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Le recessioni sono periodi duri, difficili, soprattutto per un paese come il nostro che proviene da 15 anni di stagnazione, con i redditi delle famiglie italiane rimasti al palo per così tanto tempo. Ma non sempre tutti i mali vengono per nuocere.

Durante le recessioni, infatti, si assiste ad una forte accelerazione dei processi di riorganizzazione e rinnovamento della struttura produttiva. Risorse male utilizzate si spostano verso impieghi più produttivi, nascono molte nuove imprese che prendono il posto di imprese che hanno ormai esaurito la loro spinta propulsiva, contribuendo a creare le condizioni per una forte crescita domani. Questa riorganizzazione è fondamentale per ridurre i ritardi strutturali del nostro paese, quelli alla base della stagnazione degli ultimi 15 anni. Abbiamo bisogno di cambiare radicalmente la nostra specializzazione produttiva per poter crescere almeno quanto gli altri paesi europei, rispetto ai quali continuiamo a perdere inesorabilmente terreno. Abbiamo bisogno di nuovi grandi imprenditori con idee nuove e non necessariamente solo un noto pedigree. Abbiamo bisogno di cambiare il management che in molte imprese famigliari ha una funzione di esecutore, quasi testamentario, delle volontà della famiglia proprietaria piuttosto che di chi deve valorizzare l’impresa. Guai a porre freni allora ai processi di riorganizzazione che avvengono durante le recessioni. Sarebbe come condannarsi ad avere oltre ai danni (di una diminuzione del reddito complessivo di un paese) anche la beffa di non aver approfittato della recessione per rinnovarsi. In questa particolare recessione c’è poi un’altra ragione fondamentale per cercare in tutti i modi di favorire (e certamente non ostruire) gli afflussi di nuovi capitali e investitori verso il nostro sistema produttivo. Il rallentamento della nostra economia è avvenuto sin qui per ragioni largamente indipendenti dalla tempesta in atto sui mercati finanziari. Ma la crisi finanziaria globale rischia sempre di più di metterci del suo nel rendere più acuta e più lunga questa recessione. Il modo con cui la crisi finanziaria si sta trasmettendo all’economia reale avviene attraverso il restringimento dell’accesso al credito da parte delle imprese. Ci sono, purtroppo, indicazioni che sempre più imprese italiane, soprattutto di piccole dimensioni, già oggi faticano a finanziarsi. Fondamentale perciò che trovino fonti di finanziamento alternative. Come pure fonti di finanziamento alternative devono essere disponibili per chi vuole approfittare dei costi più bassi che ci sono durante le recessioni per realizzare i propri sogni. Se chi ha delle buone idee imprenditoriali non è messo in condizione di metterle in atto, trovando finanziatori per i propri investimenti iniziali o per piani industriali di rilancio di imprese già esistenti, la crisi rischia di prolungarsi, di trascinarsi molto a lungo.

Il nostro presidente del Consiglio, tuttavia, sembra convinto che sia meglio ridurre il più possibile i flussi di capitale verso il mondo delle imprese. La scorsa settimana ha proposto di chiudere i mercati finanziari. Fortunatamente nessuno lo ha ascoltato: il vertice europeo di Parigi si sarebbe, infatti, chiuso con un ennesimo nulla di fatto se non fossero arrivate le notizie dalla Borsa di Tel Aviv in caduta verticale. In questa settimana direttamente o per interposta persona (solo così si spiega la sorprendente avversione all’Opa, la vera e propria cardiopatia del Presidente della Consob, Lamberto Cardia) ha proposto di adottare misure per proteggere le imprese quotate da acquisizioni «ostili». «Molte aziende italiane - ha affermato - hanno oggi una quotazione che non corrisponde assolutamente al loro giusto valore. Quindi credo che sono delle ottime occasioni per chi, disponendo di capitali e penso a certi fondi sovrani, volesse proporre delle Opa ostili».

Di qui la proposta di sospendere la cosiddetta passivity rule, quella norma che impedisce al management di società scalate di ostacolare l’acquisto della compagnia per difendere la propria poltrona. Lo possono fare solo su preciso mandato dell’assemblea degli azionisti. Strano che nessun giornalista, presente in quella occasione, abbia posto al nostro premier una semplice domanda: ostili a chi, signor presidente del Consiglio? Quelle che lei vuole evitare sono offerte pubbliche d’acquisto ostili all’Italia o all’attuale management delle imprese? Sono ostili alla nostra economia o alle grandi famiglie che fanno oggi il capitalismo italiano? Sono ostili ai piccoli azionisti che troppe volte sono stati trattati a pesci in faccia da queste grandi famiglie o alle scatole cinesi che hanno ingessato la governance delle nostre imprese? Il dubbio è legittimo. Nei giorni scorsi ci ha invitato tutti a tenere le azioni di società italiane per almeno due anni. Oggi ci chiede di stare attenti a chi le compra queste azioni e non vuole che aumentino di valore in seguito ad offerte pubbliche di acquisto. Vuol dire dunque condannarci a vedere diminuire ulteriormente il prezzo di queste azioni. Ci perdoni dunque l’insistenza: ostili a chi, signor presidente?

Domanda

Una domanda a quanti preconizzano effetti virtuosi sul sistema produttivo (e in generale sull’economia italiana) della crisi mondiale in atto. È noto che le aziende italiane (gli imprenditori? I capitalisti? I manager? Insomma, quelli che decidono sull’uso della proprietà degli strumenti di produzione) hanno spostato, soprattutto negli ultimi decenni, una parte rilevante dei loro investimenti dalle attività suscettibili di creare profitto a quelle capaci di formare rendite, finanziarie e immobiliari. Gli effetti “virtuosi” della crisi aumenteranno o meno questa tendenza?

In una collettività nazionale che non ha mai brillato per spirito e rigore «repubblicani», la scuola pubblica è uno dei rari luoghi in cui si pratica un certo rispetto dei principi costituzionali, in primis il diritto all'istruzione e alla non-discriminazione. È anche una delle poche istituzioni che non hanno chiuso gli occhi di fronte alla pluralizzazione culturale crescente della società italiana, attrezzandosi per affrontarla sul piano educativo e culturale. Oggi tutto questo appare lontano come la luna, di fronte al radicale salto di paradigma costituito dalla mozione approvata dalla Camera. La norma che istituisce le classi differenziali per gli alunni stranieri che non superino test e prove varie è certo la ciliegina sulla torta di una «riforma» dell'istruzione di squisita marca reazionaria.

Discriminare alunni di origine «non autoctona» (e chi di noi lo è?) in base al criterio dell'imperfetta conoscenza della lingua italiana non è solo disconoscere la primaria funzione integrativa della scuola. È un gesto revisionista che cancella la storia che ha fondato la scuola pubblica in Italia: storia d'integrazione e di emancipazione d'innumerevoli generazioni «native» di ragazzi poveri, ignoranti, non-parlanti l'italiano; una storia che tuttora garantisce il diritto all'istruzione anche al ragazzo che parla solo il dialetto di Cassano Magnago o di Vittorio Veneto. In realtà, l'allontanamento, simbolico e reale, dalla scuola pubblica dei figli degli altri è qualcosa di più di una ciliegina sulla torta: è un tassello pesante nella costruzione di un paese del razzismo reale.

Un paese che non corre solo il rischio d'essere percorso da un'endemica e disseminata guerra fra poveri. Questa formula può finire per diventare luogo comune frusto e consolatorio: le guerre fra poveri si ricompongono lavorando «per l'unità della classe», come recita la vulgata marxista, e per un processo così lungo c'è sempre tempo... Può ridursi a luogo comune, se non si comprende che si è già compiuta la saldatura fra il razzismo di Stato e il razzismo popolare. Essa è stata resa possibile non solo dal ruolo svolto dai media, ma soprattutto dagli apprendisti stregoni che, trastullandosi con il paradigma securitario, hanno spalancato le porte dell'inferno del razzismo istituzional-popolare. Continuiamo a confidare nella capacità di ravvedimento della sinistra politica, benché il corteo nazionale dell'«orgoglio comunista», per quanto imponente, non lasci intravedere l'elaborazione di contenuti, né una massiccia inclusione nei suoi ranghi delle vittime reali e potenziali del razzismo. E dunque speriamo che, di fronte a norme che mirano a stravolgere il senso e la funzione di istituzioni-pilastro della democrazia, qualcuno a sinistra cominci a comprendere il senso strategico della battaglia contro il razzismo e per i diritti dei migranti. Va detto chiaro a chi ancora si attarda a fare distinguo: l'Italia governata dispoticamente da Berlusconi e pervertita dall'ideologia nazistoide della Lega Nord, resa più temibile dal culto dell'ignoranza, sta per diventare un paese strutturalmente razzista: un paese del razzismo reale, appunto.

ANDRO' via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".

La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d'animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un'imprevedibile popolarità, dall'odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall'invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia - e non il dolore - accresce la vita di un uomo. "Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?".

Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E' poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l'autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l'esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.

E' poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l'ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l'inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.

Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"".

A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano - quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie - sono sempre di più un affare della democrazia italiana.

La sua vita disarmata - o armata soltanto di parole - è caduta in un'area d'indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.

ANCORA una volta la Lega coglie il disagio, ma anziché risolverlo lo aggrava. Nessun altro paese civile ha infatti mandato i figli degli immigrati nelle classi differenziate, nessuno ha mai pensato di creare scuole speciali proprio perché la storia ha insegnato a tutti che le scuole speciali sono topaie dove si parla un unico codice, dove il cielo è basso e forse non è neppure cielo.

E tuttavia il problema esiste e - ripetiamo - ancora una volta è la Lega a segnalarlo, ma ancora una volta a testa bassa, senza cultura, con l´idea di imprigionare i disagiati nel loro disagio, con la ferocia sorridente o se preferite con la misericordia sadica di chi vuole affogare i naufraghi.

E´ sicuramente vero che la presenza di immigrati nei processi formativi rischia di rallentare la realizzazione del progetto didattico. Insomma, tutti capiscono che una scuola dove ci sono livelli molto diversi e lontani tende a modularsi sul livello più basso. E´ il grande problema che in tutto il mondo sta riqualificando l´insegnante, nel senso che nei paesi civili si cerca di mandare il professore migliore nel luogo del disadattamento peggiore.

Gli insegnanti ci sono per risolvere proprio questi problemi, per colmare le distanze. Per un bravo insegnante, i ragazzi sono tutti uguali, tutti bisognosi di informazioni e di formazione anche se ciascuno alla propria maniera. Ebbene, il professore migliore è quello che sa rispondere bene a tutti gli handicap, che sa affrontare ogni genere di ignoranza, sia essa linguistica matematica o filosofica, e conta poco che essa derivi da un impedimento psicologico o da una estraneità al linguaggio istituzionale, alla lingua nazionale. L´insegnante migliore - bisognerebbe spiegarlo alla ministra Gelmini - è quello che ha mille frecce nella sua faretra. Perché solo la quantità di frecce fa di lui un buon arciere. Non stiamo insomma parlando di sensibilità d´animo o di bontà di cuore, ma di formazione e di stipendio, degli strumenti che gli può dare solo l´università pubblica e non le fondazioni private che sono salotti aristocratici per gente danarosa.

E bisognerebbe dire alla Lega che l´Italia, almeno in questo, parte avvantaggiata. Nel nostro Paese, molto più che nel resto d´Europa, le differenze linguistiche non sono una novità. I nostri dialetti infatti erano lingue ben strutturate che tenacemente resistettero alla penetrazione dell´italiano. Il gran lombardo Alessandro Manzoni, uno dei monumenti della cultura nazionale, si dannò l´anima per tutta la sua lunga vita - «saremo salvi se uni» - sulla babele linguistica di un paese che aveva ospitato mille storie, mille culture, normanni e longobardi, aragonesi e papalini, ducati e regni e marchesati, il Piemonte dei Savoia, la Lombardia austriaca, il Borbone napoletano...

Non fu facile, ma ce l´abbiamo fatta. Anche perché nessuna Lega pensò di differenziare i ragazzi. Nessun ministro italiano ha mai immaginato ghetti per dividere i siciliani dai pugliesi o per allontanare i lombardi dai veneti o i toscani dagli abruzzesi. Eppure, quella era un´Italia nettamente divisa in classi, piena non solo di differenze linguistiche ma anche di disuguaglianze sociali. Ed era anche l´Italia delle "razze" a prendere per buono quel Lombroso che con la sua scuola dominò la cultura europea. Ebbene, quell´Italia non fu mai razzista, mai differenziata. Al contrario, mandarono gli insegnanti siciliani nelle scuole lombarde e quelli piemontesi in Calabria e in Lucania. Fu il caos a rendere ricca l´Italia. L´ordine della Lega la impoverirà retrocedendola al caos differenziato.

Forse sarebbe opportuno partire dal fatto che il «premio Nobel per l'Economia» non esiste. Quello che è stato assegnato ieri allo statunitense Paul Krugman, un economista neokeynesiano che insegna a Princeton, diventato celebre come editorialista del New York Times, è lo «Sveriges Riksbanks pris i ekonomisk vetenskap till Alfred Nobels minne» ovvero il «Premio della Banca di Svezia in memoria di Alfred Nobel». Ciò che condivide con i cinque veri premi Nobel (cioè quelli istituiti a suo tempo per volontà di Alfred Nobel) è il fatto che è l'Accademia Reale Svedese delle Scienze, a designare il vincitore. La differenza non è di poco momento perché ha a che fare con lo statuto dell'economia come scienza, anzi come scienza in grado di gettare luce su ogni aspetto della società e del comportamento umano, come sostiene l'economista Gary Becker che ricevette il premio nel 1992.

La Banca di Svezia e l'Accademia Svedese delle Scienze hanno non poca responsabilità nella creazione del clima culturale di adorazione del mercato che si è affermato negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni Settanta ed è poi dilagato nel resto del mondo fino ad oggi. Le loro scelte, amplificate dai media, hanno infatti consacrato come «Nobel» una serie di economisti ferocemente contrari a ogni intervento di regolazione del mercato, di cui il più celebre è Milton Friedman (premiato nel 1976 e deceduto nel 2006) ma il più importante è senza dubbio Friedrich Augustus von Hayek, un economista austriaco emigrato in Inghilterra, dove insegnava alla London School of Economics e poi negli Stati Uniti.

Hayek, premiato nel 1974, era convinto che ogni tentativo di dirigere l'attività economica non può che essere capriccioso e arbitrario e che anche modesti tentativi di pianificazione necessariamente conducono alla distruzione delle libertà individuali e al totalitarismo. La tesi, esposta organicamente nel suo pamphlet del 1944 La via della servitù, riassumeva abilmente le idee sull'economia spontaneamente adottate dagli americani fin dal Settecento, idee che ne fanno un'attività del singolo naturale, spontanea e prepolitica, in cui ogni intervento dello stato non può che essere dannoso. Non stupisce, quindi, che la maggioranza dei deputati repubblicani, solo due settimane fa, abbiano respinto in nome di questa ideologia il piano di salvataggio delle banche americane proposto dal ministro del tesoro Paulson, un loro compagno di partito che aveva semplicemente capito quanto vicina fosse la catastrofe.

La visione bucolica di una società «naturale» dove il cittadino vive del frutto della sua fatica e scambia le uova delle proprie galline con il latte del vicino è tanto profondamente radicata nella cultura americana che i manuali delle università partono spesso da lì, come sa chi ha letto quelli di Samuelson (premiato nel 1970) e Schelling (premiato nel 2005). Negli Stati Uniti, il ricordo della crisi del 1929 dev'essere considerato una parentesi: dopo i premi a Hayek e Friedman praticamente scomparve (fu il ministro del Tesoro di Clinton, Lawrence Summers, a dire che oggi tutti gli economisti «devono essere friedmaniani»). Per puro caso, il governatore attuale della Federal reserve, è uno studioso della Depressione, il che lo ha reso più sensibile ai segnali di pericolo di quanto non fosse la Casa Bianca.

Benché l'Accademia Svedese delle Scienze abbia premiato, negli anni, numerosi economisti neokeynesiani, come Amartya Sen nel 1998 e Joseph Stiglitz nel 2001, la sua responsabilità per il clima culturale di «adorazione del vitello d'oro» non può essere minimizzata, visto che ha attribuito il premio della Banca di Svezia a Robert Lucas (1995) e Robert Mundell (1999) ma, soprattutto a Robert Merton e Myrton Scholes nel 1997, consacrati per aver «sviluppato un metodo per determinare il valore dei derivati». Ora, è proprio la piramide finanziaria creata a partire da cartolarizzazioni, derivati e credit defaul swaps che è all'origine della crisi attuale (non certo finita perché ieri il Dow Jones ha riguadagnato il 7%). Ed è proprio l'impossibilità di attribuire un prezzo ai prodotti creati da Wall Street negli ultimi anni che è all'origine della paralisi dei prestiti interbancari.

Se un merito ha Paul Krugman, premiato ieri per i suoi lavori sugli scambi commerciali internazionali, scritti peraltro parecchi anni fa, è il fatto di aver scritto già nel 2000 che le bolle speculative (prima delle aziende che nascevano per sfruttare internet, le cosiddette dot.com e poi dell'immobiliare) non potevano che scoppiare. Oggi ci appare profetico il suo libro scritto nel 2001 Il ritorno dell'economia della depressione. Stiamo andando verso un nuovo '29?. Nel libro del 2003, The Great Unraveling, ripubblicava i suoi caustici attacchi all'amministrazione Bush, in particolare per il «capitalismo dei compari» che aveva portato allo scandalo Enron, per il taglio delle tasse (enormemente gravoso per il bilancio pubblico) e per la guerra in Iraq.

Occorre sottolineare che Krugman ha usato lo spazio bisettimanale che gli offre il quotidiano di New York per parlare non solo di economia, ma anche di guerra in Iraq, di Guantanamo, di violazione dei diritti costituzionali negli Stati Uniti. Una linea che ha provocato furiose reazioni dell'amministrazione Bush e pressioni sul New York Times (che ha meritoriamente resistito, pur chiedendogli di non scrivere più «Bush è un bugiardo»). In genere, i suoi commenti sul New York Times sono mediamente più a sinistra di quanto non siano il suo giornale e lo stesso Partito democratico americano (che spesso Krugman ha criticato).

Al contrario di quanto sosteneva ieri nel sito di Repubblica l'economista Francesco Daveri, l'Accademia delle Scienze le sue scelte di campo le fa eccome. Krugman è stato premiato perché, come sostiene Daveri, «ha cambiato il modo in cui gli economisti pensavano alla globalizzazione. Dopo le sue pubblicazioni, lo studio dell'economia internazionale non è stato più lo stesso»? Forse, ma quel che è certo è che, con quanto sta succedendo alla finanza mondiale, forse non sembrava opportuno premiare qualche altro teorico dei «mercati in equilibrio perfetto».

Tra gli studiosi progressisti, come John Kenneth Galbraith, Krugman è sempre stato considerato più un economista «alla moda» che non un teorico originale. La sua biografia professionale è rispettabile ma non eterodossa: nelle ultime settimane, per esempio, le sue ricette per uscire dalla crisi sono state molto British (è stato il primo a sostenere che la ricetta giusta era quella di interventi simili a quelli dei governi europei, come la Svezia negli anni Novanta e la Gran Bretagna in questi giorni). Tutto a suo merito, naturalmente.

Krugman è quindi una scelta che sarà apprezzata dalle sinistre nel mondo ma non è una voce nuova. L'Accademia delle Scienze Svedese forse non è più reazionaria ma certo non merita di diventare il nuovo maître à penser dei democratici (americani o italiani che siano).

Nel 2002 ogni veneziano aveva «a testa» 209,5 turisti (tra pernottanti ed escursionisti). Nel 2006, a fronte di 21 milioni e mezzo di visitatori, il rapporto con il numero dei residenti è salito addirittura a 1 a 349, con 60 mila visitatori in media al giorno e poco più di 61 mila residenti. Il confronto con Roma - dati del Ciset, il Centro internazionale di studi sull’economia del turismo - sa persino di paradosso: contando il solo numero dei turisti pernottanti, ogni residente nella Capitale ha in «dote» 8,9 turisti a testa, ogni veneziano (inteso come residente nel comune) ne ha 23,6, ogni abitante della città storica la bellezza di oltre 53 foresti. Una convivenza decisamente affollata.

D’altro canto, il turismo è economia. Sempre il Ciset ha calcolato un fatturato annuale di 1,5 miliardi di euro: ogni visitatore che dorme in città spende in media 150-180 euro (il 46% per l’alloggio, contribuendo con 1095 milioni al budget complessivo del settore); un escursionista improprio che dorme in terraferma, ma ha Venezia nel suo obiettivo, spende tra i 43 e i 51 euro al dì (180 milioni, il 12% del fatturato); l’escursionista puro non meno di 31-38 euro a testa (il 15% del fatturato, pari a 225 milioni).

Come chiunque ha sperimentato in questi anni, è in questo incontro-scontro di dati - l’economia e il peso dell’impatto che ricade su ogni residente - che sta il grosso dei problemi della città storica: trovare il punto di equilibrio, anche quanto a spese dei servizi. Temi che, negli ultimi giorni, si sono intrecciati con altri due dati. Da una parte, la tendenza al ribasso del mercato turistico veneziano (che risente delle congiunture negative internazionali), dall’altra l’introduzione dell’imposta di scopo tra le possibilità di autonomia economica per i Comuni previste dal ddl sul federalismo. Di ieri, il comunicato preoccupato degli albergatori veneziani dell’Ava che - pur a fronte di un settembre buono quanto ad arrivi, rispetto al difficile trend del 2008 - registrano un crollo di dieci punti nell’occupazione dei posti letto, scesa dal 90,28% del settembre 2007 all’80,53% di quest’anno. «Un calo accompagnato anche dal ridimensionamento del ricavo per camera, nell’ordine del 13,21%», sottolinea il presidente Franco Maschietto, «le flessioni più evidenti si sono osservate nel centro storico dove, a fronte di una variazione negativa di quasi 14 punti nel tasso di occupazione delle camere, si è osservata una decrescita dei ricavi del 14,64%». Flessioni dimezzate a Mestre.

Complessivamente, tra gennaio e settembre, il calo delle presenze (quindi delle notti) è stato dell’11,83%, quello dei guadagni del 13%.

Calo di visitatori, certo, ma anche boom nel numero dei posti letto nei nuovi alberghi, ma in particolare nel più economico settore extralberghiero: dal 2000 ad oggi - dati Ciset - Bed&breakfast e affittacamere siano cresciuti del 450%.

«Una flessione c’è stata e sarà certamente confermata anche nel 2009, data la congiuntura», osserva Mara Manente, direttrice del Ciset, «ma credo soprattutto che ci sarà uno spostamento a favore degli escursionisti, che arrivano a Venezia per un giorno o pernottano in alberghi dell’entroterra. Comunque, come Ciset non abbiamo ancora elaborato lo scenario ufficiale per il 2009, perché la situazione è troppo volatile».

«C’è una necessità di governance del turismo e il bisogno che questo settore contribuisca al mantenimento della città», prosegue Manente, «la tassa di scopo è un’opportunità, per quanto da calibrare con attenzione, non rivolta solo ai turisti, ma anche agli operatori privati, agli enti pubblici. Certo il momento non è dei più propizi, data la negativa congiuntura internazionale, ma d’altra parte il Comune non può spendere a sua volta. Bisogna coinvolgere tutti i soggetti interessati». (r.d.r.)

Il sindaco di Orosei si è dimesso riferendosi esplicitamente al clima di intimidazione di tipo mafioso e alle forme di violenza (attentati, incendi e atti vandalici verso beni pubblici e privati) verificatesi in quest’ultimo anno e mezzo nel paese. Forme di criminalità connesse all’uso del territorio e che sono una specificità di limitate aree della Sardegna. Forme simili a quelle che troviamo in Calabria o in altre regioni meridionali dove, a differenza della Sardegna, c’è una criminalità organizzata che controlla il territorio.

Questi fatti conducono a due tipi di avvenimenti: le ordinanze di demolizione delle strutture abusive e la predisposizione del Piano urbanistico comunale. Non c’è un nesso diretto tra abusivismo e Puc, ma certamente sono entrati in rotta di collisione due modi tra loro contrastanti di intendere il territorio. Pur facendo dei distinguo tra le varie pratiche di abusivismo, esso comunque è una manifestazione di illegalità che in Sardegna continua a non essere percepita come tale perché non è considerato un disvalore a livello sociale diffuso. Accanto a ciò va posta la dichiarazione del sindaco di Orosei, secondo il quale meriterebbe attenzione il fatto che queste ordinanze siano rimaste chiuse nei cassetti del tribunale di Nuoro fin dagli anni ‘80.

Non posso entrare nel merito di questa inspiegabile lentezza giudiziaria che, tutta a un tratto, accelera il suo corso, il chiarimento all’opinione pubblica va fatto dagli organi competenti; entro invece nel merito delle questioni attinenti al piano urbanistico comunale, perché come Centro Studi Urbani abbiamo svolto a Orosei due ricerche nelle estati del 2007 e del 2008, su un campione di 300 persone per ogni ricerca. Le ricerche sono servite per cogliere le domande di qualità e le aspettative dei turisti e dei residenti proprio per dare all’amministrazione elementi conoscitivi per il piano urbanistico. Sottolineo che intervistare 300 persone, rappresentative di altrettanti nuclei familiari mediamente costituiti di 3-4 componenti in un paese che ha circa 6.000 abitanti, si traduce in risultati solidamente fondati scientificamente e che hanno un’alta probabilità di essere attendibili: basti pensare che molti rapporti nazionali del Censis sono fatti su un campione di 2000 persone.

Tra gli obiettivi del piano urbanistico segnalo: 1. la preservazione dei territori che non sono stati ancora compromessi; 2 la creazione di un modello di sviluppo turistico eco-compatibile, individuando nel centro urbano forme di accoglienza alternative a quelle dei villaggi tutto compreso nella fascia costiera; 3. la sottrazione dei beni costieri allo sfruttamento immobiliare e agli effetti devastanti delle seconde case e dei villaggi turistici. Come si può constatare dalla semplice elencazione di questi obiettivi, l’amministrazione di Orosei si è posta la finalità di introdurre regole di governo del territorio, orientate verso la salvaguardia del patrimonio esistente.

Ebbene, dall’indagine svolta tra gli abitanti di Orosei non abbiamo rilevato atteggiamenti conflittuali verso questo tipo di impostazione, semmai abbiamo registrato ulteriori richieste di qualità ambientale e culturale che vanno da un’efficiente struttura sanitaria al teatro, dalla domanda di riduzione dei flussi di veicoli dentro il paese alla dotazione di piste ciclabili e pedonali, e così via. Per ragioni di rigore devo sottolineare che sull’abusivismo le risposte sono state contrastanti e comunque sono stati molti gli intervistati che hanno dato all’amministrazione comunale la responsabilità delle demolizioni, piuttosto che censurare un comportamento illecito. Ciò ha supportato i risultati di una nostra ricerca sulla criminalità, secondo cui vi sono alcune aree della Sardegna dove, più che altrove, c’è un problema di legalità.

Pur tuttavia, come si concilia una domanda di normalità con il clima di intimidazione di cui ha parlato il sindaco di Orosei? Mi scuso con lui ma rifiuto di assegnargli il prefisso ex perché nutro la speranza che la sua comunità finalmente esca dal letargo e lo richiami con forza al ruolo di amministratore.

Per concludere, pongo alcuni interrogativi alla comunità di Orosei. Dei giovani professionisti (il sindaco è un avvocato e l’assessore all’urbanistica è un architetto) scelgono di investire gran parte del loro tempo nel governo della cosa pubblica, invece di trarre il maggior beneficio possibile dalla loro attività privata. Scelgono anche di non andar via come avviene invece in molti comuni della Sardegna. Avendo avuto studenti di Orosei e di altri paesi della Baronia, so che quella di dare il proprio contributo al luogo natio è un’esigenza nuova ma sempre più diffusa tra i giovani sardi più acculturati. Come mai la comunità non considera questi nuovi amministratori, probabilmente più ingenui di quelli di professione, ma certamente più ricchi sotto il profilo della passione e della cultura, una speranza per Orosei?

So bene che introdurre limiti di vario tipo in un territorio ricco sotto il profilo turistico, e perciò appetibile dal punto di vista della rendita immobiliare, inevitabilmente genera forti conflitti, ma non è arrivato finalmente il tempo che si smetta di pensare che sviluppo equivalga a edilizia nelle coste e che, anche in Sardegna, le regole vengano considerate le sole che possano garantire equità e sviluppo duraturo, invece di viverle come una limitazione di una presunta libertà individuale?

L’ultimo interrogativo riguarda la democrazia. Si possono avere diversità di vedute ed anche interessi privati da tutelare, ma il confronto va fatto nelle sedi pubbliche e con le diverse forme di partecipazione che ogni comunità può scegliersi in modo civile. Come mai in alcune aree della Sardegna, e Orosei rientra in queste aree, le controversie sono portate avanti con strumenti di intimidazione di varia natura? Prepotenza esercitata da un ristretto numero di persone ma che la maggioranza silente subisce. Non ritengo che in altri comuni ci sia meno conflitto politico, eppure - ne sono certa - le motivazioni addotte dal Sindaco di Orosei non starebbero mai alla base di eventuali dimissioni dei sindaci di Sassari e di Cagliari.

Postilla

Ho avuto l’onore di conoscere il sindaco di Orosei e la sua giunta. Ho potuto ammirare il lavoro che hanno fatto e stanno facendo. Considero l’esperienza della giovane giunta di Orosei una delle esperienze amministrative più positive nell’Italia di oggi; non a caso, un paio di articoli su Orosei sono nella cartella Pratiche di buongoverno, e non a caso vorremmo prolungare la prossima Scuola estiva di pianificazione (che con ogni probabilità terremo ad Alghero nel settembre 2009) con una visita a quella città della Baronia.

Anch’io, come Antonietta Mazzette, avevo avuto la sensazione che i cittadini di Orosei fossero maturi – culturalmente e umanamente – per comprendere l’eccezionale positività dell’esperienza che vivevano e per condividerla. La speranza è che gli abitanti di quel meraviglioso territorio, ancora ricco di un saggio equilibrio tra vita dell’uomo e vita dell’ambiente, si raccolgano attorno al loro Municipio: che non è un Palazzo, ma un pugno di uomini coraggiosi, dotati di buona volontà, competenza e saggezza, e li stimoli ed aiuti a resistere e ad andare avanti sulla strada fruttuosamente iniziata (e.s.)

ANCORA una volta è la Chiesa a ricordarci dove sta il giusto e lo sbagliato e ad ammonirci che l’Italia tradisce i diritti umani. La politica (quella del governo) è non soltanto insensibile al giusto ma è colpevole di non perseguirlo. È colpevole di violare i diritti fondamentali promuovendo una legislazione e un’ideologia che sono razziste nei contenuti e nello spirito, perché escludono e criminalizzano chi ha come unica colpa quella di non essere "uno di noi". La parola razzismo spaventa, ma deve essere pronunciata, ha scritto molto giustamente Stefano Rodotà su Repubblica di qualche giorno fa. Deve essere pronunciata anche perché questa, solo questa, è la parola che riesce a descrivere quello che sta succedendo con sempre più frequenza nelle nostre città. Ovviamente, non è razzista la città di Milano o la città di Roma - razzisti sono gli individui quando usano un linguaggio che offende gli altri, i diversi. Negli anni ‘60 erano razzisti molti italiani del Nord verso gli italiani del Sud - ancora oggi, tra il lessico razzista in uso presso i leghisti, è facile trovare la parola "terrone". Gli italiani del Sud erano allora l’equivalente dei neri di oggi: fatti oggetto di parole offensive e denigratorie.

Non è necessario che al linguaggio segua la violenza perché ci sia razzismo e perché ci sia comportamento violento. Il linguaggio può fare violenza oltre che istigare alla violenza. E il razzismo è un linguaggio violento. È una forma di violenza che è prima di tutto un modo di pensare che riceve energia dalla pigrizia mentale. Il pregiudizio (del quale il razzismo si alimenta), vive della nostra inettitudine mentale e della nostra faciloneria, perché è poco faticoso associare molte persone sotto un’unica idea: tutte insieme senza distinzioni individuali, solo perché nere o asiatiche o mussulmane. Al razzista questi aggettivi dicono da soli tutto quello che egli vuole sapere senza fare alcuno sforzo ulteriore di conoscenza, osservazione, distinzione, analisi. «Sei nero, allora sei anche A, B, C». Questa faciloneria rende il razzismo un codice di riconoscimento: i razzisti vanno d’accordo, si riconoscono e si attraggono; rinforzano le loro credenze a vicenda e accorgendosi che non sono soli a pensare in quel modo concludono che hanno ragione, perché la maggioranza ha ragione. Proprio perché genera emulazione il razzismo è facilmente portato a espandersi; l’atteggiamento razzista non è mai "un fenomeno isolato" perché se una persona ha il coraggio di rivelarsi razzista in pubblico è perché sa di poter contare sull’appoggio dell’opinione pubblica. Ecco perché quando si legge a commento di un fatto di razzismo che si tratta di "un fenomeno isolato" si resta allibiti (io resto allibita): perché il commento è sbagliato e figlio della stessa faciloneria di chi ha commesso il fatto.

Questa è una osservazione di grande importanza, un’osservazione che si può comprendere prestando attenzione a quello che con superficiale supponenza molti osservatori italiani criticano degli Stati Uniti: il "politically correct". L’idea che ci si debba vergognare di usare un linguaggio razzista in pubblico (questo è il "politically correct") riposa sull’osservazione ben documentata che l’escalation di comportamenti riprovevoli è indotta dal consenso (anche implicito o tacito) da parte degli altri. Se so di essere in minoranza quando dico "sporco negro" mi guardo bene dal dirlo in pubblico. I moralisti tacciano questa strategia educativa di ipocrisia dimostrando così di non capire che molto spesso i vizi privati (e l’ipocrisia è un vizio) sono facitori di virtù pubbliche.

Ha scritto Jon Elster che una delle molle psicologiche che ha reso la deliberazione pubblica possibile (e con essa il radicamento della democrazia) è stata proprio l’ipocrisia, la quale ha per questo, quando esercitata nella sfera pubblica, una funzione civica. Qual è infatti quel deputato che in Parlamento ha il coraggio di dire apertamente di essere lì a rappresentare un interesse fazioso o l’interesse di qualcuno, che vuole fare leggi per se stesso e i suoi interessi? Sappiamo che questi comportamenti sono tutt’altro che rari eppure è raro che vengano così pubblicamente confessati. Anche chi è lì a rappresentare solo se stesso giustificherà le proprie proposte di legge con l’argomento dell’"interesse generale". Certo, è ipocrita; ma è un’ipocrisia che mentre mostra che quel deputato è inaffidabile denota anche un fatto di grande valore: che l’opinione generale ritiene ancora che sia l’interesse generale a dover essere perseguito dai rappresentanti non quello privato o della propria fazione. Insieme alla doppiezza del deputato, l’ipocrisia rivela, se così si può dire, una certa solidità della cultura etica democratica. Il problema sorge quando non c’è più ipocrisia, quando il deputato non ha alcun ritegno a dire apertamente la ragione vera della sua elezione.

L’autocensura del "politically correct" presuppone una società nella quale il razzismo non è un’abitudine mentale della maggioranza. Ma una società nella quale ciascuno sa di poter apertamente essere razzista senza venir mal giudicato o redarguito (punito cioè con la disapprovazione pubblica) è a rischio di barbarie. L’Italia ha di fronte a sé questo rischio. Sarebbe sbagliato mettere la testa sotto la sabbia o rifiutare di vedere. E ancora più sbagliato scegliere la strada assolutoria. Prima che alla violenza, e proprio affinché questa venga scongiurata, è quindi al linguaggio che occorre prestare attenzione, perché esso è il veicolo primo e più potente del razzismo, proprio a causa della natura del linguaggio, un mezzo con il quale costruiamo l’oggetto di riferimento e il suo significato, una costruzione che è condivisa da altri e imitativa, non privata e personale.

Il linguaggio può essere usato per deumanizzare o onorare, per spogliare della dignità o per dare dignità. Per stimolare comportamenti violenti o comportamenti civili. Per questa ragione tutti coloro che svolgono servizi di responsabilità collettiva - dai politici agli insegnanti ai giornalisti agli operatori dello spettacolo - devono sentire tutta la gravità del loro ruolo: perché le loro parole circolano più estesamente e velocemente di quelle di tutti gli altri cittadini e perché essi creano modelli di comportamento. Il fatto gravissimo è che in Italia, sui giornali, in televisione e perfino in Parlamento, si fa a gara per tirar fuori la parola più razzista o l’espressione più volgare e intollerante. E il pubblico ride, senza rendersi conto che ridicolizza se stesso per l’insipienza con la quale questa sua noncuranza trascina la società in una spirale di disunione e violenza, con prezzi altissimi per tutti, anche per i razzisti.

E' un momento malinconico per quelli che si occupano di pianificazione del territorio e segnatamente di infrastrutture. Un momento nel quale stanno naufragando, con un inedito consenso di maggioranza e opposizione, le pur modeste speranze di rivedere in senso migliorativo alcuni inefficaci strumenti di governo del settore dei trasporti e di correggere almeno le più recenti storture intese a rinunciare tout court a qualunque strumento di governo.

Avevamo sperato che la Legge obiettivo sulle opere strategiche, con tutta la sua bulimia e inefficacia, sarebbe stata rimossa dal Governo Prodi in nome di una sensata ripresa del Piano generale dei trasporti e della logistica (PGTL). Almeno per dare concreta attuazione alle riforme che nel PGTL erano solo enunciate: introdurre regole di concorrenza, puntare sulla integrazione dei modi, avviare alle diverse scale territoriali un sistema di programmazione coerente, nel quale le scarse risorse dei diversi soggetti istituzionali si aiutassero a raggiungere risultati consapevoli e valutati sotto il profilo socio-economico ed ambientale. Insomma un piano capace di coniugare l'interesse delle comunità locali e quello del paese nel suo complesso e soprattutto capace di rompere la struttura monopolistica dei costruttori e gestori di infrastrutture ai quali il paese, non da ora, ha completamente delegato la visione strategica e la programmazione degli interventi. Con il risultato che ciascuno di essi mira al rafforzamento del proprio potere non tanto in termini di conquista di fasce di domanda, che sarebbe anche positivo, ma in termini di accaparramento di risorse pubbliche da spendere a fini aziendali, non necessariamente coincidenti con l'interesse pubblico.

La sperata ripresa di governo del sistema avrebbe consentito di sfrondare e selezionare l'accozzaglia di promesse infrastrutturali attivate dalla Legge obiettivo e di riportare le decisioni di spesa ad un qualche disegno strategico di interesse nazionale, ad un qualche riconosciuto ordine di priorità ad una qualche motivazione condivisa circa l'uso delle risorse territoriali, ambientali e finanziarie. Risorse, è bene ricordarlo, già ora manifestamente scarse e tendenzialmente decrescenti.

Non è successo. L'immane macchina di interessi messa in moto dalla Legge obiettivo ha largamente prevalso; il Governo Prodi e per suo conto il Ministro delle infrastrutture si sono esibiti in una difesa di metodo e di contenuto della Legge Obiettivo e delle sue scorciatoie procedurali, nonostante la manifesta impossibilità di attuare gli investimenti promessi e le evidenti difficoltà amministrative, finanziarie e sociali originate dai progetti affrettati, predisposti a fini propri dagli stessi concessionari interessati alla loro realizzazione. Progetti di dubbia utilità, estranei e indifferenti non solo rispetto alla morfologia e ai paesaggi dei territori interessati, ma anche rispetto alle loro aspirazioni sociali e potenzialità economiche. Dunque progetti difficili da realizzare, "naturalmente" all'origine di dissensi e contestazioni, sottostimati dal punto di vista dei costi e sovrastimati dal punto di vista dei benefici.

Tranne alcune rare eccezioni, come il Ponte di Messina, il lunghissimo elenco di opere approvate dal CIPE sotto il Governo Berlusconi è stato sostanzialmente confermato. Anzi il ministro Di Pietro ha creduto bene di giocare il suo ruolo politico allungando ulteriormente quell'elenco attraverso la diretta contrattazione con ciascuna Regione, in un negoziato a due del tutto affidato alla discrezionalità dei soggetti e del momento. Dunque ancora una volta senza alcun disegno strategico, senza alcuna valutazione preventiva dei costi e dei benefici e, ovviamente, senza la più pallida idea degli effetti ambientali dell'insieme delle opere promesse. In piena elusione delle norme comunitarie che impongono di sottoporre Piani e Programmi a Valutazione ambientale strategica (VAS) proprio al fine di orientare tutte le decisioni verso una prospettiva di sostenibilità: che vuol dire tutela dell'ambiente, uso assennato e non distruttivo delle sue risorse e dei servizi che esso offre al nostro stare al mondo.

E' ben vero che del governo Prodi faceva parte anche un Ministro dei trasporti, il Ministro Bianchi, che proprio per rimediare alla insufficienza dell'approccio meramente infrastrutturale della legge Obiettivo aveva messo in cantiere un Piano Generale della Mobilità (PGM). Un Piano interessante che avrebbe potuto essere il luogo dove concertare tra Stato, Regioni, Operatori e Società civile una politica dei trasporti da "sistema paese". Ovvero una politica capace di porsi obiettivi non settoriali di funzionamento del sistema: obiettivi di assetto territoriale, di qualità ambientale, di equità sociale nella accessibilità offerta. Ma del promesso PGM, avviato attraverso la presentazione di Linee Guida, nulla è rimasto e non sembra che il Ministro Matteoli, che ha riunito ancora una volta la competenza in materia di infrastrutture e di trasporti, sia intenzionato a riprenderlo.

Oggi il nuovo Governo Berlusconi si trova in una ben scomoda posizione. Il tempo delle promesse facili, da concedere attraverso svelte sedute del CIPE sembra esaurito. Anche perchè ben poco resta ancora da promettere. Neppure lo sbandierato "ripescaggio" del ponte di Messina sembra sufficiente a ridare al Governo l'antico smalto. Ora si tratta di por mano alle realizzazioni, ma come era del tutto prevedibile non ci sono risorse sufficienti per farlo. E non ci sono le condizioni. Ad esempio l'abolizione generalizzata dell'ICI, tassa che oggi rappresenta una delle maggiori fonti di reddito comunale, costringe il Governo ad un trasferimento di risorse dalle casse dello Stato a quelle dei comuni per compensare almeno in parte il mancato gettito. E' notizia di questi giorni che il provvedimento ha dato luogo ad un ampio rastrellamento di fondi di ogni tipo, compresi in buona misura quelli destinati a viabilità, lavori pubblici e trasporti.

Intanto ognuno dei "beneficiati" reclama a gran voce il suo buon diritto alla definizione degli appalti, all'apertura immediata dei cantieri, alla riscossione del rendimento politico che accompagna l'avvio della sospirata grande opera.

In questo contesto stiamo assistendo impotenti ad un fiorire impressionante di iniziative tutte all'insegna del "fare per fare" affidato agli interessi del fare. Due esempi mi sembrano particolarmente significativi e giustificano ampiamente il forte tasso di malinconia di coloro che ancora credono nella necessità di programmare: il decreto di revisione delle tariffe autostradali e la Legge obiettivo della Regione Lombardia.

Il decreto che regola la questione delle tariffe autostradali e dei loro adeguamenti nel tempo, approvato qualche giorno fa dalla Camera modifica la precedente formula del Price cap e annulla l'obbligo, per le società concessionarie, di sottoporre gli adeguamenti tariffari al CIPE e ai suoi organi di controllo (NARS). Il Price cap era la formula complessa e flessibile attraverso la quale si era cercato di redistribuire anche a vantaggio degli utenti i sovraprofitti delle concessionarie. Il nuovo decreto cancella d'un colpo tutto questo: gli incrementi saranno automatici, non dovranno più sottostare né al CIPE né ad alcun organo di controllo, avranno valore per tutta la durata della concessione e aumenteranno le tariffe in misura pari al 70% dell'inflazione reale (non quella programmata). Le nuove regole, dapprima previste solo nella convenzione tra Stato e Autostrade per l'Italia sono state estese dal decreto prima ricordato a tutte le concessionarie: un enorme e indebito regalo che ne rafforza il potere monopolistico, con danno dei contribuenti e nessun vantaggio per l'amministrazione. E in più con il drammatico riformarsi del famigerato "partito dell'inflazione" sollecitato dall'automatica connessione tra livelli di inflazione e livelli tariffari.

Non meno preoccupante la Legge obiettivo approvata dalla Regione Lombardia. La legge è finalizzata a ridurre e dare certezza ai tempi delle procedure delle opere statali che interessano il territorio regionale. La Regione cercherà di concertare con i Ministeri intese di co-amministrazione. Ma se tali intese non fossero possibili e si verificassero ritardi nelle approvazioni, soprattutto in sede CIPE, la Regione potrà intervenire con propri provvedimenti per autorizzare e avviare le opere considerate strategiche. Già formulata cosi la legge mostra più di un profilo di incerta costituzionalità. Ma il vero fattore devastante è l'articolo che prevede la possibilità che le concessioni abbiano ad oggetto non solo la realizzazione e gestione delle infrastrutture, ma anche la valorizzazione della fascia di territorio più prossima, al fine di "ottenere maggiori introiti". La questione è complessa. L'appropriazione pubblica delle rendite generate dalla realizzazione di una infrastruttura pubblica è positiva e desiderabile. Ma nella formulazione della legge lombarda le condizioni sono opposte: si attiva speculazione edilizia e relativa rendita per generare risorse destinate a realizzare infrastrutture anch'esse prevalentemente determinate dagli interessi dei realizzatori e gestori. In tal modo si aggiunge allo sconsiderato uso del territorio per far cassa ormai forzatamente invalso nella pratica delle amministrazioni comunali un nuovo fattore di spreco e di degrado, per di più sottratto anche alle più elementari regole di pianificazione territoriale.

Non sembra il caso di attendere oltre per passare dalla malinconia all'indignazione e da qui ad una più costruttiva ricerca di alleanze per frenare una tale deriva.

Un’edizione più sintetica di questo articolo è in corso di pubblicazione sul numero di agosto del Bollettino di Italia nostra

Con legge ordinaria, con un emendamento, il governo Berlusconi rivoluziona la strategia della tutela, chiaramente nazionale, dei beni culturali e paesaggistici togliendola allo Stato, quindi al ministero per i Beni culturali, ed assegnandola al Comune di Roma o al nuovo Ente Roma Capitale.

In tal modo, aperta una clamorosa breccia nell’articolo 9 della Costituzione, spiana la strada per l’attribuzione della tutela ai Comuni. Nemmeno alle Regioni, come da anni alcune di esse chiedevano (la Sicilia la esercita già, malissimo), ma addirittura ai Comuni. Un altro colpo di clava alla unità culturale e politica della Nazione. Una autentica follia anche dal punto di vista gestionale.

Il nostro sistema di tutela, che rimonta addirittura alla lettera-manifesto di Raffaello a papa Leone X, poi ad Antonio Canova gran consigliere di Pio VII, al ceto politico giolittiano che ne raccolse la forte trama legislativa, allo stesso Giuseppe Bottai che intelligente riutilizzatore di quelle norme nelle due leggi del 1939, alla Costituzione e alle normative più recenti (come la legge Galasso e il Codice Settis-Rutelli), era e rimane un modello invidiato e imitato all’estero. Malgrado i finanziamenti scarsi, malgrado i concorsi rinviati per anni, malgrado mille acciacchi operativi, l’idea-forza di far esercitare la tutela ad organismi tecnico-scientifici il più possibile autonomi dal potere politico (tanto più da quello locale) e dalle sue pressioni ha salvato il Paese da disastri molto maggiori rispetto a quelli, pur gravi, intervenuti. I nostri centri storici si presentano, sin qui, abbastanza preservati. La rete dei musei è nettamente migliorata, semmai bisogna crederci, investire di più in essa. Il paesaggio, certo, ha subito e subisce duri colpi dal cemento, specie dopo che ai Comuni è stato sciaguratamente consentito di usare per la spesa corrente i denari incassati con gli oneri di urbanizzazione. Ma, ripeto, il sistema è valido, i soprintendenti (nonostante stipendi da 1.500-2.000 euro) sono spesso autorevoli. Negli anni di Tangentopoli non uno di loro è stato inquisito e condannato.

Si può, si deve potenziare questa struttura voluta come Ministero da Giovanni Spadolini. Invece la si intacca e la si demolisce, facendo oggi del nuovo Ente Roma Capitale e domani degli 8.101 Comuni gli organismi che decideranno tutto sul patrimonio storico-artistico, sull’archeologia, sul paesaggio, ecc. I controllati diverranno anche i controllori diretti. Gli organismi tecnico-scientifici saranno alle dirette dipendenze dei politici municipali. Fate voi.

Certo, l’articolo 9 della Costituzione parla di tutela in capo alla Repubblica, cioè allo Stato (come hanno riaffermato le sentenze, ma quanto contano oggi?, della suprema Corte) in uno, armonicamente, con Regioni ed Enti locali. Ma l’autonomia dei presidii rappresentati dalle Soprintendenze non è mai stata messa in discussione. Mai. Oggi basta un emendamento ad una legge ordinaria. È vero, Roma ha anche una Soprintendenza Capitolina. Fu una sorta di omaggio di Corrado Ricci alla capitale d’Italia quando disegnava con altri la rete delle Soprintendenze. È stata retta da studiosi come Carlo Pietrangeli e, di recente, come Eugenio La Rocca. Non ho nulla contro Umberto Broccoli, archeologo, da poco nominato dopo lunghi anni di lavoro come intelligente divulgatore culturale in Rai. Ma la sua prima intervista televisiva mi ha lasciato di sasso: ritiene di poter fare soldi prestando in giro statue e altri reperti archeologici di magazzino. Non sembra il massimo dei programmi scientifici. Sembra anzi una porta aperta all’idea fissa di “sfruttare” commercialmente il patrimonio.

E il ministro Bondi, che fa? Ha assistito docile a tagli che - lo denuncia la Cisl - riducono le risorse da 625 a 73 milioni in quattro anni e ne fanno perciò una sorta di “commissario liquidatore” del Ministero e dei suoi beni. Nelle Soprintendenze, dopo la pubblicazione del testo per l’Ente Roma Capitale e sue prerogative c’è fermento, allarme, indignazione, come nelle maggiori associazioni per la tutela. «Una autentica rovina», commentano storici dell’arte, archeologi, architetti, paesaggisti, urbanisti, bibliotecari, musicologi. Ma anche una clamorosa fesseria dovuta a quelli che Raffaello profeticamente chiamava «li profani e scelerati barbari», ma anche il suicidio di un Paese che vive sempre più di turismo e di turismo culturale. Bondi si occupa di tutt’altro: cliccate sul sito del ministero (www.mibac.it) e vedrete che il ministro-poeta occupa la prima pagina con ben tre rubriche: i suoi Appunti di viaggio (un must internazionale), la sua post@ coi cittadini e, udite udite, le sue recensioni librarie, la prima parla anche di Eros. Non di Thanatos, del suo moribondo ministero naturalmente. Ma si è accorto di fare la parte del necroforo per giunta sorridente?

"Niente case nell´Agro romano" Dal Pd a Italia Nostra, un coro di no

Giovanna Vitale

«Giù le mani dall'Agro romano». Dal Pd ai Verdi, da Legambiente a Italia Nostra, dal Comitato per il verde urbano all'Unione inquilini, dall'IdV alla Destra di Storace, è unanime il coro di no allo schema di delibera messa a punto dal sindaco Alemanno per invitare chiunque sia in possesso di un terreno agricolo a offrirlo al Comune per realizzare 25mila case popolari. Il bando per il reperimento delle aree di riserva, che in cambio della cessione di suolo offre ai privati la possibilità di costruire altrove, sarà approvato in giunta mercoledì prossimo: la chiave per aprire alla modica del nuovo Prg e alla cementificazione della cinta naturale della capitale.

«La distruzione dell'Agro romano sarebbe non solo uno scempio, ma un danno gravissimo per i cittadini» tuona l´assessore regionale all´Agricoltura, Daniela Valentini. «Nel Lazio, negli ultimi dieci anni, sono già spariti 127mila ettari di campagna, un territorio pari a una città come Roma» denuncia. «E con il bando di Alemanno le cose non potranno che peggiorare: il nuovo Prg, infatti, ha dato certezze, stabilito quali fossero le destinazioni d'uso dei terreni, stoppato la cosiddetta agricoltura d'attesa, quella cioè praticata dai grandi costruttori che, sperando nella trasformazione delle loro proprietà in zone edificabili, le ha di fatto immobilizzate, rese improduttive». Il j'accuse della Valentini è durissimo: «Alemanno ha rimesso in moto la caccia di suolo agricolo da parte degli imprenditori romani, facendo tornare la città agli anni peggiori della speculazione edilizia. La campagna è vitale per una metropoli come la nostra: un polmone verde che può essere volano di sviluppo per un´altra economia, capace di produrre ricchezza e servizi».

E sebbene il sindaco si dica «sconcertato per le polemiche: noi cercheremo di non compromettere l'agro romano, ma abbiamo ereditato dalla precedente amministrazione una dotazione massima per 6mila alloggi che sono assolutamente insufficienti a dare una risposta adeguata all´emergenza», le associazioni ambientaliste sono sul piede di guerra. Persino Italia Nostra, da sempre vicina al primo cittadino: «Il bando non modifica certo in maniera positiva il nuovo Prg», fa sapere la sezione romana, «meglio procedere alla demolizione e ricostruzione in aree degradate o dismesse». Verificando insomma «tutte le possibili soluzioni prima di intaccare irrimediabilmente il nostro patrimonio», esorta il segretario dell'Idv, Roberto Soldà. Cominciando magari da «un serio censimento del fabbisogno abitativo reale», suggerisce Massimiliano di Gioia dei Verdi. Perché è vero che «l'emergenza abitativa deve avere risposte giuste», sostiene Annamaria Procacci del Comitato verde urbano, «ma risparmiando nuove colate di cemento su un territorio prezioso, ormai molto ridotto dall'avanzata della città».

Timore al quale si associa l'Unione Inquilini («Si avvicina una nuova cementificazione, tanto più che Alemanno fa confusione fra social housing, alloggi da affittare a canone agevolato, e case popolari»), mentre Legambiente fa il calcolo dei possibili danni. «Le aree da reperire rientrano nei circa 24mila ettari destinati ad Agro romano vincolato», spiega il responsabile Territorio, Mauro Veronesi: «Ebbene, edificare 25mila appartamenti significherebbe realizzare quasi 9 milioni di nuovi metri cubi. Ritornando così alla prima versione del Prg varato dalla giunta Veltroni nel 2002, che prevedeva 770 ettari di aree di riserva poi faticosamente ridotte a 385. Con gli attuali indici edificatori, quindi, occorrerebbero ben 750 ettari di nuovo suolo da consumare, pari a 9 volte Villa Borghese, Pincio compreso». Esplicito il sospetto di Vladimiro Rinaldi, consigliere regionale della Lista Storace: «Non vorremmo che dietro la promessa di nuove case popolari ci fosse già un piano per spianare la strada dell'Agro romano alle ruspe».

Parla l'assessore all'Urbanistica Marco Corsini "Prenderemo soltanto le aree che servono"

Giovanna Vitale

«Prenderemo tutte le aree che servono ma solo quelle che servono». È questo lo slogan coniato dall'assessore all'Urbanistica, Marco Corsini, per spiegare la ratio del bando, da lui materialmente confezionato, sulle aree di riserva.

Assessore Corsini, molti temono che con il pretesto delle case popolari si apra la strada alla cementificazione selvaggia dell'agro romano...

«La giunta ha delineato una manovra nella quale l'interpello pubblico ai proprietari costituisce uno dei passi, ma non l'unico, per individuare le aree da destinare all'housing sociale. È comunque nostra intenzione non intaccare le zone pregiate, ma solo quelle compromesse. Occorre accantonare l'ideologia della sacralità dell'Agro».

Quindi il polmone verde della città sarebbe un inutile orpello?

«L'Agro è sì patrimonio di Roma, ma quando la città ne ha bisogno per il suo sviluppo deve poterne usare con la dovuta parsimonia. Ovviamente uso non vuol dire abuso: la nostra stella polare sarà il fabbisogno reale».

Ma scusi, con l'attuale Prg si potrebbero costruire subito tra i 6 e i 7mila alloggi, fino ad arrivare a 20mila. Perché non seguire questa strada anziché quella del bando?

«Uno dei punti critici dell'attuale Prg è la scarsa flessibilità, la sua distanza dai reali bisogni dei cittadini. È vero che ha delle potenzialità edificatorie, ma richiedono i tempi lunghi della fase attuativa, incompatibili con l'attuale necessità di far fronte all'emergenza».

Insisto: anche modificare il Prg richiede tempi lunghi. Allora perché non dar corso subito all'attuazione, anziché rimettere mano alla pianificazione varata meno di otto mesi fa?

«Il Prg va corretto perché non dà sufficienti garanzie di usufruire di aree per l'edilizia popolare e per le compensazioni che servono a tutelare le zone verdi di pregio».

Ma i romani quando vedranno queste benedette case popolari?

«Intanto noi censiamo le aree, faremo una graduatoria e le lasceremo lì fin quando non sarà definito il fabbisogno. Nel frattempo speriamo di inserirci nelle procedure accelerate prevista dal governo per il Piano Casa e di ottenere i poteri speciali di Roma capitale».

Ma ci vorranno anni...

«Sono processi lunghi, certo non domani».

Intanto è partita la caccia alle aree agricole nella speranza che voi le prendiate dando in cambio nuove cubature... Una bella speculazione non le pare?

«Si chiama cessione compensativa: cubatura al posto dei soldi per l'esproprio che l'amministrazione non ha. Comprare le aree a prezzi di mercato è impensabile».

L'assessore regionale Di Carlo propone però di aumentare la densità abitativa anziché espandere la città sull'Agro...

«Significa realizzare palazzi di 6-7 piani in periferia. Roma modello Tokio a noi non piace. La bassa densità abitativa contribuisce ad aumentare la qualità della vita dei romani. E va salvaguardata».

Postilla

Come sanno i nostri lettori, eddyburg è stato fra i più rigorosi censori del recente prg capitolino a firma Veltroni-Morassut, ma in questo caso il rimedio è ancora peggiore del male. La filosofia urbanistica che traspare dalle parole dell'assessore Corsini è di tale desolante arcaicità palazzinara da meritare solo un commento lessicale: anni di battaglie per la salvezza di una delle aree più preziose e fragili dal punto di vista naturalistico, culturale, storico, liquidati come "ideologia" sorpassata. E l'Agro romano viene sacrificato in nome dei due moloch di vecchia conoscenza: "sviluppo" e "flessibilità". Non stupisce che il più convinto riconoscimento al prg veltroniano sia elargito dall'assessore alle "potenzialità edificatorie". Nomina nuda tenemus (m.p.g.)

Le società occidentali vivono in una paradossale situazione che ripropone in tutta la sua gravità la lungimiranza del paradigma di Thomas Hobbes secondo il quale, proprio perché difficilmente razionalizzabile, la paura indistinta e generica è la condizione peggiore per l’affermazione della pace sociale. Al tempo di Hobbes erano i profeti religiosi e i fanatici ad alimentare quella paura con l’arma della retorica e del linguaggio apocalittico delle sacre scritture. Oggi è la stessa società liberale che sembra trovare economicamente e politicamente conveniente alimentare una paura indistinta e anonima per nemici che possono essere dovunque e che sono totali. In ogni epoca, la pace civile è stata minacciata da tiranni, dittatori o demagoghi. Si trattava di minacce visibili e identificabili.

Oggi è il sistema sociale stesso che genera panico e minaccia la pace. Scrive Jaume Curbet in un libro sulla insicurezza in uscita presso Donzelli che espressioni generiche come "insicurezza urbana", "criminalità organizzata", "disastro ecologico", infine "terrorismo" creano un tipo di paura che molto più di quella per i tiranni del passato tocca le corde più ancestrali ed è quindi più estrema e meno risolvibile. Questo rende il bisogno di sicurezza un bisogno mai appagato tanto che neppure lo Stato riesce a trasmettere sicurezza attraverso la paura della legge. L’indistinta paura si traduce in soluzioni che sono altrettanto indistinte - che mirano più a colpire l’immaginazione dei cittadini che a risolvere la loro insicurezza. In effetti, una volta che la paura è associata a un oggetto indistinto, è al contingente che si presta più attenzione. Questo spiega la richiesta da parte dei cittadini di interventi immediati o del "qui e ora"; richiesta di provvedimenti di emergenza e di decisioni esemplari; soluzioni effimere (e poco in sintonia con le procedure e la deliberazione democratiche) che servono essenzialmente a tenere sotto controllo i sintomi dell’insicurezza. La politica della sicurezza nell’era dell’insicurezza indeterminata e globale, dove tutti subiscono l’influenza di tutti, ha una funzione essenzialmente sedativa.

Chiamiamo sicurezza lo stato psicologico che ci viene dal credere di vivere in un ambiente immutato, uguale a se stesso. Quindi ogni turbamento dell’ordinario status quo è visto come fonte di sicurezza. Questo spiega il paradosso descritto da Zygmunt Bauman: sebbene le nostre siano tra le società più sicure, ciò nonostante, molti di noi si sentono più minacciati, insicuri e spaventati, e sono quindi più propensi a cadere in preda al panico e ad entusiasmarsi di tutto ciò che è relativo alla protezione e alla sicurezza. In un mondo nel quale il rischio prende i contorni dell’imprevedibile e dell’indefinito, ai cittadini non importa sapere che le cause del pericolo sono complesse e non riducibili a una; desiderano soltanto che i rimedi siano semplici, immediati e soprattutto vicini nel tempo e nello spazio; esperimentabili nella quotidianità. Per esempio, la globalizzazione dei mercati e delle speranze di benessere porta milioni di immigrati a cercare una vita migliore nel nostro continente e nel nostro Paese. La trasformazione multietnica di molti quartieri delle nostre città basta da sola a mobilitare la paura, una paura senza una causa specifica; la prima condizione per domarla è che gli immigrati siano pochi o che siano e restino invisibili; che infine, o soprattutto, contro di loro si mobiliti lo Stato (e i privati cittadini se necessario) con tutti i mezzi disponibili, anche se arbitrari e anche se incostituzionali. Purché se ne vedano alcuni esiti immediati, anche se minimi.

Ma un aspetto nuovo di questa "ossessione per la sicurezza" consiste nel fatto che essa è anche un business sotto molti punti di vista. Esiste un mercato della insicurezza il quale, come ogni altro mercato, deve per poter prosperare e quindi alimentare il bisogno di sicurezza. Ecco il circolo vizioso del quale sono vittima le società democratiche mature: la paura generica alimenta il bisogno di sicurezza ed è a sua volta alimentata da questo bisogno. In cima a questa catena vi è la sicurezza come affare (politico prima di tutto, ma non solo, perché le "aziende" che offrono sicurezza sono sempre di più). Alimentare la paura artificialmente, dunque: questa è l’arte delle agenzie che si occupano della sicurezza. Ma come produrre insicurezza artificialmente? Se è vero che la paura anonima e indistinta è all’origine del panico dell’insicurezza, non c’è modo migliore per tenerla viva che creare capri espiatori. La storia è prodiga di esempi: la caccia alle streghe, la caccia agli ebrei, la caccia ai sovversivi. L’odierna insicurezza urbana è alimentata artificialmente dalla retorica dalla paura del diverso: zingaro, nero, extra-comunitario, musulmano. È certo che l’origine della nostra criminalità (causa tangibile e documentata di giustificata paura) non sta per nulla qui: l’Italia ha una criminalità organizzata e spietata che strangola metà o forse più del suo territorio nazionale, eppure giornali e televisioni ci parlano quasi soltanto degli episodi di violenza che coinvolgono gli "altri".

La politica dell’insicurezza trova un naturale alimento nelle politiche neoliberali, quelle che oggi godono di maggiore stima presso i nostri governi, politiche orientate principalmente a rispondere alle richieste di sicurezza di una popolazione spaventata più che a risolvere i problemi e i diversi conflitti che stanno all’origine delle varie manifestazioni di delinquenza. Le politiche della sicurezza hanno preso il posto delle politiche sociali. La filosofia dei governi di destra, come quello italiano, è che se disagio si dà questo non è un segno di ingiustizia sociale, ma invece di cattiva sorte e disgrazia, oppure di incapacità personale o mancanza di merito. In ogni caso, la carità umanitaria e religiosa può meglio dello stato sociale curare queste piaghe. Spetta quindi alle associazioni civili, alla famiglia (alle donne in primo luogo, potente surrogato dello stato sociale in ritirata) e alle parrocchie occuparsi della povertà. Lo Stato dovrà al massimo dispensare tessera di povertà ai bisognosi e sostegno economico a chi li soccorre. Ma il suo compito è un altro: quello di occuparsi dell’insicurezza generata dalla paura. Il neoliberalismo libera lo Stato dall’impegno di promuovere politiche sociali (questo è il significato della sussidiarietà) per occuparlo intensamente nel compito repressivo. Dissociando il disagio sociale dalla sicurezza viene messa in atto un’interessante divisione del lavoro tra società civile e Stato: la prima si occupa del disagio, il secondo della sicurezza.

Il paradosso è che, vivendo della insicurezza lo Stato sarà naturalmente portato a alimentare la percezione della insicurezza. Esso ha bisogno di cittadini impauriti per essere legittimato nel proprio ruolo. Lo fa moltiplicando esponenzialmente le sue polizie perché, come si è detto, è l’azione esemplare che colpisce l’immaginazione; quindi il territorio più vicino deve essere soprattutto curato e pattugliato - i quartieri, le città (questo spiega il favore che incontra la retorica federalista). Insieme alle polizie di Stato nascono e si moltiplicano piccole polizie private, in un crescendo di offerte di sicurezza, la quale è, come ha scritto Ulrich Beck, «come l’acqua o l’elettricità, un bene di consumo, amministrato sia pubblicamente che privatamente per ottenere benefici». In ogni caso, le frontiere apparentemente forti tra sicurezza pubblica e sicurezza privata sembrano svanire e quella che è una paura indistinta per il non consueto e il diverso diventa una formidabile merce: venduta dai governi per tenere alta la tensione e quindi incrementare consensi, amplificata dai media che sono comunque un prodotto di mercato, recepita dai cittadini nella solitudine dei loro quartieri che una paura generica alimentata ad arte sta desertificando.

Smontato lo statuto dei lavoratori

L'ultima sorpresa del ddl Tremonti

di Sara Menafra

Sottotraccia, senza grandi clamori, la camera dei deputati si appresta a stravolgere ancora un po' il diritto del lavoro. E, già che siam lì, a limitare le competenze dei giudici del lavoro.

Il colpaccio è contenuto nel Disegno di legge 1441 quater, ultimo erede di quell'enorme disegno di legge (il 1441, appunto) che il governo aveva presentato a giugno, collegandolo alla finanziaria, per poi trovarsi costretto a spacchettarlo in quattro tronconi. Ognuno con un frutto avvelenato, compreso questo, a sua volta geometricamente smontabile in quattro pessime mosse.

La prima, contenuta nell'articolo 65, alla voce «Clausole generali e certificazione», ha l'obiettivo, neppure nascosto, di limitare l'azione del giudice del lavoro alla sola valutazione di legittimità. Il testo è piuttosto chiaro: «In tutti i casi in cui le disposizioni di legge contengano clausole generali il controllo giudiziale è limitato esclusivamente, in conformità ai principi generali dell'ordinamento, all'accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente».

Vuol dire, a farla breve, che il giudice del lavoro, non potrà andare oltre il controllo di legittimità. Lo spiega bene Claudio Treves, coordinatore del Dipartimento Politiche attive del lavoro nella Cgil: «Se prima un giudice, davanti ad un contratto a tempo determinato stipulato per l'aumento di produttività poteva valutare ed eventualmente sanzionare un contratto stipulato con un titolo inadeguato, adesso - chiarisce - dovrà valutare solo i requisiti formali del contratto».

Al comma due il quadro non migliora: «Il giudice non può discostarsi dalle valutazioni delle parti espresse in sede di certificazione dei contratti di lavoro», così come previsto dalla legge Biagi. E ancora - e siamo al comma 3 - «nel valutare le motivazioni poste alla base del licenziamento, il giudice fa riferimento alle tipizzazioni di giusta causa e di giustificato motivo presenti nei contratti collettivi ovvero nei contratti di lavoro stipulati con l'assistenza e la consulenza delle commissioni di certificazione», di cui parla sempre la legge 30. Tradotto, vuol dire che il magistrato dovrà limitarsi a controllare che il contratto stipulato concordi col patto su cui si basa. E, quindi, non sarà sottoposto solo alla legge, ma pure ad un accordo che in astratto (ma, a sentire i sindacalisti, anche in concreto) potrebbe contenere parecchi problemi di legittimità.

Infine, negli articoli successivi, il testo si propone di «incentivare» l'arbitrato per risolvere le controversie di lavoro. E ai lavoratori licenziati, precari o no, lascia come unica strada 120 giorni di tempo per proporre ricorso al giudice, chiudendo la strada alle richieste «non giuridiche» che in molti casi risolvevano il problema grazie alla mobilitazione sindacale.

Il Partito democratico ieri pomeriggio ha firmato comunicati di fuoco. L'ha fatto il ministro della giustizia ombra Lanfranco Tenaglia - «si fa carta straccia dello statuto dei lavoratori, si torna indietro a trenta anni fa» - e quello del Lavoro, Cesare Damiano - «è grave che il governo tenti in modo surrettizio di cambiare radicalmente il processo del lavoro».

Si sa già come andrà a finire. Anche se la legge dovesse subire qualche scivolone, come è già capitato alla riforma del processo civile cascata in aula grazie alle assenze dei parlamentari Pdl, queste norme rischiano di volare all'approvazione del senato. E chiudere il cerchio che in pochi mesi ha fatto fuori la stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione e, se non fosse stato per una modifica ottenuta dal pd in commissione, rischiava di limitare il diritto ai permessi retribuiti. Una riforma del lavoro vera e propria. Spacchettata e confezionata per un consumo rapidissimo.

Contratti, il triplo inganno di Marcegaglia

di Loris Campetti

Lavorare in pochi, lavorare tanto, cioè più di prima, per guadagnare se va bene come prima. E prima - meglio dire adesso - i salari dei lavoratori italiani erano i più bassi d'Europa. E' questa, in due parole, la ricetta alla base dell'ipotesi di accordo presentata dalla Confindustria a Cgil, Cisl e Uil. I contratti nazionali vengono ridotti al puro recupero di una sola parte dell'inflazione, e quelli di secondo livello vincolati da un legame totale e indissolubile degli eventuali aumenti salariali alla produttività, all'utile d'impresa. Il tutto accompagnato dalla detassazione degli straordinari -per renderli addirittura più convenienti del normale costo orario della prestazione lavorativa - e dei premi di risultato, cioè degli aumenti conquistati nei contratti integrativi di secondo livello.

La proposta, come ha risposto all'unanimità il direttivo nazionale della Cgil, è irricevibile. Lo è in assoluto, perché riduce il lavoro a pura merce, variabile dipendente dai profitti. Lo è nello specifico, per la peculiare struttura produttiva italiana, frantumata in decine di migliaia di piccole imprese in cui non solo non si contratta, ma dove molto spesso il sindacato neppure riesce a metter piede. Dire che sia il recupero di una parte dell'inflazione che gli aumenti salariali sono demandati alla contrattazione di secondo livello, vuol dire discriminare i lavoratori e condannarne la maggioranza a un ulteriore impoverimento.

C'è una terza ragione che rende intollerabile, prima ancora che inaccettabile, la pretesa degli industriali, in piena coerenza con le politiche del governo (che è anche il padrone pubblico) e con il consenso di Cisl e Uil: con l'attuale precipitazione, la crisi finanziaria si estende all'economia reale, riducendo conseguentemente i consumi e dunque la domanda. In prospettiva, ciò significa esplosione della cassa integrazione nelle grandi imprese e licenziamenti in quelle più piccole. In questo contesto, quanti saranno i lavoratori in grado di conquistarsi il contratto integrativo?

Non c'è sindaco-manager, assessore d'impresa, impresario che non ripeta ossessivamente la metafora del "volàno della crescita". In genere, però, della propria crescita.

Indomabili anime lottizzatrici vedono colli non costruiti e si lamentano che là non c'è "niente". La parola "niente" significa, nel vocabolario sviluppista, che non ci sono case, alberghi, garage, parcheggi, e che ci sono solo alberi, fiumi silenziosi e declivi. Colli senza volàno.

Una parte della Sardegna è già perduta strangolata dal cemento, i posti di lavoro promessi sono apparsi e scomparsi come il lampo del magnesio, le rendite sono rimaste sempre le stesse, le medesime persone, però sono ingrassate. Intanto, gomito a gomito con le imprese, alcuni sindaci e politici ogm, insistono nell'immaginare la nostra Isola come una Golconda del mattone e confondono tragicamente l'amministrare con l'edificare. Un mondo a testa in giù che ripete se stesso sino all'estinzione.

Ricostruire.

Beh, ricostruire, come dopo una guerra, il nostro paesaggio mezzo bombardato è un modo saggio e possibile di produrre un lavoro saldo e duraturo poiché la ricostruzione e la conservazione di un tessuto urbano devastato è una faccenda complessa che non ha un termine e richiede intelligenza, inventiva, fatica e pazienza.

Allora sì che la parola "valorizzare" assumerebbe un senso profondo e non nasconderebbe, come ora, la volontà volgare di edificare qualsiasi cosa, sino all'esaurimento del territorio.

I luoghi intatti hanno un valore immenso, anche economico, in sé e certo non li "valorizza" un'impresa edile che agisce senza regole. La politica sì, li può mettere in valore proteggendoli, come è accaduto in Sardegna, con leggi e norme.

Dare un valore ai quartieri desolanti che necessitano di una bonifica urbana, rendere guardabili - e quindi vivibili - le nostre periferie, ricostituirle e dargli un decoro che non hanno mai posseduto. Decostruire i nostri paesi dissennatamente "sviluppati". Beh, questo sarebbe rendere un valore perduto ai luoghi.

Chi definisce estetizzante - con una nota di disprezzo - questa visione del paesaggio e delle cose dimentica che i sensi con i quali noi percepiamo il paesaggio veicolano ogni nostra idea, fantasia, sicurezza, cultura e perfino la salute. E dimenticano che chi costruisce bei paesi e belle città non lo fa perché è un esteta decadente e ozioso ma per l'elementare bisogno di armonia che esiste in ciascuno di noi.

Moltiplicare i metri cubi all'infinito non è "sviluppo". Consolida alcune rendite, sì, e non è definibile "sviluppo".

Ragioniamo su cosa c'è di male nei 50.000 abitanti di Olbia che assume anabolizzanti demografici e svuota i paesi dell'interno, sul significato degli innumerevoli colombari-abitazione nel devastato hinterland di Cagliari, sul perché Sassari si è circondata di una periferia sconfortante, sul perché Nuoro detiene un primato di deformità urbana che vuole estendere al suo monte, sul perché i paesi dell'interno si desertificano sedotti dal brillio della bigiotteria costiera.

Il fallimento di chi ha voluto il referendum sulla legge "salvacoste" per annullarla è il fallimento degli sviluppisti - un goffo fallimento nella Gallura dove chi gridava di più contro il Piano Paesaggistico ha avuto torto - rappresenta, prima che una vittoria politica, il segno felice di una società riflessiva che non vuole uno sviluppo malato ed esige la protezione dei luoghi sacri nei quali si identifica.

A una delle figlie del presidente del Consiglio è sfuggita qualche giorno fa una dichiarazione singolare e parecchio infelice: forte della sua esperienza di imprenditrice e militante politica, Marina Berlusconi ha vantato le virtù di un governo che finalmente fa quello che gli italiani chiedono, cioè decide, aggiungendo «che di governi che decidono non c’è mai stato tanto bisogno come adesso, con questo tsunami che sta scuotendo l’economia mondiale e la speculazione che ha messo nel mirino anche le nostre banche».

È a questo punto che stupefatta si è domandata: come mai, se così stanno le cose, l’opposizione invece di criticare questo o quel provvedimento «tira ancora in ballo il rischio di regime»? Il mondo è troppo burrascoso e vasto, per indugiare su questioni marginali. È come mettersi a spolverare un comodino, mentre le pareti ti cascano addosso. Come mai tanto spreco d’energia, tanta passione per l’irrilevante? Molti ragionano come l’imprenditrice: in effetti certe lentezze della democrazia, certe sue puntigliose regole, son vissute come ostacoli alla decisione lesta che s’impone.

John McCain, candidato alla presidenza Usa, voleva addirittura sospendere la democrazia e interrompere la competizione con Obama, a causa della frana finanziaria. Fare le due cose insieme - salvare l’economia e preservare il conflitto che della vita democratica è il sale - sembra impresa non solo difficile ma inopinata.

Dichiarazioni simili sono singolari perché del tutto prive di memoria: le crisi economiche, a cominciare dal grande crollo del 1929 e dal successivo decennio di depressione, hanno inaugurato epoche in cui le istituzioni liberali hanno più vacillato, in alcuni casi naufragando. Gli Stati veramente liberali non hanno mai cessato di funzionare, uscendone invece rafforzati. Non è dunque ozioso discutere sui rischi di regime, in presenza della scossa finanziaria, per il semplice fatto che gli esecutivi tendono a irrigidirsi, in queste circostanze. Certe volte non si sa neppure bene cosa venga prima: se l’emergenza vera, o l’uso antidemocratico del discorso emergenziale. Il ricorso a vocaboli catastrofici come tsunami è significativo: l’inondazione è come un’orda che irrefrenabile avanza. S’apparenta alla guerra, e in guerra non c’è spazio per gli ingredienti liberali classici: separazione dei poteri, controllo dell’esecutivo e decentramento decisionale, indipendenza della giustizia, rispetto della Costituzione e della legalità, critica esercitata dai giornali.

L’esempio della repubblica di Weimar è tra i più istruttivi. Il governo di Franz von Papen restrinse le regole democratiche prima ancora che Hitler prendesse il potere, e nonostante i nazisti avessero già cominciato a calare nelle elezioni del novembre ’32. L’invocata forza di causa maggiore era anche allora l’economia. In suo nome fu eliminata l’autonomia della Prussia, e fu annunciato (in un libro del pubblicista Walther Schotte con la prefazione di von Papen, nel ’32) un «Nuovo Stato» decisionista: riordinato in maniera autoritaria, capace di decidere perché affrancato dal ricatto dei partiti, con un Parlamento esautorato. Nel settembre 1932, quattro mesi prima dell’ascesa di Hitler, furono abolite conquiste rilevanti dello stato sociale, introdotte da Weimar.

Esistono poi esempi più recenti. A partire dall’11 settembre e dalla guerra in Iraq, la Casa Bianca ha svuotato la democrazia accampando l’emergenza bellica: ha aggirato la Costituzione e le convenzioni internazionali, ha accentrato i poteri dell’esecutivo, ha tolto poteri ai giudici, ha cercato di piegare la stampa. Cheney alla vice presidenza teorizzò la «flessibilità» della Costituzione - un argomento ripreso da Sarah Palin, candidata alla vice presidenza - e facilitò la doppia deriva di Bush: la manipolazione della realtà che precipitò la guerra in Iraq, e l’impunità d’un esecutivo sottratto alle procedure di controlli e contrappesi (check and balance) che fondano il liberalismo politico.

Gli tsunami - siano essi naturali, militari, economici - non inaugurano tempi in cui interrogarsi sulla democrazia diventa meno importante. Diventa più che mai importante, e per questo la domanda di Marina Berlusconi oltre che immemore è infelice. Quando l’esecutivo non è disciplinato da altri poteri («Perché non ci sia abuso di potere, occorre che il potere arresti il potere», secondo Montesquieu) l’errore di decisione diventa più probabile, non meno. Il leader può avere il carisma del capo (il carisma «dell’azione e dell’esempio», dice Max Weber) ma può svegliare spettri che poi non controlla più, se non con misure illiberali estreme. L’Italia auspicata ultimamente da Berlusconi (essendoci troppo conflitto si vieterà a giornalisti e magistrati l’uso delle intercettazioni; l’esecutivo deciderà sempre più con decreti ed eviterà contraddittori in tv) è un Paese dove per forza ci si chiederà: è un regime? È un Paese dove le crisi saranno meno governabili, perché informazioni e controlli son mancati?

La crisi scoppia quando la realtà viene manipolata o occultata, e quando la decisione è magari veloce ma poggia su tale manipolazione o nascondimento: nascono così le bolle, i mondi paralleli che sembran veri senza esserlo. Nel 2005 avremmo ignorato i rischi economici che gli italiani correvano, se non fossimo stati informati sugli abusi di furbetti e Banca d’Italia. Ci saremmo trovati davanti a un male non curato in tempo, perché non visto. La trasparenza delucida e può prevenire le crisi. Non le provoca, contrariamente a quel che sostiene Cheney quando evoca il Watergate.

Parlare di tsunami finanziario in questi termini è proporre, ancora una volta, la logica emergenziale: una logica che mette in risalto i difetti della democrazia, che in essa non vede altro che clasa discutidora, classe chiacchierona, come nelle requisitorie ottocentesche di Donoso Cortés. Una logica che favorisce la nascita del Führerprinzip, il principio di comando assoluto fatto proprio non solo da Hitler ma da von Papen. Che spinge i governi a chiudersi nell’illusione di fare da sé: anche per questo è cruciale il vertice finanziario che Sarkozy ha convocato ieri a Parigi per metter fine a autarchiche chimere. La politica della paura ha finito col generare l’economia della paura, e non a caso la crisi finanziaria è paragonata all’11 settembre. Anche in Italia è così: stessa economia della paura, stessa paura non solo dell’opposizione ma del diverso, dello straniero. Berlusconi, il decisionista che vorrebbe rincuorare la nazione, accentua negli italiani le «tendenze alla chiusura autarchica e all’arroccamento sociale», e ha in realtà «poca memoria e pochissima speranza»: lo scrive con lucide parole don Vittorio Nozza sull’Osservatore Romano del 27 settembre.

Chi invoca l’emergenza dice che pensa a Main Street più che a Wall Street, al cittadino più che agli speculatori. Ma Main Street ha bisogno di una democrazia con poteri suddivisi e autonomi, ha bisogno di responsabilizzarsi sapendo come si è arrivati a questo punto e in seguito a quali menzogne. Se attorno a sé vedrà sprezzo delle leggi e magistrati inermi accetterà il caos per infine scoprire che sarà lei, comunque, a pagare. Lo si vede in America e in Italia. Per non aver detto la verità ai cittadini, il governo ha salvato l’Alitalia affidando a una cordata di industriali solo la parte buona della compagnia, e lasciando che gli italiani paghino debiti finanziari, prestito ponte, debiti con fornitori, ammortizzatori sociali, tutela degli azionisti. Secondo Carlo Scarpa e Tito Boeri la somma pagata dallo Stato - dal contribuente - oscilla fra 2,9 e 3 miliardi di euro (www.lavoce.info). Verità, separazione dei poteri, libera informazione: in tempi di tsunami, vigilare sulla società aperta e i suoi nemici interiori non è secondario, ma vitale.

Che effetto vi farebbe se vi dicessero che su tutto il territorio del Lazio e dell’Abruzzo non esiste più un solo filo d’erba, neanche un orto; che le due Regioni sono state completamente, e dico completamente, cementificate? Sono sicuro che la maggioranza degli italiani inorridirebbe. Forse avrebbero una reazione un po’ diversa tutti quelli che a vario titolo sono invischiati in speculazioni edilizie. O gli amministratori che devono fare cassa con gli oneri di urbanizzazione, ma credo, anzi spero, che non siano i più.

Se invece siete tra i più, sentite questa: negli ultimi 15 anni, se si fa un confronto tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005, in Italia sono spariti più di 3 milioni di ettari di superfici libere da costruzioni e infrastrutture, un’area più grande del Lazio e dell’Abruzzo messi insieme. Poco meno di 2 milioni di ettari erano superfici agrarie. Però nessuno sembra inorridire. Forse sarà a causa di una mentalità diffusa secondo la quale se non si costruisce non si fa, non c’è progresso economico. E questo lo dimostrano i programmi elettorali e la composizione delle liste stesse, soprattutto quelle relative alle elezioni amministrative: fateci caso, sono sempre infarcite di soggetti con evidenti interessi nell’edilizia. Sarà un caso?

Dal 1950 a oggi abbiamo perso il 40% dei territori liberi nel nostro Paese, negli ultimi anni il consumo medio annuo è addirittura cresciuto rispetto agli anni passati, quelli del boom economico (ed edilizio). Non ci sono solo gli "eco-mostri", tanti, che urlano con violenza tutta la loro protervia (sintomo di grande ignoranza) nel deturpare paesaggi e luoghi incantevoli lungo coste, colline e montagne del nostro Paese. Ci sono tanti "eco-mostriciattoli", e c’è tutta una tendenza a fuggire dall’ambiente urbano, sempre più brutto, caotico e poco salutare, per riparare in campagna, a colpi di villette che mangiano terreno utile alla produzione di cibo e tirano pugni in quegli occhi che ancora cercano bellezza. Prendiamo poi in considerazione l’edilizia per le attività produttive, dalle schiere di scatoloni di cemento che si snodano ininterrotte lungo molte nostre strade, fino al piccolo capannone isolato che abbagliati imprenditori ergono alle pendici (se non proprio in cima, perché nella mia Langa succede anche questo) di una collina particolarmente bella.

L’Italia è al primo posto in Europa per la produzione e il consumo di cemento armato, 46 milioni di tonnellate l’anno: le cave legali e abusive hanno un impatto paesaggistico tremendo, e i cementifici inquinano molto, mangiandosi vigne, campi coltivati, boschi, o compromettendo l’ecosistema di quelli viciniori che gli sopravvivono. Il tutto per foraggiare la costruzione selvaggia di villette a schiera, outlet, depositi e quant’altro. Non posso che sottoscrivere le parole di Giorgio Bocca quando, trovatosi a percorrere l’autostrada tra Milano e Firenze, scrive: «Il primo tratto tra Milano e Lodi si merita questo titolo: la scomparsa del paesaggio. La pianura del Po, "la più fertile e ricca regione d’Europa", come diceva quel re di Francia di nome Enrico, illustre invasore, la pianura dei pioppi e delle marcite, dei fontanili che sgorgano nei prati di erba medica, il paese di Bengodi, delle montagne di cacio e di ravioli, dei campanili svettanti nel verde, delle abbazie e delle cattedrali, dei battisteri policromi, degli Stradivari e dei culatelli è scomparso, sommerso da una distesa ininterrotta di fabbriche e fabbrichette».

Non c’è limite al brutto, al volgare, ed è giusto paragonare l’inghiottimento di un battistero policromo alla scomparsa di un prodotto gastronomico tradizionale. Riporto un’altra volta il dato: quasi 2 milioni di ettari di suolo agricolo sono spariti, come dire l’intero Veneto. Se da una parte ci scandalizziamo giustamente perché sparisce il bello - e viva le iniziative meritorie, come ad esempio quelle del FAI e di Legambiente, che ci documentano con regolarità le brutture peggiori e sanno coinvolgere i cittadini nella denuncia - la morte dei suoli agricoli sembra invece non interessare. È uno dei più grandi mutamenti che il nostro Paese ha subito nel secondo dopoguerra e non accenna a diminuire: sparisce la campagna, insieme ai contadini, si perdono spesso i terreni più fertili in pianura e in prima collina. Gli appezzamenti che resistono sembra che stiano lì, in attesa che qualcuno ci speculi su, perché diciamolo pure: non c’è bisogno di nuove case, l’edilizia è soltanto un’opportunità di investimento per chi già possiede bei capitali.

Il suolo, se non muore a colpi di fertilizzanti e pesticidi, sparisce: se la sua tutela non entrerà presto a far parte dell’agenda politica delle amministrazioni sarà ora che ci sia una mobilitazione popolare in sua difesa. È uno scempio senza fine, che pregiudica la qualità delle nostre vite in termini ecologici e anche gastronomici. Sì: gastronomici, perché ne va anche del nostro cibo, della sua qualità, della sua varietà e della possibilità di poterlo comprare senza che provenga da un altro continente, con tutti gli enormi problemi che ne conseguono.

L’ambiente è un diritto garantito dalla nostra Costituzione e non può esserci tutela dell’ambiente senza tutela del mondo rurale, sia per quanto riguarda la sua produttività, sia per quanto riguarda la sua bellezza. Gli enti locali fanno poco, anzi proprio loro vedono nell’edificabilità dei terreni agricoli e dei suoli liberi una via per fare quadrare i propri bilanci. La politica di Palazzo non se ne cura, e se pare normale da parte di chi governa e ha costruito le sue fortune proprio sull’edilizia, il silenzio dell’opposizione sulla tutela dei terreni agricoli diventa sempre più assordante. Il problema infatti è più che mai politico, oltre che etico e culturale.

Mancano delle politiche di territorio, come per esempio accade invece in Germania, dove per legge si cerca di riutilizzare aree già consumate e dimesse piuttosto che invadere nuovi campi, nuovo suolo, nuova agricoltura, paesaggi. Inoltre, i tedeschi, cercano di compensare nuove occupazioni andando ad agire su altre aree, con interventi di permeabilizzazione o naturalizzazione (contro il dissesto geologico, piantando nuovo verde). Tutto questo lo fanno senza rinunciare all’occupazione in edilizia, e certo senza aumentare il numero dei senzatetto. È solo questione di organizzazione, di razionalizzazione, e soprattutto di sentire il problema, che è gravissimo.

So che anche in alcune Regioni ci sono stati alcuni isolati interventi normativi tesi a migliorare la situazione ma bisogna per forza fare di più. Che si favorisca con incentivi la distruzione di obbrobri costruiti negli anni ?60 e già fatiscenti per riedificarci sopra qualcosa di bello, che si realizzino recuperi dell’archeologia industriale o di quelle aree urbane fortemente degradate: il lavoro per i costruttori non mancherebbe di certo. Che si tutelino per legge le aree rurali più importanti, come fossero Parchi Nazionali.

Lasciate stare i suoli agricoli, sono una risorsa insostituibile, pulita, bella e produttiva. Sono il luogo che ci fa respirare, che riempie gli occhi, che ci dà da mangiare e che custodisce la nostra memoria, la nostra identità. Continuare a distruggerli, dopo tutto lo scempio che è già stato fatto, non è da Paese civile e un Paese civile dovrebbe predisporre i giusti strumenti di tutela per dare più scuse a chi lo fa.

Postilla

Argomentare cause giuste con cifre sballate è un regalo che si fa all’avversario. Anche Petrini commette l’errore di confondere la riduzione della superficie agraria con l’aumento delle aree urbanizzate. È un errore grave, simmetrico rispetto a quello di calcolare l’aumento dell’urbanizzazione basandosi sulle quantità misurate con il programma Corine di rilevamento satellitare.

Come abbiamo più volte scritto in eddyburg, nel primo caso si sommano alle superfici urbanizzate tutte quelle che corrispondono all’abbandono colturale, alla progressiva sparizione delle aziende agricole marginali da agricole sono diventate incolte o restituite al “selvatico”. Nel secondo caso non si contano le aree che sono urbanizzate dalle infrastrutture e dall’insediamento sparso, che occupino con continuità superfici inferiori a 25 ettari.

Che il consumo di suolo, utile solo ai cementificatori parassiti, sia gigantesco è indubbio; che sparare cifre sbagliate contribuisca a consolidare i cementificatori lo è ugualmente.

Che deve pensare una cittadina come me, sprovveduta di teoria e pratica economica e perseguitata da vent'anni dal coro «meno stato più mercato», quando legge che la Camera dei rappresentanti e il Senato degli Usa stanno decidendo di stanziare 700 miliardi di dollari pubblici per coprire il gigantesco buco che banche e assicurazioni private hanno fatto? Prima di tutto, che vuol dire? Che con questi 700 miliardi di dollari lo stato federale si fa carico, cioè fa carico ai contribuenti, dell'immenso buco scavato da banchieri e assicuratori senza avere nulla in cambio, soltanto perché le macerie non precipitino su tutti, tipo 1929? Oppure che in cambio mette un guinzaglio su quelle proprietà, stabilendo quel che possono o non possono continuare a fare, alla faccia della libertà di impresa, sacra fino all'altro ieri? O che addirittura le hanno nazionalizzate, nel senso che sono diventati proprietari diretti di banche e assicurazioni?

Idem per l'Europa. Negli Stati uniti il congresso aveva emesso qualche lamento e prima di votare il Senato ha imposto degli emendamenti, mentre nel vecchio continente qualcuno ha deciso in meno di 24 ore di salvare Fortis e Texia e il presidente francese, nonché attualmente della Ue, Sarkozy, doveva annunciare ieri che la Ue istituiva un fondo di 300 miliardi di euro per salvare banche e assicurazioni europee in eventuale emergenza? Senonché Angela Merkel, che di questo non era stata informata, sta lanciando alte strida: «La Germania non ci metterà un soldo», per cui allo stato dei fatti Sarkozy rinunciava ad annunciare, e domani si vedrà. Intanto, l'opposizione vuol sapere perché la Francia, che dichiara vuote le sue casse, ha salvato con soldi suoi una Texia, che è di proprietà belga e della quale non detiene che una non significante minoranza. Nelle stesse ore l'ex cervello socialista e faro della sinistra, Attali, propone che i governi facciano, e subito, senza divulgare né prima né poi le cifre sennò i cittadini si spaventano, ritirano i depositi e patatrac. Ma l'Irlanda, rinvigorita grazie ai fondi europei, concorre e compete spudoratamente garantendo al cento per cento e in ogni caso chiunque depositi nelle banche sue. Sempre nelle stesse ore, il nostro premier, simile a San Michele Arcangelo, garantisce che difenderà con la spada ogni correntista italiano e più in generale che l'Italia non sarà toccata dal cataclisma. Tremonti rincalza assicurando che tutto è sotto controllo e nel contempo la Bce informa che la crescita è sotto zero. Va a capire, povera cittadina.

Mi dessero lumi gli economisti di sinistra, quelli marxisti ma anche soltanto i keynesiani di una volta, davanti allo sconquasso del sistema liberista e dunque democratico. Perché - ha ragione Valentino Parlato - non possiamo esultare: avevamo ragione nel dire che il neoliberismo è insensato e alquanto criminale, mentre tutto precipita e come sempre saranno gli stracci a volare. Che faremmo se fossimo al governo? Che chiederemmo di fare a Prodi se non fosse stato rovesciato? Prima di tutto occorre iniettare liquidità, ci ammoniscono da tutte le parti, giacché così chiamano questa colossale espropriazione di denaro pubblico per guasti di unaminoranza di malfacenti coperti dall'ideologia generale. Nient'affatto economica ma politica, come ha scritto giovedì Ezio Mauro e figuriamoci se non siamo d'accordo. Ma cosa bisognerebbe fare subito e a medio termine, questo è il problema numero uno della sinistra. Il mio amico Mario Tronti ammonisce che essa deve essere grande e non solo esprimere i lavoratori ma «parlare ai lavoratori». Appunto. Il problema è che cosa dire. Che cosa hanno detto ieri e dicono oggi i Veltroni e i D'Alema, i Bertinotti e i Ferrero, e noi stessi? Andiamo a vedere e prendiamo il toro per le corna.

Lo dico anche a noi stessi, che non abbiamo imbrogliato nessuno, a differenza di molta stampa e siamo spesso rimproverati perché i nostri avvertimenti sono sgradevoli. Meno sgradevoli di quel che sta succedendo. Tanto per ricordare che se chiediamo dei soldi per tirare avanti, non conviene soltanto a noi, ma a un minimo di senso comune che il manifesto non sia azzittito.

È auspicabile che i presidenti della Camera e del Senato siano lesti nel cogliere gli scricchiolii della pacifica convivenza e promuovano un osservatorio parlamentare sul razzismo che ormai tracima dalla greve licenza verbale in troppi episodi di violenza fisica. Lo stesso governo della “tolleranza zero” ha interesse a far suo un allarme che non riguarda più solo il diffondersi dell’inciviltà, ma anche l’ordine pubblico.

Episodi come il pestaggio del giovane Samuel Bonsu Foster a Parma o l’umiliazione inflitta alla signora Amina Sheikh Said all’aeroporto di Ciampino - quali che siano gli esiti delle indagini - evidenziano un’impreparazione culturale di settori della forza pubblica nella pur necessaria opera di vigilanza e prevenzione anticrimine. Problemi simili esistono nelle polizie di tutto il mondo, il cui aggiornamento professionale deve tenere conto delle mutate condizioni ambientali. Ma ancor più inquieta l’ormai lunga collezione di aggressioni, squadristiche o individuali, che si tratti di pogrom incendiari contro gli abitanti delle baraccopoli o di sprangate sulla testa del malcapitato di turno. Tale esasperazione è stata spesso giustificata dagli imprenditori politici della paura come legittima furia popolare. Minimizzata tributando demagogicamente lo status di vittime ai “difensori del territorio”. Fino a quando c’è scappato un morto: Abdoul Salam Guiebre. Ma nella stessa città di Milano la guerra tra poveri ha riproposto il bis martedì al mercato di via Archimede. Stavolta non per un pacco di biscotti: Ravan Ngon è stato pestato con una mazza da baseball dal venditore di frutta e verdura alla cui bancarella si era avvicinato troppo con la sua merce abusiva. Lo stesso giorno, nella borgata romana di Tor Bella Monaca, una banda di teppisti adolescenti pestava, così, a casaccio, Tong Hongshen, colpevole solo di aspettare l’autobus. Abdoul Salam Guiebre, Tong Hongshen, Ravan Ngon: nomi difficili da pronunciare, figure giuridiche differenti (un cittadino italiano, un immigrato con permesso di soggiorno, un altro che vive qui da cinque anni senza essere riuscito a regolarizzarsi), ma innanzitutto persone. Nostri simili che stentiamo a riconoscere come tali, di cui preferiamo ignorare le vicissitudini e i diritti.

Nelle interviste trasmesse da Sandro Ruotolo a “Annozero”, abbiamo udito i parenti dei camorristi accusati dell’eccidio di Castel Volturno manifestare indignazione: la polizia si muove “solo quando i morti sono neri”! Che si trattasse di una vera e propria strage, sei omicidi, passava in second’ordine. Temo che quell’infame, velenoso rovesciamento delle parti tra vittime e carnefici, rischi di diventare in Italia senso comune, se le istituzioni non interverranno per tempo.

Di certo non aiutano i pubblici elogi di Maroni al vicesindaco di Treviso, che sul suo stesso palco si riprometteva di cacciare i musulmani “a pregare e pisciare nel deserto”. Come se non fossero già centinaia di migliaia i nostri concittadini di fede islamica. Non aiutano i giornali filogovernativi che attribuiscono all’intero popolo zingaro una congenita propensione al furto. Non aiuta il cortocircuito semantico che equipara il minaccioso stigma di “clandestino” a un destino criminale. La regressione culturale di cui si è detto preoccupato anche il presidente dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, ha tra i suoi responsabili gli spacciatori di stereotipi colpevolizzanti che nel frattempo promettono l’impossibile: un paese in cui, grazie alla mano forte delle nuove autorità, i cittadini siano esentati dalla fatica della convivenza.

Così come si è rivelato fallace ? inadeguato all’offensiva reazionaria ? l’espediente retorico di una sicurezza che non sia “né di destra né di sinistra”; altrettanto insulso rischia di apparire oggi il richiamo al binomio “diritti e doveri” degli immigrati. Giusto, certo. Ma astratto, fin tanto che non verrà indicato loro un percorso praticabile d’integrazione e cittadinanza. O preferiamo forse che si organizzino separatamente per farci sentire la loro protesta, esasperando una contrapposizione separatista fino allo scontro con le istituzioni?

Tra i sintomi della regressione culturale c’è anche la miopia con cui le forze democratiche del paese, a cominciare dal Pd, finora hanno ignorato la necessità di dare rappresentanza politica agli immigrati. Sarà forse poco redditizio elettoralmente, ma è decisivo per il futuro della nostra società che si affermino leadership responsabili, organizzazioni accoglienti, punti di riferimento alternativi ai capiclan e ai propagandisti dell’integralismo religioso. Persone che hanno avuto l’intraprendenza di emigrare per sfuggire a una sorte infelice, e che spesso hanno conseguito traguardi culturali e professionali significativi dopo essere approdati senza un soldo sulle nostre coste, possono contribuire anche al rinnovamento della politica italiana, bisognosa di ritrovare idealità e speranza.

Cinquecento milioni l’anno a Roma per ripianare i suoi debiti, più poteri alla Capitale, dalla valorizzazione dei beni storico-artistici alla pianificazione urbanistica, e, soprattutto, il passaggio dallo Stato al Campidoglio di un patrimonio miliardario tra cui le caserme di Prati e di Castro Pretorio.

L’emendamento del governo alla legge finanziaria è stato annunciato ieri dal sindaco Alemanno. Il Pd: "Hanno cambiato nome al consiglio comunale senza nemmeno consultarlo" Il consiglio comunale si chiamerà "Assemblea capitolina" Augello: "I beni del demanio produrranno un altro mezzo miliardo l’anno"

Le telecamere che ronzano nella Sala delle Bandiere. Gli spot delle luci accesi. E il sindaco Alemanno, completo scuro, che annuncia: "Dopo 30 anni Roma ora avrà uno statuto con poteri e finanziamenti degni di una città capitale". Cinquecento milioni l’anno alla città per ripianare i suoi debiti, più poteri, dalla valorizzazione dei beni storico-artistici alla pianificazione urbanistica, dalla protezione civile alla difesa dall’inquinamento, e, soprattutto, il passaggio dallo Stato al Campidoglio di un patrimonio miliardario: tutte quelle strutture, di proprietà del demanio, ora dismesse, tra cui terreni in periferia e le caserme di Prati e di Castro Pretorio. "In parte le venderemo» ha spiegato il sindaco «e in parte le utilizzeremo per i servizi della città».

Lui, Alemanno, di mattina presto era già davanti alla porta del Consiglio dei ministri, per attendere il provvedimento, un emendamento del governo alla legge sul federalismo fiscale. «Me lo ha portato Matteoli» racconta «E allora ho capito che i risultati erano stati raggiunti. Spero che adesso i presidenti della Provincia e della Regione Zingaretti e Marrazzo collaborino per mandare in porto l’operazione».

«I 500 milioni» aggiunge Alemanno «saranno erogati dal 2008 e serviranno per pagare le rate di ammortamento degli 8,6 miliardi di debiti accumulati». Poi non lesina stoccate all’opposizione: «Un miliardo e 800 milioni non erano emersi dal bilancio. E a maggio, quando sono arrivato, mi hanno detto che non c’erano i soldi per pagare gli stipendi ai dipendenti del Campidoglio. Ringrazio Berlusconi. Ora non si potrà più dire che il governo di Destra è contro Roma. Una svolta decisiva perché i provvedimenti per Roma capitale si attendevano fin dall’era Craxi. Anche Prodi e Veltroni avevano elaborato un protocollo, poi rimasto lettera morta».

Ma ecco l’emendamento al disegno di legge sul federalismo fiscale approvato ieri dal Consiglio del ministri, che attua l’articolo 114, comma 3 della Costituzione. Si prevede che Roma si trasformi da un normale comune in un ente territoriale, denominato, ‘Roma Capitale’ "con speciale autonomia statutaria, amministrativa e finanziaria, al fine di svolgere le funzioni di Capitale della Repubblica italiana e di sede di rappresentanza diplomatica di Stati esteri".

Il Consiglio comunale assumerà il nome di Assemblea capitolina e approverà il nuovo Statuto con particolare riguardo al decentramento municipale. Saranno trasferiti, a titolo gratuito, a Roma Capitale, i beni del patrimonio dello Stato non più funzionali alle esigenze dell’amministrazione centrale. Precisa Alemanno: «Inseriremo questo patrimonio nella revisione del piano urbanistico. Avremo così le risorse fondiarie per lanciare progetti adeguati». E secondo Andrea Augello, che lavora nello staff tecnico del sindaco «la valorizzazione di questo patrimonio potrebbe rendere al Comune altri 500 milioni l’anno».

Rimane irrisolto il problema della città metropolitana. L’emendamento approvato dal consiglio dei ministri prevede, infatti, che i confini di Roma capitale coincidano con quelli attuali del Comune di Roma. Tra le funzioni che l’emendamento attribuisce a Roma capitale, vi sono la tutela e la valorizzazione dei beni storici, artistici e ambientali; la difesa dell’inquinamento; lo sviluppo economico e sociale di Roma capitale, con particolare riferimento al settore produttivo e turistico; lo sviluppo urbano e la pianificazione territoriale; l’edilizia pubblica e privata; l’organizzazione dei servizi urbani e di collegamento con i comuni limitrofi. Le funzioni saranno disciplinate attraverso regolamenti adottati dall’assemblea capitolina e dai decreti legislativi che il Governo è delegato ad emanare entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge.

«Siamo favorevoli e disponibili ad allargare i poteri all’area metropolitana» ha concluso Alemanno «ma su questo tema il dibattito è controverso. Molti comuni dovrebbero cedere poteri a Roma e alcuni non vogliono farlo. Per il momento raggiungiamo l’obiettivo dei poteri al Comune capoluogo».

Il premier se la prende con «la legge che blocca lo sviluppo». Da Roma Silvio Berlusconi interviene sul referendum urbanistico sardo: «Necessario votare Sì».

Per l'ambiente, per lo sviluppo, per una stagione turistica «che deve durare tutto l'anno». Silvio Berlusconi, all'interno della conferenza stampa sulla scuola (con il ministro Gelmini), dopo aver mandato in soffitta lavagna, gessetti e cancellino, si pone un altro obiettivo: «Chiedo ai sardi di cancellare la legge che ha fermato lo sviluppo economico di questa meravigliosa isola, una terra verde tutto l'anno». Di fronte a una cinquantina di giornalisti e alle telecamere di tutte le testate nazionali, il presidente del Consiglio chiede «un risultato importante» per il referendum di domenica: «I sardi devono votare Sì, per il rispetto dell'ambiente, ma soprattutto perché il territorio diventi una risorsa che dia occupazione per dodici mesi all'anno».

TROPPI VINCOLI Se la prende con «i limiti imposti dal Piano paesaggistico», attacca la politica della Regione «eccessivamente rigida, che non consente agli investitori di pensare e realizzare strutture che diano lavoro e che consentano di destagionalizzare il turismo, certamente la risorsa più importante di cui dispone la mia seconda terra». In sala stampa, ci sono i parlamentari Paolo Vella - entrato in polemica con il presidente Renato Soru proprio a causa della sospensione dall'incarico di direttore della tutela del paesaggio - e Piero Testoni, responsabile della comunicazione del Pdl in Sardegna, il senatore Romano Comincioli (ancora influente in Sardegna nonostante una carriera politica esclusivamente romana) e due consiglieri regionali di Forza Italia, Giorgio La Spisa e Claudia Lombardo. A loro, con lo sguardo, si rivolge il premier: «L'Isola, per chi non ha la fortuna di viverci, non si gode se non un mese e mezzo l'anno: dal 15 luglio al 30 agosto, a causa di una politica che è la negazione di un progetto di sviluppo». Non si ferma, il presidente, nonostante i tempi strettissimi imposti da un cerimoniale che nessuno discute, a Palazzo Chigi: precedenza sempre ai temi nazionali. Per Berlusconi, evidentemente, la campagna referendaria del suo centrodestra ha lo stesso peso della lavagna multimediale del ministro Mariastella Gelmini: «La parola d'ordine deve essere destagionalizzazione, in Sardegna deve finalmente decollare l'industria dei congressi, delle importanti manifestazioni che richiamino il grande turismo anche a gennaio e febbraio, quando la Sardegna è da godere davvero. Fatevelo dire da uno che ci viene tutti i week end dell'anno». Il referendum, ha concluso Berlusconi, «regalerà un risultato importante, anche grazie all'impegno del centrodestra sardo, compatto nel mostrare ai sardi quale strada prendere per disegnarsi un futuro di lavoro e sviluppo. Se fossi sardo, andrei a votare per primo».

IL COMPAGNO DI SCUOLA Tra una battuta e i mille euro - più diploma - consegnati ai venti migliori maturati d'Italia, Berlusconi è rimasto sul tema scuola, dominante ieri sera a Palazzo Chigi, aprendo l'album dei ricordi: «Qui davanti c'è il mio compagno di banco per ben 13 anni ai salesiani. Lui sì che era un professionista della scuola», ha detto il premier, indicando il senatore Comincioli, seduto proprio sotto il tavolo della presidenza, «lui era un vero professionista. Al liceo, ogni volta che i professori lo chiamavano per interrogarlo, lui non c'era mai. E tutti noi, in coro, rispondevamo: è al cesso». Oggi, invece, ha concluso scherzando il presidente, «è un bravissimo senatore e tutti i parlamentari gli chiedono un consiglio, proprio come un vecchio zio». Poi il richiamo al voto di domenica: «La Sardegna è una terra straordinaria, tocca ai sardi decidere di farla crescere».

Postilla

I sardi sanno che la famiglia Berlusconi è proprietaria dell’area di Costa Turchese, la cui utilizzazione come insediamento turistico è stata bloccata dal Piano paesaggistico regionale. Sanno anche che il referendum è inutile, poiché le legge che con essi ci si propone di abolire non è più efficace, essendo decaduta con la conclusione del periodo di salvaguardia, e sostituita dal PPR redatto in base al Codice dei beni culturali e del paesaggio.

Al perdurare tenace e recidivo del conflitto d’interessi siamo, ahimè, abituati da tempo, e così alla debolezza dell’opposizione a denunciarlo e contrastarlo. Ma questa nota è interessante soprattutto perché rivela il modello formativo che B. propone agli studenti: il suo compagno Comincioli, il quale, quando lo interrogano, sta al cesso. Ipse dixit.

«Un esempio di cattiva politica, un classico esempio di politica asimettrica». Stefano Rodotà non ricorre certo a giri di parole per definire il decreto Tremonti sull'editoria, quel decreto «taglia fondi» che sta mettendo a repentaglio l'esistenza stessa della stampa indipendente.

Professor Rodotà, a cosa si riferisce quando parla di politica asimmetrica?

Ad una politica che, incapace di selezionare, tende a considerare alla stessa stregua situazioni differenti così disattendendo, peraltro, un principio di rango costituzionale. Mi spiego. E' vero che ad oggi il capitolo dei finanziamenti pubblici ha registrato numerosi abusi ma questo argomento viene utilizzato come puro pretesto per cancellare del tutto la presenza pubblica e così impedire qualsiasi forma di pluralismo democratico.

Una sorta di pulizia etnica che non risparmia neanche le cooperative.

Anche qui vale lo stesso discorso. Non che il mondo della cooperazione sia esente da ambiguità ma è sempre compito della politica individuare e denunciare tali ambiguità intervenendo caso per caso. Per restare all'editoria, ci sono cooperative la cui esistenza è garanzia di pluralismo e altre, viceversa, che esistono solo per accedere alla finanza pubblica. E i parametri per attuare una selezione rigorosa , come su queste pagine ha ricordato il Gruppo di Fiesole, ci sono.

Selezione qualitativa a parte, l'asimettria riguarda anche aspetti più specificatamente economici: salvaguardia dei contributi indiretti destinati ai grandi gruppi editoriali e taglio di quelli diretti di cui beneficiano le testate indipendenti.

L'operazione è palese e, se mi permette, ha ben poco di economico e molto di politico.

Cosa intende dire?

Intendo dire che alla grande stampa vengono garantiti presenza sul mercato e, dunque, profitto mentre sulla stampa cosiddetta minore si interviene al fine di eliminarne la possibilità stessa di esistenza. Come si fa, sulla base di queste condizioni, a restare sul mercato?

Professore, non lo dica a noi! Quanto al governo, qualcosa almeno ci guadagnerà...

Diciamolo con chiarezza. Il costo economico di questa operazione è assai modesto, le sue "grandezze" economiche sono modeste. Lo ripeto, ci troviamo di fronte ad una operazione che è tutta e soltanto politica. E questo, dal mio punto di vista, costituisce un'aggravante.

Un decreto per mettere a tacere il dissenso da qualsiasi parte esso provenga?

Molto di più. Proviamo ad allargare il discorso e a non soffermarci solo sul mondo dell'editoria. Ciò che è in atto è il tentativo di impedire - o comunque di ridurre al minimo e a tutti i livelli la produzione, la circolazione e la diffusione delle idee. Prova ne siano la situazione drammatica in cui versa l'università e la costante minaccia di smantellamento sotto cui vive l'intero sistema dell'istruzione.

Parliamo, naturalmente, della pubblica istruzione visto che di quella privata sinanco il pontefice non manca di farsi quotidianamente carico.

Anche qui, sono sbalordito e le mie propensioni laiche, contano assai poco. Il papa si esprime a favore di una sostanziale parità tra scuole pubbliche e private ma poi chiede maggiori finanziamenti per quelle non statali. E già non ci siamo: tutti sanno che l'articolo 33 della Costituzione, pur garantendo alle scuole private il sacrosanto diritto di esistere, specifica che tale diritto deve essere "senza oneri per lo stato".

Diciamo che il pontefice fa il suo dovere...

E infatti a lasciarmi sbalordito sono più le reazioni del ministro ombra all'istruzione che ci chiede di prestare la massima attenzione al richiamo del papa. E lo fa senza traccia di critica alcuna. Altro che 'senza oneri per lo stato'. Qui, al contrario, degli oneri si chiede che vengano aumentati proprio mentre la scuola pubblica viene fatta oggetto di tagli sconsiderati. Si tratta di una contraddizione enorme perché in momenti di crisi economica, compito primo e dovere dello stato dovrebbe essere proprio quello di destinare alla scuola pubblica tutte le risorse finanziarie disponibili.

Editoria, università, scuola. Mi pare di capire che la vera posta in gioco sia la democrazia.

E' così. Se è vero che la democrazia è il 'luogo' che consente a tutti di essere esposti al maggior numero di opinioni possibili, allora la scuola e l'intero sistema di formazione e di informazione devono essere in grado di fornire a tutti i cittadini la medesima possibilità. E la scuola, sotto questo aspetto, è il punto nevralgico della formazione civile, è il 'luogo' in cui si impara ad accettare gli altri. Se noi costruiamo ghetti all'interno delle scuole non facciamo altro che gettare le basi di una società del conflitto, di un conflitto permanente.

Con buona pace della coesione sociale.

L''essere esposti' è, appunto, la condizione necessaria della coesione sociale. Se non vedi l''Altro', la società si impoverisce e ciò che si determina sono solo fenomeni di esclusione.

Eppure c'è chi sostiene che anche il privato possa contribuire a produrre democrazia e cultura.

Si tratta di affermazioni dietro cui si nascondono ignoranza o ipocrisia. In Italia non c'è senso sociale dell'impresa e il mondo della cultura è costretto a cercare finanziamenti dalle fondazione bancarie. Questo non è arricchimento ma impoverimento della democrazia.

A proposito di impresa, non le sembra eccessivo il ruolo giocato dal mercato pubblicitario nel destino dell'informazione?

Anche qui siamo di fronte ad una vera e propria anomalia. In altri paesi non esiste la possibilità da parte del sistema televisivo di drenare risorse pubbliche. Da noi c'è addirittura un presidente del consiglio che detiene, insieme, il controllo del settore televisivo pubblico e privato. Settore che 'guida' l'80% delle scelte dell'opinione pubblica. E' al restante 20% che dobbiamo pensare, garantendo non un astratto pluralismo ma l'opportunità di essere esposti al maggior numero di opinioni possibili..

Postilla

Nel dare notizia oggi del contributo al manifesto raccolto nell’ambito della Scuola di eddyburg 2008, il giornale riporta il messaggio con il quale abbiamo accompagnato il versamento scrivendo, tra l’altro, che la nostra “ci è sembrata un'iniziativa egoistica, perché saremmo tutti disperati se in Italia la critica e l'informazione indipendente si spegnessero e, soprattutto, se il manifesto dovesse chiudere”.

L’intervista a Rodotà ci stimola ad affermate che la decisione del governo, se confermata, renderebbe ancora più intenso e pervasivo quel processo di annullamento della capacità critica degli italiani che le cronache, e le esperienze personali ogni giorno rivelano. Dominio delle pulsioni e degli interessi individualistici, scomparsa della solidarietà, sgomitamento per prevalere sugli altri, evasione fiscale, disprezzo della legalità, adeguamento al più becero senso comune, infantilizzazione del linguaggio, e poi giù giù fino al razzismo. Questo è il prezzo che abbiamo già pagato. Risalire la china sarà impossibile se riusciranno a spegnere quel poco di spirito critico e di informazione libera che sopravvivono.

Cambiamole subito, le linee di fondo dell’urbanistica cittadina, chiede Marta Vincenzi: così, a partire dall’anno prossimo, «non dovremo più costruire quello che non vogliamo, o dover accettare eredità che non condividiamo», perché «non si possa più essere accusati di colate di cemento più o meno vere senza sapere di chi è la colpa, mettendo fine ad eredità vissute come tali e più o meno condivise». In attesa che, alla fine del 2010, ci sia il nuovo piano regolatore disegnato sulle linee tracciate da Renzo Piano e dall’Urban Lab, spiega la sindaco in commissione urbanistica, entro la fine dell’anno possiamo approvare gli indirizzi di pianificazione che ci permetteranno, nei due anni di interregno, di «approfondire, se non di bloccare» quei progetti che vanno a collidere con le linee guida di quella che vuole essere una città sostenibile, dove si costruisce sul costruito, dove non si va al di là della Linea Verde sulle colline e dove la Linea Blu garantisce che ci siano accessi e visibilità al mare. E, fa capire pur senza nominarlo, segnando davvero la discontinuità con le scelte della giunta Perìcu.

La incalzano le opposizioni: ma allora i progetti in corso? Cosa ha da dire delle future case di Boccadasse, di via Camilla e di tanti altri? «C’erano dodici progetti in movimento, troppo avanzati per bloccarli - spiega la Vincenzi dopo tre ore di discussione anche serrata - otto erano passati attraverso la conferenza dei servizi, quattro erano pratiche da sportello; abbiamo fatto ciò che potevamo, ma per certe cose, come l’Acquasola, comunque la giri non c’è via d’uscita. Mentre dobbiamo ancora esaminare, e ora vedremo come, le pratiche di via Camilla, di via Nullo e dell’area Wax e Vitale.». E intanto, insiste, ci sono due mesi pieni di lavoro, di audizioni di comitati, ambientalisti, associazioni, per condividere le linee guida; per arrivare all’approvazione all’ultima seduta di consiglio del 2008. Consultazione a tutto campo, quindi, mentre, ribadisce la sindaco, il 14 ottobre porterà al consiglio la sua proposta di débat publique, il dibattito pubblico in cui la società Autostrade presenterà i due progetti della Gronda autostradale, in maniera, anche in questo modo, di chiarire costi e benefici delle due ipotesi.

Un autunno tutto di confronto per arrivare a scegliere, insomma. cambiano i metodi, ma cambiano anche i contenuti dello sviluppo urbanistico, come ricorda Anna Corsi, l’architetto che coordina i lavori di Urban Lab e che ricorda i punti fissi: dove e come si costruisce, la possibilità di sostituire i volumi senza trasportarli, le 17 aree in cui si costruiscano edifici per il social housing, l’accento sui trasporti pubblici e la necessità di infrastrutturare la città, ma anche di riequilibrarne la composizione sociale. Poi, i piccoli progetti, quelli concordati e discussi con i municipi, altra ipotesi di realizzazione da fare nei due anni che mancano al varo del Prg. Domande e perplessità non mancano - Della Bianca, Lilli Lauro e Bernabò Brea sugli altri - ma anche dall’opposizione c’è disponibilità ad approfondire, soprattutto , come spiega Alberto Gagliardi (Fi) se si dà un taglio netto alle cementificazioni del passato. Ci si rivede in aula, e per più volte.

Non vorrei sembrare irriverente nei confronti di alcuno, tantomeno di Giorgio Armani, titolando e poi così scrivendo. Ma le motivazioni che mi spingono a scrivere valgono bene il rischio, anche di apparire privo di certa supposta qualità (la qual cosa pure mi crea fastidio, io che non vesto mai a caso).

Da tempo siamo abituati a (dover) considerare il pensiero degli stilisti e invitati a coglierne i suggerimenti per migliorare la qualità dello spazio che viviamo. Non che questo corrisponda ai miei desiderata, è semplice constatazione derivata dalla lettura della stampa quotidiana, quando non anche dalla tele-visione.

Già qualche mese fa, il tra il 23 e il 25 giugno, sul tema in questione, le griffe più blasonate avevano avuto spazio nel Corriere della Sera, dalle cui pagine si era appreso dell’entusiastico Tom Ford all’inaugurazione del nuovissimo negozio in via Verri: “E’ fantastico essere di nuovo a Milano… quando sono qui mi sembra di viverci da sempre…” e della cauta Mariuccia Mandelli-Krizia, cui piace, di Milano, “la sua ricchezza di talento e la sua capacità di offrire molte possibilità: di lavoro, di svago, di cultura. Non piace il suo disordine, la sua sporcizia che è niente in confronto ad altre critiche situazioni”.

Complimenti. Non solo a loro ma anche alla redazione. Non avremmo mai osato pensare il contrario, ma leggerlo sul glorioso quotidiano è stato rassicurante.

In quella occasione, da Armani la denuncia raccolta dal Corriere: “E’ in Montenapo il vero suk”.

Il 17 settembre 2008, si è tornati nuovamente sulla questione, e nuovamente interpellato è stato Re Giorgio, per il quale, non strabuzzate occhi!, “Il centro storico muore e via Montenapoleone sembra un luna park”. Ma da quale pulpito! Verrebbe da dire, ricorrendo a un detto popolare, gallina che canta ha fatto l’uovo!

Devo sottolinearlo, se penso a Milano mi viene in mente la bruttezza. E già, a me che amo Milano, da subito questo viene in mente; non certe atmosfere, certi suoni, certe immagini, ma anche certi dati ed elementi oggettivi di spazio e di architettura, di funzioni e di relazioni, che tornano alla mente se ripenso a Copenhagen, a Praga o a Vienna. Per pensare alla bellezza di Milano devo congelare nella mente, come si fa con un layer di Autocad, la negazione della sua storia a partire dal rapporto con l’acqua, l’alterazione dell’equilibrio tra la città del risiedere e la città del lavorare, il traffico che soffoca, la perforazione del sottosuolo come fosse gruyère, il mercatone immobiliare che seleziona ed esclude, il centro storico da decenni solo commerciale e finanziario, l’immensa boutique che lo pervade e anche un po’ più in là invade. Per Milano, le sue risorse consumate come si fa spremendo un limone, non c’è spazio per un progetto che contrasti l’abbruttimento, per una idea diversa di città e di territorio.

Milano sull’acqua, se non come Copenhagen, almeno come Bruges? Illusione. Nient’affatto. Il piacere di veder riflesse cortine edilizie, giardini, ringhiere e ponticelli è tramontata da tempo e ciò che resta, al Ticinese, è diventato poco più che buono per una cartolina. Milano, caposaldo territoriale di un sistema idrografico, dall’acqua ha tratto la propria forma urbis, dal rapporto con la campagna la prima ricchezza, non solo materiale. Poi l’affermazione industriale, il ruolo di capitale morale, il primato economico e il terziario.

La folle specializzazione commerciale del centro storico a scapito dei negozi del non-lusso è andata di pari passo alla terziarizzazione delle funzioni a scapito della residenza. Espulsione degli abitanti-classi meno abbienti a favore delle attività terziarie, uffici, uffici, uffici.

Sottolineare i conseguenti movimenti pendolari significa mettere in evidenza il disastroso bilancio tra la città del giorno (due milioni e mezzo di persone) e la città della notte (a riportare il valore dei residenti, circa un milione e trecentomila persone).

Solo una classe di governo priva di lungimiranza e incapace di progetto ha potuto elevare a modello questo tipo di città, avverso ai più scontati parametri di vitalità e vivibilità. Milano, “livida e sprofondata per sua stessa mano” , tra i versi di un cantautore amato.

Ecco dunque, l’amaro calice. Milano sfigurata, Milano bevuta e digerita, vomitata mille volte da chi s’è affrettato al tavolo delle libagioni. Torta spartita, commensali satolli. Rimangono briciole, dappertutto.

E qualcuno s’indigna. Molti si indignano, e hanno ragione da vendere. Ma almeno qualcuno di questi non ha partecipato al banchetto.

Con che coraggio, cari stilisti, osate parlare di qualità dello spazio urbano, voi che avete invaso la città con ogni mezzo e con ogni mezzo invadete ogni spazio mediatico, ben supportati, peraltro, da pubblicisti che sanno (farvi) ben vendere e collocare il prodotto, dappertutto, senza esclusione alcuna, manco per la piazza, per il duomo, per il castello?

Perdonate la franchezza, ma sono ben lieto nel sapervi impegnati “con tante cose da fare” , sicché non vi resta tempo per disegnarci la città ideale.

Perbacco, quanti argomenti, scrive Paola Bulbarelli, con Armani. Milano, su tutto, ovviamente. E ovviamente, leggiamo che per Re Giorgio “l’Expo rappresenterà un momento particolare, molto positivo così come è giusto che una torta [sì, proprio così, non invento nulla, parla proprio di torta, pensa te] del genere venga controllata da un consiglio di amministrazione. Se non fossi tanto impegnato mi sarebbe piaciuto far parte della partita”. Ah, la grammatica, questa sconosciuta! Ma chi se ne frega, conta il concetto, il pensiero (unico). Del resto, non voglio mica mettere i puntini sulle i, mica punto il dito sulla pagliuzza quando di fronte c’è una trave enorme!

“Degrado e rumore di giorno, deserto di sera. Ma l’isola pedonale è un danno”. Così, nella Cronaca di Milano del Corriere della Sera, 17 settembre 2008, sotto il titolo “Armani: il centro storico muore. E Montenapo è un luna park”. E nel sommario, voce a “Maiolo, assessore al Commercio: organizziamo insieme nuovi eventi. Cadeo, Arredo urbano: pianificazione condivisa”.

Assessore, da oggi ex, ma di che eventi parla? Ma di che eventi ha bisogno Milano? Ma Milano ha bisogno di eventi? E più oltre, che dire della pianificazione condivisa (dell’arredo urbano, figurarsi).

Che miseria. E che presa per i fondelli, oltre al danno la beffa. Ci tocca anche di leggere che, foto dinamica dello stilista e catenaccio “Non si può pensare a un’isola pedonale nel quadrilatero. Figuriamoci se non ci fossero le auto: bisogna dar vita alle strade, un passeggio utile”.

Poi, “Il centro di Milano è morto, questa è la realtà”. Pensa un po’, si lamenta perché, fermandosi a seguire i lavori della nuova boutique sino alle undici di sera, constata l’assenza di persone, “Il nulla”, dice, dopo le otto, quando chiudono i negozi.

Bisogna ridere? No, tutt’altro. C’è di indignarsi pensando all’abusato cliché di fronte all’uso e consumo di tanta parte della città notturna, sin troppo viva da divenire assalto a luoghi ben identificati dai riti della movida, strampalata versione milanese del movimento sociale ed artistico nato nella Madrid che si lasciava alle spalle la dittatura franchista. Dall’aperitivo ai tour nottambuli la Milano che ama esserci si guarda bene dal frequentare certi luoghi mortificati e fagocitati dalla moda, madre ripudiata dai suoi stessi figli. Che ci dovrebbero andare a fare, nel vostro quadrilatero, i nottambuli? Parafrasando i madrileñi, Milán me mata.

Sono passati venticinque anni, il tema della vitalità degli spazi urbani era argomento di lezione in università: imparai a comprenderne il valore da Lodovico Meneghetti, con tanto di esempi, circostanziati. Tra i materiali, Lo spazio nella storia. 177 immagini in 14 capitoli; da questo, tra gli altri, i tema della piazza, della strada, dei rapporti spaziali, degli equilibri-disequilibri tra residenza e terziario, tra abitazioni e uffici, tra il pieno e il vuoto, l’affollato diurno e il deserto serale.

Anche se avessero assistito alle lezioni, certi imprenditori se ne sarebbero bellamente infischiati di fronte agli amministratori del capoluogo. Avanti, c’è posto, c’è da mangiare oltre che da bere.

Quanto poi all’isola pedonale, nel quadrilatero della moda, bene inteso, mi sembra un déjà vu. E non sbaglio. Che pena tornare ad argomenti come la presenza necessaria delle auto per dar vita alle strade. Che strazio tornare al corso Vittorio Emanuele di trent’anni fa, al tira e molla decisionale sulla pedonalizzazione. Potrei ricordare Vittorio Korach, assessore al traffico tra gli anni Settanta e Ottanta, o l’incompresa posizione del caro Aldo Rossi. Mi limito a citare ancora una volta Lodo Meneghetti, Milano uno spazio in sfacelo, lettera aperta ai colleghi e agli studenti di architettura, scritta su “polinewsia”, numero 13, aprile 1984. Lì, cari stilisti del “Figuriamoci se non ci fossero le auto” e cari giornalisti del “Non può essere smentito lo stilista”, un sacco di buoni argomenti.

Che dire, ancora, delle due pagine del “Corriere” di ieri, come di quello di oggi (come anche del resto, de “la Repubblica”). Che è scandalosa la reiterata tribuna offerta alle griffe per pontificare sullo spazio urbano. Da Armani, c’è di che trasecolare, apprendiamo che il Comune “doveva essere molto severo, troppe licenze di moda. bisognava diversificare” o che sulcorso Vittorio Emanuele, “lo struscio non sempre è di qualità”.

Ma per cortesia, si occupi se proprio vuole “dei tre-quattro russi vestiti male” visti nelle più famose vie del centro. Quanto all’autrice dell’articolo, eviti la precisazione che “non è la moda protagonista dell’Expo”, giacché a qualcuno potrebbe suggerire qualcosa, soprattutto se accompagnata dalla proposizione che “personaggi alla Armani avrebbero potuto portare notevoli contributi” (ancora, l’italiano, questo abbandonato, ma l’Expò sarà nel 2015 o si è già svolto?).

E già, si tranquillizzi pure, gentile Paola Bulbarelli, perché Re Giorgio non manca di iniziative per la sua città, a partire dal suo albergo di via Manzoni, “quello che verrà aperto fra circa un anno e mezzo, ci sarà un ristorante di altissimo livello ma solo di cucina italiana e direi milanese. Si potrà mangiare una cotoletta secondo tradizione”.

“Già l’hotel, ce n’era bisogno”? Ma che risposta avrebbe potuto avere simil domanda?

Siamo davvero soddisfatti, complimenti vivissimi e tutto va ben, madama la marchesa. Che bello esser rassicurati che non mancherà di stile, il nuovo hotel di Armani, “a cominciare dagli spazi. Riprendiamoci un senso di civiltà”.

Già, lo stile, mica è materia per soli addetti ai lavori, l’argomento attrae come api sui petali di fiore. Incauta, l’ormai ex-assessore Maiolo alle Attività Produttive esprime piena solidarietà e condivisione ad Armani e alla sua denuncia e, constatata la morte della città della moda, o del centro storico, morto pure lui, ci rimette le deleghe. Il sindaco Letizia Moratti ha un bel daffare. E non solo lei, l’Armani-pensiero sollecita le iniziative anche dell’assessore all’Arredo urbano Maurizio Cadeo che, per la nostra buona pace, assicura che “nella nuova pianificazione degli arredi del centro storico siamo impegnati nella ricerca di soluzioni condivise”.

Che ci rimane, di fronte alla pianificazione degli arredi del centro storico? Dagli architetti richiesti di un parere (Botta e Fuksas) solo conferme.

Di più, oggi si è potuto leggere qualcosa che definire rivoltante è un eufemismo. Da Achille Colombo Clerici (Assoedilizia) apprendiamo che “La città e il quartiere [della moda] vivono grazie a un mix di funzioni che non può prescindere dalla componente fondamentale dei residenti (sono un migliaio) o dai lavoratori che esercitano attività professionali e artigianali (ammontano a circa cinquemila)”. Ci spiegano, dall’associazione, che è meglio “la spontaneità della vita urbana”, con solidarietà insospettata, “per rilanciare la via e proteggere i più deboli”. Il Presidente proprietari di immobili chiosa: “Se si chiude la strada al traffico chi farà visita alla vecchia signora o al professore di italiano che abitano in quelle case”? Poi, più oltre, ciliegina sulla torta: “Certo, anziani e impiegati possono spostarsi al Lorenteggio”.

Non ci sono parole. Dall’ammutolimento non ci scuote neanche la bella e giusta lettera di Giulia Borgese sotto il titolo “Non chiamatelo quadrilatero della moda”.

A noi l’amara constatazione della ragionevolezza gettata alle ortiche, sminuzzata nel tritacarne come in un macello.

«Chilometri e chilometri sopra le nostre teste gli aerei sfrecciano carichi di quadri di Tiziano e Poussin, Van Dyck e Goya... Gli amministratori calcolano quale sarà il probabile impatto sul deficit del bilancio annuale, rammaricandosi che la scelta non sia caduta su Monet o Van Gogh. Intanto gli editori fanno gli straordinari per far uscire in tempo i loro voluminosi cataloghi».

Con queste parole l'inglese Francis Haskell (1928-2000), indagatore della storia sociale dell'arte, docente a Oxford, introduceva nel 2000, poco prima di spegnersi, la raccolta

postuma di saggi ora tradotta in italiano (La nascita delle mostre. I dipinti degli antichi maestri e l`origine delle esposizioni d'arte, Skira editore, 222 pagine illustrate, 25

euro). Da allora la girandola europea e nordamericana di rassegne d'arte antica ha contagiato il Giappone, sta contagiando la Cina, arriverà nei paesi degli sceicchi, là dove portano soldi e

potere. Una pratica planetaria che per Haskell non significava affatto una democratizzazione della cultura. Lo prova il libro di saggi che ha sistemato, con una cura anche affettiva, Nicholas

Penny, direttore di uno dei musei più ricchi di dipinti e più visitati al mondo, la National Gallery di Londra (4 milioni 160 mila ingressi nel 2007).

Mr. Penny, nel volume Haskell scriveva che le mostre d'arte antica crescono a danno dei musei.

«Sì, e probabilmente fu il primo a capirlo. È solo negli ultimi 20-30 anni che tutti i musei hanno iniziato ad allestire mostre».

Cosa li ha scatenati? Perché?

«L'ossessione di dover fare mostre di successo. I musei sono tenuti sotto pressione dai media, dall`amministrazione locale, dal ministero, e se una rassegna riesce o meno lo si misura solo dal numero dei visitatori».

L'unico metro di giudizio, nella cultura, nei libri, nello spettacolo, sembra diventato quanta gente compra, vede, c'è. Anche i musei si sono assogettati a questo pensiero unico?

«Sì, purtroppo. A Londra il British, la National Gallery o la Tate ogni anno vogliono avere più visitatori di quello precedente. E oggi quando si pensa a una mostra su un artista non ci si chiede se è davvero valido e va fatto conoscere, bensì quanto sarà apprezzato: è paralizzante».

Ma le mostre non sono proliferate anche perché un visitatore comprende, o pensa di capire, meglio un artista o un movimento in una selezione circoscritta che in un museo dove deve spaziare nei secoli e stili restando magari disorientato?

«E' verissimo. Ma un'esposizione ti impacchetta cosa vedi, ti dice cosa dovresti vedere dandoti la sensazione di aver capito. Invece in una raccolta devi inventarti un tuo percorso, metterlo

in relazione con il resto: è un'esperienza più impegnativa eppure più libera, più autonoma».

Le esposizioni continueranno a livello esponenziale?

«Non è detto. Ora i costi sono schizzati come razzi, le spese di assicurazione sono fuori controllo, è più difficile trovare sponsor, e poi le opere non sono più così disponibili. Anni fa

la National Gallery di Londra allestì in un quinquennio seguitissime mostre su Raffaello, Tiziano, Caravaggio e Velazquez generando due effetti: il pubblico ne voleva altre analoghe, il

che era impossibile, e per avere quei maestri il museo dovette promettere molte opere in prestito negli anni. Il fenomeno è chiaro: non ricevi grandi dipinti se non presti i tuoi in cambio.

Danneggiando chi viene al museo».

Nel saggio «Botticelli al servizio del fascismo» Haskell parla della mostra d`arte italiana del 1930 che portò a Londra, via nave superando una tempesta al largo della Bretagna, la Venere di Botticelli, la Tempesta del Giorgione, capolavori di Masaccio, Carpaccio, Tiziano e molti altri capolavori. Mussolini intendeva la mostra come utile propaganda. Pochi anni fa il ministro della cultura Buttiglione pensò di spedire, invano, Botticelli in Giappone, l'anno scorso Rutelli, su parere dei tecnici, inviò l'Annunciazione di Leonardo a Tokyo nonostante l'opinione contraria del direttore degli Uffizi Natali.

«Per me Natali aveva completamente ragione ma il punto più interessante sollevato da Haskell è che anche da un punto di vista politico spedire tesori all'estero serve a poco. Mussolini

prestò la grande arte italiana credendo di dimostrare quanto era grande l'Italia, alla fine si rese conto di non aver avuto l'impatto politico desiderato. Prestare arte all'estero anche diplomaticamente è un'idea pessima, in realtà è un omaggio alla potenza che ospita le opere.

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