Perché l'amministrazione Moratti sta facendo approvare in fretta e furia un documento che prevede alloggi per la bellezza di 700mila nuovi cittadini? Il Consiglio comunale di Milano sta discutendo un documento che
in una città civile, non dovrebbe neppure discutere nella forma attuale, per mancanza di credibilità e di serietà. Il documento si intitola «Approvazione della revisione del capitolo "X Regole" del documento di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali» ed è una specie di succedaneo al Piano di Governo del Territorio, un documento, questo, di grande importanza intorno al quale dovrebbe aprirsi un grande dibattito perché qui si intrecciano i principali temi strategici, urbanistici, ambientali, di qualità della vita della città. Nel timore di non riuscire ad approvare, entro i termini di legge, il complesso Piano di Governo del Territorio, l'assessore all'Urbanistica ha presentato urgentemente questo documento che dovrebbe fare da ponte con il Piano. Nel frattempo questo documento cerca di portare a casa alcune cose che interessano l'assessore e chi lo ispira. Il punto centrale è semplice. L'idea portante del documento è che il ristretto territorio del Comune di Milano dovrebbe ospitare 2 milioni di persone passando così da 1.3 milioni a 2 milioni con una crescita, dunque, di 700mila persone, in un tempo relativamente breve. Per intenderci: più degli abitanti dell'area metropolitana di Brescia, un numero pari al 60% dell'intera provincia di Brescia e pari al numero di profughi del Kosovo che si riversarono sull'Albania ai tempi della fuga dal genocidio del dittatore serbo. Queste 700mila persone sono quelle che si sono insediate nel tempo nel territorio metropolitano e che dovrebbero rientrare a Milano, i pendolari. Per ospitare tutti questi profughi l'indice di edificazione aumenta per intanto del 53% passando dallo 0,65% all'l%.
La mancanza di credibilità e di serietà è tutta radicata qui. Nessuna persona assennata può mai pensare ragionevole e credibile che 700mila cittadini che hanno radicato, attraverso un processo lungo e graduale, la loro vita e le loro famiglie nell'ambito della grande area metropolitana milanese, decidano di cambiare indirizzo, di vendere (a chi?) la casa che hanno costruito nella cittadina della cinta milanese che le
ospita per comprare un appartamentino a Milano; trasferire i figli dalla serena scuola vicino al Parco Nord Milano in qualche isterica scuola cittadina; rompere il delicato equilibrio del budget familiare pazientemente costruito anno dopo anno per farlo riesplodere con i maggiori costi cittadini; abbandonare il giardinetto nel quale i bambini hanno giocato guardando il Resegone, come una volta si poteva anche a Milano, per chiudersi in un appartamentino costruito da qualche cooperativa e di dimensioni tali da non poter più ospitare la nonna che era non solo tanto cara ma anche tanto utile.
Solo Ceaucescu potrebbe realizzare un mutamento epocale di questa portata. Ma poiché, per fortuna non c'è Ceaucescu, fermiamo, per tempo, questa idea folle e dannosa. Gli argomenti che si spacciano per sostenerla non sono credibili. L'edilizia sociale e per i giovani è necessaria a Milano ma con progetti specifici, su direttive adatte, con una visione strategica e non portando un indice generale di edificazione a livello folle per una città già supercementificata. Milano deve crescere ma deve crescere attraverso le sue attività qualificate e qualificanti e non piantando a piene mani, sul suo piccolo territorio, nuovo cemento. Dire poi che questo incredibile pasticcio sia ispirato dal desiderio di migliorare la qualità della vita milanese, è una presa per i fondelli. Dire infine che il Comune di Milano trarrebbe vantaggi economici da questa improbabile trasmigrazione è erroneo. Il Comune di Milano è avvantaggiato dalla situazione odierna che vede tanta gente attiva e solerte portare a Milano il dono del suo lavoro lasciando i costi della struttura urbana a carico del Comune di residenza. Dovendo provvedere alle scuole, ai trasporti, alla sanità per altri 700mila cittadini il bilancio del Comune di Milano ne risulterebbe scardinato.
La situazione è talmente chiara e ovvia che la maggior parte delle persone responsabili scrolla le spalle e dice:tanto è una bufala, non è realizzabile. È un atteggiamento logico ma non accettabile. Infatti questa è una bufala, ma non è una bufala neutra; distoglie dai temi veri. Sarebbe bello discutere della strategia della grande Milano, con l'impostazione di "Città di Città" che è stata oggetto di tanti approfonditi studi da parte del dipartimento competente del Politecnico e che è in linea con un grande filone di studi urbanistici europei; e studiare come migliorare la mobilità e i trasporti (come a Monaco) e come far crescere il senso di una comunità allargata, anche se decentrata (come Berlino). Sarebbe bello domandarsi, con serietà e serenità, cosa fare dei grandi progetti urbanistici avviati negli anni recenti e che sono ora tutti o quasi praticamente bloccati. Sarebbe bello realizzare, per davvero, un quartiere per gli universitari e altri giovani con un progetto ad hoc specifico e concreto, con alto indice edificativo e che abbellisca la città. Sarebbe bello incrociare e discutere le linee strategiche di fondo dello sviluppo della città e delle sue attività (università, fiere, sanità, moda, cultura), con gli indirizzi urbanistici, e tenendo conto di quella Expo 2015 che, andando avanti così, rischia di diventare la catastrofe finale per Milano. Sarebbe bello dibattere come riciclare a residenziale, magari sociale, gli scheletri vuoti del terziario. Sarebbe bello tutto ciò, ma sino a che sul tavolo si buttano queste bufale, che sono bombe ad orologeria, non c'è speranza e non c'è spazio.
Poiché le cose che ho detto sono troppo evidenti, ci si deve domandare: ma perché sostengono queste cose irrealizzabili prima ancora che sbagliate? Non lo so. Posso solo raccontare ciò che, in ambienti qualificati, si dice. Intanto le 700mila persone non verranno mai; l'indice 1 però resterà e gli amici degli amici qualcosa costruiranno. E chi se ne frega se il costruito resterà vuoto. Sarà problema di chi verrà dopo. Si dice anche che l'aumento dell'indice di edificabilità permetta agli immobiliaristi in difficoltà di rivalutare i loro terreni e aggiustare così i loro bilanci. Una specie del tentativo che si fece con la rivalutazione dei calciatori e le squadre di calcio qualche anno fa. Se non è vero è verosimile. Ci si domanda anche perché l'opposizione è così soft. A prescindere dal fatto che Milano è, da anni, abituata a un'opposizione evanescente di aspiranti a semplici maggiordomi di chi comanda e a raccoglierne le briciole sotto il tavolo, quello che si dice è che le cooperative di sinistra collegate al Pd abbiano anche loro qualche interesse in materia.
Perché le istituzioni che dovrebbero, in questi casi, far sentire la loro autorevole voce (le grandi università, gli ordini professionali, gli enti culturali, le grandi associazioni ambientaliste) se ne stanno zitti? Se non ora, quando?
Oggi, a Genova
Aspettiamo con ansia e con speranza la sentenza. Molto dellq soprqvvivenza della democrazia in Italia dipende dalla risposta dei giudici. Il manifesto, 13 novembre 2008
Quelle immagini sono già un giudizio, ciò che manca ora è una sentenza. L'ultimo fotogramma, rimandatoci dalla Bbc, immortala un poliziotto mentre introduce - la notte del 21 luglio 2001 - nella scuola Diaz le due famose molotov poi esibite per giustificare un massacro di ragazzi inermi. E, aggiungendosi ad altre sequenze, chiarisce tutto. Se ce ne fosse stato ancora bisogno.
Scopre il velo di una mattanza messa in atto contro una generazione, per convincerla a starsene a casa per sempre, a lasciar perdere l'impegno pubblico e le passioni comuni - cioè la politica nel senso più alto del termine. Spiega un modo d'intendere il potere e le istituzioni come delega definitiva a una casta di «eletti» indisponibile a ogni messa in discussione e persino a ogni critica. Illumina sulla falsità della polizia e dei suoi vertici che nel corso degli anni si sono sempre più concepiti come apparato indipendente da ogni controllo, braccio armato e giudiziario allo stesso momento. E ci racconta - quell'immagine -, secondo i canoni della banalità del male, cosa abbia significato davvero la messa in mora dello stato di diritto di quelle giornate genovesi. Annuncio estremo di un processo che arriva fino ai nostri giorni.
Oggi, su quei fatti criminosi, si pronuncia un tribunale della Repubblica. Una sentenza impegnativa e difficile, perché sul banco degli imputati ci sono anche alcune figure di vertice della polizia di stato - da Luperi a Gratteri a Calderozzi - accusate di falso, proprio per aver avallato (se non diretto) il tragitto di quelle molotov. E, fuori dall'aula, alle loro spalle la sentenza chiamerà in causa l'operato dell'ex capo della polizia, Giovanni De Gennaro, oggi assurto all'altissimo rango di surpercapo dei servizi segreti. Logica vorrebbe - quell'immagine vorrebbe - che gli imputati fossero condannati e con quella sentenza «condannato» anche il loro ex capo. Non per spirito di vendetta, ma per dovere di razionalità. Per non ridurre il tutto ai soliti capri espiatori da trovare nella «manovalanza» (seppur in divisa). Perché così vorrebbero giustizia e verità. Per rovesciare il parere dell'avvocatura dello stato (cioè di questo governo, che era poi lo stesso di allora) che nonostante tutto li vorrebbe innocenti. Ma soprattutto perché le istituzioni della Repubblica acquisirebbero un minimo di credibilità, sanando - almeno in parte - gli abusi commessi contro persone inermi e, attraverso esse, contro la stessa Costituzione.
In gioco non c'è «solo» il giudizio sui crimini commessi: per quello basterebbero i fatti. Ma c'è anche il futuro di questo paese, se qui da noi sia o meno possibile prendere la parola, essere protagonisti del proprio futuro, agire pubblicamente senza che tutto questo sia sottoposto a un'autorità assoluta e incontrollabile. Insomma la libertà e i suoi diritti, quella democrazia di cui tutti parlano e che in troppi violentano ogni giorno.
Autorizzerà «il prestito» delle opere d´arte per le mostre. Dichiarerà se le esposizioni «sono di rilevante interesse scientifico». Assicurerà «l´incremento delle raccolte» statali «adottando i relativi provvedimenti di acquisizione». Sono solo alcune delle frecce che il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi ha infilato nella faretra della sua nuova creatura: il "Direttore generale per i musei, le gallerie e la valorizzazione".
roma - «Così nasce un super direttore che fagocita tutto e tutti», sono le critiche raccolte tra i corridoi del Collegio romano per la figura più importante della «rivoluzione» di Bondi, come il ministro ha definito lunedì scorso la sua proposta di modifica del dicastero ereditato dalle mani di Francesco Rutelli. Ed è proprio scucendo il Dpr del 21 novembre 2007 sulla riorganizzazione del ministero (unificazione delle soprintendenze, tagli nelle direzioni generali), che Bondi ha confezionato il vestito da dirigente per il manager che prenderà in consegna opere presenti e future delle 400 luoghi della cultura - musei, gallerie, siti archeologici, ville storiche - dello Stato. E che ha intenzione di scegliere al di fuori dei ranghi ministeriali, magari tra gli economisti della cultura, forse anche all´estero, passando però per un concorso pubblico.
«Ci viene presentata come una figura di coordinamento, ma la verità è che deve poter incidere. Ed avrà i poteri per farlo. Potrà dire: quei cinque quadri di Caravaggio vanno prestati per la mostra d´Oltreoceano, e non ci sarà santo né funzionario che potrà opporsi», racconta uno dei direttori (regionali e di settore) cui martedì il ministro Bondi ha illustrato a Roma il suo progetto. Che deve ancora prendere forma prima di volare. Ma intanto il ministro ha intenzione di spingere l´acceleratore sul modello del Louvre di Parigi, che ha affittato ad Abu Dhabi, al prezzo di 700 milioni di euro, il blasonato nome e alcune opere della raccolta statale. E la formula "rent-art" sembra ora una manna per le esangui e falcidiate casse dei Beni culturali.
Il testo (61 cartelle) della modifica voluta da Bondi veleggia verso l´approvazione del consiglio dei ministri del 28 novembre. Prevede anche la scomparsa di una direzione generale che contempli nel nome l´arte contemporanea (che il ministro non ha mai nascosto di «non capire»). Ed è stato inviato ai sindacati, ricevendo l´ok, ad esempio, di Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil Beni culturali: «Così sarà possibile la valorizzazione dei musei, visto che tra i primi dieci tra i più visitati al mondo non ci sono gli italiani. Ma il direttore generale deve affiancarsi, non sovrastare, i regionali: la vera rivoluzione sono le strutture autonome sul territorio». Ma tra i funzionari ministeriali serpeggia lo spettro Cai-Alitalia: «È come creare una bad company, con dentro i reperti non musealizzati, come i magazzini di scavo, mentre la Direzione dei musei sfrutta i pezzi pregiati degli Uffizi, della Borghese, di palazzo Ducale e dei relativi, ricchissimi depositi».
L´articolo 8, al punto 1, precisa che la Direzione dei musei «svolge le funzioni e i compiti, non attribuiti alle direzioni regionali e ai soprintendenti ... relativi alla tutela e alla valorizzazione delle raccolte». Ma un manager (come Philippe de Montebello, che a dicembre lascia il Metropolitan di New York, o come Gianfranco Imperatori, segretario di Civita) che viene da fuori per mettere a reddito il patrimonio artistico, come può garantire la tutela di una tavola duecentesca o di un fragile vaso etrusco?
Sul piano economico, gli strumenti non mancheranno al super direttore ideato da Bondi. Esprimerà «la volontà dell´amministrazione nell´ambito delle determinazioni interministeriali concernenti il pagamento di imposte mediante cessione di cose, anche di arte contemporanea, o di beni destinati alle raccolte di musei, pinacoteche e gallerie». Quadri al posto delle tasse, uno scambio che in Italia non è andato mai a pieno regime.
la Repubblica
Rifiuti, sigilli in discarica Roma a rischio-Campania
di Cecilia Gentile
ROMA - Sigilli al gassificatore di Malagrotta, alla periferia ovest della capitale. I carabinieri del Noe sono arrivati ieri mattina presto, a due giorni dall’inaugurazione, fissata per domani, e hanno chiuso l’impianto costruito per trasformare in energia 500 tonnellate di ecoballe al giorno, ricavate da 1500 tonnellate di rifiuti indifferenziati.
Per i carabinieri e per la Procura di Roma, che ha aperto un’inchiesta, quel gassificatore è l’ennesimo schiaffo ad un territorio già devastato da impianti inquinanti e ad alto rischio. A Malagrotta non c’è solo la discarica più grande d’Europa, che dal 1984 ha accumulato oltre 30 tonnellate di rifiuti perseguitando la popolazione della zona con i suoi miasmi. Nella stessa area ci sono una raffineria, un impianto per rifiuti tossici ospedalieri, un deposito di carburanti, una gigantesca cava. Il decreto legislativo 334/99, conosciuto come Seveso 2, vieta che nello stesso sito siano concentrati più impianti industriali ad alto rischio. Bisogna capire allora chi e perché ha rilasciato l’autorizzazione alla costruzione del gassificatore. Per questo i carabinieri hanno portato via dagli uffici della Regione Lazio tutti i documenti della pratica, iniziata con la precedente giunta Storace e proseguita con quella Marrazzo. Altra ragione del sequestro, l’impianto antincendio risultato non a norma.
«E’ un segno che lo Stato esiste», commenta soddisfatto il presidente del comitato dei residenti Sergio Apollonio, da sempre avverso al nuovo impianto. Per Guido Bertolaso, sottosegretario per l’emergenza rifiuti in Campania, invece, il sequestro del gassificatore di Malagrotta «non è un segnale positivo», perché riapre la strada allo spettro dell’emergenza proprio come in Campania. La fase del commissariamento nel Lazio è finita il 31 dicembre 2007. Ma il vero superamento dell’emergenza è tassativamente subordinato alla realizzazione del piano rifiuti, che prevede, in primis, la chiusura definitiva della discarica di Malagrotta, la raccolta differenziata al 50% nel 2011, l’attivazione di questo e di altri gassificatori, per un totale di quattro in tutta la regione.
«A Malagrotta la discarica è in esaurimento da molti anni - prosegue Bertolaso - ma si è succeduta una proroga dietro l’altra». Malagrotta ormai scoppia. Ma, per stessa ammissione del presidente Piero Marrazzo, Roma non potrà fare a meno di una discarica, specialmente nei prossimi due anni, che saranno di transizione. Dunque, o il Comune del sindaco Pdl Alemanno individua un nuovo sito, oppure la Regione governata dal Pd lascerà aperta quella di Malagrotta, decidendo ulteriori ampliamenti, come già fatto in precedenza. Finora la proposta per aree alternative è solo una: Monti dell’Ortaccio, a tre chilometri da Malagrotta, e viene dallo stesso proprietario della discarica e del gassificatore, Manlio Cerroni.
la Repubblica
L’urbanista Vezio De Lucia: una concentrazione smisurata
di Carlo Alberto Bucci
ROMA - «Una smisurata concentrazione, territoriale e imprenditoriale: ha due facce ma una medesima radice la natura della crisi dei rifiuti nella capitale», spiega l’architetto napoletano Vezio De Lucia, 70 anni, uno dei maggiori urbanisti italiani, dopo aver precisato: «Non intervengo però nel merito al sequestro giudiziario avvenuto a Roma».
Allora professore, troppi impianti a Malagrotta?
«Sì, non è possibile posizionare in un’area così limitata la più grande discarica d’Europa, una raffineria, un impianto di smaltimento di rifiuti tossici ospedalieri e, ora, anche un gassificatore».
Qual è l’altro aspetto negativo della concentrazione?
«Un intero sistema non può essere nelle mani solo dei privati. E a Roma, per giunta, di un solo privato».
Si rischia l’emergenza rifiuti come a Napoli?
«La situazione territoriale è diversa, nella capitale non esiste la congestione urbana che caratterizza l’hinterland della città del Golfo. Ma certo che il sistema rifiuti a Roma è in crisi e bisogna procedere celermente con provvedimenti ad hoc».
Ad esempio?
«Innanzitutto uscendo dalla logica dell’emergenza, perché è una condizione che mette i problemi in una spirale catastrofica. Bisogna lavorare per potenziare il Piano dei rifiuti».
Qualche consiglio?
«La raccolta differenziata al 19 per cento non è degna di una capitale europea».
A Napoli si finisce in galera se si abbandonano i rifiuti in strada. Lei approva? Ed estenderebbe la norma?
«È difettosa dal punto di vista del diritto, ma sta avendo un effetto positivo. A Napoli la situazione della "monnezza" è drammatica davvero».
il manifesto
Malagrotta alla campana
di Andrea Palladino
È stato un fulmine a cielo già poco sereno il sequestro degli impianti di incenerimento di rifiuti di Malagrotta, alle porte di Roma, disposto ieri dal Gip Marina Finiti. A pochi giorni dall'inaugurazione - prevista per domani - i carabinieri del Noe hanno messo i sigilli all'impianto ed hanno richiesto alcuni documenti alla Regione Lazio, contestando la mancata certificazione antincendio. Non un fatto da poco, visto che l'impianto si trova a pochi metri dai serbatoi di Gpl e da una raffineria. Il provvedimento è arrivato dopo pochi giorni dalla condanna dei gestori della discarica di Malagrotta - gli stessi che hanno costruito l'impianto sequestrato - per smaltimento abusivo di rifiuti speciali, emessa dal Tribunale di Roma il 3 novembre scorso. L'inceneritore che dovrà servire la capitale era stato duramente contestato dai comitati cittadini e dalle principali associazioni ambientaliste, che non credono alle garanzie sull'affidabilità della tecnologia scelta.
La storia dell'impianto ruota attorno ad un brevetto, che nasce in Svizzera alla fine degli anni '80, Thermoselect, acquistato negli anni scorsi dalla giapponese Jfe, partner tecnologico del gruppo Cerroni, gestore di Malagrotta. La tecnologia prevede la produzione di gas dai rifiuti solidi urbani, che viene poi bruciato per ottenere energia, finanziata con i contributi Cip6. Il nome Thermoselect è però accuratamente evitato dai tecnici del gruppo Cerroni. Meglio non raccontare la storia poco gloriosa del brevetto svizzero, meglio dimenticare l'inizio poco glorioso. Ma i cittadini di Malagrotta, un po' testardi, vogliono invece capire. Thermoselect è un nome svizzero per un impianto che viene sperimentato per la prima volta proprio in Italia, esattamente a Fondotoce, vicino Verbania. Era il giugno 1992 quando, dopo una mobilitazione degli ambientalisti, viene sequestrato l'impianto in Piemonte: gli scarichi emettevano cianuro e c'era un rischio serio di esplosione. La sperimentazione che doveva durare sei mesi fu interrotta e dopo alcuni anni i dirigenti della Thermoselect Gunter Kiss, Gugula Freytag e Franz Riegel furono condannati per aver scaricato abusivamente sostanze tossiche nei fiumi che defluivano nel lago Maggiore. Un altro troncone dell'inchiesta fu trasferita al Tribunale di Roma. Nel 1999 l'impianto chiuse definitivamente e oggi è uno dei tanti mostri industriali abbandonati che popola l'Italia.
Non andò meglio in Germania, dove un impianto simile, a Karlsruhe, fu spento nel 2004, dopo aver lasciato un buco di circa 500 milioni di dollari. Anche lì i problemi di sicurezza preoccuparono le autorità, tanto che la stampa locale chiamò la tecnologia Thermodefect. Potenza delle parole.
È il 2005 e il brevetto svizzero riappare in Giappone. «Siamo pienamente soddisfatti delle prestazioni degli impianti», raccontò il vicepresidente della Jfe Sumio Yamada annunciando di aver acquistato il brevetto, sperimentato «con successo» in Italia. Ed è Franz Riegel - lo stesso condannato per l'avvelenamento dei fiumi in Piemonte - a spiegare dal Giappone, dove nel frattempo si è trasferito, come il gassificatore Thermoselect possa risolvere anche i problemi italiani. «L'Italia vive da tempo una situazione di emergenza - disse nel 2005 - e la nostra tecnologia funziona, lo ha dimostrato l'impianto di Fondotoce». L'alleanza tra il gruppo guidato da Manlio Cerroni - vero dominus dei rifiuti nel Lazio - e la Thermoselect era allora già in atto. Nel 2004 - durante un'audizione in commissione bicamerale rifiuti - Manlio Cerroni faceva riferimento all'impianto di Karlsruhe come modello per Malagrotta. Impianto che dopo pochissimo veniva chiuso. Nello stesso periodo Mauro Zagaroli, direttore tecnico della Co.La.Ri. di Cerroni, divulgava in diversi seminari la tecnologia Thermoselect. Slides e presentazioni ancora disponibili su Internet, anche se il brevetto svizzero non viene oggi mai citato nei documenti ufficiali.
Dalla Regione spiegano che la tecnologia è ormai sicura, perché utilizza il Cdr che è un combustibile controllato, mentre a Fondotoce usavano il «tal quale». Chi produce il Cdr però è lo stesso Cerroni, che gestisce la discarica e il gassificatore. E basta una variazione della qualità del Cdr per avere problemi di stabilità nel processo, lo stesso «inconveniente» avuto in Piemonte negli anni '90 e in Germania fino al 2004. I cittadini e le associazioni hanno cercato inutilmente in questi anni di capire meglio come funziona l'impianto sequestrato ieri. «Quando abbiamo chiesto di avere dettagli sulla tecnologia dell'inceneritore di Malagrotta ci è stato opposto il segreto industriale», racconta Raniero Maggini, presidente del Wwf Lazio, «il punto poi è capire quanto sia affidabile il Cdr prodotto come combustibile per l'impianto, pensando anche al fatto che i responsabili sono appena stati condannati per aver introdotto abusivamente rifiuti pericolosi nella discarica di Malagrotta». Rifiuti che sarebbero potuti finire nel Cdr destinato all'impianto, mettendone a rischio la sicurezza. La Regione fa però sapere che tutti i documenti disponibili li ha sempre forniti ai cittadini ed alle associazioni e di aver sempre mantenuto la massima trasparenza.
La sensazione è che il sequestro possa essere solo il primo atto di una serie di iniziative giudiziarie. Con una spada di Damocle che pende sul Lazio, quella dell'emergenza e dei rifiuti nelle strade, che potrebbe essere usata per far digerire la tecnologia Thermoselect, tornata in Italia dopo un passaggio giapponese. E mentre a Malagrotta l'impianto scalda i motori, Cerroni insieme ad Acea e Ama sta riproponendo la stessa tecnologia anche per l'impianto di Albano, a sud di Roma. Anche qui con l'opposizione dei cittadini e dei partiti della sinistra, anche qui giurando che il gassificatore è sicuro e che Fondotoce e Karlsruhe sono brutti ricordi del passato, anche qui raccontando che l'alternativa è l'emergenza in pieno stile campano.
Tutti convengono sulla necessità di rilanciare il turismo valorizzando i nostri paesaggi e l’offerta enogastronomica, tutti convengono sulla necessità di tutelare le produzioni agricole italiane, tutti convengono sulla necessità di conservare il nostro patrimonio ambientale per difenderci dall’inquinamento e favorire l’ossigenazione dell’aria... Ma pochi sanno che tutto questo è fuori della realtà. La realtà è un’altra: dal 1982 al 2005, in appena 25 anni, ci siamo mangiati quasi 6 milioni di ettari di suolo agricolo, con una riduzione della superficie coltivata di 3,1 milioni di ettari.
Per suonare la sirena di emergenza il Presidente di Agriturist, Vittoria Brancaccio, ha preso carta e penna e ha scritto al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, esponendogli i dati ISTAT che documentano questo saccheggio, e ricordando come in Germania, già nel 1999, l’allora ministro dell’Ambiente, Angela Merkel (oggi Primo Ministro), emanò una legge che obbligava, per nuove costruzioni, a recuperare almeno il 70% di suolo già urbanizzato. L’ha seguita il Primo Ministro britannico Tony Blair, nel 2001, con una legge simile che ha permesso la successiva crescita urbanistica di Londra senza rubare un solo ettaro alle campagne circostanti.
Aggiunge, senza alcuna illusione, il Presidente di Agriturist: “Autorevoli studi di urbanistica affermano che, quando saranno realizzati i piani di sviluppo territoriale già approvati dai comuni per i prossimi anni, il ritmo di sottrazione di suolo all’agricoltura segnerà una ulteriore rilevante accelerazione”.
[omettiamo di riportare la tabella, che è comunque consultabile nel file allegato]
“Ci rivolgiamo a Lei, signor Presidente - conclude il Presidente di Agriturist - perché la sistematica sottrazione di suolo all’agricoltura è un problema intersettoriale che investe ampiamente l’interesse nazionale sotto il profilo agricolo, turistico, paesaggistico, ambientale. Ed esprimiamo l’auspicio che Ella voglia attivare immediatamente una iniziativa governativa per affrontarlo efficacemente”.
Il messaggio è stato inviato per conoscenza ai ministri dell’Agricoltura, Luca Zaia, e dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per il Turismo, Michela Vittoria Brambilla.
Ripetiamo sempre le stesse cose, peerchè chi si occupa di consumo di suolo commette sempre gli stessi errori. Anche Confagricoltura commette l’errore di confondere la riduzione della superficie agraria con l’aumento delle aree urbanizzate. È un errore grave, simmetrico rispetto a quello di calcolare l’aumento dell’urbanizzazione basandosi sulle quantità misurate con il programma Corine di rilevamento satellitare.
Come abbiamo più volte scritto in eddyburg, nel primo caso si sommano alle superfici urbanizzate tutte quelle che corrispondono all’abbandono colturale, alla progressiva sparizione delle aziende agricole marginali da agricole sono diventate incolte o restituite al “selvatico”. Nel secondo caso non si contano le aree che sono urbanizzate dalle infrastrutture e dall’insediamento sparso, che occupino con continuità superfici inferiori a 25 ettari.
Che il consumo di suolo, utile solo ai cementificatori parassiti, sia gigantesco è indubbio; ma sparare cifre sbagliate contribuisce a consolidare i cementificatori.
Dopo i tre articoli del servizio de la Repubblica, i commenti di Vittorio Gregotti e di Luca Beltrami Gadola, e le due interviste di Gae Aulenti e Renzo Piano , pubblicate nei giorni precedenti, cui si fa cenno nei testi.
Berlusconi benedice il piano-case
più vicino l’ok del Consiglio
di Stefano Rossi
Il premier riceve ad Arcore Masseroli: "Andate avanti" - Fi si adegua al documento della giunta per alzare di un terzo l’edificabilità
Silvio Berlusconi si riconcilia con l’urbanistica milanese, dopo le polemiche della primavera scorsa sui grattacieli di Citylife. Il premier ha ricevuto ad Arcore l’assessore azzurro Carlo Masseroli, dimostrandosi molto interessato ai progetti della giunta relativi all’housing sociale. Ma è stato tutto il Pgt, il Piano di governo del territorio destinato a sostituire il Piano regolatore, a ricevere l’imprimatur del premier. Promossa dunque la volontà di incrementare la popolazione residente di 700.000 unità, promosso il consistente aumento delle case da costruire. «Anche se con Berlusconi - aggiunge Masseroli - non mi sono certo messo a parlare di indici di edificabilità».
L’ok di Berlusconi riguarda dunque due aspetti importanti della Milano futura. L’housing sociale (con la Fondazione Cariplo) degli 11 complessi di nuovi appartamenti da 70 metri quadrati (in tutto 3.380) in affitto a 500 euro al mese o in vendita a 1.800 euro al metro quadrato. E lo sviluppo della città da 2 milioni di abitanti, pianificato su aree a standard con vincolo decaduto (dunque dove non si è realizzato ciò per cui era stato messo il vincolo) lungo i percorsi delle metropolitane e delle circonvallazioni, cioè in aree infrastrutturate. Per Giulio Gallera, capogruppo Fi, è il segno che «tutta la politica urbanistica milanese funziona. Incrementeremo le volumetrie per rendere accessibili case a basso prezzo al ceto medio minacciato dalla crisi. Un esperimento pilota per il Paese».
Masseroli si è presentato ad Arcore in compagnia del commissario cittadino di Forza Italia, Luigi Casero. Un colloquio cordiale: «Berlusconi ha voluto sapere tutto». In particolare sull’housing sociale, appartamenti in vendita a prezzo convenzionato o in affitto a canone moderato, in quartieri con servizi e un mix sociale di abitanti, per evitare la formazione di ghetti. Case per chi guadagna troppo per chiedere l’alloggio popolare e troppo poco per i prezzi di mercato.
Forse al premier sarà venuta in mente la casa di via San Gimignano, zona Bande Nere, dove a lungo ha abitato sua madre Rosa, testimonianza dell’espansione della borghesia milanese in periferie non popolari. Lo scorso aprile, al contrario, le sue parole sul progetto Citylife erano state abrasive: «Grattacieli storti e sbilenchi, elaborati da architetti stranieri in totale contrasto con il contesto milanese e la sua tradizione urbanistica. Spero non sia questa l’idea moderna di Milano, altrimenti la protesta dei milanesi nascerà spontanea e giusta e io mi metterò alla sua testa». Masseroli aveva replicato secco: «Il progetto è eccezionale, internazionalmente riconosciuto fra i migliori al mondo e imprescindibile per la città. Non ci saranno ripensamenti».
Ieri è stata firmata la pace, nello stesso giorno in cui in aula veniva discusso il documento di inquadramento che detta le linee guida del futuro Pgt. Gli emendamenti sono più di cento. Uno del centrodestra ritocca del 50% (e non del 30 come previsto da Masseroli) i metri cubi edificabili ma dovrebbe venire ritirato. Bocciati dallo stesso assessore, invece, gli emendamenti del Pd a sostegno dell’affitto, denuncia il capogruppo Pierfrancesco Majorino.
«L’housing sociale - ricorda Majorino - è nato anche grazie al lavoro del nostro partito, come stimolo a politiche in grado di dare la casa a chi ne ha bisogno. Mi auguro che l’esempio di Milano possa illuminare un governo debole su questo terreno, purché Masseroli abbia taciuto a Berlusconi che gli interventi di housing sociale sono molto precedenti al documento di inquadramento oggi in aula, che in materia non prevede nulla».
Cielle, i costruttori e l’ex prefetto il "chi è chi" del partito del cemento
di Rodolfo Sala
La Moratti ha delegato il business del mattone al suo assessore ciellino. Lo stesso che disse: "Ligresti è una risorsa della città" - E Ferrante, ex candidato sindaco del centrosinistra, oggi consulente dell’imprenditore siciliano: "Troppi vincoli, vanno ripensati" - Da una parte la spinta verso l’housing sociale, dall’altra gli interessi forti dei grandi proprietari delle aree edificabili: i gruppi Ligresti, Cabassi, Pirelli
Meno vincoli agli operatori, più business e oplà, il mercato immobiliare a Milano torna a tirare. Anche in presenza della fortissima crisi che coinvolge tutti i settori dell’economia reale. Non è uno slogan, ma un programma, già enunciato dagli esponenti del "partito del mattone" sempre più insofferente alle regole urbanistiche e che chiede di voltar pagina in vista dell’appuntamento del 2015. Settecentomila abitanti in più nella città dell’Expo, indice di edificabilità da portare dall’attuale 0,65 a 1, il progressivo abbandono di un’urbanistica considerata finora troppo vincolata, un addio in grande stile agli standard. Carlo Masseroli, assessore comunale alla partita, lo ha detto in modo chiaro: «Le regole e i vincoli non fanno una città migliore, Milano ha bisogno di maggiore flessibilità».
Di questo partito il forzista ciellino Masseroli è senz’altro un esponente di primo piano. Anzi, considerati i rapporti abbastanza tiepidi intrattenuti finora dal sindaco con il mondo dei costruttori (almeno fino a quando si era presentata all’assemblea di Assimpredil di quest’estate promettendo ai costruttori che l’Expo li avrebbe arricchiti), si potrebbe dire che Letizia Moratti abbia deciso di appaltare a lui e ai suoi amici tutta la partita dello sviluppo urbanistico. I grandi operatori del settore gradiscono parecchio il nuovo corso. A cominciare dal gruppo Ligresti, dominus pressoché incontrastato della Milano che verrà perché titolare di aree edificabili strategiche: Nuova Fiera, Citylife, Garibaldi-Repubblica, l’area Sud attorno al Cerba di via Ripamonti. Ma ci sono anche i Cabassi (Fiera) e il gruppo Pirelli, che dopo lo sbarco alla Bicocca si starebbe riposizionando sul mercato dell’housing sociale. E ha già una tessera onoraria del partito del mattone un imprenditore come Claudio De Albertis, leader lombardo di Assimpredil, l’associazione dei costruttori. Secondo voci insistenti che rimbalzano a Palazzo Marino, De Albertis avrebbe concordato con Masseroli le linee del documento urbanistico con cui si vogliono ritoccare all’insù le soglie di edificabilità.
Una novità che non fa scandalo neppure tra le fila dell’opposizione. Intenzionata però, con diverse gradazioni, a dare battaglia su un punto considerato irrinunciabile: va bene dare agli operatori la possibilità di costruire di più, in deroga alle vecchie norme, purché a trarne beneficio sia la parte più debole della popolazione. Basilio Rizzo lo dice così: «Occorre rilanciare l’edilizia convenzionata e il mercato degli affitti; e per raggiungere questo obiettivo occorrono più vincoli, alla faccia del rifiuto della logica dirigistica teorizzato da Masseroli». «Sarebbe utile un ripensamento dei vincoli eccessivi - aggiunge Bruno Ferrante, già prefetto e candidato sindaco del centrosinistra, oggi lavora per il gruppo Ligresti - che hanno permesso di ostacolare progetti come quello del Cerba; la città è piccola e per il suo sviluppo bisogna guardare anche al di fuori della cinta daziaria». E nel Pd c’è chi, come la consigliera Carmela Rozza, invoca «uno scambio chiaro tra il Comune e i costruttori, a cui va dato il premio delle nuove volumetrie solo se verrà utilizzato per costruire case a prezzi calmierati e in affitto; se così fosse, anche noi andremmo a far parte del partito del mattone».
Se così fosse. L’esperienza insegna che occorre andare con i piedi di piombo, che le speranze di uno sviluppo immobiliare a vantaggio di tutti non possono poggiare su basi solide. Non è stato così negli anni Ottanta, durante la stagione dell’edilizia contrattata che ha finito solo per favorire la speculazione e, spesso, il traffico delle mazzette. E neppure nel passato più recente la musica è stata questa. Lo ha ammesso, e senza tanti giri di parole, lo stesso Masseroli presentando nel giugno scorso in consiglio comunale la delibera "Ricostruire la grande Milano" (fu allora che l’assessore definì Ligresti «una grande risorsa per la città»). Il documento racconta, nero su bianco, anche la storia del fallimento registrato negli ultimi nove anni: 23.700 nuovi alloggi e 38mila residenti in più a Milano, ma di pari passo non c’è stata «una risposta adeguata al fabbisogno abitativo espresso dalla città per i redditi medio-bassi». Di più. Tra il 2000 e il 2008, con le regole vigenti, delle 147 proposte di programma integrato (ppi) presentate, per un totale di quasi sette milioni di metri quadrati, solo 84 sono diventate definitive. Altre 30 il Comune le ha ritenute inammissibili, e 21 sono state ritirate dagli operatori privati. Uno dei motivi individuati dall’assessore è la «decisione (di questi operatori) di verificare l’interesse per le nuove regole in corso di predisposizione», vale a dire l’aumento degli indici di edificabilità. E tra le proposte non realizzate ci sono i quasi due milioni di metri quadrati del piano Ticinello ? Vaiano Valle, in zona Sud. Dove domina Ligresti.
Insomma, le "nuove regole" potrebbero sbloccare progetti fermi, c’è solo da chiedersi a vantaggio di chi, dal momento che la stragrande maggioranza dei progetti approvati si riferisce alla fascia medio-alta del mercato immobiliare, e ignora quasi del tutto l’edilizia convenzionata e calmierata. Certo, c’è chi preme - lo stanno facendo insieme la Lega delle Cooperative e la Compagnia delle opere, che per questo hanno costituito la Fondazione Abitare - per il rilancio dell’housing sociale, considerandolo conveniente anche per gli operatori perché il segmento alto del mercato è saturo e per di più indebolito nei suoi valori immobiliari molto di più rispetto a quello basso. Sta di fatto che a metà dicembre, per il bando con cui il Comune mette a gara otto aree per l’housing sociale, le adesioni sono ancora ridotte al lumicino.
"È un’occasione d’oro non lasciamola ai privati"
Teresa Monestiroli
Davide Corritore, consigliere comunale del Partito Democratico, in questa battaglia sul cemento da che parte sta?
«La questione non è cemento sì o cemento no, il problema è che Milano deve riuscire a dare una casa a chi oggi non può permettersela. Su questo provvedimento urbanistico la nostra battaglia è prima di tutto quella di garantire ai cittadini la possibilità di housing sociale. Oggi a Milano il prezzo medio di un appartamento è di 4.400 euro a metro quadrato e tutti i nuovi progetti edilizi sono ben più cari. Con la crisi economica che stiamo vivendo anche la classe media inizia a far fatica a sopportare questi costi».
Quindi non dite no a priori all’aumento dell’indice di edificabilità proposto dalla giunta?
«Il problema, ripeto, è soddisfare i bisogni della città. Se per farlo ci vuole il cemento allora che cemento sia, ma con solide garanzie come quella dei servizi. Invece si parla poco di quello che c’è intorno al cemento. Non vogliamo un secondo caso Santa Giulia dove si costruisce senza pensare alle scuole, ai servizi sociali, agli ambulatori».
Per l’assessore Masseroli «i vincoli non fanno migliore una città, ci vuole più flessibilità».
«La flessibilità ha portato alla situazione attuale. Non siamo sostenitori dei piani quinquennali ma delle garanzie per la comunità. Un piano di governo del territorio deve dare anche una garanzia sulle scuole, gli spazi pubblici, i trasporti, il verde. Tutto questo non può essere affidato alla programmazione dei privati ma deve far parte di un piano pubblico di sviluppo del territorio. Invece veniamo da anni di gestione del territorio asservita alla volontà e agli interessi dei privati che hanno sempre deciso dove costruire e con quali priorità. È arrivato il momento di aprire una nuova fase».
Il nuovo documento urbanistico punta ad aumentare il numero dei cittadini di 700mila unità. La Lega è insorta, sostiene che Milano è già arrivata al collasso. Lei che cosa ne pensa?
«L’unico dato certo che abbiamo per ora è quello dell’ufficio statistico secondo il quale la popolazione nei prossimi decenni non crescerà. Mi chiedo come la giunta pensi di crescere addirittura di 700mila i residenti».
L’Expo potrebbe essere un’occasione.
«E lo è, ma il problema è che manca una strategia che indichi qual è la Milano che vogliamo in futuro. Abitata da chi? Prima di tutto bisognerebbe rispondere a questa domanda e poi costruire una strategia conseguente per invertire un ciclo che negli ultimi trent’anni ha fatto scendere la popolazione del 30 per cento. Personalmente ritengo si debba puntare sui giovani, i neolaureati, cercando di trattenerli in città, proprio in vista dell’Expo che porterà a Milano 7000 eventi nei prossimi anni».
UN AIUTO A BANCHE E IMMOBILIARISTI
di Luca Beltrami Gadola
Per attirare nuovi cittadini servirebbero 300mila posti di lavoro ben remunerati. Poco credibile, con la crisi
Per arrivare al milione e 700mila dei primi anni 70 ci vollero 34 anni, una guerra di mezzo, la ricostruzione, il boom economico, una massiccia e inarrestabile immigrazione dal Sud: tempi tanto diversi da oggi ma con una carica propulsiva formidabile. Di quel periodo però i guasti alla città li vediamo anche oggi. Pensare che nei prossimi sette anni si faccia altrettanto è inimmaginabile. Tanto ne avremmo a metterci l’animo in pace. Ma non possiamo permettercelo perché lo strumento proposto, quello in grado di produrre tanto cambiamento ? l’aumento del 53% della capacità edificatoria delle aree di Milano ? è la vera questione e ha poco a che fare con l’aumento della popolazione.
Quest’idea dei due milioni di residenti, riportando in città i pendolari, non è nuova e venne fuori sostenendo in primo luogo che l’obiettivo era migliorare la qualità della vita dei milanesi principalmente perché l’incremento di popolazione avrebbe arricchito le finanze del Comune permettendo investimenti più consistenti nei servizi alla città. Niente di meno vero, come suggeriscono gli studi del professor Gian Maria Bernareggi della Statale. Milano al contrario si arricchisce del lavoro di chi arriva da fuori città. Ma ammettiamo che questa sia una mera opinione: da dove dovrebbero venire i 700mila nuovi residenti? Radicare a Milano i pendolari? Chi è andato via o abita fuori Milano ha una casa e per tornare in città deve venderla, ma a chi? Se non gli riesce non si sposta. Oggi il mercato immobiliare dell’hinterland è drammatico. In provincia di Milano non c’è crescita di popolazione e non si generano nuovi posti di lavoro, anzi se ne perdono e la domanda di residenza è stagnante. Quindi niente pendolari come nuovi residenti, ma solo arrivi da lontano. Milano, demograficamente stabile, da sempre ha visto aumentare la sua popolazione solo per apporti esterni e se volessimo raggiungere i 700mila nuovi immigrati dovremmo affidarci all’immigrazione, un’immigrazione "ricca" come la vorrebbero i nostri amministratori. Non ci sarà, perché per attrarla servirebbero almeno 300mila nuovi posti di lavoro ben remunerati. Credibile con l’aria che tira? Da qui al 2015?
Rimangono i giovani e le giovani coppie, ma già risiedono a Milano. La domanda pregressa? Già tutti residenti. Si dice che quest’aumento dell’edificabilità darà la possibilità all’amministrazione di chiedere in cambio agli operatori appartamenti a costo contenuto in vendita o ad affitto calmierato. Ammettiamo, per ipotesi, che un terzo della nuova edificazione abbia questo destino: per aiutarne uno che non ce la fa, due dovrebbero permettersi una casa a prezzi di mercato ma di quei due non c’è traccia né oggi né a breve. Non funziona. Allora perché voler aumentare l’edificabilità? Perché si vuole dare una mano agli operatori immobiliari ed alle banche che li hanno foraggiati: l’aumento di edificabilità, anche se non realizzata, avrà per loro molti effetti benefici. Farà aumentare i valori di bilancio delle aree possedute ? rinviando mali di pancia ? o, in alternativa, consentirà loro di diluire i costi delle aree stesse e ridurne l’incidenza sul costruito e permettere minori prezzi di vendita per catturare meglio il poco mercato superstite: un bel regalo.
Quanto alle case a prezzi moderati e gli affitti abbordabili frutto di "convenzioni" con i privati lasciamo perdere, in passato troppe convenzioni furono solo carta straccia: gli esempi molti, pochi gli operatori ma sempre gli stessi.
GODONO GLI SPECULATORI
di Vittorio Gregotti
La cultura architettonica europea sostiene da sempre soluzioni agli antipodi della deregulation
A meno di ricorrere alla deportazione forzata o di mettere a disposizione dei cittadini alloggi a bassissimo costo mi sembra del tutto astratto pensare a un aumento così notevole e improvviso della popolazione del Comune. Dall’aumento della densità edilizia gli unici a godere sarebbero gli speculatori immobiliari mentre la città ne risulterebbe definitivamente disastrata. Di conseguenza, anche per quanto riguarda il 2015 trovo sarebbe consigliabile, data la crisi di denaro e di idee, limitare il proprio impegno alla risposta più stretta possibile degli impegni presi intorno al tema centrale provvedendo al miglioramento del trasporto e all’ospitalità necessaria che certo non riverserà su Milano folle incontenibili di visitatori; e provvedere magari alle necessità già oggi esistenti di alloggi a basso costo.
Sulla pagina di fronte Repubblica pubblicava un’intervista a Renzo Piano, che i successi americani hanno reso particolarmente autorevole in Italia. Le sue opinioni (sia pure espresse con prudenza) sembrano condurre a conclusioni opposte a quelle dell’assessore all’Urbanistica, abbracciando le tesi che la parte ragionevole della cultura architettonica europea sostiene da una trentina d’anni: opposizione all’ideologia della deregolazione, al consumo indiscriminato di territorio della città infinita, ricostruzione critica della città europea all’interno dei suoi limiti consolidati con una politica di utilizzazione delle aree dismesse, incentivazione del trasporto pubblico, resistenza allo svuotamento dei centri storici dalle abitazioni, mantenimento delle mescolanze sociali e della multifunzionalità compatibile, politiche ambientali non orientate a mettere solo gerani sui balconi. Si tratta di due posizioni opposte a proposito delle quali la cultura della città di Milano dovrebbe essere chiamata ad aprire (al di là dei colpi di mano delle maggioranze politiche) una discussione aperta nell’interesse collettivo. Senza mitologie e senza eccessivi compromessi, con passione, buonsenso e fiducia in un futuro meno radicalmente economicista nella costituzione dei valori da perseguire.
Molte cose assai giuste sono state aggiunte ieri da Gae Aulenti nella sua intervista: posso solo dire di essere d’accordo con lei.
10 novembre 2008
Due milioni di abitanti a Milano?
Gae Aulenti: "Ecco perché dico no"
di Maurizio Bono
"Senta, l’intervista posso cominciarla facendo io una domanda, agli amministratori di Milano? È una cosa che mi chiedo da quando ho letto che puntano a riportare la città a due milioni di abitanti: ma hanno dietro una serie studi, un’analisi di previsione, uno scenario che faccia pensare a una tendenza espansiva di Milano, con la crisi che c’è e con la disoccupazione che è facile prevedere almeno per il 2009? Perché se così non fosse, le cifre che si fanno circolare lasciano perplessi. Anzi, mi sembrano francamente campate in aria". Gae Aulenti, architetto di lungo corso che ha legato la propria carriera a celebri allestimenti di interni (dalla Gare d’O rsay a Parigi a Palazzo Grassi a Venezia) ma anche a interventi sul tessuto urbano come il piazzale della stazione Cadorna, è a dir poco critica sull’idea di riportare 700mila pendolari dall’h interland alla cerchia urbana: "Basta pensare alle ragioni per cui sono scappati, che sono i costi eccessivi delle case in città o la loro mancanza. Un prezzo che pagano dormendo troppo poco per venire tutti i giorni a lavorare a Milano. Ma sembra difficile immaginare che lasciando fare al mercato si possa indurli davvero a ritornare".
Però un buon motivo per farlo ci sarebbe, no? Meno pendolarismo, meno traffico, meno consumo del suolo...
"Certo, è tutto vero. Però con le intenzioni, da sole, non si governa. E allora bisognerebbe pianificare seriamente come riuscirci. Alzando gli indici di edificabilità, al contrario, si finirà solo per replicare la disastrosa esperienza della liberalizzazione dei sottotetti, che hanno prodotto più traffico senza risolvere nulla".
Un’idea che sembra ampiamente condivisa è evitare che l’e spansione urbanistica dilaghi ulteriormente all’esterno della metropoli.
"La condivido in pieno anch’io, sono perfettamente d’a ccordo con Renzo Piano che parla di tirare una linea verde intorno all’area urbana, e con progetti come il Metrobosco, a cui ha lavorato anche Stefano Boeri, per disegnare una cintura di campi e boschi invalicabile per i nuovi cantieri. Con le previsioni di crisi per lo meno per tutto il prossimo anno, comunque, sarebbe difficile pensare altrimenti. La realtà ben nota è che anche alcuni dei grandi progetti in corso rallentano, quando non si bloccano per mancanza di fondi come Santa Giulia". Resta il fatto che buona parte dei nuovi quartieri e grattacieli sono per uffici, mentre si calcola che servirebbero 40 o 50mila nuovi alloggi a costo sostenibile.
"Infatti sono anche favorevole all’ipotesi ventilata da Boeri l’altro giorno nell’intervista a Repubblica, di riconvertire in residenza parte degli spazi commerciali e per il terziario che di questo passo sono destinati a restare sfitti".
Anche il quel caso, non sarà comunque un problema di costo? Costruendoli, le imprese non pensavano certo a canoni sociali...
"Badi che già tenere vuoto un ufficio è un costo piuttosto alto, e se si trattasse di ridurre un danno già in atto, qualche intervento di intelligente politica sociale potrebbe rendere quella via praticabile".
Pensa al ritorno alla destinazione residenziale di tanti palazzi nobili del centro diventati uffici, o anche alle nuove costruzioni?
"Direi proprio ai tanti brutti grattacieli semivuoti che si vedono verso le periferie. Ma naturalmente bisogna anche proseguire a chiudere i tanti piccoli "buchi" nel tessuto urbano lasciati da una programmazione carente. L’importante è farlo stabilendo regole certe, durevoli e uguali per tutti. Per questo non mi convince affatto l’idea di un aumento generalizzato degli indici di edificabilità: ma perché, per donarli a chi, per farci che cosa? Prima bisognerebbe perlomeno fare un’idagine seria per stabilire quanti metri cubi servono davvero alla città. Viene davvero nostalgia dei piani Ina casa degli anni Cinquanta o, per restare a Milano, del progetto QT8".
A proposito, lei come giudica la qualità architettonica degli interventi più recenti in città?
"Ci sono molte brutture, ma Milano è anche la città della Torre Velasca, del Pirellone, della Triennale di Muzio, e poi alcuni begli edifici della Bicocca di Gregotti e di quello di Piano in via Monte Rosa".
E i nuovi grattacieli?
"Non tutti saranno belli. Ma se si parla di Citylife, lì il problema è un altro, è il quartiere che è sbagliato. Cala dall’a lto, è poco legato al tessuto circostante, rischia di essere come la vecchia Fiera: un recinto con degli edifici dentro, non un pezzo di città".
07 novembre 2008
Renzo Piano, l'appello alla città
"Smettetela di diffondere il brutto"
di Franco Manzitti
«Ah la mia vecchia e cara Milano, come è cambiata. La considero la mia città, io che sono nato a Genova, ma che professionalmente sono cresciuto qui quando avevo tra i venti e i trent´anni, prima al Politecnico e poi quando ho imparato il mestiere con un maestro come Franco Albini... ». Renzo Piano storce la bocca quando lo chiami archistar o quando cerchi di trascinarlo dentro una polemica magari su Milano, la sua vertiginosa espansione, i suoi progetti-marchio dell´Expo, di Citylife, il piano comunale di crescere fino a 2 milioni di abitanti, ma poi non si trattiene.
Non attacca direttamente gli amministratori cittadini e la politica espansionistica: «Non voglio criticare la Moratti, ma fare un discorso più in generale sulla fine della qualità diffusa che in Italia ha permesso di costruire belle città e che ora manca - dice dalla tolda del suo super-ufficio nella periferia estrema genovese di Vesima, sospeso sul mare a forza nove di questo autunno di tempeste perfette -Dove è finita a Milano quella spinta fervida degli anni Sessanta-Settanta, quella combinazione magica tra sindaci, mecenati, architetti, finanziatori, dove c´era la grande capacità di ascoltare, di inventare? Cosa è successo dopo e ora cosa sta succedendo?».
Il suo progetto per Citylife fermato, quello del parco a Ponte Lambro, ignorato a fine anni Novanta malgrado il timbro dell´Unesco, la diversa visione sull´Expo 2015 in difficile gestazione? Piano va avanti viaggiando tra un continente e l´altro, tra un progetto e l´altro, tra una polemica e l´altra, tra un sindaco Alemanno a Roma, che mette i diktat sull´Eur, e il sindaco Moratti, che innesca il boom milanese, preferendo il cemento di Ligresti. Ma la sua provocazione di archistar è ben più larga e universale e riguarda il come stanno sfigurandosi le città nel mondo, la cultura fasulla della loro espansione, gli sprofondamenti nel trash e nel brutto diffuso. «Noi europei abbiamo per fortuna la chiave culturale per salvare le città che crescono: è il recupero attraverso la stratificazione. Non si abbatte a picconate la periferia brutta per rifarla peggio e disincagliata da ogni contesto di vita, ma si integra, si costruisce sopra, salvando la storia».
Insomma, basta con il consumo scellerato di territorio?
«Anche in Australia e in America incominciano a chiedermi di compiere questa operazione, ora che hanno un paio di secoli di storia urbanistica alle spalle. Trent´anni fa intellettuali fini dell´ambientalismo come Mario Fazio ci suggerivano di recuperare i centri storici. Sfida raccolta e vinta. Oggi dobbiamo salvare le periferie. Dalle banlieue parigine, alle favelas del terzo mondo, ai nostri quartieri dormitorio sulle colline di Genova, come nei sobborghi romani».
E a Milano, con tutti questi progetti, quell´operazione culturale come si realizza, dove si stratifica?
«Bisogna smettere di costruire, di diffondere il brutto per poi chiamarlo trash. Finisce che poi il trash urbanistico passa quasi per bello, basta che ogni tanto ci si metta in mezzo quella che gli inglesi chiamano perfidamente l´aringa rossa, magari un bel grattacielo svettante sul quartiere spazzatura. Anche Milano non deve esplodere con nuovi quartieri selvaggi, ma implodere su quanto già c´è. Le periferie sono brutte, senza qualità diffusa, perché non ci hanno costruito le condizioni della vera vita vissuta, che non si crea solo con case e negozi. Ci vuole tutto il resto, a incominciare dal verde, dalle scuole, dagli impianti sportivi, dalle librerie, dai giardini».
Ciò significa che bisogna rinunciare al concetto di città diffusa e pianificare dei margini artificiali?
«Va tracciata quella linea verde oltre la quale non si deve costruire più, e si badi bene che all´interno la ricostruzione stratificata è più che possibile ovunque: fabbriche dismesse, parchi ferroviari abbandonati, zone residenziali perdute nel degrado, quartieri fatiscenti. A Sud di Milano ci sono grandi spazi appetibili, così come nella zona di Rho-Pero, penso anche a viale Forlanini ad Est, dove immaginavamo tanti anni fa il parco urbano di Ponte Lambro, proprio mentre stavamo ricostruendo Sarajevo, città martire, con lo stesso criterio promosso dall´Unesco».
Ma lei ha un´idea di dove può essere tracciata questa linea verde?
«Sono i sindaci e gli amministratori che devono stabilirlo e non vorrei gettare la croce addosso solo a loro. Si immagina che quella linea sia sovrapponibile alle tangenziali, dove ci sono. Ma quella linea non basta se non si risolve il problema del trasporto urbano. Come si fa a progettare solo posteggi dappertutto?».
Ma le macchine sono sempre di più. Dove le mettiamo?
«A Londra con l´ex sindaco Ken Livingstone abbiamo progettato quella grande torre nel centro e sa quanti posteggi sono stati previsti? 42. A New York con il sindaco Bloomberg stiamo trattando operazioni urbanistiche a Manhattan a posteggi zero. Altro che i 10mila posti macchina di Citylife. Il concetto è disincentivare l´uso dell´automobile. Se non fai altro che costruire posteggi ingigantisci il traffico e continui a proporlo nel centro delle città. Io a Parigi abito in centro e non ho la macchina, sono ultra servito dai mezzi pubblici».
Torniamo a Milano: perché lei sente questa grande delusione?
«Perché mi ricordo com´era quando, da giovane architetto, ci sono arrivato al seguito di Franco Albini, il maestro della Zero Gravity, l´architettura come leggerezza, insieme a Marco Zanuso alla scoperta di nuovi materiali, di nuove forme. Avevamo il terreno favorevole per esplorare, ascoltare, confrontare. C´era un circolo virtuoso che garantiva la qualità diffusa. Mi ricordo i dibattiti con Ermanno Olmi per progettare Ponte Lambro».
E ora che le occasioni di costruire sono addirittura imponenti: basta pensare alle possibilità di Expo 2015?
«Se lei mi chiede se sono Exposcettico o Expoentusiasta le rispondo che sono entusiasta. Sgombro il campo dall´equivoco nato qualche tempo fa, quando fui classificato sulla linea di Adriano Celentano, che era contrario. Sono prudente. Non vorrei che l´Expo diventasse una colossale operazione immobiliare e stop. Ho già un´esperienza in materia, quella delle Colombiadi, l´Expo genovese del 1992 per i 500 anni della scoperta dell´America. Lì abbiamo recuperato l´esistente e costruito un quartiere nel cuore della città, nel porto storico, che rimane un segno forte e lo abbiamo fatto con equilibrio ambientale e economico. Ricordo quello che mi raccomandava, in stretto dialetto genovese, il sindaco di allora, Fulvio Cerofolini: "Mia Piano, qui nun se straggia ninte ("Guarda Piano, che qui non si può sprecare niente"). Non abbiamo sprecato niente, abbiamo costruito su quel che c´era».
Ma alla fine non è molto più stimolante creare dal nulla, costruire a perdita d´occhio senza avere vincoli di spazi, di storia, di cultura?
«È vero il contrario. La sfida dell´architetto è proprio quella di andarsi a cercare i vincoli, i condizionamenti, gli obblighi dell´esistente. Noi italiani abbiamo più degli altri questa capacità che io considero la vera sfida da esercitare quando ci viene proposto un nuovo lavoro».
Tutto questo non può essere travolto da una cultura diversa più globale, che tiene conto dell´immigrazione, di una nuova società multietnica, già ospitata dalle città?
«Siamo sempre stati meticci e non solo a Genova e Venezia, città porto. Perché nei nostri quadri, nei nostri affreschi compaiono spesso i mori, i personaggi di colore ambientati nelle diverse epoche? Perché questa è la nostra storia».
Siccome non tutti possono espatriare all'Eliseo come Carla Bruni per sentirsi fieri di non essere italiani, speriamo almeno che qualcuno si vergogni di vivere in un paese che si accalora per il colorito di Obama e per le battute razziste di Berlusconi e poi lascia passare sotto silenzio un disegno di legge sulla «sicurezza» che sembra pensato apposta per far rimpiangere la legge Bossi-Fini.
Lo scandalo delle norme che verranno discusse oggi in Senato, infatti, è inferiore solo all'indifferenza che le circonda. Forse ci siamo distratti, eppure non abbiamo ancora registrato reazioni indignate da parte delle «forze» di opposizione, nessuno che abbia espresso l'intenzione di sdraiarsi sui binari, o magari solo sui banchi di Palazzo Madama. Eppure la nuova disciplina di stampo fascio/leghista che a colpi di emendamenti renderà impossibile la vita agli immigrati richiederebbe una capacità di mobilitazione (o indignazione) straordinaria, perché si tratta di un concentrato di perfidia applicato alla vita quotidiana di milioni di persone che vivono tra noi.
Cominciamo da quello che viene spacciato come un miglioramento, l'aspetto più «soft» e un po' straccione del nuovo razzismo all'italiana. I «clandestini», vivaddio, non verranno più arrestati in massa come voleva il ministro Maroni in un primo momento (anche se l'internamento nei cpt per identificarli viene prolungato fino a un anno e mezzo) ma saranno costretti a pagare «solo» una multa da 5 a 10 mila euro: circa un anno di stipendio in nero di una badante che contribuisce a non far crollare il nostro welfare, o di un muratore rumeno non stupratore che ogni giorno rischia la vita nei nostri cantieri. Per restare ai furti legalizzati, oggi i senatori della Repubblica italiana discuteranno anche dell'introduzione di una nuova tassa: 200 euro per il rilascio o rinnovo di permesso di soggiorno. Non sarà odioso come lo ius primae noctis, ma da domani gli stranieri potrebbero non essere più uguali nemmeno davanti all'altare: sarà vietato sposarsi a chi non ha il permesso di soggiorno. E poteva anche andare peggio. Solo per l'opposizione dell'Ordine dei medici, infatti, non è passata una norma che obbligava i medici a trasformarsi in spioni e denunciare i malati «clandestini». Sulle ronde legalizzate - si discuterà anche di questo - ormai la partita la diamo per persa, se non per una questione di sfumature: come la sicurezza, si sa che non sono né di destra né di sinistra, piaccono a Tosi come a Cofferati. E per finire, hanno anche inventato la pagella del «negro buono», una sorta di patente a punti: penalizza chi passa col rosso o non paga le tasse (roba da italiani veri) e premia chi dà prova di italianità verace, «superando un corso atto a verificare il livello di integrazione sociale e culturale». In un rigurgito di democrazia, oggi il Senato si pronuncerà anche sull'istituto referendario: i rom potranno sostare in un Comune solo dopo l'indizione di un referendum cittadino. Cioè mai, e se non la capiranno, Opera e Ponticelli hanno già fatto scuola.
Sarà battaglia in aula? Forse, anche questa volta, non ci resta che sperare nei cristiani più caritatevoli, gli unici che hanno il coraggio di scrivere che mai i rom hanno rapito bambini in Italia. Un fatto da secoli incontrovertibile, né di destra né di sinistra.
Può sembrare anacronistico occuparsi di tutela dei beni culturali e del paesaggio mentre infuria una tempesta economica senza precedenti che diffonde incertezza, paura e sfiducia e chiede risposte urgenti ed efficaci. Eppure non si tratta d’un tema peregrino, tantomeno d’un pretesto per parlar d’altro evadendo quelli che più ci riguardano. Si tratta invece d’un tema estremamente pertinente. Viviamo giorni e mesi di decisioni radicali che da un lato tendono a mettere in atto misure di tamponamento che garantiscano nell’immediato i depositi bancari, il patrimonio di banche e di imprese, il sostegno della domanda e dei redditi più deboli. Ma dall’altro configurino nuovi assetti e nuovi equilibri nei meccanismi di produzione e di distribuzione della ricchezza. Configurino anche una società diversa da quella attuale, una maggiore trasparenza e più incisivi controlli per bilanciare il necessario rafforzarsi dei poteri rispetto ai diritti.
In questo profondo rimescolio esiste il pericolo che la cultura, cui si continua a tributare omaggio di parole, costituisca nei fatti l’anello debole e addirittura la vittima sacrificale. Cultura, ricerca, beni culturali, patrimonio pubblico, paesaggio, sono infatti considerati come altrettanti elementi opzionali dei quali si può tranquillamente fare a meno. I tagli di spesa più cocenti sono avvenuti proprio in questi settori non soltanto per eliminare sprechi ma per recuperare risorse dirottandole verso altre destinazioni. Non si è considerato che non si tratta di spese ma di investimenti che, proprio per la loro natura, non possono essere interrotti senza causare nocumento e deperimento gravissimi.
La totalità di questi beni, la loro salvaguardia e la loro valorizzazione, hanno tra l’altro effetti diretti sull’economia del Paese poiché sono connessi all’industria del turismo che rappresenta una delle maggiori risorse del nostro territorio. Il turismo, dal punto di vista della bilancia commerciale, equivale all’esportazione di beni e servizi, procura entrate di valuta nelle casse dell’erario, con una differenza: non escono merci e servizi dal territorio nazionale ma entrano persone e con esse ricchezza e sostegno della domanda interna. Una flessione del turismo comporta una flessione immediata della domanda e della ricchezza prodotta.
Fino a poco tempo fa l’alto livello dell’euro in termini di dollari scoraggiava il turismo internazionale verso l’Europa, ma è proprio qui che entrava in gioco la valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici di ciascuno dei Paesi europei con spiccata vocazione turistica. Abbiamo assistito negli anni di più elevato tasso di cambio dell’euro al decadimento del turismo diretto verso l’Italia a vantaggio di quello canalizzato verso la Spagna, la Francia, la Grecia: stessa moneta, quindi stesse difficoltà per i portatori di un dollaro debole rispetto all’euro, ma diversa attrattiva dovuta alla migliore valorizzazione del paesaggio, del territorio, dei beni culturali che lo animano.
Ora il cambio euro-dollaro è tornato a livelli meno penalizzanti per il turismo europeo, anche se la crisi economica internazionale ha provocato una diminuzione del movimento turistico complessivo. Proprio a causa di questa flessione congiunturale la concorrenza è diventata ancor più severa ed è quindi tanto più necessario investire sulla cultura in tutte le sue articolazioni. Ma questo non avviene, anzi sta avvenendo il contrario. Ho già accennato al problema d’una mentalità che considera i consumi culturale come un fatto opzionale. Si tratta d’una mentalità economicamente distorta che va denunciata e combattuta
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La condizione in cui versano ormai da anni le nostre Sovrintendenze preposte alla tutela dei beni paesaggistici e culturali è quanto di più misero si possa immaginare: personale ridotto al minimo, sedi vacanti da tempo, servizi pressoché inesistenti. Il ministro competente promette di colmare almeno i vuoti più drammatici e cerca soldi che compensino i pesanti tagli effettuati dalla Finanziaria triennale varata fin dallo scorso luglio. Li cerca ma finora non li ha trovati e dubito molto che possa riuscirvi nel prossimo futuro.
Il guaio è che, risorse finanziarie a parte, il ministro tergiversa anche a compiere alcuni adempimenti che non comportano spese ma che sarebbero necessari per chiarire una normativa confusa, fonte di abusi continui che hanno devastato il nostro territorio da almeno trent’anni in qua, disseminando mostri architettonici, lasciando deperire monumenti di importanza mondiale, occultando il mare con una cortina edilizia che ne ha confiscato la visibilità e la pubblica fruizione.
Questi abusi sono il frutto di inefficienza delle istituzioni di controllo, di scarsissima sensibilità nella pubblica opinione, dell’indifferenza dei «media» e, soprattutto, di una normativa che ha disperso i poteri di controllo tra tre diversi ministeri (Beni culturali, Ambiente, Lavori pubblici) e tre diversi livelli istituzionali: Stato, Regioni, Comuni.
Aggiungete a questa dispersione dei poteri di controllo e di programmazione la scarsità delle risorse e capirete le dimensioni di un disastro che ha mostrificato l’ambiente e si prepara a peggiorarlo ulteriormente con l’avvento di un federalismo che disperderà fino al limite estremo competenze e saperi.
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Il più attento conoscitore del disastro culturale e ambientale italiano è Salvatore Settis, che lotta da decenni per la tutela e la valorizzazione dell’immenso e negletto patrimonio che il Paese possiede e trascuratamente dilapida.
E’ sua la definizione dell’unicità concettuale e pratica di questa nostra ricchezza, della sua manutenzione, della sua fruizione pubblica, di ciò che potrebbe e dovrebbe essere e invece non è. La definizione è questa: Esiste un «territorio» senza paesaggio e senza ambiente? Esiste un «ambiente» senza territorio e senza paesaggio? Esiste un «paesaggio» senza territorio e senza ambiente?».
Da questo triplice interrogativo, retorico perché presuppone una risposta negativa alle tre domande, nasce l’esigenza di una politica di tutela e di valorizzazione che sia unificata nei poteri e nelle competenze; tale unificazione non può avvenire che in capo allo Stato, il solo tra i vari enti istituzionali che sia depositario d’una visione generale, che viene inevitabilmente persa di vista man mano che si discende nei livelli locali, la Regione e ancora di più il Comune.
Purtroppo la situazione attuale ha già attribuito gran parte delle competenze alle Regioni consentendo ad esse di delegare ai Comuni una parte rilevante delle competenze e dei poteri propri. Le Sovrintendenze sono state in larga misura svuotate dei loro poteri di controllo e totalmente dei loro poteri di valorizzazione. La pianificazione urbanistica da tempo ha preso il sopravvento su quella paesaggistica e ambientale; a loro volta gli interessi propriamente edilizi hanno stravolto la pianificazione urbanistica; in tali condizioni anche la collusione, la corruzione e il lassismo sono stati oggettivamente incoraggiati.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il disastro ambientale, paesaggistico, urbanistico che ha deturpato il paesaggio, l’ambiente e il territorio.
Il federalismo, in mancanza d’una normativa chiara e netta che si richiami all’articolo 9 della Costituzione («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») e alla giurisprudenza costituzionale che ne è seguita, porterà inevitabilmente questo triplice scempio se l’opinione pubblica non ne farà un obiettivo prioritario del proprio impegno
Il documento d'indirizzo che sta per andare al vaglio del Consiglio comunale, dietro l'apparenza di obiettivi condivisibili come la disponibilità di alloggi per chi non può permettersi gli attuali prezzi folli, nasconde una visione vecchia e pericolosa.
Una ricetta, quella preparata dalla giunta comunale di Letizia Moratti, che, ben prima di dare una risposta al bisogno di case a buon mercato rischia di aggravare e rendere inguaribili i problemi più gravi della città: dal traffico, all'inquinamento, all'insufficienza del verde e delle infrastrutture.
Cominciamo dalla coda, ovvero dall'obiettivo di portare a 2 milioni la popolazione residente in città, con un aumento di 700mila nuovi abitanti in sei anni. Ha senso una simile prospettiva? No, non lo ha. Milano è un comune piccolo, con un consumo del suolo ben oltre la capacità di rigenerazione, parchi insufficienti e una struttura radiale che, già ora, è soffocata per la quantità di funzioni pregiate e direzionali addensate nei suoi confini. Funzioni che richiamano, ogni giorno, centinaia di migliaia di pendolari dall'hinterland, dalla regione e da un'area ancora più vasta che va da Varese a Piacenza, da Bergamo a Novara: la regione urbana milanese, la cosiddetta "città infinita", quella su cui si organizzano pregevoli convegni ma che rimane priva di una testa pensante, di sistemi di regolazione e di governo. La giunta Moratti vorrebbe trasformare un po' di quei pendolari in nuovi residenti milanesi e, a quel che si è capito, frenare la fuga delle giovani coppie verso la provincia. Ma è un proposito che si scontra, oltre che con gli angusti confini municipali, anche con la qualità, la vocazione e il profilo attuale della città.
Milano ha avuto molti più abitanti, una trentina di anni fa, quando era una città industriale e operaia. Il massimo venne raggiunto nel 1974, con quasi 1 milione 750mila residenti. Poi venne il rapido declino della residenza, coincidente con la deindustrializzazione, l'esplosione della città terziaria, l'espulsione dal centro e dal semicentro di famiglie a basso reddito e del ceto medio. Da oltre vent'anni, abbiamo intere porzioni di città dove alla residenza si sono sostituiti uffici, studi professionali, sedi direzionali. Forse si dovrebbe ripartire da lì, dal ritorno alla residenza delle parti forzosamente terziarizzate di Milano, per avviare un programma di ripopolamento.
Ma l'assessore Masseroli non ne fa cenno. Non gli interessa. Troppo complesso rimettere in discussione la destinazione d'uso di centinaia di stabili e di migliaia di appartamenti e soprattutto potenzialmente una fonte perenne di guai con la proprietà immobiliare grande e piccola. Meglio il cemento fresco, allora. La trovata è, dunque, è far salire l'indice di edificabilità da 0,65 a 1. Costruendo in verticale, con "vincoli e regole" ridotti al minimo, o eliminati del tutto, per la gioia di immobiliaristi e costruttori. E alla faccia di chi pensa che ai problemi del terzo millennio non si possa rispondere con ricette anni Sessanta, lanciando programmi edilizi da ricostruzione post bellica in una insensata gara con i Comuni della propria area urbana per "rubarsi" residenti. Così insensata da ingenerare il sospetto che tutto questo fervore per nuove case a buon mercato nasconda, in realtà, ben altro obiettivo: far cassa con gli oneri di urbanizzazione, per recuperare i soldi che il governo "amico" ha sfilato dal portafogli di Palazzo Marino.
Non ho ancora letto il nuovo saggio di Andrea Carandini su come "Vedere il tempo antico con gli occhi del 2000", ma mi sembra necessario commentare subito l'intervista all'autore di Paolo Conti apparsa pochi giorni fa sul Corriere della Sera. I riferimenti ironici agli archeologi delle Soprintendenze, "talebani" educati nelle "madrase della tutela", dediti ad un'ottusa forma di opposizione allo sviluppo del territorio con insensate richieste di scavi preventivi sono francamente fuorvianti. L'ironia è sempre simpatica, ed è per sua natura esagerata, ma non dovrebbe giungere al travisamento e a rischiare di minare la credibilità di una categoria di funzionari la cui azione in difesa del patrimonio archeologico è universalmente apprezzata.
E forse è anche vero che questi archeologi-talebani praticano la tutela con una passione quasi anacronistica in tempi di opportunismo travestito da realismo. Figuriamoci: la maggior parte di loro crede sul serio, quasi fosse una sura del Corano, che debba essere preso alla lettera l'articolo 9 della Costituzione che pone la tutela del patrimonio archeologico al di sopra di tutti gli altri valori, ivi compresi quelli economici!
Peccato però - afferma Carandini - che questi funzionari non assolvano bene a questo dovere in quanto i loro scavi di emergenza, non pubblicati, si risolvono in una perdita di dati, e quindi addirittura in una colpevole distruzione di strati archeologici.
Ma è proprio vero? In realtà è ben noto che non poche scoperte importanti sono avvenute proprio negli scavi di emergenza che rappresentano ormai quasi il 90 % dell’attività delle Soprintendenze, giacché quelli “di ricerca” hanno, ormai da tanto tempo, sempre meno risorse a disposizione. Senza dire che gran parte degli oggetti che riempiono i nostri musei sono frutto di questa stessa archeologia, preventiva o di emergenza, che consiste in quel poco fascinoso lavoro fatto di vincoli, di dispute sugli strumenti urbanistici, sui condoni edilizi, di procedimenti civili e penali. Va bene, ma perché molti degli scavi di emergenza – come giustamente afferma Carandini - restano inediti? La risposta più vera è: il ritardo o la mancanza di pubblicazioni dipende dall’esiguo numero degli archeologi delle Soprintendenze; dallo stato di precarietà dei loro collaboratori esterni; dall’insufficiente attenzione da sempre dedicata a questo problema da un Ministero strutturato su un modello burocratico-amministrativo piuttosto che tecnico-scientifico. Ma anche dal fatto che, perfino nel caso di un’opera pubblica, ricerca e scavo archeologici sono stati percepiti non come l’espressione di un valore preminente, ma come un impaccio di cui sbarazzarsi al più presto. Per cui si sostengono le spese per la loro esecuzione – anche chiamando costosi consulenti accademici a contrastare le richieste delle Soprintendenze e cercar di risparmiare -, ma una volta che l’area è, come si suol dire, “bonificata” dai resti archeologici, non c’è chi paga per la pubblicazione; tanto meno le Soprintendenze coi loro magri bilanci. E allora? “Non fate questi scavi, accontentavi delle prospezioni” sembra essere la risposta di Carandini. Mentre quella imposta dalla deontologia professionale (e dalla legge) può essere solo quella “talebana”: e allora non si può fare l’opera pubblica perché procedere alla cieca, solo vagamente intuendo da una prospezione che sotto terra c’è un monumento non servirebbe affatto ad impedirne la distruzione (e anche spendendo di più per le inevitabili sospensioni dei lavori). Per paradossale che sembri: meglio un’opera in meno che uno scavo non pubblicato.
Nessuna Soprintendenza opera per “avidità di scavo”, ma perché non se ne può fare a meno, per salvare il territorio almeno come memoria storica. Lo scopo del nostro lavoro è indagare e rendere pubblica la storia del territorio. Pubblicare uno scavo non è un inutile sfoggio di cultura, è la conclusione obbligatoria di un’attività scientifica e istituzionale che fin dal primo momento dovrebbe essere messa nel conto della programmazione delle opere, grandi e piccole, pubbliche o private.
In questi giorni il Ministero sta perfezionando il regolamento della legge sull’archeologia preventiva che prevede che si mettano in conto fin dall’inizio, almeno per le opere pubbliche, i costi della pubblicazione. Chi scrive sta istituendo, in collaborazione con l’Associazione Internazionale di Archeologia Classica, una rivista elettronica per la rapida ed economica edizione online degli scavi. Si possono studiare nuovi modelli di intervento, chiamando, ad esempio, le Università a concentrarsi sui problemi della tutela, rinunciando in parte a ricerche più gratificanti per prospettive mediatiche. La discussione su questi temi è più che mai aperta.
Tutto meno che lasciar passare l’idea che la ricerca archeologica preventiva sia un falso problema.
L'autore è Direttore Generale per i Beni Archeologici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Quest’anno cade il sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, a cui ho dedicato il mio discorso all’assemblea annuale del World Political Forum. Nel pieno di una crisi che colpisce tutto il mondo è una data che di per sé ci costringe a ricordare questo punto di riferimento dello sviluppo dell’umanità. Ma ricordare non basta. Oggi dobbiamo discutere di come avvicinarci agli obiettivi esposti in quel documento, nel contesto delle sfide del nuovo millennio e degli elementi che hanno prodotto la crisi in cui versa la politica mondiale.
Credo che gli autori della Dichiarazione Universale si rendessero ben conto che grande è la distanza tra i principi enunciati e la loro realizzazione. Un forte contributo è stato dato dai movimenti che si sono battuti per i diritti civili, contro la discriminazione razziale e i regimi totalitari. E dai loro leader morali, Martin Luther King, Nelson Mandela, Andrej Sakharov.
Ma nel mondo diviso dagli scontri ideologici e dalla guerra fredda gli ideali dei diritti umani venivano sempre messi in secondo piano e travisati. I cambiamenti avvenuti nel nostro Paese, in Europa e nel mondo nella seconda metà degli anni Ottanta ci hanno dato una chance irripetibile: quella di mettere in archivio la guerra fredda e lo scontro, anche in materia di diritti umani. Abbiamo avuto una reale possibilità di farlo, di ridurre tutti i tipi di armi e spostare le risorse per la soluzione di problemi come la povertà, il ritardo, il degrado ecologico.
Uscendo dalla guerra fredda si comprese che non esistono diritti umani in un mondo dove miliardi di persone vivono con un dollaro al giorno, senza accesso all’acqua pulita, all’istruzione e all’assistenza medica. Che essi non possono farsi spazio in un mondo condannato a infiniti conflitti e alla corsa agli armamenti. In certo senso, siamo tornati a Franklin Roosevelt, che dichiarò fondamentali non solo la libertà di parola e di professione religiosa, ma anche la libertà dal bisogno e dalla paura.
Noi abbiamo avuto la possibilità di procedere insieme in questa direzione. Ma bisognava davvero passare dallo scontro alla cooperazione, cancellare le vecchie linee di separazione senza crearne di nuove. Insomma, passare a una nuova politica mondiale. Sappiamo che così non è stato.
La globalizzazione, che avrebbe potuto avvicinare miliardi di persone, ha seguito un altro scenario. I politici non sono stati all’altezza. Così cresce il divario tra ricchi e poveri, la crisi ecologica, il terrorismo e il fallimento della politica, fino alle guerre.
È giunto il momento di parlare anche del rischio di militarizzazione della politica e del pensiero, incompatibile con i diritti dell’uomo. Intanto perché il primo diritto è quello alla vita, e militarizzazione vuol dire morte. Ma anche perché l’uso della forza come soluzione universale dei problemi, come mezzo di democratizzazione e stimolo alla crescita è un’assurdità contro il buon senso e contro l’intera esperienza dell’umanità.
Credo che il vicolo cieco in cui si trova la politica si farà ancor più sentire con la crisi, iniziata come crisi finanziaria, ma che diventerà politica nei vari Paesi e nel mondo. Essa conferma l’interdipendenza dei processi mondiali, in questo caso un’«interdipendenza col segno meno». E le cause vanno ricercate soprattutto nella politica, intimamente legata negli ultimi quindici-vent’anni al modello dell’ultraliberismo, di cui ora capiamo tutta l’inconsistenza e l’amoralità. Un modello che ignora gli imperativi della solidarietà umana, ma anche gli interessi e le necessità della società. Parte indissolubile di quel modello è l’antidemocraticità del sistema economico globale, visto che le decisioni prese in un centro di potere hanno conseguenze fatali per tutti
Si può già prevedere che la crisi colpirà duramente i diritti di centinaia di milioni di persone, soprattutto se, nel tentativo di uscirne, si continuerà a salvare prima i pilastri del sistema finanziario e poi la gente, capitalismo spietato per la maggioranza e "socialismo", aiuto dello Stato, per i ricchi.
Siamo alla nascita di un nuovo sistema economico finanziario sostenuto da un grande gruppo di Stati, non solo quelli del «miliardo d’oro», ma anche altri (Cina, India, Brasile, Sudafrica e Messico). Quali principi verranno messi alla base di questo sistema è un fatto fondamentale, anche dal punto di vista dei diritti umani. Credo che l’esito finale dipenderà da quanto democratica sarà la fase iniziale, se saprà tener conto degli interessi della comunità internazionale. Se avrà, o meno, un fulcro etico, morale.
A suo tempo io posi il problema del rapporto tra politica e morale. Durante la perestrojka cercai di agire partendo dall’assunto che esse sono compatibili e una buona politica non può prescindere dall’etica. Per questo, nonostante tutti gli errori, siamo riusciti a tirare fuori il nostro Paese da un sistema totalitario, per la prima volta nella storia della Russia senza enormi spargimenti di sangue, portando avanti quel processo fino al punto in cui non era più possibile rigettarlo indietro. Ora è il momento di affrontare il nodo del rapporto tra economia e morale. Sappiamo che l’attività economica deve produrre profitto, altrimenti scompare. Ma il motto «l’unico dovere di un uomo d’affari è produrre profitto» confina con un altro motto: «profitto a qualsiasi prezzo». E allora non c’è più spazio per nessun diritto, per l’etica più elementare.
Questo ci porta a riflettere su una nuova architettura politica mondiale. È la grande sfida che abbiamo davanti: inserire il fattore umano e della morale per garantire all’umanità un’esistenza degna nel prossimo futuro. È questa la sfida che per la nuova generazione dei politici.
Amici, chi fra noi non è senza parole? Le lacrime scorrono. Lacrime di gioia. Lacrime di sollievo. Una sbalorditiva, colossale alluvione di speranza in un periodo di profonda disperazione. In una nazione che è stata fondata sul genocidio e poi costruita sulle spalle degli schiavi, questo è stato un momento inatteso, scioccante nella sua semplicità: Barack Obama, un brav´uomo, un uomo nero, ha detto che avrebbe portato il cambiamento a Washington, e la maggioranza del paese ha apprezzato questo concetto. I razzisti sono stati presenti per tutta la campagna elettorale e anche nella cabina di voto. Ma non sono più la maggioranza e vivremo abbastanza da vedere la loro fiamma di odio sfrigolare e spegnersi.
Mai prima d´ora, nella nostra storia, un candidato dichiaratamente contrario alla guerra era stato eletto presidente in tempo di guerra. Io spero che il presidente eletto Obama si ricordi di questo quando ipotizza l´idea di allargare la guerra in Afghanistan. La fede che oggi abbiamo in lui andrà perduta se si dimenticherà del tema che più di ogni altro gli ha consentito di sconfiggere i suoi compagni di partito nelle primarie e poi di sconfiggere un grande eroe di guerra nelle elezioni generali: il popolo americano è stufo di guerre. Stufo marcio. E ieri ha fatto sentire la sua voce in modo forte e chiaro.
Sono passati, imperdonabilmente, 44 anni da quando un democratico in corsa per la presidenza conquistò anche soltanto il 51 per cento del voto popolare. Questo si spiega col fatto che alla maggior parte degli americani i democratici in realtà non piacciono. Li vedono come gente che raramente ha il coraggio di portare a termine un lavoro o di difendere i lavoratori che dicono di sostenere. Beh, ecco la loro occasione. Gli viene offerta, via pubblico votante, nella forma di un uomo che non è un uomo d´apparato, non è un burocrate di Washington nato ricco. Diventerà uno di loro o costringerà loro a essere più simili a lui? Noi preghiamo per questa seconda ipotesi.
Ma oggi celebriamo il trionfo della civiltà contro gli attacchi personali, della pace contro la guerra, dell´intelligenza contro la convinzione che Adamo ed Eva appena 6.000 anni fa se ne andavano a spasso a cavallo dei dinosauri. Che esperienza sarà avere un presidente intelligente? La scienza, bandita per otto anni, farà ritorno. Immaginate, il governo che sostiene le più grandi menti del paese nei loro sforzi per curare malattie, scoprire nuove forme di energia e lavorare per salvare il pianeta. Datemi un pizzicotto, sto sognando.
Potremmo assistere, chissà, anche a un´epoca ristoratrice di apertura, illuminismo e creatività. Le arti e gli artisti non saranno visti come il nemico. Forse l´arte verrà esplorata per scoprire le verità più importanti. Quando Franklin Delano Roosevelt arrivò alla Casa Bianca sull´onda della travolgente vittoria elettorale del 1932, seguirono Frank Capra e Preston Sturgis, Woody Guthrie e John Steinbeck, Dorothea Lange e Orson Welles. Per tutta la settimana sono stato assediato da giornalisti che mi chiedevano «Ehi, Mike, che cosa farai ora che Bush non c´è più?». Ma scherzate? Come sarà lavorare e creare in un ambiente che alimenta e sostiene il cinema e le arti, la scienza e le invenzioni e la libertà di essere qualsiasi cosa tu voglia essere? Guardate mille fiori sbocciare! Siamo entrati in una nuova era, e se potessi riassumere il nostro primo pensiero collettivo di questa nuova era, suonerebbe così: tutto è possibile.
Un afroamericano è stato eletto presidente degli Stati Uniti! Tutto è possibile! Possiamo strappare l´economia dalle mani dei ricchi irresponsabili e restituirla al popolo. Tutto è possibile! Ogni cittadino può avere la garanzia di ricevere cure mediche. Tutto è possibile! Possiamo smetterla di sciogliere le calotte polari. Tutto è possibile! Chi ha commesso crimini di guerra sarà portato di fronte alla giustizia. Tutto è possibile!
Ma che inizio spettacolare! Barack Hussein Obama, 44° presidente degli Stati Uniti. Accidenti. Dico sul serio, accidenti.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
1985. Inverno, la metà del mese di gennaio appena passata, una coltre immensa di neve, dappertutto nel nord d’Italia. Da qualche giorno aveva smesso di nevicare. Chi ha vissuto coscientemente quel tempo non può aver dimenticato quei giorni in cui la neve cadde, copiosa ed incessante, sino a raggiungere livelli difficilmente ricordati prima di allora.
Fu quella la prima volta che andai in visita a Vione, nel comune di Basiglio, sud Milano. Erano, in effetti, anche i miei primi sopralluoghi al Basso milanese. Provai intense emozioni di fronte al nucleo rurale, rimasi sorpreso di fronte ad un’organizzazione dello spazio che percepivo perfetta, da ogni punto di vista; quella cascina, quel paesaggio mi parvero sprofondati nel tempo, immutato da secoli. Nulla poteva ricondurmi al tempo esatto e reale se non la consapevolezza di trovarmi a distanza contenuta, certo, ma sufficiente a non percepirne l’impatto devastante, da quella insensata e faraonica opera ancora in costruzione che intendeva, velleitaria replica, proporre un nuovo modello insediativo. Milano 3, appena appena percepibile con le gru ancora in movimento si intravedeva da qualche punto della vasta azienda agricola.
Il sole già alto inondava tutto quanto di calda luce, ogni scorcio della campagna all’intorno della cascina risplendeva, tra umori di gore e freschi scrosci d’acque. Vione, cinta su tre lati da un fossato, era circondata da marcite, ancora non completamente sgombere dalla neve che, abbondantissima, ricopriva gli edifici. Tra questi, attraverso i varchi lungo il perimetro, potevo scorgere montagne di neve accumulata nei cortili per lasciare liberi i percorsi di smistamento all’interno del nucleo rurale, ad opera dei contadini che lì vivevano e lavoravano. Tutta la campagna più in là era in preda al gelo. Mi tornavano alla mente le parole del Cattaneo, camminando ne ripetevo i versi come a volerli commisurare a quanto andavo osservando: “Una parte del piano, per arte ch’è tutta nostra, verdeggia anche nel verno, mentre all’intorno ogni cosa è neve e gelo” (Carlo Cattaneo, Notizie su la Lombardia. La città, a cura di G. Armani, Garzanti, Milano 1979).
Osservata dall’esterno del suo ampio perimetro, la cascina mi parve immersa in un sonno profondo. Scorsi poche persone in movimento all’interno della cascina e, raggiunto il portale a nord, lo sguardo si perse sul lunghissimo asse di attraversamento. Rimasi colpito, “che luogo straordinario”, pensai. Al gorgogliare incessante dell’acqua che si disperdeva sulle ali fumiganti di marcita si sovrapponeva il muggito caldo delle mucche; percepii che dovevano essere veramente molte.
Rimasi lì attorno per almeno tre ore, girando e rigirando lungo la strada divenuta quasi una trincea tra cumuli di neve ai lati, mentre la roggia Speziana, che mi parve larghissima, placida conduceva le sue acque.
Quando tornai per la seconda volta, di lì a qualche giorno, le marcite scintillavano di verde, senza più alcuna traccia di neve che ancora, ed abbondante, copriva ogni cosa all’intorno.
Incontrai il conduttore del fondo che mi accompagnò nella visita alla cascina e alle sue otto corti. Seppi che nelle stalle erano allevate 450 bovine tra lattifere, manze e manzette, più un certo numero di tori e cavalli. In cascina, vivevano allora 62 persone, tutte – eccetto donne e bambini – impiegate nelle attività dei campi.
Ciò che appresi durante il sopralluogo non mi lasciò affatto tranquillo. L’azienda stava avviandosi ad un cambio strutturale che si sarebbe rivelato irreversibile e che avrebbe forse rappresentato la fine di un mondo, cresciuto e rafforzatosi nel corso di sette secoli. Vione, di cui si ha traccia nel 1086 ( locus de Villiono), fu in antico una grangia cistercense e l’oratorio dedicato a San Bernardo ne è preziosa testimonianza.
Nel volgere dei due anni successivi si compì il passaggio rivelatosi senza più ritorno. Il carico di bestiame scomparve e per me, che osservavo con approccio da studioso e animo da ricercatore, fu improvviso ed incomprensibile. Ma sapevo che la Comunità europea pagava un milione e mezzo di lire per ogni capo abbattuto. Ah, l’Italia anello debole della Comunità che aveva come seconda voce di deficit il bilancio agro-alimentare, subito dopo il settore energetico…
Dunque, scomparsi i bovini, già nell’inverno del 1987 le marcite non ricevettero più la vitale acqua; anzi, in quel momento le campagne a marcita più lontane dal nucleo rurale erano già state rotte.
Sì, rotte, così si usa dire in campagna quando si abbandona la pratica, sostituita con coltura cerealicola, mais prevalentemente, ma anche riso.
Sconforto, sincero sconforto nel constatare che quell’angolo di mondo che mi aveva incantato stava scomparendo, diventava altro che non volevo osare immaginare. Milano 3, castellum della middle class milanese, come lo definiva Lodovico Meneghetti che, maestro, seguiva gli sviluppi della mia tesi di laurea, sembrava completato. Attorno e un po’ più in là altri incomprensibili insediamenti: “il Girasole” acquattato tra le risaie; l’assordante cortina edilizia del “Ripamonti Residence” incombente su Viquarterio, un tempo Vilquarterio; un certo progetto su Tolcinasco di cui avevo sentito parlare (passato di mano e quindi divenuto, con l’azienda agricola, sede del green più esclusivo d’Italia); poi, ma certo, quella miriade di piccoli e meno piccoli episodi di residenza a ville, i capannoni come funghi e le strade, nuove strade e stradoni, tutto quanto inutilmente dispersivo e distruttivo di fertile campagna.
Il sacco delle terre compiuto, aziende agricole semplicemente passate di mano, mani immobiliari. Le più abili e potenti si muovevano con precisione e rapidità; nessun tentennamento, occorreva innanzitutto far presto per siglare la compravendita a prezzo agricolo, con investimenti peraltro tutt’altro che contenuti visto l’elevato valore agronomico e le enormi superfici in gioco. Poi, dopo, a tempo debito, la contrattazione con l’ente locale per la trasformazione, dal PRG alla lottizzazione, dal paesaggio agrario al cantiere edilizio. Dalla campagna alla (presunta) città. Tutto noto, tutto regolare, tutto timbrato al posto e al momento giusto.
Dunque Vione, e la sensazione di dovervi rinunciare per sempre. Basta, è finita anche per questa cascina. Come per tante altre nel Basso milanese: Rovido, Bazzana, Bazzanella, Tolcinasco, Coriasco, Romano Paltano, Ronchetto, Ronchettino e Ronchettone, Sestogallo. La lista è lunghissima, potrei continuare elencando cascine di grande e grandissima dimensione diventate altro, fantasmi del passato che abbiano mantenuto o meno la forma, senz’anima.
Processo irreversibile, dinamiche di mercato, la terra poco più che un orizzonte per nuove costruzioni. Milano da bere e campagna da mangiare, un unico devastante processo di speculazione. Gli attori sono noti, da un lato le mani potenti degli imprenditori del mattone, dall’altro le amministrazioni impegnate a perseguire rozzamente il malinteso concetto di sviluppo, quello che non annovera tra le specificità l’agricoltura, la campagna. Contadini a Milano, figura obsoleta, in via di estinzione, largo alla valorizzazione immobiliare.
Vent’anni e poco più di lenta agonia per Vione, velocissima a guardarla dal profondo lasso temporale che ne rappresenta la storia.
La cascina da allora – primi anni Novanta – è rimasta, di fatto, senza più alcuna manutenzione, schiacciata sotto il peso dei secoli; progressivamente abbandonata dalla sua popolazione contadina e svuotata repentinamente dalla sua funzione è andata di corsa incontro al suo destino. Destino che qualcuno aveva già scritto, deciso al tavolo del mercato immobiliare. Uno, due passaggi di proprietà, mero investimento per moltiplicare il valore, miliardi di lire prima, milioni di euro poi. Anche Paolo Berlusconi si propose come acquirente, senza successo; a lui interessava più che altro la terra, Milano 4, certo.
Stalle, corti di lavoro, case dei salariati, mulino, chiesa, asse di attraversamento, depositi, porticati, la casa padronale, il fossato, le aie, il forno, le scuderie, i caselli, i portali. Ecco Vione, otto corti attorno alle quali si è organizzata nei secoli la più vasta cascina di un territorio che va ben oltre il Basso milanese, caposaldo di una delle aziende più ampie della pianura irrigua, oltre 320 ettari. Le marcite estese su 82 ha, un quarto del totale della superficie agraria.
Dice oggi un fattore, che lì ha trascorso tutta una vita, che in Europa, avete letto bene, in tutta Europa, Vione rappresentava la seconda azienda agricola per quantità e qualità del prodotto. Lui l’aveva detto, “non vendete le mucche altrimenti tutto scomparirà”, finito per sempre.
Nove secoli di storia, serve un paragone? Avete presente la Sforzesca? Ecco cosa è Vione. Prima ancora che nel centro comunale di Basiglio, l’acqua sgorgava dai rubinetti delle case di Vione. Proprietà colta e ricca, attenta a soddisfare i bisogni primari già dal primo dopoguerra. E prima ancora che in paese, le abitazioni dei salariati avevano avuto il gabinetto, piccolo, ma dentro, non più fuori, in cortile.
Poi, col passar del tempo, l’abbandono, i crolli, gli sconquassi, il degrado strutturale, la morte.
Ora le cesate circondano il luogo, il cantiere è avviato. Parco agricolo sud Milano, ebbene sì, anche questo non basta, non serve a niente. Vione è persa, il monumento è perso.
Il Parco sud, questo sconfitto, pure gioisce nell’annunciare il rinascimento di Vione, in pompa magna presentato al Circolo della Stampa lo scorso aprile. Ecco, Vione rinasce dalle sue ceneri e si appresta a divenire un esclusivo centro residenziale di gran lusso, con servizi condominiali a 5 stelle e 6.000 €/mq, con ogni comfort sia possibile immaginare per un modello abitativo per soli ricchi. Poteva mancare la SPA? Certo che no. Del resto, che cosa non potrebbe avere un nuovo, che cosa?, villaggio?, residence?, castello? borgo? che, a dispetto delle risaie e dei pioppeti circostanti, per ora salvaguardati, è presentato sul web come il luogo dove (ri)trovare l’esclusiva atmosfera di Portofino, la prestigiosa eleganza di Capri. Sicurezza garantita 24 ore su 24 con accessibilità limitatissima, la spesa consegnata direttamente a casa, i bimbi futuri da crescere in totale sicurezza, fuori dal mondo. Forse, con un parallelo forzato, come quelli dell’antica cascina che, chiusi i pesanti portoni, s’abituavano a vivere, appunto, fuori dal mondo.
Da ricordare, facendo finta ve ne sia bisogno, che il Piano di Recupero di Vione prese avvio negli anni Novanta, fu approvato dal Consiglio Comunale nel 2003 con i soli voti del centrosinistra, lista Basilium, mentre i consiglieri di opposizione – tra i quali l’attuale sindaco Marco Cirillo, giunta di centrodestra – gridavano alla cementificazione di Vione trasformata in lussuose abitazioni. Gli stessi che ora si sperticano di lodi nel presentare come rigoroso restauro conservativo la trasformazione dell’antica cascina, nuova città ideale. Anche tettoie e ricoveri aperti fanno volume.
In occasione del convegno su “Il futuro delle cascine lombarde”, 2003, Camillo Piazza, portavoce provinciale dei Verdi e Presidente provinciale degli Amici della Terra, denunciava il Piano di Recupero: "Mi auguro che chiunque vinca le elezioni amministrative non porti avanti il progetto di recupero di Vione in questo modo. Non si deve snaturare la vocazione agricola dell'antica cascina". Il lunghissimo applauso dei cittadini presenti pareva preludere alla mobilitazione per ridisegnare lo scenario, avvalorato dalle parole dell’allora Assessore regionale al Territorio e Urbanistica Alessandro Moneta, per il quale era “auspicabile che la ristrutturazione delle cascine lombarde dismesse, avvenga attraverso i programmi integrati di intervento. Le nuove funzioni devono tenere conto del patrimonio edilizio esistente, del pregio architettonico senza minimamente incidere sull'attività agricola."
Nota: di seguito scaricabile una presentazione descrittiva del complesso di Vione con belle e utili immagini molti altri articoli su temi territoriali nella cartella SOS Padania (f.b.)
La marea post-televisiva
che rifiuta la fabbrica del consenso
di Benedetto Vecchi
L'onda anomala segue percorsi non prevedibili e può cambiare direzione e produrre esiti inattesi anche dagli stessi partecipanti. È imprevedibile perché miltiforme, talvolta contradditoria perché chi vi partecipa esprime modi d'essere, visioni della realtà che spesso le lenti offuscate dell'interpretazione continua a leggerli con categorie e griglie analitiche appesantite dal tempo. Questa prima e parziale lettura del movimento che sta scuotendo l'università i media l'hanno registrata poco, per metterla subito in archivio. E l'onda risponde anche in questo caso in maniera anomala. Gli studenti e le studentesse non si sentono, né vogliono essere rappresentati da nessuno se non da loro stessi. Diffidano dei partiti (tutti, nessuno escluso), ma anche dei media, che a dare una rappresentazione della realtà sono pur sempre deputati. E qualche dubbio sulle scienze sociali non è è da meno, visto che l'inchiesta sull'«onda anomala» presentata ieri a Roma è stata definita dagli studenti intervenuti a commentarla «un sondaggio».
Un'inchiesta certo parziale, anche per ammissione degli stessi ricercatori e docenti che l'hanno condotta, ma sul rapporto tra questi studenti e studentesse e il sistema dei media alcuni dati li offre per segnalare come i «produttori di opinione pubblica» sono screditati ai loro occhi. Se un qualche azzardo interpretativo è concesso, si potrebbe dire che l'onda anomala è una «generazione post-televisiva», nel senso che preferisce informarsi attraverso canali multipli, anche se Internet è di gran lunga il medium preferito. Quasi il cinquanta per cento dei settecento intervistati dichiara che si informa attraverso la rete, navigando indifferentemente tra siti mainstream e alternativi. Ma come ha tenuto a precisare un giovane del Dams intervenuto, la forma privilegiata della rete sono i blog messi in piedi da studenti e studentesse e «linkati» ad altri blog dello stesso tipo.
Dunque la rete non come il mondo della controinformazione a portata di click, ma come un contesto dove acquisire informazioni, rielaborarle in una presa di parola che, come un tam-tam, ha stabilito un fitto reticolo di blog, siti augogestiti che funzionano come un media «in divenire». Chissà cosa potrebbero dire i fondatori di Indymedia. Il loro slogan - «Non odiare i media, diventa tu stesso un media» - sembra essere diventato il normale accesso all'informazione di questo movimento, ma in una forma sicuramente non prevista, anomala appunto. Non progetti per siti di «movimento», ma blog, racconti in prima persona, il rinvio a altri siti, un «taglia e cuci» in una caotica costruzione di «un punto di vista» che diffida e «decostruisce» tanto le versioni governative che quelle dell'opposizione parlamentare. Solo così si spiega il rapporto episodico con la carta stampata (solo il sei per cento) e quello più frequente, ma tuttavia minoritario, con la televisione (poco più del ventotto per cento usa anche la televisione per acquisire informazioni). Per di più è una lettura e una visione «infedele», nel senso che il tempo passato a leggere giornali o a guardare la tv è poco. Molti sono, infatti, i giovani che leggono il giornale dalle due alle quattro volte a settimana. E se i telegiornali sono visti tutti i giorni, per la televisione la scelta principale va ai film, i telefilm, mentre i programmi di intrattenimento sono «filtrati» attentamente.
Disincanto dunque verso la «fabbrica del consenso». Gli animi, ieri a Roma, si sono scaldati solo nella denuncia della disinformazione fatta dai media su alcuni fatti recenti (Piazza Navona). Ma poi preferiscono sottolineare che la presa di parola di questi giovani uomini e donne post-televisivi è un fatto che ha stabilito un prima e un dopo. Il prima plumbeo del movimento, il dopo della condivisione di una condizione dove il diritto di accesso a un'università pubblica, di massa e qualificata (qui la critica del funzionamento attuale dell'università è radicale) è considerato oramai un diritto sociale di cittadinanza non mediabile.
E sono gentili e cortesi quando ricordano che non vivono sulla luna. Il rifiuto della precarietà è radicale, perché lavorano già precariamente e il futuro non promette un cambiamento di condizione. Una forte consapevolezza della drammaticità della crisi economica, che impedisce di sperimentare una socialità piena al di fuori della famiglia. L'onda anomala vuol continuare a crescere. Sa che le prossime settimane la vedranno di nuovo in azione, ma nessuno prefigura cosa accadrà. C'è stato, appunto, un prima, dove molto era prevedibile, ma c'è stato un dopo considerato il contesto dove, per costruire un futuro, occorre cambiare il presente. Per questo occorre socializzare le esperienze, il proprio sentire.
E già ieri pomeriggio, in rete, il tam-tam dei blog ha detto che l'inchiesta era un sondaggio, più affidabile di altri, ma pur sempre un sondaggio. In fondo, hanno imparato la lezione e si comportano proprio come un media che non delega a nessuno la rappresentazione della propria realtà.
Radiografia dell'Onda
di Stefano Milani
È possibile studiare l'Onda? Prenderne l'essenza, metterla in una provetta ed analizzarla in laboratorio? Se è «anomala» poi, diventa tutto più complicato scomporla, decodificarla, definirla. Ci ha provato Edoardo Novelli, docente di comunicazione politica, insieme agli studenti del Dams di Roma Tre con un'interessante ricerca-sondaggio effettuata su un campione di 700 studenti a cui è stato chiesto di compilare un questionario. Chi sei, cosa fai, come vivi, per chi voti, quali sono i tuoi punti di riferimento, a cosa aspiri e via dicendo. Tutto materiale raccolto durante un'affollatissima assemblea di fine ottobre, mentre gli studenti organizzavano le mobilitazioni fuori dai loro atenei. Una fotografia di quello sterminato esercito del surf che quell'Onda sta cavalcando da settimane contro il decreto Gelmini, ora diventata legge dello Stato.
Il risultato che ne viene fuori è sorprendente, anomalo se vogliamo. Ti aspetti dei «facinorosi», ti ritrovi dei «bamboccioni». Il 75% vive ancora a casa con mamma e papà, «me li dai tu 700 euro per prendere quaranta metri quadri in affitto in periferia», ci dice Luca studente di Lettere. Bamboccioni per necessità, come dargli torto. Ma le sorprese sono altre. Politica? No, grazie. E nemmeno l'ideologia. «Noi ragioniamo sul merito e non per spirito di bandiera», dicono. I valori degli anti-Gelmini sono altri, i sessantottini non crederanno ai loro occhi: famiglia, amore, amicizia. L'impegno politico è solo al settimo posto. Lo dimostra il fatto che la stragrande maggioranza di loro (83,6%) non è iscritto nè a partiti nè a organizzazioni politico-sindacali. Certo, la connotazione vira decisamente più a sinistra, o meglio al centro sinistra. Nelle ultime elezioni uno su due ha messo la croce sul Partito democratico, nel senso che l'ha votato. Segue Sinistra arcobaleno (16,8%), Italia dei Valori (10,1%), Sinistra critica (3%) e poi il "partito" del non voto (9,5%) che tiene insieme astenuti, voti nulli e schede bianche.
E Veltroni è pure il politico più apprezzato, anche se decisamente più in basso (ottavo) nella top ten dei personaggi pubblici a cui i ragazzi «si sentono più vicini e in sintonia» (così recita la domanda). Sul podio c'è chi non ti aspetti: oro a Roberto Benigni, argento a Roberto Saviano (ci può stare), bronzo a Marco Travaglio. Due su tre sono personaggi pubblici, molto popolari e televisivi, in mezzo la figura che più incarna in questo momento l'impegno civico e civile. Seguono Gino Strada e Beppe Grillo, più staccata la strana coppia Jovanotti-Papa Wojtyla, chiudono il terzetto Veltroni, Di Pietro e il presidente della repubblica Napolitano.
Politica in zona retrocessione dunque, ma guai anteporre il prefisso "anti". «Meglio una voglia di una nuova politica, come rifondazione di una politica rappresentativa dei ragazzi che risponde alle loro idee e ai loro valori», come crede Francesca Cantù, preside della facoltà di Lettere e filosofia di Roma Tre. E come confermano molti studenti. «A noi non interessa il gioco destra-sinistra, a noi interessa che la scuola e l'università restino pubbliche, che il precariato sparisca, che i tagli all'istruzione e alla ricerca vengano abbattuti. Non è politica questa?».
E la buona politica è anche quella che combatte la corruzione, che risulta (34,2%) l'urgenza maggiormente percepita dagli studenti, più del lavoro (29,7%) e del costo della vita (24,5%), comunque temi caldi. Decisamente più lontane le urgenze di chi invece li governa, come la sicurezza, la criminalità e l'immigrazione. Dalla ricerca, ha commentato Novelli «sono emersi aspetti conflittuali assimilabili ai valori degli anni '70, '80 e '90, vale a dire l'impegno, la sfera personale e l'antipolitica, che costituiscono un unico soggetto inclassificabile che forma insieme agli altri un'onda anomala». Un mix forse troppo riduttivo per fotografare un movimento la cui forza sta proprio nella «non appartenenza» e «l'imprevedibilità» come ci tiene a sottolineare Anna, studentessa del Dams. Sennò che Onda anomala sarebbe.
Settecentocinquanta ettari edificabili nelle campagne.
E sulla capitale
si prepara a cadere una nuova ondata di cemento
di Alberto Statera
Tor Pagnotta, Bufalotta, Malafede, Magliana, Casal Boccone, Castellaccio, Murate. Un arcano spregiativo segna nei nomi i confini dell’ormai smisurato impero palazzinaro del terzo millennio, che dalle rarissime e dolci denominazioni come Romanina e Madonnetta non può sperare riscatto. Mentre i nuovi re di Roma, come li ha chiamati Milena Gabanelli in una famosa puntata di stanno finendo in quei luoghi di accerchiare la capitale con una distesa di cemento pari a un’area grande come dieci volte quella di Parigi, accumulando ricchezze immense, il nuovo sindaco post-fascista Gianni Alemanno perfeziona il sacco prossimo venturo della capitale, che va sotto il nome di "housing sociale" e che si aggiungerà a quello già in corso. Venticinquemila nuovi appartamenti, 9 milioni di metri cubi, da costruire per cominciare su altri 750 ettari di quel che resta dell’Agro romano, dopo che 60 mila sono già stati cementati. I proprietari privati cedono terreni agricoli su aree vincolate per fare edilizia convenzionata a destinazione residenziale e in cambio ottengono l’autorizzazione a costruire su altri terreni per vendere a prezzi di mercato. L’"agricoltura d’attesa", come si definisce l’enorme estensione terreni tenuti lì incolti in attesa dell’edificabilità, torna a premiare gli astuti, pazienti palazzinari. Chi poi di pezzi di Agro ne aveva pochi, insediato Alemanno in Campidoglio, è corso a comprare con i soldi in bocca, pregustando lo skyline dei nuovi insediamenti, così fitti di palazzine che non ci passerà nemmeno un autobus.
Diceva Francesco Saverio Nitti: «Roma è l’unica città mediorientale senza un quartiere europeo». Cent’anni dopo nessun quartiere può dirsi europeo tra i dieci chiamati burocraticamente "centralità", sui 18 previsti, che soffocano Roma con una nuova città da 70 milioni di metri cubi, praticamente una nuova Napoli incistata sulla capitale. Né l’europeizzazione è garantita dal piano regolatore, che Alemanno si appresta a sbullonare, varato dal sindaco Walter Veltroni in articulo mortis, esattamente cento anni dopo quello di Ernesto Nathan, il massone di origine inglese che rifiutò di firmare la voce di bilancio "frattaglie per gatti". Da dove il detto romanesco "nun c’è trippa pe’ gatti".
Oggi di trippa ce ne è in abbondanza per i nuovi palazzinari, pudicamente diventati immobiliaristi, che non sono più gli zotici capomastri che nei primi anni Settanta accorrevano al salvataggio della papale "Immobiliare Roma", precettati dal cardinal Marcinkus e dal vicepresidente e amministratore delegato del Banco di Roma Ferdinando Ventriglia, il banchiere democristiano che con i suoi fidi li teneva prigionieri. Oggi sono loro a possedere banche, banchieri, finanza, giornali, giornalisti, partiti politici, ministri, arcivescovi, sindaci e architetti. Sono loro a condizionare, nella crisi dell’economia globalizzata, gli equilibri periclitanti del capitalismo nazionale.
Enrico Cuccia trafficò con la cosiddetta ala nobile del capitalismo ormai estinta, il suo successore in Mediobanca Cesare Geronzi curò soprattutto l’ala ignobile di quel capitalismo cementizio che di un pezzo preponderante dell’economia nazionale si è impossessato, partendo da Malafede e da altri agri romani dalle cupe denominazioni. Fatta salva naturalmente la Madonnetta. Vedere per credere. Ma chi, pur nato a Roma, potrebbe credere in quel che vede se imbocca oggi, poniamo, via della Bufalotta? A Nord Est della capitale, tra la Salaria e la Nomentana, entri in un budello che si snoda per chilometri e chilometri tappezzato di pizzerie, discariche di pezzi di ricambio, tombini saltati, pittoreschi cartelli pubblicitari fai-da-te, solarium, benzinai, effluvi d’incerta natura e improbabili centri estetici. Ti viene da pensare in fondo che soltanto provinciali esteti come Pier Paolo Pasolini potevano amare questa Roma. E persino che andrebbe eretto un monumento equestre a quel palazzinaro milanese che oggi siede a Palazzo Chigi e tanti anni fa edificò Milano-2 e Milano-3 ottenendo, con l’aiuto di Bettino Craxi, non solo le licenze edilizie, persino lo spostamento delle rotte aeree che col rumore avrebbero potuto disturbare i futuri residenti.
Ma non è lungo il serpentone della Bufalotta o nei centri commerciali che lo circondano, alcuni dei 28 che in pochi anni sono spuntati intorno a Roma, che trovi la misura di questa città sovrapposta alla città, grande più o meno come Padova, capace di contenere 200 mila persone. Devi inoltrarti a destra e a sinistra, verso la Nomentana e verso la Salaria, dove verdeggiava il dolce Agro romano, oggi punteggiato dagli uffici-vendite delle palazzine. È lì che comincia un singolare viaggio tra letteratura, cinema e poesia con i toponimi che le giunte comunali hanno scelto, incuranti della scissione tra i nomi e il panorama circostante. Non lontano da viale Ezra Pound impera Pietro Mezzaroma, palazzinaro sostenitore del neosindaco postfascista Gianni Alemanno, caso di convergenza con le simpatie mussoliniane del poeta del toponimo. "Mezzaroma e figli" hanno costruito palazzine larghissime da otto piani appoggiate nel nulla, tra strisce d’asfalto coperte di rifiuti e campi disseccati. Come? "Secondo Mezzaroma", dice un enorme cartello pubblicitario plastificato, in spregio a via Robert Musil. Basta spostarsi un po’ ai lati del budello - sarebbe meglio dire bordello, ci corregge un signore che si è indebitato per comprare un appartamento con terrazzo sul nulla - per aggirarsi tra via Adolfo Celi, via Gian Maria Volontè e via Mario Soldati. Alle spalle di Ikea troneggiano gli immensi parallelepipedi dall’incerto colore di Francesco Gaetano Caltagirone, detto Franco o Francuccio, il re dei re di Roma, l’uomo più liquido d’Italia, come dicono le cronache finanziarie, titolare di un patrimonio di incalcolati miliardi di euro (forse 23) che dalla Bufalotta e da altre location periferiche della capitale è approdato a Siena, Rocca Salimbeni, dove è vicepresidente del Monte dei Paschi, a piazza Unità d’Italia, Trieste, con le Generali, in laguna con Il Gazzettino, a Napoli con Il Mattino, oltre che a Roma, via del Tritone, dove la figlia Azzurra, moglie di Pierferdinando Casini, presidia Il Messaggero, primo giornale della capitale. Non è il solo a dilettarsi con i giornali. Domenico Bonifaci, quello che ha appena imprigionato l’ingresso a Roma dalla via Flaminia con lo scempio degli immensi palazzoni che lambiscono la stretta striscia d’asfalto, controlla l’altro giornale di Roma, Il Tempo, mentre i fratelli Toti sono tra gli azionisti della Rizzoli-Corriere della Sera.
I palazzoni residenziali targati Caltagirone hanno sette, otto, dieci piani, poggiati tra buche, erbacce, immondizia. Chi comprerà mai l’invenduto ora che i mutui sono cari e vengono erogati dalle banche con il contagocce? Passeggia per via Cesare Zavattini, pace all’anima dell’umorista che viveva nel verde dei Castelli Romani, una giovane signora con il pupo in carrozzina. Non abbiamo il coraggio di interrogarla, ma leggiamo nei suoi occhi la disperazione esistenziale. Un appartamento di 90 metri quadri pagato (anzi da pagare con mutuo indicizzato) 320 mila euro per scarrozzare il neonato in questa landa da pionieri del Far West, una favela che prometteva lusso con le sue terrazze a mezzo melone, con parapetti a intarsio e piscine condominiali vuote, senza collegamenti. Metrò, autobus, strade, asili, scuole, servizi? Un sogno perduto. Dov’è Roma? Dove San Pietro, il Colosseo, il Quirinale? Caltagirone è in ogni dove, ovunque ci siano ettari di Agro da edificare, ma a Bufalotta, dove vende con l’"Inter Media Group" i suoi cuboni a 4 o 5 mila euro al metro, condivide la cementificazione praticamente con l’intera genia dei nuovi palazzinari. Lui è liquido, molti altri costruiscono per farsi con le banche, come si dice, la "leva finanziaria". Scavalchi via Riccardo Bacchelli, l’autore del "Mulino del Po", e t’imbatti in via Olindo Guerrini il poeta scapigliato detto "lo Stecchetti", che poetava: «Quando schizzan le sorche innamorate/ Dalle tue fogne, o Roma».
Bufalotta non è l’unico cuore della speculazione immobiliare di Roma, che ha creato una nuova classe di padroni del capitalismo italiano, è solo uno dei luoghi dove s’incrociano gli interessi di quasi tutte le famiglie palazzinare. Oltre a Franco Caltagirone, capo di una dinastia di origine siciliana di cui fanno parte il fratello Leonardo, che ha costruito il "Parco Leonardo" vicino all’autostrada per Fiumicino, e Edoardo, ci sono i Caltagirone Bellavista, sopravvissuti ai tempi di Andreotti ("a Frà, che te serve", chiedeva Gaetano al factotum andreottiano Franco Evangelisti), impegnati in varie, discusse operazioni immobiliari. E poi Bonifaci, Scarpellini, Mezzaroma, Parnasi, Todini, Erasmo Cinque, Pulcini, Navarra e Toti. Spesso si dividono le torte, ma qualche volta si scannano. Ultimo caso: i fratelli Toti vendono un terreno a Franco Caltagirone e poi dalla giunta Veltroni, che sta per concludersi, cercano di farsi autorizzare una variante per trasformare in residenziali altre aree a Bufalotta vicine a quelle che il re palazzinaro ha pagato fior di quattrini. L’operazione salta. Claudio Toti, il fratello del capoclan Pierluigi, la prende sportivamente e dice che in fondo la sua aspirazione è di andare a fare mozzarelle in Uruguay. Caltagirone, invece, non la manda giù e, eletto Gianni Alemanno sindaco, attacca il centrosinistra che ha governato per quindici anni: «Con Veltroni - sibila - Roma è andata a picco». Ma non concede appoggio preventivo al nuovo sindaco: «Ristoranti e pizzerie con Veltroni, con Alemanno torneremo alla tessera del pane». Persino Erasmo Cinque, intimo di Gianfranco Fini, ha già avvertito Gianni Alemanno: «Il rodaggio è finito» e ha preso di petto il sindaco che ha nominato all’Acea Giancarlo Cremonesi, pur suo collega palazzinaro e antico sodale di destra. L’ala sociale postfascista costringerà i palazzinari a una stagione di digiuno con l’"housing"? Difficile, più probabile che capiti il contrario visto il tono "proprietario" con il quale i potentati del mattone si rivolgono alla nuova giunta capitolina. Alemanno dice di voler riscrivere il piano regolatore veltroniano, che l’urbanista Pietro Samperi, autore di "Mezzo secolo di politica urbanistica romana - Dalle illusioni degli anni ‘60 alle disillusioni degli anni 2000", definisce il viatico per un sacco di Roma "subdolo e strisciante". E ha già provato a mettere i piedi nel piatto, bocciando il progetto di Renzo Piano per le Torri del ministero delle Finanze da abbattere all’Eur per fare 170 mila nuovi metri cubi di Toti, Ligresti, Marchini, con 400 appartamenti di superlusso davanti alla "Nuvola", il centro congressi firmato da Fuksas. Un affronto stilistico al quartiere mussoliniano - dice il sindaco - uno stravolgimento della skyline di Piacentini.
Sorridono i Caltagirone di ogni ramo, sorridono i fratelli Toti della Lamaro con i Parnasi, i Mezzaroma, i Bonifaci. Pensano già ai profitti che metterà in moto la fine dell’attesa per l’"agricoltura d’attesa", a tutto il cemento che coprirà le ultime, dolci colline dell’Agro. Gianni è un ragazzo semplice e appassionato. Ma anche lui capirà. Capirà chi comanda a Roma. E in Italia.
Parla l’urbanista Vezio De Lucia
"I residenti calano crescono solo le case"
intervista di Francesco Erbani
«La dissipazione della campagna intorno a Roma è una delle pagine più tristi dell’urbanistica negli ultimi decenni. Fra quelle alture e quei fossi è custodita la più grande riserva archeologica del nostro pianeta e altissimi sono i pregi paesaggistici». Vezio De Lucia, urbanista, ha vasta conoscenza di come siano cresciute le città italiane negli ultimi cinquant’anni. Di come si stiano trasformando, anche in epoca di bolle immobiliari e di subprime. E di quanto sia stata anomala l’Italia a livello europeo. Ha lavorato a Napoli, il paradigma del sacco speculativo negli anni fra il Cinquanta e il Settanta. Ha studiato, fianco a fianco con Antonio Cederna, lo sviluppo di Roma "a macchia d’olio", lo sviluppo strattonato dagli interessi della Società generale immobiliare e di proprietari fondiari che si chiamavano Gerini, Vaselli, Torlonia. Al quale si è accompagnato l’abusivismo edilizio.
Sulla scorta di queste esperienze, De Lucia osserva come sta cambiando Roma. «L’idea di Gianni Alemanno di costruire circa trentamila appartamenti nell’agro romano senza rispettare alcun disegno complessivo, accentua i difetti che il piano regolatore di Rutelli e Veltroni non ha mai corretto ed anzi ha peggiorato».
Quali difetti?
«A Roma si è realizzata una condizione abitativa terribile. Gli insediamenti si disperdono, la città si sta spappolando. Si aggravano i disagi per gli spostamenti e si rende più onerosa la costruzione di un sistema di trasporto pubblico efficiente, costretto a inseguire i brandelli di città».
Ma perché la città non si espande in maniera più regolata?
«Intanto va detto che i residenti a Roma diminuiscono. Crescono solo le case. E solo le case a libero mercato. Si consuma suolo. Non si interviene dove ci sarebbe più bisogno, per esempio per rimettere in sesto le periferie, come si sta facendo largamente in Europa. Insomma, si costruisce dove vogliono i possessori delle aree: restano loro i veri regolatori della crescita di Roma e di altre città italiane».
Dunque si costruisce male?
«La gran parte dei 15 mila ettari su cui a Roma si è edificato e si sta edificando presentano densità bassissime: si spreca molto spazio. Ma la gente in questi nuovi insediamenti non ha servizi, non ha mezzi pubblici efficienti. Si stanno creando dormitori inospitali. Si perpetua il meccanismo della "macchia d’olio", si costruisce in tutte le direzioni e non si interrompe, se non in minima parte, l’anomalia per cui la gente va ad abitare nelle zone periferiche e ogni mattina va a lavorare, in macchina, nelle aree centrali e semicentrali della città, che a loro volta si svuotano di residenti. E così abbiamo strade intasate e inquinamento insopportabile».
Si accentua anche l’anomalia di Roma, e non solo di Roma, rispetto alle grandi città europee?
«In Germania, in Francia, in Inghilterra hanno conosciuto prima di noi il fenomeno della dispersione abitativa. Ma stanno cercando di porvi rimedio, con interventi che limitano, anche drasticamente, il consumo di suolo. Basti osservare la Catalogna. C’è però un’altra differenza: la diffusione degli insediamenti nel Nord Europa segue prevalentemente i tracciati dei trasporti pubblici su rotaia. Vengono prima i treni, le metropolitane e dopo le case. Da noi abbiamo sempre seguito la strada inversa».
qui in eddyburg riportato il testo integrale del servizio di Report
Questa crisi non sarà la fine del liberalismo, ma certo di quel che chiamiamo neoliberismo, teoria e pratica «criminale» lanciata da Milton Friedman e i suoi Chicago boys, basata sullo sganciamento del mercato del lavoro da ogni diritto, della finanza da qualsiasi «economia reale», intendendo per questa la produzione d'una merce non fittizia, e prima ancora, nel 1971, dalla fine dello scambio fisso del dollaro che era ancora la moneta di riferimento. Dalla deregulation del lavoro è venuta una crescente fragilità del lavoro dipendente, con il risultato che salari e pensioni rappresentano ora dieci punti di meno nel reddito nazionale, con conseguente indebitamento prima e ormai calo della domanda interna, corsa affannosa e inconcludente dei paesi occidentali a raggiungere la crescita dei famosi Trenta Gloriosi. Su questa base traballante è caduto il vero e proprio furto, praticato dalle banche, avallando e mettendo in circolo una quantità di «derivati», titoli tossici privi di qualsiasi valore, fondati sulla mera credibilità, l'avidità degli azionisti, la miopia degli hedge fund, il livello pazzesco del mercato e del credito immobiliare, la crescita esponenziale del prezzo del petrolio. Tutte scelte «politiche», per nulla oggettive, pura ideologia. Veri e propri furti che per la loro dimensione costituiscono un «crimine contro l'umanità».
Non misura le parole il socialista Michel Rocard su Le Monde di qualche giorno fa, che negli anni Settanta aveva fondato e diretto il Psu, qualcosa di mezzo fra i nostri Psiup e Pdup, ma poi era diventato primo ministro di Mitterrand. Non aggiunge che egli stesso e Mitterrand si arresero al neoliberismo almeno per quanto permetteva la tradizione gaullista. Ma questa resa non la riconosce da noi nessuno fra i socialisti e le varie anime dei Ds. Dunque pace. Rocard dice di avere scritto a Barroso alcuni mesi fa assieme a Jacques Delors e altri, suggerendo di guardare in faccia questa realtà, ma di non aver avuto risposta: «Nessun grande economista ha fatto fino a ora l'analisi della crisi». E propone agli stati di non limitarsi a evitare il fallimento a domino di tutte le banche e assicurazioni, di non regalare nulla, di sottoporne a controllo alcune pratiche, interdicendo i «derivati» e ponendo limiti precisi agli hedge fund. Non solo, ma occorre che si reintroduca la regolamentazione del mercato del lavoro (il contrario di quel che vogliono Marcegaglia, Bonanni, Angeletti e il Pd), di immettere in Europa da tre a quattro milioni di immigrati per riprendere un equilibrio e, per quanto riguarda il petrolio, puramente e semplicemente ridurne il consumo spostando la spesa sulle energie alternative. Insomma, che le iniezioni di liquidità degli stati non siano fatte gratis, che la politica riprenda in mano una qualche direzione dell'economia liberandosi dalla velenosa tesi friedmanniana che più gli scambi sono illimitati più il mercato trova il suo equilibrio.
Questa è socialdemocrazia bella e buona. La quale presuppone uno stato - finora se ne sono occupati solo i governi, sempre più monarchici - che cambi alquanto, a cominciare dalla Commissione della Ue. E non sembra facile. Dove sono le sinistre, chiedo scusa, i liberalsocialisti o democratici, che lo chiedono? Questa politica porrebbe mano non più che a un «salvataggio» del capitalismo, tenendo presente che niente altro in questa fase ne minaccia l'esistenza, perché la crisi rovina i senza mezzi di produzione prima che quelli che li possiedono e i redditieri. (Alcuni di questi, per fortuna, sono in difficoltà ma non poi tanto. Considerata la dismisura del furto subito, si poteva attendersi che l'ultimo dei banchieri fosse impiccato con le budella dell'ultimo degli assicuratori, per usare un'espressione sanguinaria. Ma nulla di simile sta avvenendo. Il tizio che fa fatto fallire la banca Fortis è stato, diciamo così, licenziato in questi giorni con una indennità di 4 milioni di euro e resta «consigliere speciale» della Fortis medesima).
Basta, non ci resta che sperare in Obama, sulle cui intenzioni in merito nulla sappiamo. Ma almeno usciamo dalla spensieratezza dominante. Poche ore fa il Tg1 economia ha osservato che, se è vera la prognosi di Almunia d'una crescita zero, cominceranno problemi per l'occupazione. Cominceranno!
«Con gli scavi d'emergenza non preserviamo alcunché, né immagazziniamo conoscenze per le generazioni future. Accumuliamo solo una congerie bruta, sparsa e caotica di indizi non tradotti in cultura, che col passare del tempo sarà impossibile redimere, per cui non rimarrà che il danneggiamento alla risorsa archeologica».
Un grande archeologo che se la prende con i colleghi archeologi, «colpevoli» di scavare troppo e, a suo avviso, inutilmente. Andrea Carandini, classe 1937, insegna Archeologia classica e Storia dell'arte greca e romana all'università La Sapienza. Ed è uomo che ama (quasi un paradosso per uno studioso della sua materia) pensare al futuro e preoccuparsi dei posteri.
Nel suo ultimo saggio in uscita domani da Einaudi ( Archeologia classica - Vedere il tempo antico con gli occhi del 2000, pagine XV-2008, € 24) si ritrova intatto il coraggio di un cattedratico che sfidò «i Talebani della conservazione», secondo lui identificabili in Italia Nostra e dintorni, schierandosi ad agosto a favore della realizzazione dei famoso parcheggio del Pincio a Roma: «L'Italia, da zero a quindici metri di profondità, presenta sempre vestigia romane o alto-medioevali. Cosa facciamo? Non viviamo più per le nostre civiltà sepolte?»
Poi del parking non se ne fece nulla, ma Carandini rimane della sua idea. E viene da- sorridere pensando a un piccolo conflitto in una illustre famiglia (il professore è figlio dell`ambasciatore Nicolò, campione dell'antifascismo, e nipote di Luigi Albertini, dal 1900 al 1925 direttore del Corriere della Sera).
Andrea Carandini è fratello di Maria Antonelli Carandini, per anni instancabile presidente della sezione romana di Italia Nostra e tuttora una delle sue attivissime animatrici. Al suo posto ora siede Carlo Ripa di Meana, protagonista della vittoriosa battaglia anti-Pincio. Ma questa è tutta un’altra storia. Ora Andrea Carandini nel volume godibilissimo per i continui rinvii letterari e non archeologici elegantemente collegati a alla sua disciplina (Proust, Sàndor Màrai, Gadda, Balzac, Calvino, e sono solo alcuni) contesta la scavo-mania del colleghi. Ovvero l'ansia di sottrarre alla terra ciò che è conservato da secoli nel caso si profili una «emergenza», cioè - per esempio - la necessità di decidere se permettere o meno un'edificazione. Meglio, scrive Carandini, «sfruttare le tecniche di indagine non distruttive. Cioè le foto aeree dell'area, la magnometria, il georadar, le tecniche della valutazione anche predittiva dei depositi archeologici per arrivare a una protezione e a un utilizzo controllato delle risorse storiche del sottosuolo».
In questo modo, argomenta Carandini, si può offrire una risposta senza scavare. Perché «. Gli archivi degli scavi d'emergenza, al contrario, sono tracce di documentazione da riscavare con possibilità di far rivivere il passato straordinariamente ridotte». Il professore ironizza con le abitudini di certi suoi colleghi: «Dopo tanti scavi d'emergenza l'archeologo funzionario, convinto di aver bene operato, va tranquillo in pensione anche se la documentazione riposa magari sotto il suo letto o nascosto in un angolo introvabile di un deposito di pratiche. Pubblicare vecchi scavi e vecchie documentazioni è opera meritevole, ma chiunque abbia pratica dello scavo e della sua edizione sa che si trova fra le mani un estratto esangue di quanto molto più riccamente la matrice terrestre preservava».
Un esempio tra tutti, i contestatissimi scavi di piazza della Signoria di Firenze: «Uno dei più gravi misfatti archeologici imputabili all'amministrazione statale».
Il giudizio finale di Andrea Carandini contro la sua categoria accademica è durissimo: «Questi scavi, più che contribuire alla costruzione della memoria, fanno parte essi stessi di un problema che contribuiscono ad aggravare. La sua distruzione». Perché gli scavi d'emergenza «più che mitigare perdite d'informazione sono protagonisti attivi di quelle stesse perdite, similmente alle distruzioni operate da sterri dovuti a un'edilizia incontrollata o all`usura lenta e nascosta del tempo». E ancora: «Gli innumerevoli scavi d'emergenza - nessuno sa calcolare quanti sono - sono dovuti ad avidità di conoscenze approssimative, al volersi mettere il cuore in pace rispetto alle maligne forze della vita e a prassi burocratiche consolidate e mai più ripensate». Carandini non abbassa la guardia nemmeno contro i «Talebani della conservazione» che lui ~ individua in funzionari statali formati in «madrasse della tutela» i quali «a tutto della vita si oppongono, in sterile e costosa resistenza, e che hanno l`unico scopo di vincolare l`intero Paese, come se separare dalla vita implicasse anche conservare». E poi (riecco la polemica «familiare») ci sono «associazioni benemerite e vecchiotte» (come non pensare a un identikit di «Italia Nostra») e «la sinistra radicale acriticamente venerata». Tutto carburante che può rinvigorire, secondo l'analisi di Carandini, il movimento di destra «favorevole alla deregulation che vorrebbe sbaraccare la tutela impoverendola e abbandonare il Paese a un`anarchia liberistica». Quindi attenzione, avverte il professore, all'universo in cui «lo sviluppo della vita appare sempre nemico della conservazione e dove il libero mercato è ritenuto comunque un satana: sono qui all'opera antiamericanismo, anticapitalismo, statalismo, avversione per una democrazia partecipata». Potrebbero essere loro i più forti alleati di un distacco tra Paese reale e universo chiuso della tutela, aprendo il varco ideale per la deregulation totale. I Talebani della conservazione, sorride Andrea Carandini, sono avvisati.
Postilla
E oplà, con l'ennesima capriola il principe del lupercale, Andrea Carandini, è atterrato dritto dritto nei territori dei sostenitori di una tutela "ammorbidita", più consona (asservita?) alle ragioni della moderna, progredita società capitalista, filoamericana e antistatalista. Per uno che era partito come apostolo di un'archeologia marxista dura e pura (v. Anatomia della scimmia , correva l'anno 1979), allievo di Bianchi Bandinelli, se non proprio fra i più apprezzati dal maestro, sicuramente fra i più rumorosi, che ha predicato a schiere di studenti l'osservanza senza compromessi di una archeologia del "coccio", la dedizione assoluta alla cultura materiale nel culto maniacale del più infimo frustulo di reperto (v. Archeologia e cultura materiale , 1979 e Settefinestre , 1985) si è trattato di un bel tragitto, ma si sa, solo gli stupidi non cambiano mai opinione e di questi tempi così flessibili e veloci, una giravolta in più è solo sintomo di capacità di adattamento allo Zeitgeist. Quanto poi ai contenuti del brusco cambio di rotta, sembrano in verità alquanto confusi oltre che del tutto ignari delle più elementari nozioni di legislazione e normativa in materia dei beni culturali. Oltre all'articolo 9 della Costituzione (ma forse è quello cui si allude con l'elegante perifrasi "prassi burocratiche"), a Carandini sfugge in toto il Codice dei Beni Culturali e il secolare dibattito che ha portato all'elaborazione normativa più avanzata forse di tutto il mondo occidentale: uno dei nostri pochissimi vanti moderni di civiltà, universalmente riconosciuto. L'archeologia preventiva non è quindi conseguenza ed esercizio di queste norme, ma "tigna" di funzionari frustrati, adepti della sinistra radicale, asserviti ai pericolosi guerriglieri di Italia Nostra. Cosa poi, nello specifico, egli intenda con l'affermazione "offrire una risposta senza scavare" è difficile cogliere, quando enumera una serie di tecniche, ben note e usate dagli archeologi da decenni (complicato, però, a nostro avviso, il ricorso alla foto area in ambito urbano...) e che costituiscono, come ben sa qualsiasi matricola di corsi umanistici, strumenti per il monitoraggio, che aiutano a scavare, ma non risolvono il problema del che fare una volta individuata l'evidenza archeologica. Insomma di fronte alle ruspe delle tante autostrade, tangenziali, porti turistici, linee di alta velocità in costruzione, par di capire che sarebbe meglio esimersi da azioni troppo "conservative" e lasciar riposare i reperti in qualche discarica, perchè, come afferma il professore, ex consulente a contratto TAV: "gli archivi sottoterra sono potenzialmente vivi, resuscitabili". Se la logica di tutto l'assunto appare un po' claudicante, non così lo spirito da vecchio tribunus plebis: il climax finale in un crescendo di furor demagogico sviluppista tutto rimescola alla vecchia maniera, sempre mediaticamente spendibile, affratellando tutela e anticapitalismo, conservazione e antiamericanismo e, touch of class di sublime non-sense, "avversione alla democrazia partecipata" (sic!). Certo per chi negli ultimi anni ci ha sottoposto a rivelazioni quasi quotidiane su straordinarie scoperte archeologiche (dai templi quirinalizi alla grotta di Romolo e Remo) - pur se regolarmente smentite dall'insieme del mondo scientifico - addentrarsi nei territori infidi e poco sfavillanti dei problemi connessi alla salvaguardia del nostro patrimonio nazionale è esercizio faticoso, ma necessario però a chi si dedica ad una difesa coerente e convintamente appassionata del libero mercato. Anche quello librario... (m.p.g.)
«Così l'Italia ha massacrato Palladio» è il titolo senza sconti dell'inchiesta realizzata da Edek Osser per The Art Newspaper e per Il giornale dell'Arte in occasione delle celebrazioni in corso per i 500 anni dalla nascita dell'architetto più global della storia. La tesi dell'inchiesta è che il contesto in cui sorgono parte delle 4.270 ville sulle quali ha competenza l'Istituto regionale delle Ville venete, delle quali una trentina sono state progettate da Palladio, sia stato stravolto negli ultimi decenni e sia a tutt'oggi sottoposto a improprie trasformazioni del territorio. Le ville sono soffocate da industrie, svincoli stradali, capannoni, cave e attività al limite del lecito. Duemila di queste ville non sono vincolate e, in assenza di piani paesistici, «restano in un cono d'ombra», scrive Osser. Le opere del Palladio sono criticamente incomprensibili al di fuori del contesto naturale nel quale l'architetto le ha realizzate. Ne sono convinti Mario Botta, che in un recente convegno ha definito Palladio «un contraltare degli attuali archistar che costruiscono con indifferenza al contesto» e ne è convinto anche Vittorio Sgarbi che nel recente libro «Palladio. La luce della ragione» parla di «opere chiaramente distinte dalla natura e dal paesaggio eppure ad essi legate da un rapporto indissolubile».
L'accusa di distruzione del contesto è sostenuta da varie testimonianze. Il geografo Francesco Vallerini parla di «disastro urbanistico che ha annullato il paesaggio». Lionello Puppi, storico dell'architettura, afferma che «villa Zeno a Cessalto è a rischio estremo, disabitata e chiusa e che la barchessa palladiana di Villafranca padovana non esiste nemmeno più: il colonnato cade a pezzi». Il problema, commenta Guido Beltramini, che con Howard Burns della Normale di Pisa è il curatore della mostra sui 500 anni dall'architetto vicentino (Palazzo Barbaran da Porto di Vicenza) è «che il paesaggio costruito intorno è stato consumato dallo sviluppo industriale». Davanti alla Malcontenta c'è un guardrail; villa Onesti Magrin a Grisignano è strozzata dalle strade; intorno a villa Valmarana dei Nani (affrescata da Tiepolo) e a Villa Chiericati sono sorti capannoni che alterano il contesto ben più delle villette di Monticchiello denunciate, tempo fa, da Asor Rosa. La fabbrica della Mira Lanza incombe da tempo minacciosa sulla villa di Mira mentre strutture industriali danneggiano il cono ottico di Villa Pesaro a Este (Collegio Manfredini) dell'altro grande maestro Baldassarre Longhena. Italia Nostra denuncia anche l'impatto della nuova autostrada A31 della Valdastico e altri l'impatto dell'ampliamento della caserma Dal Molin definito da Puppi, con una certa enfasi catastrofista, «cataclisma territoriale». Insomma, un brutto biglietto da visita sul quale è difficile intervenire.
Le ville sono quasi tutte private, nelle mani di grandi famiglie (Valmarana, Foscari, Dalle Ore, Innocenti, Piovene...); e sono anche ben conservate. Ma sui contesti doveva, o dovrebbero, intervenire i comuni con i piani urbanistici. «Di tutte le ville in pericolo c'è quella di Cerato, per la quale è intervenuta anche la procura e la barchessa di villa Trissino di Meledo», afferma il presidente della Ville Venete Nadia Qualarsa. L'istituto ha concesso mutui per oltre 125 milioni di euro a favore di 1.750 ville. «Dal 2000 al 2008 siamo intervenuti su 9 ville tra le 24 protette dall'Unesco per un totale di 4,5 milioni di euro». Insomma, lo sforzo sugli immobili è stato fatto dai proprietari e da chi li sostiene. Ma il territorio circostante non è stato tutelato. Chiude Beltramini: «Qualche provincia ha iniziato a chiederci consulenze per la salvaguardia del contesto, ma prima degli anni Settanta la cultura del restauro considerava solo gli edifici e non l'insieme. Ora il ministro Bondi, all'inaugurazione della mostra su Palladio, ha dichiarato che si finanzieranno anche progetti di tutela del paesaggio ». Ma salvo che si vogliano operare demolizioni, stando all'inchiesta siamo ormai fuori tempo massimo.
«Mio padre aveva ragione. Io ho sbagliato. Voleva liberarmi dalla prigione dell'industria, che sfratta usando la scienza, per restituirmi alla libertà della natura, che trattiene rigenerando la bellezza. Lui aveva visto che il mondo rurale, assieme alla terra, avrebbe perso il potere. Io non ho capito che, nel deserto, comanda il vuoto. La mia vita è la risposta alla tragedia ignorata della Sardegna e dell´Italia». Gavino Ledda, a 70 anni, rinnega "Padre padrone". Nella casa di Siligo, dove è tornato, sta riscrivendo il suo capolavoro. Dopo 35 anni vuole denunciare la violenza opposta a quella che, costringendolo a diventare un bambino pastore, recise il suo destino di scolaro: i genitori ridotti ormai a «spingere nel mercato dello studio», cacciando i figli da campagne e paesi. «Eravamo padri e padroni - dice - ora siamo sterili e servi. Meglio essere proprietà di un padre che di una banca, o di un podestà». È la sintesi del dramma che, nell'arco di una generazione, erige oggi l'isola a specchio di un Paese orfano. «I campi - dice a Baddhevrùstana - sono la metafora dell'enigma chiamato libertà. Dobbiamo ammettere l´incapacità di chiarirlo: e riconoscere che, per non mettere a tutti una valigia in mano, si deve avere una cultura propria da trasmettere».Da sette giorni, per guardare il divorzio italiano dall'agricoltura, dalla natura e dai suoi borghi, vago in Sardegna assieme a pastori, casari, contadini e genti delle Barbagie. In nessun altro luogo, sospeso tra coste brulicanti e montagne inselvatichite, la rinuncia della nazione a se stessa è tanto impressionante. L´ultima crisi del mondo, come l´alluvione annunciata a Capoterra, travolge chi è rimasto a produrre cibo, o a mettere ordine nei campi, sui pascoli e tra i boschi. Migliaia di sopravvissuti sono scossi da uno stupore: prendere atto di essere stati abbandonati.«La mancanza di un grande progetto civile nazionale - dice lo storico Manlio Brigaglia - riproduce la catastrofe antropologica del dopoguerra. L'ufficio sostituisce lo stabilimento. Lo spaesamento sociale, culla di una rivolta possibile, è però peggiore: perché politica e sindacato, inconsapevoli, hanno rinunciato ad affrontarlo». Gli effetti di tale distrazione, motore degli abbandoni, sono una serie di primati devastanti. In Sardegna c'è il luogo più avvelenato d'Italia, Portovesme, e il più intatto, Budelli. Quartu Sant'Elena ha la più alta concentrazione demografica, 602 abitanti per chilometro, e Gerrei la più bassa, 14. L'età media dei contadini è di 62 anni. Non c'è più di un figlio per donna. Attorno al Gennargentu le femmine hanno in media 52 anni. Su 377 Comuni, 164 sono prossimi all'estinzione. Olbia, in trent'anni, passerà invece da 3 mila a 100 mila residenti. Villasimius, in agosto, schizza già da 20 a 110 mila. In estate le persone che vivono sull'isola oscillano da 1,6 a 20 milioni. Arzachena è il Comune più ricco d'Italia, Desulo il più povero. Cagliari, su 9 mila ettari, ospita 190 mila persone. Orgosolo, su 22 mila ettari, 3 mila. L'86% dei sardi vive ormai a non più di 30 chilometri dalla costa, solo il 5% nei villaggi più antichi dell'interno. In due città, Cagliari e Sassari, si è spostato un terzo di tutti gli abitanti. Sull'isola ci sono 800 mila abitazioni: 8 mila vuote solo nel capoluogo, mentre nei paesi il 47% sono abbandonate. In dieci anni la superficie coltivata si è dimezzata, i pascoli incolti sono quintuplicati, mentre 90 milioni di metri cubi di cemento hanno coperto i 1600 chilometri di litorale. Settemila aziende agricole sono all'asta,180 mila contadini pagano i mutui solo grazie ai contributi Ue e sono schiacciati da 800 milioni di euro di debiti.Belano in compenso quasi 4 milioni di ovini: 300 mila quintali di pecorino romano prodotto per il sempre più precario mercato Usa. Il cortocircuito, economico e sociale, tocca qui il suo apice storico. Esprime però, nella sospensione di un'isola a rischio liquidazione, il carattere nuovo dell'Italia all'asta. E rivela infine il suo esito: 300 mila poveri, un sardo ogni cinque. «La costa produce cemento - dice l'antropologo Bachisio Bandinu - l'interno formaggio. Le due materie prime sarde, mare e latte, sono nelle mani di un pugno di persone, in maggioranza del continente, o straniere. Alla gente non resta nulla. La Sardegna, come il resto della nazione, si rende conto dell'errore. Ha trasformato la natura in industria, turistica o alimentare, ignorando la lezione dei petrolchimici. Il guaio è che, nonostante il fallimento di quel modello, lo Stato continua ad alimentare la catastrofe: con la complicità dell'Europa».Il tentativo di reagire, da alcuni mesi, lacera l'opinione pubblica. La Sardegna è l'unica regione italiana ad aver approvato un piano paesaggistico coerente con il codice dei beni culturali.La sola ad aver vietato nuove costruzioni a meno di due chilometri dalle rive. La rivolta, scatenata dal partito di costruttori e speculatori, ha avuto un finale inatteso: il referendum contro la conservazione dell'ambiente, i primi di ottobre, si è schiantato sul 20% di votanti. «Non è purtroppo - dice il leader degli ambientalisti, Stefano Deliperi - un addio al cemento. Certifica però vergogna e nostalgia: l'appello di genti che, ovunque, si sentono sempre più impotenti. Inutili».Il paesaggio in sé, del resto, è un certificato di incertezza. Spiagge, campagne, colline e monti non trasmettono un carattere, né rivelano un'attitudine. Loculi di calcestruzzo, ammassati, si alternano a scollegate distese selvagge. Per metà si coltiva, per metà si abbandona. In parte si tutela, in parte si sfrutta. Una scissione consumata, ma non compiuta. «È un territorio indeciso - dice l'archeologo Giovanni Lilliu - che esprime un'insicurezza, la sfiducia in se stesso. Penso alla mia isola e vedo l'Italia: luoghi dal destino imprevedibile, che nessuno ama più. Ho 94 anni: se l'improvvisazione non si arresta, temo di essere in tempo per assistere a un collasso». I sintomi sono evidenti. La piana tra Uta e Decimoputzu è invasa da migliaia di metri quadrati di serre pericolanti. Scheletri di plastica, o di vetro, con le piante secche ancora all'interno. Centinaia di fallimenti, innescati da contributi illegali. Vani scioperi della fame. Un banchetto, per il credito.«Per ventimila euro - dice Riccardo Piras, di Altragricoltura - battono all'asta terreni che valgono 2 milioni. Un infermiere in pensione, per conto di un'immobiliare milanese - ne ha comprati 32. Prima ci hanno fatto investire, poi fallire. Il verde agricolo perduto, in un anno, diventa edificabile. Politici, banchieri e costruttori, il potere sardo e italiano, si stanno spartendo le campagne». Esemplare, pochi giorni fa, il ciclone tropicale a Capoterra. Fino al 1990 qui si coltivavano carciofi e pomodori. Tre ore di diluvio hanno sommerso una distesa di case brutte, abusive e senza piano. Sugli alvei di fiumi e canali hanno costruito asili, scuole, negozi, cimiteri, strade. «La soglia della sostenibilità - dice Fanny Cao, presidente regionale di Italia Nostra - è stata superata. Confondere lo sviluppo con il cemento non distribuisce ricchezza. Brucia risorse: e semina cadaveri».Una lista terribile di orrori, per l'isola più bella e completa del Mediterraneo. Il Campidano, granaio di Roma, è abbandonato ad un'orticoltura intensiva avvelenata e fallimentare. Portovesme soffoca in una nube tossica. A Porto Torres le scorie restano sepolte nei terreni. Liquami e concimi chimici devastano gli stagni di Arborea. Nel Sulcis, liberato dalle miniere, i fiori sono ancora impregnati di metalli. Pula, la costa del Sud, Villasimius, la costa Rei, Olbia e la Gallura, la Nurra attorno ad Alghero, sono sepolte di hotel e seconde case. Uno squallore: design seriale camuffato da architettura d'autore. Altri milioni di metri cubi di edifici giacciono nei progetti: le onde, invisibili, si gonfiano oltre i centri commerciali. Si salvano solo le valli delle Barbagie. «Perché ormai sono vuote come agnelle arrostite - dice Bachisio Porru, portavoce dei piccoli Comuni - e i politici non sanno nemmeno dove siano. In 60 paesi l'età media è di 48 anni, il ricambio generazionale impossibile. È il destino che sta travolgendo tutto il Meridione, gli Appennini, l'arco alpino. Lo Stato ha tolto l'occupazione, quindi i servizi: quattro italiani su cinque costretti a lasciare le loro immense case nei villaggi. Sono gli stessi che oggi, in città, non riescono a pagare il mutuo dei miniappartamenti. Chiamano globalizzazione quello che nel secondo Novecento battezzavano progresso. Ma i sardi sanno che il cambiamento si risolve in un affare da agenzia immobiliare: chiudere paesi per aprire periferie».Attorno a Nuoro la Sardegna chiusa per paura, e l'Italia che sceglie di trasformarsi in un'isola governata dalla preoccupazione, si impongono con ferma meraviglia. I quartieri della città sono un mosaico di borghi serrati, come se qualcuno li avesse raccolti al tramonto e innestati qui entro l'alba. Molte vecchie, nere e rotonde come bacche di ginepro, siedono sugli usci di condomini incompiuti, in mattoni rossi, come fossero al focolare. I costumi restano abiti: trasportano nei villaggi vicini, di cui non resta che un'indecifrabile traccia, oppure nei paesi che si consumano in un isolamento accanito. Queste stesse donne, che mantengono i figli con pensioncine antiche, si incontrano anche in altri luoghi. Si muovono come fantasmi, calme e indifferenti, e trasformano la regione in una sconfinata, silenziosa corsia di ospedale. «I loro nipoti - dice lo scrittore Giorgio Todde - sono camerieri, o commessi. Non si fidano del turismo, che vedono rapace, ma non credono più nella civiltà rurale, che sanno spietata. Aspettano, come tutti, di vedere se davvero la bellezza può tramutarsi in oro, senza poi sparire».Orune, Lula, Olzai, Teti, Osidda, Oliena, Desulo, centinaia di altri borghi remoti e sacri, restano intanto cavi come ghiande. Non sono più contadini, non ancora altro. I bar offrono sandwich con speck e fontina, o "vero formaggio svizzero fatto in Olanda".I caci affumicati e ingrassati con l'olio, che per secoli hanno annegato i pastori con un sogno, sono irraggiungibili, come una nuvola oltre il Supramonte. Di bello, di valentemente banditesco, restano i cartelli stradali sfondati a pallettoni. Ricordano un destino: una nazione incerta tra Orgosolo e Porto Cervo, esposta al rischio di essere felice perché non si conosce, eternamente.«Sembriamo in effetti la Sardegna - dice a Ollolai Efisio Arbau, portavoce del movimento dei pastori - ma non siamo più capaci di fare i sardi. È chiaro che non possiamo più consegnare 300 mila quintali di latte a 3 industriali, che confezionano un sottoprodotto per gli hamburger made in Usa. Qualità significa però avere una capacità artigianale, credere nella natura, in una identità. Non i piccoli con un carattere, ma i grandi privi di espressione, iniziano a morire. Unendoci, reinvestendo nella nostra dimensione, possiamo sottrarci ai "prenditori" che svendono il Paese a pochi: per incompetenza, o per corruzione». Come sempre, nella "domo de casu" barbaricina, o nello stabilimento di Andrea Pinna a Thiesi, si discute del prezzo del latte di pecora.A Cagliari Giorgio Piras e Luca Saba, leader sindacali, sfornano studi e appelli alla Regione. A Seneghe Francesco Cubeddu lotta per la quotazione della carne di Bue Rosso. Fulvio Tocco, nel Medio Campidano, tratta il costo del porcetto. Battista Cualbu, a Campu Calvaggiu, poco fuori La Corte, si commuove contando quattrocento pecore in linea e pensando al padre: scendeva a piedi da Fonni, per la transumanza nella Nurra, e per mesi dormiva nei cespugli. Potrebbe sembrare tutto immutabile, o reale come le aste - truffa dei terreni contadini a Villasor: una civiltà che affonda nei debiti, tra l'ex Mussolinia e Reggio Emilia, in balìa dell'assistenza e in ostaggio del mercato. «Invece siamo in crisi - dice a Fordongianus Giuseppe Cugusi detto Cuccara, professione pastore, vocazione casaro - solo perché abbiamo dimenticato chi siamo, rinunciato alla storia. Non crediamo più nelle pecore e raddoppiamo le stalle. Non crediamo più nel latte e quadruplichiamo le mungitrici. Non crediamo più nel Fiore Sardo e ci umiliamo con il pecorino romano. Non crediamo più nella terra e investiamo in sementi e concimi. Non crediamo più nemmeno nel mare, e lo sostituiamo con l´idromassaggio. I sardi non credono più nella Sardegna come gli italiani con credono più nell'Italia: perché rinunciano a se stessi e imitano, come patetici replicanti cinesi. Per andare avanti dobbiamo tornare indietro: animali al pascolo, forme preziose stagionate dietro l'ovile, vendita diretta, on-line come un tempo alle fiere. Gavoi che sfila a cavallo, Rimini che sega gli ombrelloni: il massimo della modernità, contro gli strozzini che producono conti. Ma soprattutto contro una politica vecchia, che non vede la profondità di un cambiamento». Francesco Pigliaru, economista originario di Orune, conferma che non è una resa alla nostalgia.«La qualità dell'ambiente - dice - diventa sviluppo perché chi investe su quel valore acquista ormai solo natura. Per averla, paga di più: ma se non c'è, non spende. Il riflesso, per i prodotti agricoli, è il medesimo. Mondo rurale, civiltà paesana e turismo della bellezza, sono davanti al bivio della tutela integrale: o bruciano l'ultima materia prima rimasta all'Italia, o si impegnano per ricostruire un equilibrio infranto, cuore della competitività economica». Cemento, Turixeddu, pecorino romano, serre e "Unione Sarda", contro sabbia, Busachi, Fiore sardo, grano e "l'Unità". «Due Sardegne - dice l´antropologo Giulio Angioni - ma pure due Paesi opposti, un´idea di Europa: una sfida estrema, in primavera, tra ritorno al feudalesimo e riscoperta della democrazia». È già, rapidamente, buio. Gavino Ledda, ancora pastore, continua ad aspettare una donna. Cammina nell'arboreto che ha piantato con i soldi dei suoi libri. Una collina di cotogni, corbezzoli, mirti, ginepri, olivi, sugheri, lecci, erbe. I compaesani adesso hanno capito. Suo padre aveva ragione: ma lui, alla terra da cui era fuggito, lascia infine un giardino. Una profezia, cesti di frutti, come eredità.
CHISSENEFREGA della solita conta, un milione e mezzo, un milione, ottocentomila o fate voi. Roma è per intera paralizzata. E´ impossibile anche entrare in città. Decine di pullman sono "spiaggiati", come balene, sul Grande Raccordo e, nell´impossibilità di raggiungere il centro storico, migliaia di persone se ne vanno in processione, allegre e rumorose, là dove sono: lungo l´anello autostradale, alla Magliana. In centro, chi si è mosso da piazza della Repubblica scende dal Pincio verso piazza del Popolo che il serpente - quieto e colorato di palloncini blu e giallo e rosso - ha ancora la coda nella posta di partenza. Chi con realismo dispera di arrivarci, in piazza del Popolo, cambia strada. La protesta si frantuma e si disperde dilatandosi là dove trova spazio e strade libere da affollare. I cortei diventano tre e si muovono in direzioni diverse, gli universitari e gli studenti dei licei venuti dalla Sapienza e da molte città del Mezzogiorno se ne vanno verso Trastevere e circondano il ministero della Gelmini e le gridano: «Mariastella, arrenditi. Sei circondata!» Quanti saranno? Importa davvero a qualcuno, se non al governo imbarazzato («poche migliaia di persone»), avere un numero? E´ il giorno della realtà, questo, quale che siano i numeri. E´ il giorno della robusta e ostinatissima realtà.
È il giorno della concretezza della vita quotidiana di studenti e insegnanti, delle compromesse speranze di futuro dei più giovani e delle loro famiglie. È il giorno della tangibilità di una sdegnata rabbia per il presente che - con la voce e il corpo di centinaia di migliaia di uomini e donne, ragazze e ragazzi che nella scuola e nelle università ci vivono, ci lavorano, ci studiano, ci sperano - mette finalmente in un canto, per un´intera mattinata, le formule vuote e le verità rovesciate che avvelenano il discorso pubblico.
Dice un´insegnante in piazza della Repubblica - non sono ancora le nove, la pioggia è intensa e tutti sono già zuppi d´acqua e non se ne curano -: «È come se mi avessero messo davanti allo specchio. Io ho i capelli neri e loro mi dicono che sono biondi. Li ho corti e quelli dicono che ho i capelli lunghi. Dicono che sono strabica, incartapecorita dagli anni e sdentata e invece io so di essere giovane con gli occhi e i denti giusti. Dicono che sono depressa e io invece so di essere energica e decisa. Quel che dicono di me, non mi racconta, non mi descrive. Quella non sono io. Questa non è la scuola che abito e conosco. Hanno bisogno di trasfigurarla per poterla distruggere in silenzio e nel disinteresse dei più. Ecco perché sono qui. Sono qui perché non voglio vedere distrutta la scuola pubblica che è la mia scuola e la scuola di tutti. Vorrei fare io una domanda a tutti: chi ne parla, conosce davvero la scuola?».
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È un leit motiv: davvero conoscete la scuola, signori? Davvero la conosce il governo? Di quale scuola parlano, parlate? Di quella che ogni giorno, con i suoi ritardi e le sue eccellenze, con i suoi sacrifici e pigrizie, con i suoi piccoli sconosciuti eroismi, apre i battenti? O di quella che immaginano o lasciano immaginare per poterla schiacciare? Sono domande - spiegano in una singolare coincidenza di opinioni, studenti e professori, bidelli e maestri, sindacalisti e ricercatori - che impongono di chiamare le cose con il loro nome, finalmente.
Così, anche se negli slogan Mariastella Gelmini è protagonista e trasfigurata in santa, «Santa Ignoranza», nei colloqui, nei capannelli, nelle discussioni che si accendono qui e lì il decreto diventato ormai legge dello Stato non ha una madre, ma soltanto un padre: Giulio Tremonti.
Dice uno: «La Gelmini, di suo, avrebbe dovuto proporre un disegno, un progetto educativo, un documento da discutere, un percorso riformatore per passare dalle criticità di oggi - che ci sono e non trascurabili - a un assetto più soddisfacente nel futuro. Non lo ha fatto. La sua è una presenza muta. È una comparsa. Il primattore è l´altro, è Tremonti. Suoi sono i tagli e questa riforma - che è una falsa riforma - non è altro che tagli al personale docente, amministrativo e tecnico; risparmi per il bilancio dello Stato; riduzione dell´orario scolastico e fine del tempo pieno; tagli al Fondo di finanziamento delle università e trasformazione degli Atenei in Fondazione private. Noi abbiamo bisogno di più riforma e invece ci danno meno risorse e nessuna riforma».
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È il giorno della realtà, questo. Non è il giorno dei «grembiulini», del «cinque in condotta», del maestro che da «unico» diventa per magia, per conformismo e obbedienza dei media, «prevalente». In una parola non è il giorno dei codici comunicativi e vuoti che, con sapienza, Berlusconi ha messo in campo per nasconderla e manipolarla, la realtà.
L´«avviso ai naviganti» del mago di Arcore puntava ad accendere il solito dispositivo, a innescare un riconoscimento identitario della società con la sua leadership, a indicare un ostacolo da rimuovere: i «fannulloni», gli «ignoranti», il «potere dei sindacati», gli «insegnanti pagati troppo per quel che fanno e danno», una scuola che è soprattutto o forse soltanto «spreco».
In una parola, un´«infezione» che minaccia la salute del Paese. La protesta contro la riforma della scuola - suggeriva il premier - compromette il diritto allo studio. Pregiudica il futuro dell´educazione che invece la riforma assicura. Le proteste danneggiano la formazione dei più operosi. Quindi, la loro stessa libertà.
Berlusconi ha voluto indicare alla sua gente - «la maggioranza silenziosa» come va dicendo la Gelmini - un terreno di conflitto, quasi una chiamata alle armi, un nuovo ambito di ostilità di un´Italia: la sua Italia, contro l´altra che non lo ama o che vuole giudicarlo senza pregiudizio per quel che fa. Non ha esitato a minacciare l´arrivo dei Reparti Celere nelle scuole e università «okkupate» perché sempre un «diritto di polizia» si affaccia quando «lo Stato non è più in grado si garantirsi gli scopi empirici che intende raggiungere ad ogni costo».
A quanto pare, se si guarda questa piazza e queste vie, Berlusconi per una volta ha sbagliato i suoi calcoli. Clamorosamente. Per la prima volta, in questa legislatura. Come dicono lungo via Sistina, «il governo è riuscito nel miracolo di mettere insieme tutte le sigle sindacali», che solitamente intrattengono tra di loro i rapporti che il cane ha con il gatto.
Ha consentito a un´intera generazione, distratta, disillusa, spettatore passivo distante dal luogo comune, di scoprire che la politica non è appartenenza a un partito o a un gruppo, a una fazione o a un´ideologia, ma che è politica soltanto la volontà di opporsi e resistere a un progetto di ordine sociale che esplicitamente rinuncia a una concezione dello Stato «garante legale dell´eguaglianza» per disegnare esclusioni e differenze, creare privilegi e divisioni.
Non c´è chi in questo corteo, che ora affolla piazza del Popolo e via Ripetta e via del Babuino fino a piazza Augusto Imperatore e piazza di Spagna, non abbia letto il decreto e toccato con mano che «i grembiulini» sono soltanto polvere negli occhi che acceca. Lo studente universitario ti spiega pignolissimo come «il Fondo di finanziamento ordinario delle università viene progressivamente ridotto di 63,5 milioni per il 2009, di 190 milioni per il 2010, di 316 milioni nel 2011, di 417 milioni per il 2012 e di 455 a partire dal 2013, un risultato che si otterrà vietando di assumere personale oltre il 20 per cento dei pensionamenti dell´anno precedente. Una morta lenta che ucciderà tutti, i buoni e i cattivi senza alcun discernimento: chi ha disperso le sue risorse e chi le ha utilizzate al meglio; chi ha valorizzato il merito e chi ha inaugurato un insegnamento inutile per dare una cattedra all´amante o al figlio. Dicono: quel che non darà più lo Stato lo forniranno le Fondazioni, ma quali, ma come? Il governo non lo dice perché o non lo sa o non può dire che vuole un´università privatizzata».
È la trama della realtà che fa capolino. È il suo giorno. Per una volta, la «comunicazione» può attendere. I trucchi non funzionano. Quell´indifferenziazione tra reale e fittizio che sempre Berlusconi riesce a costruire appare sgonfia come una ruota bucata. La gente che è qui, che ancora non riesce a raggiungere piazza del Popolo, sembra che ancora riesca a distinguere ciò che accade davvero da quel che la politica e i suo cantori raccontano.
Madri di famiglia ti spiegano come cambierà concretamente la loro vita e la vita del figlio con la fine del «tempo pieno», con il «maestro unico» e l´orario settimanale di ventiquattro ore. «Che cosa è più educativo la strada, la televisione o la scuola?», chiedono.
La realtà. Ha il fiato corto Berlusconi quando si lamenta della «scandalosa capacità di mentire su cose di buonsenso» o quando nega che ci siano tagli. Qui se ne vanno in giro con nella borsa o in tasca il decreto e, sollecitati, sono pronti a squadernartelo sotto gli occhi. «I docenti a tempo determinato che voleranno via come stracci saranno 87.341 in tre anni. Nel 2009/10, 42.105; 25.560 nel 2010/11; 19. 676 nel 2011/2012. Questo per gli insegnanti. Per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario sono previsti 42.500 posto in meno, il 17 per cento in meno. Come si fa a dire che non ci sono tagli?».
* * *
In piazza del Popolo, un´orchestrina intona l´inno di Mameli. È bizzarro, e di certo non consueto, che prima sottovoce, poi con sempre maggiore forza e convinzione, quel canto dilaghi in ogni angolo della piazza. A pensarci meglio, non è fuori posto «Fratelli d´Italia». Anzi, quel canto appare coerente. Forse può essere addirittura il senso della giornata. Le persone che sono qui, quale che sia il loro numero, sembrano sapere che è in gioco «un´idea di Italia» a cui non vogliono rinunciare. Sanno che «la scuola pubblica, la scuola di tutti», quell´idea la custodisce. Anche con i suoi deficit.
Stop al villaggio del Mose a Santa Maria del Mare. Una «pausa di riflessione» per studiare meglio le alternative e verificare una possibile soluzione concordata con il Comune. E’ il primo, per certi versi clamoroso, atto del nuovo presidente del Magistrato alle Acquie Patrizio Cuccioletta. All’indomani della sentenza del Tar del Veneto che ha respinto i ricorsi presentati dal Comune e dal Wwf, il Comitato Tecnico di Magistratura era riunito a palazzo dei Dieci Savi per approvare il progetto del villaggio per 500 operai, approvato dalla commissione di Salvaguardia nonostante l’opposizione del Comune. Invece è arrivato il colpo di scena. Rinvio alla prossima seduta. «L’ho fatto per rispetto del sindaco e dell’istituzione Comune», spiega il presidente, «se dobbiamo agire con spirito di collaborazione le soluzioni vanno in qualche modo concordate». Un cambio di atteggiamento apprezzato a Ca’ Farsetti. Adesso Cuccioletta promette: «Il Comune ha chiesto approfondimenti, e mi pare giusto dare il tempo per farli. Avrei rinviato il progetto anche se il Tar non si fosse espresso in quel modo». «Il Tar ha ridicolizzato il Comune», se la ride il presidente della Regione Giancarlo Galan, da sempre fra i tifosi del Mose, «speriamo che Cacciari rinsavisca. Il suo opporsi al Mose è deleterio, perché non si tolgono fondi a Venezia».
Ma ecco adesso rispuntare le alternative al villaggio, proprio come proponeva il Comune. Otto mesi fa la burrascosa seduta della Salvaguardia, presieduta da Galan, che aveva bocciato le alternative contando anche sul parere favorevole della Soprintendenza nonostante sull’area insistano quattro vincoli paesaggistici oltre a quelli previsti dal Piano regolatore e dal Palav, il Piano di area della laguna.
Adesso non è l’organo che dovrebbe tutelare la laguna (la Salvaguardia) ma il Magistrato alle Acque, ente proponente, che si dice disposto a discutere. Tra le alternative presentate dal Comune e nemmeno prese in esame allora c’era la sistemazione in grandi navi ancorate al largo oppure il riuso delle ex colonie degli Alberoni, da tempo abbandonate.
Intanto il Comune ha annunciato il ricorso al Consiglio di Stato sulla presunta «illegittimità» del via libera dato dalla Salvaguardia al villaggio e al grande cantiere del Mose a Santa Maria del Mare. Secondo Ca’ Farsetti mancava per quelle autorizzazioni l’autorizzazione paesaggistica. I giudici amministrativi (presidente Bruno Amoroso) hanno motivato il loro no con il ritardo nella presentazione dei ricorsi. E soprattutto con il fatto che un loro accoglimento «avrebbe pregiudicato l’intero iter di realizzazione del progetto Mose, da tempo definito e consolidato». Argomentazione che convince poco i legali del Comune. E’ possibile in ogni caso che dopo la «svolta» di ieri si possa arrivare a un accordo, magari sulla quantificazione dei danni ambientali (il Comune aveva chiesto 120 milioni di euro) e dunque a un ritiro del ricorso. Ieri intanto il Comitato tecnico di Magistratura ha approvato un progetto da 6 milioni di euro presentato dal Consorzio Venezia Nuova per lavori di ammodernamento dell’Arsenale (gru e bacini di carenaggio).
L'Unione Sarda, 29 ottobre 2008
Così in trent'anni è esplosa Capoterra.
Un paese agricolo di 7mila persone sfiora oggi 24mila abitanti.
di Giancarlo Ghirra
CAPOTERRA «Se mi chiede cosa ne penso, dico che non sono d'accordo con le scelte urbanistiche e edilizie adottate quasi quarant'anni fa. Ma io, sindaco, ho il dovere di attuare le norme esistenti, anche quelle da me combattute e mai votate, varate con il Programma di fabbricazione del giugno del 1969». Così parla Giorgio Marongiu, cinquantaquattro anni, da sette sindaco di Capoterra, esponente del Partito democratico alla guida di una giunta di centrosinistra. «Ecco perché - insiste - oggi si costruisce ancora a Frutti d'oro come a Maddalena Spiaggia e nelle altre aree dotate di licenze e concessioni. Applico le leggi, anche quelle che appaiono incredibili davanti alla tragedia di una settimana fa. Le leggi trattano un rio, come il San Girolamo, diversamente da un fiume, e consentono di edificare a soli quattro metri di distanza dal corso d'acqua: io posso non condividerle, ma le devo applicare fino a quando Stato e Regione non le cambieranno. Ci sono lotti quasi sulla spiaggia che bloccherei volentieri e sui quali ho chiesto pareri alla Capitaneria, agli uffici nazionali e regionali. Ma quando le pratiche mi tornano indietro con bolli e timbri, devo solo dare il via libera ai proprietari. Non posso impedire al dirigente tecnico di dare via libera al cittadino che potrebbe denunciarci per violazione dei suoi diritti. Certe volte quando rallenti qualcuno arriva addirittura a fare cattivi pensieri». E così Capoterra continua la tumultuosa crescita edilizia che ha trasformato il vecchio paesone agricolo alle porte di Cagliari in un gigantesco quartiere residenziale cresciuto a dismisura e con scarso rispetto per una natura capace di vendicarsi, su innocenti, delle violenze degli uomini all'ambiente.
I RIMBORSI DEI DANNI. A chi oggi soffre per le case devastate dal fango arriveranno - dicono in Comune - i rimborsi per i danni subiti dagli immobili. Non un euro per gli elettrodomestici, le cucine, i mobili, le attrezzature, gli indumenti. «Grazie all'intervento della Protezione civile - spiega Marongiu - registreremo i danni subiti dalle abitazioni. E attiveremo i rimborsi al più presto. Poi bisognerà rimettere a posto un sistema fognario duramente provato, noi che avevamo realizzato i collegamenti al depuratore del Tecnocasic per evitare che neppure un litro d'acque reflue fosse scaricato in mare o in un fiume». Il sindaco è stanco, teso, ma non nasconde i problemi. Anzi, li enumera.
IL PROGRAMMA DEL 1969. «Ci sono ancora costruzioni in corso, figlie del Programma di fabbricazione entrato in vigore il 13 giugno del 1969 e mai superato. Erano, sono, quindici lottizzazioni per quasi due milioni di metri cubi». Il sindaco era in quel momento Felice Baire, esponente della Dc, che avrà poi illustri successori, fra i quali l'allora socialista Raffaele Farigu, oggi consigliere regionale del Nuovo Psi. Fra gli altri successori Tore Caboni, anch'egli socialista ma oggi nel Pd, bersagliato dalle bombe a metà anni Novanta insieme all'assessore all'Urbanistica Franco Piano proprio per le scelte contro nuovi progetti edilizi.
DA 7.000 A 24.000 ABITANTI. Nel corso di trentanove anni Capoterra è passata da meno di settemila abitanti agli attuali ventiquattro mila, ospitati a macchia di leopardo, quasi tutti nelle campagne e sulla costa, spesso su terreni delicatissimi dal punto di vista idrogeologico. Ma allora (e forse ancora oggi) le leggi erano assai permissive. E di questo approfittarono quei pochi che trasformarono in aree fabbricabili campi non più utili per l'agricoltura, e neppure per gli uccellatori famosi a Capoterra per la caccia con i lacci ai tordi trasformati in grive: is pillonis de taccula . La passione per le arrività tradizionali rivelò scarsa capacità di resistenza di fronte all'entusiasmo di un ceto di amministratori che nel 1969 voleva portare la popolazione a quota 50 mila e qualche anno dopo pensò addirittura a quota 62 mila.
GLI ANNI DEL BOOM. Siamo negli anni del boom economico, con le industrie insediate a Macchiareddu, e, dopo la Cinquecento e la lavatrice, la casa-villetta, magari a schiera, fa parte dei sogni di borghesi e proletari. Ma andiamo con ordine. Negli Anni Settanta cominciano i lavori e le costruzioni a Poggio dei Pini, a Maddalena Spiaggia, Torre degli Ulivi e anche vicino allo stagno. Fra i proprietari delle aree si segnalano nomi importanti: Marino Giardini (Maddalena Spiaggia, Su Spantu), Flavio Picciau, il notissimo professor Mario Floris, proprietario di cliniche private (con la "Selene agricola immobiliare" a Rio San Girolamo), la Cooperativa Mille, legata ai partiti della sinistra, che cederà poi parte della lottizzazione all'imprenditore Sergio Zuncheddu, attuale proprietario dell'Unione Sarda, di Videolina e Radiolina. «Tutti gli interventi - precisa il sindaco Marongiu - furono realizzati sulle base delle leggi». In tre anni gli stupefatti ex contadini si ritrovarono davanti, sorti dal nulla, Maddalena Spiaggia, Frutti d'Oro, Torre degli Ulivi, Su Spantu. Poi seguì tutto il resto. Ma intanto continuavano ad arrivare richieste agli amministratori per nuovi investimenti.
ALTRI 2 MILIONI DI METRI CUBI. Per l'esattezza, vennero presentate dagli anni Settanta a oggi 12 domande per costruire altri due milioni e 650 mila metri cubi, in grado cioè di portare sopra quota 50 mila la popolazione di Capoterra. Fra i propositori delle istanze di lottizzazione ci sono nomi di diversa rilevanza: su tutti Edilnord e Villalta di Paolo Berlusconi, che poi rinuncerà a costruire su 152 ettari a nord di Poggio dei Pini. Non mancano nomi di proprietari sardi, come Elisa Nurchi D'Aquila, Matilde Martello, Vittoria Bertolino, Né sfugge alla tentazione-Capoterra uno degli imprenditori locali più attivi sul fronte immobiliare, Peppetto Del Rio, che presenta con la Ediliza Nora il progetto più vasto nell'area a mare, 162 ettari: una sorta di continuazione delle costruzioni da Torre degli Ulivi sin verso Villa d'Orri. Molti di questi progetti sono ancora in campo, ma a partire dalla metà degli anni Novanta il Comune ha scelto di bloccare sostanzialmente le costruzioni anche prima del varo del Piano paesistico regionale, con delibere evidentemente solide, agganciate ai Ptp, contro le quali si sono scontrati vanamente i ricorsi alla giustizia amministrativa di alcuni dei proprietari terrieri. «Il nefasto annullamento dei Piani territoriali paesistici - ricorda ancora il sindaco Marongiu - ci fece trovare privi di paracadute la notte del 31 dicembre del 2003. Il congelamento delle proposte edificatorie era infatti legato ai Ptp. Quando caddero, immediatamente ci arrivaromo le dodici richieste per 600 ettari di lottizzazioni, i 2 milioni e 651 mila metri cubi. Non subimmo attentati e minacce, né bombe come quelle che avevano colpito negli anni Novanta l'assessore Piano e il sindaco Tore Caboni. Ma pressioni tante. Ciò nonostante riuscimmo a varare le due delibere, numero 8 e 9, che non vietano di edificare, ma abbassano fortemente gli indici di fabbricazione». Costruire non conviene più, insomma, perché si può tirar su poco. E le delibere resistono al Tar e al Consiglio di Stato, sino a quando, con il varo della salvacoste e del Piano paesistico regionale, l'edificazione nel 2004 è bloccata in quelle aree. «Oggi guida il Comune un gruppo di amministratori e consiglieri -insiste il primo cittadino- che a metà degli Anni Novanta si ritrovò sull'esigenza di salvare il salvabile di un territorio già fortemente compromesso. Una volta approvati i Piani territoriali paesistici, tentammo già allora di realizzare il Puc. Per farlo era necessaria la doppia conformità: sovrapponendo la carta del programma di fabbricazione alle norme regionali dei Ptp si capiva con facilità che le zone C ed F, quelle di espansione e turistiche, non erano realizzabili. E così, con il sindaco Tore Caboni, decidemmo di congelare le nuove costruzioni. Ma ancora oggi occorre varare subito il Piano urbanistico comunale perché le pressioni continuano a essere insistenti».
LO STOP DEL COMUNE. A Capoterra (e non solo) il dio mattone non dorme mai: le domande ancora sul tappeto riguardano una capacità edificatoria in grado di ospitare sino a 25.000 nuovi abitanti, mica uno scherzo. «Puntiamo a una svolta in futuro - dice Tore Caboni, oggi presidente del Consiglio comunale - sperando non tornino mai quegli anni fra il 1994 e il 1997 con attentati, intimidazioni e minacce, teste di capretto e crisantemi sulle porte di casa. Questo non è più il paese della mia infanzia, con 6,7 mila abitanti, ma ci sforzeremo di impedire che nuove costruzioni sorgano su un territorio delicatissimo. Ci sono quelle che hanno i bolli e i timbri dell'interesse legittimo, con lottizzazioni già assentite . Alcune furono realizzate in modo oggi incredibile, ma secondo le norme: eravamo alla vigilia della Bucalossi, ma per favorire le costruzioni venne varata una legge ponte grazie alla quale le prime case furono tirate su senza la costruzione dei servizi, poi realizzati a spese del Comune. Fu un'urbanizzazione a macchia di leopardo, con il centro storico isolato». Dalla Maddalena Spiaggia alla lottizzazione Picciau, da Frutti d'Oro 1 e 2 fino a Torre degli Ulivi, Su Spantu, Rio San Gerolamo e Poggio dei Pini, passando per la Residenza del Sole e Santa Rosa, Capoterra è, più che cresciuta, esplosa. E molto potrebbe ancora essere costruito, se non arriverà rapidamente un Piano urbanistico comunale. Nell'attesa, lo strumento urbanistico principe ancora in vigore è il Programma di fabbricazione entrato in vigore il 13 giugno del 1969. Almeno due alluvioni e tanti, troppi morti, fa.
Su fiumi e canali si continua a costruire.
CAPOTERRA. Si continua a costruire. Sin dentro i canali, su quei fiumi che dopo il lungo sonno hanno ricominciato a vivere, riprendendosi la loro strada naturale che secoli fa avevano tracciato e che avevano custodito nella loro memoria quando l'acqua era venuta a mancare per colpa della siccità.
Rio S'acqua de Tommasu, storia d'oggi. Le ruspe sono al lavoro, dentro il letto stracolmo di terra e rocce e macerie. Una casa è a rischio crollo, l'onda ha spazzato via il muro di contenimento in cemento armato innalzato tredici anni fa. L'ha abbattuto come fosse un fuscello. Nonostante i trecento quintali di ferro utilizzati per costruirlo. «Ho salvato la mia famiglia poi sono andato a lavorare con la ruspa per aiutare le altre persone», dice Marcello Deidda, proprietario della casa in bilico sul canale. «La mia famiglia è divisa, metà dai miei suoceri mentre io sto da mio padre», spiega Deidda, dipendente comunale e che ieri mattina si è ritrovato senza dimora dopo l'ordinanza di inagibilità firmata dal sindaco Giorgio Marongiu, inevitabile dopo il dettagliato rapporto dei Vigili del Fuoco. «Quando abbiamo costruito le condizioni non erano certo queste, il danno lo stanno facendo i lavori sul rio, quelli avviati dal Consorzio e non ancora terminati e quelli di un vicino cantiere edile». Neppure cento metri più a valle, Le Querce, il complesso residenziale in via di realizzazione che ha messo in vendita di appartamenti di varie metrature fatti costruire dall'imprenditore e editore (è proprietario del periodico "La Voce dei Comuni") Stefano Pala. Sei piccole palazzine da quattro piani ognuna, per un totale di una quarantina di appartamenti, la cui storia è cominciata parecchi anni fa. Sicuramente prima che edilizia da un imprenditore di Quartu, Ubaldo Caria. Vicenda tormentata, quella delle Querce. Con autorizzazioni, nulla osta rilasciati e ripensamenti, richieste di correzioni in corso d'opera del progetto. Con interventi diretti di Regione, Genio Civile, Consorzio di bonifica, Asl, Comune. E tante, davvero molte polemiche. Perché nonostante l'area fosse considerata dalle carte zona edificabile, in quello spicchio di territorio capoterrese, a Su Liori, correva e scorre il rio S'Acqua de Tommasu. Stranamente e inspiegabilmente slegata dal Pai, il Piano di assetto idrogeologico. Incombente, con i suoi vincoli, solo nella parte centrale del rio e non sulle sue sponde. E proprio qui, nel versante che guarda a Capoterra, che le ruspe stanno ora lavorando. Per la messa in sicurezza del complesso residenziale che solo successivamente potrà essere realizzato. Il sì (meno atteso, visto che l'attuale Giunta e il sindaco Giorgio Marongiu in testa si erano sempre detti contrari alle case così vicine al fiume) era arrivato il 19 ottobre del 2006. Un nulla osta della commissione edilizia appena insediata e fatta di soli tecnici, che aveva scatenato le proteste del sindaco e la richiesta di ulteriori accertamenti. Innanzitutto al Centro interdipartimentale di ingegneria e scienze ambientali ma anche Genio Civile e al Consorzio di bonifica. Soltanto per essere sicuri che lì, a Su Liori, non ci fossero pericoli. A parlare, in questi giorni, è stata l'alluvione. Che si è fatta beffa di tanti responsi, giudizi tecnici, carte
Gruppo d’intervento giuridico, 29 ottobre 2008
Quando un sindaco non la racconta tutta.
"Il nefasto annullamento dei Piani territoriali paesistici ci fece trovare privi di paracadute la notte del 31 dicembre del 2003. Il congelamento delle proposte edificatorie era infatti legato ai Ptp". Così parla il sindaco di Capoterra Giorgio Marongiu quasi per giustificare l'alluvione di cemento sulla piana e sui fiumi capoterresi che ha determinato l'alluvione di troppi corsi d'acqua che si sono ripresi violentemente lo spazio rubato loro con prepotenza dalla speculazione edilizia con l'aiuto determinante di una pianificazione urbanistica disegnata su misura.Non dice che quei piani territoriali paesistici - P.T.P. vennero annullati (1998, 2003), su ricorso degli Amici della Terra, dai Giudici amministrativi perché accoglievano affettuosamente proprio miriadi di progetti speculativi in tutta la Sardegna, Capoterra compresa. Proprio il contrario di quello che dovevano fare.
E non dice - ma nemmeno lo chiede il giornalista intervistatore - per quale cavolo di motivo in ben sette anni del suo mandato amministrativo non ha ancora radicalmente modificato quel vecchio programma di fabbricazione del giugno 1969. E non dice neppure per quale altro cavolo di motivo la sua amministrazione comunale ha voluto la del piano di assetto idrogeologico - P.A.I. per zone a grave rischio come quel Rio S'Acqua Tommasu dove già gli Amici della Terra ed il Gruppo d'Intervento Giuridico riuscirono anni or sono a non far realizzare una bella palazzina ed oggi è stato, come al solito, percorso da ondate d'acqua.
Attendiamo con fiducia le risultanze delle indagini avviate dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari. Se verranno individuate responsabilità non coperte da prescrizione, le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d'Intervento Giuridico, da molti anni impegnate contro le dissennate opere di trasformazione del territorio che comportano nuovo dissesto idrogeologico, presenteranno istanza di costituzione di parte civile nell'eventuale procedimento penale. Stiamo approfondendo, poi, su varie richieste da parte di persone danneggiate la possibilità di promuovere un'azione collettiva (quasi una class action ambientale/territoriale) risarcitoria nei confronti di amministrazioni pubbliche responsabili della cattiva gestione del territorio. Chi fosse interessato può contattarci attraverso questo spazio web all'indirizzo di posta elettronica
grigsardegna5@gmail.com. Vediamo che cosa si può fare in proposito...
Amici della Terra e Gruppo d'Intervento Giuridico
Nadia Urbinati, docente di teoria politica alla Columbia University di New York, è avvilita per quanto sta accadendo in Italia. La prossima settimana la ministra Gelmini presenterà la legge di riforma dell'università e già circolano le prime indiscrezioni, che parlano ancora una volta di tagli e blocco dei concorsi.
È un progetto enorme e orrendo. È esplicita l'intenzione di privatizzare il sistema pubblico universitario. Il governo non sta semplicemente facendo tagli al bilancio, ma siamo di fronte a un evidente processo di privatizzazione. L'università italiana è stata edificata con i soldi pubblici degli italiani ed è un bene di tutti i cittadini, l'esito del lavoro di diverse generazioni. Il governo sta stravolgendo un bene collettivo.
?
A mio modo di vedere essa si inserisce in un progetto ben più vasto. L'attuale governo Berlusconi, rispetto al precedente, ha un'identità ideologica più decisamente di destra. La riforma della scuola e i tagli all'università si collocano all'interno di un progetto volto a trasformare l'identità sociale del paese. Le conseguenze della legge Gelmini si possono riassumere in tre punti: toglie il diritto a un eguale livello di istruzione (tra l'altro creando scuole ghetto per i figli degli immigrati), apre la strada alla diseguaglianza sociale-educativa e usa lo Stato (decurtando risorse per la scuola pubblica) per creare artificialmente un mercato privato della scuola. Questa riforma si colloca all'interno di un'ideologia gerarchica e inegualitaria. Nessun governo aveva finora usato così pesantemente la logica dei costi-benefici per governare la scuola. Il messaggio pare chiaro: la scuola non è un bene importante per i cittadini italiani. Al contrario, essa è l'elemento fondamentale di qualsiasi riforma, sia essa antiegualitaria o progressista. Nel primo caso, come sta ora accadendo in Italia, l'obiettivo è quello di ridurre l'eguale distribuzione del bene scuola con l'esito (a mio parere voluto) di rafforzare un'oligarchia (che si avvarrà di ottime scuole private) e rendere la grande maggioranza a malapena capace di giudicare.
Il governo dice di ispirarsi al modello americano e usa l'argomento della meritocrazia contro la «casta» universitaria.
Il modello americano si regge su un'etica che in Italia è un bene scarso. Negli Usa un caso come quello del figlio di Bossi (bocciato all'esame di maturità e poi riammesso dal Tar, ndr) oppure come quello della stessa Gelmini che, per avere l'abilitazione da avvocato, da Brescia è scesa a Reggio Calabria, finirebbero sotto inchiesta e a entrambi verrebbe chiesto di dimettersi. Sono episodi che denotano tutto fuorché il valore del merito, ma in Italia non destano nemmeno scandalo. Senza controllo censorio non c'è meritocrazia possibile. L'università italiana non ha bisogno di nessuna riforma, ne sono già state fatte troppe. C'è invece bisogno di etica. Si deve scardinare il sistema clientelare e nepotista che ancora resiste in larghi settori dell'università e della ricerca. Occorrerebbe far lavorare insieme un sistema di penalizzazioni e uno di incentivi. Non mi fido di chi in Italia si riempie la bocca con la meritocrazia e poi ignora o finge di ignorare che siamo, con la Russia e la Nigeria, tra gli stati più corrotti al mondo e per molti scienziati politici un modello di «democrazia clientelare». Chi parla di meritocrazia è quindi, se in buonafede, quantomeno superficiale. Inoltre, pensare che la privatizzazione porti meritocrazia è quanto meno superficiale. Chi lo afferma o è impreparato oppure in malafede. L'esempio più mastodontico di corruzione dilagante viene oggi proprio dal privato, come dimostra la crisi di istituti di credito bancari e assicurativi.
Io cerco di tornare, faccio di tutto ma non ci riesco. È molto più facile arrivare alla Columbia University dall'Italia che dalla Columbia tornare in Italia. Si dovrebbero davvero introdurre degli incentivi e degli strumenti di valutazione del merito dei docenti e dei ricercatori. Per esempio si potrebbero diversificare gli stipendi: su una base uguale per tutti coloro che sono allo stesso livello di impiego, si potrebbero ipotizzare maggiorazioni per chi è più produttivo, non in termini di quantità ma di qualità. In Inghilterra è stato introdotto un sistema simile, che distribuisce le risorse in base al merito. Ma non sono certa che in Italia possa funzionare senza essere contaminato da forme di corruzione. Insomma, senza un senso etico del servizio non c'è possibilità di ottenere un sistema meritocratico. Ecco perché diffido di chi pensa che si possa introdurre il merito con una riforma. E poi, sarebbe opportuno smettere di riformare e invece pensare a preservare.
Molto positivamente. Non ha nulla a che fare con il '68, perché vede fianco a fianco studenti, insegnanti, docenti e ricercatori con un obiettivo mirato e specifico, ovvero la preservazione della scuola pubblica. Questo movimento esprime un'esigenza vera, perché la legge Gelmini incide sulla vita reale delle persone. È quindi giustissimo che i cittadini protestino. Il Pd non è stato capace di anticiparlo perché non ha compreso la gravità della politica del governo in materia scolastica. Così i cittadini hanno anticipato l'opposizione. Si è dimostrato ancora una volta che si tratta di un partito statico: un partito di opposizione che segue anziché anticipare l'insoddisfazione dei cittadini dimostra di non essere in sintonia con la società. Ma vorrei concludere facendo io una domanda al nostro governo. I beni pubblici sono continuamente decurtati, ma le tasse restano invariate se non aumentano. Cosa fa il governo con i nostri soldi? In una logica di privatizzazione, che senso ha dover pagare per dei servizi che o non arrivano, o sono scadenti o sono in procinto di essere privatizzati?
Aveva l´aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo de´ Fiori colmo di gente. Certo, c´era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico.
«Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane» sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un´onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo de´ Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi. Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.
Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano «Duce, duce». «La scuola è bonificata». Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent´anni, ma quello che ha l´aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un´altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell´università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. «Basta, basta, andiamo dalla polizia!» dicono le professoresse.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. «Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!» protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: «E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!». Il funzionario urla: «Impara l´educazione, bambina!». La professoressa incalza: «Fate il vostro mestiere, fermate i violenti». Risposta del funzionario: «Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra». C´è un´insurrezione del drappello: «Di sinistra? Con le svastiche?». La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: «Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un´azione di violenza da parte dei miei studenti. C´è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c´entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire».
Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: «Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra». Monica, studentessa di Roma Tre: «Ma l´hanno appena sentito tutti! Chi crede d´essere, Berlusconi?». «Lo vede come rispondono?» mi dice Laura, di Economia. «Vogliono fare passare l´equazione studenti uguali facinorosi di sinistra». La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: «Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov´è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l´avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto».
Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. «È contento, eh?» gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand´ero ministro dell´Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell´ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all´ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì».
È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un´azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. «Lei dove va?». Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: «Non li abbiamo notati».
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: «Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!». L´altro risponde: «Allora si va in piazza a proteggere i nostri?». «Sì, ma non subito». Passa il vice questore: «Poche chiacchiere, giù le visiere!». Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.
Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s´affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l´assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s´avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell´Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all´occupazione, s´aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. «Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l´idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo».