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La Proposta di legge di iniziativa popolare sul diritto alla casa e all’abitare a Roma e nel Lazio è la prima del genere nella Regione. Presentata venerdì 12 giugno nel corso dell’ultima tappa della carovana «Città bene comune», la proposta di legge, che si compone di sedici articoli, non nasce negli assessorati o nelle commissioni di via della Pisana ma da una idea maturata dalla stessa carovana che, a sua volta, come in un incastro di scatole cinesi, lancia, nella sua stessa costituzione, una originale idea di autogoverno del territorio. Difatti, contemporaneamente, lancia anche una seconda legge popolare che riguarda la scabrosa questione dei rifiuti. La carovana nasce dall’incontro tra i comitati di quartiere e la miriade di associazioni che in questi anni si sono opposti allo strapotere della rendita dando vita alla «Rete del mutuo soccorso» e alla Rete dei movimenti per il diritto all’abitare composta da Action, Bpm, Coordinamento cittadino di lotta per la casa, Comitato obiettivo casa.

A questo primo nucleo, in occasione della preparazione della Conferenza urbanistica del 29 febbraio scorso, si sono aggiunti comitati, associazioni e cittadini incontrati nelle diverse tappe del viaggio che, peraltro, è cominciato molto tempo fa. Molti, infatti, hanno in comune l’opposizione alle politiche urbanistiche di Veltroni culminate nell’approvazione del Piano regolatore generale, nei primi mesi del 2008, che a loro giudizio ha prodotto un consumo insensato di territorio, ha peggiorato la qualità della vita cittadina e non ha dato risposte all’emergenza abitativa. L’attuale giunta Alemanno, aggredendo l’agro romano, continua nella stessa direzione, quella di costruire la città secondo i soli dettami della rendita. L’idea della legge d’iniziativa popolare nasce dalla convinzione che l’unica manovra urbanistica possibile sia ripristinare il ruolo pubblico nel programmare e risolvere l’emergenza abitativa e la vivibilità urbana.

Roma, la sua area metropolitana e i maggiori comuni del Lazio sono in emergenza abitativa: decine di migliaia di famiglie vivono in condizioni inaccettabili, in edifici impropri, in assistenza alloggiativa. Migliaia sono sottoposte a procedura di sfratto in corso. Un numero sempre maggiore vive in quartieri sempre più periferici e sempre più privi di servizi sociali. Eppure, in questi anni si è costruito moltissimo, agli stessi ritmi degli anni ‘80, nonostante la popolazione non sia sostanzialmente cresciuta. Ma si sono costruite solo case per il mercato privato ed è stata abbandonata l’edilizia sociale pubblica. Il recentissimo rapporto annuale Istat ha certificato che, a fronte della realizzazione di oltre 3 miliardi di metri cubi di edifici nel periodo 1995-2006, la percentuale di case pubbliche è stata dello 0,7 per cento. In Europa supera mediamente il 30 per cento. E, mentre gli altri paesi cercano di tornare alle politiche pubbliche, l’Italia sembra voler continuare le politiche di demolizione di qualsiasi regola. E le proposte del cosiddetto «Piano Casa» del governo Berlusconi servono solo a incrementare la rendita.

La legge di iniziativa popolare propone la realizzazione in sei anni di centomila alloggi pubblici. È un impegno oneroso per il quale viene previsto, nella proposta, lo stanziamento di circa 8 miliardi di euro. Inizia ora la raccolta delle firme necessarie per l’iter istituzionale di una proposta di legge di iniziativa popolare [va ricordato, peraltro, che il Lazio non si è ancora dotato di una legge ad hoc così come previsto dallo Statuto regionale] ma i promotori già sanno quale sarà la prima obiezione delle istituzioni: non ci sono i soldi. Per questo, propongono di dirottare in questa direzione quelli che dovrebbero venire investiti in opere inutili come l’autostrada Roma-Latina. La legge blocca, inoltre, la svendita del patrimonio pubblico in atto da anni «per risanare i conti pubblici». Per questo, si propone di adottare politiche di risparmi della spesa pubblica. Ma risolvere il problema della casa non basta più. Di fronte all’imponente fenomeno di espulsione da Roma di oltre centomila famiglie nel periodo 1991-2006, l’attuale situazione è che sempre più cittadini vivono in zone periferiche prive di servizi di qualità. Mentre Roma si spopola e in centro si chiudono i servizi per mancanza di popolazione, nella periferia metropolitana non c’è la città. Mancano scuole, servizi alle persone, perfino le opere di urbanizzazione.

La legge propone due parallele politiche: reintrodurre la residenza pubblica nella città esistenti così da rivitalizzarle con azioni di recupero del patrimonio pubblico dismesso o sotto utilizzato. E portare i servizi nelle periferie delle città. Si prevede un piano di realizzazione di servizi pubblici che consente a tutti i cittadini pari opportunità di accesso e punta a recuperare prioritariamente il costruito inutilizzato all’interno delle città così da non costringere molte famiglie a vivere in case senza città e a riempire di abitanti le parti di città ormai vuote per il grande esodo di questi anni. Il diritto all’abitare si completa con il diritto alla mobilità sostenibile: centinaia di migliaia di pendolari raggiungono il centro di Roma per motivi di lavoro impiegando tre ore al giorno per gli spostamenti. Anche in questo caso, occorre far entrare l’Italia in Europa: nessun quartiere potrà essere costruito se non esistono già linee di trasporto su ferro. Basta con i quartieri che nascono in ogni angolo della campagna e obbligano all’uso dell’automobile.

La legge, infine, tocca due ulteriori punti: la riconversione dell’immenso patrimonio edilizio costruito verso l’istallazione di tecnologie energetiche appropriate e le graduatorie di accesso. Il limite di reddito per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica destinata all’assistenza abitativa, a partire dal primo bando successivo alla approvazione di questa legge sarà portato a 20 mila euro [la diminuzione prevista nell’art. 21 della L. 457/78 è determinata in 10 mila euro per ogni componente del nucleo familiare produttore di reddito, e in 6 mila per ogni ulteriore familiare a carico]. Infine, si impegna la Regione Lazio ad attuare la legge entro la definizione del passaggio di competenze, in materia edilizia, al Comune di Roma così come previsto dalla legge istitutiva di Roma Capitale.

Per allargare ancora di più la possibilità di discuterne, oltre che nel corso dei sei mesi previsti per la raccolta delle firme per la presentazione di una legge di iniziativa popolare, Carta offre uno spazio sul sito e nelle pagine di CartaQui. [Il testo completo della proposta di legge popolare su www.carta.org].

Qui il link al video

Modena è parte di un sistema policentrico di comunità locali, che con lo sviluppo industriale e l’urbanesimo ha vissuto processi di sviluppo urbano di intensità molto forte.

A partire dagli anni ’60 le politiche territoriali hanno ricercato con determinazione il consolidamento e la valorizzazione dell’originaria rete di centri urbani, maggiori e minori, allo scopo di distribuire sul territorio le funzioni di livello urbano e prevenire l’ulteriore congestione della città di Modena.

Queste finalità di sviluppo equilibrato hanno orientato sia la pianificazione del territorio, sia politiche specificamente concepite e attuate. Il Consorzio intercomunale per le aree produttive, costituito a metà degli anni ’70 e sempre attivo, ha attuato il decentramento di circa sessanta industrie da Modena verso quattro insediamenti esterni, appositamente allestiti allo scopo di riequilibrare l’offerta di posti di lavoro, e con essa la distribuzione della popolazione sul territorio.

Nel medesimo periodo il Comune di Modena è stato un protagonista dello sviluppo e dell’attuazione di politiche urbane orientate a una salda visione dell’interesse pubblico. Ricordiamo per esempio che il suo piano regolatore del 1964 anticipò di quattro anni l’istituzione degli standard urbanistici, quello del 1975 sperimentò per la prima volta la disciplina particolareggiata del centro storico, quello del 1989 fu pioniere dell’integrazione della tutela dell’ambiente nella pianificazione urbanistica, e dell’articolazione in piano strutturale e piano operativo. E ricordiamo pure che i dimensionamenti dei piani regolatori da trent’anni sono sempre stati contenuti nel fabbisogno fisiologico di una popolazione costante, e che ancora oggi oltre due terzi delle nuove edificazioni residenziali e produttive sono realizzate su terreno concesso o ceduto dal Comune in attuazione del PEEP o del PIP.

L’attuale assessore all’urbanistica è fermamente determinato ad essere anche lui un pioniere, ma di una concezione del governo del territorio diametralmente opposta.

In un suo documento personale di una ventina di pagine - “Modena futura”, in circolazione da più di un anno ma mai discusso in alcuna sede pubblica, propugna per la città di Modena un aumento di ventimila abitanti nei prossimi dodici anni (oggi sono 180.000). L’intento è, sostiene, di riportarvi gli abitanti che nel tempo si sono trasferiti nei comuni all’intorno. Ma prevede anche il raddoppio della popolazione straniera, dall’attuale 10% al 20%. E senza alcun imbarazzo programma un aumento di cinquantamila abitanti sul lungo termine (quello che, contando di essere nuovamente nominato assessore dopo le elezioni, intende prendere a riferimento per il nuovo piano strutturale comunale). Valutazioni sui sistemi infrastrutturali, sulla mobilità urbana, sull’ambiente, sull’offerta di occupazione, sugli effetti per l’ambiente, sugli enormi investimenti necessari, sui colossali problemi già sperimentati con la crescita tumultuosa degli anni ’60 e ’70? Zero.

Nel frattempo al “Laboratorio della città”, che l’amministrazione comunale ha costituito coinvolgendo insegnanti di cinque o sei Facoltà di Architettura, ha prodotto delle proposte. Una di queste, sviluppata dal gruppo di Marco Romano, dell’Università di Genova, è stata presentata pubblicamente alla metà di dicembre, in quella che, secondo il comunicato stampa, “sarà l'occasione per gettare le basi del futuro Piano regolatore (PSC)”.

Prevede la saturazione con edilizia residenziale di tutto il territorio compreso fra il margine urbano e l’autostrada del Sole, più o meno cinquecento ettari, ampiamente sufficienti per cinquantamila abitanti e più. Appunto.

Chimere? Esercitazioni?

Sembra di no, sembra che qualcuno ci creda, e investa i suoi soldi.

Al recente convegno di Italia Nostra (20 febbraio 2009 n.d.r.) in cui è stato presentato il video “ Lo sguardo sulla città” un intervento ha richiamato l’attenzione sulle notizie, che circolano da molti mesi fra gli addetti ai lavori, di ingenti acquisti di terreni agricoli a prezzi che agricoli non sono (50, 60, anche 100 euro al metro quadrato) effettuati al perimetro della città da imprese di costruzione e immobiliari.

L’assessore ha minacciato querele (chissà mai perché) ma non risulta che abbia proceduto a verifiche. Eppure il Comune ha libero accesso al Catasto, e può consultare agevolmente i trasferimenti di proprietà di terreni, anche se non le cessioni di società.

Se le cose stanno così, se c’è effettivamente chi investe soldi buoni in terreni non edificabili (si parla di oltre un milione di metri quadrati), allora c’è davvero da preoccuparsi. Povera Modena.

Un Parlamento mortificato, ridotto una volta di più a luogo di silenziosa ratifica della volontà del Governo. Una magistratura resa impotente di fronte a fenomeni gravi di illegalità. Un sistema della comunicazione espropriato della sua funzione di "ombudsman diffuso", della possibilità di riferire fatti di indubbia rilevanza pubblica. Una società civile resa opaca e silenziosa dal divieto di assicurarle informazioni essenziali. Questo è il cambiamento del sistema istituzionale e sociale che ci consegna la nuova legge sulle intercettazioni telefoniche.

Siamo di fronte ad una nuova manifestazione di una linea ben nota, ad una accelerazione della irresistibile volontà di liberarsi proprio di quei contrappesi, di quegli strumenti di garanzia che, in un sistema democratico, possono impedire la degenerazione del potere, il suo esercizio incontrollato, la creazione di sacche di impunità. Per realizzare questo risultato si è insistito molto sulla necessità di tutelare la privacy delle persone, troppe volte violata. Ma questo argomento, in sé legittimo, è stato trasformato in pretesto per una disciplina punitiva, che con la tutela della privacy non ha niente a che vedere. Negli anni passati, infatti, proposte di legge presentate dalle più diverse parti politiche avevano individuato i soli punti sui quali era necessario intervenire: divieto di pubblicare brani di intercettazioni ancora coperti dal segreto, irrilevanti per le indagini, riferiti a persone diverse dagli indagati. Obiettivi che possono essere raggiunti senza restringere, o addirittura cancellare, le possibilità investigative da parte della magistratura e senza negare il diritto costituzionale all´informazione che, ricordiamolo, non è privilegio del giornalista, ma elemento storicamente essenziale per il passaggio da suddito a cittadino.

Perché, allora, un mutamento così radicale dei contenuti della legge e la fretta nell´approvarla, ricorrendo al voto di fiducia? Una ragione, la più immediata, riguardava il rischio che, pure in una maggioranza che si proclama ad ogni passo compatta, si manifestassero quei dissensi e quelle proposte di emendamento già affiorati nelle dichiarazioni di alcuni parlamentari. Il voto di fiducia non solo accorcia i tempi, ma soprattutto obbliga al silenzio. Una finalità di normalizzazione, dunque, una conferma ulteriore della considerazione del Parlamento come puro intralcio da rimuovere con qualsiasi mezzo, ignorando l´imperativo democratico che, soprattutto per le leggi incidenti su diritti fondamentali delle persone, imporrebbe la discussione più libera e aperta.

Ma la fretta, questa volta, ha una ragione più profonda. Proprio in occasione delle ultime elezioni si è visto che i mezzi d´informazione possono contribuire a modificare l´agenda politica, che la voce dei cittadini informati può sopraffare una comunicazione addomesticata. Una situazione che deve essere apparsa intollerabile, che non deve consolidarsi. Ecco, allora, che si prende al volo l´occasione offerta dalla tutela della privacy per piegare la legge ad un´altra finalità, per interrompere fin dall´origine il circuito informativo. Per questo era necessario ridurre le informazioni che la magistratura può raccogliere. Per questo erano necessarie nuove barriere, per impedire che le informazioni potessero poi giungere ai cittadini, se non dopo essere state sterilizzate dal passare del tempo. All´intento originario di punire magistratura e stampa si è aggiunta questa ulteriore urgenza. Non si può tollerare che i cittadini dispongano di informazioni che consentano loro di non essere soltanto spettatori delle vicende politiche, ma di divenire opinione pubblica consapevole e reattiva.

Di questa strategia, tanto rozza quanto efficace, si possono subito misurare le conseguenze. È stato ricordato che i risultati appena raggiunti dalla Procura di Venezia nella lotta al traffico degli immigrati, proprio un tema sul quale insiste fino a un pericoloso parossismo repressivo l´attuale maggioranza, sono il frutto di intercettazioni durate due anni. Con le nuove norme questo non sarebbe stato possibile. Queste, infatti, prevedono che le intercettazioni possano durare due mesi al massimo, ed è assai dubbio che nel caso veneziano potessero addirittura cominciare, viste le condizioni restrittive alle quali sono ormai subordinate. Le preoccupazioni espresse da magistrati e poliziotti, dunque, hanno un ben solido fondamento, e la contraddizione tra proclamazioni e strumenti dimostra quale sia il vero intento delle nuove norme.

Da molti anni, peraltro, disprezzo per la legalità e ostilità per l´informazione vanno di pari passo, e la restrizione delle possibilità investigative esigeva altrettante limitazioni della libertà d´informazione. Il punto rivelatore è rappresentato dal divieto di rendere pubbliche anche le intercettazioni non più coperte dal segreto. E il meccanismo delle sanzioni è particolarmente grave, soprattutto perché, accanto a intimidatorie sanzioni penali per i giornalisti, introduce una "censura economica" più pesante di qualsiasi altro meccanismo di controllo. Poiché si prevede che gli editori possano essere obbligati a pagare forti multe, è ovvio che pretenderanno di minimizzare questo rischio, interferendo nel libero lavoro d´informazione. Così, “Il Padrone in redazione” non sarà più solo il titolo di un bel libro di Giorgio Bocca, ma il destino promesso al sistema italiano della comunicazione.

Peraltro, proprio perché non più coperte dal segreto, le intercettazioni saranno nelle mani di molti, a cominciare dalle schiere di avvocati e loro collaboratori che accompagnano ogni indagine di qualche peso. Così, il divieto di renderle pubbliche creerà un grumo oscuro, disponibile per manovre oblique, manipolazioni, persino ricatti (che cosa sarebbe accaduto con la segretezza coatta delle indagini sui "furbetti del quartierino" e dintorni?). Corretto corso della giustizia e diritti delle persone (privacy inclusa) saranno assai più a rischio di oggi, in assenza di quei benefici contrappesi democratici che si chiamo trasparenza e controllo diffuso.

Il Presidente del Consiglio si accinge a partire per gli Stati Uniti. Chi sa se qualcuno dei suoi collaboratori, preparando i necessari dossier, penserà di inserirvi la citazione di quel che scrisse un grande giudice costituzionale americano, Louis Brandeis: "La luce del sole è il miglior disinfettante".

Finisce nel caos, con cartelli e grida «vergogna» che spuntano fuori dai banchi dell’Italia dei Valori. Finisce politicamente male per le opposizioni visto che, con il voto segreto da loro stesse sollecitato, la maggioranza ha avuto tra i 18 e i 21 voti in più, dipende dai calcoli. Finisce malissimo per tutto il resto che non è qui, in quest’aula di Montecitorio: per la sicurezza dei cittadini; per chi fa le indagini e butta mesi e anni in attesa di una frase intercettata che sia la conferma definitiva per un’ipotesi di reato; per la libertà di stampa ma soprattutto per i diritto dei cittadini ad essere informati. Finisce benissimo, invece, per tutti quei gruppi criminali che, una volta studiata la legge, troveranno un facile modo per aggirarla e potranno fare affari e organizzare misfatti senza più il timore, l’incubo, di essere intercettati al telefono, nelle macchine o nelle case e ovunque si riuniscono per decidere i loro piani criminali.

Bagarre e insulti

Il ddl 1415, primo firmatario il ministro Guardasigilli Angelino Alfano, la legge che nei fatti annulla lo strumento di indagine delle intercettazioni e ne vieta la pubblicazione, ottiene il primo via libera parlamentare alle 16 e 15 minuti dopo un’ora e un quarto di bagarre, allusioni e mezzi insulti. Dopo, soprattutto, undici mesi di trattative, stop and go all’interno della maggioranza che ha faticato moltissimo prima di trovare l’accordo lasciando in terra feriti e scontenti. Eppure ieri politicamente la maggioranza ha tenuto, fedele, al di là delle singole convinzioni,, alle disposizioni del Capo-premier. Mentre hanno combinato un altro pasticcio le opposizioni. Il voto segreto era stato chiesto dal Pd forte del nuovo asse post voto europeo - due giorni fa Pd, Idv e Udc hanno scritto al presidente Napolitano denunciando, la fiducia, i baratti, «l’ennesimo strappo delle regole e degli equilibri della Costituzione» - e del fatto che ben due volte su tre la maggioranza è andata sotto,nelle votazioni a scrutinio segreto. Un modo quindi per mettere in difficoltà Lega e Pdl. Il Carroccio, soprattutto, che fa della sicurezza la sua bandiera ma con questa legge mette in secondo piano proprio la sicurezza.

Il risultato è stato l’opposto di quello previsto. Perché a sfasciarsi è stato il nuovo asse delle opposizioni. Difficile trovare il traditore. L’analisi dei numeri dice che il provvedimento è passato con 318 voti a favore, 224 contrari e un solo astenuto (Svp). Al momento del voto in aula c’erano 188 deputati del Pd, 27 dell’Udc e 25 dell’Idv per un totale di 240 parlamentari che avrebbero dovuto, compatti, votare no. La maggioranza poteva garantire un totale di 297 voti, 244 del Pdl, 48 della Lega e cinque del gruppo misto. Tirando la riga, il risultato fa 21 franchi tiratori.

Qualcosa di più può suggerire l’osservazione dell’aula. Mentre il voto era ancora in corso, di sicuro Fini non aveva ancora comunicato il risultato,, Casini, Vietti e lo stato maggiore dell’Udc sono schizzati su dai banchi e hanno lasciato lesti l’aula. «Per non essere confusi con la sceneggiata organizzata dall’Idv» è stata la spiegazione. È da escludere che lo sgambetto sia arrivato dall’Idv. E anche dal Pd che contro le nuove regole sulle intercettazioni ha combattuto giorno dopo giorno. Qualche ex Margherita che manda messaggi al centro? L’Udc che strizza l’occhio alla maggioranza? Tra dieci giorni ci sono i ballottaggi. E il partito di Casini a livello locale può spostare ancora molti voti. Verso destra o verso sinistra? Le grandi manovre per le alleanze sono appena cominciate.

«un pezzo dell’opposizione... »

Come che sia, il governo, al gran completo in aula a cominciare dal Presidente del Consiglio, può alla fine del voto camminare mezzo metro da terra. «Come fanno a dire che non è una buona legge se poi l’ha votata anche un pezzo dell’opposizione?» ironizza Berlusconi con il suo stato maggiore, Cicchitto, Ghedini e Bocchino che sfoggia il tabulato dei voti. «A quanto pare le nostre tesi sono condivise anche da settori delle opposizioni» sottolinea il ministro Alfano un po’ preoccupato prima del voto. Arriva l’Umberto cofirmatario lunedì sera del Patto di Arcore, il no al referendum richiesto dalla Lega in cambio del via libera alle intercettazioni, alla riforma del Csm e della riforma del processo penale. «Questi venti voti in più dimostrano che per la gente è più importante non essere ascoltato e intercettata. Ancora una volta Berlusconi, ha avuto fiuto. Alla sicurezza e a come fare le indagini, ci penseremo. Poi». Pesa l’assenza del ministro Maroni, colui che più di tutti è stato scavalcato dal Patto di Arcore visto che aveva promesso al procuratore antimafia Piero Grasso che avrebbe modificato la legge per tutelare le indagini di mafia.

Le opposizioni possono solo andare via con la coda tra le gambe. Resta poca cosa della protesta dell’Idv. I nervi si erano scaldati durante le dichiarazioni di voto quando il capogruppo Donadi alza il dito contro Alfano per dire che «avrà sulla coscienza ogni ladro che resta libero, ogni stupro impunito». La Lega, più tardi, lo definisce «testa vuota». E mentre molti deputati hanno ancora il dito sul display per votare, dai banchi dell’Idv escono cartelli e striscioni. C’è scritto «vergogna», «PDL, Proteggiamo Delinquenti e Ladri», «La libertà di informazione è morta, uccisa dall’arroganza del potere». Di Pietro non è in aula, qualche giorno di riposo obbligato dopo lo stress della campagna elettorale. Ma arma il suo blog di una vera propria dichiarazione di guerra: «Ora basta, andiamo in piazza». La misura è colma, scrive l’ex pm: «Siamo arrivati al punto che la maggioranza strumentalizza le parole del Presidente della Repubblica che, almeno ora, dovrebbe indignarsi non avendo raccolto l’appello per fermare questa scellerata votazione». Ma in serata Napolitano fa sapere «di esaminare il testo una volta che sarà approvato».

Il testo di legge che vieta le intercettazioni ora passa al Senato per l’ok definitivo. Berlusconi: «È una buona legge, la vota anche l’opposizione». Bossi: «Il premier ha fiuto. La sicurezza? Poi ci penseremo

Anche a qualche giorno dal voto, a mente fredda, queste elezioni europee sono state un vero disastro. E un disastro gravido di pericoli, soprattutto in Italia. Astensione, avanzata delle destre, dissoluzione delle sinistre: i comunisti e le destre socialdemocratiche sono state mandate al diavolo. E in più, aggiungo io, una situazione di diffusa ingovernabilità. C'è l'eccezione, forse, della Francia, ma altrove è difficile prevedere governi, anche di destra, ma governanti.

In Italia, lo ripeto, la situazione è di pericolosa ingovernabilità. L'ipotesi cara a Berlusconi, ma anche a buona parte del Pd, di un bipolarismo, cioè della prevalenza di due partiti, alternativamente di governo, è saltata, tanto che anche Berlusconi ha dovuto rinunciare a impegnarsi nel referendum prossimo, che invece il Pd continua a sostenere. L'affermazione, rilevante, della Lega e dell'Italia dei Valori ha tagliato le ali a ogni speranza di bipolarismo. Berlusconi non avrà vita facile neppure lui, anche se la sinistra è a pezzi. E se la situazione è questa - lo sappiamo per esperienza storica - l'ingovernabilità spinge all'autoritarismo: debbo governare, debbo salvare il paese, si dice e si dirà Berlusconi, ragione per cui le forzature autoritarie saranno necessarie e in una stagione di populismo dilagante troveranno sostenitori anche tra quelli che al voto si sono astenuti.

La sinistra è allo sbando. Nemmeno la sconfitta placa le coltellate al suo interno e in questa demenza suicida si finisce con l'utilizzare anche Gheddafi. Un parlamentare vicino a D'Alema aveva accettato che Gheddafi entrasse nella grande aula del Senato, e subito (soprattutto nel Pd) è scattato il rifiuto per dare uno schiaffo a Massimo D'Alema. Con questa sinistra ci si può aspettare di tutto: anche un favore a Berlusconi per far dispetto a uno dei propri leaders. E tutto questo - non va dimenticato - nel quadro di una gravissima crisi. Le crisi nei tanto disprezzati Usa hanno portato a Roosevelt e Obama, mentre in Europa, nel passato, a Mussolini e Hitler. E ora c'è l'ondata di destra.

In Italia la sinistra è al disastro. Anche la buona volontà di Fausto Bertinotti, che propone l'unità di tutte le forze che non siano di Berlusconi o di Bossi e che siano pronte e decise a buttare a mare tutto il passato del comunismo, del socialismo e di quant'altro non mi persuade proprio. Buona volontà, certo, ma quanto realizzabile? Come non pensare che aggraverà confusione e conflitti interni. L'esperienza dell'Arcobaleno? Discutiamone.

Sia chiaro, noi del manifesto siamo tutti per l'unità delle varie sinistre e lo avevamo proposto (inascoltati) prima del voto. Ma in quest'Europa e in quest'Italia come si può lavorare a un rinnovamento e a una unità della sinistra? Durante il fascismo in prigione o in esilio i comunisti e i socialisti e anche Don Sturzo lavorarono a capire le ragioni della sconfitta, i cambiamenti della società. Cerchiamo di ricordarcelo e cerchiamo di difendere e rivitalizzare quel che resta di democratico nel nostro paese. I pericoli autoritari incombono e ricordiamo che per sconfiggerli ci volle anche una guerra mondiale.

Presentata dal Pdl la proposta di legge sull'edilizia urbana: «Una rivoluzione anche per l'economia»

È la rivoluzione delle facciate. Dei volumi, delle linee, del cemento che dovrà sposare il risparmio energetico e - si legge nella proposta di legge del Pdl - soprattutto l'ambiente, regalando qualità alle case degli italiani. Mauro Pili, deputato e primo firmatario della proposta, lo definisce un «piano Marshall da 128 miliardi di investimenti e 750 mila nuovi posti di lavoro» nei prossimi due anni. Si chiama “Riqualificare l'Italia”, una rivoluzione edilizia pensata per riattivare il tessuto economico così sfilacciato del nostro Paese attraverso una gigantesca operazione di ristrutturazioni, demolizioni e ricostruzioni. Cemento vincolato: «Restituiamo all'Italia un patrimonio edilizio migliore, puntando sulla tutela ambientale - con attenzione al risanamento antisismico - e mettendo il freno a regali volumetrici senza miglioramento energetico», dice Pili, ieri accompagnato dal deputato sardo Paolo Vella e dal capogruppo in commissione Ambiente Agostino Ghiglia (Pdl).

CHI RIGUARDA Come anticipato nei giorni scorsi, la proposta di legge - che potrebbe diventare un maxi-emendamento al decreto “Casa qualità” già sul tavolo del Governo - «rilanciare l'idea del presidente Berlusconi», dice Pili, e riguarderà, oltre alle case mono e bifamiliari, anche «interi quartieri» che, attraverso piani di riqualificazione elaborati dai Comuni, potranno diventare delle isole nelle città «a consumo energetico ridotto». Rispetto alle prime indiscrezioni, quindi, ecco spuntare anche i palazzi, ma anche in questo caso il “premio” in maggiore volumetria potra essere garantito solo dall'impiego di materiali che permettano il risparmio di energia.

L'IMPATTO AMBIENTALE Il meccanismo di premialità volumetrica sarà questo: per le ristrutturazioni sarà possibile realizzare (in tutto il Paese) una cubatura maggiore del 20 per cento, mentre le demolizioni e totali ricostruzioni il premio sarà fino al 35 per cento in più, ma «soltanto se ai lavori si accompagnerà una ristrutturazione energetica con la relativa classe». A, B, o C, sottolinea Pili, classi lontanissime da quella G, sotto la quale ci sono il 95 per cento delle abitazioni italiane. Per le case in questa classe (la più cara , secondo lo studio allegato alla proposta di legge) si spendono in media 2.300 euro all'anno per 150 metri quadri. Mentre il passaggio alla classe A si spenderebbero 200 euro. Un passaggio fatto di materiali naturali, che permettono un risparmio di energia, e di pannelli per produrre energia alternativa. Per quanto riguarda le emissioni di CO2, secondo il testo della legge «passerebbero da 35 Kg per metro quadrato all'anno a 5,8 kg».

I NUMERI La proposta di legge, se non dovessero aumentare i permessi di lavori, di ricostruzioni o nuove concessioni (l'opzione zero, secondo i proponenti) riguarderebbe oltre 746 mila edifici, 15.500 da demolire e ricostruire, 59 mila sarebbero gli edifici che sorgerebbero.

GLI ALBERGHI Le strutture ricettive legate al turismo: «La proposta riguarderà anche il turismo con la riconversione energetica degli alberghi e il relativo incremento di volume», dice Pili, non certo in linea con l'ipotesi di Piano casa della Regione Sardegna.

GOVERNO E REGIONI «Lo Stato ha la responsabilità di legiferare», ha detto ieri Pili, «essenzialmente, per motivi ambientali, comunitari e fiscali». Se il deputato Ghiglia si augura che le Regioni «recepiscano il più possibile questa proposta di legge (il cui viaggio parlamentare sarà agevolato dal grande consenso che ha già ottenuto), Pili ha sottolineato che in materia di paesaggio, sono le Regioni a decidere: «Di volta in volta, si troverà l'intesa». Previsione ottimistica.

Un messaggio interessante e promettente è venuto dalle elezioni (da quelle europee soprattutto, che sono anche quelle più squisitamente politiche): la fase espansiva del partito di governo è finita per la ragione non proprio banale che il Pdl non può sperare di pescare voti da coloro che non hanno votato per il Pd e preferito astenersi o votare per liste perdenti. Il Pd ha perso a sinistra, un territorio dal quale il Pdl non può sperare di mietere consensi. Questo è un messaggio confortante. Anche se lo è solo per metà. Perché la condizione sia compiutamente confortante è necessario che i leader del Pd siano disposti a ben interpretare il messaggio, ovvero a voler guardare a sinistra, dove, è bene metterlo in evidenza, non ci stanno rivoluzionari o estremisti ma invece cittadini che vorrebbero poter contare su una politica di governo che rispetti la Costituzione sia nei diritti che nelle promesse. Che vorrebbero che il Pd cominci a preparare fin da ora le condizioni per poter portare il paese fuori da questa fase terribile e vergognosa. Il messaggio verte essenzialmente sulle carenze ideali e propositive di un partito che, per ripetere le parole di Ezio Mauro sulla Repubblica di qualche giorno fa, «dopo un anno disastroso» ha «salvato la pelle». Salvata la pelle, si tratta di metter su carne e acquistare in corposità.

La carenza del Pd è, dicevamo, ideale o programmatica. Chi non lo ha votato ha lanciato un messaggio che è a ben vedere abbastanza chiaro e che ardentemente spera che venga ascoltato: non si può ingessare il maggior partito d´opposizione a fare da controcanto al governo, alle boutade pubblicitarie del suo a dir poco stravagante capo (se, per esempio, dice che vuole fare un Parlamento di cento rappresentanti non gli si può rispondere: "Beh cento forse no, ma cinquecento sì"!). Avere una politica autonoma, sapere fare opposizione opponendo una visione alternativa di come il paese dovrebbe essere rispetto a questioni drammaticamente importanti. Insomma la richiesta rivolta al Pd è che imbastisca proposte politiche concrete e coerenti con valori e ideali che sono propri di un vero patriottismo costituzionale e che possono essere rappresentati solo da un Partito che si chiama democratico. Vediamo di riassumere in breve questi valori.

Il primo valore fondamentale è quello dell´eguaglianza democratica, un valore che viene messo a durissima prova non soltanto dalla crisi economica (per la quale il nostro governo non ha fatto pressoché nulla, se non cercare di convincere i telespettatori che non esiste) ma anche da scelte, determinate e precise, fortemente inclinate verso oligarchie economiche e finanziarie molto più che verso le classi medie. Tra queste scelte va menzionata in primo luogo la penalizzazione scientemente perpetrata della scuola pubblica: la ministra Gelmini sbandiera di voler riqualificare la scuola e poi ci regala il taglio di 3 ore di italiano nelle scuola media, toglie soldi alle università al punto che molte devono cancellare programmi di dottorato o smettere di acquistare libri. Penalizzare la scuola pubblica ha come esito quello di impoverire i molti rendendoli meno attrezzati a fare scelte competenti e, soprattutto, a ragionare criticamente. In secondo luogo, questo governo è colpevole di penalizzare più di una generazione di lavoratori e lavoratrici che sono condannati alla precarietà a vita con la conseguenza che il rischio e l´incertezza diventano la loro condizione permanente, un esito che vanifica le stesse ragioni che avevano spinto alla liberalizzazione del mercato del lavoro come la dinamicità, l´innovazione e migliori opportunità di carriera. I partiti populisti di destra rispondono alla nuova povertà dei cittadini italiani con proclami e misure che sono razziste e xenofobe, addossando a quelle poche migliaia di disperati che cercano di raggiungere l´Europa le colpe delle loro scelte ingiuste. Il Pd deve con molta più forza e limpidezza di quanto non abbia fatto finora denunciare queste politiche e farsi promotore di una rinascita riformista di giustizia sociale e nuova solidarietà.

Il secondo valore del patriottismo democratico è quello della libertà individuale, civile e di coscienza. Tre sono i rischi che questo governo ha reso altissimi alle nostre libertà: quello che viene dall´aver sistematicamente trasformato le politiche di giustizia sociale in politiche di sicurezza, con l´esito prevedibile che le nostre città sono più violente e meno sicure di prima senza essere più libere e giuste; quello che viene da una violazione pericolosa del principio di libertà di coscienza su questioni personalissime come la decisione di farsi curare e di vigilare sulla propria dignità, quando si è malati non meno di quando si è sani; quello infine che viene dalla tirannia del monopolio dell´informazione e mediatico che genera distorsione delle opinioni, censura e limita fortemente il pluralismo e la libertà di pensiero.

Su questa costellazione di valori costituzionali e democratici il Pd deve essere unito e soprattutto non balbuziente. Lo deve essere se vuol attirare a sé quegli elettori che preferiscono o astenersi o anche rischiare che il loro voto vada sprecato pur di non darlo a un partito che non ha mostrato sufficientemente il coraggio della chiarezza ideale. Questi, val la pena ricordarlo, non sono elettori incerti, ma invece certissimi: non voterebbero mai per chi non sa distinguersi da un avversario che tra l´altro è, esso sì, radicale in tutto e per nulla moderato nel linguaggio e nelle politiche.

Il vero problema per le intercettazioni telefoniche era quello della loro pubblicazione e, quindi, del rispetto della privacy di persone che, seppur non implicate nelle indagini, venivano sbattute in prima pagina, spesso a causa della loro notorietà. Il governo però ha preso al volo l'occasione per regolare i conti con il sistema stesso delle intercettazioni, con i magistrati e con la stampa, uniti in una specie di «grumo eversivo» che in questi ultimi anni tanto danno ha fatto agli affari berlusconiani, pubblici e privati.

In un Paese afflitto da una cronica elusione delle leggi, la maggioranza di centrodestra sta rendendo ulteriormente complicato i controlli di legalità e, procedendo a colpi di voti di fiducia, oggi frena le indagini e imbavaglia la stampa come antipasto al già depositato progetto di riforma del processo penale che lo allungherà in ossequio alla certezza non della pena, ma della prescrizione.

Le modifiche alle intercettazioni prescindono, innanzitutto, dal necessario carattere d'urgenza e tempestività richiesto dalle circostanze. La richiesta del pm infatti deve essere vistata dal procuratore capo e inviata non più al gip del tribunale competente, ma al gip del tribunale del capoluogo del distretto della corte d'appello nel cui ambito ha sede il gip competente che, poi, dovrà decidere in composizione collegiale. Cioè se, per esempio, il gip competente è quello di Agrigento, la richiesta va inviata al gip del tribunale di Palermo che, appunto, è il tribunale del capoluogo del distretto. Alla sicura perdita di qualche settimana di tempo, si deve aggiungere che l'intercettazione può essere disposta solo se vi sono «gravi indizi di colpevolezza» ed è «assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini»: ma ciò attiene già ad una fase di acquisizione di prove abbastanza tranquillizzante per l'accusa e, pertanto, l'intercettazione sarebbe assolutamente superflua.

Le intercettazioni non possono durare più di trenta giorni, prorogabili per altri trenta giorni in due volte, ma per una serie di reati gravi i termini possono essere prorogati per tutta la durata delle indagini preliminari e basta che ci siano sufficienti indizi di reato. E' abbastanza chiaro che queste modifiche restrittive comporteranno gravi intralci alle indagini, specie per i reati dei «colletti bianchi» che, a questo punto, saranno pressoché impossibili per il combinato disposto dei gravi indizi di colpevolezza e della tagliola temporale.

Seppur intralciate, di esse comunque non se ne potrà avere notizia «anche se non sussiste più il segreto, fino a che non siano concluse le indagini preliminari». Fatte salve le persone non implicate nelle indagini, perché ci deve essere un così pesante vulnus per il diritto all'informazione afferente, per giunta, anche a fatti sui quali non c'è nemmeno il segreto istruttorio?

I tempi delle indagini preliminari sono a volte lunghi - soprattutto quelli che riguardano la criminalità organizzata - e sulle grandi inchieste calerà un silenzio tombale, rafforzato da pesanti sanzioni sia per i giornalisti (per i quali è addirittura previsto il carcere) che per i magistrati.

E' proprio a partire dall'inizio delle indagini che il diritto all'informazione deve dispiegarsi nella sua interezza se si vuole un vero «controllo sociale» sulla effettività e completezza delle stesse specie ora che si profila all'orizzonte una notizia di reato sottratta ai pm e affidata interamente alla polizia e, cioè, all'esecutivo.

Avremo un paese imbavagliato a maggior gloria dei criminali che truffano lo Stato, corrompono, devastano l'ambiente e attentano alla salute o alla vita dei cittadini o degli operai nei cantieri, tanto per fare qualche esempio esemplificatorio e non esaustivo. A chi giova tutto ciò se non ad una maggioranza di governo che nell'illegalità diffusa trova un grande bacino di consenso sociale ed elettorale?

C'è però, ed è necessario che monti e si rafforzi, una altrettanto grande area di opposizione sociale ed istituzionale a queste norme liberticide, a partire dai magistrati, dalle forze di polizia e dalla stampa, fino ai «semplici» cittadini, tutti espropriati dal diritto-dovere di contrastare l'illegalità e di essere informati sulle malefatte del potere: la sinistra, dovunque essa sia, ha una ulteriore occasione di ritrovare compattezza intorno ai valori di legalità così palesemente calpestati.

Come facilmente prevedibile, è stato rapidamente approvato il disegno di legge n. 64 “anticrisi” in Friuli Venezia Giulia, già commentata su eddyburg.it, che è ora diventato la LR n. 11/2009.

Sostanzialmente invariate sia le norme per lo “sconto” sulle tariffe dovute dalle aziende per i controlli e le istruttorie funzionali al rilascio dell’AIA, sia quelle sull’esenzione dalla procedura VIA per i “piani straordinari di emergenza” approvati con ordinanze del Presidente del Consiglio ai sensi della L. 225/1992, oppure con analoghi provvedimenti regionali. Piani che dovrebbero riguardare interventi di protezione civile, ma che sono già stati utilizzati, negli anni scorsi, per fare tutt’altro.

Le opere “strategiche”

Rispetto al testo iniziale del disegno di legge 64, sono state invece apportate alcune modifiche alla parte (il Capo II) che concerne le cosiddette “opere strategiche”. Modifiche inserite con un emendamento trasversale, sottoscritto anche dai gruppi di opposizione, tant’è che la legge è stata alla fine votata a larga maggioranza, con l’astensione di PD, IdV e Sinistra Arcobaleno e con l’unico voto contrario di un consigliere del PRC (che pure della SA fa parte).

La stesura definitiva del Capo II pone un limite – del tutto teorico – alla validità delle procedure speditive previste nella legge “anticrisi”, vale a dire (art. 6, c. 2) “fino al completamento della riforma urbanistica e all’entrata in vigore del nuovo strumento di pianificazione generale regionale”, il che equivale ad un rinvio alle calende greche. Nessun disegno di legge in materia urbanistica è stato infatti presentato e l’orizzonte temporale indicato dall’assessore competente (Federica Seganti, Lega Nord) per questa riforma e per la predisposizione del nuovo Piano territoriale regionale – che forse non si chiamerà più così – coincide con la fine del 2010…

Entro 120 giorni dall’entrata in vigore della legge, la giunta regionale approva “in via preliminare” (art. 6, c. 3) l’elenco delle opere strategiche e lo sottopone al Consiglio delle autonomie, e alla competente commissione del consiglio regionale, i quali hanno 30 giorni per esprimere il primo un’intesa, la seconda un parere vincolante. La giunta regionale può però “prescindere motivatamente” dall’intesa, mentre se entro 30 giorni non arriva il parere della commissione, si prescinde anche da questo: facile immaginare cosa succederà, in un consiglio regionale dove il centro-destra gode di una solidissima maggioranza. Nella migliore delle ipotesi, tutto si ridurrà ad un mercanteggiamento tra forze politiche ed enti locali, per l’aggiunta – non certo per l’eliminazione! - di qualche ulteriore opera “strategica” rispetto all’elenco predisposto dalla giunta.

Gli atti di pianificazione del “Sistema dei trasporti”, inoltre, prevalgono (art. 7) sui piani regolatori comunali e su tutti i piani di settore regionali, compresi quelli approvati in attuazione di leggi statali: si tratta quindi, tra l’altro, anche dei piani paesaggistici e di quelli per la gestione dei siti di interesse comunitario della rete “Natura 2000”. Se i Comuni non adeguano prontamente i propri strumenti urbanistici alle previsioni del “Sistema dei trasporti”, interviene la Regione in via sostitutiva. Insomma: infrastrutture über alles. Resta ovviamente da vedere se i suddetti atti di pianificazione saranno veramente tali o se – come appare più verosimile – si tratterà di meri elenchi di infrastrutture da realizzare. Del resto, nulla dice la legge in merito alle procedure partecipative e valutative (VAS ecc.) concernenti il “Sistema” suddetto.

D’altro canto, la semplice approvazione del progetto preliminare di un’opera dichiarata “strategica”, costituirà variante automatica al PRGC (art. 7 c. 6) e potrà trattarsi naturalmente anche di tutt’altra cosa rispetto alle infrastrutture previste nel “Sistema dei trasporti”.

Ai Comuni viene invece concesso (art. 7, c. 10) di adeguare i propri piani regolatori alle previsioni dell’intesa Stato - Regione di cui alla L. 443/2001 (cioè la Legge obiettivo), anche “nelle more dell’efficacia degli atti di pianificazione del Sistema dei trasporti”. Intesa che contiene la previsione di varie mega-infrastrutture ad altissimo impatto ambientale, economico e sociale (TAV, autostrada Carnia - Cadore, ecc.): ma in tempi di servilismo generalizzato, perché negare a Sindaci e Consigli comunali la possibilità di acquisire meriti nei confronti della Giunta regionale, e della lobby delle costruzioni, dimostrandosi più realisti del re? Del resto, l’iniziale – ancorché timida - opposizione dell’ANCI al disegno di legge n. 64, è prontamente rientrata dopo le modifiche apportate nel testo definitivo.

Anche altri atti di pianificazione e programmazione regionale di settore (per esempio in materia di rifiuti, di energia, ecc.) possono poi essere scaturigine di opere “strategiche” (art. 8), anch’esse di conseguenza prevalenti sugli strumenti urbanistici comunali, a condizione però che nella formazione di tali piani o programmi di settore sia stata garantita “la partecipazione del pubblico e degli enti locali interessati” (condizione che invece per il “Sistema dei trasporti” non è prevista).

I Comuni potranno infine (art. 9) proporre alla Giunta regionale di dichiarare “strategici”, con le conseguenze del caso, anche interventi puntuali – di qualsiasi genere e natura, quindi anche privati– “che richiedono una tempestiva realizzazione dei lavori qualora non siano utilmente esperibili le procedure ordinarie di legge”.

Il “piano casa”.

Nel frattempo, è in dirittura d’arrivo pure il “piano casa”. Un disegno di legge dovrebbe essere approvato a giorni dalla giunta regionale, per passare poi all’esame del consiglio.

Oltre ad una serie di agevolazioni per piccoli interventi edilizi, l’assessore Seganti ha annunciato che il provvedimento ammetterà aumenti di volumetrie per gli edifici esistenti fino ad un massimo del 20 per cento, ma già il PDL insorge per chiedere il 35 e – perché no? – anche il 40 per cento.

Si annuncia quindi un’aspra battaglia nella maggioranza di centro-destra sull’ammontare della percentuale prevista. Silenzio dalle opposizioni, almeno finora.

Oltre ai soliti rompipalle ambientalisti, sul piano casa anche qualche altro segmento della “società civile” potrebbe forse farsi sentire: in teoria almeno gli urbanisti, il mondo accademico e gli ordini professionali (dopo l’assordante silenzio sull’”anticrisi”). In teoria … in pratica vedremo. Di certo si potrà contare su eddyburg per diffondere l’informazione e la riflessione sull’argomento.

E la crisi?

Ma tutto questo affannarsi per il rilancio dell’edilizia, servirà almeno a superare la famigerata crisi economica, rilanciando la mitica crescita? É lecito dubitarne.

É più probabile che tutto si risolva nel colpo di grazia al territorio di una regione che già da molti anni ha rinunciato al ruolo di avanguardia, in materia urbanistica, ricoperto negli anni ’70 (l’epoca del Piano urbanistico regionale generale, a tutt’oggi non sostituito da alcun altro strumento di pianificazione d’area vasta!). Una regione che sempre più si sta omologando ai peggiori esempi italiani, primo fra tutti il vicino Veneto. Importa qualcosa di ciò alla classe dirigente – non soltanto politica, ma anche economica, culturale, accademica, ecc. – locale? Nulla evidentemente: tanto, quando gli effetti delle scelleratezze odierne diventeranno evidenti a tutti, con colate di cemento ed asfalto in ogni dove, tutti costoro avranno passato la mano ad altri.

Nel sito www.wwf.it/friuliveneziagiulia, sezione “documenti”, il commento delle associazioni ambientaliste sul DDLR 64 “anticrisi”, il cui testo è disponibile nel sito della Regione Friuli Venezia Giulia ( www.regione.fvg.it), sezione “Consiglio”, sottosezione “iter delle leggi”. Nello stesso sito, sezione “leggi” della home page, è disponibile anche il testo della LR 11/2009.

L'articolo 2, comme 1, del Ddl della Regione Veneto a sostegno del settore edilizio recita così: “[…] in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali comunali provinciali e regionali, è consentito l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20 per cento del volume se destinati ad uso residenziale e del 20 per cento della superficie coperta se adibiti ad uso diverso (nostra sottolineatura)”. Unico limite, quello disposto dal comma 2: “L’ampliamento di cui al comma 1 deve essere realizzato in contiguità rispetto al fabbricato esistente; ove ciò risulti materialmente o giuridicamente impossibile potrà essere autorizzata la costruzione di un corpo edilizio separato, di carattere accessorio e pertinenziale”.

Proviamo ad applicare questa regola a uno qualsiasi dei capannoni esistenti nelle migliaia di zone industriali e artigianali del Veneto. Poiché il "non residenziale" comprende tutte le altre destinazioni, sarà permesso realizzare uffici, centri direzionali o alberghi che non necessariamente devono svilupparsi su un solo livello. Perché dunque non andare all'insù? Il limite infatti riguarda la superficie coperta, non l'altezza. 5 piani? 10 piani? e perché non 100 piani? basta avere terreno libero all'intorno dell'edificio originario e la superficie utile si può moltiplicare per 5, per 10, per quanto si vuole. E naturalmente se ne può cambiare l'uso a piacimento perché in nessun punto è stabilito che l'ampliamento debba avere la medesima destinazione del fabbricato originario. Così leggeremo "offresi, in ampliamento di carrozzeria, palazzo di 20 piani da adibire ad albergo o sede di multinazionale".

Proviamo ad applicare la stessa regola ad una azienda agricola. Si prende una stalla, una porcilaia, una tettoia (la legge è vaga su questo) et voilà. Si amplia e si cambia la destinazione d'uso, senza limiti in altezza. Se poi, l'edificio, è costruito prima del 1989 e non è adeguato "agli attuali standard qualitativi, architettonici, energetici, tecnologici e di sicurezza" (come è molto probabile che sia una porcilaia...) l'ampliamento è del 30% di superficie coperta, oppure del 35% se si fa ricorso all'energia rinnovabili. Per usufruire anche di quest'ultima opportunità, basterà installare un pannello solare (costo: 5.000 euro) e il gioco sarà fatto. La porcilaia si trasformerà a piacimento, potendosi ingrandire in pianta del 35% e in altezza fin dove si riesce....

Peraltro, la succitata disposizione consente di derogare alla fastidiosissima regola della distanza dai confini di zona e, a stare ben attenti, alla non meno fastidiosa regola della conformità alle destinazioni di zona. Tra le conseguenze possibili, mi sembra utile segnalarne una: se la proprietà di chi costruisce si spinge in zona agricola si potrà costruire anche fuori dai limiti stabiliti dai piani, in campagna. 10 metri? 20 metri? Anche in questo caso non è dato saperlo; e come è noto, in dubis pro reo. La legge, inoltre, chiede di adeguare le opere di urbanizzazione ai nuovi ampliamenti, ma non fa capire se anche tali opere possano andare in deroga a tutto. Se così fosse, si potrebbe edificare vicino all'esistente e collocare parcheggi e viabilità negli spazi agricoli retrostanti, senza limiti.

Penso che siano sufficienti questi pochi esempi per dare il senso della devastazione futura. Per quel che mi riguarda, offro consulenza totalmente gratuita a tutti i comuni che vorranno avvalersi della facoltà prevista dal comma 4 dell'articolo 7 di limitare o escludere l'applicazione di questa legge demenziale. Riporto qui di seguito quell’utile comma:

“I comuni, entro il termine perentorio di sessanta giorni dall'entrata in vigore della presente legge, possono escludere l'applicabilità delle norme di cui agli articoli 2 e 3 in relazione a specifici immobili o zone del proprio territorio, sulla base di specifiche valutazioni o ragioni di carattere urbanistico, edilizio, paesaggistico, ambientale, come pure stabilire limiti differenziati in ordine alle possibilità di ampliamento accordate da detti articoli, in relazione alle caratteristiche proprie delle singole”.

(mabaion@tin.it)

Chiunque può pubblicare questo articolo alla condizione di citare l’autore e la fonte come segue: tratto dal sito web http://eddyburg.it

L’articolo di Francesco Indovina è stato diramato dall’associazione Città amica, quelli di Teresa Cannarozzo e di Massimo Carta sono scritti per eddyburg

Francesco Indovina

Università Iuav di Venezia

11 marzo 2009. - Un ritorno alle origini. Il cavaliere Berlusconi in ricordo dei suoi passati di “costruttore” edilizio ha elaborato un suo “piano casa” per rilanciare l’economia. Sogna che accanto al “piano Fanfani” i libri di storia possano ricordare, come di altrettanto successo, il “piano Berlusconi”, ma come tutti i sogni svaniscono all’alba. L’Italia di oggi non è quella degli anni del dopoguerra, inoltre il “piano Fanfani” era anche un piano finanziario per la costruzione di case di edilizia economica e popolare. Insomma tutto un’altra cosa, una cosa talmente diversa che sembra usurpato lo stesso titolo di piano. Non a caso si parla di “liberalizzare l’edilizia”.

Ancora con precisione non si sa bene cosa sia questo, già famoso, piano. Esso sembra formato sostanzialmente da due elementi: semplificazione e deroghe per aumento di cubatura.

Non c’è nessuno che si oppone alla semplificazione delle procedure, ma a condizioni che sotto questa veste non si contrabbandino altri meccanismi. La proposta, per quanto se ne sa, intenderebbe sostituire la “licenza edilizia”, rilasciata dal comune, con il “parere di conformità” da parte di un tecnico che con una perizia giurata dichiara la conformità dell’edificazione alle norme vigenti e al piano regolatore può permettere l’immediato inizio dei lavori. Se ne può discutere sotto condizioni. Per esempio, ma altri potranno esercitarsi, che siano drastiche le penalità per le dichiarazioni “non” conformi, con esclusione del tecnico dall’esercizio della professione per almeno dieci anni; il pagamento di una penale pari al 50% della costruzione che andrà sostenuta per il 25% da parte del tecnico e 25% da parte del proprietario, che va al Comune; la demolizione dell’edificio non in regola e il ripristino dello stato precedente a spese del proprietario. Ma questo non basta, il “parere di conformità”, sebbene giurato, non può darsi per accertato, esso andrà controllato dai tecnici comunali, senza che questo ritardi l’inizio dei lavori, e qualora risultasse non conforme l’obbligo del Comune di bloccare i lavori, senza possibilità di “modificare” il progetto, ma applicando le penali di cui si è detto prima.

La parte consistente del piano del cavaliere è tuttavia quella dell’aumento delle cubature del costruito: aumento del 20%, 30% e 35%, secondo una diversa casistica, per edifici residenziali e commerciali anche in deroga ai piani vigenti. Questa dovrebbe essere la norma che “mette il turbo” nel settore edilizio a costo zero.

Nonostante che l’incremento sia consistente non sono prevedibili i miracolosi risultati che il cavaliere Berlusconi immagina. Intanto, per quanto inventivi possano essere architetti e ingegneri, nei condomini (case a torre) per lo più appartenenti a molti proprietari che ci abitano, sarà difficilissima l’applicazione di questa possibilità. Certo qualcuno immagina di abbattere e ricostruire (la convenienze ci sarebbe) interi condomini, così un edificio di 6 piani diventerebbe un edificio di 8-9 piani, ma non sarà facile né numerosi i casi (proprietà frazionata, difficoltà di sistemazione per gli attuali occupanti, ecc.). Qualche vantaggio possono ottenerlo gli abitanti di case unifamiliari, ma, nonostante il “diffuso” le famiglie che abitano in case unifamiliari non sono un’alta percentuale. Nelle zone di villeggiatura forse ciò avverrà con più frequenza, con risultati dannosi sul piano della vivibilità collettiva, del decoro urbano e della salvaguardia del paesaggio. A questo proposito il cavaliere è molto ligio, ha sostenuto che questi incrementi sono possibili solo per gli edifici in regola anche con i vincoli paesaggistici, ma non è chiaro cosa succede di questi vincoli con l’aumento della cubatura (che sono in deroga). Detto tutto questo va sottolineato che non pare una fase in cui le famiglie sembrano disposte ad effettuare investimenti.

Dove invece la proposta potrà avere applicazione estensiva è nel settore commerciale della grande distribuzione, ipermercati, centri commerciali ecc. e qui il disastro bussa alla porta. Gli incrementi saranno consistenti, si pensi ad uno di questi centri con 3.000 metri quadri che possono crescere di altri 1000 mq. Certo anche per loro non è momento di investimenti, ma la proposta sembra permanente e quindi alla riprese avremo un’esplosione di questi interventi. Non servono oggi a rilanciare l’edilizia, ma domani per dare un ulteriore colpo alla manomissione del territorio.

In sostanza siamo alla demagogia: provvedimenti oggi sostanzialmente inefficaci, quindi inutili a promuovere l’occupazione, buoni in futuro quando ci sarà la ripresa, ma allora non serviranno per l’occupazione, con una deregulation di cui il paese non sente il bisogno.

Sarebbe utile un piano finanziario per la costruzione di case di edilizia economica per una quota di domanda assolutamente non compatibile con gli attuali prezzi di mercato (anche degli affitti). Ma di questo il governo non si occupa, pensa ai proprietari di ville, come dice lo stesso cavaliere Berlusconi.

Oscura appare la proposta del ministro Brunetta, in un articolo di giornale non si può chiarire tutto, ma l’essenziale forse sarebbe necessario, di trasformare l’affitto delle case di edilizia economica e popolare in una rata di mutuo (in sostanza passerebbe alle case a “scomputo”). Una liberalizzazione utile dice il ministro, ma non è chiaro se la rata del mutuo corrisponde perfettamente all’attuale affitto o meno. Nel primo caso, anche se costituisce un impoverimento del patrimonio pubblico e un aumento di rigidità del mercato, si potrebbe esaminare la proposta. Il secondo caso nasconde un’insidia: cosa succede se le famiglie occupanti non possono sostenere la spese per il mutuo? È un’esperienza in parte già fatta, con i patrimoni di alcuni istituti, ed è stata fallimentare e densa di espulsioni e di drammi.

Teresa Cannarozzo

Università di Palermo

21 marzo 2009 - Il 7 marzo 2009 si apprende dai media che il Presidente del Consiglio sta ideando un nuovo Piano Casa che manda in soffitta le previsioni precedenti contenute nella finanziaria del suo governo (l. 133 del 6.08.2008, Art. 11 “Piano Casa”). Berlusconi comunica trionfalmente di avere messo in cantiere un decreto legge che sarà denominato “Misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili”, chiamato in maniera abbastanza impropria “Piano Casa”. Una proposta che tutta l’Europa vuole copiare.

Sono scaturite furiose polemiche ma anche preoccupanti consensi come quello di Nomisma, formulato con una visione economicistica, abbastanza deludente.

Si tratta di una iniziativa deflagrante che, se andrà in porto così come annunciato, seppellirà per sempre i principi e le regole dell’urbanistica che hanno sempre avuto il fine di mediare l’interesse privato e l’interesse pubblico e spegnerà definitivamente la speranza di riqualificare città e aree metropolitane, di salvaguardare il paesaggio, di recuperare i centri storici e le periferie pubbliche: di prevedere in sintesi lo sviluppo sostenibile e la modernizzazione del paese in armonia con l’identità storica e culturale della nazione. Perché in una fase storica in cui perfino gli Stati Uniti sono addivenuti ad aderire a principi di sostenibilità climatica, energetica e ambientale, le idee del Presidente del Consiglio sono ispirate alla deregulation più totale e minano alle fondamenta l’istituto della pianificazione urbanistica che è l’unico in grado di mettere a sistema l’uso delle risorse e le necessità degli insediamenti umani.

Dalla bozza del decreto fin qui pubblicizzata emerge una visione miope, arretrata, privatistica e anarcoide dell’attività edilizia, emerge una assoluta mancanza di considerazione del rapporto tra abitanti, attrezzature, servizi e sistemi insediativi. Infatti uno dei principi cardine della pianificazione urbanistica (Decreto Interministeriale 1444 del 1968) è la regola che ad ogni abitante insediato debba corrispondere uno standard di attrezzature pubbliche: scuole, verde parcheggi, attrezzature comuni. Così come se si impianta o si ingrandisce una attività produttiva (industria o centro commerciale) deve essere prevista una quantità adeguata di parcheggi. Emerge una candida ignoranza di queste regole elementari, che andrebbero applicate per gestire la complessità e l’equilibrio delle strutture territoriali e urbane, ritenute invece aree trasformabili a proprio piacimento.

Il provvedimento, finalizzato a rilanciare l’attività edilizia, propone infatti che, in deroga agli strumenti urbanistici, ognuno possa ampliare il volume della propria abitazione del 20%; nel caso di edifici non residenziali (fabbriche, capannoni industriali, centri commerciali) si prevede invece l’aumento del 20% della superficie. Nel caso di demolizione e ricostruzione gli aumenti di volumetria e di superficie possono arrivare al 35% “a condizione che siano utilizzate tecniche costruttive di bioedilizia o di fonti di energia rinnovabile o di risparmio delle risorse idriche e potabili". Nell’indecenza più totale una foglia di fico in direzione della sostenibilità.

Gli aumenti di volumetria sono stati finora consentiti negli strumenti urbanistici tradizionali, a certe condizioni, perfino in Sicilia. La novità rovinosa e inaccettabile è che tutto questo sia possibile in deroga ai piani regolatori comunali, sulla base di esigenze solo privatistiche, al di fuori da qualunque controllo pubblico.

Infatti la procedura proposta prevede che tali iniziative si attuino attraverso una semplice dichiarazione di inizio di attività inoltrata da un tecnico, senza prevedere, pare, sanzioni per dichiarazioni mendaci.

Lo scenario prevedibile è quello di una crescita di bubboni ed escrescenze verticali e orizzontali, in tutto l’edificato, costituito prevalentemente dagli agglomerati di case unifamiliari (lottizzazioni di ville e villette), spesso costruite a ridosso le une dalle altre, intervallate da spazi liberi di dimensioni minime. L’ingrandimento della abitazione o della fabbrichetta o del centro commerciale potrà piacere ai molti che potranno sostenere i relativi costi, ma potrebbe dispiacere ai vicini e ai confinanti. Per non dire del conseguente sottodimensionamento delle attrezzature di pertinenza, come il verde e i parcheggi.

Per quanto riguarda i condomini, lo scenario è invece quello della chiusura indiscriminata di terrazze e balconi, con i materiali più diversi (tra cui primeggerà l’alluminio anodizzato a basso costo) secondo il modello delle metropoli del terzo mondo. Ma con un po’ di fantasia, che non manca ad alcuni architetti, si potrebbero incastrare anche nei piani alti (come si faceva prima per realizzare servizi igienici e cucine nelle case medioevali) volumi a sbalzo, aggiungere ramificazioni coralline, innalzare selve di torrini. Naturalmente, nel rispetto, autocertificato della stabilità degli edifici.

Per quanto riguarda la demolizione e la ricostruzione con ampliamento, nel caso degli edifici condominiali, l’ipotesi sembra poco praticabile, sia per i costi, sia per la presenza di abitanti che non saprebbero dove andare. Certo, nel caso di edifici residenziali abitati in affitto, la proprietà potrebbe decidere di mandare via gli inquilini e avere mani libere per demolire e ingrandire. La cacciata degli inquilini che già è avvenuta con la vendita del patrimonio residenziale pubblico di proprietà degli enti e che avviene in alcuni centri storici, che presentano processi di valorizzazione immobiliare, aggraverebbe il disagio abitativo delle fasce sociali più deboli.

La bozza del decreto prevede anche la liberalizzazione della modifica della destinazione d’uso degli edifici “nel rispetto della normativa relativa alla stabilità degli edifici e di ogni altra normativa tecnica, nonché delle distanze e delle disposizioni del codice civile e delle leggi speciali a tutela dei diritti dei terzi”. Il mutamento, “in tutto o in parte”, della destinazione d’uso e possibile anche “senza opere edilizie”.

Non è chiaro finora se ci saranno ambiti urbani e territoriali esclusi da questa frenetica attività di intasamento edilizio, come per es. i centri storici o gli edifici vincolati come beni monumentali.

In ultimo, rimane il problema delle cornici legislative appropriate. Il Presidente del Consiglio ha confermato il proposito di procedere con decreto-legge, benché sia ben consapevole che il provvedimento attiene ad una materia, il governo del territorio, indicata dalla riforma del titolo V della Costituzione (2001) come legislazione concorrente tra Stato e Regioni.

Ciò significa che la potestà legislativa dello Stato nella materia del governo del territorio è limitata alla determinazione dei principi fondamentali; principi che avrebbero dovuto essere enunciati in una legge nazionale di riforma organica che si aspetta dal 1942. E francamente non sembra che i contenuti della bozza del decreto legge siano spacciabili per principi fondamentali di interesse nazionale; né sembra appropriata la decretazione di necessità e urgenza. Ma il Presidente del Consiglio troverà sicuramente il modo di superare tutto quello che ostacola i suoi obiettivi. Anche per non deludere l’Europa.

Naturalmente queste proposte dissennate vellicano gli egoismi e gli individualismi largamente diffusi nella nazione, annichiliscono l’interesse pubblico e non danno nessuna risposta al problema sociale del fabbisogno abitativo, che si materializza nei disagi di migliaia di famiglie che non riescono a trovare una casa in affitto a prezzi sostenibili, nelle difficoltà delle giovani coppie in regime di lavoro precario ad accendere un mutuo per l’acquisto della prima casa, etc….

Si tratta insomma di misure a favore di un segmento sociale, economicamente dotato, in grado di migliorare (si fa per dire) la propria condizione abitativa, la propria attività produttiva. Ma certo non si tratta di dare la casa a chi non ce l’ha.

L’Italia avrebbe bisogno di ben altro: innovazione e infrastrutturazione delle città e delle aree metropolitane, reti efficienti di trasporto pubblico su ferro, recupero e riqualificazione dei centri storici e delle periferie pubbliche, tutela attiva del paesaggio e del territorio storico, coesione e integrazione sociale attraverso serie politiche di social housing. Prima di sprofondare nel terzo mondo.

Massimo Carta

Università di Firenze

22 Marzo 2009.- Finalmente possiamo disporre di una bozza di decreto (“Schema di decreto legge recante: Misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili”) sul quale compiere delle considerazioni preliminari, articolandole secondo alcuni aspetti che ci paiono particolarmente preoccupanti della proposta, finche proposta rimane e può essere corretta. Lo schema appare estremamente povero di dettagli, in un campo come quello del governo del territorio, dove la chiarezza e la assoluta limpidezza delle norme è necessaria per impedirne qualsiasi dubbia interpretazione, e per dare ai Comuni la possibilità reale di controllo delle trasformazioni. In più lo schema utilizza retoricamente come novità delle procedure già mature (i premi di volumetria derivati da una edificazione attenta al risparmio energetico, la D.I.A. già diffusa pratica di snellimento dell’iter progettuale ecc.) ingenerando qualche confusione.

Autorevoli voci di singoli architetti e urbanisti hanno ben espresso dubbi sull’eticità stessa della proposta, sottolineando ancora di più il silenzio un poco troppo prudente dei rispettivi ordini professionali; proposta che trasferisce beni comuni (il paesaggio, ad esempio) ai possessori di date proprietà immobiliari al fine di accrescerne il “valore”. Dubbi riferiti alla sua efficacia rispetto agli obiettivi che dichiara, ovvero il rilancio dell’economia, addirittura al fine di “sostenere la domanda interna di beni e servizi”, in un contesto congiunturale estremamente complesso, che solo in una narrazione semplicistica si gioverebbe di un incremento delle volumetrie/superfici edilizie. Perplessità che vanno dalla possibilità che gli strumenti di controllo previsti dallo schema possano realmente funzionare (ad esempio il vaglio di Sovrintendenze sotto organico e oberate di pratiche) al fatto che un provvedimento previsto in un lasso di tempo così definito non porti insita una inevitabile proroga.

Parco di dettagli, lo schema, ma molto chiaro nello scenario che dipinge: io credo che il Presidente del Consiglio abbia intercettato perfettamente un certo tipo di desiderio istintivo del possidente italiano (diciamo per ora piccolo, anche se appare tra le righe la possibilità di buoni affari anche ai grandi operatori immobiliari), il quale sa con certezza ciò che possiede e come aumentarne a breve il valore o le “prestazioni” in relazione alla sua natura e collocazione. In un momento delicato dal punto di vista economico come questo che attraversiamo, il provvedimento, al di là di una affermata “generalizzazione del beneficio”, è estremamente selettivo rispetto ai contesti che potrà interessare. I primi (forse i soli) ad essere stravolti dai cantieri (cantieri “poveri”, presumibilmente, che faranno dell’economia della realizzazione la loro missione, altro che qualità ecocompatibile) saranno quei contesti dove l’aumento di volumetria o superficie potrà massimizzare la resa dell’investimento in un momento in cui la liquidità è molto scarsa. I metri cubi aggiuntivi e in deroga alzeranno i tetti e occuperanno nuovo suolo laddove converrà di più: ad esempio sulle coste della consenziente Sardegna, dove una stanza in più costruita al costo medio di 900, 1000 euro al mq, può fruttare un aumento di valore fino a 3000, 4000 euro al mq. È quello sardo un esempio chiaro di come un bene pubblico complesso come il paesaggio continuerà, se questo schema verrà confermato, ad essere trasferito ai privati già possessori di valore posizionale, aumentando di contro lo svilimento generale della qualità dei servizi e della vita, e diminuendo necessariamente l’attrattività turistica del contesto, erodendo dunque anche le possibilità di future economie virtuose e sostenibili.

Ha ragione a mio parere, infine, chi ha definito questa proposta un condono ex ante: infatti, il ruolo che avranno i Comuni in tutta Italia (entro il 31 dicembre 2001) sarà quello di tentare di redigere dei veri e propri piani di “risanamento” alle azioni di trasformazione già effettuate per allora senza un quadro di riferimento chiaro in forza dei provvedimenti proposti, in una impossibile e perversa missione di inseguimento delle trasformazioni che mortifica i migliori sforzi degli urbanisti e architetti italiani di offrire altre possibilità e altri scenari al nostro territorio già così incredibilmente compromesso.

L’agenda delle priorità di Silvio Berlusconi continua ad essere ad personam. Quindi, che la ricreazione continui, con buona pace di Emma Marcegaglia. Sostegno alle imprese e a chi perde il lavoro? Possono attendere. Per la bisogna sono sufficienti, al premier, un paio di bubbole nel tempio di cartapesta di Porta a porta (4 giugno): «Oggi non c’è nessuno che perdendo il lavoro non venga aiutato dallo Stato. C’è la cassa integrazione per i precari, così come per i lavoratori a progetto».

Il Cavaliere diventa meno fantasioso quando si muove nel suo interesse. Teme le intercettazioni (non si sa mai, con quel che combina al telefono) e paventa le cronache come il diavolo l’acqua santa. Si muove con molta concretezza, in questi casi. Prima notizia post-elettorale, dunque: il governo impone la fiducia alla Camera e oggi sarà legge il disegno che diminuisce l’efficacia delle investigazioni, cancella il dovere della cronaca, distrugge il diritto del cittadino di essere informato. Con buona pace (anche qui) della sicurezza dei cittadini di un Paese che forma il 10 per cento del prodotto interno lordo nelle pieghe del crimine, le investigazioni ne usciranno assottigliate, impoverite. L’ascolto telefonico, ambientale, telematico da mezzo di ricerca della prova si trasforma in strumento di completamento e rafforzamento di una prova già acquisita. Un optional, per capirci. Un rosario di adempimenti, motivazioni, decisioni collegiali e nuovi carichi di lavoro diventeranno sabbia in un motore già arrugginito avvicinando la machina iustitiae al limite di saturazione che decreta l’impossibilità di celebrare il processo, un processo (appare sempre di più questo il cinico obiettivo "riformatore" del governo). Ancora. Soffocare in sessanta giorni il limite temporale degli ascolti (un’ulteriore stretta: si era parlato di tre mesi) «vanifica gli sforzi investigativi delle forze dell’ordine e degli uffici di procura», come inutilmente ha avvertito il Consiglio superiore della magistratura,

Sistemata in questo modo l’attività d’indagine, il lavoro non poteva dirsi finito se anche l’informazione, il diritto/dovere di cronaca, non avesse pagato il suo prezzo. Con un tratto di penna la nuova legge estende il regime che oggi regola gli atti giudiziari coperti dal segreto anche agli atti non più coperti dal segreto «fino alla conclusioni delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare». Prima di questo limite «sarà vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione e degli atti delle conversazioni telefoniche anche se non più coperti dal segreto».

Si potrà dire che si indaga su una clinica privata abitata da medici ossessionati dal denaro che operano i pazienti anche se non è necessario. Non si potrà dire qual è quell’inferno dei vivi e quanti e quali pasticci hanno organizzato accordandosi al telefono. Lo si potrà fare soltanto a udienza preliminare conclusa (forse). Con i tempi attuali della giustizia italiana dopo quattro o sei anni. In alcuni patologici casi, dopo dieci.

Addio al giornalismo come servizio al lettore e all’opinione pubblica. Addio alle cronache che consentono di osservare da vicino come funzionano i poteri, lo Stato, i controlli, le autorità, la società. È vero, in alcuni casi l’ostinazione a raccontare le opacità del potere ha convinto il giornalismo ad andare oltre i confini del codice penale violando il segreto. È il suo mestiere, in fondo, perché la libertà di stampa è nata nell’interesse dei governati e non dei governanti e quindi non c´è nessuna ragione decorosa per non pubblicare documenti che raccontano alla pubblica opinione - ricordate un governatore della Banca d´Italia? - come un´autorità di vigilanza protegge (o non protegge) il risparmio e il mercato.

Naturalmente violare la legge, anche se in nome di un dovere professionale, significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle conseguenze di violazioni (finora comunemente accettate) che la legge del governo lascia cadere un maglio sulla libertà di stampa. I cronisti che violeranno la consegna del silenzio saranno sospesi per tre mesi dall’Ordine dei giornalisti (sarà questa la vera punizione) e subiranno una condanna penale da sei mesi a tre anni di carcere (che potrà trasformarsi in sanzione pecuniaria, però). Ma non è questo che conta davvero, mi pare. Che volete che sia una multa, se si è fatto un lavoro decente?

La trovata del governo che cambia radicalmente le regole del gioco è un’altra. È la punizione economica inflitta all’editore che, per ogni «omesso controllo», potrà subire una sanzione pecuniaria (incarognita nell’ultimo testo) da 64.500 a 465mila euro. Come dire che a chi non tiene la bocca cucita su quel che sa - e che i lettori dovrebbero sapere - costerà milioni di euro all’anno la violazione della "consegna del silenzio", cifre ragguardevoli e, in molti casi, insostenibili per un settore che non è in buona salute. L’innovazione legislativa – l’abbiamo già scritto - sposta in modo subdolo e decisivo la linea del conflitto. Era esterna e impegnava alla luce del sole la redazione, l’autorità giudiziaria, i lettori. Diventa interna e vede a confronto, in una stanza chiusa, le redazioni e le proprietà editoriali. La trovata trasferisce il conflitto nel giornale. L’editore ha ora un suo interesse autonomo a far sì che il giornale non pubblichi più quelle cronache. Si portano così le proprietà a intervenire direttamente nei contenuti del lavoro redazionale. Le si sollecita, volente o nolente, a occuparsi della materia informativa vera e propria, sindacando gli atti dei giornalisti. Il governo, nel progetto inviato al Parlamento, pretende addirittura che l’editore debba adottare «misure idonee a favorire lo svolgimento dell’attività giornalistica nel rispetto della legge e a scoprire ed a eliminare tempestivamente situazioni di rischio». È evidente che solo attraverso un controllo continuativo e molto interno dell’attività giornalistica è possibile «scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio». Di fatto, l’editore viene invitato a entrare nel lavoro giornalistico e a esprimere un sindacato a propria tutela.

Ecco dunque i frutti intossicati della legge che oggi sarà approvata, senza alcuna discussione, a Montecitorio: la magistratura avrà meno strumenti per proteggere il Paese dal crimine e gli individui dall’insicurezza quotidiana; si castigano i giornalisti che non tengono il becco chiuso anche se sanno come vanno le cose; si punisce l’editore spingendolo a mettere le mani nella fattura del giornale. E quel che conta di più, voi - cari lettori - non conoscerete più (se non a babbo morto) le storie che spiegano il Paese, i comportamenti degli uomini che lo governano, i dispositivi che decidono delle vostre stesse vite. Sono le nuove regole di una "ricreazione" che non finisce mai.

Sembrava un canard quello dei 700.000 cittadini milanesi da sommare agli attuali 1.300.000 per toccare il favoloso tetto dei due milioni. La notizia era vera, era l’assessore «allo sviluppo del territorio», Masseroli, a parere falso. Insorse sul Corriere il presidente del Fai, Giulia Maria Crespi, preoccupata se non indignata. L’assessore rispose smentendo se stesso e sbagliando i numeri. Alla domanda «con quanti residenti effettivi» la città, disse che a Milano «dormono» (cioè risiedono) 1.700.000 persone! Così sarebbero solo 300.000 le unità di popolazione necessarie per raggiungere l’obiettivo. Ma prima il nostro si riferiva, giustamente, a 1.300.000 e i conti tornavano non solo con i 700.000 abitanti auspicati ma anche con i settanta milioni di metri cubi di edifici necessari.

A ogni modo Masseroli, come la craxiana nave, va avanti. Sappiamo che non è l’assurda quantità di nuovi cittadini a interessare l’amministrazione comunale, i proprietari fondiari e gli immobiliaristi. Sono i metri cubi di costruzione, del tutto indifferente il loro utilizzo. Abitazioni? Uffici? Atelier di moda? Nulla? Di sicuro prevarranno i volumi vuoti, almeno per lungo tempo, come è successo in una serie di edifici realizzati indipendentemente da una domanda reale. Inoltre funziona l’enorme riciclaggio di denaro mafioso. A Milano – se ne scrive, se ne legge – è soprattutto la ‘ndrangheta a operare legalmente o no in diversi mercati, dall’edilizia ai negozi, dalle pizzerie all’ortomercato, dal racket dei rifiuti all’usura... Che le costruzioni restino vuote non importa. La rendita continua a riprodursi comunque nei passaggi di proprietà, i valori fondiari crescono tendendo all’infinito, non s’è vista alcuna visibile diminuzione di prezzi durante la crisi, anche se rallentano un po’ le compravendite (quanto alla diminuzione sperata degli affitti, chiedere ai giovani lavoratori e studenti ormai trattati a posto letto, non a monolocale o alloggetto, la stessa procedura subita dagli immigrati meridionali negli anni Cinquanta).

L’assessore va avanti. Ecco il preludio al Piano di governo del territorio, i giornali pubblicano l’elenco e l’ubicazione di venticinque zone/aree/punti/complessi edilizi su cui si deve costruire. Cos’è un piano senza pianificazione? Proprio questo, un buon esempio. Interessano solo i metri quadri e i metri cubi. Difatti leggiamo sui quotidiani: nove milioni di metri quadrati di aree da trasformare. Dagli scali ferroviari ai verdi ippodromi di san Siro, dal Porto di Mare vicino a Rogoredo alla Cascina Merlata prossima al Cimitero maggiore, dai diversi «piazzali» alle stazioni… (postilla: la Stazione Centrale è già stata massacrata per essere commercializzata, vedere per credere). Poi la «valorizzazione» di edifici storici enormi come il Palazzo di Giustizia (Piacentini), il carcere di San Vittore, caserme… Le superfici utilizzabili, in base all’indice di 1 mq/1mq (masseroliano aumento recente da 0, 65/1, ossia + 54%) diventerebbero cubature di circa trenta milioni di mc. Tutto si tiene: quegli incredibili settanta milioni di metri cubi per la crescita fino a due milioni di abitanti trovano il presupposto nel Pgt con le sue venticinque occasioni per costruire a più non posso, non per un qualche obiettivo urbanistico quindi sociale (pianificare città e territorio in base ai bisogni sociali attuali e razionalmente prevedibili), ma come rete di offerte che le imprese faranno. L’affare in euro sarà talmente grosso da non essere quantificabile e il Comune incasserà la sua parte almeno in oneri di urbanizzazione. Fa già testo l’«avviso per l’individuazione di un partner per la valorizzazione e lo sviluppo delle aree» relative al progetto Ferrovia Nord dalla stazione di Cadorna a Bovisa (leggiamo che l’immobiliare Hines ha dichiarato la propria disponibilità). E la taciuta Expo? Quale altra colossale speculazione, una volta smontati gli impianti, sulle aree dei Cabassi e dei Ligresti liberate «per contratto» dal vincolo agricolo?

Lo schema generale del Pgt dovrebbe approdare in Consiglio comunale in autunno.

Come si muove l’opposizione? Come d’uso ora: senza uno straccio di pensiero radicalmente alternativo, senza modelli «di sinistra», per così dire (ma la sinistra non c’è più, e il centrosinistra è diventato centrismo). Il procedimento urbanistico-edilizio generale milanese da anni verificato nei fatti, cominciato con il quartiere della Bicocca voluto da Tronchetti Provera e accettato dall’amministrazione comunale (sindaco Albertini), è quello degli immobiliaristi che propongono il dove, il quando, il quanto, il prezzo e l’amministrazione che si accoda: non sappiamo di effettivi disaccordi nella politica circa contrattazione o negoziazione, che, parolacce (e realtà) straordinariamente espressive, sono entrate (esse stesse o dei sinonimi), oltre che nel corrente linguaggio, in tutti e quattro progetti di nuova legislazione urbanistica presentati in parlamento.

A Milano “la nave va” e nemmeno una barchetta le taglia la strada. E altrove?

Milano, 6 maggio 2009

Perché i partiti socialdemocratici crollano in tutta Europa proprio in un periodo di recessione? La risposta è nei 26 milioni di immigrati nell'Unione Europea negli ultimi anni. I cittadini sono preoccupati per la sostenibilità del welfare state europeo. E se la soluzione sembra essere in più rigide politiche sull'immigrazione e nelle limitazioni all'accesso allo stato sociale, le coalizioni di destra sono decisamente più credibili. Ma sono politiche inattuabili nel lungo periodo. Esistono alternative ben più efficaci. Senza rinunciare alla redistribuzione.

Le recessioni di norma favoriscono i partiti di sinistra. Il loro appoggio a politiche redistributive è percepito dagli elettori come una forma di assicurazione: durante la crisi si perde il lavoro o si diventa più poveri, ci sarà qualcuno “lassù, al governo” che si preoccuperà di garantire una forma di aiuto di carattere sociale. “Nessuno sarà lasciato indietro” è il motto dei socialdemocratici e il contenuto dell’universalismo nelle prestazioni sociali da loro sostenute. L’età dell’oro dei socialdemocratici nel Parlamento europeo è stata a metà anni Novanta, quando l’Unione Europea aveva tassi di disoccupazione a due cifre e usciva da una pesante recessione. La supremazia del gruppo socialista a Strasburgo è finita quando la disoccupazione ha iniziato a convergere verso i livelli degli Stati Uniti e il tasso di occupazione ad avvicinarsi agli obiettivi di Lisbona. E invece, questa recessione, la più grave del Dopoguerra, è andata di pari passo con l’affermazione elettorale di movimenti di destra e xenofobi in tutto il Vecchio Continente e con la disfatta proprio di quei partiti che storicamente hanno contribuito di più alla costruzione del welfare state europeo.

Un'arma di esclusione sociale di massa

Com’è potuto accadere? La risposta è l’immigrazione. Negli ultimi venti anni più di 26 milioni di persone sono arrivate nell’Unione Europea a 15 contro i poco più di 20 milioni di emigrati negli Stati Uniti, di 1,6 milioni in Australia e meno di un milione in Giappone. Dal 2000, paesi come l’Irlanda e la Spagna, ora particolarmente colpiti dalla crisi, hanno visto raddoppiare il rapporto tra popolazione straniera e indigena. Certo questi flussi sono precedenti alla recessione e, anzi, durante la crisi l’immigrazione tende a diminuire: approssimativamente del 2 per cento per ogni punto percentuale di caduta del prodotto nel paese di destinazione. Ma a preoccupare gli europei è la combinazione di una forte e recente immigrazione, della recessione e del welfare state. I dati dell’European Social Survey rivelano un marcato deterioramento della percezione dei migranti da parte degli europei a partire dal 2002. Questo deterioramento è dovuto alla preoccupazione che gli immigrati siano un peso fiscale in quanto beneficiari dei generosi trasferimenti di carattere sociale garantiti dall’Europa, “la terra della redistribuzione”. Paradossalmente, le politiche redistributive introdotte con l’obiettivo di favorire l’inclusione sociale sono diventate un’arma di esclusione sociale di massa. Ora che i deficit pubblici salgono alle stelle e la disoccupazione torna su livelli a due cifre, gli autoctoni hanno la legittima preoccupazione che anche i più strenui difensori delle politiche redistributive saranno costretti a tagliare le prestazioni sociali, a meno che non riescano a limitare l’immigrazione o almeno l’accesso degli immigrati al welfare. Ma per motivi ideologici, i partiti di sinistra non possono perseguire politiche che introducono barriere o un accesso asimmetrico al welfare per gli immigrati. Le coalizioni di destra e i movimenti xenofobi sono più credibili dei socialdemocratici nel perseguire politiche di questo tipo. L’Italia di destra e la Spagna di sinistra ne sono un buon esempio. In Italia, dai trasferimenti sociali ai poveri sono esclusi a priori coloro che non hanno un passaporto italiano, indipendentemente dal fatto che siano immigrati legali o clandestini e che abbiano pagato le tasse. Intanto, le barche dei disperati vengono respinte verso la Libia e nessuno sa dove da saranno portate queste persone. In Spagna i trasferimenti sociali sono estesi ai cittadini stranieri e di recente il governo ha pubblicato un rapporto che documenta il contributo decisivo dato dall’immigrazione nel boom economico degli ultimi dieci anni. Il Ministero del Lavoro è stato ribattezzato Ministero del Lavoro e dell’Immigrazione. Non è il Ministero degli Interni, come da noi, ad avere la titolarità di queste politiche.

Le alternative possibili

La faccia rassicurante dei socialdemocratici si sta trasformando in un incubo proprio per quei cittadini europei che rappresentano il loro elettorato tradizionale: operai, persone con reddito basso o che vanno avanti grazie ai sussidi del welfare. Devono quindi i socialdemocratici rinunciare ai loro ideali opure rassegnarsi a scomparire? Non necessariamente. In primo luogo, non è affatto detto che le misure volte a rendere più rigide le politiche sull’immigrazione e a limitare l’accesso al welfare per gli immigrati rappresentino la risposta migliore alle preoccupazioni dell’opinione pubblica al di là del brevissimo periodo. La recessione è destinata a durare a lungo, e non è semplice mettere in pratica le restrizioni all’immigrazione, come dimostra l’alto numero di immigrati illegali che vivono nell’Unione Europea. E’ difficile anche limitare l’accesso al welfare da parte degli immigrati: l’esperienza degli Stati Uniti ci dice che queste restrizioni possono essere ribaltate dai pronunciamenti dei tribunali, in particolare in quei paesi dove l’immigrazione è già forte e consolidata.

Così anche le politiche oggi premiate dagli elettori possono non dare quei risultati rassicuranti che promettono. Invece di imitare i loro avversari, i socialdemocratici dovrebbero cercare di riformare i loro programmi di welfare rendendoli maggiormente proattivi e rafforzandone le basi assicurative. Questo significa che la possibilità di ricevere i sussidi deve essere subordinata al pagamento dei contributi (gli immigrati sono ovunque contribuenti netti) e che gli abusi debbono essere sanzionati sia sotto il profilo sociale che amministrativo. La Danimarca e la Svezia sono i paesi che hanno fatto i passi più importanti nella riforma delle politiche sociali in questa direzione: è solo un caso che i partiti di centrosinistra di questi due paesi siano le uniche formazioni politiche pro-welfare a non essere state sconfitte in queste elezioni europee?

Assieme all'astensione, che ha punito tutti i cantori dell'Europa quale che sia, le elezioni del 7 giugno hanno somministrato in Italia diverse sberle severe. La prima è quella dei due rissosi spezzoni di Rifondazione, nessuno dei quali ha raggiunto il 4 per cento, disperdendo oltre il 6 per cento dei voti espressi. Non ci riprovino, perché non beccherebbero più neanche quelli. La seconda è quella del Pd, il quale ha incassato lo schiaffone infertogli dallo sceriffo dell'Italia dei valori e col suo pasticciato programma ha subìto lo stesso colpo degli altri socialismi europei, privi di qualsiasi idea in proprio. La terza sberla l'ha presa Berlusconi, il cui sogno di oltrepassare il 40% per governare da solo con il sostegno della Lega si è dimostrato irrealizzabile. Il Pdl non ha superato il 35% e la Lega non è la costola di nessuno, è l'espressione nazionale di una destra europea particolarmente brutta, che mette radici da tutte le parti e condiziona il Pdl invece che farsi condizionare. Quanto ai cattolici o ex Dc, ormai seguiranno Casini, ci si può scommettere. Per ultimo, è certo che gli uomini di Fini non si sono dati troppo da fare per il Cavaliere: se lavorano, lavorano per il loro capo che si sta volonterosamente fabbricando un'immagine di destra presentabile, cosa che a Berlusconi e Bossi è impossibile.

Né il Pdl né il Pd né la sinistra radicale sono riusciti a motivare l'elettorato, anche se l'astensione deve aver giocato piuttosto a sinistra, sempre nell'idea dura a morire che le sinistre rifletteranno sicuramente su chi gli ha rifiutato per sdegno il voto. L'astensione non le ha mai corrette. Ancora più derisorio appare che alcuni dei loro esponenti, già sicuri contro qualsiasi verosimiglianza storica, della vocazione bipartitica degli italiani - che dal 7 giugno è, per i politicisti, la vittima principale - dichiarino che i risultati sono abbastanza buoni. Fa impressione sentire dal Pd che esso «sta tenendo bene il campo». Il Pd deve riconoscere al più presto che la miscela di cui è fatto è indigeribile per chiunque vorrebbe un riformismo dotato di qualche senso. Non si può andare con l'Opus Dei e negare i diritti civili a un elettorato laico e anche cattolico adulto. Non si può, con la scusa di non demonizzare Berlusconi, infliggere a un elettorato semplicemente democratico le leggi fatte ad personam, le insolenze alla magistratura, le porcherie fiscali e quelle personali del cavaliere. Voglio ammettere che un terzo degli italiani s'è abituato ad ammirare l'improntitudine e l'impunità, ma per gli altri due terzi è difficile ingoiarle. Infine, la mancanza nel Pd di qualunque sensibilità sociale, sia pur moderata, la voglia non nascosta di mettersi al seguito di Emma Marcegaglia, e nello stesso tempo la mancanza di qualsiasi altra credibile sinistra sociale - credibile nel senso di dare ai lavoratori dipendenti più importanza che alle proprie velleità di protagonismo - ha probabilmente regalato all'astensione o al protezionismo di Tremonti una parte dei voti di quegli operai, i quali hanno poche scelte davanti al perdere il lavoro e con esso la sussistenza. Leggere oggi che Massimo D'Alema ha raccolto i suoi non per proporre una correzione di linea ma per confermare la sua promessa di fare segretario del partito Bersani, liberalizzatore dei taxi, fa cadere le braccia.

Per ultimo, due parole sulla scomparsa della sinistra radicale, quella che ha disperso fra gli altri anche il mio voto. Sbaglia Asor Rosa dicendo al Corriere che nessuno ha tentato di evitarle la sbandata che ha preso. Molti di noi hanno tentato e senza volere per noi proprio nulla. Solo per timore che accadesse quel che era molto probabile e che infatti è accaduto. E non proponevamo partiti pasticciati, solo di dare una certa rappresentanza a una lista unitaria, quindi anche di sensibilità parzialmente diverse, ma di sicura onestà, fedeltà di sinistra e competenza. Non hanno voluto. Anzi, mi si corregga se sbaglio, in particolare Ferrero e Diliberto non hanno voluto. Non è che con ciò abbiano salvato il comunismo. A Pd, Rifondazione e Sinistra e Libertà suggeriamo di mandare i loro dirigenti in congedo al più presto. E se in mezzo a loro ci sono - e sappiamo che ci sono - persone serie e ragionevoli, chiediamo che riflettano al più presto su come leggere senza troppi svarioni i problemi che il 2009 sbandiera alle sinistre. È vero che ce ne sono almeno due, ma tutte e due hanno a che fare con i disastri prodotti dal capitalismo, più o meno selvaggio, o dalle illibertà politiche e civili. Tutto è scritto, basta saper leggere.

Deroghe alla veneta

Niente è condivisibile del progetto di legge sul rilancio dell’edilizia in via di approvazione da parte della Regione Veneto. Non i presupposti (l’improvvido annuncio del presidente del consiglio), non le finalità (in apparenza il rilancio dell’edilizia a costo zero per il governo, nella realtà l’ennesima trovata per vellicare gli istinti degli italiani), non i contenuti, per le ragioni che ci accingiamo a spiegare.

Come si ricorderà, ai primi di marzo il premier Berlusconi aveva pubblicamente annunciato l’imminente approvazione di un decreto legge con il quale sarebbe stato consentito a chiunque di ingrandire la propria abitazione, anche in deroga ai piani regolatori. Ne era seguito un breve scontro con le Regioni - più apparente che sostanziale - sfociato in un’intesa unanime, stipulata nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni[[1]], con la quale venivano circoscritte le possibilità di ampliamento in deroga, demandando alle Regioni il compito di approvare celermente apposite leggi ispirate ai principi ivi concordati. La RegioneVeneto si è attivata tra le prime, predisponendo il progetto di legge 398/2009, attualmente all’esame del Consiglio regionale[[2]].

Nella proposta in questione, i limiti definiti nell’intesa Stato-Regioni sono ampiamente superati, poiché la possibilità di interventi in deroga:

- viene estesa agli edifici non residenziali (industriali, direzionali, alberghieri, ricreativi);

può comportare, nel caso di demolizione e ricostruzione, ampliamenti del 30% e - in alcuni casi - al 40% della volumetria esistente o della superficie coperta, senza alcun limite massimo;

- si applica anche ai centri storici e alle aree soggette a tutele definite dalla pianificazione comunale e provinciale e, par di capire, anche agli immobili vincolati ai sensi del Codice dei Beni culturali e del paesaggio (ex l. 1089/1939), nel caso in cui siano ottenute le necessarie autorizzazioni[ [3]];

- elude gli impegni in materia di trasparenza e sicurezza del lavoro, di cui non viene fatto alcun cenno nell’articolato.

Gli ampliamenti sono talmente consistenti e l’ambito di applicazione così esteso che la pianificazione comunale viene sostanzialmente azzerata – sia pure per un periodo di soli (!!!) due anni. Viene a mente il cosiddetto “anno di moratoria” che, prima dell’entrata in vigore della legge 765/1967, consentì di seppellire l’Italia sotto un diluvio di fabbricati.

Principi fondamentali e autonomia dei comuni vengono calpestati

La lettura del testo presentato al consiglio regionale solleva non poche perplessità.

Innanzitutto, sembrerebbe logico considerare i contenuti dell’intesa come equivalenti a quei “principi fondamentali” riservati allo Stato in base al titolo V della Costituzione, a maggior ragione per il fatto che la loro definizione è avvenuta con un accordo unanime con le Regioni. Evidentemente così non è, dato che queste ultime hanno complessivamente agito in modo disarmonico[[4]] e, nel caso del Veneto, hanno ecceduto i limiti concordati senza nemmeno esplicitare le motivazioni.

I Comuni avrebbero più di un motivo per protestare nei confronti dell’ingerenza regionale, non soltanto per l’eccessiva compressione della potestà di pianificare l’uso del territorio. La proposta di legge, infatti, da un lato consente di utilizzare autonomamente le volumetrie aggiuntive, dall’altro scarica sui comuni l’onere di adeguare le urbanizzazioni (dalla viabilità agli spazi pubblici) e per di più sottrae loro le risorse necessarie, poiché prevede un sostanzioso abbattimento dei contributi concessori. Si tenga presente che il carico urbanistico indotto da ampliamenti generalizzati del 20, 30 o 40% può essere ritenuto equivalente all’intero dimensionamento di un piano regolatore[[5]]. In una città come Mestre, in cui sono presenti circa 80.000 alloggi, gli ampliamenti in deroga potrebbero comportare, in via ipotetica, un incremento compreso fra 16.000 e 32.000 alloggi. Se anche una sola frazione delle potenzialità venisse sfruttata nel periodo considerato si produrrebbero comunque alcune migliaia di alloggi. Chi potrà mai assicurare che non saranno violati gli standard urbanistici?

Infine, con una beffarda interpretazione del federalismo, viene attribuita ai comuni la possibilità di escludere o limitare l’applicabilità delle disposizioni di legge. In altre parole, i consigli comunali possono proibire ciò che la regione ha concesso! Debbono però decidere entro sessanta giorni: “decorso inutilmente tale termine è da intendersi che non vi siano ambiti o immobili da escludere” [sic!!!]. Tempi risibili per assumere una decisione scomoda e molto impegnativa, con l’obbligo – a differenza della regione – di motivare le scelte e senza che ai cittadini sia consentito di presentare osservazioni e opposizioni alle decisioni (o mancate decisioni) dei consigli comunali. Si genera in questo modo un’evidente a-simmetria: con una semplice delibera si stabilisce se e come modificare le regole urbanistiche decise con la partecipazione dei cittadini e il concorso di una pluralità di enti.

Un testo con molte ombre

All’articolo 2 si stabilisce che “in deroga alle previsioni [corsivo nostro, ndr] dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali, comunali, provinciali e regionali, è consentito l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20 per cento del volume se destinati ad uso residenziale e del 20 per cento della superficie coperta se adibiti ad uso diverso”. Ragionevolmente si deve ritenere che la deroga riguardi esclusivamente i limiti volumetrici e le categorie di intervento, essendo fatte salve tutte le altre indicazioni dei piani. Se così non fosse, e gli interventi potessero prescindere da tutte le previsioni dei piani, assumendo come unici riferimenti la presente legge e il complesso delle disposizioni legislative e regolamentari nazionali e regionali, si produrrebbe una sostanziale anarchia dell’attività edilizia[[6]]. Possiamo sostenere, al di là di ogni dubbio, che sia da escludersi un’interpretazione estensiva?

L’articolo 3 prevede prevede – in alternativa – la facoltà di demolire e ricostruire gli edifici esistenti, mediante una “ricomposizione planivolumetrica con forme architettoniche diverse da quelle esistenti comportanti la modifica dell’area di sedime nonché delle sagome degli edifici originari”. Gli interventi possono essere effettuati anche “su area diversa rispetto al lotto su cui insiste l’originario sedime purchè avente la medesima classificazione di zona”. Stando alla lettera, non è escluso che il trasferimento possa avvenire in un’altra parte del comune: sarà consentito demolire a Mestre e ricostruire al Lido, purché in aree aventi la medesima classificazione? Peraltro, che destinazione avrà il terreno su cui insisteva l’edificio demolito e ricostruito altrove? Tornerà ad essere edificabile in base al PRG vigente, con massimo giubilo del proprietario, o diventerà “inedificabile per legge”? Nulla è detto al riguardo.

Se non lo impediranno i comuni o i vincoli architettonici, i centri storici potranno essere interessati sia dagli ampliamenti, sia dalle demolizioni e ricostruzioni. Ogni spazio libero potrà quindi ospitare volumi, in aggiunta all’esistente o a seguito di demolizione e ricostruzione di edifici. La ricomposizione planimetrica potrà anche comportare la trasformazione di annessi e manufatti fatiscenti in edifici abitativi di nuova realizzazione? Il testo della legge è molto reticente al riguardo.

Inoltre, come si applicherà una norma siffatta in ambiti disciplinati da piani attuativi vigenti (peraltro, stravolgendone l’assetto planivolumetrico e incrementandone il carico urbanistico)? E in ambiti disciplinati da piani attuativi da formare (tipicamente, un edificio dismesso del quale il PRG ammette il cambio d’uso)? Ragionevolmente, gli interventi in deroga dovrebbero essere esclusi, o tutt’al più vincolati al mantenimento dell’uso in atto, essendo ogni modifica subordinata al piano attuativo. Ma siamo certi che sia così?

Quanto alle zone agricole, poiché per legge sono i piani regolatori a disciplinare l’uso degli edifici non più utilizzati a fini agricoli, come si combinerà la disciplina di piano con le possibilità di ampiamento, demolizione e ricostruzione, trasferimento di volumetria? Si potranno demolire abitazioni, stalle e fienili, trasferendoli ove più aggrada al proprietario dei terreni? Si potrà intervenire allo stesso modo sugli edifici non residenziali (carrozzerie, officine, attività artigianali e commerciali) che già abbondano nelle martoriate campagne della pianura e dei fondovalle, spostandoli e ampliandoli secondo le esigenze dei singoli proprietari? Ragionevolmente, gli interventi in deroga non dovrebbero dar luogo a edifici con diversa destinazione, ma siamo certi che sarà così? Oppure assisteremo ad ulteriori riconversioni del patrimonio edilizio esistente, incrementando la dispersione degli insediamenti?

Infine, la legge prevede che la percentuale di ampliamento “può essere elevata fino al 40 per cento in caso di utilizzo delle tecniche costruttive di cui alla legge regionale 9 marzo 2007, n. 4 o che prevedano [chi è il soggetto? Ndr] l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile”. Prescindendo dalla sintassi perfettibile, l’installazione di un pannello solare sembra essere sufficiente per usufruire di un ulteriore bonus volumetrico. Se così fosse, si tratterebbe di un incentivo al risparmio economico, non a quello energetico: chi sarebbe invogliato ad adottare le migliori tecnologie costruttive di bioedilizia, potendo godere dei medesimi benefici di legge con la minima spesa?

Per concludere.

La riqualificazione della città esistente è probabilmente la sfida più impegnativa e urgente per una nazione come l’Italia nella quale una crescita edilizia tanto intensa quanto disordinata è stata favorita per decenni a dispetto della vulnerabilità del territorio e nell’indifferenza (o in spregio) delle sue qualità paesaggistiche. Intervenire sulle parti della città costruite in fretta e male, prive di qualità architettoniche, tecnologiche e di sicurezza e scarsamente vivibili per i cittadini più deboli, è un’ovvia necessità. Anche la riconversione del settore edilizio (non il suo rilancio!) è un obiettivo condivisibile, non soltanto per ragioni meramente economiche, ma anche per chi ha a cuore la promozione della cultura del lavoro, dei diritti, del progresso tecnologico. Ma si tratta di compiti impegnativi che non possono essere affidati ad una miriade di iniziative spontanee, in deroga alle regole, con l’incentivo a fare presto e purchessia. [7]

Non secondariamente, il complesso di piani e politiche urbane necessarie per riqualificare le città dovrebbe essere concepito come un’alternativa all’ulteriore espansione delle aree urbane, impedendo con forza ogni ulteriore edificazione nel territorio agricolo. Nulla di tutto ciò è all’orizzonte in Veneto: il piano territoriale regionale sollecita la realizzazione di consistenti espansioni produttive, ricreative e commerciali lungo l’intera rete autostradale e la legge di cui parliamo incentiva la liberalizzazione degli interventi diffusi, consolidando il caos di case e capannoni e aprendo ulteriori falle nel sistema della pianificazione, già farraginoso di suo. Qualche proprietario ne trarrà vantaggio. Certamente ne approfitteranno i costruttori più intraprendenti. Ma, per l’ennesima volta, la collettività e l’ambiente ne subiranno i danni.

Chiunque può pubblicare questo articolo alla condizione di citare l’autore e la fonte come segue: tratto dal sito web http://eddyburg.it

[1] Intesa, ai sensi dell'articolo 8, comma 6, della legge 5 giugno 2003, n. 131, tra Stato, Regioni e gli enti locali, sull'atto concernente misure per il rilancio dell'economia attraverso l'attivita' edilizia. (Repertorio atti n. 21/CU del 1 aprile 2009). Pubblicata sulla G.U. n. 98 del 29 aprile 2009. Per un commento, si veda la postilla di Edoardo Salzano, in http://eddyburg.it/article/articleview/12943/0/356/

[2] Disegno di legge di iniziativa della Giunta regionale in ordine a: “Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per promuovere le tecniche di bioedilizia e l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile”. Licenziato il 21 aprile 2009 nella seduta n. 121

[3] Sul punto, cfr. Matteo Ceruti, Provvedimenti legislativi di rilancio del settore edilizio: il disegno di legge della Regione Veneto, http://www.verdiveneto.it/IMG/rtf/ceruti.rtf.

[4] Si veda l’articolo di Luisa Grion e Paola Coppola, pubblicato su La Repubblica del 1 giugno scorso e ripreso in eddyburg.it.

[5] In nessun punto viene impedito di frazionare e utilizzare autonomamente le volumetrie aggiuntive.

[6] Sul punto, vedi M. Baioni, Manhattan sparpagliata, in eddyburg.it.

[7] Su questo punto si veda il sito dell’associazione AUDIS di Venezia (www.audis.it) che da anni si impegna promuovere la diffusione di una cultura della riqualificazione urbana.

Risultato comunque grave e da non edulcorare. La destra sfiora il 50% e il Pd deve puntare su se stesso per sbarrarle la strada». Giudizio preoccupato quello di Giovanni De Luna, storico a Torino. Che insiste su due concetti: debolezza identitaria del Pd e crisi dell’idea di Europa. E aggiunge: «Il Pd deve calare i suoi valori sul territorio e sceglierli con chiarezza, prima ancora di pensare alle alleanze».

Professor De Luna: forte vento di destra in Europa. Liberali, conservatori ed euroscettici trionfano in Francia, Austria, Inghilterra, Olanda e Gran Bretagna. E poi c’è il dato massiccio dell’astensione. Che significa?

«Il calo del voto in Europa dal 1979 indica una perdita di fiducia nell’europeismo. Prima c’era una spinta dal basso, oggi atrofizzata. E il vento xenofobo ed euroscettico esprime lo svuotamento delle sovranità nazionali, con incremento dei localismi. Lo stato nazionale post-novecentesco si impoverisce sotto una duplice spinta: territoriale e sovranazionale. E l’astensione è una spia di tutto questo. Insomma, l’Europa è diventata una specie di bancomat, oppure un vincolo economicistico. Certo l’Euro e la banca centrale sono stati fattori utili e risolutivi. Ma è mancata la politica, la memoria, la religione civile degli europei. Quello che gli stati nazionali avevano fatto caso per caso. È stupefacente che sia stato Obama a dover rivitalizzare i luoghi chiave dell’identità europea democratica: il D-Day, Buchenwald. Mentre Brandt aveva fatto qualcosa di simile col suo viaggio a Varsavia. Dieci anni fa quasi tutta l’Europa era socialista e poteva fare molto in questo senso... ».

Dieci anni di arcigne politiche «mercatiste» e monetariste

«Totalmente burocratiche. Indifferenti a ogni questione di futuro e di identità civile. La reazione all’immigrazione si nutre di questo disincanto. L’unico squacio identitario è stato quello sulle radici cristiane, usato però in chiave etnocentrica. Ripeto, c’è voluto Obama al Cairo per sentire un discorso europeista e inclusivo sull’Islam! Su questo la sinistra, anche italiana, si sarebbe dovuta legittimare fortemente. Invece si è fatta dettare l’agenda da Repubblica. Per carità: l’etica, il basso impero di Berlusconi. Cose sacrosante. Ma la carta da giocare doveva essere l’Europeismo, non l’indignazione per le veline».

L’astensione italiana segnala anche un disinteresse per la politica nazionale oltre che per l’Europa, non crede?

«Sì, ma la disaffezione verso l’Europa mi pare prevalente, come altrove. Quanto alla politica interna, c’è qualcosa di simile in Europa: la cannibalizzazione interna al Labour. Esempio di sfilacciamento della sinistra in questo momento di passaggio, che alimenta l’astensionismo. Un fenomeno da leggere inoltre in relazione al diffuso degrado della politica: nani e ballerine in tutte le liste. Irruzione del gossip e del privato. Fattori che caricano e insieme scaricano di valori la politica».

E ora il dato italiano. Le prime proiezioni segnalano una tenuta del Pd sopra il 27%, e il Pdl attorno al 36. Con la Lega verso il 10%, Di Pietro all’8% e le due sinistre radicali che probabilmente non passano il quorum. Che ne dice?

«Inutile minimizzare. Anche se la coalizione di governo resta sotto il 50%. Il pericolo rimane, per l’arroganza e lo strapotere di questa destra. Perciò lo ripeto. Il Pd non può più farsi dettare l’agenda da Repubblica - che pure fa il suo mestiere - in termini di costume. Il suo gruppo dirigente deve recuperare a pieno la sua autonomia politica. Bisognava parlare di Europa e di programmi, non di scandali».

E domani? Quali priorità immediate per il Pd, interne e all’esterno? E ancora: è giusto appoggiare il referendum maggioritario?

«Un errore cominciare a parlare subito di alleanze, con Di Pietro o con Casini. O con ciò che resta della sinistra radicale, incapace di gestire un’area potenziale tra il 10 e il 12%. Il Pd deve puntare a ritrovare sè stesso. Trovare un baricentro chiaro, sul piano dei principi e dei valori. Sulla laicità ad esempio, anche pagando dei prezzi. Quanto al referendum, sarebbe una follia votare per il maggioritario in questo frangente. Occorre ritrovare le radici parlamentari e proporzionali della democrazia contro il populismo. Nel solco della nostra Costituzione».

Non disponiamo ancora dei dati definitivi, tuttavia i nostri orari ci impongono di scrivere, e il primo giudizio è nettamente negativo. Berlusconi ha subito una botta, non è riuscito a superare quel 40% , che aveva annunciato, ma nonostante il discredito del quale si è ricoperto in patria e all’estero è riuscito a conservare la maggioranza. Altro dato negativo è la crescita dell’astensione, nella quale questa volta converge la rabbia di tanti elettori di sinistra.

Berlusconi non ha stravinto, ma non ha affatto perso e, con gli accresciuti voti della Lega, può affermare di toccare il 50% dei consensi, anche se la Lega (ricordiamo il passato) non è un suddito fedele. Però ci sono avvisaglie di un logorio del cavaliere con i suoi insuccessi di fronte alla crisi e anche al terremoto dell’Aquila. Di Pietro con la sua demagogia e l’aiuto (immeritato) di alcuni candidati eccellenti, registra una buona affermazione: l’8%, che potrà avere un peso contro, ma difficilmente a favore di qualcosa di buono. Il problema grave e difficile è quello della sinistra italiana. I dati ci dicono che il Pd ha perduto voti, ma ha evitato il tracollo, e che Rifondazione e Sinistra e Libertà non sono riusciti a superare il quorum del 4%.

Queste europee hanno confermato e aggravato il nefasto insuccesso dell’Arcobaleno nelle passate politiche. Non dimentichiamo che la sinistra non è andata bene neppure in Europa, e che nella situazione data e con la crisi che continuerà ancora a pesare sulla vita dei ceti più deboli, la tendenza sarà al peggio. Siccome non sono tempi di rivoluzione la crisi (anche con gli interventi keynesiani dello stato, li fece anche Mussolini) rafforzerà le spinte di destra.

Di fronte a questo stato di cose (e delle persone) per noi e per tutti i democratici, viene in primo piano e piuttosto drammaticamente il che fare con tutto quel che resta della sinistra e delle sinistre ancora acidamente polemiche tra loro. Il problema - credo io - sia anche per (e con) il Pd, che non può consolarsi con il recupero elettorale, di fronte a una forza crescente della destra. Dentro il Pd ci sono anche (e credo in maggioranza) donne e uomini di sinistra.

All’inizio di questa infausta campagna elettorale il manifesto aveva proposto a Rifondazione e Sinistra e Libertà di candidare unitariamente una rosa di personalità di sinistra al di fuori delle liti interpartitiche. Oggi queste due forze di sinistra sconfitte (salvo un miracolo dell’ultimora), ma non arrese (di questo siamo ben convinti) dovrebbero avviare una serie di incontri, al centro e in tutti i luoghi di forte presenza (questa presenza c’è) per avviare e definire insieme un percorso, non solo politico ma anche culturale, per battere la minaccia del berlusconismo (non si tratta solo di Berlusconi, ma di una subcultura diffusa) alla democrazia italiana. Oggi questo che fare è possibile. Noi del manifesto, nella modestia della nostra forza e delle nostre capacità, siamo in edicola (è il nostro campo) per questo. Compito arduo, ma necessario, indilazionabile.

In quelle parole è nascosta un’idea che si è trasformata in azioni: l’idea che la funzione del suolo sia quella di ospitare edifici, di lasciar sorgere su di esso case, capannoni, palazzi. Poiché il suolo serve esclusivamente a quello, qualunque atto che voglia prescrivere altre utilizzazioni è considerato un perverso vincolo: lasciare un’area all’agricoltura o alla creazione di un parco o un bosco è considerato un danno che lo “sviluppo” non può tollerare.

Per lasciare che quella “vocazione” si esprima, che quel “diritto” cancelli ogni altro diritto, che quello “sviluppo” non si arresti, bisogna rendere innocua la pianificazione delle città e dei territori: finché non si può abolirla, finchè non si può affidarla alle mani degli interessi immobiliari (come la proposta di legge sul governo del territorio del Popolo delle libertà propone) occorre consentire con ampiezza di derogare dalle sue regole.

Il Italia si è costruito troppo, al di fuori da qualunque necessità sociale. Si sono urbanizzate, e spesso degradate, aree la cui piena utilizzazione consentirebbe di ospitare tutte le necessità di una popolazione molto più ampia di quella attuale. La messa in sicurezza delle costruzioni minacciate nella loro integrità fisica dal mancato rispetto delle norme più elementari di sicurezza statica dovrebbe essere un tassello di una grande progetto di restauro del territorio, basato su un’attività di pianificazione territoriale e urbanistica che metta al suo centro la difesa delle qualità esistenti e la creazione di nuove, il rispetto della trasparenza nelle decisioni, la più ampia partecipazione alle scelte che condizionano il futuro di noi tutti.

L'insegnamento dell'Abruzzo e la memoria fragile dell'Italia

Sergio Caldaretti

Paolo Berdini sul manifesto del 7 aprile sottolinea la mancanza di ogni sensibilità politica del governo Berlusconi verso il tema della "messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio"; e, per questo, fa riferimento al piano casa in via di definizione, che tende solo ad "aggiungere". A mio avviso, questa insensibilità non è carattere esclusivo dell'attualità, ma permane nel nostro paese da lungo tempo; e non è da imputare solo alla sfera politico-amministrativa ma è un carattere consolidato della nostra cultura. È molto diffusa la tendenza ad attribuire alla natura maligna una pervicace ostinazione nell'infierire sull'indifeso popolo italico, sottoponendolo ad ogni sorta di vessazione con terremoti, frane, alluvioni, incendi, e così via. Il problema è che un terremoto o una frana in un deserto non fanno notizia perché producono danni molto limitati, mentre una parte di collina densamente edificata che viene giù dopo qualche giorno di pioggia riempie di costernazione i mezzi di informazione quanto i cuori degli individui per l'enormità degli effetti sulle persone e cose che su quella collina si erano insediate. Non è dunque, di per sé, il fenomeno naturale a provocare danni, ma il suo impatto sui contesti insediativi che si trovano sul suo percorso; danni che sono tanto più elevati quanto minore è la capacità di resistenza dell'insediamento all'impatto.

Questa banale constatazione si insinua sempre nell'imponente dialettica mediatica che si innesca a valle di un disastro; accanto alle accorate proteste sui ritardi nei soccorsi e sull'inefficienza del sistema di gestione dell'emergenza, qualcuno si spinge infatti ad adombrare una qualche disattenzione verso i complessi rapporti tra caratteri del sistema naturale e azione dell'uomo, attribuendo a quest'ultima un ruolo non secondario nel determinare i disastrosi effetti che le televisioni mostrano. Da qui, è breve il passaggio a invocare un drastico cambiamento nelle politiche per il territorio, che dovrebbero incardinarsi, neanche a dirlo, sul principio della prevenzione. A sostegno, quattro conti che dimostrano l'enorme differenza tra quanto si è speso nei decenni passati per le ricostruzioni e quanto si sarebbe speso per mettere in sicurezza il territorio.

In particolare, dopo i terremoti del Friuli e dell'Irpinia constatazioni così banali hanno aperto qualche varco. Proprio in quel periodo ho iniziato ad occuparmi, da urbanista, dei temi legati alla mitigazione del rischio sismico, e ho così attraversato con questo sguardo i molteplici disastri che si sono succeduti nel nostro paese con un ritmo incalzante e drammatico e le reazioni che ne sono scaturite. A valle di quei due eventi si è in effetti sedimentata una certa attenzione su questi temi, sia nel contesto scientifico che nell'azione politica; ne sono testimonianza le attività del Gruppo nazionale per la difesa dai terremoti e dell'Istituto di geofisica e vulcanologia, volte a definire tecniche e procedure di mitigazione, e le sperimentazioni condotte in alcune regioni per trasferire queste indicazioni in termini normativi e gestionali. Le ricerche portate avanti sulle risposte dei sistemi costruttivi ad un terremoto hanno portato a definire nuovi protocolli di sicurezza, recepiti poi da leggi e circolari.

Nel contesto scientifico che si occupava della questione si è innescato un deciso dibattito tra chi interpretava la mitigazione del rischio sismico in termini di "sicurezza" dei manufatti, e chi (in particolare, gli urbanisti) invece attribuiva centralità ad una visione della città e del territorio come sistemi complessi, e dunque riteneva che una strategia di mitigazione dovesse andare oltre l'attenzione al singolo elemento per considerare le infinite interazioni di diversa natura che si esplicano in un contesto insediativo. Una semplice constatazione dava forza a questa seconda tesi: anche se si fosse riusciti, imponendo determinate regole, a far costruire i nuovi manufatti con tecnologie adeguate a resistere al sisma, permaneva comunque l'impossibilità concreta (anche in termini economici) di "mettere in sicurezza" tutti i manufatti esistenti.

A questa fase "dinamica" ha poi fatto seguito un progressivo affievolirsi delle attività; non che tutto si sia fermato, piuttosto l'attenzione è andata sfumando, e con lei il "senso del problema", la sua coscienza collettiva. Gli eventi più recenti, forse perché non così disastrosi come quelli della fine degli anni '70, sono passati senza trovare sedimento, sia nella sfera politica che nella memoria individuale e collettiva.

Temo che, oggi, il problema non sia (solo) il governo Berlusconi, ma qualcosa di più immanente e sedimentato: l'incapacità di una collettività di conservare memorie, e di farne discendere prospettive e strategie d'azione. (...) In conclusione, ritengo che sia essenziale una sensibilizzazione a livello individuale e collettivo. Ciò rimanda a due grandi obiettivi di portata ben più ampia: la riappropriazione della coscienza collettiva del territorio e la centralità dell'approccio politico-strategico nell'interazione tra contesti locali e contesto globale. Obiettivi che dovrebbero essere inseriti senza indugio in un programma volto a ridefinire riferimenti costitutivi e strategie della malconcia sinistra nostrana.

Nei giorni passati, di fronte al sisma dell'Aquila, è parso che fossimo all'anno zero, che il Paese non avesse più memoria di esperienze vissute soltanto pochi anni o decenni fa, in uno dei tanti terremoti. Tipica l'idea fissa del presidente del Consiglio di sperimentare all'Aquila la "new town" (una vecchissima pensata) che tanto gli piace e che in cuor suo vede come il clone di Milano 2. Come se non ci fossero stati i terremoti di Ancona, di Tuscania, del Friuli, dell'Irpinia, di Umbria e Marche (cito alcuni dei più recenti) a fornire dati di esperienza - positivi e negativi - in materia di ricostruzione e si dovesse, e potesse, costruire l'Aquila 2 limitandosi a ripulire un po' le macerie nel centro storico della città, e amen. Proviamoci allora a vedere le cose da non fare, gli errori da non ripetere.

a)avere una gran fretta di decidere, prim'ancora di possedere un quadro analitico, dettagliato, scientificamente fondato della situazione; b)promettere la ricostruzione integrale in tempi rapidi: due-tre anni. Una balla solenne. Si va da cinque anni in su per i danni gravi; c)far piovere tutto dall'alto, non ascoltare a fondo le comunità locali e regionali sul "che fare" e "come fare"; d)dopo gli attendamenti, usare su larga scala gli avvilenti containers quali abitazioni semi-stabili, per anni; e)allargare a dismisura l'area del sisma da sussidiare, soccorrere, sovvenzionare, ecc.: in Irpinia furono inclusi 122 Comuni con lesioni lievissime, in Molise, con San Giuliano di Puglia, tutta la regione divenne terremotata; f)assegnare i lavori della ricostruzione a trattativa privata, comunque senza appalti veri e garantiti.

Proviamoci per contro a vedere i buoni esempi da imitare: a)studiare, analizzare, inventariare ogni pietra, accertare insomma lo stato reale delle varie situazioni; b)tenere unite le comunità locali, coinvolgendole a fondo, ascoltandole, responsabilizzandole, dicendo loro le cose come stanno; c)ricostruire i centri storici com'erano e dov'erano mettendoli in sicurezza sul modello di Venzone, di Tuscania, o anche di certi centri umbro-marchigiani; d)ristrutturare e migliorare a fondo le periferie urbane, senza straparlare di "new town"; e)passare dagli attendamenti alle "instant house" di legno, ai prefabbricati in forma di villaggio usati con successo, per esempio, sull'Appennino umbro-marchigiano; f)andare ad appalti veri, garantiti da un Authority, non col solo criterio del massimo ribasso (dove si infila il racket), ma sulla base di una serie di parametri qualitativi.

Cerchiamo insomma di praticare le virtù, oltre della generosità nei soccorsi, della serietà, della partecipazione, della competenza specifica, della cultura urbanistica e architettonica, della trasparenza nei sussidi e negli appalti. Si può, si deve. Avendo memoria e onestà, morale e intellettuale.

Il terremoto dell'Aquila ha offerto a Silvio Berlusconi una grande visibilità. Così gli è parso opportuno riaprire il discorso del ponte sullo Stretto di Messina, una sua fissazione. Ne ha parlato in una conferenza stampa, l'8 aprile; e poi ieri l'occasione si è ripresentata in un colloquio telefonico con Maurizio Belpietro di Panorama del Giorno, rubrica quotidiana delle reti Mediaset. "Per coprire gli investimenti (necessari alla ricostruzione) potremo anche ritardare qualche opera" ma non il ponte di Messina, ha affermato. "Il ponte sullo Stretto è un'opera epocale di cui la Sicilia ha assoluto bisogno per sentirsi una parte dell'Italia a tutti gli effetti".

Il concetto di "opera epocale" era già stato proposto nel corso della conferenza stampa. "Riteniamo che sia fondamentale per l'unità e la modernità del Paese, la manderemo avanti nei tempi più veloci possibili" ha chiarito allora Berlusconi, aggiungendo di averne parlato "con il ministro Tremonti: non abbiamo preoccupazioni circa la possibilità di reperire i fondi necessari".

Il governo italiano ha dunque una scala di priorità. Le Grandi Opere sono importanti, ma non quanto la ricostruzione dell'Aquila. Importantissima, quest'ultima, anzi decisiva, ma non "epocale" come il Ponte. Gli abruzzesi, quelli delle tendopoli, quelli mandati al mare, quelli invitati nelle case berlusconiane sono infatti già italiani, senza se e senza ma; non così gli abitanti della Sicilia ai quali bisogna offrire il Ponte per far sì che l'Isola si senta una parte dell'Italia "a tutti gli effetti". E così, in particolare, Raffaele Lombardo, presidente della Regione siciliana, alleato difficile, non farà capricci: il governo ha "assoluto bisogno" che non ne faccia, che non si aprano contese anche in basso, oltre che, in alto, quelle leghiste.

Ma non era stato detto e ripetuto che il Ponte si sarebbe retto da sé, a forza di project financing, senza oneri pubblici, come del resto altre Grandi Opere? E perché rimandare le altre Grandi Opere, dovendo finanziare la Ricostruzione? L'unica spiegazione è che c'è un evidente conflitto tra spese, tutte in carico, in ultima analisi, all'erario. E che nella recessione globale, nella crisi nera della finanza creativa e delle banche, le Grandi Opere sono retrocesse di fronte al Terremoto.

Non si fa a tempo a lodare la generosità del premier che subito si incontra un altro ostacolo: messi sulla bilancia il Ponte e la Ricostruzione, è il primo a pesare di più e a prevalere.

Il Ponte dunque. Si tratta dell'idea fissa di Berlusconi. Se ne parla senza soste da trent'anni: nessun risultato. Già Napoleone duecento anni fa ci stava pensando. Ecco che arrivo io e lo faccio. E' il monumento alla mia incommensurabile grandezza. Comunisti e verdi hanno giurato che l'opera è inutile, costosa e devastante, pericolosa in termini sociali e ambientali. Che tutti, inoltre, continueranno ad andare e venire tra Continente e Sicilia con aerei e traghetti, mentre la mafia farà un solo boccone degli appalti. E poi il pericolo di terremoti, in quella zona sismica.... Ma è su questo punto che Berlusconi si erge in tutta la sua possanza.

E proprio contro il Terremoto - non avendo altri avversari con cui lottare - che vuole stabilire chi è il più forte di tutti. E come un altro grande della Terra prima di lui, Serse, frustò il mare che all'Ellesponto aveva distrutto la sua flotta, adesso tocca a lui mostrare alla natura ribelle che l'uomo, anzi l'Uomo, comanda al mare, comanda agli altri uomini, comanda al Terremoto.

CLAUDIA FUSANI

"Sono tutti morti a causa dei crolli degli edifici. Non sono stati uccisi dal terremoto, ma dalle case. Eccola qui l’inchiesta. Da qui bisogna partire e senza perdere tempo: ogni palazzo crollato deve diventare il prima possibile la scena del delitto".

Enrico Di Nicola è stato a lungo procuratore capo di Pescara e poi a Bologna. Abruzzese doc vive con pena la tragedia del terremoto. Ma anche con rabbia e sdegno. Il procuratore ha da poco finito di seguire le immagini dei funerali di stato, 205 bare ma i morti sono 287. E non è finita qua.

Procuratore, qualcuno poteva essere salvato?

"La maggior parte, probabilmente. Ma dirlo adesso conta poco".

Il procuratore Rossini ha spiegato ieri all’Unità che sta valutando ogni ipotesi investigativa, dai crolli ad eventuali sottovalutazioni del rischio sismico. Fino a che punto è possibile un’indagine di questo tipo?

"Non solo è possibile ma doverosa. L’ipotesi è disastro colposo contro ignoti. Gli esperti hanno dichiarato che la magnitudo del sisma non avrebbe avuto conseguenze se gli immobili fossero stati costruiti applicando le leggi antisismiche del 1974".

Come cercare di dimostrarlo in una città che non ha più documentazione di sé? In macerie anche Comune e Prefettura.

"Ogni palazzo crollato, pubblico o privato, deve essere trattato come se fosse la scena del delitto. Ogni situazione va subito catalogata e documentata. Repertando blocchi di cemento ma anche utilizzando il materiale di tivù e giornali. Comincerei dagli edifici strategici, prefettura, comune, ospedale, tribunale".

Per ospedale e tribunale forse è più "facile" perché più recenti. Ma per gli altri, ad esempio palazzo Margherita sede del Comune, e la Prefettura, sono edifici monumentali.

"Anche se antichi, e quindi costruiti prima del 1974, ogni anno gli edifici pubblici che sono anche luoghi di lavoro devono essere valutati per idoneità e sicurezza. Esiste un protocollo definito. Lo prescrive la legge, non solo quella antisismica ma anche quella per la sicurezza sui luoghi di lavoro. E comunque anche gli edifici storici o antecedenti il 1974 possono essere messi in sicurezza specie in una zona a così alto rischio sismico".

Lei dice "catalogare e documentare le scene del delitto". In che modo?

"Il cemento armato, ad esempio. Organizzerei nuclei di investigatori e poi di periti. Vorrei avere reperti di blocchi di cemento per ogni edificio crollato e costruito dopo il 1974 per verificare la composizione del cemento ma anche il tipo di ferro utilizzato".

Detto così sembra un lavoro impossibile.

"Conosco bene gli abruzzesi, forti e tenaci ma anche facili alla rassegnazione. Questo invece è il momento in cui devono pretendere e indignarsi. Questa tragedia potrebbe diventare la molla di un grande riscatto e di una grande lezione per tutti. È chiaro che le leggi antisismiche sono state applicate solo burocraticamente, in modo formale ma non nella sostanza".

Servono denunce ed esposti di privati cittadini?

"Può essere sufficiente anche l’iniziativa del sindaco o del Prefetto che chiede l’intervento del Procuratore. Io ho fiducia. Per due motivi: perchè l’Aquila ha un prefetto nuovo appena nominato, Franco Gabrielli, che è un punto di riferimento certo; perché il procuratore Rossini è persona esperta che saprà lavorare".

Crede anche che ci si sia stata sottovalutazione del rischio sismico?

"Non credo si possa prevedere un terremoto. Né che si possa bloccare una città perché ci sono le scosse. Comunque sentirei, in questo caso nell’ambito di un’indagine preliminare senza ipotesi di reato, la Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile che tra il 30 marzo e il 6 aprile ha valutato non esserci rischi".

Molte vittime sono state trovate vestite, avevano paura del terremoto e sono andate a letto pronte per scappare.

"La paura non è un elemento valido per un’inchiesta. La percezione di un fatto non è un fatto".

Ci hanno raccontato della furia del terremoto e non ci hanno spiegato che l'Abruzzo, come una parte consistente del Paese, soprattutto nel centro-sud, è seduto su un letto di cemento impastato con sabbia di mare. Imbracato da un'anima di ferro che il sale di quella sabbia si è mangiato con il tempo, rendendolo sottile e fragile come uno stuzzicadenti.

Un portavoce di "Impregilo" (già gruppo Fiat e oggi gruppo Benetton-Gavio-Ligresti) ha spiegato ieri che quella che è oggi tra le principali imprese di costruzione del Paese (è capofila per la costruzione per il ponte sullo stretto di Messina) si aggiudicò è vero nel 1991 la gara per la messa in funzione dell'ospedale San Salvatore dell'Aquila, ma è "estranea alla realizzazione delle opere di cemento armato". Che non fu lei, ma "altri, nei primi anni '80", ad impastare il calcestruzzo di quello che, dall'alba di lunedì, è il simbolo accartocciato della vergogna. Ma, evidentemente, c'è di più del San Salvatore nella catastrofe abruzzese. Racconta oggi Paolo Clemente, ingegnere della task force Enea-Protezione civile al lavoro tra le macerie dell'Aquila, che gli edifici di nuova costruzione - e per "nuova" è da intendersi fino a trent'anni - sono implosi tutti allo stesso modo. Si sono prima "seduti" sulle proprie fondamenta per poi accartocciarsi al suolo sotto il proprio peso. Di più. "Per quello che è stato sin qui possibile vedere attraverso la ricognizione tra le macerie - spiega - il collasso dei piani bassi è stato prodotto dallo schianto dei pilastri in cemento".

Perché? Paolo Buzzetti, presidente dell'Associazione nazionale costruttori edili (Ance), è persona seria. E la mette così. "Se parliamo di sollecitazioni di grado e accelerazione pari a quelle registrate all'Aquila, il cemento armato, se fatto a regola d'arte, deve reggere. Non si discute". Dunque, non è neppure un problema di rispetto di norme antisismiche. È un problema di cemento. Paolo Clemente è d'accordo. "Purtroppo è così - dice - Quel cemento non era di qualità". Incapace di assorbire e disperdere energia, si è sfarinato come pasta frolla non appena investito da una forza di accelerazione che - spiegano gli addetti - è stata, domenica notte, tutt'altro che irresistibile. "Un buon cemento - dice l'ingegnere Alessandro Martelli, responsabile della sezione Prevenzione Rischi Naturali dell'Enea, professore di Scienza delle costruzioni in zona sismica all'università di Ferrara - deve essere in grado di sostenere un carico che oscilli almeno tra i 250 e i 300 chilogrammi per centimetro quadrato. Questa è la regola che dovrebbe valere anche per edifici non proprio recenti. Diciamo dal '70 in poi".

Non è sempre così. Anzi, molto spesso non è così. Qualche nome. Qualche luogo. Nel 2003, dopo il terremoto che nell'anno precedente ha devastato Molise, diverse regioni e comuni italiani sottopongono a verifiche statiche gli edifici scolastici. In Molise, il cemento del liceo "Romita" di Campobasso non regge più di 46 chilogrammi per centimetro quadrato (è sei volte sotto la norma). In Sicilia, a Collesano, nell'entroterra di Cefalù, i pilastri della scuola superiore non vanno oltre i 68 chilogrammi per centimetro quadrato. L'asilo, i 12 chilogrammi per centimetro quadro. Il cemento - ricorda oggi chi condusse l'ispezione - si bucava con la semplice pressione dell'indice. Ciò che restava della sua anima di ferro era uno sfilaccio rugginoso e corroso.Cosa aveva messo in quel cemento chi aveva giocato con le impastatrici e le vite degli altri? E cosa hanno messo in questi anni nel cemento delle nostre case, delle nostre scuole, dei nostri uffici? E quanto ci hanno guadagnato?

Paolo Clemente risponde da ingegnere, con la rassegnazione di chi, purtroppo, sembra sveli un segreto di Pulcinella. "Normalmente, i cattivi costruttori utilizzano sabbia di mare. Costa niente, rispetto alla sabbia da cava. Il problema è che, oltre alle molte impurità, è piena di cloruro di sodio. E quei cloruri, con il tempo, si mangiano il ferro. I margini di guadagno sono alti. Diciamo che fatto 100 il costo della costruzione, chi gioca con la qualità del cemento arriva a guadagnare fino a 50, 60. Chi costruisce a regola d'arte è al 30".

Paolo Buzzetti, mercoledì sarà all'Aquila con una propria commissione tecnica dell'Ance. L'associazione, oltre ad essersi offerta per la ricostruzione della Casa dello Studente, promette un'accelerazione: "Io non amo i processi sommari. Ma deve essere chiaro che non vogliamo difendere tutti. Che chi ha sbagliato, pagherà. Perché per questi signori non c'è spazio nell'Associazione. Chiederemo che venga reintrodotta una figura di controllo che accompagni la costruzione di un edificio dall'inizio alla fine. Evitando che i subappalti, da strumento necessario di duttilità, diventino il ricettacolo di furbizie e illegalità. Ma ci batteremo anche perché il Paese esca dalla logica del ribasso. Quella che spinge molti, pur di stare nel mercato, a costruire a prezzi impossibili. Ad abdicare alla qualità e alla sicurezza".

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