Berlusconi: "Via al piano edilizia"
ma molte Regioni dicono no
di Paola Coppola
Serve "per smuovere l’economia", per rimettere in moto l’edilizia "ferma e impastoiata da mille burocratismi". Darà "a chi ha una casa e nel frattempo ha ampliato la famiglia la possibilità di aggiungere una o due stanze". Senza rischi di abusi, garantisce Berlusconi. Il piano straordinario per l’edilizia si farà, e subito: alla prossima riunione del Consiglio dei ministri, "venerdì faremo il provvedimento", chiarisce il premier.
Per il ministro delle Infrastrutture Matteoli è possibile trovare punti di incontro sul provvedimento perché "è una necessità non solo delle Regioni di centrodestra ma di tutto il Paese". Giusto riparlare del piano per il leader leghista Bossi, che però frena: "Alcuni ci credono molto, io meno".
Ora toccherà alle Regioni valutare il documento, discusso con Veneto e Sardegna, e che potrebbe essere ripreso in gran parte dal governo con una norma nazionale da affiancare a quelle regionali. Il piano dà il via libera a un aumento delle cubature del patrimonio edilizio con la possibilità per le Regioni che lo accettano di ampliare gli edifici esistenti del 20%, di abbattere edifici realizzati prima del 1989 per ricostruirli, con il 30% di cubatura in più in base agli "odierni standard qualitativi, architettonici, energetici", di abolire il permesso di costruire e sostituirlo con una dichiarazione di conformità da parte del progettista.
Ma la maggioranza delle Regioni già frena sul testo che dovrebbe essere alla base della normativa che vuole rivoluzionare le norme su costruzioni e ristrutturazioni. Se il Veneto si candida a fare da apripista, e per il governatore Galan "non ci sarà alcuno scempio, ma si tratterà di operare sul patrimonio edilizio esistente", e la Sardegna è favorevole, l’Abruzzo è pronto a valutare il piano e la Sicilia lo "sposa pienamente", come dice l’assessore ai Lavori pubblici della giunta Lombardo, Gentile, ma molti governatori di centrosinistra sono perplessi perché temono soprattutto l’impatto ambientale.
È cauto il governatore lombardo Formigoni: "Tutto ciò che va nella direzione della sburocratizzazione e della accelerazione dei procedimenti normativi non può che essere positivo", dice. E precisa: "Studieremo il progetto con un atteggiamento di apertura, ma anche con prudenza, per ciò che può andare a discapito del territorio. Quello della Lombardia è già fortemente antropizzato". Frena anche l’assessore lombardo al Territorio, il leghista Boni: "Abbiamo approvato una legge che restringe i poteri dei Comuni per impedire di occupare nuovo suolo pubblico". Bocciatura dal Piemonte: "Discutibile la proposta di permettere di aumentare la cubatura nelle parti esterne, senza controlli: potrebbe provocare disastri nel patrimonio architettonico e nel paesaggio", dice Mercedes Bresso. In Piemonte una legge permette già di ampliare la cubatura per interventi di ecoedilizia e per le ristrutturazioni di mansarde e parti interne degli edifici. Il piano preoccupa il presidente della Regione Emilia Romagna, Errani; Martini lo bolla come "una proposta inaccettabile, costruita solo con alcune regioni, anziché attraverso un confronto con tutte". Anche in Toscana si possono ampliare le superfici abitative o installare impianti di energia rinnovabile "con i contributi regionali e senza far saltare leggi e regolamenti", dice il governatore. Per Marrazzo, governatore del Lazio, è "una forma surrettizia di condono". Rilanciare l’edilizia è un volano utile, ma bisogna ripartire da quella pubblica, dice Burlando, governatore della Liguria. Contraria la presidente della Regione Umbria, Lorenzetti, il governatore delle Marche, Spacca, chiede di "evitare la deregulation". E "no" anche da Campania, Puglia e Basilicata. Perplesso Loiero: "Si può raggiungere meglio l’obiettivo con incentivi reali come quelli che la Calabria ha messo a disposizione e senza cambiare le regole".
Ambientalisti sul piede di guerra
di Adriano Bonafede
La più dura è Legambiente, che in una nota scomoda addirittura il classico Mani sulla città di Francesco Rosi: "Sembra di tornare alla situazione descritta in quel film, al tempo in cui in barba a qualsiasi norma, Piano o Regolamento edilizio, negli anni '60 in Italia, speculatori senza scrupoli hanno potuto ampliare, demolire, ricostruire edifici brutti e insicuri". Secondo l'organizzazione di difesa dell'ambiente, "sono pagine di storia del nostro Paese che hanno fatto nascere edifici e periferie squallide, dove l'edilizia ha creato ricchezza solo per gli speculatori e case invivibili". Ha poi aggiunto Edoardo Zanchini, responsabile Urbanistica di Legambiente: "Pensare di premiare con il 20-30% di aumento di cubatura interventi che verrebbero realizzati in deroga a Piani urbanistici e regolamenti edilizi significa rendere più brutte e invivibili le città italiane e premiare gli speculatori".
Le preoccupazioni degli ambientalisti riecheggiano anche nel commento di Ermete Realacci, ora responsabile di queste tematiche per il Pd: "È indispensabile un forte rilancio dell'edilizia pubblica sia per l'uso abitativo che per quello scolastico. Ma le norme annunciate dal governo appaiono confuse e pericolose. La proposta di oggi sarebbe iniqua e devastante per l'equilibrio delle città, speriamo resti solo un annuncio come tanti altri".
Per Giovanna Melandri, responsabile Cultura del Pd, "l'Italia rischia di dare l'ultimo assalto alla propria bellezza e al proprio paesaggio, valori imprescindibili della nostra identità e del nostro futuro".
Da parte degli urbanisti, come si vede anche dagli articoli in pagina, si insiste sul fatto che con questa liberalizzazione il governo rinuncia sia al progetto iniziale che al controllo finale. Dice Daniel Modigliani, ex direttore del Piano Regolatore di Roma: "Il governo ha di fatto deciso di non volersi occupare della trasformazione edilizia delle aree metropolitane, nelle quali, peraltro, abita l'85 per cento della popolazione italiana. È quasi peggio di un condono edilizio: almeno quello riguarda soltanto gli edifici irregolari; in questo caso, invece, anche tutto ciò che è regolare".
Gli unici a vedere con favore il provvedimento "liberalizzatore" sono i costruttori, che si aspettano una nuova stagione di affari.
Fuksas:
"Un delirio che può accadere solo qui in Italia"
L’architetto Massimiliano Fuksas è categorico: "Non esiste nessun altro paese in cui si possa fare quello che il governo italiano sembra ora ipotizzare. In Francia, in Spagna, in Germania, paesi che conosco bene, c’è sempre la presentazione di un progetto e c’è un’autorizzazione. Qui invece c’è la resa totale dello Stato. È un delirio". Per Fuksas il governo, anche nel campo edilizio, ripropone una strada che ha già battuto in altri casi: "Il messaggio è chiaro: la burocrazia non è capace, quindi fate come credete. Così come si dice: fatevi le ronde perché la polizia non può farlo. Per uno come me, affezionato all’idea di Stato, c’è un senso di frustrazione". Un intervento sull’edilizia si può fare: "Ma ci vorrebbe un piano vero come il Piano Fanfani negli anni 50".
Cervellati:
"Sciagura che impoverisce tutto il Paese"
"Manca totalmente un progetto. C’è semmai un elemento di speculazione e di favore per chi ha già una casa, che può ampliarla. L’edilizia ha un valore ma andrebbe indirizzata verso determinate aree e problemi". L’urbanista Pier Luigi Cervellati è a dir poco allarmato. "Siamo di fronte a una forma di deregulation con il paravento del risparmio energetico. E poi, nessuno sa con quali parametri misuro questo risparmio: aumento la profondità dei muri? Lavoro all’interno? In Trentino Alto Adige sono stati identificati dei parametri. È evidente che il tutto andrebbe pianificato, studiato con obbiettivi molto precisi. Senza di ciò il progetto diventa una forma di speculazione che porta a un impoverimento del paese. Il liberismo nell’edilizia senza un’idea è una sciagura".
Secchi:
"Uno scandalo che farà scattare
la deregulation selvaggia"
"Questo progetto mi sembra veramente scandaloso". A parlare è l’architetto Bernardo Secchi, ordinario di Urbanistica all’Università di Venezia. "È vero che quando si adeguano gli edifici alle norme energetiche c’è bisogno di qualche metro quadro in più, ma tutto ciò non può essere lasciato all’iniziativa di chiunque". All’estero, aggiunge Secchi, si fanno sempre dei progetti di massima, "dove gli urbanisti dicono quali sono le performance che devono avere gli edifici (ad esempio in Francia ci sono le classi A,B,C, ecc). Soltanto all’interno di questi progetti possono intervenire i singoli". E poi non basta un’autocertificazione del progettista: "Certo che no. La certificazione deve essere fatta da un apposito ente, altrimenti è liberalizzazione selvaggia".
Buzzetti:
"Il progetto darà una spallata alla burocrazia"
"Comprendo le perplessità che alcuni hanno manifestato, ma confido nel fatto che alla fine il progetto del governo sarà più equilibrato di quanto non sia apparso finora". Chiedere a un costruttore cosa ne pensa di una norma che di fatto liberalizza e semplifica l’edilizia è come chiedere all’oste se il vino è buono. Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance, fa dunque il suo mestiere, ma si rende conto delle criticità: "Io credo che la norma che prevede l’abolizione dell’autorizzazione riguarderà solo gli interventi più piccoli, non i più grandi. In ogni caso da sempre i costruttori chiedono ai governi una semplificazione e una maggiore rapidità delle procedure. Questo provvedimento darà una spallata alla burocrazia".
Otto anni di boom edilizio ininterrotto
di Rosa Serrano
Quanto è cresciuto in questi anni il patrimonio abitativo italiano? Quanti metri cubi di cemento si sono posati uno sull’altro per venire incontro alla richiesta di case delle famiglie italiane? E soprattutto, questo bisogno è stato alla fine soddisfatto? Alla vigilia della nuova "rivoluzione del mattone" annunciata dal presidente del Consiglio, cerchiamo di dare qualche risposta, di diradare qualche dubbio. E come prima cosa, scopriamo che dal 2000 ad oggi il flusso di nuove abitazioni costruite ogni anno si è fatto via via sempre più impetuoso. Il dato ci viene fornito dal Cresme: nel 2000 erano 159 mila. Lo scorso anno quasi il doppio: 287.000 (che salgono a 323 mila se includiamo gli ampliamenti di edifici esistenti). Un balzo di oltre l’80 per cento, che sarebbe stato anche maggiore se nel 2008 non si fosse registrata una lieve flessione. L’Agenzia del territorio non fa che confermare questo boom pluriennale del mattone: tra il 2003 e il 2007 il patrimonio residenziale complessivo (cioè lo stock esistente) è salito da 28,8 milioni di abitazioni a 31,4: 2 milioni 600 mila in più. Metà di questo aumento è concentrato al Nord. Il resto se lo dividono Centro e Mezzogiorno con una prevalenza di quest’ultimo, dove lo stock è salito di 700 mila unità.
Malgrado l’ultimo rallentamento creato dalla crisi economica, si è tornati a costruire allo stesso ritmo degli anni ‘80, decennio che conobbe il primo grande condono edilizio, quello deciso da Bettino Craxi. Seguìto dalle due sanatorie di Berlusconi e dalla legge "padroni a casa propria", che oggi il premier vuole in qualche modo riprendere ed estendere dalle ristrutturazioni interne alle cubature esterne.
Di fronte a questo rinnovato e duraturo boom edilizio, ci si aspetterebbe di veder soddisfatta gran parte della fame di abitazioni delle famiglie italiane, ancora non proprietarie. Invece no. Sentiamo quello che ci dice l’associazione dei costruttori, l’Ance, in un suo report. Nel quadriennio 2003-2007 sono stati rilasciati permessi per costruire 1,2 milioni di alloggi a fronte di un fabbisogno abitativo proveniente da nuove famiglie di circa 1,5 milioni di case. Insomma, alla fine ci sono 78 abitazioni per 100 nuove famiglie. Cosa significa questo? Che bisogna costruire ancora di più? In realtà, finora si è costruito moltissimo per il mercato (sempre più ricco) e pochissimo per l’edilizia popolare. Al rilancio di quest’ultima ora punta il Piano Casa che il governo ha sbloccato ieri l’altro con le Regioni. Si cerca in altre parole di intercettare quelle fasce deboli di famiglie tagliate fuori in tutti questi anni dai prezzi inaccessibili e dalla stretta creditizia che ha drasticamente ridotto il ricorso ai mutui soprattutto da parte di giovani o immigrati. Ma tagliate fuori anche da una scarsa offerta di case in affitto a canoni possibili. Chi contesta, come gli ambientalisti, il ricorso a nuove costruzioni, ricorda a questo proposito il fenomeno delle case sfitte. Secondo una recentissima ricerca del Sunia, a Roma sono oltre 245.000 su 1,7 milioni di abitazioni; a Milano 81.000 su 1,6 milioni.
Oltre al piano di edilizia popolare che il governo cerca di legare a una maggiore offerta di affitti a basso prezzo, resta da capire se e in che misura la "liberalizzazione edilizia" che Berlusconi si appresta a presentare (con libertà di ampliare, di demolire e di ricostruire case) verrà incontro alle esigenze delle famiglie attraverso il recupero del patrimonio abitativo esistente, o se verrà utilizzato solo per nuove speculazioni edilizie.
Licenze edilizie, no della Puglia
di Giuliano Foschini
"Nessun aumento di cubature straordinarie. "Fin quando governeremo noi, operazioni scellerate come questa non saranno mai possibili". L’assessore regionale all’Urbanistica, Angela Barbanente, chiude le porte in faccia alla proposta di legge del governo Berlusconi che consentirebbe aumenti di cubature dal 20 al 35 per cento a tutte le strutture residenziali. "Non firmeremo mai quella convenzione - continua l’assessore che è anche docente al Politecnico di Bari in Pianificazione urbanistica - perché sarebbe come mandare all’aria decenni di studi, di dibattiti, di leggi e discussioni sulla pianificazione del territorio soltanto per soddisfare pericolosissimi appetiti speculativi. Questa manovra con lo sviluppo non ha nulla a che fare: è un’operazione che serve soltanto a sanare gli abusi, prima ancora che diventino tali, senza una verifica della sostenibilità ambientale e paesaggistica degli interventi".
"In questi anni - continua la Barbanente - la Regione ha dato in materia di urbanistica e quindi di tutela del territorio degli indirizzi ben precisi, puntando soprattutto sulla sostenibilità ambientale. La nostra linea di governo è questa, chiara e netta. Se qualcuno ha intenzione di portare avanti la politica dell´abuso e delle sanatorie, dovrà bussare ad altre porte".
La Barbanente è critica con Berlusconi anche sulla vicenda legata al piano casa. "Stanno cercando di fare propria - spiega – un’operazione voluta e finanziata del governo Prodi che loro avevano distrutto e che oggi è stata recuperata soltanto grazie alla strenua resistenza delle Regioni, comprese quelle di centrodestra. Oggi il governo ha sbloccato 200 milioni di euro, rispetto ai 550 iniziali, privilegiando i progetti cantierabili. Noi quindi dovremmo vederci finanziare tutti i nostri progetti da 36 milioni". Ma non è soltanto l’urbanistica il terreno di scontro tra il governo pugliese e quello nazionale. Ieri il presidente della Regione, Nichi Vendola, ha criticato duramente la spartizione dei fondi Cipe e Fas decisa venerdì dal consiglio dei ministri. "Dagli interventi del Governo - dice - sono scomparsi il piano per le bonifiche dei siti inquinati, comprese quelle per Brindisi e Taranto, i fondi Industria 2015, e gli interventi per le imprese. L’alta capacità ferroviaria Bari-Napoli è completamente assente mentre opere come la Maglie-Leuca ed il Nodo di Bari non rappresentano alcuna novità, essendo già state indicate dai piani del governo precedente".
Le Associazioni qui rappresentate hanno più volte denunciato il processo di manomissione, di cementificazione e di imbruttimento dei paesaggi italiani, pur in presenza di taluni atti (le demolizioni dell’ex Hotel Fuenti e di Punta Perotti, l’approvazione del Codice per i beni culturali e paesaggistici) che sembravano aprire una fase di rinnovata, consapevole e condivisa tutela di questo bene fondamentale. Esse rivolgono ora un pressante appello al governo, al parlamento, al presidente della Repubblica affinché il programma per l’edilizia enunciato non venga, anzitutto, approvato nella forma sbrigativa del decreto legge con cui si impone alle Camere di ratificare un provvedimento tanto complesso senza, di fatto, discuterlo. Mentre, trattandosi di principi fondamentali nella materia di governo del territorio (oggetto di legislazione concorrente di Stato e Regioni), si deve escludere che ricorra il caso straordinario di necessità ed urgenza che legittima il Governo all’assunzione di potestà legislativa. Tanto più se fossero previste modifiche peggiorative al Codice dei beni culturali e del paesaggio (in materia dunque che ha copertura nell’art. 9 della Costituzione) con la più volte annunciata esclusione della efficacia vincolante del parere rimesso alle Soprintendenze sugli interventi in aree vincolate.
Osserviamo nel merito che la semplificazione delle procedure edilizie non può spingersi fino all’abolizione del permesso di costruire (garanzia insopprimibile di legalità nell’edilizia) e alla sua sostituzione con una spicciativa autocertificazione del progettista, mentre agli uffici tecnici comunali sono date limitatissime facoltà di contestazione. Contro il principio costituzionale di buon andamento dell’amministrazione e in un evidente squilibrio di forze fra gli uffici comunali e chi rappresenta corposi interessi privati.
Molto rischioso, nella stessa direzione, anche l’ulteriore allargamento della già discutibile Dichiarazione Inizio Attività (DIA), nonché l’inclusione di ogni sorta di interventi fra le opere di “conservazione” e l’ammissione ai benefici della nuova legge dei Comuni ancora privi di strumenti urbanistici i quali semmai vanno, in vario modo, sollecitati a dotarsene. Mentre del tutto improponibile è la prevista assoluta liberalizzazione delle opere interrate, accessorie alla residenza, e nella elevatissima misura del 20 per cento del volume dei fabbricati esistenti, quando invece l’edificazione sotterranea esige rigorosi controlli di fattibilità e sicurezza e, specie nelle aree urbane storiche, verifiche preventive di compatibilità con la tutela archeologica. La quale va mantenuta salda e forte, in capo alle Soprintendenze e non disarticolata con continui commissariamenti (vedi Pompei, ed ora Roma, addirittura l’intera sua Provincia) per ragioni di “protezione civile” che svuotano le Soprintendenze stesse e rimandano nel mondo l’immagine di un’Italia disastrata.
La ristrutturazione e il recupero di fabbricati e la riqualificazione di interi quartieri semi-periferici e periferici precariamente edificati nell’ultimo dopoguerra possono essere attuati soltanto con piani pubblici, attenti e rigorosi, elaborati d’intesa fra Regioni e Comuni, col controllo degli organismi della tutela. Piani i quali tengano conto non del solo mercato ma di una domanda di alloggi popolari e sociali sin qui largamente insoddisfatta, con un intervento pubblico precipitato all’1 per cento.
Tali piani di recupero possono prevedere, in sede regionale, anche premi in cubatura ma non certo nella misura preventivata del 20 per cento. Allo stesso modo un premio generalizzato pari al 10 per cento non può venire regalato indiscriminatamente a chiunque voglia aggiungere altra edilizia nelle zone agricole già tanto invase e di per sé preziose come bene primario, con l’ulteriore effetto di grave alterazione nelle tipologie delle superstiti architetture rurali di tradizione.
Il Paese ha bisognodi una legge-quadro la quale ponga le Regioni in condizione di legiferare in modo snello e insieme rigoroso, valorizzando il paesaggio, i centri storici, i parchi nazionali e regionali (minacciati invece da nuove norme a favore della caccia e a danno dell’avifauna), riqualificando le nostre periferie, potenziando il trasporto locale su rotaia, dando risposte serie ad una nuova domanda di edilizia economica e sociale anche attraverso il recupero attento del patrimonio esistente ed evitando il più possibile ogni nuovo consumo di suoli liberi, agricoli e forestali. Che si stanno infatti diffusamente impoverendo, con danni irreversibili al bene primario del paesaggio: dalla collina veneta, all’Agro Romano (dove la superficie agro-forestale è stata più che dimezzata fra il 1961 e il 2000), alla costa siciliana.
Assotecnici, Ass. R. Bianchi Bandinelli, Comitato per la Bellezza, eddyburg, Italia Nostra, Legambiente
"Venerdì (in consiglio dei ministri, ndr) faremo il provvedimento" sul piano casa che avrà "effetti straordinari" sull’edilizia ma non permetterà abusi. Lo ha detto ieri Berlusconi passeggiando per Roma. Il piano straordinario per la casa allo studio da parte del governo servirà a "dare a chi ha una casa e nel frattempo ha ampliato la famiglia la possibilità di aggiungere una stanza, due stanze o dei bagni con servizi annessi alla villa esistente".
"Saranno le singole Regioni - ha aggiunto il premier - che dovranno valutarlo: serve per smuovere l'economia e in particolare l'edilizia da sempre ferma e impastoiata da mille burocratismi".
Ma non ci saranno rischi di abusi edilizi? "No - ha risposto Berlusconi - perchè tutto quello che si farà è in aderenza e in continuazione di case esistenti, quindi nelle zone previste dal piano regolatore e con una vidimazione sotto responsabilità dei progettisti". Quanto agli effetti che il piano avrà sull'economia e sull'edilizia, il Cavaliere è apparso ottimista: "A sentire i responsabili del settore e i costruttori potrà avere effetti straordinari". Il piano, anticipato ieri prevede nuovi alloggi per giovani coppie, anziani, immigrati regolari, studenti. Il piano, concordato con le Regioni, prevede 550 milioni per l'edilizia popolare. Le abitazioni saranno date in affitto con diritto di riscatto.
I primi interventi prevedono la costruzione di circa 5.000-6.000 alloggi. È previsto un aumento delle cubature, pari al 20%, delle costruzioni esistenti. E la possibilità di abbattere edifici vecchi (realizzati prima del 1989), non sottoposti a tutela, per costruirne nuovi con il 30% di cubatura in più. Questi interventi dovranno rispettare le norme sulla tutela dei beni culturali e paesaggistici e non potranno riguardare edifici abusivi. Sono previsti sconti fiscali.
Critiche da Pd e Legambiente. "Sembra di tornare alle "Mani sulla città" di Francesco Rosi, al ricordo di come, in barba a qualsiasi norma, Piano o Regolamento edilizio, negli anni '60 in Italia, speculatori senza scrupoli hanno potuto ampliare, demolire, ricostruire edifici brutti e insicuri". Lo afferma in una nota Legambiente. "Sono pagine di storia del nostro Paese che hanno fatto nascere edifici e periferie squallide, dove l'edilizia ha creato ricchezza solo per gli speculatori e case invivibili".
"Aggiungi una stanza a casa tua". Passeggiando per Roma il premier annuncia che venerdì il governo approverà il piano-casa. Si potrà "ampliare" l’abitazione di proprietà. Critiche da Pd
e Legambiente.
Il Presidente del Consiglio ha confermato il proposito di procedere con decreto-legge per l’approvazione del cosiddetto Piano Casa, benchè sia ben consapevole – più volte lo ha ripetuto – che il provvedimento attiene ad una materia, il governo del territorio, rimessa dalla Costituzione alla legislazione concorrente di Stato e Regioni.
La potestà legislativa dello Stato è quindi limitata – così vuole la Costituzione – alla determinazione dei principi fondamentali della materia. Intervento legislativo questo quanto mai complesso per la materia del governo del territorio e a questo adempimento non bastarono neppure le due precedenti legislature mentre la presente ha appena iniziato ad affrontare quel compito attivando al riguardo la competente commissione della Camera dei Deputati.
E se dunque si tratta di dettare, anche con il Piano Casa, principi fondamentali che dovranno indirizzare la produzione legislativa delle Regioni, non solo l’annunciato contenuto non pare che in concreto si mantenga entro quei limiti, ma innanzitutto non può per certo, come enunciazione di principi fondamentali di legislazione concorrente, costituire il caso straordinario di necessità ed urgenza che legittima l’assunzione di potestà legislativa da parte del governo.
Italia Nostra, che ha espresso radicale e motivato dissenso su una misura che esonera dalla responsabile pianificazione pubblica rilevanti trasformazioni urbane e territoriali, ritiene doveroso segnalare il proprio convincimento sulla pregiudiziale incompatibilità funzionale della legislazione di principi con la decretazione d’urgenza.
Intendiamoci: quello che sta per essere proposto dal governo è un vero e proprio condono, tra l’altro già noto ai bene informati, che consentirà di ampliare e sanare soprattutto migliaia di seconde case, che inciderà ancora una volta pesantemente sul territorio e che utilizza come misero pretesto il problema-casa e l´incapacità di redigere un vero piano-casa, come si fa dovunque nella lontana Europa. Approfittando del varo della legge per un vago stanziamento di fondi per l’edilizia popolare a favore di Regioni che, come quella campana, non sapranno nemmeno come utilizzarli, non avendo né piani né programmi credibili, il governo ci infila dentro le solite norme deregolative. Non è difficile immaginare i danni che questa operazione provocherà, soprattutto agli appetitosi paesaggi di pregio, stimolando, a breve termine, un sostanzioso giro di danaro, ma nessuna prospettiva di sviluppo duraturo.
Soprattutto, non è difficile immaginare gli effetti che questo quarto condono edilizio della storia repubblicana avrà sul fragile paesaggio campano e sull’ancor più fragile macchina amministrativa che dovrebbe gestirlo, sulla quale gravano ancora centinaia di migliaia di pratiche in attesa di essere evase. Di fronte a questa ennesima, certa, ondata predatoria, si potrà valutare ancora una volta l’atteggiamento che avranno i governi regionali, delegati, com’è noto, alla gestione della materia urbanistica. La Regione Campania, com’era inevitabile, già ai tempi dello scorso condono si è distinta per un comportamento elusivo e ai limiti del comico, approvando allora un provvedimento teso a ridurre i margini di manovra del condono un quarto d’ora dopo il tempo limite, per poi fare inutili ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, lasciando nell´incertezza migliaia di cittadini, ma soprattutto contribuendo, nei fatti, all´affamato sistema della macchina speculativa e criminale dell’edilizia campana.
La Campania resta la regione italiana delle finte tutele. Il caso della Penisola Sorrentina, consegnata alla speculazione edilizia a sfondo semi-abusivo e dove la sistematica distruzione di agrumeti e uliveti, per fare posto a enormi parcheggi e volumi interrati, è all’ordine del giorno e rimarrà come un marchio della gestione urbanistica del centrosinistra, soprattutto perché, nonostante le denuncie e nonostante siano chiari gli effetti di alcune leggi regionali (in particolare la 19/2001, fintamente modificata dalla 16/2004), non si prendono provvedimenti che invertano questa incredibile situazione. In confronto, i recenti episodi di abusivismo edilizio sulla collina di Camerota fanno sorridere, perché in un’area parimenti tutelata di quella del Cilento, la Penisola appunto, si sta consentendo di costruire gli stessi volumi ma, questa volta, sotto l’egida inconcepibile della Regione Campania.
Del resto la kafkiana resistenza dell’ecomostro di Alimuri è solo la punta di un iceberg di un sistema di tutele che evidentemente non funziona, o non è messo scientemente in condizioni di funzionare. Il resto lo fanno i sindaci, soprattutto quelli dei Comuni più piccoli, assetati di voti e dei soldi degli oneri concessori, i tecnici, pronti a firmare e giurare il falso, e le commissioni edilizie, organo di emanazione politica fatto di commistioni non chiare e conflitti di interessi plateali, di fatto abolite dal codice del paesaggio (codice Urbani-Rutelli), ma ovviamente prorogate chissà per quanto ancora dalla Regione. E il centrodestra che si vede all’orizzonte non pare proporre alternative credibili.
Il nostro paese, specie al Nord, ha scelto la strada della Metropoli diffusa senza alcuna qualità urbana senza alcuna coscienza di quanto si può guadagnare se si costruisce meglio
I decreti e le norme in un paese populista sono un´immagine fedele dell´idea che i governanti hanno dei cittadini ma anche di quella che i cittadini hanno di sé
Se passa la nuova legge nel paese del "fai da te"
di Franco La Cecla
Il piano del governo potrebbe risolversi in un ulteriore degrado del paesaggio, senza portare benefici. Ma alle famiglie italiane non dispiace la "deregulation edilizia"
Le leggi, i decreti legge, in un paese a regime populista come il nostro sono una fedele immagine dell’idea che i governanti hanno dei cittadini, ma anche, purtroppo, dell’idea che i cittadini hanno di sé stessi. La promessa legge sulla casa racconta un’Italia di abitanti del sotterfugio, un paesaggio di verandine e cantinette, di superfetazioni e solai sempre pronti a trasformarsi nella cameretta per i figlioli con lo stiracalzoni reguitti e la collezione di lattine di birra vuote. È una popolazione in perenne competizione con gli odiati vicini alla cui faccia si può aprire una finestra abusiva, sopraelevare un terrazzo, rubare aria, vista e metri cubi. Infatti la cosa più singolare della legge in cantiere è che solleverà una marea di contenziosi tra vicini, perché il fatidico 30% di cubatura in più sarà sì certificato dal geometra o dal giovane architetto disoccupato, ma non certo dal dirimpettaio. È una legge fatta per incrementare il lavoro degli avvocati. Non per dare una spinta al settore edilizio.
L’Italia si trova ad avere una enorme quantità di edifici mal costruiti da dopo la guerra ad oggi con materiali scadenti, una totale disconoscenza dell’economia energetica, una disastrosa collocazione: le periferie nate come una escrescenza mostruosa di un’idea della vita e della città mutuata dalla divisione tra sonno, lavoro, consumo ed una condanna della meravigliosa realtà dei nostri centri storici. Il nord soprattutto ha scelto la strada della metropoli diffusa senza nessuna qualità urbana e senza nessuna coscienza di quanto si può guadagnare e risparmiare se si costruisce meglio e con una idea di comunità. Lo scandalo di questa legge non consiste solo nella promessa di cementificazione, ma nel fatto che è una occasione perduta per dare lavoro e respiro all’unico vero settore che "tira" in Italia, le trentamila piccole imprese che si sono lanciate sulla strada della efficienza energetica grazie ad un decreto Bersani che qualche anno fa diede agevolazioni fino al 55% a chi si riconvertiva nell’immobiliare ad alta efficienza climatica.
Oggi in Italia c’è bisogno di demolire molto e di ricostruire con materiali e tecniche innovative. La provincia di Bolzano lo ha capito e offre un "premio" di 3,5 di cubatura % in più (non trenta!) a chi si fa una casa che rientri nelle alte graduatorie di efficienza energetica. Oggi il consumo energetico del nostro patrimonio immobiliare incide per il 40% dell’energia consumata in un anno nel paese. Perfino la nuclearista Francia a cui facciamo il favore di comprare una tecnologia datata, oggi ha provveduto ad avere il 23% dell’energia prodotta da vento, sole, fotovoltaico. Noi arriviamo appena sopra le decine. Obama ha investito 70 miliardi di dollari per la formazione di tecnici che controllino l’efficienza energetica delle nuove costruzioni. Da noi nemmeno una vaga idea nella formazione dei progettisti della importanza di questa competenza. I nostri architetti che si strappano le vesti contro questa legge qualche mese fa - su questo giornale - sostenevano che ci vogliono 3 milioni di nuovi vani per dare respiro all’edilizia. Da noi l’idea è che l’Italietta è fatta di scappatoie costruite da imprese più o meno legali e di fondo tutto l’immobiliare puzza di inciucio, laddove in altri paesi come la Spagna non si fanno progetti se non in una stretta trasparente collaborazione tra pubblico e privato, tra comuni, banche e real estate, i famosi project financing che qui sono solo serviti alle mangiatoie autostradali e lì hanno creato un sistema di "paradores", una fruizione del patrimonio monumentale e dell’ospitalità turistica correlata con soldi privati e controllo pubblico che ha dato frutti economici magnifici. Il problema è che il nostro paese è all’avanguardia solo nell’idea di cortile e di interesse privato e preferisce distruggere la propria ricchezza urbana e paesaggistica in nome di una logica di agenzia immobiliare: pochi, maledetti e subito. Nessuna proiezione nemmeno in avanti di cinque, dieci anni. È l’arraffa bavoso di chi dal governo ha creato delle xerox di sé in ogni padre di famiglia.
Perfino in paesi molto più indietro economicamente come la Grecia la superficie di fotovoltaico e pannelli è una cifra tre o quattro volte superiore alla nostra, 3 milioni e mezzo di metri quadri. Greenpeace Italia ha spiegato come da noi ci siano state energie, inventiva, un tessuto di piccole imprese diffuse che aveva scoperto nella edilizia "efficiente" un polmone di innovazione. Ma non sono state aiutate dalla incoerenza delle leggi, dalla mancanza di coraggio dei governi e adesso l’Italia è nel fanalino di coda di questo settore. Potremmo riprenderci perché comunque l’intero immobiliare è in fermento e nuovi materiali, nuove soluzioni possono essere adottate, ma si tratta di concepire un pensiero, di avere un’idea del tipo di città e di insediamenti che vogliamo. Gli architetti, come al solito stanno giocando a fare "i buoni" contro il governo cattivo e non sono come al solito capaci di un pensiero urbano innovativo. Il 30 per cento di cemento in più pesa sul nostro futuro perché da noi perfino l’idea di demolire lo Zen di Palermo è considerata uno scandalo, laddove oggi uno dei settori più trainanti dell’immobiliare è proprio quello delle demolizioni, ma razionali, energeticamente e ambientalmente controllate e con una idea di cosa farci di meglio. È probabile però che vinca il paesaggio populista, quello di una nuova Italia che ha bisogno di identificarsi nel balcone trasformato in verandina, e poi sublimato in stanza in più a gloria di futuri crolli sui vicini: peggio per loro!
Dove comanda il condominio
di Italo Insolera
Molte volte nella storia troviamo la parola "crisi" (e quasi sempre abbiamo paura di essere colpiti dalla "crisi più grave della storia"). Non sappiamo - per ora - come questa prima crisi del millennio uscirà dal confronto con le crisi del secolo scorso. In questo ci sono stati certamente due momenti di crisi insuperabili: la prima e la seconda Guerra Mondiale (1914-1919/1939-1945) quando l’unità di misura erano i morti.
Quelle guerre ebbero una pesantissima coda che vedeva in primo piano - soprattutto la Seconda - la crisi delle abitazioni. In Italia esisteva dall’inizio del XIX secolo una istituzione pubblica con lo scopo di far fronte appunto al problema della casa; l’Istituto Case Popolari; però alla fine del secondo conflitto si ritenne che l’Icp fosse insufficiente ad affrontare il pesantissimo problema della ricostruzione e si creò un istituto apposta, l’Ina-Casa.
Esso non fu certo organizzato come un ufficio tecnico di un ente assicurativo, ma come una originale e completa struttura incaricata dell’attuazione del "Piano Fanfani", dal nome del ministro dei Lavori Pubblici Amintore Fanfani (1908-1999). Questa complessa struttura mobilitò tutti i tanti neo-laureati, studenti, giovani ingegneri, architetti, geometri, impresari ecc., a dirigere i quali fu chiamato Arnaldo Foschini (1884-1968). Furono costruite case isolate nei piccoli centri e sorsero nelle grandi città i primi "quartieri" veramente moderni: a Torino, a Milano, a Bologna, a Firenze, a Genova, a Roma, e Napoli, a Palermo, ecc., offrendo standards tecnici fino ad allora impensabili per l’edilizia popolare. Le estreme periferie proposero ai cittadini uno "stile" inconfondibile che non si tardò a indicare appunto con il nome dell’Ina-Casa, realizzando contemporaneamente l’obiettivo della lotta alla disoccupazione edilizia e della ricostruzione post-bellica, utilizzando i fondi E.R.P. (European Reconstruction Program) e delle apposite trattenute su stipendi, salari e ogni altro compenso dei lavoratori.
Adesso, a mezzo secolo di distanza, quale insegnamento si può trarre da quella esperienza? La via che sembra indicata potrebbe intitolarsi "Via ventipercento". Non c’è nessun E.R.P., nessuna Ina-Casa come protagonista. L’immagine che si può prevedere è estremamente disordinata. Chi sopraeleverà un pezzo, chi occuperà un distacco, chi farà a destra il contrario di quello che un altro fa a sinistra. Salvo per qualche villetta, si può prevedere che saranno le "assemblee di condominio" a dirigere le trasformazioni urbanistiche!
Come è noto la formazione degli strumenti urbanistici, la loro attuazione, il loro controllo passano attraverso un iter amministrativo che nessuno rimpiangerà. Se ne prevede infatti la sostituzione con quella che potremmo chiamare "autoburocrazia" della perizia giurata e sostituzione dei progetti di architettura-ingegneria con i "più" e i "meno" dei documenti bancari. Nessuno di questi atti può garantirci il paesaggio urbano che ne deriverà; anzi.
Il "ventipercento" edilizio raramente costituirà un arricchimento effettivo e duraturo per il proprietario: infatti il valore totale del fabbricato è già stato certamente utilizzato alla sua costruzione e il 20% aggiunto adesso ha senso per portare via i soldi della banca, non per aggiungere metricubi. Ci sembra che ci sia un solo caso in cui è possibile pensare ad una trasformazione diversa ed è quello della demolizione totale e ricostruzione (che in questo caso può passare dal 20% al 30%); ossia attuare una operazione che trasforma il territorio, una operazione di urbanistica vera e propria.
La prigione degli italiani
di Francesco Merlo
In Italia ci vorrebbero due piani casa: uno di distruzione, l’altro di costruzione, perché l’architettura non è solo aggiungere ma anche sottrarre, non importa se con l’esplosivo purificatore o a colpi di piccone come si fece con il muro di Berlino. Si può dunque investire nella Santa Ruspa e far ripartire l’economia anche distruggendo le case brutte che hanno devastato l’Italia nelle periferie, nelle campagne, lungo le coste. E bisognerebbe distruggerle pur sapendo che in quegli orrori ci sono l’aria di casa e gli odori di casa, la casa dolce casa, la casa italiana da dove non si può scappare perché persino il marinaio che abita lo spazio aperto sogna, come Ulisse, di tornare a casa.
L’italo americano di John Fante addirittura vi torna solo per coricarsi nudo «in una specie di avvallamento che aveva la forma del corpo di mia madre». Ed è la stessa la casa ironica e calda con Brancati, malinconica e disperata con Vittorini, la casa del Nespolo, la casetta in Canadà. Nell’illusione fragilissima che fuori c’è il baccano e in casa ci sono le emozioni. E forse perché solo la casa in Italia garantisce la vita dopo la morte. La casa è l’appartenenza organica, etnica e tribale, la coincidenza tra il luogo d’origine e il luogo d’arrivo: patto d’amore, di fede e di soldi.
A simbolo e a fondamento del familismo italiano, non importa se industriale politico o criminale, c’è sempre la casa: Villar Perosa, Arcore o magari Corleone dove il reato dei figli e dei parenti di Totò Riina non ha bisogno d’essere provato. E infatti anche gli esterni vengono adottati, punciuti, accasati: la casa è già il reato e non esiste l’uomo senza limiti che non rincasa nel casotto, nel caseggiato e nel casamento dei pregiudizi, nella casamatta e nel casino.
È quasi tutto negativo l’universo semantico della parola casa, dalla casalina della serva alla moglie ridotta a casalinga, angelo del focolare che sente la casa come una disgrazia. E si va dalla casa chiusa della prostituta alla casa di custodia e poi di tolleranza, di piacere, di correzione, di salute, di pena, di reclusione, di cura.
E tuttavia la casa è il sogno ed il bisogno, e per l’Italia è stata la rinascita, la maniera di mutare in forza la tragedia dei bombardamenti. Ma la casa è stata anche, nell’Italia del benessere, l’assedio della bruttezza, la casa dei geometri e dei muratori con la complicità degli ingegneri che non misurano la Terra come voleva Platone, non hanno più nulla dei genieri del genio, di quei militari cioè che distruggevano e poi ricostruivano, ma in Italia si ingegnano soltanto ad aggirare le leggi per allargare, sopraelevare, condonare.
Non ci può più essere un piano-casa italiano senza una legge che promuova e protegga l’investimento estetico: non solo edifici che funzionano, ma anche edifici che affascinano, seducono, incantano. Non solo case sicure, a prova d’umidità, ma anche case belle, dentro e fuori, case per la poesia del ritorno. Anche se...
È vero che «bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse», ma noi siamo che certi che molto presto il povero Ulisse si sentì prigioniero della tela di Penelope in quella casa-reggia che finalmente lo proteggeva ma gli riduceva l’anima. E, se non ripartì per mare, certo sognò di farlo e di fuggire dalla casa ché sempre diventa casa di riposo e di ignavia. Ulisse capì subito che, al contrario di quel che aveva creduto sul mare, è in casa che ci si smarrisce, ed è fuori casa che ci si ritrova. A Itaca dunque si perdette, disperatamente rimpiangendo Circe, Polifemo, Nausica e la spiaggia dei Feaci.
Casa
di Italo Calvino
Alzare gli occhi dal libro (leggeva sempre in treno) e ritrovare pezzo per pezzo il paesaggio - il muro, il fico, la noria, le canne, la scogliera - le cose viste da sempre di cui soltanto ora, per esserne stato lontano, s’accorgeva. Sapeva già tutto a memoria: eppure continuava a cercare di far nuove scoperte, così di scappata, un occhio sul libro l’altro fuori dal finestrino, ed era ormai sempre una verifica di osservazioni, sempre le stesse.
Però ogni volta c’era qualcosa che gli interrompeva il piacere di quest’esercizio e lo faceva tornare alle righe del libro, un fastidio che non sapeva bene neanche lui. Erano le case: tutti questi nuovi fabbricati che tiravano su, casamenti cittadini di sei otto piani, a biancheggiare massicci come barriere di rincalzo al franante digradare della costa, affacciando più finestre e balconi che potevano verso mare.
Il testo del Sillabario di Italo Calvino è tratto da La speculazione edilizia (Mondadori). Franco La Cecla insegna Antropologia all’Università San Raffaele di Milano. Ha scritto Contro l’architettura (Bollati Boringhieri). Italo Insolera, urbanista, è autore del notissimo Roma moderna (Einaudi)
C'è chi la chiama legge anti-catapecchie, chi un rinnovamento edilizio stile Obama, cioè per promuovere l'utilizzo delle fonti di energia alternativa. Ma la rivoluzione annunciata da Silvio Berlusconi per l'edilizia, "un piano straordinario con effetti eccezionali sulla casa", dice il premier, promettendone l'approvazione al prossimo consiglio dei ministri, è anche qualcos'altro.
C'è un intervento di edilizia popolare con un piano da 550 milioni concordato con le regioni: le case saranno date in affitto a giovani coppie, anziani, studenti e immigrati regolari, con diritto di riscatto. Ma il grosso della manovra è un altro: il via libera a un sostanzioso aumento delle cubature di tutto il patrimonio edilizio esistente, una liberalizzazione spinta delle norme per costruire, un ritorno in alcuni casi al "ravvedimento operoso" dal sapore di condono. C'è un articolato, già discusso da Berlusconi con i governatori del Veneto, Giancarlo Galan, e della Sardegna, Ugo Cappellacci, che costituisce l'ossatura di quella "rivoluzione" annunciata ieri, che ha ottenuto già l'approvazione delle due Regioni. È probabile che al prossimo consiglio dei ministri il premier proponga un progetto molto simile a quello dei governatori.
Vediamolo questo progetto di stampo "federalista" che potrebbe essere ripreso in gran parte dal governo. Titolo: "Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per promuovere l'utilizzo di fonti di energia alternativa". Dà la possibilità alle Regioni che la accettino, di ampliare gli edifici esistenti del 20%, di abbattere edifici ( realizzati prima del 1989) per ricostruirli, con il 30% di cubatura in più, in base agli "odierni standard qualitativi, architettonici, energetici", di abolire il permesso di costruire per sostituirlo con una certificazione di conformità, giurata, da parte del progettista, di rendere più veloci e certe le procedure per le autorizzazioni paesaggistiche.
Il primo punto riguarda l'ampliamento degli edifici esistenti. I Comuni posso autorizzare, " in deroga ai regolamenti e ai piani regolatori" l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume, se gli edifici sono destinati ad uso residenziale, del 20% della superficie se sono destinati ad altri scopi. L'ampliamento deve essere eseguito vicino al fabbricato esistente. Se è giuridicamente o materialmente impossibile sarà un " corpo edilizio separato avente però carattere accessorio". In caso di edifici composti da più unità immobiliari l'ampliamento può essere chiesto anche da singoli separatamente.
Ma non basta. La Regione "promuove" la sostituzione e il rinnovamento del patrimonio mediante la demolizione e la ricostruzione degli edifici realizzati prima del 1989, che non siano ovviamente sottoposti a tutela, e che debbono essere adeguati agli odierni standard qualitativi, architettonici ed energetici. Anche qui i Comuni possono autorizzare l'abbattimento degli edifici ( in deroga ai piani regolatori) e ricostruirli anche su aree diverse ( purché destinate a questo scopo dai piani regolatori). Qui l'aumento di cubatura previsto è del 30% per gli edifici destinati a uso residenziale, e del 30% della superficie per quelli adibiti ad uso diverso. Se si utilizzano tecniche costruttive di bioedilizia o che prevedano il ricorso ad energie rinnovabili l'aumento della cubatura è del 35%.
Tutti questi interventi debbono rispettare le norme sulle distanze e quelle di tutela dei beni culturali e paesaggistici, non potranno riguardare edifici abusivi, o che sorgono su aree destinate ad uso pubblico o inedificabili, non potranno essere invocate per aprire grandi strutture di vendita, centri commerciali. Sono previsti sconti fiscali: il contributo di costruzione sugli ampliamenti sarà infatti ridotto del 20% in generale e del 60% se la casa è destinata a prima abitazione del richiedente o di uno suo parente entro il terzo grado.
Fin qui la legge che verrà proposta alle Regioni, che ha già la disponibilità di Veneto e Sardegna, anche se non c'è dubbio che, con Comuni assetati di quattrini e assediati dalla crisi economica, le adesioni saranno molte. C'è anche una ridefinizione delle sanzioni, solo amministrative nei casi più lievi e più severe se nel caso di beni protetti. E' previsto un ambiguo "ravvedimento operoso con conseguente diminuzione della pena e nei casi più lievi estinzione del reato", dal sapore di condono, e norme per semplificare le procedure riguardanti i permessi in materia ambientale e paesaggistica.
Berlusconi invecchia male. Povero di idee rispolvera a mezzo secolo di distanza il “rito ambrosiano”, che contribuì al disastro edilizio della sua città, Milano. Si costruiva in deroga: si tiravano su muri e pilastri, poi sarebbero arrivati un piano regolatore o una variante ad aggiustare le irregolarità. Mezzo secolo dopo e dopo decenni di gaia deregulation, non ci sarebbe neppure più bisogno di quello. Durante la sua passeggiata tra i commercianti radunati a Cernobbio, Berlusconi ha rilanciato la sua scoperta annunciando che il provvedimento è già pronto e che si andrà anche stavolta per decreto. Risoluto: «Ne parlerò martedì o mercoledì con il Capo dello Stato e pensiamo di portare il piano casa venerdì in Consiglio dei Ministri». Dove stia l’urgenza per ricorrere a un decreto non ha spiegato e francamente non si capisce. Non si vedono schiere di muratori al “pronti, via!”. Forse è solo paura: le proteste sono state tante. Anche se lui di coste cementate, di colline scavate, di città costruite tra un cortile e l’altro, non si preoccupa. Testuale: «Voi credete che imbarbariamo o cementifichiamo il Paese concedendo di aumentare la superficie abitativa del 30 per cento? Io credo di no». Ha chiarito: «Ho molta fiducia nel senso estetico degli italiani e nel senso di responsabilità dei professionisti che elaboreranno i progetti». Le prove alle nostre spalle sono inquietanti.
Bersaglio facile
Certo sulla casa è un gioco darsi alla demagogia e colpire nel segno e di demagogia lo ha accusato infatti il leader del centrosinistra, Dario Franceschini, che ha promesso vigilanza: «Valuteremo il piano in modo aperto, ma in base a quello che uscirà dal consiglio dei ministri, non in base alle battute di Berlusconi». Battute Berlusconi non se ne è risparmiate, utili ad arricchire la sua personalissima antologia. Ha spiegato ad esempio che in un primo momento Bossi s’era opposto perché temeva che il piano avrebbe favorito gli immigrati. Invece no e Bossi ha capito, adesso è entusiasta. Bossi ha capito che «questa misura è stata immaginata per andare incontro alle esigenze delle famiglie che abitano in case mono o bifamiliari e che hanno necessità di avere una o due stanze in più». Vedremo spuntare dai condomini della Comasina o del Testaccio, a funghetto, camere da letto, bagni e cucine. Vedremo soprattutto, e qui sta la furbizia del provvedimento, alzarsi mansarde e estendersi terrazze, secondo le esigenze delle famiglie, e di chi, soprattutto, costruttore o proprietario, ha i quattrini e qualche intenzione speculativa, più meno voluminosa. Il “pensierino” per le famiglie può valere migliaia di metri cubi per le immobiliari e sarebbe davvero il «far west edilizio», come ha vaticinato Grazia Francescato, portavoce dei Verdi. Il freno è nella crisi del mercato immobiliare.
Berlusconi, con l’aria severa, ha concesso una risposta di fretta a Emma Marcegaglia che l’aveva l’altro ieri sollecitato a far qualcosa di concreto per l’impresa: «Abbiamo dato soldi verissimi». E ha citato ancora i nove miliardi per gli ammortizzatori sociali, le auto, gli elettrodomestici, le banche. Ha promesso meno tasse alle famiglie «quando i conti lo consentiranno», perché come è noto, «il Pdl non accetta una società divisa tra ricchi e poveri». Ha corretto Maroni, sui prefetti retrocedendoli a a controllori di un comitato di vigilanti.
Davanti ai commercianti ha pure reinventato il ministero del Turismo, giusto per premiare la fedele Michela Brambilla, commerciante di via Montenapoleone. La Russa gli ha fatto presente che ci sono altri che premono: Urso, Castelli... Non ha deluso la platea chiudendo con una sparata internazionale, rivendicando la soluzione del conflitto Russia-Georgia: «Sono stato io a mandare Sarkozy da Putin».
Tutte le potentissime voci del partito del fare annunciano il piano casa del premier Silvio Berlusconi e del suo avvocato di fiducia Niccolò Ghedini. Si tratta, come dicono quelli che sanno di economia e di finanza, di una "deregulation", vale a dire di una liberazione dai lacci e lacciuoli che soffocano la libera iniziativa privata.
Per quel che ne so delle precedenti deregulation all’italiana esse non hanno vie di ritorno: se fanno dei guasti sono irreparabili.
Mi provo a ricordarne alcune. Nei lontani anni Sessanta come cronista feci un’inchiesta sulle vacanze dei milanesi, andai a vedere cosa facevano nel golfo del Tigullio e usai un neologismo che ebbe la consacrazione dei dizionari: "rapallizzazione". Per dire un’urbanizzazione senza regole e misura, banchi compatti di case e casoni che dal mare risalivano le valli e coprivano gli oliveti. L’inizio della distruzione delle due Ligurie di Levante e di Ponente lungo le quali oggi si corre su un’autostrada da cui il mare è invisibile tra cartelloni pubblicitari e antisuono. Un’altra esperienza di deregulation all’italiana la feci dopo l’alluvione del Polesine. Cercai di capire le cause e mi dissero che i corsi d’acqua, anche i più piccoli, devono avere la loro "fascia di pertinenza" o di "divagazione", ma che migliaia di sindaci democraticamente eletti, per guadagnare o conservare i consensi popolari, per non opporsi al partito del fare, avevano riempito di case e di fattorie le terre di esondanza fra gli argini e che il guasto era irreparabile perché nessuno era in grado di assumersi l’onere della distruzione delle costruzioni abusive.
Poi vennero gli anni del miracolo economico e della industrializzazione trionfante e andai a vederne gli effetti a Torino, dove per costruire fabbriche, magazzini, mercati, strade il terreno tra il Po e la Dora era stato coperto da uno strato impermeabile di cemento e asfalto, per cui l’acqua non scendeva nel terreno ma si riversava nei fiumi e, come nel gioco del domino, per cementificazioni successive si arrivava fino al mare in una catena inevitabile di sciagure.
Mi sono occupato del popolo del fare e della sua tendenza ad agire alle spalle della comunità quando il ministro Ruffolo cercò di dare il via alla bonifica della valle del Lambro e di altri fiumi e fiumiciattoli dove gli operosi imprenditori "deregolati" versavano i loro veleni. Ne ricordo uno ad Agrate Brianza che diceva di aver inventato il modo per ricavar benzina dai rifiuti industriali e invitava i giornalisti a visitare la sua fabbrica piena di alambicchi giganteschi. Poi si seppe che faceva i soldi liberandosi per conto dei fabbricanti della zona dei rifiuti versandoli nei canali d’irrigazione o in una cisterna che perdeva sugli asfalti stradali. Oggi nel bacino del Lambro l’inquinamento arriva a trentadue metri di profondità. Irrecuperabile.
Con l’odierna deregulation, ci informa il governo, «si semplifica l’attività edilizia con l’abolizione dei permessi di costruzione sostituiti da un certificato di costruzione firmato dal progettista, il quale, sotto la sua responsabilità, deve accertarsi della piena regolarità delle opere». Se abbiamo capito bene il rigoroso controllo dell’edilizia pubblica e privata verrebbe affidato proprio a chi è esposto alle tentazioni del facile guadagno e della corruzione, a chi in ogni occasione mostra la sua avversione per lo stato di diritto, per la giustizia eguale per tutti. A Berlusconi non si può disconoscere il coraggio dell’impudenza e il gusto della provocazione. Se non si possiedono come si fa decentemente a proporre un controllo dell’edilizia, cioè di una parte importantissima dell’economia, a un ceto dirigente che ha praticamente accettato le mafie come forma di governo? Come è possibile offrire il controllo della nostra economia, una sorta di autogoverno, a chi ogni settimana riempie le cronache criminali e giudiziarie: giudici che conducono una guerra per bande per assicurarsi il controllo di un palazzo di giustizia, professori universitari che violano le leggi per questioni di potere, operazioni di salute pubblica come lo sgombero dell’immondizia nelle grandi città possibili solo con la complicità della Camorra, ai prezzi che essa richiede. Interi governi regionali in Abruzzo, in Sicilia, in Calabria, nelle Puglie coinvolti nel malgoverno, uso demenziale del pubblico denaro per opere faraoniche come il ponte sullo stretto, o come la dissipazione senza fondo della Salerno-Reggio Calabria, il continuo rifacimento di opere sbagliate o di materiali scadenti. Un esercito di servi che nega il regime mentre lo serve, e le domande angosciose degli onesti: che ne sarà dei nostri figli in questo paese senza decenza e senza pudore?
Il piano casa come una sanatoria di fatto di tutte le violazioni passate, come premio ai disonesti. Dicono che gli italiani non abbiano il senso dello stato. E come potrebbero averlo se questi sono i governi?
La fondatezza dell’allarme lanciato da Italia Nostra è dunque dimostrata dalla resistenza che i colleghi di governo hanno opposto alla intenzione del Presidente del Consiglio di procedere, subito oggi, con un decreto-legge. Disegno di legge invece, che oggi il Consiglio dei Ministri inizia soltanto a discutere, perché evidentemente non ne sono convinti i ministri di Lega e AN, come riferisce la stampa.
Ma ancora si insiste per la soppressione del permesso di costruire come se potesse bastare la parola del progettista. Il principio di buon andamento della Amministrazione (art. 97 Costituzione) esige il controllo pubblico preventivo su ogni trasformazione urbana. Gli interventi edilizi in aumento sull’esistente sono affidati all’esclusiva iniziativa dei proprietari (e ammessi anche contro i vigenti piani regolatori) e dunque del tutto estranea alle preoccupazioni del Presidente del Consiglio l’esigenza di misure organiche di recupero delle zone della più degradata periferia attraverso una responsabile pubblica pianificazione.
Infine si dà per certa anche una modifica del Codice dei beni culturali e del paesaggio per escludere – ancora riferisce la stampa- ogni ipotesi di efficacia vincolante del parere delle soprintendenze sugli interventi in ambiti ambientali protetti. Insomma l’edilizia non solo contro l’urbanistica, ma pure contro il paesaggio che la Repubblica tutela per precetto dell’art. 9 della Costituzione. Conforta che la presentazione alle Camere del disegno di legge che il governo andrà ad approvare passerà alla verifica del Presidente della Repubblica.
Quando l’Italia uscì dalla seconda guerra era un paese in ginocchio. Insieme ad un’economia distrutta e a tante città rase al suolo da bombardamenti indiscriminati, c’erano milioni di persone che vivevano al limite della sussistenza in alloggi di fortuna, in grotte o tuguri. Nonostante l’urgenza di avviare in fretta la ricostruzione, il decreto legislativo del marzo 1945 avviò la stagione dei “piani di ricostruzione”, strumenti di governo che, seppure più semplici dei piani regolatori e con procedure di approvazione più veloci, tentavano comunque di disegnare un progetto condiviso.
Nel febbraio 1949, quando le condizioni strutturali erano mutate di poco rispetto a quattro anni prima, ed erano anzi anni in cui la popolazione cresceva vertiginosamente, si avviò il grande piano di realizzazione di alloggi pubblici dell’Ina casa. Migliaia di case realizzate in tutta Italia sulla base di programmi che prendevano a cuore l’esigenza sociale di costruire case a basso reddito.
Oggi il paese è infinitamente più ricco e appesantito dal diluvio di cemento che si è abbattuto nell’ultimo decennio del liberismo sfrenato. Sono stati costruiti mediamente 300.000 alloggi ogni anno. Abbiamo oltre 31 milioni di abitazioni, mentre la popolazione è stabile da oltre un decennio. Il mercato edilizio è fermo perché ci sono molte case invendute. In Spagna, dove la crisi edilizia è più acuta che da noi, si è varato un piano di acquisizioni pubbliche delle case invendute. In questa Italia ricca e ubriaca di cemento, i “furbi del quartierino” che ci governano vogliono dare un aumento indiscriminato a tutti, senza quella mediazione rappresentata dai piani urbanistici che, come noto, cercano faticosamente di armonizzare esigenze individuali con il diritto di tutti di avere città belle e vivibili.
In tempi di emergenza e di bisogni estremi, chi aveva responsabilità di governo e l’intera comunità ebbero la maturità di accettare le regole fondamentali di una civile convivenza. Non sono mancati abusi in quel periodo. Ma c’era un sentire comune che sembra scomparso. Oggi non si può neppure tentare di rintracciare gli elementi che legano la comunità. Ciò che conta è l’interesse privato, la visione di corto respiro, l’egoismo proprietario. Un brutto segnale, davvero.
Anche perché costruito su motivazioni truffaldine. Si dice che l’edilizia non può svolgere il suo ruolo salvifico perché la burocrazia pubblica strangola i virtuosi imprenditori e i loro tecnici. Un argomento grottesco nei tempi attuali segnati dalla più grave crisi economica della storia moderna, causata proprio dall’avidità di un mercato senza regole. Ancor più grottesca, perché assolutamente falsa: in questi anni, come dicevamo, si è costruito tantissimo.
Ma il governo ha trovato la ricetta giusta: bisogna costruire ancora “ per dare stanze a figli e nipoti nelle ville di famiglia”. Ha detto proprio così, Berlusconi: nelle ville. Come dicono tutti gli istituti di ricerca seri, da Nomisma al Cresme, questi anni di cemento selvaggio non hanno risolto il problema della casa perché non si è realizzato nessun alloggio pubblico. Solo edilizia privata, troppo costosa per le famiglie più povere.
Regalare il 30 o il 35% della cubatura esistente ai privati servirà dunque a incrementare il reddito dei proprietari, ma non servirà per dare soluzione al problema casa. Sul fatto che servirà a rilanciare il mercato, i maggiori economisti hanno seri dubbi, proprio perché siamo in un periodo di eccesso di offerta. E allora perché il governo ha ipotizzato e tanto sapientemente enfatizzato l’intervento sul mercato edilizio? Per due buoni motivi.
Il primo è quello che accennavamo prima. Dare il colpo di grazia a quel poco che resta della funzione pubblica in materia di governo del territorio. Le soprintendenze di Stato ridotte nelle prerogative, nelle risorse economiche e nel personale; le Regioni ormai derubricate da enti di programmazione a funzioni di routine. Ora tocca ai poteri di controllo dei comuni. In nessun altro paese del mondo occidentale verrebbe in mente di affidare la bellezza delle città a perizie giurate di tecnici pagati dai volgari speculatori che governano l’economia del mattone. Nell’Italia di Berlusconi, sì. Era proprio questo, del resto, il punto su cui si soffermava entusiasta il presidente dei costruttori nazionali, tal Paolo Buzzetti, che passerà alla storia per aver sperimentato a Roma e diffuso in tutta Italia il grimaldello dell’accordo di programma.
Il secondo punto è che dopo che si sarà diradato il fumo dell’effetto annuncio, si vedrà che qualcuno ci guadagna. E molto. Facciamo tre esempi, confortati dal fatto che per testare il provvedimento hanno fatto da cavia i presidenti delle regioni Veneto e Sardegna.
Il Veneto perché è la patria del paesaggio dei capannoni vuoti. Una quantità impressionante di contenitori prima utilizzati come piccole fabbriche, magazzini o per attività commerciali oggi desolatamente vuoti. Di proprietà di gruppi sociali che ha votato per il centro destra e attendeva il regalo: 30-35% di incremento di superficie e (vedrete che sarà così) la possibilità di riconvertire in residenze. Per capire di cosa parliamo, si pensi che un normale capannone ha superfici di 5 o 6.000 metri quadrati. Un regalo di 2.000 metri quadrati da costruire. Milioni di rendita!
La Sardegna ha luoghi di bellezza sublime occupati da caserme o da ex strutture minerarie. Mentre Tremonti venderà per fare cassa, Berlusconi regala rendita. Ai privati, naturalmente, e anche in questo caso si tratta di migliaia di metri cubi che, dato il contesto, serviranno a devastare quanto resta del paesaggio.
I proprietari di grandi compendi immobiliari e delle ville “ stile cafone” tanto di moda, infine. Anche in questo caso migliaia di metri cubi regalati. Milioni di euro che andranno a ingrassare i pingui detentori di incalcolabili rendite. Altro che le stanzette per le famiglie modeste, il governo pensa al proprio elettorato di riferimento.
E allora tutto è perduto? Macchè, le contraddizioni sommergeranno il governo: basterebbe avviare una grande offensiva culturale. Insieme ai soliti noti vincitori della tombola ci sarà chi ci rimette. Tutti i cittadini che vedranno diventare più brutte le città. Perché nelle zone a bassa densità, si aprirà la cementificazione selvaggia. Perché nelle zone paesaggisticamente sensibili si compiranno intollerabili manomissioni.
Ma saranno danneggiati anche i singoli proprietari che per loro sventura si troveranno vicini a chi trarrà vantaggio dallo sciagurato provvedimento. Il proprietario di un vecchio villino di periferia urbana che vedrà sorgere nel lotto vicino una palazzina e vedrà la sua casa deprezzarsi in modo irreversibile. I proprietari delle ordinate periferie urbane, penso a Torino o alle belle città della via Emilia che a fianco o sul lato opposto della strada vedranno sorgere mostri di cemento. Anche loro ne riceveranno un danno patrimoniale. Allora una modesta proposta. Perché la sinistra esangue invece di restare irretita dal mago di Arcella e Arcore, non interpreta i sentimenti della maggioranza dei cittadini? Che chiedono soltanto di trovare qualcuno che abbia la capacità di delineare un’uscita dalla crisi che conservi i nostri tesori, le città e il paesaggio, e non aumenti le disuguaglianze.
In 5 anni già dati permessi per 94 milioni di metri cubi. Negli anni Ottanta si costruivano 10 milioni di metri cubi di capannoni, saliti fino a 38 milioni nel 2002
MILANO — Tirar su l'equivalente d'una palazzina di tre piani alta dieci metri, larga 10 e lunga 1.800 chilometri può davvero rilanciare l'Italia «nel pieno rispetto dell'ambiente », come dice Claudio Scajola? In un paese dove solo lo 0,97% degli abusi «non sanabili» è stato demolito? Auguri. Tanto più che una regione simbolo qual è il Veneto, stando a uno studio universitario, ha già oggi tante abitazioni e cantieri aperti da soddisfare la domanda di case, onda immigratoria compresa, fino al 2022. Se poi dovesse calare l'immigrazione, fino al 2034. Quando l'oggi giovanissimo Pato sarà già in marcia verso la cinquantina.
Prendiamo la tabella dei metri quadri a disposizione oggi degli europei. Ogni italiano ha in questo momento 36,3 metri quadri di casa. Cioè quasi il doppio di un ceco o di un ungherese, più o meno quanto un francese o uno spagnolo (che vivono in territori enormemente più vasti), un po' più di un greco o di un belga. Davanti a noi stanno più comodi i tedeschi (41,3 metri quadrati a testa), gli svedesi (43,6) gli olandesi (48,3), gli austriaci (50,4), i danesi (53) e gli inarrivabili abitanti del Lussemburgo, uno staterello urbanizzato che svetta con 62,7 metri pro capite, ma per la particolarità e dimensione non andrebbe manco messo nel mazzo.
Si dirà: «Visto? Siamo nella media». Vero. Tutti gli europei che hanno case più grandi, però, hanno due caratteristiche. O godono di spazi molto maggiori dei nostri, come gli austriaci che hanno il doppio di territorio pro capite di noi o gli svedesi che ne hanno quasi il decuplo. Oppure, a differenza di noi che abbiamo il 33% della superficie montagnosa e forestale, vivono in territori molto più pianeggianti, quali i tedeschi, gli olandesi o i danesi, il cui cucuzzolo più alto, il Moellehoi, svetta a 170 metri e 86 centimetri sul livello del mare.
Per capire quanto pesino queste differenze basta rileggere gli atti di un seminario di qualche anno fa promosso tra gli altri dalla allora presidente provinciale leghista Manuela Dal Lago sul consumo del suolo in una delle province forti dell'Italia, Vicenza. Seminario dal quale emerse che l'uomo, in tutta la sua storia, aveva occupato dall'età della pietra ai primi anni Cinquanta 8.674 ettari. Per poi occuparne, nell'ultimo mezzo secolo, molto più del doppio: 19.463.
Una colata di cemento che ha stravolto la campagna descritta da Goffredo Parise e Luigi Meneghello fino al punto che il calcolo della «impronta ecologica» (un indice che attraverso sistemi complessi misura il livello dei nostri consumi) ogni vicentino si ritrova oggi a disporre di poco più di tremila metri quadri di territorio, ma ne consuma per 39.000. Una scelta obbligata per uscire da secoli di fame, miseria, emigrazione? In parte, se è vero che nella seconda metà del Novecento l'aumento della popolazione non ha superato il 32% e la superficie urbanizzata è aumentata dieci volte di più: 324%.
Un'accelerazione spettacolare, ma accompagnata da contraccolpi sul paesaggio, sull'inquinamento, sulla viabilità. E addirittura accentuata nell'ultimo decennio del Novecento con un aumento della popolazione del 3% (52 mila abitanti in più dei quali 37 mila immigrati) e un'impennata dell'edilizia abitativa del 13%. Per non dire della parallela impennata industriale che, seminando dubbi perfino fra i più eccitati esaltatori del mitico Nordest, portò a un dato paradossale: ogni neonato vicentino arrivato nel decennio si ritrovava in dote un blocco di 3.718 metri cubi di calcestruzzo. Il tutto distribuito non uniformemente, ma quasi sempre in pianura. Esattamente come nel resto del Veneto dove, tolti quelli di montagna e larga parte di quelli collinari, i 444 comuni adagiati nell'ormai ex campagna hanno quattro o cinque aree industriali ciascuno se non, in certi casi, otto o nove.
Il prezzo? Elevatissimo, rispondono gli esperti: ogni miliardo di euro di crescita reale in più sarebbe costato un consumo di mille ettari di campagna. Il che significherebbe, appunto, che se avesse ragione il ministro Scajola a sostenere che il «piano casa» può mettere in moto 60 miliardi di euro, questo porterebbe a occupare come minimo 60 mila ettari di territorio con l'equivalente in cemento d'un mostro come quello calcolato all'inizio.
Ne vale la pena? Mah... Una ricerca di Tiziano Tempesta, ordinario del Dipartimento Territorio dell'Università di Padova, lascia qualche perplessità. Almeno nel Veneto. E non solo sul piano dell'ambiente, del paesaggio, delle margherite e delle violette. Spiega il professore che non solo una nuova colata di cemento rischia di dare il colpo di grazia a una pianura dove negli anni Ottanta si costruivano mediamente 10 milioni di metri cubi di capannoni l'anno saliti via via fino a una mostruosa quota di 38 milioni nel 2002, tirati su spesso solo per approfittare della Tremonti Bis e oggi malinconicamente vuoti. Ma che la case a disposizione sono già più che abbondanti.
Se è vero che lo standard di riferimento per ogni programmazione di questi anni è stato di 120 metri cubi per abitante (cioè 40 metri quadri: quattro più dell'attuale media nazionale), «tra 2001 e 2006 sono state rilasciate concessioni edilizie per nuove abitazioni o ampliamenti per un volume pari a 94,6 milioni di metri cubi» contro un aumento della popolazione intorno all'1% l'anno. Risultato: sono già state costruite in questi anni «abitazioni sufficienti a dare alloggio a circa 788.000 persone». Il triplo delle 243.000 in più (in buona parte straniere) registrate. Morale: se anche proseguissero (difficile, di questi tempi) gli «elevatissimi tassi d'immigrazione degli ultimi anni, le concessioni edilizie» già rilasciate saranno «sufficienti a soddisfare la domanda di case per i prossimi 13 anni». Con un tasso immigratorio ridotto a quello (che già era alto) degli anni Novanta, basterebbero per altri 25. Fino, appunto, al lontano 2034. Non basta. Nello studio di Tempesta si sottolinea una contraddizione che farà drizzare le orecchie a diversi: negli ultimi anni di risacca segnati da un calo del manifatturiero del 5,6%, «uno dei motori dell'immigrazione è stato il boom edilizio: il 65% dei nuovi posti di lavoro creati nel Veneto dal 2001 al 2006 ha riguardato il settore delle costruzioni». Non basta ancora: «Analizzando i dati Istat sul rilascio di concessioni edilizie e sul valore aggiunto del settore costruzioni, si può stimare che nel Veneto, per aumentare dell'1% il prodotto interno lordo, sia necessario realizzare ogni anno non meno di 6,5 milioni di metri cubi di abitazioni, pari a una capacità insediativa aggiuntiva di circa 55.000 abitanti». Irreale, secondo i demografi. Tanto più se qualcuno puntasse a 55 mila neonati di «pura razza Piave».
E allora? Allora «non sembra plausibile che, in una situazione di crisi del credito e di eccesso di offerta di abitazioni » la faccenda possa tradursi davvero in un affare.
Se poi ci mettiamo anche le ferite che rischiano di essere inferte al patrimonio artistico e monumentale che è il tesoro dell'Italia...
Berlusconi ha spiazzato tutti. Forse non ero il solo, in queste settimane d’angoscia, a ricordare Enrico Berlinguer e il suo discorso sull’austerità, al tempo della crisi energetica degli anni Settanta, quando repentinamente tramontarono le illusioni di uno sviluppo economico illimitato basato sul petrolio a basso costo. Penso che in molti abbiamo pensato di riprendere il tema dell’austerità, rassicurati dal fatto che il più grande paese capitalistico del mondo e della storia percorreva anch’esso strade inaspettate, varando misure a favore della riconversione sostenibile dell’economia, della cultura, della ricerca scientifica, dell’istruzione e della sanità pubblica. Invece, improvvisamente, il nostro presidente del consiglio, con il suo forsennato rilancio della speculazione fondiaria come misura risolutiva per uscire dalla crisi, ci ha brutalmente ricondotti nello squallore terra-terra della nostra realtà.
L'aspetto più preoccupante è che l’azione governativa solletica egoismi profondi e diffusi del popolo italiano, soprattutto nel Mezzogiorno. Il piano casa è un paravento. La realtà è un'esasperazione della linea "padroni in casa propria", quella stessa linea che aveva accompagnato gli sciagurati condoni edilizi degli anni passati. Altro che austerità, altro che rilancio della cultura e della solidarietà. Se non ci mobilitiamo con coraggio e determinazione, la crisi economica si svilupperà in un paesaggio di scempi e di sperpero di denaro pubblico.
L'articolo è stato scritto per la rivista settimanale online Nuova Società, diretta da Diego Novelli
Scaricate qui sotto il testo in formato .pdf
Beffa dell’ICI e cemento
di Giovanni Maria Bellu
Quando ieri ci è arrivato il testo del «piano casa», abbiamo cominciato a leggerlo con la convinzione che alcune delle funebri previsioni fatte nei giorni scorsi, dopo l’euforica anticipazione che ne fece il premier, sarebbero state smentite o quantomeno ridimensionate. Berlusconi forse aveva un po' esagerato per colpire la platea e diffondere un po' di «ottimismo» almeno tra gli speculatori edilizi. Ahìnoi, c'eravamo sbagliati: il testo che oggi sarà esaminato dal governo, come ci racconta Roberto Rossi, non solo prevede che per aumentare le volumetrie basti una «autocertificazione», e non solo include tra gli immobili «ampliabili» quelli che hanno beneficiato dei precedenti condoni, ma contiene una serie di suggerimenti pratici per realizzare abusi ulteriori. Nasce la categoria delle opere «caratterizzate da precarietà strutturale dirette a esigenze contingenti e temporanee» che potranno essere costruite ad libitum con l'unico obbligo di smontarle «al cessare della necessità». Che sarà stabilito dal proprietario. Non sembra vero.
Ma attenzione: gli speculatori non esultino, né gli ambientalisti si disperino. Ieri (l'articolo di Chiara Affronte è a pagina 6) abbiamo scoperto che il governo è capace di ravvedersi. Sono mesi che denunciamo i danni provocati alle casse pubbliche dalla dissennata trovata propagandistica del taglio generalizzato dell'Ici sulla prima casa. Bene, i tecnici di Tremonti hanno fatto sapere ai comuni che una serie di cittadini che credevano di essere stati esentati in realtà dovevano pagare. Si tratta di decine di migliaia di persone per un totale di oltre 400 milioni di euro. Un abbaglio collettivo? No: è semplicemente successo che il governo ha diffuso una circolare dove interpreta in modo restrittivo il taglio. In effetti è passato quasi un anno dalle elezioni.
Consulteremo uno specialista della scienza dei numeri. Questa cifra - 400 milioni - ricorre troppo spesso per non avere un significato: corrisponde al costo della decisione di non effettuare l'election day; è quasi identica a quella che si riuscirebbe a raccogliere se fosse applicata la tassa di solidarietà proposta dal Partito democratico e ieri respinta - assieme a tutte le richieste di fare qualcosa per i ceti più deboli - dalla maggioranza. Ecco un'idea per Umberto Bossi che, unico tra i suoi alleati, si è mostrato sensibile all'idea di dare un sostegno alle persone che si trovano senza lavoro e che non godono di alcun tipo di tutela: dica sì all'election day e i soldi arriveranno in un istante. Peccato che sia proprio lui il più fiero oppositore del referendum elettorale. Il fatto è che non si può pretendere coerenza dall'astuzia.
Dunque il denaro andrà cercato altrove. Ma dove? Le entrate fiscali, come spiega Guglielmo Epifani nell'intervista con Oreste Pivetta, crescono solo perché i dipendenti pagano le tasse. In attesa di farle pagare a tutti, si potrebbe chiedere uno sforzo ai più abbienti. Un'aliquota, transitoria, più alta per recuperare un miliardo e mezzo di reddito aggiuntivo da destinare ai diseredati. «Sarebbe una dimostrazione di cultura civile», dice il leader della Cgil. Ecco, la cultura civile, appunto.
Libertà di abuso per legge
Ecco il piano casa del governo
di Roberto Rossi
Oggi nel Consiglio dei ministri il piano casa targato Silvio Berlusconi. Esclusione di vincoli paesaggistici, deroghe alle concessioni edilizie, cancellazioni dei limiti dell’abuso, tra le principali novità.
Il concetto è semplice, la sua applicazione pure. Il concetto, che Silvio Berlusconi ama sempre ripetere, è questo: «ciascuno è padrone a casa sua». La sua applicazione è, invece, il “Piano casa” che il governo ha preparato e che oggi sarà visionato preliminarmente nel Consiglio dei ministri per essere poi discusso la prossima settimana. Un piano che abbatte i vincoli paesaggistici, che impone deroghe alle concessioni edilizie, che riscrive i limiti dell’abuso e che, se approvato, ridisegnerà per sempre il paesaggio italiano.
Il documento in discussione, che l’Unità ha visionato, parte dalla riscrittura delle regole per la costruzione di nuovi edifici e per la loro conservazione. Ad esempio, l’articolo 3, fatta salva la diversa previsione regionale, permette interventi di ampliamento della propria abitazione «del 20% dei volumi e delle superfici principali». La norma è estesa anche a quegli edifici abusivi ma che hanno usufruito della sanatoria. Sono ammessi, inoltre, interventi di conservazione talmente ampi che si può anche, in teoria, abbattere e ricostruire l’edificio mantenendo le stesse volumetrie e la sagoma originaria.
Ma è in campagna che la cementificazione sarà maggiore. In generale il testo, che con tutta probabilità sarà trasformato in un disegno di legge e non in un decreto legge, non riconosce più il limite, molto rigido, di 0,03 metri cubi per metro quadro. L’unico limite che è concesso è quello di non oltrepassare l’ampliamento del 10% dei volumi e delle superfici. Il che garantisce la costruzione di piccole dependance in un territorio come quello italiano che per il 47% è vincolato.
Il limite vale solo per le costruzioni in muratura, tra l’altro. Perché il documento prevede anche l’«attività edilizia libera», non assoggettata cioè a divieti. Che tipo di attività? «Le opere interrate accessorie alla residenza» come garage, cantine, rustici, che «non superino il 20% del volume esistente»; oppure «serre mobili stagionali sprovviste di struttura in muratura funzionali allo svolgimento dell’attività agricola», nei quali rientrano anche gazebo e strutture in legno chiuse; ma anche meglio non precisate «opere caratterizzate da precarietà strutturale e funzionale, dirette a soddisfare esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità» (chi stabilisce quanto dura?); oppure, infine, «il deposito temporaneo di merci e materiali a cielo aperto, al di fuori dei centri abitati», che suona tanto come la possibilità di creare discariche.
Anche i comuni potranno usufruire di deroghe. L’articolo 14 darà l’autorizzazione di costruire in barba a strumenti e regolamenti edilizi locali quando si tratta di «edifici o impianti pubblici o di interesse pubblico», anche quest’ultimo concetto aleatorio.
Chi le certifica tutte queste opere, siano in campagna o in città? Colui che esegue i lavori tramite «un progettista abilitato». In sostanza la concessione edilizia viene sostituita da una certificazione da presentare allo sportello unico delle imprese. Il che fa sparire servitù, vincoli paesaggistici e quant’altro.
Se l’immobile è sottoposto ad un vincolo di tutela il comune avrà trenta giorni di tempo per opporsi. Se la tutela dell’immobile sottoposto al vincolo non compete al comune, lo stesso, non si capisce per quale ragione poi, dovrà «convocare una conferenza di servizi» che discuterà del caso.
Ci sono variazioni anche per quello che riguarda l’agibilità degli edifici (che dovrebbe garantirne al sicurezza) per la quale si ribalta l’onere della prova. La relativa dichiarazione, infatti, dovrà essere «resa dal direttore dei lavori» e non più dal competente ufficio comunale (la mancata presentazione della dichiarazione comporterà l’irrisoria multa di 500 euro). Al quale spetterà il compito di un controllo successivo visto che avrà sessanta giorni di tempo per verificare la completezza della documentazione e l’integrità dei lavori.
L’ultima spallata che il testo riserva riguarda il concetto di «lottizzazione abusiva». Che scatta per lo sfruttamento edificatorio «di un’area non ancora urbanizzata, purché la stessa abbia un’estensione pari ad almeno 5mila metri quadri, se interna, ovvero di almeno 2.500 metri quadri, se esterna al perimetro del centro abitato». E se l’estensione è minore? Cemento e casa. Il vecchio amore di Berlusconi.
L’associazione elenca, testo alla mano, il ‘rosario’ dello scempio in arrivo. La ‘voglia di veranda’ usata come esca per costruire nei parchi, consegnare il territorio agli abusivi e avviare un super-condono mascherato
Per il WWF il testo dello schema di decreto legge sul cosiddetto “piana casa”, inviato dal Governo alla Conferenza Stato Regioni, è di straordinaria gravità. Un vero e proprio attacco senza precedenti al Belpaese e al suo paesaggio volutamente ‘camuffato’ con l’esca più banale, la ‘voglia di veranda’.
Il WWF nei prossimi giorni interverrà direttamente sui Ministri in vista della riunione del Consiglio venerdì prossimo e su tutte le Regioni che mercoledì prossimo sono chiamate ad esprimere un parere nella Conferenza Stato Regioni.
Scorrendo il testo il WWF ha previsto lo scenario che potrebbe scaturire se il testo venisse approvato.
Ecco il ‘triste’ rosario: sono previsti ampliamenti del 20 % per tutti gli immobili realizzati, anche in sanatoria, entro il 31 dic. 2008. Le unità abitative potranno essere ampliate sino a 300 metri cubi, le altezze dei fabbricati potranno essere aumentate sino a 4 metri oltre quelle previste dagli strumenti urbanistici vigenti. Sono ammessi i cambi di destinazione d’uso. In caso di abbattimento e ricostruzione gli edifici residenziali potranno aumentare del 35%, mentre per quelli commerciali addirittura può aumentare del 35% la superficie occupata; queste ipotesi sono possibili solo in caso di adozione di tecniche di bioedilizia o l’adozione di energie rinnovabili, ma il decreto non stabilisce nessun indice di efficienza energetica e addirittura rende possibile tali incrementi di volume anche solo al fine del “risparmi delle risorse idriche e potabili”. Vengono fatte salve le zone inedificabili, ma con l’esclusione delle sole zone A (ben poca cosa) gli aumenti di volume e di superficie occupata potranno essere realizzati anche nei parchi. Gli interventi non sono soggetti a concessione edilizia ma a semplice DIA (Denuncia Inizio Attività) e tutte le procedure di controllo vengono fatte attraverso autocertificazione.
Il Governo è andato ben oltre il 20% di cubature aggiuntive e certo non si è limitato, come sarebbe ampiamente auspicabile, alle sole aree metropolitane consolidate. Sono investite tutte le aree protette, le zone paesaggistiche, saltano gli indici di edificabilità fissati dai Comuni, nulla si prevede per gli standard di verde pubblico. Grandissimo regalo agli imprenditori che potranno aumentare i capannoni del 35% ed ogni tipo di immobile industriale o commerciale. Falsa la promessa di condizionare gli abbattimenti e le ricostruzioni al miglioramento ambientale: senza indici di efficienza energetica non esiste controllo e, inoltre, il testo prevede come alternativa la possibilità del risparmio idrico, come dire che basta mettere il recupero delle acque piovane e i rubinetti di nuova generazione per costruire il 35% in più.
Stravolte le procedure autorizzative ben sapendo che data la mole degli interventi che si prevedere né i Comuni, né le soprintendenza saranno in grado di dare qualsivoglia risposta. Ed inoltre, inevitabilmente, tutti gli abusi realizzati verranno fatti, se rientrano nel limite del 20% sino a 300 metri cubi, verranno certamente fatti passare come opere nuove e quindi sanati.
“Quanto si sta facendo non risponde in alcun modo ad un interesse pubblico, ma ad una sommatoria di interessi privati – ha dichiarato Gaetano Benedetto co-direttore del WWF Italia - E’ talmente clamoroso il tutto che sembra un tardivo scherzo di carnevale, o un pesce d’aprile anticipato, la speranza è qualcuno si renda conto, che il Parlamento, le Regioni, la Corte Costituzionale, ma soprattutto il mondo della cultura, delle università, delle Associazioni, prendano coscienza che mai, davvero mai, il Bel Paese aveva ricevuto un simile attacco”.
ROMA - Stretta sulle sanzioni, certificazione giurata del progettista invece del permesso di costruire, meno burocrazia e tempi più stretti: ecco i punti chiave del piano per l’edilizia a cui sta lavorando il governo, la "legge quadro" che domani dovrebbe approdare al Consiglio dei ministri. Anche se è possibile che il via libera slitti di qualche giorno per mettere a punto i dettagli del pacchetto e sciogliere le riserve dell’alleato leghista. Ieri Bossi ha espresso ancora dubbi sul provvedimento per quanto riguarda il nodo immigrati e la tutela del territorio: «Vogliamo vedere bene cosa ha in mente Berlusconi», ha detto.
Ma la "rivoluzione" per sostenere l’edilizia va avanti, e si muove su due livelli. Mentre i tecnici del governo lavorano alla legge quadro, parallelamente, il tema è all’ordine del giorno anche alla conferenza Stato-Regioni: oggi alle Regioni sarà proposta una bozza di ddl simile a quella discussa da Berlusconi e Galan e approvata dalla giunta regionale del Veneto. Ogni Regione potrà decidere se farla sua.
Il consenso della Sardegna c’è, la Lombardia ha annunciato un intervento a breve. «È una bella idea che può mettere in moto l’indotto», ha chiarito Formigoni. L’ "Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per promuovere l’utilizzo di fonti di energia alternative e rinnovabili" prevede che le abitazioni private potranno essere ingrandite fino a un tetto del 20% del volume. I Comuni potranno scegliere di ridurre il "contributo di costruzione", previsto per l’ampliamento, del 20%. Se si tratta di prima casa invece lo "sconto" può arrivare al 60%. Prevista la possibilità di realizzare un ampliamento separato dal fabbricato, e fissata una scadenza (fine 2010) per presentare la richiesta di modifica. C’è la cosiddetta "rottamazione" per palazzi vecchi: gli edifici pre-1989, non soggetti a forme di tutela, possono essere abbattuti e ricostruiti con un aumento del volume del 30%, fino al 35% se si usano tecniche di bioedilizia. Se si costruisce su un’area diversa da «quella occupata dal fabbricato demolito - si legge nella bozza - dovrà essere gravata da un vincolo di inedificabilità o ceduta all’amministrazione comunale per essere adibita a verde pubblico o a servizi». Fissati paletti rispetto ai vincoli ambientali e paesaggistici, e il divieto di ampliare immobili abusivi.
Punta a semplificare le procedure e a tagliare i tempi la "legge quadro" del governo che dovrebbe modificare il testo unico dell’edilizia e il Codice dei beni culturali e del paesaggio. Tra le novità: confermata l’abolizione del permesso di costruire, sostituita con una certificazione di conformità giurata del progettista e la creazione di una Camera di conciliazione presso i Comuni. Per evitare che le norme si trasformino in un condono sanzioni più severe per chi interviene sui beni vincolati. È allo studio anche il "ravvedimento operoso": per i casi meno gravi potrebbe essere immaginata l’estinzione per l’illecito e la possibilità che accertamento di conformità e quello di compatibilità ambientale estinguano i reati. Infine il piano vuole semplificare le procedure per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica.
Mentre Silvio Berlusconi promette verande e garage ai padroni di casa, rischia di esplodere la questione sfratti. Secondo uno studio Sunia-Cgil, nel triennio 2009-11 150mila famiglie potrebbero ritrovarsi senza un tetto perché non ce la fanno a pagare. Sfratti per morosità. È la crisi che rischia di spazzare via le ultime sicurezze di famiglie già debolissime, stretta tra disoccupazione, precarietà e cassa integrazione. Servirebbe un intervento pubblico per quella che si profila come una vera emergenza. Eppure il governo rema in direzione esattamente opposta, tagliando risorse al fondo sociale (che finanzia le politiche abitative dei Comuni) e anche quelli sul piano casa pubblico. Nel frattempo il premier apre le porte a interventi privati di tutti i generi (al prossimo consiglio dei ministri si conosceranno i dettagli), concedendo di fatto alla rendita immobiliare un altro vistoso vantaggio rispetto a chi vive di solo lavoro.
i deboli
Le famiglie in affitto, infatti, in Italia sono le più deboli. Circa il 20% della popolazione, di solito giovani coppie o studenti fuori sede. Il governo Prodi aveva cominciato a pensarci, con detrazioni analoghe a quelle offerte ai proprietari sull’Ici, che diventavano più sostanziose per gli studenti. Proprio la rigidità del mercato della casa italiano è infatti uno dei fattori che blocca la mobilità interna, e con essa le aspettative delle giovani generazioni. Con Berlusconi si è fermato tutto. Oggi è di nuovo emergenza. «Data l'insostenibilità dei canoni, delle spese per l' abitazione e dell'aggravarsi della situazione economica e occupazionale - si legge nello studio Sunia-Cgil - senza misure di sostegno al reddito delle famiglie in affitto, nel triennio 2009/2011 si prevede che altre 150.000 famiglie perderanno la propria abitazione subendo uno sfratto per morosità incapaci di far fronte al pagamento dell'affitto». Gli esperti del sindacato spiegano infatti che «il mercato dell'affitto privato - si legge ancora - è caratterizzato da quella famiglia tipo che oggi più che mai subisce gli effetti della crisi economica: il 20,5% dei nuclei sono unipersonali, il 67% delle famiglie in affitto percepisce un solo reddito e in queste il 39,6% è rappresentato da operai e il 29,2% da pensionati, più di un quinto dei capofamiglia ha oltre 65 anni e un quarto è costituito da donne».
le spese
Una platea di deboli, che la crisi economica rischia di schiacciare. «Per le famiglie dove spesso l'unica entrate è un reddito da lavoro dipendente o una pensione - si legge - l'affitto incide con percentuali insostenibili: tra il 40 e il 50% a Genova e Torino, tra il 50 e il 70% a Bologna e Firenze, oltre il 70% a Milano e Roma. In generale, le spese totali per l'abitazione gravano sul reddito mediamente tra il 50 e il 70%, con i casi eclatanti di Milano e Roma, dove l'incidenza oscilla tra l'82 e il 92%. A fronte di un reddito medio da lavoro dipendente sostanzialmente invariato, gli affitti sono aumentati del 16% nel corso del 2008». Le aree metropolitane sono quelle più a rischio. A Roma e Milano hanno subito uno sfratto circa 20mila famiglie, 15mila e Napoli, 10mila a Torino.
quale piano
Per il segretario generale del Sunia, Luigi Pallotta, «di fronte a questo scenario il governo si propone di varare un “piano casa” che non affronta i problemi di queste famiglie e che, anziché concentrarsi sul rilancio del mercato dell'affitto a prezzi sostenibili, si indirizza ancora una volta verso la casa in proprietà che in Italia ha raggiunto livelli difficilmente superabili». «Rispetto a queste che sono le vere esigenze del Paese il governo propone un Piano per chi ha già casa», osserva la segretaria confederale della Cgil, Paola Agnello Modica. «In attesa di conoscere la integrale proposta del Governo di un piano che viene spacciato per Piano Casa ma che è in realtà un 'Piano per l'edilizia - prosegue la sindacalista - già è chiaro che dall'agenda politica sparisce il tema dell'edilizia sociale e dell'affitto».
La questione abitativa segna un’altra penalizzazione dei ceti meno protetti. Il governo concede sanatorie a chi vuole allargarsi mentre non c’è nulla per le emergenze sociali di chi vive in affitto e non ce l’ha fa più.
Piano casa: ecco come funzionerà
Palazzo Balbi batte Palazzo Chigi. La legge nazionale per rilanciare l’edilizia approderà venerdì al Consiglio dei ministri, ma già ieri mattina il governo regionale del Veneto ha licenziato un dettagliato provvedimento che consente senza troppe burocrazie l’ampliamento degli edifici. Galan ha deciso di non attendere la normativa nazionale: «Lo Stato darà direttive che la nostra legge regionale rispetta perché l’abbiamo concordata con Berlusconi», assicura il governatore. La legge regionale consentirà ampliamenti di volumetrie in deroga agli strumenti urbanistici fino al 35% se si ricorrerà a «tecniche di bioedilizia» o si installeranno sistemi per l’utilizzo di energie rinnovabili. Nessun ampliamento è permesso in edifici storici o abusivi.
Leggi che puntano anche a rilanciare un settore pesantemente in crisi come quello dell’edilizia in un momento in cui la disoccupazione aumenta a ritmi decisi: + 46% a febbraio. Unica consolazione di ieri in questo panorama plumbeo, la ripresa delle Borse trascinate da Citigroup. Il Banco Popolare è la prima banca italiana che chiede l’aiuto di Stato.
Legge veneta per l’edilizia,
Galan batte Roma sul tempo
di Alda Vanzan
Palazzo Balbi batte Palazzo Chigi. Prima ancora che il Consiglio dei ministri approvi il piano casa (lo farà venerdì), la giunta regionale del Veneto licenzia il disegno di legge che, dai paesi di montagna del bellunese fino alle periferie di Venezia, consentirà aumenti di cubature dei fabbricati, demolizioni e ricostruzioni di case e capannoni con più di vent’anni, snellimenti delle procedure burocratiche. Avviene tutto in mattinata e nell’arco di un paio d’ore: visto che il testo di legge regionale tutto sommato era pronto, anziché presentarlo ai colleghi di giunta nella consueta seduta del martedì e poi prendersi una settimana di pausa, il governatore Giancarlo Galan decide di accelerare. In fin dei conti, spiega poi Galan ai cronisti, questo è un provvedimento «concordato» proprio con il premier: «Con il governo, meglio, con il presidente del Consiglio - perché le cose continuo a farle con lui o con Letta - abbiamo pensato a qualcosa per rilanciare il settore edilizio e che vada incontro ai cittadini». Il fatto che Palazzo Chigi affronti la questione dopodomani è un dettaglio: «Lo Stato darà qualche direttiva che da parte nostra sarà assolutamente rispettata perché l’abbiamo studiata assieme», dice Galan. Di lì a poche ore, da Roma giungerà la conferma dello stesso premier che il piano casa sarà varato proprio venerdì. Con una assicurazione di Berlusconi: «Nessuna cementificazione, sarà un piano di buon senso».
Giancarlo Galan, che al fianco ha l’assessore all’Urbanistica Renzo Marangon, sintetizza il testo di legge. «Primo: ci sarà una assoluta abolizione della burocrazia». Per l’aumento delle cubature del 20%, per intenderci, basterà una Dia, la Dichiarazione di inizio attività. Ma chi potrà usufruirne? «È chiaro che la legge funzionerà di più per le abitazioni singole, con i condomini sarà più difficile. Ma nel Veneto ci sono più case e casette che non palazzoni». Aggiunge: «È anche in incentivo per l’economia, così la gente tira fuori i soldi da sotto il materasso». Mattoni e nuove tecnologie: «Butti giù vecchi capannoni e li ricostruisci, ampliandoli, con le nuove tecniche». L’ambiente, sottolinea il governatore, sarà salvaguardato: tutti i vincoli e le tutele esistenti non si toccano. Oneri finanziari a carico della Regione: zero. E a chi già contesta la diminuzione degli oneri di urbanizzazioni a favore dei Comuni, Galan risponde con una battuta: «Sì, i Comuni prenderanno minori contributi, ma non avrebbero preso niente senza questa legge, perché se non costruisci non hai gli oneri di urbanizzazione». E comunque, aggiunge Marangon, questa è «una risposta, la via veneta, alla crisi economica».
Approvata all’unanimità dalla giunta veneta, ora il disegno di legge passa all’esame del consiglio regionale. L’auspicio di Galan è che venga licenziato in tempi stretti: «Tra l’altro stavolta ho notato meno fanatismo ideologico, il sindaco di Vicenza Achille Variati per esempio ha preso una posizione intelligente». E le perplessità della Lega? «In giunta la Lega ha votato a favore. C'è questa preoccupazione per cui sarebbero case per immigrati: ma che c'entra? Se io dò il permesso per costruire due stanze in più che c'entrano gli immigrati? Forse non avevano ancora letto il testo». Marangon spera in una approvazione in aula prima dell’estate: «Anche perché altrimenti perderebbe senso, questa norma ha due anni di validità, fino al 2010». E il governatore confida anche un altro progetto: «Fare in modo che le 40mila persone che pagano un affitto per abitare in una casa dell'Ater possano diventare con una firma proprietari dell'abitazione. E su questo le banche devono fare la loro parte».
Dagli alleati di governo (regionale) plausi all’iniziativa: «Mi auguro che il Veneto possa ancora una volta fungere da apripista con questo interessante, intelligente, innovativo progetto di legge», dice Antonio De Poli (Udc). Leonardo Padrin, Forza Italia, ha già inserito il disegno di legge con l’intero articolato nel suo sito Internet. Ma Franco Frigo, consigliere regionale del Pd, è di tutt’altro avviso: «Tanto fumo e poco arrosto».
Sono 250mila le case abbandonate
di Adriano Favaro
C’è anche un record, poco noto, nel settore edilizio a Nordest, quello delle case disabitate e inutilizzate: quasi 250 mila. Precisi precisi i numeri dicono 200 mila tra Veneto e Trentino Alto Adige e altre 41 mila in Friuli Venezia Giulia. Un calcolo-stima fatto dal Cescat, il Centro studi casa ambiente e territorio di Assoedilizia. Che fornisce anche una somma complessiva. «In tutto il paese - spiegano i ricercatori Cescat - ci sono due milioni di edifici abbandonati: case di montagna e di campagna, casolari, casupole, baite, ville rustiche, antiche magioni, casali, rocche e cascinali». Il record del Nordest viene dal fatto che esistono quasi 250 mila edifici disabitati per una popolazione di poco superiore ai sei milioni e mezzo.
La Lombardia registra la stessa quantità di edifici disabitati con una popolazione di circa dieci milioni di abitanti. Di fronte a queste cifre Assoedilizia, associazione legata a Confindustria aveva deciso - alcuni mesi prima della recente proposta del governo - di dare una scossa lanciando un’idea: nell’attuale congiuntura economica molti cominciano a guardare con interesse crescente alla ricerca di nuovi affari. E, contemporaneamente, i Comuni - attenti ai bilanci - potrebbero favorire la forte spinta al "riuso". «Le amministrazioni comunali - spiegava l’avvocato Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia - dovrebbero istituire incentivi, non solo sul piano delle agevolazioni strutturali, ma anche in termine di premi volumetrici, per coloro che promuovono operazioni di recupero del patrimonio edilizio abbandonato». Quasi come le idee di Berlusconi.
Procedimento facile? «Tutto dipenderà anche dal comportamento dei Comuni - spiegava Riccardo De Gobbi, il responsabile della direzione Agroambiente e servizi per l'Agricoltura del Veneto - In questo periodo stanno redigendo i "Pat" o "Pati", in pratica quello che una volta erano i piani regolatori. Alcune delle richieste per la salvaguardia delle abitazioni rurali abbandonate potrebbero essere accolte». De Gobbi segue questi temi da anni e ha spiegato come la regione del Veneto sia stata la prima (e forse l’unica) regione in Italia a rispondere ad una legge nazionale del 2003 che aveva lo scopo di salvaguardare e valorizzare le architetture rurali, cioè gli insediamenti agricoli, gli edifici o fabbricati rurali realizzati tra il XIII e il XIX secolo; almeno 80 mila nel Veneto.
Resta da fare i conti anche con un altro dato: nelle ultime rilevazioni il Catasto nazionale ha censito 31,5 milioni di abitazioni. Mentre l’Istat, dalle sue indagini, ne rileva 28,5 milioni. Un patrimonio esistente ma "scomparso" - gli immobili in caso di permanenza dell'abbandono dovrebbero essere stralciati dal catasto - che diventa ancora più significativo se a questi numeri si aggiungono (ma per il Nord del Paese vale poco) gli immobili abusivi, comunque stimati attorno al milione e mezzo.
IL CONTENUTO DELLA LEGGE VENETA
LE DEROGHE - La legge regionale stabilisce che quando l’intervento edilizio sia volto a «preservare, mantenere, ricostituire e rivitalizzare il patrimonio edilizio esistente» oppure sia diretto a «favorire l’utilizzo di energia rinnovabile», è consentito l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume se destinati ad uso residenziale e del 20% della superficie coperta se adibiti ad uso diverso, e questo anche «in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali comunali provinciali e regionali».
AMPLIAMENTI - L’ampliamento degli edifici «deve essere realizzato in contiguità rispetto al fabbricato esistente» ma se ciò risulti materialmente o giuridicamente impossibile «potrà essere autorizzata la costruzione di un corpo edilizio separato, di carattere accessorio e pertinenziale».
CONDOMINI - In caso di edifici composti da più unità immobiliari l'ampliamento potrà essere realizzato anche separatamente per ciascuna di esse, compatibilmente con le leggi che disciplinano il condominio negli edifici.
DEMOLIZIONI - Per realizzare gli interventi, sono consentiti la demolizione e l’integrale ricostruzione degli edifici con aumento del 30% dei volumi per gli immobili residenziali e del 30% della superficie coperta per gli immobili a uso diverso. La percentuale di aumento puà arrivare fino al 35% se si utilizzano «le tecniche della bioedilizia» o le energie rinnovabili.
MIGRAZIONI - La ricostruzione dell’edificio demolito può anche avvenire su area diversa, purché l’area dove si ricostruiscono i volumi demoliti sia destinata a questo scopo, aumenti di volume compresi, dagli strumenti urbanistici e territoriali. Inoltre, l’area originariamente occupata dal fabbricato demolito «dovrà essere gravata da un vincolo di inedificabilità».
FOTOVOLTAICO - Per incentivare l’installazione di impianti fotovoltaici fino a 6 kilowatt, le pensiline o le tettoie realizzate su abitazioni già esistenti al momento di entrata in vigore della legge non siano calcolate nella cubatura dell’immobile. Inoltre, tali tettoie o pensiline finalizzate al supporto di impianti fotovoltaici «sono realizzabili anche in zona agricola» con una semplice Dia (Dichiarazione d’inizio attività). Dovranno però rispettare caratteristiche e dimensioni che verranno stabilite dalla Giunta regionale con successivo decreto.
SCONTI - Per questi interventi, il contributo di costruzione, ove dovuto, è commisurato al solo ampliamento ridotto del 20%. La riduzione arriva al 60% nell’ipotesi di edificio o unità immobiliari destinati a prima abitazione del proprietario o dell’avente titolo.
LIMITAZIONI - I comuni dovranno istituire ed aggiornare l'elenco degli ampliamenti autorizzati. Gli interventi «sono subordinati al titolo edilizio previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380». Gli edifici per i quali si chiede l’ampliamento dovranno essere già stati ultimati entro il 2008. Gli interventi sono subordinati all'esistenza delle opere di urbanizzazione primaria e al loro adeguamento al maggiore carico derivante dagli ampliamenti. Non si può intervenire su immobili aventi valore culturale o paesaggistico. E gli interventi su immobili commerciali non possono condurre a «derogare alle norme in materia di programmazione di grandi strutture di vendita».
ABUSIVI - Non può essere riconosciuto alcun aumento di volume o di superficie ai fabbricati anche parzialmente abusivi soggetti all'obbligo della demolizione, così come agli edifici che sorgono su aree demaniali o vincolate ad uso pubblico o dichiarate inedificabili.
ESCLUSIONI - I comuni hanno 60 giorni di tempo dall’entrata in vigore della legge per escludere l'applicabilità delle norme a specifici immobili o zone del proprio territorio, sulla base di specifiche valutazioni o ragioni di carattere urbanistico, edilizio, paesaggistico, ambientale. I comuni possono pure stabilire limiti differenziati di ampliamento in relazione alle caratteristiche proprie delle
Ed ecco il testo del disegno di legge, in eddyburg
ROMA - Servirà a famiglie e imprese e aiuterà l’economia, ma a quale prezzo per l’ambiente? Il "piano per l’edilizia" potrebbe stimolare lavori per 60 miliardi, secondo il Governo. Previsione prudente per il Cresme che riguarda l’adesione del 10 per cento dei proprietari degli oltre 9 milioni di edifici residenziali, mono o bifamiliari, concentrati soprattutto nel nord del Paese. Se solo questa parte dell’Italia delle villette sfrutterà l’occasione, gli effetti sull’ambiente e il sistema urbanistico del territorio sarebbero pesanti: l’aumento del volume delle abitazioni del 20%, permesso dal dl, equivarrebbe alla costruzione da zero di quasi due città e mezzo come Roma. Pari a un miliardo e mezzo di metri cubi di cemento in più.
È l’allarme lanciato da uno studio dei Verdi che accusa il piano-casa di «deregulation edilizia». Per Angelo Bonelli, ex capogruppo dei Verdi alla Camera, sarebbe «una svolta negativa senza precedenti che potrebbe portare al collasso del sistema ambientale». Sotto accusa: l’espansione urbanistica, l’incremento della produzione di cemento (oggi l’Italia è seconda in Europa) «insostenibile», il raddoppio delle cave esistenti e le emissioni inquinanti del settore che produce cemento triplicate.
Il Cresme ha simulato le modifiche su edifici che hanno una superficie media di 260 metri quadri: se un proprietario su dieci deciderà di ingrandire, con un costo di circa 1200 euro per metro quadro, la superficie abitabile aumenterà complessivamente di oltre 490 milioni di metri quadrati.
Per questo ampliamento, secondo le stime dei Verdi, serviranno 800 milioni di tonnellate di sabbia e ghiaia per fare il calcestruzzo, e altre cave a danno di boschi, montagne e aree agricole. Un esempio: le cave di inerti (sabbia, ghiaia o pietrisco) in Italia sono circa 5.725 e gli inerti da costruzione sono oltre il 60% della loro produzione. Per soddisfare la domanda di cemento - si legge nello studio - ne servirebbero circa 10mila.
Effetti pesanti anche sull’applicazione del protocollo di Kyoto: se nel totale di emissioni di CO2 il settore dell’edilizia contribuisce per l’8 per cento, in futuro potrebbe incidere per oltre il 15 per cento. E ancora: i processi di combustione per la produzione di cemento sono responsabili dell’emissione nell’atmosfera di circa 2.600 tonnellate l’anno di polveri sottili, con il provvedimento passerebbe a 8000 tonnellate l’anno.
Non basta: in controtendenza rispetto ad altri Paesi europei, come Germania, e Gran Bretagna e Olanda (che hanno leggi sul contenimento del consumo di suolo), dai noi aumenterà. Se oggi si distruggono 244mila ettari l’anno è previsto un aumento del 2%. Le stime escludono modifiche nei condomini (più di 2 milioni) e negli edifici non residenziali (oltre 11 milioni). Ma bastano per gli ambientalisti per parlare di un «atto di pirateria», che farà anche danni economici e sociali. Per Bonelli «non si può pensare di risolvere così la crisi: serve un piano nell’edilizia che metta al
l'Assessore alle Politiche del Territorio, Angela Barbanente, ci ha inviato la nota che si seguito si riporta:
L’assessore
“Davvero gli Italiani sono così ingenui da ritenere efficace il piano straordinario per l'edilizia annunciato da Berlusconi? A nessuno sorge il dubbio che si tratti di un modo per distrarre l’opinione pubblica dai problemi quotidiani di una crisi gravissima che attanaglia persone e imprese e per coprire con sensazionali notizie spazi mediatici che potrebbero essere occupati dalla cruda realtà dei fatti? Una realtà che, come sappiamo, consiste in molteplici scippi a danno delle regioni del Mezzogiorno e, per quanto più direttamente ci interessa, in un’ostinata predilezione per inutili grandi opere, nella riduzione dei già esigui fondi destinati a rispondere ai bisogni abitativi delle fasce più deboli e a un’insopportabile perdita di tempo in tentativi di accentrare competenze regionali e risorse già ripartite. Per distogliere l’attenzione da tutto questo, basta annunciare provvedimenti sensazionali!
“E no, caro Berlusconi, noi non cadiamo nella trappola. Siamo molto attente e in grado di valutare i provvedimenti in base ai contenuti.
“Intanto per il Piano casa non c’è certo da esultare. Esso è ancora largamente una scatola vuota. Ci fa certo piacere che il governo abbia riconosciuto le nostre ragioni e si possa, con molti mesi di ritardo, far partire i Piani regionali promossi dal Governo Prodi immediatamente con 200 milioni e poi anche con i restanti 350. Non si può però dimenticare che ci sono voluti mesi di trattative e una raffica di ricorsi alla Corte costituzionale per conseguire questo risultato. Ma tant’è. La grande macchina comunicativa del governo Berlusconi è capace di far passare prima una scatola vuota e poi il recupero tardivo di programmi regionali per “iniziativa importantissima” del Governo.
“Quanto alle altre parti dell’annunciata "rivoluzione", l’idea appare di una rozzezza incredibile e certo non innovativa. Si tratta, infatti, del ritorno alla stagione delle deroghe indifferenziate, tristemente nota in Puglia per la sua scarsa trasparenza e per aver reso peggiore la qualità dell’ambiente, del paesaggio e anche della vita delle persone senza aver creato sviluppo. Su questo mi piacerebbe conoscere l’opinione di qualche Consigliere regionale di opposizione.
“Riguardo poi alla sostituzione del permesso di costruire con una perizia giurata di conformità resa dal progettista, sa Berlusconi che già oggi per molte opere è prevista la denuncia di inizio attività? E sa che le grandi speranze di semplificazione e snellimento riposte nella modifica della disciplina di tale procedimento e nell’istituto del silenzio assenso varati nel 2005, quando egli era presidente del Consiglio, sono state profondamente deluse? Ne conosce i problemi e le incertezze interpretative? E chi oggi esulta per l’innovazione annunciata si rende conto che la semplificazione viene così posta a carico del privato che si assume un onere istruttorio assai gravoso e rischioso in un paese caratterizzato da norme complicate e farraginose?
“Su questo abbiamo le idee chiare: riteniamo dannose le politiche fondate solo su modifiche procedimentali e provvedimenti derogatori. Per questo in Puglia abbiamo operato e continueremo a operare in modo diverso: con una politica per la casa attiva, con direttive e regole chiare, con incentivi mirati a rispondere ai bisogni sociali e a migliorare la qualità urbana come quelli previsti dai Pirp o dalle norme per la rigenerazione urbana, per l’abitare sostenibile e per aumentare l’offerta di edilizia residenziale sociale.”
Piano casa? Quale piano casa? Questo non è un decreto che dà un’abitazione a chi non ce l’ha. È un decreto per rilanciare l’economia. Tant’è che si chiama così. Cominciamo col fare chiarezza». A Claudio Martini, presidente della Regione Toscana, le mistificazioni non piacciono. E dice chiaro e tondo che non ci sta a subire un aut aut sulle norme urbanistiche. Non ci sta allo scambio rilancio economico contro regole. «Lo dico subito, io quel piano non lo voglio attuare». È pronto a fare ricorso alla consulta, come aveva già fatto con l’ultimo condono edilizio. Legge e rilegge gli articoli dell’ultima bozza del provvedimento annunciato da Berlusconi, e non crede ai suoi occhi: deroga totale, su tutto il territorio. Leggi regionali azzerate con un tratto di penna.
Sarà difficile contrastare il decreto.
«Faccio un appello ai colleghi della Lega e a tutti i sindaci del Carroccio. Si è tanto parlato di federalismo, e poi su una materia concorrente come questa ci si chiede di accettare un atto d’imperio come questo? Quel testo è inaccettabile. Sostanzialmente abolisce tutti i vincoli su tutto il territorio nazionale, istituendo una nuova norma generale a cui in un secondo momento le Regioni dovrebbero adeguarsi con norme regionali. Ebbene, al premier dico: io la legge regionale ce l’ho già. Ma se lui procede per decreto, vuol dire che quando ha annunciato che le Regioni in disaccordo erano libere di non adottare il provvedimento ha mentito».
Il rilancio dell’economia è comunque un punto forte.
«Bene, allora parliamo di quello. Io sono disposto a discutere. Se davvero dobbiamo aiutare l’edilizia, se davvero ci sono norme farraginose, se davvero c’è una burocrazia troppo pesante, parliamone. Possiamo razionalizzare il sistema, renderlo più efficiente. Faccio presente che in Toscana la Dia (dichiarazione di inizio attività) già c’è. Comunque su questo sono d’accordo. Ma il risultato non può essere l’eliminazione delle regole, lo smantellamento dei vincoli. Anche i cittadini devono saperlo: senza regole alla fine ci si rimette. Se uno non ha vincoli, vuol dire che non ce li ha neanche il vicino di casa. Chiunque potrà costruire un muro davanti alla finestra di un altro. Con l’anarchia non si risolvono i problemi, si aggravano».
Berlusconi si è impegnato a un confronto con voi.
«Sì, ma poi leggo che incontrerà le Regioni mercoledì e dopo qualche ora varerà il decreto. Se così fosse, è una presa in giro. Che confronto sarebbe? Per questo mi appello a chi crede nel federalismo. Non si possono varare per decreto norme tanto dirompenti, che fanno tabula rasa di legislazioni locali. Sa cosa si prevede per i Comuni?»
Cosa?
«I Comuni dovranno istituire un albo dove registrano le modifiche apportate. Entro il 31 dicembre 2011 dovranno inserire quelle modifiche nello strumento urbanistico. Significa recepire passivamente tutto quello che è stato deciso da altri, e per di più dovranno anche assicurare gli standard urbanistici, magari costruire parcheggi e altri servizi dove serviranno. Ma come fanno i sindaci della Lega ad accettare questo?».
Lei cosa propone?
«Io chiedo che ci sia un vero confronto con gli enti locali. Accetto di discutere sulla semplificazione delle norme. Infine chiedo che ci sia un piano casa vero, che assicuri gli alloggi ai più deboli e costituisca un’opportunità per il mondo delle costruzioni. I dati del Sunia sugli sfratti dimostrano che c’è bisogno di case, non di stanze o di verandine».
Il decreto facilita anche il cambio di destinazione d’uso.
«Sì, e per noi in Toscana vuol dire distruggere anni di lavoro con le associazioni agricole, con cui avevamo concordato regole condivise per tutelare il territorio».
Il governo Berlusconi si accinge a varare un provvedimento che sconvolge tutte le procedure edilizie. Sostiene di volerle snellire, agevolando la ripresa economica. Secondo le associazioni di tutela. questa misura sarebbe un disastro per il paesaggio e per l'assetto delle città. La Repubblica sostiene un appello promosso dagli architetti Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti al quale hanno già aderito gli urbanisti Pierluigi Cervellati, Vezio De Lucia, Italo Insolera ed Edoardo Salzano.
" Le licenze facili e i permessi edilizi fai da te decretano la fine delle nostre malconce istituzioni. Il territorio, la città e l’architettura non dipendono da un’anarchia progettuale che non rispetta il contesto, al contrario dipendono dalla civiltà e dalle leggi della comunità. La proposta di liberalizzazione dell’edilizia, annunciata dal presidente Berlusconi, rischierebbe di compromettere in maniera definitiva il territorio. Ecco perché c’è bisogno di un sussulto civile delle coscienze di questo paese. ".
L’appello può essere firmato sul sito di Repubblica.it, precisamente qui
La legge prevede l'abolizione della concessione edilizia da parte dei Comuni, sostituita dalla dichiarazione di un tecnico privato: per conto di chi costruisce, il professionista certificherebbe la conformità del nuovo edificio alle norme urbanistiche. In più, stando alle anticipazioni, si consentirebbe di aumentare il volume di un edificio nella misura del 20 per cento, se si tratta di un edificio residenziale, del 30 se commerciale. Sarà consentito demolire e ricostruire tutti gli edifici sorti entro il 1989 che non abbiano vincoli di tutela incrementando il volume del 30 per cento. Alcune Regioni, come la Sardegna e il Veneto, hanno già aderito e il governatore Giancarlo Galan porterà già oggi all'approvazione della giunta un provvedimento simile. Da parte di molte altre Regioni vengono invece avanzati dubbi quando non forte opposizione.
Palazzo Chigi ha diffuso, inviandola ufficialmente a Regioni ed enti locali, un’irresponsabile bozza di decreto legge su sedicenti "Misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili".
Nulla ha dunque insegnato al nostro governo la "bolla edilizia" (housing bubble) che ha duramente colpito l’economia americana l’anno scorso. Secondo l’analisi di George Soros nel suo ultimo libro (The New Paradigm for Financial Markets: The Credit Crisis of 2008 and What It Means), le aspettative artificialmente create da un mercato immobiliare gonfiato ad arte hanno prodotto, fra 2001 e 2005, una crescita incontrollata degli investimenti immobiliari, e dunque dei relativi meccanismi di finanziamento (a cominciare dai mutui), sul presupposto che il valore degli immobili possa crescere indefinitamente, appoggiandosi a finanziamenti e prestiti sempre più alti, per immobili sempre più cari. Il solo fatto di concedere sempre più mutui, a condizioni facilitate, fece crescere la domanda immobiliare, anzi per alcuni anni parve convalidare le previsioni più ottimistiche, innescando un perverso inseguimento fra eccesso di domanda (e di debito) ed eccesso di offerta. Bastarono pochi anni, e l’eccesso degli investimenti immobiliari e del relativo indebitamento, oltre che distrarre il risparmio da investimenti più produttivi, finì con l’esser tanto alto da trascinare l’intero sistema nella rovina: la terribile housing bubble con conseguente bancarotta, appunto, di cui abbiamo letto su ogni giornale, evidentemente invano.
L’Italia, si sa, è il Paese europeo col più basso tasso di natalità. Ma è al tempo stesso il Paese col più alto consumo di territorio: per dare solo un esempio particolarmente raccapricciante, la Liguria ha consumato negli ultimi vent’anni il 45% della propria superficie libera da costruzioni, inondando il paesaggio di cemento (la media italiana è un già pessimo 17%). Basta mettere insieme questi due dati (bassa natalità, altissimo consumo del suolo), che contrastano drasticamente con l’esperienza Usa (un Paese in continua espansione demografica e con ampie aree a bassa densità abitativa), per comprendere come la "bolla immobiliare" nostrana, se gli investimenti non vengono dirottati altrove, sia destinata a esplodere con ben maggior violenza. La bozza ora emanata da Palazzo Chigi parte al contrario dall’ipotesi, quando meno azzardata, che per rilanciare l’economia nulla di meglio vi sia che scatenare la cementificazione del Paese. Allo scopo, s’intende, «di sostenere la domanda generale interna di beni e servizi, nell’attuale fase di congiuntura globale» (art. 1 della bozza). L’arcaica superstizione secondo cui l’unico investimento sicuro è quello del "mattone", comprensibile come retaggio di una società preindustriale, viene dunque adottata dal governo come linea vincente per salvare l’economia del Paese.
L’intento di fornire al "partito del cemento" una piena licenza di uccidere non potrebbe esser più chiaro. Si possono ampliare del 20% tutti gli edifici ultimati entro il 2008: la percentuale si calcola sul volume per le unità residenziali, sulla superficie coperta per ogni altra (art. 2, c. 2). Se poi il 20% non basta, niente paura: si può arrivare comodamente al 35% (del volume o della superficie), purché si abbatta integralmente un edificio, ricostruendolo più in grande. Queste ed altre espansioni edilizie saranno fatte, assicura la bozza, «in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi» (art. 2 c. 1); persino l’altezza della nuova fabbrica può essere modificata, portandola fino a «quattro metri oltre l’altezza massima prevista dagli strumenti urbanistici vigenti». Per tutti questi interventi basta una d.i.a. (dichiarazione inizio attività), senza tanti permessi: il risanamento dell’economia non può aspettare. E se per caso si trattasse di edifici storici? Facile: basta far domanda alla competente Soprintendenza, e se per caso non risponde entro 30 giorni vale il principio del silenzio-assenso (art. 5, c. 3 e 5). Il Codice dei Beni Culturali viene in tal modo non ignorato, ma consapevolmente calpestato. La certezza del diritto cede il passo a una feroce delegificazione.
Impallidiscono, al confronto, i condoni edilizi ex post, piombati a proteggere e incoraggiare la cementificazione dell’Italia coi governi Craxi (1985) e Berlusconi (1994, 2003, 2004). La foglia di fico della crisi economica non nasconde l’essenziale: questa bozza di legge è un condono ex ante, anzi non solo legittima e depenalizza, ma incoraggia ciò che fino ad oggi è reato, consegnando città e paesaggio dell’intero Paese al partito del cemento, al saccheggio di speculatori senza scrupoli, devastando senza rimedio borghi e campagne, persino lo skyline delle nostre città. Se, come è da sperare, questa bozza null’altro è che un ballon d’essai, sarà molto interessante vedere quali saranno le reazioni delle istituzioni. Che cosa farà il Ministero dei Beni Culturali, che in passato seppe far cadere le proposte di silenzio-assenso presentate dai ministri Baccini (2005) e Nicolais (2006), di fronte a questa norma assai più distruttiva? Che cosa diranno Regioni ed enti locali di fronte a tanta selvaggia deregulation? Qualcuno si ricorderà dell’art. 9 della Costituzione, che impone alla Repubblica, in via prioritaria rispetto ad ogni altro interesse anche economico, «la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione»?