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Ultime ore per votare alle europee. Se c’è un paese dell’Unione dove è insensato non andare a votare, questo è proprio il nostro. Per due buone ragioni nazionali.

La prima ragione è che l’Italia - dove è più profonda la recessione e più alto il rischio di crisi sociale - ha più bisogno di un’Unione europea "attiva". Nel cui "insieme" possa trovare sostegno e spinta per la ripresa. Un Parlamento europeo legittimato da una buona partecipazione elettorale è un fattore decisivo per avere appunto una Europa "attiva".

Non è vero che sia un Parlamento senza "governo" di riferimento. Non è vero, formalmente, perché il suo voto è determinante nella scelta del presidente della Commissione europea e dei Commissari e nella loro vita successiva. Ma non è vero, sostanzialmente, perché il suo ruolo conta nella governance dell’Unione. Sia nelle scelte concrete di legislazione (almeno il 75 per cento delle leggi che ci regolano la vita quotidiana sono di origine comunitaria). Sia negli orientamenti del Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo (che non possono ignorare, negli equilibri istituzionali dell’Unione, la forza elettorale del suo Parlamento).

È profondamente sbagliato, d’altra parte, pretendere di trovare in un ordinamento sovranazionale le stesse caratteristiche del rapporto fiduciario Parlamento-governo proprie di un tradizionale ordine statuale nazionale.

Se dietro i nostri 72 deputati ci sarà un’alta partecipazione elettorale, avremo fatto perciò una buona cosa. E non perché non conosciamo tutto il male sui parlamenti e sui parlamentari. Ma perché è una cosa che è nel nostro interesse: aumentare, per la nostra parte, la legittimazione elettorale del Parlamento europeo può aiutarci nei prossimi difficili anni. Più conterà il Parlamento, più saranno possibili politiche comuni economiche e sociali. L’ondata di neo-nazionalismo, alla fine, non conviene a nessuno in Europa. Ma certo i più forti possono difendersi meglio da soli.

Poi, naturalmente, c’è la scelta di chi mandare a Bruxelles – Strasburgo. È assai probabile che, dopo queste elezioni, le tradizionali linee di confine, centrodestra-centrosinistra, scoloriranno per far posto nel nuovo Parlamento ad una inquietante frontiera di opposizione tra "unionisti" e "anti-unionisti".

Il rifiuto dei conservatori inglesi di continuare a far parte, dopo vent’anni, del gruppo del Partito popolare, "troppo" europeista, è stato il segnale più grave di una faglia che si allarga. A destra il fronte "anti-unionista", che è qualcosa di più dell’euroscetticismo, si è enormemente esteso. Vi è uno schieramento, con punte xenofobe e neonaziste, intenzionato a sabotare il Parlamento europeo dal di dentro. Più che per il numero, la sua pericolosità è nel rischio di contagio-ricatto verso territori politici contigui, con catastrofiche rincorse demagogiche (l’esempio italiano dei "condizionamenti" leghisti per la legge anti-immigrazione più repressiva d’Europa, è sotto gli occhi di tutti). A sinistra, il fronte "anti-unionista" può contare oltre che sulle tradizionali frange di sinistra radicale spagnole e italiane (se riusciranno a superare lo sbarramento) sul ben più consistente apporto dei trotzkisti francesi di Besancenot e della tedesca Nuova Sinistra, gli uni e l’altra accreditati del 10 per cento del loro elettorato. È una situazione nuova: che potrà dar vita ad inedite alleanze tra i gruppi parlamentari storicamente "unionisti" (popolari, socialisti, liberali). Ma anche a diaspore assembleari ingovernabili.

È curioso che da noi ci si è accalorati, con molto anacronismo e con un certo "cretinismo parlamentare", sulla collocazione futura dei deputati del Partito democratico. Dentro o fuori il Partito socialista europeo (ma sempre e comunque nel campo "unionista"). E nessuno parla, invece, della diversa collocazione degli eletti del Popolo della libertà e di quelli della Lega: che saranno separati da questa nuova – e drammatica – linea di frattura europea.

La seconda ragione nazionale per andare a votare è data dall’intensità dei riflettori che oggi sono puntati implacabilmente su di noi. Il particolare squilibrio di condizioni dell’opposizione nel sistema della comunicazione politica. I propositi annunciati e insistiti di cesarismo antiparlamentare e antigarantista. Lo straordinario passaparola popolare europeo, determinato dalla nostra "storiaccia" di variety istituzionale. Ognuna di queste cose ha acceso tutte le luci della ribalta per un pubblico che non è solo "di casa".

Certo, come tanti hanno detto, le elezioni europee possono, alla fine, valere solo come un "sondaggio in grande". Ma, a differenza di Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e di altri ancora, per noi non sarà un sondaggio ad uso interno. Sarà un sondaggio ad uso europeo. Per accertare quale sia, dopo tanto clamore, la vera condizione del sistema politico in un paese fondatore e, spesso, "federatore". Per verificare quale sia la estensione reale del consenso di cui gode un potere di governo per molti versi atipico rispetto alla normalità europea. Per misurare quale sia la consistenza del contro-potere elettorale di opposizione: dopo il collasso di quasi tutte le garanzie comuni al costituzionalismo dell’Unione. Curiosità legittime in un ordinamento sovranazionale che nel "rispetto dello Stato di diritto" trova la sua chiave unificante.

Ecco, sono queste le due buone ragioni italiane per cogliere le ultime ore per andare a votare, per non tirarsi indietro: un po’ nell’interesse nazionale e un po’ per vedere a che punto è la notte.

Le macerie dell’ultimo terremoto costituiscono uno scenario immutabile nel tempo, lo sfondo sul quale più o meno si rappresenta lo stesso copione, almeno sul piano della espressione di intenzioni. Si promette il rapido superamento dell’emergenza fino al raggiungimento di normali condizioni di vita; in tempi contenutissimi si garantisce il passaggio dalle tende alle case; infinela ricostituzione del tessuto produttivo ed infrastrutturale come occasione di sviluppo dell’area. Tutte cose mai avvenute: il ritorno ad una vita normale è lungo e doloroso; il passaggio dalle tende alle case comporta una lunga permanenza in alloggi provvisori per una costosissima ricostruzione quantomeno decennale; per l’Irpinia del terremoto dell’80 si progettò quel tipo di sviluppo che fu poi costellato di illegalità e cattedrali nel deserto. Come ultima cosa si dice che quanto accaduto non dovrà mai più capitare; e si promette un impegno inderogabile sul terreno della prevenzione sismica.

Il 28 dicembre del 2008 si è celebrato l’anniversario del terremoto di Reggio Calabria e Messina. Tante paginate di giornale sulla tragicità di quell’evento, tante commemorazioni, ma la questione su cui concentrare l’attenzione doveva essere soprattutto un’altra.

Il Governo Giolitti, terrorizzato dall’immane sciagura, pochi mesi dopo inaugurò infatti la prevenzione sismica in Italia. Da quel tragico evento in poi, chiunque avesse voluto costruire un edificio in un comune iscritto nella lista di quelli sismici, lo avrebbe dovuto fare rispettando una specifica normativa in grado di conferire una più elevata resistenza agli edifici. Da allora, dopo ogni terremoto più o meno distruttivo, nuove porzioni di territorio nazionale sono state classificate: nel 2001 il territorio nazionale appariva classificato come sismico per oltre il 70%. Ma, ad una così ampia delimitazione delle zone dove le esperienze vissute dimostravano la ricorrenza del fenomeno, non ha corrisposto un analogo riscontro in termini di azione di mitigazione del rischio: dopo un secolo di attivazione dell’unico strumento organico di prevenzione, oggi, solo il 18% degli edifici, rispetto all’intero stock di edificato, risulta sismicamente protetto.

Bene, dalle immagini di L’Aquila e dintorni emerge un’enorme assenza di sicurezza e, in queste primissime ore di post-terremoto, nel rispetto delle vittime e delle strutture di soccorso che stanno cercando di fare il loro meglio per risolvere l’emergenza, emerge una macroscopica mancanza di prevenzione, il che induce ad alcune considerazioni a caldo, salvo poi ritornare, con maggior cognizione di causa, su taluni aspetti.

Il terremoto ha colpito L’Aquila e alcuni piccoli paesi abbarbicati sui versanti della Conca dell’Aterno che danno l’impronta al paesaggio dell’Appennino centro meridionale.

L’edilizia prevalente nel centro storico del capoluogo così come in quelli di Paganica, Fossa, Onna, Barisciano è intrinsecamente fragile, vulnerabile per caratteristiche tipologiche e costruttive. Insomma, rappresenta in modo emblematico l’elevato rischio sismico di cui è affetto il Paese, dovuto al patrimonio edilizio preesistente rispetto all’introduzione della classificazione sismica del territorio che ha iscritto i comuni dell’Aquila e di tutta la sua provincia dal 1915, quando il terremoto di Avezzano causò 30 mila vittime.

E’ necessaria, dopo quest’ultimo disastro, una riflessione sulla politica di prevenzione anche per queste tipologie edilizie, per i centri storici nel loro complesso, rispetto ai quali con tutta evidenza le iniziative intraprese attraverso strumenti di defiscalizzazione a favore degli interventi di manutenzione straordinaria, che hanno riguardato anche aspetti strutturali, non hanno risolto significativamente il problema. Insomma, i centri storici, ormai in modo diffuso, sono realtà che hanno riacquistato in questi ultimi anni una forte capacità attrattiva, sia sul piano residenziale che turistico. Si riqualificano sul piano estetico, si ristrutturano nel senso della vivibilità, recuperando almeno in parte la loro indispensabilità sul piano socio-culturale, mentre purtroppo, sul piano della sicurezza, sembrano mantenere intatta la loro vulnerabilità.

E’ un problema di risorse? Certamente sì. Lo Stato avrebbe dovuto far di più onorando l’impegno, più volte assunto dopo ogni catastrofe, che la messa in sicurezza del territorio sarebbe diventata la più importante opera pubblica di questo Paese. Ma di soldi, per esempio, ai Beni culturali ne sono stati dati, di interventi ne sono stati fatti, anche qui con esiti a dir poco incerti. Allora, di fronte ai disastri delle chiese e dei monumenti del capoluogo abruzzese emerge un problema di progettazione, di capacità tecniche, di giusta sintesi tra l’esigenza di proteggere dalla distruzione ed i vincoli della conservazione.

Ed infine c’è il cemento armato. Perché gli edifici in cemento "moderni" collassano, si impilano su stessi non lasciando nessuno scampo a chi li abita? Come sostiene qualcuno è un problema più da Procura della Repubblica che tecnico. D’altronde, la normativa sismica pretende che la nuova edilizia nei comuni classificati, e quindi soprattutto gli edifici in cemento armato, consenta di salvare la vita degli occupanti, pur subendo danni, e quindi non ammette giustificazioni spendibili in linea generale. Soprattutto di fronte a ciò che è avvenuto a L’Aquila oggi, alla scuola di San Giuliano di Puglia ieri e all’Ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi l’altro ieri.

In senso generale, si può affrontare un ultimo tema legato direttamente al concetto di sicurezza oltre che, evidentemente, alla tutela del territorio. Per chi si occupa di riduzione del rischio sismico, ma in realtà anche di tutte le altre tipologie di rischio naturale, il termine "condono" rappresenta una sorta di anatema, di cupo presagio. L’abusivismo, che i condoni incrementano, soprattutto diffuso nelle aree meridionali del Paese dove più elevata è la pericolosità sismica, ha assunto dimensioni devastanti, e chi costruisce illegalmente non si preoccupa né delle qualità dell’area di sedime né delle caratteristiche strutturali. La speculazione costruisce e basta; realizza qualcosa che poi, una volta condonato, qualcuno abiterà non sapendo che un terremoto abbastanza forte lo potrà tirar giù come fosse di cartapesta. Certo, oggi un nuovo condono in Italia è improponibile, ma si affaccia la minaccia di appendici e superfetazioni di ogni tipo. Basta che non superino il 20% di quanto già costruito abusivamente e poi, magari, condonato.

Miracolo al Cairo

di Valentino Parlato

Non mi pare esagerato definire storico il discorso di Barack Obama all'Università del Cairo. Un discorso storico con piena coscienza della globalizzazione e dei grandi pericoli che comporta l'attuale crisi, che non è solo economica.

E' innanzitutto il taglio netto con la teoria e pratica dell'esportazione della democrazia di G.W. Bush e dei suoi accoliti in Europa e nel mondo: «l'America - ha detto - non presume di sapere quello che è il bene per tutti» e tanto meno di avere la tentazione di imporlo. La tolleranza - vale ricordarlo - era un alto valore per gli Illuministi. Fine della pratica dell'esportazione della democrazia e massima attenzione a quella parte del mondo dove massimi sono i pericoli di un'improvvisa deflagrazione di violenza: il Medio Oriente, l'Islam, la Palestina.

Sull'Islam - va ricordato - era emerso lo «scontro di civiltà». Obama ha detto che bisogna apprezzare i valori propri anche dell'Islam, ha ricordato Gerusalemme come patria delle tre religioni monoteiste e il dovere di «combattere contro gli stereotipi sull'Islam ovunque appaiono». Dopo i furiosi attacchi all'Iran, il presidente ha detto che «l'Iran dovrebbe avere accesso al nucleare pacifico, ma deve aderire al Trattato di non proliferazione».

Razionale e appassionato, da indurre commozione in chi legge e ha memoria di un pogrom sanguinoso. Il riconoscimento delle tragedie del popolo ebraico è il massimo, e massimo è l'impegno del suo governo a difenderlo e difendere lo stato di Israele, ma proprio con la forza di questa posizione afferma il diritto dei palestinesi, perseguitati e offesi, ad avere uno stato. «I legami degli Stati uniti con Israele sono inattaccabili, ma la situazione dei palestinesi è intollerabile, soffrono da 60 anni». E Israele deve fermare gli insediamenti.

E' la proposta di un nuovo inizio al mondo musulmano; fine dell'esportazione della democrazia; libertà religiosa; libertà delle donne («una donna che sceglie il velo non è meno uguale ma è negata l'eguaglianza a una donna alla quale si nega l'istruzione»).

I nodi più difficili da sciogliere sono l'Afghanistan e la Palestina: l'Afghanistan non ha storicamente portato bene a nessuno di quelli che sono intervenuti, con l'attuale governo israeliano, il riconoscimento dello stato palestinese sarà difficile. Vanno notate le reazioni al discorso di Obama: molto fredde da parte di Israele mentre Hamas, pure rimproverata, si è dichiarata disponibile a trattare. Vedremo.

Quello di Obama, lo ripeto, è un discorso storico e coraggioso. Coraggioso perché il successo appare molto difficile e - a parer mio - non tanto per Bin Laden, quanto per le profonde frustrazioni del mondo islamico, la sua confusione e le sue ingiustizie sociali.

Molto difficile anche nei confronti di Israele, il cui attuale governo ha già mandato al diavolo Obama quando Nethanyahu è stato a Washington.

Quel che mi pare certo è che un insuccesso di Obama porterebbe il mondo alla soglia di una catastrofe. L'Europa che ha ancora qualche peso dovrebbe muoversi, e non con le basi di Sarkozy, in Medio Oriente.

Ridisegnare il mondo

di Mariuccia Ciotta

Mente e cuore non risuonano come armi, l'appello di Barack Obama parla a quella zona immateriale della politica che, al contrario dell'opinione di numerosi osservatori, è l'unica «realistica».

Si rimprovera al presidente degli Stati Uniti l'inconsistenza del suo discorso, quel soft-power che, al di là dell'evidente fascino, non sarebbe efficace nel risolvere gli storici e immensi problemi del Medio Oriente e del mondo in generale. Obama, dicono, lavora sulle «percezioni» e non sulla dura realtà. Farà seguire alla parola i fatti? ci si chiede, e non tanto per sfiducia nell'uomo, ma per una valutazione del «metodo» che appare poco adeguato alla potenza degli interessi in campo.

Qualcuno è convinto, sostiene Obama, che civiltà, religioni, paesi «siano destinati a scontrarsi», che il peso del passato è tale da impedire un nuovo inizio. «Ma io penso che si debba ricominciare da zero, che soprattutto i giovani sono chiamati a ri-immaginare il mondo». E qui si sente l'eco di Franklin D. Roosevelt quando nella Grande crisi esortava a «ridisegnare l'America», e quella visionaria di Bob Kennedy nell'ultimo intervento all'Ambassador Hotel di Los Angeles prima di essere assassinato.

Pallottole virtuali si incrociavano nella splendida cornice dell'università egiziana a ogni passaggio dello storico incontro con l'Islam. La forza del discorso del Cairo è di averlo indirizzato agli individui e non al tavolo separato dei trattati, un discorso che ha scartato dal «possibile», ciò che è concretamente fattibile come la creazione di due stati, Israele e Palestina, per dire ciò che è ineludibile. Ciò che è giusto fare, «non in un giorno... e questo discorso non basterà».

È una rivoluzione culturale alla quale invita a partecipare, e, non a caso, si è riferito spesso al «quel che teniamo nel cuore... quel che si dice in privato», piuttosto che al «buon senso» pubblico, alla real-politik.

Chi rimprovera il presidente di percorrere la via catastrofica delle buone intenzioni dovrebbe ricordarsi della sua scelta di preferire i ghetti di Chicago alle sontuose proposte di carriera nei più prestigiosi istituti legali e bancari all'indomani della consacrazione di Harvard - Barack ne uscì come lo studente più dotato. Colleghi e amici profetizzarono allora la sua fine. Quella scelta confliggeva con la logica di un futuro ricco e prestigioso, era controcorrente, assurda e autolesionista. Sappiamo come è andata a finire. E ancora adesso, consapevole che «le parole non bastano, ci vogliono le azioni», il presidente guarda oltre gli ostacoli e sa che «non possiamo imporre la pace». È facile cominciare una guerra, dice, è difficile porle termine. E ancora: «le elezioni da sole non fanno la democrazia». È necessario assaporarla giorno per giorno.

C'è nelle parole di Barack Hussein Obama un «noi» che include occidente e oriente e che si distingue dalla narrazione di un mondo incatenato ai rapporti di forza. Non c'era altro discorso possibile che suonasse come racconto corale, capace di mobilitare gli unici protagonisti del cambiamento, ognuno e tutti.

L'Impero del bene

di Roberto Zanini

We love you, we love you, ti amiamo, quanto ti amiamo. I duemila studenti dell'università del Cairo applaudono, gridano, ridono, proprio come un sacco di telespettatori arabi e non (un miliardo e mezzo, dicono), incollati alla tv dalle promesse dell'uomo nuovo all'attacco del mondo vecchio. Annunciato e riannunciato, limato fino all'ultimo, atteso con speranza e con scetticismo, Barack Hussein Obama è arrivato al Cairo per dire della sua America e dell'Islam, per ricucire l'epico strappo tra la monopotenza e la sola «religione del Libro» rimasta fuori dal mondo ridisegnato dal crollo di Berlino. L'America di Obama contro quella di Bush, quella delle guerre in cui dio e il petrolio combattevano fianco a fianco, dello scontro di civiltà come asse del discorso politico, del regime a paese unico.

Barack Hussein Obama parla da un paese che non esiste più. Prova a disegnare una pax americana basata non più - o non solo - sulla canna del fucile. L'università del Cairo applaude, l'occidente applaude, la sua America applaude. Qualcuno scuote la testa e dice belle parole ma aspettiamo i fatti. Le truppe americane restano in Iraq e aumenteranno in Afghanistan, generose iniezioni di denaro puntellano un sistema economico che ha spogliato i molti per arricchire i pochi, il sistema di alleanze non si discute e non si discuterà ancora a lungo. Per ora, l'America di Obama esiste più che altro sulla carta.

Nelle seimila parole con cui il presidente degli Stati uniti ha acceso la platea egiziana non c'è mai il termine «terrorismo»: mai nemmeno una volta, sistematicamente sostituito da «estremisti violenti» o perifrasi simili. Ha usato cinquantacinque minuti, Barack Obama, per convincere l'islam e il mondo che l'America è cambiata. E cambiata lo è davvero, nelle parole del presidente. Che ha giocato tutte ma proprio tutte le carte possibili: i richiami alla sua pelle nera, il padre immigrato e islamico, la sua iniziale opposizione alla guerra in Iraq, il rooseveltismo implicito nei «sei punti» del suo discorso, così simili alle «quattro libertà» con cui Franklin Delano e signora convinsero il loro paese a occuparsi dei tiranni del mondo, e dei nazisti in particolare, quasi settanta anni fa. Persino il ricordo del più famoso musulmano d'America, Mohammed Alì, scelto per accendere la torcia olimpica nelle olimpiadi di Atlanta, quelle del centenario che la Cocacola e le sue sorelle vollero negli Stati uniti invece che ad Atene. E frequenti citazioni del Corano, pure immediatamente seguite dalla Torah e dalla Bibbia.

Pace accordo e distensione, ha detto Obama all'islam, e parlava dietro quasi invisibili vetri antiproiettile che proteggevano il podio dell'università, già luce laica del mondo arabo, che il lungo regno del «faraone» Mubarak - al potere da quasi trent'anni - ha gradualmente spento e sostituito con fratellanze musulmane più o meno bellicose (mentre le cronache egiziane riferivano di retate ad ampio raggio contro islamisti e integralisti vari, perché niente potesse disturbare il grande giorno della pacificazione tra Washington e il nemico di ieri).

«Cerco un nuovo inizio tra gli Stati uniti e i musulmani di tutto il mondo», ha detto il presidente. E del nuovo c'è, nel tono e nella sostanza. Critiche alla guerra in Iraq («quanto è successo in Iraq è servito all'America per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità del consenso internazionale»), la conferma del ritiro da Baghdad («onoreremo la promessa di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq entro il 2012»), il riconoscimento della tragedia palestinese («che non ci siano dubbi: la sofferenza dei palestinesi è intollerabile»), qualche monito all'espansione israeliana («gli Stati uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace»), i diritti delle donne («che non riguardano in alcun modo l'islam: in Turchia, Pakistan, Bangladesh e Indonesia abbiamo visto paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna»), persino il riconoscimento che tutti, anche Tehran, possano avere accesso al nucleare («Tutte le nazioni, compreso l'Iran, dovrebbero avere il diritto di accedere all'energia nucleare pacifica se rispettano i propri impegni in seno al trattato di non proliferazione nucleare»).

Dopo il discorso del Cairo, il tempo di un salto alle Piramidi e oggi Barack Obama sarà a Buchenwald, a certificare che la sutura della ferita musulmana non ne apre un'altra con Israele e con gli ebrei. Lo chiamano Hussein, gli estremisti sionisti e la loro stampa, per mettere l'accento sulla pericolosità intrinseca dell'uomo che ha sostituito il «cristiano rinato» Bush alla Casa Bianca. Il discorso sull'islam è già stato definito storico e sono stati immediatamente scomodati paralleli con Kennedy, Eisenhower, Truman e predecessori. Per ora sono parole. Per vedere il ritratto di Obama intagliato nella roccia di Mount Rushmore ci vorrà del tempo.

Con e senza velo. Come si archivia un lessico politico

dii Ida Dominijanni

Tre citazioni dal Corano, dal Talmud e dalla Bibbia chiudono il discorso di Obama al Cairo e archiviano l'epoca senza grazia dello «scontro di civiltà», che altro non è mai stato che uno scontro interno ai tre monoteismi. «A new beginning», un nuovo inizio, può cominciare, e comincia, nello stesso stile del discorso di insediamento del Presidente a Washington, col richiamo a tenere a mente il cuore vivo della tradizione. Lì sta la fonte sorgiva del futuro anteriore, che è il tempo della rivoluzione. Nel tempo di adesso, che ancora una volta per Obama è quello della responsabilità, c'è il compito di liberarsi del passato prossimo e del suo vocabolario politico devastato e devastante. Storico per l'apertura politica e geopolitica, il discorso di Obama non lo è di meno per la nitidezza culturale con cui archivia certe parole e altre ne impone.

E' una diversa percezione del mondo globale che irrompe dalla voce del presidente afroamericano cristiano venuto da padre kenyota e famiglia musulmana. Non più «noi» e «loro», il fantasma dell'Occidente e quello dei barbari, ma la realtà postcoloniale di un mescolamento già avvenuto: «l'Islam è parte della storia americana», la abita da decenni e da secoli nutre la cultura occidentale. Nella «new age» globale, «interdipendenza» è la parola chiave, la stessa che l'America ferita dall'attacco dell'11 settembre non volle prendere in considerazione. E se interdipendenza è la parola chiave, se la posta in gioco non è questa o quella nazione bensì la «comune umanità», bisogna ripartire dai «principi comuni» - giustizia, progresso, tolleranza, dignità umana - che Islam e America condividono.

Tutto il resto, nell'operazione di archiviazione del vocabolario politico e sentimentale dell'epoca dello scontro di civiltà, consegue da qui. «Sospetto, discordia, paura, scetticismo, diffidenza» devono cessare e lasciare il posto al senso di reciproca obbligazione, al dialogo interreligioso, alla «fiducia nell'altro». Gli stereotipi devono cadere, ma da tutte e due le parti: nella percezione americana dell'Islam, ma anche nella percezione islamica dell'America, giacché «noi americani», l'Impero di oggi, «siamo nati da una rivoluzione contro un impero». La violenza deve finire, da tutte e due le parti, fra America e estremismo islamico e fra Israele e Palestina, perché è la storia dei neri americani, degli immigrati negli Usa dal Sud Africa, dal Sud Asia, dall'Europa dell'Est a dire «una semplice verità: che la violenza è una strada senza uscita».

Ma è quando arriva nel territorio della religione occidentale per eccellenza, quello della democrazia, che l'operazione di ripulitura del vocabolario politico rende al meglio, perché è stato esattamente sul senso della democrazia, sulla sua «esportazione » all'esterno e sulla sua sfigurazione all'interno, che quel vocabolario è impazzito, dopo l'11 settembre, negli Stati uniti nonché in Europa. Qui Obama non si limita a dire che «nessun sistema di governo può o deve essere imposto a una nazione da un'altra», così archiviando le dichiarazioni di guerra fatte in nome di questo nobile scopo. Aggiunge il richiamo allo stato di diritto, rivendica la fine della tortura e la chiusura di Guantanamo.

E fa di più, inoltrandosi nel campo della libertà femminile e dell'uguaglianza fra i sessi, consapevole che in materia «c'è un dibattito sano» e complesso, ma che il punto è ineludibile e cruciale, vera e propria cartina di tornasole della tenuta o del tracollo del discorso democratico di fronte alla sfida della differenza fra i sessi, le culture, le religioni. Non per caso la legittimazione delle guerre in Afghanistan e in Iraq era passata anche e non secondariamente sotto la bandiera della «liberazione» delle donne dal patriarcato islamico, una liberazione che sottintendeva l'equazione - indebita - fra libertà femminile e libertà occidentale; e non per caso il dibattito sulla liceità dell'uso del velo da parte delle immigrate islamiche nelle democrazie occidentali è stato negli ultimi anni il versante «pacifico»di questa ideologia, in Europa più che negli Usa. Anche qui, Obama fa ordine come meglio non si potrebbe. «Non condivido l'opinione di alcuni in Occidente che una donna che sceglie di coprirsi i capelli sia meno uguale delle altre, ma credo che a una donna a cui è negata l'istruzione è negata l'uguaglianza». Ma d'altra parte, «Non credo che le donne debbano fare le stesse scelte degli uomini per essere uguali, ma deve essere loro la scelta». I diritti di uguaglianza sono nelle mani dei governi, ma la libertà femminile è nelle mani delle donne, e non sempre passa per l'uguaglianza, o non solo. A ovest e a est, la credibiluità della democrazia passa anche da qua.

La dottrina di Barack Hussein

Stefano Allievi

L'annuncio della svolta c'era già stato nel discorso di Chicago, al momento della sua elezione, e poi nell'intervista ad Al-Arabiya di gennaio, nel discorso della mano tesa all'Iran, e ancora nell'intervento al parlamento turco in aprile.

Con il discorso del Cairo, il grande discorso da una capitale islamica annunciato entro i primi cento giorni di mandato, e arrivato un po' in ritardo sulla tabella di marcia, ma con un grado di consapevolezza inaspettato, la svolta si è compiuta. La «dottrina Obama», come già oggi è lecito chiamarla, viene declinata in tutti i suoi aspetti, in un'ora di discorso densissimo di riferimenti: che, non è un'esagerazione, segnerà le relazioni tra Stati Uniti e mondo islamico, e più in generale tra islam e occidente, negli anni a venire.

Non si tratta solo di una grande offensiva mediatica, volta a cambiare l'immaginario e la simbolica delle relazioni tra Stati Uniti e mondo islamico: che già sarebbe importante. La svolta, anche di stile, rispetto alla precedente amministrazione Bush e più in generale alla politica estera americana, non potrebbe essere più netta: davvero «a new beginning».

Obama ha capito che non si trattava solo di fare un gesto di buona volontà: una nuova visione dei rapporti con l'islam è anche chiaramente vantaggiosa per gli Usa, tanto quanto la precedente politica è stata controproducente. E Obama non solo lo pensa: ci crede. Di più: questa visione la incarna nel proprio nome e la vive sulla propria pelle, letteralmente. E consapevolmente.

Le linee guida di questa politica non sono cambiate dalla sua elezione: fine dell'unilateralismo e dell'isolazionismo, apertura di credito al mondo islamico (ferma sui principi, ma attenta ai problemi interni e amichevole nello stile), fine del collateralismo compiacente con Israele. Testimoniato dalle parole ferme sugli insediamenti, che non si sentivano da anni da parte della leadership americana; ma senza nulla concedere al pregiudizio antiebraico così fortemente presente nel mondo islamico.

Non è un gesto di debolezza, questo di Obama: al contrario, è una posizione di forza, che non potrà non piacere ad un mondo arabo che culturalmente ha ancora il mito della nobiltà del gesto e della forza d'animo del capo, anche se lo pratica assai poco, e a cui piace farsi sedurre dal carisma politico del leader.

La definizione della «dottrina Obama» nei confronti dell'islam procede quindi senza incertezze.

C'è solo da auspicare che, come in passato per altre «dottrine», si sostanzi di una politica di lungo termine e, quindi, di atti concreti. I segni concreti si sono già visti: la chiusura di Guantanamo è già avviata, il ritiro dall'Iraq pianificato, seppure non così a breve termine come qualcuno si aspettava, l'impegno per la soluzione del conflitto israelo-palestinese attivato, e persino un diverso atteggiamento nei confronti dell'Iran ha cominciato a manifestarsi (l'incognita, semmai, è se sarà raccolto).

Le questioni spinose le ha nominate tutte, e questo è un buon punto di partenza. Quelle spinose per gli Stati Uniti: le reticenze maggiori si sono registrate sull'Iraq, che non ha avuto il coraggio di chiamare almeno un errore, come ha fatto prima di essere presidente, se non una tragedia. E quelle spinose per i musulmani: diritto all'esistenza e alla sicurezza di Israele, democrazia, libertà religiosa, diritti della donna. Ma ha avuto l'intelligenza di rivolgersi, con un doppio livello di intervento, sia ai governi che ai popoli: e almeno con i secondi il successo di Obama appare garantito.

Intanto c'è da registrare almeno che il clima è cambiato. Negli Stati Uniti, nei confronti dei paesi islamici e dei musulmani. E, prima ancora, nei confronti delle opinioni divergenti, dato che, dal Dipartimento di Stato alle università, non dominano più i falchi dell'islamofobia guerrafondaia che avevano reso irrespirabile l'aria negli anni di Bush. Ma soprattutto tra i musulmani: l'applauso da popstar che ha concluso il suo discorso, seppure tributato da un pubblico particolare, lo sancisce.

Intanto, c'è da domandarsi se anche l'Europa sarà capace di farsi sentire.

La terra impazzita e i giuramenti mai mantenuti

Gian Antonio Stella – Corriere della Sera

"Bare. Mandate altre bare". "Ancora? ". "Ancora". Alle quattro del pomeriggio, tra i ciliegi e i meli in fiore di Onna, l’antica Villa Unda nota al papa Clemente III, è già chiaro che non bastano, tutte quelle casse di legno chiaro fatte arrivare a più riprese fin dalla mattina e allineate da una parte, sotto il tronco di una robinia. Un poliziotto stende sull’ultimo poveretto estratto dalle macerie, infagottato tra coperte e lenzuola, un pezzo di nastro adesivo da pittori. Ci scrive un nome col pennarello.

Non c’è un passero che voli, nel cielo azzurro di Onna. Non una rondine che sfrecci. Non una cinciallegra che canti. Solo il silenzio. Un silenzio gonfio di disperazione. Rotto solo dal pianto di qualche parente e dal rumore dei caterpillar che affondano le pale tra le rovine tirando su enormi cucchiaiate di quotidianità annientata. Frigoriferi sepolti sotto tonnellate di pietra con una confezione di uova rimaste miracolosamente intatte che si rompono rotolando via nella polvere. Stufe a gas. Credenze dai vetri scoppiati coi bicchierini del vermouth della domenica rovesciati tutti da una parte. Spalliere di ottone che emergono tra i travi e i mattoni luccicando gialle sotto il sole.

Silvio Berlusconi, che si è precipitato nel cuore di questo Abruzzo ferito annullando il viaggio in Russia dove era in programma una missione a fianco degli imprenditori, ha un maglioncino nero, la faccia nera e assicura che "nessuno verrà lasciato solo" ma la situazione è davvero pesantissima: "Per quanto riguarda il centro storico di L'Aquila c'è inagibilità assoluta: tutti gli edifici pubblici sono inagibili".

Invita "gli abitanti a non restare nelle case lesionate: se si ha la possibilità di portare famiglia e bambini da amici e parenti, è meglio dislocarsi altrove". Ammette che no, "non c'è nessuna possibilità di effettuare previsioni: non c'è nessuno che può dire che non ci saranno scosse nelle prossime ore o nei prossimi giorni".

Gli aquilani del centro storico e delle frazioni vicine si accoccolano spossati sui sedili delle auto parcheggiate il più lontano possibile dalle case e sospirano come don Mauro, il parroco della contrada di Sant’Elia dove il campanile si è piegato tutto da una parte e minaccia di cadere sulla canonica e la chiesa dedicata a San Lorenzo pare colpita da una granata che abbia buttato giù l’intera facciata a destra del portone e sventrato l’interno risparmiando solo la statua del santo, bianca come un fornaio.

"Si dovrà capire, poi, questa storia dell’esperto. Si dovrà capire perché non gli hanno dato retta". Ecco il dubbio che ronza nella testa di tutti: perché non è stato ascoltato Giampaolo Giuliani, il ricercatore che nei giorni scorsi aveva lanciato l’allarme avvertendo che sarebbe arrivato uno scossone devastante? "L’avevano perfino denunciato", borbotta don Mauro, sistemandosi il colletto bianco rigido slacciato, "Perfino denunciato. E invece aveva ragione lui".

Un vigile del fuoco sfatto di fatica tiene al guinzaglio un cane che tira di qua e di là annusando la morte. L’uomo si toglie la mascherina, risponde al cellulare, cerca di mettere insieme l’ennesimo bilancio. Cento morti, forse. Forse di più. Forse centocinquanta. Più di centocinquanta. A L’Aquila, dove si è accasciata la Prefettura e si è piegata tutta da una parte la Casa dello studente e si è schiantato su se stesso un condominio che svettava su un sereno giardino di pini il cui profumo si fa largo con un soffio, appena c’è un refolo di vento, tra la polvere sollevata dalle ruspe. A Paganica, la patria di Sallustio ai piedi del massiccio del Gran Sasso dove passava la via romana Claudia e dove è crollato il monastero di San Chiara ed è stata devastata la Chiesagrande.

A San Pio delle Camere, che sta adagiato ai piedi del monte Gentile e prima di finire sui giornali il giorno in cui il suo paesano Franco Marini diventò presidente del Senato, era famoso per lo zafferano, che è così delicato ed esposto ai capricci del tem­po che "un anno t’arricca e uno ti spianta". La vecchia signora Rita viveva in via Massale, ai bordi di Onna. Una casetta come tante, a due piani. Prima di andare a letto, aveva accomodato ordinatamente la camicetta e la gonna su una sedia posata contro il muro della camera. La casa è venuta giù ma la sedia è rimasta lì. Al suo posto. Salda su un orlo del pavimento rimasto miracolosamente aggrappato alla parete azzurra. Do­ve spiccano un crocefisso e il quadretto di una madonnina. La ruspa scava sotto gli occhi dei figli, che assistono inebetiti. A un certo punto un pompiere fa un gesto. La ruspa si ferma. Un vigile si china e tira su una coperta. Poi una trapuntina. Poi un lenzuolo. Ci siamo, forse. "Indietro! Per favore, indietro ", chiede un poliziotto. "È lei?" "È lei".

Il parco giochi della scuola materna, coi suoi castelletti e gli scivoli e i tavolini e i recinti gialli e rossi e verdi e blu è rimasta l’unica cosa colorata della contrada. Tutto il resto, nella devastazione che ha annientato in pochi istanti due terzi del paese sfregiando l’ultimo terzo con crepe e finestre accecate e cornicioni precipitati al suolo, ha assunto un uniforme colore grigiastro. Il vecchio Giuseppe, il viso segnato dal san­gue di una ferita alla fronte che non è anco­ra riuscito a lavare via, mostra la distruzione della cascina e del cortile e delle tettoie dove teneva le macchine agricole: "Io e mia moglie ci siamo salvati per un pelo. Fortuna. Vuol sapere la cosa più assurda? Si è sentito uno schianto e ci tremava la terra sotto i piedi e venivano giù le pareti e io mi sono trovato a imprecare: "Le scarpe! Dove ho messo le scarpe?"".

Suor Lucia, che con le consorelle si è si­stemata su alcune seggiole davanti a ciò che resta del "Pontificio Istituto Maestre Pie Filippini", si lagna per la gamba. Si è buttata sulle ginocchia una coperta ma dice che non è servita a molto. Dolori. Dolori forti. "Siamo qui da stanotte. Ormai sta scendendo la sera e non abbiamo idea di cosa fare". Dalla vicina Casa dello studente, quando già comincia a calare la luce, salgono urla di gioia. Hanno trovato i ragazzi che erano sotto. Vivi. Si rivelerà un’illusione, ma per un po’ sembra un miracolo. Suor Lucia pensa che è merito anche delle preghiere di santa Lucia Filippini, che è riuscita a rimanere dritta sulla sua colonnina mentre tutto intorno crollava e si è guadagnata un posto accanto al buon Dio grazie al fatto che, come dicevano i santini di un tempo, "scansava le amicizie delle compagne cattive che avvelenano coi loro vizi le anime innocenti e si guardava dalla vanità ".

Quel che è sicuro, a girare per le strade del capoluogo e dei borghi dei dintorni e a vedere come sono andati giù anche certi edifici costruiti dieci o venti anni fa, è che un Paese come il nostro non può affidarsi a santa Lucia o a sant’Emidio, protettore dai terremoti. Sull’elenco telefonico di Los Angeles appena aperto, come ricordò un gior­no Giorgio Dell’Arti, c’è una frase: "Ci saranno sempre terremoti in California". A seguire, tutte le istruzioni su come compor­tarsi: tenere a portata di mano torce e radio con batterie, una valigetta con il materiale minimo di pronto soccorso, dieci litri d’ac­qua… Certo, tutto ciò non basta quando la terra, per usare la frase sentita ieri ad Onna in bocca a una ragazzina che trema come una foglia al ricordo, "comincia a sbattere come la coda di un drago impazzito".

Ma i morti sì, possono essere limitati. I danni sì, possono essere contenuti, quando le case sono costruite con i progetti giusti e gli accorgimenti giusti e i materiali giusti. E nessuno dovrebbe saperlo meglio di noi italiani. Che viviamo in una terra tra le più in­quiete di un mondo in cui avvengono ogni anno un milione di terremoti piccolissimi e tra questi almeno un centinaio del quinto grado della scala Richter, cioè uno ogni tre-quattro giorni e ogni tanto ne arriva uno che sconquassa tutto. E per giorni giurano tutti che basta, occorre cambiare le re­gole e bisogna adottare una volta per tutte i sistemi che aiutano a limitare i danni per­ché è stupido spendere i soldi come per decenni ha fatto lo Stato che secondo i dati del Servizio geologico nazionale è riuscito a spendere solo dal 1945 al 1990 per tamponare i danni di catastrofi naturali varie ol­tre 75 miliardi di euro e cioè quasi 140 mi­lioni di euro al mese. Più quelli spesi dal 1990 in qua per il sisma nella Sicilia Orien­tale nel dicembre 1990 e per quello nell’Umbria e nelle Marche del settembre 1997 e per quello a San Giuliano di Puglia dell’ottobre 2002… Tutti lutti seguiti da una pro­messa solenne: mai più. E presto dimenticata sotto la spinta di nuovi condoni, nuove elasticità urbanistiche, nuove regole più generose… Mentre cala la notte, nei paesi sotto il Gran Sasso la terra, ogni tanto, dà un nuo­vo scossone. Piccolo. Leggero. Sinistro. Così, tanto per ricordare chi comanda.

Piano Casa? Meglio un piano terremoto

Vittorio Emiliani – l’Unità

Domenica scorsa ho scritto sull’Unità del proposito governativo di abolire le autorizzazioni preventive per le nuove case nelle zone a bassa sismicità e di allentarle (magari solo successive e "a campione") in quelle a medio e alto rischio. "Da rabbrividire", commentavo, in Paese per circa due terzi mediamente o altamente sismico. Cosa dovremmo dire oggi, dopo la tragedia aquilana? Che non si può incentivare una ripresa edilizia "comunque" e dovunque, sfidando i vincoli paesaggistici, quelli idrogeologici e sismici. Tutta la filosofia delle misure del piano famiglia e poi del piano casa (attendiamo testi definitivi) poggia sull’abbassamento della soglia dei controlli tecnico-scientifici pubblici, a cominciare dai pareri delle Soprintendenze "non più vincolanti". Nel caso i Beni culturali riuscissero a darli in tempo, l’amministrazione locale "può procedere ugualmente al rilascio motivando specificamente sul dissenso". Incredibile.

Dunque, meno controlli preventivi, tecnici e mirati, dello Stato, e più mano libera ai privati, grandi e piccoli. Una "filosofia" che il terremoto aquilano boccia inesorabilmente. Il nostro (esclusa la Sardegna e una parte delle Alpi). è un Paese quasi ovunque a rischio sismico Ha subito almeno 30.000 fenomeni di rilievo dal 461 avanti Cristo ad oggi e 560 terremoti "forti, fortissimi o catastrofici". Il volume, tremendamente attuale, dello scienziato Enzo Boschi e del giornalista Franco Bordieri, "Terremoti d’Italia" ha un sommario durissimo: "Il rischio sismico, l’allarme degli scienziati e l’indifferenza del potere". Di qualunque potere.

Entrata in vigore nel 1989 la legge n.183 per la difesa del suolo, ventitre anni dopo le alluvioni di Firenze e Venezia, e nove dopo il terribile sisma irpino, venne poi creata l’Agenzia di Protezione Civile, diretta da Franco Barberi. Non potenziata dal governo Prodi e chiusa dal secondo governo Berlusconi: per far confluire anche le sue competenze sismiche nel mare magno della Protezione Civile, licenziando lo stesso Barberi e colpendo con un assurdo spoil system Roberto De Marco, responsabile del servizio sismico. Guido Bertolaso doveva essere a capo di tutto, sostenuto anche da forze del centrosinistra. Si indeboliva così una cultura specifica quanto mai utile nei drammatici frangenti che si ripetono spesso in Italia senza che nulla insegnino (se non agli studiosi): per esempio che le costruzioni in cemento armato sono le più rigide e quindi le meno antisismiche (nell’Aquilano vedo in tv un ospedale di quindici anni fa sbriciolato, una costruzione ancora nuova collassata su se stessa divenendo una trappola). O che è molto meglio investire miliardi veri nella prevenzione antisismica, nella lotta alle frane (un flagello), nel controllo delle cave, spesso abusive, e delle case non meno abusive, piuttosto che piangere dopo: nel 1970 la commissione De Marchi chiedeva 10.000 miliardi di lire, concessi in minima parte; fra il 1970 e la metà degli anni ’90 ne vennero però spesi oltre 60.000 soltanto per tamponare le falle. Senza contare le povere vite umane perdute, quelle sì senza prezzo. Ma, si sa, i miliardi destinati a questi scopi non fanno "parata elettorale".

Le colpe del Malpaese

Giovanni Valentini – la Repubblica

Non è certamente colpa di nessuno, tantomeno del governo in carica, se scoppia un terremoto nel cuore della notte e devasta un'area sismica già censita nelle mappe della paura, provocando una dolorosa catena di rovine, morti e feriti. Quando l'instabilità del territorio si combina purtroppo con la violenza della natura, il cataclisma diviene inarrestabile e l'uomo non può che arrendersi alla fatalità.

È doveroso ora far fronte all'emergenza, soccorrere le vittime, assistere i sopravvissuti, ripristinare al più presto condizioni di vita normali e dignitose per tutti. Ed è senz'altro opportuno accantonare per il momento qualsiasi polemica contingente, per concentrare gli sforzi in un impegno comune di solidarietà. Ma subito dopo sarà necessario anche compilare l'inventario delle responsabilità, remote e recenti, non solo per accertare che sia stato fatto davvero tutto il possibile per prevenire un evento di tale portata, quanto per impedire che possa ripetersi in futuro o perlomeno per contenerne eventualmente l'impatto.

Non vogliamo riferirci qui tanto alla "querelle" fra il tecnico che nei giorni scorsi aveva lanciato l'allarme e l'apparato della Protezione civile, sostenuto dall'establishment del mondo scientifico, secondo cui un terremoto non si può mai prevedere. Sarà pur vero che i sintomi registrati dai sismografi o da altre apparecchiature non consentono di predisporre per tempo un intervento funzionale, cioè un'evacuazione di massa delle case, dei paesi e delle città. È altrettanto vero, però, che in questo caso i segnali sono stati evidentemente trascurati e sottovalutati, fino al punto di mettere sotto inchiesta l'incauto tecnico in virtù di un paradosso giuridico che prende il nome di "procurato allarme".

La questione fondamentale è un'altra e si chiama piuttosto "cultura del territorio". Vale a dire conoscenza e rispetto della natura; sensibilità e cura per l'ambiente; tutela del paesaggio e ancor più della salute, della vita umana, di tanti destini in carne e ossa che in quel territorio incrociano la propria esistenza. Non c'è pietà per le vittime e per i sopravvissuti di questo o di altri terremoti, come di ogni disastro naturale, senza una consapevolezza profonda di un tale contesto e senza una conseguente, concreta, quotidiana assunzione di responsabilità.

Fuori oggi da una sterile polemica politica, non si può fare a meno tuttavia di registrare l'enorme distanza - propriamente culturale - fra un approccio di questo genere e il cosiddetto "piano-casa" recentemente varato dal governo di centrodestra, nel disperato tentativo di rilanciare l'attività edilizia. In un Malpaese che trema distruggendo - insieme a tante speranze e a tante vite - abitazioni, palazzi, ospedali, scuole e chiese, e dove ancora aspettano di essere ricostruiti gli edifici crollati nei precedenti terremoti come quello del Belice di quarant'anni fa, la priorità diventa invece la stanza in più, la mansarda o la veranda da aggiungere alla villa o alla villetta, in funzione di quel consumo del territorio che si configura come un saccheggio privato a danno del bene comune.

Non saranno magari le fughe di gas radon emesse dalla terra in ebollizione - come predica l'inascoltato ricercatore abruzzese - a permetterci di prevedere i terremoti, ma verosimilmente una rigorosa prevenzione anti-sismica può aiutarci a ridurre al minimo i danni e soprattutto le vittime. Tanto più nelle regioni e nelle zone dove il rischio è notoriamente più alto. Ecco una grande occasione per rilanciare l'attività edilizia nell'interesse generale, non già al servizio della speculazione immobiliare ma semmai in funzione di un investimento umano e sociale sul territorio.

Con i 150 morti finora accertati, i mille e cinquecento feriti, i settantamila sfollati, i diecimila edifici crollati o danneggiati, il triste bollettino di guerra che arriva dall'Abruzzo interpella una volta di più le ragioni di un "ambientalismo sostenibile": cioè, pragmatico, costruttivo, effettivamente praticabile. Di fronte al primo cataclisma del nuovo millennio, quello schieramento composito e trasversale che vuole difendere l'immenso patrimonio naturale, storico e artistico dell'Italia dagli egoismi individuali, è chiamato a misurarsi più che mai con la sfida della concretezza. Superata l'era delle vecchie ideologie, rosse o verdi che fossero, ora c'è da impugnare la bandiera del realismo civile.

La macchina è un mastodonte largo 20 metri che incede centimetro per centimetro lungo i filari di lattuga piantati fino l’orizzonte. Si tratta di una Vegcraftmatic della Ramsey Highlander, una fabbrica semovente su cui lavora una cuadrilla di 50 persone. 25 raccoglitori precedono l’avanzata inesorabile della macchina, tagliando man mano le verdure con i coltelli affilatissimi che portano alla cintura. Con un movimento fluido e veloce staccano di netto il gambo poi con un altro lampo della lama tolgono le fogli esterne e passano l’insalata sul ripiano delle impacchettatrici, queste tolgono altre eventuali foglie appassite e organizzano le verdure in ordinate file all’interno delle scatole incerate che hanno davanti. Quando cinquanta pezzi si trovano all’interno, la scatola viene spinta sui tapis-roulant che scorrono sulla pedana appena al di sopra dei lavoratori, dalle estremità della macchina verso il centro, dove opera la squadra dei magazzinieri che sigillano le scatole e le organizzano in grandi pile sulla piattaforma del retro. Da qui vengono prelevate 150 alla volta dal trattore che periodicamente rimorchia un trailer verso i camion refrigerati che aspettano all’estremità del campo.

Ogni ora circa uno di questi chiude i portelli e parte verso magazzini e punti vendita. Il raccolto al tempo dell’agribusiness è un lavoro del tutto industriale, la Vegcraft un portento di orologeria fordista ben oliata, calibrata al millimetro. La squadra ha attaccato alle 6:30 e l’intricato balletto del raccolto procederà senza sosta fino alle tre sotto il sole di una primavera avanzata che preannuncia già la ferocia implacabile dell’estate in questo deserto infuocato.

Siamo a Yuma county, nei pressi di Gadsden – ultimo lembo meridionale di Arizona prima del confine col Messico, 10kmpiù giù verso San Luis. I campi di questo paniere di inverno sono i più produttivi del paese. Irrigato a partire dall’inizio del secolo scorso con le acque del Colorado River, il deserto meridionale di California e Arizona è stato convertito in una macchina per la produzione intensiva di frutta e verdura grazie ad un clima che permette in alcuni casi due e tre raccolti all’anno; come amano ripetere gli agricoltori da queste parti «just add water» – basta aggiungere acqua. È l’apoteosi del plusvalore agricolo mediante l’applicazione tecnologica e l’organizzazione industriale del lavoro dei campi.

Dietro la cuadrilla, la squadra di lavoratori, si muovono i caporali, due, e un mayordomo, il caporeparto che tiene d’occhio l’operazione impartendo ordini per mantenere il ritmo della squadra. Con in testa il sombrero de palma d’ordinanza e sul volto la mascherina igienica, è in costante collegamento via telefonino con i trattoristi, i conducenti dei camion e i superiori della società agricola proprietaria del campo da cui riceve indicazioni sul tipo e sulla grandezza delle lattughe da raccogliere, impartendole a sua volta ai braccianti.

L’agricoltura è un’ industria che vale miliardi, il primo comparto economico in California che esporta ortaggi all’intero paese e all’estero, perfino in Giappone (noci, mandorle e frutta secca in tutto il mondo), ed ha una commensurata sete di mandopera. I lavoratori della cuadrilla sono pendolari internazionali, arrivati stamattina come ogni giorno dal Messico. Molti hanno lasciato le proprie case a mezzanotte, si sono incolonnati alla frontiera dove hanno fatto la fila per un paio di ore per il controllo dei documenti e la verifica del loro visto H2A. Si tratta di quello concesso ai frontalieri stagionali che da ogni anno a circa 20000 braccianti il permesso di lavorare nei campi Usa fino all’esaurimento del raccolto. A notte fonda a sono arrivati a S. Luis Colorado, il paese del lato americano che ogni giorno si converte prima dell’alba in un bazaar di braccianti. Migliaia di lavoratori affollano i marcaipiedi aspettando sotto i lampioni di venire caricati sui vecchi pullman scolastici dipinti di bianco incolonnati lungo lo stradone principale e in ogni concepibile parcheggio della cittadina.

Una volta riempiti, partono alla volta dei campi di tutta la regione, alcuni fino a una o due ore di distanza nelle contee di Imperial e Coachella nella vicina California, un rito che dura immutato da mezzo secolo.

L’importazione di braccia comincia su larga scala in America negli anni ’40, quando per supplire alla penuria di manodopera agricola determinata dalla guerra, il governo americano inizia a offrire visti stagionali validi per la durata dei raccolti. Ben presto 50000 braceros messicani, caricati su convogli ferroviari al confine, vengono impiegati nei campi del paniere californiano. Mentre proseguono tuttoggi le cause intentate dai molti che non ricevettero mai gli stipendi allora pattuiti, le dinamiche di mercato e dell’outsourcing globale del lavoro assicurano, oltre al fenomeno dell’immigrazione clandestina, che siano tuttora attivi programmi di guest worker. Ogni anno il department of labor rilascia 30000 visti H2A che autorizzano l’impiego stagionale di lavoratori non residenti, una forza lavoro assolutamente essenziale per l’agro-industria americana – questa almeno è la versione ufficiale delle aziende, promotrici di un intenso lobbying per mantenere in vita il programma.

In realtà parlando con le associazioni di settore del luogo ci si rende conto che lavoratori residenti (comunque ispanici al 100%) non mancherebbero, ma che le aziende preferiscono i frontalieri, spesso provenienti dalla povertà dell’interno «profondo» del Messico, i quali per legge percepiscono si la stessa paga minima prevista per legge, ma che sono del tutto dipendenti per il lavoro, il trasporto, spesso il vitto e l’alloggio dalle imprese agricole che li impiegano e quindi assai più controllabili dei lavoratori «autonomi». Un rapporto di dipendenza totale che porta spesso ad abusi e che ha contribuito all’estinguersi dei sindacati faticosamente introdotti dalle lotte sociali, scioperi e boicottaggi del movimento campesino guidato da Cesar Chavez negli anni 60 e 70.

All’entrata di San Luis Colorado c’è un piccolo monumento, una statua in bronzo raffigurante l’uomo che si fece carico di una delle lotte più impari nella storia operaia d’America, quella dei campesinos, spesso irregolari, quasi sempre senza conoscenza dell’inglese, contro le grandi aziende agricole abituate ad abusarne impunemente sin dai tempi della grande depressione. Poco più in la c’è la piccola casa dove Chavez nacque e dove, malgrado che il grosso delle sue lotte avvenne nelle fertili valli californiane, tornò nel 1993 amorire. Il suo nome oggi è sinonimo non solo delle battaglie sindacali dei campesinos ma di movimento ispanico per i diritti civili, e diversi stati, particolarmente nel Southwest, osservano festività ufficiali in suo nome; qui nei paesi di Yuma county quasi tutti lo ricordano. Chi ha più di 40 anni ha marciato con lui o ricorda le manifestazioni, i cortei dietro ai camion con gli altoparlanti e le bandiere rosse dell Ufw, la United Farm Workers. I più giovani rammentano le visite di Chavez alle mense scolastiche o quelle alle case dei loro genitori per organizzare fino a tarda sera i picchetti e la resistenza nonviolenta agli arresti.

Una di queste è Flor Redondo, attuale direttrice di Campesinos sin Fronteras una delle associazioni di supporto ai frontalieri che oggi come ogni giorno lavorano ricurvi sui filari di questa valle. Redondo e molti altri proseguono il lavoro di Chavez anche se con un punta di amarezza: «Non è possibile avere un sindacato con un serbatoio di manodopera così sconfinato appena oltre quel muro» mi spiega indicandomi la barriera di ferro alta quattro metri che attraversa la campagna, tagliando campi e scavalcando canali di irrigazione lungo la linea di confine col Messico.

E la Ufw di fatto oggi mantiene un funzione di lobby politica più che di effettivo sindacato. I risultati ottenuti da Chavez sono tangibili tuttoggi: durata dei turni, minima sindacale, numero di pause, norme di tutela della salute, ma le realtà di una globalizzazione avanzata impongono la continua vigilanza.

All’alba i volontari di Campesinos Sin Fronteras parlano coi lavoratori che prendono un caffè o un crema d’avena prima di salire sui pullman al valico di frontiera. Li informano sui propri diritti, sulle norme di sicurezza nell’applicazione dei pesticidi e nell’operazione dei macchinari. Una volta che il sole si alza, spesso sono nei campi per verificare che le norme vengano rispettate dai caporali. «Sulla carta tutti lo fanno -mi dice Lorena Figueroa , che sulla scrivania tiene una foto di entrambe i genitori quando organizzavano con Chavez -ma nella realtà è difficile da verificare». Specialmente quando gli stagionali come abbiamo detto non parlano la lingua, non hanno mezzi di trasporto propri, e dipendono quindi in tutto e per tutto dai datori di lavoro. Una popolazione che per mesi alla volta, vive alloggiata in roulotte o motel, versione odierna della tradizionale forza lavoro itinerante, i migrant workers, da sempre parte integrante dell’agricoltura industriale.

Le aziende che impiegano i braccianti hanno nomi come Growers Company, Tanimura & Antle, Salyer, Hilltwon, Foodhill Packing; sono divisioni di multinazionali, colossi agroalimentari come la Dole Foods e United Fruit che controllano un settore che risponde fedelmente alle fluttuazioni del mercato. Così accade che il caporale che guida la cuadrilla riceva a mezza mattinata una telefonata che modifica il ritmo del lavoro. La macchina non accelera e non rallenta ma ora i coltelli dei raccoglitori tagliano solo una lattuga su due e metà dell’insalata rimane sul campo – troppo piccola per raggiungere oggi la soglia del profitto. Un rapido calcolo effettuato in direzione in base alla flessione di un prezzo che lampeggia su un monitor e si traduce in un ordine comunicato in tempo reale alla squadra: : «si raccolgono solo i diametri oltre i 25cm». Un annuncio che determina uno spreco gigantesco; decine di migliaia di piante seminate, irrigate e cresciute che invece di finire in tavola rimarranno a marcire nei filari – è il mercato, bellezza. Il caporale si accorge della mia sorpresa emi spiega, «l’agricoltura è fatta così – è sempre un terno al lotto», impossibile sapere al tempo della semina quali saranno le condizioni di offerta e domanda ora del raccolto, d’altra parte, aggiunge filosofico «è sempre stato così». Una volta non si sapeva se sarebbe piovuto o grandinato, oggi la sorte la decidono i traders della compagnia seduti in un ufficio climatizzato davanti ai loro computer». La verdura abbandonata oggi sui campi - e solo su questo ce n’è, si direbbe, abbastanza per migliaia di persone – racconta la crisi che ha determinato una contrazione anche dei consumi alimentari. Un effetto a cascata che finisce per abbattersi sulle spalle di questi lavoratori. Fra i braceros della cuadrilla è una litania: meno lavoro, meno paga, una stagione accorciata. «Qui abbiamo finito » taglia corto il caposquadra passandosi un fazzoletto sulla fronte, molti dei ragazzi (ma almeno un terzo sono donne) domani all’alba cercheranno impiego su qualche altro campo. Quanto a lui con altri quattro o cinque si trasferirà a Fresno, trecento chilometri a Nord, nella valle San Joaquin, dove si stanno per raccogliere i peperoni.

La prossima fermata sul circuito senza fine dei raccolti.

Il terremoto si distingue dalle altre e molte calamità per la rapidità e l’indifferenza naturali: nei pochi minuti delle scosse telluriche il disastro è compiuto, ai superstiti non resta che cercare i cadaveri sepolti sotto le macerie e camminare smarriti fra ciò che resta di città e villaggi. Fra il dolore insopportabile ma come sempre sopportato da chi ha perso i suoi cari, e il silenzio degli altri sopravvissuti che li compiangono ma sanno di essere stati miracolati.

Per giorni, per anni, si parlerà delle prevenzioni non fatte, degli errori compiuti, delle malefatte per egoismi per i quali è arrivato il conto da pagare e sui giornali e alla televisione ci sarà lo spettacolo dolente e impotente dei morti, dei feriti, dei loro parenti in lacrime.

Un nome verrà ripetuto in tutte le cronache, nei commenti, nelle polemiche. Quello di Guido Bertolaso il capo della Protezione civile, il professionista dei pubblici soccorsi che tutti gli italiani conoscono anche se, per la verità, faticano a capire che è lui il vero premier di questa Italia disastrata. Il vero capo del governo è lui, non i politici che in Italia e all’estero recitano la parte dei pubblici amministratori.

Bertolaso ha una sua uniforme, veste in borghese senza gradi e senza medaglie, pantaloni normali e un pullover blu con su cucito un nastro tricolore, ma non c’è italiano che non riconosca in lui quello che promette di rimettere in piedi il paese ogni volta che va in pezzi, che promette di ricucire le sue ferite, di togliere le macerie e le immondizie, di riaprire le strade, di riportare fiumi e torrenti nei loro argini. È quello che il capo ufficiale del governo vorrebbe essere, un "dittatore" buono. Bertolaso gode infatti dei poteri necessari per mobilitare eserciti di soccorritori, migliaia di treni, di auto, di camion. Quando arriva lui con il suo pulloverino blu, con il nastrino tricolore, prefetti, questori e generali si mettono sugli attenti e gli obbediscono senza fiatare. Lui zittisce le polemiche, come ha fatto anche ieri, spiega che la tragedia non si poteva prevedere. E non importa se poi non riesce a mantenere molte delle sue promesse. Bertolaso ha i pieni poteri, è il governo più forte del governo.

C’è una cosa importante che si sta verificando anche in Abruzzo. Nel dolore e nella disperazione dei disastri maturati la gente riscopre la voglia di resistere, di riparare. E per una volta i lacci e i lacciuoli burocratici sembrano scomparire di fronte alla superiore necessità. Si mobilita in poche ore un vero esercito nazionale che è quello dei soccorsi, che si mette in marcia dal Brennero a Capo Passero secondo piani e interventi preordinati, ma anche su base volontaria e solidaristica. Sospinto dall’emozione, dal dolore, dalla fratellanza di un popolo.

E c’è un’altra lezione, un’altra cognizione che viene da questo disastro per molti aspetti feroce e impietoso. La transizione fra l’Italia antica, paese d’arte, l’Italia dei mattoni e delle ardesie, e quella moderna del cemento armato. Fra l’Italia dei borghi medievali attorno ai castelli sopra i colli e quella delle zone industriali sui piani di fondo valle. Giornali e televisioni hanno intervistato i superstiti dei terremoti in Campania e nelle Marche, amministratori, funzionari che hanno visto con i loro occhi, a volte la morte dei loro cari, i ritardi e le imprevidenze, gli errori ancora una volta compiuti, ancora una volta troppo tardi denunciati. Ancora una volta hanno ricordato l’antica e mai osservata lezione di serietà e di modestia, il dovere di provvedere oggi al necessario invece di piangere domani sulla propria imprudenza.

Il rimprovero principale che si mosse alla megalomania imperiale mussoliniana, fu di aver speso uomini e denaro per la conquista dello "scatolone di sabbia" in Libia mentre nell´Italia meridionale mancavano strade e ferrovie e la gente continuava a portare i carichi in spalla e a percorrere a piedi i tratturi. Le grandi opere sono una testimonianza di civiltà ma anche un lustro di governanti ambiziosi più che saggi. Il ponte sullo Stretto di Messina e i treni super veloci sono belli da vedere e da raccontare ma poi arriva una pioggia persistente e una delle grandi opere, l’autostrada Salerno-Reggio Calabria si tramuta in quello "sfascio pendulo" che è gran parte del Meridione.

C’è infine una terza lezione da ricavare da questa modernità: non è più il tempo di correre a vedere chi è morto o senza casa. Anche la pietà e il cordoglio devono adattarsi alla modernità di massa, non intralciare sulle strade il traffico dei soccorsi. È una preghiera, ordine di Guido Bertolaso.

Caro eddyburg,

scrivo per ringraziarti dell’ospitalità data al Comitatus Aquilanus e alle sue iniziative. Nella condizione che, in questo momento, sto vivendo, infatti, non immagini quanto io consideri di vitale importanza sapere che esistono ancora “spazi di espressione” per chi osa non omologarsi al “pensiero unico dominante”.

Quanto sta accadendo a L’Aquila mi terrorizza. Qui si sta giocando una partita importante ma molti ne sono ancora inconsapevoli. Sai, quando, in circa trenta secondi, perdi quei luoghi che hanno ospitato la tua esistenza, le tue espressioni di vita privata, le tue relazioni, il tuo lavoro, il tuo impegno sociale, le tue lacrime, i tuoi piaceri…quando perdi, in sostanza, lo spazio che ti circonda, puoi divenire terribilmente fragile. In questo stato di improvviso disagio riacquistare lucidità è faticoso, forse troppo faticoso, e può verificarsi, allora, che raccogli solo i segnali rassicuranti ed accantoni la realtà. La cruda realtà, infatti, può aggiungere quell’ulteriore malessere che, magari, hai il timore di non riuscire a sopportare.

Ecco, temo sia questo stato d’animo - composto, silenzioso ma sofferente - il sentire diffuso tra i cittadini del territorio aquilano così pesantemente colpiti dagli eventi sismici del 6 aprile scorso.

In questo contesto, il Governo - con un “formidabile” sistema decisionista – fa transitare il messaggio rassicurante del “fuori dalle tende, no alla transitorietà, da subito case vere e proprie (magari già arredate)”. In realtà, come sappiamo, dietro la “tranquillità” dei messaggi mediatici, si celano le ombre di un decreto legislativo che non dà certezze di risorse ed “appalta” la qualità della ricostruzione al progetto C.A.S.E. (e alla Società FINTECNA).

Tra mille difficoltà, ora, alcuni cittadini iniziano a contrapporsi. Sono coloro che si oppongono a chiunque voglia giocare sul futuro della città, sulla ricostituzione del suo tessuto sociale e produttivo. È questa la “molla” che ha spinto anche chi ha voluto costituirsi nel “Comitatus Aquilanus”(un nome impegnativo che ricorda la nascita della città dell’Aquila), un gruppo di persone che vuole fare della qualità e della democrazia due elementi irrinunciabili nella ricostruzione dell’Aquila.

Non rinunciare, non rassegnarsi: sono queste le sollecitazioni che guidano quei cittadini aquilani che voi avete scelto di sostenere. Grazie. Un caro saluto.

Quello che state vivendo è uno scandalo nazionale. In una piccola area sono concentrati tutti i vizi dell’Italia di oggi: quelli accumulati in un passato non brillante, e quelli di un presente che si deve definire turpe. Guai a rassegnarsi, a “omologarsi al pensiero unico dominante”. Guai a non resistere, a ogni costo. Guai a rinunciare alle difese possibili (alla resistenza) e alla conservazione degli spazi di libertà che ci sono ancora consentiti, guai a rinunciare alla tenace coltivazione di una riscossa. Buon lavoro a voi, e a tutti gli abruzzesi che condividono la vostra azione.

Il "piano casa" del governo era una materia di discussione non esauribile nell'ambito politico, e neppure in quello dell'economia, che pure ne era un fine primario. La materia riguarda, infatti, tanto strettamente il campo urbanistico e sociale, ambientale e paesistico da far subito vedere che la discussione al riguardo non può esserne solo politica o economica.

Del "piano" si è finito, invece, col parlare ben poco. Effetto, certo, degli eventi sopraggiunti, che hanno monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubblica, dal sisma abruzzese alla campagna elettorale, risoltasi in un dibattito su vita e opere di Berlusconi. Le speranze di chi pensava che i temi urbanistici, sociali, ambientali, paesistici, economici, politici implicati nella questione del "piano casa" costituissero un punto qualificante del confronto elettorale sono andate, così, ben presto deluse. Intanto, è proseguito, però, l’iter normativo e amministrativo del "piano". Da una parte, si dovrebbe giungere entro un certo termine a una ridefinizione dell’intervento legislativo a livello nazionale; dall’altra, le Regioni vanno preparando, per quel termine, gli interventi normativi di loro competenza, di cui quello nazionale finale dovrà fare il debito conto.

A dire il vero, e com’era prevedibile, la normativa in elaborazione presso le Regioni è varia dall’una all’altra di esse. Solo la Toscana ha già fatto la sua legge, che esclude da ogni deroga i centri storici e le case condonate e limita gli ampliamenti al 20% e solo per case uni o bifamiliari, oppure al 35% per chi demolisce e ricostruisce. In Piemonte si ammette, invece, la deroga ai piani regolatori, ma solo per "villette" uni e bifamiliari e per l’edilizia sovvenzionata al di sotto di 1000 metri cubi, sempre che si realizzi un congruo risparmio energetico. Misure di favore si prevedono pure in Veneto per la bioedilizia (fino a un + 40%) e nella Provincia di Bolzano al fine di un alto standard energetico. In Friuli-Venezia Giulia si favorisce chi acquista una casa; in Liguria si pensa a un intervento per ben 200.000 case, ma con criteri di stretta tutela del territorio, privilegiati anche in Umbria. Nelle Marche si mira soprattutto a superare la crisi dell’edilizia. In Lombardia si pensa a incrementi del 20%, raddoppiabili dai Comuni; e al 40% si pensa pure in Val d’Aosta per alberghi e ristoranti. Le misure del 20 (per le "villette") e del 35% (per demolizioni- ricostruzioni) sono previste anche in Campania, così come a cambi di destinazione per capannoni da trasformare in abitazioni. In Puglia escludono le zone di pregio storico- culturale e/o paesistico da ogni intervento, lasciando il 35%, con incentivi, alle demolizioni-ricostruzioni ecosostenibili. In Sicilia si pensa a due interventi per incrementi del 20 o 30% secondo i casi, anche in deroga ai piani regolatori, ma rispettando le norme di sicurezza. A due interventi si pensa pure in Abruzzo, ma fermando tutto, per ora, in vista di regole più severe. Trentino, Lazio, Molise, Basilicata, Calabria e Sardegna sembrano meno avanzate nel preparare le loro misure.

È necessario ora, certamente, che la discussione sul "piano casa", passato il momento elettorale, riprenda e si svolga in tutte le sue implicazioni, e, ormai, sui testi da approvare in sede legislativa. In linea di massima, i testi regionali in preparazione, come si vede dai nostri brevi cenni, si muovono, ovviamente nell’ambito fissato dall’indirizzo generale del governo. Le divaricazioni che si intravvedono sono, tuttavia, notevoli, e pongono varii problemi. Il punto principale è, come notammo per il piano del governo, che non si elaborino sotterfugi per un condono anticipato o per dissimulate sanatorie. Soprattutto, i centri storici e i beni storico-culturali e paesistico-ambientali andrebbero tutelati con norme estremamente precise. La deroga ai piani regolatori è preoccupante, se non ben definita per casi ristrettissimi e ben specificati, e così pure le portate degli ampliamenti oscillanti fin oltre il 35%. Per le demolizioni-ricostruzioni, se io abbatto un vecchio edificio con vani di grande cubatura e lo ristrutturo in vani di cubatura minore, facendone cinque piani al posto di tre, poi con l’aumento del 35% giungerò a sette piani e a un numero molto maggiore di appartamenti rispetto al 35% in più di quelli del fabbricato iniziale? E con quali ripercussioni urbanistiche e sociali. E,infine, che cosa sono le "villette "? E perché non tenere anche presenti le necessità sociali (case per studenti,, giovani sposi e simili)? Sono dubbi e sono problemi. Se, però, le Regioni del Sud, senza nulla sacrificare dei fini economici e sociali del piano, si illustrassero per norme ottime per il territorio e il paesaggio, per i beni storici e culturali, sulla sicurezza, sul piano ecosostenibile ed energetico, sarebbe molto bello. E sarebbe, poi, un modo concreto di rovesciare, su un punto strategico- politico rilevante, l’opinione negativa del paese su di esse. Un’occasione da non perdere.

In quelle parole è nascosta un’idea che si è trasformata in azioni: l’idea che la funzione del suolo sia quella di ospitare edifici, di lasciar sorgere su di esso case, capannoni, palazzi. Poiché il suolo serve esclusivamente a quello, qualunque atto che voglia prescrivere altre utilizzazioni è considerato un perverso vincolo: lasciare un’area all’agricoltura o alla creazione di un parco o un bosco è considerato un danno che lo “sviluppo” non può tollerare.

Per lasciare che quella “vocazione” si esprima, che quel “diritto” cancelli ogni altro diritto, che quello “sviluppo” non si arresti, bisogna rendere innocua la pianificazione delle città e dei territori: finché non si può abolirla, finchè non si può affidarla alle mani degli interessi immobiliari (come la proposta di legge sul governo del territorio del Popolo delle libertà propone) occorre consentire con ampiezza di derogare dalle sue regole.

Il Italia si è costruito troppo, al di fuori da qualunque necessità sociale. Si sono urbanizzate, e spesso degradate, aree la cui piena utilizzazione consentirebbe di ospitare tutte le necessità di una popolazione molto più ampia di quella attuale. La messa in sicurezza delle costruzioni minacciate nella loro integrità fisica dal mancato rispetto delle norme più elementari di sicurezza statica dovrebbe essere un tassello di una grande progetto di restauro del territorio, basato su un’attività di pianificazione territoriale e urbanistica che metta al suo centro la difesa delle qualità esistenti e la creazione di nuove, il rispetto della trasparenza nelle decisioni, la più ampia partecipazione alle scelte che condizionano il futuro di noi tutti.

L'insegnamento dell'Abruzzo e la memoria fragile dell'Italia

Sergio Caldaretti

Paolo Berdini sul manifesto del 7 aprile sottolinea la mancanza di ogni sensibilità politica del governo Berlusconi verso il tema della "messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio"; e, per questo, fa riferimento al piano casa in via di definizione, che tende solo ad "aggiungere". A mio avviso, questa insensibilità non è carattere esclusivo dell'attualità, ma permane nel nostro paese da lungo tempo; e non è da imputare solo alla sfera politico-amministrativa ma è un carattere consolidato della nostra cultura. È molto diffusa la tendenza ad attribuire alla natura maligna una pervicace ostinazione nell'infierire sull'indifeso popolo italico, sottoponendolo ad ogni sorta di vessazione con terremoti, frane, alluvioni, incendi, e così via. Il problema è che un terremoto o una frana in un deserto non fanno notizia perché producono danni molto limitati, mentre una parte di collina densamente edificata che viene giù dopo qualche giorno di pioggia riempie di costernazione i mezzi di informazione quanto i cuori degli individui per l'enormità degli effetti sulle persone e cose che su quella collina si erano insediate. Non è dunque, di per sé, il fenomeno naturale a provocare danni, ma il suo impatto sui contesti insediativi che si trovano sul suo percorso; danni che sono tanto più elevati quanto minore è la capacità di resistenza dell'insediamento all'impatto.

Questa banale constatazione si insinua sempre nell'imponente dialettica mediatica che si innesca a valle di un disastro; accanto alle accorate proteste sui ritardi nei soccorsi e sull'inefficienza del sistema di gestione dell'emergenza, qualcuno si spinge infatti ad adombrare una qualche disattenzione verso i complessi rapporti tra caratteri del sistema naturale e azione dell'uomo, attribuendo a quest'ultima un ruolo non secondario nel determinare i disastrosi effetti che le televisioni mostrano. Da qui, è breve il passaggio a invocare un drastico cambiamento nelle politiche per il territorio, che dovrebbero incardinarsi, neanche a dirlo, sul principio della prevenzione. A sostegno, quattro conti che dimostrano l'enorme differenza tra quanto si è speso nei decenni passati per le ricostruzioni e quanto si sarebbe speso per mettere in sicurezza il territorio.

In particolare, dopo i terremoti del Friuli e dell'Irpinia constatazioni così banali hanno aperto qualche varco. Proprio in quel periodo ho iniziato ad occuparmi, da urbanista, dei temi legati alla mitigazione del rischio sismico, e ho così attraversato con questo sguardo i molteplici disastri che si sono succeduti nel nostro paese con un ritmo incalzante e drammatico e le reazioni che ne sono scaturite. A valle di quei due eventi si è in effetti sedimentata una certa attenzione su questi temi, sia nel contesto scientifico che nell'azione politica; ne sono testimonianza le attività del Gruppo nazionale per la difesa dai terremoti e dell'Istituto di geofisica e vulcanologia, volte a definire tecniche e procedure di mitigazione, e le sperimentazioni condotte in alcune regioni per trasferire queste indicazioni in termini normativi e gestionali. Le ricerche portate avanti sulle risposte dei sistemi costruttivi ad un terremoto hanno portato a definire nuovi protocolli di sicurezza, recepiti poi da leggi e circolari.

Nel contesto scientifico che si occupava della questione si è innescato un deciso dibattito tra chi interpretava la mitigazione del rischio sismico in termini di "sicurezza" dei manufatti, e chi (in particolare, gli urbanisti) invece attribuiva centralità ad una visione della città e del territorio come sistemi complessi, e dunque riteneva che una strategia di mitigazione dovesse andare oltre l'attenzione al singolo elemento per considerare le infinite interazioni di diversa natura che si esplicano in un contesto insediativo. Una semplice constatazione dava forza a questa seconda tesi: anche se si fosse riusciti, imponendo determinate regole, a far costruire i nuovi manufatti con tecnologie adeguate a resistere al sisma, permaneva comunque l'impossibilità concreta (anche in termini economici) di "mettere in sicurezza" tutti i manufatti esistenti.

A questa fase "dinamica" ha poi fatto seguito un progressivo affievolirsi delle attività; non che tutto si sia fermato, piuttosto l'attenzione è andata sfumando, e con lei il "senso del problema", la sua coscienza collettiva. Gli eventi più recenti, forse perché non così disastrosi come quelli della fine degli anni '70, sono passati senza trovare sedimento, sia nella sfera politica che nella memoria individuale e collettiva.

Temo che, oggi, il problema non sia (solo) il governo Berlusconi, ma qualcosa di più immanente e sedimentato: l'incapacità di una collettività di conservare memorie, e di farne discendere prospettive e strategie d'azione. (...) In conclusione, ritengo che sia essenziale una sensibilizzazione a livello individuale e collettivo. Ciò rimanda a due grandi obiettivi di portata ben più ampia: la riappropriazione della coscienza collettiva del territorio e la centralità dell'approccio politico-strategico nell'interazione tra contesti locali e contesto globale. Obiettivi che dovrebbero essere inseriti senza indugio in un programma volto a ridefinire riferimenti costitutivi e strategie della malconcia sinistra nostrana.

Nei giorni passati, di fronte al sisma dell'Aquila, è parso che fossimo all'anno zero, che il Paese non avesse più memoria di esperienze vissute soltanto pochi anni o decenni fa, in uno dei tanti terremoti. Tipica l'idea fissa del presidente del Consiglio di sperimentare all'Aquila la "new town" (una vecchissima pensata) che tanto gli piace e che in cuor suo vede come il clone di Milano 2. Come se non ci fossero stati i terremoti di Ancona, di Tuscania, del Friuli, dell'Irpinia, di Umbria e Marche (cito alcuni dei più recenti) a fornire dati di esperienza - positivi e negativi - in materia di ricostruzione e si dovesse, e potesse, costruire l'Aquila 2 limitandosi a ripulire un po' le macerie nel centro storico della città, e amen. Proviamoci allora a vedere le cose da non fare, gli errori da non ripetere.

a)avere una gran fretta di decidere, prim'ancora di possedere un quadro analitico, dettagliato, scientificamente fondato della situazione; b)promettere la ricostruzione integrale in tempi rapidi: due-tre anni. Una balla solenne. Si va da cinque anni in su per i danni gravi; c)far piovere tutto dall'alto, non ascoltare a fondo le comunità locali e regionali sul "che fare" e "come fare"; d)dopo gli attendamenti, usare su larga scala gli avvilenti containers quali abitazioni semi-stabili, per anni; e)allargare a dismisura l'area del sisma da sussidiare, soccorrere, sovvenzionare, ecc.: in Irpinia furono inclusi 122 Comuni con lesioni lievissime, in Molise, con San Giuliano di Puglia, tutta la regione divenne terremotata; f)assegnare i lavori della ricostruzione a trattativa privata, comunque senza appalti veri e garantiti.

Proviamoci per contro a vedere i buoni esempi da imitare: a)studiare, analizzare, inventariare ogni pietra, accertare insomma lo stato reale delle varie situazioni; b)tenere unite le comunità locali, coinvolgendole a fondo, ascoltandole, responsabilizzandole, dicendo loro le cose come stanno; c)ricostruire i centri storici com'erano e dov'erano mettendoli in sicurezza sul modello di Venzone, di Tuscania, o anche di certi centri umbro-marchigiani; d)ristrutturare e migliorare a fondo le periferie urbane, senza straparlare di "new town"; e)passare dagli attendamenti alle "instant house" di legno, ai prefabbricati in forma di villaggio usati con successo, per esempio, sull'Appennino umbro-marchigiano; f)andare ad appalti veri, garantiti da un Authority, non col solo criterio del massimo ribasso (dove si infila il racket), ma sulla base di una serie di parametri qualitativi.

Cerchiamo insomma di praticare le virtù, oltre della generosità nei soccorsi, della serietà, della partecipazione, della competenza specifica, della cultura urbanistica e architettonica, della trasparenza nei sussidi e negli appalti. Si può, si deve. Avendo memoria e onestà, morale e intellettuale.

Il terremoto dell'Aquila ha offerto a Silvio Berlusconi una grande visibilità. Così gli è parso opportuno riaprire il discorso del ponte sullo Stretto di Messina, una sua fissazione. Ne ha parlato in una conferenza stampa, l'8 aprile; e poi ieri l'occasione si è ripresentata in un colloquio telefonico con Maurizio Belpietro di Panorama del Giorno, rubrica quotidiana delle reti Mediaset. "Per coprire gli investimenti (necessari alla ricostruzione) potremo anche ritardare qualche opera" ma non il ponte di Messina, ha affermato. "Il ponte sullo Stretto è un'opera epocale di cui la Sicilia ha assoluto bisogno per sentirsi una parte dell'Italia a tutti gli effetti".

Il concetto di "opera epocale" era già stato proposto nel corso della conferenza stampa. "Riteniamo che sia fondamentale per l'unità e la modernità del Paese, la manderemo avanti nei tempi più veloci possibili" ha chiarito allora Berlusconi, aggiungendo di averne parlato "con il ministro Tremonti: non abbiamo preoccupazioni circa la possibilità di reperire i fondi necessari".

Il governo italiano ha dunque una scala di priorità. Le Grandi Opere sono importanti, ma non quanto la ricostruzione dell'Aquila. Importantissima, quest'ultima, anzi decisiva, ma non "epocale" come il Ponte. Gli abruzzesi, quelli delle tendopoli, quelli mandati al mare, quelli invitati nelle case berlusconiane sono infatti già italiani, senza se e senza ma; non così gli abitanti della Sicilia ai quali bisogna offrire il Ponte per far sì che l'Isola si senta una parte dell'Italia "a tutti gli effetti". E così, in particolare, Raffaele Lombardo, presidente della Regione siciliana, alleato difficile, non farà capricci: il governo ha "assoluto bisogno" che non ne faccia, che non si aprano contese anche in basso, oltre che, in alto, quelle leghiste.

Ma non era stato detto e ripetuto che il Ponte si sarebbe retto da sé, a forza di project financing, senza oneri pubblici, come del resto altre Grandi Opere? E perché rimandare le altre Grandi Opere, dovendo finanziare la Ricostruzione? L'unica spiegazione è che c'è un evidente conflitto tra spese, tutte in carico, in ultima analisi, all'erario. E che nella recessione globale, nella crisi nera della finanza creativa e delle banche, le Grandi Opere sono retrocesse di fronte al Terremoto.

Non si fa a tempo a lodare la generosità del premier che subito si incontra un altro ostacolo: messi sulla bilancia il Ponte e la Ricostruzione, è il primo a pesare di più e a prevalere.

Il Ponte dunque. Si tratta dell'idea fissa di Berlusconi. Se ne parla senza soste da trent'anni: nessun risultato. Già Napoleone duecento anni fa ci stava pensando. Ecco che arrivo io e lo faccio. E' il monumento alla mia incommensurabile grandezza. Comunisti e verdi hanno giurato che l'opera è inutile, costosa e devastante, pericolosa in termini sociali e ambientali. Che tutti, inoltre, continueranno ad andare e venire tra Continente e Sicilia con aerei e traghetti, mentre la mafia farà un solo boccone degli appalti. E poi il pericolo di terremoti, in quella zona sismica.... Ma è su questo punto che Berlusconi si erge in tutta la sua possanza.

E proprio contro il Terremoto - non avendo altri avversari con cui lottare - che vuole stabilire chi è il più forte di tutti. E come un altro grande della Terra prima di lui, Serse, frustò il mare che all'Ellesponto aveva distrutto la sua flotta, adesso tocca a lui mostrare alla natura ribelle che l'uomo, anzi l'Uomo, comanda al mare, comanda agli altri uomini, comanda al Terremoto.

CLAUDIA FUSANI

"Sono tutti morti a causa dei crolli degli edifici. Non sono stati uccisi dal terremoto, ma dalle case. Eccola qui l’inchiesta. Da qui bisogna partire e senza perdere tempo: ogni palazzo crollato deve diventare il prima possibile la scena del delitto".

Enrico Di Nicola è stato a lungo procuratore capo di Pescara e poi a Bologna. Abruzzese doc vive con pena la tragedia del terremoto. Ma anche con rabbia e sdegno. Il procuratore ha da poco finito di seguire le immagini dei funerali di stato, 205 bare ma i morti sono 287. E non è finita qua.

Procuratore, qualcuno poteva essere salvato?

"La maggior parte, probabilmente. Ma dirlo adesso conta poco".

Il procuratore Rossini ha spiegato ieri all’Unità che sta valutando ogni ipotesi investigativa, dai crolli ad eventuali sottovalutazioni del rischio sismico. Fino a che punto è possibile un’indagine di questo tipo?

"Non solo è possibile ma doverosa. L’ipotesi è disastro colposo contro ignoti. Gli esperti hanno dichiarato che la magnitudo del sisma non avrebbe avuto conseguenze se gli immobili fossero stati costruiti applicando le leggi antisismiche del 1974".

Come cercare di dimostrarlo in una città che non ha più documentazione di sé? In macerie anche Comune e Prefettura.

"Ogni palazzo crollato, pubblico o privato, deve essere trattato come se fosse la scena del delitto. Ogni situazione va subito catalogata e documentata. Repertando blocchi di cemento ma anche utilizzando il materiale di tivù e giornali. Comincerei dagli edifici strategici, prefettura, comune, ospedale, tribunale".

Per ospedale e tribunale forse è più "facile" perché più recenti. Ma per gli altri, ad esempio palazzo Margherita sede del Comune, e la Prefettura, sono edifici monumentali.

"Anche se antichi, e quindi costruiti prima del 1974, ogni anno gli edifici pubblici che sono anche luoghi di lavoro devono essere valutati per idoneità e sicurezza. Esiste un protocollo definito. Lo prescrive la legge, non solo quella antisismica ma anche quella per la sicurezza sui luoghi di lavoro. E comunque anche gli edifici storici o antecedenti il 1974 possono essere messi in sicurezza specie in una zona a così alto rischio sismico".

Lei dice "catalogare e documentare le scene del delitto". In che modo?

"Il cemento armato, ad esempio. Organizzerei nuclei di investigatori e poi di periti. Vorrei avere reperti di blocchi di cemento per ogni edificio crollato e costruito dopo il 1974 per verificare la composizione del cemento ma anche il tipo di ferro utilizzato".

Detto così sembra un lavoro impossibile.

"Conosco bene gli abruzzesi, forti e tenaci ma anche facili alla rassegnazione. Questo invece è il momento in cui devono pretendere e indignarsi. Questa tragedia potrebbe diventare la molla di un grande riscatto e di una grande lezione per tutti. È chiaro che le leggi antisismiche sono state applicate solo burocraticamente, in modo formale ma non nella sostanza".

Servono denunce ed esposti di privati cittadini?

"Può essere sufficiente anche l’iniziativa del sindaco o del Prefetto che chiede l’intervento del Procuratore. Io ho fiducia. Per due motivi: perchè l’Aquila ha un prefetto nuovo appena nominato, Franco Gabrielli, che è un punto di riferimento certo; perché il procuratore Rossini è persona esperta che saprà lavorare".

Crede anche che ci si sia stata sottovalutazione del rischio sismico?

"Non credo si possa prevedere un terremoto. Né che si possa bloccare una città perché ci sono le scosse. Comunque sentirei, in questo caso nell’ambito di un’indagine preliminare senza ipotesi di reato, la Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile che tra il 30 marzo e il 6 aprile ha valutato non esserci rischi".

Molte vittime sono state trovate vestite, avevano paura del terremoto e sono andate a letto pronte per scappare.

"La paura non è un elemento valido per un’inchiesta. La percezione di un fatto non è un fatto".

Ci hanno raccontato della furia del terremoto e non ci hanno spiegato che l'Abruzzo, come una parte consistente del Paese, soprattutto nel centro-sud, è seduto su un letto di cemento impastato con sabbia di mare. Imbracato da un'anima di ferro che il sale di quella sabbia si è mangiato con il tempo, rendendolo sottile e fragile come uno stuzzicadenti.

Un portavoce di "Impregilo" (già gruppo Fiat e oggi gruppo Benetton-Gavio-Ligresti) ha spiegato ieri che quella che è oggi tra le principali imprese di costruzione del Paese (è capofila per la costruzione per il ponte sullo stretto di Messina) si aggiudicò è vero nel 1991 la gara per la messa in funzione dell'ospedale San Salvatore dell'Aquila, ma è "estranea alla realizzazione delle opere di cemento armato". Che non fu lei, ma "altri, nei primi anni '80", ad impastare il calcestruzzo di quello che, dall'alba di lunedì, è il simbolo accartocciato della vergogna. Ma, evidentemente, c'è di più del San Salvatore nella catastrofe abruzzese. Racconta oggi Paolo Clemente, ingegnere della task force Enea-Protezione civile al lavoro tra le macerie dell'Aquila, che gli edifici di nuova costruzione - e per "nuova" è da intendersi fino a trent'anni - sono implosi tutti allo stesso modo. Si sono prima "seduti" sulle proprie fondamenta per poi accartocciarsi al suolo sotto il proprio peso. Di più. "Per quello che è stato sin qui possibile vedere attraverso la ricognizione tra le macerie - spiega - il collasso dei piani bassi è stato prodotto dallo schianto dei pilastri in cemento".

Perché? Paolo Buzzetti, presidente dell'Associazione nazionale costruttori edili (Ance), è persona seria. E la mette così. "Se parliamo di sollecitazioni di grado e accelerazione pari a quelle registrate all'Aquila, il cemento armato, se fatto a regola d'arte, deve reggere. Non si discute". Dunque, non è neppure un problema di rispetto di norme antisismiche. È un problema di cemento. Paolo Clemente è d'accordo. "Purtroppo è così - dice - Quel cemento non era di qualità". Incapace di assorbire e disperdere energia, si è sfarinato come pasta frolla non appena investito da una forza di accelerazione che - spiegano gli addetti - è stata, domenica notte, tutt'altro che irresistibile. "Un buon cemento - dice l'ingegnere Alessandro Martelli, responsabile della sezione Prevenzione Rischi Naturali dell'Enea, professore di Scienza delle costruzioni in zona sismica all'università di Ferrara - deve essere in grado di sostenere un carico che oscilli almeno tra i 250 e i 300 chilogrammi per centimetro quadrato. Questa è la regola che dovrebbe valere anche per edifici non proprio recenti. Diciamo dal '70 in poi".

Non è sempre così. Anzi, molto spesso non è così. Qualche nome. Qualche luogo. Nel 2003, dopo il terremoto che nell'anno precedente ha devastato Molise, diverse regioni e comuni italiani sottopongono a verifiche statiche gli edifici scolastici. In Molise, il cemento del liceo "Romita" di Campobasso non regge più di 46 chilogrammi per centimetro quadrato (è sei volte sotto la norma). In Sicilia, a Collesano, nell'entroterra di Cefalù, i pilastri della scuola superiore non vanno oltre i 68 chilogrammi per centimetro quadrato. L'asilo, i 12 chilogrammi per centimetro quadro. Il cemento - ricorda oggi chi condusse l'ispezione - si bucava con la semplice pressione dell'indice. Ciò che restava della sua anima di ferro era uno sfilaccio rugginoso e corroso.Cosa aveva messo in quel cemento chi aveva giocato con le impastatrici e le vite degli altri? E cosa hanno messo in questi anni nel cemento delle nostre case, delle nostre scuole, dei nostri uffici? E quanto ci hanno guadagnato?

Paolo Clemente risponde da ingegnere, con la rassegnazione di chi, purtroppo, sembra sveli un segreto di Pulcinella. "Normalmente, i cattivi costruttori utilizzano sabbia di mare. Costa niente, rispetto alla sabbia da cava. Il problema è che, oltre alle molte impurità, è piena di cloruro di sodio. E quei cloruri, con il tempo, si mangiano il ferro. I margini di guadagno sono alti. Diciamo che fatto 100 il costo della costruzione, chi gioca con la qualità del cemento arriva a guadagnare fino a 50, 60. Chi costruisce a regola d'arte è al 30".

Paolo Buzzetti, mercoledì sarà all'Aquila con una propria commissione tecnica dell'Ance. L'associazione, oltre ad essersi offerta per la ricostruzione della Casa dello Studente, promette un'accelerazione: "Io non amo i processi sommari. Ma deve essere chiaro che non vogliamo difendere tutti. Che chi ha sbagliato, pagherà. Perché per questi signori non c'è spazio nell'Associazione. Chiederemo che venga reintrodotta una figura di controllo che accompagni la costruzione di un edificio dall'inizio alla fine. Evitando che i subappalti, da strumento necessario di duttilità, diventino il ricettacolo di furbizie e illegalità. Ma ci batteremo anche perché il Paese esca dalla logica del ribasso. Quella che spinge molti, pur di stare nel mercato, a costruire a prezzi impossibili. Ad abdicare alla qualità e alla sicurezza".

L’allarme del Capo dello stato è serio. "Esiste il rischio che le organizzazioni di stampo mafioso possano approfittare dell'attuale crisi per acquisire il controllo di aziende in difficoltà, con una invasiva presenza in tutte le regioni del paese". L’analisi di Napolitano è preoccupata. In piena recessione sono le mafie italiane gli unici soggetti in grado di disporre di liquidità. Capitali freschi, non gravati da interessi, immediatamente disponibili per operazioni finanziarie e di mercato. Lo aveva detto nei mesi scorsi anche Pietro Grasso, il procuratore nazionale antimafia. E lo dicono i magistrati e gli investigatori che giorno dopo giorno sul territorio contrastano il potere finanziario delle organizzazioni criminali. Studi e ricerche, i più accreditati sono quelli dell’Eurispes, calcolano in 130 miliardi di euro il fatturato complessivo di mafia, camorra, ‘ndrangheta e Sacra corona unita. I guadagni netti, sempre secondo le stime, sono pari a 70 miliardi. Una cifra enorme, frutto, soprattutto, di quello che è ancora il business più lucroso il traffico di stupefacenti: 59 miliardi di utile netto.

Ma anche all’interno delle mafie, stando alla lettura dei dati riferiti agli anni scorsi, c’è stata una forte evoluzione. Che ha fatto svettare la ‘ndrangheta calabrese ai primi posti della hit-parade della ricchezza. Il fatturato dei boss che dominano da San Luca a Vibo Valenzia ammonta a 44 miliardi di euro, qualcosa pari al 3% del Pil. Una cifra paragonabile alla ricchezza di nazioni come Estonia e Slovenia. Con queste cifre, è l’analisi degli esperti, è a rischio una buona fetta della libertà di mercato nel nostro Paese. Acquisizione di aziende, ingresso nella grande distribuzione commerciale, finanziarie e banche. Ma anche opere pubbliche. Il Ponte, l’interminabile Salerno Reggio, l’Alta velocità, l’emergenza rifiuti in Campania e l’"occasione d’oro": la ricostruzione dell’Abruzzo terremotato. Un dato per capirci: per risanare le ferite de l’Aquila e dei paesi colpiti dal sisma del 6 aprile il governo ha stanziato 8,5miliardi, una cifra cinque volte inferiore al fatturato della sola mafia calabrese. Appalti e subappalti, smaltimento delle macerie: sono queste le pieghe del dopoterremoto nelle quali possono infiltrarsi le associazioni mafiose.

Un varco è stato già aperto dal decreto del governo. Lo denunciano gli architetti, ingegneri e avvocati riuniti nel "Collettivo 99" in un documento pubblicato sul loro sito (www.collettivo99.org). Il decreto dà la possibilità di assegnare in subappalto "fino al 50% della categoria prevalente in deroga alla Legge 163/2006 Codice dei Contratti Pubblici che indica un tetto del 30% (elemento molto pericoloso per le infiltrazioni malavitose)". In pratica subappalti a gogò e senza controlli. Mafie ricche, che riciclano e investono modificando così la loro stessa struttura. Fenomeno che è già ad uno stadio avanzato per quanto riguarda la ‘ndrangheta. Nelle "famiglie" più importanti ormai un solo figlio è destinato a tenere in mano le redini dell’organizzazione. Gli altri sono medici, avvocati, broker, esperti finanziari e capi d’impresa. Mafia, camorra e ‘ndrangheta temono poco i sequestri dei beni. Nel 2008, calcolano gli esperti, l’azione della magistratura ha portato al sequestro di ricchezze per 5,2 miliardi di euro (2,9 miliardi alla camorra, 1,4 alla mafia e 231 milioni alla ‘ndrangheta). Poco. Troppo poco.

Dopo il terremoto di L’Aquila e Abruzzo, il governo ha formulato una nuova versione del decreto “per il rilancio dell’attività edilizia” e fa entrare in vigore la nuova normativa sismica più volte rinviata. Ma il lupo perde il pelo, non il vizio. All’articolo 1 del nuovo decreto si prevede che gli interventi di demolizione e ricostruzione di opere interne ai fabbricati possano iniziare con il semplice invio di una “informativa, anche per via telematica”. In buona sostanza, il proprietario di un edificio può ristrutturarlo e farci ciò che vuole limitandosi a inviare una e-mail! Quello stesso proprietario, sempre ai sensi dell’articolo 1, può anche mutare la destinazione d’uso dell’immobile. Aveva abitazioni, ad esempio, e può farci un albergo. Aveva un deposito e può aprire un opificio che preveda la presenza stabile di lavoratori.

Queste due attività sono soggette al rispetto della normativa antincendio. Porte tagliafuoco, vie di fuga, luoghi sicuri e quant’altro, così da scongiurare le tragedie che hanno punteggiato la storia del nostro paese, dal cinema di Torino, ad un albergo del centro storico di Roma, a tante fabbriche un tempo prive dei più elementari strumenti di prevenzione all’azione del fuoco. Piccole spese per salvare vite umane.

Ma per la classe dirigente economica che detta indisturbata l’agenda del governo queste conquiste di civiltà sono evidentemente inammissibili. Ecco il testo del secondo comma dell’articolo 1. “Ai fine di semplificare il rilascio del certificato di prevenzione incendi, il certificato stesso, ove previsto, è rilasciato in via ordinaria con esame a vista”. E’ scritto proprio così, con esame a vista. I tecnici dei vigili del fuoco dovranno recarsi sul posto senza poter disporre, come oggi, di un progetto antincendio presentato. E una volta lì dovranno rilasciarlo con esame a vista. Mancando un archivio, poi, qualsiasi cosa dovesse accadere negli anni a venire non si troverebbe alcun responsabile: mancano le prove sullo stato dei luoghi.

Ci sarebbe da scandalizzarsi. Ma purtroppo ogni volta che atti ufficiali di governo fanno emergere questa cultura inaccettabile per qualsiasi paese civile, appare soltanto un silenzio generalizzato da parte di tutti gli strumenti di comunicazione. Forse perché al potere economico -che ne controlla molti- fa immensamente piacere che qualcuno faccia il lavoro sporco.

Dall’attenuazione delle misure di sicurezza sul lavoro alla privatizzazione dell’acqua. Dall’inarrestabile spinta alla precarietà del lavoro fino al tentativo di cancellazione delle responsabilità della proprietà in caso delle morti sul lavoro. Dall’abolizione delle regole urbanistiche all’annullamento delle funzioni delle Soprintendenze di stato. In ogni settore della nostra società si sta purtroppo affermando una concezione selvaggia che ci allontana dall’Europa, dove, come noto, vengono continuamente potenziate le funzioni statali. La cecità della classe imprenditoriale sta mettendo in crisi le stesse basi della convivenza civile del paese. Sulla responsabilità penale della proprietà in caso di incidenti c’è voluto il decisivo intervento del Presidente della Repubblica. Ma se manca un moto di sdegno da parte dell’opinione pubblica sulle altre questioni aperte assisteremo a tante altre sconfitte.

Nelle aree devastate dal sisma le ruspe dovranno rimuovere le macerie e garantire l'incolumità delle popolazioni. In Irpinia, nei mesi che trascorsero tra il 23 novembre del 1980 e la seconda tremenda scossa del febbraio, le ruspe demolirono interi 'presepi'. Così venivano qualificati i paesi dell'interno e si fece giustizia sommaria di abitati che potevano essere recuperati, come scrisse un uomo saggio come Manlio Rossi Doria e molti con lui rimasti inascoltati. Per fortuna in Friuli prima, nelle Marche e in Umbria nel '97 la strategia adottata è stata radicalmente diversa, anche perché le popolazioni si mostrarono più consapevoli e attente nel difendere i loro 'presepi'. Ritardi culturali e l'affarismo spregiudicato di costruttori rapaci, in combutta con le cosche, in Irpinia andarono a braccetto. Ora le condizioni sono assai diverse e gli abruzzesi stanno mostrando di avere occhi aperti e di essere molto legati alle loro 'piccole patrie'.

L'Aquila è una città di 120 mila abitanti con un tessuto storico di grande compattezza e qualità stratificato nel corso di molti secoli dal medioevo all'Ottocento: è ricca di insigni monumenti civili e religiosi. Li abbiamo visti sventrati in foto e filmati, ma L'Aquila è anche un insieme urbano di edilizia minore, di strade e stradine, di episodi architettonici che sono la memoria e l'identità di una città. La salvezza di questo mallo urbano si deciderà nelle prossime settimane e il suo destino dipenderà dal modo in cui la regia della Protezione civile muoverà le ruspe. Lo stesso organismo su 6 mila edifici diagnosticati ha valutato che circa la metà è inagibile.

È un dato statistico ben più grave di quanto si potesse temere: vuol dire che la metà della popolazione - 40-50 mila persone - non potrà rientrare nelle case, negli uffici, nelle scuole, nell'università, negli esercizi commerciali. La fretta è cattiva consigliera e all'Aquila bisognerà che le ruspe si muovano con l'accortezza di un bisturi. Prima che esse entrino in azione, a parte casi di eccezionale urgenza, è indispensabile che si completi la diagnosi statica e geologica del tessuto urbano, così da disporre di una mappa completa e sistematica con cui operare; il ministero dei Beni storici, artistici e culturali ha mobilitato la Direzione generale, con i tecnici delle Soprintendenze, coadiuvati da esperti che hanno meritevolmente operato in Umbria e nelle Marche.

Questa doppia mappa del patrimonio edilizio e monumentale potrà consentire di rimuovere le macerie e ragionevolmente garantire un futuro alla dignità urbana abruzzese. I tempi non saranno brevi, perché non possono essere brevi e perché è meglio indugiare e salvare il salvabile. Ma perché questo avvenga - ce lo auguriamo vivamente - bisognerà potenziare gli organici sia della Protezione civile (geologi e ingegneri) che del ministero dei Beni culturali (architetti, storici dell'arte, restauratori). È dunque prioritario stanziare fondi che consentano di assumere i 400 precari dell'Istituto nazionale di Geofisica e ridare vigore con nuove assunzioni al delicato lavoro delle Soprintendenze.

I ministri Brunetta e Bondi debbono alzare la voce e chiedere che il governo stanzi le risorse necessarie perché questa force-de frappe possa entrare quanto prima in azione. Ogni edificio salvato è una risorsa e un bene economico che va valutato come tale in tutta la sua rilevanza.

È evidente che per Onna, ridotta a un cumulo di macerie, non è possibile agire con il bisturi, a parte la chiesa temo poco sia salvabile. Ma L'Aquila e altri centri meritano di essere recuperati. Il valore artistico, ambientale e urbanistico di un sistema complesso come quello abruzzese è in primo luogo una risorsa economica di incalcolabile valore umano che ridicolizza lo sciocco slogan delle new town.

In questi giorni un’overdose di notizie ed informazioni a corollario del dramma abruzzese ha reso i cittadini più consapevoli. Durerà poco, come è sempre successo. Le notizie sul terremoto ovviamente scaleranno nelle pagine interne dei giornali, fino a scomparire. La speranza è che non si dissolva, assieme all’attenzione dell’opinione pubblica, quella montagna di impegni assunti da chi si è prodigato davanti ai teleschermi per far dimenticare le inadempienze del passato con le promesse per il futuro. Comunque, i cittadini, almeno in questo momento, hanno le idee più chiare su quanto questo paese sia esposto al rischio sismico. Sono stati fatti confronti con California e Giappone, e proprio su un terremoto in Giappone è utile spendere qualche altra parola.

La città di Kobe venne colpita nel 1995, il 17 gennaio alle ore 5 e 46 minuti, da un forte terremoto di magnitudo 6.8, che liberò una quantità di energia circa 10 volte maggiore di quella rilasciata il 6 aprile a L’Aquila. Fu un terremoto dagli effetti devastanti: 6.500 vittime, una quantità enorme di danni valutati oltre 100 miliardi di dollari. Alcuni articoli usciti sulla stampa italiana, anche di prestigiose firme, traevano da quel disastro qualche spunto consolatorio. Si sosteneva che, dopo tutto, anche i giapponesi, così tecnologicamente avanzati, così attenti alla preparazione della popolazione alle calamità, così avanti nel campo della geofisica e nella progettazione antisismica, così efficienti e consapevoli dei livelli di rischio a cui erano esposti, con un evento solo un po’ più forte dell’Irpinia avevano dovuto registrare un numero di vittime più che doppio ed un danneggiamento di dimensioni spaventose.

Le cose, in realtà, non stavano proprio così. Kobe è una città moderna che si apre sul mare, un attivissimo porto, con una popolazione di 1.5 milioni di abitanti che con l’hinterland supera i 4 milioni. Una città per la quale non era atteso un terremoto di quell’intensità – era infatti inserita nella fascia più bassa di pericolosità sismica – e quindi nemmeno tanto preparata e difesa. Kobe si era trovata invece all’interno dell’area di massima intensità, con epicentro a circa 20 km dal cuore della città; e un terremoto al mattino presto è una pessima ora in termini di conseguenze per la popolazione.

Dall’esperienza di Kobe, e di altri eventi distruttivi in contesti metropolitani occorsi nel mondo, possiamo trarre qualche considerazione sulla fortuna che ha assistito l’Italia negli ultimi decenni.

Il terremoto di Reggio Calabria e Messina ebbe un’intensità dell’ XI grado della scala Mercalli (magnitudo stimata 7.2), colpì due città (oggi due aree metropolitane) causando circa 85 mila morti. In tutto il resto dello scorso secolo ci sono stati in Italia altri terremoti distruttivi. Uno in particolare, quello della Conca del Fucino del 1915 causò oltre 30 mila vittime; la cittadina di Avezzano che contava 11 mila abitanti si trovò nell’area epicentrale; il 90 per cento della sua popolazione rimase sotto le macerie. Dopo questi due eventi il paese ha avuto fortuna. Altri terremoti di forte intensità distruttiva, il Vulture nel 1930, l’Irpinia nel 1962 e nel1980, hanno causato moltissime vittime ma si sono tenuti lontani con le massime intensità dalle aree urbane. La stessa cosa è avvenuta in Belice nel 1968 e in Friuli nel 1976 con la distruzione di centinaia di paesi e nuclei abitati.

Mai più, tuttavia, in una città, in un’area urbana, fino a qualche giorno fa. Per questa ragione possiamo dire che il nostro paese è stato fortunato a lungo, per molti decenni. L’esserlo stato fino ad oggi avrebbe dovuto rappresentare l’elemento fondante attorno al quale sviluppare un’azione lungimirante di prevenzione, tanto più inderogabile quanto la nostra situazione è diversa da quella di Kobe, una città che fu capace di resistere, anche se con perdite enormi, ad un evento estremamente distruttivo. Da noi le cose, molto probabilmente, non andrebbero come in Giappone; molte delle nostre città in aree ad elevato rischio sismico potrebbero subire, a parità di magnitudo, un impatto molto più severo ed oggi L’Aquila dovrebbe essere, oltre che una enorme sciagura, anche un inconfutabile monito.

Chi avesse voluto in tutti questi anni prendere le distanze da quanto successe a Reggio e Messina e ad Avezzano ormai un secolo fa, con un consolatorio "ora c’è la normativa sismica e il cemento armato" o altre semplificazioni tranquillizzanti, deve oggi invece prendere atto di quanto accaduto nella città abruzzese; ancor di più resterebbe fortemente deluso guardando le città attraverso gli scenari di evento che da tempo sono disponibili. La "città vecchia", i centri storici vulnerabili lo sono per definizione e della loro situazione in qualche misura ne fanno sfoggio con franchezza, la "città moderna" invece può indurre all’errore se si ritiene che solo perché tale offra maggiori garanzie; molto spesso non è così né sotto il profilo delle scelte urbanistiche né per la qualità edilizia (spesso anche quando entrambe non siano state travolte dall’abusivismo) né per l’assetto infrastrutturale e delle reti dei servizi.

Spesso poco, molto poco è stato pensato, progettato, realizzato e mantenuto pensando ad un terremoto, anche dove conoscenza, norma o semplice buon senso lo avrebbero preteso. Ed allora in un contesto come quello della difesa dai terremoti, dove la previsione dell’evento è una chimera, l‘unico strumento utilizzabile ai fini "predittivi" risiede nella capacità di operare una particolare sintesi tra la conoscenza di un fenomeno naturale, il terremoto, e quella di un comportamento antropico, l’uso del territorio, soprattutto nei termini, per l’appunto, delle tante fragilità su di esso prodotte; l’esito di questa operazione complessa, che ha come risultato finale la produzione di scenari, dovrebbe influenzare in modo determinate la preparazione all’emergenza e promuovere l’azione in prevenzione. Ma questo è un altro discorso.

SCHEDA SUL PARCO MAURIZIANO DI CHIVASSO

Indice:

Premessa

1. La natura della variante di Prgc adottata.

2. L’esclusione della V.A.S. (Valutazione ambientale strategica).

3. Le prescrizioni (disattese?) della Regione

4. La (mancata?) trasmissione del PPE alla Provincia

APPENDICE 1: possibili fraintendimenti tra Regione e Comune

APPENDICE 2: imperfezioni contenute nella deliberazione di consiglio che ha adottato il PPE in variante

Premessa

Con delibera del Consiglio comunale di Chivasso n. 16 del 27 aprile 2009 è stato adottato il PPE in variante del vigente PRGC ai sensi dell’art. 40 comma 6 della L.R. 56/77 e s.m.e i. relativo alle aree 4.11 e 5.25 (area Mauriziano), che modifica il preesistente PEC Mauriziano. Il PPE modifica in misura rilevante il precedente PEC del 2006.

Dal 4 giugno al 3 luglio sarà possibile presentare al Comune osservazioni scritte in triplice copia (le istruzioni sono sul sito del Comune)

Si tratta di complessivi 56.000 metri cubi, ripartiti in 49.500 di edilizia residenziale (destinati a 550 abitanti) e di 6.500 di una palestra privata, il tutto su un’area di 40.000 metri quadri. L’area del PPE confina con il cosiddetto Parco Mauriziano, ampiezza 55.000 metri quadri, ex proprietà dell’Ordine Mauriziano, acquistato dal Comune nel 2004. Il vecchio Parco è l’unica area verde di Chivasso con alberi alti e ombrosi. Da qui la protesta di parte della popolazione, che si è concentrata principalmente su due aspetti: 1) lungo il Parco sarà costruita una fila di palazzi di sette piani di altezza; 2) entro l’area del PPE, ma a pochi metri dal Parco, verrà costruita una strada destinata a raccogliere molto traffico, perché fungerà da «tangenzialina Nord-Ovest» collegante la SR 11 (da Torino) e la viabilità verso Montanaro e il Basso Canavese.

Abbiamo esaminato la documentazione ottenuta dal Comune, e che riguarda gli anni dal 2006 al 2009. Si tratta di documenti del Comune, della Regione Piemonte, della Provincia di Torino e dell’ARPA. Vi si trovano molti punti poco chiari, o chiari ma discutibili. Li esporremo nelle osservazioni al Comune. Qui, per brevità, ne indichiamo solo quattro.

1. La natura della variante di Prgc adottata.

Nei documenti del Comune, dove si parla della «variante» adottata, si fa riferimento al comma 8 dell’art. 17 della vigente Legge urbanistica regionale 56 / 77. E’ il comma dedicato alle modifiche del PRGC meno importanti, quelle che apportano soltanto mutamenti assai modesti del vigente PRGC, e che infatti non sono neppure definite varianti. Una volta adottate dal Comune, queste modifiche non richiedono la successiva approvazione della Regione. Il riferimento al comma 8 desta sorpresa, perché il PPE «in variante» approvato dal Consiglio apporta mutamenti considerevoli rispetto alla versione precedente del progetto, il PEC del 2006. Ad esempio: 1) il tracciato della strada viene cambiato; 2) un’area a destinazione industriale viene trasformata in area residenziale; 3) gli edifici vengono portati da sei a sette piani fuori terra; 4) la volumetria cresce da 42.000 a56.000 metri cubi; 5) il numero degli abitanti sale da 465 a 550, portando il numero complessivo degli abitanti della città da 31.949 a 32.034. Gli ultimi due punti potrebbero far rientrare la variante adottata addirittura nella specie «variante strutturale», illustrata al comma 4 dello stesso articolo 17, e che richieda la successiva approvazione della Regione. In conclusione, poniamo una domanda formale e una di sostanza. Domanda formale: il PPE «in variante» adottato comporta una variante oppure non la comporta, come si ricaverebbe dal riferimento al comma 8? E se non la comporta, perché i documenti del Comune parlano di PPE «in variante»? Domanda sostanziale: i rilevanti mutamenti introdotti dal PPE sono congruenti con il riferimento al comma 8? Questo riferimento non è riduttivo? Oppure i mutamenti introdotti configurano una «variante strutturale» (comma 4), che in quanto tale richiede l’approvazione della Regione?

2. L’esclusione della V.A.S. (Valutazione ambientale strategica).

In seguito a due riunioni di conferenza di servizi, gli enti partecipanti (Comune, Regione, Provincia, Arpa) hanno convenuto di non sottoporre il PPE a Valutazione ambientale strategica. Ma dalla lettura della documentazione relativa si trae l’impressione che il Comune minimizzi l’entità dei mutamenti introdotti e il danno ambientale che la loro realizzazione produrrebbe. Ciò potrebbe avere fuorviato gli altri enti e averli indotti ad accedere alla decisione di escludere la VAS. Un solo esempio: Il Comune definisce la nuova strada del Mauriziano una semplice «viabilità di quartiere…senza alcuna valenza di tangenziale periferica della città». Ma chi conosce Chivasso sa bene che quella strada non sarà affatto una mera «viabilità di quartiere», poiché essa collegherà Torino con il Basso Canavese (da Stradale Torino, cioè la SS 11, al cavalcavia della strada per Montanaro). Sulla base di questo elemento, e di altri che potremmo illustrare, ci chiediamo se sia giustificata l’esclusione della VAS.

3. Le prescrizioni (disattese?) della Regione

Pur escludendo la V.A.S., la Regione ha espresso delle osservazioni relative soprattutto agli aspetti paesaggistici e agricoli del progetto, in cui si rilevano elementi di possibile criticità, poiché “gli insediamenti proposti non risultano pienamente aderenti ai caratteri distributivi dell’edificato urbano preesistente” (Piano Particolareggiato Esecutivo con contestuale Variante al Piano Regolatore Generale del Comune di Chivasso - Contributo regionale per la fase di verifica di assoggettabilità alla V.A.S…., datato 17-12-2008, protocollo 0056308/DA0800, protocollato dal Comune di Chivasso con N. 0042511 il 23/12/2008, pag. 4). Secondo la Regione, “il progetto presenta una sostanziale discontinuità rispetto all’ambito nel quale viene inserito” e chiede che “sia attentamente valutata la coerenza dell’impianto previsto rispetto all’esistente, anche in relazione alle altezze massime proposte per gli edifici” (idem). Perciò la Regione prescrive che siano “valutate, in sede di predisposizione del progetto definitivo, alternative di Piano che valutino la possibilità di ridurre le altezze per i fabbricati posti in adiacenza al Parco Mauriziano” (idem, pag.7).

La Regione rileva altre criticità rispetto alla nuova viabilita “in quanto la realizzazione del nuovo tracciato stradale può comportare consumo di suolo agricolo e frammentazione paesaggistica, favorendo la nascita di nuovi ambiti di espansione…” (idem, pag. 5).

A queste osservazioni, il Comune risponde in modo molto sbrigativo nella Relazione Illustrativa del P.P.E. (foglio 5), dicendo che non è possibile ridurre le altezze, senza spiegare perché, e senza predisporre alcuna “alternativa di Piano”, come richiesto dalla Regione. Al secondo rilievo, non risponde affatto.

4. La (mancata?) trasmissione del PPE alla Provincia.

Nel corso di un incontro tra rappresenti delle associazioni ambientaliste e rappresentanti del Comune di Chivasso, questi ultimi hanno affermato che non ritengono di dover sottoporre la delibera che ha adottato il PPE alla Provincia di Torino.

Osserviamo invece che:

a) In base alla Legge regionale 56/77 le delibere di adozioni delle «varianti parziali» vanno sottoposte all’esame della Provincia: «La delibera di adozione deve essere inviata alla Provincia che, entro quarantacinque giorni dalla ricezione, si pronuncia con delibera di Giunta sulla compatibilita' della variante con il Piano territoriale provinciale e i progetti sovracomunali approvati. Il pronunciamento si intende espresso in modo positivo se la Provincia non delibera entro il termine sopra indicato» (L.R 56/77, art. 17 comma 7).

b) Inoltre, in base ad una circolare regionale del 2002, le «varianti strutturali» vanno parimenti sottoposte alla Provincia: «I Comuni dopo l’adozione di Progetti preliminari di piani o di varianti, quando questi hanno natura strutturale, richiedono alla Provincia di esprimere il parere di compatibilità degli stessi con il Piano Territoriale Provinciale, se in vigore» (Circolare dell’Assessorato all’Urbanistica 23 maggio 2002, n. 5/PET - Legge Regionale 5 dicembre 1977, n. 56, e successive modifiche ed integrazioni. Approvazione dei Piani Territoriali Provinciali. Conseguenze sulla procedura di approvazione dei Piani Regolatori Comunali. Chiarimenti ed indicazioni).

In conclusione, la deliberazione con cui il Consiglio comunale di Chivasso ha approvato il «PPE in variante al PRGC…» deve dunque essere inviata o non inviata in Provincia? Non dovrebbero esservi dubbi: in base all’articolo 17 della 57/77 le varianti o sono parziali (comma 7) o sono strutturali (comma 4). E tanto in un caso quanto nell’altro - come si ricava dalla normativa sopra citata - le delibere di adozioni delle varianti medesime vanno sottoposte alla Provincia.

Ma quale specie di variante è quella adottata dal Consiglio comunale di Chivasso? Qui ricadiamo nella questione posta fin dall’inizio. I documenti del Comune di Chivasso parlano di PPE in «variante», ma non indicano di quale specie di variante si tratti. Né indicano chiaramente quali siano gli elementi della variante: il mutamento del tracciato della strada? La trasformazione della destinazione d’uso di un’area industriale in area per edilizia abitativa? L’innalzamento da sei a sette piani degli edifici? L’aumento della volumetria edificabile? L’aumento degli abitanti previsti?

E’ vero che nella delibera di adozione del PPE (n. 16 del 27 aprile 2009) si fa riferimento ad una precedente deliberazione di consiglio, la n. 69 del 3.12.08 con quale sarebbe stata approvata una «variante ai sensi art. 17 comma 8 della L.R. 56/77».

Tuttavia:

1) nell’elenco degli atti amministrativi pubblicati sul sito del Comune di Chivasso non compare alcuna delibera di consiglio n. 69 del 3.12.08 ;

2) forse i deliberanti intendevano riferirsi ad un atto dell’anno precedente, la delibera di consiglio n. 69 del 3.12.2007: ma questa delibera approva soltanto una «Variante al PRGC ai sensi dell’art. 17 comma 8 L.R. per adeguamento di limitata entità dell’area urbanistica 4.11 soggetti [sic] a strumento urbanistico esecutivo». Per la precisione si tratta semplicemente della correzione di un errore riguardante la perimetrazione dell’area. Dunque una modifica al PRGC di limitata entità, tanto è vero che viene ricondotta al comma 8, vale a dire a mutamenti che non sono nemmeno ritenuti varianti (Comma 8: «Non costituiscono varianti del Piano Regolatore Generale…»). Una piccola modifica che non ha nulla a che vedere con i consistenti elementi di variante introdotti con la recente approvazione del PPE: tracciato della strada, eliminazione area industriale, aumento dell’altezza dei fabbricati, aumento della volumetria e degli abitanti previsti. E che non giustifica nemmeno l’uso del termine «variante» nella descrizione dell’oggetto della deliberazione.

APPENDICE 1

Un indizio dei possibili fraintendimenti intervenuti tra Comune e Regione si trova nel già citato documento inviato dalla Regione al Comune di Chivasso e datato 17 dicembre 2007. Esaminando il PPE Mauriziano, i funzionari regionali scrivono che vi sarà realizzato «un complesso residenziale per anziani dotato di 82 alloggi (nell’ambito del Programma Casa 10000 alloggi per il 2012)» (p. 2). Qui i funzionari sono incorsi in un errore. Gli alloggi per anziani NON saranno costruiti nell’area PPE Mauriziano (aree 4.11 e 5.25) ma in quella del Podere San Marco, in Via Berruti, che è l’area 8.7. Forse la Regione ha male interpretato la documentazione fornita dal Comune, il quale, illustrando i caratteri della zona di Chivasso nella quale si trova l’area del PPE, cita di passaggio anche i futuri alloggi per anziani, che non hanno nulla che vedere con il PPE Mauriziano.

APPENDICE 2.

Imperfezioni contenute nella deliberazione di consiglio che ha adottato il PPE in variante

Le deliberazione (n. 16 del 27 aprile 2009) con cui il consiglio comunale di Chivasso ha approvato il PPE in variante contiene almeno 4 imperfezioni, seppure di natura diversa:

1) Nella delibera si parla di variante (l’oggetto della delibera è appunto: «Adozione del P.P.E. in variante del vigente P.R.G.C….») ma non si dice mai quale specie di variante sia stata adottata: strutturale, parziale, obbligatoria (sono elencate nell'art. 17 della 56/77);

2) La consigliera Assunta Desiderio è indicata tra gli astenuti, mentre ha votato contro, come i presenti hanno potuto constatare e come si dovrebbe ricavare dal verbale della seduta di consiglio;

3) la delibera 69 del 3 dicembre 08, citata in premessa al terzo puntino, non esiste: esiste invece la 69 del 3 dicembre 2007.

Questa delibera è regolare? Se ne può chiedere l’annullamento? Forse sì, almeno per quanto riguarda il secondo punto: la consigliera potrebbe chiedere l’annullamento della deliberazione, con le conseguenze del caso, e riservandosi di agire nelle sedi opportune per il falso contenuto nella deliberazione?

Nota: Per una ricostruzione contestualizzata del caso Parco Mauriziano si vedano sia l'articolo di Antonella Maiello che altri vari contributi comparsi qui su eddyburg.it reperibili digitando "Parco Mauriziano" nel motore di ricerca interno (f.b.)

A disposizione per qualsiasi chiarimento, Vi ringraziamo dell’attenzione e Vi porgiamo cordiali saluti

- Domenico Cena – Presidente del Circolo Legambiente di Chivasso

Via delle Alpi 21, CASTAGNETO PO
domenico.cena@virgilio.it

- Piero Meaglia – Pro Natura Torino

Via L. Ghiberti, 7 10034 CHIVASSO
p.meaglia@libero.it



Allegata Deliberazione del Consiglio di Chivasso n. 16 del 27 aprile 2009. Oggetto: «Adozione del P.P.E. in variante del P.R.G.C…relativo alle aree 4.11 e 5.25 (Area Mauriziano)»

Tra il discorso di giovedì all’Università del Cairo e la commemorazione dello sbarco in Normandia che avrà luogo oggi in Francia, Barack Obama ha scelto la sosta a Buchenwald, il campo di morte dove tra il 1937 e il 1945 furono rinchiusi 250 mila esseri umani provenienti da cinquanta Paesi diversi.

Morirono uccisi in 56 mila: 11 mila ebrei, gran parte del gruppo dirigente comunista a partire dal suo capo Ernst Thälmann, centinaia di soldati russi, e omosessuali, Rom, Sinti, uomini malati ritenuti «inabili al lavoro». Il Cairo, Buchenwald, la Normandia: tre luoghi e tre date si intrecciano, compongono insieme una storia e un tempo più vasto. Il passato dà pienezza al presente, il Ventesimo Secolo parla al Ventunesimo conferendogli profondità. In ambedue i secoli c’è sete di liberazione, in ambedue è questione di edificare un dopoguerra. Il 6 giugno 1944 in Normandia l’Europa fu liberata dal nazismo, l’11 febbraio 1945 furono i superstiti di Buchenwald a salvarsi. Oggi tocca uscire da un’altra guerra, prima che precipiti in ennesimi orrori e distruzioni: tocca, come ha detto al Cairo il Presidente, metter fine all’infausta guerra tra civiltà. La criminalizzazione dell’Islam deve finire, perché il rischio è grande di punire la diversità nel diverso, e di considerare la diversità un pericolo. Tutte e tre le tappe - Il Cairo, Buchenwald, la Normandia - narrano la difficile edificazione di un dopoguerra meno buio, fondato sulla memoria viva del passato.

Nel suo discorso a Buchenwald Obama ha sottolineato la centralità della memoria, perché non esiste ricominciamento che possa farne a meno. Soprattutto quando si è messi a cospetto di orrori talmente dolorosi che nello spettatore «subentra il mutismo, l’incapacità di proferire verbo» (accadde allo zio Charlie Payne, soldato che partecipò alla liberazione del campo: «per mesi», tornato in America, si chiuse nel silenzio). Eisenhower ne ebbe coscienza, quando vedendo il drappello di scheletri viventi accanto alle baracche disse a sè stesso e decise: bisogna che tutti vedano in immagine quel che sto guardando (tutti: tedeschi, giornalisti, soldati e deputati americani) altrimenti verrà il giorno in cui l’impensabile diverrà un’opinione.

Anche questa decisione ha voluto rammentare Obama, e anche in questo caso le tre tappe del suo viaggio si incrociano e quasi si fondono. Non si inizia una nuova relazione tra Islam e Occidente negando quel che è accaduto durante il nazismo. Non ci si mette a fabbricare un dopoguerra «raccontando menzogne sulla nostra storia». Obama sarà intransigente con lo Stato israeliano, giovedì ha definito «intollerabile» la vita dei palestinesi che vivono in terre di occupazione e ha chiesto al governo di Gerusalemme di smettere subito gli insediamenti, ma tutto questo ha senso se si riconosce quel che gli ebrei hanno sofferto e come avvenne la distruzione dell’ebraismo in Europa. Se si tocca con mano la verità storica come lui ha fatto ieri con Angela Merkel. A Buchenwald, è una guerra giusta che il Presidente Usa ricorda: l'ultima, forse, che gli americani considerino unanimemente tale. Tutti i conflitti successivi - Corea, Vietnam, Iraq - furono contestati.

Obama ha una propensione, forte, a connettere storie e tempi disparati; a creare mosaici molto ramificati, cosmopoliti. Anche la scelta di Buchenwald e di Dresda è colma di significati. Buchenwald fu innanzitutto massacro del diverso. Elie Wiesel, che ha accompagnato il Presidente assieme a un altro ex detenuto di Buchenwald, Bertrand Herz, ha usato ieri un’immagine tremenda: «Il primo esperimento di globalizzazione è stato fatto a Buchenwald, con il solo scopo di diminuire l’umanità degli esseri umani». Ma il luogo dove Hitler decretò la «distruzione attraverso il lavoro» fu anche qualcos’altro: fu simbolo della resistenza, perché i detenuti alla fine si organizzarono e presero il controllo del Lager. Quando i comandanti del campo si resero conto che le truppe Usa si stavano avvicinando, tentarono un’evacuazione dei detenuti (le «marce della morte») e i prigionieri salvarono centinaia di bambini e detenuti nascondendoli. Poi contattarono via radio i militari statunitensi e facilitarono il loro arrivo, l’11 aprile 1945.

Anche la visita di Dresda è significativa: è un esempio luminoso della politica della memoria in Germania, proprio perché evoca la vendetta atroce che si abbatté su di essa (Dresda subì un bombardamento alleato che fece 35 mila morti). Buchenwald simboleggia infine l’altro totalitarismo del ’900: il campo infatti non fu chiuso nel ’45, trovandosi prima in zona sovietica e poi in Germania comunista. Restò aperto fino al 1950: i morti per sevizie furono 7 mila.

Ricominciare la storia è ricordare dove può condurre l’odio dell’altro, e sapere che sempre può riaccendersi trasformandosi: oggi prende le forme, ha detto Obama, «del razzismo, dell’antisemitismo, dell’omofobia, della xenofobia, del sessismo».

Le parole sono importanti per Obama, il suo viaggio in Medio Oriente ed Europa lo dimostra. E proprio perché sono importanti, non si può stravolgerle con bugie e revisionismi. A Ahmadinejad il Presidente ha offerto giovedì il dialogo, giungendo fino a confessare il coinvolgimento americano nella liquidazione violenta di Mohammed Mossadeq (il primo ministro entrato in conflitto con lo Scià negli Anni 50: «Gli Usa svolsero un ruolo nel rovesciamento di un governo iraniano eletto democraticamente», ha ammesso al Cairo), ma gli ha anche detto: ecco, prima di qualsiasi dialogo è a Buchenwald che devi mentalmente venire, sono queste pietre che devi toccare come le sto toccando io. Altrimenti ogni parola è infangata, e il dono della lingua dato agli umani è insensato. Altrimenti succede come ai nazisti, che fabbricarono un mostro presso Weimar, la città di Goethe e Schiller, e sul cancello del Lager scrissero, a grandi lettere, A OGNUNO IL SUO - JEDEM DAS SEINE, mostrando come uno dei più nobili precetti del diritto romano possa pervertirsi e divenire il più cinico e mortifero segno di odio.

«Non solo rinvii, si rinunci al ponte»

intervista di Angela Mauro a

Edoardo Salzano

Edoardo Salzano, urbanista da sempre contrario al ponte sullo Stretto di Messina, non è per niente impressionato dal dibattito che, dopo il terremoto in Abruzzo, si sta sviluppando intorno alla Grande opera promessa dal governo Berlusconi. «I politici italiani ragionano sempre nell'ottica immediata, mai sul lungo termine», dice Salzano a proposito di chi, anche nel Pdl, comincia a pensare che per favorire la ricostruzione in Abruzzo sarebbe meglio rinviare il Ponte sullo stretto. L'ultimo in ordine di tempo è stato il deputato del Pdl Giuliano Cazzola, imprenditore, che proprio ieri diceva a Repubblica Tv : «Se ci sono delle priorità, credo che anche il ponte possa passare in seconda fila». Meglio che niente, è il pensiero di Salzano. Ma non basta.

Sarebbe meglio rinunciare all'opera. Ma il terremoto in Abruzzo non ha portato il dibattito così lontano...

Il ponte non è una priorità e non è utile. Per il bene della Sicilia, andrebbe potenziato il trasporto via mare. Con il ponte, l'isola diventerebbe un "cul de sac", la fine di un percorso di terra. Se si potenziassero le vie d'acqua diventerebbe una cerniera di collegamento con i porti d'Europa e con quelli dell'Africa settentrionale.

Oltre che considerazioni di carattere paesaggistico e ambientale, la sua valutazione comprende anche il rischio sismico della zona del ponte.

Oltre che essere sbagliato dal punto di vista funzionale, il ponte è sbagliato dal punto di vista della sicurezza. La faglia passa proprio da quelle parti, sarebbe una struttura a rischio, i terremoti in quell'area non sono una novità. Per non parlare dell'abusivismo in zona...

Dopo il sisma in Abruzzo, il Corsera ha lanciato l'idea di rinviare la costruzione del ponte. Anche molti del Pd, prima favorevoli, ora suggeriscono di far slittare i lavori per recuperare fondi per la ricostruzione. E cominciano a pensarla così anche nel Pdl. Manca ancora però una valutazione seria e ad ampio raggio sui rischi di un'opera del genere.

I nostri politici ragionano a seconda dell'immagine immediata che le loro dichiarazioni possono avere. Non ci sono più politici che studino problemi e soluzioni nel lungo periodo. Intorno al ponte hanno messo in giro speranze e affari. Una cosa è dire: rinviamo. Un'altra è dire: non se ne fa più niente, dichiarazione che farebbe perdere voti. Le forze legali e illegali entusiasmate dal progetto sono consistenti, capisco che i politici preferiscano parlare di rinvio. In qualche modo sono schiavi degli interessi che si agitano intorno al ponte.

L'Mpa di Lombardo, governatore della Sicilia, insiste sul ponte. Mentre il presidente della Regione Calabria, Loiero del Pd, insiste sul fatto che l'opera non è una priorità. Forse Lombardo ha maggiori interessi anche elettorali, visto che alle europee debutta nell'alleanza con Storace.

Probabile. Il punto è che alla gente non si raccontano le cose giuste. C'è un immaginario collettivo per il quale il ponte è il collegamento facile tra la Sicilia e il continente, fonte di benessere per la Sicilia. Questa è una follia: la Sicilia non è solo appendice dell'Italia. Potrebbe essere cerniera verso altri continenti. C'è un municipalismo di fondo, una chiusura dialettale, una incapacità di guardare al ruolo strategico dell'isola in relazione a un territorio più vasto. Eppure la Sicilia storicamente è stata un luogo con rapporti con il mondo arabo o con la Grecia: c'è un'eredità storica che va recuperata e per farlo non ti serve certamente il ponte.

Cosa servirebbe per portare la discussione su una rinuncia al ponte?

Va detto che è meglio sentir parlare di rinvio piuttosto che di"facciamolo e basta". Serve a guadagnare tempo, ma è insufficiente. Servirebbe rendersi conto che il suolo non ha come destinazione ottimale l'ospitare case, fabbriche o autostrade. Il suolo ha un valore in sè che dipende anche dalla sua naturalità. Rinunciare a questo si può se serve a cose socialmente più utili. Ogni ettaro sottratto alla natura, lo sottraiamo agli usi indispensabili per la sopravvivenza dell'umanità. Inoltre le trasformazioni del territorio devono essere viste e decise nel loro insieme. E' profondamente sbagliato dividere in compartimenti stagni tra prevenzione, espansione delle città, mobilità, difesa dell'agricoltura, ecc. Tutte queste cose devono essere viste insieme e lo strumento per farlo è la pianificazione territoriale e urbanistica che purtroppo in Italia è considerata un impaccio, soprattutto per gli interessi immobiliari che vengono sempre favoriti a dispetto di tutto. In Italia più la città cresce, più il sindaco è contento; più le cubature aumentano, più il pil cresce. Finchè restiamo dentro questa logica, siamo fottuti.

Si può dire che il terremoto in Abruzzo abbia fermato l'ultimo scempio annunciato dal governo: il piano casa.

Sperando che l'abbia davvero fermato. In realtà, ancora prima di pensare di introdurre nelle nuove norme sull'edilizia una maggiore attenzione per i criteri antisismici, si è pensato a norme più severe per gli sciacallaggi. Questo la dice lunga... E poi la protesta dei governatori regionali prima del sisma non ha migliorato il piano.

Nel senso che le Regioni si sono limitate a difendere le proprie competenze legislative in materia?

Esatto. Non hanno migliorato il tutto, hanno solo reso possibile quello che sembrava obbligatorio. Hanno difeso le loro competenze e ora il risultato è che ogni regione potrà fare il bello e il brutto e sono poche quelle che vogliono fare il bello, privilegiando gli interessi dell'ambiente e della sicurezza sugli interessi dei gruppi edili. Una cosa su cui tutte le Regioni sono d'accordo è svincolarsi dal rispetto della pianificazione paesaggistica nazionale: stanno ottenendo di ridurre il potere delle soprintendenze, riconosciuto all'articolo 9 della Costituzione. Per questo sul piano casa parlerei di vittoria delle Regioni, non di vittoria del popolo.

21 aprile 2009

Il terremoto e la catastrofe della cultura dominante

di Piero Bevilacqua

Il piano casa del governo Berlusconi (nella sua annunciata prima versione)e il terremoto del 6 aprile, che ha sconvolto l’Aquila e i paesi vicini, sono due “eventi” in diversa misura esemplari della storia dell’Italia contemporanea. E‘ “esemplare”, drammaticamente e dolorosamente, il terremoto, perché esso è un fenomeno consueto e direi funestamente familiare nel nostro Paese. Ogni cento anni, in media, l’Italia viene colpita da circa 100 terremoti di magnitudo compresa fra 5 e 6, nonché da 5- 10 sismi di magnitudo superiore a 6. Questo ci dicono, con ricerche ponderose condotte negli ultimi decenni, gli storici italiani del terremoti, tanto stimati nel mondo quanto negletti e inascoltati in patria.

Il nostro, infatti, è un territorio geologicamente giovane, gran parte del quale è emersa da non più di 1 milione di anni. E’ sufficiente ricordare che l’Italia, unica in Europa, ospita ben 4 vulcani attivi : il Vesuvio, l’Etna, lo Stromboli e Vulcano. E vulcanismi e terremoti sono paresti stretti. Ma occorre ricordare che la giovinezza geologica della Penisola non si esprime solo con gli eventi improvvisi e imprevedibili dei terremoti.La catena dell’Appennino, che attraversa l’intera Penisola, costituisce un immenso campo di forze in movimento, perché lì l’azione delle acque e degli eventi meteorici tende a trascinare i materiali erosi alle montagne e alle colline verso le valli sottostanti e le cimose litoranee dei due opposti mari. Quelle montagne scendono.L’Italia, infatti, non soltanto è terra di terremoti, è anche un Paese di frane.Una indagine ministeriale, condotta dopo la sciagura di Sarno del 1998, ha calcolato che oltre il 45% del territorio è da considerare a rischio idrogeologico elevato o molto elevato

All’interno di un abitat così fragile, così esposto agli imprevisti della natura è ospitato un patrimonio artistico e monumentale fra i cospicui e preziosi al mondo.Si tratta, di chiese, monasteri, palazzi, piazze, fontane, statue, interi centri cittadini che custodiscono la nostra storia e la nostra identità. E al tempo stesso, non dimentichiamolo, testimoniano una cultura delle società del passato non ancora devastate dalla furia dell’economicismo insensato del nostro tempo.

Ebbene, a fronte di questo quadro naturale e storico, le classi dirigenti italiane da decenni non riescono a esprimere una consapevolezza culturale, prima ancora che politica, all’altezza della drammatica originalità del nostro caso.Esiste una cecità persistente di fronte al nostro paesaggio visibile, quello delle frane, ma anche di fronte a quello invisibile dei terremoti.Quest’ultimo – come ha scritto Emanuela Guidoboni, una delle maggiori studiose del fenomeno - «risulta nascosto da un abito culturale che tende a consolidarsi nelle fasi lunghe e delicate delle ricostruzioni: è allora, infatti, che progettualità e razionalità dovrebbero delineare i termini del successivo appuntamento con il terremoto, quando un’altra generazione dovrà raccogliere l’eredità della ricostruzione». Chi governa tende a dimenticare che ci sarà un altro terremoto, che la vita di migliaia di bambini, donne, uomini, alcuni ancora non nati, dipende da come noi ricostruiamo oggi.

E’ proprio la memoria storica e la lungimiranza di questo costruire per il futuro che latita nel comportamento delle classi dirigenti italiane. Ma il primo progetto per la casa del governo in carica, sepolto dalle critiche delle regioni e dalle macerie del terremoto abruzzese, costituisce un segnale fra i più gravi e allarmanti del grado di irresponsabilità a cui è giunto il ceto politico nazionale degli ultimi decenni. Nel nostro Paese chi dovrebbe rappresentare i cittadini italiani, continua a obbedire a una stagione del capitalismo contemporaneo ormai morta, finita nell’infamia del tracollo finanziario e del disastro industriale. Il ceto politico, sia di governo che di opposizione, per ubbidire agli imperativi di una crescita che nessuno sa a quale traguardo sia diretta, è pronta a consumare il nostro territorio come una qualunque altra merce nel mercato universale nei beni. I comuni italiani sono presi da una furia costruttiva e si vanno mangiando la campagna per edificare centri commerciali, ipermercati, seconde e terze case, capannoni industriali. Ma il territorio è una risorsa finita, in Italia particolarmente scarsa. Non solo: come abbiamo visto essa è costituita da un habitat di speciale vulnerabilità. Più che in ogni altro Paese d’Europa esso dovrebbe essere considerato, tutto intero e indivisibilmente, un bene comune. Perché lì è la sede delle nostre abitazioni, della nostre attivtà produttive, del nostro vivere quotidiano. Lì è la sede delle risorse e della vita delle generazioni dei nostri figli e nipoti. Eppure il governo Berlusconi, per il fine strumentale di accrescere il proprio consenso elettorale, per una breve stagione di dominio, si mostra pronta a dare in pasto agli appetiti disordinati dei singoli, valutati solo come eterni elettori, il bene più prezioso e più fragile del nostro Paese.

Non dimentichiamo che il governo oggi in carica non solo intende dilapidare immense risorse per finanziarie le cosiddette grandi opere, come il ponte sullo stretto, mentre manca la sicurezza abitativa in tante nostre scuole ed edifici pubblici.Il Parlamento italiano si appresta a ridiscutere il disegno di legge urbanistica Lupi, che mira a considerare il diritto di edificabilità come intrinseco alla proprietà delle aree.Si vuole aprire una nuova fase di consumo disordinato di suolo dentro e intorno alle nostre città. Il cancro dell’ideologia neoliberista, storicamente sconfitta, in Italia si appresta a dare altri colpi irreversibili al nostro territorio, a compromettere le possibilità di vita delle generazioni che verranno.

Un anno fa, di questi giorni, Barack Obama e Hillary Clinton si contendevano la candidatura alla Presidenza nel mezzo della più intensa e incerta campagna elettorale che si ricordi. Oggi l’America si presenta con volto, parole, atti, stile di governo, profondamente mutati: legalità costituzionale, risparmio energetico, apertura al mondo islamico, nuove relazioni con Cuba, bando alla tortura, avvio di riforme sociali. Futile arroganza, uso della paura, miopia hanno ceduto il passo a serietà, calma, ascolto, sguardo lungo. È scattato il meccanismo essenziale della democrazia: cambiare in modo pacifico una politica e un governo di cui il popolo è scontento.

Potrebbe accadere in Europa? Potremmo, tra un anno, riconoscere nell’elezione europea del 2009 una svolta nella storia del continente? Non lo impediscono nessuna maledizione divina e nessuna disposizione costituzionale.

Proviamo a immaginare. Appena insediatosi, in una mozione votata da tutti i suoi gruppi, il nuovo Parlamento dichiara che di fronte alla crisi, al disgregamento del mercato unico, al mutare degli equilibri mondiali, alla palese impotenza dei Paesi europei singolarmente presi, allo spreco di risorse insito nella frammentazione della spesa, un mutamento di rotta s’impone.

Il Parlamento decide due mosse. Primo, rivendica a se stesso la scelta del presidente della Commissione (e dei commissari). Poiché anche nell'Unione, come in ogni democrazia parlamentare, mai l'esecutivo potrebbe insediarsi senza un voto di fiducia, sappiano i primi ministri e il Consiglio europeo che — come per qualsiasi capo o re degli Stati membri — un annuncio non concordato con i rappresentanti eletti dal popolo verrà bocciato. Secondo, il Parlamento chiede un’immediata e radicale riforma del bilancio dell’Unione e quindi delle politiche comuni: spesa flessibile e discrezionale, nessuna rigida ripartizione per destinazioni nazionali, vere fonti di entrata europea, nuove risorse per attuare le politiche comuni previste dai Trattati e finora impedite dal Consiglio.

Le due mosse sconvolgono il modus operandi dell’Unione e ne bloccano il funzionamento: cessazione dei pagamenti e delle procedure, proteste dei destinatari della spesa, dimostrazioni di piazza. Il Parlamento non cede. Alla fine, dopo mesi di paralisi i governi, il Consiglio (il cartello dei non-volenti, l’immenso tavolo dove i ministri nazionali recitano le dichiarazioni preparate dai loro funzionari) capiscono che il gioco è cambiato, si rassegnano al costituirsi di un potere nuovo in Europa. Una paralisi totale di alcuni mesi è più intollerabile (ma meno dannosa) dell’emiparesi in cui l'Europa languiva da decenni. Qualche Paese che non ci sta decide di uscire dall’Unione, ottenendo di conservare i diritti acquisiti.

Non ci vorrebbe più di un anno. Non sarebbe una svolta storica più grande dell’unificazione politica dell’Italia o della Germania nel 19˚ secolo, o, nel 20˚, della rivoluzione d’Ottobre, dell’emancipazione coloniale e del crollo dell’impero sovietico. Se non accadrà, sarà solo per la pigrizia e l’indifferenza degli europei stessi.

Pochissimi ritengono che accadrà. Neanche io lo penso. Ma penso che questa eventualità sia auspicabile, che potrebbe accadere e forse un giorno accadrà, che i cittadini europei dovrebbero convincersene. E spero che persone con vocazione alla politica costruiscano le proprie fortune su di essa, così come in passato altri l’hanno costruita sulla conquista dell’unità d’Italia, o del suffragio universale, o dell’abolizione della schiavitù. Yes, we can.

La gravità della situazione italiana dal punto di vista della sicurezza sismica sta nei due dati fondamentali: il 75 per cento del territorio è classificato sismico; meno del 20 per cento del patrimonio edilizio si può considerare protetto. È enorme quindi la dimensione della tragedia potenziale e delle inadempienze istituzionali. Dopo ogni evento si sono sprecati gli impegni solenni che mai più sarebbe successo, che la messa in sicurezza del territorio e la sua manutenzione sarebbero diventate la più importante opera pubblica del paese. E invece, ogni volta, passata l'emergenza più acuta, il terremoto e la prevenzione sono stati accantonati.

Non solo, il quadro che emerge dalla tragedia abruzzese fa vedere che è venuta meno la stessa ordinaria gestione della vigente normativa tecnica. Gli edifici in cemento armato, sottoposti a scosse non eccezionali come quelle di questi giorni, non dovrebbero collassare, e gli edifici cosiddetti strategici - ospedali, prefetture, caserme, opere pubbliche di particolare importanza - dovrebbero mantenere la propria funzionalità anche dove la terra trema. E invece all'Aquila sono crollati o sono stati fortemente danneggiati la casa dello studente, l'ospedale, la prefettura, il municipio, molta edilizia costruita negli ultimi anni. È stato detto che questi sono fatti della magistratura, e non c'è dubbio che così debba essere, ma mi pare che quando i comportamenti delittuosi sono così diffusi non si possa non cogliere la natura politica del problema. L'irresponsabile sottovalutazione della sicurezza pubblica dal terremoto e dalle catastrofi è uno dei temi di cui prioritariamente dovrebbero farsi carico il governo e le forze politiche. Altro che rumeni, ronde e sciacalli.

A conferma dell'insensibilità per la sicurezza sta l'indulgenza, o addirittura il favoreggiamento, nei confronti dell'abusivismo, diffuso soprattutto nel Mezzogiorno dove più elevata è la pericolosità sismica. L'edilizia abusiva è a rischio per definizione, perché è evidente che chi costruisce illegalmente non si preoccupa né delle qualità del sedime né delle caratteristiche strutturali del manufatto.

Il condono rappresenta una sorta di «cupo presagio», ha scritto Roberto De Marco, già direttore di quel servizio sismico che si occupava di prevenzione e che poi si è pensato bene di sopprimere. In Italia, in diciotto anni, sono stati approvati ben tre provvedimenti di condono. Ricordiamo chi li ha voluti: 1985, governo Craxi; 1994, governo Berlusconi; 2003, governo Berlusconi.

Né possiamo dimenticare il piano casa e dintorni, che era una specie di condono preventivo e gratuito, e prevedeva addirittura procedure semplificate per le zone sismiche. Secondo Salvatore Settis, il piano casa è stato consegnato «a una sorta di percorso carsico», da cui riemerge ogni giorno in veste diversa. Costante sembra l'intento, sostenuto anche dalle regioni, di annacquare le norme di tutela previste dal codice del paesaggio.

In vista dei problemi della ricostruzione è bene fare tesoro dalle più recenti esperienze: nel bene e nel male. A partire dal rischio delle infiltrazioni malavitose che nel cemento e nelle condizioni di emergenza trovano il migliore campo di coltura, e in Abruzzo la presenza di clan camorristici è già accertata.

Intanto, per fortuna, l'ipotesi delle new town esce a pezzi. Gli esempi di Gibellina e degli altri comuni del Belice (e anche dell'Irpinia) che imboccarono la strada del trasferimento mi sembra che nessuno li condivida, mentre i casi di Venzone e di Gemona in Friuli restano esempi mirabili di ricostruzione com'era e dov'era, accompagnata da grande attenzione al ripristino del tessuto sociale e comunitario. Mi pare molto importante il fatto che la maggioranza dei cittadini e degli amministratori intervistati si siano pronunciati per restare dove stavano. Per «tenere memoria», come ha scritto Roberto Saviano.

Sull´insegna dell’Osteria della Luna Piena si ricorda che il locale è "memoria manzoniana", per dire che ci passò Renzo Tramaglino. Adesso, davanti al Phone Center a pochi metri dall’osteria, ci sono due sudanesi rifugiati politici. Disoccupati. Senza casa. Da due anni. Dormono dove capita.

Via Lazzaro Palazzi, Porta Venezia, quella che chiamano la "casbah" milanese, miscela di Africa e memorie manzoniane. Due passi più in là c’è la chiesa di San Carlo al Lazzaretto, una lapide ricorda la carità dei frati cappuccini nell’assistere gli appestati. Dentro al suo ristorante il signor Alberto Lorenzetti è cupo: «Basta, sono stufo. Non vado neanche a votare stavolta, anche se sono di destra». Il signor Lorenzetti è nato in Etiopia, figlio di una donna etiope e di un milanese. Ha la pelle scura, il suo ristorante si chiama Saba, ci si mangia lo zighinì. Vive e lavora anche lui in quella Milano che l’altro giorno Silvio Berlusconi ha definito «una città africana».

Italiano a tutti gli effetti («Tredici mesi di naja, e ho sempre pagato le tasse»), milanese, ristoratore, tassista. «Faccio il tassista da diciassette anni, e adesso anche mio figlio. Fra il taxi e il ristorante lavoro diciotto ore al giorno. Siamo undici fratelli, e tutti lavorano». La pelle scura comincia a pesargli, e non era mai successo. «Le cose stanno peggiorando. Mi fa pena questa Italia, e lo dico da italiano. Io sono italiano, e italiano mi sono sempre sentito. Ma adesso, dopo 33 anni, comincio a sentirmi straniero. Non ho più l’età, altrimenti me ne andavo».

I cattivi umori toccano ora anche Porta Venezia, la cosiddetta "casbah"milanese, un posto dove la parola multietnico non suona allarmante. Porta Venezia è così da quarant’anni almeno. Non è un’idea possibile di convivenza: è una realtà, una tradizione, un’abitudine. Il bar Ethiopia sta di fronte alle cantine di Peppino Strippoli. Il caffè Addis Abeba e la trattoria Lucca in via Panfilo Castaldi. La miscela è antica. Nessun problema, ti ripetono.

Il problema, però, esiste ed è complicato. La città è complicata. Le cifre dicono: a gennaio 2009 c’erano a Milano 188.980 stranieri regolari (14,6 per cento della popolazione), più 38 mila irregolari. Gli africani regolari sono 58mila. Non tutta la Milano africana è antica come Porta Venezia, non tutta è pacificata e stratificata. Se vai verso fuori, oltre piazzale Maciachini, via Imbonati, via Pellegrino Rossi, lì lo stravolgimento ribollente dei vecchi quartieri lo vedi. Il governo della trasformazione abbandonato nelle mani onnipotenti del mercato. Così, dieci phone center in cento metri, minimarket etnici, kebab: senza un criterio, senza un equilibrio. La paura è dei vecchi, che vedono sparire i punti di riferimento, delle donne anziane alle prese con giovani maschi in gruppo. In via Padova, lo spaccio notturno, le bottiglie rotte, quelli che pisciano sui portoni. Gli stranieri appena arrivati sono più poveri, e coi poveri vanno a vivere, gomito a gomito. Agganciano legami dentro le loro comunità, creano reti di sopravvivenza separate, sono intraprendenti. Le differenze sono di colori, non solo quello della pelle, di abitudini, di odori. La Milano che invecchia fatica ad adattarsi, si vede diversa, non si riconosce. Ogni tanto esce una statistica che fa impressione. A Milano il cognome cinese Hu ha superato i Brambilla. In Brianza sono più gli imprenditori Mohammed dei Brambilla.

Qui a Porta Venezia, vecchia Milano multietnica, c’è chi vive tranquillo. Abraham Kibrom è il titolare della Ferramenta Galaxy: «Io sono nato in Etiopia, ma questo adesso sento che è il mio Paese, penso come un italiano, le tasse che pago mantengono i pensionati italiani. Ho diritto ad essere rispettato». E ci dev’essere una vena comune interetnica che attraversa il settore ferramenta, se anche dai concorrenti italiani della "Ferramenta Formenti" di via Panfilo Castaldi la campana è la stessa: «Guardi - dice il signor Licinio - sono trent’anni che lavoro qui, e il quartiere è sempre stato così come lo vede. Multietnico, e senza problemi. E sa cosa le dico? Multietnico per me significa che ho avuto modo di conoscere gente di tante nazionalità diverse. Qui di fianco ha appena aperto una parrucchiera africana: mi ha detto che non si aspettava di stare in mezzo a gente così per bene». Sì, ma se fai cento metri sei in piazza Oberdan, quella dell’Arco di Porta Venezia. Adesso, che è metà pomeriggio, non ne vedi di africani. «Sono in giro per i giardini pubblici», spiega il barbiere Franco che ha la bottega in via Lecco. «Ma venga di notte, o al mattino presto. Sono lì che dormono sulle panchine, o per terra, dentro alle coperte. Non è un bello spettacolo». Sono quelli che stavano in una casa abbandonata in viale Tunisia, li hanno cacciati e da allora quelli rimasti vagano per il quartiere.

La categoria del multietnico è mobile, piena di sfaccettature. Gino Di Clemente, pugliese di Bisceglie, ha da quarant’anni un bar tabacchi che è una sorta di centro del quartiere: «Questa che chiamavano "casbah" una volta era unica. Io ci sto bene, questo miscuglio mi piace. Mia sorella, che ha 79 anni, apre il bar la mattina alle 6, da sempre. E mai, dico mai, che qualcuno le abbia mancato di rispetto. Il punto è un altro: oggi tutta Milano ha zone come questa, non ce n’è una che si salva. Succede da noi, con cinquant’anni di ritardo rispetto a Parigi o Londra. Non è facile».

Certe cose a Porta Venezia, venerabile "casbah", ormai passano via tranquille. Il bar gay che alla sera è una bolgia. Il ristorante mongolo. Il Krishna Bazaar. Ma prendi tutto questo, e impiantalo in un quartiere di periferia, in maniera travolgente e senza regole. Tutt’altra faccenda. La trasformazione si paga, soprattutto se non è governata, spiegata, condivisa. I cinesi di via Paolo Sarpi hanno colonizzato un quartiere, comprando in contanti e pagando bene. Ora il Comune prova a rendergli la vita difficile, per le proteste degli abitanti italiani. Con gli africani è peggio, perché il colore della pelle pesa eccome. I phone center sono il nuovo bersaglio per i controlli di polizia e vigili urbani. Perché sono il primo ritrovo. Vai verso fuori, lungo le strade che portano a Nord, alla Brianza, e la sera i marciapiedi sono tutto un crocchio di stranieri.

In via Pellegrino Rossi ogni gruppo sta per conto suo. Sudamericani da una parte. Poi africani suddivisi per paese. Parlano, scherzano, bevono. Lo stare insieme di questa gente, anche quando è innocuo, dà un’idea di fermento e di energia che spaventa i milanesi meno attrezzati, per età e per abbandono. Il signor Antonio, pensionato e ancora pimpante, ha anche il problema di parlare con i suoi amici: «Io sono sempre stato democristiano, adesso mi danno del comunista. E perché? Perché dico che bisogna farsene una ragione, e non aver paura. Mi dicono che non dovevamo lasciarli entrare, che è colpa di quelli di sinistra. Mi tocca sempre litigare, anche se tante volte anch’io faccio fatica ad adattarmi». Un viaggiatore disincantato e disilluso come Corrado Stajano, nel suo ultimo libro "La città degli untori", passa dalla "casbah" del Lazzaretto, dalla Milano africana, e si chiede: «Che siano loro, uomini di un continente di là dal mare, a rinsanguare la stanca città? Forse è un segno di speranza che abbiano messo radici nella città che li rifiuta, proprio nel posto dove infierì peste e distruzione». Ma non si capisce se ci crede davvero.

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