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Tutti a casa

di Maurizio Maggi

Calma e gesso: ci vorrà tempo per fermare la picchiata dei prezzi della case e di sicuro non basterà l'intero 2009 a vedere l'inversione di tendenza. Anzi, sarà proprio quello in corso l'anno nero della Borsa del mattone. Lo sostengono quasi tutti gli addetti ai lavori del settore immobiliare. C'è chi lo fa ipotizzando un calo medio del 5 per cento a livello nazionale, come Fabio Guglielmi, capo di Professione Casa, e chi vede nerissimo: per Lorenzo Bellicini, direttore del Cresme (Centro ricerche economiche per l'edilizia e il territorio), la limatura dei valori potrebbe anche arrivare al 15 per cento. Il diffuso pessimismo trova un'argomentata sintesi nell'edizione in uscita del 'Quaderno per l'economia' del centro studi Nomisma, che 'L'espresso' è in grado di anticipare. Per l'istituto di ricerca continueranno a calare le compravendite, già precipitate, secondo le elaborazioni della stessa Nomisma, dalle 851 mila unità del 2006 alle 684 mila dell'anno scorso: un'emorragia del 20 per cento, in gran parte verificatasi nel corso del 2008. Il drammatico rallentamento degli scambi non ha ancora influito pesantemente sui prezzi. Lo farà quest'anno: "È impensabile che alla massiccia riduzione degli scambi non faccia seguito una significativa caduta delle quotazioni", sostiene Luca Dondi, il curatore dello studio. Secondo Nomisma, i prezzi delle abitazioni sono scesi appena del 2,2 per cento a Milano e dell'1 per cento nelle aree urbane nella seconda metà del 2008. Per il 2009, il centro studi emiliano immagina un calo generale del 4,5 per cento, ma con una flessione dell'8 per cento a Roma e del 6,5 per cento a Milano. In alcuni quartieri di Torino (EuroTorino-Spina 3) e Firenze (Peretola), peraltro, si sono già avuti dei cali-choc vicini al 20 per cento. E stando all'ufficio studi di Tecnocasa, ci sono zone di Milano (Certosa-Gallarate, Prealpi-Mac Mahon, Padova-Loreto) e di Napoli (Materdei e Secondigliano), dove nella sola seconda metà del 2008 i valori sono precipitati del 12-15 per cento. "Viaggiano a ritmi diversi alta e bassa qualità. Quando il clima era euforico saliva tutto indiscriminatamente, adesso il mercato è selettivo e penalizza il prodotto scarso e quello da ristruttare, perché mancano i soldi per i lavori di ammodernamento", dice Giacomo Morri, direttore del master in real estate della Bocconi. Aggiunge Giovanni Bortone, titolare di due agenzie Professione Casa nella residenziale area Plinio-Regina Giovanna a Milano: "Per 80 metri quadrati al terzo piano senza ascensore si chiedevano 330-340 mila euro. Oggi, per trovare un compratore occorre scendere a 250-270 mila euro".

Maledetto mutuo. È lui il grande imputato. La stretta nella concessione dei finanziamenti si sente eccome. Lo sostiene l'analisi di Nomisma, che rileva una contrazione sia delle somme erogate (dal 2007 al 2008 gli importi dei mutui concessi sono scesi da 128 a 123 mila euro), sia del totale delle erogazioni (da 62,7 a 56,1 miliardi di euro) Lo confermano, sul campo, le lamentale degli intermediari. Per loro, l'incubo si chiama 'non deliberato'. Racconta Pasquale Valenzano, direttore del gruppo Tree (agenzie Gabetti, Grimaldi, Professione Casa) per la Puglia: "Nei primi due mesi del 2009, i clienti interessati ad acquistare un immobile presso le nostre agenzie hanno chiesto mutui per 8,8 milioni di euro. Le banche hanno accettato di erogarne per appena un milione". Stallo evidente anche nella Lombardia benestante: in Brianza le transazioni sono diminuite del 25 per cento negli ultimi otto mesi e un'indagine dell'associazione costruttori ammonisce che, rispetto a un anno fa, si è quasi dimezzata la platea di famiglie intenzionate a comprare casa nelle zone di Milano, Lodi e Monza.

Ansia da ribasso. Le compravendite languono, i tempi medi per vendere un appartamento superano spesso i sei mesi e circola una diffusa aspettativa di ulteriori cali delle quotazioni. Ciò induce anche chi è intenzionato a comprare a restare in attesa. O a tirare brutalmente sul prezzo. "Pochi giorni fa sono arrivati dei signori di Torino che, citando gli articoli dei giornali e le stime ribassiste in circolazione, hanno chiesto addirittura il 30 per cento di sconto sul prezzo richiesto dal venditore", spiega l'agente romagnolo Paolo Cirilli, titolare dell'agenzia Tecnocasa di Bellaria, nei pressi di Rimini. Comunque, per Bellicini del Cresme il manico del coltello è saldamente in pugno al compratore, oggi, e chi non ha fretta e va caccia dell'affare fa benissimo ad aspettare: "Consiglierei di mettersi alla ricerca dell'immobile con calma: i prezzi non torneranno a salire tanto presto e i venditori fanno sempre più fatica a piazzare la loro 'merce' al prezzo che si sono immaginati, magari contando sull'infina salita dei valori. Penso che la tendenza all'ingiù possa proseguire, anche se a un passo più lento, anche nel corso del 2010". Insomma: il ciclo è stato lungo, ma la festa è finita. "Chi vende deve ridurre le pretese e chi spera di intascare i quattrini che poteva prendere nel 2006, deve farsene una ragione: per adesso, non se ne parla proprio, a meno che l'immobile non sia unico o di grande pregio", sottolinea Guglielmi.

Comprare per investire. Paradossalmente, nonostante lo scoppio della bolla immobiliare e la discesa dei valori, pare che un'importante fetta dei compratori degli ultimi mesi abbia acquistato per mettere a reddito l'immobile. "La Borsa fa paura. I tradizionali rivali del mattone, come i titoli di Stato, rendono pochissimo. La casa è sempre considerata 'sicura' e già nella seconda metà dell'anno scorso, nella Capitale, abbiamo notato un ritorno di questo genere di acquirenti", dice Fabio Verdecchia, coordinatore delle agenzie del gruppo Toscano (un centinaio) di Roma e provincia. Anche se per Morri della Bocconi l'investimento nel mattone da reddito è "anacronistico, a meno che il patrimonio complessivo del proprietario non sia grande e ampiamente diversificato". Secondo Alessandro Ghisolfi, ufficio studi di Ubh, il ritorno di fiamma è però in atto: "A livello nazionale, per anni gli investitori puri sono stati appena il 5 per cento, anche se a Roma e a Venezia la percentuale è storicamente più alta. Negli ultimi mesi siamo tornati all'8-9 per cento, riportandoci sui valori degli anni Ottanta". "Noi abbiamo una lista di clienti da avvertire quando reperiamo un bilocale da 45-50 metri quadrati: lo pagano 200-220 mila euro e lo affittano, magari a studenti universitari fuori sede, a 50-800 euro al mese", dice ancora Bortone di Professione Casa. Ma che rendimento è ragionevole attendersi? Nel residenziale, tra il 3 e il 4 per cento lordo. La fiscalità incide parecchio e il netto può dimezzare la percentuale: molto dipende dal reddito dell'investitore.

Affitti alla riscossa. Basta fare un giretto per le città per accorgersi che il numero di appartamenti in affitto è in aumento. Ciò nonostante, i canoni non scendono, almeno non in misura sensibile. Di solito, quando l'offerta cresce, i prezzi aumentano. Al fenomeno, apparentemente contraddittorio, contribuiscono una serie di fattori. Da un lato, vengono proposti in locazione immobili anche perché non si spunta, vendendoli, il prezzo sperato: non ci si vuole adeguare all'amara realtà dei dei prezzi calanti e si affitta, solo se si è certi della correttezza e solvibilità del pagatore, senza che il titolare sia eccessivamente sotto pressione. Come in via Lovanio 4, a Milano, dove nell'elegante stabile a due passi dal 'Corriere della Sera', due alloggi sono in attesa di locazione da un anno e mezzo. Dall'altro, si rivolgono adesso all'affitto intere categorie - immigrati, giovani coppie, single - fino a pochi mesi fa desiderose di acquistare casa, ma che non riescono ad avere accesso al mutuo. "A questo proposito, il governo presto capirà che il tema delle casa va affrontato anche con una revisione del mercato dell'affitto, prospettando finalmente alternative all'acquisto a canoni sostenibili", si augura Dondi di Nomisma. Prima che si metta in azione la politica, però, farebbero bene a muoversi le banche. In visita in Italia, il premio Nobel per la pace, Muhammad Yunus, che con la Grameen Bank ha inventato il microcredito per i meno abbienti, ha dichiarato che i poveri sono più affidabili dei ricchi. Verrebbe da dire: ditelo alle banche, che concedono i mutui soltanto a chi i soldi ce li ha già. Sostiene Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari: "Ci sono in Italia centinaia di migliaia di persone, forse un milione, che potrebbero fare un pensierino alla casa se le condizioni dei finanziamenti fossero quelle del 2007. Invece, a loro il mutuo non lo danno". Gira e rigira, si torna sempre alla casella di partenza. n

Più debito in famiglia

Anche l'Italia ha la sua fetta di indebitamento 'nascosto' sul fronte della casa: facendolo affiorare i debiti per il mattone sfiorano il 20 per cento del Prodotto interno lordo. Lo svela Nomisma, il centro di ricerca presieduto da Gualtiero Tamburini, nel numero 3 dei 'Quaderni per l'economia', dedicato alla centralità del credito nella crisi del settore immobiliare. Nello studio, curato da Luca Dondi, lo specialista di Nomisma in campo immobiliare, ci si basa sui dati sui dai dello European Securitization Forum per fare luce sull'effettivo peso delle cartolarizzazioni: "Negli ultimi tre anni gli istituti di credito italiani hanno emulato le banche anglosassoni - sia pure con modalità diverse e sulla base di una normativa più stringente - nel trasformare pacchetti di mutui residenziali in titoli cartolarizzati, i cosidetti Residential Mortgage Backed Security". Un'operazione che, secondo i ricercatori del centro bolognese, oltre a garantire alle banche un recupero di liquidità e un potenziale trasferimento di rischi accumulati in portafoglio, "comporta una sostanziale modifica della contabilità relativa alle consistenze dei mutui". Il valore complessivo dei mutui cartolarizzati da una società veicolo e riacquistati successivamente dalla banca, non trova infatti riscontro nel bilancio alla voce 'crediti verso clientela', ma viene compreso tra le attività finanziarie da negoziare sul mercato o da detenere fino alla scadenza. Di questa trasformazione non si è mai tenuto conto, finora, nel contabilizzare i debiti che effettivamente gravano sugli italiani in seguito alla sottoscrizione di un mutuo per la casa. La tesi di Nomisma è che - calcolando anche i titoli cartolarizzati (promossi soprattutto dai due principali gruppi bancari italiani, Intesa Sanpaolo e Unicredit) - il reale indebitamento delle famiglie in Italia sia salito, tra il 2005 e il 2008, dal 13,4 per cento al 19,9 per cento del Pil. Ovvero il 2,7 per cento in più rispetto ai dati ufficiali recentemente diffusi dalla Banca centrale europea.

Fuga dalle periferie

di Mariaveronica Orrigoni

Uno spettro si aggira in periferia, il suo nome è invenduto. Nei quartieri satellite dell'Eur Torrino e di Casal Palocco, a sud di Roma, gli annunci 'vendesi' dilagano, sia sugli edifici finiti che sulle baracche dei cantieri ancora all'opera. Poli residenziali da dieci o 12 palazzi, anche da 200 appartamenti ciascuno. Secondo le stime degli esperti romani della Fiaip, la federazione italiana agenti immobiliari professionisti, in certe zone l'invenduto arriverebbe al 30 per cento. E se si va a nord, dicono sempre quelli della Fiaip, ci sono villette a schiera costruite nella zona tra le antiche strade romane della Flaminia e della Cassia, dove si è venduto solo il 10 per cento. Insediamenti che contavano, sulla carta, centinaia di abitazioni: chi arriva da Firenze ne vede molte meno, considerato che la crisi ha fatto chiudere molti cantieri. Stessa musica in Emilia Romagna, dove già a dicembre si stimavano 55 mila case in cerca di un padrone. A Reggio Emilia l'aumento della popolazione degli ultimi anni ha provocato uno sprint dell'edilizia: ora però si fa fatica a piazzare gli 8.400 nuovi alloggi. Difficoltà pure in provincia: come a Fellegara, nel comune di Scandiano, con l'ex cantina Cavalli da 120 alloggi, solo per metà ultimati e ancora praticamente vuoti. Si piange anche nel Milanese, dove decine di sviluppi residenziali, 'gioielli abitativi nel verde a pochi chilometri dal centro', annaspano alla ricerca di clienti. E in città non mancano piccoli cantieri costretti a tenere aperto l'ufficio vendite la domenica, anche in zone di pregio come Porta Venezia. Un altro segnale di difficoltà riguarda il non costruito: "In Comune giacciono molte autorizzazioni non utilizzate: i cantieri neppure si aprono", commenta il presidente dei costruttori milanesi Claudio De Albertis. In Veneto, è Padova ad avere la maglia nera dell'invenduto: 3 mila alloggi tra capoluogo (350 nel quartiere di san Lazzaro, 500 a Ponte Vigodarzere) e comuni circostanti,

un numero quadruplicato rispetto all'anno scorso. Una crisi che non risparmia le località turistiche della zona, come Abano Terme dove ci sono un migliaio di case vuote.

A Milano si è costruito molto negli ultimi dieci anni: grandi cantieri, ma soprattutto una moltitudine di piccoli interventi. Ora il vento è cambiato. La crisi economica deprime la domanda immobiliare, crolla l’occupazione. Sogni, promesse, progetti devono confrontarsi con la realtà. Con un tessuto urbano che, tra piccole e grandi lacerazioni, non trasmette un senso di insieme. Con una città non compiuta, che si rifugia entro i confini daziari negandosi un ruolo regionale e contraddicendo la sua stessa storia, fatta di scambi, di commerci, di relazioni.

È urgente riflettere su Milano. Disconnessa dai fenomeni globali, la città stenta ad aggiornare una tradizione ambrosiana fatta di innovazione e senso della misura. Mentre la proposta avanzata per superare la crisi e costruire il futuro è a senso unico: mattoni, e ancora mattoni, sfruttando il traino di Expo 2015. Un proposta peraltro non nuova nell’urbanistica milanese degli ultimi decenni. Lo testimonia Per un’altra città, pubblicato di recente da un gruppo di docenti del Politecnico. Tra i molti spunti, colpisce l’esito deludente degli strumenti negoziali. Introdotti per assicurare flessibilità, sono stati largamente impiegati per modeste o banali lottizzazioni. Numeri alla mano, hanno generato una scarsa utilità pubblica rispetto al corrispondente vantaggio privato. Mancano all’appello molte opere-simbolo che avrebbero dovuto caratterizzarli, e persino parte dei servizi promessi, attesi o semplicemente necessari.

Il deficit più evidente riguarda la mobilità pubblica, i cui costi, economici e ambientali, sono ora sulle spalle della comunità. Sostenere che, in carenza di risorse, la negoziazione con gli operatori privati sia l’unica strada percorribile è dunque fuorviante: se non è stato possibile in questi ultimi anni, in pieno boom immobiliare, come sarà possibile in futuro, in piena crisi economica? E ancora: una cornice formale è davvero un retaggio del passato? Dal 1980, tra varianti e deregolamentazione, la qualità urbana complessiva non è certo migliorata, con il risultato paradossale di deprimere ulteriormente il mercato.

Senza un quadro strategico, vacilla anche la presunta efficienza meneghina. Due esempi. Il sistema aeroportuale, con il progetto di metropolitana e l’idea di tunnel stradale verso Linate ("city airport" da ridimensionare) in assenza di un collegamento diretto su ferro tra la stazione Centrale e Malpensa (hub da rilanciare). O il sistema fieristico, definitivamente concentrato nel nuovo polo di Rho-Pero, con la dismissione del Portello che ha poco più di 10 anni di vita.

Nell’attesa di conoscere concretamente qual è il progetto complessivo di città, e come si intende realizzarlo, i (futuri) 2 milioni di abitanti hanno già legittimato l’incremento degli indici di edificazione, intervenuto per ampie porzioni di città. E giustificheranno nel nuovo piano l’assai probabile introduzione di nuovi diritti edificatori, mediante un indice fondiario unico esteso a tutta la città. Cosa rimarrà dunque da governare all’atteso PGT, quando vedrà la luce? Potrà farlo in modo efficace, dovendo confrontarsi con la somma delle puntuali negoziazioni connesse ai singoli programmi di intervento, il cui campo di applicazione è stato esteso e potenziato?

Nuove regole urbanistiche vuol dire anche nuovi operatori sulla piazza milanese. Una scelta di mercato, che richiede però un disegno strategico, per gestire il più che prevedibile eccesso di offerta. Per evitare che l’Expo rianimi la produzione edilizia bruciando per molti anni a venire il mercato immobiliare cittadino. Si torna dunque al punto: l’urbanistica a Milano non può avere ambizioni solo quantitative, né focalizzarsi unicamente sull’incremento dei residenti, come esito dalla prospettata riduzione dei valori immobiliari. Così facendo, sottovaluta l’effetto collaterale di un diffuso impoverimento patrimoniale per gli attuali proprietari della casa di abitazione. E accantona la vera emergenza sociale che è la riduzione del costo degli affitti: specie in tempi di crisi, è questa la condizione necessaria per frenare l’ormai più che decennale processo di selezione della popolazione milanese, e per fare di Milano una città compiuta. Una città di case e di cittadini.

Nell'arco di soli 30 giorni le previsioni di Bankitalia sull'andamento del Pil nel 2009 sono passate da un meno 2% a un meno 2,6%. Tradotto in cifre, un buco da 41 miliardi di euro. C'è di che preoccuparsi ma non da stupirsi, è sufficiente guardare l'esplosione delle ore di cassa integrazione, cresciuta del 556% nel solo mese di febbraio, per rendersi conto della gravità della crisi. Dei precari rimandati a casa, degli ex dipendenti di aziende prive di ammortizzatori sociali che sono la maggioranza, neppure si parla. E se il tasso di disoccupazione italiano non ha toccato ancora gli spaventosi livelli spagnoli, è solo perché le forze del lavoro su cui da noi esso viene calcolato sono decisamente minori.

In questo tzunami dell'economia reale, cosa fa il governo italiano? Tassa i ricchi per dare ai poveri? Estende a tutti gli ammortizzatori sociali? Aumenta l'imposizione sulle rendite finanziarie, portandole ai livelli europei del 20%? Macché. Berlusconi impone accordi separati per cancellare il contratto nazionale e possibilmente anche la Cgil; martella il pubblico impiego e lo spolpa, mettendo alla porta centinaia di migliaia di precari; investe il danaro pubblico non per difendere il lavoro e il reddito delle persone, bensì per sostenere il mercato. Soldi alla clientela, e ai lavoratori e ai disoccupati provveda dio, o la Caritas. Non contenti, Berlusconi e i suoi prodi (con la minuscola) lanciano la guerra santa contro il diritto di sciopero. In parole semplici, ridisegnano i rapporti di forza nel paese. Ma siccome qualche intervento a sostegno dei salari (e dei mancati salari) deve pur farlo, il governo riparte da dove era rimasto prima del biennio Prodi (con la maiuscola): fuoco ad alzo zero sui pensionati, quegli ingordi che si mangiano il futuro dei figli. Se per cancellare il diritto di sciopero il governo è partito dai trasporti, il punto più sensibile dove è facile raccogliere consensi populisti, per colpire le pensioni il governo comincia bastonando le donne, con l'alibi della sentenza europea che chiede all'Italia di adeguarsi al criterio della parità uomo-donna. Parità? Parità di diversi, con diversi diritti, salari, opportunità, carriera? Parità tra portatori e portatrici di culture e bisogni diversi?

Se in questa crisi e con queste risposte politiche il neo segretario dei democratici Dario Franceschini propone un assegno ai disoccupati, viene da commentare: bentornato Pd. Non è una scelta rivoluzionaria, neppure da governo di sinistra, come dimostra il resto d'Europa. E' soltanto una proposta ragionevole. Eppure, c'è qualcosa che non convince del tutto. Limitarsi a chiedere un sostegno per chi perde il lavoro, senza chiedere come fanno la Fiom e la Cgil l'estensione degli ammortizzatori a tutti i lavoratori dipendenti, precari inclusi, è come prendere atto che dentro la crisi ai licenziamenti bisogna rassegnarsi, non c'è alternativa. Non è vero, un'alternativa esiste, e per trovarla basterebbe rimettere al centro il lavoro. La seconda preoccupazione non riguarda la proposta in sé ma il reperimento delle risorse necessarie a renderla praticabile: già i soliti noti nel Partito democratico hanno ipotizzato, unendosi al coro della destra e dei principali media, non una patrimoniale, o la tassazione dei redditi più alti come quella annunciata dal nuovo presidente americano, ma l'ennesima sforbiciata alle pensioni. Partendo con quelle delle donne, che intendono usare come apripista per colpire le pensioni di tutti.

Che ne direbbe Obama?

Un orizzonte di un solo giorno, e ogni giorno far finta di niente. «Faccio come se non fosse così: è una bugia ma mi serve per vivere». Congelati in un’adolescenza senza fine. «Vivo da studentessa, poi mi guardo allo specchio e penso: sono vecchia. La mia immagine riflessa non corrisponde alla mia vita». Non si sa con esattezza quanti siano i precari in Italia. Sei milioni secondo la Cgil. La metà, replica il governo. Una guerra di cifre che ricorda quella del conto dei manifestanti in piazza. Fa rabbia, fa paura. Ieri dieci di loro sono venuti in redazione per raccontare cosa sia la vita dentro un orizzonte breve, come si conviva con l’assenza di un’idea di futuro, come cambi il carattere, il senso di responsabilità, persino la salute. Non è stato facile organizzare l’incontro, ci abbiamo lavorato per giorni: per un precario a 600 euro al mese perdere un giorno di lavoro, prendere un treno e poi un autobus, mangiare fuori è un costo altissimo.

Sono venuti, gliene siamo grati. Le dieci persone che vedete in copertina sono quasi tutte laureate, alcune specializzate, un paio hanno dieci anni di studi universitari alle spalle. Solo due sono padri. Nessuna madre. Uno ha 50 anni: come nei tornei sportivi, abbiamo scherzato per sollevarci un momento, ci sono i precari di andata e quelli di ritorno. Sono tutti vittime di parole diventate di moda, «flessibilità», o di slogan privi di sostanza, «diventa imprenditore di te stesso». Al contrario dei loro omologhi di altri paesi l’insicurezza del loro posto di lavoro non è compensata da retribuzione più alte. Guadagnano, quando ci arrivano, mille euro al mese. Alcuni 250. I dati dicono questo: il 75 per cento delle lavoratrici precarie non ha figli fino a 41 anni. Le donne pagano come sempre il prezzo più alto. In questo caso un prezzo quasi insostenibile - la rinuncia alla maternità - di cui un governo degno di questo nome si dovrebbe vergognare. Smettere all’istante, per esempio, di parlare di sostegno alla famiglia in assenza di una politica per chi la famiglia la deve costruire.

Le persone che sono state ieri da noi sono - in parte, non tutte: non può perdere il posto chi non l’ha mai avuto - destinatarie della proposta di Franceschini per l’assegno di disoccupazione. Non hanno, infatti, alcun ammortizzatore sociale. Sono una massa di uomini e donne che il governo ignora. Si fanno carico di responsabilità grandi, senza il loro lavoro l’economia si fermerebbe. Sono quelli che più di tutti patiscono la crisi e una supplementare ingiuria: quella di chi ne ignora l’esistenza. Provano irritazione, per usare un eufemismo, davanti agli inviti all’ottimismo. Inviti sistematicamente smentiti dalle nude cifre del tracollo economico del paese.

L’ultimo, ieri, è venuto dalla Banca d’Italia: nel 2009 il Prodotto interno lordo scenderà del 2,6 per cento. Se qualcuno non si occuperà delle generazioni precarie nei prossimi mesi, nelle prossime settimane, subito, questo Paese andrà incontro a un collasso da cui ci vorranno decenni per riprendersi. Si può fare, non è vero che non si può. bisogna volerlo.

Clara Sereni ragiona sull’intolleranza, sulla paura, sul dissolversi della memoria. Sogna la nascita di «ronde gioiose» capaci di portare luce nel buio dei quartieri abbandonati. Ronde che distribuiscano libri anche la notte. Grazie.

La Legge Urbanistica approvata martedì dalla Regione Lombardia è il primo regalo che Berlusconi, tramite Formigoni, fa alla Moratti per aver mollato il controllo della SoGE, e un compenso gradito per i tanti palazzinari e investitori immobiliari (Ligresti, Tronchetti e banchieri vari) interessati ai soldi di Expo e presenti anche nella vicenda Alitalia-Cai.

Con la nuova legge, con una legge ad hoc e in nome di Expo, si darà la possibilità di costruire sulle aree libere dove i piani regolatori e particolareggiati non abbiamo già realizzato o avviato interventi di sistemazione. La possibilità vale anche per le aree verdi, a standard o destinate a servizi. Una norma antidemocratica, perché lascia alla Giunta il compito di decidere togliendo ogni ruolo al Consiglio Comunale, ossia ai rappresentanti eletti dai cittadini. Nessun piano, nessuna analisi, si ignorano anche i dati evidenti (crisi finanziaria e dei mercati immobiliari, 90.000 alloggi vuoti, sfitti, invenduti nel Comune di Milano). Solo profitto e speculazione, dando l’opportunità a speculatori e società immobiliari di un vero e proprio sacco della città, degno del capolavoro del neorealismo cinematografico di Rosi sulla speculazione immobiliare durante il boom economico degli anni ’60.

Cemento ovunque: scali ferroviari, ippodromi, aree interne al Parco Sud, verde di quartiere, spazi di respiro della città. Un grosso regalo per Ligresti e compagnia bella. Una sciagura per una città già inquinata e congestionata a livelli insopportabili. Un disastro ambientale per un territorio consumato e costruito oltre i limiti del buon senso. Ora le deliranti previsioni dell’Assessore Masseroli su una Milano dell’Expo con 2 milioni di abitanti (ma ancora non ha detto dove andrà a prendere i 700 e passa mila milanesi mancanti a questo obiettivo) potranno trovare spazio e ad andare a braccetto con chi, da qui al 2015, avrà come unico obiettivo far girare il totalizzatore dei propri depositi bancari (quasi sicuramente in qualche paradiso fiscale... per completare l’esproprio di beni comuni). Milano, grazie a o a conseguenza di, Expo si appresta a diventare un mostro, non lo spazio pubblico pensato e progettato per rispondere ai bisogni della comunità che la vive, ma territorio di conquista, macchina da profitto, vetrina usa e getta, dove l’interesse privato e gli affari contano più dei diritti e del bene comune. Fa niente se ogni persona di buon senso suggerirebbe altre ricette per rendere più sana e vivibile Milano. Arriva Expo, bisogna far girare la slot machine!

Noi l’avevamo detto, potrebbe essere l’amara constatazione. Expo renderà peggiore la vita di noi tutti per soddisfare gli scopi e i guadagni di pochi. Expo 2015 è questo: miliardi di euro di soldi pubblici che finiranno in tasca ai privati, territori e città consumati e devastati, beni comuni privatizzati, diritti ridotti. Non è la favola buona con cui la Moratti ha incantato i milanesi, i democratici, gli ambientalisti del fare e l’associazionismo «embedded ». E non ci sono alternative all’Expo che ci stanno confezionando se non il NoExpo, non farlo e salvare Milano per salvare noi stessi. Parafrasando il titolo scelto per la rassegna «Nutrire le immobiliari – energia per la speculazione». Svegliatevi!

Comitato NoExpo

Nota: una descrizione dell'ennesimo "emendamento" alla legge urbanistica lombarda tagliato su misura agli interessi particolari, è stata riportata anche ieri da la Repubblica e ripresa da questo sito (f.b.)

Repubblica.it ha svelato il Paese dei senza lavoro, un pezzo d’Italia che diventa sempre più grande e disperato. Le persone che raccontano le loro esperienze di senza lavoro rientrano abbastanza chiaramente in due gruppi diversi. Ci sono quelle ancora giovani, al massimo trentacinquenni, che si interrogano sul perché il mondo della produzione non riesce più a trovar loro un’occupazione; e quelle sui 45-50 anni e oltre, le quali hanno compreso che per lo stesso mondo sono ormai troppo anziane.

Del primo gruppo colpisce soprattutto il fatto che i titoli di studio elevati sembrano servire poco per trovare o mantenere un posto di lavoro qualificato, coerente con gli studi fatti. Hanno due o tre lauree, un paio di master, tre o quattro specializzazioni, significative permanenze all’estero. Speravano di far ricerca in aziende di alto profilo, quelle da cui escono le invenzioni che cambiano il mondo e migliorano la vita. Contavano di guadagnare bene e di fare prima o poi un figlio. Oppure di dedicarsi all’insegnamento. Invece si ritrovano a fare il garzone di cucina in un fast food, la badante o l’addetto alle pulizie sui vagoni delle ferrovie. Con paghe effettive da 6 euro l’ora, quando va bene 800 al mese. Naturalmente con un contratto a breve scadenza. Che alla scadenza non viene rinnovato. Con la precisazione, se si tratta di una donna, che non si può rinnovare il contratto a una che potrebbe addirittura fare un figlio. Esperienze ripetute per tre, cinque, dieci anni. Fino a quando non ci si arrende, e si ritorna a casa dai genitori, senza soldi e senza figli, portando con sé il senso di una sconfitta di cui non si ha colpa, ma che pare irrimediabile. Non è un paese per giovani, l’Italia.

Non è nemmeno un paese per vecchi; laddove vecchio, aziendalmente parlando, significa aver passato i quaranta. In questo secondo gruppo i disoccupati che si raccontano sono in prevalenza dirigenti d’azienda, funzionari della PA, tecnici con una lunga pratica di laboratorio, esperti di informatica. Rappresentano un patrimonio immenso di conoscenze, competenze professionali, abilità accumulate in decenni di lavoro. Però alle imprese non servono più. Perché ai tempi della crisi l’impresa deve dimagrire, cioè tagliare posti, e ovviamente preferisce tenersi i dipendenti più giovani. Oppure perché progetta di trasferirsi da Catania a Belluno, o da Novara a Tallin, e una che ha cinquant’anni, due figli studenti e un padre in cattiva salute magari non è troppo disponibile al trasloco. O semplicemente perché la settimana prossima l’impresa chiude, come ha deciso il proprietario che risiede non si sa bene dove, in Irlanda o in Brasile.

Di conseguenza la dirigente o il tecnico con decenni di prezioso sapere professionale, o l’amministratore che maneggiava miliardi, cominciano a spedire curricula in giro. Decine alla settimana. Centinaia al mese. Con i titoli di studio in evidenza, la carriera in aziende di primo piano, i risultati eccellenti della propria attività. In generale non ricevono nemmeno risposta. Nessun Direttore per le Risorse Umane prende oggi in conto l’assunzione di una persona che oltre ad avere già superato i 45 o i 50 anni, si è pure fatta licenziare.

Un paio di elementi accomunano i due gruppi dei disoccupati più e meno giovani. Il primo è il senso di umiliazione che traspira dai loro scritti, di ingiustizia gratuitamente subita. In una società in cui la sopravvivenza stessa dipende dal lavoro che si fa, ovvero dal reddito che ad esso è collegato, venir privati del lavoro o non riuscire trovarlo, non per demerito proprio ma per incomprensibili vicende dell’economia, è la peggiore offesa che possa colpire un essere umano. Lo rode nel profondo, ferisce la sua stima di sé, pesa sui rapporti con il prossimo. Molti di questi racconti trasmettono con dolente vivezza questo senso di offesa.

L’altro elemento in comune è il risentimento, se non la rabbia, verso chiunque svolga un ruolo in campo economico. La politica, il governo, i partiti, la pubblica amministrazione, gli enti locali, le imprese grandi e piccole, i singoli imprenditori, i manager, lo stato: tutti sono oggetto di sprezzanti giudizi. E’ vero, non si tratta d’un campione rappresentativo, a fronte dei milioni che si trovano in condizioni simili. Ma chi sottovalutasse il significato sociale e politico di questi racconti di ordinaria disoccupazione commetterebbe un madornale errore.

L’assessore regionale al Territorio, il leghista Davide Boni, aveva promesso che avrebbe fatto le barricate contro una nuova colata di cemento in particolare a Milano. Ma dopo l’approvazione alla riforma della sua legge urbanistica ieri in consiglio regionale, al contrario, con la scusa dell’Expo, il sindaco Letizia Moratti avrà praticamente carta bianca sul via libera a nuove costruzioni su ogni spazio rimasto libero, anche se destinato a verde pubblico non realizzato, sul suolo milanese. Grazie a una norma ad hoc, presentata ieri proprio dallo stesso assessore Boni, che prevede che «nei Comuni interessati dalle opere essenziali previste dal dossier di candidatura Expo 2015, da ora in poi, l’approvazione dei nuovi piani attuativi spetterà solo alla giunta». Esautorando di fatto i consigli comunali. Il contrario di quanto accadrà in tutti gli altri casi e di ciò che prevedeva il testo del precedente emendamento presentato dall’assessore al Territorio del Carroccio.

Non solo. Contrariamente a quanto annunciato, i Comuni che non approveranno entro i prossimi sei mesi i Piani di governo del territorio (i nuovi Piani regolatori) non rischieranno affatto la nomina di un commissario ad acta. Basterà, infatti, «che deliberino l’avvio del procedimento di approvazione del Pgt entro il 15 settembre» e tutto si fermerà. Come prevede un secondo subemendamento presentato ieri sempre da Boni. Nel caso dei piani integrati di intervento già approvati, invece, tutto resterà come prima.

Miracoli di un accordo politico raggiunto in mattinata tra il coordinatore regionale della Lega Giancarlo Giorgetti e il segretario regionale di Forza Italia Guido Podestà, con la benedizione del governatore Roberto Formigoni. Ignota la contropartita, ma i rumor parlano di concessioni sulle candidature alla Provinciali e di promesse di posti di peso nelle future nomine. Dalla Fiera alle Ferrovie Nord. Solo per fare un esempio. «L’inusuale presenza dell’assessore comunale all’Urbanistica ciellino Carlo Masseroli durante la votazione - commenta polemico il Verde Carlo Monguzzi - è la prova lampante del forte interesse di Milano alle modifiche approvate». Lui replica ironico: «Ero in Regione per altri motivi. Certo che sono interessato. Sono l’assessore all’Urbanistica e non alla Cultura».

Un boccone imposto alla Lega pare dai piani alti del Pirellone molto pesante da mandare giù, nonostante le contropartite offerte. E infatti parte subito la vendetta. Quando proprio i banchi del Carroccio impallinano palesemente un emendamento pro-Malpensa presentato da un altro ciellino: l’assessore lombardo ai Trasporti Raffaele Cattaneo, pupillo di Formigoni. «La Lega nord tradisce Malpensa - reagisce il capogruppo di Forza Italia in Regione Paolo Valentini - gli elettori lo sappiano». Al quale, però, il suo omologo della Lega Stefano Galli risponde per le rime: «Non accetto lezioni di moralità, soprattutto quando il mio gruppo più volte si è turato il naso su questioni che non facevano parte del programma. Martedì prossimo la posizione della Lega su Cattaneo potrebbe sorprendere». Il centrosinistra, infatti, ha presentato una mozione di sfiducia contro l’operato dell’assessore. Un segnale anche questo? Si vedrà.

«La riforma mette solo ordine alla pianificazione edilizia. I programmi integrati di intervento sono bloccati a 360 gradi», si difende ora l’assessore Boni. Ma il centrosinistra attacca su tutta la linea. «Formigoni ha dato il via libera a un nuovo consumo del suolo», protesta Marco Cipriano di Sinistra Democratica, per il quale adesso c’è «il liberi tutti». «Porte aperte alla cementificazione anche di Linate», aggiunge Stefano Zamponi di Italia dei Valori. «Più che una legge - sintetizza il Pd Giuseppe Adamoli - è frutto di una trattativa sindacale tra le forze della maggioranza, una mediazione che non ha ammesso modifiche».

"Un accordo sulla pelle della gente"

Intervista al Consigliere Pd Mirabelli

Franco Mirabelli, consigliere regionale del Pd, come giudica la nuova legge urbanistica dell’assessore leghista Boni?

«Un pasticcio. E non ci vorrà molto per rendersene conto. Avevamo condiviso la decisione di prorogare i tempi per la presentazione dei nuovi Pgt. Vale lo stesso per la scelta di spingere i comuni di dotarsi al più presto di questi piani, riducendo drasticamente la possibilità di ricorrere alle varianti urbanistiche».

E allora cosa c’è che non va?

«Ci sono due elementi inaccettabili. Si sceglie di utilizzare anche le aree standard a verde per costruire edilizia residenziale pubblica, invece di preferire come avevamo suggerito noi le aree standard destinate ai servizi. Lo stesso Boni ha affermato che in Lombardia c’è un eccessivo consumo del territorio. Da ora in poi ci sarà la possibilità di consumarne altro. Siamo favorevoli ad affrontare il problema della casa, ma ad esempio inventando un uso diverso degli spazi destinati al terziario. Solo a Milano ci sarebbe lo spazio equivalente a trenta grattacieli Pirelli».

Invece?

«Si usa la scusa dell’Expo per dire che i comuni che saranno interessati ad opere collegate all’esposizione potranno decidere le varianti solo con il benestare della giunta e senza passare dal consiglio comunale. Una soluzione non solo sbagliata, ma che produrrà una valanga di contenziosi. Un accordo politico sulla pelle di Milano e dell’interesse dei cittadini».

Al grande pubblico e ai turisti la protesta delle Sovrintendenze archeologiche diventerà «visibile» venerdì. Monumenti chiusi, almeno dalle 9 del mattino a mezzogiorno, in tutta Roma. Gli archeologi insieme al resto del personale della Sovrintendenza si riuniscono in assemblea, promossa dalle rsu (le rappresentanze sindacali unitarie): all'ordine del giorno ancora il no al commissariamento decretato dal ministro dei beni culturali per le prestigiose aree archeologiche di Roma e Ostia. Ma non solo: anche il contestato avvicendamento tra Settis e Carandini a capo del Consiglio dei beni culturali rientra nella protesta, insieme alla politica dei prestiti di beni (a Roma è in ballo quello di quattro statue del Museo delle Terme chieste da Palazzo Chigi).

E così venerdì chiudono monumenti come il Colosseo, i Fori, il Palatino, la Casa di Augusto, le quattro sedi del Museo nazionale romano, le Terme di Caracalla, le vestigia sull'Appia a partire dalla Villa dei Quintili. Insomma tutta la grande Roma monumentale dell'archeologia classica. La protesta già in corso da un mese, scattata subito dopo la decretazione ministeriale, interessa anche Ostia Antica. Anche lì archeologi e personale si riuniscono in assemblea. L'assemblea di Roma si terrà nella sala del Museo di Palazzo Massimo. A Ostia prevista la partecipazione dei vertici del Municipio XIII. In un testo diffuso gli archeologi hanno ricordato lo smacco subito: «Nelle nostre aree archeologiche, come possono constatare i visitatori, non si trovano situazioni oggettive di degrado e di emergenza tali da giustificare il ricorso a poteri straordinari, perfino di protezione civile. Nè ravvisiamo sovrapposizioni di competenze tra stato ed enti locali che, sempre secondo il comunicato del ministro Bondi, debbano essere risolte con l'istituzione di un tavolo tecnico deputato ad individuare un “comune indirizzo di tutela, valorizzazione e promozione” ». Ancor più piccata la reazione espressa dagli archeologi di Ostia Antica. «Il preannunciato provvedimento, che, giova ricordarlo, ha per oggetto le aree archeologiche più prestigiose e considerate a più alto “reddito” della nostra regione - avevano denunciato nella scorsa assemblea - , mortifica la professionalità di tutto il personale di Ostia (dai tecnici, agli ammini-strativi, agli addetti alla vigilanza) e svuota, di fatto, di contenuti l'attività della soprintendenza».

Diceva che sarebbero state rispettate le richieste delle famiglie: è arrivato il momento di mostrare come. Le iscrizioni sono chiuse, i dati sono sul tavolo di Maria Stella Gelmini: il 90 per cento dei genitori che hanno iscritto i figli in prima elementare ha chiesto il tempo medio-lungo. Il mensile Tuttoscuola ha fatto i calcoli sulla base delle previsioni del ministero: la grandissima parte di quei 9 genitori su 10 dovrà accontentarsi delle 27 ore settimanali previste da Gelmini. Non 30 né 34. Tempo vuoto. È una scelta, questa di non dare ore di insegnamento ai bambini che si affacciano alla vita sociale, che ha ripercussioni sulla collettività intera. Non è solo una questione di carenza formativa, già in sé criminale.

Non è solo il fatto che si disinveste sull'educazione primaria - un danno ai bambini - togliendo tutte quelle attività che appaiono evidentemente secondarie: la musica, l'educazione corporea, il primo apprendimento di altre lingue e di altre culture, le arti. Non è solo che si disincentiva l'insegnamento - un danno ai docenti - facendo dei maestri elementari la più povera delle categorie, alimentando il precariato e la disoccupazione di migliaia e migliaia di persone che hanno studiato per insegnare anziché giocare al bingo o cercando di adescare un/a milionario/a da cui farsi mantenere. E' anche un ritorno al passato post-bellico della struttura familiare: un incentivo al ritorno al focolare di migliaia di madri, milioni di donne giacchè si sa che non viviamo in Svezia e che dei figli e della cucina e delle pulizie domestiche, in questo nostro Paese, si ritiene che debbano occuparsi le donne. Più le donne, le quali del resto a parità di lavoro guadagnano assai meno degli uomini e dunque conviene, se qualcuno deve rinunciare a 'lavorare fuori', che rinuncino loro. Anche questa è una di quelle riforme il cui esito sarà chiaro nella struttura della società fra dieci anni, quando ci sarà qualcuno che dirà che 'all'improvviso' è cambiato qualcosa: le donne non lavorano più, non ci tengono, chissà perché, non consumano altro che detersivi e pannolini, mai che investano i loro risparmi in bond.

L’inchiesta di Marco Bucciantini e di Maria Vittoria Giannotti parla della sentenza che emetterà oggi il tribunale di Firenze nel processo per la catastrofe ambientale causata nel Mugello dai lavori per l'Alta Velocità. Una delle più gravi mai avvenute nel nostro paese: un danno di oltre 740 milioni di euro, chilometri di fiumi disseccati, sorgenti prosciugate. Per i 59 imputati l'accusa ha chiesto condanne per un totale di 180 anni di reclusione. Se ci sarà giustizia lo si dovrà all'ostinazione di Girolamo Dell'Olio, fiorentino, professore. Un giorno portò i suoi ragazzi a fare una passeggiata nella valle del Terzollina e inorridì vedendo dove si era progettato di far passare le linee ferroviarie. "Sarà un disastro, bisogna fare qualcosa", disse. E cominciò ad agire. Ecco un maestro davvero unico. Anche Altan riparte dai bambini. Il suo prossimo lavoro, racconta in un'intervista a Renato Pallavicini, sarà uno spettacolo di teatro con protagonista Olivia, amica di Pimpa il cane a pois. «Come fa mia figlia con la sua bambina la Pimpa spiega a Olivia le cose della vita». Ne sentiremmo tutti, anche noi che non abbiamo sei anni, un gran bisogno.

La goccia che ha scavato la roccia. «Insistere, martellare, giorno dopo giorno, era l’unica strada da seguire». Così nel 2001 un quotidiano raccontò l’amara vittoria di Girolamo Dell’Olio, fiorentino, professore dell’Iti, martello e goccia. Nella roccia, che poi era friabile come un castello di sabbia, d’illusioni, di progresso scritto su una mappa.

Oggi, otto anni dopo quella goccia, cinque anni dopo l’inizio del processo per i disastri ambientali dell’Alta Velocità nel Mugello, è il giorno della sentenza. Il Tribunale di Firenze si pronuncerà sui danni ambientali provocati dai lavori del consorzio Cavet sulla tratta fra Firenze e Bologna. Oggi si deciderà come e chi dovrà scontare quel danno che nella requisitoria del pm Gianni Tei viene valutato «di oltre 110 milioni di euro sulle risorse idriche e di 741 milioni se si estende la stima a tutto il sistema ambientale».

Il ruscello

Questa è una lotta per un pezzo di terra. È la valle dell’Eden di Steinbeck, verde e avara, violata e incompresa. Traversata da sentimenti atavici, il bene e il male, annidati nei boschi, affiorati nei rivoli così limpidi e leali da non poter nascondere nulla. Affrontata da sorrisi sfuggenti, come quelli che subiva Dell’Olio quando - indefessamente - si affacciava a ogni convegno del Cavet, per far vedere che c’era, come quel petulante personaggio di De Niro, in un film sui sommozzatori e la marina Usa: «Mi piace rompere il cazzo».

Nessuno mette in discussione la necessità dello sviluppo su rotaie, nemmeno il professore, nemmeno i magistrati. Quella linea che libererebbe la rete fiorentina dai treni veloci, per destinarla in esclusiva al traffico locale. Ma il come conta. Il come è tutto e il dubbio venne a Dell’Olio quel giorno in cui portò i suoi studenti a fare trekking nella valle del Terzollina, un torrente alle porte di Firenze, e poi scoprì che in quella zona sarebbe passata l’alta velocità. «Sarà un disastro. Bisogna fare qualcosa». E così radunò gente alle case del popolo, gente che alzava la testa e vedeva. Teste che raddoppiavano, come fosse l’Idra, il mostro mitologico, nome dell’associazione di volontariato che veglia sul Mugello, accanto al Cavet, intorno, sopra, sotto «a uno dei più gravi disastri ambientali nel nostro paese», come disse il professore, il giorno in cui tutti capirono che quel pazzo aveva ragione.

Quel giorno

Un sabato mattina di giugno, 100 carabinieri piombarono come un battaglione nel Mugello verde, nei 22 cantieri della galleria più lunga del mondo, 73 chilometri, che in mezz’ora invece che in 52 minuti collegherà in treno Firenze a Bologna. Fu il pm Giulio Monferini a mettere i sigilli. Lui e Tei hanno condotto il processo. Allora ipotizzò ogni tipo di reato per questa ferrovia sotterranea dal costo preventivato di 8.000 miliardi di vecchie lire: dal deposito in discarica di fanghiglie contaminate alla truffa alla Regione Toscana, a cui non sarebbero state pagate tasse sui rifiuti per oltre sette miliardi. Dalle mancate bonifiche al danneggiamento delle falde e alla dispersione di acqua sorgiva, inquinata dall’olio minerale spruzzato nei camion carichi di cemento, nelle trivelle, nelle casseforme e nelle volte delle gallerie per rallentare l’indurimento del materiale durante le fasi di modellazione del tunnel. Furono le gocce, sempre le gocce, di olio minerale, viste colare dalle pareti sul materiale scavato, che allarmarono i giudici. Quel fango, invece di essere trattato come rifiuto speciale, per anni è finito inerte nelle discariche non autorizzate e nelle cave «apri e chiudi», inquinando le falde. Come, quanto, per colpa di chi, nel disinteresse colpevole di chi altro: oggi si saprà.

Il processo

Sono 59 le persone accusate di inquinamento del territorio e impoverimento delle falde acquifere: tra questi, la maggior parte sono di Cavet, il consorzio di imprese che ha avuto in appalto i lavori per la costruzione della ferrovia. I numeri messi in colonna dall’accusa fotografano un danno ambientale senza precedenti: 57 chilometri di fiumi seccati, 24 chilometri di corsi d’acqua che hanno visto ridotta la loro portata, 37 sorgenti e 5 acquedotti prosciugati. Per una perdita complessiva di 150 milioni di metri cubi d’acqua. A questo, si aggiunge lo stravolgimento della flora e della fauna: in alcuni dei fiumi mugellani sono scomparsi, forse per sempre, felci e alghe, ma anche gamberi e pesci. Abbiamo indicato la stima di 741 milioni di euro di danno ambientale: questo sarà il fronte su cui lavorerà la Corte dei Conti, che dovrà valutare le eventuali responsabilità della Regione e del Ministero dell’Ambiente. Gli atti del processo sono già stati trasmessi. Il processo, iniziato nel febbraio del 2004, arriva a conclusione nel momento in cui la grande opera non è ancora terminata. Nel corso del dibattimento è stato ricostruito l’iter della tratta Firenze-Bologna: dal progetto alla cantierizzazione, avviata nel 1996, alla messa in opera - prevista per il 2003, ma poi slittata al 2010. E se la data di ultimazione dei lavori non è certa - in ballo c’è anche l’annoso e sempre discusso sottoattraversamento di Firenze - certo è che i costi sono lievitati del 400%, secondo le stime di Idra.

Le richieste dei pm

«Questo non è un processo ideologico» ha ripetuto Gianni Tei, nel corso della sua poderosa requisitoria. «Qui non si tratta di discutere se la Tav andava fatta o meno, ma di come è stata fatta». Il disastro, secondo l’accusa - che più volte ha parlato di «omesso controllo» - avrebbe potuto essere evitato. Ci sono richieste di condanne per 43 persone per un totale di oltre 180 anni di reclusione. Le più alte (10 anni) sono per i vertici Cavet: Alberto Rubegni, Carlo Silva e Giovanni Guagnozzi, presidente, consigliere delegato e direttore generale del consorzio. Chiesta invece l’assoluzione di altri 21 imputati del processo, che coinvolge oltre a Cavet, ditte in subappalto, gestori di cave e di discariche, un funzionario del Comune di Firenzuola, intermediatori per i rifiuti.

La terra

Quella meravigliosa terra a ridosso dell’Appennino tosco-emiliano è stata oltraggiata perfino mentre dormiva, da operai sfruttati, mandati di notte con i fari bassi, furtivi, a battere pozzi nel terreno della chiesa di Paterno, per svuotare le gallerie di nascosto. Terra avvelenata «in modo prevedibile e addirittura previsto dagli studi», questa l’accusa senza scampo, perfino filosofica. Terra dei Medici e del Cimabue. Di un verde sfacciato, di boschi lussureggianti, di un lago fasullo ma necessario a irrigare la grande città, e di fiumi dall’acqua cristallina che resistono a tutto, anche all’uomo. E scorrono, nel mezzo fra il bene e il male.

Cinque milioni di euro. Tanto sarebbero costati studi e rilievi fatti in questi anni dal gruppo di imprese che si era candidato a realizzare la tratta di sublagunare Tessera-Arsenale. Una cifra che ora Massimo Albonetti, presidente della Camera di commercio, chiede al Comune. «Se la sublagunare non si farà», ha detto parlando a un convegno, «quei soldi li dovrà mettere Ca’ Farsetti».

«Stupidaggini», sbotta il sindaco Massimo Cacciari, «il Comune ha fatto la sua parte. Ha ribadito che quel progetto è di interesse pubblico modificando però la convenzione, che adesso non prevede più rischi per le casse comunali. Se trovano i soldi e non ci sono ostacoli di impatto ambientale vadano avanti. Ma noi non siamo vincolati a fare l’opera». Una vicenda che rischia di infiammare ancora una volta la politica veneziana. La giunta Cacciari non ha mai preso una posizione chiara nel merito della sublagunare, ma si è limitata alla «riduzione del danno». Stralciando dalla delibera la parte che prevedeva ad esempio che le perdite fossero a carico del Comune. Adesso la politica e le lobby favorevoli al tunnel spingono. E l’opposizione alla nuova grande opera cresce. Sono state raccolte oltre 12 mila firme di cittadini contrari. Italia Nostra lancia l’allarme per l’ennesimo sfregio alla città storica. Il capogruppo dei Verdi in Consiglio comunale Beppe Caccia ha scritto ieri al sindaco Cacciari chiedendo la sospensione dell’iter. E la convocazione di una riunione di maggioranza.

Il progetto. In questo momento l’incartamento con il progetto per la sublagubnare Tessera-Arsenale è negli uffici dell’assessore alla Mobilità Enrico Mingardi. Nei prossimi giorni sarà inviato a Roma per essere ammesso ai finanziamenti della Legge Obiettivo.

L’origine. Di sublagunare si parla da almeno vent’anni. Un progetto Tessera-San Marco-Lido venne bocciato nel 1990 sull’onda della protesta internazionale. Nel 2002 la giunta Costa lo aveva inserito tra quelli di interesse pubblico. Una riga aggiunta al Piano triennale degli Interventi approvata dal Consiglio comunale. E così l’iter è andato avanti, anche se nel merito il Consiglio comunale non si è mai pronunciato. Il governo l’ha inserita nella Legge Obiettivo e la giunta Cacciari non lo ferma nel nome della «continuità amministrativa».

Dubbi geologici. Uno studio dei geologi della Provincia reso noto in questi giorni rivela come il sostrato lagunare sia in realtà molto più fragile di quanto si pensava fino ad oggi. Strati sabbiosi in mezzo al caranto che rendono rischiosa la costruzione di gallerie e grandi scavi. «Non c’è problema», assicurano i progettisti, «abbiamo fatto anche noi i nostri rilievi».

La cordata. Nel 2003 si era fatta avanti una cordata di imprese per concorrere al project financing. Tra queste la Mantovani (la stessa del Passante, del nuovo Ospedale e del Mose), la Sacaim, Studio Altieri e Net Engineering. Capocordata l’Actv, allora presieduta da Valter Vanni con il 35 per cento delle quote. «Dovranno vendere subito», aveva detto Cacciari il giorno del suo insediamento. Ma le quote sono ancora di Actv. L’accordo preliminare già concluso con Mantovani non procede. I privati chiedono, ovviamente, la sicurezza che l’opera si faccia.

Il nuovo progetto. Seicento milioni di euro per risparmiare dieci minuti rispetto ai mezzi acquei. Così si avanzano proposte per allungare il tracciato e aumentare la redditività del progetto. Fino al Lido, addirittura fino a Chioggia. La spesa a quel punto raggiungerebbe i 2 miliardi.

Le alternative. Oltre alle obiezioni di natura geologica e ambientale (megastazioni e uscite di sicurezza in mezzo alle case e alla laguna) vi sono i dubbi di natura trasportistica. Non è mai stata fatta peraltro un’analisi comparativa con i mezzi acquei. E oggi un collegamento di linea Actv fra Tessera e Arsenale non esiste. Ma l’iter va avanti. «La mobilità in questa città», azzarda l’assessore Mingardi, «non potrà ancora reggere a lungo in queste condizioni».

Postilla

Nel 1990 si riuscì a sconfiggere la proposta di realizzare a Venezia lì’Esposizione mondiale del 2000, perchà il Parlamento europeo e quello italiano convennero che sarebbe stata un’iniziativa devastante per la città. Vent’anni dopo tornano alla carica. Il progetto di metropolitana sub lagunare è infatto connesso all’altro grande progetto, Marco Polo City, previsto da una potente lobby sul margine della Laguna, in corrispondenza all’aeroporto di Tessera: lo stesso identico progetto di sfruttamento del territorio proposto allora dagli architetti del Consorzio Venezia Expo. Lo hanno ammesso pubblicamente non solo esponenti DS (oggi favorevoli all’impresa) ma lo stesso Gianni De Michelis, a suo tempo fervido promotore e facilitatori dell’Expo. (Vedi l’’editoriale de l ’Unità del 13 giugno 1990)

Tra gli “istituti e luoghi di cultura”, il museo è la “struttura permanente che acquisisce, cataloga, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio”, così vuole il codice dei beni culturali e del paesaggio (art. 101). E il codice civile nelle “raccolte”, come insiemi inscindibili, dei musei pubblici riconosce natura demaniale (art. 822). Il vincolo unitario alla finalità esclusiva di educazione e studio (la speciale pubblica fruizione dei musei) si oppone necessariamente alla estrazione da quell’insieme di un singolo o più beni per una diversa destinazione. E deve perciò ritenersi abrogata la disposizione regolamentare (r.d. n. 1917 del 1927) che prevedeva la concessione in uso “ad altre amministrazioni” “per fini di arredamento e decoro” di oggetti anche compresi nelle raccolte museali (ampiamente praticata in passato, ha comportato una non irrilevante dispersione: converrà ora progettare il generale rientro).

E’ compito dei direttori dei musei, consegnatari, secondo il lessico burocratico, delle raccolte, assicurarne la integrità e, nella loro riconosciuta autonomia tecnico-scientifica, difenderla da ogni contraria pretesa. Anche se avanzata da superiori gerarchici (il direttore generale), da chi sia investito dei più elevati ruoli istituzionali e perfino dal presidente del consiglio. Il quale oggi, come si è appreso dalla stampa, intende arredare le stanze della propria sede in palazzo Chigi con quattro celebri statue del Museo nazionale romano delle Terme, come se ne avesse la libera disponibilità. Pretesa del tutto arbitraria (perciò resistibile) che non può certo dirsi legittimata dalla considerazione che la grande aula in cui quelle statue sono conservate non è ancora, nella operazione di generale riordino del museo, aperta al pubblico. Si è letto che la passione di Berlusconi per le statue delle Terme sia stata accesa nella occasione della conferenza stampa di annuncio del G8, ospitata appunto nell’Aula XI del complesso monumentale delle Terme di Diocleziano che vanta interventi architettonici michelangioleschi ed è sede del primo museo archeologico nazionale.

Ma l’ambizione di arredi di statuaria romana della più alta qualità per la stanza del presidente del consiglio non può essere soddisfatta per sottrazione dal Museo delle Terme, lo vietano ragioni di cultura che sono divenute interdizioni assolute del Codice dei beni culturali. E in uno stato di diritto non disperiamo che esista una autorità, sia infine un giudice, che quel divieto farà in effetti valere.

Analoga preoccupazione e sorpresa desta il progetto di convocare per il G8 all’isola della Maddalena i due “famosi” Bronzi di Riace che, dopo un restauro assai delicato e impegnativo, sono stati integrati, e sono esposti, nel Museo nazionale di Reggio Calabria. Si è letto che l’idea sia stata di Mario Resca, il manager designato alla costituenda direzione generale alla “valorizzazione” (se questa è valorizzazione). Il progetto è discusso tra Sindaco reggino (dapprima contrario, poi convinto che la cosa giova al buon nome della città che li conserva) e Ministro per i beni culturali, ma è avversato dal neoeletto presidente sardo che rifiuta l’invasione straniera e offre più pertinenti, autoctone, statue nuragiche di Monti Prama. Avvilente la schermaglia. Si odono appena le riserve del Direttore del Museo reggino, ben a ragione preoccupato per la stessa fisica integrità a rischio.

Neppure le così intese esigenze del prestigio nazionale, che si vuole esaltato con la esibizione alla adunanza dei paesi più ricchi del mondo degli unici originali bronzi greci del V secolo posseduti dai nostri musei, possono valere a superare il divieto di usare i beni dei musei (e che beni nella specie) per fini che non sian quelli di studio ed educazione. Sia convinto il direttore del Museo, di cui si intuisce il disagio, che neppure il presidente del consiglio ha il potere di superare il suo motivato e responsabile diniego alla insulsa, offensiva, pericolosa trasferta dei Bronzi di Riace.

La vittoria alle elezioni sarde ha vieppiù accresciuto la bulimia bonapartista della destra al potere. L’ outing fascista del Cavaliere sulla Costituzione della Repubblica come documento “sovietico” non è stato, come molti hanno sostenuto, una sostanziale excusatio non petita di Berlusconi per prevenire ogni futura contestazione della più che presumibile incapacità del governo a far fronte alla crisi, che nei prossimi mesi morderà terribilmente tutto l’Occidente ed anche l’Italia. Secondo questi analisti, l’attacco berlusconiano alla carta costituzionale e al sistema di contrappesi che caratterizza tutte le costituzioni democratiche, avrebbe voluto in realtà dire che quel sistema gli impedisce di governare, bloccando ogni intervento e diminuendone la tempestività.

Nulla di più sbagliato: la violenta uscita del premier si configura come una vera e propria dichiarazione d’intenti sul futuro assetto delle istituzioni formalmente presidenziale, di fatto autoritario. Berlusconi vuole fare il presidente della Repubblica, ma da capo dell’esecutivo, non da personalità di garanzia, quale è il ruolo attuale dell’inquilino del Quirinale. Questo l’obiettivo finale del progetto.

Il suo raggiungimento tuttavia ha bisogno di conseguire una serie di obiettivi intermedi, che assicurino l’addomesticamento dell’intera società, dai telespettatori del Grande Fratello fino ai vertici del mondo accademico, un processo che passa necessariamente attraverso vari stadi e diverse forme, dall'evirazione dei sindacati (cancellata la contrattazione nazionale, hanno messo il mordacchio ai sindacati dei trasporti) all’intimidazione nei confronti di quegli intellettuali che non si possono comprare, per mettere a tacere le sempre più frequenti critiche.

Di queste tappe una è certamente quella costituita dal controllo incondizionato di tutto ciò che ruota attorno ai Beni Culturali, con particolare attenzione per il settore dell’archeologia, che del complesso di beni che costituiscono il patrimonio amministrato dallo Stato, oltre ad essere quello più ricco, è anche quello più delicato per le implicazioni che il controllo di quei beni comporta. in termini sia di vincoli alla disponibilità di suoli che di potenzialità economiche, dal turismo alla circolazione di oggetti di interesse archeologico e artistico.

Tutto il vecchio assetto del Ministero dei Beni Culturali è sotto attacco. L'offensiva è cominciata con l’articolo che Bondi ha scritto per il quotidiano di famiglia, “Il Giornale” dello scorso lunedì 23, che si configura come una durissima provocazione "a freddo", una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti del presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali, massimo organo scientifico di consulenza del Ministero, nella persona di Salvatore Settis, Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, uno dei nostri più grandi storici dell’arte antica di fama internazionale.

Già nello scorso autunno Settis aveva avuto con Bondi uno scontro assai duro, solo a fatica ricomposto dai soliti pompieri dell'entourage del Cavaliere, generato dalle proteste da Settis sollevate contro i terribili tagli ai fondi del settore, 1350 milioni di euro tolti da Tremonti nel DPEF del 2008 per il bilancio del prossimo triennio. Nell'attuale circostanza, Bondi ha chiesto di fatto le dimissioni di Settis, accusandolo di manifestare pubblicamente le sue critiche all'operato del governo, nel caso specifico le due ultime decisioni, la nomina del general manager della McDonald italiana Resca all'inedita carica di Direttore Generale per la Valorizzazione (in realtà zar di tutte le mostre, con licenza di far circolare liberamente gli oggetti delle collezioni statali), il commissariamento delle soprintendenze archeologiche di Roma, in nome di una asserita incapacità di queste di gestire fondi, tutela e valorizzazione. In una parola, una soluzione autoritaria, mascherata da esigenze "manageriali", che in un colpo, nel centenario della legge di tutela, datata appunto 1909, e della prima organizzazione di tutela dello Stato, colpisce al cuore un servizio che un secolo e mezzo di lavoro dell'Italia unitaria ha creato e che molte nazioni ci invidiano.

Il commissariamento di Roma ha già dei precedenti: l'altro grande centro dell'archeologia italiana, Pompei, diretto non a caso da una grande archeologo di sinistra, Pier Giovanni Guzzo, è stato affidato ad un prefetto (che come primo atto ha distrutto un soffitto dipinto di epoca romana), così come commissariati sono gli interventi per le metropolitane di Roma e di Napoli. E altri seguiranno. Sullo sfondo ci sono vari interessi. Nel caso di Roma c'è la gestione dei beni archeologici dell'Urbe, sui quali Alemanno vuole il controllo assoluto, anche perché il Colosseo, con i suoi due milioni e mezzo di visitatori, rappresenta una gallina dalle uova d'oro che fa gola alle dissestate finanze comunali; per quanto riguarda l'intero Paese, c'è la prospettiva di una sostanziale abolizione delle soprintendenze. Il disegno è chiaro e va nel senso vagheggiato da tutte le destre, quello dello "Stato leggero": la vasta rete delle soprintendenze dovrebbe essere sostituita da piccoli uffici con pochissimo personale scientifico al centro delle regioni, una struttura prefigurata da una sciagurata innovazione del centro-sinistra, le attuali direzioni regionali, che in futuro dovrebbero essere dirette da managers e non da scomodi tecnici capaci di pensare, come accade oggi, mentre la maggior parte dei servizi dovrebbe essere esternalizzata, "messa sul mercato", come ama dire la destra.

Per realizzare questo disegno tuttavia c'è bisogno di un certo numero di intellettuali e di tecnici servizievoli, presto trovati, visto il tradizionale camaleontismo degli Italiani. Mercoledì 25 Settis non aveva finito di leggere la sua preannunciata lettera di dimissioni, che Bondi aveva già firmato la nomina a nuovo presidente del Consiglio Superiore dei BBCC di Andrea Carandini, professore di archeologia alla “Sapienza”, una figura di intellettuale emblematica della nuova situazione determinata dal trionfo della destra. Come una parte non secondaria del ceto politico del PdL, da Ferrara allo stesso Bondi, Carandini ha seguito un itinerario che lo ha condotto dall'estrema sinistra al cuore dell'attuale maggioranza. Responsabile nazionale per i BBCC del PCI negli anni 1977-80 ed autore de "L'anatomia della scimmia", edito da Einaudi nel 1978, un voluminoso saggio di scolastica esegesi del pensiero di Marx (ma si legga il duro giudizio di Carandini marxista formulato dal grande storico antico Arnaldo Momigliano, nell'articolo "Marxising in Antiquity", pubblicato nel "Times Literary Supplement" del 31 ottobre 1975, pag. 1291), lo troviamo nel 2006 esponente della Margherita: in quest'ultima veste, io stesso, in qualità di membro della Commissione per la stesura del programma dell'Unione, ho avuto la ventura di ascoltarlo, nel corso di un’audizione, vagheggiare quella che a suo giudizio sarebbe l'unica via di salvezza per i BBCC, l'abolizione delle soprintendenze.

Un futuro annunciato dunque. D'altronde, il passaggio ufficiale di Carandini ad intellettuale organico della destra al potere è stato anticipato di qualche giorno dalla sua nomina a consigliere scientifico di Guido Bertolaso, sottosegretario di Stato per la protezione civile e commissario per l'archeologia di Roma. Carandini aveva già tentato di ritagliare per sé il ruolo di padrone dell'archeologia della Capitale, sollecitando due anni or sono dall'allora ministro per i BBCC Rutelli la nomina a presidente di una commissione per l'archeologia del centro storico di Roma, che Rutelli tuttavia aveva voluto fosse solo consultiva. Ora come presidente del Consiglio Superiore può ben dire di essere al vertice dell'archeologia italiana, un ruolo paragonabile solo a quello rivestito da Giulio Quirino Giglioli durante il ventennio.

Qualcosa tiene insieme le dimissioni di Settis e molti altri studiosi dal Consiglio Nazionale dei Beni Culturali; le spallucce con cui il ministro Bondi ha risposto; la soppressione della Darc/Parc (architettura, paesaggio e arte contemporanea) e la nomina di Mario Resca (presidente del Casinò di Campione, da cui non si è dimesso - come Umberto Broccoli, neo sopraintendente del Comune di Roma, resta giornalista Rai) a un'indefinita Direzione generale per la valorizzazione dei beni culturali; il viaggio dei Bronzi di Riace alla Maddalena per mostrarli ai «grandi della Terra»; lo spazio con cui La Repubblica ha lanciato la proposta di Alessandro Baricco di sopprimere i finanziamenti pubblici al teatro.

Il risultato è un attacco - forse più grave che nello stesso Ventennio fascista, quando Mussolini ogni tanto correggeva i vari Ojetti e Farinacci pronunciandosi per l'«arte del proprio tempo» - alla cultura intesa come interesse generale, valori condivisi, patrimonio artistico e culturale «che appartiene alle generazioni future», dunque non da preservare da operazioni pubblicitarie di dubbio gusto. In particolare alla nuova produzione artistica: Baricco poco tollera il costoso teatro di regia, per lui la musica contemporanea non deve proprio essere più eseguita perché incomprensibile; Bondi appena arrivato al Collegio Romano ha dichiarato di non capire gli artisti contemporanei...

Il bersaglio è l'autonomia delle competenze e del sapere tecnico scientifico, che devono essere rigidamente subordinati al governo e alla managerialità (un idolo che dovrebbe generare qualche perplessità nella grande crisi). Il filo dell'autoritarismo, dell'insofferenza per critiche e dissenso, lo lega ad altre grandi manovre: contro la magistratura, o contro l'Università e la scuola, cui si tagliano potere e risorse presentandole contemporaneamente all'opinione pubblica sul banco degli imputati per tutte le colpe della politica e per tutte le ragioni del declino italiano. Questo senza troppo contrasto dell'opposizione. Esemplare la vicenda del decreto Gelmini sull'università, dove sono state ottenute - esaltandole come una vittoria contro le «baronie» - farraginose nuove norme concorsuali; mentre è dovuto intervenire Napolitano per denunciare all'opinione pubblica i rischi dei tagli feroci previsti per il 2010 al bilancio delle università, che di fatto aboliscono la possibilità stessa di nuovi concorsi...

Settis ha fatto benissimo: i beni culturali non sono una merce, non da loro direttamente ma dall'indotto che generano si può sviluppare un'economia virtuosa, che non si esaurisca nella sorpresa pubblicitaria, ma sappia entrare in sintonia in modo durevole con il bisogno di produzione d'immaginario. Che potrebbe nascere ancora dai centri storici italiani. Da Roma, Firenze, Napoli, se, anziché shopping mall a cielo aperto tornassero ad essere i luoghi del desiderio per il mondo intero ( lo aveva un po' fatto William Wyler con Vacanze romane)... Vanno sottratti al mercato ed alla politica, sono patrimonio di tutti, devono autogovernarsi attraverso organi tecnici. Questo non può avvenire senza il massimo di autonomia e di libertà, la liberazione della cultura dalle pastoie della (cattiva) managerialità e politica.

Un tempo l'Italia aveva uno straordinario sistema policentrico di Sopraintendenze, sorrette da Istituti Centrali, che esaltavano il potere del sapere. Il mondo ce l'invidiava, e l'abbiamo distrutto, riducendo alla metà i bilanci, non bandendo più concorsi per rinnovare gli organici, non adeguando le retribuzioni, subordinandolo sistematicamente a controlli burocratici, pretenziosità manageriali e politiche, umiliandolo con immotivati commissariamenti (che finora non hanno risolto, vedi Pompei, nessuno dei problemi per cui sono stati istituiti).

L'opposizione non è senza gravi responsabilità. È stato Rutelli ha sottrarre al Consiglio nazionale dei Beni culturali la nomina del proprio presidente riservandola al ministro. Sono stati Bettini e Veltroni a calcare la mano (il modello Roma) sull'uso della cultura come vetrina pubblicitaria per la politica (il tappeto rosso alla Festa del Cinema). È stato Veltroni ministro a varare in pochi giorni la trasformazione dello stato giuridico degli enti lirici in fondazioni private, svendendo così al privato potere, ma ottenendo in cambio un aumento di risorse inferiore al 10%.

La storia degli enti lirici ricorda la svendita del patrimonio pubblico attraverso la Scip... Siamo abituati al terzismo degli editorialisti del Corriere della Sera; l'affare Baricco inaugura un nuovo terzismo, sulle pagine culturali di Repubblica? Baricco rovescia Pasolini, che voleva «abolire la tv e la scuola dell'obbligo«, responsabili dell'omologazione e del «genocidio culturale». Per Baricco, che cova un lungo rancore contro il teatro dai fiaschi di Davila Roa all'Argentina e dal molto modesto successo della sua Iliade senza Dei allestita dal RomaEuropa Festival, si può lasciar fare ai privati, che oggi purtroppo avrebbero «margini di manovra minimi». Davvero? «Chi oggi non accede alla vita culturale abita spazi bianchi della società che sono raggiungibili attraverso due soli canali: scuola e televisione».

Di nuovo, davvero? L'idea di una convivenza civile che si sviluppa negli spazi pubblici della città, che è fatta di esperienze e scelte dirette non mediatizzate e non necessariamente educative o pedagogiche, che è frutto del diritto all'espressione di tutti i cittadini, che produce discussione, dissenso, anche polemiche e conflitto, gli è estranea. I filmclub e le cantine teatrali romane degli anni sessanta e settanta Baricco non le ha frequentate né tanto meno comprese. Dovremmo ragionare sul perché l'Italia spende per la cultura (scuola e università comprese) le briciole residuali del proprio bilancio, anziché contribuire a presentarla come «uno spreco» da tagliare.

La maggior presenza dello Stato nell’economia, resa necessaria dalla rovina finanziaria, restituisce ai poteri pubblici molti spazi che essi avevano ceduto o perso nell’ultimo trentennio. Restituisce allo Stato una forza inaspettata, vasta, benefica nell’immediato ma anche colma di rischi perché potenzialmente invadente, minacciosa non solo per l’economia ma per gli equilibri della democrazia.

Il fatto è che mancano, in buona parte dell’Occidente, classi politiche all’altezza di una svolta così profonda, anche se temporanea. Se si esclude Obama, giunto al potere in coincidenza con il crollo finanziario, numerosi politici che oggi governano le democrazie son figli dell’epoca che ha visto gli spazi della politica restringersi, e quelli del mercato allargarsi smisuratamente. I pericoli di uno Stato prevaricatore non diminuiscono ma aumentano, se il delicato passaggio è gestito da una generazione che per decenni s’è fidata del mercato più che della politica, abituandosi non a servire lo Stato ma a servirsi di esso, e mostrando un’acuta allergia alle regole. Nelle loro mani, lo Stato rinsaldato potrebbe divenire un Leviatano temibile.

Per tutti costoro, il Grande Crollo rischia di somigliare a quello che per Bush fu, nel 2001, la Grande Scossa dell’11 settembre.

Un’occasione non per consolidare la democrazia che si pretendeva tutelare, ma per accentrare il potere, per accentuare l’unilateralismo, per estendere l’ingerenza nel privato del cittadino, per distruggere l’equilibrio dei poteri sino a violare norme costituzionali come l’habeas corpus, che è il diritto di chi è arrestato a sapere perché il suo corpo viene sequestrato. Proprio dai neo-liberisti venne il più potente attacco alle libertà individuali: un’aggressione che la crisi economica può riprodurre, mescolando proditoriamente, come allora, politica dei valori, della paura, degli interessi particolari, del nazionalismo. Proprio da loro venne l’idolatria di una concorrenza sganciata dalla cooperazione. Dal caos d’un mercato senza briglie sono fuoriusciti governanti che hanno edificato la propria forza, oltre che sulla propria ricchezza, sul rifiuto esplicito delle leggi, costituzionali o internazionali. Che hanno spregiato la politica classica chiamandola inutile teatro. In Italia si parla di teatrino: i paesi feroci adorano i diminutivi.

In molti casi sarà questa generazione politica a gestire il ritorno dello Stato, e proprio questo turba. Dirigenti che aborrivano la politica e le istituzioni, che erano avvezzi a servirsene, che sono andati al potere da privati per privatizzare il pubblico, si trovano ora al volante di Stati dilatati, e tenderanno a comportarsi come ieri. Continueranno ad agire fuori dalle regole, a crearsi spazi dove gli spiriti animali del mercato non son temperati né dal senso razionale del limite, né dalla fiducia nel diverso. Con la politica dei valori e della paura si plasmerà la società. La guerra al Grande Crollo diverrebbe una variazione ben poco armoniosa della Guerra al Terrore.

Tale è infatti il potere, se non controbilanciato: cresce senza misura. Lord Acton diceva che naturalmente "tende a corrompere", e "quando è assoluto, corrompe assolutamente". Ciò è tanto più vero per chi lascia nel vago i fini che col governo della cosa pubblica vuol raggiungere, e tende a profittare del momento per accrescere un potere fatto di forza, muscoli, influenza sulle menti, sulla società, sull’informazione, addirittura sul comportamento etico di ciascuno. La vocazione ad accentrare e privatizzare il potere mal tollera le regole, i contropoteri, financo l’opposizione. In Italia si finge addirittura un’unità nazionale che nessun esito elettorale ha sancito. In Germania la Grande Coalizione è nata nelle urne. Da noi strega e corrode le menti, delegittimando chi vorrebbe, classicamente, fare opposizione.

Eppure solo uno spazio pubblico aperto a opinioni diverse permette di sventare i pericoli di uno Stato straripante: uno spazio nel quale a un potere si contrapponga un altro potere, alla maggioranza faccia fronte la minoranza, con la calma che nasce da una lunga storia della democrazia. A questo compito non sono preparate né le destre, influenzate per decenni dal fondamentalismo del mercato, né le sinistre immerse nello sforzo di tagliare le proprie radici stataliste. Ambedue sono figlie del neo-liberismo e del caos che ha generato. Ambedue dovranno affrontare la crisi ripensando il potere, i suoi fini, i suoi limiti.

C’è bisogno di un potere calmo, non rivoluzionario, per diminuire i rischi di uno Stato troppo forte, nocivo all’economia come ai cittadini. Chi sa i rischi dello strapotere non solo accetta ma favorisce la moltiplicazione di contropoteri, di controlli nazionali, europei, se possibile mondiali. Ma può farlo a due condizioni: deve dire i fini del potere politico, e sapere cosa significa senso dello Stato.

Un potere che si proponga fini alti non passa il tempo a criticare il politicamente corretto e gli ideali di giustizia sociale della sinistra. Attività simili perdono ogni senso: valevano quando si credeva che il mercato si regolasse da solo. Lottando contro il politicamente corretto, i fondamentalisti del mercato hanno scoperchiato tabù ma hanno anche finito con lo svilire i fini della politica: fini come la convivenza tra diversi, l’accoglienza dello straniero, la protezione dei bisognosi. Il potere - che dovrebbe essere un mezzo - è divenuto un fine in sé: nichilisticamente, sostiene Gustavo Zagrebelsky.

Non meno importante è la seconda condizione: che concerne il senso dello Stato, delle istituzioni. Un senso che non combacia sempre con lo Stato-nazione. Oggi, il senso dello Stato tocca averlo sia nazionalmente, sia in Europa: e non per ideologia sovrannazionale, come scrive sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia. L’Europa federale già esiste in numerosi campi (frontiere, moneta, commercio, concorrenza, agricoltura, spazi giuridici crescenti). Siccome nessuna mente, neanche la più fine, può dire il domani, nessuno può escludere che in futuro il senso delle istituzioni diventi senso dell’istituzione-Europa. Jean Monnet lo sosteneva agli esordi dell’unione: tutto sta a creare istituzioni comuni, perché "solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge": "Niente esiste senza le persone, niente dura senza le istituzioni". Nell’odierna crisi finanziaria è evidente: ogni Stato si difende da solo, minacciando col protezionismo l’Europa e se stesso contemporaneamente. Non esiste il sacrificio degli interessi "nazionali" sull’altare europeo, perché i due interessi coincidono più che mai. D’altronde gli europei lo intuiscono: molti irlandesi già si son pentiti del no al Trattato di Lisbona, molti Stati euroscettici sull’orlo della bancarotta riscoprono l’Unione.

In Italia cominciano a farsi sentire voci, anche a destra, che vogliono liberarsi dalla rivoluzione neo-liberista e neo-nazionalista contro le tavole delle leggi. Tremonti invoca regole mondiali e discipline europee, contro il caos del mercatismo. Gianfranco Fini si muove nello stesso senso. Giuseppe Pisanu, ex ministro dell’Interno, mette in guardia il governo, in un’intervista a Metropoli, contro una politica che ignora le regole, e contro lo Stato che si fa invadente, repressivo. Invita quest’ultimo a "governare con sapienza l’immigrazione", a non punirla attizzando cupi risentimenti negli immigrati, a non spezzare "l’unitarietà e l’efficienza del nostro sistema di sicurezza" con le ronde private.

Lo Stato diventa sempre più forte e proprio per questo sono importanti la costituzione, le regole, l’Europa. Solo custodendole si può dire, come Obama giovedì al Parlamento: lo Stato interverrà nell’economia senza danneggiarla ma non rinuncerà a dire la sua, e non mollerà: We are not quitters.

La secessione di Bossi assomiglia alla minaccia nucleare di Teheran. Il piano è già fatto, ma i pezzi arrivano un po’ per volta. La differenza è che, per ogni passo avanti dell’Iran, anche piccolo, anche simbolico, il mondo trasalisce e alza la voce. In Italia, invece, tutti assistiamo assenti o compiaciuti mentre, con espedienti o modalità diverse, la Lega smantella l’Italia. Non siamo ancora arrivati al federalismo fiscale che segnerà lo smembramento ufficiale e legale del Paese. Ma molti pezzi staccati di ciò che era l’Italia giacciono già, in esibizione penosa, sui prati dei "territori".

I cittadini non sono più uguali. I diritti condivisi sono stati spezzati. I sindaci-sceriffi si sono dotati di poteri che - in uno Stato normale - non hanno nulla a che fare con i compiti e le funzioni dei sindaci. Bande organizzate dallo Stato contro lo Stato (o meglio da un ministro infiltrato dentro lo Stato di cui è avversario) percorrono le nostre strade con il nome civettuolo di "ronde" a cui si danno poteri di controllo del "territorio" che - in condizioni normali, e se vigesse la Costituzione - spetterebbero solo allo Stato.

Tenete conto della parola "territorio". Non esiste nella Costituzione, che infatti recita: "L’Italia è composta di Comuni, Province, Regioni". La Lega Nord ha imposto le parole "territori" e "popoli" perché non sa dire cos’è o dov’è la sua presunta patria, la Padania, e non sa come distinguere i suoi presunti cittadini "padani" da tutti gli altri italiani.

Il colpo di genio è venuto attraverso l’accordo-ricatto di Arcore: invece di svelare le amicizie pericolose di Berlusconi con la mafia (come aveva cominciato a fare "La Padania" nel 1999, pubblicando in prima pagina la foto di Berlusconi accanto a quella di Totò Riina), la Lega viene dotata di tutto il sostegno mediatico e finanziario necessario per sembrare un partito nazionale.

In tal modo un partito locale eletto quasi solo in due regioni italiane conquista punti cruciali di controllo nel governo e dello Stato italiano che era, invece, il nemico (ricordate "Roma ladrona"?).

Ma la strategia della Lega, mentre da un lato ricatta con successo tutto il versante berlusconiano e porta un partito nazionalista come An a sostenere con fervore ogni nuovo atto secessionista, dall’altro affascina e ipnotizza ciò che resta della sinistra. La prova più impressionante sono le "ronde di Penati", ovvero il disorientante sostegno alla cultura della Lega da parte del presidente della Provincia di Milano, già Ds, ora leader Pd, Filippo Penati . "Che c’è di sbagliato nell’associare ai sindaci carabinieri e poliziotti in pensione e mandarli a sorvegliare parchi, scuole, strade? Chiamiamoli presìdi e non ronde e le obiezioni verranno meno". (La Repubblica, 23 febbraio).

Che c’è di male? C’è che salta tutto l’impianto di legalità costituzionale di un Paese democratico. C’è che si nega il compito delle forze dell’ordine regolate dalla legge. C’è che si aboliscono i diritti garantiti dei cittadini. C’è che a Milano l’unico esponente Pd (cioè della normale cultura costituzionale italiana nelle istituzioni) abbraccia in modo pubblico e clamoroso la cultura della Lega che infaticabilmente lavora a divaricare l’Italia.

I governi, centrale e locale, vengono riorganizzati come agenti persecutori degli immigrati e di tutti gli altri cittadini (dai medici ai poliziotti ai giudici) che non intendono prestarsi al brutto gioco della divaricazione morale e della spaccatura fisica del Paese.

Intorno allo slancio della cultura rondista si forma un focoso rapporto plebiscitario e tribale fra sindaco ed elettori, dove tutto avviene al di fuori delle leggi e della Costituzione. I danni sono enormi, da Lampedusa che brucia agli attacchi di natura razziale frequenti, ripetuti, spinti fino all’omicidio e alle persone a cui danno fuoco sulle panchine. Gli ospedali diventano luoghi pericolosi da cui stare alla larga se si è clandestini, anche per chi è portatore di malattie contagiose. Le scuole hanno classi separate per i non italiani e test di "cultura locale" per tenere lontani dall’integrazione i figli degli immigrati, e tenere bassa e umiliante la qualità della scuola italiana.

Devastando con leggi nazionali e arbitrio locale la Costituzione italiana, la Lega ha fatto molto di più della secessione. Ha infettato di cattiveria persecutoria tutto il Paese, aperto la strada ai linciaggi, diffuso disprezzo e odio. La Lega, salita sulla groppa di Berlusconi, governa la Repubblica italiana. È peggio, molto peggio, della minaccia di secessione.

Corriere della sera

Usa, i pericoli del nuovo corso

di Angelo Panebianco

L'inquietudine e le preoccupazioni per i primi passi dell'Amministrazione Obama, per il modo in cui il nuovo Presidente americano sta reagendo alla crisi economica, crescono fra gli osservatori. Tutti sappiamo che le decisioni dell'America ci riguardano, che la crisi mondiale, là cominciata, può finire solo se l'America farà le scelte giuste contribuendo a ricostituire la fiducia perduta dei mercati e ponendo le condizioni per il rilancio, in tutto il mondo, della crescita. Il dubbio che serpeggia è che il nuovo Presidente possa non rivelarsi all'altezza, che la Presidenza Obama possa un domani, quando verrà il momento dei bilanci, mostrare di avere qualcosa in comune con l'Amministrazione (repubblicana) di Herbert Hoover, la quale, con le sue scelte sbagliate, aggravò la crisi seguita al crollo di Wall Street del 1929.

Certo è che fin qui i mercati hanno reagito con scetticismo o addirittura negativamente a tutti gli annunci e a tutte le decisioni prese dall'Amministrazione. Ciò nonostante, Obama sembra deciso a pagare le cambiali contratte in campagna elettorale con la sinistra americana: piano sanitario nazionale, rivoluzione verde, massicci investimenti pubblici, tasse più elevate per gli alti redditi. La dilatazione della spesa pubblica implica un cambiamento epocale, il passaggio a una fase di forte presenza statale nella vita economica e sociale americana. Ma è proprio quella la ricetta giusta per rassicurare i mercati e rilanciare consumi e investimenti? Se lo sarà, la Presidenza Obama risulterà un successo e non solo l'America ma tutto il mondo ne verranno beneficiati. Altrimenti, la crisi si aggraverà e ci vorranno molti più anni di quelli che oggi gli esperti prevedono per uscirne.

Nell'attesa, possiamo però già valutare alcune conseguenze che la crisi, e le prime risposte dell'Amministrazione Obama, stanno determinando in tutto il mondo. Tramonta rapidamente l'immagine di un'America che doveva il suo grande dinamismo alla valorizzazione massima dell'iniziativa individuale e che, come tale, si proponeva quale modello da imitare per le altre società. Se anche l'America «sceglie» lo Stato, il massiccio intervento pubblico, cosa possono fare quelle società che hanno sempre avuto una fiducia assai minore nelle virtù dell'individualismo, nelle benefiche conseguenze collettive della valorizzazione della libertà individuale?

Due aspetti delle risposte, pur fra loro assai differenziate, che i governi, americano ma anche europei, stanno dando alla crisi, dovrebbero essere attentamente valutate. Il primo riguarda la pericolosa rotta di collisione che, in situazione di crisi, può determinarsi fra le ragioni dell'economia e quelle della democrazia. La logica economica, in queste situazioni, può entrare in conflitto con la logica politica. I governi prendono decisioni volte a rassicurare l'opinione pubblica e a sostenere, con politiche pro-occupazione e misure di segno egualitario (più tasse sui ricchi), il consenso nazionale, decisioni che tuttavia possono aggravare o prolungare nel tempo la crisi. Blandire Main Street (l'uomo della strada) scaricandone tutti gli oneri su Wall Street può essere un'ottima mossa politica nel breve termine, ma i costi di medio e lungo termine potrebbero rivelarsi assai elevati.

Il secondo aspetto riguarda gli effetti sugli atteggiamenti culturali diffusi. Nel momento in cui si radica l'idea secondo cui il mercato è il «Dio che ha fallito», si afferma per ciò stesso la pericolosa illusione che la salvezza possa venire solo dallo Stato. Si dimentica il fatto essenziale che tanto il mercato quanto lo Stato, in quanto istituzioni umane e per ciò imperfette, possono fallire ma che i fallimenti dello Stato sono in genere assai più catastrofici di quelli del mercato. Quando il mercato fallisce provoca grandi, ancorché temporanee, sofferenze (disoccupazione, drastica riduzione del tenore di vita delle persone, povertà). I fallimenti dello Stato, per contro, si chiamano compressione delle libertà (sempre), oppressione politica (spesso) e, nei casi estremi, tirannia e guerre. Oggi, i Robin Hood di tutto il mondo (i nostri, i Robin Hood italiani, sono addirittura entusiasti) lodano Obama che toglie ai ricchi per dare ai poveri. Finalmente, come si sente continuamente ripetere, lo «strapotere del mercato» è finito. Dimenticando che quello «strapotere» ci ha dato decenni di crescita economica impetuosa con molte ricadute virtuose in ambito politico (si pensi a quanto si è diffusa e radicata nel mondo la forma di governo democratica).

Tornare all'epoca dello «strapotere dello Stato» è certo un'idea attraente per coloro che detestano il mercato, e la competizione che ne è l'essenza. Ma che succede se lo strapotere dello Stato impedisce di rilanciare la crescita, e ci fa precipitare in un mondo di conflitti neo-protezionisti? Lo sceriffo di Nottingham sarà pure stato sconfitto ma non resterà, a quel punto, abbastanza bottino per sfamare i poveri.

La Repubblica

La svolta dell’America la crisi dell’Europa

di Eugenio Scalfari

SAPPIAMO, ce lo dicono tutti i dati consuntivi e preventivi, che la crisi economica globale è entrata nella fase culminante, articolata in vari livelli e in vari scacchieri geopolitici. I vari livelli riguardano l’insolvenza del sistema bancario internazionale, la caduta mondiale della domanda di beni e servizi (materie prime, beni durevoli, generi di consumo), la restrizione dell’offerta e quindi degli investimenti come ovvia conseguenza della crisi della domanda, la deflazione, l’ingolfo del credito. Si tratta d’una catena ogni anello della quale è intrecciato agli altri e con essi interagisce generando una atmosfera di sfiducia e di aspettative negative che si scaricano sulle Borse e sul drammatico ribasso dei valori quotati. I diversi scacchieri geopolitici presentano aspetti specifici nell’ambito di un quadro generale a fosche tinte.

L’epicentro è ancora (e lo sarà per molto) in Usa e coinvolge le banche, le imprese, la domanda, il reddito, l’occupazione. Il nuovo Presidente ha imboccato decisamente la strada del "deficit spending" in dosi mai verificatesi prima nella storia americana se non nei quattro anni di guerra tra il 1941 e il 1945. L’entità della manovra di bilancio dell’anno in corso ammonta alla cifra da fantascienza di 4 trilioni di dollari, che si ripeterà con una lieve diminuzione nel 2010. Il bilancio federale, già in disavanzo di mille miliardi, arriverà quest’anno a 1750.

Si tratta di cifre fantastiche ma appena sufficienti a puntellare l’industria, il sistema bancario e la domanda dei consumatori. Purtroppo i primi effetti concreti si verificheranno nel secondo trimestre dell’anno, un tempo breve in stagioni di normalità ma drammaticamente lungo nel colmo della "tempesta perfetta" che stiamo attraversando.

Per colmare questa inevitabile sfasatura temporale Obama ha alzato l’asticella degli obiettivi e, oltre a quelli macroeconomici, ha inserito riforme strutturali e una redistribuzione sociale del reddito senza precedenti. E’ il caso di dire che si è bruciato gli ormeggi alle spalle affrontando lo scontro con i ceti più ricchi, minoritari nel numero ma maggioritari nel possesso e nel controllo della ricchezza e del potere sociale. Neppure Roosevelt era arrivato a tanto e non parliamo di Kennedy e neppure di Clinton. Questa cui stiamo assistendo è la prima vera svolta a sinistra degli Stati Uniti d’America; l’intera struttura economica, sociale e culturale del paese è infatti sottoposta ad una tensione senza precedenti, i cui effetti non riguardano soltanto i cittadini americani ma coinvolgono inevitabilmente l’Europa e l’Occidente nella sua più larga accezione. «Quando la casa minaccia di crollare - ha detto Obama parlando al Congresso - non ci si può limitare a riverniciare di bianco le pareti ma bisogna ricostruirla dalle fondamenta». Noi siamo tutti partecipi di questa rifondazione che si impone anche all’Europa.

* * *

Separare il nostro vecchio continente dall’epicentro della "tempesta" americana è pura illusione. Se cadessero in bancarotta le grandi banche americane, se chiudessero i battenti le grandi compagnie automobilistiche, se l’insolvenza del sistema Usa uscisse di controllo, l’economia europea sarebbe risucchiata nello stesso turbine. Su questo punto è pericoloso illudersi. Chi pensa che l’Europa stia meglio dell’America, chi farnetica che l’Italia sia più solida degli altri Paesi dell’Unione, non infonde fiducia, al contrario alimenta l’irresponsabilità e l’incertezza. Non capovolge le aspettative ma anzi le peggiora.

L’Europa ha scoperto da pochi giorni un bubbone di dimensioni devastanti insediato al proprio interno: l’insolvenza di tutti i Paesi dell’Est del continente, alcuni già dentro Eurolandia, altri ai confini. Si tratta dei tre Paesi baltici, della Polonia, dell’Ungheria, della Romania, della Bulgaria, della Repubblica Ceca, dell’Ucraina, dei Paesi balcanici: Serbia, Croazia, Albania, Macedonia, ai quali vanno aggiunti la Grecia e l’Irlanda.

Questi paesi sono stati ricostruiti e rimodellati sull’economia di mercato grazie a massicci investimenti privati provenienti dall’Europa occidentale e da finanziamenti altrettanto massicci di banche occidentali. L’Austria ha impegnato in questa direzione gran parte delle sue risorse finanziarie e così la Svezia. Di fatto l’economia di questi due paesi è ormai legata a filo doppio con il destino dell’Est europeo, ma un coinvolgimento importante riguarda anche il sistema bancario tedesco.

Bastano questi cenni per capire che la crisi dell’Est, se non arginata entro le prossime settimane, può avere effetti devastanti sull’intera Unione europea, già fortemente scossa in Spagna, in Irlanda e in Gran Bretagna. E’ di ieri la notizia che tre istituzioni finanziarie internazionali hanno stanziato complessivamente 24 miliardi di euro destinati a soccorrere i paesi dell’Est.

C’è da augurarsi che si tratti di risorse immediatamente disponibili perché il cosiddetto effetto annuncio è ormai privo di valore. Ma si tratta comunque d’una cifra assolutamente insufficiente, visto che le dimensioni globali della crisi dell’Est si calcola nell’ordine di 200 miliardi di euro. L’operazione annunciata ieri ne coprirebbe un ottavo, cioè il 12 per cento. Ci vuole dunque uno sforzo ben più consistente, che è inutile chiedere ai singoli paesi. Deve intervenire l’Unione europea e al suo fianco il Fondo monetario internazionale.

I "meeting" tra i capi di governo dell’Unione hanno preso ormai un ritmo settimanale imposto dalle circostanze, ma sarebbe opportuno che da queste consultazioni uscissero decisioni concrete. Finora abbiamo avuto soltanto reiterate quanto inutili dichiarazioni di principio e progetti su nuove regole mondiali relegate in un futuro assai lontano. Parole inutili, progetti privi di attualità. Speriamo che l’incontro di oggi sia all’altezza dei pericoli che incombono.

Queste assai labili speranze hanno un solo modo per diventare concrete: un rifinanziamento massiccio e straordinario dell’Unione europea da parte dei paesi membri. Per avere senso, non meno di 100 miliardi di euro. Ma gran parte dei paesi membri non hanno nemmeno gli occhi per piangere. Quelli che hanno ancora qualche ragionevole capacità sono soltanto due: la Germania e la Francia. Se vorranno compiere questo sforzo assumeranno una nuova responsabilità e potranno reclamare un potere aggiuntivo all’interno dell’Unione, al di là dei trattati e dei regolamenti. Bisogna esser consapevoli di questa situazione, altrimenti continueremo a perderci in una fitta nebbia di chiacchiere e la «tempesta perfetta» europea si aggiungerà a quella americana con effetti di irrimediabile devastazione.

* * *

Poche osservazioni sulla situazione italiana, che registra un progressivo peggioramento a fronte del quale le reazioni del governo sono pressoché inesistenti.

Per fronteggiare alcuni segnali di rischio incombenti e una storica fragilità patrimoniale del sistema bancario italiano, il governo ha mobilitato 12 miliardi, nove dei quali già prenotati da Unicredit, Banca Intesa, Monte Paschi e Ubi. Sono i famosi Tremonti-bond, prestiti a scadenza pluriennale assistiti da obbligazioni con un tasso medio dell’8 per cento a favore del Tesoro che le sottoscriverà. Con una procedura contabile che è arduo spiegare per la sua macchinosità, questi crediti del Tesoro non compariranno nel bilancio dello Stato. Le risorse necessarie saranno chieste al mercato con altrettante emissioni di Bot. Ci sarà uno scarto a favore del Tesoro tra il tasso riconosciuto ai sottoscrittori di Bot e quello pagato dalle banche emittenti dei Tremonti-bond. Insomma il Tesoro ci guadagnerà.

Si dovrebbe dire dunque bravo Tremonti, che in tempi di magra riesce a cavar sugo perfino dalle rape, se non fosse che l’intera operazione (che i media di bandiera hanno esaltato come un miracoloso toccasana) è completamente inutile. Le banche dovrebbero rafforzare il proprio capitale e rilanciare il credito alle piccole-medie imprese. Con i Tremonti-bond aumentano i propri debiti e pagano molto cara questa raccolta. Per di più essa ha una destinazione obbligata: deve esser destinata alle Pim.

Poiché il costo è dell’8 per cento, quale sarà il tasso chiesto alle Pim? Se il Tesoro vuole guadagnare tra il 3 e il 4 per cento in questa operazione, è probabile che le banche spuntino un margine analogo a carico della clientela, cioè impongano un tasso del 12 per cento più gli oneri fiscali. Con questa operazione si sostiene di aver rafforzato il sistema bancario italiano nel quadro della peggiore crisi europea degli ultimi settant’anni? Ci prendete tutti per imbecilli?

Nel frattempo l’Enel, che ha fatto troppi debiti, è costretto a lanciare un aumento di capitale che il Tesoro non sottoscriverà per la quota che ancora possiede. Il mercato ha reagito negativamente. Non era proprio l’Enel il titolo che Berlusconi ha più volte consigliato di comprare, insieme all’Eni, che anch’esso non naviga con la bandiera al vento? Il nostro "premier" non dovrebbe più pronunciar parola perché ogni volta che parla fa danni gravi alla credibilità sua e del paese che rappresenta. Invece la sua loquela esonda e infatti la nostra credibilità all’estero è sotto zero. Basta parlare con uno qualunque degli ambasciatori stranieri accreditati a Roma per averne conferma.

Speriamo che la crisi monetaria e bancaria dell’Est europeo sia arginata. Se così non fosse per far fronte alle sue ripercussioni in Italia ci vorrà ben altro che i Tremonti-bond. In ogni caso noi non siamo in grado di partecipare all’inevitabile rifinanziamento del sistema europeo. Perciò il nostro peso, già assai modesto nell’Unione, diminuirà ancora.

Per fortuna la bandiera nazionale, oltreché dall’Alitalia di Colaninno, continuerà a sventolare per merito del cuoco Michele e del chitarrista Apicella, intrattenitori apprezzati anche dai capi di governo stranieri quando vengono a Roma per vedere il Papa e il Presidente della Repubblica e fare poi sosta un paio d’ore a Palazzo Grazioli per gustare qualche manicaretto di Michele e ascoltare qualche canzone del chitarrista.

La nostra vocazione è la pizza e il mandolino. Ed un attore comico vestito da dittatore. Questo è il copione della commedia all’italiana e questo infatti va in scena anche in tempi di tempesta.

Postilla

Raramente due racconti dello stesso evento, ciascuno guardato da un punto di vista diverso (anzi, opposto all’altro) hanno dato un’immagine più fedele della realtà rappresentata. “Visto da destra” e “visto da sinistra” Obama (meglio, la sua politica interna) emerge a tutto tondo. Ed è un’immagine che inquieta profondamente Panebianco, e apre il cuore alla speranza a Scalfari.

Il primo si meraviglia che il presidente Usa sembri “deciso a pagare le cambiali contratte in campagna elettorale con la sinistra americana: piano sanitario nazionale, rivoluzione verde, massicci investimenti pubblici, tasse più elevate per gli alti redditi”. Evidentemente condivide l’idea corrente di “democrazia”, che significa elezioni ogni tanto e poi basta. Ma il suo terrore nasce dal fatto che si gli sembra si sia avviato “il passaggio a una fase di forte presenza statale nella vita economica e sociale americana”. In realtà ciò che lo preoccupa è che s’inverta il segno della interdipendenza tra poteri dell’economia e poteri delle istituzioni. Se Obama va avanti la politica comanderà qualcosa nelle Corporations e non ne sarà più docile strumento. I timori di Panebianco sono poi rafforzati da una constatazione per lui amarissima: “Tramonta rapidamente l'immagine di un'America che doveva il suo grande dinamismo alla valorizzazione massima dell'iniziativa individuale e che, come tale, si proponeva quale modello da imitare per le altre società”. E se l’America fa così, “cosa possono fare quelle società che hanno sempre avuto una fiducia assai minore nelle virtù dell'individualismo, nelle benefiche conseguenze collettive della valorizzazione della libertà individuale?”.

Su questo aspetto insiste anche Scalfari, ma dal punto di vista opposto: “l’intera struttura economica, sociale e culturale” degli Usa è “sottoposta ad una tensione senza precedenti, i cui effetti non riguardano soltanto i cittadini americani ma coinvolgono inevitabilmente l’Europa e l’Occidente nella sua più larga accezione”.

L’analisi di Scalfari fornisce le cifre che testimoniano la gigantesca dimensione dell’impresa di intervento sull’economia promossa da Obama. “Si tratta di cifre fantastiche ma appena sufficienti a puntellare l’industria, il sistema bancario e la domanda dei consumatori. Purtroppo i primi effetti concreti” si verificheranno fra parecchi mesi: “per colmare questa inevitabile sfasatura temporale Obama ha alzato l’asticella degli obiettivi e, oltre a quelli macroeconomici, ha inserito riforme strutturali e una redistribuzione sociale del reddito senza precedenti. E’ il caso di dire che si è bruciato gli ormeggi alle spalle affrontando lo scontro con i ceti più ricchi, minoritari nel numero ma maggioritari nel possesso e nel controllo della ricchezza e del potere sociale. Neppure Roosevelt era arrivato a tanto”.

La posta in gioco nello scontro tra potere politico e potere economico è chiaro, ed è evidente che quello è l’aspetto decisivo nell’immediato. Ma altre domande restano aperte. L’intervento politico si limiterà a restaurare il mercato, a contrastare “l'idea secondo cui il mercato è il Dio che ha fallito” (Panebianco), e allora è facile prevedere che il potere tornerà neelle mani di chi comanda il mercato capitalistico? Oppure si aprirà la strada a un’economia diversa, di cui nel mondo attuale nessuno sembra avere il coraggio di immaginare la possibile esistenza? E ancora: quale rapporto esiste tra la politica interna di Obama e quella internazionale? Nell’uscita dalla crisi del 1929 la politica di Roosvelt fu aiutata dagli investimenti per la seconda guerra mondiale. Oggi?

Il disegno di legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri persegue palesemente due finalità: rendere oltremodo difficile l’esercizio del diritto di sciopero nel settore dei trasporti, e in specie far sì che diventi pressoché impossibile per la Cgil indire da sola uno sciopero nel settore; aprire la strada a crescenti limitazioni del diritto di sciopero in altri settori.

Cominciamo da quest’ultimo punto. Tutti parlano (compreso il sito del ministero del Lavoro) del provvedimento in questione come di un disegno di legge delega per la riforma del diritto di sciopero nel settore dei trasporti. In realtà nel testo della legge delega la parola trasporti non esiste. Sia nel titolo che in vari articoli si parla sempre di "libera circolazione delle persone" e di "diritto alla mobilità". È vero che si tratta d’una revisione della legge 146 del 1990, che in tema di tutela della libertà di circolazione menziona esplicitamente i trasporti pubblici autoferrotranviari, ferroviari, aerei, aeroportuali e marittimi. Resta il fatto che insistendo in più punti sul diritto alla mobilità e sulla libertà di circolazione, senza mai far riferimento ai trasporti, la nuova legge amplia di molto il suo ambito di applicazione.

Infatti è possibile che la libertà di circolazione venga lesa da molte altre attività che con i trasporti pubblici, i treni, gli aerei o le navi hanno poco a che fare.

D’altra parte la legge delega non fa mistero dell’intenzione di andare molto al di là del settore dei trasporti propriamente inteso. L’articolo1, comma 2/j, prevede infatti il "divieto di forme di protesta (sic) o astensione dal lavoro in qualunque attività o settore produttivo (sic) che, per la durata o le modalità di attuazione, possono essere lesive del diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione". Questo articolo apre alla volontà repressiva del legislatore oggi, e domani del giudice, spazi sterminati. Gli addetti ai rifornimenti d’una nave in partenza per la Sardegna, che dipendono da una società di catering e non dalla società padrona della nave, sono in sciopero e la fanno ritardare di un giorno o due? Secondo la nuova legge, è chiaro che ledono il diritto alla mobilità dei passeggeri. Sono in sciopero i tecnici dell’Airbus o della Boeing che dovevano fare determinate verifiche o briefing di aggiornamento, senza le quali gli aerei un certo giorno non possono partire? La libertà di circolazione di coloro che avevano acquistato i biglietti per quel giorno risulta evidentemente compromessa. Ergo quei tecnici, pur appartenendo a un altro settore produttivo, hanno violato il divieto dell’articolo in questione (ovvero di quelli che lo trasporranno nei decreti delegati). Può davvero portare molto lontano, l’articolo 1 del ddld sulla libera circolazione delle persone, nel limitare la libertà di sciopero.

Per quanto riguarda il settore specifico dei trasporti, è chiaro che dal momento in cui il disegno di legge delega diventasse legge e poi decreto attuativo, i sindacalisti del settore, nessuno escluso, potrebbero dedicarsi ad altre incombenze. La proclamazione di uno sciopero diventa per chiunque un’impresa improba, oltre che non poco rischiosa per le possibili conseguenze sanzionatorie. Per intanto, se vuol dichiarare uno sciopero un sindacato deve vantare a priori un grado di rappresentatività superiore al 50% "a livello di settore". Il limite pare fatto apposta per tagliar fuori la Cgil, poiché se il limite fosse di qualche punto inferiore in diversi settori dei trasporti forse ce la farebbe. Ma oltre all’ostacolo della percentuale di iscritti sussiste quello di stabilire quale sia il perimetro esatto di un determinato settore; compito diventato difficile per chiunque a causa della frammentazione di tutti i settori dei trasporti in gran numero di aziende aventi statuti differenti.

A norma del disegno di legge delega, quando il grado di rappresentatività sia inferiore al 50%, o non determinabile, è d’obbligo procedere a un referendum preventivo. A una condizione: l’organizzazione che lo indice deve avere un grado di rappresentatività superiore al 20%.

Fatta una simile fatica, se mai qualcuno ci riesca, lo sciopero sarebbe sì autorizzato, ma potrebbe anche non essere legittimo. Per ricevere questo riconoscimento bisogna infatti che lo sciopero abbia ricevuto il voto favorevole del 30% almeno dei lavoratori interessati. Non basta. Lo sciopero potrebbe essere magari votato dalla quota richiesta dalla legge, e però configurarsi ancor prima di aver luogo come un solenne fiasco. Questo perché i contratti di lavoro o le regole da emanare in seguito dovranno prevedere nulla meno dell’adesione preventiva allo sciopero stesso del singolo lavoratore. Per cui ecco la sequenza: prima il lavoratore vota pro o contro la proclamazione dello sciopero, oppure si astiene; poi prende atto che lo sciopero si può fare, o no; e a questo punto trasmette a qualcuno, oppure no, una dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero stesso. Nell’insieme, visto che l’intento del disegno di legge delega risiede palesemente nel rendere in pratica impossibile proclamare uno sciopero nei trasporti, il Cdm poteva anche risparmiarsi la fatica di varare un testo con cinque articoli e dozzine di commi e paragrafi. Bastava una riga: lo sciopero nei trasporti è vietato.

Questa cosiddetta riforma godrà presumibilmente di un vasto consenso popolare. Vari elementi portano in questa direzione. L’articolo 40 della Costituzione è insolitamente striminzito e lascia tutto lo spazio alla legislazione. La legge che regola gli scioperi nei servizi pubblici è vecchia di vent’anni. Gli scioperi proclamati troppo di frequente da alcune dozzine di autisti di autobus o qualche centinaio di ferrovieri o piloti d’aereo o assistenti di cabina hanno recato innumerevoli disagi a moltissime persone. Però il disegno di legge in questione non ha nello sfondo questi elementi. Ha invece tutta l’aria di prenderli a pretesto per ridurre gli spazi di libertà, di protesta, di manifestazione di gran parte del mondo del lavoro. E’ probabilmente tardi; ma forse bisognerebbe riuscire a dire forte e chiaro al governo che per riformare l’attività sindacale nel settore dei trasporti questa strada è sbagliata.

Per Obama si fa dura: gli Stati uniti sono nel tunnel della crisi economica, ma in fondo non si vede luce, solo buio ancora più profondo. I dati sull'andamento del Pil non lasciano speranza: nel quarto trimestre la discesa annualizzata è stata del 6,2%, il 60% in più di quanto le stime preliminari avevano accertato. E le prospettive sono ancora peggiori come confermano i dati sulle richieste iniziali di sussidi di disoccupazione: da parecchi settimane oltre 600 mila persone perdono il posto di lavoro. E quasi nessuno ne trova uno nuovo.

Ieri l'Fbi ha diffuso il tradizionale rapporto sulla criminalità negli Usa. Ne emerge uno spaccato sulla situazione economica del paese estremamente significativo: nel primo semestre - quando l'economia stava già rallentando, ma cresceva - i "delitti" erano stazionari con una tendenza alla diminuzione; nel secondo semestre c'è stata una netta inversione di tendenza: i delitti contro il patrimonio, gli scippi, le rapine sono in crescita vertiginosa. Insomma, la gente si arrangia come può visti anche gli esempi che arrivano dall'alto. Cioè dai banchieri creatori degli asset tossici che se la cavano a buon prezzo, spesso portandosi a casa belle liquidazioni.

Ora la speranza si chiama Obama: ha ereditato una situazione disastrosa della quale non ha colpe. Gli ostacoli che gli pone il Congresso sono notevoli, ma l'uomo ha dimostrato di saperci fare e l'aggravarsi delle crisi economica potrebbe spezzare molte rigidità. Come accadde ai tempi di Franklin D. Roosevelt, ai tempi della grande crisi. Ieri anche Krugman, il premio Nobel per l'economia, un liberal spesso critico sul programma di Obama, ha ammorbidito la sua posizione. Probabilmente per la svolta sanitaria del neo presidente, ma anche per i progetti sulle energie alternative in grado di sviluppare la ricerca (basti pensare ai pannelli solari senza silicio) che ha visto per anni gli Usa all'avanguardia e grande esportatori di know how. Di più: con lo sviluppo delle energie alternative Obama intende ridurre la dipendenza energetica dal petrolio (a regime 2 milioni di barile di petrolio in meno al giorno). Il che renderà meno "necessarie" le guerre imperialiste nel medio oriente. Inoltre sarà possibile creare 3,5 milioni di posti di lavoro che di questi tempi non sono pochi.

L'impressione è che Obama si stia muovendo con la logica dell'elastico: infila provvedimenti sui quali anche la destra non si oppone (gli sgravi fiscali per stimolare la domanda privata di consumi), media sul ritiro dell'Iraq, ma poi ci infila provvedimenti come quello sulla sanità pubblica. Occhio: Obama non è un socialista, come non lo era Roosevelt. Forse lo era un repubblicano anomalo come Fiorello La Guardia, sindaco di New York che poi divenne stretto collaboratore del presidente. Questo significa che Obama si muove nell'ottica di una restaurazione del sistema su basi più democratiche, con un rilancio del benessere. E questo a molti non piace, ma può dare input importanti alla sinistra nostrana. Quella antagonista paralizzata dal minoritarismo; quella del palazzo, sempre più affannata nella rincorsa al berlusconismo.

La relazione della Sezione Centrale di controllo della Corte dei Conti sulla gestione delle amministrazioni potrebbe aprire finalmente una nuova stagione per quanto riguarda i problemi della Laguna di Venezia e della sua salvaguardia. La scrupolosa analisi compiuta mette in evidenza una serie di gravi problemi che da oltre un ventennio accompagnano i lavori di costruzione delle dighe mobili che sarebbero destinate a difendere Venezia dalle acque alte.

L’immagine che ne esce è di assoluta evidenza e estremamente preoccupante. In oltre cento pagine si segnalano i costi crescenti, l’assenza di una valutazione di impatto ambientale positiva, la sostanziale mancanza di un vero progetto esecutivo nonostante la massa di denari già spesi e i molti pesanti interventi già compiuti, il tutto accompagnato da "compensi inusuali". Si evidenzia altresì l’inosservanza dei principi relativi alla "parità di trattamento e trasparenza" per un’opera tra le più impegnative in corso nel Paese.

Il monopolio del Consorzio Venezia Nuova protrattosi per un ventennio viene finalmente denunciato in tutta la sua gravità, con le conseguenze avute (e che ancora permangono) quanto a mancanza di concorrenzialità e di confronto di idee e progetti alternativi.

Naturalmente tutto ciò comporta la contestabilità di quanto operato da organi dello Stato italiano, committente e quindi primo responsabile delle scelte compiute: a livello governativo e attraverso il suo organo periferico, il Magistrato alle Acque. Per tutto quanto finalmente chiarito, Italia Nostra deve essere grata una volta di più alla Magistratura e a quei suoi componenti che spesso appaiono come ultimo riferimento possibile per drammatiche questioni di salvaguardia del patrimonio culturale.

Nel contempo Italia Nostra deve ricordare con forte rammarico che quanto oggi evidenziato dalla relazione della Corte dei Conti corrisponde a ciò che la nostra associazione segnala da oltre vent’anni con denunce, interventi e ricorsi a livello locale, nazionale ed europeo. In questa prospettiva è magra consolazione che la ragionevolezza di tante delle nostre critiche, non volute ascoltare, venga ora confermata ad altissimo livello.

Rimane poi aperta (ma anche questo è evidenziato dalla relazione della Corte dei Conti) la questione dell’utilità degli enormi e costosissimi interventi, la cui efficacia potrà essere paradossalmente valutata soltanto dopo la loro conclusione. Per il momento l’unica certezza è la irreparabile alterazione già compiuta a danno della realtà lagunare.

Italia Nostra – Sede nazionale

Italia Nostra – Sezione di Venezia

Roma-Venezia, 28 febbraio 2009

Arianna Di Genova

L'effetto terremoto nel Consiglio superiore sta procedendo a ondate successive, con una serie di dimissioni a catena. Gli "scranni" dell'organo consultivo per i beni culturali si stanno progressivamente svuotando. Anche l'economista Walter Santagata ha abbandonato il suo incarico. Se "l'epicentro" del sisma è stato il presidente Salvatore Settis, a lasciare il parlamentino dei beni culturali sono stati anche lo storico dell'arte Andrea Emiliani, Cesare De Seta, Andreina Ricci e Mariella Guercio. E per il 4 marzo, quando il Consiglio tornerà a riunirsi su convocazione di Antonio Paolucci (in odore di dimissioni), si prevede un altro scossone. Il ministro Sandro Bondi però non ha perso di lucidità, anzi. Così come aveva provveduto prontamente a sostituire il presidente Salvatore Settis con Andrea Carandini, ha tirato fuori dalla manica il suo tris d'assi di nomine nuove di zecca (evidentemente pronte da tempo).

A beneficiare della posizione saranno Elena Francesca Ghedini (docente di archeologia presso l'università di Padova nonché sorella dell'avvocato Niccolò Ghedini, difensore di Berlusconi), Emanuele Greco (professore di archeologia all'Orientale di Napoli e direttore della Scuola archeologica italiana di Atene) e Marco Romano, ordinario di estetica nelle facoltà di architettura di Venezia e Genova.

Al momento, rimangono al loro posto di resistenza, i rappresentanti degli enti territoriali (sono tre), i "sindacalisti" e gli studiosi di nomina universitaria, fra gli altri, Marisa Dalai Emiliani, presidente dell'associazione Bianchi Bandinelli e Giovanni Carbonara, docente di restauro architettonico. Il loro compito è arduo: arginare la disfatta e frenare in qualche modo quegli intellettuali che sono una diretta emanazione politica.

Il vero punto scottante che riguarda il Consiglio superiore è che ha perso del tutto la sua autonomia di pensiero e la dialettica con il ministro si è azzerata. Ma la deriva barbarica era già insita nell'ultima riforma voluta dal precedente "timoniere", Francesco Rutelli. Fu lui, come spiega Marisa Dalai Emiliani, a stravolgere la struttura del Consiglio, diminuendo i membri dei comitati di settore da cinque a quattro e cambiandone anche le modalità di elezione (due esperti scelti politicamente e due provenienti dagli ambienti scientifici e universitari; prima, c'era anche un funzionario dei beni culturali). Inoltre, il presidente, un tempo eletto democraticamente dagli altri membri del Consiglio, venne trasformato in una nomina prettamente politica, selezionato secondo i gusti del ministro in carica. "Avevo messo in guardia Rutelli sul pericolo di quella procedura - afferma Dalai Emiliani - Lui mi rassicurò, ma io gli risposi che non era eterno. Ha dato il colpo di grazia, ora si raccolgono i frutti...".

Da questa settimana, il Consiglio superiore, una volta espressione di eminenti studiosi che per una sorta di volontariato culturale mettevano al servizio del ministero le loro specifiche competenze per la tutela dei beni, si trasforma in uno scrigno politico, pronto a praticare il "silenzio-assenso".

L'archeologa Licia Vlad Borrelli manifesta una grande preoccupazione per il patrimonio e la sua gestione, anche rispetto ai "commissariamenti facili". "Come sta accadendo con la magistratura, siamo di fronte a una lenta erosione dei poteri. I commissariamenti esautorano le figure dei soprintendenti che perdono la loro autonomia di giudizio. Molto grave è anche la divisione tra valorizzazione e tutela. La nuova direzione generale istituita (quella di Mario Resca, ndr.) disgiunge i due termini e se la valorizzazione prevarica la tutela può accadere che i Bronzi di Riace, tanto per fare un esempio, vadano in giro per il mondo. I beni culturali non sono una risorsa economica solo per il presente, devono essere conservati per le generazioni future... Credo che in questo momento, tutti noi esperti del settore dobbiamo essere uniti e fare fronte".

Ma il suo collega-archeologo Andrea Carandini, neo-presidente del Consiglio superiore, non tentenna. "Io e Settis abbiamo un punto fermo in comune, che è il rispetto del Codice dei beni culturali, ma anche posizioni diverse sulla gestione del patrimonio che non possono essere scomunicate a priori".

La sua prima uscita pubblica, domani, per il settimo incontro nazionale di Archeologia Viva (al Palacongressi di Firenze), sarà l'occasione per un chiarimento riguardo la sua scelta di accettare l'incarico offertogli dal ministro Bondi, dopo le dimissioni del direttore della Scuola Normale di Pisa, Salvatore Settis.

Un diavoletto maligno sembra aver convinto il ministro Bondi che sia necessario, per gestire al meglio qualcosa, non avere di essa la minima competenza.

Di qui la scelta di affidare la nuova direzione alla valorizzazione del patrimonio ad "un manager di chiara fama come Mario Resca": per poi rammaricarsi che Salvatore Settis esprima il suo dissenso, per giunta "sulla stampa di opposizione".

Del resto, trattare i Beni Culturali come un problema di marketing, da promuovere come si fa con gli hamburger, fa il pari con il considerare l’archeologia come un affare da protezione civile: un cataclisma da affidare al maggior esperto delle calamità naturali e umane: come dire, da Chiaiano ai Fori Imperiali.

Perchè questa scorciatoia non può funzionare per i Beni Culturali?

Perchè in questo campo lo stimolo alla fruizione non nasce da operazioni di marketing, o comunque non si esaurisce del tutto in esse, bensì dalla capacità di penetrare a fondo il significato storico-culturale di ciò che deve essere valorizzato: il prodotto consiste nella diffusione di conoscenza attraverso la conservazione di un patrimonio immenso quanto fragilissimo, la cui sopravvivenza passa attraverso la protezione del paesaggio in cui si inserisce.

Un esercizio faticoso, talora ingrato, ma che non ammette scorciatoie.

Dalla forza di questo enunciato lapalissiano scaturì in G. Spadolini il convincimento che fosse necessario creare per i Beni Culturali un ministero sui generis, nel quale le pur necessarie intermediazioni di carattere amministrativo non contrastassero l’esigenza che la responsabilità finale e l’onere di pianificare il rilancio e la valorizzazione, come ripetono i nostri politici con vacuo compiacimento autoassolutorio, restassero saldamente dipendenti da valutazioni tecnico-scientifiche.

Che cosa è mancato? O meglio che cosa ha remato contro? La velleità tutta italiana di celebrare le nozze con i fichi secchi, tagliando i fondi e moltiplicando commissari e "figure nuove, con specifiche competenze manageriali", in grado addirittura "di leggere un bilancio, stilare un programma finanziario, elaborare un piano costi-benefici".

L'organico dei funzionari, archeologi, storici dell'arte, architetti, archivisti, bibliotecari, si è andato immiserendo di giorno in giorno senza che si facesse alcuno sforzo per integrare le pur stitiche piante organiche predisposte a suo tempo. Ci si è riempiti la bocca di geremiadi sulla decadenza di Pompei, o dei Fori a Roma, facendo finta di non sentire le banalissime considerazioni dei nostri Soprintendenti, tra i più qualificati tecnici del mestiere, come dimostra il caso di P.G.Guzzo a Pompei : senza tecnici, senza custodi, senza idonei stanziamenti destinati alla manutenzione ordinaria e straordinaria, senza i necessari supporti tecnologici, nessun supermanager di MacDonalds sarebbe in grado di assicurare una tenuta decente dei nostri immensi parchi archeologici.

Eppure questa tenuta è stata assicurata, e non in modo passivo: Pompei ha conosciuto una stagione di studi e ricerche senza precedenti, e l'accumulo di sapere è cresciuto con progressione geometrica: e questo grazie ai "lavori senza gloria" dei nostri funzionari di Soprintendenza, e non certo per merito di chi favoleggiava della realtà storica di Romolo.

Si poteva, con la gestione ordinaria, salvaguardare i nostri parchi archeologici? Certo che si: lo dimostra l'esempio di Ercolano, una operazione discreta di grande collaborazione internazionale con uno sponsor privato, condotta in riserbo ammirevole dalla Soprintendenza Archeologica.

Che cosa occorreva? Non certo un commissario straordinario, ma competenza, costanza e disponibilità di risorse adeguate, vera managerialità.

A che serve allora un commissario? Chiedetelo a chi confonde l'efficienza con l'autoritarismo, la valorizzazione con la mercificazione: ha visto il ministro Bondi la Mostra su Ercolano? No? Fa ancora in tempo a vederla, al Museo Nazionale di Napoli, proprio in quello che viene indicato come un luogo di sfascio e di abbandono. Forse gli servirebbe ad imparare il rispetto di chi sa lavorare senza risorse, senza riflettori, e -quel che è peggio - senza il supporto del proprio Ministero.

Ida Baldassarre, Istituto Universitario Orientale, Napoli

Bruno d’Agostino, Istituto Universitario Orientale, Napoli

Luca Cerchiai, Università degli Studi di Salerno

Loris Campetti Diritto di precedenza

Nell’editoriale de il manifesto (27 febbraio) la difesa del diritto non di una “categoria”, ma di un’attività che è la base della società. Grazie alle manovre repressive del governo e al silenzio degli altri, “è a rischio la democrazia di tutti”

Il diritto di circolazione dei cittadini viene prima del diritto di sciopero dei lavoratori. In realtà, davanti ai lavoratori c'è una schiera di soggetti con diritto di precedenza, a partire naturalmente dai consumatori. Tutti hanno più diritti dei lavoratori, così dev'essere, e ha ragione il governo Berlusconi a lanciare prima anatemi e poi leggi pesanti come pietre per ridimensionarne le pretese. Ha ragione, visto che quasi nessuno nelle sfere della politica sembra indignarsi e due dei tre sindacati più rappresentativi si dicono disposti a discutere una legge che cancella il diritto di sciopero nei trasporti. Una volta ancora la Cgil viene lasciata sola, il neo segretario del Pd Franceschini ha problemi più seri di cui occuparsi e dunque il ministro Sacconi può dire tranquillamente che un accordo separato in più non gli farà perdere il sonno.

Ma è proprio vero che i tranvieri ci impediscono di circolare? Non si direbbe, data la continua diminuzione del tasso di scioperosità. Né si può dire che vengano violate continuamente le regole ferree già esistenti per imbrigliare e rendere difficile la mobilitazione sindacale nei servizi di pubblica utilità: le contestazioni del comitato di garanzia riguardano lo 0,7% degli scioperi proclamati nel settore dei trasporti.

Allora, di che cosa stiamo parlando? Del fatto che ogni volta che si vogliono cancellare diritti sociali, sindacali, civili, di cittadinanza si inventano emergenze a palazzo Chigi e si rafforzano con la collaborazione attiva della maggioranza dei media. Che si tratti di bastonare gli immigrati e i rom, di speculare sugli stupri o sul diritto di morire quando non c'è più vita. L'emergenza è una forma precisa - lucida, per quanto autoritaria e populista - del nostro governo.

È scaltro Berlusconi, come scaltri sono i suoi ministri di punta. Partono dai sentimenti peggiori di una popolazione colpita dall'unica emergenza non riconosciuta, quella sociale. Parlano alla pancia, agli intestini del paese. Chi non ce l'ha con gli autisti degli autobus che non arrivano? Si comincia a colpire dove è più facile raccogliere consenso, per poi proseguire la caccia grossa contro tutti gli altri lavoratori. Il diritto di circolazione non è che un grimaldello per scardinare quel che resta in Italia del diritto del lavoro. Ha ragione uno dei più prestigiosi leader sindacali della stagione passata, il cislino Pierre Carniti, che in un'intervista al manifesto pubblicata a pagina 6, denuncia: dobbiamo smetterla di dire che quello che abbiamo è un governo cattivo, «è un governo di destra, è il governo dei padroni».

Sta diventando prassi lanciare la polizia contro gli operai che scioperano o difendono le loro fabbriche e le loro macchine, all'Alfa di Pomigliano come all'Innse di Milano. Legge e manganello, sono due buoni sistemi di persuasione. Due rotaie per portare il trenino italiano verso un futuro più ingiusto, più classista, più autoritario. La democrazia, il diritto di chi lavora a dire la parola finale sugli accordi che li riguardino, è soltanto un freno alla corsa del trenino.

Siamo matti noi, oppure è a rischio la democrazia di tutti?

A parole in Italia siamo tutti liberali. Quel che invece è egemone da noi è un comunitarismo d’accatto, e uno statalismo corporativo. Con la destra e la Lega in prima linea e la sinistra purtroppo afona e divisa. A cominciare dalla laicità». Conversazione polemica con un torrente in piena quella con Giulio Giorello, filosofo della scienza, da marxista già allievo di Ludovico Geymonat, milanese, classe 1945. Oggi libertario impenitente e di sinistra: tra Popper, Feyerabend e Stuart Mill. Ma senza tenerezze per destra e sinistra. Alla destra «statalista» Giorello imputa assenza di senso dello stato e integralismo strumentale. E alla sinistra? Divisioni, debolezze laiche, identità fragile.

Nonché incapacità di cavalcare le vere questioni del paese. Che nell’ordine per Giorello sono: «precarietà del lavoro, disservizi, degrado urbano e scuola a pezzi». E però, per lo studioso, tutto ruota attorno alla questione per lui fondamentale. La laicità. Cartina di tornasole di tutte le insufficienze del paese. Quasi un dna malato, che impedisce all’Italia di essere una nazione, e di avere un baricentro civile. Vediamo.

Professor Giorello, da un’inchiesta Swg emerge che il 62% degli italiani nei grandi centri teme crisi economica e precarietà del lavoro. Solo il 24% è in ansia per l’immigrazione. Pochissimi credono alle ronde. E il 37% lamenta inefficienze e crisi della giustizia. La destra al governo ci racconta favole?

«Se il sondaggio è attendibile, ne vien fuori un ritratto del paese molto significativo. E cioè che il malessere attuale poggia su tre fattori. L’insicurezza economica e la precarietà del lavoro. Le inefficienze dei servizi, molto più gravi di certe violenze. Infine il degrado dell’ambiente, non solo dei beni culturali, ma in rapporto alla buona vivibilità dei centri urbani, del tutto degradati e insicuri. Sono tre parametri molto più veri del cosiddetto rischio immigrazione, tema gonfiato ad arte e che genera paradossi e doppi binari. Se un italiano violenta una romena, nessuno se ne accorge. Se un romeno violenta un’italiana, allora è un’emergenza nazionale».

A suo avviso anche i dilemmi della «sacralità della vita» e del testamento biologico generano ansie artificiali?

«Questione delicata, da chiarire bene. Premesso che non ho nulla contro il sacro, reputo bizzarro definire sacro ciò che ci piace. Ed empio quel che non rientra nella nostra scala di valori. Qui non parliamo del sacro in un quadro antropologico o religioso, ma siamo di fronte a slogan ideologici, che qualcuno erige a verità scientifiche. Basterebbe leggere quel che scrive uno scienziato serio come Edoardo Boncinelli, per capire che la “sacralità della vita” non è altro che una retorica per poter prevaricare le libere scelte di coscienza di cittadini e cittadine. E prevaricatrici sono alcune istituzioni e agenzie politiche, impegnate a comprimere la libertà individuale, sia che si parli di interruzione di gravidanza, che di testamento biologico. Non è che questi temi di per sé siano ansiogeni, o fonte di precarietà esistenziale. La verità è che c’è chi li rende tali e li usa in tal senso. E il discorso concerne purtroppo sia la destra e che la sinistra, cioè persone dell’uno o dell’altro schieramento. Le quali ogni volta che arriva un messaggio dal Vaticano, corrono a genuflettersi. Sì, anche nel fronte progressista ci sono raggruppamenti - come i teodem- che su questo fanno a gara con la destra, fino a bloccare l’intero Pd. Condivido perciò l’insofferenza intelligente di Veronesi, che non ha esitato a denunciare la debolezza profonda dei democratici».

Intravede tentazioni confessionali e autoritarie trasversali in tutto questo?

«Sì, le intravedo eccome. E all’insegna di una matrice ben precisa: un certo cattolicesimo italiano. Che fa riferimento a una struttura autoritaria e gerarchica, “derivata” dallo Spirito Santo, e da chi in suo nome prescrive credenze e stili di vita. Non sto polemizzando col dogma dell’infallibilità del Papa in materia squisitamente religiosa. Denuncio un autoritarismo piramidale più generale di tipo religioso, e con pretese civili».

La sponda più immediata di questa tendenza è però senza dubbio la destra al governo...

«Certo, e ciò che mi colpisce a riguardo è la totale mancanza di senso dello stato nella nostra destra, per nulla una destra seria come quella francese. Nondimeno - insisto - anche a sinistra c’è acquiescenza. E non è solo la Binetti ad essere zelante, ma ahimè anche altri, e provenienti da altre storie. Penso alle molte cautele di tanti ex Ds. Quanto ai cattolici progressisti, gente stimabilissima, sono in una condizione difficile. Schiacciati come sono dal clericalismo da un lato, e da cautele di ogni tipo dall’altro».

Non la persuade la netta posizione d’esordio di Franceschini sulla libertà bioetica di scelta?

«Massimo rispetto. Franceschini conosce bene il clericalismo italiano e le sue abitudini. E fa di tutto, generosamente, per contrastarli. Ma mi chiedo: ce la farà? Non c’è solo Franceschini nel Pd, un partito dentro il quale se ne sentono di tutti i colori. Tipo: la vita appartiene alla collettività. L’ultima che ho sentito dire, da una teodem. No, davvero è ora di riscoprire Gramsci e il suo vigore logico nei Quaderni del carcere. Quando mostrava a quali compromessi inaccettabili ci ha condotti la Questione vaticana, ad esempio con il Concordato fascista, purtroppo reinserito da Togliatti all’art. 7 della Costituzione italiana. Attenzione però. Un conto è la burocrazia dello spirito vaticana, altro il ruolo dei cattolici democratici, che in Italia e altrove si sono battuti per i diritti civili e per una società aperta. Franceschini, che mi è molto simpatico, appartiene a questa schiera».

La liquidazione congiunta, tramite fusione, del cattolicesimo democratico e dell’eredità del movimento operaio, non ha aggravato le cose da un punto di vista laico e politico più generale?

«Sì, e da entrambi i punti di vista. Le proprie tradizioni infatti si revisionano, si riesaminano. Ma non si svendono acriticamente. E sarebbe stato bene farlo anche rispetto al Pci, misurando con più attenzione luci e o ombre. Per far emergere il capitale spendibile di una gloriosa tradizione, e sostituire ciò che era inaccettabile. Penso ad esempio ai torti di Togliatti, dalle posizioni sull’Urss al Concordato. Bene, è mancato quel che invece c’è stato nelle grandi socialdemocrazie europee, che si sono lacerate, hanno vissuto aspre lotte interne. Ma alla fine hanno fatto i conti con la loro tradizione, senza liquidazioni sommarie. Ecco, anche per questo deficit interno al post-comunismo, il Pd non può che essere e risultare un’amalgama confuso. Con tutto ciò che ne consegue per l’identità e la forza dell’opposizione».

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