«Assicurare profitti ragionevoli all'industria e salari che permettano di vivere», dichiarò Roosevelt il 16 giugno 1933 quando firmò il National Recovery Act (Nira) che introduceva per le imprese e nelle relazioni industriali una serie di provvedimenti giudicati allora quasi rivoluzionari. Il neo presidente Usa spiegò che il Nira serviva anche a eliminare «i metodi e i provvedimenti pirateschi pregiudizievoli per gli operai», delle imprese. Sono passati 86 anni, ma il New deal in Italia non sembra proprio arrivato. L'emergenza sociale è sempre più pressante; la democrazia nelle relazioni sindacali è svanita. Il tutto nel contesto di una politica sempre più inadeguata e di attacchi alla Costituzione. Ma c'è chi non si arrende a questa deriva e oggi da tutta Italia arriveranno a centinaia di migliaia per difendere i diritti violati. Saranno i lavoratori metalmeccanici e quelli del pubblico impiego con l'appoggio della Cgil (ma solo 100 deputati dell'opposizione hanno sentito il bisogno di dare la loro solidarietà) a sfilare per le vie di Roma in difesa dei diritti del lavoro, del diritto di cittadinanza. E contro una riforma «piratesca» del modello contrattuale; contro rinnovi contrattuali separati che elargiscono briciole che non garantiscono il diritto a vivere, ma al massimo a sopravvivere. E con difficoltà.
C'è chi storce la bocca, sostenendo che «non si sciopera in periodi di crisi». Falso. Basti ricordare che la grande crisi del '29 avvenne negli Usa dopo un decennio di forte crescita accompagnato dall'annientamento - anche fisico dei sindacati. Al contrario, dopo il 1933 il sindacalismo Usa conobbe un periodo di forte sviluppo con un antagonismo sociale, con forme di solidarietà senza precedenti che portarono a una migliore distribuzione dei redditi. Insomma, le crisi servono anche per cambiare - in meglio - un paese. Ieri uno studio pubblicato sul Bollettino mensile della Bce sostiene che in Italia le imprese reagiscono alla crisi non con gli investimenti, la ricerca e l'innovazione, ma pagando meno i neo assunti.
E abbiamo anche saputo che l'Italia si distingue per la minore frequenza di adeguamenti salariali. Significa che le nostre imprese non perdono il vizio della ricerca spasmodica della competitività e della produttività comprimendo il costo del lavoro. Anche da questo nasce l'emergenza sociale. Le cifre (Istat) sono terrificanti: l'Italia ha il triste primato (condiviso con la Romania) della povertà minorile; il 5,3% delle famiglie ha difficoltà ad acquistare cibo, l'11% a sostenere una spesa improvvisa causata da una malattia. Di più: quasi il 17% non ha soldi per acquistare abiti nuovi; l'8,8% è in arretrato con le bollette e il 3,7% rischia di vedersi sottrarre la casa perché non ha pagato rate del mutuo. E «la spesa pro capite per contrastare la povertà vede l'Italia agli ultimi posti nell'Europa a 27». Mentre per l'assistenza sociale in senso stretto nel 2006 spendevamo il 3%, addirittura mezzo punto in meno di 10 anni prima. Se Cisl e Uil sapessero leggere, invece di parlare in tv, sarebbero a Roma con la Cgil. Ma preferiscono le cene dal Cavaliere.
Quante storie, con i nomi, i tempi, le frasi e gli esiti giusti non potrete conoscere mai, se dovesse essere approvata la legge sulle intercettazioni che disciplina anche il diritto di cronaca. Diciamo meglio, che cancella il dovere della cronaca e il diritto del cittadino ad essere informato. Che cosa ha imposto il governo alla sua docile maggioranza?
Con un tratto di penna ha deciso che il regime che oggi regola gli atti giudiziari coperti dal segreto si estenda anche agli atti non più coperti dal segreto. Il governo vuole che non si scriva un rigo fino al termine dell’udienza preliminare (accusa e difesa, con i loro argomenti, dinanzi a un giudice terzo). Si potrà sapere che un pubblico ministero senza nome sta accertando che a Roma le sentenze si vendevano all’incanto. Non si potrà dar conto delle fonti di prova e scrivere che il corruttore di toghe si chiama Cesare Previti e si è messo in testa addirittura di fare il ministro di giustizia. Si potrà scrivere che qualcosa non torna nei bond di una società quotata in Borsa e un’innominata toga se ne sta occupando, ma non si potrà dire del pozzo nero che ha inghiottito i modesti investimenti di migliaia di piccoli risparmiatori che hanno avuto fiducia nelle banche e in Parmalat. Si potrà dar conto di un gestore telefonico che ha "schedato" illegalmente migliaia di persone. Non si potrà raccontare che il presidente della Telecom Marco Tronchetti Provera si è lasciato ingrullire, povero ingenuo, dal capo della sua sicurezza, Giuliano Tavaroli. Né tantomeno si potranno elencare i nomi degli "spiati". Lo si potrà fare soltanto a udienza preliminare conclusa (forse). Con i tempi attuali dopo quattro o sei anni. In alcuni patologici casi, dopo dieci.
La pubblica opinione dovrà attendere, anche se quei protagonisti sono personaggi pubblici che chiedono fiducia al Paese per rappresentare chi vota e governare il Paese o amministratori pubblici e privati a cui è stata affidata la nostra salute, i nostri risparmi, la nostra vita. È inutile tediarvi con le tecnicalità. Qui basta forse dire che finora ce la siamo cavata muovendoci lungo il sentiero stretto di un articolo della procedura penale, il 329: «Gli atti d’indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l’´imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari». Come abbiamo scritto e ripetuto spesso, in questo varco hanno lavorato le cronache. Sarebbe uno sciocco errore negare gli abusi, gli eccessi, la smoderatezza in cui pure è caduto il giornalismo italiano. Ma, se si rispettano i confini dell’articolo 329, si possono tenere insieme i tre diritti che il dovere professionale del giornalista è chiamato a tutelare: il diritto della pubblica opinione a essere informata; il diritto dello Stato a non vedere compromessa l’indagine; il diritto dell’imputato a difendersi e a non essere considerato colpevole fino a sentenza.
Nel triangolo di questi tre diritti, il giornalista può fare con correttezza il suo mestiere, proporre al lettore le fonti di prova raccolte dall’accusa e gli argomenti della difesa, valutare l’interesse pubblico di quelle storie. Perché non ci sono soltanto responsabilità penali da illuminare in questi affari. Spesso diventano cronache del potere tout court, come è apparso evidente nel racconto dei maneggi della loggia massonica di Licio Gelli; della fortuna della mafia siciliana o dei traffici di Tangentopoli, delle imprese di chirurghi più attenti al denaro che non al malato e alla malattia. Quelle cronache sono un osservatorio che permette di vedere da vicino come funzionano i poteri, lo Stato, i controlli, le autorità, la società. Svelano quale tenuta ha per tutti, e soprattutto per coloro che svolgono funzioni pubbliche, il rispetto delle regole. Indicano spesso problemi che impongono nuove soluzioni. L’incontro ravvicinato con le opacità del potere ha in qualche caso convinto il giornalismo ad andare oltre i confini del codice penale violando il segreto. È il suo mestiere, piaccia o non piaccia. Perché non c’è nessuna ragione accettabile e decente per non pubblicare documenti che raccontano alla pubblica opinione - è il caso di un governatore della Banca d’Italia - come un’autorità di vigilanza, indipendente e "terza", protegge (o non protegge) il risparmio e il mercato.
Naturalmente violare la legge, anche se in nome di un dovere professionale, significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle conseguenze di violazioni (finora comunemente accettate) che la legge del governo lascia cadere un maglio sulla libertà di stampa. È stato già raccontato da Repubblica che Berlusconi abbia sorriso ascoltando i suoi consiglieri chiedere «più galera per i giornalisti» (fino a sei mesi per un documento processuale; fino a tre anni per un’intercettazione). Raccontano che Berlusconi abbia detto: «Cari, lasciate dire a me che sono editore di mestiere. Se li mandi in galera, ne fai degli eroi della libertà di stampa e magari il giornale per cui lavorano vende anche di più, e questo sarebbe uno smacco. La galera è inutile. So io, da editore, quel che bisogna fare».
Ecco allora l’idea che sta per diventare legge dello Stato. Efficace, distruttiva. Che paghino gli editori, che sia il loro portafogli a sgonfiarsi. La trovata sposta la linea del conflitto. Era esterna e impegnava la redazione, l’autorità giudiziaria, i lettori. Diventa interna e vede a confronto, in una stanza chiusa, redazioni e proprietà editoriali. La trovata trasferisce il conflitto nel giornale. L’editore ha ora un suo interesse autonomo a far sì che il giornale non pubblichi più quelle cronache. Si porta così le proprietà a intervenire nei contenuti del lavoro redazionale, le si sollecita, volente o nolente, a occuparsi dei contenuti, della materia giornalistica vera e propria, sindacando gli atti dei giornalisti. Il governo pretende addirittura che l’editore debba adottare «misure idonee a favorire lo svolgimento dell’attività giornalistica nel rispetto della legge e a scoprire ed a eliminare tempestivamente situazioni di rischio». Evidentemente, solo attraverso un controllo continuativo e molto interno dell’attività giornalistica è possibile «scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio». Di fatto, l’editore viene invitato a entrare nel lavoro giornalistico e a esprimere un sindacato a propria tutela. Divieto di cronaca per il tempo presente, controllo dell’editore nelle redazioni in tempo reale. Ecco dunque lo stato dell’arte: si puniscono i giornali e i giornalisti; si sospende il direttore dall’esercizio della sua funzione; si punisce l’editore spingendolo a mettere le mani nella fattura del giornale. E quel che conta di più, voi non conoscerete più (se non dopo quattro o sei anni) le storie che spiegano il Paese, i comportamenti degli uomini che lo governano, i dispositivi che influenzano le nostre stesse vite.
Con la sconfitta dell’emendamento “ammazzaparchi” pensavamo di aver respinto definitivamente l’assalto alla aree protette lombarde. Ma purtroppo non è proprio così. La Giunta Regionale ha infatti presentato un progetto di legge sui parchi (PDL 289 – dgr 05/12/2007) che è pessimo e che assesterà un duro colpo al sistema dei parchi lombardo, che invece è ricco, in salute e richiede norme chiare per proseguire lungo la strada di uno sviluppo sostenibile, integrato anche con le attività delle comunità che vi risiedono.
Dopo i primi passaggi in Commissione Ambiente del Consiglio regionale, l'ultimo oggi, abbiamo avuto modo di rilevare che tutta la legge desta molta preoccupazione e che la maggioranza e la stessa Giunta Regionale hanno idee molto confuse sull’intero provvedimento. Una confusione pericolosa, che rischia di indebolire il sistema delle aree protette lombarde e di rompere gli ultimi argini contro l'impetuoso consumo di suolo in Lombardia.
Il PDL prevede la nomina da parte della Regione dei direttori dei parchi, che indebolisce i Parchi stessi ed espone gli enti agli interessi che di volta in volta dovessero premere sui vertici dell’amministrazione regionale. Inoltre la modifica della forma giuridica al momento ipotizzata dalla Giunta rischia di determinare una forte riduzione dei finanziamenti e dell’utilizzo dei fondi a disposizione dei Parchi.
Ma non è tutto. C’è anche e soprattutto un forte rischio di riaprire le porte alle speculazioni edilizie: nel progetto di legge è previsto infatti che la Giunta regionale nella fase istruttoria del piano di coordinamento del parco o di sue varianti, su proposte specifiche degli enti locali (leggi nuove urbanizzazioni) garantisce il confronto tra l’ente gestore e il comune. In caso di conflitto tra parco ed ente locale, quasi evocato dalla attuale proposta della Regione,ci penserà la Regione a metterci un mattone sopra, è proprio il caso di dire.
Tutto ciò è inaccettabile: la Giunta regionale approfitta di ogni occasione per rilanciare strumenti legislativi che indeboliscono il sistema delle aree protette che invece va tutelato e promosso, anche con iniziative economiche sostenibili, come il turismo naturalistico e le produzioni agricole di qualità.
Con questo appello chiediamo anzitutto che si avvii un tavolo con i Presidenti dei Parchi, con le Associazioni e i Comuniper studiare e avviare alla discussione in Consiglio regionale una legge condivisa e organica che rafforzi le tutele dei Parchi e garantisca un vero sviluppo del patrimonio naturale e agricolo della Lombardia.
I Consiglieri regionali della Commissione Ambiente: Mario Agostinelli, Carlo Monguzzi, Giuseppe Civati, Francesco Prina, Arturo Squassina, Fortunato Pedrazzi, Dionigi Guindani. Milano, 11 febbraio 2009 -
Perche' la politica non si occupa più del "bene comune"? La questione è molto dibattuta negli ambienti politici. Quasi che il problema non li riguardasse. Ma, forse, è per chiamarsi fuori. Sullo stesso argomento, peraltro, si interrogano le associazioni e i circoli culturali. Come fa, in questi giorni, l'Istituto intitolato a Vittorio Bachelet. Uno che al bene comune ha dedicato e sacrificato la vita.
Ho, tuttavia, l'impressione che la discussione sia viziata da un equivoco di fondo, riassumibile nel legame - dato per scontato - binomio tra bene comune e politica. Attribuendo la (presunta) scomparsa del bene comune, dalla scena pubblica, alla politica. Corrotta. Oligarchica. Ridotta a marketing. A spettacolo di bassa qualità, in onda a tempo pieno sui media. Il che è quantomeno parziale e riduttivo. Anche accettando l'idea di una politica asservita alla logica del marketing. Una politica che costruisce i messaggi e i comportamenti in base alle preferenze espresse dal pubblico a cui si rivolge. E si serve del Grande Orecchio Demoscopico. GOD. Il Dio dell'Opinione. E' lecito il sospetto. Se la Politica, serva dell'Opinione Pubblica, non si interessa al Bene Comune forse è perché il bene comune non interessa all'opinione pubblica. Se non a parole. D'altronde, da molto tempo il Bene Comune gode di reputazione modesta. E' irreputato. Sotto diversi punti di vista e per diverse ragioni, che riguardano entrambi i termini del concetto
Anzitutto il Bene, da parecchio tempo, è considerato male. E guardato peggio. Chi lo predica è considerato un idealista. Un cacciatore di nuvole, visto che gli ideali sono vaporosi, mutevoli e viaggiano rapidi. Proprio come le nuvole. Ma soprattutto: è ritenuto un debole. Vizio imperdonabile al tempo dei "cattivi", degli intolleranti, degli sceriffi, delle ronde, dei giustizieri I nemici del "buonismo" (il pensiero debole fondato sul bene) godono di grande consenso, oggi, perché "rassicurano". Solo i cattivi possono difenderci dai cattivi che ci minacciano.
L'altro termine del concetto, Comune, è ancora più usurato. Non si sente più nominare. Se qualcuno ne parla è solo per sbaglio. E, quindi, si scusa e si corregge subito. D'altronde, veniamo da secoli di elegia del privato, dell'individuo, della specificità e della differenza. Ciò che è in "comune" non è di nessuno. Per cui è senza valore. Tanto più se viene associato - come spesso capita - al Pubblico, che, a sua volta, è perlopiù associato allo Stato. E tutto ciò che è Pubblico e Statale viene guardato con disprezzo. Pensate al Pubblico Impiego. Agli Statali. Ai Professori. Genia di fannulloni. Peggio dei romeni.
Si salva solo il pubblico con la p minuscola. La società intesa come una platea di spettatori che assistono - indifferenti - alla politica, alla cronaca rosa e nera, alle partite di calcio. Eternamente davanti agli schermi e ai media. Il pubblico, lo Stato. La gente li invoca solo in caso di emergenza. Come pronto soccorso. Dove si giunge in condizione di necessità e di urgenza e per questo ogni intervento sembra sempre tardivo, ogni terapia inadeguata. Così l'esasperazione e il risentimento, invece di sopirsi, si accendono ancor di più.
Per cui è difficile che la politica persegua il "bene comune", guardato dalla società con sospetto misto a dileggio. Certo, l'analista disincantato potrebbe avanzare il sospetto che la realtà sia diversa. E osservare che il "bene comune" non è scomparso. Anzi, muove i sentimenti e i comportamenti di gran parte delle persone. Basta pensare all'agire altruista e solidale. A quanti - tanti - fanno donazioni, dedicano parte del loro tempo ad attività volontarie. A quanti - tanti - si impegnano, nel loro quartiere e nel loro paese - per fini "comuni". Nella tutela dell'ambiente, del paesaggio, in azioni caritative. A quanti - tanti - si mobilitano a sostegno di valori universali. La pace, la solidarietà, il lavoro. Potrebbe, l'analista controcorrente, segnalare come il malessere sociale dipenda, almeno in parte, proprio dalla povertà di spazi, luoghi, occasioni dedicati al bene comune. Alla vita di "comunità".
Perché il bene comune non serve solo al bene comune ma anche al bene(ssere) di chi lo persegue e lo pratica. Perché agire in "comune", per il bene "comune" soddisfa il "proprio" bene; il proprio bisogno di identità, di riconoscimento. Perché abbiamo bisogno di altruismo e di comunità. Ma, appunto, si tratterebbe solo di provocazioni. Per scandalizzare e, magari, far parlare i media. Guai a dire alla gente che è meglio di come è dipinta ed essa stessa si dipinge. Che, anche se non lo vuole ammettere, se non ne vuol sentir parlare: contribuisce al "bene comune". Guai. Penserebbe che la prendi in giro. Peggio: che la insulti e intendi metterla in cattiva luce.
Meglio rassegnarsi, allora. Essere duri, inflessibili Dei mostri. Infelici. Almeno in pubblico. E per consumare la dose quotidiana di "bene comune" di cui abbiamo bisogno, meglio attendere. Quando e dove nessuno ci vede. Da soli. O in associazioni specializzate. Gli alcolisti anonimi del bene comune. I benefattori anonimi.
Sulle misure discriminatorie (razziste) nei confronti dei migranti contenute nel «pacchetto sicurezza» hanno scritto l'essenziale, su queste colonne, Alessandro Dal Lago (venerdì) e Annamaria Rivera (sabato). Altri elementi li ha aggiunti Gad Lerner, su Repubblica di domenica. Non ripeto le cose già dette egregiamente da loro e da quanti (tanti, troppo pochi), animati dall'indignazione hanno cominciato a mobilitarsi in questi giorni. Sottolineo solo la drammaticità, il carattere spaventoso, di queste misure nel contesto di crisi generale che stiamo vivendo (e che continueremo a vivere a lungo).
Si pensi alla decretazione d'urgenza invocata da Berlusconi come una delle poste in gioco fondamentali nella partita che, con rivoltante cinismo, ha aperto sul corpo di Eluana Englaro e sulle vite straziate dal dolore dei suoi genitori. Scrive Annamaria Rivera, con la poca ironia residua in questi giorni cupi, che vi è «qualche vaga analogia» con gli anni '30. Aggiungiamoci Tremonti, che con il suo sorriso rassicurante e con linguaggio chiaro a «massaie» e «gente semplice» ci spiega la crisi: il lavoro, la produzione, quelli sì sono buoni; «cattiva» è la finanza. Dicevano qualcosa di diverso i nazisti? No, specificavano solo che lavoro e produzione erano buoni in quanto tedeschi, la finanza cattiva in quanto ebraica.
Intendiamoci. Non credo che di fronte a noi ci sia il «fascismo». Ma può esserci perfino qualcosa di peggio, di radicalmente nuovo e al tempo stesso terribilmente antico. Vecchio come il razzismo, nuovo come è il tempo che viviamo, un tempo in cui pericoli immani convivono accanto alla possibilità di reinventare l'uguaglianza e la libertà. Razzismo: una cosa diversa dalla «xenofobia». Xenofoba è la signora che dichiara al Tg1 che «non ne può più», che bisogna cacciare a calci in culo questi «zozzi», i rumeni e gli albanesi. Razzista è quello che Alessandro Dal Lago chiama lo «stigma ufficiale», impresso sui corpi dei migranti dalla legge, dallo Stato.
Vogelfrei, «liberi come uccelli», venivano definiti nel basso medioevo germanico i soggetti, poveri e malati, mendicanti e vagabondi, che erano talmente liberi (privi di protezione) da poter essere trattati come uccellagione nella stagione della caccia. Quando oggi incontrerete un o una migrante, nelle vostre città e nei vostri paesi, davanti a voi ci sarà un uomo o una donna «libero/a come un uccello». Non sono bastati i pogrom di Napoli, la scorsa primavera, a scuotere le nostre coscienze? Perfetto, oggi ci sono i linciaggi, i corpi cosparsi di benzina e incendiati, le fucilate. E tutto questo, per tacere delle italiche peculiarità, dentro una crisi devastante del capitalismo globale. Che ricorda il '29. Non basta ancora?
Una grande mobilitazione generale, una rivolta civile dei giovani dell'onda e dei pensionati, delle associazioni cattoliche e dei «democratici», dei centri sociali e dei boy scout, della Cgil e del sindacalismo di base, del giornalismo indipendente e pure di quello dipendente, se ha una coscienza: di questo c'è bisogno, a partire da ieri. O è più importante la soglia del 4% alle europee o l'accordo con la Lega sul federalismo e sulla giustizia?
Il 7 ottobre del 1989, dopo l'assassinio a Villa Literno di un ragazzo sudafricano, Jerry Essan Masslo, vi fu a Roma una grande manifestazione. Quella manifestazione ha aperto una straordinaria stagione di mobilitazioni anti-razziste e di lotte dei migranti. La paura e il delirio sicuritario sono cresciuti negli anni successivi, oculatamente incoraggiati in un autentico spirito bipartisan, fino a condurci dove siamo oggi. Ma li abbiamo contrastati, tenacemente, duramente, conquistando anche vittorie grandi e piccole. Possiamo tornare allo spirito del 7 ottobre del 1989, ben sapendo che tutto è cambiato da allora? Possiamo costruire una grande manifestazione unitaria contro il razzismo, magari in una delle cittadelle della Lega, a Treviso o a Verona, a Brescia o a Bergamo? Costruiamola insieme. Subito, prima che sia troppo tardi. Ne va delle vite di centinaia di migliaia di donne e di uomini in questo paese, ed è questo l'essenziale. Ma ne va anche della possibilità di costruire un'uscita in avanti dalla crisi che stiamo vivendo.
Ora che Eluana non c’è più – sfuggita, com’era sua volontà, al dominio degli oltranzisti della vita – , la decenza e la pietà ci impongono il silenzio sullo straziante caso personale. Tuttavia, la questione politica che si è aperta non può essere frettolosamente richiusa.
Il cosiddetto caso Englaro ci ha posto, infatti, e continua a porci, di fronte a una questione di sovranità. Siamo davanti a quello che alcuni giuristi e alcuni filosofi definiscono "caso d’eccezione", cioè a quel punto in cui il sistema delle norme e delle istituzioni è minacciato, e lascia vedere, sotto le maglie lacerate della legalità, il nucleo originario della politica: il nesso fra corpo umano e corpo politico, in cui si mostra che la politica ha a che fare, primariamente, con la vita e con la morte degli esseri umani, e che la sovranità è la decisione che opera su questa materia incandescente.
Un tempo era prerogativa del sovrano decidere se mettere a morte o lasciare in vita un uomo (o una donna): oggi, al contrario, si è trattato di decidere tra il far vivere e il lasciar morire. E questa decisione si è posta all’ordine del giorno perché sta vacillando la normalità costituzionale liberaldemocratica, che cercava di tenere vita e politica il più possibile distinte e separate: secondo il nostro ordinamento, infatti, la politica non afferra direttamente la vita, ma la protegge lasciandone la libera disponibilità al cittadino, riconoscendogli il diritto cruciale di rifiutare le cure mediche (art. 32 Cost.). La sovranità della legge dello Stato liberale e democratico conferisce al singolo la sovranità su se stesso, sulla propria vita e sul proprio lasciare la vita.
Ciò che è capitato è la conferma che questa distinzione vien meno, che cioè il discorso politico è ormai direttamente discorso sulla vita, che il potere politico si fa potere di vita, che è ormai biopotere, e che la politica è apertamente biopolitica. E prende la forma di una sorta di allevamento dell’essere umano, che - per il suo bene, deciso da altri - non può sottrarsi alla tutela, e deve venire esonerato dal suo diritto sovrano su se stesso.
Il caso d’eccezione implica una decisione, ne è il frutto. Molte possono essere le cause contingenti che hanno determinato il caso Englaro - distrarre l’opinione pubblica dalla crisi economica con argomentazioni tra il sentimentale (la pretesa "condanna a morte" di una fanciulla) e il paleopolitico (la costituzione "filosovietica"), segnalare al Vaticano in occasione degli ottant’anni del Concordato la propria disponibilità a un’alleanza strategica in nome dell’autoritarismo etico, mettere in difficoltà il Pd; tuttavia, la decisione di Berlusconi di tentare di opporsi a una sentenza definitiva della magistratura con lo strumento della decretazione avente forza di legge è stata anche la decisione di istituire un percorso che, a partire dal cortocircuito fra vita e politica, avrebbe dovuto passare dal disegno di una società eticamente protetta a ogni altro ambito giuridico e politico. La decisione, cioè, di proporre una nuova normalità postcostituzionale, di tipo plebiscitario e decisionista: l’appello al popolo per rafforzare la potestà legislativa dell’esecutivo, per fare del governo il signore, in generale, della necessità e dell’urgenza.
La presa sul corpo di Eluana ha voluto essere anche la presa sul corpo politico della Repubblica. Lo scenario che quella decisione ci ha prospettato consiste infatti nella perdita delle distinzioni fra pubblico e privato, fra religione e politica, fra Chiesa e Stato, fra popolo e Parlamento, fra potere legislativo esecutivo e ordine giudiziario, fra legge universale e provvedimento ad hoc: "legge salva-Eluana" è stato battezzato il ddl frettolosamente affidato dal governo a un Parlamento trattato come un votificio. E questo mondo indistinto è anche un mondo rovesciato: lo Stato liberaldemocratico che riconosce al singolo la sovranità su se stesso è stato definito il frutto di un’ideologia malvagia e mortifera che lo vuole superiore al cittadino; lo Stato autoritario che non ne riconosce la volontà è stato fatto passare, invece, per liberale.
Attraverso le varie strategie (politiche, mediatiche, amministrative) con cui ha gestito il caso d’eccezione, la destra ha mostrato la propria vera natura, cioè di ritenere che la realtà politica sia un magma indistinto, plasmabile a piacimento: che tutto sia possibile, che ovunque si tratti sempre e solo di una questione di potere.
Ma il caso d’eccezione esige anche una risposta: la prima, doverosa e coraggiosa, è stata quella di Napolitano, per la quale il Capo dello Stato ha pagato e paga il prezzo di attacchi incredibili; ma devono proseguire l’opposizione, l’opinione pubblica, i media. La risposta non può non essere la energica riconferma della Costituzione, preziosa fonte di libertà e democrazia proprio in quanto contiene le distinzioni giuridiche e istituzionali che la destra annulla, proprio perché ha in sé la decisione per il liberalismo democratico che comporta anche il rispetto dei diritti sovrani del cittadino. È questo il tempo, insomma, di una nuova decisione contro il biopotere per l’habeas corpus, contro le tentazioni plebiscitarie per la normalità istituzionale, contro il decisionismo e l’autoritarismo per la libertà e la democrazia.
La rivolta degli archeologi "No al commissariamento"
Paolo Brogi – Corriere della Sera, ed. Roma
"Il corpo tecnico-scientifico della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, avuta notizia dell'annuncio da parte del Ministro Bondi della richiesta di un commissariamento straordinario del proprio Ufficio, non ritenendo plausibili le motivazioni addotte a sostegno di un provvedimento che solo un'emergenza di protezione civile potrebbe giustificare, dichiara lo stato di agitazione permanente".
Questo l'inizio del documento firmato da architetti e archeologi, un'ottantina. "La nomina di un Commissario straordinario, attualmente responsabile della Protezione Civile, di un vicecommissario attuatore (incompatibilmente assessore comunale), oltre a porre l'attività dell'Ufficio di tutela al di fuori dell'amministrazione ordinaria, ci esautora di fatto...".
Tra Stato e Comune bastava un semplice protocollo d'intesa, dicono, è evidente che gli obiettivi del commissariamento puntano a una privatizzazione strisciante.
Tra i firmatari direttori di museo (Rita Paris di Palazzo Massimo, Maria Antonietta Tomei del Museo delle Terme, Alessandra Capodiferro e Matilde De Angelis di Altemps, Mariarosa Barbera della Domus Aurea, Rossella Rea del Colosseo, Laura Vendittelli di Cripta Balbi, Marina Piranomonte delle Terme di Caracalla), gli scavatori del Suburbio (Rita Santiolini, Stefano Musco, Daniela Rossi, Paola Anzidei, Paola Filippini), gli esperti di Palatino e area centrale (Roberto Egidi, Maria Grazia Filetici, Giuseppe Morganti, Piero Meogrossi, Paola Catalano, Fedora Filippi).
A Roma 55 archeologi contro il ministro Bondi
Vittorio Emiliani – l’Unità
Da Roma ad Ostia Antica, non ci stanno ad essere "commissariati", in via straordinaria dal governo, attraverso il sottosegretario alla Protezione civile, Bertolaso, e l’assessore comunale all’urbanistica, Corsini (che, come "vice-commissario attuatore", diventerebbe il controllore di se stesso). Gli archeologi non vogliono neppure essere posti sotto tutela da consulenti tecnico-scientifici esterni (si è parlato di Andrea Carandini). In 55 hanno sottoscritto un documento in cui dicono che le nomine proposte dal ministro Bondi, dopo l’incontro col sindaco Alemanno, esautorano "di fatto il corpo degli archeologi, degli architetti e di tutto il personale tecnico-amministrativo", determinano "una sovrapposizione (o meglio uno svuotamento) di funzioni", in "gravissimo contrasto con ogni criterio di economicità" e di produttività. Da una parte si taglia, dall’altra si creano nuovi uffici. In forza di quali eccezionali emergenze?
Il protocollo d’intesa
Secondo i 55 firmatari per una "fruizione unitaria dell’area archeologica centrale di Roma", i due Fori, sarebbe bastato - tesi ampiamente condivisa - "un semplice protocollo di intesa tra gli Uffici statali e comunali". È avvenuto in altre situazioni straordinarie: per investire al meglio i fondi (90 miliardi di lire degli anni ‘80) della legge speciale Biasini, quelli per Roma Capitale e per il Giubileo 2000, gli stessi proventi del Lotto del mercoledì, "dimostrando capacità di spesa e ampiezza di risultati".
Perciò la decisione Bondi-Alemanno non convince affatto. Ci sono di mezzo, allora, "la gestione (e gli introiti), perché di questo si tratta, di Aree Archeologiche Monumentali di rilevanza mondiale" quali il Colosseo (che da solo incassa 1,5 milioni di euro l’anno), la Domus Aurea, i Fori Imperiali? Questo sembra essere il vero perno della vicenda: determinare "una spaccatura insanabile" fra una "archeologia ad alto reddito" e una invece "senza reddito" per gestire probabilmente la prima in forma privatistica (il vecchio disegno di Giuliano Urbani di privatizzare i Musei "ricchi") e lasciare la seconda in braccio allo Stato. Tutto ciò confligge tuttavia coi principii fondamentali dell’articolo 9 della Costituzione per il quale - come hanno ribadito numerose sentenze della Corte - la tutela rappresenta il valore primario, esercitato dalla Repubblica. Alcune associazioni - Assotecnici, Italia Nostra (uscita giorni fa con un documento ben argomentato di protesta), Bianchi Bandinelli, Comitato per la Bellezza, i siti Eddyburg e PatrimonioSos, Legambiente - hanno già aderito all’idea di una manifestazione nella quale illustrare le ragioni di questo "no" a provvedimenti che stravolgono le leggi vigenti, svuotando di poteri e di mezzi le già indebolite Soprintendenze, facendo entrare la politica, in modo sempre più devastante in attività tecnico-scientifiche che sono e devono rimanere pienamente autonome. La cultura è un valore "in sé", enorme, e non un affare.
Fori, la rivolta degli archeologi contro Bertolaso commissario
Carlo Alberto Bucci – La Repubblica, ed. Roma
Rivolta all’ombra del Colosseo contro il commissario Bertolaso e la nomina di una commissione scientifica esterna per l’area archeologica di Roma. Sono una cinquantina i funzionari, archeologi e architetti, che hanno proclamato lo "stato di agitazione permanente" per reagire alla decisione del ministro Bondi di commissariare la Soprintendenza speciale di Roma: "Solo un’emergenza di protezione civile - scrivono - potrebbe giustificare un tale, gravissimo provvedimento". Il 30 gennaio - giorno dell’accordo tra Stato e Comune sul nome del capo della Protezione civile - il gruppo direttivo e i lavoratori della Soprintendenza si sono riuniti in assemblea chiudendo per alcune ore alle visite i monumenti e i musei. E questo potrebbe essere lo strumento di lotta se non verrà accolto l’appello contro "il rischio cogente di distruzione di un Ufficio di tutela di grande rilevanza storica e cultura".
Da Antonello Vodret memoria storica della Domus Aurea, a Roberto Egidi autore di importanti scoperte a piazza Venezia, dalla responsabile dell’Appia Rita Paris, alla direttrice del Colosseo Rossella Rea, fino ad Alessandra Capodiferro che due settimane fa ha ritrovato la straordinaria Testa di Artemide a Testaccio: c’è tutta la squadra che dagli anni Ottanta ha riportato l’archeologia a Roma a sentirsi "esautorata della pienezza del proprio ruolo istituzionale" dalla "sovrapposizione (svuotamento) di funzioni". I firmatari approvano l’abbattimento del muro tra Fori imperiali e Foro romano ("ma sarebbe bastato un protocollo d’intesa tra uffici statali e comunali"). E, dietro "questa gravissima manovra", vedono il rischio "di un nuovo assetto gestionale: forse di diritto privatistico?"
Nei necrologi si usa, dalle nostre parti, la fotografia del defunto. E alle volte si aggiunge, per un formalismo che può tornare utile anche nell’aldilà, la professione svolta in vita. Così con meraviglia leggemmo, alcuni anni fa, sotto il nome e la foto di un trapassato di Capoterra, nientemeno che la professione del Lottizzatore, anzi, quella di Pioniere delle Lottizzazioni.
Le lottizzazioni di Capoterra. Nomi paradisiaci, Frutti d’Oro, oppure contemplativi, Poggio dei Pini o megalomani, Residenza del Sole, anticipatori, Su Spantu. Insomma, siti dove non si dovrebbe, stando al nome, morire mai, e dove non esiste il dolore. Ma quei nomi sono una pubblicità ingannevole. Il dolore è arrivato anche là e quelle lottizzazioni hanno fatto di Capoterra l’opposto di un buon modello urbano.
Abitato e abitanti dovrebbero – rudimenti di urbanistica – essere riuniti, raccolti in un territorio omogeneo. Il territorio non si butta via costruendo ovunque. Esiste un unico uso saggio del suolo: in un punto finisce il paese o la città e in quel punto inizia la campagna.
Capoterra, invece, è un paese sbracato, insediamenti sparsi che qualche urbanista chiama senza arrossire “trama abitativa fine”. Luoghi pericolosi. E gli abitanti sparpagliati delle lottizzazioni hanno come perduto la cittadinanza. Un cattivo esempio, tra i peggiori.
Chi, oltrepassata la bellezza dello stagno di Santa Gilla, percorre dal bivio di Capoterra l’orrida strada che porta verso Pula vedrà quale brodaglia edilizia è sorta lungo il cammino e le pendici dei monti di Capoterra. Un’edilizia che offende ogni retina educata. Altro che “trama fine”.
Il viaggiatore atterrito vedrà in quel paesaggio l’espressione compiuta dell’inconfondibile “senso sardo del brutto”. Il “senso sardo del brutto” che devasta città e campagne, e rende desolatamente unitaria la nostra isola. Divisi, ma uniti dal senso del brutto. Si è perfino costituito un peculiare “brutto capoterrese”. Un brutto che ha poco a che vedere con la povertà e il bisogno perché non c’è povertà da quelle parti.
Un tempo, anzi, la necessità di fare economie aveva creato, molto prima dell’avvento dei lottizzatori, un paesaggio armonico e città e paesi erano proporzionati e “logici” nel loro contesto.
Noi possediamo nell’Isola ancora in grande quantità il Bello Naturale, senza averne merito e con nessuna coscienza. Il Bello Naturale, considerato addirittura un “niente”, un vuoto da riempire, è un fastidio sociale, un ostacolo allo sviluppo che di questi tempi si identifica tragicamente con il costruire e costruire.
Spesso, però, un paesaggio brutto è anche un paesaggio dannoso e il “brutto capoterrese” coincide con il pericolo. Così, inevitabilmente, la notte tra il 21 e il 22 ottobre di quest’anno, il paesaggio, sfinito, reso deforme dai lottizzatori, ha causato cinque vittime.
Capoterra era un bel paesetto su un pendio, ha subìto piogge per secoli, senza disastri e non appariva nelle cronache delle tragedie, sino ad anni recenti.
Tornare indietro nel tempo aiuta a comprendere e riassumiamo la cronaca di due secoli di alluvioni.
Pirri, 1795, 1796, 1797, cicliche alluvioni autunnali: 6 vittime.
Il paese è l’epicentro di inondazioni da secoli, sempre negli stessi due mesi, ottobre e novembre.
I disastri si susseguono periodicamente.
Selargius, Pirri, Elmas, Quartucciu, Uta, Assemini, Decimo, Sestu sono colpiti con costanza da nubifragi violenti a ottobre e novembre.
Le cronache ci raccontano, dalla fine del ‘700 a oggi, di decine e decine di diluvi rovinosi che si ripetono con ricorrenza impressionante, ad intervalli di pochi anni. Centinaia le vittime nel Campidano di Cagliari.
Nel 1889, il 5 ottobre, piove per poche ore, ma così intensamente che Pirri, Monserrato, Selargius, Quartucciu, Quartu subiscono danni gravissimi. Decine i morti e un migliaio di senzatetto. Il Governo, per la prima volta, assume provvedimenti eccezionali e si progettano opere idrauliche.
Poi nel 1892, centosedici anni fa, una tragedia più grande delle altre.
Le analogie con l’oggi mettono paura.
La notte tra il 22 e il 23 ottobre del 1892 - gli stessi giorni e le stesse ore del dramma di Capoterra - un nubifragio colpisce il cagliaritano. L’alba non arriva mai perché il cielo è buio anche la mattina. La zona intorno a Elmas è devastata. A San Sperate si contano 69 morti e ancora oggi qualcuno ricorda quell’alluvione come “s’unda manna”. Duecento morti in tutto il territorio colpito.
Con sistematica periodicità i nostri autunni sono segnati da alluvioni e lutti. Si contano, negli ultimi due secoli, circa quaranta di eventi catastrofici, concentrati nei mesi di ottobre e novembre, spesso preceduti da siccità, alle volte da invasioni di cavallette e seguiti da epidemie di colera.
Anche in tempi recenti, nel 1946, nella notte tra il 26 e il 27 ottobre, sempre nella solita zona, Elmas, Sestu, Assemini, ci furono 46 vittime dell’acqua, soprattutto anziani e bambini.
Poi iniziano gli anni della ricostruzione post bellica. Poi, ancora, arrivano gli anni del boom economico, i terribili anni sessanta.
Questo sommario smentisce gli sconsiderati sostenitori dell’imprevedibilità del clima nostrano che invece manifesta una puntualità ossessiva. Qualche sfacciato ha perfino proclamato che un evento come quello del 22 novembre si ripete, secondo un calcolo creativo, ogni 20.000 anni. E invece tutto si replica identico. Da due secoli subiamo un’alluvione memorabile ogni 5 anni.
L’imprevedibilità è la scusa degli sventati.
Le alluvioni continuano negli stessi luoghi però con qualche novità perché, nel frattempo, noi abbiamo radicalmente mutato il paesaggio con un’accelerazione ed uno sperpero dei suoli mai visti prima.
Certo, qualcosa è stata fatta dai 200 morti del 1892. E a San Sperate il rischio è stato mitigato. Pirri si allaga ancora sistematicamente, l’onda travolge le auto, ma non ci sono vittime da molti anni. Assemini vive una situazione di incertezza angosciante però le perdite di vite umane sono diminuite. La protezione civile, il sistema dei soccorsi, gli allerta, la coscienza civica. Il progresso, insomma, porta con sé anche qualche vantaggio.
Capoterra appare, insana novità, nella lista dei disastri a partire dagli anni sessanta.
Perché?
Beh, sino a quell’epoca il paese non aveva costruzioni intorno. L’acqua che proveniva dal monte defluiva a valle senza ostacoli.
Ma negli anni ‘60 il Comune affida il piano regolatore a un ingegnere, un caposcuola, lo stesso che ha concorso, carte e bolli in regola, a deturpare per sempre Chia. L’ingegnere si commosse per le campagne bellissime intorno a Capoterra. Le vide. Subito le immaginò costruite e abitate da famiglie lottizzate e felici. Fu l’inizio di una gara. Da allora ingegneri, architetti, geometri e impresari si sono moltiplicati come batteri. E come gli indiani non avevano previsto l’uomo bianco nella loro terra noi non avevamo previsto i lottizzatori nella nostra.
Capoterra diventa il crocevia di nuovi interessi e nel suo territorio crescono a dismisura le Lottizzazioni, del tutto estranee al paese, i cui inquilini apolidi non si considerano neppure capoterresi. I residenti di Poggio dei Pini si identificano con comicità come “poggini”.
E non solo Capoterra fa il suo cupo ingresso tra i paesi con vocazione al disastro ma i suoi abitanti tanto si appassionano alle concessioni edilizie che ravvivano il paese con la polvere pirica e dedicano bombe a chi chiede regole. Uno stato primordiale di illegalità.
Oggi.
A Frutti d’Oro, contrabbandato come il giardino delle Esperidi, spalano fango dalle case. A Su Loi, a Su Spantu, nome che annuncia sventura, soffrono ancora. A Poggio dei Pini il ponte spezzato, gli alberi divelti, i muraglioni di cemento crollati, ricordano, ai fautori dello sviluppo malformato, la forza delle acque.
Noi abbiamo costantemente criticato certi nostri sindaci, certe autonomie locali e certe imprese che hanno avvilito e abbruttito senza speranza il territorio. Ora, dopo il disastro del 22 ottobre, viene alla mente una riflessione che estende la colpa a chi ha scelto di vivere in quei luoghi.
L’azione di comprare e, soprattutto, abitare una casa dovrebbe essere una delle azioni più ponderate della nostra esistenza.
Ebbene, chissà - ce lo chiediamo mentre guardiamo una piana fangosa con le abitazioni sommerse - cosa è passato nella testa di chi ha comprato casa alla foce del rio San Girolamo. Villette costruite in un sito dove anche un ciuccio avrebbe potuto immaginare una vita a rischio o impossibile. Edificate e vendute a inquilini creduloni.
Dicono che i nulla osta di certe lottizzazioni risalgono agli anni ‘70. Miserabile giustificazione. Come se all’epoca fosse stato tutto permesso e non fossero esistite leggi. Come se il rischio idrogeologico e le leggi per evitarlo non fossero mai esistiti.
Gli speculatori, indifferenti ai cinque morti dell’alluvione, raccontano ancora la bugia che costruire è necessario perché Cagliari non ha più case mentre, cifre ufficiali, la città possiede 8000 appartamenti vuoti che corrispondono a circa 25.000 abitanti in meno. Che costruire è necessario mentre tutti sanno dell’eccesso di abitazioni rispetto agli abitanti in diminuzione. Pubblicizzano “città del futuro” fasulle e consegnano case a coppie indebitate e infelici. La pubblicità di un incubo.
Dopo il disastro e i cinque morti del 22 ottobre il Governo regionale ferma i progetti a Capoterra. Poggio dei Pini e i cosiddetti “poggini” insorgono.
Ma la cooperativa di Poggio dei Pini non è una comune cooperativa. E’ controllata nientemeno che da un consiglio d’amministrazione. Non ci sono insalubri riunioni di condominio ma, peggio ancora, c’è un’associazione di affari che vorrebbe un milione di metri cubi sul Poggio, l’equivalente di una delle torri gemelle, l’equivalente di un intero paese di qualche migliaio di abitanti. Una mostruosità.
La Regione blocca la nuova lottizzazione e il cinico consiglio d’amministrazione ricorre sfrontatamente al Tribunale amministrativo. Muoiono cinque persone per l’eccesso di costruito e i lottizzatori ricorrono ai giudici per costruire ancora. Il mondo è davvero uscito dai cardini.
Ancora ingegneri che imbandiscono piani nei quali, anziché prevedere la distruzione di orride case e villette, propongono altri metri cubi, supermercati superflui, “centri di aggregazione” che si disgregheranno con la pioggia, scuole subacquee, outlet (chissà cosa sono), strade, ponti sempre più grandi.
E creeranno, questo è certo, le premesse per disastri più grandi dei loro ponti.
Pubblicato anche su La nuova Sardegna, 31 dicembre 2008
Vedi qui altri articoli su eddyburg.it a proposito di Capoterra
L'Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, ha definito Beppino Englaro "un boia". Credo che debba partire da qui, da un insulto atroce, il colloquio con Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale.
Beppino Englaro, "un boia"?"
In un caso controverso dove sono in gioco dati della vita così legati alla tragicità della condizione umana è fuori luogo usare un linguaggio violento, così impietoso, così incontrollato, così ingiusto. Non ho ascoltato, sul versante opposto, che vi sia chi ragiona dell'esistenza di un "partito della crudeltà" opposto a "un partito della pietà". Credo che in vicende così dolorose debbano trovare espressione parole più adeguate e controllate, più cristiane".
E tuttavia, presidente, i toni accusatori, le accuse così aggressive e definitive sembrano indicare che cosa è in gioco o a contrasto nel caso di Eluana Englaro. I valori contro i principi, la verità contro il dubbio. Questioni da sempre aperte nelle riflessioni dei dotti che avevano trovato, per così dire, una sistemazione condivisa nella Costituzione italiana. Che cosa è accaduto? Perché quell'equilibrio viene oggi messo di nuovo in discussione dopo appena sessant'anni?
"Le posizioni in tema di etica possono essere prese in due modi. In nome della verità e del dogma, con regole generali e astratte; oppure in nome della carità e della com-passione, con atteggiamenti e comportamenti concreti. Nella Chiesa cattolica, ovviamente, ci sono entrambe queste posizioni. Nelle piccole cerchie, prevale la carità; nelle grandi, la verità. Quando le prime comunità cristiane erano costituite da esseri umani in rapporto gli uni con gli altri, la carità del Cristo informava i loro rapporti. La "verità" cristiana non è una dottrina, una filosofia, una ideologia. Lo è diventata dopo. Gesù di Nazareth dice: io sono la verità. La verità non è il dogma, è un atteggiamento vitale. Quando la Chiesa è diventata una grande organizzazione, un'organizzazione "cattolica" che governa esseri umani senza entrare in contatto con loro, con la loro particolare, individuale esperienza umana, ha avuto la necessità di parlare in generale e in astratto. È diventata, - cosa in origine del tutto impensabile - una istituzione giuridica che, per far valere la sua "verità", ha bisogno di autorità e l'autorità si esercita in leggi: leggi che possono entrare in conflitto con quelle che si dà la società. Chi pensa e crede diversamente, può solo piegarsi o opporsi. Un terreno d'incontro non esiste. ".
Che ne sarà allora dell'invito del capo dello Stato a una "riflessione comune" ora che il parlamento affronterà la discussione sulle legge di "fine vita"?
" Una legge comune è possibile solo se si abbandonano i dogmi, se si affrontano i problemi non brandendo quella verità che consente a qualcuno di parlare di "omicidio" e "boia", ma in una prospettiva di carità. La carità è una virtù umana, che trascende di gran lunga le divisioni delle ideologie e dei credi religiosi o filosofici. La carità non ha bisogno né di potere, né di dogmi, né di condanne, ma si nutre di libertà e responsabilità. Dico la stessa cosa in altro modo: un approdo comune sarà possibile soltanto se prevarrà l'amore cristiano contro la verità cattolica".
Lo ritiene possibile?
"Giovanni Botero nella sua Della Ragione di Stato del 1589 scriveva, a proposito dei Modi di propagandar la religione: "Tra tutte le leggi, non ve n'è alcuna più favorevole a' Prencipi, che la Christiana: perché questa sottomette loro, non solamente i corpi e le facoltà de'sudditi, dove conviene, ma gli animi ancora; e lega non solamente le mani, ma gli affetti ancora e i pensieri". Botero era uomo della controriforma. Purtroppo, c'è chi pensa ancora così, tra i nostri moderni "prencipi". Essi potrebbero far loro il motto di un discepolo di Botero che scriveva: "questa è la ragion di stato, fratel mio, obbedire alla Chiesa cattolica". Ora, se l'obbedienza alla Chiesa cattolica è la ragion di stato, è chiaro che i laici non troveranno mai un approdo comune con costoro.
Dobbiamo allora credere che il conflitto di oggi tra mondo laico e mondo cattolico, che ha accompagnato il calvario di Eluana, segnali soprattutto la fine della riflessione del Concilio Vaticano II e, per quel che ci riguarda, la crisi di quella "disposizione costituzionale" che è consistita, per lo Stato, nel principio di laicità contenuto nella Costituzione, e per la Chiesa nella distinzione tra religione e politica?
"Il Concilio Vaticano II ha rovesciato la tradizione della Chiesa come potere alleato dello Stato, ha voluto liberarla da questo legame tutt'altro che evangelico. Non si propose di proteggere o conservare i suoi privilegi, ancorché legittimamente ricevuti, e invitò i cattolici a un impegno responsabile nella società, uomini con gli altri uomini, con la fiducia riposta nel libero esercizio delle virtù cristiane e nell'incontro con gli "uomini di buona volontà", senza distinzione di fedi. Fu "religione delle persone" e non surrogato di una religione civile. Il cattolicesimo-religione civile sembra invece, oggi, essere assai gradito per i vantaggi immediati che possono derivare sia agli uomini di Chiesa che a quelli di Stato".
Ieri mentre finiva l'esistenza di Eluana Englaro e il Paese era scosso dalle emozioni, dalla pietà e, sì, anche da una rabbia cieca, dieci milioni di italiani hanno voluto vedere il Grande Fratello. E' difficile non osservare che l'artefice della macchina spettacolare televisiva del reality e di ogni altra fantasmagorica vacuità - capace di distruggere ogni identità reale, alienare il linguaggio, espropriarci di ciò che ci è comune, di separare gli uomini da se stessi e da ciò che li unisce - è lo stesso leader politico che pretende di dire e agire in nome dell'Umanità, della Vita, addirittura della Verità e della Parola di Dio. Le appare più tragico o grottesco, questo paradosso? Come spiegarsi la dissoluzione di ogni senso critico dinanzi a questo falso indiscutibile?
"Non è questo il solo paradosso. Non è la sola contraddizione che si può cogliere in questa vicenda. Il mondo cattolico enfatizza spesso il valore della dimensione comunitaria della vita, soprattutto nella famiglia. E' la convinzione che induce la Chiesa a invocare a gran voce la cosiddetta sussidiarietà: lo Stato intervenga soltanto quando non esistono strutture sociali che possono svolgere beneficamente la loro funzione. Mi chiedo perché, quando la responsabilità, la presenza calda e diretta della famiglia, nelle tragiche circostanze vissute dalla famiglia Englaro, dovrebbero ricevere il più grande riconoscimento, la Chiesa - con una contraddizione patente - chiude alla famiglia e invoca l'intervento dello Stato; alla com-passione di chi è direttamente coinvolto in quella tragedia, preferisce i diktat della legge, dei tribunali, dei carabinieri. Sia chiaro: lo Stato deve vigilare contro gli abusi - proprio per evitare il rischio espresso dal presidente del consiglio con l'espressione, in concreto priva di compassione, "togliersi un fastidio" - ma osservo come la legge che la Chiesa chiede assorbe nella dimensione statale tutte le decisioni etiche coinvolte: questo è il contrario della sussidiarietà e assomiglia molto allo Stato etico, allo Stato totalitario".
Lei è il primo firmatario di un appello che ha per titolo Rompiamo il silenzio. Vi si legge che "la democrazia è in bilico". Le chiedo: può una democrazia fragile, in bilico appunto, reggere l'urto coordinato di un potere politico invasivo e senza contrappesi e di un potere religioso che agita come una spada la verità?
"Oggi la politica è succuba della Chiesa, ma domani potrebbe accadere l'opposto. Se la politica è diventata - come mi pare - mezzo al solo fine del potere, potere per il potere, attenzione per la Chiesa! Essa, la Chiesa del dogma e della verità, può essere un alleato di un potere che oggi ha bisogno, strumentalmente, di legittimazione morale. Il compromesso convince i due poteri a cooperare. Ma domani? Il potere dell'uno, rafforzato e soddisfatto, potrebbe fare a meno dell'altra.".
Qual è l'obiettivo del suo appello?
"'Rompiamo il silenziò è già stato sottoscritto da centosessantamila cittadini. È la dimostrazione che, per fortuna, la nostra società non è un corpo informe, conserva capacità di reazione. L'appello ha tre ragioni. E' uno sfogo liberatorio, innanzitutto: devo dire a qualcuno che non sono d'accordo. E' poi un autorappresentarsi non come singoli, ma come comunità di persone. Il terzo obiettivo è rendersi consapevoli, voler guardare le cose non in dettagli separati, è un volersi raffigurare un quadro. A volte abbiamo la tendenza a evitare di guardare le cose nel loro insieme. E' quasi un istinto di sopravvivenza distogliere lo sguardo dalla disgrazia che ci può capitare. L'appello prende posizione. Si accontenta di questo. Se mi chiede come e dove diventerà concreta questa presa di coscienza, le rispondo che ognuno ha i suoi spazi, il lavoro, la scuola, il partito, il voto. Faccia quel che deve, quel che crede debba essere fatto per sconfiggere la rassegnazione".
Leggendo i giornali dei giorni passati, ho avuto la netta sensazione che Roma fosse stata colpita da un grave calamità: eppure non posso dire di avere avvertito sismi capaci di gravi distruzioni, né ho notizia di una grave inondazione delle zone basse della città, una triste realtà che per secoli ha segnato la vita di quei romani che abitavano Trastevere e il Campo Marzio, prima che venissero eretti i muraglioni del Tevere, una delle prime Grandi Opere del Regno per Roma Capitale (anche allora!) , fermamente voluta da Giuseppe Garibaldi.
Ho faticato un po’ per darmi una spiegazione del fatto che Bertolaso, sottosegretario di Stato alla Protezione Civile, ossia la persona alla quale il Governo di norma affida pezzi di territorio nazionale travolti da gravi emergenze naturali, perché provveda a salvare persone e cose e organizzi soccorsi, sia stato nominato Commissario per l’archeologia, con un simpatico codazzo di consiglieri scientifici di estrazione accademica, che, come sanno fare solo gli italiani, sono corsi in aiuto del vincitore. Mi è sembrato poi di capire che a lui e alla sua comprovata esperienza anche in fatto di situazioni fuori dal normale si intenderebbe affidare un evento, il cui solo riscontro nella storia è la caduta del Muro di Berlino: l’abbattimento del muro che separa il Foro Romano dai Fori Imperiali, il primo da sempre affidato alla tutela della Soprintendenza Archeologica di Roma, e i secondi gestiti invece dalla Soprintendenza del Comune, il tutto in vista di una circostanza epocale, l’unificazione dell’amministrazione dell’immenso patrimonio archeologico del Centro storico di Roma.
Ho celiato un po’ sul senso di ridicolo che suscita in chiunque la chiamata dell’Uomo delle Emergenze Calamitose al solo scopo di permettere che una sola persona gestisca un patrimonio, quello archeologico di Roma, diviso tra Stato ed Ente Locale in forza di una tradizione amministrativa non sempre chiara e non sempre ripartita in base a criteri logici e di efficienza, ma che per un secolo ha bene o male funzionato. I funzionari delle Soprintendenze archeologiche di Stato, di Roma e di Ostia (due sono le Soprintendenze che tutelano il patrimonio della Roma dei Cesari e del suo suburbio), hanno dichiarato di paventare dirizzoni della politica del Ministero per i Beni e le Attività Culturali in senso privatistico e si sono posti in stato di agitazione. E’ difficile non condividere le preoccupazioni dei colleghi delle Soprintendenze soprattutto di fronte ad un ennesima prova della sfiducia degli organi di governo nei confronti di un servizio, quello loro, e di un’amministrazione, che proprio in questi giorni sta celebrando il centenario della prima legge di tutela con una bella e malinconica mostra al Colosseo. Ma, per quanto l’ansia di privatizzare tutto possa agitare i sonni dei ministri del governo Berlusconi (e questo sicuramente accade, come si è potuto chiaramente dedurre dal suggerimento di affidare le università a fondazioni), il principale motivo di preoccupazione di quanti sono pensosi del destino delle nostre antichità consiste non tanto nello spettro di una deriva privatistica, dal momento che sappiamo bene che al privato interessano solo quei pezzi di Stato che conviene sfruttare sul piano economico (e dei beni culturali si sa ce n’è pochini di convenienti), quanto piuttosto nel demone decisionista che rappresenta uno dei chiodi fissi del Cavaliere, come si deduce agevolmente dai suoi continui ricorsi al voto di fiducia, pur in presenza di una maggioranza parlamentare schiacciante.
Siamo di fronte ad una vera e propria bulimia di militarizzazioni e di commissariamenti da parte della destra al governo, che nel campo dei Beni Culturali e in particolare di quelli archeologici non sembra avere limiti: si è commissariato Pompei per motivi di «ordine pubblico», si è già prima ancora di Bertolaso commissariata Roma e Napoli nella persona del direttore generale del Ministero Cecchi con il compito di «coordinare i lavori delle due metropolitane», ora si torna a commissariare Roma per motivi francamente poco comprensibili. In qualche caso, come quello destinato alle metropolitane, la presenza di un commissario può avere una sua utilità, ma non sempre è così. Ad esempio, il prefetto al quale è stato affidato il commissariamento di Pompei si è già prodotto in episodi di danneggiamento del patrimonio archeologico: volendo a tutti i costi approntare un ristorante per gli scavi da allocare nel borbonico Casino delle Aquile, il commissario ha liberato in maniera spicciativa l’edificio di quanto era in esso contenuto, ivi compresi i frammenti di un soffitto dipinto romano che attendevano di essere restaurati. Com’è noto, in campo archeologico la fretta è una cattiva consigliera e quest’ansia di bonapartistico decisionismo ci preoccupa non poco.
E infatti la nomina di tutti questi commissari viene ad aggiungersi ad altri segnali poco incoraggianti, come il trasferimento al Comune di Roma di tutti i monumenti archeologici della città tentato (e non riuscito) con la solita legge finanziaria; ma come dimenticare la nomina del manager della MacDonald a Superdirigente delle Mostre, al quale anche, ohimé, veniva data la potestà di avviare la libera circolazione dei beni archeologici, sognata dagli antiquari e chiodo fisso dell’on. le Carlucci di Forza Italia, che ne ha fatto reiterati disegni di legge, per ora fortunatamente solo disegni e non leggi dello Stato. A ben veder si tratta di tentativi che delineano un progetto di svuotamento del servizio di tutela dello Stato, da affidare a pochissime persone, solo occasionalmente di formazione tecnica, magari molto ossequenti, e di dare finalmente mano libera agli antiquari e alla speculazione edilizia. Amen.
Una persona, un paese
Claudio Magris- Corriere della Sera
Nel caso di Eluana Englaro gli avvoltoi, che di solito si gettano sui morti, si sono accaniti su una persona viva ancorché morente; il tragico, irresolubile problema di quando smettere di difendere la vita di un individuo è stato empiamente usato per un disegno di sovversione politica, inteso a colpire — ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere — le regole dello Stato di diritto, doverosamente difese dal presidente della Repubblica, uno dei cui principi fondamentali è che l'esecutivo non può modificare o annullare con decreti quanto è stato deciso in via definitiva da un tribunale, si apprezzi o meno la sentenza. In tal modo si lede scandalosamente quella divisione di poteri su cui si fonda ogni democrazia liberale.
Il problema, esemplificato dal caso di Eluana Englaro ma che coinvolge tante altre persone il cui dramma passa sotto silenzio, è tragico. A differenza dalla sua fase iniziale, in quella finale la vita non conosce un punto preciso in cui essa possa considerarsi conclusa; si sa quando si abortisce, quando si interrompe la vita di un individuo, ma non si sa quando sia lecito o pietoso staccargli la spina. Non è un criterio la qualità della vita, che può essere valutata solo dall'interessato, l'unico autorizzato a decidere sulla propria vita e sulla propria morte e ad uscire di scena quando crede, come facevano con serenità gli antichi, condizionato solo dalla sua eventuale responsabilità verso altre persone. Non è certo un criterio il lasciare libero corso alla natura, la quale produce pure lo tsunami e le epidemie, alle cui vittime dobbiamo prestare soccorso. La Chiesa se la cava condannando l'accanimento terapeutico, concetto in sé vago, perché non si sa quando esso inizi; di per sé, ogni lotta contro la morte è accanimento terapeutico e guai se non fosse così, perché il primo dovere è quello di difendere ogni individuo.
In assenza di un'esplicita volontà espressa — il testamento biologico, in questo senso, è un fondamentale aiuto per affrontare il problema — ci si può affidare solo a un vago e sempre fallibile buon senso, che nel caso di Eluana Englaro sembra indicare come fosse tragicamente comprensibile lasciarla morire. Ossia aiutarla a morire, perché in questo campo non sono lecite ipocrisie: togliere cibo o altre sostanze necessarie per vivere significa togliere la vita; pure chi, seguendo la Chiesa che condanna l'accanimento terapeutico, smette di fornire al paziente le cure per la sua sopravvivenza deve sapere che egli lo abbandona alla morte e in certo senso gli dà la morte, perché ritiene sia, in quella circostanza, la cosa meno inumana. Naturalmente il buon senso — che non è né la morale, né la scienza, né la fede, né la politica, bensì un umanissimo, prezioso ma talora pure pericoloso e pasticcione stato d'animo — può sbagliare e in questo caso lo sbaglio è tragico.
Ma questo buon senso è, almeno per ora, l'unica precaria frontiera lungo la quale muoversi, perché altrimenti si cade in astrattezze ideologiche o in una truce concezione eutanasica dell'esistenza intera, la quale si arroga il diritto di stabilire il criterio della qualità della vita e il diritto di vita e di morte.
Conosco uomini e donne che da anni continuano a vivere con persone amate ridotte a una condizione che impedisce loro ogni reazione e ogni comunicazione, ma non impedisce una misteriosa e concreta comunicazione affettiva; per usare una vecchia parola — la più antica, difficile del mondo, direbbe Saba — l'amore.
Ora Eluana Englaro è in quella grande oscurità che, diceva il teologo gesuita Karl Rahner, è l'incomprensibile mano di Dio che raccoglie ogni destino; oscurità la quale non è forse meno importante della vita che va amata e protetta ma non idolatrata. Restano le ferite che la sua morte ha inferto a chi l'ama e quelle che l'indecente attacco, in suo nome, ai principi elementari dello Stato, ha inferto al Paese, alla qualità della vita di tutti.
Anche un Paese può essere costretto a fare testamento.
La morte e la politica
Ezio Mauro – la Repubblica
Il nuovo Calvario su cui è salita Eluana Englaro e dove è morta ieri sera, è questa fine tutta politica, usata, strumentalizzata, quasi annullata nella riduzione a puro simbolo e pretesto feroce di una battaglia di potere che è appena incominciata e nell’usurpazione del suo nome segnerà la nostra epoca.
Il vero sgomento è nel dover parlare di queste cose, davanti alla morte di Eluana. Bisognerebbe soltanto tacere, riflettere su quell’avventura umana, sulla tragedia di una ragazza diventata donna adulta nella perenne incoscienza del suo letto d’ospedale, su quelle vecchie fotografie piene di vita e di bellezza rovesciate nella costrizione immobile di un’esistenza minima, inconsapevole. Voleva vivere, quel corpo che respirava? O se avesse potuto esprimersi, avrebbe ripetuto la vecchia idea di volersene andare, come aveva detto da ragazza Eluana a suo padre, molti anni fa, quando poteva parlare e pensare?
È la domanda che si fa ognuno di noi, quando è accanto ad un malato che non può più guarire, in un ospedale o in una clinica. È un’angoscia fatta di carezze e interrogativi, dopo che le speranze si sono tutte dissolte. Di giuramenti eroici - fino alla fine, pur di poterti ancora vedere, toccare, pur di immaginare che senti almeno il tepore del sole, che stringi una mano, e non importa se nei riflessi automatici dell´incoscienza. Ma è un’angoscia fatta anche di domande sul futuro, che si scacciano ma tornano: fino a quando? E come, attraverso quale percorso di sofferenza, di degenerazione, di smarrimento di sé? E alla fine, perché? C’è una vita da conservare, o in queste condizioni è un simulacro di vita, un’ostinazione, una costrizione? È per lei o è per noi che la teniamo viva?
Quegli atti inconsapevoli che in certe giornate rasserenano, e sono tutto – il respiro, naturalmente, un tremito di ciglia – altre volte sembrano una condanna meccanica, soprattutto inutile. Perché la vita è un bene in sé, ma deve pur servire a qualcosa, avere un senso.
Questo è stato per 17 anni il dramma di un padre. Accanto al letto della sua Eluana, lui è vivo, vede, ama, soffre, s’interroga, si dispera e ragiona. Diciassette anni sono lunghissimi, la speranza fa in tempo ad andarsene senza illusioni, c’è il realismo dei medici, l’evidenza quotidiana. Una figlia che ogni giorno si allontana dall’immagine della vita mentre resiste, ogni giorno è presente nel suo bisogno di assistenza ma non sente più l’amore, lo sconforto, la presenza. Nulla. È lontana e tuttavia respira, mentre il padre la guarda. Lui ricorda quel che la figlia voleva, quel che avrebbe voluto. Non so che cosa pensi, come arrivi alla decisione, se gli faccia paura l’idea di un futuro in cui lui potrebbe non esserci più, con la madre gravemente malata. Se ha ceduto, facendo la sua scelta, o se invece ha dovuto farsi forza. So che in quel padre, in questi 17 anni, si somma il massimo del dolore e dell’amore per Eluana. Questo non significa automaticamente che tutto ciò che lui decide sia giusto. Ma significa che lui ha un diritto, il diritto di raccogliere la volontà di un tempo di Eluana e di confrontarla con la sua volontà, com’è venuta maturando accanto a quel letto d’ospedale, in un percorso che lui solo conosce, e che nasce dal rapporto più intimo e più autentico di un uomo con sua figlia, nei momenti supremi.
Il padre potrebbe risolvere il problema nell’ombra, come fanno molti e come vogliono i Pilati italiani, pur di non vedere e di non sentire. Potrebbe cioè chiudere l’esistenza di Eluana nel moderno, silenzioso, neutro "rapporto" tra medico e familiare del paziente terminale. Bastano poche parole, poi un giorno uno sguardo d’intesa, un cenno del capo, e tutto finisce senza clamore. Ma quello del padre, in questo caso, non è "un problema". È la sua stessa esistenza, congiunta con quella di sua figlia, che non sanno come procedere e come sciogliersi. È una cosa infinitamente più grande di lui, che tutto lo pervade e lo domina, altro che "problema", altro che "rapporto" tra un medico e una famiglia, altro che scelte silenziose e sbrigative, purché nulla sia detto davvero, niente chiamato col suo nome. Ciò che molti dicono tragedia, in questi casi, quel padre la vive davvero, al punto da urlarla. Vuole che gli altri sappiano. Vuole che gli dicano se quel che fa è giusto o sbagliato. Lui ha deciso di chiedere allo Stato di lasciar andare Eluana. Chiede che lo Stato risponda, dunque si faccia carico, non se ne lavi le mani. Solo così, portata in pubblico, la tragedia di quella figlia servirà a qualcosa, a qualcuno, e quei 17 anni acquisteranno un senso per tutti, quasi un insegnamento. Non so se sia giusto o sbagliato. A me sembra un gesto d’amore, supremo, che nasce dal profondo di una desolazione e di un abbandono, perché l’una e l’altro non siano del tutto inutili, visto che già sono purtroppo inevitabili.
C’è qualcosa di più. Quel gesto verso lo Stato – violento: dimmi cosa devo fare, dimmi come posso fare, dimmi qualcosa, io sono solo ma resto cittadino e ho il diritto d’interpellarti – è un gesto che nasce dall’interno di una famiglia. Strano che nessuno lo abbia detto. Quel padre fa la spola tra una moglie malata gravissima e una figlia incosciente da un numero d’anni che non si possono nemmeno contare. Nessuno ha nemmeno il diritto, da fuori, di immaginare il suo tormento, il filo dei pensieri, la disperazione che deve tenere a bada mentre guida, mentre telefona, quando prova a dormire. Tra moglie e figlia, giorno dopo giorno, lui tiene insieme la sua famiglia. Ciò che resta, certo. Ma anche: ciò che è. Esiste forse una famiglia italiana, in questo 2009, più "famiglia" di questa? Lui parla con le sue due donne, ogni tanto con parole inutili, più spesso nella mente. Provano a ragionare insieme, è finzione, certo, ma è la cosa più vicina alla realtà, è l’unica possibile perché la famiglia esista non solo a livello fisico, delle due presenze malate in clinica con l’uomo lì accanto, ma anche a livello spirituale, come comunione possibile: anni insieme, gioie, speranze, amore, abbracci, progetti, un modo di pensare, di sentire, un modo di essere comune. La decisione che il padre prende, la prende in nome della sua famiglia. Non per sé, per tutti. Fa spavento pensare a questo, e poi pensare al futuro, ma è l’unica verità possibile. L’unica cosa autentica.
Quella famiglia, a un certo punto, dice che l’esistenza di Eluana, così com’è ridotta, deve finire. Nessuno può sapere se nella sensibilità acutissima della sua solitudine tra le due donne il padre ha deciso così perché lo ritiene un ultimo gesto d´attenzione, una cura estrema e finale per quella figlia; oppure perché non ce la fa più. Se lui non ce la fa più, è la famiglia che si ferma, che non può andare oltre. Loro sono insieme: ancor più negli ultimi diciassette anni. L’unico modo per non prendere su di sé tutto il peso di questa decisione, per il padre è quello di decidere in pubblico. Come se questo Paese fosse in grado – ben al riparo dalla tragedia, naturalmente – non solo di compatire, come sa fare benissimo, soprattutto in televisione. Ma per una volta, di condividere.
Il padre si aspettava la discussione, la polemica, gli attacchi e anche gli insulti. Aveva scritto una lettera a "Repubblica", l’altro giorno, che poi ha voluto rinviare ancora. Chiedeva di attaccarlo liberamente, purché si accettasse di discutere davvero la grande questione del cosiddetto caso Englaro. Domandava soltanto di risparmiare la morbosità degli sguardi e delle curiosità sugli ultimi istanti di Eluana. Negli ospedali, diceva, nelle corsie, a un certo punto si tira una tenda per riparare il momento finale di chi sta morendo.
Quel che il padre non poteva prevedere, era l’altra morbosità, più feroce: quella della politica, della destra italiana. Prima l’inverosimile conferenza stampa di Berlusconi, che usava più di metà del tempo per attaccare il Capo dello Stato in nome della potestà suprema e incondizionata del governo, e quando parlava di Eluana – dopo aver detto di non volersi assumere la responsabilità della sua morte – arrivava a pronunciare frasi offensive: il "figlio" che la ragazza potrebbe avere, il "gravame" a cui il padre vorrebbe rinunciare. Poi l’attacco alla Costituzione, come se una tragedia fosse fondatrice del diritto. Infine, ieri, alla notizia della morte di Eluana, il peggio, qualcosa a cui non volevamo credere. Berlusconi che punta dritto sul presidente Napolitano come responsabile diretto della tragedia ("l’azione del governo per salvare una vita è stata resa impossibile"), un gesto di violenza politica senza precedenti in democrazia, nel linguaggio tipico dei regimi contro i dissenzienti, quando si mescola politica e criminalità. Subito seguito dall’amplificazione di personaggi minori e terribili, come Quagliarello che parla di "assassinio", Gasparri che minaccia dicendo quanto pesino "le firme messe e non messe". Borghezio che chiama in causa i "dottor morte" colpevoli di "omicidio di Stato", anche da "altissime cariche istituzionali".
È miserabile sfruttare una morte per trarne un vantaggio politico. È vergognoso trascinare il Capo dello Stato sul terreno della vita e della morte per aver esercitato i suoi doveri di custode della Costituzione. È umiliante assistere a questo degrado della politica. È preoccupante scoprire qual è la vera anima della destra italiana, feroce e crudele nella cupidigia di potere assoluto, incurante di ogni senso dello Stato, aliena rispetto alle istituzioni e allo spirito repubblicano, con l’eccezione ogni giorno più forte e più netta del presidente della Camera Fini.
Con la strumentalizzazione di una tragedia nazionale e familiare, e con gli echi cupi di chi tenta di trasformare la morte in politica, è iniziata ieri sera la fase più pericolosa della nostra storia recente per le sorti della Repubblica.
Sono sciacalli
Mariuccia Ciotta – il manifesto
Il silenzio di Eluana ha messo a tacere d'improvviso, alle 20,10, il feroce accanimento del governo sul suo corpo inerme. È stata Eluana a porre fine alla scomposta arroganza del «padrone della vita» pronto ad edificare su di lei un potere senza più limiti. Eluana ha sottratto se stessa, la sua presenza fantasmatica, all'aula del senato che ieri inscenava lo spettacolo della «corsa contro la morte», come se si dovesse fermare il boia. Mentre in gioco era la sua dignità di persona.
Il suo esodo ne avrebbe richiesto un altro, la rinuncia a continuare una partita cinica fatta in suo nome. E invece il silenzio è durato un solo minuto, poi la rissa, le urla della maggioranza, il grido «assassini, assassini». Il governo passa all'incasso, attacca il capo dello stato, l'opposizione, la magistratura. Berlusconi fa sapere «con profondo dolore» che gli hanno impedito di «salvare una vita». La macchina tritacarne non si ferma e il disegno di legge, che esproprierà ognuno dal diritto di difesa contro l'invasività della politica nella sua sfera più intima, andrà avanti.
L'opposizione che si apprestava ad andare divisa al voto, adesso è travolta da un esecutivo che pretende «nella memoria di Eluana», «perché il suo sacrificio non sia vano», di finire il lavoro. Neanche il Vaticano tace, «Che il Signore li perdoni», dopo aver alimentato il tifo tra chi ama e non ama, sostenuto l'operazione più strumentale di questo governo, esercitato una pressione sfrontata sulle istituzioni.
Il duetto del Pdl, «Non è morta, è stata ammazzata», e del papa, «È stato un delitto», risuona come un coro stonato, colonna sonora indecente sulle lacrime di Beppino Englaro, il padre che dice soltanto «Ho fatto tutto da solo, voglio finire da solo». E in questa solitudine vorremmo trovare un posto, essere lì con chi ancora considera l'umanità qualcosa da preservare, e che è fatta di affetti e di relazioni.
Preferiamo stare con lui, senza parole, e lasciare che gli sciacalli si accaniscano su un corpo di ragazza che non c'è più, inutilmente ancora crudeli, vittime di se stessi, mentre lei ci consegna un'eredità che nessuno potrà dissipare, l'idea della vita degna di essere vissuta.
Eluana, testimone del limite
Ida Dominijanni – il manifesto
Un occhio al parlamento contando i minuti dell'approvazione del disegno di legge di Berlusconi, un altro alla clinica di Udine contando i minuti restanti alla vita senza vita di Eluana Englaro. Un orecchio al dibattito politico, agli argomenti e agli emendamenti, alla conta dei voti, al calcolo dei sì dei no e delle assenze, un altro ai tassi di disidratazione, ai diagrammi della funzionalità renale, ai battiti cardiaci. Il paese non avrebbe potuto reggere per giorni a questa tensione schizofrenica senza collassare. Non ha retto Eluana, sottraendosi al cinico timing stabilito da Silvio Berlusconi per usare politicamente il suo corpo sofferente, gettarlo per una settimana in pasto all'immaginario collettivo e attribuirne la fine all'opposizione. Resta a noi adesso il compito di sottrarla allo sciacallaggio politico che il suo decesso non arresta: «Eluana non è morta, è stata ammazzata», parola del senatore Quagliariello, nel ruolo consueto del kamikaze di maggioranza. «Manteniamo l'iter previsto per il ddl, perché il sacrificio di Eluana non sia stato inutile», parola del presidente del senato Schifani, nel ruolo del sacerdote di una macabra messa nera.
Il minuto di silenzio osservato dalla camera e dal senato non silenzia lo spettacolo di degrado politico e istituzionale che questa vicenda ci consegna, né tacita i progetti eversivi di Silvio Berlusconi. E l'umana, troppo umana morte di Eluana, una giovane donna a cui, stando a come ce l'hanno raccontata, la vocazione sacrificale era del tutto estranea, non va eretta a sacrificio di nulla, e tantomeno di una legge sulla fine-vita che la maggioranza di governo, se avesse davvero voluto, avrebbe potuto e dovuto mettere all'ordine del giorno mesi fa. Va solo rispettata nella sua infinita tragicità, e serbata nella nostra coscienza a testimonianza di un troppo - un troppo di fondamentalismo, di strumentalità e di onnipotenza - che rischia di sfondare, ammesso cge non l'abbia già sfondato, il patto democratico.
Si sa che a contatto con le questioni della vita e della morte, e della crescita dei saperi sulla vita e sulla morte, ovunque la politica perde i suoi connotati classici, trapassando in un paradigma biopolitico che ne altera poteri, strategie e tattiche, muta i contorni della sovranità, minaccia la forma della legge e la certezza del diritto, alza le pretese di controllo e sorveglianza sull'esistenza degli individui e delle popolazioni. Ma quello che la cronaca minuta di questa trasformazione ci insegna è che essa avviene in modo turbolentissimo, resuscitando ideologie e fondamentalismi, ricorrendo a supplementi teologici e moralistici, incattivendo sovranità spodestate, svilendo diritti fondamentali e stracciando costituzioni. Che è precisamente il catalogo di quanto è accaduto in Italia sul caso Englaro, all'apice di quanto era già avvenuto su altre scottanti materie bioetiche. Dalla mistica dell'embrione dispiegata sulla legge sulla procreazione assistita e sulla proposta di «moratoria» dell'aborto al miracolistico slogan «salviamo una vita» di questi giorni, la palla di neve del fondamentalismo teo-con non ha fatto che ingrossarsi, perseguendo due obiettivi connessi e concomitanti.
Primo, la riduzione della vita a una concezione biologistico-creaturale, astratta dai contesti relazionali e linguistici che fanno della vita una vita umana. Secondo, la riconduzione di una vita siffatta sotto il dominio del politico e sotto le pretese regolative della legge. E' il carattere relazionale dell'esistenza, dato ontologico ineliminabile della costituzione dell'umano, nonché bussola prima di orientamento etico delle vite reali, a farne le spese, che si tratti della relazione primaria del concepito con la madre all'inizio della vita o delle relazioni di cura e affidamento alla fine della vita. La macabra uscita di Berlusconi sulle possibilità di procreare di Eluana è lì a testimoniare questo filo sottile che lega i deliri di onnipotenza del biopotere sulla nascita e sulla morte: avocare a sé il corpo terminale di Eluana sottraendolo alla volontà del padre è del tutto in linea con la fantasia di un corpo di Eluana ingravidato, indipendentemente dal suo desiderio, dalla sua soggettività, dalla sua parola.
Non per caso è toccato ancora una volta a una donna, a un corpo femminile, incarnare e testimoniare tragicamente il limite a questo delirio di onnipotenza. Opportunamente, sul manifesto di sabato scorso, Eligio Resta ha evocato il mito di Antigone, figura del conflitto irriducibile fra la legge del sovrano e la legge delle relazioni familiari. Ma vale la pena di sottolineare in questo caso anche le differenze dal mito. Antigone parla, lotta, confligge con Creonte; Eluana non poteva parlare, né lottare né confliggere. Creonte incarna la legge dello stato, Berlusconi la destituisce e la distrugge. Muta e protetta nel suo mutismo obbligato dal silenzio materno, Eluana non avrebbe potuto smascherare meglio la fantasia virile del premier di appropriarsi di un corpo femminile finalmente tacitato. Silenziata da un destino crudele, Eluana resta testimone parlante di questo smascheramento, limite vivo e, questo sì, generativo alle velleità onnipotenti di una sovranità impazzita.
la Repubblica
L’arrembaggio alla Costituzione
di Andrea Manzella
Negli ultimi quindici anni, l’unica vera e grande sconfitta del centro-destra avvenne il 25 e il 26 giugno del 2006: quando il 61,7 per cento degli elettori bocciò il progetto di revisione costituzionale del terzo governo Berlusconi.
Uno scarto di voti che non si era mai verificato prima, non si verificherà mai dopo. Chi percorse l’Italia, meno di tre anni fa (non di tre secoli fa) ricorda la modestia di quella campagna per il «no»: passaparola, riunioni mai troppo affollate, partiti distratti. Vi era però anche una accorata partecipazione cittadina, l’attenzione di chi rischia di perdere la propria carta d’identità. Queste qualità si capirono poi, in quella data d’estate che sembrava proibitiva e senza vincolo di quorum: quando andò a votare invece il 53,6% dei cittadini iscritti.
Sarebbe bene che di quei giorni e di quei conti si ricordasse il presidente del Consiglio che dichiara oggi una seconda guerra contro la Costituzione. Momento e terreno sono stati scelti con il consueto istinto.
La strapotenza numerica parlamentare non vede flessioni di sondaggi. Il campo è quello vasto delle incertezze bioetiche. È in corso un lacerante dramma di coscienza popolare. Non c’è qui neppure l’ombra del pervasivo conflitto di interessi. Eppure, eppure.
Quando, com’è fatale, il casus belli si sarà allontanato e separato dal conflitto istituzionale di fondo. Quando le alleanze stipulate sulla tragedia di Udine rifiuteranno di estendersi ad un avventuroso disegno di potere senza garanzie. Quando questo, tra poco avverrà, riappariranno allora, con la loro forza impeditiva (al di là di quello che potrà fare l’opposizione parlamentare) le debolezze culturali ed etico-nazionali di un tale progetto di arrembaggio alla Costituzione. Vecchi e nuovi alleati obietteranno. Sarà chiaro a tutti che dal predellino di un’auto si possono cancellare vecchi partiti e inventarne uno nuovo. È più difficile cancellare una Costituzione e imporne una diversa.
Sarebbe bene però che di quelle giornate del giugno 2006 si ricordasse anche chi oggi ha il diritto-dovere dell’opposizione costituzionale (un aggettivo tradizionale che acquista ora una intensità di significato che non aveva prima). Non per cullarsi nell’illusione che alla fine avrà la meglio il radicamento popolare di istituzioni e libertà.
Nell’anno appena trascorso, il grande seminario popolare per i sessant’anni della Costituzione ci ha infatti detto, al di là della inevitabile retorica di certe celebrazioni, che abbiamo a che fare, nella vita politica e di ogni giorno, con una Costituzione problematica, con una Costituzione inquieta che chiede nuove letture: magari più radicali di nuove riscritture. Non è un testo che ci può fare addormentare tranquilli nel suo tran tran, nelle sue formule felici, ma è una «sentinella» che ci impone di stare svegli sui suoi principi e sui suoi equilibri: perché i pericoli sono cresciuti e le antiche difese si sono abbassate.
Ecco perché un’opposizione che voglia far fronte a questa nuova guerra, deve darsi una regola, un programma, un suo pensiero costituzionale, appunto. Che questo debba partire dalle garanzie è cosa da tempo evidente: non per impedire ma per consentire il «governo democratico» dello stato di eccezione permanente in cui viviamo. Di questo programma, di questo pensiero non si è vista finora traccia alcuna.
Da questo punto di vista, il presidente del Consiglio ha reso un servizio utile al paese. Rivelando il suo disegno punitivo della Costituzione, ha forse rotto le uova nel paniere di tanti suoi accorti negoziatori. Ma certo ha ridicolizzato quell’opposizione che, malata di cecità istituzionale, si accingeva a scambi ineguali, a patti leonini (con il leone), a cambiali in bianco.
Da oggi tutto si svolge in clima di grande chiarezza: dopo che il premier ha rovesciato il tavolo degli equivoci, la trattativa sulle regole può ricominciare. Ma da oggi peseranno - irreversibilmente: perché legate, per contrappasso, al ricordo irreversibile dell’attuale dramma - alcune cose.
La prima cosa è che il premier rifiuta la garanzia del capo dello Stato. La rifiuta nella forma riservata che era ormai consuetudine repubblicana (Luigi Einaudi, chiuso il suo mandato, aveva raccolto, nel 1956, quei suoi «pareri» in un libro famoso: «Lo scrittoio del presidente»). La rifiuta come controllo di legittimità preventiva sul più «pericoloso» dei poteri del governo: decreti per fare norme legislative che entrano in vigore, prima ancora che il Parlamento se ne possa occupare.
La seconda cosa è che il premier ritiene che con un atto normativo urgente di governo sia possibile impedire l’attuazione, su una vicenda umana, di sentenze definitive emesse da tre ordini di giudici (civili, amministrativi, costituzionali) sulla base di principi della Costituzione, dopo un «giusto processo» iniziato nel 1999. Senza che il legislatore sia in tutto questo tempo intervenuto.
La terza cosa è che il premier considera che il metodo naturale per governare sia quello per decreto. Il ruolo del Parlamento viene dopo, a norme fatte e a rapporti giuridici iniziati sulla loro base.
La quarta cosa è che il premier contesta la stessa legittimazione originaria della Costituzione, scritta «con la presenza di forze che hanno guardato alla Costituzione sovietica come a un modello». Certo: si tratta di una vecchia manipolazione, ricorrente come i «protocolli di Sion». Ed è inutile ricordare che l’influenza «sociale» dei cattolici e dei social-comunisti poté manifestarsi solo nei «compromessi» delle norme programmatiche della Costituzione: non certo sulle garanzie istituzionali. È inutile anche ricordare che quando la Costituzione fu votata, i social-comunisti erano già stati espulsi dal governo De Gasperi: e anzi era cominciata la loro esclusione «strutturale» dai governi del paese. È inutile pure ricordare che il 22 dicembre 1947 votarono per la Costituzione: Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, ma anche Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi; Giorgio La Pira ed Epicarmo Corbino; Aldo Moro ed Amintore Fanfani; Benedetto Croce e Giuseppe Dossetti. È inutile ricordare tutto questo perché sono cose scritte anche nel più elementare dei libri di scuola.
Se il premier preferisce invece la contrapposizione del non-vero è perché capisce che solo la collaudata tecnica propagandistica anticomunista può aiutarlo a tirar via dall’aria del paese un elemento, come la Costituzione, che vi è entrata quale fattore costitutivo e vissuto di cittadinanza: anche per chi non l’ha mai letta.
Ecco, con queste avvertenze, il dialogo può anche ripartire. Gli ultimi fatti italiani ci dicono, anzi, quanta misura di sicurezza istituzionale si debba ancora ricercare assieme.
repubblica.it
Lo tsunami costituzionale
di Stefano Rodotà
1) La turbolegge. Berlusconi vuole imporre in tre giorni una norma che cancella ogni traccia di divisione dei poteri, per impedire l'attuazione di un provvedimento giudiziario passato in giudicato e inventando un nuovo circuito istituzionale, che affida a un Parlamento incatenato il compito d'essere il killer dei giudici. Ma la strada scelta è, tecnicamente, non percorribile.
Nella relazione che accompagna il disegno di legge del Governo si sostiene che non siamo di fronte ad una sentenza passata in giudicato, perché i giudici non hanno accertato un diritto, ma si sono limitati ad integrare la volontà di un privato, quella di Eluana Englaro, con un semplice provvedimento di"volontaria giurisdizione". Non è così.
Quando la Cassazione ha ammesso il ricorso straordinario contro il decreto della Corte d'appello, che autorizzava la procedura di interruzione dei trattamenti, lo ha potuto fare proprio in considerazione del fatto che si trattava di un provvedimento relativo a diritti, che assume i caratteri del giudicato e che, quindi, detta una disciplina immutabile del diritto considerato. Ed è principio indiscutibile in tutti gli ordinamenti che la legge sopravvenuta non può influire sul diritto sul quale il magistrato si è pronunciato con un provvedimento passato in giudicato.
Il Governo tenta una ennesima forzatura, pericolosa e inutile. Pericolosa, perché insiste su una soluzione che, con rigore tecnico, era stata ritenuta non percorribile dal Presidente della Repubblica: si vuole, dunque, mantenere aperto il conflitto con Napolitano. Inutile, perché non sarà possibile intervenire in modo legittimo per bloccare l'attività già avviata di interruzione dei trattamenti sulla base di una legge su questo punto chiaramente incostituzionale.
Quali altri atti di forza, allora, si escogiteranno per espropriare i cittadini della possibilità di condurre "la lotta per il diritto" - è questo il titolo d'un classico del liberalismo ottocentesco, del giurista Rudolf von Jhering, che Benedetto Croce volle fosse ripubblicato negli anni del fascismo - e per impedire che possano avere ancora "giudici a Berlino"? Questa era l'orgogliosa sfida del mugnaio di Sans-Souci in presenza di Federico il Grande. Mugnai e giudici stanno perdendo diritto di cittadinanza in Italia?
2) L'inammissibile libertà. Dice il cardinale Ruini: "Preferisco parlare di una legge sulla fine della vita. La parola testamento implica infatti che si disponga di un oggetto, ma la vita non è un oggetto". Il mutamento linguistico, dunque, rivela un capovolgimento concettuale e politico. Per quante perplessità il ricorso al termine "testamento" possa suscitare dal punto di vista tecnico-giuridico, esso esprime bene il fine che si vuol raggiungere. Testamento biologico, testament de vie, living will ci parlano di un "atto personalissimo", in cui è sovrana la volontà dell'interessato.
Certo, la vita non è un oggetto, ma appartiene sicuramente alla sfera più intima dell'interessato che, com'è ormai chiaro, giuridicamente può disporne e ne dispone. Quando, invece, si parla di una legge sulla fine della vita, il legislatore non si fa signore della morte, perché questo è un evento naturale sul quale nessuno può intervenire. Si impadronisce del morire, che è vicenda umana, alla quale si pretende di imporre regole autoritarie, incuranti delle ragioni della coscienza di ciascuno.
La coscienza, allora, che in politica compare soprattutto come diritto al dissenso. Diritto già negato dal Presidente del Consiglio ai suoi ministri, che avrebbero potuto manifestarlo in quest'ultima vicenda solo dando contestualmente le dimissioni. E che i tempi imposti e la minaccia della fiducia negano anche ai parlamentari della maggioranza, perché il dissenso non è solo dire un sì o un no, ma la possibilità di argomentare, di discutere in quel foro democratico che continuiamo a chiamare Parlamento.
Il fatto che il diktat berlusconiano non si estenda direttamente ai parlamentari dell'opposizione non esclude che anche nei loro confronti si commetta un sopruso. Ma bisogna guardare più a fondo. Quando le decisioni legislative incidono direttamente sull'autonomia delle persone nel governare la loro vita, la libertà di coscienza non è solo quella dei parlamentari. La libertà di coscienza da tutelare è, in primo luogo, quella della persona che deve compiere le scelte di vita. Il problema, allora, non riguarda la libertà di coscienza di chi deve stabilire le regole: investe la legittimità stessa dell'intervento legislativo in forme tali da cancellare, o condizionare in maniera determinante, quelle scelte. Altrimenti si determina una asimmetria pericolosa: quando si affrontano i temi eticamente sensibili la libertà di coscienza dei legislatori può divenire massima, quella dei destinatari della norma minima.
3) Un "pieno" di diritto. Si è detto, e si continua a ripetere, che una legge è comunque necessara, perché bisogna colmare un pericoloso vuoto legislativo. Per l'ennesima volta invito a leggere la sentenza della Corte di Cassazione dell'ottobre 2007, la decisione centrale per il caso Englaro, che mostra rigorosamente come il diritto al rifiuto di cure, anche per il futuro, sia solidamente fondato su norme costituzionali, su convenzioni internazionali ratificate dall'Italia (non quella sui disabili, abusivamente richiamata nell'atto di indirizzo del ministro Sacconi), su articoli della legge sul servizio sanitario (e del codice civile, come quelli sull'amministrazione di sostegno per gli incapaci).
Siamo di fronte a un "pieno" di diritto, che si vuole "svuotare" con una mossa restauratrice, invece di integrarlo con poche, semplici norme che rendano più agevole e sicuro l'esercizio di un diritto che, lo ripeto, già esiste, non è un'inaccettabile creazione giurisprudenziale.
L'argomento del far west lo conosciamo e ha sempre prodotto danni, come dimostra tra l'altro la pessima legge sulla procreazione assistita, che davvero ha prodotto un far west legato ad un "turismo procreativo", che nasce da un proibizionismo cieco e rende più difficile la vita delle persone, delegittimando ai loro occhi una legge che sono obbligati ad aggirare.
Se la turbolegge passerà, ponendo le premesse per una normativa proibizionista sulla fine della vita, si daranno incentivi al turismo "eutanasico", alle pratiche clandestine già tanto diffuse. Verrà così santificata la doppia morale - fate, ma senza clamore e scandalo. E saranno sconfitti tutti quelli che vogliono rimanere nel solco della legalità e dello Stato di diritto, come ha dolorosamente voluto Beppino Englaro, un eroe civile al quale nessuno dedicherà un film come ha fatto la civilissima America per le storie di Erin Brockovich e Harvey Mills.
4) La Costituzione "sovietica". Con la nuova dottrina costituzionale del Presidente del Consiglio si precipita in un abisso culturale, in mare di contraddizioni. Non si accorge, il Presidente del Consiglio, del grottesco di una argomentazione che lamenta la debolezza dei suoi poteri costituzionali, e poi accusa la stessa costituzione d'aver preso a modello quella sovietica, che appartiene ad uno dei regimi più violentemente dittatoriali che la modernità abbia conosciuto? Sa che la Costituzione italiana ha inventato un modo nuovo di parlare dell'eguaglianza?
Che ha anticipato tutti gli sviluppi successivi su temi come quelli della salute o del paesaggio, all'epoca ignorati da tutti i grandi documenti costituzionali, la costituzione francese e quella tedesca, la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'Onu e la Convenzione europea dei diritti dell'uomo?
Sarebbe vano ricordare al Presidente del Consiglio la bella frase con la quale Piero Calamandrei descriveva la nostra come una "Costituzione presbite", dunque capace di guardare lontano e di inglobare il futuro. Risponderebbe senza esitazioni che Calamandrei era "un comunista". E sarebbe pure vano ricordargli che "i principi supremi" della Costituzione non possono essere modificati neppure con il procedimento di revisione costituzionale, e che tra questi principi supremi vi è proprio quello di laicità, perduto in questo clima di sottoposizione della Costituzione alla tutela vaticana. E che esiste un principio che impone al Governo di "coprire" il Presidente della Repubblica, sì che ci si doveva attendere una protesta ufficiale per la dichiarazione ufficiale vaticana di "delusione" per il comportamento di Giorgio Napolitano.
L'obiettivo è chiaro. Rompendo con la Costituzione, Berlusconi infrange il patto civile tra i cittadini e non ci porta verso una Terza o una Quarta Repubblica, ma verso un cambiamento di regime, ad una sovversione, ad una radicale sostituzione del governo della legge con quello degli uomini (Platone, non Stalin).
Ha colto nel segno Ezio Mauro quando ha parlato di una palese deriva bonapartista. Stiamo vivendo una vicenda che sta a metà tra "Napoleone il piccolo" (Victor Hugo) e "La resistibile ascesa di Arturo Ui" (Bertolt Brecht). Resistibile, Ma bisogna resistere davvero e subito o non vi sarà tempo per ripensamenti e pentimenti.
la Repubblica
Il veleno nichilista che anima il regime
di Gustavo Zagrebelsky
Viviamo un momento politico-costituzionale certamente particolare. Questo non è in discussione, sia presso i fautori, sia presso i detrattori del regime attuale. Non sarà fuori luogo precisare che, in questo contesto, la parola regime vale semplicemente a dire – secondo il significato neutro per cui si parla di regime liberale, democratico, autoritario, parlamentare, presidenziale, eccetera – "modo di reggimento politico" e non ha alcun significato valutativo, come ha invece quando ci si chiede, con intenti denigratori espliciti o impliciti, se in Italia c’è "il regime". Ma che tipo di regime? Questa è la domanda davvero interessante.
Alla certezza – viviamo in "un" regime che ha suoi caratteri particolari – non si accompagna però una definizione che dia risposta a quella domanda. Sfugge il carattere fondamentale, il "principio" o (secondo l’immagine di Montesquieu) il ressort, molla o energia spirituale che lo fa vivere secondo la sua essenza. Un concetto semplice, una definizione illuminante, una parola penetrante, sarebbero invece importanti per afferrarne l’intima natura e per prendere posizione.
Le definizioni, per la verità, non mancano, spesso fantasiose e suggestive. Anzi sovrabbondano, a dimostrazione che, forse, nessuna arriva al nocciolo, ma tutte gli girano intorno: autocrazia; signoria moderna; egoarchia; governo padronale o aziendale; dominio mediatico; grande seduzione; regime dell´unto del Signore; populismo o unzione del popolo; videocrazia; plutocrazia, governo demoscopico. Si potrebbe andare avanti. Si noterà che queste espressioni, a parte genericità ed esagerazioni, colgono (se li colgono) aspetti parziali e, soprattutto, sono legate a caratteri e proprietà personali di chi il regime attuale ha incarnato e tuttora incarna.
Ed è una visione riduttiva, come se si trattasse soltanto di un affare di persone; come se, cambiando le persone, potesse cambiare d’un tratto e del tutto la trama della politica. Invece, prassi, mentalità e costumi nuovi si sono introdotti partendo da lontano; sistemi di potere e metodi di governo sono stati istituiti. Un regime non nasce di colpo, va consolidandosi e forse andrà lontano. È un’illusione pensare che ciò che è stato ed è possa poi passare senza lasciare l´orma del suo piede. La questione che ci interroga è quella di cogliere con un concetto essenziale, comprensivo ed esplicativo di ciò che di oggettivo è venuto a stabilizzarsi e a sedimentare nella vita pubblica e che opera e opererà in noi, attorno a noi e, forse, contro di noi. Se, parlando di regime oggi, è inevitabile che il pensiero corra a ciò che si denomina genericamente "berlusconismo", dobbiamo tenere presente che qui non si tratta di vizi o virtù personali ma di una concezione generale del potere che si irraggia più in là.
Colpisce che tutti i tentativi per arrivare a cogliere un’essenza – giusti o sbagliati che siano – si fermino comunque ai mezzi: denaro, televisione, blandizie e minacce, corruzione, seduzione, confusione del pubblico nel privato e viceversa, impunità, sondaggi, eccetera. Ma tutto ciò in vista di quale fine? Proprio il fine dovrebbe essere ciò che qualifica l’essenza di un regime politico, ciò che gli dà senso e ne rende comprensibile la natura. Se non c’è un fine, è puro potere, potere per il potere, tautologia. Ma qui il fine, distinto dai mezzi, è introvabile.
A meno di credere a parole d’ordine tanto generiche da non significare nulla o da poter significare qualunque cosa – libertà, identità nazionale, difesa dell’Occidente, innovazione, sviluppo, o altre cose di questo genere – il fine non si vede affatto, forse perché non c’è. O, più precisamente, il fine c’è ma coincide con i mezzi: è proteggere e potenziare i mezzi. Una constatazione davvero sbalorditiva: un’aberrazione contro-natura, una volta che la politica sia intesa come rapporto tra mezzi e fini, rapporto necessario affinché il governo delle società sia dotato di senso e il potere e la sua pretesa d’essere riconosciuto come legittimo possano giustificarsi su qualcosa di diverso dallo stesso puro potere.
A parte forse l’autore della massima "il potere logora chi non ce l’ha", nessuno, nemmeno il Principe machiavelliano, ha mai attribuito al potere un valore in sé e per sé stesso. «Il fine giustifica i mezzi» è uno dei motti del machiavellismo politico; ma che succede se «i mezzi giustificano i mezzi»? È la crisi della ragion politica, o della politica tout court. È il trionfo della "ragione strumentale" nella politica. Siamo di fronte a qualcosa di incomprensibile, inafferrabile, incontrollabile, qualcosa all’occorrenza capace di tutto, come in effetti vediamo accadere sotto i nostri occhi: un giorno dialogo, un altro scomuniche; un giorno benevolenza, un altro minacce; un giorno legalità, un altro illegalità; ciò che è detto un giorno è contraddetto il giorno dopo. La coerenza non riguarda i fini ma i mezzi, cioè i mezzi come fini: si tratta di operare, non importa come e con quale coerenza, allo scopo di incrementare risorse, influenza, consenso.
Il politico adatto a questa corruzione della vita pubblica è l’uomo senza passato e senza radici, che sa spiegare le vele al vento del momento; oppure l’uomo che crede di avere un passato da dimenticare, anzi da rinnegare, per presentarsi anch’egli come uomo nuovo. È colui che proclama la fine delle distinzioni che obbligherebbero a stare o di qua o di là. Così, si può fingere di essere contemporaneamente di destra e di sinistra o di stare in un "centro" senza contorni; si può avere un’idea, ma anche un’altra contraria; ci si può presentare come imprenditori e operai; si può essere atei o agnostici ma dire che, comunque, "si è alla ricerca"; si può dare esempio pubblico della più ampia libertà nei rapporti sessuali e farsi paladini della famiglia fondata sul santo matrimonio; si può essere amico del nemico del proprio amico, eccetera, eccetera. Insomma: il "politico" di successo, in questo regime, è il profittatore, è l’uomo "di circostanza" in ogni senso dell’espressione, è colui che "crede" in tutto e nel suo contrario.
Questo tipo di politico conosce un solo criterio di legittimità del suo potere, lo stare a galla ed espandere la sua influenza. Il suo fallimento non sta nella mancata realizzazione di un qualche progetto politico. Se egli vive di potere che cresce, anche una piccola battuta d’arresto può essere l’inizio della sua fine. Non sarà più creduto. Per questo ogni indecisione, obbiettivo mancato o fallimento deve essere nascosto o mascherato e propagandato come un successo. La corruzione e la mistificazione della dura realtà dei fatti e della loro verità è nell’essenza di questo regime. Il rapporto col mondo esterno corre il rischio di essere "disturbato". L’uomo di potere, di questo tipo di potere, non vede di fronte a sé alcuna natura esterna, poiché diventa ai suoi occhi egli stesso natura (naturalmente, lo si sarà compreso, si sta parlando di "tipo ideale", cioè di un modello che, nella sua perfezione, esiste solo in teoria).
Abbiamo iniziato queste considerazioni col proposito di cercare una definizione che, in una parola, condensi tutto questo. L’abbiamo trovata? Forse sì. Non ci voleva tanto: nichilismo, inteso come trasformazione dei fatti e delle idee in nulla, scetticismo circa tutto ciò che supera l’ambito (sia esso pure un ambito smisurato) del proprio interesse. Chi conosce la storia di questo concetto sa di quale veleno, potenzialmente totalitario, esso abbia mostrato d’essere intriso. Ciò che, invece, si fa fatica a comprendere è come chi tuona tutti i giorni contro il famigerato "relativismo" non abbia nessun ritegno, addirittura, a tendergli la mano.
Anno 2009, il Veneto cambia pelle. Si guarda e non si riconosce, disfatto come una donna che abbia detto troppe volte sì. E allora si reinventa, e pensa che puntando verso il cielo potrà calpestare, e sotterrare agli occhi, ciò che negli ultimi decenni ha devastato. I suoi gioielli sono li, intatti: Treviso e Vicenza, o i borghi ai quali si arriva però pagando pegno e percorrendo strade mai sufficienti al traffico, attraversando selve di capannoni tra i quali sopravvivono, incredibili, case affiancate da collinette che hanno rappresentato il primo simbolo del benessere. Sono lì intatte Asolo (prediletta da Freya Stark, amata dalla Regina Madre), o Marostica: ma sono incastonate tra fabbriche e centri commerciali, tra insediamenti produttivi che fino a ieri marciavano a pieno ritmo e oggi hanno il fiato grosso. Il Veneto uscito dalla guerra con il fango alle caviglie, con la campagna che sembrava non avere mai fine, ha ricevuto in sorte di essere il cuore produttivo d`Italia; ben pochi i Brion, i Benetton - hanno avuto l’intelligenza di fare di una fabbrica un’opera d’arte contemporanea.
Decenni di produttività e benessere esagerati hanno lasciato cicatrici insanabili: capannoni a mangiarsi le campagne, e poi le casette dal disegno elementare per sottolineare i primi soldi, e adesso case su case tutte a schiera, tutte uguali in orrendi colori pastello, per accogliere i tanti stranieri chiamati a far marciare la grande locomotiva d’Europa. Oggi, mentre quelle case tutte uguali vivono la tragedia di famiglie strangolate da mutui che non potranno più pagare perché la crisi si è mangiata i posti di lavoro, lo spietato mercato del lusso detta le sue nuove leggi: si costruisca ancora, e meglio e sempre più in alto.
La crisi c’è, anche nel Veneto: ma è qui che, richiamati dalle capitali del mondo, arrivano i grandi architetti, mettono le loro firme su progetti verticali, promettono di cambiare, e lo cambieranno, lo skyline di questa parte del Nord-Est. E’ di Aurelio Galfetti, splendida nei suoi contrasti di rosso, la Torre del Net Center, diventata la porta di Padova per chi arriva da Est: un albergo, centri direzionali, uffici. Ambitissimi i più alti dei suoi 22 piani. Quasi poco, se passerà il progetto per l’area centralissima dell’ex gasometro: Boris Podrecca ci vede una torre che sfiora i cento metri, 140 mila metri cubi, il 70 per cento residenziale. Contrastato da Legambiente, ma sembra in dirittura d’arrivo; piccola sarà al confronto, con i suoi 10 piani, la Torre della Ricerca di Paolo Portoghesi, di fianco alla quale un altro grattacielo, progettato da Vittorio Gregotti accoglierà diverse realtà del mondo della ricerca scientifica (costo previsto: 120 milioni, 130 metri, 36 piani).
Mestre, da sempre concepita in altezza, ha una grande opportunità se vuole restare sulla scia. La città che nel suo panorama mette assieme il campanile di San Marco e la Fincantieri a Porto Marghera può occupare lo spazio in centro che fu dell’ospedale (ora trasferito in periferia a firma di un’altra archistar, Emilio Ambasz) con tre torri: progetto studio Glass, idea dell’architetto Giorgio Lombardi, scomparso due anni fa. Già vedeva avanti, a un Veneto proiettato sulle nuvole, quando aveva disegnato il progetto per il concorso: il complesso è pensato per centri commerciali, residenziali, direzionali.
Punta ai cento metri, anche se c’è chi vuole tagliarne 20.
Per Jesolo Lido, Kenzo Tange aveva firmato nel 1997 un master plan degno di Dubai, con otto torri. La prima, disegnata da Carlos Ferrater e chiamata Aquileia, arriva a 90 metri con le vele, a 73 con l’appartamento all`ultimo piano. Il complesso, in piazza Mazzini, è finito e i rogiti sono in corso. In piena recessione, il primo appartamento a essere venduto è stato naturalmente il più costoso, ultimo piano, esposizione fronte mare e vista San Marco: un milione di euro per 100 metri quadri, se l’è aggiudicato un imprenditore trevigiano che, per non sbagliare, si è comprato anche quello al piano di sotto, secondo in scala di valore. Salirà fino a 90 metri, in pineta, il grattacielo dei portoghesi Nunes e Birne.
Bassano del Grappa risponde con due torri frontali, di Paolo Portoghesi: ognuna, 60 metri. Italia Nostra è sicura che se ne possa fare a meno, l’associazione La Nostra Bassano ha fatto ricorso al Tar. E’ sempre Italia Nostra, ma questa volta con Legambiente, che contrasta a Verona lo spuntare di due giganti da cento metri al posto delle ex Cartiere: il consiglio comunale ha già approvato.
Il Festival delle Città Impresa, che nasce nel contesto culturale della rivista Nordesteuropa.it, quest’anno parlerà di sviluppo verticale per le città. Troppo lontano il grido del poeta Andrea Zanzotto, che si guardava intorno e si chiedeva «chi ci salverà dal cemento?». Erano solo tre, quattro anni fa; il Veneto, nel frattempo, ha già cambiato pelle.
Solo in apparenza c’è contraddizione fra l’enorme caduta di autorità manifestatasi ai vertici della Chiesa in occasione della riabilitazione dei vescovi lefebvriani e il potere non meno grande che il Vaticano ha esercitato, e sta esercitando, sul caso Englaro e sullo scontro tra istituzioni in Italia. Nel lungo periodo il primo caso finirà forse col pesare di più: i libri di storia racconteranno nei prossimi secoli quel che è accaduto nella Santa Sede, quando un Pontefice volle metter fine a uno scisma, tolse la scomunica ai vescovi di Lefebvre, e mostrò di non sapere bene quello che faceva. Mostrò di ignorare quel che la setta sostiene, e quel che un suo rappresentante, il vescovo Williamson, afferma sul genocidio nazista degli ebrei: genocidio che il vescovo nega ("gli uccisi non furono 6 milioni e non morirono in camere a gas") e che non giustificherebbe il senso di colpa della Germania. Un papa tedesco inconsapevole di quel che Williamson divulga da anni fa specialmente impressione.
I libri di storia racconteranno com’è avvenuto il ravvedimento, non appena il cancelliere Angela Merkel gli ha chiesto d’esser "più chiaro": i giornali tedeschi, impietosi, descrivono il suo cedimento alla politica, la sua caduta nel peccato (è un titolo della Süddeutsche Zeitung), la fine di un’infallibilità che è dogma della Chiesa dal 1870, per volontà di Pio IX.
Il rapporto con il caso Eluana c’è perché anche quando esercita poteri d’influenza sproporzionati, nei rapporti con lo Stato italiano, la Chiesa pare agire come per istinto, senza calcolare a fondo le conseguenze: interferisce nelle leggi del potere civile, sorvola su sentenze passate in giudicato, disturba gravemente lo scabro equilibrio fra Stato italiano e Vaticano. Difende l’idea che lo Stato debba essere etico, e che solo il Vaticano possa dire l’etica. Dopo essersi rivelato impotente di fronte al mondo - impotente al punto di "piegarsi" sulla questione lefebvriana - è come se il Vaticano si prendesse una rivincita locale in Italia, esibendo una forza che tuttavia è più apparente che reale. È apparente perché le questioni morali poste dalla Chiesa sono usate dai politici per scopi a essa estranei.
Nell’interferire, la Chiesa non mostra autorità né autentica forza di persuasione. Mostra di possedere quel che viene prima del potere di governo (prima di quello che nella Chiesa è chiamato donum regiminis, un carisma da coniugare col "dono della contemplazione"): esibisce pre-potenza. Proprio questo accadde nel 1870: il Papa stava perdendo il potere temporale, e per questo accampò l’infallibilità spirituale. La prepotenza ecclesiastica verso Eluana e verso chi dissente dalla riabilitazione dei vescovi sembra avere tratti comuni. Ambedue i gesti hanno radici nella superficialità, e in una sorta di volontaria, diffusa incoscienza. Riconciliandosi con la setta, non mettendo subito alcune condizioni irrinunciabili e accennando enigmaticamente a una "comunione non ancora piena", il Papa ha trascurato molte altre cose, sostenute nelle confraternite da decenni. Gli scismatici non si limitavano a dire la messa in latino, volgendo le spalle ai fedeli. Si opponevano con veemenza alle aperture del Concilio Vaticano II, e soprattutto alla dichiarazione di Paolo VI sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra Aetate, 1965). Totale resta la loro opposizione al dialogo con chi crede e pensa in modo diverso.
Granitica la convinzione, contro cui insorge la dichiarazione di Paolo VI, che gli ebrei non convertiti siano gli uccisori di Cristo. Nostra Aetate non parla solo dell’ecumenismo cristiano. Parla di tutti i monoteismi (Ebraismo, Islam) e anche di religione indù e di buddismo. Apre a altri modi di credere, non ritenendo che la Chiesa romana sia unica depositaria della verità e della morale. Rispondendo a Alain Elkann, monsignor Tissier de Mallerais della confraternita San Pio X dice: "Noi non cambiamo le nostre posizioni ma abbiamo intenzione di convertire Roma, cioè di portare il Vaticano verso le nostre posizioni" (La Stampa, 1-2-09). L’atteggiamento che la Chiesa ha verso l’autonomia dello Stato di diritto in Italia non è molto diverso, nella sostanza, da alcune idee lefebvriane. Il diritto e la Costituzione tengono insieme, per vocazione, etiche e individui diversi. Il dubbio su questioni di vita e morte è in ciascuna persona, e proprio per questo si fa parlare la legge e si separa lo Stato dalle chiese.
È quello che permette allo Stato di non essere Stato etico, dunque ideologico. Nell’ignorare la necessità di questi vincoli il Vaticano non si differenzia in fondo da Berlusconi, oscurando quel che invece li divide eticamente. L’interesse o la morale del principe contano per loro più della legge, della costituzione. Il particolare, sotto forma di spirito animale dell’imprenditore-re o di convinzione etica del sacerdote-guida, non si limita a chiedere un suo spazio d’espressione e obbedienza (com’è giusto), ma esige che lo Stato rinunci a fare la laica sintesi di opinioni contrarie. La laicità non è un credo antitetico alla Chiesa, ma un metodo di sintesi. Su questi temi sembra esserci affinità della Chiesa con Berlusconi e perfino con i lefebvriani, favorevoli da sempre al cattolicesimo religione di Stato. I vertici del Vaticano si sono rivelati in queste settimane assai deboli e assai forti al tempo stesso. Deboli, perché per ben 14 giorni Benedetto XVI è apparso prima ignaro, poi male informato, infine - appena seppe quel che faceva - paralizzato.
Il cardinale Lehman ha accennato a errori di management e comunicazione, ma c’è qualcosa di più. Aspettare l’intervento della Merkel è stato distruttivo di un’autorità. Nei libri di storia alcuni parleranno di clamoroso fallimento di leadership. Una leadership così scossa, è cosa triste recuperarla su Eluana. La Chiesa ha solo aiutato un capo politico (Berlusconi) a disfarsi con fastidio di leggi e vincoli. Non si capisce come questo aiuti la Chiesa. Condannando Napolitano, la Chiesa non sceglie la maestà della legge e la vera sovranità: dice solo che le leggi di uno Stato pesano poco, e invece di usare la politica ne è usata in maniera indecente. La questione Englaro non divide religiosi e non religiosi, fautori della vita e della morte. Divide chi rispetta la legge e chi no; chi auspica rapporti di rispetto fra due Stati e chi ritiene che lo Stato vaticano possa legiferare al posto dell’italiano. Sono ministri del Vaticano che hanno attaccato Napolitano: dal cardinale Martino presidente del consiglio Pontificio Giustizia e Pace al cardinale Barragan, responsabile per la Sanità nello Stato della Chiesa.
Il loro dovere istituzionale sarebbe stato quello di tacere, come laicamente ha deciso di fare, unico e solitario nella maggioranza, Gianfranco Fini Presidente della Camera. Come difendere la Chiesa, ora che non ha più potere temporale e che vacilla? La questione sembrava risolta: non lo è. Non si tratta di seguire l’opinione dominante: sarebbe autodistruttivo, proprio in questi giorni il Papa ne ha fatto l’esperienza. Si tratta di ascoltare il diverso, di documentarsi su quel che dicono i tribunali e la scienza, come rammenta Beppino Englaro. Sull’accanimento terapeutico e l’alimentazione-idratazione artificiale si possono avere opinioni diverse e si hanno comunque dubbi, per questo urge una legge sul testamento biologico: non discussa precipitosamente tuttavia. Non perché una maggioranza, adoperando il povero corpo vivo-morto di Eluana, accresca i suoi poteri. Non annunciando che "Eluana può generare figli" come dice, impudicamente, Berlusconi. Prima d’annunciare e sparlare occorre informarsi, studiare, capire. È il dono di governo e contemplazione che manca tragicamente sia in chi conduce la Chiesa, sia in chi governa la Repubblica.
La protesta degli archeologi "Il Commissario? Occupiamo il Colosseo"
Edoardo Sassi – Corriere della Sera, ed. Roma, 7 febbraio 2009
L'ipotesi (ma è molto più di un'ipotesi) è venuta fuori ieri durante un'infuocata assemblea di addetti ai lavori convocata all'università "La Sapienza": "Siamo pronti a occupare il Colosseo ". Parola di archeologi (tutti d'accordo: funzionari di soprintendenze, studenti, associazioni di categoria, liberi professionisti...) e infuriati per il "vergognoso " progetto di commissariamento ministeriale delle soprintendenze di Roma e Ostia, recente decisione del ministro per i Beni culturali Sandro Bondi in accordo con il sindaco Gianni Alemanno.
Se e quando si farà, è ancora da decidere. Ma tutti sono consapevoli che solo un gesto di grande portata simbolica accenderebbe i riflettori su una manovra che i critici dell'operazione giudicano "vergognosa" e, di fatto, una privatizzazione strisciante. Di questo, soprattutto, si è parlato ieri all'università. Intanto sono salite a oltre duemila, e in poche ore, la firme per la petizione contro il commissariamento governativo di Colosseo, Fori, Terme ecc. sul sito www-firmiamo.it/nocommissariosoprintendenzeromaeostia (tra i firmatari, la stragrande maggioranza dei funzionari di Stato degli istituti di tutela coinvolti, oltre ad accademici, direttori di istituti scientifici, giornalisti...).
Cresce insomma di ora in ora — e dilaga — la protesta. E da ieri, a chiedere quali siano le ragioni che hanno portato a questo provvedimento straordinario (e inedito) e alla nomina del sottosegretario Guido Bertolaso a commissario (con l'assessore all'urbanistica Marco Corsini in qualità di "soggetto attuatore") sono anche la capogruppo del Pd in commissione cultura alla Camera, Manuela Ghizzoni, con la segretaria di presidenza Emilia De Biasi e i deputati Tocci e Giulietti (contrari anche il ministro ombra Cerami e l'assessore regionale alla Cultura Rodano): "Su questo commissariamento abbiamo molte perplessità — spiegano i parlamentari del Pd nell'interrogazione rivolta al ministro— si genera una confusione istituzionale, una sovrapposizione di ruoli e uno ingiustificato svuotamento delle competenze delle soprintendenze archeologiche con evidenti rischi per la tutela del patrimonio.
Inoltre con questo commissariamento il ministro sembra mostrare la sua volontà di dividere il patrimonio culturale in due livelli: uno di serie A, con beni culturali ad alto reddito (per esempio il Colosseo) e uno di serie B con beni senza reddito, causando, fra l'altro, l'abbandono al degrado di quel patrimonio archeologico, artistico e culturale diffuso, che costituisce la caratteristica storica e la risorsa fondamentale del nostro Paese e che determina un grande indotto turistico".
"Basta polemiche: non devo fare l'archeologo"
Guido Bertolaso* – Corriere della Sera, 8 febbraio 2009
Caro Direttore,
leggo tra l'incredulo e il divertito dell'intenzione degli archeologi romani di occupare il Colosseo, azione "di lotta e di governo" a difesa dell'onore e del potere delle sovrintendenze, lesi da un accordo tra il Ministro Bondi e il Sindaco Alemanno che mi hanno indicato come possibile Commissario straordinario per le aree archeologiche del Foro, dell'Appia Antica e di Ostia Antica.
Leggo che la mia nomina sarebbe il primo passo per privatizzare le aree archeologiche più note e visitate della Capitale, lasciare il resto del patrimonio ad una sovrintendenza umiliata e senza risorse, dare spazio alla creatività dei politici nella gestione del patrimonio archeologico, ben sapendo che essi non sanno che farsene della competenza e della capacità degli addetti ai lavori.
E' noto come sia restio a farmi coinvolgere e replicare in dibattiti e polemiche astratte, lo faccio solo perché si tratta del più importante quotidiano del nostro Paese che ha, anche recentemente e con una delle firme più importanti, descritto quale sia il mio stile di vita e di lavoro.
Ristabiliamo la verità: ho ricevuto una lettera del Ministro Bondi che mi indica una serie di situazioni a rischio di instabilità, di degrado irreversibile, di dissesto che possono compromettere l'area più bella e importante del mondo e ritiene necessario il ricorso alle procedure accelerate che sono proprie della Protezione Civile per definire un quadro di interventi e di priorità, procedendo, nel contempo, alla messa in sicurezza dei beni più esposti, per poi avviare ad attuazione le misure previste dal piano.
Un lavoro "normale" per la Protezione Civile, come tale per me accettabile come le decine d'altri che mi vedono Commissario - a titolo gratuito - proprio perché a capo della Protezione Civile.
Perché nessuno si è scandalizzato quando si sono fatti i lavori per il Giubileo? quando ci è stato chiesto di occuparci di Pompei? di consentire all'archeologo Marchetti di provare a recuperare la Domus Aurea? di ricostruire la Cattedrale di Noto? di contribuire al restauro del David di Donatello o dell'Ultima Cena del Vasari danneggiata dall'alluvione di Firenze?
Non ho alcuna intenzione di trasformarmi in archeologo, non rappresento il "privato", visto che faccio il funzionario dello Stato da sempre e non voglio certo cominciare adesso a sperimentare un metodo di lavoro diverso da quello della Protezione Civile, che si basa sul coinvolgimento e sulla collaborazione di tutti i soggetti responsabili di possibili situazioni di crisi, attuale o potenziale, per lavorare speditamente alla soluzione dei problemi esistenti e tornare il più in fretta possibile alla normalità.
Dove per normalità si intende la restituzione della piena responsabilità sui beni e le realtà che hanno costituito oggetto di intervento ai soggetti istituzionali legittimi. Non c'è nessun esproprio in un intervento di Protezione Civile, solo un uso del tempo molto diverso dalla condizione ordinaria e un metodo di lavoro che pr vilegia chi accetta di lavorare in squadra.
Oltre a questo, devo precisare che un altro rischio c'è, negli interventi della Protezione Civile: tutto il tempo disponibile viene dedicato prima ad una istruttoria precisa sulle cose da fare, coinvolgendo tutte le Autorità responsabili per trovare e scegliere la soluzione migliore, poi si passa alla fase decisionale e si decide e poi si fa ciò che si è deciso. Ed è quello che vorremmo fare anche in questo caso, come faremo (oltre a quanto già fatto) anche per il Tevere, in modo che lo squallido spettacolo delle buste di plastica che pendono dagli alberi, come lugubri ricordi di rischi passati e dell'incuria attuale, presto sparisca alla vista dei cittadini e dei turisti. Un lavoro di messa in sicurezza e di esaltazione del decoro antico, in modo che la tutela resti a chi ne ha la responsabilità e la protezione sia di chi la sa fare.
Se poi, alla prima verifica, scopriremo che il Ministro e il Sindaco hanno visto i segni di un' emergenza dove non c'era, basterà una normale ordinanza per tranquillizzare le Autorità e tornare alla situazione precedente. Se davvero non ci fossero rischi per le aree di cui mi scrive il Ministro Bondi il primo ad essere felice sarei io. Ma da romano, da italiano, da appassionato alle nostre bellezze ed avvilito per la nostra incapacità a fare bene le cose e ad evitare le polemiche, ho ragione di credere che qualcosa di utile vada fatto, presto e bene, anche per questa gemma importante del nostro inestimabile patrimonio culturale.
*Capo Dipartimento Protezione Civile
COMUNICATO dei FUNZIONARI ARCHEOLOGI e ARCHITETTI della SOPRINTENDENZA SPECIALE PER I BENI ARCHEOLOGICI DI ROMA
Per aderire all'appello
Il corpo tecnico-scientifico della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, avuta notizia dell’annuncio da parte del Ministro Bondi della richiesta di un commissariamento straordinario del proprio Ufficio, ricordando il dettato costituzionale, la normativa vigente e i propri obblighi istituzionali in relazione alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio archeologico di Roma, non ritenendo plausibili le motivazioni addotte a sostegno di un tale gravissimo provvedimento, che solo un’emergenza di protezione civile potrebbe giustificare, dichiara lo stato di agitazione permanente. La nomina di un Commissario straordinario, attualmente responsabile del dipartimento della Protezione Civile, di un vicecommissario attuatore (incompatibilmente Assessore del Comune di Roma) e di consulenti tecnico-scientifici esterni, oltre a porre l’attività dell’Ufficio di tutela al di fuori dell’amministrazione ordinaria, esautora di fatto il corpo degli Archeologi, degli Architetti e di tutto il personale tecnico-amministrativo, della pienezza del proprio ruolo istituzionale determinando una sovrapposizione (o forse meglio uno svuotamento) di funzioni in evidente gravissimo contrasto con ogni criterio di economicità e di controllo della Pubblica Amministrazione, oltre che di quella valorizzazione della sua produttività tanto proclamata dal Governo e in particolare dal Ministro della Funzione Pubblica.
E’ evidente che gli obiettivi sono altri da quelli dichiarati a mezzo stampa di creare una fruizione unitaria dell’Area Archeologica Centrale di Roma, per la quale sarebbe bastato un semplice protocollo d’intesa tra Uffici statali e comunali, ratificato dagli organi di controllo amministrativi per le parti economiche di riscossione dei biglietti d’ingresso, così come per quanto riguarda la necessità di realizzare opere urgenti finalizzate al 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, considerato che è ben noto a tutti come la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, con impegno costante e competenza tecnico-scientifica abbia saputo rispondere positivamente ad altri impegnativi appuntamenti straordinari come quelli della Legge Biasini, della legge per Roma Capitale, del Giubileo 2000, del Piano Nazionale per l’Archeologia e dei fondi del Gioco del Lotto, dimostrando capacità di spesa e ampiezza di risultati.
Questa manovra gravissima si lega invece al confronto politico – la cui asprezza è nota a tutti - sul conferimento di poteri a Roma Capitale in materia di tutela e valorizzazione del patrimonio storico artistico, ed in particolare archeologico. La gestione (e gli introiti), perché di questo si tratta, di Aree Archeologiche Monumentali di rilevanza mondiale, quali sono il Colosseo, la Domus Aurea, i Fori Imperiali, costituiscono il vero perno di questa vicenda, che prelude ad un nuovo assetto gestionale, forse di diritto privatistico?
Il corpo tecnico-scientifico della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma denuncia con forza – e fa appello ad ogni Cittadino, Rappresentante istituzionale, parlamentare e politico, ad ogni giurista e costituzionalista, ad ogni Istituto di ricerca nazionale e internazionale, ad ogni Associazione che vorrà condividere tale opinione - il rischio cogente della distruzione di un Ufficio di tutela di grande rilevanza storica e culturale, con una spaccatura insanabile per la conoscenza, la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico di Roma, attraverso la determinazione sul territorio urbano di un’"Archeologia ad alto reddito" e un’ "Archeologia senza reddito", contro i principi fondamentali della Repubblica, garantiti dall’Art. 9 della Costituzione, per i quali il valore della tutela del patrimonio culturale è sovraordinato ad ogni altro interesse, anche economico.
Anna Paola Anzidei
Ines Arletti
Luigia Attilia
Giovanna Bandini
Mariarosaria Barbera
Maria Bartoli
Calogero Bennici
Marina Bertinetti
Silvia Borghini
Anna Buccellato
Antonio Federico Caiola
Daniela Candilio
Alessandra Capodiferro
Francesco Capuani
Paola Catalano
Fiorenzo Catalli
Tiziana Ceccarini
Laura Cianfriglia
Antonella Cirillo
Olimpia Colacicchi
Matilde De Angelis d’Ossat
Anna De Santis
Roberto Egidi
Maria Grazia Filetici
Fedora Filippi
Paola Filippini
Rosanna Friggeri
Carmelo La Micela
Maria Gloria Leonetti
Marina Magnani Cianetti
Piero Meogrossi
Giuseppe Morganti
Simona Morretta
Stefano Musco
Patrizia Paoloni
Elio Paparatti
Debora Papetti
Rita Paris
Marina Piranomonte
Fulvia Polinari
Paola Quaranta
Rossella Rea
Giacomo Restante
Cristina Robotti
Miria Roghi
Daniela Rossi
Rita Santolini
Renato Sebastiani
Mirella Serlorenzi
Francesco Spicaglia
Miriam Taviani
Antonella Tomasello
Maria Antonietta Tomei
Laura Vendittelli
Luigi Vergantini
Antonello Vodret
Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia
COMUNICATO DEL 4.02.2009
Il personale della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia Antica si riconosce e fa proprio il comunicato della Soprintendenza Archeologica di Roma, in merito al previsto commissariamento di ambedue gli uffici.
Identico futuro si delinea, infatti, anche per l’area archeologica di Ostia Antica che, secondo il comunicato del 30.1.09 del Ministro Bondi, verrà ricompresa nella specifica ordinanza che prevederà "poteri straordinari, anche di protezione civile ……… attraverso la nomina del Sottosegretario di Stato Guido Bertolaso quale Commissario straordinario e dell’Assessore del Comune di Roma alle Politiche della Programmazione e Pianificazione del Territorio Marco Corsini quale soggetto attuatore".
Nel concordare con l’analisi fatta dai colleghi della Soprintendenza Archeologica di Roma è d’obbligo sottolineare che l’area archeologica di Ostia Antica, come può constatare qualsiasi visitatore, non si trova in situazioni oggettive di degrado e di emergenza tali da giustificare il ricorso a poteri straordinari (anche di protezione civile), né su di essa esiste una problematica sovrapposizione di competenze tra Stato ed Enti Locali che, sempre secondo il comunicato del Ministro Bondi, verrà "risolta" con l’istituzione del tavolo tecnico insediato il 30.1.2009 deputato ad individuare un "comune indirizzo di tutela, valorizzazione e promozione".
Il preannunciato provvedimento, che, giova ricordarlo, ha per oggetto le aree archeologiche più prestigiose e considerate a più alto "reddito" della nostra regione, mortifica, inoltre, la professionalità di tutto il personale di Ostia (dai tecnici, agli amministrativi, agli addetti alla vigilanza) e svuota, di fatto, di contenuti l’attività della Soprintendenza impegnata da sempre sui due aspetti fondamentali ed inscindibili del proprio lavoro: la tutela dei beni e la valorizzazione della aree archeologiche e dei monumenti di competenza.
Ci uniamo, dunque, all’appello dei colleghi della Soprintendenza Archeologica di Roma affinché chi condivide le nostre opinioni, dal singolo cittadino sino ai rappresentanti istituzionali, faccia sentire la propria voce a difesa del patrimonio comune.
Adriani Marina
Amato Luigi
Arciprete Giovanna
Bacarella Pietro
Barraco Ersilia
Bedello Margherita
Biondi Claudio
Buttacavoli Calogero
Casu Mirella
Cerquetti Viviana
Colaianni Nunzia
Conticello Giuseppina
Costabile Maurizia
Cucinotta Giuseppina
Da Roit Paolo
D’Aleo Maria
Di Casimirri Ileana
Di Giacomo Adriana
Fabi Giuliana
Falchi Stefania
Genovese Anna
Germoni Paola
Giampaolo Stefania
Giovannangeli Franco
Gramegna Maria Teresa
Marzi Marco
Masciangioli Patrizia
Melis Susanna
Morelli Marco
Morelli Cinzia
Notaro Roberta
Orlando Adriana
Pandolfi Sabrina
Paroli Lidia
Pecoroni Giancarlo
Pellegrino Angelo
Pietrini Stefania
Ponzo Orlando
Prestopino Alfredo
Renda Ida
Rinaldi Marta
Roglia Paola
Romanelli Franchino
Rossigno Grazia
Rossigno Laura
Segantini Giorgio
Seno Manuela
Sgreccia Fabiola
Spanu Mario
Stanco Lucia
Stani Stefano
Stronati Giuseppe
Tartabini Giancarlo
Tomei Patrizia
Tortora Franca
Virzì Margherita
La responsabilità di garantire la migliore conservazione al patrimonio archeologico di Roma comporta iniziative coraggiose, ma anche valutazioni ponderate e consapevolezza dell’attenzione internazionale. È un segnale positivo che si torni finalmente a considerare, come si apprende dai comunicati ministeriali, la necessità di promuovere a favore delle antichità di Roma provvedimenti straordinari per fare fronte alle esigenze di protezione, studio e valorizzazione.
Erano anni che il governo non assumeva iniziative adeguate a tal fine. Del tutto incomprensibile, se l’obiettivo è veramente quello di potenziare e proteggere i beni archeologici, risulta tuttavia la preposizione di un commissario alla gestione della Soprintendenza archeologica di Roma, mentre sarebbe più ragionevole un atto inteso a ripristinare in pieno la sua autonomia amministrativa.
Desta poi perplessità l’intento di porre quell’ufficio in subordine, per le valutazioni di ordine archeologico, a un comitato esterno, il quale lo priverebbe dell’autonomia scientifica attribuitagli per legge; nel contempo verrebbero così del tutto sviliti i già trascurati organi consultivi del Ministero, a cominciare dal Consiglio nazionale dei beni culturali.
Un commissariamento, ossia l’esautoramento dei poteri istituzionali, presuppone da una parte l’esistenza di situazioni di gravissima emergenza, le quali possano giustificare l’inosservanza di regole e procedure ordinarie, dall’altra una struttura insanabilmente inadeguata ai compiti.
Non esistono a Roma né le une né le altre condizioni, sia perché le emergenze segnalate sono fittizie, e vi sono semmai segni di ordinario fabbisogno insoddisfatto in conseguenza di annose inadempienze ministeriali, sia perché la Soprintendenza di Roma è notoriamente quella di gran lunga più efficiente d’Italia, il cui prestigio, riconosciuto a livello internazionale, è comprovato dalla sua storia e dalla sua produzione scientifica, non seconda a quella di alcun dipartimento universitario.
Non vi è neanche l’asserita necessità di trovare per le antichità di Roma nuove fonti di finanziamento, perché la Soprintendenza sarebbe ampiamente autosufficiente se non venisse privata da parte del Ministero di buona quota dei suoi introiti, che ammontano a circa 30 milioni di euro annui.
D’altra parte quell’ufficio ha dimostrato più volte di essere all’altezza di progettare e di eseguire gradualmente, ma su un vastissimo fronte, opere di grande entità con impegni di spesa giudiziosamente contenuti e diluiti nel tempo, come è richiesto dalla natura dei lavori sui beni culturali.
Ricordo qui la legge ottenuta nel 1971 dal soprintendente Carettoni, con la quale fu erogato un finanziamento complessivo di 5 miliardi di lire per cinque anni; rivalutati ad oggi corrispondono a circa 79,5 miliardi, pari a 41 milioni di euro. Ricordo soprattutto la legge speciale per il patrimonio archeologico di Roma del 1981, promossa dalla soprintendenza sotto la mia conduzione per fare fronte alla reale emergenza costituita dal decadimento dei grandi monumenti marmorei. Le superfici scolpite andavano infatti in rapido disfacimento sotto l’aggressione dell’inquinamento atmosferico. La legge, approvata all’unanimità dal Parlamento su proposta del ministro Biasini, attribuì un finanziamento per gli anni 1982-1986 di 180 miliardi, e fu rifinanziata per il 1987 con altri 50 miliardi; l’importo complessivo di 230 miliardi rivalutato ad oggi corrisponde a 790 miliardi di lire, pari a circa 408 milioni di euro. La sua attuazione richiese oltre un decennio e anche se le opere previste erano state dichiarate per legge necessarie e urgenti, la spesa fu eseguita adottando le ordinarie procedure di appalto.
Il fabbisogno economico di oggi non è ai livelli del 1981, perché da allora molti problemi sono stati risolti, a cominciare dalle nuove sedi del Museo Nazionale Romano acquistate e ristrutturate, fino ai grandi restauri e alle acquisizioni di monumenti. I proventi attuali della Soprintendenza corrispondono a circa la metà della dotazione annua rivalutata della legge Biasini.
Le condizioni dell’ufficio sono oggi migliori che in passato.
Il personale è più che sufficiente e qualificato per affrontare compiti delicati e gravosi. Sarebbe solamente necessario sanare due disfunzioni: la prima consiste nel mancato riconoscimento a molti dipendenti della qualifica corrispondente alle mansioni che di fatto essi svolgono; la seconda deriva dalla sottoutilizzazione di numerosi altri dipendenti che non vengono impiegati secondo le effettive capacità tecniche o amministrative perché destinati ad espletare funzioni di vigilanza.
L’inadeguata dotazione di personale da adibire al controllo di monumenti e musei è infatti il vero punto dolente del ministero, comprensibilmente afflitto da un fabbisogno che potrebbe dilatarsi a dismisura. Questa preoccupazione appare tuttavia ingiustificata, e direi anche miope, nei confronti di beni che hanno valore strategico per l’economia nazionale, con un rendimento immensamente superiore agli oneri che esso comporta, come è nel caso di Roma. Il riordinamento degli organici e la riqualificazione dei compiti per il personale addetto al funzionamento e alla protezione delle antichità e delle opere d´arte, potrebbero essere iniziative meritevoli e facilmente realizzabili.
«L'elemento che ci ha spinti a dare il nostro ok è l'aspetto occupazionale...». A Bastida Pancarana non hanno avuto dubbi nel dare il loro consenso all'insediamento nella vicina località di Bressana Bottarone di una poderosa struttura logistica il cui eventuale decollo costituisce, da tempo, una delle partite decisive in corso sul territorio provinciale.
Un po' di futuribili posti di lavoro a Bastida, dunque - promessi dalla proprietà della futura struttura, unitamente all'impegno a realizzare opere pubbliche di urbanizzazione per un importo di 245.000 euro - sono stati giudicati sufficienti dagli amministratori locali per far pendere la bilancia per un sì.
Non importa che non poche delle strutture logistiche già approdate in provincia di Pavia, registrando i severi contraccolpi della crisi in corso, abbiano già tagliato il numero degli addetti. E che dunque, almeno nell'arco dei prossimi anni, sia difficilmente ipotizzabile un'impennata occupazionale nel settore capace di riversarsi anche sui senza occupazione di Bastida, Bressana e dintorni.
D'altra parte, visti i tempi che corrono, è naturale che l'offerta occupazionale - guarda caso sempre assai generica, mai definita per ruoli, generi, competenze che dovrebbero essere poi selezionate dai proponenti - costituisca l'ariete di sfondamento manovrato dai registi dei nuovi insediamenti. Soprattutto quelli di più severo impatto sull'equilibrio territoriale della nostra provincia.
Ad esempio di posti di lavoro, in cambio dell'approdo a Borgarello del megacentro commerciale, hanno parlato tutti i sindaci che si sono succeduti nella località pavese a ridosso della Certosa. E, sempre dei possibili posti di lavoro che si renderebbero disponibili, si fanno scudo i pubblici amministratori che sul fronte delle località sparse tra il vigevanese e il mortarese sono alle prese con la discesa verso la campagna lomellina delle attività più invasive - logistica, distribuzione commerciale, discariche per trattamento rifiuti - della vicina metropoli milanese.
Che sia in corso una partita tra Milano e il nostro territorio, e non certo da oggi, è ormai visibile a tutti.
I confini della provincia di Pavia - sul suo bordo milanese - nel corso degli anni sono stati urbanisticamente segnati, e talvolta feriti in modo irreparabile, da modelli espansivi di cementificazione, celebrati secondo il rito ambrosiano «della cazzuola e del cemento». Modelli che dopo aver fatto scempio della Brianza si sono rivolti verso di noi. Verso il Pavese, la Lomellina e, seppure con modalità diverse, l'Oltrepo.
Chi vuole vedere le conseguenze di questo modello - solo in parte frenato dalla costituzione di quel parco sud Milano di cui ora si vogliono limare i confini - si faccia un giretto dalle parti di Siziano. Veda quello che in un ventennio ha depositato su quel territorio - non solo di cemento ma anche di problemi di sicurezza e vivibilità - l'espansione milanese secondo la versione «cazzuola e cemento, non me ne pento».
E' probabile che gli scenari che bussano alla porta della Lomellina, o di altri segmenti del Pavese, vogliano replicare questi fasti assai nefasti, inserendoli a tasselli sparsi e separati, comune per comune, progetto per progetto, mimetizzando con variegate specificità e generici vantaggi (i posti di lavoro, appunto), un'offensiva che nel suo insieme sta mutando gli assetti fondamentali del nostro territorio.
In gioco sono amplissime zone della nostra provincia, ambiti che rappresentano le terre da coltivare più pregiate di tutto il Paese e alle quali sono radicate potenzialità produttive e collegate vocazioni territoriali non riproducibili altrove. E tutto questo - accadendo nella disattenzione dei più - finisce con l'essere messo in gioco definitivamente. In cambio di contropartite miserabili e dall'impatto devastante. L'interrogativo a cui tutti dovremmo rispondere - adesso, non tra dieci anni - se la vivibilità delle nostre località può essere barattata per qualche incentivo vago, per promesse generiche che non solo non raddrizzano situazioni occupazionali e sociali ma che sicuramente bloccano svolte verso scenari di qualità non disgiunta dalla sostenibilità.
A questo punto sarebbe compito della politica, della cultura, della ricerca e delle professionalità, mettere a confronto i vari modelli con cui concretamente - nel corso degli anni - si è giocata la «guerra dei bordi» tra la metropoli milanese e il territorio pavese.
Perchè non sempre questa guerra è stata persa. E oltre ai modelli nefasti, da raccontare per luoghi e magari per nomi e cognomi, sarebbe tempo di fare emergere il contraltare degli scenari alternativi, delle sfide che sono in corso e che fanno ben sperare. Soprattutto quando vengono giocate sulla rinaturalizzazione del territorio come si sta tentando, ad esempio, attorno a Giussago.
O quando sono declinate sul restauro rigoroso e non brutalmente speculativo di insediamenti di grande caratterizzazione come si è registrato in certi borghi d'Oltrepo, in dimore storiche del Pavese e della Lomellina. O quando si procede nel riuso rispettoso delle cascine come sedi di nuove imprese alla ricerca di insediamenti di alta qualità ambientale (anche questo succede, in quel di Pavia).
Di questi modelli concreti - di insediamenti produttivi di qualità, di manutenzione dell'esistente, di restauro di ciò che è pregiato e radicato al nostro passato, di sicurezza legata al rinsaldarsi effettivo di comunità vivaci e dinamiche - si dovrebbe parlare ora. Perchè su questo terreno, con questi dossier aperti, che la crisi, squarciando i veli di scenari non più sostenibili, indica le opportunità. Quelle nascoste, e nuove, anche per il territorio di questa provincia.
Nota: quello che abbastanza esplicitamente Boatti racconta è solo l'avanguardia delle aspettative cementificatrici, da parte dei soliti interessi lombardi di "sviluppo del territorio". Per l'area pavese gli arieti di sfondamento finale saranno (ti spera di no, ma si teme di sì) l'inutile Broni-Mortara e per il cuscinetto del Parco Sud, naturalmente, la Zia T.O.M.; del resto basta guardare la tavola Regione Urbana del Piano di Governo del Territorio di Milano per capire (nella logica devastante degli interessi che comandano) cosa aspetta tutti quanti. Salvo che qualcuno ci ripensi, ma non pare proprio che sia così (f.b.)
Il culto delle feste in costume sboccò nel fascismo, scrive Adorno in "Minima moralia": aforisma perfetto a illustrare l'approdo fascistoide del folclore padano e con esso dell'Italia berlusconiana. Approdo perfettamente incarnato da uno degli artefici più entusiasti del ddl sicurezza: quel senatore Bricolo che alterna gli interventi in aula in dialetto veneto con l'esaltazione di Mussolini, le vecchie battute da osteria su questioni serie come i matrimoni misti - "Moglie e buoi dei paesi tuoi" - con la trovata della norma che invita il personale sanitario alla delazione contro i "clandestini", ovvero gli ebrei di oggi.
Un certo Cicchitto trova che evocare gli anni '30 sia fare dell'umorismo involontario. Solo un poveretto ignaro della storia, dimentico della democrazia e della civiltà giuridica, nonché privo del senso del tragico, può non cogliere che in effetti vi è qualche vaga analogia.
C'è un sentore di fascismo -non più solo il consueto razzismo trasandato all'italiana - nelle norme-manifesto approvate l'altro ieri dal Senato: al di là del loro contenuto, pur grave, l'intento è anzitutto quello d'imbarbarire ancor di più il clima del paese, additargli un capro espiatorio, imprimergli lo stigma del reietto, renderlo più docile e sfruttabile come forza lavoro, legittimare il sospetto, la discriminazione, la delazione come normali comportamenti di massa.
La sollecitazione, di fatto, al personale sanitario perché denunci gli irregolari che accedono alle cure; la legalizzazione delle ronde padane quantunque non armate. Il reato d'immigrazione clandestina. La gabella fino a 200 euro per il permesso di soggiorno. Il carcere fino a quattro anni per gli irregolari che non rispettino l'ordine di espulsione. Il rafforzamento e l'estensione della possibilità di sottrarre la potestà genitoriale (indovinate a chi?). Il divieto d'iscrizione anagrafica e la schedatura non solo dei clochard, come si dice, ma anche di un buon numero di cittadini italiani -rom, sinti e non solo- che, abitando in dimore diverse da appartamenti, saranno schedati in un registro del ministero dell'Interno. Tutto questo configura un intento persecutorio verso migranti e minoranze, dettato più che da razionalità politica, da meschino calcolo economico e demagogico, connesso con quelle forme di psicosi di gruppo -fobia, ossessione, mitomania- che spesso contraddistinguono le élite politiche populiste e autoritarie.
C'è un sentore di fascismo nell'incoraggiamento alla delazione, ora sancito per legge, estendendo così sul piano nazionale ciò che da tempo è norma e prassi soprattutto nelle repubbliche delle banane governate dalla Lega Nord: per esempio in quel di Turate, monocolore leghista, dove il comune invita ufficialmente i cittadini alla denuncia, anche anonima, degli stranieri irregolari.
A onor del vero, un bell'esperimento di delazione anonima di massa è anche l'accordo siglato a Torino fra il Comune e la rete delle farmacie, presso le quali dal 1° ottobre scorso si raccoglievano (forse si raccolgono ancora) informazioni su rom, poveri, senza-casa, mendicanti, posteggiatori abusivi. A dimostrazione che, davvero, la cultura sicuritaria e razzista egemone nel paese è trasversale agli schieramenti politici come alla società detta "civile" per esagerare.
La pratica delle squadre speciali e della delazione, anonima e non, sono, come si sa, strumenti insostituibili di ogni regime dittatoriale. Suvvia, non parliamo di nazismo, dice quel tal Cicchitto. Va bene. Ma certo, se non ci si lascia ingannare da ciò che permane dell'involucro democratico, alcuni elementi che connotano lo stato del paese appaiono allarmanti. Preoccupante è la saldatura, ormai anche "sentimentale", che lega il discorso e l'operato di istituzioni centrali e locali con il senso comune più diffuso o almeno reputato più degno di esprimersi: attraverso la delazione e le azioni squadristiche.
Insomma, la connessione fra il razzismo di stato e quello popolare, fra la persecuzione e il pogrom, ma anche, benché più sottilmente, fra la cultura politica della destra e quella di buona parte dell'opposizione parlamentare non fanno presagire niente di buono. Chi si è trastullato con retoriche e misure sicuritarie nel corso della passata legislatura ha evocato mostri che oggi minacciano non solo di rendere l'Italia un paese strutturalmente razzista ma anche di divorarne la democrazia.
Lo sfaldamento del tessuto sociale, un ceto politico da operetta, la volgarità imperante nei mezzi di comunicazione, il degrado profondo della società civile, l'avanzare, insieme alla crisi economica, di quella forma di incertezza e di disgregazione morali, oltre che sociali, che accende il desiderio di capi carismatici: no, non siamo nel '29 né in Germania, ma di sicuro sull'orlo di un precipizio.
Spetta alle minoranze, malgrado tutto disseminate nella società italiana, tentare di agire perché si faccia quel passo indietro che impedisce di precipitare nel baratro.
Fermiamoci un momento a ragionare, se possibile, sull’azione del governo nei confronti di Eluana Englaro. La ragazza è dentro una stanza a cui guarda tutta l’Italia, con i dubbi profondi e la trepidazione che questa tragedia provoca in ogni persona non accecata dall’ideologia, e con lei c’è il padre che non chiede affatto silenzio, ma anzi sollecita una discussione pubblica, accompagnata dal rispetto per quella particolare vicissitudine: come quando in ospedale si tira una tenda intorno alle ultime ore di un malato morente. In quella stanza, dopo rifiuti e ricatti, Beppino Englaro chiede allo Stato di poter porre fine ad un’esistenza vegetativa, dopo che per 17 anni si è registrata una situazione irreversibile. Lo fa in nome di una convinzione di sua figlia, di una sentenza della Corte d’Appello di Milano e della Cassazione, e soprattutto lo fa in nome dell’amore e del dolore che lui più di ogni altro prova per Eluana.
Fuori, passando definitivamente dalla testimonianza dei valori cristiani alla militanza, la Chiesa muove fedeli e obiettori, proteste contro l’"omicidio" e l’"assassinio", invocazioni ad Eluana perché si "risvegli", come se questa non fosse purtroppo una superstizione, e come se la scienza che dice il contrario fosse falsa, anzi complice, dunque colpevole. Questo governo pagano, figlio di una cultura che ha paganizzato l’Italia, è diviso dalla religione dei sondaggi (i quali danno ragione alla scelta del padre di Eluana che vuole infine liberare il corpo di sua figlia da questo simulacro di vita) e il richiamo della Chiesa, che con quel corpo totemico vuole ribadire non solo i suoi valori eterni, ma anche il suo controllo della vita e della morte.
La strada più semplice per l’esecutivo è la più vile, quella dei provvedimenti amministrativi, cioè di un diktat camuffato. Si minacciano ispezioni alla clinica, si chiedono informazioni ufficiali, si cavilla sulla convenzione tra la Regione e la casa di cura, immiserendo la grandezza della tragedia, che impone a tutti il dovere di essere chiamata col suo nome, e di essere affrontata con la responsabilità conseguente, nel discorso pubblico dove la famiglia Englaro l’ha voluta portare: probabilmente per rendere quella morte non inutile agli altri, meno priva di significato.
Quando la pressione aumenta, nella sera di mercoledì, il governo pensa ad un decreto. Uno strumento legislativo di assoluta necessità ed urgenza, che in questo caso sarebbero determinate da un caso specifico, da una singola persona. E soprattutto, contro una sentenza della magistratura passata in giudicato. Tutto ciò si verificherebbe per la prima volta nella storia della Repubblica, con un’anomalia che configurerebbe una vera e propria rottura dell’ordinamento costituzionale. Vediamo perché.
La sentenza della Cassazione non impone la fine della vita di Eluana Englaro: stabilisce che si può procedere con "l’interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale realizzato mediante alimentazione di sondino nasogastrico". Questo atto di interruzione chiesto da un padre-tutore per una figlia in stato vegetativo permanente dal 1992, per la giustizia italiana non rappresenta dunque un omicidio ma l’esecuzione di un diritto previsto dall’articolo 32 della Costituzione, il diritto a rifiutare le cure.
Con questa pronuncia, la Cassazione afferma con chiarezza che l’alimentazione forzata artificiale è un "trattamento sanitario", secondo la formula della Costituzione: mentre il decreto in un unico articolo che il governo ha pensato di varare nega proprio questo principio, e dunque non consente di seguire l’rticolo 32, vincolando quindi il malato a quell’alimentazione artificiale per sempre. Per aggirare la Costituzione, si cambia il nome e la natura ad un trattamento praticato nelle cliniche e negli ospedali, lo si riporta dentro l’ambito del cosiddetto "diritto naturale", fuori dalla tutela dei diritti costituzionali.
Ma in questo modo, attraverso il decreto, saremmo davanti ad un aperto conflitto tra due opposte pronunce non solo sulla medesima materia, ma sullo stesso caso: una sentenza della magistratura e un provvedimento d’urgenza del governo con vigore immediato di legge. Solo che nel nostro ordinamento il legislatore può cambiare il diritto finché una sentenza non diventa irrevocabile, cioè non più impugnabile, vale a dire passata in giudicato. Non siamo dunque soltanto davanti ad un conflitto: ma al problema dell’ultima parola in democrazia, al principio dell’intangibilità del giudicato, alla regola stessa della separazione dei poteri. Senza quel principio e questa regola, una qualunque maggioranza parlamentare a cui non piace una sentenza "definitiva" la travolge con una nuova legge, modificando il giudicato, intervenendo come supremo grado di giudizio, improprio, dopo la Cassazione.
Naturalmente il Parlamento è sovrano nel potere di legiferare su qualsiasi materia, cambiando qualsiasi legge, qualunque sia stato il giudizio in merito della magistratura. Ma questo vale per il futuro, non per i casi in corso, anzi per un singolo caso, per un solo cittadino, e proprio per vanificare una sentenza. Si tratterebbe di un decreto contro una sentenza, definitiva: e mentre la si attua. Nemmeno nell´era di Berlusconi, dove si è cambiato nome ai reati, e si è creata un’immunità speciale del Premier, si era giunti fino a questo punto, che rende il legislatore giudice di ultima istanza - quando lo ritiene - e viola l’autonomia della funzione giudiziaria.
Per queste ragioni di patente incostituzionalità è molto probabile che il capo dello Stato abbia frenato ieri sia la necessità che l’urgenza del governo, invitandolo a riflettere. La falsa rappresentazione che vuole la destra capace di parlare della vita e della morte, e gli altri, i laici, prigionieri dei diritti e del diritto, si rovescia in questo cavillare anticostituzionale del berlusconismo gregario, che riprenderà da oggi la strada della viltà amministrativa, usando qualsiasi invenzione strumentale per bloccare la volontà del padre-tutore di Eluana.
Se il decreto salta, si salva il principio dell’autonomia tra i poteri dello Stato. Resta da chiarire, purtroppo, la capacità di autonomia della politica italiana, del suo governo, del Parlamento e di questa destra davanti alle pretese della Chiesa. Che ha tutto il diritto di dispiegare la sua predicazione e di affermare i suoi valori, ma non di affermare una sorta di idea politica della religione cristiana, trasformando il cattolicesimo italiano da religione delle persone a religione civile, con forza di legge.
Quel che è accaduto al Senato con l’approvazione delle nuove leggi per la sicurezza è elementare nella sua barbarie. Per un atto di ossequio politico ai desideri xenofobi della Lega, si sono dichiarati inattuali e fuori legge i diritti degli uomini, delle donne, dei bambini che non sono nati qui da noi, che non sono cittadini italiani; che non hanno il permesso di soggiorno anche se nati in Italia; che non vivono in una casa ritenuta igienicamente adeguata dal sindaco; che non conoscono l’italiano; che stanno come una mosca sul naso della "guardia nazionale padana" (ora potrà collaborare con le polizie). La notizia è allora questa: le nuove leggi inaugurano una nuova stagione della civiltà del nostro Paese.
E’ una stagione livida, odiosa, crudele, foriera di intolleranze e conflitti perché esclude dall’ordine giuridico e politico dello Stato i diritti della nuda vita naturale di 800 mila residenti non-cittadini, migranti privi di permesso di soggiorno, un’esclusione che si farà sentire anche sulle condizioni di vita e di lavoro degli oltre tre milioni di immigrati regolari.
Lo stato di eccezione, che la destra di Berlusconi e Bossi ha adottato fin dal primo giorno come paradigma di governo, diventa così regola. Con un tratto di penna, centinaia di migliaia di non-cittadini, in attesa di permesso di soggiorno - che spesso già vivono nelle nostre case come badanti, che puliscono i nostri uffici, cucinano nei nostri ristoranti, lavorano nei nostri cantieri e fabbriche - perderanno ogni diritto protetto dalla Costituzione, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’uomo, dalle convenzioni internazionali (il diritto all’uguaglianza, il diritto alla salute, il diritto alla dignità della persona). Nemmeno i bambini potranno curarsi in un ospedale pubblico senza essere denunciati (abolito il divieto di denuncia per i medici). I migranti senza carta troveranno sempre più difficoltà nel trovare un alloggio. Non potranno spedire a casa alcuna rimessa, il denaro guadagnato qui. Dovranno mostrare i documenti alle "ronde", improvvisate custodi di un privato ordine sociale. Vivranno nelle nostre città con il fiato sospeso, con il terrore di essere fermati dalle polizie, in compagnia dell’infelice pensiero di essere scaraventati da un’ora all’altra in un vuoto di diritto, da un giorno all’altro rimpatriati in terre da dove sono fuggiti per fame, povertà, paura.
Sono senza cittadinanza, sono senza "visto", saranno senza diritti: questo è il nucleo ideologico che la Lega ha imposto alla maggioranza che lo ha condiviso. I diritti "nostri" diventano gli strumenti per cancellare i diritti degli altri, di quelli che sono venuti «in casa nostra». Si sapeva da tempo - lo ha scritto qui Stefano Rodotà - che questo "pacchetto" di norme avrebbe creato un vero e proprio «diritto penal-amministrativo della disuguaglianza» in contrasto con i precetti della Costituzione. E’ accaduto di più e di peggio. Quel profilo di legalità costituzionale, il precetto che impegna la Repubblica «a riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo», ad «adempiere ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», è apparso a una destra spavaldamente xenofoba null’altro che «un fantasma senz’anima». Più che di incostituzionalità bisogna parlare di anticostituzionalità, come ha già fatto Gustavo Zagrebelsky. Bisogna prendere oggi atto del passaggio da una Costituzione a un’altra. Va registrato questo salto nel vuoto, uno slittamento che - con il cinico progetto di trasformare la paura in utile politico - prepara una condicio inhumana per il popolo dei "senza": dei senza permesso, dei senza casa, dei senza patria. è una nuova Costituzione, non ancora scritta o discussa, che disegna una società di diseguali, «premessa dell’ingiustizia, della discriminazione, dell’altrui disumanizzazione».
E’ una deriva coerente con quanto il governo Berlusconi e la sua destra ci hanno mostrato in questi mesi. L’indifferenza per l’universalità dei diritti della nuova legge si connette alla distruzione della funzione parlamentare, prepara la dipendenza della funzione giudiziaria, annuncia la fine della separazione dei poteri. Lo scambio tra Berlusconi e Bossi è manifesto anche per chi non ha voglia di vederlo o fronteggiarlo. Alla Lega, federalismo e leggi xenofobe contro i non-cittadini. Al Capo, la vendetta sulla magistratura e la concentrazione del potere. Così, passo dopo passo, legge dopo legge, la nostra democrazia liberale cambia pelle per diventare democrazia autoritaria.
Non ci si deve rassegnare a quest’esito. Non ci si può rassegnare. La bocciatura del governo al Senato in tre votazioni dimostra che qualche mal di pancia c’è nella maggioranza. Svela che non tutti, in quel campo, accettano che la politica dell’immigrazione diventi, nelle mani della Lega, esclusiva questione di polizia e dispositivo di esclusione e non di integrazione. Si può, si deve credere con disincanto che qualche argomento, nel prossimo dibattito alla Camera, possa far leva sui più ragionevoli e pragmatici. è vero, psicologia sociale e cinismo politico tendono a ingrassare, con la complicità dei media, la diffidenza nelle relazioni tra le persone e tra le comunità. Come è vero che l’appello alla legalità costituzionale suona impotente e inutile in ampie aree del Paese. E tuttavia a quel ceto politico, a quell’opinione pubblica si può dimostrare come il registro disumano delle nuove leggi non protegge la sicurezza del nostro Paese. La minaccia.
Come la persecuzione degli immigrati non conviene al Paese. L’esercito di badanti che oggi accudisce i nostri anziani (sono 411.776 colf e badanti in attesa del "visto") consente un welfare privato, dopo il tracollo di quello pubblico, anche a famiglie non privilegiate, dal reddito modesto. Chi può ignorare che quelle braccia che oggi dichiariamo fuori legge consentono al nostro sistema delle imprese di competere su mercati internazionali o di tenersi a galla in tempi difficili? O chi può dimenticare che il contributo al prodotto interno lordo della manodopera straniera sostiene il pagamento delle pensioni di tutti? Anche chi volesse ignorare tutto questo dovrebbe fare i conti con una constatazione concreta. Le nuove leggi di uno Stato punitivo e «cattivo», come piace dire al ministro dell’Interno Maroni, consegneranno una massa crescente di non-cittadini migranti a organizzazioni criminali che si occuperanno del loro alloggio, dei loro risparmi, finanche della loro salute rendendo più insicuro e fragile il Paese. E’ un’illusione - e sarà presto un pericolo - credere che «noi» cittadini possiamo negare ogni riconoscimento, anche di una nuda umanità, a «loro», ai non-cittadini. Questa strategia persecutoria per quanto tempo credete che sarà accettata in silenzio? Il nostro Paese, già diviso da ostinate contrapposizioni domestiche, non ha bisogno anche di conflitti razziali.
Come un elegante cilindro su un abito logoro, Sergio Zavoli è il nuovo, prestigioso neopresidente della Commissione parlamentare di vigilanza. Il ritorno sulla scena politica dello stimato giornalista chiude un imbarazzante capitolo della vita parlamentare, ma non cancella la natura dell'accordo che lo ha designato. Il fragoroso applauso bipartisan che accompagna la sua nomina, allude al patto siglato dal leader del Pd, Walter Veltroni, con il capo del centrodestra, Silvio Berlusconi (per interposto Gianni Letta). Zavoli, riserva della repubblica va a dirigere un organismo decrepito e sfigurato dall'arroganza dei partiti. O, meglio, di quel che ne resta. Se è vero che ormai siamo in una democrazia senza partiti, trasformati in mera emanazione proprietaria o in identità deboli, dilaniate da oligarchie interne, questa vicenda lo dimostra in modo esemplare.
Zavoli è armato delle migliori intenzioni, convinto di rappresentare «un principio e un monito: il parlamento se vuole è in grado di risolvere i suoi problemi, e la politica può decidere». Come se a far nascere la sua candidatura fosse stata la libera discussione parlamentare, come se in questi mesi non avessimo assistito a una avvilente, pubblica pantomima istituzionale, come se a richiamarlo in campo fosse stato un libero confronto tra autorevoli candidature e non, al contrario, un basso traffico tra nomenklature fameliche perché la Rai (vero oggetto del desiderio) è pur sempre «l'azienda delle 12 mila tessere», come la battezzò il presidente Pier Carniti, prima di essere cacciato dal settimo piano di viale Mazzini..
Nessuna ferita è stata sanata, come pure strombazzano i parlamentari del Pd, perché Zavoli corre il serio rischio di essere un «elemento di garanzia» (Gasparri dixit), ma nel senso esattamente contrario ai principi di un'etica politica trasparente, da ricercarsi a valle di un sistema che si regge sul conflitto di interessi. Ha ragione invece Zavoli quando afferma che «si è creato un clima che non si vedeva da tempo». Purtroppo. Significa, parlando di questioni televisive nel paese di Berlusconi, che il capo del governo sta sistemando le cose a modo suo. I suoi apprezzamenti («Zavoli è una persona idonea») hanno solo il dono della chiarezza.
Con un terzo del mercato televisivo occupato dal polo satellitare di Murdoch, il conflitto di interesse si gonfia con la formazione di un cartello Rai-Mediaset per sostenere, grazie a Telecom, una piattaforma integrativa per il passaggio al sistema digitale. Alla struttura, come avrebbero detto i classici, si mette il cappello politico. E citare, come fa la Rai, analoghe alleanze in altri paesi (gli accordi tra Bbc e diverse piattaforme), paragonando il nostro sistema a quello inglese, dà il tocco finale alla finzione.
Giovani e vecchi non coincidono con buoni e cattivi, né in politica né in altri ambiti pubblici. Ma l'elezione di Zavoli racconta e fotografa un paese condannato all'eterno ritorno. La nomina del nuovo Cda della Rai sarà il primo banco di prova. Un'ottima occasione per smentire la prevedibile spartizione di un bene pubblico prezioso, quello che il visionario McLuhan definiva la vera fonte di ricchezza dei nuovi vagabondi globali: l'informazione.
Nei giorni scorsi è stata approvata dalla Camera dei deputati, con l’accordo di tutti, la modifica alla legge elettorale per le elezioni europee. La modifica introduce lo sbarramento del 4%. In definitiva viene sancita la possibilità di avere rappresentanti nel Parlamento europeo ai soli cittadini che voteranno per quei partiti che supereranno il 4% del totale dei voti. Detto così suona male?
Allora: quando, riferendosi alle elezioni europee, i nostri illustri politici, dagli schermi dei più importanti telegiornali e dalle pagine dei più autorevoli quotidiani italiani, ci vendono la favola che lo sbarramento è necessario perché così facendo si semplifica il sistema partitico e, lasciando intendere conseguentemente che si rafforza l’efficienza della macchina governativa, non c’è nessuno dei nostri altrettanto illustri professionisti dell’informazione che faccia notare che tale assunto può esistere e resistere nel modo delle favole o nel mondo della propaganda, ma sicuramente non ha spazio nel mondo reale o non dovrebbe averlo nel giornalismo che racconta tale mondo.
Come tutti voi sapete, o dovreste sapere, in un paese dove esistono dei giornalisti e non dei professionisti dell’informazione, che alle prossime elezioni europee non eleggeremo un governo, un fantomatico Governo dell’Europa, che appunto non esiste, ma il Parlamento europeo, che ha la sua ragione d’essere, non nel governare tutti i paesi dell’Unione europea, ma nel rappresentare i cittadini di tutti questi paesi. Allora l’anelito verso la governabilità? Quale governabilità? Le elezioni europee, lo ripetiamo, non devono garantire la stabilità di nessun governo! E quindi l’impegno dei nostri rappresentati, quasi solenne, nel ridurre la frammentazione per garantire una migliore governabilità che senso ha? Ah, dimenticavo, c’è anche l’altra nobile ragione: meno gruppi parlamentari ma più numerosi difendono meglio gli interessi dell’Italia in Europa.
Se questo è vero, lo vedremo nel prossimo parlamento dove grazie alla nostra legge avremo meno partiti. Non posso però fare a meno di notare che questa nobile ragione evidenzia una concezione della rappresentanza europea come una sorta di attività di lobbing, su questo ci sarebbe da riflettere, ma qui mi fermo. Torniamo alle ragioni meno nobili, se ci sono.
Innanzitutto però l’impegno nel mettere la soglia del 4% c’è stato, di questo va dato atto a tutti, e va anche sottolineata l’intesa istituzionale, la concordia parlamentale che tutti quanti hanno dimostrato, sono cose che fanno bene alla democrazia, almeno così ci dicono.
Detto questo, forse, le ragioni del suddetto impegno vanno ricercate in qualcosa di un po’ meno retorico, per esempio, detto brutalmente, e mi scuso con i professionisti del giornalismo di cui sopra, per diminuire i soggetti che si spartiscono la torta. Per chi non lo sapesse: la normativa vigente sul finanziamento dei partiti, così come modificata dal referendum del 1993, prevede un contributo pubblico per le spese elettorali relative alle campagne per le elezioni della Camera dei deputati, del Senato, dei Consigli regionali e del Parlamento europeo. I rimborsi sono riconosciuti, per quanto riguarda le elezioni europee, ai partiti e movimenti politici che abbiano ottenuto almeno un rappresentate eletto, il che alle prossime elezioni sarà possibile superando il 4%.
Il sistema partitico, non solo quello italiano, è un club molto esclusivo, dove è difficilissimo entrare, ma soprattutto una volta che sei uscito quelli che riescono a rimanere dentro fanno di tutto perché tu non riesca più a rientrare, finché poi non hai più le forze (leggi risorse) neanche per provarci.
È l’oligarchia, baby!
"Il personale della soprintendenza per i beni archeologici di Ostia Antica si riconosce e fa proprio il comunicato della soprintendenza archeologica di Roma...". L'opposizione al decreto voluto dal ministro Bondi, che mette sotto tutela l'insieme dei funzionari delle sovrintendenze archeologiche di Roma, si è allargata dunque anche agli scavi di Ostia Antica. "La nostra area - scrivono gli archeologi di Ostia - , come può constatare qualsiasi visitatore, non si trova in situazioni oggettive di degrado e di emergenza tali da giustificare il ricorso a poteri straordinari (anche di protezione civile)". "Il preannunciato provvedimento - prosegue il comunicato - che, giova ricordarlo, ha per oggetto le aree archeologiche più prestigiose e considerate a più alto "reddito" della nostra regione, mortifica, inoltre, la professionalità di tutto il personale di Ostia e svuota, di fatto, di contenuti l'attività della soprintendenza impegnata da sempre sui due aspetti fondamentali ed inscindibili del proprio lavoro: la tutela dei beni e la valorizzazione della aree archeologiche e dei monumenti di competenza. Ci uniamo, dunque, all'appello dei colleghi della soprintendenza archeologica di Roma affinché chi condivide le nostre opinioni, dal singolo cittadino sino ai rappresentanti istituzionali, faccia sentire la propria voce a difesa del patrimonio comune".
Venerdì alla Sapienza, nell'aula di archeologia di Lettere, anche gli studenti dell'ateneo hanno deciso di promuovere un incontro alle 17, a cui è stato invitato il Comitato 2 febbraio.
Stando agli accenti accesi, vera novità per il mondo ovattato dell'archeologia, si annunciano momenti aspri di di confronto. "Abbiamo lavorato per anni alla salvaguardia dei beni, non possiamo finire in un cantuccio per il capriccio di un governo", ha detto ieri un insigne archeologo. Tra le contromisure presa in considerazione anche una prossima chiusura dei monumenti della città.
Per firmare l’appello contro il commissariamento
Milano è sommersa da una cementificazione indiscriminata ed insostenibile. La densità edificatoria è ormai al limite della totale saturazione. Si cementifica dappertutto: sopra e sotto, fuori e dentro. Torri e grattacieli. Box e parcheggi. Si pugnala il cuore antico della città: Sant’Ambrogio, Darsena e Piazza Meda ecc. Si sconvolgono e/o si distruggono interi quartieri: Isola, Fiera, Porta Vittoria, Crescenzago/Adriano, Rogoredo ecc. Bandita ogni idea di programmazione/pianificazione che consideri il territorio un prezioso bene comune, bandita ogni idea di città bella e sana e vivibile, si svende il patrimonio pubblico e si privatizza tutto, con furia ed ingordigia. Si riducono anche gli insufficienti spazi verdi disponibili. E’ come togliere l’ossigeno ai polmoni dell’organismo urbano. Sotto micidiale stress, il territorio entra in una specie di reazione a catena che aggrava le condizioni di inquinamento ed accelera i mutamenti negativi del microclima.
Inascoltati, i comitati dei cittadini - che si battono per la tutela dei loro quartieri e per la qualità della vita urbana con proposte serie e sensate - sono costretti a rivolgersi alla Magistratura.
Alla ribalta della cronaca sono saliti negli ultimi giorni i progetti Garibaldi-Republica/ex Varesine e Isola-De Castillia. Sono sotto inchiesta, per gravi reati, le imprese che lavorano alla costruzione del nuovo grattacielo della Regione: Infrastrutture Lombarde - società a capitale pubblico -, Consorzio Torre/Impregilo, un’impresa di subappalto con sede in Basilicata.
Dal 29 gennaio è sotto sequestro preventivo il palazzo della società IM.CO. s.p.a. di Ligresti in fase di costruzione (14 piani più 3 interrati) all’Isola, tra via Confalonieri e via De Castillia: per “illegittimità” del permesso a costruire e per la “non pertinenza” degli ultimi due piani. Il comunicato della Guardia di Finanza, che fa riferimento ai ricorsi al TAR di “cittadini e commercianti della zona”, si chiude in modo lapidario: “La Procura della Repubblica ha chiesto ed ottenuto il sequestro preventivo dell’opera, essendo stato rilevato un ‘periculum in mora’, in relazione all’offesa al territorio e all’equilibrio urbanistico insito nella ultimazione della costruzione in mancanza di un idoneo provvedimento amministrativo”.
Il Forum Isola (coordinamento tra Comitato I Mille e Associazioni Genitori e Isola dell’Arte), dopo aver raccolto migliaia di firme e presentato ricorsi al Tar per preservare i giardini e la storica Stecca degli Artigiani, elabora il progetto “Parco possibile” che viene condiviso ed approvato dal Consiglio di Zona 9 ma rifiutato dall’assessore Masseroli e dalla giunta Moratti. Questi ultimi, per tutta risposta, non sanno far altro che avviare nella primavera del 2007 una brutale operazione di sgombero e di distruzione della Stecca e dei giardini di via Gonfalonieri unico polmone verde del quartiere.
Torniamo all’oggi. Di fronte alla contestazione di gravi reati come reagirebbero i responsabili di una normale amministrazione comunale? Si metterebbero a disposizione dei giudici ed avvierebbero un’indagine amministrativa per verificare legittimità e correttezza degli atti. Nulla di tutto questo a Milano e alla regione Lombardia. Anzi. L’assessore all’Urbanistica della Giunta Moratti, Carlo Masseroli, straparla di “dittatura dei comitati”, fa la parte della vittima e sconvolge le regole dello Stato di diritto, nasconde i fatti usando l’inglese in maniera azzardata, minaccia i cittadini stigmatizzati come irresponsabili, e manda segnali alla Magistratura che niente hanno a che fare con i rapporti di correttezza istituzionale.
Afferma l’assessore: “Mi auguro che in questo momento di grande sviluppo per la città non ci sia un continuo stop & go, alimentato non certo dalla magistratura ma da qualche comitato che preferisce una Milano ferma rispetto a una città in movimento. Se un drappello di cittadini contrario a certi interventi decide di fermare un progetto con tutti i mezzi che ha a disposizione, commette un atto irresponsabile. Questa io la chiamo dittatura dei comitati, che va a discapito della democrazia”.
La Magistratura e l’Amministrazione sotto la “dittatura dei comitati”?!...Verrebbe voglia di annegare il Masseroli assessore in un mare di risate, se la situazione non avesse raggiunto un livello di degrado grave ed allarmante.