Giulio Tremonti era noto fino ad oggi come il più rigoroso, persino spietato ministro dell’Economia, tanto da essere soprannominato "signor no". Qualcuno, non solo dell’opposizione ma anche della maggioranza, gli chiedeva di allargare i cordoni della borsa a vantaggio dei pensionati, o dei licenziati, o dei precari? No, non si possono purtroppo sforare le cifre del bilancio, rispondeva il nostro ministro. La riposta fino a ieri era sempre la stessa: no. «Tagliare, tagliare le spese» era il suo mantra. Crolla il soffitto di una scuola a Rivoli e si scopre che molte altre scuole sono a rischio? Occorrono fondi per mettere le nostre scuole a norma? No, la risposta è sempre no. Il bilancio dello Stato non lo consente.
Eppure ieri, finalmente il ministro Tremonti ha detto sì. Nel giro di un paio d’ore ha trovato i soldi per soddisfare la richiesta che gli è venuta dal Vaticano di aumentare lo stanziamento già fissato in bilancio per le scuole cattoliche. Contro il taglio originario di circa 130 milioni di euro aveva tuonato monsignor Stenco, direttore dell’Ufficio Nazionale della Cei per l’educazione, minacciando una mobilitazione nazionale delle scuole cattoliche contro il governo Berlusconi e il suo ministro delle Finanze.
La minaccia ha avuto ragione delle preoccupazioni del ministro. Nel giro di poche ore il sottosegretario all’economia Giuseppe Vegas, a margine dei lavori della Commissione Bilancio del Senato sulla Finanziaria, rassicurava il rappresentante delle scuole cattoliche. «Abbiamo presentato un emendamento che ripristina il livello originario di finanziamento. Potete stare tranquilli. Dormire non su due ma su quattro cuscini?» .
Dunque il taglio previsto in finanziaria non ci sarà. E non ci sarà la minacciata mobilitazione delle scuole cattoliche contro Berlusconi e Tremonti. Soddisfatti, ma solo per ora, i vescovi italiani. Soddisfatto, per ora, il Pontefice che però alza il prezzo e chiede nuove misure «a favore dei genitori per aiutarli nel loro diritto inalienabile di educare i figli secondo le proprie convinzioni etiche e religiose». In parole più semplici, c’è qui la richiesta rivolta allo Stato italiano di smantellare il nostro sistema scolastico a favore della adozione del principio del "bonus" da assegnare ad ogni famiglia, da spendere, a seconda delle preferenze, nella scuola pubblica o nella scuola privata.
Naturalmente nessuno contesta il diritto «inalienabile» delle famiglie di educare i figli secondo le proprie convinzioni etiche e religiose. E non ci risulta che nella nostra scuola pubblica si faccia professione di ateismo. E l’insegnamento della religione non è affidato a docenti scelti dai rispettivi Vescovi? Cosa si vuole dunque di più?
Anche a costo di essere indicati come "laicisti" vale la pena di ricordare che l’articolo 33 della nostra Costituzione, ancora in vigore, afferma che «enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione senza oneri per lo Stato». E che nel lontano 1964 un governo presieduto da Aldo Moro, venne battuto alla Camera e messo in crisi proprio per aver proposto un modesto finanziamento alle scuole materne private. Bisognerà dunque aspettare quasi quarant’anni perché un governo e una maggioranza parlamentare prendano in esame la questione delle scuole private e della loro possibile regolamentazione e finanziamento. E saranno il governo D’Alema e il suo ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer a volere, e far approvare, una legge sulla parità scolastica che prevede, ma a precise condizioni, un finanziamento non a tutte le scuole private ma a quelle che verranno riconosciute come «paritarie». Tutta la materia in realtà, nonostante alcuni provvedimenti presi nel frattempo, è ancora da regolare (non tutte le scuole private, ad esempio, possono essere riconosciute come «paritarie»).
Anche per questo, per una certa incertezza della materia, ho trovato per lo meno singolare l’intervento di due autorevoli esponenti del Partito Democratico, a sostegno della richiesta delle gerarchie. Maria Pia Garavaglia, ministro dell’istruzione del governo ombra del Pd, e Antonio Rusconi, capogruppo del Pd in Commissione Istruzione al Senato hanno subito e con calore dichiarato di apprezzare le rassicurazioni fornite, a nome di Tremonti, dal sottosegretario Vegas. Ma non ne sono ancora soddisfatti. Chiedono di più. Sempre per le private. Chiedono cioè che vengano garantiti «pari diritti agli studenti e alle famiglie» È, quasi con le stesse parole, la rivendicazione già avanzata dalle gerarchie.
Ma è davvero questa, in materia scolastica, la posizione alla quale è giunto il Pd? E se sì, in quale sede è stata presa questa decisione? È giusto chiederselo, è indispensabile saperlo. Anche perché ha ragione chi, come don Macrì, presidente della Federazione che riunisce la scuole cattoliche, lamenta che la strada che porta al bonus trova un ostacolo «nell’articolo 33 della Costituzione che sancisce che le scuole private possono esistere senza oneri per lo Stato».
E allora, che facciamo? Per rispondere alle esigenze delle scuole cattoliche butteremo alle ortiche l’articolo 33 della Costituzione?
Cancellare di fatto gli incentivi per l'adeguamento tecnologico e energetico delle abitazioni non è solo un atto scellerato che condanna l'Italia a aumentare il divario con gli altri paesi industrializzati. E' anche la chiusura a ogni speranza che le nostre città potessero diventare oggetto di un'organica politica pubblica finalizzata al rinnovo urbano.
La solita formuletta magica
Vantiamo le periferie peggiori di ogni altro paese europeo, frutto dell'abusivismo e della speculazione immobiliare. Abbiamo sistemi di trasporto collettivo antiquati tecnologicamente proprio ora che sarebbero indispensabili a sostenere la domanda di spostamento dovuta alla gigantesca espulsione dalle grandi città a causa dell'aumento dei prezzi delle abitazioni. Le famiglie si trasferiscono sempre più lontano dai grandi centri e per andarci a lavorare non resta che l'automobile.
Ancora. Abbiamo scuole fatiscenti e servizi pubblici cadenti, localizzati in edifici pensati decenni fa, privi dei sistemi tecnologici che troviamo in ogni altro paese del mondo. Sono dunque le città e l'intero territorio a dover essere investiste da una moderna politica di intervento pubblico. Lo diceva con la consueta efficacia Galapagos su queste pagine: è soltanto con una generalizzata politica di investimenti sulla città e sul territorio che si può ragionevolmente pensare di uscire dalla crisi. Ma il governo - nel silenzio dell'inesistente opposizione parlamentare - continua a diffondere la formuletta magica: non ci sono i soldi.
Lo ha detto di recente anche Giudo Bertolaso, che alla Camera ha stimato in 13 (tredici) miliardi di euro l'ammontare delle esigenze necessarie per rendere le scuole almeno dignitose e decenti. Ha aggiunto infatti - immaginiamo con la migliore faccia di circostanza - che purtroppo i soldi non ci sono. Nello stesso giorno in cui veniva ripetuta la giaculatoria, la Corte dei Conti ha reso noto che l'alta velocità ferroviaria tra Torino e Napoli è costata 51 miliardi di euro, sette volte di più del previsto. Lo aveva detto in ogni modo Ivan Cicconi, ma nessuno lo ha ascoltato. In sedici anni di lavori sono stati spesi oltre 3 miliardi di euro all'anno. In soli quattro anni si poteva dunque raggiungere la cifra necessaria a non far spegnere in quel modo una giovane vita.
L'ubriacatura neoliberista
I soldi ci sono dunque. Ci sono per le imprese, per i cinici giochi sull'Alitalia, per il cartello di imprese che si è arricchito a dismisura con l'alta velocità ferroviaria. Ma siccome siamo ancora nel pieno dell'ubriacatura neoliberista, l'opposizione parlamentare non riesce neppure a porre la questione di un uso differente delle immense risorse che ogni anno lo stato spende in mille improduttivi rivoli. L'investimenti pubblico destinato al rinnovo urbano e all'adeguamento energetico degli edifici non riveste un carattere di assistenzialità. Può al contrario avere la capacità di aprire una nuova strada all'economia. Gli effetti più importanti si avrebbero nel comparto della ricerca avanzata dove c'è da superare un ritardo decennale sulla Germania e gli altri paesi avanzati. Un modo efficace per invertire la fuga dei cervelli che anche in questo settore colpisce il mondo della ricerca. Il secondo effetto sarebbe quello di favorire l'apertura di imprese legate alla produzione delle attrezzature tecnologiche. Da questo punto di vista è incalcolabile l'effetto sull'occupazione.
Poi c'è la riqualificazione del comparto delle costruzioni edilizie. Nel nord Europa il ciclo edilizio avviene ormai attraverso una serie di interventi tecnologicamente innovativi condotti sotto la regia dell'operatore edilizio. Da noi c'è ancora il capolaralato: possiamo sperare di invertire la crisi in questo modo? E c'è infine la conseguenza più straordinaria. Un intervento sistematico nella città migliorerà le condizioni di vita e favorirà l'integrazione, perché la paura nasce da città anonime e squallide in cui si avverte un deserto sociale devastante. Nasce dalla desertificazione prodotta dalla sciagurata apertura di un'infinità di giganteschi centri commerciali in campagna che stanno facendo chiudere migliaia di botteghe localizzate all'interno dei tessuti urbani.
Basta con le favole
Pochi giorni fa, Stefano Ricucci uno di coloro che si sono arricchiti in misura inaudita giocando sulle nostre città ha concordato la chiusura del contenzioso fiscale per soli due anni (2003 e 2004) restituendo 45 milioni di euro sottratti alla collettività. Con l'indecente carità di 40 euro a favore delle famiglie indigenti, pari a 1,30 euro al giorno, il governo spenderà 450 milioni di euro. Un decimo della somma la fornisce dunque Stefano Ricucci, ammesso che la restituzione effettuata corrisponda - ma chi può crederci? - a quanto guadagnato in quegli anni. Forse, infatti, uno dei tanti pensionati poveri che riceveranno la carità dal governo sarà stato sfrattato dalla sua abitazione da Stefano Ricucci o altri come lui che hanno beneficiato della cancellazione di ogni regola di governo urbano. Nei quindici anni del liberismo selvaggio sono stati trasferite montagne di ricchezza dalla collettività a pochi spregiudicati speculatori immobiliari. Basta, allora con la favola che «non ci sono risorse». E' una sfida che la sinistra non può mancare. Una risposta a chi dice «noi la crisi non la paghiamo» può avvenire solo se siamo in grado di imporre il nostro punto di vista. E quello delle città assume un carattere davvero simbolico.
E' venuto il momento di invertire le gerarchie dei valori. La ricchezza di tutti, delle città e dei beni comuni deve prevalere sul blocco sociale berlusconiano della speculazione fondiaria e della privatizzazione persino dell'acqua. Altrimenti la crisi la pagheremo noi.
L’operazione è chiara e spudorata: intimidire la Procura di Salerno che sembra aver trovato le prove del complotto contro De Magistris e gabellare l’indagine sulle toghe calabro-lucane come una“lotta fra procure”, una guerra per bande che qualcuno deve fermare per il bene di tutti. E stabilire una volta per tutte che sui politici e i loro protettori non si indaga. Non c’è alcuna guerra per bande, almeno non da tutte le parti. I pm salernitani, competenti per legge sulle vicende giudiziarie di Catanzaro, sono stati investiti da denunce di e contro De Magistris. Hanno indagato per un anno, e alla fine non han trovato prove sulle denunce contro De Magistris, mentre le han trovate sui gravissimi fatti denunciati dal pm. Come la legge li obbliga a fare, hanno archiviato le prime e approfondito i secondi, indagando i magistrati calabresi sospettati e perquisendone gli uffici. Fin qui, tutto normale. Le anomalie sono accadute ieri: l’atto di insubordinazione del Pg di Catanzaro, che definisce “atto eversivo” un’indagine doverosa nei suoi uffici; gli avvisi di garanzia partiti da Catanzaro contro i pm di Salerno (Catanzaro non è competente su Salerno: lo è Napoli, le competenze incrociate sono abolite da 10 anni) e il contro-sequestro degli atti acquisiti dai salernitani; l’ispezione a piedi giunti del cosiddetto ministro Alfano, gravissima interferenza politica in un’inchiesta in corso. Insolita è anche la richiesta degli atti dal capo dello Stato. Si spera almeno che quelle carte inducano il Csm a mettere finalmente il naso nel vero scandalo: Salerno è il dito che indica la luna, ma la luna sta a Catanzaro.
Gli elettori hanno gli occhi più aperti di noi, dice Anna Finocchiaro che ha passato due ore ieri qui in redazione a discorrere di politica. Gli elettori, i cittadini, gli italiani sono più avanti rispetto tanto alle discussioni da retroscena quanto dai trabocchetti descritti dai giornali: sicuramente sono altrove, sono nelle cose e non “nella playstation” della guerra fra leader, gioco virtuale di sempre minor successo di pubblico. Gli italiani difatti scrivono e chiamano i giornali per dire che non ne possono più, che per favore chi fa opposizione provi a smettere di mandare pizzini, di reclutare gente interessata che poi si inchioda alle poltrone, di parlare al telefono con il boss locale e di negoziare affari con chi fa gli affari suoi, non i nostri.
Da giorni su questo e su altri quotidiani si affaccia il tema – esplicito – della “questione morale” anche a sinistra. Veltroni ieri ne ha parlato apertamente in un’intervista. Chi rema contro di noi si faccia avanti o sparisca, ha detto. Ha convocato a Roma Bassolino per discutere di Napoli. Aveva parlato con Cioni, giorni fa, uno dei candidati alle primarie fiorentine coinvolto nell’inchiesta su Castello. Anna Finocchiaro dice che spetterebbe «prima di tutto alla sensibilità di ciascuno fare un passo indietro quando è il momento». Un tipo di sensibilità non così diffusa. Le ragioni sono molte, i casi diversi. Questo ci preme intanto dire qui: l’Abruzzo, la Calabria, Genova, Napoli, Firenze, persino la Sardegna degli interessi immobiliari che sottotraccia segnano le vicende politiche dell’isola sono storie davvero molto diverse. In qualche caso sono lotte di potere. In qualche altro ipotesi di reato. Non si può fare di ogni erba un fascio dice Leonardo Domenici ed ha ragione. Non si deve. Bisogna usare la residua energia per esercitare la ragione e distinguere, applicarsi a conoscere e capire. È vero però che l’ultimo decennio di gestione della cosa pubblica ha favorito e “sdoganato” come minimo una promiscuità di linguaggio e d’azione, una disinvoltura nel superare il confine del moralmente lecito che farebbe impallidire i nostri padri.
Oggi che si scatena la più incredibile guerra fra Procure mai vista – Catanzaro contro Salerno, il presidente Napolitano che per la prima volta chiede gli atti delle inchieste in qualità di presidente del Consiglio superiore – proprio oggi che una vicenda dai contorni opachi mette gli uni contro gli altri i magistrati coinvolgendo i massimi nomi degli uffici giudiziari d’Italia e facendo temere davvero per l’integrità di un Potere indipendente e supremo, oggi, dunque, anche e proprio per tutto questo abbiamo deciso di dedicare la prima pagina alla memoria delle parole di un uomo che ha segnato per sempre questo paese e le nostre coscienze. Erano gli anni della P2. Il Partito comunista (oltre al Psiup e al Partito radicale) era il solo a non essere coinvolto. Berlinguer non c’è più, Licio Gelli è in piena attività. Leggete le nostre interviste ad Anna Finocchiaro e a Leonardo Domenici. Provate a pensare se siamo capaci di ritrovare quell’orgoglio, nonostante tutto. «Serve una generazione nuova», dice la senatrice. Intanto abbiamo questa. Mettiamo all’opera gli anticorpi, alternativa non c’è. Scriveteci, pubblicheremo le vostre parole.
Leggete soprattutto le parole di Ennrico Berlinguer, anche qui
É sottosegretario in carica allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, ma non tutti sanno che è soprattutto assessore agli Affari di Famiglia (famiglia Berlusconi, of course). Si chiama Paolo Romani, si dichiara ex giornalista, fondatore di Telelivorno e di Telelombardia, e non ha remore nel confessare pubblicamente che ha accettato di fare l' assessore all' Urbanistica del Comune di Monza perché c' era "da risolvere un problema che è una spina nel fianco della famiglia Berlusconi". Da bravo soldatino, si è applicato ed è riuscito ad imbastire un' operazione che ha già portato nelle tasche di Paolo Berlusconi, fratello del capo, 40 milioni, che stanno per salire a 90 o 100. La "spina nel fianco" della famiglia presidenziale si chiama Cascinazza, un' area di 500 mila metri quadrati agricoli nel Comune di Monza che i Berlusconi comprarono nel 1980 dalla famiglia Ramazzotti, quella dell' amaro, per 7 miliardi di lire. Il progetto era di costruirci sopra una sessantina di palazzi residenziali, una specie di Milano4. Ma tra alterne vicende il progetto non decollò mai, nonostante l' affettuoso sostegno offerto negli ultimi anni dal presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Anche perché, situata tra il Lambro e il Lambretto, la Cascinazza ogni tanto va sott' acqua. E' vero che nel 2004 il Consiglio dei ministri approvò, in assenza del premier che si era correttamente ritirato nella sala accanto a sorbire il tè con Gianni Letta perché nessuno osasse sospettare conflitti d' interesse, la progettazione di un canale scolmatoio del costo di 168 milioni di euro. Ma la Cascinazza era diventata quasi un incubo per il premier, il cui fratello minore, come tutti sanno, non ne azzecca una. E poi perché costruire direttamente, se con gli opportuni interventi politici quei terreni si possono valorizzare clamorosamente? Così, vinte le elezioni a Monza, Romani viene spedito a fare l' assessore comunale all' Urbanistica. Ruolo nel quale si fa onore, perché organizza la vendita della Cascinazza alla Brioschi dei Cabassi, che pagano a Paolo Berlusconi 40 milioni, ma sottoscrivono una clausola che prevede una "integrazione" del prezzo al doppio o forse al triplo, nel caso di "valorizzazione" di quei terreni. L' assessore, diventato nel frattempo sottosegretario nel IV governo Berlusconi, si mette perciò di buzzo buono e presenta nei giorni scorsi una variante generale al PGT, il Piano di Governo del Territorio per valorizzare quell' appezzamento fin qui di assoluta inedificabilità. Quale migliore occasione dell' Expò del 2015? La variante Romani prevede infatti un "primo utilizzo" dell' area per l' Expò e poi un "riutilizzo dell' edificato con le seguenti destinazioni: direzionale, produttivo, residenza, edilizia residenziale convenzionata, artigianale espositivo, commerciale, intrattenimento, centro ricreativo bambini e ragazzi, centro anziani, centro per l' innovazione tecnologica nell' impresa, spazio espositivo per mostre continue, teatro, Spa e centro di medicina estetica, asilo nido, scuola materna, campo sportivo, sedi di Protezione Civile, Croce Rossa, Carabinieri, Banca d' Italia". E chi più ne ha ne metta. Il sottosegretarioassessore è un tipo immaginifico e aggiunge che lui vede svettare tra il Lambro e il Lambretto cinque magnifici grattacieli, una pista di sci coperta, perché non tutti possono andare in montagna a sciare, e una monorotaia che corre sul Canale Villoresi. Così, varata la variante, i Cabassi dovranno pagare a Paolo Berlusconi un altro pacco di milioni. E l' assessore agli Affari Familiari, a operazione compiuta, potrà dimettersi a Monza e andare a Roma a curare per il capo, dalla sua poltrona di sottosegretario alle Comunicazioni, il licenziamento di tutti quei comunisti nerovestiti (lodo Dell' Utri) che infestano la Rai.
Nota: il caso della Cascinazza di Monza è stato oggetto di una grande quantità di inteventi e documenti su eddyburg.it, soprattutto in questa stessa cartella SOS Padania (f.b.)
3 dicembre 2008
«Corruzione a sinistra, cacicchi scatenati»: se ne sentono di tutti i colori.
La colpa? Il Pd centrale è debolissimo
Zagrebelsky intervistato da Maria Antonietta Calabrò
ROMA — «Questa è qualcosa di più di un'intervista, è uno sfogo». A parlare così è Gustavo Zagrebelsky, uno dei più importanti costituzionalisti italiani, ex presidente della Corte Costituzionale, opinionista influente, capofila della scuola piemontese cui hanno fatto riferimento personaggi come Giancarlo Caselli e Luciano Violante, e un'intera generazione di magistrati «democratici».
Fumo negli occhi per il centrodestra che lo ha sempre temuto come il padre nobile di Mani Pulite e, negli anni, come la punta di diamante giuridica contro le cosiddette leggi ad personam e i provvedimenti sulla giustizia dei governi Berlusconi succedutisi dal 1994.
Ebbene,con il suo consueto rigore more geometrico Zagrebelsky prende oggi pubblicamente atto che un'enorme «questione morale sta corrodendo il centrosinistra». E che quello che Gerhard Ritter aveva definito «il volto demoniaco del potere» ormai è diventa l'altra faccia della politica del Partito democratico. Secondo l'analisi di Zagrebelsky il Pd «a livello centrale è debolissimo e quindi a livello locale i cacicchi si sono scatenati». Dalla Campania all'Abruzzo, da Firenze a Genova.
Oggi la questione morale si è spostata a sinistra?
«Sì. Per un motivo antropologico e per uno politico».
Prima l'antropologia...
«E' una questione di antropologia, ma pur sempre antropologia politica. Le leggi della politica sono ineluttabili: la politica corrompe. Ha un effetto progressivamente corrosivo, permea il tessuto connettivo e stabilisce delle relazioni basate sul potere. Nel caso meno peggiore si tratta di relazioni non trasparenti, di dipendenze, di clientele. Siamo un popolo di clienti delle persone che contano. Nel peggiore dei casi, invece, si tratta di vere e proprie relazioni criminali e di malavita».
Anche nel Pd?
«Sì. Nella sinistra, il neonato Pd è la causa della questione morale che constatiamo. Per due motivi».
Il primo?
«Il mancato ricambio generazionale che era la speranza e la scommessa dei democratici. Non che a sinistra ci siano necessariamente gli uomini migliori, ma si poteva sperare in un rinnovamento che avrebbe invertito l'inesorabile avanzata degli effetti della legge della corruzione».
Il secondo?
«La debolezza del partito, dell'organizzazione del partito, la mancanza di comuni linee di condotta... ».
Rina Gagliardi su «Liberazione « ieri sottolineava che l'esplosione della questione morale comporta il rischio di implosione per il Pd. Manca il centralismo democratico?
«Certamente non bisogna invocare il centralismo democratico che era anch'esso una degenerazione, ma al centro del Pd oggi come oggi non c'è nulla e così a livello locale i cacicchi si sono scatenati ».
Anche D'Alema aveva definito questa tipologia di politici locali il «partito dei cacicchi». Lei quando parla di caciccato pensa alla Campania del presidente Antonio Bassolino?
«Non conosco direttamente le varie situazioni: certo è che se ne sentono dire di tutti i colori».
Proprio ieri il capo dello Stato, parlando a Napoli, ha fatto un forte appello all'autocritica delle forze politiche in particolare del Mezzogiorno. Condivide le parole di Napolitano?
«Completamente. Anche perché si stanno avvicinando le elezioni amministrative e quello che si vede e si sente ha effetti devastanti sulla tenuta democratica del Paese».
Ci spieghi...
«La gente si sente strumentalizzata, usata per giochi di potere. C'è un drammatico bisogno di ricambio degli amministratori. Molti cittadini hanno veramente creduto nella possibilità di un cambiamento con il governo della sinistra.
E invece, le ferree regole descritte da Ritter ne Il volto demoniaco del potere hanno avuto il sopravvento e si è instaurato il caciccato ».
E nel centrodestra ci sono i cacicchi?
«Il centrodestra ha un leader, Berlusconi, che ha dimostrato di avere le capacità e le possibilità, anche materiali, di tenere insieme i suoi. Noi constatiamo che a destra il sistema di potere funziona meglio e quindi è meno visibile. Non che questo sia un vantaggio, ma gli effetti degenerativi non sono sotto gli occhi di tutti in maniera così eclatante».
4 dicembre 2008
«Chi sbaglia lasci. Senza aspettare i giudici»
Oscar L. Scalfaro intervistato da Marzio Breda
Presidente Scalfaro, in questi giorni si riparla molto di questione morale. Il problema è stato posto da Giorgio Napolitano, ma anche dal costituzionalista Gustavo Zagrebelsky. Il quale ha detto al «Corriere» che la questione è aperta pure per il centrosinistra. È catastrofismo?
«Quello della legge morale nella cosa pubblica è tema che esiste da sempre, anche se nella realtà si manifesta a intermittenza. Oggi riaffiora con forza perché c'è la sensazione di una grave crisi di valori, di un cedimento generalizzato. Credo che chiunque voglia intervenire su uno scenario di questo tipo dovrebbe avere anzitutto una grande severità con se stesso. E magari porre alla base dei propri convincimenti qualche esempio del passato.
Tanto per capirci: se non si è mai parlato di questione morale a proposito di De Gasperi, Einaudi, Lussu, Saragat e di tanti altri politici dei diversi partiti che rifondarono la nostra democrazia dopo la Liberazione, non lo si deve forse a come interpretavano la responsabilità di fare politica? ».
È una riflessione che la associa all'allarme — di vago sapore retrospettivo — lanciato dal capo dello Stato sull' «impoverimento culturale e morale della politica». Un allarme cui ha aggiunto l'urgenza di una «seria capacità di autocritica».
«Condivido il suo giudizio. E lo allargo perché mi pare che, nell'attuale sottolineatura di questa emergenza, ci sia un eccessivo gusto dello scandalo e del baccano, esasperato magari da eclatanti denunce in sede penale. Vorrei che la politica oggi non si qualificasse soltanto attraverso i processi o le campagne di stampa, ma per un'intima capacità di autorigenerarsi su una salda base etica e di pensiero che contempli anche l'autocritica. Riconoscere gli errori, infatti, è sempre un atto di dignità».
Dovrebbe compierlo pure il centrosinistra, questo pubblico «atto di dolore »? Dunque nessuno ha più titolo per rivendicare la «diversità morale» che proclamava Enrico Berlinguer?
«Quando il segretario comunista diceva certe cose, il Pci aveva forse qualche ragione per definirsi differente: una certa disciplina interna e un particolare stile di vita della classe dirigente ispiravano comportamenti rigorosi. Ma questa non era un'esclusiva della sinistra. Ricordo che De Gasperi ci ripeteva sempre di vivere anche la vita privata in modo che fosse coerente con i principi che affermavamo nella vita politica. Quelle "norme" non sono state mai revocate: sono state disattese se non abbandonate, purtroppo, ma non sono morte. E la gente, anche la gente più semplice, ha la capacità di giudicare».
Il professor Zagrebelsky sostiene che una certa debolezza del Pd a livello centrale consente giochi di potere e qualche degenerazione in periferia. E parla di una «scommessa perduta» a proposito del ricambio generazionale.
«Il ricambio oggi non mi pare facile, anche se come principio sarebbe in moltissimi casi necessario e vivificante. Mi piace ricordare che all'assemblea costituente le questioni più interessanti venivano dibattute soprattutto tra giovani parlamentari comunisti, democristiani, socialisti, liberali, con la presenza di qualche anziano saggio e punto di riferimento per tutti. Energie nuove sono indispensabili, quindi, specie nelle fasi di transizione».
Lei è molto vicino al Pd e ne segue attentamente l'evoluzione. Ora, dopo lo choc provocato da quanto accade in città come Napoli o Firenze, cosa dovrebbe fare il vertice del partito? In che modo si possono sanare certe ferite?
«È rispetto del patto elettorale. Quando qualcuno sbaglia o non è corretto nell'amministrazione della cosa pubblica, deve lasciare per sempre la responsabilità politica. Se è accusato ingiustamente, va difeso. Ma se è colpevole non lo si può difendere a oltranza per interesse di partito. Servono serietà e severità, senza le quali i cittadini perdono la fiducia.
Non si dovrebbe pertanto temere di usare il pugno duro, a costo di pretendere le dimissioni di nomi importanti?
«Insomma: sono contro gli scandali e le rivendicazioni di giustizia sommaria, ma se si vuole fare in modo che etica e politica procedano assieme non ci si deve limitare ai soli cerotti. Non se c'è di mezzo la comunità, la res publica. Quando si ha la certezza di abusi e scorrettezze, non resta altra scelta che far uscire di scena i responsabili. E questo, indipendentemente dalle certezze giuridiche. Un partito sa quando un suo dirigente opera bene o male, e non si deve muovere soltanto in applicazione di sentenze dei magistrati. Non deve affidare ai giudici il compito di fare pulizia».
Il fatto è che una manina si è portata via dagli uffici della Direzione investigativa antimafia di Napoli una copia delle intercettazioni dell’indagine che, nel suo avvio e senza alcuna ironia, gli investigatori chiamavano Magnanapoli. Dicono fonti vicine all’inchiesta che ora il boccino ce l’hanno in mano un paio di "barbe finte" - di spioni - che distillano veleni con almeno tre obiettivi ormai espliciti. 1. Azzoppare un’inchiesta che, presto svelerà come sinistra e destra, governo cittadino e opposizione consiliare vivono, a Napoli, d’amorosi sensi quando si discute e si decide di appalti e affari. 2. Regolare qualche conto in sospeso tra le burocrazie della sicurezza. 3. Soffiare «per input politici e gerarchici» il nome di innocenti, incappati nelle intercettazioni telefoniche, per farne colpevoli da sbattere sui giornali. Bisogna allora cominciare da qui - dalla disinformazione - per diradare qualche nebbia. L’operazione consente di vedere all’opera le manine galeotte, gli utilizzatori en plein air, i virtuali beneficiari, gli sventurati target.
Uno sventurato target è Antonio Di Pietro. Suo figlio Cristiano, 34 anni, al tempo consigliere provinciale di Campobasso, si mette in contatto con Mario Mautone, provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise. Mal gliene incolse. I comportamenti di Mautone sono già al centro dell’inchiesta di Napoli. Iperattivo, interlocutore favorito di amministratori, politici, imprenditori, amico giovialissimo di questori, generali e magistrati. E’ settembre dello scorso anno. Una manina consegna al senatore Sergio De Gregorio (partito delle libertà) la notizia che Cristiano Di Pietro è «indagato dalla procura di Napoli in un’inchiesta sulla ricostruzione post-terremoto in Molise». La notizia farlocca viene rilanciata dal Giornale, che ancora ieri ostinatamente la ripubblica. Raccontano che, di quelle intercettazioni, venga a conoscenza anche Silvio Berlusconi; che venga sollecitato a utilizzarle come una mazzuola sulla testa del suo «nemico» storico (Di Pietro) e contro il partito democratico (governa Napoli e la Campania da quindici anni). Il premier non ne fa nulla. L’uomo ha un felice intuito perché la storia, come gliela raccontano, è bugiarda. E’ vero, il giovane Di Pietro - intercettato - discute con Mautone della sorte di un paio di caserme dei carabinieri in Molise. «Più che correttamente», dicono oggi fonti vicino all’inchiesta. Il padre, Di Pietro il vecchio, Antonio, in quei mesi ministro delle Infrastrutture, ha il cattivo carattere che ha - si sa - e al primo stormir di foglie dell’indagine rimuove Mautone sottraendogli l’autonomia di provveditore per consegnarlo a un incarico non operativo al ministero. «Mi sono sempre comportato così - dice ora Di Pietro - Se sapevo che la magistratura stava valutando la correttezza dei comportamenti di un alto dirigente lo destinavo a un incarico non operativo - è accaduto in cinque, sei occasioni - nell’interesse del ministero, della giustizia, del dirigente indagato o soltanto coinvolto nell’indagine». Fonti vicino all’inchiesta confermano che Di Pietro si è comportato in questa storia con «esemplare correttezza».
Il venticello calunnioso soffiato contro il leader dell’Italia dei Valori è analogo all’aria venefica che le "barbe finte" sbuffano contro il colonnello Gaetano Maruccia (comandante provinciale dei carabinieri) e il generale Vito Bardi (comandante regionale della Guardia di Finanza in Campania). Li dicono, con il questore Oscar Fiorolli, indagati, compromessi dall’amicizia e rovinati dagli interessi opachi del provveditore. In realtà, i nomi dei militari saltano fuori nelle conversazioni telefoniche, ma in maniera neutra. Bardi e Maruccia prendono subito il largo da quel tipo, Mautone. Fiorolli, più amichevole e frivolo, si attarda a frequentarlo, ma non fino al punto di lasciarsene coinvolgere, a quanto pare.
E’ tra questi miasmi e veleni che precipita Giorgio Nugnes. Nelle ultime ore, prima del suicidio si aggira tra le redazioni dei giornali. Determinato a scrollarsi di dosso ogni accusa, chiede ai cronisti che apprezza: «Ma perché anche i servizi segreti indagano su di me?». Ipotizzano gli investigatori che Nugnes, nella notte tra venerdì e sabato 29 novembre, possa essere stato avvicinato dalle "barbe finte", pressato, minacciato con false notizie fino al punto che l’uomo ha ceduto di schianto la mattina dopo, impiccandosi. Se queste supposizioni dovessero trovare conferma, più che di un «nuovo Enzo Tortora», come suggerisce Francesco Cossiga, Giorgio Nugnes sarebbe la vittima di una stagione di veleni che era sconosciuta a Napoli, città più facile al melodramma e al buffo che alla tragedia.
Sgombrato il campo dal loglio, resta il grano ed è grano molto guasto. Comunque vada, quando le conversazioni telefoniche diventeranno pubbliche, della giunta di Rosa Iervolino resterà soltanto polvere per le prassi di governo, l’etica che le ispira, gli interessi personali protetti, la rete di potere non trasparente e trasversale che quei colloqui portano alla luce.
L’inchiesta giudiziaria trova il suo focus in un triangolo. Il provveditore alle opere pubbliche; cinque assessori; l’imprenditore Alfredo Romeo. Sullo sfondo, a Roma, i rapporti «tutti ancora da chiarire» con politici nazionali, tra cui Renzo Lusetti (Pd), Nello Formisano (IdV), Italo Bocchino (PdL). Il "triangolo" di interessi è alle prese con un global service, un progetto di gestione integrata delle proprietà della pubblica amministrazione. Rosa Iervolino lo presentò pubblicamente nella primavera del 2007 come «un regalo per Giorgio Napolitano che trascorre qui la Pasqua». Il piano, «in una visione unitaria», avrebbe dovuto «valorizzare il patrimonio pubblico, dagli immobili alle strade, dai palazzi monumentali a quelli di edilizia residenziale». E’ un appalto che i protagonisti istituzionali e amministrativi - Mario Mautone, il provveditore; Enrico Cardillo, l’assessore al bilancio (ora dimissionario); Giorgio Nugnes, dimissionario dall’assessorato alla protezione civile - cuciono come una giacca ben tagliata sulle spalle di Alfredo Romeo. A quanto pare, le indagini non svelano «cavalli di ritorno», mazzette che premiano la corruzione - se non pallide tracce, tutte ancora indagare - ma le fonti di prova raccolte, per la procura, sono adeguate a dimostrare la fraudolenza della gara e, quindi, la richiesta di misure cautelari - in soldoni, di arresti - inviata al giudice per indagini preliminari che, se fa in fretta (ha l’incarto da luglio), potrebbe decidere anche prima di Natale. Turbativa d’asta, dunque. Il reato non è esplosivo. Esplosive sono le conversazioni che dimostrano quanto il parolaio guerresco del confronto pubblico tra destra e sinistra sia, a Napoli, soltanto una mascherata. In realtà, ogni rivolo della spesa pubblica si decide in un compromesso utile a proteggere gli interessi personali, la rendita politica, le quote di consenso di ciascun partito. Una realtà politico e amministrativa che trova la sua conferma nel sostegno di Forza Italia alla giunta Iervolino in occasione del bilancio, nella protezione che alla Regione Silvio Berlusconi offre al pericolante Bassolino.
L’equilibrio amministrativo e istituzionale non è costruito per l’interesse pubblico, con l’urgenza di lavorare insieme per far fronte alle gravi criticità della Campania, alla crisi profonda della città, ma intorno alla corruzione, al clientelismo, per usare le formule del capo dello Stato. Forse informato per rispetto istituzionale (il procuratore di Napoli Giandomenico Lepore smentisce), Giorgio Napolitano ha anticipato (se si hanno orecchie per ascoltare) le ragioni della prossima crisi politica che travolgerà, con l’inchiesta giudiziaria, l’amministrazione e il ceto politico cittadino. Lo ha fatto così: «E’ assolutamente indispensabile che cambino i comportamenti di tutti i soggetti, pubblici e privati, che condizionano negativamente il miglior uso della risorse disponibili con il peso delle intermediazioni improprie che possono ricondursi a forma di corruzione e clientelismo, interferenza e manipolazione. (Bisogna) mettere in discussione la qualità della politica, l’efficienza delle amministrazioni pubbliche e l’impegno a elevare il grado complessivo di coscienza civica». A buon intenditore, poche parole.
L’ex Garante della Privacy è impegnato per una “carta dei diritti” della Rete: «Ma si devono garantire le libertà, non limitarle».
Della dichiarazione di intenti fatta dal premier Berlusconi Stefano Rodotà non è al corrente: si trova in India proprio per partecipare all’”Internet Governance Forum” promosso nell’ambito delle Nazioni Unite. L’ex Garante della Privacy, giurista e docente universitario, è uno dei “padri” della proposta di dotare la Rete di una “carta dei diritti” a garanzia della stessa comunità internettiana. Nel 2006 l’iniziativa è stata presentata al Parlamento Europeo con la partecipazione del ministro della Cultura brasiliano Gilberto Gil.
Professore, il tema di regolamentare Internet esiste?
«Esiste da anni il tema di una Costituzione per Internet. Una sorta di bill of rights, come lanciato nel 2005 dalla Conferenza di Tunisi. Ma lo spirito deve essere quello di garantire le libertà fondamentali e non di introdurre forme di controllo».
Non sembra la stessa forma mentale che anima il premier.
«Infatti si tratta di due visioni profondamente diverse. Noi discutiamo da tempo per rafforzare le “coalizioni dinamiche” che si creano in modo spontaneo in Rete a garanzia di tutti e perché il bill of rights passi attraverso una discussione della comunità internettiana».
Quindi, le regole devono provenire dal basso?
«Esattamente. Anche se io non parlerei di regole che fanno pensare all’”ingabbiare”. Due sono i punti fermi. Il primo è che si deve intervenire non per restringere bensì per garantire le libertà. Il secondo è di non imporre regole dall’alto ma conformemente alla natura della Rete attraverso un processo aperto e condiviso».
E una legge del Parlamento servirebbe allo scopo?
«Ora non ci sono le condizioni. Oggi vedo molti tentativi di ridurre le libertà online per motivi economici, commerciali, di sicurezza...»
O, come in Cina, per motivi repressivi.
«Infatti. Ed è tanto più necessario tutelare la libertà di espressione. La dichiarazione dei cyber-diritti deve rafforzarsi con un processo a partecipazione allargata».
Quale deve essere dunque l’impostazione corretta per stabilizzare il mondo virtuale?
«Ritengo che la via corretta sia quella che stiamo seguendo. Un’impostazione che pensi Internet come un luogo pericoloso sarebbe da un lato un errore e dall’altro provocherebbe fortissime reazioni del popolo di Internet».
Ci sono già. Siti autoscurati, blog in fibrillazione.
«Nel momento in cui c’è un movimento che si va consolidando e sta acquistando riconoscibilità da parte dell’Onu e della Ue, non dobbiamo andare in direzione opposta. È importantissimo convincere la comunità di Internet che servono regole positive».
A cosa porterebbe una legislazione globale sulla Rete?
«La dimensione in cui ci muoviamo è uno spazio globale dove la legislazione nazionale non basta. L’attitudine tipica di tutti i regimi autoritari è frenare le manifestazioni di libertà su Internet. Da Pechino a Singapore, gli stati che cercano di mettere le mani su Internet lo fanno perché offre al dissenso possibilità inedite. Non dimentichiamo che dalla Birmania, nei giorni della repressione, filtravano online notizie superando la rigida censura. Andare in senso opposto sarebbe assolutamente inaccettabile».
L’Italia non è la Cina. Quali sono i rischi di regolamentare Internet per un paese democratico?
«Certo che non lo è. Ma proprio perché l’Italia è in primissima linea nel rafforzare le garanzie per chi naviga, dico che va benissimo se il governo vuole unirsi a questo fronte. Andare in senso opposto invece sarebbe assolutamente inaccettabile».
Ho abitato per vent’anni davanti alle Alpi e per altri dieci davanti al Delle Alpi. Dalla mia finestra, là dove poi fu costruito lo stadio di Italia 90, vedevo il vasto orizzonte alpino, dal Rocciamelone al Gran Paradiso, lasciato libero dai campi sperimentali dell’Istituto Agrario Bonafous.
Chi si ricorda più di quella benemerita scuola agraria? Venne fondata nel 1871, con l’obiettivo di promuovere una radicale riforma delle tecniche agricole tramite la formazione dei giovani agricoltori. I campi sperimentali di quella succursale extraurbana erano terreno ottimo, lavorato e concimato alla perfezione. Soffrii molto quando, verso la fine degli anni Ottanta, venni a sapere che sarebbero stati sacrificati al calcio dei mondiali per costruirvi il nuovo stadio. Cominciarono le discussioni sui progetti, gli sguardi chini sui plastici, le dichiarazioni dei politici, il conto salato da pagare, giustificato però dal prestigio che sarebbe piovuto su un’area periferica e degradata di Torino: Madonna di Campagna-Vallette.
Vedrete, tutto sarà riqualificato, pulizia, ordine, modernità, questo quartiere diventerà il centro del mondo. Io sentivo che erano menzogne, ma le ruspe arrivarono e abbatterono il Bonafous, conservandone solo la modesta palazzina uffici all’ingresso dell’attuale complesso sportivo. Chissà dove finì la buona terra, sostituita da tonnellate di calcestruzzo e da una selva di cavi metallici, anche belli, a loro modo, non c’è che dire. Ma ormai non vedevo più le Alpi, bensì il Delle Alpi. Pazienza.
Arrivarono i mondiali, e l’unica cosa che cambiò era che non si trovava parcheggio in tutto il circondario, nemmeno per i residenti. Poi tutto finì in fretta. I cartelli indicatori con il pallone tricolore arrugginirono, la sporcizia aumentò per la maggior frequentazione dei tifosi, Madonna di Campagna-Vallette non diventò il centro del mondo, non fu dotata di maggiori servizi, anzi, oggi è uno dei tristi poli della prostituzione stradale cittadina, che almeno, allora, non c’era.
Vent’anni fa mi indignavo perché tanto denaro pubblico veniva trovato in un batter d’occhio per uno stadio e non per un ospedale o per le tante altre cose di cui sempre si sente urgenza in questo paese. Oggi veder demolire cento milioni di euro durati solo diciott’anni mi lascia sconfortato. Non solo gli annunci comuni a tutta la trionfale retorica delle grandi opere erano menzogneri, ma in questo caso pure paradossali: tocca ora spendere addirittura altri denari per distruggere e ricostruire. Dove andranno tutte quelle macerie? Da dove verranno le nuove materie prime? Troverei un senso alla demolizione se al posto del nuovo stadio, già vecchio a diciott’anni, nascesse un bosco, tornasse una campagna. Invece mi appare come simbolo della decadenza culturale, del fallimento del progetto urbanistico, del trionfo delle chiacchiere sui fatti e degli errori mai pagati, di nuovi proclami che ricoprono quelli vecchi in una spirale autoreferenziale di promesse e di nuova fiammante retorica.
Con gli ultimi resti di ricchezza di una nazione alla canna del gas, costruiremo dunque un nuovissimo e indispensabilissimo stadio. Forse lo smonteremo di nuovo, e non tra molto, per ricavarne aratri e coltelli.
Il tema non sembra più ai primi posti. Forse perché la costruzione illegale e sconosciuta, dapprima, all’autorità pubblica non ha più bisogno di nascondersi ed è diventata piena normalità a cui si fa l’abitudine? O l’autorità è così occhiuta e ben armata di strumenti repressivi da non farsi più fregare? O non è l’autorità, generalmente l’amministrazione comunale a praticare essa stessa l’abuso legalizzato dal potere decisionista che fa e disfa a suo piacimento fuor d’ogni controllo pubblico e democratico? Sappiamo quale enorme potere detengano i sindaci (e i presidenti di Regione), conosciamo l’estraniamento dei Consigli. I piani regolatori vigenti e i regolamenti edilizi, cioè leggi, non contano niente. “Le amministrazioni tendono più a mutare i piani che a realizzarli”, dice l’urbanista architetto Sergio Rizzi (“Tribuna Novarese”). Non è soltanto abuso di autorità. C’è una specie di abusivismo a metà. Dovuto da una parte ai privati (proprietari, costruttori, progettisti) che, ottenuta una concessione o un’autorizzazione, soprattutto quelle relative a nuove norme insensate, la “interpretano” e la stravolgono per conseguire superfici e cubature maggiori; da un’altra dovuto all’ente pubblico che, lui per primo, ammette interpretazioni insidiose, erode man mano la norma già assurda e la trasforma nell’accettazione di una realtà avulsa dagli scopi della normativa, peraltro spesso pretestuosi.
Esemplare, a questo proposito, la legge regionale cosiddetta dei sottotetti (lombarda, poi adottata similmente in molte regioni). Ancor più liberalizzata nel comune di Milano rappresenta fino a che punto d’irregolarità può arrivare l’eccesso edilizio e urbanistico attraverso l’intesa fra privati e municipio non sottoscritta ma esplicita, a danno della città, le sue strade e le sue piazze, nonché dei cittadini, per primi gli abitanti delle case dirimpetto a quelle manipolate. Ho discusso altre volte del disastro che si compie da anni e nessuno sembra volerlo contrastare. Oggi è come la metastesi inarrestabile di un cancro. Occorre ripartire dai fatti e perfezionare la denuncia. Le costruzioni denominate «adeguamento dei sottotetti» nulla c'entrano con la realtà degli accadimenti. Il compiacente avallo municipale di modelli progettuali fallaci deriva dalle motivazioni dichiarate dai fautori della legge originaria. Dicevano di voler favorire l'edificazione nelle zone già urbanizzate invece dell'espansione nelle aree libere per risparmiare territorio: e mai come oggi è in ballo un'enorme quantità di interventi edilizi giganteschi in spazi aperti. Dicevano - e questa è davvero grossa - di voler permettere l'ampliamento dell'abitazione di famiglie residenti in spazi troppo angusti (presumo all’ultimo piano) specie se comprendenti persone disabili.
Gl'interventi, in principio più o meno coerenti al (falso) obiettivo originario di rendere abitabili spazi esistenti inabitabili per regolamento igienico edilizio, sono diventati sempre più numerosi e pesanti: tutti riguardanti il cuore ambito della città e bei palazzi dell'Otto-Novecento, tutti rivolti non a modificare il tetto con mezzi contenuti per ottenere determinate altezze medie interne, bensì decisi a rubare al cielo fior di metri cubi d'aria per mutarli in volumi edilizi, alias in superfici da diecimila euro al metro quadro. I risultati architettonici e urbanistici di un'attività che è il vero affare d'oro per l'immobiliarismo in attesa della rendite dai nuovi grandi insediamenti voluti dal Comune e progettati dagli insipienti “archistar” fanno schifo, diciamolo chiaro.
Non è più questione di sottotetti belli o brutti. Viene sconvolta la regola o la logica della cortina stradale di altezza conforme alla larghezza e le gronde allineate; viene distrutta la funzione urbanistica e la bellezza architettonica di piazze, strade e persino delle stradine nella parte di origine medievale dove certi aumenti dell’altezza non sono di meno che reati gravi. Altro che sottotetti: i palazzi presentano obbrobriosi rialzi verticali al di sopra del cornicione per ottenere, disinteressati dell'architettura sottostante, un nuovo piano. Semmai il falso sottotetto è il nuovo attico al di sopra, prezioso e non costoso raddoppio volumetrico. Come pagar uno e prender due. Altro che sottotetti: l’affare attuale, indipendente da riferimenti alla normativa se non nominalmente consiste nel sopralzo della città. Come e assai più numerosamente che nel primo dopoguerra . E qui il cerchio si chiude perché, a osservare col naso all’aria, non sembra nemmeno più necessario alcun riferimento all’esistenza di un tetto a falde dotato di sottotetto per prospettare l’”adeguamento”. Infatti vigono due altre possibilità: applicare la norma dei sottotetti, secondo le dette falsificazioni e aggiunte, anche agli edifici a copertura piana; presentare (questa è l’ultima innovazione) il progetto, senza imposture, di sopralzo di uno o due (eccetera) piani netti dell’edificio qualsiasi altezza abbia. Il Comune approverà. Il risultato si vede, l’ipotesi in prospettiva è una città, già vilipesa con le migliaia di finti sottotetti e abusivismo “d’epoca”, rialzata senza alcun progetto d’insieme che lo giustifichi, che ne mostri la necessità.
Allora l’espansione esterna coi grandi nuovi insediamenti (fortunatamente non esenti da pericoli di fallimento con buona pace dei progettisti al servizio degli speculatori) e il rialzo della città interna si tengono per aggiungere diversi milioni di metri cubi a prezzo altissimo mentre l’ipocrisia degli amministratori pubblici non si esime dal lamentare la mancanza di case ad equo prezzo per le famiglie “che non ce la fanno ad arrivare alla quarta settimana”. Si leggono sui quotidiani milanesi dichiarazioni di amministratori relative alla necessità urgente di 60.000, persino 90.000 alloggi popolari. Roba da matti, non sanno quel che dicono mentre sanno quel che stanno facendo, ossia gettare la città in mano agli immobiliaristi più esosi (comunque possa essere trionfo o fallimento ciò che li aspetta).
Intanto l’abusivismo di vecchio stampo espone in città nuovi primati. Basti un solo caso, col quale Milano conquista il vertice nella classifica della costruzione fuorilegge nel centro delle grandi città italiane. In via San Paolo n.13, quasi all’angolo di Corso Vittorio Emanuele, quindi vicino al Duomo, si vede un edificio che ricordiamo di sei piani e che ora ne esibisce otto, due piani in più, lì belli rifiniti e puliti, ma realizzati senza alcuna concessione. Lo scandalo venne alla luce a opere terminate, il Comune non si era accorto di nulla. Denuncia ovvia, poi rinvio a giudizio dei progettisti e del proprietario. Questo due anni e mezzo fa. “528 metri quadri di abuso, valori immobiliari sopra i diecimila euro al metro, fanno qualcosa di più di cinque milioni. Un record, probabilmente” (Repubblica/Milano, 18 marzo 2006). Pensate che i due piani verranno demoliti? Certamente no, vista la coerenza al programma comunale in attuazione di ammettere, direi promuovere, l’aggiunta di nuovi piani agli edifici esistenti.
Questo mostro di abusivismo classico mi ha indotto a verificare la situazione in Italia. Che è impressionante. Forse non ho posto sufficiente attenzione al nuovo accertamento (a scopi fiscali) messo in campo dall’Agenzia del Territorio (Catasto), proceduto ormai oltre la metà dei comuni. Il metodo è quello di confrontare fotografie aeree zenitali odierne con le mappe ufficiali, sicché riguarda la presenza o meno di intere costruzioni (non, dunque, casi come quello descritto). Notizie precise sono apparse a gennaio sul Sole 24 Ore (dati reperibili anche sul web). Ebbene: non risultano al Catasto 1.248.000 particelle, assimilabili a edifici. Siccome il rilevamento si riferisce a poco più della metà dei comuni, 4.238 (e nei grandi comuni, in particolare proprio Milano, il rilevo stenta molto ad avanzare), non è azzardata una stima di 2.000.000 relativi all’intero territorio nazionale, 8.103. Risulterebbe “nascosto” circa un sesto dei fabbricati legittimi. Una enormità. È evidente che per moltissimi non suonerà mai la sanatoria. “Esisteranno, semplicemente, senza che nessuno faccia nulla. Proprio come nella Valle dei Templi di Agrigento” (Il Sole-24 Ore, 21 Gennaio 2008). Eppure si sono attuati nel passato tre grandi condoni. In Italia, si sa, si costruiscono ogni anno abitazioni e altri fabbricati di ogni genere più che in ogni altro paese europeo. Sembrano non bastare, si stratificano lungo il tempo quantità incredibili di costruzioni aggiuntive fuorilegge. Intanto sopravvivono anche gli edifici abbandonati, compresi quelli industriali dismessi il cui ricupero è in gran parte fallito. “Così si consuma inesorabilmente il suolo, senza mai guadagnarne” (idem).
di Sandro Raggio A vedere i segnali era prevedibile una crisi del governo Soru; molto probabile che si verificasse sulle scelte urbanistiche. Negli ultimi vent’anni è successo spesso che dietro le dimissioni di un governo regionale vi fossero contrasti, mai spiegati, sui temi del governo del territorio. In questo caso c’è altro. Nello sfondo ci sono da mesi le questioni interne del Partito democratico: quadro fosco e mutevole, difficile da decifrare tra le righe dei vari passaggi, e rivelatore della imminenza delle elezioni. Per cui nello scontro si intrecciano varie questioni, ma il nodo dell’urbanistica resta saldamente al centro, nonostante i tentativi di minimizzarlo. Lo è stato nel corso della legislatura, con conflitti nella fase di redazione del Piano paesaggistico la cui approvazione, con quel contenuto atipico, non è stata mai accettata da una parte della maggioranza, piuttosto subita con malcelato fastidio, espresso in più occasioni sotto altre forme. Credo che al fondo vi sia un serio malinteso, prodotto della sottovalutazione di molti riguardo alle dichiarazioni d’intenti di Soru sul governo del territorio, contenute con evidenza nel programma elettorale della coalizione del centrosinistra. Basta rileggerlo quel documento, arditamente proposto agli elettori - che lo hanno accolto - e si troverebbe descritta la volontà di una rigorosa tutela dei paesaggi sardi, senza spazi per i patteggiamenti tipo quelli che hanno portato i precedenti Ptp alla invalidazione con disonore. Facile immaginare che più di uno abbia pensato che intanto i programmi contano fino a un certo punto, perché poi le cose si aggiustano. Già visto. L’obiettivo di quella parte del centrosinistra che ha condiviso il progetto, è invece rimasto fermo e la indisponibilità alle mediazioni sul programma è sembrata agli avversari insopportabile. Si potrebbe discutere fino ai dettagli per scoprire se l’atteggiamento del governo regionale sia stato troppo discontinuo, e l’idea del “piano senza difetti” inconciliabile con le necessità della politica e dei suoi equilibri. Sarebbe un esercizio inutile. Conta piuttosto evidenziare che questa fase ci ha messo finalmente tra le regioni guardate con rispetto dall’Europa sui temi ambientali. I fatti. Non è chiaro quello che è accaduto come è in tutte le crisi della politica. I contrasti sembrano riconducibili alla questione delle competenze nella approvazione del Ppr, se della Giunta o del Consiglio. Il cui ruolo è sembrato finora marginale (per via del sistema elettorale o per l’ assenza dei partiti un tempo promotori di dibattiti nel territorio?). La necessità di riconoscere al Consiglio maggiori poteri era stata decisa attribuendogli la competenza nella approvazione di un documento preliminare, impegnativo per la approvazione del Ppr. Del quale resta aperta la fase due. La redazione in corso, per le zone interne, da concludersi necessariamente prima delle elezioni (quando se no?) chiede una ovvia accelerazione. La ragionevole tesi di utilizzare, in fase transitoria, il documento d’indirizzo già approvato dal Consiglio nel 2005, è stata contrastata, per affermare il ruolo dell’Assemblea - è stato detto. Ma impossibile non vedere in ciò il segno di una scarsa volontà a completare in tempo il Ppr. Poco in sintonia con fatti recenti: l’insuccesso clamoroso del referendum ammazzacoste e soprattutto le tragedie delle alluvioni. Una prova di forza sul punto più in vetrina del programma e più caro al presidente? Forse. Una strategia palazzinara? Non esattamente. Ci sono nel Partito democratico e nella coalizione di centrosinistra che governa la Regione forze che si richiamano alle migliori tesi dell’ambientalismo, ma c’è, non lo si può negare, l’idea di regolare caso per caso le faccende nel territorio contraddicendo alla radice i principi generali. Quante volte abbiamo sentito declamare la formula: «Siamo per la tutela del territorio e del paesaggio, ma»... Ed è quel “ma” che rivela un’attitudine al compromesso, cronica e temo incorreggibile.
La cronaca
di L.Ci.
ROMA - Un iter velocissimo, al riparo anche dagli intoppi giudiziari, per le opere pubbliche «prioritarie per lo sviluppo economico del territorio nonché per le implicazioni occupazionali». È questo l'obiettivo dichiarato dell'articolo 20 del decreto anticrisi in vigore da sabato dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. La nuova procedura, che dovrebbe anche permettere di evitare, insieme alla sospensione dei lavori, la perdita dei relativi fondi europei, prevede essenzialmente due novità: la nomina per queste opere di un commissario che potrà sostituirsi alle amministrazioni interessate e l'impossibilità per il Tar di fermare i favorì in caso di ricorso contro gli atti del commissario stesso.
In realtà la presenza di un commissario che vigili sulla realizzazione di infrastrutture non è una novità assoluta. Solo che finora era possibile di l'atto solo come extrema ratio per riavviare opere bloccate. Ora invece nelle intenzioni del governo dovrebbe diventare uno strumento quasi normale.
Dunque con lo stesso decreto la presidenza del Consiglio dei ministri individuerà le opere strategiche e i relativi commissari, indicando i tempi di realizzazione e il relativo quadro finanziario. Al commissario toccherà vigilare su tutto ciò, in particolare sulle autorizzazioni e sulla stipula dei contratti, con l'obiettivo di garantire il rispetto dei tempi. Ma non si tratta di semplice vigilanza: avrà anche poteri sostitutivi e quindi potrà adottare gli atti che toccherebbero alle amministrazioni interessate, qualora queste non lo abbiano fatto. Se poi si renderà conto che le opere non possono essere realizzate, il commissario proporrà al ministro competente o al presidente della Regione la revoca dei finanziamenti.
L'operato del commissario godrà poi di una corsia assolutamente preferenziale in sede giudiziaria. 1 tempi per presentare ricorso al Tar contro i suoi atti (che erano già brevi in base alle preesistenti norme in materia) vengono drasticamente accorciati. Le relative sentenze potranno essere redatte in forma semplificata (quindi senza bisogno di troppe motivazioni). Ma soprattutto, le m isure cautelari adottate dal tribunale c l'eventuale annullamento dei provvedimenti non potranno sospendere i contratti già firmati e quindi l'esecuzione delle opere. Il caso principale a cui il governo si è ispirato è quello dell'impresa che esclusa dall'appalto fa ricorso: non potrà più ottenere il blocco dell'opera, per poter rientrare in caso di sentenza favorevole: se il tribunale gli darà poi ragione avrà diritto solo ad uri risarcimento del danno, non superiore all'utile effettivo che avrebbe conseguito, in base all'offerta presentata, se fosse risultato aggiudicatario. (L. Ci.)
Il “modello Bertolaso” e la cultura del fare
di Mario Ajello
Sbloccare l'Italia si deve. Forse si può. Come? Nei, venti articoli e dieci commi del pacchetto anti-crisi di Trernonti, spunta l'istituzione d. una figura fondamentale per la ri-partenza dell'Italia sulla base della cultura del decidere e del fare, troppo a lungo latitante in queste contrade. Ovvero, il Comissario per le opere pubbliche Viene da considerarlo, a colpo d'occhio, una sorta di Bertolaso che invece di occuparsi di rifiuti - nel caso napoletano con successo, compreso quello di aver fatto cooperare per il meglio il governo centrale con quello regionale e cori quello comunale - si concentra si il controllo delle infrastrutture. Svolgendo il ruolo di decisore, di. facilitatore, di nemico "armato" - la sua arma è l'autorità dello Stato contro i veti e i contro-veti e i conflitti di competenze e i ricorsi e i ritardi burocratici che bloccano la costruzione di autostrade, Tav, impianti energetici... L'economista Fiorella Kostoris Padoa-Schioppa sta studiando il documento tremontiano e quando arriva ai commi due e tre, in cui si parla del Commissario per le opere pubbliche, si. esalta: «Questa è una grande svolta. Anche di tipo culturale. .Nell'idea di istituire questo tipo di figura, c'è l'etica dei risultati: C'è la cultura del fare da. opporre alla cultura delle buone intenzioni».
Poi, ovviamente, si tratterà di vedere chi verrà scelto per questo incarico delicatissimo. «Uno con le doti di Bertolaso sarebbe perfetto», dice l'economista e senatore del Pd, Nicola Rossi. Aggiunge. «Mi sembra, inoltre, positivo ciò che il governo sta facendo sui fondi comunitari per le grandi opere. Cioè concentrarli su pochi obiettivi strategici, invece di parcellizzarli in mille rivoli». Stando al testo tremontiano, il nuovo Commissario dovrò rispondere direttamente al ministro e gli deve spiegare perché quella tale opera e in ri tardo e chi e come la sta bloccando. Ciò significa che il Commissario a un obbligo di risultato In più, egli deve chiedere al ministro di revocare l'assegnazione delle risor se, per un'infrastruttura che non procede, a chi le dovrebbe utilizzare. Decisionismo «Speriamo di sl», osserva la Kostoris Padoa-Schioppa: «E’ questo che ci vuole: il ritorno dell'autorità dello Stato. E in più, una condivisione politica del valore che può avere questa figura. Perchè la modernizzazione italiana ha bisogno di una fiducia larga». Giuseppe Roma, del Censis, è meno entusiasta- «Temo che questo Comissario possa rappresentare un potere in più, in un campo ciel quale i poteri sono già tantissimi». Complica invece di facilitare? Non credo», obietta l'economista Antonio Pedone: «Anzi, il Commissario si potrebbe rivelare utile nella mediazione, che poi però deve partorire per forza e in. tempi brevi urla decisione, con le comunità locali»Che spesso sono in preda alla sindrome del Nimby (not in my backyard: ovvero costruite lontano dal mio cortile)- Contro questa malattia parzializzante in Inghilterra, è stata varata la «legge anti-proteste». Una sorta di pugno di ferro contro chi blocca la. costruzione di tutto. Ma da noi, il nuovo Commissario non sarà uno sceriffo. Può rappresentare invece l'antidoto a quella che Nicola Rossi. chiama «l'eterna immobilità italiana»- «II nostro Paese-.spiega il senatore democrat - è fondato .sull'immobilità delle persone, dei beni., dei mezzi. La sfida., trasversale., è quella di rimettterlo in moto».
Il giuslavorista Michele Tiraboschi è ancora più netto: «Il nuovo Commissario è un'ottima idea. Va riportato ordine in una situazione nella quale, a causa. ;della riforma del Titolo V della Costituzione, le competenze sulle opere pubbliche sono sparpagliate fra troppa soggetti. Risultato: la deresponsabilizzazione e la paralisi. Serve, invece, una persona che dia le linee strategiche, faccia da regista.. operi la sintesi sul territorio. Uno Stato autorevole, che prende decisioni, trasmette nei cittadini il valore della fiducia». La .fiducia, quella nel futuro, ha il diritto si sfrecciare sottoterra, sopra ai ponti, sulle autostrade, sulle, ferrovie. Basta che si facciano. E ad alta velocità.
Cade sul ponte di Calatrava, annuncia causa al Comune. Rosa Simoncini, 48 anni di Musile non dimenticherà facilmente quel 19 ottobre quando, verso le 19.40, assieme alle amiche Federica Deirossi e Donatella Ambrosin, è divenuta l’ennesima «vittima» del ponte veneziano. Una caduta che le è costata 5 fratture al viso e un’operazione maxillo-facciale con tanto di placca allo zigomo destro.
Proprio in quel momento, quando si è rivolta a un bar di piazzale Roma per chiedere del ghiaccio, è passato il sindaco Cacciari. Alle sue rimostranze sul ponte, le ha risposto: «La prossima volta faccia a meno di percorrerlo». Rosa adesso chiederà un risarcimento dei danni.
Erano le 19.40 circa quando le tre amiche hanno percorso il ponte per dirigersi verso un ristorante in centro. La prima a cadere è stata Rosa, poi Federica è barcollata e anche Donatella, ma loro non sono cadute. Rosa invece è rimasta sdraiata a pancia in giù, immobile. «Sono letteralmente volata sul ponte - racconta - ricordo che non c’era illuminazione, non un lampione acceso neanche sul marciapiede e tutto il tratto fino alla stazione del treno. Sono caduta alla sommità, sul vetro, da dove non si vedono gli scalini. Sono praticamente planata con la faccia su un gradino: 3 botte in testa per fortuna senza conseguenze, 5 fratture al viso. Ho subito un intervento chirurgico maxillofacciale all’ospedale dell’Angelo, con riassestamento dello zigomo e applicazione di una placca alla mascella. Pensavamo che alla stazione ci fosse almeno una farmacia. Niente. La polizia della stazione non poteva farci entrare perché aveva degli arresti. Allora siamo tornate a San Donà, per andare al pronto soccorso, fermandoci prima in un piccolo bar a chiedere del ghiaccio». E qui si inserisce l’episodio del sindaco. «Sedute al bar - ricorda Rosa - abbiamo visto il sindaco passarci davanti. Gentilmente, l’ho fermato. Mi presento e gli dico che sono appena caduta sul ponte. Non finisco la frase e mi risponde: “E allora?”. Ci resto male e rispondo: “Allora vedrò cosa mi sono fatta, ma l’ho fermata per dirle che è pericoloso perché completamente al buio, in parecchi inciampavano o si attaccavano al corrimano”. La sua risposta è stata: “Stia più attenta, io l’ho fatto un centinaio di volte. Lei faccia meno di farlo”. Ha girato le spalle e se ne è andato. Tutto questo sotto gli occhi delle mie amiche e di alcuni clienti del bar, rimasti attoniti». Adesso Rosa sta un po’ meglio, ma i danni subiti sono gravi e con il suo legale chiede un risarcimento. Il Comune le ha già chiesto le foto di quella serata scattate con i telefonini.
«A Venezia ci vado spesso - conclude Rosa - e non sono mai caduta da un ponte, parlo di quelli seri. Comunque da quel giorno non sono più andata a Venezia e non ho più intenzione di passare per il ponte di Calatrava perché ho paura».
29 novembre 2008
Savona, la Regione frena la torre Fuksas
"Progetto cambiato, va riconvocata la conferenza dei servizi"
Nel mirino una delle strutture più contestate degli ultimi anni, a pochi passi da un’area di grande pregio ambientale
di Ava Zunino
Non è un cartellino rosso. E neppure un parere di merito. Però è un richiamo formale della Regione ai Comuni di Savona e Albisola perché verifichino le procedure seguite nell’iter di approvazione del progetto della torre di Fuksas alla Margonara: agli uffici regionali non risulta che i Comuni si siano ancora pronunciati sulla nuova versione del progetto di Fuksas, quella del 2007, né che sia stata convocata la conferenza dei servizi per pronunciarsi sulla ammissibilità del progetto nella nuova versione, che è "diversa" da quella originale. La richiesta di rivedere l’iter è contenuta in una lettera indirizzata alle due amministrazioni comunali e firmata dai direttori generali della pianificazione territoriale, Franco Lorenzani, e dell’ambiente, Gabriella Minervini. E’ partita ieri e mette nel mirino nel piatto di uno dei progetti più contestati degli ultimi anni, cemento nuovo di zecca che andrà a coprire una fetta dell’arco di costa ligure, tra l’altro nell’area accanto allo "scoglio" della Madonnetta, che la commissione nazionale della valutazione di impatto ambientale aveva già detto che andrà tutelata. L’intervento dei direttori generali è chiaro e con parole semplici si può tradurre nel richiamo a non trascinare tutti gli enti in una vicenda di vizi procedurali. Cosa che va al di là del giudizio di merito: «sul quale - scrivono i direttori generali - ci riserviamo di pronunciarci a seguito del superamento positivo dell’ottemperanza procedurale». E appunto chiedono di verificare che le procedure siano state tutte espletate correttamente. Sia come sia, è la prima volta che la Regione interviene sulla vicenda con un proprio atto. «Ci troviamo coinvolti in polemiche per progetti che non abbiamo mai ricevuto e sui quali dunque non possiamo pronunciarci: sarebbe singolare che la Regione si pronunciasse su progetti che non ha ricevuto», aveva detto il presidente Claudio Burlando solo qualche settimana fa. E adesso? Che cosa è successo? Formalmente nulla. Il Comune di Savona ha appena adottato una delibera di intenti in cui dice che alla Margonara non vanno fatte residenze. Ma sul progetto, come è stato modificato durante un lungo cammino iniziato nel 1999, non si è ancora espresso. L’ultima versione del progetto di Fuksas è inoltre molto diversa dall’originale, su cui si era espressa anche la commissione nazionale per la valutazione di impatto ambientale che aveva dato alcune prescrizioni, tra cui la tutela dello scoglio della Madonnetta, una riduzione dei volumi previsti, la sicurezza dell’ingresso del porto e l’utilizzo di tecniche di edilizia tradizionale. Sono tutte cose rispettate anche nella nuova versione del progetto? Nessun ente si è ancora espresso, come fanno notare i direttori generali della Regione. La lettera non è un atto politico. E non è un giudizio sul progetto. E’ però un richiamo formale alla verifica della correttezza delle procedure e come tale rappresenta l’esordio della voce della Regione su questo tormentato progetto savonese. Ai piani alti della Regione assicurano però che l’iniziativa dei direttori generali non sarebbe stata sgradita al presidente Burlando non solo in quanto atto amministrativo. E sostengono che, in termini molto ampi, potrebbe essere la cartina al tornasole di una volontà di cautela nell’approccio a questa edificazione sul mare. Si vedrà.
30 novembre 2008
Margonara, l’amarezza di Fuksas "Non sono un cementificatore"
L’architetto: è più facile lavorare all’estero "La torre è un’idea che si concilia con un progetto che rispetta l’ambiente"
di Luigi Pastore
«OGNI volta che parlo della Margonara, per me è un dolore, una sofferenza. La cosa che più non sopporto è che mi diano del cementificatore, perché non corrisponde alla verità. Io non faccio parte di quella categoria».
Massimiliano Fuksas è all’aeroporto di Roma, di ritorno da Parigi, dove ha firmato il progetto del nuovo Centro degli Archivi nazionali di Pierrefitte-sur-Seine. Il progetto, battezzato dai francesi "Le coffre de Fuksas", si presenta come un grande baule dalla instabile luminosità, data all’interno da un gioco di luci e trasparenze e all’esterno da uno specchio d’acqua, ovvero il laghetto accanto al quale sorge la struttura: «Un progetto al quale abbiamo lavorato con grande soddisfazione - dice - ma purtroppo quando uno rientra in Italia, si ritrova immediatamente a che fare con una realtà ben diversa, e sotto certi aspetti, molto triste. L’unica cosa bella oggi è che qui a Roma c’è sole e fa caldo, mentre a Parigi faceva un freddo cane e sembrava di essere in pieno inverno».
Non ha ancora letto i giornali, Fuksas, ma l’eventuale stop della Regione sul progetto del porticciolo turistico della Margonara dice di considerarlo «l’ennesima goccia di uno stillicidio che va avanti da tempo. Eppure - aggiunge - non sono stato certo io a voler fare il progetto Margonara, ma un bel giorno è stato il signor Canavese (attuale presidente dell’Autorità portuale di Savona ndr) che mi ha chiamato, chiedendomi di occuparmene. Il progetto precedente era già pronto e molto più invasivo, prevedeva anche i parcheggi sulla spiaggia. Mi è stato chiesto di pensare qualcosa di differente, di meno impattante, e lì mi è venuta l’idea di quella torre che ho chiamato una puntura di spillo luminosa, senza che volessi con ciò offendere nessuno o fare riferimenti ad altre architetture. Ma certo, il progetto non era solo quello, ho pensato alla passeggiata degli artisti, mi sono preoccupato che non si costruisse sull’Aurelia, che la si lasciasse libera. Ciononostante, mi sento dare del cementificatore».
Le perplessità di molti vertono sulla compatibilità della torre con il contesto circostante, ma per l’architetto il discorso è più complessivo. «La verità è che in Italia è impossibile fare ciò che si fa all’estero. Ogni volta che tenti di realizzare qualcosa di diverso, ti attaccano e ti danno del cementificatore. Storia buffa nel caso del sottoscritto, che non ha mai lavorato per quelli che sono considerati per definizione i grandi cementificatori, ovvero Ligresti e Zunino. Scelte mie, per carità, altri preferiscono lavorare con loro. Io no, ho le mie idee e le porto avanti. Tutto mi interessava sulla Liguria, fuorché fare un’operazione invasiva. Lo spirito era e resta esattamente il contrario. Ma evidentemente non tutti la pensano allo stesso modo».
Il problema è forse anche che il caso-Margonara si inserisce in una stagione controversa sul tema dell’ambiente e dell’urbanistica in Liguria. Tanti i progetti in campo da levante a ponente e molti contestati, senza dimenticare il dibattito sull’opportunità di continuare ad aprire porticcioli turistici. «La discussione sui posti barca è curiosa - sottolinea Fuksas - il fatto che le barche inquinino non mi sembra un motivo per non trovare loro dei posti. Bisogna anche prendere atto della realtà e di come funziona l’economia. Mi sembra che quando una fabbrica inquina, in Italia non la si chiuda, ma anzi si tenti sempre di fare di tutto per tenere aperte le industrie, anche magari con aiuti pubblici».
Adesso resta da capire cosa succederà nei prossimi mesi, se cioè questa frenata della Regione sia solo un segnale fine a se stesso o il prologo di una retromarcia. «Guardi, io sono disponibile a qualsiasi soluzione. Fare la Margonara o non farla non mi cambia certo la vita. Se decideranno diversamente, ne prenderò atto e mi ritirerò in buon ordine».
30 novembre 2008
Sinistra a testa bassa "Partita da chiudere"
Il verde Vasconi: ora Burlando sia coerente
di Marco Preve
Carlo Vasconi, consigliere regionale dei Verdi aspetta «di vedere i fatti», mentre Patrizia Turchi consigliere comunale di "A Sinistra per Savona" annuncia di aver già chiesto «l’immediato ritiro della pratica dopo la brutta figura dell’amministrazione comunale».
Ecco le reazioni a caldo di due degli oppositori della prima ora del progetto "porto più grattacielo" dell’architetto Fuksas. Rappresentanti di un vasto e trasversale movimento che raccoglie comitati, blog e siti internet, singoli cittadini, dallo studente al pensionato, di varia estrazione sociale.
«Erano aspetti che avevamo sollevato in più occasioni - dice Vasconi -. Spiace vedere che l’intervento lo abbiano fatto i tecnici, anche se importanti come Lorenzani e Minervini, e non i politici. Quanto al sindaco e agli amministratori comunali penso che la prenderanno male perché si sono dimostrati più realisti del re».
Per Vasconi l’intervento regionale è anche un riconoscimento al movimento anti cemento. «Gli ambientalisti, accusati dall’assessore alla Cultura di Savona Ferdinando Molteni, di essere pantofolai e borghesi finti rivoluzionari, hanno dimostrato prima di tutto la bontà delle loro critiche, quanto poi alle offese credo che i finti rivoluzionari siano quelli che regalano aree pubbliche ai costruttori, quelli sì davvero ricchi».
Vasconi affronta anche un elemento contraddittorio. La Regione richiama all’ordine Savona sul progetto della Margonara di cui l’assessore all’Urbanistica, ed ex sindaco della Torretta, Carlo Ruggeri, è sempre stato un convinto assertore.
«Ruggeri - dice Vasconi - con il presidente del porto Canavese (centrodestra, ndr) è sempre stato un sostenitore del progetto, ma un conto sono le idee politiche, un altro quelle dei tecnici. Speriamo che tutti se lo ricordino. Comunque, proprio Burlando, ha detto che non si doveva più costruire in aree libere. E allora, visto che penso che il percorso sia ancora lungo, aspettiamo di vedere i fatti».
Le osservazioni della Regione erano state sollevate alcuni giorni fa anche da Patrizia Turchi in commissione. «Ricordiamoci - dice - che la concessione riguarda solo il primo progetto, quello presentato dallo stesso Gambardella (Giovanni, manager genovese titolare della licenza di costruzione, ndr). Inoltre, e lo possiamo provare, già per quel progetto del 1999 esistono osservazioni cui l’Autorità Portuale non ha mai dato risposta».
Turchi attacca poi l’amministrazione savonese: «L’intervento della Regione è importante perché senza la giunta, martedì, in occasione del Consiglio, avrebbe legato i consiglieri a questo progetto».
Turchi non sa dire se all’azione tecnica seguirà quella politica: «Per ora vedo due funzionari che hanno preso carta e penna e hanno messo nero su bianco che la procedura del Comune di Savona era fallace, dimostrando così l’assoluta incapacità operativa della nostra amministrazione cittadina».
Il dribbling del sindaco Berruti "Per noi non cambia nulla. Si tratta solo di realizzare attività produttive che creino posti di lavoro"
di Ava Zunino
La lettera della Regione sulla Margonara e la Torre dell’architetto Fuksas? Per il sindaco di Savona, Federico Berruti, eletto tre anni fa come indipendente e che poi si è iscritto al Pd, è solo una questione tecnica «di cui si occuperanno i tecnici degli uffici. Riguarda le procedure e non l’abbiamo ancora ricevuta perciò mi risulta difficile commentarla». Non è "un fatto politico", dice. Non legge questo atto come il preludio a un nuovo atteggiamento della Regione verso un progetto che ha sollevato crescenti contestazioni. Dunque, per il sindaco di Savona lascia il tempo che trova. E non scalfisce la sua convinzione che la torre, il porticciolo, il cemento a snaturare il mare e la costa, si debbano fare. L’ambiente? «E’ evidente che un porto turistico ha un elevato impatto ambientale, tuttavia bisogna fare i conti con lo sviluppo. Si tratta di fare attività produttive che creino posti di lavoro e a queste condizioni il bilancio costi-benefici per noi è positivo. I costi ci sono, lo so. L’ideale sarebbe stato non toccare niente, ma vale oggi lo stesso discorso di quando, nel dopoguerra, costruimmo le fabbriche». Secondo molti fu un errore: pezzi di costa e di mare sacrificati, per industrie che ormai sono in crisi mentre la Liguria avrebbe potuto puntare tutto sull’ambiente. O no? «Non lo, ma so che il livello di vita che abbiamo non viene dal nulla ma viene da quelle scelte. Poi so bene che è difficile trovare un equilibrio - dice Berruti - ma per noi il progetto Fuksas è un costo sostenibile». Dal punto di vista tecnico i direttori generali della pianificazione territoriale e dell’ambiente della Regione dicono di verificare le procedure. Non risulta, ad esempio, che la nuova versione del progetto Fuksas per la Margonara sia mai stato approvato dal vostro Comune o da quello di Albisola e neppure dalla conferenza dei servizi.
«Ripeto ancora una volta che non avendo ancora ricevuto la lettera non so cosa dire e comunque le osservazioni procedurali le vedrà la conferenza dei servizi. Il responsabile del procedimento è l’Autorità Portuale. Non vedo implicazioni politiche». Ma il progetto nella nuova versione è già stato approvato? «Il progetto preliminare è già stato esaminato dalla giunta e dalla commissione e martedì andrà all’esame del consiglio comunale - continua Berruti - La proposta della giunta è di approvarlo con una serie di prescrizioni». Resta da capire quali: le stesse che a suo tempo chiese la commissione nazionale per la valutazione di impatto ambientale? «Le nostre prescrizioni sono: non fare residenze; ricavare da questo progetto le risorse per realizzare la passeggiata tra Savona e Albisola, e altre prescrizioni sulle funzioni turistico ricettive nel faro - elenca il sindaco - Per noi il senso di questo progetto è che sia un’occasione di sviluppo turistico inteso come attività produttiva. Chiediamo un polo per gli sport del mare con uno spazio per le barche grandi che hanno equipaggi e che sono quelle che creano indotto anche presso le attività artigianali». Uno spazio per chi ha soldi e può spenderli, insomma. Ma il sindaco amplia il ragionamento. «Non solo, chiediamo anche posti di nautica sociale che siano accessibili alla gente comune che ha piccole imbarcazioni. E sono tanti». Lo scoglio della Madonnetta, che la stessa commissione nazionale del Via aveva chiesto di tutelare, in tutto questo rischia di fare una brutta fine. «Noi già l’anno scorso avevamo deliberato sulla tutela dello scoglio - chiarisce Berruti - Le condizioni di allora sono tutte confermate e tra queste sono comprese la protezione dello scoglio e delle spiaggette che sono lì accanto, perché siano difesi i tratti caratteristici di questo tratto di costa». E quindi, lasciarlo libero dal cemento non sarebbe stata una migliore difesa? «Bisogna fare i conti con lo sviluppo e valutare costi e benefici. Per noi in questo caso è un bilancio positivo».
Altri articoli sulla torre di Savone e sulla distruzione della costa ligure nella cartella SOS Liguria
A Vicenza si sono riempite le strade. Ma Fuksas non è ‘amerikano´, nonostante la cappa. Purtroppo. Perché allora gli esponenti della sinistra, di Rifondazione in particolare, che ho sentiti con le mie orecchie promettere che la speculazione della Margonara non si sarebbe fatta, li avremmo visti in piazza. Resistere. Mobilitarsi. Qui no, qui c´è il sovrano mattone, di cui un partito traversale si serve. E lo serve. Madonnina, ha detto Fuksas invece di Madonnetta. Piccolo lapsus, ma significativo, come sempre. Quel grattacielo, in sé forse un bell´oggetto, poteva andare indifferentemente a Milano, alla Fiera. O nel Dubai, dove si sarebbe stagliato sul mare smeraldino e il deserto. Noi, no, noi abbiamo altra storia, e memoria. Anzi, diciamo di averle ma le rinneghiamo.
A Milano dunque la grande occasione del ricupero della aree fieristiche sta andando sciupata. Scartato il progetto di Piano, che rispettava prospettive e verde, pur innovando, hanno vinto tra l´altro tre grattacieli che lasciano spicchi di ombra gelida su rimasugli di verde. Peggio che alla Torretta di Savona, dove pure i savonesi cominciano a sentire il peso del nuovo squallore che incombe e si accrescerà tra breve. Freddo, negli spazi e nel cuore. La città si imbruttisce. Ebbene, uno dei tre grattacieli milanesi è identico a un altro, dello stesso autore, costruito in estremo oriente. Appunto. Madonnina o Madonnetta. Dubai o Fiera. Questa non è architettura.
Non ci sarà qualcuno che prende in giro i cittadini? Si fanno consultazioni in ambienti e contesti che già si sanno favorevoli. Si imbonisce il consiglio comunale con pompose conferenze, lo si svuota così del suo orgoglio e della sua responsabilità. Si annuncia che il grattacielo sarà "visibile da Genova", sfruttando malamente la storia per confondere il presente. Che è tristissimo. Non c´è nessuna esigenza abitativa che giustifichi lo sfruttamento di aree sul mare di pertinenza della comunità il cui pregio viene sottratto ai cittadini e regalato alla speculazione che ne ricaverà i vantaggi. Non ci sono vie di comunicazione adeguate, anzi il sistema stradale è in condizioni del tutto critiche, che influiscono già ora negativamente sulla qualità della vita, l´ambiente, le esigenze economiche e portuali. Se si costruisce ora, approfittando del porto turistico per caricare il luogo di lussuosi appartamenti, si faranno pagare domani ai savonesi i costi altissimi delle opere di urbanizzazione indispensabili per non soffocare. Ma allora i cantieri edili saranno scomparsi, gli amministratori locali saranno cambiati, qualcuno magari, come Ruggeri, avrà abbandonato anzitempo il mandato dei cittadini per seguire le sue ambizioni di carriera nel settore appunto edilizio e urbanistico.
Ricordo gli anni Settanta, quando a chi si occupava di contrastare l´inquinamento e la speculazione si affibbiavano etichette di retrogrado, o più spesso di sinistrismo, mentre le magnifiche sorti e progressive gonfiavano il petto dei furbi e dei potenti. Non ho timore di essere di nuovo, alle soglie della vecchiaia, aggredito in quel modo: forse si comincia a vedere chi mentisse sull´inquinamento e sulla distruzione delle risorse naturali. Ricordo di essermi personalmente battuto per quelle cause, e ne sono contento.
A Genova, si voleva demolire l´antico edificio del seminario, ora vi si trova la biblioteca Berio, splendida. Si voleva avvolgere l´abbazia di San Giuliano con un condominio di molti piani; hanno dovuto cambiare idea, sotto la spinta della giustizia, della stampa e dell´opinione pubblica, alleate per il bene comune. Cose avvenute a Genova: in questo sì che si potrebbe rimettere in auge la gara tra le nostre città, nella dignità delle battaglie civili e politiche. Ma allora c´era una città viva, a Savona come a Genova; c´era un dibattito politico, dove ora c´è il pateracchio. Non ci sono più né i veri liberali né una sinistra decorosa.
Nell´intervista pubblicata ieri da Repubblica, Fuksas dà solo due indicazioni sui concetti architettonici che lo hanno ispirato. Primo: in Liguria siamo nervosi perché viviamo allo stretto. Ecco: ora si confonde con Hong-Kong. Il bosco savonese è una delle più grandi foreste italiane. Però è vero, lo spazio costiero è scarso, perciò prezioso; e va usato a favore di tutta la comunità. Come è vero che certe zone urbane sono degradate, hanno pochi spazi per gli abitanti: ma non è di queste che si preoccupa il progetto di Fuksas.
Poi c´è la puntura di spillo come terapia per la Liguria. Troppa grazia, centoventitrè metri sono uno spiedo, gigantesco, per cucinarci a fuoco lento come polli. Davvero finiremo col diventare nervosi.
Sull'argomento vedi gli articoli di Marco Preve, Luciano Angelici e Donatella Alfonso , di Sara Menafra, di Luciano Angelini e gli altri materiali nella cartella SOS / In giro per l'Italia
Liguria, la disfida delle due torri
di Marco Preve
Ventitré piani per un totale di 105 metri, affacciati sulle serre della piana Podestà, sul rettilineo che da Prà porta a Voltri, dove, secondo il progetto di Fabio Pontiggia, dovrebbero sorgere un albergo su sette piani e diciassette piani di residenze. E poi parcheggi, pertinenziali e non, aree commerciali e verde: il tutto per impegnare 16.440 metri quadri di spazi. Il progetto non è ancora approdato in consiglio comunale ma le polemiche divampano già accesissime. E se i produttori di basilico obiettano che la grande costruzione finirà per fare ombra alle preziose piantine, molti abitanti si dichiarano pronti a fare le barricate contro quello che considerano un vero e proprio mostro.
In Comune, a Savona, è arrivata invece ieri la complessa vicenda della Margonara, dove l’architetto Massimiliano Fuksas ha in mente di costruire un’altra, imponente torre a presidiare il nuovo porto turistico. Per difendere la propria creatura, ieri, Fuksas ha arringato proprio i consiglieri comunali. Uno show, il suo, che ha finito per dividere ancora una volta la stessa maggioranza di centrosinistra.
SAVONA - Più che un tecnico che si sottopone ad una commissione esaminatrice, pare il discorso ai discepoli. Ieri pomeriggio, l’architetto Massimiliano Fuksas, assieme al suo committente, l’ingegnere genovese Giovanni Gambardella, avrebbero dovuto confrontarsi con il consiglio comunale di Savona - aperto al pubblico che ha risposto in massa - per la prima di tre sedute straordinarie che il sindaco Federico Berruti ha voluto dedicare, sposando la linea dell’assoluta trasparenza, al progetto Margonara. Si tratta dell’intervento per 90 milioni di euro per porto turistico con grattacielo da 120 metri osteggiato dagli ambientalisti. Il contesto avrebbe dovuto quindi essere quello di assoluta neutralità. E’ andata un po’ diversamente, complice anche l’impressionante curriculum dell’architetto, la sua indubbia capacità oratoria, e, a far buon peso, le direttive di partito.
Anche se alla fine i consiglieri dovranno decidere sulle carte e sui numeri, parrebbe che, al momento, le uniche problematiche connesse, seppur indirettamente all’operazione, riguardino Pierre Noiray, il socio francese di Gambardella. La magistratura di Nizza sta per chiudere l’inchiesta che quattro anni fa lo portò in prigione. Una storia, anche, di false fatture pagate ad un tecnico d’oltralpe per consulenze riguardanti porti turistici in Tunisia e in Italia. Tra le carte all’esame dei giudici nizzardi ci sarebbero anche quelle della Margonara. Vicenda che in nessun modo coinvolge Gambardella.
Torniamo a Savona. «Vi ringrazio - ha detto Fuksas ai consiglieri e al pubblico - di avermi fatto l’onore di essere qui per partecipare a questa riflessione sull’architettura». Ha nuovamente attaccato la concezione urbanistica che punta a replicare il «solito tipico borgo ligure», ha illustrato la sua teoria del «concentrare l’insediamento in un’unica soluzione, uno spillo, una puntura», il grattacielo da 120 metri. Poi ha spiegato che tutto è relativo, le misure vanno confrontate con ciò che ci circonda, ad esempio con le navi di oggi alte fino a 70 metri. Ha illustrato con tono coinvolgente la sua filosofia:»E’ l’architettura iconica ciò di cui hanno bisogno le città. E’ la riscoperta del mondo delle emozioni. Quella che si prova entrando a SanSofia a Istanbul». E domani nel grattacielo in cui si spera di convogliare qualcuno «degli 800mila croceristi che partono ogni anno da Savona». Con Gambardella - che ha più volte scherzato sulle parcelle dell’architetto, e a tal proposito pare che a Fuksas vada circa 1 milione mezzo di euro di compenso - ha ricordato che l’opera è prevista dalla Regione in un’area degradata. Infine non ha mancato di sottolineare la sua amicizia con Umberto Veronesi, i suoi lavori per il water front di Marsiglia, la rubrica su l’Espresso, la sua ultima mostra visitata da 15 mila persone. Con nonchalance, come a dire che ai giornalisti importa soprattutto il nome celebre, ha detto «se gli imprenditori avessero fatto il villaggio alla ligure la stampa non se ne sarebbe neppure accorta».
Quando ha concluso, metà del pubblico e dei consiglieri hanno applaudito. Un signore ha ricordato al presidente del consiglio Marco Pozzo che se si consentiva l’applauso bisognava anche tollerare i fischi. Pozzo ha chiuso bruscamente e si è rivolto all’architetto: «La ringraziamo per la fantastica presentazione».
Sullo stesso tono il capogruppo Ds Roberto Decia: «Oggi è una giornata storica perché questo consiglio ospita uno dei più grandi intellettuali italiani. E lo dico senza piaggeria». Per il resto, a parte Patrizia Turchi e Alessandro Parrino - di A Sinistra per Savona e An - , da maggioranza e opposizione, qualche domanda sulla viabilità («il porto sarà l’occasione per trovare delle soluzioni») e ringraziamenti all’architetto.
Anche se l’approvazione sembrerebbe cosa fatta, restano due incognite. Intanto il modo in cui il sindaco Berruti guiderà la discussione e la riflessione. E poi la posizione di Rifondazione Comunista. Franco Zunino, savonese, assessore regionale all’ambiente, otto mesi fa disse che l’operazione Margonara non si doveva fare. E all’interno del partito oggi c’è chi chiede, in caso di approvazione del progetto, l’uscita di Rifondazione dalle maggioranze comunali e regionali.
Business da 100 milioni sotto la luce del superfaro
di Luciano Angelini
SAVONA - Carte in tavola. Massimiliano Fuksas si è presentato al tavolo o alla sbarra, a seconda degli schieramenti, ad illustrare la sua torre-faro di 120 metri e tutto quello che ci sarà dentro e attorno, ovvero a spalancare il sipario sul progetto del «suo» porto turistico con Torre che sfida il cielo e le ire di ambientalisti e sinistra radicale, che da questa parti sta nella maggioranza, larga parte della quale, Ds in testa, è schierata sul fronte del «sì». Lo ha fatto, nell’arena di Palazzo Sisto IV, a memoria mai così affollata, a consiglio comunale (e non solo) schierato. All’esterno striscioni e volantinaggio dei verdi e banchetto per la raccolta di firme contro il progetto. Un momento molto atteso dai vari fronti, fortemente voluto dal sindaco Berruti per offrire ai consiglieri motivi di verifica, riflessione e analisi in vista delle «tre giornate» di assemblee aperte del 15, 22 e 25 febbraio per le audizioni di enti, associazioni, categorie economiche e sindacati.
Un «martedì da leoni» per Massimiliano Fuksas, architetto e urbanista, 63 anni appena compiuti, nato a Roma, origini lituane, preferenza per Rifondazione nell’ultima tornata elettorale. Il suo palmarès parla da solo con opere firmate, quasi sempre in verticale, da Salisburgo (Europark) a Jaffa (Centro della Pace), a Bordeaux (Maison des Arts), Vienna (Twin Towers), Nagasaki (sistemazione dell’antico porto) a Ginevra (Place des Nations).
La filosofia e gli obiettivi del suo progetto di porto turistico, torre compresa? "Proseguire la sistemazione del fronte mare tra la vecchia darsena e il litorale di Albissola Marina, prevedendo un riassetto paesistico ed un recupero di un’area degradata. L’obiettivo è quello di individuare un mix di funzioni che rendano il porto turistico fortemente legato sia agli abitanti che ai turisti con strutture polifunzionali, tali da rendere l’area un punto di forte richiamo. E al tempo stesso di amalgamare l’aspetto turistico-ricettivo tipico dei porti turistici con quello di polo ricreativo per la città, con destinazioni d’uso diversificate in grado di attrarre non solo il territorio savonese ma anche, in occasioni particolari, bacini di influenza più estesi".
Fuksas, architetto e affabulatore smaliziato, nel suo progetto mostra attenzione a chi teme per le sorti della Madonnetta, che lui ha chiamato Madonnina, il grande scoglio, oasi per gabbiani e di cormorani, tra Savona e Albissola. Attorno agli scogli della Madonnetta, per fare sì che il nuovo porto mantenga le radici nella tradizione del territorio, è previsto uno specchio d’acqua di rispetto dove saranno ospitati natanti di piccola dimensione, tradizionalmente legati alle associazioni locali di pescasportiva".
Ecco i numeri del progetto: investimenti, 100 milioni di euro: attività commerciali, artigianali e servizi, 6.186 metri quadrati; attività ricettive (albergo nella torre), 4.875 mq; attività ricettive (residence), 5.225; parcheggi in struttura, 1.170; parcheggi a raso, 220; posti barca, 700 (anche per yacht di grandi dimensioni).
Albergo. E’ localizzato nella Torre (altezza esatta 123 metri). Il piano terra e i primi piani sono destinati ad attività completamente aperte al pubblico. Il sistema alberghiero vero e proprio è previsto ai piani superiori. "Si tratta - afferma Fuksas - di una struttura ricettiva di qualità in grado di ospitare eventi congressuali e dello spettacolo, con spazi interni all’aperto, e di rispondere ai massimi livelli del turismo legato ad attività aziendali e di lavoro. All’ultimo piano è previsto un ristorante panoramico aperto al pubblico".
Polo ludico-ricreativo. L’obiettivo, secondo Fuksas, è quello di "consentire a cittadini, turisti giornalieri e non, utenti delle crociere, di potersi recari al porto per un periodo limitato, anche di poche ore, o di soggiornarvi per una breve vacanza".
Queste le attività previste. Ristorazione: bar, ristoranti di qualità e livello diverso, innovativi o tradizionali, per un pasto veloce o per un pranzo di lavoro o di rappresentanza.
Attività culturali: spazi per esposizioni, sale da musica, di incisione e sale prove per attività musicali e di recitazione, ludoteche, biclioteche.
Wellness-fitness: piscine, palestre, centri benessere.
Attività sportive: scuole di vela, surf, canoa, palestra, mini campi di calcio.
Attività commerciali: negozi legati al turismo nautico e per i visitatori occasionali del porto
Ventitré piani sopra il basilico
di Donatella Alfonso
«MA LA TORRE fa ombra al basilico!». Beh, ventitré piani per un totale di 105 metri, affacciati sulle serre della piana Podestà, sul rettilineo che da Prà porta a Voltri, sicuramente un po’ d’ombra la fanno. Ma soprattutto, obiettano in zona, spunta come uno strano fungo, ben al di sopra delle costruzioni circostanti; appena a valle del casello della A10, di fronte al Vte. E se la riqualificazione dell’area ex Verrina, dopo quasi vent’anni di attesa, è ora pronta al decollo (il progetto di schema urbanistico firmato dall’architetto Fabio Pontiggia, approvato in giunta, è arrivato al primo esame in circoscrizione), è proprio la torre a far storcere il naso ai comitati del Ponente e a creare non poche perplessità nella circoscrizione stessa, prima ancora che il progetto approdi in consiglio comunale. Un albergo su sette piani, diciassette piani di residenze al di sopra; e poi parcheggi, pertinenziali e non, aree commerciali e verde: il tutto per impegnare 16.440 metri quadri di spazi e rilanciare una zona un po’ più vasta, adesso totalmente abbandonata e occupata dalle strutture in ferro dell’ex stabilimento metalmeccanico Verrina, situata tra l’Aurelia e le case di via Ventimiglia, appena dopo l’uscita autostradale di Voltri. A compiere l’operazione si è candidato il gruppo Grandi Lavori Fincosit, a cui appartiene l’area; committente risulta l’impresa Salati.
Area strategica per un insediamento di qualità, inserita nel Puc come zona di trasformazione; il Sau (cioè lo schema di assetto urbanistico) approvato dal Comune parla di «recupero qualificato delle aree urbane costiere del ponente cittadino in relazione con i processi di consolidamento e sviluppo delle attività portuali». Bene, ma c’era proprio bisogno di una torre così alta? «Non è mica l’unica del ponente - sbotta Arcadio Nacini, portavoce dei comitati e consigliere comunale del Prc - A parte le tre di Fiumara e la torre Elah di Pegli, ci sono progetti per altre due costruzioni molto alte nell’area Enel di fronte a Fiumara, e una a San Benigno. Paradossalmente, è "colpa" del fatto che, nella nuova mappatura dei rischi geologici fatta circa cinque anni fa dalla protezione civile nazionale, la zona centrale ligure non risulta sismica, e quindi non ci sono vincoli sull’altezza degli edifici. Non solo: non è più obbligatorio fare strutture metalliche di sostegno, perciò, si va su con il cemento, con un costo decisamente inferiore... «.
Ma tra Prà e Voltri, il problema dov’è? «Il problema sta nel fatto che già nel Prg del ‘97 c’erano vincoli vari - elenca Nacini - Ad esempio avevamo chiarito di non volere un insediamento commerciale di tipo alimentare di grandi dimensioni; inoltre, la stessa circoscrizione aveva fatto ratificare l’obbligo che l’albergo non fosse più alto delle case circostanti; ci sono state poi varie modifiche, accolte anche in Comune, accuse e controdeduzioni sia dei progettisti che dei Comitati del ponente. È finita che ora, nel progetto, ufficialmente l’albergo è all’altezza giusta, cioè i primi sette piani; peccato che sopra ci siano le case». Ci sono stati incontri pubblici in circoscrizione, i malumori si sono fatti sentire, sia per via dell’ombra sul basilico, che a Prà è coccolato come un bambino, sia per la presenza di un edificio decisamente fuori misura. E un parere la circoscrizione non l’ha ancora elaborato. Peraltro, gli aspetti di criticità di cui la progettazione deve tener conto, secondo le prescrizioni del Comune, sono molto precisi: il fronte sull’Aurelia, l’imponente muro di confine con le serre di Villa Podestà. Previsto uno spazio pedonale e di verde, una vera piazza pubblica, a fare da snodo ai vari insediamenti: al centro dei quali sarà la torre residenziale. Non è esclusa, specialmente per la sistemazione dei parcheggi, la riutilizzazione dei vecchi capannoni in ferro della ex Verrina, a fare da testimonianza alla storia dell’area. Si vedranno bene dalla cima della torre...
Sulla torre di Fuksas e altre schifezze savonesi vedi un altro articolo di Luciano Angelini (la Repubblica), un articolo di Sara Menafra (manifesto), alcuni articoli sui porticcioli turistici (la Repubblica), e un intervento sulla costa savonese e altro di E. Salzano (convegno Italia Nostra a Savona)
Sulla costa una colata di posti barca
di Ava Zunino
È in arrivo qualche migliaio di posti barca lungo la costa ligure, con relativi edifici per abitazioni, uffici e negozi, in qualche caso cantieri per la nautica e in altri anche alberghi e residence: sono quindici interventi, per lo più nell’imperiese e nel savonese ma anche nel genovese e uno solo a La Spezia, precisamente a Portovenere-Fezzano. In quasi tutti i casi, tranne eccezioni come Ventimiglia, sono ampliamenti di porti esistenti e sono progetti che risalgono indietro negli anni e solo adesso stanno arrivando a compimento. Come direbbero gli ambientalisti, sono alcune decine di migliaia di metri quadri di cemento.
«In questi casi collidono sempre due questioni: la salvaguardia della costa e la costruzione di volumetrie, ma nessuno vuole i porti-garage, ossia i depositi di barche che nella stagione invernale sono abbandonati e in estate sono comunque frequentati solo per arrivare alla barca e ripartire», spiega Carlo Ruggeri, l’ex sindaco di Savona che da un anno è l’assessore regionale all’urbanistica della giunta di Claudio Burlando e dunque si è trovato la quasi totalità di questi progetti sulla scrivania, con iter già perfezionati. Non tutte le partite però sono chiuse perché su cinque dei quindici progetti in questione, manca ancora l’istruttoria sul progetto definitivo. Sono i progetti del nuovo porto turistico di Ventimiglia, dedicato ai grandi yacht per sottrarre clientela a Montecarlo, quelli di Bordighera, di Diano Marina, Loano e Albissola-Savona. Su questi dunque le procedure devono ancora essere completate. Sono già aperti invece i cantieri a San Lorenzo al Mare, Alassio, Varazze, Arenzano, Sestri Ponente e Portovenere Fezzano.
In generale, l’assessore spiega che: «ognuno di questi interventi è compatibile con il piano della costa e i luoghi ritenuti idonei alla costruzione di un porto turistico, in genere, nel passato sono stati maltrattati sotto il profilo ambientale: usati come discariche o per interventi impropri». In ogni caso, la compatibilità con le previsioni del piano della costa non sono sufficienti ad ottenere l’autorizzazione ad ampliare un porticciolo esistente o a costruirne uno ex novo: «sui singoli progetti si fanno le verifiche ambientali, perché il piano della costa ha solo fatto una maglia che indica dove si può eventualmente fare un porticciolo; poi ci sono le successive verifiche ambientali».
In Liguria comunque, resteranno ben poche località senza un porticciolo: i dati dell’Ucina aggiornati ad ottobre del 2005 parlano di 51 porti esistenti. Adesso si aggiungono altri quindici progetti in itinere, di cui 9 sono ampliamenti dell’esistente.
«Ciononostante - spiega Ruggeri - non ci avviciniamo neppure all’enorme richiesta di approdi e rispetto ad altri paesi, anche molto vicini a noi, stiamo rispettando un buon equilibrio anche se non è facile mantenersi su una linea che eviti da un lato le cosiddette cementificazioni e dall’altro gli approdi autosufficienti che non hanno alcuna ricaduta sul territorio né in termini economici, né in termini vitali».
In questa logica di mixare le varie funzioni, dice l’assessore, la Regione sta preparando una modifica di legge sui porticcioli: «che preveda una speciale tutela per la parte che deve essere riservata ai pescatori». Questa sarà una novità, intanto Ruggeri spiega che al di là dei vincoli ambientali, vengono poste alcune condizioni.
«Chiediamo sempre un trattamento speciale per la cosiddetta nautica sociale, ossia i gozzi e le piccole imbarcazioni e quando è possibile anche per la cantieristica. L’obiettivo è di realizzare insediamenti vivi, che abbiano ricadute anche economiche lungo tutto l’arco dell’anno». E uno dei punti cardine su cui la Regione intende spingere è che in ogni porto turistico: «vengano lasciati rilevanti spazi per i transiti, per chi cioè non ha il posto barca ma è in vacanza e vuole fermarsi una o più notti, cosicché attraverso i porti possano arrivare in Liguria dei turisti in più, che visitano città e paesi».
Savona: Ground Zero nell’ex Italsider
di Luciano Angelini
«Sopra e sotto di me sono dirupi scoscesi. Mi trovo su un promontorio della costa, in un punto dove s’apre uno slargo, una terrazza sul mare; in alto, sui dirupi, ci sono delle muraglie molto alte, biancogrigie, tutto in giro un sistema di fortificazioni, mezzo inghiottite dalle piante che crescono tra i muri e sui pezzi di prato: agavi grigie che divaricano al sole la corona delle lance, qualche basso fico che espande la sua cupola d’ombra, contorcendosi fino a toccare terra con le foglie cariche di lattice. In basso, a picco sotto i muraglioni della fortezza, un cortile di fabbrica, dove vengono depositate delle sbarre di ferro, e un’alta struttura con un ponte e una cabina sollevabile, tutto in ferro. Al di là comincia il mare che occupa tutto il resto del campo visuale: alto d’orizzonte, con navi alla rada un po’ sfocate dalla foschia. In cielo volano i gabbiani».
Così, Italo Calvino, nel lontano 1974, nel suo «Ferro rosso, terra verde», scopriva Savona attraverso la sua storia, così raccontava l’immagine dell’Ilva (poi Italsider, poi Omsav fino alla chiusura) spaziando con lo sguardo dall’alto della fortezza del Priamar.
Quell’immagine ora non c’è più. Lo stabilimento, i cui embrioni risalgono al 1861, l’anno dell’Unità d’Italia, quando due imprenditori savoiardi, Giuseppe Tardy e Stefano Benech, costruirono una ferriera sulla spianata davanti alla torre di Sant’Erasmo, nell’area portuale, è affondato, scomparso. Schiacciato da un fallimento quasi tredici anni fa. E fino all’alba del 2006 rimasto come sospeso, come "sorvegliato" da un guardiano di antica pietra.
Ma ora non c’è più. Cancellato dalle ruspe. Spazzati via, ridotti in macerie, capannoni, officine, uffici, spogliatoi, sala mensa, infermeria. Tutto. Là dove c’era una fabbrica ora c’è il «ground zero» di 150 mila metri quadrati dell’industria savonese.
Al suo posto in 36 mesi nascerà un grande complesso turistico-residenziale «firmato» da Ricardo Bofill, l’architetto catalano a cui i «tre cavalieri bianchi» Orsero, Dellepiane e Campostano hanno affidato il compito di ridisegnare il fronte mare della città, la parte della città attorno alla Vecchia Darsena e accanto al Palacrociere che ogni anno ingoia e smista oltre 600 mila turisti delle navi con il fumaiolo giallo. Ma la definitiva scomparsa di una (importante) fetta della storia dell’industria savonese non può (e non deve) passare inosservata. Accettata in silenzio, come un episodio di nessun conto e significato. Da rimuovere.
Non si cancella così la memoria di una città. Come non ricordare che fino agli anni ‘50 nello storico stabilimento lavoravano oltre 4 mila persone; che sotto le ciminiere della mitica Ilva il movimento operaio e sindacale savonese ha scritto pagine importanti con le indimenticabili, aspre e dolorose battaglie per la difesa dell’occupazione. Tutta la città mobilitata (lavoratori, commercianti, la chiesa con alla testa il vescovo G. B. Parodi) per dire no, per ribellarsi al pesante taglio dell’occupazione. E poi il Natale in fabbrica, il «libretto della spesa» su cui venivano segnati gli acquisti delle famiglie ridotte sul lastrico, gli scioperi, le grandi manifestazioni. Donne e ragazzi in piazza accanto ai lavoratori in lotta, decisi a fronteggiare le cariche degli "scelbotti", capaci di sfidare, anche a rischio della vita, i caroselli delle camionette, e di dare un grande prova di compattezza, di solidarietà, di dignità. La lotta fu dura. Intensa. Ma non servì. Il piano Sinigallia per la siderurgia puntava allo sviluppo di Genova e Taranto, Savona veniva relegata ad un ruolo marginale. Fu l’inizio della fine. I tagli furono pesanti. Migliaia di famiglie finirono sul lastrico. Il contraccolpo sul piano economico, morale e sociale fu drammatico. Fu la prima di una lunga serie di ristrutturazioni, ridimensionamenti, soprattutto tagli.
Scelte calate dall’alto senza nuovi progetti e strategie di sviluppo, talvolta aggravate da una miope difesa dell’esistente. Tese a rinnegare, soffocare senza rinnovare la sua vocazione industriale. E a mutarne progressivamente il volto e a condizionarne il futuro. Ora, con l’avvio operativo del progetto di Orsa 2000, il cerchio si chiude. Là dove c’era lo stabilimento, si svilupperà una grande operazione immobiliare con due complessi residenziali di sette e cinque piani per complessivi 72 mila metri cubi.
Una cittadella di vetro e cemento firmata da Ricardo Bofill, prestigioso architetto catalano. Un progetto complessivo da 150 milioni di euro che andrà a completare e sancire l’alleanza dei tre "cavalieri bianchi": Raffaello Orsero, il "re della frutta" che dalla piana di Albenga ha esteso il suo regno a Porto Vado con il Reefer Terminal, ha in progetto un centro talasso-terapico sul fronte di Bergeggi, armatore e costruttore; Aldo Dellepiane, il self made man della Valbormida, leader dell’impiantistica industriale, i cui arredi fanno belle le navi di Costa Crociere, cantieri per cartiere e centrali in Polonia e Egitto, vincitore dell’appalto per la costruzione del nuovo ospedale di Albenga; Paolo Campostano, terminalista di punta a Savona e a Genova, leader nei traffici dei "prodotti della foresta", arrivato a conquistare le Funivie dei vecchi, cari carrelli che dalla stazione di Miramare portano il carbone in Valbormida.
Grandi alleanze. Grandi business. Grandi operazioni immobiliari. Sull’addio di Savona alla sua vocazione industriale si sono sviluppati, in tempi e con protagonisti diversi, gli interessi (di pochi) che sono sotto gli occhi di tutti. Ma non è finita. Ruspe e gru in azione anche nella vecchia centrale Enel (ex Cieli), splendido esempio di stile liberty e di archeologia industriale, tra l’Aurelia e la spiaggia.
Presto toccherà all’ex Squadra Rialzo, zona vecchia stazione Letimbro, a un tiro di fionda dal Palazzo di Giustizia. E, proprio nel cuore della città, all’ex ospedale San Paolo dopo quasi 15 anni di manovre, litigi tra Comune e Asl, contestate gare di vendita, senza dimenticare l’ex cinema Astor demolito a tempo di record all’imbocco del centro storico per fare posto ad un centro residenziale-direzionale, galleria commerciale e box. Savona è cambiata. Savona cambia. Torri e grandi complessi residenziali vista mare e vista porto. Appartamenti da 8-10 mila euro a metro quadro. Case, uffici, garage là dove c’erano fabbriche e cantieri, sale cinematografiche, orti e verde.
Savona cambia pelle. In cerca di una nuova vocazione. In attesa anche di un nuovo sindaco. Lo slogan che campeggia sui manifesti del candidato del centrosinistra, il commercialista ex bocconiano Federico Berruti, recita così: "Savona città delle idee". In attesa di un’idea per Savona.
La Spezia: Arsenale, addio mito ingombrante
di Costantino Malatto
A voler essere chiari: per molti spezzini è come quel vecchio parente che ti ha dato da mangiare per tanti anni. Ma che oggi che pensi di essere in grado di cavartela da solo ti dà più fastidio che altro, anche perché ti mette in un certo imbarazzo. E vorresti sbarazzartene. O almeno ridimensionarlo un bel po’. Ma come si fa alla Spezia a liberarsi dell’Arsenale della Marina Militare? La città praticamente è nata con quello, con la grande realizzazione militare nata da un’idea di Napoleone Bonaparte e dall’iniziativa del conte di Cavour. È l’Arsenale che ha portato lavoro, ricchezza, nome alla città.
Ma i tempi sono cambiati. Anche la Marina Militare deve fare i conti con la scarsità delle risorse e con i tagli del governo. È cambiata anche la linea strategico-militare: le navi militari giocano un ruolo sempre più importante nel sud Mediterraneo, cresce il ruolo dell’Arsenale di Taranto a scapito degli altri e La Spezia vede ridimensionato il suo ruolo. In parole povere: lo spazio occupato dall’Arsenale Militare alla Spezia - 85 ettari di superficie totale, 18 dei quali di superficie coperta, sei bacini di carenaggio in muratura e due galleggianti, oltre due chilometri e mezzo di banchine - non è più consono all’attività della struttura.
Molti spazi potrebbero essere liberati e destinati ad attività civili. Come si dice in questi casi: restituiti alla città. «È da cinque anni che chiediamo l’apertura di un tavolo di confronto - sbotta il sindaco della Spezia, Giorgio Pagano - ma il ministro della Difesa Antonio Martino non ci ha degnato di un cenno. Se non capiamo quali sono le intenzioni del governo e della Difesa diventa impossibile immaginare progetti per il futuro. Ora che cambia il governo speriamo di avere risposte positive e concrete».
Soprattutto se, come si sente dire sempre più spesso, a fare il sottosegretario alla Difesa andrà il senatore uscente Lorenzo Forcieri. Il politico che ha cercato di rilanciare il ruolo della Marina Militare alla Spezia, anche attraverso la nascita del Secondo distretto tecnologico ligure dedicato alle tecnologie marine, di cui l’Arsenale dovrebbe essere uno dei centri nodali. Infatti Forcieri non nasconde le sue convinzioni: «È necessario e urgente mettere intorno a un tavolo tutti i soggetti interessati, dal governo alla Marina Militare, dagli enti locali alle industrie - dice - per chiarire finalmente quali sono le intenzioni della Difesa e della Marina su questa struttura militare. E dunque quali sono le aree indispensabili per queste attività. Il passo successivo deve essere l’elaborazione di un piano economico-finanziario e l’attivazione degli accordi di programma con tutti gli interessati che possano definire con chiarezza i progetti».
Uno dei punti più delicati è quello della proprietà delle aree. Se la Marina Militare decidesse di dismettere un’area non più usata, questa passerebbe direttamente in proprietà del Demanio. E alla Marina non toccherebbe neppure un euro. Ora è ovvio che questa norma legislativa è vissuta come qualcosa di punitivo per la Marina, che per rilanciare l’attività della Base Navale, punto cardine dell’Arsenale, avrebbe bisogno di interventi strutturali e tecnologici. Costosissimi e non facilmente finanziabili in questi tempi di vacche magre. È naturale dunque che la Marina darebbe più facilmente un via libera alla dismissione di alcune aree se il valore di queste finisse almeno in parte alla Marina stessa. Da qui l’esigenza di una legge che riconoscesse alla Marina diritti economici sulle aree da dismettere.
Quanto poi a cosa realizzare su queste aree, il sindaco Pagano non ha dubbi: «Per le porzioni di territorio sulla linea di costa gli interventi turistico-portuali sono quelli più naturali - spiega - Per le aree all’interno gli usi possono essere diversi. Per esempio Marileva, dove avveniva il reclutamento dei marinai, potrebbe essere destinata in parte all’Università. Ci sono poi strutture per le quali niente impedisce di pensare a un uso condiviso, sia militare sia civile: per esempio l’ospedale militare o le strutture sportive. Insomma: le idee non mancano, ma bisogna cercare di metterle in pratica». Anche perché quel "vecchio parente" un tantino imbarazzante dà ancora occupazione, secondo i dati della Marina Militare, a 200 militari e a 1.900 tra impiegati e operai. «La ricchezza prodotta dall’Arsenale e dalle sue strutture - dice Forcieri - costituisce ancora una quota che si aggira sul 30% del prodotto interno lordo spezzino. Sarebbe un delitto sottovalutarne l’impatto per la tentazione di qualcuno di buttare via il bambino con l’acqua sporca».
L'UOMO del Ponte si chiama Remo Calzona. Al dipartimento di ingegneria strutturale e geotecnica della Sapienza di Roma tutti lo conoscono. E anche a Reggio Calabria. Decine e decine di sopralluoghi tra Scilla e Cariddi e viaggi in tutto il mondo. Figura illuminata a cui prima l'Anas (1986) poi il governo (2002) hanno affidato la presidenza del comitato tecnico-scientifico per la verifica della fattibilità della grandiosa opera del Ponte sullo Stretto.
"La soluzione progettuale mi appare oggi assai costosa e per nulla immune da crisi strutturali".
Ahi, casca il Ponte?
"Bellissima domanda alla quale rispondo con Popper (ho rubato al suo pensiero il titolo del mio ultimo lavoro): La ricerca non ha fine".
L'uomo è fallibile.
"In Danimarca il ponte sullo Storebelt ha patìto il fenomeno del cosiddetto galopping. Il nastro d'asfalto si è andato deformando, tecnicamente è una deformazione ortogonale alla direzione del vento".
Su e giù, come fosse un grosso serpente.
"Esattamente così. Una deformazione, dovuta al fluido dinamico che impone di bloccare per motivi di sicurezza il passaggio di cose e persone. Ma il ponte si realizza proprio per permettere il transito ininterrotto".
Se soffia il vento a Scilla, ponte chiuso.
"Anche cento giorni all'anno".
Lei propone di ridurre l'ampiezza delle campate da 3300 a 2000 metri.
"Ci siamo accorti che la riduzione azzera quel fenomeno".
Ma nel 2002 era di diverso parere.
"Bellissima considerazione: mi viene in aiuto ancora Popper. La scienza misura i suoi passi sui propri errori".
I ponti si costruiscono ma ogni tanto cadono.
"Hai voglia se cadono! Nel secolo scorso abbiamo conosciuto il collasso provocato dalla fatica dei materiali".
Come un asinello che si stanca e stramazza al suolo.
"Carichi ripetuti sulla medesima struttura, fatica sviluppata fino al punto di insostenibilità".
Crash.
"Con la crisi del ponte di Tacoma, sopra Los Angeles, ci siamo accorti di un altro elemento destabilizzante, chiamato fletter. Sempre causato dal vento".
Il vento eccita, maledetto lui.
"Eccita".
Adesso siamo di fronte al galopping.
"Fare un ponte e spendere tanti quattrini per vederlo chiuso che senso ha?".
Ne ha parlato con la società dello Stretto di Messina?
"Pensi che l'amministratore delegato, l'ingegner Ciucci, mi ha persino diffidato a pubblicare il libro che documenta le mie nuove ragioni".
E perché?
"E che ne so! Uno gli dice che si può fare un ponte con meno della metà dei soldi e più sicuro e si sente trattato in questo modo".
Lo deve dire a Gianni Letta.
"Io scrivo e riscrivo. Soprattutto a Letta: guarda che così non va".
Ma Impregilo, la ditta costruttrice, ha il suo progetto. Chiederà penali.
"Chiamassero me: la metterei in ginocchio".
Professore: e se tra tre anni, o cinque o dieci lei scova qualche altro errore?
"Bellissima domanda: rispondo ancora con Popper. Lavoriamo sugli errori e sull'esperienza per fornire una soluzione progettuale che riduca il rischio di collasso della struttura entro limiti convenuti".
Limiti convenuti.
"Io non sono un mago".
Dopo l’annuncio al G20 di Berlusconi del pacchetto anticrisi di 80 miliardi, il ministro Matteoli è stato categorico: “Entro sei mesi la partenza dei lavori per il completamento del corridoio autostradale tirrenico insieme al finanziamento di interventi per rilanciare l’economia per un valore di 16,6 miliardi”.
L’elenco delle opere non è una novità, sono da anni nella lunga lista della delibera CIPE del 21 dicembre 2001 con la quale è stato definito il piano decennale della “legge obbiettivo”. Il costo complessivo del piano è stimato in 174 miliardi di euro. Le risorse che ad oggi sono state stanziate ammontano a 60 miliardi di euro pari quindi ad appena il 34% del costo complessivo, mentre le opere che sono state “cantierate” sono solo il 9%. Non c’è male per un piano decennale al settimo anno di attuazione e la promessa del punto 5 del contratto con gli italiani che impegnava il Premier al cantieramento del 40% del piano al quinto anno.
Con l’ultimo Dpef, luglio 2008, il Ministro ha però promesso una forte accelerazione del piano e indicato le opere prioritarie per le quali vi è l’impegno alla apertura rapida dei cantieri.
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Per il momento l’impegno solenne per il corridoio tirrenico, con la Cecina-Civitavecchia particolarmente a cuore, pare essere disatteso. Fra le opere candidate all’apertura dei cantieri, quelle finanziate con il pacchetto anticrisi sono la BreBeMi, il Ponte sullo Stretto ed il Mose, alle quali si aggiungono 4 assi Autostradali, una Superstrada ed una tratta della Ferrovia Messina-Catania.
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Volendo prescindere dalla utilità delle opere candidate al finanziamento, ovviamente tutta da dimostrare, tutt’altro che comprensibile appare il riferimento al valore anticrisi che ne ha motivato la scelta e la stessa provenienza delle risorse.
Ben 7,367 miliardi provengono dal FAS (Fondo per le aree sottoutilizzate), grazie alla riprogrammazione del fondo imposta alle regioni con l’articolo 6-quinques della legge n.133/2008 (manovra finanziaria di agosto). Sono dunque risorse, come hanno detto alcune Regioni, “scippate” a programmi strategici in alcuni casi già in corso. Vengono infatti azzerati o spolpati, per citare solo alcuni titoli, Programmi strategici per l’Istruzione, per le Risorse Umane, per la Società dell’informazione nella Pubblica Amministrazione, per l’Ambiente, la Sicurezza, le Risorse naturali e culturali, le Reti e servizi per la mobilità, l’internazionalizzazione, il Progetto straordinario della protezione civile per le aree a rischio, il Progetto salute, sicurezza e sviluppo nel Mezzogiorno del Ministero del Lavoro.
Le altre risorse del pacchetto anticrisi, 9,300 miliardi , sono in realtà l’ammontare del valore delle concessioni autostradali già assentite e sulle quali il Cipe, nell’ambito delle procedure speciali della legge obbiettivo, ha già approvato i progetti preliminari, con la copertura delle risorse pubbliche necessarie, che sono meno di un terzo. Ad esempio per la Pedemontana lombarda, 4,115 miliardi, il finanziamento pubblico è di 1, 245 miliardi mentre i restanti sono investimenti cosiddetti privati che vengono recuperati con la concessione ultratentennale già attribuita a Pedemontana lombarda spa.
Ancora più incomprensibile è la scelta delle opere finanziate proPrio in relazione alla efficacia anticiclica. Dei nove interventi del cosiddetto pacchetto anticrisi, nessuno produrrà l’apertura di cantieri a breve, essendo, per tutti gli interventi, previsto l’affidamento a “contraente generale”. Per le 19 grandi opere della legge obbiettivo affidate con questo istituto contrattuale, il tempo trascorso tra la pubblicazione del bando di gara e l’avvio dei lavori registra una media di ben 4,2 anni. Solo due interventi del pacchetto anticrisi hanno già visto l’espletamento e l’aggiudicazione della gara: la Pedemontana, che prevede l’apertura del primo cantiere nel marzo 2010 ed il Ponte sullo stretto ma, in questo caso, siamo addirittura al solo finanziamento degli espropri. Dunque, il valore anticiclico di questo pacchetto è praticamente inesistente.
Ai tempi richiamati per l’avvio dei lavori, vanno però aggiunte le facili previsioni sui tempi di esecuzione e sui costi finali delle opere. Se per le 19 grandi opere affidate dopo il varo della legge obbiettivo non abbiamo dati a consuntivo, è però noto che la definizione del “contraente generale”, data dalla legge obbiettivo, è esattamente quella che si è attuata per la realizzazione delle infrastrutture per l’Alta Velocità, sulle quali invece, i dati sono ormai consolidati.
La Corte dei conti ha segnalato ripetutamente, nelle sue relazioni annuali, i limiti di questo istituto contrattuale. Recentemente è intervenuta anche l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici che, per la tratta di Alta Velocità Firenze-Bologna, ha segnalato la crescita abnorme da un valore iniziale di 1.053 milioni di euro a 4.189 milioni di euro alla data del 31 luglio 2007, evidenziando altresì per la chiusura dei cantieri, prevista nel 2009, varianti non ancora contrattualizzate per un importo di ulteriori 750 milioni di euro.
Non è dunque un caso che la prima grande impresa italiana non si trovi nemmeno fra le prime 50 imprese europee mentre pochissime grandi imprese italiane a malapena entrano fra le prime 200 europee. Proprio l’istituto contrattuale del contraente generale infatti, consentendo di sub-affidare liberamente a terzi tutte le attività sia di progettazione che di esecuzione dell’opera, ha prodotto una straordinaria accelerazione del fenomeno delle cosiddette scatole vuote, con lo svuotamento tecnico e tecnologico della grande impresa italiana. Nella più grande impresa italiana, secondo i propri dati di bilancio, il costo del lavoro dipendente ha un peso di solo il 3% sul totale dei costi aziendali. Nelle prime dieci imprese italiane si registra una media del costo del lavoro dell’8%, mentre nelle prime 10 imprese europee questo stesso dato va da un minimo del 14% ad un massimo del 25%.
Se si pensa di contrastare la crisi con queste opere, affidate a queste pseudo imprese, non è solo incomprensibile, ma semplicemente demenziale. Ma sono dementi o bugiardi?
"Meritocrazia" è la parola magica che pare ai più capaci di liberare la società italiana dalle sue croniche aberrazioni. Se il merito venisse davvero riconosciuto, si dice, la nostra società si emanciperebbe dai lacci del nepotismo e del clientelismo.
Come recita il sottotitolo del libro di Roger Abravanel sulla meritocrazia, questa è la ricetta per valorizzare il talento e rendere il paese più ricco e più giusto. Wikipedia definisce la meritocrazia come un sistema di governo o un´organizzazione dell´azione collettiva basato "sull´abilità dimostrata" e sul "talento" piuttosto che su "ricchezza ereditata, relazioni familiari e clientelari, nepotismo, privilegi di classe, proprietà o altri determinanti storici di potere politico e posizione sociale". John Rawls avrebbe sottoscritto questa definizione. Tuttavia resta difficile da spiegare con precisione che cosa sia vero merito, prima di tutto perché è impossibile stabilire con rigore e certezza il dosaggio tra capacità personali e condizioni sociali. Qualche volta sembra di capire che il merito sia una qualità che la persona riconosciuta meritevole possieda naturaliter come per innata disposizione (talenti) e che con fatica e duro lavoro riesce poi a fare emergere (responsabilità). Ma nessuno sembra soffermarsi abbastanza sulla dimensione sociale del merito, sul suo dipendere profondamente dal riconoscimento sociale ovvero dalla sintonia che si stabilisce tra chi opera e chi riceve i frutti o è influenzato dall´operato.
Il giudizio rispetto al merito di una persona è relativo a un settore di lavoro, a determinati requisiti che definiscono una prestazione, all´utilità sociale delle funzioni in un determinato tempo storico, ovvero al riconoscimento pubblico. Nel merito entrano in giuoco non soltanto le qualità intrinseche e morali della persona, ma anche quella che per Adam Smith era una simpatetica corrispondenza tra i partner sociali. Per questo i teorici moderni della giustizia hanno sempre diffidato di questo criterio se usato per distribuire risorse. Non perché non pensano che ad essere assunto in un ospedale debba essere un bravo medico, ma perché mettono in guardia dallo scambiare l´effetto con la causa: è l´eguaglianza di trattamento e di opportunità il principio che deve governare la giustizia non il merito, il quale semmai è una conseguenza di un ordine sociale giusto. Per non essere privilegio truffaldino, il merito deve sprigionare da una società nella quale a tutti dovrebbe essere concessa un´eguale possibilità di formarsi capacità e accedere ai beni primari (diritti civili e diritti sociali essenziali) per poter partecipare alla gara della vita.
Il Presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson raccontò questa storia per far comprendere quanto necessari fossero i programmi pubblici di giustizia sociale: immaginiamo una gara di velocità tra due persone che partono dallo stesso punto, ma una delle quali parte con dei lacci alle caviglie. Si può ignorare questa differenza di capacità nel giudicare del merito del vincitore? Evidentemente no. Perché ci sia una gara effettivamente gareggiata occorre rimuovere gli ostacoli dell´altro competitore. Ecco perché a meno che non si azzerino le relazioni sociali e non si rifondi daccapo la società civile non si può onestamente parlare del merito come della soluzione ai problemi dell´ingiustizia senza preoccuparsi di vedere con quali mezzi i concorrenti si apprestano a competere.
Parlare di merito senza intaccare i residui storici e naturali che condizionano le prestazioni individuali è a dir poco capzioso. Nella condizione in cui la nostra società si trova attualmente è davvero difficile che il riconoscimento del merito sia un fattore di imparzialità o giustizia. Ne parlava su questo giornale alcune settimane fa Adriano Sofri. L´appartenenza di classe, sempre più determinante nell´accesso a buone scuole e quindi a una buona occupazione (a un lavoro che piace non semplicemente a un lavoro necessario) rende il discorso sulla meritocrazia non proprio cristallino e la gara una gara chiusa, avvantaggiata già alla partenza o truccata.
Perché questo lungo discorso sul merito? Perché in questi giorni di sacrosanta denuncia delle aberrazioni che si annidano in molte università italiane potrebbe venir spontaneo pensare che l´unica soluzione per curare il malato di corruzione sia sottoporlo al salasso delle risorse. Per curare una università che non seleziona per merito occorre togliere i finanziamenti: questo è quanto da più parti si dice con più frequenza, portando acqua al mulino governativo in maniera più o meno diretta. Nell´età premoderna si pensava che il modo migliore per guarire un malato fosse quello di salassarlo per togliergli il sangue cattivo e si finiva per far morire il malcapitato proprio con l´intento di salvarlo. Il corpo non rinvigorisce togliendogli il cibo, ma dandogli cibo buono. Non si tratta di una terapia veloce, ma è l´unica terapia ragionevole. Non esiste una giustizia rapida, come i sognatori della meritocrazia sembrano credere. E quindi non è tagliando i finanziamenti che si può pensare di risanare l´università, il luogo dove i talenti cercano alimento. Anche perché la politica dei "meno soldi" non si traduce necessariamente in "più onestà". Occorre invece far sì che i soldi siano meglio spesi e che siano messi in atto sistemi di controllo che controllino davvero (con anche l´uso del codice penale se necessario) e sistemi di reclutamento efficaci e non corrotti.
Ma non ci si faccia illusioni sulla celerità della cura. Perché è evidente che la questione del merito non è né neutra né di semplice procedura. Essa è prima di tutto una questione di etica ? di chi valuta e di chi è valutato, dei sistemi di valutazione e, in primo luogo, di chi li escogita e chi li fa funzionare. Non basta enunciare che occorre seguire il criterio del merito (e quale altro se no?), occorre davvero seguirlo sempre. Per esperienza devo dire che spesso anche chi esalta il merito non è poi sempre pronto a onorarlo perché la logica del sistema ha più forza di quella del merito e dell´onestà. Non è questa la ragione per la quale è così difficile che un esterno vinca una competizione nell´accademia italiana? Se la questione del merito è una questione di eguali opportunità e di etica pubblica o di responsabilità, allora, per sconfortante che la cosa possa apparire, non consente soluzioni veloci e facili. Anche se è comprensibile che di fronte alla notizia scandalistica (ma per nulla nuova) di cattedre destinate a parenti e amanti (o ad allievi fedeli, una categoria altrettanto aberrante, eppure molto in uso) e ai finanziamenti statali elargiti a università private di ogni tipo e luogo (uno sperpero del denaro pubblico di cui si parla troppo poco), viene sacrosanta la reazione di volere azzerare tutto togliendo le risorse. Ma si può voler creare indigenza per sconfiggere il furto?
Gli archeologi, dopo aver scavato per secoli, si sono resi conto, a ragione, che scavare è un’azione distruttiva. Dicono gli archeologi che una tomba scavata e tirata a lucido avrà una vita breve e che il giusto destino di quel sepolcro consisterebbe nel restare com’era.
Tutti, intanto, hanno visto nei giornali i muraglioni mesopotamici che, sotto la sorveglianza dei mistici del non scavo, hanno incorporato le tombe scavate a Tuvixeddu. Qua i muraglioni decidono arbitrariamente dove finisce il Parco archeologico e dove inizia un volgare giardinetto pubblico. Arbitrariamente, visto che ben oltre le colossali fioriere è giusto credere che ci siano altri sepolcri. I baluardi sono alti quasi tre metri e larghi due, un peso immane, e tagliano alcune tombe. Le immagini, almeno quelle, sono incontestabili.
Qualche giorno fa la Sovrintendente protostorica Fulvia Lo Schiavo ha sostenuto in una metafisica conferenza stampa, con una determinazione che ci ha raggelato, come quelle fioriere dal peso incalcolabile proteggano, secondo lei, le tombe. E ha argomentato che siccome lo scavo è “distruzione” allora quelle fioriere sono una difesa per i sepolcri che sono finiti sotto.
Il sillogismo, però, scricchiola.
E vediamo come sono stati “protetti” alcuni sepolcri in tempi recenti.
Dalla fine degli anni novanta sino agli anni 2000 inoltrati, in un’area del colle verso Sant’Avendrace, accanto al vecchio villino Serra – distrutto perché indegno, si vede, di essere conservato - emerse una nuova e grande parte della necropoli.
Affiorarono le innegabili 431 nuove sepolture, in parte perfino fuori da ogni vincolo. Le nuove scoperte dimostravano, alla faccia dei negazionisti, quanto l’area della necropoli fosse molto più grande di quella conosciuta.
Cosa dovevamo aspettarci? Entusiasmo, i giornali pieni di notizie, l’orgoglio cittadino per la nuova scoperta, amministratori di destra, sinistra e centro in visita alle nuove tombe. Una corsa archeologica all’oro.
Secondo i princìpi enunciati dalla protostorica Lo Schiavo le tombe andavano dunque messe al più presto al sicuro.
E avevamo immaginato – ahi, quanto ingenuamente - che il soprintendente avrebbe avviato le procedure di un nuovo vincolo. Nuove scoperte, nuovi vincoli.
Invece, nulla di tutto questo. Nel silenzio archeologico si è scavato e poi costruito un palazzone sulle tombe. I nostri archeologi, esaurito il proprio compito nello scavo, hanno ritenuto che non c’era nulla di più sicuro di una palazzata di undici piani con grande garage, sopra le sepolture. Tutta salute per i sepolcri. Nulla è più protettivo di un palazzo.
E così nel 2004, pochi anni fa, i palazzoni giallini hanno ricoperto gran parte dei ritrovamenti e reso definitivamente brutto anche quell’angolo di colle.
La Sovrintendente protostorica ha accreditato l’idea che l’archeologo sia un tecnico puro, uno scopritore che nulla ha a che fare con un’altra categoria, quella dei costruttori. Chiedere un vincolo? Battersi per una tutela? No. Questa è un’idea romantica dell’archeologia.
E per dimostrare questa teoria ci ha raccontato che sotto la Banca Nazionale del Lavoro, noi valorizziamo oggi delle terme romane. Ci ha assicurato, confermando un vero affetto archeologico per le pietre, che le terme là sotto sono “tranquille”. Chissà che brutta fine avrebbero fatto le terme se, sopra, non avessero costruito la banca.
Mentre la Soprintendente parlava della sua idea di tutela ci siamo chiesti se anche l’anfiteatro romano è valorizzato dall’attuale copertura di tavolacci. Ma non volevamo andare fuori tema.
Però questo anfiteatro non è facile da digerire e riemerge da sotto i tavoloni di continuo.
Ieri, in una bella mattinata autunnale, un signore francese dall’aspetto intelligente, si aggirava in Viale Fra’ Ignazio con in mano una fotografia dell’anfiteatro romano e chiedeva se quella cavità ricoperta di legno e tubi di ferro fosse davvero l’anfiteatro della foto. Non siamo riusciti a fornire una spiegazione coerente però lo abbiamo invitato a rivolgersi alla protostorica dottoressa Lo Schiavo. La protostorica, forse, estenderà ai tavoloni e al ferrame dell’anfiteatro la sua teoria delle fioriere protettive. Ma non convincerebbe l’ostinato viaggiatore francese come, del resto, non ha convinto noi.
Quel che resta del colle, ed è tanto, sepolcri, falchi, orchidee, si salveranno dai metri cubi e noi dovremo conservare la bellezza che Tuvixeddu riconquista da sé ogni volta che si attenta alla sua integrità. Ma una parte è perduta per sempre. E chi ha concorso a questa perdita permettendo che intorno proliferasse un’orribile poltiglia urbana, passerà alla storia della nostra città, e magari anche alla protostoria.
P.S.: forse la sconfitta recente del Sì nel referendum sulla “salvacoste” è dovuta alla mancanza, nei manifesti, del prescritto accento che il creativo della campagna referendaria ha dimenticato. E i sardi hanno risposto con un silenzioso Nò, dotato di un accento sonoro. Segno che le regole della grammatica valgono quanto la pratica e che, come tutte le regole, devono essere rispettate.
L’"aringa rossa", antica astuzia venatoria, sta per fare della Milano da bere dell’epoca craxian-ligrestiana la Milano da mangiare della nuova era ligrestian-morattiana, trasformando l’Expo del 2015, dedicato all’alimentazione, in una colossale operazione immobiliare. I distinti cacciatori britannici usavano le "red harrings" per distrarre i cani da caccia degli avversari, gettando in luoghi strategici della riserva aringhe affumicate. I cacciatori milanesi di cubature immobiliari, che si definiscono "developers", stanno spargendo su 8 milioni di metri quadri di aree dismesse dall’industria manifatturiera che non c’è più, una selva di grattacieli firmati da architetti di fama mondiale, i cosiddetti "archistar". Quei grattacieli, secondo l’immagine di Renzo Piano, sono per l’appunto le "aringhe rosse" che servono a distrarre l’attenzione da quel che germoglia intorno: quartieri selvaggi, simili a quelli che hanno assediato la Roma dei palazzinari. O «caricature di città» nella città, come dice l’architetto Mario Botta.
Dalla Bovisa all’ex Ansaldo, da Porta Vittoria a Porta Nuova - Garibaldi-Repubblica, dal Portello a Montecity-Santa Giulia, sono venticinque i grandi progetti, lottizzati tra i gruppi immobiliari con le immutabili regole del manuale Cencelli - tot a me, tot a te - che stanno cambiando lo skyline meneghino insieme a quelli del potere e delle ricchezze immobiliari d’Italia. Quanti sono i grattacieli che svetteranno a far ombra alla Madonnina? C’è quello nuovo della Regione a Garibaldi, monumento alla grandezza del governatore Roberto Formigoni, poi un’infinità di grattacielini "alla lombarda", una trentina di piani o poco più, tipo l’attuale Pirellone, definiti non proprio grattacieli, secondo la contabilità americana o asiatica, ma "case-torre". È nell’area della vecchia Fiera la nuova fiera dell’"aringa rossa". Si chiama CityLife, un affare da due miliardi, che prima ancora di partire è costato 523 milioni di euro, il prezzo pagato alla Fondazione Fiera per i 23 ettari (che diventano 36 con le aree limitrofe) acquistati dalla cordata immobiliar-assicurativa vincente.
I grattacieli che ridisegnano lo skyline, milioni di metri cubi edificabili, aree verdi spezzettate. Il tutto gestito dai soliti imprenditori e dagli istituti di credito. Un affare da miliardi di euro che ruota intorno all’Expo 2015 ed è destinato a fare della metropoli una nuova Londra. Senz’anima
Domenica 11 maggio 2008. È quel giorno che una nuvola di polvere oscura i palazzi novecenteschi che si affacciano nella zona dell’ex Fiera, tra viale Boezio, Piazza VI Febbraio, via Gattamelata, Largo Domodossola, piazza Giulio Cesare, via Eginardo. Un’imprecisata carica di esplosivo ha sbriciolato in pochi secondi il Padigione 20, 230 mila metri cubi di calcestruzzo, per far luogo al mitico Central Park meneghino, che certificherà il Nuovo Rinascimento di Milano. È lì che sorgeranno non uno, ma tre grattacieli. Il più alto, di 209 metri firmato dal giapponese Arata Isozaki, il secondo di 170 metri dall’irachena Zaha Hadid e il terzo di 140 metri, quello a forma di banana che ha ferito il buongusto persino del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, progettato dall’americano Daniel Libenskind. «Milano è piena di gente che ha il membro storto - ridacchia Umberto Eco - ce ne sarà uno in più e prenderà il Viagra». Intorno 140 mila metri quadri di edilizia residenziale e 100 mila di uffici, il tutto in cinque mega-blocchi di altezza variabile tra i cinque e i venti piani, protetti da un sistema di "torri di guardia del quartiere". E il Central Park? Spezzettato lì in mezzo, tra i blocchi svettanti verso il cielo.
Per non inorridire, non dovete affacciarvi oggi a una delle porte della ex Fiera, da cui non vedreste che un deprimente paesaggio lunare, o soffermarvi nel cratere vuoto di Porta Nuova, dove scaricano travi da 30 metri che dovranno sorreggere un tunnel stradale. Dovreste invece passeggiare intorno ai plastici esposti in uno show-room che i padroni di CityLife, cioè Ligresti, i Fratelli Toti della Lamaro, gli stessi immobiliaristi che spadroneggiano a Roma, insieme a Generali e Allianz hanno voluto a piazza Cordusio, cuore della Milano bancaria. O, ancora meglio, farvi mostrare il rendering, cioè le simulazioni al computer, come consigliano Luigi Offeddu e Ferruccio Sansa nel loro libro Milano da morire, dove con ironia raccontano visioni paradisiache di grattacieli scintillanti in un cielo di purissimo azzurro. Come a Milano si vede non più di dieci giorni l’anno.
Ligresti chi? Sì, proprio quel Salvatore Ligresti della Milano da bere craxiana. Si dice che a volte ritornano, ma nonostante le condanne di Tangentopoli, la prigione, l’affidamento ai servizi sociali, don Salvatore, come lo chiamano, non se ne è mai andato. Oggi controlla buona parte dei sei principali progetti immobiliari milanesi, che valgono 7 miliardi di euro: non solo CityLife, ma anche Porta Nuova-Garibaldi. E non c’è a Milano chi non corra a baciare la pantofola del finanziere pregiudicato, originario di Paternò, provincia di Catania. È cambiato soltanto l’azionista di riferimento politico (ma chi è azionista di chi?) in quell’intreccio di mediazioni opache tra mattoni e finanza, tra affari e politica, che l’ex capitale morale non ha mai dismesso e che ha rilanciato entusiasticamente con il miraggio dell’Expo.
Prima era Craxi, che si narra sia stato accompagnato proprio dall’uomo di Paternò in visita al conterraneo Enrico Cuccia, allora dominus del capitalismo italiano. Oggi è quella Milano della politica senza qualità, sospesa tra postfascismo, berlusconismo, leghismo e integralismo affaristico ciellino. Di Craxi resta Massimo Pini che, passato ad An, ricopre ruoli importanti nella galassia assicurativo-cementizia di Ligresti. Ma la costante è la famiglia La Russa di Paternò, il cui capostipite Antonino, antica autorità missina di Milano, seguì amorevolmente quasi cinquant’anni fa i primi passi del compaesano che fu scelto per sostituire a Milano gli ormai inaffidabili fiduciari Michelangelo Virgillito e Raffaele Ursini. Ignazio La Russa presidia il ligrestismo al governo, il fratello Vincenzo e il figlio Geronimo siedono nel Consiglio della ligrestiana Premafin.
Berlusconi, che quando faceva il palazzinaro non amava il concorrente nel cemento e nel cuore di Craxi, ora rischia d’imparentarsi con lui, dal momento che uno dei figli giovani è fidanzato con una nipotina Ligresti.
Le solite facce, i soliti nomi. A Milanofiori e ad Assago c’è Matteo Cabassi, quinto figlio di Giuseppe, «el sabiunatt» degli anni Settanta. È titolare di una parte dei terreni a destinazione agricola su cui sorgeranno le opere dell’Expo. Cedendoli al Comune si troverà 150 mila metri quadrati edificabili. A Porta Vittoria si sono fermati i lavori dopo l’arresto di Danilo Coppola. A Santa Giulia, sud-est di Milano, area Montedison, e a Sesto San Giovanni nell’area Falck, sta affondando un altro furbetto. È Luigi Zunino, esposto con le banche, soprattutto Intesa-San Paolo, per 2 miliardi.
Con questi chiari di luna, riuscirà l’immobiliarista piemontese a fronteggiare il debito vendendo i palazzoni residenziali di Rogoredo che fanno da sfondo alla nuova sede argentea di Sky-Tv? Forse quelli di edilizia convenzionata a 2-3 mila euro al metro quadrato. Ma quelli di lusso progettati da Norman Foster, a 7-10 mila? Chissà se arriveranno fondi del Dubai a riprenderlo per i capelli.
Ligresti, Cabassi, i furbetti, Pirelli RE, i texani di Hines, Luigi Colombo, Manfredi Catella. Vecchio e nuovo - dice l’urbanista Matteo Bolocan Goldstein - «convivono nella modernizzazione equivoca di Milano, in una dimensione opaca, con una poliarchia solipsistica che non fa sistema». Chi più chi meno, tutti lavorano con la cosidetta "leva finanziaria", che in pratica vuol dire i soldi delle banche. Sui 7 miliardi finora investiti sulla carta, sei, circa l’85 per cento sono di Intesa-San Paolo, Unicredit, Popolare di Milano, Monte dei Paschi, Antonveneta e Mediobanca, mentre la Banca d’Italia giudica corretta una quota del debito non superiore al 70 per cento rispetto al totale e un’equity del 30 per cento, cioè di investimento di tasca propria.
Sarà rispettato adesso, in piena crisi finanziaria globale, il "lodo Draghi" e, se sì, cosa capiterà dei mille e mille progetti cementizi già avviati o che stanno per partire? Chissà se la salvezza, o il disastro, verrà dal progetto dell’assessore allo Sviluppo del territorio Carlo Masseroli, definito dal suo ex collega Vittorio Sgarbi «coerente e leale vandalo integralista», che vuole una Milano con 700 mila abitanti in più, portandola da un milione e 300 mila a 2 milioni tondi. Come? Con più volumetrie ai palazzinari privati, aumentando gli indici di edificabilità di un terzo, da 0,65 a 1, o - precisa - «anche di più», con vincoli e regole ridotti al minimo. Una Milano da 2 milioni? «Una favola campata in aria», per Gae Aulenti. Vi immaginate le centinaia di migliaia di persone che dal 1974 hanno lasciato le cerchie cittadine per rifugiarsi nell’hinterland, che tornano come in un controesodo biblico perché Masseroli fa l’housing sociale a 2 o 3 mila euro al metro? In Consiglio comunale si battaglia sul progetto Masseroli tra carrettate di emendamenti. Se mai, bisognerebbe occuparsi del destino delle decine di migliaia di metri cubi di uffici sfitti e dei nuovi che stanno per arrivare sul mercato invece che del cemento fresco, avverte l’architetto Stefano Boeri. E non dimenticare che Milano è una «città costretta», come la definisce Bolocan, che, con Renzo Piano, retrodata agli anni Sessanta e Settanta l’era milanese più fervida di sviluppo. «Due milioni di abitanti?» si chiede perplesso anche Carlo Tognoli, che dal 1976 fu sindaco per un decennio: «Nel dopoguerra ci fu il piacere della crescita, poi ci si accorse che la crescita non poteva essere esagerata».
La Milano metropoli da due milioni, piccola Londra o New York ma senz’anima, sembra replicare l’apologo della ricottina, quello della pastorella che camminando verso il mercato aumenta via via il valore teorico della forma da vendere che trasporta in bilico sulla testa. Finché la ricottina cade e si spiaccica per terra.
Ciò che rischia di accadere per l’Expo. «Sarà sicuramente un fallimento», sentenzia Sgarbi, accusando «Suor Letizia», che lo ha licenziato da assessore mettendo al suo posto a gestire la cultura un culturista, nel senso di body builder, di essere un sindaco inadeguato, che annaspa tra le contraddizioni.
Per di più assistita da Paolo Glisenti, che egli giudica «l’elaborazione intellettuale del nulla» e che il titolare del salvadanaio Giulio Tremonti, che lo ha in uggia, farà di tutto per non favorire: «Dimenticatevi che lascerò tutto in mano alla Moratti», ha avvertito il ministro. Durante la campagna-acquisti di voti per l’Expo dei paesi minori, costata dieci milioni, sono stati regalati scuolabus nei Caraibi, borse di studio nello Yemen, in Belize e altrove, il progetto di una metrotranvia in Costa d’Avorio, una centrale del latte in Nigeria, bus dismessi a Cuba e quant’altro. Ma adesso viene il difficile. Tolti i 4,1 miliardi necessari per realizzare il sito fieristico, mancano quasi tre miliardi per le opere infrastrutturali essenziali (metropolitane, ferrovie, stazioni, raccordi, strade) e 6 miliardi per le infrastrutture "minori". Il sogno della Milano da mangiare, che rischia di infrangersi come la ricottina della pastorella, oltre a 65 mila nuovi posti di lavoro dal 2010 al 2015, vagheggia 29 milioni di visitatori, 160 mila al giorno per sei mesi, che porteranno un indotto di 44 miliardi di euro. Ma perché quasi trenta milioni di persone dovrebbero venire a Milano nell’estate 2015? Per vedere il grattacielo-banana? Per una mostra sull’alimentazione? Saragozza è stata un flop.
Pazienza. A Milano, comunque vada, nel terzo lustro del nuovo secolo potremo lasciare l’auto nel parcheggio di cinque piani scavato sotto la Basilica di Sant’Ambrogio, nel parco medievale più importante della civiltà lombarda. Un insulto cui la borghesia intellettuale di Milano non vuole rassegnarsi. E tra le aringhe rosse avremo la città dei developers, «una città che si prostituisce al miglior offerente». Parola dell’architetto inglese David Chipperfield.
Aprile online, 25 novembre 2008
di Nuccio Iovene
L'operazione "Perseus" condotta dalla polizia di Crotone contro le cosche della ‘ndrangheta di Papanice (popolosa frazione del capoluogo) che ha portato a 24 fermi per associazione a delinquere di stampo mafioso e per numerose attività illecite (dal traffico d'armi a quello di stupefacenti, dalle estorsioni alle intimidazioni, fino alla "colletta" per assoldare un killer che avrebbe dovuto uccidere il sostituto procuratore Pierpaolo Bruni) ha messo in luce un filone, sempre più frequente in Calabria, relativo ai rapporti con la politica e la pubblica amministrazione.
In particolare dalle indagini emergerebbe l'interesse delle cosche nei confronti del progetto turistico Europaradiso, faraonico complesso proposto anni addietro dal faccendiere israeliano Appel e da realizzarsi alla foce del fiume Neto, nei pressi di Crotone, in una zona protetta, essendo Sito di Interesse Comunitario. Non a caso nelle indagini sono coinvolti sia amministratori locali del centrodestra che governava all'epoca la città sia esponenti del PD che oggi l'amministra, nonché dirigenti e collaboratori del Ministero dell'ambiente di quel periodo.
Un progetto del tutto insostenibile per dimensioni, costi e impatto sociale e ambientale utilizzato come grimaldello per una enorme speculazione immobiliare attorno alla quale costruire, attraverso il classico miraggio dei posti di lavoro, un consenso sociale e tutte le "autorizzazioni" necessarie. A garanzia dell'operazione le cosche coinvolte, tra le più sanguinarie della Calabria, nella faida che alla vigilia di Pasqua di quest'anno ha visto cadere in agguati mafiosi il boss Luca Megna e gravemente ferita la figlia di 5 anni e tre giorni dopo Giuseppe Cavallo della cosca opposta.
Tutto questo mentre non passa giorno in Calabria che non si registrino nuove intimidazioni e minacce nei confronti di amministratori locali o imprenditori o non emergano intrecci e collusioni con esponenti politici dai comuni più piccoli fino al consiglio regionale.
Liberare la Calabria, la regione dell'omicidio Fortugno e degli scandali di questi anni, dal giogo della ‘ndrangheta vuol dire innanzitutto bonificare partiti e istituzioni, con una lotta senza sconti e senza quartiere ai tentativi d' infiltrazione e una pulizia assoluta delle liste di candidati alle elezioni. Il primo banco di prova le provinciali del prossimo anno che riguarderanno proprio Crotone.
Europaradiso, fra cemento e cosche
la Repubblica online, 25 novembre 2008
di Francesca Travierso
CROTONE -Turismo o riciclaggio? L'idea di un megavillaggio da realizzare a nord della città di Crotone viene presentata il 18 febbraio 2005 nella sala consiliare del Comune di Crotone. Si chiamerà Europaradiso. Il sindaco, Pasquale Senatore, presenta alla stampa il gruppo di investitori israeliani che vorrebbero presentare il progetto. Faraonico. 7 miliardi di euro per realizzare alberghi e residence capaci di accogliere oltre 14mila turisti, tutti da realizzare lungo la costa che va da località Gabella fino alla foce del fiume Neto. In una zona incontaminata.
Il gruppo imprenditoriale fa capo a David Appel, attraverso una società finanziaria multinazionale con sede ad Amsterdam. Nel novembre 2004 a Crotone erano già nate due società incaricate di gestire la vicenda, "Europaradiso International S. p. A." ed "Europaradiso Italia s. r. l, cui amministratore unico è Gil Appel, figlio di David.
Fin da subito opinione pubblica e politica si dividono sull'investimento. Qualcuno vede in Europaradiso il definitivo rilancio turistico di una città in ginocchio; altri non si fidano e sollecitano la presentazione di un progetto che, però, tarda ad arrivare. Il Comune di Crotone si schiera apertamente per il "sì", nasce il comitato Europaradiso guidato da Roberto Salerno, si inscenano manifestazioni in piazza e durante le riunioni del Consiglio comunale. La Provincia, dopo alcuni incontri, dice "no": il progetto non esiste, dunque non è valutabile, e l'idea convince poco.
Diversi dubbi li suscita anche David Appel. L'imprenditore israeliano ha più volte avuto grane con la legge del suo paese; nel 2003 è stato accusato di voto di scambio, in una inchiesta che coinvolge anche il direttore del Ministero dell'Ambiente. L'anno dopo è stato indagato nell'"affare dell'isola greca", in cui venne coinvolto anche Ariel Sharon; un'accusa di corruzione nei confronti delle autorità greche perché autorizzassero la costruzione di un complesso turistico nell'isola di Patroclo in cambio di una consulenza per il marketing dell'operazione da tre milioni di dollari.
La Regione all'inizio tentenna, poi prende una posizione: il 5 marzo 2007, il progetto Europaradiso viene definitivamente accantonato perché "nettamente contrastante, assolutamente incoerente con le linee politiche di sviluppo del sistema turistico alberghiero" come spiega l'assessore regionale all'ambiente Nicola Adamo. E poi su quello stesso tratto di costa la Regione chiede l'istituzione di una Zps, zona di protezione speciale che tuteli caratteristiche ambientali uniche, che di fatto impedisce la realizzazione del villaggio.
Intanto il progetto Europaradiso entra nell'inchiesta "Poseidone" della Procura della Repubblica di Catanzaro, e finisce nella relazione della commissione antimafia, che il 20 febbraio del 2008 scrive "La vicenda è emblematica del grumo di interessi che si possono intrecciare tra gli appetiti delle cosche e poco trasparenti operazioni finanziarie internazionali".
E aggiunge: "Interessato all'esecuzione del progetto di Appel sarebbe un noto personaggio del crotonese, in collegamento con ambienti malavitosi locali e fondatamente sospettato di riciclare, in Italia ed all'estero, il denaro sporco per conto di una cosca mafiosa". Il personaggio in questione, secondo le indagini che hanno portato all'operazione odierna, opererebbe per conto del clan Russelli di Papanice.
Politica, cemento e 'ndrangheta: Ecco la cupola di Europaradiso
La Nuova Ecologia online, 25 novembre 2008
Politici, imprenditori e funzionari pubblici indagati per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione e perquisiti nell'inchiesta che ha portato al fermo di 24 affiliati alle cosche di Crotone. In questo contesto sono avvenuti i tentativi di infiltrazione mafiosa nel megaprogetto turistico al momento accantonato
Le mani della ’ndrangheta sul progetto di Europaradiso. È questa l’ipotesi degli investigatori che questa mattina hanno effettuato una serie di perquisizioni a Crotone e in altre città fuori dalla Calabria. Un’operazione che ha coinvolto anche politici, imprenditori e funzionari pubblici indagati nell'inchiesta che ha portato al fermo di 24 affiliati alle cosche di Crotone. Dalle indagini sono emerse pesanti interferenze delle cosche nella vita politica e amministrativa di Crotone, peraltro già denunciate da un'ex parlamentare. Le cosche sostenevano gli amministratori locali al momento del voto ricavandone vantaggi per i loro affari. In questo contesto sono avvenuti i tentativi di infiltrazione mafiosa nel progetto turistico Europaradiso, al momento accantonato.
IPOTESI DI CORRUZIONE. Nei confronti dei politici, imprenditori e funzionari pubblici indagati, che sarebbero intervenuti per influenzare l'iter burocratico di approvazione del progetto Europaradiso, vengono ipotizzati vari reati, tra cui la corruzione, per avere promesso, elargito e ricevuto somme di danaro per condizionare, ai vari livelli amministrativi, la realizzazione della struttura turistica. Oltre ai fermi gli agenti della Polizia di Stato hanno perquisito le abitazioni dell'ex direttore generale del Comune di Crotone, Francesco Antonio Sulla; del capogruppo del Pd in consiglio comunale Giuseppe Mercurio; dell'architetto del comune Gaetano Stabile; dell'agente immobiliare, Romano Rocco Enrizo; dell'ex vice sindaco, Armando Riganello (An); del presidente della Camera di commercio, Fortunato Roberto Salerno; del capo di gabinetto del Ministero dell'Ambiente, Emilio Brogi; del direttore generale del Ministero dell'Ambiente, Aldo Cosentino; e di un funzionario dell'Unione Europea, Riccardo Menghi. Le ipotesi di accusa sono a vario titolo di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata dalla modalità mafiosa. Nel maggio scorso a Francesco Sulla era stata già notificata una informazione di garanzia e successivamente l'ex direttore generale del Comune era stato sentito dal sostituto procuratore Pierpaolo Bruni.
IL COLLABORATORE DI MATTEOLI. Uno degli indagati Emilio Brogi, è attualmente capo della segreteria del Ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli. Il presunto coinvolgimento di Brogi nell'inchiesta è riferito a quando nel 2005 era nella segreteria tecnica sempre di Matteoli, allora ministro dell'Ambiente. A Brogi è stata perquisita l'abitazione in provincia di Livorno ed altre strutture di sua pertinenza. L'accusa sostiene che Brogi ed il direttore generale dello stesso Ministero, Aldo Cosentino, avrebbero trasmesso volutamente all'Unione Europea una documentazione parziale circa i vincoli a cui era sottoposta l'area sulla quale doveva sorgere la mega struttura turistica Europaradiso. Ma Emilio Brogi respinge le accuse con decisione. "Sono del tutto estraneo ai fatti che mi vengono contestati – replica – Ho fiducia nella magistratura e nelle forze dell'ordine con cui collaborerò attivamente per dimostrare la mia piena estraneità. Desidero precisare che non sono mai stato capo di gabinetto del ministero dell'Ambiente, all'epoca dei fatti oggetto di indagine ero capo della segreteria del ministro".
PRESSIONI SUI VINCOLI.Indaini e perquisizioni anche nei confronti di Salvatore Aracri e Antonio Francesco Russelli. Secondo gli investigatori le cosche di Crotone si sarebbero interessate a fare in modo che l'area dove doveva sorgere la struttura di Europaradiso non fosse sottoposta ai vincoli previsti dalle zone a protezione speciale (Zps).
Gli inquirenti ritengono inoltre che, attraverso i funzionari del ministero dell'Ambiente, sarebbe stata inviata all'Unione Europea una documentazione parziale per quanto riguarda i vincoli a cui era sottoposta l'area dove si intendeva realizzare la mega struttura turistica. Dalle indagini emergerebbe che tutte le cosche del crotonese, anche quelle storicamente in contrasto tra loro, erano fortemente interessate all'opera.
LE DENUCE DELL’EX PARLAMENTARE. Le interferenze e le infiltrazioni erano state denunciate in passato dall'ex parlamentare dei Ds, Marilina Intrieri, la quale in diverse occasioni aveva evidenziato rapporti privilegiati di alcune cosche con amministratori locali eletti con l'appoggio della criminalità organizzata.
La Intrieri aveva denunciato anche i tentativi di infiltrazione mafiosa nella realizzazione della mega struttura turistica Europaradiso. Un fermo decisivo alla realizzazione della struttura fu dato dalla Giunta Regionale in carica che bocciò il progetto, dopo una riunione e una relazione dell' allora vicepresidente dell'esecutivo, Nicola Adamo, attuale capogruppo alla Regione del partito Democratico. In una delle denunce fatte nel marzo scorso, l'ex parlamentare affermò che c'era "il tentativo costante della 'ndrangheta crotonese di farsi istituzione candidando i propri familiari nelle liste elettorali e inserendoli nel governo degli enti locali''.
IL PASSAGGIO DEI SOLDI. “Su Europaradiso abbiamo la prova del passaggio dei soldi”. Lo ha detto il procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, Emilio Le Donne, nel corso della conferenza stampa sui fermi degli esponenti delle cosche di Crotone. "La vicenda di Europaradiso - ha aggiunto - rappresenta una fetta di questa operazione ed evidenzia il sistema corruttivo nelle pubbliche amministrazioni fino a permeare alti funzionari di ministeri". "Dalle intercettazioni - ha proseguito Le Donne - emerge la consegna di denaro e nella fattispecie una somma di quindicimila euro ed una di quattromila. Bisogna insistere su questa strada in modo da eliminare le infedeltà che ci stanno nella pubblica amministrazione". Il Procuratore di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo, ha evidenziato che "dalle intercettazioni e dalle indagini emerge come le cosche hanno tentato di mettere le mani sulla grande opera di Europaradiso".
'Ndrangheta, 24 arresti a Crotone- Indagati politici per corruzione
Il Corriere della Sera online, 25 novembre 2008
Operazione della polizia contro le cosche di Papanice: al centro dell'inchiesta il progetto "Europaradiso"
CROTONE - Tre anni di indagini, derivanti da un precedente filone d'inchiesta, sequestri di decine di armi e migliaia di munizioni, 200 uomini sul campo per un blitz scattato alle prime luci dell'alba in Calabria ed in Lombardia, 20 persone finite in manette sulle 24 destinatarie di un provvedimento di fermo emesso dalla Dda di Catanzaro. Sono i numeri dell'operazione «Perseus», condotta dalla Polizia di Stato e mirata a scompaginare le cosche operanti nel Crotonese. Più precisamente i «Papaniciari», il cartello criminale emergente che stava per prendere letteralmente in mano Crotone e la sua provincia, e la cui ascesa è stata per il momento bloccata dall'esecuzione dei provvedimenti di indiziato di delitto, emessi proprio in virtù dell'urgenza di interrompere condotte criminali in atto particolarmente pervasive.
PERQUISIZIONI - Oltre ai fermi gli agenti della Polizia di stato hanno perquisito le abitazioni dell'ex direttore generale del Comune di Crotone, Francesco Antonio Sulla; del capogruppo del Pd in consiglio comunale, Giuseppe Mercurio; dell'architetto del comune, Gaetano Stabile; dell'agente immobiliare, Romano Rocco Enrizo; dell'ex vice sindaco, Armando Riganello (An); del presidente della Camera di commercio, Fortunato Roberto Salerno; del capo di gabinetto del Ministero dell'Ambiente, Emilio Brogi; del direttore generale del Ministero dell'Ambiente, Aldo Cosentino; e di un funzionario dell'Unione Europea, Riccardo Menghi.
ASSALTO A CROTONE - I Papaniciari, nel momento in cui hanno preso a guadagnare terreno sugli storici gruppi criminali della zona, ritenuti dagli investigatori ormai in fase «calante», hanno compreso che il momento era propizio per «alzare il tiro» ed entrare nelle strutture amministrative del territorio, e nelle istituzioni anche a livello superiore, fiutando per primi, tanto per fare un esempio, il grande affare di «Europaradiso». Il mega villaggio turistico da 7 milioni di euro che doveva sorgere nella zona, e più precisamente l'ipotizzata pesante ingerenza nella fase della sua progettazione finalizzata ad ottenere più soldi possibile dall'Unione europea anche dove ciò non fosse possibile, rappresenta solo uno dei filoni dell'inchiesta, in cui gli inquirenti si sono imbattuti, ed in cui è emerso l'interesse indiscusso di tutte le famiglie del gruppo. «Il Comune di Crotone, è stato letteralmente preso d'assalto» ha riassunto efficacemente Emilio Ledonne, procuratore nazionale antimafia aggiunto, presente alla conferenza stampa che si è tenuta in Procura a Catanzaro, cui hanno partecipato anche il procuratore della Repubblica del capoluogo di regione Vincenzo Lombardo, l'aggiunto Salvatore Murone, il procuratore di Crotone Raffaele Mazzotta, i questori di Catanzaro e Crotone, il capo della Squadra mobile della città pitagorica Angelo Morabito, il capo della sezione criminalità organizzata della Mobile del capoluogo calabrese Saverio Mercurio. «Il dato giudiziario più rilevante dell'inchiesta - ha aggiunto Ledonne - è proprio quello che conferma l'esistenza di una «borghesia» mafiosa, quella zona grigia che consente alla criminalità di infiltrarsi nell'amministrazione tentando di alterarne gli equilibri, e che oggi ci viene indicata dagli elementi relativi e gravi episodi di corruzione di esponenti delle istituzioni, e di interferenza anche nello svolgimento delle ultime elezioni comunali del 2006».
LE DUE COSCHE - A tanto sarebbe giunto il cartello dei Papaniciari, decapitato da un'indagine definita «storica» dagli investigatori, «perché per la prima volta sono state coinvolte e colpite in concreto e globalmente le due espressioni della cosca in guerra tra loro per il controllo delle attività criminali sul territorio. Da una parte il gruppo facente capo a Mico Megna, boss subentrato a Luca Megna ucciso lo scorso 22 marzo; dall'altra quello capeggiato da Leo Russelli, finito in carcere lo scorso luglio, ed ora retto dal fratello del boss, Francesco Russelli». Se infatti nel precedente filone d'indagine sfociato nell'operazione «Eracles» ci si era preoccupati di individuare i vertici del cartello, con il naturale prosieguo delle investigazioni, sfociato in «Perseus», «si è fatta terra bruciata attorno ai capi - ha rimarcato Ledonne -, colpendo affiliati e uomini di fiducia». Quasi tutti soggetti incensurati, ha chiarito Morabito, oggi indagati, oltre che per associazione mafiosa, per reati fine che vanno dalla detenzione di arsenali di armi da fuoco, alle estorsioni e danneggiamenti contro imprenditori locali, al traffico di eroina, cocaina, hashish e marijuana. Soggetti identificati grazie ad un paziente lavoro di intelligence ampiamente elogiato oggi dai magistrati, che ha visto operare in stretta sinergia le Squadre mobili di Catanzaro e Crotone, con il supporto del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, sotto la guida di Sandro Dolce, sostituto procuratore antimafia di Catanzaro, e Pierpaolo Bruni, sostituto in servizio a Crotone e da tempo applicato alla Dda, con la collaborazione della Procura nazionale antimafia. Una cooperazione essenziale, questa, per conseguire risultati significativi specialmente «su un territorio in grave difficoltà - ha detto Mazzotta -, dove c'è una fortissima richiesta di legalità. In questo senso abbiamo dato un segnale importante della presenza dello Stato e della nostra efficienza - ha aggiunto -, nonostante si debba fare i conti con carenze di organico e di mezzi».
Nota: di seguito scaricabile il pdf di un altro articolo sul tema proposto dal Corsera il 26 novembre, eddyburg.it segue da tempo il caso Europaradiso, a partire dalla descrizione del progetto di Carlo Lania dal manifesto. Per gli altri basta fare un ricerca a parola chiave "europaradiso" nel motore interno (f.b.)
Eguaglianza e tassa sul lusso
di Andrea Pubusa
Possibile che Pierluigi Sullo (La spia accesa sarda» - il manifesto del 2 agosto) non capisca che nel rinvio della «legge Soru» la c.d. «tassa sul lusso» non c'entra un fico secco? Qui c'è in gioco qualcosa di più importante, viene chiamato in causa uno dei principi centrali della nostra Costituzione: il principio di eguaglianza dei cittadini, senza discriminazione in ragione della loro provenienza regionale. Anni fa il presidente della provincia di Milano, una ex cantante passata alla destra, suscitò la giusta indignazione di molti, limitando alcune sovvenzioni scolastiche agli studenti residenti. Una misura venata di un odioso spirito razzista verso gli studenti figli di extracomunitari. Domani la regione Lombardia potrebbe imporre un tributo a tutti gli italiani residenti da Roma in giù che si rechino in quella operosa città. In una versione classista, il balzello potrebbe imporsi solo a coloro che hanno un alto reddito e il ricavato potrebbe essere destinato ai lavoratori ultracinquantenni privati del loro posto di lavoro. Come si vede, una volta infranto il principio di eguaglianza fra i cittadini a seconda della residenza o della provenienza, ogni regione potrebbe sbizzarrirsi a pensare misure di destra o di sinistra che introducono dei distinguo fra cittadini.
Confesso: personalmente ai ricchi (alla Briatore) imporrei non solo la tassa sul lusso, ma anche una prestazione personale e cioè gli chiederei se vuol trascorrere l'estate da noi, di dissodare, con pala e piccone, uno dei tanti assolati e incolti campi di Gallura. Forse la prestazione contribuirebbe amigliorarne non solo la linea, ma anche l'umanità e la condotta. Ma che c'entra? Il problema è se questa misura, vigente l'art. 3 della Costituzione, sia ammissibile se introdotta da una legge regionale e con una differenza di trattamento a seconda della provenienza regionale. Dunque, l'imposizione a carico di chi mostra con le seconde case una capacità contributiva per poi destinare i fondi così raccolti a favore della tutela ambientale, non è peregrina. E' una misura discutibile, ma può essere considerata un giusto contributo per l'uso del territorio. Ma l'oggetto della discussione è un altro: si può dare del federalismo un'interpretazione di stampo «leghista», secondo cui, al di fuori di un quadro comune e unitario offerto dalla legge statale, ogni regione fa quel che vuole? Di più: può una regione trattare i cittadini in modo diverso a seconda della loro residenza e della loro origine? Ancora, l'idea che allo stato rimanga la funzione di camera di compensazione fra regioni ricche e meno ricche è utile e buona? O è meglio il federalismo fiscale leghista, secondo cui, egoisticamente, ogni regione gestisce, senza solidarietà, le sue risorse e discrimina i cittadini di altre regioni? Come si vede, la questione sollevata dal governo tocca un aspetto centrale della formadi stato in Italia e dei diritti fondamentali di cittadinanza. La Corte costituzionale, nello sciogliere la querelle, inciderà a fondo nello sviluppo del nostro ordinamento, dovrà confermare o ridefinire i principi della prima parte della Carta. Sotto questi chiari di luna, in cui la Costituzione è sotto attacco sul fronte sostanziale (e presto lo sarà di nuovo su quello formale), io non baratterei il principio di eguaglianza con alcuna misura, giusta o sbagliata, d'ispirazione leghista, legata all'appartenenza regionale dei cittadini; lo proteggerei come il bene più prezioso.
Legge Soru per compensazione
di Sandro Roggio
Il presidente della regione Sardegna, spiazza spesso gli sguardi, pure da sinistra. Azzardando con progetti e provvedimenti, alcuni oltremodo necessari come quelli per il buon governo del territorio, che dalla politica prima di Soru non sono purtroppo venuti con la dovuta tempestività. E' la «tassa sul lusso» (chiamata così, impropriamente) oggi al centro dell'attenzione. C'è un aspetto nella discussione su questa misura - disapprovata dal governo Prodi - che riguarda la violazione del principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini davanti al fisco.
Il principio è spesso violato - altro che tasse!- come sappiamo bene, basta un'occhiata a come vanno normalmente le cose. D'altra parte c'è la circostanza dei paesaggi sardi spremuti per fare plusvalenze impressionanti (una casa di alto rango può spuntare un prezzo 30 volte il costo di costruzione); e non può lasciare indifferenti che quegli immobili valgono decine di milioni di euro perché stanno in luoghi unici e non c'entra nulla l'abilità d'impresa. Si pensi che per l'Ici di una villa in una costa di pregio si spende come per qualche serata al Billionaire, e che le paventate imposte sulle barche sono pari al costo per tenerle in acqua alcuni giorni. La Sardegna azzarda l'idea di una compensazione. Nel deficit del legislatore nazionale si riconosce ai residenti il privilegio del risarcimento di innumerevoli guasti arrecati al paesaggio che pagheranno, non c'è dubbio, le generazioni future. Ci sono pezzi di costa sottratti all'uso pubblico con danni incalcolabili per le comunità locali che mai più potranno mettere a frutto quelle risorse compromesse in modo irreversibile. L'appartenenza a un luogo («terra e sangue» - è stato detto) non basterebbe per accordare franchigie, neppure nel nome della solidarietà ecologica e generazionale. Eppure, solo esentando i residenti questo tributo assume il suo vero significato. Questa scelta, questo principio etico, trova consensi (l'ottimo articolo di Pierluigi Sullo coglie il significato di questa scelta) e non mancano apprezzamenti da parte di illustri studiosi come Valerio Onida o Guido Melis. Ci sono preoccupate contrarietà da non sottovalutare quando dicono dello strappo alla regola costituzionale; anche se appare improprio confrontare questa motivata esenzione con quelle oltranziste di impronta razzista. Neppure convince il silenzio su altri poteri in capo alle regioni, che seminano comunque differenze tra i cittadini del paese. In altre materie nelle quali le regioni operano già con un alto grado di autonomia - l'urbanistica appunto- si possono produrre grandi sperequazioni nei territori. Infine: chi - come me - di argomenti fiscali e di delicate cose costituzionali sa poco, si pone domande riguardo a franchigie concesse ai residenti molto simili nella sostanza a dispense da imposizioni fiscali.
Peraltro il governo, mentre difende il quadro delle compatibilità, avanza ipotesi che fanno pensare. In particolare colpisce l'annuncio nei giorni scorsi del ministro Rutelli a margine - ma neppure tanto - della discussione riguardo alla progettata autostrada Tirrenica Civitavecchia - Grosseto. Su Repubblica del 5 agosto scorso, in cronaca di Firenze, un ampio resoconto del dibattito a proposito dei danni al paesaggio che verrebbero da quella strada. E ecco la proposta di Rutelli di «un'autostrada leggera con barriere a pagamento al posto degli svincoli», per agevolare il traffico locale consentendo ai residenti di «viaggiare gratis». Il sottosegretario Marcucci precisa, credo nell'ottica della compensazione del danno, che per gli aspetti tecnici «spetterà alla regione decidere in via definitiva i meccanismi che permettano di alleggerire i pedaggi per chi abita e lavora in zona». E allora: com'è che «sangue e terra» di Maremma varrebbero per ammettere, basta fare due conti, notevoli privilegi tributari?