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«Chi siete?»... «Quanti siete?».... «Cosa portate?»... «Uno scellino»... diceva meccanicamente, senza guardare, un uomo seduto dietro un tavolino fuori dalla

città, occupato a fare i conti sulle tasse che faceva pagare a tutti coloro che gli passavano davanti. Chi non ricorda l'immagine del bellissimo e divertente film di Benigni e Troisi, ambientato nel medioevo. Erano le tasse dell'epoca, che pagavano viandanti e commercianti che si spostavano da una zona a un altra. Mio padre, con i suoi fratelli che di mestiere facevano is carrettoneris, i carrettieri, erano quelli che trasportavano merci dal centro Sardegna verso le città. Mi raccontava che all'ingresso della città c'era il dazio. La legge Soru, impropriamente detta «tassa sul lusso», mi ricorda,in parte queste immagini e per certi aspetti mi fanno anche pensare a qualche residuo pensiero ancestrale, dell'odio verso su strangiu, in italiano «lo straniero». «Il pericolo viene dal mare e non potendo fare altro facciamo pagare le tasse a tutti coloro che provenendo da quella direzione con mezzi navali, ormeggiano le barche nei nostri porticcioli. Magari comprano anche la casa in Sardegna per trascorrere le proprie vacanze». Si racconta che queste entrate verranno utilizzate per risanare l'ambiente degradato dagli innumerevoli e incalcolabili danni creati dalla speculazione edilizia sulle nostre coste. Giusto! Chi fa danni all'ambiente paghi. Ma che a pagare siano tutti. Ma davvero tutti. Tutti coloro che ieri e oggi, sardi e continentali, hanno danneggiato e degradato le coste della Sardegna. Intere zone cementificate e rubate alla collettività da imprenditori sardi senza scrupoli, alla pari di imprenditori provenienti dalla «terraferma», diciamo anche con il consenso delle amministrazioni locali: le hanno sottratte non ai sardi, ma al mondo civile, all'ambiente al paesaggio, alle generazione di oggi e di domani.

Caro Pierluigi Sullo, quest'estate sono stato a Costa Rei, Villassimius, e due giorni nella zona che va da Siniscola a Capo Codacavallo, dovresti vedere lo scempio,hanno costruito sugli alberi. Ma come è potuto accadere questo scempio?... Saranno tutte case abusive? No... non lo sono. In alcune di queste zone sono state costruiti alberghi di sindaci (sardi). Dovresti fare una ricerca seria su ciò che sta avvenendo nelle nostre coste. La sinistra ha esultato sulla legge Soru sul lusso, ma se è sul lusso e non vuole essere una legge razzista, perché questo lusso non lo pagano tutti? I sardi proprietari di ville al mare così come di costosissime barche, perché non dovrebbero pagare anche loro la tassa?

Elio Pillai, Prc Sardegna

Caro Elio Pillai, questa estate sono stato a Santa Teresa di Gallura, dove esiste una città morta di seconde case equivalente (in volumi) alla città vera, quella degli abitanti. Dico città morta, perché porte e finestre si aprono un paio di mesi l'anno: ma le case, costruite in un improbabile stile «mediterraneo» un po' copiato dalla Grecia delle cartoline e un po' dai telefilm californiani, restano lì, con il loro inesorabile cemento, dodici mesi l'anno. E certo a fare il disastro è stato l'ormai ex sindaco diessino, e architetto (guarda un po'), ma a portarsi via i profitti sono stati in moltissimi casi palazzinari del nord: se si osservano le targhe delle auto della gente in vacanza si vedranno blocchi etnici: trentini, ad esempio, perché chi ha costruito ha poi venduto a suoi compaesani. Bene, questo è lo stato delle cose, in moltissime aree dell'isola che tu e io (da strangiu) amiamo. Sandro Roggio, urbanista sassarese che su queste pagine ha replicato a un'altra lettera critica con la legge Soru di Andrea Pubusa (che come impone la cultura delle vecchia sinistra invoca lo stato), ha scritto per il mensile di Carta tuttora in edicola un ampio articolo proprio su questo disastro (quindi un po' di ricerca l'abbiamo fatta anche noi). Perciò, a parte la tua passione per la libera circolazione delle merci, bisognerebbe considerare la tassa sulle seconde case come parte integrante del Piano paesistico sardo, che proibisce di costruire più alcunché vicino alla costa: da una parte si salva il salvabile, dall'altra si cercano risorse sostitutive a quelle che i comuni ottenevano moltiplicando le concessioni edilizie (e peraltro chi paga quella tassa sa che la sua seconda casa varrà di più, se non si potrà costruire più nulla). Quanto infine all'eguaglianza tra sardi e non, mi pare di ricordare che esistano le discriminazioni positive: la tassazione progressiva, ad esempio, per cui i più ricchi non solo pagano di più in assoluto, ma anche in percentuale. Altrimenti, si dovrebbero abolire le tariffe agevolate, su traghetti e aerei, per i residenti in Sardegna.

Pierluigi Sullo

Eguaglianza e tassa sul lusso

di Andrea Pubusa

Possibile che Pierluigi Sullo (La spia accesa sarda» - il manifesto del 2 agosto) non capisca che nel rinvio della «legge Soru» la c.d. «tassa sul lusso» non c'entra un fico secco? Qui c'è in gioco qualcosa di più importante, viene chiamato in causa uno dei principi centrali della nostra Costituzione: il principio di eguaglianza dei cittadini, senza discriminazione in ragione della loro provenienza regionale. Anni fa il presidente della provincia di Milano, una ex cantante passata alla destra, suscitò la giusta indignazione di molti, limitando alcune sovvenzioni scolastiche agli studenti residenti. Una misura venata di un odioso spirito razzista verso gli studenti figli di extracomunitari. Domani la regione Lombardia potrebbe imporre un tributo a tutti gli italiani residenti da Roma in giù che si rechino in quella operosa città. In una versione classista, il balzello potrebbe imporsi solo a coloro che hanno un alto reddito e il ricavato potrebbe essere destinato ai lavoratori ultracinquantenni privati del loro posto di lavoro. Come si vede, una volta infranto il principio di eguaglianza fra i cittadini a seconda della residenza o della provenienza, ogni regione potrebbe sbizzarrirsi a pensare misure di destra o di sinistra che introducono dei distinguo fra cittadini.

Confesso: personalmente ai ricchi (alla Briatore) imporrei non solo la tassa sul lusso, ma anche una prestazione personale e cioè gli chiederei se vuol trascorrere l'estate da noi, di dissodare, con pala e piccone, uno dei tanti assolati e incolti campi di Gallura. Forse la prestazione contribuirebbe amigliorarne non solo la linea, ma anche l'umanità e la condotta. Ma che c'entra? Il problema è se questa misura, vigente l'art. 3 della Costituzione, sia ammissibile se introdotta da una legge regionale e con una differenza di trattamento a seconda della provenienza regionale. Dunque, l'imposizione a carico di chi mostra con le seconde case una capacità contributiva per poi destinare i fondi così raccolti a favore della tutela ambientale, non è peregrina. E' una misura discutibile, ma può essere considerata un giusto contributo per l'uso del territorio. Ma l'oggetto della discussione è un altro: si può dare del federalismo un'interpretazione di stampo «leghista», secondo cui, al di fuori di un quadro comune e unitario offerto dalla legge statale, ogni regione fa quel che vuole? Di più: può una regione trattare i cittadini in modo diverso a seconda della loro residenza e della loro origine? Ancora, l'idea che allo stato rimanga la funzione di camera di compensazione fra regioni ricche e meno ricche è utile e buona? O è meglio il federalismo fiscale leghista, secondo cui, egoisticamente, ogni regione gestisce, senza solidarietà, le sue risorse e discrimina i cittadini di altre regioni? Come si vede, la questione sollevata dal governo tocca un aspetto centrale della formadi stato in Italia e dei diritti fondamentali di cittadinanza. La Corte costituzionale, nello sciogliere la querelle, inciderà a fondo nello sviluppo del nostro ordinamento, dovrà confermare o ridefinire i principi della prima parte della Carta. Sotto questi chiari di luna, in cui la Costituzione è sotto attacco sul fronte sostanziale (e presto lo sarà di nuovo su quello formale), io non baratterei il principio di eguaglianza con alcuna misura, giusta o sbagliata, d'ispirazione leghista, legata all'appartenenza regionale dei cittadini; lo proteggerei come il bene più prezioso.

Legge Soru per compensazione

di Sandro Roggio

Il presidente della regione Sardegna, spiazza spesso gli sguardi, pure da sinistra. Azzardando con progetti e provvedimenti, alcuni oltremodo necessari come quelli per il buon governo del territorio, che dalla politica prima di Soru non sono purtroppo venuti con la dovuta tempestività. E' la «tassa sul lusso» (chiamata così, impropriamente) oggi al centro dell'attenzione. C'è un aspetto nella discussione su questa misura - disapprovata dal governo Prodi - che riguarda la violazione del principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini davanti al fisco.

Il principio è spesso violato - altro che tasse!- come sappiamo bene, basta un'occhiata a come vanno normalmente le cose. D'altra parte c'è la circostanza dei paesaggi sardi spremuti per fare plusvalenze impressionanti (una casa di alto rango può spuntare un prezzo 30 volte il costo di costruzione); e non può lasciare indifferenti che quegli immobili valgono decine di milioni di euro perché stanno in luoghi unici e non c'entra nulla l'abilità d'impresa. Si pensi che per l'Ici di una villa in una costa di pregio si spende come per qualche serata al Billionaire, e che le paventate imposte sulle barche sono pari al costo per tenerle in acqua alcuni giorni. La Sardegna azzarda l'idea di una compensazione. Nel deficit del legislatore nazionale si riconosce ai residenti il privilegio del risarcimento di innumerevoli guasti arrecati al paesaggio che pagheranno, non c'è dubbio, le generazioni future. Ci sono pezzi di costa sottratti all'uso pubblico con danni incalcolabili per le comunità locali che mai più potranno mettere a frutto quelle risorse compromesse in modo irreversibile. L'appartenenza a un luogo («terra e sangue» - è stato detto) non basterebbe per accordare franchigie, neppure nel nome della solidarietà ecologica e generazionale. Eppure, solo esentando i residenti questo tributo assume il suo vero significato. Questa scelta, questo principio etico, trova consensi (l'ottimo articolo di Pierluigi Sullo coglie il significato di questa scelta) e non mancano apprezzamenti da parte di illustri studiosi come Valerio Onida o Guido Melis. Ci sono preoccupate contrarietà da non sottovalutare quando dicono dello strappo alla regola costituzionale; anche se appare improprio confrontare questa motivata esenzione con quelle oltranziste di impronta razzista. Neppure convince il silenzio su altri poteri in capo alle regioni, che seminano comunque differenze tra i cittadini del paese. In altre materie nelle quali le regioni operano già con un alto grado di autonomia - l'urbanistica appunto- si possono produrre grandi sperequazioni nei territori. Infine: chi - come me - di argomenti fiscali e di delicate cose costituzionali sa poco, si pone domande riguardo a franchigie concesse ai residenti molto simili nella sostanza a dispense da imposizioni fiscali.

Peraltro il governo, mentre difende il quadro delle compatibilità, avanza ipotesi che fanno pensare. In particolare colpisce l'annuncio nei giorni scorsi del ministro Rutelli a margine - ma neppure tanto - della discussione riguardo alla progettata autostrada Tirrenica Civitavecchia - Grosseto. Su Repubblica del 5 agosto scorso, in cronaca di Firenze, un ampio resoconto del dibattito a proposito dei danni al paesaggio che verrebbero da quella strada. E ecco la proposta di Rutelli di «un'autostrada leggera con barriere a pagamento al posto degli svincoli», per agevolare il traffico locale consentendo ai residenti di «viaggiare gratis». Il sottosegretario Marcucci precisa, credo nell'ottica della compensazione del danno, che per gli aspetti tecnici «spetterà alla regione decidere in via definitiva i meccanismi che permettano di alleggerire i pedaggi per chi abita e lavora in zona». E allora: com'è che «sangue e terra» di Maremma varrebbero per ammettere, basta fare due conti, notevoli privilegi tributari?

7 agosto 2006

Pirisi: «La giunta dialoghi col Consiglio»

di Luigi Alfonso

CAGLIARI. È destinato a far discutere, tanto nell’opposizione quanto nella maggioranza. Il testo del Piano paesaggistico regionale è ancora al vaglio della quarta Commissione consiliare, che ha richiesto alla Giunta ulteriori dettagli. Ma il governatore Soru preme per accelerare i tempi.

Il parere della Commissione Urbanistica, per la verità, è previsto dalla legge 8 ma non è vincolante. In poche parole, se il presidente Soru volesse dribblare il lavoro dei consiglieri regionali presieduti dal diessino Giuseppe Pirisi, potrebbe farlo prima del 24 agosto, data che il governatore si sarebbe posto come obiettivo. «È difficile che si possa fare entro quella data - commenta Pirisi - La Commissione ha richiesto la tabella dei livelli, come è previsto dal comma 5 dell’articolo 7 delle Norme tecniche di attuazione. La Giunta è tenuta a fornirle, perché noi possiamo esprimerci compiutamente».

Pirisi non ha alcuna intenzione di creare contrasti all’interno della maggioranza e con la Giunta. «Il nostro lavoro va nella direzione di una collaborazione con la Giunta, affinché la Sardegna possa dotarsi di un Piano paesaggistico che oggi manca. Vogliamo delle norme che tutelino le coste da un arrembaggio indiscriminato: su questo punto siamo in perfetta sintonia, ma non nascondo che ci siano dei punti di divergenza e altri che appaiono fragili, sui quali stiamo cercando di offrire il nostro contributo».

Pirisi sa bene che il parere della Commissione non è vincolante. «Però nessuno ha la verità in tasca - sottolinea - Ma quando i pareri vengono espressi in un certo modo, assumono un valore politico importante».

Fanno discutere i limiti di edificabilità che l’esecutivo vorrebbe porre nelle zone costiere. Anche la Commissione ha avanzato alcune perplessità. «Secondo la proposta avanzata dalla Giunta - spiega Pirisi - in alcuni territori la fascia costiera s’inoltra all’interno per 5-10 chilometri. Talvolta gli àmbiti arrivano addirittura a 30 chilometri e oltre. Noi riteniamo che la fascia costiera sia troppo estesa: ecco perché richiediamo la tabella dei livelli e la cartografia aggiornata». Non ci sarebbero, quindi, i tempi tecnici per rispettare la data del 24 agosto. «Ognuno si assumerà le responsabilità delle proprie azioni. Non credo che l’assessore all’Urbanistica e i suoi consulenti abbiano la verità in tasca. Il presidente Soru è persona saggia e saprà valutare, ma non sempre i suoi consiglieri e i suoi collaboratori sono altrettanto saggi. Noi crediamo che siano da evitare forme di pianificazione calate dall’alto, in quanto rischiano di andare incontro a un insuccesso. È indispensabile la concertazione con gli Enti locali».

Altro nervo scoperto è quello riguardante la disciplina degli spazi agrari. «Si deve intervenire soltanto nell’agro che rientra nella fascia costiera - è il parere di Pirisi - Non possiamo accettare gli attacchi speculativi. Ma fuori da questa fascia si devono fare ragionamenti diversi: il territorio dev’essere presidiato. Le zone interne della Sardegna non possono essere considerate alla stregua degli agri a ridosso del mare. La Regione dà dei contributi in base alle disposizioni dell’Unione europea: non vorremmo che con una mano si conceda e con l’altra si prenda. Bisogna fare dei distinguo. La prima ipotesi fatta dalla Giunta lo scorso mese di dicembre, poneva limiti anche alle aziende agricole dei paesi dell’interno. Qualcosa è stato limato, altro resta da fare. Al di là delle buone intenzioni. Ritengo che la Commissione abbia fatto un buon lavoro, approfondendo tutti i punti, ascoltando i territori con otto riunioni nelle otto province. Crediamo che ci siano dei punti di contraddizione e qualche elemento di confusione nelle norme, come ha avuto modo di evidenziare anche l’esperto professor Edoardo Salzano in un’intervista alla Nuova. Bisogna intervenire e trovare un punto d’incontro tra Giunta e Consiglio, con uno spirito collaborativo».

A proposito di collaborazione, una parte dell’opposizione ha offerto un contributo importante alla stesura della relazione della Commissione. «Da una parte - spiega Pirisi - il consigliere Fedele Sanciu, di Forza Italia, ha espresso un parere piuttosto duro, direi in sintonia con l’indirizzo del suo partito, sulla scia di un referendum che non ha avuto un esito glorioso. Molto più costruttivo l’apporto di Ignazio Cuccu dell’Udc. A parte queste considerazioni, abbiamo avuto più di un punto di convergenza, anche perché la minoranza ha capito che non poteva forzare troppo la mano su certi ragionamenti. Devo dire che vale anche al contrario».

8 agosto 2006

Piano paesaggistico, resta il braccio di ferro

di Filippo Peretti

CAGLIARI. Anche se oggi, come è probabile, dovesse arrivare il parere della commissione Urbanistica del consiglio regionale, la giunta di Renato Soru non approverà il Piano paesaggistico: il braccio di ferro all’interno della stessa maggioranza, infatti, non è risolto e potrebbe provocare persino un rinvio rispetto alla data (24 agosto) indicata dal presidente come termine ultimo. E nel Centrosinistra, con una presa di posizione del deputato del Prc Luigi Cogodi, ex assessore regionale, si apre anche un’altra partita politica, quella dei beni demaniali dello Stato.

Il piano paesaggistico. Oggi si riunisce la giunta, ma, salvo clamorose sorprese, non ci sarà l’approvazione del documento e delle relative cartografie che tuteleranno le coste dell’isola. Per due ragioni. La prima è tecnica: le recenti modifiche nazionali al codice Urbani hanno costretto la giunta, attraverso i propri uffici, a rivedere diversi punti della normativa del piano paesaggistico. La seconda è politica: la commissione Urbanistica, presieduta dal diessino Giuseppe Pirisi, invia oggi il parere previsto dalla legge, ma è un parere monco, perché contiene la richiesta di ulteriore documentazione, in particolare la «tabella dei livelli» che disciplina l’attuazione dei vincoli zona per zona.

Ieri l’assessore all’Urbanistica, Gian Valerio Sanna, non ha voluto commentare la presa di posizione di Pirisi, anticipata ieri dalla Nuova. «Per valutare la situazione - ha spiegato Sanna - vogliamo leggere prima il parere della commissione». Anche se Soru insiste sui tempi rapidissimi («l’approvazione dovrà avvenire nei tempi previsti») il braccio di ferro tra giunta e commissione è destinato a durare anche dopo la data del 24 agosto. Innanzitutto perché la giunta non è in grado, evidentemente, di produrre subito la «carta dei livelli». E poi perché, se la documentazione non dovesse arrivare, la commissione dovrà completare il parere richiesto dalla legge.

Un accordo dovrà essere approvato. Perché, tecnicamente, la giunta potrà approvare il Piano anche senza un parere completo, ma un rilievo della commissione su una questione giuridica (l’assenza di una tabella prevista dalla legge) rischierebbe di rendere il Piano vulnerabile. E i ricorsi non mancherebbero.

I beni demaniali. «La partita dei beni pubblici regionali, a partire dai beni demaniali, è di vitale importanza per la comunità sarda e non può più essere giocata in difesa». Luigi Cogodi non si è mostrato entusiasta di come è stata sbloccata la lunga vertenza della Regione nei confronti dello Stato per il trasferimento delle proprietà. Ha detto, riferendosi a Soru: «L’annunciato passo avanti è troppo piccolo ed incerto. Così il rischio è di non arrivare mai». Cogodi ha quindi spiegato le «diverse ragioni» del pericolo da lui evidenziato:

1) In forza della norma costituzionale dello Statuto Sardo e delle sue normative di attuazione, i beni demaniali e patrimoniali dello Stato debbono essere attribuiti alla piena disponibilità della Regione, qualora non più funzionali alle attività statali, in modo automatico e non mediato da altri “Comitati Tecnici”, che, per altro, sempre iniziano e mai finiscono;

2) Lo Stato conosce già benissimo quali sono i suoi beni demaniali e patrimoniali. La Regione lo sa ugualmente. E’ necessario perciò compiere finalmente gli atti politici ed amministrativi conseguenti e dovuti;

3) Nella fase attuale di proposta di modificazione statutaria, non si comprende e non si giustifica perché da parte della Regione non debba essere tenuta aperta la partita della titolarità del “Demanio Marittimo”, bene pubblico essenziale per lo sviluppo ordinato della nostra Regione-Isola.

Il deputato di Rifondazione comunista ha quindi rilevato che «questi temi sono esplicitamente trattati oggi nel Parlamento nazionale (egli è segretario della commissione Finanze a Montecitorio, ndc) e, forse, l’azione dei parlamentari sardi meriterebbe migliore attenzione e disponibilità di coordinamento con le iniziative regionali». Inoltre «anche le buone intenzioni manifestate dal nuovo governo nazionale appaiono ancora troppo parziali e perfino controverse tra diversi ministeri e comunque devono passare il vaglio della concretezza e della immediata concludenza». Perché, ha concluso polemicamente Cogodi, «la enorme quantità di beni pubblici presenti in Sardegna deve costituire la base dei più validi progetti di sviluppo locale, di nuova impresa diffusa nel territorio e di nuova occupazione stabile e giammai la riserva per nuove avventure speculative congeniali ai tradizionali grandi gruppi finanziari e immobiliari che ancora imperversano in Sardegna».

9 agosto 2006

Piano paesaggistico, c’è il parere

CAGLIARI. La commissione Urbanistica del consiglio regionale ha inviato ieri alla giunta il parere sul Piano paesaggistico. Ora, tecnicamente, la giunta può approvare il Piano in via definitiva: la cosa potrebbe succedere il 24 agosto (probabile data della prossima prossima seduta), secondo l’indicazione «politica» data dal presidente Renato Soru dopo il non tranquillo vertice della settimana scorsa con gli alleati.

Ma c’è un problema. La commissione, infatti, ha chiesto di conoscere la «tabella dei livelli» per verificare l’esatta applicazione dei vincoli per non lasciare margini di discrezionalità alla giunta. La quale non ha ancora inviato la tabella e se non lo dovesse inviare il parere della commissione risulterebbe monco. Con una conseguenza rischiosa: il Piano, se la giunta lo varasse così, potrebbe risultare vulnerabile (i ricorsi sono già preannunciati). E’ quindi possibile che la giunta, per non far slittare la scadenza indicata da Soru, invii subito la «tabella» per affermare che se il parere non sarà completato in tempo la responsabilità sarà della commissione.

Postilla

Il Piano paesaggistico della Sardegna era stato redatto con molta fedeltà al Codice dei beni culturali e del paesaggio allora vigente. Quest’ultimo dichiarava che “il piano ripartisce il territorio in ambiti omogenei, da quelli di elevato pregio paesaggistico fino a quelli significativamente compromessi o degradati” e che “in funzione dei diversi livelli di valore paesaggistico riconosciuti, il piano attribuisce a ciascun ambito corrispondenti obiettivi di qualità paesaggistica”. In ossequio a questo precetto nelle norme del PPR si faceva riferimento ai “livelli di valore”, rinviandone la determinazione a un atto successivo. Il Comitato scientifico aveva espresso critiche al concetto stesso di “livelli di valore”, ritenendolo un errore culturale: “il CS non può nascondere le sue perplessità nei confronti di impostazioni che (seguendo più o meno la linea indicata dal DLeg 42/2004 prima delle recenti modifiche) attribuiscano al PPR il compito di definire una gerarchia di livelli di valore, individuando le modalità per la loro specifica attribuzione ai diversi ambiti o, peggio, alle diverse componenti territoriali”. È proprio a questa critica si faceva riferimento nell’intervista citata dal consigliere Pirisi, ma l’Amministrazione regionale aveva preferito rispettare la lettera della legge.

Fortunatamente, nelle modifiche successivamente introdotte al Codice dei beni culturali e del paesaggio l’intera parte relativa agli ambiti “omogenei”e alla loro classificazione in relazione a differenti “livelli di valore” è stata soppressa. La cosa più semplice e più giusta, adesso, per rispondere positivamente alla richiesta della Commissione consiliare è quella di sopprimere quel riferimento ai “livelli di valore”, ea abolire così la materia stessa del contendere.

Tuvixeddu, la più grande necropoli punica del Mediterraneo, è salva. Il direttore del Servizio beni culturali dell’assessorato alla pubblica istruzione della Regione Sardegna ha firmato un provvedimento di sospensione dei lavori in corso nel colle di Tuvixeddu, dove la Coimpresa, una cordata di imprenditori guidata dal costruttore Gualtiero Cualbu, aveva cominciato ad edificare un intero quartiere (quasi trecentomila metri cubi). «Sono inibiti - si legge nel testo del provvedimento - tutti i lavori, riferibili ad opere pubbliche o opere a carattere privato comunque capaci di recare pregiudizio al paesaggio nella zona del colle di Tuvixeddu ».

Il provvedimento si rifà al Codice Urbani, che consente alle Regioni di vincolare aree di particolare interesse paesaggistico o storico culturale, e ha efficacia solo per un periodo di novanta giorni. Novanta giorni che saranno impiegati, da Renato Soru e dalla sua giunta, in un confronto con il comune di Cagliari, retto da un’amministrazione di centrodestra, e con Cualbu, con l’obiettivo di convincere sindaco e costruttore a rinunciare al progetto in cui amministratori e impresa si sono impegnati con un accordo siglato nel settembre del 2000.

Non sarà un confronto facile. Cualbu, infatti, ha annunciato che non bloccherà i lavori nell’area archeologica fino a quando i suoi legali non avranno vagliato il contenuto dell’ordinanza emessa dagli uffici della Regione. «Le ruspe si fermeranno - ha detto Cualbu - soltanto se nell’ordinanza sono citati articoli di leggi che sopravanzano l’accordo di programma che abbiamo siglato con il comune, un vero e proprio contratto, che ha valenza civilistica». Se la Coimpresa non sospenderà i lavori nell’area della necropoli punica neanche quando, probabilmente domani, sarà notificata l’ordinanza emessadalla Regione, la Guardia forestale dovrà mettere i sigilli ai cantieri. A Cualbu, per ilmomento, Soru ha risposto: «Noi facciamo le regole, alle quali ci si può attenere oppure disubbidire». «Il sistema delle imprese - ha aggiunto il presidente della giunta regionale - è un pezzo della società al servizio della società. La società, nei suoi valori più alti, non è al servizio dell’impresa. Ci sono valori che vanno al di là dei metri cubi».

Il provvedimento che ferma le ruspe fa riferimento in particolare al Piano paesaggistico regionale, la legge salvacoste voluta da Soru. Il Piano individua alcuni sistemi storico-culturali da tutelare. Tra questi c’è Tuvixeddu. «I lavori in corso - si legge nel documento firmato dal direttore del Servizio beni culturali della Regione - sia per l’incidenza sulla morfologia del sito sia per la loro collocazione a ridosso della necropoli e della vasta area storica e monumentale del colle di Tuvixeddu, sono capaci di pregiudicare il bene paesaggistico tutelato dal Piano paesaggistico regionale, limitando la possibilità della Regione di intervenire con le misure di recupero e di riqualificazione indicate dal Piano paesaggistico».

Domani s’insedierà una commissione regionale, prevista dal Codice Urbani, che dovrà individuare, oltre Tuvixeddu, tutte le altre aree da vincolare. Sarà composta dagli archeologi Raimondo Zucca e Maria Antonietta Mongiu, dal naturalista Ignazio Camarda, dall’architetto Sandro Roggio e dal direttore generale dell’assessorato alla pubblica istruzione. L’istituzione della commissione segna un’ulteriore conferma della strategia di tutela dell’ambiente e dei beni storico-culturali perseguita sin dall’inizio da Soru con particolare determinazione. A sostegno di Soru e della sua maggioranza si è schierata Italia Nostra. «Dopo Monticchiello e Mantova - afferma Italia Nostra - il cemento è arrivato a minacciare anche Tuvixeddu in Sardegna, una delle più importanti necropoli Puniche del Mediterraneo. Per fortuna il presidente della Regione, Renato Soru, ha stoppato i lavori. Vediamo con soddisfazione che sta nascendo una leva di amministratori locali sensibili ai problemi della conservazione dei beni culturali e al rispetto del paesaggio: dal sindaco di Mantova, che ha bloccato una devastante villettopoli, a Soru che è intervenuto più volte adifesa della sua Sardegna, prima salvaguardandone le coste, poi battendosi contro l’invasione delle torri eoliche e ora evitando la colata di cemento su Tuvixeddu». Poi Italia Nostra tira le orecchie a Francesco Rutelli: «Sul caso Tuvixeddu ci si sarebbe aspettati un intervento ben più deciso da parte del ministro dei Beni culturali, sollecitato a intervenire nei mesi scorsi dallo stesso Soru». Con le ruspe già in azione, Rutelli si è limitato ad invitare gli uffici regionali del ministero a studiare il problema per avanzare eventuali proposte.

Nella nebbia di emergenze e di paure che gravano sul futuro una notizia ha portato un barlume di luce. La notizia è questa: martedì scorso un giudice federale ha ordinato l’immediato rilascio di cinque prigionieri del carcere cubano di Guantanamo. Certo, come ha detto un avvocato dei detenuti, «la giustizia arriva troppo tardi per questi cinque uomini»(così riferisce Bernie Becker sul New York Times). È vero. I cinque algerini liberati erano stati arrestati in Bosnia nel 2001 sotto l’accusa di legami con Al Quaeda. E sette anni di galera sono tanti: anche in un carcere "normale", sempre che si possa considerare normale la vita di un carcerato. Quello di Guantanamo notoriamente non lo è. Tre parole lo definiscono: il segreto dei servizi che lo gestiscono, la sicurezza della nazione che lo giustifica, la terra di nessuno che lo ospita e da cui ci arrivano immagini di prigionieri senza volto. Che si cominci a dare un volto a quegli esseri e a sottoporli a processi regolari è un segno importante. Ritorna in vigore l’aurea antica norma dell’"habeas corpus", vanto della tradizione inglese, tra i capisaldi della cultura europea. Torna il rispetto dei diritti delle persone, comincia ad allontanarsi la sindrome di paura che ha gravato sul mondo occidentale negli ultimi anni portando a continue sospensioni dei diritti umani. Sotto i nostri occhi ci sono state persone prelevate in pieno giorno da agenti segreti, si è diffuso il sospetto su tutti gli appartenenti alla cultura musulmana, il linguaggio dei politicanti di successo ha sposato parole d’ordine come "scontro di civiltà", "tolleranza zero", "difesa della (nostra) identità". Abbiamo vissuto questi anni in un mondo che aveva accettato di ridurre o cancellare i diritti delle persone in nome della sicurezza.

L’esperienza non è nuova nella storia. Come ci ricorda Carlo Ginzburg in un penetrante saggio sul pensiero di Thomas Hobbes (Paura reverenza terrore. Rileggere Hobbes oggi, edizioni dell´Università di Parma) è da una condizione di anomia e dall’insicurezza che ne deriva che sarebbero nati, secondo Hobbes, la rinunzia originaria alla libertà e l’assoggettamento degli uomini a un potere comune capace di tenerli tutti «in uno stato di soggezione, di reverenza»(Awe): un potere sacrale, un Leviatano creato artificialmente ma capace di ergersi davanti agli uomini che l’avevano creato e di incutere un sentimento di venerazione, di religioso terrore. Il saggio di Carlo Ginzburg ci allontana dal presente solo per tornarci alla fine: un presente fatto di poteri politici che minacciano il terrore, lo usano, lo dichiarano (il nome in codice del bombardamento di Baghdad del marzo 2003 fu "Shock and Awe", colpire e terrorizzare); di poteri che cercano di impadronirsi della forza "venerabile", della religione. Lo storico ha come tutti lo sguardo bendato davanti al futuro; ma l’indagine sul passato suggerisce ipotesi di futuri possibili su cui riflettere. Non è forse lontano il giorno in cui, scrive Ginzburg, davanti alla drammatica scarsità non solo di lavoro, danaro, cibo, ma perfino di aria e di acqua, un genere umano impaurito potrebbe rinunciare alla libertà consegnandosi nelle mani di «un super-Stato oppressivo, un Leviatano infinitamente più potente di quelli passati».

Da questo scenario di un mondo possibile ci distrae oggi, almeno per un attimo, la notizia della libertà di quei cinque uomini per effetto del ritorno alla tutela dei diritti. L’imprevedibile futuro può nascere anche da qui: dalla sospensione della paura, da un ritorno all’azione politica come scommessa in nome della libertà. La decisione del giudice è giunta dopo l’elezione di Barack Obama. Dopo, ma anche a causa di quella elezione. È noto che il neo-presidente ha intenzione di chiudere quel luogo di vergogna. E gli elettori hanno dato il loro consenso e la forza dei loro voti alla volontà politica di voltare pagina.

La cosa ci riguarda. Viviamo - anche in Italia - immersi in un orizzonte di attese negative. Siamo una maggioranza di vecchi in una società governata solo da vecchi. Le prospettive economiche parlano di recessione. Le misure che il governo prende sono dettate da un’emergenza finanziaria che porta a tagliare le spese alla cieca mentre si occhieggia a possibili cespiti di entrata dai beni culturali. Quello sarebbe il "nostro petrolio", secondo una sciagurata definizione carica di sottintesi pesanti (perché il petrolio si estrae, né più né meno dei reperti archeologici o dei quadri custoditi nei depositi dei musei: si estrae e poi si vende). C’è voluto l’intervento competente e severo di Salvatore Settis su questo giornale per segnare il limite non superabile nel governo dei beni culturali. Ma la solidarietà tra le misure del governo in materia di scuola e di ricerca e quelle destinate allo sfruttamento dei beni culturali è sostanziale, profonda, non scalfibile. Non ci inganni la confusa diatriba sulle alchimie dei concorsi universitari in cui si stanno perdendo le intelligenze di tanti professori. Quel che non deve essere tollerato è la cancellazione della speranza iscritta nel disegno di tagli sistematici e progressivi che promette solo la morte della scuola pubblica e dell´università. La speranza è affidata oggi a quei giovani che si sono mossi in difesa della scuola e dell´università, in nome del loro diritto a contare nelle scelte politiche. Sulle mura della mia università un giovane ha scritto: «Giù le mani dal nostro futuro». Il loro futuro, ma anche il nostro passato: in modi diversi ma nello stesso momento e dalle stesse forze è posto a rischio oggi il nesso tra passato e futuro, tra il patrimonio indisponibile della cultura millenaria del paese Italia e l’ancor più indisponibile patrimonio delle nuove generazioni. È nel loro nome che la politica deve oggi affrontare i problemi della scuola e della società civile: per combattere la paura.

Il congresso del Partito socialista francese, che sancisce la spaccatura a metà fra Ségolène Royal e Martine Aubry, è significativo. La stampa ha strillato che si trattava soltanto di una contesa fra persone, è stata invece una battaglia feroce fra due concezioni del partito, delle sue priorità e del suo funzionamento che non hanno più nulla in comune.

Martine Aubry, che è figlia di Jacques Delors e da sempre socialdemocratica, ha tentato di tenerlo ancorato alla questione sociale, che brucia in Francia sotto Sarkozy e più brucerà nei prossimi mesi. E su questo ha raccolto voti anche eterogenei, come quelli di Bertrand Delanoe, sindaco di Parigi e fino al congresso fra i candidati alla segreteria del partito, di Benoit Hamon della sinistra di Fabius, e qualche seguace di Dominique Strauss Kahn.

Ségolène Royal ha puntato a modificarne la natura: reclama un partito di simpatizzanti più che di militanti, raccolti attorno alla sua leadership e mirato a conquistare le presidenziali del 2012, e perciò aperto verso il centro. Bisogna riconoscerle una tenacia fuori del comune. Quando ha perduto le presidenziali (col 47%) è stata attaccata da tutti, ma non ha mollato, ha scritto un libro, s'è detta vittima degli «elefanti» del partito, ha battuto il territorio e le tv, s'è prodotta in uno one woman show in un teatro di Parigi, ha cercato aderenti specie fra i giovani e ne ha ottenuto qualche migliaio (ancora ieri si poteva votare per il segretario semplicemente regolando le quote). Io sono l'avvenire, loro, Aubry e gli altri, il passato, ha tempestato in uno sfolgorare di sorrisi, io sono il nuovo, loro il vecchio. Non ha vinto per 42 voti. L'immagine del Ps è in pezzi.

Difficile che Ségolène (già i suoi seguaci chiedono un terzo voto) faccia la seconda di Martine Aubry. La quale - segretaria di un partito dimidiato - dovrà trattare non solo con la sinistra interna, Fabius e Hamon, ma anche con quella fuori, dove si agitano diverse formazioni o ridotte al lumicino, come il Pcf, o in cerca di crescita come la Ligue communiste di Besancenot che propone anch'essa un partito nuovo, anticapitalista.

Le riflessioni che si impongono sono due. La prima è che la ex sinistra appare in Europa sempre più erosa, la società civile, per duri che siano i colpi che riceve, non produce nessun effetto Obama, dando invece spazio alla destra e al centro: in Francia Sarkozy (che ha divorato di fatto l'area del Fronte nazionale di Le Pen) e Bayrou; in Italia Berlusconi, (che ha divorato anche formalmente An) e Casini. La seconda è che la nostra critica dei partiti e della politica in genere non è riuscita a convogliare nulla di durevole e consistente e il malcontento finisce con il buttarsi a centro-destra. Le soggettività di una sinistra progressista e di classe si dibattono nella difficoltà di trovare una qualche sintesi, ma in attesa che si decidano lo spostamento dei rapporti di forze è univoco e brutale. Neanche la crisi più forte del capitalismo dopo il 1929 riesce a intaccarne l'egemonia.

SONO passati un anno, dodici mesi appena, ma l’Italia sembra un’altra. Meno impaurita e meno insicura. Infatti, l’inverno è vicino, ma il clima d’opinione registra un disgelo emotivo evidente. Come testimonia il 2° rapporto - curato da Demos e dall’Osservatorio di Pavia per Unipolis sulla rappresentazione della sicurezza - nella percezione sociale e nei media. Pochi dati, al proposito (d’altronde, ieri Repubblica gli ha dedicato molto spazio).

Nell’ultimo anno, si è ridotta sensibilmente la percezione della minaccia prodotta dalla criminalità a livello nazionale e soprattutto nel contesto locale. E’ calato in modo rilevante anche il timore dei cittadini di cadere vittima di reati. Da un recentissimo sondaggio di Demos (concluso venerdì scorso) emerge, inoltre, che il problema più urgente per il 31% degli italiani (se ne potevano scegliere due) è la criminalità comune. Un anno fa era il 40%. Mentre il 21% indica l’immigrazione: 5 punti meno di un anno fa. Gli immigrati, peraltro, sono considerati "un pericolo per la sicurezza" dal 36% degli italiani: quasi 15 punti percentuali meno di un anno fa e 8 rispetto allo scorso maggio. Il legame fra criminalità comune, sicurezza e immigrazione che, negli ultimi anni, è apparso inscindibile, agli occhi dei cittadini, oggi sembra essersi allentato. Cosa è successo in quest’ultimo anno, in questi ultimi mesi di così importante, significativo e profondo da aver scongelato il clima d’opinione? L’andamento dei reati, in effetti, rileva un declino che, peraltro, era cominciato a metà del 2007. Tuttavia, nel corso degli ultimi anni, si è sviluppato senza variazioni tali da giustificare mutamenti di umore tanto violenti. Invece, l’immigrazione è cresciuta in misura molto rilevante, come segnalano le principali fonti, dal Ministero dell’interno alla Caritas. Gli sbarchi di clandestini sono anch’essi aumentati. Quasi raddoppiati.

Non sono i fatti ad aver cambiato le opinioni. Al contrario: le opinioni si sono separate dai fatti. Per effetto di un complesso di fattori. D’altronde, il clima d’opinione riflette una pluralità di motivi, spesso non prevedibili e, comunque, non controllabili. In questa fase, in particolare, la crisi economica e finanziaria ha spostato il centro delle paure e delle preoccupazioni dei cittadini. Non solo in Italia: anche negli Usa, prima del collasso delle borse, la campagna delle presidenziali era concentrata sull’immigrazione. Poi tutto è cambiato, con grande beneficio per Obama. Tuttavia, la preoccupazione economica, in Italia, è da tempo molto alta. Destinata a deteriorarsi ancora. Nell’ultimo anno, però, non è peggiorata. Era già pessima.

Il profilo delle "persone spaventate" presenta alcuni tratti particolari, utili a chiarire l’origine di questo collasso emotivo. Due fra gli altri: guardano la tivù per oltre 4 ore al giorno e sono vicine al centrodestra; nel Nord, alla Lega. L’analisi dell’Osservatorio di Pavia sulla programmazione dei tg di prima serata, peraltro, rileva una forte crescita di notizie sulla criminalità comune nell’autunno di un anno fa e un successivo declino - particolarmente rapido dopo maggio. Peraltro, il peso delle notizie "ansiogene" è nettamente più elevato sulle reti Mediaset, ma soprattutto su Studio Aperto e Canale 5. Seguiti, per trascinamento, dal Tg 1, il più popolare e autorevole presso il pubblico. Il sondaggio di Demos osserva come l’insicurezza sia molto più alta fra le persone che frequentano prevalentemente le reti e i notiziari Mediaset. Ciò suggerisce che i cicli dell’insicurezza siano favoriti e scoraggiati, in qualche misura, dal circuito fra media e politica. D’altra parte, la sicurezza, l’immigrazione e la criminalità comune sono temi "sensibili" negli orientamenti degli elettori. "Spostano" i voti degli incerti. Rendono incerti molti cittadini certi. Peraltro, come abbiamo già visto, il tema della sicurezza non è politicamente "neutrale". La maggioranza degli elettori (anche a centrosinistra) ritiene la destra più adatta ad affrontare questi problemi - trasformati in emergenze (Indagine Demos, luglio 2007).

Così, per creare un clima d’opinione favorevole, al centrodestra basta sollevare il tema della sicurezza. Cogliere e rilanciare episodi e argomenti che alimentano l’insicurezza sociale. Farli rimbalzare sui media. Il che avviene senza troppe difficoltà. Non solo perché il suo Cavaliere ha una notevole conoscenza del settore, sul quale esercita un certo grado di influenza. Ma perché la paura è attraente. Fa spettacolo e audience. E perché, inoltre, in campagna elettorale, la tivù costituisce la principale arena di lotta politica, su cui si concentrano l’attenzione dei partiti e la presenza dei leader.

Così, l’insicurezza cresce insieme ai consensi per il centrodestra. Senza che il centrosinistra riesca a opporre una resistenza adeguata. Frenato da divisioni interne, particolarismi e personalismi che non gli permettono di proporre e imporre un solo tema capace di spostare a proprio favore il consenso. Il lavoro, i prezzi, le tasse, l’etica: nel centrosinistra c’è la gara a distinguersi e a smarcarsi. Tutti contro tutti.

La recente campagna elettorale di Veltroni, irenica, tutta protesa a marcare la distanza dal passato (Prodi), non ha scalfito l’insicurezza del presente.

La morsa della sfiducia e dell’insicurezza si è allentata solo dopo le elezioni politiche e le amministrative di Roma. Non a caso. Il risultato, senza equivoci, non lascia scampo alle speranze dell’opposizione: resterà opposizione a lungo. Così, la campagna elettorale, dopo anni e anni, finisce. E il centrodestra si dedica a controllare, in fretta, il clima di insicurezza che aveva contribuito ad alimentare negli anni precedenti. Propone e approva provvedimenti ad alto valore simbolico: l’impiego dei militari contro la criminalità, l’aumento di vincoli e controlli all’immigrazione. La liberalizzazione delle polizie e delle milizie locali, padane, private. Gli stessi episodi di razzismo hanno prodotto la condanna "pubblica" dell’intolleranza, con l’effetto di inibirne, in qualche misura, il sentimento. In quanto gli stranieri, percepiti perlopiù come "colpevoli" di reati e violenze, ne diventano "vittime".

Così gli immigrati continuano a fluire, i clandestini a sbarcare e il numero dei reati non cambia, ma l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media nei loro confronti si ridimensiona. La paura declina. Un po’ come avvenne nel periodo fra il 1999 e il 2001. Anche allora criminalità e immigrazione divennero priorità nell’agenda delle emergenze degli italiani. Spaventati da aggressioni e rapine a orefici e tabaccai; dall’invasione degli stranieri. Che conquistavano i titoli dei quotidiani e dei tg. Poi, l’inquietudine si chetò. Sopita dall’attacco alle Torri Gemelle e dalla vittoria elettorale di Berlusconi. Capace, come nessun altro, di navigare sulle acque dell’Opinione Pubblica. E di domare le tempeste che la turbano dopo averle evocate.

Come promesso vi teniamo aggiornati sull’avvincente caso-Villari, tema numero uno dell’agenda politica nazionale. Il celebre senatore napoletano non schioda, scusate il linguaggioma ormai anche nelle sedi istituzionali per via del crollo di nervi si dice così. Sta lì che arreda l’ufficio, dà disposizioni alle segretarie. Non essendoci uno strumento proprio per eliminarlo dalla presidenza della Vigilanza Rai si sta pensando, nel Pd, di eliminare la Vigilanza stessa: tanto a che serve, aboliamola. Giuro, non è uno scherzo. Leggete i pezzi di Andrea Carugati, andate a vedere sul sito se non ci credete. L’unico modo per fargli mollare la poltrona risulta essere questo: abbattere il palazzo e le sue insegne. Con una legge, certo, non a picconate. Almeno questo.

Nel mondo, nel frattempo, accadono cose di secondaria importanza: Hillary Clinton sarà il prossimo segretario di Stato americano. Era la scelta più logica, tuttavia per qualche ragione nessuno degli analisti politici italiani l’aveva neppure presa in considerazione. La trovavano “irrealistica”, per dire il senso di realtà di cui in media dispongono. Furio Colombo parla di questo e d’altro con Ted Kennedy, Villari intanto fa cambiare le tende del suo studio.

Due donne si sono contese la guida del partito socialista francese, Gianni Marsilli racconta in cosa si distinguano i programmi di Segolene Royal e Martine Aubry. Villari nello stesso momento prende un caffè alla buvette perché, dice, gli ha sempre portato fortuna.

Il mondo intero manifesta contro la violenza quotidiana e domestica sulle donne, oggi il corteo a Roma. I delitti avvengono quasi tutti in famiglia e in segreto. Segreto fino a che non arriva la polizia a fare i rilievi sui cadaveri, a Verona ieri un commercialista di 43 anni ha eliminato i tre figli bambini la moglie e se stesso, “era una famiglia modello” dicono naturalmente i vicini. Nessuno si accorge mai di niente. Le cifre indicano come ne uccida più la famiglia della mafia e pazienza per gli stornelli dei neocatecumenali ai Family day. Villari comunque ha anche incontrato Pannella.

Suggerisco la lettura delle due pagine dedicate ai giovani che hanno votato per le primarie junior del Pd incrociata all’intervista ad Irene Tinagli, giovane in polemica col Pd, e al resoconto di Bruno Miserendino sulle turbolenze interne al partito senior. È importante tenersi al corrente mentre Villari prepara il ricorso contro l’espulsione.

Due parole private vorrei rivolgere infine alle centinaia di persone che hanno scritto per manifestare solidarietà a proposito della frase minacciosa comparsa a firma Forza Nuova sotto casa mia. Persone comuni eministri, presidenti e lettori. Ha chiamato anche Roberto Fiore, il leader di Forza Nuova, cosa che dà la misura definitiva della chiarezza delle acque in cui nuotiamo. Dice che lui non c’entra: non c’entra mai nessuno. Vorrei ringraziare e tranquillizzare tutti: non c’è problema, stiamo qui e non ci muoviamo, figurarsi. Grazie a tutti. Saluto pure Villari anche se ieri non ci siamo sentiti, è stata una giornata molto impegnativa per lui, per i nuovi dettagli dal suo diario ci aggiorniamo a domani.

La commissione Urbanistica dice sì alla delibera sulle aree Peep e avvia l´iter per la realizzazione di 7.200 alloggi, anche in verde agricolo. Da Borgo Molara a Cruillas, da Passo di Rigano a Uditore: per i costruttori e le coop edilizie si aprono le porte per la realizzazione di alloggi tutti in variante allo strumento urbanistico. Lo studio sul fabbisogno abitativo approvato dalla commissione entro quindici giorni approderà in Consiglio comunale.

La commissione Urbanistica dice sì alla delibera sulle aree Peep e avvia l´iter per la realizzazione di migliaia di alloggi, anche in verde agricolo. Da Borgo Molara a Cruillas, da Passo di Rigano a Uditore, da Pagliarelli a Partanna: per i costruttori si aprono le porte per la realizzazione di alloggi tutti in variante allo strumento urbanistico. Lo studio sul fabbisogno abitativo, propedeutico al piano di edilizia economica e popolare, approvato ieri dalla commissione, entro quindici giorni approderà in Consiglio comunale.

Il sì all´atto di Sala delle Lapidi, infatti, sbloccherà la realizzazione di settemila e duecento case, secondo la studio sul fabbisogno abitativo redatto dal professor Sergio Vizzini dieci anni fa. Tremila e duecento saranno realizzati come edilizia agevolata, da cooperative e imprese, gli altri in edilizia convenzionata a carico di Stato o Regione. La delibera, che è solo un primo passaggio, darà il via libera a uno studio per verificare se in dieci anni è cambiato il fabbisogno abitativo: se, in sostanza, 7.200 alloggi sono troppi o troppo pochi.

Subito dopo verrà stilato il piano di settore: verranno individuate, cioè, le aree Peep, quelle sulle quali costruire. La delibera parla chiaro: potranno diventare Peep solo alcune tipologie di aree. Da quelle in verde agricolo, che non sono state escluse, a quelle cosiddette «destrutturate», cioè incomplete o con abusi edilizi in prossimità delle borgate oppure ex zone industriali dismesse.

La delibera approvata dalla commissione, cancella la possibilità di costruire sulle aree destinate a servizi e non esclude il recupero degli edifici esistenti, a partire dal centro storico. Ma è nella cintura esterna della città che si concentrerà la scelta: da Borgo Molara a Cruillas, da Passo di Rigano a Uditore fino a Partanna Mondello. E costruttori e coop sono pronti a riproporre i piani costruttivi finora bocciati. «Sia chiaro però - dice il presidente della commissione Urbanistica, l´Udc Gerlando Inzerillo - le aree saranno scelte solo dopo un nuovo studio sul fabbisogno e verranno assegnate attraverso un bando pubblico».

Tra gli emendamenti che la commissione porterà in aula, c´è quello presentato dal consigliere del Pd Rosario Filoramo che prevede un protocollo d´intesa con la prefettura sia per individuare le aree che per assegnarle. Un altro ordine del giorno di peso, che diventerà un emendamento con il piano di settore, lo presenterà il capogruppo di Forza Italia, Giulio Tantillo, per rispondere all´emergenza casa: «Vorrei dare la possibilità alle cooperative di aumentare la volumetria delle costruzioni - dice - a patto che loro destinino il dieci per cento delle case al Comune. Alloggi che noi utilizzeremo per l´emergenza abitativa».

La delibera che arriverà in Consiglio comunale entro quindici giorni ha scatenato per mesi le polemiche: dalle associazioni ambientaliste, che temono l´assalto al verde agricolo sopravvissuto nella Conca d´oro, all´opposizione che non si fida di uno studio vecchio di dieci anni, fino alle cooperative che invece premevano perché l´atto fosse approvato. Da più di un anno, infatti, il Consiglio comunale respinge tutte le proposte di piani costruttivi in variante urbanistica. Le coop, che hanno già ottenuto finanziamenti per 2 mila alloggi, una volta che sarà pronto il piano di settore sono pronte a tornare alla carica. «Sempre ammesso che i criteri che sceglieranno ce lo permettano», dice Francesco Leone, referente di diverse coop che si è visto bocciare il progetto per 148 case in via Lauducina, zona Messina Marine, quello per la realizzazione di 45 villette a Borgo Molara e quello per 32 alloggi a Ciaculli.

In commissione, però, non tutti hanno votato sì alla delibera. Maurizio Pellegrino, del Pd, e Nadia Spallitta, di Un´Altra storia, si sono astenuti. Per Pellegrino «7.200 alloggi sono troppi». «Basta pensare - dice - che negli ultimi dieci anni sono state realizzate 500 case popolari. L´atto non mi convince: stiamo tornando alla cementificazione?». Per Nadia Spallitta, che ha presentato un ordine del giorno approvato sulla salvaguardia del verde agricolo, «non si conosce quale sia l´effettivo fabbisogno abitativo. La delibera Peep si fonda sul censimento del 1991 mentre ne esiste uno del 2001 che registra un decremento della popolazione di oltre 30 mila unità». Giuseppe Messina, di Legambiente. lancia un monito al Comune: «Attenti al verde agricolo».

L´annuncio di una serie di immediati provvedimenti di Barack Obama, per segnare già nelle prime dichiarazioni un radicale distacco dalla cultura dell´era Bush, induce (obbliga?) ad una discussione sul senso e le prospettive che assumono oggi le politiche dei diritti. So bene che, affrettandosi ad etichettare le mosse del nuovo Presidente degli Stati Uniti, si corre il rischio di cadere in quel chiacchiericcio provinciale che ha già prodotto le impagabili interpretazioni di chi ha indicato in Berlusconi e Bossi i precursori dell´innovazione prodotta dalle elezioni americane. Ma i segnali provenienti dagli Stati Uniti rimbalzano in tutto il mondo sì che, con la giusta misura, bisogna sempre prenderli sul serio.

Cellule staminali, aborto, Guantanamo sono parole familiari, che ci hanno abituato a vedere in esse addirittura il discrimine tra due mondi. Vengono pronunciate oggi per rendere subito evidente dove si vuole produrre una discontinuità. Chiudere il carcere di Guantanamo significa allontanarsi da una logica che, con l´argomento della difesa della democrazia, ha finito con il travolgere proprio i principi democratici, appannando l´immagine di un paese che ha sempre voluto identificarsi con le ragioni della libertà. Se questo annuncio significativo diverrà concreto, possiamo aspettarci anche un abbandono delle aggressive politiche di sicurezza che si sono volute imporre agli altri Stati, facendo divenire planetarie le leggi americane? Su questo punto l´Unione europea avrà qualcosa da dire se si libererà da una soggezione che l´ha indotta non solo ad accogliere eccessive pretese americane, ma anche a mimarne in maniera ingiustificata i modelli, incurante pure degli appelli ad una coerente difesa dei principi di libertà che arrivavano proprio da organizzazioni americane importanti come l´American Civil Rights Union.

Nettissima sarebbe la discontinuità legata all´abbandono delle politiche "ideologicamente offensive" di Bush che hanno vietato il finanziamento federale delle ricerche sulle cellule staminali embrionali e delle organizzazioni internazionali che aiutano le donne ad abortire legalmente. Qui, infatti, hanno pesato in modo determinante i confessionalismi religiosi e, una volta che Obama avesse ripristinato i finanziamenti pubblici, la distanza con la politica ufficiale del Vaticano diverrebbe clamorosa (e assumerebbe ben diverso significato la stessa versione della religiosità di Obama, sulla quale si sono esercitati con grande disinvoltura diversi commentatori). Su questi temi, peraltro, il sostegno dell´opinione pubblica è ben visibile, testimoniato dalla sconfitta in tre Stati dei referendum contro l´aborto e dal successo in un altro di un referendum sul suicidio assistito. E´ lecito sperare che anche in Italia sia possibile tornare con pacatezza sul tema della ricerca sulle staminali, liberandosi anche qui delle pesantezze ideologiche e mettendo magari a frutto contributi come quello recentissimo di Armando Massarenti (Staminalia, Guanda, Parma 2008)?

Le discontinuità non si esauriscono con i casi appena ricordati, ma riguardano altre importanti materie, dalla tutela dell´ambiente alla sanità, dall´istruzione ai diritti dei minori (vi fu un veto di Bush su una legge che li riguardava). Ed è importante sottolineare che la rottura con il passato può essere rapida e immediata perché la maggior parte dei provvedimenti da cambiare ha la sua fonte in "executive orders" di Bush, atti presidenziali che non hanno bisogno dell´approvazione del Congresso. Usando la stessa tecnica, Obama potrebbe effettuare in pochissimo tempo una spettacolare ripulitura del sistema giuridico americano.

Ma, al di là delle pur importantissime questioni specifiche, è significativo il modo in cui viene concepita l´intera strategia d´avvio della nuova presidenza. L´economia presenta il suo conto, pesantissimo. E tuttavia questa indubbia priorità non ha indotto nella classica tentazione della politica dei due tempi: prima i provvedimenti economici e poi i diritti civili. "Erst kommt das Fresse, dann kommt die Moral", prima la pancia e poi la morale, si canta alla fine del primo atto dell´Opera da tre soldi di Bertolt Brecht. Una politica che vuol essere moderna non si risolve tutta nell´uso delle nuove tecnologie, pur così importanti nel successo di Obama. Ha il suo baricentro nella capacità di tenere insieme economia e diritti, individuo e società. I diritti non sono un lusso o un´appendice, di cui ci si può occupare solo a pancia piena, una volta soddisfatti i bisogni economici e di sicurezza, anche perché è proprio la logica dei diritti e delle libertà a definire, in un sistema democratico, le caratteristiche delle politiche economiche e d´ordine pubblico. Ai molti americani, giovani e non, disimpegnati e lontani dalla politica Obama non ha offerto solo il fascino di You Tube, ma una prospettiva diversa, dove appunto la democrazia e i diritti tornano ad essere protagonisti e hanno bisogno di persone che diano loro voce. Una prospettiva non lontana da quella aperta in Europa soprattutto da Zapatero; che attraverso la vicenda americana si conferma, si consolida, ci dice che le politiche dei diritti hanno bisogno di radicalità; e che dovrebbe indurre qualcuno, anche dalle nostre parti, ad abbandonare schematismi e pigrizie.

Non sarà una passeggiata, quella del nuovo Presidente degli Stati Uniti, anche se la sua elezione offre una importantissima garanzia: la Corte Suprema, strumento essenziale per le politiche dei diritti, non subirà un ulteriore "impacchettamento" conservatore. Ma soprattutto il risultato del referendum californiano contro i matrimoni gay apre un delicatissimo fronte politico e giuridico. Quale sarà la linea di Obama, che pure ha esplicitamente ricordato gli omosessuali nel suo discorso di ringraziamento? Come hanno sottolineato i giuristi più attenti, quel referendum incide in forme improprie sul principio di eguaglianza e mette in discussione i diritti già acquisiti dalle diciottomila coppie che hanno utilizzato il nuovo istituto. Tempi impegnativi si sono aperti, e in essi la lotta per i diritti giocherà un ruolo essenziale.

[Inseriamo in chiaro la premessa e il sommario. Il testo integrale del documento è scaricabile in formato .pdf utilizzandoil collegamento in calce]

Premessa

Neppure dopo l’annunciato scoppio della bolla immobiliare che ha partecipato in modo consistente alla crisi dell’economia mondiale si sono voluti mettere in relazione: speculazione edilizia-immobiliare- finanziaria, peso dei mutui, disagio abitativo.

Prima di formulare delle proposte serie è necessaria un’analisi corretta. Questa manca da tempo, anche nella sinistra. Le proposte inefficaci fin’ora adottate sono frutto di analisi parziali e faziose. L’assenza di una lettura, tecnicamente, prima ancora che politicamente, corretta ha permesso di scegliere, senza doverne dare giustificazione, misure di contrasto all’emergenza abitativa che non hanno scalfito il problema. Gli obiettivi dichiarati non erano gli obiettivi perseguiti. La casa è diventata un’emergenza permanente di cui ci si occupa poco e male. Leggi e finanziamenti erogati negli ultimi tre decenni non hanno alleviato la grave condizione di disagio in cui versano milioni di famiglie italiane. Siamo al penultimo posto in Europa e il disagio si estende e cresce di intensità.

La Politica non ha una risposta, non ha una proposta.

Sommario

Perché la sinistra deve intervenire sul problema della CASA?

La casa fra bisogno e mercato

Un’analisi distorta una terapia inefficace

Il mercato immobiliare origine della crisi

Insediamenti abusivi - i senza tetto

Sfratti

Studenti e immigrati : il miglior business

La casa, le donne, la città

Errori di interpretazione dei fenomeni urbani

Mutui e pignoramenti

Bellezza, cultura, ambiente

Una periferia bella, sicura, inclusiva .

L’offerta degli alloggi sociali

Il Tavolo di concertazione sulle politiche abitative

Il Piano casa del governo Berlusconi

L’edilizia sociale in Europa

Carta europea dei diritti e inclusione sociale

Destra e sinistra, il coraggio della differenza.

La questione morale

Proposte

Illustre Signor Ministro Bondi, a differenza di molti altri, non ho nessuna obiezione alla Sua decisione di avere fra i Suoi consulenti l’attuale presidente del Casinò di Campione dr. Mario Resca. Ogni ministro può circondarsi di consulenti con disparate competenze e opinioni, che possano aiutarlo a formare le proprie linee di indirizzo.

Nutro invece gravi riserve sull’ipotesi di riforma del Ministero che dovrebbe creare un nuovo "Direttore generale per la valorizzazione dei musei", peraltro responsabile anche dei parchi archeologici e dei complessi monumentali. Ecco perché.

Nella Sua dichiarazione alla VII Commissione del Senato del 4 giugno 2008, Lei dichiarò che era Sua intenzione «garantire che vengano scongiurati tagli delle attuali dotazioni, come è noto già assai limitate», esprimendo «disappunto per i tagli alla cultura operati con l’abolizione dell’Ici senza preventivo accordo del Ministero» e «l’auspicio che eventuali sacrifici vengano preventivamente concordati col Ministero».

Dichiarò inoltre che «dopo due riforme organizzative ravvicinate, i cui effetti di rivolgimento sono ancora ben lungi dall’essersi stabilizzati» era «giunto il momento di puntare sull’attuazione delle norme, più che sulla produzione di ulteriore inflazione normativa». Queste Sue e nostre speranze sono state disattese. I tagli al bilancio del Suo Ministero apportati dal decreto legge 112 e da altri provvedimenti, i più pesanti di tutta la pubblica amministrazione, ammontano nel triennio 2009-2011 a oltre un miliardo: la legge 133 anziché mitigare questi tagli li ha aumentati di altri 31 milioni. Come ha evidenziato un appello del Fai e di altre associazioni, rivolto al presidente del Consiglio, si è inoltre operato un drastico taglio al personale delle Soprintendenze, per Sua stessa dichiarazione già gravemente insufficiente: 15 per cento per la prima fascia, 10 per cento per la seconda.

Contraddicendo le Sue dichiarazioni al Parlamento, Lei ora promuove una nuova riforma dell’amministrazione, la terza in pochissimi anni. La creazione di una nuova "direzione generale per la valorizzazione dei musei" è la più importante fra le innovazioni proposte (ma non va dimenticata l’incomprensibile cancellazione dell’arte contemporanea). Il nuovo direttore generale avrà fra i suoi compiti l’autorizzazione a tutti i prestiti per mostre, la decisione su quali siano le mostre di "rilevante interesse culturale", i programmi sulle ricerche scientifiche sul patrimonio museale, e infine «i criteri per l’affidamento in comodato o in deposito di cose o beni da parte dei musei».

L’elenco di queste (e molte altre) competenze è doppiamente preoccupante. Da un lato, "ritagliare" musei, parchi archeologici e complessi monumentali fuori dal territorio di pertinenza è l’esatto opposto di tutta la tradizione italiana della tutela, anzi capovolge il senso dell’ultima riforma del ministero (2007), che alle quattro "soprintendenze ai poli museali" (Roma, Napoli, Firenze e Venezia) ha riassegnato il territorio urbano di pertinenza. La creazione dei "poli museali" per la prima volta nella storia d’Italia aveva infatti scorporato i musei dal territorio, considerandoli come entità a parte, con effetti solo negativi.

Per esempio, a Roma le grandi gallerie private (Colonna, Doria Pamphilj) ricaddero sotto competenza diversa da quella delle gallerie nazionali di identica origine fidecommissaria (Borghese, Barberini). Si spezzò allora il nesso vitale, efficace per secoli, fra la città, coi suoi palazzi e le sue chiese, e i musei, che dall’identico tessuto di committenze, mecenatismi, collezioni trassero origine e alimento. Nata dall’ossessione del modello americano coi suoi musei ovviamente del tutto staccati dal territorio (ma nelle chiese di New York non c’è Giotto, non c’è Tiziano, non c’è Caravaggio), questa ferita al modello italiano di tutela è stata appena sanata, ma la nuova direzione generale creerebbe una sorta di nuovo, unico, gigantesco polo museale.

Non meno grave è la seconda preoccupazione. Che cosa farà il nuovo direttore generale per "valorizzare" le opere dei musei? L’articolo 6 del Codice dei beni culturali (approvato dal precedente governo Berlusconi) dichiara che scopo unico della valorizzazione del patrimonio culturale è «promuovere lo sviluppo della cultura». Ma le competenze del nuovo direttore generale sembrano mirate a ben altra valorizzazione, in senso esclusivamente economico. Per esempio, nello stabilire "linee guida per l’affidamento in comodato" di opere dei musei (articolo 8 h), egli potrebbe forse, al fine di far cassa, spedire quadri e statue nei salotti (secondo l’idea lanciata dal soprintendente comunale di Roma) o negli Emirati Arabi? Come mai egli dovrà vigilare, in concorrenza anzi conflitto con gli altri direttori generali, sulle soprintendenze speciali di Roma, Venezia, Firenze e Napoli e su quelle archeologiche di Roma, Napoli e Pompei? Perché gli vengono attribuite competenze di tutela che condurranno a conflitti con altre strutture del Ministero?

Queste considerazioni, Signor Ministro, valgono a prescindere dalla persona che Lei vorrà scegliere per ricoprire un tale ufficio. Ma per un compito tanto delicato e controverso, chi sarà scelto? Contraddicendo la Sua dichiarazione al Senato in cui si era impegnato a lanciare «un bando di concorso a livello internazionale fra i massimi esperti del settore», Lei ha invece deciso di procedere per le vie brevi, interpellando prima Antonio Paolucci, poi Mario Resca. Nella sua intervista a Repubblica del 13 novembre, Paolucci ha dichiarato: «Conosco bene il profilo del nuovo direttore generale: il ministro Bondi mi ha offerto quel ruolo».

Ma quale può esser mai un profilo che si attagli a uno storico dell’arte di provatissima esperienza come Paolucci e a un manager di McDonald’s come Mario Resca? Come potrebbe, una persona con la sua formazione e la sua storia (che meritano il massimo rispetto) guidare «i programmi concernenti studi, ricerche e iniziative scientifiche» nei musei (articolo 8 g), o distinguere fra mostre «di rilevante interesse culturale o scientifico» e quelle che non lo sono (articolo 8 f)? Le dichiarazioni dello stesso dr. Resca (a Repubblica del 15 novembre) non hanno mitigato queste preoccupazioni. Anziché considerare il nostro patrimonio culturale «l’identità e l’anima stessa del nostro Paese», come nelle Sue dichiarazioni al Senato, egli lo vede come «una miniera di petrolio a costo zero», su cui è necessario «fare marketing», «generando ricavi» mediante la «circolazione delle nostre opere nel mondo»; l’esempio addotto è Abu Dhabi.

Signor Ministro: gravi ragioni istituzionali sconsigliano vivamente una nuova direzione generale secondo queste linee, chiunque vi fosse chiamato. Nella Sua relazione al Senato, Lei elogiò «la straordinaria tradizione di specializzazione tecnico-amministrativa che caratterizza le soprintendenze come un´area di sicura eccellenza nel panorama della burocrazia italiana».

Una concezione aziendalistico-manageriale che ignorasse la necessaria specificità delle competenze culturali e professionali mortificherebbe tale eccellenza, delegittimando i custodi del nostro patrimonio. Se, come credo, non è questa la Sua intenzione, la riforma proposta va a mio avviso radicalmente riconsiderata. È quello che Le ha chiesto, con voto unanime, il Consiglio Superiore dei Beni Culturali.

Mentre ancora non sono cominciati gli scavi per l’inutile – a parere non solo nostro – torre Intesa San Paolo, il movimento “Non grattiamo il cielo di Torino” ha continuato la sua azione in questi mesi arrivando a provocare la votazione in consiglio comunale di una delibera che di fatto sancisce una moratoria sui progetti di grattacieli in città. Le firme sono servite a qualcosa, e anche le piccole manifestazioni, la fatica dei presìdi che hanno tenuto viva la fiammella. Per la prima volta il consiglio comunale di Torino accoglie una delibera di iniziativa popolare su un tema così controverso. Il meccanismo procedurale per arrivare al piano di tutela del paesaggio urbano è complesso ma intanto ecco un criterio piuttosto chiaro: " in tutto il territorio comunale, fatti salvi gli interventi già autorizzati con specifici provvedimenti (leggasi Porta Susa, NdR), non dovranno essere consentite nuove edificazioni, o sopraelevazioni, che superino l'altezza di m. 100, fatti salvi i limiti più restrittivi già previsti. In un ambito più ristretto di salvaguardia paesaggistica, che si colloca nel raggio di 5 km. dalla Mole Antonelliana, e per una profondità di 2 km. dalla sponda sinistra del fiume Po, siano consentite, per nuovi interventi o sopraelevazioni, altezze massime di m. 80, sempre fatti salvi i limiti più restrittivi vigenti per ambiti sottoposti a tutela. Le quote massime di 100 m. e 80 m.sopraindicate devono intendersi comprensive pure dei "volumi tecnici" e degli impianti realizzati al servizio dell'edificio sottostante.In tutta la Zona Urbana Centrale Storica non dovranno comunque essere autorizzate sopraelevazioni di edifici a torre preesistenti. "Quando abbiamo iniziato, quasi un anno fa, la raccolta delle firme speravamo che il consiglio votasse questa moratoria prima di autorizzare la sopraelevazione delle Turin Towers adiacenti a Porta Susa. Avevamo però anche il fondato timore che un voto favorevole non arrivasse mai, visto quanti politici avevano definito passatiste e infondate le nostre preoccupazioni sull’altezza degli edifici. Ora quantomeno si riconosce che un problema di coerenza urbanistica e di tutela del paesaggio effettivamente esiste. E si mette obiettivamente in mora anche il grattacielo della Regione, il progetto affidato a Fuksas, che supera abbondantemente gli 80 metri di altezza in un’area entro 2 kilometri dal Po. Nessuno si è opposto a questa delibera di moratoria, non sappiamo se per dare un colpo al cerchio dopo il colpo alla botte ( autorizzazione torre San Paolo) o perché effettivamente si sente il bisogno di una revisione. Alla quale è il caso che i cittadini partecipino abbondantemente, prima che le porte si richiudano con l’inquadramento che il Comune presenterà tra sei mesi. A maggior ragione non ci rassegniamo alla costruzione degli inutili 40 e passa piani del progetto voluto da Salza. La contestazione si sposta dal piano urbanistico-paesaggistico a quello economico. In tutti i modi chiederemo ai vertici Intesa San Paolo di riflettere se è opportuno arrivare a dover negare crediti a imprese e a singoli per azzardare centinaia di milioni di euro nella costruzione di un monumento auto-celebrativo, con uffici che resterebbero semivuoti. A meno che l’intenzione non sia quella di fare alloggi di lusso, quelli si forse vendibili , ma il consiglio comunale ha deciso che per almeno 10 anni una trasformazione del genere (da terziario a residenziale) sarebbe bandita.

Partire da sé per cambiare il mondo. L'Onda, rispetto ai più recenti movimenti studenteschi, è anomala anche per questo. Leggendo i documenti finali approvati domenica dall'assemblea plenaria degli atenei in lotta dopo due giorni di dibattiti alla Sapienza di Roma, una cosa appare chiara: il filo rosso che tiene insieme l'attacco alla legge 133 con la critica all'attuale modello di società, che lega welfare e diritto allo studio, non ha nulla di ideologico. È il portato di un vissuto personale, di un'esperienza corporea prima ancora che intellettuale.

Un movimento che non ama lo status quo e mette in chiaro fin dalle prime righe del documento che «gli unici alleati del governo all'interno del mondo della formazione sono in realtà quei baroni che a parole si dice di voler combattere». L'analisi delle facoltà in mobilitazione comunque non può che partire dalla critica ai «processi di aziendalizzazione e privatizzazione dell'università» e ai «tagli dei finanziamenti alla ricerca e alla formazione» impartiti dall'attuale governo che, «dopo quindici anni di pessime riforme», sono il colpo definitivo al sistema pubblico dell'istruzione. Vanno perciò abolite subito le lauree del 3+2, il numero chiuso e la frequenza obbligatoria. Ma «non vanno dimenticate le responsabilità di chi l'università ha gestito con meccanismi corporativi e clientelari», di chi «soffoca la ricerca con la gerarchizzazione» e fonda il suo potere sullo «sfruttamento generalizzato del lavoro precario». Difendere «l'istruzione pubblica, gratuita, senza blocchi di accesso e con una didattica più qualificata» significa innanzitutto reddito garantito diretto e indiretto e accesso ai consumi intellettuali. E significa anche difendere l'indipendenza e l'autonomia della ricerca che non può essere subordinata alle logiche di mercato. Per questo occorre ripensare «un nuovo concetto di valutazione»: non più «legato al contenimento del bilancio, alla produzione di brevetti o al semplice numero delle pubblicazioni», deve invece calarsi «nei contesti territoriali in cui le università sono inserite». Ai finanziamenti, che devono raggiungere almeno i livelli indicati dal Trattato di Lisbona (3% del Pil contro l'attuale 1%), deve essere permesso l'accesso incondizionato anche ai ricercatori non strutturati e ai dottorandi. Che sono proprio le figure più "fragili" di tutto il sistema universitario: sfruttati per lavori non pagati, per attività che non competono loro e al servizio dei baroni, chiedono di entrare a pieno titolo negli organi decisionali, a cominciare dalle commissioni di valutazione. «Al lavoro di ricerca deve corrispondere un salario adeguato e diritti stabiliti nello statuto dei lavoratori», scrivono. Vanno aboliti i «dottorati senza borsa» e va istituito un «contratto unico di lavoro subordinato una volta terminato il dottorato, di durata non inferiore ai due anni: esso deve sostituire l'attuale giungla di contratti precari». A questo proposito, si apprestano a preparare «una grande inchiesta sul lavoro precario nell'università», che fa il paio con il censimento dei precari negli enti pubblici di ricerca indetto dagli studiosi della cognizione del Cnr (http://laral.istc.cnr.it). E poiché «il lavoro di ricerca prevede la mobilità come elemento irrinunciabile, ma continuamente ostacolato dalle differenze dei diversi sistemi nazionali», propongono la convocazione di una riunione europea che metta in circolo le diverse vertenze sviluppate dai movimenti di studenti e ricercatori precari nel resto del continente». Last but not least, la questione di genere: «Da una parte - scrivono nel report del workshop organizzato dalla facoltà di Fisica - la progressione della carriera delle donne è fortemente filtrata ai livelli più bassi, dall'altra le donne subiscono il perenne ricatto biologico, aggravato dalla precarietà, per cui la maternità diventa la via di espulsione dal mondo della ricerca».

Un movimento che si vuole «irrappresentabile» e che sa che «il cambiamento non è delegabile», e «va agito anche nel conflitto», si pone fin da subito l'obiettivo di «superare qualsiasi forma di rappresentanza interna». Anche l'autoriforma dell'università - sottolineano - «non è un tentativo di burocratizzazione» ma «è invece l'apertura di un processo che già vive nelle pratiche del movimento». Da verificare, semmai, la capacità di tradurla «da subito in concreti elementi di programma e di agenda politica». Una scelta di metodo nel rispetto dell'anomalia. Non a caso l'Onda «si sente vicina ai movimenti territoriali, quelli a difesa dei beni comuni, dell'ambiente, contro le guerre e le grandi opere - spiega Giorgio Sestili, del collettivo di Fisica - perché sono gli unici, dal 2004 ad oggi, ad aver saputo costruire una reale opposizione ai governi, anche di centrosinistra». Autonomi e indipendenti da sigle sindacali e partitiche. E come loro capaci di interrogarsi sulle cause e le possibili vie d'uscita dell'attuale crisi economica per fronteggiare la quale si giustificano tagli indiscriminati e privatizzazioni. Ma l'Onda guarda anche alle lotte dei lavoratori: «Da subito abbiamo guardato alla Francia e ci siamo posti l'obiettivo di creare forti alleanze con lavoratori, immigrati, donne: da soli gli studenti non possono inceppare il meccanismo della produzione».

Finita la festa - per chi ha festeggiato - , il caso Obama è rapidamente sparito dal dibattito pubblico della sinistra e del centrosinistra italiani. Le «tesi» di Bertinotti gli dedicano solo un rapido cenno, il movimento degli studenti non ne sembra toccato, in casa Ds se ne parla per pezzi (l'uso della Rete nella campagna elettorale che fu, la politica estera che sarà), gli intellettuali della sinistra radicale si dividono fra gli entusiastici e gli scettici, gli opinion makers ne traggono materia solo per lamentare che il sistema politico italiano non consente il ricambio della leadership come quello americano e per dedurne le relative ricette (più primarie, meno oligarchie, più periferia, meno centralismo).

Eppure, nell'attesa di misurare dalle prime mosse del nuovo presidente il grado di soddisfazione o di delusione per le varie anime della sinistra planetaria, per quella italiana di materia per discutere ce ne sarebbe non poca. In fondo, la diagnosi della «americanizzazione» ha avuto largo corso negli anni passati per spiegare tutte le derive di degenerazione della politica italiana: dalla crisi della partecipazione e della rappresentanza allo svuotamento della democrazia costituzionale, dalla personalizzazione della leadership alla manipolazione mediatica del consenso, dalla trasformazione del cittadino in consumatore al peso più o meno palese delle lobby, dalla fine dei partiti di massa all'indebolimento dei sindacati, dalla strutturazione bipolare del sistema politico all'obbligo di giocare la partita elettorale solo al centro, dall'abbandono delle grandi tradizioni della sinistra novecentesca alla fortuna delle ideologie neo cons e teo cons, dalla fine dell'idea di pubblico al trionfo della religione del mercato. E dunque, sia pure senza cedere alla retorica onnipresente della «vitalità» della democrazia e del sogno americano, meriterebbe un'analisi accurata il fatto, non poco spiazzante, che sia dall'altra parte dell'Oceano e non da questa che vengono, con la campagna elettorale e l'elezione di Obama, esplosivi segnali di controtendenza: una partecipazione al voto altissima per i livelli americani; una mobilitazione dal basso che ha saputo avvalersi assieme dei nuovi media e delle vecchie forme di sensibilizzazione «porta a porta», e ha saputo dare spinta politica alla disaffezione antipolitica; un protagonismo dei movimenti radicali che necessariamente vincolerà Obama a non chiudersi in un palazzo autoreferenziale; una radicalizzazione dello scontro politico che non si è preoccupato solo di conquistare voti centristi; una personalità carismatica, che è altra cosa dalla personalizzazione plastificata dei leader mediatici; un sentimento popolare della necessità di politica e di cambiamento, che è altra cosa dall'uso manipolatorio del populismo; l'evocazione dei miti fondativi della democrazia americana, che è il contrario del sistematico processo di delegittimazione della Costituzione in atto da decenni in Italia; la riabilitazione della funzione del pubblico contro l'arbitrio assoluto del mercato; l'abolizione, promessa e speriamo presto mantenuta, dello «stato d'eccezione» inaugurato da Bush a Guantanamo non senza ricadute sulla fortuna dei «campi» anti-immigrati in Europa. E, prima di tutto questo, la legittimazione di massa di un leader meticcio che rappresenta e legittima a sua volta il meticciato della popolazione globale.

Al di là, o meglio al di qua, della questione che non smette e non smetterà di agitare e di dividere la sinistra critica europea, se cioè tutto questo non si risolva che in una cura ricostituente della più grande potenza mondiale contro il suo declino, è evidente che siamo di fronte a una rotazione d'asse del discorso e delle forme della politica, che è frutto di una sinergia di fattori materiali e simbolici, che si spera produca frutti materiali consistenti e che ha già prodotto uno spostamento simbolico di prima grandezza. E' cattivo economicismo, a mio avviso, attribuire come molti vanno facendo al precipitare della crisi la vittoria di Obama: questa ha contato, ma non stava scritto che lavorasse per lui, e non sarebbe stata decisiva senza il concorso di altri fattori, meno «contabili» ma altrettanto determinanti. Così come sarebbe cattivo romanticismo attribuire tutto il peso della vittoria a un ribaltamento sentimentale del fattore razziale: se l'elemento simbolico e (anti)identitario del meticciato ha potuto affermarsi è perché il laboratorio sociale e culturale americano e globale aveva già preparato il terreno. Dunque, è proprio sulla sinergia di materiale e simbolico, quella sinergia che la sinistra europea sembra aver perduto da troppo tempo, che il caso Obama dovrebbe aprire gli occhi anche al di qua dell'Oceano.

Lo spostamento simbolico, come sempre, è quello più impegnativo da analizzare, tanto più che non parla solo di Obama ma anche, anzi soprattutto, di noi, coinvolge dimensioni tutt'altro che evidenti e si presta a piegature diverse d'interpretazione anche fra osservatori solitamente vicini. Prendiamo il sentimento di entusiasmo che è esploso su scala planetaria la notte del 4 novembre: come leggerlo, e che farne? Curiosamente, l'entusiasmo è al centro dell'analisi «del giorno dopo» di due intellettuali radicali usi a uno scambio intenso fra loro come Judith Butler e Slavoj Zizek, che ne danno due letture differenti. Butler, sul manifesto del 9 novembre, pur sottolineando l'enorme spostamento che l'elezione di Obama comporta, ha messo in guardia da un entusiasmo acritico, carico di aspettative messianiche e perciò soggetto a inevitabili delusioni, invitando la sinistra radicale americana (e non solo) a non abbassare la guardia di fronte agli appelli all'unità nazionale del nuovo presidente, a non sottovalutare gli elementi facistoidi sempre presenti nelle dinamiche di identificazione di massa con un leader, a non dismettere le armi della critica e del dissenso, a continuare la mobilitazione politica per vincolare Obama al rispetto delle sue promesse: l'entusiasmo, sostiene, è carico di elementi fantasmatici che possono facilmente ribaltarsi in disillusione. Viceversa Zizek, su Internazionale di questa settimana, prende l'entusiasmo come il segno di un eccesso, di un surplus simbolico, che fa dell'elezione di Obama qualcosa di più di una vittoria politica tradizionalmente intesa. Rileggendo il famoso scritto di Kant sulla rivoluzione francese, che proprio nell'entusiasmo degli spettatori vedeva il motore rivoluzionario di quell'evento al di là dei suoi successi o dei suoi fallimenti, Zizek legge nell'entusiasmo di noi spettatori del 4 novembre il segno dello spostamento simbolico già verificatosi: l'evento è già avvenuto, non consiste in un'investitura messianica su Obama ma nel fatto che la sua elezione dimostra che il cambiamento è possibile, che la storia non è fatta solo di ripetizione ma anche di imprevisto, che le parole di una campagna elettorale possono modificare il regime del dicibile e dell'indicibile e dunque allargare i confini della nostra libertà. Anche Zizek conclude che la vera battaglia comincia «ora che la vittoria è arrivata». La politica infatti è sempre nelle nostre mani, non in quelle di un leader. Certamente, come dice Butler, occorre tenere gli occhi aperti e le armi della critica in mano. Ma fidandoci di quell'entusiasmo che ha riaperto il presente al possibile e all'imprevisto

La politica dei trasporti e delle infrastrutture in Italia si è caratterizzata per essere slegata e dissociata da ogni politica di programmazione dell’uso del territorio e di espansione delle città ed aree metropolitane.

Certo non sono mancati i tentativi di riavvicinare le scelte in modo coerente sia nella programmazione locale che in quella nazionale, ma la logica della grandi opere, dei lavori pubblici, ha trovato sempre il modo di evadere integrazione e coordinamento.

Basti pensare al Piano Generale dei trasporti del 1987 che istituì, il CIPET (Comitato interministeriale programmazione e trasporti) che avrebbe dovuto coordinare tutta la spesa, che non riuscì mai ad interferire nelle scelte del Piano generale di grande viabilità e che nel 1993 venne soppresso come ente inutile.

C’è stata la stagione felice dei Piani Urbani del Traffico, che a meta degli anni ’90, ispirò tutte le principali città nell’adottare provvedimenti di regolazione del traffico privato, di rilancio del trasporto collettivo, di innovazione tecnologica e di servizio. Con il limite che si trattava di interventi comunali (e non di area vasta) e che non interveniva sugli investimenti: avrebbero dovuto essere i Piani Urbani della Mobilità ( indicati dalla legge 340/2000) a fare questo passo in avanti, ma ad oggi manca il regolamento di attuazione e non si integra pianificazione e spesa per gli investimenti nei trasporti ( né urbana né extraurbana).

Diversi comuni hanno adottato comunque i PUM, alcuni anche molto innovativi ma l’impossibilità di coordinare la spesa per gli investimenti e la difficoltà di” rincorrere” i PGR ed i Piani Territoriali vigenti, o le opere della legge Obiettivo ed i Piani di settore, lo rendono ad oggi purtroppo un strumento poco incisivo. Mentre dovrebbe diventarlo.

Anche dall’Unione Europea sono venute idee innovative come disaccoppiare crescita e mobilità, la direttiva eurovignette sulla tassazione del traffico pesante su strada, la valutazione delle esternalità negative nei trasporti, il libro bianco sulla mobilità urbana.

Strategie rilevanti ma spesso non ancora normative stringenti ed in diversi casi ancora in corso di elaborazione.[1] Ma allo stesso tempo non è mancata anche in Europa la centralità per le reti infrastrutturali con il grande ed esteso Piano di reti TEN, con le proprie risorse e anch’esso separato dagli altri interventi, proprio come accade in Italia.

Grandi opere “indifferenti” al territorio.

Anche il Piano Generale dei Trasporti e della Logistica del 2001 venne rapidamente messo in un cassetto dal nuovo governo Berlusconi che puntò sulla Legge Obiettivo e la lunga lista di grandi opere infrastrutturali da realizzare.

La legge obiettivo ha indotto anche un salto di “qualità” nel programmare infrastrutture “indifferenti” al territorio perché ha invertito ogni logica decisionale: non più integrazione, non più infrastrutture che connettono, ma è la decisione sulla localizzazione della grande opera che costituisce “variante” al Piano Regolatore vigente. Come dire che è il territorio che si deve adattare all’infrastruttura.

Un metodo di lavoro che infatti non funziona perché quando dai grandi proclami si scende ai progetti reali i conti non tornano: il territorio è cambiato, è molto più denso, pieno di esigenze e problemi, le città escluse da ogni decisione vogliono comunque e giustamente dire la loro, ed anche i conti economici non tornano più. ( basti pensare alla Brebemi)

Ma i progetti infrastrutturali da realizzare con le procedure accelerate della Legge Obiettivo come la autostrade sono gli stessi di 20 anni fa, sono vecchi, non tengono conto di questi cambiamenti, non contengono innovazioni né di progetto ne di servizio all’utenza. Una legge vigente di semplificazione che il governo e la maggioranza dell’Unione non ha voluto modificare, grazie anche alla netta opposizione dell’exministro Di Pietro.

E neanche le procedure semplificate di Valutazione di Impatto Ambientale hanno potuto migliorare più di tanto progetti obsoleti, mentre la Valutazione Ambientale Strategica su Piani e Programmi ( ed il tardivo recepimento italiano) è arrivata dopo, quando le liste erano ormai fatte e di Piani non si parla nemmeno più.

Un’altra distorsione: nuovi insediamenti per pagare le autostrade

Un altro passo in avanti nel predominio dell’infrastruttura sul territorio è costituita dalla nuova Legge n. 15 del 2008 della regione Lombardia[2], per le infrastrutture. All’articolo 10 si prevede che al concessionario di infrastrutture possano essere affidati anche interventi insediativi e territoriali nella fascia connessa con il tracciato dell’opera, al solo scopo di consentire al concessionario di ripagarsi l’opera che non regge con i soli ricavi da pedaggio.

Quindi avremo insediamenti mai pianificati con il solo scopo di fare “cassa” magari per realizzare infrastrutture sbagliate ed obsolete, che in genere vengono giustificate con il refrain “si ripagano da sole” e neanche questo è dunque vero. Potrebbe sembrare in fondo una opportuna integrazione tra insediamenti ed infrastrutture ma il fatto che l’insediamento serva a ripagare l’opera deforma il processo di pianificazione: diventerà una grande corsa a costruire capannoni e centri commerciali, invece di parlare il linguaggio del recupero, del riuso, della demolizione e ricostruzione, del risparmio di suolo.

Senza dimenticare che questo processo di cementificazione è calibrato per nuovo autostrade, invece di addensare insediamenti nei luoghi di accesso delle reti ferroviarie.

Del resto non avevamo mai dubitato che erano le concessionarie autostradali a decidere anche le scelte infrastrutturali e territoriali del nostro Paese[3], con la loro capacità di incassare risorse e condizionare le scelte politiche ad ogni livello, e questa legge della regione Lombardia lo rende ancora più esplicito.

Come è nuovamente accaduto con l’emendamento approvato da Governo e maggioranza nel Decreto Legge 101/2008, che da il via libera “per legge” a tutti le nuove convenzioni con le principali concessionarie autostradali, senza valutazione di Cipe, Nars e Parlamento. Arrivando a riconoscere alla Società Autostrade per l’Italia, aumenti tariffari annuali sicuri almeno del 70% da qui al 2038: una autentica e sicura scala mobile, che mi pare venga tranquillamente negata ai lavoratori.

Crescono le percorrenze e cambia la domanda di trasporto

La definizione di progetti infrastrutturali vecchi ed obsoleti deriva anche dal confronto con i cambiamenti intervenuti nella domanda di mobilità negli ultimi 30 anni. Domanda che è cresciuta costantemente con il cambiare dei comportamenti e del lavoro, determinata dall’espansione urbana fuori dalle grandi città, alimentata dalla rigidità della casa in proprietà e dall’assenza di un mercato accessibile dell’affitto. Lo stesso uso delle autostrade esistenti nate per la grande distanzia si è modificato, servendo un traffico sempre più locale e breve di pendolarismo quotidiano.

Un analogo ragionamento è possibile fare per il trasporto delle merci, con l’espansione della fabbrica diffusa e decentrata, con la chiusura o trasformazione dei grandi poli industriali, con la realizzazione di centri commerciali e di sistemi di distribuzione sempre più intensi e basati sul “just in time”, dove ormai le nostre strade ed autostrade sono il vero magazzino delle imprese di produzione, distribuzione e commercializzazione.

Sono gli stessi numeri che lo dimostrano, come il prezioso studio curato dall’ing. Andrea Debernardi per il WWF “Metropoli tranquille”[4] che analizza le modifiche strutturali della domanda di trasporto nel Nord Italia e fornisce risposte innovative ai problemi che vengono posti. Lo studio documenta l’incremento delle percorrenze nell’Italia settentrionale passate dai circa 8.500 km del 1980 agli oltre 16.000 km del 2000 (pg. 68).Di questi km che ogni anno in media ogni cittadino percorre ben 14.000 sono in automobile (pag.85) e sono cresciuti non tanto il numero degli spostamenti quanto piuttosto la percorrenza media di ogni percorso.

Analogo ragionamento vale per il trasporto delle merci. Negli ultimi vent’anni l’aumento delle percorrenze espressa come tkm trasportate ogni anno per ciascun residente dell’Italia settentrionali, è costantemente cresciuta, passando dalle circa 4.500 tkm/ab/anno del 1980, alle quasi 8.000 tkm/ab/anno del 2000.

Da sottolineare che nello stesso periodo la quantità di merce trasportata è cresciuta del 20%, mentre l’incremento delle percorrenze è cresciuto più del triplo.

Quindi l’incremento delle percorrenze passeggeri in vent’anni è stato praticamente del 100% mentre quello delle merci di oltre il 70% in più mentre il valore aggiunto determinato dal Pil è stato nello stesso periodo del 40% nel Nord Italia. E questi numeri continuano a crescere, dal 2000 ad oggi, come dimostrano le indagini sui flussi autostradali, il Conto nazionale dei trasporti e le ricerche sull’incremento del pendolarismo (Censis).

Se ne conclude che c’è un incremento costante dell’intensità di trasporto che supera largamente quello del valore aggiunto, che richiede sempre più chilometri, sempre più energia, sempre più costi ambientali e territoriali, per produrre, lavorare e vivere.

Inoltre l’aumento delle percorrenze cresce (in genere tre-quattro volte) di più del numero degli spostamenti sia per la domanda di mobilità dei passeggeri che delle merci. Questo è sicuramente il risultato delle trasformazioni urbane e produttive, dell’espansione urbana e dell’edilizia a bassa densità, delle innovazioni logistiche ed il frazionamento delle fasi di fabbricazione dei beni di consumo, è l’effetto dello “sprawl” urbano e della città dispersa, dello “stravaccamento” di edilizia e capannoni, che oltre ad aumentare a dismisura il consumo di suolo, aumenta e fa crescere la domanda di mobilità.

Il pendolarismo cresce sulle autostrade, anche per la scarsità di trasporto sulle reti ferroviarie.

Questa domanda di mobilità crescente e locale ha modificato anche l’uso delle autostrade, come dimostrano gli stessi dati della società Autostrade per l’Italia[5].

Lo studio riferito all’anno 2007 documenta che sulla rete autostradale il percorso medio è stato di 75 km per i veicoli leggeri (le automobili) e di 99,7 km per quello pesante (le merci).

Ma queste sono le medie ed andando ad analizzare in profondità le percorrenze emerge che il 60,3 degli spostamenti leggeri ed il 48,1% di quelli pesanti avvengono su tragitti inferiori ai 50 km. Inoltre tra le due componenti, rispettivamente, oltre 1/3 dei veicoli leggeri e circa 1/4 di quelli pesanti non superano i 25 km. Ed a conferma di questo si indicano gli spostamenti oltre i 300 km rappresentano meno del 4% dei transiti leggeri e poco più del 6% di quelli pesanti.

Nello studio inoltre si afferma che le brevi distanze dei veicoli leggeri avvengono soprattutto intorno alle aree urbane, che insieme alla costanza del fenomeno, confermano il carattere di pendolarità nell’uso delle autostrade.

Una indagine mirata sui Pendolari d’Italia[6] elaborata dal Censis, documenta l’esplosione del fenomeno pendolarismo negli ultimi anni, legata sospratutto ai “processi di diffusione abitativa che hanno cambiato profondamente le concentrazioni in molte aree del Paese”. Sono circa 13 milioni i pendolari in Italia e nel periodo dal 2001 al 2007 sono cresciuti del 35,8% ( si tratta di quasi 3,5 milioni di persone in più in soli sette anni. I pendolari sono soprattutto impiegati ed insegnanti (43%), studenti (23%) ed operai (17,5%).

Nel commuting quotidiano predomina l’auto privata, usata dal 72,2% dei pendolari, autobus e corriere si attestano al 13,4% mentre il treno assorbe appena il 7,6%. Complessivamente dal 1991 al 2001 emerge un calo della quota di mercato assorbita dai mezzi pubblici (-2,3% del treno e -3,2% dell’autobus) mentre aumenta la quota che utilizza l’automobile ( +8,6%).

Altro dato significativo che emerge dallo studio sui pendolari è la risposta relativa all’offerta di trasporti ferroviari: ben il 46% degli intervistati non usa il treno perché “ non ci sono treni per gli spostamenti che devo effettuare”, un altro 20,8% perché “la stazione è troppo distante da casa mia”,il 13,3% perché deve fare troppi trasbordi, il 13,8% perché i “collegamenti sono saltuari e non coincidono con i miei orari.

Il 6,2% afferma di dover fare altri spostamenti nel corso della giornata e solo il 5,1% afferma di non usare il treno perché gli piace guidare la propria auto!

Se ne deduce che è l’offerta di trasporto ferroviari e collettivi che è carente ed inadeguata ad una domanda di tipo metropolitano e diffusa sul territorio[7], nonostante che sia un segmento di trasporto in crescita. Lo stesso studio Censis sottolinea la distanza tra la dotazione di linee ferroviarie suburbane delle principali conurbazioni europee rispetto all’Italia: oltre 3000 km di rete a Berlino, 1.500 km a Francoforte, 1.400 km a Parigi, a fronte dei 188 km di Roma, dei 180 km di Milano, i 117 di Torino, i 67 km di Napoli.

Proprio in questi giorni Londra[8] ha approvato il nuovo “business plan” 2008/2018 di Transport for London, con massicci investimenti per potenziare il trasporto pubblico (ed in particolare il trasporto su ferro), che dovrà aumentare del 30% i passeggeri trasportati.

In Italia c’è molto da fare, per usare meglio le reti che abbiamo, per aprire la rete con nuove stazioni e fermate, per integrare le diverse modalità di trasporto (orari, tariffe, parcheggi), per realizzare nuove reti verso poli da servire (purtroppo in genere a bassa densità!), comprando 1000 treni per i pendolari da usare anche sulle linee liberate dalla nuova rete ad Alta Velocità.

Invece si punta su grandi autostrade: il caso Lombardia

Ma le politiche dei trasporti e delle infrastrutture in atto in Italia volute dal centrodestra, e sostanzialmente condivise dal centrosinistra, puntano a realizzare una lunga lista di nuove autostrade e qualche pezzo di Alta velocità. Scarse risorse per i nodi ferroviari, niente finanziamenti per i treni pendolari e per il trasporto urbano e metropolitano. (vedi Legge Finanziaria 2009).

Il tutto senza una pianificazione di trasporti, senza la Valutazione Ambientale Strategica e nemmeno con una adeguata analisi costi-benefici, come ha scritto Maria Rosa Vittadini[9].

Sono i soliti progetti obsoleti per nuove grande autostrade di transito, spesso nate negli anni ‘60 per “accorciare” l’Italia, a sistema chiuso con caselli, complanari, bretelle e raccordi, con il rifacimento della viabilità locale, per cercare di inserire in un territorio ad altà densità insediativa, cresciuto in modo disordinato, senza gerarchie e poli riconoscibili, le grandi opere.

Un caso emblematico è la regione Lombardia, dove sono previsti tra progetti nazionali e concessioni regionali ben 8 interventi per nuove infrastrutture autostradali per un totale di 635,8 km. ( solo in un caso si tratta di una superstrada)

Stiamo parlando della Brebemi (62 km), della TEM con raccordo connesso e nuove varianti (74,8 km), dell’Autostrada della Valtrompia (35 km), della Mantova- Cremona ( km 70), del Tibre Parma-Verona ( 85 km), del potenziamento della SS.38 e collegamenti ( 85 km), della Pedemontana Lombarda (157 km), della Broni-Mortara (67 km).

A fronte di questo potenziamento autostradale è in campo il progetto di Alta Velocità Treviglio-Brescia-Verona, la risistemazione della gronda ferroviaria nord Novara-Brescia, il sistema di raccordo ed accesso con il sistema del Gottardo e del Loetschberg.

Quindi non si sceglie il riequilibrio modale e si punta a realizzare maggiori e nuove infrastrutture a sostegno del traffico motorizzato.

Resta il punto critico dei finanziamenti, praticamente inesistenti per gli investimenti ferroviari, decisamente più robusti quelli autostradali, anche se insufficienti a realizzare tutte le opere, che però potranno beneficiare di tariffe con cui ripagare in parte l’investimento ( solo in parte!) e della sussistenza di concessionarie autostradali già ammortizzate e quindi in grado di spendere. Solo tre opere andranno infatti a gara.

Ma ammesso che vi siano ( prima o poi) le risorse per realizzare tutti gli investimenti autostradali promessi facciamo qualche rapido calcolo di quanto consumo di suolo questo determini. Calcolando un fascio infrastrutturale di 30 metri (prudente) moltiplicato per 635,8 km di nuova rete, si ottengono 19.074.000 mq di costruito.

Se aggiungiamo che per ogni km di nuova rete si debbono ristrutturare 400 mt di viabilità locale, ci sono caselli e raccordi da costruire, si può prudentemente stimare un incremento del 40% di suolo da utilizzare.

Il totale diventa dunque di 26.703.600 mq di territorio da consumare, pari quindi a 2.670,3 ettari di suolo agricolo da occupare solo per le nuove autostrade che si vogliono costruire in Lombardia.

Ma a questi dati andrebbero aggiunti gli spazi interclusi, il degrado al contorno del territorio agricolo, l’induzione di nuove aree insediative, commerciali, industriali, logistiche, a ridosso dei caselli e lungo le autostrade ( anche come prevede la nuova Legge 15 della regione Lombardia) che diventano rapidamente accessibili e cementificabili.

Questo è dunque il modello che attende la regione Lombardia ed in genere l’Italia: non solo dobbiamo quindi censurare l’esasperato consumo di suolo già avvenuto in questo ultimo decennio ma intervenire per evitare l’aggravarsi della cementificazione.

Peraltro considerando anche il parametro emissioni di CO2, che vede in Italia ben il 26% delle emissioni derivare dai trasporti (nel 1990 erano il 21%), realizzare oltre 600 km di nuove autostrade solo in Lombardia ( e tante altre sono previste nel resto d’Italia) aiuterà la crescita delle emissioni e non la sua riduzione come ci siamo impegnati a fare con il protocollo di Kyoto.

Le alternative praticabili per risparmiare suolo e traffico motorizzato

Dalle analisi e dalle considerazioni che sono state svolte è possibile dedurre quali siano le alternative praticabili proposte dagli ambientalisti per risparmiare suolo e traffico motorizzato.

a) Adeguare gli strumenti di pianificazione con una riforma della Legge Urbanistica che integri l’uso sostenibile del territorio con le reti infrastrutturali urbane, di connessione con l’area vasta e di collegamento con le altre città e capoluoghi.

b) Regolamentare i Piani Urbani della Mobilità, integrandoli in modo coerente con la pianificazioni urbanistica e territoriale, capaci di diventare strumenti stringenti per decidere la spesa per investimenti nelle reti e nei servizi di trasporto di area vasta.

c) Applicare la Valutazione Ambientale Strategica ai piani esistenti ed a scala adeguata, per verificare la coerenza e la sostenibilità dei diversi piani infrastrutturali stradali, autostradali e ferroviari, aeroportuali, logistici e dei PUM elaborati dalle diverse conurbazioni di area vasta.

d) Sostenere gli investimenti per le reti tranviarie e l’uso metropolitano delle ferrovie; incrementare le risorse per gli investimenti ferroviaripuntando ad un maggiore uso metropolitano e regionale, adeguando la rete alle trasformazioni territoriali, con l’apertura di nuove fermate e stazioni, con servizi cadenzati. Fondamentale per aumentare l’offerta ai pendolari l’acquisto di mille treni per i pendolari ( da usare anche sulle linee esistenti liberate dai servizi ad Alta velocità che utilizzeranno le nuove linee).

e) Migliorare la rete stradale con l’adeguamento ed il potenziamento delle infrastrutture e quindi rinunciare o riconvertire gli obsoleti progetti autostradali.[10] Nuove reti intelligenti da progettare con criteri innovativi, utilizzando sedimi esistenti, segni persistenti e puntando al risparmio di suolo, con sistemi di esazioni aperti (niente caselli e complanari), capaci di integrazione (e non concorrenza) con le reti ferroviarie[11] e con i nodi di scambio ed accesso di area metropolitana.

f)Innovazione di servizio nell’offerta di mobilità ai cittadini. Tra l’auto privata e le reti di trasporto collettivo, c’è uno spazio intermedio di offerta di servizi di mobilità da pensare ed attuare. Qualcosa è stato fatto con il mobility manager, il carsharing, il bike sharing, i servizi a chiamata, ma è decisamente troppo poco e questi progetti devono avere nuovo impulso. Bisogna studiare una offerta mirata per la mobilità nel tempo libero, gli spostamenti degli scolari, servizi integrati con il treno ( taxi prenotato, consegna valigie, biglietti unici), si pongono nuove richieste per la mobilità degli anziani da soddisfare.

g) Finanziare ed incentivare la ricerca nel campo dei trasporti. Logistica, intermodalità, innovazione tecnologica, telematica applicata al traffico, riorganizzazione dei sistemi di produzione e distribuzione delle merci per risparmiare traffico, carburanti, veicoli puliti, veicoli innovativi nel campo dei trasporti collettivi, sono soltanto alcuni dei principali segmenti che hanno bisogno di ricerche e progetti mirati, capaci di fornire risposte intelligenti per il nostro futuro.

h) Risparmiare traffico deve diventare un obiettivo strategico degli ambientalisti, puntando ad eliminare inutili chilometri percorsi ogni giorno da merci e cittadini. In questo senso per esempio vanno tutte le esperienze in corso nonché le proposte di legge per il “Kilometro zero”, per incentivare la produzione, commercializzazione e consumo di prodotto alimentari locali freschi a livello locale. In questo modo si punta a produzioni di qualità e stagionali, si accorcia la filiera agroalimentare (con benefici anche economici per agricoltori e consumatori), e si risparmia traffico motorizzato[12] e chilometri percorsi dalle derrate alimentari, con generali benefici di risparmio energetico, di congestione, rumore, emissioni di inquinamenti e C02.

Intervento al convegno su Consumo di suolo e cementificazione del territorio: le proposte degli ambientalisti. Organizzato dal Gruppo Verde al Parlamento Europeo ed Ecologisti Democratici - Brescia, 14 novembre 2008

[1]Basti pensare al pacchetto di provvedimenti “Rendere i trasporti più ecologici” presentato l’8 luglio 2008 dal Commissario ai Trasporti Antonio Taiani e destinato ad essere discusso ed eventualmente adottato nei prossimi anni.

[2]Regione Lombardia. Legge n.15 del 26 maggio 2008. Infrastrutture di interesse concorrente statale e regionale. Pubblicata sul BURL del 30 maggio 2008 n. 22

[3] Giorgio Ragazzi. I Signori delle autostrade. Edizioni Il Mulino, 2008

[4]WWF Italia. Metropoli tranquille, una politica dei trasporti ragionevole per il Nord Italia. A cura dell’ing. Andrea Debernardi. Edizione febbraio 2006.

[5]Le percorrenze sulla rete Autostrade per l’Italia. Studio che analizza i comportamenti di viaggio in autostrada, anno 2007. A cura di Autostrade per l’Italia. (maggio 2008)

[6]Censis-Ministero dei Trasporti. Pendolari d’Italia. Scenari e strategie. Edizioni Franco Angeli, 2008

[7] W. Tocci, I.Insolera, D.Morandi. Avanti c’è posto. Storie e progetti del trasporto pubblico a Roma. Donzelli Editore 2008. Un libro da non perdere che mette insieme questione urbanistica, reti tramviare per il trasporto collettivo e riqualificazione urbana.

[8] vedi articolo “Mayor outlines 10-year plan for massive transport expansion”( 6 novembre) sul sito www.tfl.gov.uk

[9] Maria Rosa Vittadini. Decisioni senza Piano: male oscuro dei trasporti Italiani. Intervento pubblicato sul sito eddyburg.it

[10] Anna Donati. Cantieri utili. I si dei verdi per la mobilità sostenibile. Utensili-Quaderni programmatici della Federazione dei Verdi, 2007.

[11] A titolo di esempio vorrei citare il caso della alternativa alla Brebemi, progettata dall’ing. Debernardi; al progetto di superstrada Pedemontana Veneta, reimpostato dalla prof.ssa Vittadini; alla riprogettazione in corso della strada Statale Pontina (in alternativa all’Autostrada) da parte della regione Lazio ed elaborata dall’ arch. Aldo Ciocia.

[12]Food Miles è una espressione usata nei paesi anglosassoni per calcolare l’impatto ambientale del cibo che mangiamo ogni giorno, basato sul chilometraggio dei prodotti - ovvero i chilometri percorsi dal prodotto per arrivare sui nostri piatti. Su www.organiclinker.com un portale britannico, esiste un comodo calcolatore grazie al quale è possibile sapere quanta anidride carbonica è stata generata dai prodotti per arrivare in Gran Bretagna. Ad esempio, un prodotto proveniente dal Brasile percorre oltre 5400 miglia per raggiungere Londra e produce circa 1585 chili di CO2 se, per ipotesi, viaggia in aereo.

L’articolo 11 della legge 133/2008 esordisce stabilendo che “ al fine di garantire su tutto il territorio nazionale i livelli minimi essenziali di fabbisogno abitativo per il pieno sviluppo della persona umana “ approva con successivo Decreto un piano nazionale di edilizia abitativa.

Il Piano è rivolto all’incremento del patrimonio immobiliare ad uso abitativo;

ha ad oggetto la costruzione di nuove abitazioni e la realizzazione di misure di recupero del patrimonio abitativo esistente;

deve tener conto dell’effettivo bisogno abitativo presente nelle diverse realtà territoriali;

il Piano si attua attraverso cinque tipologie di intervento:

·costituzione di fondi immobiliari;

·incremento del patrimonio abitativo di edilizia;

·promozione da parte di privati di interventi di cui al decreto legislativo163/2006;

·agevolazioni, anche amministrative, in favore di cooperative edilizie;

·realizzazione di programmi integrati di promozione di edilizia residenziale anche sociale.

La legge e la bozza del Decreto nulla dicono come viene garantito il livello minimo essenziale di fabbisogno abitativo per il pieno sviluppo della persona umana. A proposito la persona può non essere umana?

Forse ci può venire in aiuto il Decreto Interministeriale del 22 aprile 2008 “ Definizione di alloggio sociale ai fini dell’esenzione dall’obbligo di notifica degli aiuti di stato” cosi come riportato all’articolo 2 , settino comma “L’alloggio sociale deve essere adeguato, salubre, sicuro e costruito o recuperato nel rispetto delle caratteristiche tecnico-costruttive indicate agli articoli 16 e 43 della legge 457/78. Nel caso di servizio di edilizia sociale in locazione si considera adeguato un alloggio con un numero di vani abitabili tendenzialmente non inferiore ai componenti il nucleo familiare e comunque non superiore a cinque oltre ai vani accessori quali bagno e cucina. L’alloggio sociale deve essere costruito secondo principi di sostenibilità ambientale e di risparmio energetico, utilizzando, ove possibile, fonti energetiche alternative.”

Al comma 4 dell’articolo 11 della legge 133/2008 viene stabilito che il Ministero delle Infrastrutture promuove la stipulazione di accordi di programma al fine di concentrare gli interventi sulla effettiva richiesta abitativa dei singoli contesti attraverso la realizzazione di programmi integrati di promozione di edilizia residenziale e di riqualificazione urbana.

I programmi integrati sono attuati anche ai sensi del decreto legislativo 163/2006 mediante …… i cinque punti riportati sulla legge.

Il comma 6 prevede che i programmi integrati siano finalizzati “a migliorare e a diversificare, anche tramite interventi di sostituzione edilizia, l’abitabilità, in particolare, nelle zone caratterizzare da un diffuso degrado delle costruzioni e dell’ambiente urbano.”

I programmi integrati debbono prevedere appositi cronoprogrammi ……( comma 8);

Il comma 9 recita “. L'attuazione del piano nazionale può essere realizzata, in alternativa alle previsioni di cui al comma 4, con le modalità approvative di cui alla parte II, titolo III, capo IV, del citato codice di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163.

Chi decide l’alternativa? Anche il Decreto non ci aiuta a capire questo aspetto.

Il comma 10 prevede che una quota del patrimonio immobiliare del demanio può essere destinata alla realizzazione degli interventi previsti dall’11 della legge.

Nel Decreto attuativo non c’è traccia di questa tipologia di interventi e con quali finanziamenti??

Il comma 11 prevede che per una migliore realizzazione dei programmi i Comuni e le Province possano associarsi ai sensi del decreto legislativo 267/2000. Ma per fare cosa???

Quanto sopra è previsto nell’articolo 11 della legge 133 ma vediamo come si innesta la bozza del Decreto del Presidente del consiglio dei Ministri.

L’articolo 1 del Decreto prevede le linee di intervento del piano casa così come previsto dal comma 3 della legge 133.

Ma vediamo in dettaglio:

al punto a)del comma 3 della legge 133 si prevede la costituzione di fondi immobiliari destinati alla valorizzazione e all’incremento dell’offerta abitativa;

il punto a) dell’articolo 1 del decreto prevede un sistema integrato di fondi immobiliari per l’acquisizione e la realizzazione etcc.

Il termine valorizzazioneriportato sulla legge è stato sostituito con acquisizione.

La dotazione finanziaria del Piano casa sulla legge non viene esplicitata, c’è solo un rinvio a tutta una serie di leggi riportate al comma 12.

Nel Decreto compare finalmente un importo di 150 milioni di euro per la costituzione di un sistema integrato di fondi immobiliari ma solo per gli anni successivi al primo e poi parla delle residue risorse.

Il primo comma dell’articolo 2 parla genericamente della dotazione finanziaria del Fondo senza specificare ripartizioni tra i diversi tipi di interventi possibili.

Ci viene in soccorso l’articolo 3 del Decreto dove viene ribadito che 150 milioni di euro sono finalizzati al finanziamento “della costituzione di un sistema integrato di fondi immobiliari” e per la restante parte, ancora incognita, alle altre tipologie di interventi tra cui i programmi integrati di edilizia residenziale anche sociale. Sottolineo la parola anche e sottolineo la novità del decreto rispetto alla legge: i fondi per i programmi integrati sono ripartiti su base regionale.

Sono, quindi, gli unici finanziamenti ripartiti preventivamente alle singole regioni. Ma le Regioni non decidono niente!!!!

Nel decreto viene ribadito che i programmi integrati sono approvati con appositi accordi di programma. Ma mi sembra di interpretare ai sensi dell’articolo 4 del Decreto che il Ministero delle infrastrutture, che è il promotore degli accordi di programma, individua, anche le localizzazioni di tali strumenti in base alla effettiva richiesta abitativa nei singoli contesti, rapportati alla dimensione fisica e demografica del territorio di riferimento.

Mi chiedo: come fa il Ministero a valutare l’effettiva richiesta abitativa, quali sono i parametri???? E poi sarà il Ministero ad individuare gli ambiti e/o Comuni nei quali presentare programmi integrati???

Le altre tipologie di intervento chi le presenta e a chi, chi sceglie, etc????

Nulla viene specificato

Molto è lacunoso ma vediamo le certezze-.

Il Decreto all’articolo 7 definisce i criteri di selezione delle proposte, tutte tranne il sistema integrato di fondi immobiliari, e richiede che le proposte debbano pervenire entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto con le modalità dell’articolo 8.

In forza di tale articolo ( il numero 8 ) il Ministro delle infrastrutture nomina delle commissioni selezionatrici delle proposte i cui membri sono formati da rappresentanti designati dal Ministero, dalle Regioni e dall’ANCI.

Bene. Le domande per le varie tipologie di intervento chi le presenta e dove?

Mi sembra di capire che le domande vadano presentate al Ministero e di conseguenza le Regioni, a cui compete per norma costituzionale la materia dell’edilizia residenziale, sono le grandi escluse.

Inoltre le domande vanno presentate secondo criteri di selezione riportati all’articolo 7 del Decreto e quindi stabiliti dal Ministero.

I parametri dell’articolo 7 come si correlano tra di loro? Quale parametro è più importante o pesa più di un altro? Come viene valutata la dimensione demografica dei Comuni? Si mette a raffronto Roma con 2,7 milioni di abitanti con Firenze con 365.000, Bologna con 954.000, Venezia con 298.000, Torino con 900.000, Milano con 1.300.000, Napoli con 957.000, Palermo con 666.000 o Perugia con 162.000.

Dove sono stabiliti i parametri di salubrità, vivibilità e sicurezza dell’alloggio??( vedi nota a parte )

Sono parametri stabiliti dalle Commissioni e quindi a posteriori??

Presentare una proposta è un salto nel buio.!!!

E arriviamo all’articolo 10 del Decreto che disciplina il Sistema Integrato di Fondi Immobiliari.

In questo caso il Decreto fissa molti paletti alla istituzione del Fondo:

Il ministero delle Infrastrutture promuove il Fondo immobiliare nazionale a cui possono intervenire investitori istituzionali di lungo termine.

Il Fondo è dedicato allo sviluppo di una rete di fondi immobiliari e di investimento che contribuiscono a rispondere al bisogno abitativo attraverso iniziative locali promosse da soggetti pubblici e/o privati nell’ambito della definizione di alloggio sociale ai sensi del Decreto Interministeriale 22 aprile 2008. Sottolineo alloggio sociale perché dopo ci ritornerò.

Un gruppo di lavoro definirà il piano delle attività necessario all’avvio del Fondo, i requisiti delle Società di gestione e lo schema di regolamento di gestione del fondo stesso.

Di seguito all’articolo 10 vengono evidenziati i criteri di articolazione del fondo …..

Non risulta come e chi decide l’assegnazione dei finanziamenti a valere sui primi 150 milioni di euro.

Sarà il gruppo di lavoro nel suo regolamento di gestione che dirà qualche cosa in più??

O saranno domande presentate al Ministero, non so da quale soggetto giuridico, e poi vagliate dallo stesso Ministero secondo i criteri stabiliti al comma 4 dell’articolo 10??

Ritengo che tali criteri siano generici e che sicuramente per essere efficaci dovranno subire un ulteriore approfondimento da parte di …….. del gruppo di lavoro….. prima o dopo la presentazione delle domande???

Inoltre. al comma 7 sempre dell’articolo 10 viene riportato che “ nell’ambito del 10% del proprio ammontare complessivo, il Fondo nazionale potrà promuovere iniziative locali derogando etc….

Mi chiedo chi è il Fondo nazionale che deroga???

Al comma 9 dell’articolo 10 del Decreto viene previsto che il Ministero delle Infrastrutture può utilizzare le risorse disponibili anche per l’attivazione di strumenti finanziari innovativi.

Dunque è sempre il Ministero il primo attore e le Regioni??

Quali sono le risorse disponibili, chi le quantifica, chi le controlla, dove compaiono chi fa le domande con queste nuovi strumenti ? ( fondi di garanzia, forme di finanziamento il pool, piani di risparmio casa ).

Parametri di finanziamento art. 5 del Decreto.

Il contributo statale riguarda tutte le categorie di interventi individuati dal comma 3 dell’articolo 11 della legge con esclusione dei fondi immobiliari.

Il contributo concesso, come noto, non potrà essere superiore al 30% del costo di realizzazione, acquisizione o recupero degli alloggi, ed i beneficiari saranno quelli individuati al comma 2 dell’articolo 11 della legge.

Articolo 6 del Decreto.

Gli alloggi realizzati o recuperati ai sensi della legge 133 andranno locati per una durata non inferiore a 25 anni, quindi per tutti gli interventi anche per quelli realizzati con i Fondi Immobiliari.

Che cosa succede dopo i 25 anni?

Inoltre la durata di 25 anni scaturisce dall’articolo 2, comma 285, della legge 244/2007 e leggendo tale articolo viene il dubbio che gli alloggi realizzati ai sensi della legge 133 debbano essere localizzati esclusivamente nei Comuni ad alta tensione abitativa.

Di quanto sopra non c’è nessun riferimento nella legge.

Implicitamente il Decreto esclude da un ipotetico finanziamento tutti i Comuni che non siano classificati ad alta tensione abitativa.

Può un decreto attuativo fare una scelta del genere quando la legge non dice nulla su questo aspetto??

Il comma 8 dell’articolo 11 della legge 133 nelle ultime due righe stabilisce “. Le abitazioni realizzate o alienate nell'ambito delle procedure di cui al presente articolo possono essere oggetto di successiva alienazione decorsi dieci anni dall'acquisto originario.”

Di quanto sopra non c’è traccia nel Decreto.

Come si correlano i due fatti che:

tutti gli alloggi realizzati o recuperati ai sensi della legge 133 andranno locati per una durata non inferiore a 25 anni con l’alienazione decorsi 10 anni dall’acquisto originario???

Ritorniamo al Sistema Integrato di Fondi Immobiliari e precisamente all’articolo 10, 2° comma.

Il fondo di investimento nazionale è dedicato allo sviluppo di una rete di fondi immobiliari etcc …. Nell’ambito della definizione di alloggio sociale ai sensi del citato decreto interministeriale del 22 aprile 2008.

Al comma 2 dell’articolo 1 del citato Decreto si trova la definizione di alloggio sociale che così recita “ E’ definito alloggio sociale l’unità immobiliare adibita ad uso residenziale in locazione permanente che svolge la funzione di interesse generale, nella salvaguardia della coesione sociale, di ridurre il disagio abitativo di individui e nuclei familiari svantaggiati, che non sono in grado di accedere alla locazione di alloggi al libero mercato.”

L’alloggio sociale per sua definizione deve essere adibito a locazione permanente.

Mi chiedo, allora, tutti gli alloggi realizzati attraverso il Fondo di investimento nazionale sono il locazione permanente?

Ma l’articolo 6 della bozza di Decreto, come ho già fatto presente dice un’altra cosa e cioè che tutti gli alloggi realizzati o recuperati ai sensi della legge 133 andranno locati per una durata non inferiore a 25 anni; forse diventerà locazione permanente per gli alloggi realizzati con i Fondi di investimento.

Concludo ritornando a sottolineare le prime parole dell’articolo 11 della legge 133: Il cosiddetto Piano Casa deve garantire i livelli minimi essenziali di fabbisogno abitativo.

Credo che la regione Lazio come tutte le altre regione debba essere pronta a raccogliere questa sfida anticipando le mosse del Ministero.

A tale proposito alcune regioni si sono già mosse in questo senso, prima fra tutte la regione Veneto che, con una deliberazione consiliare del 6 novembre 2008, ha approvato il Piano triennale per l’edilizia residenziale pubblica che definisce fino al 2010 il fabbisogno abitativo.

Non mi risulta che la Regione Lazio stia facendo una cosa del genere per anticipare le scelte che sicuramente farà il Ministero per tutto quello che ho detto prima.

Inoltre il Decreto troverà uno scoglio nel passaggio alla Conferenza tra Stato e Regioni per i motivi insiti nella legge e nel decreto che non sto a ripetere.

Inoltre come ulteriore informazione il Consiglio di Amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti il 24 settembre 2008 ha approvato la costituzione di una società di gestione del risparmio ( SGR) di fondi comuni di investimento immobiliari, attraverso la quale la Cassa potrà prendere parte ad iniziative nel settore dell’edilizia residenziale.

Massimo Rinversi

Nella primavera del 1862 si decise di trasferire in via definitiva la capitale d’Italia a Firenze. Ci arriverà nel 1864 con la convenzione approvata a settembre. Torino doveva dunque fare i conti con la perdita di rango, di ricchezza e di posti di lavoro.

In quella stessa primavera il sindaco Emanuele Luserna di Rorà, esponente di una famiglia aristocratica torinese appartenete alla destra storica, convoca il consiglio comunale per ragionare sul futuro della città. La commissione istituita approverà nel maggio un documento in cui si teorizzava l’apertura allo sviluppo industriale. Ai finanziamenti ci avrebbe pensato Quintino Sella, ministro delle finanze e anche consigliere comunale. Una delle quattro condizioni individuate per potere avviare tale sviluppo era quella di realizzare case popolari per le famiglie operaie. Nel 1887 venne approvato il primo piano regolatore moderno che ampliava la città oltre la cintura daziaria.

A Milano la impetuosa industrializzazione dell’ultimo scorcio dell’800 provoca, come noto, drammatici problemi sociali. Un anno dopo la strage del generale Beccaris, nel 1899 la giunta comunale del sindaco socialista Giuseppe Mussi programma e avvia la realizzazione di quattro quartieri di case popolari sfruttando la legge Luzzatti del 1903. I quartieri di Mac Mahon, Ripamonti, Spaventa, Tibaldi verranno realizzati dall’amministrazione liberale subentrata nel 1904 alla precedente. Altri due quartieri li realizzerà la Società umanitaria, Lombardia e Solari. Le realizzazioni seguono il piano regolatore del Beruto approvato nel 1885 (presiedeva la commissione urbanistica Giovanni Battista Pirelli).

E’ del tutto evidente che oggi siamo in altro orizzonte storico e culturale, ma se ho richiamato questi due nobili esempi di programmazione è per il loro valore di metodo. Di fronte a fenomeni nuovi si programma lo sviluppo e si disegna la città. E’ il pubblico che definisce i destini delle città.

Per giudicare la proposta di bando per la realizzazione di hausing sociale in zona agricola approvata dalla giunta Alemanno, è perciò indispensabile dare un breve giudizio sulle trasformazioni urbanistiche di Roma. E, sulla base di quanto sta avvenendo valutare se la proposta di bando sia più o meno coerente con la realtà.

Roma dopo gli anni del sacco urbanistico

Sono tre, in sintesi, i grandi fenomeni in atto nella città.

  1. Dal punto di vista programmatorio e giuridico Roma ha un piano regolatore approvato pochi mesi fa che presenta un inaudito dimensionamento specie se rapportato al fatto che la popolazione non cresce (crescono ma di pochissimo le famiglie) e tanto meno esiste una domanda di spazi per attività terziaria. Dei settanta milioni di metri cubi (in realtà sono circa 85 perché c’è da considerare la quota di contrattazione prevista ad esempio nei Print che sono ben 150 in tutta Roma) ne restano da realizzare soltanto 25/30 milioni. Pochi se li si giudica dal punto di vista della vicinanza della data di approvazione e qui entra in campo la necessità di abolire l’istituto dell’accordo di programma come strumento urbanistico. Molti se li si legge in relazione dell’esigenza di realizzazione case popolari: circa 9 milioni di metri cubi nella stima dell’amministrazione capitolina;
  2. Le dinamiche demografiche sono fortemente squilibrate. Centro storico e area interna all’anello ferroviario soffrono di uno spopolamento preoccupante dovuto all’incontrollata impennata dei valori immobiliari. In dieci anni sono andati via circa 200 mila abitanti. Nel centro storico abitano ormai meno di 100 mila abitanti. I quartieri storici del piano del 1931 hanno oggi una popolazione inferiore a quella che avevano nel 1951!. La zona intermedia fino al Gra è anch’essa sottoposta ad un evidente spopolamento neppure compensato dalle trasformazioni realizzate in questo periodo (nel complesso -71 mila abitanti in dieci anni). Cresce soltanto l’area fuori del raccordo anulare (+77 mila abitanti) e cresce –soprattutto- l’area metropolitana (circa 200 mila abitanti dal 1991 a oggi).

Area metropolitana che, è bene sottolinearlo, ha ormai valicato i confini provinciali investendo tutta la regione (Nepi-Monterosi in provincia di Viterbo; Passo Corese a Rieti; Segni a Frosinone; Aprilia- Cisterna a Latina). Questa dinamica è stata amplificata dalle politiche abitative del comune di Roma che ha acquistato alloggi per l’emergenza abitativa in ogni luogo della provincia e oltre come nel caso di Aprilia. Roma si è dunque frammentata invadendo un territorio incontrollato e incontrollabile dal punto di vista dell’offerta di trasporto pubblico: per riprendere il felice titolo del convegno odierno, non solo case senza abitanti, ma case sempre più lontane dai posti di lavoro;

  1. Questa devastante esplosione residenziale non deve essere sembrata sufficiente alla amministrazione uscente, se è vero che nel breve spazio di sette anni sono stati realizzati 28 giganteschi centri commerciali in prevalenza avulsi dal tessuto urbano, in grandi spazi aperti isolati dai quartieri residenziali che non solo stanno aggravando il sistema della mobilità, ma hanno ulteriormente aggravato l’esplosione fisica della città.

Con il nuovo Prg e con l’uso spregiudicato dell’accordo di programma sono stati consumati qualcosa come 15.000 ettari di suolo agricolo e portando l’area urbanizzata a circa la metà dell’estensione totale (129.000 ettari complessivi). Spero soltanto che si eviti almeno in questa sede di venirci a ripetere che con il nuovo piano sono stati tutelati “per sempre” 87.000 ettari di terreno. E’ un dato falso. Sono convinto che molti l’hanno ripetuto in buona fede, ma è un falso e bisogna abbandonarlo una volta per tutte. Il mio invito è abbastanza pressante, sui dati non abbiamo in questi anni di solitudine sbagliato una virgola. Del resto anche quando abbiamo denunciato il nuovo sacco di Roma non siamo stati presi sul serio. Pochi giorni fa è stata Repubblica ad accorgersi del misfatto e tra poco diventerà senso comune, una condanna senza appello di 15 anni di laissez faire.

Se questo è lo stato della città, mi sembra evidente che il giudizio sul bando comunale deve essere molto severo. C’è stato il sacco urbanistico di Roma e la città è esplosa e frammentata: se venisse attuata la proposta del sindaco Alemanno segnerebbe la fine delle già tenui possibilità di riscatto dell’immensa periferia e dell’intera città. Una responsabilità gravissima.

Quel che resta dell’agro romano va tutelato senza ulteriori indugi e bisogna impedire ogni ulteriore compromissione. Da questo punto di vista, deve essere giudicata con molto favore l’iniziativa promossa dal consigliere regionale Enrico Fontana, e sottoscritta già da molti suoi colleghi, che ha elaborato un proposta legislativa tesa a tutelare quel poco che resta di un bene della cultura universale. E poi il piano regolatore – proprio in virtù del suo gigantesco dimensionamento- consente senza troppi sforzi di dare soddisfazione all’emergenza abitativa. Ne parlerò tra poco. Vorrei prima ragionare con voi sull’altra grave conseguenza che la nuova proposta di ulteriore urbanizzazione comporta, e cioè quello della perpetuazione della rendita fondiaria.

L’anomalia italiana: il dominio incontrastato della rendita immobiliare parassitaria

Dico questo perché al di là delle appartenenze politiche e culturali, dobbiamo chiederci come mai a fronte della decisione di far costruire di 70/85 milioni di metri cubi di cemento -di cui metà residenziali- non ci sia stata la minima previsione di alloggi per famiglie disagiate. Come più in generale dobbiamo chiederci coma mai di fronte ad un boom edilizio su scala nazionale che ha qualche similitudine con il periodo del boom edilizio degli anni 60-70 (370.000 abitazioni realizzate nel 2007) non sia stata realizzata pressoché nessuna casa popolare.

E’ un problema enormemente più grave di quello –già gravissimo- della distruzione dell’agro romano: siamo l’unico paese in Europa. Portare avanti il bando per le aree non servirà soltanto a distruggere quanto (poco) resta dell’agra romano servirà per condannare ancora il nostro paese al peso della rendita proprio ora che si riapre un ragionamento serio sull’economia reale mondiale. Il problema è che non è più la mano pubblica a guidare la trasformazione della città. Sull’onda della grande rivoluzione neoliberista, in Italia anche le città sono diventate un fattore economico.

Eugenio Occorsio, giornalista del settimanale economico della Repubblica, aveva qualche tempo fa intervistato uno dei più importanti economisti di Wall street, Allen Sinai, già consulente di Bush senior e di Clinton. Afferma Sinai “Forse in Europa non ci si rende conto dell’importanza e della centralità del mercato immobiliare in America. Ad esso è legato tutto, a partire dai consumi che sono continuamente finanziati dai prestiti ulteriori che le banche erogano a fronte di rivalutazioni dell’appartamento, per cui serve che questo si rivaluti senza soste. E’ un meccanismo in virtù del quale si finanzia la maggior parte dei consumi americani che sono il motore dell’economia”.

Siamo diventati americani, unici in Europa, ma senza avere i sistemi di contrappesi istituzionali e di controllo che in quel paese esistono. Ed ecco allora il dilagare della rendita. Nel paragrafo “Come si formano le bolle immobiliari” Gianni Dragoni (Sole 24 0re) e Giorgio Meletti (La7) nel loro recente libro “La paga dei padroni” affermano: “ La tecnica dello scambio di immobili può facilitare la crescita del valore. Le società di calcio fanno la stessa cosa con i giocatori. Ho un portiere che vale un milione e lo cedo ad un’altra società per cinque. Allo stesso prezzo compro dalla stessa società un mediano che vale un milione di euro. Alla fine non è passato un euro, ma i due giocatori hanno quintuplicato il loro valore. Quel maggior valore viene scritto nel bilancio societario e serve per ottenere più credito dalle banche”.

In questo folle balletto non c’era evidentemente posto per le case popolari. Anche perché il prg di Roma voleva essere programmaticamente “il piano dell’offerta”. La domanda sociale non esisteva per definizione nell’urbanistica neoliberista. Ma i danni culturali non si fermano qui. C’è chi sostiene autorevolmente che l’economia di questi ultimi venti anni abbia rappresentato un concreto rischio per i diritti dei cittadini e per la stessa democrazia. Guido Rossi afferma così nell’introduzione al libro di Robert Reich “Supercapitalismo”: “Insomma, il libero mercato e la concorrenza spietata tra le imprese, e cioè il supercapitalismo, hanno minato, se non distrutto una parte assai importante della democrazia e dei diritti dei cittadini. La tecnologia, la globalizzazione, la deregolamentazione, hanno dato potere ai consumatori e agli investitori e i cittadini l’anno perduto”.

E mentre il mondo si interroga sul futuro dell’economia dopo la crisi che ha investito i mercati finanziari, nella commissione ambiente della Camera dei Deputati è iniziato l’iter della legge Lupi sul governo del territorio che dice sostanzialmente due cose: il futuro delle città deve essere deciso paritariamente dai proprietari dei terreni e le amministrazioni pubbliche e vengono aboliti i diritti, proprio come afferma Rossi, individuali sanciti dalla legge sugli standard urbanistici del 1968. Insomma, siamo l’anomalia d’Europa. Abbiamo la testa girata all’indietro pensando che un altro giro di rendita risolverà i problemi strutturali del paese.

Anche il bando del comune di Roma è all’interno di questa cultura: afferma infatti che le case potranno essere costruite oltre che in zona agricola anche nelle aree con destinazione a pubblici servizi: come dice Guido Rossi si comprimono i diritti collettivi e Roma anticipa addirittura la famigerata legge Lupi.

Utilizzare il piano esistente

Peraltro, e mi avvio alla conclusione, l’alternativa esiste senza grandi sforzi e in tempi strettissimi. Solo alcuni esempi con l’avvertenza che i provvedimenti che suggerirò non necessitano di variante urbanistica: se si volesse poi porre mano ad una urgente revisione normativa del piano i numeri sarebbero largamente superiori.

a) Per riprendere il ragionamento sulla coerenza tra i fenomeni urbani (lo spopolamento dell’area centrale) e le politiche di intervento, le caserme di Prati si prestano ad una straordinaria sperimentazione di un nuovo ruolo del pubblico. Case popolari invece che soldati, perché non tentare? Lo so che sarebbe un intervento costoso, ma sentite cosa affermava ieri Robert Solow, premio Nobel per l’economia, intervistato sulla Stampa dal bravissimo Maurizio Molinari: “Siamo all’inizio di una nuova fase economica nel segno del calo della produzione e dell’occupazione. Le aziende arrancano e gli investimenti privati pure. Tocca alla finanza pubblica svolgere il proprio ruolo, con sapienza e senza eccessi, per mettere in circolazione denaro sufficiente per sostenere i livelli di occupazione e portare alla ripresa dei consumi”. Analogo è il caso di altre caserme dismissibili o dello stesso ospedale San Giacomo che si voleva sacrificare sull’altare della redditività ad ogni costo. Con politiche mirate si possono ricavare oltre 2.000 alloggi;

b) le aree pubbliche previste all’interno delle centralità. Una precisa norma di piano afferma infatti che all’interno delle centralità urbane, le principali sono Romanina, Madonnetta e Massimina, ma c’è anche da ragionare sul caso Bufalotta, esiste una quota di superficie fondiaria e di cubatura pubblica. Si tratta di oltre 500.000 metri quadrati di Superficie utile lorda. Pur ipotizzando che metà di essa sia mantenuta a uso terziario possono essere realizzati 4.000 alloggi;

c) veloce attuazione dei 35 piani di zona approvati nel 2005 (delibera 53): si tratta di 7.500 alloggi;

d) riutizzazione delle numerose scuole pubbliche già dismesse (si pensi al caso della Magliana dove per “valorizzare” la scuola “8 Marzo” si vorrebbe addirittura costruire una funivia per scavalcare il Tevere: un folle frutto del tanto mitizzato “modello romano”) o dismissibili senza comprimere il diritto allo studio. Sono oltre 15 e potrebbero ospitare circa 1.000 alloggi;

e) riutilizzazione attraverso il cambio di destinazione d’uso di immobili pubblici non più utilizzati. Si tratta di numerose proprietà sparse nella città che possono diventare alloggi. (penso a Monte Sacro). La stima prudenziale riguarda altri 1.000 alloggi.

e) definitiva soluzione al fenomeno delle occupazioni in atto da tanto tempo che, anche attraverso le forme dell’autocostruzione, riguarda la sistemazione di almeno 500 famiglie.

E’ dunque chiaro che l’alternativa c’è senza attivare politiche che devasteranno ulteriormente l’agro romano. Vorrei concludere evidenziando ancora un volta i nostri ritardi sull’Europa. Si comincia ad esempio a ascoltare con troppa frequenza di un’ulteriore possibilità di intervento. Visto, si dice, che il commercio è in crisi, costruiamo alloggi pubblici sulle aree che hanno ancora quella destinazione. Altri ci aggiungono anche la mutazione delle destinazioni presenti all’interno degli articoli 11 che stentano a decollare.

Metto a confronto questa politica di generosa alimentazione della rendita parassitaria con quanto si sta facendo in Spagna, dove pure in questi anni si è costruito in maniera impressionante. Il governo spagnolo vista la crisi del settore intende responsabilmente acquistare attraverso un bando le aree edificabili che non hanno più mercato per costruirvi alloggi pubblici. In buona sostanza si vuole far diventare più ricca l’intera comunità e non i proprietari di suoli agricoli. Sempre in Europa, segnatamente in Germania e Gran Bretagna si consolidano politiche per il rigoroso contenimento del consumo del bene comune per eccellenza: lo spazio agricolo.

E proprio qui sta la grande distanza del dibattito italiano dall’Europa: siamo troppo pochi a parlare di beni e interessi comuni. Ma il cambiamento è nelle cose. Le sfide che abbiamo di fronte non permettono più il “lusso” della rendita parassitaria, tipica di un paese arretrato. Basta dunque con i giochi sulle aree agricole e si torno al governo pubblico della città gettando nel cestino la famigerata legge Lupi.

Il centro Studi ASSET, un’associazione di professionisti, studiosi, dirigenti pubblici e privati, sindacalisti e politici, ha chiamato gli amministratori di Roma e Lazio, urbanisti e imprenditori, dirigenti ed esperti di finanza, insieme ai sindacati e ai movimenti di lotta per la casa, per fare il punto sulla politica abitativa a fronte dell’emergenza dei senza tetto, degli sfrattati e di quanti perdono la casa per il costo insostenibile dei mutui.

I movimenti di lotta per la casa si scontrano da anni con il muro di gomma delle amministrazioni e delle forze politiche che hanno mostrato di essere più sensibili alle ragioni della rendita che a quelle del diritto all’abitare.

Il tema della politica abitativa emerge, di volta in volta, come questione di ordine pubblico, a fronte delle occupazioni di palazzi disabitati e di immobili inutilizzati, o come denuncia inascoltata quando le città grandi, e Roma per prima, approvano programmi e progetti per milioni di metri cubi senza prevedere la risposta alla drammatica mancanza di alloggi di edilizia sociale.

Il soddisfacimento del diritto alla casa, in quanto diritto primario, non può essere subordinato, come ormai appare naturale, alla realizzazione di rendite edilizie e finanziarie; deve essere un compito dello Stato.

Dal ’94, con la liquidazione della Gescal, che serviva a finanziare le case per i lavoratori, lo Stato non ha più stanziato fondi per l’Edilizia Residenziale Pubblica. Le case popolari, intanto diminuiscono, per la politica di dismissioni e di cartolarizzazioni, mentre la domanda aumenta, anche alimentata dai nuovi cittadini immigrati, dalla crescita delle famiglie monoparentali e degli studenti fuorisede.

Le Regioni ed i Comuni, al pari delle Stato, hanno guardato all’edilizia privata e alle opere pubbliche auspicando e illudendo che il mercato privato potesse risposte alla domanda di case per le fasce di reddito basso o, addirittura, senza reddito. L’esperienza dice che anche i programmi sostenuti da finanziamenti pubblici, destinati a realizzare alloggi a canone convenzionato, sono stati pochissimi, assolutamente insufficienti e, in ogni caso, accessibili a fasce di cittadini a reddito medio-alto. Le “case popolari” non ci sono mentre aumentano gli sfratti, si innalzano i canoni a livelli speculativi, i patrimoni dei Comuni vengono ceduti a prezzi stracciati con la motivazione ipocrita di fare cassa per finanziare l’edilizia sociale; e le cartolarizzazioni del patrimonio degli Enti hanno costretto moltissime famiglie a lasciare la casa non potendo affrontare l’onere del mutuo o dell’affitto ricalcolato ai valori di mercato.

La cattiva gestione degli Enti per la edilizia sociale, ancorché effettiva e radicata da decenni in molti casi, non è stata combattuta e, anzi, per un verso continua ad essere considerata strumento di consenso politico e, per altro verso, è divenuta l’alibi per affidare ai privati e al mercato la soluzione del problema; e i privati hanno priorità e fini diversi dal soddisfacimento della domanda sociale che non ha la forza economica di accedere al mercato.

Il governo Prodi, per la prima volta dopo 13 anni, nella Finanziaria 2007, aveva finanziato con 550 milioni di Euro, un programma di Edilizia Residenziale Pubblica; intervento limitato, nella quantità e nella qualità, ma poteva costituire la partenza. Il governo Berlusconi, nella Finanziaria 2008, ha cancellato quel finanziamento e lo ha assorbito in un generico Piano-casa ( art. 11 della legge 6 agosto 2008 ) la cui definizione è demandata ad un decreto delegato che deve dare il via ad un sistema di fondi immobiliari a cui lo Stato partecipa in modo consistente. A questo fine si ipotizza di utilizzare anche la Cassa Depositi e Prestiti; anche se non sembra ancora definito il rapporto con gli Enti Locali, debitori della stessa Cassa, che potrebbero compensare il loro debito con la cessione del patrimonio immobiliare abitativo.

Alla luce di questi annunci ed in attesa del decreto delegato, in fase di difficile definizione per i conflitti di competenza che si aprono con le Regioni,, gli operatori privati e le cooperative del settore, con propri progetti e sulla base di una intesa comune, si propongono come soggetti attuatori del piano. “Lo Stato ci dia i soldi, anche attraverso un fondo promosso e gestito dalle banche, i Comuni ci diano le aree edificabili, a fare l’affare ci pensiamo noi”. Questa appare, in tutta evidenza, l’intesa tra i cosiddetti soggetti attuatori. In questo modo, se i fondi attendono un ritorno economico ai livelli attuali del mercato e se i Comuni operano ulteriore occupazione di suolo agricolo, le case che si potrebbero eventualmente costruire sarebbero solo accessibili ai redditi medio-alti; il problema sociale non verrebbe neppure scalfito. D’altra parte, i fondi immobiliari richiedono l’impegno e l’apporto del sistema bancario e finanziario e quello di soggetti attuatori e gestori dei programmi abitativi eventualmente realizzati; il che innalza ulteriormente il livello dei canoni praticabili alle condizioni di mercato.

Il piano casa, tanto sbandierato, appare essere un clamoroso annuncio propagandistico di difficile realizzazione e, laddove realizzato, una leva per speculazioni finanziarie e fondiarie.

Le Regioni denunciano, a buon diritto vista la pessima assegnazione di funzioni operata con la riforma del Titolo V della Costituzione, di essere espropriate. Le procedure previste per l’avvio dei programmi, ancorché inadeguati, sono talmente farraginose che difficilmente possono concretizzarsi e, in ogni caso, non in tempi compatibili con l’emergenza denunciata.

È significativo che il traguardo temporale del Piano Casa, anche nelle previsioni aggiornate del Comune di Roma, sia slittato al 2016 mentre l’emergenza attuale, in tutte le sue fasce, ha raggiunto li livello di 40/45 mila nuclei. Le più ottimistiche previsioni del Campidoglio si attestano a poche migliaia di unità abitative destinate all’affitto a canone convenzionato e ad altre migliaia destinate all’acquisto agevolato. Per l’Edilizia Residenziale Pubblica, quella sociale da destinare a chi non ha redditi per varcare la soglia del mercato, ancorché convenzionato o agevolato, c’è l’immaginifico percorso ipotizzato nella famosa delibera programmatica N. 110/05.

L’unico percorso che si profila spedito e sgombro di ostacoli è la possibilità di derogare ai Piani regolatori e attuare varianti urbanistiche con accordi di programma; a conferma che la valorizzazione della rendita fondiaria e finanziaria costituisce il vero obiettivo di cui il piano-casa è il pretesto.

L’unico piano per le case popolari che, nel bene e nel male, ha funzionato nel nostro paese, e che prende il nome da Amintore Fanfani, superava il vincolo del mercato in quanto a totale onere dello Stato e, seppure ha costituito un fattore non secondario di espansione della rendita fondiaria in ragione della valorizzazione di aree agricole, si poneva, purtuttavia, come termine calmieratore del mercato edilizio. E di nuovo, oggi, dopo la prova provata che il mercato non produce la soluzione dei problemi sociali ma anzi li aggrava, la questione è proprio quella di dare come potere pubblico le risposte che il mercato non è in grado di dare. Si tratta di assumere con intelligenza e responsabilità che ci sono beni e diritti che vanno tenuti fuori dal recinto della produzione mercantile e sottratti alla speculazione.

La conferenza è centrata su Roma perché la capitale è emblematica come realtà dell’emergenza-casa, perché ha un Piano Regolatore nuovo che non prevede l’ERP, perché ha un patrimonio immobiliare sfitto superiore al fabbisogno sociale, perché la nuova Amministrazione, in questo in continuità con la vecchia, ha emanato un bando per acquisire altre centinaia di ettari di “agro romano” da cementificare, tralasciando sostanzialmente tutte le aree trasformabili del PRG che contiene una previsione di oltre 70 milioni di metri cubi di edificazioni su aree pari a 15.000 ettari sottratti all’agricoltura Roma rappresenta la summa delle contraddizioni e, in quanto le evidenzia, rappresenta il quadro della condizione del paese e delle grandi città in particolare.

Il Centro Studi ASSET, per l’attenzione e la critica esercitata in questi anni sulle politiche urbanistiche e abitative, ha dato incarico a me, perché già assessore regionale di Rifondazione Comunista all’urbanistica e casa dal ’95 al 2000, di coordinare la Conferenza. Con questa iniziativa, quindi attraverso ASSET, riprendo un impegno anche operativo nella battaglia politica per i diritti delle fasce deboli e dei ceti popolari e per la tutela del territorio gravemente compromesso dalle politiche liberiste e speculative che si sono svolte in questi anni e che ancora incombono.

Questa conferenza intende costituire un contributo al confronto tra i soggetti chiamati a dare le risposte che servono alla città e alla domanda sociale impegnando le istituzioni in primo luogo. Le imprese, nella misura in cui entrassero nella logica di compensare il proprio utile in un rapporto di partenariato con il pubblico per il soddisfacimento della domanda delle fasce medio basse, potrebbero contribuire a produrre la svolta nella urbanistica romana, dal “piano dell’offerta” al “piano che serve”. Il movimento cooperativo, che ha rappresentato uno strumento forte per la politica abitativa, è chiamato a recuperare i valori della mutualità da cui ha tratto origine, per contribuire a dare la casa a chi non può accedere al mercato.

Per me, per noi di ASSET, questa è anche la occasione per richiamare la sinistra che oggi è fuori dal Parlamento ad alzare lo sguardo oltre la gestione delle proprie questioni interne e la verifica delle proprie identità; e misurarsi con le questioni sociali che costituiscono, insieme, la ragione, lo strumento e l’obiettivo della ragion d’essere di qualunque forza che voglia intendere la politica come “ scienza della trasformazione” e non come opportunità per la propria legittimazione autoreferenziale.

L’assessore Masseroli annuncia il Piano del governo del territorio e, trionfante, dice di avere la “ricetta” per rilanciare Milano. Tra le soluzioni proposte vi è quella di portare a 2.000.000 gli abitanti di Milano. Vorrei dare anche io il mio contributo su questa proposta, ma vorrei farlo lasciando da parte la questione degli indici urbanistici e delle speculazioni, e partendo invece da un’altra parte. Vorrei tentare di lavorare sulle cifre, aride e fredde cifre, per introdurre alcune questioni ambientali, legarle poi ai 700.000 nuovi abitanti e chiedere all’assessore di rispondere a domande che pongo come cittadino e studioso. In Internet, tra alcuni documenti pubblicati dal Comune, se ne scoprono due interessanti: la Relazione sullo stato dell’ambiente (2003) e il rapporto di Scoping della Valutazione ambientale strategica (2008). Per brevità chiamerò la prima Rsa e il secondo Vas. A Milano ci sono attualmente 1.308.981 abitanti (dato del 2005, riportato sulla Vas del 2008) che producono delle pressioni sull’ambiente. Potremmo immaginare, semplificando che 2 milioni ne producano un tot in più, con una logica lineare. Vediamo cosa accadrebbe. Stando alla Vas, a Milano 119 km2 sono occupati all’urbanizzazione, pari a 91 m2 per abitante. Se si volesse garantire questo spazio procapite anche ai futuri 700.000 abitanti occorrerebbero altri 6.369 ettari. A Milano ci sono 3988 ettari non urbanizzati (VAS, pag. 6). Fate i vostri conti.

E ancora. Utilizzando i parametri del 2004 di produzione di rifiuti (562 kg/abitante/anno, vedi Vas), 700.000 nuovi abitanti significherebbero 393.000 tonnellate/anno in più. Domanda: si sa dove smaltirli e quanto costerà?

Per quanto riguarda l’emissione di CO2, di cui tanto si parla, l’aumento previsto di abitanti potrebbe innalzare la produzione di CO2eq di 2,4 tonnellate l’anno (+53%, Rsa). Domanda: si sa come assorbirle o come non generarle?

Veniamo al consumo di energia elettrica per abitazioni. Secondo la Rsa ogni cittadino milanese consuma 1,5 Mwh/anno, quindi 700.000 nuovi abitanti innalzerebbero i consumi di oltre 1 milione di Mwh/anno. Domanda: abbiamo questa energia e le sue fonti di produzione? A quale costo?

Vediamo ora le auto. Le auto dei residenti a Milano, secondo la Rsa, sono 966.530, pari a 0,7 auto per abitante, neonati e ultraottantenni compresi. 700.000 nuovi abitanti significano 516.868 nuove auto. Poiché ognuna di loro occupa circa una decina di metri quadrati, ciò significa che se, ipotesi, si muovessero tutte insieme per Milano, avrebbero bisogno di oltre 5 milioni di metri quadrati, una cosa come oltre 450 stadi di S. Siro. Ce la si fa?

E ancora, il verde. I servizi. Ad esempio se tra questi futuri 700.000 nuovi abitanti ci fossero 200.000 ragazzi in età scolare. Poiché una classe è più o meno formata da 25 allievi in ogni grado scolastico, significa che occorrerebbero 8000 nuove classi ovvero 10000 nuovi insegnanti. Ci sono gli spazi e le risorse?

A questo punto sta al Comune dare la risposta. Ma non vorrei solo che mi si controbattesse punto per punto rassicurando che ci saranno le aule e gli insegnanti, che ci sarà il verde, che ci saranno capacità per smaltire i rifiuti, che non si produrrà un kg di CO2 in più. Insomma non mi date delle risposte di impegno per il futuro.

Le risposte che vorrei sentire sono: 1) che si abbia consapevolezza di tutto ciò e lo si comunichi ai cittadini chiaramente; 2) che chi governa e sta mettendo mano alla città così pesantemente, non si limiti a rassicurazioni e promesse, ma pianifichi prima i servizi e le soluzioni ambientali e poi dia il via libera ai cantieri per i 700.000 nuovi abitanti. Non vorrei trovarmi con nuovi palazzi, nuove strade, nuovi rifiuti, nuova CO2, nuovo Pm10 e aspettare che una futura amministrazione se ne prenderà cura.

Allora chiedo tre cose: il Comune si faccia carico della responsabilità ambientale nel sovraccaricare la città con ulteriori 700.000 abitanti e, visto che sta facendo il Piano di governo del territorio, ci dia una risposta sulla sostenibilità ambientale; infine, si impegni a garantire alla città e ai suoi abitanti prima la realizzazione dei servizi, visto che non credo bastino quelli che ci sono, e poi apra i cantieri. Questo sarebbe da fare, assessore Masseroli, visto che parlate di un piano per il futuro.

(Politecnico, Osservatorio nazionale sui consumi di suolo)

Nota: su altri aspetti della provocatoria sparata dell'assessore Masseroli (almeno si spera che non sia una vera "strategia") si veda il recente articolo di Marco Vitale sul Sacco di Milano (f.b.)

È difficile entusiasmarsi per Leoluca Orlando o per Riccardo Villari, scegliere tra un democristiano resuscitato e una mummia democristiana, e magari pensare che la sinistra sia incarnata dall’uno o dall’altro o da tutti e due. Di sicuro Villari, che è stato eletto dai troiani a capo degli achei ma non si vuole dimettere, è un altro capolavoro berlusconiano, un capolavoro di mediocrità italiana. Tutti capiscono infatti che Villari non si dimette perché è un topo che da tutta la vita aspetta il suo pezzo di formaggio. E dunque, adesso, non gli importa nulla che a dargli il formaggio sia stato il gatto, che del topo è l’antagonista.

Eppure, diciamo la verità, non solo Villari non è antipatico, ma non riesce neppure a indisporre e a irritare. Non è in grado di suscitare sentimenti di alcun genere, tanto è fradiciamente democristiana, anche nella metodologia, tutta la vicenda dell’elezione del presidente della commissione di Vigilanza della Rai. C’è infatti Di Pietro che zompa sulla debolezza di Veltroni e ci sguazza. C’è Berlusconi che ha i ‘mezzi’ per governare ben altri trasformismi senza pudori astuti e senza finti candori. E c’è l’intero centrosinistra che, ancora un volta, non riesce a dare segnali di vero rinnovamento, non sa neppure indicare un uomo, una figura per la quale valga la pena di battersi, per la quale sia un po’ più facile mobilitarsi, vuoi per i titoli specifici su Rai informazione e giornalismo, come nel caso per esempio di Sergio Zavoli, Furio Colombo o Giuseppe Giulietti; o vuoi per virtù di garanzia di vigilanza giuridica o culturale: dal costituzionalista Salvatore Vassallo all’ex magistrato Gerardo D’Ambrosio, dal demografo Massimo Livi Bacci allo scrittore Gianrico Carofiglio?.

Sono tanti i nomi altrettanto antiberlusconiani di Orlando ma per i quali potrebbe avere senso accendersi e dinanzi ai quali potrebbero sentirsi inadeguati anche gli Arlecchino servitori di due padroni, com’è il carneade Villari.

Per il resto, l’epatologo Villari non fa neppure sorridere quando si appella al senso dello Stato e vuole essere ricevuto dal presidente della Repubblica e da quelli delle Camere. Non gli pare vero di sentirsi parte dell’Accademia Italiana dei Saggi e degli Equilibrati. E’ anche lui un garante, un arbitro, un’authority e diceva il saggio Senofane: «Occorre un saggio per riconoscere un saggio».

E in fondo Villari non ha ancora tradito e nessuno può accusarlo fino a quando non sarà consumato l’evento. Mastella diceva: «Mando Villari che è un politico avvolgente». E a Mastella Villari diceva: «Manda me che sono sinuoso». Ebbene, anche in questa ambiguità Villari incarna un’eterna maschera italiana, quella del colpevole al quale non si può rimproverare nulla.

Il caso Villari è più vecchio della stessa Dc meridionale, e Villari non riuscirebbe a sorprenderci neppure se volesse. Democristiano di buona famiglia è ovviamente orgoglioso di inscenare, sia pure nel suo piccolo, la commedia dei due forni e delle convergenze parallele. La sua utopia politica è la moglie ubriaca e la botte piena. Lo fa impazzire di gioia l’idea di diventare l’ago della bilancia, il Centro per eccellenza.

Comunque vada a finire, sa che in futuro, tranquillo e rispettabile borghese, ispirerà una certa soggezione quando, nella sua Capri, attraverserà la strada senza ostacolo per scomparire presto dalla vista: «Quello lì un giorno è stato presidente?».

Anche fisicamente Villari rimanda a una politica fatta in casa, autentica e ruspante, che facilmente risveglia i vecchi pregiudizi dei Vicerè: «Piccoli uomini che si sentono più astuti che prudenti, litigiosi, adulatori, timidi quando trattano i propri affari ma d’incredibile temererarietà quando maneggiano la cosa pubblica e allora agiscono in tutt’altro modo: diventano avidissimi mangiatori?.». E ribaltano da sempre, prima ancora che l’Italia inventasse il trasformismo. Nel mondo dei Villari i cristiani passavano all’Islam in cambio di un lavoro nelle navi pirata e gli ebrei diventavano cattolici solo per il piacere di inquisire gli ex compagni di fede. Insomma nella terra dei convertiti e dei pentiti la mediocrissima spregiudicatezza di questo vanitoso allievo di Mastella e di De Mita non scandalizza davvero nessuno. E il finale è ancora apertissimo. Villari può esercitarsi nel finto tradimento, nel bitradimento e nel tradimento del tradimento. La presidenza della commissione di Vigilanza non sarà granché ma pur sempre di potere si tratta, ed è terribile doverlo abbandonare in questo modo: è come morire di sete accanto alla fontana.

Povero Villari e più povera ancora la sinistra. Chi avrebbe mai immaginato che oltre Amendola e Pajetta, Ingrao e Berlinguer, si sarebbe divisa tra villariani e orlandiani? E meno male che Villari ha dichiarato di confortarsi con il suo consigliere spirituale. Proprio come donna Lola che, lasciato compare Alfio (Veltroni) per compare Turiddu (Berlusconi), annuncia: «Domenica voglio andare a confessarmi perché ho sognato dell’uva nera».

Il problema sociale dell’emergenza abitativa, pur reale e gravissimo, viene oggi utilizzato strumentalmente per portare a compimento lo smantellamento di quel poco di ruolo di indirizzo pubblico nella costruzione di un assetto sostenibile della città e del territorio sopravvissuto al trentennio di deregulation avviatosi nel 1977 con l’introduzione degli Accordi di Programma e coronatosi con l’art. 16 della L. n. 179/92 sui Programmi Integrati di intervento e con la loro dilagante diffusione nell’ultimo quindicennio.

Le vicende del Piano Nazionale di Edilizia Abitativa e l’uso che ne prospetta il Comune di Roma per mettere immediatamente in discussione un Piano Regolatore pur di per sé discutibile, ma comunque di recentissima approvazione, sono quanto mai istruttivi a proposito degli effetti di una governabilità senza progetto strategico.

Ma la strada era già stata aperta lo scorso anno con una legge della Regione Lombardia che consente ai Comuni di offrire ai privati la realizzazione di edilizia sociale convenzionata per un decennio su aree già destinate a servizi pubblici ancora inattuate.

Il principio sarebbe quello di considerare l’edilizia residenziale sociale al pari di servizi pubblici, consentendone l’attuazione ai privati per un periodo determinato, dopo di che quell’edilizia tornerebbe ad uso interamente privato.

E’ chiaro che in questo modo si incrementa il peso insediativo del fabbisogno di edilizia sociale (che dopo un certo periodo si riproporrebbe non essendo il vincolo permanente), anziché sottrarlo dalla quota di edificabilità totale sostenibile e si decurta la quantità di aree a servizi pubblici che la legislazione regionale dal 1975 ad oggi aveva consolidato attorno al parametro di 24-28 mq/abitante.

Vorrei ricordare che è stato il dilagare dell’urbanistica contrattata attraverso i Programmi Integrati di Intervento e gli Accordi di Programma per eventi eccezionali ormai divenuti ripetitivi (Colombiadi, Giubileo, Mondiali di calcio, Olimpiadi, ecc.; quella che Francesco Indovina ha icasticamente denominato “la città occasionale”) ad aver fatto sì che si potesse di fatto aggirare l’obbligo - tuttora vigente - di destinare dal 40 al 70 per cento del fabbisogno abitativo decennale ad edilizia economico popolare senza nemmeno sentire il bisogno di abrogare le leggi 167/62 e 865/71 che istituivano quell’obbligo.

E la sinistra ha talmente cancellato il senso di quell’esperienza del centro-sinistra storico, in cui si legava l’edilizia abitativa sociale ad una quota dell’edificabilità complessiva ammessa dagli strumenti urbanistici, da portarla nell’ultima campagna elettorale a rispolverare il populismo demagogico del Piano Fanfani-INA Casa degli Anni Cinquanta (non tanto dissimile dai mirabolanti orizzonti dell’housing sociale che ci vengono ammanniti oggi dai cantori del neo-liberismo urbanistico), come ultimo intervento in materia da prendere ad esempio !

A Milano, la vicenda di Expò 2015 vede Fondazione Fiera, egemonizzata da Comunione e Liberazione/Compagnia delle Opere grazie alle nomine formigoniane, offrire all’evento (che durerà un semestre) un patrimonio di 1 milione di mq di aree agricole acquisite in fregio al Nuovo Polo Fieristico di Rho-Pero, purché dal 2016 siano rese edificabili.

Quella di Fondazione Fiera non è un’operazione di pura valorizzazione immobiliare: questo va bene quando il Comune tratta con Ligresti o Cabassi sull’uso delle ultime aree agricole milanesi da questi egemonizzate o con Ferrovie dello Stato sull’uso edificatorio del milione e mezzo di metri quadri di scali ferroviari in dismissione. Lì di edilizia popolare non si parla proprio. Lì si tratta, semmai, di indurre Ferrovie dello Stato a comportarsi da coerente immobiliarista, anziché da erogatore del servizio ferroviario regionale, chiedendogli di reinvestire i proventi immobiliari a sostegno infrastrutturale (Secondo Passante Ferroviario) della densificazione edilizia nel capoluogo anziché sulla Gronda ferroviaria Novara-Malpensa-Orio al Serio o sul collegamento ferroviario di Milano al progetto elvetico TransAlp che convoglia le merci su ferro.

CL coi suoi rappresentanti in Regione, in Comune di Milano, in Fondazione Fiera ha, invece, un obiettivo ben più ambizioso di egemonia nel campo dell’housing sociale con le Cooperative di Compagnia delle Opere, cui bisognerà presentarsi genuflessi se a Milano si vorrà accedere a case a costo mediamente accessibile. Non è un caso che in Fondazione Fiera siano stati amabilmente cooptati alcuni rappresentati di CoopLombardia (Gianni Beghetto) e che fra i più strenui difensori del ruolo di Consorte nella vicenda Unipol/Banca di Lodi siano scesi in campo con ferventi articoli di stampa esponenti CL storici quali Cesana e Amicone o acquisiti dal migliorismo comunista milanese quali Ferlini e Scalpelli. Il piatto è così ricco che ci saranno contentini anche per chi si acconcia a riconoscere a CL il ruolo di maestro delle danze.

Ora, vi è un punto che vorrei sollevare. Ed è che sia nel caso delle aree per Expò 2015 che in quelle dell’Agro Romano non c’è emergenza occasionale o sociale abitativa che tenga per evitare che i Piani di intervento relativi debbano essere sottoposti per normativa europea a Valutazione Ambientale Strategica (VAS), che tra le proprie procedure ha quella di verificare di aver esperito ogni possibile soluzione per limitare il consumo di territorio, utilizzando ad esempio aree dismesse da usi edificatori pregressi. E sarà bene che qualcuno ricordi a Lor Signori che in carenza di ciò si può far ricorso alla tutela giurisdizionale dei TAR e della Corte di Giustizia Europea.

Vi è un altro aspetto che vorrei sollevare, ed è che l’asserita necessità di contrattare coi privati dove realizzare l’edilizia sociale anche in deroga ai PRG sarebbe resa inevitabile dalla carenza di risorse pubbliche. Io dico che in realtà vi è una risorsa pubblica che i Comuni colpevolmente disperdono, ed è il contributo commisurato al costo di costruzione, introdotto dalla L. 10/77 (oggi agli artt. 16-19 del DPR n. 380/2001- TU Edilizia), che ammonta mediamente al 4-6% del costo corrente di costruzione dell’edilizia residenzale e al 10% del costo reale dell’edilizia direzionale e commerciale.

La L. 10/77 prevedeva che tale contributo non fosse pagato da chi convenzionava i prezzi di affitto e vendita dell’edilizia residenziale (cosa che i privati si sono ben guardati dal fare) e che se pagato dovesse prioritariamente essere destinato al risanamento del patrimonio edilizio esistente e degradato e solo in subordine alla realizzazione di ulteriori opere di urbanizzazione. I Comuni in realtà, a loro volta, ben volentieri lo hanno incassato e tuttora incassano destinandolo – come ormai gran parte degli oneri urbanizzativi, dopo il trattamento che la Legge ha subìto nella conversione in TU dal duo Bassanini/Tremonti con la illegittima scomparsa del suo art. 12 che obbligava le Tesorerie a versarli in un conto vincolato – a spese correnti di bilancio.

Insomma, il patrimonio legislativo lasciatoci in eredità dal centro-sinistra storico degli Anni Sessanta-Settanta ci aveva consegnato un meccanismo che legava l’intervento sociale in campo abitativo alle previsioni insediative pubblicamente determinate e alle risorse economiche che esse generano. Ce lo siamo di fatto lasciato smontare pezzo a pezzo senza che neanche fosse ufficialmente abolito (le leggi che ho citato sono tuttora in vigore !), e ora ci sorprendiamo che la pressione dell’irrisolta e a lungo trascurata emergenza sociale abitativa ci venga rivolta contro per scardinare ulteriormente il controllo pubblico del territorio, in nome di un neo-liberismo che pretende di curare i difetti di regole il cui difetto è stato di non essere state più o mai adeguatamente applicate !

Di fatto stiamo tornando al periodo delle convenzioni senza Piano Regolatore complessivo che caratterizzò in modo caotico lo sviluppo urbano degli Anni Cinquanta e Sessanta e si concluse con l’evento simbolico della frana di Agrigento del 1966 e l’approvazione l’anno successivo della Legge Ponte che subordinava ogni accordo coi privati ai limiti localizzativi e quantitativi predefiniti dai Piani Regolatori.

Vi è solo da sperare che non occorra attendere una nuova frana di Agrigento (magari questa volta non più edilizia, ma ecologico-ambientale e socio-economica) per renderci conto della strada su cui siamo tornati a metterci.

Non dovrebbe, quindi, sorprendere che, in questa legislatura, a promuovere l’evoluzione dell’urbanistica in economistica - nello spirito dell’invincibile attrazione fatale tra i deputati milanesi Lupi (CL/PdL) e Mantini (PD) già estensori nelle scorse legislature di inusitate proposte bipartisan di legislazione sul territorio che smantellavano completamente quell’eredità e nuovamente eletti in Parlamento in schieramenti dai programmi politici virtualmente alternativi su tutto eccetto le regole istituzionali -, ancor più che la riproposizione convergente dei loro nuovi recenti ddl sul governo del territorio, sia il Documento Economico Programmatico Finanziario di Tremonti, approvato dal Governo per decreto-legge nel giugno scorso e i cui effetti perversi sulla questione urbanistica e abitativa abbiamo discusso stamane.

Non si tratta, tuttavia, solo di singoli episodi degenerativi: i Comuni, quasi senza più differenza tra amministrazioni di destra o di sinistra e sempre più diffusamente di fronte alle ristrettezze di bilancio, sembrano ritenere di poter ricorrere “ad libitum” alla modifica dei PRG tramite lo strumento dei PII, degli Accordi di Programma, a patto di dimostrare che una quota stabilita discrezionalmente del vantaggio economico che ne deriva al privato venga devoluta loro e che dell’utilizzo di tale quota possano poi disporre a piacimento. Il territorio è visto un supporto “corvéable à merci” rispetto alle esigenze di valorizzazione economica richieste dal mercato, visto che le ricadute negative si vengono a manifestare molto più in là nel tempo rispetto a quelli della congiuntura economica e delle scadenze politico-amministrative.

Ad esempio, i Comuni di Milano e di Sesto S.G., pur con maggioranze amministrative alternative, competono allegramente tra loro nel proporre previsioni edificatorie di 1 mq/mq di indice territoriale, con il quale è impossibile non solo attuare i 26,5 mq/abitante di spazi pubblici della gloriosa Legge Regionale del 1975 (la prima ad essere approvata dopo l’avvento delle Regioni nel 1970; tutte le altre, poi, si sono attestate su standards pubblici tra i 24 e i 28 mq/ab.), ma quasi neppure i 18 mq/abitante del DM del 1968; e, comunque, i 17,5 mq/abitante di servizi pubblici generali dei PRG si attuerebbero così a carico dei cittadini, tramite l’aumento del carico edificatorio, anziché dei promotori fondiario-immobiliari, come voleva la Legge Ponte del 1967.

Ma c’è ancora qualcuno che voglia davvero dar seguito coerente alle parole d’ordine di “città e territorio come beni comuni”, risorsa strategica da sottrarre, quindi, alla dominanza univoca del mercato ?

Il testo riproduce sostanzialmente l’intervento svolto dall’autore al convegno promosso dall'associazione Asset, che si è tenuto il 12 novembre 2008 alla Sala delle Colonne della Camera dei Deputati col titolo "Case senza gente, gente senza case".

Per “rilanciare” i musei e i siti archeologici lo Stato assume un manager. Di indubbia esperienza. In banche, in società finanziarie, nella moda, finanche in McDonald’s Italia. Scarsissima per non dire nulla invece l’esperienza nel settore in cui sarà il consigliere del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi. Il quale aveva preannunciato un concorso internazionale per esperti che si è guardato bene dal bandire.

Bondi ha scelto Mario Resca, 63 anni. Il suo identikit corrisponde esattamente al ritratto che temeva l’ex ministro, ex soprintendente e attuale direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci: un manager che si è laureato alla Bocconi quando lui auspicava uno storico dell’arte o un archeologo. Perché uno così ha per sua natura un’impostazione tutta economicistica. Se ad allenare la Nazionale di calcio mettessero qualcuno che non ha mai allenato una squadra voi cosa direste? Scoppierebbe una rivoluzione? Perché per i musei la regola non vale?

Annuncia Bondi: "Resca assumerà il ruolo di consigliere del ministro per le politiche museali, al fine di avviare la sua attività per il rilancio del settore museale nazionale".

Per fornirvi un ritratto, sintetizziamo quanto lanciano le agenzie di stampa. Che lo descrivono così: candidato nel 2003 alla direzione generale della Rai, indicato nel maggio di quest'anno come possibile amministratore delegato per Alitaia, ferrarese, Resca si è laureato in economia e commercio alla Bocconi di Milano (proprio quello che paventava Paolucci). Poi è entrato subito alla Chase Manhattan Bank, nel 1974 ha iniziato a dirigere la Biondi Finanziaria (gruppo Fiat). Poi, tra vari alti incarichi dirigenziali nel nostro paese e all’estero (Lancôme Italia, società del Gruppo Rcs Corriere della Sera e del Gruppo Versace), dal 1995 al 2007 è stato

presidente e amministratore delegato di McDonald's Italia. È consigliere indipendente dell'Eni dal maggio 2002. Ma la caratteristica principale è forse l'amicizia con Silvio Berlusconi. E nell’arte? Avrebbe collaborato con Sgarbi in una galleria di una nota località turistica alpina.

“Ha sicuramente un grande curriculum ma qualcuno avrebbe ragione a dire: che c'azzecca ?" , chiede ironicamente Gianfranco Cerasoli, segretario dei beni culturali della Uil citando Di Pietro. "Sono senza parole - commenta stupefatta Manuela Ghizzoni, della commissione Cultura della Camera per il Partito Democratico - Nulla da dire sulla competenza imprenditoriale dell'uomo di McDonald's Italia. Resta da chiedere a Bondi cosa c'entrino gli hamburger con lo straordinario patrimonio culturale italiano". Appunto. Il problema non è la persona. È il suo curriculum. O meglio: la politica culturale a cui pensano Bondi, e chissà, forse Tremonti.

«Le racconto questa storia». Gli occhi azzurri di Clara Baracchini sorridono dietro le lenti. «Io, come molti miei colleghi storici dell'arte delle soprintendenze, passo tanto tempo andando in giro con il cappello in mano a cercare soldi. Fondazioni bancarie, enti, curie. Se potessi porterei anche la fisarmonica e la scimmietta. Ero riuscita a farmi dare 30 mila euro da una banca per un progetto di archiviazione informatica. Dovevo segnalarlo sul sito della Soprintendenza. Sa, una banca dà i soldi perché la cosa si conosca in giro. Cerco il nostro sito. Ma il sito non c'è più. Sa cos'era successo? Il sito della Direzione regionale della Toscana era chiuso. Mancavano i soldi per la manutenzione».

Quei soldi forse sono andati persi, forse no, ma la storia che racconta Clara Baracchini può fare da exergo a un viaggio negli uffici addetti alla tutela del patrimonio storico-artistico, architettonico, archivistico, bibliotecario e del paesaggio. Ora l´attenzione si concentra sulla nomina di Mario Resca a direttore generale dei Musei e della valorizzazione, la punta luccicante del Belpaese. Ma le parti in ombra restano tante. Clara Baracchini è uno dei cinque storici dell'arte che controlla le province di Pisa e Livorno. È in servizio da 35 anni, nel 2010 va in pensione e come lei altri due suoi colleghi. I due superstiti smetteranno poco dopo. Resteranno a tutelare uno dei repertori d´arte più pregiati del mondo tre funzionari, nessuno dei quali entrato con una laurea in storia dell´arte, ma assunto come coadiutore e poi parificato agli storici dell´arte dopo aver seguito un corso di formazione. Andati via anche questi tre funzionari c'è il nulla. L'ultimo concorso nazionale ha bandito 5 posti per storici dell'arte, ma nessuno in Toscana.

La macchina della tutela in Italia è in panne. Qualcuno fa i conti: fra il 2011 e il 2015 vanno in pensione tutti i funzionari assunti fra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, gli anni in cui ci furono concorsi e assunzioni. Poi i concorsi si sono diradati, fin quasi a sparire. Ora ne è stato bandito uno per 55 architetti, 30 archeologi e, appunto, 5 storici dell'arte. Ma è una goccia nel mare. Gli archeologi, per esempio, sono in tutto 340, dovrebbero essere 470. Il personale è invecchiato (la media è intorno ai 55 anni), infiacchito. E non manca chi denuncia il disegno consapevole di smantellare il sistema delle soprintendenze - la Lega lo ha scritto nel suo programma elettorale - un disegno che viaggia parallelamente alla trasformazione in senso federalista dello Stato e che potrebbe portare la tutela sotto il controllo di Regioni e Comuni (lo si è tentato per Roma, con un emendamento che sparisce e poi riappare). Ma non con un progetto organico. Bensì lasciando morire di stenti il sistema della tutela.

Su questo corpo debilitato si sono abbattuti i tagli della Finanziaria: 236 milioni di euro per il 2009, 251 per il 2010, 434 per il 2011. Che in totale fanno quasi un miliardo di euro, qualche manciata di milioni in più persino rispetto alla prima versione del decreto che aveva indotto Salvatore Settis a denunciare nel luglio scorso «il colpo mortale» inflitto a un'amministrazione già sofferente. (I dati più attendibili sono quelli elaborati dai coraggiosi redattori del sito www. patrimoniosos. it).

Un allarmato articolo ha scritto su queste pagine Eugenio Scalfari. E le cifre del disastro si rincorrono. Il 90 per cento delle spese che nel prossimo triennio sosterranno le soprintendenze archeologiche è solo manutenzione: pulizie, impianti di condizionamento, recinzioni che si rompono, bagni che perdono. Pochissimo va per i restauri, ancora meno per nuovi scavi, che ormai si avviano solo perché si fanno buchi per la metropolitana, per l'alta velocità o, più modestamente, per un parcheggio. Molte soprintendenze attingeranno a fondi speciali per ripianare debiti o per pagare bollette. Alla Soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei queste ultime non vengono saldate da mesi e a metà ottobre è scaduto il contratto per la pulizia degli uffici. Che non è stato rinnovato.

La tutela del patrimonio si esercita studiando, proteggendo e quindi restaurando. Ma nelle soprintendenze storico-artistiche non è ancora arrivata la circolare che mette in moto le procedure per programmare annualmente e triennalmente i restauri. Un passaggio burocratico indispensabile, che di solito avviene a luglio. E che non è avvenuto.

Ma i soldi, si sente lamentare in molti uffici, sono solo uno dei problemi. Senza soldi non si fa nulla, ma anche senza uomini. E le assunzioni sono un miraggio. Il concorso per dieci posti di soprintendente archeologo è bloccato da una messe di ricorsi. Nel frattempo le poltrone restano vacanti o coperte con reggenze. Inoltre si assiste a una carambola di spostamenti come in nessun´altra amministrazione pubblica e che porterebbe al collasso qualunque istituzione. Carla Di Francesco, architetto, era fino alla primavera scorsa Direttore regionale in Lombardia. Poi è passata alla guida della Darc, la Direzione generale architettura contemporanea che nel frattempo ha acquisito anche la tutela del paesaggio ma che, se andrà avanti la riorganizzazione promossa da Bondi, sparirà. Ora Carla Di Francesco regge la direzione regionale dell'Emilia Romagna. Francesco Scoppola si è alternato in sei diversi incarichi dalla fine del 2004 a oggi: da direttore nelle Marche, dove è stato allontanato per aver osato mettere un vincolo su tutto il pregiato promontorio del Cònero, è passato al Molise e ora è in Umbria. Molti trasferimenti sono decisi per punire funzionari troppo rigorosi. Alcuni vengono attuati in maniera improvvida, scatenando ricorsi amministrativi, sospensive del Tar e reintegri. Il tourbillon sembra ora una macchina impazzita, i tempi di permanenza a dirigere un ufficio sono, in molti casi, di pochi mesi e pare trascorsa un'era geologica dai tempi di Adriano La Regina, per ventisette anni soprintendente archeologico a Roma, o di Paolo Del Poggetto, soprintendente a Urbino per vent´anni.

La Lombardia ha cambiato tre direttori regionali in una manciata di mesi e l'ultima tornata di nomine ha catapultato a Milano Mario Turetta, che non è né architetto, né archeologo né storico dell'arte, ma ex segretario di Giuliano Urbani, da lui allocato in Piemonte, trasferito a Roma da Buttiglione, rimandato a Torino da Rutelli e ora, appunto, inviato a dirigere la struttura che dovrà fornire le autorizzazioni per l'Expo del 2015. E qui si tocca uno dei tasti più dolenti: quello della tutela di territorio e paesaggio incalzati dall'incessante procedere del cemento (3 milioni e mezzo di appartamenti costruiti negli ultimi dieci anni, in piena stagnazione demografica, un trend paragonabile, se non superiore, a quello del dopoguerra). Gli insediamenti invadono i litorali e le colline, sono spesso seconde case, ma anche stabilimenti industriali e centri commerciali. Le soprintendenze, con il nuovo Codice dei Beni culturali, avrebbero l'impegnativo compito di partecipare con le Regioni alla pianificazione del territorio: ma in queste condizioni, si sente dire dappertutto, è un compito improbo per soprintendenti sul cui capo pende la spada di Damocle di un trasferimento o che sono minacciati da richieste risarcitorie contenere la forza esercitata dall'industria del mattone. Al recente congresso di Italia Nostra, a Mantova, è venuto fuori che ormai si sono molto ridotti gli annullamenti di autorizzazioni a costruire in zone vincolate, a dispetto di chi continua a raffigurare le soprintendenze come delle conventicole di "signor no". Inoltre una circolare ha ammesso il ricorso gerarchico ai vertici del ministero contro un soprintendente solo nel caso in cui questi apponga un vincolo. Non per il contrario. Come a dire: chi tutela rischia, chi ama il quieto vivere no.

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