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Sull´insegna dell’Osteria della Luna Piena si ricorda che il locale è "memoria manzoniana", per dire che ci passò Renzo Tramaglino. Adesso, davanti al Phone Center a pochi metri dall’osteria, ci sono due sudanesi rifugiati politici. Disoccupati. Senza casa. Da due anni. Dormono dove capita.

Via Lazzaro Palazzi, Porta Venezia, quella che chiamano la "casbah" milanese, miscela di Africa e memorie manzoniane. Due passi più in là c’è la chiesa di San Carlo al Lazzaretto, una lapide ricorda la carità dei frati cappuccini nell’assistere gli appestati. Dentro al suo ristorante il signor Alberto Lorenzetti è cupo: «Basta, sono stufo. Non vado neanche a votare stavolta, anche se sono di destra». Il signor Lorenzetti è nato in Etiopia, figlio di una donna etiope e di un milanese. Ha la pelle scura, il suo ristorante si chiama Saba, ci si mangia lo zighinì. Vive e lavora anche lui in quella Milano che l’altro giorno Silvio Berlusconi ha definito «una città africana».

Italiano a tutti gli effetti («Tredici mesi di naja, e ho sempre pagato le tasse»), milanese, ristoratore, tassista. «Faccio il tassista da diciassette anni, e adesso anche mio figlio. Fra il taxi e il ristorante lavoro diciotto ore al giorno. Siamo undici fratelli, e tutti lavorano». La pelle scura comincia a pesargli, e non era mai successo. «Le cose stanno peggiorando. Mi fa pena questa Italia, e lo dico da italiano. Io sono italiano, e italiano mi sono sempre sentito. Ma adesso, dopo 33 anni, comincio a sentirmi straniero. Non ho più l’età, altrimenti me ne andavo».

I cattivi umori toccano ora anche Porta Venezia, la cosiddetta "casbah"milanese, un posto dove la parola multietnico non suona allarmante. Porta Venezia è così da quarant’anni almeno. Non è un’idea possibile di convivenza: è una realtà, una tradizione, un’abitudine. Il bar Ethiopia sta di fronte alle cantine di Peppino Strippoli. Il caffè Addis Abeba e la trattoria Lucca in via Panfilo Castaldi. La miscela è antica. Nessun problema, ti ripetono.

Il problema, però, esiste ed è complicato. La città è complicata. Le cifre dicono: a gennaio 2009 c’erano a Milano 188.980 stranieri regolari (14,6 per cento della popolazione), più 38 mila irregolari. Gli africani regolari sono 58mila. Non tutta la Milano africana è antica come Porta Venezia, non tutta è pacificata e stratificata. Se vai verso fuori, oltre piazzale Maciachini, via Imbonati, via Pellegrino Rossi, lì lo stravolgimento ribollente dei vecchi quartieri lo vedi. Il governo della trasformazione abbandonato nelle mani onnipotenti del mercato. Così, dieci phone center in cento metri, minimarket etnici, kebab: senza un criterio, senza un equilibrio. La paura è dei vecchi, che vedono sparire i punti di riferimento, delle donne anziane alle prese con giovani maschi in gruppo. In via Padova, lo spaccio notturno, le bottiglie rotte, quelli che pisciano sui portoni. Gli stranieri appena arrivati sono più poveri, e coi poveri vanno a vivere, gomito a gomito. Agganciano legami dentro le loro comunità, creano reti di sopravvivenza separate, sono intraprendenti. Le differenze sono di colori, non solo quello della pelle, di abitudini, di odori. La Milano che invecchia fatica ad adattarsi, si vede diversa, non si riconosce. Ogni tanto esce una statistica che fa impressione. A Milano il cognome cinese Hu ha superato i Brambilla. In Brianza sono più gli imprenditori Mohammed dei Brambilla.

Qui a Porta Venezia, vecchia Milano multietnica, c’è chi vive tranquillo. Abraham Kibrom è il titolare della Ferramenta Galaxy: «Io sono nato in Etiopia, ma questo adesso sento che è il mio Paese, penso come un italiano, le tasse che pago mantengono i pensionati italiani. Ho diritto ad essere rispettato». E ci dev’essere una vena comune interetnica che attraversa il settore ferramenta, se anche dai concorrenti italiani della "Ferramenta Formenti" di via Panfilo Castaldi la campana è la stessa: «Guardi - dice il signor Licinio - sono trent’anni che lavoro qui, e il quartiere è sempre stato così come lo vede. Multietnico, e senza problemi. E sa cosa le dico? Multietnico per me significa che ho avuto modo di conoscere gente di tante nazionalità diverse. Qui di fianco ha appena aperto una parrucchiera africana: mi ha detto che non si aspettava di stare in mezzo a gente così per bene». Sì, ma se fai cento metri sei in piazza Oberdan, quella dell’Arco di Porta Venezia. Adesso, che è metà pomeriggio, non ne vedi di africani. «Sono in giro per i giardini pubblici», spiega il barbiere Franco che ha la bottega in via Lecco. «Ma venga di notte, o al mattino presto. Sono lì che dormono sulle panchine, o per terra, dentro alle coperte. Non è un bello spettacolo». Sono quelli che stavano in una casa abbandonata in viale Tunisia, li hanno cacciati e da allora quelli rimasti vagano per il quartiere.

La categoria del multietnico è mobile, piena di sfaccettature. Gino Di Clemente, pugliese di Bisceglie, ha da quarant’anni un bar tabacchi che è una sorta di centro del quartiere: «Questa che chiamavano "casbah" una volta era unica. Io ci sto bene, questo miscuglio mi piace. Mia sorella, che ha 79 anni, apre il bar la mattina alle 6, da sempre. E mai, dico mai, che qualcuno le abbia mancato di rispetto. Il punto è un altro: oggi tutta Milano ha zone come questa, non ce n’è una che si salva. Succede da noi, con cinquant’anni di ritardo rispetto a Parigi o Londra. Non è facile».

Certe cose a Porta Venezia, venerabile "casbah", ormai passano via tranquille. Il bar gay che alla sera è una bolgia. Il ristorante mongolo. Il Krishna Bazaar. Ma prendi tutto questo, e impiantalo in un quartiere di periferia, in maniera travolgente e senza regole. Tutt’altra faccenda. La trasformazione si paga, soprattutto se non è governata, spiegata, condivisa. I cinesi di via Paolo Sarpi hanno colonizzato un quartiere, comprando in contanti e pagando bene. Ora il Comune prova a rendergli la vita difficile, per le proteste degli abitanti italiani. Con gli africani è peggio, perché il colore della pelle pesa eccome. I phone center sono il nuovo bersaglio per i controlli di polizia e vigili urbani. Perché sono il primo ritrovo. Vai verso fuori, lungo le strade che portano a Nord, alla Brianza, e la sera i marciapiedi sono tutto un crocchio di stranieri.

In via Pellegrino Rossi ogni gruppo sta per conto suo. Sudamericani da una parte. Poi africani suddivisi per paese. Parlano, scherzano, bevono. Lo stare insieme di questa gente, anche quando è innocuo, dà un’idea di fermento e di energia che spaventa i milanesi meno attrezzati, per età e per abbandono. Il signor Antonio, pensionato e ancora pimpante, ha anche il problema di parlare con i suoi amici: «Io sono sempre stato democristiano, adesso mi danno del comunista. E perché? Perché dico che bisogna farsene una ragione, e non aver paura. Mi dicono che non dovevamo lasciarli entrare, che è colpa di quelli di sinistra. Mi tocca sempre litigare, anche se tante volte anch’io faccio fatica ad adattarmi». Un viaggiatore disincantato e disilluso come Corrado Stajano, nel suo ultimo libro "La città degli untori", passa dalla "casbah" del Lazzaretto, dalla Milano africana, e si chiede: «Che siano loro, uomini di un continente di là dal mare, a rinsanguare la stanca città? Forse è un segno di speranza che abbiano messo radici nella città che li rifiuta, proprio nel posto dove infierì peste e distruzione». Ma non si capisce se ci crede davvero.

Silvio Berlusconi si è divertito un mondo a Sharm-el-Sheik osannato dagli italiani in vacanza sul Mar Rosso. Del resto in patria tutto andava benissimo (secondo lui). Persino nel terremotato Abruzzo sul quale ha snocciolato a “Porta a Porta” cifre del tutto rassicuranti, senza che nessuno potesse contraddirlo. Lui, imperatore, e Bertolaso, suo proconsole delle Emergenze, hanno in mano la situazione degli aiuti e della ricostruzione che sarà (prima sciocchezza demagogica) “molto rapida”. Invece le cose non stanno propriamente così, nonostante gli osanna ammirati di giornali inginocchiati e di televisioni sdraiate ai suoi piedi.

Le tendopoli

Si sta passando, sotto le tende, dal freddo ancora invernale (specie di notte) ad un caldo già estivo. La soluzione dei container è stata giustamente scartata. Ma, grazie alle ubbìe del premier, si è perso tempo a discutere di “new town” o di Aquila 2 (clonata dalla prediletta Milano 2) promessa nel termine di pochi mesi, figuriamoci, e poi seccamente disconosciuta. «La casa è un miraggio, prefabbricati inevitabili» - ha suggerito un ex commissario di lungo corso, Giuseppe Zamberletti. Solide case in legno, ben riscaldabili d’inverno, sperimentate positivamente fra Umbria e Marche. Le stesse offerte, in un centinaio di esemplari, dalla Provincia di Trento. Senza perdere altro tempo in vecchie/nuove fanfaronate. Bisogna fare presto. La convivenza di tanta gente in una stessa tenda non può essere protratta a lungo: è già ora una tortura psicologica. Lo ha più volte fatto notare il sindaco dell’Aquila, attento e presente, Massimo Cialente, il primo a criticare l’idea della “New Aquila” berlusconiana che avrebbe abbandonato la città storica a spettrale maceria senza futuro.

Certo, bisogna che le case in legno, o quelle avveniristiche promesse dal prof. Calvi di Pavia, non sorgano – come invece sta avvenendo per le prime – in ordine sparso in zone del tutto agricole deteriorandole stabilmente. Bisogna pianificarle in forma di villaggi attrezzati, pur considerandole, ovviamente, provvisorie. Il 1° maggio Berlusconi ha affermato che le aree dove montare i prefabbricati per 13.000 persone sono state già individuate. Peccato che i sindaci delle zone interessate non ne sapessero assolutamente niente. A riprova che tutto, in questa emergenza abruzzese, viene fatto calare dall’alto. Funzionalmente un sistema pessimo, oltre che anti-democratico.

I finanziamenti

I soldi previsti dal decreto 39/09 del governo Berlusconi erano in origine decisamente pochi e per giunta dilazionati negli anni. I 150.000 euro a fondo perduto per la ricostruzione della prima casa verranno attivati con una ordinanza a parte, ma “Sono un niente”, ha seccamente commentato l’attiva e coraggiosa presidente della Provincia dell’Aquila, Stefania Pezzopane, a fronte degli edifici distrutti del centro storico dell’Aquila e di alcuni borghi come Onna. Gli amministratori abruzzesi chiedono di avere coperti al 100 per cento i costi (come accadde in Umbria e nelle Marche) per le prime e anche per le seconde case. Il PD, col suo segretario Dario Franceschini ha battuto e ribattuto sulla richiesta e finalmente, ieri, il governo ha dovuto cambiare il decreto coprendo (ancora non si sa come però) il 100 per cento dei costi di ricostruzione. Una bella vittoria per l’opposizione.

Fintecna

Un ruolo allarmante sta però assumendo la sempre più potente Finanziaria pubblica, totalmente controllata dal Ministero dell’Economia. Nel dicembre 2006 è stata creata Fintecna Immobiliare che ha incorporato le attività di quel tipo. Presieduta da Maurizio Prato, ex Ad di Alitalia, vice-presidenti Corrado Crialese e Vincenzo Dettori (già presidente di Fintecna, poltrone che vanno e che vengono). L’attività di Fintecna è consistita nella gestione e nella vendita del patrimonio immobiliare pubblico. Secondo il decreto 39/09 del governo, la società dovrà occuparsi dei contratti di finanziamento fra lo Stato e i privati per il recupero delle case lesionate o distrutte dal terremoto. Fintecna potrà subentrare ai proprietari indebitati «con la contestuale cessione ad essa dei diritti di proprietà» e del mutuo acceso. Il ministro Tremonti giura che la norma non è stata «pensata per fare acquisizioni di abitazioni nelle zone abruzzesi colpite dal terremoto». Negli aquilani si insinua però il sospetto che si voglia, in un futuro non lontano, acquisire a prezzi stracciati una bella fetta della città antica per poi privatizzarla rivendendola a soggetti decisamente abbienti. Più di un amministratore fa notare che la mega-finanziaria pubblica “diventerà padrona assoluta del centro storico con conseguenze speculative immaginabili”.

La commissione che dovrà assegnare i trenta lotti per il mega appalto del piano Case a L'Aquila ieri sera era ancora riunita. Sono 57 le ditte che hanno presentato un'offerta e la chiusura della gara è prevista per le prossime ore. Intanto la protezione civile ha comunicato i nomi delle nove aziende che dovranno fornire il cemento armato e il ferro per le piattaforme antisismiche delle venti aree. Nessuna gara europea, in questo caso, ma un appalto ad inviti. Tra le nove aggiudicatarie ci sono almeno un paio di società che hanno avuto qualche problema in passato. La Colabeton, ad esempio, nell'agosto del 2004 era stata multata per cinque milioni di euro dall'antitrust, per aver fatto parte di un cartello di aziende che avrebbero «posto in essere, nel periodo dal 1999 al 2002, un'intesa volta principalmente alla ripartizione di forniture di calcestruzzo destinate ai cantieri edili della provincia di Milano». Un accordo considerato illegittimo che avrebbe avuto «l'obiettivo di accrescere i ricavi attraverso l'incremento dei prezzi di listino e la riduzione progressiva dei termini di pagamento». Le aziende che vennero multate dall'antitrust - Ambrosiana, Calcestruzzi, Cave Rocca, Cemencal, Colabeton, CosmoCal, Holcim Calcestruzzi, Holcim Cementi, Monteverde, Monvil e Unicalcestruzzi - per un totale di 40 milioni di euro, avrebbero in sostanza concordato la loro posizione sul mercato, scambiandosi informazioni, arrivando a controllare l'80% del mercato milanese.

La lista delle aziende che si sono aggiudicate questa prima parte della costruzione dei 20 villaggi - consorzio Bison-Gdm, Zuppoli-Pulcher, Sacaim, Colabeton, la Veneta Reti, Cordioli e l'aquilana Edimo di Barisciano - include anche la veneta Sacaim, che qualche mese fa è stata coinvolta in un grave incidente su un cantiere a Venezia. La procura nel settembre scorso aveva messo sotto sequestro un cantiere edile a Murano della Sacaim, dopo la morte per il crollo di un muro di un operaio ucraino, dipendente di un'azienda che aveva ottenuto un subappalto. Uno dei tantissimi incidenti mortali sui cantieri edili italiani che hanno provocato centinaia di vittime di quel sistema di subappalti che il decreto Abruzzo ha ampliato dal 30 al 50% dei lavori affidati.

Subito dopo il terremoto era stata annunciata da più parti la realizzazione di una vera e propria lista delle aziende "pulite". Nel decreto Abruzzo, però, gli unici criteri di esclusione sono quelli tradizionali degli appalti pubblici. Nessun filtro in più è stato applicato all'assegnazione dei primi lavori.

Alla fetta più consistente dei contratti di appalto - con una cifra che supera il mezzo miliardo di euro - hanno partecipato solo aziende italiane. In Europa non devono avere grandi speranze di potersi aggiudicare l'unico lavoro pubblico del dopo terremoto con soldi certi. Così nell'elenco delle 57 aziende che hanno presentato un'offerta alla caserma di Coppito - che ospita la commissione che sta valutando i dossier - c'è un pezzo ben rappresentativo dell'Italia dei cantieri. Forte presenza del nord est, a fianco di un gruppo agguerrito di società casertane, napoletane, calabresi, pugliesi e siciliane. Non mancano i costruttori aquilani, gli stessi che prima del terremoto hanno realizzato alcuni degli edifici crollati in un soffio. Ci sono i fratelli Frezza, che hanno "messo in sicurezza" parte dell'ospedale San Salvatore e realizzato un garage sotto l'edificio di via XX Settembre 79, crollato uccidendo sette persone, il sei aprile scorso, alle 3.32.

Una scena lunga due mesi, il terremoto sullo sfondo: interprete principale il presidente del consiglio, Bertolaso a far da spalla, i terremotati le comparse. Non fosse stato per Veronica Lario, questo sarebbe stato l'unico palcoscenico elettorale di Silvio Berlusconi. Riempito con una dozzina di visite, tante immagini, un fiume di banalità da gettare in platea, al paese spettatore-elettore. Per raggiungere e superare la soglia del 40%, quella che prepara la nuova era, il berlusconismo come impresa di Stato. Due mesi di flash sull'attivismo pietoso. Due mesi di buio sull'emergenza che non ha fine, sulla ricostruzione che non vede inizio.

Non è particolarmente originale osservare come una sciagura possa servire a raccogliere consenso promettendo aiuto, con tutti i rischi del caso, se l'aiuto funziona poco o male. Né sono un inedito storico queste elezioni nel post-terremoto, questa verifica «naturale» della tenuta di un governo. Trent'anni fa toccò a Zamberletti, che però era «solo» un sottosegretario promosso in Friuli a commissario straordinario. Un Bertolaso ante litteram, quando la Protezione civile appena nasceva e non era una sorta di stato nello stato come ora. Fu il democristiano di Varese, alle prese con l'emergenza friulana del 1976, a gestire ricostruzione ed elezioni, raccogliendo i soldi a Roma e distribuendoli al confine orientale, visitando tenda per tenda in maniche di camicia, a parlare con tutti e a convincere tutti.

Senza nemmeno aver bisogno di dire che cosa votare nelle elezioni del 20 giugno di quell'anno, quelle del pericolo rosso, con il Pci che sembrava pronto a sorpassare la Dc. Cosa che non fu. Anche grazie alla tenuta dell'elettorato terremotato, grazie al gran lavoro del Zamberletti, che non poteva contare su uno stuolo di televisioni al seguito, ma sui finanziamenti statali sì. Di soldi ne arrivarono tanti, non vennero gettati al vento - a differenza dell'Irpinia qualche anno dopo - e finirono per contribuire al miracolo del nord-est. Strade e capannoni industriali costruiti assieme alle case, il post-terremoto come straordinaria arma di sviluppo economico. E di consenso politico, basato sul fare, senza nemmeno usare troppo la grancassa mediatica.

Scenari spettrali

La scena a L'Aquila e dintorni sembra un po' diversa. A due mesi, 302 morti e 65.000 sfollati dal giorno del terremoto, l'unica cosa davvero visibile - oltre alle visite-spot del Presidente del consiglio - è l'emergenza. A partire dal centro storico spettralmente deserto e chiuso, una «zona rossa» che attende di capire quale sarà il suo futuro. Vi entrano solo i vigili del fuoco, per puntellare qualche edificio o accompagnare gli abitanti a raccogliere ancor oggi - da sessanta giorni - qualche oggetto domestico. E attorno alla sorte del centro di L'Aquila si gioca la grande partita del post-terremoto. Dopo una certa fiducia iniziale gonfiata dalle esibizioni berlusconiane, ora i dubbi della popolazione si stanno trasformando in protesta. Sono nati decine di comitati - diversi tra loro per censo, collocazione geografica, orientamento politico - che prendono la parola, seppur in ordine ancora sparso.

«Ricostruzione 100%», «puntellare tutto», sono le parole più pronunciate. Perché il timore è che lo smembramento della comunità - le costruzioni temporanee sparse su terreni in via d'esproprio - apra la strada a una ridefinizione della città e del suo territorio basata su interessi estranei a quelli degli aquilani e impermeabile alle loro volontà. «Togliere il centro storico a L'Aquila è come toglierle il Gran Sasso» sentenzia la presidente della Provincia Stefania Pezzopane, dando voce a quella che è la paura più evidente per il prossimo futuro: una ricostruzione fatta di grandi affari che toglierebbe agli aquilani il controllo e il possesso della propria città, magari attraverso il non finanziamento della sistemazione delle «seconde case», quell'integrazione di reddito portata a molte famiglie dall'affitto a studenti fuorisede.

E un imputato c'è già: «Non subiremo passivamente i giochi di Fintecna» annuncia il sindaco Massimo Cialente. Ciò che si teme è che la finanziaria del governo assuma il controllo del centro storico, affidando appalti a qualche impresa del nord leghista, per poi fare dell'Aquila un grande affare per nuovi ricchi. Perché la verità è che i soldi non ci sono, che Tremonti ha già detto di non sapere dove prenderli, che solo «una tassa di scopo» potrà farglieli trovare. Ma di tasse il Capo supremo non ne vuol sentir parlare, almeno fino alle elezioni europee; e, semmai, vorrebbe che a chiederle siano proprio gli abruzzesi, Pezzopane e Cialente in testa. Giusto per fargliene assumere la responsabilità.

L'emergenza senza fine

Così piccole proteste crescono. Dopo il corteo di sabato scorso, indetto dal comitato per la rinascita del centro storico, oggi tocca a un presidio organizzato dai sindaci, per il 10 giugno il comitato «3e32» lancia l'idea di un sit-in a Roma e il 15 appuntamento nella capitale davanti al Parlamento. Perché quel giorno alla Camera inizia la discussione del decreto sulla ricostruzione. Dovrebbe essere la data della fine dell'emergenza, già troppo prorogata, ma da che parte vada ancora non si sa. Paradossalmente in Abruzzo hanno considerato un passo in avanti il rinvio del decreto, «perché la sua prima versione era un disastro - dicono in coro - ma ancora non ci siamo».

Problemi di quantità e di qualità: i 5 miliardi e mezzo per ora previsti non sono sufficienti e al comitato «3e32» fanno un semplice paragone: «Per il terremoto dell'Umbria, con 30.000 sfollati, vennero stanziati 7 miliardi. Qui gli sfollati sono più del doppio e i soldi molti meno». E, poi, chi e come li gestirà? In un territorio che abbonda di divise e controlli - nelle tendopoli principali non si può entrare senza apposito tesserino - la popolazione non si fida dei controllori. «Perché una cosa è l'emergenza, un'altra il futuro, che non si può affidare allo specialista delle emergenze»: il «cittadino-accusatore» ce l'ha con Bertolaso e la Protezione civile, molto invasivi entrambi, vissuti come estranei. Utili, persino indispensabili, ma «stranieri». A differenza dei vigili del fuoco che, pur venendo da tutt'Italia, sono considerati dei fratelli. Cui aggrapparsi per ogni esigenza, cui chiedere qualunque cosa e a cui dare tutto l'appoggio quando protestano - anche loro - senza smettere di lavorare, per i tagli ai finanziamenti.

E le elezioni? «Perché? Si vota?». Molti se ne sono persino dimenticati delle Europee. Un po' per il rinvio delle amministrative che ha fatto pensare a uno slittamento del voto tout court. Un po' perché qui i partiti - di comune accordo - non hanno fatto campagna elettorale. Molto perché l'unico voto che davvero interessa è quello del Parlamento italiano sul «Decreto Abruzzo». Prevedibile che l'astensionismo sarà altissimo, che i seggi - un po' piazzati negli edifici pubblici rimasti in piedi, un po' nelle tendopoli - non saranno molto frequentati. Nemmeno Berlusconi se ne lamenterà, per quanto importantissimo ai suoi scopi sia l'esito del 6-7 giugno; e, del resto, il suo palcoscenico elettorale l'ha costruito in Abruzzo ma solo per parlare al resto d'Italia, come fu per Napoli alle prese con l'immondizia. Semmai se ne lamenteranno gli oltre 35.000 «pendolari del terremoto» che sfollati sulla costa, tra Giulianova e Pescara, ogni giorno attraversano la regione per raggiungere il capoluogo dove hanno lavoro e residenza. Anche per votare dovranno fare i pendolari, l'esercizio del «diritto-dovere» è legato all'appartenenza territoriale e il seggio non li ha seguiti nell'esodo verso gli alberghi dove ancora non sanno se e quanto potranno rimanere (salvo eventuali crociere annunciate dal Presidente).

I pendolari del voto

Così i più affezionati all'esercizio democratico dovrebbero mettersi in macchina e farsi - anche per votare - le consuete file agli ingressi dell'autostrada targata padron Toto (quello di AirOne, poi Cai-Alitalia) che nell'emergenza-sisma è diventata un imbuto. I pendolari del terremoto non pagano il pedaggio, ma la loro esenzione va verificata a ogni passaggio di casello, con i tempi e le code che si possono immaginare. Facile prevedere che molti resteranno lontani da un seggio così complicato.

Vista da L'Aquila, Strasburgo è una località remota. Più interessante Roma, ma solo perché tiene i cordoni della borsa. Però il cuore e la mente sono tutti per quelle case vicine e proibite, quelle fabbriche chiuse e quegli uffici vuoti o sparpagliati in luoghi a molti cittadini ancora ignoti. Il pensiero è fisso sulla «riconquista» dell'Aquila. In fretta: prima del freddo autunno, prima che Fintecna si prenda tutto, prima del G8-vetrina. Un altro mese come palcoscenico nazionale, una trentina di giorni in cui tutti - non più solo Berlusconi - si giocheranno il futuro.

Pensate che sia possibile concedere alle famiglie vittime del terremoto in Abruzzo un contributo statale che copra al 100% i costi della ricostruzione della loro casa distrutta o resa inagibile, spendendo - nel 2009 e 2010 - esattamente gli stessi soldi che lo Stato avrebbe speso per finanziare un credito d’imposta volto alla restituzione degli investimenti realizzati in proprio dalle famiglie stesse? Vi sembra razionale prevedere che la maggioranza delle famiglie colpite dal terremoto - messa di fronte a queste due scelte: 1) ottenere immediatamente un contributo statale che copra il 100% dei costi di ricostruzione della casa; oppure 2) spendere soldi propri per ricostruire, salvo recuperarli anno dopo anno col credito d’imposta - rifiuterà la prima per rivolgersi massicciamente alla seconda?

Se pensate che queste siano due domande retoriche, non avete letto il decreto terremoto approvato dal Senato la scorsa settimana. Nel testo originario del decreto non era stabilito alcun diritto soggettivo delle famiglie all’integrale copertura della ricostruzione; e non era previsto alcun contributo iniziale e forfettario per gli interventi nelle case con danni più lievi. Era dunque perfettamente logico che la Relazione Tecnica prevedesse un massiccio ricorso al credito d’imposta: le famiglie con reddito capiente avrebbero dovuto usare, per la ricostruzione, i loro soldi e li avrebbero poi trattenuti - fino a 150.000 euro - dalle imposte degli anni successivi. La soluzione non è piaciuta né alle popolazioni colpite, né all’opposizione, né ai parlamentari della maggioranza. Risultato: al Senato, già in Commissione, viene approvato un emendamento che afferma il diritto soggettivo di ogni famiglia ad un contributo diretto pari ai costi sopportati per la ricostruzione. L’intervento con credito d’imposta diventa meramente "volontario": dovrà essere la famiglia a chiedere (?) di farvi ricorso. Cambiata la provvidenza non restava che cambiare la copertura finanziaria. Ma il Governo si rifiuta di farlo e vengono previsti - nel 2009 - 0,0 esborsi a carico del bilancio pubblico; 54,7 milioni nel 2010 e 109,4 milioni nel 2011. Come si spiega? Semplicemente, la Ragioneria Generale finge di non accorgersi dell’introduzione del diritto soggettivo al contributo per l’integrale copertura dei costi, e continua a ragionare in termini di credito d’imposta: 0,0 oneri nel 2009, qualcosina nel 2010 e così via per gli anni a venire. Ma come andranno le cose?

Un 15-30% dei lavori di ricostruzione sarà già realizzato nei prossimi mesi. E le famiglie chiederanno di avere il contributo pari ai costi sopportati. Poi, nel 2010, i lavori saranno quasi completati: e le famiglie chiederanno... Risultato: tutto l’onere per il contributo si concentra nei prossimi due anni. Malgrado la difesa dello "0,0 oneri" 2009, alla Ragioneria si rendono conto dell’insostenibilità della tesi, e corrono in qualche modo ai ripari: se ci sarà bisogno si farà ricorso a quelle del Fondo per le Aree Sottoutilizzate. In effetti, il Governo attesta che nel Fondo in questione sono disponibili 7,5 mld di euro. Tant’è che già il testo originario del Decreto (art. 14 comma 1) - per una cifra tra 2 e 4 mld - si "copriva" su quel Fondo. Perché il Governo non ha deciso - aumentati gli oneri - di farvi fronte con un più esteso ricorso a questo Fondo? È utile una piccola premessa: per una regola di buon senso, un onere di cassa certo per 100 per il prossimo anno può trovare copertura su di un Fondo per investimenti infrastrutturali et similia solo grazie ad una riduzione di quest’ultimo, nell’anno in questione pari a circa 300. Infatti, disponendo di 100 sul Fondo in questione "normalmente" lo Stato impegna e spende effettivamente 30. Si chiama "coefficiente di realizzazione" della spesa in conto capitale.

Torniamo al Decreto: se l’onere da sopportare si concentra nel 2009 e nel 2010, esso può ben coprirsi sul "Fondo Strategico" ma solo a prezzo di azzerarlo: se la Relazione Tecnica scriveva "fino a 4 mld", per coprire un onere spalmato molto nel tempo, il concentrarsi dell’onere in questo e nel prossimo anno obbliga a (almeno) raddoppiare il prelievo dal Fondo: da 4 a 8. Ma qual è il rischio? Non quello che manchino i soldi per i terremotati. Il rischio consiste nel fatto che il CIPE, dei 7,5 mld oggi presenti nel Fondo Strategico, ne ritenga ancora impegnabili - extra Abruzzo - 3,5. E ne decida l’assegnazione e la spesa. Salvo poi scoprire ciò che già oggi è chiaro: che per le case dei terremotati servono, entro il 2010, 8 miliardi, e non 4. Risultato: gravissimo allargamento del deficit del 2009 e del 2010, ben al di là delle già fosche previsioni di oggi. E blocco totale, nel 2010 e 2011, degli investimenti per lo sviluppo del Sud. C’è tempo per metterci rimedio, alla Camera. E sarebbe interesse di tutti che il Governo accettasse di dire, una volta tanto, la verità.

È assai probabile che gli effetti del sisma di L'Aquila e dintorni siano stati esasperati dal mix di negligenza ed arroganza che ha contraddistinto molti dei soggetti competenti per tutto il periodo precedente l'evento disastroso, cioè di durata dello "sciame sismico" (che presentava pure picchi di intensità anomali per uno sciame), a partire dal dicembre 2008 e che sembra proseguire nelle prime proposte programmatico-istituzionali di ricostruzione. Nel post-terremoto - specie adesso che l'effetto choc tende a dissolversi - questo atteggiamento va trasformandosi nell' "occupazione spettacolarizzata e repressiva" dello scenario della tragedia, trasformata in set per le "azioni eroiche" del presidente del Consiglio. Un contesto in cui, invece di alleviarsi, spesso si accentuano i disagi, non solo per le diverse tipologie di vittime (senza casa, sfollati, ecc.) ma addirittura anche per enti e soggetti, istituzionali e volontari, addetti ai soccorsi. Con l'eccezione di quella parte di "Protezione Civile" inserita nel "cast" dello spettacolo messo costantemente in onda dai media posseduti o controllati dal Cavaliere (che adesso sembra debbano raggiungere l'apoteosi con l'idea - invero bizzarra - di svolgere il G8 all'Aquila, addirittura in una caserma posta sopra uno dei segmenti più dinamici di faglia assai attiva!). In questo quadro si registra, purtroppo, anche l'affollarsi di tecnici e studiosi attorno ad opzioni (vedi la new town, per adesso abbandonata) talmente avulse e lontane dalle reali esigenze del contesto da porsi come "chiacchiere risolutive e amplificate" di un problema rispetto al quale non si è in realtà capaci di agire. Con la differenza che, in questo caso, il quadro è tanto grave e drammatico da rendere inaccettabile qualsiasi ammissione di denuncia e di reazione.

Nel seguito del presente documento ricordiamo i possibili errori - dovuti a pigrizia, incapacità o arroganza - che potrebbero avere amplificato gli effetti negativi del disastro nel periodo immediatamente precedente l'evento del 6 aprile, analizzando le conseguenze del mancato rispetto delle regole sulle strutture urbane e ambientali. Quindi proporremo una riflessione sulle diverse tipologie di intervento ora possibili, su cui peraltro il dibattito è aperto e intenso - ed evidenzia come anche questo disastro denunci il beffardo paradosso contenuto in istanze deregolatrici tuttora in campo, come il cosiddetto "Piano Casa". Ancora, sottolineeremo le incongruenze e le inadeguatezze contenute nelle prime proposte programmatico-istituzionali avanzate dal Decreto governativo di fine Aprile, avanzando infine una proposta di azione alternativa per la RNM, da gestire con altre soggettività scientifiche e socio-politiche con forti esperienze sul tema e, soprattutto, insieme agli abitanti dell'Aquilano.

"Sisma imprevedibile", ma i crolli no

Non crediamo utile, al momento, prendere alcuna parte nel dibattito - assai vivace tra gli esperti del settore - sulla "prevedibilità" dell'evento. Tuttavia non si può sottacere un certo "eccesso di inazione" che ha caratterizzato tutta la vicenda precedente l'evento catastrofico, coperta dalla potenza - soprattutto mediatica - delle posizioni (scientifiche e pseudo-tali) che propendono per l'imprevedibilità. Peraltro, ammesso e non concesso che l'evento sismico non fosse strutturalmente prevedibile, per intensità, caratteri e tempi, con modalità tali da giustificare evacuazioni di massa, appare viceversa sempre più chiaro come i segnali, circa la perdita di sicurezza e stabilità, forniti da molti edifici - privati e purtroppo anche pubblici, e in qualche caso densamente abitati al momento del disastro - siano stati colpevolmente trascurati nei giorni immediatamente precedenti il terremoto; e questo nonostante i continui allarmi, le denunce e le riunioni convocate ad hoc anche di organismi istituzionali come la Commissione Grandi Rischi. L'allargarsi improvviso - denunciato prima e raccontato oggi da esperti e tecnici locali - di fessure, crepe e lesioni in edifici costruiti anche di recente avrebbe dovuto comportare la realizzazione immediata dei necessari sopralluoghi e rilievi, ma da parte del personale competente (Enti territoriali e Protezione Civile), e non di "lavoratori addetti ad altro" che si improvvisavano periti edili; cosa che avrebbe potuto portare a un numero limitato di sgomberi, oltre che all'allestimento di un certo quantitativo di attrezzature pronte e mirate, scongiurando l'esasperarsi di una tragedia già gravissima. Così non è stato: esistono - anche in questo - responsabilità assai pesanti che vanno individuate e opportunamente sanzionate.

Molta parte dell'opinione pubblica "scopre" soltanto adesso che gli effetti disastrosi del sisma sono stati assai ingigantiti, se non in gran parte determinati, dal mancato rispetto delle regole - edilizie, urbanistiche, ambientali, di consistenza dei suoli. Una circostanza assai negativa presente in molte realtà territoriali nazionali, specie nelle regioni del Sud, che si svela drammaticamente ad ogni disastro - alluvione, frana, uragano o terremoto che sia.

Mancato rispetto delle regole edilizie

Su questo punto si stanno concentrando le indagini della magistratura. Molti edifici erano segnati da cemento armato "depotenziato", ovvero carente in cls o in armatura o in ambedue gli elementi. Un dato rilevato nel caso di diversi eventi calamitosi, fin dal terremoto del 1980 in Irpinia, con fenomeni che interessano oggi anche infrastrutture importanti di interesse nazionale (A3 o Autostrade siciliane). La tendenza a "risparmiare" negli elementi principali di struttura dei manufatti è rapportabile al peso crescente delle variabili finanziario-speculative rispetto alle destinazioni finali degli stessi; l'attuale struttura del mercato immobiliare spesso non richiede una immediata utilizzazione di buona parte del costruito: se la destinazione di breve-medio periodo del vano è il mercato finanziario piuttosto che l'utilizzo, è chiaro che aumenta in maniera abnorme l'importanza dei tempi e costi di costruzione rispetto alle necessità di sicurezza e alla qualità tipomorfologica e strutturale degli edifici. Queste tendenze sono spesso ulteriormente esasperate dal controllo che la criminalità organizzata esercita nel settore delle costruzioni (specie in alcune regioni): motivo di "ulteriore risparmio", ovvero di carenze e precarietà costitutiva dei materiali utilizzati.

Mancato rispetto urbanistico

I rischi di evento sismico (come del resto idrogeologico) comportano un'attenzione speciale agli aspetti urbanistici. Gli standard nazionali e regionali - stabiliti dalle normative in termini di: distanze degli edifici, altezze, rapporti di copertura, presenza di percorsi/vie di fuga, presenza di piazze/spazi aperti/punti di raccolta o rifugio - andrebbero, infatti, incrementati e dimensionati, oltre che territorializzati in funzione dei contesti urbani di riferimento e delle loro caratteristiche. Tale criterio progettuale e normativo - il cui rispetto è conditio sine qua non nelle zone a rischio - è invece purtroppo quasi sempre disatteso: con il risultato di danni anche per i manufatti a norma per quanto riguarda la consistenza della struttura edilizia; gli esempi di versanti interi di cemento crollati, presenti nelle immagini provenienti dall'Aquilano, indicano proprio questo: gli edifici instabili hanno spesso travolto anche quelli a struttura consistente.

Mancato rispetto dell'ambiente

La crescita urbana intensa e spesso abnorme, nel suo produrre deterritorializzazione, ha quasi sempre rotto e talora distrutto i cicli biogeochimici, gli apparati paesistici e gli ecosistemi dei contesti di riferimento. Si sono urbanizzati intensamente versanti, sponde e alvei fluviali, aree di esondazione, litorali e vie di fuga alluvionali. Tutto ciò si risolve in un ulteriore indebolimento dei meccanismi di difesa del suolo. La destrutturazione ecopaesistica di suoli e sottosuoli provoca infatti degrado delle componenti organismiche che finiscono per compromettere anche la consistenza dei tessuti abiotici e rendono più fragile tutto il sistema. La carrying capacity dei diversi contesti ambientali non viene quasi mai rispettata.

Mancato rispetto dei suoli

Il combinato dei punti precedenti risulta in un generale abbassamento della difesa dei suoli anche in termini di sicurezza e consistenza. Contesti già indeboliti da rotture dei cicli biogeochimici e degli ecosistemi vengono ulteriormente stressati dalle caratteristiche dimensionali e tipomorfologiche dell'insediamento, e in specie anche dal sottodimensionamento della struttura portante degli edifici. Il risultato è la perdita di sicurezza complessiva dei suoli e degli insediamenti.

Distanti dalla logica del "Piano Casa"

Il dibattito sui modelli di ricostruzione dovrebbe tenere conto degli esiti delle esperienze analoghe già registrati, evitando gli approcci che sembrano voler affrontare un problema, laddove in realtà sono mirati ad altro: come la proposta di "New Town", avanzata nei giorni immediatamente successivi al disastro e oggi accantonata, destinata soprattutto a legittimare la realizzazione di nuove edificazioni in un Paese già segnato da sovrabbondanza di offerta edilizia, seconde e terze case, vani vuoti riservati per il mercato immobiliare, oltre all'iperconsumo di suolo e alla perdita di paesaggio. In generale, anche quest'ultimo evento conferma quanto sia un errore, viste le condizioni ecoterritoriali del Paese, pensare a provvedimenti ulteriormente deregolativi, quali il cosiddetto "Piano Casa" del Governo che, al di là di qualche miglioria apportabile dalle Regioni, resta complessivamente contrario alla richiesta di regole, non di deregulation, di cui oggi c'è grande esigenza, e che proprio per questo andrebbe abbandonato.

Oltre a tenere in grande considerazione le istanze degli abitanti, i modelli ricostruttivi andrebbero improntati al rispetto di tipologie morfogenetiche originarie dei centri, evitando ulteriori sprechi e consumi di suolo. Il felice esempio del Friuli dimostra che la riproposizione dei modelli abitativi e insediativi preesistenti è sempre gradita dagli abitanti, anche perché riduce l'impatto sociale e psicologico dovuto a eventuali manufatti diversi. Tali disagi si aggiungono, per i soggetti già colpiti, a quelli dovuti ai periodi di dimora in strutture precarie (tende o baracche) o provvisorie (prefabbricati) e all'attesa dell'abitazione definitiva. Al contrario, le prime proposte programmatico-istituzionali del Governo - anche per quanto è contenuto nel decreto relativo alle prime operazioni da avviare - disegna un modello ipercentralizzato: esso è affidato, infatti, soprattutto alla Protezione Civile - che praticamente esclude non solo abitanti e istanze locali, ma addirittura anche gli Enti territoriali - e prospetta una razionalità simile a quella della Legge Obiettivo (ivi compresi i suoi errori marchiani, tra cui l'inaccettabile rinuncia al controllo sui subappalti). Tutto ciò in assenza di risorse economico-finanziarie adeguate: di certo, ci sono solo 700 milioni di euro per i primi nuclei prefabbricati - ciò che contrasta clamorosamente con il "commovente presenzialismo" del premier nel contesto.

Ricostruire con gli abitanti

Intendiamo avanzare un progetto di ricostruzione partecipata, in cui i modelli tipomorfologici, insediativi ed ecopaesaggistici siano condivisi dagli abitanti e rispondenti a criteri di riterritorializzazione, ovvero agli statuti dei luoghi. In questo senso - previo accordo con rappresentanti di associazioni e comunità locali - nelle prossime settimane si prevede di organizzare una serie di incontri anche nell'area interessata. L'affermazione delle istanze locali significa anche riallargamento degli spazi di socialità e della stessa agibilità democratica, in un momento in cui possibili strumentalizzazioni dell'emergenza in funzione di spettacolarizzazione mediatica e politica li stanno, invece, fortemente restringendo.

Come una cena di gala che finisce per essere ricordata dalle posate di plastica, così la ricostruzione dell’Aquila, annunciata come la più eccellente prova italiana di efficienza, piega in questi giorni verso un ritorno all’intramontabile genere nazionale del fai da te.

Con una mossa piuttosto disperata, di fronte al vedo-non vedo della legge che assegna i soldi (che ci sarebbero o forse no) per rifare ogni cosa, la giunta comunale dell’Aquila con delibera 147 del 12 maggio scorso avverte i concittadini che si fossero stancati delle tende e degli alberghi di avanzare autonomamente verso le vicinanze di casa. Chiunque abbia un cortiletto, una piazzola, un bordo strada libero può realizzare - a proprie spese s’intende - un box, o anche una dimora in legno, oppure un container, una baracca. Il "manufatto temporaneo" non deve essere più alto di sei metri e più grande di 95 metri quadrati. Casa o negozio, fai tu! S’arrende sconfortato il municipio dell’Aquila e s’arrangi chi può. «Non potevamo comportarci diversamente, abbiamo necessità di restituire un po’ di vita alla città e di rispondere alle esigenze minime e urgentissime», commenta Antonello Bernardi, medico e consigliere comunale.

Il moto ondoso degli aiuti e della bontà nazionale sta lentamente acquietandosi. E il fuoco d’artificio aquilano, case a molle bellissime come l’Italia mai ha visto e avuto, pronte per l’uso e il consumo entro fine novembre, si spegne di fronte alla marea di lamiere che tra qualche giorno verrà consegnata alla vista del premier e, sfortuna, dei grandi della Terra per via del G8. Lamiere e baracche, proprio quello che Silvio Berlusconi ha cercato con ogni forza di evitare arrivando a sostenere il più rischioso dei progetti di sistemazione provvisoria: solo tende.

«La tenda inebetisce, massacra il morale, riduce l’intelligenza a zero e il corpo vitale di un lavoratore ad oggetto da assistere. Mangiamo bene tre volte al giorno, ci fanno fare la doccia e i bagni sono disinfettati due volte al dì... Le guardie ci controllano, gli infermieri ci aiutano e noi siamo lì reclusi e beati. Gente a cui il destino ha offerto prima della morte una vacanza, magari di merda, per un sacco di tempo», commenta l’architetto Antonio Perrotti, sistemato sotto la tela e promotore nel campo base del più agguerrito comitato popolare.

Il regime di vita, totalmente assistito, prevede in cambio però silenzio e ridotta capacità visiva. La nota della signora N. F., che il timore di rappresaglie induce a negare la propria identità, dimorante al campo base Italtel 1: «Capisco la sicurezza, ma con questa necessità si annienta ogni libertà di espressione. Al mio campo si entra e si esce solo con un badge di identificazione. Una sera iniziai a discutere con amici della necessità di fare qualcosa, muoverci, capire. Si forma un crocchio di una decina di persone e io inizio a interrogarmi ad alta voce. Passa qualche minuto e si fa vivo il muso di una camionetta dei carabinieri. Ci spiegano che ogni assembramento avente natura politica dev’essere autorizzato e che loro, finchè non fosse terminato il nostro conciliabolo, sarebbero rimasti lì ad ascoltare».

Guido Bertolaso, manager della ricostruzione, ha puntato tutto sulle case a molle, le palazzine in legno e cemento precompresso a due o tre piani, che devono servire alla nuova L’Aquila. Ha bisogno però di pace e concordia. Per averla ha chiesto aiuto ai carabinieri e convocato il vescovo. Monsignor Molinari gli ha portato tutti i parroci ai quali Bertolaso ha consigliato di farsi attivisti della Protezione civile: alleviare, attutire, sistemare, e - diamine! - zittire se è il caso.

Il conto per tenere gli aquilani (in silenzio) al mare e concedere ogni possibile servizio di catering a chi non ha lasciato la montagna costa tre milioni di euro al giorno. Ai quaranta gradi e alla scelta temeraria delle tende si fa fronte con i condizionatori appena montati. Il reparto di malattie infettive è stato robustamente integrato da medici, tutti i casi di malanno da tenda (gastroenteriti, bronchiti, polmoniti, asma e tubercolosi) saranno presto trattati nell’ala dell’ospedale restituita alla città (cento posti letto) e nelle attrezzature mediche del centro clinico fabbricato per il G8 (ottanta posti letto).

Dove può, Bertolaso mette un cerotto. Ma quale cerotto può coprire la decisione di trasferire la città in quindici little town, a distanza di sicurezza dal centro storico del capoluogo, il punto g del dolore? «Centosessanta ettari, un consumo di territorio infinito dislocato tra località remote. Alloggio sicuro per 15mila persone, ma inutile per L’Aquila che morrà nell’attesa». L’Aquila, dice l’architetto Perrotti, ha bisogno di una flebo immediata e urgente di vita «e invece vedo che corrono in tutt’altra direzione». La zona rossa ancora non è stata valutata dai tecnici e dunque la parte del corpo più ferito e più vitale della città resta abbandonato da ogni cura. «L’Aquila vive se il centro storico si rialza subito. La decisione di Bertolaso di trascinare via gli aquilani e sigillare il centro ammazza ogni speranza», dice Rossella Graziani, dipendente dell’università.

Pronta la risposta del governo. La legge che finanzia la ricostruzione c’è e ciascuno dove vorrà realizzerà quanto chiede. Al Senato sono giunte le norme e i capitoli di spesa sono stati corretti al rialzo. Ma anche qui affiora il dubbio che L’Aquila abbia prodotto, oltre la morte e la distruzione, una inestricabile questione matematica. Se al municipio del capoluogo sono giunte 100mila richieste di primo indennizzo a fronte di 70mila residenti («c’è un evidente squilibrio, dobbiamo controllare bene», annota il direttore generale del comune) in Parlamento la legge si gonfia di promesse finanziarie senza impegnare un euro in più di quelli già previsti... Sostiene il senatore Legnini, del Partito democratico: «Il governo ha deciso di saldare tutta la fattura per la casa ricostruita dal terremotato mettendo a copertura la identica somma. Vi sembra possibile?». Da decreto a legge abracadabra: ogni comma un mistero giacchè la ricostruzione pare frutto di un effetto ottico. Ma per fortuna ci penserà Bertolaso. L’ha detto al consiglio comunale: «Lasciate stare la politica, ci sono qua io».

Una delle incognite di queste elezioni è l’astensionismo di sinistra. Lo spettacolo, annoso e dannoso, delle lotte intestine tra dirigenti sempre più anziani e sempre più narcisi; e la presenza nel Pd di una componente clericale (che non è sinonimo di cattolica) che boicotta in partenza ogni riforma laica sembrano, tra i tanti, i due elementi più respingenti. Così respingenti da rischiare di mettere in ombra perfino le evidenti conseguenze che l’astensione avrebbe sulla scena politica: rafforzare ulteriormente il centrodestra.

Nelle discussioni tra amici, nelle lettere ai giornali, impressiona la natura "nuova" di questi aspiranti astensionisti. In larga parte non appartengono all’area da sempre irrequieta del radicalismo ideologico o dell’antipolitica. Si tratta in molti casi di militanti di lungo corso della sinistra storica, profondamente partecipi della vita sociale, gente di sindacato, di partito, di primarie, di assemblee di quartiere, a suo agio nelle faccende pubbliche. Il tono, più che disgustato, è stremato: scusate, ma non ce la faccio più. Oppure si tratta di giovani che si sentono drasticamente esclusi dal discorso pubblico, e ne traggono l’altrettanto drastica conseguenza di rispondere per le rime: voi non vi occupate di me, io non mi occupo di voi.

Alle persone della mia formazione politica e della mia generazione, l’astensionismo è sempre parso una diserzione imperdonabile. Oggi mi sembra soprattutto un disperato gesto politico, nella speranza di staccare la spina a questa sinistra, e soprattutto alla nomenklatura di questa sinistra, per far rinascere finalmente altro, e altri. Ma con altrettanta onestà voglio spiegare, da cittadino, perché ho deciso di andare a votare, mettendo da parte dubbi e perplessità. E perché considero un errore (un errore, non una colpa) non farlo.

Il potere smisurato e quasi senza argini di Berlusconi è una ragione assolutamente ovvia e stradetta, ma non per questo meno evidente, e grave. Una sinistra ulteriormente indebolita (il Pd prima di tutto, ma anche le altre liste di opposizione) confermerebbe lui, e la sua folta claque, nella presunzione di poter fare finalmente e definitivamente da soli. E senza più impicci. Già parla "in nome del popolo" e "in nome degli italiani": come dirgli "ma non in mio nome" senza andare a votare per l’opposizione, e a fare numero?

Ma accanto a questa ragione, urgente ma tutto sommato contingente (Berlusconi è solo una lunga parentesi di una storia molto più lunga e importante di lui), nella decisione di andare comunque a votare pesa una concezione radicata non solo e non tanto della politica, quanto della persona-cittadino. Per dirla in parole molto semplici, autoriferite per comodità, non riesco a immaginarmi non votante senza sentirmi in disaccordo con me stesso. Non dico in colpa: i sensi di colpa non portano mai lontano. Dico in disaccordo con me stesso.

In questo stato d’animo conterà certo qualcosa il "richiamo della foresta": se si passa una vita intera a considerare il voto come un diritto-dovere (così, del resto, lo definisce la Costituzione), non è facile passare davanti a un seggio elettorale voltando la testa dall’altra parte. Ma conta, più di tutto, il fatto che nell’astensione percepisco un elemento di platealità (mi si nota di più se non vado…) che si incastra perfettamente nell’eccesso di emotività nazionale. Votare, almeno per me, è un gesto umile e razionale. Significa, lo dico brutalmente, accettare di far parte di una mediocrità collettiva (la democrazia è anche questo) piuttosto che di un’eccellenza appartata.

Votare significa accettare i limiti non solo di un partito e dei suoi candidati, ma anche i propri. Il non voto è una specie di "voto in purezza", un gesto estetico e sentimentale che antepone l’integrità dell’io alla contaminazione del noi. L’astensionista menefreghista (quello che una volta si chiamava qualunquista) è uno che non si immischia, l’astensionista nobile e deluso di oggi è uno che non si mischia: cerca di salvare se stesso, la propria coscienza, la propria coerenza, levandoli dal tavolo di gioco e portandoseli a casa.

Se è il narcisismo la colpa che, giustamente, si imputa ai dirigenti della sinistra e del centrosinistra, specie i post-comunisti, l’astensionista sappia che rischia di peccare anch’egli di narcisismo. Aiuta e serve solo se stesso, lasciando in mani altrui la precaria, vischiosa materia dell’identità collettiva. Questa sinistra, queste sinistre, sono anche il prodotto delle nostre idee (quelle giuste e quelle sbagliate) e delle nostre vite. I loro pregi e i loro difetti assomigliano molti ai nostri. Aggiungere alla lista dei difetti la rinuncia astensionista, e sottrarre a quella dei pregi l’umiltà dell’impegno pubblico, non aiuta di certo a migliorare il bilancio: della sinistra e delle persone di sinistra.

Giuseppe De Rita denuncia la riduzione localistica della politica, priva di una direzione di marcia

Sara Farolfi

Valentino Parlato

«Iniziare a pensare al dopo», ha scritto concludendo, un mese fa, la serie dei Diari della crisi. Ma quando arriva il dopo, professor De Rita?

Il dopo ci sarà da ottobre in poi. Alcuni dicono che il peggio deve ancora arrivare, io invece ho l'impressione che il grosso lo abbiamo superato perché, come ho sempre sostenuto inascoltato, questa era una bolla, la sesta bolla del secolo. Nel 2000 abbiamo avuto la bolla della new economy, balla spaventosa oltre che bolla, poi è arrivata quella dell'immobiliare, del prezzo del petrolio, poi ancora quella delle materie prime. Finita questa, è stata la finanza internazionale a fare la bolla su se stessa. Ora ci aspetta un periodo di assestamento, che sarà tutto di economia reale.

Ha parlato della prima crisi del processo di terziarizzazione. Come e con quali conseguenze?

Il vero problema di questa crisi, se uno la legge in filigrana, è che è la prima vera crisi del terziario italiano, che per trent'anni ha fatto da sacca di compensazione di tutto il casino che succedeva nell'industria. Oggi questo terziario, con tutte le sue sacche di precariato, soffre più dell'industria e le conseguenze rischiano di essere pesanti. E' lì che ci siamo inventati i formatori dei formatori, e risistemare questo mare indistinto in cui abbiamo messo di tutto, con la spada di Damocle del debito pubblico, è difficile e faticoso, oltre che costoso. In più, manca una cultura di relazioni industriali per cui il precario dello spettacolo, i semigiornalisti, o i semiaddetti stampa, da chi sono rappresentati?

Siamo alla prima crisi post flessibilizzazione del mercato, e i nodi vengono al pettine, non crede?

Certo, tutto quello che noi conosciamo del mercato del lavoro fino a Biagi, è tutto giocato sulle relazioni industriali, cioè su una cultura del rapporto e della contrattazione. Per quanto riguarda il terziario invece manca una cultura della regolazione, sia sul piano economico che su quello della cultura e dei soggetti della contrattazione. La crisi della terziarizzazione è anche la crisi della funzione terziaria, così il terziario perde il suo valore epistemologico, la sua legittimità sociale, senza avere peraltro alcuna legittimità di prassi. Perciò il ceto medio si sente privo di legittimità sociale, e mentre i figli del ceto medio sono entrati o vogliono entrare in questa specie di grande precariato terziario, i genitori sono terrorizzati.

Che cos'è questo ceto medio. E' rappresentabile come figura sociale? E quale riflesso politico ha?

Una volta il ceto medio era una classe. Oggi al massimo ci sono distinzioni professionali, ma sono parti corporative e individualistiche. La cetomedizzazione è stata la rottura delle classi in un grande invaso in cui sono entrati tutti, dall'ex operaio all'insegnante di liceo. La stessa idea, coltivata dalla sinistra radicale, che da questo ceto medio sarebbe uscita, in alto, una borghesia imprenditoriale, e in basso, il nuovo sottoproletariato, non è avvenuto. Come la poltiglia e la mucillaggine di cui parlavo l'anno scorso, sono tutti fermi lì a sobbollire in una specie di mar morto in cui l'acqua non entra più ma non va neppure via e quindi si riscalda, evapora. Ed è un'evaporazione anche intellettuale di questo ceto medio, che non ha più istanze di direzione di marcia e che dunque fa proprio il berlusconismo politico in cui ciò che conta è «che tutti devono avere la libertà di essere se stessi». Berlusconi è l'unico che ha saputo rappresentarlo.

E' per questo che i cittadini hanno sempre meno fiducia nella politica nazionale?

La politica nazionale ha un solo dovere, o meglio lo aveva: orientare. Ma oggi chi è che ha un'idea di dove portare il sistema? Non c'è più una direzione di marcia collettiva in cui fare convergere i diversi interessi, l'interesse locale diventa l'unica politica possibile e i partiti nazionali finiscono per avere il fiato corto. Questa riduzione localistica della politica è stata una tragedia ma purtroppo i grandi partiti hanno tentato di rispondere salendo in alto e non scendendo in basso. E così nessuno, eccetto la Lega, sa fare una politica del territorio.

Un ceto medio siffatto mette in crisi il partito di massa stesso, dunque?

La mucillaggine non è altro che degli insiemi vegetali che stanno l'uno accanto all'altro, non si legano e non legandosi non hanno vita, non diventano un «noi».

Nei Diari parla della «fine dell'imborghesimento». E' questa la seconda metamorfosi?

Un cambiamento di certo ci sarà. Un imborghesimento che finisce a sobbollire - nel motto «sii te stesso» - non è che può andare avanti a lungo. La novità che abbiamo notato in questi mesi è la nuova temperanza nei consumi, un meccanismo di piccolo rigore borghese e non è chiaro se sarà un puro fatto di assestamento oppure un modo per costituire una morale, non di classe ma di ceto.

Il microwelfare di cui si preconizza l'avvento è la fine del welfare state per come l'abbiamo conosciuto?

Il welfare «dalla culla alla tomba» ha due problemi. E' costoso e malamente è in grado di rispondere a bisogni che oggi sono diversi. Lo aveva colto anche la sinistra degli anni '70 quando diceva che il bisogno è desiderio. Se oggi pensi che tuo figlio abbia bisogno di studiare l'inglese lo mandi a lezione privata. Lo stesso discorso vale per il lavoro di cura se si ha un anziano a carico, e questo per certi versi è già microwelfare. Il welfare si è progressivamente destrutturato, a partire dagli anni '70 nel rapporto tra bisogni e desideri, nell'entrare cioè di un meccanismo soggettivistico nella logica del bisogno, che una volta era un bisogno oggettivo e istituzionalizzato. Ma se diventa soggettivo, diventa una domanda a cui lo stato non può rispondere e quindi si deve rispondere con il microwelfare. Lo dimostra anche lo sviluppo del terzo settore e del volontariato, che arrivano là dove il comune non riesce.

Il progetto di gestione dei rifiuti in Campania doveva essere portato avanti «a tutti i costi», dunque se necessario anche «cercando in ogni modo di occultare» le inadempienze e le criticità che di volta in volta venivano rilevate. Una «logica scellerata», la definisce il giudice Aldo Esposito, che avrebbe non solo «caratterizzato in questi anni il lavoro del commissariato straordinario, ma anche «influenzato l’opera dei collaudatori, dei direttori dei lavori e dei responsabili di progetto» dei sette impianti di cdr realizzati nella regione. Da questa ipotesi d’accusa, e sul presupposto della ritenuta «assoluta inidoneità tecnica di quegli impianti», parte l’inchiesta sui collaudi sfociata ieri nella emissione di quindici ordinanze di custodia agli arresti domiciliari nei confronti di docenti universitari, tecnici e altri professionisti. A tutti è contestato il reato di falso ideologico. Fra i destinatari del provvedimento, il presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitile, Pd, coinvolto nella qualità di presidente della commissione di collaudo dell’impianto di Casalduni.

Il suo arresto apre un nuovo fronte nel dibattito fra gli schieramenti a pochi giorni dal voto. «Non commento fatti che non conosco - dice il segretario del Pd Dario Franceschini - ho rispetto per la magistratura, spero che faccia bene e in fretta il suo lavoro. Io non penso mai ai complotti, altri lo fanno». Daniele Capezzone, del Pdl, afferma: «Non siamo giustizialisti, ci basta la valutazione politica. È stato il Pd a creare l’emergenza rifiuti che il governo Berlusconi sta risolvendo». Cimitile, difeso dall’avvocato Claudio Botti, potrebbe essere interrogato già nelle prossime ore. Il suo portavoce lo descrive «colpito da un provvedimento che ritiene ingiusto, errato e sproporzionato» ma anche «fermamente convinto che dal punto di vista tecnico il collaudo, peraltro solo tecnico-amministrativo, fu compiuto con rigore e professionalità».

L’indagine è stata condotta dagli agenti della Dia diretti dal capo centro Maurizio Vallone (ma non riguarda alcun episodio di criminalità organizzata) e dal nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza. La richiesta di custodia, firmata dai pm Alessandro Milita, Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, con il coordinamento del procuratore aggiunto Aldo De Chiara, è stata integrata anche con la documentazione acquisita il 20 maggio scorso dalla finanza presso il termovalorizzatore di Acerra. I fatti si riferiscono a un periodo compreso fra il 2001 e il 2006. Il giudice Aldo Esposito ha emesso la misura solo per gli episodi più recenti (anche se potenzialmente già coperti da indulto) rigettando la richiesta per gli altri. La procura ritiene che nei certificati di collaudo sia stata «falsamente attestato» il rispetto da parte di Fibe il rispetto del contratto d’appalto.

E sono considerati falsi anche gli atti del collaudo «nella parte in cui si è attestata la conformità degli impianti installati rispetto a quelli previsti dal progetto»: dalle indagini infatti è emersa la modifica di alcuni macchinari «senza autorizzazione della stazione appaltante e senza che i collaudatori abbiano constatato la accertata difformità». I fatti inducono il giudice a una «lettura ex post dell’emergenza rifiuti in Campania: la verifica dell’effettivo buon funzionamento degli impianti - si legge nell’ordinanza - avrebbe scongiurato l’entrata in vigore di un sistema di smaltimento frutto di una colossale truffa».

Franco Mancuso, Venezia è una città. Come è stata costruita e come vive, introduzione di Francesco Erbani, Corte del Fòntego editore, Venezia 2009, 22,00 €. Un nuovo libro che completa il libro di Luigi Scano, Venezia. Terra e acqua, delle stesse edizioni.

L’unica cosa gratuita è forse l’ottimismo. Per il resto il libro “Venezia è una città”, scritto con competenza professionale e passione civile dall’architetto veneziano Franco Mancuso (Corte del Fontego editore), è una vera e documentatissima summa sul farsi città di quella che in origine fu una misera costellazione di sparsi insediamenti di profughi disperati.

Ancora un altro libro su Venezia?, potrà dire qualcuno, ma avrebbe torto: Mancuso, infatti, docente di Progettazione urbanistica allo Iuav, guarda alla città con l’occhio del professionista più che dello storico, e racconta da una prospettiva in qualche modo inedita come con pochi materiali e inventando una sorta di arte del riciclo ante litteram i veneziani abbiano costruito case e palazzi, e come questa architettura, eretta non sulla terra ma sull’acqua resa terra, sia stata nello stesso tempo urbanistica, abbia cioè dettato le forme della città, e come questo processo, pur nel mutare delle forme esteriori, abbia sempre seguito delle regole che i veneziani hanno elaborato nei secoli per rispondere ai problemi posti da un’ambiente unico e particolare.

Mancuso identifica la regola delle regole, mostra cioè il metodo che solo può dare ragione delle tante domande che Venezia pone, ed esso in fondo è semplice, mutuato dalla secolare gestione della laguna, e si può riassumere in una sola parola: sperimentazione. “Scomenzàr”, dicevano i veneziani: ovvero avviamo un intervento in laguna e vediamo che succede, poi decidiamo se andare avanti. Per questo ancor oggi molti canali a Venezia si chiamano “scomenzera”.

Oggi forse questa prudenza si direbbe “sostenibilità”, “conservazione degli equilibri”, e sembra l’uovo di colombo, ma la chiave del successo non è tanto nel metodo in sé quanto nell’avere la forza di applicarlo, perché il suo primo e fondamentale corollario è il subordinare l’interesse parziale, l’utile contingente, all’interesse collettivo e al bene futuro. E il secondo corollario è il poter tornare indietro. Hai detto niente!

Visto il metodo, Mancuso ha anche mostrato come la Modernità lo abbia stravolto, cominciando a piegare nell’Ottocento la laguna alle ragioni della portualità e nel Novecento la gronda lagunare alle esigenze dell’industralizzazione. Rotture traumatiche e irreversibili, che ancora producono i loro effetti, alle quali se ne assommano di nuove, che Mancuso elenca: la pesca della vongola verace, che qualche apprendistra stregone ha introdotto nel 1983 in laguna, condotta con metodi distruttivi; il Mose, “che nulla ha – avverte Mancuso – degli essenziali caratteri della gradualità, della sperimentalità e della reversibilità”; le grandi navi da crociera, incompatibili con la città, per le quali l’Autore si augura un avamporto in mare ma che invece, come è stato annunciato in questi giorni, l’Autorità Portuale continuerà a far entrare in laguna; un turismo invadente e onnivoro, che travolge coi suoi numeri immensi residenzialità e servizi.

Ebbene, qui può cascare l’asino: è proprio l’aver svelato il metodo e l’aver visto come la Modernità lo abbia stravolto a non giustificare l’ottimismo di Mancuso il quale, dopo aver descritto col puntiglio di un innamorato tradito come Venezia stia perdendo le sue funzioni di città, si dice certo che “Venezia è ancora una città”. E con lui lo dice nella sua bella prefazione anche Francesco Erbani, convinto che Venezia “città non può che restare in futuro”.

Davvero ne sono sicuri? Davvero ne siamo sicuri? Il libro verrà presentato dall’Autore il 7 ottobre prossimo all’Ateneo Veneto: sarà una buona occasione per discutere se i segnali di recupero, che pure ci sono e che Mancuso ha indicato, siano sufficienti a fermare una tendenza alla non città o alla città cartolina di se stessa che ad altri sembra invece irreversibile.

Se non trovate il volume in libreria potete chiederlo direttamente all'editore, Corte del Fòntego

«Prima la Val di Cornia veniva portata ad esempio, oggi è finita anch’essa sul banco degli imputati. Anche da noi si è generalizzata la politica delle varianti al piano strutturale, ridotto progressivamente il potere dei consigli comunali, quasi azzerata la programmazione coordinata». E tra la politica e la cultura sembra scoppiata «una vera e propria guerra». L’allarme viene dal professor Rossano Pazzagli, che ieri a Venturina ha moderato un dibattito sulla «politica del cemento» con Vezio De Lucia e Salvatore Settis. Urbanista e consulente dei piani strutturali dei Comuni di Piombino, Campiglia e Suvereto il primo, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa e autore della denuncia sullo sviluppo edilizio di San Vincenzo il secondo.

Buona urbanistica contro cattiva urbanistica. Buona quella che ha portato alla nascita del sistema dei Parchi della Val di Cornia, «che non ha confronti in nessuna parte d’Italia e probabilmente d’ Europa», secondo De Lucia. Cattiva quella attuale, in cui agli atti autoritarivi dello Stato si vanno sostituendo gli atti “di negoziazione” tra pubblico e privato, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Ma l’affondo più duro è venuto ancora una volta da Salvatore Settis: «La spinta lodevole della Val di Cornia - ha detto nel suo intervento - nasceva dalla concezione del paesaggio come bene comune, oggi invece i Comuni stanno svendendo il territorio. E non è accettabile la linea difensiva di chi minimizza la situazione in Toscana prendendo ad esempio le regioni in uno stato peggiore.

Molti gli interventi dei presenti, i quali più che rivolgere domande hanno portato testimonianza degli aspetti maggiormente condannabili del cambiamento della zona, dalla persistente vicinanza dell’industria alla città di Piombino, al problema delle cave campigliesi. Sono intervenuti anche due candidati alla carica di sindaco. Massimo Zucconi, che concorre per Campiglia, ha ricordato il coraggio dell’amministrazione piombinese che eliminò 180 ettari di costruzioni abusive (che interessavano 10mila persone) dalla Sterpaia e di quanto il sistema dei Parchi sia debitore degli stralci ai piani regolatori che hanno salvato il territorio dove quel sistema è sorto.

Assurdo, secondo Zucconi, dire, come ha fatto il sindaco di Campiglia, che il padre del Parco sia la Cava di Monte Calvi. Nicola Bertini, candidato a San Vincenzo, ha lamentato l’inversione della priorità tra pubblico e privato e la “dubbia” elasticità del concetto di interesse pubblico, che pare aggiustarsi ad incastro, a suo dire, ai progetti di provenienza privata. Tra il folto pubblico in sala, poche le facce di Campiglia; una delle persone intervenute ha esclamato, suscitando gli applausi, che “gli amministratori non vengono mai a queste serate di approfondimento!” In effetti, non era presente nessun rappresentante delle istituzioni locali, neppure un consigliere comunale.

Villette mono e bifamiliari più grandi del 20 per cento, fino a un massimo di 300 metri cubi per ogni unità immobiliare e complessivamente fino a 1000 metri cubi. Palazzi residenziali demoliti e ricostruiti con un incremento del volume del 30 per cento, «anche in deroga ai regolamenti edilizi vigenti». Fuori dai centri storici, a patto che vi sia «una diminuzione certificata del fabbisogno annua per il riscaldamento dell’edificio». Oppure anche all’interno, se gli edifici esistenti «non sono coerenti con le caratteristiche storiche, architettoniche e paesaggistiche della zona». Più alti addirittura del 35 per cento, se il progetto prevede un incremento del verde «non inferiore al 25 per cento del lotto interessato». In cambio, i costruttori potranno godere di uno sconto del 30 per cento sugli oneri di urbanizzazione, che potrà salire fino al 50 se gli immobili saranno destinati a «edilizia residenziale pubblica in locazione».

Questo, in estrema sintesi, il testo del nuovo piano casa del Pirellone che oggi dovrebbe essere varato dalla giunta di Roberto Formigoni, dopo lo stop della scorsa settimana provocato dalle divisioni sorte all’interno della maggioranza di centrodestra. Un piano decisamente più spinto di quello del governo Berlusconi, che dopo il terremoto in Abruzzo è stato costretto a rivedere il suo progetto. Inserendo, ad esempio, alcune restrizioni come l’introduzione della certificazione del rispetto delle normative antisismiche come condizione indispensabile per approvare qualsiasi richiesta di ampliamento, demolizione o ricostruzione.

In Lombardia, invece, per realizzare gli interventi basterà presentare la denuncia di inizio attività o la richiesta di permesso di costruire entro diciotto mesi dal 16 settembre di quest’anno.

Inoltre, tutti gli interventi «potranno essere realizzati anche in deroga ai piani territoriali dei parchi regionali, esclusi quelli naturali, e in assenza di un piano urbanistico attuativo, sia previsto, vigente o eventualmente già adottato, salvo che sull’area ci sia un vincolo di inedificabilità o l’edificio sia considerato di particolare rilievo storico», così come recita il primo comma dell’articolo 5 della bozza della legge regionale «Azioni straordinarie per lo sviluppo e la qualificazione del patrimonio edilizio e urbanistico della Lombardia», fortemente voluta dall’assessore regionale all’Urbanistica leghista Davide Boni, oggi all’esame della giunta del Pirellone. E proprio questo passaggio delle disposizioni generali per l’attuazione della legge sembra sia stato all’origine anche di alcune frizioni tra l’assessore e il gruppo del Carroccio in consiglio regionale.

Il piano casa lombardo riguarderà tutti gli edifici ultimati al 31 marzo del 2005 e esistenti prima del 13 giugno 1980 nel caso di aree destinate all’agricoltura. Entro il 15 settembre i comuni potranno comunque individuare all’interno del proprio territorio alcune aree che saranno escluse dalle nuove norme.

Lo spirito della legge è riassunto dall’articolo 1 che prende spunto dall’intesa raggiunta dalla Conferenza unificata tra Regioni e Comuni lo scorso primo aprile. Ovvero: «la promozione di un’azione straordinaria dei soggetti pubblici e privati per conseguire la massima valorizzazione e utilizzazione del patrimonio edilizio ed urbanistico presente nel territorio lombardo, attraverso la tempestiva e urgente riqualificazione dello stesso nel rispetto dei suoi caratteri identitari, e contestualmente contribuendo al rilancio del comparto economico interessato». Proprio questo passaggio sembra preoccupare non solo l’opposizione di centrosinistra, ma anche settori della maggioranza e in particolare della Lega, preoccupati dopo che l’assessore Boni ha recentemente definito l’obiettivo del regolamento della sua legge urbanistica, destinato ai Comuni in attesa dell’approvazione del nuovi piani regolatori, «un impulso per la ripresa del settore dell’edilizia»

Nuove regole anche per i parchi. La Lega: troppo cemento



Nuovo braccio di ferro nel centrodestra in Regione: proprio nel giorno in cui la giunta di Roberto Formigoni, salvo soprese dell’ultimo momento, dovrebbe approvare il piano casa. L’assessore regionale all’Urbanistica, il leghista Davide Boni, ha lavorato tutta la settimana per limare gli ultimi particolari, ma proprio il suo partito sembra nuovamente non gradire la bozza uscita dall’ultima riunione dei capigruppo della maggioranza dopo lo stop della scorsa settimana. «L’assessore Boni può dire quello che vuole - puntualizza il capogruppo del Carroccio in Regione, Stefano Galli - ma quello che conta alla fine è ciò che dice la Lega. E quando il piano arriverà in commissione lo modificheremo. Il nostro modello è il piano casa della Toscana, che non permette di intervenire nei centri storici e tanto meno permette di derogare ai piani territoriali dei parchi».

Boni preferisce non commentare, ma secondo l’opposizione di centrosinistra in palio c’è molto di più. Secondo il verde Carlo Monguzzi, ad esempio, «per incassare il via libera al piano casa da parte del Pdl, la Lega Nord darà l’ok a una norma sulle bonifiche che è un vero e proprio regalo inaccettabile ai privati. In particolare, quelli interessati alla bonifica sull’ex area Sisal di Rodano Pioltello, nel Milanese. Il tutto al solo fine di bloccare la multa di 20 milioni di euro inflitta al Pirellone dall’Unione europea sulla mancata bonifica dell’area». In commissione Ambiente, infatti, si sta discutendo del collegato ordinamentale che fra l’altro modifica una legge del 2003 sulle bonifiche, per incentivare l’intervento dei privati che non sono responsabili dell’inquinamento.

Ma in ballo ci sarebbe molto di più: il Pdl avrebbe chiesto anche di sbloccare la "legge parchi" che giace da mesi nella stessa commissione anche per il veto della Lega. «Quel progetto è troppo permissivo - ammette il capogruppo del Carroccio Stefano Galli - devono essere i sindaci, e non la Regione, a nominare i presidenti dei parchi. Poi bisognerà affrontare il nodo del conflitto di interesse tra chi approva un piano regolatore e chi deve tutelare un’area naturale». Controreplica del verde Carlo Monguzzi: «Sono in gioco i destini del territorio lombardo. Il piano casa regionale può cementificare i centri storici e, se non poniamo un argine con la legge parchi, si potrà costruire dappertutto. Speriamo che anche nella maggioranza qualcuno se ne renda conto».

Nella polemica interviene anche il capogruppo del Pdl in Regione, Paolo Valentini. «Il piano casa deve essere approvato entro fine mese per rispettare i tempi previsti dal decreto del governo - ammette - e, quanto alla norma sulle bonifiche, bisogna evitare il rischio di prendere una multa dall’Ue. Neppure la legge parchi può rimanere nel cassetto in eterno. Non c’è nessun accordo sottobanco, si tratta solo di una programmazione di provvedimenti che la maggioranza ritiene utile approvare da qui a fine luglio per dare attuazione al programma di governo».

Libertà Vigilata

di Vittorio Emiliani

Silvio Berlusconi non ha nemmeno bisogno di riformare in senso presidenzialista e decisionista le norme e le regole esistenti. La maggioranza vasta e, per ora, supina di cui dispone gli consente sin da ora una strategia di rapida devitalizzazione della democrazia. Il Parlamento è, nei fatti, annichilito e come commissariato attraverso l’uso a getto continuo dei decreti-legge (accoppiati ai voti di fiducia). L’articolo 77 della Costituzione li consente soltanto per i «casi straordinari di necessità e d’urgenza». Se ne sono presentati in questa legislatura? Sì, quelli proposti dalla crisi economica planetaria e però su di essi Berlusconi ha preferito stare a guardare sperando di salvarsi così. Ha usato la decretazione d’urgenza per misure ordinarie espropriando le Camere.

All’attuale premier poco importa di ciò che preesisteva al suo dominio. Quindi ci cammina sopra. Non ha tempo da perdere, lui. Deve governare, lui. Così le garanzie formali e sostanziali, poste a difesa dell’interesse dei cittadini vengono tranciate di netto, col pretesto di «semplificare», di eliminare passaggi burocratici. Questi, in realtà, spesso sono contrappesi e controlli messi lì al fine di evitare scorciatoie pericolose per la democrazia.

Berlusconi diffida profondamente del Parlamento e delle sue funzioni di controllo dell’esecutivo. Ma diffida degli stessi ministri e Ministeri. Difatti, appena può, nomina commissari e supercommissari, come fece, con risultati pratici assai mediocri, nel periodo 2002-2006. Di un supercommissario si fida in particolare: del sottosegretario alla Protezione civile, Guido Bertolaso, che, come lui, coltiva un’idea sbrigativa, monocratica e «militare», del potere.

Per il post-terremoto abruzzese ci ha messo direttamente la faccia straparlando di tempi brevissimi e insieme di «new town» (salvo poi smentire sé stesso), di passaggio diretto dalle tende alle case in pochissimi mesi. Un cumulo di demagogiche sciocchezze che hanno rallentato l’approntamento di misure concrete e ben mirate. Presuntuoso e pasticcione.

Ha, di fatto, «commissariato», grazie alla remissività di Bondi (e non solo), i Beni culturali, le Soprintendenze. Ha tentato lo stesso giochino con gli enti locali, ma gli è andata male. Però ci ha provato. Idem col Piano-casa e le Regioni. Con la Lega che sta lì a guardare. Ora si appresta a varare una raffica di commissari alle grandi opere. Così pagheremo fior di stipendi ai commissari per risolvere poco o nulla. Berlusconi non vuole nessun «mediatore» fra la sua figura di supercommissario e il popolo. Così facendo, ottiene due risultati disastrosi: umilia le istituzioni democratiche e combina molto meno di un efficiente, operante governo democratico.

Primo: asservire il parlamento

di Andrea Carugati

Il boom di decreti Ben 35 quelli varati dal governo e 33 quelli fatti

digerire agli onorevoli. Nonostante gli alt di Napolitano e di Fini

Berlusconi e il Parlamento. Uno dei tanti temi bollenti di queste settimane, dopo che il premier l'ha definito «pletorico» e «inutile». Una battaglia, quella del Cavaliere contro le Camere, che è uno dei leit motiv della sua carriera di politico-impolitico. Non a caso due mesi fa era arrivato a proporre il voto per i soli capigruppo, per rendere ancora più inutili, agli occhi dell’opinione pubblica, gli altri 900 e rotti onorevoli e senatori. Il suo attuale governo è uno di quelli che nella storia repubblicana si è più adoperato per svilire il ruolo del Parlamento, quello di fare leggi, attraverso l’abuso di decreti-legge e voti di fiducia. E non è un caso che l’unica riforma di un certo peso approvata in questa legislatura, il federalismo fiscale, figlio di un serrato lavoro in aula e commissione tra maggioranza (in realtà solo la Lega) e opposizione, sia stata vissuta dal Cavaliere come una cambiale da pagare al Carroccio. E non è un caso che Fini, nel difendere le Camere dal premier, abbia ricordato proprio l’iter del federalismo che «smentisce la tesi dell’inevitabile tramonto del ruolo del Parlamento come legislatore». Ma la tesi di Fini, in questo come in altri campi, non è la linea del Pdl. Lo dicono i numeri: 18 le fiducie in un solo anno di legislatura. A luglio 2008 erano già 4. Tanto da suscitare l’intervento di Napolitano, che sullo stesso tema aveva bacchettato Prodi. Appello inascoltato. Ben 35 i decreti-legge approvati dal Cdm in un anno, di cui 33 approvati dalle Camere, a fronte di sole 7 proposte di legge parlamentari approvate. «Si legifera in pratica solo con i decreti», spiega Guido Melis, deputato Pd e docente di Storia delle istituzioni politiche alla Sapienza: «Berlusconi considera i suoi deputati come ascari: devono obbedire». «Ma questo trend dura dagli anni ‘70 - spiega invece Stefano Ceccanti, docente di Diritto costituzionale alla Sapienza e senatore Pd - . È vero che con questa maggioranza schiacciante si potrebbe evitare l’abuso di voti di fiducia e di decreti, ma i regolamenti parlamentari sono inadeguati».

Bavaglio Class Action

di Bianca Di Giovanni

Doveva essere l’arma dei consumatori, ma con Silvio Berlusconi è diventato un inutile orpello. È la class action, l’azione collettiva, quell’istituto giuridico che negli Stati Uniti consente battaglie leggendarie di semplici cittadini contro le grandi Corporation fin dagli anni ‘60. Il testo voluto dal governo ha così depotenziato la misura che è assai probabile che le cause intentate dai consumatori si affastelleranno sulle scrivanie dei giudici e resteranno lì.

Le associazioni dei consumatori hanno bollato la proposta come «inapplicabile, dannosa per i consumatori, avulsa dal Codice del Consumo e contraria alle indicazioni provenienti dall'Ue». Bocciatura totale. Ma cosa ha fatto esattamente il governo? Prima manovra: no alla retroattività. Si consente di utilizzare il nuovo strumento solo per gli illeciti commessi dopo l’entrata in vigore della legge, e non per tutti quelli ancora non prescritti. In un solo colpo si salvano i responsabili dei crack Cirio e Parmalat e anche quelli che hanno lasciato con un mucchio di carte in mano i piccoli azionisti Alitalia. ma la beffa non finisce qui. Il testo prevede anche pesanti sanzioni per i cittadini che avessero presentato una domanda giudicata poi inammissibile. Insomma, se manca il «luogo a procedere i cittadini pagano. Una vera minaccia contro chi intende ribellarsi per comportamenti fraudeolenti e vessatori. Ancora. la possibilità di ricorrere è limitata a solo una decina di tribunali in tutto il territorio. Napoli dovrà coprire gran parte del mezzogiorno, Roma il Lazio, l’Abruzzo, l’Umbria e le Marche, Venezia anche il Trentino e il Friuli Venezia Giulia. Insomma, solo provare a far causa è un’impresa ardua. D’altronde si capì fin da quando fu approvata la prima stesura, con il governo Prodi, l’aria che tirava. Confindustria parlò di «atto ostile».

Non fu così una trentina d’anni fa in California. La class action più famosa è rimasta quella contro la Pacific Gas and Electric Company, che portò nelle tasche di 360 cittadini 333 milioni di dollari. L’accusa (provata) era pesantissima: inquinamento delle falde acquifere e rischio tumore per gli abitanti. Ci volle una donna coraggiosa, Erin Brockovich, per ottenere giustizia. In Italia non basterà né il coraggio né la voglia di lottare.

Il potere parallelo di Mr. Bertolaso

di Claudia Fusati

Protezione Civile Dai Grandi Eventi alle emergenze: la possibilità

di emanare ordinanze e decreti. E una pronta cassa milionaria

Fa tutto lei, la PC, entità superiore che tutto sovrasta e tutto comprende. Dalle scelte in apparenza più insignificanti, come organizzare cresime, lauree alla memoria e i seggi elettorali per le europee nelle tende blu con scritto sopra Protezione Civile (ma il voto non è competenza del Ministero dell'Interno?). A quelle più istituzionali, per cui sindaco e presidente della Provincia sono diventati esecutori di decisioni prese dalla PC. È lei, la Protezione Civile, anzi lui, super Guido Bertolaso che ne è il n°1, che decide chi può entrare nelle tendopoli; che i 63 mila sfollati devono vivere per mesi in tende e alberghi anzichè in container; che i terreni vanno espropriati per costruirci sopra le venti new town e così via. In mezzo ci sta tutta la vita quotidiana di una comunità appaltata, in nome dell’emergenza, alla Protezione Civile.

Ecco, la gestione del post terremoto in Abruzzo è un esempio eccellente di cosa voglia dire sottrarre potere agli enti locali, specchio di uno stato centralizzatore che via via rosicchia autonomia a chi invece, per dettato costituzionale, dovrebbe averne sempre di più. Il fatto è che negli ultimi anni la Protezione Civile è diventata un governo ombra in grado di sostituirsi da un momento all'altro alla complessa struttura dello Stato. Una relazione della Cgil Funzione Pubblica del 15 aprile spiega bene il passaggio dalla PC «del fare», quella che si dovrebbe occupare dei rischi naturali e calamitosi, alla PC «che prevarica» che esercita «una violenza governamentale» e «una dittatura governativa». Il salto di qualità avviene nel dicembre 2001 (legge 401) che affida alla PC oltre i consueti compiti (con il primo governo Prodi e la gestione di Franco Barberi arrivano a un ottimo livello di responsabilizzazione degli enti locali), i cosiddetti «grandi eventi». Tutto può diventare, ed è diventato, Grande Evento, dalla ristrutturazione della cattedrale di Noto ai funerali di Wojtyla, dai Mondiali di Nuoto ai Giochi del Mediterraneo.

Quella norma del 2001 ha dato alla PC «cinque formidabili strumenti»: la gestione dei Grandi Eventi; decidere cosa è emergenza; denaro pronto cassa (tramite la Cassa Depositi e Prestiti), il potere di ordinanza e i decreti legislativi. Per questo l’emergenza rifiuti a Napoli ha potuto produrre «un regime legislativo diverso e parallelo a quello ordinario». Che adesso è sotto inchiesta. Dal principio di sussidiarietà si è passati a quello della sostituzione. Ogni emergenza sostituisce un pezzetto di potere. «Contro la burocrazia, per fare meglio e prima» è il principio guida di super Guido Bertolaso, l’uomo dell’efficienza. Peccato che lo stato parallelo abbia saputo produrre qualcosa come 10 mila commissari straordinari nominati a guida delle varie emergenze, che ognuno di loro guadagni il 40-60% in più rispetto al nomale compenso di amministratore. Peccato, soprattutto, che queste emergenze non finiscano mai.

Il Candidato oggi è una figura imprendibile. Fino a qualche settimana fa, imboccando i vialoni di accesso a Bologna si scorgevano i cartelloni con i volti di Delbono, Cazzola e Guazzaloca, i tre principali competitor per Palazzo d´Accursio. Sembravano facce sconnesse da partiti e movimenti, figure autonominate, simboli celibi della postpolitica, in cui una personalità dovrebbe supplire a una cultura. Adesso qualche elemento di giudizio in più è venuto fuori, affiliazioni, alleanze, filiere: ma i candidati, non solo quelli bolognesi, rappresentano in modo simbolico e reale la grande trasformazione secolarizzante, laica, "weberiana" della politica.

A lungo il conflitto politico in Italia è stato uno scontro bruciante di culture: si pensi alla stagione che va dal 18 aprile 1948 alla battaglia del 1976, con i "due vincitori" designati da Aldo Moro, la Dc e il Pci, potenzialmente i pilastri di un futuro bipartitismo "meno imperfetto". In quell´arco di tempo la scelta dei candidati costituiva il culmine di un processo di formazione lunghissimo. Sul versante cattolico implicava la mobilitazione del movimento di Azione cattolica e delle sue articolazioni universitarie, ma senza trascurare la proliferante realtà delle parrocchie, dell´associazionismo professionale, della Coldiretti, della Cisl, delle Acli, del corporativismo "bianco", e infine della struttura correntizia, territoriale e clientelare democristiana.

A sua volta, il processo di formazione nel Pci costituiva un servizio al partito attraverso il quale le singole capacità politico-organizzative venivano lentamente affinate, mentre venivano verificati anche una serie di parametri (affidabilità ideologica, compostezza stilistica, razionalità delle scelte immediate, freddezza temperamentale), a cui la scuola interna delle Frattocchie conferiva il sigillo dell´ufficialità, e il gusto del partecipare a un processo di crescita che riuniva anche in modo emotivo le giovani élite del Pci.

In confronto, i processi di selezione del personale politico nel Psi e nei partiti laici minori rappresentavano alchimie caotiche, frutto di itinerari largamente casuali. Gruppi di potere locale interagivano e confliggevano nello spontaneismo socialista, così come nel Pri o nel Pli si incrociavano cattedre universitarie e cda bancari. Fuori dall´arco costituzionale, nell´Msi, circolavano autoimmagini di orgoglio e di esclusione, che si rafforzavano a vicenda, quasi sempre senza sbocchi.

Adesso non c´è regola. Ci si può conquistare la nomination per Strasburgo con venti minuti di discorso fiammeggiante, com´è riuscito a Debora Serracchiani all´assemblea del Pd; ma in linea generale oggi il Candidato riesce a ottimizzare il proprio itinerario attraverso gli strumenti della nuova politica. Vale a dire da un lato le primarie, che rappresentano una formidabile chance di rovesciamento delle strategie ufficiali (vedi il fiorentino Matteo Renzi, tipico esemplare "trasversale" della nuova specie ultracompetitiva), e dall´altro la cessione esplicita di competenze specifiche sul piano amministrativo e organizzativo. Vale a dire che il Candidato moderno, anche nelle realtà locali minori, non si propone generalmente per un ruolo di rappresentanza politica: figurarsi, con quel che conta un consiglio comunale, praticamente nulla rispetto alle deleghe del sindaco e della giunta; ma individua invece aree di interesse politico-economico a cui è vocato, e offre senza mediazioni alla classe politica locale una professionalità per gestirle.

Rimane all´esterno di questo circuito, e proiettato invece verso l´ascesi mediatica, tutto il processo che conduce alla candidatura in quanto espressione di successo comunicativo. Lilli Gruber, Michele Santoro, adesso David Sassoli. Protagonisti del divismo televisivo che trasformano in distillato politico il proprio glamour catodico. E sul lato del centrodestra, a parte le veline, il culto del corpo prestato alla politica: il look di Mara Carfagna e Michela Brambilla esibito come asset pubblico rivendicabile integralmente, perché anche la bellezza è una conquista politica (e proprio per questo non vanno trascurati, ad esempio, i sottolineatissimi vezzi di coloritura maschile offerti dal puntiglio estetico del ministro Roberto Maroni; oppure il calcolo tricologico di Massimo Cacciari; l´understatement torinese di Sergio Chiamparino).

Per vari aspetti il Candidato, nell´era televisiva, è un freak della politica. Deve imporre un´immagine, uno sgarbismo, un tratto differenziale. Ed è probabilmente per questo che fa saltare le possibilità di sintesi fra un progetto e la sua personificazione nell´individuo. Dopo i grandi candidati ideologici, come Ronald Reagan e Margaret Thatcher, l´ultimo uomo politico che si è candidato a sintesi anche visibile di un programma è stato Tony Blair, perfetto interprete anche estetico e generazionale del "New" Labour.

Mentre nell´alternarsi odierno delle competizioni elettorali sembra prevalere "l´uomo senza qualità", il professionista fungibile, il "tecnico dell´universale" con propensioni mediatiche. Sempre in attesa del leader weberiano, naturalmente, carico di carisma, di un Obama capace di reinventare una parola semplicissima come change. Ma a quel punto non dipende più dal Candidato: dipende dalle astuzie della Storia, dalle macchine elettorali, dalla creatività sociale. Dipende insomma dal momento in cui il Candidato non è più una funzione della

Come possiamo rendere il mondo ospitale per gli europei? Pongo questa domanda, perché è evidente che noi, europei, nel mondo attuale non ci sentiamo a nostro agio. Heidegger dice che si comincia a riflettere su un problema quando le cose iniziano improvvisamente a comportarsi in maniera inaspettata. È solo allora che le trasferiamo dalla sfera dell'azione a quella del dibattito. Prima le cose ci vengono fornite nella nostra esperienza quotidiana, e in genere non ne avvertiamo l'esistenza. Quando invece smettono di funzionare le trasferiamo nella sfera delle complicazioni e delle incombenze. Oggi le cose ci tirano brutti scherzi, perché ha smesso di funzionare qualcosa che prima andava benissimo. È quanto è avvenuto con l'accoglienza. L'idea dell'accoglienza è antica, ma ad attirare la mia attenzione è stato un libricino scritto da Kant nel 1784. Riflettendo sulla questione della “Perfetta unione civica del genere umano”, Kant deduceva che l'ospitalità reciproca sia decretata dalla natura, che ci ha posti sulla superficie di una sfera, quale è la Terra. Se ci muoviamo su di essa non possiamo allontanarci l'uno dall'altro - se ci allontaniamo in una direzione ci avviciniamo dall'altra - e dunque esiste un momento nella nostra storia in cui siamo condannati all'ospitalità reciproca. Il librino se ne stava lì ancora intonso a prendere polvere nella mia biblioteca finché all'improvviso è stato riscoperto. Di colpo è venuto fuori che l'ospitalità è un problema da risolvere, che non è una cosa naturale, come poteva sembrare quando lo scrittore svizzero Denis de Rougemont affermava che l'Europa aveva scoperto i continenti, e non i continenti l'Europa, che l'Europa aveva conquistato un continente dopo l'altro, ma nessun continente l'aveva conquistata. E che infine l'Europa, essa sola, aveva inventato un modo di essere che tutti avevano trovato degno d'imitazione. Ma che lei, l'Europa, non aveva mai provato a imitare paesi ad essa estranei.

Ryszard Kapuscinski, il più grande reporter del Ventesimo secolo, capace di penetrare con rara sensibilità le correnti sotterranee del mondo, notò - una decina di anni fa- che l'atteggiamento del mondo nei confronti dell'Europa era cambiato, all'improvviso. Una volta, visitando i paesi fuori dal nostro continente, gli capitava spesso di essere fermato per strada, perché qualcuno, afferrandogli un bottone della giacca, gli chiedeva: "Ci dica cosa succede in Europa". Dieci anni fa invece Kapuscinski cominciava ad accorgersi che nessuno lo fermava più, e che nessuno gli faceva domande. Kapuscinski parlava anche di quello che lui chiamava "un cambiamento nella qualità". Un tempo un europeo qualunque, un individuo che non aveva nella propria società una posizione particolarmente elevata, una volta approdato in Tanzania o in Malesia diventava di colpo “signore”. Anche questo è finito. Oggi tutti i Paesi hanno una propria élite istruita e non si aspettano che gli europei possano apportare qualcosa di nuovo nella risoluzione dei problemi con cui si confrontano. Kapuscinski notò anche che un tempo gli europei trattavano il resto del mondo come un parco giochi; oggi ovunque vedono invece il pericolo. La situazione è simile a quella che avvertiva l'Impero romano alla vigilia della sua fine. Ai confini delle sue carte geografiche indicava: 'Hic sunt leones', ovvero vi sono Paesi selvaggi in cui è meglio non avventurarsi. Siamo dunque condannati a vivere nel cortile di casa? Siamo stati sfrattati per sempre? Quello stadio dell'avventura in cui l'Europa, bene o male, dettava il percorso della storia mondiale è per sempre alle nostre spalle? L'Europa non avrà mai più un'accoglienza ospitale?

Io, quando scrivo dell'Europa, penso a un progetto ininterrotto, non realizzato fino in fondo ma che, nonostante tutto, ha dettato il ritmo dei cambiamenti indicando l'orizzonte di aspettative a cui l'Europa per l'appunto mirava. E mi domando se esista un qualche orizzonte verso cui l'Europa potrebbe mirare oggi. Ricrearne la potenza militare rendendola paragonabile, ad esempio, a quella degli Stati Uniti, è impensabile. Sono pure infime le chance di poter paragonare la dinamica dello sviluppo economico dell'Europa a quello dell'America Latina o della Cina. Il Vecchio Continente non è in grado neanche di dare il tono allo sviluppo della scienza, dell'arte e della cultura. Cosa potremmo dunque consegnare in dote al pianeta? C'è qualcosa che possediamo di cui gli altri hanno bisogno e che potrebbero imparare da noi? Lo scrittore George Steiner sostiene che il compito dell'Europa ha carattere spirituale e intellettuale. Nelle sue opere Steiner si occupa dei contrassegni comuni dei popoli europei, fra cui il lascito culturale del mondo ellenico e di quello ebraico. Sottolinea che Europa significa massima diversità linguistica e culturale, un mosaico insolito di modi di vita differenti. Nel nostro continente spesso neanche 20 chilometri separano fra loro mondi diversi. Hans-Georg Gadamer ritiene che l'abbondanza di diversità sia il tesoro più grande che l'Europa è riuscita a salvare e che possa offrire al mondo. La vita con l'Altro e per l'Altro è uno dei compiti fondamentali dell'essere umano. Forse è da qui che origina la peculiare superiorità dell'Europa, che ha dovuto apprendere l'arte di vivere in questo modo. In Europa l'Altro è sempre vissuto, in modo metaforico ma anche letterale, a portata di vista o di mano, L'Altro è, in Europa, il vicino più prossimo. Nonostante le differenze che ci separano, agli europei spetta negoziare le condizioni di questa vicinanza. Il nostro paesaggio è caratterizzato dalla pluralità di linguaggi, dalla contiguità dell'Altro, ma anzitutto dal fatto che egli, in uno spazio fortemente limitato, sia considerato in modo paritario. L'Europa sarebbe dunque una sorta di laboratorio in cui si elabora un determinato modello dell'arte di vivere di persone che appartengono a diverse confessioni, lingue, che hanno diversi modi di essere felici. Anche la convivenza pacifica, utile per tutti, è possibile non solo nonostante la disuguaglianza, ma grazie ad essa. Questa è la fonte dello sviluppo, del cambiamento di opinioni, delle nuove idee. Qui scaturisce l'ispirazione per la soluzione dei problemi.

Una delle incognite da sottoporre a sperimentazione in questo laboratorio è il modo di uscire dai limiti imposti dalla lunga storia contemporanea dello Stato-nazione. L'integrazione della società, l'integrazione della molteplicità ovvero la costruzione di Stati e popoli moderni hanno costituito due processi paralleli e interdipendenti. Brandeburghesi e bavaresi si sono trovati a essere improvvisamente parte di uno stesso popolo (il popolo tedesco), così come in Francia i savoiardi e i bretoni. È difficile immaginare che sorta di sconvolgimento nel pensiero dei popoli sparsi per l'Europa sia stato allora il passaggio dalle comunità locali a quelle nazionali. Oggi abbiamo di fronte a noi una fase successiva dell'avventura europea: il passaggio da una forma di integrazione, così come ci è nota dal funzionamento dell'Unione europea, alla creazione di un piattaforma stabile, funzionale alla comune risoluzione dei problemi planetari, alla creazione di meccanismi di solidarietà umana universale. Siamo lontani da questa meta. Franz Kafka, uno dei più straordinari sociologi che mi sia mai capitato di leggere, in un contesto differente (non pensava allora all'Europa ma in genere al destino e alle opere degli uomini nel nostro mondo), scrisse: "Se dunque non trovi niente qui nei corridoi, apri le porte, se non trovi nulla lassù, non c'è problema, sali per nuove scale. Fin tanto che non smetti di salire, non finiscono i gradini, crescono verso l'alto sotto i tuoi piedi che salgono" ( Difensori, traduzione di Giulio Raio). Lo storico Reinhart Koselleck, nel descrivere ciò che avvenne in Europa tra il Seicento e il Settecento, usò invece la metafora della scalata di un valico alpino. Nessuno di coloro che si arrampicavano aveva la benché minima idea di cosa ci sarebbe stato dall'altra parte; questa gente non poteva neanche immaginarsi l'Europa futura, perché mancavano loro parole e concetti per descrivere i processi messi in moto. Mi attrae in questa metafora non tanto il fatto che dall'altra parte possa esserci il paradiso terrestre (questo non possiamo saperlo) ma che, fintanto che ci inerpichiamo verso il valico lungo una parete molto scoscesa, una sola cosa è certa: non possiamo fermarci. Bisogna andare avanti, perché se cerchiamo di piantare una tenda su quella parete basterà il primo alito di vento a spazzarla via. Forse sono un visionario, forse sono un ottimista nato: in ogni caso la mia speranza è radicata nella logica. Non tanto nella buona volontà degli europei, quanto nel fatto che semplicemente non c'è altra via d'uscita perché con il livello attuale di reciproca interdipendenza di tutti i popoli che abitano il pianeta il futuro dipende dalla nostra capacità di collaborare. È una questione di vita o di morte.

Ma poi ci sono i conflitti... Mi domando se essi derivino dalla nascita degli Stati-nazione, o se siano altrettanto intensi nell'ambito di una sola nazione. All'interno degli Stati nazionali abbiamo imparato come risolvere i conflitti di questo tipo, ora si tratta di imparare a risolverli a un gradino superiore. È una differenza quantitativa. Ma è anche una differenza qualitativa? Forse sì. Cosa c'è dall'altra parte del valico? Non ne ho idea. Sono certo di una cosa sola: quello che scorgeremo laggiù non sarà simile alle istituzioni che siamo soliti identificare con l'essenza della democrazia, della convivenza pacifica ecc., dimentichi del fatto che esse costituiscono solamente le nostre finora assai effimere scelte. Immagino che se invitassimo Aristotele al Bundestag tedesco o alla Dieta polacca le sedute susciterebbero il suo interesse. Forse addirittura correrebbe a casa per scrivere un ulteriore tomo della sua 'Politica'.

traduzione Laura Quercioli Mincer

Mentre Silvio Berlusconi accompagna l'ennesimo annuncio del "piano casa", sbandierando «un giro di affari da 100 miliardi capace di far ripartire l'economia», eccoci davanti allo solita guastafeste di Milena Gabanelli che ci mette di fronte allo sfascio urbanistico dell'Italia.

Una puntata su il di Report (Raitre, domenica), dedicata all'abuso edilizio, in senso proprio, tecnico: la continua, progressiva, inarrestabile costruzione di palazzi. Con le città che si allargano fino a sfumare i confini l'una nell'altra, con il territorio agricolo che diminuisce ogni anno di 100 mila ettari di terreno. Pur in presenza, questo il dato di partenza che spiega poi tutti gli altri, di otto milioni di appartamenti in più rispetto alle reali necessità abitative.

Già ai tempi dell'inchiesta di Report sulla situazione di Roma, che tanto fece arrabbiare gli amministratori della capitale, avevamo potuto vedere che fine (brutta) aveva fatto il piano regolatore della città, stravolto dagli accordi di programma e dalla nascita della mega-galassia dei centri commerciali. Questa volta la panoramica si stende a tutto il territorio nazionale, ai piani regolatori ridotti a puro paravento, alla devastazione del bene pubblico (il terreno agricolo), che avanza senza freni e senza migliorare, anzi peggiorandola, la condizione di chi non riesce ad avere una casa. Le ricerche del Cresme dicono che negli ultimi anni, per la fascia di persone che guadagna 10 mila euro l'anno, l'incidenza del costo dell'affitto è salita dal 47 per cento del 2005 al 67 per cento del 2007.

Lo scempio del Bene Comune data dagli anni post-fanfaniani della Dc, quando il ministro Fiorentino Sullo fece una proposta contro la speculazione edilizia, pagando poi il prezzo dell'esclusione dal successivo governo Moro. Da allora le cose non sono cambiate, tanto che si potrebbe leggere la storia politica italiana attraverso il suo sviluppo urbano malato. Specialmente se confrontato con le politiche di contenimento e di razionalizzazione di città come Berlino o Parigi. In queste capitali succedono cose davvero singolari: per esempio si costruiscono nuove case dove già esistono strade (il traffico è in diminuzione), esattamente il contrario di quel che accade in Italia dove le amministrazioni pubbliche acquistano da privati i terreni agricoli, regolarmente sprovvisti di infrastrutture (con aumento esponenziale del traffico e dei tempi di percorrenza).

Le inchieste di Report sono firmate da Michele Buono e Piero Riccardi.

Qui potete scaricare il testo o vedere il video della trrasmissione

“Il territorio è un’opera d’arte: forse la più alta, la più corale che l’umanità abbia mai espresso … e nasce dalla fecondazione della natura da parte della cultura”

(Alberto Magnaghi)

L’eroica agricoltura degli stretti terrazzamenti del Parco nazionale delle Cinque Terre farà da sfondo ai tre giorni di lavoro dei dirigenti e degli associati di Agriturist in occasione del Forum Nazionale del prossimo autunno. L’agriturismo tra opportunità e limiti di sviluppo: riscoperta, tutela e valorizzazione delle risorse dimenticate e maltrattate sarà il tema ispiratore del Forum autunnale. Cominceremo un percorso con l’obiettivo di arrivare a ridisegnare l’agriturismo dei prossimi anni, quello che dovrà rappresentare una unicità mediterranea per l’Europa e i Paesi extraeuropei, che dovrà evidenziare al massimo le sue peculiarità e difendere i contesti culturali, paesaggistici e produttivi nei quali si trova ad operare.

Il Forum vuole suscitare una riflessione sulla specificità e sul rilievo imprenditoriale e culturale dei nostri associati, le cui aziende possono rappresentare, con sempre maggiore incisività, un importante nodo territoriale, crocevia tra il mondo degli agricoltori, dei viaggiatori, di quelli che nel trasformare le innumerevoli pregiate produzioni agricole del nostro Paese, le caricano di suggestioni e di appeal.

Nel far questo se ne fanno portavoce in ambiti sociali con i quali un tempo la residuale agricoltura delle terre dell’osso mai avrebbe osato entrare in contatto!

Perchè il nuovo agricoltore, ridisegnato dal decreto di orientamento del 2001, è una figura colta, che ha relazioni con altri settori, anche con quelli del mondo delle città e che all’interno del suo mondo agricolo fa parte di reti complesse: è una figura che abita il territorio e ne ha cura, perché sa che questa cura è funzionale ad attivare le finalità sociali, culturali, formative e di ospitalità della azienda agricola. Egli ha nel suo DNA il concetto di sostenibilità, e conosce a fondo la differenza sostanziale tra questa e la sopportabilità. E’ infatti consapevole che l’ambiente che lo circonda non è una bestia da soma, e che non lo si può schiantare sotto un peso eccessivo, come era ben noto agli agricoltori antichi ed agli indiani d’America. Sa bene che “il territorio non è un asino”! E che non lo si può parassitizzare, o “sfruttare”, ma che l’unico rapporto sano è quello simbiotico, che ha alla base reciprocità e rispetto.

“L’azienda agricola del futuro - come afferma Alberto Magnani in un saggio dal titolo Il progetto locale - è più simile (in chiave laica) all’Abbazia Cistercense che a una semplice fabbrica di produzione merci”. Nei momenti bui come quello che stiamo vivendo bisogna dunque ritornare ad aver fiducia nella forza delle idee. E’importante provare a riformulare le parole chiave che regolano la definizione e la comunicazione delle nostre attività.

Nel Forum autunnale di Agriturist cercheremo quindi concretamente di comprendere quali azioni formative, imprenditoriali, culturali e politiche far seguire a questi momenti di riflessione.

Ripensare lo sviluppo oggi significa ripensare alle risorse che abbiamo e all’uso che ne facciamo. Molte aziende agrituristiche italiane abitano e animano territori marginali, e cercano di trasformare questa marginalità in opportunità: esempi di successo, come quello delle Cinque Terre, di alcuni piccoli Comuni che, partendo dal basso, cominciano ad adottare comportamenti virtuosi, iniziano a moltiplicarsi e rappresentano un importante volano di sviluppo culturale.

E’ interessante notare, consultando le più importanti guide gastronomiche, che la più alta concentrazione di “stelle” e “forchette” si trova nei piccoli centri, e che questi chef pluridecorati hanno fatto della rivisitazione dei prodotti locali il loro punto di forza. Ma al di la delle grandi individualità dei grandi chef molte ricette si sono consolidate nel rispetto della stagionalità, e l’anima degli abitanti e degli agricoltori la ritroviamo nel piatto, fonte di ispirazione dei pluristellati, ma oggi opportunità irripetibile per una ristorazione agrituristica che deve avere il coraggio e la capacità di scegliere i piccoli numeri e la caratterizzazione di alta qualità.

Dove anche un semplice piatto, frutto di studio, attenzione, conoscenza tramandata, con i suoi ingredienti irripetibili nel tempo e nello spazio, rappresenta un distillato della storia, un’emozione multisensoriale, un elemento della nostra cultura materiale.

E inizia a percepirsi la possibilità di sviluppare un vasto “museo diffuso”, con le sue pievi romaniche asimmetriche nella campagna pistoiese, con i Pontormo nelle cappellette sperdute, con il museo di Leonardo a Vinci e il piccolo capolavoro del Museo dell’Olio di Farfa, in Sabina, con il piccolo Antiquarium di Boscoreale, quello naturalistico di Corleto Monforte negli Alburni, il Museo del Giocattolo povero di Massicelle di Montano Antilia, quello della civiltà contadina di Ortodonico, la riserva biologica di Morigerati con i musei della civiltà contadina e della cera, in Cilento, costella le nostre campagne e rappresenta, con i suoi luoghi al di fuori dei grandi e cannibaleschi flussi turistici che divorano le nostre città d’arte, una straordinaria potenzialità di rivitalizzazione dei territori in cui operano le nostre aziende agrituristiche: esso deve essere comunicato ai nostri ospiti, glielo si deve offrire come una gemma preziosa insieme allo stimolo che possiamo fornire a ridiventare tutti un po’ meno distratti e un po’ più viaggiatori. Molte di queste piccole delizie valgono spesso da sole il viaggio e il soggiorno.

La scommessa diventa allora per i nostri territori più poveri quella di fare della loro arretratezza, dell’oblio in cui sono caduti, una verginità sulla quale costruire il percorso di allontanamento dalla miseria e di approdo alla nobiltà di uno sviluppo costruito non sulla quantità di merci, ma sulla cura, sulla cultura e sulle relazioni.

Bibliografia

Alberto Magnani, Il progetto locale, Bollati Boringhieri, Torino, 2000

Eduardo Salzano, Qualche parola per il territorio, in: eddyburg.it 9.05.2009

Marco Boschini e Michele Dotti, L’anticasta. L’Italia che funziona, EMI, 2009

Antonio Paolucci, Così il Museo Diffuso potrà creare lavoro, in: Corriere Lavoro, 6.06.2003

Links utili

eddyburg.it

www.comunivirtuosi.org

www.territori.formez.it

www.reteleader.it

I sardi alle regionali hanno votato Silvio Berlusconi e i segnali che continuano ad arrivare da Roma non corrispondono neppure un po' alla fiducia accordata. Per ora il fiero popolo - che ci tiene tanto a queste cose («la parola data è data, una e una sola...») - dovrà accontentarsi di promesse. Quello che il premier non ha concesso e ha tolto alla «sua» isola è nel bilancio - provvisorio- che di giorno in giorno si fa sempre più pesante, irriguardoso verso i sardi tutti d'un pezzo. I sardi: scettici o diffidenti? o creduli? Si chiedevano, appunto, Mannuzzu, Fois e Todde in un recente incontro promosso dai "Presìdi del libro" a Sassari, pensando forse all'ultimo test elettorale. I politologi diranno: servirà un po' di tempo per capire. Ora si può solo fare qualche osservazione guardando le notizie che arrivano. Pensando alle ripercussioni delle politiche sulla forma del territorio, oltre che sul corpo sociale: se viene meno lo sviluppo programmato allignano in genere brutte proposte. Si sa come una disperata condizione di crisi si possa realizzare il clima che serve per fare passare le soluzioni «s'afferra afferra». La crisi ti tocca di più se ti avevano fatto sperare. E una comunità in disgrazia è più conciliante verso offerte sconvenienti (di palazzinari casualmente nei pressi, ad esempio) che in tempi migliori sarebbero almeno guardate con giusta dose di diffidenza se non respinte con sdegno. Colpisce quello che in poco tempo è accaduto: varie questioni intrecciate chiamano in causa il governo di Roma che come si capisce decide tutto.

G8. Penso che le parate dei Grandi siano un po' ridicole e troppo costose rispetto ai risultati; se si pensa a Genova si potrebbe dire di farla finita. C'è un però: La Maddalena, isoletta prestata alla guerra da sempre, è una circostanza speciale; la lunga presenza e l' uscita di scena delle basi militari, la necessità di rimettere in ordine un luogo maltrattato, al quale è sempre stato tolto senza dare nulla di durevole. Solo con una eccezionale disponibilità di risorse (che arrivano in condizioni speciali, come un terremoto) si può agevolare un processo di riqualificazione; in alternativa su connottu, i tifosi degli americani che spendono molto nei bar pronti a farsi partito. Perciò si può capire chi ha pensato di farsene una ragione del G8, oltre i pregiudizi, di adottare una tattica opportunista per prendersi i denari. Vigilare perché fossero spesi bene era un bel compito. Ancora oggi non è detto che ci sia la copertura finanziaria per finirli i lavori. Ma non stupisce il marasma: nello sfondo resta il memorabile epilogo, neppure un sms di cortesia alla Regione che apprende del G8 in Abruzzo quando lo sanno tutti, come il coniuge tradito. E se fosse capitato ai tempi di Prodi e Soru?

Fabbriche chiuse. In campagna elettorale il premier ha lasciato intravedere soluzioni pronte e strategie e contatti internazionali (la telefonata a Putin è la messinscena più nota) per scongiurare la brutta notizia della fermata di Euroallumina. Poi l'ecatombe che conosciamo, la lista delle fabbriche che chiudono si allunga con lo sguardo a Roma che dispone, dato che si è capito che la Regione non conterà nella vertenza, non sarà un soggetto antagonista: e sarà un terremoto senza soccorsi. Spontaneo pensare ai telegiornali che avevano fatto titoloni su quella telefonata, mai più ricordata nelle cronache della crisi.

Nucleare. Dicono i ministri che è sicuro: zero rischi ad averlo da qualche parte nel territorio del Paese. Il presidente della Regione aveva garantito: mai un impianto nell'isola delle vacanze. I sardi sarebbero felici se non gli toccassero l'atomo e le scorie dietro casa. Però la terra più adatta è proprio quella sarda: che non trema, c'è il mare, poco popolata. E non si capisce. Berlusconi dice che non c'è pericolo, ma il governo regionale non gradisce, pure se il suolo sardo sembra fatto apposta. Se non credono a quello che dice il premier potrebbe essere che non si fidano? Di Berlusconi o del nucleare?

Grandi opere. E' noto l'elenco delle opere strategiche, la mappa dopo il dramma d'Abruzzo poco cambia. Al primo posto sempre il ponte sullo stretto di Messina: per collegare un'isola attaccata al Continente, servita da traghetti sempre pronti a basso costo. Ecco la Regione nel cuore di Berlusconi: tre volte gli elettori sardi, molti cari amici da quelle parti. La Sardegna, qualche parlamentare, non può chiedere ponti; ha collegamenti inadeguati e costosi con la penisola e infrastrutture viarie e ferroviarie indecenti. Per il ponte in Sicilia miliardi di euro impegnati. Per la Sardegna isola vera ti aspetteresti la compensazione: invece la Tirrenia annuncia la cancellazione di tratte. Ed eccoci nel volubile mercato di arei e navi a basso costo che come sono arrivati inopinatamente, possono uscire di scena se e come dirà il mercato.

Piano casa. I presidenti delle Regioni Veneto e Sardegna sono stati a Roma per concordare il primo provvedimento «edilizia libera», quello poi ricusato che assecondava la inclinazione anarcoide del popolo. La Sardegna è in cima ai pensieri di Berlusconi imprenditore e il provvedimento è proprio quello che potrebbe dare un altro duro colpo al paesaggio sardo. Abbasso il Ppr di Soru, via i vincoli per dare retta a quelli che hanno sempre qualche blocchetto di cls in macchina, che non si sa mai. Tutti liberi! Il messaggio spiazzante, va oltre la cifra pop e costringe l'assessore regionale più competente e solitamente molto prudente a mettere dei distinguo non solamente tecnici. Vedremo.

A questo proposito una domanda a partire dalla notizia, su queste pagine, del sensibile calo di prenotazioni negli alberghi dell'isola. Da non drammatizzare, in fondo è solo un brutto segnale. Ma se fosse accaduto qualche mese fa? La spiegazione l'avreste letta su Il Giornale (Mario Giordano si è già rivolto alla ostinata sinistra del no ricordando che «la lezione di Soru, mandato a casa dagli elettori perché, fermando cantieri e turismo, aveva sclerotizzato l'isola e l'aveva condannata alla povertà, evidentemente non è servita»). Si potrebbe ora replicare, attribuendo la flessione agli annunci della Regione nuovo corso, ma sarebbe la solita propaganda che non vale, almeno per i sardi che non sono creduli fino a questo punto.

Che fine ha fatto il piano casa? Annunciato da Berlusconi il 6 marzo, diffuso da Palazzo Chigi il 20 marzo, poi più volte sconfessato e riscritto, il piano casa del governo ancora non c´è. Il piano è stato dunque accantonato?

O invece, dopo il Piano A e il Piano B (discussi su questo giornale il 21 marzo e il 14 aprile), è in corso un Piano C?

Piccolo flashback. Il dl 112 (giugno 2008) conteneva un progetto di social housing con capitali pubblici e privati: una casa per le categorie svantaggiate (famiglie a basso reddito, anziani, immigrati), con fondi immobiliari e finanziamenti pubblici per alloggi in affitto a canone concordato. Smentendo se stesso, in marzo il governo usa la stessa etichetta ("piano casa") per un progetto opposto. Zero capitali pubblici, zero social housing: il decreto si rivolge a chi la casa e i soldi li ha già (o può farseli prestare) e vuole aumentare la volumetria della propria abitazione dal 20% al 35 %, «in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici e ai regolamenti edilizi», nonché in barba al Codice dei Beni Culturali, imponendo alle Soprintendenze il silenzio-assenso e l’asservimento alla conferenza dei servizi. Nella fretta, persino le norme antisismiche vengono drasticamente "semplificate". Per trovare un accordo Stato-regioni, nell’incontro del 31 marzo il governo s’impegna a emanare un decreto-guida entro 10 giorni, dopodiché le regioni avranno 3 mesi per legiferare. Ma il 6 aprile il terremoto d’Abruzzo, aprendo gli occhi anche ai ciechi sui suoi aspetti più irresponsabili, fa saltare quel piano, e ne nascono varie versioni più edulcorate, ma ancora ricche di sanatorie e depenalizzazioni.

E’ così che nasce, in forma residuale, il Piano C. La sua filosofia è presto detta: anche se l’accordo del 31 marzo è saltato, e in nessun caso ha valore di legge, anche se il decreto-guida del governo non c’è, si conviene tacitamente di fare "come se". L’avv. Ghedini dichiara il 22 aprile che «il piano-casa è pronto. Dopo l’approvazione del governo, le regioni avranno tre mesi di tempo per recepirlo». Il piano-casa non è né pronto né approvato, ma le regioni, più realiste del re, si affrettano a legiferare. Prima della classe, la Toscana ha già dall’8 maggio la propria legge; in dirittura d’arrivo Veneto, Sicilia, Lombardia, Campania, Lazio, Umbria, Liguria, Friuli, Piemonte, Marche; segnali di fumo anche da altre regioni. L’accordo politico del 31 marzo viene trattato come se avesse valore di legge, con una sorta di effetto-annuncio per trascinamento che (come nei dispotismi di antico regime) si basa di fatto sulle dichiarazioni di Berlusconi.

Che cosa dicono queste leggi regionali, prive di base normativa in una legge nazionale? La Toscana (L. 24) consente di ampliare la propria casa del 20% o del 35% su semplice presentazione di d.i.a. (dichiarazione di inizio attività), proprio secondo la formula Berlusconi. Il Veneto (ddl 398) incentiva escrescenze fino al 40%, inclusa la «ricomposizione planivolumetrica con forme architettoniche diverse dalle sagome degli edifici originari». La Sicilia (ddl 386), onde «dar seguito alle prime indicazioni del governo nazionale», non trova di meglio che recepire il testo del Veneto. La Lombardia autorizza escrescenze volumetriche fino al 40% in caso di "riqualificazioni". In Liguria, dichiara Burlando, «gli ampliamenti del 20%, finora ammessi solo con qualche vincolo, saranno un diritto di tutti». L’Umbria (ddl 1553) innesta il proprio "piano casa" su un "governo del territorio" che ignora i contenuti prescrittivi del piano paesaggistico previsto dal Codice. Si è dunque ribaltata la sequenza di legge, e senza aspettare il decreto del governo le regioni si danno da fare, con norme più restrittive (Toscana) o più sbracate (Veneto, Sicilia). Il governo, a rimorchio delle regioni, non farà che controfirmare misure già approvate. In questo sgangherato federalismo all’italiana, il governo nazionale abdica al ruolo dello Stato, lo riduce a un effetto-annuncio che inneschi il fuoco di fila delle regioni.

Tanta concordia fra Stato e regioni si basa sul dogma che il piano-casa aiuti a uscire dalla crisi economica. Ma la crisi finanziaria mondiale è stata innescata dalle perdite (oltre quattro trilioni di dollari secondo il Fmi) subite da banche e agenzie di credito americane per l’eccesso di mutui concessi per star dietro agli eccessi dell’offerta edilizia. Questa "bolla immobiliare" ha portato al 9% la disoccupazione Usa, ha fatto calare del 13% la produzione industriale. In Italia, a quel che pare, siamo convinti che dalla crisi scatenata dalla housing bubble americana noi (e solo noi) usciremo con una bolla immobiliare nostrana, una sorta di cura omeopatica, frutto esclusivo del genio italico. Questa irresponsabile fuga in avanti ha fatto già la prima vittima: la tutela del paesaggio. Il ping-pong Stato-regioni comporta un ulteriore rinvio (fino al 2011?) dell’entrata in vigore della nuova disciplina prevista dal Codice fin dal 2008. L’art. 9 della Costituzione, così sembra di capire, viene considerato, a Palermo come a Firenze, un ferrovecchio da riporre in soffitta.

In attesa di un decreto legge del governo con le semplificazioni per l'edilizia abitativa e le norme anti-sisma, che non riesce a trovare un punto di incontro con le richieste dei governatori, il "piano casa bis" comincia a prendere forma per iniziativa delle Regioni stesse. In base all'accordo dello scorso aprile, queste si impegnano a approvare dei provvedimenti per permettere ampliamenti delle cubature fino al 20% o fino al 35% nel caso di demolizione e ricostruzione delle abitazioni mono e bifamiliari entro 90 giorni.

C'è chi sta fissando paletti rigidi per tutelare centri storici e paesaggio e chi sta allargando la possibilità degli interventi. La prima a dotarsi di una legge regionale è stata la Toscana. L'ultima iniziativa è della giunta campana. Il testo del Veneto tornerà in consiglio regionale dopo le elezioni. Quasi pronte Sicilia, Umbria, Piemonte, Lombardia. E ieri da Bari Berlusconi ha detto: "Il decreto vedrà la luce entro il 15 giugno". Ha aggiunto che "nelle regioni governate dal centrodestra, la legge è pronta". E ha ricordato gli effetti previsti sull'economia: "dai 30 ai 100 miliardi di euro, che ora riposano in banca, verranno immessi sul mercato edilizio". Ha parlato anche della crisi: "Tutti concordano che ci sono segnali di una crisi minore, si vede qualche segnale di ripresa".

TOSCANA

La prima a muoversi, esclusi i centri storici. Ha approvato la legge regionale. Con una semplice dichiarazione di inizio attività sarà possibile ampliare fino al 20 % case mono e bifamiliari; fino al 35 % nel caso di demolizioni e ricostruzioni. Niente interventi in deroga nei centri storici e per le case condonate.

VAL D'AOSTA

Alberghi e ristoranti possono ingrandirsi del 40%. La Giunta ha all'esame una bozza, ma prima delle indicazioni del governo un disegno di legge regionale aveva già dato la possibilità ad alberghi e ad alcune categorie di ristoranti di ampliare la superficie fino al 40 per cento in deroga ai piani regolatori dei Comuni.

PIEMONTE

Progetto per le villette che risparmiano energia. La giunta ha approvato una legge che ora passa al consiglio: fino alla fine del 2010 si potrà ampliare o demolire e ricostruire in deroga ai piani regolatori, ma solo rispettando il risparmio energetico, per villette mono-bifamiliare o per edilizia sovvenzionata sotto ai mille metri cubi.

LIGURIA

Coinvolte 200 mila abitazioni ma con tutela del territorio. La regione si è impegnata ad approvare il piano che recepisce le direttive del governo, ma con rigorosi criteri di tutela del territorio. Demolizioni e ricostruzioni saranno legate al recupero del tessuto urbano. All'ampliamento, secondo i tecnici, saranno interessate 200 mila abitazioni.

LOMBARDIA

Ai Comuni la facoltà di raddoppiare l'aumento. La Giunta, mercoledì dovrebbe approvare un progetto che prevede la possibilità di ampliare del 20% le abitazioni (per i Comuni che avevano già previsto questa possibilità si passerebbe al 40). Per i capannoni da abbattere e ricostruire ampliamento fino al 30 %.

EMILIA ROMAGNA

Emendamento con paletti alla legge urbanistica. La regione presenterà un emendamento alla legge 20/2000 sull'urbanistica. Severi i requisiti richiesti per poter utilizzare le nuove regole: in caso di abbattimento, infatti, l'edificio dovrà essere ricostruito con i massimi parametri di efficienza energetica.

VENETO

Più spazi di manovra per gli edifici in bioedilizia

La Giunta ha approvato il testo lo scorso aprile. Si consente di ampliare del 20% la cubatura degli edifici esistenti, residenziali e non. Se l'edificio è fatiscente e anteriore al 1989, chi lo demolisce e ricostruisce può ampliarlo del 30 o addirittura del 40 % se in bioedilizia.

FRIULI VENEZIA GIULIA

Dichiarazione inizio lavori e tempi ridotti per chi acquista. Il disegno di legge allo studio liberalizza ampliamenti fino al 20% di edifici residenziali con la presentazione di dichiarazione inizio lavori. Il Friuli approverà anche un codice di semplificazione e riduzione tempi per chi si appresta ad acquistare casa o appartamento.

UMBRIA

Ambiente e sicurezza prime regole da rispettare. Il disegno di legge umbro, in discussione in commissione, mira ad assicurare sostenibilità ecologica, sicurezza, efficienza e funzionalità degli insediamenti e qualità del paesaggio. Definisce le norme per gli incrementi di superficie degli immobili.

TRENTINO ALTO ADIGE

A Bolzano norme già in vigore con alti standard energetici. La provincia autonoma di Bolzano ha attuato le norme sul piano casa prevedendo gli ampliamenti negli edifici esistenti o concessionati al 2005, ma a patto che si raggiunga un alto standard energetico. La provincia di Trento ha competenza esclusiva in materia.

MARCHE

La giunta pronta al varo contro la crisi dell'edilizia. A giorni la bozza di legge dovrebbe approdare in giunta. Il testo è stato sottoposto ai capigruppo della maggioranza del consiglio regionale e ai portatori d'interesse (costruttori, categorie). Obiettivo: sostegno all'edilizia, colpita dalla crisi con il 60% delle aziende in Cig.

ABRUZZO

Il terremoto ha bloccato tutto ora regole più severe. Il terremoto, chiaramente, ha rallentato l'attività legislativa. Si prevede però il varo di due leggi separate sul piano casa e sulle norme antisismiche che dovranno essere seguite con severità. L'obiettivo è portare L'Aquila da zona a rischio R2 a zona R1.

LAZIO

Un'attenzione particolare ai vincoli paesaggistici. La proposta del piano casa nella Regione Lazio arriverà in giunta intorno alla metà di giugno. La legge , che è ancora al vaglio dei tecnici, dovrebbe prestare particolare attenzione al rispetto dei vincoli paesaggistici.

CAMPANIA

Cambio di destinazione per i capannoni dismessi. Ddl approvato in giunta la scorsa settimana: aumento del 20% dei volumi per villette mono e bifamiliari e del 35% per gli edifici abbattuti e ricostruiti secondo norme più sicure; riqualificazione e cambio di destinazione per capannoni industriali dismessi da destinare ad abitazioni.

PUGLIA

Sarà vietato intervenire in zone di interesse storico. C'è una bozza che dovrebbe escludere dagli interventi le aree di prestigio paesaggistico e storico culturale. Per il premio di cubatura al 35% destinato a demolizioni e ricostruzioni, la Regione ha già approvato una legge che prevede incentivi per trasformazioni ecosostenibili.

SICILIA

Via a due provvedimenti in deroga ai piani regolatori. Ci sono due disegni di legge presentati, entrambi prevedono la possibilità di aumentare le cubature del 20 e del 30 per cento anche in deroga ai piani regolatori e di demolire e ricostruire edifici vecchi rispettando gli standard di sicurezza

Quattro incerte. Basilicata, Calabria, Molise e Sardegna sembrano essere le Regioni più in ritardo riguardo alla presentazione e approvazione delle nuove norme sull'edilizia. Non hanno adottato provvedimenti specifici perché in attesa del varo del decreto legge di semplificazione edilizia.

Non è la prima volta che il presidente del Consiglio s’indigna per il trattamento che gli riservano i magistrati che lo processano, o i giornalisti che indagano sulla spregiudicatezza con cui mescola condotte private e pubbliche. S’indigna a tal punto che le due figure - il magistrato, il giornalista - sono equiparate a quella del delinquente: è avvenuto giovedì all’assemblea della Confesercenti. Le tre categorie sono assimilate a loro volta all’opposizione politica. Le accuse che vengono loro rivolte sono essenzialmente due. Primo, l’offesa al popolo sovrano, al consenso che esso ha dato alle urne e che imperturbato rinnova nei sondaggi. Secondo, la natura pretestuosa di tali attacchi antidemocratici: il primato dato alla forma sulla sostanza, ai problemi finti degli italiani su quelli veri, allo show sulla realtà, al gossip sulla politica del leader.

L’accusa va presa sul serio, perché il premier ha costruito il proprio carisma sulla maestria dello show e non ha concorrenti in materia. In particolare sa abbandonarlo, se serve, e presentare l’avversario come vero manipolatore della società dello spettacolo. Come ha scritto Carlo Galli, "il suo vero potere è sul linguaggio e sull’immaginario": qui è l’egemonia che dagli Anni 80 esercita sul senso comune degli italiani, e che l’opposizione non ha imparato a scalfire (la Repubblica 25 maggio).

Ma qualcosa si va scheggiando, in questo perfetto potere d’influenza, come accade agli apprendisti stregoni che non dominano più interamente i golem fabbricati.

Il gossip, lo show, il privato che fagocita il pubblico, i problemi veri semplificati fino a divenire non-problemi, dunque falsi problemi: questi i golem, e tutti provengono dalle officine del berlusconismo. Sono la stoffa della sua ascesa, gli ingredienti della sua egemonia culturale in Italia. Quel che succede oggi è una nemesi: il problema finto divora quello vero, show e gossip colpiscono chi li ha messi sul trono. All’estero la condanna è dura. Non da oggi, certo: l’Economist lo giudicò "inadatto a governare" il 28 aprile 2001, sono passati anni e Berlusconi resta forte. Ma lo sguardo esterno stavolta s’accanisce, perché finzioni e non-verità si accumulano.

Il fatto è che nel frattempo il mondo è cambiato, attorno a lui. Berlusconi è figlio di un’epoca di vacuità della politica: il mercato la scavalcava impunemente, ignorando ogni regola; l’imprenditore-speculatore sembrava più lungimirante e realista del politico di professione. Il liberalismo dogmatico regnò per decenni, e Berlusconi fu una sua escrescenza. Ma questo mondo giace oggi davanti a noi, squassato dalla crisi divampata nel 2008. La regola e la norma tornano a essere importanti, il realismo dei boss della finanza è screditato, la domanda di politica cresce. È quel che Fini presagisce: senza dirlo si esercita in toni presidenziali, conscio del prestigio miracolosamente sopravvissuto del Colle. La crisi del 2007-2008 è sfociata in America nella sconfitta di Bush, ma quel che Pierluigi Bersani ha detto in una recente conferenza è verosimile: "Il capitalismo non finisce, ma finisce una fase ad impronta liberista della globalizzazione. E non finisce perché c’è Obama, ma c’è Obama perché finisce".

Questo spiega come mai Berlusconi - a seguito della sentenza Mills che lo indica come corruttore di testimoni e della vicenda Noemi in cui appare come boss che esibisce private sregolatezze fino a sfidare il tabù della minorenne - irrita più che mai chi ci guarda da fuori. Un’irritazione che si accentua di fronte ai troppi nascondimenti della verità: nel caso Mills la verità di sentenze che non sono tutte di assoluzione ma anche di prescrizione o assenza di prove; nel caso Noemi la verità di incontri poco chiari. Non dimentichiamolo: quando si incolpano le bolle, finanziarie o politiche, è di menzogne e sortilegi che si parla.

Quel che finisce, attorno a noi, è la negligenza dell’imperio della legge, della rule of law. Non tramonta solo il dogma del mercato onnisciente ma la figura del sovrano-boss, eletto per stare sopra le leggi, i magistrati, le costituzioni, le istituzioni. La fusione tra il suo interesse-piacere privato e il suo agire pubblico diventa un male non più minore ma maggiore, perché nelle democrazie c’è sete di regole e istituzioni, dopo lo sfascio, e non di favole ottimiste ma di realtà e verità. C’è bisogno di gesti fattivi e antiburocratici come la presenza in Abruzzo o a Napoli sui rifiuti, ma c’è anche bisogno di cose che durino più di una legislatura e non siano bolle. È utile osservare l’America, oggi: l’immenso sforzo pedagogico che sta compiendo Obama, per convincere i cittadini che il breve termine è letale, che la Costituzione e le norme devono durare più dei politici.

Deve poter durare il sistema di checks and balances innanzitutto: l’equilibrio tra poteri egualmente forti e indipendenti. Il presidente americano sta riconquistando l’egemonia della parola, con linguaggio semplice e vera passione pedagogica. Il suo discorso su Guantanamo e terrorismo, il 21 maggio, lo conferma: "Nel nostro sistema di pesi e contrappesi, ci deve essere sempre qualcuno che controlli il controllore. Tratterò sempre il Congresso e la giustizia come rami del governo di eguale rango". Berlusconi va oggi controcorrente: all’estero non ha altra sponda se non quella di Putin, figura tipica di politico-boss.

Tuttavia la società italiana gli crede ancora, e questo consenso varrà la pena studiarlo, con la stessa umile immedesimazione mostrata da Obama. Varrà la pena studiare perché gli italiani somigliano tanto ai russi, come se anch’essi avessero alle spalle regimi disastrosi. Perché tanta sfiducia verso le regole, lo Stato, la res publica. Non esiste una congenita debolezza morale degli italiani, e dunque occorre capire come mai la politica è così profondamente sprezzata, il conflitto così radicalmente temuto. La tesi esposta più di vent’anni fa dallo studioso Carlo Marletti è tuttora valida: è vero che da noi esiste un "eccesso di pluralismo e complessità che le istituzioni legali non semplificano" adeguatamente. E che al loro posto si sono installate auto-organizzazioni informali, claniche o familiste, che non sono arcaiche ma si sono adattate alla modernità meglio di altre. Marletti spiega come lo sviluppo industriale si sia mescolato alla criminalità organizzata e come si siano creati, in assenza di uno Stato che semplifichi la complessità, meccanismi di semplificazione sostitutivi, solidaristico-clientelari, "di tipo nero o sommerso" (Marletti, Media e politica, Franco Angeli, 1984).

Berlusconi prometteva questa fuga nella semplificazione deviante, meno ingarbugliata che ai tempi della Dc. Secondo il filosofo Václav Belohradsky, essa è basata sul prevalere dei fini personali o corporativi sui mezzi che sono le norme prescritte a chi vuol realizzare tali fini. Tra i due elementi è saltata ogni coerenza ed è il motivo per cui l’Italia vive nell’anomia sociale, come fosse fuori-legge.

In Italia accade questo: le mete del singolo sono tutto, le norme nulla. La legalità vale per gli altri (i clandestini), non per noi, scrive Carlo Galli. Per noi le leggi sono d’impedimento: quelle italiane e anche quelle dell’Unione Europea, come ha ripetuto Berlusconi alla Confesercenti. L’opposizione potrebbe ripartire da qui: dalle norme pericolosamente sprezzate, dall’Europa che il governo finge di poter aggirare senza rischi, dalla sovranità nazionale che esso finge di possedere, a cominciare dal clima. La commistione privato-pubblico ha condotto a tutto questo, non è solo la storia di un padre, di una moglie mortificata, dei loro figli. I più preveggenti dicono: dopo la crisi il mondo non sarà più eguale. Berlusconi promette di conservarlo: anche questo è bolla, ed è spinta rivoluzionaria che si sta esaurendo.

Lettini da mare al posto del filo spinato. Castelli di sabbia e non carri armati. Torrette d'avvistamento: per i bagnanti, non per le esercitazioni. Ombrelloni contro il sole, niente contraerea. A rovinare il quadretto c'è il fatto che molti di quegli spazi saranno off-limits: a meno che non decidiate di prendere una stanza in uno degli innumerevoli hotel sulle coste sarde. A quel punto, se la vostra scelta è ricaduta su una struttura a cinque stelle, avrete sino a nove metri quadrati di spiaggia a vostra disposizione. Sette se l'alloggio sarà un "misero" tre stelle. Altrimenti niente, divieto d'ingresso.

Servitù balneari, in due parole: solo che mentre su quelle militari c'è il segreto di stato, su queste la Regione guidata da Ugo Cappellacci sa tutto e di più. Le nuove norme per le concessioni demaniali sono nero su bianco, tutte indicate in una delibera approvata in viale Trento. Farina di quel sacco: decisione autonoma, per una volta. Anche se a Roma avranno approvato di sicuro. Meno in Sardegna: critiche a tutto campo da parte dell'opposizione, con il Pd in testa, ma anche dalle associazioni dei consumatori e da quelle ambientaliste. Con un ricorso già pronto, presentato dal Gruppo di intervento giuridico-Amici della Terra.

La strategia balneare: no Ppr, no tassa di soggiorno. E fuori i sardi dalle spiagge

Il turismo era stato uno dei leitmotiv della campagna elettorale di Silvio Berlusconi e Cappellacci per le regionali dello scorso febbraio. Il premier parlò di centri benessere, campi da golf, strutture per il turismo congressuale: "da costruire", disse. Ci vorrà tempo, ma la Giunta lavora alacremente allo smantellamento del piano paesaggistico approvato durante la legislatura Soru: non è certamente una priorità rispetto ai problemi della chimica o dell'industria sarda in generale, solo per fare un esempio, ma l'obiettivo è la cancellazione totale del nemico politico numero uno.

Sull'immediato, invece, si lavora ai servizi da offrire ai turisti. L'assessore Sannitu lo ha spiegato chiaro e tondo: più servizi uguale più turisti, è il ragionamento della Giunta. Tutto a vantaggio dei vacanzieri che alloggiano negli alberghi a ridosso delle spiagge, e di quelli che usufruiscono dei villaggi-vacanza che si affacciano sul mare. I professionisti della gitarella domenicale dovranno arrangiarsi: significa che se voi prendete l'auto da casa e andate a Chia, per dire, dovrete sperare di trovare spazio sui tratti di litorale liberi. Meglio, lasciati liberi: perché quelle strutture avranno più spazio a disposizione da offrire ai propri clienti.

Certo, la deliberazione indica le linee guida che i Comuni potranno poi applicare. Ma disegnano una strategia ben definita: le spiagge dovranno essere lunghe almeno 250 metri e la concessione non dovrà superare il 50 per cento dell'arenile. Le strutture fra gli 800 e i 1500 metri dalla battigia, avranno 5 metri quadrati di ombra per ciascuna camera. Se sono entro la fascia degli 800 metri, avranno ben 7 metri quadrati per ogni camera, se di categoria fino a tre stelle, o 9 metri quadrati d'ombra, se di categoria superiore alle tre stelle. Il tutto fino ad un tratto di 50 metri lineari lungo la battigia. In più c'è lo spazio per le torrette di avvistamento e altri servizi, insieme a diversi benefit. Da misurare in metri quadri ulteriori, a esempio se l'albergo offre servizi per i bambini: ma, capirari, dovrà disporre di più di 1500 posti letto. La concessione demaniale avrà una durata di sei anni secondo una legge del 1993 anche in assenza del necessario piano di utilizzo dei litorali. Attualmente avrebbe una durata di sei mesi, provvisoria, proprio in attesa che i Comuni si dotino del Pul.

A fare due conti, vengono fuori numeri da capogiro: circa 40mila ettari di spiaggia diventeranno potenzialmente off-limits per i residenti. Servitù balneare, appunto: tutto per i turisti, leviamo pure la "demoniaca" tassa di soggiorno e pazienza per le zone interne. Anche se poi, parole dell'assessore al Bilancio Giorgio La Spisa, "valutiamo l'ipotesi di un fondo perequativo per le aree svantaggiate": avanti un altro, c'è posto. E i sardi sempre dietro: in questo caso, anche un po' più in là.

Dalle proteste al ricorso: ambientalisti in prima linea contro la privatizzazione

Il regalo ad albergatori e imprenditori del turismo non poteva certo passare inosservato. Anche perché completa il quadro delle prime azioni in autonomia da Roma della Giunta regionale. Però offre all'opposizione la sponda per l'attacco frontale: la squadra di Ugo Cappellacci "ha aperto ufficialmente l'assalto alle coste", dicono i consiglieri del Partito democratico. Il provvedimento, sottolineano, "restaura il principio di privatizzazione del demanio pubblico in base al quale sussisterebbe un diritto automatico di posto ombrellone per posto letto alberghiero". C'è dell'altro: "Le disposizioni approvate fra riportano in auge tutta la peggiore discrezionalità degli uffici regionali abilitati al rilascio delle concessioni, dal momento che l'affermazione "sempre che le condizioni delle spiagge lo consentano" non può che essere risolta in capo alla decisione del funzionario di turno. La delibera approvata ignora fra l'altro l'esistenza di direttive gia' approvate con l' intesa degli Enti Locali, e che prevedono fino all'approvazione del Piano di utilizzo dei litorali il rilascio di concessioni solo alle nuove strutture ricettive e comunque per un periodo limitato di sei mesi all'anno. Siamo dunque alle piu' totale restaurazione dei vecchi metodi che in un tempo non molto lontano, consentivano il rilascio di 20 - 30 concessioni in un solo giorno senza la minima valutazione degli impatti ambientali ed antropici di tali atti. Gli Enti locali e le associazioni ambientaliste dovrebbero sapere bene cosa potrà accadere nei prossimi giorni, se l'atto non venisse annullato".

Lo sanno bene sì le associazioni ambientaliste. C'è il Gruppo di intervento giuridico-Amici della Terra che ha presentato, ieri, un ricorso al presidente della Regione, alla Commissione europea e al Ministro dell'ambiente per "ottenere la revoca o l'annullamento della deliberazione". Le motivazioni sono chiare: "Potenzialmente più di 40 mila ettari di spiagge sarde potranno finire in concessione a strutture ricettive. Infatti, la deliberazione ha evidente contenuto programmatico ed effetti diretti e indiretti sugli ambienti costieri isolani, ma non c'è stato alcun preventivo e vincolante procedimento di valutazione ambientale strategica, necessario in tutti i casi simili, né una valutazione di incidenza, visto che interessa potenzialmente numerosi siti di importanza comunitaria Sic. Conseguentemente,alla Commissione Europea è stato richiesto di valutare il provvedimento regionale ai fini della verifica del rispetto della normativa comunitaria in materia di valutazione ambientale strategica e di salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, della fauna e della flora, ai sensi dell'articolo 226 del Trattato CE".

In caso contrario gli effetti sarebbero devastanti: "Basti pensare", continua il gruppo ambientalista, "a che cosa può accadere in presenza di grandi gruppi immobiliari gestori di complessi turistici: a puro titolo di esempio, il Chia Laguna Resort, recentemente ai fasti della cronaca per le note vicende giudiziarie del suo campo da golf abusivo, è formato dall'Hotel Laguna, dall'Hotel Parco Torre Chia, dal Chia Village, dall'Hotel Baia Chia. Ha ben 582 camere di categoria superiore a tre stelle e 80 di categoria tre stelle. Si ritroverà, quindi, beneficiario di 5.798 metri quadrati di concessione demaniale ai quali si sommeranno gli spazi per servizi ludici, torrette d'avvistamento e altro. In buona sostanza, circa 6mila metri quadri di concessione, più di mezzo ettaro di spiaggia. E gli altri esercizi ricettivi della zona? Li vogliamo lasciare a secco? Ma quando mai. E chi andrà davvero a verificarne la legittimità? Saranno più di 40mila ettari di spiagge sarde date in concessione ai vari esercizi ricettivi. E così, i comuni mortali, in primis quei sardi che dovrebbero beneficiare di quel pubblico uso del demanio marittimo e delle spiagge in particolare, rimarranno confinati negli spazi residui, nelle riserve per gli indigeni sulle spiagge".

La lettura completa la offre la Federconsumatori, con una protesta formale: "Ecco spiegata la premura della giunta Cappellacci di abolire la legge salvacoste: d'ora in poi sarà possibile costruire entro tre chilometri di distanza dalle coste, ma sarà addirittura più fruttuoso farlo entro gli 800 metri. Poco importa se a discapito degli isolani stessi e della salvaguardia costiera e paesaggistica".

[…] Le considerazioni svolte fin qui mettono in evidenza che gli aspetti territoriali hanno grande rilievo in Italia, per motivi storici, geografici, economici e sociali. Le analisi sviluppate quest’anno hanno consentito, da un lato, di cogliere meglio l’articolazione a scala locale dei problemi legati alla performance delle imprese e alle caratteristiche del mercato del lavoro all’inizio della fase recessiva; dall’altro, hanno permesso di fare il punto sulle aree di forza e di debolezza di un "modello" produttivo e sociale profondamente radicato localmente. In questa chiave di lettura, il territorio non rappresenta una dimensione astratta, uno spazio geografico, ma fa riferimento a un insieme di elementi concreti (anche se non sempre tangibili), a un "sistema" di risorse localizzate: attività produttive, ma anche competenze, tradizioni, know-how, elementi culturali e "valori" che definiscono le identità locali, regole e pratiche che compongono un modello di governance.

Per questo motivo, al fine di mettere in luce eventuali ulteriori vincoli allo sviluppo, il Rapporto annuale affronta, sempre in termini statistici, il tema dell’impatto della relazione tra crescita economica e assetto urbanistico. Storicamente, e ormai da parecchi decenni, la crescita della cosiddetta "Terza Italia" si è associata a un esteso consumo di suolo, legato non solo alla nascita e alla crescita di localizzazioni produttive al di fuori delle aree metropolitane, ma anche alla trasformazione della struttura sociale dei territori investiti da quei processi di sviluppo. In molti luoghi sembra essersi instaurato un circolo vizioso: da una parte, si mettono in luce i "costi" che il modello di sviluppo locale prevalente da almeno trent’anni, e largamente spontaneo, ha comportato in termini di consumo delle risorse territoriali; dall’altra, si pone la questione se la riproduzione del medesimo modello sia ancora sostenibile oppure, in larghe porzioni del Paese, non incontri un limite alla sua evoluzione e al suo progresso proprio nello sfruttamento incontrollato del capitale territoriale. L’espansione dell’urbanizzazione ha conosciuto negli ultimi decenni un’accelerazione senza precedenti che si è prodotta in assenza di pianificazione urbanistica sovra- comunale in importanti aree del Paese (Mezzogiorno, Veneto e Lazio tra tutte).

Nel periodo 1995-2006 i Comuni italiani hanno rilasciato in media permessi di costruire per 3,1 miliardi di m3, il 40 per cento dei quali per edilizia residenziale (22,3 m3 all’anno per abitante) e il rimanente per le attività produttive. Limitatamente alla componente residenziale, la domanda di nuova edificazione non è più sostenuta tanto dalla crescita demografica, quanto dalla moltiplicazione dei nuclei familiari, da attribuirsi alle trasformazioni strutturali in atto nella società italiana.

La dinamica delle superfici edificate è caratterizzata da espansioni continue: nel 2001 le aree urbanizzate (cioè località abitate individuate in occasione dei censi- menti) includevano il 6,4 per cento del territorio nazionale, con un incremento del 15 per cento rispetto al 1991. Nello stesso periodo la popolazione è cresciuta soltanto dello 0,4 per cento.

Le procedure di revisione delle aree urbanizzate in vista dei prossimi censimenti consentono di aggiornare il quadro per alcune regioni, e di confermare che i processi di edificazione sono proseguiti a ritmi sostenuti: in Puglia, Marche e Basilicata gli incrementi di superfici urbanizzate spaziano tra il 12 e il 15 per cento, e in Molise si raggiunge il 18. In Veneto, che già nel 1991 condivideva con la Lombardia il primato di regione "più costruita" d’Italia, le superfici edificate crescono ancora del 5,4 per cento, approssimando situazioni di saturazione territoriale. Con Lazio e Puglia, il Veneto è anche la regione dove in assoluto si è costruito di più (oltre 100 km2 di nuove superfici edificate).

In definitiva, l’analisi consente di individuare aree e configurazioni a forte e consolidata caratterizzazione: da un lato, i sistemi locali metropolitani e quelli di hinterland, con forme consistenti di consumo intensivo del suolo; dall’altro le aree del triangolo veneto-lombardo-romagnolo, dove più evidente si manifesta il fenomeno dello sviluppo urbano a bassa densità nei terreni ai bordi delle città, con forme evidenti di consumo estensivo (urban sprawl).

A queste si aggiunge l’individuazione ulteriore di situazioni critiche per densità di popolazione nelle aree extraurbane e la pressione della domanda di nuova edificazione: in gran parte della pianura padanoveneta, nella fascia litoranea marchigiano-abruzzese e nelle vaste aree d’influenza di Roma e Napoli il modello insediativo ad alto consumo di suolo tende a riprodursi saturando complessivamente i residui spazi disponibili; in Puglia, nella pianura friulana, nella bassa lombarda e nel Campidano – tutte aree a bassa e media densità di popolazione extraurbana – la domanda di nuova edificazione segnala un cambio di paradigma, che rischia di mettere in crisi la stessa immagine storica dei territori.

La retroazione positiva fra modello prevalente di sviluppo locale e crescita del consumo di suolo appare dunque in prospettiva doppiamente critica, sia per la sostenibilità territoriale dell’incremento dell’urbanizzazione nel lungo periodo, sia per i limiti che la commistione degli usi e la congestione degli spazi impongono all’evoluzione delle imprese e delle economie locali verso dimensioni e strutture organizzative più solide. Le specificità e le caratteristiche storiche dei luoghi, dunque, non pongono soltanto problemi di tutela e conservazione, ma sono elementi del "capitale territoriale", determinanti per rilanciare lo sviluppo senza stravolgere le vocazioni locali. Un esempio, parziale ma rappresentativo, di queste tematiche è costituito dai beni culturali, e in particolare dai musei e dagli altri luoghi di antichità e arte, cui il Rapporto dedica un approfondimento specifico.

A fianco delle 400 strutture museali statali (in grado di esercitare una capacità attrattiva quantificabile in oltre 34 milioni di visitatori annui e di produrre un volume finanziario, solo di incassi, pari a 106 milioni di euro) esiste un ampio ed eterogeneo patrimonio culturale "non statale" distribuito in modo capillare sul territorio: 4.340 istituti a carattere museale, nel 42 per cento dei casi associati in forme di circuiti territoriali o tematici, che nel 2006 hanno ospitato più di 62 milioni di visitatori. La geografia culturale descritta da queste realtà rappresenta una domanda che non si concentra nelle aree di maggiore notorietà e attrazione di massa, ma è interessata a realtà minori, disseminate sul territorio, e che quindi è potenzialmente un elemento di sviluppo, non soltanto turistico.

http://www.istat.it/dati/catalogo/20090526_00/sintesi.pdf

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