La direzione del partito democratico ha retto bene allo shock. Con una relazione del Segretario non reticente e ben motivata. Con un dibattito serrato e dignitoso. Tento di individuare quelli che a me sembrano i nodi cruciali emersi in quel dibattito.
Il primo riguarda, ovviamente, la "questione morale". Non si tratta della replica di "mani pulite". Quella riguardava il finanziamento dei partiti a partire dal loro centro e si diramava nelle loro articolazioni. Il partito socialista ne fu la principale vittima. Era stato investito da una ondata di immorale volgarità prima, e fu travolto poi dalla "vendetta fraterna" comunista. Questa attuale nasce alla periferia del sistema, nelle amministrazioni regionali e comunali che hanno accumulato, specie in alcuni settori, come quello sanitario, un enorme potere autonomo, gestito in modo arbitrario e incontrollato da dirigenti di partito locali. È il problema che Scalfari denuncia, ricordando Berlinguer, dell´invadenza dei partiti nella società, il quale va affrontato in due modi: recidendo i conflitti di interesse tra responsabilità politiche e gestioni amministrative, restituite alla normale selezione professionale; e esercitando all´interno del partito una rigorosa selezione morale nella scelta dei propri dirigenti. Mi pare che il problema sia stato posto correttamente in questi termini. Ma, come si dice, the proof of the pudding is in the eating: per sapere se la minestra è buona bisogna mangiarla.
Il secondo è il problema dei rapporti tra giustizia e politica: che si condensa ma non si esaurisce per il Pd nei rapporti con un alleato scomodo. È essenziale per i democratici distinguere nettamente la legalità dal giustizialismo. Nel furore delle tricoteuses, quelle storiche e quelle contemporanee, c´è sempre stato il germe di un autoritarismo di sinistra, simmetrico a quello populista di destra. Qui, la questione è rimasta sospesa a metà.
La terza è la questione socialista europea. Il partito democratico si afferma europeista e riformista. Ora, la sinistra riformista europea si identifica essenzialmente con lo schieramento socialista. I partiti socialisti europei comprendono in grande parte, anche quelle istanze di riformismo liberale e cristiano che in Italia rivendicano una loro rappresentanza autonoma. E accettano di riconoscerle in una ridefinizione ampliata del gruppo socialista nel Parlamento europeo. Al rischio di morire socialisti corrisponde, per gli irriducibili che si oppongono anche a questa soluzione, quello di morire in un poco splendido isolamento in Europa. La questione non è stata risolta.
La questione federalista. C´è chi rimpiange, secondo me a ragione, che l´unità d´Italia sia stata compiuta non nel segno del federalismo di Carlo Cattaneo, e, aggiungo io, neppure in quello dell´unità repubblicana di Giuseppe Mazzini, ma in quello dell´annessionismo sabaudo. La storia non ammette repliche. Ma correzioni e riforme, sì. Ora, la peggiore riforma sarebbe quella di un federalismo separatista, ridotto al tema della ripartizione della fiscale: mentre l´essenza del federalismo sta in un patto nazionale unitario, da cui derivare spazi di autonomia, e impegni di solidarietà. Mi sembra che questa sia la posizione prevalente nel Pd. Ma sono emerse anche tentazioni di istituire sub-partiti territoriali, fatti apposta per complicare con nuove strutture di accentramento intermedio la già complicata rete di comunicazione interna.
La questione mercatistica. È stata unanimemente riconosciuta la natura strutturale di quella che appare sempre più una crisi capitalistica mondiale. Ma a questo riconoscimento non segue l’impegno a una risposta di livello corrispondente: e ciò non riguarda solo il Partito democratico, ma tutta la sinistra. Si chiede oggi allo Stato, soprattutto da quelli che lo denunciavano non come la soluzione ma come il problema, di risolvere il problema, pagando il conto della crisi per poi togliere subito il disturbo. Poiché questi squilli non si odono solo a destra, ma anche a sinistra è lecito chiedere al partito democratico se, oltre all’intimazione di non morire socialisti, sia anche previsto l’impegno a vivere liberisti. Oppure prevalga la autentica risposta riformista: un mercato davvero libero (da monopoli e da corporativismi) in uno Stato non gestore ma programmatore. Una risposta sembra rinviata alla prossima Conferenza programmatica del Pd.
La questione laica. Il conflitto tra popolari e socialisti, che ha radici storiche, ha strascichi perduranti nel partito democratico. L’offensiva integralista della Chiesa di Benedetto XVI non è fatta per attenuarli. Non saranno definitivamente superati se non sarà chiara la distinzione tra questioni attinenti alla morale religiosa, sempre oggetto di doverosa attenzione, e comandamenti del Vaticano inammissibili dalla sovranità nazionale. La questione è ancora aperta.
C’è infine il problema del rapporto con l’opposizione. Da tante parti si leva il monito a smetterla con l´antiberlusconismo. Bisogna chiarire. Se per berlusconismo s´intende la vulgata macchiettistica (corna, barzellette, gallismo) la si può impunemente relegare nel folklore. Ma l´essenza del berlusconismo sta nel gigantesco intreccio di potere (non semplice conflitto di interesse) tra pubblico e privato. Questo è un pregiudizio fondamentale della democrazia che è colpa gravissima della sinistra di avere a suo tempo trascurato. È un problema aperto. Anche e soprattutto per il partito democratico.
Stefano Rodotà, giurista dal cursus honorum sterminato, ricorda bene «Tangentopoli». All'inizio degli anni '90 era presidente del Pds, il «partito nuovo» di allora.
Più che di scuse a Craxi - dice con una battuta seria - suggerirei al Pd di chiedere scusa a Berlinguer».
Per non aver visto la centralità della «questione morale»?
Certamente. Chiedere scusa a Craxi vuol dire che tanto siamo stati tutti uguali. E invece vorrei suggerire alla sinistra che Berlinguer la caduta drammatica della moralità pubblica l'aveva vista come uno dei grandi problemi politici della società italiana. Ora sulla politica di Berlinguer si possono dire molte cose, tuttavia aveva cercato di far diventare un fatto politico la consapevolezza della diversità di un partito e della sua pratica amministrativa.
Una consapevolezza, dice, che si è persa?
Negli anni '90 quando venne fuori «mani pulite» io ero presidente del Pds. Nel marzo 1991, un anno prima dell'arresto a Milano di Mario Chiesa, scrissi una prefazione molto dura a un libro di Gianni Barbacetto ed Elio Veltri intitolato «Milano degli scandali». Scrivevo che quelle cronache di ordinaria corruzione riflettevano non la patologia ma la fisiologia dell'intero sistema politico-amministrativo dell'Italia repubblicana. Lo ricordo perché allora i leader del Pds milanese mi denunciarono alla commissione di garanzia presieduta da Chiarante, che ovviamente gli diede una bella lezione. Il mio ultimo atto politico prima di dimettermi da presidente del Pds fu la proposta al partito di convocare le assise contro la corruzione. Un appuntamento in cui affrontare il tema frontalmente e pubblicamente. Lo feci non perché ritenessi il Pci-Pds prigioniero di quella logica corruttiva che pure l'aveva ferito in punti nevralgici come Milano e Torino, ma perché ritenevo che quello era un tema politico di prima grandezza, che doveva diventare l'asse portante dell'allora nuovo partito. La proposta fu respinta, Occhetto chiese scusa per le deviazioni di alcune amministrazioni e la partita finì lì.
E' una proposta che oggi rinnova al Pd?
Assolutamente sì. Come dicono in America, «la luce del sole è il miglior disinfettante». In tutti questi anni i pericoli erano chiari, nonostante chi li denunciasse, per esempio Diego Novelli, venisse denunciato come moralista. I mali sono chiari: la progressiva cancellazione dei partiti, la trasformazione della democrazia in un'oligarchia ristretta, fatta di gruppi che negoziano tra loro e con il mondo degli affari in un connubio che ha infettato tutto. Invece il rapporto con il mondo degli affari non può avvenire a scapito di una trasparenza assoluta, di una moralità pubblica impeccabile e della consapevolezza che la politica non si affida al gioco reato-non reato. I reati esistono ma ci sono comportamenti che senza essere reati sono inammissibili per un politico.
Per esempio?
Ma guardi, ormai è la regola. Non si possono più offrire coperture, il tema della moralità pubblica è un grande tema politico ed è il fondamento capitale della politica. Segna un campo. Anche se ovviamente non tutto il corpo politico è infettato, un'ondata di arresti come questa non è mai accaduta nella sinistra. Dopo una lenta deriva alla fine ci siamo.
Pensa che faccia parte della moralità politica dimettersi in caso di sconfitta come accade in tutto il resto del mondo? Lo dico a destra e a sinistra.
Un establishment politico sa che sopravvive finché ha la fiducia dei cittadini. Perché negli Usa ci si dimette per una colf irregolare o per una leggera infedeltà fiscale quando in Italia tutto il centrodestra ha difeso un ministro come Cesare Previti? Questi sono i comportamenti con cui un ceto politico diventa una casta invisa ai cittadini.
Ma in fondo per la sinistra non dovrebbe essere più facile essere diversi da uno come Berlusconi?
Penso di sì. Invece in questi anni c'è stato troppo timore a prendere le giuste distanze da un certo modo di fare politica. Ha preso il sopravvento l'idea che si dovesse essere «pragmatici». Ed era inevitabile che questa logica scoppiasse di fronte a debolezze personali o dove il controllo democratico è più debole. Le oligarchie sono autoreferenziali per definizione. Parlare di moralità non è moralismo. Ora serve una reazione forte.
Ma non c'è un nesso tra la crisi morale e la crisi di contenuti di questo Pd?
La cattiva politica è sempre figlia di cattiva cultura. Con la resa all'ideologia del turbocapitalismo poi c'è stata una caduta verticale. Quando si è pensato che una certa forma di diversità comunista dovesse essere sottoposta a revisione radicale si sono buttati via anche tutti quegli aspetti di solidarietà, moralità, trasparenza e modestia dei costumi che le si accompagnavano.
Professore, non le sfugge che l'ennesimo scontro tra politica e giustizia è una tentazione forte per portare a termine le riforme contro la magistratura.
Negli anni Berlusconi ha portato avanti un attacco alla magistratura mettendo sempre in secondo piano il tema dell'efficienza della giustizia e la tutela della legalità. Ma sono questi i veri problemi dei cittadini. E garantirli non ha nulla a che fare con i veleni del dibattito politico come la separazione delle carriere e l'obbligatorietà dell'azione penale. Certamente: tra i giudici ci sono sempre stati atteggiamenti scorretti. Già durante il terrorismo ci battemmo da garantisti contro certi teoremi assurdi e contro metodi discutibili usati dalle procure. La stessa Magistratura democratica è figlia di quella stagione. Ma l'abbiamo sempre fatto con critiche puntuali e non ci siamo mai sognati di mettere a rischio l'autonomia e l'indipendenza della giustizia. Così si deve fare. Invece la politica usa lo scontento diffuso per allontanare da sé l'attenzione dei giudici. E' un disegno che va rovesciato senza tentennamenti.
Con una suggestiva immagine notturna, sul manifesto del 20 novembre, Rossana Rossanda così rappresenta l’afasia attuale delle « sinistre critiche» di fronte alla crisi economica mondiale:« sembriamo il gatto nella notte, abbacinato dai fari di un camion di cui preconizzavamo l’arrivo ma che ci prende di sorpresa.» E’ una amara constatazione, che descrive una condizione generale, non solo italiana. Ma è anche un’esortazione ad afferrare il momento, a utilizzarne le potenzialità. Oggi chi ha voce pubblica( sindacati, partiti) si limita ad alzare la posta delle rivendicazioni immediate in termini di misure di soccorso congiunturale destinate alle famiglie e ai ceti popolari. Chiede un pò di più rispetto a ciò che governo e ceto imprenditoriale sono disposti a dare. E’ dunque una voce che rimane timidamente dentro l’orizzonte del presente disordine del mondo. Eppure la portata della crisi è di tale ampiezza e radicalità da reclamare apertamente nuove architetture istituzionali, nuovi strumenti permanenti con cui rovesciare o quanto meno raddrizzare le inique gerarchie che hanno condotto alla catastrofe presente. Perché questa crisi è figlia primogenita delle iniquità con cui il capitalismo tardonovecentesco ha plasmato la società mondiale, non solo l’esito di un imbroglio finanziario, come credono le menti semplici.
Ma occorre intervenire ora - mentre colossi economici e finanziari, che hanno spadroneggiato per decenni, implorano il soccorso pubblico - perché la politica possa riprendersi quel potere di regolazione che essa stessa ha ceduto ai privati nel trentennio del delirio neoliberista. Del resto, proprio il New Deal messo in campo da Roosevelt negli anni della Grande Crisi – oggi così ripetutamente richiamato a proposito dei programmi presidenziali di Obama – fu tutto un fiorire di nuove istituzioni che spostarono decisamente il potere a favore della classe operaia, dei ceti popolari, dei sindacati. E stupisce non poco oggi riscoprire la creatività progettuale del capitalismo di allora di fronte all’opaca e spenta gestione quotidiana dei dirigenti dell’Unione Europea. I quali testimoniano desolatamente quanto il conformismo totalitario del pensiero unico abbia lavorato nelle menti dei nostri contemporanei. Ricordo che nel 1933, in un ramo del Parlamento USA, venne approvata la legge che istituiva le 30 ore di lavoro settimanale, poi accantonata per le pressioni padronali. Ma nel 1938 divenne legge definitiva il Fair Labor Standard Act, che introduceva le 40 ore. Una conquista che si estenderà all’Europa del dopoguerra. Così come si estenderanno gran parte delle istituzioni fiorite negli anni della crisi e che regaleranno all’Occidente la stabilità e la prosperità del primo ventennio postbellico.
Ebbene, oggi è il momento del lavoro, del suo riscatto. Rammento che negli ultimi decenni una delle più grandi rivoluzioni tecnologiche dei tempi moderni, l’informatica, è andata quasi tutta a vantaggio del capitale. Una gigantesca sostituzione di lavoro vivo che in altre condizioni storiche poteva tradursi in una progressiva riduzione dell’orario di lavoro, in liberazione sociale, in un assetto più avanzato delle società industriali, si è trasformato nello strumento di una inedita oppressione antioperaia. Ristrutturazioni, subcontratti, outsourcing, flessibilità, delocalizzazione, tutti gli strumenti della nuova organizzazione industriale resa possibile dall’informatica sono stati usati nell’ultimo trentennio per rendere più produttivo il lavoro e più emarginata la classe operaia. La nuova mobilità è servita a rendere più completa e lacerante la divaricazione segnalata da Ulrich Beck, tra la «mobilità globale del capitale» e il vincolo locale del lavoro. E tale squilibrio, la possibilità del capitale di giocare sui grandi spazi planetari per collocare le imprese, non solo gli dato la possibilità di utilizzare a man bassa la forza-lavoro sindacalmente più indifesa nei Paesi poveri. Ma gli ha consentito di tenere puntata alla tempia dei lavoratori dell’Occidente la pistola della minaccia del licenziamento. Gli operai sono stati così messi in un angolo, costretti ad accettare di volta in volta tutte le condizioni che l’avversario decideva di imporre all’interno di un agone intercapitalistico sempre più aspro. Ma la mortificazione e l’impotenza dell’avversario storico non ha solo compresso gli standard salariali, e quindi la domanda. Essa ha ridotto drammaticamente quel grande regolatore delle società industriali che è stato il conflitto operaio, la sua spinta redistributiva di reddito, potere, capacità di controllo, spazi di libertà. Sulla scena sociale non ci sono stati più due contendenti, ma un dominatore incontrollato. L’arroganza distruttiva del capitale, negli ultimi decenni, è incomprensibile al di fuori dell’emarginazione storica della classe operaia e delle sue organizzazioni.
Oggi, si può incominciare a voltare pagina. Si può ad esempio regolamentare la delocalizzazione. Non certo con misure di protezionismo nazionale. Queste sono le vie che normalmente vengono scelte dai liberali, quando la realtà rende difficile la coerenza del loro pensiero. Essi infatti osannano la libera circolazione del danaro e delle merci , ma quando a muoversi sono le persone si rammentano dell’esistenza dei confini nazionali. E accade facilmente che chi viene da un altro Paese, se non si presenta come forza-lavoro immediatamente utilizzabile, cioè come merce, viene bollato come clandestino. Al contrario, noi non abbiamo dimenticato l’esortazione e la sfida della chiusa del Manifesto dei comunisti, «proletari di tutto il mondo unitevi». Le soluzioni sono globali, l’avvenire è cosmopolita. E allora lo strumento regolatore potrebbe essere un organismo internazionale in cui si stabiliscono degli standard universali relativi a salario minimo, orario giornaliero, protezioni, condizioni di lavoro, ecc. I vari Stati riuniti nell’organismo internazionale dovrebbero impegnarsi a conseguire queste condizioni di tendenziale parificazione, modulata ovviamente sulle diverse condizioni economiche dei loro rispettivi Paesi. Una sorta di Protocollo di Kyoto applicato al lavoro o, se vogliamo, l’equivalente del WTO, che oggi regola la «libera» circolazione delle merci.
Oggi gli Stati inviano in quest’organismo i loro rappresentanti per regolamentare la circolazione mondiale delle loro produzioni. Non dovrebbero poter inviare i rappresentanti dei lavoratori che quelle merci producono con il loro lavoro quotidiano ? Certo, non è semplice. La diversità delle singole situazioni nazionali è grande. Ma è semplice il Protocollo di Kyoto, naviga senza tempeste l’imbarcazione del WTO ? E tuttavia non debbono sfuggire i potenziali vantaggi che ne seguirebbero, per i lavoratori del Sud, ma anche per quelli delle società postindustriali. Anche quella sorta di « guerra intercapitalistica» (J.Ziegler) che è diventata la competizione mondiale ne verrebbe calmierata. E gli operai di tutto il mondo avrebbero un organo universale di rappresentanza a cui rivolgersi, unificando così, tendenzialmente, su scala planetaria, le loro aspirazioni rivendicative, il loro sentirsi parte non marginale ma decisiva nel processo di produzione della ricchezza mondiale.
Oggi è il giorno della resa dei conti dell’ «Obama di Sanluri», come gli avversari della sua stessa parte politica, a loro volta bollati come «Sinistra immobiliare», hanno acidamente soprannominato Renato Soru. Alle 17 si riunisce il Consiglio regionale, al termine del quale il governatore della Sardegna comunicherà se conferma o ritira le dimissioni date a causa delle imboscate cementizie alla legge per la difesa delle coste dalla speculazione.
Presidente, allora confermerà le dimissioni?
«Deciderò sulla base del dibattito in Consiglio. Quel che per ora confermo è che è il momento della chiarezza, non è più il tempo delle decisioni pasticciate, degli accordi poco trasparenti, dei giochetti di pochi e delle camarille».
Con la conferma delle dimissioni quando si andrà al voto?
«Il 15 o il 22 febbraio».
Mi pare che lei si sia già preparato a candidarsi subito per il secondo mandato, sanando in tutta fretta il suo conflitto d’interessi con la nomina a fiduciario per le sue aziende del professor Racugno.
«Sì. Ed è la prima volta che capita in Italia. E’ un blind trust secondo le norme che la Regione Sardegna si è recentemente data sul modello canadese, messo a punto anche dal professor Guido Rossi, che molti in Italia potrebbero applicare pur senza obbligo di legge: ne guadagnerebbero tutti in trasparenza».
Mario Segni dice però che è un modello lassista e qualcuno ironizza dicendo che Racugno a Tiscali è come «Fedelu Confalonieru» a Mediaset e suo fratello all’Unità è come «Paolu Berlusconu» al Giornale.
«Sciocchezze. Io vengo sostituito in tutto dal professor Racugno, persona di specchiata onestà e moralità. Egli mi sostituisce come socio a pieno titolo, non può parlare con me delle società, non può prendere direttive, non può scambiare qualsivoglia informazione, deve assumere tutte le decisioni aziendali in piena autonomia. Mio fratello è stato nel consiglio dell’ Unità per pochi giorni e si è già dimesso. Nessuno in buona fede può scambiare il fiduciario Racugno con Fedele Confalonieri. Egli parla col suo azionista, si consulta, lo informa e ne viene informato, in un dialogo che presumo continuo. Il contratto fiduciario prevede invece il divieto di scambiarsi anche solo informazioni. Racugno ed io dovremmo eventualmente parlarci soltanto di nascosto e contravvenendo a un preciso obbligo di legge. Questo le sembra possibile?».
Direi di no, se c’è etica da tutte le parti, ma ormai ne vediamo di tutti i colori. E comunque il contratto di blind trust è revocabile in qualunque momento.
«Ma perché dovrei revocarlo. Se revocassi il blind trust, diventerei incompatibile come presidente della Regione».
Lei, presidente, ha dato le dimissioni per gli attacchi cementizi della sua stessa maggioranza alla difesa delle coste pochi giorni prima che venisse giù il diluvio della questione morale, o meglio immorale, in tutta Italia: Napoli, Firenze, Roma, l’Abruzzo, la Basilicata. Il diluvio di scandali deriva, come qualcuno dice, dalla forma «liquida» dei partiti?
«Guardi, la questione morale fu posta per primo da Enrico Berlinguer nel 1980, quando i partiti non erano liquidi. Anzi erano superstrutturati, erano presenti in ogni dove, occupavano tutti i gangli delle istituzioni, del potere e della società. Forse è cambiato il quadro, ma oggi la situazione morale è persino peggiore: la mancanza di una comunità di valori e di programmi causa la perdita di fiducia e di legittimazione da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni, ciò che rischia di portarci presto in una deriva autoritaria o all’amara considerazione del si salvi chi può».
Prima si rubava per il partito, o almeno così si diceva, ora per sé e la propria cordata?
«Non è solo questione di furti, pur deprecabili, ma dello spreco di risorse, di disinteresse per il bene comune come l’ambiente, la scuola, la sanità pubblica. E’ il problema dell’indecisionismo, della difficoltà nel governare di fronte a scorrerie di bande che cercano di mantenere il potere. E’ altrettanto grave che rubare impedire che si facciano gli inceneritori, o trasformare la scuola in una merce, con un’istruzione migliore per chi può pagare di più. O delegittimare la sanità pubblica per rafforzare quella privata».
Più che i partiti oggi imperversano i cacicchi, come li chiama D’Alema, o i capibastone, come li ha definiti Veltroni?
«Forte ed esemplare nella sua crudezza la definizione di Veltroni, come pure quella di D’Alema. Di fronte al dilagare dei capibastone bisogna riaffermare la funzione dei partiti come luogo di partecipazione politica, come sono previsti dalla carta costituzionale. O si cercano la partecipazione e il consenso sui programmi e i comportamenti, o si baratta una spiaggia per cento voti».
Prego?
«Sì, penso alla questione sarda, ma vale per tutte le questioni. Anche dalla nostra parte c’è chi pensa: meglio cento voti oggi svendendo una spiaggia o un altro pezzo di paesaggio, e conservando un potere che dura lustri interi, che restituire alle future generazioni un ambiente nel quale sia bello vivere un paesaggio intonso. I partiti sono necessari, perché la politica deve accogliere la partecipazione dei cittadini rispetto alla logica dei capibastone. Ma a certe condizioni».
La prima?
«Devono essere partiti ben radicati nel territorio, aperti, effettivamente rappresentativi dei bisogni e delle aspirazioni delle comunità, capaci di una discussione ampia, piuttosto che dedicarsi alla perpetuazione eterna delle stesse dieci o venti persone che da troppo tempo incarnano tutti i ruoli e decidono per tutti. Non è più tempo di nomenklature».
Magari senza cadere nella sindrome «dateci Obama»: nel Partito Democratico, che D’Alema giudica senza amalgama, non sarà l’Obama di Moncalieri, quello di Bettola e neanche quello di Sanluri, a risolvere i problemi dell’amalgama e dei cacicchi che a livello locale fanno come vogliono in assenza dell’autorità di partito.
«Certamente. E’ necessario ricostituire una comunità di valori e di programmi. Soltanto così si neutralizzano i ras e le loro scorrerie».
Scusi, presidente, lei dà l’impressione di essere un buon giocatore di poker, ma se porta la Sardegna al voto tra poco più di due mesi, lei sa che i rischi sono altissimi, mentre imperversa a sinistra anche la questione morale. Alcuni sondaggi danno la destra 10 punti sopra.
«Altri danno noi in vantaggio. Ma non credo alle tattiche sondaggistiche preelettorali. Credo invece nella necessità di mantenere il patto con gli elettori. O questo patto lo posso portare avanti in modo compiuto, senza derogare e scantonare, o non m’interessa governare purchessia».
Strada nel parco per Malpensa e gli ambientalisti insorgono
di Ilaria Carra
L’Anas ha approvato ieri il progetto definitivo per il collegamento dell’aeroporto di Malpensa con la Tangenziale ovest. Una strada a due corsie per ogni senso di marcia, lunga 35 chilometri, che da Milano attraverserà nove comuni, tagliando in due il Parco del Ticino e il Parco agricolo sud Milano. Un’opera fortemente voluta da Regione e Anas, ma che manda su tutte le furie gli ambientalisti, che ne denunciano l’inutilità, e alcuni Comuni interessati, come Albairate e Cassinetta di Lugagnano che la vivono come « un tentativo di cementificare il territorio ancora integro a sud di Milano». Contraria anche Bruna Brembilla, presidente del Parco agricolo, che dice però di aver le mani legate: «Rientra nella Legge obiettivo e ha un interesse nazionale - spiega - non possiamo farci nulla se non chiedere il massimo delle compensazioni ambientali: è un’infrastruttura però che, diminuito il peso di Malpensa, rischia di essere inutile».
Il percorso per il via ai lavori è ancora lungo. Mancano parte dei fondi (la tangenziale costerà 420 milioni ma per ora ce ne sono solo 280) e il via libera del Cipe. «La strada migliorerà l’accessibilità all’hub varesino dal sud ovest milanese - spiega Pietro Ciucci, presidente Anas - con effetti di riequilibrio e decongestionamento della rete esistente».
In tutt’altro modo la vedono, invece, Verdi e ambientalisti. «È inutile e dannosa - denuncia Carlo Monguzzi, consigliere regionale dei Verdi - stravolge l’agricoltura lombarda doc e il sistema d’irrigazione che è un capolavoro». Decisamente contraria anche Legambiente, che oltre a denunciare i rischi per la campagna milanese (specie nella zona di Abbiategrasso piena di fontanili, rogge e aziende agricole), giudica l’opera del tutto inutile: «È un’infrastruttura eccessiva destinata non a togliere ma a generare traffico - spiega il presidente lombardo, Damiano Di Simine - il collegamento con Malpensa, peraltro, c’è già su più fronti, con la Milano-Laghi e la Boffalora-Malpensa».
Il progetto prevede, nel dettaglio, il raccordo tra Boffalora Ticino, già unita a Malpensa da una superstrada, e la tangenziale Ovest milanese all’altezza di via Zurigo. La nuova strada è suddivisa in tre tratte. La prima, da Magenta ad Albairate di circa 10 chilometri, toccherà Robecco sul Naviglio, Cassinetta di Lugagnano e Albairate. La seconda prosegue per Milano, coinvolgendo anche Cisliano e Cusago, è lunga circa 12 chilometri, e per più della metà del tracciato si sovrappone al tratto esistente della provinciale 114 di Baggio e termina in corrispondenza dello svincolo di Cusago-via Zurigo della Tangenziale ovest. La terza, da Albairate a Ozzero, lunga 10 chilometri, prevede la variante sud-est di Abbiategrasso e l’allargamento di parte della statale 494.
Per la costruzione sono previsti poco più di tre anni dall’avvio dei lavori. Se l’Unesco non si pronuncerà di nuovo contro il progetto, reo di attraversare il parco del Ticino riserva della Biosfera, e la strada si farà, già però si pensa a come compensarla: «Abbiamo chiesto un risarcimento economico per l’impatto ambientale e il vincolo di fare barriere verdi ai bordi della strada - spiega Bruna Brembilla - non pannelli solari ma filari di alberi che attutiscano il rumore e aiutino la riforestazione del parco».
"È un´opera necessaria per far vivere l´aeroporto"
Intervista all’assessore regionale Davide Boni,
di Franco Vanni
Davide Boni, assessore regionale al Territorio, l´approvazione definitiva del progetto per la nuova strada fra la Tangenziale Ovest e Malpensa ha sollevato le polemiche degli ambientalisti, del direttore del Parco Sud e di alcuni sindaci. Lei è favorevole all´opera?
«Ogni volta che si progetta una nuova strada arrivano le polemiche. La verità è che la Lombardia ha un´esigenza grandissima di infrastrutture e da qualche parte bisogna pur farle. La nostra regione da sola produce il 20 per cento del Pil nazionale e siamo al quattordicesimo posto in Italia nel rapporto fra chilometri di rete e numero di abitanti. È una situazione insostenibile, bisogna aiutare la nostra economia».
Le critiche riguardano soprattutto l´impatto ambientale, la strada attraverserà due parchi. È una preoccupazione giustificata?
«Una strada ha sempre un impatto sul territorio, ma in questo caso costruirla è un´esigenza. È nostro interesse primario garantire il rispetto dell´ambiente e lo poniamo come vincolo a chi costruisce, con controlli più rigidi rispetto a ogni altra regione italiana. Ma pensare di fermare l´opera non è accettabile, non possiamo più accettare il no per il no. Ho l´impressione che ci sia chi si oppone a ogni progetto viabilistico per ragioni che hanno poco a che fare con l´ambiente».
A chi si riferisce?
«Alla presidentessa del Parco agricolo Sud Bruna Brembilla, che è anche assessore nella giunta provinciale di centrosinistra con Penati. La sua critica è pregiudiziale: prima la Brembilla autorizza nel parco la costruzione di case e palazzi che non si capisce bene a cosa servano. Poi si oppone a una strada utilissima, sia per decongestionare il traffico su Milano, che si trova ancora a essere lo snodo viabilistico dell´intera regione, sia per rilanciare l´aeroporto di Malpensa».
La Brembilla, così come alcuni sindaci, sostengono invece che la nuova strada sia poco utile proprio perché Malpensa oramai ha ridotto il suo peso strategico.
«È un argomento inaccettabile. Malpensa è molto appetibile per le compagnie aeree internazionali. E poi si ricordi che quell´aeroporto è costato più di un miliardo di euro, e lasciarlo isolato significa buttare via l´investimento fatto. A spingere perché Malpensa sia meglio collegata, e la nuova strada serve proprio a questo, c´è anche l´Expo alle porte: chi nel 2015 arriverà in aereo dall´estero cosa farà, verrà a Milano a piedi?».
"Smog, auto e cemento di qui non passeranno"
Intervista al sindaco di Cassinetta di Lugagnano
di Ilaria Carra
Domenico Finiguerra, 37 anni, da sei sindaco di Cassinetta di Lugagnano, la cittadina di 1800 abitanti dentro il Parco del Ticino, che cosa farete ora che l´Anas ha dato il via libera al progetto?
«Ci sentiamo come il villaggio di Asterix: continueremo a opporci con ogni mezzo possibile. Questa infrastruttura è una vera e propria autostrada, un asse di penetrazione per urbanizzare zone ancora integre ed incontaminate. Uno scempio».
Lo vede come il primo passo verso la cementificazione selvaggia, quindi?
«È ovvio. Chi acconsente oggi non si rende conto delle responsabilità che si assume. Già piovono richieste di costruire autogrill, outlet e capannoni. Io sono molto preoccupato perché hanno ceduto tutti, tranne Albairate».
Che è anche il comune più colpito dalla congestione del traffico. Secondo Anas la tangenziale migliorerà la viabilità. È d´accordo?
«Per alleggerire il carico bisogna intervenire in altro modo, con circonvallazioni o rotonde. Non con un´autostrada che, con un milione di tonnellate di traffico all´anno, avrà l´effetto opposto: tutti passeranno di qui anziché andare a incastrarsi a Rho-Pero».
Il progetto che cosa comporta per il vostro territorio?
«La strada passerebbe a poche decine di metri da case e cascine. Il ministero dell´Ambiente aveva chiesto che passasse in superficie per non danneggiare il canale irriguo di Leonardo. I Beni culturali, invece, vogliono che sia interrata perché siamo a 200 metri dal Naviglio grande. Non si sa nulla».
I cittadini che ne pensano?
«Già nel 2003 abbiamo raccolto 14mila firme contrarie. E altre istituzioni si oppongono».
Per esempio?
«L´Unesco nel 2003 criticò fortemente il progetto al punto di minacciare il ritiro del titolo di riserva della Biosfera. Ci sono procedure aperte con Bruxelles per il mancato rispetto delle valutazioni d´impatto ambientale. E la Commissione europea ha minacciato di aprire una procedura d´infrazione».
Che cosa farete, dunque?
«Anzitutto riproporrò l´esposto all´Unesco. Esaminerò con la lente d´ingrandimento ogni cavillo legale per evitare il primo passo verso la fine. In più, per impedire procedure d´esproprio, stiamo valutando con alcuni comitati "no Tav" di acquistare lotti di terreno in proprietà indivisa. Così che serva il parere di tutti quanti per comprarli».
postilla
il dato nuovo di questi articoli, al di là dell’allarme che oggettivamente suscitano per l’approvazione di un progetto “minore” comunque insensato, è probabilmente la contrarietà dell’assessore provinciale responsabile per il grande parco di cintura metropolitana. Non era scontata, questa posizione: sia per decisioni precedenti che interessavano la greenbelt agricola in altre zone e aspetti, sia per l’idea generale di pianificazione del territorio che queste stesse decisioni potevano lasciar intuire. Meglio così: per quanto immersa in un contesto decisionale totalmente irresponsabile sul versante dell’ambiente e del buon senso in generale (vedi le incredibili quanto prevedibili sparate del solito assessore “amazzaparchi” Boni), pare che l’unica importante amministrazione di centrosinistra interessata voglia fare il suo mestiere, ovvero quello di pianificare il territorio a scala vasta. Ma non può. Glie lo impedisce il solito metodo decisionale che crea negli anni tutte le possibili condizioni per agire in “emergenza” (Malpensa, l’occupazione, lo “sviluppo” ecc.), oltre che l’essere in minoranza in un contesto solidamente controllato dal centrodestra arrogante e ignorante che ci ritroviamo. Unico sbocco, ormai, sembra davvero essere quello della crescita dal basso di un’opinione più informata e consapevole, in grado di capire (forse parte della stampa sta iniziando ad aiutare in questo senso, ma non basta) che la terra è una cosa che si mangia, si beve, si respira, e non una superficie per piantarci bandierine, tonnellate di cemento, canne d’organo con le percentuali elettorali. Contrariamente a quanto pontificano certi sociomanti a gettone, insomma, la città non è affatto infinita: siamo invece agli sgoccioli (f.b.)
L’orrore comincia subito, dopo l’incanto delle risorgive di Popoli, trasparenti tra i salici. È lo sposalizio con i veleni stoccati per un secolo dalla Montedison ai piedi del Gran Sasso, lì dove emerse la statua del guerriero italico di Capestrano. Roba micidiale, tipo Marghera, che per anni ha inquinato l’acquedotto di Pescara e per mesi è stata nascosta agli abruzzesi. Il terreno doveva essere messo in sicurezza, ma è ancora lì, sotto la pioggia d’autunno. In alto, immacolate di neve, Maiella e Gran Sasso. Sotto, un fiume che muore. Trote malate, boccheggianti, coperte di piaghe. Le puoi quasi prendere con le mani. Ma il peggio arriva dopo, quando la gola s’allarga. Un intrico di strade, viadotti, parcheggi, cave, centri commerciali. Il Pescara diventa uno zombie, le sponde un colabrodo, la valle un Bronx. Rosciano è in allarme: è prevista una discarica di materiali inerti, in gestione alla famiglia Bellìa, siciliana, appena colpita da arresti per traffico di rifiuti illeciti. L’idea è di chi ha progettato un supermercato poco a valle, sul fiume. «Vada - mi dicono - è grande come una portaerei. Si chiama Megalò. Ma - ghignano - noi lo chiamiamo... Regalò».
Megalò, ai piedi di Chieti, va oltre l’immaginazione. Enorme, lussuoso, con commesse-veline e guardiani in completo scuro. È il più grande dell’Italia centrale. Una luccicante astronave del consumo dove si celebra la fine della cultura appenninica. Ma lo stupefacente è dove l’hanno costruito: nel mezzo di uno spazio già inondato da metri d’acqua nel ‘92. Il fiume ribolle, a soli cento metri. Chiedo se non c’è rischio e mi spiegano di no. C’è l’argine appena fatto, alto undici metri sul letto del Pescara.
Vado a vedere. Una scarpata di pietra ha ingabbiato la corrente e la golena superstite è stata attrezzata con parcheggi, lastroni in cemento e sentieri in ghiaia. Il tutto decorato con alberelli (stitici), un laghetto (vuoto), qualche panchina (già distrutta dai vandali) e pannelli (illeggibili) a gloria di transumanze morte e sepolte. Intorno, piloni e scavalco di superstrade. Persone: zero. Fango: ovunque. Un cartello corona il degrado. C’è scritto: «Parco fluviale». Anzi, «Parco di riqualificazione urbana per lo sviluppo sostenibile del territorio». Meno male. Non occorre sapere molto di fiumi per capire che quel tipo d’argine è un acceleratore che toglie ogni freno all’acqua in picchiata su Pescara. L’area è bassa, una di quelle tipiche «casse di espansione» dove in caso di piena si lascia che il fiume dilaghi per non impazzire a valle. Non ci posso credere. Cerco nel sito della regione Abruzzo. C’è una mappa del fiume Pescara al 25 mila, con le zone a massimo rischio di esondazione (R4) segnate in blu. Megalò sorge su una di queste. Un posto inedificabile, dove i terreni non costano niente. Forse è per questo che lo chiamano Regalò. Possibile che abbiano dato una concessione edilizia in un posto simile? Dopo la tragedia di Sarno la legge lo vieta. Invece sì, l’hanno data. Prima con i timbri della regione di centrodestra, poi - due anni fa - con l’inaugurazione in pompa magna del centrosinistra, Del Turco in prima fila. Continuità perfetta.
Piove di nuovo, cielo giallo monsonico. Scendo a valle, dove la mappa indica un’altra zona blu. Una spianata agricola, l’ultima cassa di espansione del fiume. Inedificabile anche quella. Ma nel paese accanto, a Villanova, mi avvertono che anche lì sorgerà un ipermercato. Di più: una città commerciale, con un autodromo e mega-alberghi. Una cosa immensa, mai vista in Italia, grande come la somma di tutti gli ipermercati già costruiti in zona. La domanda è già approdata alla commissione ambiente. Anche il nome è già pronto: «Grand Prix One».
Leggo su internet: un milione di metri quadrati, 1800 addetti, una «magica combinazione di strutture ricettive, espositive, commerciali e (sic) esperienziali». Disneyland e Imola messe insieme. A che serve, in una regione che ha già la più alta densità europea di ipermercati? Chi saranno i clienti? E chi ha i soldi per questo immane investimento? Pare che l’ok della Regione non sia ancora arrivato solo per via della campagna elettorale. Ma ora tutto dovrebbe sbloccarsi. Megalò ha aperto la strada.
Scendo ancora verso Pescara, ma non c’è pace per il fiume. Ruspe s’accaniscono su un’ansa, poco sotto un altro ipermercato, nome «Auchan Mall». La riva è stata sostituita da gabbioni in pietra, un querceto è stato spianato. Intorno, cani liberi. Un disastro. Chiedo che roba è. Risposta: centraline idroelettriche. Faccio un po’ di conti. Il dislivello è minimo. Insieme, i due sbarramenti produrranno meno di una sola pala eolica. Cerco notizie su un giornale abruzzese «on line», e la conferma arriva. Quattro megawatt e mezzo contro cinque di un mulino a vento. Che senso ha? Non c’è risposta. La gente dice: «Addumannètele a lu commissarie». Quale commissario? Quello che governa le acque del bacino, nominato da due anni. Ma cosa fa? Perché non vede tutto questo? C’è il Pescara che ribolle, gonfio di limo smosso dai bulldozer, picchia come un golem sulle porte della città. Pare la vigilia dell’alluvione del ‘92, quando spinse in mare 300 pescherecci e decine di automobili, dopo aver sfondato gli sbarramenti di alberi accumulati. Nel 1888, quando si scatenò il peggio, l’acqua superò i tetti delle case portandosi via la gente che s’era arrampicata lassù.
Pescara. Nel Palazzo risposte guardinghe e facce scure. Ma qualcosa viene a galla: per le centraline i lavori sono iniziati senza valutazione ambientale. Sembra impossibile ma è così. Per compensare l’invasione cementizia a monte, «lu commissarie» costruirà a monte nuove casse di espansione, artificiali. Un’altra manomissione per compensare una manomissione. A spese di chi? Del contribuente. E intanto mi illustrano un «piano di navigabilità» del Pescara, con tanto di chiuse tipo Panama, piste ciclabili e aree picnic. Che intanto il fiume sia scomparso, non preoccupa nessuno.
Il commissario dunque. Nome Adriano, cognome Goio, ex sindaco di Trento. Ha pieni poteri sul fiume Pescara e affluenti. Regna su un terzo delle acque abruzzesi, una delle regioni più ricche di oro blu. Chi l’ha voluto? Ottaviano Del Turco, l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia che, eletto governatore, ha chiesto al governo - allora di centrodestra - di dichiarare un non meglio specificato stato di «emergenza socio-economico-sanitaria» per il degrado del fiume Aterno-Pescara. Tutto comincia allora.
È l’inverno del 2006 e l’idea piace al Cavaliere, che pure sta per decadere causa elezioni anticipate. Gli piace al punto che la approva come ordinanza, all’ultimo minuto della sua permanenza a Palazzo Chigi, la sera del 9 marzo 2006. Il provvedimento è sul sito del consiglio dei ministri, porta il numero 3504, l’ultimissimo del governo. Da nessuna parte si chiarisce il senso dell’emergenza. Chiarissima, viceversa, la fretta. Come per un debito d’onore.
Oggi si vocifera di un passaggio di Del Turco al Pdl? Roba vecchia, ti dicono a Pescara. Tra l’orso marsicano e Berlusconi l’idillio cova da tre anni. I fiumi non mentono. Difatti il commissario - confermato dal successivo governo di sinistra - ha carta bianca sul territorio. Può fare a meno di valutazioni di impatto ambientale e derogare dalla legislazione italiana ed europea. Oggi risponde a una sola persona: Silvio Berlusconi, che diventa monarca delle acque d’Abruzzo.
Sembra un’eccezione necessaria ad adeguare rapidamente l’alveo ai parametri della Ue, ma non è così. «Non posso interferire sull’urbanistica degli enti pubblici» ci dichiara Goio. «A quei supermercati avrei dato parere negativo, ma non ho competenza per bloccare nulla. Sarebbe come se chiedessi ai giudici di liberare il sindaco di Pescara». Quando la gente gli ha chiesto di intervenire almeno sui veleni Montedison, Goio ha obiettato che la cosa non rientrava nei suoi compiti. Ed era vero: per coprire anche quell’emergenza gli hanno dovuto dare una seconda nomina a commissario. Ma anche così sulla Marghera del Centro-Sud non arriva ombra di contromisura. Contro la Montedison (e i privati in generale) i poteri assoluti non contano improvvisamente nulla. Niente messa in sicurezza, niente carotaggi, niente piani di bonifica. E intanto il fiume è in apnea.
Povero Abruzzo, il fango avanza e l’ultimo scandalo è solo una conferma del tramonto di un’isola felice. Da tempo mafia e camorra hanno messo le mani sul territorio, col business dell’edilizia e dei rifiuti. C’è l’affarone dell’acqua da imbottigliare per una manciata di euro; e ci sono i «regali» alla grande distribuzione, a spese dei fiumi e della cultura locale. «Qui - ti dicono - un pastore è asfissiato di divieti, ma un palazzinaro fa ciò che vuole».
Il Pescara arriva tumefatto al mare e non trova un metro libero per uscire al largo. L’ultimo pezzo di arenile con pineta, in comune di Francavilla, lo stanno cancellando ora, con una linea Maginot di appartamenti. Ma il bello deve ancora venire, con la Nuova Pescara di cemento che l’imprenditore Carlo Toto - implicato nell’ultima storiaccia - s’appresta a costruire a monte di quella esistente. Il mare non c’è più, le dune sono sparite, i veleni avanzano, il fiume è diventato una belva selvaggia, ma pochi protestano. Gli abruzzesi sono abituati a tacere da secoli. La loro è una «regione camomilla», utilmente nascosta in una zona d’ombra dei media. Il dossier di un’azienda multinazionale la descrive così: «facilità di penetrazione, costi d’insediamento minimi, zero conflittualità sociale». Soprattutto, «poche obiezioni ecologiche». Sembra il Congo, invece è Italia.
Del Turco li ha emarginati tutti, i rompiscatole ambientalisti. Il direttore del parco del Gran Sasso, quello del parco del Sirente, i consulenti universitari e i dirigenti attenti alle regole. Nelle liste elettorali il Pd ha completato l’opera, con i risultati che si vedono. Ora, la melma degli ultimi arresti. Piove governo ladro, dicono gli italiani. Forse non è mai stato così vero come da queste parti.
È difficile far finta che il problema ambientale e dei beni culturali sia un problema circoscritto, che interessa solo gli «specialisti». Ed è vero quel che ha scritto recentemente Eugenio Scalfari: la situazione non è peggiore di quel che si dice: è puramente e semplicemente pessima. Questa situazione si deve soprattutto a due motivi. Il primo è rappresentato dal fatto che l’ideologia del «profitto economico», un tempo contrastata da altri valori, ha rotto tutti gli argini: se un bene non produce profitto, vada in malora; oppure un bene, se è tale, «deve» produrre profitto, al pari di un giacimento di petrolio. A ciò va attribuito, oltre a molti altri effetti catastrofici, lo smoderato consumo di suolo a fini speculativi, da cui il leggendario «paesaggio italiano» uscirà per sempre distrutto.
L’altro motivo è che, su questo delicato terreno, sembrano essersi attenuate le distanze fra «politiche e comportamenti di destra» e «politiche e comportamenti di sinistra» (anche per questo argomento valgono molte delle riflessioni di Scalfari). Ma sulle accezioni di «destra» e di «sinistra» in materia ambientale tornerò in conclusione.
Allargando un po’ l’angolo visuale: io direi che nei comportamenti del governo in questa fase c’è più ideologia (e più consapevolezza) di quanto non appaia. L’elemento che unifica tante iniziative e proposte diverse, è lo «smantellamento del pubblico».
I tagli ai bilanci dei beni culturali, dell’Università, della ricerca, della scuola, l’arrogante buttar per aria procedure e regole confermate dall’esperienza di decenni, le minacce sempre pendenti sul comparto giustizia, la campagna terroristica (a cui purtroppo molti hanno abboccato) contro il «fannullonismo» nel pubblico impiego e contro le pretese insufficienze e il presunto degrado dei processi formativi a tutti i livelli (anche là dove tutto va bene), rappresentano altrettanti momenti di una strategia inequivocabile, che consiste nel fare tabula rasa di quanto in Italia ancora resiste come valorizzazione, miglioramento e difesa d’un patrimonio nazionale comune, quell’«essere italiani», cioè, quale è scaturito, con ombre e con luci, dalle esperienze della Resistenza e della Costituzione. Se non si coglie la programmatica generalità di tale attacco, e ci si limita a condannarlo separatamente quando appare nei suoi diversi segmenti, non gli si può rispondere efficacemente.
Da questo punto basso della situazione politica generale in tema di cultura ed ambiente, trovo che sarebbe un errore, opposto ma speculare, non accorgersi di fenomeni in controtendenza.
Cresce a livello di base una «resistenza» sempre più tenace e consapevole. Questo neoambientalismo è contraddistinto da tre fondamentali caratteristiche: nasce, come dicevo, dal basso, espressione d’interessi talvolta circoscritti, ma componibili in un quadro strategico complessivo; si autorganizza, non dipende cioè da altri (partiti, gruppi o associazioni), se mai trova forma di relazione al proprio interno (similia cum similibus componuntur), mantenendo tuttavia le proprie relative autonomie; punta dal particolare al generale, si muove dal punto in cui è nato, e in cui pure resta solidamente incardinato, per arrivare ad una visione di massima dei suoi problemi, là dove si spiega quel che, restando nel proprio «particulare», non sarebbe spiegabile.
Sarebbe dunque un errore limitarsi a registrare l’immagine di un’Italia immobile e passiva, esaurita per così dire negli schemi politici della nostra tradizione. In Italia ribollono risposte, che per ora non trovano né interlocutori all’esterno né concatenazioni fra loro. Ne segnalo una. È il più delle volte l’implicita (ma talvolta persino esplicita) risposta a quello «smantellamento del pubblico» di cui parlavamo. E cioè: le varie forme di eredità culturale e l’ambiente e il paesaggio, sempre più vengono intesi, a livello di base e di massa, come «beni comuni», al pari dell’aria e dell’acqua.
Come? Un profilo collinare, un’opera d’arte, un museo sono come l’aria che respiriamo o l’acqua che beviamo? Sì, nell’esperienza di decine di migliaia di persone sì, e sempre di più sì. Ciò significa che quel profilo collinare, quell’opera d’arte, quel museo risultano sempre più «incorporati» nella vita di ognuno che ne ha bisogno e ne fruisce, non importa se la sua vita si svolga lì da generazioni accanto a quel profilo collinare o a quell’opera d’arte, oppure se ne stia lontano migliaia di chilometri e la sua fruizione resti solo potenziale (ma non è detto che non possa diventare reale un giorno). Ossia: ognuno difende da sé il proprio bene, purché sia in vista di un interesse generale, quello della conservazione delle forme e delle eredità.
Alcuni si chiedono: questa impostazione è di destra o di sinistra? La questione è complessa. Mi limito a osservare: sono stato abituato fin da bambino a considerare di «sinistra» quanto metteva in discussione lo «stato di cose esistente» in direzione di una più umana e ragionata dislocazione dei doveri e dei benefici. Se oggi non lo si riconosce come si dovrebbe, mi pare che le responsabilità siano della «sinistra storica», ossia la sinistra com’è oggi. Per affermare i diritti della cultura, del paesaggio, dell’ambiente ad esser considerati «beni comuni», bisogna dunque cambiare la «politica», la quale non risponde più alle esigenze della cittadinanza, quand’anche siano assai diffuse. Un altro motivo per considerare la battaglia ambientalista non circoscritta e parziale ma generale: riguarda tutto e tutti, ma in primo luogo il «modo di governare».
Pensando proprio a quanto ha scritto e fatto Asor Rosa abbiamo aperto una cartella intitola ”Verso una rete”. É dedicata a raccogliere materiali significativi di gruppi, associazioni, comitati che si costituiscono e si muovono per protestare, criticare, proporre un uso diverso della città, del territorio, dell'ambiente. In questo tessuto sociale individuiamo uno dei (pochi) segni di speranza per un futuro migliore. Ai soggetti presenti in questo mondo ancora fluttuante occorre fornire non solo solidarietà, ma anche idee e strumenti: di comprensione della realtà, in primo luogo.
A questo proposito, poiché una delle cause principali del disastro è, come Asor Rosa denuncia, l’appiattimento di ogni cosa sulla mera dimensione economica a sua volta schiacciata sulla rincorsa al maggior tornaconto individuale. non sarebbe male riprendere una lotta che spesso si dimentica: la critica e la lotta nei confronti non genericamente del “profitto economico”, ma del fatto che, nel nostro paese, il cosidetto “profitto economico” non comprende solo l’espropriazione del pluslavoro (visto da sinistra) o la remunerazione dell’attività imprenditiva (visto da destra), ma quell’obbrobrio premoderno, parassitario, bollato dalle dottrine liberali, che in Italia domina il campo da decenni, e forse da secoli.Parliamo, ovviamente, della rendita.
Del resto, lo sfruttamento selvaggio dei beni comuni della città, del territorio, del paesaggio avviene proprio accrescendo la rendita immobiliare (fondiaria+edilizia) e privatizzandola al di là di ogni decenza, sempre più spesso con la complicità dei rappresentanti del popolo. Ne parliamo anche nell’eddytoriale 119.
Hanno appena finito di parlare i rappresentanti del Ministero, il Direttore generale ed il Soprintendente e c’è un imbarazzo palpabile, nell’aria umida di questa mattina di mercoledì 12 novembre. Certamente molta contentezza. Nella Villa Capo di Bove, al numero duecentoventidue della via Appia Antica, tre piani con giardino impastati di storia (nel senso letterale del termine), si celebra la vittoria del pubblico sulle private esigenze. Quelle della Roma mattonara con la passione dell’antiquariato che in questa villa, una mattina d’agosto del 2002 prese le valige e sparì. Della misteriosa chiamata che avvertì le soprintendenze della compravendita in atto e consentì allo Stato italiano l’esercizio del diritto di prelazione. Il resto è lieto fine. Una vittoria da respirare a pieni polmoni, senza se, senza ma, e senza anche. Mi aggiro tra le stanze della villa tra colonne di spoglio, mattoni, fregi altomedievali: qui tutto proviene da sottrazioni illecite alla regina viarum e probabilmente anche da oltre. Un amico del nucleo tutela dei Carabinieri oggi sembra un bambino in un grande negozio di giocattoli. Mi addita un fregio dei Borgia incastonato in un muro della villa come una mandorla nel torrone di natale. Intorno è un tripudio di archeologia bricolage.
A far parlare i muri dei “ canili di lusso dell’Appia Antica” penseranno ora però gli articoli, i libri e gli scritti privati di Antonio Cederna che dopo tante peregrinazioni, trovano definitiva ospitalità in questa sede che regala ai visitatori l’unico cancello aperto nel raggio di decine di ville. Anche loro, le ville di questa immensa consolare, una dopo l’altra come grani di un rosario interminabile, sono lì a ricordarci la carrellata delle occasioni mancate per istituire quel che avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni dei padri fondatori, il Parco archeologico-naturalistico più grande ed importante d’Italia. Nulla di ciò. l’Appia Antica è ancora un parco regionale, con tutti le limitazioni e gli accidenti di una forma amministrativa forse troppo leggera per un territorio così grande e delicato. In molti tratti l’Appia ricorda una bel-hair nostrana perennemente in bilico tra tradizione e devastazione. Così, si procede ancora nel crepuscolo. Dispiaceri per chi aspettava dai rappresentanti del Ministero, nel giorno della revanche cedernista, parole come bronzo fuso per sigillare patti e promesse. Illuso chi fidava nell’evento come occasione per teorizzare una Bad Godesberg ambientalista della tutela. La musica del Ministero dei beni culturali suona da qualche tempo le stesse note: Stato leggero (diciamo in ritirata), mettere “a reddito”, valorizzare, coinvolgere i privati, Fondazioni, Regioni, comuni… e nel sempre più confuso lessico italiano della tutela, lo spauracchio ”esproprio pubblico” evocato come errore grammaticale grave, da matita blu. Dunque un impiastro di cose ed Entità così eterogenee e conflittuali da far invidia ai muri perimetrali delle ville dell’ Appia Antica.
Quando ti saresti aspettato la proposta più logica e più semplice (quanto di più appropriato all’illuminista Cederna, uomo della modernità), cioè finalmente il parco nazionale, ecco il Direttore Generale dei Beni archeologici d’Italia De Caro, invocare ora il Turco (“basta associare la tutela dell’Appia con lo Stato italiano, dobbiamo coinvolgere anche l’Europa e la Turchia in un grande parco europeo”), ora quella riedizione benculturalista della Società delle Nazioni chiamata Unesco (“Sarà difficile, poiché l’Italia ha già fatto il pieno di siti ma faremo di tutto per far inserire l’Appia Antica tra i siti Unesco”). Ignora il De Caro evidentemente, che in Italia la protezione Unesco ha la cogenza normativa di salvaguardia del bollino blu appiccicato alle note banane.
Non migliora la situazione quando a prender la parola tocca ad Umberto Broccoli, una vita a metà tra l’archeologia medievale e la Rai, ora nuovo Sovrintendente di Roma (a Roma, unica in Italia, c’è una Soprintendenza con la “v” nominata dal Sindaco).
Chi abbia sin qui seguito le prime uscite pubbliche del nuovo Sovrintendente avrà riconosciuto un canovaccio retorico chiaro: si comincia soft, si omaggia Cederna, si accarezza Italia nostra, e ci si irrigidisce pian piano… con finale rossiniano a colpi di piatti, grancassa e “ Bisogna mettere a reddito! Bisogna mettere a reddito i beni culturali, lo dico un’altra volta: Bisogna far rendere il nostro patrimonio!”. Forte e chiaro Maestro. C’è tempo per sentir paragonata la romana Tor dei Conti ad “ un grattacielo medievale”(sic!) con la proposta di creare nel suo ventre “ librerie specializzate su Roma ed all’ultimo piano un ristorante od un caffè letterario”..Telesogni. Abbasso lo sguardo come molti e mi occhieggia dalla pagina del giornale di oggi, una bella foto di Antonio Cederna. Sorride diritto in faccia alla camera, è una giornata di sole nella sua Appia antica, la figura magra, il volto affilato, tagliente come la sua penna, seduto pigramente sopra un “rudero” immerso in un mare d’erba. Sembra lui il genius loci dell’Appia ma forse, e sorrido anch’io nonostante Broccoli, somiglia più ad uno di quei piccoli e semplici volatili tanto cari agli antichi greci ed ai romani, capaci di vedere nell’oscurità e di indicare a tutti gli uomini di buona volontà il giusto sentiero che passa quasi sempre per Ragione e ragionevolezza. C’è ancora molto bisogno di Antonio Cederna, vedere per credere.
Nelle botti piccole ci sta il vino buono, sostiene qualcuno. Allora perché stupirsi se per citare un esempio di buona pianificazione oggi in Italia, ricorriamo al Piano di governo del territorio [1] (Pgt) di un piccolissimo comune, quello di Cassinetta di Lugagnano?
A ridosso del Naviglio Grande, 26 km a sud ovest di Milano, Cassinetta si trova immersa nello splendido scenario naturale del Parco del Ticino, riserva della Biosfera Unesco. Nel 2007 ha definitivamente approvato un Pgt a crescita zero, un piano, cioè, che non contiene previsioni di crescita dell’insediamento e che punta a mantenere il più possibile intatto il proprio territorio agricolo.
Sarebbe riduttivo, però, limitarsi all’aspetto quantitativo: il concetto di crescita zero è in effetti uno slogan, dietro il quale si cela un ragionamento più complesso su quale debba essere il futuro del territorio e in che modo lo si voglia concretamente realizzare.
Cerchiamo, dunque, di aggiungere qualche dettaglio in più.
Lo stato di fatto: localizzazione e dinamiche territoriali
Per la sua struttura urbana, Cassinetta è un piccolo caso da manuale: un nucleo compatto, più o meno baricentrico rispetto all’intero territorio comunale, circondato da un’estesa “cintura” agricola. Una cintura agricola il cui pregio è stato riconosciuto perfino dall’Unesco, che è frutto di una lunga e tenace azione di tutela e che ha costituito per lungo tempo la base economica di questo piccolo centro: la rete idrica principale del Naviglio Grande e quella secondaria fatta di canali, rogge e fontanili innervano ancora oggi tutto il territorio comunale.
Facile mantenere intatto il territorio, si potrebbe pensare, per un comune che ha solo 1800 abitanti e nessun attività produttivo-commerciale di grosse dimensioni al proprio interno. Non proprio, in realtà, se si considera la tendenza dominante alla città dispersa, soprattutto nelle regioni settentrionali: un centro urbano in cui si trovano le attività principali e uno sciame di piccoli centri o, peggio, di semplici e isolate lottizzazioni, che instaurano con il centro principale un rapporto di stretto pendolarismo, con esiti quantomeno problematici in termini di mobilità, inquinamento ed efficienza dei servizi pubblici.
In questa tendenza sono spesso i piccoli comuni a subire le pressioni maggiori: non interessa il territorio del comune per quello che può offrire al suo interno ma in funzione della sua maggiore o minore vicinanza al centro di riferimento. E questo vale indistintamente per le lottizzazioni residenziali come per i grandi centri commerciali.
Ragionando in questi termini, appare chiaro che la struttura urbana di Cassinetta di Lugagnano non è affatto scontata: a soli 26 km da Milano, questo piccolo centro ha subito, come i comuni limitrofi, un aumento della popolazione che, visto il continuo calo delle nascite, è da ascrivere quasi totalmente alle migrazioni dai centri maggiori.
Dal 1961 al 2001, la popolazione di Cassinetta è aumentata del 48,05% e, solo nel decennio 1991-2001, si è registrato un incremento del 31%, passando da 1152 a 1519 abitanti, per arrivare, infine, ai 1742 del 2005, dato di riferimento per l’intero Pgt. [2] Un trend che trova conferma anche in altri piccoli comuni limitrofi.
Tuttavia, Cassinetta è riuscita a mantenere intatto gran parte del suolo agricolo, che oggi rappresenta la maggior percentuale del territorio comunale; è presente un piccolo nucleo artigianale produttivo nella zona sud-ovest, ma la maggior parte degli occupati si continua a registrare proprio nel settore agricolo.
Le risorse
Strettamente intrecciato al problema della localizzazione e delle dinamiche territoriali c’è quello delle risorse economiche. Con il crescere del deficit nazionale e il consolidarsi del decentramento amministrativo degli ultimi anni, ad un aumento delle funzioni e delle responsabilità degli enti territoriali non ha fatto seguito un aumento dei trasferimenti, che, anzi, continuano a diminuire. Il problema del reperimento delle risorse per far fronte a spesa corrente e investimenti è dunque cruciale e lo è in particolar modo per i piccoli comuni che ricevono in misura minore l’apporto dei capitali privati.
In questo quadro, la possibilità di ricorrere agli oneri di urbanizzazione per coprire le voci di spesa corrente ha innescato un meccanismo perverso: le amministrazioni locali concedono più facilmente pezzi del proprio territorio perché con quello che incamerano in termini di oneri di urbanizzazione e ICI possono coprire parte delle spese correnti.
La risposta di Cassinetta di Lugagnano, in questo senso, è stata invece molto netta. Quella che era un’idea molto chiara solo del sindaco, Domenico Finiguerra, è diventata una scelta dell’intera comunità, grazie alle assemblee pubbliche tenutesi nelle fasi iniziali della redazione del Pgt.
L’elemento più interessante della fase partecipativa è che i cittadini sono stati messi di fronte ad una scelta precisa: finanziare la spesa corrente e gli investimenti con gli oneri di urbanizzazione, investendo, quindi in nuove lottizzazioni, oppure intervenire sulla fiscalità locale, permettendo così anche l’accensione di mutui per investimenti?
La scelta dei cittadini è stata sostanzialmente quella di non alterare il patrimonio ambientale di Cassinetta di Lugagnano lasciando spazio a nuove edificazioni, accettando, quindi, anche un aumento delle imposte comunali. In questo modo, la redazione stessa del piano si libera di un fardello pesante, quello del “fare cassa” con il territorio.
Il Piano e la crescita zero
Valorizzazione intesa come tutela del territorio e del paesaggio agricolo, minimizzazione del consumo di suolo e compatibilità degli interventi con le risorse disponibili: sono gli elementi strategici del Pgt di Cassinetta di Lugagnano, in funzione dei quali vengono definiti tutti i singoli interventi.
Redatto da Antonello Boatti e definitivamente approvato nel giugno 2006, il piano si compone di una documentazione chiara, accurata e molto dettagliata. Rispetto alle premesse fatte, è interessante soffermarsi sul Documento di piano, un documento che ha carattere conoscitivo, programmatorio e di indirizzo, che non interviene direttamente sulla conformazione della proprietà [3]. E’ proprio con il Documento di piano che vengono affermati i principi ispiratori dell’intero Pgt:
“Il Documento di Piano individua gli obiettivi strategici di politica territoriale a partire dal miglioramento e dalla conservazione dell’ambiente per tracciare le linee dello sviluppo sostenibile del Comune di Cassinetta di Lugagnano in coerenza con le previsioni di carattere sovracomunale. In esso sono indicati gli obiettivi quantitativi di sviluppo complessivo del PGT comprendendo in essi il recupero urbanistico e la riqualificazione del territorio minimizzando il consumo di suolo. […]
Il Documento di Piano inoltre nel riassumere le principali indicazioni riguardanti l’utilizzazione, il miglioramento e l’estensione dei servizi pubblici e di interesse pubblico determina la compatibilità degli interventi previsti con le risorse economiche attivabili dalla pubblica amministrazione.
In considerazione della dimensione del comune in termini di popolazione residente (abitanti 1.742 al 31.12.2005) e delle caratteristiche particolarissime del suo tessuto edilizio storico di assoluto pregio ed unicità si ritiene innanzitutto che non esistano le condizioni e neppure le utilità di ricorrere a strumenti di compensazione, perequazione ed incentivazione urbanistica di cui all’art. 11 della LR 12/2005. […]”[4]
Favorire il recupero e minimizzare il consumo di suolo: ma come si arriva alla crescita zero? La risposta in realtà è abbastanza banale: mediante un’approfondita analisi demografica, volta a determinare il realistico fabbisogno abitativo di Cassinetta di Lugagnano da qui al 2015.
Lo studio, infatti, conduce ad una previsione molto contenuta: l’incremento della popolazione previsto al 2015, in termini di nuovi abitanti, è del 3,6%. A ciò, si aggiunge l’incremento della domanda di abitazioni legata alla formazione di nuovi nuclei familiari: quest’ultima è considerata una domanda fisiologica, indipendente cioè dall’aumento del numero degli abitanti.
Su queste basi, viene formulata una previsione di 695 nuovi abitanti, cui corrisponde una capacità insediativa residenziale, aggiuntiva rispetto all’esistente, di 695 nuovi vani (abitante/vano). Alla nuova domanda abitativa si farà fronte attraverso:
- recupero puntuale di edifici
- riconversione, mediante piani attuativi, di aree produttive incompatibili con il tessuto residenziale circostante, con una quota del 20% di edilizia convenzionata e una quota del 5% di edilizia a canone sociale
- completamento di previsioni vigenti (piani di lottizzazione e di recupero)
- saturazione delle aree già edificate (zone B).
Di fatto, non verrà consumato suolo agricolo: le previsioni di nuova edificazione e di trasformazione e recupero del patrimonio esistente sono concentrate dentro il tessuto consolidato e compattano ulteriormente un insediamento dai confini abbastanza netti.
Fin qui la domanda abitativa. Ma anche sul fronte delle previsioni di nuovi insediamenti commerciali, il Pgt opera scelte coerenti con i principi ispiratori: nessuna grande struttura commerciale [5], incremento delle medie e piccole strutture esistenti entro i parametri fissati dal piano, nuove attività ricettive, “ che confermino e incrementino la vocazione turistica del comune” [6]
Infine, il potenziamento della rete dei servizi. In particolare, il piano prevede:
- il recupero delle piste ciclabili esistenti, legate alla rete del Naviglio e dei canali secondari, e la realizzazione di nuovi tratti per l’implementazione della rete;
- la costruzione di una nuova scuola dell’infanzia, volta a soddisfare la domanda esistente e quella prevista;
- una serie di micro-interventi su spazi verdi, strade, parcheggi ed edifici, finalizzati all’ottimizzazione e al completamento delle reti esistenti.
Complessivamente, la dotazione di standard residenziali passa da un rapporto di 29,17 mq/abitante ad un rapporto di circa 30,91 mq/abitante [7], mentre quella di standard per attività produttive passa da una percentuale standard/superficie del 2,09% ad una percentuale del 12,48%.
Un ultimo aspetto, non secondario quanto a importanza, è rappresentato dal rapporto con le previsioni del Piano territoriale di coordinamento (Ptgp) della Provincia di Milano. La previsione che interessa direttamente il territorio di Cassinetta di Lugagnano è quella di una nuova arteria stradale tra lo svincolo di Magenta dell’A4 e Albairate e la tangenziale ovest di Milano, sfruttando in parte la viabilità esistente.
Si tratta di una previsione ritenuta non in linea con i principi e le scelte del Pgt, il cui costo verrà finanziato con la legge 345/1997 per l’accessibilità all’aeroporto di Malpensa. Nel Documento di piano si rileva che:
“[…] Questa nuova infrastruttura viabilistica coinvolge il territorio di Cassinetta nella sua parte est nel cuore del Parco del Ticino con un forte impatto per l’ambiente e il paesaggio che con questa nuova previsione verrebbe deturpato nel suo carattere agricolo. […]” [8]
E ancora:
“[…] Il collegamento tra la S.S. 11 a Magenta e la tangenziale ovest così come previsto dal progetto definitivo dell’ANAS, è una scelta assolutamente discutibile sul piano strategico della pianificazione del trasporto interferendo su un territorio ad altissima qualità ambientale all’interno del Parco regionale della Valle del Ticino in un’area ricca di fontanili, rogge e canali di irrigazione ancora molto interessata dall’attività agricola.
Cassinetta di Lugagnano si presenta in sostanza come un insieme storico – paesaggistico prezioso da valorizzare messo a repentaglio da un’arteria come il collegamento tra la S.S. 11 a Magenta e la tangenziale ovest così come previsto dal progetto definitivo dell’ANAS. […]
Dal punto di vista trasportistico sempre nella Valutazione Ambientale Strategica – Rapporto ambientale – conclude che non è neppure motivata e documentata la necessità e la dimensione della infrastruttura proposta. […]”[9]
La scelta, chiaramente esposta nello stesso Documento di Piano, è quella di non tenere conto nel Pgt la previsione del nuovo collegamento e, anzi, vengono proposte due alternative che permetterebbero di mantenere l’integrità del territorio agricolo di Cassinetta.
Un piano conservatore?
L’immagine dall’alto di Cassinetta di Lugagnano da qui al 2015 sarà probabilmente molto simile a quella di oggi: un centro abitato dai confini ben definiti e ampie distese coltivate intorno. Eppure, una vista dal basso, ad altezza d’uomo, ci restituirà forse un’immagine molto diversa, di una realtà trasformata, fisicamente e socialmente, rispetto a 10 anni prima.
Se accettiamo l’idea che il piano sia strumento per governare le trasformazioni del territorio, dobbiamo anche accettare l’idea che la trasformazione non sia legata solo alla crescita della popolazione e, conseguentemente, a quella edilizia.
Cassinetta di Lugagnano in 10 anni farà i conti con un aumento degli abitanti di circa il 3,6 % e con una diversificazione della domanda dovuta a nuovi nuclei familiari: è in funzione di questi dati che, attraverso il piano ha dato un indirizzo preciso alla trasformazione che inevitabilmente il territorio è destinato a subire. Un indirizzo talmente deciso da contestare anche le scelte operate a livello provinciale con il Ptcp nel momento in cui mettono a rischio l’integrità di quel paesaggio agricolo riconosciuto come bene da tutelare.
Nel 2015 ci sarà una rete ciclabile più fitta, una nuova scuola, insediamenti in dismissione riconvertiti e, soprattutto, le nuove generazioni potranno ancora godere del paesaggio agricolo che è arrivato fortunatamente fino ad oggi. Il Pgt conserva di fatto il patrimonio storico e naturalistico governando la trasformazione delle aree urbanizzate.
C’è qualcosa di replicabile in questo modello? Sicuramente: i principi di fondo. Svincolare il futuro del territorio dalle esigenze di bilancio, pensare a cosa è giusto tutelare, capire quali siano i margini della trasformazione, puntare a minimizzare il consumo di suolo. Soprattutto, ricominciare ad ancorare il piano a previsioni realistiche.
La crescita zero, forse, non è di per sé replicabile e realisticamente bisogna mettere in conto che una città abbia anche necessità di nuovi insediamenti: ma è nel processo e nelle premesse prima ancora che negli esiti l’elemento più significativo di questa esperienza. Un processo che non interessa unicamente la pianificazione comunale, ma potrebbe (e dovrebbe) ispirare anche quella sovracomunale e di area vasta: infatti, per quanto il Pgt di Cassinetta di Lugagnano possa essere preso ad esempio, il suo successo dipenderà anche dalla risposta dei territori limitrofi alla pressione insediativa generata dalle nuove infrastrutture di livello regionale.
[1]Il Piano di Governo del Territorio è stato istituito con la legge regionale lombarda n. 12 dell’11.03.2005 e smi. Il piano si compone di tre documenti fondamentali: Documento di Piano, Piano dei Servizi e Piano delle Regole (artt. 7-10 L.R. 12/2005).
[2]Documento di Piano – Elaborato 01 – Quadro conoscitivo del territorio comunale
[3]Art. 8 della LR 12/2005 e smi
[4]Documento di Piano – Elaborato 3 DP – Obiettivi di sviluppo residenziale e produttivo, sostenibilità ambientale, compatibilità degli interventi con le risorse economiche
[5]“Considerate le attuali ipotesi di PGT e i programmi regionali in vigore per la provincia di Milano non si prevedono nuove strutture di grandi dimensioni”, (Documento di piano – Elaborato 1.L – Piano del Commercio. Norme di programmazione, art.4).
[6]Ibidem
[7]La legge regionale 12/2005 prevede un rapporto minimo di 18 mq/abitante
[8]Documento di Piano – Elaborato 2 DP – Quadro ricognitivo
[9]Ibidem
Alcune immagini raccolte in un powerpoint spiegano abbastanza bene che cosa si intende per riduzione della città a merce. Il caso illustrato è Venezia, una città-simbolo delle città d’arte, dove da tutto il mondo si accorre per ammirare uno dei più insigni monumenti del patrimonio dell’umanità.
Si sa che a Venezia si oppongono da molti decenni due diverse concezioni, orientata l’una promuovere l’omologazione di Venezia a qualsiasi altra città e a renderla in tal modo “moderna”, e l’altra a sostenere che la modernità di Venezia sta nel suo particolare rapporto tra storia e natura, che la rende, al tempo stesso, una città unica al mondo e una città in grado di insegnare al mondo come si può regolare virtuosamente quel rapporto.
Si direbbe che gli omologatori hanno vinto, benché il sindaco attuale sia un filosofo che ha spesso teorizzato la tesi opposta. Lo testimoniano molti eventi: ci siamo occupati del ponte di Calatrava, un oggetto inutile e costosissimo (e tra l’altro neppure bello e dotato di errori tecnici impensabile in una città ricca di ponti come Venezia). Lo testimonia adesso il larghissimo uso - che comune e sovrintendenza hanno promosso e consentito - di ignobili pannelli pubblicitari, di dimensione tale da cancellare, letteralmente, i palazzi sui quali sono installati.
Guardate il file allegato, scaricabile qui sotto. E consolatevi pensando che magari qualcuno verrà a dirvi che solo cancellando quei palazzi si potevano trovare i soldi per restaurarli. E allora, “per connessione di materia”, vi verrà in mente di chiedere perché non si siano investiti allo scopo la dozzina di milioni che saranno pagati, a consuntivo, per il ponte di Calatrava.
Emerge con prepotenza una verità della quale tutti dovrebbero rendersi conto. Le risorse della città possono essere adoperate per renderla più giusta e più bella per i suoi abitanti, permanenti o temporanei, oppure più redditizia per i mercanti che approfittano del suo uso per fare quattrini. La città come bene comune, oppure la città come merce. Venezia indica, con straordinaria efficacia, quest’ultima strada.
Sul ponte di Calatrava vedi una lettera al manifesto e un articolo su Carta. Sul turismo a Venezia e la sua capacità degradatrice vedi molti articoi nella cartella Vivere a Venezia. Sulle ragioni della modernità di Venezia vedi uno scambio di lettere.
Non serviva proprio a nulla il referendum contro la legge salvacoste. Non avrebbe prodotto alcun effetto, come è stato ampiamente spiegatoanche da eddyburg nei giorni scorsi. Il vincolo temporaneo sui 2.000 metri, operato da quella legge, è stato superato dal piano paesaggistico regionale, approvato ai sensi del Codice del paesaggio.
Comunque è andata meglio delle più ottimisticheprevisioni. L'affluenza alle urne non ha superatoil 20%. I sardi non hanno votato, nonostante la campagna capillare e dispendiosa che hapotuto contare sul contributo di Confindustria, che in Sardegna è ben rappresentata dai costruttori.
Servivaalla destra lo spotpagato con denaro pubblico, utile prova generale, in vista della campagna elettorale prossima. Come ha spiegato Corrado Augias (ieri su la Repubblica)i cinque postulati della destra ( tra cui quello di “prevalenza del privato sul pubblico”) c'entrano con il caso sardo: la Sardegna è un bene comune,diciamo noi, un patrimonio d'interesse nazionale che alcunisoggetti da decenni stanno usando per fini privati con grandi tornaconti: un affarone le coste sarde nel mercato globale.Una casa in Sardegna con buona locationsi può vendere per una ventina di milioni di euro: un migliaio di queste case valgono un pezzo di finanziaria dello stato, tanto per capire i potenziali dividendi che fanno girare la testa agli immobiliaristi di tutto il mondoe prima ancora ai faccendieri di casa.
L'appello di Berlusconiai sardi per andare al voto è statoquindi disatteso, ma resta lagrave, irritualeinterferenza dello “statista”in un affare regionale, di una Regione autonoma, come se niente fosse, come se nonsi sapesse dei suoi interessi d'imprenditore nelle coste sarde, di quellasua proprietà in Gallura dove aveva progettato un mostruoso investimento edilizio che le leggi sarde hanno impedito. L'amico della Sardegna pensa anche in questo caso agli affari suoi, non agli effetti che i provvedimenti del suo governo avranno sulla povera comunitàsarda, quelli sulla scuola ad esempio.
E' andata bene, nonostante Berlusconi,anche se la nostra destra spiega oggi perché ha vinto. Non è così, eppure qualche ragione emerge. Ho già scritto della scarsa convinzione della maggioranza che sostiene Soru sulle scelte di buon governo del territorio, la poca propensione a dibattere su questi temi è spiegata conl' autoritarismo del Ppr e di Soru ( nella cui azione ci sarà qualche difetto ma non è questo il punto). Sarebbe il caso di capire una volta per tutte quanto questa questione assailucrosa –del fareo non fare altre case nelle fasce costiere – pesi nel conflitto anti-Soru. Il quadro politico sardo è confuso, specie nel centro-sinistra e ci sonozone d'ombra . Si pensi che tra le adesioni al referendum promosso dalla destra ci sono quelle del Partito Sardo d' Azione ( il glorioso partito di Emilio Lussu), ci sono i socialisti, e pure i verdi (sì, i verdi del “Sole che ride”!) che in extremis hanno dato ai loro elettori libertà di voto ( gulp!), conuna posizionemolto ambigua su un argomento per ilquale dovrebbero esistere.
A volte si ha l'impressione che latutela del territorio dagli egoismi della rendita non siapiùun valore, un attributo dei partiti e movimenti della sinistra.Rischia di essereuna antinomia di questo tempo, tra le tante. Un altro indizio della frammentazionedella società di cui parlano autorevoli commentatori: lo specchio rotto che riflette in ogni frammento interessi particolari su cui si fa abilmente rifluire l'attenzione.
Questa volta è toccato alla Corte costituzionale infliggere alla regione Lombardia un ulteriore duro colpo al “federalismo in salsa lombarda” dichiarando incostituzionale la legge regionale n 6 del 3 marzo 2006 avente per oggetto “Norme per l'insediamento e la gestione di centri di telefonia in sede fissa” (sentenza n 350 del 24 ottobre 2008).
Si tratta di una legge voluta caparbiamente della Lega Nord e da AN con la quale si dettavano specifiche disposizioni urbanistiche per la localizzazione dei centri di telefonia in sede fissa (phon center) e si definivano specifici requisiti e prescrizioni igienico sanitarie per l’esercizio di tali attività, imponendo agli esercizi già aperti tempi brevissimi per l’adeguamento delle strutture (un anno), pena: multe salatissime e la loro chiusura.
Si trattava di una normativa speciale discriminatoria, già attaccata, oltre che dalle opposizioni in Consiglio regionale anche dal TAR di Brescia, che introduceva norme non applicate per le altre attività commerciali e che mirava a portare alla chiusura molti phon center esistenti, dei quali circa l’80% erano gestiti da immigrati ed impedirne l’apertura di nuovi.
La grande colpa dei phone center era semplicemente quella di essere gestiti e utilizzati soprattutto da cittadini immigrati. Insomma, una legge speciale, fuori dallo stato di diritto e contraria al principio di uguaglianza davanti alla legge e uno dei tanti casi, forse tra i più gravi in Lombardia, di xenofobia istituzionale
E così, a seguito di questa legge molti phon center vennero condannati con apposite ordinanze da diverse Amministrazioni comunali alla chiusura «per mancata conformazione ai nuovi requisiti (in prevalenza igienico-sanitari e di sicurezza dei locali) disposti dalla predetta legge regionale» dato che i proprietari dei locali si rifiutavano di effettuare gli adeguamenti imposti. Altri invece non poterono essere aperti perché i regolamenti locali di molti Comuni introducevano disposizioni urbanistiche, in particolare per quanto riguarda i parcheggi che dovevano essere disponibili nelle vicinanze dell’esercizio, da renderne impossibile l’autorizzazione. A tal proposito il TAR di Brescia nel suo ricorso evidenziava che nella legislazione vigente non si riscontrano “prescrizioni così restrittive neanche per i locali ove vi è maggiore concentrazione di persone per un tempo di permanenza maggiore, come teatri, cinema o nei locali ove viene svolta attività di somministrazione di alimenti e bevande”.
I danni prodotti da questa legge sono stati numerosi e vasti, dato che essa è stata ampiamente applicata sin dal marzo del 2007 da tanti Comuni lombardi, compreso quello di Milano: si è infatti registrata la massiccia chiusura di legittime attività che sono passate da 2.500 a 500 - e la rovina economica dei loro gestori
Ora la Corte costituzionale, svelando la forzatura operata dalla Regione che aveva introdotto tale norma assimilando le attività di telefonia fissa (di competenza statale) alle attività commerciali (di competenza regionale), riafferma che le attività dei phon center costituiscono a tutti gli effetti attività ricadenti nel Codice delle comunicazioni elettroniche: infatti “l’attività presa in considerazione dalla legge regionale sarebbe riconducibile alla materia di competenza concorrente dell’ordinamento delle comunicazioni e, più specificamente, al «servizio di comunicazione elettronica» di cui all’art. 2, paragrafo 1, lettera c) della direttiva 7 marzo 2002, n. 2002/21/CE, recepito dal decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche)”. E al riguardo la Corte afferma inoltre che “non è fondata la tesi difensiva regionale secondo cui non sarebbe applicabile la nozione di “servizi di comunicazione elettronica” in quanto i centri di telefonia si limitano, svolgendo una funzione di “intermediari”, a mettere a disposizione del pubblico personal computer o telefoni e usufruiscono a loro volta dei servizi di fornitura delle reti emanati dalle varie aziende”.
La sentenza, nel demolire le tesi difensive della Regione, afferma inoltre che nei centri di telefonia “lo scambio di un servizio verso la corresponsione di un prezzo afferisce a beni ed esigenze fondamentali della persona e, nel contempo, della comunità, coinvolgendo interessi individuali (correlati alla comunicazione con altre persone) e generali (difesa e sicurezza dello Stato; protezione civile; salute pubblica; tutela dell’ambiente; riservatezza e protezione dei dati personali), diversamente da quanto accade nelle ordinarie attività commerciali di cui all’art. 4 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114 (Riforma della disciplina relativa al settore del commercio, a norma dell’articolo 4, comma 4, della L. 15 marzo 1997, n. 59).”
Ed ecco la stoccata finale della Corte al federalismo in salsa lombarda “Confligge, dunque, con le scelte operate dal legislatore statale in tema di liberalizzazione dei servizi di comunicazione elettronica e di semplificazione procedimentale la introduzione, ad opera del legislatore regionale, di un vero e proprio autonomo procedimento autorizzatorio per lo svolgimento dell’attività dei centri di telefonia;ferma restando la possibilità per i Comuni, tramite la loro potestà regolamentare, e le Regioni, tramite la loro potestà legislativa, di disciplinare specifici profili incidenti anche su questo settore”.
Ora le opposizioni in Regione Lombardia porranno il problema del risarcimento dei danni subiti da quei tanti gestori che, a seguito della introduzione di questa legge incostituzionale, sono stati costretti a chiudere.
© eddyburg.it: Chiunque può pubblicare questo articolo a condizione di citare autori e di indicare che è tratto dal sito web eddyburg.it
Non c’è alcun «interesse pubblico» in questa storia nera. Come se fosse morto. Come se, nell’esercizio di «pubbliche funzioni» e di «pubblici poteri», fosse deperita la più elementare nozione - e distrutta anche soltanto l’ombra - di «servizio al bene collettivo». Nella rete di assessori, consiglieri comunali, provinciali, regionali, parlamentari, magistrati penali e amministravi, tecnici comunali, professionisti, burocrati ministeriali -in questo «sistema» apparecchiato da Alfredo Romeo esistono soltanto le cose nostre. «Dobbiamo parlare delle cose nostre...». «Quella cosa nostra come sta andando?». «C’interessano soltanto le cose nostre?». «Dacci uno sguardo a quella cosa nostra?».
Alfredo Romeo si autodefinisce «leader del mercato immobiliare». Gestisce, in appalto, un patrimonio pubblico di 48 miliardi tra Napoli, Milano, Venezia. Tiene d’occhio (si legge nelle carte) Roma e Firenze. Ficca il naso a Bari. È, dicono i pubblici ministeri, «lo scrittore, lo sceneggiatore, il regista, l’attore, il protagonista e il beneficiario finale» di un «sistema» elementare, come un do ut des. Sgomina la concorrenza, quando si affaccia perché si fa consegnare i documenti della gara, li corregge, li riscrive mentre i suoi "pupazzi" si preoccupano di farli approvare.
E’ una scena che capovolge tutte le convinzioni sul morbo italico della corruzione. Il tableau napoletano racconta che non è più la politica a imporre il prezzo della corruzione all’impresa. E’ l’impresa che ingaggia la politica, la crea dal niente, la coccola, la indirizza, ne fissa gli obiettivi e i programmi, la corrompe, se ne appropria come fosse una cosa sua. I politici appaiono miserabili figurine nelle mani dell’imprenditore. Lo assecondano in ogni ambizione e desiderio; sgomitano tra di loro «come in ogni harem che si rispetti», esagerano i pubblici ministeri, per diventare «il favorito del sultano».
Il «sultano», chiamiamolo così, è generoso. Assume amici, mogli, figli, parenti prossimi. Quando non assume, allarga i cordoni della borsa magari con una consulenza o con un contratto assicurativo. Si lascia indicare di buon grado ditte a cui affidare un subappalto. In qualche caso, affiora «denaro sonante», ma la vera posta è un’altra: fare di un consigliere circoscrizionale un consigliere comunale. Di un consigliere comunale, un parlamentare. Di un parlamentare, un sottosegretario da governare come un burattino. La politica diventa lo «strumento attuativo» dei progetti dell’impresa, soltanto la funzione servente e sottordinata delle mire dell’imprenditore.
E’ il quattro aprile del 2007, il centro sinistra è al governo. Giorgio Nugnes (l’assessore di Napoli suicida) chiama Romeo.
Nugnes. «Mi ha chiamato Renzo (è Renzo Lusetti, all’epoca parlamentare della Margherita e segretario di presidenza della camera dei deputati) per vederci con Rutelli circa il congresso cosi... Lui si rende conto. Dice: "Sarebbe utile che tu ci venissi a dare una mano a Roma". Perché, giustamente, l’ho fatto riflettere: con 4 ministri, vicepresidente del consiglio e il segretario del partito, insomma, questi si sono fatti scippare il partito da sotto. Insomma a stento arrivano al 30 per cento».
Romeo. «Con Renzo ci ho parlato anch’io. Ti ha fatto anche i complimenti, abbiamo confrontato questa cosa tua che stai facendo su Napoli... e lui spesso mi ha detto: "Dobbiamo parlare con Francesco"».
Nugnes. «Preferisco questo percorso qua anziché buttarmi in mezzo alle Regionali. Se devo fare l’amministratore non mi posso mettere a fare i voti per la Regione insomma. Ti pare?».
Romeo. «Va bene, io ho appuntamento telefonico con lui stasera, mi deve far sapere una cosa...».
Il «sultano» dirà di aver presentato Nugnes a Rutelli. Di averlo definito «un "giovane di qualità" che lo stava "aiutando" su Napoli e che, a differenza del sindaco, si era mostrato "disponibile" nei suoi confronti». E’ quasi una lasciapassare per un salto nella carriera dell’assessore. Altri bussano alla porta di Romeo disponibili a prendere ordini come Nugnes. Che, nelle lunghe conversazioni con Romeo, indica le gare di appalto disponibili. Si lascia dire che cosa deve dire, come dirlo, quando dirlo. Si lascia preparare e correggere dai tecnici della Global Service di Romeo gli atti amministrativi e le delibere. Rimuove gli intoppi in giunta e in consiglio e, quando l’opposizione rumoreggia o si fa testarda, avverte «il sultano». Che si mette al lavoro sull’altra sponda politica.
Romeo chiama Italo Bocchino e il vice-presidente dei deputati del Partito delle libertà (oggi) si lascia addottrinare, come uno scolaretto, sulle decisioni del Consiglio d’Europa utili, le sentenze del Consiglio di Stato decisive, le mosse aggressive dei Costruttori (sono i competitori di Romeo). Poi, è Bocchino a muovere i suoi fanti inconsapevoli (non tutti). Convoca i consiglieri di Alleanza nazionale. Li convince a ritirare gli emendamenti che ostacolano l’appalto e poi addirittura a lasciare l’aula. Soddisfatto del suo lavoro, Bocchino commenta con Romeo: «Alfredo, siano una cosa consolidata, una cosa solida, un sodalizio?». Il rapporto è cosi stretto che Bocchino si dà da fare per convincere un chef (l’apprezzatissimo Gennarino Esposito della Torre del Saraceno di Vico Equense) a lavorare nell’hotel a cinque stelle luxury di Romeo. Il legaccio è così serrato che a Bocchino importa niente che l’altro penda per il centro-sinistra. «Organizzo una colazione con Gianfranco (Fini)?». Lo invita alle grandi manifestazioni di An. Gli ricorda «i saluti di Andrea Ronchi (oggi ministro)?». Gli annuncia le mosse di Fini: «viene a trovarlo Aznar, poi verrà Sarkozy dopo che sarà eletto». Romeo, dopo, lo lusinga: «Fini ha fatto un figurone enorme...». Bocchino: «Madonna, ha fatto una bella cosa oggi con Aznar».
Bocchino, Lusetti. Di qua e di là. Il bipolarismo diventa una farsa. Qualsiasi cosa succeda al vertice della piramide politica, Romeo ha il suo uomo, dice il giudice, ma la spalla più solida, il burattino più reattivo, spregiudicato, operoso è il Lusetti. Il «sultano» lo manovra a piacimento (sembra). Quando non rende come dovrebbe, Romeo lo rimprovera. Mica soltanto sulle "cose loro", anche sulle cose che dovrebbero essere soltanto della politica. I congressi, ad esempio. Il «sultano» vuole allungare le mani a Firenze e a Bari. Gli equilibri politici devono essere coerenti alle sue ambizioni (quadri politici obbedienti) e Lusetti, quello sventurato, perde i congressi cittadini invece. A Romeo salta la mosca al naso e lo dice all’altro a muso duro.
Romeo. «Mi hai bruciato il congresso a Firenze? mi hai bruciato il congresso a Bari? tutti i congressi fino adesso me li hai fatti perdere tutti? mo’ cambio partito e mi metto con i Ds (è il 3 maggio 2007)».
Lusetti. «Con i Ds hai più fortuna? hai capito che i Ds sono più bravi di noi?».
Forse celiano. Si mettono subito al lavoro su «una questione di vita o di morte». La "Romeo Gestioni" ha una controversia con la "Manital" per la gestione dei servizi integrati del patrimonio stradale del comune di Roma. Decide il Consiglio di Stato. Lusetti deve intervenire. Conosce l’uomo giusto. E’ Paolo Troiano, segretario generale per il Consiglio di Stato e dal 2005 al settembre del 2007, vice segretario generale della presidenza del consiglio dei ministri.
Lusetti. «C’ho un incontro operativo alle otto, direttamente con il grande capo e parliamo di tutto. Capito?».
«Conversazioni di questo tipo ?- scrivono i pubblici ministeri - lasciano comprendere in pieno lo spessore del potere di Romeo» perché l’operazione va in porto. Il Consiglio di Stato capovolge a favore della "Romeo Gestioni" la decisione del Tar del Lazio che aveva accolto il ricorso della "Manital" annullando i provvedimenti comunali di aggiudicazione alla Romeo del ricco appalto per la gestione del patrimonio stradale del comune di Roma.
Romeo chiede a Lusetti anche di «metter a posto» chi, nel partito, non guarda nella sua direzione con la necessaria attenzione. Antonio Polito (oggi direttore de ilRiformista, nel marzo 2007 senatore della Margherita e segretario del partito a Napoli) lo ha tagliato fuori da un appalto cospicuo («i hanno escluso perché c’era un suo amico, hanno fatto un po’ una pastetta»).
Lusetti è pronto a fare la faccia feroce. «Se vuoi blocco tutto, eh!».
Romeo. «No, non bloccare. Lascia stare, povero cristo! Però gli va fatta pesare la cosa!».
Scrivono i pubblici ministeri che «il "sistema" è così drogato» che non sono le imprese a conformare le proprie caratteristiche ai metodi e agli schemi della gara, ma sono le gare, le prassi, i procedimenti, i singoli atti a essere modellati «a misura» delle caratteristiche tecniche delle imprese di Romeo «al fine di consentirgli l’aggiudicazione degli appalti milionari».
Un assoluto campione di questo lavoro sporco appare Giuseppe Gambale, addirittura il magniloquente assessore «all’educazione, trasparenza, legalità pubblica, istruzione edilizia scolastica, diritto allo studio, tutela del cittadino dal racket e dall’usura».
Il racketeer è lui, Gambale, dice il giudice. L’assessore progetta un piano. Centralizzare nelle sue mani l’appalto delle mense scolastiche e consegnarlo all’Ati, una delle imprese di Romeo. E’ entusiasta come un bambino della sua idea. Così infervorato che Romeo lo invita alla prudenza. Gli dice di non sbilanciarsi troppo con chi non è del giro, a cominciare dal sindaco Rosa Russo Jervolino. Gambale non se ne preoccupa perché ha già intrappolata quell’ingenua che non si avvede di nuotare in una vasca di piranhas.
Gambale. «ma con il sindaco ho parlato. E’ molto contenta. Io poi sono stato un po’ criptico. Lei mi ha detto che (il progetto) poteva essere un modello di decentramento?».
Romeo. «Ma lei non ha capito che c’ha degli assessori intelligenti?».
Gambale. «Ma quella è scema completa. Non si rende conto?».
Gambale convocherà i presidenti della municipalità. Li convincerà ad affidare alle sue mani i loro poteri decisori per la refezione e la manutenzione delle scuole. Quelli firmano anche un documento d’intesa.
Anche Gambale, come Nugnes, è una creatura che attende l’ingresso nel grande giro della politica nazionale. Per meritarsi un’opportunità offre altri politici al potere di Romeo, il presidente di una municipalità e - boccone ghiotto - Pasquale Sommese, oggi vicesegretario provinciale del Pd.
Gambale. «Alle cinque e mezza in punto sono da te. Vengo in compagnia?»
Romeo. «Che incarico ha, questo qui».
Gambale. «Tranquillo, va bene? E’ il consigliere regionale più votato e in questo momento (marzo 2007) ha in mano il partito provinciale a Napoli, è persona a me molto vicina, sostiene Ciriaco (De Mita)?».
Romeo. «Lui lo sa che io sono amico del grande vecchio?».
Romeo non si fida. Vuole che sia il «grande vecchio» a rendere affidabile Sommesse, anche in vista del solito congresso. Gambale fa quel che deve. Ne parla con De Mita.
Gambale. «E’ stato gradito?».
Romeo. «Quindi il vecchio ha dato l’autorizzazione a prendere contatti, fare la presentazione?».
«Con questi metodi, Romeo ha letteralmente in pugno la città di Napoli», è la conclusione del pubblico ministero. Il «sultano» aveva già avuto simbolicamente «le chiavi della città» da chi ha voluto dimenticare le sue condanne per corruzione degli anni novanta. Come gli interessi pubblici, la memoria deperisce presto in questa disgraziata città.
"Procedura troppo fragile, Albissola non si era neppure pronunciata" Il presidente della Regione: "Il parere tecnico è inoppugnabile"
Il parere tecnico del comitato per la valutazione di impatto ambientale sul progetto della Margonara a Savona: «è inoppugnabile». Lo dice il presidente della Regione Claudio Burlando che ha saputo del pronunciamento dell’organo tecnico solo martedì sera, a cose fatte: «come è giusto che avvenga». Ora starà ai promotori decidere se contestare formalmente il pronunciamento del comitato o cambiare il progetto. «Io avevo già chiaro che questa vicenda andava a sbattere contro una procedura approvativa molto fragile», dice Burlando, a proposito del progetto del porticciolo e della "torre" di Fuksas alla Margonara, la spiaggia tra Savona e Albissola. Burlando parla il giorno dopo il pronunciamento del comitato tecnico regionale per la valutazione di impatto ambientale che martedì sera ha detto che il progetto non ha ottemperato alle prescrizioni a suo tempo indicate dalla Via nazionale e dunque non è ammissibile. La "bocciatura" dei tecnici della Via riguarda il mancato rispetto di alcuni parametri: il primo è la tutela dello scoglio della Madonnetta, sotto cui esistono formazioni di madrepore "presenti solo in un altro sito italiano"; lo scoglio doveva restare fuori dal porticciolo, invece il progetto lo ricomprende; l’altro è l’andamento del moto ondoso che infrangendosi sui moli del porticciolo turistico potrebbe avere ripercussioni circa la sicurezza per l’accesso al porto commerciale di Savona. E ieri Burlando ha rilanciato sulle questioni procedurali, ricordando che alla fine dello scorso mese di novembre i direttori generali del territorio e dell’ambiente della Regione avevano scritto agli enti richiamando la verifica del rispetto delle procedure. «Il progetto - ha ricordato ieri Burlando - non è stato approvato dalla conferenza dei servizi, il consiglio comunale di Albissola non si è mai pronunciato. Lo ha fatto, solo recentemente, il Comune di Savona: ma quando un consiglio comunale approva un progetto stabilendo la destinazione d’uso di un edificio, in questo caso la torre di Fuksas, che è nel territorio di un altro Comune, evidentemente si tratta di una procedura fragile. La cosa in comune tra le due realtà amministrative è il porticciolo. Ma l’edificio è nel Comune di Albissola». Il presidente ha ripetuto che il parere del comitato di Via non riguarda il merito del progetto. Poi ha ricordato che finora la Regione non si era espressa non avendo ricevuto nessun atto: «e le prime cose che abbiamo fatto sono state quelle di richiamare il rispetto delle procedure e ora di prendere atto del parere del comitato di via che è inoppugnabile». La vicenda ieri ha fatto emergere la differenza di posizioni interna alla giunta. L’assessore all’ambiente, Franco Zunino ha detto che: «il parere del comitato di Via verrà adottato dalla giunta regionale entro l’anno, nella seduta del 22 o in quella del 30». L’assessore all’urbanistica Carlo Ruggeri, come si legge in questa pagina, è del parere che invece non sia il momento di fare questa delibera. E il presidente Burlando? «Poco cambia se andiamo in giunta oggi, tra un mese o due. Il parere del comitato del Via (un soggetto tecnico, autonomo rispetto a un soggetto) c’è, dice che il progetto non ha ottemperato alle prescrizioni ed è inoppugnabile. Questo indipendentemente dal dire che il porto o il grattacielo vanno bene o non vanno bene». L’assessore Ruggeri osserva: «però è contraddittorio che il Comune e i privati abbiano lavorato su prescrizioni ben note dal 2005 e abbiamo pensato di essere d’accordo». Burlando: «Ma a noi importa cosa dicono i nostri uffici».
L’architetto: "Si costruirà comunque nel mio piano nessuna speculazione"
Sono tranquillo perché sono addirittura andato oltre le norme previste Lo scoglio? Non lo avrei mai toccato
L’architetto Massimiliano Fuksas, la "grande firma" internazionale cui i promotori del progetto hanno affidato il ridisegno della Margonara, dice: «Sono tranquillo» e nega su tutti i fronti. «Non è vero - dice - che non abbiamo rispettato le prescrizioni, anzi, sono andato oltre le norme previste. Arrivato alla mia età non ho alcun interesse a mettermi a fare speculazioni edilizie. Ho accettato l’incarico perché era un tema importante da affrontare, un tema che non è solo savonese o ligure ma è italiano. Il tema è se si comincia a costruire architettura o se si va avanti come si è fatto finora. Perché anche a Savona, se non sarà Fuksas si costruirà comunque, con un progetto diverso. La mia idea è costruire un paesaggio contemporaneo, con una passeggiata pedonale da Albissola a Savona, con gli alberi, uno spazio pubblico». Il Via dice che lo scoglio della Margonara non è libero e che non si salvaguarda neppure la colonia di madrepore di cui esistono in Italia solo due siti. Fuksas sobbalza: «La Margonara? E’ la cosa più tutelata del progetto; tutti quelli che ho incontrato, almeno una volta si sono tuffati da quello scoglio. Non lo toccherei mai. Non è vero che esiste questa piantumazione sul fondo». Come: non è vero? «A me hanno detto che hanno fatto fare delle ricerche e non ci sono queste formazioni». Un’altra osservazione riguarda la garanzia che il moto ondoso, con il porticciolo, possa compromettere l’accesso al porto commerciale di Savona: manca. «No, anche in questo caso sono state fatte tutte le analisi ed hanno escluso qualunque problema del moto ondoso. L’Italia è un paese in cui si torna sempre da capo, ma finora non c’è motivo di mettere in dubbio ciò che è stato presentato». Dunque, non si arrenderà? «Se il Comune avesse approvato il progetto con una maggioranza risicata, avrei detto che io non vado contro la rappresentanza dei cittadini. Ma l’approvazione è stata larghissima».
L’assessore all’ambiente "Difendiamo quelle coste"
L’assessore all’ambiente, Franco Zunino (Rifondazione) dice che il parere tecnico del Via: «preserva uno dei pochi tratti di costa rimasti liberi». Spiega che porterà in giunta una delibera con il parere del Via entro l’anno e dice che, a titolo personale, lui è convinto del fatto che quel tratto di costa dovrebbe rimanere come è. Carlo Ruggeri, Ds, sindaco di Savona fino a quando Burlando non lo ha chiamato in giunta regionale come assessore all’urbanistica, non la pensa come Zunino. Sugli effetti del parere del Via, frena e porge dubbi, proprio riguardo agli stessi argomenti che adopera il progettista, Massimiliano Fuksas in questa stessa pagina. L’architetto dice: abbiamo rispettato le prescrizioni. E l’assessore Ruggeri dice: «Siamo davanti a prescrizioni note a tutti fin dal 2005 e ora il comitato di Via dice che non è stato tenuto conto delle prescrizioni. Secondo il Comune di Savona che lo ha approvato, il progetto risponde a quelle prescrizioni. Il Via dice di no. Mi pare che ci sia una lettura contrastante». L’assessore Zunino dice che il parere del Via andrà in giunta entro fine anno? «Io non credo. E’ un atto relativo ad una procedura che è ancora in corso». E le madrepore sul fondo del mare? «Dico che non è il momento. Poi evidentemente la questione ambientale è dirimente: per il porticciolo di Noli-Spotorno, ad esempio, quando ci hanno detto che c’è la poseidonia il progetto non si è fatto, anche se le procedure erano tutte a posto e compiute. Il parere su Margonara andrà in giunta, ma non ora, non è maturo». Il Via però si è pronunciato ora. «Noi come Regione non ci esprimiamo prima dei Comuni e in questo caso si è espresso solo uno dei due Comuni». Il Via? «Si sono portati avanti ma non è il momento che la giunta possa deliberare su questo progetto: quando ci sarà, la delibera di giunta comprenderà tutti gli aspetti del progetto. Va da sé che quello ambientale è dirimente. Per ora quello del Via è un parere tecnico in una fase ancora informale. La procedura formale è che il progetto approvato dai Comuni di Savona e Albissola arrivi in Regione: noi non lo abbiamo ancora ricevuto. Il comitato di Via ha esaminato un progetto consegnato agli enti, per fare un esame specifico che è l’ottemperanza alle prescrizioni del Via nazionale».
In Abruzzo vince l’inquisito Chiodi”. “Colpa della questione morale nel Pd”. “Il Pd perde 10 punti, l’Udc ne perde 1, Di Pietro raddoppia, la Sinistra avanza”. “Bisogna scaricare Di Pietro e la Sinistra e allearsi con l’Udc”. “Sei mesi fa votò l’80%, ora solo il 53: un elettore su due è rimasto a casa, soprattutto in casa Pd, dopo l’arresto di Del Turco”. “Colpa di Di Pietro,bisogna andare con Casini, Cesa e Cuffaro,così gli elettori ritrovano l’entusiasmo e si precipitano alle urne”. “Costantini ha preso meno voti della coalizione: nel Pd qualcuno ha fatto votare Chiodi”. “Colpa di Di Pietro, bisogna escluderlo non solo dalla Vigilanza e dal Cda Rai, ma da tutti gli incarichi: in fondo ha solo il terzo partito d’Italia”. “Hanno arrestato per tangenti il segretario abruzzese del Pd, sindaco di Pescara”. “I giudici fanno politica”. “Ma hanno atteso che si chiudessero le urne”. “L’han fatto apposta per infierire sugli sconfitti”. “Ma han pure inquisito Carlo Toto, quello di Air One, che ha il nipote deputato Pdl e s’è visto salvare la compagnia dal governo, ma aveva ottimi rapporti anche col Pd”. “E’ la prova che i giudici fanno politica, contro la destra e contro la sinistra”. “A Potenza chiedono l’arresto del deputato Pd Francesco Margiotta”. “Anche a Potenza i giudici fanno politica”. “Ma l’inchiesta è di Woodcock, quello che ha indagato lo staff di Fini e Pecoraro Scanio”. “Anche lui fa politica contro destra e sinistra”. “Ma Margiotta era indagato da un anno in un’altra inchiesta, e il Pd l’ha ricandidato e riportato alla Camera lo stesso”. “Ha ragione Berlusconi: bisogna riformare la giustizia”.
Il caso. Due distinte operazioni per far decollare l'Alta velocità a distanza di dieci anni l'una dall'altra. Ma entrambe miseramente fallite per la mancanza di una gestione imperniata sui principi di efficacia, efficienza ed economicità. A pagare lo Stato e le generazioni future in alcuni casi addirittura fino al 2060
La sezione di controllo della Corte dei Conti non fa sconti nella relazione sulla gestione dei debiti accollati al bilancio dello Stato contratti da Fs, Rfi, Tav e Ispa per le infrastrutture ferroviarie necessarie alla realizzazione del sistema dell'Alta Velocità. Nel mirino della suprema magistratura contabile due ipotesi di accollo dei debiti - una nel 1996 e l'altra nel 2006 - che hanno in comune "la scelta normativa di accollare debiti, insostenibili per il gestore del servizio pubblico, allo Stato". E la gravosità delle operazioni di prestito e la scarsa trasparenza amministrativa e contabile nella gestione del debito.
Nel primo caso, quello che risale più indietro nel tempo, l'operazione si è inserita nel "solco tradizionale dei prestiti di scopo, il cui ammortamento viene rimborsato dall'Erario, anziché con i proventi del servizio"; nel secondo ha assunto le forme del project finance atipico "con rischi interamente gravanti sulla parte pubblica" che, osserva la magistratura contabile, garantivano il finanziamento delle linee ferroviarie "con debito pubblico futuro, nemmeno acquisito alle migliori condizioni di mercato".
La Corte dei Conti è implacabile non soltanto nei confronti dei manager pubblici accusati di "gravi carenze e manchevolezze che hanno favorito il nascere delle passività successivamente assunte dallo Stato. Nella fattispecie in esame - scrive in un altro passaggio la Corte -, gli interessi dello Stato-proprietario dovrebbero essere tutelati anche attraverso la vigilanza su determinate scelte, separando la discrezionalità manageriale, assolutamente insindacabile, da eventuali decisioni irrazionali o immotivate che abbiano inciso direttamente o indirettamente sul patrimonio pubblico". Ma spietato è il giudizio su operazioni come quella dell'Ispa (ex Infrastrutture spa) in cui si "caricava meccanicamente sull'erario lo sbilanciamento tra ricavi e servizio del debito".
A finire sul banco degli imputati è soprattutto la gestione del progetto finanziario che si basava su stime "molto ottimistiche di flusso passeggeri e di utilizzazione della rete. "La scissione tra questa previsione, l'andamento dei lavori e le stime della utilizzazione della rete ferroviaria da parte dei soggetti interessati, nonché la stessa individuazione generica di questi ultimi senza riscontri di carattere programmatico e contrattuale - scrive la Corte dei Conti - hanno reso l'ipotesi dell'autofinanziamento meramente virtuale, inducendo il graduale abbandono del progetto iniziale, sancito con la incorporazione di Ispa in Cassa Depositi e prestiti, con contestuale accollo del debito correlato al patrimonio separato a carico dell'Erario".
Insomma, per la Corte dei Conti l'Ispa ha costituito un "diaframma operativo" sul quale non sarebbe comunque dovuto venir meno un dovere di vigilanza-ingerenza che consentisse una attendibile ricostruzione dei costi industriali, finanziari, di ammodernamento delle linee, progettazione e acquisto di nuovo materiale rotabile. "Il totale di dette previsioni, geometricamente superiore alla entità dell'indebitamento previsto, pari a 25 miliardi di euro, fortunatamente dimezzato nel suo concreto sviluppo, doveva essere confrontato con le ipotesi di copertura, costituite, secondo gli indirizzi più volte esplicitati in sede parlamentare, dai ricavi delle nuove infrastrutture", annota la suprema magistratura contabile che aggiunge: "La nascita di Ispa era giustificata dall'esigenza di reperire sul mercato di capitali le soluzioni finanziarie ottimali, sulla base di criteri di trasparenza e di economicità. È evidente come tali intenti siano stati smentiti".
Ma come è nata la decisione di creare Ispa? "La decisione di caricare sul bilancio statale gli oneri della fallita operazione di project finance è, probabilmente, anche conseguenza del fatto che fin dal 2005 Eurostat ha espresso perplessità sulla esternalizzazione delle poste di finanziamento Tav rispetto al bilancio pubblico, chiedendo la riclassificazione settoriale dei finanziamenti di Ispa a Tav. Nella buona sostanza, la posizione di Eurostat avrebbe abbattuto l'ultimo diaframma di questo project finance virtuale. Per chiarire, si può affermare che, mentre di regola il cattivo esito di un project ricade sugli investitori privati, nel caso di specie detto onere è gravato interamente sullo Stato" - scrive la Corte dei Conti che nelle conclusioni sottolinea: "Contratti di servizio e finanziamenti vincolati dovrebbero essere sufficienti per porre rimedio ad un simile pregiudizievole andamento ciclico di scarico degli oneri sui conti pubblici: la loro realistica e corretta gestione, unita ad un severo monitoraggio e vigilanza sul permanere delle condizioni ipotizzate, appaiono snodi ineludibili per prevenire le esperienze non positive venute alla luce a seguito della presente indagine. (...) In definitiva, la scelta delle modalità degli investimenti dovrebbe tenere conto dei fondamentali principi-guida dell'efficacia, secondo cui la fonte di finanziamento dovrebbe tendenzialmente generare le risorse necessarie per farvi totalmente o parzialmente fronte e dell'efficienza, che dovrebbe indurre a scegliere la migliore soluzione che ottimizza al massimo grado, a parità di risultati, il costo delle risorse; ciò nella fondamentale prospettiva dell'equità intergenerazionale, in base alla quale i soggetti che beneficiano dell'investimento dovrebbero essere anche quelli chiamati a ripagarne i correlati debiti".
Il progetto di Fuksas per la Margonara di Savona, che sacrificherebbe al cemento la spiaggia con la Madonnetta, un tratto di mare intonso tra le case di Albissola e Savona, non va bene, perché non rispetta le prescrizioni a suo tempo dettate dalla commissione nazionale per la valutazione di impatto ambientale: la "bocciatura" arriva nel tardo pomeriggio di ieri, in un palazzo della Regione semideserto, dove i pochi presenti si guardano in faccia come a dire "non ci credo". Invece è vero: la commissione tecnica regionale per la valutazione di impatto ambientale ha respinto il progetto. Formalmente si dice che il progetto non ha "passato la verifica di ottemperanza" alle prescrizioni della Via nazionale. E´ ancora un parere tecnico, basato sul mancato rispetto di condizioni imposte dalla Via nazionale come ad esempio l´obbligo di lasciare "libero" e ben visibile lo scoglio della Madonnetta. E ai commissari del Via regionale non è bastata neppure la motivazione che la torre di Fuksas, alta e lunga, ottempera meglio del vecchio progetto al dettato di lasciare libero lo sguardo sul mare: anche la torre ostacola la vista. Adesso perché il parere tecnico diventi operativo dovrà essere ripreso con una delibera della giunta regionale. Poi, se vorranno, i proponenti del progetto che fanno capo al genovese Giovanni Gambardella e ad un socio francese, potranno fare ricorso al Tar. L´aria che tira in Regione è che il parere tecnico potrebbe togliere le castagne dal fuoco alla giunta che con questo progetto rischiava di rimanere impiccata all´albero della devastazione ambientale. Le polemiche erano state tante e migliaia di savonesi avevano firmato contro. Di certo esulta il verde Carlo Vasconi, che si batte contro il progetto dal 1999, quando venne presentata la versione originale del progetto, ritirata dopo le prescrizioni della Via nazionale e sostituita con quella di Fuksas. Vasconi è quasi commosso mentre dice: «È solo un parere tecnico ma è per noi una grandissima cosa: stiamo già preparando i manifesti». La decisione tecnica se davvero sarà assunta dalla giunta regionale, chiude il cerchio dopo i primi segnali di presa di distanza della Regione. Era solo il 29 novembre scorso, quando i direttori generali del territorio e dell´ambiente, Franco Lorenzani e Gabriella Minervini, avevano scritto ai comuni di Albissola e Savona richiamandoli al controllo delle procedure seguite. Il sindaco di Savona, Federico Berruti, aveva risposto che le questioni tecniche erano a posto e aveva ancora una volta difeso il progetto, in nome dello sviluppo. Adesso, a quanto pare, quel tratto di costa è salvo dal cemento ma non è escluso che politicamente la giunta del presidente Burlando non debba pagarne un prezzo nei rapporti interni. E´ chiaro che uno stop alla Margonara non piace ad esempio all´assessore all´Urbanistica e al Territorio, Carlo Ruggeri, che era sindaco a Savona quando Burlando lo ha chiamato nella sua giunta e che non ha mai nascosto il suo apprezzamento al progetto di Fuksas. Ma intanto il parere della Via ora andrà sul tavolo della giunta e si vedrà cosa succederà.
Il Tevere è sempre stato considerato, fin dall'antichità, un fiume pazzo e scatenato. Se infatti il Danubio, dalla magra alla piena, raddoppia le portate, se il Po le incrementa di quattro volte, il Tevere può passare dalla miseria di 40 metri cubi al secondo anche a più di 3.000 metri cubi, cioè aumentare di 70-80 volte, in un numero limitato di ore. Ce ne accorgemmo in una discesa in gommone del Tevere, il 17 giugno 1986 (eravamo in quattro e avremmo raccontato l'avventura sul Messaggero): la mattina dovemmo spingere quasi l'imbarcazione dalla Villa di Plinio, curator alvei et riparum, presso Anghiari, per un bel tratto, poi ci colse un fortissimo temporale che rese così repentinamente alte e veloci le acque, divenute «bionde» per lo scioglimento delle argille, da farci attraccare con gran fatica ad una riva.
La piena tiberina di tre anni fa ha raggiunto nel tratto urbano i 12 metri. Quest'ultima l'ha superata di oltre un metro. Nel 1937 era salita a 17 provocando seri danni. Molto minori però di quella del novembre 1870, dopo la breccia di Porta Pia, veramente disastrosa (subito definita dai clericali «il castigo di Dio» per i Savoia), perché nel frattempo erano stati alzati fra fine '800 e primi anni del '900 i muraglioni. Non belli a vedersi, molto nordici e però utili. Hanno salvato la città dalle acque alluvionali con l'eccezione di qualche zona più bassa: Prima Porta, Magliana, Tordivalle (dove il nuovo Ippodromo del trotto, trasferito da Villa Glori, andè sott'acqua proprio il giorno dell'inaugurazione). Giuseppe Garibaldi si era battuto per un progetto più ambizioso: quello - che era stato, in sostanza, sponsorizzato da Giulio Cesare - di un canale scolmatore a ovest, da attivare nelle fasi di piena per salvare dalle alluvioni la città disposta allora per la maggior parte sulla riva sinistra. Ma non ebbe successo.
Tuttavia i veri problemi del «fiume scatenato» nascono a monte di Roma, soprattutto quando il Tevere riceve gli affluenti Paglia, in particolare, e Nera e successivamente l'Aniene. Il bacino del Paglia infatti è soggetto a piogge particolarmente intense, a forti temporali che aumentano di colpo le portate del corso principale, non essendovi in zona serbatoi idrici di «laminazione». Come del resto l'Aniene, le cui piene coincidono sovente con quelle del Tevere che ad un certo punto non riceve più le acque dell'affluente e le respinge, con un devastante effetto-rigurgito.
In Italia abbiamo, forse per disperazione, cementificato anche l'alveo di taluni torrenti e canali di rilevante pendenza, le cui acque raggiungono così velocità prima impossibili: accade (leggo dal Rapporto dell'Autorità di bacino del Tevere) «nelle formazioni impermeabili sede dei bacini Licenza e Fiumicino, corsi d'acqua che tanta parte hanno nella genesi delle piene del fiume Aniene ». E quindi del Tevere. Follie. Ma non meno pesanti, e pazzeschi, sono i danni provocati dall'abusivismo edilizio che i Comuni hanno tollerato nel tratto Roma-Orte. O che hanno addirittura cercato di legalizzare e di far avanzare in zone alluvionali - per esempio a Monterotondo - contro le prescrizioni dell' Autorità di bacino protestando ufficialmente contro di esse.
I fiumi infatti, da che mondo è mondo, devono poter sfogare la forza idraulica, devono poter disporre di vaste aree golenali ai lati dove esondare senza ostacoli. Tranne che in Italia, tranne che nel Lazio. Qui si sono consentite in tratti strategici costruzioni di ogni tipo e dimensione (come lungo l'asta mediana del Po o dell'Arno, del resto), che, durante le piene, vanno regolarmente sott'acqua.
Ma sono loro la causa primadi alluvioni che diventano in tal modo disastrose anche per zone e abitanti che non dovrebbero esserne colpiti. Se le golene rimanessero golene e non diventassero pioppeti o aree fabbricabili. Fenomeno colposo che si ripete alla foce del Tevere dove si è costruito in aree assolutamente vietate, nelle quali la trasgressione è da tempo la norma. Salvo versare poi amare lacrime. Su che cosa? Sulla propria superficialità e insipienza.
Dopo la grande alluvione del 1937 si pensò di rendere più veloce la discesa delle acque di piena verso il mare con una tipica Grande Opera (anche Benito Mussolini le amava in sommo grado): il "drizzagno" destinato a tagliare l'ampia ansa naturale della Magliana. Con un effetto grave a monte però- ha spiegato uno dei maestri dell' idraulica del Tevere, il professor Gianmarco Margaritora, per anni cattedratico alla Sapienza - nel senso che il Tevere, non potendo più sfogare la forza idraulica nel disegnare l'ansa della Magliana, la sfogò scavando all'indietro, su sufino a Ponte Milvio. In tal modo, ridottesi a causa delle dighe, i trasferimenti a valle di inerti, cioè di sabbia e ghiaia, il letto tiberino nei periodi di magra si abbassò che la corrente andava a battere pericolosamente sotto le fondamenta dei muraglioni stessi. Col rischio di infiltrazioni e di «fontanazzi» (nella zona del Flaminio). Per cui si dovettero adottare, grazie agli studi di Margaritora e di altri, delle «soglie» capaci di trattenere la sabbia ed alzare quindi il livello estivo delle acque. A conferma che le Grandi Opere fanno più male che bene e che bisogna «rinaturalizzare» i fiumi o lasciarli fare.
Certo, senza le dighe, l'onda di piena sarebbe a Roma assai più forte, e quindi pericolosa (con portate di 3.000-3.500 metri cubi al secondo). La più grande è quella dell'Enel a Corbara, in Umbria, sotto Baschi. La quale però, per alcune «fessurazioni» createsi ai lati, non può venire utilizzata in tutta la sua capacità riducendo così i benefici per il contenimento delle alluvioni tiberine. L'Autorità di Bacino ha elaborato in questi anni svariati piani per interventi di prevenzione e di difesa. Il CNR ha pure presentato nel 2006 ai Lincei i risultati di uno studio teorico sulle possibili alluvioni a Roma. Tutti i tecnici concordano sulla necessità di mettere in sicurezza il fiume fra Prima Porta e Ponte Milvio. Ma non si trovano i soldi necessari per interventi mirati, graduali, precisi. Per il bacino tiberino fra Roma e Orte il piano 2006 dell'Autorità fluviale prevede 1,6 miliardi di euro di spesa in più annualità. Queste sono le vere Grandi Opere,ma fanno poco rumore, poca audience, danno poca visibilità televisiva. E quindi non vengono finanziate. Fino al giorno del disastro? Una volta, almeno, lo attribuivano all' ira di qualche dio.
La buona politica fa acqua mentre il paese annega
Il Tevere sorvegliato speciale ma non è l’unico fiume a fare paura in questi giorni. Il problema non è come contenere l’allarme ma in che modo realizzare una strategia duratura per evitare l’emergenza. Interventi decisi e meno spreco di denaro pubblico tra mega appalti miliardari e supercommissari inutili
Il Tevere continua amettere paura, allaga, fa danni. Altri ne provocano fiumi, fiumare e torrenti nel Sud. Tutto per mancanza di investimenti ordinari, continui, incessanti. Ma vedrete che nella prossima riunione del Cipe il governo, per mano del ministro Altero Matteoli, caverà dal cilindro una somma cospicua (oltre 16 miliardi di euro)per alcuni maxi-progetti destinati ad essere varati chissà quando, magari per quella Autostrada della Maremma tanto cara al deputato di Cecina e al sindaco di Orbetello (che è poi sempre Matteoli), per la quale non esistono né un vero tracciato né un finanziamento reale. Opera che due trasportisti seri come i docenti milanesi Andrea Boitani e Marco Ponti hanno classificato al penultimo posto per rapporto costi/benefici, con la scritta «da non fare», fra quelle del governo Berlusconi 2001.
La politica dovrebbe fare uno e anche due passi indietro e darsi in questo campo strategico delle priorità vere sulla base di studi fondati sul rapporto fra costi (per i quali bisogna avere tutte le risorse e non inventarle)e benefici (di carattere diffuso, sociali ed economici). Allora ricominceremmo ad essere un Paese serio e a risalire dal pantano in cui populismo, clientelismo e videocrazia ci hanno precipitato. Buona politica sarebbe dunque:
1)applicarsi a completare le grandi opere in atto e mai finite (come la Salerno-Reggio Calabria ed altre di cui l'Unità si è occupata nelle scorse settimane con una approfondita inchiesta);
2) finanziare (ma completamente) opere medie e piccole che danno in breve tempo benefici al territorio e lavoro, occupazione, anche alle imprese minori invece escluse dai maxi-appalti. Le opere pubbliche dal costo superiore ai 50 milioni impegnano quasi undici anni per essere completate, 4,3 dei quali per la sola progettazione, mentre quelle di piccola o media entità ne impegnano molti di meno;
3)non nominare, per via politica, Supercommissari dai lauti stipendi destinati a travolgere norme, vincoli, trasparenze (lo rimarcano il Wwf e altre associazioni), ma lasciar fare, nel caso, alle Autorità di Bacino: le abbiamo create ad imitazione della Authority del Tamigi, con la differenza che questa ha riunito in sé i poteri di decine e decine di soggetti pubblici, mentre da noi Comuni, Province e Regioni hanno rinunciato a poco o a nulla. Coi risultati che vediamo. Secondo l'ultimo Rapporto del Cresme, la «gelata » in atto sui lavori pubblici non riguarda affatto le cosiddette «grandi opere» tanto reclamizzate dal presidente Berlusconi,ma le gare di importo inferiore ai 5 milioni di euro, che fanno poi la manutenzione di un Paese consumato, sfasciato, con tante frane, diffusamente sismico.
Lo stesso presidente dei costruttori, Paolo Buzzetti, propone un elenco di opere di manutenzione. La politica economica esige e propone infatti - come farà Obama negli Usa - una strategia di interventi fondati su progetti pronti, interamente finanziati o finanziabili, e quindi presto cantierabili, con tanta utile occupazione. Ma la politica, la cattiva politica vuole i mega-appalti (temiamo di sapere perché)e i Supercommissari.
LA POLITICA degli annunci è ormai diventata non soltanto una tattica ma la strategia di tutto l’Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa. L’Italia ha fatto da apripista e ne conserva il primato. Da questo punto di vista è corretto riconoscerne il merito a Silvio Berlusconi.
La giornata di venerdì è indicativa di questo stato di cose. Dopo il rifiuto del Senato americano di soccorrere le compagnie automobilistiche di Detroit con nuove erogazioni di denaro federale, il presidente eletto ma non ancora insediato, Barack Obama, ha esortato Bush ad intervenire scavalcando il voto del Congresso e il presidente scaduto ma ancora governante ha annunciato che troverà il modo di stornare 15 miliardi di dollari dai fondi destinati al sostegno delle banche indirizzando quella cifra verso l’industria dell’auto.
Le Borse che avevano lasciato sul terreno fino a quel momento cifre da capogiro, in pochi minuti hanno invertito la tendenza chiudendo tutte al rialzo. Se e quando all’annuncio seguiranno i fatti si vedrà nei prossimi giorni ma intanto il crollo è stato per ora scongiurato.
Nella stessa giornata di venerdì il vertice europeo guidato da Sarkozy e dal presidente della commissione di Bruxelles, José Manuel Barroso, ha approvato all’unanimità due documenti definiti storici: quello sul clima e quello sulle misure economiche che dovrebbero arginare la recessione e rimettere in moto la crescita.
Definiti storici, quei due documenti che in realtà sono puri e semplici annunci, generici nella formulazione e privi di ogni sia pur minimo accenno a procedure esecutive, tempistica, sanzioni per eventuali inadempienze dei Paesi membri.
Il documento antirecessione prevede la mobilitazione di un punto e mezzo del Pil europeo pari a 200 miliardi di euro, ma si affretta a chiarire che si tratta di una previsione e lascia liberi i governi dei Paesi membri di agire ciascuno secondo le proprie strategie e le proprie disponibilità. Il documento sul clima si muove sulla stessa linea: l’Europa abbasserà le emissioni di gas inquinanti del 20 per cento entro il 2020, ma i Paesi membri ottengono importanti flessibilità nella vendita dei diritti di emissione nonché sostegno europeo per le imprese manifatturiere in difficoltà congiunturale. L’Europa a sua volta sosterrà questi oneri aggiuntivi utilizzando risorse stanziate per altri obiettivi che perdono in tal modo priorità. Si sveste un altare per vestirne un altro.
L’importante è che Sarkozy, Barroso e l’intera compagnia convitata per l’occasione possano annunciare che i due storici documenti sono stati approvati dai 27 governi i quali a loro volta rivendicano d’aver ottenuto importanti concessioni senza le quali molti di loro avrebbero posto il veto paralizzando sia la lotta all’inquinamento sia quella alla recessione. Per quanto riguarda il clima se ne riparlerà tra dodici anni, ma una tappa intermedia è prevista nel 2010 e farà il punto della situazione. Se le imprese stenteranno a procedere verranno chieste nuove concessioni e nuovi aiuti all’Europa. Per quanto riguarda invece la recessione, sarà l’andamento dell’economia a dirci fino a che punto i singoli governi avranno operato per arginare la catastrofe oppure avranno giocato con le parole anziché realizzare i fatti necessari. Nel qual caso saremo al collasso con conseguenze imprevedibili.
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Ho già detto che nella strategia degli annunci l’Italia berlusconiana detiene un primato di cui il suo inventore va giustamente fiero. Ha annunciato un programma economico anti-recessione di 4 miliardi e mezzo di euro, poi l’hanno aumentato a 6 miliardi; adesso stanno giostrando per trovare ancora qualche spicciolo in più, magari prelevandone una parte dagli stanziamenti per infrastrutture. Si tratta di cifre evidentemente insufficienti; tutte le stime attendibili sostengono la necessità di un intervento non inferiore ad un punto e mezzo di Pil e cioè qualche cosa come 25 miliardi da mobilitare e spendere entro il 2009.
Interventi di quest’ordine di grandezza produrrebbero un aumento del debito pubblico e del deficit, visto che il governo sperperò fin dal suo insediamento sei mesi fa ben 7 miliardi di euro tra Ici e Alitalia e ne perse poi un’altra dozzina a causa d’una preoccupante flessione del gettito tributario. In queste condizioni Tremonti non ha spazio per operare se non sfondando le colonne d’Ercole dei parametri di Maastricht sia per quanto riguarda il deficit e sia per il debito pubblico. Oppure spostando risorse da altri usi come del resto sta già facendo. Sottrarrà altri fondi alle aree sottosviluppate e chiederà all’Ue di autorizzarlo ad usare le risorse europee destinate a infrastrutture per rafforzare gli ammortizzatori sociali destinati a fronteggiare l’onda dei licenziamenti in arrivo tra febbraio e marzo. Anche qui si sveste un altare per vestirne un altro. Così fece il nostro ministro dell’Economia con la finanza creativa, gli swap, i condoni, le cartolarizzazioni, nella legislatura 2001-2005. Lasciò i conti pubblici nel baratro ed ora ripete la stessa manovra con segno invertito. Ne vedremo i risultati al più tardi tra due mesi.
Nessuno più di noi spera di essere smentito dai fatti, ma certo non si combatte questa durissima battaglia invitando i consumatori a largheggiare nei regali natalizi e i risparmiatori a investire i propri denari comprando titoli del Tesoro e azioni Enel e Eni. Questi non sono neppure annunci, ma buffonate.
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Altri annunci roboanti che faranno «flop» e che in buona parte lo hanno già fatto riguardano la riforma delle pensioni e quella delle scuole elementari e secondarie. Sulla prima, il ministro Brunetta si avventura in un’altra crociata inutile, chiedendo un innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile delle donne sul quale dissente palesemente mezzo governo. Sulla seconda, la Gelmini ha concordato con Cisl e Uil il rinvio di un anno delle riforme previste per la scuola superiore e ha rimesso alla libera scelta delle famiglie l’orario delle lezioni nelle scuole dell’infanzia nonché la scelta del maestro unico o quella di un «team» di insegnanti. Con tali modifiche la cosiddetta riforma Gelmini si riduce al minimo. Personalmente credo sia un bene. Si trattava infatti, e ancora si tratta per la parte residuale rimasta in piedi, di provvedimenti destinati più alla funzione di spot televisivi e mediatici che a riformare strutturalmente gli istituti scolastici. Secondo me la Gelmini va lodata per essersi resa conto che il suo approccio era praticamente insostenibile. Ha dimostrato saggezza anche se ora si ostina a sostenere che nulla è cambiato. Allora i sindacati hanno firmato una pagina bianca? Una delle due parti mente. Nei prossimi giorni sapremo quale, ma intanto i rinvii al 2010 sono già stati effettuati e il ministro si è impegnato ad aprire subito un tavolo di concertazione con i lavoratori precari della scuola. Non sono cambiamenti importanti? Che c’è di male, signora ministro, a riconoscere d’avere sbagliato?
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Il federalismo fiscale è nato come annuncio e tale resterà per un bel pezzo. Per ora è stata approvata una legge-quadro dove ricorre molte volte la parola federalismo ma non è indicata alcuna cifra, alcuna procedura, alcuna organizzazione concreta delle future istituzioni. La Lega vorrebbe che la legge-delega fosse approvata entro dicembre costi quel che costi. Forse si contenterebbe di gennaio ma non un mese di più altrimenti minaccia sfracelli.
Sta di fatto che il Parlamento è intasato e il presidente Fini non sembra nel «mood» di strozzarne i dibattiti. Bisogna approvare i decreti sulle banche e quello in arrivo anti-recessione, poi il decreto Alfano sulla giustizia, altre decretazioni del ministero dell’Interno e di quello della Difesa, le leggi sulla scuola, la legge elettorale per le elezioni europee. Sicché il federalismo, per essere infilato in mezzo a questa super- produzione legislativa, dovrà limitarsi ad un’altra genericità rinviando la sostanza ai regolamenti attuativi dove però entra in gioco la conferenza Stato-Regioni con poteri rilevanti.
In sostanza: la politica degli annunci sta facendo «flop». Se continuerà così diventerà assai poco credibile. Lo pensa anche Galli Della Loggia.
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Si dice: la Cgil ha fatto uno sciopero inutile. In una fase che richiede compattezza ha mandato in scena un vetusto rituale antagonista, perciò zero in condotta ad Epifani e ai lavoratori che l’hanno seguito rimettendoci anche una giornata di salario. Va detto che quei lavoratori erano parecchi. Hanno fatto uno sciopero politico senza alcun obiettivo pratico: così affermano i loro critici.
Secondo me questo modo di ragionare è sbagliato per le seguenti ragioni.
1. Lo sciopero generale è politico per definizione. Non ha come obiettivo la firma di un contratto di lavoro ma il rovesciamento di una politica economica che sfavorisce (secondo l’opinione del sindacato) i lavoratori.
2. Nel caso specifico la Cgil si schiera contro una politica che a suo avviso non tutela i lavoratori dagli effetti devastanti della crisi economica.
3. Lo sciopero generale ha un duplice obiettivo: premere sul governo e dare voce ad una protesta sociale che va al di là dei lavoratori rappresentati dal quel sindacato.
Se la Cisl e la Uil sono riuscite a realizzare alcuni risultati importanti per quanto riguarda la scuola ciò è in parte dovuto alla spinta del movimento degli studenti, alla protesta sociale mobilitata dalla Cgil e alla costante pressione dell’opposizione politica e parlamentare. Sta insomma prendendo forma una controffensiva molto articolata dove convergono con modalità e intenti diversi tutti i settori penalizzati, feriti, delusi e offesi della società sotto la spinta d’una tempesta economica che ha già sradicato gli equilibri esistenti fino a pochi mesi fa. A questa convergenza partecipano anche i sindacati «trattativisti» che riescono dal canto loro a tradurre in aggiustamenti parziali ma significativi gli effetti della protesta generale. La massima «marciare separati e colpire uniti» sembrerebbe esser stata fatta propria in questi ultimi giorni dai tre sindacati confederali.
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L’annuncio al quale invece seguiranno i fatti è quello sulla riforma costituzionale della giustizia. Alcuni osservatori sostengono che anch’esso alla fine si rivelerà uno spot tra i tanti e finirà dimenticato in un cassetto, come accadde alla Lega per la sua campagna di tolleranza zero contro i «rom» e contro l’immigrazione clandestina, cadute entrambe nel dimenticatoio dopo i rilievi e le censure formulate dalla Ue.
La riforma costituzionale della giustizia non è dunque uno dei tanti spot dei quali è lastricato il percorso berlusconiano allo scopo di tenere alti i sondaggi con i fuochi d’artificio degli annunci che si susseguono uno all’altro. Berlusconi vuole costruire una Costituzione della maggioranza. In Parlamento i numeri li ha, nella società spera di averli. La Costituzione della maggioranza infatti ha bisogno di un referendum confermativo che Berlusconi non teme ed anzi desidera pensando di trasformarlo in un referendum su se stesso, sul suo decisionismo, sul suo carisma, sul suo costante appello ai fantasmi d’una destra e regoli una volta per tutte i conti con la sinistra «comunista», con la giustizia «corporativa», con il Parlamento «parolaio» e con la «casta» identificata con i partiti di opposizione.
Questo è il suo progetto e questo il suo futuro. Di fronte ci sono tutte le forze che non vogliono il cesarismo plebiscitario, la monarchia che coopta i successori, la fine dello Stato di diritto, il Capo illuminato e populista cui delegare i poteri con una cambiale firmata una volta per tutte.
La contesa è aperta, la prognosi è riservata. Ma al centro del campo c’è il Presidente della Repubblica, l’elemento di massima garanzia che si batterà fino all’ultimo per impedire che possa esistere una Costituzione di maggioranza che abrogherebbe di fatto la Costituzione democratica, lo Stato di diritto, la politica dell’inclusione e non quella dell’esclusione e della prevaricazione.
Si batterà fino all’ultimo, di questo possiamo esser certi, non per spirito di parte ma per preservare i principi fondamentali della Carta costituzionale dai quali discendono quei diritti e doveri di cittadinanza che sono il tessuto civile dell’Europa e del mondo intero.
Il Frecciarossa si mangia duecento chilometri di pianura in un’ora, carico di uomini in cappotto blu tra i 50 e i 70 anni, rappresentanza nutrita e autorevole dell’establishment italiano. (Esclusi i giornalisti, ieri c’era una donna ogni cento persone, sul binario della Stazione Centrale pavesato a festa. E per trovare un giovane, bisognava scovare un capannello di studenti milanesi che hanno vinto un concorso per video-maker).
Milano-Bologna a trecento all’ora, nel breve tempo necessario per intuire il Po gonfio e scuro, le macchine sull’Autosole statiche come se fossero parcheggiate, i cascinali, i capannoni, i campi di guazza.
A bordo, nel silenzio morbido e senza scosse garantito dai binari hi-tech, i riferimenti geografici, non più intelligibili a quella velocità, si leggono sui gps dei passeggeri, che osservano sorridendo il puntino blu del treno mangiarsi i centimetri che separano i centri abitati sulla mappa. Sul treno non si guarda più fuori dai finestrini, per avere la distratta percezione di un paesaggio reso irreale dalla velocità. Si compulsa piuttosto la personal-elettronica che connette tutti a tutto, chini sui miscroschermi tascabili o su quello del computer, come in un volo terrestre che leva materialità al terreno e sospende tempo e spazio. Non si avverte più neanche il tu-tum, tu-tum, tu-tum scarrellante e soporifero che ha accompagnato nel sonno milioni di passeggeri di decine di generazioni, il viaggio Tav è fluido, extra-territoriale, scivola ovattato.
In un attimo siamo a Lodi, a Piacenza, a Parma. Il treno si arresta per pochi istanti vicino a Gattatico, prima di Reggio. Lo speaker, con una forte inflessione romanesca che odora di parastato, spiega che la decisione è stata presa dall’European Train Management System, che poi sarebbe la stanza dei bottoni che governa la linea da Bologna, come si faceva da bambini con il trenino elettrico. E aggiunge che arriveremo comunque in orario. Infatti. Elettronica più computer più il vecchio acciaio ben temperato più le macchine potenti dell’industria pesante italiana più la caterva di soldi della politica, e anche l’Italia, con affanno, entra nell’Europa dei treni ad alta velocità, dei minuti contati, delle distanze accorciate.
Chi è abituato a guadagnare con rassegnata lentezza le tappe di questo tragitto, in macchina sull’autosole o sugli Eurostar normali, costretti dal traffico a viaggiare alla media ottocentesca dei cento all’ora, non può non godersi i vantaggi, l’avvicinamento di Milano a Roma (tra un anno a meno di tre ore l’una dall’altra). L’Italia, con i suoi grotteschi campanilismi, le sue piccinerie provinciali, con la Tav davvero si accorcia, a misura di quella penisola europea che è e non più di una successione di ex città-stato frustrate.
Questo non cancella le polemiche sui costi smodati, e sulle ferite inflitte a un territorio delicato e frastagliato che la Tav, nei tratti di montagna, infilza con la brutalità di uno spiedo. Ma aggiunge qualcosa di indubitabilmente moderno, per giunta utilmente post-automobilistico, a un paese che si sente vecchio e barcollante, che dubita di se stesso. Nemmeno la pompa politica riesce a infastidire più di tanto, le tante autorità presenti hanno il buon gusto di non farla troppo lunga e si abbracciano come colleghi di ufficio in gita; e ci si limita a sorridere per il lussuoso e incongruo comunicato che Antonio Tajani (Vice-Presidente della Commissione europea dei Trasporti, maiuscole nel testo) è riuscito a infilare nella cartella stampa, per far sapere che «parteciperà alla cerimonia di inaugurazione»: una notizia da levare il fiato.
Piuttosto, la brevissima e imprevista sosta a Gattatico permette per un istante di pensare a Gattatico. E cioè di riflettere, sia pure a bordo di un siluro così illustre e funzionale, su quell’immenso e negletto no-Tav che è l’Italia senza Tav. Gli infiniti rami secondari dimenticati, gli indecenti treni dei pendolari, i raccordi sbrecciati e ingorgati per guadagnare le stazioni della Tav, insomma quel settanta per cento di italiani che vivono in piccoli e medi centri (l’Italia non è un paese di metropoli), nelle valli (l’Italia non è un paese di pianura). Il timore di viaggiare su un treno "di classe" (un treno pieno di signori, vedi Guccini), fiore all’occhiello di un sistema-paese che lascia a terra la maggioranza, rovina non poco il sapore di un viaggio comodo e veloce, offusca il sentimento "europeo" e innesca dubbi sulle famose "priorità": se cioè, per avvicinare Milano a Roma a Napoli a Torino a Trieste, e l’Italia ai famosi corridoi europei, non si rischi di allontanare ulteriormente Padova da Ancona da Piombino da Potenza da Siracusa eccetera, seminando nelle retrovie della modernità pezzi così ingenti di noi stessi.
Sbarcati a Bologna, si può avere all’istante un piccolo memento di quanto bassa sia la velocità, lontana dalle autorità in cappotto blu. Per proseguire in treno fino alla mia destinazione (venti chilometri dalla stazione di Bologna) dovrei aspettare un interregionale che parte un’ora dopo. Volessi noleggiare un auto non potrei: gli autonoleggi, nelle stazioni italiane, chiudono nel week-end come il lattaio e il panettiere (si sa, nei week-end la gente non viaggia?). E dunque, coda per il taxi e poi il passaggio premuroso di un amico. Arrivo a casa quando il Frecciarossa è già tornato da un pezzo alla Centrale di Milano, e la banda dei carabinieri sta celebrando la velocissima festa di un paese che corre per un quarto, e per tre quarti arranca. E questa, sia ben chiaro, non è un’osservazione politica: questa è la realistica misura di un tempo diseguale in un paese schizofrenico.
Si parlava d’acqua, di acque alte, di grandi progetti, di immensi cantieri, di spese anche più grandi, e si è finiti a parlar d’uccelli. Capita che si divaghi. Per esempio, Al Capone lo hanno beccato, negli Stati Uniti, non perché aveva rubato o ucciso ma perché non aveva pagato le tasse. Così, a Venezia, mentre sembra che nulla e nessuno possa mettere i bastoni tra le ruote alla costruzione del semibiblico «Mose» contro le acque alte, ecco che si attende trepidi il responso di una commissione europea invitata a pronunciarsi sul tema: tutto quel baccano che stanno facendo per il Mose alle bocche di porto della laguna veneta sta davvero sballando le consuetudini degli uccelli del luogo o di quelli semplicemente in transito? Sembra una barzelletta, ma non lo è; lo ha capito perfino il ministro Brunetta che si è sentito in obbligo di scrivere una lettera a un quotidiano per dire che questa storia degli uccelli sfrattati gli sembra una battuta che non fa ridere. E che, ovviamente, è in gioco ben di più; quindi, si facessero da parte con queste obiezioni i nemici del Mose, i guastatori, quelli del partito del «no», alla salvaguardia della Serenissima ci pensano loro, quelli del «sì». Filerebbe, se in quella «fastidiosa» barricata di «resistenti» non fosse possibile riconoscere: il sindaco, Massimo Cacciari, la giunta, la maggioranza di centrosinistra, tutte le organizzazioni ambientaliste, una serie di autorevoli scienziati, i «no global», una buona parte della popolazione ancora sensibile ai problemi di un territorio che non si esaurisce tra i marmi di piazza San Marco e un pugno di botteghe.
Brunetta e i suoi colleghi di governo se la prendono con questo fronte, lo incalzano; in realtà si divertono a sparare sulla Croce Rossa: è il fronte che ha perso la partita, i giochi per loro sono chiusi, una stagione se n’è andata, le cose marciano in direzione contraria ai desideri di una cultura oggi perdente ma antica e degna.
Il sindaco, per esempio, sembra furibondo: «Sono stato sconfitto», sentenzia Cacciari fuori da ogni garbo politico. E spiega perché: «Bisognava affrontare la questione con una logica di sistema che prevedesse anche degli interventi alle bocche di porto, non solo quelli. Invece, si è data priorità assoluta a quel provvedimento di difesa. Ci siamo battuti affinché qualunque cosa messa in opera in laguna fosse sottoposta ai criteri di sperimentalità e di reversibilità. Niente da fare». E adesso che si fa? «Per quanto mi riguarda, stando così le cose, sono il primo a volere che il Mose sia fatto presto».
Lo si capisce. Però su questi temi eccoci di fronte a un paio di eventi che in qualche modo marcano un’epoca: la vicenda veneziana dimostra da un lato come oggi l’autonomia locale conti meno di zero anche quando si debba definire l’assetto territoriale, la sua difesa, lo sviluppo. In secondo luogo, la sconfitta di cui parla Cacciari è prima di tutto culturale e dice molto di quali siano i pensieri guida di questa Italia: non è più il tempo dell’approccio organico ai problemi, passino invece gli interventi e i rimedi a colpi di scure, quelli che tagliano la testa al toro. Riduzionismo e spettacolarizzazione, anche qui al potere, «con il contributo di destra e sinistra - commenta il sindaco - nel quadro di un imbarbarimento totale della dimensione della politica». Cacciari, ma non solo lui a Venezia, non dimentica che è stato proprio un governo di centrosinistra, e in particolare Antonio Di Pietro, allora ministro ai Lavori Pubblici, a dare la stura definitiva al Mose e alla contestata procedura del «taglione»: c’è l’acqua alta? Chiudi le bocche di porto e fregatene dell’ecosistema squilibrato e sempre meno in grado di tamponare da sé il fenomeno.
C’è chi, pur sullo stesso fronte, lamenta che il Comune di Venezia si sia mosso tardi sulla questione. È il professor Gherardo Ortalli, di Italia Nostra, molto ascoltato in città. «Non siamo cassandre: cerchiamo solo di recuperare ragionevolezza al corso delle cose. Quello che la costruzione del Mose ha fin qui prodotto è un’alterazione fortissima dell’equilibrio della laguna. Stiamo marciando a tappe forzate verso l’artificializzazione di ogni soluzione, molto costosa e molto irreversibile. Mentre lo Stato si ritira dalle sue prerogative, il Consorzio amministra un monopolio e nessuno e niente è in grado di dire se quello che sta facendo è giusto o sbagliato».
Allora, sentiamo il Consorzio, mano e mente del progetto, ma qui ti rispondono che il solo soggetto in grado di dare risposte autorevoli è il Magistrato alle acque. Istituto antico, un tempo potentissimo, ora meno, emanazione dello Stato, da poco diretto da Patrizio Cuccioletta mandato in laguna dal ministro Matteoli. Qualche settimana fa, in un’intervista rilasciata ad Alberto Vitucci della Nuova Venezia, Cuccioletta aveva affermato e non aveva poi smentito che «un monitoraggio oggi non avrebbe senso, le opere ancora non ci sono». Monitoraggio sta per controllo continuo. Ora, invece, ci ha detto che si seguono con attenzione gli effetti delle opere del Mose sull’ecosistema ma tuttavia, per quanto riguarda la variazione della velocità delle correnti sostiene che «bisognerà vedere cosa accade a lavori finiti».
La velocità delle correnti è fondamentale: scavano il fango e lo portano via, possono rendere impossibile la navigazione, decidono in quanto tempo la laguna può riempirsi d’acqua, decidono in pratica se la città va sotto. Auguri. Il Magistrato alle Acque è un entusiasta: «Da fuori ci ammirano per quello che stiamo facendo, le obiezioni appartengono a un dibattito francamente provinciale». Ah sì? E il fatto che esista ancora un Canale dei Petroli che con le sue profondità e la sua linearità sta spianando la laguna centrale mentre si chiudono le bocche di porto? «È vero, ma è un altro problema».
Magari lo fosse. Intanto, alle bocche di porto il cemento si sostituisce alle barene, crescono muraglioni impressionanti e piattaforme che devastano l’ordine naturale delle cose. E gli uccelli se ne vanno altrove.
L’EQUILIBRIO DELLA LAGUNA
CHE CHI TOCCA MUORE
L’accusa alle aziende di Marghera: hanno sottratto milioni di tonnellate di acqua sotto la piattaforma su cui poggia Venezia provocandone l’abbassamento. Poi è stato scavato il canale dei petroli, una specie di aspira-tutto gigante che sta livellando la laguna centrale
Conviene riepilogare, sennò non si capisce niente di questa matassa. Cominciando dalla laguna, che non è un catino pieno d’acqua, ma un sistema molto complesso in perenne movimento, elastico, come una spugna, e come una spugna ricco - sempre meno da qualche decennio a questa parte - di resistenze interne (bassi fondali, velme, barene, canali tortuosi) che frenano la velocità dell’acqua che penetra in laguna dall’alto Adriatico.
L’acqua alta non è che un fenomeno socialmente rilevante giusto a Venezia, strana città che se ne sta da millenni nell’unica laguna urbanizzata della terra. La laguna, tutte le lagune, vanno in una direzione: sono destinate a interrarsi. Il corso d’acqua dolce che le ha create, col tempo le cancella e le copre di terra. Così i veneziani di un tempo, approfittando dell’assenza di Brunetta, decisero di deviare dalla laguna la foce del fiume Brenta per impedire proprio questa sorte naturale. Ma, tolto di mezzo il fiume, ecco che il destino della laguna si inclina in senso opposto: senza apporto continuo di sabbia, governa l’erosione progressiva di quel sistema di resistenze alle escursioni di marea, e di conseguenza tende a trasformarsi in un braccio di mare. Questo è il pendolo naturale delle cose.
È importante saperlo, perché questa consapevolezza è stata, con successo, il fondamento dell’azione politica sul territorio della Serenissima Repubblica. Per intendersi: tagliavano la testa a chiunque avesse modificato anche in minima parte la libera circolazione delle acque. Pena di morte a parte: erano pazzi o sapevano quel che facevano? Avrebbero comunque - per il piacere della cronaca - tagliato la testa ai responsabili dei seguenti interventi: 1) nel corso degli ultimi cento anni, è stato sottratto alla laguna un terzo della sua superficie, abbassando drasticamente i tempi di invaso; 2)le grandi aziende di Porto Marghera hanno munto milioni di tonnellate d’acqua sotto la piattaforma su cui poggia Venezia provocandone l’abbassamento; 3) è stato scavato il canale dei petroli, profondissimo e lineare: una specie di aspira-tutto gigante che sta livellando la laguna centrale, ossia cancellando rapidamente quelle famose resistenze.
Fermiamoci qui. Con una spiegazione supplementare: il sistema delle resistenze opera facendo in modo che in laguna, a Venezia, ci sia sempre un livello d’acqua inferiore rispetto a quello che, nello stesso istante, si registra davanti ai lidi. Più lungo, in virtù di queste resistenze, è il tempo di invaso, meno acqua alta vedremo in Piazza San Marco. Fatte salve le occasioni eccezionali, le inondazioni. Ecco spiegata l’apparente cattiveria dei veneziani con chi sgarrava in questa materia e insieme la tenacia del fronte che si è opposto, e si oppone, al «Mose», accusato di pensare alle acque alte a Venezia fregandosene del suo ecosistema, in pratica applicando tre enormi rubinetti alle bocche di porto che mettono la laguna in comunicazione con l’alto Adriatico.
Una volta piazzati, resteranno dove sono, salta il concetto prudente della reversibilità. L’intero progetto, dicono al Consorzio di imprese che se ne sta occupando, costerà quattro miliardi e trecento milioni di euro. Ne hanno già spesi circa la metà e si vedono.
(1) Massimo Cacciari dice: «Bisognava affrontare la questione con una logica di sistema che prevedesse anche degli interventi alle bocche di porto, non solo quelli. Invece, si è data priorità assoluta a quel provvedimento di difesa. Ci siamo battuti affinché qualunque cosa messa in opera in laguna fosse sottoposta ai criteri di sperimentalità e di reversibilità. Niente da fare». Dimentica di dire che quel modo di affrontare la questione è previsto da una legge dello Stato, la quale ha recuperato il vecchio principio della Repubblica Serenissima secondo il quale ogni intervento il Laguna deve essere “graduale, sperimentale, reversibile”. La legge 29 novembre 1984, n.798 stabilisce che gli obiettivi degli interventi sulla Laguna devono essere «volti al riequilibrio della laguna, all’arresto e all’inversione del processo di degrado del bacino lagunare e all’eliminazione delle cause che lo hanno provocato, all’attenuazione dei livelli delle maree in laguna, alla difesa con interventi localizzati delle insulae dei centri storici, e a porre al riparo gli insediamenti urbani lagunari dalle acque alte eccezionali, anche mediante interventi alle bocche di porto con sbarramenti manovrabili per la regolamentazione delle maree» (vedi l’articolo di Luigi Scano su eddyburg La nascita e i primi anni del Consorzio Venezia Nuova).
Un’altra legge dello Stato, la legge 24 dicembre 1993, n.527, prescrive che "il Governo è delegato ad emanare, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, diretti a razionalizzare l'attuazione degli interventi per la salvaguardia della laguna di Venezia con l'osservanza di princìpi e criteri che dovevano comportare la restituzione alla Regione, alla provincia e ai comuni delle competenze inizialmente affuidate al consorzio di imprese. Nessuno ne fece nulla. Come osservava Luigi Scano, l’Italia è un paese davvero singolare. «Se un impiegatucolo dell'anagrafe comunale si rifiuta di consegnarmi il certificato di nascita commette il reato di omissione di atti di ufficio, ed è passibile delle sanzioni di cui al relativo articolo del codice penale. Se un generale compie atti contrari alla volontà espressa dal Governo, o non provvede a quanto dallo stesso Governo ordinatogli, è definito (anche dai media) "fellone", ed è passibile delle sanzioni, variabili in rapporto alle diverse fattispeci concrete, di cui ai relativi articoli del codice penale militare (di pace o di guerra). E se un Ministro (cioé un componente di quello che il notorio estremista Charles-Louis de Secondat barone de La Brède e de Montesquieu ha definito come "esecutivo") omette di "eseguire" ciò che è stato deciso dal Parlamento (cioè da quello che lo stesso pericoloso sovversivo francese ha chiamato "potere rappresentativo", della volontà popolare democraticamente espressasi)? Si "lascia perdere"? si "chiude un occhio"? questo sì a me pare porre il problema "necessario e urgente" di "un approfondimento concettuale su cosa sia la democrazia in un Paese civile"!» (vedi l’articolo di Luigi Scano per eddyburg , Piccole verità e grandi bugie dell'ex ministro Lunardi)
(2) Gherardo Ortalli, il benemerito dirigente di Italia Nostra veneziana, sbaglia quando dice «Non siamo cassandre». Come quelli che denunciano l’inutilità e il danno del MoSE Cassandra, nelle sue profezie, vedeva il futuro: aveva ragione, le sue profezie erano verità anticipate nel tempo.
(3) La storia della laguna di venezia e del MoSE è davvero lunga e complessa. Jop la racconta bene, ma con la necessaria sintesi. Chi ne vuole sapere di più può rovistare nella ricchissima documentazione raccolta su eddyburg, in questa cartella /article/archive/178/ dedicata alla Laguna e al MoSE. Lì si scopriranno magagne, illegittimità, sopraffazioni, disattenzioni e miopie che hanno caratterizzato l’atteggiamento di quasi tutte le autorità che si sono cimentate con il problema. Ancora oggi, nessuno sa quanto precisamente costerà il funzionamento e la manutenzione del complesso sistema di regolazione, e chi ne pagherà le spese.
Quaranta milioni di piedi che «consumano» ogni anno i masegni della città. Acque alte e maree che crescono e calano quattro volte al giorno e premono su fondazioni e murature secolari, «svuotando» il sottosuolo. Senza contare gli urti del moto ondoso, il degrado e l’incuria, la salsedine. Una città delicata che ha bisogno di manutenzione continua. E che adesso rischia il tracollo per mancanza di fondi. E’ l’allarme lanciato ieri sera all’Ateneo veneto dal presidente di Insula spa Paolo Sprocati e dall’assessore comunale ai Lavori pubblici Mara Rumiz. «C’è un pericolo reale», ha detto Sprocati aprendo il convegno dal titolo «Lavori interrotti», «cioè che si interrompa il percorso virtuoso della manutenzione iniziato dodici anni fa, che aveva risollevato la città da 40 anni di degrado».
Non si tratta soltanto di fermare i cantieri e ridurre i lavori programmati. «Alcune parti della città sono davvero a rischio», dice Sprocati. Muri pericolanti, ponti lesionati, pietre che cedono sotto la forza dell’acqua.
Filmato. Per dare un’idea al pubblico della situazione del sottosuolo è stato proiettato ieri un filmato della durata di 5 minuti realizzato dallo studio Scibilia. Foto delle rive e delle pavimentazioni compromesse, storia dei lavori di certosina manutenzione dei muri di sponda, confrontati con la situazione precedente al 1996. E una radiografia del delicato «sostegno» dei palazzi, mattoni e pietra d’Istria messi a rischio dalle correnti e dalla salsedine. Non le acque alte eccezionali, ma l’acqua che sui palazzi ci sta ogni giorno.
Risposte. «La salvaguardia di questa città», dice Sprocati, «non può avere risposte soltanto su un punto, cioè il Mose. Occorre un intervento di sistema che tanga conto della salvaguardia complessiva». «Basta dare soldi solo al Mose e alle grandi opere», ha detto il presidente dell’Ance Lionello Barbuio, «l’emergenza ora è la cura di questa città». Un tema su cui l’amministrazione Cacciari batte da tempo. Ma da almeno sei anni, dall’entrata in vigore della legge Obiettivo, i fondi della Legge Speciale sono stati dirottati al Mose. E per la manutenzione e le difese locali i finanziamenti sono stati tagliati, così come i contributi ai privati. «Per le imprese artigiane è un disastrto», ha ribadito il segretario Cgia Gianni De Checchi. «Senza la certezza dei fondi», ha detto ancora Sprocati, «si lasciano a metà importanti opere di difesa locale dalle acque alte come le insulae di Burano e Pellestrina».
Interventi. L’assessore ai Lavori pubblici Mara Rumiz ha insistito sulla necessità di dare priorità ai lavori di manutenzione della città, elencando gli interventi fatti negli ultimi anni dall’amministrazione nonostante la penuria delle risorse. La soprintendente Renata Codello sul fatto che con i pochi fondi a disposizione, anche enti pubblici come la Soprintendenza hanno fatto negli ultimi anni ricorso all’aiuto di sponsor privati. «Le imprese devono impegnarsi ad avviare la manutenzione programmata», ha detto, «una volta fatto un restauro bisogna seguirne l’evoluzione».
San Marco. A dimostrazione di quanto bisogno ci sia di una manutenzione quotidiana delle pietre è la situazione in cui versano rive e masegni di piazza San Marco. Ma anche luoghi meno centrali, dove la pietra d’Istria spesso viene distrutta grazie anche all’incuria e ai mancati interventi di manutenzione ordinaria. E poi riparare il danno costa dieci volte tanto.
Soldi. Dagli anni Novanta, quando il flusso dei finanziamenti per la manutenzione toccava anche cifre record di 2-300 miliardi di lire (150 milioni di euro) il flusso si è progressivamente ridotto. Zero euro nel 2006, pochi spiccioli nel 2007. E il piano venticinquennale per lo scavo dei rii deve essere rivisto. Dal 1997 ad oggi sono stati scavati dai 170 rii della città 300 mila metri cubi di fanghi con 34 chilometri di canali dragati, 53 chilometri e mezzo di rive restaurate, 150 mila mq di masegni recuperati e la pavimentazione rialzata. Un lavoro enorme, non ancora finito. C’è bisogno di continuità per il futuro. Altrimenti la città d’acqua sarà davvero a rischio.
Le dimissioni del Presidente Soru sono piene di significati e i piccoli chimici della politica isolana che hanno mischiato i loro intrugli sino a produrre un botto, rappresentano perfettamente la condizione di implosione dell’intero Pd regionale. Forse anche quella del partito nazionale.Raffigurano un’insufficienza, una ristretta visione isolana delle cose, ridotta a uno scoraggiante “meglio pochi, meglio sconfitti, purché tutto resti tra di noi”. Quei “noi” che provengono da un partito rimasto così spesso all’opposizione da aver imparato paradossalmente a governare solo stando dall’altra parte, in una minoranza.
Era evidente nel nostro Consiglio Regionale uscente quanto i consiglieri della cosiddetta sinistra esercitassero più “potere” quando erano all’opposizione di quanto ne possedessero con il governo Soru. E ne soffrivano.
Per questo motivo quando si è arrivati alle parti vitali della legge urbanistica - edificare sembra tragicamente l’unica economia possibile da queste parti - è crollato tutto, perfino la voglia di arrivare alle elezioni di maggio 2009 e di cercare di vincerle. E abbiamo visto, tra i banchi del presunto centrosinistra, una pasciuta soddisfazione perché le dimissioni di Soru costituivano, per una parte della maggioranza, un vero obiettivo di legislatura.
Saranno salutari le elezioni di febbraio.
D’altronde la letale legge urbanistica, proposta da questa Giunta, non sarà da rimpiangere. Essa aveva ceduto tanto, troppo agli interessi edificatori. Lo stralcio, ora legge, detto “sblocca-cantieri” è stato un danno. I brevissimi e inverosimili 30 giorni dopo i quali subentra il silenzio assenso a costruire, la pretesa vocazione edificatoria del territorio, l’invenzione di un diritto edificatorio dal quale i sardi sarebbero rivestiti venendo al mondo, avrebbero indebolito il Piano Paesaggistico sul quale si era fondata un’intera buona reputazione di governo. Meglio non avere di questa legge la paternità neppure putativa.
Il Pd è imploso e chissà che non ne derivi un’azione di purificazione della politica anche se è difficile crederci.
Ora resta da sperare nel “mondo civile” – speriamo che esista ancora – che quattro anni fa aveva creduto nella capacità di Soru di innovare e non farsi risucchiare dall’orrendo pantano delle mediazioni e dei patteggiamenti. Noi insistiamo a dire che prima esistono quel mondo e quelle persone e poi, solo poi, esiste chi lo rappresenta. Non vorremmo, davvero non lo vorremmo, affrontare ora l’orribile destino, che tocca all’elettore, del voto al “meno peggio”. Non è detto che disponiamo ancora di quelle energie e quelle intenzioni che cinque anni fa hanno “bucato” la nostra vita politica rassegnata, marginale e consegnata a un fato inevitabile. Chissà se, elettori e eletti, siamo gli stessi. E ammettiamo che la politica – nel senso tossicologico del termine– alla fine ce l’ha fatta, è dilagata ed ha appestato, in modo circolare le azioni di tutti.
Dopo le discussioni alte sulla necessità di salvare l’intatto che l’Isola possiede, le coste e le zone interne, di civilizzare il commercio turistico dei due mesi anfetaminici di luglio e agosto, di limitare l’avvelenamento dei luoghi legato a milioni e milioni di turisti affollati in poche settimane, dopo aver ottenuto un Piano Paesaggistico civile, dopo tutto questo, alcuni nostri “progressisti” hanno incominciato ad utilizzare provette, alambicchi e a mischiare quello che non si doveva mischiare. Sino, appunto, alla deflagrazione.
Forse non c’è nulla da fare. E forse l’Isola è destinata alla distruzione per una sua sottomissione storica alla politica piccola fatta dai rappresentanti dei cantoni in cui la nostra terra è divisa. La politica è anche questo, certo. Ma si ammala se è solo questo.
Questo articolo è stato pubblicato anche da Liberazione, il 27 novembre 2008
Un primo dibattito pubblico sul progetto Tui a Castelfalfi, ampiamente documentato su Eddyburg, si è concluso nel dicembre 2007 con alcune raccomandazioni del Garante alla comunicazione recepite dal consiglio comunale di Montaione in una delibera dove si stabilisce (fra l’altro) .. ’che si provveda:’
- alla verifica, con il supporto e la consulenza di Acque S.p.A...., delle reali esigenze di risorse idriche e delle modalità di approvvigionamento e di gestione;
- ad un ridimensionamento dell’intervento e alla qualità architettonica della progettazione del medesimo....;
- alla formulazione di un piano industriale dell’attività della Società Tenuta di Castelfalfi....;
- che sia mantenuta l’unitarietà dell’intervento.
Per dare corso al progetto, il 31 luglio 2008 il Comune di Montaione ha adottato una variante al Regolamento urbanistico. Leggere come in questa sede siano state tradotte le raccomandazioni del Garante è anche un’occasione per una riflessione più generale sul funzionamento della normativa regionale, qui sottoposta alla prova dei fatti da un’operazione particolarmente impegnativa e complessa.
Sul sito on line del Comune di Montaione è consultabile, oltre al RU (relazione, norme tecniche, cartografia), anche una ‘Guida alla variante’; un documento importante perché elemento fondamentale di comunicazione ad un pubblico più esteso del locale e quindi veicolo di una possibile nuova forma di partecipazione sul caso Castelfalfi La Guida è articolata in tre parti, oltre ad una premessa. La prima parte contiene una sintesi della valutazione integrata. La seconda è dedicata al Verbale di intesa fra Comune e Società Tenuta Castelfalfi Spa (Tui). Nella terza sono riassunti i principali contenuti della variante..
La valutazione integrata della variante al RU ha dato esito ampiamente positivo (chi ne avrebbe dubitato?) con alcune raccomandazioni riguardanti azioni di mitigazione e compensazione da rispettare nelle fasi attuative. Ma nel merito e soprattutto per la risorsaacqua, questione assolutamente cruciale, sono ripetute, senza approfondimenti, le indicazioni della delibera. In particolare, nella valutazione si raccomanda che in sede di approvazione della Variante il promotore fornisca bilanci idrici ed energetici debitamente certificati (un passo indietro rispetto alle raccomandazioni del Garante). Si dovrebbe invece affidare ad un soggetto terzo e indipendente la redazione degli studi sui bilanci idrici; come sarebbe molto meglio da un punto di vista partecipativo, che questi bilanci fossero preparati e valutati primadell’adozione del Regolamento Urbanistico. A maggior ragione se si considera che la questione ‘acqua’ è emersa come fondamentale nel dibattito, ed è proprio a proposito dei bilanci idrici che quasi tutti i partecipanti hanno evidenziato forti elementi di criticità.
La seconda parte della Guida illustra i principi fondamentali di un ‘Verbale di intesa’ che dovrebbe regolare gli impegni tra pubblico e privato. Si tratta di un documento di intenti, si spera non troppo generici, che – dice la Guida - sarà sottoscritto prima dell’adozione della variante,e in effettinella Guida i principi dell’intesa sono tutti coniugati al futuro; d’altra parte, se l’intesa, ad adozione avvenuta, è stata già firmata, perché non renderla di pubblica conoscenza e verificarla in termini di corrispondenza con le raccomandazioni del Garante?
Infine nella terza parte vi è una sintesi delle norme di attuazione, non solo di difficile comprensione per una valutazione del carico antropico complessivo, ma anche come semplice calcolo dei volumi e delle superfici utili. Manca, come si è accennato, l’analisi della domanda e della possibile offerta di risorse idriche: i metri cubi, more solito, anticipano la sostenibilità.
Quanto alle norme di attuazione nei primi tre punti dell’art. 45, alla voce ‘Castelfalfi’ vi sono alcuni enunciati criptici di cui di seguito diamo un esempio, perché i lettori di Eddyburg ci aiutino in un’analisi logica e sintattica che non siamo riusciti a portare a termine.
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La lettura dei documenti ancora non disponibili on line consentirà un giudizio più approfondito sulla fase attuale del progetto. Tuttavia fin da ora sono evidenti due elementi critici, ormai costanti nella pianificazione toscana. Il primo elemento è il sistematico rinvio di analisi e decisioni strategiche a qualche fase e/o strumento urbanistico successivo. Questa prassi non è innocente perché funziona come un sistema di scatole cinesi che da una parte costituisce degli ‘stati di diritto’ da cui non si può tornare indietro, dall’altra riduce in modo irreversibile le opzioni del progetto. Di fatto si crea un vero e proprio ‘imbuto’ decisionale in cui diminuiscono progressivamente e drasticamente le possibilità di partecipazione. E, ancora, a proposito di rinvii alle fasi successivi, è paradossale l’anomalia di rimandare alla convenzione contestuale al piano attuativo non solo la formulazione del piano industriale, ma addirittura la valutazione di conformità del progetto alla normativa del PIT.
Per compiere questa disinvolta acrobazia il RU si inventa una nuova categoria concettuale, decisiva per l’approvazione del RU, il cui significato tuttavia sarà spiegato – si annuncia - successivamente. Recita infatti l’art 45 alla voce Caratteristiche dell’azione territoriale complessa che ‘in tale convenzione sarà chiarito il significato della definizione di “ambito residenziale integrato al sistema complessivo turistico-ricettivo (RTR)”, che il presente articolo individua come categoria rispondente agli obiettivi del Piano strutturale comunale e del Piano di indirizzo territoriale (PIT) regionale vigenti per l’utilizzo del patrimonio collinare secondo una dinamica imprenditoriale garante della “funzionalità strategica degli interventi sotto i profili paesistico, ambientale, culturale, economico e sociale “ statuita dall’art. 21 della disciplina del PIT già citato’. Vale a dire che prima si afferma con una presa si posizione ontologica che il progetto è conforme alla normativa del PIT, poi si spiegherà come e perché.
L’altro elemento critico, collegato al precedente è, a dispetto della proclamata unitarietà dell’intervento, l’eventuale frammentazione di piano e progetto in tante parti che rischiano di rendere incontrollabile il tutto (fin troppo banale dire che la valutazione di un progetto non è uguale alla sommatoria delle valutazioni delle sue parti). Da questo punto di vista è pericolosa la possibilità prevista nel NTA di spezzare di fatto il piano attuativo unitario in tanti piani riferiti a ognuna delle 12 unità minime di intervento. Rimane da chiedersi perché per il progetto Castelfafi non sia stata applicata la procedura del Piano complesso di intervento (che viene invece usata al di fuori delle prescrizioni della legge 1/2005 da altri comuni toscani), permettendo in tale modo un’approvazione contestuale di Regolamento Urbanistico e piano attuativo.
Sarebbe un errore se il Comune di Montaione, sotto la pressione di Tui, volesse dare un’accelerazione al progetto prima di avere sciolto alcuni nodi strategici riguardanti la sostenibilità dell’operazione in termini ambientali e paesaggisitici, mettendo ‘in cascina’ (di Tui) alcuni punti edificatori fermi e immodificabili. Spesso le scorciatoie sono pericolose e a conti fatti fanno perdere più tempo di un progetto ben valutato e partecipato in tutte le sue parti.