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Caro eddyburg,

scrivo per ringraziarti dell’ospitalità data al Comitatus Aquilanus e alle sue iniziative. Nella condizione che, in questo momento, sto vivendo, infatti, non immagini quanto io consideri di vitale importanza sapere che esistono ancora “spazi di espressione” per chi osa non omologarsi al “pensiero unico dominante”.

Quanto sta accadendo a L’Aquila mi terrorizza. Qui si sta giocando una partita importante ma molti ne sono ancora inconsapevoli. Sai, quando, in circa trenta secondi, perdi quei luoghi che hanno ospitato la tua esistenza, le tue espressioni di vita privata, le tue relazioni, il tuo lavoro, il tuo impegno sociale, le tue lacrime, i tuoi piaceri…quando perdi, in sostanza, lo spazio che ti circonda, puoi divenire terribilmente fragile. In questo stato di improvviso disagio riacquistare lucidità è faticoso, forse troppo faticoso, e può verificarsi, allora, che raccogli solo i segnali rassicuranti ed accantoni la realtà. La cruda realtà, infatti, può aggiungere quell’ulteriore malessere che, magari, hai il timore di non riuscire a sopportare.

Ecco, temo sia questo stato d’animo - composto, silenzioso ma sofferente - il sentire diffuso tra i cittadini del territorio aquilano così pesantemente colpiti dagli eventi sismici del 6 aprile scorso.

In questo contesto, il Governo - con un “formidabile” sistema decisionista – fa transitare il messaggio rassicurante del “fuori dalle tende, no alla transitorietà, da subito case vere e proprie (magari già arredate)”. In realtà, come sappiamo, dietro la “tranquillità” dei messaggi mediatici, si celano le ombre di un decreto legislativo che non dà certezze di risorse ed “appalta” la qualità della ricostruzione al progetto C.A.S.E. (e alla Società FINTECNA).

Tra mille difficoltà, ora, alcuni cittadini iniziano a contrapporsi. Sono coloro che si oppongono a chiunque voglia giocare sul futuro della città, sulla ricostituzione del suo tessuto sociale e produttivo. È questa la “molla” che ha spinto anche chi ha voluto costituirsi nel “Comitatus Aquilanus”(un nome impegnativo che ricorda la nascita della città dell’Aquila), un gruppo di persone che vuole fare della qualità e della democrazia due elementi irrinunciabili nella ricostruzione dell’Aquila.

Non rinunciare, non rassegnarsi: sono queste le sollecitazioni che guidano quei cittadini aquilani che voi avete scelto di sostenere. Grazie. Un caro saluto.

Quello che state vivendo è uno scandalo nazionale. In una piccola area sono concentrati tutti i vizi dell’Italia di oggi: quelli accumulati in un passato non brillante, e quelli di un presente che si deve definire turpe. Guai a rassegnarsi, a “omologarsi al pensiero unico dominante”. Guai a non resistere, a ogni costo. Guai a rinunciare alle difese possibili (alla resistenza) e alla conservazione degli spazi di libertà che ci sono ancora consentiti, guai a rinunciare alla tenace coltivazione di una riscossa. Buon lavoro a voi, e a tutti gli abruzzesi che condividono la vostra azione.

Il "piano casa" del governo era una materia di discussione non esauribile nell'ambito politico, e neppure in quello dell'economia, che pure ne era un fine primario. La materia riguarda, infatti, tanto strettamente il campo urbanistico e sociale, ambientale e paesistico da far subito vedere che la discussione al riguardo non può esserne solo politica o economica.

Del "piano" si è finito, invece, col parlare ben poco. Effetto, certo, degli eventi sopraggiunti, che hanno monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubblica, dal sisma abruzzese alla campagna elettorale, risoltasi in un dibattito su vita e opere di Berlusconi. Le speranze di chi pensava che i temi urbanistici, sociali, ambientali, paesistici, economici, politici implicati nella questione del "piano casa" costituissero un punto qualificante del confronto elettorale sono andate, così, ben presto deluse. Intanto, è proseguito, però, l’iter normativo e amministrativo del "piano". Da una parte, si dovrebbe giungere entro un certo termine a una ridefinizione dell’intervento legislativo a livello nazionale; dall’altra, le Regioni vanno preparando, per quel termine, gli interventi normativi di loro competenza, di cui quello nazionale finale dovrà fare il debito conto.

A dire il vero, e com’era prevedibile, la normativa in elaborazione presso le Regioni è varia dall’una all’altra di esse. Solo la Toscana ha già fatto la sua legge, che esclude da ogni deroga i centri storici e le case condonate e limita gli ampliamenti al 20% e solo per case uni o bifamiliari, oppure al 35% per chi demolisce e ricostruisce. In Piemonte si ammette, invece, la deroga ai piani regolatori, ma solo per "villette" uni e bifamiliari e per l’edilizia sovvenzionata al di sotto di 1000 metri cubi, sempre che si realizzi un congruo risparmio energetico. Misure di favore si prevedono pure in Veneto per la bioedilizia (fino a un + 40%) e nella Provincia di Bolzano al fine di un alto standard energetico. In Friuli-Venezia Giulia si favorisce chi acquista una casa; in Liguria si pensa a un intervento per ben 200.000 case, ma con criteri di stretta tutela del territorio, privilegiati anche in Umbria. Nelle Marche si mira soprattutto a superare la crisi dell’edilizia. In Lombardia si pensa a incrementi del 20%, raddoppiabili dai Comuni; e al 40% si pensa pure in Val d’Aosta per alberghi e ristoranti. Le misure del 20 (per le "villette") e del 35% (per demolizioni- ricostruzioni) sono previste anche in Campania, così come a cambi di destinazione per capannoni da trasformare in abitazioni. In Puglia escludono le zone di pregio storico- culturale e/o paesistico da ogni intervento, lasciando il 35%, con incentivi, alle demolizioni-ricostruzioni ecosostenibili. In Sicilia si pensa a due interventi per incrementi del 20 o 30% secondo i casi, anche in deroga ai piani regolatori, ma rispettando le norme di sicurezza. A due interventi si pensa pure in Abruzzo, ma fermando tutto, per ora, in vista di regole più severe. Trentino, Lazio, Molise, Basilicata, Calabria e Sardegna sembrano meno avanzate nel preparare le loro misure.

È necessario ora, certamente, che la discussione sul "piano casa", passato il momento elettorale, riprenda e si svolga in tutte le sue implicazioni, e, ormai, sui testi da approvare in sede legislativa. In linea di massima, i testi regionali in preparazione, come si vede dai nostri brevi cenni, si muovono, ovviamente nell’ambito fissato dall’indirizzo generale del governo. Le divaricazioni che si intravvedono sono, tuttavia, notevoli, e pongono varii problemi. Il punto principale è, come notammo per il piano del governo, che non si elaborino sotterfugi per un condono anticipato o per dissimulate sanatorie. Soprattutto, i centri storici e i beni storico-culturali e paesistico-ambientali andrebbero tutelati con norme estremamente precise. La deroga ai piani regolatori è preoccupante, se non ben definita per casi ristrettissimi e ben specificati, e così pure le portate degli ampliamenti oscillanti fin oltre il 35%. Per le demolizioni-ricostruzioni, se io abbatto un vecchio edificio con vani di grande cubatura e lo ristrutturo in vani di cubatura minore, facendone cinque piani al posto di tre, poi con l’aumento del 35% giungerò a sette piani e a un numero molto maggiore di appartamenti rispetto al 35% in più di quelli del fabbricato iniziale? E con quali ripercussioni urbanistiche e sociali. E,infine, che cosa sono le "villette "? E perché non tenere anche presenti le necessità sociali (case per studenti,, giovani sposi e simili)? Sono dubbi e sono problemi. Se, però, le Regioni del Sud, senza nulla sacrificare dei fini economici e sociali del piano, si illustrassero per norme ottime per il territorio e il paesaggio, per i beni storici e culturali, sulla sicurezza, sul piano ecosostenibile ed energetico, sarebbe molto bello. E sarebbe, poi, un modo concreto di rovesciare, su un punto strategico- politico rilevante, l’opinione negativa del paese su di esse. Un’occasione da non perdere.

In quelle parole è nascosta un’idea che si è trasformata in azioni: l’idea che la funzione del suolo sia quella di ospitare edifici, di lasciar sorgere su di esso case, capannoni, palazzi. Poiché il suolo serve esclusivamente a quello, qualunque atto che voglia prescrivere altre utilizzazioni è considerato un perverso vincolo: lasciare un’area all’agricoltura o alla creazione di un parco o un bosco è considerato un danno che lo “sviluppo” non può tollerare.

Per lasciare che quella “vocazione” si esprima, che quel “diritto” cancelli ogni altro diritto, che quello “sviluppo” non si arresti, bisogna rendere innocua la pianificazione delle città e dei territori: finché non si può abolirla, finchè non si può affidarla alle mani degli interessi immobiliari (come la proposta di legge sul governo del territorio del Popolo delle libertà propone) occorre consentire con ampiezza di derogare dalle sue regole.

Il Italia si è costruito troppo, al di fuori da qualunque necessità sociale. Si sono urbanizzate, e spesso degradate, aree la cui piena utilizzazione consentirebbe di ospitare tutte le necessità di una popolazione molto più ampia di quella attuale. La messa in sicurezza delle costruzioni minacciate nella loro integrità fisica dal mancato rispetto delle norme più elementari di sicurezza statica dovrebbe essere un tassello di una grande progetto di restauro del territorio, basato su un’attività di pianificazione territoriale e urbanistica che metta al suo centro la difesa delle qualità esistenti e la creazione di nuove, il rispetto della trasparenza nelle decisioni, la più ampia partecipazione alle scelte che condizionano il futuro di noi tutti.

L'insegnamento dell'Abruzzo e la memoria fragile dell'Italia

Sergio Caldaretti

Paolo Berdini sul manifesto del 7 aprile sottolinea la mancanza di ogni sensibilità politica del governo Berlusconi verso il tema della "messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio"; e, per questo, fa riferimento al piano casa in via di definizione, che tende solo ad "aggiungere". A mio avviso, questa insensibilità non è carattere esclusivo dell'attualità, ma permane nel nostro paese da lungo tempo; e non è da imputare solo alla sfera politico-amministrativa ma è un carattere consolidato della nostra cultura. È molto diffusa la tendenza ad attribuire alla natura maligna una pervicace ostinazione nell'infierire sull'indifeso popolo italico, sottoponendolo ad ogni sorta di vessazione con terremoti, frane, alluvioni, incendi, e così via. Il problema è che un terremoto o una frana in un deserto non fanno notizia perché producono danni molto limitati, mentre una parte di collina densamente edificata che viene giù dopo qualche giorno di pioggia riempie di costernazione i mezzi di informazione quanto i cuori degli individui per l'enormità degli effetti sulle persone e cose che su quella collina si erano insediate. Non è dunque, di per sé, il fenomeno naturale a provocare danni, ma il suo impatto sui contesti insediativi che si trovano sul suo percorso; danni che sono tanto più elevati quanto minore è la capacità di resistenza dell'insediamento all'impatto.

Questa banale constatazione si insinua sempre nell'imponente dialettica mediatica che si innesca a valle di un disastro; accanto alle accorate proteste sui ritardi nei soccorsi e sull'inefficienza del sistema di gestione dell'emergenza, qualcuno si spinge infatti ad adombrare una qualche disattenzione verso i complessi rapporti tra caratteri del sistema naturale e azione dell'uomo, attribuendo a quest'ultima un ruolo non secondario nel determinare i disastrosi effetti che le televisioni mostrano. Da qui, è breve il passaggio a invocare un drastico cambiamento nelle politiche per il territorio, che dovrebbero incardinarsi, neanche a dirlo, sul principio della prevenzione. A sostegno, quattro conti che dimostrano l'enorme differenza tra quanto si è speso nei decenni passati per le ricostruzioni e quanto si sarebbe speso per mettere in sicurezza il territorio.

In particolare, dopo i terremoti del Friuli e dell'Irpinia constatazioni così banali hanno aperto qualche varco. Proprio in quel periodo ho iniziato ad occuparmi, da urbanista, dei temi legati alla mitigazione del rischio sismico, e ho così attraversato con questo sguardo i molteplici disastri che si sono succeduti nel nostro paese con un ritmo incalzante e drammatico e le reazioni che ne sono scaturite. A valle di quei due eventi si è in effetti sedimentata una certa attenzione su questi temi, sia nel contesto scientifico che nell'azione politica; ne sono testimonianza le attività del Gruppo nazionale per la difesa dai terremoti e dell'Istituto di geofisica e vulcanologia, volte a definire tecniche e procedure di mitigazione, e le sperimentazioni condotte in alcune regioni per trasferire queste indicazioni in termini normativi e gestionali. Le ricerche portate avanti sulle risposte dei sistemi costruttivi ad un terremoto hanno portato a definire nuovi protocolli di sicurezza, recepiti poi da leggi e circolari.

Nel contesto scientifico che si occupava della questione si è innescato un deciso dibattito tra chi interpretava la mitigazione del rischio sismico in termini di "sicurezza" dei manufatti, e chi (in particolare, gli urbanisti) invece attribuiva centralità ad una visione della città e del territorio come sistemi complessi, e dunque riteneva che una strategia di mitigazione dovesse andare oltre l'attenzione al singolo elemento per considerare le infinite interazioni di diversa natura che si esplicano in un contesto insediativo. Una semplice constatazione dava forza a questa seconda tesi: anche se si fosse riusciti, imponendo determinate regole, a far costruire i nuovi manufatti con tecnologie adeguate a resistere al sisma, permaneva comunque l'impossibilità concreta (anche in termini economici) di "mettere in sicurezza" tutti i manufatti esistenti.

A questa fase "dinamica" ha poi fatto seguito un progressivo affievolirsi delle attività; non che tutto si sia fermato, piuttosto l'attenzione è andata sfumando, e con lei il "senso del problema", la sua coscienza collettiva. Gli eventi più recenti, forse perché non così disastrosi come quelli della fine degli anni '70, sono passati senza trovare sedimento, sia nella sfera politica che nella memoria individuale e collettiva.

Temo che, oggi, il problema non sia (solo) il governo Berlusconi, ma qualcosa di più immanente e sedimentato: l'incapacità di una collettività di conservare memorie, e di farne discendere prospettive e strategie d'azione. (...) In conclusione, ritengo che sia essenziale una sensibilizzazione a livello individuale e collettivo. Ciò rimanda a due grandi obiettivi di portata ben più ampia: la riappropriazione della coscienza collettiva del territorio e la centralità dell'approccio politico-strategico nell'interazione tra contesti locali e contesto globale. Obiettivi che dovrebbero essere inseriti senza indugio in un programma volto a ridefinire riferimenti costitutivi e strategie della malconcia sinistra nostrana.

Nei giorni passati, di fronte al sisma dell'Aquila, è parso che fossimo all'anno zero, che il Paese non avesse più memoria di esperienze vissute soltanto pochi anni o decenni fa, in uno dei tanti terremoti. Tipica l'idea fissa del presidente del Consiglio di sperimentare all'Aquila la "new town" (una vecchissima pensata) che tanto gli piace e che in cuor suo vede come il clone di Milano 2. Come se non ci fossero stati i terremoti di Ancona, di Tuscania, del Friuli, dell'Irpinia, di Umbria e Marche (cito alcuni dei più recenti) a fornire dati di esperienza - positivi e negativi - in materia di ricostruzione e si dovesse, e potesse, costruire l'Aquila 2 limitandosi a ripulire un po' le macerie nel centro storico della città, e amen. Proviamoci allora a vedere le cose da non fare, gli errori da non ripetere.

a)avere una gran fretta di decidere, prim'ancora di possedere un quadro analitico, dettagliato, scientificamente fondato della situazione; b)promettere la ricostruzione integrale in tempi rapidi: due-tre anni. Una balla solenne. Si va da cinque anni in su per i danni gravi; c)far piovere tutto dall'alto, non ascoltare a fondo le comunità locali e regionali sul "che fare" e "come fare"; d)dopo gli attendamenti, usare su larga scala gli avvilenti containers quali abitazioni semi-stabili, per anni; e)allargare a dismisura l'area del sisma da sussidiare, soccorrere, sovvenzionare, ecc.: in Irpinia furono inclusi 122 Comuni con lesioni lievissime, in Molise, con San Giuliano di Puglia, tutta la regione divenne terremotata; f)assegnare i lavori della ricostruzione a trattativa privata, comunque senza appalti veri e garantiti.

Proviamoci per contro a vedere i buoni esempi da imitare: a)studiare, analizzare, inventariare ogni pietra, accertare insomma lo stato reale delle varie situazioni; b)tenere unite le comunità locali, coinvolgendole a fondo, ascoltandole, responsabilizzandole, dicendo loro le cose come stanno; c)ricostruire i centri storici com'erano e dov'erano mettendoli in sicurezza sul modello di Venzone, di Tuscania, o anche di certi centri umbro-marchigiani; d)ristrutturare e migliorare a fondo le periferie urbane, senza straparlare di "new town"; e)passare dagli attendamenti alle "instant house" di legno, ai prefabbricati in forma di villaggio usati con successo, per esempio, sull'Appennino umbro-marchigiano; f)andare ad appalti veri, garantiti da un Authority, non col solo criterio del massimo ribasso (dove si infila il racket), ma sulla base di una serie di parametri qualitativi.

Cerchiamo insomma di praticare le virtù, oltre della generosità nei soccorsi, della serietà, della partecipazione, della competenza specifica, della cultura urbanistica e architettonica, della trasparenza nei sussidi e negli appalti. Si può, si deve. Avendo memoria e onestà, morale e intellettuale.

Il terremoto dell'Aquila ha offerto a Silvio Berlusconi una grande visibilità. Così gli è parso opportuno riaprire il discorso del ponte sullo Stretto di Messina, una sua fissazione. Ne ha parlato in una conferenza stampa, l'8 aprile; e poi ieri l'occasione si è ripresentata in un colloquio telefonico con Maurizio Belpietro di Panorama del Giorno, rubrica quotidiana delle reti Mediaset. "Per coprire gli investimenti (necessari alla ricostruzione) potremo anche ritardare qualche opera" ma non il ponte di Messina, ha affermato. "Il ponte sullo Stretto è un'opera epocale di cui la Sicilia ha assoluto bisogno per sentirsi una parte dell'Italia a tutti gli effetti".

Il concetto di "opera epocale" era già stato proposto nel corso della conferenza stampa. "Riteniamo che sia fondamentale per l'unità e la modernità del Paese, la manderemo avanti nei tempi più veloci possibili" ha chiarito allora Berlusconi, aggiungendo di averne parlato "con il ministro Tremonti: non abbiamo preoccupazioni circa la possibilità di reperire i fondi necessari".

Il governo italiano ha dunque una scala di priorità. Le Grandi Opere sono importanti, ma non quanto la ricostruzione dell'Aquila. Importantissima, quest'ultima, anzi decisiva, ma non "epocale" come il Ponte. Gli abruzzesi, quelli delle tendopoli, quelli mandati al mare, quelli invitati nelle case berlusconiane sono infatti già italiani, senza se e senza ma; non così gli abitanti della Sicilia ai quali bisogna offrire il Ponte per far sì che l'Isola si senta una parte dell'Italia "a tutti gli effetti". E così, in particolare, Raffaele Lombardo, presidente della Regione siciliana, alleato difficile, non farà capricci: il governo ha "assoluto bisogno" che non ne faccia, che non si aprano contese anche in basso, oltre che, in alto, quelle leghiste.

Ma non era stato detto e ripetuto che il Ponte si sarebbe retto da sé, a forza di project financing, senza oneri pubblici, come del resto altre Grandi Opere? E perché rimandare le altre Grandi Opere, dovendo finanziare la Ricostruzione? L'unica spiegazione è che c'è un evidente conflitto tra spese, tutte in carico, in ultima analisi, all'erario. E che nella recessione globale, nella crisi nera della finanza creativa e delle banche, le Grandi Opere sono retrocesse di fronte al Terremoto.

Non si fa a tempo a lodare la generosità del premier che subito si incontra un altro ostacolo: messi sulla bilancia il Ponte e la Ricostruzione, è il primo a pesare di più e a prevalere.

Il Ponte dunque. Si tratta dell'idea fissa di Berlusconi. Se ne parla senza soste da trent'anni: nessun risultato. Già Napoleone duecento anni fa ci stava pensando. Ecco che arrivo io e lo faccio. E' il monumento alla mia incommensurabile grandezza. Comunisti e verdi hanno giurato che l'opera è inutile, costosa e devastante, pericolosa in termini sociali e ambientali. Che tutti, inoltre, continueranno ad andare e venire tra Continente e Sicilia con aerei e traghetti, mentre la mafia farà un solo boccone degli appalti. E poi il pericolo di terremoti, in quella zona sismica.... Ma è su questo punto che Berlusconi si erge in tutta la sua possanza.

E proprio contro il Terremoto - non avendo altri avversari con cui lottare - che vuole stabilire chi è il più forte di tutti. E come un altro grande della Terra prima di lui, Serse, frustò il mare che all'Ellesponto aveva distrutto la sua flotta, adesso tocca a lui mostrare alla natura ribelle che l'uomo, anzi l'Uomo, comanda al mare, comanda agli altri uomini, comanda al Terremoto.

CLAUDIA FUSANI

"Sono tutti morti a causa dei crolli degli edifici. Non sono stati uccisi dal terremoto, ma dalle case. Eccola qui l’inchiesta. Da qui bisogna partire e senza perdere tempo: ogni palazzo crollato deve diventare il prima possibile la scena del delitto".

Enrico Di Nicola è stato a lungo procuratore capo di Pescara e poi a Bologna. Abruzzese doc vive con pena la tragedia del terremoto. Ma anche con rabbia e sdegno. Il procuratore ha da poco finito di seguire le immagini dei funerali di stato, 205 bare ma i morti sono 287. E non è finita qua.

Procuratore, qualcuno poteva essere salvato?

"La maggior parte, probabilmente. Ma dirlo adesso conta poco".

Il procuratore Rossini ha spiegato ieri all’Unità che sta valutando ogni ipotesi investigativa, dai crolli ad eventuali sottovalutazioni del rischio sismico. Fino a che punto è possibile un’indagine di questo tipo?

"Non solo è possibile ma doverosa. L’ipotesi è disastro colposo contro ignoti. Gli esperti hanno dichiarato che la magnitudo del sisma non avrebbe avuto conseguenze se gli immobili fossero stati costruiti applicando le leggi antisismiche del 1974".

Come cercare di dimostrarlo in una città che non ha più documentazione di sé? In macerie anche Comune e Prefettura.

"Ogni palazzo crollato, pubblico o privato, deve essere trattato come se fosse la scena del delitto. Ogni situazione va subito catalogata e documentata. Repertando blocchi di cemento ma anche utilizzando il materiale di tivù e giornali. Comincerei dagli edifici strategici, prefettura, comune, ospedale, tribunale".

Per ospedale e tribunale forse è più "facile" perché più recenti. Ma per gli altri, ad esempio palazzo Margherita sede del Comune, e la Prefettura, sono edifici monumentali.

"Anche se antichi, e quindi costruiti prima del 1974, ogni anno gli edifici pubblici che sono anche luoghi di lavoro devono essere valutati per idoneità e sicurezza. Esiste un protocollo definito. Lo prescrive la legge, non solo quella antisismica ma anche quella per la sicurezza sui luoghi di lavoro. E comunque anche gli edifici storici o antecedenti il 1974 possono essere messi in sicurezza specie in una zona a così alto rischio sismico".

Lei dice "catalogare e documentare le scene del delitto". In che modo?

"Il cemento armato, ad esempio. Organizzerei nuclei di investigatori e poi di periti. Vorrei avere reperti di blocchi di cemento per ogni edificio crollato e costruito dopo il 1974 per verificare la composizione del cemento ma anche il tipo di ferro utilizzato".

Detto così sembra un lavoro impossibile.

"Conosco bene gli abruzzesi, forti e tenaci ma anche facili alla rassegnazione. Questo invece è il momento in cui devono pretendere e indignarsi. Questa tragedia potrebbe diventare la molla di un grande riscatto e di una grande lezione per tutti. È chiaro che le leggi antisismiche sono state applicate solo burocraticamente, in modo formale ma non nella sostanza".

Servono denunce ed esposti di privati cittadini?

"Può essere sufficiente anche l’iniziativa del sindaco o del Prefetto che chiede l’intervento del Procuratore. Io ho fiducia. Per due motivi: perchè l’Aquila ha un prefetto nuovo appena nominato, Franco Gabrielli, che è un punto di riferimento certo; perché il procuratore Rossini è persona esperta che saprà lavorare".

Crede anche che ci si sia stata sottovalutazione del rischio sismico?

"Non credo si possa prevedere un terremoto. Né che si possa bloccare una città perché ci sono le scosse. Comunque sentirei, in questo caso nell’ambito di un’indagine preliminare senza ipotesi di reato, la Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile che tra il 30 marzo e il 6 aprile ha valutato non esserci rischi".

Molte vittime sono state trovate vestite, avevano paura del terremoto e sono andate a letto pronte per scappare.

"La paura non è un elemento valido per un’inchiesta. La percezione di un fatto non è un fatto".

Ci hanno raccontato della furia del terremoto e non ci hanno spiegato che l'Abruzzo, come una parte consistente del Paese, soprattutto nel centro-sud, è seduto su un letto di cemento impastato con sabbia di mare. Imbracato da un'anima di ferro che il sale di quella sabbia si è mangiato con il tempo, rendendolo sottile e fragile come uno stuzzicadenti.

Un portavoce di "Impregilo" (già gruppo Fiat e oggi gruppo Benetton-Gavio-Ligresti) ha spiegato ieri che quella che è oggi tra le principali imprese di costruzione del Paese (è capofila per la costruzione per il ponte sullo stretto di Messina) si aggiudicò è vero nel 1991 la gara per la messa in funzione dell'ospedale San Salvatore dell'Aquila, ma è "estranea alla realizzazione delle opere di cemento armato". Che non fu lei, ma "altri, nei primi anni '80", ad impastare il calcestruzzo di quello che, dall'alba di lunedì, è il simbolo accartocciato della vergogna. Ma, evidentemente, c'è di più del San Salvatore nella catastrofe abruzzese. Racconta oggi Paolo Clemente, ingegnere della task force Enea-Protezione civile al lavoro tra le macerie dell'Aquila, che gli edifici di nuova costruzione - e per "nuova" è da intendersi fino a trent'anni - sono implosi tutti allo stesso modo. Si sono prima "seduti" sulle proprie fondamenta per poi accartocciarsi al suolo sotto il proprio peso. Di più. "Per quello che è stato sin qui possibile vedere attraverso la ricognizione tra le macerie - spiega - il collasso dei piani bassi è stato prodotto dallo schianto dei pilastri in cemento".

Perché? Paolo Buzzetti, presidente dell'Associazione nazionale costruttori edili (Ance), è persona seria. E la mette così. "Se parliamo di sollecitazioni di grado e accelerazione pari a quelle registrate all'Aquila, il cemento armato, se fatto a regola d'arte, deve reggere. Non si discute". Dunque, non è neppure un problema di rispetto di norme antisismiche. È un problema di cemento. Paolo Clemente è d'accordo. "Purtroppo è così - dice - Quel cemento non era di qualità". Incapace di assorbire e disperdere energia, si è sfarinato come pasta frolla non appena investito da una forza di accelerazione che - spiegano gli addetti - è stata, domenica notte, tutt'altro che irresistibile. "Un buon cemento - dice l'ingegnere Alessandro Martelli, responsabile della sezione Prevenzione Rischi Naturali dell'Enea, professore di Scienza delle costruzioni in zona sismica all'università di Ferrara - deve essere in grado di sostenere un carico che oscilli almeno tra i 250 e i 300 chilogrammi per centimetro quadrato. Questa è la regola che dovrebbe valere anche per edifici non proprio recenti. Diciamo dal '70 in poi".

Non è sempre così. Anzi, molto spesso non è così. Qualche nome. Qualche luogo. Nel 2003, dopo il terremoto che nell'anno precedente ha devastato Molise, diverse regioni e comuni italiani sottopongono a verifiche statiche gli edifici scolastici. In Molise, il cemento del liceo "Romita" di Campobasso non regge più di 46 chilogrammi per centimetro quadrato (è sei volte sotto la norma). In Sicilia, a Collesano, nell'entroterra di Cefalù, i pilastri della scuola superiore non vanno oltre i 68 chilogrammi per centimetro quadrato. L'asilo, i 12 chilogrammi per centimetro quadro. Il cemento - ricorda oggi chi condusse l'ispezione - si bucava con la semplice pressione dell'indice. Ciò che restava della sua anima di ferro era uno sfilaccio rugginoso e corroso.Cosa aveva messo in quel cemento chi aveva giocato con le impastatrici e le vite degli altri? E cosa hanno messo in questi anni nel cemento delle nostre case, delle nostre scuole, dei nostri uffici? E quanto ci hanno guadagnato?

Paolo Clemente risponde da ingegnere, con la rassegnazione di chi, purtroppo, sembra sveli un segreto di Pulcinella. "Normalmente, i cattivi costruttori utilizzano sabbia di mare. Costa niente, rispetto alla sabbia da cava. Il problema è che, oltre alle molte impurità, è piena di cloruro di sodio. E quei cloruri, con il tempo, si mangiano il ferro. I margini di guadagno sono alti. Diciamo che fatto 100 il costo della costruzione, chi gioca con la qualità del cemento arriva a guadagnare fino a 50, 60. Chi costruisce a regola d'arte è al 30".

Paolo Buzzetti, mercoledì sarà all'Aquila con una propria commissione tecnica dell'Ance. L'associazione, oltre ad essersi offerta per la ricostruzione della Casa dello Studente, promette un'accelerazione: "Io non amo i processi sommari. Ma deve essere chiaro che non vogliamo difendere tutti. Che chi ha sbagliato, pagherà. Perché per questi signori non c'è spazio nell'Associazione. Chiederemo che venga reintrodotta una figura di controllo che accompagni la costruzione di un edificio dall'inizio alla fine. Evitando che i subappalti, da strumento necessario di duttilità, diventino il ricettacolo di furbizie e illegalità. Ma ci batteremo anche perché il Paese esca dalla logica del ribasso. Quella che spinge molti, pur di stare nel mercato, a costruire a prezzi impossibili. Ad abdicare alla qualità e alla sicurezza".

Successa la tragedia, si corre ai ripari. Con imperdonabile ritardo. Un vizio che ben conosciamo. E che in questo caso riguarda tutti i governi, di centrosinistra e di centrodestra. Le Ntc, esistono dal 2005, ma finora, almeno per gli edifici privati, non c’è l’obbligo di applicarle, perché la loro entrata in vigore è stata di anno in anno puntualmente prorogata. L’ultimo rinvio poco più di un mese fa, manco a dirlo col solito decreto «milleproroghe», lo stesso usato da Prodi nel 2007. Ogni volta i governi di turno hanno ceduto alle pressioni delle lobby dei costruttori e degli ingegneri, che chiedevano più tempo per adeguarsi alle novità e temevano l’aumento dei costi. E così, ancora oggi, tutte le abitazioni private possono essere costruite ignorando le regole più stringenti introdotte in maniera organica nel 2005 e aggiornate nel 2008 per garantire la durata e la resistenza degli edifici ai terremoti e alle altre catastrofi naturali.

Ma ora, dopo il sisma in Abruzzo, la politica si è pentita e l’altro ieri nella commissione Ambiente della Camera è stata approvata col voto di tutti, maggioranza e opposizione, una mozione che impegna il governo ad annullare l’ultima proroga, quella del 27 febbraio scorso, che posticipava l’entrata in vigore delle Ntc dal 30 giugno 2009 al 30 giugno 2010. Impegno che l’esecutivo rispetterà, probabilmente col decreto legge del «piano casa». E pensare che quando si profilava l’ultima proroga non erano mancati gli avvertimenti al governo. L’Atecap, l’associazione delle imprese del calcestruzzo più qualificate (quelle che garantiscono un prodotto certificato secondo le Ntc), aveva scritto al presidente del Consiglio, ai ministri delle Infrastrutture e dello Sviluppo, al capo della Protezione civile, al presiden­te del Consiglio superiore dei lavori pubblici e a tutti i gruppi parlamentari. Il continuo regime di proroga, si legge nella lettera del 23 febbraio, «costituisce un forte disincentivo ad applicare comportamenti e a fare investimenti in grado di garantire maggiore qualità in termini di durabilità e di sicurezza delle opere». Quindi concludeva con una domanda: «Perché rinunciare a livelli di sicurezza maggiori rispetto al passato?».

Una domanda che, a ben vedere, si trascina dal 2001, quando nel testo unico di edilizia si disponeva la successiva emanazione di specifiche tecniche per le costruzioni in zone sismiche. Erano passati 21 anni dal terremoto in Irpinia, 9 dall’alluvione in Valtellina, 3 dalla frana di Sarno. Le specifiche arrivarono solo nel 2003, ma la loro applicazione fu rinviata più volte fino al 2005, quando furono approvate le Norme tecniche per le costruzioni. Una disciplina organica che imponeva l’obbligo della certificazione di qualità per i materiali utilizzati nella costruzione. Priorità dettata dalla tragedia del 31 ottobre 2002, quando, per un terremoto neppure tanto forte, a San Giuliano di Puglia la scuola elementare si sbriciolò uccidendo 27 bambini e una maestra. Ma neppure questa volta le norme furono applicate, a causa di due proroghe. Finché si arriva al testo del 2008 e, almeno in parte, le nuove regole, che si adeguano con grave ritardo agli standard europei, cominciano finalmente a entrare in vigore. In particolare, per gli edifici di «interesse strategico», per esempio scuole, ospedali ed edifici pubblici in genere, c’è l’obbligo di utilizzare il calcestruzzo certificato. Per le costruzioni private, invece, se ne può fare a meno grazie appunto alle proroghe: si risparmia forse, ma le case non sono sicure.

Insieme agli edifici dell'Aquila la cosa più fragile, in Italia, è la memoria. Sembra quasi che i terremoti non siano un genere di catastrofe con la quale conviviamo da millenni. Soprattutto la mia generazione, ormai classe dirigente, sembra dimenticare di essere cresciuta guardando in televisione sobrie immagini in bianco e nero dei terremoti nel Belice, ad Ancona e a Tuscania, in Friuli. E poi l'Irpinia e l'Appennino umbro-marchigiano.

Ogni volta abbiamo guardato con stupore le macerie, abbiamo pianto morti, abbiamo assistito alle discussioni sulla «ricostruzione» e in alcuni casi alle successive polemiche sul cattivo uso dei fondi e su «famiglie che dopo quindici anni ancora abitano nei container». Chi poi come me è anche architetto sa bene che tecniche e normative si sono evolute e hanno cominciato a offrire, a chi voglia usarli, da un lato difese e protezioni abbastanza efficienti contro la violenza dei terremoti, dall'altro programmi e schemi di comportamento molto efficaci per impostare la ricostruzione.

Dal Friuli in poi il progresso tecnico-scientifico e la buona volontà amministrativa hanno permesso di rendere sempre più efficienti i meccanismi di prevenzione e i modi di reazione fino a un caso di ricostruzione davvero virtuosa come quella umbromarchigiana del terremoto del 1997, anche in quell'occasione caratterizzato da danni enormi al patrimonio storico-artistico e a quello edilizio. Per tutta questa serie di notizie, che i politici italiani dovrebbero conoscere bene, l'uscita del premier sulle «new town» è sembrata una di quelle da non prendere troppo sul serio, destinata a eccitare la fantasia e il fuoco di fila dei «commenti degli esperti» sui giornali piuttosto che a muovere azioni politiche e amministrative concrete.

Dati per scontati gli argomenti a favore del metodo «Aquila 2» - costa meno, si può fare più antisismica e magari più ecologica, produce occupazione e offre un'occasione di lavoro semplice e redditizia all'industria delle costruzioni - non ci vuole molto a mettere in luce le controindicazioni più pesanti: la perdita di memoria delle comunità, un territorio progressivamente popolato di città-fantasma, l'occupazione progressiva del poco suolo ancora disponibile, la distruzione di una delle ultime risorse - il turismo ambientale - che tengono in vita questo territorio.

Basta andarsi a fare un giro a Gibellina Nuova - la miglior «new town» post-sisma d'Italia costruita dal sindaco più illuminato e progressista con gli architetti più bravi e politicamente impegnati - per misurare la difficoltà di impiantare «a freddo» una comunità urbana. La città ha ancora un aspetto vagamente fantasmatico e tutti ci vanno solo per poter vedere l'indimenticabile opera di Burri, il «cretto» di cemento che imprigiona le rovine del vecchio paese. Quindi, visto che Burri non c'è più e che non possiamo pensare di riscattare centinaia di paesi abbandonati con altrettante opere di land-art, l'idea delle new-town rimane una trovata sensazionalistica e poco praticabile, se non per frammenti edilizi, addizioni specifiche che andranno a sostituire quelle costruzioni che davvero non vale la pena o non è il caso di ricostruire, all'interno di un progetto complessivo.

Brasilia e Chandighar in tutta questa discussione non c'entrano niente, sono città/opere d'arte, centri politici e amministrativi inventati a tavolino e realizzati dai maestri nel pieno dell'illusione eroica del modernismo, alimentati dal fatto di essere «nuove capitali» di giovani democrazie. L'Italia, come altri paesi, ha ricostruito se stessa centinaia di volte sulle proprie rovine, e l'impressione è che la sua identità profonda sia più in questa sua capacità di rigenerarsi e stratificare piuttosto che nel ricominciare ogni volta daccapo.

A prescindere da come si ricostruirà, l'aspetto più eclatante del sisma aquilano è certamente nel numero eccessivo di edifici recenti - costruzioni «antisismiche» in cemento armato - o recentemente restaurati che sono crollati all'istante, senza garantire nessuno di quei «rallentamenti» e «attenuazioni» del fenomeno che salvano in genere gli abitanti dai terremoti. Questa sì che è una notizia grave, soprattutto se messa insieme ad altre. Come quella che solo due anni fa l'area è stata inserita nelle zone di rischio sismico di primo grado (!), come il fatto che la normativa sismica in Italia, appena aggiornata, è rigorosa e adeguata e quindi chiaramente, in questo caso, non rispettata, come la costatazione, che non può non far pensare molto male, che tra gli edifici recenti che hanno reagito male ci sono alcuni edifici pubblici, il che vuol dire gare, appalti, ribassi eccetera.

L'Italia in passato ha fatto il gravissimo errore di separare, come fossero il bene e il male, la cultura della conservazione dell'antico da quella della progettazione del nuovo. Le conseguenze sono state gravissime: la conservazione è diventata immobilismo testardo e ottuso, il nuovo è diventato «brutto», casuale, non progettato, abbandonato a figure professionali inadeguate a un mercato spietato e impermeabile alle leggi. Per l'ennesima volta la fragilità con la quale il nostro territorio reagisce alle catastrofi naturali ci mette davanti a questo problema. Non è chiaro, dalle prime reazioni, se la risposta andrà a incidere su questa cultura e saprà trarre vantaggio dalle esperienze precedenti o se ci si limiterà a risarcire le comunità «dando aiuti» e incentivando l'industria edilizia.

Tremendo sarebbe costruire una New L’Aquila. Si distruggerebbe per sempre la sua memoria e l’eventuale ripristino dei suoi monumenti sarebbe del tutto inutile. Privati del loro ambiente diventerebbero vuoti simulacri in mezzo alle rovine. L’Aquila, al pari degli altri centri terremotati, deve essere ricostruita fedelmente, con criteri giusti, antisismici. Cercando di mantenere il più possibile le murature esistenti, rafforzandole con trefoli in ferro o altri sistemi tecnici non invasivi. Si utilizzi l’artigianato e non le imprese di prefabbricati cementizi. Non si dimentichi che è inagibile il nuovo ospedale inaugurato pochi anni fa e sono crollati lo studentato e altri edifici moderni, con struttura in cemento armato.

Le new towns non sono un modello di ricostruzione. Si faccia il confronto fra "nuova" Coventry e la piazza di Varsavia ricostruita con l’orgoglio di riconquistare la memoria del passato. La prima è diventata omologa ad altri moderni aggregati urbani, mentre la seconda è ritornata ad esser una piazza di città. In Italia c’è la nuova e, si fa per dire, modernissima Gibellina in Sicilia e Gemona e Venzone in Friuli, tutte distrutte dai terremoti. In Friuli la ricostruzione fedele è un modello. Ha gratificato gli abitanti e ha mitigato il dolore delle perdite perché ha ristabilito l’identità dei luoghi e ha rilanciato le attività economiche. L’artigiano ha dimostrato di rappresentare una risorsa troppo presto abbandonata in nome di un’industria che non ha saputo reggere l’urto della globalizzazione.

A Gibellina il concorso di grandi artisti, di insigni maestri dell’architettura moderna ha provocato lacerazioni, violente polemiche e un risultato tutt’altro che condiviso. La vecchia città, lontana 20 chilometri dalla nuova - pur abbandonata a se stessa - per quanto insieme di ruderi fra sterpaglie, è meno desolante della nuova. Forse per il Friuli l’esempio di Longarone ha insegnato che il nuovo non restituisce l’identità perduta.

Il terremoto non deve esser l’occasione per distruggere altro territorio non urbanizzato. Aggiungendo danno alla catastrofe. Al contrario, può offrire la possibilità di ripensare l’assetto urbano e territoriale che a L’Aquila, come altrove, è caratterizzato dal consumo progressivo dell’ambiente circostante. Non c’è bisogno di una nuova città. La documentazione esistente, la sapienza del lavoro artigianale, le stesse tecniche tradizionali adeguate per impedire il rischio sismico, offrono tutte le garanzie per ripristinare, pietra su pietra, strada per strada, luogo pubblico per luogo pubblico, il fascino di una città storica che nello scenario del Gran Sasso è – e potrà tornare a essere - una fra le più suggestive del nostro straordinario Paese.

Non è il tempo per realizzare new towns. Dopo il fascismo, ahimè, non siamo più riusciti a farle. Abbiamo abbandonato o stravolto quelle vecchie nei centri storici e abbiamo consumato territorio costruendo solo periferie. Migliaia e migliaia di ettari di periferia. Il furore costruttivo può essere più dannoso di quello distruttivo del terremoto. Dal primo Paese che eravamo per presenza turistica siamo oggi al quinto. Cerchiamo di non scendere ancora. E si ricordi: senza memoria non si costruisce il presente e tanto meno il futuro. Ripristiniamo i centri storici aquilani, magari con l’aiuto di tutti, per dimostrare a tutti che il nostro Paese ha ancora un avvenire, in quanto capace di mantenere il suo patrimonio storico e artistico, conservando o ripristinando i suoi insediamenti storici, senza alterare ulteriormente un territorio/paesaggio/ambiente, unico al mondo.

Ricostruire o costruire. Restaurare o cercare aree per nuovi insediamenti. Il dramma de L´Aquila e dei paesi abruzzesi interroga architetti e urbanisti. È come tornare alle radici del mestiere. Nella disgrazia, però, molti segnalano che l´Italia non parte da zero quanto a riflessioni e competenze, per esempio, sul risanamento di centri storici. Anzi, questo è uno dei settori in cui c´è sentore d´eccellenza, almeno dal punto di vista culturale.

Competenze alimentate dalle esperienze, intanto. Quelle generalmente considerate positive - Friuli (1976) e Marche e Umbria (1997). Ma anche quelle negative - Sicilia (1968) e Campania e Basilicata (1980) - quando terribili terremoti hanno prodotto soluzioni devastanti al punto da essere bollate come "un secondo terremoto". A Napoli, però (170 mila sfollati, 7 mila edifici inagibili, 170 strade chiuse), si tentò di combinare i due sistemi - risanamento e nuove edificazioni. Venne avviato il restauro del centro storico cittadino e il concetto di centro storico fu esteso ai quartieri popolari di San Giovanni a Teduccio, Barra e San Pietro a Patierno, dove vennero ristrutturati casali e altri edifici. Poi si costruirono tredicimila alloggi in aree che il Comune fece espropriare. Artefice dell´esperimento fu Vezio De Lucia: «Ereditavamo una riflessione culturale che risaliva agli anni Sessanta, alla cosiddetta Carta di Gubbio, che considerava i centri storici non solo un concentrato di monumenti, ma un tessuto urbano da tutelare nel suo complesso».

Il centro storico venne considerato il nucleo dal quale si era sviluppata in genere la città italiana. Furono messe a punto tecniche di recupero straordinariamente avanzate. La principale delle quali è l´analisi tipologica: Saverio Muratori e poi Gianfranco Caniggia e Paolo Maretto individuarono un numero limitato di tecniche costruttive standard che potevano essere riprodotte sistematicamente (larghezza delle travi, distanza fra i muri portanti, ecc.). Il primo esperimento di restauro di una parte di centro storico risale al 1972. Fu Pier Luigi Cervellati ad attuarlo a Bologna. «Quelle competenze sono il grande vanto che l´urbanistica italiana può esibire in Europa e nel mondo», insiste De Lucia, «e tornano utili in situazioni drammatiche come quella abruzzese». Tecniche analoghe vennero praticate a Gemona, in Friuli, e a Sant´Angelo de´ Lombardi, in Irpinia. E a Napoli. Laddove invece i centri storici sono stati o parzialmente o del tutto abbandonati per edificare nuovi insediamenti, i risultati sono sconvolgenti, come in quei paesi campani (Laviano, per esempio), che sfoggiano abitati informi, slabbrati, senza un centro.

Per Franco Purini, architetto e professore a Roma, «il recupero di un centro antico distrutto va attuato con metodo filologico, ma nuovi quartieri sono indispensabili». Nuovi quartieri, non nuove città. «È proprio l´antico che ce lo chiede», spiega, «perché il patrimonio edilizio del passato può non andare bene per le esigenze di sostenibilità e di sicurezza. Nuovi quartieri che però creino spazi pubblici e agevolino il formarsi di comunità». Lo spettro, invece, di insediamenti senza qualità è evocato da Guido Martinotti, sociologo urbano: «Riferirsi alle new towns è del tutto infelice. L´esperienza inglese è completamente diversa, ma ci sono voluti decenni prima che molte di esse diventassero vivibili. Centri storici come quelli abruzzesi hanno valore non solo per gli aspetti fisici, ma perché offrono un invidiabile senso comunitario».

«Una soluzione buona in assoluto non esiste», interviene Italo Insolera, fra i decani dell´urbanistica italiana. «Le esperienze migliori sono avvenute usando il lanternino». Tendenzialmente la strada maestra indicata da Insolera è quella di ricostruire un centro storico "com´era, dov´era". «Le città non si possono buttare via e rifare, sono il punto in cui convergono tante funzioni - la residenza, il lavoro, gli uffici - che non si inventano. Più che alle new towns inglesi io guarderei ai quartieri Ina-Casa, realizzati in Italia dal 1949 al 1963».

Recupero dell´antico o costruzione del nuovo? «È una falsa dialettica», sintetizza l´architetto Paolo Desideri. «Spero che nessuno immagini una costruzione ex novo come alternativa al recupero del centro storico. Il disastro di un terremoto è l´occasione inesorabile per sperimentare il moderno nel centro storico. Altro che new towns». A possibili trasformazioni pensa anche l´urbanista Paolo Berdini. Ma non d´architettura: «Le distruzioni di un terremoto possono consentire di eliminare dai centri storici le alterazioni compiute negli ultimi decenni, che comunque sono le prime ad essere crollate a L´Aquila. E anche di localizzare altrove alcune funzioni che lo soffocano, i tribunali, le prefetture, le università».

Costruire una new town all’Aquila, in tempi rapidi per dare una casa agli sfollati. Una città nuova, altrove, distante dalle strade dove sono crollati i palazzi, dove la gente ha vissuto, dove ha ricordi e radici. Lancia l’idea il premier Berlusconi, memore forse della «sua» Milano2, con un occhio alle new town inglesi, alle città satellite parigine. Ma l’idea non piace agli addetti ai lavori, dall’architetto Fuksas all’urbanista Gregotti. Dubbiosi anche psicologi e sociologi, capaci di leggere la trama delle esistenze urbane ricordando la storia recente che racconta di banlieu francesi diventate da sogno di città giardino a sobborghi in fiamme, come sottolinea il sociologo Duccio Scatolero che paventa proprio il rischio di nuovi ghetti. Lontani dalle città ideali immaginate nel Rinascimento e segnate oggi da edifici di scarso valore architettonico, un mondo a parte. Semplicemente un’altra periferia.

Perché qui non si crea dal nulla, come è stato per la capitale Brasilia. «Qui c’è una città con una lunga storia. Vedo difficile abbandonare, lasciare i ruderi come se fossero le rovine di Paestum e rifare tutto altrove. Anche perché le new town erano nate per altri motivi: decongestionare Londra o riorganizzare la periferia parigina», commenta Vittorio Gregotti. Un sogno comunque fallito secondo Massimiliano Fuksas. «Oggi nessuno le fa più perché non hanno dato risultati positivi, si è cercato di riprodurre l’effetto città senza successo: non sono campagna, non sono città».

Media Giuseppe Roma, architetto direttore del Censis che ricorda come ci provò De Gasperi a fare un nuovo quartiere per gli abitanti degli insalubri Sassi di Matera. «Ma la gente si ritrovò persa nel nuovo centro: troppo asettico, mancava la vita comune». Così propone di ristrutturare parte del centro all’Aquila - «perché in una città le radici sono tutto» - e costruire quartieri nuovi ma «con edifici di alto livello e qualità, non palazzoni popolari tutti uguali. E soprattutto sentendo la gente perché non sia un progetto calato dall’alto».

Parole confermate dall’esperienza di Fabio Oblach, architetto impegnato in Friuli dopo il sisma. «La gente venne coinvolta in assemblee durante le quali ragionò coi tecnici sulla riedificazione. E fondamentale fu la conservazione della memoria: se le case furono costruite un determinato posto c’è una ragione», dice contrario allo spostamento dei terremotati d’Abruzzo nella new town. Uno spostamento dai luoghi in cui la gente è cresciuta che può provocare una perdita di sicurezza, di identità ed equilibrio, secondo lo psichiatra Francesco Cro. Ma che può in alcuni casi lenire il dolore di chi non reggerebbe a continuare a vivere nei quartieri dove ha visto morire figli, amici, genitori.

Chi ha letto il racconto di Gateano Salvemini, che si salvò dal terremoto di Messina appeso a un davanzale, sa che dai sismi e dalle loro tragedie si possono trarre motivi per potenziare la ricerca, l’attività e la strategia anche intellettuale di un popolo. Pure Benedetto Croce perse i genitori in un terremoto e ne trasse un carattere italiano di grande equilibrio, di prudenza e di stabilità. Insomma i terremoti fanno purtroppo parte della storia del nostro paese e del paesaggio delle nostre anime, magari nascosti negli anfratti del carattere nazionale. Non sono emergenze, sono violenze naturali antiche che si affiancano alle violenze sociali, alle mafie, al brigantaggio, alla corruzione.

E però in Italia la magistratura ha giustamente avuto una grande attenzione vero il fenomeni della mafia e della corruzione: abbiamo dedicato seminari, libri, studi, campagne politiche e morali e sono nati persino dei partiti antimafia e anticorruzione. Ebbene, sarebbe ora che l’Italia si dotasse di una squadra di moralisti antisismici, di legislatori antisismici, di un pool di pubblici ministeri che mettano a soqquadro i catasti, gli assessorati all’urbanistica, le sovrintendenze, gli uffici tecnici, i cantieri. Non è possibile che ad ogni terremoto il mondo scopra stupefatto che l’Italia, l’amatissima Italia, è un Paese senza manutenzione.

A leggere i giornali internazionali di questi giorni si capisce subito che un terremoto in Italia non ha lo stesso effetto di un terremoto in Giappone. Anche quando non vengono colpite le città d’arte, come Firenze o Perugia, l’Italia in pericolo coinvolge di più di qualsiasi altro luogo. In gioco - ogni volta ce ne stupiamo - ci sono infatti la nostra bellezza e la dolcezza del vivere italiano, e poi i musei, il paesaggio� È solo in questi casi che ci accorgiamo come gli altri davvero ci guardano: non più sorrisi e ammiccamenti, ma dolore e solidarietà per un paese che è patrimonio dell’umanità.

Ebbene è la stampa straniera a ricordarci che ci sono città italiane incise dalle faglie, e dove le bare per i morti e l’inutile mappa dei luoghi d’incontro dei sopravvissuti sono i soli accorgimenti antisismici previsti. Ci sono città dove la questura, la prefettura, gli ospedali sono ospitati in edifici antichi che sarebbero i primi a cadere. Dal punto di vista sismico, della vulnerabilità sismica, non esiste un sud e un nord d’Italia, non esiste un paese fuori norma contrapposto a un paese nella norma. L’Italia, come sta scoprendo il mondo, è tutta fuori norma. Nessuno costruisce nel rispetto degli obblighi di legge che - attenzione! - non eviterebbero certo i terremoti che uccidono anche in Giappone e in California, anche dove la legge è legge. Neppure lì i terremoti sono prevedibili. Non ci sono paesi del mondo dove le catastrofi naturali non procurano danni agli uomini e alle cose.

Ma le norme antisismiche sono al tempo stesso prudenza e coraggio di vivere, sono la stabilità di un paese instabile, la fermezza di una penisola ballerina, sono come le strisce pedonali e la segnaletica stradale che non evitano gli incidenti ma qualche volta ne contengono i danni, ne limitano le conseguenze, ti mettono comunque a posto con te stesso e con il tuo destino. Colpisce invece che la sfida alla natura in Italia sia solo e sempre verbale: "immota manet" è il motto della città dell’Aquila ed è un paradosso, un fumo negli occhi, un procedere per contrari, una resistenza al destino che ne rivela la completa, rassegnata accettazione: la sola immobilità dei terremotati è la paura, è la paralisi.

Da sempre i terremoti intrigano i filosofi e gli scienziati. Si sa che dopo un terremoto aumentano i matrimoni e le nascite che sono beni rifugio, e si formano nuove classi sociali, si riprogetta la vita come insegna appunto Salvemini. Ma le catastrofi attirano gli sciacalli, economici certo ma soprattutto politici e morali. Ricordo che, giovanissimo, nel Belice vidi arrivare i missionari delle più strane religioni, i rivoluzionari seguaci di ogni utopia e i ladri d’anima. I soli che in Italia non arrivano mai sono gli antisismici d’assalto; le sole competenze che ai costruttori non interessano sono quelle antisismiche; e a nessun italiano viene in mente, invece di ingrandire la terrazza, di rafforzare le fondamenta della casa.

Siamo i più bravi a rimuovere, a dimenticare i lutti, a non tenere conto che la distruzione come la costruzione crea spazi e solidarietà. L’Italia sembra unirsi nelle disgrazie. Nelle peggiori tragedie ci capita di dare il meglio di noi: sottoscrizioni, copiosissime donazioni di sangue, offerte di ospitalità. Davvero ci sentiamo e siamo tutti abruzzesi. Ci sono familiari volti e lacrime che sono volti e lacrime di fratelli. Sta tremando tutta l’Italia. E anche se non riusciremo a dominare la forza devastatrice della natura, mai più dovranno dirci che questo è un paese fuori dalla legge. Fosse pure un’illusione piccolo borghese, da impiegati del politicamente corretto, abbiamo bisogno di applicare tutti insieme la tecnica antisismica e di misurare il ferro che arma il cemento: abbiamo bisogno di costruttori, di sovrintendenti, di legislatori e di giudici di ferro.

Un anno fa, di questi giorni, Barack Obama e Hillary Clinton si contendevano la candidatura alla Presidenza nel mezzo della più intensa e incerta campagna elettorale che si ricordi. Oggi l’America si presenta con volto, parole, atti, stile di governo, profondamente mutati: legalità costituzionale, risparmio energetico, apertura al mondo islamico, nuove relazioni con Cuba, bando alla tortura, avvio di riforme sociali. Futile arroganza, uso della paura, miopia hanno ceduto il passo a serietà, calma, ascolto, sguardo lungo. È scattato il meccanismo essenziale della democrazia: cambiare in modo pacifico una politica e un governo di cui il popolo è scontento.

Potrebbe accadere in Europa? Potremmo, tra un anno, riconoscere nell’elezione europea del 2009 una svolta nella storia del continente? Non lo impediscono nessuna maledizione divina e nessuna disposizione costituzionale.

Proviamo a immaginare. Appena insediatosi, in una mozione votata da tutti i suoi gruppi, il nuovo Parlamento dichiara che di fronte alla crisi, al disgregamento del mercato unico, al mutare degli equilibri mondiali, alla palese impotenza dei Paesi europei singolarmente presi, allo spreco di risorse insito nella frammentazione della spesa, un mutamento di rotta s’impone.

Il Parlamento decide due mosse. Primo, rivendica a se stesso la scelta del presidente della Commissione (e dei commissari). Poiché anche nell'Unione, come in ogni democrazia parlamentare, mai l'esecutivo potrebbe insediarsi senza un voto di fiducia, sappiano i primi ministri e il Consiglio europeo che — come per qualsiasi capo o re degli Stati membri — un annuncio non concordato con i rappresentanti eletti dal popolo verrà bocciato. Secondo, il Parlamento chiede un’immediata e radicale riforma del bilancio dell’Unione e quindi delle politiche comuni: spesa flessibile e discrezionale, nessuna rigida ripartizione per destinazioni nazionali, vere fonti di entrata europea, nuove risorse per attuare le politiche comuni previste dai Trattati e finora impedite dal Consiglio.

Le due mosse sconvolgono il modus operandi dell’Unione e ne bloccano il funzionamento: cessazione dei pagamenti e delle procedure, proteste dei destinatari della spesa, dimostrazioni di piazza. Il Parlamento non cede. Alla fine, dopo mesi di paralisi i governi, il Consiglio (il cartello dei non-volenti, l’immenso tavolo dove i ministri nazionali recitano le dichiarazioni preparate dai loro funzionari) capiscono che il gioco è cambiato, si rassegnano al costituirsi di un potere nuovo in Europa. Una paralisi totale di alcuni mesi è più intollerabile (ma meno dannosa) dell’emiparesi in cui l'Europa languiva da decenni. Qualche Paese che non ci sta decide di uscire dall’Unione, ottenendo di conservare i diritti acquisiti.

Non ci vorrebbe più di un anno. Non sarebbe una svolta storica più grande dell’unificazione politica dell’Italia o della Germania nel 19˚ secolo, o, nel 20˚, della rivoluzione d’Ottobre, dell’emancipazione coloniale e del crollo dell’impero sovietico. Se non accadrà, sarà solo per la pigrizia e l’indifferenza degli europei stessi.

Pochissimi ritengono che accadrà. Neanche io lo penso. Ma penso che questa eventualità sia auspicabile, che potrebbe accadere e forse un giorno accadrà, che i cittadini europei dovrebbero convincersene. E spero che persone con vocazione alla politica costruiscano le proprie fortune su di essa, così come in passato altri l’hanno costruita sulla conquista dell’unità d’Italia, o del suffragio universale, o dell’abolizione della schiavitù. Yes, we can.

La gravità della situazione italiana dal punto di vista della sicurezza sismica sta nei due dati fondamentali: il 75 per cento del territorio è classificato sismico; meno del 20 per cento del patrimonio edilizio si può considerare protetto. È enorme quindi la dimensione della tragedia potenziale e delle inadempienze istituzionali. Dopo ogni evento si sono sprecati gli impegni solenni che mai più sarebbe successo, che la messa in sicurezza del territorio e la sua manutenzione sarebbero diventate la più importante opera pubblica del paese. E invece, ogni volta, passata l'emergenza più acuta, il terremoto e la prevenzione sono stati accantonati.

Non solo, il quadro che emerge dalla tragedia abruzzese fa vedere che è venuta meno la stessa ordinaria gestione della vigente normativa tecnica. Gli edifici in cemento armato, sottoposti a scosse non eccezionali come quelle di questi giorni, non dovrebbero collassare, e gli edifici cosiddetti strategici - ospedali, prefetture, caserme, opere pubbliche di particolare importanza - dovrebbero mantenere la propria funzionalità anche dove la terra trema. E invece all'Aquila sono crollati o sono stati fortemente danneggiati la casa dello studente, l'ospedale, la prefettura, il municipio, molta edilizia costruita negli ultimi anni. È stato detto che questi sono fatti della magistratura, e non c'è dubbio che così debba essere, ma mi pare che quando i comportamenti delittuosi sono così diffusi non si possa non cogliere la natura politica del problema. L'irresponsabile sottovalutazione della sicurezza pubblica dal terremoto e dalle catastrofi è uno dei temi di cui prioritariamente dovrebbero farsi carico il governo e le forze politiche. Altro che rumeni, ronde e sciacalli.

A conferma dell'insensibilità per la sicurezza sta l'indulgenza, o addirittura il favoreggiamento, nei confronti dell'abusivismo, diffuso soprattutto nel Mezzogiorno dove più elevata è la pericolosità sismica. L'edilizia abusiva è a rischio per definizione, perché è evidente che chi costruisce illegalmente non si preoccupa né delle qualità del sedime né delle caratteristiche strutturali del manufatto.

Il condono rappresenta una sorta di «cupo presagio», ha scritto Roberto De Marco, già direttore di quel servizio sismico che si occupava di prevenzione e che poi si è pensato bene di sopprimere. In Italia, in diciotto anni, sono stati approvati ben tre provvedimenti di condono. Ricordiamo chi li ha voluti: 1985, governo Craxi; 1994, governo Berlusconi; 2003, governo Berlusconi.

Né possiamo dimenticare il piano casa e dintorni, che era una specie di condono preventivo e gratuito, e prevedeva addirittura procedure semplificate per le zone sismiche. Secondo Salvatore Settis, il piano casa è stato consegnato «a una sorta di percorso carsico», da cui riemerge ogni giorno in veste diversa. Costante sembra l'intento, sostenuto anche dalle regioni, di annacquare le norme di tutela previste dal codice del paesaggio.

In vista dei problemi della ricostruzione è bene fare tesoro dalle più recenti esperienze: nel bene e nel male. A partire dal rischio delle infiltrazioni malavitose che nel cemento e nelle condizioni di emergenza trovano il migliore campo di coltura, e in Abruzzo la presenza di clan camorristici è già accertata.

Intanto, per fortuna, l'ipotesi delle new town esce a pezzi. Gli esempi di Gibellina e degli altri comuni del Belice (e anche dell'Irpinia) che imboccarono la strada del trasferimento mi sembra che nessuno li condivida, mentre i casi di Venzone e di Gemona in Friuli restano esempi mirabili di ricostruzione com'era e dov'era, accompagnata da grande attenzione al ripristino del tessuto sociale e comunitario. Mi pare molto importante il fatto che la maggioranza dei cittadini e degli amministratori intervistati si siano pronunciati per restare dove stavano. Per «tenere memoria», come ha scritto Roberto Saviano.

Sull´insegna dell’Osteria della Luna Piena si ricorda che il locale è "memoria manzoniana", per dire che ci passò Renzo Tramaglino. Adesso, davanti al Phone Center a pochi metri dall’osteria, ci sono due sudanesi rifugiati politici. Disoccupati. Senza casa. Da due anni. Dormono dove capita.

Via Lazzaro Palazzi, Porta Venezia, quella che chiamano la "casbah" milanese, miscela di Africa e memorie manzoniane. Due passi più in là c’è la chiesa di San Carlo al Lazzaretto, una lapide ricorda la carità dei frati cappuccini nell’assistere gli appestati. Dentro al suo ristorante il signor Alberto Lorenzetti è cupo: «Basta, sono stufo. Non vado neanche a votare stavolta, anche se sono di destra». Il signor Lorenzetti è nato in Etiopia, figlio di una donna etiope e di un milanese. Ha la pelle scura, il suo ristorante si chiama Saba, ci si mangia lo zighinì. Vive e lavora anche lui in quella Milano che l’altro giorno Silvio Berlusconi ha definito «una città africana».

Italiano a tutti gli effetti («Tredici mesi di naja, e ho sempre pagato le tasse»), milanese, ristoratore, tassista. «Faccio il tassista da diciassette anni, e adesso anche mio figlio. Fra il taxi e il ristorante lavoro diciotto ore al giorno. Siamo undici fratelli, e tutti lavorano». La pelle scura comincia a pesargli, e non era mai successo. «Le cose stanno peggiorando. Mi fa pena questa Italia, e lo dico da italiano. Io sono italiano, e italiano mi sono sempre sentito. Ma adesso, dopo 33 anni, comincio a sentirmi straniero. Non ho più l’età, altrimenti me ne andavo».

I cattivi umori toccano ora anche Porta Venezia, la cosiddetta "casbah"milanese, un posto dove la parola multietnico non suona allarmante. Porta Venezia è così da quarant’anni almeno. Non è un’idea possibile di convivenza: è una realtà, una tradizione, un’abitudine. Il bar Ethiopia sta di fronte alle cantine di Peppino Strippoli. Il caffè Addis Abeba e la trattoria Lucca in via Panfilo Castaldi. La miscela è antica. Nessun problema, ti ripetono.

Il problema, però, esiste ed è complicato. La città è complicata. Le cifre dicono: a gennaio 2009 c’erano a Milano 188.980 stranieri regolari (14,6 per cento della popolazione), più 38 mila irregolari. Gli africani regolari sono 58mila. Non tutta la Milano africana è antica come Porta Venezia, non tutta è pacificata e stratificata. Se vai verso fuori, oltre piazzale Maciachini, via Imbonati, via Pellegrino Rossi, lì lo stravolgimento ribollente dei vecchi quartieri lo vedi. Il governo della trasformazione abbandonato nelle mani onnipotenti del mercato. Così, dieci phone center in cento metri, minimarket etnici, kebab: senza un criterio, senza un equilibrio. La paura è dei vecchi, che vedono sparire i punti di riferimento, delle donne anziane alle prese con giovani maschi in gruppo. In via Padova, lo spaccio notturno, le bottiglie rotte, quelli che pisciano sui portoni. Gli stranieri appena arrivati sono più poveri, e coi poveri vanno a vivere, gomito a gomito. Agganciano legami dentro le loro comunità, creano reti di sopravvivenza separate, sono intraprendenti. Le differenze sono di colori, non solo quello della pelle, di abitudini, di odori. La Milano che invecchia fatica ad adattarsi, si vede diversa, non si riconosce. Ogni tanto esce una statistica che fa impressione. A Milano il cognome cinese Hu ha superato i Brambilla. In Brianza sono più gli imprenditori Mohammed dei Brambilla.

Qui a Porta Venezia, vecchia Milano multietnica, c’è chi vive tranquillo. Abraham Kibrom è il titolare della Ferramenta Galaxy: «Io sono nato in Etiopia, ma questo adesso sento che è il mio Paese, penso come un italiano, le tasse che pago mantengono i pensionati italiani. Ho diritto ad essere rispettato». E ci dev’essere una vena comune interetnica che attraversa il settore ferramenta, se anche dai concorrenti italiani della "Ferramenta Formenti" di via Panfilo Castaldi la campana è la stessa: «Guardi - dice il signor Licinio - sono trent’anni che lavoro qui, e il quartiere è sempre stato così come lo vede. Multietnico, e senza problemi. E sa cosa le dico? Multietnico per me significa che ho avuto modo di conoscere gente di tante nazionalità diverse. Qui di fianco ha appena aperto una parrucchiera africana: mi ha detto che non si aspettava di stare in mezzo a gente così per bene». Sì, ma se fai cento metri sei in piazza Oberdan, quella dell’Arco di Porta Venezia. Adesso, che è metà pomeriggio, non ne vedi di africani. «Sono in giro per i giardini pubblici», spiega il barbiere Franco che ha la bottega in via Lecco. «Ma venga di notte, o al mattino presto. Sono lì che dormono sulle panchine, o per terra, dentro alle coperte. Non è un bello spettacolo». Sono quelli che stavano in una casa abbandonata in viale Tunisia, li hanno cacciati e da allora quelli rimasti vagano per il quartiere.

La categoria del multietnico è mobile, piena di sfaccettature. Gino Di Clemente, pugliese di Bisceglie, ha da quarant’anni un bar tabacchi che è una sorta di centro del quartiere: «Questa che chiamavano "casbah" una volta era unica. Io ci sto bene, questo miscuglio mi piace. Mia sorella, che ha 79 anni, apre il bar la mattina alle 6, da sempre. E mai, dico mai, che qualcuno le abbia mancato di rispetto. Il punto è un altro: oggi tutta Milano ha zone come questa, non ce n’è una che si salva. Succede da noi, con cinquant’anni di ritardo rispetto a Parigi o Londra. Non è facile».

Certe cose a Porta Venezia, venerabile "casbah", ormai passano via tranquille. Il bar gay che alla sera è una bolgia. Il ristorante mongolo. Il Krishna Bazaar. Ma prendi tutto questo, e impiantalo in un quartiere di periferia, in maniera travolgente e senza regole. Tutt’altra faccenda. La trasformazione si paga, soprattutto se non è governata, spiegata, condivisa. I cinesi di via Paolo Sarpi hanno colonizzato un quartiere, comprando in contanti e pagando bene. Ora il Comune prova a rendergli la vita difficile, per le proteste degli abitanti italiani. Con gli africani è peggio, perché il colore della pelle pesa eccome. I phone center sono il nuovo bersaglio per i controlli di polizia e vigili urbani. Perché sono il primo ritrovo. Vai verso fuori, lungo le strade che portano a Nord, alla Brianza, e la sera i marciapiedi sono tutto un crocchio di stranieri.

In via Pellegrino Rossi ogni gruppo sta per conto suo. Sudamericani da una parte. Poi africani suddivisi per paese. Parlano, scherzano, bevono. Lo stare insieme di questa gente, anche quando è innocuo, dà un’idea di fermento e di energia che spaventa i milanesi meno attrezzati, per età e per abbandono. Il signor Antonio, pensionato e ancora pimpante, ha anche il problema di parlare con i suoi amici: «Io sono sempre stato democristiano, adesso mi danno del comunista. E perché? Perché dico che bisogna farsene una ragione, e non aver paura. Mi dicono che non dovevamo lasciarli entrare, che è colpa di quelli di sinistra. Mi tocca sempre litigare, anche se tante volte anch’io faccio fatica ad adattarmi». Un viaggiatore disincantato e disilluso come Corrado Stajano, nel suo ultimo libro "La città degli untori", passa dalla "casbah" del Lazzaretto, dalla Milano africana, e si chiede: «Che siano loro, uomini di un continente di là dal mare, a rinsanguare la stanca città? Forse è un segno di speranza che abbiano messo radici nella città che li rifiuta, proprio nel posto dove infierì peste e distruzione». Ma non si capisce se ci crede davvero.

Silvio Berlusconi si è divertito un mondo a Sharm-el-Sheik osannato dagli italiani in vacanza sul Mar Rosso. Del resto in patria tutto andava benissimo (secondo lui). Persino nel terremotato Abruzzo sul quale ha snocciolato a “Porta a Porta” cifre del tutto rassicuranti, senza che nessuno potesse contraddirlo. Lui, imperatore, e Bertolaso, suo proconsole delle Emergenze, hanno in mano la situazione degli aiuti e della ricostruzione che sarà (prima sciocchezza demagogica) “molto rapida”. Invece le cose non stanno propriamente così, nonostante gli osanna ammirati di giornali inginocchiati e di televisioni sdraiate ai suoi piedi.

Le tendopoli

Si sta passando, sotto le tende, dal freddo ancora invernale (specie di notte) ad un caldo già estivo. La soluzione dei container è stata giustamente scartata. Ma, grazie alle ubbìe del premier, si è perso tempo a discutere di “new town” o di Aquila 2 (clonata dalla prediletta Milano 2) promessa nel termine di pochi mesi, figuriamoci, e poi seccamente disconosciuta. «La casa è un miraggio, prefabbricati inevitabili» - ha suggerito un ex commissario di lungo corso, Giuseppe Zamberletti. Solide case in legno, ben riscaldabili d’inverno, sperimentate positivamente fra Umbria e Marche. Le stesse offerte, in un centinaio di esemplari, dalla Provincia di Trento. Senza perdere altro tempo in vecchie/nuove fanfaronate. Bisogna fare presto. La convivenza di tanta gente in una stessa tenda non può essere protratta a lungo: è già ora una tortura psicologica. Lo ha più volte fatto notare il sindaco dell’Aquila, attento e presente, Massimo Cialente, il primo a criticare l’idea della “New Aquila” berlusconiana che avrebbe abbandonato la città storica a spettrale maceria senza futuro.

Certo, bisogna che le case in legno, o quelle avveniristiche promesse dal prof. Calvi di Pavia, non sorgano – come invece sta avvenendo per le prime – in ordine sparso in zone del tutto agricole deteriorandole stabilmente. Bisogna pianificarle in forma di villaggi attrezzati, pur considerandole, ovviamente, provvisorie. Il 1° maggio Berlusconi ha affermato che le aree dove montare i prefabbricati per 13.000 persone sono state già individuate. Peccato che i sindaci delle zone interessate non ne sapessero assolutamente niente. A riprova che tutto, in questa emergenza abruzzese, viene fatto calare dall’alto. Funzionalmente un sistema pessimo, oltre che anti-democratico.

I finanziamenti

I soldi previsti dal decreto 39/09 del governo Berlusconi erano in origine decisamente pochi e per giunta dilazionati negli anni. I 150.000 euro a fondo perduto per la ricostruzione della prima casa verranno attivati con una ordinanza a parte, ma “Sono un niente”, ha seccamente commentato l’attiva e coraggiosa presidente della Provincia dell’Aquila, Stefania Pezzopane, a fronte degli edifici distrutti del centro storico dell’Aquila e di alcuni borghi come Onna. Gli amministratori abruzzesi chiedono di avere coperti al 100 per cento i costi (come accadde in Umbria e nelle Marche) per le prime e anche per le seconde case. Il PD, col suo segretario Dario Franceschini ha battuto e ribattuto sulla richiesta e finalmente, ieri, il governo ha dovuto cambiare il decreto coprendo (ancora non si sa come però) il 100 per cento dei costi di ricostruzione. Una bella vittoria per l’opposizione.

Fintecna

Un ruolo allarmante sta però assumendo la sempre più potente Finanziaria pubblica, totalmente controllata dal Ministero dell’Economia. Nel dicembre 2006 è stata creata Fintecna Immobiliare che ha incorporato le attività di quel tipo. Presieduta da Maurizio Prato, ex Ad di Alitalia, vice-presidenti Corrado Crialese e Vincenzo Dettori (già presidente di Fintecna, poltrone che vanno e che vengono). L’attività di Fintecna è consistita nella gestione e nella vendita del patrimonio immobiliare pubblico. Secondo il decreto 39/09 del governo, la società dovrà occuparsi dei contratti di finanziamento fra lo Stato e i privati per il recupero delle case lesionate o distrutte dal terremoto. Fintecna potrà subentrare ai proprietari indebitati «con la contestuale cessione ad essa dei diritti di proprietà» e del mutuo acceso. Il ministro Tremonti giura che la norma non è stata «pensata per fare acquisizioni di abitazioni nelle zone abruzzesi colpite dal terremoto». Negli aquilani si insinua però il sospetto che si voglia, in un futuro non lontano, acquisire a prezzi stracciati una bella fetta della città antica per poi privatizzarla rivendendola a soggetti decisamente abbienti. Più di un amministratore fa notare che la mega-finanziaria pubblica “diventerà padrona assoluta del centro storico con conseguenze speculative immaginabili”.

La commissione che dovrà assegnare i trenta lotti per il mega appalto del piano Case a L'Aquila ieri sera era ancora riunita. Sono 57 le ditte che hanno presentato un'offerta e la chiusura della gara è prevista per le prossime ore. Intanto la protezione civile ha comunicato i nomi delle nove aziende che dovranno fornire il cemento armato e il ferro per le piattaforme antisismiche delle venti aree. Nessuna gara europea, in questo caso, ma un appalto ad inviti. Tra le nove aggiudicatarie ci sono almeno un paio di società che hanno avuto qualche problema in passato. La Colabeton, ad esempio, nell'agosto del 2004 era stata multata per cinque milioni di euro dall'antitrust, per aver fatto parte di un cartello di aziende che avrebbero «posto in essere, nel periodo dal 1999 al 2002, un'intesa volta principalmente alla ripartizione di forniture di calcestruzzo destinate ai cantieri edili della provincia di Milano». Un accordo considerato illegittimo che avrebbe avuto «l'obiettivo di accrescere i ricavi attraverso l'incremento dei prezzi di listino e la riduzione progressiva dei termini di pagamento». Le aziende che vennero multate dall'antitrust - Ambrosiana, Calcestruzzi, Cave Rocca, Cemencal, Colabeton, CosmoCal, Holcim Calcestruzzi, Holcim Cementi, Monteverde, Monvil e Unicalcestruzzi - per un totale di 40 milioni di euro, avrebbero in sostanza concordato la loro posizione sul mercato, scambiandosi informazioni, arrivando a controllare l'80% del mercato milanese.

La lista delle aziende che si sono aggiudicate questa prima parte della costruzione dei 20 villaggi - consorzio Bison-Gdm, Zuppoli-Pulcher, Sacaim, Colabeton, la Veneta Reti, Cordioli e l'aquilana Edimo di Barisciano - include anche la veneta Sacaim, che qualche mese fa è stata coinvolta in un grave incidente su un cantiere a Venezia. La procura nel settembre scorso aveva messo sotto sequestro un cantiere edile a Murano della Sacaim, dopo la morte per il crollo di un muro di un operaio ucraino, dipendente di un'azienda che aveva ottenuto un subappalto. Uno dei tantissimi incidenti mortali sui cantieri edili italiani che hanno provocato centinaia di vittime di quel sistema di subappalti che il decreto Abruzzo ha ampliato dal 30 al 50% dei lavori affidati.

Subito dopo il terremoto era stata annunciata da più parti la realizzazione di una vera e propria lista delle aziende "pulite". Nel decreto Abruzzo, però, gli unici criteri di esclusione sono quelli tradizionali degli appalti pubblici. Nessun filtro in più è stato applicato all'assegnazione dei primi lavori.

Alla fetta più consistente dei contratti di appalto - con una cifra che supera il mezzo miliardo di euro - hanno partecipato solo aziende italiane. In Europa non devono avere grandi speranze di potersi aggiudicare l'unico lavoro pubblico del dopo terremoto con soldi certi. Così nell'elenco delle 57 aziende che hanno presentato un'offerta alla caserma di Coppito - che ospita la commissione che sta valutando i dossier - c'è un pezzo ben rappresentativo dell'Italia dei cantieri. Forte presenza del nord est, a fianco di un gruppo agguerrito di società casertane, napoletane, calabresi, pugliesi e siciliane. Non mancano i costruttori aquilani, gli stessi che prima del terremoto hanno realizzato alcuni degli edifici crollati in un soffio. Ci sono i fratelli Frezza, che hanno "messo in sicurezza" parte dell'ospedale San Salvatore e realizzato un garage sotto l'edificio di via XX Settembre 79, crollato uccidendo sette persone, il sei aprile scorso, alle 3.32.

Una scena lunga due mesi, il terremoto sullo sfondo: interprete principale il presidente del consiglio, Bertolaso a far da spalla, i terremotati le comparse. Non fosse stato per Veronica Lario, questo sarebbe stato l'unico palcoscenico elettorale di Silvio Berlusconi. Riempito con una dozzina di visite, tante immagini, un fiume di banalità da gettare in platea, al paese spettatore-elettore. Per raggiungere e superare la soglia del 40%, quella che prepara la nuova era, il berlusconismo come impresa di Stato. Due mesi di flash sull'attivismo pietoso. Due mesi di buio sull'emergenza che non ha fine, sulla ricostruzione che non vede inizio.

Non è particolarmente originale osservare come una sciagura possa servire a raccogliere consenso promettendo aiuto, con tutti i rischi del caso, se l'aiuto funziona poco o male. Né sono un inedito storico queste elezioni nel post-terremoto, questa verifica «naturale» della tenuta di un governo. Trent'anni fa toccò a Zamberletti, che però era «solo» un sottosegretario promosso in Friuli a commissario straordinario. Un Bertolaso ante litteram, quando la Protezione civile appena nasceva e non era una sorta di stato nello stato come ora. Fu il democristiano di Varese, alle prese con l'emergenza friulana del 1976, a gestire ricostruzione ed elezioni, raccogliendo i soldi a Roma e distribuendoli al confine orientale, visitando tenda per tenda in maniche di camicia, a parlare con tutti e a convincere tutti.

Senza nemmeno aver bisogno di dire che cosa votare nelle elezioni del 20 giugno di quell'anno, quelle del pericolo rosso, con il Pci che sembrava pronto a sorpassare la Dc. Cosa che non fu. Anche grazie alla tenuta dell'elettorato terremotato, grazie al gran lavoro del Zamberletti, che non poteva contare su uno stuolo di televisioni al seguito, ma sui finanziamenti statali sì. Di soldi ne arrivarono tanti, non vennero gettati al vento - a differenza dell'Irpinia qualche anno dopo - e finirono per contribuire al miracolo del nord-est. Strade e capannoni industriali costruiti assieme alle case, il post-terremoto come straordinaria arma di sviluppo economico. E di consenso politico, basato sul fare, senza nemmeno usare troppo la grancassa mediatica.

Scenari spettrali

La scena a L'Aquila e dintorni sembra un po' diversa. A due mesi, 302 morti e 65.000 sfollati dal giorno del terremoto, l'unica cosa davvero visibile - oltre alle visite-spot del Presidente del consiglio - è l'emergenza. A partire dal centro storico spettralmente deserto e chiuso, una «zona rossa» che attende di capire quale sarà il suo futuro. Vi entrano solo i vigili del fuoco, per puntellare qualche edificio o accompagnare gli abitanti a raccogliere ancor oggi - da sessanta giorni - qualche oggetto domestico. E attorno alla sorte del centro di L'Aquila si gioca la grande partita del post-terremoto. Dopo una certa fiducia iniziale gonfiata dalle esibizioni berlusconiane, ora i dubbi della popolazione si stanno trasformando in protesta. Sono nati decine di comitati - diversi tra loro per censo, collocazione geografica, orientamento politico - che prendono la parola, seppur in ordine ancora sparso.

«Ricostruzione 100%», «puntellare tutto», sono le parole più pronunciate. Perché il timore è che lo smembramento della comunità - le costruzioni temporanee sparse su terreni in via d'esproprio - apra la strada a una ridefinizione della città e del suo territorio basata su interessi estranei a quelli degli aquilani e impermeabile alle loro volontà. «Togliere il centro storico a L'Aquila è come toglierle il Gran Sasso» sentenzia la presidente della Provincia Stefania Pezzopane, dando voce a quella che è la paura più evidente per il prossimo futuro: una ricostruzione fatta di grandi affari che toglierebbe agli aquilani il controllo e il possesso della propria città, magari attraverso il non finanziamento della sistemazione delle «seconde case», quell'integrazione di reddito portata a molte famiglie dall'affitto a studenti fuorisede.

E un imputato c'è già: «Non subiremo passivamente i giochi di Fintecna» annuncia il sindaco Massimo Cialente. Ciò che si teme è che la finanziaria del governo assuma il controllo del centro storico, affidando appalti a qualche impresa del nord leghista, per poi fare dell'Aquila un grande affare per nuovi ricchi. Perché la verità è che i soldi non ci sono, che Tremonti ha già detto di non sapere dove prenderli, che solo «una tassa di scopo» potrà farglieli trovare. Ma di tasse il Capo supremo non ne vuol sentir parlare, almeno fino alle elezioni europee; e, semmai, vorrebbe che a chiederle siano proprio gli abruzzesi, Pezzopane e Cialente in testa. Giusto per fargliene assumere la responsabilità.

L'emergenza senza fine

Così piccole proteste crescono. Dopo il corteo di sabato scorso, indetto dal comitato per la rinascita del centro storico, oggi tocca a un presidio organizzato dai sindaci, per il 10 giugno il comitato «3e32» lancia l'idea di un sit-in a Roma e il 15 appuntamento nella capitale davanti al Parlamento. Perché quel giorno alla Camera inizia la discussione del decreto sulla ricostruzione. Dovrebbe essere la data della fine dell'emergenza, già troppo prorogata, ma da che parte vada ancora non si sa. Paradossalmente in Abruzzo hanno considerato un passo in avanti il rinvio del decreto, «perché la sua prima versione era un disastro - dicono in coro - ma ancora non ci siamo».

Problemi di quantità e di qualità: i 5 miliardi e mezzo per ora previsti non sono sufficienti e al comitato «3e32» fanno un semplice paragone: «Per il terremoto dell'Umbria, con 30.000 sfollati, vennero stanziati 7 miliardi. Qui gli sfollati sono più del doppio e i soldi molti meno». E, poi, chi e come li gestirà? In un territorio che abbonda di divise e controlli - nelle tendopoli principali non si può entrare senza apposito tesserino - la popolazione non si fida dei controllori. «Perché una cosa è l'emergenza, un'altra il futuro, che non si può affidare allo specialista delle emergenze»: il «cittadino-accusatore» ce l'ha con Bertolaso e la Protezione civile, molto invasivi entrambi, vissuti come estranei. Utili, persino indispensabili, ma «stranieri». A differenza dei vigili del fuoco che, pur venendo da tutt'Italia, sono considerati dei fratelli. Cui aggrapparsi per ogni esigenza, cui chiedere qualunque cosa e a cui dare tutto l'appoggio quando protestano - anche loro - senza smettere di lavorare, per i tagli ai finanziamenti.

E le elezioni? «Perché? Si vota?». Molti se ne sono persino dimenticati delle Europee. Un po' per il rinvio delle amministrative che ha fatto pensare a uno slittamento del voto tout court. Un po' perché qui i partiti - di comune accordo - non hanno fatto campagna elettorale. Molto perché l'unico voto che davvero interessa è quello del Parlamento italiano sul «Decreto Abruzzo». Prevedibile che l'astensionismo sarà altissimo, che i seggi - un po' piazzati negli edifici pubblici rimasti in piedi, un po' nelle tendopoli - non saranno molto frequentati. Nemmeno Berlusconi se ne lamenterà, per quanto importantissimo ai suoi scopi sia l'esito del 6-7 giugno; e, del resto, il suo palcoscenico elettorale l'ha costruito in Abruzzo ma solo per parlare al resto d'Italia, come fu per Napoli alle prese con l'immondizia. Semmai se ne lamenteranno gli oltre 35.000 «pendolari del terremoto» che sfollati sulla costa, tra Giulianova e Pescara, ogni giorno attraversano la regione per raggiungere il capoluogo dove hanno lavoro e residenza. Anche per votare dovranno fare i pendolari, l'esercizio del «diritto-dovere» è legato all'appartenenza territoriale e il seggio non li ha seguiti nell'esodo verso gli alberghi dove ancora non sanno se e quanto potranno rimanere (salvo eventuali crociere annunciate dal Presidente).

I pendolari del voto

Così i più affezionati all'esercizio democratico dovrebbero mettersi in macchina e farsi - anche per votare - le consuete file agli ingressi dell'autostrada targata padron Toto (quello di AirOne, poi Cai-Alitalia) che nell'emergenza-sisma è diventata un imbuto. I pendolari del terremoto non pagano il pedaggio, ma la loro esenzione va verificata a ogni passaggio di casello, con i tempi e le code che si possono immaginare. Facile prevedere che molti resteranno lontani da un seggio così complicato.

Vista da L'Aquila, Strasburgo è una località remota. Più interessante Roma, ma solo perché tiene i cordoni della borsa. Però il cuore e la mente sono tutti per quelle case vicine e proibite, quelle fabbriche chiuse e quegli uffici vuoti o sparpagliati in luoghi a molti cittadini ancora ignoti. Il pensiero è fisso sulla «riconquista» dell'Aquila. In fretta: prima del freddo autunno, prima che Fintecna si prenda tutto, prima del G8-vetrina. Un altro mese come palcoscenico nazionale, una trentina di giorni in cui tutti - non più solo Berlusconi - si giocheranno il futuro.

Pensate che sia possibile concedere alle famiglie vittime del terremoto in Abruzzo un contributo statale che copra al 100% i costi della ricostruzione della loro casa distrutta o resa inagibile, spendendo - nel 2009 e 2010 - esattamente gli stessi soldi che lo Stato avrebbe speso per finanziare un credito d’imposta volto alla restituzione degli investimenti realizzati in proprio dalle famiglie stesse? Vi sembra razionale prevedere che la maggioranza delle famiglie colpite dal terremoto - messa di fronte a queste due scelte: 1) ottenere immediatamente un contributo statale che copra il 100% dei costi di ricostruzione della casa; oppure 2) spendere soldi propri per ricostruire, salvo recuperarli anno dopo anno col credito d’imposta - rifiuterà la prima per rivolgersi massicciamente alla seconda?

Se pensate che queste siano due domande retoriche, non avete letto il decreto terremoto approvato dal Senato la scorsa settimana. Nel testo originario del decreto non era stabilito alcun diritto soggettivo delle famiglie all’integrale copertura della ricostruzione; e non era previsto alcun contributo iniziale e forfettario per gli interventi nelle case con danni più lievi. Era dunque perfettamente logico che la Relazione Tecnica prevedesse un massiccio ricorso al credito d’imposta: le famiglie con reddito capiente avrebbero dovuto usare, per la ricostruzione, i loro soldi e li avrebbero poi trattenuti - fino a 150.000 euro - dalle imposte degli anni successivi. La soluzione non è piaciuta né alle popolazioni colpite, né all’opposizione, né ai parlamentari della maggioranza. Risultato: al Senato, già in Commissione, viene approvato un emendamento che afferma il diritto soggettivo di ogni famiglia ad un contributo diretto pari ai costi sopportati per la ricostruzione. L’intervento con credito d’imposta diventa meramente "volontario": dovrà essere la famiglia a chiedere (?) di farvi ricorso. Cambiata la provvidenza non restava che cambiare la copertura finanziaria. Ma il Governo si rifiuta di farlo e vengono previsti - nel 2009 - 0,0 esborsi a carico del bilancio pubblico; 54,7 milioni nel 2010 e 109,4 milioni nel 2011. Come si spiega? Semplicemente, la Ragioneria Generale finge di non accorgersi dell’introduzione del diritto soggettivo al contributo per l’integrale copertura dei costi, e continua a ragionare in termini di credito d’imposta: 0,0 oneri nel 2009, qualcosina nel 2010 e così via per gli anni a venire. Ma come andranno le cose?

Un 15-30% dei lavori di ricostruzione sarà già realizzato nei prossimi mesi. E le famiglie chiederanno di avere il contributo pari ai costi sopportati. Poi, nel 2010, i lavori saranno quasi completati: e le famiglie chiederanno... Risultato: tutto l’onere per il contributo si concentra nei prossimi due anni. Malgrado la difesa dello "0,0 oneri" 2009, alla Ragioneria si rendono conto dell’insostenibilità della tesi, e corrono in qualche modo ai ripari: se ci sarà bisogno si farà ricorso a quelle del Fondo per le Aree Sottoutilizzate. In effetti, il Governo attesta che nel Fondo in questione sono disponibili 7,5 mld di euro. Tant’è che già il testo originario del Decreto (art. 14 comma 1) - per una cifra tra 2 e 4 mld - si "copriva" su quel Fondo. Perché il Governo non ha deciso - aumentati gli oneri - di farvi fronte con un più esteso ricorso a questo Fondo? È utile una piccola premessa: per una regola di buon senso, un onere di cassa certo per 100 per il prossimo anno può trovare copertura su di un Fondo per investimenti infrastrutturali et similia solo grazie ad una riduzione di quest’ultimo, nell’anno in questione pari a circa 300. Infatti, disponendo di 100 sul Fondo in questione "normalmente" lo Stato impegna e spende effettivamente 30. Si chiama "coefficiente di realizzazione" della spesa in conto capitale.

Torniamo al Decreto: se l’onere da sopportare si concentra nel 2009 e nel 2010, esso può ben coprirsi sul "Fondo Strategico" ma solo a prezzo di azzerarlo: se la Relazione Tecnica scriveva "fino a 4 mld", per coprire un onere spalmato molto nel tempo, il concentrarsi dell’onere in questo e nel prossimo anno obbliga a (almeno) raddoppiare il prelievo dal Fondo: da 4 a 8. Ma qual è il rischio? Non quello che manchino i soldi per i terremotati. Il rischio consiste nel fatto che il CIPE, dei 7,5 mld oggi presenti nel Fondo Strategico, ne ritenga ancora impegnabili - extra Abruzzo - 3,5. E ne decida l’assegnazione e la spesa. Salvo poi scoprire ciò che già oggi è chiaro: che per le case dei terremotati servono, entro il 2010, 8 miliardi, e non 4. Risultato: gravissimo allargamento del deficit del 2009 e del 2010, ben al di là delle già fosche previsioni di oggi. E blocco totale, nel 2010 e 2011, degli investimenti per lo sviluppo del Sud. C’è tempo per metterci rimedio, alla Camera. E sarebbe interesse di tutti che il Governo accettasse di dire, una volta tanto, la verità.

È assai probabile che gli effetti del sisma di L'Aquila e dintorni siano stati esasperati dal mix di negligenza ed arroganza che ha contraddistinto molti dei soggetti competenti per tutto il periodo precedente l'evento disastroso, cioè di durata dello "sciame sismico" (che presentava pure picchi di intensità anomali per uno sciame), a partire dal dicembre 2008 e che sembra proseguire nelle prime proposte programmatico-istituzionali di ricostruzione. Nel post-terremoto - specie adesso che l'effetto choc tende a dissolversi - questo atteggiamento va trasformandosi nell' "occupazione spettacolarizzata e repressiva" dello scenario della tragedia, trasformata in set per le "azioni eroiche" del presidente del Consiglio. Un contesto in cui, invece di alleviarsi, spesso si accentuano i disagi, non solo per le diverse tipologie di vittime (senza casa, sfollati, ecc.) ma addirittura anche per enti e soggetti, istituzionali e volontari, addetti ai soccorsi. Con l'eccezione di quella parte di "Protezione Civile" inserita nel "cast" dello spettacolo messo costantemente in onda dai media posseduti o controllati dal Cavaliere (che adesso sembra debbano raggiungere l'apoteosi con l'idea - invero bizzarra - di svolgere il G8 all'Aquila, addirittura in una caserma posta sopra uno dei segmenti più dinamici di faglia assai attiva!). In questo quadro si registra, purtroppo, anche l'affollarsi di tecnici e studiosi attorno ad opzioni (vedi la new town, per adesso abbandonata) talmente avulse e lontane dalle reali esigenze del contesto da porsi come "chiacchiere risolutive e amplificate" di un problema rispetto al quale non si è in realtà capaci di agire. Con la differenza che, in questo caso, il quadro è tanto grave e drammatico da rendere inaccettabile qualsiasi ammissione di denuncia e di reazione.

Nel seguito del presente documento ricordiamo i possibili errori - dovuti a pigrizia, incapacità o arroganza - che potrebbero avere amplificato gli effetti negativi del disastro nel periodo immediatamente precedente l'evento del 6 aprile, analizzando le conseguenze del mancato rispetto delle regole sulle strutture urbane e ambientali. Quindi proporremo una riflessione sulle diverse tipologie di intervento ora possibili, su cui peraltro il dibattito è aperto e intenso - ed evidenzia come anche questo disastro denunci il beffardo paradosso contenuto in istanze deregolatrici tuttora in campo, come il cosiddetto "Piano Casa". Ancora, sottolineeremo le incongruenze e le inadeguatezze contenute nelle prime proposte programmatico-istituzionali avanzate dal Decreto governativo di fine Aprile, avanzando infine una proposta di azione alternativa per la RNM, da gestire con altre soggettività scientifiche e socio-politiche con forti esperienze sul tema e, soprattutto, insieme agli abitanti dell'Aquilano.

"Sisma imprevedibile", ma i crolli no

Non crediamo utile, al momento, prendere alcuna parte nel dibattito - assai vivace tra gli esperti del settore - sulla "prevedibilità" dell'evento. Tuttavia non si può sottacere un certo "eccesso di inazione" che ha caratterizzato tutta la vicenda precedente l'evento catastrofico, coperta dalla potenza - soprattutto mediatica - delle posizioni (scientifiche e pseudo-tali) che propendono per l'imprevedibilità. Peraltro, ammesso e non concesso che l'evento sismico non fosse strutturalmente prevedibile, per intensità, caratteri e tempi, con modalità tali da giustificare evacuazioni di massa, appare viceversa sempre più chiaro come i segnali, circa la perdita di sicurezza e stabilità, forniti da molti edifici - privati e purtroppo anche pubblici, e in qualche caso densamente abitati al momento del disastro - siano stati colpevolmente trascurati nei giorni immediatamente precedenti il terremoto; e questo nonostante i continui allarmi, le denunce e le riunioni convocate ad hoc anche di organismi istituzionali come la Commissione Grandi Rischi. L'allargarsi improvviso - denunciato prima e raccontato oggi da esperti e tecnici locali - di fessure, crepe e lesioni in edifici costruiti anche di recente avrebbe dovuto comportare la realizzazione immediata dei necessari sopralluoghi e rilievi, ma da parte del personale competente (Enti territoriali e Protezione Civile), e non di "lavoratori addetti ad altro" che si improvvisavano periti edili; cosa che avrebbe potuto portare a un numero limitato di sgomberi, oltre che all'allestimento di un certo quantitativo di attrezzature pronte e mirate, scongiurando l'esasperarsi di una tragedia già gravissima. Così non è stato: esistono - anche in questo - responsabilità assai pesanti che vanno individuate e opportunamente sanzionate.

Molta parte dell'opinione pubblica "scopre" soltanto adesso che gli effetti disastrosi del sisma sono stati assai ingigantiti, se non in gran parte determinati, dal mancato rispetto delle regole - edilizie, urbanistiche, ambientali, di consistenza dei suoli. Una circostanza assai negativa presente in molte realtà territoriali nazionali, specie nelle regioni del Sud, che si svela drammaticamente ad ogni disastro - alluvione, frana, uragano o terremoto che sia.

Mancato rispetto delle regole edilizie

Su questo punto si stanno concentrando le indagini della magistratura. Molti edifici erano segnati da cemento armato "depotenziato", ovvero carente in cls o in armatura o in ambedue gli elementi. Un dato rilevato nel caso di diversi eventi calamitosi, fin dal terremoto del 1980 in Irpinia, con fenomeni che interessano oggi anche infrastrutture importanti di interesse nazionale (A3 o Autostrade siciliane). La tendenza a "risparmiare" negli elementi principali di struttura dei manufatti è rapportabile al peso crescente delle variabili finanziario-speculative rispetto alle destinazioni finali degli stessi; l'attuale struttura del mercato immobiliare spesso non richiede una immediata utilizzazione di buona parte del costruito: se la destinazione di breve-medio periodo del vano è il mercato finanziario piuttosto che l'utilizzo, è chiaro che aumenta in maniera abnorme l'importanza dei tempi e costi di costruzione rispetto alle necessità di sicurezza e alla qualità tipomorfologica e strutturale degli edifici. Queste tendenze sono spesso ulteriormente esasperate dal controllo che la criminalità organizzata esercita nel settore delle costruzioni (specie in alcune regioni): motivo di "ulteriore risparmio", ovvero di carenze e precarietà costitutiva dei materiali utilizzati.

Mancato rispetto urbanistico

I rischi di evento sismico (come del resto idrogeologico) comportano un'attenzione speciale agli aspetti urbanistici. Gli standard nazionali e regionali - stabiliti dalle normative in termini di: distanze degli edifici, altezze, rapporti di copertura, presenza di percorsi/vie di fuga, presenza di piazze/spazi aperti/punti di raccolta o rifugio - andrebbero, infatti, incrementati e dimensionati, oltre che territorializzati in funzione dei contesti urbani di riferimento e delle loro caratteristiche. Tale criterio progettuale e normativo - il cui rispetto è conditio sine qua non nelle zone a rischio - è invece purtroppo quasi sempre disatteso: con il risultato di danni anche per i manufatti a norma per quanto riguarda la consistenza della struttura edilizia; gli esempi di versanti interi di cemento crollati, presenti nelle immagini provenienti dall'Aquilano, indicano proprio questo: gli edifici instabili hanno spesso travolto anche quelli a struttura consistente.

Mancato rispetto dell'ambiente

La crescita urbana intensa e spesso abnorme, nel suo produrre deterritorializzazione, ha quasi sempre rotto e talora distrutto i cicli biogeochimici, gli apparati paesistici e gli ecosistemi dei contesti di riferimento. Si sono urbanizzati intensamente versanti, sponde e alvei fluviali, aree di esondazione, litorali e vie di fuga alluvionali. Tutto ciò si risolve in un ulteriore indebolimento dei meccanismi di difesa del suolo. La destrutturazione ecopaesistica di suoli e sottosuoli provoca infatti degrado delle componenti organismiche che finiscono per compromettere anche la consistenza dei tessuti abiotici e rendono più fragile tutto il sistema. La carrying capacity dei diversi contesti ambientali non viene quasi mai rispettata.

Mancato rispetto dei suoli

Il combinato dei punti precedenti risulta in un generale abbassamento della difesa dei suoli anche in termini di sicurezza e consistenza. Contesti già indeboliti da rotture dei cicli biogeochimici e degli ecosistemi vengono ulteriormente stressati dalle caratteristiche dimensionali e tipomorfologiche dell'insediamento, e in specie anche dal sottodimensionamento della struttura portante degli edifici. Il risultato è la perdita di sicurezza complessiva dei suoli e degli insediamenti.

Distanti dalla logica del "Piano Casa"

Il dibattito sui modelli di ricostruzione dovrebbe tenere conto degli esiti delle esperienze analoghe già registrati, evitando gli approcci che sembrano voler affrontare un problema, laddove in realtà sono mirati ad altro: come la proposta di "New Town", avanzata nei giorni immediatamente successivi al disastro e oggi accantonata, destinata soprattutto a legittimare la realizzazione di nuove edificazioni in un Paese già segnato da sovrabbondanza di offerta edilizia, seconde e terze case, vani vuoti riservati per il mercato immobiliare, oltre all'iperconsumo di suolo e alla perdita di paesaggio. In generale, anche quest'ultimo evento conferma quanto sia un errore, viste le condizioni ecoterritoriali del Paese, pensare a provvedimenti ulteriormente deregolativi, quali il cosiddetto "Piano Casa" del Governo che, al di là di qualche miglioria apportabile dalle Regioni, resta complessivamente contrario alla richiesta di regole, non di deregulation, di cui oggi c'è grande esigenza, e che proprio per questo andrebbe abbandonato.

Oltre a tenere in grande considerazione le istanze degli abitanti, i modelli ricostruttivi andrebbero improntati al rispetto di tipologie morfogenetiche originarie dei centri, evitando ulteriori sprechi e consumi di suolo. Il felice esempio del Friuli dimostra che la riproposizione dei modelli abitativi e insediativi preesistenti è sempre gradita dagli abitanti, anche perché riduce l'impatto sociale e psicologico dovuto a eventuali manufatti diversi. Tali disagi si aggiungono, per i soggetti già colpiti, a quelli dovuti ai periodi di dimora in strutture precarie (tende o baracche) o provvisorie (prefabbricati) e all'attesa dell'abitazione definitiva. Al contrario, le prime proposte programmatico-istituzionali del Governo - anche per quanto è contenuto nel decreto relativo alle prime operazioni da avviare - disegna un modello ipercentralizzato: esso è affidato, infatti, soprattutto alla Protezione Civile - che praticamente esclude non solo abitanti e istanze locali, ma addirittura anche gli Enti territoriali - e prospetta una razionalità simile a quella della Legge Obiettivo (ivi compresi i suoi errori marchiani, tra cui l'inaccettabile rinuncia al controllo sui subappalti). Tutto ciò in assenza di risorse economico-finanziarie adeguate: di certo, ci sono solo 700 milioni di euro per i primi nuclei prefabbricati - ciò che contrasta clamorosamente con il "commovente presenzialismo" del premier nel contesto.

Ricostruire con gli abitanti

Intendiamo avanzare un progetto di ricostruzione partecipata, in cui i modelli tipomorfologici, insediativi ed ecopaesaggistici siano condivisi dagli abitanti e rispondenti a criteri di riterritorializzazione, ovvero agli statuti dei luoghi. In questo senso - previo accordo con rappresentanti di associazioni e comunità locali - nelle prossime settimane si prevede di organizzare una serie di incontri anche nell'area interessata. L'affermazione delle istanze locali significa anche riallargamento degli spazi di socialità e della stessa agibilità democratica, in un momento in cui possibili strumentalizzazioni dell'emergenza in funzione di spettacolarizzazione mediatica e politica li stanno, invece, fortemente restringendo.

Come una cena di gala che finisce per essere ricordata dalle posate di plastica, così la ricostruzione dell’Aquila, annunciata come la più eccellente prova italiana di efficienza, piega in questi giorni verso un ritorno all’intramontabile genere nazionale del fai da te.

Con una mossa piuttosto disperata, di fronte al vedo-non vedo della legge che assegna i soldi (che ci sarebbero o forse no) per rifare ogni cosa, la giunta comunale dell’Aquila con delibera 147 del 12 maggio scorso avverte i concittadini che si fossero stancati delle tende e degli alberghi di avanzare autonomamente verso le vicinanze di casa. Chiunque abbia un cortiletto, una piazzola, un bordo strada libero può realizzare - a proprie spese s’intende - un box, o anche una dimora in legno, oppure un container, una baracca. Il "manufatto temporaneo" non deve essere più alto di sei metri e più grande di 95 metri quadrati. Casa o negozio, fai tu! S’arrende sconfortato il municipio dell’Aquila e s’arrangi chi può. «Non potevamo comportarci diversamente, abbiamo necessità di restituire un po’ di vita alla città e di rispondere alle esigenze minime e urgentissime», commenta Antonello Bernardi, medico e consigliere comunale.

Il moto ondoso degli aiuti e della bontà nazionale sta lentamente acquietandosi. E il fuoco d’artificio aquilano, case a molle bellissime come l’Italia mai ha visto e avuto, pronte per l’uso e il consumo entro fine novembre, si spegne di fronte alla marea di lamiere che tra qualche giorno verrà consegnata alla vista del premier e, sfortuna, dei grandi della Terra per via del G8. Lamiere e baracche, proprio quello che Silvio Berlusconi ha cercato con ogni forza di evitare arrivando a sostenere il più rischioso dei progetti di sistemazione provvisoria: solo tende.

«La tenda inebetisce, massacra il morale, riduce l’intelligenza a zero e il corpo vitale di un lavoratore ad oggetto da assistere. Mangiamo bene tre volte al giorno, ci fanno fare la doccia e i bagni sono disinfettati due volte al dì... Le guardie ci controllano, gli infermieri ci aiutano e noi siamo lì reclusi e beati. Gente a cui il destino ha offerto prima della morte una vacanza, magari di merda, per un sacco di tempo», commenta l’architetto Antonio Perrotti, sistemato sotto la tela e promotore nel campo base del più agguerrito comitato popolare.

Il regime di vita, totalmente assistito, prevede in cambio però silenzio e ridotta capacità visiva. La nota della signora N. F., che il timore di rappresaglie induce a negare la propria identità, dimorante al campo base Italtel 1: «Capisco la sicurezza, ma con questa necessità si annienta ogni libertà di espressione. Al mio campo si entra e si esce solo con un badge di identificazione. Una sera iniziai a discutere con amici della necessità di fare qualcosa, muoverci, capire. Si forma un crocchio di una decina di persone e io inizio a interrogarmi ad alta voce. Passa qualche minuto e si fa vivo il muso di una camionetta dei carabinieri. Ci spiegano che ogni assembramento avente natura politica dev’essere autorizzato e che loro, finchè non fosse terminato il nostro conciliabolo, sarebbero rimasti lì ad ascoltare».

Guido Bertolaso, manager della ricostruzione, ha puntato tutto sulle case a molle, le palazzine in legno e cemento precompresso a due o tre piani, che devono servire alla nuova L’Aquila. Ha bisogno però di pace e concordia. Per averla ha chiesto aiuto ai carabinieri e convocato il vescovo. Monsignor Molinari gli ha portato tutti i parroci ai quali Bertolaso ha consigliato di farsi attivisti della Protezione civile: alleviare, attutire, sistemare, e - diamine! - zittire se è il caso.

Il conto per tenere gli aquilani (in silenzio) al mare e concedere ogni possibile servizio di catering a chi non ha lasciato la montagna costa tre milioni di euro al giorno. Ai quaranta gradi e alla scelta temeraria delle tende si fa fronte con i condizionatori appena montati. Il reparto di malattie infettive è stato robustamente integrato da medici, tutti i casi di malanno da tenda (gastroenteriti, bronchiti, polmoniti, asma e tubercolosi) saranno presto trattati nell’ala dell’ospedale restituita alla città (cento posti letto) e nelle attrezzature mediche del centro clinico fabbricato per il G8 (ottanta posti letto).

Dove può, Bertolaso mette un cerotto. Ma quale cerotto può coprire la decisione di trasferire la città in quindici little town, a distanza di sicurezza dal centro storico del capoluogo, il punto g del dolore? «Centosessanta ettari, un consumo di territorio infinito dislocato tra località remote. Alloggio sicuro per 15mila persone, ma inutile per L’Aquila che morrà nell’attesa». L’Aquila, dice l’architetto Perrotti, ha bisogno di una flebo immediata e urgente di vita «e invece vedo che corrono in tutt’altra direzione». La zona rossa ancora non è stata valutata dai tecnici e dunque la parte del corpo più ferito e più vitale della città resta abbandonato da ogni cura. «L’Aquila vive se il centro storico si rialza subito. La decisione di Bertolaso di trascinare via gli aquilani e sigillare il centro ammazza ogni speranza», dice Rossella Graziani, dipendente dell’università.

Pronta la risposta del governo. La legge che finanzia la ricostruzione c’è e ciascuno dove vorrà realizzerà quanto chiede. Al Senato sono giunte le norme e i capitoli di spesa sono stati corretti al rialzo. Ma anche qui affiora il dubbio che L’Aquila abbia prodotto, oltre la morte e la distruzione, una inestricabile questione matematica. Se al municipio del capoluogo sono giunte 100mila richieste di primo indennizzo a fronte di 70mila residenti («c’è un evidente squilibrio, dobbiamo controllare bene», annota il direttore generale del comune) in Parlamento la legge si gonfia di promesse finanziarie senza impegnare un euro in più di quelli già previsti... Sostiene il senatore Legnini, del Partito democratico: «Il governo ha deciso di saldare tutta la fattura per la casa ricostruita dal terremotato mettendo a copertura la identica somma. Vi sembra possibile?». Da decreto a legge abracadabra: ogni comma un mistero giacchè la ricostruzione pare frutto di un effetto ottico. Ma per fortuna ci penserà Bertolaso. L’ha detto al consiglio comunale: «Lasciate stare la politica, ci sono qua io».

Il presidente del Consiglio ha colto l’occasione del terremoto aquilano in senso tutto mediatico – come già la vicenda dei rifiuti in Campania – assumendo lui il comando delle operazioni, assieme al fido sottosegretario Guido Bertolaso, a cui si aggiunge, in Abruzzo, quale commissario il neo-presidente della Regione, Chiodi. Una cabina di regìa monocratica e tecnocratica che, in linea di principio e di fatto, “commissaria” il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (per parte sua rimasto piuttosto a guardare dalle finestre del Collegio Romano dove il ministro Bondi scrive libri, poesie e recensioni, mentre Bertolaso comanda e “fa”).

Esautorate le Soprintendenze

La prima ordinanza governativa post-terremoto dice, assai genericamente, che il vice-commissario alla Protezione Civile “si avvale del supporto tecnico” del Ministero e “può costituire”, ecc.ecc. A questo punto conta soltanto la Protezione Civile. E chi è stato nominato vice-commissario alla Protezione Civile per l’Abruzzo? L’ingegner Luciano Marchetti (uomo di fiducia di Bertolaso sin dai tempi dell’Umbria) il quale però risulta tuttora anche direttore generale regionale dei Beni culturali nel Lazio, ed è lui chiamato ad attuare – ma che bel pasticcio – l’esautoramento delle strutture del “suo” Ministero. Marchetti, oltre tutto, è alle soglie della pensione e, per intenderci, è anche l’autore dell’orrendo ascensore del Vittoriano, che deturpa la vista dell’Ara Coeli e del Campidoglio.

Non è finita: all’articolo 4 punto b del contestato decreto (in discussione al Senato) per la ricostruzione post-terremoto si dice che alla realizzazione degli interventi sugli immobili di valore storico-artistico, e quindi di competenza della Direzione generale regionale abruzzese e delle Soprintendenze territoriali di settore, provvede invece il commissario straordinario alla Protezione Civile e cioè il presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, attraverso i Provveditorati alle opere pubbliche. Dunque, anche in questo ambito strategico e delicatissimo, le Soprintendenze sono, per ora, seccamente fuori. Un caso senza precedenti.

Le esperienze passate

Fra Umbria e Marche, invece, nel 1997, la mobilitazione di tutti i quadri tecnici fu immediata, con risultati che – a partire dalla Basilica superiore di Assisi (restaurata e messa in sicurezza in due anni soltanto) – si rivelarono ottimi. Era ministro per i Beni Culturali Walter Veltroni che non si fece certo “espropriare”. Né Prodi pensò a nulla di simile. Nella stessa, contestata ricostruzione dell’Irpinia e della Campania, nel 1980, giocarono un ruolo altamente positivo sia la Soprintendenza speciale per il Terremoto guidata da Giuseppe Proietti (ora segretario generale del Ministero), sia l’affidamento a Mario De Cunzo, soprintendente a Napoli, di un vasto programma di restauri e di recuperi condotto a termine con successo pieno e senza ombre di sorta, per una spesa, se ben ricordo, di 300 miliardi di lire anni ‘80.

Centri storici e tecnici

La ricostruzione di un vasto e prezioso centro storico quale quello dell’Aquila non ha precedenti, credo, in epoca recente. Certo, quella di Venzone, in Friuli, pietra su pietra, rimane ancor oggi esemplare e però si trattava di un Comune con poco più di 2.000 abitanti, mentre l’Aquila ne conta oltre 70.000 (33.000 gli sfollati dalla città) e presenta un tessuto antico ampio e stratificato. L’idea berlusconiana di affidare i singoli monumenti a vari Paesi stranieri è tanto spettacolare quanto poco convincente. Questa poi di assegnare gli interventi ai Provveditorati può risultare francamente insana. I nostri tecnici del restauro sono infatti i migliori del mondo, conoscono a fondo questo patrimonio e maneggiano assai bene tecniche di avanguardia. Ma Bondi ha già mostrato, in più occasioni (si veda la questione dei Fori affidati a Bertolaso ed ora orfani del medesimo) di essere debolissimo quando il Capo chiama e comanda. Per cui sono nelle mani del triumvirato Bertolaso-Chiodi-Marchetti difficili, complessi, costosi recuperi e restauri di quartieri e di edifici spesso sbriciolati.

Restauri complessi

Giorgio Croci, ingegnere, docente alla Sapienza, è uno dei maggiori strutturisti del mondo. Lo chiamano anche in Estremo Oriente, dall’India al Vietnam, a diagnosticare i mali dei loro templi e a “curarli”. Con Paolo Rocchi è intervenuto, in Italia, sulla Basilica Superiore di San Francesco in Assisi. Sino a 4-5 giorni fa nessuno l’aveva chiamato all’Aquila. Dove le solite iniezioni di calcestruzzo hanno aggiunto danno a danno nelle strutture antiche, per esempio nel tetto del Castello, che ha ceduto, a differenza del resto del grandioso monumento. Ora è là a studiare e a lavorare.

“Mi sto occupando della splendida Basilica di Collemaggio”, mi dice al telefono Croci. Sta male, immagino. “Molto male purtroppo. Peggio della Basilica di Assisi, anche se qui non ci sono gli affreschi assisiati. Però i danni sono decisamente gravi. Il transetto è crollato e tutta la chiesa risulta lesionata, l’abside in specie. I pilastri, ora cerchiati, hanno subìto un effetto di schiacciamento”. Chiedo del centro storico aquilano del quale conservo ricordi straordinari. “Muoversi lì dentro è difficile. Bisogna subito puntellare quanto è rimasto, fare rilievi, documentare e poi diagnosticare, intervenire. Entriamo nella fase più difficile: rimettere la gente nelle case, le attività nei palazzi istituzionali in piedi, dopo averne verificata l’agibilità”.

Gli chiedo dei tempi. “Se ci lasciano lavorare e ci danno i mezzi necessari, la Basilica di Collemaggio potrebbe venire restaurata anche in un anno e mezzo. Certo, ci vogliono fondi ingenti e procedure snelle. In fondo, in due anni restaurammo integralmente, cicli di affreschi compresi, la Basilica di Assisi”. E gli aiuti americani invocati da Berlusconi?...“Gli aiuti non si rifiutano mai. Però le nostre Soprintendenze, va detto, sono di altissimo livello”. E anche le nostre tecnologie del restauro. Insomma, se li lasciano operare come a Venzone, in Irpinia o ad Assisi, i nostri addetti ai Beni culturali non deluderanno di certo. Ma il Ministero “competente” dov’è finito?

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