Allarme cemento nel Parco Sud
di Ilaria Carra
L’asfalto di superstrade che tagliano in due il parco e la minaccia del cemento dove c’era un campo. Dieci ettari di aree agricole lombarde mangiati ogni giorno, secondo uno studio del Politecnico, e diventate strade o edifici. Con il Parco Sud che non fa eccezione: a ogni tramonto perde 0,35 ettari di campi e paesaggi, con mille ettari di terreni sottratti negli ultimi anni. A difendere il ruolo insostituibile dell’agricoltura dall’avanzata del cemento al Parco Sud scende in campo il Fai, il Fondo ambiente italiano, che in un incontro a Villa Necchi approfitta della scadenza di mandato dell’Ente parco per fare un bilancio sulla gestione e attaccare le minacce di asfalto, in particolare della superstrada voluta da Anas e Regione tra la tangenziale ovest e Malpensa, e cemento nei 47mila ettari totali a sud di Milano, di cui oltre quattromila comunali. «Un anno fa il sindaco Letizia Moratti disse che l’Expo era votato all’agro-alimentare - ricorda il presidente del Fai, Giulia Maria Mozzoni Crespi - ma nessuno parla più di parco agricolo, che oggi è abbandonato: Ligresti ha acquistato molte cascine, per questo i produttori sono scoraggiati e hanno smesso di investire nel loro lavoro, spaventati dalla prospettiva di espansione di molti "cementieri"». Sensibile al consumo di suolo anche Diana Bracco: «Sono una sostenitrice del Parco Sud», ha detto il presidente della società che gestirà l’Expo, prima di specificare però la necessità di coniugare progresso e ambiente: «Il nostro territorio necessita con urgenza di un adeguamento infrastrutturale. Opere come la tangenziale est esterna e il prolungamento della Boffalora-Malpensa sono essenziali». Propositi di conciliabilità «bizzarri e incondivisibili», per il consigliere dei Verdi al Pirellone, Carlo Monguzzi, che attacca: «La Regione non pone alcun freno a strumenti deleteri come i programmi integrati d’intervento». A Diana Bracco ribatte anche Carlo Franciosi, presidente della Coldiretti di Milano e Lodi: «Non servono collegamenti nuovi ma allargare e mettere in sicurezza quelli esistenti». Convinta che solo la città metropolitana possa assicurare una governance adeguata, e contraria alla superstrada, il presidente in scadenza del parco Sud (l’unico gestito dalla Provincia), Bruna Brembilla: «Fino a cinque anni fa il parco era un "ferro vecchio" mentre oggi è oggetto di dibattiti ma occorre garantire un reddito agli agricoltori». All’appello del Fai si uniscono anche gli accademici: «I dati che abbiamo finora arrivano al 2007 - precisa Paolo Pileri docente di Architettura e pianificazione del Politecnico - ma dagli studi non ci sembra che le cose stiano migliorando». In più la beffa: «I dati dimostrano che il quattro per cento di aree agricole urbanizzate in nove anni, fino al 2007 - avverte Stefano Bocchi di Agraria - ha la classe di fertilità più elevata».
I predatori del suolo pericolo per il futuro
di Luca Mercalli
Milano ha dimenticato in fretta che per diventare cosa è diventata, deve dir grazie alla più fertile e ubertosa campagna del mondo, che nei secoli l’ha nutrita di cereali, ortaglie e foraggi, da cui un allevamento e un’industria casearia d’eccellenza. La ricchezza industriale è arrivata dopo, quando i trasporti a lunga gittata hanno portato gli alimenti da lontano, da dove il prezzo era più conveniente. E così la città ha voltato la schiena alla sua campagna, alla quale era unita in equilibrata simbiosi, anzi, come una grande metastasi si è avventata sul suolo e l’ha rapidamente trasformato in autostrade, ferrovie, centri logistici e commerciali, abitazioni. Ora il problema sta nella mancanza di visioni a lungo termine e di senso della misura.
Nel dopoguerra le infrastrutture ci volevano e certo hanno reso più facile la nostra vita, ma la mancanza di coscienza dei limiti fisici del territorio, rende oggi la continua predazione di una risorsa non rinnovabile come il suolo, insostenibile. È un classico problema del tipo "tragedia dei beni comuni" un meccanismo di abuso di un capitale naturale descritto dal biologo americano Garrett Hardin una quarantina d’anni fa: per massimizzare il profitto individuale tutti depredano il bene fino al suo collasso, per garantirne il mantenimento a lungo termine ci vuole un meccanismo collettivo di regolazione che dovrebbe essere svolto dalla politica. Ma se la politica asseconda chi sulla risorsa fa affari, camuffati da servizi al cittadino, allora la tragedia è assicurata. Spesso si sente dire che le opere vanno fatte, certo rispettando criteri ecologici, ma vanno fatte comunque perché utili. Ebbene, nel caso del suolo, questo è solo un esercizio lessicale, in quanto lo spazio è fisicamente determinato, ci è dato una sola volta e per sempre, e la popolazione già eccede la "capacità di carico" del territorio.
Quindi l’unica soluzione è fermarsi, quantificare con cura quanto suolo resta, verificare se sufficiente a darci da mangiare oggi e domani, nonché svolgere le altre indispensabili funzioni biogeochimiche (depurazione acque, degradazione rifiuti organici, assorbimento e stoccaggio di anidride carbonica) e ludiche, e solo alla fine di un delicato processo conoscitivo e sociale, decidere di sacrificarne oculatamente ancora pochissimi lembi. Ci stiamo dimenticando che il suolo è più utile di qualsivoglia grande opera, in quanto unico sistema complesso in grado di darci da mangiare. Chi sbaglia oggi cementificandolo per un pugno di euro condanna a subire il proprio errore le generazioni dei prossimi millenni.
OLBIA. Accusato di fare leggi su misura per Berlusconi, Niccolò Ghedini si sta ora occupando delle forme della Sardegna. Quanti chilometri di costa, quanti metri cubi edificati ed edificabili. L'avvocato numero 1 del premier ha una missione: applicare il piano casa, a cominciare dall'isola. Con un impegno: «Niente cemento nei 300 metri dal mare». E così, alla Certosa, ha convocato Cappellacci e Asunis.
Il summit segreto si è tenuto venerdì scorso. Berlusconi non c'era: era impegnato a Roma, a palazzo Grazioli, con le nomine per la Rai e, poi, è volato in Abruzzo. Il delicato compito di far partire il piano casa senza intoppi, né giuridici né politici, l'ha affidato a lui, Niccolò Ghedini, uno che solitamente lo tira fuori da altri guai: quelli giudiziari. L'avvocato di Padova (e deputato del Pdl) ha ampia autonomia, per via della sua competenza. Sicché ha chiamato a Porto Rotondo sia il presidente della Regione che l'assessore all'Urbanistica. A Cappellacci e Asunis, Ghedini ha spiegato come stanno le cose. «Il piano è pronto, dopo l'intesa alla conferenza Stato-Regioni. Ora il consiglio dei ministri lo approverà, dopodiché la Sardegna, come tutte le altre regioni, avrà tre mesi di tempo per recepirlo». Questo è il ragionamento generale. Quello particolare, Ghedini l'ha fatto, secondo alcune fonti, molto direttamente: la prima Regione che dovrà applicarlo è la Sardegna.
Per Berlusconi, ovviamente, sarebbe un doppio colpo. Da una parte sbloccherebbe l'edilizia, e dunque l'economia, nel giro di pochi mesi. Dall'altra, lancerebbe un segnale chiarissimo: mantenendo fede a un impegno elettorale con i sardi, cambierebbe il piano paesaggistico fatto dall'odiato Soru e aiuterebbe i settori imprenditoriali a lui elettoralmente più vicini.
Cappellacci e Asunis hanno capito il messaggio, adesso dovranno tradurlo in un atto politico e amministrativo. Non a caso, due giorni fa a Cagliari, parlando a un convegno sull'edilizia, l'assessore all'Urbanistica ha detto che il «piano casa sarà pronto entro l'estate». In due mesi la Regione dovrà fare quello che Berlusconi desidera, dunque. Possibilmente, senza mal di pancia degli alleati. Toccherà a Cappellacci, come capo della maggioranza, evitare le polemiche. Con i numeri di cui dispone in consiglio regionale, non dovrebbe avere problemi. Quelli arriveranno dall'opposizione e dall'esterno, specialmente dalle associazioni ambientaliste che temono una colata di cemento sulle coste.
«Sì, ho incontrato Cappellacci e Asunis - conferma Ghedini alla Nuova -. Abbiamo avuto uno scambio di idee sul piano casa, che sto seguendo personalmente. Nessuna imposizione, nessuna volontà cementificatoria. Sia il governatore che l'assessore sono per il massimo rispetto dell'ambiente».
La domanda è: come si fa a costruire subito, se c'è il piano paesaggistico accusato di aver ingessato la Sardegna? Ghedini è abituato ai codici e a interpretarli sempre a proprio favore. «I vincoli permaranno ancora, nella fase di adeguamento - spiega l'avvocato-deputato -. Lo dico con chiarezza: la fascia dei 300 metri dal mare non si tocca, lì non si faranno ville. Ma, siccome l'obbiettivo è costruire case per le famiglie, troveremo una soluzione legislativa per sbloccare i cantieri immediatamente».
Chi racconta che l´arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull´onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti. . Manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle
A Castelvolturno, il 19 settembre 2008, dopo la strage a opera della camorra in cui vengono uccisi sei immigrati africani. Le vittime sono tutte giovanissime, il più anziano tra loro ha poco più di trent´anni, sale la rabbia e scoppia una rivolta davanti al luogo del massacro. La rivolta fa arrivare telecamere da ogni parte del mondo e le immagini che vengono trasmesse sono quelle di un intero popolo che ferma tutto per chiedere attenzione e giustizia. Nei sei mesi precedenti, la camorra aveva ucciso un numero impressionante di innocenti italiani. Ma nulla. Nessuna protesta. Nessuna rimostranza. Nessun italiano scende in strada. I pochi indignati, e tutti confinati sul piano locale, si sentono sempre più soli e senza forze. Ma questa solitudine finalmente si rompe quando, la mattina del 19, centinaia e centinaia di donne e uomini africani occupano le strade e gridano in faccia agli italiani la loro indignazione. Succedono incidenti. Il giorno dopo, gli africani, si faranno carico loro stessi di riparare ai danni provocati. L´obiettivo era attirare attenzione e dire: "Non osate mai più". Contro poche persone si può ogni tipo di violenza, ma contro un intera popolazione schierata, no.
E poi a Rosarno. In provincia di Reggio Calabria, uno dei tanti paesini del Sud Italia a economia prevalentemente agricola che sembrano marchiati da un sottosviluppo cronico e le cui cosche, in questo caso le ´ndrine, fatturano cifre paragonabili al Pil del paese. La cosca Pesce-Bellocco di Rosarno aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell´edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamento Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. L´egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due è in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri – anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi – si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 di dicembre, ovvero a due soli giorni dall´aggressione, il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della ´ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti. Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti, che in piazza disse: «Non ci piegheremo», riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno. E facendolo difendono la cittadinanza per tutti i calabresi, per tutti gli italiani.
Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l´Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all´estero. Oggi, come le indagini dell´Fbi e della Dea dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall´Ucraina dalla Bielorussia. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai.
Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell´eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana.
Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l´assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle "anime belle", come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi – insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo – è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d´Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L´Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in sé la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.
2009 by Roberto Saviano
Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency
I PROVVEDIMENTI
Con il decreto del luglio 2008 dedicato alla prima manovra economico finanziaria, il nuovo governo ha resuscitato le concessioni ai general contractors per le tratte non ancora avviate dell’alta velocità ferroviaria: Milano-Genova, Milano-Verona e Verona-Padova. Le concessioni, affidate a suo tempo senza alcuna procedura competitiva, erano state già revocate dai governi di centrosinistra nella XIII e XV legislatura e riportate alla luce dal centrodestra nella XIV legislatura.
In uno dei primissimi provvedimenti approvati dal governo (il Dl 59/2008) è stata inserita una disposizione che rinnova automaticamente e senza gare le convenzioni tra Anas e le concessionarie autostradali. In autunno, il ministro Tremonti ha avuto parole dure nei confronti dei concessionari autostradali, rei di non aver eseguito gli investimenti nei tempi previsti e aver nel frattempo intascato pedaggi giustificati proprio con la necessità di finanziare quegli investimenti. Da tanta severità è però emerso solo un rinvio degli aumenti tariffari in programma (ormai scattati) e una forma semplificata per gli adeguamenti tariffari futuri, con una nuova regola valida per 10 anni, e non più 5, che stravolge sostanzialmente il metodo del price cap. Tanto, per come lo si era applicato per i 10 anni precedenti…
Il cosiddetto “Collegato infrastrutture” al Dpef, sempre del luglio 2008, metteva bene in chiaro che il nuovo governo avrebbe puntato molto, almeno a parole, sulle grandi opere infrastrutturali. Viene rilanciato alla grande il ponte sullo Stretto di Messina. Altrettanto bene chiariva come del faraonico elenco di opere inserite nella Legge obiettivo del 2003 si era realizzato relativamente poco. Ma soprattutto si ammetteva come molte delle opere non avessero ancora trovato finanziamento, come il coinvolgimento dei privati fosse rimasto molto al di sotto di quanto a suo tempo sperato e come quindi assai più consistente avrebbe dovuto essere l’esborso di denaro pubblico in futuro. Al tempo stesso, si prevedeva un’ulteriore riduzione delle risorse destinate a investimenti pubblici (-11,5 per cento), al fine di risanare la finanza pubblica.
Il Dl 152 dell’11 settembre 2008 corregge, per la terza volta, il Codice dei contratti pubblici dando nuovo rilievo, per il project financing, alla gara “bifasica” con diritto di prelazione. Essa prevede che, nella prima fase, si competa sulla qualità del progetto e nella seconda sul prezzo. Il progetto del “promotore” che si è aggiudicato la prima fase viene posto a gara nella seconda, in cui, tuttavia il promotore stesso gode di un diritto di prelazione che gli attribuisce uno straordinario vantaggio e quindi può scoraggiare la partecipazione alla seconda fase della gara. Dato che è nella seconda fase che si fa il prezzo sarebbe proprio qui che si vorrebbe una partecipazione ampia e, dunque, una concorrenza accanita.
Con l’inasprirsi della crisi economica, alle grandi opere vengono attribuite taumaturgiche virtù anticongiunturali e si annuncia un massiccio finanziamento. Il primo “rifinanziamento” della Legge obiettivo, con il decreto anticrisi, è però modesto: 2,3 miliardi. Il 6 marzo 2009, finalmente, il Cipe stanzia altri fondi, peraltro ancora una volta in misura cospicua prelevati dal Fondo aree sottoutilizzate (Fas). Tale fondo ha un vincolo di destinazione: l’85 per cento al Sud e il 15 per cento al Centro-Nord. In gran parte sono fondi necessari a completare opere già cantierate da tempo e sulla via di battere nuovi record in materia di lentezza della realizzazione. 1,3 miliardi sono destinati al ponte sullo Stretto, mentre si ammette che l’opera non potrà essere avviata prima di 12-18 mesi. Le risorse destinate all’edilizia scolastica – che negli ultimi anni non solo ha mostrato le crepe ma ha fatto dei morti – sono briciole.
GLI EFFETTI
Non è semplice valutare gli effetti macroeconomici immediati delle misure adottate. È certo però che gli annunci, da soli, hanno scarsi effetti e i fondi “freschi” stanziati, e non semplicemente spostati da qualche altra destinazione, sono di dimensione assai ridotta. Sul piano metodologico, va rilevato che, ancora una volta, il Cipe, per approvare un maggior numero di progetti, ricorre allo stratagemma del “finanziamento parziale”, che permette forse di aprire più cantieri, ma non di completare le opere fino alla loro piena funzionalità. Come ha rilevato la Corte dei conti nel 2007, questa abitudine ha spinto alla frammentazione di progetti per lotti, spesso assai poco “funzionali”, al fine di massimizzare la probabilità di ottenere fondi dal Cipe, pregiudicando però la programmazione generale e finendo per accrescere i costi delle opere complessive, oltre che per allungarne i tempi di realizzazione.
Il governo ha inserito all’articolo 20 del decreto anticrisi norme per velocizzare le procedure esecutive dei progetti del quadro strategico nazionale e per modificare il relativo regime di contenzioso amministrativo. Non è ancora dato di sapere se tali misure abbiano già avuto qualche effetto positivo e, naturalmente, se l’avranno in futuro. Resta tuttavia il dubbio che tale “velocizzazione” non riesca a incidere sui lunghissimi tempi per la progettazione, le conferenze dei servizi, ecc. che caratterizzano la gestazione delle grandi opere italiane.
Il giudizio sul ripristino dei vecchi contratti per l’alta velocità lo affidiamo alle parole pronunciate da Mauro Moretti, amministratore delegato di Fs, nel corso di un’audizione al Senato della Repubblica, in cui cercava di spiegare il fatto che un chilometro di Av in Italia costa circa il triplo che in Francia. “I contratti sottoscritti in Italia per la realizzazione della direttrice To-Mi-Na fanno riferimento alla convenzione Tav-Gc del 1991, che prevede la negoziazione diretta tra committente e general contractor nell’ambito di un affidamento sostanzialmente già effettuato. In tale caso, la congruità del prezzo che viene esperita prima dell’affidamento dal soggetto tecnico che supporta la committenza deve necessariamente tenere conto, oltre che dei costi di costruzione diretti, anche degli oneri organizzativi e finanziari, degli attrezzaggi e delle prestazioni previsti dall’affidatario in termini ed entità difficilmente contestabili. In un affidamento mediante gara, invece, tali oneri incidono generalmente di meno, poiché gli stessi concorrenti, per poter aggiudicarsi l’affidamento,operano nel proprio ambito imprenditoriale specifiche ottimizzazioni organizzative e gestionali, tenendo conto di capacità, risorse, attrezzature già di loro proprietà, sinergie operative ed economiche realizzabili nell’esecuzione delle opere. Il ricorso ad una gara ad evidenza pubblica avrebbe sicuramente comportato una riduzione dell’ordine del 14 ÷ 20 per cento”.
Infine, dai provvedimenti presi, la concorrenza non emerge come una delle principali preoccupazioni dell’esecutivo e anzi sembra essere vista, col plauso del quotidiano della Confindustria, come un ostacolo al “fare”. Chi cerca di difenderla è additato come un paladino del “non fare”. Eppure è ampiamente riconosciuto che la concorrenza costituisce un potente antidoto alla corruzione, che è notoriamente molto diffusa, e non solo in Italia, proprio nel settore dei lavori pubblici: l’evidenza empirica sul punto è ampia e univoca. Ed è altrettanto noto che la corruzione è non solo nemica del fare, ma anche nemica del fare bene e a costi ragionevoli.
L'anniversario dell'uccisione di Aldo Moro è diventata da qualche anno "Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi", ma solo quest'anno, con l'impostazione che a essa ha voluto dare Giorgio Napolitano, è riuscita a divenire qualcosa di più che momento di retorica celebrativa, sia pure doverosa e sofferta.
La presenza contemporanea delle vedove di Calabresi e di Pinelli era di per sé gesto simbolico in direzione di un superamento di rancori e contrapposizioni, e in questo senso spingeva anche la lettera dei figli di Walter Tobagi. Ma è stata l'assunzione a pieno titolo della memoria di Pinelli tra le vittime del terrorismo che ha segnato una svolta, storica e storiografica, nell'interpretazione di quella fase drammatica della nostra storia.
"Innocente che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un'improvvisa, assurda fine", Pinelli era sempre rimasto presente nella coscienza dell'Italia civile, ma era il silenzio istituzionale che colpiva e pesava di fronte alla sua vicenda. Quella ferita è stata rimarginata dal presidente della Repubblica, che nel suo discorso ha sottolineato, in tono commosso, la necessità di "ridare e riaffermare l'onore di Pinelli", e di "rompere il silenzio" sulla sua figura. "Qui non si riapre o si rimette in questione un processo, ma si compie un gesto politico e istituzionale. Si rompe il silenzio su una ferita non separabile da quella dei 17 che persero la vita a piazza Fontana".
Quel silenzio ha pesato, e ha impedito finora che Pinelli e Calabresi venissero ricordati come vittime entrambi di una scia di sangue innescata dall'attentato di Piazza Fontana, che inaugurò un decennio torbido e sanguinoso, su cui si attende invano chiarezza completa e piena comprensione storica.
Il capo dello Stato ha sottolineato come "ricordare la strage di Piazza Fontana e con essa l'avvio di una oscura strategia della tensione significa ricordare una lunga e tormentatissima vicenda da cui non si è riusciti a far scaturire un'esauriente verità giudiziaria". "È parte dolorosa della storia italiana delle seconda metà del '900 - ha ricordato Napolitano - anche quanto è rimasto incompiuto nel cammino della verità e delle giustizia. Il nostro Stato democratico porta su di sé questo peso".
È un peso tuttora molto grave, sul piano giudiziario come su quello della memoria e della storia, e il piccolo ma importante gesto istituzionale di oggi può contribuire a riportare all'attenzione degli italiani la parte più oscura della loro storia recente, ancora avvolta dalla nebbia dell'oblio e non rischiarata da certezze tanto proclamate con clamore quanto inconsistenti sul piano dell'intelligenza degli avvenimenti.
Delle molte questioni su cui voteremo a giugno ce n’è una, continuamente citata, di cui non si parla praticamente mai: l’Europa e il suo Parlamento. Al massimo si dice che le urne non vanno disertate, che certi candidati sono incompetenti. Ma cosa significhi il voto che avverrà in 27 Paesi dell’Unione, cosa sia l’Europa in questo momento di crisi e mutazione: nulla se ne sa e quel che regna è silenzio o nascondimento, escamotage. L’italiano sa qualcosa sulle amministrative, qualcosa sul referendum, ma dell’Europa visto che non se ne parla non sa che idea farsene. Per il singolo resta una realtà un po’ astratta, che non gli appartiene veramente. Se l’affluenza sarà bassa sentiremo dire che l’Unione "è lontana dai cittadini", di nuovo.
Invece l’Europa ci è enormemente vicina, è la metà almeno della nostra esistenza. Già da decenni ha trasformato la nostra cittadinanza, che non è più una soltanto. Ogni italiano è al contempo cittadino europeo, e se ancora non pensa europeo già vive come tale.
Abbiamo una sola moneta, son cadute le frontiere interne all’Unione, e anche il diritto è comune in tante cose: più della metà delle decisioni che determinano la nostra vita quotidiana non sono prese nello spazio nazionale, ma in quello europeo.
Lo studioso Ulrich Beck scrive: "Nelle società etichettate come "nazionali" non c’è più un solo angolo libero dall’Europa" (Lo sguardo cosmopolita, Carocci 2005). Di fatto siamo già cittadini con varie identità, non per ideologia ma perché ci muoviamo in una doppia o tripla realtà (nazionale e cosmopolitica-europea).
Viviamo europeo schivando il pensare europeo, tuttavia. Di questa grande menzogna (che Beck chiama nazionalismo metodologico) sono responsabili le classi dirigenti di ogni Paese membro. La realtà che viviamo la eludono non solo i governi ma sindacati, imprenditori, intellettuali, giornalisti. Tutti costoro distinguono l’interesse nazionale dall’europeo, come se l’Europa non fosse, oggi, il luogo dove viene massimizzato sia l’interesse vero delle nazioni, sia quello del singolo cittadino che ha bisogno d'esser tutelato in ambedue le sfere pubbliche. Che in ambedue i casi ha bisogno di interlocutori forti, dunque di avere anche in Europa un governo funzionante: imputabile, censurabile come in patria.
Le sfere pubbliche cui apparteniamo sono ormai multiple: comunali, nazionali, europee, mondiali. Si può ignorarlo - proprio in questi giorni il governo l’ha ignorato, respingendo 227 migranti in mare senza dar loro la possibilità (prescritta dalla Convenzione di Ginevra) di chiedere asilo, ma l’ignoranza è scusa debole e spesso pretestuosa.
La menzogna nazionalista non cade dal cielo: nasce accampando ragioni poco nobili che pretendono d’esser realistiche pur non essendolo affatto. Qui è l’escamotage, la realtà fatta sparire cambiando le carte in tavola: il trucco serve a fingere una sovranità nazionale assoluta, a nascondere il fatto che essa è parzialmente delegata ormai a una nuova res publica, parallela alla nazione. La menzogna sabota il pensare europeo ma non sventa la costante, cocciuta ribellione della realtà. I cittadini lo sanno: le situazioni cambiano a seconda dei Paesi, e gli Stati-nazione mantengono ampia egemonia legislativa in settori chiave. Ma gran parte della legislazione nazionale è oggi di origine europea (consumatori, ambiente, mercato interno ecc).
L’Europa non è un organo internazionale che alcuni utopisticamente vorrebbero federale, dotato di costituzione. I più grandi studiosi sostengono che è un’istituzione da tempo costituzionalizzata, visto che soggetti del suo ordinamento non sono solo gli Stati (come nei trattati inter-nazionali) ma anche i cittadini. E i cittadini lo sono molto concretamente: a partire dai primi Anni 60, il diritto europeo ha il primato sulla legislazione nazionale e si applica immediatamente. L’Unione è incompiuta, non ha gli attributi basilari del costituzionalismo, ma questo non le vieta d’essere fin d’ora costituzionalizzata, sostiene il giurista Joseph Weiler (La Costituzione dell'Europa, Mulino 2003).
Certo l’Unione è gracile, spesso afona: abbarbicati al diritto di veto, gli Stati le impediscono di governare. Certo il suo Parlamento dovrebbe avere più poteri, nonostante ne abbia già parecchi (l’accettazione o rifiuto della Commissione, ad esempio). Alcuni dubitano che sappia fronteggiare l’odierna crisi economica, il che è giusto, e aggiungono che le regole di Maastricht son datate, intralciando un rilancio simile a quello di Obama perché troppo severe sui deficit pubblici. Quest’ultima critica non tiene conto d’un fatto: se l’America avesse rispettato regole come le nostre, vigilando sull’indebitamento eccessivo pur di salvaguardare lo Stato sociale, una catastrofe così vasta non l’avrebbe conosciuta.
L’europeizzazione del nostro quotidiano è un’evidenza, che intacca profondamente gli Stati-nazione e le loro sovranità presunte. Ma anche la menzogna intacca, la crisi ne ha dato la prova: limitandosi al coordinamento, i ministri dell’Unione hanno evitato azioni comuni che avrebbero salvaguardato assai meglio gli interessi nazionali e delle persone. Non hanno pensato europeo. Il coordinamento è fra Stati, non è un agire comune, e quel che Jean Monnet disse nel ‘40 vale tuttora: "Il coordinamento è un metodo che favorisce la discussione, ma non sfocia in decisione. È espressione del potere nazionale, non creerà mai l’unità". La menzogna nazionalista delle élite è questa, secondo Beck: "Esse deplorano la burocrazia europea senza volto, ovvero il congedo dalla democrazia, e quindi partono dall’assunto totalmente irreale secondo cui ci sarebbe un ritorno all’idillio nazional-statale". Un ritorno irrealistico, anche se travestito da Realpolitik. Prendiamo Andrea Ronchi, ministro delle politiche europee: ogni volta che parla, è per dire che "ci sono eurocrati" rovinosi per l’Europa. È falso: rovinosi sono gli Stati-nazione. Numerosissime decisioni eurocratiche lamentate dai governi son prese da loro stessi, nei Consigli dei ministri. Ronchi non dice il vero, con l’aggravante che forse neppure lo sa. L’immaginario nazionale resta ficcato nelle menti perfino quando la realtà lo smentisce: "Diventa uno spettro sentimentale, un’abitudine retorica in cui gli impauriti e i confusi cercano un rifugio e un futuro" (Lo sguardo cosmopolita, p. 225).
La svolta non può che venire dal cittadino, se comincia a ragionare cosmopoliticamente. Se vota partiti e uomini che vogliono più Unione, non meno. Il disastro climatico è tema essenziale in Italia, perché ha confermato quanto la destra sia allergica all’Europa. Lo dimostra la mozione sul clima che il Senato ha approvato il 18 marzo, criticata da Marzio Galeotto sul sito La Voce e da Mario Tozzi su La Stampa. Una mozione che il ministro Prestigiacomo definisce legittima anche se non vincolante, ma che pur sempre chiede al governo di non accettare gli ideologici piani dell’Unione (emissioni gas serra ridotte del 20 per cento, utilizzazione di energie alternative pari al 20 per cento del fabbisogno, riduzione del 20 per cento della richiesta di energia entro il 2020).
Oggi il pensare europeo è debole ovunque, soprattutto a destra ma anche a sinistra. Non stupisce, perché il salto è impervio. Si tratta nientemeno di consentire a una seconda conquista della laicità, nella storia d’Europa. Prima venne la separazione della politica dalla religione. Adesso s’impone l’atto laico numero 2: la separazione fra Stato e nazione. Senza demolire lo Stato, ma facendo combaciare la nazione con le sue sfere pubbliche molteplici. Sarà un atto non meno decisivo della caduta del Muro, e anche qui varrà quel che Gorbaciov disse al cieco regime comunista tedesco, nell’ottobre ‘89: "Chi arriva in ritardo, la vita lo punirà".
Ormai è impossibile affrontare il tema della "sicurezza" nel dibattito pubblico, ridotto a materia di propaganda politica. Sui giornali e in Parlamento. se ne parla per catturare il consenso dei cittadini, non per risolvere i problemi. Nel sostenerlo ci pare di scrivere lo stesso articolo. Un’altra volta. Eppure è difficile non tornare sull’argomento. Perché l’argomento ritorna, puntuale, al centro del dibattito politico. Come in questa fase, segnata dalle polemiche intorno al decreto sulla "sicurezza" (appunto). A proposito del quale Franceschini ha parlato di nuove "leggi razziali". Anche se gli aspetti più critici della legge sono stati esclusi dal testo. Ci riferiamo alla possibilità, offerta ai medici e ai pubblici funzionari (i presidi, per esempio), di denunciare i clandestini. Altre iniziative venate di razzismo invece, non riguardano il governo, ma singoli politici e amministratori locali. Come la proposta di segregare gli stranieri nei trasporti pubblici, a Milano. Assegnando loro posti e vagoni separati. Una provocazione, anche questa. Capace, però, di intercettare consensi, solo a evocarla. La Lega, su questa base, sta costruendo la sua campagna elettorale in vista delle prossime europee. Per conquistare consensi nel Nord, ma anche altrove. Presentandosi come il partito della sicurezza-bricolage, da perseguire in ogni modo. Anche l’imbarcazione carica di immigrati respinta dalla nostra Marina e consegnata alla Libia rientra in questa strategia politica e mediatica. Serve, cioè, come "annuncio". Esibisce la volontà determinata del governo, ma soprattutto del ministro dell’Interni e della Lega, di respingere l’invasione degli stranieri. Di rimandarli là dove sono partiti. Chissenefrega che fine faranno. Noi non possiamo accogliere i poveracci di tutto il mondo.
Gli alleati di centrodestra, in parte, approvano. In parte no. Comunque, non si possono dissociare, altrimenti la maggioranza si dissolve. E poi non vuole abbandonare l’argomento della paura dell’altro alla Lega. Così Berlusconi approva. Si adegua al linguaggio leghista e dice "no all’Italia multietnica". In aperta polemica con la "sinistra, che ha aperto le porte a tutti". (Anche se i flussi da quando è tornata al governo la destra sono raddoppiati). E la sinistra, chiamata in causa, si adegua: nel linguaggio e negli argomenti. Oppone alla retorica della cattiveria quella buonista (che, in assenza di alternative, preferisco). Denuncia il razzismo. Esorta all’integrazione. Senza, tuttavia, spiegare "come" realizzarla. Si appella all’indignazione della Chiesa (contro cui, peraltro, si indigna quando si occupa di etica). Così la "sicurezza" sfuma in una nebulosa che mixa immagini indistinte. Criminali piccoli e medi, immigrati, zingari, stranieri. Ridotti a slogan.
Un tema così importante (e critico) dovrebbe venire affrontato in modo co-operativo. Attraverso il confronto e la progettazione comune. Invece, è abbandonato al gioco delle parti. In balia degli interessi e degli imperativi immediati. La "fabbrica della sicurezza" (titolo di una bella ricerca curata da Fabrizio Battistelli e pubblicata da Franco Angeli), d’altronde, si scontra con il "mercato della paura". Il quale non limita la sua offerta all’ambito politico-elettorale, ma presenta una gamma di prodotti ampia e differenziata (come suggerisce una riflessione di Gianluigi Storti).
a) La paura, insieme all’in-sicurezza: è un format di largo seguito, sui media. Nei notiziari di informazione, nei programmi di "vita vera e vissuta", nelle trasmissioni di approfondimento. A ogni ora del giorno, in ogni canale, incontriamo uno stupro, un’aggressione, un omicidio, un delitto, una catastrofe. E poi fiction di genere, che primeggiano negli indici di ascolto. Sky ha dedicato due canali alle "scene del crimine". 24 ore su 24 dedicate alla "paura".
E’ significativa l’evoluzione (o forse la d-evoluzione) dei tipi sociali interpretati da Antonio Albanese. Attore e analista acuto del nostro tempo. Da Epifanio, il personaggio stralunato e naif (ricorda vagamente Prodi), proposto vent’anni fa, fino al "ministro della paura" (accanto al "sottosegretario all’angoscia") esibito ai nostri giorni.
b) La paura alimenta la domanda di autodifesa delle famiglie (come ha rilevato il rapporto Demos-Unipolis sul sentimento di insicurezza), che trasformano le case in bunker. Con porte blindate, vetri antisfondamento, sistemi di allarme sempre più sofisticati. All’esterno: recinzioni e cani mostruosi. In tasca e nei cassetti: armi per difesa personale.
c) Disseminati ovunque sistemi di osservazione, occhi elettronici che ci guardano. A ogni angolo. In ogni luogo. Mentre si diffondono poliziotti e polizie, ronde e servizi d’ordine. La sicurezza: affidata sempre più al privato e sempre meno al pubblico.
d) Intorno alla paura e all’insicurezza si è formata una molteplicità di figure professionali. Psicologi, psicanalisti, analisti, psicoterapeuti. E sociologi, criminologi, assistenti sociali. Operano in istituzioni, associazioni, studi. Nel pubblico, nel privato e nel privato-sociale.
e) Infine, come dimenticare la miriade di prodotti chimici al servizio della nostra angoscia? Occupano interi scaffali sempre più ampi, dentro a farmacie sempre più ampie. Supermarket dove il padiglione dedicato alla paura, di mese in mese, allarga lo spazio e l’offerta.
Per questo è difficile sconfiggere la paura e fabbricare la sicurezza. Perché la sicurezza è un bene durevole, che richiede un impegno di lungo periodo e di lunga durata. L’insicurezza, la paura, no. Sono beni ad alta deperibilità. Più li consumi più cresce la domanda. Garantiscono alti guadagni in breve tempo. Per costruire la sicurezza occorrerebbe agire con una visione lunga. Disporre di valori forti. Servirebbero attori politici e sociali disposti a lavorare insieme. In nome del "bene comune". Ispirati da una fede o almeno da un’ideologia provvidenziale. Pronti a investire sul futuro. Mentre ora domina il marketing. Trionfa il mercato della paura. Dove non esiste domani. È sempre oggi. È sempre campagna elettorale.
Che l’angoscia sia con noi.
Leggi razziali” non è una frase eccessiva. È una descrizione letterale e corretta che Franceschini, segretario del Pd, ha detto con tragica esattezza per descrivere il “pacchetto sicurezza” della Lega. La stella gialla che i Radicali indossano in questi giorni di una campagna elettorale dalla quale saranno esclusi con rigoroso rito mediatico, non è una trovata frivola o offensiva, come è stato detto. È la rappresentazione di un fatto. L’elenco delle illegalità, negazioni e sopraffazioni contro libertà fondamentali italiane, secondo i Radicali, è lungo e comincia subito, quando è ancora fresca la firma di Terracini in calce alla nostra Costituzione, nel 1948.
Si può convenire o no. Fin dalla rinascita, questo giornale ha detto e ripetuto ogni giorno che Berlusconi, con il peso immenso della ricchezza usata per comperare la politica, ha portato un peggioramento pauroso nella già oscura vita pubblica italiana, un peggioramento che a momenti pare irreversibile.
In un caso o nell’altro l’Italia è una sola. L’Italia che decide quali voci sono stonate e quali voci non si devono sentire, un anno dopo l’altro, un decennio dopo l’altro. L’Italia che perseguita senza tregua e senza vergogna gli immigrati proprio come al tempo delle leggi razziali. Fatti così profondamente illegali, e pure accettati, devono essere cominciati presto. Se questo è il peggio, c’è stato un prima.
Per esempio, la settimana è stata segnata da una notizia grave e squallida: il deputato Salvini della Lega esige che nei metrò di Milano i posti a sedere siano riservati ai lombardi. Come si riconosceranno i lombardi? Dagli insulti agli immigrati che hanno osato sedersi? Dalla violenza per farli alzare? Si fanno avanti squadre razziste come gli americani bianchi prima di Rosa Parks, di Martin Luther King e di Robert Kennedy. In un mondo normale una simile regola dovrebbe essere respinta con sdegno, come la peggiore offesa.
Ma questa è l’Italia in cui centinaia di naufraghi disperati, metà donne e bambini, e una di loro morta e putrefatta, sono stati lasciati in mare per giorni e notti al largo delle coste italiane. E’ la storia della nave turca “Pinar” , colpevole di averli salvati, tenuta ferma in mare dalla corvetta militare italiana “Lavinia”. Probabilmente è la prima volta, nella Repubblica italiana nata dalla Resistenza, che ai marinai italiani viene ordinato di non soccorrere i superstiti disperati del mare. Viene ordinato di tenerli fermi e lontani benché stremati.
Atti indegni di questo tipo, come le aggressioni e i linciaggi, tendono a ripetersi in questa Italia. Nuovi immigrati alla deriva, al largo delle coste libiche sono stati avvistati da un mercantile italiano che si è guardato bene dal prestare soccorso dopo ciò che era toccato alla nave turca. Si trattava - ci ha detto il giornalista Viviano di Repubblica (7 maggio) - di 227 disperati tra cui 40 donne. Sono subito arrivate sul posto unità della Marina militare italiana con un ordine barbaro e disumano del ministro dell’Interno della Padania insediato a Roma: le centinaia di profughi disperati raccolti in mare sono stati riportati in Libia. Vuol dire condannati a morte, per esecuzione, per inedia nei campi profughi del deserto, per schiavitù (lavoro forzato senza paga), per l’abbandono in aree prive di tutto, in violazione della Costituzione italiana e della Carta dei Diritti dell’Uomo, come ha scritto con sdegno L’Osservatore Romano.
Ogni possibile richiesta di diritto d’asilo, per quanto urgente e legittima, viene in questo modo vietata da marinai italiani usati come poliziotti crudeli di una dittatura senza scrupoli.
Adesso scopriamo che, prima ancora che il Parlamento italiano affronti l’odioso “pacchetto sicurezza” della Lega e lo voti con l’espediente della “fiducia” in modo da bloccare ogni discussione, adesso scopriamo che le “leggi razziali” sono già in funzione, oggi, in questa Italia, mentre tanti, in politica o nella vita di tutti i giorni, fanno finta di non sapere, non vedere, di non essere disturbati. Proprio come nel 1938. Ma nel 1938 quelle schiene piegate di un popolo erano state preparate da quasi due decenni di fascismo.
Dicono i Radicali: anche oggi una simile rinuncia alla libertà, alla opposizione, alla critica non arriva tutta in una volta come una valanga. Ci vuole una lunga preparazione per cedere senza resistenza i propri diritti. Di fronte al diffuso silenzio per la paurosa epoca italiana che stiamo vivendo è inevitabile chiedersi: e se i Radicali, indossando la loro maleducata e impropria stella gialla, avessero ragione?
Cagliari ha tremila anni. I fondatori scelsero questo sito perché, quaggiù, a novanta miglia dall'Africa, trovarono un golfo sul palmo di un dio, promontori e colli di roccia bianca dove vivere era facile.
Alle origini, i nuragici, artigiani indecifrabili del bronzo e della pietra.
Da allora tutto arriva dal mare. I Fenici tracciano le rotte del Mediterraneo e fondano Cagliari. Poi la città diventa Punica e poi romana per molti secoli. E' un porto importante. La storia va avanti. I Vandali, Bisanzio e i due evi medi. L'epoca dei Giudicati. Le invasioni moresche, i Pisani e i Genovesi. Eleonora d'Arborea e il suo nuovo ordinamento, la Carta de Logu. Poi, a lungo, gli spagnoli e la decadenza.
Quindi i Savoia, il Regno di Sardegna e la modernizzazione ottocentesca. Le rivoluzioni europee si sentono anche da queste parti.
Antoine Valery nel 1834 ed Edouard Delessert nel 1854, due francesi originali, arrivano a Cagliari. Fuori dal Grand Tour. Scrivono diari di viaggio e Delessert fotografa la città. Sono le prime immagini della nostra storia.
A Cagliari giungono gli echi del Risorgimento.
Il XX secolo. Antonio Gramsci, il fondatore del Partito comunista italiano, fa il suo liceo a Cagliari. Ma la carneficina della Grande Guerra travolge anche l'isola. Pastori e contadini, riuniti nella Brigata Sassari sono mandati a morire sul Carso e Emilio Lussu li racconta in "Un anno sull'altipiano". Il fascismo, la tragedia e le macchiette locali sono narrati dallo stesso Lussu, eroe di guerra e antifascista.
Poi la seconda guerra, l'occupazione tedesca senza dolore, i bombardamenti anglo-americani del 1943 e tanto sangue che spiega l'antiamericanismo degli anziani di oggi.
La città inizia la sua ricostruzione e l'inurbamento è pressante, feroce.
Nasce dalla ricostruzione una nuova classe dirigente insieme ai nuovi brutti quartieri, anni Cinquanta e Sessanta, che la raffigurano. L'edilizia dimentica l'architettura. Impresari e commercianti disegnano la città sulla propria immagine e producono una generazione politica conformata, come un calco di gesso, alla loro visione materiale delle cose.
I cosiddetti intellettuali si rifugiano, nostalgici, in un mondo sognante vicino all'infanzia, lontano dalle azioni e pauroso delle conseguenze.
Ma qualcosa cambia negli ultimi decenni. Si smette di masticare i fiori di loto che danno amnesia. La memoria ritorna nella testa di alcuni. La città si guarda, finalmente si riconosce e vede la propria identità, prima di tutto, nei luoghi.
Si risveglia un'anima critica che comunica, osserva ed è interessata alle proprie origini. E ricava energia dal passato senza essere passatista. Guarda indietro per essere moderna perché quando uno sa di cosa è fatto e da dove viene non ha bisogno di altro per stare al mondo. E si oppone alla disastrosa frenesia del fare a tutti i costi, agli scimmiottamenti di metropoli lontane e alla visione immobiliare del territorio e dell'esistenza
Però l'altra anima, quella mercantile, resta forte. E la città, intanto, cresce senza una filosofia del costruire. Rimuove il passato. Arriva a ricoprire di asfalto e cemento il suo contado agricolo e lo chiama hinterland. Deturpa la sua spiaggia abbagliante. Insidia con bitume e palazzi gli stagni sconfinati, meravigliosi, a est e a ovest. E tutto questo lo chiama "sviluppo".
Ma è accaduto nel frattempo che l'abbandono e la dimenticanza - le sole scappatoie all' ingordigia delle imprese - avessero salvato molti luoghi preziosi.
C'è a Cagliari un sito unico e sublime che si chiama Tuvixeddu, la collina dei piccoli fori. La più grande necropoli punica del mondo. I fori sono migliaia di pozzi scavati nel calcare bianco che conducono a camere funerarie profonde. Un luogo sovrumano. Il passaggio dalla luce al buio. Una città all'inverso, in parte distrutta perché sfruttata come cava sino agli anni settanta. Ma anche il paesaggio della cava, nel frattempo, è divenuto bello, felice perché lasciato a sé, lontano dagli architetti capricciosi. Falchi, orchidee, iris, asfodeli, cieli perfetti, tramonti violenti, la vista degli stagni, il colle resta un luogo sacro. E si conserva.
Però la città è arrivata sin qui e la speculazione, nella forma più organizzata, ha messo gli occhi sul colle di Tuvixeddu.
Migliaia di sepolcri sono rimasti integri, altri ce n'è da scoprire e l'area, di oltre quaranta ettari, è proprio dentro Cagliari, assediata da una periferia squallida e palazzi costruiti sulle tombe. Le metastasi del cancro edificatorio stanno divorando Tuvixeddu e i resti dei nostri antenati fenici, punici e romani.
Una parte di opinione pubblica locale e nazionale cerca di salvare la collina soprannaturale dove un'impresa vuole palazzine dozzinali, un intero nuovo quartiere. Il nuovo Presidente della Regione blocca le costruzioni. I Tribunali, però, danno ragione alle imprese. Ricorsi. Nuovi blocchi. Una selva giuridica. Perfino il Times di Londra dedica una pagina alla necropoli. Gli intelletti locali sono usciti dall'infanzia.
Tuvixeddu è una metafora compiuta che spiega la forza delle nostre origini - quando ce le ricordiamo - e dimostra che la protezione dei luoghi coincide esattamente con la modernità, quella buona. Dimostra che esiste una modernità pericolosa e tossica, che distrugge il "bello" senza il quale non si può vivere. Dimostra che una città assonnata può svegliarsi e difendere un patrimonio tanto unico che non è neppure dei sardi ma è universale. Dimostra che quando la politica si mescola con l'impresa ci si ammala di una malattia contagiosa che si chiama "sviluppite". Una forma deviata e mortale dello sviluppo. E Cagliari è un'incubatrice di questa malattia.
Ma una società raccolta, come quella di un'isola, è alle volte un laboratorio dove tutto è più chiaro perché è rimpicciolito. Di colpo i simboli si svelano e l'allegoria di Tuvixeddu spiega molte altre città, avvilite dallo sviluppismo.
Cura, serve. Anche la nostra Costituzione dice che il bene culturale deve prevalere sull'interesse economico. Chi viene in città deve cercare con cura il tesoro mascherato sotto una patina di "nuovo" dozzinale uguale a tanto altro "nuovo" sparso per il mondo. E un occhio curioso scoprirà che ciascuno dei tremila anni di storia ha lasciato a Cagliari una traccia ostinata anche se vedrà il "moderno" palazzo dello stesso architetto che ha prodotto lo stesso palazzo sotto cieli diversi. Lo stile unico planetario che si vede ma non si guarda.
La storia è incancellabile. I luoghi resistono e mettono in movimento gli avvenimenti. I morti della necropoli di Tuvixeddu possiedono la forza dell'assoluto e ancora determinano conseguenze. La rocca medievale resiste ai tentativi di renderla "progredita" con scale mobili e ferraglia. L'anfiteatro romano rivolto al mare durerà più delle impalcature che oggi lo sfigurano. Il promontorio sacro della Sella del Diavolo resterà intatto anche se la città famelica gli gira intorno. L'immensa spiaggia luminosa che è stata annerita dal tentativo di ricostituirla e dalla mania del "fare" tornerà ad essere il fonte battesimale dei nati in città. I quartieri antichi reagiranno a chi li vuole "valorizzare" - "valorizziamo" è il grido di guerra degli sviluppisti - e ritroveranno il patrimonio del silenzio perché la malinconica imitazione di movide e notti bianche metropolitane passerà.
Passeranno anche gli autori dei danni alla città però resteranno nella memoria come le epidemie, le invasioni di locuste, i bombardamenti e i disastri della nostra storia. E guardare all'antico sarà l'unico progresso possibile di questa città metaforica.
Oggi, il cielo alto e pulito dal vento rettilineo di maestro, la luce bianca che non finisce mai, Cagliari è un luogo molto più lontano di un'ora d'aereo dal continente.
Nel giro di pochi giorni il "Tirreno" ha ospitato due interventi di alto spessore e di grande rigore, quelli di Salvatore Settis e di Alberto Asor Rosa, due massimi studiosi - l’uno del mondo antico, l’altro della letteratura e della politica del mondo contemporaneo - che non riescono a immaginare il loro ruolo di intellettuali disgiunto da un forte impegno civile.
Settis ha preso spunto dallo scempio edilizio di San Vincenzo, da quella arrogante collina cementificata che si para dinanzi al viaggiatore che percorra l’Aurelia da sud a nord. Su quella scia, Asor ha allargato la sua indagine con un breve viaggio che lo ha portato anche a Campiglia, Rosignano, Castiglioncello. Ma è evidente che, viaggiando e osservando, l’uno e l’altro pensavano a tutta la Toscana che solo pochi anni fa fu definita "felix" (proprio da Asor Rosa!) e alla china lungo la quale si è ora messa a correre.
Devo immaginare che sindaci e assessori abbiano accolto quelle parole - e queste poche righe, se sono arrivati fin qui... - con malcelato fastidio. Perché questo è il sentimento che li pervade ogni volta che qualcuno provi a riflettere su ciò che è stato fatto e si fa in Toscana: lo tacciano con disprezzo di radical chic, a volte di vip. E corrono a posare un altro mattone. Perfino Riccardo Conti, che ha speso tempo e risorse alla ricerca di un serio testo di legge regionale che tenesse insieme sviluppo e rispetto del territorio, davanti a queste critiche non riesce sempre a conservare la pazienza.
Forse è la reazione di chi può fare poco e fatica ad ammetterlo: l’assessore discute, suggerisce, legifica ma - ahimè - non riesce ad arginare i mille amministratori locali che progettano opere invasive e spesso ingiustificate. Meglio il silenzio.
Io invece vorrei insistere, provando a leggere questi fatti attraverso una diversa ottica. Mettiamola così. La strada del cemento è stata la scorciatoia più facile per una politica che non solo ha smesso di pensare, ma non vuole nemmeno che lo facciano altri. Specie se si tratta di intellettuali che tenacemente ci provano. Cosa sia successo è semplice da spiegare. In Toscana, ma non solo, si è risposto alla crisi economica e dell’occupazione, figlie anche di una lenta ma inesorabile deindustrializzazione, con massicci piani di sviluppo urbanistico ed edilizio. Tutto qui. Con evidenti vantaggi: i cantieri portano occupazione immediata.
E questo sia nelle fasce più basse della popolazione (immigrati compresi), sia nell’esercito di fornitori, costruttori e piccole imprese dell’indotto; i soldi che girano sono tanti e l’economia cresce; la politica, poi, ci guadagna due volte: prima governando il flusso delle risorse e delle licenze edilizie, poi incassando i tributi locali.
Perché spezzare il cerchio? Perché ci sono anche gli svantaggi: l’edilizia è come una fiammata che scalda molto, ma dura poco e che produce nel tempo costi crescenti, quelli che discendono dal maggiore inquinamento e dal consumo di risorse pubbliche (acqua, energia, territorio). In più, alla lunga produce non reddito, ma rendita. Che di fatto la collettività è chiamata ad alimentare pagandone costi e servizi.
In Toscana, poi, c’è un’aggravante: in una zona a forte vocazione turistica, questo tipo di politica economica produce reddito (rendita) solo per pochi mesi l’anno; in più, tutto avviene all’ombra di un paradosso: la continua distruzione proprio di quel capitale che ne ha fatto per anni un’oasi ambìta dal turismo culturale e vacanziero. È come fare un falò dei soldi che ci ha lasciato il nonno.
Finora di queste cose si è discusso, diciamo così, all’italiana. Cioè dividendosi, attaccandosi, disprezzandosi: scapoli contro ammogliati, favorevoli e contrari, partito dei geometri e partito dei vip. Senza cominciare invece a interrogarsi se non esista un modo diverso di affrontare la questione, e se non si debba finalmente cominciare a pensare a forme alternative di sviluppo, di crescita, se non altro più eque e più durature. Per capire che è il momento, non c’è bisogno di chiamarsi Barack Obama.
Fosse soltanto un colossale affare immobiliare (come raccontato nella prima puntata, l’Unità, 5 maggio) l’idea del governo di creare la Difesa Servizi Spa, società di diritto pubblico che può operare con procedure privatistiche di cui il ministero della Difesa sarebbe unico azionista, potrebbe essere liquidata in un capitolo dell’arcinota finanza creativa del centrodestra. Ma nel disegno di legge governativo n.1373, fermo in commissione Difesa al Senato, c’è molto di più. Prendiamo il comma 3 dell’articolo 2 che spiega che la nuova Spa "ha ad oggetto la prestazione di servizi e lo svolgimento di attività strumentali e di supporto tecnico-amministrativo in favore dell’amministrazione della difesa per lo svolgimento di compiti istituzionali di quest’ultima anche espletando, per il comparto sicurezza e difesa, le funzioni di centrale di committenza".
Centrale di committenza, che significa che domani la Difesa Servizi potrà farsi carico di tutti gli appalti (esclusi gli armamenti) per Esercito, Aeronautica, Marina Militare e Carabinieri affidandoli anche senza bandi di gara. Dalle forniture delle divise al carburante, dagli shampoo per i soldati alla manutenzione dei mezzi. Una montagna di denaro (fra i 4 e 5 miliardi di euro, secondo stime) che circolerebbe fra privati e pubblica amministrazione scivolando ai margini del controllo pubblico, in una pericolosa zona grigia dell’economia in cui anche la libera concorrenza sarebbe messa a rischio. A che pro? Difficile capirlo. "Anche perché - accusa Noemi Manca, Cgil Difesa - si tratterebbe di una attività inutile visto che la direzione generale del ministero della Difesa, la Commiservizi, ha già iniziato le procedure per garantire nei prossimi anni l’approvvigionamento dei principali servizi. Gare che sono già state bandite a breve, quindi prima che la Difesa Sevizi Spa possa essere operativa".
Proprio in virtù di questa anomala duplicazione e trasferimento di competenze, il Pd in commissione Difesa aveva chiesto che venissero ascoltati in audizione gli ispettori logistici di Esercito, Marina, Carabinieri e Aeronautica (che dirigono i centri di responsabilità amministrativa, ossia che materialmente gestiscono i fondi a disposizione peri beni e i servizi) oltre ai rappresentanti della Corte dei Conti, del Garante della Concorrenza e del Mercato, del Garante dei Contratti Pubblici e della Commiservizi. La maggioranza ha risposto picche, e di fronte al rifiuto il capogruppo del Pd Giampiero Scanu ha inviato una lettera di protesta al presidente del Senato Renato Schifani. Non ottenendo alcuna risposta. Quel che è certo, però, è che la maggioranza ha fretta di procedere. Anche perché, una volta creata la Spa, al ministero della Difesa spetterebbe la nomina del consiglio d’amministrazione e del collegio sindacale. "In questo modo - è la preoccupazione di Scanu - all’interno della PA si va a creare una bolla di discrezionalità che altera la fisiologia stessa di ciò che è pubblica amministrazione. Se è una Spa ad esercitare certe funzioni, ovviamente verrà a prevalere un "interesse imprenditoriale" di natura completamente diversa rispetto a quello pubblico.
In questo modo - prosegue - si arriva alla destrutturazione di un pezzo della pubblica amministrazione, una forma di attacco che oggi interessa la Difesa ma che domani potrebbe riguardare la scuola, oppure la giustizia". Tutta da capire, invece, è la partita relativa al personale che transiterebbe in organico alla Spa dal ministero. Se per i militari, infatti, è prevista la messa fuori ruolo in deroga alle leggi vigenti, i civili passerebbero da un contratto di tipo pubblico ad uno privato. "E questo - sottolinea Noemi Manca - è un aspetto che ci preoccupa molto su cui il ministero ad oggi si è limitato ad "informarci" senza un vero confronto".
Come non bastasse tutto questo, c’è ancora di più. E per capirlo bisogna ripescare la brochure che il ministero della Difesa ha portato a Cannes al "Mipim 2009", il più importante forum immobiliare al mondo, per mettere in mostra e sul mercato i propri gioielli. La Difesa Spa, si legge infatti a pagina 9, "consentirà di snellire le procedure attualmente in vigore in materia di compravendita, permuta e impiego industriale delle aree di interesse per la produzione di energia". Aree di interesse per la produzione di energia? Questa è nuova. O forse non troppo, se facendo un passo indietro di qualche mese si va a spulciare il disegno di legge numero 1195, quello che riapre le porte al nucleare in Italia. Recita l’articolo 22: "Il ministero della Difesa (...) allo scopo di soddisfare le proprie esigenze energetiche, nonché per conseguire significative misure di contenimento degli oneri connessi e delle spese per la gestione delle aree interessate, (...) può affidare in concessione o in locazione, o utilizzare direttamente i siti militari, le infrastrutture e i beni del demanio militare o a qualunque titolo in uso o in dotazione alle Forze armate, compresa l’Arma dei carabinieri, con la finalità di installare impianti energetici destinati al miglioramento del quadro di approvvigionamento strategico dell’energia, della sicurezza e dell’affidabilità del sistema". Per farlo, è scritto nel comma 2, il ministero "può stipulare accordi con imprese a partecipazione pubblica o private". È l’identikit perfetto della Difesa Servizi Spa.
Questo significa, ragionando per assurdo (ma forse non troppo), che un domani in uno dei beni della Difesa transitato alla Difesa Spa potrà essere istallato un termovalorizzatore o addirittura una centrale nucleare. E nessuno potrà protestare. A pensar male si fa peccato, ma ci si indovina quasi sempre. Anche perché qualcosa è già successo nei mesi scorsi. Ad esempio quando, per far sparire l’immondizia dalle strade di Napoli, tonnellate di ecoballe vennero stipate all’interno del poligono militare di Persano, in provincia di Salerno, sotto il naso di circa 2000 mila soldati.
La prima puntata dell'inchiesta
Se il Carroccio tradisce la vecchia anima di Milano
Curzio Maltese – la Repubblica
Al presidente Fini viene da rispondere che la proposta leghista di riservare posti per indigeni nella metropolitana di Milano, prima ancora di offendere la Costituzione, ferisce l’orgoglio di noi milanesi.
Per chi è cresciuto nella Milano degli anni Settanta, la metropolitana era la prova più fiera dell’internazionalità della città, della sua modernità, del suo essere "vicina all’Europa". Nessuna capitale italiana aveva una metrò decente. Quella romana era ed è rimasta un ghetto sociale sotterraneo. Quella di Milano è uguale a quelle di Parigi o Londra o Monaco. Quando l’Italia era lontana dall’essere una nazione multietnica, la metropolitana milanese era il luogo più interculturale e interclassista del paese. È la rete che collega tutti i simboli internazionali della città, la Borsa e la Fiera, il Piccolo e la Scala, la Triennale e lo stadio di San Siro. Ma una volta alla meta la gente si divideva. I sedili della metropolitana erano l’unico luogo della società italiana dove tutto e tutti s’incontravano. L’operaio di Sesto seduto accanto alla modella svedese, il broker della finanza e lo studente, la casalinga e l’intellettuale, l’immigrato e il barone universitario, il turista giapponese, l’hooligan e il violinista. Un crocevia di autentica urbanità. Perché poi si parlava, in un modo o nell’altro, molto più di quanto sia mai accaduto nei famosi capannelli di piazza del Duomo, dove vanno da sempre soltanto i pensionati.
Ora, la proposta di umiliare questo simbolo con l’affissione di cartelli più adatti all’Alabama degli anni Quaranta o alla Germania degli anni Trenta, dovrebbe far riflettere. È chiaro che non passerà mai. Per la maggioranza dei milanesi rimane ripugnante. Questa sì, straniera. Non c’entra con la storia di Milano. È roba venuta da fuori, una malapianta coltivata nelle aree dell’eterno fascismo pedemontano, che ha sempre visto con misto di rabbia provinciale e invidia la vocazione cosmopolita della capitale. I milanesi non sono razzisti per storia, cultura e anche per convenienza. Alla fine lo sanno che la ricchezza della città, rispetto alle altre capitali italiane, è frutto della sua internazionalità, del lavoro di immigrati italiani e stranieri, di soldi portati da fuori. Milano da sola attira il quaranta per cento di tutti i capitali stranieri investiti in Italia. Già questa notizia, rimbalzata sulla rete in giro per il mondo, è un danno enorme.
Eppure sarebbe sbagliato liquidare la proposta di Salvini come un delirio xenofobo. Si tratta piuttosto di un astuto ballon d’essai per tastare il livello di degrado civile del Paese e magari lavorarci ancora sopra. Salvini non è una camicia verde di seconda fila e nemmeno un personaggio pittoresco alla Borghezio. È il giovane capo dei leghisti milanesi, lanciato ai vertici di un partito che si prepara a festeggiare, sondaggi alla mano, il più grande trionfo elettorale della sua storia. E quanto più conquista consensi al Nord, nelle aree decisive del Paese, tanto meno si modera, anzi spinge sul pedale dell’estremismo xenofobo. Due passi avanti e uno indietro, è la tattica. Oggi vengono riconsegnati dei clandestini africani, che avrebbero diritto d’asilo, nelle mani dei loro aguzzini libici. La proposta dei posti riservati ai milanesi verrà ritirata. Ma intanto la reazione della società milanese lascia perplessi. Silenzi, timidezze, imbarazzi da tutti i palazzi del potere economico e politico. Uno non può credere che arrivi il giorno in cui i milanesi assisteranno senza vomitare alla scena di un anziano immigrato o di una donna africana incinta costretti a cedere il posto a un ragazzo bianco. Ma mese dopo mese, qualcuno ci sta abituando a trattare con gli incubi.
Una risata ci seppellirà
Alessandro Portelli – il manifesto
L'ultima volta che sono stato in metropolitana a Milano i posti erano tutti occupati - anche se non so da chi e se con adeguato diritto di sangue - per cui sono stato in piedi. Se non altro, tenendomi agli appositi sostegni, non ho dato occasione a nessun padano di prendersela anche per questo con Roma ladrona. Almeno su questo, ho la coscienza a posto, adesso che, nella "capitale morale" del paese, il capogruppo in consiglio comunale di un partito di governo - non il primo che passa, insomma - se ne esce dicendo che bisogna riservare ai nativi un congruo numero di posti a sedere. E nessuno lo caccia fuori a calci.
La domanda politica principale in questi giorni è la seguente: "Ci sono, o ci fanno?" Diceva Carlo Marx che la storia avviene in tragedia e si ripete in farsa. Se fosse così, non avrebbe senso disturbare il fantasma di Rosa Parks, la signora afroamericana che consapevolmente decise di sfidare le leggi razziali dell'Alabama rifiutando di cedere il posto a un bianco. E ancora meno ne avrebbe evocare la memoria delle leggi razziali come hanno fatto Franceschini e Amos Luzzatto. In fondo, diciamo, quella del dirigente leghista milanese è solo una delle solite boutade, lo sa anche lui che non è destinata a essere messa in pratica.
Il problema però è che - come sapeva benissimo William Shakespeare - tragedia e farsa invece sono inseparabili e si specchiano fra loro. La tragedia può scadere in farsa, ma la farsa prepara la tragedia. E a forza di dire che le sparate dei leghisti, del loro leader Bossi e del loro guru Gentilini (e del loro compare Berlusconi) sono folklore, colore locale, spiritosaggini che non vanno prese sul serio, intanto non ci accorgiamo che queste buffonate stanno diventando realtà in spazi assai più vasti e cruciali dei vagoni milanesi: è l'intera Italia che si trasforma in territorio segregato, con scuole e ospedali riservate agli indigeni, e galera per chi ne varca gli inviolabili confini. Le schifezze folkloristiche locali si allargano e diventano politiche governative nazionali: Gentilini propone di prendere a fucilate gli immigrati come leprotti a Treviso, e tutti ridono; il suo capopartito Calderoli propone di prendere a cannonate le barche dei migranti senza permesso nell'Adriatico, e ci cominciamo a preoccupare; il loro ministro Maroni lascia le barche alla deriva, rispedisce i migranti al mittente e se ne vanta, e la gente comincia a morire. La farsa milanese si fa tragedia nei campi di concentramento dei migranti in Libia, nei suicidi nei centri di detenzione ed espulsione in Italia. Non "ci fanno": ci sono, e fanno finta di non esserci.
Il nostro paese è dominato della terribile serietà del poco serio. Berlusconi che fa cucù alla Merkel, che vuole palpeggiare l'assessora trentina, che dice ai terremotati di considerarsi in campeggio, che racconta sadiche barzellette sui campi di sterminio e sui desaparecidos non fa ridere non solo perché non è spiritoso, ma soprattutto perché questi sono discorsi seri, in cui ridefinisce la correttezza politica nella nuova Italia: sono il linguaggio che dà forma alla pratica dei rapporti fra gli stati, fra i generi, fra le classi, fra la vita e la morte. E' tutto uno scherzo, è tutta una farsa - che si porta via con un ghigno le cose poco serie come i soldi della ricostruzione in Abruzzo, le politiche per la crisi, i morti sul lavoro, i posti di lavoro, i diritti e i salari, la dignità delle donne e dei migranti, la bambina ammazzata dai nostri ragazzi in Afghanistan, e altre pinzillacchere. Forse "ci fanno" e non "ci sono" solo perché in questa commedia sta tutto il loro esserci. Dicevamo "una risata vi seppellirà". Avevamo torto. La risata sta seppellendo noi.
Doveva essere l'hotel delle notti di Obama e Sarkozy, il cinque stelle superiore dei capi di Stato del mondo. È già una cattedrale nel deserto, con la sua facciata bianca stretta tra un capannone della Marina militare, una strada trafficata e il mare senza spiaggia che qui, e solo qui su tutta l'isola, a volte puzza di fogna. Nessuno vuole gestire il più grande dei due alberghi costruiti alla Maddalena per il G8 che non si farà. La gara indetta dalla Protezione civile è andata deserta. Perché, almeno per pareggiare il capitale già speso, lo Stato o la Regione Sardegna dovrebbero affittare l'albergo a un imprenditore che a sua volta dovrebbe far pagare mille euro a notte per queste stanze con vista da motel. Una cifra folle e completamente fuori mercato. Qualcosa non ha funzionato nel controllo dei costi, come 'L'espresso' aveva già scoperto nel dicembre scorso. Ma i dubbi adesso sono ufficiali. Tutte queste opere sono sotto inchiesta.
I carabinieri del Ros stanno indagando sulla catena di appalti. Un'indagine condotta per il momento dalla Procura di Firenze. Anche il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, commissario delegato per il G8 e responsabile dell'applicazione delle procedure d'urgenza, ha avviato un'indagine interna. Un provvedimento seguito pochi giorni fa dalla decisione del Consiglio dei ministri di chiedere per decreto il taglio retroattivo dal primo marzo delle maggiorazioni alle imprese per le lavorazioni su più turni, dei premi di produzione e la riduzione del 50 per cento dei compensi per le prestazioni professionali destinati a progettisti, esecutori e collaudatori. Maggiorazioni, premi e compensi confermati da almeno 16 tra ordinanze e decreti voluti, firmati o proposti dal governo e dalla Protezione civile.
Un dietrofront che limita (di poco) i danni per le casse statali, ma anche le possibili responsabilità giudiziarie di funzionari e controllori, tuttora da identificare, che prima avrebbero avvallato le spese e ora stanno lavorando per contenerle. Letta così la decisione di Silvio Berlusconi di trasferire il vertice a L'Aquila, non è solo un atto d'affetto e un doveroso impulso al risparmio. È anche una via d'uscita necessaria. Forse bastava una formulazione più moderata dei preventivi e dei contratti. E i soldi per l'evento sarebbe bastati.
La domanda da cui parte l'inchiesta dei carabinieri del Ros è una: nella formulazione delle offerte, c'è stata o meno concorrenza tra imprese? Un dubbio che hanno avuto anche i vertici della Protezione civile. Nel giugno 2008 Bertolaso chiede al professor Gian Michele Calvi come poter verificare se alla Maddalena si stia spendendo più del necessario. Calvi, oltre che amico del capo della Protezione civile, è tra i massimi esperti di ingegneria antisismica e membro della Commissione grandi rischi. Pochi giorni dopo, il professore, che insegna a Pavia, viene accompagnato a visitare i cantieri.
Sempre in quei giorni un'ordinanza di Berlusconi sostituisce il soggetto attuatore degli appalti Angelo Balducci con il suo collaboratore Fabio De Santis e istituisce una commissione di tre esperti: "Al fine di assicurare un'adeguata attività di verifica degli interventi infrastrutturali posti in essere dai soggetti attuatori in termini di congruità dei relativi atti negoziali", è scritto nell'ordinanza. Insomma, un'indagine su interventi e contratti. In autunno viene sostituito anche De Santis e a capo degli appalti è nominato il professor Calvi. La questione dei costi continua a preoccupare. Calvi avvia le verifiche delle spese, voce per voce. E a fine febbraio spedisce tutti i progetti al Consiglio superiore dei lavori pubblici perché esprima un parere. Presidente di questo consiglio è proprio Angelo Balducci, nel frattempo promosso dal ministro Altero Matteoli al vertice del massimo organismo di controllo del ministero. "È vero che il Consiglio si trova a dover valutare provvedimenti di spesa approvati quando Balducci era soggetto attuatore", spiega una fonte vicina alla struttura di missione della Protezione civile alla Maddalena, "ma Balducci conosce i cantieri e gli imprenditori che hanno vinto gli appalti. E forse è l'unico funzionario di Stato in grado di far accettare a quegli imprenditori tagli ai loro incassi. Il rischio è sempre quello dei ricorsi".
Tutti nei cantieri della Maddalena sanno che i carabinieri stanno indagando. L'indagine del Ros parte dall'intercettazione il 9 agosto 2008 di una telefonata dell'architetto Marco Casamonti, 43 anni, fondatore dello studio Archea, uno dei progettisti dell'hotel. Casamonti, arrestato e rilasciato dopo l'interrogatorio, è sotto inchiesta in Toscana dall'autunno per i presunti accordi sottobanco tra la Fondiaria-Sai di Salvatore Ligresti e alcuni politici della giunta di Firenze. "Ci hanno chiamato per dare una mano per i progetti del G8 all'isola della Maddalena", dice Casamonti nella telefonata intercettata, "perché stanno facendo i lavori e sono nella cacca più nera. Perché hanno dato incarico agli architetti di Berlusconi che non sono in grado...".
Adesso il decreto voluto dal governo per tagliare i premi alle imprese potrebbe addirittura aggravare i conti. La retroattività al primo marzo, quando ancora si parlava di G8 alla Maddalena, e la decisione di dimezzare i compensi ai professionisti rischia di esporre lo Stato ai ricorsi. Alcune ditte appaltatrici, una minoranza, stanno già studiando la questione con i propri legali. La maggior parte degli imprenditori ha per ora deciso di concludere comunque i lavori. In palio c'è l'Abruzzo e la possibilità di partecipare agli appalti per la ricostruzione.
Il caos di questi giorni, la manifestazione degli abitanti, le proteste del sindaco della Maddalena, Angelo Comiti, hanno nascosto il risultato positivo dei lavori sull'isola. Per la prima volta in Italia un'opera pubblica viene progettata, appaltata, eseguita e consegnata in poco più di un anno. Al posto di un arsenale militare, contaminato da amianto e idrocarburi, ora c'è uno yachting club con porto turistico per 700 barche, aree per conferenze, scuole di vela e un albergo di lusso progettati dall'architetto Stefano Boeri. Un polo di attività che avrà forse più successo dell'hotel-cattedrale ricavato nell'ex ospedale militare, quello che nessuno vuole. Per la sua gestione, il cuore del progetto che avrebbe dovuto ospitare il meeting, ha vinto la Mita Resort, società della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. E il fatto che altre due società sarde abbiano presentato ricorso al Tar per far annullare la gara, significa che questo complesso richiama interesse. Con il suo indotto di posti di lavoro e ricadute economiche. Facendo qui il G8, Berlusconi rischiava cioè di dar lustro a un'idea uscita dal programma dell'ex governatore sardo di centrosinistra, Renato Soru. Un'eventualità che il premier ha sempre tentato di evitare, fin da quando appena eletto aveva proposto di trasferirlo a Napoli.
L'altra incognita sull'avvenire della Maddalena è la mancanza di infrastrutture. Dirottate alle imprese costruttrici le principali risorse, non sono rimasti più soldi per l'allargamento dell'aeroporto di Olbia, la realizzazione della superstrada Olbia-Sassari e la costruzione della passeggiata a mare che avrebbe dovuto collegare il paese della Maddalena al nuovo porto turistico. I tre progetti, più volte confermati dal governo, sono stati via via sfilati perché i costi già alti e le varianti in corso d'opera stavano svuotando la cassa. "A più di due settimane dal trasferimento del G8", racconta il sindaco, Angelo Comiti, "non ho ricevuto una sola telefonata di Bertolaso. Di nessuno, né del governo, né della Protezione civile. Ci hanno spinti in una situazione antipatica. Perché sembra che vogliamo fare concorrenza agli amici dell'Aquila che vivono settimane tragiche. Non è così, andrò a L'Aquila a spiegarlo. Però il lavoro enorme che abbiamo fatto qui non può essere ridotto a una sceneggiata di 'Scherzi a parte'. Ti svegli una mattina e ti dicono che era tutto una finzione".
Pochi giorni fa Comiti ha potuto visitare i cantieri, ancora coperti dal segreto di Stato e presidiati dal battaglione San Marco come se il G8 si dovesse svolgere ancora qui. La riservatezza sui cantieri dovrebbe essere tolta il 20 maggio. Al sindaco i rappresentanti della struttura di missione, Riccardo Micciché e Francesco Piermarini, cognato di Bertolaso, hanno garantito che i lavori saranno completati entro il 31 maggio. Come previsto. Data confermata dall'architetto Boeri: "Non posso dire di più perché vale sempre il segreto, ma nonostante i tagli le imprese hanno deciso di concludere". Verranno comunque consegnati immobili senza arredamento. La Protezione civile ha inoltre deciso di non completare l'asfaltatura dei viali e l'arredo a verde per risparmiare altri 50 milioni da impegnare per il G8 a L'Aquila. Questo dovrebbe ridurre i costi alla Maddalena da 377 a 327 milioni di euro. La previsione di spesa al momento della firma dei contratti era di 308 milioni. Secondo la Protezione civile che, va detto, ha sempre garantito trasparenza sulle cifre, c'è stato dunque un rincaro del 22 per cento. Le imprese però avevano già ottenuto per contratto un incremento del 30 per cento per il fatto di lavorare su un'isola, del 15 per cento per i turni di lavoro giorno e notte e ancora del 12 come ulteriore 'premio di accelerazione'. Cioè un aumento del 57 per cento.
Il risultato è un valore degli immobili completamente fuori mercato che difficilmente potrà restituire alle casse pubbliche quello che tutti noi abbiamo speso. Per l'albergo nell'ex ospedale che nessuno vuole gestire si tratta di 16.800 metri quadri. Ci sono costati 73 milioni, calcolando un aumento medio del 22 per cento sui 60 milioni previsti. Significa un costo di costruzione senza arredamento di 4.345 euro al metro (3.571 senza l'aumento). Alla Maddalena i costi non superano i 1.200 euro al metro. Le ultime tabelle dell'Agenzia del territorio fermano il costo di vendita di una villa di lusso a 3.200 euro al metro. Poiché tra suite e standard, le stanze sono 101 significa un costo medio per ogni stanza di 722 mila euro. Cioè l'equivalente, per ogni camera, di 14 mini appartamenti da 50 mila euro da costruire a L'Aquila. Considerata una rendita del 4 per cento, se lo Stato dovesse pretendere il pareggio da questo investimento con l'incasso di un affitto, il povero gestore dovrebbe sperare di incassare 28 mila euro l'anno per ogni stanza. E poiché l'estate alla Maddalena riempie gli alberghi non più di 40 giorni, significa partire già da 722 euro a notte. E a questo punto fallirebbe perché non avrebbe soldi per pagare il personale, la manutenzione, le tasse. Alla fine dovrebbe alzare il prezzo. Almeno mille, 1.200 euro a notte. Per affacciarsi su un capannone, una strada, lo scarico. E gustarsi il panorama che Obama e Sarkozy non hanno mai visto.
Appia Antica, ultimo sfregio due capannoni sulle antiche ville
Carlo Alberto Bucci – la Repubblica, ed. Roma
In quel campo che copre qualche villa agricola romana dell’Appia antica, senza permesso non si potrebbe piantare nemmeno un albero ad alto fusto. Invece nel verde di Torricola, tra la strada di basole e il Fosso delle Cornacchiole, sono spuntati da un giorno all’altro due capannoni. Industriali. In acciaio. E completamente illegali.
La scoperta l’hanno fatta i funzionari della Soprintendenza archeologica e i vigili urbani dell’XI Municipio. Che ieri non sono nemmeno potuti entrare nell’area vincolata. Semplicemente perché non gli hanno aperto. "Non si può più tollerare questo scempio" denuncia Rita Paris, l’archeologa della Soprintendenza responsabile dell´area. "Nel parco dell´Appia dall’88 c’è un vincolo archeologico che vieta costruzioni anche di carattere provvisorio. Quante ne abbiamo visti di tendoni o di serre che poi sono diventati supermercati o ville in muratura". Il carattere agricolo delle tenute Torricola e San Cesareo va rispettato, mantenuto, rilanciato. Esiste un piano del parco e uno paesaggistico che devono solo essere integrati, quindi applicati. In attesa, l’abusivismo dilaga.
COMUNICATO della SOPRINTENDENZA SPECIALE per i BENI ARCHEOLOGICI di ROMA
Appia Antica: segnalazione abusi in località Torricola di elevato interesse archeologico e all’interno del Parco Regionale.
La proprietà ex Borgia (Nicolò) ora in affitto alla Società SARV srl di Antonio Bucarelli è compresa in un vasto pianoro delimitato dalla via Appia Antica, dal Fosso delle Cornacchiole, costituito dal banco di selce della colata lavica di Capo di Bove che disegna la morfologia e l’assetto di tutto l’ambito territoriale dell’Appia.
La zona, con vincolo archeologico del 1988, riconosciuta dal PRG come zona N (parco pubblico di straordinario interesse archeologico, storico, ambientale, paesaggistico) conservava fino agli anni ’70 il suo carattere agricolo, occupata per la maggior parte dalle Tenute di Torricola e di San Cesareo; nel 1988 è stata ricompresa nel Parco Regionale dell’Appia Antica.
Le costruzioni a carattere abitativo attualmente esistenti sono dovute a trasformazioni di manufatti agricoli (stalle, ricoveri di vario genere per la conduzione di attività agricole e pastorali) ai quali si sono aggiunti nuovi edifici per ampliare la destinazione residenziale.
Le prescrizioni del vincolo di tipo "indiretto" fanno divieto di realizzare costruzioni anche a carattere provvisorio, di piantare alberature di alto fusto, in quanto incompatibili con le esigenze di luce, prospettive e godimento dei monumenti dell’area e del contesto ambientale , con l’obiettivo di conservare quei caratteri del territorio che, dall’antichità, sono rimasti immutati con la vocazione insediativa ad uso preminentemente agricolo e pastorale ripresa dai casali storici di San Cesareo e Casale Tittoni.
Alle già gravi trasformazioni e alterazioni che quest’area ha subito si aggiunge ora un nuovo sfregio: sono stati realizzati due grandi capannoni per centinaia di metri quadri, non precisamente quantificabili in quanto non è stato concesso l’accesso per la verifica né alla Soprintendenza, né ai Vigili del Gruppo Edilizia XI Municipio. Già da anni erano stati bloccati tentativi di edificazioni e recinzioni, piantumazioni e scavi per tubature di acqua. Tutto sempre senza chiedere la preventiva autorizzazione agli Enti di tutela.
Questo ennesimo tentativo di abusare di un territorio che dovrebbe essere un parco archeologico e ambientale, che ha visto decenni di impegno per la sua salvaguardia da parte di personaggi come Antonio Cederna, qualora non perseguito, costituirebbe un ennesimo gravissimo precedente per comportamenti contro il rispetto delle leggi. Tutto questo accade nel momento in cui le Istituzioni coinvolte stanno concludendo, con enorme impegno, i lavori per dotare il Parco dell’Appia di un Piano che costituisca il riferimento certo e definitivo per questo territorio tanto pregiato quanto tormentato.
C’è un fenomeno che accomuna democrazie di diversi continenti e paesi, con più o meno solide tradizioni costituzionali, con governi di destra e di sinistra: lo sfilacciamento e l’impotenza dell’opposizione. Negli Stati Uniti, la vittoria di Obama e del Partito democratico è stata accompagnata da un crollo senza precedenti del Partito repubblicano, il quale nonostante la radicalizzazione del linguaggio reazionario di alcuni suoi leader non riesce a riconquistare credibilità presso il suo proprio elettorato; e soprattutto è incapace di definire una politica di opposizione che sia seria ed efficace. Si dirà: le sconfitte sono sempre accompagnate da delusione e smarrimento in chi le subisce.
Nulla di nuovo sotto il sole. Non é forse vero che dopo la vittoria di Reagan lo stesso destino era toccato al Partito democratico che ha impiegato due decenni per rinascere? Eppure qualcosa di nuovo sembra esserci. In Brasile, per esempio, il presidente Lula è al suo secondo mandato e gode di una larghissima popolarità, tanta quanto quella del nostro presidente del Consiglio, di Sarkozy e di Obama. A differenza degli altri paesi, la sua maggioranza ha una storia di più lunga durata e questo avrebbe dovuto consentire all’opposizione di meglio attrezzarsi al suo ruolo e raffinare linguaggio e strategia. Invece, come notano anche osservatori che condividono la politica del presidente Lula, la prova che danno di sé i partiti di minoranza (tanto di sinistra estrema quanto e soprattutto di destra) è deludente.
Eppure un governo che fa buone politiche e ha largo consenso non ha meno bisogno di essere incalzato dall’opposizione di un governo che fa politiche pessime e ha un consenso risicato. In Europa, la situazione non è diversa. In Francia, il Partito socialista non gode di miglior salute del nostro Partito democratico, e l’insoddisfazione dei suoi elettori non è meno accentuata. Pierre Rosanvallon ha avuto modo di commentare di recente le ragioni della crisi della sinistra francese e ha osservato che è fuorviante parlare genericamente di crisi delle ideologie. In realtà, a essere in crisi è solo l’ideologia che esce sconfitta dalle elezioni.
L’identificazione delle elezioni con la competizione sportiva, la lettura dell’esito elettorale in termini di vittoria-e-sconfitta, è un segno indicatore per comprendere quella che chiamerei la sindrome dell’inutilità della dialettica politica post-elettorale. Il suffragio, come sappiamo, contiene due diritti: quello di formare una maggioranza (i voti si contano) e quello di essere rappresentati (i voti si traducono in seggi). Il secondo non è meno importante del primo perché il Parlamento, per godere di una legittimità non solo formale, dovrebbe essere in grado di riflettere il maggior numero delle componenti ideali della società, anche quelle che non hanno vinto. Chi ha "perso" le elezioni è assente dall’esecutivo ma non è né può essere assente dal Parlamento. In questo senso è scorretto usare il linguaggio della vittoria e della sconfitta perché suggerisce l’idea - fuorviante e pericolosa - che conta solo chi vince.
Nell’ottica della vittoria e della sconfitta, l’opposizione non pare avere altro ruolo che quello di testimoniare i perdenti presso il pubblico dei vincitori. E il perdente in una competizione che registra solo chi vince è certamente inutile o impotente; non conta nulla. Ma questa non è né la logica né la procedura che opera nelle democrazie rappresentative, anche se è vero che i sistemi elettorali maggioritari sono più di quelli proporzionali predisposti a favorire questa mentalità. Ma l’intensità del problema che si manifesta oggi travalica la stessa funzione dei sistemi elettorali e chiama in causa la cultura politica, se si vuole l’ethos, il modo di pensare che si sedimenta nell’opinione pubblica. Le democrazie contemporanee sembrano essere sempre di più governi della maggioranza, non semplicemente sistemi nei quali i partecipanti alle decisioni parlamentari decidono secondo il criterio di maggioranza. L’etica della gara per la vittoria è il segno di uno stravolgimento della partecipazione alla costruzione della politica nazionale, perché è evidente che anche chi non ha conquistato la maggioranza contribuisce a determinare la politica nazionale: lo fa sia perché siede in Parlamento e il suo voto è comunque decisivo anche quando sia solo per registrare l’esito di una votazione, sia perché la sua presenza è comunque attiva, attraverso la voce, la contestazione e la capacità di condizionare una proposta di legge. Il lavoro dell’opposizione ha una grande dignità e il voto a un partito che non vince non è un voto perso.
Ma l’ideologia che sembra dominare il campo oggi è quella che vuol far credere che la popolarità dei sondaggi renda l’opposizione inutile, che la maggioranza sola debba governare e che i leader debbano essere come in una permanente campagna elettorale. Un elemento che non può sfuggire in questa politica della celebrità del capo e della sua maggioranza è l’esautoramento delle assemblee legislative. Il Parlamento decade nella misura in cui solo la maggioranza ha voce e visibilità. La funzione dell’opposizione è anche per questa ragione cruciale - la sua sconfitta numerica non si traduce mai in una sconfitta del suo ruolo politico, perché la sua voce e la sua presenza sono la nostra garanzia di libertà democratica. Più di questo: l’opposizione politica è depositaria della nostra certezza che l’alternanza democratica non è un’utopia. Ci si dovrebbe imporre di non ascoltare le sirene dell’ideologia dell’inutilità dei perdenti perché il gioco democratico ci assicura che non c’è la fine della storia.
Con la privatizzazione dei siti vesuviani, un intero patrimonio di saperi rischia l'estinzione. Ma un altro modello - pubblico, gratuito, refrattario alla monetizzazione della cultura - è possibile. Parla Annamaria Ciarallo, direttrice del laboratorio di ricerche applicate della Soprintendenza archeologica di Pompei
La grotta di Seiano sembra marcare il confine tra Napoli e un altro mondo. Attraverso gli ottocento metri di penombra scavata nel tufo, si sbuca sulla costa di Posillipo, si cammina ancora un po', lasciando alle spalle le villette dei veri ricchi, e si arriva ai due teatri romani sistemati sull'ultimo costone a precipizio sul golfo. L'odeon principale è fornito addirittura di una vasca per gli spettacoli acquatici, esemplare unico insieme al suo gemello in Turchia. Scenario da sogno per le notti del governatore Vedio Pollione, liberto della corte di Augusto, ricco e potente al punto da potersi permettere una villa sospesa nel mare, sull'isolotto della Gaiola, raggiungibile attraverso una scaletta immersa tra lecci e cespugli di lentisco, lasciata poi in eredità al suo augusto protettore. Oggi l'isolotto è area marina protetta, in passato però è appartenuto agli Agnelli e al miliardario americano Paul Getty.
«È un posto bellissimo, l'abbiamo sempre tenuto aperto, ma ora abbiamo risistemato i sentieri, messo la segnaletica e ripristinato il verde originario, invece di farci mandare olivi centenari dalla Grecia, come sembra essere di moda», racconta Annamaria Ciarallo, direttrice del Laboratorio di ricerche applicate della Soprintendenza archeologica di Pompei. In effetti, la villa di Pollione potrebbe richiamare alla memoria quella di Berlusconi in Sardegna, ma il recupero è avvenuto riportando alla luce l'acquedotto e due tempietti, salvaguardando le specie autoctone e la biodiversità. I fondi sono stati reperiti grazie ad «Archeologia e natura nella Baia di Napoli», un progetto che ha coinvolto i siti tra Pozzuoli e Punta Campanella, dieci percorsi tra natura e archeologia, con letture di classici affidate alle attrici Cristina Donadio e Iaia Forte. «Abbiamo avuto 200 mila euro dai Por europei attraverso l'assessorato regionale al Turismo - spiega Annamaria Ciarallo - e li abbiamo sfruttati per ripristinare la vegetazione, sistemare la segnaletica e fornire guide cartacee in italiano e in inglese. La manifestazione dura fino al 2 giugno ma gli interventi fatti servono a rendere i siti fruibili sempre, speriamo che ci facciano continuare a lavorare».
Continuare a lavorare sembra, invece, la cosa più difficile da ottenere da qualche anno a questa parte. Si potrebbe cominciare dal novembre 2007, quando venne creata la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei. Organismo periferico del Ministero per i Beni e le attività culturali, riunisce sotto un'unica gestione i siti vesuviani di competenza dell'ex Soprintendenza archeologica di Pompei (si tratta di miniere d'oro come le aree di Pompei, la più visitata al mondo, Ercolano, Stabia, Oplontis, e il museo di Boscoreale) accanto al Museo archeologico nazionale di Napoli, i siti archeologici dell'area flegrea e della penisola sorrentina, precedentemente gestiti dall'ex Soprintendenza archeologica di Napoli e Caserta. Una macchina da guerra in grado di fruttare moltissimo, che Berlusconi e i suoi ministri sembrano intenzionati a svendere ai privati.
Così nel 2008 parte la campagna a mezzo stampa che segue la denuncia del governo che si scaglia contro la scandalosa incuria in cui è lasciata Pompei. «Erbacce e cani randagi infestano i percorsi», tuonava l'esecutivo; «stato d'abbandono», titolavano i giornali. A luglio arriva puntuale la nomina del commissario straordinario con una dotazione di 40 milioni di euro, la soluzione standard del governo per ottenere i propri scopi. Non c'è Bertolaso, questa volta, in versione Batman dell'archeologia, ma l'ex prefetto Renato Profili (sostituito dopo appena otto mesi da Marcello Fiori). Non servono competenze tecniche ma manageriali, sottolinea il ministro per i Beni culturali Sandro Bondi, che tuona: «Il commissario serve a dire basta a una situazione che definire intollerabile è dire poco». Il nuovo incaricato, poi, dichiara a cuor leggero ai giornali: «Gli scavi da troppi anni sono stati gestiti con una certa artigianalità». E come primo atto cerca di affidare ai privati il servizio di vigilanza esterna, progetto bloccato dai sindacati e dal soprintendente Pietro Giovanni Guzzo, mentre il governo studiava quali pezzi pregiati della collezione Farnese spedire alla Maddalena per il G8. «Possiamo credere, vista la tendenza del contesto relativo ai Beni culturali in generale, che questa struttura miri a sostituirsi alla tradizione della Soprintendenza. Ma, a giudicare da quanto finora si è visto - dichiarava a settembre Guzzo - quello che manca alla struttura del commissario è la conoscenza, e la critica delle conoscenza, delle situazioni sulle quali è stato chiamato ad operare, in deroga a tutte le norme».
Si potrebbe cominciare dal 2007 oppure tornare indietro nei decenni: «Quando ho cominciato a lavorare a Pompei venti anni fa - racconta la Ciarallo - c'erano laboratori di falegnameria, c'erano fabbri, idraulici, giardinieri e operai specializzati, pagati dallo stato, che provvedevano alla manutenzione ordinaria. Se si rompeva una porta o una fontana la riparavano, l'impressione generale era di un sito curato. Poi hanno cominciato ad andare in pensione senza nuove assunzioni. Da undici giardinieri siamo arrivati a uno. Perché? Per far entrare i privati. Così se si rompe una porta bisogna aspettare che si arrivi a mille e poi fare una gara, intanto per due o tre anni rimaniamo con le porte rotte ed ecco che appare l'incuria».
Un intero patrimonio di saperi rischia l'estinzione, per fare posto a società che spesso non hanno le competenze necessarie e costano di più. A Pompei c'è la maggiore estensione al mondo di mosaici all'aperto: «Se ne occupavano addetti specializzati - prosegue - che li hanno mantenuti intatti per decenni. L'ultimo mosaicista rimasto, non potendo fare il lavoro da solo, li copriva con la sabbia in autunno e li scopriva in primavera. Poi anche lui è andato in pensione, il risultato è che si stanno rapidamente deteriorando. Lo stesso per gli affreschi, non c'è più nessuno che ci passi la cera. Ma la manutenzione ordinaria non fa notizia, al governo interessano solo le conferenze stampa plateali in cui annunciare mega restauri, come la Casa dei Vettii, soldi sprecati se poi non c'è chi li cura».
E le erbacce che infesterebbero Pompei? «Una polemica così sciocca che hanno dovuto smetterla subito. Il nostro laboratorio lavora a ripristinare la flora di duemila anni fa, rimettendo a dimora il verde autoctono, in grado di resistere meglio agli stress ambientali, oltre a salvaguardare la biodiversità. Si tratta di un prato spontaneo mediterraneo e non di un prato all'inglese, si risparmia acqua e basta un po' di pioggia perché diventi di una bellezza smagliante». Negli anni '70 c'era un'unica via accessibile, il resto era infestato da erbacce, oggi sono stati liberati dai rovi 44 ettari sui 66 complessivi: «Nella serra coltiviamo 20 mila piante, 10 mila impiegate per sistemare le aree archeologiche, evitando di ricorrere all'acquisto esterno, un risparmio di 40 mila euro all'anno». Rosmarino, lentisco, salvia, e poi vigneti, peschi, limoni, piante per unguenti, un patrimonio storico prima che botanico.
Il ministero, intanto, ha firmato un accordo di programma con la regione Campania affidandole gestione e valorizzazione dei siti dei Campi Flegrei, di Capri e dell'isolotto della Gaiola, sottraendoli alla Soprintendenza, a cui resterebbe la tutela. In molti, a cominciare dal soprintendente per il polo museale di Napoli, Nicola Spinosa, leggono la manovra come il primo atto dell'ingresso dei privati, e in particolare della Scabec, società mista regionale costituita nel 2003, il 51% pubblica, il 49% in mano a Electa Mondadori, Fiore Costruzioni, Pacifico, Nuova Lince. Si tratterebbe di siti-attrattori di prima grandezza come la Certosa, Villa Jovis, Villa di Tiberio, Villa di Damecuta e la Grotta Azzurra di Capri, il castello di Baia o il Rione Terra di Pozzuoli, l'isolotto della Gaiola di Napoli, accanto ad altri di minor fascino commerciale che finirebbero inevitabilmente gravemente penalizzati.
«Secondo me tutti i siti dovrebbero restare in mano agli enti pubblici, accessibili a tutti e senza biglietto d'ingresso - conclude Annamaria Ciarallo -, del resto al British Museum si entra gratis. La monetizzazione della cultura provoca la distinzione in siti di fascia A e B, anticamera della dispersione del patrimonio storico e culturale. Il guadagno deve arrivare dall'indotto che i beni culturali producono». L'isolotto della Gaiola, adesso, è uno scoglio piantato nel mare, tra il borgo di Marechiaro e la baia di Trantaremi, il giallo del tufo, l'azzurro del mare, il rosso del corallo. Archeologia e fauna in un'area marina protetta, il parco sommerso si estende per 41,6 ettari a stretto contatto con la città. Per ora il Csi Gaiola onlus gestisce le ricerche e le visite guidate: biologi, archeologi, naturalisti che, tra bird o sea watching, escursioni in barca e itinerari via terra, salvaguardano l'ecosistema. Ma non sono tranquilli, cominciano già a diffondersi le prime voci di linee di traghetti per i turisti e, magari, ipotesi di fitto per matrimoni da favola.
Il tema dell’Expo milanese sarebbe incentrato sull’agricoltura e l’alimentazione, sui beni primari per l’umanità. Sarebbe, scrivo, perché osservando gli avvenimenti di Milano e dintorni si notano piani e realizzazioni estranei al tema, anzi rivolti a contrastarlo, a seppellirne le motivazioni originali, a ingannare chi avesse imprudentemente dato fiducia ai promotori, invece sospettabili truccatori di carte. Ora il quadro è in piena luce. Basta radunare le informazioni della stampa negli ultimi mesi, basta aggirarsi in eddyburg fra gli articoli, la posta, gli interventi per sapere che la realtà corre verso un’Expo marchiata da edificazione speculativa intensa come mai: che significa cancellazione di territori agricoli e di aree urbane libere vincolate a verde o a servizi sociali, cementificazione di aree ferroviarie dismesse, costruzione esorbitante di strade e autostrade pura violenza verso spazi agrari irrigui e paesaggi di campagna storica. Altro che opposizione al consumo di suolo dichiarata anche da sindaci, assessori e presidenti. Edificazione distruttiva come moderna rapallizzazione metropolitana (conventrizzazione significò difatti totale distruzione), devastazione di quelle risorse che il falso programma Expo indica destinate ad assoluta tutela e forte aumento. Tutto questo per decisione delle istituzioni pubbliche, Regione, Comune di Milano, certi altri comuni, persino Parco Sud e Provincia di centrosinistra sebbene quest’ultima cerchi di coprire il consenso alla speculazione immobiliare nel Parco trascinata dall’operazione Cerba (Centro europeo di ricerca biomedica avanzata) rivendicando presunte cautele ambientali del nuovo Ptcp. Ad ogni modo la solida piattaforma per tutte le operazioni è l’accordo con i maggiori immobiliaristi e proprietari fondiari, che consiste nelle loro proposte e immediata accettazione degli enti, capintesta la giunta morattiana. Come fa da tre lustri, Milano continua a precedere le proposte di legge urbanistica in parlamento (ce ne sono quattro compresa la vecchia Lupi) basate sull’impari negoziazione fra i privati e l’ente pubblico. E tutto questo indipendentemente dagli effetti della definitiva deregolamentazione voluta oggi dalla destra (solo?) attraverso il dissennato “piano casa”.
D’altronde. Non sono terreni agricoli vincolati quelli su cui sorgeranno le opere dell’esposizione? Non sarà tolto il vincolo affinché a manifestazione terminata i proprietari costruttori Ligresti e Cabassi portino a conclusione l’affare rimpinzando di cemento gli immaginati poveri del mondo cui l’expo destinerebbe il buon cibo propagandato in figura?
Panorama metropolitano disastroso rispetto ai principi e modelli che stanno a cuore a eddyburg, all’urbanistica in cui abbiamo creduto, alla battaglia senz’armi sufficienti (p. es. bravi politici alleati) che cerchiamo di combattere in difesa del piccolo residuo di giustezza e bellezza nel territorio aperto e nelle città. Eppure, avendo studiato la condizione dell’area milanese e la sua trasformazione, avendo assistito al tradimento della mirabile costituzione storica valsa fino alla guerra (territorio policentrico, centri urbani e centri rurali divisi da ampie fasce di terreni agricoli), ho provato a riguardare insieme a bravi giovani la metropoli d’oggi nella parte esterna alla città centrale, ossia il territorio che definiamo nuova periferia per distinguerla anche nominativamente dalla periferia urbana storica addossata e compenetrata alla parte consolidata della città. Insomma l’hinterland, il circondario “dei cento comuni” attorno a Milano. Riguardo al problema del verde agrario preteso e tradito dall’Expo proponiamo, in maniera semplificata ma non astratta, un nostro modello d’azione utopica come potendo da subito far cessare la colata di materia edile che appunto sta colando dappertutto. Questa corona circolare intorno alla città centrale può essere esaminata secondo due semi corone molto diverse.
Semi corona settentrionale: la sua condizione storica contraddistinta da agricoltura povera su terreni asciutti e poi, anche per questo, da vocazione industriale accompagnata da un fitto sistema infrastrutturale non ha consentito, per così dire, alcuna difesa dalla gigantesca trasformazione degli anni Cinquanta e Sessanta, dalle ulteriori espansioni e dagli incessanti tumulti edificatori pervasivi, inoltre dalla complicità degli enti pubblici e compiacenza di troppi urbanisti. Qui è il mondo del più spiaccicato sprawl.
Semi corona meridionale: la permanenza di agricoltura irrigua intensiva e più tardi anche la creazione del Parco hanno preservato in buona parte la struttura policentrica e di conseguenza il vasto spazio aperto. Non si sono instaurati gli stessi processi che a nord, quelli costituiti da migliaia di episodi edilizi; l’agricoltura forte è servita a evitare il rivestimento edilizio della terra come se la città centrale esplodesse. Tuttavia si sono insediati sparsi fronti edificatori particolarmente aggressivi. Il policentrismo storico è ancora riconoscibile, il territorio evidenzia ancora il valore dell’agricoltura di tradizione capitalistica, ma certe violenze dotate di supporti nuovi hanno provocato conseguenze laceranti. Qua e là si è assistito al passaggio non da una produzione a un’altra (da agricola povera a industriale) ma da agricoltura altamente qualificata, seminativo irriguo di forte produttività, a grandi insediamenti terziari o residenziali sostenuti dalla finanza dei misteri. Il primo fu l’incredibile insediamento di Sesto Ulteriano (San Donato), un’accozzaglia di duecento capannoni, per lo più magazzini deserti, cittadella di stoccaggio che dobbiamo attraversare quando vogliamo andare dall’abbazia di Chiaravalle a quella di Viboldone. Apparve l’insensato Quartiere Zingone a Trezzano sul Naviglio. Piombò il fallimentare complesso “Girasole” sulla campagna di Lacchiarella. Cabassi realizzò i torvi benché colorati fabbricati per uffici ad Assago detti “Milanofiori” (ora sappiamo che vuole aggiungere lì, in quella campagna, una “Milanofiori 2”). Il fratello di Berlusconi fondò “Milano 3” per 10.000 abitanti surclassando il piccolo comune di Basiglio e i suoi antichi campi irrigui. Ligresti costruì diversi gruppi di edifici alti per uffici con i due ultimi piani abusivi. Altro seguirebbe nell’elenco. E i nuovi pericoli dovuti alla liberalizzazione diciamo istituzionale di aree vincolate in comuni del Parco? Dobbiamo però sapere che sono i processi strutturali a provocare i danni irreversibili. Infatti la trasformazione consiste nell’abolizione di fior di aziende capitalistiche o a conduzione diretta efficiente a causa della proprietà già caduta nelle mani di potenti società immobiliari.
Nel territorio dello sprawl (e anche nelle sacche meridionali di forte espansione edilizia, per esempio Rozzano), non è possibile in quasi tutto lo spazio il rilancio di un’agricoltura per un’effettiva produzione. Tuttavia resistono in zone ancora irrigate, soprattutto a est verso l’Adda, modesti assetti aziendali non del tutto degradati. Qui potrebbe fondarsi una ripresa agraria al fine di custodire il paesaggio storico, opporre fronti produttivi alla devastazione dell’ambiente in qualsiasi modo possa essere minacciata. (Dicono che in urbanistica e in edilizia noi siamo il partito del no. Di certo, lo siamo, e dovremmo rafforzarne il principio. Il modello utopico si basa sul blocco completo delle costruzioni in tutte le aree libere del circondario milanese in esame). Invece nella parte più diffusa e confusa della conurbazione la terra libera si distingue da una parte per poche ma non trascurabili aree dove la vecchia coltivazione ridotta a gerbido non potrà più riprendere vigore, da un’altra per numerosissimi interstizi fra le edificazioni e le infrastrutture, specie fra i confini irriconoscibili di insediamenti dotati degli antichi nomi comunali. Il programma utopico consiste nella determinazione di una politica del grande verde per gli spazi privati e pubblici. Un piano totalizzante e preciso per una vasta piantumazione. Salvate le aree aziendali ancora adatte al seminativo irriguo (est/sud-est della semi corona) costruiamo l’architettura di una foresta metropolitana partendo da masse alberate erette nelle aree a gerbido, proseguiamo l’impianto in tutte le superfici interstiziali libere, inseriamolo poi capillarmente nell’edificato più o meno aggregato dei comuni come filare di strade o magari boschetto urbano in angoli dimenticati. Un fiume selvoso con i suoi emissari, sia per crescita da piante pioniere secondo proposta degli agronomi sia per applicazione di un disegno geometrico a griglia o a linea. Spetterà agli agronomi la scelta delle essenze, specialmente riguardo alle piante pioniere. Per noi sarebbero benvenuti dappertutto alberi come quelli più resistenti e belli di Milano, parte di quei centosessantamila sopravvissuti alla guerra del traffico, dello smog, degli impresari edili, della stessa amministrazione comunale: platani, bagolarie, aceri, ippocastani. Quanti? Non possiamo conoscere il totale degli spazi liberi nei comuni. Calcoliamo la possibilità di piantarne almeno cinquecento per ettaro di terra nuda e uno ogni quattro metri al massimo nei filari. Valutando un modesto incremento della superficie grazie ai margini meno compromessi di nord ed est, è plausibile un obiettivo di un milione di piante, unica possibilità di parziale riscatto del territorio in causa. Sarebbe interessata una superficie complessiva di circa duemila ettari in una miriade di episodi, però realmente o idealmente collegabili fra loro. Poco, rispetto alla semi corona settentrionale dell’hinterland? O troppo, rispetto al fastidio istituzionale (e popolare?) verso le piante, i boschi, i viali alberati, i parchi, i giardini?
Per il territorio meridionale il progetto utopico non lo è troppo giacché non può che scegliere la strada dell’incondizionata protezione del paesaggio agrario esistente, salvo applicare il medesimo modello di piantumazione nei luoghi contrassegnati dai citati insediamenti ivi caduti come estranei ultracorpi dallo spazio. Il progetto significa qui riscoperta e rilancio dei valori di un’architettura proveniente dalla vocazione umana alla lavorazione della terra in maniera coerente alle risorse naturali o reperite, e dalla costituzione dei suoi fondamenti strutturali (aziende capitalistiche o a conduzione diretta su fondo di misura adeguata). Cos’era una marcita dagli undici sfalci annuali se non un eccezionale esempio di architettura del suolo e dell’acqua? E vuol dire difesa e sostegno delle aziende la cui attività assicurano produzione e produttività, restauro degli spazi agrari, partecipazione dell’agricoltura alla vita della metropoli. Questo è il nodo non da sciogliere ma da tener ben stretto: appartenenza necessaria del paesaggio agrario alla metropoli, solidità del principio che se la metropoli lo interiorizza, così come interiorizza la foresta, salva la parte residua ma importante della propria storica conformazione policentrica indispensabile alla sua stessa vita.
Da una parte la forestazione, dall’altra l’agricoltura vera, non imbalsamata quale mera reminiscenza, avanzano come il bosco del Macbeth per abbattere gli schemi concettuali e le abitudini progettuali che contraddistinguono l’urbanistica e l’architettura divise e subalterne ai loro committenti pubblici e privati: considerare l’espansione edilizia “sviluppo”, misurare gli spazi liberi agrari e no come “vuoti” da riempire. È lo spazio aperto vivo, vegetale, non degradato che può impedire la fine della metropoli. Il problema sollevato dall’economista statunitense Henry George centoventicinque anni fa si è enormemente aggravato e descrive la nostra mortale separazione dal paesaggio naturale o umanizzato: “Le numerose popolazioni di queste grandi città sono del tutto frustrate dei gradevoli influssi della natura. La maggior parte di esse non riesce mai, tra un anno e l’altro, a camminare sulla terra” (1884).
Milano, 15 marzo 2009
Edilizia, mani libere dalla Regione ai Comuni. La giunta del Pirellone ha approvato ieri i criteri per il via libera ai progetti per riqualificare le aree dismesse o abbandonate anche nei centri storici. Per costruire basterà una dichiarazione firmata dal progettista. Protesta l´opposizione di centrosinistra: «È una presa in giro. Solo il via libera a una nuova colata di cemento». Replica l´assessore regionale all´Urbanistica leghista Davide Boni: «Non è vero, è un piano per rilanciare il settore dell´edilizia in crisi». Soddisfatto l´assessore comunale Carlo Masseroli: «I criteri sono assolutamente ragionevoli e assomigliano a quelli approvati dal consiglio comunale»
Basterà una semplice dichiarazione di «congruenza» firmata da un tecnico progettista del piano integrato di intervento che garantisca che si tratta di infrastrutture di interesse pubblico, e da ora in poi i Comuni potranno avere mani libere nella riqualificazione delle aree degradate con nuovi quartieri. Per l´assessore regionale all´Urbanistica leghista Davide Boni l´obiettivo del provvedimento approvato ieri dalla giunta del Pirellone è solo quello di «rilanciare il settore dell´edilizia, che subisce come altri gli effetti della crisi». Per l´opposizione di centrosinistra, al contrario, è un via libera a una nuova colata di cemento sulla Lombardia.
Si tratta dei criteri e delle modalità per l´approvazione, in assenza dei Piani di governo del territorio che dovranno sostituire i vecchi Piani regolatore, di «Programmi integrati di intervento in variante non aventi rilevanza regionale». In pratica, qualsiasi nuovo quartiere, qualsiasi operazione immobiliare che i privati vogliano fare in un Comune. La circolare che la Regione doveva emanare entro sessanta giorni dall´ultima modifica alla legge urbanistica del 10 marzo scorso, per chiarire quali opere possono essere considerate «infrastrutture pubbliche o di interesse pubblico di carattere strategico ed essenziali per la riqualificazione del territorio» e come tali sfuggire al divieto imposto ai Comuni «di dar corso ai programmi integrati di intervento in variante, meglio noti come Pii». Una norma di grande portata visto che tanti piani sono ancora bloccati, che solo 107 Comuni lombardi hanno già approvato i Piani di governo del territorio, 172 li hanno già adottati, ma ben 758 hanno appena avviato la procedura o stanno per farlo.
Nel testo della delibera si precisa genericamente che «il termine infrastruttura comprende quell´insieme di opere, servizi e attrezzature necessarie alla vita di relazione e alla struttura economico-produttiva di un territorio». In particolare si stabilisce che i progetti dovranno riguardare «prioristicamente le aree degradate o dismesse, soprattutto se collocate all´interno di centri abitati» e il loro recupero. O interventi «volti a riqualificare e migliorare l´immagine urbana e la creazione di infrastrutture per l´accoglienza e la sosta nelle principali "porte" di accesso delle città».
Oltre ai progetti per l´edilizia residenziale pubblica, per avere il via libera ad altre opere edilizie, basterà inserire nel progetto «la realizzazione di parchi urbani attrezzati e naturali, anche esterni al comparto d´intervento».
Protesta il consigliere regionale del Pd Franco Mirabelli: «Alla fine è stato un imbroglio, si è passati da proibire tutto a consentire tutto. Solo poche settimane fa sembrava che la Regione volesse usare grande rigore con i Comuni. Ma ora, con i criteri applicativi, tutto torna esattamente come prima tranne una norma, palesemente illegittima, che permette a Milano di approvare i propri progetti direttamente in giunta, senza la discussione pubblica in Consiglio. In un momento in cui si decide non solo sull´Expo, la giunta di Milano si trova nella condizione di approvare tutto nelle segrete stanze».
L´assessore comunale all´Urbanistica Carlo Masseroli commenta soddisfatto: «I criteri approvati dalla Regione sono assolutamente ragionevoli e assomigliano molto ai criteri che il consiglio comunale ha già approvato a dicembre con il Documento di inquadramento urbanistico». L´assessore Boni chiude: «La nostra legge è più restrittiva di quanto voleva Milano. Con questo provvedimento abbiamo tempestivamente individuato i casi in cui c´è la possibilità di approvare i piani contribuendo anche a rilanciare il settore dell´edilizia».
Monguzzi: " È una presa in giro i progettisti controllano se stessi"
Carlo Monguzzi, capogruppo dei Verdi in consiglio regionale, perché non vi piace il regolamento approvato ieri dalla giunta del Pirellone?
«Formigoni incentiva i "Pii", i programmi integrati di intervento, anziché frenarli, smentendo come al solito promesse e impegni: altro cemento potrà continuare a colare su tutta la Lombardia, tra le regioni italiane che detengono il triste primato nel consumo di suolo».
Perché?
«Invece di porre un freno ai Pii, come richiesto nella modifica della legge urbanistica votata dal Consiglio nel marzo scorso, la delibera produrrà l´esatto effetto opposto».
Cioè?
«Non ci sarà alcun freno a una delle scorciatoie urbanistiche più utilizzate in questi anni per realizzare case, capannoni, centri commerciali. Si tratta di una presa in giro».
In che senso?
«I costruttori utilizzeranno ampiamente le nuove disposizioni approvate ieri dalla giunta per continuare a edificare, tenendo in scacco i Comuni che, privati di fondi per i servizi ai cittadini da Berlusconi e Tremonti, continueranno ad avallare i Pii per fare cassa con gli oneri di urbanizzazione».
L´assessore regionale all´Urbanistica Davide Boni, però, sostiene che le nuove prescrizioni, in realtà, sono più restrittive. E che il provvedimento ha l´obiettivo anche di rilanciare il settore dell´edilizia messo in ginocchio dalla crisi economica.
«Nella delibera preparata dalla giunta si sfiora il ridicolo».
Faccia qualche esempio.
«Per dare il via libera a un Pii basterà inserire nel progetto la realizzazione di un giardinetto attrezzato, oppure "servizi e attrezzature necessarie alla vita di relazione", oppure ancora "strutture per la sicurezza dei cittadini".
A patto di riqualificare aree abbandonate o dismesse.
«Al rispetto dei "criteri" stabiliti dalla giunta penserà infine il progettista, cioè colui che preparerà il Pii».
Il gossip, come diceva Flaubert, «dispensa dal pensare» e dunque nessuno si stupisce di questo cortile, di questo anfanare plebeo sugli amori di una coppia di speciale visibilità come sono i coniugi Berlusconi.
Né è una novità l’asservimento della televisione pubblica ai vizi del principe, con il "Porta a porta" diventato per l’occasione "Letto a letto". Ma la velocità, la passione e l’intensità del gossip sul divorzio hanno coperto lo scandalo reale, ancora irrisolto e dunque intollerabile in un paese civile. Berlusconi infatti non ha mai chiarito, né i suoi detrattori hanno mai pienamente dimostrato, quanto erotici siano in Italia i dicasteri e quanto ci sia di Morgensgabe, di dono del mattino, nelle cariche istituzionali. Insomma, l’accanimento sul tradimento della moglie nasconde la vera questione italiana: siamo tornati, unico Paese dell’Occidente avanzato, alle forme autocratiche del potere, quando lo Stato, i posti di Stato, i ministeri di Stato, venivano appaltati ai famigli, ai favoriti, ai mariti delle amanti, alle amanti?
Berlusconi, fiutando il palcoscenico maschile, ha consegnato a Bruno Vespa le sue dichiarazioni di innocenza accompagnate dai soliti ammiccamenti verso i peccati che giura di non avere commesso. Ma il sospetto infamante e dunque calunnioso che pesa su di lui non è l’adulterio, non è l’avere oltraggiato la delicatezza femminile della moglie, non è l’avere offeso e rinnegato il berlusconismo ingentilito che c’è in Veronica, ma l’avere portato il letto al potere d’Italia.
Ed è persino divertente che il giornale dei vescovi gli rimproveri l’impertinenza e la mancanza di sobrietà, insomma proprio i famosi peccati di cui l’italiano, da simpatica canaglia, sa pentirsi e negare, e al tempo stesso compiacersene e andare fiero. Inconsapevolmente, a riprova che il moralismo è cieco, "Avvenire" ha reso un favore al Berlusconi che si bea appunto della propria impertinenza e delle proprie marachelle e non si rende conto che chiedere a un’assessora il permesso di palpeggiamento, chiedere «posso palpeggiare un po’ la signora?» con un mezzo sorriso burocratico istituzionale durante una visita nelle zone terremotate non è una pulsione ma è una patologia. Eppure "Avvenire" ha accreditato, censurandola, l´esuberanza sessual-affettiva e non la malattia, ha certificato quell’eterna adolescenza nella quale Berlusconi finge drammaticamente di vivere e non la sindrome del nonno immaturo che ridiventa bambino con i bambini e con le bambine.
Più acutamente il mondo religioso avrebbe dovuto vedervi la decadenza di quell’infoiamento che fu raccontato al cinema da Tognazzi. Qui infatti non c’ il premierato annichilito dalla commedia all’italiana, dalle Baruffe chiozzotte, dalle trame dell’Ubalda tutta calda o del Magnifico cornuto, ma c’è invece il sesso ossessione, il sesso fantasma, il sesso che nessun concetto prefabbricato dalla psicologia può spiegare e contenere e che nessuna velina potrà mai addomesticare; qui non c’è lo spettacolo delle soubrette dalle forme rotonde e le gambe lunghe che capitalizzano e investono sulla propria bellezza impataccando di carezze gli uomini ricchi e potenti, ma c’è lo spettacolo degli anziani uomini di potere che le esibiscono e le istruiscono alla politica: le ricompensano con la politica.
Ma perché i vescovi non gli chiedono conto di quell’altro peccato che, se fosse vero, sarebbe ben più grave, peccato mortale contro l’Italia e contro gli italiani? Stiamo parlando della simonia laica, del sospetto, mai provato e mai fugato, di ricompensare l’avvenenza con i posti in Parlamento e con i ministeri.
Fu nell’estate scorsa che l’Italia fu invasa da decine e decine di "aforismi telefonici" sui meriti sessuali di ministre e sottosegretarie, frasi più o meno volgari e più o meno verosimili che ancora adesso purtroppo accompagnano la Carfagna, la Gelmini, la Brambilla nonché l’intero educandato di attrici, veline e ballerine che non sono più la gioia malandrina del potere ma sono ormai una degenerazione del potere italiano.
È vero che fu gossip anche quella divulgazione, per passaparola e per mormorio, del contenuto, non si sa quanto calunnioso, di alcune intercettazioni, come sempre di nessun valore penale. Ma la distruzione legittima e legale di quelle intercettazioni non ha certo smontato l’infamia della quale Berlusconi e le sue ministre si dichiararono vittime. Anche perché l’Italia deve all’ambiguità della sua storia la fama di paese nel quale si distruggono solo le prove, di paese nel quale più si distrugge e più si costruisce la prova.
Attenzione dunque a quel che accade. Con la complicità delle televisioni e dei giornali che trascinano anche Veronica nel letamaio e la mostrano senza veli per farne una velina dissennata e scosciata, Berlusconi sta trasformando le ferite che ha inferto alla moglie in una battaglia e magari già in una vittoria politica, con l’idea tutta berlusconiana della politica che, come la vita sregolata e romanzesca, fluisce nel viso rifatto e nei capelli che ricrescono, nella prostata che guarisce e nel seduttore che ringiovanisce, nel padre in pericolo e nel marito monello: è un fumo, una magia, un "a me gli occhi" che non solo restaura il mito guasto e avariato del "Silvio Priapo" ma nasconde il vero, l’ultimo scandalo di un’Italia non più governata dal conflitto di interessi, ma dal conflitto di piaceri: prurito di interessi, conflitto di pruriti, conflitto di interessi pruriginosi.
«’a munnezza è oro». La sapeva lunga il boss Nunzio Perrella. Nel 1988 fu lui uno dei primi a rivelare all’Antimafia di Napoli gli «appetiti» della Camorra sui rifiuti urbani del centro nord Italia. Di tempo n’è passato da allora, l’Ecomafia ora è una holding capace di muovere in un anno montagne di scorie industriali illegali. Legambiente le mette una sopra l’altra nel suo ultimo rapporto sulla criminalità ambientale e il naso, necessariamente rivolto all’insù, tocca quota 3100 metri. Tutto nel solo 2008, «quasi quanto l’Etna» ma qui la vetta è in mano alle cosche. «Un business di 20,5 miliardi di euro», si legge nel dossier presentato ieri. La Campania guida la classifica dell’illegalità, poi Calabria, Sicilia e Puglia. Ma il Lazio preoccupa sempre più e Lombardia e Piemonte seguono troppo in fretta.
Se prima, sottolinea il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, «i rifiuti del nord finivano al sud, nei cosiddetti tombamenti», ora veri e propri crateri tossici sono stati scoperti nel milanese grazie all’operazione Star Wars: 178mila metri cubi di rifiuti industriali gestiti da esponenti della ‘ndrangheta compromettono 6 ettari e mezzo di terreno.
Gli affari «sporchi» nella «munnezza» certo, ma anche nel cemento, oltre al racket degli animali, alle agromafie e alle aggressioni ai danni del patrimonio culturale. L’abusivismo edilizio infatti dilaga. spuntano 28mila nuove case illegali. Il Lazio supera la Sicilia e conquista il terzo posto nel cemento selvaggio. «Il territorio è gestito in modo criminale» sottolineò la procura di Tivoli. Ma il caso più singolare arriva da Ischia dove gli abusivi, torna a denunciare Legambiente, «hanno incontrato un alleato d’eccezione nel vescovo che ha lanciato un appello alla procura perché si eviti il «legalismo esasperato». Se poi il cemento si unisce ai rifiuti, come sembra accadere a Crotone, meglio ancora. Lì, secondo un’inchiesta della procura, le scorie tossiche dell’ex Pertusola Sud miscelate alle polveri dell’Ilva di Taranto sarebbero state utilizzate non solo come fondi stradali ma anche per la realizzazione dell’aeroporto di Reggio Calabria, per l’acquedotto locale e i cortili di tre scuole della provincia. Di scuole parlano anche due boss della ndrangheta. È il 7 marzo di due anni fa. A Bova, nel reggino, si lavora alla costruzione di un liceo. Uno vuole sempre meno cemento e più sabbia nel calcestruzzo. L’altro si infastidisce, «Così si brucia una pompa idraulica da 300mila euro». Alla sicurezza del nuovo edificio non ci si pensa.
I controlli passano dai numeri della magistratura e delle forze dell’ordine: quasi 26mila ecoreati accertati nel 2008. Tre ogni ora, poco meno di 71 al giorno. E ancora: 221 arresti (più 13,3% rispetto al 2007), oltre 9600 sequestri. «Un risultato eccezionale data l’assenza di risorse e strumenti giuridici ma non basta» denuncia il procuratore nazionale antimafia. È preoccupato, Pietro Grasso. Il ddl sicurezza in discussione alla Camera «limitava gravemente le funzioni di impulso e coordinamento per le indagini patrimoniali in sede di Antimafia assegnate da un decreto legge poi ratificato». Il ministro Alfano corre ai ripari e promette un passo indietro sul punto, ma Grasso sbotta ugualmente. I poteri «o mi si danno tutti o mi si tolgono». «Oltre ai mafiosi - incalza - ci sono i tecnici di laboratorio, i trasportatori. Le procure ordinarie accertano i reati, ma non riescono a vedere cosa c’è dietro, dobbiamo aggredire il fenomeno».
Il Veneto messo a rischio da tre mega-progetti immobiliari: Motor City, con uno shopping center di 195 mila metri quadrati, Euroworld, che propone l'Europa in miniatura stile Eurodisneyland e Veneto City, la «fiera delle fiere». La denuncia di Legambiente
Ecomostri, l'ultima evoluzione del cannibalismo immobiliare. Mega-progetti che alimentano la bulimia del «modello veneto». Cattedrali di cemento & affini che cancellano ogni altra linea d'orizzonte. E' il Veneto messo in cantiere dalla giunta Galan, ma anche dai Comuni che fanno cassa con il territorio. Tre operazioni concepite con la suggestione anglosassone: la New City del Veneto dopo il terremoto nei capannoni a Nord Est. Euroworld, vecchio continente in miniatura sul Delta del Po. Veneto City, super-fiera delle vanità nella Riviera del Brenta. E Motor City che fa rombare con l'autodromo anche il più mastodontico centro commerciale d'Europa, a cavallo tra Verona e Mantova. Sono l'ultimo capitolo del «saccheggio senza fine» che Legambiente ha denunciato con forza.
Il Veneto già monopolizza la classifica dei volumi edilizi (residenziali e non) autorizzati dai Comuni. Vanta poi una crescita disordinata che spaccia per sviluppo il moltiplicarsi di villette disegnate da geometri, ipermercati in stile americano, contenitori giganteschi per piccole imprese, torri e regine della cementificazione selvaggia. Oltre l'indistinta melassa dell'ex miracolo economico incombe l'ombra di tre mostruosità urbanistiche. Destinate a marchiare a fuoco il Veneto, che paga il conto salato di tre condoni edilizi in vent'anni. E' l'immobiliare che si fa stato permanente degli affari, con la politica (non solo berlusconiana) che appalta territorio e futuro. «Con il risultato che non c'è più differenza tra edilizia legale e abusiva» riassume Michele Bertucco, presidente di Legambiente Veneto, che sul tavolo offre il dossier «Cancellare il paesaggio» con i tre simboli di un incubo.
Una vera catastrofe annunciata. In pratica, il vero collasso dell'area area centrale del Veneto. E' il 25,7% del territorio e accoglie il 50,7% della popolazione nel 47,2% delle abitazioni della regione (sono ben 930 mila, di cui 80 mila senza inquilini). «Una nebulosa insediativa senza logica apparente se non quella del profitto immediato dei proprietari delle aree, con l'avvallo di amministrazioni locali compiacenti, sempre pronte ad approvare varianti e variantine al piano regolatore» sintetizzano a Legambiente.
Il quadro più impressionate lo fornisce la fotografia della provincia di Vicenza: in 50 anni la "macchia" urbanizzata è aumentata del 342%, con un incremento di popolazione limitato al 32%. Tradotto, significa che i volumi urbani della «città diffusa» sono passati da 8.647 ettari a oltre 28 mila: il cemento si è quadruplicato. Non fa differenza nemmeno Padova con il sindaco Flavio Zanonato, «sceriffo rosso» che deve aver perso di vista le leggi fisiche dello sviluppo sostenibile: «Anticipando la stessa legge regionale - con una variante di Prg approvata con i voti del centrodestra e del centrosinistra - si sono trasformati oltre 4,7 milioni di metri quadri di aree destinate a verde pubblico in aree di perequazione, delegando ai privati il progetto delle nuove lottizzazioni ed ottenendone in cambio uno spezzatino di aree di verde pubblico in mezzo o ai margini dei nuovi caseggiati» ricorda Sergio Lironi che ha seguito per cinque anni le sedute della Commissione urbanistica, presieduta dall'ex assessore socialista Sandro Faleschini.
Scelte miopi quanto dannose. Eppure, diventano perfino marginali rispetto ai tre ecomostri che fanno scandalizzare Legambiente, e non solo. In Veneto la catena di montaggio vera parte con i «cavatori» e arriva ai costruttori. Nel mezzo, l'economia del mattone va a braccetto con la politica dello sviluppo a senso unico. Una regione immobile in perenne adorazione del totem immobiliare. Con interessi speculativi che si dilatano, nutriti da progetti sempre più mastodontici.
Come Motor City che sboccia nel 1999 grazie ad una legge regionale che abbozza la necessità di un autodromo. E arriva il piano di Quadrante Europa che individua tra Vigasio e Trevenzuolo (Verona) il terreno ideale per il circuito. Sulla carta, superficie non edificabile per il 70% e gran parte dell'area destinata a parco regionale. Due anni dopo nasce la società Autodromo del Veneto: tra i soci Veneto Sviluppo, la finanziaria della Regione, e successivamente rombano anche i comuni. Nel 2004 i lavori vengono affidati a Draco Spa: nella lista dei costruttori c'è anche Earchimede SpA, finanziaria di Brescia "indagata" dalla magistratura insieme all'ex presidente Emilio Gnutti dopo la scalata di Bpi ad Antonveneta. Lo scandalo dei "furbetti del quartierino" spinge Gnutti alle dimissioni, ma «con l'entrata in scena dei soci privati inizia il turbine di varianti di leggi della Regione» ricostruiscono a Legambiente.
Dal dicembre 2004 al marzo 2005, le varianti urbanistiche trasformano l'autodromo in un "mostro" di 4,5 milioni di metri quadri, con un' area industriale di 50 ettari e il polo commerciale più grande d'Europa (altri 104 ettari), senza nemmeno coinvolgere la Provincia, I dieci centri commerciali del Veronese occupano 139.490 metri quadri. A Motor City, si immagina uno shopping center che da solo concentra a Vigasio 195.000 metri quadri pari al 140% delle superfici occupate nell'intera provincia.
Nel 2006, Earchimede viene sostituita da Coopsette di Reggio Emilia. Due anni dopo a Vigasio e Trevenzuolo vengono approvate varianti su richiesta di Autodromo del Veneto. Risultato: l'altezza delle costruzioni passa da 12 a 35 metri.
Ma ecco il secondo mostro: Euroworld che si candida a competere con Venezia come attrattiva turistica, a giudicare dalle stime di 30 mila visitatori al giorno. L'Europa in miniatura stile Disneyland che si fa strada con la "bonifica ambientale" delle valli da pesca: paludi del Delta del Po trasformate in «divertimento acquatico», con gli immancabili campi da golf, campeggi e park. Le piatte golene del Po di Maistra come base per un campus in stile universitario.
«Tutto in palese violazione della legge regionale 394/91 che ha "consegnato" il futuro della zona al parco del Delta del Po per gli alti valori naturalistici ed ambientali del territorio. L'effetto devastante sulla flora e la fauna appare scontato: la miriade di costruzioni accessorie a Euroworld modificheranno per sempre gli equilibri idraulici del territorio, tagliando le già precarie connessioni ecologiche. L'Europa in miniatura rischia di far scomparire il sistema agricolo ancorato con i cicli del fiume. E di allontanare per sempre le specie che vivono nelle garzaie, le aree stanziali per gli animali fondamentali per la tutela del territorio» prevede Legambiente.
Ultimo ecomostro, ma ancor più devastante, è Veneto City. Di fatto, la "fiera delle fiere" che cancellerebbe ogni prospettiva per le attuali strutture espositive di Verona, Padova e Vicenza. Ma anche una sorta di "mega vetrina" della produzione a Nord Est, che metterebbe spalle al muro i commercianti all'ingrosso e gli artigiani di nicchia. Un milione e 700 mila metri quadri edificabili, a metà strada fra Venezia e Padova. Un centro servizi polifunzionale capace di attirare nella Riviera del Brenta 70 mila veicoli al giorno. Uno show room del Veneto formato megalopoli dove ora si vedono ancora i campi intorno a Dolo.
«Veneto City è grande 17 volte la Fiera di Padova. Prevede centri direzionali, quartieri generali, poli di rappresentanza di enti amministrativi e aree espositive promozionali. Ma anche l'auditorium, il museo d'arte contemporanea, farmacie, banche e sale cinema. Insomma, una vera e propria città artificiale con 40 mila persone di giorno e completamente disabitat««««a di notte» sintetizza Legambiente. Il faraonico progetto della "nuova città" del Veneto è opera dell'ingegner Luigi Endrizzi che ha già trasformato il quadrante di Padova Est nel concentrato di ipermercati intorno alla filiale dell'Ikea. Al suo fianco nell'impresa, i trevigiani Giuseppe Stefanel e Fabio Biasuzzi con altri investitori minori come Olindo Andrighetti. Veneto City è nel crocevia dell'autostrada, della ferrovia e dell'innesto del nuovo Passante. Contempla un "satellite ricettivo" con mille stanze alberghiere più la torre telematica (alta 150 metri) per governare tutto il traffico della regione.
Tre ecomostri per il Veneto che ha perso la testa. E non è un videogioco...
(pdf del Dossier Legambiente scaricabile direttamente da qui)
Un business di 20,5 miliardi di euro per 25.776 ecoreati accertati: quasi 71 al giorno, tre ogni ora. Circa la metà dei reati (più del 48%) si è consumato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia). L'Ecomafia, assicura Legambiente nel suo rapporto 2009, non conosce la crisi.
Le cifre fanno impressione. Sono 31 i milioni di tonnellate i rifiuti speciali svaniti nel nulla, in pratica una montagna alta quasi quanto l'Etna. Crescono pure le aggressioni al patrimonio culturale, il racket degli animali e le agromafie. Aumenta però anche la capacità di contrasto delle forze dell'ordine.
Abusivismo. L'abusivismo edilizio non conosce tregua: 28 mila nuove case illegali e moltissimi reati urbanistici, soprattutto nelle aree di maggior pregio. E poi il saccheggio del patrimonio culturale, boschivo, idrico, agricolo e faunistico. "Il cemento - si legge nel rapporto - è il luogo ideale per riciclare i proventi dalle attività criminose e nel caso campano si tratta di proventi ingenti che si traducono in interi quartieri abusivi. Basti pensare che il 67% dei comuni campani sciolti per infiltrazione mafiosa, dal 1991 a oggi, lo sono stati proprio per abusivismo edilizio". In testa c'è la Campania con 1.267 infrazioni accertate, 1.685 denucniati e 625 sequestri. Segue la Calabria con 900 infrazioni, 923 persone denunciate e 319 sequestri. Continua la salita del Lazio, che quest'anno si piazza al terzo posto superando la Sicilia.
Campania infelix. La Campania è in vetta anche nella classfica dello smaltimento illegale con 573 infrazioni accertate (il 14,7% sul totale nazionale) e 63 arresti. Negli ultimi tre anni, si ipotizza siano stati smaltiti illegalmente in tutta la regione circa 13 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni genere. Ovvero 520 mila tir che hanno scaricato il loro contenuto nelle campagne napoletane, nell'entroterra salernitano, nelle discariche abusive del casertano, del beneventano e dell'avellinese. Al secondo posto c'è la Puglia con 355 infrazioni accertate, 416 denunce, 271 sequestri e 15 arresti. Terza la Calabria (293 infrazioni, 238 denunce, 567 sequestri), seguita dal Lazio con 291 reati, 358 denunce, 172 sequestri e ben 11 arresti. Al Nord il primato è del Piemonte.
Arresti. Dal dossier emerge la maggiore efficacia degli interventi repressivi da parte delle forze dell'ordine. Aumentano gli arresti, passati dai 195 del 2007 ai 221 del 2008 (+13,3%) e i sequestri, dai 9.074 del 2007 ai 9.676 dello scorso anno (+6,6%). Diminuisce il numero di reati ambientali (dai 30.124 del 2007 ai 25.766 del 2008). Nel dettaglio il comando per la tutela ambientale dell'Arma dei carabinieri, nel 2008, ha arrestato 130 persone, 115 delle quale per reati relativi al ciclo dei rifiuti. Il maggior numero di infrazioni in materia di ambiente (il 56%) viene accertato dal Corpo forestale dello Stato e "molto intensa" è anche l'attività delle Capitanerie di porto. Cresce poi l'azione della Guardia di finanza con un aumento del 24,8% delle infrazioni accertate rispetto al 2007, come quella della Polizia di Stato, +13%, e dei Corpi forestali delle regioni e province a statuto speciale, +9,9%. Di grande rilievo il lavoro svolto dall'Agenzia delle dogane con 4.800 tonnellate di rifiuti sequestrate, a fronte di un quantitativo accertato sei volte superiore.
Traffico animali. Tre miliardi di euro. E' questo il giro d'affari delle zoomafie. Diminuiscono i combattimenti tra cani, mentre restano stabili le corse clandestine di cavalli. Dal rapporto, emerge anche una crescita del traffico di cuccioli venduti in clandestinità, con grossi quantitativi provenienti dai paesi dall'est Europa per un mercato dei cani di razza del valore di 300 milioni di euro all'anno. Infine il 70% della fauna vertebrata risulta minacciata dal bracconaggio, situazione che rischia di aggravarsi con la nuova legge sulla caccia in discussione in Parlamento.
Napolitano. "Constato con soddisfazione che il quadro dei risultati delle attività di prevenzione e repressione evidenzia un crescente coinvolgimento di tutti i soggetti istituzionali impegnati nella tutela delle risorse ambientali, nonché la valenza di nuove e più incisive strategie di indagine e di intervento che consentono di rilevare la presenza nel sottosuolo delle immissioni dei diversi elementi inquinanti", commenta il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Che definisce il rapporto "un prezioso strumento di approfondimento dei fenomeni della criminalità ambientale".
A Dharavi, cuore della circoscrizione Mumbai sud-centro, la questione che più muove gli elettori è un controverso progetto di «riqualificazione» urbana. La parola stessa, redevelopment, evoca speculazione edilizia, e si capisce bene perché: questo slum esteso su 175 ettari, circa un milione di abitanti, una città nella città, si trova ormai in una zona centralissima di Mumbai - in un triangolo formato dalle due grandi linee ferroviarie metropolitane, a vista dei grattacieli di appartamenti chic che stanno ridisegnando la skyline della città. Più che un singolo slum è una serie di insediamenti contigui, cresciuti in modo disordinato e «spontaneo» dai primi del '900 senza precisa pianificazione ai bordi di quella che allora era la città, una stratificazione umana che rispecchia le ondate migratorie che hanno costruito la metropoli e le sue fortune economiche.
Nel bastione del Congress
Col tempo parte delle baracche sono divenute case di muratura, le botteghe artigiane sono diventate fabbrichette. Più tardi la municipalità ha aperto due grandi viali che tagliano lo slum, anche se nella parte centrale resta l'ammasso di baracche e vicoli di terra. Perché di «risviluppare» Dharavi si parla da tempo: il primo progetto fu voluto da Rajiv Gandhi nel 1991, e sono comparsi allora i primi edifici di parecchi piani (oltre alle prime opere idriche e fognature) nelle zone periferiche dello slum: case popolari ad affitti bloccati ma pur sempre più cari delle casupole precedenti, così che a ogni «riqualificazione» qualcuno resta fuori e lo slum si perpetua. Ora il governo municipale progetta di abbattere altre 100mila vecchie baracche e costruirvi al posto nuovi complessi di case popolari, un progetto da 150 miliardi di rupie, oltre 2 miliardi di euro.
Questa dunque è diventata la principale preoccupazione per gli elettori, che qui hanno votato ben più numerosi che in molte zone borghesi della città: la municipalità ha propagandato il suo piano offrendo nuovi alloggi di 21 metriquadri per famiglia, ma gran parte delle vecchie case sono più spaziose, anche perché spesso sono pure il luogo di lavoro: dalle botteghe dei vasari nella zona chiamata potter's colony, alle officine di meccanici, alle mini-fabbriche di dolci e snacks che poi sono venduti nei negozietti lungo le arterie principali dello slum oppure in città: Dharavi sopravvive e prospera perché ha un'alta concentrazione di «self made» imprenditori. Di fronte alle opposizioni, il governo municipale (del Congress) ha rivisto i piani, dice che i nuovi alloggi saranno di 28 mq per famiglia. Il candidato sfidante, del partito fascistoide Shiv Sena, offre 37mq.
Dharavi è da sempre un bastione elettorale del Congress, che qui ha ricandidato Eknath Gaikwad, deputato uscente di questo stesso collegio: è un dalit (fuoricasta, una volta chiamati intoccabili) come molti abitanti di qui, l'unico dalit tra i deputati del Congress eletti a Bombay. «E' una persona stimata, uno che è rimasto avvicinabile anche quando è andato in parlamento, risponde agli elettori», dice Kalpana Sharma, giornalista e autrice del miglior libro su questo famoso slum (Rediscovering Dharavi, Penguin India, 2000). Il voto di Dharavi è essenziale: oltre il 60% degli elettori del collegio Mumbai sud-centro vivono in slum, e oltre la metà sono qui. Lo slum è misto, quanto a gruppi sociali: ci sono i tamil (dell'India meridionale), i nuovi arrivati dal Bihar o dal Bengala occidentale, gente di tutta l'India; ci sono alcune moschee, una chiesa cristiana e parecchi templi dedicati a numerose divinità hindu (diverse comunità hanno diversi dèi). «Dharavi ha conosciuto un solo momento di scontro intercomunitario, nel 1992-93, ed è stato istigato da bande del Shiv Sena venute da fuori lo slum», spiega Sharma. Quelle violenze sono ricordate semplicemente come «i riots» di Bombay, quando intere zone popolari sono state teatro di un pogrom contro i musulmani con centinaia di morti.
I musulmani svantaggiati
Mumbai ha conosciuto altre esplosioni di violenza dopo quei riots, dalle bombe alla Borsa nel 1993 (la «vendetta» di gruppi estremisti musulmani indiani legati al sottobosco della mafia della città, si disse), alle esplosioni sui treni metropolitani nel luglio del 2006: eventi sempre in qualche modo legati a dinamiche politiche interne all'India (a differenza dell'attacco subìto dalla città il 26 novembre scorso). Dharavi però non ha visto ripetersi gli scontri «comunalisti» del '92-'93, anche grazie al lavoro di dialogo condotto da alcune leader delle comunità che vi abitano. Tanto che anche un partito sciovinista come il Shiv Sena, riconosciuto come il principale istigatore di quei riots (e di altre violenze), qui ha schierato un candidato noto per moderazione, che ha fatto grandi sforzi per corteggiare gli elettori musulmani.
Già, i musulmani. Sono la minoranza più consistente di questa nazione multiculturale, multietnica e multireligiosa: quasi il 14% degli indiani al censimento del 2001, circa 140 milioni di persone. A Mumbai città superano il 36%. E i musulmani sono una minoranza «svantaggiata» dal punto di vista sociale ed economico, ha documentato una commissione d'indagine voluta dal governo centrale, nota come Commissione Sachar: nel rapporto presentato al parlamento indiano nel 2006 ha mostrato che gli indiani musulmani sono meno alfabetizzati della media nazionale, sono sottorappresentati negli impieghi pubblici, ricevono meno welfare e hanno meno accesso al credito, possiedono meno terra, mentre sono sovra rappresentati nelle statistiche sulla povertà.
Le violenze comunaliste
Rappresentano un bel numero di voti, però: così in questi giorni molti candidati qui a Mumbai come in tutta l'India promettono di applicare le raccomandazioni della Commissione Sachar. Il Nationalist Congress Party, partito del Mahrashtra alleato del Congresso a livello nazionale, ha promesso di riservare quote negli impieghi pubblici ai più poveri delle comunità svantaggiate, inclusi i musulmani (il Congresso «nazionalista» è nato una decina di anni dalla scissione di un boss regionale del Congresso, il potente Sharad Pawar, che rifiutava la «straniera» Sonia Gandhi come leader del partito).
Ma queste promesse potrebbero non bastare: «I musulmani sono stufi di essere usati come "banca di voti"», mi dice Meena Menon, giornalista della redazione di Mumbai del quotidiano The Hindu: «E hanno la memoria lunga. Le violenze comunaliste, e l'insabbiamento del rapporto Srikrishna sui riots del 1992-93, hanno lasciato il segno». Sì, perché dopo quei pogrom anti-musulmani lo stato centrale aveva affidato a una commissione d'inchiesta presieduta da un magistrato, Srikrishna, il compito di accertare fatti e responsabilità. Il suo rapporto era un forte atto d'accusa verso il Shiv Sena e verso le forze dell'ordine, che avevano chiuso entrambi gli occhi limitandosi a intervenire spesso solo a incendi e uccisioni avvenute. Ma a Mumbai il Shiv Sena era al governo, il rapporto Srikrishna finì in un cassetto, la commissione sciolta. Solo in anni recenti il governo del Maharashtra (ora guidato dal Congress) ha istituito tribunali per giudicare quei fatti, e ancora nessun caso è arrivato a una sentenza - 16 anni dopo.
«Il Congress si è sempre presentato come il partito inclusivo che rappresenta le minoranze», dice Meena Menon: «Ma l'offerta elettorale si è ampliata, altri partiti hanno schierato candidati musulmani sperando di intercettare il loro voto». Così si divide il voto della Mumbai popolare, tra slum come Dharavi e quartieri operai insidiati dalla speculazione edilizia: guardando un po' alle appartenenze («qui si vota per casta e per religione», ci aveva detto un simpatizzante del Shiv Sena davanti a un seggio elettorale), un po' alle questioni di «pane e burro»: la casa, il lavoro, i piani di risanamento, i palazzinari in agguato.
Finalmente sapremo a che cosa servono ruderi inutili e ingombranti come il Colosseo, l’Arco di Costantino, il tempio di Venere e Roma. Il momento della verità è arrivato, e a quel che pare dobbiamo esserne grati al Comune di Roma. Quello stupido e noioso pietrame grigiastro verrà finalmente messo a buon frutto: le finali della Champions League saranno allietate (23-27 maggio) da campi di erba sintetica a ridosso del Colosseo, l’arco di Costantino in asse con una delle porte del rettangolo verde. Intorno, stand gastronomici, grappoli di gabinetti chimici, megaschermi con pubblicità, son et lumière, e infine "un’azione di Guerrilla Marketing strategicamente realizzata da 3d’esign Communication: come accade allo stadio, così durante l’evento le persone si sentiranno parte integrante della squadra di campioni Sony", sponsor dell’evento. Finalmente un po’ di modernità, finalmente sconfitti i nostalgici che vedono nella tutela dei monumenti un dovere civile. Che importa se i duecentomila tifosi previsti, compresi gli hooligans, dovessero danneggiare quel vecchiume? Che importa se in quella zona sono vietati per legge i cartelloni pubblicitari? Che importa se il Colosseo è il monumento più visitato di Roma e forse del mondo? Che importa se negli stessi giorni nella basilica di Massenzio c’è il festival delle letterature?
Questo ennesimo episodio di barbarica incuria non è isolato. Predichiamo ogni giorno contro l’inquinamento ambientale, e ogni giorno dimentichiamo che la stessa identica battaglia va combattuta contro l’inquinamento acustico e visivo, che nei cittadini crea sempre più disagio e stress. Ci parliamo addosso sulla bellezza delle nostre città, sulla ricchezza monumentale dei nostri centri storici, sulle migliaia di anni di storia di cui ci vantiamo di essere eredi: e nelle piazze più belle, nei luoghi più ricchi di memoria e d’arte portiamo impunemente folle rumorose che ne deturpano l’immagine e ne inquinano la percezione, incuranti dei cittadini che ci vivono e lavorano, ma anche dei turisti che si aspettavano di godersele in pace.
Non riusciamo più a "vedere" i nostri palazzi e le nostre chiese, i templi e gli archi e gli anfiteatri: sempre più spesso ridotti a comodo fondale per inscenare spot pubblicitari o spettacolini d’ogni sorta. Abbiamo dimenticato facilmente gli orrori del concerto dei Pink Floyd a Piazza San Marco vent’anni fa, con danni molto più costosi degli introiti di biglietteria. Non vogliamo sentirci dire che la bellezza delle nostre città e dei nostri monumenti è fragile, va protetta con la cura amorevole con cui lo fecero le generazioni passate: preferiamo accorciarne la vita, incuranti del futuro, accecando la memoria storica per meschini guadagni immediati, senza nemmeno un pensiero ai nostri posteri. Inutile accusare sindaci, assessori, soprintendenti: se non sappiamo levare la nostra voce, siamo tutti colpevoli.
Anche in un contesto così degradato (che riguarda tutta Italia), Roma è un caso speciale. E’ il sito archeologico più vasto del mondo, e fra i più importanti; ed è insieme la capitale di una grande nazione moderna. Contiene memorie storiche uniche al mondo, per esempio l’arco di Costantino, che proclamandosi cristiano, primi fra gli imperatori, segnò una svolta epocale, la stessa per cui Roma è ancora la sede dei Papi. Impone una sfida senza pari, conservare per il mondo un patrimonio che è di tutto il mondo, e farlo con gli strumenti di un solo Paese. Titolare di questo compito straordinario dev’essere lo Stato o il Comune? C’è una sola risposta possibile: tutte le istituzioni pubbliche devono far convergere i propri sforzi, perché quanto accade a Roma è sotto gli occhi di tutto il mondo, e di tutte le generazioni future. Perciò l’argomento "il Colosseo è dello Stato, la piazza è del Comune" è spazzatura. I monumenti non sono soprammobili, esistono nel loro contesto: è il contesto che va protetto, e i monumenti con esso. A questo alto dovere il Comune è tenuto non meno dello Stato.
Da qualche mese si è svolta una strana diatriba sul commissariamento della Soprintendenza archeologica di Roma, affidato a Guido Bertolaso, che dopo mille polemiche si è da poco dimesso perché sa benissimo che il suo vero posto è in Abruzzo. Molti si sono chiesti, all’estero più che in Italia, che cosa ci stesse a fare un competentissimo esperto di protezione civile come commissario dell’archeologia di Roma. Il danno all’immagine della città, e i probabili danni ai monumenti che ci sta per ammannire la kermesse calcistica in arrivo sono, e saranno, una vera emergenza. Che fosse questa la vera ragione del commissariamento, il disastro non tellurico, ma umano a cui Bertolaso doveva porre riparo?