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Che effetto fa vivere in un paese dove il presidente del Consiglio dichiara di voler chiudere il Parlamento? Non lasciamoci rassicurare da chi dice che questa proposta "cadrà nel vuoto". Non banalizziamo, non derubrichiamo a battuta occasionale un’affermazione così pesante secondo un costume invalso in questi anni e che ha portato al degrado del linguaggio e della politica. Le parole aggressive della Lega sono state un potente veicolo di promozione degli spiriti razzisti. Lo stillicidio delle dichiarazioni di Berlusconi contribuisce a distruggere gli anticorpi che consentono ad un sistema di rimanere democratico. Soprattutto, non isoliamo le ultime affermazioni del presidente del Consiglio da un contesto ormai caratterizzato da un quotidiano attacco alla Costituzione.

Si stanno mettendo le mani sulla prima parte della Costituzione, proprio quella che, a parole, si dice di voler tenere fuori da ogni proposito di riforma. La legge all’esame del Senato sul testamento biologico viola la libertà personale e l’autodeterminazione delle persone. Si mettono in discussione la libertà d’espressione e il diritto dei cittadini ad essere informati con la legge sulle intercettazioni telefoniche. Si nega il diritto alla salute come elemento essenziale della moderna cittadinanza quando si prevede che i medici possano denunciare un immigrato irregolare la cui unica colpa è la richiesta di cure. Si privatizza la sicurezza pubblica legittimando le ronde, con una abdicazione pericolosa dello Stato da una delle funzioni che ne giustificano l’esistenza. Si avanzano proposte censorie che riguardano Internet. Si erodono le garanzie della privacy per improprie ragioni di efficienza. Si propone una banca dati del Dna con scarse garanzie per la libertà delle persone.

Non era mai accaduto che il nostro sistema politico vivesse quotidianamente ai margini della legalità costituzionale, che si dubitasse della costituzionalità di tutte le leggi di qualche peso in discussione alle Camere. Si altera così il funzionamento del sistema istituzionale, e si trasferisce l’intero compito di garantirne il corretto funzionamento ai "due custodi", il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, di cui si accentuano le responsabilità e la politicità. E si dimentica che proprio la cultura costituzionale segna la politica e la civiltà di un paese.

Distogliamo per un momento lo sguardo dalle nostre lacrimevoli vicende, e rivolgiamolo agli Stati Uniti. Barack Obama non sta soltanto liberando il suo paese da inammissibili vincoli, come quelli sul divieto del finanziamento pubblico alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, mostrando come sia possibile e necessaria una politica lungimirante e svincolata da ipoteche fondamentaliste. In un documento indirizzato a tutti i responsabili dell’amministrazione federale, Obama ha scritto che, "esercitando la mia responsabilità nel decidere se una legge sia incostituzionale, agirò con prudenza e misura, basandomi unicamente su interpretazioni della Costituzione che siano solidamente fondate".

Qui è evidente l’imperativo di allontanarsi dalle pratiche lesive dei diritti dell’amministrazione Bush, proprio per ricostituire quegli anticorpi democratici la cui distruzione stava minando la coesione interna e la stessa credibilità degli Stati Uniti.

Quale distanza, quale abisso ci separano da questa volontà di ridare la bussola costituzionale al funzionamento dell’intero sistema politico, e quale deriva ci sta travolgendo proprio perché stiamo abbandonando quella bussola. Grande, allora, diviene la responsabilità della cultura che si cimenta proprio con il tema della Costituzione, e con il modo in cui oggi si deve guardare ad essa.

Le reazioni, gli atteggiamenti sono diversi. Si è diffidenti verso una difesa della Costituzione che sembra fine a se stessa, che non tiene nel giusto conto la dimensione della politica. Che è preoccupazione giusta a condizione, però, che la sacrosanta invocazione di una politica non più latitante abbia quei solidi fondamenti che, per le ragioni appena accennate, debbono essere trovati proprio nei principi costituzionali. Oggi più che mai abbiamo bisogno di una politica "costituzionale".

Della legittimità stessa di questa politica si dubita quando si mette in evidenza che proprio la prima parte della Costituzione, quella delle libertà e dei diritti, è segnata da un inaccettabile statalismo, dall’accentuazione di una funzione protettiva delle istituzioni pubbliche che apre la porta alle tentazioni stataliste. È singolare, o rivelatore, il fatto che questo atteggiamento ritorni proprio nel momento in cui i guasti enormi della economia deregolata hanno fatto emergere una imperiosa richiesta di regole. Disturba, ad esempio, il fatto che si adoperi la parola "tutela" quando ci si riferisce alla salute. Eppure proprio negli Stati Uniti, nella materia della salute, si è verificato un gigantesco fallimento del mercato e la riforma del sistema è un punto chiave del programma di Obama.

Si torna, poi, a ripetere che la nostra Costituzione dovrebbe essere modificata perché non dà spazio adeguato al riconoscimento del mercato. Che cosa dovrebbe dire, allora, la Germania la cui costituzione parla di una proprietà il cui "uso deve servire al bene della collettività"? La verità è che rimane forte il fastidio per un contesto che vuole il mercato rispettoso dei diritti fondamentali. In Italia si è arrivati a proporre l’abrogazione dell’articolo 41 della Costituzione, che stabilisce che l’iniziativa economica privata "non può svolgersi in contrasto con l´utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". Statalismo o soglia minima di civiltà?

La spallata berlusconiana al Parlamento nasce in tempi di costituzionalismo debole e ha come fine, insieme alla cancellazione del sistema parlamentare, l’azzeramento delle garanzie, lo smantellamento del sistema dei diritti.

«Ci siamo illusi che la democrazia fosse un sistema naturale, nelle corde dell´essere umano. Non è così». Partendo da questa premessa, Gustavo Zagrebelsky ha presentato ieri al Vittoriano la prima edizione della Biennale Democrazia di cui è presidente. La manifestazione vede nel comitato dei garanti Stefano Rodotà e Franco Cardini, presenti all´incontro moderato dal direttore di Reset Giancarlo Bosetti, ed è in programma a Torino dal 22 al 26 aprile. In calendario oltre cento appuntamenti, tra tavole rotonde e dibattiti, inaugurati da una lezione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Teatro Regio.

Quella del capo dello Stato, però, sarà l´unica presenza "politica" prevista: «La nostra iniziativa - spiega infatti Zagrebelsky - esclude la partecipazione dei partiti. Non diventerà la tribuna di nessuno, anche se abbiamo ricevuto richieste di esponenti politici. Faremo cultura civilmente impegnata, interrogandoci su quali possano essere le forme concrete di democrazia nel nostro tempo. Oggi ci accorgiamo, non solo in Italia, che la democrazia è una forma di convivenza sempre a rischio. Se gli altri regimi politici, come la monarchia, hanno riservato una certa attenzione all´educazione dei governanti, in democrazia i governanti e i governati coincidono. Siamo noi a governare, ma - e la crisi dell´educazione civica lo dimostra - trascuriamo l´educazione al governo. La Biennale affronterà tutte queste tematiche inserendole in una prospettiva globale».

L´iniziativa si colloca nel solco tracciato dalle "Lezioni Bobbio", ideate da Pietro Marcenaro a Torino nel 2004, all´indomani della morte del filosofo. L´obiettivo è di alimentare il dibattito pubblico tra intellettuali, accademici, studenti e semplici cittadini su temi e sfide a cui la democrazia è sottoposta oggi, come il multiculturalismo e il testamento biologico.

«Perché una democrazia funzioni, occorre che il cittadino sia fornito di strumenti conoscitivi, anche su temi legati al progresso scientifico - dice Stefano Rodotà -. È un problema con cui ci siamo confrontati in occasione del referendum sulla procreazione assistita, quando ci fu chi invitava a non votare perché il tema era troppo tecnico. Luigi Einaudi ripeteva: "Conoscere per deliberare". La Biennale si eserciterà su questo. Il testamento biologico è solo una delle tante questioni. In Italia, ha avuto una valenza sopra le righe, caricandosi di significati politici e religiosi. Altrove il tema è stato risolto con più semplicità».

Franco Cardini, storico del Medioevo tra due giuristi, ha accettato di far parte della Biennale con qualche dubbio: «Non sono uno specialista di tutto ciò che riguarda la democrazia. Ma mi accorgo che le democrazie finiscono perché la gente è stanca, si disamora della politica, perde il diritto di votare perché non lo esercita. E così si finisce col perdere anche la libertà. Ci sono rischi da enumerare sui pericoli che ricorrono quando si parla di democrazia. La riflessione su qualunque argomento è un po´ come la nottola di Minerva: si leva solo al tramonto». Insomma, se la democrazia godesse di ottima salute, non ci sarebbe bisogno di dedicarle una biennale.

Del «pacchetto sicurezza», cioè del disegno di legge governativo «Disposizioni in materia di sicurezza pubblica», si è parlato molto, ma in realtà persino molta parte dei cittadini più sensibili ne conoscono soltanto quei frammenti che hanno avuto più eco mediatico. E così, non solo si ignora largamente la vera portata della stretta securitaria contro i migranti, sia irregolari che regolari, contenuta nei 66 articoli del «pacchetto», una sorta di galleria degli orrori, ma anche che il progetto non si limita alla sola immigrazione. Infatti, il ddl - approvato il 5 febbraio scorso dal Senato e ora all'esame della Camera - introduce altresì una serie di norme che riguardano più o meno direttamente il conflitto sociale e la libertà di espressione, ponendosi così in linea di continuità con le recenti iniziative restrittive in materia di diritto di sciopero e libertà di manifestazione. Lasciamo stare in questa sede lo sdoganamento delle ronde, peraltro già anticipato con il decreto «anti-stupri» del 20 febbraio, oppure le varie norme che intensificano le sanzioni in tema di «decoro urbano», nella sua accezione più ampia, per concentrarci invece su tre innovazioni altamente significative.

Anzitutto, vi è la reintroduzione nel codice penale di un reato abolito nel 1999: l'oltraggio a pubblico ufficiale, punibile con la reclusione fino a tre anni. E come se non bastasse, la definizione del reato è talmente vaga, cioè «chiunque offende l'onore e il prestigio di un pubblico ufficiale», che non è difficile prevedere che si ripresenteranno i medesimi abusi che avevano motivato la precedente abolizione. Attenti dunque ai vostri slogan e alle vostre parole al prossimo corteo, presidio o sciopero, perché potrebbero costarvi caro.

In secondo luogo, c'è la norma che prevede la sospensione cautelativa e lo scioglimento di «organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi», qualora la loro attività abbia «favorito» la commissione di un delitto con finalità di terrorismo o di un reato aggravato dall'«eversione dell'ordine democratico» (ai sensi del decreto-legge n. 625/79). La sospensione viene disposta dal giudice nel corso del processo, ma lo scioglimento può essere ordinato dal solo Ministro degli Interni in seguito a sentenza definitiva. Certo, a prima vista questa norma può apparire innocua per quanti agiscono alla luce del sole, ma poi basta richiamare alla mente i recenti e sempre più frequenti proclami di politici della destra, come De Corato, ma non solo, che tentano di accreditare le loro campagne politiche contro i centri sociali o i movimenti antagonisti con l'allusione che sarebbero contigui al terrorismo. In altre parole, sarà sufficiente che un condannato per le fattispecie di reato indicate abbia frequentato qualche volta un certo centro sociale o riunione pubblica e il Ministro potrà procedere allo scioglimento.

Infine, vi è il gentile contributo dell'Udc al «pacchetto», cioè l'emendamento, ovviamente accolto, del senatore D'Alia. Si tratta di un vero e proprio intervento censorio rivolto a internet, poiché prevede che se su un sito vengono pubblicati contenuti considerati apologia di reato, istigazione a delinquere o semplicemente un invito «a disobbedire alle leggi», allora il Ministro potrà ordinare al provider di oscurare il sito entro 24 ore. Detto altrimenti, Facebook, You Tube o blog che sia, tutti a rischio censura.

E soprattutto una pesante limitazione della libertà di espressione e di parola di ognuno e ognuna di noi. Non abbiamo mai condiviso l'allarmismo di quanti gridano al lupo, al lupo di fronte a ogni difficoltà, ma quello che sta accadendo oggi, per giunta in maniera accelerata, contiene tutti gli elementi per poter parlare, armati di sano realismo, di una deriva autoritaria. O più concretamente, siamo di fronte all'esplicitazione di che cosa significhi «uscire a destra dalla crisi»: non solo sei chiamato a pagare il prezzo in termini di lavoro, reddito, studio e condizione sociale, ma devi pure stare zitto e applaudire i potenti. E se proprio non ce la fai a tapparti la bocca, allora prenditela con lo straniero della porta accanto o con il barbone. Questo e non altro è il «pacchetto sicurezza» e sarebbe bene che nessuno e nessuna di noi lo dimentichi e che agisca di conseguenza.

L’autore è consigliere regionale Prc

Mi pare indispensabile raffreddare l’entusiasmo con il quale Adriano La Regina in un articolo su la Repubblica di Roma ha salutato la proposta di legge recentemente presentata al consiglio regionale del Lazio relativa a "Conservazione e riqualificazione agricolo-ambientale dell’Agro Romano". Condivido ovviamente fino in fondo gli argomenti esposti per sostenere la necessità e l’urgenza di tutelare la campagna romana, e soprattutto va sottolineata la riflessione che La Regina conduce riguardo all’aspetto dei luoghi, che è "il riflesso dei modi d’uso del suolo", e alla necessità quindi di mantenere e ripristinare le attività che hanno determinato i paesaggi. L’agricoltura, nel caso dell’agro romano.

Il dissenso riguarda il fatto che, nella proposta di legge regionale di cui trattiamo, l’agro tutelato è rappresentato dai territori perimetrati in una cartografia allegata. Sono spazi discontinui, che riguardano il comune di Roma e alcuni comuni limitrofi e non c’è una riga né nella relazione né nelle norme che attesta e documenta in base a quali criteri sono stati disegnati. Si legge solo che l’agro romano comprende "le parti del territorio extraurbano non urbanizzato […] prevalentemente utilizzate per attività produttive agricole o comunque destinate al miglioramento delle attività di conduzione agricola del fondo e che, in prevalente condizione naturale, presentano valori ambientali essenziali per il mantenimento dei cicli ecologici, per la tutela del paesaggio agrario, del patrimonio storico e del suo contesto". Con il massimo rispetto: sono chiacchiere. Dell’ambito di applicazione delle leggi si diceva un tempo ubi voluit dixit. Nel nostro caso, evidentemente, la proposta di legge non volle. E allora non sappiamo perché ci sono ambiti tutelati nel comune di Gallicano del Lazio e non a Pomezia. Perché Riano sì, Formello e Sacrofano no? Delle ragioni certamente ci sono, e allora si dicano. Lo stesso vale per le aree tutelate all’interno del comune di Roma che certamente non sono state scelte a caso.

Il problema che sollevo credo che meriti di essere discusso soprattutto in riferimento alle norme transitorie (art. 3) che disciplinano il, presumibilmente, ahimè, lunghissimo periodo di tempo intercorrente dall’approvazione della legge a quando i comuni avranno adeguato i propri strumenti urbanistici ai precetti del piano paesaggistico regionale, cui spetta di dettare le norme definitive di tutela. Nella lunga fase transitoria, vigono, secondo il progetto di legge, criteri d’uso del suolo abbastanza severi e rigorosi, comunque certamente molto più restrittivi di quelli attualmente in essere nelle ordinarie zone agricole o comunque non urbanizzate. Perciò, non c’è bisogno della zingara per immaginare che nel consiglio regionale del Lazio, intorno al perimetro delle aree sottoposte a tutela, si scateneranno furiosi tentativi per ridurne l’ampiezza. E che, in assenza di criteri oggettivi, scientifici, precisamente definiti e difendibili, si rischia di aprire un inverecondo e micidiale mercato. È evidente infatti che, una volta approvata la legge, un’area non urbanizzata non inclusa nei perimetri di tutela avrà guadagnato un valore enormemente superiore a quello attuale, e sarà difficilissimo difenderla dalla speculazione.

A confermare il mio pessimismo sta il riferimento che lo stesso Adriano La Regina fa alla proposta per salvaguardare le aree dai forti caratteri storici e ambientali della Cecchignola e del Colle della Strega inserendole nel parco dell’Appia Antica. Ma la proposta, scrive La Regina, "ha finora trovato forti ostacoli nella stessa maggioranza della Regione Lazio" e sul medesimo argomento interviene oggi su la Repubblica nazionale Giovanni Valentini. Le aree della Cecchignola e dei Colli della Strega sono comprese nel perimetro delle aree tutelate di cui discutiamo? O no?

"Il Veneto ha già pianificato un'offerta edilizia in eccesso"

Alessandro Zuin, intervista a Domenico PatassiniProfessor Domenico Patassini, preside della facoltà di Pianificazione del territorio allo Iuav, che impatto potrà avere il Piano casa per l'edilizia?

"È evidente che la legge nasce con un connotato anticiclico. Da un lato si propone di rilanciare i consumi sul versante del bene-casa, dall'altro, per la natura stessa dei lavori che prevede, contiene una forma di sostegno alle imprese del settore. Almeno nelle intenzioni".

Per l'appunto: queste intenzioni potranno trasformarsi concretamente in misure anticrisi?

"Studi aggiornati che ci consentano una valutazione dei benefici purtroppo non ne abbiamo, vedo che il Cresme ha cominciato, per ora, a elaborare delle stime. Dal mio punto di vista, ho una netta sensazione: il rapporto tra ciclo economico e ciclo edilizio, oggi, è molto diverso rispetto agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso".

Secondo il suo giudizio, perché proprio il Veneto e la Sardegna fanno da capofila in Italia?

"Non è un caso. La Sardegna, per dire, viene da una fresca campagna elettorale che si è combattuta proprio su questi temi".

E il Veneto?

"Il Veneto esce da un periodo di transizione dalla vecchia alla nuova legge urbanistica regionale, in cui si sono accumulate migliaia di varianti ai Piani regolatori comunali. Questa corsa alla variante ha creato - e noi allo Iuav lo possiamo dire con cognizione di causa, poiché abbiamo studiato il fenomeno per conto della Regione una situazione di sovradimensionamento e di eccesso di offerta edilizia, già pianificata ".

Questo cosa comporta?

"Potremmo tranquillamente fermarci qui per almeno 5 anni e dichiarare una moratoria, senza che le potenzialità dell'offerta edilizia vengano minimamente intaccate".

Il presidente Galan, illustrando gli obiettivi del progetto di legge, ha indicato due bersagli precisi: la "villettopoli" veneta e i capannoni. Missione possibile?

"La legge ha un suo target ed è probabile che questi siano i segmenti che ne beneficeranno di più. Però, ripeto, parliamo di un settore che già adesso è sopra standard, non siamo certo in una situazione di carenza ".

E nei centri storici?

"In molti centri del Veneto ci sono aree dismesse o in via di dismissione, con cubature spesso notevolissime. Occorre che diventino occasione di riqualificazione per le città, più che di aumento delle volumetrie. Il provvedimento di legge, sotto questo aspetto, andrebbe meglio orientato: se c'è una cosa che non si può e non si deve fare, nei centri storici, è intervenire alla spicciolata. La manutenzione urbana è assolutamente fondamentale e costituirebbe un'opportunità enorme per il mercato ".

Il premier Berlusconi, dal canto suo, ha parlato invece di un'occasione per migliorare la "bruttissima edilizia" degli anni Sessanta. Sul fatto che sia brutta è difficile dissentire.

"Potrei presentare, come molto spesso facciamo a scuola, un corposissimo album degli orrori. Basta girare per la nostra "villettopoli", come la chiama Galan, per rendersene conto. Proprio per questo non vorrei che consentire un'aggiunta del 20 per cento, come prevede la legge, finisse per aggravare la situazione, sommando bruttura a bruttura. Meglio una politica di demolizione e ricostruzione, basata non tanto su incentivi individuali quanto, piuttosto, su programmi di riqualificazione urbana".

Venezia che cade a pezzi nel Paese dei maquillage

Roberto Ferrucci

"Piazzale Roma via Canal Grande", esclama il marinaio che ha appena legato il motoscafo linea 52 all'imbarcadero. Utenti stupiti per l'itinerario inatteso e lui: "È crollata la riva di Santa Marta".

Un altro pezzo di Venezia che va giù. Aggiungeteci ponti che si crepano, frammenti marmorei di Palazzo Ducale che precipitano al suolo, cornicioni traballanti. Insomma, Venezia cade a pezzi. E per rimetterla a nuovo, tocca accettare i soldi di chi vuole fare una inestimabile pubblicità ai propri prodotti piazzando davanti ai restauri i loro marchi in formato gigante. Non c'è altro da fare, in questo paese i soldi pubblici per le piccole ma fondamentali cose di tutti i giorni non ci sono più. In questo paese, ormai, viene privilegiata solo la facciata, un appiattimento alla forma, alla vetrina.

Chissenefrega del contenuto.

Che altro sono del resto le grandi opere tanto sbandierate se non la messa in mostra di un paese che dietro la facciata nasconde la sgangheratezza di una quotidianità ormai fuori controllo? E che cosa sono i tagli quasi totali alla cultura e all'struzione se non la rinuncia manifesta al contenuto? Il contenuto che ti fa crescere, che arricchisce menti e anime, non le tasche, non nell'immediato, almeno. E allora via col Mose, già anni fa, opera mastodontica, tutti i soldi concentrati lì per mostrare al mondo chissà cosa e nascondere, invece, dietro la facciata, l'incapacità di occuparsi del quotidiano.

Che senso ha il ponte sullo Stretto quando poi le due regioni che unirà hanno strade che assomigliano a mulattiere? E che senso ha parlare di treni ad alta velocità quando poi i treni di tutti i giorni cadono a pezzi, offrono agli utenti un servizio da paese in via di sviluppo? È la politica dello schermo, quella in atto. È l'equivalente della televisione che invece di mostrarti la realtà, di raccontarti come va il mondo, si concentra in reality show e cronaca spicciola atta ad alimentare paure e intolleranze. La gestione del paese Italia è una gestione di facciata. Una continua e infinita operazione di maquillage, di abbellimento del fuori, dello schermo. E allora, come si esce dalla crisi, quali soluzioni adottare? Semplice, aggiungendo, per esempio, protesi alle proprie ville, ingrandendole, abbellendole.

Così, mentre il paese va a pezzi, gli unici a non essere in crisi sono gli estetisti, perché alle sopracciglia scolpite — maschi e femmine — non si può rinunciare, così come al tatuaggio e al piercing. C'è da tenere in piedi lo show dello schermo, mettere in mostra la facciata, attitudine spiccatamente italiana. Così le costosissime e probabilmente inutili grandi opere vanno avanti, e intanto il paese, Venezia, i treni, le strade della Sicilia, cadono a pezzi.

Come le nostre anime, del resto.

Piano casa, il centrodestra accelera. Le opposizioni: pronti alle barricate

Michela Nicolussi MoroMaggioranza e opposizione preparano la battaglia in Consiglio regionale per l'approvazione del piano casa, varato martedì dalla giunta. Sta ai capigruppo evitare che il progetto di legge voluto dal governo Berlusconi per rilanciare l'economia e recepito subito dal Veneto non ammuffisca per mesi agli ultimi punti dell'ordine del giorno. Ipotesi che Remo Sernagiotto (Fi) e Piergiorgio Cortelazzo (An) spazzano via: "Già la prossima settimana il testo approderà in commissione Urbanistica, che lo licenzierà nel giro di dieci giorni, ed entro il 10 aprile riceverà il via libera anche dal consiglio. Siamo d'accordo tra capigruppo di centrodestra. In un momento così difficile, tutto quello che serve a rimettere in moto l'edilizia va promosso subito e poi il provvedimento uscito dalla giunta è perfetto: nessuna cementificazione selvaggia".

"Non ostacoleremo l'iniziativa del governo — aggiunge Onorio De Boni (Udc) — approveremo il piano prima della campagna elettorale". Cronometro alla mano anche per Nereo Laroni (Nuovo Psi): "Questi dispositivi contingenti o passano subito o non hanno più senso. La crisi c'è adesso perciò il progetto, di qualità, non può aspettare i soliti tempi del consiglio, deve avere la precedenza". L'unica condizione la pone Gianpaolo Bottacin (Lega): "Avanzeremo una proposta per migliorarlo, cioè l'inserimento degli incentivi per chi allarga o riqualifica un immobile".

Il centrodestra appare dunque compatto, ma se davvero punta alla rapida approvazione sarà meglio si presenti in aula al gran completo, perchè il centrosinistra non garantisce certo l'assist.

Presenteremo emendamenti — attacca Giovanni Gallo (Pd) — così com'è, la legge non ci convince. Non contiene la vera novità del piano casa, cioè il finanziamento dell'edilizia residenziale pubblica, necessario ai meno abbienti". "Farò di tutto perchè non passi — incalza Pierangelo Pettenò (Rc) — è un'azione che punta a riempire il Veneto di cemento. E poi, in una regione in cui si stanno cancellando centinaia di posti di lavoro chi ha i soldi, almeno 300 mila euro, per demolire e ricostruire?". Ironico Nicola Atalmi (Pdci): "Gli unici beneficiari saranno gli immigrati impiegati nell'edilizia. Ringraziamo la giunta per la sensibilità, ma se pensa di rilanciare l'economia con la liberalizzazione degli abusi edilizi ci riduce a Paese da Terzo Mondo. Cominciamo invece a ripopolare i centri storici, a restaurare gli alloggi popolari e ad abbassare gli affitti: il problema casa tocca chi non ce l'ha, non chi vuole allargarla. Inoltre gli sconti sugli oneri di urbanizzazione svuoteranno le già povere casse dei Comuni".

Nessun "prego s'accomodi" nemmeno da Gustavo Franchetto, vicecapogruppo del-l'Idv: "No a tutto ciò che significa slalom delle regole. Il piano crea conflitti tra cittadini: ognuno guarderà il proprio, senza considerare eventuali danni al prossimo. Risolviamo piuttosto il problema delle migliaia di appartamenti rimasti invenduti perchè la gente non ce la fa a pagare il mutuo. Diamole i mezzi, con lavori sicuri e stipendi adeguati". Avverte Gianfranco Bettin (Verdi): "Cercheremo di migliorare il dispositivo, che altrimenti bocceremo. Lavoreremo sul ricostruire per riqualificare, ma senza aggiungere altro cemento. Sennò il progetto rischia di essere un'ulteriore facilitazione al saccheggio del territorio ".

«Quello scavo potrebbe provocare problemi statici e mettere a rischio la tenuta del ponte di Calatrava (foto)». Lo dice senza mezzi termini l’assessore all’Urbanistica Gianfranco Vecchiato. Di mestiere fa l’architetto e anche da tecnico il via libera alla possibilità di realizzare «piani interrati» a piazzale Roma proprio non gli va giù. «Sono preocupato», dice, «e poi questo è un brutto segnale che diamo alla città». Il problema è anche politico. Dopo la spaccatura dell’altra sera in Consiglio comunale, con il via libera all’emendamento presentato da Saverio Centenaro (contro il parere di Vecchiato e con l’appoggio del sindaco Cacciari) sulla possibilità di scavare, l’assessore ha deciso di dire basta. «Giovedì (oggi, ndr) chiederò in giunta che si faccia chiarezza su una serie di questioni che così non possono continuare». Tra i punti di contrasto non c’è soltanto piazzale Roma. Ma anche il Pat (Piano di assetto del territorio) e il dibattito sulla sublagunare, dove la linea della giunta da contraria e diventata attendista. «I Piani urbanistici sono una cosa seria, dobbiamo assumere una posizione univoca su alcune cose», dice Vecchiato, «non è possibile che ognuno dica il suo pensiero in libertà mentre gli atti che abbiamo approvato magari vanno in direzione opposta».

Vecchiato è stato letteralmente spiazzato dall’intervento del sindaco Cacciari. Che lo ha smentito in aula, appoggiando la proposta di modifica fatta dal consigliere dell’opposizione. Così mentre si discuteva la delibera per porre nuovi limiti ai servizi igienici e limitare in qualche modo l’invasione degli affittacamere, sono arrivati gli emendamenti che Centenaro, presidente della commissione Urbanistica che da un anno sta esaminando la delibera, ha depositato pochi minuti prima del dibattito. «Uno scandalo», secondo il verde Beppe Caccia. E una norma ad personam, perché come ha ammesso in aula lo stesso Centenaro si dà così il via libera al progetto di nuovo albergo con garage interrato adiacente all’hotel Santa Chiara. Il proprietario è Elio Dazzo, presidente dell’Aepe (associazione dei Pubblici esercizi), i progettisti due architetti molto conosciuti, il presidente dell’Ordine Antonio Gatto, componente della commissione di Salvaguardia nominato da Ca’ Farsetti e Dario Lugato, progettista delle nuove Conterie a Murano. Nell’area ai piedi del ponte di Calatrava dovrebbe essere costruito un nuovo albergo. Il sindaco Cacciari si è subito detto d’accordo con l’ipotesi, che sana un lungo contenzioso con Dazzo per i terreni «scambiati» tra privati e Comuneù+. Ma nell’area il Piano particolareggiato ancora non c’è. E le previsioni del Piano erano del tutto diverse. Ed ecco la polemica. «Una vergogna», dice il verde Beppe Caccia, «ai privati si concede tutto».

Adesso Vecchiato è deciso a porre la questione politica. Da sempre le grande scelte della città sono state delineate nei Piani urbanistici, discusse e poi applicate. Negli ultimi anni si tende sempre di più ad approvare Varianti ad hoc, Conferenze dei servizi e stralci di progetto anche quando si tratti di progetti enormi come la nuova Marittima, l’Ospedale al Mare e il palazzo del Cinema, tessera city. Un sistema che accelera i tempi ma sottrae i grandi progetti al dibattito.

ROMA - Era il grande sogno di Antonio Cederna, firma storica dell’ambientalismo italiano e in particolare del nostro Gruppo editoriale. Il super-parco dell’Appia Antica, cioè l’ampliamento del parco archeologico e paesaggistico più famoso del mondo, fu varato il 9 settembre 2005 dalla giunta regionale, presieduta allora come oggi da Piero Marrazzo. E la proposta dell’assessore all’Ambiente, Angelo Bonelli, venne approvata successivamente anche dal Comune e dalla Provincia, guidati rispettivamente da Walter Veltroni e da Enrico Gasbarra. Ma a distanza di oltre tre anni il progetto è ancora sulla carta, nei cassetti o negli archivi della Regione Lazio. Il sogno di Cederna rischia così di svanire nel dimenticatoio del Malpaese, sotto una colata di cemento che già s’annuncia alle porte. Se la proposta finalmente non diventerà legge, in mancanza o nel vuoto di un vincolo regionale, presto le amministrazioni comunali di tutta la zona potranno autorizzare l’edificazione di oltre un milione di metri cubi: e perciò i comitati popolari del Colle della Strega, dove ne sono previsti circa settantamila per costruire due palazzoni di sei piani ciascuno, sono tornati in strada per protestare contro questa minaccia incombente.

Con l’ampliamento di 1.600 ettari, dagli attuali 3.400 a 5.000, il polmone verde dell’Appia Antica è destinato a collegare il cuore imperiale di Roma con i Castelli Romani, dalle Terme di Caracalla fino al santuario del Divino Amore a Castel di Leva. Nei nuovi confini del parco, dovrebbe rientrare dunque anche il territorio di Tor Fiscale, attiguo all’area degli Acquedotti immortalata nei dipinti di tanti artisti italiani e stranieri nel corso dei secoli. Fu proprio dalle pagine di Repubblica che a suo tempo anche l’ex sovrintendente, Adriano La Regina, aveva chiesto di tutelare le preziose testimonianze archeologiche di epoca romana e preistorica, disseminate in un variegato sistema ecologico composto da bosco, sottobosco, pascolo brado, querceti, lecceti e olmi campestri: l’habitat naturale in cui trovano riparo 37 specie di uccelli, otto di mammiferi, quattro di rettili e tre di anfibi.

Sono sei le aree interessate al progetto di ampliamento: da Porta San Sebastiano, 33 ettari del centro storico di Roma, al Campo Barbarico con i sei acquedotti più importanti degli 11 che rifornivano Roma in età imperiale, convogliando gran parte delle 13 tonnellate d’acqua al secondo distribuite in città; dalle Capannelle, dove si trova l’Ippodromo, al fosso delle Cornacchiole particolarmente ricco di vegetazione; dalla Cecchignola e dal Colle della Strega fino al santuario della Madonna del Divino Amore, luogo di culto e méta di pellegrinaggio. «È un patrimonio storico e culturale, oltre che ambientale e paesaggistico, di straordinaria importanza anche dal punto di vista turistico», sottolinea ora con preoccupazione l’ex assessore Bonelli.

Nel settembre 2005, la sua proposta fu approvata all’unanimità. E a quell’epoca lo stesso presidente Marrazzo dichiarò trionfalmente: «È un altro passo verso la costruzione di un sistema integrato di parchi e riserve che dovrebbe avvolgere Roma come una cintura verde, garantendo quell’equilibrio tra zone urbanizzate, agricole e naturali che da sempre caratterizza la città e tutta la zona dell’antica campagna romana». Ma da allora a oggi sono passati ormai più di tre anni.

Nonostante il ritardo, e il pericolo che nel frattempo si lascino scappare i buoi prima di chiudere la stalla, alla Regione Lazio confermano tuttavia l’intenzione di andare avanti. «C’è un accordo politico - assicura l’attuale assessore all’Ambiente, Filiberto Zaratti - per procedere in tempi rapidi: il Parco dell’Appia Antica resta per noi una priorità». Lui stesso non nasconde però le difficoltà e le resistenze opposte soprattutto dai Comuni di Roma e di Marino, interessati a fare cassa con le licenze edilizie: per quanto riguarda la Capitale, si tratta di 72 mila metri cubi al Colle della Strega che potrebbero anche essere “delocalizzati”, concessi cioè altrove; nel secondo caso, invece, si parla addirittura di due milioni di metri cubi e la partita diventa perciò molto grossa. Dall’approvazione in giunta al voto definitivo del Consiglio regionale, il passo quindi non sarà né breve né facile.

Eccola la democrazia berlusconica, cioè la democrazia supersonica. Davanti all’assemblea dei deputati del Pdl, il premier ha chiarito quali sono le riforme istituzionali a cui tiene. Liquidare i regolamenti parlamentari «inadeguati», riassumere il voto dei singoli nel voto dei capigruppo, in modo da procedere indisturbati all’approvazione delle leggi. Senza dibattiti, con il voto perlopiù nelle commissioni, e l’aula che si riduce a un coro muto. Il governo decide, e le anime morte guardano.

Questa sarebbe la modernità. Una modernità spettrale e per ora solo berlusconiana, dal momento che il presidente della Camera, Gianfranco Fini, poco dopo avere candidato informalmente il premier al Quirinale, ha liquidato con freddezza il nuovo numero del capo del governo. Ma anche quest’altra sortita del premier, esposta fra storielle di vita vissuta, scherzi sulla sua età, accenni ridenti alle fidanzate del ministro Frattini, inni alla libertà e all’ottimismo, rappresenta un segnale fin troppo chiaro di quale sia la concezione della democrazia nella versione di Berlusconi.

Dunque, efficienza, rapidità, tempestività. Ma non si avverte un sentore, altro che di modernità, di procedure rudimentali, un che di medievale e imperfetto, di corporativo e di vincolante, tutto a scapito delle libere decisioni dei rappresentanti della nazione (per il momento, a rigor di Costituzione, eletti senza vincolo di mandato)? Sotto questa luce, è inutile perfino addentrarsi nelle tecnicalità, e discutere ad esempio su come si potrebbe svolgere nei fatti il voto in dissenso, e immaginare invece quali forzature si prospetterebbero sulla libertà e la volontà dei singoli nel giudizio parlamentare dei provvedimenti.

Occorre piuttosto prendere atto che Berlusconi persegue un suo disegno di svuotamento delle istituzioni e di restringimento di tutte le sedi di discussione. Lo si era avvertito nei giorni del caso Englaro, con le minacce sul «tornare al popolo» per farsi concedere la possibilità di governare per decreto. Da tempo circolano voci e sussurri sull’intenzione berlusconiana di cercare il pretesto per una nuova e plebiscitaria investitura elettorale. Ma in realtà non passa giorno senza che affiori un’intenzione tesa al ridimensionamento della rappresentanza. Quindi fra i sorrisi e gli scherzi di ieri si avverte in realtà la violenza di un nuovo strappo, che si aggiunge ai precedenti, e configura un’idea di democrazia tanto suggestiva per il decisionismo berlusconiano e quanto inquietante per tutti gli altri.

Il capo plebiscitato da un popolo "mediatizzato" emana ordini, una sorta di gabinetto consortile dà forma alle leggi, un parlamento anonimo, possibilmente dimezzato negli organici, approva attraverso l’inchino dei suoi rappresentanti. Altro che modernità. Questo è l’ancien régime. Un potere indiscusso che presiede una forma di rappresentanza premoderna, dai diritti depotenziati.

Gli effetti dell’attacco berlusconiano, ora strisciante ora conclamato, sono già prevedibili. In primo luogo risulterà impresentabile qualsiasi progetto di riforma costituzionale, perché anche i cambiamenti in apparenza più ragionevoli, come l’eliminazione del bicameralismo e la riduzione dei parlamentari, si iscriverebbero comunque del disegno voluto da Berlusconi. Allora arriveranno altri strappi, altre lacerazioni, presentate ogni volta sotto il vessillo della razionalità, e brandite provocatoriamente contro l’immobilismo altrui.

Ecco perché nel frattempo si dovrà guardare con serietà e preoccupazione alle elezioni europee. Un altro sfondamento berlusconiano preparerà il terreno a ulteriori «pulsioni autoritarie», come le hanno definite nel Pd. Converrà allora essere consapevoli di quale posta Berlusconi ha messo sul tappeto. Perché, ridendo e scherzando, ci si gioca la qualità democratica della Repubblica.

Una proposta di legge della Regione Lazio presentata da consiglieri della maggioranza, riguardante la protezione dell’agro romano dall’incalzante aggressione speculativa, verrà presto posta all’esame del Consiglio regionale. L’iniziativa è stata presentata al pubblico con il motto "una bella campagna per Roma". Interessi immobiliari e dilagante abusivismo da una parte, e debolezza degli strumenti di difesa dall´altra, sono all´origine delle degradanti trasformazioni che da anni investono il territorio circostante la città. Se il fenomeno non sarà riportato sotto controllo, le aree agricole gravitanti su Roma saranno ben presto svilite nelle loro potenzialità produttive e occupazionali, con danno economico per la città e con effetti devastanti su un paesaggio da secoli conosciuto e amato in tutto il mondo.

Il provvedimento, inteso al mantenimento delle caratteristiche, degli elementi costitutivi e della morfologia del paesaggio agrario, consentirà alla Regione di individuare sulla base del Codice dei beni culturali e del paesaggio le zone agricole da sottoporre a tutela. All’interno delle aree così delimitate saranno ammessi solamente interventi per lo svolgimento delle attività rurali, per la conservazione degli aspetti storici, paesaggistici, naturalistici, e per la difesa del suolo.

Per quanto concerne la tutela del paesaggio la proposta è straordinariamente innovativa. Le leggi finora approvate, a partire da quella del 1939 sulla protezione delle bellezze naturali, si sono rivelate inefficaci. Basta guardarsi intorno per constatare cos’è avvenuto in molte delle località più belle d’Italia. Un fallimento così generalizzato, anche laddove più attenta è stata l’azione di controllo, rivela carenze normative ben precise.

Si è infatti finora ritenuto che per tutelare i caratteri formali di un luogo, ossia ciò che definiamo "paesaggio", fosse sufficiente intervenire con provvedimenti di natura meramente formale. La "forma" nel suo grado di maggior pregio, la "bellezza", è stata intesa come categoria autonoma, difendibile in se stessa mediante norme che ne imponessero la conservazione. L’attività degli uffici preposti alla tutela del paesaggio si è di solito così risolta nella formulazione di prescrizioni riguardanti la qualità degli interventi senza alcuna considerazione per le alterazioni strutturali, quali ad esempio la destinazione d’uso.

Ha stentato insomma ad affermarsi, riguardo alla nostra concezione di paesaggio, la consapevolezza del nesso tra forma e struttura. L’aspetto dei luoghi è infatti il riflesso dei modi d’uso del suolo. Questo è il motivo per cui la conservazione e la ricostituzione di un paesaggio si possono ottenere non altrimenti che mediante il mantenimento e il ripristino delle attività che lo avevano determinato. Nell’ambito del Parco regionale dell’Appia antica si è infatti deciso di sostenere e ricostituire, nella misura possibile e in modi controllati, le attività produttive che attraverso i secoli avevano creato quel paesaggio agrario in cui sono inserite le spettacolari rovine dell’antichità.

Vi è un altro motivo per cui possiamo ritenere che i criteri adottati con questo provvedimento possano dimostrarsi efficaci. Essi hanno un precedente illustre nella legge urbanistica del 1967, la quale istituì la tutela dei centri storici, allora in rapido decadimento ed esposti a gravi alterazioni, consentendo nel loro ambito solamente interventi di conservazione e restauro. Quella legge fu allora avversata perché, si sosteneva, avrebbe provocato un ulteriore impoverimento dei centri storici e il loro abbandono. Avvenne invece il contrario: l’obbligo di conservazione promosse forme di autorisanamento e di valorizzazione senza interventi di spesa pubblica.

Così, parimenti, il mantenimento e la protezione dell’agricoltura possono evitare ogni ulteriore consumo della campagna indirizzando le attività edilizie sul recupero delle grandi superfici suburbane degradate e male utilizzate, sulla sostituzione di interi comprensori abitativi privi di dignità urbana. La legge potrà costituire un correttivo agli aspetti più deboli del nuovo Piano regolatore di Roma, che hanno aperto la strada all’urbanizzazione di vaste e pregiate porzioni dell’agro romano, senza peraltro istituire regole atte a garantire l’integrità delle zone di cui è stata confermata la destinazione agricola. La prospettiva di una celere approvazione, prima dell’estate, trova consensi nella maggioranza del Consiglio regionale.

La permissività urbanistica ha infatti determinato reazioni di contrarietà in settori sempre più ampi di un’opinione pubblica ormai attenta alle vicende del suburbio romano. È di questi giorni una nuova sollevazione di residenti nell’area della Cecchignola, i quali hanno insistito per anni, persino con un proposta di legge di iniziativa popolare, per la salvaguardia del Colle della Strega, un lembo di territorio dai forti caratteri ambientali e storici che rischia di essere travolto dalla costruzione di nuovi palazzi. Ne era stato prospettato l’inserimento nell´adiacente Parco dell’Appia, ma la legge di ampliamento del parco ha finora trovato forti ostacoli nella stessa maggioranza della Regione Lazio. Le annunciate misure governative a favore dell’edilizia costituiscono un ulteriore motivo di preoccupazione anche per la sorte dell’agro romano.

UN’AQUILA reale imbalsamata in salotto. Un fucile in mano a un ragazzo di 16 anni, lo stesso a cui non si affida né un volante né una scheda elettorale. Le porte dei parchi aperte alle doppiette. L’uso senza limiti degli zimbelli, civette lasciate appese per le zampe ad agitarsi per ore, in modo da attirare con la loro sofferenza altre prede. È l’Italia della libera caccia, così come dovrebbe uscire dalla controriforma che ieri è arrivata in commissione Ambiente del Senato. Un terremoto che spazza via l’equilibrio faticosamente raggiunto con la legge quadro del 1992 e rischia di inasprire il contenzioso con l’Europa. Per l’Enpa (Ente nazionale protezione animali) è un ritorno al Medioevo.

Per Jane Goodall, una delle più famose etologhe, il segno di una sconfitta culturale: «Per quanto possa sforzarmi, alla mia età non riesco ancora a capire come persone civilizzate possano provare piacere nell’uscire di casa, togliere la vita a creature bellissime e poi appenderne la testa in salotto, per decorazione».

«La notizia della liberalizzazione dell’imbalsamazione l’ha colpita profondamente», racconta la scrittrice Margherita D’Amico - fondatrice della agenzia non governativa "La vita degli altri" che si occupa di trovare punti di incontro tra il mondo degli animali, quello degli uomini e quello dell’ambiente - che ha intervistato Jane Goodall nell’ambito del documentario sulla caccia "A ferro e fuoco" girato «per rompere il silenzio sulla trasformazione dei 700 mila cacciatori in imbalsamatori e sul rischio crescente per chiunque vada in campagna, visto che già l’ultima stagione venatoria è costata 42 morti e 85 feriti».

Il testo appena arrivato a Palazzo Madama è il frutto di una sintesi di varie proposte di legge presentate dalla forze di maggioranza. L’autore della stesura finale, Franco Orsi (Forza Italia), ritiene che le modifiche non restringano l’elenco delle specie tutelate, fatta eccezione per i danni prodotti all’agricoltura e per i rischi «all’incolumità pubblica». Di fatto saranno i sindaci e i prefetti a stabilire di volta in volta se i lupi o gli orsi costituiscono una minaccia da arginare premendo il grilletto.

La nuova legge trova l’opposizione degli ambientalisti, degli agricoltori e persino delle associazioni che raccolgono la maggioranza dei cacciatori (Arcicaccia e Federcaccia). Lipu, Lav e Enpa urlano allo scandalo parlando di "nuovo Medioevo". «Tutte le categorie direttamente coinvolte sono contrarie perché la legge quadro aveva messo fine alla guerra ideologica sulla caccia, ora si rischia di riaprire una lunga stagione di conflitti», nota il senatore del Pd Roberto della Seta. Bocciato dai diretti interessati, il nuovo disegno di legge sarà forse frutto di un sondaggio segreto? Per scoprirlo Legambiente, Lipu e Wwf hanno commissionato un sondaggio pubblico all’Ipsos. Ecco la sintesi. Il primo dato riguarda l’orientamento generale: il 69 per cento è fortemente contrario alle doppiette, il 21 per cento neutrale, il 10 per cento favorevole. Prolungare il periodo di caccia e aumentare i luoghi in cui si può sparare: 86 per cento contrari. Ridurre le sanzioni per chi uccide specie protette: 86 per cento contrari. Aree private in cui è possibile sparare agli animali: 89 per cento contrari. Doppiette nei parchi: 91 per cento contrari. Autorizzare a sparare agli uccelli migratori: 93 per cento contrari. Rilasciare la licenza di caccia a chi ha 16 anni se accompagnato: 94 per cento contrari. Se la maggioranza anti caccia era prevedibile, la misura del dissenso rispetto alla controriforma risulta particolarmente alta. E un’altra sorpresa arriva quando si analizza l’orientamento politico di chi risponde. In una serie di casi gli elettori di centrodestra sono ancora più contrari alla controriforma di quelli di centrosinistra. Solo il 5 per cento di chi vota per la maggioranza è favorevole ad autorizzare la caccia a specie protette contro un 7 per cento di elettori del centrosinistra. Solo il 3 per cento di chi vota per il Pdl vuole che i cacciatori possano sparare ai migratori contro il 6 per cento di chi vota per l’opposizione. Solo il 5 per cento di chi è schierato con il governo vede con favore l’idea di dare una doppietta a un ragazzo di 16 anni contro il 6 per cento di chi è schierato con l’opposizione.

C'è una parte di Stato che ha in cima alla propria agenda non la cementificazione ma le demolizioni. È quella rappresentata dalla Procura della Repubblica di Napoli. Il pool antiabusivismo è guidato dal procuratore aggiunto Aldo De Chiara, un magistrato che ai reati ambientali ha dedicato l'intera carriera, sin da quando era giovane pretore negli anni Settanta e Ottanta, e che nel 2008 è stato insignito anche del Premio Elsa Morante per l'impegno civile. Dice: "Il nostro compito è far rispettare la legge, e l'abusivismo edilizio è un reato e va perseguito ".

A Ischia il procuratore aggiunto e il suo sostituto Antonio D'Alessio hanno trovato forse anche più di quanto immaginassero. Abusi edilizi in ognuno dei sei comuni dell'isola. Una infinità quelli sanzionati, per per almeno un migliaio si è arrivati alle sentenze di demolizione che ora hanno superato tutti i gradi di giudizio e resistito a ogni forma di ricorso. In pratica le case debbono andare giù, e se il consiglio dei ministri, come sollecitano i sindaci, non farà un provvedimento ad hoc, le ruspe potrebbero cominciare a fare il loro lavoro da un giorno all'altro. "La politica segue il suo percorso, ed è giusto che sia così — dice De Chiara —. Ma noi seguiamo il nostro, che prevede il rispetto e l'applicazione delle leggi in vigore e delle sentenze emesse in virtù di queste leggi".

Sui numeri c'è ancora un po' di confusione. Il sindaco di Lacco Ameno (uno dei Comuni di Ischia), Tuta Irace, parla di "circa diecimila ordini giudiziali di demolizione", mentre De Chiara ritiene che la cifra sia di gran lunga inferiore: "Credo che siamo nell'ordine delle centinaia, forse un migliaio", dice.

Si tratta in parte di abitazioni i cui proprietari non hanno usufruito dell'ultimo condono, ma soprattutto di case costruite in zone protette, e per questo non condonabili. "Lo scempio a Ischia è vastissimo", dice De Chiara. Ma il sindaco di Lacco Ameno pone un'altra questione: "Le demolizioni riguarderanno le prime case, in maggior parte di cittadini disperati, in particolare di giovani famiglie con figli in tenera età, prive di altro alloggio, che hanno realizzato con duri sacrifici la loro prima abitazione. Non si tratta di speculazioni edilizie".

Le sentenze giudiziarie sono arrivate però a ben altra conclusione, e ora tocca alla Procura fare entrare in azione le ruspe. Potrà farlo coinvolgendo il genio civile o rivolgendosi a ditte specializzate. Teoricamente potrebbero provvedere anche i Comuni, e infatti pochi giorni fa a Ercolano è stata proprio l'amministrazione locale a far eseguire la sentenza di abbattimento di un immobile abusivo. Ma a Ischia è difficile che ciò accada: i sindaci sono compatti nell'opporsi alle demolizioni. Temono problemi di ordine pubblico e soprattutto temono di perdere popolarità e consensi. Perciò hanno scritto a Berlusconi, nella speranza che la soluzione gliela trovi lui".

Per una coppia di sposini entrare finalmente nell'appartamento nuovo di zecca, prenotato da anni e comprato con il mutuo, dovrebbe essere una festa. Invece Caterina, nata e cresciuta a Porta Romana, commessa in Corso Como, un'Ornella Muti da giovane, più si avvicina la data del trasloco a Santa Giulia più si intristisce. «In quel deserto non ci voglio andare». Non sono capricci, quelli di Caterina (che non è un personaggio di fantasia, ma la figlia della portinaia del palazzo dove abito). Al quartiere Santa Giulia ci sono una ventina di palazzi e la nuova sede di Sky. E intorno c'è davvero il deserto: migliaia di metri quadrati di gibbosa terra battuta, non un filo d'erba, due pozze d'acqua scura su cui svolazzano i gabbiani-spazzini, unico collegamento con il resto del mondo la strada che porta al vecchio quartiere di Rogororedo e alla stazione della ferrovia e della metropolitana. Bisogna fare un chilometro per comprare il pane, altrettanto per buttare via il sacco della spazzatura. Perchè a Santa Giulia non si saprebbe dove piazzarli i cassonetti, parecchie vie che corrono tra i palazzi non sono ancora asfaltate. Per farla breve: nei 1.887 alloggi occupati dai primi pionieri lo scorso autunno arrivano acqua, luce e gas. Tutto il resto manca. Gli abitanti, che ora sono 3 mila, a regime diventeranno 5 mila. «Siamo tipi pacifici», assicura Andrea Cottica, portavoce del Comitato di quartiere Santa Giulia. Ciò nonostante sospettiamo che se qualcuno dei 5 mila inciampasse per caso in Luigi Zunino, dall'incontro l'immobiliarista-finanziere uscirebbe più ammaccato che da un summit con le banche creditrici. Che lo tengono artificialmente in vita per non rimetterci le paccate di soldi che gli hanno improvvidamente prestato.

Il quasi-fallimento di Zunino - indebitato per (almeno) 3 miliardi di euro - spiega il deserto di Santa Giulia. Il nome l'ha coniato l'ex vitivinicultore piemontese per rendere più glamour il progetto che prima si chiamava Montecity-Rogoredo, da realizzare su 1 milione e 200 mila metri quadrati dismessi dalla Montedison e dall'azienda metalmeccanica Redaelli (siamo nel quadrante Sud-Est di Milano). Risanamento spa, la finanziaria di Zunino, aveva fatto le cose in grande: un centro congressi da 8 mila posti, l'Ellisse (residenze lussuose disegnate dall'archistar Norman Foster all'insegna della domotica, delle nuove tecnologie e del parquet di rovere), parchi, giardini, scuole, alloggi per studenti, promenade commerciale, centro benessere, metrotramvia, hotel, una chiesa, parcheggi in superficie e sotterranei, svincolo della tangenziale, bretella con la Paullese. Ci saremo anche noi, annunciavano Rinascente, Esselunga, Virgin, Dolce&Gabbana... Cinque anni dopo gli unici a «esserci» sono la sede di Sky e i palazzi costruiti in edilizia convenzionata o libera dalle cooperative del consorzio "Le residenze". Questi ultimi sorgono nel pezzo di area che, in base all'accordo di programma, Zunino ha ceduto per realizzare abitazioni a prezzi abbordabili (tra i 2.500 e i 3 mila euro al mq). Gli oneri di urbanizzazione per "Le residenze" sono ovviamente a carico di Risanamento. Ma Zunino è talmente alla canna del gas da non avere neppure la somma (relativamente) modesta per asfaltare le strade, fare un po' di parcheggi, costruire un asilo. I lavori sono stati bloccati per otto mesi. Ed è qui che si è fatto sentire il Comitato di quartiere Santa Giulia. Assemblee, un forum on line, incontri a palazzo Marino e - colpo da maestri - un video su Youtube che mixa le immagini di Santa Giulia com'è con i "render" promozionali di Santa Giulia come avrebbe dovuto essere. «Santa Giulia sarà un coacervo di stili di vita, ci sarà il lavoro, ci sarà la famiglia, ci sarà il tempo libero, ci sarà vita 24 ore al giorno», recita una voce impostata. Interrotta da foto di strade inesistenti, sbarre, cantieri deserti, pozzanghere, scavi lasciati a metà.

«Qualcosa abbiamo ottenuto», dice Andrea Cottica. Il Comune, che fin qui aveva fatto il pesce in barile, è stato costretto a svolgere la sua parte quanto meno di stimolo e di controllo. I lavori sono ripresi ed entro la fine dell'anno dovrebbero essere ultimati la via pedonale che attraversa "Le residenze", i parcheggi di pertinenza e l'asilo. «Ma noi siamo come San Tommaso, finchè non tocchiamo con mano non ci crediamo», precisa l'archietto Natale Comotti, presidente del consorzio e consigliere del Pd a Palazzo Marino.

I lavori sono ripresi anche sul retro del palazzone di Sky che versa a Zunino 1 milione di euro d'affitto al mese. «Erano stati interrotti perchè Risanamento doveva 30 milioni di euro all'impresa costruttrice Colombo», ci spiega Shawky Geber, il sindacalista della Fillea Cgil che ci ha fatto da cicerone a Santa Giulia. Geber non sa se i 30 milioni li abbia anticipati Sky o se Zunino li abbia presi dal gruzzoletto che le banche gli hanno allungato alla fine del 2008 perchè facesse almeno le cose indispensabili. Le banche, la più esposta è Intesa-San Paolo, hanno congelato il 73% dei debiti di Risanamento che, di fatto, è commissariata.

«Il prossimo che salta è Zunino». Il ritornello gira a Milano da quando i «furbetti del quartierino» uno dopo l'altro sono andati a gambe all'aria. Il primo colpo a Santa Giulia l'ha dato la giunta comunale quando ha deciso di spostare il Centro congressi nell'area di Citylife (quella con i tre grattacieli storti che urtano la sensibilità del fallico Silvio), preferendo Ligresti a Zunino. Ma Zunino è riuscito a farsi male da solo, concordano i nostri interlocutori. «Troppa ingordigia, assurdo pretendere 9-10 mila euro al metro quadro per residenze di lusso in periferia. Non avrà raccolto neppure una prenotazione», dice Geber. «Idea audace pensare di fare un quartiere d'élite a ridosso di Ponte Lambro (una delle zone più degradate di Milano, ndr) e della tangenziale», rincara Cottica. «E' l'ennesimo caso di finanziere immobiliarista che gioca con i soldi e cade sui mattoni», chiude Comotti. Zunino era già messo male di suo, la crisi globale ha completato l'opera.

E adesso? Adesso tutti sperano negli «arabi». Sperano che si faccia avanti qualche sceicco, qualche fondo sovrano dei paesi del Golfo che compri Zunino e i suoi debiti. Sembrava quasi fatto l'accordo tra Risanamento e Limitless, un fondo di Dubai guidato dallo sceicco Saeed Ahmed Saeed, per la cessione dell'area ex Falck di Sesto San Giovanni (ridisegnata da Renzo Piano) su cui grava un debito di 250 milioni. Invece sono venuti fuori intoppi sia sul versante delle autorizzazioni comunali che del prezzo da pattuire tra Intesa-SanPaolo e Limitless. Bene che vada, se ne riparlerà alla fine dell'anno. Poiché anche l'emirato di Dubai ha le sue gatte immobiliarfinanziarie da pelare non è detto che l'affare vada in porto. Insomma, Santa Giulia, tagliata fuori dai progetti dell'Expo, sembra destinata a restare zitella. Ogni tanto qualcuno lancia l'idea di fare lì la cittadella della giustizia o il secondo stadio di calcio. Tutte chiacchiere.

A Santa Giulia era previsto lavoro per cinque anni. «Dopo due è tutto finito», commenta amaro Geber, «c'erano 43 gru e adesso ce ne sono solo un paio. Qui doveva sorgere una città a misura d'uomo, invece è un dormitorio». «E' quel che non vogliamo diventare», punta i piedi Cottica, «il comitato l'abbiamo messo in piedi proprio per questo». In effetti, nel deserto di Santa Giulia, l'unica cosa che crea socialità è il comitato di quartiere. Molti hanno aderito ancor prima di traslocare. «Dica alla signora Caterina di contattarci, qui c'è un sacco di lavoro da fare». In un volantone il comitato ha elencato i problemi da risolvere. 450 ragazzi in età scolare, 160 in età da nido e da asilo. Dove li mandiamo? 12 mila persone che, quando si spostano in auto, devono per forza passare da un'unica rotonda su via Rogoredo. Cosa succede se un giorno putacaso è impraticabile?

Al sabato le bancarelle del mercato si piazzano lungo via Rogoredo. Gli ambulanti dicono che la posizione è piuttosto infelice. Non potrebbero spostarsi in uno spiazzo più vicino a Santa Giulia? Allarmati da un'inchiesta aperta sulla bonifica delle aree dismesse (costi gonfiati per 14 milioni, un giallo internazionale dove non si capisce chi è il truffato e chi il truffatore) quelli del comitato hanno voluto sincerarsi se almeno la bonifica è stata realizzata correttamente: «effettuati i prescritti prelievi e campionature Asl e Arpa hanno rilasciato gli attestati di regolarità» (non per seminare il panico, ma a Geber mentre su un auto che ballonzola attraversiamo il «deserto» è subito venuto il raschietto in gola).

Resterebbe da spiegare come ha fatto il vitivinicultore Luigi Zunino a passare dalla Coldiretti di Nizza Monferrato al salotto di Mediobanca (in coppia con la moglie deteneva il 3%, supponiamo se ne sia disfatto per spegnere una piccola parte dell'incendio dei debiti). Archiviamolo tra i tanti misteri italiani e andiamoci a rileggere un'intervista rilasciata dal nostro al Corriere nel 2005 a proposito di Santa Giulia. «Sarà il nuovo centro, quello di cui Milano aveva bisogno... Sorgerà una via commerciale che farà impallidire via Montenapoleone... Sarà una boccata d'ossigeno per Milano. Con la domotica stiamo anticipando lo stile di vita dei prossimi anni... Non sarà un quartiere finto, dove dormire e passeggiare». Alla domanda «non pensa di rischiare troppo?» Zunino rispondeva: «No. Un imprenditore per essere tale deve saper rischiare. Ho investito ad oggi 750 milioni di euro in questo progetto, e non me ne sono mai pentito. Anzi, ho fatto pubblicità al Paese».

Mentre su Zunino cala il sipario, l'unica àncora di sopravvivenza per gli abitanti di Santa Giulia è Rogoredo vecchia, quella della canzone di Jannacci.

Nota: il contrappunto a queste desolate osservazioni "obiettive" è naturalmente la propaganda del comune di Milano, granitico da sempre nel sostenere l'assoluto valore dei suoi programmi di riqualificazione urbana delegati all'operatore privato anche sul versante delle grandi strategie. Qui la pagina su Santa Giuliadel settore Sviluppo del Territorio. Per chi volesse una lettura critica contestuale del progetto, metto a disposizione di seguito l'esercizio svolto dagli studenti Beatrice Miceli e Giorgio Stefanoni nell'ambito del mio corso sulla Riqualificazione Urbana del primo semestre aa 2008-2009 alla Facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano (f.b.)

"Solo cemento, manca il progetto carta bianca agli immobiliaristi"

Teresa Monestiroli

Giancarlo Consonni, professore di Urbanistica al Politecnico, cosa pensa del nuovo Piano di governo del territorio del Comune?

«Mi sembra che l’amministrazione ragioni solo in termini di quantità e non di struttura della città. Invece di costruire il vero policentrismo, il Comune sta delegando il progetto di città alle società immobiliari. In questo modo si perde una grande occasione, quella di ripensare Milano dandogli una nuova ossatura non solo funzionale ma anche relazionale. Riqualificare va bene, ma bisogna governare gli interventi come è stato fatto a Parigi e Barcellona altrimenti si finirà per perdere occasioni straordinarie come è già successo nel caso di Bicocca e dell’area dell’ex Maserati».

Per quantità intende volumetrie e cemento?

«Il problema non è il cemento, ma la mancanza di progetto più ampio. Le quantità devono stare dentro un’idea di città altrimenti non si capisce che cosa distingue un ammasso informe di edifici da un luogo che abbia una qualità urbana. In questo modo finiremo per avere tante periferie incapaci di diventare centri di attrazione e che orbiteranno su un centro sempre più piccolo».

Il Piano di governo del territorio prevede l´aumento della popolazione milanese di 700 mila unità. È possibile?

«Pensare che i cittadini che hanno lasciato Milano tornino è un sogno. Se il Comune fosse veramente in grado di fare un piano di edilizia a basso prezzo sarebbe una vera e propria rivoluzione, ma gli immobiliaristi non accetteranno mai. In realtà il piano sta dando alle società immobiliari carta bianca per costruire volumetrie sproporzionate, senza più i vincoli delle destinazioni d´uso. Il tutto senza un’armatura fatta di piazze e di strade. Questo renderà le periferie dei ghetti e si alimenteranno i problemi di sicurezza».

Cosa c’entra la sicurezza con l’urbanistica?

«È la città stessa a sconfiggere l’insicurezza attraverso il naturale presidio dei luoghi da parte dei cittadini. Se non si creano le condizioni di relazione urbana si finisce per avere quartieri dormitorio o, al contrario, di lusso ma isolati dal resto della città».

L’assessore Masseroli punta alla riqualificazione degli scali ferroviari come Rogoredo e Porta Romana. È d’accordo?

«Gli scali sono una grande occasione di sviluppo. Ma ripeto, dipende da come vengono riqualificati. Se rivalutare significa accumulare volumi informi sarà un disastro».

È favorevole anche al trasferimento dell’ippodromo per realizzare a San Siro un quartiere di lusso?

«Questo è davvero sbagliato. L’ippodromo è un’area storica che andrebbe riqualificata, farci un altro quartiere non ha senso. E poi mi chiedo: in un momento di crisi come questo chi comprerà tutte queste case di lusso? La crisi economica dovrebbe spingere l’amministrazione a ripensare un modello qualitativo di intervento invece si continua con la vecchia logica. Faccio solo un esempio: il parco Sempione è il regalo che la crisi edilizia dell’Ottocento ha fatto alla città. Doveva essere un quartiere di lusso ma si è deciso di trasformarlo in area verde».

Metri cubi di palazzi, ma per chi?

Luca Beltrami Gadola

Hanno cominciato a dirlo quasi due anni fa e non aggiungono nulla. Imperturbabili. La recitazione è quella della scuola "Non lo fo per piacer mio ma per dare un figlio a Dio". Viso lievemente atteggiato al sorriso, tono di voce pacato, la devozione al pubblico interesse fatta maschera teatrale. Quello che stupisce è la capacità di dire sempre le stesse cose mentre fuori infuria la tempesta: di questo è specialista la nostra sindaca. La settimana scorsa ha riunito la giunta per un’intera giornata a discutere del bilancio di metà mandato. Al termine ci aspettavamo un documento che non c’è: un’analisi del passato - quel che abbiamo fatto o non fatto - e un documento sul futuro: cosa fare, visto che lo scenario è totalmente cambiato, altri i problemi milanesi, altre le priorità, altre le risorse. Invece no: un generico richiamo all’efficienza, una tirata d´orecchi a chi vuol fare il giocatore solitario, un appello alla coesione politica.

Due le possibilità: o il programma elettorale era una scatola piena di sole parole, o non sanno cosa pensare e questo è forse peggio. Ormai anche gran parte del mondo conservatore è convinta che dobbiamo guardare a uno sviluppo completamente diverso: le città, dove vive più del 50% della popolazione mondiale, ne sono il laboratorio. Urbanistica dunque in primo luogo. Ma qui arriva prima Berlusconi: 550 milioni per investimenti destinati alla casa. Il gruppo Citylife ne ha spesi 523 per comprare la vecchia area della Fiera, tanto per capire lo sforzo, come dire al massimo 4.000 appartamenti da 80 metri, una goccia. Poi un incremento tra il 20 e il 30% delle volumetrie edificate. Destinati a chi questi volumi se con la crisi non si vende un chiodo? Cosa vuol dire rilanciare l’edilizia in queste condizioni di mercato? Perché così poco all’edilizia residenziale pubblica che assorbe più manodopera e che ha più indotto? Per l’ambiente e per il Paese, per la bellezza e la vivibilità della città sarà un disastro. Che fine farà il piano dell’assessore Masseroli? Difendiamolo, persino meglio lui della follia berlusconiana.

Dalle case al posto dell’ippodromo ai palazzi da costruire su oltre un milione di metri quadri di stazioni e binari ferroviari, ai nove milioni di aree destinate a parchi mai realizzati. Il sindaco presenta oggi ai partiti il nuovo Piano di governo del territorio: toccherà a loro decidere quanto, e dove, costruire. E la Lega insiste: «No al cemento sull’ippodromo»

Un milione e 300mila metri quadrati dove costruire palazzi al posto di stazioni e binari ferroviari che non servono più. Altri cinque milioni e mezzo dove già è stata decisa la nascita di nuovi quartieri ma che bisogna dotare di nuove infrastrutture. Un tesoretto di nove milioni di metri quadri su cui, finora, non si poteva costruire perché destinati a parchi e servizi pubblici che però non sono diventati realtà. E la grande incognita dell’ippodromo di San Siro: un milione e mezzo di metri quadrati di verde che bisogna decidere se mantenere. È partendo da questi numeri che, dopo cinquant’anni, Milano si reinventa. Con più grattacieli per non consumare suolo. Con tre nuove linee del metrò. E con l’obiettivo, forse, di arrivare a due milioni di abitanti nel 2030.

Parte il grande business del mattone e va in pensione il Piano regolatore del 1954, rivisto già nel 1980, per essere sostituito dal Piano di governo del territorio (Pgt) degli anni Duemila. Chili e chili di carta su cui si giocherà la partita del nuovo cemento. Oggi Letizia Moratti presenterà le bozze ai partiti della sua maggioranza. Arrivare a due milioni di abitanti nel 2030, come azzardò l’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli? Questo il Piano oggi non lo dice ancora. La quantità sarà definita solo quando i partiti daranno il loro via libera su quanti metri quadrati si possono sbloccare e, soprattutto, quanti metri cubi si possono lasciare costruire. Quantificando per ogni area un «indice di edificabilità». La Lega, ad esempio, si presenta all’appuntamento in trincea: «Non vogliamo sentir parlare di 700mila nuovi abitanti. Per nuovo cemento non c’è spazio, Milano è già sufficientemente urbanizzata» manda a dire Matteo Salvini. Nuovi quartieri? «Non sull’ippodromo». Proprio San Siro, e il nuovo quartiere da costruire con il trasloco dell’ippica, saranno la battaglia più rilevante che si giocherà nel centrodestra di Letizia Moratti: l’assessore Masseroli, ma anche la Regione, vogliono sbloccare molto presto la zona, i partiti frenano. Almeno fino alle elezioni provinciali.

Il Piano che il sindaco presenterà oggi già cambia tutto il sistema delle regole del gioco: sparisce la distinzione tra destinazione d’uso industriale - commerciale - residenziale, restano solo le zone vincolate come non edificabili. Arriva la «perequazione» e la «borsa dei diritti volumetrici». Le «aree di trasformazione», le direttrici dove andranno nuove case e nuovi abitanti, sono però già chiarissime nel Pgt che recepisce quello che sta già avvenendo: la Bovisa e la zona ai confini con Sesto, verso ovest Cascina Merlata e tutta l’area dell’Expo, Montecity - Rogoredo, Garibaldi - Repubblica e Citylife, il Portello e quello che è rimasto della vecchia Fiera. L’assessore alla Mobilità, Edoardo Croci, assicura: «Tutte le aree di trasformazione saranno accessibili da sistemi di trasporto pubblico, garantendo una migliore vivibilità». La novità più rilevante è la rivoluzione ferroviaria: 1,3 milioni di metri quadrati per nuove case e nuovi parchi al posto di stazioni che verranno chiuse (da Porta Genova allo scalo merci Farini, da San Cristoforo a Porta Romana), o che verranno ridotte riducendo il fascio dei binari e i depositi (Lambrate, Rogoredo, Greco, Certosa). Sarà uno dei grandi business immobiliari dei prossimi anni. Con un accordo tra Fs e Comune che assicura due obiettivi: la plusvalenza dovrà essere reinvestita in nuove opere ferroviarie per migliorare l’accessibilità a Milano, mentre gli oneri di urbanizzazione finiranno in nuove metrotranvie per collegare le stesse zone al centro. Le altre grandi aree in costruzione dovranno nascere sugli assi delle nuove metropolitane, la nuova linea 4 da Lorenteggio a Linate (ma mancano i fondi per arrivare all’aeroporto) e la nuova 5 da Niguarda a San Siro (qui i soldi, per la linea che incrocerà Citylife, dovrebbero invece arrivare da Roma). L’arrivo del metrò a San Siro aumenterà ancora gli appetiti immobiliari sull’ippodromo. E intanto la prefettura ha chiesto, per motivi di sicurezza, di spostare di 200 metri la fermata prevista a fianco dello stadio.

Periodicamente qualcuno proclama la fine dell'era postmoderna, con questa espressione approssimativa intendendo cose altrettanto approssimative quali la rivincita del materiale sul virtuale, del reale sull'immaginario, dell'etica collettiva sul desiderio individualistico eccetera. Accadde ad esempio nell'immediatezza dell'11 settembre, quando il trionfo dell'immaginario sul reale parve toccare il suo apice e cominciare perciò la sua parabola discendente: quei due aerei-cyborg che si infilavano nelle torri gemelle, improvvisa materializzazione dell'incubo hollywoodiano dell'invasione degli alieni, per un verso segnalavano la potenza dell'immaginario, per l'altro verso lo riportavano alla dura realtà della morte, del terrorismo, della guerra. Si disse allora infatti che quelle immagini ossessivamente ripetute dalle tv di tutto il pianeta, che peraltro si aggiungevano ai primi segnali di crisi dell'economia virtuale, segnavano la fine del postmoderno. E negli anni successivi, campagne morali, ideologie nazionaliste e belliciste e «guerre culturali» dell'America di Bush jr. si sono variamente scagliate contro il postmodernismo (e contro i campus universitari rei di averlo cavalcato), sinonimo di lassismo morale, individualismo, nichilismo, disinvestimento dai valori «veri» eccetera. Una campagna che, se ha avuto i suoi bastioni nei neocons, ha trovato sostenitori anche in alcuni settori «leftist» legati alla tradizione più ortodossa e da sempre diffidenti verso l'ideologia postmodernista.

Ma un conto è l'ideologia postmodernista, un conto sono le trasformazioni reali che marcano una discontinuità senza ritorno fra modernità e tarda modernità e che è pura fantasia nostalgica pensare di poter periodicamente cancellare. Per stare ancora all'esempio dell'11 settembre, il seguito della vicenda storica si è incaricato di dimostrare l'ovvio, e cioè che non era in corso un derby fra virtuale e materiale, immaginario e reale, soggetti morali e soggetti amorali eccetera, ma un conflitto globale che coinvolgeva tutti questi campi e ciascuno di essi, ridisegnando i confini mobili e sottili che nella tarda modernità li separano. Basta pensare al gioco di cruda materialità e cinica virtualità tipico delle guerre scatenate dopo l'11 settembre per capirlo.

Adesso la storia si ripete sulla scia della crisi economica e delle sue prevedibili e imprevedibili conseguenze sul piano politico, sociale, antropologico. Sul Corriere della Sera di ieri era la rubrica settimanale di Francesco Alberoni a intonare il mantra della fine del postmoderno, dandone, va detto, una versione alquanto caricaturale: postmoderna sarebbe una società in cui «spariscono non solo le ideologie ma tutte le certezze»; in cui «realtà e illusione si confondono, non conta più la realtà oggettiva ma solo l'immagine e l'apparenza»; in cui «perde importanza lo stato», i cittadini diventano consumatori, «non ci si arricchisce facendo buoni prodotti ma con astute operazioni finanziarie, tutto è provvisorio, liquido, dominano l'individualismo e l'edonismo».

Caricature a parte (Lyotard si rivolterebbe nella tomba), andiamo al sodo delle conclusioni di Alberoni, che come sempre raccolgono e riecheggiano un senso comune facile e diffuso: «Oggi ci rendiamo conto che continua ad esserci differenza fra reale e immaginario, fra realtà e apparenza. Ci sono banche e imprese che falliscono realmente, ci sono disoccupati veri, poveri veri, occorrono investimenti veri. Bisogna fare davvero delle scelte, prendere davvero delle decisioni. Il consumatore non è più il re capriccioso di ieri, deve fare i conti con precisione. E tutti torniamo a guardare allo stato, per prime le banche e le imprese».

Ora è indubitabile che la crisi economico-finanziaria stia avendo questo effetto di disvelamento della cruda realtà dei numeri e delle disuguaglianze occultata dall'ideologia delle magnifiche sorti del neoliberismo e del capitale finanziarizzato. Ma è altresì indubitabile primo, che questa cruda realtà era perfettamente leggibile anche quando era coperta da quell'ideologia a chi solo lo volesse, secondo, che raccontarsela in modo tanto semplice sul confine fra realtà e apparenza così come sul ritorno alla retta via dell'homo oeconomicus fin qui coccolato nelle nostre democrazie a destra e a manca, è - questo sì - illusorio e non ci aiuta a capire granché di quello che sta capitando. In primis, l'impasto di virtuale e reale che è proprio della finanziarizzazione del capitale e che fa saltare la linea di demarcazione fra economia reale e economia finanziaria, fra comportamenti virtuosi del risparmiatore e soddisfazione egoistica del desiderio del consumatore, fra sfruttamento del lavoro materiale e sfruttamento del lavoro immateriale, fra profitto e rendita e via dicendo. Forse, se invece di proclamare ogni settimana la fine di un'era e l'inizio di un'altra ritrovassimo il gusto di analizzare pazientemente continuità e delle discontinuità il senso della realtà ne trarrebbe giovamento.

''Dobbiamo approfondire perchè stiamo parlando di un'indicazione quadro che daremo alle Regioni perchè sulla casa la legge devono farla le Regioni''. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in merito all’annunciato provvedimento del governo di aumento delle cubature edilizie di un 20/30%. Berlusconi ha inoltre spiegato:''chi ha una casa potrà ampliarla senza far perdere valore e rendendola più bella. Sembra più logico che se uno fa un ampliamento perchè ha bisogno, magari perchè gli è nato un nipotino, potrà farlo e non perderà il valore della casa, anzi lo accrescerà ''.

Il ministro agli affari regionali, Raffaele Fitto, in un’intervista a Il Messaggero ribadisce che “ovviamente il testo verrà sottoposto ad un confronto con le regioni proprio per renderlo compatibile con le normative locali ed evitare che venga svuotato dalle leggi regionali”.

Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, ha sottolineato di aver “già affermato che mi preoccupa la politica degli annunci e mi preoccuperebbe ancor più se si facesse la scelta grave delle deregolazioni invece di seri percorsi di semplificazione, che sono necessari". Errani aggiunge: "trovo gravemente sbagliato il metodo. Se si vuole una vera politica della casa, anche per rispondere alla crisi economica, si azzeri questo 'piano segretò, come è stato definito, si rimetta il treno sui giusti binari, si riparta da un corretto rapporto istituzionale con regioni ed enti locali, titolari della materià'.

È una forma surrettizia di condono, “una ferita al territorio", afferma in un'intervista a 'Repubblicà Piero Marrazzo, presidente della Regione Lazio. "È l'idea di fondo che è sbagliata - ha proseguito Marrazzo -. L'emergenza alloggi non si fronteggia solo con l'aumento di cubature, ma attraverso un processo".

Anche per il presidente della Toscana, Claudio Martini, ''il piano annunciato dal Governo è un condono preventivo e camuffato”, quello che serve è un piano nazionale casa. ''Anche le assicurazioni date contro una crescita dell'abusivismo sono ridicole. È bene che si sappia - ha aggiunto Martini - che per i piccoli abusi dettati da esigenze reali esistono già normative regionali di sanatoria. Non c'è quindi alcun bisogno di nuove deregulation”. Occorre pertanto aprire un tavolo tra Governo e Regioni “per definire contenuti, obiettivi e risorse. Le Regioni sono pronte a contribuire e a lavorare per questo obiettivò'.

Per il presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, il provvedimento. ''appare frutto di improvvisazione e comunque cosi' come segnalato faciliterebbe molto l'abusivismo e poco l'efficacia di un intervento concreto che solo le Regioni da tempo stanno attuando sui diversi territori regionali”. Secondo De Filippo il Governo “farebbe meglio ad abbandonare la strada dei tagli ai trasferimenti alle Regioni e agli Enti Locali, se realmente vuole sostenere il settore. In mancanza di adeguate risorse anche le politiche delle Regioni e degli Enti Locali in materia di edilizia pubblica e scolastica rischiano di essere del tutto evanescenti''.

Il presidente della Regione Marche, Gian Mario Spacca, afferma di voler vedere prima i contenuti del provvedimento e ribadisce: ''qualunque normativa sull'edilizia e il territorio non potrà prescindere da un ruolo attivo di Comuni, Province e Regioni. Quello che ci aspettiamo è che l'intervento del Governo sia compatibile e concordato con questi livelli di governò'.

Anche il il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, sostiene che ''prima di dare un qualsiasi giudizio sul piano del governo attendiamo di conoscere i dettagli”. ''Sulla base delle notizie di stampa, che parlano della possibilità di aumento delle cubature con procedure poco chiare per consentire alle giovani coppie di avere un proprio tetto mi sento di dire però che si può raggiungere meglio l'obiettivo con incentivi reali come quelli che la Calabria ha messo a disposizione e senza cambiare le regolè'.

Mentre il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, dichiara che ''si può partire anche prima dell'estate. Anzi, si deve partire subitò'. Roberto Formigoni, in un'intervista a Il Tempo, sottolinea che ''l'edilizia è un settore moltiplicatorè', non solo ''direttamente ma anche sull'indottò'. E poi le ristrutturazioni rendono le città più belle quindi ''aiutare l'edilizia significa rimettere in modo il paesè'. Formigoni spiega che ''proprio perchè c'è la crisi'' gli investimenti in borsa non rendono. La casa, invece, ''è quanto di più caro hanno gli italiani'' e ''investire sulla propria casa significa - ricorda il presidente della regione Lombardia - investire sul proprio benè'. Formigoni inoltre afferma che non ci sarà un criterio unico, perchè la possibilità di costruire cambierà da zona a zona, anche se il 20% di cubatura in più è ''una soglia media giusta'. E non ci sarà, assicura, nessun lassismo da parte delle regioni: ''Il testo del governo definirà la cornice generale, offrirà alle regioni la possibilità di decidere. Non c'è alcuna imposizionè'. In Lombardia, annuncia, ''avremo delle regole molto rigide, ci saranno controlli molto intensi e chi sbaglierà -garantisce Formigoni- sarà pesantemente bastonatò'.

Nessuno ''scempio” ambientale, nessuna ''violazione”, sostiene invece Giarcarlo Galan, presidente della regione Veneto: ''ci limitiamo a sveltire la burocrazia” e a rimettere in moto il sistema economico. Lo dice Galan in un'intervista al Giornale, respingendo ogni critica al piano: ''stiamo parlando di un progetto che riguarda il patrimonio edilizio esistente, senza contare che è un provvedimento a termine, che durerà un anno, al più tutto il 2010, e limitatamente agli edifici del 1989''. Galan esorta gli altri presidenti delle regioni a fare altrettanto, a ''far decollare questa proposta”. ''In tanti edifici - aggiunge Galan - c'è dispersione energetica, non si utilizzano fonti alternative. Ecco l'indotto dell'edilizia: non riparte solo il mattone ma anche le tecnologie collegate”.

Il piano casa che si appresta a predisporre il Governo è un contributo concreto per uscire dalla crisi economica, che non si può superare spendendo solo parole. Lo dice il portavoce di palazzo Chigi e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti:"Questo –spiega Bonaiuti- è un progetto che ha due obiettivi: il primo a lungo termine che è tutto del nostro Governo, di eliminare le burocrazie e le carte bollate, la semplificazione, l'uscita dai coni di bottiglia della burocrazia; e l'altro è un discorso più generale che riguarda la crisi in corso e il far lavorare tutte quelle piccole e medie imprese che generano occupazione nel settore edilizio e rientra in quel progetto per cui dalla crisi si esce non con le grandi parolone della sinistra ma con procedimenti concreti, precisi, netti, che danno lavoro alle persone"."Ma perchè -si chiede Bonaiuti- vedere sempre questa volontà di cementificare? Non si tratta di questo, si tratta, con molta semplicità, di ricordare che l'80 per cento dell'occupazione è dato dalle piccole e medie imprese. Quindi vanno bene i grandi piani –siamo stati noi i primi a fare il piano per le grandi opere- però occorre anche rimettere in moto tutta quella miriade di piccole e medie imprese artigiane di poche persone, magari familiari, che si diano da fare con tutto quell'indotto che è piccolo nei singoli casi ma che moltiplicato per 108 Province e 20 Regioni produce un moltiplicatore impressionante". Il meccanismo di aumento delle cubature sarà subordinato a vincoli ambientali precisi “stabiliti dalle Regioni e dai piani regolatori comunali e quindi non si potranno prestare a speculazioni". Bonaiuti è fiducioso su quello che sarà l'atteggiamento delle Regioni: "Quando si va ad un tavolo e si comincia a parlare tutti dimostrano un certo senso di responsabilità: quando si è incominciato a discutere di ammortizzatori tutti escludevano che le Regioni potessero trovare un accordo con il Governo invece poi alla fine l'accordo per quegli otto-nove miliardi di ammortizzatori sociali in deroga sono stati trovati. Le Regioni di destra e di sinistra hanno fatto tutte imparzialmente il proprio dovere ed espletato il proprio senso di responsabilità. Quindi credo che un accordo si potrà trovare".

Scettico in un'intervista a Repubblica il presidente della Sicilia Raffaele Lombardo: "non sono pregiudizialmente ostile, ma ho delle riservè'. ''La Sicilia -ha riferito Lombardo- ha sofferto a lungo la piaga dell'abusivismo, stiamo attenti con le nuove cubature. L'impatto ambientale deve essere compensato da norme di risparmio energetico come quelle che incoraggiano l'uso dei pannelli solari. Ma mi interrogo sui reali benefici economici di questo progetto. in Sicilia, con i consumi depressi non so quante famiglie possano spendere 150mila euro per allargare la propria abitazione".

''Siamo consapevoli- ha aggiunto la presidente della Regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti - delle esigenze dei cittadini, soprattutto quelli a più basso reddito, per interventi di ampliamento delle proprie abitazioni. Come siamo consapevoli che il settore dell'edilizia può contribuire positivamente alla riprese economica. E siamo anche favorevoli, avendoli chieste noi per primi, ad interventi di semplificazione delle norme. Insomma, si tratta di tante buone ragioni, che però non possono essere un pretesto per dare una spallata al sistema di regolè'.

Lorenzetti, che è coordinatrice per le Regioni proprio per le questioni della casa, spiega che “la cosa più saggia da fare ora è quella di fermare tutto e avviare una seria discussione tra Governo, Regioni e Autonomie locali''.

Per Maria Rita Lorenzetti, ''le rassicurazioni del ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto, cercano di sminuire la portata di quanto annunciato, con forte effetto mediatico, dal premier Berlusconi. Resta il fatto che si è trattata di un annuncio improvviso, confuso e senza che di ciò si sia mai discusso con le Regioni ed il sistema delle Autonomie locali''. ''Tutto ciò - ha osservato la Lorenzetti - desta non solo sconcerto, ma grande preoccupazione, visto che per mesi Governo e Regioni hanno discusso del Piano casa, senza che mai fossero emerse le proposte che sono state oggetto delle affermazioni del premier''.

Da Regioni.it, periodico telematico a carattere informativo plurisettimanale N. 1323, lunedì 9 marzo 2009

Trent’anni fa un giovane economista inglese, Fred Hirsch, poi immaturamente scomparso, pubblicò un libro intitolato I limiti sociali dello sviluppo. Era un libro elegante e intrigante, che affrontava allora il cuore di quello che è poi diventato il problema della crescita.

Al di là dei livelli di produzione che soddisfano i bisogni di autosufficienza - questo era il tema - le soddisfazioni che se ne traggono dipendono in misura crescente non dal proprio consumo individuale, ma dai consumi degli altri. Per un uomo affamato la pagnotta è un bene tipicamente privato. Per un pedone che transita in città l’aria che respira è un bene pubblico. Elementare, Watson. Ma mica tanto.

La scienza economica, infatti, ha riconosciuto il fenomeno dell’interdipendenza (le cosiddette economie e diseconomie esterne) ma lo ha relegato (quell’aggettivo «esterne» è significativo) in secondo piano rispetto all’importanza primaria dei bisogni e dei consumi individuali. Sono stati così gravemente sottovalutati i limiti che all’accumulazione e al consumo della ricchezza derivano dai comportamenti sociali. Il problema è diventato drammatico per quanto riguarda i guasti inferti dai comportamenti collettivi all’ambiente naturale. E sta diventando sempre più drammatico per quel che riguarda i comportamenti «morali». Leggendo l’articolo di Jean Paul Fitoussi (Se torna l’etica nel capitalismo, Repubblica del 23 febbraio) mi sono venute in mente proprio le considerazioni fatte da Fred Hirsch a proposito della morale come bene collettivo e della esigenza vitale, per la stessa sopravvivenza del capitalismo moderno, di quella che egli definiva una «moral reentry»: un «ritorno alla morale».

Hirsch era un disincantato economista liberale e non incline alle prediche. Ma sapeva bene che le due forme tipiche del capitalismo, l’impresa e il mercato, non possono tenersi insieme se non sulla base di una legittimazione morale: che può essere la «pietas» cattolica, la «grazia» calvinista, o la «simpatia» di Adam Smith. Ciascuna di queste «passioni», religiose o laiche, pone limiti al comportamento egoista. Limiti logici, prima che morali: come quello dell’impossibilità che tutti possano stare «meglio degli altri». Quei limiti impediscono che il comportamento egoista, varcando i limiti della logica, diventi distruttivo.

Ora, proprio questo è avvenuto nelle due grandi crisi che hanno investito il capitalismo moderno, quella degli anni Trenta del secolo scorso e quella attuale. È avvenuto che l’avidità e il successo individuale sono stati eretti a principio collettivo: l’ideale impossibile che tutti possano star meglio degli altri. Il che ha indotto istituzioni severissime, come le Banche Centrali, a praticare politiche di indebitamento sconsiderate, che a loro volta incoraggiavano comportamenti irresponsabili scorretti o criminosi da parte di amministratori, dirigenti, consulenti, di ogni ordine e grado.

È significativa l’analogia tra guasti ambientali e guasti morali dell’economia. Entrambi discendono dall’insostenibilità di comportamenti distruttivi: degli equilibri naturali nel primo, degli equilibri etici nel secondo caso. Ma questa insostenibilità non è il risultato di una patologia del sistema. È invece il frutto di una esasperazione della sua logica. La logica del capitalismo è l’accumulazione. La quale è per natura illimitata. Si dovrebbe dire, più propriamente, sterminata. Ed è una logica impossibile, quindi illogica.

È la logica della sterminatezza che sta alla base sia dei disastri ambientali che di quelli finanziari. E dovrebbe essere venuto il momento di opporre a questa logica dissennata l’etica dei limiti. Di combattere la vergogna criminale dei paradisi fiscali. Di limitare la «creatività» delle scommesse finanziarie. Di rallentare i movimenti di capitale speculativi. Di reintrodurre politiche dei redditi che proporzionino lavoro e produttività. Di introdurre misure di decenza nella sfrenata corsa delle rendite manageriali. Di osservare proporzioni programmatiche nella dinamica rispettiva dei consumi pubblici e di quelli privati.

Insomma, di realizzare una «moral reentry» dalla follia che ci ha condotto a questo passo. E che non riguarda solo l’economia, ma anche e soprattutto la politica. Vedete: quando dalla sommità della politica, si fa per dire, giunge un messaggio di comprensione dell’evasore fiscale, è lì che si misura il guasto arrecato all’etica del capitalismo. Quando io difendo le ragioni dell’antiberlusconismo non mi curo delle battute sulle donne (ciascuno ha i suoi gusti) ma dell’immoralità politica di quel messaggio (come di tanti altri dello stesso «tenore», nel doppio senso) e dell’insensibilità che insigni maestri di «liberalismo» dimostrano nell’accantonarlo.

Signori, si chiude. La Cultura, i Beni culturali, le Soprintendenze, la tutela del Belpaese, intendo. Mentre Obama investe, come misura anti-crisi, in cultura, Zapatero pure e Sarkozy alza a 500 milioni di euro i fondi per i restauri, Berlusconi e Tremonti tagliano le risorse ordinarie per i Beni culturali di 1 miliardo e 403 milioni di euro in tre anni (quest’anno si comincia con 498 milioni in meno). Al CIPE di venerdì l’ultimo schiaffo al fido Bondi (dato ormai in uscita dal Collegio Romano): neppure un euro ai Beni culturali dai fondi generosamente elargiti, sulla carta, ad opere grandi e meno grandi. Nel contempo però parte, contro le Soprintendenze e i vari uffici ministeriali, una campagna strumentale sui residui passivi che ammonterebbero a meno di mezzo miliardo (in realtà sono pure di più, se non ci si ferma alle contabilità speciali), comunque risultano addirittura dimezzati rispetto a pochi anni or sono. Intento della campagna?

Screditare Ministero dei beni culturali e tecnici che si lamentano dei tagli e non sono neanche buoni a spendere i fondi... «Pura demagogia, una strumentalizzazione propagandistica», la definisce Paolo Leon, docente a Roma 3, uno dei rari economisti a conoscere a fondo i beni culturali. «Quei residui passivi fanno spesso parte di somme stanziate in passato, anni e anni fa, e che sono state già impegnate. Credo che ci siano ancora residui del Fondo investimenti occupazione e addirittura dei Giacimenti culturali di De Michelis...». Quindi roba di una ventina di anni or sono. «E comunque riguardano spese in conto capitale», chiarisce ancora Leon, «cantieri che ci mettono molto ad avviarsi e che vanno per le lunghe, ma che hanno generato opere, restauri, occupazione. Magari attingendo a leggi speciali di difficile utilizzazione». Mentre coi tagli odierni la mannaia cade sulla spesa corrente, quindi su quanto rimane del funzionamento quotidiano dell’Amministrazione, che risulterà sempre più inceppata anche sul versante dei lavori, dei restauri, degli appalti, ecc. Scriveva in modo competente nel luglio scorso Antonello Cherchi sul Sole 24 Ore: «Beninteso, non è certo con tali cifre che si può pensare di risolvere i problemi strutturali del ministero. Né, tantomeno, quelle disponibilità rendono giustificabili gli attuali tagli al budget ministeriale». Ineccepibile. Pur restando l’esigenza di rendere molto più funzionale la macchina senza depotenziarla in corsa.

IL QUADRO DEL DISASTRO

Mercoledì si è tenuto il primo Consiglio superiore del dopo-Settis e i vari direttori generali vi hanno rovesciato le loro doglianze. Ben riassunte in documento della Uil-Bac riassume. Francesco Prosperetti, direttore generale per la Qualità e la tutela del Paesaggio: «La consistenza delle risorse vede una drastica riduzione tra 2008 e 2009 del 46,34 %, con un abbattimento del 35,08 per la tutela e addirittura del 93,97 per la ricerca». Roberto Cecchi, Beni architettonici e storico-artistici: «Le risorse del 2009 non saranno sufficienti a ricoprire le spese legate al quotidiano funzionamento degli Istituti, delle Soprintendenze, e dei Musei». Stefano De Caro, Beni archeologici: «La riduzione dei fondi ha indotto già alcune Soprintendenze, nel corso del 2008, a rappresentare la necessità di ridurre alcuni servizi, fino a prefigurare la chiusura di alcune sedi», cioè di talune Soprintendenze, siti e musei archeologici. Maurizio Fallace, Beni librari: «Indebolimento delle biblioteche pubbliche statali in tema di conservazione, preoccupazione per biblioteche dotate di autonomia come la Nazionale di Firenze e per il Centro per il Libro», a zero fondi. Luciano Scala: «La riduzione riguarda gli affitti di sedi di archivi e di Soprintendenze archivistiche, e gli investimenti”. Antonella Recchia, Formazione del personale: «Colpite le spese per formazione, aggiornamento e perfezionamento e la stessa Scuola di Oriolo Romano». Con la riduzione di questo capitolo fondamentale di spesa a 0,6 centesimi per dipendente. Elemosine.

Cominciano le intimazioni a pagare le bollette inevase pena il distacco della corrente elettrica: succede alla Soprintendenza di Lucca - racconta Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil-Bac - debitrice per 90.000 euro che non ha in cassa. Presto negli uffici mancheranno i soldi per gli straordinari, per i telefoni, per la cancelleria, per i francobolli, per la carta delle fotocopie e per quella igienica nei bagni dei musei. Allegria. Mentre si parla a tutto spiano di «valorizzazione» turistica dei Musei. Mentre resta quanto meno opaca la gestione, separata e grassa, di Arcus. Mentre gira insistente la voce che si voglia commissariare, dopo Pompei e (decisione attesa da oltre un mese) dopo Roma e Ostia, Soprintendenze speciali con forti somme in cassa, anche Brera. Dove ad un esperto di recente acquisizione avrebbe dato, si sussurra, molto fastidio la vista dei ponteggi alzati per restaurare (finalmente) l’arioso cortile del Piermarini. Secondo lui, «disturbavano i turisti». Si commissariano le Soprintendenze, magari con personale della Protezione civile svilendole e svuotandole di funzioni. Mercoledì il Consiglio - convocato dal vice-presidente Antonio Paolucci, tuttora in carica - ha votato all’unanimità due mozioni: una per consentire alla Direzione generale per la Qualità e la tutela del Paesaggio di vivere; l’altra per condannare questi tagli feroci che mettono in pericolo la tutela e il funzionamento stesso dei beni culturali. Ma quanto servirà? O non occorrono azioni più incisive, anche contro questa strumentale polemica sui residui passivi?

Tagli di spesa nei Beni Culturali (in euro)

2009: - 498 milioni

2010: - 412 milioni

2011: - 493 milioni

Totale 2009-2001: - 1 miliardo 403 milioni

Taglio di spese per la tutela nel 2009

- 35,08 per cento

Taglio di spese per la ricerca nel 2009

- 93,97 per cento

Visitatori Musei, Aree archeologiche e Circuiti Museali (in unità)

1996: 25.029.755

2000 : 29.798.728

2005 : 33.048.137

2006 : 34.574.591

2007 : 34.439.011

Var. % 1996/2007 + 37,59

Visitatori primo sem. 2008 (rispetto al primo sem. 2007)

- 3,65 %

Introiti di Musei, Aree Archeologiche e Circuiti Museali (in milioni di euro)

1996: 52,7

2007: 106,0

Var. % 1996/ 2007 + 101,14

Che l’edilizia avesse bisogno di una potente iniezione di fiducia e un quadro normativo di sostegno per poter essere rianimata è una premessa ampiamente condivisa. Come è sicuramente un’esigenza sentita da tutti la semplificazione delle complicatissime procedure urbanistiche. Le posizioni si radicalizzano invece quando si entra nel merito della filosofia dell’intervento legislativo di indirizzo. E cioé: una materia complessa e articolata come l’edilizia non può essere ridotta a una cornice “omnibus”, valida quindi per tutte le situazioni. Impossibile non percepire, per esempio, le differenze sostanziali tra interventi nei centri storici o sulle coste, tra riqualificazioni e nuova edilizia residenziale. Si tratta di un problema particolarmente sentito in una regione come la Sardegna che, guarda caso, è stata vista dal premier Berlusconi come uno dei punti di partenza per la sua “rivoluzione”. Non è infatti una semplice coincidenza il fatto che il neo governatore Ugo Cappellacci abbia partecipato all’incontro ristretto con il Cavaliere (insieme al collega del Veneto Giancarlo Galan) per dare il suo “imprimatur” preventivo al piano edilizio che approderà venerdì in Consiglio dei ministri. Eppure la Sardegna, la “sua” Sardegna come amava dire Berlusconi in campagna elettorale, è una Regione assolutamente atipica rispetto alle altre, proprio per il suo specifico che rende particolarmente delicato il fronte urbanistico. A partire dal delicatissimo rapporto tra cemento e ambiente e paesaggio, risorse straordinarie - ma anche fragili e depauperabili - per un possibile sviluppo economico e sociale fondato sull’industria dell’accoglienza.

E non è possibile non pensare alla necessità di una forte mediazione della politica per equilibrare la sostenibilità degli interventi con quella voracità per il cemento che è diventata una pericolosa costante nei comuni costieri dell’isola. La semplificazione della pericolosa equazione: più cemento, più ricchezza. La prova che le pressioni sulle coste siano fortissime è nei dati elettorali stessi. Il successo del Pdl e dei suoi alleati in 67 dei 72 comuni rivieraschi è infatti più una bocciatura alla “legge salvacoste”, fortissimamente voluta da Renato Soru, che un premio al centrodestra. Anche se, per dirla tutta, in molti comuni costieri il centrodestra incarna quella “deregulation” del mattone che tanto piace a piccoli e grandi imprenditori, ma purtroppo piace anche ai piccoli e ai grandi speculatori. E deve far riflettere proprio la dimensione del successo del centrodestra in questi comuni. A volte con risultati addirittura bulgari (anche se oggi sarebbe meglio dire cinesi). Arzachena, per esempio, sintesi perfetta di un benessere nato dal binomio cemento-turismo, la coalizione guidata da Ugo Cappellacci ha raggiunto un incredibile 73,7%. Ma gli esempi sono tanti, tantissimi. Berlusconi, che probabilmente si è dimenticato di telefonare al suo “amico” Putin per perorare la causa dell’Euroallumina o si è dimenticato dei fondi per la nuova strada Sassari-Olbia, ha sicuramente ricordato che nella “sua” Sardegna ci sono praterie di possibilità per un certo mondo dell’edilizia.

Difficile infatti immaginare che con Cappellacci abbia discusso del recupero del centro storico di Desulo, di Armungia o di Bosa come modello di sistema per agevolare un rilancio dell’edilizia. Eppure, proprio quel tipo di filosofia potrebbe offrire straordinarie possibilità alla rimessa in moto dell’edilizia e al sostegno del turismo. Basti pensare all’esempio di Tratalias, piccolo centro del Sulcis, dove il centro storico abbandonato è stato recuperato e trasformato in un bellissimo albergo diffuso, con tanto di ristoranti e bar. E soprattutto a pochi chilometri da uno dei mari più belli di tutta la Sardegna. Per concludere, sicuramente esagerano alcuni ambientalisti quando dicono, estremizzando il discorso, che aumentando del 20% le cubature sulle coste si arriverebbe a qualche decina di “masterplan”. Ma nessuno può però negare che, con la cornice disegnata da Berlusconi, si potrebbe arrivare davvero all’effetto impattante di qualche confuso “masterplan”. E per ora nessuno ha ancora parlato di come dovrebbero essere rivisitati i Puc...

Un piano straordinario per l'edilizia

libertà di ampliare o ricostruire

diAlessandra Carini

C'è chi la chiama legge anti-catapecchie, chi un rinnovamento edilizio stile Obama, cioè per promuovere l'utilizzo delle fonti di energia alternativa. Ma la rivoluzione annunciata da Silvio Berlusconi per l'edilizia, "un piano straordinario con effetti eccezionali sulla casa", dice il premier, promettendone l'approvazione al prossimo consiglio dei ministri, è anche qualcos'altro.

C'è un intervento di edilizia popolare con un piano da 550 milioni concordato con le regioni: le case saranno date in affitto a giovani coppie, anziani, studenti e immigrati regolari, con diritto di riscatto. Ma il grosso della manovra è un altro: il via libera a un sostanzioso aumento delle cubature di tutto il patrimonio edilizio esistente, una liberalizzazione spinta delle norme per costruire, un ritorno in alcuni casi al "ravvedimento operoso" dal sapore di condono. C'è un articolato, già discusso da Berlusconi con i governatori del Veneto, Giancarlo Galan, e della Sardegna, Ugo Cappellacci, che costituisce l'ossatura di quella "rivoluzione" annunciata ieri, che ha ottenuto già l'approvazione delle due Regioni. È probabile che al prossimo consiglio dei ministri il premier proponga un progetto molto simile a quello dei governatori.

Vediamolo questo progetto di stampo "federalista" che potrebbe essere ripreso in gran parte dal governo. Titolo: "Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per promuovere l'utilizzo di fonti di energia alternativa". Dà la possibilità alle Regioni che la accettino, di ampliare gli edifici esistenti del 20%, di abbattere edifici ( realizzati prima del 1989) per ricostruirli, con il 30% di cubatura in più, in base agli "odierni standard qualitativi, architettonici, energetici", di abolire il permesso di costruire per sostituirlo con una certificazione di conformità, giurata, da parte del progettista, di rendere più veloci e certe le procedure per le autorizzazioni paesaggistiche.

Il primo punto riguarda l'ampliamento degli edifici esistenti. I Comuni posso autorizzare, " in deroga ai regolamenti e ai piani regolatori" l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume, se gli edifici sono destinati ad uso residenziale, del 20% della superficie se sono destinati ad altri scopi. L'ampliamento deve essere eseguito vicino al fabbricato esistente. Se è giuridicamente o materialmente impossibile sarà un " corpo edilizio separato avente però carattere accessorio". In caso di edifici composti da più unità immobiliari l'ampliamento può essere chiesto anche da singoli separatamente.

Ma non basta. La Regione "promuove" la sostituzione e il rinnovamento del patrimonio mediante la demolizione e la ricostruzione degli edifici realizzati prima del 1989, che non siano ovviamente sottoposti a tutela, e che debbono essere adeguati agli odierni standard qualitativi, architettonici ed energetici. Anche qui i Comuni possono autorizzare l'abbattimento degli edifici ( in deroga ai piani regolatori) e ricostruirli anche su aree diverse ( purché destinate a questo scopo dai piani regolatori). Qui l'aumento di cubatura previsto è del 30% per gli edifici destinati a uso residenziale, e del 30% della superficie per quelli adibiti ad uso diverso. Se si utilizzano tecniche costruttive di bioedilizia o che prevedano il ricorso ad energie rinnovabili l'aumento della cubatura è del 35%.

Tutti questi interventi debbono rispettare le norme sulle distanze e quelle di tutela dei beni culturali e paesaggistici, non potranno riguardare edifici abusivi, o che sorgono su aree destinate ad uso pubblico o inedificabili, non potranno essere invocate per aprire grandi strutture di vendita, centri commerciali. Sono previsti sconti fiscali: il contributo di costruzione sugli ampliamenti sarà infatti ridotto del 20% in generale e del 60% se la casa è destinata a prima abitazione del richiedente o di uno suo parente entro il terzo grado.

Fin qui la legge che verrà proposta alle Regioni, che ha già la disponibilità di Veneto e Sardegna, anche se non c'è dubbio che, con Comuni assetati di quattrini e assediati dalla crisi economica, le adesioni saranno molte. C'è anche una ridefinizione delle sanzioni, solo amministrative nei casi più lievi e più severe se nel caso di beni protetti. E' previsto un ambiguo "ravvedimento operoso con conseguente diminuzione della pena e nei casi più lievi estinzione del reato", dal sapore di condono, e norme per semplificare le procedure riguardanti i permessi in materia ambientale e paesaggistica.

Hotel di lusso nelle ex caserme

per finanziare le missioni militari

diLuisa Grion

Dalla camerata alla suite, dai militari di leva ai turisti. Là dove ieri c'era una caserma, domani ci sarà un albergo; là dove una volta l'aria risuonava di batter di tacchi e "signorsì", si sentirà solo il brusio ovattato delle grandi hall. Il ministero della Difesa vuole vendere o affittare una bella fetta del suo patrimonio immobiliare, mille edifici circa, di cui 200 di prestigio. Molte caserme, ma anche vecchi arsenali o fabbriche di armi. L'obiettivo, chiaramente, è quello di fare cassa, di recuperare liquidità da reinvestire, magari per finanziare le missioni militari all'estero.

In tempi di magra, infatti, si vendono i gioielli di famiglia e la Difesa ne ha diversi; perché nascosti fra centinaia di caserme in disuso (le esigenze di un esercito di professionisti sono diverse rispetto a quelle dei tempi della leva) vi sono anche palazzi storici e siti di prestigio. Ci sono per esempio l'arsenale di Venezia e l'isola di Sant'Andrea, l'arsenale di Taranto, l'isola Palmaria a La Spezia, il deposito di Punta Cugno ad Augusta, le caserme Cavalli e il Comprensorio San Gallo a Firenze, la Tagliamento a Bologna, La Marmora e Mardichi a Torino, la Montebello a Milano.

Ecco, il ministro Ignazio La Russa intende affittare o magari vendere (non subito, l'attuale legge non lo consente) tale patrimonio. Per metterlo in mostra parteciperà, nei prossimi giorni (dal 10 al 13 marzo), alla fiera immobiliare di Cannes: dove la Difesa organizzerà un suo stand, giusto per "prendere il biglietto da visita dei potenziali acquirenti".

E' sottinteso che sarà molto più difficile piazzare la sperduta caserma in disuso sul confine del Nord Est piuttosto che la prestigiosa sede amministrativa in centro o l'infrastruttura collocata a due passi da una zona turistica, ma il ministro La Russa mette in conto anche di cedere usi e proprietà a comuni e regioni in cambio di case per i militari ("vi è una domanda superiore all'offerta") o della costruzione di nuove sedi in nuovi posti. Oppure di cedere le parti degli arsenali meno prestigiose all'industria privata.

Sia chiaro: l'intenzione, spiega il ministro: "Non è di decurtare l'operatività e l'efficienza dei nostri militari, ma anzi di migliorarla. E per farlo ci sono due strade, entrambe da percorrere: il riordino del settore e i maggiori introiti". In tempi di tagli alla spesa pubblica però, meglio pensarci da soli e sacrificare qualche bene al sole.

Il fatto è che l'operazione rischia di dar vita ad un "doppione" e sprecare così parte delle risorse recuperate. Perché l'idea di cedere o affittare pezzi del patrimonio pubblico non è una novità: nel precedente governo Prodi era stata avviata una operazione ad hoc, chiamata "Valore Paese", che avrebbe dovuto appunto valorizzare gli immobili della Difesa. Il progetto era stato affidato all'Agenzia del Demanio, guidata allora da Elisabetta Spitz, alla quale - attraverso due decreti - la Difesa stessa aveva "girato" la gestione di circa 400 caserme. L'Agenzia avrebbe dovuto concederle in affitto per 50 anni garantendo agli affittuari la tutela degli investimenti effettuati. Poi il governo è cambiato, la Spitz è stata sostituita con Maurizio Prato e l'operazione non è mai davvero decollata. Peccato che nel frattempo l'Agenzia si fosse dotata di una Spa istituita apposta e tuttora esistente, necessaria per seguire gli affitti (e un domani, probabilmente le vendite). E che la Difesa - che nel frattempo si è ripresa l'Arsenale Venezia "passato" a suo tempo alla Spitz - ancora non ce l'abbia. Quando l'offerta sul mercato davvero ripartirà, gli immobili e terreni di Stato potranno comunque contare sulla "concorrenza" di ben due "agenzie".

Centinaia di turisti in fila davanti al Colosseo. Ma a bocca asciutta. L’nfiteatro Flavio ieri è rimasto chiuso tutta la mattinata, insieme con Palatino, Caracalla, Foro e Museo nazionale romano. Non succedeva da anni che il Colosseo di Roma rimanesse chiuso fino a mezzogiorno. Solo in situazioni gravi i lavoratori non aprono i cancelli. Stavolta, erano tutti in assemblea. Per protestare contro il commissariamento dell’area archeologica centrale, e di Ostia, deciso dal ministro dei Beni culturali Bondi che ha indicato in Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, il commissario.

Archeologi, impiegati, custodi, si sono riuniti ieri a palazzo Massimo alle Terme. E si sono dati appuntamento per un sit-in giovedì prossimo. Proprio davanti al Colosseo, che rischia di rimanere un’altra volta chiuso per lo stato d’agitazione indetto un mese fa. Stavolta però, sul banco degli imputati, i lavoratori della Soprintendenza speciale di Roma hanno messo anche il soprintendente Angelo Bottini, "che non ha mai convocato ufficialmente il personale né i rappresentanti sindacali - sostengono gli archeologi - per condividere informazioni e strategie sulle ipotetiche, future forme di gestione e organizzazione".

Secondo il piano del ministero - preparato dal sottosegretario Francesco Giro - il commissariamento servirà a debellare il degrado delle aree archeologiche di Roma e Ostia e a intervenire rapidamente, saltando le lungaggini delle leggi sugli appalti pubblici, sulle emergenze, come Palatino e Domus Aurea. "Queste motivazioni non sono sufficienti" hanno ribadito i dipendenti di Roma e Ostia antica. Che, tra l’altro, domandano a Bondi: "Perché è stata proposta la nomina di un commissario proprio nella riunione di insediamento della Commissione Stato-Comune, in cui si decide il passaggio della valorizzazione dei Beni Archeologici dello Stato al Comune di Roma?" Polemica con il ministro l’assessore alla Cultura della Regione, Giulia Rodano: "Non servono commissari, ma risorse agli uffici tecnici di cui lo Stato è già dotato. Ovvero, le soprintendenze archeologiche".

Baricco nei giorni scorsi si è posto, e ci ha posto, delle giuste domande, che anche la politica, quella sinceramente interessata alla cultura, dovrebbe porsi. Ma non tutte le sue risposte mi convincono. Baricco ci ricorda che le più importanti agenzie culturali del nostro tempo sono la scuola e la televisione, ci invita, dunque, a concentrare la nostra attenzione su entrambe. Lasciamo al mercato, dice poi, la produzione di un’offerta che incontri una domanda di cultura più esigente. Si può essere d’accordo con la tesi di Baricco, a due condizioni però. Primo. Non nutrire illusioni sul fatto che una ritirata dello Stato dalla promozione e finanziamento della cultura coincida con una consistente avanzata del privato. Nella mia esperienza di ministro dei Beni Culturali ho verificato che le risorse pubbliche e private o crescono insieme o insieme deperiscono.

Secondo. Non accaniamoci a colpire il bersaglio sbagliato: ovvero le scarsissime risorse che lo Stato destina allo spettacolo e alle attività culturali. In tal senso, trovo poco convincente la risposta del ministro Bondi che propone una rete Rai finanziata interamente dal canone e dedicata alla cultura. Il rischio è di ridurre uno dei canali nazionali del servizio pubblico a televisione tematica (per realizzare la quale, c’è dietro l’angolo la tanto attesa transizione al digitale terrestre). Piuttosto, facciamo un salto vero nel cuore irrisolto del sistema mediatico televisivo. Togliamo del tutto, o gradualmente, la pubblicità dal servizio pubblico. Liberiamo le risorse pubblicitarie con un meccanismo antitrust che agevoli lo sviluppo di nuovi operatori, uscendo dal giurassico duopolio Rai-Mediaset. Facciamo coraggiosamente un servizio pubblico di qualità che torni a essere la più importante agenzia culturale del nostro Paese.

Qui Baricco ha ragione da vendere. Poi, certo, innoviamo, razionalizziamo e snelliamo le procedure per l’accesso al Fondo unico dello spettacolo. Sapendo però che stiamo parlando di 320 milioni, meno cioè di quelle risorse che ogni anno vanno in fumo in residui passivi nei Beni Culturali: denaro stanziato ma non speso a causa della lentezza delle procedure amministrative. E usciamo dalle vecchie dicotomie che imprigionano le politiche culturali: conservazione versus promozione, pubblico versus privato. Uno Stato in fuga dalla Cultura, mette in fuga da essa anche i privati. L’Italia rischia di essere un Paese fuori sincrono, lontano da ciò che avviene attorno a noi. Negli Usa dopo 15 anni di riduzione Obama aumenta gli stanziamenti per la cultura. Sarkozy davanti alla crisi stanzia 100 milioni di euro in più per i monumenti, oltre ai 300 già deliberati per il patrimonio artistico. Le politiche culturali, nei tempi della crisi, non sono un problema, piuttosto un’opportunità. Allora, caro Bondi se proprio vogliamo fare come Sarkozy troviamo il coraggio di farlo fino in fondo.

La nuova America di Barack Obama mantiene le promesse riguardo i diritti umani violati a più riprese dall'amministrazione di Bush Jr. La Commissione di intelligence del Senato americano indagherà a breve sui metodi di interrogatorio e sulle modalità di detenzione messe in atto negli anni scorsi dalla Cia nei confronti di presunti terroristi. La notizia - confermata da fonti del partito democratico del Congresso - è stata ignorata dalla maggior parte dei mezzi di informazione italiani, anche da quelli che parlano molto - ma un po' ritualmente - di diritti umani.

Il silenzio è sconcertante, specie se si considera, per esempio, che nel lager di Guantanamo, dove i detenuti erano reclusi in celle simili a stie per polli, dal 2001 al 22 gennaio di quest'anno, quando il nuovo presidente degli Stati uniti, evidentemente anche lui turbato da questo quadro, ha dato l'ordine di chiuderlo, sono transitati 775 prigionieri dei quali 420 sono stati liberati, dopo torture e offese, senza nessuna accusa o incriminazione. Un contesto tragicamente simile a quello descritto da Claudio Fava, giornalista, scrittore e parlamentare europeo, presidente della Commissione che ha indagato sulle extraordinary rendition, in un passaggio della prefazione per il libro di Giulietto Chiesa Le carceri segrete della Cia in Europa: «Questa storia è anche un viaggio nell'orrore e nel ridicolo: nomi storpiati, abbagli, menzogne. Con un più tragico e grottesco dettaglio: delle venti extraordinary rendition che la Commissione di inchiesta ha ricostruito, almeno diciotto riguardavano casi di persone totalmente innocenti. Catturate, detenute, torturate e infine - un anno dopo, due anni dopo, cinque anni dopo - liberate con un'alzata di spalle 'c'eravamo sbagliati'. E' solo una stolta avventura della Cia? Non credo. Quegli abusi, quelle menzogne, quegli eccessi sono anche i nostri».

Anche i dati che abbiamo citato sopra sono indiscutibili e fino a qualche tempo fa, perfino nell'Italia democristiana, avrebbero imposto almeno una riflessione di prima pagina. Ora invece sono letteralmente spariti, anche in quotidiani prestigiosi come il Corriere della Sera che ha ben due vicedirettori che si dichiarano esperti nell'argomento diritti umani, Magdi Cristiano Allam, candidato dell'Udc alle europee, che appena può lancia una fatwa contro il mondo islamico, per lui radice di ogni violenza del mondo moderno, e Pierluigi Battista che, nei suoi fondi, senza nessun rispetto per i lettori, chiama «dittatore» Ugo Chavez, che in dieci anni di governo del Venezuela ha affrontato una dozzina di consultazioni elettoriali o referendarie, perdendone una sola, e accettando nell'occasione e senza discussione quel risultato.

Mi viene naturale, allora, ricordare con fastidio le faccie stolide di quei presunti esperti di strategie militari che nello studio televisivo di Bruno Vespa, fra il 2001 e il 2003, giocavano a RisiKo con i plastici raffiguranti l'Afghanistan e successivamente l'Iraq convinti, in entrambi i casi, che gli Stati uniti avrebbero archiviato quelle pratiche strategiche in poche settimane e avrebbero «esportato la democrazia».

Invece l'Afghanistan è nuovamente in mano ai talebani, ai mercanti d'oppio e ai signori della guerra. Mentre nella terra della civiltà babilonese le vittime civili sono ormai 900mila e a Falluja e in altre zone è provato siano state utilizzate dall'armata Usa armi chimiche.

Lo sconcerto, poi, diventa totale leggendo la conclusione preliminare dell'inchiesta voluta da Barack Obama, addirittura all'indomani dell'investitura, che afferma «Nonostante gli ingenti finanziamenti disposti a partire dal 2003, con i soldi dei contribuenti americani, è impossibile trovare testimonianza di un solo cantiere aperto nella capitale irachena, fatta eccezione per quello del complesso che da pochi giorni ospita la nuova ambasciata Usa», la più faraonica sede diplomatica del governo nordamericano nel mondo, un complesso di ventuno edifici costato quasi due miliardi di dollari.

In compenso quella che fu la terra della civiltà babilonese è stata inondata di denaro, 125 miliardi di banconote che Paul Bremer, allora scelto da Bush Jr. per «ricostruire» un paese appena raso al suolo, aveva preteso in contanti.Ora l'indagine governativa in corso sta rilevando che la metà dei soldi risulta sparita nel nulla, 57,8 miliardi di dollari, che dovevano essere destinati a scuole, ospedali, strade, abitazioni e a ricostruire i servizi essenziali, e che invece sono finiti nelle tasche degli speculatori internazionali, o fanno parte dei bilanci di ditte come la Hullyburton, creatura cara all'ex vice presidente Dick Cheney, i cui manager arrivavano in Iraq accompagnati da guardie del corpo chiamate contractors e pagate non meno di 15mila dollari al mese.

Al Pentagono, gestito allora dal disinvolto ministro Donald Rumsfeld, che stava conducendo la guerra e aveva già approvato informalmente la pratica della tortura, Bush aveva infatti affidato, senza scrupolo anche l'incarico della ricostruzione. L'ordine era di sospendere sia la legge irachena, sia quella americana.In questo modo gli investitori hanno potuto godere di una immunità tale da traformare l'Iraq in una «zona di libera frode», in cui milioni di dollari in contanti sono stati consegnati a truffatori per opere mai portate a termine.

La stampa occidentale, compresa quella liberal nordamericana (era l'epoca dei giornalisti uccisi a Baghdad o a Falluja dal «fuoco amico») che, nell'occasione, come mi disse Noam Chomsky, aveva abdicato alla sua storia, non ebbe il coraggio e la dignità di denunciare quello scempio. Paura o cinismo? Forse solo opportunismo.

Silenzi interessati

Certo, ora che la realtà viene a galla, così meschina, così feroce, è sconcertante scoprire che, salvo alcuni casi, l'atteggiamento dell'informazione non è cambiata. Ignorare, eludere, queste notizie continua a essere la linea dei media occidentali, specie in Italia dove è passato sotto silenzio perfino l'inquietante lavoro di lobby che il presidente Bush nell'estate del 2006 fece con i senatori repubblicani McCain, Warner, Graham e Collins, compagni di partito che, assaliti evidentemente da un sussulto di coscienza, si opponevano all'approvazione della legge che avrebbe autorizzato la tortura, ora subito sospesa da Barack Obama.

Una storiaccia senza morale che avrebbe meritato, allora come adesso, uno straccio di editoriale, due righe di commento, delle penne democratiche del nostro paese o della satolla Europa. Ma la latitanza morale dei più prestigiosi editorialisti e commentatori tv diventa ancor più colpevole quando, meno di una settimana dopo, è arrivata la notizia che Bush Jr. aveva trovato un accordo con i senatori «ribelli». Ribelli a che cosa? Al cinismo e all'ipocrisia della nazione guida delle democrazie occidentali?

Eppure le conclusioni preliminari dell'inchiesta amministrativa in corso sono esplicite: «L'intero progetto di ricostruzione in Iraq è stato un pieno fallimento. Si è passati da una guerra lampo all'idea di mettere insieme uno stato dalle fondamenta, senza avere un progetto degno di questo nome alle spalle. La Coalition Provisional Authority ha dato prova di cattiva gestione, di assoluta mancanza di controllo, spalancando le porte ad ogni tipo di attività criminale».

Sono parole che mi fanno venire in mente il bellissimo documentario Ma dove sono finiti i soldi del giovane medico e giornalista iracheno Ali Fadhil, trasmesso all'epoca alle undici di sera a C'era una volta, il programma di Rai Tre di Silvestro Montanaro, dove si vedevano i marines durante le operazioni di scarico di un aereo in Iraq prendere a calci, come se giocassero a football, i sacchi di dollari inviati per la «ricostruzione».

Norma Rangeri, nella rubrica sui programmi televisivi che tiene sul manifesto, si domandò giustamente perché nemmeno una di quelle immagini fosse stata mostrata in un telegiornale e, aggiungo io, nemmeno nei programmi di Vespa, Ferrara, Mentana, Santoro, Floris e Piroso.

Purtroppo i giornalisti liberali o riformisti, come si dice ora, sono in Italia, tendenzialmente, distratti o servili. Non provano nemmeno il disagio che Barack Obama ha espresso già il giorno successivo al suo insediamento, quando ha deciso di chiudere il lager di Guantanamo, fermare le commissioni militari, veri illegali tribunali speciali che vi agivano e mettere al bando l'uso della tortura da parte della Cia. Insomma, tentando di smontare alcuni dei passaggi più inquietanti della politica di Bush Jr. Anzi al Corriere ultimamente non nascondono la loro antipatia per le scelte di Obama. Da noi gli otto anni nefasti di W., che Oliver Stone, il regista di Platoon, Nato il 4 luglio e JFK, ha accusato pubblicamente di «aver infranto ogni limite morale», hanno trovato eco solo recentemente nella rubrica del critico televisivo del Corriere della Sera.

Aldo Grasso si è offeso perché Miguel d'Escoto, antico combattente per i diritti dei più poveri e degli esclusi, prete sospeso a divinis dal Vaticano, aveva accettato l'incarico di ministro degli esteri dell'esausto Nicaragua sandinista, scampato alla guerra sporca dei contras, le milizie del dittatore Somoza, sostenute dal presidente Usa Ronald Reagan, si era augurato, in un collegamento con il Festival di Sanremo, di poter superare l'isolazionismo che aveva caratterizzato la politica nordamericana negli anni della presidenza di Bush Jr.

D'Escoto parlava da New York come presidente (eletto per il suo prestigio internazionale) della 63a sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, estemporaneamente intervistato da Paolo Bonolis in una di quelle iniziative spericolate della tv generalista, quando vuole dare prestigio a un programma nazionale e popolare.

Aveva affermato d'Escoto: «O ci amiamo o affondiamo tutti (...) Cogliamo, con l'aiuto della musica l'occasione di rinnovare lo spirito per lottare tutti insieme per un mondo migliore», accenando alla speranza di superare l'atteggiamento non collaborativo dell'America di Bush nei riguardi delle Nazioni unite.Ma tanto era bastato al critico del Corriere per sollecitare addirittura le alte cariche dello Stato italiano a chiedere scusa agli Stati uniti. Scusa di che, Aldo Grasso? Se è vero, come è vero, che d'Escoto ha affermato una verità inconfutabile, specie per un cittadino di un paese latinoamericano, massacrato dalla «guerra sporca» benedetta trenta anni fa da Ronald Reagan?

Questa purtroppo è la nostra informazione. Tutte le notizie non gradite agli Stati uniti, o che sottolineano una loro sconfitta materiale e morale, vengono eluse, evitate, respinte, quasi fosse il pedaggio da pagare ancora ai vincitori della seconda guerra mondiale, per antonomasia indiscutibili, democratici e liberatori.Invece, le «gesta» dei nordamericani, nell'ultimo mezzo secolo, sono state spesso anche scorrette, egoiste, poco eroiche. Dalla guerra in Vietnam, per di più persa miseramente, al crudele Plan Condor, voluto dal presidente Nixon e dal segretaio di stato Kissinger per coordinare fra loro le dittature militari latinoamericane degli anni '70, e aiutarli ad annientare tutte le opposizioni progressiste del continente, fino alla guerra in Iraq.

Quando si verificano eventi così inquietanti c'è, in Italia, una sorta di consegna del silenzio, una fuga dalla realtà.

Per capire con quale superficialità vengono spesso decisi i nostri destini c'è voluta, per esempio, la testardaggine di Oliver Stone, un vecchio cacciatore di documenti inoppugnabili, che diventano sceneggiature di indimenticabili film di denucnia. Questa volta, raccontando nel film W., le «imprese» del Presidente degli Stati uniti negli anni in cui è crollato anche il muro del capitalismo, si può permettere perfino il lusso di essere magnanimo e di leggere il catastrofico bilancio del suo governo come la frustrazione di un piccolo uomo schiacciato dalla figura del padre, che fu direttore della Cia, vice presidente di Reagan e poi, a sua volta, presidente.

Tutto questo però senza dimenticare di sottolineare la follia di una politica avida, corrotta e guerresca, che solo la malafede della nostra informazione ha continuato pervicacemente a ignorare.

La Grande Crisi sta mostrando che non al mercato ma alla politica spetta il compito di ricondurre a un minimo di ordine, di stabilità e di prevedibilità le dinamiche delle società del XXI secolo.

E del ritorno in grande stile della politica – con il suo tratto qualificante, il potere – abbiamo un esempio nelle decise, massicce, penetranti misure d’intervento volute da Obama.

In modi diversi, anche la destra al governo in Italia risponde alla nuova esigenza di politica. Alcune iniziative come la questione nucleare, il testamento biologico, la regolamentazione degli scioperi, ma anche il decreto sulla sicurezza e quello sulle intercettazioni, sono riconoscibili e valutabili se si pone mente al loro risultato, che è un aumento esponenziale – realizzato, perseguito o annunciato – del potere politico concentrato nell’esecutivo.

La decisione a favore delle centrali nucleari, infatti, scavalca certamente le procedure e le mediazioni parlamentari (oltre che un atto di volontà popolare); ma è ancora più importante sottolineare che l’accesso sistematico al nucleare implicherebbe anche, per sua natura, un rafforzamento del potere politico, per ragioni di sicurezza e di gestione implicite in quella tecnologia, che anche quando è civile ha un effetto "militarizzante" per l’esigenza, ovvia, di predisporre misure antisabotaggio, antiterrorismo, di custodia dei siti, di segretezza operativa. Al di là di ogni altro dibattito economico e ecologico, il nucleare è l’occasione privilegiata perché lo Stato – come Stato tecnico, custode delle infrastrutture strategiche – tocchi il vertice della propria potenza, nella sua forma piramidale classica: la storia della seconda metà del Novecento mostra che in quest’ambito è massimo l’aumento della asimmetria di potere e di sapere fra Stato e cittadini, fra Stato e società.

L’alimentazione e l’idratazione forzata – previste dai progetti governativi, insieme al divieto di cessazione delle cure mediche se da questa consegue la morte – sono poi un esempio della sottomissione del singolo, e della sua libertà, al potere politico nella sua forma etica, che gli impone valori salvifici, e nella sua forma biopolitica, che pretende di allevarlo in senso non metaforico. L’acuta ossessione securitaria della destra – perenne oggetto di infinite decretazioni e legislazioni – rientra a pieno titolo nella classica dimensione "leviatanica" del potere politico, tanto che sia sicurezza imposta dall’alto attraverso le forze dell’ordine quanto che sia "partecipata", aperta agli equivoci volontariati di base, o di parte. La progettata limitazione degli scioperi in alcuni servizi pubblici fornisce infine la cifra oggi più spendibile politicamente dell’aumento del potere politico a scapito dei diritti di libertà: quell’incremento si giustifica in vista del bene, dell’utile, della comodità dei cittadini. E anche le misure anti-intercettazione, che appaiono "liberali" e non ascrivibili a logiche di rafforzamento del potere statale, hanno la loro legittimazione politica in una resa dei conti con la magistratura e la stampa. Tecnico, etico, biopolitico, securitario, lo Stato è oggi avviato ad assumere una fisionomia autoritaria: ovunque corregge, ordina, interviene e dispone, limita e comanda.

Che sia proprio un governo espresso da una maggioranza la cui principale forza politica si richiama al liberalismo a realizzare questo incremento del potere dello Stato è paradossale ma spiegabile: l’esigenza di politica è realmente all’ordine del giorno, e, inoltre, questo aumento di potere politico non prende certo, oggi, le forme novecentesche: non, evidentemente, quelle della ferocia totalitaria né quelle soft del consumismo (che in questa fase non è un’opzione praticabile), non quelle della disumanizzazione tecnica della politica (sul modello delle alienanti tecnostrutture di Metropolis) né quelle della "confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà "di marcusiana memoria (tolleranza e piacere non sono più di moda).

Siamo davanti, oggi, a un vero nuovo quadro problematico, dentro al quale sta anche il conflitto d’interessi, ma che va oltre questo. Siamo davanti, cioè, a un nuovo Leviatano, la cui potenza e imponenza non implicano necessariamente efficienza; a un Leviatano per molti versi casuale, ansimante e sbilenco, capace sia di nuocere realmente alle libertà e ai diritti costituzionali attraverso la promozione di discriminazioni, di diseguaglianza, di conflitti, sia di essere inefficace o controproducente rispetto ai fini che si prefigge e che proclama: la sicurezza e il nucleare (con le sue scorie) non stanno facilmente insieme; lo stesso vale per l’ordine pubblico e le ronde, che creeranno più problemi di quanto ne risolveranno; la limitazione delle intercettazioni renderà più difficile indagare su fatti criminali anche gravi così che la "difesa della vita" si rivelerà l’obbligo di restare in vita, imposto a chi non può difendersi dall’etica di Stato; la lotta aspra all’immigrazione clandestina produrrà reazioni sempre più violente, ecc.; mentre i grandi interventi della politica sull’economia non si vedono.

A questo cattivo ritorno della politica non basta opporre la difesa formale della costituzione (ovviamente necessaria perché prevede e prescrive appunto i limiti democratici del potere); la lotta per rilanciare la centralità delle libertà, della democrazia, della costituzione, implica l’affermazione e la promozione di autentici contropoteri democratici diffusi nella società: per domare il nuovo Leviatano, zoppicante ma pericoloso, occorrono una libera stampa, un’università combattiva e orgogliosa (come quella francese, che sta rifiutando misure non peggiori di quelle che colpiscono la nostra); oltre che, naturalmente, anche una coerente opposizione.

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