Le grandi speranze riaccese da Obama, alla vigilia della cerimonia inaugurale di martedì che lo insedierà alla Presidenza, somigliano non poco alle Grandi Speranze che accompagnano Pip, il protagonista del romanzo di Charles Dickens. Solo in apparenza il romanzo racconta una promessa di palingenesi personale, sociale: quel che narra è in realtà un faticoso apprendistato, un addestramento alla realtà. Pip, come Obama, deve imparare a camminare da solo, e soprattutto evitare d’esser "tirato su per mano" da tutori invadenti, paternalisti. Pip è figlio d’operai, ha scarpe grosse, mani brutte. La sua vita cambia quando uno sconosciuto benefattore gli lascia i suoi beni dandogli, appunto, Great Expectations. Ma il cambiamento vero dipende da lui, da quel che farà della donazione.
Come ha scritto Kissinger sull’Herald Tribune: la magica ascesa di Obama "definisce un’opportunità, non una politica".
Il mondo che Obama eredita gli s’accampa davanti pieno di rovine, e profondamente equivoco. Anche quello di Bush si nutriva infatti di Grandi Aspettative. Ma erano promesse immateriali, capziose, che non hanno insegnato nulla all’America e anzi l’hanno corrotta, sostituendo alla realtà l’ideologia. È un mondo che ha prodotto una "mescolanza letale di arroganza e ignoranza", scrivono Robert Malley e Hussein Agha sul New York Review of Books del 15 gennaio, nel descrivere la strategia Usa in Medio Oriente. C’è del miracolismo anche nell’attesa di Obama, rafforzato dal fatto che egli è il primo Presidente nero e che corona una storia dentro la storia nazionale, che lo collega non solo a Abramo Lincoln ma a Martin Luther King. Il suo apprendistato sarà duro perché dovrà rispondere alle Great Expectations e al tempo stesso non divenir ostaggio di chi pretende d’averlo fatto re, "tirandolo su per mano". Percepito come messia, egli deve al tempo stesso spezzare i messianesimi che da secoli catturano le menti americane.
L’apprendistato non può avvenire dunque che in solitudine, sotto forma di una vasta disintossicazione che salvi la speranza ma sappia anche spegnerla quando è irrealistica. Sono tante e svariate le sostanze tossiche di cui toccherà depurare l’organismo, e come in medicina urgono terapie radicali: dalla somministrazione di antidoti alla trasfusione del sangue all’inalazione di ossigeno. In politica occorre cambiare i paradigmi, come usano dire gli esperti in finanza; congedarsi dalle illusioni d’onnipotenza e dalle ideologie che dominano la politica estera, militare, climatica. Così poliedrico è il cambiamento richiesto che il paragone con la trasfusione sanguigna non è azzardato.
Le sostanze tossiche non hanno avvelenato solo gli otto anni di Bush. Sono decenni che lo Stato americano fabbrica bolle, ipnotizzato dal miraggio d’una forza autosufficiente e universalmente egemonica. In economia ha immaginato di poter vivere indebitandosi smisuratamente, consumando senza criterio, e fidandosi d’un mercato che magicamente si autoregola; in politica estera e militare ha creduto di poter modellare il pianeta secondo una propria idea del bene e del male, e non secondo l’utilità considerata opportuna dal maggior numero di soggetti. È qui che l’arroganza s’è unita all’ignoranza, impedendo agli Usa di considerare gli interessi di altri Paesi e di nuovi potentati locali; di riconoscere i propri limiti oltre che i limiti, in genere, dello Stato-nazione alle prese con mali e sfide che non è più in grado di padroneggiare da solo.
La stoffa della bolla è antica perché risale all’idea dell’America "faro sulla collina", votata a civilizzare il mondo, dotata di incorrotta supremazia morale e politica. Il continuo parlare di carote e bastoni è parte di questa presunzione, umiliante per i popoli destinatari: nessuno - tranne forse Al Qaeda - parlerebbe così dei rapporti con Washington. Non è vero che Bush s’è disinteressato al Medio Oriente, all’Iran, all’Asia, all’Europa. Secondo Malley e Agha se n’è interessato fin troppo, diminuendo ad esempio in Israele il senso della propria responsabilità, dei confini geografici, del limite: i progressi, Israele tende a compierli quando Washington latita, e a mediare sono magari gli europei o i turchi. Lo stesso dicasi per la Russia: i cui ricatti o soprusi (nel Caucaso, sul gas) sono possibili perché l’America promette un fiancheggiamento e una presenza - in Georgia, Ucraina - del tutto ingannevoli.
È il motivo per cui i realisti, in Israele, chiedono oggi a Obama di cominciare finalmente a parlare con le forze generatrici dei conflitti, anche se nemiche mortali d’Israele come Hamas, Hezbollah, Iran. ("Vada avanti per la sua strada, Presidente, non ascolti nessuna lobby", scrive Yossi Sarid su Haaretz). In un importante articolo sul New York Review of Books, tre autori (William Luers, Thomas Pickering, Jim Walsh) sostengono che l’Europa dovrebbe costruire con Teheran un consorzio, favorito da Obama, che produca uranio arricchito in Iran (la formula multinazionale ha il vantaggio di implicare controlli multinazionali). Obama, intanto, dovrebbe avviare con Teheran colloqui senza precondizioni, dopo le presidenziali iraniane di giugno, tenendo conto degli interessi di ambedue: l’Iran è essenziale per pacificare l’Iraq e anche l’Afghanistan, essendo ostile ai talebani sunniti. Le sanzioni non rischiano di fallire: già son fallite. Così come son fallite le guerre di Bush: perché hanno generato caos nel mondo invece di stabilità, soddisfacendo solo nel brevissimo periodo il desiderio Usa di dominarlo.
I neocon che hanno scommesso su Bush hanno condotto per anni una personale e accanita guerra contro la realtà, creando miti a ripetizione. Un episodio lo prova, raccontato anni fa dal giornalista Ron Suskind. Nel 2002, prima della guerra irachena, un consigliere di Bush (era Karl Rove) gli disse: "Il mondo funziona ormai in modo completamente diverso da come immaginano illuministi e empiristi. Noi siamo ormai un impero, e quando agiamo creiamo una nostra realtà. Una realtà che voi osservatori studiate, e sulla quale poi ne creiamo altre che voi studierete ancora" (New York Times, 17-10-04). La reality-based community viveva di fatti, mentre chi vive nello show mistificatorio li trascende, fino a quando la realtà si vendica.
La rottura con la realtà si è rivelata contagiosa: sin d’ora e nei prossimi anni converrà ricordarlo. La chimera dello Stato-nazione autosufficiente, la prepotenza congiunta all’ignoranza, il rifiuto di negoziare, la predilezione del breve termine rispetto al lungo, l’abitudine a violare la legalità internazionale: sono veleni di cui deve disintossicarsi l’amministrazione americana ma anche l’Europa, il mondo. Tanto più prezioso è l’annuncio di Obama: rispetterà le convenzioni internazionali sulla tortura e i prigionieri di guerra; chiuderà Guantanamo.
Sono i civili a pagare infatti chimere e menzogne. Pagano in economia, perché il fondamentalismo del laissez-faire ha colpito la gente comune e non solo Wall Street. Pagano a Gaza e nel Sud d’Israele, col sangue, la morte o il terrore. Pagano in Europa, dove milioni di cittadini gelano perché i nazionalismi russo e ucraino non sono imbrigliati da accordi multilaterali.
Ha scritto lo storico Andrew Bacevich che i grandi americani sono di rado ascoltati in patria, perché dicono cose realiste e per questo sgradite, poco trascinanti (The Limits of Power: The End of American Exceptionalism, New York 2008). Fa parte della disintossicazione riscoprire quella tradizione. È nella solitudine che Obama potrà ritrovare il realismo di Reinhold Niebuhr, il teologo profeta che nel secondo dopoguerra denunciò l’eccezionalismo americano e "il sogno di manipolare la storia, nato da una peculiare combinazione di arroganza e narcisismo: una minaccia potenzialmente mortale per gli Stati Uniti".
Le ultime vicende riguardanti il progetto di Castello nell’area di proprietà Fondiaria SAI (1.400.000 mc su 186 ha) suggeriscono riflessioni più generali sul governo del territorio in Toscana. Nella lettura dei colloqui fra maggiorenti della politica urbanistica fiorentina e rappresentanti privati ciò che colpisce non è tanto l’ipotesi di corruzione, tutta da dimostrare, ma qualcosa che induce a pensare che, tutto sommato, sarebbe meglio che le indagini della magistratura dimostrassero che in effetti corruzione vi è stata - vi sarebbe almeno un movente per il ‘delitto’. Quello che emerge con tutta evidenza e non ha bisogno di ulteriori prove, è molto più preoccupante ed è devastante da un punto di vista politico: gli amministratori pubblici fiorentini, in primis l’assessore all’urbanistica agiscono come brasseurs d’affaires, quasi dipendenti di Salvatore Ligresti che, sia detto per inciso, non rappresenta il meglio del già mal rappresentato capitalismo nostrano. In tutti i colloqui pubblicati non vi mai alcun accenno ad un qualsiasi interesse pubblico dell’operazione; i nostri si preoccupano soltanto di come mandar in porto il progetto senza che gli interessi dei privati vengano intaccati; tutto ciò sotto gli occhi impassibili del sindaco, il vero convitato di pietra.
Torniamo un passo indietro, al Piano Strutturale di Firenze adottato nel luglio 2007 e leggiamo nella relazione generale che: “Una ...questione rilevante è che con la legge 1/2005 si è affermata in Toscana una concezione dialettica anziché gerarchica ... della pianificazione territoriale. La pianificazione del territorio nella regione si fa ormai attraverso la dialettica tra contributi e spunti che vengono dai Comuni, dalle Province e dalla Regione in un processo di reciproca e dialettica integrazione. Con la procedura dell’accordo di pianificazione la Regione fa proprie le istanze della pianificazione territoriale della Provincia o del Comune, così come la Provincia modifica il proprio Piano territoriale di coordinamento in relazione alle integrazioni provenienti dai Piani strutturali dei Comuni”
In sintesi: dialettica e concertazione invece della vecchia logica basata sui controlli e i pareri di conformità. Il tutto secondo quell’afflato etico-politico che pervade il Documento del PIT, ben sintetizzato nella dichiarazione che “la governance (che sostituisce il governo del territorio, mia interpolazione) darà testa e gambe a quel nuovo “patto” che il Pit vuole rappresentare. Infatti, solo se ogni livello di governo fa propria - sul piano politico - e accetta - in termini tecnici ... una semplice ma discriminante domanda: «...qual è il mio contributo al bene della mia Regione visto che da esso dipende gran parte di quello della mia comunità?», allora la governance non regredisce al mero rito negoziale del do ut des....(Documento PIT, p. 28).
L’affaire Castello è la prova evidente, fattuale di cosa significhino nella realtà vera e non nella retorica dei documenti di piano, ‘governance, dialettica, concertazione,. Concertazione sì, ma con i privati. Dialettica intesa come pressioni nei riguardi di Regione e Provincia perché facciano la loro parte in un’impresa che ha ormai bisogno dei denari pubblici per essere profittevole (per il privato, s’intende). Governance intesa come contrattazione sottobanco. Governance che trova nello strumento dell’accordo di programma il suggello giuridico e il grimaldello per variare a piacimento le cosiddette invarianti strutturali.
Ci troviamo dunque di fronte a delle vere e proprie macerie politiche che non riguardano solo i diretti interessati, ma gran parte del gruppo dirigente del PD e mostrano ancora una volta che la famosa scommessa innovativa del governo regionale è una scommessa persa in partenza (ma la si voleva realmente vincere? e chi dovevano essere i vincitori?). In un paese normale, sindaco e assessori fiorentini avrebbero l’obbligo di dimettersi e il PD rinnoverebbe radicalmente i propri quadri dirigenti. Ma è fin troppo facile scommettere che invece ci si arroccherà sulla presunzione di non colpevolezza degli amministratori rispetto alle imputazioni penali (presunzione che condividiamo) e ci sia autoamnistierà da una pesantissima condanna politica già pronunciata.
L’ipotesi dell’assessore milanese (Carlo Masseroli) allo “sviluppo del territorio” (titolo significativo al posto di “urbanistica”) è: 700.000 abitanti in più nella città. Intanto lui decide subito l’aumento dell’indice di fabbricazione da 0,65 a 1 mq/mq.
Tale massa di popolazione dovrebbe trovar posto all’interno del territorio comunale di 181 kmq. Richiederebbe 70 milioni di metri cubi di edifici, 20 kmq di area coperta ma 60 kmq di superficie fondiaria totale, a cui se ne dovrebbero aggiungere altri 20 di verde pubblico, servizi sociali, attrezzature tecniche; poi le infrastrutture di trasporto: si arriverebbe a circa 80 kmq. Partendo dal dato della densità demografica attuale, meno di 7.200 ab/Kmq e applicandolo alla nuova popolazione si ha la conferma: oltre 97 kmq tutto compreso, come in un saldo. Non potendoli reperire si potrebbe sopraelevare tutta la città del 52 per cento, stante che la popolazione aggiuntiva sarebbe il 52 per cento dell’attuale. L’aumento dell’indice di fabbricazione guarda caso è del 54 per cento. La doppia proposta non sembra mettere in rapporto i due termini ma l’assessore, che non è un pazzo, ha un disegno chiaro. Non gl’importa la dimensione demografica della città, gl’importa garantire al mercato immobiliare una colossale crescita delle possibilità edificatorie e gettare le aree ancora libere in mano agli immobiliaristi. Infatti è andato avanti sul piano pratico dell’edificazione pressoché immediata sfruttando la pressione dell’Expo: disponibili 9 kmq di aree a standard e altri 6 di vario tipo, basta sopprimere i vincoli: suoli privati di riqualificazione, aree industriali dismesse, scali ferroviari, aree per servizi tecnologici, eccetera: 15 kmq in totale, pronti per (dicono) 160.000 residenti (noto, 10.700 ab/kmq). Infine il nostro sta promuovendo l’operazione immobiliare sulla zona degli ippodromi in base a un accordo di programma. Non una parola sulla possibile riconquista delle case sottratte alla residenza dalla quarantennale deregulation urbana in favore di una terziarizzazione insensata. E gli edifici nuovi o seminuovi per uffici rimasti vuoti in parte o totalmente? Osservazioni di passaggio perché il tema porta lontano, indietro nel tempo dapprima.
Il discorso dell’assessore e di quelli che lo attorniano è falso, ma insidioso poiché sembra sfruttare certe discussioni del passato che lo stato attuale della metropoli (quantomeno comune di Milano e circondario “dei cento comuni”) fa ritenere morte benché, allora, fondate su analisi e valutazioni ragionevoli. La città, dopo aver toccato il vertice di popolamento, 1.745.000 residenti nel 1973 (1.732.000 al censimento 1971), cominciò a perderne con eccezionale rapidità; nel 1981 ne contava già 140.000 di meno: quello fu il momento in cui avrebbero dovuto essere ascoltate le voci di chi non si rallegrava davanti al fenomeno. Meno gente abita a Milano uguale a meno problemi, sosteneva certa sociologia; al contrario, uguale a più problemi rispose certa urbanistica insieme alla demografia sociale. Lo spopolamento, o meglio la cacciata dei residenti verso l’hinterland e altrove a causa dei noti processi economico sociali produttivi e riproduttivi è stato travolgente, non ha trovato ostacoli e gli abitanti contati dal censimento 2001 erano solo 1.182.000 unità. L’aumento recente (1.302.000 abitanti al 2008) è dovuto esclusivamente all’arrivo di stranieri, non al rientro di vecchi residenti o giovani provenienti dal circondario. L’aver trascurato completamente la questione delle abitazioni, in specie delle case popolari o comunque a regime locativo o proprietario controllato, è la colpa gravissima delle amministrazioni d’ogni colore che si sono succedute. Una questione milanese delle abitazioni doveva essere affrontata come problema residenziale in senso lato inserendo nella prospettiva di nuova città la città storica in primo luogo, poi la città nuova conforme a un piano moderno delle destinazioni sociali.
Il punto di incontro o scontro doveva essere non solo la quantità di popolazione ma anche la struttura demografica e sociale giacché la città stava perdendo quei caratteri che ne facevano una entità equilibrata. L’enorme pendolarismo sconvolge l’equilibrio storico e moderno. Si aggrava in maniera non sopportabile dalle strutture e infrastrutture urbane la contraddizione, per così dire, fra città del giorno e città della notte, fra la città del lavorare studiare vendere comprare e quella del risiedere. Attualmente entrano ogni giorno dai confini comunali dalle 500 alle 800.000 automobili. Alcune centinaia di migliaia di lavoratori arrivano con la Nord e altre linee di trasporto pubblico. Quanti abitanti dunque avrà la città del giorno? Non meno di un milione in più dell’altra. Qual è la città vera? Quale la città giusta? Né l’una né l’altra.
La città notturna è vuota di senso sociale, è priva dei ceti (perché non diciamo classi?) che ne designavano positivamente il carattere e il destino: la famosa borghesia industriale illuminata, la classe operaia antagonista con cui doveva fare i conti. La città notturna presenta una struttura (piramide) per età tutta gonfia verso l’alto, ricca di anziani e vecchi e scarsa di giovani. La popolazione non si riproduce e i rapporti di produzione sono poveri, non presentano articolazioni efficaci. L’industria urbana è sparita, domina il terziario di ogni tipo. Questo è il fenomeno distruttivo della città non resistibile: che le ondate di terziario succedutesi hanno allagato gli spazi residenziali e non si trattava affatto di quel settore “avanzato” con cui i fautori sarebbero disposti a giustificare la demolizione di Sant’Ambrogio. È proceduto senza soste alla conquista della città residenziale un settore economico tutt’altro che innovatore: tradizionale, capillare, nascosto, persino nero, meri uffici e negozi multipiano che scalzavano abitazioni. Forme operanti nel campo delle rendite finanziarie e fondiarie, dei commerci a-qualitativi sia di massa che di élite, di servizi privati mediocri sostitutivi di servizi pubblici. Intere case o parti rilevanti sono state destituite della loro funzione. Il permissivismo circa il mutamento di destinazione faceva parte del gioco, favorito dallo stesso regolamento edilizio. Che dire poi della pratica diffusa e tollerata di affittare le abitazioni come uffici?
La città diurna è un pasticcio, un pudding mal riuscito. Non funziona, vive da malata. Una Milano in cui domina il commercio (in primis quello del denaro) e che perciò dovrebbe, dicono, assicurare la massima dinamica degli spostamenti, trascorre le giornate sconvolta da un traffico privato al limite del blocco perenne. I cittadini residenti ne hanno solo svantaggi. I padroni della città commerciale, i modisti, non sembrano toccati, dispiegano i prodotti nelle loro fortezze (i magnifici palazzi destrutturati). L’autorità pubblica pare sottoposta in pieno agli interessi che provocano l’effetto traffico senza subirne troppo danno.
È passato oltre un quarto di secolo e ciò che sarebbe stato giusto discutere allora, cioè una politica di ripopolamento della parte centrale dell’area metropolitana, è diventata un’idea apparentemente balzana poiché irrealizzabile per mille motivi denunciati da tante associazioni e singole persone. Idea invece perfettamente coerente al disegno neoliberale e neo conservatore di liberare, appunto, la città dagli strati sociali residuali a minor reddito e di trasformarla definitivamente nella città del consumismo smodato. Gli edifici che si costruiranno nelle ultime aree libere prima vincolate a funzioni sociali o comunque utili a cittadini e a commuter resteranno in parte vuoti (cosa irrilevante per gli speculatori), in parte saranno uffici inutili o gestiti dalle mafie di ogni genere, in ultima parte saranno destinati a qualche migliaio di nuovi abitanti chissà da dove provenienti ma in grado di pagare prezzi d’acquisto da 10.000 euro in su al metro quadro o affitti annuali in proporzione. Milano non presenterà nemmeno un metro quadro di superficie pubblica volta al bene sociale, diventerà sempre più invivibile per i milanesi resistiti e per i pendolari costretti a usufruire ogni giorno di una non- città, un mostro disurbano e disumano. Persa per sempre la città funzionante, affabile, bella; durata, pur in mezzo a vicende difficili, fino all’inizio degli anni Settanta.
Milano, 5 dicembre 2008
La situazione dei beni culturali e ambientali sprofonda sempre più nei tagli e nella confusione. Da una parte il Ministero crea la figura accentrata di un supermanager alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico, dall’altra, in Senato, viene approvato – per ora in commissione - l’emendamento alla legge sul federalismo fiscale, col quale si decentrano, molto confusamente, al Comune di Roma compiti sin qui nazionali, o nazionali e regionali, fra i quali 1)"valorizzazione dei beni storici, artistici, ambientali e fluviali"; 2) "valutazione dell’impatto ambientale" (sia pure in collaborazione con Ministero e Regione); 3)"pianificazione territoriale".Facendo così di Roma Capitale un ente controllore di se stesso, controllore e insieme controllato. Sarà infatti il Consiglio comunale ad approvare i regolamenti di attuazione delle nuove competenze. Un’autentica "rivoluzione" attuata con un emendamento e senza il lavoro preparatorio di alcuna commissione di studio tecnico-scientifica.
Sono misure, difatti, che non rispondono ad alcun disegno strategico generale: da un lato si accentrano funzioni di valorizzazione tipicamente regionali e locali, dall’altro se ne municipalizzano altre che riguardano beni culturali, ambientali, fluviali, ecc. i quali richiedono invece una dimensione di intervento di livello superiore (come la già esistente Autorità nazionale del Tevere). Né si capisce se questi provvedimenti riguardino i beni archeologici e la loro gestione (quella del Colosseo, per esempio, dove esponenti del Comune hanno già ipotizzato di realizzare combattimenti coi gladiatori). Inoltre il livello della politica locale si avvicina sempre più alle Soprintendenze le quale devono invece poter controllare, in piena autonomia e sulla base di criteri tecnico-scientifici, l’attività degli enti locali e regionali, per esempio sul piano paesaggistico, dotate (e lo sono sempre meno) dei necessari strumenti di indagine e di valutazione.
Le associazioni firmatarie rivolgono dunque un pressante appello alle massime istituzioni della Repubblica, al Parlamento stesso, affinché una materia così vasta, così delicata e così preziosa non venga affrontata con un sbrigativo e confuso emendamento. Il problema, oggi, è, più che mai, quello di attuare il dettato dell’articolo 9 della Costituzione, "la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione", potenziando e non frantumando l’intervento pubblico in un patrimonio già tanto manomesso e dissipato.
Associazione "R. Bianchi Bandinelli", Assotecnici, Comitato per la Bellezza, Italia Nostra, Legambiente, Wwf Italia, eddyburg
Questo povero paese è ormai prigioniero di continue rotture della legalità, che decompongono un tessuto civile sempre più debole, e violano gli stessi diritti fondamentali delle persone. Vittima sacrificale, una volta di più, è Eluana Englaro, alla quale la prepotenza governativa nega quel diritto di morire con dignità che le era stato definitivamente riconosciuto da limpidissime e rigorose decisioni della magistratura.
Prepotenza è la parola giusta, e lo conferma il sincero comunicato con il quale la clinica di Udine ha fatto sapere di non poter dare a Eluana Englaro l’assistenza necessaria per l’interruzione dei trattamenti che da diciassette anni la mantengono in uno stato vegetativo persistente. E’ il timore della revoca della convenzione, minacciata dal ministro della Salute, ad aver determinato la decisione della clinica, che dice francamente di non poter correre il rischio della perdita del posto di lavoro per centinaia di suoi dipendenti e di quanti collaborano con essa dall’esterno. Il ricatto dell’occupazione, mai forte come in questi tempi, dà forza ad una brutale imposizione politica.
Eluana Englaro è vittima di un accanimento ideologico che nega la sua umanità, incrina la fiducia con la quale i suoi familiari hanno sempre creduto nello Stato di diritto, non si preoccupa della stessa grammatica giuridica.
All’origine vi è quel nebuloso provvedimento del ministro Sacconi, "un atto di indirizzo" rivolto alle regioni senza sufficiente base giuridica, specchio fedele di una politica che si mette al servizio di insostenibili posizioni ideologiche.
La rottura della legalità è netta. Vi è una sentenza passata in giudicato di cui il governo impedisce l’attuazione. Il fatto già in sé grave, lo diviene ancora di più alla luce di un precedente: il tentativo delle Camere di bloccare l’esecuzione della sentenza, sollevando un conflitto di attribuzione tra il Parlamento e la magistratura respinto duramente dalla Corte costituzionale.
Dove aveva fallito il Parlamento, che pure aveva cercato un simulacro di rispettabilità giuridica, rischia l’aver successo un governo che impugna come una clava un puro potere di intimidazione.
Così è, perché gli argomenti giuridici alla base dell’atto di indirizzo del ministro sono praticamente inesistenti. Si fa riferimento a un parere del Comitato nazionale di bioetica privo di ogni valore giuridico vincolante e per di più approvato a maggioranza. Si invoca la convenzione dell’Onu sui diritti dei disabili che, da una parte, non è ancora pienamente operativa in Italia e, dall’altra, dice cose che non riguardano il caso di Eluana Englaro.
L’articolo 25 di quella convenzione infatti dice che non si possono interrompere i trattamenti di idratazione e alimentazione forzata, ma questo divieto riguarda solo il fatto che non si può imporre l’interruzione. Cosa ovvia, ma assolutamente diversa dal fatto che quei trattamenti possono sempre essere rifiutati, come ha riconosciuto la Cassazione nel caso di Eluana Englaro, dando attuazione ad un principio presente nella nostra Costituzione in vari documenti internazionali, che attribuiscono alla persona il potere di disporre liberamente della propria vita. E non si dica che la vita è un bene indisponibile. Ancora pochi giorni fa una donna ha rifiutato un’amputazione, ed è morta. "Contro la forza, la ragion non vale", dice un rassegnato proverbio.
Oggi dobbiamo concludere che non vale neppure il diritto dichiarato nelle sedi e nelle forme proprie. In Italia, come sta accadendo in Francia, si sta consolidando l’orientamento secondo il quale la sola legittimazione politica può cancellare ogni altro potere o garanzia. I familiari di Eluana dovranno continuare la loro civile lotta, e nei prossimi giorni il Tar dovrà pronunciarsi sulla legittimità della decisione della Regione Lombardia che ha vietato alla clinica di dare esecuzione alla sentenza della Cassazione.
Ma, di fronte ad una prepotenza che è tutta politica, bisogna chiedersi se da chi non condivide l’orientamento del governo, e ha precisi ruoli e responsabilità politiche, sia stato fatto tutto quello che era necessario per difendere diritto umanità civiltà. L’opposizione si è espressa solo attraverso prese di posizione personali, prigioniera solo di paure interne, visto che più di un’indagine ha dimostrato che l’opinione pubblica è nella maggioranza a favore dell’interruzione dei trattamenti, anche in significativi ambienti cattolici. Una opposizione silenziosa, che non comprende il senso della difesa dei diritti e della civiltà giuridica, ha poco futuro davanti a sé.
Il caos avanza nei beni culturali e ambientali. Alemanno, nei giorni scorsi, esulta per l’emendamento di nuovo appiccicato, fuori sacco, alla legge sul federalismo, col quale passano a Roma Capitale, cioè a lui, tutela e valorizzazione dei beni culturali e ambientali. Ne risulta scardinato lo storico sistema nazionale della tutela dei beni culturali e ambientali. Il ministro Bondi mette in moto Gianni Letta, incontra Alemanno e precisa, il 15 gennaio, che soltanto la "valorizzazione" potrà "essere assegnata anche agli Enti Locali". Alemanno ha dovuto rassegnarsi a stralciare la parola "tutela" dall’emendamento approvato al Senato dalle commissioni riunite. Resta la valorizzazione dei medesimi beni (anche fluviali). Restano la "difesa dall’inquinamento", la "valutazione dell’impatto ambientale" (bontà loro, "in collaborazione con il Ministero e con la Regione Lazio"), la "pianificazione territoriale"e altri poteri ancora. Da esercitare, badate, "con regolamenti adottati dal consiglio comunale". Tutto in famiglia. Inoltre, quale "valorizzazione" sarà e per quali beni? Anche per quelli archeologici mai nominati nel testo e che a Roma sono un po’ tanti? Mistero.
Con questo emendamento, anche se in parte modificato, nasce in ogni caso il Super Comune controllore di se stesso. Eppure Bondi aveva accentrato, poche settimane fa, in un supermanager tutta la valorizzazione del patrimonio storico-artistico. Da una parte si accentra e dall’altra si decentra: non è forse il Partito delle Libertà? In realtà, tutto ciò che è pubblico deve essere devitalizzato, polverizzato, e poi disperso, nel caos. Col grimaldello di un emendamento, si introducono simili impegnative (storiche, secondo il sindaco di Roma) misure. Tanto in basso è caduta la democrazia parlamentare nel nostro Paese. Cancellata la tutela (per fortuna), rimangono tante spine allarmanti in quell’emendamento. La valutazione d’impatto ambientale, riservata, in prima battuta, al Comune che così può cementificare quello che gli pare, dove e come gli pare. La pianificazione territoriale, scippata alla Regione Lazio e al controllo (Codice Rutelli) delle stesse Soprintendenze. Pure il Tevere verrà tutelato dal solo Campidoglio. Ma non c’è una Autorità nazionale di bacino? Che importa, si "municipalizza" pure lui. Sul Tevere, del resto, sforna idee brillanti qualche componente della commissione Marzano: le banchine diventino parcheggi di automobili (così, con le piene, vanno tutte al mare), oppure "l’isola della salute", cioè l’Isola Tiberina, dedicata ad Esculapio e da secoli ad ospedali come l’Israelitico e il Fetebenefratelli, sia trasformata in un polo di divertimenti. Il tutto senza controlli tecnico-scientifici di sorta? Ma sì, nella massima confusione fra Collegio Romano e Campidoglio, fra la debolezza di Bondi e le ambizioni sbagliate di Alemanno e Cutrufo, può anche succedere.
Documentare una bravata: di solito sono i ragazzini a farlo, e la rete pullula di questo genere di vanterie piccine e tristi.
Questa volta è un gruppo di adulti, per ragioni davvero non facili da capire, a dare di sé una così scadente testimonianza. Pubblici ufficiali, polizia municipale di Parma. E il ragazzino non è l’attore ma appena un oggetto di scena: neanche un trofeo da mostrare all’obiettivo, piuttosto un reperto da archiviare.
Scomodare Abu Ghraib e altri luoghi di tortura organizzata e cosciente è decisamente troppo. Non torture, non l’efferato dominio fisico e psicologico su un essere umano istituzionalmente assoggettato. A partire dall’espressione tranquilla dell´uomo bianco, e di quella rassegnata del ragazzo nero, si capisce che questa - purtroppo - è routine. È il normale pregiudizio, la normale discriminazione, il normale incidente. È avere trovato il ragazzo africano Emmanuel in un giardino pubblico e avere pensato ciò che non si sarebbe mai pensato di un ragazzo bianco: sarà certamente uno spacciatore o un poco di buono, comunque qualcuno da tenere a bada. È non avere creduto a quello che diceva, avere preso le sue parole per niente, averlo portato "al sicuro" e pestato quel tanto che basta per fargli capire chi comanda e chi obbedisce. È mostrarlo all’obiettivo di un collega per sancire non si sa quale diritto di dominio su uno che non aveva fatto un bel nulla ma, in quanto nero, potrebbe averlo fatto o potrebbe farlo in futuro. È - soprattutto - la totale incoscienza di stare attuando un sopruso, e di farlo, come dice l’accusa, con l’aggravante del pregiudizio razziale: anch’esso certamente non compreso, forse neppure adesso, da quei vigili urbani di una città ricca e tutto sommato tranquilla, non una banlieu ribollente, non un sobborgo americano dove da generazioni il colore della pelle è ragione di antagonismo e di acredine.
Il razzismo in Italia c’è. Nonostante le affettate oppure distratte ragioni di chi lo nega, c’è. Non è organizzato e non conclamato, anche se alcuni sintomi politici già ci sono. È nel localismo meschino e ringhioso. È nella diffidenza per lo straniero, che intorbida lo sguardo e predispone alla discriminazione. È nell’impreparazione di troppi uomini dello Stato, spesso i più vicini alla strada, che nell’ansia di fare ordine rischiano di ottenere quel supremo disordine che è la negazione dei diritti. È in questa fotografia, che espone su una scrivania il "negro" catturato come il pescatore che mostra il pesce, che ritrae la "scimmia" (così una voce demente lo apostrofò, quella sera del 29 settembre) domata con un paio di schiaffoni.
Troppi commenti (anche sul sito del nostro giornale) si accaniscono con eccessiva virulenza contro il gruppo di vigili di Parma - quattro dei quali agli arresti domiciliari - finiti nei pasticci soprattutto grazie alla indignata e coraggiosa reazione del padre di Emmanuel, un operaio che di "marginale" o "deviante" non ha proprio nulla. Un lavoratore giustamente infuriato per una soperchieria inflitta a un figlio innocente. Quei vigili, lavoratori anche loro, vanno puniti ma non insultati, ricondotti alla legge ma non maledetti. Si sono comportati molto male, ma sono anch’essi vittime di un deterioramento ambientale che è il vero imputato di questa e altre brutte storie. Sono vittime della paura sociale, dell’ignoranza ottenebrante sulla quale soffia la demagogia razzista. Vanno aiutati a capire il loro errore, che non è veniale, che è mortale per il diritto: avere obbedito al pregiudizio razziale anziché al solo criterio che governa un paese libero e civile, che è quello della responsabilità personale. Emmanuel è una persona, non una particola in sé insignificante di quel vago insieme che chiamiamo "stranieri" o "immigrati" o "neri". Basterebbe che capissero questo, il fotografato e il fotografo: Emmanuel è una persona. E cambierebbe, decisamente in meglio, il loro punto di vista su quanto di brutto è accaduto a Emmanuel, e per fortuna anche a loro.
Chi stabilisce le regole della democrazia planetaria? Quali poteri si dividono il governo del mondo? Queste domande possono sembrare eccessive. In realtà riflettono problemi concreti e inquietudini sul futuro di cui si discute intensamente nelle più diverse sedi internazionali, e sarebbe opportuno che qualche eco giungesse anche nel povero cortile italiano. Stanno cambiando volto i diritti delle persone e il rapporto tra tecnologia e democrazia, si fa più acuto il conflitto tra eguaglianza e esclusione, libertà antiche e nuove sono sfidate da mille prepotenze.
Per la prima volta nell’Internet Governance Forum dell’Onu, svoltosi nel dicembre scorso a Hyderabad, la maggioranza delle sessioni è stata dedicata al tema dei diritti, monopolizzando quasi l’attenzione degli intervenuti. è il segno d’una maturità raggiunta o d’una crescente preoccupazione? Forse la vera ragione di questo mutato atteggiamento va cercata nella consapevolezza ormai diffusa dell’insostenibilità di un "ordine privato del mondo", affidato alla sola logica del mercato, accompagnato dal rafforzarsi di un ordine "securitario" e da inquietanti presenze della sovranità nazionale. Tutti fenomeni unificati da un dichiarato disprezzo per ogni controllo, da una deliberata eclisse dei diritti.
La forza delle cose, con gli effetti devastanti della crisi economica e finanziaria, ha messo in discussione una ideologia, ha posto fine ad un’epoca in cui l’unica parola d’ordine era "deregolazione". E’ crollata un’intera architettura planetaria, s’invocano regole dove prima si pretendeva che i privati avessero le mani completamente libere. Stiamo così assistendo ad un singolare ritorno del diritto, come spesso accade nei tempi di transizione. Era avvenuto all’indomani della caduta del Muro di Berlino, quando si pensava appunto che un condiviso sistema di regole dovesse prendere il posto dell’"equilibrio del terrore" (e si è detto, poi, che il disordine della Russia post-sovietica, e il suo esito autoritario, sono derivati proprio dall’aver affidato tutto alle pure dinamiche di mercato, senza preoccuparsi di una adeguata costruzione istituzionale). Oggi la questione è di nuovo all’ordine del giorno. Ma che cosa dev’essere regolato, e come?
Se il mondo dell’economia e della finanza è stato pervertito dal fatto che non si negoziava più "all’ombra della legge", pesantissimo invece è stato l’intervento degli Stati con norme repressive delle libertà individuali e collettive, giustificate con l’argomento, o il pretesto, della lotta al terrorismo e alla criminalità. Identico, però, il risultato. Sacrificio dei diritti, poteri fuori controllo, uso spregiudicato della dimensione globale. Se le operazioni speculative percorrevano il mondo e si delocalizzavano selvaggiamente le imprese, la stessa tecnica è stata utilizzata per il ricorso alla tortura, con la "delocalizzazione" delle persone da Stati che si proclamavano esportatori di democrazia a Stati che accettavano il ruolo di torturatori, i veri "Stati canaglia" del nostro tempo. Se l’ordine interno e internazionale dev’essere riportato alla regola della democrazia, del rispetto dei diritti e del controllo d’ogni forma di potere, questo deve avvenire in ogni caso. I diritti non sono divisibili, non possiamo vivere in un mondo in cui si ripristina un po’ di legalità nell’ordine economico e si continua ad accettare la compressione delle libertà civili, anche perché vi sono intrecci che non possono essere sciolti se non si agisce su tutti e due i versanti.
Leggiamo le conclusioni di un recentissimo rapporto commissionato dal Consiglio d’Europa. Dopo aver sottolineato che spesso il riferimento al terrorismo è solo una "giaculatoria" di comodo, si rileva che "in troppi casi le leggi e le azioni politiche adottate sono sproporzionate e sono state usate in maniera abusiva, non per tutelare la sicurezza pubblica, ma piuttosto gli interessi politici dei governi. Gli organismi internazionali hanno messo a punto strumenti non equilibrati e che non garantiscono adeguatamente i diritti fondamentali. E ciò è dovuto, almeno in parte, al fatto che i peggiori governi sono stati i più convinti sostenitori di una espansione di questi strumenti internazionali per giustificare i loro abusi interni". Il rapporto è in buona parte dedicato alle limitazioni della libertà di espressione, e consente di cogliere bene gli intrecci tra compressione di diritti fondamentali e interessi di mercato. Il caso più clamoroso è quello delle grandi società di Internet - Google, Microsoft, Yahoo - che accettano richieste censorie da parte di Stati autoritari giustificandosi con il fatto che, altrimenti, si vedrebbero precluso l’accesso a mercati che, come quello cinese soprattutto, sono economicamente importantissimi.
Nasce così una censura di mercato, il governo del mondo digitale viene assoggettato ad una inquietante mezzadria che ha come protagonisti grandi imprese e Stati autoritari, in un perverso intreccio tra globale e locale. Così, la Cina chiede che cada il velo dell’anonimato per rintracciare un giornalista che aveva mandato negli Stati Uniti una notizia "sgradita" al regime, Yahoo lo fa, il giornalista viene arrestato e condannato a dieci anni di carcere; Google gestisce i rapporti con Stati sovrani come la Turchia o la Tailandia, che chiedono la rimozione da YouTube di video "sgraditi". Al di là dei singoli episodi, si coglie così, con nettezza, il modo in cui si sta strutturando la vera "catena di comando" del sistema planetario della comunicazione, che ha uno dei suoi più importanti terminali a Mountain View, in California, nella sede di Google, dove si decidono le sorti della libertà d’espressione, stabilendo anche regole più restrittive per "pubblicare" alcune categorie di video su YouTube. Sono temi di questi giorni, con le polemiche sull’uso di YouTube da parte dei fans dei mafiosi e del personale di un ospedale di Torino.
"Google è un giudice?", si è chiesto il New York Times, e questa domanda è rimbalzata a Parigi nella conferenza internazionale sulla libertà d’espressione promossa dal Governo francese e dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali. La risposta è nelle cose. Google si presenta come il "decisore globale finale" in materie che riguardano libertà e diritti, esercita un potere non soggetto a alcun controllo, che suscita serie inquietudini, tanto che un gruppo di parlamentari democratici e repubblicani ha presentato al Congresso americano una proposta, il Global Online Freedom Act, per obbligare tutte le società operanti su Internet a comunicare ad un nuovo ufficio del Dipartimento di Stato tutti i casi in cui hanno "filtrato" materiali su richiesta di Stati esteri. Si cerca così di creare almeno una situazione di trasparenza, di bilanciare con una regola istituzionale un potere altrimenti incontrollabile, di cominciare a spostare qualche parte del governo del mondo in sedi democraticamente responsabili.
E´ significativo che queste vicende si intreccino con le celebrazioni di YouTube come strumento chiave della nuova democrazia, come un mezzo che ha contribuito in modo significativo alla vittoria di Obama, creando una nuova sfera pubblica, più aperta e libera dai condizionamenti ai quali sono soggetti i media tradizionali. Qui si coglie una contraddizione, che apre un problema ineludibile: si possono affidare i luoghi e i mezzi di una democrazia in trasformazione soltanto alle logiche imprenditoriali e alle volontà di governi non democratici? E´ vero che i grandi attori di Internet, Google in primo luogo, si mostrano consapevoli di questa realtà e propongono codici di autoregolamentazione per fornire qualche garanzia. Ma si sta pure avverando una facile previsione. Sotto la pressione di richieste di sicurezza e di interessi economici, Internet perde progressivamente la sua natura di spazio libero, il maggiore che l’umanità abbia conosciuto, e si avvia ad essere uno spazio "normalizzato", dove sia ridotto al minimo il rischio di imbattersi in opinioni dissenzienti, sgradite ai diversi poteri o ritenute dannose da chi è preoccupato soprattutto del fatturato pubblicitario e dell´incentivo ai consumi.
E’ una partita ancora aperta. Anche qui è tempo di regole, e il vecchio slogan "giù le mani da Internet", in cui si manifestava la fiducia in una irriducibile natura libertaria della rete, oggi deve fare i conti con la realtà di un mondo globale di cui Internet è la grande metafora e dove è in atto un visibilissimo scontro di poteri. Servono regole "costituzionali", dunque di garanzia della libertà, secondo lo schema di un Internet Bill of Rights, nato da una intuizione italiana che si è poi diffusa, ha avviato un processo al quale partecipano diversi soggetti, si svolge a diversi livelli, e può così valorizzare esperienze diverse, dalle "coalizioni" di cittadini alle iniziative del Parlamento europeo e del Congresso americano, fino ad una attenzione dell’Onu che si spera sempre più intensa.
Le prove di un governo democratico del mondo passano anche attraverso l’attenzione per questi problemi e queste esperienze, tutt’altro che settoriali. E’ prematuro parlare di modelli, e soprattutto serve il radicarsi di una adeguata cultura politica. E, allora, una domanda finale. Sarebbe possibile, nell’Italia mitridatizzata, una reazione dell’opinione pubblica simile a quella che, in Francia, ha obbligato Sarkozy a rinunciare ad un progetto di schedatura di tutti coloro che hanno un ruolo in campo politico, sindacale, economico, religioso?
La sicurezza delle donne per la destra non conta
Maria Zegarelli
Ieri la maggioranza, durante la discussione sul ddl sulla sicurezza ha respinto tutti gli emendamenti presentati dal Pd sullo stalking. Mantovano ha spiegato che è meglio aspettare il testo Carfagna.
La violenza contro le donne e i minori non è questione di sicurezza nazionale. Non per la maggioranza, non per il governo. Sono stati respinti tutti gli emendamenti agli articoli 1 e 2 presentati dal Pd contro lo stalking (l’atto di perseguitare, in inglese)e i reati ai danni di donne e minori.
Malgrado l’aumento del numero di donne uccise per mano di ex o attuali mariti, conviventi, corteggiatori. Ogni giorno ne leggete nelle cronache: per numero di vittime l’equivalente di un campo di battaglia. Respinti ieri anche gli emendamenti che perseguivano l’adescamento di minori via Internet: un altro tema non ritenuto urgente. Si può aspettare l’esame del testo presentato dalla ministra Mara Garfagna, ora alla Camera: così ha detto il sottosegretario Antonio Mantovano. «La Camera si sta già occupando del ddl Carfagna, è scorretto che un ramo del Parlamento affronti un tema che ancora deve essere approfondito dall’altro». Ogni Camera ha un suo ordine del giorno, va rispettato. C’è tempo. Sono anni di attesa, ogni giorno nuove vittime, ma non è urgente.
Spray al peperoncino
Gianni Alemanno sulla violenza (il rischi, il pericolo, le donne aggredite, la paura) aveva costruito la sua campagna elettorale per il Campidoglio. Adesso l’emergenza sembra essere scomparsa, svanita. Le donne, mentre aspettano che il Parlamento voti una legge contro lo stalking, possono difendersi con le bombolette di spray al peperoncino. Non è uno scherzo: è la misura approvata dalla maggioranza, con forte sollecitazione del governo. L’emendamento lo ha presentato la senatrice Cinzia Bonfrisco. Oggi l’uso delle bombolette può essere perseguito perché alcune sentenza le hanno definite armi da guerra, altre armi al pari dei fucili, altre ancora armi di difesa personale. Da ieri la maggioranza ha chiarito una volta per tutte che sono lecite, purché non contengano agenti chimici dannosi per la salute. L’’approvazione dell’emendamento Bonfrisco l’ha dedicato proprio «alla signora Reggiani. Se avesse avuto lo spray al peperoncino nella borsetta forse non sarebbe andata così».
Un fatto privato
«È gravissimo - commenta Anna Finocchiaro, capogruppo Pd - che siano state respinte tutte le norme che avevamo proposto e che riguardano il contrasto alla violenza sulle donne e sui bambini. si trattava di un progetto organico: il testo presentato dalla Carfagna riproduce integralmente il testo che noi avevamo presentato qui in Senato. E’ come se al fondo ci fosse l’idea che la violenza sulle donne e sui bambini, soprattutto quando maturi ad opera di mariti, conviventi, padri, non sia proprio un fenomeno da sicurezza pubblica, della nazione, ma in qualche modo ancora un fatto privato».
«È chiaro che per il governo la sicurezza sulle donne non è una priorità», aggiunge la senatrice Vittoria Franco.
Marilena Adamo ricorda: «Per la terza volta si respingono i nostri emendamenti, tratti dai due testi di legge presentati dall’inizio della legislatura». Soltanto 5 senatrici Pdl hanno votato sì.
E’ un’emergenza ancora più grave di quella mafiosa
Elena Doni intervista Giuliano Amato
Giuliano Amato, da ministro dell’Interno, stupì il mondo politico con una dichiarazione-bomba: ogni anno in Italia 1,2 milioni di donne sono vittime di violenze: cifra che risultava elaborando il numero delle violenze denunciate ed il fatto che solo il 6% delle italiane denuncia, anche perché quasi sempre i fatti avvengono nell’ambito familiare.
Perché le violenze contro le donne sono in continuo aumento?
«Ho detto più di una volta che nell’ambito dei delitti gravi quelli contro le donne sono più preoccupanti di quelli commessi dalla criminalità organizzata. Le ragioni non sono chiare. Possiamo solo fare alcune ipotesi. Forse oggi c’è una reazione del maschio contro la parità uomo-donna. Prima si sentiva unico padrone in seno alla famiglia, ora deve fare i conti con un essere umano paritario di sesso femminile».
Pensa che l’aumento del fenomeno faccia parte di un generale incremento di aggressività che si riscontra in altri settori della vita, dal bullismo alla prepotenza stradale?
«In una società in cui si sono allentati i vincoli sociali si assiste alla crescita dell’homo homini lupus. E se si allentano le regole sono sempre i più deboli, quindi le donne, a rimetterci».
D’altronde oggi in Italia il modello vincente è quello di un uomo che non ama le regole…
«Questo non basta a spiegare tutto. La nostra è una società in cui l’assorbimento dei valori collettivi e del rispetto dell’altro è sempre stato difficile. In un paese di debole sentimento nazionale l’azione delle comunità intermedie – i partiti, la scuola, la famiglia – costituiva un antidoto alla violenza. Poi è avvenuto un cedimento delle comunità intermedie: i partiti, come scuola di educazione civica, hanno cessato di esistere, la scuola ha svolto egregiamente la sua funzione formativa finché è stata una scuola di élites. Poi, con gli anni sessanta e i grandi numeri della scolarizzazione di massa, la scuola non ha retto. E si è trovata di fronte a famiglie povere, o distratte dai bisogni della vita. La famiglia stessa è diventata un problema. E non è neppure giusto addossare alla scuola troppe responsabilità. Spesso le classi sono affidate a giovani professoresse precarie, costrette a correre da una scuola all’altra per fare punteggio. C’è un ottundimento dei valori tra i ragazzi: filmare con i cellulari le botte ai più deboli dimostra la drammatica solitudine».
Ma esistono antidoti a questa violenza diffusa, in particolare alle violenze contro le donne?
«Non basta predicare l’amore per l’altro, è necessario indurre la paura delle conseguenze. In Italia lo Stato ha da sempre scelto di limitare il proprio intervento nell’ambito famigliare. Si dice che spesso, forse soprattutto in passato, davanti alle denunce delle mogli picchiate, il pubblico ufficiale assumeva un ruolo paterno piuttosto che quello di tutore della legge. Ma il “lasciamo correre” non va sempre bene: in certi casi è necessario intervenire e ci deve essere inflessibilità da parte dell’apparato sanzionatorio».
Quale consiglio può dare alle donne oggi?
«È necessario privare il maschio della convinzione di avere davanti una creatura debole. Una “lei” che non protesta può apparire consenziente e i giudici dovrebbero essere attrezzati a capire certi silenzi».
Cosa pensa di quello che è accaduto ieri al Senato?
«Spero che sia raccolta la sfida alla Camera».
Anticipiamo un brano del saggio di "La legge e la sua giustizia" (il Mulino, pagg. 419, euro 30)
La giustizia costituzionale è un’acquisizione recente del diritto costituzionale. Eppure l’esigenza e i tentativi di difesa della Costituzione sono antichi come la riflessione sui problemi dell’umana convivenza politica. Possiamo assumere come archetipo le considerazioni di Platone sui custodi delle leggi fondamentali, i nómoi della città, ch’egli considerava non come strumenti del potere dei più forti (come facevano i sofisti), ma come scienza e filosofia applicate alla società bene ordinata. Nello Stato perfetto, nel quale sorgesse «un re quale s’ingenera negli alveari, uno che di corpo subito appaia superiore e d’anima», a questo re occorrerebbe affidarsi, alla sua scienza e saggezza, e non a rigide leggi, che non sanno adattarsi all’irriducibile varietà della vita:
«Sotto un certo riguardo senza dubbio è chiaro che la legislazione è parte dell’arte regia; meglio di tutto però non è che abbiano vigore le leggi, ma che lo abbia l’uomo il quale per la sua intelligenza sia regio. E sai perché? Perché la legge non può mai, abbracciando ciò che è ottimo e giustissimo, prescrivere nello stesso tempo con precisione ciò che è il meglio per tutti. Giacché le disuguaglianze degli uomini e delle azioni e il non rimanere giammai, per così dire, in quiete nessuna delle cose umane, non permettono che alcun’arte possa per alcuna cosa indicar nulla di semplice che serva a tutti i casi e in tutti i tempi (...) Ora, la legge, noi vediamo che suppergiù tende proprio a questo, come un uomo prepotente e ignorante e che a nessuno non lascia far nulla senza il suo ordine, anzi non permette nemmeno che altri lo interroghi, nemmeno se a qualcuno venga in mente un partito nuovo, migliore e differente dalla disposizione che egli aveva imposta».
Poiché, però, accade che un simile re-filosofo, dotato di virtù politiche, non sempre, anzi quasi mai, esiste, «è pur necessario che i cittadini adunatisi scrivano delle leggi, seguendo le tracce della forma di governo più vera tra tutte». Da qui, dall’imperfezione dei governanti, deriva la necessità delle leggi e, per conseguenza, la necessità che le leggi siano rispettate: le forme di governo - monarchia, aristocrazia e democrazia - saranno tanto migliori quanto più sarà garantito questo rispetto. Proprio al termine e quasi a coronamento delle Leggi, leggiamo:
«Nel nostro Stato ci deve essere un Consiglio formato di dieci custodi delle leggi, sempre i più anziani, coi quali devono adunarsi tutti quelli che hanno ottenuto il premio di virtù; v’interverranno inoltre coloro che sono andati all’estero allo scopo di apprendere qualche cosa che possa essere utile all’opera di vigilanza esercitata sulle leggi, e che, ritornati salvi in patria, saranno ritenuti degni di partecipare al Consiglio, in seguito ad esame a cui saranno sottoposti dagli altri membri; abbiamo aggiunto che ciascuno deve prendere con sé un giovane, d’età non inferiore ai trenta anni, e proporlo agli altri, dopo che egli stesso avrà giudicato che il giovane è meritevole, per indole e per educazione, d’essere ammesso; e se anche agli altri parrà tale, lo ammetteranno; in caso contrario, il giudizio dato deve rimanere celato così agli altri come, e soprattutto, a colui che è stato respinto; che infine le riunioni devono tenersi di buon mattino, quando ognuno è maggiormente libero dagli altri affari, sia privati che pubblici (...) Se facciamo di questo Consiglio come l’ancora di tutto lo Stato, questa ancora, fornita di tutto ciò che si conviene, ci conserverà tutto quello che noi vogliamo».
Chi, a qualunque titolo, ha a che fare con la giustizia costituzionale deve conoscerne le antichissime e profonde radici di storia spirituale, delle quali il passo appena citato, ricco di dettagli e sfumature, è una testimonianza.
Continuiamo ancora un poco con le Leggi di Platone:
«Se la costituzione del nostro paese deve essere compiuta e perfetta, bisogna che tra i suoi istituti ve ne sia qualcuno che sia in grado di conoscere, in primo luogo, questo scopo, di cui parliamo, quale sia, cioè il fine politico che noi ci proponiamo; in secondo luogo, in qual modo questo scopo si debba raggiungere, e quali siano innanzitutto le leggi e poi le persone che potranno a tal fine riuscire utili o no. Se uno stato manca di questo, nessuna meraviglia se, essendo privo di intelligenza e di sensi (riferimento a un passo precedente in cui si parla di intelligenza e sensi come elementi di conservazione degli esseri viventi), procederà ogni volta a caso in tutte le sue azioni (...) Bisogna che questo Consiglio, come il presente nostro discorso sta a dimostrare, possieda tutte le virtù, delle quali principale è quella di non andar vagando, prendendo di mira molte cose, ma di guardare a una sola, rivolgendo sempre, per così dire, tutti i dardi verso di essa».
Questa virtù politica somma è la sintesi di «fortezza, temperanza, giustizia, prudenza», tutte attitudini a garanzia di «ciò che vogliamo conservare». Le garanzie della Costituzione che nel corso dei secoli sono state immaginate esprimono in tutti i contesti la radicata aspirazione a stabilizzare le regole fondamentali della convivenza politica (l’ancora dello Stato) e a difenderle dalla minaccia che viene dalla decisione abnorme imprevista. Per apprestare questa difesa, occorrono uomini dotati di fortezza, temperanza, giustizia e prudenza.
Queste proposizioni indicano la vocazione della giustizia costituzionale: la conservazione dell’essenziale. La sua prima realizzazione pratica sembra essere stata quella della nomothesía, un’istituzione dell’Atene del IV secolo a. C., che si fa risalire, però, a Solone, di cui v’è menzione in Demostene, Eschine e Andocide. La critica storica è incerta su numerosi aspetti di questa istituzione, in particolare circa il suo rapporto con l’assemblea popolare legislativa, ma c’è concordia nel ritenere che i nomoteti, nominati ad hoc con deliberazione dell’assemblea, avessero un potere di controllo sulle proposte di leggi innovative (psephísmata), per la difesa delle leggi antiche (nómoi). Il loro potere di controllo si esercitava quando si trattava di modificare o di abrogare una legge esistente, o di introdurne di nuove, e consisteva nel valutarne la compatibilità con il diritto precedente. Era dunque una funzione di freno e stabilizzazione, una funzione che appartiene all’essenza della garanzia costituzionale. Del resto, una funzione di questo genere si svolgeva anche nell’assemblea legislativa, espletata da un comitato di cinque sinègoroi (avvocati pubblici, difensori della legalità), eletti allo scopo di preservare il diritto tradizionale. Nel procedimento legislativo, dunque, trovava un suo posto definito il dibattito circa il rapporto fra antico e nuovo, al fine di difendere il primo contro gli attacchi scriteriati del secondo. In questa dialettica, il nómos prevaleva non tanto in quanto «superiore», ma in quanto «anteriore»: oppure, se così si vuol dire, la sua stessa durata lo rendeva venerabile agli occhi dei contemporanei e, perciò, in questo senso, superiore.
Se si parla di «funzione conservatrice» di queste procedure, si deve però precisare che questa non deve essere intesa nel senso politico odierno, come nella contrapposizione corrente conservatori-riformatori. La «conservazione» del nómos, di per sé, non significa nulla, a questo riguardo: la conservazione che difende un contenuto innovativo è innovazione dal punto di vista politico, mentre la sua eliminazione può significare un’involuzione conservatrice. Conservazione del nómos significa, dal punto di vista costituzionale, la difesa di quella continuità che è un aspetto della Costituzione stessa, in quanto norma di durata, e che consente di guardare a ogni desiderata condizione futura, che la legge volesse perseguire, con la garanzia e la tranquillità che ciò che è essenziale sarà mantenuto e su questo non si apriranno controversie distruttive. Conservatore e riformatore, applicati alla funzione di garanzia costituzionale oppure alla legislazione, non hanno dunque lo stesso significato.
L'unica cosa certa è che è partita. Ma una compagnia aerea, per stare in aria, ha bisogno di molte cose: una management competente, dipendenti orgogliosi di esserci, uno stato e una classe politica affidabili. Alla «nuova Alitalia» difettano tutte e tre le condizioni.
Tra gli addetti ai lavori, la previsione comune - in Italia e soprattutto all'estero - vede Colaninno e soci prendere al volo la prima occasione per cambiare lo statuto di Cai e anticipare la cessione dell'intero pacchetto ai francesi. Ne siamo convinti anche noi. Così come siamo convinti che in aprile, quando Spinetta lasciò il tavolo alla prima obiezione dei sindacati, lo fece perché giudicava quelle condizioni di vendita - 2,4 miliardi di euro, debiti compresi - più onerose di quelle che avrebbe potuto strappare qualche mese dopo, a crisi aziendale ben macerata.
La crisi globale sta colpendo tutto il trasporto aereo. Tra qualche mese «gli gnomi italiani» gli chiederanno in ginocchio di «lasciarli andar via». Tanto i loro guadagni se li attendono da Expò 2015 o dalle concessioni statali. Nel frattempo hanno distrutto la credibilità di alcuni sindacati, ridotti a dependance dell'ufficio del personale e l'agibilità politica di altri (sia «di base» che «di mestiere»). Per riuscirci non hanno guardato per il sottile. Sono state fatte leggi ad hoc, favoriti imprenditori amici (questa operazione è un salvataggio di AirOne, non dell'Alitalia), vilipesi persino gli alleati di governo (Lega, Moratti, Formigoni).
Berlusconi voleva vincere in un esperimento di «nuove relazioni industriali». Voleva creare un precedente che potesse fare da format per la revisione del «modello contrattuale» e per tutte le grandi vertenze, da ora in poi. Ha potuto contare su una stampa così monocorde da esser peggio di una «di regime». Solo dal quotidiano di Confindustria, non per paradosso, sono tracimate analisi critiche e perplessità ben documentate. Lo hanno assecondato sindacati «complici» (Sacconi dixit!) come Cisl, Uil e Ugl. Cui si è assurdamente accodata una Filt in patente distonia con il resto della Cgil.
Il prezzo dell'operazione è spaventoso. Non tanto, come ripetono tutti, per i 4 miliardi di debiti scaricati sui conti pubblici. E non solo per l'imbarbarimento delle relazioni industriali, che preannuncia anni durissimi per tutto il lavoro dipendente. E' immenso il costo in termini di capacità industriali bruciate allegramente, di competenze professionali che avevano fatto di Alitalia una compagnia di riferimento globale (settima nel mondo, a un certo punto). Un patrimonio costuito in 50 anni di attività e programmazione, distrutto in 10 anni di consapevole demolizione bipartisan.
Se ce n'era ancora bisogno, Berlusconi conferma d'essere un impresario, non un imprenditore. Come nel caso della Standa, quando mette le mani su un'azienda «fisica» è capace solo di distruggerla. «A me gli occhi, please» può riuscire solo in tv. E non per sempre.
Entriamo verso le 14.00 con il bus egiziano scalcagnato dal posto di frontiera a Rafah. C'è un'atmosfera tesissima, Israele per tutta la mattina ha bombardato i tunnel lungo il confine. I caccia nel cielo, il fischio, lo scoppio, profondo, terrificante. Alcune bombe sono cadute poche decine di metri da qui, infrangendo parte delle vetrate al terminal egiziano. Sul bus siamo in due. L'altro passeggero è un dottore palestinese che rientra a casa. Dall'altra parte, in «Hamasland », non ci sono sentinelle armate, solo un paio di uomini barbuti con vestiti bruni impolverati che parlano al walkie talkie.
Per lasciare il terminal ci si muove in ambulanza: tutti, indistintamente. Le strade sono vuote. Solo tre vecchie Mercedes lungo i quattro chilometri che portano all'ospedale europeo nella zona palestinese di Rafah. Qui è la regione dei tunnel, la più colpita dagli israeliani. Chi può se ne sta ben lontano. Molte case sono abbandonate, alcuni capannoni sono chiusi, serrati. Si notano invece molti carretti tirati da muli, non utilizzano benzina (ora costa un dollaro e mezzo al litro, il triplo di un mese fa). La maggioranza dei negozi è chiusa, ma dicono che qui le scuole sono aperte di mattina e a ogni tregua i contadini tornano a lavorare nei campi, anche quelli più a rischio.
L'entrata all'ospedale è accompagnata dal grido corale « shahìd, shahìd » (martire). Sono due barelle arrossate di sangue e sopra due morti. Uomini, giovani, il cervello che cola dalla testa. Alcune donne vestite di nero, il volto scoperto, invocano Allah, piangono. Quando vedono un giornalista occidentale inveiscono contro Israele e i suoi «crimini nazisti ». Seguono alcuni feriti, almeno sei. Uno è scosso da tremiti continui. Anche lui ferito alla testa. Il volto è irriconoscibile, il naso aperto, gli occhi sbarrati.
Oggi Israele ha colpito duro i villaggi della zona sud orientale, quelli che guardano al deserto del Negev. Risuonano continuamente i nomi di due località: Abasan e Kuza, rispettivamente 25.000 e 16.000 abitanti. «Praticamente tutte le vittime gravi delle ultime ventiquattro ore vengono da quei due villaggi. Il nostro ospedale manda i casi più difficili all'ospedale più importante, il "Nasser" di Khan Yunis », spiega Kamal Mussa, direttore amministrativo dell'istituto.
Qui regna il caos. I guardiani lasciano entrare tutti al pronto soccorso. I medici appaiono professionali, molti di loro hanno studiato all'estero, al Cairo, ma anche in Italia, Francia e negli Stati Uniti. Non mancano medicinali, né macchinari. Pure la folla è troppa, il pronto soccorso ne è sommerso. «Gli israeliani non hanno umanità, sparano nel mucchio, non distinguono tra soldati e civili, mirano ai bambini, sparano sulle case», gridano i membri dei clan tribali più colpiti, i Qodeh e Argelah.
Un dato sembra evidente, almeno per il sud di Gaza: non c'è malnutrizione. Nonostante l'aumento dei prezzi, la mancanza di alcuni generi alimentari, il blocco dei movimenti, a Gaza nessuno muore di fame. «La situazione è molto peggiore nei grandi campi profughi più a nord, come quello di Jabaliah. Ma qui nel sud il cibo non manca», dice Saber Sarafandi, dottore internista di 30 anni. Lui e il suo collega infermiere, Mohammad Lafi, appena tornato da un lungo corso di perfezionamento negli Stati Uniti, a New Orleans, sono evidentemente dei moderati. Hanno ben poco da spartire con la cultura della guerra santa e del fondamentalismo islamico propagandata da Hamas. Anzi, guardano con un certo fastidio ai ragazzi dalla barba lunga e l'uniforme nera che si muovono nell'atrio dell'accettazione. Eppure di un fatto sono convinti: «E' vero che Hamas ha rotto la tregua e ha fatto precipitare l'inizio dei combattimenti il 27 dicembre. Ma Israele ci stava prendendo per il collo, non avevano alternativa. I fatti gravi non sono neppure tanto gli omicidi mirati, perpetrati da Israele anche ai tempi della tregua. Sono piuttosto il sigillare Gaza come una grande prigione. La scelta di Hamas è stata tra l'essere uccisi a fuoco lento, oppure velocemente nella guerra. E hanno giustamente scelto lo scontro subito, un grido al mondo. E così facendo sta catturando le simpatie della popolazione. Hamas è oggi più forte che mai tra la nostra gente». Alle sette di sera cala il buio. Non c'è illuminazione pubblica. Le finestre delle abitazioni sono serrate. E' allora che un'ambulanza nuova fiammante, appena arrivata dall'Egitto, offre un passaggio per l'ospedale centrale di Khan Yunis. Il viaggio nella notte più nera prende meno di venti minuti. Le strade sono semivuote, ma comunque più popolate del pomeriggio. Si vedono soprattutto giovani uomini, apparentemente disarmati. Per un secondo il mezzo si ferma a raccogliere un medico che porta con sé un bambino di quattro giorni. Vicino c'è una botteguccia che vende bombole di gas da cucina. «Sono diventate una rarità — spiega Amal, l'ambulanziere —. Prima costavano 35 shequel israeliani, adesso superano i 400». Così ci si industria a cercare legna da ardere per cucinare sul pavimento.
Il «Nasser» è presidiato da centinaia di ragazzi. Tanti perdono tempo, si sentono importanti a contare i morti. Tanti altri sono però palesemente militanti di Hamas, che guardano con un misto di sospetto e curiosità ogni occidentale che entra. E' il direttore amministrativo del «Nasser», We'am Fares, a fornire nel dettaglio le cifre della guerra. Sul muro dietro la sua scrivania c'è la foto di Yasser Arafat e frasi del Corano incorniciate. Tutti i 350 letti dell'ospedale sono occupati. «Solo oggi abbiamo ricevuto 12 morti e 48 feriti di età comprese tra i 13 e 75 anni. Dal 27 dicembre i morti da noi sono stati 680, i feriti curati 183, tra tutti almeno il 35 per cento sono bambini minori di 14 anni ».
Appare invece difficilissimo trovare risposte certe all'uso delle bombe al fosforo. Gli israeliani le hanno utilizzate o no, è possibile vedere qualche ferito?
«Certo che le hanno usate, contro tutte le convenzioni internazionali. Qui a Khan Yunis abbiamo contato almeno 18 feriti e 7 morti», dicono all'unisono medici e infermieri. C'è un problema però: «Non si possono vedere. Tutti i feriti da armi al fosforo sono già stati trasferiti all'estero, specie in Egitto e Qatar». Resta vago anche Christophe Oberlin, un chirurgo di Parigi arrivato 3 giorni fa per conto del governo francese: «Io personalmente non ne ho visti di feriti da fosforo e non so se potrei davvero distinguerli dagli altri feriti, non sono un medico di guerra». Però di un fatto è sicuro: «Gli israeliani dicono che solo il 30 per cento delle vittime palestinesi sono civili. Questa è una palese menzogna, sono pronto a testimoniarlo davanti a qualsiasi tribunale internazionale. È vero il contrario: almeno l'80 per cento delle vittime sono bambini, anche piccolissimi, donne, anziani. Qui si sta sparando contro la società civile senza porsi troppi problemi. E le ferite che ho visto sono orribili. Moltissimi dei pazienti muoiono sotto i ferri». Verso le dieci di sera arrivano altre ambulanze cariche di feriti. Una scena carica di dolore, alleviata solo dal grande sorriso di Asma, una bambina di 10 anni ferita al torace, ma che parla veloce, quasi allegra e promette che da grande andrà all'università.
L’autorizzazione paesaggistica fai conti con il regime transitorio per altri sei mesi. Slitta ancora l’iter definitivo delle pratiche: il decreto legge "milleproroghe" (207/2008), nell’articolo 38, ha posticipato dal 1° gennaio al 30 giugno 2009 il regime transitorio. Il rinvio presenta luci e ombre.
Da un lato, ritarda la piena efficacia di uno strumento destinato a portare ordine nel governo del territorio, spesso disordinato e selvaggio, strumento che però di fatto - affida alle soprintendenze un ruolo che rischia di essere superiore alle risorse disponibili. Dall’altro, offre un vantaggio ai cittadini e alle imprese, che si confronteranno con una burocrazia più leggera, ma anche agli enti locali, Regioni e Comuni in testa. Le prime perché non sempre avevano messo a punto il meccanismo delle deleghe a Comuni e Province e approvato definitivamente i piani paesaggistici; i secondi perché spesso non avevano ancora adeguato gli strumenti urbanistici ai Piani e varato le Commissioni paesaggistiche locali, che hanno un ruolo chiave nella nuova procedura prevista dal decreto legislativo 42/2004.
Il percorso
Oggi il rilascio di un’autorizzazione che non incontri particolari inciampi prevede un tempo massimo di quattro mesi (vedi tabella) e vede coinvolti la Regione o l’ente da essa delegato e la Soprintendenza ai beni paesaggistici. Quest`ultima ha due poteri: il primo, di annullamento dell`autorizzazione, in caso di contrasto con le prescrizione di tutela del paesaggio; il secondo, sostitutivo dell’autorità competente se essa è inadempiente nel rilasciare l’utorizzazione entro i termini previsti (60 giorni). Da luglio di quest’anno entreranno invece in scena nuovi attori. Innanzitutto, le Commissioni paesaggistiche locali, che hanno l’obbligo di fornire pareri non vincolanti sulle richieste. A seconda dei casi si può trattare di quelle regionali, provinciali o comunali: conta l’ente che ha ricevuto la delega regionale per quel particolare assenso. Poi debutterà un commissario ad acta, che erediterà dalla Soprintendenza il potere sostitutivo in caso di inadempienza. La Soprintendenza al paesaggio stessa serba ancora tale potere solo nel caso in cui la Regione non abbia delegato ai Comuni l’autorizzazione ed è comunque membro di diritto delle Commissioni paesaggistiche regionali insieme alla Soprintendenza ai beni archeologici. Con il complicarsi delle procedure, i tempi massimi per ottenere il via libera a un’opera edile cresceranno di almeno un mese.
I ritardi
Entro il 30 giugno le Regioni dovranno verificare i requisiti di organizzazione e di competenza tecnico-scientifica degli enti delegati a concedere l’autorizzazione - Comuni in primis - che comprendono anche l`applicazione sul loro territorio del piano paesaggistico approvato.
In mancanza di tale verifica, le deleghe in essere al 30 giugno 2009 decadono e la Regione deve riassumersi in pieno tutti i compiti. Si tratta di una disposizione che si rivelerà di difficile applicazione, anche perché non è ben chiaro quale sia l’ente delegato ai controlli e, soprattutto, come possa materialmente esercitarli. Le previsioni dei piani paesaggistici prevalgono sulle norme difformi contenute negli strumenti urbanistici comunali che non siano stati adeguati alla data del 1° giugno 2008 (termine non prorogato). Le discussioni sul nuovo iter riguardano soprattutto il grande potere concesso alle Soprintendenze, enti - rilevano i critici spesso dotati di scarso personale e caratterizzate da iter burocratici lunghi. In assenza di piani paesaggistici che definiscano in modo puntuale i criteri per il rilascio o il diniego dell’autorizzazione, il parere della Soprintendenza sarà vincolante: un punto che potrebbe sfociare in un eccesso di discrezionalità, in violazione del principi del decentramento. Infatti tale parere è soggetto solo alle regole dei singoli vincoli, che spesso non contengono prescrizioni precise.
Per le Regioni e i Comuni che per inefficienza o per mancanza di strutture o mezzi finanziari non hanno saputo varare i piani paesaggistici o non hanno potuto adeguarsi ad essi, si configura perciò un ulteriore periodo transitorio anche dopo il 30 giugno 2009, in cui le Soprintendenze avranno un ruolo molto forte.
Se il "global warming" va sotto processo
Pascal Acot
Quella che stiamo vivendo in questi anni è una svolta indiscutibile nella storia del clima. Il pianeta si riscalda sempre di più. Il global warming è un processo complesso che non è certo rimesso in discussione dall’attuale ondata di freddo abbattutasi sull´Europa. La situazione di questi giorni - che per altro non è assolutamente eccezionale, visto che negli ultimi decenni bbiamo conosciuto periodi anche più freddi - è piuttosto il segno di un progressivo sregolamento climatico dovuto all’innalzamento globale della temperatura.
Nel corso del secolo scorso la temperatura del pianeta è aumentata dello 0,6 per cento, con un margine d’errore dello 0,2 per cento. Forse non siamo ancora di fronte a una tragedia irreversibile, ma ciò non significa che non si debba intervenire. Anche perché non siamo assolutamente in grado di fare previsioni affidabili.
L’unica certezza è il ruolo fondamentale svolto dalle attività umane nel processo che aggrava il riscaldamento del pianeta, riscaldamento che finora era solo di origine astronomica. E siccome la prossima fase di glaciazione sarà tra 50 mila anni, non possiamo contare sulla variabile astronomica per combattere la deriva del clima.
La natura non può rimediare ai nostri errori, anche se alcuni fenomeni sembrerebbero indicarlo. Ad esempio, secondo alcune ricerche, lo scioglimento dei ghiacci polari dovuto al riscaldamento climatico metterebbe in moto un processo naturale in grado di combattere l’effetto dei gas serra.
Si tratta solo di un’ipotesi, che se fosse confermata mostrerebbe quanto possa essere imprevista l’evoluzione climatica. Sapere che la natura sa reagire, non dovrebbe però spingerci all’attendismo. Invece, forse inconsciamente, coltiviamo tutti l’illusione che la natura sia capace di ristabilire da sola il proprio equilibrio. La pensiamo come una realtà indistruttibile e tale percezione diventa un alibi per non agire e addirittura per non rispettare gli impegni già presi.
Si pensi ad esempio al protocollo di Kyoto, che finora non è riuscito a ottenere i risultati auspicati. I gas serra dovevano diminuire e invece tra il 2005 e il 2007, la Spagna ha aumentato le emissioni di gas serra del 53 per cento, il Portogallo del 43 per cento e l’Irlanda del 26 per cento. Per non parlare dell’impatto sull’ambiente delle cinquantadue centrali a carbone messe in cantiere dalla Cina.
Insomma, nonostante gli accordi di Kyoto, la situazione si degrada, forse perché le popolazioni non percepiscono ancora le trasformazioni climatiche come una vera minaccia.
Quando si parla del riscaldamento del pianeta si dimentica spesso che le maggiori conseguenze di tale situazione ricadranno sui paesi più poveri, per i quali l’ecologia è un lusso insostenibile. Quando non si sa come nutrire i propri figli, non ci si preoccupa certo del riscaldamento climatico e si cerca solo di sopravvivere. Anche nei paesi occidentali, a pagare saranno soprattutto le popolazioni più fragili vale a dire i bambini, gli anziani, i malati e i più poveri. Questa vulnerabilità però non è quasi mai presa in considerazione, rimuovendo quindi le conseguenze concrete prodotte dai cambiamenti climatici, conseguenze che saranno una vera e propria tragedia per moltissime persone.
Ecco perché il global warming non è solo un problema ecologico, ma anche e soprattutto un problema sociale e politico. Le catastrofi naturali, sempre più frequenti degli anni a venire, vanno viste innanzitutto come catastrofi sociali, i cui costi economici e umani risulteranno ogni volta più drammatici. La battaglia, quindi, non può svolgersi solo sul terreno ecologico, deve spostarsi sul sociale.
Accanto alle misure per limitare le emissioni dei gas serra, bisognerebbe già intervenire per aiutare le popolazioni ad adattarsi a un´evoluzione climatica ineluttabile.
Ad esempio, dovremmo aiutare i paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo ad affrontare siccità sempre più gravi. Occorrerebbe un piano straordinario di interventi di medio e lungo periodo per evitare terribili drammi umani e flussi migratori sempre più incontrollabili.
In una fase di crisi economica come quella attuale è però difficile pensare politiche straordinarie capaci di mettere in campo ingenti risorse. Di fronte alla crisi, chi governa sceglie sempre le soluzioni più economiche, senza rendersi conto che quasi sempre sono le più costose sul piano ecologico. Anche l’industria mira esclusivamente al profitto immediato, senza preoccuparsi del costo per la collettività delle sue scelte, rivelando così una contraddizione insanabile tra economia e ecologia, tra interesse privato e interessi collettivi. Per questo, una politica preoccupata della difesa del pianeta avrebbe bisogno di un forte impulso pubblico e di una pianificazione capace di proiettarsi nel futuro. Senza la pressione dello Stato, le imprese non prenderebbero mai misure a difesa dell’ambiente, di solito molto costose e senza benefici economici immediati.
Purtroppo le élite politiche ed economiche si sono sempre dimostrate lontane dai problemi reali della gente, usando l’ecologia solo per fare qualche risparmio. Lo Stato di solito si limita a incitare i cittadini a cambiare i loro comportamenti (una politica che non costa nulla), quando invece sarebbe necessario un sostegno tecnologico ed economico alle imprese, affinché abbandonino le tecnologie più inquinanti. Per non parlare delle misure contraddittorie: si tassano le automobili più inquinanti, ma si lascia esplodere il trasporto su strada. Insomma, mancano politiche coerenti e di lungo periodo. Si aspetta di essere con le spalle al muro per intervenire, ma così facendo si arriva sempre troppo tardi.
Un’economia non distruttrice della natura non può che nascere in un contesto molto dirigista che pone vincoli e tiene conto innanzitutto dell´interesse futuro della collettività.
Di recente, in occasione della crisi finanziaria mondiale, abbiamo assistito a un interventismo statale molto accentuato. Questo stesso atteggiamento, fatto di decisionismo e volontarismo, sarebbe necessario anche sul piano ecologico. Come pure sarebbe necessario che la sensibilità ecologica - indubbiamente oggi più diffusa che in passato - si trasformasse in comportamenti concreti e scelte operative. Per adesso però quasi nessuno è veramente disposto a cambiare il proprio stile di vita. Sarà probabilmente un processo molto lungo. Il problema però è che nessuno sa dire con esattezza quanto tempo ci resti.
(testo raccolto da Fabio Gambaro)
Ma il tempo non è il clima
Antonio Cianciullo intervista Jeremy Rifkin
Un Capodanno con il cappotto pesante, qualche aeroporto bloccato per neve e subito l’affondo degli eco scettici: «Il global warming rallenta». C’è veramente un´inversione di tendenza? «Nella letteratura scientifica internazionale non esiste traccia di questi dubbi», risponde dal suo studio di Washington Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends. «Forse in Italia c’è ancora qualcuno che confonde il tempo con il clima. Eppure il concetto è semplice: provo a ripeterlo. Per capire dove va il clima occorre osservare i lunghi periodi, prendere in considerazione le serie degli anni. E da questo punto di vista il quadro è chiaro: gli anni Ottanta sono stati i più caldi nella storia delle meteorologia, i Novanta li hanno battuti e questo inizio di secolo segue il trend del rialzo di temperatura».
Anche con un Natale freddo?
«Ecco, appunto, adesso parliamo del tempo, cioè della meteorologia che, tra l’altro, si sta comportando esattamente secondo le previsioni degli scienziati Onu: aumentano gli eventi estremi. In questo caso, per la verità, non si è neppure registrato un evento estremo. Semplicemente non c’è una progressione meccanica; non succede che ogni Natale sia un po’ più caldo di quello precedente, anno dopo anno, in modo geometrico. Registriamo sbalzi in alto e in basso: quello che conta è la tendenza».
E la tendenza in che direzione ci porta?
«In una direzione pessima. Già le previsioni dell’Ipcc sono preoccupanti, ma James Hansen, il più importante climatologo degli Stati Uniti, dopo una lunga ricerca sul campo ha lanciato un allarme che deve far riflettere: fermare la concentrazione dell’anidride carbonica in atmosfera a 450 parti per milione non basta se vogliamo evitare uno scenario catastrofico».
Abbiamo già superato le 380 parti e fermarsi a quota 450 viene considerato un obiettivo ambizioso.
«Hansen ha fatto dei carotaggi sul fondo dell’oceano e ha ricostruito cosa è accaduto in passato quando la concentrazione di anidride carbonica è aumentata molto velocemente. Se si rimane a quota 450 anche per pochi anni, si raggiunge il tipping point, cioè la soglia di non ritorno, e la temperatura sale rapidamente di sei gradi: un salto che comporterebbe la fine della nostra civiltà».
Qual è il tetto da non superare?
«Le 350 parti per milione. Cioè un valore inferiore a quello attuale: dobbiamo far ridiscendere la concentrazione di anidride carbonica varando piani come quello predisposto dal governo della Gran Bretagna: investire in efficienza e nelle fonti rinnovabili per arrivare a tagliare le emissioni serra dell’80 per cento entro il 2050».
Investire con questa crisi economica?
«La crisi ci aiuta perché il modello della terza rivoluzione industriale, quella basata sull’energia diffusa, sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza, è la sola possibilità per far ripartire il motore dell’economia».
Il piano Obama sulle rinnovabili.
«Quel piano coglie solo una parte delle possibilità: manca una coerente visione d’assieme. Non basta limitarsi a creare qualche pezzo di economia che funziona: occorre costruire l’infrastruttura necessaria alla terza rivoluzione industriale e da questo punto di vista il ruolo degli edifici è determinante. Dovremo avere milioni di case e di uffici che invece di consumare energia la producono usando il sole, il vento, il riciclo dei rifiuti. Dovremo muoverci con veicoli a zero emissioni che usano idrogeno ottenuto con energia rinnovabile. Dovremo affinare la tecnologia delle fonti rinnovabili usando anche geotermia, maree, onde. Solo in questo modo riusciremo a risolvere assieme le tre grandi crisi che ci minacciano: la crisi della finanza globale, la crisi della sicurezza energetica, la crisi del cambiamento climatico».
Chi sarà il protagonista di questa rivoluzione?
«Dal punto di vista politico l’Unione europea ha molte carte da giocare perché la sua visione strategica è centrata sulla qualità della vita: punta ad aumentare l’efficienza, a conciliare il mercato con la protezione sociale, a trovare soluzioni che tengano conto della collettività e non solo dell’individuo. Dal punto di vista industriale bisogna compensare vent’anni passati ad accumulare debiti e a investire poco in innovazione e ricerca. Per questo abbiamo costruito il Tavolo dei business leader della terza rivoluzione industriale. Hanno già aderito cento tra presidenti e amministratori delegati delle più importanti industrie a livello globale nei settori strategici: le fonti rinnovabili, l’edilizia avanzata, i trasporti a basso impatto ambientale, le reti intelligenti. Saranno loro a dimostrare che oggi il colore del business è il verde».
I negazionisti del gas serra
Luca Mercalli
Karasjok, nella Norvegia settentrionale, è uno dei luoghi più freddi d’Europa, nel 1886 ha registrato 51 gradi sottozero. Nei giorni scorsi vi faceva più caldo che a Piacenza, con "soltanto" meno nove gradi, nel buio della notte polare. Lassù il dicembre 2008 si è chiuso con sette gradi oltre la media. Quindi, mentre nell’Italia innevata il riscaldamento globale non va più di moda, in Scandinavia si potrebbero fare titoli cubitali sulla sua avanzata. L’aggettivo "globale" serve proprio per evitare questo continuo rumore di fondo focalizzando l’analisi su un dato significativo per l’intero pianeta. Michel Jarraud, segretario generale dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha dichiarato che «nonostante l’attuale freddo sull’Europa centro-meridionale, la tendenza generale rimane senza dubbio verso il riscaldamento». Ed è la stessa agenzia internazionale, che dal 1951 coordina le osservazioni meteorologiche di tutto il mondo, a ribadire che il 2008 è stato il decimo anno più caldo dal 1850 (il settimo in Italia dal 1800, dati Cnr-Isac) e ha visto una stagione degli uragani atlantici tra le più attive, con 16 eventi. E i ghiacci artici in aumento? Frutto di un frettoloso giornalismo in cerca di scandali, basato su dati non correttamente interpretati a causa di differenti satelliti utilizzati dal 1979 a oggi per misurare la banchisa artica. (AspoItalia ha fatto chiarezza qui: www.aspoitalia.it/archivio-articoli).
Ma è assurdo trasformare il problema del cambiamento climatico antropogenico in uno scontro da tifoseria calcistica: oggi fa freddo uno a zero per i negazionisti, domani fa caldo e segnano i serristi. Così come è assurda la divisione, aggressiva e improduttiva, tra elenchi di scienziati pro e contro: la scienza non si fa a maggioranza, ma verificando le ipotesi con fatti ed esperimenti. L’Ipcc, tanto vituperato quanto poco conosciuto, non è certo depositario di verità assolute, ma ha posto in essere dal 1988, anno della sua fondazione, un serrato processo di validazione dei dati che è quanto di meglio oggi si sia riusciti a mettere in atto con la cooperazione di tutti i governi.
Il riscaldamento degli ultimi decenni è inequivocabile e l’aumento dei gas serra è il processo fisico che ha maggiori probabilità di spiegarlo, come aveva già intuito nel 1896 il chimico svedese Svante Arrhenius. Sulla previsione del futuro le incertezze sono molte di più, lo diceva già il Nobel per la fisica Niels Bohr, ma da quando nel 1967 Syukuro Manabe e Richard Wetherald del Geophysical Fluid Dynamics Laboratory di Princeton elaborarono la prima previsione numerica computerizzata del riscaldamento atmosferico causato dall´aumento dei gas serra, qualcosa si è imparato e il legame più CO2 uguale più caldo non è mai stato smentito. Semmai è la complessità delle interazioni nell’intero sistema terrestre - atmosfera, oceani, ghiacci, suoli, foreste, alghe, batteri, uomo - rendere per ora limitata la comprensione del problema. Il fatto che poi le risposte all’aumento della concentrazione di gas serra siano lente rispetto alla durata della vita umana e si esplicitino in molteplici modalità, ci priva di quella desiderabile verifica causa-effetto che in altri settori della scienza è talora più netta, ma meno diffusa di quanto si immagini. Se prendiamo la medicina, vediamo che sono ancora molte le patologie mal conosciute. Non per questo si rinuncia alla cura. E considerando il fumo, pur nella concorde affermazione della sua tossicità, nessuno è disposto a credere che quelle cupe minacce stampate sul pacchetto di sigarette si verificheranno proprio su di sé molti anni più tardi. Se le sigarette uccidessero all´istante, il nesso causa-effetto sarebbe chiarissimo e nessuno fumerebbe.
La posta in gioco sul riscaldamento globale è dunque così alta che la sua prevenzione, in sintesi la riduzione dell’uso di combustibili fossili a vantaggio di energie rinnovabili e sobrietà, presenta comunque vantaggi collaterali, come nel caso del fumo, clima o non clima. Consumare meno e meglio, ridurre inquinamento e rifiuti, chiudere i cicli produttivi in un pianeta limitato, è un progetto per la salvaguardia a lungo termine del nostro benessere. Personalmente detesto il caldo e adoro neve e freddo, non sono dunque un teologo del riscaldamento globale, preferirei senz’altro l’avvento di un’era glaciale. Ma le evidenze che qualcosa non funziona nel termostato terrestre sono tanto più numerose di quelle che minimizzano il problema, da non poterle trascurare.
Bilancio di una delle peggiori presidenze della storia degli U.S.A. Da il manifesto , 13 gennaio 2009 (m.p.g.)
Giunto per fortuna degli Stati uniti, nostra e di tutto il mondo all'ultimo atto della sua rovinosa presidenza, George W. Bush riesce ancora una volta a non deluderci con la sua beata incoscienza, o falsa coscienza. Lui sì che è deluso: proprio così, «deluso» dal mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa in Iraq, neanche fosse un bambino che giocava alla caccia al tesoro e non è arrivato al traguardo. Errori? No, semplicemente qualche volta «le cose non sono andate come pianificato»; ma lui ha fatto sempre quello che gli sembrava giusto fare e tanto basta, la buona fede è quella che conta. Era in buona fede anche quando s'è inventato il campo di Guantanamo? Certo che sì, in mala fede sono quei paesi che l'hanno contestato ma quand'è stato il momento si sono rifiutati di accollarsi qualche detenuto. Abu Ghraib? Non c'è problema, la tortura «non ha danneggiato la reputazione morale dell'America»: «la gente sa che America significa libertà», basta la parola. L'Europa, quella sì che è un problema, quella sì che ha una bassa reputazione morale: s'è permessa di dire che la guerra in Iraq era senza mandato, e si permette di sindacare sulle gerarchie mediorientali: «In certe parti d'Europa si può essere popolari addossando a Israele la responsabilità di ogni problema del Medio oriente, e si può diventare popolari partecipando al Tribunale criminale internazionale». Lui invece la popolarità facile la rifiuta: «Avrei potuto diventare più popolare accettando Kyoto. Ma sentivo che era un trattato ingiusto».
Il presidente ammette solo, bontà sua, di avere usato talvolta un linguaggio aggressivo: questione di toni; problema di carattere. Adesso promette che lascerà intera la scena a Obama e si occuperà solo di portare il caffé la mattina a Laura, e a noi non resta che da sperare che mantenga davvero la promessa.
Quanti sono i danni lasciati sul campo da otto anni di presidenza Bush?Due guerre, la riabilitazione della tortura e l'attivazione di Guantanamo, i diritti di libertà gravemente lesionati all'interno, una crisi finanziaria ed economica gravissima, la disoccupazione galoppante....fin qui siamo agli effetti misurabili. Ma quelli non misurabili? La devastazione della «reputazione morale dell'America» non sarebbe niente se non fosse accompagnata dalla devastazione del termine Occidente, diventato l'ascia di guerra per lo scontro di civiltà, del termine democrazia, diventato la bandiera delle spedizioni di conquista, del termine libertà, diventato sinonimo di mercato e imprenditorialità. La lotta al terrorismo internazionale condotta in modo guerrafondaio e controproducente sarebbe reversibile, se non fosse che nel frattempo siamo diventati «terroristi» presunti in troppi, dai musulmani che manifestano per Hamas e a cui l'ineffabile Giovanardi, qua in Italia, vuole negare il permesso di soggiorno all'ex ministro degli esteri D'Alema che si permette di dire che con Hamas prima o poi bisognerà obtorto collo trattare se si vuole riaprire una possibilità d'esistenza alle forze arabe moderate anti-Hamas. La paranoia securitaria sarebbe un trauma elaborabile degli Stati uniti post-11 settembre se non fosse diventata ideologia e tecnica di governo planetaria e cemento della disgregazione sociale. Non per caso è questo l'unico testimone che Bush tenta di passare a Obama: «la più grave minaccia che il nuovo presidente dovrà affrontare sarà il rischio sempre esistente di un attacco terrorista contro il territorio americano». Tradotto: lasci stare la speranza e continui a governare con la paura. Un'eredità mortifera, una tazzina di caffé avvelenata che speriamo che Obama rifiuti di bere.
Non molto tempo prima dell’offensiva contro Gaza, il premier israeliano Ehud Olmert pose a se stesso e al proprio popolo una domanda gelida, senza precedenti. Una domanda non concernente i valori e la morale, ma la pura utilità.
Era il 29 settembre, e in un’intervista a Yedioth Ahronoth denunciò quarant’anni di cecità: quella d’Israele e la propria. Disse che era arrivato il momento, non rinviabile, in cui lo Stato doveva mutare natura e scegliere come vivere e sopravvivere: se guerreggiando in permanenza, o cercando la pace coi vicini.
Non negò le colpe di Hamas e di molti Stati arabi, ma invitò i connazionali a concentrarsi sul "proprio fardello di colpa". Il fardello consisteva negli automatismi del pensiero militarizzato: "Gli sforzi di un primo ministro devono puntare alla pace o costantemente aspirare a rendere il paese più forte, più forte, più forte, con l’obiettivo di vincere una guerra?".
Aggiunse che personalmente non ne poteva più di leggere i rapporti dei propri generali: "Possibile che non abbiano imparato assolutamente nulla? Per loro esistono solo i carri armati e la terra, il controllo dei territori e i territori controllati, la conquista di questa e quella collina. Tutte cose senza valore". L’unico valore da ritrovare era la pace, perseguibile a un’unica condizione: liquidando le colonie, restituendo "quasi tutti se non tutti i territori", dando ai palestinesi "l’equivalente di quel che Israele terrà per sé". Alla Siria andava reso il Golan, ai palestinesi parte di Gerusalemme. Così parlò il primo ministro d’Israele, non un preconcetto nemico dello Stato ebraico e del suo popolo.
Da queste parole sembra passato un tempo enorme e oggi non sono che fumo e fame di vento, come nel Qohèlet. Allora l’opportunità era imperativa, vicina. Nemmeno tre mesi dopo, la guerra è decretata "senza alternative". Allora Olmert pareva ascoltare gli intellettuali contrari alle soluzioni belliche: da Tom Segev a Gideon Levy a Abraham Yehoshua che tra i primi, su La Stampa, ha invocato negli ultimi giorni la tregua. Tre mesi dopo il pensiero militarizzato si riaccende e il dissenso si dirada. Non restano che Segev, Gideon Levy, Yossi Sarid. Perfino Yehoshua considera vana una reazione proporzionata ai missili di Hamas "perché la capacità di sopportazione e resistenza dei palestinesi è infinitamente superiore a quella degli israeliani". La domanda gelida di Olmert, a settembre, era la seguente e resta valida: "Che faremo, dopo aver vinto una guerra? Pagheremo prezzi pesanti e dopo averli pagati dovremo dire all’avversario: cominciamo un negoziato".
Secondo Olmert, Israele era a un bivio: "Per quarant’anni abbiamo rifiutato di guardare la realtà con occhi aperti (...). Abbiamo perso il senso delle proporzioni".
Non poche cose s’intuiscono, anche se ai giornalisti è vietato il teatro di guerra. Quel paesaggio che da giorni vediamo sugli schermi, alle spalle dei reporter, è praticamente tutta Gaza: non più di 40 chilometri di lunghezza, 9,7 chilometri di profondità. Con 360 chilometri quadrati, Gaza è più piccola di Roma e abitata da 1,5 milioni di palestinesi.
Inevitabile che in un lembo sì minuscolo i civili abbattuti siano tanti (metà degli uccisi, secondo alcuni). Inevitabile chiedersi se i governanti israeliani non persistano nella cecità, quando negano che la loro guerra sia contro i civili e un disastro umanitario.
Israele ha serie ragioni da accampare: i missili di Hamas sulle città del Sud, da anni e malgrado il ritiro unilaterale voluto da Sharon nel 2005, generano angoscia e collera indicibile, anche se i morti non sono molti. Ma ci sono cose non dette, in chi giustamente s’indigna: cose che questi ultimi nascondono a se stessi, dure da ammettere, non vere.
Non è vero, innanzitutto, che lo Stato israeliano reagisca senza voler penalizzare i civili.
Bersagliando i luoghi da cui partono i missili di Hamas, esso sa che subito Hamas e i missili si sposteranno altrove, e che in quei luoghi non resteranno che i civili: vecchi, donne, bambini. Lo dicono essi stessi, ai giornalisti: "Quando parte un missile vicino alle nostre case, scuole, moschee, sappiamo che non Hamas sarà colpito, ma noi". La domanda è tremenda: come spiegare agli abitanti di Gaza la differenza con rappresaglie che, come a Marzabotto, sacrificarono centinaia di civili al posto di introvabili partigiani?
Secondo: non è vero che non esistessero alternative all’attacco aereo e terrestre. Se la tregua con Hamas non ha funzionato, è perché mai iniziò veramente. Perché i coloni avevano evacuato la Striscia ma Israele manteneva il controllo dei cieli, del mare, dei confini. Il cessate il fuoco negoziato a giugno prevedeva la fine del lancio di missili palestinesi ma anche la rimozione del blocco di Gaza, imputabile a Israele. I missili son diminuiti, anche se non scomparsi: ne cadevano a centinaia tra maggio e giugno, ne son caduti meno di 20 nei quattro mesi successivi. Nulla invece è accaduto per il blocco.
Questo è il "fardello di colpe" israeliane, non piccolo, e ancora una volta la geografia aiuta a capire. Dice il governo d’Israele che dal 2005 Gaza appartiene ai palestinesi, ma che non è servito a nulla. È falso anche questo, perché Gaza essendo priva di autonomia non è messa alla prova. Non le manca solo il controllo dell’aria, del mare. Ci sono sei punti di passaggio che dovrebbero consentire il transito di cibo, acqua, elettricità, uomini (lungo la frontiera con Israele il valico Erez a Nord, i valichi Nahal Oz, Karni, Kissufim, Sufa a Est; ai confini con l’Egitto il valico Rafah) e tutti sono chiusi. Per una briciola come Gaza è impossibile vivere senza rapporti coll’esterno, ed essi sono bloccati da quando Hamas ha vinto le elezioni e rotto con Fatah. Anche in tal caso un’intera popolazione paga per i politici, e quando il cardinale Martino parla di campo di concentramento (altri parlano di prigione a cielo aperto) non s’allontana dai fatti. I tunnel servono a contrabbandare armi, è vero. Ma anche a trasportare cibo, medicine, pezzi industriali di ricambio. Il disastro umanitario a Gaza non comincia oggi. E quel milione e mezzo è lì perché cacciatovi dall’esercito israeliano nel ’48.
La punizione è parola chiave, in numerose guerre israeliane. Ma la punizione en masse dei civili non punisce in realtà nessuno, e accresce ire omicide nei contemporanei e nei discendenti. È una sorta di vendetta esibita. È guerra terapeutica che libera da inibizioni morali, guerra fatta per roteare gli occhi, scrive Yossi Sarid (Haaretz, 9 gennaio). È non solo feroce, ma vana. I missili di Hamas continuano a colpire e hanno addirittura allungato la gittata: ormai colpiscono Beer Sheva (36 chilometri dalla centrale atomica di Dimona) e la base di Tel Nof (27 chilometri da Tel Aviv).
Gaza e Cisgiordania sono più che mai interdipendenti. Quel che accade in Cisgiordania ha pesato amaramente su Gaza, e pesa ancora. In questo caso sì: non c’è alternativa alla decolonizzazione e al ritiro. Anche Israele, come tanti imperi, deve passare di qui. Deve smettere di separare i teatri d’azione: di edificare nuove colonie ogni volta che negozia o ogni volta che guerreggia su altri fronti, in Libano o a Gaza. È quello che teme anche oggi Dror Etkes, coordinatore dell’associazione israeliana Yesh Din (volontari per i diritti umani): "Posso certificare che proprio in queste ore stanno spianando terre in Cisgiordania per una nuova colonia presso Etz Efraim, e per un avamposto presso Kedumim". In un libro di Idith Zertal e Akiva Eldar (Lords of the Land, New York 2007) è scritto che la pace è irraggiungibile se non si riconosce che ogni singola colonia, e non solo i cosiddetti avamposti illegali, viola la legge internazionale; se non ci si spoglia dell’ossessione delle armi e delle terre idolatrate, che Olmert stesso ha denunciato poche settimane fa.
Architetto e urbanista, ex direttore generale del ministero dei lavori pubblici, Vezio De Lucia è stato amministratore pubblico ma anche impegnato in politica, assessore all’urbanistica a Napoli, oltre che consulente di amministrazioni comunali, provinciali e regionali.Un osservatorio speciale, il suo, dentro e fuori l’amministrazione pubblica.
Come mai nelle più recenti inchieste giudiziarie sule amministrazioni pubbliche è proprio l’urbanistica il cuore della corruzione? Il controllo e il mutamento del territorio non dovrebbe invece essere dominato dall’interesse pubblico, collettivo?
«In parte non è una novità. Non c’è dubbio però che la situazione si sia aggravata in questi anni. Certo da quando si è consolidata l’urbanistica contrattata, che la prima legittimazione l’ha avuta dall’amministrazione comunale di Milano. Ora è ormai cosa ordinaria: un avvocato che si occupa del caso di Firenze ha recentemente dichiarato che “La procura sta confondendo le contrattazioni giornaliere tipiche dell’urbanistica contrattata con atti di corruzione che invece non ci sono”. Può darsi benissimo che l’urbanistica contrattata non sia corruzione, certo è una sua parente stretta».
Perché?
«Perché affida le scelte sull’uso del territorio - che dovrebbe essere un primario interesse collettivo - agli interessi della proprietà fondiaria. Sarebbe uno scandalo, ma sta per diventare legge della repubblica: alla Camera è tornata in discussione - senza gran scandalo - la famigerata legge Lupi, che prevede esplicitamente che gli atti «autoritativi» della pubblica amministrazione siano sostituiti dagli atti «negoziali». Il ché significa rendere obbligatoria la contrattazione. Il governo del territorio, il suo sviluppo, non sarà dunque guidato dai bisogni e dall’interesse pubblico, ma dall’interesse fondiario».
La pausa nella corruzione, dopoTangentopoli, è durata un paio d’anni, dice Gerardo D’Ambrosio. In quegli anni lei era assessore a Napoli, qual’ è la sua esperienza?
«A Napoli l’urbanistica continua a essere impeccabile. Quando si imposti bene e si organizzi le strutture pubbliche con idee forti, competenza e trasparenza, le difese ci sono. Nessuno sembra accorgersi che a Napoli ci sono mille guai, una corruzione diffusissima: ma l’urbanistica è pulita, nessuno scandalo ha finora sfiorato l’amministrazione comunale».
Più che sui politici, D’Ambrosio punta il dito sui tecnici, i funzionari che preparano i bandi delle gare e i testi delle delibere...
«Ha perfettamente ragione. Infatti, l’ho appena detto, è indispensabile che le amministrazioni abbiano strutture trasparenti, leali, garantite; persone eticamente motivate. Senza, nulla regge. Nemmeno il migliore amministratore del mondo può governare limpidamente senza funzionari e strutture competenti e trasparenti; gli interessi fondiari sono fortissimi...».
Tito Boeri sostiene che il Parlamento è un luogo dove si coltivano interessi molto privati. Voti in cambio di gare d’appalto su misura.
«È corretto, è la conseguenza del modo in cui sono eletti i parlamentari che non hanno più da dar conto al proprio collegio, ma solo ai dirigenti del loro partito. La nuova legge elettorale ha prodotto un sistema che riduce il controllo e la partecipazione dei cittadini e degli elettori. Ai quali spesso si rassegnano e, come dice D’Ambrosio, la rassegnazione favorisce la corruzione».
È come fosse cessata ogni sanzione sociale sulla corruzione. Non sarà, come dice Achille Serra, che siamo un paese troppo qualunquista e individualista? Eppure sembrava forte la tradizione – comunista ma anche liberale, repubblicana, azionista - dei Cederna e dei Tafuri, di Antonio Iannello e di Danilo Dolci...
«Credo sia conseguenza della scomparsa dei partiti di massa. Un esempio: la sconfitta elettorale a Roma del centrosinistra è stata accolta con rassegnazione dall’elettorato. Chi ha vissuto la sconfitta della sinistra nell'85 ricorda quel che avvenne nel Partito comunista. Ci fu una rivolta, assemblee senza fine, capri espiatori, fu preteso il rinnovamento...Questa volta, invece non è avvenuto nulla, a nessuno si è chiesto conto. Senza quel partito, quel dibattito che arrivava fino in borgata, a Roma le denuncie di Antonio Cederna avrebbero avuto certo meno peso. Sono le contraddittorie conseguenze del dopo Tangentopoli: la maggior libertà di manovra che si sono conquistati i partiti e la degradazione dei meccanismi politico elettorali. Una strada pericolosa,come avrebbe dovuto insegnare la parabola del Psi, che aveva trasformato la corruzione da fenomeno marginale a componente organica della politica».
A complicare le cose,l’abusivismo edilizio.
«Il territorio, da Roma in giù, è in mano all’abusivismo. Come hanno accertato molte indagini giudiziarie, l’abusivismo è una delle attività della malavita organizzata. In Campania, non solo in Campania, l’intero ciclo della produzione abusiva è controllata dal clan dei catanesi. A contrastare questo fenomeno non c’è alcun autentico impegno. Certo, c’è sempre il sindaco impegnato, il magistrato, la Guardia di Finanza, le forze dell’ordine... Ma lo Stato è assente. Per l’ultimo condono a Roma sono state presentate 85.000 domande; segno che il territorio è allo sbando. E oggi, con Alemanno, anche quel tanto di repressione dell’abusivismo che era stata messo in campo sembra sia stato messo in discussione».
Scomparsa la questione morale? La tensione etica?
«A volte mi sembra residuale, di nicchia. È scomparso Antonio Cederna, che veniva definito sprezzantemente “l’indignato speciale”. Ma quando scriveva non era solo: i suoi articoli avevano eco fin nelle borgate, c’era un sentimento diffuso, a volte organizzato, la sua indignazione veniva raccolta dalle associazioni ambientaliste. Ora anche l’indignazione è confinata in circoli sempre più ristretti. Sono molto pessimista, è vero. A volte penso, facendo gli scongiuri del caso, che ci vorrebbe uno shock forte, uno scatto di indignazione analogo a quello che si provocò dopo la frana di Agrigento nel 1966. Sull’onda di quell’indignazione fu non solo vincolata la valle dei Templi,ma il Parlamento varò la legge ponte del 67: un testo illuminato che ha assicurato almeno dieci anni di buona urbanistica».
Nelle vicende politiche che hanno caratterizzato gli eventi sfociati nel rimpasto della giunta Iervolino aleggiava, anche se non esplicitato, un problema di fondo: l'avversione, covata in ambienti di destra e di sinistra, nei confronti del Piano Regolatore vigente che ha bloccato la speculazione edilizia. Dalle prime forme di intolleranza da parte di numerosi architetti, spesso altresì docenti universitari, si è passati alle interessate nostalgie di costruttori e politici per i progetti del cosiddetto "Regno del Possibile" (estesi sventramenti del centro storico, tutelato dal predetto P. R. e dall'Unesco), e riproposti con nette e perentorie dichiarazioni ("Corriere Mezzogiorno" 21-2-2007) da Lettieri, presidente, ora confermato, dell'Unione industriali. Progetti quindi destinati ad approdare nel programma politico-amministrativo dello stesso Lettieri, quale candidato sindaco di Napoli per la destra, designato dallo stesso presidente del Consiglio dei ministri.
Come accennato, anche nell'ambito del centrosinistra non mancano gli affossatori vecchi e nuovi del Piano Regolatore, definito quanto meno vincolistico dimenticando che Napoli è la città più cementificata d'Italia. Qualche esempio: l'ex potente assessore al bilancio, Cardillo, ha pubblicato nel 2006 un libro (Napoli, l'occasione postindustriale da Nitti al piano strategico ) in cui afferma che "il primo e il maggiore errore della sinistra" era stato quello di aver prima appoggiato e poi demolito il Regno del Possibile. Quindi, per Cardillo, evviva gli sventramenti e la speculazione edilizia invece bloccati dal Piano Regolatore. Cardillo si è poi dimesso perché incriminato nella vicenda Romeo. La catena di Sant'Antonio di Romeo, ma al di fuori dei problemi giudiziari, comprende anche l'assessore regionale Velardi, che non perde occasione per sentenziare che il Piano Regolatore è una gabbia e "va cambiato perché non crea sviluppo" ("Corriere Mezzogiorno" 11-12-2008). Sviluppo-speculazione edilizia è l'equazione sconcertante ma non insolita nella visione anche di persone considerate "intelligenti". Più ambigue e pericolose le idee di sociologi come Paola De Vito, la quale si diletta di urbanistica e noncurante dell'esistenza del P. R. propone tra l'altro ("Repubblica" 27-11-2008) per definire una identità del centro storico di "osservare "buone pratiche" di rigenerazione urbana e dei centri storici (rilevo che è ancora una volta la terminologia adottata dal Regno del Possibile per gli sventramenti) in uso in altre città europee e del mondo e trarne degli insegnamenti".
Tornando al sindaco Iervolino, essa ha invece dimostrato di aver un buon intuito, del resto tipicamente femminile, tenendosi lontana dalle trame delle operazioni politico-affaristiche, meglio definite di "corruzione ambientale" dai pubblici ministeri della Procura di Napoli. Insomma questa signora per bene, considerata influenzabile e condiscendente, dove si va a impuntare? Nella difesa a spada tratta del Piano Regolatore. In una città per tanti versi improponibile, la Iervolino è stata ed è consapevole che un merito fondamentale non può essere negato alla giunta da lei guidata. E cioè l'approvazione, dopo dieci anni di intenso dibattito, di un Piano Regolatore improntato a una idea forte per il rilancio della città: il restauro conservativo del centro storico, la tutela delle superstiti aree verdi, il rinnovamento di periferie e aree industriali, il completamento della rete metropolitana per garantire la mobilità. E mal gliene incoglie al vicesindaco Santangelo per aver dichiarato a sua volta ("Repubblica" 21-9-2008): "Il Piano Regolatore non si tocca. Non consentiremo un altro sacco della città". Non a caso, infatti, da parte di dirigenti del Pd era stato chiesto che Santangelo non venisse riconfermato nella carica di vicesindaco.
Completiamo il quadro. Non si può non riflettere sulla circostanza che è senza precedenti l'attuale scontro tra "Il Mattino" e la Iervolino. Il sindaco ha dichiarato ("Repubblica" 19-9-2008) che il Forum delle culture del 2013 non può diventare un nuovo sacco della città tornando alla sua cementificazione, e ha aggiunto: "Via i faccendieri dalla politica". Non ha fatto nomi, ma rispondeva all'industriale Lettieri che aveva chiesto le sue dimissioni attraverso le pagine de "Il Mattino". Poi, in un'intervista rilasciata su "Repubblica" (edizione nazionale 5-12-2008) ha denunciato "gli appetiti per un nuovo Piano Regolatore che condizionano l'informazione e le opinioni di alcuni organi di stampa", riferendosi al costruttore Caltagirone, editore del "Il Mattino". Sul quotidiano si sono susseguite infine le dichiarazioni di uomini di cultura di grande prestigio, quali Biagio de Giovanni e Aldo Masullo, i quali, a sostegno della campagna del giornale, hanno chiesto le dimissioni del sindaco. Essi dovrebbero però sapere ("Repubblica" 28-12-2008) che esiste un contenzioso tra il Comune di Napoli e la Cementir di Caltagirone per i suoli industriali di Bagnoli di proprietà della società. Un'ordinanza del sindaco del 24-4-2008 impone la rimozione, dai suoli del sito industriale non attivo, dei materiali che risultano cancerogeni (amianto) con "conseguente pericolo per la popolazione". La Cementir non ha ancora adempiuto all'ordinanza e il Comune si è riservato di trasmettere le carte alla Procura di Napoli.
Insomma siamo tutti consapevoli che l'amministrazione comunale di Napoli esce, come è stato detto, da "un campo di macerie", ma non si può non accordare il tempo necessario per valutare con quale progetto politico-amministrativo si presenta la nuova giunta in cui è stato assicurato anche l'auspicato impegno della società civile. Nel persistere invece nella critica acrimoniosa nei confronti della Iervolino sembra che una sindrome del cupio dissolvi si sia impadronita di alcuni uomini di cultura di sinistra, ai quali indirettamente ha risposto Pietro Soldi della scuola di Francesco Compagna ("Repubblica" 30-12-2008): "C'è rischio di consegnare la capitale meridionale nelle mani della destra nel momento a lei più favorevole". Soprattutto è innegabile che il primo atto dell'eventuale nuovo sindaco di Napoli (Lettieri o non Lettieri) sarà quello di cestinare il Piano Regolatore. Si può essere così ciechi da non rendersi conto che stiamo dando l'avallo a un nuovo sacco edilizio di Napoli?
L’autore è Presidente di Italia Nostra Napoli
Ha un sogno: "Trasformare la Sardegna nella più grande oasi ambientale del Mediterraneo". Questo ha confessato Berlusconi lanciando la corsa del suo amico Ugo Cappellacci a candidato governatore. L'ha detta così grossa che ha dovuto subito rasserenare gli amici palazzinari: "Mettendo vincoli a costruire, Soru ha chiuso l'Isola. Noi toglieremo quei lucchetti, e apriremo la Sardegna al turismo". Due concetti opposti. Più vero il secondo del primo, perché i "colonizzatori" si riconoscono da lontano, dal mare. Dove è facile avvistare la mastodontica Villa Certosa, residenza del premier. Un monumento del loro programma di governo: si è costruito in barba alle regole. Poi Tremonti condonò (Silvio pretese la fiducia) e la villa ora può essere mostrata nella sua interezza ai capi di stato stranieri.
AMICI E CONDONI
Da 30 anni Berlusconi fa affari in Sardegna, grazie al socio prestanome Romano Comincioli, plurindagato, assolto spesso dalle leggi ad personam volute per l'amico e ripagato alla maniera del Cavaliere: con il seggio al Senato. Gli affari di Comincioli passano dallo studio di commercialista del padre di Cappellacci. E su Tremonti basta ricordare l'idea alla Totò: "Dipendesse da me, per fare soldi venderei tutte le spiagge del Sud".
"Contro la Sardegna dei vincoli" è lo slogan del gruppo Berlusconi. Vuol prendersi la Regione, e con essa le terre che Soru ha provato a blindare. Fu il governo Berlusconi, nel 2005, ad impugnare davanti alla Consulta la salva-coste. Quella legge ha imbrigliato la mitica, faraonica Costa Turchese, evoluzione di quell'Olbia 2 che Berlusconi, Cappellacci sr. e Comincioli già avevano in mente a fine anni 70. Eccola, la loro oasi: 525.000 metri cubi di cemento su 450 ettari di terreno, 385 ville, due alberghi da 400 posti letto, 995 appartamenti in residence, 1 centro commerciale sulla costa nord-est. Tutto rispolverato allorquando il Tar rivelò un quadro normativo lacunoso sui piani urbanistici. Quella sentenza insieme ai condoni di Tremonti si spansero come l'odore del sangue che scatena la belva. Fu la Finedim di Marina Berlusconi che ripropose l'idea, con una "chicca": lo sventramento della spiaggia per realizzare un canale navigabile per collegare il mare con un porticciolo da costruire ex novo. Quel lacunoso quadro normativo è stato puntellato da Soru, e così si è impedita la più violenta colata di cemento a memoria d'uomo. Nella foto di gruppo a ridosso del palco a sostegno del Grande Sconosciuto ci sono anche altri due amici storici del Cavaliere: l'editore Zuncheddu e il sindaco di Cagliari Floris. Sono due candidati "mancati", ma non portano rancore. L'editore pubblica il quotidiano più letto dell'Isola, l'Unione Sarda, che da 4 anni picchia durissimo sull'inventore di Tiscali. Ieri il ringraziamento del premier, che ha rilasciato al quotidiano un'intervista a tutta pagina firmata dal direttore. Controlla anche le tv regionali e Videolina ha per Cappellacci la cura che la Pravda aveva per Breznev. Zuncheddu è un Berlusconi in sedicesimo. Come l'altro, parte dall'edilizia. A Capoterra, su un terreno che nel 1969 fu trasformato da paludoso a edificabile e che due mesi fa ha scontato con alluvioni e morti quell'affronto alle leggi della natura, Zuncheddu ha spadroneggiato con le centinaia di case costruite dalla sua cooperativa sullo stagno di Santa Gilla. Su quei terreni che i cagliaritani usavano per i capanni utili nella caccia e che d'incanto si rivalutarono, era già ingrassato Mario Floris, padre dell'attuale sindaco di Cagliari, con la sua Agricola immobiliare srl.
IL CERCHIO È CHIUSO
Si dirà: il candidato ha la faccia nuova e pulita. Ma è vaccinato pure il piccolo Ugo: è stato per anni al comando della Sardinia Gold Mining, che ebbe nel 1998 in concessione dalla Regione 400 ettari di territorio dei comuni della Marmilla. Si cercava l'oro, e il prezzo per la multinazionale fu ridicolo: 20 milioni di lire l’anno. Sono state estratte 10 milioni di tonnellate d'oro, per circa 100 milioni di euro di ricavo e una modestissima bolletta di 100 mila. Ma un enorme danno ambientale: la Sgm s'è divorata 3 milioni di tonnellate di colline. A metà di questo periodo Cappellacci andò via, "qualcosa non mi convinceva, c'era un maleodore... ". Era forse il cianuro usato per sgretolare il terreno e far luccicare l'oro?
L’assessore regionale alle infrastrutture Riccardo Conti certo non perde il vizio di avere una sua visione del tutto personale della realtà. Leggendo mercoledì le sue risposte alle domande del “Tirreno” ci siamo divertiti a rilevare almeno nove ricostruzioni arbitrarie sulla vicenda dell’autostrada Tirrenica. Vediamole in sintesi.
1. Conti dice che il ministro Matteoli, scegliendo la soluzione costiera «è venuto sulle posizioni della Regione Toscana»: posto che la soluzione costiera è stata anch’essa ampiamente corretta dalle osservazioni fatte dalla Regione Lazio (confermando che la posizione della Toscana non era proprio ottimale), è mai possibile che si riduca a trattativa politica una procedura tecnica di valutazione di impatto ambientale concepita per vagliare in piena autonomia tutte le alternative?
2. Apprendiamo poi che l’Europa guarderebbe, in piena crisi petrolifera, con favore la costruzione di autostrade per garantire lo sviluppo, tra l’altro, del porto di Livorno: quando è noto che dal 2004 sono stati escluse dalle reti transeuropee (TEN-T), e quindi dai finanziamenti comunitari, proprio le autostrade, a favore del trasporto via mare e su ferrovia.
3. Nell’intervista c’è anche un vero scoop. Apprendiamo che il progetto definitivo di adeguamento in sede dell’Aurelia a tipologia autostradale «non piacque al ministero dell’Ambiente». Al contrario, sul progetto definitivo Anas presentato in procedura di valutazione di impatto ambientale nel giugno 2001, c’era un orientamento assolutamente positivo da parte dei tecnici della Commissione Via che si erano limitati a chiedere nel novembre 2001 solo migliorie puntuali nel tratto tra Ansedonia e Fonteblanda.
Ma nel 2001 si insediò il terzo governo Berlusconi e, tornata in auge l’autostrada e azzerata la Commissione tecnica di Via che aveva chiesto le migliorie, non si ebbero più risposte dall’Anas.
4. Risibile è poi che l’adeguamento in sede dell’Aurelia taglierebbe in due la Maremma (verrebbe da domandarsi allora cosa succederà da Cecina a Grosseto Nord, secondo il progetto Sat) e che gli ambientalisti non abbiano proposto sin dal 2004 una forma di pedaggiamento aperto e selettivo, per favorire anche il traffico locale, senza bisogno di una infrastruttura chiusa e della costruzione di nuove strade complanari.
5. Come è incredibile che il progetto costiero non avrebbe problemi di finanziamento quando ancora la Sat non è stata capace ad oggi di presentare un piano economico-finanziario che non faccia ricadere sugli utenti dell’autostrada, con tariffe spropositate, o sullo Stato, con l’allungamento abnorme della concessione, i costi nascosti della sua disponibilità a realizzare l’autostrada con fondi propri.
6. Inoltre non è vero che le «strade di servizio» (complanari) debbano essere costruite per forza ex novo e che non si possa derogare, fatto salvo il rispetto della sicurezza, dagli standard autostradali «in specifiche situazioni locali, ambientali, paesaggistiche, archeologiche ed economiche» quale indubbiamente è la Maremma: il Codice della strada vigente prevede entrambe le cose.
7. Non so cosa intenda poi l’assessore per «autostrada ambientalizzata». So solo che il progetto di autostrada costiera - ora, a quanto si sa, rivisto - nella sua versione originaria sostenuta a spada tratta dalla Regione Toscana prevedeva la costruzione di sette barriere-svincoli o punti di esazione di tipo chiuso (Grosseto Sud, Talamone-Fonteblanda, Orbetello-Monte Argentario, Capalbio, Montalto di Castro, Tarquinia, Civitavecchia), di 24 viadotti e di 14 gallerie (di cui 8 artificiali) e l’apertura di 46 cantieri per almeno cinque anni.
8. Fa piacere che l’assessore sia così attento alle aziende agricole: è forse per questo, che come calcolato dai Comitati locali, solo nel tratto toscano: 6 casali verranno abbattuti, 105 fabbricati e 47 aziende compromessi, e 110 saranno gli ettari di terra chiusi tra Aurelia e autostrada.
9. Infine, l’assessore annuncia l’inizio dei cantieri entro il settembre di quest’anno. Auguri, visto che si deve aggiornare la valutazione di impatto ambientale su un progetto cambiato sostanzialmente e che ci sarà sempre qualcuno/a, come noi, che continuerà a difendere in tutte le sedi gli interessi economici, sociali e ambientali del territorio e una più saggia politica dei trasporti.
L’autore è responsabile dell’ ufficio legislazione Wwf Italia.
Che si tratti di Capalbio e l’autostrada, di Castello e dintorni, ma anche di altri ‘casi’ più o meno noti non è facile dare a questo dibattito che riguarda la pianificazione del territorio toscano un senso più generale. Da tanti frammenti ancorchè significativi è complicato, infatti, risalire ad un contesto regionale e nazionale. Eppure questo è un passaggio obbligato se non vogliamo restare sul bagnoasciuga dei problemi. D’altronde vorrà pur dire qualcosa se in Sardegna la crisi si è aperta sulla legge urbanistica. E segnali dello stesso tipo registriamo in altre regioni.
Si prenda – per cominciare- una questione all’apparenza minore che appare già accantonata; il nulla osta previsto dal nuovo Codice dei beni culturali che è passato dai parchi ai comuni senza colpo ferire e alla chetichella. I parchi davano il nulla osta sulla base di una valutazione non frammentata ma riconducibile quasi sempre ad un piano e in ogni caso nell’ambito di un contesto ambientale più ampio. Anche le relative risorse che andavano a rimpinguare il bilancio del parco dovevano essere investite nell’ambiente e per l’ambiente. Il comune non potrà dare il nulla osta seguendo i criteri del parco perché non ha la competenza e la visione del parco, per di più potrà utilizzare quelle risorse per cose certamente importanti ma non finalizzate all’ambiente e al paesaggio.
Non è una differenza da poco e non averne tenuto conto risulta tanto più assurdo dal momento che il collaudato sistema degli anni scorsi era stato voluto e previsto da una legislazione regionale innovativa anche sul piano nazionale. Peccato che non si sia ‘approfittato’ del dibattito sulla nuova legge regionale sui parchi per fare meno pasticci.
L’Irpet ha pubblicato recentemente uno studio su ‘Le trasformazioni territoriali e insediative in Toscana’, di Chiara Agnoletti. E’ l’annoso problema del consumo del territorio e sulle cui percentuali si polemizza da tempo. Un dato parla da solo; il 46% delle abitazioni in Toscana è localizzato nel 26% della superfice regionale ovvero nella Valle dell’Arno. Abbiamo inoltre un 19% di tessuti urbani discontinui che presentano enormi problemi di mobilità e di raccordo nei vari servizi.
Fermiamoci qui non senza ricordare che negli stessi giorni sono stati forniti una serie di dati dell’Apat relativi ai nostri fiumi e corsi d’acqua dai quali emerge un quadro estremamente allarmante sia in ordine allo stato delle acque (inquinamenti vari), al cuneo salino e alla condizione ecologica (vegetazione perifluviale etc). Ma dati più precisi sono stati forniti da Greenreport proprio il 31 dicembre scorso e a questi rimando. Cosa significa? Significa che per l’Arno come per il Serchio ma vale anche per altri corsi d’acqua ‘minori’ nonostante le celebrazioni dell’alluvione di 40 anni fa, oggi non possiamo parlare di una vera pianificazione. L’impressione è che i fiumi siano ancora considerati unicamente o quasi sotto il profilo della sicurezza idraulica e non come quel patrimonio ambientale e paesaggistico di cui parla(va) la legge 183 poi manomessa dalla Commissione Matteoli.
Non è un caso che a differenza anche di una regione a noi contigua come la Liguria noi non abbiamo parchi e aree protette fluviali mentre per il Magra versante ligure vi è un parco regionale che opera in stretta connessione anche pianificatoria con l’autorità di bacino che peraltro è unica e riguarda anche la Toscana.
Ora – e veniamo così al paesaggio su cui si è riaperta la discussione anche in Toscana- pensare che questa complessa realtà possa essere ricondotta unicamente ad ambiti pianificatori comunali, provinciali e regionali non sta nè in cielo né in terra. E che per quanto riguarda il paesaggio tutto ciò sia riconducibile ai 38 ambiti di paesaggio previsti dal PIT è un’altra di quelle ipotesi di cui è arduo cogliere la razionalità. Chi ha anche frettolosamente dato un’occhiata alle Schede sul paesaggio che con una insistenza degna di miglior causa si continuano a definire ‘istruzioni per l’uso’ non può non aver provato imbarazzo. Io l’ho fatto per il territorio del parco di San Rossore perché lo conosco meglio e francamente mi chiedo a cosa cavolo possono servire schede che tra l’altro dimenticano le dune viareggine.
Credo che se vogliamo ripartire con il piede giusto dobbiamo innanzitutto vedere non solo cosa prevedono i piani regolatori comunali ( come fa la Agnoletti) ma anche i PTC delle province, i piani dei parchi e delle aree protette regolarmente approvati dalla regione anche i parchi nazionali dell’Arcipelago e delle Foreste Casentinesi, vedere cosa c’è in pentola per l’Arno (stando al PIT poco) e così per gli altri fiumi. Lì c’è già molto sicuramente molto di più di quello che troviamo nelle schede zeppe di ‘belle visioni’ , ma assai scarse di quelle istruzioni per l’uso di cui pure si chiacchera, tanto che ricorre frequentemente l’avvertenza ai navigatori che non sono state fatte ipotesi concrete operative per evitare il rischio di sbagliare.
Ma chi pianifica rischia sempre meno comunque che se rimane con le mani in mano. E’ un dibattito come è facile intuire non solo urbanistico anche se l’urbanistica di questi tempi finisce sempre di più sulle prime pagine.
Cerchiamo di non perdere l’autobus.
La ribellione della giovane generazione greca, la rivolta di Malmö e quella di Copenhagen dello scorso anno, i movimenti studenteschi di Italia, Spagna e Francia testimoniano l'affermarsi di una Next Left, postcomunista e postnovecentesca, che porta a maturazione i fermenti dei movimenti che da Praga-Genova in poi hanno scosso la società europea. Nella Grande recessione che, volenti o nolenti, ci precipita tutti nel XXI secolo, la Next Left raccoglie il testimone della New Left del tardo XX secolo. Oggi, gli epigoni della vecchia stagione militano in partiti di sinistra orientati al riformismo sociale e all'opposizione parlamentare (Die Linke, Syriza, SP olandese ecc.). Al di là del massimalismo verbale e della bandiera rossa che sventolano, queste formazioni hanno abbandonato ogni velleità anticapitalista, mentre l'iniziativa è passata ai movimenti che dal 2000 a oggi hanno agitato le città dell'Unione europea e oltre.
L'insorgenza della generazione esclusa dal welfare e discriminata sul lavoro, perseguitata da una politica di sicurezza razzista e classista, apre una nuova fase nella politica europea. Con dirompenza e coraggio, ad Atene come a Colonia (dove gli antifa europei hanno mandato via a gambe levate Lega, Vlams Blok e altri mostri della xenofobia europea), a Malmö (dove giovani arabi e svedesi hanno occupato un'ex moschea e affrontato per tre notti la polizia venuta a sgomberarla nel quartiere di Rosengård) come a Roma (dove collettivi e centri sociali sono intervenuti per porre fine alla violenza dei gruppi neofascisti contro il corteo studentesco), i giovani sono insorti denunciando la violenza di uno stato sempre più di polizia e opponendosi al tentativo di risolvere la crisi con altri tagli alla spesa sociale, proprio mentre migliaia di miliardi vengono versati per salvare i banchieri. La giovane generazione europea si ribella alla tentazione dell'eurocrazia e dei governi dei maggiori stati europei di affrontare la crisi in chiave di austerità, autoritarismo e sostegno ai profitti e alla rendita, ma espone anche in tutta la sua inconsistenza la battaglia in difesa dello stato-nazione condotta dalla sinistra «rossa» nei referendum francesi, olandesi e irlandesi.
I movimenti di oggi sono il frutto del ciclo di lotte che da Seattle va a Rostock: sono irriducibilmente transnazionali e orientati all'azione diretta, si mobilitano e organizzano in rete, sono creativi e imprevedibili. Propendono per l'anarchia, in senso più pratico e subculturale che ideologico. La combinazione di democrazia radicale e lifestyle anarchy produce effetti sorprendenti, come si è visto a Seattle e Buenos Aires. Di fronte all'assassinio di Alexis Grigoroupolos, freddato con tre colpi da un poliziotto in un sabato come tanti nel quartiere di Exarchia, ha preso corpo uno spontaneo riot di massa dell'intera gioventù del paese. Si sono sollevati tutti, dagli studenti radicalizzati ai giovani immigrati albanesi, macedoni e bulgari che sono stati i primi a subire i colpi della crisi. Il governo Karamanlis ha portato avanti una politica di tagli simile a quella che Tremonti e Brunetta vogliono imporre in Italia e a cui si è opposta l'Onda anomala. Diversamente dalla situazione italiana, dove la sinistra esistente sembra più preoccuparsi di contenere la rabbia sociale che di fare opposizione, esiste un'ampia fascia della società greca che appoggia le manifestazioni studentesche. Per domani è già convocata un altro corteo di studenti, i sindacati restano sul piede di guerra, in particolare dopo l'accecamento di una sindacalista bulgara ad Atene, gli scontri con la polizia e l'occupazione di radio e televisioni continuano.
In un recente articolo, l'Independent si è chiesto: perché la gioventù europea è in rivolta? E ha concluso: Atene e Malmö mettono in luce lo stesso disprezzo per le autorità e le aziende e vedono scendere in campo la stessa coalizione di giovani autonomi e immigrati di seconda generazione che condividono la certezza di essere parte di una generazione sacrificata. Perché la ribellione di Atene accende la rivolta dei liceali di Parigi e dei giovani arabi e autonomi di Malmö? Per rispondere, bisogna guardare alle subculture sovversive delle metropoli europee e al contenuto delle pratiche radicali messe in campo dal 2000 a oggi, che a nostro parere mettono in luce il consolidamento di una nuova sinistra eretica.
Dopo Seattle, a mostrarsi vitali sono soprattutto le due grandi eresie della sinistra: autonomia e anarchia. I graffiti firmati con l'A cerchiata oppure con il cerchio con la saetta riempiono i muri delle città greche e di tutta Europa. La politica dello squatting e dell'autogestione, l'antirazzismo e l'antimilitarismo, l'anarcosindacalismo e l'anarcofemminismo, la cultura queer e transgender, l'animalismo e il veganesimo, la sperimentazione con tecnologie digitali e/o ecologiche, il rifiuto della proprietà immateriale così come di quella immobiliare sono l'anima della Next Left in tutte le città europee (...).
Ma sarebbe riduttivo considerare la politica del riot come l'unica o principale componente della Next Left. Di fatto, le correnti dell'autonomia e dell'anarchia si sono fecondate con il femminismo e l'ecologismo. Forse ancora più del black, il pink è il colore emergente dalla sinistra eretica europea. La pink samba a Londra, il pink block a Genova, il clown army a Gleneagles e Rostock, il proliferare di queer barrios nei campeggi di azione contro vertici e basi, frontiere e discriminazioni, l'estetica del carnevale e delle drag queen, simboleggiano uno stile di azione diretta nonviolenta che spesso ottiene maggiori risultati dello scontro diretto con le forze dell'ordine. (...)
L'altra tonalità emergente è il radical green. Nella misura in cui i partiti verdi si sono rassegnati alla gestione dell'esistente e a fronte dell'emergere di un capitalismo verde sulla spinta dell'Oscar-Nobel a Gore fino ad arrivare all'elezione di Obama, si afferma l'urgenza dell'azione collettiva per smascherare i palliativi di mercato strombazzati da governi e compagnie. Questi temi si sono posti con forza grazie ai campi di azione climatica che dall'Inghilterra alla Germania si stanno diffondendo in Europa, catalizzando una grande alleanza ecologista che va da Greenpeace a Rising Tide e Klimax, in vista del nuovo patto sul clima in sostituzione di Kyoto che sarà discusso a Copenhagen nel dicembre 2009.
Per concludere, la nuova opposizione in Europa è autonoma, anarchica, meticcia. I partiti ex comunisti o socialisti di sinistra farebbero bene a trovare esiti istituzionali alle spinte della sinistra eretica, invece di cercare di arginare o peggio sconfessare la turbolenza creatrice dei giovani delle città europee. Soprattutto, si devono impegnare a difendere i movimenti dalla repressione poliziesca e giudiziaria, e iniziare a riaversi dalla subalternità sociale e culturale che in questi anni li ha ripetutamente condannati a farsi dire dagli «altri» che cosa è male e che cosa è bene, che cosa si può fare e che cosa non si può fare.
Vedere le piazze antistanti antiche cattedrali gremite di musulmani in preghiera dovrebbe suggerire alcune riflessioni più articolate di un semplice stupore, di una polemica di bassa lega, di una veloce nota di costume. Innanzitutto per il luogo fortemente simbolico: da secoli in Italia la piazza su cui si affaccia la chiesa principale di una città riveste un carattere emblematico: affermazione forte della presenza del cristianesimo al cuore dell´abitato urbano e, nel contempo, faccia a faccia esplicito tra religione e società. L´agorà, il luogo del dibattito civico, del convergere di interessi e attività sociali profane fronteggia il sito per eccellenza della presenza del religioso nella vita quotidiana: cattedrale e palazzo di città, l´una sovente di fronte all´altro, sono lì a ricordare la mai risolta dialettica tra Dio e Cesare, tra città di Dio e città degli uomini.
Ma nei giorni scorsi piazze abituate ad accogliere manifestazioni e cortei, oltre che il quotidiano andirivieni dei centri storici, si sono riempite di oranti, rendendo manifesto un intreccio di preghiera e protesta. Ora, è innegabile che in uno stato democratico e in una società civile lo spazio pubblico debba essere e restare disponibile per la manifestazione pacifica del dissenso, per la protesta o la pressione, anche dura ma sempre nei limiti della legge, di componenti dell´opinione pubblica o di organizzazioni politiche o sindacali. Tuttavia l´immettere nell´esercizio di questo diritto alla libertà di espressione, anche collettiva, una così esplicita connotazione religiosa mi pare metta a rischio sia la natura laica delle contese socio-politiche sia l´essenza stessa della preghiera
E questo, indipendentemente dalla religione confessata di quanti trasformano una manifestazione di protesta in momento di preghiera collettiva. Non dovremmo dimenticare, infatti, l´antichissima e mai sopita tentazione di arruolare nelle proprie schiere la divinità, di identificare i propri nemici con quelli di Dio, di far splendere gagliardetti e insegne militari in mezzo a paramenti sacri, di benedire armi da guerra e strumenti di morte: caratterizzare come religioso uno scontro sociale o etnico significa accrescere le potenzialità distruttive del conflitto e innescare una deriva di cui finiscono vittime la convivenza civile e il confronto democratico in uno stato laico.
Ma anche la qualità autentica della preghiera esce mortificata dalla commistione con la lotta politica. Nel 1965 il grande teologo poi cardinale Jean Daniélou scriveva un libro memorabile, L´oraison, problème politique, in cui poneva il problema della preghiera divenuta sovente evasiva nei confronti dei problemi della polis. Pur con qualche nostalgia della cristianità, l´opera poneva il problema serio del rapporto tra storia, politica e preghiera, problema che riguarda tutte le fedi perché in qualsiasi religione la preghiera non può non accogliere dentro di sé ansie, sofferenze, grida e invocazioni di giustizia, perché cessino il male e l´oppressione e il persecutore venga disarmato. Ma al contempo la preghiera non può essere strumentalizzata fino a renderla una delle armi con cui si conduce una battaglia per una pur giusta causa.
Nel Vangelo di Matteo, Gesù ha ammonito severamente i suoi discepoli: "quando pregate non fate come quelli che con un comportamento nascondono le loro vere intenzioni e pregano sulle piazze per essere visti dagli uomini" (Mt 6,5). Questo non significa confinare il religioso nel privato, negando una dimensione pubblica del culto, ma fuggire un´ostentazione di ciò che è più intimo e autentico nella vita di un credente per piegarlo ad altri scopi. Ogni credente ha diritto alla libertà di manifestare, vivere, proclamare, far conoscere la propria fede, ha diritto ad avere un luogo per la preghiera anche comunitaria e chi oggi in Italia nega questo ai fedeli di altre religioni, in particolare ai musulmani, non solo ferisce la democrazia, ma compie un gesto estraneo alla logica cristiana, la quale può chiedere ma non pretendere o porre come condizione la reciprocità.
Vi è inoltre un aspetto delicato della preghiera, difficilmente spiegabile a chi non è credente: la preghiera, infatti, è altra cosa dal grido spontaneo che sale dall´angoscia, non è il ricorso a un Dio tappabuchi che interviene e toglie al credente ogni responsabilità e dovere di azione. La preghiera è ascolto di una presenza invisibile che il credente riconosce in Dio, un operare discernimento, un decidere, un trovare ispirazione per la vita quotidiana concreta. Nulla è estraneo alla preghiera e tutto ciò che è umano può in essa trovare posto: gioia e lamento, pianto ed ebbrezza, fiducia e protesta... Chi conosce i Salmi, la preghiera che ebrei e cristiani continuano a cantare ogni giorno da millenni, sa che in essi c´è intimità e storia, vicende personali ed eventi politici del popolo di Dio e degli altri popoli.
In questo senso nel cristianesimo si è sempre avuta la percezione che la preghiera è anche una componente della storia, cioè una forza efficace che fa storia con l´umanità, capace di compiere il bene ma anche di commettere il male. Se infatti pregare è "decidere con Dio", se la preghiera fa sì che l´agire sia sotto la guida dello Spirito, se porta a "intercedere", cioè letteralmente a "compiere un passo tra" due situazioni, allora proprio il suo indirizzare la responsabilità umana diventa componente della storia. Agli occhi di chi non la conosce e non la pratica può apparire operazione vana, stolta o addirittura arrogante, ma per chi ha fede la preghiera è davvero efficace.
In questa situazione non si dimentichi che la preghiera cristiana trova la sua connotazione più autentica nell´essere preceduta dalla riconciliazione: il monito evangelico ad astenersi dal presentare l´offerta a Dio prima di essersi riconciliati con quanti hanno qualcosa contro di noi, l´impegno a rimettere i debiti ai propri debitori per poter invocare il perdono da Dio, l´invocazione della pace come dono di Dio e profezia inverata nella storia sono tutte dimensioni che rendono la preghiera cristiana "disarmata", libera da ogni coercizione, impossibilitata a essere difesa con le armi, sull´esempio della preghiera di Gesù al Padre nell´ora della prova decisiva. è questa l´espressione genuina della preghiera capace di muovere le vicende della storia, come testimoniano figure come Francesco d´Assisi: invocazione a essere nel mondo strumenti disarmati, pacifici e pacificatori della volontà di Dio che è volontà di bene, di vita piena per ogni essere umano.
Viviamo un´ora difficile, una stagione in cui si oscilla tra negazione del dialogo interreligioso e desideri di ripresa di una cristianità che escluda l´altro eletto a nemico, un´ora in cui vi è anche chi, logorato da questo contenzioso espresso con la religione, finisce per avversarla o per pensare che tutte le religioni siano uguali e incapaci di offrire qualsiasi messaggio di umanizzazione. Per questo è fondamentale che la preghiera sia mai politicizzata, non venga mai messa al servizio della violenza né dalla violenza si faccia servire: sia invece voce dei senza voce, orecchio teso ad ascoltare il grido dei poveri e degli oppressi, mani levate a invocare quella giustizia che esse stesse plasmano giorno dopo giorno, ma nella mitezza di chi cerca di vincere il male con il bene e nella franchezza di chi sa rendere a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.
(l´autore è priore della comunità monastica di Bose)
«Levolpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo», spiega Gesù nel Vangelo di Matteo. Eppure non passa giorno nel nostro (sedicente) cattolicissimo Paese senza che tanti (sedicenti) cattolici con la bocca piena di parole bellicose in nome delle tradizioni cattoliche mostrino un quotidiano disprezzo verso chi «non ha dove posare il capo». Un esempio? L'altolà della polizia ai volontari che portavano tè caldo ai clochard rifugiati nella stazione di Mestre: «Non avete l'autorizzazione».
Ferocia burocratica. Degno cesello all'ottusa resistenza opposta dalla società Grandi Stazioni al Prefetto che in questi giorni di neve e gelo, segnati dalla morte di un clochard a Vicenza, ha dovuto fare la faccia dura per ottenere che gli androni delle due stazioni veneziane non fossero più chiusi e sbarrati dall'una di notte alle cinque di mattina. Quello della città serenissima, dove la Regione ha drasticamente tagliato negli ultimi due anni gli aiuti ai senzatetto (ai quali destina un quarto della somma stanziata per le feste di compleanno della Repubblica del Leon) è però soltanto l'ultimo di una catena di episodi che marcano una continua e progressiva indifferenza, se non proprio insofferenza, nei confronti degli «ultimi tra gli ultimi». Basti ricordare la morte di «Babu» sotto i portici del Teatro Carlo Felice di Genova dopo la sbrigativa operazione di «pulizia» (o «polizia»?) con la quale alla vigilia di Natale erano state buttate via le coperte «sporche» regalate ai senzatetto dalla Caritas. O la bravata criminale dei quattro teppisti riminesi che hanno dato fuoco a un clochard «per noia». O ancora la motivazione surreale della multa di 160 euro data a fine dicembre da certi poliziotti fiorentini a poveracci che passavano la notte all'addiaccio: «Dormiva in modo palesemente indecente».
«Il decoro! Il decoro!». Questa è l'obiezione che si leva. La stessa che ha spinto il Comune di Verona, guidato da Flavio Tosi, a pretendere che la carta d'identità dei «barboni» venisse cambiata. Prima, alla voce «indirizzo », c'era scritto: «Via dell'Accoglienza ». Un piccolo eufemismo, un po' ingenuo, per non marchiare il titolare del documento. Adesso no: «Senza indirizzo ». Per carità: ineccepibile. Però, «dietro», c'è tutta una filosofia. Sempre più tesa a tenere ben separati «noi» e «loro».
Sempre più allergica a chi «rovina» l'immagine delle città. Sempre più sbuffante verso gli emarginati. Fino a spingere tempo fa l'allora sindaco di Vicenza Enrico Hullweck a vietare l'accattonaggio ai medicanti affetti da «deformità ributtanti». Una definizione che, al di là delle colpe di certi truffatori (da colpire: ovvio), suonava oscena e offensiva per ogni disabile.
Eppure, quei «barboni» che oggi danno tanto fastidio a una società spesso indecente ma ringhiosa custode del feticcio della «decenza», sono una parte della nostra vita. Da sempre. Della vita religiosa, come ricorda la scena di San Francesco che dona il mantello a un povero nel ciclo di affreschi di Assisi attribuiti a Giotto. Della vita musicale, come ci rammentano le storie del suonatore di organetto che cammina scalzo nella neve, ne Il viaggio d'inverno di Franz Schubert, senza incontrare chi gli metta un centesimo nel cappello oppure della Frugola che ne Il tabarro di Giacomo Puccini, è «perennemente intenta a rovistare tra i rifiuti».
Fanno parte della nostra vita letteraria, dal barbone Micawber nel David Copperfield di Charles Dickens all'Andreas Kartack de La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth fino a Il segreto di Joe Gould, il brillante intellettuale laureato ad Harvard che aveva deciso di vivere da clochard per scoprire l'essenza dell'uomo «tra gli eccentrici, gli spostati, i tubercolotici, i falliti, le promesse mancate, le eterne nullità» e insomma tutti quelli senza casa: «gli unici tra i quali mi sono sempre sentito a casa». Per non dire del cinema, dall'irresistibile Charlot il vagabondo al tenerissimo Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, da Archimède le clochard con Jean Gabin al Bodou salvato dalle acque di Jean Renoir fino a La ricerca della felicità, di Gabriele Muccino, benedetto da trionfali successi al botteghino. Prova provata di come in tanti riusciamo a palpitare e commuoverci e fare la lacrimuccia per le sventure di Copperfield o di Will Smith, costretto dalla corte a vivere come un barbone. E usciti dal cinema scansano l'ubriacone a terra sul marciapiede: «Dio, quanto puzza! ». Eppure, le cronache di questi anni ci hanno insegnato a conoscere un po' di più, i nostri «santi bevitori». Finiti spesso sotto i ponti, dicono i dossier, magari solo perché lo Stato, dopo aver abolito l'orrore dei manicomi, si è dimenticato di trovare delle alternative decenti per coloro che non ce la fanno ad affrontare da soli l'esistenza e non hanno una famiglia in grado di farsi carico del fardello. Oppure perché travolti da rovesci della vita. O sconvolti dal tradimento delle persone in cui credevano. O schiacciati da un dolore troppo grande.
Persone come Luigi Pirandello, che aveva capelli lunghi e barba, era omonimo dello scrittore di cui il padre era cugino, aveva studiato, parlava inglese e francese ma girava nel centro di Roma spingendo un carretto dove raccoglieva cartoni. O Filippo Odescalchi, figlio di don Alessandro Maria Baldassarre, principe del Sacro Romano Impero, discendente di papa Innocenzo XI, che abbandonò all'inizio degli Ottanta il palazzo di famiglia in piazza Santi Apostoli per andare ad abitare sotto il colonnato di Palazzo Massimo insieme con una donna e un barbone che indossava sempre il frac e il papillon, si presentava come «Ele D'Artagnan, attore cinematografico, figlio del grande Toscanini» e chiedeva a tutti un appuntamento con Federico Fellini: «Deve darmi una buona parte nel prossimo film perché poi ho deciso che mi ritiro».
Persone come Eugenia Bobbo, che in gioventù era stata una bellissima ragazza di Chioggia e aveva fatto perdere la testa a un erede di José Echegaray y Eizaguirre, matematico, drammaturgo, politico, ministro spagnolo, insignito nel 1904 del Nobel per la letteratura. Rimasta vedova, si era lasciata andare. Quando morì, i giornali scrissero che «per trent'anni aveva vissuto da barbona sotto i portici di palazzo Ducale, tra una panchina di marmo e la quinta finestra al pianterreno », che «parlava quattro o cinque lingue, aveva una cultura impressionante e in trent'anni non aveva mai chiesto l'elemosina» e viveva delle premure di un po' di nobildonne, prima fra tutte la spagnola Duchessa di Alba e raccontava: «A teatro, quand'ero giovane, tutti i binocoli erano puntati su di me».
Persone che, per i motivi più diversi, si lasciano alle spalle tutto. E alle quali, oltre a qualche coperta in questi giorni di gelo, una cosa almeno la dobbiamo: un po' di rispetto.
Volete comprendere perché riteniamo che i “non luoghi” (le stazioni ferroviarie, i centri commerciali, gli aeroporti), ben lungi da essere “superluoghi” e strutture moderne capaci di sostituire le piazze, ne siano l’esatto contrario? Volete comprendere perché sosteniamo che essi siano l’esatto corrispondente della riduzione del cittadino a cliente, dell’uomo a consumatore di merci spesso inutili? Volete comprendere perchè abbiamo sostenuto che l’operazione dei manager delle ferrovie italiane “cento stazioni - cento piazze” sia stata una pericolosa campagna di mistificazione? I primi due capoversi dell’articolo di G. A. Stella vi aiuterànno a comprenderlo. È una testimonianza lucida ed efficace del disastro che la cattiva urbanistica compie, della degradazione dell’uomo e nella società di cui è veicolo. Nell’inconsapevolezza dei decisori: sia di quelli tecnici che di quelli politici.