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Lo stuolo di portavoce del governo, nel rosario quotidiano dei telegiornali, spende spesso e volentieri la definizione "sinistra del no" (molto trendy anche su svariati quotidiani). Nel mazzo sfiorito di questi "no" seriali, che sarebbero la prova provata della sterilità intellettuale dell’opposizione, sono finite anche le dure critiche al cosiddetto "piano casa", che a una parte consistente dell’opinione pubblica appare come la deregulation della già sregolatissima cultura edilizia di uno dei Paesi più (mal) cementificati del mondo.

Come altre formule "pop" della destra di governo, lo slogan "sinistra del no" è semplice e funzionale: attribuisce all’opposizione una sorta di malumore preconcetto; e al governo un’alacre attivismo. Peso morto da una parte, motore virtuoso dall’altra. Il clichè rientra nel "normale" fastidio che questa maggioranza coltiva nei confronti dell’opposizione e delle sue prerogative. Ma c’è, specie in un caso come questo, strutturale per il futuro di tutti, un’aggravante sostanziale. L’aggravante è questa: che il merito delle questioni scompare. Si fissano (o si rifissano) le parti in commedia, quella dell’operoso Berlusconi e quella dei suoi neghittosi osteggiatori, e si evita accuratamente di parlare delle scelte concrete, delle loro conseguenze, dei pro e dei contro.

Un "no", isolato dal suo contesto, non ha senso. Ogni "no" (esattamente come ogni "sì") può essere giusto o sbagliato, motivato o pretestuoso, sciocco o intelligente, solo in misura della proposta o dell’evento che lo ha suscitato. Dire "sinistra del no" equivale a decontestualizzare ogni idea, ogni parola, nascondendola dietro un siparietto propagandistico uguale e contrario a quello assegnato al premier, ormai da quindici anni (tre piani quinquennali) sulla scena come fattivo e generoso artefice della rinascita nazionale.

La scomparsa del merito, della dimensione concreta dei problemi, non è solo uno dei morbi più velenosi e ottundenti della scena pubblica italiana. Sta diventando uno degli elementi fondanti dell’egemonia berlusconiana. L’aspetto psicologico, emotivo e dunque televisivo e spettacolare della politica ruba la scena alla discussione razionale. Un capo che sorride e ha nel cuore le sorti del popolo contro un’opposizione frustrata e invidiosa: questo è il plot che la gragnuola delle dichiarazioni da telegiornale, molti talk-show, molti titoli strillati hanno confezionato e consolidato. Quando si tratti, poi, di decidere se è giusto o ingiusto dare corso legale a centinaia di migliaia di piccoli abusi edilizi, favorire l’iniziativa privata magari a scapito di interessi collettivi nevralgici come l’integrità del paesaggio (quel che ne resta), ri-condonare di fatto l’attitudine anarchica che molti italiani scaricano sul territorio, allora ci si accorge che si deve risalire la china della caricatura propagandistica costruita in anni di sapiente semplificazione dei problemi. Se dico ancora "no", è costretta a chiedersi "la sinistra del no", faccio la solita figura del livido guastafeste? Mi si nota di più se dico "no" o se resto in disparte e non dico niente? E non sarà più simpatico dire "sì", in modo che il pubblico capisca che so variare il copione?

Si noti come le precedenti domande non abbiano niente, ma proprio niente a che fare con la sostanza delle questioni politiche in generale, e con il "piano casa" nello specifico. Una delle poche frecce rimaste nell’arco dell’opposizione è proprio questa: azzerare questo ricatto psicologico, ignorare le freddure sulla "sinistra del no", procedere come se si vivesse e si facesse politica in una Paese in cui i "no" e i "sì" si pronunciano solo in rapporto a quanto accade, non in rapporto a quanto sta scritto in un copione mediatico scritto, per giunta, da altri.

L’altolà di Carandini

di Carlo Alberto Bucci

«Il piano-casa è un allarme per il Paese». Andrea Carandini veste i panni dell’urbanista e boccia il progetto del governo Berlusconi. Seduto in pizzo alla poltrona alla quale ammette «di non essere affatto legato», tanto da «non vedere l’ora di tornare ai miei studi», il vecchio archeologo, neo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, ieri ha fatto un discorso di insediamento che lo mette immediatamente in bilico sullo scranno che Salvatore Settis ha lasciato in polemica con il ministro Sandro Bondi. Il sì convinto dell’allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli alla proposta arrivata con una telefonata di Bondi «mentre ero in ascensore», appare infatti appannato dal "piano-casa". «L’intervento, per quanto si intravede - ha detto Carandini, aspettando di leggere la proposta nella sua forma definitiva ai primi di aprile - allarma, nel suo disordinato pointillisme, che rischia di portare nuove rughe al volto già usurato del nostro paesaggio rurale e urbano».

La "puntiforme" estensione dei condoni «viene ad aggiungersi al grande ciclo espansivo dell’edilizia dell’ultimo decennio che ha interessato soprattutto la "città diffusa"». Un pericolo incombe sull’Italia: «È ragionevole temere che venga ulteriormente impoverita la sostanza paesaggistica che potremo offrire a coloro che verranno a visitare il nostro Paese». Per Carandini «bisogna completare al più presto i piani paesaggistici». E in attesa che questi vengano messi a punto (potrebbero servire anche due o tre anni, ipotizza con una buona dose di ottimismo) «non resta che regolamentare l’attività edilizia, caso per caso attraverso le norme del Codice dei beni culturali, ricordando però che la potestà del ministero sull’autorizzazione paesaggistica, secondo la norma transitoria, ben presto si esaurisce: passati i sessanta giorni dal ricevimento del progetto, e il personale tecnico disponibile è scarso».

Davanti al ministro dei Beni culturali (dicastero «con problemi di sopravvivenza», sottolineata la penuria di fondi e personale) e ai consiglieri vecchi e nuovi (i professori Elena Francesca Ghedini, Emanuele Angelo Greco e Marco Romano, nominati al posto dei cattedratici dimissionari Andrea Emiliani, Andreina Ricci e Cesare De Seta), l’archeologo dell’Università la Sapienza ha anche, innanzitutto, sottoscritto le novità portate al Collegio romano dal ministro che starebbe pensando di tornare a occuparsi del suo partito (Forza Italia): ossia nomina di un commissario speciale, il capo della protezione civile Guido Bertolaso, per l’area archeologica di Roma, e quella di un super manager, l’ex leader di MacDonald, Italia Mario Resca, per la valorizzazione dei musei italiani. Ma, in conclusione del suo intervento, Carandini ha posto l’accento sull’ultima parola che dà corpo al Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici. Il paesaggio, appunto. Per l’autore di Archeologia classica (Einaudi), dal "piano-casa" vanno esclusi: «Le aree ad alto grado di tutela o a tutela integrale previste nei pochi piani paesaggistici già adottati o approvati, i beni immobili di interesse culturale sottoposti a disposizioni di tutela del codice e le zone perimetrate come "centro storico" e "città storica" dagli strumenti urbanistici vigenti».

Il ministro Bondi ha approvato la relazione definendola «un perfetto affresco sul patrimonio culturale italiano» e ha ringraziato Carandini «per lo stimolante discorso e le utili indicazioni di lavoro». Molto apprezzata soprattutto l’analisi «sul rapporto Beni Culturali-Stato-Regioni». E già, perché Carandini ha brindato all’accordo di programma tra Bondi e Bassolino in tema di gestione delle bellezze della Campania. E ha detto che «il modello, completato per l’aspetto universitario potrebbe essere esteso, gradualmente, anche alle altre Regioni, nel quadro di una prospettiva nazionale».

Anche uno stop alle mire espositive del governo c’è nella relazione del vecchio archeologo. Che prima s’è trincerato dietro un «non è di nostra competenza» alla domanda se sarebbe d’accordo a prestare i Bronzi di Riace per il G8 in Sardegna. Ma poi, ribadendo che i prestiti si possono concedere solo per rassegne di alto contenuto culturale e scientifico, ha ammesso: «Sono contrario all’esposizione dei feticci, dirò sempre no alle mostre delle belle statuine».

L’obbrobrio chiamato "villettopoli"

di Leopoldo Fabiani

«Ha fatto benissimo Andrea Carandini a condannare il progetto del governo. Tutte le persone di cultura dovrebbero mobilitarsi contro una legge che si risolverà in un’ulteriore devastazione del nostro territorio». Pierluigi Cervellati, urbanista, docente a Venezia, autore di diversi piani regolatori, si oppone ferocemente al "piano casa" del governo Berlusconi.

Professore, non ci vede almeno un tentativo di rivitalizzare l’economia?

«Nemmeno un po’. È un condono edilizio "preventivo e gratuito". Almeno quelli degli anni ‘90, comunque micidiali nei loro effetti, prevedevano una sanzione economica. Tra i costi di un’operazione del genere non si può ignorare l’impoverimento del territorio e del paesaggio, bene primario per il nostro paese».

Qual è l’aspetto più criticabile?

«L’assenza totale di qualsiasi programmazione pubblica, la privatizzazione del bene comune, la crescita senza limiti di quell’obbrobrio che chiamo "villettopoli"».

Non le piacciono le villette?

«Andrebbero proibite per legge, anzi dovrebbero essere demolite. Sono uno degli elementi che più contribuiscono al degrado edilizio del nostro paese».

Ma non esiste un problema abitativo in Italia?

«Abbiamo un numero di case esagerato, e allo stesso tempo troppe persone (specie i giovani) che non dispongono di un’abitazione. Perché abbiamo il mito della casa di proprietà, e mancano gli alloggi pubblici da dare in affitto a chi non si può permettere di pagare un mutuo. La cosa che più mi indigna è che tutti saranno favorevoli a questi ampliamenti del 20% previsti dalla legge, perché le loro proprietà aumenteranno di valore. Alla fine il risultato è che in Italia abbiamo case sempre più belle, ma delle città e un territorio che fanno schifo».

Postilla

No, i panni dell’urbanista li veste proprio male l’uomo che ha sostituito Settis e, con l’uomo della McDonald, ispira e gestisce la politica del Mibac. Concentrare la protesta al “piano casa” di Berlusconi alla sola questione della tutela del paesaggio e dei beni culturali, per di più di alcune oasi, significa non aver capito nulla di che cosa succede a deregolamentare la legislazione urbanistica. Carandini propone di far salve dalla distruzione “le aree ad alto grado di tutela o a tutela integrale previste nei pochi piani paesaggistici adottati o approvati” e i centri storici. Ma lo dicono anche i berluscones, che il paesaggio va – per l’amori di Dio! – tutelato, che i centri storici vanno protetti, anzi, rivitalizzati, che le aree protette vanno rispettate. Ma quante sono le aree effettivamente (sottolineo effettivamente) protette in Italia? E per di più,non è necessario essere un urbanista per comprendere che il territorio è un sistemam e non un insieme di brandelli, e che la protezione è assicurata solo dall’uso razionale e trasparente del territorio. La pianificazione urbanistica serve a questo. Oppure ci si accontenta di avere qualche isola protetta in un paese sempre più distrutto dallo svillettamento e divorato dal consumo di suolo? In una società sempre più devastata dalle privatizzazioni e commercializzazioni dei beni comuni?

La manovra è concertata con due "regioni di destra" che, sodali del Presidente del Consiglio, gli aprono la strada e danno la linea alle altre regioni. I comuni saranno dunque abilitati, contro le prescrizioni di piani e regolamenti, a promuovere l’ampliamento del patrimonio edilizio nelle misure dal 20 al 35 per cento.

Non importa se è così sovvertito l’assetto razionale delle città disegnato dai piani regolatori. Berlusconi promette un boom edilizio pari a quello del dopoguerra, perché dall’edilizia civile pretende un contributo decisivo al superamento della crisi economica, non bastano le grandi opere, Ponte sullo Stretto, Mose e infrastrutture d’ogni specie. Anche i permessi di costruire (irrinunciabile controllo di legalità) sono un inutile ostacolo, basta la parola del progettista. Ma pure le sanzioni dell’abusivismo debbono essere attenuate e anzi cancellate se c’è il ravvedimento operoso.

Non basta, l’ostacolo infine del paesaggio deve essere rimosso e cosa nasconda la promessa semplificazione delle procedure per i permessi in materia ambientale e paesaggistica è ben facile intendere.

Sull’ordine urbano e il paesaggio si scarica uno sregolato boom edilizio.

Italia Nostra, allarmata, invita le Regioni che ancora sentono la responsabilità del governo delle nostre città a respingere il progetto del Presidente del Consiglio, così dimostrando di saper fare buon uso delle autonome potestà che la Costituzione ad esse attribuisce. Mentre non dubita che il Presidente della Repubblica, nell’esercizio dei poteri a lui affidati dall’art. 87, comma 4, della Costituzione, verificherà se il disegno di legge di iniziativa governativa risponda al principio del buon andamento dell’Amministrazione (art. 97 Cost.) e a quello, fondamentale, della tutela del paesaggio (art. 9).

La notizia, se confermata, è di quelle che fanno arrossire di vergogna. Dopo aver attaccato il diritto di sciopero e intaccato lo strumento contrattuale in materia di lavoro (cioè fondamentali diritti e strumenti collettivi), il governo si preparerebbe a dirigere la propria azione restauratrice sul terreno stesso della tutela di quel bene essenziale che è la vita - la sicurezza, la salute, l'integrità fisica - dei lavoratori. Le anticipazioni sul progetto di «riscrittura» del Testo unico in materia di sicurezza e salute sul lavoro in discussione nel prossimo consiglio dei ministri sono molto inquietanti. Dimezzate le sanzioni pecuniarie nei confronti dei datori di lavoro colpevoli di gravi inadempienze nelle misure di sicurezza (ridotte dagli originari 5-15.000 euro a 2.500/6.500). Abolito l'obbligo di arresto anche nei casi più gravi e per quanto riguarda aziende ad alto rischio industriale, e sua possibile sostituzione con una multa. Cancellato il riferimento alla «reiterazione». Attenuato il controllo pubblico sul rispetto delle norme a favore di «enti bilaterali» (organi concordati tra le parti sociali, consulenti del lavoro, università...).

C'è da augurarsi, con tutto il cuore, che le anticipazioni vengano smentite dai fatti (il ministero continua a ripetere che «un testo definitivo non c'è»). Perché se, invece, fossero confermate, si tratterebbe di un fatto gravissimo. Di un rovesciamento radicale di quella «filosofia» in materia di tutela della vita e dell'integrità fisica dei lavoratori, che sembrava essersi fatta faticosamente strada dopo l'orrore della Thyssen Krupp, e le sconvolgenti cifre sulla strage quotidiana nella fabbriche e nei cantieri. Si affermerebbe l'idea, purtroppo non isolata di questi tempi, che, nel peggiorare quotidiano della crisi economica, la vita degli uomini al lavoro, il loro corpo, la loro salute, può essere sacrificato come nell'imminenza dei naufragi si getta a mare la zavorra. E che il tema, tanto sbandierato, della «sicurezza» si arresta al confine della fabbrica e del cantiere. Riguarda il «cittadino» - soprattutto se può essere contrapposto allo «straniero» - ma non il «lavoratore», per cui vale lo statuto dell'apolide da quando ha perduto rappresentanza e potere contrattuale.

Ancora una volta, come nei drammatici anni Trenta, l'Italia sembra tentata dal seguire la strada perversa che sedusse, allora, la parte peggiore dell'Europa: quella che scelse la compressione verso il «basso», la liquidazione delle organizzazioni autonome del movimento operaio, le peggiori forme di corporativismo e la liquidazione dei diritti politici e sociali, mentre l'America di Roosevelt scopriva all'opposto il ruolo virtuoso del conflitto sociale e della libera dinamica salariale. Lo fa (lo minaccia) in un silenzio preoccupante, nella politica e nell'informazione. Solo la Cgil, pagando un duro prezzo, sembra aver compreso la portata della partita, e avvertire la gravità dello scontro. Non lasciamola sola.

San Piero a Sieve.- Non servono sismografi per capire dove passa il tunnel dalla Tav tra Bologna e Firenze. Basta seguire una traccia di foreste rinsecchite, alvei vuoti, macerie. Persino i cinghiali rifiutano di vivere lassù. Sopra la "grande opera" esiste una scia di "grandi disastri" che la segnala fedelmente.

L´abbiamo percorsa, verso Nord, e per capire ci è bastata la parte toscana. Il Mugello, snodo cruciale dello scavalco appenninico. I danni li hanno appena quantificati i giudici: 150 milioni di euro solo per lo smaltimento abusivo dei terreni di scavo. Poi vengono i cantieri abbandonati, le cave e le frane. Il peggio è il sistema idrico distrutto: per ripagarlo non basterebbe una mezza finanziaria. Fra 750 milioni e un miliardo 200 milioni, per ventidue minuti di viaggio in meno. Spariti o quasi 81 torrenti, 37 sorgenti, 30 pozzi, 5 acquedotti: in tutto 100 chilometri di corsi d´acqua.

Ma le cifre non sono niente. Per farsi un´idea bisogna sentire il tanfo polveroso della montagna morta. Rifare i sentieri della Linea Gotica, tra i rovi, come in guerra. Solo che stavolta i danni non li hanno fatti i generali ma gli ingegneri, che possono essere peggio. Le ferite delle bombe si rimarginano. Queste restano per sempre. Siete avvertiti: non siamo di fronte a un evento naturale, ma a qualcosa di biblico. Tace la valle del torrente Carzola. Niente più uccelli. La falda è precipitata di trecento metri e la montagna è sotto choc idrico. Ha piovuto tutto l´inverno, ma le conifere sono morte, le querce moribonde. C´erano salmoni, trote, gamberi: ora più nulla. Un catastrofe come il Vajont, ma alla rovescia.

Polvere, silenzio. Nel canyon si spalanca una finestra di servizio. È sguarnita, potrebbero entrarci uomini e bestie. Cento metri sotto, il tunnel che ha inghiottito tutto. I tecnici ricordano quando avvenne. Esplose un getto da 400 litri al secondo a tredici atmosfere. Da allora, anche se in superficie la valle scende a Nord, le falde scaricano a Sud, verso Firenze. E del Mugello a secco chi se ne frega.

Paolo Chiarini, 30 anni, ingegnere ambientale, è cresciuto sui fiumi e, quando il Carza sparì di colpo un giorno di febbraio di 11 anni fa, fu il primo ad accorgersene. Corse in Comune ad avvertire, ma gli risposero giulivi: «Per forza, non è nevicato». Capì subito che l´unica acqua che interessava gli italiani era quella del rubinetto, e fece l´unica scelta possibile: combattere da solo. Da allora Paolo ha battuto ogni rigagnolo e raccolto dati. Oggi ci fa da guida su questa strada partigiana. A Campomigliaio c´era la piscina naturale dei fiorentini. Poi è arrivata la talpa maledetta che ha "impattato" la falda e oggi sul greto resta solo un ridicolo cartello "Divieto pesca" e, a monte, uno scolo fognario a secco.

Il Carlone era il paradiso dei pescatori. Oggi è ingombro di bungalow dai vetri rotti, rottami, tubi, cisterne, caterpillar arrugginiti. Su un muro, la scritta "Ciao, è stato bello". Sotto, un torrente in agonia. Ma a monte è peggio. Una strada bianca in mezzo a una foresta sbiadita, fiancheggiata dai tubi che fino a ieri hanno pompato acqua per tenere in vita il torrente. Una finzione. Sopra, una montagna di rocce intrise di asfalto collante, oli e bitumi. Quando piove, la morchia scola sulla vasca di captazione del comune di Vaglia, che raccoglie la poca acqua. Purissima, era, da imbottigliare senza filtro. Tutto quel materiale poteva essere reimpiegato nel tunnel, come in Svizzera nella galleria del Gottardo. Qui invece s´è portato tutto in superficie. E nel buco hanno portato ghiaia fresca, aprendo decine di cave inutili sul monte. Ecco perché la Tav è costata il quintuplo del previsto.

A San Piero a Sieve la ferrovia veloce esce a palla di fucile e s´infila sotto l´autodromo del Mugello. Siamo nel cuore della conca, l´Appennino perde asprezza, l´orrore diventa bucolico. Tra le fattorie il torrente Bagnone è scomparso. Poco in là, anche il Bosso. Nove anni fa le sorgenti saltarono tutte assieme, ricorda l´avvocato Marco Rossi che segue le cause civili. «Quando sparì il torrente la gente pensò che sarebbe tornato. Invece non tornò. Finita. Arrivarono le autobotti. Poi il disseccamento salì fino a Farfereto e Striano».

A Sergio Pietracito hanno fatto di tutto. Gli hanno tolto l´acqua per gli animali, fatto franare il bosco, aperto crepe in casa, semidistrutto i frutteti con le polveri, terremotato il sonno con esplosioni, ventole al massimo, bip di cicalini, fischio di allarmi, rombo di tir in retromarcia. Poi, a cantiere chiuso, gli hanno ripristinato i terreni con zolle miste a cemento, plastica e ferri arrugginiti. Pietracito ha speso 30 mila euro in avvocati, senza aiuto degli enti locali. L´italiano è solo davanti al potente. Lui non molla, ma molti altri sono stanchi. Sanno che, più dei danni, sono i processi a mangiarti la vita. Finisce che sei tu a dover pagare. La politica cala le brache: è già tanto se i sindaci sono riusciti a farsi dare il tracciato della galleria.

Risaliamo verso il Giogo della Scarperia. Ormai è un "trek" nella devastazione. Conifere moribonde, castagni in sofferenza. Fra un mese gli animali scapperanno anche da qui. A Lugo hanno visto «i caprioli scendere a valle per bere dai sottovasi dei giardini». Non era mai successo prima del 2006, quando la Tav ha smesso di pompare acqua "finta" in quota. Dopo il crinale, il versante del Santerno ci sbatte davanti l´ultimo sacrilegio. Sul lato della Sieve avevamo censito pozzi defunti col nome di santi e beati. Qui, nell´abbazia di Moscheta, succede di peggio. Hanno rubato l´acqua santa. La pieve, per riempire il suo secolare abbeveratoio rimasto a secco, deve farsi sparare acqua da Fiorenzuola. Sempre per quei maledetti ventidue minuti.

Oltre si spalanca un abisso dantesco, il canyon chiamato Inferno. Era il top del Mugello, segnato su tutte le guide. Trote, gamberi, muschi. Sopra, il sentiero dove un tempo Dino Campana andava a Firenze incontrando bande di musicanti e pescatori di fiume. Oggi si cammina a secco tra massi enormi e smerigliati, segno della sacra potenza uccisa dall´uomo. Chi pagherà tutto questo? Quale nazione chiederà il conto?

Il fiume infernale si butta nel Santerno, dove s´apre il cratere della colossale stazione intermedia della Tav. Intorno, la devastazione. Novanta cave. Novanta cicatrici. Ed è solo il preludio dell´ultima è più spaventosa ferita. La più lontana, la meno visibile. La condanna, esecuzione e morte del torrente Diaterna, con la doppia sorgente biforcuta sotto il Sasso di San Zanobi.

Ora si procede solo a piedi, tra ghiaie terribili, guadi algerini, qui nell´Italia di mezzo a fine inverno. Tre anni fa Chiarini vide e fotografò vasche piene di pesci putrefatti. Da allora è morte biologica. Querce cadute, polvere, vento, lucertole. Sotto, la galleria spara la sua traiettoria in un fondale umido carico di bitumi. Qui sopra, il biancore abbacinante di un greto. La frazione di Castelvecchio - sopra l´ultima finestra della Tav in terra Toscana - ha perso il suo acquedotto nel ´98. Ora vorrebbero costruire un invaso per compensare lo scippo. Ma per metterci quale acqua? Con quale canalizzazione? Cementificando gli impluvi? Ricoprendoli di resine? Coprendo lo scempio con uno scempio ulteriore? La parola catastrofe non basta.

Il viaggio è finito. «Cosa ci riserva il futuro Dio solo sa» brontola Piera Ballabio, della Comunità montana del Mugello. «Con la nuova legge sulle grandi opere, i Comuni avranno ancora meno voce in capitolo. Siamo vicini a una militarizzazione del territorio. Alla faccia del federalismo».

Il futuro di Venezia e Mestre passa attraverso un nuovo porto a Malamocco, la sublagunare fino al Lido, quartieri residenziali lungo l’area vincolata della gronda lagunare, meno aree pedonali e piste ciclabili, strade più larghe e scorrevoli per stimolare il commercio in città? Il Pdl è convinto di sì, che il «fare» sia meglio del «vincolare», facendone le basi della bozza di programma elettorale, firmata da un redivivo (politicamente) Umberto Carraro, già presidente Psi del Consiglio regionale. E le reazioni arrivano a stretto giro di posta.

«Certamente non è giusto ingessare il territorio, ma la nostra maggiore risorsa in Italia è proprio un territorio ancora unico, nonostante capannoni e cemento: ogni intervento richiede raffinatezza, qualità degli insediamenti, non si può certo agire regalando a tutti il 20-30% di cubatura in più», commenta Sergio Pascolo, docente IuaV di Composizione architettonica, «gli amministratori devono ricercare equilibrio, non “ammazzare” la Venezia insulare ed “ingigantire” oltremisura Mestre, si deve stare attenti a non agire in maniera deregolata, ma operare con strategia. Il nostro waterfront è unico, è la nostra risorsa: la laguna è una perla che non si può mangiucchiare un po’. Interventi si possono, si devono fare, ma puntuali: “testate” che leghino questa meravigliosa città anfibia, senza occupare ogni spazio. Non si tratta di fare tutela congelata, ma richiamare insediamenti abitativi a Venezia, perché qui ha colpito l’esodo, e turismo ecologico».

Duro il giudizio dell’urbanista Eddy Salzano. «Costruire sul waterfront? Un salto indietro di mezzo secolo, quando si è devastata l’Italia costruendo ovunque: una proposta demenziale», critica l’ex assessore all’Urbanistica della giunta Rigo, «proposte tanto più incredibili perché è noto che nel Veneto e nel veneziano ci sono molte più case di quelle che servono: il problema è semmai quello degli affitti troppo alti. Per di più, il piano del Pdl attacca ciò che serve per far vivere meglio i cittadini, come tram e piste ciclabili che decongestionano il traffico. Mi vien da pensare che la crisi attuale, prima di essere finanziaria ed economica, sia crisi di intelligenza e buonsenso».

Pro e contro nell’interpretazione di un altro professionista ed ex assessore veneziano (sindaco il dc Ugo Bergamo), Giovanni Caprioglio. «Per quel che ho letto sui giornali, mi pare un piano ideologico: non credo proprio che la bici sia di sinistra», commenta l’architetto mestrino, «certamente, non appoggio una logica solo vincolistica nella gestione del territorio e mi auguro che quanto prima sia cancellata la Commissione di salvaguardia, ridotta a balzello sulla città di Venezia. Credo però fermamente che il waterfront lagunare vada salvaguardato nelle sue unicità, soprattutto dai Pili a Campalto, magari anche proprio attraverso nuovi collegamenti ciclabili e pedonali che uniscano le sue isole, come previsto dal piano regolatore, che non va travalicato con un indistinto edificare lungo la gronda. Resto contrario a un vincolismo senza selezione, appoggio la sublaguanare fino al Lido, penso che il decreto in materia edilizia del governo possa essere lo strumento per rottamare un patrimonio immobiliare post bellico fatiscente, rinnovandolo con edilizia qualificata. Ma con schiettezza dico che non si può intervenire su un waterfront unico come quello lagunare».

Poi c’è la politica. Il Pdl critica la gestione «ingessata» del territorio e il piano della mobilità della giunta. «Tram, car shering, parcheggi scambiatori, strisce blu, piste ciclabili: il nostro è un progetto integrato per riqualificare la città. Strano che principi di civiltà accolti anche da amministrazioni di centrodestra come Parma o Latina, siano criticati dal Pdl veneziano», osserva l’assessore alla Mobilità, Enrico Mingardi, «il commercio muore senza qualità urbana, non senza le auto. Anche Chioggia si muove in tal senso. Seppoi la Regione non fosse in enorme ritardo con la Sfmr, il tema dei collegamenti Venezia-Mestre - con 450 treni - sarebbe già risolto».

«Ingessamento? Il centrodestra stia tranquillo: la trasformazione che chiede la stiamo facendo da anni», replica l’assessora al Piano Strategico, Laura Fincato, «a Venezia l’innovazione è fibra ottica e Venice Connected, l’Arsenale è il luogo della rinascita con cultura (Biennale) e centro ricerche, San Servolo da manicomio è università internazionale, la Marittima si trasforma con il people mover, il parco di San Giuliano è la cerniera tra Venezia e Mestre, sul waterfront si opera con la riqualificazione di Porto Marghera, con il Parco scientifico Vega e l’accordo sulle bonifiche, il tram ci rende una città più moderna. Il problema sono le risorse: i governi aiutino invece di scoraggiare».

Postilla

Sorvolando per ora sulle devastanti sciocchezze dell’applicazione veneziana della ideologia urbanistica di Berlusconi (ma ci torneremo presto), osserviamo solo che viene considerato “vincolo” qualunque destinazione del suolo a un uso diverso da quello edilizio, e “ingessatura” qualunque utilizzazione che contrasti con la trasformabilità a fini di immediato sfruttamento economico. L’ideologia del Popolo delle libertà espressa da Umberto Carraro è probabilmente al limite estremo del degrado culturale, ma neanche gli altri scherzano. Destinare un suolo alla vegetazione, alla ricreazione nella natura, all’osservazione del creato, alla produzione di ossigeno, alla conoscenza della storia dei luoghi e della civiltà, alle attività agricole, alla ricostituzione delle energie primordiali, è considerato esclusivamente un impaccio al libero gioco della rendita fondiaria ed edilizia, cioè alla speculazione. É difficile pensare che si possa scendere ancora più in basso, eppure…

Era un po' che non capitava, girando per le capitali d'Europa, di imbattersi in una manifestazione imponente. Da qualche tempo comincia a riaccadere. Qui a Parigi, in questo assolato giovedì 19 marzo, vengo coinvolta da una moltitudine nello sciopero generale contro la politica di Sarkozy, raffigurato in mille modi sui cartelli di questo corteo cui se ne accompagnano altri 200 nel resto della Francia.

Sono tantissimi. Perché quando i francesi decidono di scioperare, scioperano per davvero compatti. La città è paralizzata. Da Place de la Republique devono avviarsi verso la Nation due flussi diversi, lungo Boulevard de Filles du Calvaire e Voltaire, altrimenti la folla non riuscirebbe a defluire. Perché con i lavoratori - vecchi, e però in maggioranza giovanissimi, assieme a pensionati, insegnanti, precari e ricercatori, dietro alle sigle di tutte le confederazioni sindacali senza eccezione - c'è anche l'«Onda» francese - immensa - degli studenti universitari e medi, che non hanno mollato dopo tre ininterrotti mesi di lotta, sebbene abbiano già ottenuto il blocco delle minacciate riforme.

E ci sono anche gli immigrati, molti, dietro agli striscioni della Cgt che li sta recuperando, e delle organizzazioni di solidarietà con i sans papiers. C'è persino un drappello cinese, con gli striscioni nella loro lingua, la prima volta che li vedo in una manifestazione sindacale.

Ai crocevia drappelli di ostinati militanti di partito distribuiscono le loro ultime proposte elettorali: il Pcf, tutt'ora il più attivo nonostante le batoste, insiste sulla parola d'ordine «unità delle sinistre» e mette assieme nel «front de gauche» anche la recente scissione di sinistra dal partito socialista di Jean-Luc Mélenchon («Partì de Gauche») e quella, piccolissima, di Christian Piquet («Gauche uniter»), che non ha seguito la Ligue communiste, trasformatasi in Npa («Nouveau Parti Anticapitaliste»), che di allearsi non vuole saperne. Così come i trozkisti di Arlette Laguiller e un'altra parte di quelli che avevano condotto la battaglia per il no al referendum sulla costituzione dell'Unione europea. Mentre i verdi sembrano essersi invece accordati con José Bové. Tutti in ordine sparso, insomma, come in Italia. Un disastro.

Ma qui, ora, importa poco. Nello sciopero e nell'immenso corteo ci sono tutti. A livello sociale, ci si unisce e ci si mobilita. Ed è già qualche cosa.

Ricordo, molto tempo fa, quando - a New York - un nipotino di Roosevelt, giovane economista di sinistra, mi raccontò di esser andato, mentre era studente al Mit a chiedere al suo professore Paul Samuelson cosa c'era di interessate in Marx che avrebbe dovuto sapere. «La lotta di classe» gli aveva risposto il kennedyano premio Nobel. E infatti si riparte proprio di qui, a quanto sembra. A Parigi, ma anche altrove. Persino in Italia. Non basta da sola, certo, ma è un prezioso zoccolo duro.

Realisticamente, con modestia, più di un cartello ricordava tuttavia che la trincea in questi anni, è un po' arretrata: «Chiediamo democrazia»,

Un disastro. La sentenza del Tar del Lazio che annulla la procedura di approvazione del Piano regolatore di Roma del 2008 avrà effetti devastanti su una città già provata dal sacco urbanistico degli ultimi dieci anni.

Chiediamoci in primo luogo come sia potuto accadere. E’ avvenuto che l’allora sindaco Veltroni doveva dimettersi anticipatamente per poter avere il diritto a partecipare alla sfida elettorale nazionale contro Silvio Berlusconi. Così quello stesso piano regolatore che è stato condotto con passo di lumaca (oltre 10 anni di elaborazione!) doveva essere approvato in pochi giorni per poter vendere propagandisticamente l’evento. Le date fanno impressione. Il 6 febbraio 2008 si chiude la conferenza istituzionale tra Comune e Regione che approva il piano. Due giorni dopo la Giunta regionale del Lazio ratifica quello stesso accordo. Il 12 febbraio il Consiglio comunale di Roma lo ratifica a sua volta. Il 13 e 14 aprile si sarebbe votato per il primo turno delle elezioni comunali.

Fosse sempre questa l’efficienza della macchina amministrativa pubblica, non avremmo rivali in tutta Europa. Ma questa accelerazione insostenibile ha trascurato un passaggio essenziale. Afferma il Tar che essendo state in quella prima sede apportate alcune variazioni, esse dovevano essere rese pubbliche alla cittadinanza. Avremo tempo per leggere la sentenza e comprenderla fino in fondo. I dati che abbiamo sono però già sufficienti per affermare che la “gioiosa macchina del piano” del cosiddetto “modello Roma” faceva acqua da tutte le parti.

La sentenza dovrà essere letta attentamente anche per un altro ben più importante motivo: comprendere come si potrà ripristinare un sistema di regole in grado di scongiurare il far west urbanistico che si annuncia. Le dichiarazioni di alcuni esponenti del centrodestra lasciano presagire un futuro pericolosissimo. Manifestano una incontenibile soddisfazione per poter rimettere le mani sulla redazione di un nuovo piano regolatore: la diffusione della rendita fondiaria è un ottimo strumento per avere consenso. E, del resto, era questo l’intento del bando Alemanno per realizzare case popolari in campagna: riaprire l’eterno gioco della speculazione. Se ciò avvenisse sarebbe il colpo di grazia per questa sventurata città in cui sono stati approvati e realizzati un centinaio di “accordi di programma” in variante di quello stesso piano regolatore che si stava costruendo.

I principi del foro e del mattone non hanno impugnato nessuno di questi scellerati atti di urbanistica contrattata: facevano diventare edificabili terreni prima agricoli, musica per le loro orecchie. In questi casi solo i comitati di cittadini, come nel caso paradigmatico di Colle della Strega, hanno cercato di difendere la legalità e il diritto ad una città umana. Appena l’urbanistica ha tentato di mettere un argine al cemento, come nel caso della Bodicea property services, i legulei hanno tirato fuori le unghie. L’obiettivo era quello di distruggere la credibilità delle pubbliche amministrazioni a governare il proprio territorio.

Ma ora la città che in questi anni si è opposta all’urbanistica liberista romana deve farsi carico del disastro. Le regole approvate non esistono più e si torna al vecchio piano regolatore. Per fortuna che su comprensori come Tormarancia erano posti in essere vincoli paesistici che la sentenza del Tar non scalfisce. Se non ci fossero stati, sarebbero tornate in vigore le enormi previsioni edificatorie contenute in quel piano. Ma se Tormarancia è salva, la città è senza difese e dovremo impegnarci a chiedere un atto urgente che ripristini la legalità.

Ma abbiamo davanti un panorama devastante. Il primo viene dal quadro nazionale. L’aumento generalizzato delle cubature degli edifici esistenti (anche di quelli dei centri storici o vincolati, come afferma il disegno di legge anticipato dalla regione Veneto) voluto da Berlusconi, rischia di dare un colpo di grazia alla bellezza delle città storiche e di quel che resta del paesaggio agricolo. A seguire c’è il rischio dell’approvazione della famigerata legge Lupi.

Il secondo viene dalla povertà culturale della giunta Alemanno. Per dare lustro alla più bella città del mondo si vogliono cementificare trecento ettari di aree agricole per realizzare il “parco a tema della Roma imperiale”. La crisi internazionale si fa quotidianamente più grave, tutti i paesi si interrogano sul futuro possibile e la risposta è un circo da strapaese.

La sfida per la cultura progressista è questa. Dobbiamo avere capacità e forza per imporre un modello di città che abbandoni il cemento e metta al primo posto la vivibilità delle periferie. Trasporti efficienti e non inquinanti. Case popolari vere da costruire dove c’è la città senza consumare altra campagna. Scuole sicure e moderne. E’ questo lo scontro cui ci chiama la sentenza del Tar.

Piccole enormità

di Gabriele Polo

Per via amministrativa si può cambiare il mondo. In peggio. E' un divieto «amministrativo» - prodotto del protocollo che a Roma regolamenta i cortei - quello che ieri ha impedito agli studenti della Sapienza di uscire dalla loro Università per unirsi alla manifestazione della Cgil contro i tagli alla scuola e alla ricerca. Solerti dirigenti di polizia hanno impartito l'ordine, precisi uomini in divisa l'hanno eseguito. Picchiando un po', sequestrando tutti.

Non è successo nulla di anomalo rispetto all'esistente, semplice applicazione di una politica rinchiudente, quella che smorza e impedisce ogni slancio pubblico, ogni tentativo di partecipazione che vada oltre la digitazione del telecomando. Ogni fantasia. Concordemente con lo stato depressivo del paese. Talmente depressivo che persino chi lo guida si dice un po' schifato da ciò che fa. Ma, poi, continua a farlo.

Fossimo un po' meno abituati a questa routine diremmo che ieri a Roma è successo un fatto enorme, per quanto in dimensioni ridotte. Perché se la libertà è appesa agli atti amministrativi - ai protocolli sul traffico - essa non esiste più. Soprattutto se ciò che ieri è avvenuto alla Sapienza si colloca in continuità con quel che è successo a Bologna e Pisa ad altri studenti o agli operai di Pomigliano.

«Statevene a casa», in buon ordine, o - al massimo - «fate solo ciò che vi dicono di fare»: il messaggio che arriva è chiaro quanto cieco, visto ciò che sta accadendo nel mondo giovanile e studentesco in tutta Europa. E' un messaggio che si colloca nel solco di Genova 2001 ed è solo un problema di «quantità» se viene trasmesso in modo meno violento. La qualità è la stessa. Con la differenza che ormai siamo all'ordinaria amministrazione. Per questo è peggio.

Tolleranza zero per l'Onda

di Stefano Milani

L'Onda è tornata ed evidentemente fa paura. D'altra parte il premier Berlusconi l'aveva promesso lo scorso autunno, nel culmine del dissenso studentesco: «Manderò la polizia nelle università». Detto fatto. Così quello che doveva essere il ritorno dell'esercito del surf contro i tagli all'istruzione del trio Gelmini-Tremonti-Brunetta, è diventato lo spunto per mettere in pratica la linea dura del governo. La politica del manganello e del «da qui non si passa».

Succede a Roma, alla Sapienza, nella più grande università pubblica d'Europa. Cinquecento studenti caricati e sequestrati per ore all'interno della cittadella, intimati a non mettere naso fuori dalle mura accademiche, proprio nel giorno dello sciopero della conoscenza indetto dalla Flc-Cgil. L'idea era di uscire in corteo, arrivare fin sotto il ministero dell'Economia e confluire nel sit-in sindacale a piazza SS. Apostoli. Ma niente, la strada dell'Onda è sbarrata. Piazzale Aldo Moro, via dell'Università, via Cesare De Lollis, via Regina Margherita: ogni varco del quadrilatero universitario è off-limit, presidiato da polizia, carabinieri e guardia di finanza. Caschi, scudi e manganelli. Perfino i vigili urbani a dare un mano come possono, con palette e fischietti. «Correte stanno uscendo dalla parte delle segreterie...», grida un pizzardone ad un funzionario della celere.

Ma i caschi blu non si limitano a presidiare. Caricano. E più volte. La prima all'entrata principale di piazzale Aldo Moro, poi in quelle laterali. «Qui non si passa», intima un funzionario di polizia: «Il vostro non è un corteo autorizzato». La nuova politica del sindaco Alemanno ha già fatto scuola, il protocollo appena siglato sulla di restrizione dei percorsi dei cortei a Roma è preso alla lettera. Così le manganellate si sprecano. «Mi hanno circondato in quattro e picchiato con il manganello girato (come documenta la foto qui accanto, ndr.)», denuncia Emanuele mostrando i segni rossi sulla schiena e su un gomito. «Restiamo calmi, non cadiamo nelle loro provocazioni», grida qualcuno. L'«arma» studentesca rimane la parola, urlata e amplificata dal megafono: «Vogliamo andare nelle nostre strade: libertà di movimento». Ma niente «da qui non si passa», ribadisce il brigadiere dei carabinieri di turno sghignazzando.

I minuti passano e le parole lasciano spazio al lancio di giornali appallottolati, bottiglie, scarpe. Tante scarpe. Come hanno fatto gli universitari francesi contro i loro ministeri e come ha fatto il giornalista iracheno contro Bush. Le volevano gettare all'indirizzo del ministero dell'Economia, ma visto l'impedimento ad uscire in strada il tiro a segno è tutto contro i celerini. Al secondo tentativo di forzare i blocchi, arrivano a rinforzo gli agenti della guardia di finanza ed effettuano una nuova carica. Di «alleggerimento», diranno poi. Una «leggerezza» che manda sei ragazzi al pronto soccorso. A quel punto la tensione sale. Inevitabilmente. E oltre le scarpe, vola anche qualche sampietrino, accompagnato dallo slogan «Roma libera! Roma libera». All'interno della città universitaria, intanto, non c'è più un corteo unico, ma tanti gruppi, dieci-quindici persone che corrono da un lato all'altro, passando di facoltà in facoltà alla ricerca di una via d'uscita. Chi prova a «sfondare», davanti all'entrata di Antropologia, subisce un'altra carica, la terza. «Siamo sequestrati», urlano dal megafono. Fuori non si esce e allora qualcuno lancia la proposta: «Occupiamo il Rettorato». Ma anche lì le porte vengono prontamente serrate.

È mezzogiorno quando l'Onda si ricompatta. I ragazzi si ritrovano sotto la statua della Minerva, nel luogo da dove erano partiti due ore prima. «Bisogna parlare, bisogna denunciare quanto è accaduto», i vari leader dei collettivi si affrettano ad organizzare un'assemblea a Lettere. Il giudizio sulla giornata è pesante: «Siamo entrati in una nuova era, oggi possiamo dirlo con chiarezza, senza equivoci - si legge nel comunicato dei collettivi - La recessione è realtà concreta, il governo non ha dubbi: polizia contro gli studenti, polizia contro chi dissente, polizia e cariche contro chi la crisi non vuole pagarla! La mattinata della Sapienza ci parla di questo, ci parla del vuoto di democrazia che riguarda questo paese e la città di Roma, con il suo protocollo contro i cortei». E assicurano: «Non finisce qui». Ma non è una minaccia, bensì la consapevolezza che «l'Onda è tornata».

Postilla

Mentre nelle scuole elementari si stanno raccogliendo decine di migliaia di firme contro la riforma Gelmini, dall’università riparte l’Onda, bloccata dalla polizia in attuazione delle norme repressive di Alemanno, longa manus di Berlusconi. Chiudere gli spazi pubblici della città al dissenso è un’operazione perversa su entrambi i fronti: quello della società, nella quale il dissenso è la condizione della democrazia, e nella città, la quale è il luogo dell’espressione delle esigenze, delle passioni, dei consensi e dei dissensi - di tutto ciò insomma che costituisce la vita della società.

L’augurio è che l’Onda trovi le vie per proseguire e contribuire al cammino contro le mille aggressioni al bene comune che vengono compiute. Sarebbe bello se la protesta degli universitari si esprimesse anche nel chiarire a tutti i cittadini il merito delle scelte sbagliate dei governi, e nello spiegare i rischi e i danni che quelle scelte comportano per tutti. Per esempio, se gli studenti di urbanistica, architettura, ingegneria scendessero a spiegare, nelle strade e nelle piazze, nelle fabbriche e nei mercati, nelle discoteche e, fra poco, sulle spiagge, perché il Piano Casa dei berluscones distrugge quel che resta del Belpaese?

Alla fine l'ordinanza è arrivata. Il commissariamento dell'area archeologica di Roma e di Ostia antica è stato presentato ieri dal ministro per i beni culturali Sandro Bondi. Con l'assenso della Regione e del suo presidente Marrazzo (rivendicato più volte come «atto coraggioso» dal sindaco Alemanno) e con due aggiustamenti di tiro. Nel primo, il Comune «capitola», uscendo definitivamente dall'operazione come soggetto in causa, evitando così gli scenari più cupi prospettati nei giorni precedenti (l'annessione dei siti); nel secondo, viene ridimensionata l'idea della commissione esterna, riconsegnando così nelle mani del soprintendente (in questo caso, Angelo Bottini) la presidenza del comitato scientifico preposto a indicare un indirizzo e a coordinare le attività del commissario.

Da parte sua, il responsabile della protezione civile Guido Bertolaso entra in scena come «tutore delegato» a tutto campo, un salvatore universale, dai rifiuti campani alla cattedrale di Noto fino alla Maddalena per il G8. E qui, a Roma, con circa 40 milioni di euro al suo attivo da spendere entro il 31 dicembre 2009. «Sono un servitore dello stato, ho accettato a titolo gratuito questo incarico - ha esordito - Da normale cittadino, ho visitato il Colosseo, il Palatino e i Fori, toccando con mano quelle bellezze e la loro vulnerabilità». A sentire le parole del sottosegretario Francesco Maria Giro, il patrimonio archeologico romano somiglia a un bollettino di guerra. Esondazioni, scavi abbandonati da decenni, discariche di immondizia vicino a templi come quello di Romolo, domus pronte al crollo. Secondo Gianfranco Cerasoli della Uil, l'emergenza però sarebbe soltanto un «falso mediatico». L'obiettivo reale? «Riprodurre le tentazioni autoritarie che mirano a superare le legislazione e le regole non solo dei Lavori pubblici, ma anche dello stesso Codice dei beni culturali». E lancia un allarme: «Nell'arco di pochi mesi il soprintendente Bottini verrà pensionato d'ufficio e la gestione rimarrà nelle mani della struttura commissariale».

Per il sub-commissario, i giochi sono aperti. In realtà, il candidato del governo già esiste: è Marco Corsini (venne impiegato nella ricostruzione del teatro della Fenice quando era assessore a Venezia), ma Bertolaso ha risposto picche. «Non abbiamo nessuna esigenza di allargarci. Per gli stati di emergenza abbiamo i nostri ingegneri, gli idraulici, i geologi che si occupano di queste cose».

Se al momento si è riusciti ad evitare la prevaricazione dei funzionari e la sostituzione di ruoli, resta una incognita la nomina ministeriale (quindi politica) di altri due esperti che dovranno lavorare in collaborazione con il presidente-soprintendente. «Non c'è nessun commissariamento della soprintendenza - tiene a sottolineare Bottini - Non è come avviene per i comuni sciolti, dove si cacciano i consoli. La procedura non ci spaventa: l'avevamo già chiesta al precedente governo per la Domus Aurea. Nell'ordinanza che parte «dagli eventi climatici di natura eccezionale verificatisi nei mesi di novembre e dicembre» rimarrebbe in piedi una supervisione statale dei siti archeologici, ma si specifica anche che Bertolaso può far ricorso a liberi professionisti e destituire altri lavoratori qualora ritenuti inefficienti allo scopo. Sarà lui a individuare i soggetti e a dare gli appalti. Per i sindacati, si preannunciano tempi duri durante i mesi dell'emergenza.

Il commissario sarà un «esecutore», potrà avvalersi delle risorse economiche in maniera veloce e avviare la messa in sicurezza di zone pericolanti. Non va comunque dimenticato, spiega ancora Bottini, che fuori dall'ordinanza il tema scottante rimane «la gestione di queste aree. Il Palatino è in parte chiuso non soltanto per problemi di sicurezza dei visitatori, è inaccessibile soprattutto per mancanza di fondi. Si vogliono privatizzare dei servizi?». Per nulla scandalizzato dalla richiesta di statue di Berlusconi per le sue stanze del potere («l'abbiamo già fatto anche per la Corte dei Conti; a Palazzo Chigi avrebbero funzione di rappresentanza sculture comunque negate alla fruizione pubblica e solo per quattro anni»), Bottini chiede invece «grande prudenza» quando si parla di spostamenti di massa, come nel caso delle opere d'arte che dagli Uffizi potrebbero emigrare a Abu Dhabi. «Si tratta di collezioni organiche, non si può menomare una raccolta pubblica di tale rilevanza».

L'idea del trasloco negli Emirati è accarezzata dal direttore generale Mario Resca («lanciata» dal presidente della Regione Toscana) che ieri è finito al centro di un contenzioso fra Consiglio di stato e ministero per i beni culturali: i magistrati incaricati di sorvegliare l'amministrazione hanno restituito a Bondi lo schema di regolamento di riforma del suo dicastero, sospendendo il parere e chiedendo ulteriori chiarimenti. Se un primo rilievo riguarda il numero delle direzioni generali (c'è stata una riduzione del 20% degli uffici dirigenziali), l'altro investe proprio Resca: sarà adatto un manager di casinò e McDonald's a valorizzazione il patrimonio culturale? La domanda resta aperta, nonostante Bondi si sia dato un bel sette in pagella e abbia accettato i tagli furiosi della finanziaria.

«Interventi urgenti di protezione civile». Così recita il decreto legislativo per il commissariamento straordinario dell'archeologia romana di venerdì scorso. Ma qual era l'urgenza effettiva se è stato annunciato un mese e mezzo prima? Nel frattempo poteva crollare il Palatino e andare sott'acqua irreparabilmente la Domus Aurea. E poi, se questi sono i due punti critici, perché si parla di «grave situazione di pericolo in atto nell'area archeologica di Roma e provincia»? Dunque, non soltanto il Comune di Roma e quello di Fiumicino, ma pure Palestrina, i Castelli, Civitavecchia e chissà cos'altro ancora. L'appetito vien mangiando. Inoltre, se si chiama addirittura il capo della Protezione Civile a svolgere questo ruolo strategico, i danni saranno sicuramente ingenti. Così la pensano quanti sono lontani da Roma (e non possono constatare de visu che tutto questo disastro non c'è). Negli Stati Uniti - ne ha parlato il New York Times - penseranno che è meglio tenersi alla larga da questa Roma (e provincia) tanto disastrata. Un bel servizio reso al turismo romano che boccheggia per la latitanza di americani e giapponesi e a rianimare il quale non serviranno né il Parco tematico sulla finta romanità così tenacemente voluto dal nuovo genio del turismo, il vice-sindaco Mauro Cutrufo (e al quale anche la Regione Lazio, orrore, sembra disponibile), né i bolidi della Formula 1 che, fra qualche anno, sequestreranno l'Eur per settimane fra lancinanti rombi di motori. Grande è la confusione sotto il cielo di questa Roma affidata a Bondi, a Giro e ad Alemanno. Tanti gli annunci (spesso sballati), zero le decisioni utili. Oggi capiremo meglio cosa contiene il decreto d'urgenza per il commissariamento. Ma le previsioni promettono poco di buono. Il professor Carandini non sarà più a capo dei superesperti di Bertolaso, essendo stato premiato con altri allori. E’ già qualcosa.

Molti analisti - cifre alla mano - sostengono che tra economia di carta e economia reale c'è un rapporto di 18 a 1. E aggiungono: quando il rapporto sale oltre «quota 10» significa che si è innescato un circuito monetario «vizioso» e che la bolla prima o poi è destinata a scoppiare. Anzi - come ben sappiamo - è scoppiata, trascinando nel disastro - ce l'ha confermato ieri il Fondo monetario - tutto il globo. Prime responsabili di questo disastro sono le banche e ha una certa rilevanza il dibattito che ieri ha visto ancora una volta contrapposti Mario Draghi e Giulio Tremonti.

Il governatore della Banca d'Italia nella polemica è stato raffinato, ma deciso: ha mandato a dire al ministro dell'economia che l'idea di fare dei prefetti i controllori del credito è assurda. Assurdo - aggiunge il manifesto - che l'ordine pubblico e amministrativo sia centrato sui prefetti dei quali in tempi non sospetti abbiamo chiesto l'abolizione, con risparmi non indifferente per l'erario. Ma i prefetti da sempre sono la lunga mano della politica, spesso ex sbirri, soliti «obbedir tacendo». E neppure Maroni con i suoi trascorsi di sinistra se la sente di abolire una figura, impolverata, fuori dal tempo che gli garantisce però un potere senza pari.

Draghi ha anche detto altre cose interessanti. La prima che l'economia italiana è avvitata su se stessa e il peggio non è alle spalle. Anzi. Una affermazione in particolare colpisce: «I piani di investimento delle imprese sono stati drasticamente ridotti a causa degli ampi margini inutilizzati di capacità produttiva». Insomma, per far ripartire la produzione sarebbe necessario aumentare il potere d'acquisto di salari e pensioni, perché una delle specificità di questa crisi è la pessima distribuzione dei redditi. Ma significa anche che se i privati non investono, è necessario che l'investimento sia fatto direttamente dalla mano pubblica. Come consigliava Keynes nel suo Trattato sulla moneta.

Draghi dopo aver lodato i «Tremonti bond» che ampliano la base patrimoniale delle banche, lancia però una frecciata al curaro a Tremonti sui prefetti sostenendo che debbono «essere evitate interferenze politico-amministrative nella valutazione del merito di credito di singoli casi». E questo perché «il credito è e deve restare attività imprenditoriale, basato su un prudente apprezzamento professionale della validità dei progetti professionali».

In realtà i banchieri ormai sono dei semplici contabili, visto che il «merito del credito» è valutato applicando acriticamente i parametri di Basilea-2. Come dire: il credito lo concedono non sulla base della bontà dei progetti di investimento (o sulle necessità finanziarie) ma unicamente considerando la capacità patrimoniale di chi chiede soldi a prestito.

In questa ottica i «Tremonti bond» non hanno nessuna logica. Al pari dell'incarico ai prefetti di controllare l'erogazione del credito. Un industriale amico mi ha confessato: «Questo sistema bancario non è in grado di far ripartire l'economia reale». Ha ragione, anche se il giudizio potrebbe essere viziato dall'essere parte interessata in quanto industriale. E' fin tropo facile parlare male delle banche alla luce del disastro nel quale ci hanno trascinati, ma il sistema creditizio - anche quando è sano - tende ad agire secondo il criterio indicato da Draghi. Che significa fare soldi con i soldi, senza la volontà e la capacità di distinguere quando il credito fa l'interesse pubblico o quello privato. Ciò che manca è una politica pubblica del credito, forzare le banche a comportamenti virtuosi. Che significa non dare soldi solo a chi rispetta i parametri di Basilea-2, ma finanziare chi si impegna in progetti di riconversione delle industrie in crisi che sono tante e lo saranno sempre di più. E chi si getta nel costoso settore dell'innovazione che porta occupazione.

Vuol dire che il sistema bancario deve essere nazionalizzato? Ci piacerebbe, anche se la banca pubblica quando agisce secondo i criteri dei privati commette gli stessi errori, magari aggravati dal clientelismo e dai rapporti politici. In alternativa, significa predisporre strumenti d'intervento diretto e vincolante che non sono i «Tremonti bond» che sono una foglia di fico che copre solo le vergogne delle banche.

Ma fuori Italia che succede? Accade per esempio che Barack Obama ha messo le mani e i piedi nel piatto, obbligando le banche che hanno ricevuto aiuti (tutte) pubblici a tagliare i vergognosi bonus ai manager. In Italia invece si fa l'opposto: ieri in Parlamento è stata stoppata dalla maggioranza la proposta dalla Lega che imponeva un tetto di 350.000 euro ai manager pubblici. Tetto che in passato era stato abbassato a 500.000 dal governo Prodi, ma con molte eccezioni. E, poi, è stata cassata in commissione finanze della Camera la norma che prevedeva l'aumento al 20% dell'una tantum (invece del 10%) per i precari licenziati. I co.co.pro si rassegnino e imparino a campare: la prossima volta scelgano di fare i banchieri. Magari per salvare la faccia scelgano il ruolo di banchiere immortalato in uno splendido romanzo di Pessoa.

La decisione di piantare un orto nel giardino della Casa Bianca va annoverata tra gli atti politici significativi di Barack Obama in questi suoi primi mesi di mandato. Il sogno che ebbe nel 1995 Alice Waters, vice-presidente internazionale di Slow Food, quando domandò formalmente - e inascoltata - ai Clinton di fare la stessa cosa, si è finalmente avverato.

Dai tempi di Bill e Hillary Alice ci ha sempre riprovato senza successo, ma già mentre sosteneva ardentemente la campagna presidenziale, e ancora mentre partecipava all’organizzazione per la festa di insediamento, mi confessò che Obama sarebbe stato la persona giusta.

I giornali parlano della precisa volontà di Michelle Obama rispetto a questa piccola grande svolta: infatti è tradizione che siano le first ladies a occuparsi di che cosa deve finire nei piatti presidenziali. Sono stati rievocati i Victory Gardens della signora Roosevelt in tempi di guerra, e questo è certo un bel modo di dare la notizia. Ma va detto che il grande movimento di persone legate al mondo del biologico, delle produzioni agricole locali, dei farmers’ markets e di Slow Food, una grande rete popolare che negli Stati Uniti sta facendo sempre più proseliti, ha senz’altro avuto un’influenza determinante.

Il fatto che l’uomo più potente del mondo si sia deciso a fare quello che i suddetti movimenti stanno da tempo realizzando nelle scuole e nelle comunità con gli school gardens (Slow Food da parte sua, dopo i progetti di Alice Waters negli Usa, ha già attivato circa duecento orti scolastici in Italia e quasi trecento nel resto del mondo) sancisce una volta per tutte che non si tratta di un vezzo salutista, di snobismo o, peggio, di «fanciullaggini»: è pura politica.

Non a caso è una decisione presa dopo l’annuncio da parte di Obama di voler riformare la Food and Drug Administration, l’ente che dovrebbe vigilare sulla sicurezza alimentare dei cittadini americani e intanto approva coltivazioni Ogm, ormoni della crescita nell’allevamento e ogni sorta di additivo alimentare. Cosa più importante è una decisione presa di fronte a una crisi epocale che sta mettendo a dura prova gli Stati Uniti e il mondo, quindi dal significato molto profondo, tanto più che dovrà dichiaratamente servire «da esempio a tutte le famiglie americane».

Non è soltanto un modo per procurarsi cibo più facilmente, è una vera questione economica: è la differenza che passa tra prezzo e valore. È probabile che sarà più dispendioso per Sam Kaas, il cuoco della Casa Bianca, coltivare da sé le materie prime, così com’è obiettivamente più costoso fare la conserva in casa rispetto al comprarla al supermercato. È la stessa cosa che ho visto fare a un contadino del pinerolese, che per ricominciare a coltivare un appezzamento ha dovuto fare un faticosissimo scasso del terreno e l’ha fatto a mano, mentre tutti gli consigliavano di chiamare qualcuno con una scavatrice: «No, preferisco le mie mani, almeno so cosa sto facendo al terreno». Ci sono cose che potrebbero sembrare non convenienti, ma nascondono un valore che va al di là dei semplici conti. Perché fare una conserva in casa è un atto politico; uno scasso a mano nel terreno è un atto politico; un orto è un atto politico.

È economia partecipativa, quindi anche democrazia partecipativa. Non conta quanto vale l’atto in termini di prezzo, ma è l´atto stesso, il cui valore sta nel chi lo compie, come lo compie e perché lo compie. Si tratta di mettere in moto le basi di una nuova economia locale, che ha evidenti vantaggi nel consumo di prodotti freschi, stagionali, più buoni, meno inquinanti, che non si accaniscono sulle tasche né del contadino né di chi mangia, ma che soprattutto rende protagonisti i cittadini e infonde una nuova consapevolezza del cibo, di quelli che sono i tempi e le esigenze della natura. In questo modo non si è più consumatori passivi - e nocivi al pianeta - ma si diventa padroni delle proprie vite, tra l’altro anche rendendosele più piacevoli.

Non so se è vero, come sostiene una ricerca dell’università di Uppsala, che coltivare un orto o un giardino allunghi la vita, ma è certo che potrebbe rivoluzionare in positivo le nostre abitudini alimentari e innescare processi virtuosi dalle ricadute che andrebbero molto al di là della nostra casa o del territorio di cui si fa parte. Ci voleva Obama per aprirci gli occhi? Ben venga, a patto però che quegli occhi restino bene aperti, e questo sta solo e soltanto a noi renderlo possibile.

Qualche settimana fa, nel raccontare della decisione del Cavaliere di prendere delle sculture antiche dai depositi del Museo Nazionale Romano per decorare alcune sale di Palazzo Chigi, ritenute troppo spoglie per gli splendori del nouveau régime, ricordavo che con i miei studenti mi sono servito di questa vicenda per illustrare aspetti ideologici e storici di un precedente famoso di due millenni or sono, quello costituito dal continuo uso da parte di grandi generali e imperatori romani, che solevano ordinare il saccheggio di santuari e di piazze pubbliche del mondo greco per decorare ville e palazzi dell’Urbe.

Sappiamo da una lettera famosa di Cicerone che le povere statue greche, requisite con metodi spicciativi sovente ricostruiti in dettaglio dagli archeologi, venivano ricollocate nelle nuove sedi con colossali effetti kitsch, propri di tanta parte della cultura dei conquistatori del mondo: la ricostruzione dei "programmi decorativi", ossia delle linee guida dei nuovi significati assunti dalle sculture rapinate, rappresenta uno dei temi più importanti della ricerca contemporanea di storia dell’arte romana, di grande utilità per comprendere la mentalità dei committenti, che di rado si distingue da quella dei parvenus di tutte le epoche e di tutte le latitudini.

Mi chiedevo allora quale fosse il "programma decorativo" alla base di quel "delicato prelievo" dai depositi del Museo Nazionale Romano: ho ricordato l´episodio analogo del secondo governo Berlusconi.

Protagonista l’allora ministro per i Beni e le Attività culturali Urbani, il quale inviò a Bruxelles un busto di Adriano, figura archetipica – a detta dell´allora ministro – di quel Buongoverno che era in quegli anni la parola d´ordine della destra al potere e cara, sempre secondo Urbani, al nostro premier, conquistato dalle pagine della Yourcenar.

Quando scrivevo questa mia recente nota ignoravo le scelte del Cavaliere e a maggior ragione quale fosse "il programma" del nuovo arredo imperiale. Ora il nodo è stato sciolto. I giornali di sabato 14 marzo ‘09 sono pieni di articoli che, non senza alcune imprecisioni e vaghezze, ci informano sui materiali prescelti e persino sulla futura collocazione, se non di tutte, almeno delle principali sculture.

Il pezzo forte del "prelievo" è un gruppo raffigurante Marte e Venere, le cui teste sono in realtà i ritratti di un Marco Aurelio molto giovanile e della sposa di questi Faustina Minore. Il pezzo forte è veramente tale e è lungi dall’essere opera secondaria, trattandosi di un raro pezzo di scultura che immagina entrambi gli Augusti sotto spoglie divine, un’iconografia nella quale è facile trovare uno solo dei due imperatori, ma di rado l’augusta coppia: il gruppo fu trovato ad Ostia nelle cosiddetta "Basilica" agli inizi del secolo scorso, quando la sede naturale per questi trovamenti era il grande museo romano (nulla di simile esisteva ad Ostia): ora la sua nuova sede sarà il pianerottolo dello scalone principale di Palazzo Chigi. Poi si parla di due altri ritratti imperiali, mentre il "Corriere della Sera" afferma che le altre statue sarebbero invece un Ercole e una figura muliebre.

Ma per noi, curiosi della psicologia (e dei gusti) del Capo, il silenzio sulle motivazioni della scelta resta purtroppo assordante. Fortunatamente per noi la luce ci giunge dalla lontana Catania, contenuta in un articolo apparso sempre sabato 14 sul quotidiano "La Sicilia", dovuto alla penna colta e delicata di Michele Nania, il quale spiega tutte le profonde motivazioni del "programma decorativo" concepito per Palazzo Chigi. Con un titolo che trasuda cultura ("Quanto baccano per quattro statue... "), Nania testualmente così ci informa: "tanto per cominciare le statue sono tre e non quattro come sostiene la disinformazia comunista. Imparino a contare, lorsignori: c’è un gruppo marmoreo con Venere e Marte (tema peraltro di cui il signor premier può fare scuola e doposcuola) che sarà collocato alla sommità dello scalone d’onore, dove passano potenti e capi di Stato in visita ufficiale. Poi ci sono altre due cosuzze: una statua di Marco Aurelio e una della moglie Faustina Minore (bravo presidente, la famiglia innanzi tutto), che andranno nello studio privato". Basta con "la solita opposizione cattocomunista, maldestra e disinformata", si lascia sfuggire la sobria e informata penna di Nania, il quale di sfuggita accenna che la discussa trasferta sarda dei Bronzi di Riace per deliziare gli ospiti del G 8 sarebbe ormai cosa fatta ("….. il concitato imperio e il celere ubbidir…."): a noi che credevamo che la cosa fosse ancora in discussione e soprattutto avevamo fiducia che tutti quegli archeologi da poco nominati dal ministro nel Consiglio Superiore avrebbero ben ponderato il da farsi, senza preoccupazione di dar torto al Presidente, finalmente Nania ci fa ora sapere notizie di fonte sicura e soprattutto unica. D’ora in poi la stampa, seguendo l’esempio dotto e informato de "La Sicilia", potrà esplicitare motivi reconditi delle scelte autorappresentative del Cavaliere, messe in atto con i suoi napoleonici "prelievi". Finalmente sappiamo che il gruppo di Marte e Venere è lì, al termine del solenne moto ascensionale dello scalone, per ricordare ad illustri visitatori che il nostro Presidente del Consiglio è tutto armi ed amori: come dice Nania, sul tema Berlusconi può fare "scuola e doposcuola". Ma ci assale il dubbio di essere scarsamente informati sull’augusta biografia: se l’aneddotica sulla galanteria del Cavaliere è ricchissima, confessiamo la nostra pochezza cattocomunista nel sussurrare che ci sfuggono i suoi fatti d’arme.

Il Gazzettino

Dal mondo ambientalista atto d’accusa alla Provincia

di Daniele Duso

Contro gli scempi ambientali della destra e della sinistra. È un’ira bipartisan quella che associazioni ambientaliste e comitati di cittadini hanno espresso ieri nell’incontro pubblico sul tema della tutela ambientale e della difesa del territorio. Al bersaglio grosso, quel Piano territoriale provinciale che «accetta due devastanti e inutili interventi di Veneto city e Tessera city», si aggiunge quel Piano casa del Governo Berlusconi che «deregolamentando la materia urbanistica la pone in pratica al di fuori da ogni controllo». Accanto a questi temi, durante la mattinata, organizzata nell’auditorium della Provincia di Venezia a Mestre per iniziativa dei Cantieri Sociali, associazioni, comitati e cittadini hanno presentato ognuno le proprie esperienze di battaglie e proposte. A seguire i contributi di numerosi studiosi e personaggi pubblici attivi da anni sulle questioni legate all’ambiente.

Su tutti quello dell’urbanista Edoardo Salzano, già presidente del corso di laurea in urbanistica dell’Iuav, che presentando l’incontro come il coronamento di un lavoro coordinato di numerosi soggetti, gli stessi che hanno sottoscritto le osservazioni al PTCP provinciale, ha auspicato la prosecuzione dell’impegno puntando, sul piano "politico", a far modificare le proposte del Piano provinciale e, sul versante della cittadinanza, ma non solo, a «far crescere la consapevolezza dei rischi che corriamo con le scelte sbagliate». Secondo Salzano «le trasformazioni del territorio avvengono fuori da qualsiasi meccanismo di corretta pianificazione, il PTCP stesso si limita ad avvallare trasformazioni già decise dai poteri economici forti, come per Veneto city, Marco Polo city e la Città della Moda sul Brenta». Quindi la questione del berlusconiano Piano casa, che «facendo leva su piccole valorizzazioni degli immobili porterà a peggiorare la situazione ambientale delle nostre città. Altrove, in Europa – ha sostenuto Salzano –, la pianificazione punta a equilibrare l’ambiente a favore dei cittadini, in Italia l’unica molla è la rendita fondiaria. Per fortuna la gente si accorge – chiude, citando Giorgio Bocca – che la deregulation non ha vie di scampo, i danni che produce sono irreversibili». Tolta la Denuncia di Inizio attività, spiega infatti un successivo intervento, i dirigenti comunali saranno di fatto impotenti di fronte a una dichiarazione di conformità firmata da un professionista che solo una denuncia specifica può portare a mettere in discussione, ovviamente con i tempi di una magistratura intasata che già conosciamo. In questo panorama, «di fronte al debole contrasto dell’opposizione – messo in luce dallo stesso Salzano – le uniche azioni sono quelle della società», deboli però perché prive di peso. Per questo l’invito al professor Alberto Asor Rosa, che presentando la rete di comitati e associazioni nata tra Toscana, Lombardia, Emilia Romagna e Lazio di cui «quasi casualmente mi sono trovato alla guida», si è detto disponibile a promuovere un coordinamento regionale anche in Veneto sottolineando l’esigenze di «passare dal problema locale, germinativo dei comitati, all’interesse generale di tutti, tornando ad approfondire il nesso storico tra lavoro, ambiente ed economia».

la Nuova Venezia

Comitati ambientalisti: alt a Veneto City e Tessera

Asor Rosa: facciamo rete a livello nazionale

di Michele Bugliari

I comitati bocciano il Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp) e annunciano: «Chiederemo alla Provincia di modificarlo, per fermare i mostruosi progetti di devastazione del territorio come Tessera City e Veneto City». E’ il messaggio che è partito, ieri mattina, dalla sala convegni del centro servizi della Provincia di via Forte Marghera, nel corso del convegno sul tema: «Stop al consumo di suolo. Vogliamo cambiare il Ptcp» che ha visto la partecipazione di oltre 100 persone. Alla fine dell’incontro, uno dei più importanti critici letterari del Paese, Alberto Asor Rosa, è intervenuto come coordinatore dei comitati toscani per la salvaguardia del territorio, proponendo: «Fondiamo un coordinamento nazionale dei comitati, per avere più forza nel porre la centralità della questione ambientale».

La sintesi della critica dei comitati l’ha illustrata Carlo Costantini: «La questione di fondo è che il Ptcp non è un piano, ma al massimo un documento con delle linee guida per la contrattazione con i Comuni ed i privati delle scelte urbanistiche e territoriali. La Provincia ha scelto, sbagliando, di abdicare ai compiti che gli sono assegnati per legge. Nel Ptcp ci sono indirizzi condivisibili sul piano ambientale ma che poi non sono stati tradotti in norme, come è previsto dalla legge regionale. Di fatto, si lascia ai Comuni la possibilità di fare quello che vogliono. Le grandi trasformazioni del territorio che sono il frutto di accordi sovra-provinciali sfuggono a qualsiasi limite quantitativo e qualitativo. Lanciamo una sfida in positivo alla Provincia, chiedendo di modificare il Ptcp, per la salvaguardia del territorio».

Oscar Mancini, invece, ha puntato il dito contro un’altra contraddizione: «Il territorio è già stato abbastanza cementificato e non ha assolutamente senso assecondare progetti di mera speculazione edilizia. Anche il governo ha riconosciuto che bisogna evitare che il depauperamento di Porto Marghera, per dare sbocchi per nuove attività e nel contempo difendere il territorio ormai troppo urbanizzato. Per portare avanti questo disegno però è necessario fare partire una volta per tutte le bonifiche ma l’esecutivo ha tagliato i fondi per il disinquinamento della zona industriale. Tessera e Veneto City sono state pensate per crescere a ridosso del Passante, secondo vecchi e negativi modelli di sub-urbanizzazione americana». Stefano Boato ha aggiunto: «Bisogna che le nuove urbanizzazioni crescano vicino alle fermate della Sfmr (Sistema ferroviario metropolitano regionale) e non a ridosso del Passante. Sono 17 anni che aspettiamo questa benedetta Sfmr e finora non abbiamo ancora visto una fermata. E’ tutta la politica della mobilità che è sbagliata. Il Passante deve avere molti più accessi di quelli attuali, perché così non serve a niente. Sinora la tangenziale è stata sgravata solo dal 15% di traffico, di cui solo il 10% grazie al Passante, perché il 5% è il risultato della crisi».

Nel 1946, in mezzo alle macerie dell’Europa uscita moralmente, politicamente e fisicamente distrutta dalla Seconda guerra mondiale, Winston Churchill, premier britannico durante gli anni del conflitto, sognava: «Se l’Europa fosse finalmente unita - allora non ci sarebbero limiti per la felicità, il benessere e la gloria dei suoi quattrocento milioni di persone». Oggi incombe il rischio opposto: se di fronte alla crisi economica mondiale l’Europa si sfaldasse, allora non ci sarebbero più limiti all’infelicità, agli affanni e alla vergogna dei suoi politici e dei suoi cinquecento milioni di persone.

Oggi, nel 2009, stiamo forse vivendo una seconda rivoluzione mondiale dopo quella del 1989? Vent’anni fa crollarono in modo del tutto inatteso prima il muro di Berlino, poi l’Unione Sovietica e infine l’ordine mondiale bipolare della guerra fredda. Ora, in questo ventennale, rischia ironicamente di crollare a sua volta proprio il modello del capitalismo - l’idea che il libero mercato sia la soluzione - , di cui allora era stata celebrata la vittoria: questa volta, però, minaccia di trascinare con sé l’Unione Europea. Dove rimane oggi l’entusiastico slancio europeo di un Churchill, la sua voce visionaria che ricorda agli europei come la sempre più diffusa grettezza nazionale non distrugga soltanto il miracolo europeo (trasformare i nemici in vicini) ma, alla fine, anche sé stessa? Naturalmente, nessuno lo vuole.

Ma nessuno desiderava neppure il socialismo di Stato per i ricchi e il neoliberismo per i poveri, che improvvisamente ci ritroviamo.

Nello scorso autunno, quando il fallimento delle banche strappò finalmente anche l’Unione Europea dalla sua attività preferita, ossia l’autocontemplazione, pensai: «Mio Dio, che opportunità!». La crisi finanziaria globale che si aggravava sembrava fatta apposta per l’Unione Europea. Di fronte alla globalità della crisi che si dispiega in modo inesorabile i percorsi solitari nazionali sono chiaramente inefficaci, anzi, controproducenti. E i personaggi chiave della politica europea - il presidente francese Sarkozy e perfino l’euroscettico premier britannico Gordon Brown, per non parlare dell’europea-per-forza Angela Merkel - sembravano vedere e presentare pubblicamente le cose proprio in questo modo. Chi, se non l’Unione Europea, possiede l’esperienza per gestire le interdipendenze globali e per contemperare gli interessi nazionali impegnandosi in vista di un interesse comune sovranazionale?

Il presidente francese Sarkozy propose, in sorprendente sintonia con il premier britannico Gordon Brown, un’estensione delle competenze di politica economica dell’Unione Europea. Tuttavia questa proposta incontrò, in modo non meno sorprendente, il deciso rifiuto della cancelliera Merkel - europea esemplare - , rifiuto sostenuto da quasi tutti i pubblici commentatori tedeschi. Analogamente, di colpo tutta l’attenzione tornò a concentrarsi esclusivamente sulla consistenza e il contenuto degli interventi di salvataggio nazionali e su come essi potessero essere accelerati dai parlamenti. Così facendo, si commetteva l’errore marchiano di trascurare l’insegnamento della grande depressione degli anni Trenta, e cioè che il ritorno - come per riflesso condizionato - all’idillio nazionale è fatale e non fa che contribuire al realizzarsi di ciò che incombe, ossia il crollo dell’economia mondiale.

Noi barcolliamo da uno scenario inimmaginabile all’altro. Inimmaginabili quantità di miliardi di dollari, sterline, euro sono stati a quanto pare - inimmaginabilmente - polverizzati. Comunque, la valanga dell’inimmaginabile catastrofe economica mondiale procede inarrestabile. La disoccupazione esplode su scala globale. Le onde d’urto delle tensioni sociali e della xenofobia già scuotono l’Europa. Ed ora, culmine dell’inimmaginabilità, improvvisamente anche lo spettro degli Stati falliti si aggira per l’Unione Europea, paradiso del benessere e della sicurezza. La crisi ha preso in contropiede la periferia dell’Unione Europea, e precisamente i nuovi membri e i membri-modello dell’Europa orientale. Questi Paesi che hanno sopportato le riforme finora realizzate dell’Ue si sentono ora ingannati e piantati in asso anche dal sistema capitalistico, come prima lo erano stati dal sistema comunista. Avevano appena ricevuto un plauso per aver applicato le "pratiche migliori" e adesso queste pratiche si rivelano come le peggiori. Anche se questi Paesi si dimostrano vulnerabili in misura assai diversa, lo shock e la delusione sono enormi. Forse violenti. E i seduttori populisti di destra si strofinano le mani.

La crisi strutturale dell’Europa, nella quale siamo scivolati, solleva impietosamente la questione della giustificazione dell’esistenza: Cos’"è", cosa vuole essere l’Unione Europea? A che scopo, dunque, l’Unione Europea? Al di là dei discorsi celebrativi con le loro grandi visioni c’è una risposta plausibile alla semplice domanda su perché dovremmo avere un’Unione Europea? O forse il rinnovamento della risposta e del senso della Ue sta proprio nella crisi finanziaria? Sì, è così. Se non ci fosse l’Unione Europea, occorrerebbe inventarla e fondarla oggi. Chi nel nostro angolo di società mondiale del rischio vuole riacquistare sovranità deve volere l’Europa, pensare l’Europa, diventare Europa. O, per dirla in termini più generali: l’unità d’azione politica nell’era cosmopolitica non è più la nazione, ma la regione.

Un nazionalismo reciproco, come quello che hanno in mente i pragmatici europei di tutti i giorni, è la soluzione? Esso presuppone che ogni Stato abbia l’autonomia e il dovere di regolare i propri problemi finanziari. Nello stesso tempo ciascuna nazione deve riconoscere la sovranità delle altre, così da evitare che le conseguenze negative delle proprie decisioni ricadano su di esse. Questo modo di vedere si basa su tre princìpi: parità di diritti, piani di intervento concordati e responsabilità reciproca. Ad essi si aggiunge un quarto principio: è severamente vietato ampliare le competenze dell’Ue in materia di politica economica.

Questo modello di nazionalismo reciproco può funzionare in tempi di vacche grasse, ma in tempi di crisi non può che fallire. Nessun Paese è abbastanza forte da tirare gli altri fuori dal pantano. Nello stesso tempo è fin troppo evidente che tutti sono interconnessi: se un Paese fa bancarotta, trascina con sé gli altri.

Tuttavia, finora non c’è una politica finanziaria comune, una politica fiscale comune, una politica industriale comune, una politica sociale comune per contrastare efficacemente le conseguenze della crisi finanziaria che minacciano il mercato comune. E chi rifiuta questo sovrappiù di Europa divenuto ormai storicamente necessario � e perciò danneggia tutto e tutti � , è proprio la cancelliera federale tedesca Angela Merkel. I suoi modelli, i cancellieri della Cdu ed europei-tedeschi Adenauer e Kohl, avrebbero fatto della crisi l’occasione per rilanciare l’Europa. E quindi avrebbero vinto le elezioni. Infatti, oggi l’investimento nel futuro dell’Europa di fronte ai costi davvero inimmaginabili della recessione promette non solo un incredibile guadagno, ma soprattutto una speranza in tempi oscuri � ovvero, con le parole di Churchill: «Felicità senza confini».

In estrema sintesi, o più Europa o niente Europa. Questo imperativo del fallimento possibile fonda la speranza à la baisse: solo una Ue rinnovata dalla crisi può essere credibile ed efficace a livello globale nell’esigere la regolazione dei mercati finanziari, in sintonia con la nuova apertura al mondo dell’America di Obama. Già il vertice dei venti più importanti Stati industriali del prossimo aprile potrebbe realizzare la svolta verso questa realpolitik cosmopolitica.

Traduzione di Carlo Sandrelli

L’autore ha scritto con Edgar Grande, "L’Europa cosmopolita", trad. it. di C. Sandrelli, Carocci, Roma 2006

Dopo un primo ripensamento, Leonardo Domenici, sindaco uscente di Firenze, ha annunciato di volere approvare il piano strutturale adottato nel luglio del 2007, come missione conclusiva del suo mandato. Il piano strutturale, che prevede 6 milioni e mezzo di metri cubi aggiuntivi, è il contraltare di una serie di operazioni in corso sbagliate nel merito e nelle procedure adottate. Tanto vuoto il primo, un vero lasciapassare alla rendita, tanto scoordinate e prive di una vera progettualità le seconde. Mai come questa volta è quindi vero che il prossimo sindaco di Firenze dovrà sviluppare una politica innovativa rispetto al suo predecessore, una svolta radicale.

La prima opzione del nuovo sindaco è di anteporre gli interessi dei cittadini a quelli della rendita immobiliare che, nelle sue varie forme sta paralizzando l’economia fiorentina. Si tratta di uscire finalmente dall’equivoco per cui l’edificazione sempre, comunque e a prescindere, significa sviluppo. Complementare a questa opzione è la scelta politica di porre al centro delle decisioni urbanistiche la partecipazione dei cittadini. Le consultazioni e le assemblee promosse dall’ultima amministrazione nel processo di formazione del piano strutturale non hanno tenuto conto, se non in modo del tutto marginale, dei pareri espressi, delle idee, dei progetti alternativi avanzati dagli abitanti e dai comitati. Ben lontani da una vera democrazia deliberativa ci si è mossi come se gli eletti avessero avuto una delega una tantum degli elettori. Sottovalutando, oltretutto, il fatto che un’autentica partecipazione dei cittadini è condizione indispensabile per il successo di progetti complessi, che interessano una pluralità di soggetti, in cui i benefici futuri possono essere oscurati dai costi immediati.

E qui nasce una seconda fondamentale opzione. Il grande problema di Firenze è di spendere l’eredità medicea non solo per vendere scarpe, borse e souvenir e servizi di bassa qualità ai turisti, per affittare appartamenti scalcinati agli studenti o costruire alberghi di lusso. In un territorio ormai saturo si può e si deve costruire solamente se dietro a ogni operazione immobiliare vi è un progetto che contribuisca a diversificare e modernizzare l’economia della città. Un esempio è la recente proposta di Diego Della Valle – patron della Fiorentina - di costruire il nuovo stadio di calcio e una cittadella dello sport e del commercio nell’area di Castello di proprietà della Fondiaria. Si è molto discusso e polemizzato sulle destinazioni e sul carico urbanistico. Meno ci si è chiesti se le infrastrutture esistenti e progettate (ma con quali tempi di realizzazione?) sarebbero in grado di reggere una domanda di mobilità concentrata in alcune ore di punta. Nessuno si è domandato se dietro alla proposta vi sia un serio progetto industriale: chi gestirà i futuri insediamenti commerciali e le altre attività previste; e con quali profitti e quali conseguenze sulle attività ancora presenti nella città. In sintesi: l’intera operazione porterà vantaggi ai cittadini di Firenze? una domanda cruciale ma assente nelle trattative intercorse fra vertici della Fondiaria e amministratori pubblici.

Una terza opzione riguarda la questione delle infrastrutture di trasporto, in particolare, le linee della tramvia. L’annuncio del candidato del PD, Matteo Renzi, di volere rivedere i progetti delle linee 2 e 3 è condivisibile per due motivi. Il primo è che gli attuali progetti sono in più punti sbagliati; il secondo è che comunque non sono coerenti con le scelte urbanistiche, per quanto confuse, e con gli interventi in corso nel territorio fiorentino. Valga il fatto che recentemente ci si è accorti che la tramvia, così come progettata, non avrebbe servito l’aeroporto di Peretola e l’insediamento di Castello. E’ logico perciò rivedere in modo coordinato tutte le previsioni su trasporti, parcheggi, nodi scambiatori, modalità integrazione con le linee ferroviarie e riverificarne la fattibilità non solo in termini di investimenti, ma anche dal punto di vista dei programmi finanziari e gestionali. Senza dimenticare che la costruzione di infrastrutture come la tramvia dovrebbe essere l’occasione per riqualificare le zone più sacrificate della città, per dotarle di nuovi spazi pubblici, come è accaduto in tutte le altre città europee interessate da analoghe operazioni

Infine: in attesa di sviluppare il suo programma, la prima decisione del nuovo sindaco di Firenze dovrebbe essere di arrestare il perverso processo di densificazione in cui si manifesta, anche simbolicamente, la politica pregressa. Cortili dove al posto di un qualche magazzino o stabilimento artigianale dismesso nascono palazzi multipiano, in una situazione urbanistica già congestionata, priva di servizi e di verde. Dove i soliti noti riescono a strappare, con l’ausilio degli uffici comunali, permessi a costruire nelle pieghe dei regolamenti o nell’ illegalità, come è dimostrato dal numero crescente degli interventi sanzionatori della magistratura. Una decisione che si scontrerebbe con il solito muro dei diritti pregressi e consolidati che meglio sarebbe chiamarli interessi contrattati; tuttavia, una decisione coraggiosa che alcuni grandi sindaci – a Firenze o altrove – avrebbero preso senza esitazione, sicuri di fare l’interesse della città. Ne sarà capace la nuova amministrazione? Una risposta positiva sarebbe un motivo di speranza e il segnale che realmente qualcosa di nuovo si muove nella politica fiorentina.

Per ciò che riguarda l’amministrazione uscente, cosa saggia sarebbe di lasciare alla prossima la revisione e l’approvazione del piano strutturale. Sarebbe una scelta ampiamente motivata. A meno che vi siano troppi impegni che attendono di essere onorati; ivi compresa l’opzione apparsa in extremis di una variante (proposta addirittura come controdeduzione alle osservazioni, costume riprovevole e nella sostanza illegale) che permetterebbe l’edificazione di quasi mezzo milione di metri cubi, non dimensionati nel PS adottato, in aree ferroviarie da dismettere. Il suggello finale di una gestione urbanistica che ha fatto della rendita il suo faro politico.

, così come appare chiaro dalla sequenza degli interventi riportati, appare suddivisa fra due eventi prevalenti: la vicenda Englaro usata a pretesto dell’ennesimo attacco alla carta costituzionale e quelle del commissariamento dell’area archeologica più famosa al mondo: si tratta di situazioni distanti per ambito, ma forse non così tanto per ciò che raccontano di questa triste realtà italiana al di là delle cortine fumogene di cui, entrambi, sono ammantati.

Le polemiche, infuocate, che stanno accompagnando la decisione del Ministro Bondi, di concerto con il Sindaco Alemanno, di proporre un commissariamento delle Soprintendenze di Roma e Ostia, sono state ben illustrate, nelle loro motivazioni, dagli interventi ripresi da eddyburg: dal comunicato di Italia Nostra nazionale, agli articoli sulla stampa (Emiliani, l'Unità, La Regina e Torelli, la Repubblica, ed. Roma).

A tali testi rimandiamo per l'illustrazione delle molteplici ottime ragioni che giustificano l'opposizione più netta ad una decisione di questo tipo, a partire dalle risibili motivazioni di straordinaria emergenza apportate a pretesto dell'operazione, così come successe a Pompei, come pure per le modalità prescelte, inopportune sotto il profilo amministrativo (l’assessore all’urbanistica del Comune, investito di compiti di controllo su chi, per legge, dovrebbe controllare gli atti da lui emanati) e approssimative sotto quello istituzionale (neppure un’informazione a Regione e Provincia, in spregio alle più elementari regole di collaborazione fra amministrazioni che operano sul medesimo ambito territoriale).

Ma soprattutto, la gravità di una simile operazione si cela in quel Comitato Scientifico che, affiancando il commissario, dovrebbe, si intuisce, guidarne l’azione sotto il profilo culturale (e quindi di sostanza), esautorando il personale scientifico della Soprintendenza da ogni attività progettuale e di fatto circoscrivendone le competenze a mere mansioni tecnico-burocratiche, poiché nella concezione più volte riaffermata di colui che pare indicato quale capo di tale Comitato, a questo di fatto si riduce l’esercizio della tutela.

La reazione, fermissima, del personale scientifico della Soprintendenza, dal 2 febbraio in stato di agitazione permanente, ha conseguito il primo importantissimo risultato di mettere allo scoperto le molte distorsioni sulle quali poggiano le motivazioni di una simile iniziativa, riaffermando, con giustificato orgoglio, la lunghissima tradizione di straordinari risultati conseguiti dalla Soprintendenza romana in decenni di esercizio della tutela inteso nel senso più completo e ampio del termine e riconosciuto ai massimi livelli dal mondo scientifico internazionale, pur nella situazione di costante, progressivo depauperamento delle risorse cui sono sottoposte tutte le soprintendenze sul territorio.

Prima vittima della disinformazione sulla reale situazione dell’archeologia romana ci pare proprio il Commissario designato, Guido Bertolaso, a giudicare da talune sue piccate reazioni. Il supercommissario degli italici disastri dichiara di aver ricevuto da una lettera del Ministro Bondi informazioni su una situazione "a rischio di instabilità, di degrado irreversibile, di dissesto che possono compromettere l'area più bella e importante del mondo": poiché, vista la reazione dei funzionari della Soprintendenza nel loro complesso, compresi i diretti responsabili delle aree interessate, non è certo da costoro, e quindi dai canali istituzionalmente deputati al monitoraggio dell’area stessa, che Bondi ha ricavato la documentazione che ha scatenato una decisione simile, da quale fonte provengono queste indicazioni?

Adriano La Regina, che di quelle aree e della situazione complessiva della Soprintendenza ha una certa conoscenza, nel suo articolo di domenica scorsa ha tentato di ripristinare con l’evidenza dei dati storici e delle cifre una realtà ben diversa, rivendicando, al personale da lui diretto per lunghi anni, tutte le capacità non solo gestionali, ma anche scientifiche e culturali necessarie per operare in autonomia di fronte a ogni "emergenza".

Siamo facili profeti, dunque, a immaginare che quando il Commissario procederà in primis, come dichiara, ad una ricognizione sui luoghi per verificare lo stato delle cose, avrà probabilmente qualche sorpresa e si accorgerà che le uniche situazioni, per dir così, approssimative, sono da imputare non agli scavi e alle attività direttamente condotte dalla Soprintendenza, ma a quelli generosamente e per lungo tempo dati in concessione a universitari troppo impegnati nella pubblicizzazione di presunti scoop scientifici per occuparsi di manutenzione ordinaria. Per il resto vedrà i segni dei lavori incessanti di restauri infiniti, come inevitabile in aree di così ampia estensione e di situazione geologica così compromessa come quelli dell’area centrale; opere che si potrebbero facilmente accellerare e concludere con procedure ordinarie e l’assegnazione di fondi adeguati, così come successe in anni non lontani di fronte a situazioni per lo meno altrettanto gravi.

Che poi, come nota Bertolaso, a Pompei non vi sia stata, di fronte al commissariamento, uguale reazione di protesta da parte del personale della Soprintendenza, ciò è imputabile alla presenza, alla guida del sito campano, di un Soprintendente del livello culturale e del carisma personale di Piero Guzzo, in grado quindi di tutelare gli spazi di azione e le competenze della Soprintendenza stessa, operazione nella quale è stato infatti costretto a impegnare le proprie energie per lunghi mesi, mentre, come è ormai chiaro a tutti, stampa e mondo scientifico internazionale compresi, il commissariamento non ha finora prodotto che qualche miglioria igienico-idraulica e qualche danno archeologico.

Nel suo articolo sul Corriere, Bertolaso elenca infine una lunga serie di interventi in ambito culturale cui la protezione civile è stata chiamata nel corso degli ultimi anni: quell’elenco sta a dimostrare, nella maniera più efficace, quanto sia ormai reiterata e diffusa la pratica del ricorso ad un organismo creato per altri obiettivi e di sicuro non per sostituirsi alle normali pratiche di manutenzione ordinaria, di restauro e gestione del patrimonio.

Dunque la pretesa emergenza romana può essere ricondotta all’interno di un’operazione ben più ampia che, anche se a volte appare scomposta e approssimativa nelle modalità istituzionali, è ormai diffusa in molti diversi ambiti e rappresenta il tentativo reiterato di scardinamento complessivo del sistema di regole e principi attualmente vigente sul piano della legittimità giuridica, sistema che, continuamente rimesso in discussione, soprattutto per questo risulta minato costantemente nella propria efficacia istituzionale.

Questo accade sul versante della riforma del sistema della giustizia, su quello dei diritti civili sistematicamente negati ai non cittadini, sulle questioni delicatissime della bioetica e, allo stesso modo, in quello della tutela del nostro patrimonio culturale.

I meccanismi sono assai simili: la creazione di un’emergenza fittizia che funga da pretesto per operare attraverso scorciatoie amministrative e un allentamento dei controlli ordinari. E assieme, e strettamente connesso, il tentativo di ingabbiare e svilire l’operato di chi è preposto a determinati compiti non per nomina politica ma per competenza legalmente riconosciuta (medico, giudice o archeologo che sia) e quindi non sufficientemente affidabile perché non dipendente da una volontà che non sopporta opposizioni o rallentamenti e che anzi trasforma coloro che resistono in nemici da sconfiggere e punire.

Un'ultima considerazione: in questi tempi pericolosi e difficili in cui si sta svolgendo uno scontro pesante fra chi cerca di tutelare le regole più elementari e fondanti di una civile democrazia e chi, d'altro lato, si scaglia eversivamente contro la nostra Costituzione, anche questa partita, apparentemente marginale, ci riporta al cuore di un conflitto che non appare più rinviabile.

E questa vicenda non riguarda quindi semplicemente il futuro prossimo dell’archeologia romana, né è circoscrivibile ad un ambito municipale, ma investe necessariamente il destino dell’intero patrimonio culturale nazionale.

Per questo siamo tutti chiamati a una tenace resistenza, ciascuno nel proprio ambito.

A esortazione per tutti noi, mi sembrano cupamente adeguate le parole di Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica scorsa, allorchè ripercorreva, con qualche brivido, le fasi dell’ascesa della dittatura fascista:

"In quel passaggio del 3 gennaio ´25 dalla democrazia agonizzante alla dittatura mussoliniana, gli intellettuali ebbero una funzione importante.

Alcuni (pochi) resistettero con intransigenza; altri (molti) si misero a disposizione.

Dapprima si attestarono su un attendismo apparentemente neutrale, ma nel breve volgere di qualche mese si intrupparono senza riserve.

Vedo preoccupanti analogie. E vedo titubanze e cautele a riconoscere le cose per quello che sono nella realtà. A me pare che sperare nel "rinsavimento" sia ormai un vano esercizio ed una svanita illusione."

Ciascuno faccia la propria parte.

Per aderire all’appello delle Soprintendenze di Roma e Ostia contro il commissariamento

È UN’IMMAGINE che bisognerà abituarsi a vedere sempre di più: capannoni nuovi di zecca con cartelli che recano la scritta "Vendesi" o "Affittasi". Le fabbriche chiudono e le zone industriali si riempiono, in maniera crescente, di fantasmi. Per capire l’entità del fenomeno non bisogna attenersi tanto ai dati ufficiali, che registrano ancora poco. La Fiaip segnala, per esempio, un calo superiore al sette per cento per quanto riguarda le compravendite di capannoni.

Nomisma dice che anche i canoni sono in discesa, meno 1,1 per cento nel secondo semestre 2008, con un punte del meno 4,4 in provincia di Bergamo. Parlando con gli operatori del settore, però, si raccoglie molto più pessimismo. Valerio Uboldi sta tentando di vendere un capannone da 13mila metri quadrati, ultimato nel 2005, a Bariana, frazione di Garbagnate. «I prezzi sono calati del dieci per cento e in alcune aree si sono anche dimezzati. Siamo tornati ai valori del 2000. Io sto mettendo su un’azienda agricola per dare un futuro ai miei figli».

Per Legambiente è anche colpa della deregulation voluta dalla Regione. «In Lombardia nel decennio 1997-2006 - spiega Damiano Di Simine basandosi su dati Istat - si sono costruiti quasi 32.000 capannoni: una media di due all’anno in ogni Comune della nostra regione. Ora rischiano di diventare un tipico segno del nostro paesaggio, dove si costruiscono moltissimi contenitori, spesso in mezzo alla campagna, preoccupandosi molto poco del contenuto». È l’eredità, continua Di Simine, di una legislazione generosa: «Programmi integrati di intervento, piani attuativi in variante, sportelli unici, varianti ex-legge 23/97... E poi anche la legge Tremonti. Tutto va bene per realizzare insediamenti produttivi senza criterio».

Ma è anche nelle città che ora rischiano di aggiungersi nuovi strati di archeologia industriale. A Bollate, a due passi dal cimitero e di fronte alla Lidl, c’è la Syntess, industria tessile che gli operai avevano tentato eroicamente di salvare dalla chiusura provando ad acquisirla e a gestirla in proprio. Non ce l’hanno fatta e ora nel cortile dell’azienda un coniglio la fa da padrone. «È il mio - racconta la signora Lucia, la custode di origini campane - lo tengo qui, mi fa compagnia». A Garbagnate, invece, è in vendita lo stabilimento della Tc sistema servizi, azienda del settore hi-tech che a luglio ha licenziato 27 dipendenti. Le fabbriche sono transeunti e in ogni angolo della Lombardia ne restano le tracce. Come a Vimercate, dove campeggiano ancora le insegne della S. A., industria di lino e canapa, memoria di un’industria tessile che non c’è più. A Carpiano, invece, quel che resta di un grande allevamento intensivo gestito da un consorzio sono quattro enormi capannoni sulla Binaschese, quattro ecomostri in piena campagna. Quelli che un tempo erano gli uffici ora sono il ritrovo delle prostitute e dei loro clienti, come dimostrano i divani e i materassi sistemati qua e là. «Quei capannoni si vendono con tutti i terreni - dice il benzinaio della Q8 - quindici milioni di euro e te li compri tutti». Più avanti c’è la zona industriale del paese. Edifici appena ultimati, alcuni con le porte ancora imballate. I cartelli con la scritta vendesi, però, ormai non si notano quasi più: sono finiti per terra, piegati dal vento e dalla pioggia.

Da Magenta ad Arcore, da Zingonia ad Arese, nei nuovi insediamenti logistici del Lodigiano, ad Agrate e a Burago, in Brianza, la crisi lascia alle società immobiliari un grande patrimonio da vendere. Ma prima di trovare un acquirente o un affittuario si aspettano mesi e mesi, e il prezzo intanto scende. E più sono grandi gli insediamenti, più è difficile piazzarli. «Il dato su cui riflettere è questo - attacca Mario Agostinelli, capogruppo di Rifondazione in Regione - in Lombardia ci sono ormai 27 milioni di metri quadrati di aree dismesse». Maurizio Martina, segretario lombardo del Pd, punta l’indice contro la legge Tremonti, che ha consentito di costruire aree industriali con meno vincoli ma senza programmazione. «Gli effetti di questa incapacità di governare il territorio ora sono visibili. Basta andare, per esempio, in alcune zone della provincia di Bergamo, per vedere quanto si sia sacrificato l’ambiente senza creare ricchezza. Non è così che si incentiva il sistema produttivo: una riflessione su alcuni errori del passato va compiuta. E per il futuro, prima di andare a toccare il verde, si riqualifichino le aree ex industriali». L’assessore regionale all’Urbanistica, il leghista Davide Boni, ammette: «In passato il problema c’è stato, non l’ho mai nascosto. Si è costruito troppo sfruttando tutte le agevolazioni esistenti sul manifatturiero. Per il futuro rivedremo tutto, ci saranno controlli maggiori: bisogna ricominciare a utilizzare i capannoni che già ci sono e ridurre le semplificazioni che hanno consentito uno sviluppo disordinato».

postilla

Altro che “da Magenta a Arcore …” eccetera, come recita l’articolo: anche scavalcando il Po, gli Appennini, e addirittura Tirreno o Stretto di Messina, salta all’occhio la criminale idiozia delle ineluttabili zone produttive che servono quasi esclusivamente a “produrre” sé stesse. Basta farci un giretto in certe mattine per capire che il valore aggiunto della cementificazione e sbancamento di terreni non sta nei posti di lavoro o nella trasformazione di materie prime in prodotti finiti o semilavorati, ma nel solito “sviluppo del territorio”. Che ora con la crisi mostra più impudiche che mai le chiappe scoperte della foia trasformatrice di certi nostrani “policy makers ”, di amministrazioni abituate a reagire in automatico a qualunque proposta di questo tipo considerandola fonte di “ricchezza”. Come poi insegnano le crisi più “avanzate”, in testa quella americana, a svuotarsi ci sono poi anche i parchi per uffici, e dulcis in fundo anche le cattedrali del consumo, tirate su in fretta e furia contro ogni logica dentro a bacini di potenziali consumatori di fatto virtuali (ogni scatolone presenta i conti come se il bacino di utenza fosse suo in esclusiva), e che ora giocoforza consumeranno ancora di meno. È troppo tardi per aspettarsi un ripensamento, magari anche solo delle logiche più perverse come la concessione delle fasce autostradali per insediamenti produttivo-commerciali FUORI dai piani regolatori? Una pensata per ora solo lombarda, ma che visti i precedenti forse non mancherà di suscitare anche l’entusiasmo di altre regioni di vari colori (f.b.)

Beni culturali, opposizione in stato confusionale. Dalle opere a Palazzo Chigi all'ok per il commissariamento delle aree romane

Un'interrogazione al ministro Bondi per chiedere informazioni sul destino delle quattro statue che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha chiesto per sé e il suo parterre, a «decoro» delle stanze del potere a Palazzo Chigi. A perderle, sarebbe il Museo delle Terme di Diocleziano e a condurle fra gli scranni del Parlamento è stata ieri la capogruppo del Pd, Manuela Ghizzoni. Peccato che la questione del tour didattico (così come quello annunciato dei Bronzi per il G8) sia noto già da circa un mese e non si capisce perché l'opposizione se ne accorga solo in punta di primavera. Una delle statue richieste sarebbe in realtà un magnifico gruppo marmoreo, quello di Marte e Venere, rinvenuto durante gli scavi di Ostia. La «scusa pubblica» per quest'atto di spoliazione governativo è che le suddette sculture giacciono impolverate in bui depositi museali. La notizia è falsa: le opere sono allestite in sale chiuse e sprangate da tempo a causa della cronica mancanza di fondi, della carenza di guardiania e dell'impossibilità di far fronte ai costi di gestione del museo. E come ha risposto a tutto ciò il governo? Non certo offrendo alla fruizione collettiva (italiana e straniera) quei capolavori cercando di «oliare» la macchina dei beni culturali con un qualche flusso finanziario; al contrario, ha chiuso i rubinetti, tagliando ulteriormente le risorse del patrimonio culturale, lo stesso che a più riprese i suoi rappresentanti non perdono occasione di definire, con enfasi mediatica, «il grande giacimento petrolifero del nostro paese».

In più, il trasferimento delle statue, in perfetto stile napoleonico, finisce per avere un alto valore simbolico, essendo il museo interessato da quella «rapina» il primo a costituirsi dopo l'unità d'Italia. Potrebbe essere uno degli ultimi atti dell'era Bondi - corta, incisiva e nefasta - prima che il ministro prenda il volo per coordinare le attività del Pdl. Dietro di sé, lascia in eredità ai posteri il direttore generale Mario Resca (esperto in hamburger e casinò) e probabilmente un'idea di trasformare i reperti in slot machine da far fruttare a ogni giro di manovella. Sull'uso di quelle manovelle si destreggerà, come ventilato, Quagliariello? Sicuro è invece che chi salirà al timone del dicastero dovrà farsi un viaggetto a Abu Dhabi. Certo, se l'arte deve fatalmente vagabondare per il mondo, Palazzo Chigi è una mèta meno impervia e più vicina degli Emirati...

Sulle varie questioni scoppiate intorno al caso «beni culturali», la cosa pià grave è che l'opposizione sembra essere entrata in stato confusionale. Se l'archeologo Andrea Carandini, un tempo spirito libero della sinistra, risponde sollecito alla chiamata di Bondi, non perde un minuto e corre ad occupare la poltrona ancora calda dell'(ex) amico Salvatore Settis al Consiglio superiore, dall'altra parte, la Regione Lazio «crolla» sul commissariamento dell'area archeologica romana e di Ostia, ritenuta da molti un nuovo «sacco di Roma».

Dopo una lotta quotidiana - fino a ieri mattina ancora in corso - condotta dall'assessora alla cultura Giulia Rodano contro l'emergenzialità che rischia di cancellare le figure dei soprintendenti (coadiuvata da Giovanna Melandri, responsabile cultura Pd e da Cecilia D'Elia, assessora alle politiche culturali della Provincia, pronte entrambe a non accettare la messa sotto «tutela politica» di insigni studiosi e esperti di settore), il presidente Piero Marrazzo ha pensato bene di sparigliare la sua stessa giunta - e quelle «amiche» - nel tardo pomeriggio. Con un lancio di agenzia ha fatto candidamente sapere a tutti di aver dato l'assenso al commissariamento, purché a tempo limitato e purché Bertolaso rispetti le regole, non spazzi via le competenze dei soprintendenti. Una scelta avvenuta dopo il pressing del decreto della protezione civile che paventa possibili crolli nell'area del Palatino, resi più concreti dalle abbondanti piogge della stagione. A ruota, si sono congratulati con Marrazzo il sottosegretario Giro, il sindaco Alemanno, l'assessore Croppi. La sua è una posizione «non ideologica», hanno detto. Resta il fatto che la Regione non ha poteri decisionali, elargisce solo pareri. Che bisogno c'era allora di srotolare quel tappeto rosso? «L'importante - afferma Giulia Rodano - è vigilare che non venga toccato l'equilibrio dei poteri sul territorio e che, surrettiziamente, il commissariamento non sia una consegna delle aree al Campidoglio». Infatti, il commissario esiste già e non è Bertolaso: si chiama Angelo Bottini, soprintendente statale.

Per i comitati è una doccia fredda: Il Tar ha detto no. Respinta la richiesta di sospensiva dei lavori per la base americana al Dal Molin. Tre le motivazioni: primo, la «insindacabilità» della decisione del governo; secondo, l'opera attiene «alle esigenze di difesa nazionale»; terzo, la base «al momento dell’avvio del procedimento» cioè «al 15 06 05» risultava sottoposta alla legislazione italiana in materia ambientale, che prevede deroghe alla Via nei casi, appunto, di opere per la difesa nazionale. La richiesta di stop ai lavori – avanzata da Legambiente, coordinamento comitati, Più Democrazia e con l'appoggio del Comune di Vicenza - era motivata con le ultime novità: l’inizio dei lavori, in una situazione di mancata Via e di assenza di un

progetto esecutivo.

«E’ allucinante: i giudici sono andati anche oltre le tesi dell’Avvocatura di Stato – è il commento a caldo di Giancarlo Albera del coordinamento dei comitati -. Affermano che il procedimento sia iniziato nel 2005, quando il Comipar diede il sì due anni dopo. Nel 2005 si parlava di una base ad est della pista, mentre ora i lavori sono iniziati ad ovest. E' tutta un'altra cosa». La contraddizione, secondo i comitati, è palese: «Il Tar nelle precedenti sentenze ha detto che non c'era un progetto definitivo, motivo per cui non si poteva pronunciare. Ora si pronuncia riferendosi a un fumoso “procedimento” di quattro anni fa. O è vera una cosa, o è vera l'altra – attacca Albera -. Non è finita. Mi consulterò con gli avvocati e con il Codacons».

Cinzia Bottene, consigliera comunale di Vicenza Libera, parla di «considerazioni non accettabili: non c'è nessun documento ufficiale che attesti che si tratti di opera nazionale. Poi parlano di insindacabilità della decisione politica, riferendosi alla sentenza del consiglio di Stato di ottobre che vietò il referendum. Nessuna decisione in democrazia è insindacabile». Nel futuro c'è un viaggio in terra americana: «In Italia i diritti della gente non trovano ascolto. Ci rivolgeremo alle autorità di Washington».

A Washington pensa anche Valentina Dovigo, presidente di Legambiente vicentina: «Se fossi Obama mi vergognerei di costruire una base militare in questo modo. Riescono a rigirare i regolamenti pur di giustificare l'assenza della Via, arrivando ai limiti dell'irrazionalità. E' uno schiaffo nei confronti di quello di buono che la cultura ambientalista ha aggiunto alla politica in tutti questi anni. Pensavamo che la compatibilità ambientale fosse un fattore acquisito, così come la cultura della legalità».

“Uscire dalla crisi” è la parola d’ordine. Anche a sinistra. E non è dubbio che tentare di contenere la catastrofe già dilagante di disoccupazione, precarietà, impoverimento crescente, sia il primo compito delle organizzazioni del lavoro. Ma forse, nel mentre stesso in cui doverosamente questo obiettivo viene perseguito al suo meglio, non sarebbe inutile considerare che tutto ciò significa anche (tentare di) ridare fiato e stabilità al capitalismo; edomandarsi se davvero meriti impegnarsi nel salvataggio del mondo così come oggi è.

Un mondo in cui l’1% della popolazione detiene il 50% della ricchezza prodotta. Un mondo in cui – dice la FAO – si produce cibo a sufficienza per sfamare tutti, ma ogni cinque minuti un bambino muore d’inedia. Un mondo altamente tecnologizzato, dove sarebbe possibile produrre il necessario e più con poche ore di lavoro al giorno, ma le industrie puntano a settimane di ottanta-novanta ore. Un mondo che usa la guerra non solo come normale mezzo di politica internazionale, ma come lo strumento più utile per rilanciare la produzione quando il Pil non cresce a dovere.

Un mondo che, d’altronde, è impossibile da difendere così com’è. Sono in molti a crederlo e a dirlo. Mi limito a citare due nomi, di persone molto diverse per formazione e storia. “Siamo di fronte a una crisi complessiva del meccanismo di accumulazione capitalistica,” scrive Paolo Ferrero (Liberazione 8 marzo). “La logica del capitalismo è l’accumulazione. La quale è per natura illimitata (…) una logica impossibile, quindi illogica” scrive Giorgio Ruffolo (La Repubblica 9 marzo). E tutt’e due vedono nell’accumulazione la causa della crisi ecologica planetaria.

E al proposito davvero riesce difficile capire il lungo disinteresse (appena mitigato oggi) delle sinistre per un fenomeno come questo, che ha finora registrato un saldo di tre milioni di morti e cinquanta milioni di profughi. Come se poi queste cifre non contassero in massima parte operai, contadini, pescatori, poveracci dei paesi più miserabili. Come se non fosse natura (minerale, vegetale, animale) tutto ciò su cui il lavoro esercita la sua fatica, la sua intelligenza, il suo sapere. Come se non fosse natura (minerale, vegetale, animale) tutto quanto viene trasformato dall’industria capitalistica nello sterminato universo delle merci. E dunque i limiti del mondo naturale, e la catastrofe planetaria che l’ignorare quei limiti ha causato, non gridassero l’urgenza di superare un impianto economico-sociale fondato sulla crescita illimitata, un sistema ormai senza futuro.

Non sarebbe questa la base da cui muovere per tornare a pensare una rivoluzione possibile? Per darsi un’idea portante, una strategia al cui interno situare e agire scelte politiche anche di breve termine e di portata locale, purché a quell’idea omogenee e funzionali? Non era così che lottavano le sinistre del passato, impegnandosi per singole rivendicazioni e insieme cantando per “l’internazionale futura umanità”? E non è stata proprio l’ampiezza di quell’assunto a consentire tante vittorie del lavoro? Una linea di largo respiro non sarebbe più che mai necessaria oggi, in un mondo globalizzato, mentre il capitalismo sta divorando la base stessa del proprio operare, vivendo una crisi non solo gravissima ma diversa da ogni altra? Trovarla non potrebbe di per sé favorire il superamento di quella animosità interna a tutte le sinistre, che induce risse continue e ripetute scissioni, incomprensibili a una base che c’è, vorrebbe esistere e agire, ma non vede come?

Il “come” è certo una difficoltà che può parere insormontabile. Ma forse no. E’ un grosso discorso, che vorrebbe ben più spazio di quanto sia qui concesso. Provo comunque a sintetizzare al massimo la riflessione che di recente ho cercato di mettere a punto, riassumendola in quattro “mosse”. 1) Tutto l’ambientalismo più qualificato afferma la necessità di tagliare il prodotto per tentare di scongiurare un degrado ecologico irrecuperabile. Non dice però cosa tagliare, da dove cominciare. Bisogna pensarci. 2) La produzione di armi rappresenta ufficialmente il 3,5 del Pil mondiale: una quota che, qualora gli umani smettessero di risolvere i loro guai uccidendo i propri simili, e di contare su questa attività per sostenere l’economia, garantirebbe a tutti noi una buona boccata d’aria pulita e un notevole risparmio di materie prime. 3) Tralasciando le mille possibili obiezioni, occorre porsi però una domanda ineludibile: come sistemare coloro (tanti) che lavorano nell’industria degli armamenti? Ma è facile replicare. Di taglio generalizzato dei tempi di lavoro a pari salario le sinistre discutono da alcuni decenni: dopotutto non sta scritto da nessuna parte, se non nella logica industriale-capitalistica che la gente debba spendere quasi metà della propria vita lavorando. 4) Altra inevitabile domanda: chi paga? Be’, in un mondo dove (lo notavo sopra) metà della ricchezza è in mano all’1% della popolazione, porsi la questione mi pare quasi sconveniente. Sbaglio?

Utopia. Spesso (non sempre) così vengono commentate queste mie riflessioni. Tralascio di citare i mille possibili esempi di cose di uso quotidiano che appunto solo utopie erano fino a tempi non lontanissimi. Trovo più utile ricordare che la Nasa dedica una parte non secondaria dei suoi programmi alla ricerca di un pianeta con caratteristiche simili a quelle della Terra. Scopo: trasferirvi cospicue quote di umani da impegnare in attività produttive di ogni sorta, e finalmente lassù trovare spazio, materie prime a volontà, e piena libertà di inquinamento, per un vero grande rilancio della crescita, che riduca la crisi a una pallida memoria. Utopia per utopia: quale vi pare meno impossibile?

ROMA - Slitta il via libera al piano straordinario per l’edilizia. Il governo continua a lavorare al provvedimento per stimolare il settore, ma oggi al Consiglio dei ministri comincia solo l’esame preliminare. I tempi di allungano, almeno di una settimana, rispetto a quanto aveva previsto il premier.

La "rivoluzione" voluta da Berlusconi come misura anti-crisi viene frenata da dubbi di carattere tecnico e dalle critiche degli alleati. Per la Lega la questione non è solo il nodo immigrati, ma anche l’impatto della riforma sul territorio. Il presidente dei deputati del Carroccio, Cota, ha chiesto al governo attenzione per l’ambiente: «Rappresenta un patrimonio della nostra gente e come tale va tutelato». An, invece, teme abusi nel settore dell’edilizia privata e rischi di "condoni mascherati". Questo avrebbe portato a modificare all’ultimo minuto uno dei punti più controversi della bozza del ddl: quello che puntava a introdurre una sorta di "sanatoria perenne" con l’unica condizione di non arrecare danno ai beni tutelati e non toccare immobili dichiarati monumento nazionale.

Dall’altra parte anche le Regioni aspettano di esaminare le norme quadro del governo e la bozza del testo che prevede l’intervento a sostegno del settore edilizio, che ha avuto il via libera solo dalla giunta regionale del Veneto.

Berlusconi avrebbe voluto accelerare e non nasconde che avrebbe ancora una volta preferito lo strumento del decreto legge: «Sarebbe stato più efficace, visto che abbiamo un sondaggio che rivela che il 50% delle famiglie vive in un bilocale e il 30% ha l’esigenza di dotarsi di una stanza in più».

Il progetto al momento resta lo stesso. Un testo base per l’intervento regionale che consente, a chi lo adotta, di ampliare le abitazioni private aumentando la cubatura fino al 20%, aggiungendo una o due stanze, sia nel caso di villette che di palazzi se si ottiene l’assenso dei condomini. E ancora: prevede la "rottamazione" degli edifici costruiti prima dell’89 che non abbiano standard qualitativi adeguati e la loro ricostruzione con un aumento della cubatura fino al 30%, e dà la possibilità ai Comuni di introdurre sconti fiscali.

Accanto a questo testo il governo continua a lavorare al un ddl che rivede la normativa statale in materia, mettendo mano al Testo Unico e al Codice per l’ambiente. Per il ministro per gli Affari regionali, Fitto, «è sbagliato esprimere un giudizio negativo a prescindere. Il governo si muoverà nel pieno rispetto delle norme costituzionali». Ma si allungano i tempi per il testo che punta a semplificare le procedure per ottenere le autorizzazioni nell’attività edilizia. Tra le novità, verrebbe abolito il permesso di costruire, sostituito con una certificazione di conformità firmata dal progettista, ampliato l’ambito di operatività dell’attività edilizia libera, introdotto il fascicolo di fabbricato per conoscere lo stato conservativo del patrimonio edilizio e provvedere alla individuazione delle situazioni di rischio. In forse invece l’inasprimento delle sanzioni per gli abusi in aree vincolate. Ieri, intanto, ultimo passaggio per il via libera ai 550 milioni del Piano nazionale di edilizia abitativa. Con la ratifica dell’accordo governo-Regioni che prevede lo sblocco immediato di 200 milioni e una tranche successiva di 350, per il sottosegretario alle Infrastrutture Mantovani il "piano casa" «entra in una fase operativa».

Era prevedibile che Soru potesse perderle le elezioni. Ma una sconfitta così pesante non era in conto. É stata sottovalutata l'onda del berlusconismo: la destra prevale tra i ceti tradizionalmente a destra e continua a fare presa su quelli popolari, fa man bassa di voti tra gli indecisi - quelli dell'ultima ora -, ed erode i bacini elettorali delle forze di sinistra.

Il successo di Berlusconi è favorito da PD e sinistra sfibrati, che sanno poco dell'elettorato dal quale non riescono a farsi capire. Questo vale anche in Sardegna a dispetto di chi si era illuso che il fiero popolo sardo fosse in parte immune dall' incantamento verso gli annunci di Berlusconi. Invece anche i sardi contano su di lui.

Berlusconi sa come colmare la distanza della politica dalla gente. E dispone di mezzi imponenti, usati ordinariamente per la propaganda dei suoi "valori" che si intensifica in ogni competizione elettorale. I suoi messaggi arrivano in ogni casa quando serve. Ogni sua mossa in Sardegna è andata in onda su televisioni molto compiacenti.

Ma vengo al punto: il tema del governo del territorio, indicato come prima causa della sconfitta. Occorre riconoscere in premessa il ritardo che su questo si registra da parte dei partiti del centrosinistra, dappertutto in Italia. Va avanti da anni: nei programmi scritti a Roma gli slogan rassicuranti (basta evocarlo "lo sviluppo sostenibile"!); in periferia si vedono ciclicamente i risvolti sciagurati quando si accondiscende oltre la soglia della decenza agli interessi dell'impresa.

In questo quadro scivoloso si è collocato il Ppr sardo, poco condiviso dagli alleati di Soru; sottoposto a continui attacchi è rimasto sostanzialmente indifeso. Una riforma innovativa è difficile che possa essere apprezzata da tutti ed è facile che susciti reazioni negative; e siccome nessuno si è speso per spiegarne i vantaggi, a parte il presidente e pochi altri, si sono evidenziati solo i difetti e prodotti numerosi travisamenti: a unire in un solo blocco speculatori, piccoli proprietari di aree, manovali. Si dirà che era difficile farsi capire, ma il consenso per le scelte di governo si determina solo se ci si impegna a sostenerle. Per questo servono i partiti. Altrimenti qualsiasi scelta si può ritorcere contro. Inammissibile, ad esempio, che il Piano sia diventato alibi per tutti - proprio tutti - i notori ritardi nell'esame di ogni pratica, tutto per colpa del Ppr di Soru.

La destra ha fatto la sua netta battaglia contro il Piano, e ha vinto perché ha offerto un progetto di governo del territorio marcatamente di destra (simile a quello patrocinato da Sarkozi in Corsica). Ha affermato con convinzione le sue tesi, e ha ottenuto consensi, pure tra quelli che non pensano esattamente che tutto il male stia nel Ppr. (Per questo aspettiamoci una linea cauta: ma una lastra di vetro si può rompere con un paio di colpi oppure si può abradere piano piano: tanti graffi la rendono opaca e comunque inservibile).

Alcuni candidati della coalizione di centrosinistra hanno affrontato la campagna elettorale assicurando la profonda revisione del mostro Ppr, gareggiando sul terreno dove la destra offre maggiori garanzie. D'altra parte autorevoli esponenti della coalizione per Soru erano i padri dei vecchi piani paesaggistici, annullati perché in contrasto con le leggi di tutela di allora. Potevano essere sostenitori convinti del nuovo corso?

C'è il capitolo degli errori di Soru su questo tema. Alcuni tattici e altri più strutturali. Nello sfondo la scelta di invadere, con un approccio estetico un po' aristocratico, gli spazi delle decisioni, anche quelli meno rilevanti (trascurabili nella economia dell'obiettivo: come la forma delle nuove espansioni urbane) e che sarebbe stato più opportuno lasciare interamente al libero arbitrio dei comuni, nel bene e nel male. Soprattutto non è stata buona la scelta del Consiglio Regionale di attribuire alla Giunta il potere di approvare il Ppr (quanto l' irrazionale tentativo di correggerla nella fase del completamento). Ciò ha reso lo strumento più debole, e ha consegnato al nuovo governo regionale la possibilità di fare tutte le varianti senza il dibattito consiliare, così che sarà molto attutito il clamore qualunque cosa accada.

C'è ora da vigilare, senza pregiudizi. Ma la recente irruzione di Berlusconi per liberalizzare l'edilizia - con un occhio di riguardo alla Sardegna - ci autorizza a pensare male e a temere che possa prevalere nella maggioranza una linea mirata a disarmare i pochi custodi di quanto resta del nostro paesaggio.

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