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MILANO — La data di apertura al traffico, 2015, la fa da protagonista all’ultimo piano del grattacielo Pirelli, impressa in verde sul cartellone che è il piatto forte della scenografia di presentazione: viene alla ribalta il proget­to definitivo della Pedemontana — 87 chilometri tra autostrada e tangenziali «rispettose dell’ambiente» da Cassa­no Magnago a Brembate at traverso 5 province e 85 comuni — la «strada per la città infinita» che aprirà i suoi primi cantieri entro il marzo 2010 per il tratto Cassano-Lomazzo. Della Pedemontana si parla dagli Anni Sessanta: e infatti, nel 1984, ilCorriereannunciava che «il collega mento Varese-Como-Bergamo,uno dei vecchi sogni del la viabilità lombarda, finalmente è risolto». Allora 750 miliardi di lire rappresenta vano l’80% dei finanziamenti, ora la spesa sarà di 4,7 miliardi di euro, suddivisi tra il progetto di finanziamenti privati in cambio di concessioni (3,5 miliardi) e fondi pubblici.

Nel salotto buono del Pirellone, per la festa alla sospirata autostrada (che, tra le opere di mitigazione prevede 90 chilometri di percorso ciclabile e pedonale dalla provincia di Varese a quella di Bergamo) si sono riuniti tutti i protagonisti dei capitoli più recenti della storia di questo progetto: il presidente della Regione Roberto Formigoni,l'assessore alle Infrastrutture Raffaele Cattaneo, il presi dente della Commissione Lavori pubblici del Senato Luigi Grillo, i presidenti delle Province di Milano, Filippo Penati, e di Como, Leonardo Carioni, e il presidente di Pe­demontana, Fabio Terragni, oltre ai progettisti che hannolavorato a tempo di record (dal giugno al dicembre 2008) ai 15.700 elaborati del la versione definitiva.

Otto-nove mila posti di lavoro per cinque anni («sarà il più grande cantiere italiano anche rispetto alle opere destinate all’Expo» ha detto Fabio Terragni, presidente diPedemontana Lombarda spa); 62 mila veicoli al giorno in viaggio più veloci («abbiamo evitato che in Lombardia nei prossimi anni si arri vi al traffico marmellata, ri­sparmiando 45 milioni di ore all’anno altrimenti passa te in coda, e diminuendo di oltre 380 mila Kg/anno il carico di inquinanti» ha sottolineato Formigoni) sono alcuni dei numeri della Pedemontana. A far accelerare il pro getto due elementi: l’accordo di programma, con «centinaia di incontri» per il confronto fra gli enti coinvolti, e la nascita della Cal — Concessioni Autostradali Lombarde —, società mista Anas-Regione «che ha accorciato gli iter procedurali». «Un metodo fondamentale per il nuovo sistema viabilistico lombardo fondato principalmente sul le tre grandi opere Brebemi, Tem e Pedemontana. E tutte e tre saranno pronte per il 2014» ha assicurato Formigoni.

Postilla

Significativo, che l’annuncio dell’apertura dei cantieri della Pedemontana avvenga parallelamente alla dismissione del Piano Territoriale della Provincia di Milano, ovvero di uno dei rari e ultimi tentativi di opposizione al modello di crescita/sprawl lombardo. Di cui queste autostrade (con buona pace delle pur ottime opere di mitigazione studiate da Arturo Lanzani e Antonio Longo) sono la struttura portante, nel classico e sperimentato modello internazionale che attraverso le grandi arterie si alimenta, riproduce ed estende. Pur nelle limitate possibilità concesse dalla legislazione lombarda alla pianificazione di area vasta, a tutto “vantaggio” delle scelte comunali, il PTP milanese tentava, se non altro, di arginare gli effetti più deleteri dell’insediamento diffuso “auto-oriented” , imponendo proprio nelle aree di interposizione fra la fascia pedemontana interessata dall’autostrada e il nucleo urbanizzato centrale compatto attorno al capoluogo, un minimo di reti aperte ed ecologiche. La trasversalità dell’entusiasmo incondizionato (almeno come raccontata dalla stampa) alla Grande Opera, conferma la rinuncia anche da parte del centrosinistra ad elaborare orientamenti diversi in materia di ambiente e territorio. Sperando in qualche smentita. (f.b.)

VENEZIA. Il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, lo chiama un piano per trasformare gli inquilini da sudditi in «cittadini liberi» e «proprietari capitalisti». Con gli altri provvedimenti, secondo il ministro, finirà per essere «il più grande piano casa varato dal dopoguerra, il più importante d’Europa». In realtà, più prosaicamente, si tratta di una gigantesca vendita di case popolari a chi le abita, a qualsiasi titolo le possegga o ci sia dentro, e a qualsiasi costo per fargliele comprare pur di disfarsi di un patrimonio immobilizzato che lo Stato non sa gestire. E in questo il Veneto, più virtuoso di altri in quanto a gestione di case popolari, farà da apripista: entro il 31 ottobre tutto il patrimonio pubblico delle case ex Ater sarà venduto «facendo diventare proprietari 41mila inquilini che oggi lo occupano». Ricavo previsto 7-800 milioni di euro, che verranno reinvestiti per costruire nuove case per giovani, coppie e così via.

L’annuncio è stato dato ieri dal presidente della Regione Giancarlo Galan, dal ministro Brunetta teorizzatore della vendita a livello nazionale, e dall’assessore Massimo Giorgetti in una conferenza stampa a Palazzo Balbi. In realtà per scendere dagli annunci salvifici, che fanno risalire il piano casa a quello adottato da Lula per le favelas, alla realtà bisognerà aspettare ottobre, quando saranno note le norme con le quali la Regione intende procedere alla vendita delle case. Molti sono, infatti, gli interrogativi: a quali prezzi, con quali norme dispositive, con quali obblighi e così via. E poi c’è da valutare il ruolo che dovranno assumere le banche, che, ovviamente, dovrebbero fornire i mutui agli inquilini, che comunque avranno prezzi di gran favore.

Per lo Stato, oltre che per gli inquilini, si dovrebbe trattare di un affare, visto che i prezzi medi che le Ater riscuotono dagli affitti non bastano neanche a pagare il costo medio della manutenzione degli appartamenti che, in Veneto, secondo le statistiche fornite dalla Regione sono per oltre il 50% di prima del 1969. Del resto l’Ater ha già avviato in Veneto un programma di vendite immobiliari, anche se per adesso, non ha avuto grande successo: ma i prezzi sono a valori scontati rispetto al mercato.

Da quel che si è capito ieri, in mezzo agli annunci di rivoluzione, il piano dovrebbe seguire alcune linee:

1) gli alloggi verranno venduti agli inquilini che li occupano perché ne hanno diritto o perché di fatto sono lì ormai da molti anni. L’abusivismo in Veneto è modesto ma in alcune Regioni d’Italia è alto. Comunque i prezzi saranno tali da trasformare il canone di locazione nella rata di un mutuo. Il prezzo medio, a quanto stima Giorgetti, sarà circa sui 20.000 euro ad abitazione, comunque dipenderà dalle fasce di reddito. A fornire i mutui dovrebbero essere le banche, ma in che modo e in che forme è ancora tutto da decidere;

2) lo scopo è di vendere quel che c’è senza troppe esitazioni e di riuscire a chiudere entro fine ottobre. Quindi ci dovrebbe essere la possibilità di rivendere gli alloggi, la possibilità che chi non vuole aderire venda la nuda proprietà e così via. Lo scopo è anche di fare sì che alcuni immobili vengano acquisiti per essere abbattuti e poi ricostruiti;

3) Il ricavato dell’operazione dovrebbe essere, di 750 milioni che, dicono gli sponsor del progetto veneto, costituirebbero il volano di una fase due degli investimenti in edilizia popolare. I fondi potrebbero essere anche utilizzati per acquistare l’invenduto sul mercato in modo da avere disponibilità di nuovi alloggi.

4) Con questa gigantesca sanatoria lo Stato si libera di un patrimonio morto che costa molto più di quanto rende (basta pensare l’assurdità che le Ater pagano anche l’Ici sugli immobili che rendono a volte 15 o 20 euro al mese) sorvolando sul fatto che in molti casi si premiano gli abusivi.

Si spera che con la nuova fase si riesca a superare uno dei problemi storici del paese e cioè quello dell’assenza di un mercato dell’affitto e di un’edilizia popolare che premi davvero le fasce più deboli della popolazione. Ma dopo anni di condoni e di sanatorie, sarà difficile imporre e fare rispettare regole. Comunque fine ottobre è vicino: basta aspettare come sarà la legge che verrà predisposta.

Postilla

Regalano a pochi le case costruite (a differenza di quelle nelle favelas) con i soldi di tutti i lavoratori. Spacciano questo per un “piano casa”. Rinunciano a un patrimonio pubblico di case in affitto, prezioso tanto più che è aumentata la mobilità territoriale. Non viene loro in mente che una moderna ed efficace politica della casa deve poter incidere su tutti i segmenti dello stock abitativo, e che non può essere affidata al mercato.

Ma in realtà non sono ignorati (almeno, non tutti). Sono pervasi dall’ideologia per la quale è cittadino solo chi è proprietario. Non avrebbero firmato l’articolo 42 della Costituzione, là dove stabilisce che devono essere posti alla proprietà “i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale”. Per loro, l’unica funzione sociale utile è quella che assicura il loro potere: più italiani diventano proprietari più noi possiamo illuderli che i loro interessi coincidono con i nostri. É una politica vecchia per l’Italia; praticata dalla vecchia DC, ha contribuito adl allontanare l’Italia del resto dell’Europa riducendo al lumicino il mercato dell’affitto, facendo lievitare i prezzi delle case, costituendo l’alibi per sempre nuove espansioni edilizia, diruttannto risorse dal profitto e dal salario verso la rendita, e infine distruggendo il bel paese e la speranza di un vero “diritto alla casa” – per chi ha bisogno di un tetto a un canone equo e non a chi vuole diventare ricco a spese degli altri.

Qualcuno protesterà per la politica dei Galan e dei Brunetta, e del loro padrone?

A giustificazione (pretesto) del «piano casa», governanti e governatori hanno posto la crisi del settore delle costruzioni. Vero, la crisi c’è, gravissima, ma è una crisi inevitabile dovuta al raggiungimento di un eccesso di offerta sul mercato. Il numero di nuove costruzioni è aumentato, tra il 2000 e il 2007, del 70 per cento. La percentuale di nuove abitazioni sull’intera offerta immobiliare passa dal 27,9 per cento nel 2000 al 40,9 per cento nel 2007, al 46,7 per cento nel 2008. Tra il 2008 e il 2010 saranno ultimate altre 840 mila abitazioni già cantierate o autorizzate (dati Cresme). Peccato che le nuove famiglie, dal 2002, stiano scendendo gradualmente e che solo l’1 per cento dichiara l’intenzione di voler comprare una casa. Come scrive Paola Bonora (su Eddyburg del 29.03.09) nell’ultimo decennio in gran parte dei paesi occidentali vi è stata una «frenesia edilizia» (le aziende edilizie crescono del 31,6 per cento, quelle immobiliari del 59,2 per cento, la quota del valore aggiunto assicurata dal settore cresce del 24 per cento, più del doppio della media nazionale, venti volte più di quella dell’industria) del tutto in simbiosi con la finanziarizzazione dell’economia. Più precisamente la immobiliarizzazione dei capitali è stata il mezzo di transito con cui l’economia degli speculatori è riuscita a realizzare rendimenti (interessi) sempre maggiori.

Il territorio nazionale è stato messo a disposizione della rendita urbana fondiaria (con i piani dei sindaci, con le leggi regionali che hanno seppellito la pianificazione urbanistica e, infine, con la legislazione emergenziale di Berlusconi), cioè del meccanismo che consente il rigonfiamento dei valori immobiliari, quindi l’ipervalutazione degli edifici. Ma – come è accaduto negli Stati uniti, nel Regno unito, in Spagna, ecc. – la bolla presto o tardi scoppia, il mercato si accorge che non ci sono compratori, crolla il castello dei finanziamenti facili (ancora lo scorso anno le banche finanziavano i costruttori fino al 100 per cento del costo di costruzione dell’immobile), esplode l’insolvenza, le banche vanno in rosso. Si deve sapere che il boom edilizio dell’ultimo decennio, la ondata di cemento e asfalto che ha lastricato una fetta impressionante di terreno agricolo, è stato governato dai fondi di investimento immobiliare, che rastrellano i risparmi familiari, ma servono anche a tesaurizzare («pietrificare» in questo caso) i fondi pensione e assicurativi a cui basta iscrivere a bilancio rendimenti del tutto fantasiosi (in attesa che qualcuno si accorga del trucco) e persino i «fondi sovrani» degli sceicchi del petrolio che hanno un problema inverso al nostro: un eccesso di liquidità.

La crisi del settore delle costruzioni in Italia e in ogni stato dove si sia lasciata mano libera a banchieri e immobiliaristi («capitani coraggiosi», venivano chiamati con ammirazione) è dovuta ad un inevitabile crollo del mercato: un decremento delle compravendite stimato tra il 13 e il 16 per cento, con cali massimi al Nord (-18 per cento) e nei centri urbani provinciali. Un enorme stock di invenduto (non solo case, ma anche capannoni industriali e commerciali) è sparpagliato sul territorio a perenne segno dell’insipienza, della voracità, del malgoverno.

Se la crisi è questa (strutturale, finanziaria, di strategia programmatica), il «piano casa» varato da governo e regioni assomiglia all’ultimo boccale di birra concesso all’ubriaco, quello che lo farà crollare sul marciapiede. Non c’è un piano di riorientamento del settore delle costruzioni («consumo zero» di suolo, ristrutturazione edilizia e riqualificazione urbanistica, obbligo alla certificazione energetica, modifica dei modelli insediativi, ecc.), non c’è un piano per sostenere davvero la domanda debole che non raggiunge il mercato (migranti, innanzitutto, giovani, ecc.), c’è solo disperazione e furbizia: costruite dove volete, mettete mano ai vostri risparmi, spendeteli nel modo peggiore possibile, rovinando quelle poche aree di pertinenza dell’abitazione, degradando quel che rimane del paesaggio agricolo, svalorizzando ancora di più la qualità dei vostri immobili e soprattutto della vostra vita quotidiana.

Ma che c’entra questo con l’emergenza del settore delle costruzioni?

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L’obiettivo centrale di Silvio Berlusconi, il Primo Ministro italiano, era da tempo chiaramente e spudoratamente evidente. Fin da quando ha mosso i suoi primi grandi passi nel vuoto politico creatosi nel 1993 dai simultanei scandali di corruzione del governo da un lato, e il collasso del comunismo italiano dall’altro, il signor Berlusconi ha usato la sua carriera politica e il suo potere per proteggere se stesso e il suo impero mediatico dalla legge. Durante il più lungo dei suoi tre periodi come Primo Ministro, il signor Berlusconi non solo ha consolidato la sua già salda presa sul settore italiano dei media - ora ne possiede circa la metà - ma nella passata legislatura si è anche concesso l’immunità dai suoi procedimenti giudiziari. Poi, quando tale legge è stata dichiarata incostituzionale, lo scorso anno il neo rieletto Presidente Berlusconi l’ha portata in una nuova veste ed è con successo diventata legge.

Il signor Berlusconi deve il suo successo alla sua audacia e in modo rilevante anche alla profonda debolezza dei suoi oppositori. La sinistra italiana, in particolare, non è riuscita a dare vita a un’efficace opposizione. Ancora, l’ultimo atto di Berlusconi - la fusione nel suo nuovo blocco del Popolo delle Libertà, completato ieri, della sua Forza Italia con Alleanza Nazionale, che deriva direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini - può lasciare un segno più duraturo di quello lasciato da qualunque altro magnate populista, sulla vita pubblica italiana.

A differenza della Germania postbellica, l’Italia del secondo dopoguerra non si è adeguatamente confrontata con la sua eredità fascista. Come risultato, mentre i neofascisti in Germania non sono mai seriamente riemersi, in Italia vi sono state importanti continuità - ereditate da Mussolini - tra cui leggi e dirigenti e la rinascita postbellica del partito fascista sotto un altro nome a dispetto di una cultura pubblica italiana ufficialmente antifascista. Queste continuità sono appena diventate più forti.

E’ un giorno di vergogna per l’Italia.

D’altro canto, AN ha percorso una lunga strada in questi ultimi 60 anni. Il suo leader Gianfranco Fini, ha rigettato i costumi della vecchia politica e ha portato il suo partito verso il centro. Ha lavorato per più di 15 anni per l’alleanza del signor Berlusconi, parla della necessità di un dialogo con l’Islam, biasima l’antisemitismo e auspica un’Italia multietnica - posizioni che il signor Berlusconi, con le sue campagne anti-zingari, anti-immigrati e la sua predilezione per un razzismo “soft”, dovrebbe sforzarsi per avvicinare.

Nonostante le sue lontante origini liberali, l’Italia è storicamente un paese di destra. Ancora, è molto scioccante pensare che ci sarà un capo di governo tra i 20 leader del mondo a Londra per il vertice economico di questa settimana, che ha ricostruito la sua base politica sulle fondamenta gettate dai fascisti e il quale sostiene che come risultato la destra probabilmente rimarrà al potere per generazioni.

(31 marzo 2009)

Ascoltando Raffaele Fitto, ministro per i rapporti con la regione, ho pensato “che burlone, ci vuole fare un pesce d’aprile”, non era credibile, infatti, che avesse trovato l’accordo sul “piano casa” con le regioni. Eppure era la verità, altro che pesce d’aprile, le regioni avevano limato il piano del cavaliere Berlusconi, ma sostanzialmente né accettavano la filosofia. E va bene che tra i “governatori” regionali ce ne fossero alcuni che amando il “capo”, condividevano il piano casa (la Regione Veneta ha in discussione un progetto di legge che ricalca alla perfezione il contenuto del primo annunzio del cavaliere), ma il centro sinistra dove stava? Forse si è spaventato di frenare la ripresa economica bloccando l’iniziativa edilizia? Forse si è fatto irretire dalle previsioni (tutte da verificare) di centinaia di migliaia di famiglie pronte per cogliere l’occasione di un ampliamento della loro casa? Misteri.

Quello che non è misterioso, invece, è la fragilità delle parole al vento. Da quando è scoppiata la crisi economica non si ascoltano che affermazioni del tipo “niente sarà come prima”, “il capitalismo uscirà diverso”, “chi governa ha capito”, e via di questo passo. Ora mi pare che almeno in Italia la ripresa è affidata al più tradizionale degli strumenti: l’accelerazione della produzione edilizia, con gli addentellati della speculazione, della corruzione, del lavoro nero, ecc. Non importa se poi questo piano, come credo, avrà effetti inferiori al previsto, quello che interessa è che a destra come a sinistra il “niente come prima” si declina con gli strumenti più banali dello sviluppo precedente (e una delle cause della crisi). Che non si tratti di una personale illazione è verificabile dal testo dell’accordo tra Conferenza delle regioni e il governo, che infatti recita “rilevata l’esigenza … di misure che contrastino la crisi … visto l’accordo … di fronteggiare la crisi mediante un riavvio dell’attività edilizia…”.

Prescindendo da questo aspetto, certo non marginale, l’accordo presenta una serie di equivoci che facendosi forte dell’autonomia della regione e dei poteri delegati a queste (“premia” il federalismo) fornisce indicazioni di massima (il famoso 20%), mentre si afferma che le “regioni possono promuovere ulteriore forme di incentivazione volumetrica”; ai disastri non c’è mai un limite. Mi immagino che la giustificazione per eventuali forme di ulteriore “incentivazione volumetrica” è presto trovata: l’occupazione. Tale incremento riguarda le case unifamiliari o bifamiliari (ma qualcuno parla anche di “case a schiera”, il che sarebbe una bella differenza). Sarebbero esclusi i condomini, che, tuttavia potranno essere reintrodotte dalle singole regioni.

Incrementi fino al 35% sono ammessi per edifici a destinazione residenziale che venissero demoliti e ricostruiti con finalità “di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica ed utilizzo di fonti energetiche rinnovabili”. Qui non è chiaro che i tre criteri sono necessariamente concorrenti o se ne basti uno. Ma forse, come si dice sempre, il testo diffuso non è preciso. La demolizione pone problemi di inquinamento non modesti ma a questi non si fa riferimento, ne sul riciclo dei materiali o loro smaltimento.

Così come formulato l’accordo , sembra escludere, e tutti respiriamo, l’edilizia non residenziale, ma attenzione, sempre in virtù del federalismo e dell’autonomia regionale, “ferma restando l’autonomia legislativa regionale ad altre tipologie di intervento”.

Tali interventi non possono riferirsi ad “edifici abusivi, ai centri storici o in aree di inedificabilità assoluta”. Come già segnalato in altre occasioni il riferimento agli edifici abusivi appare equivoco, in una versione precedente si diceva con “ordine di demolizione” ora l’universo sembra allargarsi, ma resta il problema degli edifici condonati, questi edifici costruiti regolarmente, sanati, con poche lire, a fini di cassa, ora godono anche di un premio? Sembra di si, la qual cosa non sembra un tratto di giustizia sociale ancorché legittima.

Giusto lo shock da produrre nella crisi si è introdotto un lasso temporale di validità della legge regionale che promuoverà l’attività edilizia suddetta: 18 mesi (“salvo diversa determinazione delle singole regioni”). Questo termine, ovviamente, spinge le famiglie ad “approfittare” e quindi la legge potrebbe incentivare l’attività edilizia. Su questa attesa delle famiglie, nonostante i pararei di illustri istituti di ricerca si possono avanzare delle perplessità. Ma tralasciamo la questione.

Poi segue la parte “normativa” che apparentemente ha lo scopo di “snellire” (cosa saggia) ma che in realtà si presenta come fuga da ogni formazione con l’estensione massima del “silenzio assenso”, principio quanto mai perverso. Infine si coglie una sorta di “comando” affinchè le regioni introducano nelle legislazioni regionali, qualora non l’avessero già fatto, la “perequazione e compensazione urbanistica”, che costituisce un falso principio di eguaglianza tra i proprietari fondiari e un marchingegno non necessario per ottenere aree per le opere e i servizi pubblici. Ma è di moda, e tanto basta.

Per capire cosa significa il costante rimando all’”autonomia regionale” basta gettare un’occhiata al progetto di legge n. 398, di iniziativa della Giunta, della Regione Veneta. Un progetto snello (8 articoli) che permette l’ampliamento fino al 20% sia degli edifici residenziali che quelli destinati ad usi diversi. Per gli edifici composti da più unità immobiliari, “compatibilmente con le leggi che disciplinano il condominio degli edifici” (non le norme urbanistiche né i regolamenti edilizi), è possibili realizzare l’ampliamento separatamente per ogni unità (la cosa è misteriosa, a meno di non pensare alla chiusura di terrazzi, balconi e simili e di costruzioni aggettanti, e viva il miglioramento estetico). La Regione Veneto allarga tale possibilità anche agli usi diversi; questa si che è appetitosa e grave.

E’ prevista la demolizione degli edifici realizzati prima del 1989 con incremento del 30% o il 35% se si usano tecniche costruttivi di bioedilizia ed energia rinnovabile. Anche in questo caso l’ampliamento ammesso è previsto sia per le abitazioni che per gli altri usi.

Sono i Comuni, entro il termine perentorio di 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, che “possono escludere l’applicabilità delle norme a specifici immobili o zone del proprio territorio, sulla base di specifiche valutazioni o ragioni di carattere urbanistico, edilizio, paesaggistico”. Questo significa che norme e piani esistenti non contano niente, i Comuni si dovranno esprimere ex-nuovo, le regole di governo precedente sono azzerate. Questo è l’oggetto vero del provvedimento: la de regolazione, la fine di una programmazione dello sviluppo urbano e territoriale. È chiaro, infatti, che questo sistema una volta applicato per 18 mesi (24 nella proposta della regione Veneto) non potrà che costituire la guida futura per il Paese lungo i percorsi dei suoi disastri urbanistici ed edilizi.

L’autonomia regionale, il tanto atteso dì federalismo, trova una sua prima applicazione deteriore. La Conferenza delle regioni ha provato a mediare e non a bloccare un piano dissennato, ma avere accettato che le Regione, nella loro autonomia, potranno proporre “ulteriori forme di incentivazione” e “diverse tipologie di intervento” non fa altro che spostare altrove il problema (la regione Veneto è un esempio). E non può essere di consolazione pensare che le popolazioni hanno i governati che si meritano, sia perchè ad approfittare è una quota modesta della popolazione sia perché chi governa non dovrebbe accettare un disastro annunziato.

Il cavaliere Berlusconi, tuttavia, non è soddisfatto, e, dal suo punto di vista ha ragione, non perché il suo piano sia stato ridimensionato, ma perché il merito di quello che si farà (si distruggerà) sarà non tanto suo ma dei Governatori. Non è un caso che già rilancia il “piano famiglia” con la costruzione di edilizia per le giovani coppie (i singoli non hanno diritto?), a basso costo, e annunzia, anche, la costruzione di nuove città. Ma di questo non ci occuperemo fino a quando (giusto l’impegno preso con i lettori) non sarà materia ufficializzata e non pensiero dal senno sfuggita.

Detto tutto questo va precisato che in questa nota si è tenuto conto dell’ “intesa governo regioni”, ma niente si sa ancora del decreto legge che il governo emetterà; questo, si può supporre, si occuperà soprattutto della semplificazione, cioè dell’azzeramento di ogni forma di governo del territorio.

Alla formazione di questo governo avevo paventato il fatto che il cavaliere avendo meno bisogno di tempo per “occuparsi dei fatti suoi” si sarebbe occupato “dei fatti nostri”. Ecco il risultato.

Ci sono l’Italia della pellecchiella, un’albicocca che matura sui ciglioni del Monte Somma, accanto al Vesuvio, e l’Italia della vite maritata, che nel casertano si arrampica su un nodoso fusto di pioppo. Per la prima volta vengono censiti in un catalogo i paesaggi rurali che da secoli si mantengono sufficientemente integri e che, nella loro varietà, sono i più rappresentativi dell’identità multipla, tanto ricca quanto minacciata, della nostra penisola. Sono centotrentasei. Dai Quadri di Fagagna e dalle colline moreniche del Friuli agli orti e ai castagneti terrazzati di Liguria fino al bosco della Ficuzza fra Corleone e Monreale, dalla risara delle Abbadesse, pochi chilometri fuori Vicenza, passando per il parco della Moscheta in Toscana e arrivando agli altipiani di Castelluccio a Norcia.

Il Catalogo del paesaggio rurale storico italiano è il frutto di un lavoro compiuto da una settantina fra i massimi esperti di colture agricole, ma anche di storia e di discipline territoriali (Piero Bevilacqua, Diego Moreno, Giuseppe Barbera, Saverio Russo, Antonio Di Gennaro, Franco Cazzola, Lionella Scazzosi, Tiziano Tempesta, Massimo Quaini, Alberto Magnaghi, Paolo Baldeschi, Claudio Greppi). Il coordinatore è Mauro Agnoletti, che insegna alla facoltà di Agraria di Firenze. L’iniziativa è promossa dalla Direzione generale Sviluppo rurale del ministero dell’Agricoltura. Ogni paesaggio agricolo, forestale o pastorale ha la sua scheda (valori estetici, di biodiversità, economici, stato di conservazione, assetti geomorfologici e di colture). E di ognuno si racconta la vulnerabilità.

A poche centinaia di metri dalla risara delle Abbadesse, per esempio, si aprono gli sconquassi del cantiere dell’A 31 Valdastico, un’autostrada che attraversa quella parte di Veneto compresa fra i Monti Berici e i Colli Euganei, e distesa lungo pianure e valli parzialmente intonse, un paesaggio mosso dalle colline e attraversato da filari di gelso e dalle rogge, i corsi d’acqua che, per volontà della Serenissima, irrigavano i campi. Ma in tempi di "piano casa" e di fervore cementizio, fa impressione sentire che la multiforme ricchezza del paesaggio rurale italiano è minacciata certo dall’espansione urbana, ma anche - e anzi soprattutto - dalla sua "banalizzazione", da quel velo di uniformità che si posa su di essa a causa dell’abbandono di molte colture (le estensioni coltivate sono passate da 23 milioni di ettari degli anni Trenta ai 13 milioni attuali). O anche perché si diffondono incontrollati i boschi (nei primi decenni del Novecento la loro superficie era di circa 3 milioni e mezzo di ettari, oggi occupano 10 milioni di ettari). O, infine, come conseguenza di concimi chimici e agricoltura industriale, che fanno scomparire paesaggi tradizionali ritenuti di ostacolo alle produzioni intensive: e così, laddove c’erano campi promiscui con vegetazione e colture diverse, ora si espandono monocolture: tutto mais, tutto girasole, tutto vite, tutto ulivi.

Un esempio? La Toscana. Fino a tutto l’Ottocento, racconta Agnoletti, in un’area di circa mille ettari si potevano contare almeno 24 tipi di seminativi arborati, 25 tipi fra pascoli e prati, 6 tipi di boschi, per un totale di 65 usi diversi del suolo organizzati in circa 600 "tessere" di un ricchissimo mosaico paesaggistico. Ora su quella stessa estensione di usi se ne contano diciotto.

Sono l’abbandono, spiega Agnoletti, e la troppa natura alcuni dei fattori che minacciano i paesaggi rurali italiani, che invece hanno come elemento tipico la manipolazione dell’uomo, il quale nei secoli ha creato, regione per regione, luogo per luogo, assetti diversi. «Chi viene in Italia - dice - non è richiamato dalla naturalità del paesaggio, altrimenti se ne andrebbe in Amazzonia o sul Grand Canyon».

Nel catalogo sfilano pascoli arborati e orti periurbani, limonaie e filari di gelso. «È un catalogo - afferma Marco Magnifico, direttore generale del Fai (Fondo ambiente italiano) - che documenta anche come in Italia l’uomo abbia integrato i paesaggi, ma senza occuparli e stravolgerli». Ma Agnoletti osserva: «Nel Nord sono ormai scarse le aree estese che conservano i caratteri tradizionali del paesaggio rurale. La montagna alpina presenta spesso zone con pascoli e terrazzi a vigneto, come in Valtellina o in Trentino. Sopravvivono le foreste cinquecentesche che i veneziani usavano per la costruzione delle navi. La pianura padana, però, ha perso gran parte del paesaggio storico: troviamo tracce di fontanili, marcite, cascine e risaie, ma con pochissime alberature, un tempo invece estesissime». Delle regioni centrali il catalogo sottolinea la permanenza dei castagneti da frutto in Toscana, «vecchi anche trecento, quattrocento anni», oppure le alberature nelle Marche, i tracciati della transumanza in Abruzzo. «Al Sud, poi, la dotazione è molto più ricca: i mandorleti terrazzati del Gargano, i pistacchieti di Bronte, le viti maritate dell’aversano, una coltura vecchia anche duemila anni, citata da Columella, Varrone e Plinio, o ancora il paesaggio agrario della Valle dei Templi di Agrigento».

Molti dei centotrentasei paesaggi hanno grandi attrattive per un turismo selezionato, ma in costante crescita. «Nelle regioni meridionali - ricorda Agnoletti – l’offerta agrituristica è cresciuta negli ultimi anni dell’ottanta per cento». Ma è fondamentale che quei paesaggi restino vivi, insiste il professore, che chi li abita non sia costretto ad abbandonarli e che si incentivino le produzioni di qualità: «Il rapporto fra il buon cibo, il buon vino e un territorio ben conservato è un valore che il nostro paese sfrutta ancora poco, a differenza di altri. Ci siamo molto concentrati sui prodotti, poco sui paesaggi che li esprimono. Eppure gli esperti di marketing sanno che è indispensabile costruire "una storia" per vendere bene un formaggio o un olio: i nostri paesaggi sono ricchissimi di queste "storie"».

Non c’è solo la semplificazione dei paesaggi a mettere a repentaglio la multiforme varietà dell’Italia rurale. Le città si espandono, dilaga la cosiddetta "città diffusa", quella delle villette che potrebbero ampliarsi del 20 per cento o del 30-35 se abbattute e ricostruite anche in deroga a tutte le norme urbanistiche. E gli spazi rurali periurbani sono i primi a soccombere. «Il cosiddetto "piano casa" è rischiosissimo», insiste Magnifico del Fai. «Quasi il nove per cento di tutta la superficie agricola italiana si trova intorno a grandi aree urbane, fra le quali le più importanti sono Milano o Napoli», calcola Agnoletti. I territori dell’agro romano fanno gola a nuovi e vecchi palazzinari. E una vera devastazione interessa l’area fiorentina, dove il paesaggio rurale della piana a ovest della città sta scomparendo e si sta realizzando la saldatura fra il capoluogo e gli insediamenti della provincia: uno degli ultimi baluardi di verde è l’area di Castello, sulla quale dovrebbero abbattersi più di un milione di metri cubi (la vicenda è ora in mano alla magistratura).

Sfogliando il catalogo sono molte le pagine in cui suonano i campanelli d’allarme. Ma una in particolare si segnala, quella dedicata al paesaggio agrario del Parco delle colline a nord di Napoli, un’area di oltre duemila ettari che dalle pendici della collina dei Camaldoli, dalle conche dei Pisani e di Pianura si infila fin dentro il centro storico della città, con le sue macchie di vegetazione e di giardini. L’area è saldamente tutelata e valorizzata dal piano regolatore, ma la sua vulnerabilità è massima. Lungo i confini meridionale e occidentale si aprono le voragini di numerose cave, profonde fino a ottanta metri, ora dismesse (quelle che si vedono nelle inquadrature del film "Gomorra"). In una di queste, a Chiaiano, è stata sistemata l’imponente discarica che adesso viene riempita con l’immondizia dei napoletani.

Per ora si tratta di un piano-famiglia, ha precisato ieri Silvio Berlusconi. Il piano-casa, quello vero, verrà poi, magari con la costruzione di tante new towns (città nuove) quanti sono i centri principali. Ha ben ragione dunque il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (garante dell’art. 9 della Costituzione che “tutela il paesaggio”) a preoccuparsi e a denunciare che nel rilancio “comunque” dell’attività edilizia “si celano anche molte insidie non trascurabili proprio per la salvaguardia del nostro patrimonio culturale, artistico e paesaggistico, valori che la Costituzione tutela e di cui impone il rispetto”. Impeccabile.

Guardiamo ai dati reali. La popolazione italiana aumenta molto lentamente, in forza soprattutto dell’immigrazione, mentre siamo già sui 100 milioni di stanze costruite (escluse le seconde case). La produzione edilizia degli ultimi sette anni è stata ingente, ma, non essendo quasi per nulla di natura sociale, non ha scalfito l’emergenza-casa. Pensare ad ulteriori incrementi della sola edilizia privata, significa cementificare e asfaltare altro paesaggi agricoli e forestali senza dare casa a quanti ne hanno realmente bisogno. L’attuale intesa Governo-Regioni riguarda soltanto i proprietari di case e di ville mono o bi-famigliari e consente loro di aumentare del 20 % i volumi esistenti, sino a 200 mc (incluse le villette a schiera, esclusi invece i centri storici, i condominii e i capannoni).

Temo che un imbruttimento della attuale, tanto deprecata Villettopoli sarà inesorabile. In caso di demolizione/ricostruzione l’ampliamento potrà arrivare al 35 %. Secondo le stime del presidente del Consiglio tali facilitazioni potrebbero mettere in circolo addirittura 60-70 miliardi di euro di investimenti, cioè 4-6 punti del PIL. Non dice che quella stessa cifra sarebbe contemporaneamente sottratta a consumi magari primari e ad altri investimenti più produttivi. Di più: l’aumento delle volumetrie si sommerà al già cospicuo invenduto ora sul mercato riducendo i valori e i prezzi dell’edilizia. Tant’è che vi sono economisti i quali stimano che l’impatto sul PIL risulterà assai limitato nel tempo e nella quantità, comprimendo la domanda di altri beni e servizi.

Ci sono poi parecchie perplessità (bisognerà vedere il testo definitivo) sulla semplificazione delle procedure: in alcuni snodi strategici (permessi relativi alla situazione idrogeologica, sismica e paesaggistica, alla stessa Valutazione Ambientale Strategica) prevedere “tempi certi” per il rilascio dei permessi equivale ad instaurare forme di silenzio/assenso, quindi di non-controllo di merito. Pericolosissime in una Paese quasi tutto mediamente o altamente sismico, flagellato da frane e smottamenti, con ambienti e paesaggi già molto a rischio. Di qui il giusto monito del presidente Napolitano. Nell’intesa si dice che le leggi regionali “possono” individuare i casi nei quali beni culturali e ambientali impediscono di costruire.

Perché “possono” e non invece devono? La tutela non è un optional. Nello stesso testo ci si riferisce – per la tanto criticata “compensazione” – a “norme già presenti nei disegni di legge all’esame del Parlamento”. A quale di essi se sono fra loro così diversi? E poi, quando mai ci si rifà a leggi non ancora approvate? Delusione piena, infine, per l’edilizia pubblica e sociale: soltanto un formale tavolo di confronto. Tanto sono in arrivo le “new towns”. Non quelle dei laburisti inglesi di 30-40 anni fa, bensì le clonazioni di Milano 2.

Si va a Tuvixeddu «come Leonida a difendere il passo delle Termopili». L’invito e rivolto alle migliaia di cagliaritani che non vorrebbero vedere la necropoli punico-romana affogare nel cemento. Di certo domenica mattina ci saranno quasi tutte le associazioni culturali ed ecologiste che da anni si battono contro i 260 mila metri cubi di edifici targati Nuova Iniziative Coimpresa. «Noi non ci arrendiamo - hanno detto ieri Vincenzo Tiana di Legambiente, Maria Paola Morittu e Fanny Cao di Italia Nostra, Luca Pinna del Wwf - e finchè esiste la possibilità di fermare quel progetto, continueremo a lottare». Come Leonida, appunto. Solo che al posto di archi, frecce e scudi i ‘nemici’ hanno usato con grande perizia le norme della giustizia amministrativa, mandando all’aria ogni tentativo di impedire per via legale l’edificazione del colle. Difficile spuntarla quando «la stessa amministrazione comunale si è schierata in giudizio con il costruttore». Un caso di autolesionismo consapevole, come se i mattoni privati rendessero più di un bene archeologico inestimabile come quello del colle punico.

Ancora più difficile quando persino l’Università, istituzione che in genere sta dalla parte della cultura, anzichè perorare la causa della conservazione «ha preso la sua parte di volumetrie». Tiana - che ha ospitato nella sede di Legambiente una conferenza stampa - ha fatto una rapida cronistoria del caso Tuvixeddu «aperto quasi vent’anni fa e arrivato oggi a una fase molto critica». Forse la fase finale, perchè dopo l’ininterrotta serie di sconfitte giudiziarie Renato Soru, il nemico pubblico numero uno di Coimpresa, ha dovuto lasciare la presidenza della Regione a Ugo Cappellacci: «E abbiamo visto tutti le fotografie del nuovo governatore - ha scherzato Tiana - che brindava alla vittoria delle elezioni insieme a Gualtiero Cualbu...». Resta qualche speranza? «Per noi sì - ha insistito Fanny Cao - perchè negli ultimi anni Tuvixeddu da luogo dimenticato che era, ha raccolto l’interesse della cultura e della stampa nazionale, ne ha scritto il Times di Londra, abbiamo visto servizi televisivi nelle maggiori trasmissioni d’informazione. C’è una nuova sensibilità per la tutela di questo sito fondamentale, possiamo ancora farcela». Se il ministro dei beni culturali Sandro Bondi se n’è lavato le mani («mettetevi d’accordo fra di voi») e l’aria politica attorno al colle vira al grigio calcestruzzo, l’ultima offensiva anti-Coimpresa resta dunque affidata alle associazioni, che nel frattempo hanno reclutato anche il Global Social Forum di Serafino Canepa («quel progetto è un’infamia, non è un problema solo nostro ma di tutto il mondo...») e gli studenti universitari del Movimento Unitario: «Questa battaglia - ha detto Giorgia Loi - non è di destra nè di sinistra, è una battaglia per la cultura».

Domenica ci saranno anche loro. Spunta l’idea, ironica ma non troppo, di un prossimo libro nero: «Potremmo scriverci quanto è accaduto negli anni attorno al colle di Tuvixeddu - sorride Tiana - coi nomi e i cognomi dei protagonisti. Così, a futura memoria». Magari un libro da allegare al fascicolo che la Procura della Repubblica sta per chiudere sulle vicende collegate al grande progetto di edificazione, dove nomi e cognomi si annunciano eccellenti. Ma torniamo alla manifestazione di domenica prossima «una catena umana per Tuvixeddu»: la richiesta rivolta alle istituzioni è di allargare i vincoli paesaggistici sull’area archeologica, con la revisione profonda del progetto Coimpresa. L’appuntamento è alle 10 sul colle, nel prolungamento di via Bainsizza. La conclusione è prevista per mezzogiorno davanti alla Grotta della Vipera in vico I Sant’Avendrace dopo un’esplorazione dell’area. Il passo successivo un contatto con Cappellacci: «Chiederemo al presidente della Regione di venire con noi a fare un sopralluogo all’interno della necropoli di Tuvixeddu - ha annunciato Tiana - vogliamo mostrargli nel dettaglio il vero, straordinario valore di tutta l’area perchè venga conservata così com’è».

COMUNICATO STAMPA

"Serve un grande abbraccio simbolico per Tuvixeddu"

Domenica 5 Aprile: UNA CATENA UMANA PER TUVIXEDDU

Dal 1991 le associazioni ambientaliste e culturali lottano perché vengano garantite adeguate misure di difesa per un sito archeologico di portata mondiale come la Necropoli di Tuvixeddu. Grazie al loro contributo, in questi 18 anni, la Coimpresa ha dovuto dimezzare le cubature del suo progetto ed è stato istituito, solo nel 1997, un vincolo paesaggistico. Aspetto paesaggistico rafforzato dall’inserimento dell’area nel PPR nel 2006. Sono 431 le nuove tombe scoperte negli ultimi 10 anni. Numeri che testimoniano l’urgenza di una tutela integrale del sito in tutti i sui 50 ettari.

"Cagliari e la Sardegna devono far sentire la loro voce per la salvezza della necropoli e del colle di Tuvixeddu". Con queste parole le associazioni ambientaliste Legambiente, Italia Nostra, Cagliari Social Forum, WWF e gli Studenti universitari di Cagliari invitano alla più grande partecipazione possibile i cittadini che hanno a cuore le sorti del Colle di Tuvixeddu e promuovono la manifestazione "UNA CATENA UMANA PER TUVIXEDDU" programmata per DOMENICA 5 APRILE alle ore 10:00 sulla sommità del colle. Esiste una parte della città che non si arrende a un destino segnato per il colle e il sito archeologico racchiuso in esso, che nonostante la serie di ricorsi persi solo per vizi procedurali, è convinta di poter ancora garantire un futuro di tutela per la più grande necropoli punico-romana del Mediterraneo. "La città domenica deve stringere il colle in un grande abbraccio collettivo,.

Le associazioni hanno già chiesto un incontro al presidente della Regione e sollecciteranno anche il Comune di Cagliari . "Il Comune resta il grande assente in tutti questi anni e ha sempre tenuto una posizione che stride con le velleità che questa città ha di candidarsi a "Capitale del Mediterraneo". Anche gli studenti universitari cagliaritani daranno il loro contributo con la mobilitazione per Domenica dei giovani da tutte le facoltà della città .

Programma Domenica 5 aprile 2009

ORE 10 – inizio della catena umana dalla sommità del colle (prolungamento Via Bainsizza);

ORE 11 – concentramento in Via Is Maglias (parcheggio facoltà di Ingegneria);

ORE 12 - conclusione in Viale S. Avendrace Vico I (Grotta della Vipera) dove sono previsti gli interventi di esponenti del mondo culturale come Giovanni Lilliu, Roberto Coroneo, Enrico Corti, Alfonso Stiglitz,Giorgio Todde i consiglieri regionali, Claudia Zuncheddu, Luciano Uras, Massimo Zedda, Chicco Porcu, i parlamentari Amalia Schirru e Francesco Sanna, in rappresentanza dell’Osservatorio parlamentare di Legambiente per Tuvixeddu, il Presidente Nazionale di Legambiente Vittorio Cogliatti Dezza.

Italia Nostra Sardegna - Legambiente Sardegna - Social Forum Cagliari

Studenti Universitari di Cagliari - WWF Sardegna

Per info. Tel/fax 070.659740 salegambiente@tiscali.it

Qui il testo dell’accordo, e qui il commento di eddyburg

Via libera questa mattina dal governo e dalla conferenza delle regioni al cosiddetto “piano casa”. Nel piano saranno sbloccate le procedure per ampliamenti degli immobili, che però saranno possibili «entro il limite del 20% della volumetria esistente», per immobili che non superino i 1.000 metri cubi e fino a un massimo di incremento di 200 metri cubi. Il tutto secondo le norme regionali, che potranno escludere aree «con particolare riferimento ai beni culturali» e aree «di pregio ambientale e paesaggistico». E' quanto si legge nell'intesa raggiunta tra governo e regioni.

Il limite di ampliamento sale al 35% nel caso di demolizioni, «con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell'efficienza energetica e secondo criteri di sostenibilità ambientale». Le regioni, prevede l'intesa, «si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente» agli obiettivi dell'accordo stesso. La validità delle leggi regionali non sarà superiore a 18 mesi. Mentre «entro dieci giorni dalla sottoscrizione dell'accordo il governo emanerà un decreto-legge i cui contenuti saranno concordati con le regioni e il sistema delle autonomie».

L'obiettivo, si legge, è quello «di semplificare alcune norme di competenza esclusiva dello Stato, al fine di rendere più rapida ed efficace l'azione amministrativa di disciplina dell'attività edilizia» e «introdurre forme semplificate e celeri per l'attuazione degli interventi edilizi», sempre «in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale».

Il governo e le regioni, infine, «ribadiscono la necessità assoluta del pieno rispetto della vigente disciplina in materia di rapporto di lavoro, anche per gli aspetti previdenziali e assistenziali e di sicurezza dei cantieri».

«Si tratta di un risultato molto importante al quale abbiamo lavorato intensamente - ha commentato il ministro Raffaele Fitto - abbiamo raggiunto un'intesa condivisa dall'intero governo».

Il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, oltre alla soddisfazione, ha sottolineato che l'intesa «è un risultato importante per noi e per il Paese, confermiamo pienamente l'impostazione di quando avevamo detto che il decreto era inaccettabile». Con gli accordi raggiunti oggi «non ci sono scelte che possono compromettere il sistema di governo e la tenuta urbanistica del territorio. Ora però bisogna occuparsi della vera emergenza che è quella di trovare risorse per le famiglie in difficoltà che non riescono a pagare l'affitto, abbiamo 550 milioni di euro, bisogna trovare altre risorse pubbliche e private». Soddisfazione è stata espressa da Errani anche perché nella bozza dell'accordo «non c'è più la vendibilità del 20% e non c'è più il cambiamento della destinazione d'uso».

Errani ha poi sottolineato che i lavori del piano casa saranno svolti nel rispetto delle norme sulla sicurezza e con lavoro regolare e forme di rendicontazione che mettano in chiaro tutti i lavori che verranno fatti. Le Regioni avranno 90 giorni di tempo per emanare, ciascuna, le norme per consentire l'attuazione del piano casa. In extremis si è raggiunto l'accordo per il varo di un tavolo che metta a punto uno studio di fattibilità per verificare quali misure adottare per l'edilizia pubblica. Dall'accordo, infatti, sono sparite «le risorse aggiuntive» che lo Stato avrebbe dovuto apportare, seppure in quantità non determinata.

Al termine del consiglio dei ministri anche Berlusconi ha commentato l'intesa: «Sono soddisfatto per l'accordo raggiunto, un'altra intesa importante dopo quella sugli ammortizzatori sociali. Ringrazio le Regioni per la collaborazione istituzionale, ora ci avviamo a studiare l'altro grande piano per la casa. E' intenzione dell'esecutivo - ha spiegato Berlusconi - dare il via alla costruzione di 'new town' in ogni capoluogo di provincia per mettere a disposizione nuove case, in particolare per i giovani».

Il testo del «piano casa»

(da l'Unità online, 1 aprile 2009)

Ecco il testo dell'accordo sul piano casa siglato la notte scorsa al tavolo tecnico dal governo e dalla conferenza delle regioni, recepito questa mattina dalla conferenza unificata a Palazzo Chigi.



«Rilevata l'esigenza, da parte del governo, delle regioni e degli enti locali di individuare misure che contrastino la crisi economica in materie di legislazione concorrente con le regioni, quale quella relativa al governo del territorio;



visto l'accordo delle regioni e degli enti locali in ordine alle esigenze di fronteggiare la crisi mediante un riavvio dell'attività edilizia favorendo altresì lavori di modifica del patrimonio edilizio esistente nonché prevedendo forme di semplificazione dei relativi adempimenti secondo modalità utili ad esplicare effetti in tempi brevi nell'ambito della garanzia del governo del territorio;



rilevata l'esigenza di predisporre misure legislative coordinate tra stato e regioni nell'ambito delle rispettive competenze;



governo, regioni ed enti locali convengono la seguente intesa:



per favorire iniziative volte al rilancio dell'economia, rispondere anche ai bisogni abitativi delle famiglie e per introdurre incisive misure di semplificazione procedurali dell'attività edilizia, lo stato, le regioni e le autonomie locali definiscono il seguente accordo.



Le regioni si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente ai seguenti obiettivi:



a) regolamentare interventi - che possono realizzarsi attraverso piani/programmi definiti tra regioni e comuni - al fine di migliorare anche la qualità architettonica e/o energetica degli edifici entro il limite del 20% della volumetria esistente di edifici residenziali uni-bifamiliari o comunque di volumetria non superiore ai 1000 metri cubi, per un incremento complessivo massimo di 200 metri cubi, fatte salve diverse determinazioni regionali che possono promuovere ulteriori forme di incentivazione volumetrica;



b) disciplinare interventi straordinari di demolizione e ricostruzione con ampliamento per edifici a destinazione residenziale entro il limite del 35% della volumetria esistente, con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell'efficienza energetica ed utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e secondo criteri di sostenibilità ambientale, ferma restando l'autonomia legislativa regionale in riferimento ad altre tipologie di intervento;



c) introdurre forme semplificate e celeri per l'attuazione degli interventi edilizi di cui alla leggera a) e b) in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale. Tali interventi edilizi non possono riferirsi ad edifici abusivi o nei centri storici o in aree di inedificabilità assoluta.



Le leggi regionali possono individuare gli ambiti nei quali gli interventi di cui alle lettere a) e b) sono esclusi o limitati, con particolare riferimento ai beni culturali e alle aree di pregio ambientale e paesaggistico, nonché gli ambiti nei quali i medesimi interventi sono favoriti con opportune incentivazioni e premialità finalizzate alla riqualificazione di aree urbane degradate.



La disciplina introdotta dalle suddette leggi regionali avrà validità temporalmente definita, comunque non superiore ai 18 mesi dalla loro entrata in vigore, salvo diverse determinazioni delle singole regioni.



In caso di mancata approvazione delle leggi regionali nel termine stabilito, il governo e il presidente della giunta regionale interessata, congiuntamente, determinano le modalità procedurali idonee ad attuare compiutamente l'accordo, anche ai sensi dell'art. 8, comma 1, della legge n. 131/2003.



Entro dieci giorni dalla sottoscrizione del presente accordo, il governo emanerà un decreto-legge i cui contenuti saranno concordati con le regioni e il sistema delle autonomie con l'obiettivo precipuo di semplificare alcune procedure di competenza esclusiva dello stato, al fine di rendere più rapida ed efficace l'azione amministrativa di disciplina dell'attività edilizia.



Il governo e le regioni ribadiscono la necessità assoluta del pieno rispetto della vigente disciplina in materia di rapporto di lavoro, anche per gli aspetti previdenziali e assistenziali e di sicurezza nei cantieri e la necessità di mettere a punto una procedura che garantisca trasparenza come, per esempio, quella utilizzata per lo sgravio Irpef del 36%.



Il governo si impegna, inoltre, confermando integralmente gli impegni assunti con l'accordo sottoscritto con le regioni in merito al sostegno all'edilizia residenziale pubblica, ad avviare congiuntamente con le regioni e le autonomie locali uno studio di fattibilità per un nuovo piano casa che individui, in aggiunta alle risorse dell'accordo sopra indicato, e compatibilmente con le condizioni di finanza pubblica, risorse pubbliche e private per soddisfare il fabbisogno abitativo delle famiglie o particolari categorie, che si trovano nella condizione di più alto disagio sociale e che hanno difficoltà ad accedere al libero mercato della locazione.



Viene fatta salva ogni prerogativa costituzionale delle regioni a statuto speciale e delle province autonome».

L’Amministrazione Comunale di Firenze, dopo le recenti vicende giudiziarie che hanno visto coinvolti alcuni suoi esponenti, a sole poche settimane dal termine del suo mandato, ha in programma l’approvazione del Piano Strutturale, il nuovo piano urbanistico della città.

Questo è stato oggetto di numerose critiche e osservazioni nel metodo e nel merito.

Nel metodo, perché l’Amministrazione Comunale non ha tenuto in alcun conto le precise proposte avanzate dai cittadini nelle assemblee in cui doveva sostanziarsi il processo di partecipazione attivato dal Comune stesso, né, se non marginalmente, di qualsiasi altro contributo critico pervenuto.

Nel merito, perché il piano non riconosce il carattere internazionale e il fondamentale ruolo culturale di Firenze, ma tratta il governo della città esclusivamente in termini di mobilità e di edificabilità; e, anche in questi limiti, con scelte sbagliate, contraddittorie, in ultima analisi preoccupate solamente di assicurare ai costruttori e alla proprietà fondiaria le massime agevolazioni possibili.

Con l’ultimo colpo di coda, quello delle due “varianti” dello Stadio e dell’edificabilità delle aree ferroviarie dismesse (e con la distruzione / riedificazione speculativa del teatro comunale del Maggio Fiorentino) si supera ogni immaginazione ed ogni pudore. In questo modo si rende sempre più difficile il riequilibrio ecologico di una città asfittica e inquinata, frantumata in ogni sua struttura ambientale e per questo ormai insalubre, sgradevole, e costosissima da abitare a da usare. E si rinuncia ad aree preziose per la riorganizzazione della mobilità, senza che si sia provveduto ad un piano complessivo ed organico.

Svendere queste aree strategiche ci pare un vero e proprio scempio nei confronti della città e della qualità della vita della popolazione ed un furto per le giovani generazioni, cui si è già tolto il lavoro, la speranza, il futuro, ed ora, a Firenze, come ultimo sberleffo, anche lo spazio per la sopravvivenza e per la mobilità.

Preoccupante e slegato da qualsiasi seria valutazione della domanda (che non sia quella degli immobiliaristi) è il dimensionamento del piano che prevede più di 4,5 milioni di metri cubi aggiuntivi in una città in cui gli abitanti continuano a diminuire; metri cubi che si aggiungono alle volumetrie già previste e non conteggiate nel piano, fra cui spicca l’insediamento di Castello (1.400.000 mc) e la previsione avanzata in extremis di 435.000 mc sulle aree ferroviarie dismesse.

A ciò si aggiunge il profondo stato di malessere in cui versa l’Amministrazione in carica con le dimissioni dell’assessore all’urbanistica, raggiunto da avviso di garanzia, e del dirigente responsabile dell’elaborazione del Piano Strutturale. Anche se condividiamo pienamente la presunzione di innocenza per gli imputati, tuttavia è doveroso che il sindaco ne tragga le conseguenze per dare ai cittadini la certezza della legalità rispetto alle scelte fondamentali del Piano stesso.

Pertanto chiediamo che l’Amministrazione di Firenze, a soli due mesi dalle elezioni comunali, sospenda l’approvazione del Piano Strutturale, lasciando alla prossima amministrazione il compito di dare a Firenze un piano degno di questo nome, dove gli interessi immobiliari siano subordinati a quelli dei cittadini e degli ospiti della città.

Per aderire inviate una e-mail a:
fi.nopianostrutturale@email.it

Primi firmatari: Ornella De Zordo, Paolo Baldeschi, Sergio Brenna, Paolo Berdini.

Non credo che il fascismo sia alle porte. Se le parole hanno un senso, ed è buon uso lasciarglielo, fascismo è quel che abbiamo conosciuto dal 1922 al '43: partito unico che si fa stato, fine delle elezioni e della divisione dei poteri, fine dei sindacati, illegittimità del conflitto di lavoro, fine della libertà di associazione e stampa, razzismo e singolarmente antisemitismo. Un regime del genere è oggi impensabile in Europa. Nell'evocarne golosamente due aspetti, poteri allargati del premier senza il contropotere d'un parlamento e di una magistratura indipendente, Berlusconi ha fatto una gaffe.

Che ne abbia profittato Fini è ovvio. E che lo faccia con l'intenzione di succedergli, tanto più che il Cavaliere non lascia spazio ai suoi, eccezion fatta per Letta, come eminenza grigia capace di tirarlo silenziosamente fuori dai guai, con stile opposto a quello che il boss coltiva per catturare la «gente». E che gli funziona, gli italiani avendo un'antica tendenza a farsi, da popolo, plebe; oggi non più stracciona, ma piccolo e medio borghese, egoista e sorda.

Questa massa sarebbe anche disposta a benedire, come i suoi nonni liberali, un fascismo tale e quale, ma Fini, che è più intelligente, ha capito che non solo sarebbe fuori tempo, ma non è necessario a un muscoloso dominio di classe. Per indebolire partiti e sindacati basta una democrazia elettiva disinnescata da idee forti, un'opinione coltivata con libero zelo dai media all'antipolitica, al decisionismo, ai privilegi e al razzismo; l'antisemitismo, dopo la Shoah e in presenza di Israele, non usa più. Per il resto basta una democrazia presidenziale, tendenzialmente bipolare, tendenzialmente d'opinione, spontaneamente non partecipata con contropoteri più che legittimati ma ridimensionabili in situazioni definite consensualmente di emergenza. Di che altro ha avuto bisogno Bush? Di che ha bisogno Sarkozy, cui de Gaulle ha già fornito nel 1958 quel che Berlusconi vorrebbe, e sta spossessando la magistratura dalla decisione di impostare o archiviare i processi? La democrazia elettiva ha permesso Bevan e Thatcher, Bush e Obama. Può oscillare fra apertura sociale pacifista e repressione sociale bellicista. Senza strappi istituzionali. Dipende dal carattere del presidente.

Fini ha una larga possibilità di farsi strada come più presentabile leader di destra, e Berlusconi ieri lo ha capito. Assisteremo al duello. Almeno finché non si presenterà uno scenario diverso. Oggi non c'è una opposizione capace di imporlo. Non quella moderata, mandata al tappeto da Veltroni e difficilmente resuscitabile dal volonteroso Franceschini e dai suoi modesti secondi ufficiali. Non quella detta radicale, che tutto si propone tranne dare una rappresentatività e qualche ragionevole speranza al blocco sociale dei salariati, dei precari, delle donne più coscienti di sé, dei cattolici non ratzingeriani, dei movimenti. Neppure ora che dentro tutta l'Europa monta la collera dei buttati fuori dal lavoro e dal sostentamento, di una intera generazione di giovani senza prospettiva; una massa che potrà sommarsi o, in mancanza di qualsiasi riferimento, scontrarsi con una immigrazione sicuramente crescente. Mai la sinistra è stata così vergognosamente assente, mai ha così abbandonato la protesta alla sconfitta o a rivolte riducibili a questione di ordine pubblico. Mai davanti a un sistema sociale incastrato nemmeno dalle sue contraddizioni ma dai più sfacciati e, a quanto pare, incontrollabili imbrogli. A tanto siamo a venti anni dal liberatorio 1989.

(AGI) - Roma, 31 mar. - Ecco la bozza d'intesa sul Piano Casa che, secondo quanto si apprende, le Regioni sottoporranno al governo dopo averla votata questa mattina all'unanimità. Il documento "impegna le regioni ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate ai seguenti obiettivi: a) regolamentare interventi - anche attraverso piani/programmi definiti tra Regioni e Comuni - per migliorare la qualità architettonica e/o energetica degli edifici entro il limite del 20% della volumetria esistente di edifici residenziali uni-bifamiliari o comunque di volumetria non superiore ai 1.000 metri cubi, per un incremento complessivo massimo di 200 metri cubi, fatte salve diverse determinazioni regionali; b) disciplinare interventi straordinari di demolizione e ricostruzione con ampliamento di edifici residenziali entro il limite del 35% della volumetria esistente, con finalità di miglioramento della qualità architettonica, di sensibile riduzione dei consumi energetici ed utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e secondo criteri di sostenibilità ambientale; c) introdurre forme semplificate e celeri per l'autorizzazione degli interventi edilizi di cui alla lettera a) e b) in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale.

Le leggi regionali possono individuare gli ambiti nei quali gli interventi di cui alle lettera a) e b) sono esclusi o limitati, con particolare riferimento ai beni culturali e alle aree di pregio ambientale e paesaggistico, nonché gli ambiti nei quali i medesimi interventi sono favoriti con opportune incentivazioni e premialità finalizzate alla riqualificazione di aree urbane degradate.

La disciplina introdotta dalle suddette leggi regionali avrà validità temporalmente definita, comunque non superiore a 12 mesi dalla loro entrata in vigore. In caso di mancata approvazione delle leggi regionali nel termine stabilito, il Governo e il Presidente della Giunta regionale interessata, congiuntamente, determinano le modalità procedurali idonee ad attuare compiutamente l'accordo, anche ai sensi dell'art. 8, comma 1, della legge n. 131/2003.

Contestualmente alla sottoscrizione del presente Accordo - si legge nella bozza d'intesa - il Governo emana un decreto-legge i cui contenuti sono concordati con le Regioni e il sistema delle autonomie con l'obiettivo precipuo di semplificare alcune procedure di competenza esclusiva dello Stato, al fine di rendere più rapida ed efficace l'azione amministrativa di disciplina dell'attività edilizia".

"In particolare - prosegue la bozza di intesa sul piano casa - le misure di semplificazione devono riguardare: a) la previsione di un termine certo per il rilascio delle autorizzazioni, permessi o altri atti di assenso comunque denominati, di competenza delle amministrazioni e organismi statali preposti, tra l’altro, alla tutela della sicurezza (es. prevenzione antincendi), del paesaggio, del demanio idrico e al sistema delle infrastrutture nazionali; b) la ridisciplina del procedimento di rilascio dell'autorizzazione paesaggistica, con l'applicazione, in via permanente, delle procedure previste dall'art. 159 del D.Lgs. n. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni e con l'obiettivo di rafforzare gli strumenti di collaborazione tra le Regioni e gli organismi periferici del Ministero per i beni e le attività culturali; b 1) la previsione del potere di annullamento, di cui all'art. 159, comma 3, dell'autorizzazione illegittima solo per contrasto con le prescrizioni del Codice; b 2) la precisazione del solo riferimento al costo delle opere, quale modalità di calcolo della sanzione amministrativa da applicarsi in caso di interventi realizzati in assenza di autorizzazione paesaggistica e di cui sia stata accertata la compatibilità paesaggistica, a norma dell'art. 167, comma 5, del Codice ; c) la semplificazione delle procedure di valutazione ambientale strategica (VAS), nel rispetto dell'ordinamento comunitario e delle competenze legislative regionali in materia urbanistica, con l'obiettivo di evitare la duplicazione delle procedure di valutazione di piani e programmi; d) la previsione che le nuove norme tecniche per le costruzioni non trovino applicazione agli interventi edilizi già iniziati, e alle opere pubbliche i cui lavori siano stati appaltati o i cui progetti siano stati approvati, alla data di entrata in vigore delle suddette norme tecniche; e) la fissazione dei principi fondamentali in materia di misure di perequazione e compensazione urbanistica, all'interno dei piani urbanistici, sulla base delle norme già presenti nei disegni di legge attualmente all'esame del Parlamento.

Il Governo e le Regioni ribadiscono la priorità assoluta del pieno rispetto della vigente disciplina in materia di rapporto di lavoro, anche per gli aspetti previdenziali e assistenziali e di sicurezza nei cantieri.

Il Governo fissa, altresì, principi per la legislazione regionale atti a consentire l'ampliamento delle tipologie degli interventi non soggetti a titolo di abilitazione preventiva.

Il Governo si impegna, inoltre - sempre secondo la bozza delle Regioni - confermando integralmente gli impegni assunti con gli Accordi sottoscritti dal Governo con le Regioni in merito al sostegno dell'edilizia residenziale pubblica, ad aprire un tavolo di confronto con le Regioni e le Autonomie locali per la definizione di un nuovo Piano Casa che individui, in termini strutturali e con risorse aggiuntive, le modalità per soddisfare il fabbisogno abitativo delle famiglie o particolari categorie, che si trovano nella condizione di più alto disagio sociale e a destinare a favore di Regioni e Comuni il maggior gettito IVA derivante dagli interventi previsti dal presente accordo, da reinvestire in programmi di edilizia sociale e che hanno difficoltà ad accedere al libero mercato della locazione".

Postilla

A caldo, alcune perle.

"[…] regolamentare interventi - anche attraverso piani/programmi definiti tra Regioni e Comuni - per migliorare la qualità architettonica e/o energetica degli edifici entro il limite del 20% della volumetria esistente". Per quello che eccede il 20% non si migliora la qualità?

"[…] introdurre forme semplificate e celeri per l'autorizzazione degli interventi edilizi di cui alla lettera a) e b) in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale". Che significa "in coerenza"? chi la stabilisce? perchè non "nel pieno rispetto"?

"Le leggi regionali possono individuare gli ambiti nei quali gli interventi di cui alle lettera a) e b) sono esclusi o limitati, con particolare riferimento ai beni culturali e alle aree di pregio ambientale e paesaggistico […]". "Possono individuare": la tutela dei beni culturali ecc. è un optional?

"In caso di mancata approvazione delle leggi regionali nel termine stabilito, il Governo e il Presidente della Giunta regionale interessata, congiuntamente, determinano le modalità procedurali idonee ad attuare compiutamente l'accordo […]". Cosi come si esautora il Parlamento, così si esautorano i consigli regionali, all’unanimità dei presidenti.

"[…] la previsione di un termine certo per il rilascio delle autorizzazioni, permessi o altri atti di assenso comunque denominati, di competenza delle amministrazioni e organismi statali". Dimenticano che stabilire "termini certi" (cioè il silenzio-assenso) è ragionevole unicamente se si rafforzano le strutture che devono rilasciare le autorizzazioni; altrimenti, significa eludere i controlli di merito.

"[…] la fissazione dei principi fondamentali in materia di misure di perequazione e compensazione urbanistica, all'interno dei piani urbanistici, sulla base delle norme già presenti nei disegni di legge attualmente all'esame del Parlamento". Evidentemente scritto dopo un’abbondante e unanime libagione. Mai visto un riferimento a "disegni di legge attualmente all’esame del Parlamento": e a quale dei ddl? Al più permissivo? Al più rigoroso? A quello che esclude perequazione e compensazione?

"Il Governo fissa, altresì, principi per la legislazione regionale atti a consentire l'ampliamento delle tipologie degli interventi non soggetti a titolo di abilitazione preventiva". Avanti con il silenzio-assenso, a tutta birra.

Su questa base, il Capo può andare avanti tranquillo, cantieri si apriranno dappertutto: basta essere "coerenti" con le leggi e i piani urbanistici, territoriali e paesaggistici. La "coerenza", naturalmente, sarà stabilita in un Accordo di programma con gli immobiliaristi grandi e piccini. O forse no?

Dimenticavamo: e la "casa"? La parola magica che ha sfoderato il Capo in cerca di alibi? Quella "casa" che è il tormento di tantissimi italiani non ricchi? Per quella c’è un ottimo auspicio: "Il Governo si impegna […] in merito al sostegno dell'edilizia residenziale pubblica, ad aprire un tavolo di confronto con le Regioni e le Autonomie locali". Quando Giovanni Giolitti voleva insabbiare un problema nominava una commissione parlamentare per studiarlo; nel XXI secolo, nell’Italia berlusconata si istituisce un Tavolo.

Nonostante le allegre foto di gruppo, il coro, l’Inno alla gioia, il congresso di fondazione del Pdl non è stato soltanto una cerimonia. Al termine di un cammino cominciato un anno e mezzo fa con il discorso del predellino, la destra ha effettivamente cambiato pelle. L’unione di Fi e An cambia nel dna il "partito dei moderati" e ora occorre fare i conti con l’entità politica nuova. Il problema è se oltre alla pelle è cambiato anche il corpo, ossia se dalla confluenza nasce una destra moderna o no.

In sintesi. Il Pdl ha visto confermarsi un vistoso dualismo al suo interno, che prelude già a una complessa linea di successione tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini; a ques’ultimo, il premier non ha offerto nessuna risposta sulle questioni più brucianti, a cominciare dai dilemmi di laicità sul biotestamento. Si sono manifestate infatti fra i due leader differenze di concezione così esplicite che si faranno inevitabilmente sentire all’interno del partito anche nel prossimo futuro. Ma l’aspetto più importante è un altro: il Pdl non è più la forza liberal-modernista, fondata sugli «istinti di mercato» e sugli slanci di vitalismo libertario a cui si rifaceva il primo Berlusconi.

Il Pdl è oggi una realtà tutta da interpretare. Nei suoi due discorsi congressuali, probabilmente Silvio Berlusconi ha perso l’occasione di presentare un progetto moderno per la società italiana. Come nei momenti di ispirazione più fiacca si è concentrato sui dettagli, talvolta sfidando il grottesco (come per l’attenzione all’ambiente, «che comincia dal non lordare i muri dei nostri palazzi»). Tuttavia è stato chiarissimo su alcuni aspetti cruciali, che riguardano essenzialmente la nuova concezione ideologica del Pdl. Il nuovo partito è «il partito degli italiani». La formula è rivelatrice e, a suo modo, preoccupante. Perché testimonia ben più che una intenzione maggioritaria, annunciata con il riferimento euforizzante all’obiettivo del 51 per cento.

Sotto questo aspetto, il ripetuto richiamo alla «rivoluzione liberale» è un esercizio retorico. L’etichetta «partito degli italiani» disegna un perimetro al di fuori del quale sembra non esserci legittimità pubblica. All’esterno del Pdl, nel grigiore di una «sinistra senza volto», secondo Berlusconi ci sono oppositori a cui non si riconosce una dignità politica sufficiente per un confronto sulle «missioni» del governo e della maggioranza, a cominciare dal rifacimento dell’impianto costituzionale.

La definizione «partito degli italiani» appare infelice proprio perché segnala una volta ancora l’orientamento ultraideologico del berlusconismo. Nel 1994 Berlusconi prometteva «un nuovo grande miracolo italiano»; oggi evoca il miracolo vicario di uscire dalla crisi. Tuttavia la formula della salvezza è sempre la stessa: il premier traccia una linea che esclude, dal buonsenso, dalla democrazia, e in ultimo dall’italianità, la metà del paese.

Da un lato ci sono gli italiani legittimati dal consenso al Pdl, dall’altro i nemici della libertà, e tutti coloro che non accettano di essere complementari al disegno di potere del premier. C’è da augurarsi che la missione di uscire dalla crisi economica abbia successo, altrimenti una minoranza «che come ha detto Tremonti fa opposizione non al governo ma al paese» potrebbe benissimo essere accusata di sabotaggio alla nazione.

Nella sua opacità democratica, l’idea del «partito degli italiani» ha una certa forza perché prospetta una soluzione permanente ai rischi dell’instabilità politica. Anzi, rappresenta un concetto fondante, in quanto comincia a rendere visibili i tratti politici, e anche socio-economici, del Pdl. L’idea di Berlusconi consiste nel costituire un blocco sociale integrato, in cui gli interessi si coordinano costituendo un assetto di potere permanente, praticamente inscalfibile.

Quindi Berlusconi prova a consolidare il suo regime. Quali siano gli interessi che il premier sta intrecciando nel suo progetto di stabilizzazione lo ha ricordato ieri Eugenio Scalfari: «Le partite Iva, le piccole imprese, il lavoro autonomo, le clientele del Sud e delle isole, i disoccupati e i giovani in cerca di lavoro». Ma non viene a nessuno il sospetto che non ci sia niente di autenticamente liberale in tutto questo? L’egemonia a cui punta Berlusconi tenta di rendere non contendibile il potere in Italia; ma soprattutto precostituisce un ordine sociale in cui gli interessi citati sono resi complementari, in un modello evidentemente organicista.

Non si sentono obiezioni, in proposito, da parte dei liberali di casa nostra. Nessuno che dica che il disegno berlusconiano rievoca una società premoderna, basata su un’architettura corporativa, in cui le membra del corpo sociale cooperano sotto la guida del leader. Il Pdl non è l’ingresso nella modernità, è un’esperienza che affonda le radici nel «pensiero italiano», in un Novecento chiuso e corporativo, per non dire altro.

La società decisionista che Berlusconi vuole è eclettica: unisce conservatorismo compassionevole e sbrigative modernizzazioni dall’alto, il tutto garantito dalla mobilitazione continua del popolo e dalla benevolenza lungimirante, dalla «lucida follia», del capo. In quanto tale rappresenta un’evoluzione profonda nella qualità democratica italiana. Prelude a una democrazia sotto tutela, governata con un chiaro accento paternalistico. Prima che l’ascesa di Berlusconi verso il 51 per cento abbia successo, tocca alla sinistra tenere vivi gli anticorpi istituzionali e, ebbene sì, liberali del sistema; e per il momento almeno la possibilità di una dialettica che eviti di bloccare per un altro quarantennio, un altro ventennio, insomma per un’altra fastidiosa eternità, il potere in Italia.

Come uscire dalla crisi che ci attanaglia? Credo di non essere stato il solo, in quest’ansiosa stagione, a ricordare il discorso sull’austerità tenuto da Enrico Berlinguer nel 1977 al teatro Eliseo di Roma. Vivevamo allora le drammatiche conseguenze della guerra arabo-israeliana del 1973 che aveva fatto repentinamente tramontare le illusioni sulle magnifiche sorti e progressive di uno sviluppo economico illimitato basato sul petrolio a basso costo. Penso che in molti abbiamo pensato di riprendere quel discorso, rassicurati dal fatto che il più grande paese capitalistico del mondo e della storia percorre anch’esso – si parva licet componere magnis – strade inaspettate, varando misure a favore della riconversione sostenibile dell’economia, della cultura, della ricerca scientifica, dell’istruzione e della sanità pubblica.

Invece, improvvisamente, il nostro presidente del consiglio, con il suo forsennato rilancio della speculazione fondiaria come misura risolutiva per uscire dalla crisi, ci ha brutalmente ricondotti nello squallore terra-terra della nostra realtà, a distanza siderale dai ragionamenti sull’austerità e dal seducente modello disegnato da Barack Obama.

I contenuti della proposta di Berlusconi sono noti, si chiama “piano casa”, e dovrebbe riguardare stanziamenti per l’edilizia sociale, in effetti pochi soldi a sostegno di programmi già decisi dal precedente governo. Ma il piano casa è solo la cornice, è un paravento, anzi è un tranello, che spiana la strada all’autentica novità, quella che riguarda la decantata “rivoluzione” dell’edilizia privata. Quando scrivo questa nota non è ancora noto il testo definitivo varato dal governo, ma è stato anticipato che si prevede l’abolizione del permesso di costruire, sostituito da una certificazione di conformità firmata dal progettista, e la possibilità di un premio di cubatura fino al 30 per cento in caso di demolizione e ricostruzione di un edificio. Sembra addirittura che ci sia la possibilità, per chi interviene in aree vincolate, di ottenere una sorta di autorizzazione in sanatoria. Rispetto a ciò che potrebbe succedere, rischiamo di rimpiangere la Napoli degli anni Cinquanta, quando era sindaco Achille Lauro e circolava la battuta che "il piano regolatore serve a chi non si sa regolare". Basta d'altra parte ricordare che a plaudire per prima è stata la nuova amministrazione regionale della Sardegna, che di speculazione se ne intende.

Dobbiamo riconoscere che Berlusconi ha spiazzato tutti. Ci ha costretti ad accantonare ogni riflessione intorno alle inedite condizioni determinate dalla crisi, che avrebbero potuto permettere di ripensare il mercato edilizio e dei lavori pubblici, orientandoli verso modelli caratterizzati da maggiore equità sociale e da investimenti a più alta intensità di lavoro e di convenienza ambientale ed ecologica. Ci ha costretti invece a spendere ogni energia per bloccare, o almeno ridurre, i danni della sua proposta. Non dobbiamo infatti illuderci che quella proposta sia facile farla rientrare, invocando la ragione e il buon senso. Non sarà, facile perché si rifà alla linea dei “padroni in casa propria”, che solletica ed esaspera egoismi profondi e diffusi del popolo italiano, soprattutto nel Mezzogiorno. Quegli stessi egoismi che nei decenni trascorsi indussero ad affossare ogni tentativo di riforma urbanistica, che nel febbraio scorso hanno determinato la sconfitta di Renato Soru e che invece hanno portato al successo i ripetuti provvedimenti di condono (tre in diciotto anni: 1985, governo Craxi; 1994 e 2003, governo Berlusconi). Anche stavolta siamo di fronte a una sorta di condono, peggio, un condono permanente, senza oblazione, e con il sostegno del governo.

A rendere il quadro ancora più fosco concorrono le recenti misure del ministro Sandro Bondi volte a penalizzare, screditare, immiserire le soprintendenze e ogni altro ufficio del ministero dei Beni culturali. Vittorio Emiliani ha recentemente riepilogato i dati relativi al massacro. Nell’anno 2009: spese per la tutela: – 35 per cento; spese per la ricerca: – 93,97 per cento; disponibilità in tema di formazione, aggiornamento e perfezionamento pari 0,6 centesimi di euro per dipendente. Che tutela potrà perseguire un’amministrazione ridotta in questo stato? Ma di che ci meravigliamo se lo stesso Bondi, a Torino, nel luglio scorso, nell’aprire il XXIII congresso degli architetti, ha dichiarato che: “Le città d’arte furono costruite senza leggi urbanistiche, leggi che una volta introdotte hanno saputo produrre solo bruttezza e squallore nelle nostre città”.

Altro che austerità, altro che rilancio della cultura e del paesaggio. Se non ci mobilitiamo con determinazione e risolutezza, ci aspetta un futuro di immani disastri ambientali e dissennata dissipazione di risorse.

Un grande business. Che potrebbe avere come contropartita la rottura definitiva dell’equilibrio lagunare. La nuova frontiera per la «Venezia del futuro» riguarda i fondali, quote e i canali di accesso al porto. Una disputa sulle profondità che torna in questi giorni alla ribalta. «Scavare i fondali a quote troppo elevate è la prima causa dell’aumento delle acque alte, dell’erosione delle barene e dunque della scomparsa della laguna», ripeteva lo scomparso Pino Rosa Salva, protagonista delle battaglie per la salvaguardia di Venezia e presidente di Italia Nostra. Parola d’ordine rilanciata anche dalle associazioni e dal ministero per l’Ambiente. Il nuovo obiettivo, annunciato sabato mattina a Fusina dal presidente del Porto Paolo Costa, è quello di scavare il canale dei Petroli fino a 14 metri, il resto del canale Malamocco Marghera a quota -12. «Non avrebbe alcun effetto idraulico indesiderato», assicura Costa, «e ci consentirebbe di portare in laguna le navi oceaniche di ultima generazione». Linea condivisa anche dal Pdl veneziano che propone di realizzare un nuovo porto commerciale a San Leonardo. E la polemica infuria, non solo da parte ambientalista.

Meno 11. Il commissario straordinario per i fanghi Roberto Casarin ha illustrato ieri tre anni di interventi per scavare il canale - che si interra ogni anno essendo artificiale - fino alla quota di meno undici metri. E’ questa secondo lui la quota massima possibile, come del resto autorizzato dalla commissione di Salvaguardia due anni fa.

I fanghi. Un metro in più di profondità nel canale di Marghera significa almeno un milione di metri cubi di fanghi. Un problema quasi irrisolvibile la loro collocazione - oltre alla spesa - visto che la laguna è ormai satura e per stoccare i fanghi è stata utilizzata l’isola delle Tresse, e poi il Molo Sali e adesso l’area dei Moranzani.

Il Prg del porto. Nonostante il Palav preveda il suo adeguamento dal 1995, il Prg portuale è rimasto quello del 1963, a dispetto della Legge speciale che prevede tra l’altro il mai attuato estromissione del traffico delle petroliere dalla laguna.

Le grandi navi. Studi e pronunciamenti di Comune e ministero per l’Ambiente prevedono che la bocca di Lido sia portata a 9 metri di profondità, Malamocco a 12. Invece adesso si scava fuori del Lido fino a meno 12 per garantire l’accesso anche alle navi da crociera di enorme generazione. A Malamocco il Mose sarà fissato a meno 14, così come la conca di navigazione e si vuole portare anche il canale dei Petroli a meno 14 (oggi è a 13, con buche più profonde), nonostante vi sia un progetto del Magistrato alle Acque per ridurne la profindità.

L’idraulica. Dei progetti del Comune per il rialzo dei fondali per limitare il numero di acque alte non si parla più. «Si affrontano solo gli effetti delle acque alte con opere inutili come il Mose», scrive Italia Nostra, «ma non si affrontano le cause. E la prima di queste è lo scavo dei canali, che aumenta i volumi scambiati tra mare e laguna». Il dibattito è aperto.

Postilla

Dietro c’è una strategia infame. Approfondiscono i canali, così entra più acqua marina, c’è più spesso acqua alta in città, e i mass media aiutano a consolidare la sensazione (errata) che il Mose è indispensabile per “salvare la città”. Contemporaneamente, consolidano l’abnorme passaggio delle “le navi oceaniche di ultima generazione” - dei transatlantici per turisti - così aumento la commercializzazione della città. E magari provano a vendere i fanghi, che non so come mettere, come “materie prime seconde” per costruire qualche isola artiificiale sulla quale – magari – realizzare qualche albergo di lusso.

C'è il tempo della follia e c'è quello della razionalità. C'è il calore del carisma e c'è la freddezza dell'affidabilità. C'è l'abbraccio simbiotico col popolo, e c'è l'ordine istituzionale che separa corpi e gerarchie. Chi fin qui s'è posto il problema del rapporto fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini nei termini canonici della successione e del delfinato, scrutando nelle risse quotidiane i segni di un contrasto strategico, potrà interpretare le performance dei due leader alla Fiera di Roma come una conferma, ma forse meglio farebbe a vederci una smentita. In politica, come nella storia, non vale il tempo lineare e progressivo: i tempi si sovrappongono, e le divaricazioni possono convergere.

Distanti nei contenuti e nelle forme, Berlusconi e Fini non si elidono e non si contraddicono, si sommano come le due metà complementari di un disegno a un'unica direzione. Senza la "lucida follia" di Berlusconi, è Fini a dirlo, il glorioso quindicennio che va dal '94 a oggi non ci sarebbe stato e il Pdl non sarebbe mai nato. Ma senza la gelida razionalità di Fini, quel quindicennio sarebbe destinato a finire nel vento di una storia che comincia a girare dall'altra parte, il carisma del Capo a sgonfiarsi prima o poi come la bolla speculativa, il sistema istituzionale ad assestarsi senza sedimentare il terremoto degli anni novanta. Per Berlusconi Fini non è solo un ingombro: è una necessità. E per Fini Berlusconi non è solo la fonte mistica della grazia ricevuta in forma di sdoganamento: è un propellente da cui continuare a drenare energia.

Consumata, nel discorso d'apertura di Berlusconi, l'apoteosi della "rivoluzione azzurra" iniziata con la mitica "discesa in campo" del '94; confermati uno per uno i suoi luoghi comuni, i suoi falsi storici e i suoi fantasmi anticomunisti; messa in scena la relazione d'incantamento fra capo e popolo che del Pdl è il cuore e quella fra partito e nazione che ne è il programma, bisognerà pure pensare al futuro. Ed è qui che arriva in soccorso Fini, per prefigurare la ragione generata dalla follia, l'ordine generato dalla rivoluzione, la farfalla - nelle sue parole - che prima o poi dovà pur nascere dalla crisalide. Ovvero, la grande riforma dello stato, del governo e del parlamento che darà finalmente un profilo definito alla seconda repubblica, ripulirà il quindicennio rivoluzionario dei suoi eccessi populistici, e metterà fine ai contrasti di oggi fra l'uomo delle istituzioni, che "deve" difendere la norma vigente, e l'uomo di governo, che "giustamente" rivendica più poteri. Quella riscrittura della Costituzione che dopo il '94 Berlusconi non potè fare con un'assemblea costituente, che non volle concludere in una bicamerale che non gli concedeva abbastanza, che in seguito gli fu bloccata da un referendum, "il partito degli italiani" potrà finalmente imporla con piglio egemonico. Diversamente da come qualcuno sperava anni fa a sinistra, la "nuova destra" italiana non si è costituzionalizzata: viceversa, concluderà la sua avventura riscrivendo la Costituzione. E diversamente da come qualcuno scrive oggi, nel futuro non c'è una nuova Dc ma il suo reciproco: la Dc traghettò pezzi dello stato corporativo nella repubblica costituzionale, il Pdl vagheggia uno stato neo-corporativo sulle macerie della repubblica costituzionale.

C'è materia, certo, che divide Fini dal Capo carismatico: ma sui diritti degli immigrati ci penserà la Lega a frenarlo, sulla laicità dello stato ci ha già pensato il dibattito di ieri, sulla politica economica continuerà a dettare legge il premier-imprenditore e sul referendum si vedrà. Per il resto, la prospettiva è la stessa, parla la lingua comune della Nazione e della tradizione, e si avvale di una contro-narrazione della storia repubblicana che ha i suoi intellettuali organici alla Quagliariello e i suoi replicanti alla Cicchitto, ed è diventata di senso comune senza adeguati anticorpi da parte della sinistra. La quale, in questo Fini ha ragione, a confronto con la nascita del Pdl non appare in crisi di consenso, ma di idee. C'è ancora un errore che per mancanza di idee può fare, ed è quello di prendere Gianfranco Fini a propria star di riferimento per rimettere in ordine il paese.

Deregolazione, sprawl, abuso di suolo, immobiliarismo di ventura: una crisi annunciata di postmoderna immoralità

[in corso di stampa]

Tante implicazioni nel titolo per suggerire l’intrico di questioni racchiuse nel generico termine "sprawl". Un fenomeno noto da decenni, su cui sono state scritte pagine e pagine di varia letteratura. Da quella accademica, alla narrativa, alla cronaca. Tutte a tentare di cogliere un processo che ha stravolto l’immagine consolidata di città e cercare nuove rappresentazioni in grado di restituire la complessità di un cambiamento che ribalta l’atavico moto centripeto verso i magneti urbani e spande nel territorio gli effetti di un’urbanità incompiuta.

La discussione sul binomio centrato/acentrato è datata. Anche la coesistenza di gerarchie e reti è consapevolezza acquisita da tempo. Poi il piano analitico si è inclinato all’ambiguo, ha colto l’occasione del molteplice per volgersi a narrazioni sfumate, in cui il ricorso al polifonico ha generato un caos semantico che vede tutto allo stesso tempo come vero/verosimile e falso/falsificabile. Un mondo di illusioni di cui la città è il castello incantato, con le sue meraviglie e i suoi orrori. Come sempre il ritratto della società che l’ha prodotta.

Ripudiato il realismo come categoria d’antan, le mani sulla città fanno scandalo, gossip, ma non suscitano progetto politico. Mani che appartengono a speculatori finanziari senza scrupoli, quando non compromessi in affari illeciti. Il destino della città affidato non a generici investitori privati, ma al capitale di rischio lanciato in azzardi societari e borsistici privi di reale copertura.

Meglio allora le suggestioni che le analisi, prendere parte al grande gioco linguistico, stupire degli involucri senza guardare dentro, sotto la superficie translucida e ingannevole. Riprodurre, quando anche in chiave critica e con metafore raffinate, lo spettacolo duale della metropoli, i suoi luccichii e i suoi buchi oscuri. Stare al gioco insomma, adeguandosi alla grammatica effervescente dell’estetica postmoderna, che esige formule ad effetto, spot, enfatizza l’opaco come paradigma e prova cinica noia quando affiora qualche lacerto di verità. Le mille etichette inventate per raccontare lo sprawl raramente infatti si sono accompagnate a seria denuncia degli effetti devastanti del consumo di suolo e a coerente proposta urbanistica e politica.

Ha prevalso un senso di disincanto malizioso e compiaciuto di tanta postmodernità, di snobistico dèjà vu, che ha seminato indifferenza. Un distacco intellettuale che ha trasformato la babele di discorsi in chiacchiericcio alla moda, liquido, polveroso e volutamente effimero. Un’accondiscendenza consapevole e compromessa, che ha portato un contagio di indifferenza e disinteresse. In campo sociale tradotto in rassegnazione e rinuncia alla partecipazione.

Nel silenzio assordante dell’urbanistica, la pianificazione è trasfigurata in metaprogetto, si è rifugiata nella retorica, per lasciare campo nella realtà ai soli giochi dei poteri economici. Mentre le voci dissonanti, tacciate di antipolitica, vengono intese come sgradito rumore di fondo, retaggio di un tempo critico preistorico. Che non c’è storia prima del post-, non c’è memoria, tutto dev’essere nuovo, o a dire meglio innovativo, formula taumaturgica del presente.

Ci siamo fatti imbambolare dalla metropoli postumana, fingendo di non accorgerci che è il campo di riconfigurazione del capitalismo postindustriale. Un dispositivo per produrre valore che gioca sulle debolezze del nostro tempo.

Ora, come abbiamo lasciato che fosse, ci penserà il mercato. Ad approfondire le differenze e divaricare la forbice delle diversità. A mostrare che le pulsioni globalitarie verso uno spazio isotropo sono inganno. Quando la crisi piomberà come una scure vendicativa sulle villette a schiera e i palazzoni delle periferie, sui cittadini indebitati e sui rumeni, albanesi, marocchini che li hanno costruiti e sono morti senza risarcimenti nei cantieri. Morderà da vicino, la crisi. Non sfogherà i suoi impulsi solo sui lontani Sud - le cartoline esotiche che suscitano tanta compassione. Anche nell’occidente il liberismo potrà finalmente dispiegare tutta la sua potenza animale, quella nefasta dopo tanto sciupio.

Lasciar fare al mercato è stata regola morale in questi anni, fede condivisa. La libera economia nella sua forma più sregolata e radicale è diventata l’oppio che ha drogato le società e i gruppi sociali, dalle classi dirigenti, accecate dal mito della concorrenza, ai cittadini, trasformati in consumatori senza diritti. La macchina del consumo è la matrigna del cemento e dell’asfalto che deturpano città e campagne. Ha frantumato coesioni e appartenenze innescando gare individuali e impari. Ha fecondato desideri e inventato soluzioni appropriate ad ogni ceto, affinché chiunque potesse autogratificarsi nell’atto dell’acquisto. Travolti solidarietà e familismi, l’individuo ha ricostituito la propria identità sugli oggetti. Sulla capacità di scialo, in competizione con quel vicino che un tempo sentiva solidale e ora gli è concorrente.

Nelle code chilometriche dello shopping, nelle resse notturne in attesa dell’uscita di novità, negli ingorghi intorno agli ipermercati, liturgie di un mondo succube delle promesse commerciali. Una società che si è atomizzata e chiusa dietro montagne di cianfrusaglie la cui rapida obsolescenza è progettata a tavolino da stuoli di consulenti. Tra cui architetti. Quegli stessi che, dopo il ripudio dell’urbanistica e del suo sguardo prospettico e regolativo, accartocciano le facciate, edificano grattacieli pencolanti e cercano in ogni modo di stupire, dare spettacolo, di innovare (ecco il mantra che torna). Il perché di questa fortuna – mediatica e mondana - dell’architettura non se lo chiede neppure La Cecla (2008), che sull’argomento ha scritto di recente un gustoso pamphlet, in cui però finisce per limitarsi a distinguere i buoni dai cattivi (architetti), senza toccare la radice del problema.

Descrizioni che non spiegano la trasposizione immobiliare del processo di valorizzazione economica (capitalistica, aggiungerebbe Harvey con ragione). La crisi sta mettendo in drammatica evidenza un processo, comune a tutti i paesi avanzati, che sugli asset immobiliari ha trasferito buona parte degli investimenti liberati dalla deindustrializzazione. Quella parte che non si è delocalizzata. Un fenomeno che sul presupposto volatile della finanziarizzazione, ha consentito l’uscita dei capitali dal fordismo e trasformato città e campagna urbanizzata in cantieri di valorizzazione. Cataste di mattoni a sostenere castelli di danaro virtuale. Crediti poggiati su fondamentali altrettanto instabili: promesse, concessioni, varianti, accordi di programma, impegni spesso carpiti attraverso corruzioni. Sulla edificabilità prima ancora che sull’edificato, com’è classico della rendita fondiaria urbana. Un processo che ha però assunto negli ultimi due decenni andamento convulso, con ricadute rovinose sul territorio e i paesaggi.

Un consumo vorace di suolo, vivibilità e bellezza.

Immobiliarismo di ventura

La simbiosi tra la più antica delle forme di accumulazione, la pietrificazione, e la più spregiudicata e ipermoderna delle modalità finanziarie ha generato uno spazio infinito di speculazione che ora stritola i malcapitati che, soggiogati da martellanti campagne su favolistiche opportunità di realizzo, fidavano di aver tesaurizzato le proprie risorse nell’uno o nell’altro campo. Un sostegno reciproco che si è tenuto in equilibrio precario finché la domanda è riuscita a coprire l’offerta e i comportamenti finanziari hanno mantenuto una pur lasca legalità, ma che ora, con la cadenza lenta ma inesorabile del domino, rischia di travolgere economie e società locali. Perché dunque scandalizzarsi, ora che il disastro è compiuto, che si è lasciato fare.

Innanzitutto per l’immorale ingordigia dell’operazione che in Italia, dall’inizio degli anni ’80, ha consumato un quinto della superficie agricola per coprirla di cemento e asfalto. Per la mancata calibratura di offerta e domanda, con gli effetti di sovraproduzione che hanno paralizzato il mercato e ora rischiano di dissestare le economie locali. Il mercato "frana", scrive il Cresme, riferendosi al secondo semestre del 2008, e sottolinea di avere anticipato già da due anni di un mercato saturo o in via di saturazione. Ma la libertà di intrapresa non ascolta avvertimenti, non accetta di darsi regole, ha in orrore l’idea di programmare. Preferisce evidentemente le catastrofi e la decimazione selettiva che ne deriva.

Ma ora la noia di un po’ di cifre (non così scontate, si vedrà).

Tra 1999 e 2007 (dati Cresme, 2008) la crescita del valore aggiunto in costruzioni è doppio (+24,0%) di quello totale dell’economia italiana (+12,2%). Un incremento molto vicino - non a caso direi - al tasso di crescita registrato nel medesimo arco di tempo dal settore delle intermediazioni monetarie e finanziarie (+20,2%). Entrambi ben lontani dall’andamento degli altri settori di attività, con agricoltura in calo del 6,5%, industria con un modestissimo +2,8%, dato che compendia annate in negativo, servizi +9,7% e commercio +14,8%. Una radiografia essenziale ma eloquente dei pesi economici e della configurazione produttiva della società italiana postindustriale.

Un quadro in cui le imprese che operano nel vasto campo immobiliare rivestono un ruolo da protagoniste: le aziende di costruzione passate da 590.000 nel 2000 a quasi 776.000 nel 2007, con un incremento del 31,6%, e quelle immobiliari da 151.000 a quasi 250.000, cresciute come funghi con un incremento del 59,2%. Cifre eccezionali rispetto a tutte le restanti tipologie di imprese che, nel medesimo lasso di tempo, sono aumentate di un risicato 1,4%. Ce ne eravamo accorti vedendo moltiplicarsi le vetrine di intermediazione immobiliare e i giornaletti di offerte, ma questi dati riescono a immiserire le percezioni.

Non a caso l’associazione delle industrie delle costruzioni vanta un contributo complessivo al prodotto interno lordo dell’11% nel 2007 (dati ANCE, 2008) e che tra 1998 e 2007 gli investimenti in costruzioni sono aumentati del 29,4%, con un andamento percentuale più che doppio rispetto al PIL.

Una situazione che accomuna l’intero occidente, in cui l’Italia, nella frenesia edilizia che ha caratterizzato l’ultimo decennio, ha tenuto comportamenti analoghi a quelli degli altri paesi, forse più moderati (la media dell’Unione Europea è dell’11,9% ). L’Irlanda, ad esempio, detiene nel rapporto tra investimenti in costruzioni e PIL il primato del 20,5%, il più alto considerando Europa e Stati Uniti. Questi ultimi si limitano –ma il 2007 per gli USA è già anno di crisi – al 10,3%. La Spagna si attesta al 18%. I paesi con gli indici più modesti sono Svezia (8,1%) e Germania (9,85).

In alcune situazioni limite dello scenario europeo la variazione degli investimenti in costruzioni nell’intero decennio è straordinaria: l’Irlanda, tra 1998 e 2007, ha incrementato gli investimenti dell’82,2%, la Spagna del 73,4%, la Grecia del 69,9%, sono gli esempi di maggiore impatto. L’incremento dell’intera Unione è stato del 25,3%, dato che compendia anche i negativi di Germania (-12,8%) e Portogallo (-11,5%). Cifre nel cui merito andrebbero sviluppati approfondimenti e confronti sui coevi andamenti economici, particolarmente brillanti di alcuni paesi, o su ritardi pregressi in campo edilizio, e che tuttavia non sembrano sufficienti per giustificare una smania edificatoria che alla fine ha prodotto un’offerta che ha superato la domanda e la capacità di assorbimento, come è manifesto nella maggior parte dei paesi più esposti.

Dopo tanta libertà d’azione, ora il mercato regola i conti chiudendo, non ne vuole più sapere di costruzioni, ce ne sono troppe, non sa che farsene, il gioco si è azzerato. Peccato avvenga a danno di cittadini che troveranno le proprie risorse immobilizzate in abitazioni svalutate e in questo momento pressoché prive di reali possibilità di scambio se non con forti perdite, di cui dovranno comunque sobbarcarsi ratei di mutuo sempre più onerosi.

Eppure le avvisaglie di una crisi imminente c’erano state, si sarebbe potuto intervenire. Se consideriamo i soli investimenti in residenze, in Irlanda nel 2007 calano vistosamente del 10,2% dopo un incremento record del 97% tra 1998 e 2006; andamenti analoghi a quelli spagnoli.

Negli Stati Uniti i valori immobiliari sono in calo già da quattro anni, i prezzi delle abitazioni sono crollati del 30-50%, con una perdita di ricchezza per i proprietari che viene stimata a fine 2008 intorno ai 4.000 miliardi di dollari e previsioni funeree per il 2009. In Irlanda, Regno Unito e Spagna la svalutazione del mercato immobiliare oscilla tra il 20 e il 30%. I listini delle società immobiliari italiane quotate in borsa sono calati fino al 90% dei valori precedenti la crisi.

Un gioco in cui i vincitori sono solo quelli che hanno già realizzato. Le grandi imprese che negli anni di espansione hanno disseminato il territorio di palazzoni raccolti in pretestuose nuove centralità prive di servizi collettivi e collegamenti.

Nell’assenza di sguardo pubblico, anzi con attiva compiacenza delle istituzioni che, in un clima di esaltata deregolazione, si sono prostituite per accaparrarsi investimenti privati. Per essere attrattive. In un intreccio sconveniente tra legale e illegale che è all’attenzione delle magistrature. Il banco insomma non era in mano pubblica, ai privati l’intera posta, alla collettività i costi economici e territoriali.

Il fenomeno non è recente. In Italia gli investimenti in nuove costruzioni, valutati a valori costanti, nel corso degli anni ’80 sono stati di 632,2 miliardi di euro, negli anni ’90 di 570,5 mld, di 659,4 mld nell’ultimo decennio (per quest’ultima fase Cresme contabilizza anche previsioni stimate in negativo per l’ultimo biennio). Come termine di paragone possiamo tenere a mente che, nel solo 2007, l’intero valore della produzione (ossia comprensivo di costruzione di nuovi edifici e manutenzione dei vecchi) nei 19 paesi europei considerati dalla conferenza Euroconstruct ammonta a 1.519 miliardi di euro (di cui il 56,9%, ossia 865 mld, nel nuovo). Il Italia, nel medesimo anno, il valore della produzione ammonta a quasi 199 mld di euro, di cui 87 investiti in nuovi edifici e i restanti in manutenzioni (Cresme 2008).

Liberismo e ordinaria immoralità

Chi critica gli eccessi consumistici, lo spreco e le esasperazioni speculative operate sul territorio nell’ultimo ventennio viene spesso accusato di moralismo. Ecco che ritorniamo al titolo. Di sguardo troppo severo nei confronti della gioiosa macchina del profitto. Ma la morale, nell’Italia dell’iperliberismo palazzinaro, ha assunto connotazione sfuggente, relativa. Non può tarpare le ali del libero costruire. Arrestare l’innovazione.

Ma nonostante questa interpretazione molle che in campo urbanistico consente praticamente tutto, i casi di corruzione si accumulano sui tavoli dei giudici. Non è bastato dunque aggirare le regole fino a vanificarle attraverso strumenti concessori di varia natura, secondo un’accezione della legittimità anch’essa assai lasca. Pure questi ultimi fragili paletti esigono collegialità, consenso, debbono sottostare ai tempi e modi delle procedure amministrative in regime democratico. Intralci che è più agevole, rapido, superare comprandolo il consenso. Tutto ha un prezzo. La corruzione degli amministratori è entrata nei costi edificatori. Forse gli analisti che contabilizzano la crisi e rilevano per gli ultimi anni un aumento innaturale dei prezzi di vendita degli immobili, dovrebbero mettere nel computo anche questa voce di spesa.

Episodi che nella storia italiana del lungo boom edilizio non hanno avuto carattere di eccezionalità, ma ricorrono con una frequenza che spinge a ritenerli strutturali al settore, una delle fasi del ciclo produttivo. Situazioni in cui il potere amministrativo e politico, ritenendosi evidentemente coperto e (moralmente) protetto dalla generale euforia liberista e deregolativa, non si è limitato a lasciar fare, ma ha scelto le scorciatoie dell’interesse personale. Per la Liguria, una regione che detiene il primato assoluto del consumo di suolo (il 45,5% tra 1990 e 2005), un’inchiesta giornalistica documenta in maniera accurata gli intrecci tra politici di tutti gli schieramenti e immobiliaristi (Preve e Sansa, 2008). Saviano ha raccontato nel celebratissimo Gomorra il riciclaggio di danaro sporco nelle costruzioni. Berdini denuncia la città in vendita (2008). Zanfi (2008) indaga sulla città abusiva. Chartroux mette a confronto scandali immobiliari ed emergenza abitativa (2008).

Il fenomeno è dunque denunciato e noto, e tuttavia inarrestabile. Coperto e nascostamente ammirato dalla fragile etica comune come il versante astuto dell’immoralità ipermoderna che prospera dentro la cultura permissiva e affaristica del liberismo. Che ha intaccato tutti gli ambienti, anche quelli di cui un tempo si vantava il buon governo del territorio.

La domanda?

Così lo sprawl continua a dilagare nelle campagne, a ledere i paesaggi offendendoli con scatoloni ripetitivi e malformi. Per rispondere alla domanda di famiglie in fuga dalla città alla ricerca di serenità agreste, costi contenuti, aria respirabile, si diceva.

Una domanda tuttavia che raggiunto il suo apice nel 2002, negli anni successivi è in graduale calo. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio si creano numerose nuove famiglie per una serie congiunta di fattori che vanno dalla fuoruscita dalla famiglia d’origine dei baby boommer degli anni ’60, alla sanatoria per gli immigrati, all’adesione della Romania all’Unione Europea che consentono la legalizzazione di presenze straniere. Le famiglie di nuova formazione raggiungono il tetto massimo di circa 400.000 nel 2002, poi scendono gradatamente fino a meno di 200.000 nel 2006, risalgono, ma fittiziamente per solo effetto delle sanatorie, a 234.000 nel 2007.

Le imprese continuano però ad incrementare le nuove costruzioni e a partire dal 2005 la produzione di nuove costruzioni supera sempre il numero di nuove famiglie: 71.000 abitazioni costruite in più del numero di nuove famiglie nel 2005, 136.000 nel 2006, 104.000 nel 2007 (dati Cresme, 2008).

La dinamica delle famiglie non è peraltro un indicatore significativo della domanda di abitazioni nell’attuale fase di stallo demografico. In cui a crescere è solo la componente straniera, ma prevalentemente per effetto di ufficializzazioni di presenze sommerse di fatto già insediate. E’ mancata dunque l’intelligenza di tenerne conto e di valutare l’affievolirsi della domanda potenziale.

La produzione di nuove abitazioni è proseguita in maniera incessante e cieca. Il numero di nuove costruzioni, tra 2000 e 2007, è aumentato del 70%. La percentuale di nuove abitazioni sull’intera offerta immobiliare passa dal 27,9% nel 2000 al 40,9% nel 2007, al 46,7% nel 2008. Tra 2008 e 2010 saranno ultimate altre 840.000 abitazioni già cantierate o autorizzate (Cresme, 2008).

Anche le rilevazioni ISAE sulle propensioni all’acquisto avrebbero potuto costituire un utile campanello d’allarme sul potenziale di assorbimento del mercato. Mentre nel 2000 il 9% delle famiglie italiane dichiara l’intenzione di comprare casa, a partire dal 2004 tale quota si abbassa e oscilla tra il 2,5% e l’1%. Tutti segnali che sono stati ignorati. Un liberismo poco lucido e lungimirante, solo arraffone. Una crisi cercata.

Mercato del lavoro e plurietnicità

A farne le spese, oltre ai cittadini segregati nei quartieroni di periferia e nelle villettopoli, saranno soprattutto i lavoratori. Gli occupati nel comparto delle costruzioni rappresentano il 27,9% del totale degli addetti al secondario, l’8,4% dell’intera popolazione attiva (ANCE, 2008). Nel 2007 il totale degli occupati del settore costruzioni ammonta a poco meno di 2 milioni (dato ANCE), si valutano inoltre intorno ai 400.000 quelli coinvolti nell’indotto (dato Cresme).

Sappiamo bene inoltre che le piccole e piccolissime aziende edili, anch’esse vittime predestinate della crisi, celano notevoli quote di lavoro sommerso, soprattutto di stranieri immigrati illegalmente. Benché normative recenti abbiano portato ad una certa emersione – nel 2007 infatti gli addetti ufficiali aumentano – il calo di occupati è in atto già dal 2006 e si è confermato nel primo semestre del 2008. Nelle imprese di maggiori dimensioni, dove il ricorso al lavoro nero è meno frequente, la diminuzione di occupati è visibile anche nel 2007 (- 0,7%) e di tutta evidenza nel primo semestre del 2008 (-4,2% secondo Cresme).

Un settore dunque, anche sotto il profilo occupazionale, di grande rilievo economico, la cui crisi sta coinvolgendo per primi i lavoratori stranieri irregolari, che perdono il lavoro senza tutela e ammortizzatori. Un problema non piccolo nella situazione sociale odierna e nel clima xenofobo che già si respira nelle aree settentrionali, le stesse in cui si prevede saranno maggiori i contraccolpi della sovraproduzione edilizia.

Il comparto si caratterizza per una presenza particolarmente significativa di lavoratori stranieri regolari, il doppio dell’occupazione media straniera nell’insieme dei settori economici. La loro presenza, scrive ANCE, è aumentata anche quando l’occupazione totale nel settore era in calo: nel primo semestre 2008 mentre l’occupazione complessiva del settore costruzioni diminuisce, quella di stranieri continua ad aumentare del 6,4%. Complessivamente gli occupati stranieri rappresentano il 14% del totale di occupati del settore, con una ripartizione del 18,5% al Nord, 21% al Centro, 3,3% al Sud.

Il crollo del mercato

Il ciclo immobiliare positivo durato dieci anni si è concluso nel 2006. Un ciclo espansivo "eccezionale, senza eguali nella storia del nostro paese e nella storia delle costruzioni a livello mondiale", lo definisce il Cresme.

Se il 2007 ha mostrato una modesta flessione, nel 2008 la caduta delle transazioni è di tutta evidenza. L’Osservatorio del Mercato Immobiliare – che ha deciso di dare cadenza trimestrale alle proprie Note al posto delle semestrali, misura forse dettata dall’emergenza crisi - nel terzo trimestre ’08 valuta un decremento tendenziale del 13% complessivo, con una punta del 14,1% nel residenziale che conferma l’andamento del primo semestre. Cresme fornisce una valutazione addirittura più pessimista e prevede un calo tendenziale delle compravendite di abitazioni del 17,3%.

Ritornando ai dati OMI, calano le compravendite anche delle altre destinazioni d’uso: il terziario del 13,4%, il commerciale del 12,8%, il produttivo è l’ambito meno coinvolto e cala solo del 3,6%, ma non aveva mai avuto andamenti particolarmente brillanti. Il settore residenziale mostra il calo maggiore nel Nord (-16,1%), mediano nel Centro (-13,3%), più basso nel Sud (-10,3%).

Anche in questo caso va notato che già nel 2007 si era avvertito un forte rallentamento del mercato, con un calo complessivo delle compravendite del 7,1%, che seguiva un 2006 anch’esso in calo quantomeno per quanto riguarda l’immobiliare commerciale (-4,3%) e il terziario (-3,2), sostanzialmente stazionari gli altri ambiti ma con una media di un risicato +1,3% già in controtendenza rispetto agli anni precedenti. Segnali non ascoltati con dogmatica aspettativa di crescita continua e inarrestabile.

Finanziarizzazione e immobiliarizzazione

Siamo dunque arrivati alla rottura del ciclo che ha visto immobiliarizzazione e finanziarizzazione come ambiti di riconversione dei capitali che, tramontato il modello fordista, abbandonato l’investimento industriale e deflagrata la cosiddetta new economy, hanno visto vantaggioso lanciarsi in settori entrambi in fase di effervescenza e quindi in grado di offrire margini di eccezionale profitto. L’immobiliare in veste di garante ipervalutato, il finanziario nel ruolo di circolante a sostegno, a monte, di imprenditori e investitori e a valle degli acquirenti.

Investimenti che nel caso dell’immobiliare esauriscono il proprio ciclo di valorizzazione nell’atto costruttivo, di fabbricazione e immissione sul mercato e i cui realizzi devono trovare subito nuovi momenti di investimento, nuove costruzioni da edificare. Un modello economico che ha trasformato città e territori urbanizzati in cantieri del profitto. Un meccanismo che tuttavia non può ripetersi all’infinito come si trattasse di beni di facile usura e dunque da riprodurre a getto continuo. Gli edifici hanno caratteristiche di durevolezza che limitano la loro immissibilità sul mercato e li vincola alla domanda molto più di altri beni. Il cui rigonfiamento artato dalla logica consumistica ha finito comunque per scontrarsi con l’esaurirsi della capacità di indebitamento del versante debole della catena, la cui insolvibilità è stata il soffio, debole ma implacabile, sul castello di carte.

Una fase del capitalismo che è prevedibile si cercherà di sostenere accorciando il ciclo edilizio, ossia la durata dei manufatti, in modo da riedificare ciò che si demolisce. Una procedura da tempo applicata negli Stati Uniti, dove il ciclo edilizio è molto più breve che nella vecchia Europa che ha a cuore le proprie memorie, ma che sicuramente troverà spazio per esercitarsi nelle pieghe di periferie urbane abbandonate al degrado.

Nei territori della neourbanità

Questione interessante in prospettiva territoriale è l’andamento del mercato immobiliare nelle diverse tipologie di centri. La contrazione delle compravendite infatti è più accentuata nei comuni minori, dove sfiora mediamente il 16%, con cali massimi al Nord (-18%) e nel Centro (-17,3%), più contenuti al Sud (-11%), mentre nei comuni capoluogo si ferma alla soglia media del - 9,3% (con punta massima nelle città del Nord, -10,7%, di quasi otto punti superiore alla quota dei piccoli comuni).

Situazione che diventa ancor più marcata nel confronto degli andamenti tra le principali città italiane e le loro province. Benché il dato mediano tra le 10 città che OMI considera sia analogo a quello appena riportato per l’insieme dei capoluoghi italiani (-8,9% nelle città, -16,7% nel resto della provincia), in questo confronto si notano situazioni molto diversificate che meriterebbero maggiori approfondimenti di quanto in questa occasione sia opportuno produrre.

A livello di esempio, colpisce in particolare il comportamento del mercato a Bologna e nella sua provincia: in città il calo di compravendite nel terzo trimestre ‘08 è del 5,3%, uno dei più contenuti tra le città esaminate. In compenso il calo nel resto della provincia è uno stratosferico –26,8%, il più alto tra tutte le provincie metropolitane esaminate. Gli errori di pianificazione commessi nell’area vasta di Bologna, ma è più corretto dire del mancato coordinamento delle scelte edificatorie tra i comuni in cui si è riversata la popolazione bolognese, vengono al pettine. La conurbazione milanese si conferma territorio omogeneamente urbano, i differenziali nelle transazioni sono sostanzialmente conformi: -12,3% il comune centrale, - 14,4% il resto della provincia. Torino mostra andamenti pressoché identici: città –12,4%, provincia – 12,8%. Roma invece presenta una situazione analoga a quella bolognese, benché non tanto radicale: capoluogo – 9,8%, provincia –22,3%.

Prudenza vuole che non assegniamo a queste cifre sul calo delle vendite un valore consolidato o predittivo. Sono tuttavia eloquenti di un trend ormai biennale che rischia di evolvere in direzione di diversificazioni in cui le periferie tornano tali e non i bucolici paradisi propagandati dalle agenzie immobiliari. Sono consapevole dunque del valore provvisorio dei dati sul calo delle transazioni immobiliari che ho appena presentato e mi auguro che le prossime rilevazioni smentiscano i miei timori. Sta di fatto che il mondo intero vive un momento di forte preoccupazione e che la consapevolezza degli eccessi di produzione immobiliare – testimoniata dai dati di natura storica - diventa sempre più manifestamente preoccupazione per le sorti economiche dei sistemi territoriali.

Lontani dall’agglomerato

Si è dunque scoperchiato il velo di una speculazione esasperata aggravata dal lassismo delle istituzioni locali nel concedere sviluppi edilizi. Non si è saputa coniugare la crescita con coerenti politiche di governo del territorio. La polverizzazione apparentemente casuale degli insediamenti, in realtà legata alla maggiore o minore permeabilità delle classi dirigenti locali alle molte lusinghe del liberismo, ha generato territori incongrui sotto il profilo funzionale e qualitativo, disgregati da un insieme di forze opposte tendenti sia alla centralizzazione che alla dispersione. Non condivido a questo riguardo le posizioni di chi ritiene che in ogni modo i territori si siano "autorganizzati" e abbiano da sé prodotto reticoli funzionali. Quella che vediamo ogni giorno sulle strade non è, a mio modo di vedere, autorganizzazione, e men che meno espressione di "città di città" – due termini che affondano le proprie ragioni nel paradigma epistemico della scuola territorialista (Magnaghi, 2000) e sono ben lungi da significati strumentali. La definirei piuttosto funzionalizzazione coatta, coercizione.

Code obbligate, inevitabili, per raggiungere servizi che sono rimasti ancorati a un’idea di città compatta e non ricalibrati alla nuova dimensione metropolitana. Cittadini dispersi che hanno mantenuto con la città legami indissolubili, perduti in periferie non attrezzate per rispondere ai bisogni elementari delle famiglie. Obbligati all’uso dell’automobile in assenza di una qualsivoglia logica di trasportistica collettiva. Per i quali il godimento dei benefici della ruralità è fatto notturno e domenicale, ma principalmente apoteosi del transito (automobilistico) in un moto pendolare perpetuo tra casa, ufficio, scuola, centri commerciali, ecc. Prigionieri di corpuscoli insediativi dormitorio o di piccoli centri con la cui bellezza e socialità non hanno tempo di entrare in relazione, con effetti di desocializzazione che ricadono in forme devastanti sulle giovani generazioni, incapaci di interagire e comunicare.

Chiusi negli universi separati simbolizzati dai micro fazzoletti di terra delle villette a schiera circondati da muretti vicinali enormi, sproporzionati ed escludenti (Che ricordano il finage di cui si ragionava un tempo in merito alle piccole proprietà contadine preindustriali e alla loro chiusura individualistica). O ingabbiati nei palazzoni affastellati in false centralità mai compiute, cui mancano i fondamenti basilari per esser tali. Cittadini che hanno compiuto una scelta insediativa che ritenevano conveniente, non una scelta di vita e intrattengono con il mondo rurale un rapporto superficiale, distaccato, e continuano a rapportarsi alla città. Continuano a sentirsi cittadini di una metropoli che, incapace di rispondere ai loro bisogni, li ha cacciati senza neppure regolarne l’esodo.

Effetti perversi di quella diffusione della rendita fondiaria urbana auspicata dalle municipalità per mettere in valore il territorio, incrementare entrate fiscali e patrimonio. Un’interpretazione del valore territoriale che non tiene conto della qualità della vita e ha usato gli abitanti come strumento di una crescita economica priva di razionalità. E innanzitutto priva di umanità.

Non c’è umanità nella reiterazione infinita dei tipi edilizi e dei contenitori informi dei centri commerciali, enormi e tutti uguali. Alieni alle campagne. A distruggere bellezza, un bene comune dissipato in nome di un’idea di innovazione che sul consumo – di territorio, della città, di bellezza, di socialità – ha il proprio cardine. Come sono tutti uguali i villaggi finti shakespeariani degli out-let, con le stradine sinuose, le fontanelle da cui non si può bere, le casine leziose. Scenografie immutabili, come in un film che gira e rigira ma resta sempre uguale, rassicurante e asettico nella sua illusorietà.

La retorica del localismo di maniera, del vivere agreste, di identità e comunità da rinverdire si fanno marketing, colonizzano l’immaginario collettivo, come direbbe Latouche. Mentre anche i centri storici gentrificati perdono personalità per assumere quella commerciale e griffata, identica in ogni città del mondo, ossessiva. Un processo di anomizzazione che induce desocializzazione, la fuga e la ricerca (vana) di territorialità. Un circolo perverso in cui i cittadini sono le vittime sacrificali. Se (come sperabile) dovesse arrestarsi al più presto la caduta del mercato, rimarranno in ogni modo lo scempio del territorio e lo snaturamento dei paesaggi, la perdita di beni irriproducibili di proprietà comune e indivisibile. Peserà anche l’aver sottratto terreni produttivi all’agricoltura di prossimità, essenziale sotto il profilo ambientale tanto più in tempi di crisi della globalizzazione.

Spazi deterritorializzati dello sprawl

Una graduale deterritorializzazione annienta luoghi e milieux e trasforma i territori in spazi sterili. Disumanizzati da un’appropriazione mercantile straniante. Saltano senso di appartenenza e identificazione territoriale per lasciar posto alle sole relazioni commerciali, in cui lo spazio è fruito a pagamento e il cittadino ha la sola veste di consumatore. Spazi paralleli, diversificati per target di spesa, calibrati alle diverse capacità economiche. Mondi segregati per status.

In un’ambiguità insanabile tra valore d’uso e valore di scambio, spazio pubblico e spazio privato e continue erosioni dei diritti comunitari. E mentre gli spazi pubblici vanno in degrado per incuria, quelli privati assumono la fisionomia collettiva che deriva dalla frequentazione commerciale. Anche gli elementi più squisitamente istituzionali – sicurezza e sorveglianza – garantiti da società di interesse privato. Condizione che accomuna espansioni residenziali conformate a gated cities e centri polifunzionali in guisa di edge cities. Espressioni della città dilatata post-regolativa, in cui il mercato è l’unico decisore e le forze esogene che plasmano la crescita i suoi tentacoli operativi.

Spazi da consumare, fabbriche di desideri. Paesi dei balocchi, seducenti e ammiccanti nei loro abiti di scena disegnati dagli stilisti del marketing. La città dipinta a tinte forti, esasperate, esaltando le contraddizioni, la pluralità di stimoli, compreso il brivido elettrizzante della paura. La ruralità pensata invece per altri pubblici, colta nel fascino nostalgico e fané, nella grazia bucolica di un’eterna primavera cinguettante. Mondi in cui immaginario e potenza persuasiva sono componenti organiche del processo di valorizzazione. Le tante "corti dei molini", "tenute della duchessa", "magioni del granduca" e via favoleggiando, di cui le agenzie immobiliari offrono ricco campionario, ne sono populistica espressione. Esercizi di gentrification delle periferie che implodono con il fango dentro casa alla prima pioggia, le sbarre antintrusione alle finestre, la distanza dai servizi. Anche il panorama espropriato al godimento collettivo dalla schiera di villette di maggior pregio che ne impedisce la vista e ne ha fatto patrimonio privato.

Costi della polverizzazione

Se applichiamo alla città esplosa i parametri dell’analisi geografica, comprendiamo meglio la crisi del mercato immobiliare e riusciamo a vederla come conseguenza diretta del venir meno dei requisiti che avevano fatto apprezzare le localizzazioni residenziali periferiche.

In primo luogo i paesaggi, che una volta deturpati non hanno più la bellezza che esercitava attrattiva e conferiva valore. Un depauperamento che non è solo culturale e simbolico ma anche direttamente economico – va spiegato agli innovatori a tutti i costi.

La rendita fondiaria deriva inoltre da principi allocativi di natura funzionale che commisurano il valore del territorio al grado di attrezzaggio, in definitiva alla distanza dai servizi e ai costi per raggiungerli. Un criterio poggiato sulla distanza, non in termini metrici ma isocronici, che deprezza le aree lontane. La città infinita, immobile nel traffico, sconta diseconomie di agglomerazione e di percorrenze incommensurabili – infinite appunto. Tutto ciò si traduce in aumento dei costi a carico dalle famiglie e conseguente deprezzamento dei valori fondiari. E meraviglia ci sia ancora chi enfatizza la cosiddetta morte della distanza per motivare lo sprawl con la diffusione dei sistemi di comunicazione informatica. Nei cui spazi virtuali in effetti si sono rifugiati i cittadini metropolitani. Per supplire alle difficoltà di spostamento e incontro.

La disseminazione caotica delle residenze è avvenuta senza pianificazione logistica. Parametro che è stato invece adottato per la dislocazione dei centri commerciali, pensando però alla sola mobilità privata e a nuovi assi di scorrimento e parcheggi in loro supporto – anche in questo caso con indifferenza a territori e paesaggi, deturpati da svincoli, soprelevate, immense superfici di cemento e catrame. Un disordine distributivo che ha comportato costi di urbanizzazione particolarmente onerosi e ora pesa sulla gestione dei servizi essenziali.

Deregolazione e fallimento dell’urbanistica

Gli urbanisti, tra i principali responsabili di tanto disastro, hanno fallito il loro compito, non hanno saputo affrontare la città discontinua, la bassa densità, il salto di scala, la diversa tramatura dell’urbanità. Sono rimasti ancorati alla città compatta e non hanno saputo (voluto?) vedere gli effetti territoriali di comparti urbanistici delocalizzati al di fuori della conurbazione. Hanno progettato astratti oggetti edilizi senza contestualizzarli nei territori, riflettere sulle diversità e complessità dei sistemi locali, sui requisiti funzionali che strutturano centralità, definiscono reti connettive e sistemi relazionali. Nessuna preoccupazione neppure nei confronti dei problemi ambientali e geomorfologici che, ignorati, producono catastrofi niente affatto naturali. Il territorio trattato come spazio informe, liscio. D’altro canto che ci si può attendere da chi definisce "naturali" i paesaggi? Esecutori che hanno realizzato acriticamente le commesse delle amministrazioni e dei privati.

Ma se a questi ultimi non si può imputare la natura di operatori economici in cerca di profitto, politici, amministratori e direzioni tecniche locali portano il peso della compromissione con i peggiori istinti del liberismo. Dopo il rigetto della pianificazione come strumento di regolazione e di governo, la mistica della concorrenza, del mercato e della conduzione imprenditoriale degli enti locali hanno concesso un’espansione senza limiti e piano. A spaglio, inondando i territori come un fiume in piena, in assenza di argini normativi o anche solo di buon senso. La retorica della governance e della sussidiarietà come alibi e arma legale.

L’urbanistica frammentata a livello comunale, chiusa nel recinto dei confini amministrativi e quindi incapace di cogliere le correlazioni di area vasta di un’urbanità discontinua bisognosa di coordinamento. Una prospettiva autoreferenziale che ha convinto ogni municipio, in concorrenza con i vicini, a incentivare gli investimenti immobiliari nel proprio territorio senza che un livello istituzionale di più ampio sguardo esplicasse una qualche forma di piano e di controllo per regolare gli accrescimenti e calibrarli alle necessità reali. In un quadro di strumenti urbanistici che la deregolazione ha voluto sempre più allentati e permissivi, non a caso diversissimi per denominazione e forma giuridica. Una situazione in cui crisi finanziaria degli enti locali, Ici, oneri di urbanizzazione e scambi perequativi hanno congiurato contro scelte più oculate da parte dei comuni. Mentre le istituzioni della pianificazione si limitavano a blande raccomandazioni che nei fatti venivano disattese, in assenza di potere di controllo verticale, in forza di un principio di sussidiarietà troppo rispettoso dell’autonoma legittimità delle deroghe e disarmato a intervenire nel merito. L’urbanistica ha finito per adeguarsi alle logiche degli interessi speculativi, realizzati attraverso la stipula, di volta in volta, di accordi bilaterali in cui l’interesse collettivo è stato dimenticato. Il diritto pubblico sacrificato a favore di transazioni di natura privatistica.

La colonizzazione metropolitana

La città è cambiata, bisogna prenderne atto. Una serie di forze giustapposte e contrastanti ne ha mutato forma e natura. Il modello dell’urbanizzazione ha colonizzato il pianeta, inglobando le altre espressioni territoriali e piegandole all’omologazione. La complessità appiattita e raramente indice di urbanità ma sinonimo di nuovi e più profondi conflitti e disuguaglianze. La campagna è stata fagocitata da un moto centrifugo che, procedendo per chiazze, ha prodotto generale uniformizzazione dei luoghi, atopia. Le identità territoriali atrofizzate a favore dei simulacri finzionali di cui ci parla da tempo Augé.

Un cambio di scala che ha interrotto la continuità del tessuto, frantumato il corpo solidale della città moderna e creato lacerazioni, porosità, rotto gli insiemi territoriali. E con essi le relazioni umane che li innervavano e ne erano artefici, divenute aleatorie, anonime, di un cosmopolitismo contraddittorio e irto di conflitti.

Al punto che diventa legittimo chiedersi quale sia oggi il significato di locale e dove si sia rifugiata la capacità di topogenesi in grado di restituire anima agli spazi, come direbbe Hillman. Un problema che non appassiona i decisori, proni ai dettati mercantili, e assai poco anche il mondo intellettuale, impegnato a prodursi in fantasmagorie estetizzanti.

Un’urbanità monca di convivialità, direbbe Choay, e dunque ridotta a crosta amorfa e infertile, in cui la città non è riuscita a trasformarsi in metropoli, in città madre di luoghi, di sistemi locali territoriali capaci di coesione e solidalità. La deformazione della città come specchio, concrezione morfologica di una società polverizzata, ghettizzata dai redditi e dai consumi, dagli stili di vita e dell’abitare.

I territori vengono retrocessi a spazi uniformi all’interno di un dispositivo urbano totale e totalizzante che vede come unico protagonista il liberismo e la sua carica (paradossalmente?) liberticida di ogni espressione autonoma e dissenziente. Le relazioni umane si trasformano in conflitto o si rifugiano in isole di resistenza, in micro utopie comunitarie e reticolari il cui potenziale di riterritorializzazione è inversamente proporzionale alla visibilità. Bollate con il marchio dell’antipolitica o contaminate dalle logiche mercantili non appena escono dalla condizione marginale, allargano la sfera delle relazioni e acquisiscono consensi. Idee e pratiche percepite come sovversive dell’ordine consumistico totalitario.

Oltre lo sconfinamento verso la riterritorializzazione

Che fare dunque di fronte a un quadro disgregato in cui le forze coesive hanno lasciato mano libera all’anomia, alla deterritorializzazione? La crisi in cui siamo precipitati finalmente apre gli occhi anche agli indifferenti (e sono consapevole dell’assurdità di questo "finalmente" che mette in luce la miopia di una società che si sveglia solo di fronte alle catastrofi). Che il modello consumistico e la globalizzazione che l’ha supportato abbiano prodotto frutti avvelenati diventa consapevolezza sempre più allargata.

Ora però bisogna trovare modi per uscire dal declino che cambino alla radice le logiche che hanno governato il mondo. Non sono possibili meri rattoppi, debbono mutare le concezioni di base che guidano l’economia. Piccoli aggiustamenti all’esistente non farebbero che prolungare l’agonia e produrre nuove e più profonde disparità.

Il tema della decrescita (Latouche, 2008), sinora osteggiato e irriso, comincia a trovare consensi. Quello che veniva giudicato pensiero utopico privo di reale applicabilità si è dimostrato capace di preveggenza e credo debba diventare il punto di vista da adottare per riprogettare i territori dell’infinita disgregazione urbana.

Bisogna però prima di tutto capire la nuova natura della città e chi siano i suoi cittadini. Se sotto il profilo morfologico dobbiamo constatare dispersione e polverizzazione, che ne è dei sistemi territoriali? in che misura e quanto in profondità la frammentazione ha intaccato i reticoli delle relazioni e la coesione che un tempo ne aveva fatto dei modelli organizzativi? come possiamo rianimare percorsi di cittadinanza condannati all’afasia? come invertire la rotta e indirizzarci verso la rigenerazione dei luoghi?

La tentazione è quella di volgere lo sguardo all’indietro, di guardare con nostalgia ciò che città e campagna sono state, azzerare il tempo e ripercorrere il cammino a ritroso. Ma se in alcuni casi, quando ad esempio si tratti di salvare documenti storici del percorso di lunga durata della costruzione paesaggistica, conservare diventa prioritario, se ci sono in gioco variabili umane la salvaguardia non può essere sola conservazione. Non si può cristallizzare ciò che nel frattempo è mutato, bisogna tener conto della diacronia delle trasformazioni antropologiche ed esistenziali. Il territorio, costruzione umana per eccellenza, non può sfuggire ai propri ritmi ed è da ciò che è diventato che bisogna ripartire. Sulla sua inarrestabile processualità va innestata la prospettiva della riterritorializzazione attiva, la riconfigurazione dei luoghi a partire dai soggetti e dal vivere conviviale. Progettando territori in cui l’umanità sia al centro della metamorfosi. Se i cittadini non si identificano nella città densa, nella sua insalubrità e anomia e tuttavia desiderano non rescindere i legami con l’urbano, si dovranno trovare soluzioni rispettose del cambiamento culturale e fondare un tipo nuovo di città, che sappia armonizzare e coordinare le diverse realtà ed esigenze. L’idea di città di città può rappresentare un embrione di ragionamento.

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E’ una buona occasione, facciamoci del male

"…la boutade di Berlusconi prendeva la forma di un provvedimento reale, rozzo e diabolicamente demagogico. (…) Poi, come sempre succede in questi casi, è arrivato l’appello dei "padri (o zii) della patria" Aulenti, Gregotti, Fuksas. Appello che io, confesso, non sono riuscito a firmare. Non perché condivida l’impostazione del provvedimento del governo (…) ma perché mi pareva una buona occasione per sollevare una discussione intorno a una serie di questioni reali (…)"

Pippo Ciorra, "il manifesto", 24 marzo

Chi e’ lo zio

Tra Aulenti, Gregotti e Fuksas, chi è lo zio?

Lotta dura senza paura

"Può essere una risposta anticiclica importante, muovere alcuni punti di pil in un momento in cui il paese rischia grosso"

Francesco Rutelli sulla prima pagina del "messaggero" (quotidiano del costruttore Francesco Gaetano Caltagirone) del 23 marzo

"Il mondo cambia e sarebbe poco intelligente e controproducente rimanere fermi sulle leggi del passato senza tenere conto dei nuovi sviluppi della società"

Mario De Carlo, assessore all’urbanistica della Regione Lazio

"Evitare irrigidimenti e posizioni pregiudiziali, su un tema che potrebbe dare delle risposte concrete."

Filippo Maria Penati, presidente della Provincia di Milano

"Se il piano casa è serio non realizza scempi, permette una riconversione energetica, può essere una cosa che modernizza il paese, interessante, che rilancia l’economia"

Pier Ferdinando Casini

Dove abita il 60% degli italiani

"Infine, l’arretratezza delle nostre leggi e della nostra cultura urbanistica (lavoriamo ancora con la legge del ’42), ferma a un’impalcatura normativa pensata per centri storici, periferie di palazzoni e zone industriali quando invece il 60% degli italiani abita in casette sparse in aree indecise tra il rurale e l’urbano. Quelli appunto che aspettano con ansia il decreto Berlusconi".

Pippo Ciorra, " il manifesto" , 24 marzo

Fra le tante previsioni che hanno accompagnato questo 2009, nell'ambito dei beni culturali una delle più facili riguardava l'arrivo dell'ennesima riforma ministeriale: negli ultimi dieci anni, fra i provvedimenti relativi al riordino della disciplina - Testo unico (1999), Codice e successive modifiche (2004, 2006, 2008) - e quelli sul riassetto organizzativo (oltre una ventina), il Ministero dei beni culturali ha vissuto in una perenne modifica degli assetti interni, oltre che del quadro giuridico di riferimento. Questa situazione di costante instabilità non ha mancato di creare difficoltà sia all'esterno - nei confronti degli interlocutori istituzionali nazionali e internazionali, costretti a interagire con amministratori che si succedevano, in taluni periodi, a ritmi vorticosi, per di più operanti sulla base di una cornice legislativa in perenne assestamento - sia all'interno, condannando di fatto i funzionari di via del Collegio Romano a operare in un clima di precarietà, sia organizzativa che normativa.

Problemi, pur gravi, che potrebbero essere controbilanciati da una effettiva e sostanziale riforma della macchina ministeriale, finalmente adeguata, come sarebbe indubbiamente necessario, ai mutamenti di assetto istituzionale (si pensi solo alla modifica del Titolo V della Costituzione), ma anche di più generale cornice legislativa nazionale ed europea (il riferimento, in questo caso, è all'adozione, da parte dell'Italia, della Convenzione sul paesaggio) e soprattutto di contesto culturale, nel senso ampio del termine. Mentre nel settore della disciplina di ambito culturale tale evoluzione è stata raggiunta, pur faticosamente e non senza critiche e rimpianti contrapposti, attraverso la definitiva approvazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio, che dopo le modifiche dello scorso anno ha assunto una versione "definitiva" e la cui efficacia quindi potrà finalmente essere verificata sul campo, non altrettanto può dirsi per l'assetto del Ministero, che continua a essere sottoposto a fibrillazioni, aggiustamenti, ripensamenti, spesso conseguenza delle vicende elettorali o comunque risalenti all'orizzonte politico (sono sei i ministri succedutisi negli ultimi dieci anni) e in ogni caso ancora lontano, a quanto pare, dall'aver trovato un ubi consistam che ne consenta la piena operatività.

Purtroppo tale situazione non è senza conseguenze per quanto riguarda la stessa applicazione del Codice, tanto che è stato facile profeta chi (fra i primi Marco Cammelli) già nel 2004, all'epoca della sua promulgazione, individuò nella struttura ministeriale lo snodo cruciale (e il punto di debolezza...) attorno al quale si sarebbe giocata la reale efficacia di un provvedimento normativo che, superate talune forzature ideologiche del primo momento, è attualmente riconosciuto come uno strumento positivo e in grado di garantire un adeguato livello di tutela e valorizzazione del nostro patrimonio, in sostanziale linea di continuità con una legislazione che rappresenta da molti anni un punto di eccellenza a livello internazionale.

Esempio di tale strettissima interconnessione è la Direzione generale del paesaggio: creata pochi anni or sono e abbinata per alcuni mesi, con non perfetta congruenza, all'arte e all'architettura contemporanee, ha visto l'alternarsi di mezza dozzina di direttori generali in pochi anni. Nella attuale configurazione, denominata PARC, pareva avere assunto un rilievo adeguato al ruolo, strategicamente basilare, che era chiamata a svolgere, vale a dire, in primis, la redazione, in collaborazione con ciascuna delle Regioni italiane (Sicilia, Valle d'Aosta e Province altoatesine escluse), dei piani paesaggistici prefigurati dall'attuale Codice come strumento di tutela e governo del paesaggio e preordinati, nell'intento dei legislatori e secondo quanto ribadito dalla Corte costituzionale, a qualsiasi altro strumento di pianificazione territoriale.

Un formidabile strumento di intervento sul territorio, insomma, che era nato per superare i limiti e le debolezze della legge "Galasso" e che avrebbe potuto essere utilizzato, altresì, come mezzo di costruzione di quella cooperazione istituzionale Stato-Regioni vitale, non solo in questo campo, perché questo nostro Paese possa uscire dalle pastoie di una conflittualità istituzionale che ha seminato soprattutto una vittima: il cittadino italiano. Purtroppo, però, la neonata PARC sta per essere soffocata nella culla, poiché l'ultimo progetto di riforma del Ministero attualmente in discussione la destina a essere risucchiata nel magma di una nuova direzione onnicomprensiva che si occuperà di beni storico-artistici, demo-antropologici, architettonici, arte e architettura contemporanee, paesaggio: tutti insieme appassionatamente.

Non è l'unico arretramento presente: nella definizione delle direzioni generali per i Beni storico-artistici, architettonici, eccetera, e per i Beni archeologici, il ritorno alle rispettive diciture di "Belle Arti" e di "Antichità" può solo apparentemente essere liquidato come una boutade lessicale un po' ridicola; suona invece, oltre che sintomo di provincialismo rétro, quale tentativo di circoscrivere il sistema dei beni culturali nell'alveo più rassicurante di attività destinate ai cultori di un umanesimo erudito e poco incline a misurarsi con le istanze della modernità.

Sospetto, questo, avvalorato dal fatto che nel progetto di riforma non trovano invece risposta alcuna i molti problemi e le carenze di cui soffre il Ministero, acuiti esponenzialmente negli ultimi anni, a cominciare dal rapporto fra strutture centrali e organizzazione sul territorio. Ancora a dir poco ambiguo e affidato a iniziative estemporanee risulta poi l'assetto del sistema di interazioni centro / regioni / enti locali / privati, la cui definizione il Codice si limita difatti a demandare a iniziative successive; come pure irrisolti risultano i problemi sullo statuto delle istituzioni museali e dei parchi archeologici.

E infine, a ribadire il carattere arretrato del disegno complessivo, neanche un cenno a quello che dovrebbe ormai porsi come interlocutore imprescindibile e privilegiato: l'Unione europea, vero e proprio convitato di pietra che si riaffaccia nei programmi ministeriali quasi solo alla stregua di erogatore di risorse, peraltro ormai vitali per la stessa sopravvivenza del Ministero. Con questo giungiamo al problema dei problemi: l'ormai irreversibile crisi di risorse, prima di tutto economiche. Una crisi che, maturata nel corso di più legislature, va assumendo in quest'ultima un carattere di emergenza tale da far parlare autorevoli intellettuali e osservatori politici, primo fra tutti Salvatore Settis, di dismissione de facto del Ministero nel giro del prossimo triennio.

A rendere ancora più drammatico il quadro complessivo si aggiunge l'ormai cronicizzata mancanza di personale, le cui carenze di organico, solo puntellate dalle ultime tornate concorsuali, ma soprattutto tramite il ricorso generalizzato al precariato, rendono a dir poco problematico l'esercizio quotidiano dei compiti di tutela e valorizzazione prescritti, in alcuni casi resi ancor più complessi dai nuovi incarichi attribuiti dal codice (uno fra tutti, la copianificazione in materia paesaggistica) o dall'evoluzione del sistema infrastrutturale nazionale (si pensi, in questo caso, alle attività connesse all'archeologia preventiva che dovrebbero accompagnare le cosiddette "grandi opere").

Per questo la discussione, per molti versi più che altro ideologica, sulla contrapposizione Stato/Regioni - che ha visto scontrarsi fino a pochi mesi or sono i fautori del centralismo duro e puro (in nome di una pretesa maggiore capacità regolatoria dello Stato nell'esercizio della tutela) e i fautori del regionalismo (in nome di un federalismo a volte un po' velleitario e di cui si continuano a fraintendere finalità e limiti) - rischia di essere totalmente scavalcata dall'evoluzione reale, a determinare la quale, molto più delle politiche culturali espresse dal Ministero, stanno incidendo processi decisionali presi in altre sedi istituzionali, a partire da quella di via XX settembre [il Ministero dell'economia e delle finanze, ndr], e non.

La regionalizzazione di determinate deleghe in campo culturale è un approdo ormai inevitabile, comunque lo si voglia giudicare, e in alcuni casi si sta già attuando attraverso la definizione di accordi di programma, convenzioni, programmi quadro: questo processo, così determinante per gli assetti futuri del nostro patrimonio culturale, sta però avvenendo in maniera del tutto episodica e verrebbe da dire estemporanea. Frutto non di un progetto d'insieme, ma di una contrattazione giocata su base locale, questa sorta di "federalismo strisciante", privo di linee-guida politiche alte, scaturite da una progettazione culturale allargata, rischia di risultare sminuito dall'appiattimento su logiche localistiche che finiscono per usare il patrimonio dei beni culturali non come risorsa per uno sviluppo territoriale condiviso, ma come merce di scambio per altre partite politiche.

In sostanza, quest'incessante attivismo riorganizzativo - al quale non sono estranee, spesso, le connesse pratiche di spoil system che esso legittima (a ogni riforma è possibile azzerare i vertici amministrativi del Ministero) e nel quale purtroppo non si intravede un disegno complessivo frutto di una visione culturale organica, per criticabile che sia - impedisce soprattutto il maturare di esperienze amministrative di una qualche rilevanza. Esempio macroscopico è, fra tutti, quello della copianificazione paesaggistica, compito nel quale il Codice, in seguito alle ultime combattute modifiche, riassegna al Ministero una leadership che, disattesa fino a questo momento, appare problematico riaffermare sulla base dello schema prefigurato nel disegno di riforma ormai in dirittura d'arrivo.

In compenso la riforma, con un anacoluto amministrativo che non ha mancato di suscitare polemiche molto vivaci, prevede la creazione di una direzione generale preposta alla valorizzazione dell'intero patrimonio (in una prima stesura limitata "solo" ai musei, ma con compiti anche di tutela sul patrimonio museale) e sulla quale, così come reiteratamente proclamato dai massimi organi politici del Ministero, si ripongono altissime speranze per risolvere i molti problemi che affliggono le nostre istituzioni museali. Che poi il principale obiettivo in questa direzione sia, come dichiarato, rendere maggiormente appetibile al pubblico di turisti più ampio possibile la nostra offerta museale complessiva, scalando le vette della top ten dei musei più visitati (che ci vede al momento esclusi), suscita qualche perplessità.

Intendiamoci: che il nostro patrimonio sia realmente fruibile da un pubblico vasto, è un obiettivo auspicabilissimo, ma ciò deve essere piuttosto il risultato di quell'opera di reale accessibilità alla cultura sulla quale molto deve essere ancora fatto, e che è comunque un processo complesso, lento e oneroso, i cui frutti più solidi non hanno maturazione improvvisa, quasi mai scaturiscono da iniziative che si vogliono immediatamente spendibili sul piano mediatico e sicuramente hanno poco a che fare con la filosofia dei Guinness.

Eppure, per chiudere con una nota di ottimismo, pur con i molti limiti vieppiù evidenti negli ultimi mesi e nella situazione di fragilità gestionale sopra descritta, il Ministero è tuttora in grado di produrre iniziative di rilievo culturale assoluto e internazionalmente riconosciuto: valga, come esempio per tutte, la splendida mostra in corso fino al 7 giugno a Roma, al Museo nazionale romano di Palazzo Massimo alle Terme. "Scopri il Massimo" è la celebrazione, con pochi mezzi e molta intelligenza, dei dieci anni di apertura di uno dei più importanti musei archeologici al mondo: evento illustrato non attraverso la classica esibizione di decine di prestiti di altri musei, ma quasi esclusivamente con il riallestimento, il restauro, la riproposizione, e quindi la valorizzazione, di materiali già patrimonio del museo stesso, a volte provenienti dai cantieri di scavo ottocenteschi aperti sul luogo stesso su cui sorge il museo, oppure esclusi per decenni dalla fruizione al pubblico, o semplicemente riletti attraverso una nuova illuminazione, in grado davvero di rilevarne la stupefacente grandezza artistica, così come nel caso del sarcofago di Portonaccio o del sistema di illuminazione "biodinamico" che restituisce agli straordinari affreschi della villa di Livia a Prima Porta la suggestione del succedersi delle gradazioni luministiche naturali.

il manifesto

Lo spettro comunista

di Valentino Parlato

Dopo avere sopportato il lunghissimo discorso di Berlusconi, il primo giudizio che viene in mente è un'autoglorificazione senza costrutto. Di solito all'apertura di un congresso, in particolare di unificazione, il relatore dovrebbe esporre il programma, sul quale i delegati possano discutere e decidere. Questo discorso programmatico Berlusconi lo ha rinviato a domenica, cioè a congresso concluso. Il Pdl, come ha scritto ieri sul Corsera Sergio Romano, è un «partito padronale» e quindi è del tutto logico che ci sia la glorificazione del padrone. E - sempre a stare a sentire Berlusconi - non si capisce come questo partito possa sopravvivere ora che non incombe più la minaccia del terribile comunismo, il cui spettro aleggiava di continuo nella sala del Congresso. Il populismo di destra specie nella situazione presente, non basta più a dare alimento ai successi (indubbi) che il Cavaliere ha ottenuto nel passato.

Proprio la celebrazione del trionfo nasconde, ma non elimina, i problemi che al nuovo partito si porranno, innanzitutto con l'unificazione con An, che, invece, è un partito. Certo, anche tra quelli di An ci saranno (ci sono già) i berluscones, ma non bastano; la conduzione padronale del partito sarà molto più difficile. E dunque «Berlusconi dovrà dedicarsi d'ora in poi a qualcosa che probabilmente non gli è congeniale: l'avvento del successore». Problemi con An (già sono emersi) ci saranno e non semplicissimi.

Dette queste poche cose sul ripetitivo discorso di Berlusconi, quel che interessa è vedere che cosa intenda o sia capace di fare l'opposizione, non solo del Partito democratico, ma anche delle altre componenti della sinistra. Certo se ci si limita a ripetere la solita e inutile solfa contro il Cavaliere c'è poco da sperare, e ben poco da aspettare dal discorso conclusivo di domenica prossima. Il padronal-populismo di Berlusconi continuerà e farà ulteriormente degenerare il tessuto sociale e culturale del nostro paese, per passare dal decantato bipolarismo al monopolarismo. La sinistra deve capire che l'attuale crisi dà armi di massa al berlusconismo: la legge sull'edilizia, che stimola i desideri e le ambizioni di tanta parte del ceto medio che è proprietaria di un pezzo di casa, non è cosa da ridere o solamente da denunciare perché può guastare l'intero Belpaese. Le sinistre devono e possono avere iniziative che promuovano movimenti di opinione e di lotta. Altrimenti per un altro po' d'anni - salvo possibili implosioni - continueremo a sorbirci il partito della libertà, ovviamente quella di «lor signori» come scriveva Fortebraccio su l'Unità.

La Repubblica

Principe e popolo

di Ezio Mauro

Concepito come una "cerimonia" (lo ha detto Emilio Fede) più che come un congresso, l’atto fondativo del Popolo della Libertà è tutto nel profilo biografico dell’avventura politica berlusconiana che il Cavaliere ha celebrato ieri dal palco, consacrando se stesso non soltanto nel fondatore della destra moderna ma nel destino perenne del Paese, o almeno del 51 per cento degli italiani.

La rivisitazione eroica degli ultimi quindici anni consente al paesaggio politico e retorico attorno al Cavaliere di rimanere immobile, tutto ideologico come nel ‘94. Così per il Premier la sinistra resta ancora e per sempre comunista, il Pd è un bluff, il riformismo è un’illusione, anzi la sinistra sta addirittura uscendo di scena, e la stessa parola "non piace più". Un ideologismo coatto, che vuole tenere l’Italia dentro uno schema vecchio e impaurito, mentre rinuncia a parlare all’intero Paese.

Non è infatti al Paese che guarda Berlusconi, ma al "popolo", vero soggetto politico del nuovo movimento, strumento di consacrazione quotidiana del carisma egemone, che nel popolo più che nelle istituzioni cerca la sua forza e la sua legittimazione. Anche il concetto di libertà è giocato in questa chiave, con una diffidente separazione-contrapposizione tra il cittadino e lo Stato, come se la politica - adesso che Berlusconi ha compiuto la sua rivoluzione "liberale, borghese, popolare, moderata e interclassista" - si riassumesse nella delega al Principe, con la fine del discorso pubblico così come lo abbiamo finora conosciuto in Occidente.

La Costituzione resta sullo sfondo, citata dopo il Papa, sovrastata da un moderno "patriottismo della nazione", della tradizione, delle radici cristiane dell’Italia in cui si recupera anche la "romanità". È il profilo classico di una destra carismatica che può forse illudere il Paese di semplificare la complessità della crisi ma che rischia di non governarla: perché il vecchio populismo non può reggere a lungo la sfida della modernità nel cuore dell’Europa.

L’Unità

L’uomo del passato

di Concita De Gregorio

Ai delegati arrivati dalla provincia coi figli per mano hanno dato un attestato con scritto «io c’ero», tipo cartolina ricordo della visita al Papa per l’anno santo. A differenza dei pellegrini questi hanno avuto trasporto vitto e alloggio pagato per l’intera durata del soggiorno, sono stati trasferiti non a San Pietro ma in un posto in mezzo al nulla della periferia romana, seduti col kit del delegato davanti a un palco tipo concerto degli U2. Votazioni per acclamazione. Colonna sonora di Domenico Modugno, intermezzi di Apicella. A metà strada fra gli anni Sessanta e la fantascienza politica: il futuro come lo si immaginava mezzo secolo fa. Eccolo, dunque: un posto di mezzo fra il villaggio globale e lo strapaese. L’isola del Famoso. Il Grande Fratello Silvio Berlusconi punta al 51 per cento dei consensi e la notizia è che moltissimi ci credono, gli credono. L’Italia è sul punto di assecondarlo. Siamo già al 43,2, dice. Entusiasmo in platea e del Paese in diretta quasi unificata tv. Una sorta di incantamento collettivo per un uomo senza età, nemico del passare del tempo, rimasto fermo con ostinazione non solo grazie agli artifici chirurgici ai suoi trent’anni. L’ossessione per il comunismo, Stalin e Pol Pot, l’amico Craxi. Il sorriso da venditore. Il disprezzo del dissenso, del confronto. Le frasi sussurrate nell’orecchio ad Annagrazia Calabria, vestale ventisettenne, e alle donne tutte, di ogni età. Il vero uomo, l’eroe. Così lo ha chiamato uno dei quattro giovani saliti sul palco: un eroe. Le parole di Berlusconi le leggerete nelle nostre pagine. Qui ecco quelle dei ragazzi chiamati a rappresentare il futuro. Giada dice ci arruoliamo nel popolo della libertà. Ci arruoliamo. Più donne al lavoro e meno femministe in tv, dice anche. Alessia, 19 anni: non mi piacciono i compagni di scuola di sinistra, per fortuna abbiamo Silvio. Il ragazzo di Acerra lo ringrazia per il termovalorizzatore e lo chiama eroe. Annagrazia Calabria, deputata junior, quasi piange di emozione. Berlusconi saluta Stefania Craxi, «figlia e degna erede di un mio carissimo amico». Poi parla un’ora, discorso rodato. Poi chiama gli alleati e i soci: De Gregorio, Dell’Utri, Mussolini, Giovanardi, La Russa. In prima fila applaude Fini. Si resta, a fine discorso, con la sensazione di aver assistito a uno show preparato con cura da professionisti dello spettacolo che vivono in un paese diverso da quello in cui viviamo noi. È davvero questo il destino che ci aspetta? Finire tutti a far da comparse nel reality delle illusioni e delle menzogne? È davvero pronta la maggioranza degli italiani a farsi incantare, domandano sbalorditi i colleghi della stampa straniera. La risposta non è degli editorialisti. La risposta è a voi. L’avete visto, sentito? Daremo ai nostri figli un futuro così? E cosa gli diremo, poi: dove gli diremo che eravamo stati nel frattempo?

Il governo ha varato il nuovo testo sulla sicurezza sul lavoro nel segno della deregulation: fate un po’ come vi conviene e pazienza per i poveracci che ci restano secchi. I salari sono fermi al 1993, proprio come il premier che nel frattempo però ha avuto diversa fortuna. Pietro Ingrao compie 94 anni, dice: «Berlusconi ha vinto soprattutto per la debolezza e gli errori dei suoi avversari. È un uomo del passato la sua è una destra vecchia». Leggete l’inchiesta di Roberto Rossi su Scientology. È il giorno giusto.

Si è a lungo sottostimata la forza del populismo di Berlusconi, ma proprio adesso non la sopravvaluterei. L'impero di Berlusconi (e il suo stesso appeal politico...) si basa su una merce molto sensibile alla crisi finanziaria, la pubblicità. Qualche scricchiolio lo rivelano le dichiarazioni dei redditi del Principale (come lo chiama Ciarrapico) e della sua azienda di famiglia... Ragionerei sul passaggio di Fiorello a Sky - e sull'improvvisa maleducazione di Mediaset con Mike Bongiorno (suo ex candidato senatore a vita) - almeno con la stessa attenzione che molti dedicano all'Isola dei famosi e al Grande fratello...

La terra bruciata a sinistra (fuori e dentro il Pd) sembra però aver prodotto una conseguenza molto pericolosa: l'incapacità a comprendere il senso politico degli avvenimenti. E' avvenuto con il mistero del grande spazio dedicato da Repubblica alla proposta di Baricco di chiudere i teatri per rafforzare la tv (derubricata da Giovanna Melandri, neo responsabile del Pd per la cultura, in un'«intelligente provocazione»). Intelligente da quale punto di vista? Quello degli editori che cominciano (Fandango e Repubblica/Espresso compresi) a avvertire le conseguenze della crisi della pubblicità, e vorrebbero sostituire le entrate perse, senza il coraggio di dirlo esplicitamente, con iniezioni di denaro pubblico? (cominciando - come i manzoniani polli di Renzo - a beccare il più debole tra i compagni...). Qualcosa di simile era già avvenuto con le sparate estive di Tremonti, Gelmini e Brunetta «contro il '68», poi trasformate in tagli mortali ai bilanci di università e la scuola pubblica, come per punirle delle riforme mai fatte dopo il '68... E' avvenuto con il mite Bondi che non protesta per i tagli al bilancio del suo ministero, non pensa certo a bandire concorsi per rinforzare l'organico tecnico scientifico di quelle che un tempo erano l'orgoglio d'Italia, le Sopraintendenze, nomina il presidente del Casinò di Campione direttore generale per la valorizzazione dei beni culturali, accetta lo sfregio alla dignità professionale di tutti gli archeologi d'Italia del doppio movimento che vuole portare - per meriti (?) acquisiti nell'immondizia - Bertolaso a commissario dell'area archeologica centrale di Roma (quella di Petroselli e Cederna) e realizzare nell'agro romano uno squallido parco a tema della Roma antica (che certo ha duemila anni di svantaggio nei confronti della modernità di Disneyland...). Sta avvenendo con una Rai sempre più integrata al controllo del governo (dallo staff della Presidenza del consiglio alla Direzione generale...) e all'idea di tv generalista privata alla Mediaset. Qui non si parla solo di teatri, di scuola, di beni culturali. Si parla del valore che deve avere il pubblico (inteso come valori condivisi, libertà di espressione, di dissenso e di conflitto...). Cioè di quello che è il sale di ogni concezione pubblica della vita associata: l'autonomia della cultura, il rifiuto di subordinare l'interesse pubblico alla bassa cucina dell'(effimera...) convenienza politica.

Il piano casa di Berlusconi è fatto della stessa sostanza dell'attacco alla cultura e alla formazione scolastica pubblica. La soffitta in cui si vuole riporre il concetto di pubblico accoglierà anche lo spazio pubblico. In questa logica, diventa inutile non solo il lavoro degli urbanisti, ma l'idea di città su cui l'urbanistica si fonda. Scompare il progetto dello spazio pubblico, il diritto di edificare nasce dalla proprietà della casa e si riduce alla casa, che si può ampliare dal 20 al 35 %, in modo di soddisfare nella propria abitazione le necessità che prima erano affidate allo spazio pubblico. Chi già ha avrà di più, e chi non ha nulla non avrà nulla. L'essere si trasforma in avere. «L'italiano produce da sé la propria casa, come la lumaca dal proprio mantello», scriveva - profeticamente nel 1900 la rivista La casa. Eduardo De Filippo invece scriveva, nel clima della Resistenza, in Napoli milionaria, che «... la casa era nu poco tutta la città». Berlusconi avrà forse pensato a Napoleone, al Barone Haussmann e alla trasformazione di Parigi. Qualcuno si sarà dimenticato di informarlo che si trattava di Napoleone III, che Victor Hugo aveva ribattezzato «il piccolo»... Quello che è in gioco non va visto con gli occhiali degli architetti e delle loro insoddisfazioni e polemiche... E' piuttosto una tappa nello smantellamento di quell'egemonia culturale della sinistra di cui parlano Bondi e Cicchitto... Il suo valore simbolico è confermato dal fatto che dal punto di vista tecnico ancora non esiste, cambia forma ogni giorno, riflettendo la tensione proteiforme di Berlusconi a intercettare gli umori del pubblico... Anche se, pur in questa forma labile, uno dei suoi elementi - la liberalizzazione delle destinazioni d'uso - è immediatamente pericoloso... Di quanti teatri (e ex cinema) si sta già progettando la trasformazione in luoghi del commercio... E quanti altri luoghi urbani e superstiti botteghe artigiane sono destinati a seguire la sorte di Campo de' Fiori... E che possibilità avremo di tutelare il moderno? Cos'altro siamo destinati a perdere dopo il Velodromo e le Torri di Cesare Ligini? Perché seguire Berlusconi «sulla sua cattiva strada», quando la sinistra (anche nella sua attuale forma rabberciata) potrebbe rivendicare un diritto di primogenitura sulla rottamazione (ho svolto ricerche in merito per la regione Calabria fin dal 2000...) o su quei terrain vague - che non sono né città né campagna, ma appartengono alla forma concreta della metropoli, ben lontana dalle utopie (penso alla rivista Gomorra di Massimo Ilardi, che purtroppo ha concluso le sue uscite...)?

Nella discussione in corso tra regioni e governo può pesare anche l'autonomia del pensiero tecnico e scientifico... A condizione di gridare prima forte che il Re è nudo e che compiti seri come ricreare le condizioni di una vita civile negli orrori dell'abusivismo e dell'infiltrazione mafiosa e camorristica negli appalti (Roberto Saviano) non possono essere affidatI al fai da te degli italiani, e a una smisurata estensione dei diritti edificatori. Di rivendicare, contro il pressapochismo, i diritti dell'autonomia e del progetto. Chi ben comincia, non chi comincia con la testa nel sacco, è a metà dell'opera (da tre settimane stiamo cantando il coro dell'Aida, Partiam partiamo...) Una volta concessi in via prioritaria i diritti edificatori a tutti i proprietari in quanto tali, senza nessuna condizione, che possibilità di contrattazione avrebbero le istituzioni, dalle regioni ai comuni? La posta in gioco non sono le due stanze in più nelle villette, ma la sostanza dell'identità italiana, di quello che per la qualità del suo paesaggio, delle sue città e della sua vita era chiamato il Bel Paese.

C'è una filiera economica che parte dall'edilizia, ma può anche essere distrutta - penso al turismo - dalla cattiva edilizia. Un'arma potente e eccezionale come un premio del 35%, che potrebbe essere usata per liberare le coste dagli abusi (in Calabria ne abbiamo censiti quasi 5000...) trasferendo in altri luoghi la cubatura, o per riqualificare le periferie, non può essere sprecata sparando a salve, per distrarre gli italiani dai nodi straordinariamente complicati di questa crisi...

Una sfida personale, contro tutto e contro tutti, ascoltando solo le pressioni di Confindustria. Il ministro Sacconi non ha voluto prendere in considerazione nemmeno l’appello del suo collega di partito Fabio Granata. Non proprio l’ultimo arrivato del Pdl, visto che si tratta pur sempre del vicepresidente della Commissione Antimafia. «Modificare il Testo unico abbassando le ammende per gli imprenditori sarebbe strano e gravissimo perché darebbe l’idea di un senso di impunità», ha detto Granata tra gli applausi della platea «bipartigiana» convocata ieri alla Camera da Articolo 21 per chiedere a Sacconi di fermarsi.

Niente da fare. Questa mattina il Consiglio dei ministri esaminerà le modifiche al Testo unico sulla sicurezza del lavoro. Sfidando dunque anche i suoi stessi colleghi di partito, Sacconi tira diritto e accelera. Molti scommettevano che il polverone sollevato dal solo rischio di modifiche avesse almeno l’effetto di rimandare l’esame del nuovo testo alla prossima settimana. E invece.

SANZIONI RIDOTTE, MENO CONTROLLI

Ma cosa conterrà il nuovo testo? Come il piano-casa di Berlusconi, Sacconi si è sentito scoperto: le anticipazioni della scorsa settimana che hanno fatto gridare allo scandalo saranno in buona parte modificate. Qualcosa la protesta ha giù spuntato. Per esempio il mantenimento dell’arresto del titolare dell’azienda in caso di gravi irregolarità. Oppure (ma il condizionale è d’obbligo) il mantenimento della figura del Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale per le imprese sotto i 15 dipendenti che non possono averne uno interno.

Ma il disegno complessivo rimane lo stesso: riduzione della sanzioni e dei controlli perché - come ha spiegato Sacconi - il Testo Unico oggi in vigore è «pieno di eccessi formalistici». La cosa è stata richiesta con insistenza da Confindustria e da tutte le associazioni datoriali interessate e Sacconi ha obbedito.

E allora ecco che al posto della «reiterazione» di una inadempienza arriva la «plurima violazione». Qual è la differenza? È presto detta: per chiudere un cantiere non basterà che al secondo controllo rimangono delle irregolarità. Ora dovrà esserci un terzo controllo e solo se l’impresa non avrà sanato le contestazioni allora scatterà il sequestro. Le sanzioni pecuniarie saranno diminuite della metà addirittura rispetto alla legge 626 del 1994 e quindi di quasi tre volte rispetto al Testo unico ora in vigore. Un altro capitolo riguarda la cosiddetta «cartella rischio personale». Si tratta di quel documento che racchiude la storia sanitaria di un lavoratore. Se un interinale passa da un cantiere all’altro, consultando questa cartella l’impresa sa che dovrà evitare di mettere, ad esempio, un ragazzo pieno di fratture su un traliccio. Se la norma verrà cancellata questo non accadrà più e il rischio incidenti aumenterà. Per ultimo, spazio alla bilateralità: i controlli saranno sostituiti da accordi fra imprese e lavoratori.

PD E ARTICOLO 21: DAREMO BATTAGLIA

Le reazioni a tutto questo sono durissime. «A parte qualche marcia indietro come quella sull’arresto - spiega Cesare Damiano - mi pare si vada verso uno scardinamento del testo. Se così sarà, daremo battaglia perché il Testo unico è basato essenzialmente sulla prevenzione e limitarla significa rimettere in pericolo i lavoratori». Molto duro anche Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21: «Un pessimo segnale perché a difesa del Testo si era costruita un’alleanza trasversale che andava da Renata Polverini dell’Ugl ad importanti esponenti della Chiesa e della maggioranza, come Granata. C’è un vizio ideologico dietro questo attacco: il governo chiede pene severe per tutto e invece sulla sicurezza sul lavoro le riduce. Spero che anche qualche imprenditore illuminato se la senta di protestare».

Articolo 21 e Cesare Damiano sono i primi ispiratori della Carovana per la sicurezza che continua a girare l’Italia (prossime tappe l’8 maggio a Moncalieri, il 26 giugno a Vicenza, poi La Spezia e Ravenna) per lottare contro quella che il regista Giuliano Montaldo definisce «l’orribile guerra sporca che sta devastando anche culturalmente il paese».

«Il 4 aprile è un appuntamento importante. La manifestazione della Cgil può facilitare una percezione di massa della gravità della crisi e, dunque, l'assunzione politica della centralità del nodo del lavoro. Che è una precondizione per ricostruire un ostacolo al rischio di un'uscita da destra dalla crisi stessa. Il 4 aprile può segnare una svolta, un inizio della controffensiva e non certo una conclusione». Ne è talmente convinto, Mario Tronti, che sta preparando un appello rivolto agli intellettuali «formati e in formazione perché salutino con simpatia e partecipazione la protesta della Cgil. E siccome siamo nel tempo dei gesti simbolici, ne voglio fare uno anch'io schierando il Crs (Centro per la riforma dello stato, ndr) come promotore di un appello alle forze intellettuali, ai lavoratori della conoscenza, agli studenti a partecipare alla manifestazione dietro uno striscione che reciti: 'la cultura con i lavoratori'». Da questa proposta a rompere il silenzio parte la conversazione con Tronti sulla sinistra, la cultura e il movimento operaio. Iniziamo con la crisi, la sua natura e le risposte politiche in campo.

Il tema da sollevare con forza è il rapporto crisi-lavoro, e quanto la crisi pesi sui lavoratori in carne e ossa. Vedo una cosa strana: si è parlato molto di ciò che è e ciò che invece viene percepito - pensa solo al tema della sicurezza, a com'è stata gonfiata la paura nei confronti degli immigrati. Ora c'è un rovesciamento, la realtà è molto più drammatica di come viene percepita. E' forte la percezione individuale della crisi da parte di chi vive in vicinanza con il mondo dei semplici. Nessuno sta più sicuro sul suo posto di lavoro, si è scavalcato il problema della precarietà di una parte perché essa conquista l'intero mondo del lavoro. La crisi ricade sulla vita quotidiana, nelle case, nelle famiglie, si vive male. Però manca la percezione pubblica, il tema non viene gridato. Lo schermo dell'informazione, quel che dice e quel che non dice, è decisivo.

Berlusconi dice agli italiani che devono lavorare di più, all'inizio di una crisi che cancella il lavoro si sono defiscalizzati gli straordinari.

È uno sgarbo nei confronti dei lavoratori, chiamati a lavorare e consumare di più. Ma non esplode la denuncia delle parti politiche, il tema non è assunto neanche da chi dovrebbe avere nel lavoro le sue radici. C'è una crisi mondiale del capitalismo ed è la prima volta che una crisi di tale intensità si manifesta senza il movimento operaio e il suo contrasto. È una novità rispetto al '29, quando una crisi magari ancora più profonda trovava in campo il movimento operaio internazionale che ha imposto l'uscita dalla crisi con il compromesso socialdemocratico sui temi classici, dal lavoro al welfare.

Però, mentre gli Usa rispondevano con il new deal e cresceva il conflitto per i diritti collettivi, in un'Europa divisa crescevano i fascismi, fino alla guerra.

Comunque la crisi ha fatto vedere la forza del movimento operaio che andava contrastata, prima con le concessioni e poi con la repressione. Quando la crisi è profonda, nessuno è in grado di contrastarla e c'è il rischio di uscite pericolose. Anche oggi: in mancanza di un'alternativa al sistema capitalistico passa il tentativo di salvataggio individuale, ognuno cerca per sé un'uscita dalla crisi. Un'opinione disorientata sceglie di affidarsi al sicuro, alle forze politiche che danno risposte populiste facili e accattivanti, o si cerca di attaccarsi ai rimedi del potere pubblico aspettando la ricetta miracolosa - si salvano le imprese e così si salva il lavoro.

Ma l'alternativa al modello capitalistico, come dici tu, non si vede...

È un momento delicato, preoccupa il silenzio delle forze di sinistra sulla natura della crisi e i pericolosi smottamenti che produce; con l'eccezione di qualche pezzo di sinistra radicale, il grosso del movimento è incapace di cogliere il momento che viviamo.

Persino nella sinistra radicale c'è la tentazione di assumere l'esistente come immutabile: c'è l'individuo e ci sono le moltitudini, via la classe non resterebbe che ripartire dall'individuo o, al massimo, dal territorio. Non dal lavoro.

Bella osservazione. In altri paesi, va detto, esplode la protesta di massa ma è più spontanea che diretta. Se la crisi pesa innanzitutto dal lavoro, è da lì che bisogna ripartire. O la sinistra ritrova il suo posto naturale al centro del sociale, dov'è il lavoro di uomini e donne, oppure non vedo la possibilità di una sua rinascita politica. Dentro la globalizzazione neoliberista è venuto avanti uno squilibrio pesante nella distribuzione della ricchezza a danno del lavoro dipendente. La sinistra e le forze della cultura ci si sono adagiate come se il processo fosse irreversibile, come se non si potesse fermare ma, al massimo, mitigare. Penso che la crisi del liberismo sia leggibile come crisi da lavoro, su cui certo si sono innestate le note vicende finanziarie. Va messa in discussione l'idea che la crisi nasca da una cattiva gestione del capitale. Con una lettura marxiana si può dire che la crisi è molto più materiale, legata al meccanismo classico produzione-distribuzione-consumo. Un bel tema, questo, da cui ripartire, il tema classico della sinistra che è il lavoro. Naturalmente il lavoro è cambiato, frantumato, difficile da rappresentare e organizzare. C'è bisogno di un di più di conoscenza della sua struttura, e di un di più di iniziativa politica. Se rimettessimo al centro questi temi, invece di scendere in campo armati a ogni parola del papa o alle buffonerie di Berlusconi, la sinistra potrebbe tornare in campo in modo riconoscibile.

Controriforma dei contratti, smantellamento del Testo unico sulla sicurezza, attacco al diritto di sciopero, sono gli addendi di un'operazione pericolosissima, non solo per i lavoratori dipendenti.

Per questo la manifestazione del 4 aprile diventa un passaggio strategico. Dobbiamo stringerci intorno alla Cgil, dimostrare che non è sola. E' in sintonia con i lavoratori e c'è il dovere politico, non etico, delle forze intellettuali di stare dentro la mobilitazione. Fin qui gli intellettuali sono stati assenti, distanti, e questo è il motivo non ultimo della generale deriva culturale.

È la destra, oggi, ad avere l'egemonia culturale.

Il cambio di egemonia inizia negli anni Ottanta, e non è indifferente la responsabilità delle forze politiche e culturali di sinistra.

Inizia dalla sconfitta operaia nei 35 giorni a Mirafiori?

È partito tutto da lì. Sono cambiate le figure intellettuali, ma non sono scomparse in un magma imprecisato. Ci sono state manifestazioni positive nel campo dell'arte penso al cinema, al ritorno sullo schermo del lavoro. Ma si tratta di uno spiraglio nel buio. C'è un paradosso: la cultura è ancora a maggioranza di sinistra ma l'egemonia culturale è della destra. Forse perché spesso l'intellettuale di sinistra assume pulsioni di destra. Non c'è un ancoraggio al mondo del lavoro, senza cui non può esistere una cultura di sinistra. Gli orientamenti che emergono oggi incrociano lo smantellamento dei diritti dei lavoratori con una grave deriva istituzionale. Siamo al passaggio non contrastato al federalismo che è una tappa verso il presidenzialismo, perché più si articola la struttura federativa più si accentra il potere esecutivo. Dunque, le due battaglie, quella istituzionale e quella sul lavoro, vanno legate. Se non si impegneranno le forze culturali della sinistra, le forze politiche saranno travolte dai processi. La controffensiva può partire proprio il 4 aprile.

La crisi è mondiale, l'Italia non è un'isola. È difficile pensare a una battaglia paese per paese, o fabbrica per fabbrica.

Certo, e la crisi conferma la natura mondiale del capitale. La mondializzazione non poteva che creare un effetto a catena in un sistema integrato in cui il volo di una farfalla provoca un uragano dall'altra parte del mondo. In questo contesto è drammatica l'assenza di una forma internazionale del movimento operaio e di una sinistra internazionale, almeno ci fosse un sindacato europeo. È impressionante il silenzio delle forze politiche che hanno cantato i tempi moderni: dov'è, che dice il Partito socialista europeo? Perché si riuniscono i G8 e i G20 senza che prima i partiti di sinistra si siano incontrati per elaborare un orientamento comune sulla risposta da dare alla crisi? E' questo vuoto che rende drammatica la situazione. Non so se è vero che l'Italia e la sua finanza siano più protette come ci si dice, so che la crisi colpisce ovunque, soprattutto il nostro campo, quello del lavoro che siamo chiamati a difendere. So dunque che dunque che dal lavoro dobbiamo ripartire.

ROMA - La trattativa per superare l´impasse sul piano per l´edilizia continua. Ora si lavora a un percorso condiviso che potrebbe approdare anche a un decreto legge concordato con le Regioni. Il mandato del tavolo tecnico-politico, riunito nella sede del ministero degli Affari regionali, «prevede misure anti-cicliche, misure per il rilancio dell´edilizia, qualità del territorio e semplificazione», spiega il ministro Fitto. La scadenza per trovare un´intesa resta martedì prossimo.

L´ipotesi di un decreto è sul tavolo, ma le Regioni hanno chiesto di ragionare insieme su un testo che contenga misure per semplificare le norme nazionali. E di questa linea avrebbero discusso in serata, il premier Berlusconi, con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Letta, il ministro delle Infrastrutture Matteoli e il responsabile del dicastero degli Affari regionali, Fitto.

Le trattative proseguono con l´obiettivo arrivare all´approvazione di un pacchetto che preveda anche misure anti-cicliche sull´ampliamento delle abitazioni. Berlusconi punta a un decreto che abbia effetti rapidi sul settore edile e serva da volano per l´economia. Con la mediazione di Fitto l´esecutivo potrebbe seguire uno schema simile a quello usato nella trattativa sugli ammortizzatori sociali. E quindi puntare a un decreto legge "light", da cui sarebbero stralciati i passaggi più controversi della bozza bocciata dalle Regioni, affiancato da un accordo vincolante con Regioni e autonomie locali che indichi i paletti per le leggi regionali.

Un´altra strada, preferita dalle Regioni, è quella di un atto di indirizzo del governo, dove dovrebbero essere inserite una serie di misure per facilitare e velocizzare l´iter per interventi di edilizia, seguito dopo due o tre mesi da leggi regionali che si adattino a quelle esistenti.

Il bilancio alla fine della prima giornata di trattative, dove non sono mancati i momenti di tensione seguiti alle dichiarazioni del premier di accelerare sul dl, è affidato a un comunicato congiunto governo-Regioni diffuso dal ministro degli Affari regionali: «Stiamo lavorando a un percorso condiviso sulla base del mandato emerso nel corso della Conferenza unificata, insieme con Errani». E prosegue: «La giornata di oggi ha indicato possibili valutazioni congiunte, che stiamo portando avanti. Rimane la data di martedì come scadenza per chiudere. Riteniamo che lavorando in questo modo si possa arrivare a una soluzione condivisa». Al tavolo tecnico politico si è discusso anche di housing sociale, le abitazioni low cost per giovani coppie e famiglie a basso reddito, cioè del "vero piano casa" del governo, su cui le Regioni vorrebbero accelerare.

Intanto ieri il Consiglio nazionale dell´Anci ha deciso che sosterrà quei comuni che si trovano in una situazione di crisi e decideranno di non rispettare i vincoli stabiliti dal patto di stabilità interno per il 2009.

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