Rispetto ai tempi del goffo "editto bulgaro", le nubi censorie che si addensano su Michele Santoro e su Milena Gabanelli (e tramite loro sulla Rai nel suo insieme) esprimono un punto di scontro più nitido e, nel suo genere, più maturo. Non è solo e non è tanto la "faziosità politica" - colpa opinabile per definizione - a essere sotto tiro. È la sostanza stessa del medium più importante e penetrante, la televisione, che trasmissioni come Annozero e Report interpretano come un contro-potere strutturalmente autonomo (tale è l’informazione nella tradizione delle democrazie), e questo potere politico intende, invece, come cingolo di trasmissione dei propri scopi: non per caso è un potere al tempo stesso politico e mediatico. Anche tecnicamente.
Nei giorni drammatici del terremoto, lo scontro tra queste due funzioni della televisione è stato evidente. Si trattava di mettere l’accento sulle deficienze strutturali e le responsabilità umane che hanno aggravato di molto il bilancio delle vittime e dei danni. Oppure di esaltare l’opera dei soccorsi e l’efficienza dello Stato. Il primo obiettivo è tipico del giornalismo-giornalismo, che qui da noi, non si capisce bene per quale strambo equivoco, si chiama "d’assalto". Il secondo obiettivo è invece tipico della propaganda politica. Genera un linguaggio che tende alla retorica del positivo quanto il primo rischia di cadere nella retorica del negativo.
Scelga ognuno quale di questi due rischi sia più sgradevole e pericoloso per la pubblica opinione. Ma si sappia che è solo il primo rischio - quello di una televisione aspra e irriducibile - a essere sotto accusa, e a nessuno, né dentro la Rai né nella cerchia della politica, è venuto in mente di biasimare o sanzionare le centinaia di ore di televisione leziosa e piagnona che hanno imbozzolato la tragedia del terremoto in un reticolo implacabile di buoni sentimenti, misurando ben più volentieri il diametro della "bontà nazionale" che quello dei pilastri sottodimensionati.
Che i media abbiano anche, in queste situazioni, una funzione di rete connettiva, non solo logistica, che aiuta a reggere l’urto della morte, e a sentirsi comunità, è fuori di dubbio. Ma questa funzione è stata svolta perfino con sovrabbondanza, e fino a rendere stucchevoli anche le immagini del dolore e della rovina. Santoro e la sua redazione hanno scelto � in minoranza � di fare il resto del lavoro, come compete alla storia professionale di un giornalista molto discusso (e discutibile) ma molto tenace. E premiato dall’audience, concetto evidentemente sacro quando si tratti di contare i soldi della pubblicità, ma subito sottaciuto quando si tratti di misurare la temperatura di una parte consistente dell’opinione pubblica.
Peccato che questo "resto del lavoro", sicuramente complementare a un quadro generale molto più blandamente critico, risulti insopportabile al potere politico, così come la puntuta inchiesta di Milena Gabanelli sulla social-card non poteva che fare imbufalire il ministro Tremonti.
"Remare contro" fu una delle prime accuse che il Berlusconi leader nascente mosse ai suoi oppositori. Non lo sfiorò (e non lo sfiora) il sospetto che c’è chi rema né contro né a favore, ma per suo conto. Anche sbagliando, ma sottoponendo al giudizio del pubblico, non al giudizio del potere, i propri errori. Il giornalismo è questo, e dovrebbe saperlo anche il direttore del Giornale Mario Giordano, che un minuto dopo avere potuto dire esattamente quanto voleva dire ad "Annozero" ha orchestrato una violenta campagna di stampa contro lo "sciacallo Santoro". Qualcuno aveva forse detto a Giordano, o a uno qualunque dei giornalisti e telegiornalisti governativi, che usare il terremoto per magnificare la prestanza e la generosità del premier era "sciacallaggio"? Ci si era limitati a pensare, magari, che fosse cattivo gusto, e la libertà di cattivo gusto, se non è sancita dalla Costituzione, è suggerita dal buon senso.
Quanto alla vignetta di Vauro trattata da casus belli e ridicolmente accusata di mancanza di "pietà per le vittime", varrebbe il concetto di cui sopra: qualora la si ritenga di cattivo gusto, da quando il cattivo gusto è oggetto di censura? E quelli che, al contrario, affidano la "pietà per le vittime" a ben altri canali, magari privati, e apprezzano la ruvida intelligenza e la lunga coerenza professionale di Vauro, dovrebbero forse ingoiare il boccone della censura nel nome di una "informazione corretta"? Ma corretta da chi? Dal direttore del Giornale?
C’è una città abbandonata dove nessuno abita, lavora, vive. È la Milano vuota, fatta di 30 mila case sfitte, di interi palazzi di uffici disabitati, di quasi un centinaio di stabili deserti, con un milione di metri quadrati di scali ferroviari dismessi e 685mila metri quadrati di aree ex industriali non riconvertite. Una Milano da ripensare e da riutilizzare per coprire la fame di spazi e case senza consumare ancora territorio con nuove costruzioni. Anche con incentivi fiscali per favorire l’affitto e cambi di destinazione d’uso più facili e fluidi, dicono gli architetti Boeri e Battisti.
Una città vuota, con circa 30mila appartamenti sfitti e almeno un centinaio di interi edifici abbandonati. Una città che occupa suolo prezioso, ma che nessuno abita e dove nessuna attività fiorisce. Un contenitore senza alcun contenuto. Migliaia di metri quadrati di ex fabbriche in disuso, appartamenti senza locatari. È la Milano abbandonata. Da ripensare. Per tanti architetti, come Stefano Boeri, anche un patrimonio sprecato su cui bisogna intervenire nella città che ha fame di case.
In città sono circa un milione i metri quadrati occupati da scali merci ferroviari da riconvertire - Farini o Romana, per citarne solo un paio - mentre altri 685mila sono coperti da aree industriali dismesse e non rigenerate. E ancora: su 677mila appartamenti in città, il 4 per cento non è abitato. Che fa circa 30mila case abitabili ma sfitte (anche se qualcuno stima che siano anche di più). E dei 47mila edifici privati censiti, alcuni adibiti ad uffici sono interamente non affittati. Mentre il Comune ha già stilato una lista di edifici completamente vuoti e in disuso, sia pubblici che privati, grandi e piccoli: sono 88. Ex scuole - in piazzale Abbiategrasso, via Baroni, Narni, Spadini - ex caserme (come quella, immensa, di viale Forlanini al 37). Ma ci sono pure l’ex galoppatoio di via Fetonte, l’ex mercato del pesce di via Sammartini, l’area ex Martinitt di via Pitteri, piuttosto che le cascine di via Anassagora, Canelli, Molinetto di Lorenteggio. Un patrimonio enorme, lasciato lì a deperire, con la fame di case e spazi di cui soffre Milano.
«Gli uffici sfitti in città sono pari a 30 grattacieli Pirelli vuoti - ripete l’architetto Stefano Boeri - . Lo sfitto nel residenziale è dovuto alla sfiducia e alla paura, ma se la cosa è gestita in maniera intelligente, con agenzie di immobiliare sociale in cui si fanno contratti che danno garanzie ai proprietari, si può sbloccare. È successo a Barcellona dove con questa formula si sono rimessi in campo 20mila appartamenti. A Torino, 1800. Invece per gli uffici c’è un eccesso di offerta rispetto alla domanda. Bisogna intervenire rendendo più fluida la destinazione d’uso, ora troppo rigida, per favorire i cambi di destinazione e arrivare a forme di residenzialità mista in cui convivano il piccolo artigiano, il laboratorio, il loft, l’abitazione. Così era, una volta, il tessuto di Milano». Ma con tutto quel che c’è di costruito e non utilizzato, ha senso costruire ancora? «Per me non ha senso costruire fuori dalla città, il modello di sviluppo di Milano sta dentro il suo perimetro, senza consumare suolo - conclude Boeri - . E l’Expo dovrebbe favorire l’utilizzo dell’edilizia esistente».
Per l’architetto Emilio Battisti «i numeri di questo patrimonio non utilizzato sono enormi. Se fosse valorizzato potrebbe contribuire a calmierare il mercato degli affitti troppo alti, una delle cause di abbandono della città. Bisognerebbe tassare pesantemente chi tiene sfitto o, per contro, offrire incentivi fiscali per affittare». Anche per Battisti «è assurdo di fronte ad un patrimonio di questa entità pensare di costruire ancora. L’Expo, per esempio, dovrebbe essere portata in città anche per attirare i giovani, invece di edificare insensati padiglioni a Rho-Pero». «Il fabbisogno di alloggi è di 70mila unità a Milano - aggiunge Stefano Chiappelli, segretario del Sunia - ma anche noi ci rendiamo conto che non si può cementificare la città. Bisogna utilizzare il patrimonio esistente, tutto quello che è a disposizione deve essere recuperato e usato. Ed è necessario mettere al centro di tutto l’affitto, con politiche fiscali premianti. La cedolare secca del 20 per cento sul reddito derivante da locazione, per esempio, e la possibilità, per l’inquilino, di detrarre dalle tasse una parte dell’affitto».
Il piano per liberare l'edilizia, quello evaporato in una sera e risorto con la complicità dei presidenti regionali, colpisce non solo per il pressapochismo e l'azzardo (su questo c'è già una ricca letteratura con le ultime riflessioni nella mente le immagini delle case d'Abruzzo sbriciolate). Ma pure per il capitombolo di quella visione che invece la destra italiana ha storicamente mantenuto su questi temi. Il Pdl si può permettere di tenere insieme modi di stare a destra molto diversi. Con il proposito di fare uscire dalla centrifuga un ammodernamento di quel percorso politico fascista e postfascita. Cosa avveduta - senza dubbio. Ma è una evoluzione da guardare con attenzione: succede infatti che alcune cose buone da non buttare, da tenere almeno nello sfondo (non sono mancate anche in quella terribile fase della storia d'Italia), vengano invece inghiottite in quel vortice neoliberista senza senso e dall'estrosa politica del premier.
Ne esce un'idea strana della libertà: lo stato etico che ti entra in casa in punto di morte, e lo stato lassista verso le pulsioni anarcoidi perché "in amore e in edilizia è vietato vietare" - secondo Cetto Laqualunque.
I provvedimenti del 1939 sui beni naturali e culturali e la successiva legge urbanistica del 1942, davvero buoni esempi per quel tempo, applicavano, in linea con quel tempo, il principio di precauzione, indispensabile per governare il territorio in quanto valore pubblico. Il paesaggio "rappresentazione materiale e visibile della patria" - aveva scritto Benedetto Croce, poi ripreso da Bottai.
C'era la preoccupazione di violare la sacralità delle proprietà private; eppure il Fascismo ci pensava al superamento della linea indolente dell'ideologia liberale, del lasciafare che aveva dominato gran parte dell'Ottocento. Si è corrotta incontrando Berlusconi quell'idea di conservare "le bellezze naturali" e le cose d'arte, che seppure con difficoltà si era mantenuta, confermata di recente dal ministro di destra Urbani (che ha dato il nome al Codice dei beni culturali).
Inopinatamente si è ora aperto un altro capitolo, che ci riporta molto indietro, a passi decisi verso la deregolamentazione che non era immaginabile nel corso del Novecento. Ma attenzione: neppure nel lontano Medioevo, la cui civiltà urbana era tutt'altro che sregolata. Negli statuti trecenteschi di molte città italiane si badava a fare osservare regole di convivenza urbana e a evitare i conflitti tra confinanti negli abitati: vigeva un principio regolatore, perché era l'insieme da tenere in conto. Perché ogni mossa negli incasati (quelle parti che chiamiamo centri storici) poteva provocare squilibri, togliendo luce o aria o vista, a uno o all'altro, e impoverendo la qualità complessiva dell'abitare.
Da qui si fa strada l'idea, che evolve nei moderni strumenti urbanistici, della città come bene comune: l' igiene, la bellezza, la funzionalità. Difficile da realizzare senza una regia: l' editto del priore di molti secoli addietro, o un moderno regolamento edilizio mirano alla coerenza che le crescite percentuali non consentono.
Colpisce che le regioni governate dalla sinistra, accettino il principio berlusconiano del piano casa 2 che è la forma edulcorata del piano casa 1. Stupisce che anche osservatori attenti non abbiano colto che è passato interamente il principio populista del primo messaggio.
Ed ecco l'ultimo atto: il disegno di legge - delega al governo che ripristina il diritto a edificare implicito nel diritto di proprietà. Sarà un serio danno, ben oltre la contingenza: servirà a fare passare la deregolazione come metodo, così da travolgere ogni idea di pianificazione, offrendo la versione più rozza dell'incremento delle preesistenze edificate: una pratica ammissibile dentro una attenta contabilità urbanistica.
Tutto questo rafforzerà le maniere arruffone di quell'Italia che si vede nei film di Totò e Peppino, difficili da combattere più di quelle in" Le mani sulla città" di Francesco Rosi.
Per il Foro e il Palatino l’assessore all’urbanistica del Comune di Roma, già aspirante alla carica di commissario per il patrimonio archeologico della città, ha rivelato nel corso di un’intervista quello che sarebbe stato il suo programma: «un piano di interventi organici, perché oggi, al Foro, non ci sono neppure le indicazioni per individuare i monumenti. Lì la gente va a fare una passeggiata, le coppiette si baciano, si siedono su un sasso e non sanno neppure su che cosa si stanno sedendo».
Al di là di ogni banalità e semplificazione, che si possono pur concedere all’intervistato, viene riproposto il luogo comune del Foro privo di indicazioni idonee a facilitare la comprensione delle rovine. I monumenti recano tuttavia da molti anni targhe che ne consentono l’identificazione per dare modo al visitatore di leggerne la descrizione in una guida archeologica di sua scelta, con qualunque livello d’approfondimento e in qualsiasi lingua. Per illustrare il significato d’ogni rilevante segno della storia nel Foro Romano sarebbe necessario installare una selva di tabelloni scritti in più lingue e dotati di disegni, con il risultato di svilire inutilmente il fascino dei luoghi. Mentre tali informazioni sono facilmente reperibili in guide a stampa, l’aura infranta di un paesaggio amato e ricercato così com’è da tanti visitatori di tutto il mondo non sarebbe in alcuna maniera recuperabile.
Del resto la superficialità sembra essere di norma nelle vicende che stanno affliggendo il patrimonio archeologico di Roma. Sono state sbrigativamente adottate dal Governo, con il beneplacito della Regione, misure straordinarie previste dalla nostra legislazione per far fronte a gravi calamità nazionali. È stato necessario, per ottenere questo, rappresentare un’immagine alterata della realtà, e si è così reso ridicolo agli occhi del mondo l’impegno posto dall’Italia nella cura delle antichità di questa città. Si insiste infatti nel sostenere che il Palatino sia gravemente afflitto da problemi di stabilità, che i suoi monumenti principali, come il palazzo dei Cesari, siano a rischio di collasso, e che questo sarebbe dimostrato dal fatto che non sono più visitabili vaste aree una volta aperte al pubblico.
Ma le cose non stanno proprio così. Parte del Palatino è chiusa perché il personale di custodia non è sufficiente per il controllo dell’intera zona monumentale, la quale ha una superficie di 36 ettari. Si tratta quindi di una precisa, e antica, responsabilità governativa. In qualche caso si sono avuti distacchi di pietrisco o di frammenti di malta che, in attesa dei consolidamenti, rendono impraticabile qualche monumento senza tuttavia impedirne la piena osservazione dai percorsi di visita, che sono sicuri e agibili. Tale situazione si riscontra soprattutto per le arcate severiane, all’estremità sud-occidentale del Palatino. L’intera area palatina potrebbe essere resa accessibile facilmente e con poca spesa. Sarebbe però necessario desistere dall´incomprensibile criterio di lesinare le assunzioni del personale di custodia in un settore strategico per l´economia nazionale. La cosa è poi particolarmente insensata e miope nei riguardi di Roma.
Gravi rischi di crolli si ebbero in passato in seguito a dissesti che si erano manifestati nella domus Tiberiana sul fronte del Palatino verso il Foro e sul versante di S. Teodoro. Vi si pose riparo, con annosi, consistenti ma accorti lavori eseguiti nel rispetto dei caratteri monumentali. Non vi sono al momento preoccupazioni analoghe per le strutture prospicienti il Circo Massimo. Interventi di consolidamento restano tuttavia da fare sull’angolo nord occidentale, presso il tempio della Magna Mater.
Attualmente non sussistono per il Palatino problemi tali che possano giustificare l’adozione di procedure amministrative concepite per la protezione civile. La cura dei monumenti romani comporta cospicue esigenze di spesa per la manutenzione, per i restauri e per le opere di conservazione, come si è sempre fatto con le necessarie cautele. A queste esigenze si può oggi sopperire rendendo disponibili gli ingenti introiti che a Roma i monumenti stessi, e per primo il Colosseo, procurano con i biglietti d’ingresso e con altre forme di provento. L’elusione delle norme di trasparenza negli appalti, invocata per attuare interventi immediati in nome di un’inesistente emergenza, rischia non solo di favorire comportamenti discutibili, ma anche di provocare danni ai monumenti e ai suoli archeologici con opere ingiustificate e costose. Una fitta serie di carotaggi incautamente eseguiti alle falde del Palatino, verso il Circo Massimo, ha devastato la volta intatta e splendidamente decorata di un ninfeo già noto dal Rinascimento, ma di cui si era persa l’ubicazione esatta. Per vanità di gloria, risultata effimera e fallace, e sorvolando sui danni, il ninfeo è stato identificato con il Lupercale in una conferenza stampa tenuta il 20 novembre 2007 dal precedente ministro dei beni culturali.
Altre notizie non vere, riprese dalla stampa di tutto il mondo, riguardano presunti danni causati dal terremoto di questi giorni a una delle arcate delle Terme di Caracalla. Si tratta in realtà di una vecchia lesione consolidata definitivamente con un restauro di oltre mezzo secolo fa. La lesione sanata non è in alcun rapporto con i danni che sono stati accertati da qualche tempo e che sono dovuti alla mancanza di ordinarie manutenzioni, quali la caduta di frammenti di mattoni e di pietrisco dalla sommità di alcuni muri. Le Terme di Caracalla, come il Palatino e gli altri monumenti antichi di Roma, richiedono continuità di cure, che evidentemente in qualche caso sono venute a mancare. Non è bello, però, imputare questi danni ad eventi che altrove hanno procurato vere tragedie.
LASCIA stupiti il fervore autostradale della sinistra milanese. Il centrodestra continua la sua marcia proponendo e promuovendo opere infrastrutturali come uno schiacciasassi, convinto che l'opinione pubblica lo seguirà ciecamente. COME un ingenuo torello segue il drappo rosso: ne conosciamo la sorte, lui no. Difficile farlo ragionare e lorsignori lo sanno: non per niente il toro è simbolo folle della Borsa in rialzo. Convincere dunque il torello che si sta per infilzarlo è un compito troppo arduo per questa sinistra ondivaga. Che delle strade, tutte le strade, ci si debba occupare è vero com’ è altrettanto vero che un’ amministrazione incapace di progetti di viabilità per interi bacini si riduce a pensare alle autostrade come unico mezzo per snellire il traffico che deve principalmente alla sua lentezza il carico d’ inquinamento che dissemina lungo i suoi percorsi. Le autostrade sono un ripiego in un’ area già fortemente infrastrutturata con viabilità ordinaria. Ripiego ma anche affari e questa è la molla che fa pendere la bilancia. Autostrade dunque, sembra ineluttabile, ma come? Intanto dovrebbero essere accompagnate da una norma esattamente contraria a quella varata dalla Regione Lombardia con la legge obiettivo n° 226 del 2008 che dà mano libera all’ edificazione lungo i bordi autostradali. In secondo luogo, con questo provvedimento si sancisce anche ogni rinuncia a una pianificazione del territorio lasciando andare verso uno sbrodolamento edilizio. Non si vuol certo dire di rinunciare a finanziare le infrastrutture, le autostrade in particolare, con il recupero di oneri di urbanizzazione delle aree rese edificabili e divenute di pregio per la presenza di queste nuove infrastrutture. Le piattaforme intermodali, i centri commerciali, le stazioni di servizio, gli alberghi servono, inutile dirlo, ma servono ancora di più se non devastano a caso il Paese inseguendo solo i margini di profitto di chi ha già alcune aree o se le sta procurando. Non ne abbiamo avuto abbastanza di finanziarizzazioni? Vogliamo finanziarizzare anche tutto il territorio con la politica dei pedaggi? Perché di questo si tratta alla fine: fare investimenti privati nel settore dei monopoli naturali - le autostrade- garantendo redditi, spesso indebiti, mancando una vera regolazione. Un’ autostrada diventa indispensabile per un utente che non ha alternative rispetto a una viabilità ordinaria su strade dissestate e pericolose. Un continuo conflitto d’ interesse tra pubblico e privato: un pubblico curiosamente inattivo a favore di un privato dinamico e berlusconianamente provvidenziale. Brutta empasse per la sinistra. Ma siamo sicuri che inseguire il drappo rosso del toreador porti voti? Se lo si vuol fare, almeno lo si faccia con argomenti seri, dichiarando il gioco e sapendo di correre il rischio dei convertiti dell’ ultimo minuto: un’ irridente accoglienza
La tragedia dell’Abruzzo martoriato dal terremoto spazza via la farsa del cosiddetto "piano casa". Frutto di cinica improvvisazione in caccia di voti, esso prevedeva persino «procedure semplificate per le costruzioni in zone sismiche», fra cui l’abolizione di ogni autorizzazione preventiva, sostituita dal «controllo successivo alla costruzione, anche con metodi a campione».
Ci sono voluti centinaia di morti perché un residuo di decenza cancellasse (sembra) queste parole sinistre, preludio a nuovi disastri, a nuovi lutti. Conflitti di competenza Stato-Regioni, furberie e tatticismi procedurali hanno ormai consegnato il "piano casa" a una sorta di percorso carsico, da cui esso riemerge ogni giorno in vesti mutate. Ma è vero che il "piano casa", «a furia di passare di mano in mano e dal setaccio delle Regioni, è diventato un pianerottolo» (così Feltri su Libero)? O ha ragione invece Bartezzaghi quando scrive che, accantonato il Piano A, il governo è passato a un Piano B («l’opzione alternativa, la via di fuga, la riserva mentale, la scappatoia»)? E il Piano B, scritto con la voglia del Piano A, non ne avrà conservato, nonostante le copiose lacrime di coccodrillo, le peggiori istanze?
Per valutare il Piano B e i suoi travestimenti, ricordiamoci quel che diceva il Piano A. Esso incoraggiava ampliamenti indiscriminati di tutti i fabbricati, infestando case e condomini con funeste escrescenze: ampliamenti del 20% degli edifizi ultimati entro il 2008, per giunta con opzione di acquisto dai vicini delle quote di loro spettanza, onde raddoppiare (e oltre) quel 20%; per chi abbatta un edificio, possibilità di ricostruirlo ampliato del 35%. Il tutto in deroga a ogni norma vigente, mediante il ricorso massiccio al silenzio-assenso e alla d.i.a. (dichiarazione inizio attività), che perfino nei centri storici doveva precedere (di fatto, sostituire) il parere delle Soprintendenze, ribaltando la sequenza prevista dal Codice dei Beni Culturali e dal T.U. per l’edilizia. Insomma, la legalizzazione previa di abusi e reati: una vera e propria istigazione a delinquere nei panni di una bozza di legge, un regalo agli «osceni palazzinari di cui ci lamentiamo da anni, ai comuni annaspanti nella corruzione, ai costruttori senza regole e ai politici imbroglioni: uomini che disprezziamo, ma che sono stati prodotti da noi, sono parte di noi, e il nostro disprezzo non ci protegge dalle loro malefatte» (Orhan Pamuk).
Molto si è reclamizzato il fatto che nel Piano B uscito dalla Conferenza Stato-Regioni del 31 marzo, e rimaneggiato fino al 9 aprile, le escrescenze (la "soluzione 20%") vengano limitate a villette uni e bifamiliari (resta invece la "soluzione 35%" per la demolizione e ricostruzione di edifici residenziali di qualsiasi dimensione), e che ne vengano esclusi i centri storici. Resta da capire come mai una norma che prevede la rottamazione dei fabbricati di bassa qualità costruttiva (quelli che all’Aquila sono crollati come castelli di carta) inciti poi a ricostruirli più in grande senza garanzie di sicurezza; e questo in un Paese che da decenni vede il drammatico calo di tecniche costruttive e controlli pubblici, come le rovine d’Abruzzo dimostrano anche ai ciechi.
Ma il Piano B fa di peggio. Dove il Codice dei Beni Culturali prevede l’autorizzazione paesaggistica preventiva, con controlli incrociati di Stato, Regioni ed Enti locali (art. 146), si sostituisce la vana opzione di annullamento ex post di quanto già approvato dai Comuni, ma «solo per contrasto con le prescrizioni del Codice»; e ciò in via permanente (secondo una versione), ovvero fino al 2011 (secondo un’altra, che però aggiunge il silenzio-assenso). Peggio ancora, e ancora contro il Codice, un basso espediente causidico nullifica ogni potere e responsabilità dello Stato nella gestione dei vincoli paesaggistici, obbligando il Soprintendente ad esprimersi in una "conferenza dei servizi", cioè a sedere a un tavolo in cui può facilmente esser messo in minoranza dai rappresentanti degli enti locali, anche se privi di competenza tecnica in materia di paesaggio. Si assimilano alla manutenzione ordinaria e straordinaria gli interventi di "edilizia libera", prefigurando un condono garantito a regime, e si estende in perpetuo la sanatoria paesaggistica che il Codice bloccava al 2004. Infine, si delega il Governo a "semplificare" le sanzioni degli illeciti paesaggistici, depenalizzando in particolare le false dichiarazioni tecniche dei progettisti, punibili solo dopo l’accertamento del danno (cioè dopo il prossimo terremoto, dopo altri lutti e rovine). Anche il Piano B calpesta dunque senza scrupoli il Codice dei Beni Culturali, che pure nacque da un altro governo Berlusconi, e a cui ministri e loro lacché continuano a rendere omaggio pro forma, mentre lavorano per smantellarlo. Intanto le Regioni, dopo aver protestato perché il Piano A non rispettava le loro competenze, tacciono, soddisfatte del Piano B, quasi per un patto scellerato: accettano di subire l’invadenza dello Stato sul piano casa, purché i controlli paesaggistici previsti dal Codice vengano posticipati sine die o annullati.
Questo richiamo al Codice non è l’ubbía di qualche nostalgico. I valori in gioco sono la memoria storica del Paese, la sua dignità etica, il patrimonio naturale e artistico che abbiamo ereditato dai nostri padri e dobbiamo trasmettere ai nostri figli. Sono valori presidiati dalla Costituzione: e sarebbe bene che qualcuno, a Palazzo Chigi e dintorni, andasse a rileggersi l’articolo 9 («La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»), e si ricordasse che, in quanto inserito tra i principi fondamentali, esso è sovraordinato a tutto quel che segue, inclusa l’attività economica privata, che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale» (art. 41). Perciò la Corte Costituzionale ha spesso sancito la «primarietà del valore estetico-culturale, che non può esser subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici», e anzi dev’essere «capace di influire profondamente sull’ordine economico-sociale» (151/1986), affermando che il paesaggio è «un valore primario e assoluto, che precede e costituisce un limite agli altri interessi pubblici» (367/2007). Precisamente il contrario della ratio del piano-escrescenze, che fa appello all’egoismo individuale per inondare città, borghi e campagne d’Italia con un’immensa colata di cemento. Sarebbe un delitto contro l’ambiente come bene pubblico, contro la storia e la memoria di questo Paese: questo vuol dire il severo, tempestivo monito del Capo dello Stato contro le «molte insidie alla salvaguardia del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico, valori che la Costituzione tutela e di cui impone il rispetto».
Il terremoto d’Abruzzo è una tragedia per l’Italia, e costringe, oltre le emozioni del momento, a un severo riesame delle priorità nazionali. Se davvero vogliamo "far ripartire i cantieri", questo è il momento di ricordarsi delle leggi antisismiche, ogni giorno disattese: basti ricordare le misure del governo Berlusconi nel 2003 dopo il terremoto di San Giuliano di Puglia, mai entrate in vigore dopo svariati rinvii (l’ultimo dei quali nel recente "decreto milleproroghe"). Anziché costruire il ponte sullo Stretto di Messina (una delle aree più sismiche del mondo, oltre centomila morti nel terremoto del 1908), è il momento di concentrare energie e investimenti in un grandioso piano di messa in sicurezza del Paese (non solo monumenti, ma case, scuole, ospedali, uffici, fabbriche, università, musei) con le tecnologie antisismiche più avanzate, come in Giappone e in California, promuovendo architetture di qualità, inasprendo e non allentando i controlli.
Anziché legiferare per poi cancellare le norme mediante indecenti sequele di "rinvii", è il momento di attivare la virtuosa ricostruzione non di anonime new town che cancellino memoria storica e identità culturale, ma del prezioso tessuto abitativo, anche "minore", della nobile terra d’Abruzzo, mantenendo le caratteristiche costruttive dei borghi (come dopo un altro terremoto fu fatto, nelle Marche assai meglio che in Umbria). Invece di irresponsabili demolizioni, l’Abruzzo merita una campagna di accurato ripristino: non è un caso che abbiano retto benissimo al terremoto le case della splendida Santo Stefano di Sessanio, sul Gran Sasso, restaurata di recente come "albergo diffuso" nel rispetto delle norme antisismiche. Profitto imprenditoriale e rispetto delle regole di tutela si possono coniugare, salvando vite umane. Non di uno sgangherato "piano casa" ha bisogno l’Italia, ma di un vero piano-sicurezza, che sia insieme un piano-tutela dell’ambiente, del paesaggio, della memoria storica.
Il responsabile per l’urbanistica del Comune di Monza, nonché sottosegretario alle telecomunicazioni, onorevole Paolo Romani, ha deciso di puntare sulla partecipazione dei cittadini alla definizione delle grandi scelte che attendono il neocapoluogo brianzolo.
Dopo aver a suo tempo dichiarato di aver accettato l’incarico di assessore “per risolvere un problema che è una spina nel fianco della famiglia Berlusconi”, è passato dalle parole ai fatti, risolvendo una vicenda che si trascina dal 1980: l’edificazione di un’area di 500.000 mq agricoli in località Cascinazza.
È da quell’anno infatti che i Berlusconi, entrati in possesso dei terreni, tentano di costruirvi sopra una sessantina di edifici residenziali, una sorta di Milano 4, essendo nel Dna di famiglia operare nell’esclusivo interesse del bene pubblico.
Finalmente l’intervento risolutivo del neoassessore ha sbloccato l’iter, organizzando, per la modica cifra di 40 milioni, la vendita da parte di Paolo Berlusconi all’immobiliare Brioschi della famiglia Cabassi. Presentando una variante generale al PGT, ha eliminato il vincolo di assoluta inedificabilità, destinando l’area a un “primo utilizzo” per l’Expo 2015, cui seguirà la creazione di una cittadella del divertimento e dei servizi con ingenti cubature.
Inoltre, dimostrando notevole solerzia, non ha mancato di prevedere un “indennizzo” per i precedenti proprietari, cui i Cabassi corrisponderanno in seconda battuta un’integrazione pari al doppio o al triplo della cifra iniziale, quando dopo il 2015 il programma di “valorizzazione” sarà portato a termine.
Ed ecco che la tanto vituperata distanza fra cittadini e politici può essere facilmente superata: basta avere un assessore “partecipe” che non perde il contatto con la realtà, fondatore di Telelivorno e Telelombardia, avvocato di Paolo, ministro di Silvio.
Quando si dice “urbanistica partecipata”.
Nota: QUI un breve articolo con galleria fotografica sulla Cascinazza; nella stessa cartella altri testi raccontano l'intricata quanto miserabile vicenda (f.b.)
Alla chetichella, sono cominciate le procedure di espropriazione delle aree su cui passerà la contestata superstrada che connetterà la Statale 11 e la Tangenziale Ovest, completando l’anello di collegamento con Malpensa. L’Anas ha approvato il progetto definitivo un mese e mezzo fa e si è già portato avanti, malgrado l’ultimo semaforo verde debba essere acceso dal Cipe, una volta raccolti e vagliati i pareri di tutti enti interessati. Con una notifica a mezzo stampa, il 4 marzo scorso, l’Anas ha infatti dato conto dell’inizio dell’iter di espropriazione dei terreni. Tutti agricoli, dato che la superstrada attraversa il Parco Sud e il Parco del Ticino, compresa una "riserva Mab" (Man and biosphere), come l’Unesco definisce le zone di particolare pregio ambientale. Una qualifica, il Mab, che in Italia l’Unesco riserva solo a sei siti.
La notifica a mezzo stampa dell’espropriazione sostituisce quella individuale. La legge Obiettivo lo consente. «Io l’ho saputo pochi giorni fa grazie a un’amica del comitato No Tangenziale - spiega Renata Lovati di cascina Isola Maria ad Albairate - e poiché i proprietari hanno 60 giorni per presentare le proprie osservazioni, mi domando come faranno ad adempiere centinaia di persone interessate».
La superstrada, divisa in tre tratte, sarà lunga una trentina di km e costerà 420 milioni, dei quali solo 281 sono già finanziati. Insiste Renata Lovati: «L’impatto ambientale sul Magentino sarà enorme, con svincoli sopraelevati, viadotti e ponti. Penso a quello che si costruirà sul Naviglio di Leonardo a Cascina Bruciata. Un ponte che toglierà la visuale della Darsena e di Abbiategrasso là dove si spende in ristrutturazioni dei palazzi storici del Naviglio».
Oltre all’ambiente e alla storia, c’è l’agricoltura. La richiesta di prodotti biologici e a filiera corta è aumentata del 92% negli ultimi 5 anni, secondo i dati di Bio Bank, la banca dati del mondo eco e bio. Quanto alle necessità di trasporto, la soluzione del comitato e di alcuni Comuni è il raddoppio della ferrovia Milano-Mortara. I lavori sono in corso.
Il sindaco di Cassinetta "Faremo ricorso al Tar"
Se quel progetto passasse distruggerebbe un’agricoltura emergente
Domenico Finiguerra, sindaco di centrosinistra di Cassinetta di Lugagnano, vi aspettavate l’avvio della procedura di espropriazione a mezzo stampa?
«La legge Obiettivo permette questa procedura poco trasparente. Stiamo preparando i manifesti per avvertire la popolazione e chiameremo tutti i contadini».
È rimasto meno di un mese per presentare le osservazioni.
«La scadenza è il 4 maggio. Terremo un’assemblea pubblica per decidere come procedere, probabilmente il 28 aprile».
Come Comune prenderete iniziative contro la superstrada?
«Un nuovo ricorso al Tar, non appena il progetto sarà approvato dal Cipe. L’opera è sproporzionata».
Voi siete gli avversari più irriducibili della superstrada.
«Cassinetta, Albairate e Cisliano sono contrari da sempre, ma anche Cusago e Robecco ora hanno delle perplessità, visto il progetto definitivo dell’Anas. Ci sono raccordi e svincoli mostruosi, cavalcavia da 800 metri. Sarebbe distrutta un’agricoltura emergente, legata al biologico e alla filiera corta».
postilla
Come sempre si è colti da inevitabile stanchezza, di fronte all’ineluttabile banalizzazione che la stampa non specializzato di solito fa (senza nessuna colpa particolare, va detto) di problemi assai più gravi e complessi. Si legge di una superstrada, e dell’opposizione praticamente fisiologica di uno sparuto manipolo di simpatici campagnoli, ovviamente attenti a campi, cascine, natura e qualità locale della vita. E invece il piccolo tappo dell’opposizione di Domenico Finiguerra e Renata Lovati (nomi che non a caso poi compaiono spesso in altri più ampi contesti di dibattito) va inquadrato, un po’ come il villaggio di Asterix e Obelix, in un problema MOLTO più vasto: che dalla regione metropolitana milanese in senso allargato, si estende poi per questioni di metodo e merito alla “filosofia dello sviluppo” urbano e regionale del nostro paese. I “gallici” Finiguerra e Lovati, così come i loro più famosi colleghi a fumetti e i meno famosi ambientalisti e amministratori che li affiancano in un’idea diversa di sviluppo, non esprimono semplicemente avversione per qualche svincolo che deturpa il paesaggio agricolo, o per cantieri e opere che taglieranno a fettine le grandi campiture dell’insediamento tradizionale padano ai confini fra la (ex?) greenbelt milanese e la valle del Ticino. Hanno solo capito che i sedicenti oppositori strenui della pianificazione territoriale al governo regionale e nazionale un “piano” ce l’hanno, chiarissimo: trasformare la fascia di interposizione a spazi aperti verso il corso del Po in un equivalente insediativo della fascia pedemontana, e facendolo sperimentare nel nostro paese in forma massiccia tutte le idee di sprawl autodipendente che ancora ci siamo risparmiati.
Detto in altre parole e concludendo: l’attraversamento del piccolo territorio locale interessato dalla nuova superstrada altro non è che la demolizione di uno degli ultimi ostacoli al dilagare della Zia T.O.M. del cui braccio asfaltato settentrionale si sono da poco definiti tutti i particolari con l’avvio operativo della cosiddetta Pedemontana, riverniciata per il momento di verde fra opere di compatibilizzazione e presidente gradito al centrosinistra. Poi si esporterà altrove il know-how (f.b.)
In tv continuano a scorrere le immagini del disastro dell’Abruzzo. Le case sventrate, le chiese ferite, le bare allineate, gli sfollati spersi. "È terribile", dice Edoardo Sanguineti. "È terribile vedere come certi edifici siano finiti in briciole e abbiano portato la morte. Eppure dovevano essere garantiti dal rischio sismico...".
Si ferma un attimo poi aggiunge con tono polemico: "E davanti a questa grande tragedia c’è chi cerca di ricavare consenso dalle tende azzurre...". A Edoardo Sanguineti, poeta e saggista acuto e ironico, Berlusconi non è mai piaciuto e non lo nasconde. Non gli piace per niente, oggi, quella continua esibizione di sé tra le rovine dell’Aquila. Proprio il terremoto - il segno di questa Italia vulnerabile e sofferente - è il punto da cui partiamo per ragionare su di noi e sul futuro.
Allora, Sanguineti un disastro ineluttabile quello dell’Abruzzo?
"Non credo proprio. Diciamo che non c’è stato controllo. Come è stato possibile che l’ospedale, la prefettura, la casa dello studente siano venuti giù in quel modo? Come è possibile che chi era lì per studiare non abbia avuto la minima garanzia di sicurezza? Che fine hanno fatto le leggi sul rischio sismico? È tutto terribile e dimostra a che livello di degrado siamo arrivati. Meno male che di fronte all’emergenza almeno una certa risposta di solidarietà c’è stata..."
L’emergenza mostra sempre il lato migliore degli italiani. Ma secondo lei nella normalità l’Italia di oggi non è invece cinica e indifferente?
"Io direi che questa Italia è molto scoraggiata. È caduta ogni fiducia, ormai si dice solo "spendete e spandete". Ma questo scoraggiamento va oltre i nostri confini. La globalizzazione infatti sta mostrando i suoi effetti perversi. C’è un mondo pieno di proletari che non sanno di esserlo e la coscienza di classe si è persa. Ormai la pratica sociale più diffusa è il mobbing".
Eppure solo qualche anno fa ci dicevano che il capitalismo era trionfante...
"E invece nel momento di massimo splendore il capitalismo entra in crisi. Ma attenzione, perché vedrete che reagirà e lo farà con durezza. Però, possiamo dirlo: aveva ragione Marx. Basta vedere come nelle nostre città si aggirano masse disperate e ricchi spaventosamente ricchi per i quali non ci sono limiti. Rileggere Marx, questo dobbiamo fare se vogliamo riorientarci. Dico Marx, ma anche Gramsci e Benjamin: credo possano ancora aiutarci".
Qualcuno dice che è fallito un modello, quello del consumismo. È d’accordo?
"Certo. Ormai siamo cittadini non più di una Repubblica fondata sul lavoro ma di una Repubblica fondata sulla concorrenza spietata. Quando il consumo è tutto la Costituzione può essere rovesciata come un guanto. È quel che dice il nostro premier".
Insomma ha vinto Berlusconi?
"Sì, ha vinto violando, tanti anni fa, le norme sulle tv. Lì è nato un avveduto affarista che costruisce il suo apparato di persuasione. La tv non serve più a insegnare a leggere e a scrivere come faceva il maestro Manzi, né a formare una coscienza critica. La tv si occupa di questioni di letto, di grandi fratelli. E allora Berlusconi diventa un modello. Appunto: è l’uomo che ricava consensi dalle tende azzurre del terremoto. Le tende azzurre sono il simbolo del berlusconismo. Si è comprato il paese e utilizza ogni mezzo per dominarlo: il suo è un modello nazional popolare".
Che arriva persino all’uso delle ronde contro gli immigrati...
"Anche le ronde sono espressione di un paese arcaico. Un paese che non è più in grado di sopportare la presenza di chi non è noto. Non si tollera lo straniero e allora si occupa il territorio. È un elemento spaventoso della nostra storia recente".
Un vero disastro. E la sinistra dov’è finita?
"E chi lo sa... La sinistra è scomparsa in tutte le sue forme. E non solo nei suoi tentativi di trasformazione dopo gli errori di Occhetto. C’è stata una generazione dissennata che ha lavorato per cancellare la propria storia. E Berlusconi infatti si presenta come il salvatore dal comunismo. All’opposizione dice: arrendetevi. Tutto questo fa impressione".
Insomma non c’è speranza?
"Ma no, mantengo sempre una disperata speranza nella sinistra. Ma devo dire che è sempre più flebile".
Qualche segnale positivo ci sarà pure. Per esempio, i ragazzi dell’Onda. O il sindacato. Non sono un po’ di luce in mezzo al buio?
"Il sindacato sì. La Cgil sì e non solo per la bella manifestazione del Circo Massimo. L’Onda invece no, assolutamente. Ho visto in quel movimento una spaventosa depoliticizzazione, non sanno proprio quel che vogliono. C’è solo tanto individualismo".
Per fortuna che c’è Obama allora. Persino Ingrao dice che è l’unica grande novità...
"Non sono d’accordo con Ingrao. Certo Obama mica è da buttar via, un nero alla Casa Bianca, o un abbronzato come dice qualcuno, è una novità. E ci sono elementi positivi nei suoi primi passi. Anche una certa spinta utopica. Il punto è: chi rappresenta e quali classi? Non dimentichiamo che l’America non ha mai conosciuto la lotta di classe".
E se invece Obama riuscisse laddove la sinistra ha fallito, cioè cambiare il mondo?
"È possibile, è possibile. Ma io non ci credo, non credo che l’America cambierà mai. Un paese nato con una Dichiarazione di Indipendenza così arcaica e conservatrice dove può andare? Per me Obama non è una speranza. L’unica speranza resta il comunismo".
Il comunismo è la sua ossessione...
"Ma che cosa c’è d’altro? Il mondo è precarizzato, l’uomo è ridotto a merce. Quando vai in banca ti rendi conto che chi ti serve dietro lo sportello è uno sportello. È un essere docile che obbedisce per salvarsi. Se questo è il mondo bisogna impegnarsi e non solo con le manifestazioni o con le notti bianche. Ho spiegato due anni fa, proprio in occasione di un compleanno di Ingrao, come si diventa materialisti storici, come ci sono diventato io..."
E come ci si diventa?
"Con gli operai. La mia storia di materialista comincia con un operaio. Per me, bravo ragazzo borghese, tutto è cambiato quando ho conosciuto un operaio per la prima volta. Eravamo in guerra, lui si è fermato e ho capito che era parte di un altro mondo. L’ho visto poi con il fucile in spalla il giorno della Liberazione: l’operaio era un partigiano. Abitavo a Torino, tutto è cominciato da lì".
Un verso della sua raccolta "Postkarten" dice: "la poesia è ancora praticabile probabilmente". In un mondo così a che serve la poesia?
"Serve a scrivere poesie che guardano il mondo con ottica comunista. Guardano il mondo, lo raccontano, lo interpretano".
Qual è il poeta che ha capito meglio il carattere degli italiani?
"Sicuramente Dante anche se era un feroce reazionario. Lui ha capito che il mondo era cambiato, che la borghesia era in ascesa, ha capito che la storia aveva avuto una svolta irreparabile. Insomma ha capito meglio di altri il disordine del mondo".
Sanguineti, qual è il leader della sinistra a cui si è sentito più legato?
"L’ultima persona sana è stato Berlinguer. Poi certo la sua impresa è fallita. Ma è fallita perché sono arrivate le armi. Hanno rapito Moro, sono cominciate le sedute spiritiche e il progetto si fermò".
Quale lezione ha lasciato Berlinguer?
"Berlinguer diceva allora una cosa semplice e forte: far soldi non è lo scopo dell’esistenza. C’è ancora qualcuno che lo dice? Mi pare di no e infatti guardate dove siamo finiti".
Ancora comunista, ancora avanguardista: insomma fedele a se stesso?
"Una volta mi chiesero quale fosse la mia migliore qualità e quale il mio peggior difetto. Risposi: l’ostinazione. Mi ostino, come Berlinguer, a dire che non si vive per accumulare ricchezza e penso che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro e non sul consumo. Qui invece ti dicono grazie solo perché consumi. E allora io ripeto: no grazie. E mantengo la mia ostinazione".
Ha descritto un quadro fosco: quindi è pessimista per il futuro?
"Userei questa espressione: ottimismo catastrofico. Certo che è un dovere essere ottimisti, come si fa. Però, devo essere sincero: non scommetterei un soldo sull’ipotesi che il mondo così com’è duri altri cinquant’anni. Forse ce ne andremo su Marte. Ma costa troppo, vedrete che non si farà".
Lacrime lacrime lacrime. Composte, represse, trattenute, a volte singhiozzanti, a volte silenziose in lunga riga sulle guance da occhi che fissano il vuoto. Ma ora, in questa Pasqua dolente, non è più tempo di lacrime che non siano strettamente private. Ora è tempo di decisioni rapide e sagge e di pubbliche assunzioni di responsabilità.
Siamo un paese capace di mobilitarsi e di dare il meglio di sé nell’emergenza, sedendosi poi su se stesso nei tempi lunghi. Accade addirittura che lo sguardo lungo verso il futuro si addica di più alle famiglie che al potere pubblico e alle istituzioni. Dovrebbe avvenire il contrario ma non è così, non in Italia.
Prendete il piano casa voluto dal governo. Al principio fu una proposta avventurosa di Berlusconi per rilanciare l’industria delle costruzioni: il 20 per cento di cubatura in più concessa a tutti i proprietari di case, in città, nei centri storici, nelle campagne. Le sovrintendenze costrette al silenzio-assenso con trenta giorni di tempo per opporsi. I privati autorizzati a iniziare i lavori con la semplice autocertificazione firmata dal professionista incaricato di dirigere i lavori. E sgravi fiscali per tutti.
Poi le Regioni bloccarono il progetto, lo ridimensionarono escludendo le città e le aree vincolate al rispetto paesaggistico, introdussero vincoli speciali per le zone a rischio sismico.
Adesso, dopo il terremoto d’Abruzzo, quel piano è da buttare. L’emergenza ha riproposto il problema delle scuole fatiscenti (San Giuliano di Puglia insegni) e dei rischi naturali. Non siamo soltanto la terra ballerina dei terremoti, ma anche la terra dei torrenti e dei fiumi senza argini, secchi d’estate e devastanti d´inverno; la terra dei vulcani non spenti; la terra delle montagne franose; lo "sfasciume pendulo" che incombe sulle sottostanti marine.
Un piano casa deve dunque includere la messa in sicurezza di tutti gli edifici scolastici, la messa in sicurezza di tutte le costruzioni nelle aree di rischio sismico seguendo le priorità già indicate nelle mappe del 1996; la ricostruzione degli edifici abbattuti e lesionati dal terremoto in Abruzzo. Infine la costruzione di case nuove nei limiti indicati dal mercato per abitazioni dignitosamente economiche. E criteri di rigorose demolizioni per le abitazioni e gli edifici industriali eretti lungo i fiumi, i torrenti e i vulcani a rischio di esondazione e di eruzione.
C’è un lavoro enorme da fare, che non riguarda il bravissimo Bertolaso che di lavori ne fa già troppi, non riguarda l’emergenza di poche settimane e di pochi mesi, ma un arco di anni e impegni di bilancio di grandi dimensioni. Riguarda il tempo lungo che le nostre classi dirigenti non hanno mai preso in considerazione, assorbito soltanto dal fare con ritorni politici ed elettorali immediati, lasciando che le antiche piaghe geofisiche del "Bel Paese" imputridissero e incancrenissero, provocando emergenza dopo emergenza, strage dopo strage e lutti e rovine e lacrime.
Ricordiamole quelle catastrofi avvenute che hanno costellato la storia nazionale nel dopoguerra (senza scordare il terremoto-maremoto che distrusse Messina e lo Stretto ai primi del secolo scorso provocando una strage di proporzioni inusitate).
Il primo fu l’alluvione del Polesine. Poi l’immensa e paurosa ondata del Vajont. Il terremoto del Belice. L’esondazione dell’Arno che sommerse Firenze mentre un’acqua alta eccezionale sommergeva Venezia. Poi il terremoto dell’Irpinia. Quello del Friuli. La catastrofe in Valtellina. L’esondazione della Dora e degli affluenti del Po. Il terremoto in Umbria e nelle Marche. L’ondata di fango che devastò la valle del Sarno. Ed ora l’Abruzzo.
Sessant’anni di rovine, lutti, tendopoli, roulotte, prefabbricati, cucine da campo, Forze dell’ordine e Forze armate mobilitate, pompieri e vigili, ordinanze, editti, processi, mafie e camorre all’opera per trarre vantaggi.
E lacrime lacrime lacrime. Di emergenza in emergenza. Ma tra l’una e l’altra liberi tutti. Liberi di costruire sul bordo dei fiumi e dei vulcani. Liberi di impastare il cemento con la sabbia del mare. Liberi di lesinare sulle armature di ferro. Liberi di scempiare il paesaggio. Liberi di violare i piani regolatori. Un popolo di eroi, di navigatori e di abusivi. Sempre condonati. Spesso incitati ad abusare. Come accade quando il fare diventa un fine a se stesso e sgomita per farsi largo, egoismo che lotta con altri egoismi.
Sono queste le invasioni barbariche del nostro tempo, in testa alle quali ha cavalcato e cavalca gran parte della classe dirigente di ieri e di oggi. Anche di domani?
Il terremoto d’Abruzzo, pur col suo carico terribile di vittime, ha registrato un numero di morti e di feriti minore di quelli che l´hanno preceduto. Ma con alcune particolarità che aggravano molto le incognite della ricostruzione.
La principale di queste particolarità riguarda l’Università, una delle più antiche d’Italia, concentrata sulla facoltà di Ingegneria, frequentata complessivamente da trentamila studenti molti dei quali provenienti da paesi e luoghi lontani. È improbabile che questi studenti "foranei" tornino a L’Aquila anche quando la città sarà stata ricostruita. I rischi sono troppi. Ma lo smantellamento del polo universitario sarebbe (sarà) un’altra catastrofe nella catastrofe della città. La popolazione universitaria produce infatti un indotto di traffico e di servizi che è il vero motore propulsivo dell’economia cittadina.
Un discorso analogo, anche se in misura più ridotta, vale per le scuole elementari e secondarie, anch’esse a rischio di spopolamento e intanto di lunga interruzione. Bisognerà organizzare un anno scolastico d’emergenza cercando in tutti i modi di preservare l’unità delle classi e dei loro insegnanti.
La terza questione riguarda i modi della ricostruzione e innanzitutto la scelta del luogo: una nuova città lontana dall’attuale insediamento oppure ricostruire negli stessi luoghi e nelle stesse forme architettoniche badando ovviamente ad una rigorosa vigilanza sulla progettazione tecnica e sulla qualità dei materiali?
La maggior parte degli esperti propende per questa seconda soluzione ma c’è ancora discordanza. Forse dovrebbero essere gli abitanti a decidere.
Quale che sia la scelta occorre far presto: il clima in Abruzzo è rigido, ad ottobre l’inverno è già cominciato. Trascorrerlo sotto le tende è impensabile, tanto più che abbondano le persone anziane. Ma è impensabile anche disperderli e non si tratta soltanto del capoluogo: il sisma ancora parzialmente in corso ha sconvolto gran parte dell’Abruzzo, sicché è un’intera regione con caratteristiche alpine che si accinge a passare un inverno assai disagiato.
Da questo punto di vista l’emergenza è massima e la sua durata non sarà certo minore dei diciotto mesi. Una regione intera. Non è pensabile che ci si affidi all’improvvisazione: governo e protezione civile dovranno presentare un piano ed una tempistica attuativa al Parlamento e indicando insieme con essa l’ammontare dei fondi necessari e la loro copertura.
La Cassa depositi e prestiti potrà fornire un appoggio che in parte rientra nelle sue competenze istituzionali. Si tratta tuttavia di investimenti infrastrutturali (ospedale, palazzi di città, scuole e Università) che riguardano istituzioni e pubblici servizi in capo alla Regione, ai Comuni e allo Stato. Per la Cassa si tratta comunque di prestiti che dovranno esser rimborsati e che richiedono quindi copertura.
Con i tempi che corrono questa partita è molto difficoltosa. Se non ci fosse di mezzo l’orgoglio di Berlusconi, il provvedimento più logico riguarderebbe la reintroduzione dell’Ici sulle prime case che frutterebbe all’Erario un maggior gettito di 3 o 4 miliardi. Ad essi si potrebbe aggiungere un "eccezionale" inasprimento dell’Irpef del 2 per cento per i redditi superiori a 120mila euro annui, il cui maggior gettito, stimato dai tecnici del Partito democratico che ha formulato la proposta, darebbe 2 miliardi. Sarebbe un’imposta di scopo motivata dal terremoto e quindi percepibile ed accettabile dai contribuenti chiamati a farvi fronte.
Infine l’accorpamento del referendum alle elezioni europee del 7 giugno, con un risparmio di 400 milioni.
Si tratta complessivamente di risorse che ammontano a circa 6 miliardi, per far fronte ad una ricostruzione "una tantum". È chiaro che ben altre cifre sono quelle che riguardano la messa in sicurezza delle scuole e delle costruzioni in zone a rischio di catastrofi naturali.
È stata notata da gran parte dell’opinione pubblica e sottolineata da giornali e televisioni la diversità di comportamento tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio di fronte al terremoto d’Abruzzo. Più composto e riservato Napolitano, più emotivamente impegnato nel dirigere e nel fare Berlusconi. Commossi ambedue e più volte presenti sui luoghi del disastro, Napolitano con appena un tremito della voce subito represso, Berlusconi con lacrime sincere e copiose. Infine il Capo dello Stato ha chiamato in causa le responsabilità di quanti hanno male progettato e male eseguito opere che – se le regole fossero state osservate – avrebbero dovuto reggere all’impatto del sisma ed ha stimolato la magistratura ad accertare eventuali reati.
Si potrebbe dire con una punta di ottimismo che i due maggiori rappresentanti delle nostre istituzioni hanno caratteri e culture molto diversi ma complementari che, presi nel loro insieme, danno luogo ad un tandem bene assortito.
Purtroppo questa punta di ottimismo è troppo… ottimistica. Il fare del presidente del Consiglio – l’abbiamo già detto in precedenza – si limita ad una veduta corta e si esaurisce nell’immediato, insegue ritorni politici ed elettorali a scadenza breve, è intriso di emotività e di populismo. La sua sincerità non è sufficiente a dar vita a processi produttivi di lunga lena e di scarsa redditività ai fini del consenso e della popolarità.
Quanto al presidente della Repubblica, non è suo compito proporre programmi politici né Napolitano è persona che voglia eludere le sue competenze istituzionali. Ha grande rispetto per i poteri del governo e per quelli del Parlamento. Incoraggia nei modi appropriati alla sua carica il guardare lungo, a darsi carico del futuro, insomma a guidare il paese come spetta ad una classe dirigente consapevole delle sue responsabilità. Più di questo non può fare, anche se è prezioso che lo stia facendo con tenacia e fermezza.
Il resto spetta a tutti gli altri settori che formano la classe dirigente: i rappresentanti degli imprenditori, i sindacati dei lavoratori, i partiti, gli ordini professionali, la magistratura, le Regioni e gli Enti locali. Ma spetta soprattutto ai cittadini.
I cittadini (l’ho già scritto in altre occasioni ma voglio qui ripeterlo) sembrano ormai presi da sentimenti di indifferenza e apatia che non sono consoni alla temperie che stiamo attraversando. Sono delusi ed hanno buone ragioni per esserlo, ma la delusione non ha alcuna logica connessione con l’apatia, specie quando una parte non piccola di essa riguarda anche il modo come abbiamo esercitato il nostro ruolo di cittadini e di popolo, come abbiamo vissuto il nostro diritto di cittadinanza.
È illusorio pensare che la classe dirigente possa esser migliore del popolo che la esprime. C’è un rapporto stretto tra questi due elementi di una democrazia funzionante e governante, tra la cittadinanza e la dirigenza. Se entrambe sono parte d’un circolo virtuoso si migliorano a vicenda, ma se entrambe fanno parte d´un circolo perverso, a vicenda si imbarbariscono.
In questa Pasqua dolorosa sia questo un pensiero sul quale impegnarsi e sul quale tutte le persone di buona volontà sappiano guardarsi negli occhi e stringersi la mano.
Parchi a trecento metri da casa. Un aeroporto progettato in modo da far risparmiare carburante agli aerei che atterrano. E l’80% delle persone che nelle ore di punta usano i trasporti pubblici: le fermate, del resto, sono distanti in media trecento metri dalla porta di casa. Sembrerebbe una città delle favole, ma esiste e non è neanche troppo lontana. Il luogo dove i sogni di ambientalisti e comuni cittadini stanchi delle metropoli diventano realtà è Stoccolma. A tirarla fuori dal libro delle favole e ad ancorarla solidamente alla realtà ci ha pensato la Commissione europea, che l´ha appena premiata come Capitale verde d’Europa per il 2010 nella prima edizione di un premio destinato a valorizzare i centri urbani che più fanno in campo di sviluppo sostenibile. La capitale della Svezia ha battuto di misura Amburgo, che però si è già aggiudicata il premio per il 2011.
Stoccolma - si legge nella motivazione del premio - si è data l’ambizioso obiettivo di rinunciare all´uso di combustili fossili entro il 2050. Il 95% della popolazione vive a meno di trecento metri da zone verdi, cosa che migliora la qualità della vita, facilita la purificazione delle acque, la riduzione del rumore e lo sviluppo della biodiversità. Ha un innovativo sistema di raccolta dei rifiuti e alte percentuali di riciclaggio. Il suo pionieristico Congestion Charging system ha ridotto l’uso di macchine, aumentato quello del trasporto pubblico e portato a una diminuzione del 25% pro capite di emissioni di anidride carbonica dal 1990". Parole che spiegano senza possibilità di errore perché Stoccolma abbia battuto le altre 34 concorrenti (per la cronaca, tutte città nord-europee: Germania, Francia, Olanda, Svezia sono stati i principali paesi da cui arrivavano le città candidate).
"Il nostro segreto - spiega con orgoglio Karim Dhakal, vice responsabile dell’ufficio che si occupa del coordinamento ambientale delle politiche di Stoccolma e fra gli artefici della vittoria - è un approccio integrato. Alcune delle città candidate avevano, su singoli temi, performance migliori delle nostre. Ma nessuna aveva come noi un piano verde globale. Non parlo di progetti singoli, per qualche area: ma di un’intera concezione di sviluppo urbano dove le zone verdi, i trasporti pubblici, il traffico, la gestione dei rifiuti e l’uso di energie verdi si sommano. Sono decenni che lavoriamo su queste questioni e ora i risultati si vedono".
Quello che Dhakal non dice, ma che è chiaro alle migliaia di visitatori che ogni anno - e sempre di più - arrivano ad ammirarla, è che Stoccolma ha vinto la battaglia per il futuro senza dimenticare il passato: le grandi finestre, i palazzi affacciati sull’acqua e l’architettura storica restano dei punti di forza. E non sono stati toccati.
Ad essere rivisto, nella corsa verso un futuro verde, è stato il modo di vita della città, in tutte le sue forme: dalla gestione delle acque e degli spazi pubblici, alla cruciale questione dei trasporti. Così la riduzione delle emissioni è arrivata costruendo case con un sistema energetico legato ad acqua e vento. Alimentando gli autobus con energia elettrica prodotta non lontano dalla città. Smantellando progressivamente il parco auto tradizionale, per sostituirlo con vetture elettriche: oggi l’85% delle macchine di proprietà del comune è alimentata con fonti di energia rinnovabile. E l’obiettivo è arrivare al 100% entro i prossimi anni. I tassi di inquinamento acustico sono fra i più bassi d´Europa (solo il 34% dei cittadini è sottoposta a qualche forma di rumore). E l’11% del cibo acquistato dagli uffici pubblici è al 100% biologico.
Per mantenere standard così alti, Stoccolma richiede ai suoi abitanti di rispettare regole ben chiare ma il patto sembra ben accetto: "La risposta dei cittadini è molto positiva - prosegue Dhakal - è vero che siamo tradizionalmente una città attenta a queste cose (nel 1972 qui si svolse il primo summit ambientale delle Nazioni Unite, in un’epoca in cui di ambientalismo parlavano ancora in pochi, ndr) ma è anche vero che le persone, per avere un’aria pura, acqua pulita in cui nuotare vicino casa e spazi pubblici disponibili, accettano di pagare una tassa per entrare in città. O di raccogliere la spazzatura in maniera differenziata. O ancora, di rinunciare a possedere una macchina".
In qualità di città vincitrice, nel 2010 Stoccolma ospiterà una serie di iniziative destinate a illustrare le sue politiche ambientali. Il modello cittadino verrà portato alla World Expo di Shangai e i responsabili sperano che possa attecchire anche oltre: "Pensiamo che sia un nostro dovere condividere le nostre conoscenze, ma abbiamo anche ancora molto da imparare da quello che fanno gli altri", conclude Dhakal. Italia compresa?
Alla domanda, Rainer Winter, bioarchitetto, specialista nella costruzione di edifici e ambienti rispettosi dell´ambiente, risponde con ironia: "Ci sono pro e contro. È vero che noi italiani siamo indietro - spiega - ma è altrettanto vero che stiamo recuperando in fretta. Sfruttiamo gli errori degli altri, acquisiamo solo le pratiche migliori, e sono fiducioso che nei prossimi anni faremo molti passi avanti".
Nel confronto con la realtà svedese quello che manca di più all’Italia è l’approccio integrato. Un piano di sviluppo che preveda di utilizzare le acque di scarico delle case nel processo di sviluppo di energie verdi. L’idea di materiali "verdi" o provenienti da zone non lontane. O di incanalare l’energia eolica prodotta nei dintorni della città al fine di alimentare il parco auto municipale: tutte realtà che ancora non appartengono al modo di pensare italiano. "Stiamo iniziando solo ora a concepire la progettazione di un’area urbana come un insieme di elementi diversi. Ma già in Umbria ci sono degli esempi interessanti - prosegue Winter - le leggi che hanno incoraggiato la bio-edilizia (intesa come costruzione di strutture con un basso impatto energetico, realizzate usando materiali locali e comunque non sintetici, dotate di tecnologie non fini a se stesse ma destinate a ridurre i consumi, ndr) hanno già provocato reazioni positive. E per il futuro c’è da sperare". Insomma se Stoccolma è ancora lontana, la classifica europea è un obiettivo che - fra qualche tempo - potremmo almeno provare a raggiungere.
Il rifugio nell’edilizia denuncia l’insolubile incapacità del centrodestra di pensare una politica industriale. Da il manifesto , 11 aprile 2009 (m.p.g.)
Antonio Peduzzi
Il destino aleatorio dell'Aquila ha allineato, con il senso dell'inevitabile, la devastazione degli apparati produttivi, la scomparsa delle condizioni di produzione del ceto politico e, ora, la cancellazione urbanistica della città capoluogo. Chi discetta di new town dovrebbe avere anzitutto il concetto comprensivo dello stato di cose presente, punto di catastrofe di un processo irreversibile. Disporre di questo concetto è compito della politica, ma essa non ha finora parlato. Non si può scambiare per politica il cicaleccio quotidiano del presidente del consiglio dei ministri.
Di più e meglio.
L'insistenza sulla new town dovrebbe essere già un indicatore eloquente del disegno vagheggiato dal centrodestra. La new town non è la politica: è l'appello ai ceti dei rentiers, che sono quelli che hanno dato un contributo rilevante all'azione di disfacimento della città. Sono le consorterie e le logge che hanno sempre prosperato a L'Aquila in affari coperti, non a caso target di riferimento del centrodestra. La stupida nozione secondo cui l'edilizia sarebbe il volano dell'economia, ripetuta fino alla nausea, non significa quel che sembra. Il centrodestra ha in mente la costruzione di uno stato di cose la cui egemonia stia nelle mani del comparto più rozzo dell'industria. Mai e poi mai verrebbe in mente al presidente del consiglio che il problema non è soltanto quello di costruire una specie di Milano 2 in Abruzzo, ma di restituire dignità a donne e uomini che dovrebbero avere il diritto a un reddito e a una dislocazione nella scala sociale.
Mai e poi mai il presidente del consiglio direbbe che la catastrofe va combattuta tentando di fare della città uno spazio in cui idee e tecnica aprano scenari di una ripresa dello sviluppo. E si capisce: il segmento di classe cui Berlusconi guarda non è quello degli imprenditori in senso stretto, ma quello maleolente dei signori del mattone e del cemento (gestito, ovviamente, con parsimonia) - i quali avessero, almeno, dimostrato di saper fare qualcosa di serio e di decente a L'Aquila in questi decenni. Il presidente del consiglio è come Luigi Filippo di Orléans: il massimo che è capace di pensare è mettere in sella la frazione putrefatta della classe borghese, quella dei rentiers. Se avesse coraggio e serietà, il presidente del consiglio riunirebbe l'Unione degli industriali e l'Unione dei costruttori, per guardare negli occhi coloro che ne compongono gli organi dirigenti e informarsi su che cosa sappiano fare.
Poiché comunque il cicaleccio salottiero sulla new town è irrefrenabile, è necessario cogliere in esso una sfumatura. La spinta edificatoria è il solo comparto in cui si può andare esenti dall'accusa di condurre una politica economica o una politica industriale. Non per scrupolo: il centrodestra è organicamente incapace di pensare una politica industriale, che pure sarebbe legittima di fronte alla catastrofe che ha disfatto L'Aquila. Così come è incapace di pensare una politica universitaria che non sia fatta di finzione e di propaganda.
La new town è la proposta di uno sviluppo arretrante, tipica della rozzezza intellettuale del centrodestra. Su questa linea si costruiranno forse case e casette, ma non sarà ricostruito il legame sociale, cioè l'essere città della città, che si è ormai liquefatto. Il centrodestra non capisce che il problema è convincere la gente che esiste qualche buona ragione per abitare, lavorare e studiare a L'Aquila: ma per produrre queste convinzioni non basta la new town, idea inadeguata a fronteggiare la desertificazione sociale in atto da decenni.
Una regola s’impone nella tragedia del terremoto aquilano: essere rapidi ed efficienti nel migliorare l’assistenza ai terremotati e avviare la ricostruzione quando si hanno le idee ben chiare. Senza promesse infondate.
In Umbria, nel ’97, Prodi parlò di tre anni. Berlusconi, nei giorni scorsi, di due anni. Ora accenna a tempi più lunghi. Gli uomini di governo dicano la verità vera: i tempi di una ricostruzione fatta bene si misurano in non pochi anni, da cinque in su, a seconda delle situazioni. E allora agli attendamenti bisognerà far seguire, prima dell’autunno, non i famigerati container bensì veri villaggi o acquartieramenti di case prefabbricate in legno, le «instant houses», quelle usate con successo fra Umbria e Marche. Con scuole e servizi. In tal modo nessuna identità comunitaria, neppure la più piccola, verrà dispersa.
Non siamo all’anno zero. Per L’Aquila e dintorni si può prendere il meglio dalle esperienze dei molti (purtroppo) terremoti dell’ultimo quarantennio. Da Tuscania (Viterbo), terremoto dimenticato che registrò nel ’71 oltre trenta morti e forti distruzioni nella città dalle belle mura e da Venzone (Udine), medioevale anch’essa, quasi sbriciolata nel ’76, si prenda l’incoraggiamento a ricostruire, ovunque sia possibile, «com’era e dov’era» il tessuto storico, l’intero contesto e non i soli monumenti. Con la partecipazione attiva delle popolazioni al processo di decisione e di ricostruzione.
Da Assisi si prenda l’idea-forza di concentrare una massa formidabile di competenze tecnico-scientifiche (restauratori, strutturisti, ecc.) nella chiesa-simbolo tanto minacciata, la Basilica superiore di San Francesco, per restaurarla al meglio in tempi ragionevolmente rapidi. Per L’Aquila i simboli sono due: Santa Maria di Collemaggio, senza dimenticare le altre chiese della città, e il poderoso Castello. Ma tutto il centro storico, tanto massacrato e tanto stratificato, esige di venire analizzato, inventariato, studiato, progettato al dettaglio nel restauro e nella ricostruzione. Investendo anche in esso con una massa di competenze ben orientata e diretta dagli organismi dei Beni Culturali e da nessun altro. Qui come nei borghi minimi.
In Friuli si scelse di ricostruire prima le fabbriche e poi le case. In Umbria di ricostruire anzitutto le chiese («le nostre fabbriche», commentò un vescovo alludendo al turismo religioso). All’Aquila la scelta è più complessa: riattivare l’Università, soccorrere le piccole e medie imprese, ridare un tetto alla gente, restaurare i monumenti-simbolo. Fondamentale è non calare dall’alto le strategie, interrogare le comunità locali. In Umbria vennero creati consorzi fra proprietari privati i quali hanno poi gestito bene i finanziamenti.
Evitiamo anzitutto l’ingrandimento dell’area del sisma oltre i suoi confini reali: in Irpinia si inclusero ben 213 comuni nei quali «nessuna abitazione risultava seriamente lesionata» (Rapporto della commissione di inchiesta Scalfaro, 1991). Da San Giuliano di Puglia ci si è allargati all’intero Molise... Sono indecenti pratiche politico-clientelari che portano a sprechi enormi e aprono una autostrada alle imprese della criminalità.
Non siamo all’anno zero. I terremoti e le ricostruzioni dell’ultimo quarantennio (come minimo) ci dicono cosa fare e cosa non fare. Seriamente.
Nessuno è senza colpa, dice Giorgio Napolitano ridando alle istituzioni l'onore e l'onere di parlare di responsabilità, anzi di «irresponsabilità diffusa». Parola fuori campo, come fuori campo cerca di restare il presidente della Repubblica rispetto all'occhio invadente degli obiettivi, «non sono venuto qui per farmi fotografare da voi, fatevi da parte, non rompete!». L'opposto simmetrico del presidente del consiglio, che da lì va e viene per farne cento e spararne mille, ma sempre in favore di telecamera.
Di responsabilità non sta bene parlare, ammonisce regolarmente in prima serata tv il mantra della squadra di governo: adesso è il tempo del dolore, della solidarietà, degli aiuti. Bisogna sospendere i cattivi sentimenti e stringersi attorno alle vittime con i sentimenti buoni. Bisogna sospendere la polemica politica e prendere esempio dal paese reale, dalla società civile che si sta rivelando civilissima, dall'orgoglio degli abruzzesi che è più forte del terremoto, dai volontari che accorrono da ogni dove senza ideologia. «L'Italia è un grande paese». Fine del mantra. Poscritto: mandate soldi, lo Stato non ne ha, ma nel grande paese ne circola in abbondanza (sarà per l'evasione fiscale).
Le catastrofi e i traumi collettivi sono sempre un'occasione d'oro per riformulare il discorso pubblico: certe parole vanno fuori corso, certe altre schizzano in primo piano e il senso segue a ruota, anche a seconda di chi le pronuncia o le tacita. Mettere in contrapposizione il dolore per le vittime e la denuncia delle responsabilità è un'operazione cinica e bara che si commenta da sé: sono i lutti senza responsabilità quelli che non si elaborano mai e che aprono la pista alla coazione a ripetere, sempre lo stesso delitto e sempre senza colpa.
L'ode in rima baciata al Grande Paese, invece, qualche commento se lo merita. Ci mancherebbe pure che non fossimo solidali, che non accorressimo in soccorso, o che tutti ce ne andassimo gaudenti al mare dotati di crema abbronzante secondo i consigli di chi sappiamo. Ma quando l'elogio della società civile deborda in bocca alla compagnia di governo, rafforzato per giunta dalla sistematica ingiunzione a «lasciar perdere la politica» di fronte all'ira degli elementi, non si tratta più di un omaggio alla virtù civica, ma di una autodimissione dalla virtù politica. Questo è infatti precisamente lo spot che gli uomini di governo ci stanno mandando a ripetizione: c'è una catastrofe naturale, non ci sono responsabilità e non c'è colpa, non c'è illegalità e non c'è impegno di legalità, la politica non c'entra niente e deve solo tacere di fronte al lutto, il governo sta facendo di tutto e di più ma il pallino vero, la possibilità e la responsabilità, l'oggi e il domani, stanno in mano vostra.
Politica dell'antipolitica. Più colpevole e più irresponsabile del solito, di fronte al lutto. Corroborata dall'attivismo del premier-imprenditore, con l'imprenditore che fornisce le ricette al premier, una dieci cento Milano2, l'esperienza c'è, potete fidarvi. Più che ammaccato e più che ferito nelle sue pretese seduttive al vertice di Londra fra i grandi della terra, gira fra le macerie d'Abruzzo come uno fra tutti, abbraccia gli sfollati come uno di loro, elogia la virtù civica come uno di noi. Forza dell'empatia, debolezza del mimetismo. Anche la commedia dell'assurdo fa parte dei tratti del «grande paese». E' una commedia dell'assurdo nascondere le crepe del Palazzo sotto le macerie di case qualsiasi.
Devo confessare che non mi scandalizza la nomina di un commissario straordinario per l'area archeologica di Roma e di Ostia antica.
Non c'è dubbio che esista, qui, un problema reale di coordinamento ed efficienza: i Fori sono divisi tra competenze nazionali e comunali, gli appalti sottoposti a leggi macchinose, i restauri eseguiti in tempi biblici. E quando occorrono procedure rapide e decisioni centralizzate, non si può negare che Guido Bertolaso abbia dimostrato grande capacità, anche nella cura di monumenti illustri come la Cattedrale di Noto.
Ma è anche evidente che la nomina a commissario del sottosegretario alla Protezione civile, con ampi poteri di deroga alla normativa vigente, non può essere giustificata dall'emergenza: il patrimonio archeologico romano, benché trascurato, non presenta drammatici problemi di sicurezza e le recenti scosse sismiche lo hanno dimostrato.
Credo che la singolare decisione si spieghi, in fondo, alla luce della ventata di «valorizzazioni» di cui i nostri monumenti maggiori sembrano avere improvvisamente bisogno. È questo il nocciolo del problema. E non riguarda solo i Fori od Ostia antica, ma l'intero patrimonio storico.
Si sta consolidando l'idea di una pericolosa distinzione tra tutela e valorizzazione, tra beni culturali «ordinari» ai quali si possono dedicare attenzioni burocratiche e tempi lunghi, e «nobili», che possono rendere, per i quali le normali leggi non valgono.
Alle soprintendenze, dunque, sono affidati la cura scientifica ed i restauri, ma per la gestione dei monumenti più spettacolari ci vogliono attenzioni e poteri speciali. Una deriva pericolosa, che rischia di minare le basi stesse di una cultura diffusa del patrimonio storico unica, è bene ricordarlo, in Europa. Non c'è dubbio che occorra una svolta radicale. Ma, piuttosto che commissariamenti, serve una ristrutturazione profonda dell'intera gestione dei beni culturali, evitare sovrapposizioni e frammentazioni, snellire le normative. Per il bene di tutti i nostri monumenti, senza distinzioni.
Se il dichiarato fine del così detto “piano casa” è quello di rianimare l’attività edilizia (che si dice mortificata dalla generale crisi), non v’è dubbio che la ricostruzione di L’Aquila e dei minori insediamenti della sua corona offra una occasione, e insieme una responsabilità, di dimensioni straordinarie. Il restauro dei monumenti e il sistematico recupero degli insediamenti storici, messi in doverosa sicurezza sismica, dovranno attivare, e certamente per tempi non brevi, una vasta imprenditorialità, di elevata qualità e ad alto tasso di occupazione.
Se si considera poi la imponente entità dei danni al patrimonio edilizio, anche pubblico, dell’Abruzzo, si deve constatare che neppure i fabbricati più recenti (che avrebbero dovuto adeguarsi alle cautele antisismiche), come scuole e ospedali, hanno saputo opporre resistenza al sisma. E allora non è certo arbitrario risalire a una allarmante condizione generale e alla dimensione nazionale di una responsabilità e di un compito che non possono essere elusi. Sicché si impone una strategia fondata su un ordine di incontestabile priorità, in un paese interamente esposto, pur se in misura differenziata, alla vulnerabilità sismica. Converrà dunque orientare la “ripresa delle attività imprenditoriali edili”, non già alla sopraelevazione della casa di chi già ne dispone, ma alla priorità assoluta della messa in sicurezza dei luoghi nei quali Stato, Regioni, Province, Comuni adempiono ai servizi essenziali alla vita comunitaria, come innanzitutto scuole e ospedali. Un programma nazionale di dimensioni colossali, immediatamente attivabile, cui debbono essere destinate le necessarie risorse (anche distolte da meno urgenti impieghi) e che impegnerà per ben oltre un decennio la qualificata imprenditorialità dell’edilizia.
Una conclusiva considerazione. La bozza (ora in discussione negli uffici ministeriali) del decreto legge che il Governo, nell’accordo con le Regioni sul “piano casa”, si è riservato di adottare per “semplificare alcune procedure di esclusiva competenza dello Stato al fine di rendere più rapida ed efficace l’azione amministrativa di disciplina dell’attività edilizia”, non arresta la semplificazione neppure di fronte alla “materia antisismica” e consente alle Regioni di escludere al riguardo la prevista autorizzazione preventiva, per rimettere ogni controllo in via successiva “anche con metodi a campione”. La drammatica lezione del sisma di Abruzzo avrà convinto della irresponsabilità di una simile previsione.
Via libera al piano casa della Toscana, entro un mese. Nella corsa all’approvazione del provvedimento che darà la possibilità ai proprietari di ampliare del 20% i propri immobili, demolirli e ricostruirli, la Regione ha deciso di bruciare i tempi fissati dal governo (90 giorni) e portare prima possibile la sua proposta in consiglio. Con qualche sorpresa: l’assessore regionale all’urbanistica Riccardo Conti apre infatti all’ipotesi di includere nel piano casa anche i centri storici della città toscane. «Daremo dei criteri di grande elasticità, ma decideranno i Comuni», dice Conti. La Regione firmerà un patto con gli enti locali, il primo incontro tra le parti si terrà il 14 aprile: «Questo percorso ci consentirà di non avere intoppi e incertezze istituzionali. La giunta si impegna a portare in discussione la proposta di legge a metà maggio, perché tiene in considerazione e preoccupazione le condizioni di crisi economica, sociale ed occupazionale», ha affermato ieri l’assessore durante la seduta del consiglio.
Il governo ha escluso i centri storici dal piano casa.Ma anche lasciato alle Regioni la facoltà di valutare l’estensione delle misure. Secondo Conti «c’è la possibilità di reintrodurre nel piano casa i centri storici, se i Comuni sono d’accordo. Certo si tratterà di eccezioni». Poi una mezza frenata: «A Firenze non credo sarà possibile», aggiunge. La Toscana punterà a regolare i nuovi interventi mantenendo le norme di tutela vigenti, la proposta di legge sarà presentata in consiglio insieme all’adozione del Piano di indirizzo territoriale (Pit). La Regione punterà poi alla semplificazione burocratica, l’idea è quella di estendere la Dia (dichiarazione di inizio attività), in via sperimentale, agli interventi previsti dal piano casa.
Ma non tutti sono d’accordo con l’ipotesi Conti. «Invece di contrastare la crisi — afferma Monica Sgherri, capogruppo del Prc — si rischia di tutelare la rendita dei ceti medio alti: i disoccupati difficilmente potranno usufruire del piano casa». «Manca ancora un vero piano casa che offra risposte all’edilizia sociale», dice la consigliere Bruna Giovannini (Sd). Soddisfatto il centrodestra: «Chiediamo alla Regione di fare presto e bene, per non tradire lo spirito dei provvedimenti di emergenza del governo», dice Alberto Magnolfi (Fi-Pdl).
Siglati gli accordi sulle misure contro la crisi, sulla Nato e sull'Afghanistan, messo sul tavolo il contrasto fra l'amministrazione americana e la coppia Sarkozy- Merkel sull'ingresso della Turchia nella Ue, del primo viaggio di Barack Obama in Europa si continuerà a discutere a lungo quanto al profilo dell'Europa che ne viene fuori e ai rapporti fra Europa e Stati uniti, nella doppia cornice della strategia del dialogo con il mondo musulmano inuagurata dal presidente americano e dell'evidente spostamento sul Pacifico dell'asse geopolitico ed economico globale. La valutazione dello stato di salute della eternamente a- venire Unione europea è evidentemente complicata, oltre che dalla crisi, dalla clamorosa virata impressa da Obama alla politica americana rispetto agli anni di Bush, che il viaggio in Europa ha ribadito, sia sul fronte della politica economica sia sul fronte della politica estera. Finita la religione del mercato e sepolto il programma dello «scontro di civiltà», anche il discorso europeo (e la retorica europeista) devono trovare nuovi argomenti: i confini fra modello sociale europeo e modello individual-liberista americano si fanno meno netti e si prestano meno di prima a essere usati ideologicamente da una parte e dall'altra, oltre che di americanizzazione della politica europea bisognerà magari cominciare a parlare di una certa europeizzazione della politica americana, l'antiamericanismo che negli ultimi decenni abitava il campo della sinistra tende adesso, come già si vede, a spostarsi (o meglio a tornare, se si tiene conto del suo andamento nel secolo scorso) nel campo della destra. E il vecchio continente, se per un verso è destinato a un ruolo minore in un multipolarismo che fa asse sul Pacifico, per l'altro verso può ritrovare un ruolo cruciale, in linea con la sua vocazione originaria, come terra di confine fra civiltà occidentale, mediarientale e asiatica.
C'è materia di riflessione in abbondanza per le sinistre europee, radicali e moderate, che all'appuntamento con questo tornante politico e storico arrivano quasi tutte politicamente disastrate e culturalmente disarmate, e all'appuntamento con la prima crisi economica globale arrivano prive di quella strategia comune su scala continentale che sarebbe la prima condizione per affrontarla: strette dunque fra la necessità di «più Europa» e la realtà, nella maggior parte dei casi, di governi di destra che hanno in mano le leve del controllo pubblico sull'economia indispensabile per gestire la crisi e i suoi costi sociali. Si può parlare, in questo quadro poco confortante, di una eccezione spagnola? L'esperimento Zapatero regge all'impatto con la crisi? Come si posiziona rispetto alla svolta obamiana? E può funzionare come riserva di idee per quelle sinistre europee moderate che negli ultimi due decenni si sono fatte affascinare più dal modello liberista blairiano che da quello liberal-liberatario spagnolo? Poche ore dopo che a Praga l'incontro di Obama con Zapatero si apriva con il «Sono contento di poterla chiamare amico» di Obama e si chiudeva con il «non dobbiamo chiederci che cosa può fare Obama, dobbiamo chiederci che cosa possiamo fare per aiutarlo» di Zapatero, mettendo così fine ai cinque anni di gelo fra il premier spagnolo e George W. Bush, a Roma un seminario fra il Centro per la riforma dello Stato e il presidente della Fondazione «Ideas» del Psoe Jesus Caldera (presentato pochi giorni fa sul «manifesto« da Aldo Garzia) si poneva queste domande, cercando di rilanciare il confronto con il laboratorio spagnolo fin qui poco praticato dalla sinistra italiana ai livelli ufficiali. E si capisce perché, ascoltando la piana ostinazione con cui Caldera, appellandosi alla necessità, per la sinistra europea, di riscoprire «la coerenza con i propri valori», ribadisce gli ingredienti fondamentali della ricetta spagnola: diritti, libertà dal dominio diretto e indiretto, laicità, tolleranza, rispetto delle diversità, equità sociale sostenuta da azioni positive, keynesismo, redistribuzione. Una ricetta socialista classica, corretta da forti iniezioni di liberalesimo, che secondo Caldera resta l'unica base giusta e possibile anche per dare alla crisi una risposta non «dolorosa», come recita il mantra di tutti gli altri governi europei, ma improntata a criteri di protezione sociale (e non di protezionismo economico), e per salvare ciò che va salvato del modello sociale europeo. Forse non è abbastanza per dare soluzione ai troppi tormenti d'identità delle altre sinistre europee, ma certo l'esperimento spagnolo è materia imprescindibile per ripensare il rapporto fra democrazia, libertà e lavoro che la crisi politica ed economica ci riconsegna aperto.E forse qualcosa ci dice anche sul tema, oggi tanto sbandierata in Italia da destra, della leadership carismatica, se Caldera può serenamente rivendicare «l'influenza politica e morale» di Zapatero e giudicare altrettanto serenamente che Berlusconi non può rivendicare carisma alcuno, «all'estero è considerato uno senza vergogna».
Sono crollati ospedali, edifici pubblici e scuole costruiti di recente. Dovevano rispettare rigorose norme antisismiche, ma il terremoto ha tragicamente svelato una realtà che viene sistematicamente occultata: siamo il paese delle regole scritte con solennità e violate con estrema facilità. Siamo il paese in cui le funzioni pubbliche di controllo sono state cancellate o messe nella condizione di non nuocere. Di fronte a questa realtà, il "piano casa" della Presidenza del Consiglio liberalizzava ulteriormente ogni intervento edilizio che poteva iniziare attraverso una semplice denuncia di inizio attività, e cioè in modo che la pubblica amministrazione perdesse per sempre ogni residua possibilità di controllo. Dappertutto, in zona sismica o in zona di rischio idrogeologico.
Sono poi crollate in ogni parte anche le case private. Antiche, della prima o della seconda metà del novecento. Segno evidente che anche esse sono state costruite senza gli accorgimenti che ogni paese civile richiede. Invece di avviare questo processo, il piano casa del governo autorizzava aumenti automatici di cubatura (fino al 20%) senza contemporaneamente costringere i proprietari a rendere più efficienti le strutture. Chiunque chiude un balcone o una veranda, pur aumentando i pesi che le case devono sopportare, non interviene sulle fondazioni o sulle strutture principali. E’ noto che questa anarchia e disorganicità è alla base di molti crolli e di molte vittime.
La tragedia dell’Abruzzo mostra dunque di quale cinismo e arretratezza culturale fosse stato costruito il provvedimento tanto reclamizzato da Berlusconi. Cinismo perché faceva balenare in ciascuno la possibilità di incrementare la proprietà senza tener conto dell’esistenza di equilibri più complessivi, senza cioè dover rispettare i beni comuni per eccellenza: le città.
Arretratezza culturale perché il terremoto ha dimostrato ancora una volta che il vero problema del nostro paese è quello di avere i piedi di argilla. In un paese ad alto e diffuso rischio sismico, infrastrutture, servizi e abitazioni non sono in grado di resistere ai terremoti. Invece di agevolare la sistematica messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio, questo governo ha in mente una sola cultura: "aggiungere". Nuove grandi opere, ad iniziare dal ponte sullo stretto e dalle centrali nucleari, nuove espansioni edilizie. Invece di consolidare l’enorme patrimonio edilizio esistente e rendere sicura la vita degli italiani, si continua con lo scellerato meccanismo della rendita speculativa.
Stavolta la colpa non è di esclusiva responsabilità politica. E’ evidente in ogni settore un consenso esplicito ed entusiasta della Confindustria e della cosiddetta "classe dirigente". Quella, per intenderci, di cui fa parte Claudio De Albertis, per molti anni presidente dei costruttori italiani e oggi presidente di quelli milanesi. In un recentissimo dibattito nella rete televisiva di La Repubblica ha avuto il coraggio di dire che in Italia mancano case popolari perché vengono costruite con troppa lungimiranza e durano troppo nel tempo. Ci dobbiamo abituare, ha aggiunto, a programmarne la vita in venti anni per poi rottamarle. Mentre tutti i paesi ad economia avanzata si interrogano su come ricostruire su basi solide un futuro possibile dopo la crisi, da noi governo e imprenditori del mattone pensano esclusivamente a nuovi affari senza farsi carico degli interessi generali.
Sono così miopi da non vedere che c’è invece un altro modo per rilanciare la macchina dell’edilizia. Basterebbero tre mosse. Prendere atto che il nostro patrimonio abitativo è fatiscente e lo Stato ha il dovere di favorirne la messa in sicurezza, attraverso norme e finanziamenti. E se ci fosse qualcuno che afferma che in questo modo si spendono soldi pubblici, si potrebbe rispondere che stiamo spendendoli per acquistare i fondi tossici delle banche. Perché non potrebbero essere utilizzati anche per non veder morire intere famiglie? Eppoi, gli interventi dentro una nuova concezione dell’edilizia favorirebbero la nascita di nuove industrie in grado di realizzare e gestire sistemi di risparmio energetico. In pochi anni i benefici complessivi supererebbero le spese di investimento iniziale: basta soltanto dare il colpo di grazia alla rendita immobiliare, come fanno in Europa.
Secondo. Prendere atto che nell’ultimo decennio si è costruito troppo e che è venuto il momento di dire basta ad ogni ulteriore consumo di suolo agricolo. Da qualche mese è nata su iniziativa del sindaco di Cassinetta di Lugagnano la rete "stop al consumo di territorio" e sono molti i primi cittadini che vogliono voltare pagina. La popolazione italiana non cresce più ed è economicamente molto più conveniente riqualificare l’esistente.
Terzo. La definizione di un grande (stavolta sì) programma di messa in sicurezza degli edifici pubblici. Il volto dello stato si vede da come si presentano le scuole dell’obbligo. L’ottanta per cento di esse è fatiscente o non rispetta le norme di sicurezza. Stesso discorso vale per gli ospedali e per gli altri servizi. Una grande opera di ricostruzione del volto dei luoghi pubblici e delle città, che sono gli elementi portanti della convivenza civile di ogni paese civile. E se qualcuno obiettasse spudoratamente che in questo modo si spendono soldi pubblici, basterebbe mostrargli i volti dei giovani che in Abruzzo hanno perso la vita soltanto perché l’ideologia liberista ha imposto in questi anni la distruzione di ogni funzione pubblica.
Cos'è la Cgil? «L'unica opposizione disponibile», «un ammortizzatore sociale», «un presidio democratico»? Forse sono vere tutte e tre queste risposte, suggerite dalla straordinaria manifestazione che ha ridato a Roma e al paese un volto umano. Un gruppo di operai piemontesi canta «I treni di Reggio Calabria», la canzone che Giovanna Marini ha reso famosa. Un pensionato di «Roma sud» si avvicina, si inserisce nel coro e modifica la conclusione: «Alla sera Roma era trasformata/ sembrava una giornata di mercato/ quanti abbracci e quanta commozione/ gli operai hanno dato una dimostrazione». E aggiunge, puntando i cantori con l'indice: «Voi partite e noi restiamo con Alemanno sindaco».
Una grande giornata sindacale, la testimonianza di una società del lavoro sconfitta ma non pacificata. Tartassata prima dal liberismo sfrenato e poi dalla sua implosione, ferita da leggi che cancellano diritti conquistati in un secolo di lotte, privata dei contratti, privata del voto sugli accordi, privata del Testo unico sulla sicurezza, minacciata nel diritto dei diritti: quello di sciopero. In piazza, con la Cgil, la società del lavoro e quella del non lavoro, di chi vorrebbe lavorare e invece è a salario ridotto in cassa integrazione, oppure il contratto gli è scaduto, oppure dovrà trasmigrare con la sua laurea in tasca a Parigi o a Barcellona per provare a costruirsi un futuro. Una società del lavoro, del non lavoro e di chi ha lavorato quarant'anni per stringere in mano una pensione da fame, o solo una miserabile social card. I pensionati sono i più pazienti tra gli italiani, sono tra i non molti che continuano a votare e a votare a sinistra, o per quella che vorrebbero fosse una sinistra ma non lo è più.
Ci sono gli studenti, che un futuro non riescono a immaginarselo perché gli viene negato, non dalla crisi ma dalle risposte berlusconiane, da politiche economiche e sociali che non curano le malattie di oggi e preparano un domani ancor più malato. Studenti che neanche più i cortei riescono a fare senza essere bastonati, come del resto è capitato anche agli operai dell'Alfa di Pomigliano, o a quelli milanesi dell'Innse.
Una grande forza, che ha ancora una rappresentanza sociale ma non ha più una rappresentanza politica, ha ripreso la parola. Ma tante parole d'ordine «anticicliche» che spiegano come si potrebbe uscire dalla crisi in modo solidale non trovano sponde, in Parlamento e fuori. La sinistra è «in» libertà, e come dice un delegato africano della Fiom emiliana, «per rifare una sinistra qui in Italia bisogna ripartire dal lavoro, da questa gente e da quella che non c'è perché è delusa». Assente il suo compagno di corteo, emiliano purosangue, e cerca di spiegare al cronista un concetto fin troppo chiaro: «Lui vuole dire che senza centralità del lavoro non può esistere alcuna sinistra».
Centinaia di migliaia di uomini e donne in cammino, di tutte le età, con la pelle di tutti i colori. Mai si erano visti tanti migranti in una manifestazione nazionale per il lavoro, i diritti, la giustizia sociale. Ci sono gli africani della Campania che arrivano di corsa al Circo Massimo sostenendo lo striscione «uniti contro la camorra e il razzismo», vicino a loro il sindaco tricolorato di Pompei da un lato e Antonio Bassolino dall'altro. Tanti slogan, tanti pezzi di corteo contro la criminalità organizzata che si somma alla criminalità finanziaria (e a quella politica). Ci sono gli indiani di Reggio Emilia che nei cortei della Cgil sono diventati habitué. Ci sono i magrebini bresciani che fanno marciare le fonderie dei loro padroni leghisti e ci sono anche i neri che fanno il cordone di testa del corteo proveniente dalla stazione Ostiense, sono quelli che proteggono il segretario Guglielmo Epifani da chi vorrebbe abbracciarlo, salutarlo, stringergli la mano, e sono tanti. Si può dire che la Cgil è diventata un po' più colorata, anche dal palco si ricordano insieme i caduti sul lavoro - uccisi dal primato del profitto e dal servilismo cinico e classista del governo nei confronti del padronato - e i caduti del mare, chi muore cercando di raggiungere un lavoro e un futuro nel nostro «ricco» mondo. I morti sul lavoro rappresentano per entità l'unico primato italiano in Europa, quelli del mare affogano in acque internazionali, vengono da chissà dove, sono cibo per pesci.
La giornata inizia all'alba, per molti provenienti dalla Sicilia o dal Trentino è cominciata il giorno prima. I torinesi che bevono il quarto caffè sono a pezzi, «su quattro treni che ci hanno dato tre erano quelli dei pendolari, hai presente? Quelli su due piani», brontola un dirigente della Fiom con il braccio rotto ma per fortuna non dai manganelli della polizia, rimasta discretamente al margine. Quando i poliziotti tentano di fare un cordone in testa a un corteo, un corteo che arriva da un'altra strada li scavalca e si ritrovano accerchiati dalle bandiere rosse. Arrivano fiumi di uomini e donne dall'Esedra, dal Tiburtino, dall'Ostiense, da via Gallia, dalla Sapienza, da piazza dei Navigatori. Arrivano da ogni regione, città e paese d'Italia, sono l'Italia che non si rassegnano ai Berlusconi, ai Brunetta (il più fischiato), ai Sacconi. Non si rassegnano all'idea che possa diventare Fini il simbolo della democrazia, non ci credono. Un operaio lombardo alza un cartello che se la prende senza giri di parole con chi cambia casacca. C'è scritto «Zipponi vaffanculo», a qualcuno non è piaciuto il passaggio dell'ex dirigente sindacale da Rifondazione ad altri lidi, l'ultimo quello dipietrista. Sono tanti i politici che si affollano nel ridotto del palco, premono da sotto per salire; per vedere o per farsi vedere? Le elezioni sono vicine, i posti pochi, la concorrenza sfrenata.
Nazional-popolare, come tutte le grandi manifestazioni di popolo con tanto di Fratelli d'Italia. Ma anche un ottimo Luis Bacalov, i Modena City Ramblers ma anche Shapiro che auspica per tutti «E' la pioggia che va/ e ritorna il sereno». Non basta però una rondine a far primavera, lo sanno i minatori sardi costretti anticipatamente alla pensione e arrivati al Circo Massimo utilizzando tutti i mezzi di locomozione, automobile, treno, pullman, nave. E gambe. Lo sanno le maestre e i professori precari «da sempre, e se seguita così per sempre». La strada per la liberazione è lunga, piena di buche e impreviste curve a gomito che come nel gioco dell'oca ti riportano al punto di partenza. A Berlusconi. A una sinistra che questa marea va cercando, che sarebbe anche disposta a ricostruire.
E' difficile non pensare al 23 marzo 2002, un altro Circo Massimo, un'altra speranza, un altro segretario della Cgil. Quando Sergio Cofferati entra nel corteo dell'Ostiense, dalle parti di piazza Albania, e abbraccia con calore Gugliemo Epifani, molti applaudono, qualcuno si irrigidisce, una voce velata - accento friulano e cadenza da cantiere navale - si rivolge al segretario di oggi della Cgil: «Guglielmo, non fare come lui». Ma il rumore degli altoparlanti sui furgoni è troppo forte, quella supplica velata la sentiamo in pochi.
Forse saranno un po' meno di sette anni fa i lavoratori di ogni tipo, gli studenti, i disoccupati, i pensionati; non saranno tre milioni (2 milioni e 700 mila per gli organizzatori, mentre stime provocatorie di regime parlano di 200 mila, o di «una scampagnata», o di «uno sciopero contro la pioggia») ma sono pur sempre una marea. E i tempi, in sette anni, sono cambiati e non in meglio. Il 23 marzo del 2002 in tanti avevano visto nella Cgil e nel suo segretario trascinatore un futuro possibile per la sinistra italiana, acciaccata anche allora nonostante i forti movimenti contro la guerra e il liberismo. Poi le cose andarono come andarano. Oggi tutti si sono fatti più prudenti, i sentimenti sono importanti e le passioni non vanno sciupate. Ma «da qui si può ripartire», si dice, e ci dice, l'operaio marchigiano di padron Merloni che per prendere i soldi da due stati vuole chiudere la Indesit a Torino e portare il lavoro in Polonia. A Roma, questo tipo di Fabriano è venuto per difendere il suo lavoro e la sua dignità. Come aveva fatto il 23 febbraio quando in piazza, ad aprire la pista per una ripresa del movimento sindacale generale erano stati i metalmeccanici della Fiom e i lavoratori pubblici della Fp. In tanti, ieri, hanno ringraziato questi precursori della grande giornata di lotta della Cgil. Che «deve reggere, non farsi spaventare dal fatto che Cisl e Uil si sono imbarcati sul carro dei vincitori». Lo dice un postino di Rovigo, ma sono in tanti a essernr convinti. Buon 5 aprile a tutti.
Mercoledì il Tirreno ha dato ampio spazio al cosiddetto "piano casa" intervistando amministratori e politici, che spesso hanno mostrato molto interesse al piano riformulato dopo la concertazione "stato-regioni".
Sembrava si fosse avviata una competizione a chi faceva prima a dare corso ad una cosa che ancora non c’è.
Fermo restando che la competenza legislativa in materia di urbanistica è regionale e che a mio parere non è neppure legittimo ipotizzare che se entro novanta giorni le regioni non legiferano si possa addivenire ad una sorta di commissariamento governativo di queste, è certo che il piano casa non c’è e si ipotizza un incentivo immobiliare per sperare in una ripresa nel settore dell’edilizia nel campo degli interventi di piccola dimensione.
Il governo farebbe bene a trovare risorse per l’edilizia economica e popolare, edilizia per l’affitto e edilizia convenzionata, i tanto vituperati Peep che rimangono però quanto di più avanzato e riformista abbia prodotto la cultura urbanistica italiana a partire dal 1962, magari scartando le ultime esperienze in termini temporali, che spesso sono apparse come lottizzazioni private mascherate e non sempre di buona qualità urbanistica (la Rosa tanto per rimanere a Livorno è meglio della Leccia e della Scopaia, e la Leccia è meglio anche di qualche quartiere in costruzione).
Il dibattito di questi giorni lascia l’amaro in bocca perché è apparso molto superficiale, slegato da una valutazione del reale stato delle nostre città, delle esperienze urbanistiche dell’ultimo decennio che sostanzialmente hanno premiato la rendita. Eppure è evidente che senza una nuova stagione urbanistica fatta di recupero e ristrutturazione - compresa la demolizione e ricostruzione di vaste aree edificate, di rinuncia all’espansione e direi anche di contrazione della rete delle urbanizzazioni, che è vero vengono realizzate a scomputo oneri, ma poi debbono essere mantenute da tutta la collettività, si finirà solo per rischiare il crack ambientale.
Infine mi sia permessa una annotazione personale, il piano casa, o meglio l’ampliamento - densificazione dell’esistente, senza enfasi si fa e da molto nei piani regolatori più saggi, perché non si urbanizzano nuove aree, si può godere spesso della vicinanza di servizi urbani o commerciali già esistenti, si pagano oneri di urbanizzazione che non vengono scomputati e possono essere realmente finalizzati ad investimenti aggiuntivi di qualità alla città esistente.
Non c’è necessità di andare lontano per trovare esempi validi: si può ricordare il Prg - Insolera di Livorno con le zone B13, dove era appunto possibile rialzare edifici esistenti mono o bifamiliari e realizzare nuove unità immobiliari,oppure recentemente il Regolamento Urbanistico di Portoferraio, secondo logica urbanistica in alcune aree ove era possibile, contabilizzando gli incrementi per non sforare i limiti di edificabilità imposti dal piano strutturale, anzi stabilendo di consumare in un quinquennio neppure il 50% delle potenzialità edificatorie dello stesso Piano Strutturale.
Cioè seriamente si può fare molto, il resto appare scorciatoia di una politica ridotta a spot destinato a durare poco nel tempo.
Ma tant’è perché di città e di urbanistica si parla sempre molto per polemica, poco con impegno, cognizione di causa, disponibilità di spazio e culturale al confronto.
Ai turisti scesi in Italia per Pasqua dite pure: “Guardateli bene questi paesaggi perché fra qualche anno non saranno più così belli”. Il disegno di legge e/o il decreto legge che Berlusconi sottoporrà domani alle Regioni e giovedì al Consiglio dei ministri preparano una “Pasqua di sangue” per il Belpaese. Già col gonfiamento di un 20 % delle cubature di Villettopoli il suo imbruttimento è garantito. Tuttavia il peggio arriva adesso.
Lo schema di decreto legge (che in parte potrà divenire disegno di legge in forza dell’allarme lanciato dal presidente Napolitano) prevede infatti che “senza alcun titolo abilitativo”, cioè senza licenza e neppure denuncia di inizio attività, si potranno realizzare: lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, movimenti di terra in zone agricole o silvo-pastorali, depositi temporanei “di merci e materiali a cielo aperto, ad esclusione dei rifiuti” (ma chi controllerà?), mutamenti di destinazione d’uso “attuati senza esecuzione di opere edilizie” (ma chi vigilerà?). Un’autostrada per i capitali sporchi e per il racket. Diventa generale il criterio, sciagurato, della compensazione di diritti edificatorii, un grimaldello che scassa anche il miglior piano urbanistico.
I colpi più micidiali Berlusconi li infligge – era prevedibile- alle Soprintendenze e ai loro poteri tecnici. Se un’opera è “sottoposta anche ad autorizzazione paesaggistica, il soprintendente si esprime in sede di conferenza dei servizi, in via definitiva”. Cioè senza riflettere, né verificare. La sua eventuale assenza equivale ad un “sì”. Ma pure su progetti riguardanti immobili già soggetti a vincolo paesaggistico (compresi i parchi o i siti archeologici?) il parere delle Soprintendenze non è più vincolante e dev’essere espresso in soli 60 giorni. Gli autori di questo testo sanno bene che la cronica carenza di personale carica già oggi ogni tecnico delle Soprintendenze di svariate pratiche al giorno, figuriamoci dopo i tagli ai fondi. Quindi, il diktat dei 60 giorni equivale ad un silenzio/assenso. Se, con sforzi enormi, i tecnici riusciranno a fornire un parere, “ove sia negativo, l’Amministrazione può procedere ugualmente al rilascio bela (sic!) autorizzazione motivando specificamente sul dissenso”. Italiano a parte, una beffa atroce. Il nostro interesse generale ad avere paesaggi belli o addirittura splendidi sin qui era tutelato. Da domani non lo sarà più. In nome del rilancio “comunque” dell’edilizia, in nome di mille e mille interessi delle corporazioni o, peggio, dei clan.
Nelle aree a bassa sismicità – Alpi e Sardegna - non ci vorrà autorizzazione specifica. In quelle ad alta e media sismicità (quasi tutte) l’autorizzazione preventiva dovrà essere rilasciata entro 60 giorni. Non ci vorrà però se le Regioni hanno previsto “con legge modalità di controllo successivo anche a campione”. Da rabbrividire. Come per la Valutazione Ambientale Strategica esclusa per gli strumenti di attuazione dei piani urbanistici. In poche pagine si spazzano via norme e regole in vigore da un secolo, anche sotto il fascismo. Siamo alla barbarie. Per giunta suicida.
MILANO — La data di apertura al traffico, 2015, la fa da protagonista all’ultimo piano del grattacielo Pirelli, impressa in verde sul cartellone che è il piatto forte della scenografia di presentazione: viene alla ribalta il progetto definitivo della Pedemontana — 87 chilometri tra autostrada e tangenziali «rispettose dell’ambiente» da Cassano Magnago a Brembate at traverso 5 province e 85 comuni — la «strada per la città infinita» che aprirà i suoi primi cantieri entro il marzo 2010 per il tratto Cassano-Lomazzo. Della Pedemontana si parla dagli Anni Sessanta: e infatti, nel 1984, ilCorriereannunciava che «il collega mento Varese-Como-Bergamo,uno dei vecchi sogni del la viabilità lombarda, finalmente è risolto». Allora 750 miliardi di lire rappresenta vano l’80% dei finanziamenti, ora la spesa sarà di 4,7 miliardi di euro, suddivisi tra il progetto di finanziamenti privati in cambio di concessioni (3,5 miliardi) e fondi pubblici.
Nel salotto buono del Pirellone, per la festa alla sospirata autostrada (che, tra le opere di mitigazione prevede 90 chilometri di percorso ciclabile e pedonale dalla provincia di Varese a quella di Bergamo) si sono riuniti tutti i protagonisti dei capitoli più recenti della storia di questo progetto: il presidente della Regione Roberto Formigoni,l'assessore alle Infrastrutture Raffaele Cattaneo, il presi dente della Commissione Lavori pubblici del Senato Luigi Grillo, i presidenti delle Province di Milano, Filippo Penati, e di Como, Leonardo Carioni, e il presidente di Pedemontana, Fabio Terragni, oltre ai progettisti che hannolavorato a tempo di record (dal giugno al dicembre 2008) ai 15.700 elaborati del la versione definitiva.
Otto-nove mila posti di lavoro per cinque anni («sarà il più grande cantiere italiano anche rispetto alle opere destinate all’Expo» ha detto Fabio Terragni, presidente diPedemontana Lombarda spa); 62 mila veicoli al giorno in viaggio più veloci («abbiamo evitato che in Lombardia nei prossimi anni si arri vi al traffico marmellata, risparmiando 45 milioni di ore all’anno altrimenti passa te in coda, e diminuendo di oltre 380 mila Kg/anno il carico di inquinanti» ha sottolineato Formigoni) sono alcuni dei numeri della Pedemontana. A far accelerare il pro getto due elementi: l’accordo di programma, con «centinaia di incontri» per il confronto fra gli enti coinvolti, e la nascita della Cal — Concessioni Autostradali Lombarde —, società mista Anas-Regione «che ha accorciato gli iter procedurali». «Un metodo fondamentale per il nuovo sistema viabilistico lombardo fondato principalmente sul le tre grandi opere Brebemi, Tem e Pedemontana. E tutte e tre saranno pronte per il 2014» ha assicurato Formigoni.
Postilla
Significativo, che l’annuncio dell’apertura dei cantieri della Pedemontana avvenga parallelamente alla dismissione del Piano Territoriale della Provincia di Milano, ovvero di uno dei rari e ultimi tentativi di opposizione al modello di crescita/sprawl lombardo. Di cui queste autostrade (con buona pace delle pur ottime opere di mitigazione studiate da Arturo Lanzani e Antonio Longo) sono la struttura portante, nel classico e sperimentato modello internazionale che attraverso le grandi arterie si alimenta, riproduce ed estende. Pur nelle limitate possibilità concesse dalla legislazione lombarda alla pianificazione di area vasta, a tutto “vantaggio” delle scelte comunali, il PTP milanese tentava, se non altro, di arginare gli effetti più deleteri dell’insediamento diffuso “auto-oriented” , imponendo proprio nelle aree di interposizione fra la fascia pedemontana interessata dall’autostrada e il nucleo urbanizzato centrale compatto attorno al capoluogo, un minimo di reti aperte ed ecologiche. La trasversalità dell’entusiasmo incondizionato (almeno come raccontata dalla stampa) alla Grande Opera, conferma la rinuncia anche da parte del centrosinistra ad elaborare orientamenti diversi in materia di ambiente e territorio. Sperando in qualche smentita. (f.b.)
Man mano che s’estende e s’aggrava, la crisi economica che traversiamo somiglia sempre più all’esperienza che l’uomo fa della guerra. È violenta, e suscita nel popolo violenza, ira. Chiude le porte dell’avvenire, troncando non solo le vite ma i progetti, le aspettative che oltrepassano l’immediato presente. Le sue due prime vittime sono il tempo lungo e la verità. Al pari dei generali, i governanti tendono a esecrare le cattive notizie che gli organismi internazionali diffondono ogni ora sulla ricchezza delle nazioni che scema, sulla disoccupazione che cresce. Le brutte notizie pubblicizzano i mali, aprono finestre che sarebbe preferibile tener chiuse, permettono alle lingue di sciogliersi, di sfatare menzogne dette per decenni sulle intrinseche virtù del mercato.
Nella sete di verità e nella sua divulgazione non si vede che disfattismo, questa passione triste che tenta il soldato in trincea. In parte per pigrizia, in parte per vigliaccheria, i governanti sembrano quasi voler curare il male con i mali che l’hanno scatenato: con l’illusionismo, con il nascondimento dei rischi, con il pensare-positivo che ignora i pericoli, con l’escamotage. Non con l’analisi psicologica ma con il coaching, l’incoraggiamento sbrigativo che ti riconforta scansando non tanto il pessimismo, ma il realismo. Non con lo sguardo proiettato sul domani, ma con l’istante che l’abolisce. Quel che diceva Samuel Johnson della guerra, in un articolo del 1758, s’adatta all’oggi in maniera impressionante: "Fra le calamità della guerra andrebbe annoverata la diminuzione dell’amore della verità, ottenuta tramite le falsità che l’interesse detta e che la credulità incoraggia".
Il gruppo dei 20 Paesi riunitosi giovedì a Londra s’è sforzato di uscire dalle pigrizie, e anche di far luce su quel che tanti vorrebbero oscurare: ad esempio su alcuni paradisi fiscali, o sui conti bancari segreti. Ma il fastidio che la verità incute nei governanti resta intenso, specie in Europa. Sarkozy ha perso la pazienza qualche giorno fa, irritato dalle cifre pessimiste che circolano a Bruxelles. E il fastidio è forte nel governo italiano. L’Italia è più impreparata alla crisi di quanto il potere voglia far credere, ma il capo del governo è aggrappato al pensare-positivo come ci si aggrappa a una droga. Il contrario del pensare-positivo non è per lui altro che pensare-negativo: non è verità, necessità. Le colpe sono sempre di altri, e in particolare degli organismi internazionali che sfornano ogni giorno cifre più allarmiste: l’Ocse è invitata a "star zitta", i commissari europei "a lavorare piuttosto che far prediche ai governi" e "disturbarne" il lavoro. Così facendo Berlusconi ammette il disastro: chiede di non renderlo pubblico. Eppure la verità è rimedio essenziale, e chi comincia a dirla già compie metà del cammino, già si esercita a veder più lontano e più chiaro.
Solo se si conosce l’ampiezza del male e la sua natura, solo se si discerne l'enorme mutazione che sta avvenendo e se si guardano in faccia le violenze e i conflitti sociali che s'accompagneranno alla mutazione, si può pensare di uscire dal disastro non distrutti. La verità è un’etica e al tempo stesso un farmaco contro il pensare positivo o negativo: nelle tragedie, è il punto in cui l’eroe accecato o colpevole si trasforma grazie alla peripezia, al rovesciamento di cose che parevano avere un senso e d’un tratto ne hanno un altro. La medicina della verità, Kant la chiama pubblicità: che non è réclame ma è il dibattito fra opinioni diverse reso pubblico, la rinuncia del potere alla segretezza dispotica, le istituzioni comuni che prima ancora d'esser democratiche si fanno repubblicane, appartenenti alla sfera pubblica.
Il rischiaramento dei Lumi e il sapere aude! (osa sapere!) che Kant invoca permettono all’uomo di diventare cittadino e alle nazioni di divenire cosmopolite: l’uno e le altre non più responsabili solo verso se stessi. Non so cosa pensi Sergio Marchionne del grande crollo ma non è del tutto improbabile che la sua visione del futuro sia scabrosa, non ottimista: che veda un domani dove l’auto sarà un peso, costoso e dannoso per il pianeta. Che proprio questa visione l’abbia spinto a innovare radicalmente e conquistare l’America. La mutazione del mondo è la cosa più difficile da vedere, governare. È difficile per l’America, che fatica a smettere l’egemonia. Ma non è meno difficile per gli europei, che alla trasformazione rispondono concentrandosi su singoli duelli con Obama, e chiedendo che l’America ripari il riparabile visto che è stata lei a sfasciare.
L’ascesa di nuove potenze come Cina e India è un’ulteriore verità che disturba il loro sonno dogmatico, e il mal dissimulato desiderio di ricominciare la storia di ieri: una storia in cui l’Unione europea brilla forse per intelligenza, ma non per capacità di guida e responsabilità mondiale. Quando Berlusconi dice che il vertice veramente importante sarà quello degli Otto Grandi alla Maddalena, quando i governanti europei parlano della crisi come di una burrasca passeggera, la presa di coscienza è rinviata e il rovesciamento tragico lontano. La verità di cui si teme il disvelamento è che la piccola élite del G8 è sorpassata, non è neanche più élite. Le idee nuove sulla crisi sono venute non dall’Europa o dall’America ma dalla Cina, che con realismo vede il declino del dollaro e con questa visione attrae un numero crescente di Paesi: non solo il governo russo che per primo ha denunciato il pericolo del dollaro-moneta di riserva mondiale ma anche Indonesia, Filippine, Malaysia, Argentina, Venezuela.
La Cina non solo è più inventiva: il racconto che fa del mondo - lo spiega bene lo storico Paul Kennedy sull’Herald Tribune del 2 aprile - fotografa il reale e le necessità del domani con fedeltà difficilmente confutabile. Il racconto veritiero sul mondo che abitiamo - il filosofo Paul Ricoeur lo chiama la "narrativa" - è da tempo usato nelle terapie dei tossicodipendenti, per la ricostituzione di identità frantumate. È utile anche per la tossicodipendenza delle nostre società e dei loro governanti: aiuta a comprendere meglio le rivolte che si estendono, la questione sociale che si risveglia, Marx che secondo Paul Kennedy rinasce. È futile parlare di piagnoni o fannulloni: i tumulti di questi giorni a Londra e Strasburgo, ma ancor più i sequestri di manager o l’ira contro i ricchi che si moltiplicano in Francia, sono segni ominosi. Alle rivolte partecipano sempre più lavoratori - scrive il sociologo Carlo Trigilia che le analizza con lucidità - e a esse occorre replicare riconoscendo gli effetti sociali della crisi e dando ai minacciati più giustizia e protezione (Sole- 24 Ore, 2 aprile).
Anche Obama ha parlato di violenza, vedendola come fenomeno della società-mondo, e sembra desideroso di opporre un suo racconto della crisi al racconto ostile che va gonfiandosi. Ha cominciato col descrivere il proprio Paese, denunciando la fede nel mercato che per anni l’ha cattivato e annunciando che l’America di domani non sarà più il Paese che era: "Voracemente consumatore", drogato dall’indebitamento, incapace di risparmiare. Un mercato ideale per tanti.
In un saggio scritto nel 1926 su Montesquieu, Paul Valéry racconta la Francia prima della rivoluzione e narra un Paese arguto ma smarrito: "Senza che nulla di visibile sia mutato (nelle istituzioni dell’epoca), esse non hanno più altro che la bella presenza. Il loro avvenire si è segretamente esaurito. Il corpo sociale perde dolcemente il domani. È l’ora del godimento e del consumo generalizzato". È un Settecento adorabile e tuttavia viziato, senza futuro. Non diverso da quello dipinto da Samuel Johnson: affetto da credulità, interesse miope, disamore della verità. Un mondo che precede le guerre, le rivoluzioni, e se tutto va bene le grandi trasformazioni.