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Quando comparvero i primi segni della crisi finanziaria, non pochi osservarono, anche nelle nostre file, che si trattava di un fenomeno né inedito né sconvolgente: bastava sfogliare nei punti opportuni Il capitale di Marx per trovare i profili del sistema creditizio nella sua dipendenza dal modo di produzione dominante. L'osservazione mi apparve e mi appare un po' scolastica e pedagogica, quasi che la stessa scena non facesse altro che ripetersi, con attori diversi, e quasi che vi fosse bisogno di ricordare che in Marx giacciono molti tesori oggi finiti nel dimenticatoio.

Ma che cosa ha a che fare il sistema creditizio analizzato da Marx con le manovre di alcuni pescecani che sono in grado di spostare in pochi minuti cifre tali da alterare equilibri economici mondiali? Ogni volta che ricompaiono fenomeni da capitalismo predatorio, i quadri concettuali della razionalità di sinistra vacillano. Le motivazioni sono più che plausibili: la critica del capitalismo predatorio non stonerebbe in bocca ad un fascista di sinistra, può confusamente accompagnarsi a lamentazioni, venate di antisemitismo, contro le plutocrazie, ed un tradizionalismo cattolico da vandea potrebbe ben schierarsi, nonostante l'imbarazzante contromodello dell'Opus dei, contro operatori economici spregiudicati e privi di scrupoli.

Qua e là può affacciarsi anche il ritornello dei mercanti e degli eroi, a distribuire la propensione alla rapina dalla parte dei primi e la titolarità della virtù umanistica dalla parte dei secondi. La distanza dei patrimoni teorici del movimento operaio organizzato dalle categorie del capitalismo predatorio è stata sempre un punto d'orgoglio: di fronte a quel quotidiano attentato alla razionalità che è il capitalismo, sono pensabili e perseguibili, con la lotta politica, livelli superiori di razionalità sociale, di equilibrio e di giustizia, ma il giudizio morale deve interferire il meno possibile. Il discorso fu chiuso in fondo dallo stesso Marx, che tirò fuori una metafiora teatrale: non ce l'ho con il capitalista, è solo una "maschera di carattere", ho ben altro a cui pensare che accanirmi contro questo o quel grassatore di strada, la soggettività dello sfruttatore di turno la lascio ad altri.

Il cammino che porta ai nostri giorni è lastricato di allarmi. Il primo, ignorato, coincise con il famoso pronunciamento di Enrico Berlinguer sulla questione morale e con la diffusa, e malcelata, mancata condivisione dello stesso. Eppure Berlinguer, il quale sarebbe stato il primo a respingere l'idea del potere giudiziario come succedaneo o come supplente a tempo pieno della politica, aveva detto in fondo, a ripensarci, una cosa di luhmanniana, fredda razionalità: se consentiamo alla questione morale di tracimare e di occupare gli spazi della politica, smetteremo di fare politica. Non si può dire che il vaticinio fosse campato in aria.

Le passioni, a cominciare dall'avidità (di soldi o di potere), vengono in genere trattate sub specie aeternitatis: oggi forse qualche neuroscienziato suggerirebbe di andare a caccia di questo o di quell'enzima, tanto per dare un tocco di inaggirabile definitività bio-antropologica. Ma le passioni possono essere storicizzate, come del resto può essere monitorata nel tempo la caduta tendenziale del saggio di ironia e di autoironia disponibile in una comunità civile: quante volte la filmografia di Totò ha spernacchiato ante litteram, direttamente o indirettamente, un personaggio come Brunetta? Ad aggravare la nostra pena c'è la consapevolezza che lo storico del futuro non potrà scrivere della nostra epoca senza sbellicarsi dalle risate.

Se le passioni vengono storicizzate, si può scoprire che anche la rapacità ha un suo diagramma, fatto non di secca presenza e di altrettanto evidente assenza, ma di alti e di bassi, di pudore e di impudenza, di controllo e di smodatezza. È sotto gli occhi di tutti che un'Europa post-bellica, impegnata nello sgombero delle macerie e in un elementare processo di accumulazione capitalistica, aveva imbrigliato in una mappa segnata da schieramenti politici veri le più distruttive escrescenze passionali. Congiurò positivamente la possibilità di ereditare dalla guerra, o addirittura dalla lotta antifascista, aristocrazie politiche dotate, o presto investite, di vocazione costituente. Anche sulle politiche di welfare non gravò l'ombra dell'umiliazione e dell'obolo, perché aveva una sua chiarezza il compromesso di classe sul quale esse erano fondate. Giova ricordare che a quei tempi in Italia si sparava spesso e volentieri sui lavoratori in sciopero, in attesa della più radicale stagione delle stragi di Stato: il clima non era da happening, tuttavia erano meno aggressive, o del tutto inesistenti, quelle corporate identities che assommano schiavitù volontaria e grinta espansionistica, e nelle quali il profilo identitario, pur di rimanere tale, può accumulare potere perfino accettando il rischio dell'estremismo disfunzionale e autolesionistico.

Oggi la scorciatoia delle curve femminili nella selezione della classe dirigente e nella cattura del consenso non inventa la neo-passione del mercimonio sessuale, ma sancisce e quasi formalizza l'assai più vetusta passione della selezione positiva della mediocrità o dell'innocuità, finalizzata a non disturbare il manovratore. I conservatori post-1789 arricciarono il naso di fronte a quella manica di socialmente scapestrati - zero tituli, direbbe Mourinho - che andò a costituire l'Assemblea nazionale francese: la cui bastarda composizione sociale fu tematizzata, però, solo perché si intravvedeva all'orizzonte il fabbisogno crescente di competenze e di saperi organizzativi, tecnici e gestionali che fanno un governo, o forse una governance. Anche un bambino sarebbe stato capace di maramaldeggiare sull'insipienza fiscale dei rivoluzionari.

Il vero conflitto con la cultura di destra non è più sull'uso dei congiuntivi, anche se difficilmente dalle truppe di Bossi verranno scoperte scioccanti di filologia dantesca. Le curve femminili danno il senso della migrazione delle competenze lontano dall'agone politico e preoccupano non in quanto indice di immoralità, ma perché invitano alla dissociazione tra politica e conoscenza, tra classe dirigente e sobrietà, con una sorta di franchigia riservata alle idiozie.

A questo punto il corpo femminile è una protesi che accelera i processi di iniziazione e di acclimatazione nelle stanze del potere, ma perde di specificità e vale quanto un'altra protesi qualsiasi: quanto ad efficacia operativa, quella del portaborsismo zelante e del sacrificium intellectus non scherza e, a occhio, annovera percentuali di praticanti assai più maschili che femminili.

Una volta eravamo preoccupati, con spirito genuinamente weberiano, che la tecnica e la burocrazia potessero scipparci la passionalità della politica, oggi siamo sgomenti di fronte alla possibilità di essere travolti dal dilettantismo. O forse non sappiamo che, scavalcata la scena presidiata dai giullari, i destini del mondo si giocano in altri centri di potere, che trattano i giullari con la stessa puzza al naso che avevano i lords inglesi nei confronti dei presumibilmente malvestititi e maleodoranti citoyens.

Se dovessi scegliere tra un governo senza giornali e giornali senza un governo, non esiterei un istante a scegliere la seconda opzione.

(Thomas Jefferson - 16 gennaio 1787)

Sono passati più di due secoli da quando Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti d’America, scrisse la frase riportata qui sopra in una lettera a Edward Carrington, prima militare e poi rappresentante politico della Virginia. E nel frattempo, s’è avverato ciò che lui stesso auspicava di seguito: "Ma devo dire che ogni uomo dovrebbe essere in grado di ricevere questi giornali ed essere capace di leggerli".

Trasferita nell’Italia contemporanea e messa in bocca al presidente del Consiglio in carica, la citazione di Jefferson andrebbe completamente rovesciata: non c’è alcun dubbio che Silvio Berlusconi preferirebbe invece un governo senza giornali. E con lui, molti dei suoi adepti e cortigiani. Anzi, l’opzione potrebbe riscuotere consensi perfino nelle file della sinistra o del centrosinistra.

La stampa, la libera stampa, disturba i potenti. Per la semplice ragione che, in nome dell’opinione pubblica, esercita bene o male una funzione di controllo nei loro confronti e in questo senso rappresenta un contropotere. Osserva, riferisce e giudica il loro comportamento. Valuta quello che fanno e non fanno. Indaga sulle loro azioni. Li intervista, li contraddice e a volte si permette pure di criticarli.

Lungi da noi la tentazione di una difesa d’ufficio della categoria. Anche i giornalisti - a cominciare ovviamente da chi scrive - possono sbagliare, hanno le loro colpe, i loro difetti e le loro debolezze. A differenza dei politici, però, rendono conto ogni giorno ai propri lettori, oltreché alla propria coscienza, al proprio direttore, al proprio editore ed eventualmente alla giustizia, mentre i politici si rifugiano spesso e volentieri dietro lo scudo dell’immunità parlamentare. Sta di fatto, comunque, che i lettori comprano i giornali e talvolta accade invece che la politica compra gli elettori.

Ora, quando il presidente del Consiglio dichiara che "chi vuol fare del male, fa il delinquente, il pubblico ministero o il giornalista", non si sa bene se – detto da un personaggio come lui - sia un’offesa o un complimento. L’associazione magistrati giustamente protesta e li ritiene "insulti inaccettabili". E il presidente della Federazione nazionale della Stampa, Roberto Natale, li definisce attacchi "indecorosi". Ma, diciamo la verità, non c’è da parte della nostra categoria quella reazione indignata e compatta che una tale aggressione meriterebbe.

Sotto il fuoco delle polemiche suscitate dal "caso Berlusconi", riprese e amplificate da diversi e autorevoli giornali stranieri, il ministro degli Esteri Franco Frattini, artefice di una fondamentale legge sul conflitto di interessi che non impedisce al premier neppure di fare il presidente vacante del Milan, non trova di meglio che prendersela con la "stampa cattiva e disonesta". Ma si può, e può in particolare il capo della diplomazia, liquidare in blocco con una battuta del genere le critiche di testate come il Financial Times, organo della business community internazionale; come i quotidiani inglesi The Guardian e The Indipendent o come lo spagnolo El Paìs? Noi, giornalisti italiani, ormai ci siamo abituati e conosciamo fin troppo bene i nostri governanti. Ma che cosa devono pensare i colleghi stranieri e, soprattutto, che cosa devono pensare i lettori dei rispettivi giornali?

All’estero, non tutti sanno che questa è una classe politica composta da funzionari o impiegati di partito, non di eletti dal popolo. Nominati dall’alto, e non sempre in virtù delle proprie qualità o competenze, ma piuttosto dei servizi che rendono a questo o a quel capo; della loro fedeltà e obbedienza; del loro aspetto fisico o magari della loro "bellezza". Una burocrazia parlamentare, insomma, che non viene scelta dal corpo elettorale, bensì dai vertici dei partiti e imposta di fatto ai cittadini.

L’intolleranza crescente verso i giornali, da parte di un ceto politico dedito innanzitutto alla difesa dei propri interessi e della propria sopravvivenza, rivela in realtà una tara, una debolezza congenita, che deriva appunto dal senso di precarietà e dipendenza. L’informazione viene così demonizzata e criminalizzata. E non resta che attaccare, offendere e insultare i giornali e i giornalisti, italiani o stranieri, in una gara all’insegna della stupidità e volgarità, per guadagnare titoli e meriti agli occhi dei maggiorenti. Siamo ormai al limite dello squadrismo verbale.

La stampa sarà pure "cattiva e disonesta", come sostiene impunemente il ministro Frattini. Ma, allora, che cosa dobbiamo dire tutti noi, cittadini ed elettori, di questa politica? Cattiva e disonesta, non basta. Da parte nostra, come il presidente Jefferson e al contrario di Berlusconi, continuiamo a preferire giornali senza un governo piuttosto che un governo senza giornali.

"Uscire dalla crisi significa faticosa comprensione dell'accaduto", scrive Draghi nelle ultime pagine delle "Considerazioni finali". L'impressione è che Bankitalia abbia "elaborato" poco la crisi, limitandola agli aspetti finanziari, lodando le autorità monetarie mondiali che hanno "evitato un tracollo globale". Ma Bankitalia ha un merito: sgombra il campo dell'ottimismo di Berlusconi che ieri ha commentato la relazione come "berlusconiana". Mentre, al contrario, Draghi afferma: "Non è ancora possibile individuare con certezza una definitiva inversione ciclica". Insomma, nella crisi siamo impantanati e non ci sono cavalieri bianchi pronti al salvataggio.

Le prime vittime della crisi sono i lavoratori. Tutte le imprese industriali sono frenate dal tracollo della domanda mondiale e quelle che avevano deciso di investire sono paralizzate dalla mancanza di liquidità. Peggio di tutte stanno le 500 mila piccole imprese, molte delle quali producono in sub-fornitura. Vengono pagate in ritardo e rischiano di morire.

Draghi ci racconta anche che quest'anno sono in scadenza 2 milioni di contratti a termine e il 40% delle imprese consultate intende ridimensionare. Chi aveva previsto che entro il 2010 la disoccupazione sarebbe aumentata di un altro milione ora ha, purtroppo, una certezza in più. Ma non sono solo i licenziamenti a preoccupare: la Cassa integrazione esplode e si amplia la forbice tra chi ha una copertura, almeno parziale, offerta dagli ammortizzatori sociali e chi non ha nulla. Salvo la burla del provvedimento per gli atipici voluto da Berlusconi, Tremonti e Sacconi. Da un punto di vista macroeconomico la cosa preoccupa il governatore: meno salari significano meno consumi, meno domanda e meno investimenti. Così dalla crisi non si esce. Ma come uscirne allora?

Nelle ultime due righe, Draghi cerca di essere ottimista e fiducioso. Impresa non facile visto che il Pil quest'anno cadrà del 5% e negli ultimi sei mesi è crollato del 7%. Per il governatore la strada è una sola: una grande alleanza per le riforme. Su tutte - ovviamente - quella delle pensioni per dirottare risorse sugli ammortizzatori sociali. Ma c'è anche un problema di evasione fiscale (oltre il 15% del Pil viene dal sommerso). E occorre procedere a una riforma della scuola e della P.A. e a uno snellimento delle procedure amministrative. Sostiene Draghi: "Negli ultimi 20 anni la nostra è stata una storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi e tasse alte". Vero, ma di è chi la colpa se gli imprenditori hanno investito solo per comprimere i salari e non per innovare e se l'evasione fiscale è imperante, salvo che per l'Irpef che dipendenti e pensionati pagano fino all'ultimo euro? Draghi poi trova qualche parola anche per criticare la miriade di grandi opere. E' un liberale illuminato, ma la verità è che la crisi dei padroni a pagarla saranno solo gli incolpevoli.

I sacchetti in strada ci sono, le foto a testimonianza anche e nel frattempo si aggira per i corridoi della procura di Napoli lo spettro di una nuova inchiesta sui rifiuti, e in particolare sulla gestione del termovalorizzatore di Acerra.

E' bastato questo a far saltare i nervi al sottosegretario Bertolaso che ha parlato di magistrati che intimidiscono i membri del suo staff con continui interrogatori, perfino i generali. Ieri in procura nessuno voleva confermare le nuove indagini, nonostante la perquisizione di qualche giorno fa proprio ad Acerra da parte della Guardia di finanza. Nell'aria sono rimaste le parole di Lepore a il Mattino: "Se ci fosse un inchiesta che coinvolge il primo ministro lo saprei". Se l'indagine c'è è in mano sua, come prevede la legge Berlusconi sui rifiuti, o al massimo in quelle del suo vice Aldo De Chiara. Quindi la smentita di Lepore dovrebbe chiudere gli equivoci.

E invece, i dubbi restano. Legati alle indagini sui rifiuti, che vanno dalla gestione Impregilo al caso "Rompiballe", l'inchiesta, in cui lo stesso Bertolaso è indagato e che ha rappresentato motivo di profonde divisioni all'interno del palazzo di giustizia. Culminate nella lettera che lo stesso De Chiara ha spedito al Csm affermando che Lepore avrebbe stralciato la posizione di Bertolaso, del prefetto Pansa e dell'ex commissario straordinario Catenacci per evitare un "putiferio" politico.

Nelle intercettazioni nate da quella inchiesta, il sottosegretario si lascia andare a commenti non proprio ortodossi con la sua vice Di Gennaro. Confidandole di voler "sputtanare" i tecnici di Pecoraro Scanio, all'epoca contrario all'apertura della discarica nell'oasi protetta dal Wwf a Serre. Ha fatto discutere anche la telefonata registrata il 30 maggio 2007, quando, in merito alla relazione sulle tonnellate da mandare alla discarica di Parapoti, Bertolaso ordina "e tu fai una relazione molto semplice, dici abbiamo portato 17mila tonnellate o quante cazzo ne avete portate, questa sera finisce tutto. Mi sono preso schiaffi prima da quelli di Parapoti poi da quelli di Acerra, alternative non ne abbiamo".

Bisognerà capire se qualcosa è andato storto anche nella gestione dell'inceneritore di Acerra che per il momento non è in funzione e che dai test risulterebbe altamente inquinante. Proprio ieri, Tommaso Sodano del Prc ha denunciato che i dati sui livelli di inquinamento registrati dall'Arpac sono stati cancellati dal sito dell'Osservatorio web che il governo ha messo a disposizione dei cittadini promettendo trasparenza assoluta. Fino a qualche giorno fa, quei documenti dicevano che in due mesi di test, Acerra ha superato ben nove volte i livelli di guardia.

Restano le perquisizioni con cui la Guardia di finanza ha ottenuto diversi documenti "tecnici" dalla direzione del termovalorizzatore. E infine le continue allusioni, in questi ultimi giorni, dello stesso Berlusconi che ha indicato lo spettro di un nuovo complotto dei magistrati contro di lui e sull'affare rifiuti.

La lettera di Giovanni Mazzetti

Caro Augias, una guida turistica ricorda, in un suo libro, che dei turisti americani, alla vista del Colosseo, hanno esclamato: "Ma qui hanno copiato tutto da Las Vegas". L'episodio serviva a sottolineare i limiti del turismo contemporaneo. C'è una cosa sfuggita alla guida. Il ruolo culturale delle antiche vestigia non è un qualcosa di intrinseco. Rinvia semmai al rapporto che gli individui instaurano con esse. Da questo punto di vista, direi che l'americano ignorante aveva molta più ragione della sua guida. Abito di fronte al Colosseo, ci sono nato e cresciuto ho vissuto il lento, sistematico degrado del rapporto con quel rudere. Bei tempi quando qualche disperato ci saliva sopra minacciando di suicidarsi, salvo provvidenziale arrivo dei pompieri! Da qualche anno il Colosseo si è trasformato in un misero fondale da scenario. Concerti di Capodanno, esibizioni di star sulla via del declino, addii al lavoro di stilisti, con tanto di colonne di plastica sul tempio di Venere e Roma, concerti, si pensava addirittura a una partita di pallone. La zona si sta trasformando in un gigantesco Luna Park, in fin dei conti peggiore di quelli di Las Vegas. Chi ricorda le ripetute promesse che quest'uso dei monumenti non ci sarebbe più stato?

La risposta di Corrado Augias

Accoppio a questa lettera un brano di quella dell'ingegner Aldo Cocchiglia di Padova (aldo. cocchiglia@m31. com) il quale ha deciso di lasciare l'Italia e così, tra l'altro, motiva: " La condizione della cultura, dei sistemi di valori e dell'ambiente nella quale i giovani italiani si trovano a crescere sono stati molto negativi, negli ultimi due decenni. La classe dirigente a partire dagli anni 80 ha modellato e poi gradualmente imposto una cultura mercantile, materialistica, egoistica, superficiale, affollata dai disvalori e, in molti suoi aspetti, violenta". Di questa violenza soffrono anche le vestigia di un passato del quale siamo ormai largamente immeritevoli. Nel suo bel libro "Rovine e macerie. Il senso del tempo", l'antropologo Marc Augé scriveva: " Siamo posti oggi dinanzi alla necessità di reimparare a sentire il tempo per riprendere coscienza della storia. Mentre tutto concorre a farci credere che la storia sia finita e che il mondo sia uno spettacolo nel quale questa fine viene rappresentata, abbiamo bisogno di ritrovare il tempo per credere alla storia. Questa potrebbe essere oggi la vocazione pedagogica delle rovine". Alla possibile vocazione pedagogica s'è sostituita invece la smania di sindaci e assessori di sfoggiare quelle eredità per farsene belli con gli elettori. Lo so, così dettano i tempi, ma se all'incalzare dei tempi non si è capaci di opporre una qualche resistenza, allora davvero meglio Las Vegas. E' più comoda.

Fra 1996 e 2005 i Comuni – spesso delegati alla tutela paesaggistica dalle pigre Regioni – hanno autorizzato 3,2 miliardi di metri cubi di nuova edilizia, con consumi folli di suoli e di paesaggi. Così l’Annuario Istat. Che ci racconta di un cemento ormai ininterrotto fra Veneto e Lombardia. Dove si stanno varando Piani Casa, ben prima di un testo nazionale che non contrasti con l’art. 9 della Costituzione (“La Repubblica tutela il paesaggio”). L’assessore lombardo Davide Boni giura che consentirà interventi anche nei centri storici e nei parchi infischiandosene delle Soprintendenze.

Il ministro Bondi le sa queste cose? Cosa intende fare dell’articolo 9? Ha accettato tagli mortali ed ha voluto una riorganizzazione del Ministero, che crea un super-direttore generale destinato a «fare profitti» coi beni culturali e indebolisce proprio ora la direzione generale per la tutela del paesaggio. Forti le critiche in commissione Cultura della Camera (non soltanto da un battagliero Pd) e dimissioni del relatore, on. Fabio Granata, ex An. Alla fine un “sì” molto sofferto, con la presidente, on. Valentina Aprea, ad invocare, un tragicomico voto di fiducia.

Se ne è parlato mercoledì, a Roma, nell’incisivo convegno di Assotecnici dopo la riuscita, compatta protesta degli archeologi romani contro il commissariamento. Leit-motiv della riunione aperta da Irene Berlingò e da Giuseppe Chiarante: «Ridare centralità alla tutela e all’articolo 9».

Pienamente condiviso dallo stesso on. Granata («La difesa del paesaggio viene prima di tutto»), dall’on. Giulietti («La commercializzazione ha già devastato la tv»), dall’on. Melandri («Minacciato lo stesso Ministero»), dal giurista Giuseppe Severini («Desolante la corsa regionale ai piani-casa»). Nasce un progetto trasversale di difesa attiva del paesaggio, della Costituzione. Ne parleranno i giornali? In maggioranza, fateci caso, sono in mano a grandi costruttori.

La Giunta regionale anticipa il piano casa governativo con l’approvazione di un disegno di legge che snellisce le procedure in materia edilizia ed urbanistica ed attua lintesa tra Stato, Regioni ed enti locali del 1 aprile per l’adozione di provvedimenti per rilanciare l’economia con gli interventi edilizi.

Tra le misure pi importanti del testo proposto dall’assessore alle Politiche territoriali, che passa ora all’esame del Consiglio, la possibilità di realizzare interventi edilizi anche in deroga agli strumenti urbanistici vigenti a condizione che si utilizzino tecnologie volte al risparmio energetico (da quantificare tramite la riduzione del 40% del fabbisogno di energia dell’unità edilizia per il solo ampliamento o, per la demolizione e ricostruzione, attraverso la progettazione e l’utilizzo di tecnologie volte a conseguire un significativo miglioramento della pratica corrente in riferimento a qualità ambientale ed energetica dell’edificio), al miglioramento della qualità architettonica, della sicurezza delle strutture e dell’accessibilità degli edifici.

Attenendosi a questi criteri sono consentiti interventi di ampliamento, nel limite massimo del 20 per cento della volumetria esistente, o di demolizione e ricostruzione, con un incremento massimo del 35 per cento della volumetria esistente, anche in deroga agli strumenti urbanistici, per le unità edilizie uni e bi-familiari o comunque di volumetria complessiva non superiore ai mille metri cubi. Anche sugli edifici di edilizia residenziale sovvenzionata a totale proprietà pubblica sono permessi interventi di ampliamento in deroga, nel limite del 20 per cento della volumetria esistente, e interventi di demolizione e ricostruzione con un ampliamento del 35 per cento della volumetria esistente. La norma è applicabile ad edifici fatiscenti, per i quali è più conveniente demolire che conservare. Gli interventi non potranno in ogni caso essere realizzati su edifici o ambiti individuati dai piani regolatori come centri storici o aree esterne d’interesse storico e paesaggistico ad essi collegati, singoli edifici, civili o di architettura rurale, di valore storico-artistico, ambientale o documentario e in aree di in edificabilità assoluta; per le aree in cui la norma è applicabile sono in ogni caso stati fissati limiti inderogabili, quali l’altezza massima, l’indice di permeabilità del suolo e le distanze dai confini, dalle strade e dagli edifici.

Saranno i Comuni, con deliberazione dei rispettivi consigli, a decidere, nel termine di 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, se applicarne in tutto o solo in parte le disposizioni e a indicare altri parametri qualitativi e quantitativi definiti dagli strumenti urbanistici a cui non si potrà comunque derogare. Ai Comuni sarà data inoltre facoltà di favorire, anche tramite premi di cubatura, interventi di riqualificazione edilizia su edifici non a destinazione commerciale, ritenuti incongrui con il contesto circostante, in funzione di una maggiore efficienza energetica, o di individuare edifici produttivi o artigianali che costituiscono elementi deturpanti per il paesaggio per i quali prevedere il trasferimento in aree produttive ecologicamente attrezzate (APEA), da realizzare anche tramite lutilizzo di strumenti perequativi.

La presidente della Regione ritiene che il ddl coniughi la sfida per la semplificazione e quella per l'efficienza e il risparmio energetico, due obiettivi chiave della sua Giunta, e possa da una parte portare benefici all'ambiente e alla salute dei cittadini, dall'altra contribuire a rilanciare l'economia creando posti di lavoro e incrementando il Pil regionale. (25 maggio 2009)

Silvio Berlusconi non è un altro Mussolini, «ma è un pericolo per l'Italia e un maligno esempio». Lo scrive il Financial Times, uno dei giornali europei più autorevoli, commentando la condizione della politica italiana. Senza timori, senza favori, come recita la massima etica di Ft.

Nei paesi dove l'opinione pubblica è un soggetto forte della dialettica politica, con stampa e televisione che agiscono in un mercato delle idee e delle proprietà, è tornato in prima pagina il caso italiano. Ad allarmare gli osservatori stranieri è un capo del governo che scambia il consenso con il potere di annullare ogni forma di critica. Il rifiuto del presidente del consiglio di rispondere alle domande sul caso Noemi, i suoi tentativi di delegittimare le opposizioni, le demagogiche invenzioni sulla riduzione del numero di parlamentari, gli attacchi forsennati alla magistratura, l'operare sul piano mediatico attraverso «lo svuotamento di un serio contenuto politico dei media, rimpiazzandolo con l'intrattenimento» (Ft), sono le ragioni del severo giudizio internazionale, che accomuna ormai tutte le principali testate del mondo, e che si estende all'inadeguatezza delle forze di opposizione.

Una sinistra maldestra che oscilla sull'altalena del segretario Pd, prima convinto che tra moglie e marito è meglio non interferire, ieri salito sulle barricate, a chiedere agli italiani «se farebbero educare i figli da quest'uomo». Suscitando la replica sdegnata dei figli di Berlusconi, comparsi nei tg della sera per esaltare l'esempio paterno. Quella di Franceschini è una domanda secondaria: la questione è da tempo uscita dal recinto dorato di Arcore. Dovrebbe essere chiaro, come nell'Italia della doppia morale non accade, che l'allarmato sguardo europeo si concentra sull'atteggiamento del premier nella vicenda della ragazza napoletana. Sminuirlo, relegarlo al buco della serratura, negarne il connotato politico è convinzione di molte voci della sinistra, che reagiscono o infastidite dal dover impegnare una campagna elettorale su binari frivoli, o addirittura restando silenti e latitanti. Sopraffatte, ci dicono alcune dirigenti del Pd, dal peso schiacciante di un ribaltamento culturale e simbolico. Ben presente alle gerarchie cattoliche che, invece, presidiano la trincea dell'etica ricordando «il guasto culturale se la bellezza diventa elemento decisivo».

Al ministro Bondi, che davanti alle telecamere, rivolgendosi al segretario Pd e al direttore di Repubblica, gridava rosso in viso «vi dovete vergognare», oggi fanno eco il ministro Maroni («alle domande su Noemi si risponde mandandoli a quel paese») e il capo delle feluche, Frattini, che definisce la stampa estera «cattiva e disonesta». Senza nulla togliere al resto del ciarpame politico italiano, Bondi, Maroni e Frattini ne scalano la vetta.

Quel che l'altra sera Marco Pannella, nell'infuocata puntata di Ballarò, definiva il bisogno di Berlusconi di andare oltre perché «il vincere che non gli basta più» è una buona diagnosi del momento politico attuale. Con altre parole, lo aveva già spiegato Veronica Lario («mio marito non sta bene»), riferendosi sia ai comportamenti del drago a cui le vergini si immolano volentieri, sia ai modi di selezionare la classe dirigente attraverso i book fotografici. Se vincere non basta, bisogna armare il consenso elettorale: con il lodo Alfano, con i media piegati all'oleografia del capo attraverso le nomine Rai, con la violenta reazione contro la stampa, con il celodurismo presidenziale, ministeriale e popolare a sorreggere e alimentare il penoso mito senile del leader.

ROMA - La Commissione cultura della Camera vota sì alla riforma del ministero dei Beni culturali voluta da Sandro Bondi. Ma la maggioranza si spacca e il relatore, Fabio Granata, si dimette: l´ex esponente di An non voleva che sparisse la direzione generale destinata alla tutela del paesaggio, che ora verrebbe accorpata ai beni architettonici e a quelli storico-artistici. Alla fine Granata, insieme ad altri cinque esponenti della maggioranza, si è astenuto. Il dissenso di Granata non sembra investa solo questo aspetto del nuovo regolamento. Secondo alcune voci, egli sarebbe perplesso anche nei confronti della direzione per la valorizzazione, affidata a Mario Resca, ex amministratore delegato della McDonald´s.

L´opposizione si è schierata contro il provvedimento. Secondo Giovanna Melandri, responsabile cultura del Pd, da questo momento «gli strumenti per la difesa del paesaggio italiano vengono fortemente ridimensionati».

Il voto per la Provincia di Milano vale più di due miliardi di euro. Tanto costano le opere ancora da appaltare per la realizzazione della Pedemontana, controllata al 100% dalla Serravalle, che a sua volta fa capo alla Provincia di Milano che ne detiene il 52,9%. Una «base d’asta» che in tempo di crisi non passa inosservata, mentre il primo lotto di lavori, per quasi 800 milioni, è già stato assegnato a un consorzio composto da Impregilo, Astaldi, Pizzarotti e dalla Argo Costruzioni del gruppo Gavio. E’ (anche) per questi due miliardi di euro che Guido Podestà e il Pdl sfidano il presidente uscente Filippo Penati. Ed è sempre per questo non indifferente gruzzolo che imprenditoria e banche guardano al voto di Milano con particolare interesse: di certo non inferiore a quello, politico e statistico, di chi attende il destino dell’unico potere istituzionale di Milano ancora nelle mani del centrosinistra.

Attorno a un tavolo



La delicata questione ha «obbligato» a diversi incontri più o meno informali Guido Podestà, che nella fitta matassa di partecipazioni autostradale costruita da Penati ambisce ad entrare dalla porta principale. L’11 maggio, come riportato dalla Cronaca di Milano del Corriere , il candidato Pdl, accompagnato dal ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, ha infatti visto Marcellino Gavio e il suo braccio destro Binasco. E sempre Gavio era in prima fila alla cena di finanziamento per la campagna elettorale provinciale, svoltasi la settimana scorsa alla presenza di Silvio Berlusconi.

Il ruolo dell’imprenditore piemontese nella partita dell’asfalto lombardo non inizia ora. Storicamente presente in forze nell’azionariato della Serravalle, è stato proprio Gavio nel 2005 a cederne il 15% alla Provincia di Milano, all’interno di un’operazione assai discussa. Gavio incassò allora una plusvalenza superiore ai 160 milioni, mentre l’ente guidato da Penati si indebitava per quasi 250 milioni con Intesa Sanpaolo a tassi reali prossimi al 5% ed otteneva la maggioranza assoluta di una società, Serravalle, prima cogestita col Comune. Penati poi affidava la partecipazione alla holding Asam e iniziava (faticosamente) a ridurre il debito, che con Intesa è stato estinto nei mesi scorsi dopo aver però negoziato nuove linee di credito con altre banche. In questi anni, la Provincia di Penati ha annunciato e rinviato più volte la quotazione in borsa, ricevuto i ricchi introiti dell’autostrada che porta da Milano al Mediterraneo ligure, e messo la provincia al centro della grande partita per lo sviluppo infrastrutturale: a partire dalla Pedemontana che, unendo Bergamo a Varese, è la grande arteria che manca al nord produttivo. Entro l’estate si attende la formalizzazione della cessione da parte di Serravalle di una prima tranche del 32% di Pedemontana ad una cordata di banche guidata proprio da Intesa Sanpaolo, che ne rileverà il 26%. Un secondo lotto del 33% sarà invece messo in vendita perché entrino nel capitale i costruttori, e tra questi si attende la candidatura di Gavio. Alla fine del processo, la Serravalle, e quindi la Provincia indipendentemente da chi la guiderà, controllerà direttamente circa un terzo del capitale di Pedemontana. Quanto alla holding Asam, dichiaratamente finalizzata a una riduzione del debito e alla gestione delle partecipazioni infrastrutturali, è rimasta un oggetto misterioso, anche se la cessione di una quota del 20% alla nascente provincia di Monza e Brianza ha consentito a Milano di non cedere direttamente partecipazioni di Serravalle: e questa decisione del centrosinistra difficilmente dispiacerà al Pdl del capoluogo, se si troverà a governare.

Una clinica a Binasco

Mentre la politica sembrava al centro della scacchiera, però, Gavio non è stato fermo: comprando quote vaganti di Serravalle a prezzi più convenienti di quelli pagati dalla Provincia a lui, ha iniziato a reclamare un posto in consiglio. A mettersi di traverso è stato il consiglio provinciale che, seguendo il più acceso e plateale critico della Provincia d’asfalto, il forzista Max Bruschi, e votando un suo emendamento, ha interdetto l’ingresso in consiglio di Serravalle di rappresentanti di società che abbiano contenziosi aperti con la concessionaria autostradale. In questo elenco per l’appunto rientra il gruppo Gavio che intanto ha ottenuto l’assegnazione degli appalti da parte della controllata Pedemontana.

In caso di elezione di Guido Podestà, c’è da credere che la Serravalle resterà al centro della scena anche perché, proprio nel sud-milanese, il candidato del Pdl ha uno dei suoi territori di maggior radicamento. A Binasco, poche centinaia di metri dallo svincolo di ingresso e uscita per la Serravalle, c’è ad esempio la clinica Heliopolis che proprio a Podestà fa capo e — come raccontato sul CorrierEconomia del 6 aprile scorso — era stata oggetto di una lunga contesa con la Regione di Formigoni che aveva negato l’accreditamento, cioè il finanziamento regionale. La contestazione tuttavia è rientrata, visto che con delibera di giunta dell’8 aprile la Regione ha accreditato tutte le cliniche autorizzate all’esercizio: tra queste risulta Heliopolis. Intanto, lo svincolo di Binasco deve essere modificato, le competenze sono della provincia e lo studio di fattibilità è stato affidato già l’anno scorso al Pim (Piano intercomunale per la mobilità) presieduto da Vittorio Algarotti, che è vicino al centrodestra milanese e potrebbe anche essere speso in incarichi importanti, in caso di vittoria. Chi invece, per il momento, sembra meno vicino al candidato del Pdl è Max Bruschi, il battagliero e polemico forzista che negli anni ha messo sotto tiro Penati (e Gavio): al momento di scoprire le liste si è trovato — con sorpresa di molti — nella periferia profonda di Quarto Oggiaro e ha rifiutato la candidatura.

"Bisogna riaccendere la fiammella dell’edilizia per riavviare lo sviluppo economico nella nostra regione". Poche parole sintetizzano un clima politico. Quelle che ha pronunciato qualche giorno fa il presidente della Sardegna, Ugo Cappellacci, disegnano lo scenario del presente e del prossimo futuro. In Sardegna si chiude la stagione di un rigoroso controllo dell’espansione edilizia e si apre quella di una riscossa del cemento. Il piano paesaggistico di Renato Soru era considerato il baluardo a difesa di un paesaggio costiero violentato da un tappeto di villette e di villaggi turistici. E la base di partenza per uno sviluppo non segnato dallo spreco di suolo. Ma alle elezioni regionali di febbraio, in 67 dei 72 Comuni sardi affacciati sul mare ha vinto il centrodestra: si è valutato che è meglio l’utile a breve assicurato dal tirar su case usate un mese l’anno, anziché la risorsa che garantisce a lungo termine la stessa economia turistica.

Molta parte del discorso sul paesaggio risponde a una strategia schiacciata sul presente, elevato a misura dell’agire politico. Non è una novità nella nostra storia recente. La politica, le amministrazioni pubbliche, faticano a contenere gli interessi che si condensano intorno all’edilizia e non riescono a governare le trasformazioni che investono il territorio. Il cosiddetto piano-casa, di cui si stanno perdendo le tracce, non si propone di rimettere in sesto le parti di città in cui la qualità urbana è smarrita, di ricostituire spazi e dimensione pubblica nei quartieri costruiti dagli anni Cinquanta in poi, cioè quasi i nove decimi di quel che vediamo edificato intorno a noi. E invece incentiva l’ampliamento degli appartamenti, come se il benessere dell’abitare fosse solo un affare privato.

I regali di cubature non sono un salto di qualità nell’atteggiamento culturale verso territorio e paesaggio. Proseguono e intensificano un indirizzo sperimentato. Negli ultimi dieci anni si sono costruiti 3 milioni e mezzo di appartamenti, come nel dopoguerra. 340 mila appartamenti nel 2007, di cui 30 mila abusivi. E poi gli stabilimenti (7 mila nel 2005, tanti quelli già sfitti) e le cave (6 mila attive e circa 10 mila dismesse). Tutto questo cemento non risponde a necessità se non degli immobiliaristi. Non intacca il fabbisogno di case (che, per un numero crescente di italiani, è una tragedia). Inoltre si abbandona a se stesso il fenomeno della dispersione abitativa.

In tutta Europa - la vicenda è ampiamente analizzata - le città perdono i caratteri di finitezza e vedono svanire ovunque la loro forma. Gli insediamenti si spalmano e si riaddensano. Ma in Italia, a differenza che altrove, questo processo è regolato prevalentemente dalla rendita, che mira ai luoghi più preziosi, scardinando anche consolidate tradizioni di buongoverno: ogni giorno in Emilia Romagna viene consumato l’equivalente di 11 campi di calcio. Ogni giorno. Anche la progressione storica indica un fenomeno travolgente. A metà dell’Ottocento le aree urbanizzate della pianura erano l’1,5 per cento del totale. Negli anni Cinquanta del Novecento erano il 2,5, diventato il 7,5 negli anni Settanta e il 13 nel 2001. Praticamente il raddoppio dell’edificato in trent’anni.

Sotto i colpi di questa cavalcata si banalizzano, si riempiono di detriti o semplicemente spariscono molti paesaggi italiani, teoricamente protetti da una maglia di norme fitta al centro che perde densità più si scende nella dimensione locale. I paesaggi italiani - dicono storici, agronomi, urbanisti - hanno poco di naturale e sono fortemente caratterizzati dalle manipolazioni dell’uomo. Tanti studiosi parlano di paesaggi culturali, raffigurando così l’intreccio di questioni fisiche e antropologiche che ne stabiliscono gli assetti: dal Delta del Po ai terrazzamenti della Costiera Amalfitana. Eppure, scrive Rosario Assunto in un libro uscito a metà degli anni Novanta, gli italiani sono còlti da una specie di "voluttà sostitutiva, derivata dal sentirsi artefici di una vera e propria rivoluzione culturale, al negativo, che si avventa contro il paesaggio della memoria e della fantasia per ridurlo a semplice spazio della geometria". Quando si parla di trasformazioni del paesaggio è prevalentemente al cemento che si pensa. Perché, per una consolidata opinione, è la potenziale trasformazione edilizia il diritto più vantaggioso iscritto nel possesso di un suolo: altra anomalia italiana.

Il paesaggio non è solo una "veduta", è piuttosto una dimensione complessa che spiega la nostra cultura, la nostra politica, il nostro essere comunità e cittadini. Secondo Luis Fernàndez-Galiano, architetto madrileno, "avremo il paesaggio che ci meritiamo, perché il paesaggio è una geografia volontaria". Il paesaggio si presta a essere laboratorio di idee e di progetti, sempre che non venga considerato come puro spazio da riempire e se interpretato come vera risorsa. Per molti, fortunatamente, resta questo il punto su cui agire per una difesa attiva dei paesaggi, vincolando, ma andando anche oltre: conoscerli, analizzarne il rapporto con le comunità, individuarne gli statuti, pianificarne l´organizzazione e stabilire quali usi siano compatibili e quali no, quali risorse essi producono e quanto valga il loro essere concepiti come un sistema. Era, più o meno, quello che si è tentato di fare in Sardegna.

"Per uno sviluppo sostenibile e durevole del territorio" è il tema della tavola rotonda coordinata da che si tiene alle 17 al centro congressi in via Partenope 36, a cui partecipano Alberto Asor Rosa (presidente della rete dei comitati toscani per la difesa del territorio), Paolo Maddalena (giudice della Corte costituzionale), Michele Scudiero (ordinario di Diritto costituzionale nella Federico II), Salvatore Settis (direttore della scuola Normale superiore di Pisa), Massimo Marrelli (presidente del Polo scienze umane e sociali della Federico II) e Mirella Stampa Barracco (presidente della fondazione Napoli Novantanove)

Se il problema esiste, chiedetelo a chi vuol mettere su famiglia, o semplicemente vivere per conto suo perché ormai è adulto. Oppure a chi ha trovato un impiego, magari precario, in un centro distante qualche decina o qualche centinaio di chilometri da dove abita. O a qualcuno di quegli immigrati che lo sfruttamento neocoloniale delle loro terre, e le convenienze dei padroni e padroncini italiani, hanno richiamato nel Belpaese.

Soffrono per quel problema soggetti diversi che nel passato. Non più gli operai e gli impiegati “garantiti”, stritolati dalla tenaglia formata dalla differenza tra salario e costo dell’abitazione, ma tutto il vasto e crescente mondo del precariato e della marginalità sociale. Se guarderete con attenzione, vi accorgerete che la “questione abitativa” è intessuta della stessa disperazione e angoscia, e gravida della stessa energia di ribellione, di quando esplose ed alimentò i grandi scioperi che conclusero gli anni Sessanta, conducendo a risultati poi gradualmente cancellati.

Qualcuno tenta di affrontare il problema impiegando le opportunità del “libero mercato”. Inventando operazioni di partnership pubblico/privato che (come ha denunciato Marvi Maggio su eddyburg.it a proposito di Firenze) consentono varianti ai piani regolatori che ne aumentano l’edificabilità (naturalmente ai danni del verde e dei servizi) a patto che i beneficiati assegnino una parte degli alloggi a prezzi convenzionati. Le esperienze dimostrano che la partnership pubblico/privato non può dare risposte significative, e contribuisce invece a peggiorare le condizioni di vita nella città.

Occorre riprendere con forza il tema della casa come servizio sociale, componente essenziale per la costruzione di una città come bene comune.

È duplice, oltre che devastante, l'assalto che la democrazia italiana deve respingere in questa precoce estate. A quello premeditato da due anni dal golpismo referendario che il 21 giugno vuole celebrare il suo trionfo, si è aggiunto l'attacco micidiale che Berlusconi ha scatenato in questi giorni per spostare l'attenzione del pubblico dall'affaire Noemi e dalla condanna di Mills a un tema a lui favorevole. Quello che, appagando un vizio congenito del reazionarismo italiota, l'antiparlamentarismo, gli offriva l'ulteriore vantaggio di corrispondere alla sua viscerale insofferenza per la democrazia rappresentativa, l'unica, peraltro, che ci è rimasta.

Le due offensive si congiungono. Berlusconi - lo ha dimostrato cento volte - non tollera limiti giuridici, istituzionali, politici, sociali, morali al potere di cui dispone e a quello che vuole acquisire. Odia più di ogni altra cosa al mondo Montesquieu. Non ammette che si freni il suo potere e la sua pretesa a espanderlo. Il freno, a suo parere, va imposto a chi dovesse giudicarlo, a chi osasse criticarlo, a chi, per remota ipotesi, potesse, sfiduciarlo. A tre istituzioni, dunque, alla Magistratura, al Parlamento, agli apparati che formano l'opinione pubblica.

Se per influire, anzi per determinare quel che pensa il pubblico può bastare, per ora, il sistema delle emittenti di sua proprietà, del controllo assoluto di almeno altre due emittenti del servizio pubblico, delle testate proprie e di famiglia e della influenza su moltissime altre, se alla Magistratura si può provvedere rovesciando il significato della norma costituzionale in modo che possa essere la polizia giudiziaria, quindi il governo, a disporre del pubblico ministero, l'occasione del referendum elettorale, si offre magnificamente a ridimensionare in via definitiva il Parlamento, rendendolo organo servente del governo, del suo capo, Berlusconi.

In che modo? La riduzione del numero dei parlamentari è un pretesto. Su tale riforma c'è consenso unanime. Basterebbero pochi mesi per approvare una delle proposte di legge già presentate. Ma Berlusconi mira ad altro, ad una spoliazione e a una appropriazione. Dopo aver ridotto con la legge elettorale vigente, il porcellum, i deputati e i senatori a figuranti, sottoposti, perché non eletti dal corpo elettorale, ma sostanzialmente nominati dai capi-partito, li vuole delegittimare con una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare volta appunto alla riduzione del numero dei membri delle due Camere. Scontata l'approvazione della riforma, il merito sarebbe però attribuito ai cittadini proponenti la proposta di riforma e soprattutto a chi li ha sollecitati, quindi a Berlusconi. Perché ha promosso la rivolta degli elettori contro i propri rappresentanti, li ha guidati, li ha portati alla vittoria, spezzando, una volta per tutte, il loro rapporto con l'istituzione nata e destinata a collegarli stabilmente allo stato apparato.

Di quante e quali altre rotture diverrebbe foriera questa procedura modificatrice della composizione del Parlamento? Il risultato sarebbe disastroso. Lo sarebbe per l'istituzione parlamentare, facendola apparire come incapace di riformare e di riformarsi, senza l'impulso di Silvio Berlusconi, che si ergerebbe a interprete e rappresentante autentico e unico di tutto il popolo.

Sarebbe disastroso soprattutto per la rappresentanza politica, l'istituto fondamentale della democrazia moderna, quindi per la democrazia stessa. Liquidata la rappresentanza parlamentare, comunque delegittimata come strumento di trasmissione e di accoglimento delle istanze sociali, chi mai potrà recepire queste istanze e soddisfarle?

Ce lo dice il referendum previsto per il prossimo 21 giugno. Il sì» ai due quesiti principali non lasciano dubbi: sarebbe affidato al governo, quindi al suo capo, il compito di soddisfare le domande sociali. Ma quale tipo di governo? Non è la rappresentanza della società, nella sua conformazione, nella sua complessità, con i suoi divari, le sue contraddizioni, le sue disuguaglianze che interessa i promotori. A essi interessa il potere da sostenere, da tutelare, da rafforzare, da garantire (a chi lo ha).

I quesiti sono chiari, non modificano la pessima legge elettorale che ha espropriato le elettrici e gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti, non eliminano il premio di maggioranza e non ne riducono l'entità. Anzi, aggravano la truffa di questo perverso marchingegno che trasforma una minoranza in maggioranza. Permettono che, anche una lista che ottenga il trenta per cento dei voti, o anche meno, purché uno solo in più di ciascuna delle altre, possa ottenere il 54 per cento dei seggi alla Camera dei deputati e analogo effetto al Senato.

Che significa? Significa che Berlusconi potrebbe ottenere la maggioranza alla Camera e al Senato, da solo. Senza condizionamenti. Senza remore, essendo a capo di un partito organizzato e retto secondo un modello ancora più assolutistico delle stesse monarchie assolute. Si può immaginare con quale spirito, con quale sensibilità accoglierebbe le domande sociali. Il senso del referendum Berlusconi lo ha capito perfettamente. Ci punta e ha raddoppiato la posta. Mira a fare il pieno.

Possiamo impedirglielo e lo dobbiamo. Rifiutando di sottoscrivere la sua proposta di legge e, al referendum, astenendoci o ricusando la scheda.

Mai come in questi tempi spazio pubblico e spazio privato si sono così intensamente mescolati fin quasi a rendere indistinguibili i loro confini. Addirittura lo spazio privato sembra svanire nell´era di Facebook e di YouTube, delle infinite e continue tracce elettroniche, dell´impietosa radiografia mediatica d´ogni mossa, contatto, preferenza. Dobbiamo accettare la brutale semplificazione di chi ha affermato "la privacy è finita. Rassegnatevi"? O dobbiamo ridisegnarne i confini senza perdere i benefici della trasparenza che, soprattutto nella sfera della politica, le nuove tecnologie rendono possibili? La politica, appunto. Nel nuovissimo panorama tornano, intatte e ancor più ineludibili, antiche questioni. Quali sono i doveri dell´uomo pubblico? Quale dev´essere la sua moralità? Possono convivere vizi privati e pubbliche virtù? Può il politico coltivare la pretesa di stabilire egli stesso fin dove può giungere lo sguardo dei cittadini? E soprattutto: qual è il rapporto tra verità e politica nel tempo della comunicazione globale?

«La menzogna ci è familiare fin dagli albori della storia scritta. L´abitudine a dire la verità non è mai stata annoverata tra le virtù politiche e le menzogne sono state sempre considerate giustificabili negli affari politici». Così Hanna Arendt, che tuttavia in questa lunga abitudine non vedeva un dato da accettare in nome di un troppo facile realismo politico. Al contrario, contro la menzogna bisogna lottare non solo per la sua intrinseca immoralità, ma per i suoi effetti distruttivi proprio dello spazio della politica. Dove esiste un establishment, un ceto politico consapevole della necessità di mantenere la propria legittimità nei confronti dei cittadini, la pubblica menzogna sui propri fatti privati porta all´espulsione del mentitore. John Profumo è costretto a dimettersi perché ha mentito alla Camera dei Comuni sulla sua relazione con Christine Keeler. Gary Hart è costretto ad abbandonare la vita politica e le sue ambizioni di candidato alla presidenza degli Stati Uniti per aver sfidato la stampa sull´esistenza di sue relazioni sessuali, che i giornalisti, facendo bene il loro mestiere, impietosamente scoprono. Non un sussulto moralistico, ma l´affidabilità stessa del politico rende inammissibile la menzogna.

Questo significa che parlare del rapporto tra menzogna e politica esige distinzioni. Vi è la menzogna in nome della salute della Repubblica, quella su vicende private del politico, quella che vuol salvaguardare uno spazio di intimità di cui nessuno può essere espropriato. Né il primo, né l´ultimo caso possono essere invocati nella vicenda che coinvolge Silvio Berlusconi. Per quanto sia divenuta totalizzante l´identificazione sua con i destini del paese, non si può certo ritenere che il suo parlar franco sui rapporti con una giovane ragazza metta a rischio il sistema politico italiano. Al contrario, proprio le sue reticenze, i silenzi e le contraddizioni stanno producendo effetti perversi nella sfera pubblica. La difesa della privacy, il rifiuto di una politica fatta di un guardare nel buco della serratura? Chi ragiona in questo modo sembra ignorare il modo in cui la vicenda è stata resa pubblica, la denuncia circostanziata e impietosa di Veronica Lario, i suoi diretti riferimenti politici. Lì si parlava della figura pubblica di Berlusconi, non di qualche pettegolezzo privato. Da decenni, peraltro, è cosa nota e consolidata che i politici godono di una più ridotta "aspettativa di privacy", proprio perché la decisione di vivere in pubblico e di gestire la cosa pubblica impone loro di rendere possibile una conoscenza ampia e una valutazione continua proprio da parte di quei cittadini al cui giudizio il presidente del Consiglio sembra tenere tanto.

Chi, allora, ha "diritto alla verità"? Questo interrogativo, che divise Immanuel Kant e Benjamin Constant, è proprio quello che sta al centro della discussione italiana. Al deciso universalismo di Kant, Constant opponeva che «nessun uomo ha diritto a una verità che nuoccia ad altri». Qui possiamo astenerci dal ripercorrere quella storica discussione, perché proprio la rilevanza politica del caso esclude comunque che la verità possa nuocere a persona diversa dal presidente del Consiglio, mentre il silenzio o la menzogna pregiudicano proprio quel diritto di sapere che costituisce ormai uno dei caratteri della democrazia, che sfida il machiavelliano uso politico della menzogna come strumento per mantenere il potere. Molte volte si è sottolineato che le procedure di occultamento della verità hanno sempre accompagnato i regimi totalitari, mentre l´accesso alla verità è sempre stato una prerogativa delle libere assemblee, a partire dalla democrazia di Atene.

Il diritto alla verità, in questo caso più che mai, è diritto di tutti. È stato proprio il presidente del Consiglio a rendere ineludibile la questione con le sue reticenze, le doppie versioni, il distogliere lo sguardo da fatti incontestabili. Il suo rifiuto di rispondere a domande specifiche, e tutt´altro che pretestuose proprio perché riferite a dati precisi, assomiglia assai a quella "facoltà di non rispondere" di cui giustamente può giovarsi l´indagato o l´imputato. "Nemo ternetur se detegere", recita un´antica e civile formula giuridica, che si può spiegare con le parole di un vecchio commentatore: «non imporre a nessuno, neppure allo scellerato più infame, di rivelare il malfatto». Quali consiglieri, ammesso che ce ne siano, hanno suggerito al presidente del Consiglio di seguire una strada così scivolosa?

Una menzogna può acquietare i fedeli di un politico, ma lo spinge a rinserrarsi nel suo campo trincerato, corrode la fiducia dei cittadini in un tempo in cui proprio la produzione di fiducia è considerata un elemento indispensabile per restituire alla politica un vero consenso. Non è il moralismo a spingere verso questa conclusione, anche se oggi soffriamo proprio di un deficit spaventoso di moralità pubblica. La democrazia, ricordiamolo, non è solo governo del popolo, ma governo "in pubblico". Qui, in questa semplice e profonda verità, sta l´inammissibilità della menzogna in politica, che si trasforma proprio nella pretesa di non rendere conto dei propri comportamenti da parte di chi ha liberamente scelto di uscire dal rassicurante spazio privato per essere protagonista nello spazio pubblico.

Di seguito il testo del corsivo: "Subito dopo il terremoto a L’Aquila, mentre le tv riproponevano immagini drammatiche, si è detto che era giunto il momento di voltare pagina rispetto alla speculazione edilizia e si è sventolato il vessillo del rispetto delle norme antisismiche. Tutti concordi. Oggi quelle esigenze sembrano già mitigate e confuse da una certa retorica e dall’eterna politica degli annunci. Ci aspetta invece un lavoro non facile: dobbiamo dare fondamento ad una ricostruzione materiale ed etica, ripensando le nostre città in termini di vivibilità, sicurezza e qualità urbana. Non è un obiettivo irraggiungibile: si può fare se siamo coerenti e facciamo scelte coraggiose e impegnative. Con questa consapevolezza le Regioni sono intervenute in positivo sul Piano Casa, inizialmente concepito ´in deroga´ alla legislazione nazionale e regionale, e contribuiranno con le loro leggi regionali a definire percorsi di tutela della qualità urbana, senza dannosi automatismi sul cambio di destinazione d’uso, tutelando centri storici, beni paesaggistici e sicurezza da un uso incontrollato dell’aumento delle cubature. Di fatto si è cambiato nel profondo l’impostazione iniziale del provvedimento. Ora lavoriamo ad un testo di provvedimenti per la semplificazione legati a quel piano. Governo e Regioni sono oggi però di fronte ad un bivio. Da un lato una strada che modifica e migliora qualcosa ma lascia inalterato il quadro della ´disattenzione edilizia´ che caratterizza tante parti d’Italia. Dall’altro un percorso più ambizioso per promuovere la cultura della prevenzione antisismica, in un paese dal delicato equilibrio territoriale. Penso sia una occasione da cogliere. Prima di tutto dando vita ad un Piano pubblico per adeguare scuole, ospedali, edifici pubblici. Poi promuovendo sgravi fiscali (le Regioni hanno proposto il 55%) per tutti quei privati che intervengono sulla propria abitazione in chiave antisismica, magari partendo dalle zone ad alto rischio. Dando così una mano contro la crisi economica, favorendo l’occupazione e l’edilizia. Insomma, dobbiamo partire adesso per non fermarci più. Non possiamo attendere il prossimo dramma ma promuovere oggi la prevenzione. Dalle Regioni viene dunque uno stimolo positivo: nessun blocco e nessun ´no´ a ciò che serve ai cittadini e al paese, un ´sì´ convinto alla prevenzione e alla qualità dei nostri territori, una spinta ad iniziative contro la crisi produttiva e per la ripresa dell’edilizia".

Postilla

Alcune domande al presidente Errani.

(1) Se il legislatore nazionale approveràù una norma condivisa ccon le regioni ispirata ai principi che Errani richiama essa avrà anche la forza di cancellare le orribili leggi che alcune regioni avranno nel frattempo emanato? Si veda ad esempio la pessima legge della regione Veneto.

(2) Errani continua a parlare di “casa” riferendosi all’edilizia. Si vedrà finalmente una pressione delle regioni perché si ritorni a un vero programma per la casa, orientato non a rilanciare l’attività edilizia, ma a mettere a disposizione abitazioni a tutti i segmenti della domanda che sono da anni in sofferenza: in particolare, case in affitto a prezzi accessibili ai precari, agli immigrati, alle giovani coppie, agli anziani, ma che restino tali non per cinque o dieci anni e poi vengano di uovo immesse sul “libero mercato”, ma appartenenti al patrimonio pubblico.

(3) Errani ricorda, quando parla di “semplificazioni”, che oogni passaggio della cosiddetta “burocrazia” è il realtà la garanzia di un certo diritto o interesse, e che prima di abolirlo per “semplificare” occorre verificare se è giusto eliminare quella garanzia, o se occorra sostituirla con un’altra? Per esempio, la procedura delle "osservazioni” agli strumenti urbanistici è la garanzia di uno spazio per l’interesse dei cittadini in quanto tali.

Mauro Rostagno è stato ammazzato dalla mafia ventun anni fa. E' stato ammazzato per far tacere le sue trasmissioni con cui tutti i giorni denunciava amministrazioni locali e malavita organizzata. E' stato ammazzato alla vigilia di un potenziamento del segnale della sua stazione trasmittente che avrebbe esteso il suo ascolto dalla provincia di Trapani a tutta la Sicilia. E' stato ammazzato, verosimilmente, anche perché era sulle tracce di un gigantesco traffico di armi che coinvolgeva mafia e servizi segreti. Ma è stato ammazzato soprattutto all'indomani della sua pubblica e conclamata incriminazione come mandante, insieme ad altri ex dirigenti di Lotta Continua, dell'omicidio, avvenuto diciassette anni prima, del commissario Luigi Calabresi. Questo è stato sicuramente l'elemento scatenante che, delegittimandolo come ex-terrorista agli occhi dell'opinione pubblica, ha messo la mafia sull'avviso che il «momento giusto» per mettere a tacere Mauro era arrivato.

Mauro è stato ammazzato dalla mafia e per qualsiasi persona onesta e di buon senso non c'era, fin da subito, alcuna possibilità di ipotizzare un movente del suo omicidio diverso dalla volontà di interrompere le sue denunce svolte con l'intelligenza, la creatività e il rigore che lo avevano sempre caratterizzato. Ma ci sono voluti ventun anni perché questa verità evidente venisse fatta propria dal documento giudiziario che da ieri prescrive la «custodia cautelare» per due mafiosi già in carcere. E' il risultato di una rigorosa inchiesta, ripresa dopo che la denuncia e le pressioni di migliaia di cittadini hanno invalidato le conclusioni della magistratura trapanese e di una folta schiera di giornalisti che perseguivano e pubblicizzavano piste differenti per evitare di riconoscere a Mauro Rostagno quello che, una volta morte, non è mai stato negato a tutte le altre vittime della mafia, con l'eccezione - anche qui per anni - di Peppino Impastato. Dopo aver tenuto in assoluto non cale la evidente coincidenza tra l'uccisione di Rostagno e la sua incriminazione per l'omicidioCalabresi, si era voluto dapprima sostenere che Mauro era stato ucciso dai suoi ex compagni di Lotta Continua per bloccarne la deposizione con cui avrebbe confermato l'impianto accusatorio che aveva portato all'incriminazione e all'arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani per l'omicidio Calabresi. Questa tesi era stata avanzata da un ufficiale dei carabinieri che ne aveva attribuito la paternità al giudice istruttore del procedimento per l'omicidio Calabresi (il quale ha negato quella paternità, senza però procedere, come era suo dovere, contro l'ufficiale che gliela aveva attribuita). In ogni caso quella tesi era stata «tirata fuori» e sbandierata per la prima volta - anzi urlata nel corso di un'intera seduta - dal legale di parte civile della famiglia Calabresi durante il processo di appello contro Sofri, Bompressi e Pietrostefani, come prova del carattere criminale degli imputati e dell'organizzazione Lotta Continua, di cui si è sostenuto a lungo che era un'organizzazione ancora attiva (a vent'anni dal suo scioglimento) e dedita ad attività terroristiche.

La famiglia Calabresi, che ha seguito tutte le udienze di questo interminabile procedimento, e che ha avuto molteplici occasioni e ampie ragioni per deplorare i toni e il modo con cui era stata condottala campagna di denuncia contro il commissario, non ha ritenuto, né allora né in seguito - quando era ormai emersa l'assoluta infondatezza di questa calunnia - di dissociarsi da modo in cui la difesa di parte civile ha condotto la criminalizzazione di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Dopo Lotta Continua è stata la volta di Saman. Il delitto, si è sostenuto, con inchieste giudiziarie, trasmissioni televisive in prima fascia, libri, false inchieste e corsivi di quotati columnist di tutte le parti, era maturato negli ambienti della comunità di cui Mauro era uno dei responsabili, per mettere a tacere traffici di droga che si svolgevano al suo interno. Altre persone incriminate - questa volta anche arrestate - e un'inchiesta finita in fumo per assoluta mancanza di indizi. Nel tritacarne di quella inchiesta è stata messa, con provvedimenti giudiziari e arresti corroborati da autorevoli avvocati e giornalisti, Chicca, la compagna di Mauro: con una pubblica esibizione di tutti i particolari, intimi quanto irrilevanti, della sua vita personale, elevandola per alcuni mesi al rango di «vedova nera», mandante o complice dell'assassinio del suo compagno. Una sorte che prima di allora era toccata solo, negli anni '50, alla vedova del commissario Tandoi, messa alla gogna per proteggere gli assassini mafiosi del marito. Le vicende delle indagini sull'assassinio di Rostagno sono uno spaccato del modo in cui l'informazione è stata governata e la mafia è stata coperta in questi ultimi vent'anni e, ovviamente, anche prima. Perché il delitto all'origine di tutte queste vicende, e per il quale sono stati puniti, è la partecipazione di Mauro Rostagno, come quella di Sofri, Bompressi e Pietrostefani al movimento del '68 e alle lotte sociali degli anni seguenti. Una tesi alla fine ammessa anche dal finto avvocato difensore di Leonardo Marino.

Hans Magnus Enzensberger, scrittore tedesco, li chiama i perdenti radicali. Sono coloro che non si guardano intorno e non cercano di capire come il mondo si disfa e si rifà, quando sono alle prese con traumi sociali, ma vivono le calamità come una specie di giudizio universale anticipato. Non hanno altra misura che se stessi: sono loro le uniche grandi vittime, loro gli umiliati e gli offesi. La solidarietà con popoli o persone che soffrono più di loro è inesistente. Potrebbero anche non essere perdenti in modo radicale, potrebbero sforzarsi di vedere quel che in ogni crisi è opportunità, mutazione. Ma la scelta che hanno fatto di essere perdenti ha qualcosa di definitivo, di fatale. La realtà ha poco peso in quel che dicono e che pretendono di vedere.

C’era un po’ di tutto questo nei tumulti della scorsa settimana a Torino: prima al Lingotto, quando alcuni appartenenti ai Comitati di base hanno contestato e malmenato il sindacalista Rinaldini, segretario della Fiom; poi il 18 e 19 maggio, quando due-trecento violenti hanno rovinato la manifestazione dell’Onda e scatenato, come avevano promesso, una guerriglia urbana davanti al Castello del Valentino dove si svolgeva il G-8 dei rettori. L’uso del nome G-8 è stato una provocazione stupida, certo: dopo gli eventi del 2001 a Genova, la sigla evoca un potere che agisce impunemente con inaudita violenza. Ma una sigla errata non giustifica le armi scelte nei tumulti torinesi: gli spintoni brutali al Lingotto e poi, al G-8 universitario, i sassi, le spranghe, i fumogeni, i caschi e le mazze, gli estintori, le auto e i bidoni incendiati.

La storia non si ripete mai eguale a se stessa e nessun movimento ripete le gesta anteriori. Non è nemmeno vero che la tragedia si ripete in farsa, come diceva Marx. La storia è capriccio inopinato e anche quello che dopo chiamiamo tragedia non era all’inizio che gioco, parola. Rudi Dutschke non era affatto un terrorista, ma fu lui, nel febbraio 1966, ad auspicare la guerriglia urbana nelle democrazie. Spesso le tragedie cominciano con discorsi che tollerano, incitano: i romanzi di Dostoevskij - i Demoni, i Fratelli Karamazov - narrano precisamente questo. Uno parla con leggerezza, poi arriva il perdente radicale e passa all’atto cruento. Per questo è giustificato quel che ha scritto Luigi La Spina, il 20 maggio su La Stampa: la memoria di passate violenze «può essere un incubo, ma anche un vaccino».

La crisi economica che stiamo vivendo è una prova, ben più grave per milioni di persone di quel che conobbe la generazione del ’68 o ’77: non a caso i tumulti tendono ovunque a moltiplicarsi (periferie in rivolta, sequestri di manager). Per questo converrà studiarne le radici, e comunque non sottovalutarli. Ma occorrerà farlo evitando se possibile le scorciatoie, che sono due. La prima consiste nel concentrarsi esclusivamente sull’ordine pubblico, reprimendo ogni scontento come se il legame tra scontento e terrorismo fosse automatico. È la via militarizzata, simile alla guerra mondiale al terrore: il male è combattuto solo con le armi. Non meno insidiosa tuttavia è la seconda scorciatoia. È la via che psicologizza, socio-analizza: che condona piccole violenze, e tratta gli estremisti come fossero bambini, non cittadini maggiorenni. Essa rinuncia a indicare il limite invalicabile delle proteste, e s’accomoda - soprattutto in Italia - con una cultura dell’illegalità diffusa sin nei vertici dello Stato. La gioventù è un soffio scottante che viene e che va: basta fidarsi della biologia. La psicologia ha fatto molti danni nell’ultimo secolo e mezzo.

I politici e le classi dirigenti non sono incolpevoli, in questa faccenda. Se si accumulano tante incomprensioni, se piccoli ma numerosi gruppi sono attratti dalla violenza e faticano a guardare il mondo come cambia, è anche perché sono rari i responsabili che esplorano e dicono quel che davvero sta accadendo. I più cercano di nascondere gli scombussolamenti che la crisi porta con sé: il rischio che nella vita di ciascuno si dilata, i risparmi e i salari che scemano, la vasta trasformazione dei costumi che s’imporrà. Gian Enrico Rusconi spiega le differenze che esistono, ad esempio, fra italiani e tedeschi: ci sono sciagure anche in Germania, ma minore tensione sociale. Questo perché il cittadino è meglio informato, da politici e stampa. Diversamente dai governanti italiani, i tedeschi «non hanno mai diffuso ottimismo di maniera» (La Stampa, 17-5).

In Italia e a Torino quel che infiamma gli spiriti è da qualche tempo la Fiat. Quanti impieghi saranno sacrificati per salvare l’industria dandole l’indispensabile dimensione transnazionale? E lo Stato che fa, per proteggere il lavoro italiano? Il caso è emblematico perché rivela tre pericoli al tempo stesso: lo stacco dalla realtà, il nazional-protezionismo, e il nuovo potere dello Stato in questa crisi (uno Stato intrusivo più che spendaccione, scrive Martin Wolf sul Financial Times). Occultare la realtà vuol dire aspettare che «tutto torni come prima, meglio di prima» (Berlusconi, 17-5). Vuol dire ignorare quel che nella crisi dell’auto non è episodico. L’auto ha conosciuto un’espansione straordinaria grazie al petrolio abbondante e poco caro, e all’indifferenza verso il clima devastato. Tante scelte sono legate a quell’epoca - i Suv, il fenomeno delle città residenziali periferiche, i suburbia americani dai quali ci si muove essenzialmente con automobili - e son destinate a diminuire o sparire (è la tesi di James Kunstler, nel libro The Long Emergency uscito nel 2006).

Oggi siamo a un bivio, e il risparmio energetico voluto da Obama lo attesta: ogni auto nuova deve avere un motore capace di fare 35,5 miglia per ogni gallone (57,1 chilometri con 3,8 litri). Un mutamento che può incoraggiare la reinvenzione dell’industria ma che sarà costoso per tutti: consumatori, imprese, operai, politici bisognosi di popolarità. Quel che dice Sergio Marchionne è difficilmente confutabile: si producono troppe auto nel mondo (95 milioni) per un pianeta che va tutelato. 20 milioni sono di troppo. I manifestanti al Lingotto scandivano, lunedì: «Marchionne, tu vvò fà l'americano», occultando anch’essi la realtà. Se si vuol aggiustare il clima, occorre dire queste verità e trarne conclusioni. Secondo alcuni studiosi, bisogna uscire dal mondo auto-industriale: puntando sul trasporto pubblico e su veicoli che risparmino energia drasticamente. Lo scrive l’economista Emma Rothschild in un saggio sul New York Review of Books del 26 febbraio, nel quale è criticata la vista corta di produttori e governi. Lo scrive l’analista Max Fraser il 13 maggio su The Nation. Fraser cita le parole di una sindacalista americana, Dianne Feeley, ex lavoratrice alla Ford: «Salvare l’industria dell’auto così com’è non ci darà impieghi, non ci metterà sulla buona strada per il clima, non aiuterà le nostre città. La strategia deve concentrarsi su come salvare la classe operaia e le nostre comunità».

Marchionne dice un’altra cosa importante: l’America ha più mezzi di noi europei, pur traversando una crisi maggiore. Ha un governo unitario, sindacati che cooperano. L’Europa non è a questo punto: qui è lotta di ogni nazione contro le altre, qui non si pensa in grande (geograficamente, industrialmente, politicamente). Non stupisce che sia così anche dentro le società, come spiega bene lo storico Marco Revelli: al classico conflitto verticale - tra lavoratori e impresa - si sta sostituendo il conflitto orizzontale: lavoratori contro lavoratori, nazioni contro nazioni. Ogni scheggia mira a farsi vedere, «come in un reality show» (La Stampa, 18-5).

Il perdente radicale vive di scontri orizzontali e reality show. Vive di sconfitte, che teme ma segretamente agogna. Esattamente come i mercati, i perdenti radicali «si scatenano quando sentono odore del sangue».

«Abbiamo approvato una delibera sui servizi in spiaggia per dare la possibilità ai turisti di avere piÙ servizi». L’assessore Sebastiano Sannitu non riesce a capire gli attacchi portati alla giunta da parte del Pd: «E’ iniziato l’assalto alle coste», è l’accusa. Il provvedimento, firmato martedì scorso da Sannitu che è anche il vicepresidente della Regione, (quel giorno Cappellacci era assente), stabilisce i criteri per le nuove concessioni demaniali marittime. Si tratta, in sostanza, di una delibera «di indirizzo» perché poi, materialmente, le concessioni saranno rilasciate dagli Enti locali. Anche per questo, Sannitu respinge le polemiche: «Vogliamo fare quello che hanno sinora realizzato tutte le regioni che vogliono incrementare il turismo. Credo che tutti siano d’accordo almeno su un punto: in Sardegna è opportuno migliorare la qualificazione e l’offerta dei servizi. E si tratta di venire incontro alle richieste degli operatori che da quel mestiere vivono». L’assessore al Turismo avvalora queste tesi con il giudizio di tutti gli analisti e gli esperti del settore: «I mali del turismo», afferma Sannitu, «si conoscono bene e la diagnosi è chiara da tempo. Sicuramente il primo male è la stagionalità ma la carenza dei servizi viene indicata subito dopo».

L’assessore all’Urbanistica, Gabriele Asunis, non fa mistero in tutti gli incontri territoriali che si stanno svolgendo in questi giorni sul Piano paesaggistico, che «c’è l’esigenza delle amministrazioni comunali di identificare le criticità che hanno bloccato le cose negli ultimi anni». E le concessioni per i servizi in spiaggia che dovranno essere valutate dagli Enti locali sulla base della delibera di martedì scorso fanno parte degli elementi critici da superare. «Tenete conto», avverte Sannitu, «che i paletti previsti sono rigidi». L’ex assessore all’Urbanistica, Gian Valerio Sanna, è di parere opposto: «Quella delibera è stata presa dalla giunta Cappellacci in violazione di legge. Gli ampliamenti delle concessioni già esistenti sono ingiustificati: è una scelta scellerata che mette a rischio la parte più delicata dell’ecosistema costiero. Le norme di legge transitorie, (in attesa che i Comuni approvassero i piani per il litorale), prevedevano il rilascio di concessione per le nuove attività per un periodo di sei mesi». Gian Valerio Sanna fa due conti semplici: «La giunta ha assegnato tre metri quadrati in spiaggia per ogni posto letto. Lungo le coste sarde avremo vincolati per le strutture alberghiere oltre 40 mila ettari di superficie. Lettini, ombrelloni e altre attrezzature verranno sistemati senza alcun controllo su tutte le spiaggie». E’ un ritorno al passato antecedente la giunta Soru che aveva preferito bloccare le nuove concessioni.

«Non c’è dubbio», conclude Sanna, «che la giunta Cappellacci ha ripreso l’assalto indiscriminato alle coste. Questa è un po’ la prova generale». Le norme sull’utilizzo dei litorali erano sino a martedì molto rigide e riguardavano innanzitutto la percentuale complessiva di costa da affidare in concessione. La giunta Soru aveva abbassato la soglia dal 35 per cento al 25 per cento e per accontentare più imprenditori erano state ridotte le dimensioni delle singole concessioni. Per il gruppo consiliare del Pd, guidato da Mario Bruno, il rischio «è un ritorno al passato. Prendiamo il parametro dei tre metri quadri di spiaggia per ogni posto letto alberghiero, basta una semplice moltiplicazione per calcolare quanta parte di litorale verrà privatizzata. Con buona pace dei turisti e dei residenti che si dovranno cercare un posto libero».

A giudizio di Mario Bruno la cosa più grave è poi la discrezionalità che sarà assegnata ai funzionari che dovranno rilasciare le concessioni: «E’ la peggiore discrezionalità degli uffici», afferma il capogruppo, «dal momento che nella delibera si legge la frase sempre che le condizioni della spiaggia lo consentano». Siamo alla più totale restaurazione dei vecchi metodi che, in un tempo non molto lontano, consentivano il rilascio di venti o trenta concessioni in un solo giorno. Tutto questo senza valutazione dell’impatto ambientale».

Postilla

E' un inatteso colpo di mano, a guardare bene. Senza mettere mano al Piano paesaggistico ecco la prima disinvolta mossa del governo regionale. Si consente di privatizzare, con una semplice delibera della giunta, migliaia di ettari di spiagge: aree demaniali di grande delicatezza che saranno sottratte all'uso pubblico e riservate ai clienti di alberghi e villaggi vacanze.

Il precedente governo aveva fatto una scelta diversa: bloccando nuove concessioni con l’obiettivo di alleggerire il peso di servitù - a vantaggio di pochi- su ambienti molto speciali per un'isola. Prevedendo il rilascio di concessioni solo per le nuove strutture ricettive in modo proporzionale alle dimensioni. Con questo nuovo atto, che lascia ampi margini discrezionali a chi dovrà applicarlo, il governo berlusconiano ritorna al passato, legalizzando l’occupazione intensiva e prepotente dei territori costieri che può arrivare fino al 50 per cento della dimensione complessiva della spiaggia; ed è facile immaginare che questi conteggi e i modi di occupazione saranno a vantaggio delle imprese e senza controlli; tutto nel nome dello sviluppo e con il solito argomento che dobbiamo essere più competitivi nel mercato turistico nazionale ed internazionale, per assicurare la soddisfazione di esigenze socioeconomiche ed occupazionali, eccetera. E' un inizio che fa temere pessimi sviluppi per i beni comuni della Sardegna. (s.r.)

UN PIENO DI MEMORIA

di Concita De Gregorio

Sarà per via del fatto che siamo storditi dalle urla e dagli insulti della destra leghista e di quella fascista, dall'istigazione continua alla paura e alla cura soltanto di sè, dalle subdole minacce degli avvocati forzisti, dai monologhi presidenziali in prima serata con sottofondo di farfalline e minorenni, dai comitati per la candidatura a «Silvio Nobel per la pace» e - più in generale - da un populismo che scivola lungo la china della dittatura, quel genere di dittatura che germoglia fertilizzata da rotocalchi e varietà giornalistici di regime, fiorisce nel servilismo eletto a utile compiacenza e finisce col dire che c'importa del Parlamento e della magistratura, possiamo benissimo fare senza. Sarà che è troppo alto e minaccioso il tono di voce generale, grevi i contenuti, che la comparsa di Marco Pannella in tv, venerdì sera, ha fatto a tutti quelli che ancora conservano un poco di amore per questo Paese un'impressione così grande. A ottant'anni, con il corpo consumato il volto scavato e gli occhi enormi, con la voce in bilico fra il senso delle parole e la forza dei silenzi lì a dire che bisogna stare attenti ma attenti davvero, che l'Italia è in pericolo la democrazia lo è, che le voci dissonanti si spengono, tutte, anche quelle che hanno fatto la storia, e che poi tutto si dimentica perché la memoria è diventata così breve. Un vecchio, certo. Un vecchio gigante della politica, il superstite di una stagione di uomini di un'altra razza. Lo si può detestare, gli si può rimproverare ogni genere di nefandezza o riconoscergli i più alti meriti ma non ignorare la differenza: lo spirito, la forza, la generosità di un'epoca in cui la politica e il bene pubblico venivano prima, erano da costruire e custodire come la casa di tutti e non la reggia di uno solo. Così siamo andati da lui ieri mattina e anziché scrivere anzitempo il suo necrologio come altri hanno già fatto gli abbiamo chiesto di parlarci di questa ultima sua battaglia, del perché ancora combatta a rischio della vita, per cosa. Marco Bucciantini gli ha domandato a cosa serva più il suo «canestro pieno di parole», diceva la canzone che gli dedicò De Gregori. «Sono tempi bui, il regime si sceglie anche gli avversari». Opposizione incorporata.

Per i padri, ormai nonni della Patria sono tempi di delusione e di rabbia, di allarme e di fatica. Cosa resta di un secolo, chi si incaricherà di proteggere il destino dei figli, di garantire libertà e democrazia così faticosamente conquistate alle generazioni future? Li abbiamo cercati. Il più anziano tra loro, Pietro Ingrao, frequentava le elementari nei giorni della Marcia su Roma quando la più arrabbiata, Margherita Hack, aveva pochi mesi. I più giovani ( Dario Fo, Giorgio Ruffolo, Armando Cossutta) non avevano ancora vent'anni al tempo della Liberazione. Giorgio Bocca, il più pessimista, ne aveva 25 e scriveva i suoi primi articoli. Intellettuali, politici, scienziati e premi Nobel che hanno vissuto gli anni della dittatura e i giorni di gioia per il ritorno della democrazia. Li abbiamo trovati delusi, indignati, a volte sbalorditi per la capacità del nostro paese di far male a se stesso. Pietro Ingrao ricorda che l'attacco al Parlamento è ciò che qualifica ogni iniziativa reazionaria. Non hanno voluto consolarci, ci hanno consegnato un compito. Ascoltiamoli, qualunque sia il frammento di storia che hanno da porgerci. La memoria è il miglior viatico sempre.

LA RABBIA DEI GRANDI VECCHI

di Maria Zegarelli

Erano ragazzi quando finì il fascismo. Hanno vissuto le speranze del ritorno alla democrazia. Oggi sono preoccupati per il nostro futuro. Il più anziano tra loro, Pietro Ingrao, frequentava le scuole elementari nei giorni della Marcia su Roma, quando la più arrabbiata, Margherita Hack, era nata da pochi mesi. I più giovani del gruppo (Dario Fo, Giorgio Ruffolo e Armando Cossutta) non avevano ancora vent’anni al tempo della Liberazione. Giorgio Bocca, il più pessimista, ne aveva 25 e scriveva i suoi primi articoli.

Abbiamo deciso di sentire la voce di questi intellettuali, politici, scienziati e premi Nobel con lo spirito di chi, in un momento difficile, si rivolge al padre o alla madre, al nonno o alla nonna. Alle persone, cioè, che hanno vissuto gli anni della dittatura e i giorni di gioia per il ritorno della democrazia. Li abbiamo trovati delusi, indignati, a volte sbalorditi per la capacità del nostro paese di far male a se stesso. Margherita Hack dice di «provare vergogna». L’ex partigiano Giorgio Bocca si dichiara «supersconfitto». Giorgio Ruffolo è sorpreso per le incertezze della sinistra, Armando Cossutta definisce «eversive e populiste» le iniziative del premier, Pietro Ingrao ricorda che l’attacco al Parlamento è ciò che qualifica ogni iniziativa reazionaria.

Non hanno voluto consolarci i nostri grandi vecchi. Sono preoccupati. La loro memoria lancia l’allarme.

Pietro Ingrao

L’offensiva reazionaria

è sempre iniziata così

Non sono sorpreso dall’affondo di Berlusconi contro il Parlamento. Ieri e oggi l’attacco alle assemblee è stato e resta un punto qualificante di ogni offensiva reazionaria. Basti pensare alla polemica di fascismo e nazismo contro la democrazia rappresentativa. L’antiparlamentarismo rappresenta un terreno chiave per le ideologie e le correnti autoritarie. Da sempre infatti il Parlamento incarna la difesa delle garanzie e del libero confronto politico. Il che disturba profondamente i conservatori. Non voglio dire che Berlusconi sia fascista, ma certe sue uscite vanno in una direzione allarmante e ben nota. Tutto ciò non significa che non siano necessarie delle modifiche all’ordinamento parlamentare. Un Parlamento di mille rappresentanti, che fanno tutti la stessa cosa, è pletorico. Ma ridurlo a cento persone, come vuole Berlusconi, sarebbe un annichilimento e uno svuotamento. Per fortuna però, su questo emergono allarmi anche a destra. E le parole di Fini a riguardo mi sono parse molto equilibrate. Da cittadino mi rivolgo perciò al Presidente della Repubblica e ai Presidenti delle Camere perché intervengano con decisione a salvaguardia delle istituzioni.

Giorgio Bocca

Ex fascisti nelle alte cariche:

ecco la dittatura morbida

Avendo vissuto la Resistenza e oltre 60 anni di vita repubblicana mi considero supersconfitto: la dittatura morbida è già iniziata. Il premier può dire quello che gli pare senza alcuna reazione della società civile: durante un'assemblea della stessa Confindustria ne definisce il presidente una velina senza che si levi una reazione, e lasciamo perdere gli attacchi a parlamento e giustizia. E infatti oggi nelle alte cariche troviamo tutti ex fascisti come Fini e Alemanno. La cosa grave è che non c'è niente da fare: il piacere di servire sembra più forte di tutto. Lo definirei uno dei flussi della storia: l'unica cosa da fare è assumersi le proprie responsabilità e continuare a essere antifascisti e antiberlusconiani.

Giorgio Ruffolo

Non è ancora regime ma se ne uscirà solo

se la sinistra saprà guardare lontano

Non siamo al regime, ma i rischi sono molto seri. La democrazia attraversa un periodo oscuro a livello internazionale, che in Italia coincide con una crisi a cui Berlusconi dà un'accelerazione di populismo privatistico, e dunque dal carattere plebiscitario e senza regole. C’è un'analisi molto interessante in A destra tutto. Dove si è persa la sinistra di Biagio Di Giovanni. È singolare che la sinistra italiana sembri rincorrere la destra proprio durante una crisi mondiale del capitalismo, senza offrire risposte proprie che superino la contingenza,e mostrando una evidente mancanza di obiettivi. Di fronte a questo attacco di Berlusconi le reazioni sono di sorpresa, scoramento, indignazione, ma non propositive.

Margherita Hack

Che vergogna Pannella

costretto a digiunare

C’è da vergognarsi di essere italiani. Non capisco come sia possibile che la metà di questo Paese continui a fidarsi di un presidente del Consiglio come Berlusconi, che dice bugie, non risponde alle domande scomode, che - come dice la moglie- ha comportamenti immorali. E c’è da vergognarsi se Marco Pannella è costretto a fare lo sciopero della sete e della fame per far apparire il suo simbolo elettorale in televisione perché l’informazione non fa il suo dovere. Berlusconi pensa di essere il raìs dell’Italia, ma quello che mi spaventa di più è il consenso di cui gode. È un bruttissimo segno, vuol dire che il lavaggio del cervello è riuscito. Come si può non indignarsi di fronte al fatto che c’è un signore che ne corrompe un altro, ma il corrotto viene condannato e il corruttore no perché si è fatto una legge su misura come il Lodo Alfano? Fa male vedere quello che sta succedendo nel Paese, ascoltare frasi irriguardose verso le istituzioni da parte di chi le rappresenta. E fa male vedere questa sinistra confusa fare un’opposizione debole rispetto alla gravità dei fatti. A volte mi sorprendo a pensare che mi mancano i vecchi grandi partiti di una volta, come il Pci e la Dc.

Dario Fo

È come il compagno di sbronze ricco:

nessuno dice nulla perché paga da bere

È ammalato: partiamo da quello che dice Veronica che lo conosce bene: Berlusconi sta male e ha pregato le persone che lo conoscono di aiutarlo a uscire dalla malattia, evitando che faccia male a sé stesso e agli altri. Quando parla parte normale, poi si eccita, perde il controllo e dice cose di cui poi si deve scusare. Purtroppo nessuno glielo fa notare, perché la gente che gli è vicina lo tratta come il compagno di sbronze ricco: dicesse e facesse quel che vuole, tanto da bere paga lui. Abbiamo a che fare col matto: può sorprendere che un personaggio simile metta a rischio la democrazia. Ma in Italia abbiamo una secolare tradizione nell'applaudire chi ci fa male: il popolo non perdona chi gli apre gli occhi e piuttosto lo lincia.

Armando Cossutta

Fare muro. Sono comunista

ma stavolta voterò Pd

La democrazia corre pericoli molto seri: la posizione del premier è infatti eversiva e populista. Il suo modo di attaccare le istituzioni rivolgendosi direttamente alla gente ricalca ma solo grottescamente la Costituzione. Se l'articolo 1 della carta dice che il potere appartiene al popolo, afferma anche che questo viene esercitato attraverso il parlamento. Attaccare la giustizia e il parlamento per indebolirli è perciò un tentativo eversivo e populista, di chi vuol governare scavalcando tutti senza più alcun controllo. Di fronte a questo pericolo non si devono avere esitazioni: al di là delle differenze tra le idee politiche bisogna votare un partito in grado di porre un argine concreto. Ero, rimango e rimarrò sempre comunista, ma stavolta voterò il Partito Democratico, l’unica forza che numericamente può opporsi a questa che è una minaccia molto seria. E voglio anche dire che anche in questo periodo di attacchi forsennati alla democrazia in Italia, lavorando all’Anpi mi sono reso conto che tra la gente c’è ancora una coscienza antifascista e la voglia di resistere. Lo ha dimostrato la battaglia vinta contro la legge che voleva equiparazione i repubblichini ai partigiani, una battaglia cui hanno aderito moltissime persone di idee politiche diverse.

Cento deputati piacciono più di seicento al nostro presidente del Consiglio. Non c'è da stupirsi, perché corromperli o assoldarli o semplicemente metterli d'accordo con i suoi propri interessi sarebbe certamente meno costoso e più semplice. La relazione tra assemblee numerose e sicurezza della libertà l'avevano ben capita gli ateniesi di 2.500 anni fa, i quali proprio per evitare le scorciatoie nel nome della celerità di decisione istituirono giurie popolari numerosissime. Il loro intento principale era quello di impedire che nessun cittadino potente potesse condizionare le decisioni a suo piacimento.

Pensavano che nessuno disponesse di tanti soldi quanti ne sarebbero stati necessari per corrompere seicento giudici (tanti erano i giudici che siedevano nelle loro giurie). E qui siamo di nuovo: il capo dell'esecutivo, abituato a comandare sottoposti e stipendiati, non ama né tollera assemblee larghe di rappresentanti che sono chiamati a rendere conto a nessun individuo o gruppo di individui ma solo alla nazione, la quale non è un padrone ma la fonte della loro autorità.

Ma per il capo dell'esecutivo le assemblee larghe sono pletoriche e poi dannose agli interessi di chi decide - ovvero del suo esecutivo.

La logica del capo della maggioranza non è democratica ma è esattamente opposta a quella dei saggi democratici. Le assemblee deliberative devono essere non troppo piccole né troppo grandi, pensavano i Padri fondatori della democrazia americana. Se troppo piccole non possono più svolgere la loro funzione rappresentativa degli interessi più numerosi e diversi e inoltre possono facilmente dar luogo a unanimismi pericolosi o a "cabale" di fazioni. Se troppo grandi non possono svolgere efficacemente la funzione deliberativa, allungando i tempi di decisione e impedendo maggioranze stabili.

Ma in nessun caso una manciata di rappresentanti è una cosa buona per la democrazia. La politica non va per nulla d'accordo con la semplificazione, una qualità degli apparati burocratici e di chi è chiamato a eseguire ordini e applicare pedissequamente regole che non fa; non è una qualità dei rappresentanti e dei cittadini che contribuiscono a determinare le scelte politiche con la loro diversa e complessa partecipazione. Semplificazione è una qualità per la "governance" ma non per il "government" - la prima è organizzazione di funzioni che mirano a risolvere problemi specifici; ma il secondo è azione politica che solleva problemi, crea agende di discussione e di proposte, mobilita idee e interessi, e infine decide facendo leggi che tutti, non solo chi siede in Parlamento e non solo chi è parte della maggioranza, deve ubbidire.

L'Italia si trova vicinissima a una svolta anti-democratica. L'attacco al Parlamento è un attacco alla divisione dei poteri e per affermare la centralità, anzi, il dominio di un potere sopra tutti: quello dell'esecutivo, che non ama eseguire o dover rendere conto e vuole fare quel che vuol fare senza impedimenti; che vuole fare tutto, legiferare e eseguire e, magari, anche determinare la giustizia. Semplificazione è l'equivalente di potere incontrastato.

Nel 1924, Gaetano Mosca, un conservatore di tutto rispetto, tenne un discorso memorabile nel Parlamento del Regno. Lui, che aveva sviluppato la teoria forse più corrosiva della democrazia sostenendo, con il soccorso della storia, che quale che sia la forma di governo, tutti i governi hanno come scopo evidente quello di formare e selezionare la classe politica. Che siano le guerre o le elezioni dipende dal tipo di organizzazione sociale, dalle forme di espansione e arricchimento, forme che possono essere violente e dirette oppure pacifiche e per vie di commercio.

Nella moderna società di mercato, sosteneva Mosca, l'elezione e l'opinione sono forme più funzionali alla selezione della classe dirigente. Ebbene, questo critico dell'ideologia democratica e parlamentaristica, alla vigilia della fine delle libertà politiche e del parlamentarismo liberale, si schierò in Parlamento in difesa di quella istituzione, di quella forma democratica di selezione della classe politica e di governo. Non luogo in cui si perdeva tempo a chiacchierare o un "bivacco" come Benito Mussolini lo chiamava, ma istituzione di controllo e di monitoraggio senza la quale nessun cittadino poteva più sentirsi sicuro. Tra i conservatori di oggi, tra i moderati (se ancora ce ne sono) chi avrà la stessa saggezza o lo stesso coraggio del conservatore liberale Mosca? La difesa del sistema parlamentare non è una questione che interessa o deve interessare solo l'opposizione. Tutti, tutti indistintamente dovrebbero comprendere il rischio che una società corre quando chi è stato eletto per governare con il sostegno del Parlamento cerca di gover

Brandelli d’Italia pullulano sul finire d’agosto nella "poltiglia di massa" ormai incapace di orientamento collettivo, in una società senza più memoria (Walter Veltroni), senza o con più opinioni pubbliche (Eugenio Scalfari e Nanni Moretti), senza più valori (tutti), di fronte a un’offerta politica taroccata che nuota nella banalità. Un’Italia con l’Alzheimer, bulimica soltanto del presente, in crisi civile, forse democratica, con una maggioranza vuotamente arrogante e un’opposizione letargica, di fronte alla perdita di legalità e di verità. Di qui, mestamente, riparte il dibattito che forse scandirà l’autunno di quel che resta dell’opinione di centro e di sinistra riformista, ridotta "allo stato larvale" (Scalfari).

Su uno spartito del genere non si può non andare a sentire Giuseppe De Rita, presidente del Censis, cattolico, appena fregiato dai Devoti di Sant’Agnese della "Targa Socrates Parresiastes", come portatore di "parresia", cioè la capacità di "dire la verità", che già nell’ultimo rapporto da lui firmato alla fine del 2007, ben prima del risultato elettorale e del cambio di maggioranza da Prodi a Berlusconi, parlava di un paese avvolto nella "mucillagine sociale", una paccottiglia di coriandoli priva di un orientamento collettivo. Quasi una malattia dell’anima che da tempo ha colpito il paese, un corpaccione psicologicamente debole, ormai antropologicamente incapace di "fare tessuto sociale", con un’esclusiva passione all’impulso, non più alle passioni, non più alla storia e ai principii, ma un "monstrum alchemicum" che il benessere piccolo borghese ha creato e che ci rende poco vitali, impotenti, come di fronte a una generale entropia della società.

De Rita è a Courmayer, dalle finestre guarda placidamente il Monte Bianco, panorama alpino, ma che non cancella nella sua testa il paragone con mari accaldati: "Esattamente la mucillagine, la citerei ancora molti mesi dopo e con tanti fatti accaduti in una società nella quale le singole realtà non si integrano, dove vediamo una distesa di elementi galleggianti uno accanto all’altro che non si integrano. E’ esattamente quel che mi ritorna in mente leggendo Scalfari, Veltroni, Moretti. La mucillagine è figlia di un’opinione pubblica che può pure avere un’opinione comune, ma non si integra, non fa sistema. Ecco la tragedia italiana di oggi."

Cosa manca? Forse la macchina? Ebbene sì: "Per quarant’anni abbiamo fatto partiti d’opinione contro i partiti di massa, poi cosa è successo? E’ arrivato Berlusconi e l’opinione pubblica che fa? si riconosce nel berlusconismo, in una poltiglia di opinione figlia dell’emozione. Tutto scende come in un colatoio di fiocchi di neve, un colatoio di opinioni, che produce soltanto saracchi e crepacci. Non c’è un primato dell’opinione sulla macchina, sia della Chiesa o del partito. Si è teorizzato il primato dell’opinione sulla macchina, ma adesso si vede che l’opinione non c’è o non è collettiva e non c’è neanche la macchina".

De Rita ha scritto sul Corriere che di tutte le istituzioni oggi operanti in Italia la Chiesa è quella che più presidia il territorio con le parrocchie, i movimenti, le associazioni, il volontariato e, si faccia o non si faccia il federalismo, questa è di fatto una società localistica con un’anima e una coesione sociale, capace di innervare comportamenti di iniziativa e responsabilità. Allora il federalismo di Bossi come nazionale panacea? Macchè. De Rita ritiene l’unico federalismo possibile oggi è quello dall’alto, ma quando Bossi dice a sorpresa che reintrodurrà l’Ici abolita da Berlusconi "ha capito che per un buon federalismo bisogna far crescere l’autonomia dal basso, occorre affidarsi alle comunità di base, non ci vuole certo una grande legge nazionale che estranei dal consenso localistico. Quando Bossi difende Malpensa non lo fa, del resto, per supremi principii, ma per il direttore, il vicedirettore, gli impiegati e anche per l’ultimo pouliscicessi dell’aeroporto".

Insomma, il centro e la sinistra devono lavorare dal basso, intercettare le "minoranze vitali" trascurate: "Nanni Moretti ha ragione - dice - tutto oggi sembra vuoto, occorre riprendere il filo delle integrazioni strutturali, ma senza credere mai nel primato dell’opinione, come sembrano fare Veltroni, Scalfari, Moretti stesso, i giornali e anche parte della Chiesa. Posso dire che odio la parola opinione, figlia di processi culturali che mirano a far opinione con emozioni, mai con la coscienza."

Ma la memoria, professor De Rita? Come può vivere un paese senza più memoria, in cui tutto si confonde in tanti brandelli una "brandellizzazione" storica berlusconiana? "Caro mio, veniamo da lontano e andiamo lontano, dicevano i comunisti. Poi hanno dismesso lo slogan perché era troppo comunista. Anche San Tommaso diceva che la Chiesa deve essere bioculata, con un occhio davanti e uno di dietro. Regole fondamentali in una società che ormai vive senza passato e, purtroppo, senza futuro. Il Pci ce l’aveva la biocularità, poi se l’è giocata male. Ma la nostalgia della memoria che manifesta Veltroni oggi non fa bene. Ha senso solo se il tuo presente orienta il futuro, altrimenti un grigio presente produce soltanto nostalgia del passato".

Davanti al Bianco che trascolora in un tramonto rosso, De Rita ha l’ultimo empito di entusiasmo per le "minoranze fertili", pezzi della Chiesa, e della "minoranza industriale", che, secondo lui, si distaccano dalla "poltiglia di massa". Saranno loro a salvarci dalla perdita di memoria da una civiltà che Giacomo Leopardi giudicava incompiuta perché mancante di una "coscienza stretta", cioè delle connessioni personali nel rapporto sociale? E hanno i necessari "Big players"? "Le analisi di Tettamanzi, di Bazoli, con la Banca che deve anche pensare al futuro, di Marchionne, dell’Eni, dell’Enel, di Montezemolo, le scommesse sul futuro non solo individualiste forse capaci di far lievitare tutta la società sostituendo una politica che si perde e perde consenso attraverso il mito dell’opinione. Io ci spero".

Ma è forse questa, così poco mucillaginosa, l’agenda che esalta il prossimo autunno di Montecitorio?

«Perché perdere altro tempo per il rilancio edilizio...».



In che senso?

«Perché aspettare i ritardi del governo. È del 30 marzo l’intesa tra governo e Regioni. E tutto è ancora fermo».

Ma il piano casa è così ur gente?

«Per la Lombardia urgentissimo. La crisi sta mettendo in ginocchio il sistema edilizio. Ser ve un segnale forte».

E dunque?

«Abbiamo accelerato i tempi sul progetto di legge». Così Davi de Boni, assessore a Territorio e Urbanistica della Regione Lombardia si prepara a portare in giunta, per discussione e approvazione, il piano casa regionale. «Mercoledì. La crisi del sistema edilizio rischia di demolire l’intero tessuto socio-economico».

Partiamo dai punti di fondo del nuovo piano casa.

«Prima di tutto va specificato che interveniamo sugli edifici, non sulle aree. L’intento è quel lo di sfruttare il minor territorio per puntare sulle massime volumetrie. Così si darà anche un nuovo volto alle città».

Il pdl segue le linee dell’intesa governo-Regioni?

«Le acquisisce e le integra».



Prego?

«Il progetto di legge prevede il recupero degli spazi edilizi inutilizzati, l’ampliamento degli edifici del 20% e la riqualificazione di edilizia residenziale pubblica ».

E in che modo le integra?

«Abbiamo introdotto un’importante novità. Sarà possibile sostituire gli edifici obsoleti, con un aumento volumetrico fi no al 30%. Il pdl però non si riferisce solo agli edifici residenziali, ma anche industriali».

Industriali?

«Certo. Se c’è l’esigenza di abbattere un vecchio capannone perché non farlo? Serviva una svolta anticrisi decisa, e così sarà. Anzi si potrà intervenire, con le dovute cautele, anche su edifici rurali».

E chi ne beneficerà?

«Tutti. Il comparto edilizio lombardo oggi in grande difficoltà, i proprietari di case, le piccole e medie imprese. Senza contare l’Expo».

Cosa c’entra l’Expo?

«Le grandi imprese potranno giocarsi partite interessanti in vista dell’evento 2015».

Previsioni economiche?

«Pur con le significative restrizioni è stato stimato un impatto economico di 5,12 miliardi. A cui va aggiunto il risparmio energetico».

Già, perché gli interventi sono legati anche all’aspetto del risparmio energetico.

«In campo residenziale sono previsti interventi con qualificati requisiti di risparmio energetico. In tal senso è stato preventivato un risparmio annuo complessivo di circa 14,9 milioni di euro».



E le significative restrizioni a cui faceva riferimento?

«L’applicazione della legge avrà una durata di 18 mesi. Poi c’è l’esclusione delle aree storiche o di rilievo naturalistico ambientale. Salvo alcuni interventi ».



Come? Sarà possibile intervenire in aree protette?

«Rimangono i soliti vincoli. Ma se esistono edifici, in queste aree, incompatibili con tali contesti sarà possibile chiedere interventi di sostituzione».

Ad esempio anche in un cen tro storico?

«Anche in un centro storico, purché non modifichi la fisionomia del centro stesso».

E le autorizzazioni?

«Spetterà alla Regione auto rizzare gli interventi».



Così si scavalcano le Soprintendenze...

«La burocrazia per le concessioni delle Soprintendenze chiede tempi troppo lunghi. E lo ripeto: la crisi non permette altri ritardi».



Resta l’edilizia sociale.

«È ora di dire basta ai quartieri ghetto. Perciò stiamo pensando alle quote».

Quote?

«Case a coppie giovani, ma anche ad anziani. E solo a immigrati regolari. Ma è ancora presto per questo discorso».

Ora c’è il piano casa: una bella sfida.

«E se funziona non è detto che alcuni punti non possano essere inseriti nella legge del terri torio ».

l’Unità

Attacco al Parlamento:

«È inutile, persino dannoso»

di Bianca Di Giovanni

Berlusconi arringa all’Assemblea di Confindustria, contro Parlamento e magistratura. I deputati paragonati ai capponi, i giudici «estremisti di sinistra». Il premier: dobbiamo fare la rivoluzione. La platea applaude.

Quando sale sul palco sembra un felino pronto al balzo. Quella è la «sua» casa, la Confindustria, davanti a lui i «suoi» ministri, poi le «sue» telecamere schierate, persino la sua famiglia (Marina è seduta in seconda fila, tra De Benedetti e Confalonieri). L’occasione è imperdibile. Così all’Assemblea annuale degli imprenditori tenuta ieri all’Auditorium di Roma Silvio Berlusconi offre il meglio del suo repertorio. Parte dalle veline (irritando Emma Marcegaglia) per finire con l’attacco al Parlamento («pletorico e inutile») e poi ai giudici (tutti «estremisti di sinistra»). L’affondo è senza freni, ma il premier si autogiustifica: «sono esacerbato e voglio dichiarare pubblicamente la mia indignazione». Lo stile è quello della prima discesa in campo: Berlusconi è l’Uomo Nuovo che travolge istituzioni e organismi democratici, come farebbe una rivoluzione di popolo. D’altronde lo confessa lui stesso, davanti a una platea rapita: «Ci siamo resi conto che è più facile fare le rivoluzioni che le riforme». Troppi i vincoli, troppi i veti (come quelli sull’ambiente, le costruzioni, il piano casa) troppe le lungaggini (come le direttive europee): meglio ricostruire una nuova Italia Berlusconiana.

Classe dirigente e istituzioni

Il primo a reagire è Gianfranco Fini. Quell’attacco al Parlamento appare feroce e irridente. Il premier si fa beffe dei parlamentari, definiti come i capponi o i tacchini «che certo non anticipano il Natale». Votano senza capire, seguendo i segnali del capogruppo. Il pollice in alto per dire sì, in basso per dire no, a mezz’aria per astenersi. Il premier mima come in una sorta di balletto, che somiglia molto al circo Barnum. La platea ammicca, sorride, ci scherza su. Applaude a più riprese, anche con qualche boato di approvazione. Sul Parlamento europeo il sarcasmo è ancora più duro. «Ci sono parlamentari che non si vedono mai, perché sono imprenditori, sono professionisti, hanno cose più importanti da fare - spiega - che stare lì per un giorno con le mani dentro la scatoletta del voto e votare cose che nessuno può sapere cosa sono». Il parlamento di Strasburgo non serve a nulla: non decide niente. La politica finisce sotto scacco e gli industriali gongolano. Il premier-imprenditore tira bordate e la platea si scalda. «Siamo in una fase di deformazione della Costituzione - commenta con amarezza Pier Luigi Bersani - Sarebbe molto importante che questa percezione ce l'avesse la classe dirigente riunita in parte oggi qui all'Auditorium. preservare la Costituzione non è solo compito dell'opposizione ma anche della classe dirigente e purtroppo i riferendosi agli applausi della platea l'impressione non è tranquillizzante».

Giudici

Con i magistrati sul caso Mills è un vero corpo a corpo, quasi fisico. «Ho detto che è una sentenza scandalosa - dichiara - perché la realtà è l’esatto contrario di quanto scritto dai giudici». Poi si consente una spiegazione dei fatti, ovviamente opposta a quella ricostruita dai giudici milanesi. Il problema è che c’è un magistrato dichiaratamente di sinistra. «Credo che nessuno - spiega - accetterebbe Mourinho arbitro designato per la partita Milan-Inter, con tutto il rispetto per Mourinho». Per questo il centrodestra farà la sua riforma: con i pm «costretti a recarsi dal giudice con il cappello in mano e dando del lei». Anche in questo caso (come in quello del Parlamento) il suo governo è pronto a cambiare le cose, a fare le riforme rivoluzionarie che il popoloc hiede. «C'è tutto il mio impegno a riformare la giustizia penale e separare le funzioni». Il tempo stringe, quello che doveva essere un saluto breve («non voglio dire nulla - aveva esordito - perché sono d’accordo su tutto») è diventato un comizio travolgente. Da uomo di spettacolo, si capisce che il premier cerca l’applauso finale. Così, attaccando i giudici sul caso Mills, si fa portavoce di tutti gli italiani incappati nella giustizia ingiusta. «Fin quando attaccano me, che ho le spalle larghe, va bene - dice - Ma pensate a un semplice cittadino». E qui scatta l’applauso, lungo e sentito. È fatta: il suo popolo è con lui.

il manifesto

Ci siamo dentro

di Gabriele Polo

«L'Italia è una Repubblica aziendale, fondata sui Consigli d'amministrazione. La sovranità appartiene al governo, che la esercita nelle forme stabilite dal premier». L'articolo uno è già pronto, poi non c'è più nulla: la Costituzione sognata dal Cavaliere potrebbe finire lì, tutto il resto viene di conseguenza. Anche una bella botta alla magistratura, che - almeno stando all'applausometro confindustriale - risulta molto gradita alle imprese: chissà quanti inquisiti, oltre al premier, riempivano ieri la sala del plenum padronale.

Riforme radicali e definitive, magari piacerebbero anche alla brava Marcegaglia, che per il momento si accontenta di chiedere meno: meno vincoli, meno stato, meno spesa pubblica. Berlusconi, invece, non si accontenta mai. Non si limita a elencare tutto ciò che il suo governo ha fatto per le aziende, a ribadire il mito del mercato, a sentenziare che il capitale è tutto mentre il lavoro è niente, con quel che ne consegue e ne seguirà in leggi, decreti, risorse. Non si contiene, non ci riesce proprio. E, allora, basta con un Parlamento affollato di «capponi» e con giudici «d'estrema sinistra». Per non parlare di «certa stampa»; ma su quella aveva già detto e fatto tutto il giorno prima, con insulti e nomine Rai.

Certo, il premier è un po' nervoso: che alcuni maschi non lo amino, passi. Ma che ci siano delle donne - mogli, giornaliste, giudici - che rifiutino le sue seduzioni, gli risulta insopportabile. Certo, la campagna elettorale si presta ai toni alti, soprattutto quando l'obiettivo è il plebiscito. Però l'escalation di violenza con cui la destra («il papi» in testa) è passata all'attacco è davvero impressionante e fa pensare a un piano più che a un accadimento. Nel giro di poche settimane i dipendenti pubblici sono stati bollati di fannullonaggine, il Presidente della Repubblica trattato da vecchio arnese, l'Onu declassata a ente inutile, gli studenti elevati a pericolosi sovversivi. Su «certi» giornalisti, magistrati «rossi», sindacalisti non proni, un continuo tormentone d'insulti e minacce. L'attacco al Parlamento «pletorico e dannoso» non è altro che un tirar le fila per chiudere il cerchio di un disegno politico che le elezioni europee di giugno - ridotte a sondaggio Mediaset - sono chiamate a ratificare. Nella sottovalutazione di buona parte dei media e nell'assenza di qualunque risposta politica.

Qualche settimana fa un'autorevole giornalista vicina al Pd ci apostrofò dicendo che «solo il manifesto può pensare che ci sia un regime alle porte». Aveva ragione. Non è alle porte, ci siamo già dentro.

il manifesto

Emergenza democratica

di Gaetano Azzariti

La cultura costituzionale del nostro paese è sotto attacco. Ormai non possiamo più far finta di non vedere che si tratta di un aggressione che mira direttamente alle fondamenta del nostro vivere civile. Non è solo la «naturale» tendenza dei potenti a sfuggire alle regole del diritto e ai limiti che la divisione dei poteri gli impone; si tratta di qualcosa di diverso e più sottilmente distruttivo. E' una visione del mondo che tenta di affermarsi in Italia e per far questo deve sconfiggere il sistema istituzionale definito in Costituzione.

Chiarissimi sono anche i modelli a confronto: da un lato - sotto assedio - quello proprio delle democrazie costituzionali occidentali. Dall'altro - promosso, idealizzato e immedesimato organicamente dal nostro Presidente del Consiglio - quello industriale. La cultura «del fare» che di democratico non può avere nulla, poiché non pensa che a produrre risultati, non certo a governare il demos.

Ieri lo scontro tra culture si è materializzato nel modo più plastico ed evidente. In nessun paese democratico si sarebbe potuto immaginare di potere udire un esponente politico pronunciare la seguente frase: «Avete un governo che per la prima volta è retto da un imprenditore e da una squadra di ministri che sembrano membri di un Cda per la loro efficienza. Dobbiamo però fare i conti con una legislazione da ammodernare perché il premier non ha praticamente nessun potere e dovremo arrivare a un disegno di legge d'iniziativa popolare perché non si può chiedere ai capponi e ai tacchini di anticipare il Natale». C'è tutto il conflitto in atto in questa frase che esprime il vanto per un governo che anziché rispondere al Parlamento si arroga il diritto di fare, perseguendo interessi di natura imprenditoriale, rivendicando una legittimazione esclusivamente di natura populista. Ma ciò che appare terribilmente inquietante è l'indicazione del nemico: l'organo della rappresentanza popolare, da abbattere poiché ostacola l'affermarsi del nuovo «sovrano-imprenditore». Il nemico è dunque la democrazia per come c'è stata tramandata dal costituzionalismo moderno.

Troppo spesso si sono sottovalutate le affermazioni allegre e poco meditate del Cavaliere, le cui «battute» sono diventate una sua personale strategia politica e della «smentita» ha fatto un'arte di governo. In questo caso non è così. L'attacco alla democrazia costituzionale esprime il più profondo senso del berlusconismo. Lo dimostra la conseguenza che egli stesso trae dall'analisi di un Parlamento da «accapponare». Berlusconi rivendica a se tutti i poteri che la costituzione affida al Parlamento. Per far vincere la cultura dell'impresa e definitivamente sconfiggere la democrazia costituzionale. Credo sia venuto il tempo di dichiarare l'emergenza. Ci fu un tempo in cui di fronte alle pretese eversive del sovrano un Parlamento seppe reagire, scelse un nuovo governante e affermò la democrazia costituzionale: correva l'anno 1689. Quella rivoluzione fu «gloriosa». A noi che rimane?

la Repubblica

E l´imprenditore applaude

di Massimo Giannini

Il microfono di un´associazione economica trasfigurato nel megafono di un comizio politico. Un importante appuntamento istituzionale svilito a «pronunciamento» sommario. Contro i giudici, «estremisti di sinistra» e «vera patologia della nostra democrazia». Contro il Parlamento, organo «pletorico, inutile e controproducente». Anche a questa torsione "rivoluzionaria" ci è toccato assistere, nei giorni più cupi e livorosi della deriva vagamente caudillista di Silvio Berlusconi.

Il presidente del Consiglio si è presentato agli imprenditori non per spiegare quello che lui può fare per risolvere i loro problemi: contrastare la recessione, rilanciare la domanda, finanziare gli investimenti. Ma per annunciare quello che magistrati e parlamentari dovrebbero fare per risolvere i suoi problemi: obbedire, tacere, sparire.

«Non ci fermeremo fino a quando non avremo diviso l´ordine dei giudicanti dall´ordine degli accusatori», annuncia il Cavaliere. «Alla Camera si sta tutto il giorno senza far niente, con le mani nella scatola del voto, a obbedire agli ordini del capogruppo», aggiunge. Ed è deprimente, oltre al fatto in sé, che di fronte a queste iraconde tirate populiste sia costretto a intervenire il Quirinale, per ricordare che sul Lodo Alfano l´unico "dominus" è la Consulta, e si trovino a protestare solo il sindacato delle toghe e il presidente della Camera Fini. La platea degli industriali, viceversa, non reagisce, non obietta. Non prende le distanze da un "collega" che, in base a una sentenza di primo grado, è stato giudicato colpevole per aver corrotto un teste in processi per falso in bilancio, fondi neri, evasione fiscale. Comportamenti che chiunque viva in azienda non può non biasimare, perché negano il mercato e alterano la concorrenza.

Anzi, di fronte a tutto questo accade l´impensabile: invece di mostrare insofferenza verso un primo ministro che urla la sua violenta requisitoria in un Auditorium invece di riferire in Parlamento come la Costituzione gli imporrebbe, proprio quella platea si scioglie in applausi. Metà complici, metà quiescenti. Così, in quell´abbraccio finale solo lievemente imbarazzato con Emma Marcegaglia, il premier vede realizzata la più estrema e innaturale delle metamorfosi: anche la Confindustria è trasformata in una "provincia" dell´Impero delle Libertà. E anche la sua leader, in base alla collaudata e malintesa idea di "galanteria" dell´Imperatore, può essere annoverata scherzosamente (ma scandalosamente) nella già folta schiera delle "veline".

Ed è poi questo, al fondo, l´altro "scandalo" di questa assemblea annuale. L´"Anschluss" berlusconiano della Confindustria, che la dice lunga sull´etica della responsabilità dell´establishment e il civismo della cosiddetta "borghesia produttiva", avviene malgrado una relazione della Marcegaglia non proprio tenera nei confronti del governo. Nella fotografia nitida e niente affatto edulcorata della crisi economica vissuta dall´Italia, che nessuna pennellata di vacuo ottimismo di regime può offuscare. Nell´indicazione dei tanti punti di debolezza del Sistema-Paese, che i piani faraonici annunciati e riannunciati da questo o quel ministro non possono eliminare. Nella denuncia delle tante liberalizzazioni scomparse dall´agenda, che nessuna promessa pre-elettorale può far ricomparire. Nel riconoscimento della "coesione sociale" e del ruolo della Cgil, che troppi fermenti ideologici tardo-craxiani hanno disconosciuto attraverso la pratica dissennata degli accordi separati.

Persino nell´esaltazione della "società multietnica come valore", che nessun vaneggiamento xenofobo neo-leghista può cancellare, per chi facendo impresa al Nord si trova ogni giorno fianco a fianco, in fabbrica, con i lavoratori extra-comunitari.

Certo, la Marcegaglia è troppo generosa sulla strumentazione di sussidio ai disoccupati messa in campo dall´esecutivo, e non dice che 2 lavoratori su 5, nel nostro sistema di ammortizzatori sociali, resta tuttora senza garanzie. E troppo clemente sullo stato dei conti pubblici, riconoscendo a Tremonti una «barra del timone dritta» proprio mentre il Paese sta gravemente perdendo la rotta sul deficit, il debito pubblico e l´avanzo primario.

E fin troppo entusiasta del "coraggio" di Brunetta, di cui per ora c´è più traccia sulla carta intestata del dicastero che non nell´efficienza della Pubblica Amministrazione. Ma in quell´appello finale, rivolto direttamente al presidente del Consiglio, ci sarebbe anche una teorica sfida: «Lei che ha un mandato forte e un consenso straordinario, li usi per fare le vere riforme di cui questo Paese ha urgente bisogno». Non li usi invece per sfasciare le istituzioni, per scardinare i poteri dello Stato, per blindare la sua avventura politica in una dimensione neanche più "post", ma ormai, temiamo, quasi "extra" democratica. Sarebbe stato bello se la sfida della Marcegaglia avesse abbracciato anche questa seconda parte di ragionamento. Purtroppo si è fermata alla prima parte. E anche questo, purtroppo, è un prezzo pagato all´"annessione" berlusconiana.

Expo dimezzata, il piano del governo

di Giuseppina Piano

Addio ai nuovi padiglioni dell’Expo per un 2015 quasi a costo zero. La exit strategy messa in pista dal governo, causa terremoto, lavora a un 2015 totalmente diverso da quello promesso al mondo: non più un preventivo di 4 miliardi di euro ma poco più di 1,5. Con 29 milioni di visitatori accolti non in una nuova area costruita per l’occasione. Ma in quella Fiera di Fuksas aperta nel 2004. Eccolo, il coniglio tirato fuori dal cilindro da Bossi e Tremonti. Con i leghisti al lavoro per approfittare di un effetto collaterale del «piano B»: smantellare l’Expo Spa guidata da Stanca.

Addio dunque alla nuova Milano con la via d’acqua e i piroscafi sui Navigli, con una nuova linea metropolitana (la M6), con la zona di Rho-Pero rivoltata come un guanto. Addio ai padiglioni costruiti a fianco della Fiera che c’è già. Il risultato sarebbe un’Expo che non sarebbe più l’Expo. Quasi a costo zero perché circa un miliardo investito per la preparazione dell’evento dovrebbe rientrare, nel 2015, con gli affitti agli espositori e i biglietti venduti.

Non è detto che il piano riesca. Ma l’ipotesi è più che seriamente allo studio. Due le controindicazioni: Letizia Moratti proprio non può accettare di veder azzerato in questo modo la sua Expo. E assicura: «Non è possibile, va contro il dossier presentato al Bie». Ieri, in un lungo colloquio a Roma a Palazzo Grazioli con il premier Silvio Berlusconi, deve aver rappresentato tutte le sue perplessità. Ma sa altrettanto bene, il sindaco, che se Tremonti non mette i soldi, dovrà piegarsi al "piano B". Secondo, e più rilevante, problema: il Bie, il Bureau internazionale che assegna le Esposizioni universali, potrebbe davvero non accettare di vedere stravolto il progetto vincitore, tanto più che la costruzione di un nuovo sito era stata una condizione espressamente posta per la candidatura. Sarà già dura fargli digerire l’azzeramento della nuova linea M6 (costo 870 milioni, opera che il dossier di candidatura assicurava essenziale per reggere l’afflusso di 29 milioni di visitatori a Rho-Pero). Le norme che regolano le Esposizioni dicono che il Bie potrebbe ritirare l’Expo a Milano, non accettando il nuovo progetto. E incassando pure una salata penale dallo Stato italiano. Ma Berlusconi e Tremonti hanno una carta pesante da far valere oltre alla crisi economica mondiale: il terremoto in Abruzzo. E forse, maligna qualcuno, sarebbe un modo indiretto per arrivare a far saltare il banco.

Certo l’Expo del 2015 sarebbe travolto. Dei 4 miliardi preventivati come essenziali per costruire il nuovo sito, 1,2 servivano per costruire i padiglioni e il parco della nuova area espositiva; 1,8 per le nuove infrastrutture di accessibilità (di cui 870 milioni per la metrò 6 sono già stati cassati, 530 non potranno resistere per la Via d’Acqua e la Via di terra). Resterebbero da trovare i 374 milioni per potenziare quello che c’è già con nuovi svincoli e parcheggi. Il resto del budget, circa 900 milioni, servivano per pagare i sei anni di preparazione e i sei mesi di apertura: un investimento che dovrà comunque ripagarsi nel 2015. I tagli, del resto, sono assicurati anche sul pacchetto delle opere non direttamente collegate all’Expo ma comunque strategiche per il 2015, dalle nuove autostrade lombarde ai metrò 4 e 5 di Milano, alle ferrovie per Malpensa.

E la Lega? Bossi vuole aumentare il peso in Lombardia nel complicato risiko di potere che aprirà con Berlusconi dopo le elezioni di giugno. In ballo c’è la presidenza al Pirellone l’anno prossimo. Ma in ballo c’è anche, guarda caso, la Fondazione Fiera. Di certo il Carroccio sta attaccando a muso duro Lucio Stanca con ogni pretesto. E con Leonardo Carioni, contemporaneamente presidente dell’immobiliare Sviluppo Sistema Fiera e membro del cda Expo, come testa d’ariete: prima su Palazzo Reale, quindi sugli organici. «Pensano di assumere 80 dipendenti, quando alla Pedemontana lavorano 20 persone», ha dichiarato giusto due giorni fa in un’intervista. E pazienza se al Toroc delle Olimpiadi di Torino lavoravano in 900. Una strategia che mira chiaramente a costringere Stanca, arrivato a capo dell’Expo con la carta bianca data da Berlusconi, a patteggiare tutto il potere. Con la Fiera dentro agli appalti e alla gestione di quel miliardo che sopravviverebbe. E con il grande business del dopo-2015 sul tavolo di trattativa: resterebbe da definire cosa fare delle aree a Rho-Pero dove si dovevano fare i padiglioni. Si potrebbero lasciare non edificabili come non edificabili sono oggi? Difficile crederlo. Piuttosto, si dovrà decidere se svincolarle per un nuovo quartiere. O piuttosto assegnarle comunque al trasferimento dell’Ortomercato cedendo in cambio ai proprietari (Fiera e Cabassi) i 700mila metri quadrati lasciati liberi dai mercati in via Lombroso. In un caso o nell’altro, business del mattone.

Che cosa resta dell’Expo cinque lezioni per Milano

di Carlo Brambilla

Edifici bizzarri, come astronavi aliene abbandonate. Immense scatole di cemento vuote. Surreali periferie disabitate. Ardite cattedrali nel deserto urbano. Degrado. Solitudine. Silenzio. Inquietanti paesaggi da day-after. Lo sguardo di cinque grandi fotografi è andato a documentare cosa resta oggi di cinque Expo che si sono tenute negli anni recenti in Europa. Cinque reportage sulle condizioni attuali di Saragozza, Lisbona, Hannover, Siviglia e in Svizzera nei pressi del lago di Neuchatel, firmati da Gabriele Basilico, Marco Introini, Claudio Sabatino, Claudio Gobbi e Maurizio Montagna. La mostra, che verrà inaugurata oggi alle 18,30 alla Triennale, è una geniale provocazione culturale, promossa dall’Ordine degli Architetti di Milano per spingere la città alla riflessione. E porsi qualche domanda su cosa resterà a Milano dell’Expo dopo il 2015. Prima che sia troppo tardi.

Spiega Franco Raggi, architetto, curatore della mostra: «Queste immagini illustrano meglio di tanti discorsi come le ambiziose architetture realizzate per i grandi progetti fieristici debbano fare i conti con il "dopo". E come sia cruciale fare previsioni di riutilizzo o di dismissione se non si vogliono lasciare sul terreno eredità fisiche, architettoniche e urbane separate e sconnesse dalle complesse realtà urbane che le hanno ospitate. E riflettere se al posto del vecchio, anacronistico modello, di esposizione universale, gigantesca, fisica e muscolare, non sia meglio immaginare soluzioni più leggere, diffuse su tutto il territorio della città». «Cosa lascerà a Milano l’Expo nel 2016? - si domanda Daniela Volpi, presidente dell’Ordine degli Architetti. - Per rispondere a questa domanda abbiamo organizzato una serie di incontri che si concluderanno con una discussione generale in Triennale mercoledì 3 giugno, alle 21,15».

Le realtà delle cinque città in mostra sono diverse tra loro. Le esperienze di Hannover, del 2000, e di Saragozza, nel 2008, restano le peggiori. Quelle dove maggiormente risalta il senso di abbandono a loro stesse di immense aree urbane. Un po’ meglio il caso di Siviglia, del 1992. Qui l’Expo consente almeno di dotare la città di infrastrutture di cui era priva. Mentre l’esperienza più riuscita appare quella di Lisbona, nel 98, realizzata in un’area lungo il fiume Tago, di cui restano opere interessanti come la grande stazione Oriente realizzata da Santiago Calatrava, l’Expo e la città e l’acquario marino. Un caso completamente a parte, invece, è l’esposizione Suisse, del 2002. Qui gli edifici sono stati interamente smontati dopo la manifestazione. E il paesaggio è tornato a essere quello che era prima. «Un intervento forse fin troppo leggero - commenta Franco Raggi. - Perché un’Expo può essere invece un’occasione per lasciare qualche segno architettonico positivo».

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