sia poco normale. Quando si mette il coprifuoco alle idee, quando un governo ritiene di doversi scagliare contro le critiche di un giornale, forse qualcosa non va nella nostra democrazia rappresentativa.
In realtà, in Italia la gente ha una concezione sempre più leggera della democrazia rappresentativa. Sembra che basti solo assolvere al dovere del voto. E i politici (soprattutto quelli «nuovi», quelli che non provengono da una lunga formazione, ma dalle scuole del marketing), ritengono che i cittadini abbiano firmato loro una delega in bianco. Si sentono legittimati a fare tutto ciò che le regole della soddisfazione dei desideri impongono, quasi che l´esercizio nobile dell´arte della politica, sia definita dalla migliore e scintillante soluzione dei desideri di ognuno. Siamo al paradosso che, proprio oggi, quando la politica sembra aver preso il sopravvento su molte altre attività (al punto che tutti ci si buttano), la partecipazione invece cala. E´ vero che la democrazia rappresentativa si risolve nella delega. Ma essa è intesa in maniera così forte dall´attuale classe politica (al governo e all´opposizione), che ha relegato in soffitta la democrazia di opinione. Siamo così all´antipolitica, che non è quella di Grillo o dei girotondi, ma quella della politica intesa come mercato della soddisfazione dei desideri. La classe politica italiana, ma anche gli intellettuali, hanno gravi responsabilità.
L´eterna transizione cui è costretta l´Italia almeno da 15 anni e la promessa reiterata di riforme che non arrivano mai, hanno tolto credibilità alla politica e rafforzato chi, nella politica, vede un teatro da calcare con le sue truppe ordinate e ubbidienti a ogni ordine, senza discutere. Vale a destra come a sinistra. In un quadro simile, la partecipazione e, dunque, la democrazia di opinione spariscono.
Né il riconoscimento maggiore del leader serve ad aumentare la partecipazione. Lo dimostrano le continue incursioni di Berlusconi nelle piazze tra la gente che vive drammaticamente problemi seri, quasi volesse non tanto rassicurarla, ma rassicurare se stesso di averla (la gente) sempre vicina. In realtà, nessuno sa veramente quel che pensano i cittadini, al di là del vecchio e, talora, obsoleto metodo dei sondaggi. Neppure a livello amministrativo c´è più passione per la «cosa pubblica». Non ci si interessa nemmeno del proprio marciapiede o dell´autobus che non passa. Quando un giornale come il nostro suona la campanella d´allarme, che segnala la distanza tra la politica e le attese concrete della gente, e insiste sulle politiche familiari, su un fisco equo, o critica le ossessioni per la sicurezze e la giustizia. dice semplicemente che in democrazia le opinioni devono contare. Infatti, se cala la partecipazione e, al tempo stesso, non si ammettono critiche, il rischio di scivolare verso una forma oligarchica e autoritaria è davvero grande.
Fa scalpore che tutte queste cose, corredate di esempi concreti, le abbia scritte un giornale cattolico? E´ un´altra delle anomalie italiane. In Francia nel corso dell´estate il quotidiano cattolico La Croix ha criticato la nuova grandeur francese di Sarkozy sulla scena internazionale. Ma nessun membro del governo s´è sognato di rivolgersi al cardinale di Parigi o al Vaticano. Ciò che spesso difetta al nostro paese è l´idea che i cattolici (giornalisti e non) siano cittadini come gli altri, e abbiano il diritto di partecipare al grande gioco della democrazia di opinione.
La rivista francese Esprit (che, certo, non può essere bollata di «cattocomunismo» o di «criptocomunismo») si domandava questa estate se non ci stiamo avviando verso la fine del ciclo democratico. La scomparsa delle ideologie non ha assolutamente semplificato il quadro politico. Ha solo prodotto maggiore difficoltà nella comprensione e nell´elaborazione del pensiero politico, che sembra debba inseguire solo i desideri della gente.
Oggi si tende a semplificare cose complesse, con risposte ai bisogni che saranno necessariamente inefficaci sul medio e lungo periodo, anche se al momento sono allettanti.
Ciò che accade attorno al pacchetto sicurezza, alla questione immigrazione, ma anche sui temi della giustizia, lo dimostrerà. La parola più indicata per definire tutto ciò è populismo, che insegue e accarezza i desideri. Una dimostrazione è l´ultima finanziaria, vada per tre anni e assai pesante, approvata in una manciata di minuti dal governo. Oggi la consapevolezza di tutto ciò sembra essere presente solo nel dibattito di opinione, mentre non trova casa (o ne trova una assai ristretta), nella classe politica e nelle istituzioni parlamentari. Ed è per questo che la classe politica, forte dell´investitura, tende a spazzar via il dibattito. Oggi, forse, non corriamo alcuni rischi del passato, ma c´è un allarme circa un progetto di Stato e di convivenza democratica, che non dà voce a chi non ha voce, a cominciare dalle famiglie e dai più poveri.
Non è questione, questa, che riguarda e preoccupa solo i cattolici, ma tocca il paese intero. Quando Famiglia Cristiana bussa all´Italia bipolare, ricordando che i costi sociali di operazioni che semplificano eccessivamente la realtà possono essere altissimi, non fa altro che il suo dovere, a favore del «bene comune». Il passo dal populismo all´autoritarismo può essere, fatalmente, breve.
il manifesto
Giorgio Bocca
«Sento puzza di fascismo e stampa di regime»
Intervista di Loris Campetti
Non usa mezze parole per raccontare l'esistente, Giorgio Bocca. Un esistente brutto che lascia poco spazio all'ottimismo. L'abbiamo cercato per avere un'opinione sullo stato dell'informazione in Italia, sulla sua concentrazione in poche mani e sul tentativo del governo di chiudere le voci libere, fuori dal coro. Non serve dire che l'abbiamo trovato ben preparato in una materia «che ha direttamente a che fare con la democrazia e la libertà d'espressione». Bocca non è soltanto uno dei padri del nostro giornalismo, è da sempre un occhio attento puntato sulla società, sulla politica e sui poteri.
Chi non ha partiti e padroni alle spalle e per giunta si permette di dissentire deve tacere. È questo il messaggio che arriva dal governo Berlusconi? E se è questo, quale natura e quali esiti sottende?
Ho appena finito di leggere una lettera sul Foglio dove si sostiene che la colpa della ferocia attuale è dell'antifascismo, da cui sarebbero nate tutte le tragedie del secolo. A me sembra vero il contrario: l'antifascismo è stata una battaglia per garantire a tutti, tra l'altro, la libertà di avere idee e poterle esprimere. Ne deduco che, se oggi si impongono manovre come quella che punta a chiudere le testate indipendenti dal potere e dalle sue direttive, questa è la conferma che la preoccupazione di chi teme un ritorno al fascismo non è poi così campata in aria.
Forse in altre forme, con altri mezzi?
Io conosco per esperienza diretta e per lo studio della storia il fascismo, e oggi percepisco nuovamente il ritorno di quella minaccia. Come allora, di fronte a una sventura la gente resta sorda, non si accorge dei rischi che corre la democrazia. Aggiungo che anche parte della sinistra e delle forze democratiche ritiene che si può andare d'accordo con chi oggi ha in mano la politica, il potere. Non so se le forme del ritorno di una cultura fascista siano così diverse da quelle di ieri, so che l'esito è lo stesso: prepotenza, repressione, magari anche galera. Diceva Benjamin Disraeli (scrittore e uomo politico, primo ministro inglese nella seconda metà dell'800, ndr ) che con la giustificazione della necessità si compiono i delitti più spaventosi. Anche ora, in nome delle difficoltà, certo quelle economiche dello stato, ma anche in nome dell'esigenza di razionalizzare e modernizzare l'informazione, liquefanno la democrazia e stanno uccidendo l'informazione. Si sbandiera l'idea di progresso per introdurre ogni nuovo mezzo, che automaticamente si trasforma in strumento nelle mani dei padroni e non certo dei dipendenti. Così la libertà sfuma, e a questo processo si accompagna il taglio dell'ossigeno all'informazione libera e democratica.
La stampa democratica perde copie, quella di sinistra rischia il collasso. La controriforma della legge dell'editoria che cancella il diritto soggettivo al sostegno pubblico può rappresentare il colpo di grazia. Almeno per il manifesto . Come mai tutto questo non fa scandalo?
Perché l'opinione pubblica è sensibile nei confronti di chi ha in mano il potere, e l'informazione rafforza, deve rafforzare questo potere. È un circolo vizioso pericolosissimo il rapporto tra un potere autoritario come quello che oggi ci schiaccia e un'informazione di regime che «forma» l'opinione pubblica. Berlusconi sostiene di avere il consenso del 70% degli italiani, forse esagera, ma il 60% ce l'ha dalla sua. Non vorrei essere nuovamente pessimista, ma temo che dovremo adattarci a forme di resistenza e lotte di minoranza.
Ma le minoranze restano mute, se i mezzi di informazione liberi vengono soppressi con lo strumento della manovra economica del governo.
È ovvio, bisogna salvare le voci libere. Ma non posso non chiedermi se sia ancora possibile riuscirci. Certo non vorrei accodarmi a una marea generale portatrice di disastri. Vedo davanti a noi un lungo periodo di crisi democratica perché vedo crescere, nell'Italia di oggi come avvenne in quella che ho conosciuto e combattuto da ragazzo, l'idea che i problemi debbano essere risolti d'autorità da qualcuno lassù. Questa idea, che ieri invocava il Duce, ha ancora successo tra gli italiani.
Se a questo siamo, c'è una responsabilità collettiva. È difficile tener fuori la sinistra.
Sì, ci sarà pure una responsabilità collettiva. Ma in una situazione in cui la sinistra e una storia comune vengono attaccate da tutti i fronti, non me la sento di sparare sulla mia parte, non ho alcuna intenzione di accodarmi alle crociate di Pansa. Per chiudere con l'informazione, non mi rassegno all'esistente ma pavento un futuro in cui i giornali schifosi camperanno mentre quelli liberi saranno crepati.
Da Bolzano, città da primato per i servizi ai cittadini, amministrata dal centrosinistra-Svp, è partito il nuovo progetto di social housing, case sociali destinate ai giovani sino a 30 anni: alloggi fatti costruire dal Comune su un proprio terreno e che resteranno di proprietà comunale.
Gli enti che li costruiscono rientreranno dal loro investimento gestendo alloggi e affitti. «Sarà un affitto po' più di quello sociale Ipes, ma comunque meno di quello del mercato privato» dice Stefano Pagani, assessore ai Lavori pubblici che conta di vedere realizzati entro il 2012 una novantina di appartamenti in due palazzine gemelle. Saranno appartamenti mini, tagliati su misura di giovani, single o in coppia, sposati e no. Il tutto nel nuovo quartiere Casanova, alla periferia della città: 37 monolocali da 28 metri quadrati, 37 da 38 metri quadri e 17 trilocali da 48 metri quadrati. Dieci dei trilocali saranno a modulo e cioè con possibilità di collegarli ad altrettanti monolocali. Il progetto è firmato dall'architetto Bruno De Rivo.
«Gli alloggi saranno in affitto con contratti di tre anni rinnovabili per altri due. L'idea — spiega Pagani — è di far ruotare questi appartamenti a diversi affittuari. Non case per studenti ma per giovani che lavorano ». I costi per le due palazzine sono di 7,3 milioni di euro. Per il finanziamento, grazie anche alle possibilità offerte dall'ultima legge provinciale sull'edilizia — aggiunge Pagani — si pensa a un sistema misto, con il privato che si affianca al pubblico. Protagonista dell'operazione, la Lega CoopBund si è già detta disponibile: fu l'organizzazione a lanciare per prima l'idea della
cheap house, le case in affitto calmierato. Un altro ente interessato, dice ancora l'assessore Pagani, è PenspLan, il fondo regionale pensioni.
I due edifici avranno anche un centinaio di parcheggi sotterranei e spazi per un servizio di lavanderia oltre a una sala per gli hobby e una sala di proiezione. Sui costi dell'affitto l'assessore non si sbilancia: «Qualcosa in più del canone sociale degli alloggi dell'istituto provinciale di edilizia abitativa Ipes» un ente che ha 14 mila appartamenti la cui assegnazione — ripartita sulla base del bisogno ma anche tenendo conto della composizione linguistica della popolazione italiana, tedesca e ladina— sta inevitabilmente sentendo anche la forte pressione della presenza di extracomunitari che occupano il 5% degli alloggi. Comunque per gli alloggi sociali Ipes si può arrivare a pagare un massimo di affitto di 5,8 euro al metro quadrato. Per i «bamboccioni» (come Tommaso Padoa-Schioppa definì i giovani che non lasciano la casa dei genitori) l'affitto sarà qualcosa in più ma inferiore a quelli di mercato. La destra di Unitalia ha protestato: «Siamo contrari a un progetto che agevola i bamboccioni anziché le famiglie». «Si è conosciuto un problema esistente da tempo: quello di una fascia di giovani troppo ricca per entrare nelle graduatoria sociale degli alloggi provinciali Ipes, ma troppo povera per fare un mutuo o per affrontare il libero mercato», risponde Alberto Stenico, presidente della LegacoopBund dell'Alto Adige.
Postilla
Il progetto dell'amministrazione comunale di Bolzano sembra una buona risposta ad un problema, quello della casa, che investe percentuali di popolazione destinate ad accrescersi: accanto ai "bamboccioni", ad esempio, quelle fasce di immigrati che contribuiscono in maniera sempre più consistente al PIL nazionale e dovrebbero aver diritto, Maroni permettendo, a condizioni abitative dignitose. O ancora semplicemente quelle persone, singole o nuclei, che vanno ridisegnando, Ratzinger permettendo, una nuova mappa della famiglia e della socialità e che, di fronte alla recessione di questi ultimi anni, faticano a mantenere una casa decorosa, prima condizione per sopravvivere alla tempesta economica e sociale che si addensa sempre più minacciosa.
L'esempio virtuoso che segnaliamo ha, peraltro, antecedenti storici di assoluto rilievo in alcune applicazioni della legge n.167, in quei progetti di cooperazione su proprietà condivisa che alcune amministrazioni pubbliche - Emilia Romagna e Toscana su tutte - sperimentarono con successo a partire dalla seconda metà degli anni sessanta. (m.p.g.)
La Regione si affida ancora al Consiglio di Stato, ma sul tavolo della vertenza Tuvixeddu c’è un documento che potrebbe rivelarsi decisivo per le sorti dei colli punici: è il parere paesaggistico rilasciato dal servizio tutela del paesaggio dell’assessorato regionale alla pubblica istruzione il 27 maggio del 1999. E’ un documento centrale, perchè è grazie a quello che l’intervento immobiliare della Nuova Iniziative Coimpresa ha potuto ottenere la firma dell’accordo di programma dell’agosto 2000, il via libera definitivo al progetto sul quale oggi si combatte su tutti i fronti legali. E’ stato il sovrintendente ai beni architettonici e paesaggistici Fausto Martino a togliere la polvere da quelle carte di nove anni fa per stabilire che si tratta di carte nulle: mancava allora così come manca oggi il perere obbligatorio della sua sovrintendenza. Quindi l’autorizzazione concessa il 25 agosto scorso a Coimpresa dal comune di Cagliari per gli ultimi due lotti dell’intervento non è valida, ma a questo punto non sarebbero valide neppure tutte le altre.
LA DENUNCIA. La storia recente dice che a denunciare l’assenza di questo passaggio tecnico fondamentale - o comunque obbligatorio - erano stati il Gruppo di Intervento giuridico e gli Amici della Terra fin dal 1999, a carte calde. La cosa passò inosservata, i dirigenti ministeriali erano impegnati su altri fronti e comunque su Tuvixeddu il vento del consenso era rotto appena da qualche iniziativa di ecologisti e di cronisti fuori dal coro. Ora le cose sembrano cambiate. L’amministrazione Soru è disposta a tutto pur di fermare le betoniere e la folla di cagliaritani che ha partecipato con passione anche rumorosa al convegno organizzato al palazzo Viceregio da Italia Nostra («Le ragioni del colle») dimostrano che la sensibilità per il futuro della necropoli anzichè assopirsi è cresciuta. LE NORME. Ma al di là delle tendenze culturali e politiche è chiaro che la partita su Tuvixeddu si gioca sul filo del diritto. Ed è qui - secondo il Gruppo di intervento giuridico - che l’iniziativa postuma di Martino potrebbe pesare: i legali della Regione hanno già provato a portare il decreto del dirigente statale davanti al Tar, ma l’hanno fatto in ritardo e in aula è arrivata soltanto una bozza non firmata. Al Consiglio di Stato le cose potrebbero andare diversamente, anche se l’oggetto della controversia è in realtà un altro: lo stop imposto dalla Regione in base alla legge 45, uno stop trimestrale che i giudici hanno bocciato già in fase di sospensiva. L’ACCORDO DEL 2000. C’è però un altro aspetto della querelle che è apparso stranamente trascurato: nella sentenza di fine luglio il Consiglio di Stato ha dato torto alla Regione per via della commissione del paesaggio, che doveva essere costituita con una legge. Ma ha indicato esplicitamente una strada tecnica finora rimasta singolarmente inesplorata: al contrario del Tar, i giudici di palazzo Spada hanno spiegato nella stretta sostanza che l’accordo di programma non è un patto insuperabile perchè va inquadrato fra gli accordi previsti all’articolo 11 della legge 241 del 1990. Ebbene il comma 4 di quell’articolo di legge stabilisce che «per sopravvenuti motivi di pubblico interesse l’amministrazione recede unilateralmente dall’accordo, salvo l’obbligo di provvedere alla liquidazione di un indennizzo in relazione agli eventuali pregiudizi verificatisi in danno del privato». Indennizzi e non risarcimenti, che nel linguaggio giuridico sono cose molto diverse. Resta da superare quel ‘sopravvenuti motivi’, cioè motivi arrivati dopo la firma dell’accordo. Ma qui sembra venire in soccorso della Regione l’avvocatura dello stato, che ha sostenuto (Coimpresa respinge decisamente questa lettura) come siano state scavate centinaia di altre tombe dal 2000 ad oggi. Potrebbe esserci poi il decreto di annullamento dei nullaosta paesaggistici firmato da Martino, in base al quale Stefano Deliperi chiede che l’intero progetto Coimpresa venga bocciato. Potrebbe infine pesare - l’ha detto anche Soru, nel corso del convegno - un’opinione pubblica che sembra voler partecipare con energia al confronto su Tuvixeddu, cui si sono via via affiancate numerose voci autorevoli.
GARZILLO. Ultima quella del direttore regionale per i beni culturali Elio Garzillo, che al convegno di Italia Nostra ha tracciato una cronistoria critica della vicenda: «Mi ha dato da riflettere profondamente - ha detto Garzillo - l’annullamento da parte dei nostri uffici del nulla osta paesaggistico rilasciato dal comune di Cagliari nel mese di agosto per una notevole volumetria a Tuvixeddu. Il nullaosta annullato recitava che il progetto di Coimpresa era compatibile con il paesaggio a patto che ci si assicurasse che i pergolati fossero corrispondenti a certi requisiti. Ricordo inoltre alla nostra soprintendenza archeologica che le aree vincolate con vincolo indiretto dovrebbero essere aree per le quali esiste la certezza dell’assenza di rinvenimenti possibili in quanto dovrebbero essere aree già indagate, perchè la loro funzione è quella di proteggere, appunto, rendere visibili e fruibili le aree di vincolo diretto. Dovrebbero essere aree di protezione del territorio dove è presente il reperto». Una critica netta: chi può assicurare che nell’area del progetto non esistano altre parti della necropoli?
TUTELA. Ecco perchè Maria Paola Morittu di Italia Nostra «Alla sovrintendenza archeologica chiediamo semplicemente un tutela efficace. Le 431 tombe distrutte sono documentate in due pubblicazioni della stessa soprintendenza e sono finite sotto palazzi costruiti tra il 2001 e 2004, in tempi sorprendentemente recenti. Compresa quella che conteneva lo scheletro di madre e figlio sopra il quale c’è oggi una tromba dell’ascensore. Il vincolo vero inoltre, quello davvero efficace, riguarda circa undici ettari classificati zona H di salvaguardia dal Puc e non i 23 dichiarati dalla soprintendenza che non distingue tra vincolo diretto e indiretto».
REGIONE E BONDI. Per l’assessore regionale all’urbanistica Gian Valerio Sanna «vale nelle pubbliche amministrazioni la regola del principio di precauzione e questo principio ci siamo sforzati di seguire. Lo stesso avrebbe dovuto fare anche la soprintendenza, anche a seguito degli incessanti cambiamenti dell’idea del paesaggio che si sono susseguiti (Convenzione europea e Codice Urbani). Una concezione della città e dei luoghi che prevede una crescita, certo, ma anche la possibilità di “sottrarre” e di togliere quello che nel tessuto urbano deve essere rimosso. I paesi europei avanzati non consumano territorio come invece facciamo noi e noi dobbiamo adeguarci e ricercare strumenti protezione e tutela sul consumo dei suoli». Giovedì intanto Soru incontrerà il ministro dei beni culturali Sandro Bondi per parlare del caso Tuvixeddu e chiedere che il sito venga inserito fra quelli protetti dall’Unesco. Qui lo scetticismo è d’obbligo, ma non si sa mai.
Le case sono sulla spiaggia, conficcate in un arenile chiaro, appena mosso da un cordone di dune. Il mare è a dieci metri e il cantiere è recintato da una plastichetta verde. La costruzione è bloccata, si attende una decisione del Tar. Porto Garibaldi: uno dei lidi di Comacchio, il comune più grande dell’immenso Delta del Po, il delicato territorio esteso su oltre 1.300 chilometri quadrati, la zona umida più vasta d’Europa dove finisce il lungo fiume e sfumano i confini fra terra e mare, acque salate e acque dolci, pinete e saline, boschi secolari e valli allagate. Un paesaggio rasserenante eppure mai uguale a sé stesso e sempre minacciato. In Emilia Romagna, secondo calcoli prodotti dagli uffici regionali, dal 1980 a oggi c’è stato un incremento delle costruzioni del cento per cento. Il patrimonio edilizio è raddoppiato. E qualcosa del genere è accaduto anche sul litorale deltizio, la cui storia è la più emblematica fra quelle in cui si intrecciano i temi della tutela e dello sviluppo economico. Una pagina esemplare per l’ambientalismo italiano, iniziata esattamente quarant’anni fa.
Anche i luoghi festeggiano le loro date simboliche. Il Delta del Po celebra in questi giorni turbolenti diversi anniversari. Ai primi di ottobre del 1968, Italia Nostra di Ferrara organizzò un convegno che tracciò un bilancio delle sconvolgenti trasformazioni che quell’area aveva subìto nei decenni precedenti, a causa in particolare delle bonifiche decise sulla spinta della miseria che ghermiva quei luoghi. Le aree di palude, che nel 1925 raggiungevano i 45 mila ettari, nel ?68 erano scese a 13 mila. Occorreva recuperare più suolo da coltivare e da destinare a industrie oppure la fragile coesistenza di acqua e terra andava tutelata, perché non c’era niente di simile altrove e perché proprio quella coesistenza poteva essere occasione di crescita? E che cosa fare delle attività che in quei territori incerti si erano installate - l’allevamento delle vongole e delle anguille? Come comportarsi di fronte a un paesaggio che mutava in continuazione, un luogo che l’intervento dell’uomo aveva trasformato in un "paesaggio culturale"? Erano anni di formidabili accelerazioni, sia politiche che culturali, e il dibattito cominciava allora a muovere i primi passi. Il Delta fu uno dei luoghi in cui quel dibattito esordì.
Il Delta era una regione depressa. Nonostante le bonifiche, la gente continuò a fuggire ancora negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma qualcosa di sconvolgente intanto avveniva sulla fascia litoranea, dove prima lentamente poi voracemente sorgevano case per il turismo, palazzine e palazzi. Quel convegno di Italia Nostra, presieduto da Giorgio Bassani, con Pierluigi Cervellati, Fulco Pratesi, Bernardo Rossi-Doria, Paolo Ravenna, chiese di metter fine alle bonifiche, di bloccare l’urbanizzazione. La neonata Regione si mostrò sensibile alle richieste. Non si riuscì a evitare che la pregevole valle della Falce venisse prosciugata, ma si impedì la costruzione di una strada da Goro a Volano che avrebbe squarciato il Bosco della Mesola, uno dei gioielli dell’intero Delta.
Le bonifiche si fermarono e iniziò il faticoso cammino della tutela. Che comportò anche un aggiornamento culturale, adattabile a un territorio dai mille profili, quello morfologico, quello vegetale, quello della fauna. Nel 1988 nacque la porzione romagnola del Parco regionale.
Ma le minacce non sono finite. Oggi le case sulla spiaggia, bloccate da un’ordinanza del sindaco di Comacchio, Cristina Cicognani, sono l’ultimo episodio dell’impetuosa aggressione che l’edilizia compie su questo lembo incerto di terra. Un’aggressione che ha la forma di villette allineate a pettine, tutte uguali, con la scala, il ballatoio e la porta finestra. Sono le palazzine di vacanza del Lido degli Estensi, del Lido delle Nazioni e, appunto, di Porto Garibaldi, chiuse undici mesi l’anno durante i quali compongono uno spettrale insediamento (è il piano regolatore di Comacchio che autorizza questa espansione).
Le paure per il futuro si moltiplicano. Una società italo-tedesca ha messo a punto Euroworld, un progetto tanto faraonico da sembrare finto: la riproduzione di paesaggi e architetture europee (dalle spiagge dell’Algarve a Capo Nord, dall’Acropoli di Atene al Big Ben) che si estenderebbe su 124 chilometri quadrati, quasi un decimo dell’intero Delta, fra i comuni di Porto Tolle e Porto Viro. Un elefantiaco kitsch da 10 miliardi di euro, 30 mila visitatori al giorno, 25 mila posti di lavoro. Per il momento Euroworld ha l’aspetto di una boutade. A una preoccupata interrogazione del consigliere regionale dei Verdi, Gianfranco Bettin, l’assessore del Veneto, Flavio Silvestrin, ha risposto che il progetto non è compatibile con il parco. «Se arriva Euroworld non possiamo esserci noi», sintetizza Emanuela Finesso, direttrice del Parco veneto del Delta. Gli emissari della società italo-tedesca continuano però a pubblicizzare il loro progetto. E i grandi numeri suggestionano.
Sul territorio veneto del Delta incombono la conversione a carbone della centrale termoelettrica di Porto Tolle (contro la conversione si è pronunciato il Parco) e l’impianto di rigassificazione che in questi giorni viene installato a una ventina di chilometri al largo di Porto Viro. O, ancora, la ripresa delle estrazioni di gas metano, decisa con un decreto del governo. Il timore è che le estrazioni provochino un abbassamento del terreno, un fenomeno che lacera la memoria di questi luoghi flagellati dall’alluvione del Polesine del 1951. In molte zone il Po corre a un livello più alto del piano di campagna e le estrazioni accentuerebbero lo squilibrio. «Il nostro territorio è tenuto su da pompe di sollevamento», spiega Emanuela Finesso, «e le guide raccontano ai bambini che qui i pesci nuotano più in alto degli uccelli».
Nella zona romagnola del Delta la pressione dell’edilizia sta diventando insopportabile. Questa imponente mole di costruzioni «rende impermeabile una superficie enorme di terreno, che impedisce il normale assorbimento dell’acqua», denuncia Lucilla Previati, direttrice del Parco romagnolo. «È un problema in territori ordinari, ma qui può avere effetti catastrofici». Quando piove molto l’acqua si accumula in una rete scolante insufficiente, la stessa di trent’anni fa, e il trabocco è inevitabile. Basta un acquazzone e gran parte dei lidi finisce allagata. Continue sono, fra Comacchio e Goro, le richieste di aumentare gli allevamenti di vongole, una grande fonte di ricchezza, ma anche di pericolo per la morfologia dei fondali. Oltre che per la nidificazione di molte specie di uccelli - le fraticelle, le beccacce di mare, i gabbiani reali. Recentemente, poi, un privato ha acquistato una delle aree più pregiate, la valle Bertuzzi, e ha pensato di circondarla di una barriera di robinie che la rendono quasi invisibile.
Il Delta assorbe, nel silenzio delle sue valli, molte tensioni. Alcune lascia che convivano, essendo già nelle sue forme una dose di ambiguità e cercando equilibri sempre diversi, ma comunque stabili. Altre tensioni tenta di scansarle in una partita con il futuro che si riapre ogni giorno.
Molti paesaggi italiani sono minacciati, ma dieci lo sono più di tutti. Italia Nostra li ha selezionati in base al rischio che corrono e anche perché rappresentativi della grande varietà che la penisola può sfoggiare. Una specie di evidenziatore per segnalare quanto perderebbe l’Italia intera se le alterazioni di questi luoghi fossero irreversibili. Paesaggi naturali, paesaggi culturali, paesaggi urbani. Diversi i pericoli, ma prevalente è l’espansione edilizia. Ci sono lo Stretto di Messina e la Murgia materana. L’Appia antica a Roma e la necropoli punica di Tuvixeddu a Cagliari.
La vasta campagna senese e il centro storico di Torino. Il Delta del Po e l’area delle Ville venete. Il Parco di Monza e il Lago di Garda.
La campagna dell’associazione di tutela si intitola "Paesaggi sensibili" ed è illustrata da un dipinto di Tullio Pericoli (stamattina la presentazione nella sede di Italia Nostra a Roma). Dal 20 settembre si terranno in questi luoghi una serie di iniziative - dibattiti, escursioni, mostre - che si estenderanno a circa una cinquantina di altri siti, tutti insidiati da manipolazioni che vistosamente o subdolamente ne brutalizzano i caratteri. «Non è una selezione di paesaggi eccellenti», spiega Giovanni Losavio, magistrato di Cassazione, presidente di Italia Nostra. Sono luoghi in cui si manifestano le tante forme che assume, agli occhi di un visitatore, «il volto della patria», sottolinea Losavio citando Benedetto Croce che da ministro propose nel 1920 la prima legge a difesa del paesaggio.
Il lembo di mare chiuso fra la costa calabrese e quella siciliana verrebbe radicalmente alterato dal Ponte. Ma già ora gli incendi hanno inaridito e reso irriconoscibili le colline della sponda reggina, mentre le costruzioni abusive si sono spinte fino alle foci e ai greti dei torrenti e si sono spalmate caoticamente lungo tutto il litorale. Il parco dell’Appia antica è invaso dalle macchine, che lo usano come via d’accesso a Roma. È punteggiato da costruzioni abusive, molte delle quali sfacciate (ville, capannoni industriali, stand commerciali, piscine) e questo fenomeno stenta ad arrestarsi. L’area è abbandonata in una situazione di grande incertezza, non è ancora approvato il piano d’assetto, mentre le ipotesi di allargamento dei suoi confini, che scongiurerebbero alcune lottizzazioni o la costruzione di centri commerciali, stentano a realizzarsi.
Un altro gioiello archeologico vilipeso è la necropoli punica di Tuvixeddu a Cagliari, con oltre duemila tombe, molte delle quali sono trattate come una discarica, assediate da edifici a sei piani. Intorno alle sepolture potrebbe sorgere un intero quartiere. La vicenda è tormentata e ora è a un punto morto: il Consiglio di Stato ha bocciato i vincoli imposti dalla Regione, che, insieme alla Direzione regionale dei Beni Culturali, intende comunque evitare la lottizzazione. Anche la campagna senese è fra i paesaggi a rischio, minacciata da piccoli e grandi insediamenti: ma molte preoccupazioni desta l’ampliamento del piccolo aeroporto di Ampugnano che dovrebbe diventare uno scalo internazionale, moltiplicando le presenze turistiche e deformando l’equilibrio di un territorio fatto di colli, di pievi medioevali, di borghi, di boschi e di macchie. Altro equilibrio fragilissimo è nel Delta del Po, dove si intrecciano paesaggi di terra e d’acqua, ma sul quale incombe un’urbanizzazione fatta di seconde case che negli ultimi anni è diventata impetuosa. Come impetuoso è il consumo di suolo nel Veneto centrale, il Veneto palladiano, nei luoghi eletti dalla nobiltà veneziana per il loro loisir.
Losavio disegna uno scenario preoccupante: «Si estende in quasi tutto il paese la prassi dell’urbanistica contrattata, con le amministrazioni pubbliche che negoziano con i privati la trasformazione di un’area, siglando varianti o accordi di programma e travolgendo ogni idea di pianificazione. La deregulation è diventata la norma. Tanto più lo sarà se viene ripresentato il disegno di legge Lupi che durante il governo Berlusconi dal 2001 al 2006 proponeva di fatto di sottrarre alla mano pubblica il controllo dell’urbanistica».
Ahimè, il disegno di legge Lupi è stato ripresentato, ed è avviata a discussione nella Commissione parlamentare. Vedere qui (n.d.r.)
Il programma completo delle iniziative del 20 settembre dal sito di Italia Nostra
C´è un solo vizio ideologico che riesca a essere più ridicolo e irritante del politicamente corretto. È il politicamente scorretto, che nella sua smania polemica, nella sua fregola riparatoria, raggiunge capolavori di incongruenza storica, politica e perfino logica come quello perpetrato a Roma (anzi, ai danni di Roma) nelle celebrazioni del 20 settembre.
Come le cronache hanno riportato, il Comune della capitale d´Italia ha solennemente commemorato i caduti di Porta Pia. Ma non i bersaglieri del Regno, che aprendo quella breccia hanno fatto di Roma la capitale degli italiani. Bensì i loro stremati ed esitanti oppositori, i soldati papalini, che nonostante le raccomandazioni delle stesse autorità vaticane riuscirono, poveri cristi, a farsi ammazzare per la più anacronistica delle cause (il potere temporale della Chiesa, oggi rinnegato dallo stesso Papa Ratzinger) e nella più inutile delle battaglie, non per caso commemorata in tempi recenti dal solo Fantozzi in una memorabile ricostruzione che la defalca da vera e propria battaglia a una sorta di incidente edilizio.
Da parte papista caddero diciannove uomini, della cui memoria siamo oggi depositari tanto quanto di quella di qualunque vittima di guerra, compresi i lanzichenecchi, i tigrotti della Malesia, i caduti alle Termopili o i guerrieri ittiti. Ma della cui specifica vicenda, francamente, ci si era inevitabilmente dimenticati, a parte il manipolo di cattolici integralisti del gruppo "Militia Christi" (tutto un programma) che hanno accolto estasiati, e forse suggerito, la goffa commemorazione papista del vicesindaco di Roma Mauro Cutrufo. Il quale ha nominato con commozione rituale, uno per uno, i diciannove caduti anti-italiani, in presenza di autorità militari non si sa quanto costernate e quanto distratte, e ovviamente dei bersaglieri, i cui caduti a Porta Pia riposano in pace in archivi storici evidentemente molto impolverati.
Ora, si sa che in questo Paese lo spirito nazionale è così incerto e sfocato da essere affidato soprattutto alle imprese sportive. Nelle quali è facilissimo individuare il "comune sentire" in un grido strozzato davanti alla televisione, o in un carosello serale di motorini. Proprio per questo, però, episodi grotteschi come quello di Roma, oltre a indurre al riso, fanno mettere le mani nei capelli. Che il Municipio di Roma festeggi, centotrentotto anni dopo, i propri osteggiatori in armi, è un mistero spiegabile solo con l´indiscriminata ostilità a tutto quanto odora di Repubblica e, su per li rami, di unità d´Italia, di Risorgimento, di emancipazione laica da un potere temporale che fu il principale ostacolo storico e politico al disegno di Cavour e Garibaldi. Solo una destra intrinsecamente antiliberale poteva inventarsi il rovesciamento della cerimonia di Porta Pia.
Uno scherzo di natura (di natura reazionaria) che germina dal rimpianto, in ogni sua forma, per l´Ancien Régime, più in quanto ancien che in quanto régime. Ai laudatori dei Borboni, ai rivalutatori del brigantaggio, agli austriacanti di ritorno, si affiancano i papisti in armi (ossimoro, ma vai a spiegarglielo) che con un secolo e mezzo di ritardo provano a contare quante divisioni aveva il Papa. Ci piacerebbe dire che si tratta di eccentrici, perfino simpatici quando collezionano soldatini in uniforme o si impancano in "dibattiti" dalla struttura molto precaria. Ma se questa eccentricità diventa cerimonia ufficiale nella capitale del Paese, con tanto di bandiere e autorità schierate, forse significa che qualcosa di meno pittoresco, e di più sostanzialmente politico, sta accadendo o è già accaduto. No alla Resistenza perché "comunista", no al Risorgimento perché borghese, massonico e anticlericale, il tappeto della storia si riavvolge pian piano, secolo dopo secolo. A quando la commemorazione del Papa Re, con l´aristocrazia nera in prima fila e un signore con la fascia tricolore che, anche in rappresentanza nostra, commemora i mercenari caduti contro i ghibellini?
È vero che la crisi dell’Alitalia è un bruscolino rispetto a quanto sta accadendo sui mercati mondiali, ma è pur sempre un fatto che ci riguarda molto da vicino, mette in gioco il trasporto aereo d’una nazione, il prestigio d’un governo che è il nostro governo, la rappresentatività d’un movimento sindacale che discute e firma contratti in nome di milioni di lavoratori.
Quindi ci occuperemo anzitutto di quella crisi al punto in cui ora è giunta e di quanto potrà accadere nei prossimi giorni, fin quando la flotta di bandiera potrà ancora volare.
La cordata tricolore e il piano industriale redatto da Banca Intesa si fondavano sul concetto della discontinuità. Al di fuori di esso il tentativo di Colaninno e di Passera non sarebbe mai nato e nessun altro tentativo analogo avrebbe mai potuto nascere.
Discontinuità a 360 gradi: nell’organizzazione delle rotte aeree, degli aeroporti, dei velivoli, dei debiti, del personale di terra e di volo e dei rispettivi contratti.
Discontinuità sommamente sgradita ai creditori di Alitalia, ai suoi azionisti privati, ai suoi dipendenti, cioè a tutti coloro che avrebbero dovuto pagare il conto di un dissesto annunciato da molti anni.
Non starò qui a ripetere quali siano state le responsabilità di quel dissesto, ma debbo ancora una volta ricordare che gli anni terribili sono stati soprattutto gli ultimi cinque dal 2003 al 2008, dalla gestione Mengozzi all’affondamento del piano Air France. Un disastro che porta ben chiari i nomi dei responsabili: in testa l’associazione dei piloti e Silvio Berlusconi. Anche Prodi ebbe le sue colpe: incertezza, indecisione; ma senza l’opposizione aggressiva dei piloti e di Berlusconi la via della soluzione era stata finalmente trovata e si sarebbe realizzata.
Un progetto basato sulla discontinuità dipende in gran parte dalle modalità del negoziato e dalle capacità del negoziatore. Colaninno questa capacità l’ha dimostrata in precedenti occasioni ma in questo caso la sua presenza al tavolo è stata minima. È entrato in scena il penultimo giorno e ne è uscito subito.
Anche il ruolo di Gianni Letta è stato molto modesto. Berlusconi praticamente non s’è mai visto salvo per pochi minuti. Tremonti, diretto azionista dell’Alitalia, assente anche lui. L’unico negoziatore al tavolo è stato il ministro Sacconi. Una frana.
Sacconi ha impostato l’intera trattativa sugli ultimatum e su una scelta discriminatoria degli interlocutori. Sapeva fin dall’inizio che il nocciolo duro da convincere sarebbe stato il personale di volo e le associazioni autonome che lo rappresentano. Sapeva anche che il tempo utile a disposizione era breve a causa della pessima situazione patrimoniale e finanziaria della società.
Sacconi trattava cioè sull’orlo del baratro ma era evidentemente convinto che spingere il dramma verso il suo punto culminante avrebbe facilitato l’accordo. Perciò perse volutamente tempo. Si contentò di ottenere il beneplacito di Bonanni, Angeletti, Polverini che non contavano niente in questa vertenza; tenne fuori dalla porta i piloti dell’Anpac e le altre associazioni autonome; scelse come bersaglio la Cgil che accusò fin dall’inizio di ideologismo politico e di una strategia del «tanto peggio».
I piloti dell’Anpac hanno molte responsabilità come abbiamo già ricordato, ma ci sono anche alcuni punti fermi che vanno tenuti ben presenti e cioè:
1. Guadagnano meno dei loro colleghi di Air France, British, Lufthansa. Guadagnano invece di più dei piloti di Air One.
2. Hanno una produttività più bassa dei colleghi di quelle tre società a causa della cattiva organizzazione dei voli e degli equipaggi; tuttavia su questo punto avevano dato subito la loro positiva disponibilità.
3. Sia Sacconi sia il commissario Fantozzi hanno posto il negoziato sotto scadenze ultimative di 48 in 48 ore pena la messa immediata in mobilità di tutto il personale e, ovviamente, la sospensione dei voli. Ma poiché le 48 ore passavano e gli aerei continuavano regolarmente a volare l’effetto è stata la perdita di credibilità sia del ministro sia del commissario.
Ma l’errore di fondo è stato un altro e porta il nome di Silvio Berlusconi. Il "premier" aveva assunto in campagna elettorale l’impegno di favorire una cordata tricolore e questo ha determinato la strategia del governo producendo però un gravissimo vizio di forma nella procedura: ha vincolato il commissario Fantozzi a privilegiare come controparte la cordata Colaninno.
È vero che la legge Marzano, appositamente riscritta per l’occasione, prevede la trattativa privata, ma non prevede l’esclusiva. Fantozzi è stato tuttavia insediato con la condizione di preferire almeno in prima battuta la cordata Colaninno la quale a sua volta, forte di questo privilegio, ha fissato le condizioni pensando che su di esse sarebbe stato relativamente facile acquisire il consenso dei sindacati confederali.
Il tema del contratto col personale di volo è stato completamente sottovalutato sia da Colaninno sia da Sacconi. E quando Epifani ha fatto presente la verità e cioè che la rappresentatività dei sindacati confederali era pressoché nulla per quanto riguarda il personale di volo questa onesta ammissione è stata ritenuta segno di tradimento e di irresponsabilità sia da parte del governo sia da parte della Cisl e sia dalla quasi totalità dei «media» giornalistici e televisivi.
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Ancora ieri il presidente del Consiglio ha ribadito che le soluzioni sul tappeto sono soltanto due: accettare il piano industriale di Colaninno o il fallimento.
Ma non è così. La procedura impone a Fantozzi di sollecitare altre offerte di acquisto per l’Alitalia, in blocco senza discontinuità oppure soltanto per una parte degli asset. Se il commissario di Alitalia si sottraesse a questo suo urgente e inderogabile compito verrebbe meno ai doveri del suo ufficio e sarebbe passibile d’esser messo sotto accusa da parte della Corte dei conti per aver causato grave danno erariale alle casse dello Stato.
È ben comprensibile che una soluzione di questo genere, l’arrivo d’un cavaliere bianco che a questo punto non potrebbe essere altri che uno dei grandi vettori stranieri, sarebbe una penosa sconfitta d’immagine per il "premier", ma non è comunque in sua facoltà bloccare una procedura prevista dalla legge. Salvo di nazionalizzare l’Alitalia, magari temporaneamente, seguendo le procedure imposte in analoghi casi dalla Commissione di Bruxelles.
Gli esempi che proprio in queste ore vengono dagli Usa ci dicono che in casi estremi la politica, in mancanza di alternative e per evitare guai peggiori, può e anzi deve ricorrere a estremi rimedi.
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Il rimedio adottato - tardivamente - da George W. Bush è chiaro ed è stato già ampiamente descritto ieri dai giornali di tutto il mondo: creare un apposito veicolo federale che si assuma l’onere di acquistare tutti i titoli-spazzatura che ingombrano i portafogli del sistema bancario americano, pagabili al 65 per cento del loro prezzo nominale. Il costo dell’intera operazione è di 700 miliardi di dollari, cifra iperbolica alla quale il Tesoro farà fronte emettendo titoli propri e/o addirittura stampando carta moneta.
Un provvedimento analogo fu preso nel 1932 in piena depressione americana e mondiale con la creazione della Reconstruction Finance Corporation. Come si vede le analogie con la crisi iniziata nel 1929, che raggiunse il suo culmine anche in Europa a tre anni di distanza, sono molto forti con la situazione attuale pur nelle ovvie differenze.
In sostanza si tratta d’un salvataggio senza limiti di cifra dell’intero sistema bancario americano e mondiale perché non solo americano ma anche mondiale è stato l’inquinamento provocato sui mercati finanziari dai titoli-spazzatura.
Sarà sufficiente quest’intervento colossale a ridare fiducia e stabilità ai mercati? Probabilmente sì, ma ci saranno altri effetti che sono fin d’ora prevedibili. Stabilizzare il sistema e salvarlo da un crac totale è un risultato non solo utile ma necessario. Pensare che sia indolore e privo di conseguenze sgradevoli sarebbe però illusorio e sbagliato.
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Il costo di questa gigantesca operazione si scaricherà inevitabilmente sul bilancio federale Usa, già oberato da un antico e ampio disavanzo. Le previsioni più attendibili (riportate da Federico Rampini nel suo articolo di ieri) calcolano che il costo dell’intervento sarà del 7 per cento del Pil degli Stati Uniti. L’inondazione di liquidità avrà effetti cospicui sul tasso d’inflazione americana.
Più difficile è prevedere quale sarà il comportamento del dollaro sul mercato dei cambi. La ripresa in grande stile dei valori delle Borse potrà provocare un afflusso di capitali esteri e quindi un rialzo del tasso di cambio della moneta Usa, ma la prospettiva di inasprimenti fiscali e le dimensioni del disavanzo di bilancio potranno a loro volta provocare uno spostamento di capitali dal dollaro ad altre monete. Non dimentichiamo che il sistema finanziario Usa ha vissuto e vive sul paradosso d’esser finanziato non già dal risparmio interno ma dal risparmio internazionale. La crisi in atto può attirare capitali speculativi a breve ma può anche indirizzare altrove il risparmio internazionale. Del resto il vero e proprio crollo delle riserve della Fed avvenuto in questi mesi è un segnale in questa direzione.
Complessivamente ci sembra di poter dire che le forze di stagnazione economica siano maggiori delle forze di sviluppo per la semplice constatazione che lo sforzo di stabilizzare da parte del Tesoro serve a ripianare i debiti e non a rilanciare gli investimenti e la domanda.
Se questi effetti si produrranno sarà difficile scommettere sulla locomotiva americana e sui suoi effetti tonici verso il resto del mondo.
Post Scriptum. Ha fatto sensazione leggere il nome di Marina Berlusconi nel nuovo consiglio di amministrazione di Mediobanca, nella sua qualità di rappresentante di Fininvest, presente con l’uno per cento nel patto di sindacato di Piazzetta Cuccia.
La presenza di Marina Berlusconi è pienamente legittimata dalla presenza della Fininvest nel capitale di Mediobanca; non toglie che rappresenti un’altra anomalia del sistema Italia. Fininvest ha amici potenti e collaudati nel cda di Piazzetta Cuccia: Mediolanum, i francesi di Tarak Ben Ammar, Ligresti, Tronchetti Provera, Geronzi. Per quel tanto che conta in Mediobanca, c’è anche Banca Intesa.
La famiglia Berlusconi si muove da tempo per stabilire rapporti intrinseci con le banche e l’establishment assicurativo e finanziario italiano oltre che con quello industriale. Sono passati i tempi del Berlusconi che sparava sulla grande impresa e sulla grande finanza sostenendo gli interessi e le aspettative delle partite Iva e delle piccole imprese.
È finita la caccia alle allodole ed è cominciata quella al cinghiale. La stessa operazione Alitalia mira a questo risultato. Dietro la bandiera tricolore c’è sempre un sottofondo di interessi politici ed economici, ma questo lo sappiamo da un pezzo e accade in tutto il mondo.
Resisto alla tentazione del famoso discorso di Antonio e di cominciare scrivendo: Ezio Mauro è uomo d'onore. Ma, certamente Ezio Mauro è persona colta e per bene, ottimo direttore di Repubblica dove ha preso il posto di Eugenio Scalfari, ma proprio per tutto questo sorprende il suo editoriale di ieri dal titolo «Tornare al mercato», spiegabile solo con un accesso di nostalgia di un mercato che non c'è mai stato e tanto meno c'è in questi nostri tempi; come dire il mondo prima che Adamo ed Eva mangiassero la mela. L'amico Ezio Mauro chieda al suo editore, l'ingegner Carlo De Benedetti, qualche autorevole parere sullo stato del mercato della libera concorrenza. «L'interesse del Paese è che il mercato prenda il posto dell'ideologia» questo chiede il direttore della democratica e autorevole Repubblica . E qui siamo al massimo della confusione poiché quella del mercato è la peggiore e più falsa delle ideologie. E, quanto all'Alitalia, il mercato chiederebbe solo e soltanto il fallimento. E, sempre a proposito del dio mercato, suggerirei all'amico Ezio Mauro la lettura del Conflitto epidemico di Guido Rossi; una lettura utile di questi tempi di crisi. Ma vorrei richiamare l'attenzione dei lettori del manifesto e possibilmente di Repubblica su questo appello al mercato salvifico. Il mercato non c'è, basta leggere sui giornali le notizie delle crisi e dei fallimenti e dei salvataggi. Di conseguenza quando ci si appella - e da parte di un quotidiano autorevole come Repubblica - al mercato, vuol dire che massima è la confusione e massimi sono i pericoli di una deriva autoritaria. Non solo di qualcuno che dica: comando io, ma anche (purtroppo è sempre stata così) di un popolo che chiede un capo-padrone. In Italia abbiamo avuto un'esperienza, che in forme diverse, con la bandana invece che con il fez, potrebbe ripetersi. Grande è il disordine sotto il cielo e la situazione non è affatto eccellente. Così, in questo contesto, la questione Alitalia (compagnia di bandiera), il suo fallimento diventano sintomatici dei pericoli della democrazia nel nostro paese e l'appello al mercato di Repubblica conferma, a mio parere, l'attuale stato di crisi e i suoi pericoli. In questa situazione bisogna affermare che, se c'è ancora uno stato responsabile, dovrebbe intervenire, salvare e riformare l'Alitalia, dare un segno di vita. Insomma, se il direttore di Repubblica è ridotto ad appellarsi all'ideologia del mercato stiamo proprio messi male. Se c'è ancora una sinistra dovrebbe dare un segno. Aspettiamo. L'allarme c'è e risuona nelle orecchie di tutti. L'allarme, spesso, sollecita sogni e illusioni di salvezza. Sogni e illusioni (pensiamo all'Aventino) che mettono olio sulle rotaie dell'autoritarismo. Quello che non fa chiacchiere, ma fatti. Il ministro Giulio Tremonti, quello che ha scritto cosa terribili sul mercato, si dichiara contro ogni possibile nazionalizzazione dell'Alitalia. In questo modo non lascia la partita al mercato, al quale non crede, ma a chi è più forte. Anche lui si rassegna a subire, in cambio di qualche benevolenza elettorale. Se la sinistra c'è ancora (forse) batta un colpo. Ma Eugenio Scalfari che ne pensa?
Dal 3 al 14 dicembre 2007, Bali ha ospitato oltre 10.000 rappresentanti di governo e della società civile per una conferenza della Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici, un trattato ambientale internazionale nel cui ambito è stato negoziato il Protocollo di Kyoto. Il protocollo scade nel 2012 e Bali aveva il compito di dare avvio alle trattative per lo scenario post-Kyoto. Nel 2008 nessuno può ormai negare che sia in atto un cambiamento climatico causato dall'uomo. Tuttavia, l'impegno a mitigarne gli effetti e ad aiutare le aree vulnerabili ad adattarvisi non corrisponde alla consapevolezza del disastro. La mitigazione dei cambiamenti climatici richiede sostanziali cambiamenti nei modelli di produzione e di consumo. La globalizzazione ha spinto la produzione e il consumo mondiali ad incrementare le emissioni di anidride carbonica. Le regole per la liberalizzazione commerciale della Omc, l'Organizzazione mondiale del commercio, sono in realtà leggi che costringono i paesi a seguire la via delle alte emissioni. In modo analogo, la Banca Mondiale, che concede prestiti per la costruzione di superstrade ad alta circolazione e di centrali termiche, per l'industrializzazione dell'agricoltura e per la realizzazione di sistemi di distribuzione organizzata, forza i paesi a emettere maggiori quantitativi di gas a effetto serra. Poi ci sono le società colossi, come la Cargill e la Walmart, principali responsabili della distruzione di economie locali e sostenibili, che spingono le società, una dopo l'altra, alla dipendenza da un'economia globale ecologicamente distruttiva. La Cargill, che svolge un ruolo importante nella diffusione di coltivazioni di soia in Amazzonia e di piantagioni di palma da olio nelle foreste pluviali dell'Indonesia, incrementa le emissioni sia incendiando le foreste che distruggendo gli enormi bacini carboniferi presenti nelle foreste pluviali e nelle torbiere. Il modello del commercio centralizzato a lunga distanza di Walmart è una ricetta per aumentare il carico di anidride carbonica dell'atmosfera. Il primo passo verso la mitigazione richiede che si fissi l'attenzione sulle azioni reali degli attori reali. Le azioni reali sono azioni come l'abbandono dell'agricoltura ecologica e dei sistemi alimentari locali. Fra gli attori reali ci sono l'agribusiness globale, la Omc e la Banca Mondiale. Le azioni reali comportano la distruzione di economie rurali a bassa emissione in favore di un'espansione urbana incontrollata, ideata e progettata da imprenditori e società edili. Le azioni reali comportano la distruzione di sistemi di trasporto sostenibili basati sull'energia rinnovabile e del trasporto pubblico a favore degli autoveicoli privati. Gli attori reali coinvolti in questa transizione verso la non-sostenibilità nella mobilità sono le compagnie petrolifere e le società automobilistiche. Kyoto ha evitato di trattare la questione difficile e significativa dell'interruzione di quelle attività che sono causa di elevate emissioni, ha eluso anche la sfida politica alla regolamentazione degli inquinatori e all'imposizione di sanzioni nei loro confronti, in conformità ai principi adottati dal Summit della Terra di Rio. Ciò che ha fatto, invece, è stato mettere in atto un meccanismo di commercio di emissioni che, in realtà, ricompensa gli inquinatori, assegnando loro diritti sull'atmosfera e permettendo che questi diritti all'inquinamento diventassero oggetto di contrattazione. Oggi, il mercato delle emissioni è arrivato a 30 miliardi di dollari, ma ci si aspetta che raggiunga il trilione. Le emissioni di anidride carbonica continuano ad aumentare, mentre crescono anche i profitti da «aria fritta». La chiamo «aria fritta» in senso letterale, in quanto aria calda che porta al riscaldamento globale, e in senso metaforico, perché è aria fritta che si basa su un'economia finanziaria fittizia che ha sopraffatto, in dimensioni e nella nostra percezione, la vera economia. Un'economia d'azzardo ha permesso alle società e ai loro proprietari di moltiplicare il patrimonio senza limite e senza alcuna relazione con il mondo reale. Eppure, questi patrimoni sempre insaziabili cercano di prendere possesso delle risorse reali delle persone - la terra e le foreste, le aziende agricole e il cibo - per trasformale in denaro contante. Senza tornare al mondo reale non si possono trovare le soluzioni che aiuteranno a mitigare il cambiamento climatico. Un altro falso rimedio al cambiamento climatico è la promozione di biocarburanti a base di mais, soia, olio di palma e jatropa. I biocarburanti, combustibili ottenuti dalle biomasse, continuano ad essere la principale fonte energetica per le popolazioni povere del mondo. L'azienda agricola ecologica e biodiversa, ossia biologicamente varia, non è solo una fonte di cibo, è anche fonte di energia. L'energia per cucinare deriva dalle biomasse non commestibili, come sterco bovino essiccato, steli di miglio e gambi di leguminose, da specie agroforestali presenti sui terreni boschivi di proprietà dei villaggi. Gestite in modo sostenibile, le comunanze dei villaggi sono da secoli fonte di energia decentralizzata. I biocarburanti industriali non sono i combustibili dei poveri, ma sono il cibo dei poveri trasformato in calore, elettricità e trasporti. I biocarburanti liquidi, soprattutto l'etanolo e il biodiesel, sono uno dei settori di produzione in maggiore crescita, stimolato dalla ricerca di risorse alternative ai carburanti fossili, da un lato, per evitare la catastrofica impennata di prezzo del petrolio, e dall'altro, per ridurre le sostanze ricche di amido, come mais, orzo e grano. L'etanolo viene mescolato con il petrolio. Il biodiesel si produce solo con sostanze vegetali, come l'olio di palma, l'olio di soia e l'olio di semi di colza. Il biodiesel viene mescolato al diesel. (...) Il settore dei biocarburanti è cresciuto rapidamente in tutto il mondo. Gli Stati Uniti e il Brasile hanno creato industrie per la produzione di etanolo e anche l'Unione Europea si sta mettendo di fretta al passo per esplorare il mercato potenziale. I governi di tutto il mondo incoraggiano la produzione di biocarburante con politiche a sostegno. Gli Stati uniti stanno spingendo le altre nazioni del terzo mondo ad introdurre la produzione di biocarburante in modo da soddisfare i propri fabbisogni energetici, anche se questo significa svaligiare le risorse altrui. È inevitabile che questa massiccia crescita della domanda di cereali si risolverà a scapito della soddisfazione dei bisogni umani, con i poveri incapaci di competere economicamente e tagliati fuori dal mercato alimentare. Nel febbraio dello scorso anno il Movimento dei Senza Terra brasiliano ha rilasciato una dichiarazione in cui nota che «l'espansione della produzione di biocarburanti aggrava la fame nel mondo. Non possiamo mantenere i serbatoi pieni mentre gli stomaci si vuotano». La deviazione delle risorse alimentari a risorse per produzione di carburante ha già innalzato il prezzo di granturco e soia. In Messico si sono verificate rivolte per l'aumento di prezzo delle tortillas. E questo non è che l'inizio. Immaginate quanta terra è necessaria per produrre il 25% del combustibile utilizzando le risorse alimentari. Una tonnellata di granturco produce 413 litri di etanolo. 35 milioni di galloni di etanolo richiedono 320 milioni di tonnellate di granturco. Nel 2005 gli Stati uniti hanno prodotto 280,2 milioni di tonnellate di granturco. Con la stipula del Nafta, gli Stati Uniti hanno distrutto tutte le piccole aziende agricole messicane, rendendo il Messico dipendente dal granturco Usa. È stato proprio questo il motivo alla base della rivolta zapatista. Oggi nel paese, in seguito alla conversione del granturco in biocarburante, il prezzo del granturco ha subito un forte rialzo. I biocarburanti industriali vengono promossi come fonte di energia rinnovabile e mezzo per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Tuttavia, ci sono due inoppugnabili ragioni ecologiche che spiegano perché la conversione di colture come soia, granoturco e palma da olio in carburanti liquidi possa aggravare il caos climatico e il carico di CO2. In primo luogo, la deforestazione causata dall'espansione delle piantagioni di soia e di palme da olio sta portando a un aumento di emissioni di CO2. Secondo le stime della Fao, ogni anno vengono rilasciati nell'atmosfera 1,6 miliardi di tonnellate di gas a effetto serra provenienti dai disboscamenti, tra il 25 e il 30% dei gas totali. Entro il 2022 le piantagioni per la produzione di biocarburante potrebbero avere distrutto il 98% delle foreste pluviali indonesiane. (...) In secondo luogo, la conversione di biomassa in carburante liquido comporta l'impiego di quantitativi di carburante fossile maggiori rispetto a quello che sostituisce.La produzione di un gallone di etanolo richiede 28.000 Kcal. Un gallone di etanolo fornisce 19.400 kcal di energia. Un rendimento energetico pari al 43%. Gli Stati Uniti si serviranno del 20% del proprio granturco per produrre 5 miliardi di galloni di etanolo, che sostituiranno l'1% dell'uso di combustibile. Se si dovesse impiegare il 100% del granturco, si sostituirebbe solo il 7% del petrolio totale. Non è certo una soluzione questa, non per controbattere i prezzi record del petrolio, e né per mitigare il caos climatico. (David Pimentel alla conferenza IFG sulla "Triplice crisi", Londra, febbraio 23-25, 2007) Ed è fonte di altre crisi. Per produrre un gallone di etanolo vengono usati 1700 galloni di acqua. Il granturco necessita di più azoto fertilizzante, insetticidi ed erbicidi di qualsiasi altra coltivazione. Questi falsi rimedi finiranno per accrescere la crisi climatica, aggravando e acuendo al contempo la diseguaglianza, la fame e la povertà. Esistono, tuttavia, soluzioni reali che possono mitigare il cambiamento atmosferico ed anche influire sulla riduzione della fame e della povertà. Secondo il Rapporto Stern, l'agricoltura è responsabile del 14% delle emissioni, lo sfruttamento del terreno (con riferimento soprattutto alla deforestazione) lo è del 18% e il trasporto del 14%. All'interno di questo computo rientra il crescente fenomeno del trasporto di derrate fresche, che potrebbero essere coltivate in loco. L'agricoltura che fa uso della chimica industriale, nota anche come Rivoluzione Verde (Green Revolution) quando venne introdotta nei paesi del Terzo Mondo, è la fonte principale dei tre gas a effetto serra: anidride carbonica, ossido di azoto e metano. L'anidride carbonica viene emessa quando si utilizzano carburanti fossili per i macchinari e per il pompaggio dell'acqua dai pozzi, per la produzione di fertilizzanti chimici e pesticidi. I fertilizzanti chimici emettono azoto ossigeno che, come gas serra, è 300 volte più letale dell'anidride carbonica. Infine, l'allevamento di animali a granaglie è la fonde principale di metano. Gli studi indicano che un passaggio da una dieta a base di granaglia a una dieta biologica a base erbacea potrebbe ridurre fino al 50% l'emissione di metano attribuibile al bestiame. Non tutti i sistemi agricoli contribuiscono, tuttavia, alle emissioni di gas serra. L'agricoltura ecologica e biologica diminuisce le emissioni sia riducendo la dipendenza da combustibili fossili, da fertilizzanti chimici e da alimentazione intensiva, sia assorbendo un maggiore quantitativo di carbonio nel terreno. I nostri studi dimostrano un aumento di sequestro di carbonio fino al 200% nei sistemi biologici biodiversi. Quando «ecologico e biologico» si combinano a «diretto e locale», le emissioni vengono ulteriormente ridotte, grazie alla riduzione del consumo energetico per il trasporto del cibo, l'imballaggio e la refrigerazione. Il sistema alimentare locale ridurrà la necessità di incrementare l'agricoltura nelle foreste pluviali di Brasile e Indonesia. Con una transizione tempestiva, potremmo ridurre le emissioni, aumentare la garanzia e la qualità del cibo e migliorare la resistenza delle comunità rurali nell'impatto col cambiamento climatico. Optare per una transizione dal sistema alimentare industriale globalizzato, imposto da Omc, Banca Mondiale e Agribusiness globale, a sistemi alimentari ecologici e locali, rappresenta una strategia di mitigazione e di adattamento al cambiamento climatico. Protegge i poveri e protegge il pianeta. Lo scenario post-Kyoto deve necessariamente includere l'agricoltura ecologica come soluzione climatica.
Traduzione di Laura Pagliara
La produzione teorica di Jonathan Simon ruota attorno a quella secolare «guerra al crimine» che i vari governi statunitense stanno combattendo. Docente all'Università della California, ne ha ricostruito la storia in alcuni libri, purtroppo non tradotti in Italia, eccetto questo Governo della paura (Raffaello Cortina, pp. 403, euro 29), nel quale Simon concentra la sua attenzione sulle politiche della sicurezza statunitensi in quanto politiche di controllo sociale contro gruppi specifici della popolazione, dagli afro-americani ai latinos, dai poveri a uomini e donni di origine araba. E di come la privatizzazione del sistema penitenziario assieme alle politiche di «tolleranza zero» costituiscano appunto aspetti della trasformazione del «penale» in un dispositivo di uno stato di sicurezza nazionale. Così, mentre la tolleranza zero ha solo relegato ai margini delle metropoli gli «scarti umani» prodotti dal neoliberismo, le campagne mediatiche sulla diffusione delle droghe pesanti, della pornografia, della piccola criminalità alimentano una vera e propria settore economico, che combina tecnologie della sorveglianza, vigilantes, sviluppo di quartieri blindati (le cosiddette gated communities) e costruzione di penitenziari «privati». Nell'intervista che segue Jonathan Simon ha mostrato interesse anche su ciò che sta accadendo in Europa sulle politica della sicurezza e la militarizzazione della repressione contro i migranti. Per Simon, in Europa come negli Stati Uniti, la retorica sulla assenza di sicurezza non ha nessun riscontro empirico.
Negli Stati Uniti le politiche sulla sicurezza e contro la criminalità sono spesso motivate dalla convinzione che il criminale ha sempre un volto colorato: gli afro-americani, i latinos, gli asiatici. Si potrebbe dire che tutte le politiche contro la criminalità sono anche anche politiche di controllo sociale contro le minoranze etniche. Una sorta di riedizione razziale delle «classi pericolose» ottocentesche. Lei che ne pensa?
Sì, negli Stati Uniti le politiche contro la criminalità sono sempre state parte integrante delle politiche di controllo sociale delle minoranze. Questo emerge con più forza da quando esistono le cosiddette «prigioni in affitto», cioè quella privatizzazione del sistema penitenziario che ha caratterizzato spesso gli stati del sud, dove la popolazione carceraria è in stragrande maggioranza di origine afro-americana. Lo stesso si può dire di molte norme sulla sicurezza interna, laddove hanno ripristinato forme di segregazione razziale, in maniera esplicita sempre nel Sud, informalmente negli stati del Nord. Ciò che nei miei studi ho però voluto sottolineare è la continuità della politica statunitense nella «guerra al crimine» che ha sempre combinato repressione e retorica sui diritti civili dei detenuti. Una combinazione che non è venuta meno nemmeno durante la cosiddetta la «rivoluzione dei diritti civili». Negli anni Quaranta del Novecento, la componente «liberal» del Congresso, chiedeva repressione e al tempo stesso sosteneva anche che il «crimine dei negri» era il sintomo di un diffuso malessere sociale che richiedeva un massiccio intervento federale contro la povertà. Eppure furono emanate leggi molto repressive che colpirono duramente gli afro-americani. Negli anni Ottanta, il partito democratico aveva la maggioranza nel congresso. Eppure, con l'appoggio di molti leader della comunità afro-americana, ha proposto e fatto approvare leggi che prevedevano pene durissime sulla produzione e vendita di droga. L'obiettivo era contrastare la diffusione del crack e della cocaina, ma si tradussero in un aumento indiscriminato delle pene inflitte agli afro-americani. Sono questi gli anni in cui la retorica dei diritti delle vittime del crimine cerca e trova legittimazione negli anni Sessanta, quando le associazioni per le libertà civili sostenevano che le vittime di una qualche ingiustizia erano titolari di particolari diritti e che lo stato doveva intervenire per tutelarli. Non sostengo che il movimento sociale degli anni Sessanta sia responsabile di questa combinazione infernale di discriminazione razziale e politica dei diritti civili. Ciò che ho constatato nelle mie ricerche è che molti americani hanno appoggiato repressive politiche contro la criminalità utilizzando, cambiandogli di senso, l'ordine del discorso sui diritti inalienabili delle vittime di un'ingiustizia. E che erano esponenti politici e della società civile che facevano riferimento si al partito democratico che a quello repubblicano. L'obiettivo di imporre una supremazia bianca nel paese è largamente screditato, sebbene quella fosse l'aspirazione di molti elettori di entrambi i partiti almeno fino alla fine degli anni Sessanta. Tuttavia, l'obiettivo di garantire la sicurezza delle comunità - obiettivo che ha una lunga e contraddittoria storia negli Stati Uniti - è diventato egemone come obiettivo politico di entrambi i partiti, nutrendosi anche di contenuti razziali, visto che i nemici venivano individuati in questa o quella minoranza a seconda di chi parlava.
Alcuni studiosi sostengono che il governo della paura è in realtà una politica contro i poveri. Cosa ne pensa di questo punto di vista? la politica
Una volta con Michel Foucault discutemmo a lungo della tendenza in atto tra gli studiosi di porre l'attenzione sulla repressione esercitata dal potere, dimenticando però il modo di produzione del potere. In quell'occasione concordavamo sul fatto che se uno si concentra sulle politiche repressive è ovvio che giunge alla conclusione che la guerra al crimine è in realtà una guerra ai poveri. Ma questo, allora come oggi, è solo un aspetto di quelle che lei chiama governo della paura. Se infatti concentriamo l'attenzione anche sui dispositivi del potere come formalizzazione di determinati stili di vita, possiamo affermare senza essere smentiti che le politiche sulla sicurezza hanno al centro la difesa dello stile di vita della middle-class. D'altronde, è il ceto medio che, in nome della sicurezza, alimenta la costruzione delle comunità recintate negli Stati Uniti. Ed è il ceto medio che domanda alle imprese high-tech la produzione di programmi informatici e microprocessori che filtrano l'accesso a Internet, inibendo la connessione ad alcuni siti considerati «rischiosi». Ed è sempre il ceto medio che manda i propri figli a scuole dove la sicurezza è il marchio d'origine della vita scolastica.
La politica della sicurezza contribuisce allo sviluppo delle tecnologie della sorveglianza, dalle videocamere disseminate nelle metropoli al software per il «controllo» della rete o per il morphing, cioè il riconoscimento facciale. Per gli attivisti dei diritti civili o alcuni studiosi sono tecnologie che limitano la democrazia e rappresentano un attacco alla privacy. Cosa ne pensa?
Non ci sono dubbi che il «panopticon» della modernità che lei descrive è pagato dalla middle-class in nome della sicurezza. È stato chiesto che ci fosse un «Grande fratello» e chiunque mette in discussione la sua autorità è guardato con sospetto. Il segreto dell'iniziale successo della presidenza di George W. Bush è stato proprio l'insistenza sulla sicurezza e sulla necessità di uno stato forte che la salvaguardasse con ogni mezzo necessario. Le prigioni che dovrebbero tenere segregati i «nemici della società» sono però un luogo oscuro dove il potere non riesce a esercitare il controllo su chi ci vive.
Tanto negli Stati Uniti che in Europa la politica sulla sicurezza ha come obiettivo anche i migranti e altri gruppi della popolazione come i giovani, prendendo a pretesto il fenomeno delle bande giovanili. Negli Stati Uniti alcuni giornalisti e studiosi parlano di una strisciante guerra culturale contro le controculture perché considerate devianti. Perché, secondo lei, la polizia o il potere politico considerano i giovani dei nemici della società?
Da una parte i comportamenti giovanili sono definiti devianti come atto preventivo e sono colpiti per evitare che si trasformino in comportamenti criminali. Anche questa è una vecchia storia. Molti criminologi, da Cesare Lombroso in poi, hanno sostenuto che i giovani sono potenzialmente disponibili a intraprendere attività criminali. Sono quindi i bersagli potenziali nella guerra alla droga, perché la consumano o la spacciano; inoltre sono dei potenziali criminali economici economiche, perché scaricano illegalmente musica, film e software dalla rete. La legislazione antimmigrazione è invece motivata dal fatto che i migranti sono anch'essi potenzialmente dei criminali, perché è la loro condizione sociale che li predispone al crimine. Inoltre, i migranti, in quanto stranieri, mettono in discussione la «sovranità» di un governo di esercitare il potere all'interno della propria nazione. In tutto il ventesimo secolo, i vari governi americani hanno guardato all'immigrazione come un problema di gestione del mercato del lavoro. C'era una domanda di forza-lavoro che veniva soddisfatta regolando l'accesso sorvegliato alla cittadinanza. Più recentemente, invece, i migranti sono diventati un problema di sicurezza nazionale. Non c'è dubbio che l'attuale regime di governo della paura abbia le sue radici negli anni Sessanta, quando appunto i migranti sono stati affrontati come un problema di criminalità, perché vivevano, in quanto clandestini, nell'illegalità. È stato un cambiamento di toni, di dettaglio se vediamo che le leggi che regolano l'immigrazione non hanno avuto grandi riscritture. Da allora, piano piano, l'equazione tra migrante e criminale è entrata nel senso comune. Tanto negli Stati Uniti che anche da voi in Italia c'è stata ed è tutt'ora vigente una politica repressiva contro i migranti. Ma è importante sottolineare che sono politiche che oltre a configurarsi come repressione della criminalità legittimano l'uso della discrezionalità da parte del governo e dell'amministrazione nel governare la popolazione. E la discrezionalità nega qualsiasi possibilità di controllo sull'operato del governo, perché la discrezionalità non prevede nessuna pubblicità sull'azione dei pubblici poteri. Il governo della paura deve essere quindi al riparo da sguardi indiscreti. Il contrario cioè dello stato di diritto.
Da domani viaggeremo con i conti in rosso, consumeremo più risorse di quelle che la natura fornisce in modo rinnovabile. Ci stiamo mangiando il capitale biologico accumulato in oltre tre miliardi di anni di evoluzione della vita: nemmeno un super intervento come quello del governo degli Stati Uniti per tappare i buchi delle banche americane basterebbe a riequilibrare il nostro rapporto con il pianeta. Il 23 settembre è l’Earth Overshoot Day: l’ora della bancarotta ecologica.
Il giorno in cui il reddito annuale a nostra disposizione finisce e gli esseri umani viventi continuano a sopravvivere chiedendo un prestito al futuro, cioè togliendo ricchezza ai figli e ai nipoti. La data è stata calcolata dal Global Footprint Network, l’associazione che misura l’impronta ecologica, cioè il segno che ognuno di noi lascia sul pianeta prelevando ciò di cui ha bisogno per vivere ed eliminando ciò che non gli serve più, i rifiuti.
Il 23 settembre non è una scadenza fissa. Per millenni l’impatto dell’umanità, a livello globale, è stato trascurabile: un numero irrilevante rispetto all’azione prodotta dagli eventi naturali che hanno modellato il pianeta. Con la crescita della popolazione (il Novecento è cominciato con 1,6 miliardi di esseri umani e si è concluso con 6 miliardi di esseri umani) e con la crescita dei consumi (quelli energetici sono aumentati di 16 volte durante il secolo scorso) il quadro è cambiato in tempi che, dal punto di vista della storia geologica, rappresentano una frazione di secondo.
Nel 1961 metà della Terra era sufficiente per soddisfare le nostre necessità. Il primo anno in cui l’umanità ha utilizzato più risorse di quelle offerte dalla biocapacità del pianeta è stato il 1986, ma quella volta il cartellino rosso si alzò il 31 dicembre: il danno era ancora moderato. Nel 1995 la fase del sovraconsumo aveva già mangiato più di un mese di calendario: a partire dal 21 novembre la quantità di legname, fibre, animali, verdure divorati andava oltre la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi; il prelievo cominciava a divorare il capitale a disposizione, in un circuito vizioso che riduce gli utili a disposizione e costringe ad anticipare sempre più il momento del debito.
Nel 2005 l’Earth Overshoot Day è caduto il 2 ottobre. Quest’anno siamo già al 23 settembre: consumiamo quasi il 40 per cento in più di quello che la natura può offrirci senza impoverirsi. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, l’anno in cui - se non si prenderanno provvedimenti - il rosso scatterà il primo luglio sarà il 2050. Alla metà del secolo avremo bisogno di un secondo pianeta a disposizione.
E, visto che è difficile ipotizzare per quell’epoca un trasferimento planetario, bisognerà arginare il sovraconsumo agendo su un doppio fronte: tecnologie e stili di vita. Lo sforzo innovativo dell’industria di punta ha prodotto un primo salto tecnologico rilevante: nel campo degli elettrodomestici, dell’illuminazione, del riscaldamento delle case, della fabbricazione di alcune merci i consumi si sono notevolmente ridotti. Ma anche gli stili di vita giocano un ruolo rilevante. Per convincersene basta confrontare il debito ecologico di paesi in cui i livelli di benessere sono simili. Se il modello degli Stati Uniti venisse esteso a tutto il pianeta ci vorrebbero 5,4 Terre. Con lo stile Regno Unito si scende a 3,1 Terre. Con la Germania a 2,5. Con l’Italia a 2,2.
«Abbiamo un debito ecologico pari a meno della metà di quello degli States anche per il nostro attaccamento alle radici della produzione tradizionale e per la leadership nel campo dell’agricoltura biologica, quella a minor impatto ambientale», spiega Roberto Brambilla, della rete Lilliput che, assieme al Wwf, cura la diffusione dei calcoli dell’impronta ecologica. «Ma anche per noi la strada verso l’obiettivo della sostenibilità è lunga: servono meno opere dannose come il Ponte sullo Stretto e più riforestazione per ridurre le emissioni serra e le frane».
Con la vicenda Alitalia e con l'ormai prossimo epilogo della trattativa sul modello contrattuale, entrambi recanti il sigillo dell'aquila confindustriale, si materializza il progetto di un nuovo paradigma economico, sociale, politico, il cui tratto distintivo è quello di una indiscussa egemonia del capitale sul lavoro. E si cementa un blocco politico-sociale che proietta definitivamente l'Italia fuori dalla sua Costituzione, stracciandone anche quel titolo III che disciplina le relazioni economico-sociali, fissando nel primato e nella tutela della dignità e della sicurezza del lavoro il limite invalicabile dell'iniziativa privata. Da una parte, c'è una cordata di avventurieri che rappresentano la versione affaristica, speculativa e usuraria del capitalismo italiano, clientes del governo e in sodalizio parassitario con esso. Costoro, nulla rischiando in proprio, impongono per Alitalia una soluzione che prevede il ricorso ai licenziamenti di massa, bilanciati da più lavoro e meno salario per i sopravvissuti alla mattanza, in cambio di un progetto di rilancio industriale che ha lo spessore di un foglio di carta. Mentre la sorte di 4.000 precari non è neppure oggetto di negoziato.
Dall'altra parte, Confindustria consegna ai sindacati un documento che spazza via la già tremebonda piattaforma sindacale, resa ancor più volatile dall'esser priva di qualsiasi mandato dei lavoratori. Con l'arroganza di chi pensa che ormai tutto le sia possibile, Confindustria mette a tema la liquidazione del contratto nazionale e, con esso, del sindacato. Il manifesto ha dato puntualmente conto, nei giorni scorsi, della luciferina coerenza del disegno. Quello che si delinea è il modello di un sindacato collaborativo, la cui funzione essenziale è di immolare i lavoratori al dogma della competitività, tutta costruita sulla flessibilità assoluta del mercato del lavoro e della prestazione. I lavoratori sono ridotti a combustibili del processo di accumulazione o, per usare le parole di Emma Marcegaglia a «complici» dell'impresa e delle sue ragioni. La rivendicazione di un'alterità, di una soggettività culturale e politica del lavoro è messa al bando come un'anacronistica velleità.
All'eutanasia del sindacato di classe corrisponde tuttavia un premio: la proliferazione di una pervasiva rete di commissioni bilaterali che sostituiscono la contrattazione, inibiscono il conflitto, assicurano al sindacato la sussistenza economica grazie alle quote di servizio obbligatorie che rendono via via ininfluenti quelle associative, volontarie. Il sindacato, dunque, sopravvive, ma come corpo burocratico, «parastatalizzato», gestore di servizi a domanda individuale, ingranaggio del potere costituito e di quella comunità solidale che è l'impresa. Un sindacato al quale è estraneo qualsiasi rapporto democratico con i lavoratori. Ciò di cui la Cgil discuterà nei prossimi giorni è dunque l'avvenire del sindacalismo italiano. La speranza è che prevalga in essa la forza (e la lungimiranza) di sottrarsi al ricatto di un finto negoziato che, nel perimetro dato, produrrà danni irreversibili. Dev'essere battuta l'idea nefasta secondo cui anche il peggior accordo è meglio che nessun accordo, perché qui non si tratta di arretrare i confini di una trincea difensiva: qui c'è la richiesta di capitolazione, la dichiarazione sottoscritta di subalternità del lavoro all'impresa. La grande responsabilità che la Cgil non può disattendere consiste nel rompere questa coazione suicidiaria e dedicarsi alla faticosa ricostruzione di una propria identità strategica. Ma intanto da qui, sull'orlo del baratro, è indispensabile fare un passo indietro.
Dr. Salzano, da tempo la seguivo, pensavo fosse persona accorta ed obbiettiva, purtroppo mi devo ricredere, ha dato una esposizione dei fatti a dir poco sconcertante. Seguo i fatti relativi al colle di Tuvideddu ormai da oltre due anni, lo faccio da cittadino che ha dato il suo voto al presidente Soru, lo faccio per cercare di capire se ho fatto bene o meno e questa vicenda per me funziona come una cartina tornasole. Le conclusioni sono inequivocabile, ho fatto un errore madornale a dare il mio voto a Soru.
Ma torniamo alla descrizione che Lei da dei fatti, il privato non ha ceduto una parte al Comune ma a ceduto la maggior parte, l’80% delle aree, aree private di gran pregio che vengono date ai cittadini, al posto di valutare positivamente questa cessione la si fa passare in secondo piano omettendo l’entità della cessione. Il privato ha tenuto per se i fronti di cava, le zone meno pregiate e maggiormente degradate, quelle sulle quali sorgevano gli imponenti capannoni della cementeria che per anni ha devastato il colle.
Lei parla delle sentenze come quisquigle come se i magistrati che hanno esaminato sicuramente migliaia di documenti avessero espresso un parere superficiale e insignificante come se non avessero parlato di sviamento di potere e uso distorto del potere (alias abuso d’ufficio).
Una domanda mi sorge spontanea: ma Lei ha mai visitato il colle di Tuvixeddu? Conosce la realtà dei luoghi?
Mi sa proprio di no
Caro signor Giusto, suppongo che lei si riferisca all’articolo che ho scritto per la rivista Carta. Ma dell’argomento mi ero occupato anche altre volte sul mo sito. Mentre la ringrazio per la sua considerazione (che spero sopravviva all’articolo) le rispondo sui tre punti che ella solleva.
1) Il suolo, ogni suolo, di per se non vale niente ai fini dell’edificabilità. Quel suolo in particolare non poteva certo essere utilizzato per coltivare vigne o fiori: anche se a questa utilizzazione fosse stato adibito, il suo valore sarebbe stato quello derivante dalla coltivazione agricola. Il valore che deriva dall'edificabilità è un valore attribuito dalla collettività. Quindi il proprietario non ha regalato niente: ha solo ottenuto 400mila metri cubi. Lei mi dirà: lei mi parla di ciò che sarebbe giusto, ma in Italia le cose vanno in modo diverso. È vero, in Italia le leggi riconoscono al proprietario del terreno una qualche edificabilità. Ma allora, se ci riferiamo alle leggi, ricordiamo anche cje la legislazione italiana, a partire dalla Costituzione, stabilisce che prima di ogni altro diritto e interesse viene quello pubblico di tutelare i beni culturali e paesaggistici; e questi, per fortuna, senza riconoscere nessun obbligo di indennizzo. L’unico indennizzo è quello per le spese legittimamente e documentatamente sostenute dal proprietario per affidamenti che ha legittimamente ottenuto dalla pubblica amministrazione.
2) Se lei ha letto la sentenza del Consiglio di stato (e sono certo che l’ha letta) si sarà reso conto che essa invalida la scelta della Regione per questioni di procedura, non di merito. Non ha detto quell’area non era meritevole di tutela: ha detto che la procedura adottata per tutelarla non era corretta. Riconosco che le procedure sono importanti, ma i nostri posteri piangeranno per il merito della vicenda, non per le procedure.
3) Mi chiede se ho visitato Tuvixeddu. Si, ho visitato e ammirato, grazie a qualche cancello sul versante di via Avendrace che era rimasto aperto. È un sito veramente meraviglioso, mi ha dato un’emozione impagabile. E nulla mi ha turbato e scandalizzato di più che vedere quei palazzoni al piede del colle e sulle tombe, e pensare a quegli altri palazzoni che pensano di costruire lassù in cima, e al giardinetto condominiale nel quale pensano di trasformare la necropoli. Ma quello che mi scandalizza di più, devo confessarle, è il fatto che tanti cagliaritani non si sentano custodi d’un patrimonio che è dell’umanità (e che – per converso – tanti italiani ed europei non abbiano idea di quale tesoro è in discussione). Ripeto spesso che quell’area mi ricorda l’area dell’Appia Antica a Roma, che un benemerito ministro (allora quello ai Lavori pubblici) seppe sottrarre trenta anni fa alle costruzioni. Mi auguro che anche questa volta un ministro (nella fattispecie quello dei Beni e delle attività culturali) venga in soccorso del benemerito Renato Soru, al quale va tutta la mia stima e solidarietà.
Lo «sporco ladro», il «lurido negro», l´intruso nel sabato notte dei milanesi, stavolta è risultato essere concittadino dei suoi assassini. Un italiano di nome Abdoul William Guibre. Esattamente com´è italiano il suo coetaneo Mario Balotelli – pelle scura e accento bresciano – che poche ore prima indossava la maglia nerazzurra sul prato di San Siro.
Adesso è prevedibile che il pestaggio mortale, suggellato dalle grida razziste degli aggressori, rinfocoli sentimenti popolari di segno opposto. Il nostro turbamento per la penetrazione dell´odio xenofobo come malattia sociale contagiosa. E viceversa il malumore diffuso di chi ci accuserà: ecco, trasformate un balordo in martire pur di ignorare che le «vere vittime» sono i cittadini minacciati da una criminalità ben riconoscibile nella sua connotazione etnica.
La corrente di pensiero delle «vere vittime» riunisce difatti quei vasti settori popolari che traggono sollievo da un governo italiano per la prima volta dedito a nominare i colpevoli, non come singoli individui, ma come categorie da eliminare. Il povero «Abba» Guibre, con la sua cittadinanza tricolore, incarna una variabile non prevista dal senso comune dominante. Ma ugualmente il vittimismo deprecherà l´attenzione eccessiva concessa a un episodio che, senza quelle grida razziste, chissà, forse sarebbe rimasto in cronaca locale.
Ora ha poco senso disquisire se l´esasperazione dei baristi che hanno subito il furto si sarebbe scaricata tale e quale, a colpi di spranga, pure su ladruncoli d´aspetto diverso. Mi auguro invece che i responsabili politici riconoscano in quella esasperazione – troppo spesso cavalcata e legittimata – motivo di riflessione e allarme. Ogni giorno veniamo a conoscenza di episodi di violenza spicciola che si verificano nei cantieri del lavoro irregolare, sulle strade dell´accattonaggio e della piccola delinquenza, perfino nel fastidio per la religiosità altrui. Queste tensioni sempre più frequenti, come già accaduto in altri paesi, potrebbero degenerare in conflitti metropolitani a sfondo etnico. L´Italia sta raggiungendo, del tutto impreparata, il livello di guardia. Se è vero infatti che la giustificazione della furia popolare può offrire nell´immediato vantaggi politici, ne conseguiranno inevitabilmente lacerazioni del tessuto sociale, problemi di ordine pubblico, degrado civile.
Nessuno strumentalizzi il linciaggio della Stazione Centrale, dunque. Ma, per favore, gli imprenditori politici dell´allarme-stranieri valutino il rischio di trasformarsi in apprendisti stregoni. Solo ieri il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, se la cavava con una generica invettiva («è una vergogna») di fronte al fermo in via dei Missaglia di un marocchino già 34 volte arrestato e due volte rimpatriato. Mica è facile impedire il ritorno degli indesiderati. Eppure De Corato non smette di annunciare l´espulsione degli abitanti di altri dieci campi rom della periferia, come se gli ottanta sgomberi già effettuati avessero alleviato il senso d´insicurezza dei cittadini. Con chi se la prenderà quando sarà evidente l´inefficacia delle sue minacce? Con i magistrati, con le forze di polizia, con l´esercito?
Così sta accadendo un po´ dappertutto: vengono suscitate aspettative che, una volta deluse, incrementano un surplus di rancore o, peggio, degenerano in giustificazionismo della vendetta «fai da te». Mi auguro che il nostro concittadino «Abba» Guibre, nuovo italiano come ce ne sono tanti, sia pure ladro di biscotti, sprangato a morte in una notte di fine estate, venga onorato nelle sue esequie dalla presenza del sindaco di tutti i milanesi, Letizia Moratti, che riempirebbe così di significato le sue nette parole di condanna. Perché sia chiaro che la Milano dell´Expo 2015 diventerà metropoli europea solo facendo sentire a casa loro, non ospiti provvisori e indesiderati, pure i suoi abitanti più recenti di nome Abdoul.
Il tema caldissimo di oggi è l’Alitalia, il tema appena meno scottante ma altrettanto infuocato è il federalismo fiscale. L’accoppiata sarebbe già di per sé esplosiva ma come non bastasse si colloca in un panorama politico estremamente teso e inquietante: una serie di annunci, di disegni di legge, di atti politici e amministrativi che hanno tutti il solo univoco effetto di accrescere le tensioni, inasprire i conflitti, mostrare la faccia feroce e la voglia di menar le mani all’insegna di uno slogan diventato ormai un "passepartout".
Lo slogan è stato inventato dal ministro dell’Interno che lo ripete a dritto e rovescio come una sorta di tic, di intercalare, ed è "tolleranza zero". È diventato il succo programmatico del governo e della sua maggioranza.
Evidentemente funziona e i sondaggi in favore del "premier" hanno toccato il culmine.
La gente vuole che si proclami tolleranza zero nei confronti di chiunque utilizzi i propri diritti di libertà in senso non conforme al senso comune ora in auge. Che poi la tolleranza zero realizzi risultati desiderati oppure no, questo non arresta l’onda d’urto d’una strategia "schiacciasassi" tipica nella storia europea degli ultimi cent’anni tutte le volte che pulsioni autoritarie abbiano, in nome di superiori ragioni di ordine e di sicurezza, ristretto i diritti di cittadinanza.
Speriamo che il "trend" attuale non ci conduca oltre il limite del populismo e delle favole narrate al popolo per distrarlo, ma questa sorta di ipnosi collettiva induce comunque a riflessioni preoccupate in un’epoca in cui si ridisegna la mappa politica ed economica del mondo.
Tolleranza zero, abolizione di fatto della legge Merlin sulla prostituzione, smantellamento della scuola pubblica dell’obbligo senza un progetto che abbia un senso, crescente pressione sui poteri e sull’indipendenza della magistratura inquirente, leggi elettorali che rafforzano il potere degli apparati confiscando ogni diritto di scelta dei cittadini, disprezzo dei valori costituzionali più sensibili, clericalismo di ritorno e impoverimento dei valori cristiani in una ritrovata alleanza tra la gerarchia ecclesiastica e il potere politico, inquinamento reciproco tra politica e affari, rivalutazione del fascismo da parte di ministri e di sindaci in carica: questo è lo sfondo allarmante di questa stagione.
La crisi dell’Alitalia e l’incognita del federalismo fiscale ne rappresentano i punti di massima tensione e di totale mancanza di progettualità. Non la fantasia ma il dilettantismo è oggi al potere. Non è la prima volta che accade nel nostro paese dove purtroppo la memoria è labile e non riesce a diventare matura esperienza.
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Il ministro Tremonti, nella sua lunga ricostruzione del disastro Alitalia esposta davanti alla commissione competente della Camera e successivamente riprodotta nel suo testo integrale su 24 ore di venerdì e di ieri, ha esordito dicendo: «Lasciamo da parte il confronto con le condizioni di Air France dello scorso aprile, era un altro contesto e un’operazione di altra natura».
Seguiamolo in questa sua raccomandazione iniziale, non senza tuttavia aver ricordato che l’offerta di Air France fu respinta dal combinato-disposto del rifiuto dei sindacati, dalla campagna scatenata da Berlusconi contro quel progetto e dall’insistente pressione a favore d’una cosiddetta cordata tricolore sponsorizzata da Banca Intesa.
Se oggi ci troviamo tutti di fronte ad un "malpasso" la responsabilità sta in quel rifiuto dovuto a due soggetti (sindacati e Berlusconi) e alla presenza d’un convitato di pietra in attesa di entrare in scena (Banca Intesa).
Per Tremonti invece le responsabilità incombono interamente su Prodi e Padoa-Schioppa, incapaci secondo lui di afferrare il bandolo della matassa e concludere.
Credo che ci sia stata un’inerzia di Prodi come ci fu, ancor più grave, nella questione dell’immondizia napoletana. Ma Tremonti dimentica almeno due passaggi essenziali avvenuti nel corso del governo Berlusconi e della sua presenza al ministero dell’Economia. Il primo passaggio sta nella valutazione patrimoniale di Alitalia: l’azione in Borsa valeva circa 10 euro nel 2001 e 1,57 nel 2006. Tremonti ha contestato queste cifre, ma il 24 ore dell’11 settembre le ha ricontrollate insieme alla banca dati della Thomson Financial e ne ha certificato l’esattezza. In cinque anni di legislatura il patrimonio della compagnia di volo ha perso dunque i 9 decimi del suo valore patrimoniale. Le cifre non sono opinioni e non hanno bisogno di commenti.
Il secondo passaggio riguarda la proposta dell’amministratore di Alitalia, Mengozzi, nominato a quella carica dal governo Berlusconi e quindi dallo stesso Tremonti. Mengozzi aveva in animo una fusione con Air France. Aveva negoziato a lungo e aveva ottenuto che la fusione fosse fatta attribuendo ad Alitalia il 30-35 per cento del capitale del network francese. Il governo però respinse la proposta. Anche qui c’è poco da commentare, i fatti parlano da soli.
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E veniamo all’oggi. Il governo ha emanato pochi giorni fa un decreto che spacca in due Alitalia: la società controllata dal Tesoro con in capo tutti i debiti, il personale, la flotta, i diritti di volo e i pochi soldi rimasti in cassa; una società sostanzialmente fallita, affidata dal Tesoro ad un commissario secondo le regole della legge Marzano appositamente riveduta per meglio adattarla al caso Alitalia.
A fianco del rottame Alitalia una nuova società di nuovissima istituzione, con 18 azionisti, un presidente (Roberto Colaninno) e un amministratore delegato (Sabelli), depurata da tutti i gravami e pronta a fondersi con Air One.
Sulla base della legge Marzano questa società figlia giovane e bella d’una madre vecchia e moribonda, potrà rilevare tutta la polpa di Alitalia e cioè gli aerei per l’attuazione del piano industriale, le rotte, il personale di volo e di terra necessari. Gli esuberi resteranno in capo alla società madre, così pure i debiti e il personale esuberante. Il prezzo ritenuto giusto da ambo le parti sarebbe attorno ai 450 milioni di euro.
Il capitale messo insieme dai 18 azionisti (tutti italiani) supera il miliardo. Il nome, nuovo di zecca, è Compagnia Aerea Italiana (Cai). Air One si fonderà con essa e i suoi proprietari otterranno 300 milioni portando nella Cai la flotta, le rotte, le opzioni per l’acquisto di nuovi aerei, il personale di volo. L’amministratore di Air One, Toto, entrerà nel capitale della Cai con 120 milioni e siederà nel consiglio d’amministrazione.
Il governo e soprattutto Berlusconi è entusiasta: in centoventi giorni la cordata italiana si è materializzata, il caso Alitalia è stato risolto, tutto è stato previsto: la sospensione per sei mesi delle regole antitrust, una benevola disponibilità della Commissione di Bruxelles a dare il disco verde all’operazione, l’entusiasmo degli azionisti della Cai. Molti di loro – in palese conflitto d’interessi – sono felici di esser adeguatamente compensati da alcuni affari sottobanco. L’amministratore di Banca Intesa, diventato da "advisor" dell’operazione azionista Cai, di fronte all’obiezione sugli affari non chiari di molti colleghi di cordata ha risposto che «i conflitti d’interesse saranno gestiti». Il capo dell’antitrust chiamato in causa dal senatore Zanda non ha risposto. Bonanni della Cisl manifesta disponibilità a collaborare.
Tutto insomma sembra andare a gonfie vele. Certo il Tesoro si dovrà accollare parecchi pesi: i debiti della vecchia Alitalia, gli esuberi di circa 7 mila unità di cui mille piloti; ma l’onore è salvo, perdite future non sono previste, gli esuberi saranno trattati con gli ammortizzatori sociali esistenti. Ma l’attivo sta nella resurrezione della compagnia di bandiera interamente rinnovata e tricolore, un taglio consistente ai vecchi azionisti, l’ingresso d’un vettore straniero con una quota di capitale non superiore ai 120 milioni. Che cosa si vuole di più? Berlusconi dove tocca fa il miracolo. I consensi degli italiani distratti e assuefatti (che sono al momento la larga maggioranza) sono alle stelle. Tremonti sentenzia: «La luna di miele del governo con gli italiani durerà molto a lungo, ci stiamo preparando a festeggiare le nozze d’argento».
Invece no. Poche ore dopo queste celebrazioni scoppia la tempesta. Ci siamo dentro tuttora e non si sa ancora come finirà.
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Il governo e insieme con esso il commissario di Alitalia, Fantozzi, il presidente di Cai, Colaninno, il leader della Cisl, Bonanni, si erano scordati della questione "contratti". O meglio: non se ne erano scordati ma l’avevano considerata di facile soluzione. I dipendenti – pensavano – non hanno alternative: se non accettano le condizioni offerte dalla Cai, la nuova società si ritirerà, l’Alitalia fallirebbe, 20 mila persone forse più, considerando anche il lavoro indotto, andrebbero in mobilità, anticamera del licenziamento entro qualche anno. Quindi accetteranno.
Ma i contratti, per consentire alla Cai di volare con profitto, debbono realizzare una diminuzione di costi del 30 per cento e un pari aumento di produttività. O così o niente, prendere o lasciare. Gli esuberi avranno ammortizzatori lunghi e corsie preferenziali per essere ricollocati, ma sui contratti e sulla produttività non c’è margine. D’altra parte furono proprio i piloti ad affondare l’offerta di Air France. Dunque se la sono voluta. Chi semina vento raccoglie tempesta. E poi il mercato è il mercato.
Invece i piloti, gli assistenti di volo, il nucleo duro dei dipendenti, non ci stanno. All’inizio sembra una manfrina ma col passare dei giorni si vede che no, non è la solita sceneggiata sindacalese. I piloti alla fine si alzano dal tavolo e se ne vanno. Berlusconi chiama Colaninno, Sacconi chiama i sindacati, Matteoli chiama i piloti, Passera chiama tutti, ma la questione sembra ormai chiusa: Cai conferma che non può fare modifiche alla sua piattaforma, i piloti confermano che a quelle condizioni è inutile continuare. Berlusconi ha un momento di sconforto ma poi torna in battaglia: ha ancora qualche carta da giocare e la gioca.
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Alle ore 14 di ieri, sabato, Fantozzi incontra i sindacati e comunica che siamo alla fine: non c’è più un euro in cassa, i fornitori di carburante hanno comunicato che non faranno più forniture a credito, d’ora in poi la flotta Alitalia potrà contare soltanto sulle poche riserve esistenti nei depositi.
Per conseguenza a partire da domani lunedì alcuni voli saranno cancellati e il personale addetto verrà messo in cassa integrazione. I voli da annullare saranno 34. Gli altri e in breve l’intera flotta cesseranno di volare entro una settimana o poco più.
Tra i piloti e gli assistenti di volo la tensione sale alle stelle. Intanto si viene a sapere che il fornitore che ha chiuso i rubinetti del credito è l’Eni. Ennesimo paradosso: la compagnia di bandiera petrolifera non fa più credito alla compagnia di bandiera del trasporto aereo. Il governo è stato informato? Oppure governo ed Eni d’accordo stringono la tenaglia intorno al collo dei sindacati? Roberto Colaninno ha passato a Mantova la notte di venerdì e la mattina di sabato ma nel pomeriggio è all’aeroporto di Verona: rientrerà a Roma in serata. Questa mattina, domenica, inviterà i sindacati ad un colloquio finale.
Ha qualcosa da mettere sul tavolo? Sì, qualcosa ce l’ha. Si era tenuto una riserva da usare all’ultimo minuto e l’ultimo minuto è arrivato. Potrà migliorare il "monte salari" del personale da riassumere in Cai in misura del 20 per cento. Che cosa significa? Se aveva chiesto ai piloti una decurtazione stipendiale del 25 per cento rispetto gli stipendi vigenti, il 20 per cento di miglioramento significa che la decurtazione scenderebbe al 20. Basterà? Questa sarà l’ultima parola.
Ma c’è un però. Colannino non vuole trattare soltanto con i piloti. Se seguisse questa tattica le altre categorie dei dipendenti potrebbero esigere che quel 20 per cento di miglioria sia ripartito tra tutti. Da buon imprenditore Colaninno non ha nessuna voglia di imbottigliarsi in una questione di riparto, perciò la sua offerta sarà fatta al complesso delle sigle sindacali: vedano tra di loro come spartire l’offerta. Comunque entro oggi la questione dev’essere chiusa altrimenti lunedì mattina comincerà non più l’ultima fase ma l’agonia vera e propria di un malato terminale.
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Forse l’accordo oggi si farà: le probabilità si misurano al 51 per cento in favore dell’accordo in extremis contro il 49 che non riesca. Berlusconi, che era ormai con le spalle al muro perché il fallimento dell’Alitalia sarebbe stato per lui una catastrofe d’immagine senza precedenti, deve aver strizzato per bene Colaninno e i membri principali della cordata tricolore. Questi a loro volta avranno rincarato a propria compensazione i vantaggi extra che si aspettano dalla loro partecipazione.
Passera saggiamente aveva detto che i conflitti d’interesse debbono essere gestiti e il "premier" è un asso in quel tipo di gestione. Un’occhiata di riguardo non si può negare a nessuno dei 18 "capitani coraggiosi". Di occhiate di riguardo ne sono già state date parecchie, una di più non la si nega a nessuno pur d’assicurare il lieto fine.
Lieto fine per tutti? Forse per i piloti che rappresentano la nobiltà di spada tra i dipendenti Alitalia, forse per gli assistenti di volo che rappresentano la nobiltà di toga. Il popolaccio dei servizi a terra sarà il più strattonato, ma peggio per loro, qualcuno che trasporti i bagagli lo si trova sempre a buon prezzo magari tra i marocchini e i romeni per bene che fanno la coda per un posto precario.
E poi? Il finale della storia l’abbiamo già scritto domenica scorsa: tra cinque anni Cai avrà registrato una cospicua plusvalenza patrimoniale, gli azionisti venderanno e incasseranno. Cai entrerà a far parte di un bel "network" internazionale, tedesco o franco-olandese, perché nell’economia globale non c’è posto per una compagnia di volo come Alitalia, troppo grande per esser piccola e troppo piccola per esser grande. Così saremo tornati alla casella di partenza avendo perso un sacco di soldi e di tempo. Intanto il pifferaio suona il suo piffero e gli allocchi lo seguono incantati.
È in arrivo il federalismo fiscale, del quale riparleremo. Per ora si sono sentite molte parole ma non s’è visto nessun numero. Prima o poi però i numeri dovranno sbucare da qualche parte e bisognerà leggerli con molta attenzione.