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Tre torri alte più di sessanta metri, due delle quali firmate da Paolo Portoghesi. Per alcuni sono l’incubo che grava sul centro storico di Bassano del Grappa, quieta cittadina nel cuore del Veneto, bagnata dal Brenta ai piedi delle Prealpi vicentine. Per altri rappresentano l’opera d’architettura progettata da uno dei maestri del contemporaneo che rimetterà ordine in una zona periferica e degradata, sistemandola a verde.

Deturpano il paesaggio, insistono i primi, per trovarne di simili occorre scendere la valle fino a Padova. Sono un’iniziativa ardita che porta un clima europeo, è la replica.

Le torri sono ancora un progetto, ma il paese è spaccato. Il consiglio comunale pure: diciannove i voti favorevoli alla variante urbanistica che consente la costruzione (Forza Italia e An, i partiti che sostengono la giunta), undici i contrari (il Pd e anche la Lega, che è all’opposizione ed è uscita al momento del voto). Contrario anche il vicesindaco, un tecnico di An. Gli oppositori hanno avviato un ricorso al Tar e hanno promosso un sondaggio: su 1.700 interpellati il settanta per cento non vuole le torri.

Portoghesi come Renzo Piano, il cui progetto a Torino è stato accusato di sfidare in altezza la Mole Antonelliana e di alterare lo skyline del tessuto urbano proiettato sulla corona alpina. A Bassano gli addebiti sono gli stessi. Le torri di Portoghesi - superficie ovale, volume a cono rovesciato - sorgerebbero ad appena cento metri da un centro storico fatto di edilizia minuta, orgoglioso del suo ponte e di alcune ville palladiane, un centro storico fra i più conservati in un Veneto invaso da capannoni e villette, com’è la stessa periferia di Bassano.

Il palazzi diventerebbero l’elemento dominante di un paesaggio di pianura che ha per sfondo le montagne. Qui, dicono in paese, l’oggetto più alto è una torre di quarantatré metri e solo nella periferia sud c’è l’edificio del nuovo ospedale che raggiunge i cinquanta. Il piano regolatore prevede che nessuna nuova costruzione possa superare i diciannove metri (e anche per questo è stata necessaria una variante per approvare gli edifici di Portoghesi).

Di rimettere mano a quella zona di Bassano si parla da decenni. Due anni fa, cambiando i precedenti progetti, i proprietari dell’area hanno chiesto di spostare le cubature in verticale. E hanno iniziato a salire. In un primo momento è stata raggiunta quota quarantacinque metri, poi cinquantacinque. Ora si superano i sessanta. Alle due torri di Portoghesi, intanto, se n’è aggiunta un’altra. E nell’ottobre scorso il consiglio comunale ha dato il via all’edificazione. Si è formato un comitato, "La nostra Bassano", si sono mobilitate le associazioni di tutela, in particolare Italia Nostra e il Fai. In un primo tempo sembrava che le torri dovessero ospitare anche residenze. Adesso, invece, pare che siano destinate a uffici. «Ma da noi ci sono centinaia di appartamenti sfitti - insiste Carmine Abate, di Italia Nostra - molto resta invenduto. Ma si continua a costruire».

Quella che agli avversari e ai critici sembra sottovalutazione, approssimazione, e anche incompetenza, con ogni probabilità rappresenta la vera strategia di Silvio Berlusconi. Anche le spiritosaggini di ieri sugli stupri si iscrivono nel recente fatalismo del premier: gli agguati sono inevitabili.

Il non detto, ma lasciato capire, è che magari accadono perché le belle ragazze sono per l’appunto belle, con quel che può seguire, specialmente «in campagna».

Ciò che soltanto pochi mesi fa rappresentava un bersaglio perfetto, con l’accusa di inefficienza al centrosinistra sul fronte della sicurezza, oggi diventa una fatalità. Sono episodi che avverrebbero anche in «società militarizzate», spiega Berlusconi. Non importa che sullo sfondo ci sia l’emozione suscitata dalla violenza selvaggia del branco, e neppure che a Guidonia si scatenino raid contro albanesi e romeni, subito assimilati a stupratori. Ciò che conta è fare il possibile per dipingere, nonostante tutto, un paese tranquillo. E quindi minimizzare, «troncare e sopire», oppure avanzare la rassicurazione paternalista e provinciale: credete a me, l’Italia non è così brutta come la dipingono.

Semmai gli incubi sono altri: «uno scandalo enorme» come quello delle intercettazioni e i 350 mila dossier; o eventualmente, come qualche giorno fa, l’opa ostile del Manchester City su Kakà. Per il resto, Berlusconi compie ogni sforzo per dilatare il suo format da Mulino Bianco in modo che possa contenere tutto, dalle promesse mancate alle garanzie nuove.

Talvolta senza celare un senso di delusione verso questa Italia così difficile da governare. Perché Berlusconi è l’uomo dei cieli azzurri. Se la realtà incrina il sogno, occorre un atto ipnotico, parole sommesse per ricominciare a dormire e a sognare. Ecco allora il rap lento sull’incomprensibilità della crisi economica. Da risolvere come si dissolvono i cattivi pensieri, con un Prozac commerciale, con lo spontaneismo di uno shopping: «Spendete, spendete». Cede il Pil, con un arretramento del 2 per cento? Sarà come tornare a due anni fa, «e non si stava male». Con un’occhiata di mal trattenuta recriminazione verso gli impiegati pubblici, che riluttano ai consumi «pur avendo un reddito fisso».

E lasciamo pur perdere le barzellette spettrali sui Lager, e l’astiosa, risentita campagna elettorale contro Renato Soru. Questo fa parte dello stile classico del Cavaliere, l’anticonformista che dice pane al pane e chiama gli avversari falliti. Mentre colui che vediamo adesso è il Berlusconi "minimal", evidentemente preoccupato dello sfaldarsi delle misure sulla sicurezza, tonanti nell’annuncio e irrilevanti nella pratica.

Come uomo di governo non può più agitare gli allarmi contro la criminalità: per questo l’insurrezione dei clandestini a Lampedusa è stata ridimensionata a una specie di gita in centro «per una birra». Se proprio la situazione si facesse più preoccupante, il premier sguinzaglierebbe nelle città 30 mila soldati, che invece di «fare la guardia contro il deserto dei Tartari» andrebbero a fronteggiare «l’esercito del Male». Quella dell’esercito del Male è una delle invenzione più recenti, e non è detto che sia di buon auspicio, dato che proietta sull´Italia una luce livida, come se sul territorio urbano si fronteggiassero due eserciti, in lotta a palmo a palmo.

No, l’immagine non va bene. Poteva funzionare per provocare ansia nella società e convincere i cittadini che ci voleva la mano dura della destra. Ma se questa mano dura si rivela molliccia, conviene proprio alzare di nuovo l´allarme spaventando i bravi cittadini? Sarà stato un lapsus. Ogni parola va concentrata sull’obiettivo di ridurre la tensione, moderare l’inquietudine, respingere le critiche colorando di colori pastello il presente e il futuro.

L’importante è che non venga in mente a nessuno di giudicare la qualità della politica economica, verificare la tenuta dei provvedimenti legislativi, controllare il risultato di trovatine fallimentari come la social card e gli effetti reali dell´idea puerile che problemi complessi si possano risolvere con scorciatoie tecniche o colpi di scena mediatici. Cioè occorre evitare a ogni costo che l’opinione pubblica si interroghi sulla mediocrità del governo in carica: con il rischio, non si sa mai, che giunga alla conclusione che l’uomo più potente d’Italia, questo Berlusconi minimalista e minimizzatore, è davvero un Re minimo.

Signore e signori, ecco a voi la bolla del mattone. Una bolla all'italiana. Piena di furbetti, furbastri, furboni. Ci sono manager, banchieri, grandi imprenditori, politici, uomini delle istituzioni. Tutti a scambiarsi case e palazzi. I pezzi migliori, naturalmente. Sfilati dal patrimonio di società quotate in Borsa con migliaia di piccoli azionisti o dal portafoglio dei fondi immobiliari. Facile, quando si gioca in casa. Facile, quando lo speculatore di turno si trova al crocevia di grandi affari e non resiste alla tentazione di prendersi qualcosa per sé. E i soldi? No problem. C'è sempre qualcuno pronto a far credito ai furboni d'Italia. Per loro le banche sono sempre aperte.

E così, in un'apoteosi del conflitto d'interessi, si scopre che una scelta compagnia di privilegiati è riuscita a cavalcare alla grande gli anni del boom accumulando patrimoni multimilionari. Ci sono case di gran pregio nei centri storici di Milano e Roma che passano di mano più volte nel giro di pochi mesi. Attici di lusso ceduti a prezzi stracciati. Immobili che rimbalzano da un proprietario all'altro a valori sempre crescenti. E a ogni passaggio il venditore intasca la sua bella plusvalenza.

Tutto scritto. Tutto nero su bianco nei documenti ufficiali che 'L'espresso' ha raccolto. Qui non c'entrano i furbetti doc, da Stefano Ricucci a Danilo Coppola. Quelli hanno ballato una stagione soltanto. In questa storia, invece, troviamo marchi prestigiosi come la Pirelli Real Estate, la più grande società immobiliare italiana controllata dalla Pirelli di Marco Tronchetti Provera. Industriali come i Benetton e gli Stefanel. Un manager di lungo corso come Vito Gamberale. E poi gli uomini di punta della filiale italiana della Lehman, la banca d'affari Usa fallita nel settembre scorso. Così, poco alla volta, viene alla luce un complicato network di relazioni affaristiche, alcune davvero sorprendenti.

Affari in autostrada

Partiamo da Padova e dall'Antonveneta. Nel 2004, alla vigilia dell'ondata di cambiamenti che l'avrebbe sconvolta, dall'Opa di Gianpiero Fiorani alle indagini, dalla scalata spagnola all'arrivo del Monte Paschi, la banca patavina decide di vendere il proprio patrimonio immobiliare. Antonveneta allora era controllata da un gruppo di imprenditori, tra cui Giuseppe Stefanel, e poi da Benetton, dagli olandesi di Abn Amro e dal Lloyd Adriatico. Nel dicembre 2004 vengono cedute 160 unità immobiliari in tutta Italia per 140 milioni al gruppo Usa General Electric Real Estate. Appartamenti, negozi e sportelli bancari, ma soprattutto i palazzi di rappresentanza nei centri storici delle città. Ma gli americani di GE rivendono dopo pochi mesi. A chi? Mentre Fiorani e Abn Amro si contendono il controllo della banca, entro l'estate del 2005 il patrimonio approda nei portafogli di Benetton e Stefanel.

A Benetton va il gioiello della collezione: il complesso di negozi e appartamenti all'angolo tra piazza Venezia e via del Corso, a Roma. Mentre Stefanel paga 93,4 milioni di euro per 147 immobili sparsi in tutta Italia (con una plusvalenza per GE di una decina di milioni in sei mesi).

I palazzi di piazza Venezia transitano per una società intestata alla fiduciaria Finnat, che nello stesso giorno stipula il preliminare per vendere al medesimo prezzo (42,2 milioni) alla Piazza Venezia Srl di Gilberto Benetton, amministrata dalla figlia Sabrina (nipote di Luciano e cugina di Alessandro). A rileggerla oggi l'intera operazione appare come una spartizione del patrimonio della banca da parte di due soci autorevoli. C'è solo un palazzo che segue una strada diversa. Prima della vendita in blocco a GE Real Estate, una manina sfila lo stabile di via del Mancino, 50 metri da piazza Venezia a Roma, e lo vende a una società di Vito Gamberale. Ancora una volta si resta dalle parti di Ponzano Veneto.

Il manager in quel periodo era infatti amministratore della principale società del gruppo Benetton: Autostrade. Antonveneta ha finanziato pure l'acquisto del manager di Benetton con un mutuo da 1,5 milioni. Un'operazione che pare in conflitto di interessi, ma Vito Gamberale la difende così: "Benetton non c'entra. Mi ha proposto l'affare il mio architetto e quell'immobile era in condizioni pietose e ho pure dovuto alzare la mia offerta perché c'era un concorrente". Resta il fatto che Gamberale compra bene: 2,1 milioni di euro per un palazzetto di quattro piani per 600 metri quadrati in pieno centro. Dopo la ristrutturazione (costata 3,8 milioni) lo stabile è diventato un residence di lusso. Si chiama Dolce vita e con i suoi 12 appartamentini affittati a 200 euro al giorno vale almeno 10 milioni di euro.

I Benetton comunque hanno fatto un affare ancora migliore: la Piazza Venezia Srl di Gilberto ha comprato nel 2005 per 42,4 milioni il complesso di palazzi più belli dell'Antonveneta a Roma e lo ha ceduto nel 2007 per 57,2 milioni, con una plusvalenza di 15 milioni di euro. Anche gli Stefanel si sono impegnati a guadagnare sul mattone della banca. Di più: grazie agli utili di quelle compravendite immobiliari il gruppo veneto riesce a dare ossigeno ai propri bilanci. Ecco come.

Nel 2007 la società Codone (controllata dalla Finpiave, la holding del gruppo quotato in Borsa) realizza 4,6 milioni di euro di plusvalenze liberandosi dei pezzi meno pregiati, poi passa a vendere le ex sedi prestigiose di Antonveneta. Un palazzo in piazza della Vittoria a Pavia, pagato 3,5 milioni, è stato ceduto a 6,2 milioni. A Genova Stefanel ha incassato 14 milioni contro i 9 sborsati nel 2005. E il meglio deve ancora venire: gli stabili Antonveneta rimasti a Codone vanno da via del Corso a Roma a via Toledo a Napoli (sei piani nella galleria Umberto I), per finire alle strade più belle di Padova, Rovigo, Parma, Vercelli, Bari, Foggia.

A conti fatti, Stefanel ha comprato il patrimonio della banca di cui era socio a debito (96 milioni presi in prestito in buona parte da Areal Bank contro i 16 messi in proprio) e lo ha fatto dando in garanzia gli immobili e gli affitti pagati dall'istituto veneto che in quei palazzi mantiene le sue sedi. Giuseppe Stefanel gioca molte parti in commedia. Il 27 luglio del 2005 entra nel cda di Antonveneta. Quando il 12 agosto compra da GE, paga grazie a un mutuo garantito dai canoni della banca di cui è socio, locatore, e grande debitore, in un tripudio di conflitti di interesse. "Codone ha siglato il preliminare con GE, non con Antonveneta, quando Giuseppe Stefanel non era ancora in cda", si difendono da Ponte di Piave, "e comunque Giuseppe Stefanel dal giugno del 2008 è uscito dalla banca".

I Bianco boys

Anche il più grande operatore immobiliare italiano, la Pirelli Real Estate, non sfugge alla regola dei furbetti del mattone. Dietro il volto abbronzato e charmant di Carlo Puri Negri o quello serio di Marco Tronchetti Provera, in realtà il motore di questa azienda è stato il napoletanissimo Carlo Bianco. Vicepresidente e amministratore del comparto residenziale per anni, Bianco è uscito di scena nella primavera del 2008 quando Pirelli RE, colpita in pieno dalla crisi, ha tagliato molti dei suoi top manager. Negli anni d'oro, però, Bianco ha cavalcato il boom facendo fare grandi affari agli amici. A cominciare dal notaio Antonio Bianchi. Lo studio romano di Bianchi ha stipulato migliaia di atti del gruppo guidato da Tronchetti e Puri Negri. A un certo punto però il notaio (e pubblico ufficiale) si è messo a fare affari in proprio. E già che c'era ha scelto proprio la Pirelli del suo amico Bianco come controparte. Con la società Gemien (intestata a lui e alla moglie) Bianchi ha comprato interi blocchi di appartamenti messi in vendita da Pirelli a prezzi di saldo. Poi i suoi tre figli hanno costituito una società, la Ge.Pa., che ha acquistato in otto atti consecutivi 263 appartamenti, box e negozi di pregio a prezzi stracciati. Per avere un'idea delle condizioni di favore garantite alla società dei figli di Bianchi basta sfogliare l'atto del 6 giugno del 2005: Gepa compra 58 unità immobiliari a Roma per 9,6 milioni. Ci sono ben 15 appartamenti in via Po; due a via del Serafico, zona Laurentina-Eur, cinque appartamenti in via Rubicone, quartiere Trieste, tre appartamenti in Lungotevere Testaccio, più una trentina di box, posti auto, soffitte e cantine. Un affarone, per chi compra. Un po' meno per chi vende. E cioè la Iniziative Immobiliari, che ha Pirelli RE come primo socio con il 30 per cento circa del capitale (più il cinque per cento intestato alla Gpi, la cassaforte di famiglia di Tronchetti e Puri Negri), ma ci sono anche Banca Intesa, Capitalia, Monte Paschi e gli americani di Peabody. Nello stesso periodo Iniziative immobiliari vende un solo appartamento nello stabile di Testaccio a 930 mila euro a un privato e ben 25 immobili di quel tipo a soli 9,6 milioni. I figli di Bianchi spuntano condizioni che appaiono di favore.

Pirelli sostiene che gli immobili sono stati venduti con una plusvalenza del 10 per cento e che comunque quando si vende in blocco si punta a far cassa per rimborsare il debito. Certo i sospetti aumentano quando si scopre che il manager Bianco e il notaio Bianchi sono in società, nella Tigullio srl. Questa società nel 2005 compra un locale commerciale nello stabile di Piazzale delle Belle Arti a Roma (348 metri quadrati più altri 169 di cortile). L'iter di questo immobile è interessante: parte da Iniziative Immobiliari di Pirelli e delle banche, passa alla Rema della famiglia Bianco, che lo cede alla Gepa della famiglia Bianchi e finisce per 1,8 milioni di euro alla Tigullio di Bianco e Bianchi (che ad aprile del 2008 l'hanno ceduta alla famiglia Vulcano).

Molti appartamenti di via delle Belle Arti e del Lungotevere Flaminio, i pezzi più pregiati delle società controllate da Pirelli Re, sono finiti a società e persone di Napoli, legate al giro di Carlo Bianco. Esemplare la storia del superattico con terrazza mozzafiato che guarda il Tevere e San Pietro, dove Bianco alloggia e riceve gli amici quando è a Roma. Grazie a una serie di aumenti di cubatura oggi misura cento metri catastali e la Rema della famiglia Bianco (moglie e figli) lo ha comprato per soli 500 mila euro. Tutto il palazzo apparteneva a una società della galassia Pirelli Re, ma Bianco ha comprato attraverso l'immobiliare Monviso (intestata a una Anstalt del Liechtenstein), rappresentata dal suo amico e socio Giancarlo Riccio.

I conflitti di Lehman

Nei salotti della finanza Gianfranco *** viene descritto come un golden boy. Poco più che quarantenne, origini pugliesi, era il gran capo degli affari immobiliari di Lehman. Nel settembre scorso, quando la banca americana ha fatto crack, è rimasto senza lavoro, ma gli amici scommettono che non avrà problemi a ricollocarsi. Del resto i contatti ad altissimo livello non gli mancano di certo. Negli ultimi anni il giovane banchiere ha seguito da consulente operazioni miliardarie per conto di clienti come le Assicurazioni Generali, Beni Stabili, il gruppo Farina e quello di Giuseppe Statuto, per citarne alcuni. Solo che *** ha sempre amato anche giocare in proprio, e qualche volta i suoi affari personali hanno finito per incrociare quelli dei clienti di Lehman. Prendiamo il caso di un immobile in via Bocchetto, in centro a Milano. Il palazzo proviene dal patrimonio di Diomira, il fondo gestito da Pirelli Real Estate, di cui Lehman ha comprato quote per milioni, oltre a diventarne consulente. Nel 2006 *** partecipa all'acquisto dell'immobile milanese in compagnia del suo amico Aldo Magnoni, il cui fratello Ruggero a quei tempi stava ai vertici europei di Lehman. Nel ruolo di venditore compare una società di Vittorio Farina (amico e cliente di ***).

L'affare vale una ventina di milioni di euro. *** e soci, comunque, non impiegano molto a trovare un acquirente. Giusto poche settimane fa è stata siglata la vendita del palazzo di via Bocchetto alla Polis, società milanese di gestione di fondi immobiliari. È una vendita in famiglia, o quasi: l'azionista di controllo di Polis è la Sopaf, la società quotata in Borsa che fa capo ai fratelli Magnoni. Insomma, a decidere l'acquisto è il consiglio di amministrazione di Polis, ma a finanziare l'operazione alla fine saranno gli investitori terzi che comprano le quote del fondo immobiliare.

Stesso schema per un immobile di gran prestigio nella centralissima piazza Santi Apostoli a Roma. La storia di quel palazzo è a dir poco singolare: insieme ad altri due stabili romani in via Veneto e in via XX Settembre, nel 2005 transita dalla Orione Immobiliare (Pirelli e famiglia Tronchetti) alla Spinoffer di Vittorio Farina con profitti milionari per i venditori. Intorno alla casa di Santi Apostoli si scatena però una vera girandola di operazioni. Nel giro di quattro anni cambia cinque proprietari e nel frattempo il prezzo raddoppia da 38 a 76 milioni. L'ultimo acquirente in ordine di tempo (siamo alla fine del 2007) è il fondo immobiliare Vesta, che fa capo al gruppo Beni Stabili. Che c'entra Lehman? C'entra, eccome. A vendere sono ancora i Magnoni, Aldo e Ruggero. Ma al loro fianco, nella società che porta a termine l'operazione spunta Roberto Banchetti, ovvero il banchiere romano che dopo una lunga carriera in Lehman è stato nominato capo della divisione italiana pochi giorni prima del fallimento. La vendita del palazzo di piazza Santi Apostoli frutta profitti per almeno una decina di milioni. Ma il piatto è ancora più ricco. Oltre 4 milioni di euro vengono versati a non meglio precisati "consulenti", come recita un atto ufficiale. E altri tre milioni di euro risultano pagati a titolo di provvigioni. Niente paura. Alla fine, a saldare il conto, sono gli investitori del fondo Vesta gestito da Beni Stabili.

Non finisce qui. Anche il fondo acquirente era legato a Lehman. La società di gestione di Vesta, infatti, faceva capo per il 10 per cento alla banca Usa fallita qualche mese fa. Ed era guidata da un manager, Terenzio Cugia, che per anni ha lavorato in Lehman. Insieme a Banchetti, Magnoni e ***.

*** A seguito di una istanza di appello al Diritto all’Oblio pervenuta alla redazione di Eddyburg, abbiamo cancellato il riferimento personale per non esporre l'associazione a cause giudiziarie. Restiamo convinti che il diritto di cronaca non debba essere sacrificato e ci adopereremo per trovare un giusto bilanciamento. (Mauro Baioni, presidente pro-tempore dell'associazione).

Non sappiamo come andrà a finire la vicenda di Lampedusa. Ma certo fin'ora qualche soddisfazione ce l'ha data. E comunque ha svelato la miseria dei meccanismi repressivi di gestione dell'immigrazione clandestina, anzi dell'immigrazione tout-court dato che la fase della clandestinità nel nostro paese è stata da sempre attraversata dalla stragrande maggioranza degli immigrati.

Sabato mattina il Tg3 a Mezzogiorno trasmette la notizia secondo la quale gli immigrati racchiusi nel lager di Lampedusa (definito surrealmente «centro di prima accoglienza») si sono dati alla fuga è hanno sfilato per il paese tra gli applausi dei cittadini locali. Da non credersi! Ancora maggior soddisfazione dà il messaggio di tim spot arrivato sul cellulare un po' dopo l'una che riporto qui letteralmente «Lampedusa, nuove proteste: un migliaio di immigrati fugge dal Cpa. Il Viminale: nessuna fuga, non è previsto l'obbligo di permanenza». Forse il messagino tim era sbagliato.

O forse no. E, se si parte da questa seconda alternativa, la cosa diventa molto interessante. E' bene che si prenda atto e si sappia dappertutto che «non c'è l'obbligo di permanenza». D'altronde ciascuno può vedere le cose - o dire di averle viste - a modo suo. La «non fuga» - secondo il Viminale - dei tunisini scappati dal Cpt ricorda la celebre dichiarazione di Vittorio Valletta dopo essere stato sequestrato da parte degli operai in lotta durante la occupazione della Fiat nel 1920. Alla richiesta di commentare l'episodio, Valletta rispose che non di sequestro si era trattato e che era stato solo cortesemente ospitato nel suo ufficio dagli operai. Aveva le sue buone ragioni per negare l'evidenza.

Non sta a noi investigare sulle ragioni per cui Maroni e Berlusconi negano l'evidenza nel commentare la ridicola figura che hanno fatto per aver tirato troppo la corda della repressione e della linea del campo di concentramento. Certo è che si sono trovati in grandi difficoltà con, da una parte, le violenze e le aggressioni alle donne in diversi luoghi del paese e, dall'altra, la beffa della fuga dei lavoratori tunisini carcerati a Lampedusa per il solo delitto di essere venuti a cercare lavoro in Italia.

Dopo la grande soddisfazione datami dalla lettura del messaggio tim spot mi sono però subito rabbuiato e sono stato assalito da una grande preoccupazione. «Speriamo - ho pensato - che non venga in mente a qualche disgraziato di commentare l'episodio denunciando la mancanza di fermezza del governo». E difatti, puntuale come la morte, al Tg2 delle 13,30 è arrivata la dichiarazione dell'on. Donati dell'Italia dei Valori che ha lamentato la mancanza di sicurezza, la incapacità del governo di lotta alla immigrazione clandestina, dando così la possibilità all'on. Gasparri di esibirsi in dichiarazioni minacciose contro gli immigrati, promettendo estrema severità e incremento dell'uso dell'esercito nelle città.

CONTINUA | PAGINA 7 Invece di accusare il governo di non aver saputo bloccare la fuga, sarebbe stato giusto e necessario interrogarsi sui motivi e la giustezza di quella fuga («in mancanza di obbligo di permanenza» secondo il Viminale). E prima ancora sarebbe stato necessario interrogarsi sul perché della concentrazione degli immigrati a Lampedusa: sul insomma perché sono lì e perché sono concentrati lì.

Si tratta di due questioni intrecciate e tuttavia distinte. La concentrazione è una pura e semplice scelta politica dei governi che fin'ora si sono succeduti, e in particolare di quelli guidati dall'on. Berlusconi. Le navi degli aspiranti lavoratori immigrati non finiscono a Lampedusa per caso ma perché il sistema di pattugliamento, di intervento, di salvataggio e di trattenimento le indirizza a Lampedusa.

Da qui gli immigrati (e i richiedenti asilo) prima venivano spostati altrove. A Lampedusa questo effetto dirottamento-concentrazione creava qualche problema. Non a caso gli isolani hanno finito per eleggere un sindaco del partito xenofobico «Lega Nord». Ma alla fine c'erano almeno i trasferimenti. La scelta del governo attuale, con la creazione di un nuovo più grande lager, vorrebbe fare dell'isola una grande prigione. E questo spiega la rivolta dei locali e l'incontro felice con i prigionieri («senza obbligo di permanenza»). Gli immigrati vogliono andarsene dall'isola (per poter lavorare in Italia). Gli isolani da parte loro non li vogliono.

Perché non dare esito al loro comune interesse? Per il fatto che questa scelta contrasterebbe con i principi crudeli e miopi che stanno alla base della politica di immigrazione del governo italiano. Le frontiere devono essere chiuse e l'immigrazione clandestina (come quella di centinaia di migliaia di italiani che poco più di mezzo secolo addietro andavano in Francia) deve essere considerata un delitto. E questo risponde alla prima domanda, al perché gli immigrati finiscono nei lager.

I rapporti ineguali di potere tra governi dei paesi del Nord e del Sud del mondo divengono chiarissimi proprio nel caso dell'immigrazione. Ai secondi non resta che accettare le imposizioni, e magari godere di qualche piccolo premio, di qualche briciola, se si mostrano sufficientemente servili e canaglia nei confronti dei loro cittadini che cercano di emigrare: ad esempio la concessione di duemila permessi di soggiorno in più nei confronti di questo o quel paese del Nord Africa che collabora con la repressione, che riduce le possibilità di uscita dei suoi cittadini o si riprende zitto e buono i lavoratori immigrati che gli vengono spediti indietro perché privi di permesso di soggiorno.

Questa è la realtà. Altro che invasione. Ripeto: non sappiamo come finirà, ma una volta tanto abbiamo potuto vedere facce allegre e serene di immigrati «clandestini»: belle facce di giovani tunisini, con l'aria di lavoratori in lotta e non di dannati della terra.

«Dicevano “manderemo viai nomadi”. Come no, il 70% sono italiani, e il 30 cittadini Ue...»

«Non voglio speculare in maniera indegna come invece è stato fatto per lo stupro e l’omicidio della signora Reggiani quando io ero prefetto di Roma e Veltroni sindaco. L’allora opposizione di centrodestra, oggi maggioranza, aveva fatto speculazioni ignobili. Ma non c’è dubbio che sulla politica della sicurezza questo governo non ha fatto nulla: solo spot e messaggi televisivi. Oggi a Roma si avverte la paura di uscire dopo una certa ora: cosa che non mi pare si sentisse dire prima. E con i militari per le strade non si risolve un bel niente». Per il senatore del Pd Achille Serra è una «bufala» l’idea di portare a 30 mila il numero dei soldati impegnati nella sicurezza delle città. «Già i 3 mila militari impegnati - osserva l’ex prefetto - non sono stati di alcuna utilità. Sono una goccia nell’oceano».

Magari portarli a 30 mila potrebbe essere la cosa giusta.

«Militarizzare le città perché si ritiene che ciò possa evitare le violenze sessuali è un’illusione mediatica. I militari fanno un altro mestiere. Anche l’idea delle pattuglie miste è un’altra bufala. Infatti, qualcuno li ha visti? Il governo va avanti con le bugie. La sicurezza è un terreno che dovrebbe unire le forze politiche e non dividerle come è stato fatto in campagna elettorale. Dissero: finora ci sono stati dei deficienti al governo, ma ora arriviamo noi e risolviamo il problema, mandando via tutti i campi nomadi. Bene: non è stato mandato via nemmeno un campo nomade, e questo a Roma come a Milano. Dicevano delle baggianate, intanto perché il 70% dei nomadi sono italiani, hanno la cittadinanza italiana. L’altro 30% sono di origine romena, cittadini europei per i quali non è prevista l’espulsione. Quando il Pdl si è accorto che le cose che dicevano sono irrealizzabili, hanno tirato fuori la storiella dei militari. Ora che le cose vanno peggio si inventano la “decuplicazione” dei soldati».

Come si risolve allora il problema?

«Il primo problema è come gestire i campi Rom, non certo spostandoli da un quartiere all’altro. Quando io ero prefetto di Roma, con il sindaco Veltroni, si era pensato a “campi della solidarietà”, che sono dei campi con casette prefabbricate, viali illuminati e un controllo delle forze dell’ordine 24 ore su 24 per impedire circolassero delinquenti, droga, refurtiva e armi. Avevamo previsto un ufficio che avviasse al lavoro e gli scuolabus per portare i bambini obbligatoriamente a scuola. Invece questi bambini oggi vanno rubare e chiedere l’elemosina e quando sono più grandi forse a stuprare. I “campi della solidarietà” magari non danno un risultato immediato, ma se inseriamo questi ragazzi nella nostra cultura tra 5-6 anni faranno parte della nostra società. Quando abbiamo cercato di fare questo, abbiamo avuto l’opposizione del centrodestra, che soffiava sul fuoco e terrorizzava la gente».

C’è però un problema di soluzioni immediate.

«Certo, è necessario che ci sia un’attività di prevenzione forte di polizia e carabinieri in modo coordinato. Ma ci vuole una vera riforma della giustizia, alla svelta: non per salvaguardare certe figure istituzionali che non possono andare sotto processo, ma di rendere certa e immediata la pena. Se io di sera rubo una macchina e vengo mandato l’indomani davanti al giudice, devo rimanere in carcere. Che all’assassino della Reggiani non sia stato dato l’ergastolo mi fa dire ma che in che Paese viviamo?».

"Abbiamo lasciato costruire villaggi fantasma e reso fantasmi i nostri paesi". Questa amara contraddizione la sottolineò Renato Soru allorché decise di varare in Sardegna il decreto salvacoste. Una contraddizione che riguarda un po’ tutto il Sud e in generale le coste italiane dove, fra villaggi turistici, seconde e terze case, abitate soltanto poche settimane l’anno, si è distrutto un patrimonio ingentissimo senza dar vita ad un turismo e ad altre attività socio-economiche stabili e armonizzate con l’ambiente.

Coerentemente la Regione Sardegna, unica in Italia, ha fatto seguire al decreto salvacoste i piani paesaggistici costieri. Stava per approvare una nuova legge urbanistica quando si sono manifestate, pure nel PD, resistenze e dissensi che hanno indotto Soru a scegliere il chiarimento del voto anticipato. La partita che si gioca in Sardegna è quindi strategica. A Renato Soru, governatore pianificatore e programmatore, si contrappone, non il candidato Cappellacci, bensì lo stesso presidente del Consiglio Berlusconi. Il quale, da immobiliarista privato, non vuole avere vincoli sul territorio. A scapito, ovviamente, dell’interesse generale. Una logica che in Sardegna diventa di tipo "coloniale". Berlusconi l’ha confermato ieri attaccando in modo scomposto e volgare il governatore uscente, come imprenditore, come politico, come sardo. Segno evidente che ne teme la riconferma.

Nell’isola, prima della elezione di Soru, si costruiva a tutto spiano, a pochi metri dal mare, distruggendo dune e macchia mediterranea. Fra 2000 e 2003 i permessi di costruzione accordati erano poco meno che raddoppiati (+ 84 %). Cifra da capogiro se pensiamo che quel cemento rimane inutilizzato per la maggior parte dell’anno, dopo aver distrutto per sempre un patrimonio irripetibile. Le grandi spiagge della Costa Verde sono ancora intatte, con dune che si spingono anche per 2 Km nell’entroterra fra pini e pinastri, cisto, lentischio, ginepro, corbezzolo. Dobbiamo lasciarle spianare dalle ruspe? Berlusconi ha affermato ieri che il decreto salvacoste ha depresso le quotazioni dei terreni costieri e aperta alla speculazione la corsa nelle aree interne: dimentica di dire che i piani paesaggistici in programma avrebbero riguardato anche l’interno e che la legge urbanistica avversatissima dal PdL avrebbe regolamentato l’isola intera. Fra i suoi argomenti c’è l’accusa a Soru di aver bloccato l’economia, di aver soffocato il turismo. Bugie smentite dalle cifre: in un Sud bloccato o in regresso, nel 2007 la Sardegna ha incrementato i propri occupati quasi dell’1 %. In quell’anno arrivi e presenze hanno segnato + 15 e + 18 %. Nell’estate del 2008, rispetto al calo di tante regioni italiane, la Sardegna ha segnato un + 4,42 %.

Il Cavaliere è impegnatissimo in una personale "battaglia di Sardegna". Lo è, frontalmente, in prima persona. La posta in gioco è alta: o si affermano l’idea e la pratica di una pianificazione virtuosa che salvi ed usi al meglio, saggiamente, i beni primari dell’isola, oppure torna la barbarie della "colonizzazione" della Sardegna a base di sempre nuovo cemento. A danno dei sardi, dei loro figli e nipoti.

Sin dal primo giorno del proprio mandato, Barack Obama ha fatto capire qual è la sua idea di emergenza, e cosa significa nella storia delle democrazie liberali. I dizionari spiegano che l’emergenza è una situazione di pericolo o crisi inaspettata, nella quale le pubbliche autorità si mettono in allarme e assumono poteri speciali. Per Carl Schmitt, che negli Anni 20 e 30 teorizzò la superiorità del potere assoluto sullo stato di diritto, l’eccezione è «più interessante» del «caso normale»: quest’ultimo è fatto di procedure ripetitive, che intralciano la capacità decisionale del vero sovrano. La vera autorità «non ha bisogno della legge per creare legge». Essa crea proprie leggi, piegando procedure e costituzioni al proprio buon volere e al mondo nuovo che promette: le sue leggi, di volta in volta ad personam o ad hoc, instaurano lo stato di pericolo e sospendono routine normative ritenute inani. Al posto della fiducia si inocula nel popolo la paura. Nel continente della libertà si dilata lo spazio della necessità. Riprendendo Hobbes, Schmitt conclude che non la verità «fa la legge» ma l’autorità, rivelata e temprata dalla situazione limite (Grenzfall).

Precisamente questo è accaduto nei due mandati dell’amministrazione Bush, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001: la Costituzione è stata sottomessa alle esigenze del principe e all’accentramento del potere presidenziale. A dominare non era più l’imperio della legge (la rule of law) ma il sovrano e la contingente ideologia da esso incarnata. La prigione extraterritoriale di Guantanamo, dove non valgono le leggi costituzionali americane; le commissioni militari che senza garanzie giuridiche esaminano i detenuti; l’uso della tortura; l’abolizione dell’habeas corpus, ovvero del diritto (risalente al 1679) che ciascuno ha di conoscere i motivi della propria detenzione: queste le misure che hanno trasformato centinaia di prigionieri in animali cui è stato sequestrato il corpo, come direbbe Foucault.

Obama ha messo fine a tali arbitrii, che aboliscono l’equilibrio tra i poteri voluto dal pensiero liberale. Ed è importante che sia il suo primo gesto, perché qui è la vera urgenza dei giorni nostri, non solo negli Stati Uniti. La vera emergenza è l’idea stessa di un’emergenza continua, abbinata alla promessa di rottura col passato e al proliferare di leggi ad hoc: l’esempio statunitense ha rafforzato in molte democrazie questa mistificazione emergenziale-rivoluzionaria. È stata una loro regressione infantile, fondata sulla convinzione che la democrazia non avesse una storia lunga, fatta di norme e routine, ma fosse una pagina tutta bianca da colorare a piacimento. Il principe-bambino fa quel che crede, immaginandosi onnipotente. Ritorna allo stato precedente la separazione dei poteri di Montesquieu, quando il potere che s’espande abusivamente non è ancora fermato da altri poteri. In un passaggio chiave del discorso inaugurale, il 20 gennaio, Obama ha citato la prima lettera di Paolo ai Corinzi (13,11): «Rimaniamo una nazione giovane, ma come nelle parole della Scrittura, è venuto il tempo di metter da parte le cose infantili».

«Divenir uomo» consiste nel ritorno alla norma, nella scoperta del proprio limite, nell’abbandono della speciale arroganza unita a ignoranza che caratterizza l’infanzia. Non sarà facile, perché l’America resta ufficialmente in stato di guerra con il terrorismo, nonostante la volontà presidenziale di «tendere la mano a chi vuol aprire il proprio pugno». Anche se la guerra continua tuttavia, occorre restar fedeli alla Costituzione e alla separazione dei poteri. Occorre far capire al mondo che i prigionieri di Guantanamo saranno correttamente giudicati, che l’America non torturerà né a Guantanamo né in prigioni segrete sparse nel mondo. L’inverno dell’avversità cui ha accennato Obama esige la restaurazione della rule of law: «Noi respingiamo come falsa la scelta fra la nostra sicurezza e i nostri ideali».

È una presa di posizione al tempo stesso morale e pratica. La tortura di prigionieri privati di habeas corpus non ha facilitato la guerra al terrorismo, ma l’ha complicata e invalidata. I video di Abu Ghraib sono usati da Al Qaeda come efficacissimo mezzo di reclutamento. Neppure in stato d’estremo pericolo (la bomba a orologeria che può esser sventata ricorrendo alla tortura) le leggi d’eccezione sono utili. In Italia se ne discusse nell’estate 2006: ci furono intellettuali e editorialisti democratici che aprirono alla tortura, pensando che l’ineluttabile spirito dei tempi fosse ormai questo.

Sono tanti gli studi che sostengono che la tortura, oltre a essere immorale in ogni circostanza, è probabilmente inservibile. Essa rende più difficile la cooperazione internazionale, perché le confessioni estorte sono inutilizzabili da inquirenti e tribunali. Il giudice spagnolo Garzón è di quest’opinione, e ha inoltre accusato le autorità Usa di tener nascosti in prigioni segrete testimoni essenziali per chiarire l’attentato del 2004 a Madrid. Peter Clarke, ex capo della polizia antiterrorista inglese, ha detto all’Economist nel luglio scorso: «Ogni evidenza raccolta a Guantanamo è inammissibile». Un uomo umiliato, cui si infligge l’annegamento simulato (waterboarding), confessa ogni sorta di bugia. David Danzig in un articolo su Huffington Post del 22 gennaio ricorda come i maggiori successi siano stati raggiunti da un’«arte dell’interrogatorio» che rifiuta la violenza, e preferisce l’astuto colloquio con pentiti e perfino con combattenti: Saddam Hussein e al-Zarqawi, ex capo di Al Qaeda in Iraq, furono scovati così.

Non sarà semplice smantellare le tante leggi ad hoc create nell’emergenza terrorismo, in America ed Europa. Perché sono leggi che lavorano nel buio, aggirando perfino sentenze delle Corti Supreme come quella statunitense, che ha restituito ai prigionieri l’habeas corpus. Non è semplice perché ancora deve esser affrontata la questione fondamentale: è veramente guerra quella che viviamo? e se lo è come chiamare l’avversario? E se non è guerra cos’è? Nemmeno Obama ha la risposta, che pure gli toccherà dare senza attendere altri sette anni. E ancor meno sanno rispondere i governi europei, che adottano leggi emergenziali d’ogni tipo (sul terrorismo e sull’immigrazione) evitando furbescamente di dichiararsi nazioni in guerra. Siamo lontani, qui, dalle autocritiche americane. Tony Blair, che ha mimato ogni mossa e ogni disastro di Bush, ancora non è chiamato alla resa dei conti.

Ma qualcosa è cominciato, con una prontezza che fa onore a Obama. Qualcosa comincia a esser detto: che essere uomini adulti in democrazia vuol dire rispettare leggi antiche, messe alla prova in situazioni ben più difficili di quella presente. Che il sovrano capriccioso e falsamente decisionista ha un comportamento immaturo. Che le tradizioni giuridiche contano: quelle racchiuse nelle costituzioni e quelle iscritte in leggi internazionali che Bush ha sprezzato, come la convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri. L’ansia di innovare a tutti i costi può esser letale, in democrazia. Il mito della «rottura» si sfalda. «Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza», ha detto Obama ai connazionali. Non a caso martedì li ha apostrofati in maniera inedita: invece di My fellow Americans, li ha chiamati My fellow citizens.

La questione morale coincide con il ritorno alla cultura della legalità, in America come in Europa. È la più grande necessità del momento: non si restaurerà una duratura fiducia tra governati e governanti, senza riconversione all’imperio della legge. Non si risaneranno l’economia, la politica, il clima. L’alternativa è chiudersi in belle bolle e ignorare i fatti: anche la bolla è qualcosa di molto infantile, che brilla di tanti colori fino a quando (inaspettatamente per i bambini) esplode.

In modo probabilmente inconsapevole, ma certamente per lui doloroso, Beppino Englaro sta portando alla luce giorno dopo giorno alcuni nodi irrisolti dello Stato moderno di cui siamo cittadini, e a cui guardiamo – o dovremmo guardare – come all’unico titolare della sovranità. Questo accade, come ricorda Roberto Saviano, perché il padre di Eluana cerca una soluzione alla sua tragedia familiare in forma pubblica, quasi pedagogica proprio perché la rende universale, sotto gli occhi dell’intero Paese, costretto per la prima volta a interrogarsi collettivamente sulla vita e sulla morte, a partire dalla pietà per un individuo. A parte la meschinità di chi cerca un lucro politico a breve da questo dramma personale e nazionale, trasformando in frettolosa circolare di governo le richieste della Chiesa contro una sentenza repubblicana, e a parte i ritardi afasici di chi dall’altra parte si attarda invece a parlare di Villari, quello che stiamo vivendo – e soffrendo – è un momento alto della discussione civile e morale del Paese. A patto di intendersi.

Fa parte senz’altro della discussione pubblica, che deve interessare tutti, l’intervento del Cardinale Poletto. È vescovo di Torino, la città dove la presidente della Regione, Mercedes Bresso, si è detta pronta ad ospitare Eluana e la sua famiglia per quell’ultimo atto che lo Stato ha riconosciuto legittimo con una sentenza definitiva, e che il governo vuole evitare con ogni mezzo. Mentre altri cattolici hanno sostenuto che "la morte ha trovato casa a Torino" il Cardinale non ha usato questi toni, ma ha detto che condanna l’eutanasia, anche se si sente vicino al padre di Eluana, prega per lui e non giudica. Vorrei però discutere pubblicamente, se è possibile, il significato più profondo e la portata di due affermazioni del Cardinale.

La prima è l’invito all´obiezione di coscienza dei medici, che per Poletto devono rifiutarsi in Piemonte di sospendere l’alimentazione forzata ad Eluana, entrando in contrasto con la richiesta della famiglia e con la sentenza che la legittima. Non c’è alcun dubbio che la coscienza individuale può ribellarsi a questo esito, e il medico - credente o no - può vivere un profondo travaglio tra il suo ruolo pubblico in un ospedale statale al servizio dei cittadini e delle loro richieste, il suo dovere professionale che lo mette al servizio dei malati e delle loro sofferenze, e appunto i suoi convincimenti morali più autentici. Questo travaglio può portare a decisioni estreme assolutamente comprensibili e rispettabili, come quella di obiettare al proprio ruolo pubblico e al proprio compito professionale perché appunto la coscienza non lo permette, costi quel che costi: e in alcuni casi, come ha ricordato qui ieri Adriano Sofri, il costo di questa opposizione di coscienza è stato altissimo.

Mi pare - appunto in coscienza - molto diverso il caso in cui i credenti medici vengono sollecitati collettivamente da un Cardinale (quasi come un’unica categoria professionale e confessionale da muovere sindacalmente) a mobilitarsi nello stesso momento e ovunque per mandare a vuoto una sentenza dello Stato, indipendentemente dalla riflessione morale e razionale di ognuno, dai tempi e dai modi con cui liberamente ciascuno può risolverla, dalle diverse sensibilità per la pietà e per la carità cristiana, pur dentro una fede comune. Qui non si può parlare, se si è onesti, di obiezione di coscienza: semmai di obbligazione di appartenenza, perché l’identità cattolica di quei medici diventa leva e strumento collettivo su cui puntare con impulso gerarchico per vanificare una pronuncia della Repubblica.

Questo è possibile perché il Cardinale spiega con chiarezza la concezione della doppia obbedienza, e la gerarchia che ne consegue. Lo Stato moderno e laico, libero "dalla" Chiesa mentre la garantisce libera "nello" Stato, applica la distinzione fondamentale tra la legge del Creatore e la legge delle creature. Poletto sostiene invece che poiché la legge di Dio non può mai essere contro l’uomo, andare contro la legge di Dio significa andare contro l’uomo: dunque se le due leggi entrano in contrasto "è perché la legge dell’uomo non è una buona legge", ed il cattolico può trasgredirla. La legge di Dio è superiore alla legge dell’uomo.

Su questa dichiarazione vale la pena riflettere, per le conseguenze che necessariamente comporta. È la concezione annunciata pochi anni fa dal Cardinal Ruini, secondo cui il cattolicesimo è una sorta di seconda natura degli italiani, dunque le leggi che contrastano con i principi cattolici sono automaticamente contronatura, e come tali non solo possono, ma meritano di essere disobbedite. Da questa idea discende la teorizzazione del nuovo cattolicesimo italiano di questi anni: la precettistica morale della Chiesa e la sua dottrina sociale coincidono con il diritto naturale, dunque la legge statale deve basare la sua forza sulla coincidenza con questa morale cattolica e naturale, trasformando così il cattolicesimo da religione delle persone in religione civile, dando vita ad una sorta di vera e propria idea politica della religione cristiana.

Ma se la legge di Dio è superiore alla legge dell’uomo, se nella doppia obbedienza che ritorna la Chiesa prevale sullo Stato anche nell’applicazione delle leggi e delle sentenze, nascono due domande: che cittadino è il cattolico osservante, se vive nella possibilità che gli venga chiesto dalla gerarchia di trasgredire, obiettare, disubbidire? E che concezione ha la Chiesa italiana, con i suoi vescovi e Cardinali, della democrazia e dello Stato? Qualcuno dovrà pur ricordare che nella separazione tra Stato e Chiesa, dopo l’unione pagana delle funzioni del sacerdote col magistrato civile, la religione non fa parte dello "jus publicum", la legge umana non fa parte di quella divina con la Chiesa che la amministra, le istituzioni pubbliche e i loro atti sono autonomi dalle cattedre dei vescovi e dal magistero confessionale.

Il cittadino medico a cui si ordina di agire in nome di una terza identità - suprema -, quella di cattolico, non obietta in nome della sua coscienza, ma obbedisce ad un’autorità che si contrappone allo Stato, e chiede un’obbedienza superiore, definitiva, totale alla Verità maiuscola, fuori dalla quale tutto è relativismo. Solo che in democrazia ogni verità è relativa, anche le fedi e i valori sono relativi a chi li professa e nessuno può imporli agli altri. Perché non esiste una riserva superiore di Verità esterna al libero gioco democratico, il quale naturalmente deve garantire la piena libertà per ogni religione di pronunciarsi su qualsiasi materia, anche di competenza dello Stato, per ribadire la sua dottrina. Sapendo che così la Chiesa parla alla coscienza dei credenti e di chi le riconosce un’autorità morale, ma la decisione politica concreta nelle sue scelte spetta all’autonoma decisione dei laici - credenti e non credenti - sotto la loro responsabilità: che è la parola della moderna e consapevole democrazia, con cui Barack Obama ha siglato l’avvio della sua presidenza.

Dunque non esiste una forma di "obbligazione religiosa" a fondamento delle leggi di un libero Stato democratico, nel quale anzi nessun soggetto può pretendere "di possedere la verità più di quanto ogni altro possa pretendere di possederla". Ne dovrebbe discendere finalmente una parità morale nella discussione pubblica, negando il moderno pregiudizio per cui la democrazia, lo Stato moderno e la cultura civica che ne derivano sono carenti senza il legame con l’eternità del pensiero cristiano, sono insufficienti nel fondamento. È da questo pregiudizio che nasce la violenza del linguaggio della nuova destra cattolica contro chi richiama la legge dello Stato, le sentenze dei tribunali, le norme repubblicane. Come se per i laici la vita non fosse un valore, e praticassero la cultura della morte. Come se il concetto di libertà per una famiglia dilaniata, di fraternità per un padre davanti ad una prova suprema, di condivisione per il suo dolore che non è immaginabile, non contassero nulla. Come se la coscienza italiana fosse solo cattolica. Infine, come se la coscienza cattolica, in democrazia, fosse incapace di finire in minoranza davanti allo Stato.

Una Ztl speciale per l’Appia Antica. "Dopo porta San Sebastiano si crea un imbuto d’auto, i turisti non possono neanche camminare. Mettiamo anche nel Parco le telecamere della ztl consentendo l’ingresso solo ai visitatori, ai clienti dei ristoranti, a chi ci lavora, ai residenti e ai loro ospiti. Così elimineremo il 90 per cento del traffico di attraversamento, di chi usa il Parco per andare da Ciampino al centro. E restituiremo all’Appia i caratteri propri di un parco cittadino". È la proposta che ieri il presidente dell’Ente Parco, Adriano La Regina, ha messo sul piatto del tavolo sulla Regina viarum convocato dall’assessore comunale alla Cultura Umberto Croppi. Che giudica "ottima" l’ipotesi della Ztl: "La regolamentazione del traffico nei 3500 ettari del parco è uno dei punti che toccheremo nella Road map di rilancio dell’antica consolare". E il 30 gennaio Croppi si impegnerà "fortemente" per inserire la "questione Appia" tra le priorità del "tavolo su Roma" che il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro coordinerà tra Stato e Campidoglio: riconoscere l’unità esistente tra Appia e area archeologica centrale (la Regione vuole estendere il perimetro del Parco fino a porta Capena) significa estendere i finanziamenti straordinari anche oltre porta San Sebastiano.

È proprio nel primo tratto dell’Appia che si concentrano due dei molti problemi: il traffico asfissiante (circa 2000 auto l’ora nelle ore di punta) e il muro invisibile (come quello vero, ai Fori, tra Stato e Comune) tra i monumenti gestiti dai vari enti. "Dobbiamo mettere a sistema alcune risorse ignorate dal circuito turistico, a partire da Porta San Sebastiano dove c’è il Museo delle Mura Aureliane, che è comunale e sempre deserto" ha spiegato Croppi. L’assessore punta molto a rilanciare l’economia verde del parco, attraverso agriturismo nei casali e agricoltura ecologica. "Tutto ciò è già compreso nel "Piano di assetto", che è anche di gestione, redatto dal Parco e in attesa di approvazione, con quello paesaggistico, da parte della Regione", ha sottolineato la direttrice del Parco Alma Rossi.

All’incontro era presente anche la Fondazione Gerini, istituzione dei Gesuiti che possiede 400 ettari e 20 casali. E c’era, tra gli altri, la responsabile per l’Appia della Soprintendenza statale, Rita Paris. "Se potessimo finalmente smettere di occuparci dei continui abusi, potremmo tutti insieme pensare alla valorizzazione dell´area che passa anche, eliminato il traffico di attraversamento, per un migliore trasporto pubblico". L’archeologa ha un’idea per l’Appia antica, quella fatta di antiche basole e sampietrini. "Va restaurato innanzitutto il tratto rovinato dagli alberi caduti col maltempo. E va istituita una navetta bus che percorra ininterrottamente la strada portando i turisti da Cecilia Metella ai Quintili, agli agriturismo".

Per quanto si affanni a seminare ottimismo e a ingiungere consumismo (salvo il tardivo allarme per la crisi dell'auto), a promettere sfracelli sulla giustizia e a costruirsi pioli per il Quirinale, a tenersi incollati Fini e Bossi e a emettere decreti legge, Silvio Berlusconi appare ormai un capo di governo e un leader politico fuori dal tempo e dalla storia. E per quanto possa sembrare una fantasticheria dirlo a fronte della nuda realtà dei numeri del parlamento e dei sondaggi, il suo astro appare destinato a tramontare nella svolta politica, geopolitica e culturale che l'elezione di Barack Obama imprime a ciò che negli ultimi decenni si è configurato come l'ordine egemonico del discorso occidentale.

Non si tratta di attribuire alla presidenza americana un effetto immediato di trascinamento sugli equilibri di governo europei: questo effetto non è detto che ci sia, anche se è auspicabile e prevedibile che di qui a poco il vento del cambiamento che spira dall'altra sponda dell'oceano si farà sentire, se non sui governi, almeno sulle società anche da questa. Si tratta, più realisticamente, di ricollocare Berlusconi in un contesto cambiato, e di riproporzionarlo di conseguenza.

Berlusconi, lo sappiamo, è stato e resta un fenomeno prettamente e autenticamente italiano, radicato nella modernizzazione degli anni Ottanta, concimato da una più lunga storia di cittadinanza debole e di «uomini forti» al comando, sbocciato nella crisi del sistema politico degli anni Novanta, alimentato dal consenso di un immaginario sociale ricalcato su di lui dalla sua televisione. Una «autobiografia della nazione», com'è stato detto, della quale non è stato dato tutt'ora sufficientemente conto e con la quale non smetteremo di dover fare i conti anche dopo il suo esaurimento politico.

Tuttavia, Berlusconi non è stato solo un fenomeno italiano: è stato un fenomeno italiano che ha anticipato tendenze più larghe, o le ha imitate o ne ha risentito. La sua «discesa in campo» del '94 ricordò a molti quella di Ross Perot alle presidenziali americane del '92. La sua costruzione di una leadership mediatica ha coinciso con la mediatizzazione della leadership in tutto il mondo, e la personalizzazione della politica da lui incarnata con la personalizzazione della politica in tutto il mondo. I processi di svuotamento e deformazione della democrazia da lui innescati in Italia - attacco allo stato di diritto, de-costituzionalizzazione, rafforzamento dell'esecutivo e indebolimento del parlamento e della rappresentanza - sono gli stessi processi che hanno svuotato e deformato le democrazie di tutto l'occidente. La sua narrativa antipolitica di imprenditore cresciuto fuori dal palazzo ha anticipato la diffusione di sentimenti antipolitici e di infatuazione per gli outsider nelle democrazie di tutto l'occidente.

Ancora, la sua concezione imprenditoriale dello stato, della società e della «riuscita» individuale è stata potenziata dalla razionalità neoliberista che dal centro dell'Impero americano ha irradiato in tutto il pianeta il verbo della forma-mercato, della libertà come imperativo cocainomane al «fai-da-te», della logica costi-benefici come misura morale dell'esistenza. La sua alleanza con i convertiti al fondamentalismo cattolico ratzingeriano ha imitato l'alleanza made in Usa fra la suddetta razionalità liberista e il neoconservatorismo, un'alleanza che lì e qua ha garantito al neoliberismo quel supplemento morale di cui la religione del mercato sarebbe stata altrimenti priva. Infine, l'altra sua alleanza strategica con il localismo razzista della Lega ha trovato eco e potenziamento nell'epidemia dello «scontro di civiltà» che ha colpito il mondo globale su scala micro e macroregionale.

Con l'elezione di Obama questo contesto internazionale, questa onda che ha disegnato il profilo di un'epoca, sono finiti. Ed è questa fine che consegna alla sua fine anche Silvio Berlusconi e la sua «impresa» politica, come se una nuova reazione chimica rivelasse improvvisamente l'obolescenza e le rughe del materiale plastico di cui è fatta.

Non si tratta, lo ripetiamo, di attribuire alla nuova presidenza americana capacità miracolistiche mimandone l'apparenza, né di fantasticare per domani mattina un impossibile ribaltone della maggioranza di governo qui in Italia. Una fine può essere lenta, travestirsi di potere livido, combinare molti guai. E nemmeno la prevedibile erosione di consensi che a Berlusconi verrà dal dispiegarsi della crisi economica autorizza l'opposizione a mettersi nella passiva attesa di una automatica alternanza di governo. Si tratta di percepire, registrare e interpretare questo cambiamento dell'epoca, questo smottamento di egemonia, questa nuova energia. E di reinventarsi, al di là delle alchimie delle sigle esistenti, un'alternativa politica, sociale e etica in grado di camminare in questo «dopo» in cui siamo già sospinti.

Quando un'epoca finisce, travolge nella sua fine i vincenti, ma anche i perdenti se restano attaccati a ciò che in quell'epoca sono stati. Ne può derivare una catastrofe o una rinascita. Prima l'immaginazione che non è al potere realizzerà che l'incubo è finito, smetterà di tenere in vita i propri spettri o di tenersi occupata col caso Villari, comincerà a far vivere nelle maglie di un presente ancora afferrato dal passato le possibilità del futuro, prima si chiarirà se c'è una catastrofe o una rinascita ad aspettarci dietro l'angolo.

Criminalizzare la Resistenza, i suoi eroi è una pratica diffusa, tesa a dimostrare che democrazia e Costituzione sono nate dalla vendetta, dal sangue dei vinti. Ci provarono, attivamente, anche nei primi anni ’50: a migliaia (5.144 soltanto a Modena), ex resistenti vennero incarcerati e processati. Dopo mesi e anni di galera molti furono assolti. Ora la destra getta nuovo fango su Arrigo Boldrini, decorato sul campo di medaglia d’oro dal generale dell’VIII Armata, Richard Mac Creery. Organizzatore della più incredibile e coraggiosa resistenza di pianura. Nel Ravennate nazisti e repubblichini fra i più feroci imperversarono: 70 stragi, 426 civili uccisi, intere famiglie (Baffè, Foletti, Orsini) spente. Uno dei suoi uomini, il ventiduenne Umberto Ricci, torturato, ferito, malato, scrisse ai genitori e agli amici: «Io ho l’onore di rinnovare qui a Ravenna l’impiccagione. Però non ho nessuna paura della morte». Impiccato con Lina Vacchi il 24 agosto ’44 al Ponte degli Allocchi, fu lasciato marcire appeso. Dieci suoi compagni vennero fucilati.

Agli uomini di Bulow dobbiamo anche la salvezza dei monumenti ravennati. Gli Alleati erano decisi a bombardare preventivamente la città. Boldrini li scongiurò: «I nazifascisti si sono già ritirati». Poi chiese e ottenne di venire incorporato nell’VIII Armata. Bulow sperava - me lo disse anni dopo - di arrivare con gli Alleati fino a Trieste e di costituire una sorta di cordone protettivo rispetto ai partigiani di Tito. Purtroppo non gli fu concesso. Nel 1949 alcuni dei suoi furono accusati di aver partecipato all’eccidio di Codevigo: assolti. Nel ’91 la Procura di Padova giudicò «infondata» un’altra denuncia. Anche Cossiga lanciò un’accusa contro Bulow, per poi riconoscere che «fonti storiche e giudiziarie escludono in modo inoppugnabile tale coinvolgimento». Ora ci riprovano, infami.

Ormai è un coro (quasi) unanime: per superare la crisi pesante che ha colpito l’Italia, come il resto d’Europa e del mondo, bisogna sostenere con risorse pubbliche le grandi opere, per battere la recessione e la disoccupazione crescente. Ma in Italia, per chi governa ed anche per chi sta all’opposizione in parlamento, grandi opere non significa investimenti utili per mettere in sicurezza le scuole, per riqualificare le periferie con demolizioni e ricostruzioni, costruire le reti per il trasporto su ferro in città e comprare i treni per i pendolari, la bonifica ed il risanamento dei siti inquinati e delle aree a rischio, gli interventi contro il dissesto idrogeologico, la banda larga ed internet per tutti. Significa sempre e soltanto le solite “grandi opere” di scarsa utilità, ad alta intensità di cemento ed elevato impatto ambientale, dai costi finanziari insostenibili per le vuote casse dello Stato, come il Ponte sullo Stretto, l’autostrada della Maremma o l’Alta Velocità Torino-Lione.

E per dare il via libera a queste opere, che evidentemente non hanno il consenso di cittadini ed istituzioni locali” nel decreto legge 185 anticrisi arriva un’altra novità per “forzare le decisioni” in Conferenza dei Servizi: non saranno più assunte a maggioranza ma “tenuto conto delle posizioni prevalenti” (senza poi specificare prevalenti per chi, sulla base di quali numeri e punti di vista?).

Una novità che secondo il ministro Matteoli è stata concepita ad hoc per superare l’opposizione degli enti locali della Val Susa per realizzare l’Alta Velocità Torino-Lione, che - va ricordato - proprio grazie alla mobilitazione popolare e degli enti locali, era stata sottratta alle procedure accelerate della Legge Obiettivo dal Governo Prodi, e quindi restituita a procedure ordinarie con decisioni in Conferenza dei Servizi. Procedure ordinarie che adesso vengono stravolte per consentire “comunque” di realizzare le opere.

Riguardo all’ambito di applicazione appare evidente - nonostante gli errori della stampa italiana - che la nuova disposizione non si applica alle infrastrutture strategiche, ma a quelle decise con procedure ordinarie promosse dall’amministrazione statale.

Con un emendamento presentato dai relatori al DL 185 in Commissione e poi confermato dal testo approvato con il voto di fiducia in Aula è stato aggiunto un nuovo comma 10-bis dell’art, 20, che interviene sulle decisioni che verranno assunte in Conferenza dei Servizi. Con questa modifica la maggioranza e Governo (se non verrà modificato dal passaggio al Senato) ottengono due risultati:

la decisione assunta dalla Conferenza dei servizi, anche se non approvata all’unanimità come richiesto dalla normativa vigente, sostituisce, comunque, ad ogni effetto gli atti di intesa, i pareri, le concessioni, anche edilizie, le autorizzazioni, le approvazioni, i nulla osta, previsti da leggi statali e regionali;

il dissenso espresso da una o più amministrazioni non blocca la conclusione del procedimento di localizzazione dell'opera promosso dall’amministrazione statale, che procede comunque, d’intesa con la regione, nella decisione, “tenendo conto” delle posizioni prevalenti espresse in sede di Conferenza dei servizi (qualora il dissenso venga espresso da un'amministrazione dello Stato preposta alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o alla tutela della salute e della pubblica incolumità ovvero dalla regione interessata si procede invece con l’iter speciale previsto dall’art. 81, comma 4 del DPR 616).

Quello che sarebbe interessante capire, è cosa si intenda per “ posizioni prevalenti”, e che naturalmente non viene spiegato dal provvedimento perché sarà deciso di volta in volta sulla base di valutazione arbitrarie da chi convoca la Conferenza dei Servizi. Infatti secondo le norme attuali il dissenso nella Conferenza era già superabile se si esprimeva la maggioranza delle posizioni, così come stabilito dall’art. 12 della L. 340/2000.

Ma la novità del nuovo testo inserito nell’art.20, comma 10bis, del DL 185, la Conferenza dei Servizi non subordina la conclusione del procedimento a una determinazione raggiunta sulla base della “maggioranza delle posizioni espresse”, ma permette all’amministrazione statale procedente e promotrice del progetto, di concludere comunque la Conferenza dei Servizi sulla base di una valutazione arbitraria, d’intesa con la Regione interessata, tenendo solo conto delle “ posizioni prevalenti” .

Quindi, per posizione prevalente, alla luce di questa lettura,si può intendere anche la posizione promossa dallo Stato, d’intesa con la Regione interessata, che prevale in quanto sovraordinata a quella espressa dagli enti locali.

Nel qual caso si tratta di capire come questa possa comunque prevalere senza entrare in contrasto con l’art 5 della Costituzione, nel quale si stabilisce che “ (…) la Repubblica riconosce e promuove le autonomie locali, e l’art. 118 della Costituzione, (così come modificato dalla L. 301/2001) nel quale vengono sanciti i principi di sussidiarietà verticale e di leale collaborazione tra le amministrazioni pubbliche, e come possa essere applicata in modo omogeneo non essendo definito il quadro di regole da rispettare, dando invece spazio a disparità di trattamento tra interventi da decidere e comunità locali, che si prestano ad usi politici, ricattatori e discrezionali.

Beni comuni, interessi collettivi, interesse pubblico, decisioni a maggioranza, posizioni prevalenti: anche il linguaggio e le parole spiegano la trasformazione di concetti essenziali come gli “interessi diffusi” verso le “posizioni prevalenti” che non rispettano nemmeno il concetto di decisioni a maggioranza. Un altro passo in avanti nella realizzazione di grandi opere indifferenti al territorio, incapaci come sono di convincere gli enti locali ed i cittadini.

Basterebbe averlo visto almeno una volta il degrado del quartiere del Quartaccio per capire i motivi della violenza che ci circonda. I giardini pubblici che si affacciano sulla valle sottostante sono ricolmi di ogni genere di rifiuto urbano. I marciapiedi e gli stessi passaggi pubblici sotto gli edifici non invitano a percorrerli neppure di giorno. Figuriamoci in una notte d’inverno. La notte, al Quartaccio come in migliaia di luoghi simili sparsi in tutta la periferia romana, conviene stare in casa. Anche perché l’illuminazione è scarsa e fatiscente Se si torna dal lavoro, come l’altra sera è capitato alla donna scesa al capolinea del 916, si rischia di essere violentate.

Ormai di tragici episodi di violenza sessuale ne accadono in continuazione, dalla nuova fiera nella notte di capodanno all’episodio de La Storta sfruttato dalla destra in campagna elettorale. Che ci siano buoni livelli di illuminazione o meno –ed è ovviamente auspicabile che ci siano-, la caratteristica che accomuna tutti quei teatri di violenza è l’assoluta mancanza di città. Di un luogo che era in grado di difenderci dalle paure perché caratterizzato da elementi di convivenza e di vita sociale.

Questa città non esiste più. I luoghi in cui avvenivano incontri e osmosi sociale, dalle scuole ai centri civici, sopravvivono a stento dalla scure dei tagli alla spesa pubblica. I quartieri di edilizia pubblica, come il Quartaccio, versano in uno stato di abbandono vergognoso, non ci sono i soldi, rispondono ancora. I negozi di vicinato che rappresentano spesso gli unici luoghi di incontro o sono completamente chiusi o la sera abbassano presto la serranda. Stanno chiudendo uno dopo l’altro, perché la concezione liberista della città ha consentito che aprissero in otto anni ventotto giganteschi centri commerciali, oltre i quattro che già esistevano. Stime prudenti parlano della chiusura a breve termine di oltre tremila negozi di vicinato: ecco i motivi del deserto urbano. Che ci sia o meno l’illuminazione pubblica.

Chi dunque riduce anche questo ennesimo episodio di violenza ad un problema di illuminazione non è in grado di cogliere il dramma che sta vivendo la periferia romana. Invece di concentrare la opportunità di riqualificazione urbana all’interno della città costruita così da creare luoghi di aggregazione, si spendono fiumi di denaro per costruire urbanizzazioni e inseguire la folle strada dell’espansione senza fine. E come se non bastasse la cementificazione di nuovi quindicimila ettari di terreni agricoli (sei volte l’estensione del meraviglioso parco dell’Appia Antica!) previsti dal recente piano regolatore, la nuova amministrazione Alemanno vuole aggravare ancora la situazione.

Trecento ettari di terreno agricolo sono a rischio per la realizzazione del “parco tematico di roma imperiale” (sic!). Mille ettari serviranno per la costruzione di case a medio reddito che si potrebbero realizzare agevolmente dentro la città. Infine si vogliono costruire due nuovi stadi, uno per la Roma e uno per la Lazio. E, visto che quelli esistenti si riempiono una o due volte all’anno, le nuove realizzazioni serviranno soltanto per consentire nuove speculazioni: alberghi, uffici e, ovviamente, centri commerciali. Così faranno chiudere altri negozi in periferia, aggravando lo stato di disagio della città. Altro che illuminazione. Il problema sta nel fatto che il futuro della città è lasciato in mano alla speculazione fondiaria.

Caro direttore, ricordo la mia geografia notturna di Roma negli anni Sessanta: il Doc di via dell’Oca a parte, alle due di notte c’era Mario a via della Vite (dal vino bianco troppo chiaro) o lo Zaffiro al Corso; fino alle quattro era aperta la trattoria frequentata dai tipografi del "Tempo" e del "Popolo" a piazza Navona; il Settebello vicino al "Messaggero" ed il bar di Salita de’ Crescenzi fino all’alba. Oggi si tira mattino in dimensioni di massa, alla ricerca dello sballo uguale per tutti, senza individuali velleità di epifanie joyciane. Ma lo spazio pubblico, lo spazio di tutti, della polis, dei valori condivisi e della politica, sembra essersi improvvisamente ristretto. Le periferie tornate al tempo della Roma dei sette Sindaci democristiani. Dove c’è vita notturna, la vitalità dell’estate romana, dell’Auditorium, delle stesse Notti Bianche, si è trasformata in bulimia e ripetizione coatta. Scomparse assieme alle zone di pausa e di segretezza, sorpresa e meraviglioso urbano. La vita notturna romana rivela oggi, come ai tempi delle cantine e dei cineclub, identità in formazione, progetti, speranze di un futuro migliore? La città è più buia, l’illuminazione pubblica dimezzata dalla nuova Acea dei costruttori (mentre si costruiscono i primi enclaves residenziali recintati e sorvegliati). La Roma notturna degli anni settanta aveva sostituito piazza Navona col Pantheon, quella degli anni ottanta con piazza delle Coppelle e piazza della Pace. Oggi c’è l’asse delle bevute piazza Trilussa - ponte Sisto - Campo de’ Fiori, dove si parla più inglese che italiano.

Già Alessandro Manzoni ha chiuso i conti con la cultura delle grida, sanzioni che si sa non saranno applicate. A intervenire sugli effetti, si pesca l’acqua con le reti. Come ritrovare un’idea condivisa di spazio pubblico, d’interesse generale, di vita collettiva? Comprendendo che la democrazia si nutre di diversità. Non ha molto a che fare con ciò che è omologato. Bisogna imparare di nuovo a coltivare il pluralismo. C’è stato un momento in cui Roma è stata davvero un modello per il mondo. La città di Los Angeles mi ha invitato per capire come realizzare, partendo dall’sperienza romana, una Los Angeles after dark, dopo il tramonto.

Se l’obiettivo è una Roma attraente, competitiva in Europa, come Parigi o Barcellona, perché non usare l’urbanistica? Le effettive nuove centralità romane sono l’Auditorium, San Lorenzo, Testaccio, in parte l’Ostiense. Ahimè, tutte espansioni a macchia d’olio del centro già esistente. Perché non reintrodurre almeno - partendo da zone come Campo de’ Fiori - il controllo delle destinazioni d’uso sostenibili? Qualcosa di analogo ai vecchi piani del commercio, che Rutelli abolì negli anni Novanta, senza pensare di aprire la strada alla trasformazione del centro in uno shopping mall a cielo aperto, con bar e ristoranti.

"Mantene s'odiu ka sas occasiones non mancant", dice un brocardo, cioè una massima giuridica del codex barbaricino che ci fornisce lo storico sardo Manlio Brigaglia e che si potrebbe forse tradurre: "La vendetta va servita fredda". Achille Passoni, il senatore spedito qui da Walter Veltroni come commissario per tentare di sedare l'anarchismo eversivo della nomenklatura ex diesse, ex piesseì ed ex diccì, che devasta fin dalla nascita il Partito democratico, è nato a Milano ed è stato eletto in Toscana.

Del codice barbaricino ignora probabilmente la ferocia, se pensa che preveda autentici armistizi, come quello che formalmente è stato siglato per le elezioni regionali che il 15 e 16 febbraio che, tra meno di un mese, certificheranno se il Pd - non solo qui, ma anche il continente - esiste ancora, o se era soltanto una magnifica, impossibile utopia. Se Renato Soru, che con barbaricina ferocia si è dimesso in anticipo da presidente della Regione e ha decapitato con l'aiuto di Passoni la dozzina abbondante di boiardi locali che in un turbinio di cariche comandano da tre lustri e più, vincerà le elezioni contro l'ectoplasma Ugo Cappellacci, figlio del commercialista di Berlusconi che si occupa delle ville sarde, la vendetta del governatore, cultore delle gole della Barbagia, sarà compiuta. Altrimenti, tutti a casa in un crescendo di vendette barbaricine e nazionali. A Cagliari, come a Roma. E tutti se lo saranno forse meritati: l'arrogante vicerè di Sardegna e l'evanescente segretario nazionale.

"Ma siamo onesti - dice il cagliaritano Luigi Zanda, vicepresidente dei senatori del Pd - non posso credere che i miei conterranei tra un sardo vero e un brianzolo catapultato lì a dire che i nuraghe sono magazzini, possano scegliere il brianzolo".

Perché il candidato vero non è quel Cappellacci, ma Berlusconi in persona, tanto che Soru ci annuncia di preparare un ricorso per pubblicità ingannevole, visto che nel simbolo elettorale della destra sulla scheda figurerà la dicitura "Berlusconi presidente". Un falso. Quindici "castosauri", dinosauri della casta, come li ha soprannominati il giornalista Giorgio Melis mutuando la definizione del sociologo Alessandro Mongili, non sono ricandidati al Consiglio regionale, anche ad opera del commissario milanese.

Il presidente uscente, che in questi giorni indossa come per sfida una giacca di velluto verdastro alla maniera dei pastori barbaricini, ha preteso - e Passoni ha ottenuto - che il limite di tre legislature fosse ridotto a due. Lasciano le penne nientemento che il presidente dell'assemblea regionale Giacomo Spissu, il capogruppo Antonio Biancu, il portavoce dei democratici dissidenti Silvio Lai e tanti altri che il candidato Soru considera compartecipi della "sinistra sanitaria" e della "sinistra immobiliare", i quali hanno amareggiato - ed è dir poco - il suo quasi quinquennio presidenziale e anche ingrossato la "questione morale" che ha investito il Pd a Napoli come a Firenze, ma che a Cagliari e in Sardegna non è meno cogente.

Che il decisionismo e l'iracondia fredda di Soru abbiano qualche non trascurabile deriva "dittatoriale" neanche i suoi più sinceri e fedeli sostenitori riescono a negarlo. Tanto che Pietro Soddu, antico padre nobile e ideologo della sinistra democristiana, ormai fuori dai giochi per lasciare il posto in politica al figlio Francesco, invoca un equilibrio politico nuovo, una distinzione di ruoli tra "partito del presidente" e "partito dei consiglieri". Se non fosse che fin qui il partito dei consiglieri ha prodotto i "castosauri". Il loro leader indiscusso si chiama Antonello Cabras, un ingegnere di Sant'Antioco con un importante studio professionale, ex socialista, più volte presidente della Regione, senatore, sottosegretario con Prodi e D'Alema, un numero di cariche che, nell'ultimo ventennio, supera la nostra capacità di compitare. Con Giacomo Spissu, rinviato a giudizio per truffa, ha conquistato con metodi "moderni" le postazioni del vecchio Pci berlingueriano.

E' lui che il 14 ottobre 2007 vinse le primarie per la segreteria del partito. Si narra che la vittoria avvenne con il soccorso fattivo dell'Udc, di An e di Forza Italia, intrusi nell'urna democratica. Sì, perché bisogna capire che qui la ruota del potere è iper-trasversale quando coinvolge gli interessi delle tre "M": Medici, Massoni e Mattoni.

Nasce il Pd e, tra alterne vicende, ne viene nominata segretaria Francesca Barracciu, una giovane signora di vecchia famiglia comunista, sindaco di Sorgono. Il 29 luglio dell'anno scorso, la neosegretaria cerca di prendere possesso del suo nuovo ufficio in via Emilia a Cagliari, ma le viene sbarrato il passo da tale Tore Corona, che le fa: "Francesca, non ti dò le chiavi, non te le posso dare: questi locali sono della Fondazione Enrico Berlinguer e questa è la stanza di Antonello (Cabras-ndr)". Riesce a entrare, Francesca, soltanto ai primi di ottobre - e per poco - quando tutto sta precipitando in un Pd che qui di fatto non esiste. "Il più indietro nel processo unitario, un Pd che più che nel resto d'Italia, ha manifestato un'inerzia totale", secondo Guido Melis, neodeputato sassarese, membro della Commissione Giustizia.

Poi, tra i grandi "castosauri" nuragici, spicca Emanuele Sanna, ex Pci, deputato, ex presidente del Consiglio regionale, praticamente ex tutto, insieme a Paolo Fadda, ex diccì, ex assessore alla Sanità, deputato. Così forse è sommariamente completato l'album di famiglia della sinistra sanitaria, legata agli interessi dei "clinicari", la genia più potente del capoluogo e della regione, insieme a quella dei mattonari.

Nerina Dirindin, valdostana, ex collaboratrice di Rosi Bindi, non è proprio un'icona di simpatia: è l'assessore alla Sanità uscente del governatore Soru, il quale a sua volta simpatia sembra non vada cercandone, che ha proprio rotto le scatole ai signori della sanità, i quali nel Pd - chiedetelo a Paolo Fadda, democratico ex diccì, o Silvio Lai, oltre che all'omologo e sodale di destra Giorgio Oppi - hanno un aggancio d'acciaio. Nerina ha definito restrittivamente i criteri delle Asl, ha demolito gare d'appalto, come quella da 160 milioni destinata alla Siemens, ha revocato il direttore generale della Asl numero 8, Efisio Aste, il più potente dell'isola. Che volevate di più per cementare convergenze d'interessi che non badano agli schieramenti di destra o di sinistra, né alle tessere di partito? "Abbiamo ridotto i tetti di spesa sanitaria - si gloria Soru - e vinto tutti i ricorsi in sede Tar". Ma non gliela hanno perdonata, la sinistra sanitaria e anche quella immobiliare. La seconda quasi sempre si identifica con la prima. Quando Soru chiede a un Consiglio regionale abituato a gestire direttamente l'urbanistica di approvare le sue regole restrittive per le zone dell'agro minacciate dalla speculazione, la maggioranza di centrosinistra si sfalda e il governatore resta solo. Così, da freddo giocatore di poker, si dimette, mettendo in mora gli avversari del suo stesso schieramento.

Cagliari, Teulada, Villasimius, Orrì, Tharros, naturalmente la Gallura. Sono decine nell'isola le cementificazioni piccole e grandi in corso o programmate. A Gualtiero Cualbu è stata bloccata la speculazione sulle rovine cagliaritane di Tuvixeddu. A Sergio Zuncheddu, padrone dell'Unione Sarda, di Videolina e del Foglio, la vendita di palazzi cagliaritani alla Regione, già programmata dalla precedente giunta di centrodestra, guidata da quel Mauro Pili che nel discorso programmatico scambiò la Sardegna con la Lombardia, avendo clonato il discorso d'insediamento a Milano di Roberto Formigoni. A Villasimius un sindaco di sinistra, Tore Sanna, sponsorizza villaggi per 140 mila metri cubi da 100 milioni di euro dello stesso Zuncheddu. Nella Banca di Cagliari la famiglia clinicara di destra dei Randazzo è socia con le cooperative rosse, che non perdono nessun business sanitario o immobiliare regionale, auspici i democratici Silvio Cherchi e Antonio Sardu. Ma ciò che ha indignato di più, qualcuno fino alle lacrime, è stato il segretario "nazionale" di quel che resta del Partito Sardo d'Azione, Efisio Trincas, quel tizio che giorni fa si fece largo tra le guardie del corpo per consegnare a Berlusconi la bandiera dei Quattro Mori. "Quello lì - dice Soru, che si rifiuta persino di pronunciarne il nome - quel personaggio protagonista di quel gesto di incredibile viltà che offende tutta la Sardegna, sta facendo un'operazione immobiliare affaristica per trasformare in ville case agricole nei pressi di Tharros, uno dei luoghi archeologici più interessanti dell'isola".

"La sinistra immobiliare viene da lontano", ridacchia sconsolato Luigi Cogodi, ex assessore regionale all'urbanistica del Pci, oggi "bertinottiano", quello definito "Gigi il Rosso" che negli anni Ottanta fece demolire senza colpo ferire la villa del ministro Antonio Gava costruita abusivamente in Costa Smeralda. "Gava - ci racconta - era ricorso al Tar, che in poche ore prese a cuore la questione della sua villa. Le ruspe erano pronte, ma alle otto e mezza di mattina era fissata l'udienza del tribunale amministrativo. Ci mancava solo la firma di Giampiero Scanu, allora sindaco di Olbia e poi, recentemente, sottosegretario dei democratici nel governo Prodi, che proprio non voleva firmare, nonostante l'evidenza delle violazioni di legge del ministro democristiano. Quando le ruspe entrarono in funzione, il Tribunale sentenziò: "E' cessata la materia del contendere". Per questo dico che la sinistra immobiliare in Sardegna viene da lontano".

Capite ora perché il commissario di Veltroni, Achille Passoni, pur efficiente, non potrà mai fare i conti col codice barbaricino e fatica a capire che, se cade la Sardegna, cade il progetto stesso del Pd? Forse per questo, o perché proprio non li ha, nega contributi alla campagna elettorale sarda contro un avversario dotato di risorse berlusconiane praticamente illimitate. Soru, accreditato di un patrimonio personale di 2 miliardi, di cui nega tuttavia l'ammontare, dice di aver messo di suo 500 mila euro, che sono già finiti, prima ancora dei fuochi d'artificio finali.

Ma, si sa, per i regolamenti di conti "sas occasiones non mancant".

Norma Rangeri

Nel giorno in cui il Parlamento smonta, come fosse uno scaffale Ikea, una commissione parlamentare (la Vigilanza), per sostituire il presidente con un altro più adatto al lodo Veltroni-Letta (il decano Rai Sergio Zavoli), viale Mazzini non vuole sfigurare e manda in scena una performance degna del momento. Il presidente Rai, Claudio Petruccioli, propone un ordine del giorno di censura per l'Annozero di Michele Santoro dedicato a "la guerra dei bambini" vittime della guerra di Gaza. Avrebbe peccato, il programma di Raidue, di «intolleranza e faziosità», mentre per temi così delicati, la bussola del giornalista dovrebbe essere puntata su «responsabilità e attenzione». Una delegittimazione.

Chi ha visto come si è svolta la trasmissione, l'articolazione delle posizioni espresse nello studio, la qualità del reportage da Gaza, e i ripetuti rilievi di Annunziata (l'ospite che fino a quel momento aveva parlato a lungo senza interruzioni, esprimendo le sue valutazioni) semmai poteva avere qualcosa da dire sullo sbilanciamento del dibattito, proprio a favore delle critiche rivolte da Annunziata al suo collega e amico (dagli amici mi salvi iddio...). E infatti Santoro, a sua volta, ha scritto al Cda per ribaltare l'insopportabile conformismo delle reazioni politiche e giornalistiche. E come prova a difesa ha inviato l'articolo di un giornalista de Il Messaggero, Corrado Giustiniani, che racconta la serata di Annozero, dimostrando, in generale e nel particolare, una sacrosanta verità: spesso chi scrive sulla tv, non la guarda. O ne prende alcuni pezzi, quelli più appetitosi per la polemica spicciola, più sfiziosi per la prima pagina, per suffragare una tesi precostituita (Santoro antipatico tribuno del populismo televisivo). Tanto sa che va sul velluto.

Delle lezioni di pluralismo e di giornalismo di questo Cda, di fronte a un'informazione quotidiana volgare (lo splatter della cronaca nera) e schierata (fino alle sottocorrenti dei Pionati di turno) ci sarebbe da ridere se non facesse piangere. E bisognerebbe che tutti si ponessero una semplice domanda, una questione di scuola: una trasmissione, un telegiornale schierato per Israele (come è normale amministrazione), si può e invece un programma o un telegiornale schierato con i palestinesi no?

Sono più di sette mesi che il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sta cercando di destrutturare l’intero diritto del lavoro. In Parlamento il Testo Unico sulla sicurezza voluto dal governo Prodi è stato già fatto a pezzi. Per avere effetti avrebbe bisogno di 38 decreti e atti attuativi, ma il Governo non ne ha emanati neanche uno. Anzi ha rinviato alla fine di gennaio il termine in cui diventerà obbligatorio redigere il Documento di Valutazione dei Rischi, ha prorogato le norme su antincendio e arbitrati, ha cancellato la sanzione a carico del datore di lavoro (da 2.500 a 10.000 euro) per non aver munito i lavoratori di tessere di riconoscimento nell’ambito dello svolgimento di attività in regime di appalto e subappalto, ha tolto le violazioni sulla durata del lavoro come causa di sospensione dell’attività produttiva e ha legato lega le mani all’Ispettorato del lavoro che dovrebbe controllare e sanzionare le irregolarità.

Il 18 settembre scorso poi Sacconi ha fatto uscire una direttiva che chiede agli ispettori di non intervenire sulla base di segnalazioni anonime di lavoratori. Con la conseguenza che nessuno denuncerà più la propria impresa correndo il rischio di essere licenziato. Eppure la prevenzione, che il controllo degli ispettori garantisce anche se in minima parte, sarebbe una buona pratica visto che gli infortuni costano il 3% del Pil. E l’attacco continua con una serie di proposte: come la natura privatistica del medico chiamato a controllare la salute dei lavoratori, l’autocertificazione per la valutazione dei rischi per le imprese fino a 50 dipendenti (oltre il 90% delle aziende), il rinvio delle norme sullo stress da lavoro correlato, l’eliminazione di regole per la valutazione del rischio.

Rifare l’America

di Mariuccia Ciotta

«Sappiate che l'America è amica di ciascun uomo donna bambino che cerchi un futuro di pace», in questa frase sta il senso del discorso di insediamento del 44mo presidente degli Stati uniti, Barack Hussein Obama, ieri davanti a due milioni americani al National Mall di Washington e a una platea mondiale partecipe perché non è la potenza a fare grande un paese - «la potenza da sola non dà sicurezza» - ma «l'uguaglianza e la libertà» di «ciascuno e di tutti».

Diciotto minuti che segnano il passaggio all'«era della responsabilità», quella del rifiuto della guerra e dell'apertura al dialogo, a partire da un nuovo rapporto col mondo musulmano «basato sul rispetto». Le false promesse, ha detto, sono finite. «Il mondo è cambiato, dobbiamo cambiare anche noi». Obama ha parlato con le parole di Franklin Delano Roosevelt: «dobbiamo rifare l'America» e il riferimento non è solo alla crisi economica, ma a una rivoluzione culturale che salvi il paese, non più desiderante, sprofondato nella depressione materiale e immateriale. Ed è la memoria dei padri fondatori, il ritorno agli ideali perduti, il leit motiv del suo discorso, così come le parole «umiltà», «fiducia», «solidarietà» e il primato della speranza sulla paura.

Le energie da mettere in moto non sono solo quelle rinnovabili - contro il surriscaldamento del pianeta - ma quelle di una mobilitazione collettiva che guardi a chi ha perso il lavoro, la casa, la vita stessa, ancora echi rooseveltiani per indicare il «bene pubblico», la scuola, la salute. Un altro sguardo non indifferente ai sud del mondo, l'ospitalità verso gli immigrati e gli uomini di ogni religione ed etnia, «unire l'immaginazione per fare delle cose buone»... non è un «messia» che parla ma il catalizzatore di una attesa comune, perché non «dobbiamo chiederci se il nostro paese è grande o piccolo ma se la gente può vivere».

Un'attesa che non è andata delusa. I fan incantati davanti al palco di Capitol Hill, hanno tifato per loro stessi, per l'esodo dalla stagione del lutto. Ma oltre a rievocare per tutti «il diritto a perseguire la felicità», Obama ha toccato un punto che sarà centrale nella sua presidenza. La sua grande sfida sarà quella di infrangere il tabù del «cambio di sistema», che dal dopoguerra ha condizionato la politica americana. Il mercato non è di per sé «buono», non si autoregolamenta, il crack che porta alle perdita di mezzo milione di posti di lavoro al mese non si supererà solo con l'aiuto di denaro pubblico alle imprese. Obama è obbligato a un «new deal», a prendere atto che la crisi non è una malattia transitoria e ricorrente del liberismo, e rischierà come gli scrive Paul Krugman, premio Nobel per l'economia, di sentirsi chiamare «marxista», un presidente che nazionalizza e che minaccia l'american dream. Ma il «sogno» è già cambiato, non è più un sogno solitario, e si accompagna a un «declino» inteso come futuro migliore.

Ieri l'evento all'insegna del «we», noi, «tutti e ciascuno», ha una portata simbolica che va al di là del primo presidente afro-americano della storia, sta nella vittoria degli uguali e diversi, uniti da quell'«emotional intelligence» che ha conquistato il pianeta, sintonia di razionalità ed emozione, un'opera d'arte collettiva che è già un formidabile «change».

L'eredità ritrovata all'uscita dall'infanzia

di Ida Dominijanni

Non è da dio che ci viene la chiamata né dal futuro, diceva Walter Benjamin, ma da chi ci ha preceduto su questa terra. Sono loro, le generazioni passate, che ci chiamano a ereditare e completare la loro opera, a riscattare le ingiustizie che hanno patito, a onorare le promesse che non hanno avuto il tempo di mantenere. Investito di attese messianiche e di transfert salvifici, Barack Hussein Obama manca sapientemente l'investitura dell'onnipotenza divina e parla da umano ad altri umani, indicando nei comuni antenati la stella della via da percorrere e del lavoro da fare. Sta lì, nelle radici e nell'origine, nella memoria e nell'eredità, nei «sacrifici dei nostri predecessori» e nelle parole dei «nostri documenti fondativi», il futuro dell'America. E' da lì, più precisamente, che bisogna «cominciare di nuovo il lavoro di rifare l'America».

Lavoro simbolico e materialissimo insieme. Scarno di retorica - assai più scarno di quello della notte della vittoria a Chicago - eppure poetico nella scelta di ogni aggettivo e ogni sostantivo, il discorso inaugurale non evoca solo valori - libertà e uguaglianza, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - ma è popolato di immigrati, di pionieri, di lavoratori con le mani callose, di madri che sanno nutrire i figli, di tutto ciò che materialmente ha fatto e deve rifare l'America e che simbolicamente l'ha resa grande, prima che venisse, in tempi più vicini a noi, disfatta. Da che cosa? Dall'irresponsabilità economica. Dalla retorica della grandezza, che invece «non è data ma va conquistata». Da «le piccole lagnanze e le false promesse, le recriminazioni e i dogmi scaduti, che per troppo tempo hanno soffocato la nostra politica». Cambio di retorica, cambio di stagione: «Restiamo una nazione giovane, ma è giunto il tempo di lasciare da parte le cose infantili». Uscire dall'infanzia, per l'America, significa abbandonare il falso mito dei primati garantiti e muscolarmente esibiti, e ritrovare la misura. La misura di un paese che rischia il declino ma resta purtuttavia «il più prosperoso e potente della terra», e da questa posizione deve parlare al resto del mondo, ritrovando «la forza delle convinzioni e delle alleanze e non solo delle armi», riaprendo il dialogo con altre culture, offrendo amicizia ai più deboli, mostrando alla minaccia terroristica «che il nostro spirito è più forte», imparando a giocare il proprio ruolo «in una nuova era di pace». Uscire dall'infanzia significa, in una parola, entrare nell'età della responsabilità.

E' una svolta di centottanta gradi dalla retorica del dopo-11 settembre, una data che Obama non cita, dichiarando così implicitamente finita la stagione della grandezza ferita, della revanche, del contrattacco, della rivendicazione identitaria militarmente presidiata. Adesso, bisogna «tirarsi su, togliersi di dosso la polvere», e ricominciare a tessere con il filo «della nostra storia migliore». E se c'è qualcosa da rivendicare non è l'identità monolitica e aggressiva di un primato occidentale, ma l'eredità «patchwork», differenziata e plurale, di «una nazione di cristiani e musulmani, giudaici e indu e non credenti», di una comunità di lingue e culture diverse, che ha assaggiato «l'amaro pasto» della guerra civile e della segregazione, e proprio per averlo assaggiato sa e crede che «gli antichi odi devono passare e le linee tribali devono dissolversi». Il nuovo leader, l'afroamericano che ha giurato sulla bibbia col suo nome musulmano è lì per questo, per mostrare che «il mondo è cambiato e l'America deve cambiare», che la segregazione razziale è alle spalle e le guerre di civiltà sono sospese, che una nuova generazione sa rispondere alla chiamata di chi l'ha preceduta sulla terra, raccoglierne e rilanciarne l'eredità. L'incubo è finito, l'America può ricominciare a vivere.

Qui il video del discorso con i sottotitoli

La Corte europea dei diritti dell'uomo:

“illegittima la confisca dei terreni”

di Luigi Offeddu

Ci sono 3.300 denunce di violenze commesse in Georgia e in Ossezia del Sud, fra i casi di cui si sta occupando ora la Corte europea dei diritti dell'uomo, a Strasburgo. E invece non c'è più il pasticcione dell'«ecomostro », i 300.000 metri cubi di cemento distribuiti su 3 palazzoni, a Punta Perotti in Puglia, abbattuti dalle ruspe nel 2006 perché sfregiavano la costa: la Corte ha bollato come «arbitraria» e senza base legale «ai sensi della Convenzione dei diritti dell'uomo» la confisca dei terreni su cui sorgevano i falansteri, perché non preceduta da una condanna, e perché contrastante appunto con uno dei diritti fondamentali della persona, quello alla protezione della proprietà privata.

In soldoni: i costruttori e proprietari dei terreni, anche se tutto quel cemento era un obbrobrio ambientale (ma non «abusivo», come stabilì una sentenza della Cassazione, che li assolse tutti) avevano il diritto a goderseli. Di più: la stessa Convenzione europea, all'articolo 7, precisa che non può esservi una pena, se non c'è una colpa accertata.

Per tutti questi motivi la Corte ha condannato l'Italia, invitandola ad accordarsi con i costruttori sull'entità del risarcimento: le loro 3 società la Sud Fondi, la Mabar e la Iema - avevano chiesto nel 2001 circa 350 milioni, ora si tratterà. E intanto, la Corte ha imposto all'Italia di rifondere comunque i danni morali: 40 mila euro a ciascuna società (10 mila di danni morali veri e propri, 30 mila di spese). Attraverso i loro legali, i costruttori si sono detti «soddisfatti, fiduciosi e speranzosi».

Ma chi pagherà, alla fine? Il sindaco di Bari Michele Emiliano ha già annunciato che non sarà il suo Comune, «che non è mai stato processato e non può essere condannato ad alcun risarcimento». E lo Stato, per ora, tace.

Nella sentenza, la Corte mette sotto la lente d'ingrandimento le bizantinerie delle norme italiane: e osserva per esempio che «il comune di Bari, responsabile di aver concesso i permessi di costruzione abusiva, è l'organismo che è diventato proprietario dei beni confiscati, il che è paradossale ». La sentenza è «ingiusta», commenta il deputato Fabio Rampelli, dell'esecutivo di An: «L'ecomostro andava abbattuto e mi auguro che si faccia ricorso contro questa paradossale condanna che limita gli Stati membri nella tutela del loro territorio». Per Ermete Realacci, ministro dell'ambiente nel governo-ombra, «l' esproprio dei terreni fu necessario per demolire un edificio costruito aggirando le leggi e che la proprietà non intendeva abbattere».

Bari La sequenza dell'abbattimento dell'ecomostro di Punta Perotti. Il crollo, durato pochi secondi, era stato seguito dalla folla e accompagnato da applausi

Giuliano Urbani - «Firmai io,

rivedo con orgoglio il dvd della demolizione»

di Virginia Piccolillo

«Conservo il dvd della distruzione di Punta Perotti con orgoglio: lo considero una delle cose migliori del mio ministero». Giuliano Urbani, che da ministro dei Beni Culturali dette la parola definitiva per far saltare in aria l'ecomostro, ride alla notizia della bocciatura della Corte dei diritti Europea.

Perché?

«Condannati addirittura per violazione dei diritti umani? Ma andiamo!».

Pensa che la corte abbia preso un abbaglio?

«Convengo che il ginepraio delle leggi regionali, confuse e confusamente applicate, è tale che è davvero difficile capire. Però da ministro dovevo applicare la legge in materia di tutela del paesaggio. Lo considero un mio merito. Anche perché ho indicato una strada».

Mai più percorsa né da altri, né da lei.

«Il coraggio non è diffuso nel nostro Paese, don Abbondio ce l'ha insegnato. Io però la lista degli ecomostri da abbattere l'avevo presentata. E quando ho lasciato la politica alzando la voce, uno dei motivi che mi hanno fatto considerare compiuto il mio lavoro era proprio questo: non c'era la disponibilità alle demolizioni».

Chi si opponeva?

«Soprattutto i poteri locali. Eppure con il codice dei Beni Culturali gli avevamo dato uno strumento per resistere agli appetiti. E questo, ora che si va verso un federalismo più marcato, dovrebbe far riflettere».

Caro Signor Presidente, come FDR (Franklin Delano Roosevelt) tre quarti di secolo fa, Lei sta entrando in carica in un momento in cui tutte le vecchie certezze sono svanite, tutta la saggezza acquisita si è rivelata fallace. Viviamo in un mondo che né Lei né nessun altro si aspettava di vedere. Molti Presidenti devono fare i conti con una crisi, ma pochi sono stati costretti a fare i conti dal primo giorno con una crisi al livello di quella che l'America affronta ora. Perciò, che cosa dovrebbe fare? In questa lettera non cercherò di offrire consiglio su tutto. Per lo più mi atterrò all'economia, o ad argomenti che si basano sull'economia. La misura del successo o del fallimento della sua amministrazione dipenderà in larga misura da che cosa accadrà nel primo anno, e soprattutto, dalla sua capacità o meno di capire come gestire l'attuale crisi economica.

Quanto brutta è la prospettiva economica? Peggiore di quanto la maggior parte di noi possa immaginare. La crescita economica degli anni di Bu­sh, o cosiddetta tale, è stata alimentata dall'esplosione del debito nel settore privato; ora i mercati del credito sono in confusione, le attività commerciali e i consumatori sono in ritirata e l'economia è in caduta libera.

Quello che stiamo affrontando, essenzialmente, è una voragine di disoccupazione. L'economia statunitense ha bisogno di aggiungere più di un milione di posti di lavoro l'anno per tenere il passo con una popolazione in crescita. Anche prima della crisi, sotto Bush la crescita dell'occupazione viaggiava su una media di soli 800 mila posti di lavoro l'anno, e durante lo scorso anno, invece di guadagnare più di un milione di posti, ne abbiamo persi due milioni. Oggi continuiamo a perdere posti di lavoro a un ritmo di mezzo milione al mese.

Non c'è niente, nei dati a disposizione o nel­la situazione sottostante, che suggerisca che il crollo dell'occupazione rallenterà in tempi brevi. Il che significa che verso la fine dell'anno potremmo ritrovarci con 10 milioni di posti di lavoro in meno rispetto a quanti ne dovremmo avere. Ciò si tradurrebbe in un tasso di disoccupazione superiore al 9%. Se poi a questi si aggiungono gli individui che non vengono presi in considerazione dal tasso standard perché hanno smesso di cercare lavoro, più quelli costretti ad accettare lavori part time anche se vorrebbero avere un lavoro a tempo pieno, probabilmente stiamo parlando di un tasso di disoccupazione reale del 15% circa: più di 20 milioni di americani i cui sforzi per trovare la­voro vengono resi vani.

I costi umani di una caduta così grave sarebbero enormi. Il Center on Budget and Policy Priorities ha di recente previsto i possibili effetti di un picco del tasso di disoccupazione al 9%: uno scenario che sembrava il peggiore possibile e che ora sembra fin troppo probabile. Quindi, che cosa accadrà se la disoccupazione salirà, o supererà il 9%? Almeno 10 milioni di americani appartenenti al ceto medio finiranno in povertà, e altri sei milioni saranno spinti in «profonda povertà», lo stato che definisce le severe privazioni alle quali si va incontro quando il salario è pari a meno della metà della soglia di povertà. Molti degli americani che perderanno il lavoro perderanno anche l'assicurazione per le cure mediche, peggiorando lo stato già deplorevole della salute pubblica statunitense, e i pronto soccorso si affolleranno di persone che non hanno nessun altro posto dove andare. Nello stesso tempo, qualche altro milione di americani perderà la propria casa, e le amministrazioni statali e locali, private di buona parte delle loro entrate, saranno costrette a tagliare perfino i servizi più essenziali.

Se le cose vanno avanti seguendo l'attuale traiettoria, signor Presidente, presto dovremo fronteggiare una grande catastrofe nazionale. Ed è suo compito - un compito che nessun altro Presidente ha dovuto svolgere dai tempi della Seconda Guerra Mondiale - fermare questa catastrofe. L'ultimo Presidente ad affrontare un disastro simile è stato Franklin Delano Roosevelt, e Lei può imparare molto dal suo esempio. Questo non significa, tuttavia, che lei dovrebbe fare tutto quello che ha fatto FDR. Al contrario, dovrà stare attento a emulare i suoi successi, evitando però di ripetere i suoi errori. Per quanto riguarda quei successi, il modo in cui FDR ha gestito il disastro finanziario della sua epoca offre un modello molto buono. Allora, come oggi, il governo ha dovuto impiegare il denaro dei contribuenti per salvare il sistema finanziario. In particolare, la Reconstruction Finance Corporation (Società per la ricostruzione finanziaria) inizialmente ha giocato un ruolo simile a quello del Troubled Assets Relief Program dell'amministrazione Bush (il programma da 700 miliardi di dollari che tutti conoscono). Come il Tarp, la Rfc ha irrobustito la situazione monetaria delle banche nei guai usando fondi pubblici per acquisire quote finanziarie in quelle banche.

C'è però una grande differenza tra l'approccio di FDR al salvataggio finanziario foraggiato dai contribuenti e quello dell'amministrazione Bush: in particolare, FDR non era timido nel pretendere che il denaro pubblico fosse usato per servire il bene pubblico. All'inizio del 1935 il governo statunitense possedeva circa un terzo del sistema bancario, e l'amministrazione Roosevelt usò quella quota di proprietà per insistere sul fatto che le banche aiutassero davvero l'economia, facendo su di loro pressioni perché prestassero il denaro che stavano ricevendo da Washington. Oltre a questo, il New Deal uscì allo scoperto e prestò moltissimo denaro: direttamente alle aziende, agli acquirenti di case e alle persone che possedevano già una casa, aiutandole a ristrutturare il proprio mutuo in modo che potessero rimanere nelle loro abitazioni. Può Lei fare qualcosa del genere oggi? Si, Lei può. L'amministrazione Bush potrà anche avere rifiutato di allegare delle clausole all'aiuto che ha fornito agli istituti finanziari, ma Lei è in grado di cambiare tutto questo. Se le banche hanno bisogno di fondi federali per sopravvivere, li fornisca, ma pretenda che le banche facciano la loro parte, prestando quei fondi al resto dell'economia. Dia più aiuto ai proprietari immobiliari.

I conservatori la accuseranno di nazionalizzazione del sistema finanziario, e alcuni la chiameranno marxista (a me succede sempre). E la verità è che in qualche modo Lei sarà davvero impegnato in una nazionalizzazione temporanea. Ma va bene: a lungo termine non vogliamo che il governo gestisca le istituzioni finanziarie, ma per ora è quello di cui abbiamo bisogno per fare ripartire il credito. Tutto questo aiuterà, ma non abbastanza. C'è bisogno di dare una sferzata all'economia reale del lavoro e dei salari. In altre parole, si deve affrontare per il verso giusto la creazione di occupazione, cosa che FDR non ha mai fatto. Questa può sembrare una cosa strana da dire. Dopotutto, quello che ci ricordiamo dagli Anni 30 è il programma Works Progress Administration (Wpa), che al suo apice impiegava milioni di Americani per costruire strade, scuole e bacini artificiali. Ma i programmi di creazione di posti di lavoro del New Deal, seppure abbiano certamente aiutato, non erano né abbastanza grandi né abbastanza sostenibili da mettere fine alla Grande Depressione. Quando l'economia è profondamente depressa, bisogna mettere da parte le normali preoccupazioni che riguardano i deficit di bilancio; FDR non ce l'ha mai fatta.

Di quanta spesa stiamo parlando? Forse è meglio che si sieda prima di leggere quello che segue. Bene, ecco qui: «Piena occupazione» significa un tasso di disoccupazione del 5% al massimo e forse anche meno. Nello stesso tempo, al momento siamo su una traiettoria che spingerà il tasso di disoccupazione al 9% o più. Perfino le stime più ottimistiche indicano che ci vogliono almeno 200 miliardi di dollari l'anno in spesa governativa per tagliare il tasso di disoccupazione di un punto percentuale. Faccia i conti: Lei dovrà probabilmente spendere 800 miliardi di dollari l'anno per ottenere un completo risanamento economico. Qualsiasi cifra al di sotto dei 500 miliardi l'anno sarà davvero troppo piccola per produrre una vera inversione economica. Il più possibile, dovrebbe spendere in cose di valore durevole, cose che, come le strade e i ponti, ci renderanno una nazione più ricca. Migliori l'infrastruttura che sta dietro Internet, migliori la rete elettrica, migliori l'information technology nel settore della salute pubblica, un'area cruciale per qualunque riforma di questo settore. Fornisca aiuti alle amministrazioni statali e locali, per prevenire che taglino le spese in investimenti nel momento più sbagliato. E ricordi, nel momento in cui fa questo, che tutto questo esborso serve a un duplice scopo: serve al futuro, ma aiuta anche nel presente, generando posti di lavoro ed entrate per compensare la crisi.

Tutto questo, tuttavia, non sarà abbastanza per risolvere la profonda crisi nella propensione alla spesa dei singoli. Perciò, sì: ha anche senso tagliare le tasse su base temporanea. Gli sgravi fiscali per le famiglie che lavorano, delineati da lei in campagna elettorale, appaiono un veicolo ragionevole. Ma siamo chiari: i tagli alle tasse non sono lo strumento d'elezione per combattere una crisi economica. Per prima cosa, producono meno ritorni per l'investimento rispetto alle spese per l'infrastruttura.

Ora, il mio onesto parere è che perfino con tutto ciò, lei non sarà in grado d'impedire che il 2009 sia un anno molto brutto. Se riuscirà a far sì che il tasso di disoccupazione non superi l'8%, lo considererò un grande successo. Ma per il 2010 dovrebbe riuscire a ottenere di avere un' economia in via di ripresa. Che cosa dovrebbe fare per prepararsi a quella ripresa?

La gestione della crisi è una cosa, ma l'America ha bisogno di molto più di questo. FDR ricostruì l'America non solo facendoci uscire dalla depressione e dalla guerra, ma anche rendendoci una società più giusta e al sicuro. Da una parte creò programmi di assicurazione sociale, prima su tutti la Social Security, che proteggono i lavoratori americani ancora oggi. Dall'altra si prese a carico la creazione di un'economia molto più equa, dando vita a una società borghese che durò per decenni, fino a quando le politiche economiche dei conservatori condussero alla nuova epoca di ingiustizia che prevale oggi. Lei ha l'opzione di emulare i traguardi raggiunti da FDR, e il giudizio ultimo sul suo governo si baserà su come saprà gestire questa opzione. La più importante eredità che potrà lasciare alla nazione sarà quella di darci finalmente ciò che ogni altro stato avanzato ha: l'assistenza sanitaria garantita a tutti i cittadini. La crisi attuale ci ha dato una lezione obiettiva sulla necessità dell'assistenza sanitaria universale su due versanti: ha evidenziato la vulnerabilità degli Americani la cui assicurazione sulla salute è legata a un posto di lavoro che può così facilmente scomparire; e ha messo in chiaro che il nostro attuale sistema è anche negativo per l'economia - le tre principali case automobilistiche non sarebbero in così grave crisi se non dovessero pagare i conti medici dei vecchi e attuali impiegati. Lei ha un mandato per il cambiamento, e la crisi economica ha appena evidenziato quanto il sistema richieda un cambiamento. Quindi, è giunta l'ora di approvare una legislazione a favore di un sistema che garantisca la sicurezza sanitaria per tutti.

L'assistenza medica universale, quindi, dovrebbe essere la sua massima priorità dopo avere salvato l'economia. Fornire copertura per tutti gli Americani può essere per la sua amministrazione quello che la Social Security è stata per il New Deal. Ma il New Deal ha ottenuto qualcos'altro: ha reso l'America una società borghese. Sotto FDR, l'America ha attraversato quello che gli storici del lavoro chiamano Grande Compressione, un forte aumento degli stipendi per i lavoratori ordinari che ridusse enormemente l'ineguaglianza salariale. Prima della Grande Compressione, l'America era una società di ricchi e poveri; dopo, è stata una società in cui le persone, a ragione, si sono considerate ceto medio. Può essere difficile raggiungere quel risultato oggi, ma lei può, almeno, far muovere il Paese nella giusta direzione. Il futuro è ciò che importa di più. Questo mese festeggiamo il suo arrivo alla Casa Bianca; in un'epoca di grande crisi nazionale, Lei porta la speranza di un futuro migliore. Ora tocca a Lei far materializzare la nostra speranza. Mettendo in atto un piano di rinascita anche più coraggioso ed esaustivo del New Deal, Lei può non solo cambiare il corso dell'economia, può mettere l'America su un sentiero, quello che porta a una più grande uguaglianza per le generazioni a venire.

Oggi è stata scritta una delle pagine più buie della storia della magistratura italiana.

Oggi due magistrati sono stati trasferiti e uno è stato addirittura sospeso dallo stipendio (misura che si comminava prima per condotte – E NON PER PROVVEDIMENTI - gravissime come una ipotesi di corruzione o simili) perché hanno scritto un provvedimento giudiziario che non è piaciuto al potere.

Come questo possa essere ritenuto compatibile con gli articoli 101 («i giudici sono soggetti soltanto alla legge») e 107 («i magistrati sono inamovibili») della Costituzione resta un autentico mistero.

Come una qualunque riforma fatta da Berlusconi possa porre l’indipendenza della magistratura in una condizione peggiore di quella in cui l’ha posta questo C.S.M. è un altro mistero.

L’effetto intimidatorio di questi provvedimenti su tutti i magistrati, che da domani, quando uno dei tanti avvocati/onorevoli in giro per i Tribunali o uno dei tanti capi di uffici giudiziari amici di questo o quel potente uomo politico li minacceranno rispetto al possibile contenuto di questo o quel provvedimento, si vedranno passare davanti l’immagine del Procuratore Apicella privato dello stipendio solo per il contenuto di un atto giudiziario da lui approvato, è evidente.

Cosa abbiano in comune con la maggior parte dei magistrati italiani quelli che stanno al C.S.M. e ai vertici dell’A.N.M. (che hanno applaudito sui giornali all’iniziativa del ministro Alfano) è difficile comprenderlo.

Da oggi, comunque, l’indipendenza dei magistrati, che è sempre stata compressa più di ogni altra cosa, non esiste più neppure formalmente.

Della democrazia in questo Paese non è rimasto più niente. Solo vuote parole per imbonire un popolo di sudditi.

E' una notte profondissima. Abbiamo il cuore a pezzi e un dolore profondo nell'anima.

Non siamo stati capaci di difendere ciò per cui tanti sono morti.

Abbiamo tradito tutti i colleghi assassinati per non essersi piegati all'ingiustizia e Giorgio Ambrosoli e Guido Rossa e Vittorio Bachelet e ogni singolo poliziotto e carabiniere caduto in servizio e ogni onest'uomo che ha sacrificato il proprio interesse a quello di tutti.

Ci hanno consegnato un patrimonio di valori pagato con le loro vite e noi abbiamo permesso che fosse buttato via per le brame di potere di pochi.

La storia si incaricherà, come sempre, di farci pagare a caro prezzo questo tradimento.

da Ansa.it del 19 gennaio 2009

ROMA - E’ contenuto in una ventina di righe il dispositivo della decisione con la quale la sezione disciplinare del Csm ha disposto la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio del procuratore di Salerno Luigi Apicella e il trasferimento dei suoi colleghi Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, del pg di Catanzaro Enzo Jannelli e del suo sostituto Alfredo Garbati. “La sezione disciplinare del Csm, visti gli articoli 13, secondo comma e 22, primo comma del decreto legislativo 23 febbraio 2006 n. 109, in parziale accoglimento della richiesta del pg presso la Cassazione e del ministro della Giustizia dispone: - la sospensione cautelare facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio nonché il collocamento fuori dal ruolo organico della magistratura del dott. Luigi Apicella, con corresponsione al medesimo di un assegno alimentare nella misura sancita dall’articolo 10, secondo comma del decreto legislativo n. 109 del 2006”; - il trasferimento cautelare provvisorio dei dottori Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, sostituti procuratori della Repubblica presso il tribunale di Salerno all’attuale sede e dalla funzione requirente; - il trasferimento cautelare e provvisorio dei dottori Enzo Jannelli, procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Catanzaro e Alfredo Garbati, sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Catanzaro, dall’attuale sede e dalla funzione requirente”. La sezione disciplinare inoltre “rigetta la richiesta di trasferimento cautelare provvisorio dei dottori Domenico De Lorenzo, sostituto pg presso la Corte di appello di Catanzaro e Salvatore Curcio, sostituto procuratore presso il tribunale di Catanzaro, applicato alla procura generale presso la Corte di appello di Catanzaro”.

Chi sperava davvero che la nuova Giunta romana avrebbe posto un freno all'occupazione massiccia dell'Agro Romano, inizia a preoccuparsi.

Nonostante le dichiarazioni del sindaco Gianni Alemanno in campagna elettorale che criticavano l'eccessiva urbanizzazione dei terreni ancora verdi che circondano la nostra capitale, i progetti di cui si ventila la prossima approvazione non lasciano per nulla tranquilli. Anche perché andrebbero ad aggravare il già pesante stato di sofferenza per l'eccessiva impermeabilizzazione dei suoli che le recenti esondazioni hanno messo in luce e sottrarrebbero altro terreno agricolo nella fertile piana del Tevere.

Nonostante Roma possa vantare un maestoso Stadio Olimpico, migliorato e perfezionato non più di qualche anno fa, e generalmente considerato uno dei migliori d'Europa, le due squadre capitoline aspirerebbero ad averne uno per ciascuna, da gestire privatamente.

Lo stadio della Lazio sorgerebbe all'interno di un nuovo complesso residenziale di decine di ettari di proprietà del presidente della squadra Claudio Lotito, che sorge tra la Via Tiberina e il Tevere. Questo progetto, già drasticamente bocciato dalla precedente Giunta, sarebbe incompatibile con le destinazioni del Piano Regolatore e, oltretutto presenterebbe problemi di ordine idrogeologico. data la vicinanza con il fiume che nel corso delle recenti piogge ha esondato proprio in quella zona.

Sul luogo in cui dovrebbe sorgere il futuro stadio giallorosso le decisioni non sono ancora state rese note. Un'ipotesi avanzata è quella di realizzarlo all'interno di una tenuta di circa 100 ettari di proprietà della famiglia Sensi, nella valle del Tevere nei pressi dell'autostrada Roma Fiumicino.

A questi progetti si aggiunge quello di altri 15,6 ettari da cementificare per il più grande centro di rottamazione e demolizione (leggi "sfasciacarrozze" ), su una collina attualmente coperta di sughere e lecci nel cuore della Riserva Naturale Regionale Tenuta dei Massimi.

Si tratta di iniziative che, ove attuate, avrebbero inevitabilmente l'effetto di ridurre ancora, su vaste aree, la funzione di mitigazione e assorbimento delle acque meteoriche esercitata dal terreno. Senza dimenticare un'altra grave conseguenza di tali eventuali decisioni: quella, naturalmente, di eliminare, per sempre, una buona fetta di terreni agricoli di grande importanza in un Paese che, stando alle ultime statistiche, nei 35 anni che vanno dal 1970 al 2005 ha perso suoli coltivabili per 7,3 milioni di ettari, ad un ritmo sconosciuto in altri Paesi d'Europa. Vale davvero la pena di farlo?

L’autore è presidente onorario Wwf Italia

Come prevedibile e come previsto su queste colonne, il furor mediatico di inizio legislatura del nostro ministro dell’Economia, la sua creatività nell’inventarsi ogni giorno nuove tasse e nuovi programmi di spesa dai titoli immaginifici, si sta rivelando un vero e proprio boomerang.

Ha l’unico effetto di scatenare l’ira o la creatività dei suoi alleati nel proporre nuove misure ad hoc, spesso nuove tasse. Un governo che aveva promesso in campagna elettorale una forte riduzione delle imposte, finisce così per riuscire solo ad aumentare la pressione fiscale e a brevettare (con tanto di rivendicazione internazionale) nuovi balzelli, che hanno spesso un effetto ben diverso da quello previsto. E chi aveva accusato Visco di avere introdotto una tassa sull’acqua minerale rischia ben presto di certificare di suo pugno l’entrata in vigore della tassa sull´aranciata. Siamo passati dalle "fiscal suasion" sui banchieri, con tanto di minaccia di tasse sui loro extraprofitti, agli aiuti copiosamente concessi agli istituti di credito con il decreto anticrisi. Dopo esserci abituati (o rassegnati a seconda del punto di vista) alla Robin tax, una tassa che doveva togliere ai ricchi petrolieri per dare ai poveri, stiamo in questi giorni apprendendo che si procederà esattamente al contrario, togliendo ai poveri per dare ai produttori di petrolio. In effetti con un prezzo dell’oro nero sceso da 160 a 30 dollari al barile si può anche capire…

Il fatto è che varando tasse su misura per gli spot televisivi, introducendo sempre nuove arbitrarie asimmetrie di trattamento legate al contingente, non si sa né da dove si parte, né dove si arriva. Gli effetti di queste misure rischiano di essere molto diversi da quelli anticipati e, inevitabilmente, scateneranno nuove richieste di compensazioni altrettanto arbitrarie. Concentriamoci sugli ultimi episodi. Grazie alle indagini condotte da questo giornale abbiamo un quadro più completo dei beneficiari della social card, della carta acquisti di 40 euro mensili attribuita sulla base di una serie di criteri, alcuni dei quali del tutto indipendenti dalle condizioni di bisogno dei cittadini (come l’età, la cittadinanza o il numero di utenze di gas ed elettricità). I dati Inps ci dicono che quasi l’85% dei trasferimenti è andato a famiglie del Centro-Sud. Non sorprende tanto lo squilibrio territoriale nella distribuzione di risorse destinate al contrasto della povertà, quanto l´entità di questo squilibrio. È un prodotto dei criteri arbitrari introdotti dal Governo e del fatto che l’ammontare del trasferimento non varia a seconda delle condizioni di bisogno. Le misure di contrasto alla povertà adottate in altri paesi integrano il reddito dei beneficiari in base alla loro distanza da una data soglia di povertà, portando i beneficiari al di sopra di questa soglia. Un reddito minimo garantito introdotto con regole uniformi su tutto il territorio nazionale, senza restrizioni di età e senza escludere gli immigrati, anche quelli che hanno regolare permesso di soggiorno e che hanno lavorato e pagato le tasse da noi, e tenendo conto del fatto che il costo della vita (dunque anche la soglia di povertà) varia da regione a regione, avrebbe una distribuzione territoriale molto meno svantaggiosa per le Regioni del Nord. In particolare, un terzo delle risorse andrebbe a poveri residenti nelle regioni settentrionali, più del doppio di quanto sta avvenendo con la social card.

Il fatto che la social card benefici solo i cittadini meridionali ha scatenato l’ira della Lega Nord, già insoddisfatta per il trattamento sin qui riservato dal governo ai suoi territori. Ha chiesto come compensazione per i torti subiti dal Settentrione solo un nuovo balzello, tra l’altro destinato ad essere pagato soprattutto da chi risiede nelle Regioni settentrionali. Si tratta di una nuova tassa di 50 euro sul rinnovo del permesso di soggiorno, che si aggiungerà ai 70 euro già oggi versati dagli immigrati che vogliono regolarizzarsi e che ricevono spesso l’agognato (e costoso anche in rapporto ad altri paesi) permesso dopo che questo è già scaduto. È una tassa destinata ad incentivare la residenza illegale nel nostro paese. Peccato perché le recessioni globali, come quella che stiamo attraversando, offrono un’occasione irripetibile per ridurre fortemente l’immigrazione clandestina. Vi sono infatti forti flussi di immigrazione di ritorno e chi rimane ha più incentivi a regolarizzarsi per accedere alle assicurazioni sociali (come i sussidi di disoccupazione). Inoltre la crisi colpisce soprattutto gli Stati Uniti. Questo ci permette di attrarre da noi cervelli che sin qui hanno scelto di lavorare oltreoceano anziché cercare la loro fortuna in Europa. Non saranno contenti nell’apprendere di questa nuova tassa, loro destinata in nome del popolo Padano.

Riassumendo, siamo passati dalla Robin tax alla Padania tax, che tassa i poveri immigrati per dare ai petrolieri. Il paradosso infatti è che questa tassa concorrerà a finanziare il Gheddafi transfer, un pacchetto di trasferimenti alla Libia previsti nell´ambito del Trattato siglato ad agosto dal nostro paese coi nostri vicini produttori di petrolio. Ci scusi il ministro se proviamo a imitarlo nella sua creatività semantica. Non potremmo mai ambire ad essere altrettanto creativi sia nel numero che nella denominazione dei nuovi balzelli. Ma un consiglio al ministro ci sentiamo comunque di darlo: per favore nelle sue lunghe interviste parli anche di economia. Servirà a spiegare a tutti, a partire dai suoi alleati, il perché di scelte che ai comuni mortali appaiono del tutto arbitrarie.

Asfalto e cemento nei parchi: la rivolta degli agricoltori

di Ilaria Carra

Non solo il Fai, i sindaci e gli ambientalisti. Adesso a difesa del Parco Sud scendono in campo gli agricoltori. Cia e Coldiretti contestano non solo la superstrada che collegherà Malpensa alla tangenziale Est ma soprattutto il via libera alle nuove costruzioni all´interno del territorio. «Il Parco Sud non è il serbatoio dell’edificazione ma un patrimonio da valorizzare. Ci vogliono vincoli più chiari e un’attenzione maggiore». E il Fai fa un appello ai politici. «Il verde e il Parco Sud sono una fonte importantissima per la città, non scherzate perché se date il via libera al cemento poi indietro non si torna più».

Un fronte compatto come mai prima, che rivendica il ruolo fondamentale che gioca l’economia della terra e che al consumo di suolo si oppone con fermezza. Alle barricate alzate dagli ambientalisti guidati dal Fai, con consumatori e qualche sindaco, come quello di Cassinetta di Lugagnano, a difesa del verde e in particolare del Parco agricolo Sud scendono in campo anche gli agricoltori. Duri oppositori non solo della bretella (approvata dal Cipe ma orfana di 140 milioni di finanziamenti) che per collegare a Malpensa la tangenziale Est taglierà a metà oltre che il Sud anche il Parco del Ticino. Ma anche della variante normativa al piano territoriale del Parco Sud, che già con il via libera del Parco e dei 62 Comuni permette ai sindaci di costruire sull’1,5% del territorio comunale che rientra nel parco, per un massimo di 15 ettari. Aprendo così all’edificabilità altri 470 ettari, oltre ai 400 già previsti dai Piani di cintura urbana da poco definiti. Certo, devono essere interventi di interesse pubblico. Però la sostanza è una: se la deliberà verrà approvata anche da Provincia e Regione a una parte di verde si sostituirà del cemento. E i contadini non ci stanno.

«Il Parco Sud non è il serbatoio dell’edificazione - precisa Paola Santeramo, presidente milanese della Cia che rappresenta gli agricoltori - è un’area di produzione di eccellenze, un patrimonio da valorizzare anche in chiave Expo». Se per la Coldiretti «servono vincoli più chiari e un occhio di riguardo maggiore», spiega il presidente Carlo Franciosi, i contadini del parco criticano l’estensione, a tutti i Comuni, della possibilità di costruire, indistintamente: «Così si incentiva a costruire anche chi non ne ha bisogno», afferma Dario Olivero che rappresenta gli agricoltori al consiglio del Parco. Che poi, sulla bretella precisa: «Ci sono già due collegamenti per Malpensa, solo le ferrovie possono dare una svolta agli accessi». Dal Fai un monito al mondo politico: «Attenzione a intervenire su aree di valore inestimabile per la città - è l’invito del direttore generale Marco Magnifico - perché poi, indietro, non si torna più».

Tribunale, il maxitrasloco finisce nel verde e il nuovo San Vittore costerà un miliardo

di Davide Carlucci

Rispetto a quelli che serviranno sono poca cosa. Ma sono i primi soldi stanziati per la Cittadella della giustizia: 1 milione e 150mila euro. Serviranno per lo studio di fattibilità del mastodontico progetto di trasferimento degli uffici giudiziari e di San Vittore a Porto di mare

In quell’area a sud della città, la Cittadella occuperà un milione e duecentomila metri quadrati. Una parte saranno all’interno del Parco agricolo Sud: perché siano utilizzabili, però, bisogna che sia rimosso il vincolo ambientale, e questa è una partita ancora tutta aperta.

A stanziare i fondi per i nuovi uffici giudiziari sono stati i ministeri delle Infrastrutture e della Giustizia (500mila euro in tutto), la Regione e il Comune (300mila a testa), la Provincia (50mila). Per cominciare a capire come (e se) sarà possibile realizzare l’opera e soprattutto quanto costerà. Tantissimo, ipotizzano sin da ora i tecnici che se ne stanno occupando: almeno un miliardo di euro (ma forse qualcosa di più). E allora c’è un’altra domanda alla quale l’analisi dei costi dovrà dare risposta, nel giro di sei mesi: come recuperare tutta questa montagna di denaro di cui le casse pubbliche non dispongono?

La soluzione al quesito arriverà da Infrastrutture Lombarde spa, la società individuata dalla Regione (che sta coordinando i vari enti interessati) come destinataria dei fondi per questa fase preliminare di analisi. Una società che, per ironia della sorte, in questo momento è al centro dell’attenzione dei magistrati che dall’attuale Palazzo di giustizia si dovranno trasferire nel nuovo: il sostituto procuratore di Potenza John Woodcock, infatti, ha trasmesso a Milano un fascicolo nel quale si ipotizzano una serie di reati, tra i quali la corruzione, a carico dei dirigenti della società per la realizzazione del nuovo Pirellone. Gli avvocati dei manager in questi giorni si sono precipitati dal pm Frank Di Maio per chiarire la loro posizione (e non è escluso che presto la loro posizione possa essere valutata come penalmente irrilevante).

Nel frattempo, però, sono loro a doversi occupare di aspetti decisivi come la «valorizzazione» del patrimonio giudiziario milanese. Ovvero, della vendita di alcuni immobili per far cassa. Se si tolgono però il Palazzo di giustizia, il tribunale dei minorenni e l’ex Beccaria, vincolati dalla Soprintendenza, non rimane molto. Anche San Vittore, per il quale s’ipotizza una destinazione commerciale, non è totalmente disponibile: la parte più antica del carcere va preservata. Per il tribunale - che sarà riportato alla sua struttura originaria degli anni Trenta, eliminando i piani costruiti in anni recenti - s’ipotizza la destinazione «museale». Ma anche immaginarlo come sede della Beic, la Biblioteca europea d’informazione e cultura - o come una specie di Centre Pompidou in stile Ventennio che ospiti anche gallerie d’arte e librerie - rischia di rivelarsi un esercizio di fantasia debole sul piano economico.

Il percorso verso la realizzazione della nuova Cittadella della giustizia, insomma, è pieno di ostacoli. Durante una delle prime riunioni organizzate nella commissione manutenzione della corte d’Appello, per esempio, si è sollevato il problema della presenza sul posto di una vecchia discarica abbandonata e di fontanili nel sottosuolo. «La discarica non dovrebbe essere un problema - replica Mario Benaglia, il vicedirettore generale della Regione che sta curando per conto del governatore Roberto Formigoni i dettagli tecnici dell’operazione - perché lì sopra non dovrebbero sorgere palazzi ma un prato. E comunque si tratta di un’area molto limitata». Altre incognite riguardano la reale entità degli spazi. L’ipotesi di dimensionamento preparata un anno fa dal ministero non è considerata abbastanza attendibile dai magistrati - non terrebbe conto delle nuove esigenze di organico - ed è contestata dai sindacati dei dipendenti: «Solo 400mila metri quadrati su 1,2 milioni sono destinati alla nuova struttura giudiziaria, il resto è indotto commerciale - dice per esempio Umberto Valloreja, della Cisl - se si considera che solo il Palazzo di giustizia occupa 105mila metri quadrati e che bisognerà ospitare anche altri uffici come il giudice di pace e il tribunale dei minorenni e il nuovo carcere, la Cittadella nascerebbe già pericolosamente insufficiente».

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