Com'è stato da più parti osservato, la legge 133 sull'Università non è un provvedimento di riforma. E' un pesante intervento di sottrazione di risorse finanziarie, senza alcuna altra pretesa che di far cassa, come se l'Università fosse qualche vecchio ente del Parastato. Eppure, in quel provvedimento, apparentemente dimesso e puramente finanziario, è contenuto forse il principio più gravemente sovvertitore dell'ordinamento universitario che sia mai stato concepito sinora. La possibilità - formulata nell'art. 16 della legge - di trasformare le università pubbliche in fondazioni di diritto privato è infatti la corda che viene offerta ai vari atenei, senza più risorse, per impiccarsi definitivamente vendendosi al migliore offerente.
Occorre svolgere almeno due considerazioni in merito a questa straordinaria novità storica che non ha avuto neppure l'onore di un dibattito parlamentare e su cui poco sono intervenuti anche i commentatori abituali delle cose italiane. Come ha osservato un docente di diritto comparato, Alessandro Somma, nella legge ci sono elementi evidenti di incostituzionalità. Ad esempio l'articolo 16 si apre con un inciso tanto perentorio quanto falso: la trasformazione in fondazione attua l'art. 33 della Costituzione (art. 16 comma 1). Ma in quell'articolo la Costituzione afferma il contrario: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». E qui siamo di fronte, più che alla costituzione di un istituto di educazione privato, alla trasformazione di un ente pubblico in ente privato, con notevoli oneri per lo Stato. Infatti la legge 133 stabilisce che le università fondazione «subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi e nella titolarità del patrimonio dell'Università» e che «al fondo di dotazione delle fondazioni universitarie è trasferita, con decreto dell'Agenzia del demanio, la proprietà dei beni immobili già in uso alle Università trasformate» (art. 16 comma 2). E aggiunge: «Gli atti di trasformazione e di trasferimento degli immobili e tutte le operazioni ad essi connesse sono esenti da imposte e tasse» (art. 16 comma 3).
Perfetto! Il patrimonio storico dell'università, talora costituito da beni architettonici di pregio, mobilio antico, biblioteche uniche e preziose, eccetera può essere acquisito da privati e questi sono esentati dal pagare le tasse di trasmissione! Altro che oneri per lo Stato, questa è spoliazione! Se volevamo avere qualche altro segno dell'arroganza e della rozzezza del legislatore odierno siamo stati serviti.
Ma che cosa dobbiamo aspettarci dalle Fondazioni private che dovrebbero garantire la prosecuzione dell'insegnamento universitario? Se questa trasformazione si dovesse effettivamente verificare, quale imprenditore privato sarebbe disponibile, in Italia, a finanziare, poniamo, letteratura italiana, storia greca, lingua latina? Non parliamo di etruscologia o delle varie lingue e civiltà dell'Oriente antico in cui, peraltro, gli studiosi italiani vantano eccellenze universalmente riconosciute. Ma che cosa succederebbe, nel giro di qualche decennio, a tutti i nostri saperi umanistici ? E davvero l'Italia può liquidare l'intero suo patrimonio di civiltà per far cassa oggi, o per seguire gli ultimi cascami di una ideologia finita nella vergogna del tracollo finanziario e degli aiuti di Stato?
C'è un altro aspetto poco considerato in questa provinciale e pacchiana volontà modernizzatrice che crede di strizzare l'occhio alla grande America. Non ci divide da quel Paese - peraltro così incomparabilmente generoso con gli studi e la ricerca - soltanto una diversa storia del capitalismo industriale. Ma anche una diversa storia delle rispettive classi dirigenti. Da noi lo Stato ha fondato l'industria moderna, organizzato il credito, guidato e promosso la costruzione delle grandi infrastrutture (ferrovie, telefonia, autostrade), salvato l'industria quando la Grande Crisi l'ha travolto attraverso l'Iri, pensato al petrolio come risorsa strategica attraverso l'Eni. Si può avere una controprova storica del ruolo giocato dallo Stato considerando le perdite gravi subite dall'industria italiana in questi ultimi 25 anni di furore liberistico e di abbandono di una politica economica qualunque. E a imprenditori che hanno alle spalle una storia di cosi scarsa lungimiranza nell'intravedere i bisogni del sistema-Paese dovremmo affidare la gestione degli studi universitari?
Ricordo infine un aspetto poco noto dell'organizzazione degli studi italiani. E' ancora lo Stato a sostenere - in forma indiretta - perfino alcuni dei più prestigiosi atenei privati, come la Bocconi e la Luiss. Qui, infatti, insegnano docenti il cui stipendio intero è pagato dalle Università pubbliche, mentre gli atenei privati pagano una modesta integrazione. Dunque è ancora lo Stato che - in questo liberismo maccheronico - finanzia la concorrenza. Credo che sia venuto il momento, nel nostro Paese, di rammentare con più coraggio quanta ideologica arroganza si manifesti, anche per ignoranza, nell'elogio della scuola e dell'Università privata.
Non è vero che, dopo il blitz estivo della legge 133, la Finanziaria di fine anno non possa riserbarci più sorprese. Una ce n´è, almeno stando alle intenzioni dell´onorevole Gabriella Carlucci, che ha presentato due versioni di uno stesso emendamento (nrr. 2076 e 2077), pudicamente etichettato «Riemersione di beni culturali in possesso di privati». Basta una scorsa per accorgersi di che si tratta: una riedizione "dell´archeo-condono" già proposto dall´on. Gianfranco Conte, dalla stessa Carlucci e da altri deputati nel 2004 (nr. 5119), poi ritirato e ripresentato come emendamento alla Finanziaria 2005 (nr. 30.068), ma sconfitto, dopo una denuncia di questo giornale, anche per il deciso intervento di esponenti di spicco del governo Berlusconi di allora, come il ministro ai Beni Culturali Giuliano Urbani e il sottosegretario all´Economia Giuseppe Vegas. Vediamo di che si tratta: secondo la proposta Carlucci, «i privati possessori o detentori a qualsiasi titolo di beni mobili di interesse archeologico antecedenti al 476 d. C., non denunciati né consegnati a norma delle disposizioni del Codice dei Beni Culturali, ne acquisiscono la proprietà mediante comunicazione alla Soprintendenza competente per territorio».
Qualche documentazione che attesti la provenienza? Non c´è bisogno: basta che il dichiarante «attesti il possesso o la detenzione in buona fede», e paghi un piccolo balzello per le «spese di catalogazione». Ma niente paura, le spese di catalogazione non rovineranno nessuno, visto che vanno («in relazione al numero dei beni oggetto di comunicazione», e non al loro valore storico, artistico o archeologico) da un minimo di 300 euro a un massimo di 10.000. Non basta: con l´eccezione di quegli oggetti che la Soprintendenza dichiari di particolarissimo interesse culturale, tutti gli altri «possono essere oggetto di attività contrattuale a titolo gratuito o oneroso, e la loro circolazione è libera, in deroga alle disposizioni del Codice», e in particolare del Capo IV, sez. I (circolazione nel territorio nazionale) e del Capo V, sez. I e II (uscita dal territorio nazionale). Inoltre, «il censimento è esteso a tutti gli oggetti che i collezionisti detengono all´estero, purché li facciano rientrare all´interno dei confini nazionali», e naturalmente sulla base di un generale «principio di depenalizzazione», che si applica anche ai «non cittadini italiani che detengono i beni suddetti all´interno dei confini italiani».
Poiché questa proposta null´altro è se non la fotocopia di quella del 2004, possiamo commentarla con le parole usate allora alla Camera da due esponenti del Pdl. Il senatore Giuseppe Vegas, allora come ora sottosegretario all´Economia, definì la proposta «una sanatoria per i tombaroli» e invitò l´onorevole Conte a ritirarla. L´onorevole Gioacchino Alfano espresse «il timore che la norma finisca di fatto con l´incentivare il saccheggio del sottosuolo alla ricerca di reperti dei quali legittima l´appropriazione».
Questa è infatti la ratio della proposta Carlucci: in deroga (o in barba) al Codice dei Beni Culturali firmato da Giuliano Urbani, che è, o dovrebbe essere, fra i massimi vanti del governo Berlusconi (anche perché consolidato in una logica bipartisan dai piccoli ritocchi dei ministri Buttiglione e Rutelli), si propone qui di sanare migliaia di reati con un sol colpo di spugna, e si invitano tombaroli, depredatori e trafficanti di antichità, collezionisti finti e mercanti disonesti a mettere in vendita in Italia e all´estero i beni archeologici che fino a ieri avevano dovuto nascondere, tremando al pensiero di esser colti in castagna dai Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio.
Questa "licenza di uccidere" il patrimonio archeologico, senza alcun limite e alcun discrimine se non la dichiarazione che tombaroli e ricettatori operano "in buona fede" non contrasta solo con le leggi e col Codice, ma anche con l´azione intrapresa dal ministro onorevole Sandro Bondi in favore del patrimonio archeologico. Giustamente egli può vantarsi di aver continuato l´opera intrapresa dai suoi predecessori Buttiglione e Rutelli nel recupero dei beni archeologici trafugati all´estero. Giustamente abbiamo celebrato nella grande mostra Nostoi, nelle nobili sale del Quirinale, il ritorno in Italia di pezzi illegalmente esportati e finiti nelle collezioni di grandi musei a New York, Boston, Los Angeles.
Ma il principio etico e giuridico in base al quale i musei stranieri hanno cominciato a restituire all´Italia il maltolto si fonda sul fatto che essi, dopo enormi fatiche della magistratura, del Ministero, dell´Avvocatura dello Stato e dei Carabinieri, hanno finito col riconoscere la solidità giuridica e culturale del principio normativo secondo cui in Italia i beni archeologici, in quanto testimonianza di civiltà che forma contesti non segmentabili, sono di pertinenza dello Stato. Se passasse la proposta Carlucci, che legittima ogni possibile traffico e consacra la clandestinità come una virtù, con quale faccia potremmo insistere per la restituzione di altri oggetti da parte dei musei stranieri?
Non è pensabile che il Governo, e in particolare il ministro Bondi, possa accogliere, in nessuna forma nemmeno truccata o mitigata, un principio che cancellerebbe di colpo ogni regolamentazione o prerogativa statale nella conduzione dell´attività di ricerca archeologica, aprendo su tutto il territorio nazionale una gigantesca caccia al tesoro. Non è possibile che un Ministero preposto alla tutela venga (come vuole la proposta Carlucci) obbligato per legge ad «assicurare la più sollecita ed ampia diffusione della conoscenza della presente legge presso l´opinione pubblica, avvalendosi anche dei mezzi di comunicazione di massa», cioè a spendere i pochi spiccioli che restano dopo i giganteschi tagli d´estate per reclamizzare il commercio di reperti illegali. E´ sperabile che l´onorevole Carlucci, dopo aver distrattamente ripescato nei suoi cassetti del 2004 una proposta già allora bollata come impraticabile dai suoi colleghi di partito, sappia comprendere che non è il caso di insistere. Non può che andare in questo senso, lo scriviamo con fiducia, l´azione del Governo e in particolare del ministro Bondi, che tanto si sta prodigando per dare respiro e progettualità al suo Ministero pur nelle gravi difficoltà di bilancio. Ogni forma di "archeo-condono" non solo delegittimerebbe in modo irreparabile il Ministero e i suoi funzionari, e dunque anche il ministro), ma offenderebbe la secolare storia della tutela in Italia e violerebbe la Costituzione.
Nel 2004, un´identica norma fu bocciata (nonostante la fievole opposizione delle sinistre) proprio per la sensibilità istituzionale di membri del Governo. Non si vede perché non dovrebbe accadere anche adesso.
La Stampa, 26 ottobre 2008
Riaprire il futuro
di Barbara Spinelli
C’è qualcosa che stona, nello stupore contrariato con cui si reagisce alle occupazioni di scuole e università. Come se la mente non fosse più capace di cercare le cause, negli effetti che ci si accampano davanti. Come se la storia e la realtà si esaurissero interamente nella parte terminale, e alla sorgente non ci fosse nulla. Come se avessimo disimparato ad agire calcolando le conseguenze, presenti e passate. L’occupazione di un’università è una violenza, certo. Si impedisce a chi partecipa in modi diversi alla vita pubblica di farlo, perché gli spazi comuni non lo sono più. Ci si prende un diritto togliendolo a altri. Spetta tuttavia a chi pensa e governa capire perché questo accade. Se non lo fa, non sentirà attorno a sé che lo strepito degli Uccelli di Hitchcock, e non troverà né i mezzi né le parole dell’azione autorevole.
Ben più intelligibile apparirà la realtà, se non ci si ferma all’ultimo tratto della storia. La rabbia degli studenti non è senza rapporto con l’autunno delle finanze e con il crollo, brutale, di certezze ostentate per decenni sulle virtù autoregolatrici del mercato.
Negli interstizi delle rovine nascono fiori neri che riflettono drammi di ieri e di oggi: sono una nemesi, una sorta di giustizia che colpisce le ingiustizie dei progenitori. Ogni nemesi è poco sottile e corre il rischio di farsi usare da difensori di uno status quo che va comunque mutato; ma essa dice anche che non esiste impunità, né nel pensiero né nella prassi.
Non si può impunemente parlare per anni dell’enorme debito lasciato ai figli, e stupirsi che uno degli slogan studenteschi sia: «La vostra crisi non la pagheremo noi». Una classe politica non può impunemente infrangere la legalità, condonare falsi bilanci o conflitti d’interesse, screditare magistrati, e poi meravigliarsi che la cultura della legalità ovunque si sfibri. Non bastano i grembiuli e il 7 in condotta a restaurare la legge lungamente vilipesa. I manifestanti dell’opposizione, ieri, hanno citato le parole di un grande, Vittorio Foa: «Sono un po’ scettico sul linguaggio dei valori che sento in giro: vorrei vedere degli esempi perché è dagli esempi che può nascere qualcosa». La manifestazione è stata un successo imponente: anche questo non stupisce.
Più fondamentalmente: non si può per decenni ripetere il motto di Margaret Thatcher - There is no alternative, non c’è alternativa alle sregolatezze del mercato - e poi fare subitanei dietrofront senza mettere in questione un’ideologia sfociata in disastro: disastro per tanti, specie per gli studenti che il precariato sentono di doverlo proiettare in un avvenire più buio. Fino a oggi, solo l’ex governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, ha riconosciuto «errori nati da ideologie liberiste» durate quarant’anni.
Il ministro Gelmini ha ragione quando dice agli studenti: «Non bisogna creare illusioni che producono poi cocenti disillusioni»; «Non vogliamo vendere promesse che non possiamo mantenere». Non ci sono soldi nelle casse statali per i sogni: né quelli degli studenti né quelli venduti in campagna elettorale, ed è vero che gli studenti vivono in una bolla. Ma cos’è stata la vita delle generazioni dei padri, se non un succedersi prodigioso di bolle e dottrine indifferenti ai fatti? Perché questo sguardo feroce sull’ultima bolla, senza ricordare le rovinose penultime? È qui che salta il nesso tra causa ed effetto, tra chi ha il futuro alle spalle e chi ce l’ha davanti, ma chiuso.
Non sono i tagli alle spese che colpiscono, nella legge Gelmini. È chiaro che urge spender meglio, creare università d’eccellenza, premiare il merito: molti soldi inutili son stati sperperati. Quel che colpisce è il vuoto di pensiero, su quel che significano per il domani italiano e occidentale l’istruzione come la ricerca. Quel che scandalizza è il parlare dell’istruzione più come spesa che come investimento nelle generazioni nuove. Manca un discorso riformatore che annunci: ho questo futuro da edificare per voi, oltre a tagli alla cieca, grembiulini e 7 in condotta.
Manca poi l’uso appropriato delle parole. Guardando agli atenei occupati, il presidente del Consiglio non vede che facinorosi, e con volto torvo (perché così torvo?) prima comunica l’invio della polizia, poi ritratta. Nel frattempo il governo parla di terroristi e fa salire le angosce, prepara al peggio, resuscita l’incubo di Bolzaneto (secondo governo Berlusconi). Il modello non è Greenspan ma i vocaboli eversivi di Cossiga, un ex capo di Stato, sul Quotidiano Nazionale: «Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città (...) Dopodiché, forti del consenso popolare, (...) le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano» (il corsivo è mio).
La strategia non è nuova: far montare la tensione, creare un’ennesima paura che gonfia i sondaggi di popolarità. È da anni che governanti senza bussola usano la paura come dottrina e come prassi. Non si è sentito mai, ultimamente, un politico che magari rimprovera le occupazioni ma dica: il futuro comunque è nella scuola, nei professori. Non s’è sentito perché tempi lunghi e futuro non sono nel suo dizionario. Anche qui, dopo un dominio sì assoluto del presente, non può che esserci nemesi.
Frank Furedi, che studia da anni la paura, sostiene che questa volta la sua natura cambia. Dopo l’11 settembre ci fu paura, ma essa restò in fondo personale, solitaria. Oggi è panico da orda in Borsa, ed è «la prima vera paura collettiva, globale». Gli individui hanno più che mai bisogno di comunità, di non esser soli. Il crollo finanziario sfregia fondamenti esistenziali come la fiducia, il debito, la speranza. Il paradosso è che quando crolli non hai molto da perdere, e smetti la paura. I contestatori italiani sentono questo.
Da due secoli, gli studenti in tumulto sono una premonizione e un cimento per tutti. Confermano contraddizioni spaesanti: tutto è al tempo stesso più connesso e più sconnesso di quanto immaginavamo. Che lo vogliano o no, essi sono la futura classe dirigente, l’avvenire che s’impersona. Hanno la speranza, dunque non considerano la società come statica, fatale. Dicono no pregiudizialmente, ma intanto s’allenano a intervenire sulla realtà. Così nasce l’educazione civica, sostiene Michael Walzer. Così ci si abitua a «pensare alla cittadinanza come a un incarico politico»: a pensare se stessi «come futuri partecipanti nell’attività politica, non meramente come spettatori bene informati» (La Stampa 23-10).
Nelle aule occupate è stato visto lo slogan di Obama: yes we can. Obama ha successo perché spezza i recinti della paura e ristabilisce il nesso tra cause e effetti, ieri e oggi, padri e figli. Al famoso Joe, l’idraulico arricchito ostile alle tasse, ha detto: «Tu una volta eri tra i meno ricchi, bisognoso della solidarietà dei più abbienti. Prova a pensare al Joe che sei stato».
La novità è qui, nell’invito a vedere nel futuro il nostro ieri. Obama dice alla società civile: sei una risorsa politica solo se scopri quel che in te è statico, immemore, non responsabile; quel che non funziona in te, oltre che nei governi. Gian Enrico Rusconi dice cose simili, su La Stampa del 24 ottobre, quando rammenta che la società civile, sempre e disordinatamente invocata, contiene il meglio e più spesso il peggio. Gli studenti italiani sono attratti dai giovani americani che dopo anni d’apatia si iscrivono in massa a votare. Pare che quel che piace loro in Obama sia il ragionamento difficile, non la semplificazione. È una novità su cui vale la pena riflettere.
La Stampa, 28 ottobre 2008
Gli studenti non c’erano
di Lucia Annunziata
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Il manifesto, 29 ottobre 2008
Studenti e consensi in libera uscita
di Ida Dominijanni
L'osservatorio di Renato Mannheimer sul Corriere della Sera di domenica annunciava che nelle ultime settimane il consenso per l'operato del governo Berlusconi è sceso di ben venti punti (dal 60% di giudizi positivi degli inizi di settembre al 40% di oggi), ma che questo calo non si traduce in un aumento del consenso per l'operato dell'opposizione, che scende anch'esso, dal 24 % di giudizi positivi di luglio al 20 % di settembre al 16 % di oggi. Va da sé che, la data della rilevazione essendo quella del 23 ottobre, il sondaggio non registra eventuali variazioni di tendenza che la manifestazione di sabato scorso potrebbe aver provocato nelle ultime quarantott'ore, e che non sono da escludere. Ma il segnale merita di essere preso sul serio, tanto più se ha un senso tentare di leggere nell'insieme e non per segmenti separati i fatti degli ultimi giorni: ad esempio, la mobilitazione degli studenti, la manifestazione del Circo Massimo, lo stato dell'opposizione.
La lettura per segmenti separati è quella prevalente sui media, dove un sempre più asfittico linguaggio del politico non si incrocia con una sempre più opaca percezione del sociale. La curiosità per il movimento degli studenti - somiglia o no al Sessantotto, fa o non fa a botte con la polizia, è fatto di sognatori astratti o di meritocratici concreti - o lo lascia nell'impolitico, o lo riporta al politico tradizionale trattandolo come un possibile serbatoio di voti per il centrosinistra, ma si guarda bene dal chiedersi se e quanta politica sorgiva, imprevista e fuori schema esso contenga. Analogamente, anche la curiosità per la piazza del Circo Massimo si arresta sulla giaculatoria del palazzo - supera o non supera il record di Cofferati, è compatibile o no col riformismo di un Pd di governo, fa o non fa il gioco di Veltroni - senza interrogarsi granché sulle domande che quella piazza esprime, in consonanza o magari anche in dissonanza con il palco. Ma siamo sicuri che funzioni così? Che sia il linguaggio del politico tradizionale a dettare la misura e le regole, e che sia lo specchio rotto della rappresentanza a dover riflettere prima o poi tutto ciò che si muove nel sociale, dopo due decenni di crisi conclamata della politica e della rappresentanza? O quel linguaggio e quello specchio ci impediscono di vedere e di capire che cosa nasce fuori dai loro perimetri e non vi si lascia ricondurre? E' precisamente il caso del movimento degli studenti (e dei docenti). Sulla Stampa di ieri, Lucia Annunziata ha già osservato come la sua assenza dal corteo di sabato sia sintomatica della situazione descritta dal sondaggio di Mannheimer. E sempre sulla Stampa, il giorno prima, Barbara Spinelli ha scritto quanto sia incomprensibile la meraviglia di chi non vede che la protesta degli studenti non è senza rapporto con l'autunno delle finanze e con il crollo brutale della religione del mercato. Aggiungo io che è incomprensibile la meraviglia di chi non la mette in relazione con due decenni di crisi e di perdita di legittimità e credibilità della politica e della sinistra. Chi oggi abita l'università è nato nella seconda metà degli anni Ottanta, e da allora ha visto, della politica istituzionale e della sinistra, solo macerie, e delle ideologie novecentesche solo cascami o negazioni. E dunque giustamente oggi prende le distanze da quella politica e prova a inventarsene un'altra, dopo le macerie e dopo le ideologie («non siamo né di destra né di sinistra»). E' un miracolo che questo accada. Ed è un miracolo che accada nella forma di una riappropriazione della cultura, della formazione e della ricerca, in un paese in cui Silvio Berlusconi ha costruito il suo impero mediatico e il suo comando politico sulla sistematica svalorizzazione della cultura, della formazione e della ricerca, incontrando, su questo piano specifico, più imitatori che ostacoli. Di tutti gli slogan del movimento, "Un popolo di ignoranti è un popolo manipolabile" è quello che meglio sintetizza lo stato del paese, compreso il rischio di regime che tutti si affannano a negare. Ed è anche lo slogan massimamente politico, che non trova rappresentanza in alcuna sigla - salvo che si possa onestamente sostenere che cultura, formazione e ricerca siano state nel ventennio passato delle bandiere della sinistra italiana.
Sono questi vuoti - di politica, di sinistra, di cultura - che spiegano i sondaggi come quello da cui siamo partiti: meno consensi al governo, meno consensi all'opposizone. Alla faccia della giaculatoria del bipolarismo, «o di qua o di là», tertium datur. E' politica? Sì, è politica, o può diventarlo. E' sinistra? Forse. Certamente è una vendetta della storia, per non dire della demografia, sulal politica. Eravamo abituati a pensare che, nella lotta eterna fra storia e politica, la ripetizione stesse dalla parte della storia, l'innovazione dalla parte della politica. Ma se è la politica che diventa stanca ripetizione, è la storia a saltare, mettendo in prima fila i più giovani e i più distanti da quello che c'era. Sta accadendo negli Stati uniti, può accadere anche da noi. Se accade, anche la scenografia del Circo massimo rischia di rivelarsi troppo stretta per quel serpentone democratico che sabato ci si è raccolto dentro.
Qualche volta, quando non ne posso più della mia vita blindata, sento Raffaele Cantone perché vive costantemente sotto scorta non da due anni, ma da molti di più. Cantone ha scritto un libro che racconta il suo periodo alla Dda di Napoli, intitolato Solo per giustizia. Diviene magistrato quasi per caso, dopo aver cominciato a fare pratica come avvocato penalista. Diviene magistrato per amore del diritto. Ed è proprio quel percorso che lo porta a divenire un nemico giurato dei clan. Non lo muove nessuna idea di redimere il mondo, nessuna vocazione missionaria a voler estirpare il cancro della criminalità organizzata. Lo guidano invece la conoscenza del diritto, la volontà di far bene il proprio lavoro, e anche il desiderio di capire un fenomeno vicino al quale era cresciuto. A Giugliano. Un territorio attraversato da guerre di camorra che ricorda sin da quando era ragazzo.
«C’erano periodi in cui i morti si contavano anche quotidianamente, spesso ammazzati in pieno giorno e in presenza di passanti terrorizzati. Le nostre famiglie avevano paura. Per timore che potessimo andarci di mezzo anche noi, ci raccomandavano di non andare in giro per il paese, di uscire solo quando era necessario. Quindi gran parte del tempo libero la si trascorreva a casa di qualcuno dei ragazzi della comitiva. Ma quando si spargeva la voce di un omicidio, anche noi "bravi ragazzi" spesso non resistevamo alla tentazione di andare nei paraggi per sentire chi era la vittima, a che gruppo apparteneva e soprattutto se era qualcuno che conoscevamo. Perché capita così, nella provincia: anche se si appartiene a mondi diversi, finisce che ci si conosce almeno di vista o di fama. E fu proprio un ragazzo conosciuto solo di vista una delle vittime innocenti di quella faida che sembrava eterna. Era un po’ più grande di me e i sicari lo avevano scambiato per un affiliato della parte avversa, perché gli somigliava vagamente e soprattutto perché aveva un’auto di colore molto simile. Solo dopo avergli sparato si erano accorti dell’errore e si erano fermati. Ma alcuni colpi avevano raggiunto la colonna vertebrale e paralizzandolo in tutta la parte inferiore, avevano reso il giovane invalido per il resto della vita. Ancora oggi mi capita talvolta di incontrarlo, spinto sulla sua sedia a rotelle dalla moglie che all’epoca era la sua giovanissima fidanzata».
Un uomo che si forma in una situazione del genere comprende che il diritto diviene uno strumento fondamentale per concedere dignità di vita. Una dignità basilare, quella di vivere, di lavorare, di amare. Dove la regola non soffoca l’uomo ma anzi è l’unico strumento per concedergli libertà.
Poco prima era stata uccisa una ragazza di poco più di diciotto anni, figlia di un collega di suo padre. L’unica sua colpa era stata quella di essere uscita di casa nel momento sbagliato. Morì al posto di un delinquente in soggiorno obbligato che più tardi sarebbe diventato uno dei capi del clan dei Casalesi, uno dei più feroci: Francesco Bidognetti, detto "Cicciott’ ‘e mezzanotte". Quel caso non ha mai avuto soluzione giudiziaria. E lentamente il ricordo si è sbiadito. I genitori sono morti entrambi di crepacuore. Anche il penultimo omicidio dei Casalesi è avvenuto proprio a Giugliano, non lontano da dove Cantone è tornato ad abitare con la sua famiglia. Quando si sono trasferiti nella casa nuova, i vicini e i negozianti hanno organizzato una raccolta di firme per mandarli via. Qualcuno ha persino lasciato una valigia al posto dove sosta la pattuglia di vigilanza: era vuota, ma doveva simulare un ordigno.
Il libro è la storia di questa quotidianità, la quotidianità di un magistrato in terra di camorra e delle ripercussioni pesantissime che questo pone anche sulla vita dei suoi famigliari. Come quando un maresciallo che in quel periodo faceva il capo scorta vuole portarlo a vedere la partita del Napoli. Cantone, sempre attentissimo a non accettare favori, continua a rimandare sino a quando l’invito viene espresso quando c’è pure suo figlio di cinque anni che è già tifosissimo. «"Papà, mi ci porti? Andiamo a vedere la partita? Ti prego…!". E allora accettai, a condizione che non piovesse». La domenica il maresciallo si presenta con una persona sconosciuta che a sua volta ha portato il figlio. «Questa sorpresa mi seccò a tal punto che fui tentato di dire che avevo cambiato idea. Ma come facevo con Enrico? Non avrebbe più smesso di piangere per la delusione».
Il giorno dopo, in Procura, chiamano Cantone chiedendogli con imbarazzo se è stato allo stadio e con chi. Perché l’amico del maresciallo è stato intercettato nell’ambito di un’inchiesta sugli affari dei Casalesi mentre assicurava uno degli indagati che a questo punto il pm sarebbe stato «avvicinabile». Non ne consegue nessun danno all’indagine, ma Cantone è furioso e sconvolto. L’unica volta che per amore di suo figlio si è sforzato di abbandonare la diffidenza che il mestiere gli ha fatto divenire seconda natura, scopre che la passione innocente di un bambino è stata strumentalizzata e abusata.
La diffidenza ha dovuto impararla presto, anni prima di entrare in antimafia. È una lezione che si iscrive nella sua carne e dentro la sua anima. «Un giorno d’inverno stavo tornando a casa nel primo pomeriggio, con l’intenzione di chiudermi nello studio e guardare con calma alcune carte. Come al solito, prima di salire, mi fermai alla cassetta delle lettere per prendere la posta. Quella volta ci trovai soltanto un foglio piegato, senza busta. E ancora adesso, quando penso al gesto automatico con cui lo aprii e vidi cosa c’era scritto, risento i brividi che mi assalirono in quel momento. Era una sorta di volantino, composto da ben due pagine. In alto c’era una mia fotografia […] Il testo era spaventoso. Un congegno osceno orchestrato con dati reali della mia vita e con calunnie gigantesche […] Nel volantino c’era posto per tutti i miei familiari». Cantone corre a metterne al corrente il procuratore Agostino Cordova, capendo che l’attacco è gravissimo. Però non riesce ad immaginare la portata di quella campagna di diffamazione. Il giorno dopo il volantino arriva a tutti i colleghi, a carabinieri e polizia, a molti avvocati e politici campani, a tutte le redazioni dei giornali, al Csm, persino a Giancarlo Caselli e Saverio Borrelli. Migliaia di volantini mandati ovunque. Per distruggere un semplice sostituto procuratore che stava svolgendo un’indagine su un’immensa truffa assicurativa, seguendone le tracce per mezza Europa.
Sono pagine impressionanti perché evidenziano con estrema limpidezza come funziona la diffamazione. Non ti si attacca frontalmente, a viso aperto. Cercano di isolarti mettendo in circolazione il virus della calunnia, certi che da qualche parte l’infezione attecchisca e il contagio si propaghi. E che a quel punto il danno sarà irreparabile. «"Meglio una calunnia che un proiettile in testa" era una frase che mi fu detta come sincero incoraggiamento da più di un collega. Ma di questo, sebbene sia un’affermazione di buon senso, non ero e non sono tanto certo. Io mi sentivo come se cercassero di farmi una cosa anche peggiore che eliminarmi fisicamente. Perché si può distruggere un uomo, annientarlo, senza nemmeno torcergli un capello. E paradossalmente è molto difficile che questo accada quando si uccide veramente». È questo uno dei punti più dolenti. La diffamazione ti lascia vivo fisicamente, ma annienta tutto quello che hai fatto. Come una sorta di bomba a neutrone che lascia intatte le cose mentre cancella ogni forma di vita. La vita morale di un uomo non può mai essere distrutta così radicalmente come dalla calunnia. Per questo anche chi è abituato a uccidere spesso la preferisce al piombo.
Quando entra alla Direzione distrettuale antimafia e gli viene assegnato il Casertano, c’è chi commenta: «Come al solito, Raffae’, t’hanno fatto…». Il che in italiano si tradurrebbe con "fregato" o forse ancora meglio con "ti hanno rifilato un pacco". «La camorra casalese veniva vista come qualcosa di molto feroce e impegnativo e al tempo stesso provinciale, di scarso prestigio».
Ma il processo Spartacus aveva segnato una svolta e il libro è un omaggio a tutti i magistrati che l’avevano istruito e a tutti quelli che, come Cantone stesso, hanno successivamente portato avanti un impegno difficilissimo: Di Pietro, Cafiero de Raho, Greco, Visconti, Curcio, Ardituro, Conzo, Del Gaudio, Falcone, Maresca, Milita, Sirignano e Roberti.
Perché in certi territori la lotta per la legalità e la giustizia è una battaglia combattuta ad armi terribilmente impari. I clan hanno danaro, armi, uomini, coperture e collusioni a non finire. Dall’altra parte i mezzi sono limitati, la mole di lavoro è talmente enorme che bisogna essere disposti a fare straordinari che per molti non sono nemmeno pagati. Tutto il successo è sulle spalle di chi continua a voler far bene il proprio lavoro: magistrati, carabinieri, poliziotti, finanzieri. Uomini che rischiano la vita per senso del dovere e magari anche per lealtà verso i superiori che hanno saputo conquistarsi la loro fiducia, una lealtà primaria da soldati in trincea, e che non vengono ricordati quasi mai. E invece il libro di Cantone gli rende omaggio e gli concede visibilità. Uomini che spesso in territori marci sono il vero argine per contrastare lo strapotere delle mafie. Cantone si sente uno di loro: non un eroe, semplicemente un magistrato che ama il suo lavoro perché ama il diritto, crede nell’accertamento della verità.
Questo per i boss è incomprensibile. Non riescono a concepire che un magistrato persegua solo la giustizia, non personalmente loro. Che non tutti gli uomini sono uguali a loro. I boss sanno che non tutti ammazzano e che non tutti resistono al carcere. Ma sono certi che tutti vogliono danaro, fama, donne e potere. E chi non lo ammette, sta dissimulando, mentendo, imbrogliando. Così la pensa Augusto La Torre, il ferocissimo quanto intelligente capo del clan di Mondragone che l’impegno di Cantone ha messo in ginocchio. È il primo a pianificare un attentato contro di lui ed è anche uno dei primi a pentirsi. Durante gli interrogatori indulge con particolare precisione sui dettagli degli omicidi che ha commesso: la prima strage di extracomunitari a Pescopagano, il gesto con cui tappa col dito lo zampillo di sangue che esce dal buco sulla fronte dell’autista di un capozona dei Casalesi, lo strangolamento con un filo della luce di un piccolo affiliato soltanto sospettato di essere un «infame», mentre il boss continua a ripetergli «non ti faccio niente, non ti faccio niente».
Eppure, ragiona Raffaele Cantone con amarezza, il clan che pareva sconfitto si riforma. Meno potente, ma il territorio riprende a sottomettersi. La camorra non è possibile sconfiggerla soltanto con indagini e processi, sequestri e arresti. Raffaele Cantone oggi non lavora più alla Dda, è diventato giudice al massimario della Cassazione. Ma ha voluto dare un altro strumento per sconfiggere le mafie. Un libro in cui si racconta come si arriva a diventare uno dei principali nemici dei clan e come è fatta la vita di chi li combatte: solo per giustizia.
(© 2008 by Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)
«Visto quanti siamo? Se la prossima volta vinciamo ci tocca scappare in Svizzera». In questa frase - un po' scherzosa, ma neanche tanto - raccolta al Circo Massimo ci sono tutti i problemi del Pd che ieri ha rinunciato all'idea dell'autosufficienza: la soddisfazione per il successo numerico e la vaghezza della proposta politica, l'aver raccolto (almeno ieri) il gran bisogno di opposizione che c'è nel paese che ha dato vita a una bella giornata di democrazia e la grande difficoltà di renderla concreta, quell'opposizione. E l'incertezza per il futuro. Perché dietro all'orgoglio veltroniano dell'Italia migliore e possibile c'è una proposta che resta al di sotto della sfida necessaria, non all'altezza della terribile ricetta che il nazional-populismo berlusconiano getta addosso a una realtà che la recessione montante può rendere spettrale.
Walter Veltroni e tutto il gruppo dirigente del Pd possono essere soddisfatti (per un giorno), ma questo successo li carica di responsabilità e si devono alquanto preoccupare per il futuro prossimo. Perché se è pacifico che non si va da nessuna parte senza chi è sceso in piazza ieri a Roma, molti dubbi ci sono sulla ricetta che viene proposta a questo «popolo». È giusto, naturale e doveroso denunciare tutti i guasti causati ogni giorno dal governo in carica, fino a esplicitarne il carattere eversivo. Ma individuarne il contrappeso in un progetto nazional-riformista offre scarse possibilità di soluzione.
Di fronte al degrado politico, sociale e culturale rappresentato «benissimo» dal governo di centro-destra, proporre la serenità di un'azione parlamentare da «tempi normali» sembra inadeguato; appellarsi alla responsabilità di un'altra Italia in attesa di tempi migliori per renderla diversa rischia di gettare al vento le energie di quanti si sono ritrovati per cercare al più presto una via d'uscita. L'evidente contraddizione tra la forza numerica della manifestazione di ieri (sicuramente più radicale di chi parlava dal palco) e la debolezza del suo sbocco politico era del tutto evidente, ad esempio, sul tema della formazione: a un movimento di massa - del tutto nuovo e originale - che fa saltare i nervi al potentissimo presidente del consiglio, è stato detto «vi appoggeremo nelle vostre lotte», ma poi è stato proposto di partecipare a un confronto politico - magari anche aspro - tra maggioranza e minoranza. Un confronto reso impossibile in partenza dalla violenza di chi sta al governo.
Che faranno ora le migliaia di persone convenute al Circo Massimo? Questa è la vera domanda cui dovrebbe rispondere chi li ha chiamati a raccolta. Perché il 25 ottobre non passi alla storia come una semplice prova di «esistenza in vita», o la testimonianza di una generosa volontà che può solamente attendere tempi migliori. Se verranno, tra quattro anni e mezzo, mentre «quello» non retrocede di un centimetro.
Il giorno in cui H., cittadino tunisino con regolare permesso di soggiorno, chiese di partecipare al bando comunale da sessanta licenze per taxi, scoprì che tassisti, qui da noi, si diventa solo se cittadini italiani. Il giorno in cui F. ed L., coppia nigeriana residente in Veneto, risposero a un annuncio per cuochi, scoprirono che l’albergo che li cercava, di neri non ne voleva. E «non per una questione di razzismo», gli venne detto dalla costernata direttrice della pensione, «perché in giardino, ad esempio», lavoravano «da sempre solo i pachistani». Il giorno in cui S., deliziosa adolescente napoletana, finì nella sala d’attesa di un pediatra di base di Roma accompagnata dal padre, alto dirigente del Dipartimento della pubblica sicurezza, realizzò che insieme a lei attendevano soltanto bambini dal colore della pelle diverso dal suo. E ne chiese conto: «Papà, perché da quando ci siamo trasferiti a Roma siamo diventati così sfigati?».
Il Razzismo italiano è un «pensiero ordinario». Abita il pianerottolo dei condomini, le fermate dell’autobus, i tavolini dei bar, i vagoni ferroviari. "Negro", una di quelle parole ormai pronunciate con senso liberatorio nel lessico pubblico, non nelle barzellette. Volendo, da esporre sulle lavagne del menù del giorno di qualche tavola calda, per allargare a una parte degli umani il divieto di ingresso ai cani.
L’Italia Razzista è la geografia di un odio di prossimità, che nei primi dieci mesi di quest’anno ha conosciuto picchi che non ricordava almeno dal 2005. Un odio «naturale», dunque apparentemente invisibile, anche statisticamente, fino a quando non diventa fatto di sangue. Il pestaggio di un ragazzo ghanese in una caserma dei vigili urbani di Parma; il linciaggio di un cinese nella periferia orientale di Roma; il rogo di un capo nomadi nel napoletano; la morte per spranga, a Milano, di un cittadino italiano, ma con la pelle nera del Burkina Faso; l’aggressione di uno studente angolano all’uscita di una discoteca nel genovese.
Dunque, cosa si muove davvero nella pancia del Paese?
Al quinto piano di Largo Chigi, 17, Roma, uffici della presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per le pari opportunità, lavora da quattro anni un ufficio voluto dall’Europa la cui esistenza, significativamente, l’Italia ignora. Si chiama «Unar» (Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale). Ha un numero verde (800901010) che raccoglie una media di 10 mila segnalazioni l’anno, proteggendo l’identità di vittime e testimoni. È il database nazionale che misura la qualità e il grado della nostra febbre xenofoba. Arriva dove carabinieri e polizia non arrivano. Perché arriva dove il disprezzo per il diverso non si fa reato e resta "solo" intollerabile violenza psicologica, aggressione verbale, esclusione ingiustificata dai diritti civili.
Nei primi nove mesi di quest’anno l’Ufficio ha accertato 247 casi di discriminazione razziale, con una progressione che, verosimilmente, pareggerà nel 2008 il picco statistico raggiunto nel 2005. Roma, gli hinterland lombardi e le principali città del Veneto si confermano le capitali dell’intolleranza. I luoghi di lavoro, gli sportelli della pubblica amministrazione, i mezzi di trasporto fotografano il perimetro privilegiato della xenofobia. Dove i cittadini dell’Est europeo contendono lo scettro di nuovi Paria ai maghrebini.
In una relazione di 48 cartelle ("La discriminazione razziale in Italia nel 2007") che nelle prossime settimane sarà consegnata alla Presidenza del Consiglio (e di cui trovate parte del dettaglio statistico in queste pagine) si legge: «Il razzismo è diffuso, vago e, spesso, non tematizzato (�) La cifra degli abusi è l’assoluta ordinarietà con cui vengono perpetrati. Gli autori sembra che si sentano pienamente legittimati nel riservare trattamenti differenziati a seconda della nazionalità, dell’etnia o del colore della pelle». Privo di ogni sovrastruttura propriamente ideologica, il razzismo italiano si fa «senso comune». Appare impermeabile al contesto degli eventi e all’agenda politica (la curva della discriminazione, almeno sotto l’aspetto statistico, non sembra mai aver risentito in questi 4 anni di elementi che pure avrebbero potuto influenzarla, come, ad esempio, atti terroristici di matrice islamica). Procede al contrario per contagio in comunità urbane che si sentono improvvisamente deprivate di ricchezza, sicurezza, futuro, attraverso «marcatori etnici» che si alimentano di luoghi comuni o, come li definiscono gli addetti, "luoghi di specie". Dice Antonio Giuliani, che dell’Unar è vicedirettore: «I romeni sono subentrati agli albanesi ereditandone nella percezione collettiva gli stessi e identici tratti di "genere". Che sono poi quelli con cui viene regolarmente marchiata ogni nuova comunità percepita come ostile: "Ci rubano il lavoro", "Ci rubano in casa", "Stuprano le nostre donne". Dico di più: i nomadi, che nel nostro Paese non arrivano a 400 mila e per il 50% sono cittadini italiani, sono spesso confusi con i romeni e vengono vissuti come una comunità di milioni di individui. E dico questo perché questo è esattamente quello che raccolgono i nostri operatori nel colloquio quotidiano con il Paese».
L’ordinarietà del pensiero razzista, la sua natura socialmente trasversale, e dunque la sua percepita "inoffensività" e irrilevanza ha il suo corollario nella modesta consapevolezza che, a dispetto anche dei recenti richiami del Capo dello Stato e del Pontefice, ne ha il Paese (prima ancora che la sua classe dirigente). Accade così che le statistiche del ministero dell’Interno ignorino la voce "crimini di matrice razziale", perché quella "razzista" è un’aggravante che spetta alla magistratura contestare e di cui si perde traccia nelle more dei processi penali. Accade che nei commissariati e nelle caserme dei carabinieri di periferia nelle grandi città, il termometro della pressione xenofoba si misuri non tanto nelle denunce presentate, ma in quelle che non possono essere accolte, perché «fatti non costituenti reato». Come quella di un cittadino romeno, dirigente di azienda, che, arrivato in un aeroporto del Veneto, si vede rifiutare il noleggio dell’auto che ha regolarmente prenotato perché - spiega il gentile impiegato al bancone - il Paese da cui proviene «è in una black list» che farebbe della Romania la patria dei furti d’auto e dei rumeni un popolo di ladri. O come quella di un cittadino di un piccolo Comune del centro-Italia che si sveglia un mattino con nuovi cartelli stradali che il sindaco ha voluto per impedire «la sosta anche temporanea dei nomadi».
La xenofobia lavora tanto più in profondità quanto più si fa odio di prossimità (è il caso del maggio scorso al Pigneto). Disprezzo verso donne e uomini etnicamente diversi ma soprattutto socialmente «troppo contigui» e numericamente non più esigui. Anche qui, le statistiche più aggiornate sembrano confermare un’equazione empirica dell’intolleranza che vuole un Paese entrare in sofferenza quando la percentuale di immigrazione supera la soglia del 3 per cento della popolazione autoctona. In Italia, il Paese più vecchio (insieme al Giappone), dalla speranza di vita tra le più alte al mondo e la fecondità tra le più basse, l’indice ha già raggiunto il 6 per cento. E se hanno ragione le previsioni delle Nazioni Unite, tra vent’anni la percentuale raggiungerà il 16, con 11 milioni di cittadini stranieri residenti.
Franco Pittau, filosofo, tra i maggiori studiosi europei dei fenomeni migratori e oggi componente del comitato scientifico della Caritas che cura ogni anno il dossier sull’Immigrazione nel nostro Paese (il prossimo sarà presentato il 30 ottobre a Roma), dice: « È un cruccio che come cristiano non mi lascia più in pace. Se la storia ci impone di vivere insieme perché farci del male anziché provare a convivere? Bisogna abituare la gente a ragionare e non a gridare e a contrapporsi. Non dico che la colpa è dei giornalisti o dei politici o degli uomini di cultura o di qualche altra categoria. La colpa è di noi tutti. Rischiamo di diventare un paese incosciente che, anziché preparare la storia, cerca di frenarla. Si può discutere di tutto, ma senza un’opposizione pregiudiziale allo straniero, a ciò che è differente e fa comodo trasformare in un capro espiatorio. Alcuni atti rasentano la cattiveria gratuita. Mi pare di essere agli albori del movimento dei lavoratori, quando la tutela contro gli infortuni, il pagamento degli assegni familiari, l’assenza dal lavoro per parto venivano ritenute pretese insensate contrarie all’ordine e al buon senso. Poi sappiamo come è andata».
Se Pittau ha ragione, se cioè sarà la Storia ad avere ragione del «pensiero ordinario», l’aria che si respira oggi dice che la strada non sarà né breve, né dritta, né indolore. I centri di ascolto dell’Unar documentano che nel nord-Est del paese sono cominciati ad apparire, con sempre maggiore frequenza, cartelli nei bar in cui si avverte che «gli immigrati non vengono serviti» (se ne è avuto conferma ancora quattro giorni fa a Padova, alle «3 botti» di via Buonarroti, che annunciava il divieto l’ingresso a «Negri, irregolari e pregiudicati»). E che nelle grandi città anche prendere un autobus può diventare occasione di pubblica umiliazione, normalmente nel silenzio dei presenti. Come ha avuto modo di raccontare T., madre tunisina di due bambini, di 1 e 3 anni. «Dovevo prendere il pullman e, prima di salire, avevo chiesto all’autista se potevo entrare con il passeggino. Mi aveva risposto infastidito che dovevo chiuderlo. Con i due bambini in braccio non potevo e così ho promesso che lo avrei chiuso una volta salita. L’autista mi ha insultata. Mi ha gridato di tornarmene da dove venivo. E non è ripartito finché non sono scesa». T., appoggiata dall’Unar, ha fatto causa all’azienda dei trasporti. L’ha persa, perché non ha trovato uno solo dei passeggeri disposto a testimoniare. In compenso ha incontrato di nuovo il conducente che l’aveva umiliata. Dice T. che si è messo a ridere in modo minaccioso. «Prova ora a mandare un’altra lettera», le ha detto.
«Attenti a voi, ragazzi». Così, ieri, il quotidiano Libero traduceva nel lessico dell'avvertimento mafioso, o dei bulli di periferia, l'«avviso ai naviganti» del capo del governo. E per chiarezza aggiungeva: «Studente avvisato...». Linguaggio incredibile, per tanto che si sia fatto il callo all'imbarbarimento in atto, che la dice lunga su quali umori velenosi debbono maturare nei retrobottega del governo, e voglia di menar le mani nell'ebbrezza di un consenso espugnato. E nel delirio di onnipotenza di chi sente di non avere avversari politicamente rilevanti.
Poche ore più tardi, dall'altra parte del mondo, con raro sprezzo del ridicolo, il Grande Proclamatore si rimangiava tutto, negando quello che i giornalisti di tutta Italia avevano ascoltato, qui, con le proprie orecchie, e i quotidiani di ogni colore avevano pubblicato in prima pagina: «Mai pensato alla polizia nelle scuole». Esempio ineguagliato di cattivo maestro della menzogna. Modello di quella pedagogia dell'inganno che guida l'«opera riformatrice» di questo governo che pretenderebbe di riscrivere la sintassi elementare del nostro sistema formativo.
Certo da uno che ha, come luoghi simbolo del proprio «stile», la discoteca e il Bagaglino non ci si aspettava altro che la voglia di riempire scuole e università di uomini in divisa. Ma da un Capo dello Stato che invece la cultura alta la conosce e - lo sappiamo - la rispetta, ci saremmo attesi una parola più esplicita. Una difesa più limpida. Perché, in fondo, la natura di questa protesta che scuote le scuole di ogni ordine e grado è tutta qui: una difesa quasi disperata, un ultimo tentativo di salvare un residuo di dignità culturale di fronte alla marea montante dell'incultura, sociale e di stato. Una resistenza intergenerazionale e transpolitica - o metapolitica - contro l'ignoranza di governo che minaccia di abbattere e di travolgere quel poco di serietà professionale e di possibilità formativa che sopravvive nello spazio pubblico italiano.
Erano cinquant'anni che non si vedeva, nelle università, un'unità così ampia, dai rettori alle matricole, dai professori ordinari ai precari. E nelle scuole genitori, insegnanti, studenti, personale tecnico... Qualcosa vorrà ben dire: è ciò che si manifesta solo quando si avverte che è in gioco qualcosa di vitale. Che si è sotto una minaccia mortale. Non è il Sessantotto. O una sua ennesima replica, come ottimisticamente o all'opposto minacciosamente si dice. Quello vedeva - in uno scenario gioioso e giocoso - il conflitto tra studenti e autoritarismo accademico. Dava per scontata l'esistenza di un contesto scolastico garantito. Pretendeva di mutare la cultura ossificata dell'istituzione scolastica. Questa sommossa pacifica, invece, in un clima fattosi rigido, un po' plumbeo, sa di dover garantire la sopravvivenza stessa del proprio habitat scolastico. Di dover salvare un ruolo e uno spazio per la cultura in quanto tale.
Il Sessantotto poteva permettersi il lusso della battaglia politica. Questo pezzo di paese a rischio di naufragio sa di dover giocare una struggle for life più «originaria» ed elementare, che riguarda questioni come il rispetto di sé, la dignità collettiva, la serietà del sapere, la non negoziabilità di valori primari. A cominciare dal mantenimento in vita di un sia pur danneggiato e minacciato residuo di «spazio pubblico». Per questo non sarà facile metterlo a tacere.
Stop alle maxipubblicità nell’area marciana e in Canal Grande sui ponteggi per i restauri. Sarà questo il tema della «raccomandazione» principale che i Comitati privati per la salvaguardia di Venezia - che da quarant’anni contribuiscono alla tutela artistica e monumentale del centro storico - indirizzeranno oggi alla città e alle autorità competenti, nella loro XXXVI Riunione Annuale che si terrà - in forma pubblica - a Palazzo Zorzi, sede dell’Ufficio veneziano dell’Unesco. Un tema che è già stato affrontato ampiamente ieri - anche alla presenza della sovrintendente ai Beni architettonici e paesaggistici di Venezia Renata Codello - nella sessione privata a porte chiuse e che fa seguito anche alla lettera preoccupata su questo tema che gli stessi Comitati avevano indirizzato di recente al sovrintendente e al sindaco Massimo Cacciari.
«Abbiamo avuto assicurazioni dal sovrintendente - commenta il presidente dei Comitati Alvise Zorzi - che non è prevista l’installazione di tabelloni pubblicitari luminosi in Piazza San Marco per i prossimi restauri in programma. Inoltre è stata accettata dalla stessa Soprintendenza e dal Comune la nostra proposta di creare un Comitato consultivo di esperti che valutino di volta in volta le richieste di sponsorizzazioni pubblicitarie legate agli interventi di restauro nell’area marciana. E’ questa un’iniziativa che crediamo possa dare risultati positivi per la tutela dell’immagine della città».
Ciò non vuol dire, però, che le pubblicità dell’area marciana spariranno del tutto, perché la prima preoccupazione della Soprintendenza è quella di garantire l’integrità e la tutela degli edifici, con costi che ormai spesso solo sponsor privati sono in grado di sostenere. «La dottoressa Codello - spiega ancora Zorzi - ci ha ribadito che è prioritario assolvere gli scopi istituzionali di tutela dei monumenti, anche se questo, per avere i fondi necessari, imponga la presenza di messaggi pubblicitari dello sponsor».
Si ragionerà, dunque, soprattutto sulla forma, le caratteristiche e le misure delle presenze pubblicitarie che - se eccessive, come quelle presenti attualmente - rischiano tra l’altro di essere un «boomerang» per le stesse aziende, per le critiche su di esse che rischiano di attirare. Non a caso, per i primi mesi del nuovo anno il Comune non avrebbe trovato sponsor, disposti a ricoprire i ponteggi della facciata di palazzo ducale sul rio della Canonica.
L’altro tema su cui i Comitati Privati si impegneranno nei prossimi anni sarà quello della manutenzione degli edifici storici, più che del restauro vero e proprio. «E’ questa - spiega ancora Zorzi - la vera emergenza della città in questo momento e per questo i Comitati si impegneranno a intervenire nuovamente su quegli edifici già restaurati in passato, ma che cominciano ad accusare i segni del tempo». L’impegno di questi organismi - che nulla chiedono per i loro interventi a favore della città - è dunque destinato a continuare con lo stesso impegno del passato.
A moderare gli effetti più palesi (e forse non più gravi) dell mercificazione della città forse basterebbe un po’ di buon senso. Se comune e stato decidessero che, nella città stodica di Venezia, nessuna pubblicità commerciale può avere dimensioni superiori a quelle di un pannello di tot centimetri per tot centimetri, e se gli spazi disponibili sui ponteggi dei restauri fossero uno per edificio, le aziende correrebbero ad accapparrarseli pagano la stessa cifra che pagano oggi per le gigantesche lenziìuolate pubblicitarie.
Davanti a una protesta per la riforma della scuola che si allarga in tutt´Italia e coinvolge studenti, professori, presidi e anche rettori, il Presidente del Consiglio ha reagito annunciando che spedirà la polizia nelle Università, per impedire le occupazioni. La capacità berlusconiana di criminalizzare ogni forma di opposizione alla sua leadership è dunque arrivata fin qui, a militarizzare un progetto di riforma scolastica, a trasformare la nascita di un movimento in reato, a far diventare la questione universitaria un problema di ordine pubblico, riportando quarant´anni dopo le forze dell´ordine negli atenei senza che siano successi incidenti e scontri: ma quasi prefigurandoli.
Qualcuno dovrebbe spiegare al Premier che la pubblica discussione e il dissenso sono invece elementi propri di una società democratica, non attentati al totem della potestà suprema di decidere senza alcun limite e alcun condizionamento, che trasforma la legittima autonomia del governo in comando ed arbitrio. Come se il governo del Paese fosse anche l´unico soggetto deputato a "fare" politica nell´Italia del 2008, con un contorno di sudditi. E come se gli studenti fossero clienti, e non attori, di una scuola dove l´istruzione è un servizio e non un diritto.
Se ci fosse un calcolo, le frasi di Berlusconi sembrerebbero pensate apposta per incendiare le Università, confondendo in un falò antagonista i ragazzi delle scuole (magari con il diversivo mediatico di qualche disordine) e i manifestanti del Pd, sabato. Ma più che il calcolo, conta l´istinto, e soprattutto la vera cifra del potere berlusconiano, cioè l´insofferenza per il dissenso.
Lo testimonia l´attacco ai giornali e alla Rai fatto da un Premier editore, proprietario di tre reti televisive private e col controllo politico delle tre reti pubbliche, dunque senza il senso della decenza, visto che a settembre lo spazio dedicato dai sei telegiornali maggiori al governo, al suo leader e alla maggioranza varia dal 50,17 per cento all´82,25. Forse Berlusconi vuol militarizzare anche la libera stampa residua. O forse "salvarla", come farà con le banche.
Chiedo ai «climalterati» ministri, Brunetta, Scajola e Prestigiacomo di astenersi dalla quotidiana dichiarazione in difesa delle imprese italiane, che andrebbero in rovina se costrette a spendere soldi per applicare la direttiva Ue sul clima. Le vostre dichiarazioni emanano un fetore insopportabile dopo la notizia che, a Taranto, un tredicenne, Patrizio Sala, sta morendo di cancro per le emissioni di diossina, di una di quelle aziende che voi difendete. Quella che in questi anni ha ricattato lavoratrici e lavoratori, il sindacato, l'intera popolazione di Taranto obbligandoli a scegliere fra occupazione e risanamento ambientale. La stessa musica che ci fate ascoltare contro la direttiva sul clima: se obbligate a ridurre i gas serra le aziende chiudono e se ne vanno. A tornado e scioglimento dei ghiacciai, all'aria e all'acqua avvelenate ci si penserà.
Oggi fate silenzio, ascoltate la protesta di una città avvelenata e magari interrogatevi sul perché un uomo di destra come voi, Sarkozy, denuncia l'irresponsabilità della vostra posizione.
Anche noi, «tifosi» dell'Europa, che godiamo quando bacchetta Berlusconi - visto che noi non ci riusciamo - domandiamoci: è sufficiente sperare che sia l'Europa a piegare Berlusconi e il suo «pattino di Varsavia», oppure serve far crescere qui una mobilitazione sociale su un progetto di politica economica, energetica e industriale capace di realizzare le famose «3x20» su emissioni, efficienza e rinnovabili? Limitarsi al tifo ci lascia solo guai e macerie e tanti Patrizio Sala da sacrificare sull'altare della «competitività».
Ci sono le condizioni politiche e sociali per costruire questa mobilitazione? Le difficoltà sono enormi, quotidianamente questo giornale ne parla. Proviamo anche a dire cosa serve per uscirne. Almeno due fatti: uno politico uno sociale.
Il nodo politico sul clima è la scelta del Pd: è prevalente, nel principale partito di opposizione, la posizione espressa da Fassino, attenta alle posizioni di Confindustria, oppure quella dei suoi ambientalisti che stanno con l'Europa? La manifestazione del 25 è una buona occasione per comunicare al paese quale delle due il Pd intende scegliere. E, poi: la sinistra, che ha fatto il corteo dell'11 ottobre, affida la verifica della sua ritrovata vitalità contribuendo alla mobilitazione in difesa della direttiva sul clima?
Sul piano sociale invece determinante è ottenere dai sindacati l'indisponibilità a subire il ricatto di Confindustria. Difesa dell'occupazione, migliori condizioni di lavoro e salario si ottengono assumendo la riconversione industriale che la direttiva sul clima sollecita e non rifiutandola.
Altrettanto decisivo è contaminare la lotta degli studenti se si vuole realizzare una mobilitazione sul clima, ma anche ottenere il coinvolgimento in essa di ricercatori, scienziati, intellettuali per risanare i «pozzi avvelenati» dal consumismo dissipativo.
Non è facile, ma proviamoci per non essere cos
Una società immobile e classista, dove i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sono sempre di più e la speranza del grande salto verso un gradino più alto della piramide sociale è ridotta al lumicino. Con tutto il parlare di caste, in Italia, si rischia di perdere di vista la fondamentale frattura nelle strutture sociali che dà il conto in banca, con i suoi annessi e connessi. Uno strato sottile di ricchi da una parte, le schiere dei poveri dall’altra, con il vuoto che si allarga in mezzo, dove un vasto smottamento segna la fine di un’epoca e risucchia le classi medie verso il basso. In buona misura, già lo sapevamo. Le indagini della Banca d’Italia ci avevano già detto che 5 milioni di italiani (il 10 per cento più ricco) incassa ogni anno il 28 per cento del reddito totale (al netto delle tasse) prodotto nel paese. Soprattutto, che gli stessi 5 milioni hanno in tasca il 42 per cento della ricchezza nazionale (case, auto, titoli, depositi bancari), lasciando gli altri 50 milioni a spartirsi il 60 per cento che resta. Uno studio della Banca dei regolamenti internazionali ci aveva avvertito del gonfiarsi dei profitti a danno dei salari: la quota delle buste paga sul valore aggiunto delle aziende, in Italia, è scesa rapidamente dal 68 al 53 per cento. Uno studio pubblicato ieri dall’Ocse - l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati - adesso ci consente di aggiungere sia una prospettiva geografica che una prospettiva storica.
E’ tutto l’Occidente industrializzato, dice l’Ocse, a registrare un brusco aggravamento delle distanze fra ricchi e poveri. In vent’anni, l’ineguaglianza fra i redditi delle diverse classi è cresciuta in media del 12 per cento. La faglia inizia ad aprirsi nei primi anni ‘80, in coincidenza con la rivoluzione Reagan-Thatcher e le nuove politiche neoliberiste che concludono la lunga fase del keynesismo e del welfare state. Ma, in Italia, il fenomeno è assai più brusco e devastante. In vent’anni, il golfo fra ricchi e poveri si è allargato del 33 per cento, quasi il triplo di quanto avvenuto nell’insieme dei paesi Ocse: all’inizio degli anni ‘90 la nostra struttura sociale era più o meno simile a quella dei paesi del Nord Europa. A fine anni ‘90 eravamo scivolati ai livelli di Grecia e Portogallo. E anche più in giù. Oggi solo 5 dei 30 paesi Ocse hanno una struttura sociale più squilibrata della nostra: i ricchi italiani hanno da invidiare solo quelli di Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia. E nel G7 siamo secondi solo agli Stati Uniti. Non sono i poveri ad essere sprofondati di più nella miseria: dopo un decennio durissimo (fra metà anni ‘80 e metà anni ‘90) il 20 per cento più povero ha recuperato negli ultimi 10 anni. I tassi di povertà restano più alti della media Ocse, ma sono scesi, in particolare per quanto riguarda i bambini.
L’implosione è avvenuta nel 60 per cento di popolazione che può essere definita classe media e che vede allargarsi il divario con i ricchi, in sostanza quelli con un reddito superiore a 40 mila euro l’anno. Prendiamo il più semplice degli indicatori disponibili. Il reddito medio italiano è più basso della media Ocse. In particolare, quello dei poveri è inferiore di un terzo ai, per così dire, pari categoria della media degli altri paesi. Per le classi medie, lo scarto con la media Ocse è del 15 per cento. E i ricchi? Sono appena sopra la media dei ricchi degli altri paesi. E guadagnano dodici volte quello che ricevono i più poveri.
I grafici dell’Ocse offrono uno scorcio affascinante della nostra storia recente. Negli anni ‘80, l’ineguaglianza (al lordo delle tasse) cresce sull’onda mondiale, ma la politica fiscale e sociale la contrasta, frenando l’erosione del reddito disponibile. La vera impennata c’è all’inizio degli anni ‘90, con la crisi della Prima Repubblica e la svalutazione della lira. La spaccatura si riduce (al netto delle tasse) nell’ultima parte del decennio e il governo di centrosinistra. Per riprendere ad allargarsi, ma in misura
STRADELLA. Stop al progetto Montalino così come era: il provvedimento o meglio la notifica dell’avvio di un procedimento (così definito in gergo tecnico) da parte del Sovrintendenza ai beni paesaggistici della Lombardia, dovrebbe essere infatti notificato al Comune, entro pochi giorni. Poi si riunirà il consiglio che, entro il 12 novembre, dovrà recepire l’atto della Sovrintendenza.
La Sovrintendenza ha forti riserve sul progetto relativo a una lottizazione in vista della basilica romanica. Tutto ancora sotto il più stretto riserbo, anche se le decisioni prese sono state già sostanzialmente preannunciate e ribadite, ieri, dal sindaco di Stradella, Pierangelo Lombardi e dall’assessore all’urbanistica e vice sindaco, Antonia Meraldi che stanno seguendo da vicibno l’intricata questione urbanistica. Il taglio dei Beni culturali non azzera i cantieri, ma li taglia in modo drastico. Cala il sipario su almeno due terzi dell’originario progetto di espansione residenziale: per circa 14mila metri quadrati sul totale di 22mila (ma i dati precisi saranno comunicati con il decreto), infatti, dovrebbe, infatti, scattare il vincolo di tutela indiretta. Cosa significa? Niente costruzioni, ma possibilità di prevedere e realizzare strada di accesso, ad uso dei disabili, alla millenaria Basilica nonché un parcheggio. «E’ un punto importante, rilevano sia il sindaco Lombardi sia l’assessore Meraldi, perché ci consente di poter intervenire per due opere essenziali nell’interesse pubblico.» Sindaco ed assessori sono concordi nell’affermare: «qui non ci sono né vinti né vincitori perché non era una guerra. Noi siamo convinti che i presupposti iniziali erano validi perché ci avrebbe consentito di avere un parco, ad uso pubblico, di cinquemila metri quadrati a costo zero. Adesso si tratta di iniziare una nuova fase di contatti con la proprietà e verificare se, almeno in parte come ad esempio per il parcheggio, si potrà procedere». L’ok a costruire rimarrebbe per circa 6-7mila metri quadrati lungo la via Cairoli (parte alta) seppur con precisi vincoli, ancora non definiti ufficialmente, da parte della Sovraintendenza.
Lungo via Cairoli, del resto, già da anni, seppur in zona più defilata rispetto alla striscia di terreno attigua alla collinetta di Montalino, si è già costruito, compreso un condominio. L’impatto edilizio qundi già esiste. «Questo è l’esito di un confronto che si era aperto più di un mese fa, rilevano il sindaco Lombardi e l’assessore Meraldi, nessuno ha mai voluto forzare la mano e non è mai venuto meno l’interesse pubblico. Una dimostrazione? Volendo, avremmo potuto approvare il progetto, in consiglio comunale già lo scorso 30 settembre visto che il termine per la presentazione delle osservazioni era scaduto il 12 settembre e le controdeduzioni erano pronte. Ma in realtà era giusto e doveroso attendere l’esito del confronto con la Sovraintendenza, da noi iniziato il 4 settembre. E’ anche questa la ragione per la quale non si è ritenuto di organizzare alcuna assemblea pubblica.» Il sindaco smentisce che a livello di giunta, sul progetto Montalino, ci siano state diversità di vedute o peggior ancora dei contrasti.
«Spesso la vicenda è èstata trattata, riferendosi ad altri al di fuori della giunta e del consiglio comunale, un po’ al di sopra delle righe» ha aggiunto Lombardi. Una volta che sarà pervenuto il decreto della Sovraintendenza, i proprietari dell’area potranno, se lo riterranno opportuno, fare ricorso. Ma si preannuncia, già dalle prossime settimane, una fase di mediazione e trattativa fra Comune e proprietari per una soluzione senza strascichi e sempre nel fermo obiettivo dell’interesse pubblico. Intanto resta vigile l’attenzione dei movimenti ambientalisti.
Nota: QUI una descrizione del "caso" Stradella/Montalino con qualche immagine ; rimane sconcertante l'atteggiamento culturale dell'Amministrazione, che continua a ribadire la "correttezza" delle proprie scelte con un linguaggio che appare più adatto a un geometra che non a chi dovrebbe rispondere dell'uso del territorio in senso lato. Sul sito del Comune di Stradella si può infatti leggere la lettera con cui l'Ente risponde alle critiche piovute praticamente da tutte le direzioni, salvo quella ovvia dei costruttori interessati. (f.b.)
Durante la conferenza stampa che ha concluso il vertice europeo della scorsa settimana sulla crisi finanziaria, Nicolas Sarkozy ha affermato che i dirigenti delle banche che hanno provocato lo sconquasso finanziario dovranno pagarla. Vaste programme, avrebbe detto il suo predecessore Charles De Gaulle. A cominciare dai numeri in gioco. Lo sconquasso è stato infatti provocato dalle strategie di mercato d’alcune migliaia di istituzioni finanziarie americane, europee e asiatiche. L’elenco comprende banche di deposito e banche d’affari (sebbene non sempre sia facile distinguerle), fondi speculativi, fondi comuni di investimento, compagnie di assicurazione, buon numero di fondi pensione che negli anni 2000 hanno scoperto il fascino dei mercati dei titoli, e vari altri tipi di enti privati e pubblici. Supponendo che i top manager siano una dozzina per ente, si arriva a una quantità di persone su cui fare indagini fiscali e contabili, civili e penali, dell’ordine di decine di migliaia. Aspettiamo di vedere chi e come ci metterà mano, a tali indagini.
Vastità del programma a parte, accusare della crisi i dirigenti delle istituzioni finanziarie, come han fatto autorevoli personaggi anche prima di Sarkozy, è del tutto fuorviante per cercar di capire le cause del disastro, quando non si tratti di un vero e proprio depistaggio. Non c’è dubbio che tra i dirigenti delle istituzioni finanziarie vi siano stati dei disonesti, e che sarà giusto colpirli. Ma bisognerebbe cercar di evitare di ripetere la commedia del 2000-2003, quando in Usa crollarono Enron e WorldCom, Adelphia Communications e Tyco International, e in Europa, tra gli altri, Vivendi e Parmalat. Il presidente Bush definì "mele marce" i dirigenti coinvolti, presto condannati a pene severe, e fece passare di corsa la legge Sarbanes-Oxley del 2002, che accresceva le responsabilità dei manager e doveva restaurare la fiducia nel sistema. Il fatto è che il marcio stava nella legislazione fino ad allora in vigore, assai più che nelle persone. Alcuni dirigenti avevano sì commesso delle frodi, ma fino a qualche giorno avanti erano stati oggetto di lodi iperboliche per le loro capacità manageriali. Da esse, si diceva, era nato un nuovo modello di impresa giuridico-telematica, un nesso iperflessibile di contratti e comunicazioni che generava profitti fantasmagorici. Un modello che nel caso Enron si fondava, tra l’altro, sulla modifica per dubbie vie della legislazione di una ventina di stati Usa al fine di consentirle di operare come un fulmine senza freni sul mercato dell’energia.
La situazione odierna è molto simile. Chi ha deviato tra i dirigenti va colpito. Ma incomparabilmente più grave è il guasto insito nelle leggi che hanno favorito, incentivato, premiato il comportamento di decine di migliaia di dirigenti che si sono limitati ad applicarle e, comprensibilmente, a sfruttarne ogni remota piega. Sono in primo luogo leggi Usa, e visto che perfino il presidente Bush ha ammesso che la crisi è partita da loro, su di esse occorre soffermarsi. Il cammino verso il disastro odierno è segnato da due principali leggi. La prima, la legge Gramm-Leach-Bliley del 1999, aboliva la legge Glass-Steagall del ‘33 e permetteva da capo ogni sorta di attività speculative tanto alle banche commerciali che alle banche di investimento � una delle cause del crollo del ‘29. Il primo firmatario, il senatore Phil Gramm, che avrebbe lasciato il Senato nel 2003 ed è oggi consigliere economico di McCain, era considerato uno dei più attivi portavoce degli interessi di Wall Street che si siano mai visti nel Congresso Usa. Un anno dopo Gramm colpiva ancora. Poco prima della pausa natalizia, con il presidente uscente Clinton ormai privo di effettivo potere, il Congresso stava discutendo una legge finanziaria che distribuiva tra un’infinità di soggetti quasi 400 miliardi di dollari. Il testo della legge era smisurato: circa 10.000 pagine. Il senatore Gramm riuscì all’ultimo momento a introdurre un emendamento di 262 pagine denominato Commodity Futures Modernization Act (Cfma). Il presidente Clinton lo firmava, trasformandolo in legge, il 21 dicembre 2000.
Il Cfma sottraeva quasi per intero i prodotti finanziari derivati alla regolazione ed alla sorveglianza sia della Commissione Titoli e Borsa (la famosa Sec), sia della meno nota Commissione per il Commercio dei Titoli Future. In tal modo apriva la porta alla demenziale moltiplicazione dei derivati finanziari trattati al di fuori delle borse. Dal 2000 a fine 2007, va ricordato, essi sono balzati, come valore nominale ovvero di sottoscrizione, da 100 trilioni a 600 trilioni di dollari, una cifra equivalente a 11 volte il Pil mondiale. Al riguardo, il presidente (1987-2006) della Federal Reserve Alain Greenspan ebbe a dichiarare in più di un’occasione che si era dinanzi a un nuovo sistema finanziario, che da un lato migliorava in misura super il livello di vita dei paesi che lo adottavano, dall’altra rendeva evidente che per raggiungere sicurezza e solidità la regolazione finanziaria doveva ormai affidarsi all’auto-sorveglianza delle istituzioni private. Come più di un commentatore ha scritto, in tal modo la custodia del pollaio veniva affidata alle volpi.
Ci si può chiedere perché mai dovremmo preoccuparci, noi della Ue, di un paio di leggi Usa. Due semplici risposte vengono alla mente. Anzitutto il sistema finanziario sortito da quelle leggi, ora sconvolto da una crisi senza precedenti, è stato magnificato per anni, sino ad un paio di mesi fa, come un modello di straordinaria modernità ed efficienza, che si doveva assolutamente trasferire nei nostri paesi. In tal senso si sono adoperati politici e imprenditori, associazioni di categoria ed economisti, quotidiani economici e banchieri. Non sembra, per fortuna, che vi siano riusciti del tutto. Ma resta vero che la legislazione e la normativa delle autorità di sorveglianza hanno fatto in questi anni, seppur con differenze di rilievo da un paese all’altro, lunghi passi in direzione d’una estesa adozione di quel modello. Per evitarlo, e imboccare la strada inversa, bisogna conoscerlo.
La risposta numero due è che un certo numero di trilioni di dollari di derivati non registrati dal mercato borsistico e quindi invisibili alle autorità di sorveglianza, sono stati presumibilmente acquistati anche da istituti finanziari della Ue, Italia compresa, per essere poi scambiati e rivenduti attraverso mille canali. Fino a ieri sono stati anch’essi glorificati quali capolavori di gestione del rischio, parti geniali della matematica finanziaria. V’è da sperare che il loro peso di mele marce non si riveli eccessivo per gli istituti finanziari e i risparmiatori. Ma forse potrebbe bastare per convincere qualche attore in più, in sede politica ed economica, che cacciare qualche dirigente va pure bene, ma solo una radicale reimpostazione delle regole del sistema finanziario mondiale ci porranno al riparo da catastrofi anche peggiori di quella attuale.
L'Italia blindata nei suoi confini, autarchica e nazional-popolare, è stata smascherata ieri a Lussemburgo. Il pacchetto clima non sarà rinviato ha stabilito il vertice dei ministri europei dell'ambiente. Bocciato lo stop di un anno chiesto dal governo Berlusconi per valutare «costi e benefici» dell'iniziativa, che non ha ragione di essere posticipata, secondo il commissario Ue, Stavros Dimas. Risponde patriotticamente Stefania Prestigiacomo, che parla a nome della sua Confindustria, «non ci arrenderemo», e minaccia «se non ci saranno modifiche importanti» di disertare l'appuntamento di Copenhagen 2009 e allearsi con i paese dell'Est, improvvisamente diventati modello di riferimento e, in un paradosso storico, additati dall'opposizione come figli di un dio minore («Non siamo mica la Bulgaria!»).
Opposizione frastornata e morbidissima quando ci sarebbe da gridare contro un sistema produttivo provinciale e ottocentesco che vede nella spesa per l'ambiente solo un costo, e che per bocca di Fassino (mentre Realacci dice il contrario, il Pd si decida) invita alla prudenza perché l'apparato industriale italiano avrebbe le sue «specificità», tante piccole fabbrichette da riconvertire a un'energia pulita.
Non basta l'arretratezza abissale dell'Italia, indietro sui paesi europei che hanno diminuito le emissioni tossiche in applicazione del protocollo di Kyoto mentre noi le abbiamo aumentate. Non basta l'allarme mondiale sul disastro del pianeta che moltiplica catastrofi climatiche da oriente a occidente. Impera il «buon senso» tradotto in nobile battaglia per gli interessi locali di stati che in nome della crisi si barricano dietro frontiere inesistenti. Se il crack della finanza passa i confini nazionali, figuriamoci i fumi inquinanti e climalteranti fermati alla dogana. Ma in gioco non è solo la riduzione della Co2 (il gas «di serra» che altera il clima) c'è una riconversione mentale e sociale dello sviluppo, che mantiene uno spirito coloniale, a danno del resto del mondo.
L'opinione pubblica è chiamata a condividere la posizione del governo, che si pone a difensore dei livelli di consumi nazionali, giù le mani dalle nostre tasche, come se la crisi non avesse una dimensione globale e le ricette per superarla altrettanto. Il «no» all'Europa viene spacciato per un no alla pretesa verde di comprimere le risorse, di vietare, negare benessere - aprendo lo scontro tra lavoro e ambiente - mentre al contrario è l'investimento in un futuro, già presente, che può rilanciare l'Italia nella società internazionale, fuori da vecchie concezioni industrialiste.
La «clausola di revisione» pretesa da Prestigiacomo, che insiste sui costi troppo alti del pacchetto clima (18, 2 miliardi di euro contro i 9-12 di Dimas) illustra la politica tutta populista e isolazionista del paese, la risposta di destra al terremoto economico, tra caccia xenofoba, protezionismo e aiuti di stato alle banche e alle imprese, non certo a una ricerca del «bene pubblico». Come diminuire le emissioni? Ecco pronto il rimedio, un piano «salva aziende», rottamazione di automobili ed elettrodomestici a spese dello stato, è l'ultima idea del ministro dello sviluppo economico Scajola. L'Europa ci guarda e le viene da ridere.
Dobbiamo prendere atto di una realtà: l’analfabetismo civile della società italiana è un fenomeno gravissimo. E non è per caso che lo scontro sociale si sta riaccendendo intorno alla scuola. I giovani, le famiglie, gli insegnanti stanno prendendo coscienza di quello che li aspetta: una scuola pubblica pesantemente impoverita nei servizi, nel personale, negli edifici e nelle attrezzature. A cui si aggiunge una università di infimo livello, fabbrica di lauree ridicole e di docenti senza qualità. Il tempo è giudicato maturo da chi comanda per liquidare la pesante struttura della scuola pubblica e per affiancare all’università pubblica in via di smantellamento fondazioni private capaci di velocizzare la fornitura del personale tecnicamente preparato e civilmente incolto richiesto dal sistema produttivo.
La giustificazione che regge la proposta è quella dello stato di crisi delle finanze pubbliche, aggravato oggi dalla tempesta mondiale delle banche. Ma la voce che si leva dalle piazze e che trova la via dei fax e delle mail per raggiungere il Quirinale dice che, accanto alle banche, prima e più delle banche, c’è ancora chi vuole salvare la formazione dei giovani e la qualità del nostro sistema della ricerca universitaria. È urgente affermare che qui si gioca una partita strategica essenziale. Prenderne coscienza è fondamentale. Lo stanno facendo le famiglie, gli studenti, i docenti, con proteste e richieste di interessi diversi, non sempre componibili tra di loro. Alle famiglie la riforma minacciata per decreto renderà più complicato raggiungere scuole accorpate, più ridotto il tempo dell’affidamento dei figli, più povera l’offerta culturale. Agli scolari e agli studenti toccherà in sorte un luogo di rafforzata disciplina esteriore negli abiti, nella condotta, e di inadeguata offerta per la crescita civile e culturale. Queste economie tagliate con l’accetta sul sistema scolastico ricordano quel Procuste che segava le gambe ai clienti per adattarli alla dimensione dei suoi letti.
La scuola è il pilastro fondamentale della società civile in una democrazia vitale, il luogo della socializzazione e dell’avvio a una cittadinanza consapevole, l’unico mezzo efficace per eliminare le discriminazioni di religione e di etnia, per assorbire l’impatto dei flussi migratori mondiali abituando a crescere negli stessi ambienti coloro che, da adulti, si troveranno fuori dalla scuola a convivere nella stessa società. La rivelazione della stupefacente crescita numerica della popolazione italiana ci ha fornito i numeri di quel che è accaduto negli ultimi anni, ma ha fatto anche di più: ha dimostrato implicitamente quello che i risentimenti, le chiusure, i pregiudizi e le paure seminate a piene mani cercano di nascondere, il fatto cioè che ciascuno di noi conta per uno e che tutti insieme facciamo la somma paese. Democrazia e demografia debbono andare di pari passo. L’idea di istituire classi differenziate è sorella di quell’altra balorda idea delle impronte digitali da prendere ai bambini rom.
Riuscirà la protesta degli studenti a frenare la deriva italiana? La giovinezza e la speranza di cambiare in meglio il mondo sono sorelle. Speriamo, dunque. Quanto ai compagni di strada che i giovani in agitazione e le loro famiglie stanno incontrando, la loro solidarietà non potrà esimerli da qualche esame di coscienza. Sulla protesta dei sindacati gravano quei limiti corporativi che tanto hanno pesato in passato nell’ostacolare l’avanzata dei docenti migliori e la rimozione dei peggiori e nel sostituire pressioni e contrattazioni alla logica del concorso pubblico senza limitazioni, senza fasce protette o categorie riservate. Ma è ai docenti e al sistema che governa l’università come luogo di insegnamento e di ricerca che oggi si chiede una prova speciale di credibilità. Ne saranno, ne saremo capaci? C’è da dubitarne. Un fatto recente rafforza i dubbi.
Se il clan dei casalesi compie una strage in un centro abitato in pieno giorno, nessuno vede, nessuno denunzia, nessuno testimonia. Precisiamo: nessun italiano. La "vittoria dello Stato" di cui nel caso di Castel Volturno si è gloriato il ministro dell’Interno è dovuta a un immigrato, l’unico salvatosi dalla strage. Un uomo solo, terrorizzato, sfuggito alla morte, ma capace di un atto di coraggio elementare, di una domanda di giustizia che non è giunta da nessun’altra parte. Ma parliamo dell’università. Qui le stragi ci sono ma non si vedono. Sono stragi di speranze e di intelligenze. Ogni anno in questa stagione il saldo demografico dell’università si chiude in negativo: i giovani migliori vanno all’estero, i pochi che vengono in Italia da fuori vi arrivano da paesi più poveri e più incolti del nostro. Anche qui è stato un immigrato, un raro esempio di "ritorno dei cervelli" a fare una radiografia impietosa e documentata del sistema universitario. Il professor Roberto Perotti, già docente alla Columbia University di New York, oggi alla Bocconi, ne L’Università truccata (edizioni Einaudi) ha denunziato le malattie dell’Università e ha avanzato proposte. Pagina dopo pagina leggiamo nomi e cognomi. Una tabella a pagina 22 ricostruisce il sistema di parentela che domina la facoltà di economia dell’Università di Bari come pure quelle di Medicina e Chirurgia di Bari e della Sapienza di Roma. E una tabella fittissima di ben cinque pagine illustra il meccanismo dei "concorsi dei rampolli". Le regole della parentela sono elementari nelle popolazioni primitive studiate dal grande antropologo Claude Levi-Strauss. Lo sono anche nelle tribù accademiche italiane. Qui basta un padre Magnifico Rettore a determinare l’irresistibile entrata dei membri della sua famiglia nell’università che governa e nel suo stesso dipartimento. Naturalmente il problema non è la consanguineità dei professori ma il blocco degli studi e la penalizzazione dei giovani migliori che la logica mafiosa dominante nei concorsi ha prodotto con la scomparsa tendenziale delle università italiane dalla parte alta della comunità scientifica internazionale.
Le pagine di Perotti fitte di nomi e cognomi potevano scatenare una tempesta di querele e di proteste, riempire le aule dei tribunali di dignità offese. Non è accaduto niente. Le toghe infangate e svergognate hanno continuano a coprire magnificenze fasulle abbarbicate a cattedre e rettorati. Si diceva una volta: "Calunniate, calunniate, qualcosa resterà". Viene voglia di dire oggi: criticate, criticate, niente resterà. Resta solo uno stato d’animo di invidia e di rancore, diffuso tra le famiglie soccombenti e nella poltiglia umana che dallo spettacolo dell’ignoranza trionfante e prevaricante ricava solo una spinta alla maldicenza anonima e indifferenziata e può consolarsi così delle proprie frustrazioni. Ma lo scandalo vero è la sordità delle istituzioni e dei poteri. In un’altra cultura avremmo visto probabilmente manifestazioni pubbliche, esibizioni delle vergogne su lenzuolate di nomi, proteste di associazioni e di sindacati, inchieste di magistrati, interrogazioni parlamentari. Nel libro di Perotti c’è quanto basterebbe in un paese dotato di un vero governo e di una vera opposizione per mettere in movimento almeno una inchiesta parlamentare. Anche perché gli intrecci osceni che avvengono nei concorsi non sono fatti solo di dinastie familiari. Come tutti sanno, il vigente principio dello "ius loci" affida al potere delle cosche accademiche localmente prevalenti la selezione delle nuove leve di docenti attraverso il paravento di finti concorsi. Su questa materia è stato detto tutto. Non è stato fatto nulla. Quel che è stato fatto è un disastro bipartisan che negli ultimi anni, col sistema del tre per due e con la regola concorsuale dello "ius loci" ha svenduto le residue energie dell’università italiana, ha riempito le scuole di ignoranti e ha moltiplicato le etichette di fantasia per fare posto agli asini obbedienti al potere del capocosca locale.
Ora siamo arrivati al rendiconto finale. Lo sforzo degli studenti in agitazione per coinvolgere i docenti e di riceverne pacche sulle spalle è patetico. Ci fa misurare la distanza dalle aspre e irridenti satire del ‘68, quando l’apparizione di un professore in un’assemblea studentesca faceva scattare cori di derisione. I giovani di allora oggi sono vecchi. Molti di quelli che allora dominarono le assemblee studentesche occupano o hanno occupato cattedre, ministeri seggi parlamentari. Pesa sulle loro spalle un fallimento che non hanno saputo evitare, che hanno spesso contribuito ad accelerare. Il loro eventuale appoggio andrebbe esorcizzato come una minaccia da chi vuole veramente che la scuola e l’università italiana riprendano la loro funzione di cuore pulsante della società. Lo tengano presente i giovani che oggi, timidamente, cominciano a uscire dal torpore di un paese gravemente malato.
Nell’anno in cui si celebrano i sessant’anni della Costituzione (con l’innovativo articolo 9) e ha preso forma definitiva (conclusa la seconda revisione) il Codice dei beni culturali e del paesaggio, Italia Nostra dedica il proprio congresso nazionale a “Il primato della tutela”, per avviare (non certo per esaurire) una necessaria verifica: se e come, da un lato, quel principio fondamentale abbia trovato adeguata attuazione nella produzione legislativa ordinaria (il “Codice” innanzitutto e le altre norme che hanno definito le competenze e regolato l’esercizio della funzione di tutela); e, dall’altro, se nella prassi quel primato (sancito dalla Costituzione e sempre ribadito dalla Corte Costituzionale) sia stato fatto valere e sia osservato nei rapporti con l’esercizio di diverse attribuzioni pubbliche e nel confronto con altri interessi ai quali pur si riconosca pubblica rilevanza.
Perché il nostro congresso a Mantova. Prendemmo l’impegno oltre un anno fa quando la giunta di Italia Nostra si convocò in questa città per esprimere il suo sostegno alla Amministrazione comunale e alla Sindaco che avevano con determinazione preso atto di un errore urbanistico del recente passato e avvertivano il dovere di porvi rimedio. Un nuovo insediamento residenziale avrebbe infatti irrimediabilmente alterato il mirabile paesaggio storico che con la corona dei laghi costituisce l’intorno del nucleo monumentale urbano, fissato per sempre dalla rappresentazione mantegnesca. Fu Italia Nostra a suggerire la tutela della prospettiva anche oltre la riva del lago, da e verso l’emergenza monumentale del Castello di San Giorgio e del Palazzo ducale, ma il vincolo così disposto è stato contestato e la controversia ancora non è risolta. Per confermare le ragioni che impongono la salvaguardia dello storico paesaggio di Mantova (il sistema dei laghi che contornano la città secondo un complesso assetto idraulico merita in ogni caso il riconoscimento di bene culturale in sé e perciò una diretta tutela) Italia Nostra ha voluto qui il suo congresso nazionale.
Non vuole essere il consueto rituale omaggio, talvolta di maniera, all’articolo 9, ma il tentativo di approfondirne il significato nel complessivo disegno costituzionale dei compiti della Repubblica e di ricavare le implicazioni della posizione di assoluto rilievo che fa della tutela di patrimonio e paesaggio principio fondamentale. Dunque la Repubblica si fonda sulla tutela, perché patrimonio e paesaggio sono espressione della identità nazionale e motivano nel profondo le ragioni della unità della nazione, in essi ci riconosciamo partecipi di una comune cultura, della medesima cittadinanza. A una funzione così concepita come essenziale e primaria fu adeguata la costituzione di un apposito ministero, politicamente responsabile, quale lo volle Spadolini nel 1975 (creato addirittura per decreto-legge e l’urgenza potè dirsi giustificata dal grave ritardo). Come è noto Italia Nostra non aveva condiviso le conclusioni della Commissione Franceschini per una amministrazione autonoma che avrebbe pagato la riconosciuta autonomia degli speciali modi della tutela (cui non si addicono i modelli burocratici), con un destino di separazione se non di emarginazione, di esclusione in ogni caso dalle scelte di riforma economico-sociale. Un ministro, allora, che ha titolo per partecipare alla responsabilità di governo, che siede al tavolo della programmazione con il Cipe, se la tutela così ampiamente intesa, diretta alla promozione della cultura, non solo si esprime nelle istituzioni tradizionalmente deputate secondo le due leggi fondamentali del 1939 (oggi infine unificate nel Codice comprese le disposizioni della legge Galasso del 1985, prima legge di attuazione della Costituzione), ma è tensione di ogni scelta di indirizzo nel governo del paese e perfino di ogni determinazione di gestione degli interessi pubblici. La tutela insomma non come limite operante dall’esterno ma come istanza presente in ogni scelta destinata ad incidere sulla vita dei cittadini. (In una famosa circolare oggi in desuetudine Spadolini affermò la necessaria concorrente competenza degli uffici della tutela in ordine alla progettazione di ogni opera pubblica, fosse attuata dallo Stato o dal più piccolo dei comuni). Che poi di questo ruolo così penetrante della tutela siano stati consapevoli (e l’abbiano in concreto saputo rivendicare) i titolari che succedettero a Spadolini è legittimo dubitare e per molti anni (forse meno per i più recenti) quel ministero fu considerato, nelle logiche di composizione dei governi, di rilievo politico minore se non addirittura trascurabile.
In ragione della sua specialissima materia il ministero era stato voluto dunque e concepito secondo un modello originale e innovativo, fondato sulle competenze tecnico-scientifiche, libero dall’appesantimento di rigide strutture burocratiche, garantito nella autonomia di ogni sua determinazione. L’esercizio di una funzione cui la Costituzione assegna quel ruolo essenziale e primario esige la dotazione di adeguate risorse in mezzi e competenze, dovendo intendersi gli eventuali apporti privati come integrativi, mai sostitutivi dell’autosufficiente sostegno finanziario pubblico. A questo modello organizzativo della funzione - aderente al progetto costituzionale – è agevole constatare quanto sia lontana la effettiva condizione delle istituzioni di tutela, mortificate non solo dalla assegnazione di risorse inadeguate e in progressiva drammatica contrazione, ma strette dentro un regolamento (quello di recente approvato) che esaspera i profili burocratici e l’ordinamento gerarchico, attivando in pratica una mobilità parossistica nella assegnazione dei ruoli direttivi, non pochi dei quali rimangono tuttavia scoperti, mentre continua ad essere eluso il problema del ricambio, attraverso regolari concorsi, del corpo dei tecnici che costituisce un patrimonio di elevate competenze a rischio di inaridirsi. Sicché c’è chi non senza ragione intravede una linea di progressiva consapevole se non intenzionale liquidazione delle istituzioni di tutela.
La imputazione alla Repubblica è la conferma che una tutela così intesa e pervasiva impegna non solo lo Stato, ma tutti i soggetti dell’ordinamento secondo le rispettive differenziate attribuzioni. E al riguardo, come è ben noto, fin dalla prima attuazione dell’ordinamento regionale si è aperta una contesa talvolta perfino aspra tra stato e regioni per la definizione dei rispettivi compiti in tema di tutela per le riconosciute connessioni, innanzitutto, della disciplina del paesaggio con il governo del territorio, l’urbanistica, che è competenza primaria delle regioni. La riforma del titolo V della Costituzione, approvata frettolosamente in articulo mortis di quella legislatura, ha inteso risolvere quella contesa con l’artificiosa rottura della inscindibile endiadi tutela e valorizzazione (essendo la valorizzazione funzione interna alla tutela, la sua stessa finalità) per fondare su quella discriminazione il criterio di definizione delle rispettive attribuzioni e ha così riservato allo Stato la legislazione sulla “tutela” e la sola determinazione dei principi fondamentali della “valorizzazione”, che ha rimesso per altro alla concorrente legislazione e alla esclusiva potestà regolamentare delle regioni. Con insuperabili complicazioni, come subito si avvertì quando le regioni intesero esercitare la potestà regolamentare in tema di gestione, dunque di valorizzazione, dei beni culturali appartenenti allo Stato e la Corte costituzionale dovette risolvere con qualche difficoltà il conflitto a favore della potestà regolamentare mantenuta, in quei limiti, allo stato.
Non si dubita per altro che le funzioni di amministrazione attiva della tutela obbediscano all’esigenza dell’esercizio unitario e della adeguatezza tecnica degli organi che la esercitano (come vuole l’articolo 118 della Costituzione), perché paesaggio e patrimonio sono valori rigorosamente unitari e imputati alla collettività nazionale e implicano necessariamente la responsabilità di quel livello dell’ordinamento che è rappresentativo della istanza unitaria nazionale, dunque il ministero peri beni e le attività culturali con la trama territoriale delle sue soprintendenze. Conclusione questa che non contraddice il principio della diffusa responsabilità della tutela (la Repubblica, in ogni sua istanza istituzionale secondo l’art. 9), ma riflette la esigenza che essa sia esercitata nel nome della collettività nazionale. Regione, Province e Comuni non hanno la disponibilità di patrimonio e paesaggio che pur amministrano in funzione di tutela e valorizzazione e nella ipotesi di contrasto negli apprezzamenti di merito debbono prevalere le istanze rappresentative della dimensione nazionale, quindi le istituzioni dello Stato. E’ per questa ragione che il cedimento del ministro, allora Rutelli, alla rivendicazione delle Regioni, che ha comportato l’affermazione dell’efficacia non vincolante del parere del soprintendente in tema di autorizzazione paesaggistica, contrasta con il principio costituzionale dell’esercizio unitario delle funzioni di tutela.
L’attuazione del così detto federalismo fiscale (le misure che assicurano autonomia finanziaria a Regioni, città metropolitane, province e comuni per l’esercizio delle rispettive attribuzioni), oggetto del disegno di legge di recente definitivamente approvato dal consiglio dei ministri, non sembra che possa interessare l’ambito della tutela, se non per l’ulteriore prosciugamento delle disponibilità del bilancio dello Stato che indirettamente si riflette su quello specifico del ministero dei beni culturali (è caduto, infatti, come tra un momento vedremo, quel misterioso emendamento all’articolo dello stesso disegno di legge che detta l’ordinamento di Roma capitale).
Ma la materia della tutela è compresa tra quelle per le quali anche le singole Regioni a statuto ordinario possono chiedere (e ottenere con legge dello Stato approvata da maggioranze qualificate) “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” (è una innovazione introdotta con leggerezza nella riforma del titolo V), e già nella trascorsa legislatura si era attivato per l’attuazione di questa previsione un ampio fronte guidato dalla Regione Lombardia, fronteggiato, si deve riconoscere, con fermezza dal ministro Rutelli. Nei nuovi indirizzi di Parlamento e Governo è fondata previsione che quel movimento troverà più ampio riconoscimento. Ma un limite deve rimanere insuperabile. Il terzo comma dell’art. 116 (quello appunto che intende avviare un processo di così detto federalismo differenziato) non ha certo la forza di contraddire il principio fondamentale dell’articolo 9 e non potrà risultarne in alcun modo compromessa la dimensione unitaria della gestione dei valori di patrimonio e paesaggio, né potrà perciò derivarne l’indebolimento delle strutture che lo Stato, costituendo un apposito ministero, ha doverosamente approntato per adempiere a una funzione essenziale della Repubblica e che, inadeguate per dotazione di risorse a quel compito, debbono essere al contrario rafforzate, condizione essenziale per il primato della tutela.
Nella nuova formulazione del “Codice”sono state recuperate alle istituzioni della tutela – le soprintendenze – più incisive e dirette attribuzioni in tema di pianificazione urbanistica. La redazione dei piani paesaggistici e l’adeguamento di quelli che le Regioni si siano dati debbono essere infatti espressione della necessaria intesa tra Stato e Regioni. Copianificazione si dice. Ma le condizioni in cui versano le soprintendenze per i beni architettonici e per il paesaggio ne assicurano il paritario adeguato contributo? Le intese fino ad oggi siglate tra ministero e regioni sembrano infatti rimettere anche la disciplina del paesaggio agli strumenti propri della pianificazione urbanistica e, innanzitutto, al piano territoriale regionale al quale tutte le leggi urbanistiche regionali non attribuiscono la proprietà di dettare disposizioni immediatamente prescrittive, ma danno il compito di fissare gli indirizzi alla pianificazione sottoordinata di province e comuni. Sicché il piano paesaggistico risulterà infine dall’insieme, dal mosaico, dei piani comunali. Ma è un esito che contrasta con il modello del “Codice” che vuole uno strumento speciale, unitario e autonomo. Immediatamente prescrittivi sulle specifiche situazioni dei luoghi, necessariamente prevalente sulla generale pianificazione urbanistica. Lo ha più volte ripetuto la Corte Costituzionale, l’Urbanistica ancilla della tutela paesaggistica, piegata a realizzarla, tenuta cioè ad osservarne il primato.
Ricorderemo che la rivendicazione di nuove forme di autonomia nella tutela del paesaggio è da talune regioni fondata su una testuale (francamente, e non la sola, infelice) espressione della Convenzione europea del paesaggio (2000, ratificata dall’Italia nel 2005), secondo la quale “paesaggio” “designa una determinata parte del territorio come è percepita dalle popolazioni”. Espressione come ben si intende evasiva, perché non solo affida la identificazione dei valori del paesaggio ad apprezzamenti soggettivi, pur se collettivi, ma perché non dice e non può dire come si esprima quella percezione, quale soggetto sia legittimato ad interpretarla e quale sia il criterio di collegamento tra ambiti territoriali e popolazioni. Ebbene “le popolazioni” della convenzione dovrebbero intendersi quelle locali e da quella espressione si vorrebbe perciò ricavare l’impegno assunto dal nostro paese con la ratifica della convenzione a riconoscere l’attribuzione esclusiva dei compiti di identificazione e tutela del paesaggio ai Comuni come rappresentativi appunto delle popolazioni locali, quelle insediate nell’immediato intorno della “determinata parte del territorio”. L’argomento, come è facile intendere, è debolissimo ed è testualmente contraddetto dalla stessa convenzione (l’art. 4) la cui esecuzione si adegua alla ripartizione delle competenze secondo l’ordinamento di ogni stato e in conformità ai suoi principi costituzionali, con esplicito riconoscimento del ruolo nazionale.
Una rapida osservazione sull’emendamento al disegno di legge governativo in tema di federalismo fiscale che fonti non ufficiali ma accreditate davano approvato per conferire al comune di Roma e al costituendo ente di Roma capitale potestà esclusiva nella materia della tutela di patrimonio e paesaggio. Una amputazione colossale, è facile intendere, dell’unitario patrimonio culturale della nazione. Non è invece così e il sindaco di Roma, che lo aveva annunciato, era stato male informato. Ma l’equivoco (con le reazioni risentite subito suscitate) non deve essere stato consumato invano. La unitarietà di patrimonio e paesaggio della nazione esige, varrà ripeterlo ancora in questa occasione, unità di esercizio della tutela ed esclusivamente con leggi costituzionali (che vorremmo rimettere in discussione) sono state introdotte le sole eccezioni degli statuti “speciali” di Sicilia, Val d’Aosta, province autonome di Trento e Bolzano).
Dunque, si è detto e ripetuto, tutela come funzione essenziale della Repubblica, paesaggio e patrimonio come valori assoluti e prioritari che non tollerano di entrare in bilanciamento con altri interessi anche di rilievo pubblico sui quali debbono quindi sempre prevalere. Il primato appunto della tutela. Nel disegno costituzionale la tutela è presidiata da una straordinaria forza, della quale non sembrano sempre consapevoli non solo le soprintendenze ma perfino i comitati tecnico-scientifici, la massima istanza consultiva del ministero. Come nel caso dell’assurdo parcheggio sotterraneo che lambisce le fondazioni della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, giudicato incompatibile dal bravo soprintendente, ma infine licenziato sul parere del comitato tecnico scientifico che ha ritenuto di non potere resistere alla scelta politica e si è limitato a suggerire esornative mitigazioni. E anche il parcheggio nel cuore del Pincio era stato licenziato dal direttore regionale perché avrebbe migliorato la qualità urbana delle strade circostanti liberate dall’ingombro delle autovetture in sosta e dunque sopportabile il sacrificio degli strati millenari di fondazione della città sotto quell’assetto monumentale. E delle ragioni della tutela si sono invece investiti sindaco e ministro, negando lo sventramento del colle. Aprendosi così il delicato problema dei poteri del ministro in ordine ad uno specifico tema di tutela rispetto alla determinazione del competente organo tecnico-scientifico, intervento nella specie virtuoso, come per la tramvia che sfiora a Firenze Battistero e Santa Maria del Fiore, inconcepibile a giudizio del ministro (e per ragioni di ovvia coerenza per il parcheggio del Sant’Ambrogio a Milano e per il massiccio filobus, il Civis, nella Bologna medievale). Ma pure legittimo quando impone al dissenziente direttore del museo (è il caso dell’Annunciazione leonardesca promotrice e Tokyo del made in Italy) il prestito a una esposizione all’estero di un’opera dal direttore giudicata inamovibile?
La eccezione culturale è in linea di principio insuperabile e ha la forza di imporsi non solo sull’improprio insediamento residenziale sotto le mura di Monticchiello (e vi ha rinunciato), ma pure su altavelocità, autostrade, metropolitane, ponte sullo Stretto, eccetera; e pure quando il no del soprintendente e del direttore regionale nella sede della conferenza dei servizi rimane fermo e la questione sia stata rimessa al governo, neppure qui la politica può far legittimamente valere le sue prevalenti ragioni, perché anche il Consiglio dei ministri è chiamato a dare un apprezzamento di merito interno alle esigenze di tutela, che è tenuto a rispettare per precetto costituzionale. E’quanto non è invece avvenuto per il tracciato della autostrada Rovigo – Vicenza - Trento che sconvolge il paesaggio palladiano ed era stato fermissimamente contrastato da tutti i soprintendenti, ma il Consiglio dei ministri ha infine imposto con le superiori ragioni delle comunicazioni e dei trasporti. E il Consiglio di Stato non ha visto ragioni di censura. Perché non ha avvertito che il precetto della tutela dei beni culturali è rivolto anche al giudice (amministrativo e ordinario) che ben può, e anzi deve, direttamente applicare l’articolo 9, in ogni caso come criterio interpretativo della norma ordinaria. (Italia Nostra si propone di invitare a convegno magistrati ordinari e amministrativi per discutere con loro di “tutela e giurisdizione”). E se è vero in linea generale che le determinazioni politiche del governo trovano in se stesse, come espressione appunto della potestà politica, la ragion d’essere e dunque sono sottratte al dovere della motivazione che è requisito di legittimità dell’atto amministrativo, quando si tratti invece del destino del patrimonio culturale della nazione neppure il governo è sciolto dal precetto della tutela e deve dar conto di averlo osservato. L’amico Gianluigi Ceruti, alla cui competenza e generosità Italia Nostra affida la difesa nelle più impegnative controversie davanti al giudice amministrativo, constata con amarezza che l’aspettativa di tutela giurisdizionale dei valori di patrimonio, paesaggio e territorio è assai spesso delusa. E non è infrequente la decisione che pretende dal provvedimento di tutela (come requisito della sua legittimità) il bilanciamento tra l’esigenza di salvaguardia del bene culturale e l’interesse privato o pubblico che dalla tutela risulterebbe anche soltanto in parte sacrificato. Un giudice dunque non ancora consapevole del primato della tutela?
Certamente in contrasto con il principio di assolutezza della tutela è la norma del Codice dei beni culturali (art. 21), ereditata dalla legge del 1939, che rimette alla superiore decisione del ministero, dunque in sede di valutazione politica, “la demolizione delle cose costituenti beni culturali”, e questa competenza è stata invocata ed esercitata anche di recente per consentire alla metropolitana di Roma di travolgere lo strato archeologico con la prevista stazione di Piazza Venezia e alla metropolitana di Brescia di portar via le profonde fondazioni di una torre medievale.
Dall’articolo 9 discende la necessità per tutte la istituzioni della Repubblica di dotarsi di adeguate competenze tecnico - scientifiche e strutture organizzative per assicurare in proprio l’esercizio delle funzioni di tutela, certamente impegnate al più alto livello di responsabilità nella gestione dei musei pubblici che sono centrali, se così si può dire, nella strategia del “patrimonio”. L’aver artificiosamente sottratto la valorizzazione alla tutela apre la via alla privatizzazione di attività che sono invece espressione diretta della funzione di tutela, come appunto la gestione dei musei, che espressamente il Codice dei beni culturali e del paesaggio considera attività di valorizzazione dei beni culturali di appartenenza pubblica. Italia Nostra ha criticato con severità la formulazione dell’articolo 115 come è risultata dalla prima revisione, quella del 2006, e così è rimasta definitivamente. Gli enti cui i musei appartengono sono sciolti dall’imperativo di costituire in proprio “strutture organizzative interne alle amministrazioni, dotate di adeguata autonomia scientifica, organizzativa, finanziaria e contabile, e provviste di idoneo personale tecnico”, perché “al fine di assicurare un miglior livello di valorizzazione dei beni culturali” ben possono ricorrere alla gestione indiretta e cioè per concessione a “terzi”, e la scelta tra gestione diretta e indiretta “è attuata mediante valutazione comparativa in termini di sostenibilità economico-finanziaria e di efficacia”. Insomma si esprime così una netta preferenza per soluzioni esterne: la rinuncia, inammissibile in linea di principio, ad assumere in proprio la responsabilità della gestione culturale (non più soltanto dei servizi aggiuntivi) del più prezioso, complesso, impegnativo bene culturale, le cui raccolte appartengono al demanio pubblico, perché “il miglior livello di valorizzazione” è raggiunto per concessione a “terzi”. Come se poi, prive di adeguate strutture tecnico-scientifiche interne, le amministrazioni proprietarie siano capaci di guidare e controllare la esecuzione del contratto di servizio che regola i rapporti con il concessionario. Una deriva verso la dismissione di una funzione essenziale, una grave offesa al primato della tutela. Non conforta la constatazione che in pratica la gestione di un museo ben difficilmente può essere remunerativa e non pare che vi sia convenienza economica al concorso di privati concessionari . Preoccupa invece che il contratto di servizio, nella ricerca di efficaci incentivi per il terzo concessionario, sacrifichi alla sostenibilità economico-finanziaria le finalità di ricerca e promozione culturale che animano il museo.
Né abbiamo dubbi che il primato della tutela non consenta le annunciate operazioni di vera e propria messa sul mercato dei nostri patrimoni museali, ai quali si riconosce un potenziale valore locativo da spendere presso i provvedutissimi musei di oltre oceano o con quelli costituendi fondati in Medioriente sul petrodollaro. Il modello, dichiaratamente, è quello oggetto della convenzione siglata dal Louvre con il governo di Abu Dhabi per un fantasmagorico museo dell’Emirato, progetto giudicato in Francia “dissennato” da Jean Clair, il direttore del Museo Picasso, che fu per oltre dieci anni conservateur general du patrimoin. Chiediamo al Ministro di richiamare i suoi consulenti dalle visite di promozione commerciale negli Stati Uniti, che troppo li avvicinano a piazzisti. E’ la mercificazione del bene culturale pubblico, non più fine, ridotto a mezzo di produzione di utilità economica (e non importa se per essere spesa a beneficio del museo). E neppure si è riflettuto che il “Codice” pone un alt insuperabile a simili operazioni con l’art. 67, che ammette, sì, l’uscita temporanea in attuazione di accordi culturali con istituzioni museali straniere e per la durata che non può essere superiore a quattro anni, ma soltanto in regime di reciprocità, con esclusivo fine di scambio, per ottenere cioè un analogo prestito che reintegri la raccolta secondo un ragionato progetto culturale e compensi la temporanea assenza. Non certo come manovra che valga a supplire le carenze degli ordinari e dovuti finanziamenti istituzionali.
Né crediamo che questa manovra possa essere programmata e governata in sede centrale, perché ogni singola iniziativa deve essere invece espressione di accordi culturali promossi dalla direzione scientifica del museo interessato e perché la realtà dei nostri musei, già lo osservammo in altra sede, è ribelle ad assetti organizzativi unitari che facciano gerarchicamente capo a una appositamente costituita direzione generale del ministero
Per concludere. Un primato difficile. Non generalmente riconosciuto. Insidiato. Perfino apertamente contestato. Credo che si possa parlare di un allarmante fenomeno di inadempimento costituzionale.
Quale il compito di Italia Nostra. La tutela ha bisogno di un forte sostegno nazionalpopolare, lo diceva Giorgio Bassani, proprio in senso gramsciano sottolineava lui, crociano di convinta osservanza, e proponeva all’associazione il compito di suscitare la partecipazione democratica alla responsabilità della tutela, di farsi strumento di questa diffusa coscienza. E’ un compito che credo l’associazione abbia saputo sia pure con difficoltà perseguire, anche se questo impegno non si è tradotto in un corrispondente sviluppo quantitativo della sua compagine sociale, ma diffusa e radicata in ogni parte del paese. Risultati non irrilevanti possiamo registrare, e anche nel vasto movimento dei comitati. Ed è compito ancora attuale che trova un recente riconoscimento nella esplicita apertura della riforma del titolo V della Costituzione (ma che stava già in nuce nell’articolo 3), come sussidiarietà orizzontale, diretto coinvolgimento, e dunque responsabilità, di cittadini e loro libere associazioni nella stessa gestione attiva degli interessi pubblici.
Che il federalismo d’impianto leghista si prestasse ad aggravare i guasti apportati dalla modifica del titolo V della Costituzione ad opera delle sinistre, era stato denunciato più volte su queste colonne. La rubrica scorsa, appunto, lamentava come i post comunisti, nell’ansia di cancellare le proprie radici, avessero finito per gettare via, oltre a Marx e Stalin, anche Garibaldi e Cavour. Ed ora se ne vedono i frutti velenosi. Il «Comitato per la bellezza», un organismo dedito alla difesa artistica e paesaggistica, presieduto da Vittorio Emiliani, mi ha inviato in proposito una mappa delle fasi di fioritura di una di queste «mele stregate», destinata non certo ad avvelenare Biancaneve. L’11 settembre il governo presenta il disegno di legge sul federalismo fiscale che, sottoposto alla Conferenza Stato-Regioni, passa quasi indenne. Il 3 ottobre il medesimo testo arriva al Consiglio dei ministri. A fine seduta viene inserito un copioso articolo aggiuntivo di cui non si era parlato fino a quel momento, neppure con le Regioni, col quale viene, tra le altre cose, trasferita all’Ente Roma Capitale «la tutela e la valorizzazione dei beni storici, artistici, ambientali e fluviali», sin qui di competenza statale o demaniale, nonché le funzioni di urbanistica e pianificazione finora devolute alla Regione.
Appena venuto a conoscenza dell’inserimento dell’«articolo aggiuntivo» su Roma Capitale nella legge sul federalismo fiscale il sindaco Alemanno se ne rallegra pubblicamente: «E’ un risultato storico. La città avrà uno statuto europeo. I più importanti processi decisionali - inclusa la tutela dei beni culturali e ambientali - invece di passare per tre diversi livelli Comune-Provincia-Regione (e Stato) sono concentrati nell’assemblea capitolina. Così si potranno prendere con più rapidità le decisioni». Contemporaneamente il ministro per i Beni culturali, Sandro Bondi, dice di non saperne nulla.
La cosa, però, non finisce qui. Prima di proseguire vorrei, però, premettere che la legge su Roma Capitale è un obbiettivo da lungo tempo giustamente atteso. Non è possibile, infatti, governare con gli stessi strumenti regolamentari di un qualsiasi capoluogo, una metropoli dove, oltre alla amministrazione comunale, sono installate tutte le istituzioni di governo e di rappresentanza della Repubblica, nonché quelle vaticane. Ciò non significa, però, che Roma debba essere sottratta ad ogni vincolo di controllo, soprattutto in tema di salvaguardia ambientale e culturale. E qui l’articolo approvato dal Consiglio dei ministri entra in conflitto con la stessa Costituzione, laddove, all’art. 9, proclama che «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Non si tratta, si badi bene, di una proclamazione retorica ma di una direttiva pratica: se questa tutela fosse stata delegata ad enti, altri dallo Stato, e in special modo a quelli locali, ne sarebbero derivati continui conflitti d’interesse per la presenza sul territorio di forze potenti, capaci di influire direttamente e indirettamente sulle rappresentanze, per loro natura più permeabili ad operazioni clientelari. Lo scandalo esploso a Roma, allorquando venne permessa la costruzione dell’Hilton sui crinali di Monte Mario, si sarebbe ripetuto ovunque e su più larga scala. Gli scempi ci sono stati egualmente ma senza il potere vincolante autonomo delle Sovrintendenze, ripreso anche dal Codice attuale dei Beni culturali sulla scia di tutti quelli precedenti, dalla legge giolittiana del 1908, a quella di Croce del ‘22, dalle due leggi Bottai del ‘39 al Testo unico del 1999, ebbene l’intera Penisola sarebbe uscita devastata.
Ricordato tutto questo, torniamo alla vicenda del famigerato articolo aggiuntivo di cui sopra. Ebbene, uscito da Palazzo Chigi il 3 settembre, si perde per strada e non arriva al Quirinale. Al presidente della Repubblica, che deve firmare il testo prima di avviarlo all’iter parlamentare, viene sottoposta la stesura precedente, quella sancita dalla Conferenza Stato-Regioni, che non contiene la corposa aggiunta su Roma Capitale, malgrado, nel frattempo, i ministri Calderoli e Matteoli dichiarino di averla approvata. Cosa c’è dietro? Probabilmente la stessa tattica seguita con l’emendamento salva-manager infilato di soppiatto nel decreto Alitalia: si nasconde la «mela stregata» agli occhi del Quirinale per non incappare in una possibile obiezione ostativa del Presidente, quindi la si ripresenterà, come emendamento, nel corso della discussione parlamentare sul federalismo. Come dice Andreotti a pensar male si fa peccato, ma si indovina. Del resto gli interessi in gioco sono enormi.
Ambiente, l'Italia contro l'Europa:
«Salvare la terra è fuori mercato»
di Rina Gagliardi
Secondo l'ultimo rapporto dell'"Arctic Report Card", redatto annualmente dai maggiori climatologi di dieci Paesi, il Polo Nord si sta sciogliendo a velocità crescente - intanto quest'autunno ha registrato una temperatura superiore di cinque gradi a quella dell'anno scorso. Una "notiziola" di un certo interesse, tra un delitto e l'altro, tra un'uscita di Brunetta e l'altra. Eppure, diciamoci la verità, la sensibilità di massa all'ambiente e al rischio di una (non lontanissima) catastrofe climatica è oggi, in Italia, in caduta libera - decenni di "pensiero unico" neoliberista hanno prodotto anche questa specifica, drammatica regressione. Alle classi dominanti, ad una imprenditoria dedita, nel migliore dei casi, al profitto a breve, dell'ambiente, del destino della specie umana, della sorte delle generazioni future, non gliene importa nulla - e comunque non ci crede, vuoi per indifferenza vuoi per cecità vuoi per abissale ignoranza. In più, ci si mette, se così si può dire, la crisi dei mercati finanziari e anzi dell'economia capitalistica: invece di usare l'occasione - quasi strepitosa - per rimettere in discussione il modello di sviluppo che ha generato la crisi, o almeno per cominciare a rifletterci su, si fa l'esatto opposto. Se ne trae la conclusione che, ora, è il momento di rilanciarlo "alla grande", quel modello, con generosi e pochissimo liberisti aiuti di Stato.
Diamine, come dice Renato Schifani, vi sembra il caso di dilettarsi con questi "lussi" del rispetto dell'ambiente, quando domina l'emergenza economica? Così la seconda carica dello Stato si fa sberleffo della prima, Giorgio Napolitano, che un momento prima aveva provato a spezzare una pur timida lancia a favore dell'ecologia. Così, c'è da giurarci, cresce nel senso comune la convinzione che quelle dell'Europa son tutte balle, sciocchezze, ubbìe - "politica", come ormai viene spregiativamente definito tutto ciò che esula dall'apparenza immediata, tutto ciò che va oltre l'istantaneità del presente.. Non è forse vero, come scriveva ieri il Finacial Times, che il governo Berlusconi gode di un consenso massiccio e di un sostegno da parte di alcuni media di natura che l'autorevole quotidiano conservatore chiama "nordcoreano"?
Detto tutto questo, però, resta abbastanza incredibile quel che sta succedendo in questi giorni, nello scontro - durissimo - che oppone il governo italiano all'Europa. Non era forse mai accaduto che questo Paese fosse rappresentato, fuori dai confini nazionali, da posizioni tanto scandalose: ora, la proposta italiana, che certo troverà il caloroso sostengo della (sola) Polonia, è addirittura, quello di rinviare sine die - di un anno, di quindici mesi, di due anni - ogni applicazione del piano "20-20-20" (la riduzione entro il 2020 del 20 per cento delle emissioni di biossido carbonio e la contestuale espansione al 20 per cento delle fonti di energia rinnovabile). Non era mai successo, forse, che un Governo fosse ridotto a puro tappetino delle "rivendicazioni" di Confindustria - anche la cancelliera tedesca Angela Merkel ha il suo da fare con l'opposizione della Bdi (la Confindustria tedesca), ma regge lo scontro con dignità. Non si era mai visto un ministro, anzi una ministra dell'ambiente così spudoratamente contro l'ambiente, come appare oggi la signora Prestigiacomo (per altro, i ministri "contro" sono una specialità di questo Governo: la Gelmini non è forse all'opera, alacremente, contro la scuola? Sacconi non sta pianificando la distruzione di quel che resta del Welfare? Angelino Alfano non è un avvocato rampante che ce l'ha a morte con la giustizia?).
In verità, sta succedendo qualcosa che va perfino oltre la pur cruciale questione ambientale: la esplicita, arrogante, quasi trasparente rivendicazione dei disvalori. Abituati come eravamo all'ipocrisia (e anche all'equilibrio) democristiano, non abbiamo visto (in tempo) la trasmutazione regressiva delle nuove "classi dirigenti": ora, nel momento storico che stanno vivendo, non si nascondono più. Proclamano apertamente la disuguaglianza, sociale e giuridica. Appoggiano senza infingimenti banchieri e industriali. E così via. E affermano, appunto, che l'emergenza ambientale non esiste - e se per caso esiste, è irrilevante, o è l'invenzione di qualche scienziato pazzo, in cerca di pubblicità. In altre epoche avrebbero detto che è tutto nasce da un complotto comunista - adesso, con Barroso e Sarkozy alla guida della Ue, usano altri e più pedestri argomenti. Quando un ministro che di ambiente visibilmente non sa nulla, come Renato Brunetta, arriva a dichiarare che "il piano Ue è una follia", quando si snocciolano cifre spropositate per dimostrare che inquinare meno (pochissimo meno di quanto oggi si inquina, in un Paese, il nostro, che viola da anni i mitissimi protocolli di Tokyo e paga per questo multe salatissime) uccide l'industria e le famiglie, quando, insomma, i palazzi del potere rivestono la loro politica reazionaria di agitazione nazionalistica e "antipolitica" (antieuropea), vuol dire che la storia si è rimessa a girare all'indietro molto più di quanto abbiamo pensato e immaginato.
Aveva proprio ragione Carlo Marx, quando, nel lontano 1857, scriveva che quando "il valore di scambio cessa di essere la misura del valore d'uso la produzione basata sul valore di scambio crolla". La mercificazione di tutto è la folle risposta che il capitale dà alla sua crisi epocale - fino al punto da mettere in discussione la sopravvivenza della civiltà e della stessa specie umana. Il dibattito sull'emergenza ambientale è tutto dentro questo quadro in fondo classico: la contraddizione insanabile che si sta producendo tra forze produttive e rapporti di produzione. Non crediate che siano esagerazioni, o previsioni apocalittiche. E' quasi solo marxismo spicciolo.
Brunetta: «I vincoli ambientali
dell'Europa? Sono una follia»
di Sara Volandri
Il ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta, come del resto l'intero governo Berlusconi, non gradisce affatto le bacchettate dell'Unione europea alle nostre blande politiche ambientali. Anzi, alle nostre politiche inquinanti. In particolare sembra pronto a innalzare vere e proprie barricate pur di non rispettare i vincoli per le emissioni di Co2 stabiliti dai governi dell'Ue (tranne Roma e Varsavia). Lo dimostra l'imbarazzante vicenda dei rapporti truccati e presentati a Bruxelles per esentare l'Italia dal rispetto dei vincoli. Cifre «fasulle» come aveva fatto notare il Commissario all'Ambiente Stavros Dimas, definendosi «allibito» dalle argomentazioni del governo italiano.
Lo dimostrano anche i toni accesi di Brunetta che si è rivolto con queste sprezzanti parole ai partner comunitari e alla stessa Commissione: «L'Europa ha poco da bacchettare, perché il 20-20-20 è una follia». Il 20-20-20 è un pacchetto che impone alla produzione industriale il 20% di fonti rinnovabili, il 20% di risparmio energetico e il 20% riduzione Co2; misure sottoscritte sanza problemi da Francia, Germania e Gran Bretagna solo per citare i paesi più grandi, ma che evidentemente rappresentano un intralcio alle politiche confindustriali del centrodestra. D'altra parte era stata proprio Confindustria la prima a scagliarsi contro i parametri dell'Ue, rifiutando qualsiasi compromesso sull'innovazione energetica e la riduzione di gas serra.
Troppo onerose per le nostre imprese, per la nostra competitività, troppo estranee alla cultura di un governo che in questi giorni è prodigo di affermazioni che la dicono lunga sulla sua sensibilità ambientalista; dal ministro per le infrastrutture Altero Matteoli, il quale in un impeto "bushista" afferma che «bisogna rinegoziare il protocollo di Kyoto», al capogruppo del Pdl all'Europarlamento Fabrizio Cicchito per cui «l'Italia sta soltanto difendendo il proprio sistema imprenditoriale».
Brunetta prova a spiegare il motivo, alludendo a una specificità italica che farebbe dello stivale un'eccezione: «Per un paese manifatturiero come il nostro che ha una densità e intensità di imprese superiore alla media europea i costi sarebbero altissimi. Dei quattro grandi solamente l'Italia trarrebbe svantaggi. Abbiamo fatto bene a non accettare un pacchetto che costerebbe venti milioni di euro fino al 2020. Questo non ce lo possiamo permettere perché ucciderebbe le nostre imprese e le nostre famiglie». Uno strano argomento: se le imprese italiane sono le più diffuse sul territorio e dunque con un impatto ambientale superiore rispetto alla media europea, perché mai dovrebbero essere le sole a sfuggire ai vincoli europei? In teoria, poiché sono più inquinanti, dovrebbero semmai averne di più di restrizioni.
Domani in Lussemburgo ci sarà una nuova tornata di colloqui per provare a uscire dall' impasse . Malgrado il visibile conflitto con Roma, il portavoce della Commissione Jens Mester sembra ottimista: «Ci incontreremo con i rappresentanti dell'Italia al Consiglio Ue. Per il commissario Dimas sarà un occasione di discutere sul pacchetto clima e sull'impatto economico delle sue misure. Siamo consapevoli che alcune nazioni sono preoccupate, ma ci sono ancora margini per trovare una soluzione costruttiva che porti a un'accordo complessivo entro il mese di dicembre».
Il Consiglio di domani è la prima riunione dei ministri dell'Ambiente sotto la presidenza francese e, con un Sarkozy che almeno a parole ha sempre messo del clima al centro dei suoi programmi, non sarà facile trovare un'intesa con Italia e Polonia. Sicuramente il testo finale verrà modificato; tutto però starà nei tempi del negoziato. Roma chiede 12-15 mesi mentre Bruxelles vuole concludere per la fine del 2008. Due posizioni apparentemente inconciliabili.
Non è la prima volta che gli italiani s’interrogano su propri difetti e chiusure, pur credendo d’essere un popolo per natura buono, aperto al forestiero e innocente. L’innocente spesso è attratto dal male - specie dai vizi contrari alle proprie virtù - perché certi mali li ha magari patiti, ma non vedendoli in sé non li conosce. È quel che succede oggi, con il moltiplicarsi di xenofobie e violenze. Dopo la caduta di Prodi i vizi si sono dilatati, e non solo a causa di dispositivi come le impronte digitali ai bambini rom o il reato di clandestinità, ma perché in concomitanza con quella caduta son svaniti d’un tratto un gran numero di tabù e inibizioni.
La volontà di creare classi separate per i bambini immigrati che non padroneggiano l’italiano, manifestata dalla Lega, nasce in questo clima, già torbido. Sul New York Times del 12 ottobre, Rachel Donadio osserva che la xenofobia è particolarmente forte in Italia, «trasformatasi solo di recente in Paese d’immigrazione». Ragionare sull’integrazione è difficile quando il multiculturalismo cessa di essere una possibilità diventando un fatto, e dai cieli dell’ideologia tocca atterrare sul pavimento del reale. Il razzismo è bestia strana: a volte esiste prescindendo dalle razze (l’antisemitismo senza ebrei in Est Europa o Asia), altre volte è diffuso pur essendo condiviso da pochi (il razzismo senza razzisti in America).
Tanto più importante è quello che accadrà negli Stati Uniti, il 4 novembre. Se Barack Obama dovesse vincere, molte cose cambierebbero nei Paesi europei tentati dalla chiusura allo straniero, non solo nella politica ma nel costume e nella conversazione cittadina. Per forza il ragionamento sulla mescolanza di culture incorporerebbe le scosse d’Oltreoceano.
Come nella finanza mondiale, anche queste scosse hanno le caratteristiche della tempesta perfetta, del perfect storm raccontato dallo scrittore Sebastian Junger. Così son chiamate le tempeste i cui effetti sono massimizzati dal concorrere imprevisto di circostanze diverse, che mutano non solo l’agire ma il pensare. Analoga tempesta potrebbe scompaginare le nostre società, qualora Obama vincesse.
Sono decenni che intellettuali e politici s’ingegnano a denunciare il politicamente corretto, che negli Anni 70 impedì di analizzare seriamente le differenze fra culture o generi, e addirittura negò tali differenze. Questa idealizzazione produsse un’ideologia contraria non meno astratta, fautrice del politicamente scorretto, che senza speciali patemi condona la xenofobia. Anche nel rapporto col diverso, come nella finanza, i paradigmi dominanti sono inciampati sulla realtà, fallendo.
Naturalmente il razzismo - come il fascismo - non è lo stesso di ieri. Mutano le parole, gli atti. Ma se un politico consapevole come Fini comincia ad allarmarsi, c’è da stare attenti. Il fondatore di An conosce bene il lato buio dell’innocenza italiana. Se dice, come giovedì alla sinagoga romana, che «razzismo e xenofobia sono una sorta di mostro che può risorgere in forme e modalità diverse»; se aggiunge che «in Italia ci sono troppe, troppe dimostrazioni di ignoranza, paura, avversione», e che questi fenomeni, «se non affrontati nei modi dovuti, possono diventare razzismo», vuol dire che qualcosa di marcio c’è.
Meglio chiamarlo xenofobia, perché il razzismo si concentra sulla natura genetica del diverso. Ma all’origine è sempre la diversità che incollerisce, e nascondersi dietro distinguo linguistici non aiuta. Perfino la religione può divenire un diversivo: il giornalista Nicholas Kristof sostiene che le voci su Obama musulmano sono in realtà surrogati della calunnia razziale (New York Times, 21 settembre). Non sarà razzismo quello che abbiamo davanti, ma di certo è il sentimento che l’antropologo Claude Lévi-Strauss descrisse nel ’52 e nel ’71 (Razza e Storia. Razza e cultura, Einaudi 2002): è paura dell’ibrido culturale. Questo sentimento, unito a ingredienti come l’ignoranza citata da Fini e alla diseguaglianza mondiale che accentua le migrazioni di popoli, sfocia in razzismi moderni spesso sottovalutati anche dai liberali.
Proprio perché sta trasformandosi, l’Italia deve fabbricarsi con urgenza un pensiero e una politica lungimiranti sulla società multiculturale. Isolare dalle classi i bambini stranieri, schedare i rom: sono mosse emotive non solo pericolose ma sterili, come la storia di molti Paesi europei insegna. Lo ricorda il linguista Tullio De Mauro: «Più le classi sono eterogenee, migliori sono i risultati degli alunni. Dei più bravi e dei peggiori» (Corriere della Sera, 17 ottobre). Chi lascia passare simili idee accetta che l’integrazione avvenga in tali modi: sbrigativi, brutali, e infruttuosi. Lévi-Strauss descrive le trappole di un’integrazione che accorpa il diverso odiando la varietà: «è in pericolo la civiltà», la sua capacità di preservarsi mutando. Il progresso avviene solo «quando si creano coalizioni di culture»: solo in tal caso, scrive, non si ha storia stazionaria, solitaria, ma storia cumulativa come nel Rinascimento o nel Neolitico. L’avversione al meticciato espressa da Marcello Pera, il 21 agosto 2005, fu un contributo non minore alla tempesta odierna: sinonimo di bastardo, il meticcio era sospettato di aprire le porte «all’immigrazione incontrollata», al declino demografico, «e così via, di allarme in allarme».
Il discorso sulla razza che Obama ha tenuto a Filadelfia il 18 marzo è decisivo anche per l’Italia che sta divenendo melting pot, crogiolo dove varie culture formano la nazione. L’editore Rizzoli ha avuto l’ottima idea di pubblicarlo, con una prefazione di Giancarlo Bosetti (Sulla razza, 2008). Conviene leggerlo, perché aiuterà a capire meglio presente e futuro. Ci si renderà conto che molto resta da fare, per eliminare non solo i pregiudizi dei bianchi ma anche dei neri. Ambedue sono chiamati a una rivoluzione mentale, da Obama. I bianchi devono scoprire che esiste ormai un razzismo senza razzisti, come spiegato da importanti sociologi (Eduardo Bonilla-Silva, Racism without Racists, 2003; Michael Brown, Whitewashing Race, 2005). Ma anche le minoranze nere, accecate da pregiudizi, devono trasformarsi.
Il fatto è che dal dopoguerra esiste una sorta di consenso progressista, a proposito delle minoranze, modellato sulla storia israeliana e sull’idea che ogni minoranza oppressa o discriminata, cominciando dai neri americani, ha da compiere un Esodo dalla schiavitù. L’Esodo è il nuovo mito planetario, e in genere si combina con il rigetto dell’assimilazione avvenuto nell’ebraismo europeo. Ambedue - mito e rigetto - vanno oggi rimeditati: la frammentazione identitaria non può divenire il modello d’ogni minoranza, pena l’impossibilità di quella coalizione delle culture cui accenna Lévi-Strauss quando invoca una storia cumulativa, non statica. L’assimilazione va rinominata, ma da essa occorrerà ripartire.
È come se Obama avesse appreso da Lévi-Strauss le insidie delle solitudini storiche che fossilizzano. Quando dice che l’Unione creata dai fondatori americani non è compiuta ma da compiere, quando ricorda al reverendo Wright della Chiesa Nera che «la società non ha nulla di statico» ma può cambiare, migliorare, smaschera gli stereotipi bianchi e anche la fuga dei neri nell’identità chiusa e nella disperazione. L’audacia della speranza è possibile perché le società vive non sono immobili. Vale anche per l’Italia.
L’uomo xenofobo ha le passioni tristi descritte da Spinoza: risentimento, paura che svuota il futuro, incapacità di sperare e perfino desiderare. Acchiappa salvagenti con gesti di naufrago, pensando che la vita sia un gioco a somma zero, in cui guadagniamo se l’altro perde. Una vittoria di Obama farebbe bene non solo all’America, e non perché sia un candidato nero o di sinistra. Perché confuterebbe la storia stazionaria in cui ogni civiltà stagna e perisce.
Sublagunare da Tessera al Lido, e poi a Chioggia, passando per la «pancia del Mose». Mentre in laguna si discute sull’utilità e la compatibilità della nuova grande opera, in Regione il futuro è già disegnato. Il nuovo Ptrc, il Piano territoriale di coordinamento, prevede già il contestato collegamento dei treni sotto la laguna. I soldi non ci sono, i pareri favorevoli nemmeno, ma l’idea intanto va avanti. E insieme alla sublagunare ecco concretizzarsi anche Veneto city, due milioni di metri cubi di cemento fra Dolo, Mira e Pianiga. «Tutto concertato con gli enti locali», assicura la Regione. «Ma per piacere, su questi due punti non è stato concertato proprio niente», sbotta il sindaco Massimo Cacciari. Lui ha sempre espresso forti dubbi sull’utilità (e i costi) del Mose e sulla sublagunare. E anche su Veneto city, colata di cemento che oltre a mangiarsi un altro pezzo del territorio veneto che si dice di voler salvare potrebbe compromettere il riuso delle aree industriali dismesse di Porto Marghera. Un Ptrc che, secondo l’assessore regionale all’Urbanistica Renzo Marangon, dovrebbe entrare in vigore entro Natale e poi trovare applicazione nei vari Pat, i Piani di assetto del territorio dei Comunei.
«Questo Piano, al di là delle generiche enunciazioni di principio», scandisce il consigliere regionale dei Verdi Gianfranco Bettin, «è la traduzione veneta di quello che anche a livello nazionale fa la destra, la peggiore destra europea. Hanno messo in discussione il Piano europeo per combattere l’effetto serra, che altri Paesi a guida conservatrice come Germania e Francia hanno invece accettato. E qui presentano questi piani». «Veneto City», continua Bettin, «è un progetto di devastazione dell’area centrale della provincia che produrrà cementificazione, ma anche il definitivo intasamento del traffico e il fallimento del rilancio di Marghera, dove gli spazi ci sono. Quanto alla sublagunare, si parla senza aver fatto prima valutazioni di impatto ambientale ed economiche».
Sulla sublagunare il centrodestra spinge. Quattro anni fa il ministro Lunardi aveva promesso all’allora sindaco Paolo Costa finanziamenti a carico del Cipe. E adesso che il centrodestra è al governo a Roma e in Regione la via sembra più facile. Restano le perplessità di Comune e Provincia. «La Regione ha già disegnato il tracciato della nuova sublagunare e loro lo ritengono condizionante», dice Gianfranco Vecchiato, assessore comunale all’Urbanistica, «ma noi non abbiamo concordato nulla. Solo il fatto che l’asse Venezia-Padova debba essere centrale, catalizzatore di nuovi trasporti e della nuova economia. Sulla sublagunare ci sono molte verifiche in corso per la tratta Tessera-Arsenale. E con questi chiari di luna e con i tagli ai bilanci non mi pare che si possano trovare le risorse per un’opera del genere». Enrico Mingardi, assessore alla Mobilità del Comune, ha ricevuto qualche giorno fa il nuovo progetto dalla cordata di imprese che si sono proposte per portare avanti il project financing. Il Comune aveva espresso nel suo studio molte perplessità sul progetto originario, come del resto la Provincia.
«Ma la procedura deve andare avanti», dice Mingardi, «il Comune nel 2002 aveva dichiarato l’opera di pubblica utilità, e adesso annullare tutto vorrebbe dire un contenzioso con le imprese per almeno 8 milioni di euro». A inserire la frase della «pubblica utilità» del progetto sublagunare nel Piano triennale delle opere era stato nel 2002 l’assessore ai Lavori pubblici della giunta Costa, l’Avvocato dello Stato Marco Corsini. Un documento poi votato dal Consiglio comunale, che aveva provocato la presentazione della prima offerta. Cordata formata da Actv, Mantovani (stessa impresa di Passante, Mose e Ospedale di Mestre), Studio Altieri, Net Engineering, Bnl, Metropolitane Milanesi, Sacaim. Con la giunta Cacciari Actv è uscita dalla cordata, cedendo le quote a Mantovani. Del progetto il Consiglio comunale non ha mai discusso. In compenso il tracciato compare su tutti i documenti ufficiali di Regione e Camera di commercio. E la polemica continua.
Una bella giornata. Ieri Roma ha accolto con un acquazzone dispettoso qualche centinaia di migliaia di giovani, aspiranti precari - gli studenti - precari in essere, lavoratori dei servizi. Una nutrita rappresentanza di milioni di italiani e italiane a cui è negato un futuro e a cui si vuol negare anche il diritto di scioperare e protestare contro l'odiosa condizione imposta da un liberismo straccione e stracciato, mentre ai loro fratelli minori si vuol negare persino il diritto alla conoscenza. Erano tantissimi, sono riusciti a cambiare il clima, almeno quello atmosferico, facendo tornare il sole.
Che qualche generazione di giovani e giovanissimi reagisca agli attacchi del governo tornando in piazza e non rifugiandosi in casa, è una bella notizia. Va dato il merito ai protagonisti delle mobilitazioni che da settimane scuotono un paese afono, schiacciato tra un decisionismo autoritario e populista e un assenteismo di minoranza colpevole, ora lamentoso ora complice. Va reso onore anche a quelle forze sindacali di base che, un po' responsabili un po' supplenti, hanno dato luoghi e voce al disagio diffuso in una società largamente berlusconizzata, con una sua parte sconfitta culturalmente ma non ancora pacificata.
Si può essere d'accordo con i Cobas e le rappresentanze di base, si può criticare il loro modo d'essere politico e sindacale, ma di sicuro bisogna rapportarsi a esse con rispetto e, da parte di quella forma particolare della politica che è l'informazione, con curiosità. Nel nostro piccolo, è quel che proviamo a fare. Nel farlo non possiamo non interrogarci sul fatto che intere fette del nostro piccolo mondo vivano, soffrano e lottino, se non nella solitudine, senza una rappresentanza politica e sociale. È normale, e positivo, che studenti, precari e una parte dei lavoratori dei servizi siano scesi in piazza con chi ha scelto di ascoltarli e dare loro voce. Che avrebbero dovuto fare, studenti, maestre, professori, ricercatori, non docenti, stare calmi in attesa che Cgil, Cisl e Uil decidano la data dello sciopero generale del settore? E i precari, che la loro condizione divenga centrale nell'agenda del Partito democratico?
Le centinaia di migliaia di persone in piazza a Roma e in tante altre città possono essere un'occasione, per la sinistra e per le forze non berlusconizzate. Rappresentano, scuola in testa, la più forte opposizione sociale alla politica del governo. Lo sa la Cgil, ma la sua pratica è troppo distante dalle condizioni materiali di chi non sa se domani vedrà rinnovato il suo contratto, o se qualcuno lo prenderà in affitto per un lavoro che ben poco ha a che fare con il suo diploma. Chi ha una laurea, poi, ha già fatto le valige per passare le Alpi. Non perché minacciato dalla camorra ma perché espulso dalla politica. I precari possono diventare, in parte già sono, un esercito del lavoro di riserva. Come i migranti. Non dovrebbe essere la Cgil per prima a porsi il problema della riunificazione delle forze di lavoro e non lavoro, prima che la rimossa lotta di classe si trasformi in lotta nella classe?
Non si tratta soltanto di una figuraccia, un'altra brutta o pessima figura a livello internazionale. Questa volta è qualcosa di più e di peggio. E l'intervento immediato del presidente della Repubblica, con l'invito a tutelare l'economia rispettando l'ambiente, lo conferma in modo formale. L'opposizione del governo italiano al "pacchetto verde" dell'Unione europea non è la solita gaffe di Berlusconi, sempre pronto a contraddirsi e a smentire se stesso. Qui siamo al rifiuto ideologico; al boicottaggio programmato delle misure per contrastare l'effetto serra, con tutti i danni che ne derivano per l'ambiente, per la salute dei cittadini e in fin dei conti anche per la produzione e per l'economia.
Ma il peggio è che questa linea è ispirata e sostenuta ufficialmente dai vertici di Confindustria, con un atteggiamento tanto miope quanto corporativo, in un riflesso condizionato dalla crisi finanziaria e dalla recessione incombente. Quasi che i nostri imprenditori, incalzati dall'altalena delle Borse, allarmati dalla riduzione dei consumi e forse anche allettati dall'annuncio degli aiuti di Stato, subissero una sorta di "richiamo della foresta" e volessero tornare indietro di venti o trent'anni, per salvaguardare la sopravvivenza delle loro aziende a scapito dell'emergenza ambientale.
L'ecologia come optional, insomma, se non proprio come costo aggiuntivo. Un extra, un accessorio di cui si può fare anche a meno pur di risparmiare e conservare i margini di profitto. O magari, un lusso che in questo momento non possiamo permetterci.
Con un ministro dell'Ambiente come Stefania Prestigiacomo, di cui i giornali sono costretti a parlare quando finisce fuori pista con l'aereo di servizio più che per i servizi resi al Paese, il governo di centrodestra tende naturalmente a identificarsi con gli interessi prevalenti dell'industria, rinunciando così a una responsabilità di mediazione e di guida in funzione dell'interesse collettivo. In sincronia con l'andamento dei mercati, il crollo dell'attenzione e della sensibilità ambientalista costituisce ormai una tendenza o una deriva generale, un "main stream", una corrente dominante di fronte alla quale non c'è ragionamento o calcolo che regga.
È una regressione culturale che minaccia di isolare l'Italia dal resto dell'Europa e di produrre per di più gravi danni alla nostra economia, come ha avvertito ieri Francesco Rutelli dalle colonne di "Europa", dichiarando la disponibilità dell'opposizione ad appoggiare il governo per negoziare al meglio le condizioni per il nostro sistema produttivo. Ma bisogna riconoscere che in qualche misura questa è anche la conseguenza di un ambientalismo radicale e massimalista, a cui il centrosinistra non ha saputo contrapporre finora un valido e convincente progetto riformista. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Quando il commissario europeo all'Ambiente, Stavros Dimas, contesta pubblicamente le stime del governo italiano in ordine ai costi del "pacchetto ambientale", in realtà scopre un bluff destinato a durare solo una mano di gioco. In base ai suoi conti, il nostro Paese dovrebbe spendere fra i 9,5 e i 12,3 miliardi di euro all´anno per combattere l'effetto serra, vale a dire l'inquinamento e il mutamento del clima, mentre è uno di quelli che farebbe l'affare migliore per la conversione e il rilancio di un'industria moderna, in grado di competere sul mercato globale. E intanto, nel giro di quarantotto ore, il presidente del Consiglio parla prima di 25 e poi di 18 miliardi, come se fosse una trattativa commerciale, una compravendita immobiliare o l'acquisto di un calciatore.
Non è stato proprio lui, del resto, a dichiarare trionfalmente pochi giorni fa che la crisi finanziaria era risolta e che l'economia reale non ne avrebbe risentito? Ecco invece le Borse che continuano ad andare su e giù come sull'ottovolante. Ed ecco le imprese giustamente preoccupate per il trend negativo dei consumi che tocca perfino quelli essenziali, come i prodotti alimentari o l'abbigliamento. Forse sarebbe ora che qualcuno lo sfidasse apertamente, il presidente Berlusconi, richiamandolo alla promessa di ridurre le tasse per sostenere i bilanci delle famiglie che non arrivano alla fine del mese e quelli delle piccole e medie imprese.
Per un Paese come il nostro, povero purtroppo di materie prime e straordinariamente ricco di risorse naturali, artistiche e culturali, la centralità della "questione ambientale" rappresenta al contrario una scelta obbligata. Questo è il maggior investimento che possiamo fare sul nostro presente e sul nostro futuro, anche al di là delle ragioni vitali che lo impongono. E non solo per quella che rimane tuttora la prima industria nazionale, cioè per il turismo e per il suo indotto; bensì per tutto il "made in Italy", per l'industria della qualità, dello stile e della creatività; per quella della trasformazione, del valore aggiunto, della moda, del design e magari dell'elettronica, dell'informatica, della bioingegneria o della biomedica.
Piuttosto che rinnegare l'impegno in difesa dell'ambiente, e quindi della salute collettiva, l'Italia dovrebbe rilanciare semmai la ricerca e la sperimentazione sulle fonti alternative: quelle che - come il sole e il vento - madre natura mette gratuitamente a nostra disposizione, per abbattere le emissioni nocive. E poi sviluppare l'applicazione su larga scala dell'idrogeno, come vettore di energia verde. Magari sfruttando il laboratorio delle nostre "isole minori" dotate in abbondanza di queste risorse, per conciliare un tale programma anche con la tutela del paesaggio, secondo il Protocollo d'intenti sottoscritto recentemente a Capri dal ministero dei Beni culturali e dall'associazione Marevivo.
Fu proprio da una piccola isola italiana, Ventotene, che partì nel 1941 l'idea dell´Unione europea con il "Manifesto" di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. E quella non sembrò allora meno utopistica di quanto appaia oggi l'energia pulita, naturale, rinnovabile.
La fattoria dell’Europa porta al mercato il suo ultimo prodotto: i suicidi. Tra Cremona, Brescia, Mantova e Reggio nell’Emilia, in due anni, sono aumentati del 32 per cento. Disprezzata e infine ignorata, corrosa dalle crisi, l’agricoltura italiana espelle la scoria estrema: gli uomini. La condanna si consuma mentre la domanda di cibo, ed i prezzi, esplodono. Troppo tardi. Nelle cascine si cercano braccia, ma non ci sono più nemmeno le teste. I vecchi tornano con gli occhi agli anni Cinquanta, spartiacque tragico della fuga dalle campagne. Il granista Doriano Zanchi, 36 anni, è stato trovato nella corte due giorni fa. Ha avviato il trattore. Poi si è seduto davanti, contro il porticato. Nelle golene, lungo il Po, sono i pioppi a proteggere chi, ricontrollato l’estratto conto, si affida a certi rami leggeri. Un invisibile, drammatico passaggio storico sta spazzando via chi si è ostinato ad aggrapparsi alla terra: la contro-rivoluzione dell’agricoltura virtuale, fondata su aziende senza contadini e su prodotti senza valore. Se anche la Baviera italiana liquida silenziosamente la sua anima, significa che il processo è irreversibile. Egidio Franzoni cammina tra i meloni che la pioggia fa maturare attorno a Goito. A chi appartiene questo campo? Nessuno lo sa. Fino a tre anni fa era dei cugini. Tradizione secolare. Adesso una società rimanda all’altra. Si dividono le quote i fornitori di semi e di concimi, il grossista e l’industriale, la banca mantovana acquistata da Siena. Anche Marco Stazzini, sotto Dosolo, ignora il nome del padrone della sua stalla, appoggiata tra seicento biolche di frumenti. Sei mesi fa l’istituto di credito l’ha ceduta ad una finanziaria. Ora è il contoterzista a fornire macchine, stallieri indiani e braccianti marocchini. Le 200 vacche olandesi arrivano dalla multinazionale che gli vende i mangimi. Il brooker gli comunica la sigla del grossista, il direttore commerciale della grande distribuzione fissa il prezzo del latte. All’allevatore mantovano, soffocato dall’ennesima impennata dai costi, restano l’ipoteca sulla terra e il governo delle bestie: mungitura alle 4, smaltimento del liquame alle 22. Un finto proprietario alle dipendenze di un padrone ignoto. «Il Paese - dice lo storico dell’economia Marzio Romani - sta perdendo il controllo dell’agricoltura. è un problema enorme, anche di democrazia». Se il cibo è la fonte di energia essenziale, il confronto con la psicosi atomica e petrolifera appare ridicolo. Lombardia ed Emilia, squassate dal cortocircuito borsistico di cereali e combustibili, sono prigioniere degli scioperi del latte e del maiale, che stanno sconvolgendo l’Europa. Migliaia di contadini, in balìa delle speculazioni finanziarie, oscillano tra le decine di «Farmer Market» settimanali e i cinque «signori» che decidono quanto vale un chilo di carne. Seguire il viaggio di una bistecca significa penetrare nel buio che, salendo dalle campagne, inghiotte la civiltà metropolitana del micro-onde. Lo hanno fatto due fratelli di Asola. Uno choc. Sette padroni, prima che una fettina in sette mesi passi dalla stalla al piatto. L’allevatore che fa nascere il vitello in Danimarca. Il mediatore tedesco che lo vende ad un produttore di Suzzara. Il macellaio della «Unipeg» di Pegognaga che lo fornisce al direttore acquisti dell «Cremonini». Il commesso di Auchan che lo vende alla professoressa di Gonzaga. «Nessun bene al mondo - dice Cristian Odini, agricoltore di San Prospero - fa tanti passaggi in così poco tempo. Tutti devono guadagnare, lo scarto è del 30%». Esplode il prezzo al consumo, crolla quello all’origine. è qualcosa di più profondo della nostalgia e del paesaggio, di più sostanziale del libero mercato e del potere dei fondi americani. Andrea Biagi, a Roverbella, coltiva fragole. Trenta centesimi al cestino, fino al maggio 2007. Ha allargato le serre, trent’anni di vita sulla lama del mutuo. «Da tre mesi - dice - siamo sommersi da navi di fragole salpate da Grecia, Spagna e Africa. Dieci centesimi a vaschetta. O vendo direttamente, o chiudo». è così che il contadino, beffato dalla politica debole che nasce e muore in ufficio, scompare dalla società. «Per avviare dal nulla una fattoria media - dice Antonio Negro, patriarca degli allevatori di Formigosa - servono tra i 2 i 3 milioni di euro. Le banche ti stritolano, un crimine legalizzato: ti aprono l’ombrello se c’è il sole, te lo chiudono quando piove. Se uno è bravo, dopo una vita di sacrifici, ricava 1300 euro netti al mese. Laurearsi costa meno e rende di più: nessun giovane capace può restare nei campi». Un cortocircuito di civiltà: in Meridione, negli ultimi dieci anni, lo spopolamento agricolo ha travolto quota 56%. A suonare è la campana di un incubo: la qualità dei prodotti italiani ignorata dal mercato globale che pretende quantità. «Ci hanno costretto a ingrandirci - dice Mario Caleffi, coltivatore di mais a Commessaggio - a investire sulla competitività, a produrre sempre di più, a puntare tutto sulla qualità. Ma la gente non ha più soldi per pagare la qualità del cibo sano. Se ne frega: chi è grande chiude, chi ha tagliato i dipendenti cade in pugno ai terzisti, i terreni esausti impongono sempre più concimi chimici, la grande distribuzione paga prosciutti di Parma e grana padano come salumi e formaggi importati dalla Romania». Se fino ad oggi è stato il «cambiamento» a segnare la storia delle campagne, nella Borsa agricola di Mantova il giovedì mattina ora si pronuncia, a voce bassa, la parola «estinzione». Il pomeriggio, a Bologna, ci si spinge oltre: fino a riflettere, partendo dall’epocale crollo del prezzo dei maiali, sul significato della domanda di «territorio» che sgorga dal Nord. «Governi e organizzazioni internazionali - dice lo storico dell’agricoltura Eugenio Camerlenghi - non controllano più la produzione alimentare. Da servo della gleba, l’agricoltore è diventato schiavo della «globa». Decisiva è la riduzione della libertà di usare lo spazio: piazze, fiumi, campagna». Si nasconde qui, nella decimazione della società contadina, l’ossessione locale che impone di odiare Roma, Bruxelles, l’America e la Cina. Sfrattata dalla terra, espulsa dal territorio, la gente si tuffa nella territorialità. I nuovi orfani sociali, costretti a regalare latte e ad estirpare barbabietole, chiedono protezione ai profeti della xenofobia. «In dieci anni - dice il mantovano Roberto Borroni, presidente di Agrisviluppo - i parlamentari espressi dagli agricoltori sono passati a 90 a 2. La politica li ignora, i sindacati di categoria conservano l’ideologia contrapposta della Guerra Fredda. I contadini sono più divisi e disorientati che mai: erano la civiltà dell’equilibrio, presto saranno la leva di una rivoluzione». Possibile, proprio adesso? Sono dieci mesi che, secondo i listini, il misterioso boom dei cereali trascina le rendite agrarie. India e Cina mangiano di più e lavorano di meno, gli speculatori affittano e riempiono magazzini clandestini, gli Usa fanno la guerra energetica alla Russia parlando di biodiesel. Perché, se il valore aggiunto cresce del 7%, nelle cascine cova la rivolta? Nessuno che infili un paio di buone scarpe coi lacci e si perda tra manze e onde di erba medica. Di notte, tra Castiglione e Luzzara, le piste arginali sono intasate di cisterne. Si vive di contributi Ue anche nella pianura padana: ma le bestemmie sono tutte contro l’Europa. Autisti clandestini versano nei fossi montagne di letame e oceani di urina. «Bevevamo dai ruscelli - dice Luigina Mattioli, maestra di salami - ora ci si ammala a guardarli». Leggi incomprensibili, quanto sacrosante, costringono ad affittare terreni per smaltire i liquami, di un sorprendente odore chimico. Poche cose, come gli odori, fanno pensare. Plichi di altre norme proibitive, come recinti alti 2 metri e mezzo o luce elettrica nei fienili, suggeriscono di risparmiare scaricando tutto nel canale più vicino. La lezione delle quote-latte, termine di rottura del mondo agricolo, non è stata compresa. La finzione a pagamento su Ogm e Bio, mina anche l’ultima fiducia. «Ogni posto vacca - dice Elisabetta Poloni, presidente della Cia mantovana - arriva a costare 6 mila euro. L’Italia, a Bruxelles, conta meno della Lituania. Gli uffici Ue governano il 99% dell’agricoltura: non abbiamo nemmeno tecnici capaci di tradurre le direttive. A trattare ci presentiamo in venti: gli altri Paesi ne mandano uno». Una nazione attenta, reduce dalla spaventosa stagionalità perenne riprodotta nei supermercati, cercherebbe di capire perché, lo stesso pezzo di formaggio, oscilla tra 6 e 13 euro al chilo a seconda delle ore. Perché il grano duro è salito da 190 a 500 euro a tonnellata in tre giorni. Perché il riso è sparito. Perché un litro di latte costa 37 centesimi e viene venduto a 160. Perché un anno fa il siero veniva regalato, poi è stato quotato e oggi si torna a consegnare gratis. Perché i pollai del Veronese, in tre anni, sono caduti nelle mani di banche e industrie che forniscono pulcini, lampade a raggi infrarossi e mangime. è bastata una nave di soia americana, ferma nel porto di Ravenna, a far saltare tre contadini di Reggiolo. «La protesta che devasta l’Italia - dice Benedetto Orsini, proprietario di un’azienda modello a Castel d’Ario - affonda nel tradimento della campagna. L’assalto ai campi nomadi e ai centri di raccolta dei clandestini, il rifiuto politico dell’Europa, sono il precipitato di un abbandono sociale senza precedenti. Fattorie, paesi, periferie e città di storia agricola, consegnate a euroburocrati corrotti e finanzieri senza volto che operano dai paradisi fiscali. L’euro è un pretesto: a Roma non si capisce che la rabbia di chi produce cibo si sta saldando con l’odio di chi lo consuma». Le sera i campi di pannocchie, a Sabbioneta, ricordano i parchi pubblici. Ex contadini, finiti a fare i gelatai e i centralinisti, cercano la vita perduta nelle corti abbandonate dell’infanzia. Dimezzati in dodici anni. Ridotta ad un terzo la superficie coltivata. «Sembra che il problema - dice Fabio Spazzini, orticoltore di Guidizzolo - sia proteggere la diversità dei prodotti tipici. Si parla di marchi, mentre il cambiamento è radicale: la possibilità di coltivare torna nelle mani di pochissime dinastie estranee all’agricoltura. L’energia alimentare è la nuova arma di scambio nella lotta per il potere globale». Emilia, Lombardia e Veneto, regno degli ex metalmezzadri salvati dai consorzi, naufragano tra i profitti dell’onnipotente grande distribuzione. Il rigoglioso ceto dei capitalisti un mutande, prigionieri della terra perduta, sconvolge così il proprio profilo. Aprono agritur, fondano mercati contadini, piantano distributori di latte crudo, spacciano culatelli, inaugurano fattorie didattiche, organizzano spettacoli nelle aie. è il dramma negato di un Paese che finge di investire su salute, natura e alimenti genuini: i contadini cacciati dai campi e ridotti a sovvenzionati giardinieri, cuochi, venditori ambulanti, attori e locandieri. «Qui vivevano - dice Ferdinando Boccalari, erede della meravigliosa Corte Virgiliana di Andes - 150 persone. Un paese, pieno di bambini. Si fermavano papi e regine. Oggi, con 200 ettari coltivati e 550 animali, stentiamo in tre famiglie. Vendita diretta e multifunzionalità non sono una scelta per guadagnare di più: contribuiscono a limitare i debiti a fine mese. Migliaia di coltivatori e di allevatori dipendono dal cartello di un pugno di industrie, che impongono la dieta a milioni di persone. L’agricoltura italiana sta fallendo e nessuno alza un dito». Nelle trattorie della Bassa mantovana e del Reggiano, protetti da qualche sorso di lambrusco, i vecchi riconoscono di aver commesso molti errori: i veleni, il saccheggio del territorio, la monocoltura, le truffe sui contributi, la divisione ideologica e sindacale. L’illusione che il villano potesse mangiare più bollito del vescovo. Colpe però insufficienti a giustificare un Paese mediterraneo costretto a importare il 65% del fabbisogno alimentare, con scorte di tre giorni e un rincaro del cibo del 7,3% in un anno. è allora importante che a Villastrada, mentre partiti e televisione si affannano attorno alle nozze di Briatore e ai soldati mimetizzati nelle aiole di Milano, si ricominci a parlare di lumache, zucche, rane, meloni. Il mugnaio Romolo Perteghella dice che la terra, se ospita varie specie, riesce a tenere a bada da sé i parassiti. Alex Odini, giovane agrotecnico, dice che con altre dieci vacche potrà recuperare un campo per l’orzo. Giorgio Zombini, miscelatore di mangime, dice ha il patto di fiducia tra «produttore e consumatore» può essere recuperato. Giulio Sereni, potenza dei maiali che si ostina a chiamare suini, promette di denunciare i consorzi che vendono «salumi freschi italiani» con bestie surgelate e importate dalla Cina. Può essere che le confuse discussioni da stalla, la minaccia di presìdi e scioperi, servano ad esorcizzare la paura di aver consumato un ruolo. La sensazione però è che solo da qui, dalla riappropriazione della sua semplice e periferica identità colonica, il Paese possa attingere le risorse civili per costruire una società meno precaria. A Suzzara è sabato mattina e sul mercato contadino piove. Si vendono le prime pere mirandoline, piccole pesche di orto, latte fresco senza certificati, coste e catalogna, ciliegie della Ferrovia, formaggio di trenta mesi, qualche gallina e pochi pani di burro giallo. Prezzi da anni Settanta. I coltivatori parlano della fine di un «fiol put»: ieri sera un altro allevatore, stritolato dal mutuo sui prati per conservare cento vacche, si è buttato nella porcilaia. Sembrano rivoluzionari, partigiani di una nuova resistenza, cospiratori impegnati nel far cadere un regime. Non è il caso di sorridere, forse, con la nota sufficienza.
Il suo ultimo libro, edito da Ediesse, è titolato «Politica della scienza?» ed è quel punto interrogativo ben in vista a spingerci a chiedere a Walter Tocci, direttore del Crs, alcune considerazioni in merito alla questione delle fondazioni.
Sette minuti e mezzo di discussione in aula e la riforma Gelmini-Tremonti è bella che fatta. Che ne pensa?
Siamo di fronte al più grave colpo inferto all'organizzazione del sapere a partire dal dopoguerra. In quei sette minuti e mezzo sono stati sottratti, rispettivamente, otto miliardi di euro alla scuola e 4 all'università. Circa un punto di pil.
Però i due ministri ci indicano una via d'uscita. Le fondazioni.
La questione delle fondazioni sta tutta dentro ad un'ottica classica di privatizzazione che non funziona più neanche a Wall Stree. Figuriamoci da noi. Un'ottica che svela il rapporto sempre più perverso che si va instaurando tra pubblico e privato.
Cosa intende?
Che da un lato si parla di fondazioni, cioè di soggetti di diritto privato e dall'altro si rilancia il centralismo statale.
Scusi Tocci, ma lo stato non dovrebbe limitarsi, rispetto alle fondazioni, ad erogare risorse?
Assolutamente no. Le fondazioni, così come sono concepite, continueranno ad essere oggetto di controllo ministeriale. Anzi, direi, «pluriministeriale»: economia, istruzione e corte dei conti. Vede, è lo stesso meccanismo che sta alla base di un fenomeno come quello delle università private che da un lato godono di assistenza statale e dall'altro riescono ad ottenere finanziamenti indipendentemente dalla valutazione o dal controllo degli obiettivi.
Secondo Tremonti l'interesse privato delle aziende - che lui naturalmente chiama responsabilità sociale - potrebbe aiutare l'università.
Vede, in Italia una linea puramente e autenticamente liberista non esiste. Dirò di più, non esiste un altro paese occidentale dove l'investimento privato in ricerca è inferiore a quello pubblico.
E allora tanto vale trasformare le università in soggetti di diritto privato.
Stiamo attenti. Il progetto delle fondazioni sembra andare nella direzione di una privatizzazione dell'università ma, in realtà, il suo unico scopo è quello di affamarle, le università. E sono certo che si salveranno solo quegli atenei pronti a venire a patti col potere politico. Grazie alle fondazioni il mercato entrerà nello stato e il risultato sarà quello di un controllo maggiore. Detto in altri termini, ad incontrarsi saranno gli aspetti peggiori del pubblico e del privato.
Gran parte della mobilitazione di questi giorni vede coinvolti i ricercatori.
Questa riforma impedisce la possibilità di qualsivoglia cambio generazionale. Questo vale per i ricercatori molti dei quali lavorano in luoghi altamente qualificati e di assoluta utilità per il paese - come l'Istituto superiore di sanità o l'Istat - e vale per i più giovani che sempre di più si troveranno costretti ad andare all'estero. Di fronte a noi ci sono due generazioni che definire maltrattate è dir poco. E questo quando nel mondo la vera competizione è sui cervelli.