Badanti, una parola entrata nel lessico quotidiano e persino in quello giuridico-amministrativo. È stato coniato allorché il fenomeno delle donne immigrate che si prendono cura di persone non autosufficienti si è diffuso. Ed è diventato visibile nella vita e negli spazi quotidiani. È una parola sottilmente svalutativa, sia per chi "bada" che per chi "è badato". Quasi si volesse sminuire, specie quando si tratta di persone a pagamento e per di più straniere, non solo il lavoro, ma il mondo di significati e l´intensità relazionale che si producono inevitabilmente nelle relazioni di cura. E tuttavia è una parola che designa una categoria di immigrati che molti ritengono "meritevoli", per cui fare una eccezione rispetto alla durezza delle norme sulla immigrazione. Persino il ministro per la famiglia Giovanardi si è svegliato da un lungo sonno per avanzare una proposta in questo senso. Lo chiede anche il responsabile per le migrazioni della Conferenza episcopale italiana.
Perché le badanti e le colf appaiono ai cittadini, ai politici, ai vescovi, come più meritevoli di indulgenza rispetto al manovale sfruttato in nero, all´operaio che, perso il lavoro regolare e con ciò il permesso di soggiorno, se non si allontana subito dal territorio italiano diventa automaticamente un clandestino? Perché sono diventate un pezzo indispensabile di quel welfare familiare che le famiglie italiane si sono inventate per far fronte ai bisogni di cura posti da un lato dall´invecchiamento, dall´altro dal, pur lento e difficile, aumento della occupazione delle madri con figli piccoli. In un paese in cui i servizi per bambini sotto i tre anni sono cresciuti del 3 per cento in dieci anni, in cui i servizi domiciliari per le persone non autosufficienti sono una chimera, in cui anche il tempo pieno scolastico viene ridotto per ridurre i costi, l´immigrazione ha fornito una alternativa a basso costo – tanto più se irregolare. Lasciate sole da un welfare inefficiente – per riprendere il titolo di un pamphlet ricco di dati di Daniela Del Boca e Alessandro Rosina appena uscito dal Mulino (Famiglie sole. Sopravvivere con un welfare inefficiente), le famiglie si sono inventate il welfare fai da te delle badanti, da integrare nel patchwork della solidarietà famigliare allargata. È un welfare i cui costi sono tutti a carico delle famiglie e delle donne migranti. Eccettuate alcune eccezioni locali, lo stato non si assume alcuna responsabilità, salvo, nel migliore dei casi, quella di chiudere gli occhi. Nel peggiore, come oggi, l´unica iniziativa è di tipo repressivo. In ogni caso, vengono ignorati sia i bisogni delle persone, sia la fatica delle famiglie (in particolare delle donne), sia i diritti delle lavoratrici immigrate ad un compenso adeguato, ad un minimo di sicurezza sociale, alla possibilità di mantenere rapporti con le proprie famiglie. Ci sono immigrate che non vedono i propri figli e propri genitori per anni. Non solo perché il viaggio costa troppo, ma perché, essendo presenti irregolarmente, non possono rischiare di uscire dall´Italia per timore di non poter più rientrare. Proprio a coloro che ci aiutano a prenderci cura dei nostri famigliari spesso viene negato il diritto ai propri rapporti famigliari. Il risultato è una permanente situazione di incertezza, che rende facili sfruttamenti, ma anche ricatti, da una parte e dall´altra. Tutto il contrario dell´obiettivo della sicurezza tanto sbandierato per giustificare le nuove norme.
Ma anche altre figure di immigrati, oltre alle badanti, si trovano in situazioni simili. Se ci appaiono meno "meritevoli" di eccezioni è perché le viviamo come meno indispensabili al funzionamento della nostra vita quotidiana. E perché ci aspettiamo da loro una dedizione che va al di là del puro rapporto di lavoro. C´è una non tanto sottile forma di egoismo nel mettere a fuoco solo la situazione delle badanti. Anche la tardiva resipiscenza di Giovanardi risponde a questa logica: un governo che nulla ha fatto e fa per sostenere le famiglie, teme di vedersi presentare il conto da chi è riuscito ad arrangiarsi da sé e ora vede vanificati i propri sforzi. Ma non basterà una eccezione per le badanti a modificare un welfare slabbrato e diseguale. Non basterà neppure a restituire dignità a un paese che ha inventato l´aggravante del reato di clandestinità per rendere ancora più precaria, e più ricattabile, la situazione di chi neppure volendo riesce a regolarizzare la propria presenza – onesta, laboriosa, spesso necessaria – in Italia.
Alle due del pomeriggio, caldo afoso e voglia di temporale, il signor Giuseppe, 76 anni, sfrutta un refolo d’aria e prova a dormire nella prima branda della tenda 17 tendopoli dell’Acquasanta, la sua casa dal 6 aprile scorso. Alla stessa ora, cinque chilometri più in là, nella caserma della Finanza a Coppito gli artigiani falegnami finiscono di consegnare le suite per i 39 leader del mondo in arrivo per il G8. Saranno pure spartane e però i letti sembrano comodi ed eleganti, legno e tappezzeria color crema. E il pavimento di granito non compete con il fondo di gomma della tenda 17 dove Giuseppe cerca di prendere sonno. Un’ora prima, alle tredici, Carla prende posto sulla panca della sala mensa della tendopoli di piazza d’Armi, un primo di penne con qualcosa che assomiglia alla panna (con questo caldo) e una pietanza che sembra tacchino. “Da tre mesi così” dice scacciando le mosche. “Visto quante ce ne sono?”. Alla stessa ora, sempre in caserma, i maestri falegnami stanno completando l’allestimento delle sale da pranzo per i vertici della prossima settima, ambiente climatizzato, parquet in terra, tavoli rotondi di legno, pareti di vetro oppure foderate di blu e grigio, cristallerie e porcellane, tovaglie di lino.
Due città nella stessa città. Due mondi lontanissimi negli stessi chilometri quadrati. Due facce di un volto solo e che, pure, non si parlano. C’è l’Aquila delle tendopoli, dei disagi, delle mosche, del caldo e della disperazione muta ma profonda di questa gente che a tre mesi esatti dal terremoto dice che «nulla è cambiato» nelle loro non-vite e che ancora non sanno quando cambierà qualcosa. E c’è l’Aquila del G8, i 48 ettari, i 70 campi di calcio, della caserma Vincenzo Giudice che in tre mesi ha visto tutto e il suo contrario, dalle trecento bare adagiate sul cemento della piazza d’Armi al comfort e al lusso declinati ai massimi livelli.
La città del G8 ha confini precisi, militarizzati da cinque mila uomini in divisa sui mezzi e a cavallo, appostati sulle montagne e dietro le batterie antimissili. Ha anche una precisa casella d’inizio, la rotonda tra via Fermi, la statale 80 e l’inizio di viale delle Fiamme Gialle che è stata allestita con un grande mosaico raffigurante un’aquila nera.
La città delle tendopoli comincia subito dopo la linea della militarizzazione e guarda all’altra con distacco, rabbia e diffidenza. Dice Carla mentre scaccia le mosche alla mensa di piazza d’Armi: «Là – e rivolge il volto verso Coppito – c’è il lusso, qui lo vede anche lei: nulla è cambiato nulla da tre mesi. Noi siamo riconoscenti a chi ci ha aiutato ma poi? Quanti soldi hanno speso per il G8? E quanti ne stanno spendendo sulla costa per dare un tetto a trentamila sfollati? Questi soldi non potevano essere subito impiegati qua?». Per esempio, insiste Carla, «io avevo una copisteria in centro, rilegavo tesi e facevo traduzioni. Da tre mesi chiedo se posso avviare l’attività altrove. Nessuna risposta». Eppure a Coppito la Protezione civile ha mostrato tutta la sua geometrica potenza ed efficienza nell’allestire la cittadella del G8. «Fanno tutto – insiste Carla – ma per loro. E per noi? Speriamo che almeno riescano a far restaurare qualche chiesa che sennò, altro che beffa ’sto G8».
È l’incertezza il male oscuro di chi vive nelle tendopoli, non avere date certe, una casella di ripartenza. Marco e sua moglie hanno quattro figli, la più piccola ha tre anni, il più grande ne ha 15. Da tre mesi condividono le tenda n.17 di Acquasanta con altre quattro persone sconosciute. Da allora cercano di avere una tenda tutta per loro. Non è stato possibile.
Ai loro occhi il G8 è solo «una provocazione»: «Noi vogliamo poter fare i lavori in casa e tornarci. Si dovevano concentrare su questo, altro che G8». Per le donazioni dei paesi stranieri «potevano organizzare una gita da Roma e avevamo risolto il problema». Duemila persone potranno andare a vivere nella caserma, nelle oltre mille stanze appena ristrutturate. «Duemila – scrolla la testa Marco – gli sfollati sono 55 mila e le casette basteranno per quindicimila?». I conti, in effetti, non tornano.
I piani di evacuazione dalla caserma scatteranno se e quando i sismografi misureranno scosse tra il 4 e il 4.5 della scala Richter. Gli psicologi volontari raccontano che in questi ultimi giorni l’augurio più diffuso tra gli sfollati è «una bella scossa sotto i piedi e sulla testa dei leader del mondo, così capiscono di cosa si parla».
A Coppito è tutto pronto, la mostra sul made in Italy e il made in Abruzzo, le mense, le tavole, le sale con i traduttori, tutto wifi e connessioni ultra veloci. Bruno ha compiuto 67 anni due giorni fa, vive nella tenda n.21 di Piazza d’Armi, gli hanno regalato un libro, La Gloria di Giuseppe Berto. Mostra fiero la dedica: «Ci vogliono tanti anni per diventare giovani». È un po’ commosso, l’inchiostro sta andando via, colpa dell’umidità delle tende.
Ce l'ha con i fabbricanti e con i mercanti della paura, il premier. Quelli che fanno previsioni buie, per il futuro. Analisti, specialisti, banchieri, giornalisti. I fabbricanti della paura fanno profezie che si autoavverano.
Alimentano la recessione perché generano comportamenti recessivi. Inducono i consumatori a non consumare, gli imprenditori a non intraprendere e a non rischiare. Per questo Berlusconi ripete, come un mantra, che "l'unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la nostra paura". Echeggia una frase famosa, pronunciata da Roosevelt in un momento emblematico. La grande crisi del 1929. Per questo, insiste il premier, chi fa del catastrofismo, oggi, prepara la catastrofe. I partiti di opposizione, gli economisti e le autorità del sistema bancario, gli organismi internazionali. Mentre prevedono la crisi in effetti la creano. Per questo gli imprenditori devono scoraggiare i mercanti della paura. E soprattutto i giornali, quei giornali, quel giornale, quella Repubblica della paura. Va punita. Le va negata la pubblicità. Perché non è lecito fare e dare pubblicità alla paura.
Come uno psicoterapeuta di massa, il premier è impegnato in una sistematica e martellante campagna contro l'angoscia. Un progetto difficile. Perché è da tempo che questo paese convive con l'angoscia. Un paio di occhiali che tutti indossano. Berlusconi, d'altronde, non è il solo ad aver polemizzato contro la "cultura della crisi". Senza incitare gli imprenditori a negare la pubblicità ai giornali, anche il predecessore, Romano Prodi, sosteneva che la sfiducia era alimentata dai media. In modo largamente ingiustificato. D'altronde, due o tre anni fa l'andamento dell'economia globale e nazionale era sicuramente migliore di adesso. Tuttavia, non ricordiamo che Berlusconi, a quel tempo capo dell'opposizione, abbia pronunciato le stesse dure parole. Contro la paura e chi la alimenta. Ci pare invece che anch'egli lamentasse la crisi incombente. Allora, evidentemente, la sfiducia dei cittadini - rivolta contro un governo di sinistra - gli appariva fondata.
Berlusconi. Non si ribellò quando, nell'inverno 2007, la stampa internazionale - New York Times e Newsweek in testa - dedicava inchieste spietate all'Italia, la "Penisola della paura" (titolo di una nostra mappa). A quell'epoca, evidentemente, la stampa internazionale non congiurava contro di noi. Il nostro Psicoterapeuta, allora, non si preoccupava troppo di questo popolo angosciato. Ma, anzi, ne traeva beneficio. Perché la paura, la sfiducia, l'angoscia, quando si attaccano alle radici della società, minano anzitutto l'albero dove sta appollaiato chi governa.
Per questo, il messaggio sulla Paura pronunciato da Berlusconi oggi suona, per così dire, un po' artificiale. Visto che la maggioranza di governo ha costruito il proprio consenso e il proprio successo degli ultimi anni sulla paura. Paura del "declino" economico - un altro mantra recitato a fasi alterne, da chi sta all'opposizione. D'altronde, di fronte mille proteste delle mille categorie e corporazioni, indisponibili a rinunciare ai mille privilegi di cui erano e sono titolari, Berlusconi, nell'autunno del 2006, non si tirò indietro. Non esortò alla fiducia. Ad aver paura della paura. Ma organizzò una serie di manifestazioni contro le politiche del governo. Per fare (legittimamente) opposizione: alimentò sfiducia e paura. La paura, d'altronde, è la risorsa infinita - la principale - a cui ha attinto il centrodestra quand'era all'opposizione. Ma anche oggi che è al governo. La Lega, soprattutto.
Oggi l'Italia è paese fra i più angosciati d'Europa. Non c'è un altro luogo dove lo squilibrio fra paura e criminalità, fra paura e immigrazione (visto che l'equazione immigrazione=criminalità è data per scontata) sia tanto forte. Spostato verso la paura. Basta consultare le statistiche di Eurostat e di Eurobarometro. E se gli indici dei reati, in Italia, hanno subito un significativo declino - negli ultimi anni - non importa. La paura ha continuato a crescere. Complici i media. Come ha rilevato l'Osservatorio di Pavia nel II Rapporto sul sentimento di sicurezza in Italia, curato da Demos per Unipolis (novembre 2008).
La concentrazione di notizie ansiogene sui tg di prima serata è cresciuta costantemente dal 2005 alla primavera del 2008. Trascinata soprattutto dal Tg5 e da Studio Aperto, con il Tg1 a ruota. Le tivù e i media di proprietà del premier: non si sono risparmiati nella "costruzione della paura". Salvo rallentare la spinta l'anno seguente. Finita la campagna elettorale.
Tuttavia, la "Paura degli altri" sposta consensi a destra. Sempre. La sfiducia economica e nel lavoro, invece, solo quando governa la sinistra. Per questo oggi il premier si è trasformato nell'Authority della Paura. Che stabilisce quando sia legittimo oppure no: avere Paura. Sentimento incoraggiato quando ne sono bersaglio gli immigrati. Che è lecito contrastare e respingere con durezza. Mobilitando l'esercito e le ronde. Mentre nel caso dell'economia e del lavoro: la paura fa paura. I fatti e le opinioni. Ormai è difficile fare distinzioni troppo nette, visto l'impatto dei media sulle nostre emozioni. Per cui oggi si piegano i fatti alle opinioni e si assecondano le paure, quando riguardano gli "altri": immigrati, zingari e barboni. Ma quando i problemi coinvolgono l'economia e il lavoro, le ragioni dei fatti passano dalla parte del torto. Meglio silenziarle in via precauzionale e preventiva. Per non accreditare l'idea della crisi, meglio non parlarne.
Negli ultimi 7 mesi la quota di famiglie in cui qualcuno ha perduto il lavoro è salita dal 13 al 19% (indagine dell'Osservatorio di Demos-Coop, di prossima pubblicazione). E dal 12,5 al 21% quella della famiglie in cui c'è un cassintegrato. Persone che si sentono precarie. E si dicono - comprensibilmente - pessimiste e sfiduciate. Sbagliano. La disoccupazione e la cassa integrazione. Non fatti, ma opinioni. Costruite ad arte. Dagli economisti, dai giornalisti e dai sondaggi. Per citare un filosofo degli anni settanta: "Tu chiamale - se vuoi - percezioni".
Non si può non essere d'accordo - come sempre del resto - con il Presidente Giorgio Napolitano quando invita a sospendere per un po' le «polemiche politiche» in vista della partecipazione italiana al G8. Il resto, però, - e cioè lo sterminio «non politico», l'enorme zavorra che deborda, nonostante gli sforzi, da tutti i peggiori contenitori, - ci sovrasta, e temo non ci si possa far niente. La vergogna italiana è ormai consumata al cospetto del mondo, parlarne o non parlarne è più o meno la stessa cosa. Le incerte origini di una fortuna economica colossale, la disinvolta (!) gestione dei propri affari, gli avvocati internazionali comprati, lo stalliere mafioso, il rifiuto sistematico di sottoporsi alla giustizia del proprio paese (da cui, conseguentemente, il benemerito «lodo Alfano»), l'interesse pubblico interamente giocato a favore di quello privato, lo spropositato dominio sui media e, da ultimo, il prossenetismo di massa e un'esibizione senza precedenti di abitudini personali scandalose e di vizi privati che of course non sono riusciti a diventare pubbliche virtù, costituiscono oggi, ahimé, un patrimonio nazionale peculiarmente italiano, di cui è difficile, anzi impossibile liberarsi, anche tacendone. Da questo punto di vista, ci si può affidare solo alla fortuna, ovvero allo «stellone italiano», la categoria concettuale e pratica esattamente speculare, per superficie e approssimazione, dei guai inverosimili in cui gli italiani sono capaci da sé di cacciarsi.
Se però, nonostante fortuna e buona volontà e riservatezza e discrezione, del «resto» di dovesse continuare a parlare anche in prossimità di un evento internazionale tanto importante come il G8, e magari al suo interno e durante il suo svolgimento, si tenga presente quanto segue. Noi italiani dobbiamo rassegnarci all'idea che da soli non ce l'abbiamo mai fatta: che abbiamo avuto sempre bisogno di una mano amica per tirarci fuori dai gorghi dove eravamo precipitati. Dall'interno, beninteso, affinché il meccanismo si rimettesse in moto, c'è stato bisogno che piccoli gruppi destinati solo dopo a diventare grandi, esibissero la loro propria, personale e nazionale, volontà di riscatto e di liberazione. Ma perché questi piccoli diventassero efficaci al fine coraggiosamente prescelto, fu necessario che dall'esterno altre mani si protendessero a incontrare le nostre. Questo è stato vero anche nei momenti più esaltanti e fondativi della nostra storia: il Risorgimento (Francia e Inghilterra); l'antifascismo e la Resistenza (gli Alleati, ovviamente).
Potrebbe darsi che questo sia vero anche oggi. Sarebbe bello perciò che il G8 fosse occasione per qualche manifestazione di tal natura. Sarebbe sufficiente lanciare qualche modesto messaggio da parte degli ospiti stranieri: basterebbe voltare le spalle nel corso di una pubblica esibizione: declinare dignitosamente ma fermamente qualche invito; rifiutarsi di stringere qualche mano servilmente protesa; esibire una grave serietà quando ci si trovi di fronte ad una risata troppo ghignante ed esibita. Al resto penserebbero la stampa, i fotografi, le televisioni. Fra i Grandi del G8 qualche personalità capace di questo dovrebbe pur esserci: dal sobrio laico laburista inglese Brown al multietnico e «libero pensatore» Obama all'onesta luterana tedesca Merkel. Se no, in che cosa consisterebbe la loro conclamata superiorità di comportamenti rispetto ai nostri, insomma, la «differenza» su cui anche noi italiani siamo costretti, e ridotti, a contare?
Mi rendo conto che questo discorso potrebbe esser considerato disfattista. Sono grande abbastanza tuttavia per ricordarmi che negli anni prima e durante la seconda Guerra mondiale gli italiani che parlavano da Radio Londra o militavano nelle diverse Resistenze europee prima che la nostra avesse inizio, venivano tacciati dai fascisti di alto tradimento, lesa maestà e, appunto, di disfattismo (anche questo, del resto, fa parte del doloroso "destino italiano": gli italiani buoni, per esser buoni, sono costretti a farsi accusare dai loro connazionali d'esser traditori). Da che parte stava allora l'onore d'Italia? Dove sta ora? L'onore non sta sempre dalla parte di chi più o meno legittimamente ci rappresenta. Oggi in Italia di sicuro sta altrove.
Duramente criticato dalle Assise di Palazzo Marigliano il piano casa della regione Campania. Secondo Carlo Iannello, professore di diritto dell’Ambiente alla Sun, "con questo disegno di legge si affiderebbe, di fatto, il governo del territorio alla proprietà fondiaria, vanificando la pianificazione urbanistica comunale". Luigi De Falco – segretario regionale di Italia Nostra – ha affermato "che si tratta di una disciplina incostituzionale, in quanto non esclude dal suo ambito di applicazione tutte le zone soggette a vincolo paesistico". Per Vezio De Lucia "questa è la peggiore legge che la Regione Campania potesse fare".
Secondo l’ex assessore all’urbanistica del comune di Napoli, siamo in presenza di un disegno di legge inaudito: gli articoli 5 e 6 devono essere del tutto eliminati. Secondo De Lucia gli effetti di questo disegno di legge sarebbero esiziali non solo per il governo del territorio e per il paesaggio, ma addirittura per l’occupazione: la possibilità di modificare la destinazione d’uso degli edifici (art. 5) rappresenterebbe per le industrie, anche per quelle produttive, un incentivo a dismettere le attività industriali, licenziando i lavoratori e riconvertendo i volumi in edilizia residenziale: "Questa operazione – ha ribadito De Lucia - consentirebbe alle imprese di realizzare profitti immensi a danno dei cittadini e dei lavoratori".
Sul piano casa della Regione Campania, v. su eddyburg
Quando il presidente del Consiglio arringa gli imprenditori e li incita a non investire sui giornali che lui considera "catastrofisti", o peggio ancora "disfattisti", fa un torto alla pubblicità e nello stesso tempo un danno al sistema economico. Un torto agli inserzionisti pubblicitari, perché – come ha dichiarato Lorenzo Sassoli de Bianchi, appena confermato alla presidenza dell’Upa, l’associazione che raccoglie 400 imprese pari all’85 per cento degli operatori – si tratta di «professionisti che investono in base al mercato» e non si sono «mai fatti condizionare dalla politica». Un danno all’economia, perché l’istigazione del premier-tycoon minaccia comunque di ridurre le risorse pubblicitarie o magari distrarle a vantaggio delle sue televisioni private.
In questo senso, senza invocare per l’ennesima volta il conflitto d’interessi, si potrebbe anche parlare di interessi privati in atti d’ufficio. Ma tant’è. Ora che alla presidenza di Panama s’è insediato l’italiano Ricardo Martinelli, imprenditore e proprietario delle principali reti tv nazionali, c’è da temere che il "modello Berlusconi" venga esportato su scala planetaria o che viceversa la "democrazia caraibica" sia destinata a imporsi nel cuore della vecchia Europa, con tanto di legislazione fiscale offshore. E nell’Ottocento, come ricorda John Le Carré in apertura di un suo celebre romanzo che ha per protagonista un sarto-spia, si usava l’espressione francese "Quel Panamà!" per dire appunto "Che gran casino!".
Ma la pubblicità, la buona pubblicità, non fa politica. Si rivolge a un mercato di consumatori, non a una folla di elettori. Punta a promuovere e vendere prodotti, non ad aggregare consensi o a raccogliere voti. E quindi, almeno nell’interpretazione della parte più avanzata e prevalente degli operatori del settore, si conviene generalmente che debba essere veritiera, corretta, trasparente. Tutto questo nell’interesse degli stessi inserzionisti oltre che dei destinatari o "utilizzatori finali", come direbbe l’ineffabile avvocato Ghedini.
Prendiamo l’esempio più recente: quello del "product placement", la tecnica di pubblicità indiretta che tende a piazzare il prodotto all’interno di un film o di un programma televisivo. Si tratta evidentemente di un messaggio subdolo, quasi subliminale. Perciò l’ultima direttiva europea in materia esordisce con il divieto del "product placement" nelle trasmissioni tv. Ma poi contempla la possibilità di deroghe, lasciandone facoltà ai singoli Stati. E alcuni, a cominciare dalla liberale Gran Bretagna, hanno già deciso di non consentire questo inserimento in difesa del mercato e dei consumatori: secondo il governo inglese, i benefici economici sarebbero stati minori dell’impatto negativo che avrebbe sulla qualità dei programmi e della perdita di fiducia dei telespettatori.
In Italia, invece, la legge comunitaria approvata recentemente dal centrodestra attribuisce una delega al nostro governo che sembra ammettere il "product placement" senza limiti, o perlomeno senza limiti maggiori di quelli molto blandi che la stessa direttiva prevede, in un settore caratterizzato da un’alta concentrazione. Ciò servirebbe a evitare che i prodotti italiani di fiction siano svantaggiati rispetto a quelli degli altri Paesi europei che così potrebbero godere di ricavi superiori e risulterebbero più competitivi. Ma evidentemente l’argomento non può valere per i programmi di intrattenimento e per i reality che non sono destinati a essere esportati e nei quali l’affollamento è già elevato.
Se la pubblicità, la buona pubblicità, non fa politica, da noi accade dunque che la politica fa pubblicità. Le arringhe del premier-tycoon contro i giornali "catastrofisti" o "disfattisti" – tra i quali bisognerebbe includere la stampa di mezzo mondo a cominciare dal Financial Times e dall’Economnist, organi ufficiali della business community internazionale – appartengono proprio a questo genere. E al di là degli interessi aziendali e commerciali di Berlusconi, sono fondate in realtà su un modello di consumo che la crisi globale si sta incaricando di correggere o comunque di superare.
Non è in discussione, ovviamente, il capitalismo né l’economia di mercato. Ma piuttosto un iper-consumismo – cioè un consumismo bulimico, esasperato – che non tiene conto degli equilibri sociali e delle compatibilità ambientali. Torna in mente così la suggestiva rappresentazione di una delle città invisibili di Italo Calvino: «Più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove». Una profezia sulla degenerazione della società consumistica che oggi, piaccia o non piaccia al nostro presidente "escortista", appare più che mai attuale.
Il Consiglio di Stato resuscita «l´ecomostro» di Monticchiello, così definito per primo da Alberto Asor Rosa nell´estate del 2006, il nuovo insediamento abitativo a ridosso delle mura del borgo medievale che diventò l´emblema di una vasta campagna contro la cementificazione della Toscana. La sesta sezione del Consiglio di Stato ha infatti annullato i provvedimenti dell´allora ministro Francesco Rutelli che, tra il gennaio e il settembre 2007, imposero il vincolo indiretto all´area intorno alla rocca di Monticchiello e bloccarono la realizzazione delle ultime tre villette non ancora costruite (18 appartamenti, meno di un quinto dell´intero insediamento). Da oggi, volendo, gli imprenditori di Iniziative Toscane potrebbero riaprire il cantiere per completare il villaggio. Così come era stato progettato in origine. Così come non piace proprio alla rete degli ambientalisti.
Il progetto di costruire sotto Monticchiello viene da lontano, è previsto da vecchi piani regolatori, giunge a conclusione il 10 agosto 2006 quando il Comune di Pienza, decorso il termine entro il quale la soprintendenza può annullare la pratica, rilascia il permesso a costruire. Le ruspe si mettono subito al lavoro. Asor Rosa, che ha una casa in zona, solleva il caso su Repubblica il 24 agosto 2006. «Il cemento assale la Valdorcia» scrive, dando il via a una vasta mobilitazione per tutelare una delle zone più belle d´Italia, parco e patrimonio universale dell´umanità secondo l´Unesco. Entra in campo il ministro Rutelli, che a gennaio cala il suo asso. Ai costruttori comunica l´avvio di un procedimento amministrativo ai sensi del decreto legislativo 42 del 2004 per imporre il vincolo indiretto nell´area costruttiva a tutela della cinta muraria di Monticchiello con torri, porte e rocca. Stop agli edifici ancora da costruire e via a uno studio affidato a un´équipe di architetti paesaggistici per mitigare l´impatto delle opere già edificate.
Ma i costruttori, assistiti dall´avvocato Giuseppe Morbidelli, ricorrono al Tar. Perdono il primo round. Fanno appello. E la spuntano. Oggi, infatti, il Consiglio di Stato annulla il vincolo indiretto imposto dal ministero sostenendo, tra le altre cose, che la procedura non ha ricevuto un adeguato approfondimento tecnico, che il vincolo indiretto non è ammissibile per mancanza di un completo vincolo diretto della rocca da proteggere, che il diritto acquisito dai costruttori non è stato precisamente compensato con la possibilità di costruire altrove. In teoria il ministero potrebbe riproporre il vincolo, ma solo al termine di una lunga e approfondita istruttoria e al costo di un grosso risarcimento dei danni. Certo è, invece, che da oggi Iniziative Toscane può tornare a muovere le ruspe. Amareggiato Asor Rosa. «Non discuto le sentenze» dice. «La ferita è già evidente, degli interventi di mitigazione previsti da Rutelli non c´è traccia, sono stati una presa in giro. Adesso confido in una iniziativa degli enti locali, in particolare del Comune di Pienza, perché si trovi una qualche forma di risarcimento per l´impresa in modo da evitare il completamento dell´ecomostro».
Informazioni e documenti sulla Rete toscana dei comitati per la difesa del territorio sono disponibili qui
Tormentone tutto italiano: perché i Verdi in Paesi europei sviluppati spuntano consensi di massa e in Italia, Paese minacciato come pochi, stagnano all’1 %? Personalmente penso: a) i Verdi italiani sono nati lasciando da parte (con qualche iniziale eccezione, Fulco Pratesi) i loro "padri": lo stesso Antonio Cederna non è stato mai eletto dai Verdi, altri sono stati lasciati a casa loro, Insolera, Amendola, Fazio, ecc. ; b) i Verdi sono stati via via egemonizzati da componenti extra-parlamentari di sinistra (Dp soprattutto) divenendo così un partitino militante della sinistra nel quale, se si era ambientalisti, bisognava essere contro l’intervento nel Kosovo, anti-capitalisti, ecc., mai trasversali; c) la decisione di trasformare il movimento in partito (lo dissi subito all’amico Luigi Manconi) era sbagliata in radice, bisognava rimanere movimentisti, presenti in tutte le formazioni democratiche, decidendo volta a volta liste "verdi". Il partito – previsione scontata – l’avrebbe conquistato il primo che avesse fatto collezione di tessere. Incaglio che vedo riaffiorare in vista del congresso del Pd e che mi ricorda i nefasti del Psi dove la sinistra di Lombardi-Giolitti prevaleva nelle assemblee politiche e nel voto di opinione (allora c’erano le 4 preferenze), ma veniva poi sotterrata dai voti clientelar/famigliari ai congressi, dove c’erano in ballo posti & poltrone.
Il Belpaese ha dunque enormi problemi sul piano della conservazione attiva del patrimonio storico-artistico-paesaggistico, aggravati da un centrodestra che massacra il bilancio dei beni culturali, e quindi la tutela stessa, minaccia i parchi, non investe nel risanamento idrogeologico, nella prevenzione sismica, ecc.. Ma, a fronte di una vera tragedia epocale, abbiamo associazioni indebolite (Carlo Ripa di Meana presidente romano di Italia Nostra ha elogiato il piano casa Berlusconi…), Verdi ridotti ai minimi dal loro "suicidio" con Pecoraro Scanio, un ambientalismo vago o insufficiente nel centrosinistra.
Comincio dall’Italia dei Valori: non si è ancora data un vero programma generale e su questi temi dice poco o nulla (nonostante Pancho Pardi e altri). Antonio Di Pietro, del resto, ministro delle Infrastrutture tutt’altro che vicino all’ambientalismo, ha tenuto in vita la Società per il Ponte sullo Stretto, prontamente rivitalizzata da Berlusconi. L’Ulivo prodiano si era dato, a fatica, un programma impegnativo in materia. Fra gli ex Ds tuttavia c’erano stagionate insensibilità. Del resto – l’ha fatto notare Alberto Asor Rosa ad un convegno sul paesaggio – il marxismo stesso è stato sviluppista e industrialista, mentre i difensori della natura e del patrimonio storico (Zanotti Bianco, Bassani, Cederna, Detti, Rossi-Doria, Desideria Pasolini, ecc.) vengono dal pensiero liberale o liberalsocialista. Per molti anni, tuttavia, le elaborazioni della sinistra in materia di centri storici e di paesaggio (Cederna, Cervellati, Achilli, l’INU di Detti, Insolera, Gambi, ecc.) hanno positivamente influenzato le amministrazioni Pci-Psi e la sinistra dc. Ricorda Fulco Pratesi, fondatore del Wwf Italia: "Allora noi trovavamo quasi sempre una sponda positiva nelle giunte di sinistra o di centrosinistra. Oggi spesso ce le troviamo contro". Dato di fatto incontestabile. Lo confermano casi clamorosi: a Monticchiello, a Casole d’Elsa o a Urbino oggi di nuovo minacciata da "grandi lavori" e da centri commerciali vicino o dentro le mura stesse. I tempi del primo PRG di De Carlo voluto da un sindaco pci, il falegname Egidio Mascioli, sembrano preistoria.
Nel Partito Democratico circola un "ambientalismo del fare" che poco affascina, poco incide e poco aggrega rispetto al "fare" berlusconiano. Sembra, a volte, che si "insegua" il modello della deregolazione, delle grandi opere cementizie, di passanti ferroviari sotterranei (vedi Firenze) quando ci sono già stazioni di superficie, di centri commerciali giganteschi a tutto spiano (a Roma, in pochi anni, da 2 a 28, in contrasto stridente col "piano del ferro" Tocci-Rutelli).
Non contrapponendo al modello berlusconiano, sfrenatamente consumistico (anche sul piano dell’enorme consumo di terra e di paesaggio), un modello alternativo, perché mai consensi elettorali di massa dovrebbero piovere sul Pd? I voti di centro vanno alla Lega o all’Udc, quelli di sinistra si frantumano, o affogano nell’astensione. Adesso "va molto" l’"invidia della Lega" che "fa come il vecchio Pci, sta fra la gente, organizza le feste", ecc. D’accordo, fra la gente bisogna starci, ma con un proprio programma, non con quello della Lega (dura difesa dall’immigrazione, sicurezza con le ronde, individualismo da padroncini, localismo, rifritture del solito qualunquismo).
Nel Pd Giovanna Melandri, responsabile per la cultura, mi sembra avere incisivamente corretto la linea sbagliata della "produttività" dei beni culturali e ambientali, della loro "messa a frutto" abbracciata anni fa da Federculture, da Ermete Realacci e da non pochi ds. Cavalcata, ora, di gran carriera, da Berlusconi, dai fantasmatici Bondi e Prestigiacomo e dall’incombente Mario Resca superdirettore alla valorizzazione. La giusta correzione di Giovanna Melandri va tradotta in strategia per una cultura rigorosa, attiva, moderna della tutela (anche a fini turistici, o suicidi!). In Maremma Nicola Caracciolo, pur presidente toscano di Italia Nostra, ha teorizzato che le aziende agricole si risanano dando loro modo di costruire. Un controsenso. Anche agricolo. Ma, guarda caso, nel Piano casa berlusconiano (per ora bloccato alla Conferenza Stato-Regioni), era previsto un 10 per cento, comunque, di "premio" nelle zone agricole. La Regione Toscana ha varato per prima la legge regionale di un Piano casa nazionale che…ancora non c’è. Non è confusione delle lingue, questa?
Non idonei dal punto di vista idrogeologico A rischio cinque dei venti siti che dovrebbero ospitare gli sfollati abruzzesi. E solo in altri cinque i lavori sono effettivamente cominciati. Il «progetto c.a.s.e.» si avvia al flop. Ma Berlusconi arriva a L'Aquila e rassicura: «I lavori procedono alacremente». Alla vigilia del G8, si svela la beffa delle libertà
Cinque dei venti siti che dovrebbero - secondo gli impegni del governo - ospitare i terremotati abruzzesi a partire dall'autunno, non sono idonei dal punto di vista idrogeologico. Per quasi 2.500 persone "salta" così il tetto promesso «entro sei mesi». È ciò che veniamo a sapere nel giorno della sedicesima visita a L'Aquila di Silvio Berlusconi, svolta secondo un consueto copione: nessun bagno di folla a scanso di contestazioni, repentina convocazione dei media, rassicurazioni e promesse di fronte a telecamere che per tutta la giornata sono state trasportate da un angolo all'altro della caserma della Guardia di Finanza, in attesa della conferenza stampa finale: «I lavori stanno procedendo alacremente», ha assicurato il Cavaliere. Verissimo, per quanto riguarda il G8, con l'inaugurazione del rinnovato aeroporto di Preturo, l'ospedale da campo per i "grandi" a San Salvatore e la caserma di Coppito dove tutto è ormai pronto, compresa una nutrita presenza di servizi segreti mondiali. Molto meno aderenti alla realtà sono le previsioni del Presidente del Consiglio per quanto riguarda le case «provvisorie» che dovrebbero permettere lo smantellamento almeno di una parte delle tendopoli. Ma il premier insiste: «Vorremmo che entro la fine dell'anno tutte le persone che hanno perso un tetto possano avere una nuova casa completamente arredata». Magari gli arredi sono già in viaggio, ma per le abitazioni il premier rimarrà deluso nel sapere - se già non lo sa - che le promesse saranno disattese.
Per capirlo basterebbe fare un giro tra i venti siti predisposti a dar vita al "progetto C.a.s.e.", la scelta che ha soppiantato i tradizionali container e prefabbricati, «perché innovativa e conveniente», come avevano assicurato i vertici della Protezione civile. Solo in cinque casi i lavori sono iniziati: a Bazzano - il cantiere "di punta" - si stanno appena predisponendo le piattaforme su cui sorgeranno gli edifici, mentre nella maggioranza degli altri terreni dominano piante ed erbacce. Ai tanti che a L'Aquila si chiedevano il perché di questo stallo ieri è arrivata una prima risposta: almeno cinque di questi siti sono risultati inidonei dal punto di vista idrogeologico. I terreni espropriati a Monticchio, Pianola, Roio Piano, Assergi e Paganica non potranno essere utilizzati, non sono adatti a "sostenere" degli edifici. Tutto (o quasi) da rifare: localizzazione dei terreni, rilievi, espropri.... Ovvio che, stando così le cose, ben pochi degli attuali 60.000 sfollati (tra tendopoli ed esuli sulla costa adriatica) potranno avere un tetto per l'inverno.
La notizia non è ancora ufficiale, ma al comune dell'Aquila il flop del "progetto C.a.s.e." viene ormai considerato una dura realtà. Del resto da molti paventata quando - dopo le sparate sulle new town - Berlusconi e Bertolaso avevano presentato il progetto di questi piccoli villaggi (costo 700 milioni di euro) destinati a ospitare 9.000 persone a partire dalla fine del 2009 e poi - a ricostruzione avvenuta, dal 2020 in là recita il "decreto Abruzzo" - ipotizzati come campus universitari. Edifici "permanenti" - non smontabili, come invece ha affermato ieri Berlusconi - , con tutte le incognite del caso, prima fra tutte quella di contribuire alla delocalizzazione di città e paesi in tanti piccoli borghi, con la conseguente distruzione delle relazioni sociali già disgregate dal terremoto e il pericolo che quella loro "permanenza" finisca col ritardare sine die la ricostruzione dei centri storici, in primis quello dell'Aquila. Ora a questi dubbi e ai timori per simili danni si aggiunge la beffa dell'inidoneità dei siti scelti.
Ieri Berlusconi non ha parlato di tutto questo, anzi. Ha recitato la solita poesia dell'efficienza, delle «case giardino», del «male da cui può scaturire un bene». Ha esibito ai giornalisti gli «isolatori sismici - vanto della tecnica italiana - capaci di tenere in piedi un'abitazione anche quando un terremoto determina oscillazioni di 20 centimetri». E ha negato qualunque ritardo nel piano di costruzione delle C.a.s.e. Tutt'altro il clima che si respirava negli uffici comunali dell'Aquila: nei cinque siti a rischio avrebbero dovuto trovare un'abitazione quasi 2.500 sfollati, ma non sarà così. Lo dicono le relazioni tecniche che denunciano la fragilità dei terreni, lo confermano - seppur a mezza bocca - alla Protezione civile. Il risultato è che quasi un quarto delle 9.000 persone cui era stato fatto credere che era meglio passare qualche mese in tenda per poi avere una «casa già arredata», rimarranno invece in tenda. Con il risultato che - se non si ricorrerà ai vituperati container e prefabbricati, come era stato fatto in tutti i terremoti del passato - dovranno essere fatti i decreti di restituzione per le aree inutilmente espropriate. Si stanno già cercando terreni alternativi per i nuovi siti. Studiando come sono fatti "sotto", prima di decidere ed esibire cosa costruirci "sopra".
Questo documento è la trascrizione di una lunga conversazione, promossa dal nostro Giornale, nel salotto di casa Crespi.
Protagonisti sono i due personaggi probabilmente più noti a quella (piccola) parte della popolazione italiana che presta attenzione alle vicende e al futuro del patrimonio artistico del Paese, senza limitarne il significato alla sola funzione di richiamo turistico o, peggio, al solo valore intrinseco di mercato.
Giulia Maria Crespi, discendente della famiglia milanese di industriali tessili, già proprietari del «Corriere della Sera», è la fondatrice nel 1975 del Fai, Fondo Ambiente Italiano, l’organizzazione senza fini di lucro che non solo annovera tra le sue proprietà sceltissime località naturalistiche e dimore storiche alle quali assicura un’esemplare conservazione e l’apertura al pubblico, ma catalizza il sostegno di 80mila aderenti, sul modello del National Trust inglese. Questo rende il Fai un’associazione molto qualificata a rappresentare una parte significativa dell’opinione pubblica, quella cosciente dell’eccezionale importanza del patrimonio artistico in un Paese come il nostro.
Salvatore Settis, archeologo, direttore della Scuola Normale di Pisa, editorialista di «la Repubblica », dopo la scomparsa di Federico Zeri è senz’altro il principale e più vigoroso tutore pubblico del nostro delicatissimo patrimonio, per proteggerlo dalla trascuratezza ma, ancor peggio, dagli usi impropri e dannosi e dagli abusi ai quali è facilmente soggetto da parte di quanti non riescono ad avere una visione diversa da quella del rendimento quantitativo.
Abbiamo promosso questo incontro per avere la vostra opinione sulla situazione attuale, i rischi, i problemi. Opinioni che peraltro sono già state espresse più volte da Giulia Maria Crespi in ogni suo discorso pubblico e da Salvatore Settis nei suoi fondamentali articoli. Quello che ci interessa è proprio il confronto delle vostre autorevolissime opinioni, fare con voi il punto della situazione.
C: Aveva ragione Bob Kennedy, che nel 1967 fece il celebre discorso in cui disse che il Pil (Prodotto interno lordo) così come abitualmente calcolato è del tutto sbagliato perché non tiene conto di infinite cose. Per esempio dello stress, dello squallore delle periferie, dell’ignoranza diffusa. Per esempio, del non pensare alla bellezza, o allo smog. Tutto questo dovrebbe rientrare nel calcolo del Pil di un Paese. Tutto ciò mi pare perfettamente congruente con la situazione della finanza e dell’economia internazionale, la cui idea distorta di sviluppo e di globalizzazione temo ci porterà verso la catastrofe. Penso anche che dopo questo dramma, ci sarà una sorta di purificazione e l’umanità ritroverà se stessa.
S: Con riferimento specifico alla situazione italiana, ma tenendo presente il quadro globale, dobbiamo mettere insieme due aspetti: uno è evidenziato sempre di più dalle ricerche mediche, l’importanza delle patologie da disagio ambientale. Il riferimento non è soltanto all’inquinamento dell’acqua o dell’aria, ma al disagio che coglie il cittadino, che vede il suo mondo trasformarsi, che è obbligato ad abitare in periferie squallide, che vede il paesaggio intorno a lui via via devastato: il paesaggio che amava, in cui si identificava. Da tutto questo nascono delle patologie che sono psicologiche, ma anche psicofisiche. Un altro aspetto (e continuo intenzionalmente a citare ricerche non di storici dell’arte o di «tutelatori» di professione) riguarda le ricerche degli economisti. Un numero sempre maggiore di economisti (cito per tutti il premio Nobel Amartya Sen) hanno via via elaborato nuove teorie sullo sviluppo economico, in particolare le teorie cosiddette della «crescita endogena », che vuol dire la crescita che una popolazione è in grado di portare avanti dal proprio interno, non perché stimolata da grandi imprese multinazionali, ma perché riesce a svilupparsi autonomamente. Questo è importantissimo, ad esempio, per i Paesi dell’Africa. Le teorie della crescita endogena vanno prendendo piede e includono fra i maggiori fattori di produttività l’identità culturale. Quindi, la distruzione dell’identità culturale diminuisce la produttività, e la riaffermazione dell’identità culturale accresce la produttività. Appare dunque del tutto evidente quanto, anche da altri punti di vista extradisciplinari (medico, economico ecc.), la cura del paesaggio, dell’ambiente, del patrimonio storico-artistico e dell’identità culturale siano dei fattori essenziali. Questo i nostri padri, i nostri nonni, gli italiani di 200 anni fa l’avevano già capito, anche senza aver elaborato questa teoria. L’idea della tutela dell’ambiente e del paesaggio è nata in Italia. Ma oggi il nostro Paese sta dimenticando tutto questo, o rischia di dimenticarlo. Come mai il luogo in cui è nata l’idea della tutela contiene oggi delle forze distruttive per questa stessa idea?
Osserviamo le reazioni seguite al terremoto in Abruzzo e le ipotesi emerse sulla ricostruzione: il pericolo che è stato paventato in questa circostanza è proprio quello della perdita d’identità. Ci piacerebbe che da questa conversazione emergesse la risposta alla domanda: «Che cosa sta cambiando o è cambiato in questi ultimi anni per cui dovremmo, forse, cambiare il nostro atteggiamento, le convinzioni nelle quali avevamo creduto negli ultimi 10, 20, 50 anni?»
C: Una persona, prima di qualunque altro sentimento, deve avere la pancia piena. Poi, deve ricercare le ragioni di quanto avviene di sbagliato, e per me la ragione prima è l’avvento del materialismo. Questo materialismo si è diffuso alla fine del Medioevo, e da Cartesio l’uomo è sempre più sprofondato nella materia allontanandosi dalla spiritualità. Quanti grandi artisti lavoravano per pochissimo, o addirittura non venivano pagati? Eppure lavoravano. Beato Angelico dipingeva in ginocchio. Lei immagina un artista moderno che dipinge in ginocchio?
S:Vorrei proporre una riflessione di carattere più storico. Se giriamo nelle zone meglio conservate delle nostre campagne, o anche in certe città piccole o grandi, credo che tutti abbiamo notato come, fino a un certo momento, diciamo per intenderci l’inizio del Novecento, gli italiani, ricchi e poveri, dal contadino al principe, non sbagliassero. Non si vede un oggetto brutto. Da quel certo momento in poi si è persa questa cultura comune. C’era un legante che univa i ricchi e i poveri, anche quelli con la pancia non tanto piena. Il contadino che faceva un fienile, lo faceva in un modo per cui si inseriva nel paesaggio meravigliosamente bene.
L’articolo integrale è disponibile nell’edizione stampata de Il Giornale dell’Arte
Il fatto. In una sera di maggio si incontrano a cena due giudici costituzionali, il premier, il sottosegretario alla presidenza del consiglio, il ministro della giustizia, i presidenti delle commissioni affari costituzionali di camera e senato. Il luogo è la casa di uno dei giudici costituzionali. Si discute, tra l'altro, la prospettiva di una radicale riforma della giustizia, volta a ridisegnare in specie la figura del pubblico ministero, non più magistrato. Nei giorni successivi circola una bozza di riforma costituzionale in tal senso, si dice ispirata da uno dei giudici presenti alla cena. E tra non molto la corte deciderà sul lodo Alfano, che impedisce per la durata del mandato di sottoporre il presidente del consiglio a giudizio, o di proseguire i giudizi in corso. Di tutto, la stampa dà notizia.
Il diritto. Interpellato, il giudice ospitante risponde con parole sprezzanti che in casa sua invita chi gli pare. E comunque un giudice costituzionale incontra politici di ogni calibro e colore. Da ultimo, invia al presidente del consiglio una lettera aperta - come tale rivolta al popolo italiano - in cui ribadisce anzitutto il «diritto umano» di invitarlo a cena, e di vederlo «insieme a persone a me altrettanto care e conversare tutti insieme in tranquilla amicizia». Ovviamente, le notizie di stampa sono «frottole» raccontate a «ignari lettori». Il tutto condito con ampi riferimenti alla libertà e alla democrazia.
Tutti argomenti privi di sostanza.
Partiamo dai fondamentali. La corte costituzionale è il principale organo di garanzia del sistema. Deve essere - e mostrare di essere - assolutamente autonoma e indipendente. Di mestiere, la corte si contrappone al legislatore, quando valuta la conformità a Costituzione di una legge. Se la legge è recente, si contrappone anche alla maggioranza politica del momento. Da qui la necessità che nessuna contiguità ci sia o appaia tra i giudici e chi ha poteri formali o sostanziali nella formazione della legge. Anzitutto, i titolari - come il presidente del consiglio o un ministro - dell'iniziativa legislativa del governo. Ovvero i presidenti di commissione, che sono il braccio armato della maggioranza. Ancor più quando si discute di temi che direttamente toccano i potenti. Ed in specie quando liste bloccate e scelta oligarchica dei parlamentari rendono le assemblee legislative un obbediente parco buoi. Più è asservito il parlamento, più indipendente e autonoma deve essere la corte in difesa della Costituzione. E la notte della Repubblica che viviamo preclude a un custode della Costituzione - come la corte - opinioni e suggerimenti su eventuali e stravolgenti riforme della stessa Costituzione.
Né vale l'argomento che tra giudici e politici il contatto è inevitabile. Altro è se il giudice incontra il politico in una occasione istituzionale, o a casa di amici che hanno invitato entrambi. In tal caso il giudice si trova in una situazione che non ha contribuito a determinare, non avendo in alcun modo scelto i partecipanti. Nulla gli può essere imputato, ad esempio, se incontra il presidente del consiglio a un ricevimento del Quirinale. CONTINUA|PAGINA7 Diversamente, nel caso di una cena a casa del giudice. L'argomento «a casa mia invito chi voglio» diventa decisivo. La libertà del domicilio rende la scelta dell'invitato rilevante: si potrebbe decidere di non invitarlo. Dunque si è responsabili della scelta degli invitati. Si risponde di una scelta per qualsiasi motivo inappropriata.
Chi può escludere che siano state scambiate assicurazioni sul futuro voto dei due giudici per il lodo Alfano? Non sfugge a nessuno che solo la sentenza della corte separa Berlusconi dalla ripresa dei processi a suo carico. Né sfugge che già la prima sentenza - quella sul lodo Schifani - non fu particolarmente incisiva sul principio di eguaglianza. Il voto di due giudici potrebbe alla fine determinare una maggioranza, e quindi la decisione della corte.
Stupisce che dell'accaduto si sia parlato - in fondo - poco. Qui non è questione di tregua per il G8. Non di bassa cucina si tratta, ma della salute delle istituzioni. E dov'è la torma di opinionisti e costituzionalisti veri o presunti che di norma intasa carta stampata e talk show? Conformismo e autocensura calano sul paese. Non si considera che l'etica pubblica pone parametri più stringenti di quelli giuridici. Non si vuole vedere che il privato dei potenti ha spesso un rilievo pubblico. E si richiama a sproposito la privacy, dimenticando che in paesi di più solida democrazia rispetto al nostro si ritiene che per le figure pubbliche debba prevalere l'informazione. Leggi in itinere apprestano bavagli per la stampa e la magistratura, quando le cronache dimostrano l'assoluto bisogno del contrario. Alla fine, accade in Italia quel che altrove sarebbe impensabile.
Per questi motivi la cena de qua, e la lettera che ad essa ha dato seguito, sono gravemente lesive del ruolo della corte costituzionale, e pericolose per la Repubblica.
Dopo dodici anni di collaborazione Italia Nostra dice basta e restituisce il Parco delle Cave al Comune: «Non è più possibile lavorare senza l´appoggio dell´amministrazione». Con una lettera indirizzata al sindaco Letizia Moratti, l´associazione spiega che «sono venute meno le condizioni minime per la cura e lo sviluppo del parco». Un rapporto chiuso per l´assessore al Verde, Maurizio Cadeo, che dice: «Guardiamo avanti». Ma Pd e Verdi accusano: «Un pasticcio creato dal Comune. Il sindaco intervenga».
«Credo che al Parco delle cave si sia rotto un equilibrio: quello tra la domanda di fruizione del verde e un livello accettabile di qualità ambientale. Purtroppo a Milano la pressione dei fruitori del verde è diventata intollerabile perché gli spazi sono troppo ridotti». Parola di urbanista: Giuseppe Boatti, docente al Politecnico.
Ci sono delle responsabilità?
«Sta emergendo un modello di sviluppo urbano a macchia d´olio: la città che si espande in ogni direzione. Ed è la Milano che stanno immaginando a Palazzo Marino».
Macchia d´olio?
«Se si versa dell´olio sulla carta assorbente, non lascia spazi liberi. Sta già succedendo nell´area attorno a Rho-Pero, dove la penetrazione del verde anche in spazi scarsamente urbanizzati subisce attacchi feroci. Altro esempio negativo, San Siro».
E cioè?
«Parliamo di una porzione di Milano, che comprende anche una parte del Parco Sud, in cui l´inedificato - prati, per intenderci - arriva dentro il cuore della città. Questo è l´antidoto per combattere la macchia d´olio. Purtroppo però si sta facendo esattamente il contrario».
Con il trasferimento delle attività legate all´Ippodromo?
«L´ipotesi non è quella di distruggere l´Ippodromo, ma il suo retroterra, come le piste di allenamento. Il risultato è che non si percepiscono più né l´ippodromo né le piste come se fossero aree a verde a disposizione di tutta la città. Questi spazi devono invece diventare di uso prevalentemente collettivo, ma in modo che non si distrugga la loro funzione primaria».
Altri esempi che lei considera negativi?
«La zona del Parco Sud a fianco della Milano-Genova, interessata da progetti di edificazione: vale la pena ricordare che si tratta di una zona di penetrazione agricola, anche se non profonda come San Siro. Lo stesso discorso vale per il sistema degli scali dismessi. Non basta usare dei tenui raggi verdi per interrompere l´espansione a macchia d´olio di cui parlavo. C´è bisogno piuttosto di quadranti verdi che, entrando nella città, riducano il conflitto tra naturalità e fruizione del verde stesso».
In parole povere?
«Se lo spazio verde è consistente la convivenza tra le due esigenze ci può essere. Ma se mi limito a fare dei giardinetti, il verde lo uccido».
Lei critica il Comune, però il sindaco dice che farà piantare 500mila nuovi alberi...
«Un annuncio che sa di puro marketing».
E perché?
«Questo è un modo per mettere in contrapposizione il numero delle piante esistenti in città e la vastità delle aree. Non posso certo dire di aver fatto una politica del verde solo perché ho piantato migliaia di alberi. Sono due cose altrettanto importanti: la differenza è che piantumare adesso o tra cinque anni non cambia molto la situazione, mentre costituisce un danno irreparabile distruggere un grande cuneo di penetrazione del verde. Il problema vero sta a monte».
E qual è?
«Milano ha lanciato l´idea sbagliata della densificazione, un´idea insensata se solo ragionassimo in termini di area vasta. Se ci fosse l´area metropolitana, sarebbe indifferente costruire a Milano o a Rozzano, perché la penetrazione del verde verrebbe comunque garantita. Invece è già in atto una lotta feroce tra Milano e qualche Comune di cintura per portare su di sé quote sempre più importanti di sviluppo urbanistico, che dovrebbe riguardare l´intera area metropolitana: è l´esatto contrario di quello che stanno facendo nelle metropoli europee, da Parigi a Francoforte».
Dalla ricerca della Uil, Venezia si piazza
in vetta alla graduatoria
delle città con gli affitti più alti
(Pl.T.) Venezia si conferma al vertice tra le città con gli affitti più cari anche secondo il rapporto casa redatto dalla Uil e relativo al primo semestre 2008 con una spesa media per le famiglie di 1.470 euro mensili. Un carico per le famiglie nettamente superiore a quella che è la media degli affitti nelle grandi città italiane che non raggiungerebbe i mille euro mensili, fermandosi a quota 923 euro. Solo Roma sarebbe più cara, con affitti medi che sfiorano i 1.800 euro al mese. E di nuovo Roma, insieme a Milano, precede Venezia anche per il costo del mattone al metro quadrato. Analizzando emerge «quanto sia arduo per una famiglia italiana acquistare un'abitazione» secondo la Uil. Nella città lagunare la spesa media sarebbe di 4.600 euro al metro quadrato, a Milano di 4.850, nella capitale si sfonda la quota dei 5mila euro, con una spesa media di 5.150 euro al metro quadrato. E in tutte e tre le città il costo del mattone va ben oltre il doppio del costo medio registrato nei capoluoghi che si ferma a 2.230 euro al metro quadrato.
Il rapporto del sindacato su Famiglia, reddito, casa ha utilizzato come campione di riferimento una famiglia composta da due lavoratori dipendenti, con due figli a carico, che percepisce un reddito lordo annuo pari a 36.000 euro e vive in affitto in un appartamento di 70 mq in una delle città capoluogo di regione. E ne viene fuori che la spesa per l'affitto si mangerebbe quasi il sessanta per cento del reddito di una famiglia veneziana. «Occorre collocare al centro dell'agenda politica è stato il commento ai dati del segretario confederale della Uil Guglielmo Loy - il problema della casa quale diritto innegabile del cittadino perseguendo un piano programmatico e non solo emergenziale». Ma, al di là del dato, stupisce l'incremento che avrebbero avuto gli affitti confrontandoli con le stime del rapporto della Uil dell'anno scorso, secondo cui la stessa locazione, nel 2007, non costava più di 1.153 euro mensili. In entrambi i casi gli affitti di Venezia sono distanti anni luce da quelli registrati, ad esempio, a Catanzaro, dove una famiglia se la cava con 271 euro al mese. «Insomma, la crisi del mercato immobiliare non ha inciso più di tanto sui costi per acquistare una casa commenta Carlo Garofolini, presidente di Adico (Associazione difesa consumatore) ma di riflesso ha accentuato l'aumento dei canoni medi di locazione, proprio a seguito della stagnazione nella realizzazione di nuove abitazioni e nel volume di compravendite, motivato anche dal caro mutui».
La città si spopola? Non è colpa del turismo
Presentati i primi risultati
di un nuovo studio del Coses.
Il vicesindaco: «Sfatiamo un luogo comune»
di Michele Fullin
Il turismo non è la causa prima dell'esodo della popolazione veneziana dalla città storica, semmai è un fattore che solo indirettamente ha influenzato le dinamiche della popolazione. Lo afferma uno studio, ancora in fase di elaborazione, compiuto dal Coses e commissionato dall'amministrazione comunale, i cui risultati sono stati anticipati ieri nel corso di una riunione del Comitato dei garanti dell'Ufficio studi dell'Associazione veneziana albergatori. Isabella Scaramuzzi, direttrice del Coses, ha illustrato i risultati e i metodi seguiti, pur raccomandando di considerare che la ricerca è ancora in corso e che va ancora perfezionata.
«Siamo partiti da alcuni luoghi comuni, quelli delle chiacchiere da bar - ha osservato ieri in una delle splendide sale affrescate di palazzo Sagredo - per capire se è vera l'affermazione "I turisti scacciano i residenti" . Una verifica tra le serie storiche della popolazione residente e delle presenze turistiche dal 1951 al 2007 ha mostrato una forte correlazione tra le dinamiche: la residenza cala, il turismo cresce. Ma null'altro. Ricorrendo all'esplorazione statistica abbiamo scoperto che l'influenza del turismo sul calo della residenza sia stata quasi nulla. So che è per certi versi sconvolgente, ma i numeri dicono che è così».
Tra gli albergatori le reazioni sono state abbastanza discordanti, ma quasi tutti hanno condiviso l'idea che comunque il turismo, magari indirettamente, abbia contribuito allo spopolamento pur riconoscendo che le cause principali sono legale all'esodo degli anni Sessanta e alla dinamica demografica negativa del periodo successivo. Venezia, insomma, è una città che non attira famiglie in grado di riprodursi e su questo bisogna porsi molte domande.
Una volta ripristinato il rigore del ragionamento, il vicesindaco e coordinatore alle politiche del turismo Michele Vianello ha avuto campo libero nell'esporre la sua medicina per la gestione del turismo, inteso come unica risorsa per l'innovazione e lo sviluppo a Venezia. La "rivoluzione" di Vianello passa su Internet ed è rivolta ad intercettare i turisti e segmentarli in diverse fasce, ognuna con una propria domanda e un proprio mercato.
«Quello che proporremo sarà una serie di politiche di incentivazione e disincentivazione. Inutile mettere barriere e cancelli: non servirebbero a niente e sarebbero illegittimi. Ciò che possiamo fare è però incentivare i "turismi" a venire in città nei periodi di minore affollamento vendendo un pacchetto unico in cui sono comprese le prenotazioni di garage, visite ai musei, eventi speciali e ovviamente gli alberghi e i mezzi pubblici. La filosofia è questa: chi prenota e viene quando lo desideriamo noi entrerà a Venezia e avrà anche uno sconto. Chi decide all'ultimo momento di venire il primo Maggio resterà fuori da palazzo Ducale».
L'intenzione per il futuro sul più visitato tra i musei sembra essere proprio questa: visite solo su prenotazione. Come peraltro accade da molti anni ad esempio con l'Alhambra di Granada.
All’istituto veneto
Legge speciale, non tutto è da salvare
di Pierluigi Tamburini
«Non solo non ci sono fondi per Venezia, ma con questi chiari di luna penso che non ce ne saranno mai più» sono le parole con cui il sindaco Massimo Cacciari chiude il suo intervento al convegno su Venezia. Immagine, futuro, realtà, problemi iniziato ieri all'Istituto veneto e che si chiuderà oggi. Un convegno aperto dal monito del presidente dell'Istituto, Leopoldo Mazzarolli. «Norme uniche per una città unica, quelle per la salvaguardia della laguna, ma alcune hanno avuto un effetto controproducente facendo scappare l'investimento privato ha sottolineato E se Venezia nella storia è stata capace di tutelare se stessa, è da vedere se ciò sarà possibile all'interno della città metropolitana».Il presidente di Arsenale spa Roberto D'Agostino ha invece tracciato un quadro ottimistico nel rapporto tra gli anni Novanta - «quando chiudevano contemporaneamente la Junghans, le Conterie a Murano e la Fincantieri all'Arsenale, bruciava la Fenice e il Malibran era chiuso» - e oggi «con San Giuliano passato da discarica a parco e il porto che marcia bene».A raffreddare l'ottimismo è stato l'intervento del sindaco. «Durante la mia prima giunta erano stanziati 300 milioni di euro in tre anni per la legge speciale ha argomentato ridotti attualmente a 40 mentre per il prossimo anno, garantiti, ce ne sono solo 5». E a fronte delle difficoltà finanziarie, ha proseguito il sindaco, «solo gli... ed evito la parola, possono storcere il naso di fronte alle pubblicità a San Marco. Senza quelle pubblicità, senza i due milioni che ci da Lancia, da quei palazzi cadrebbero i marmi. Voi li avete due milioni di euro? Se me li date tolgo la Lancia da Palazzo Ducale. Finchè non me li date, la tengo, e siete pregati tutti di non protestare».Duro l'attacco al governo. «Di fronte alla megaballa del federalismo fiscale, di cui si parla senza attuarlo, c'è una nuova centralizzazione di cui la punta dell'iceberg è l'Ici sottratta ai comuni, senza alternative è stato l'affondo ho chiesto a Tremonti, dopo il taglio dell'Ici sulla prima casa, almeno di poter utilizzare in loco l'Ici raccolta dalle seconde e terze case. Silenzio. Possibilità di imporre una tassa di soggiorno o almeno di tenerci in città l'Iva raccolta a Venezia sul turismo? Silenzio. Se si taglia la legge speciale, è possibile almeno ricevere qualche bene demaniale da gestire, visto che fin troppi sono inutilizzati, a partire dall'Arsenale? Silenzio».
Ma Vianello "affonda" il terminal di Fusina
Ora si punta su piazzale Roma e stazione
(m.f.) Marcia indietro dell'amministrazione comunale sulla politica dei terminal. Tutti i flussi turistici arrivano sul polo piazzale Roma-stazione e sarà lì che il Comune ha intenzione di investire. «Abbiamo inutilmente e per anni cercato di mandare i turisti a Fusina - ha detto il vicesindaco Michele Vianello - ma non c'è verso: tutti vogliono arrivare a Venezia e noi dobbiamo prenderne atto. I numeri sono questi: ogni anno alla stazione arrivano 8 milioni e mezzo alla stazione, 2,7 al Tronchetto, 1,8 con i bus di linea uno a piazzale Roma con l'auto. Il terminal è quello che il ponte di Calatrava ha unificato ed è quello che abbiamo il dovere di organizzare».
Entro fine mese, intanto, Vianello presenterà agli operatori turistici due importanti iniziative. La prima riguarda la strategia tariffaria di incentivazione-disincentivazione per il 2009. «Un semplice numero ricevuto all'atto della prenotazione - aggiunge Vianello - permetterà di usufruire di una serie di servizi e sconti in maniera molto più ampia rispetto alle solite card. Le tariffe pubbliche saranno differenziate secondo il periodo: vuoi venire a Ferragosto? Paghi il doppio. Vuoi venire il mercoledì delle Ceneri? Paghi la metà».
L'iniziativa Suite Venezia, riservata ad una ristretta fascia di clienti esclusivi (300mila persone in tutto il mondo) sarà invece portata avanti con due presentazioni in grande stile: il 24 di questo mese a New York e il 27 a Città del Messico.
«Questo club - prosegue Vianello - è stato individuato e per il prossimo anno abbiamo dei pacchetti pronti per testare il gradimento. Naturalmente è un pacchetto aperto a tutti gli operatori, purché assicurino la massima qualità, che poi sarà garantita dal marchio del Comune. Presenteremo alla Bit di Milano uno spazio tutto nostro per la promozione di questo progetto, anche perché non possiamo annegare in mezzo alla pur qualificata, ma molto differente, offerta veneta. Io vedo l'Expo del 2015 come una grande opportunità per Venezia - conclude - e mi piacerebbe che la gestione dei flussi turistici fosse affidata proprio a Venezia per il lavoro che sta facendo».
Incredibile. Gli affitti a Venezia sono tra i più alti d’Italia (una ricerca della Uil). C’è una correlazione statistica tra crescita del turismo e calo della residenza, ma “non è vero che il turismo caccia la residenza” (Coses). Chissà come mai. Non è vero quello che tutti sanno: che migliaia di alloggi sono diventati locande e camere affittate ai turisti; che salumerie, fornai, macellai, fruttivendoli, mercerie, negozi di ferramente e casalinghi scompaiono ogni settimana, e che aumentono le pizzerie, le gelaterie, i negozi di maschere vetri e altre forme di junk; che i prezzi d’ogni bene o servizio quotidiano sono più cari che altrove; che le porzioni di suolo pubblico occupati da caffè e ristoranti, all’aperto o coperti da ingombranti tendoni di plastica, si allargano sempre di più.
Guai a mettere in difficoltà la “vocazione turistica” della città sulla Laguna.
Sindaco e vicesindaco sono saltati in groppa allo studio “scientifico” nel quale si dimostra che il turismo non incide affatto sulle condizioni di vita della città (“sono chiacchiere da bar”) per rilanciare con grinta la loro ideologia. Inutile mettere cancelli, ha detto il vicesindaco, cerchiamo invece di spalmare il turismo su tutto l’anno, perché “il turismo è l’unica risorsa per l’innovazione e lo sviluppo”. E il sindaco Cacciari ha dichiarato con enfasi che il turismo “è una risorsa straordinaria e strategica per la città, capace di creare valore aggiunto come la chimica di Porto Marghera” (sic).
Con rabbia ha poi protestato, in un pubblico incontro, contro chi ritiene che sia un elemento di degradazione profonda coprire per mesi e mesi i palazzi dell’area marciana e del Canal Grande con gigantesche pubblicità di Dolce e Gabbana o della Lancia. “Senza quelle pubblicità, senza i due milioni che ci da Lancia, da quei palazzi cadrebbero i marmi. Voi li avete due milioni di euro? Se me li date tolgo la Lancia da Palazzo Ducale. Finchè non me li date, la tengo, e siete pregati tutti di non protestare”. Nessuno sembra avergli risposto che avrebbe potuto risparmiare i milioni inutili del ponte di Calatrava. Ma avrebbe a sua volta replicato che il ponte serve ad incrementare ancora il turismo, “risorsa straordinaria e strategica” senza la quale la città morirebbe.
Su quale sia il turismo desiderato non si è sentito molto, i pochi accenni sono a un turismo di lusso (l’iniziative Suite Venezia, riservata a una ristretta fascia di clienti esclusivi). E’ invece sconvolgente sentire il vicesindaco proclamare l’abbandono dell’intelligente progetto di utilizzare per i flussi turistici il sistema di terminal in Terraferma: un progetto condiviso da tutti fin dal 1971 e mai messo seriemente in opera, che avrebbe consentito di decongestionare l’attuale casbah di Piazzale Roma e governare meglio i flussi turistici. Oggi la congestione è l’obiettivo e la spontaneità lo strumento. Basta che i turisti aumentino, in tutti i mesi dell’anno.
La città è una merce, i suoi reggitori mercanti. A Venezia più che altrove.
L’Unione sarda
Piano casa sardo, la Regione è pronta
di Enrico Pilia
La certezza del diritto. Di una "carta" urbanistica sulla quale fare riferimento. Senza intese dalle maglie apparentemente strette: il nuovo Piano paesaggistico che sta nascendo non sarà neanche lontano parente di quello figlio della maggioranza di centrosinistra. «Lo demoliamo, cancelleremo questa vergogna», dice il presidente della Regione Ugo Cappellacci, «la riscrittura del Ppr è vicina alla fine, inseriremo le modifiche all'interno di un progetto di legge che conterrà il Piano casa regionale». Tre mesi dopo lo sbarco in viale Trento, Cappellacci si tuffa nella pianificazione del paesaggio e annuncia: «Porterò entro la prima metà di luglio in Consiglio il provvedimento della Giunta, faremo chiarezza per i cittadini e per li amministratori, costretti fino a oggi a combattere contro una serie di norme complesse e ingiuste».
Ieri, nel corso dell'ultima conferenza regionale sulla pianificazione del territorio, il governatore, l'assessore all'Urbanistica Gabriele Asunis e il direttore dell'assessorato, Marco Melis, hanno ripercorso le tappe del lavoro di ascolto di questi ultimi due mesi, fra un incontro con gli amministratori locali e un tavolo tecnico, per arrivare al nuovo Ppr e al Piano casa, in linea con le strategie del Governo nazionale sul tema della riqualificazione edilizia.
IL PROGETTO Un disegno di legge, quindi, pronto nelle prossime settimane dove ci sarà spazio non solo per i provvedimenti sull'edilizia residenziale, ma anche per le imprese e per gli alberghi. «Dopo un ulteriore confronto con la maggioranza, presenteremo il nostro Piano casa - ha spiegato Cappellacci - siamo convinti che occorra un salto in avanti per lo sviluppo in alcuni settori strategici come il turismo, che attualmente ha un'incidenza solo dell'8 per cento sul Pil regionale».
Ci sarà un importante capitolo legato agli alberghi, all'interno del Piano casa: sarà prevista la possibilità di riqualificare le strutture alberghiere con volumetrie "tecniche" (realizzazione di centri congressi e centri benessere), mentre è ancora all'esame la possibilità di concedere un aumento delle cubature, soprattutto per quanto riguarda gli alberghi nella fascia dei 300 metri dal mare. Ci sarà, per le imprese turistiche, la possibilità di accesso al credito attraverso «strumenti finanziari agevolati, per questo abbiamo avuto già dei contatti con la Banca europea degli investimenti», ha detto il presidente Cappellacci.
CASE E IMPRESE Il Piano casa regionale accoglierà, come è ovvio, i principi-guida di quello nazionale, con le premialità di cubatura per chi ristruttura secondo le norme che regolano il rispetto dell'ambiente e il risparmio di energia. Uno dei nodi ancora da sciogliere riguarda l'edilizia nella fascia sottoposta a tutela assoluta, quella vicina al mare: la Giunta sembra orientata a concedere la possibilità di rimodulare le case vicino al mare, senza "premi" di cubatura, mentre resta l'incentivo ad abbattere e ricostruire oltre i 300 metri, con cubature in più fino al 35 per cento.
Per le imprese sarde ci sarà la possibilità di ampliare e modificare gli stabilimenti, capannoni e impianti seguendo la traccia nazionale del risparmio energetico e della bioedilizia. Infine, il Piano casa conterrà anche norme che modificheranno il Piano paesaggistico regionale sui beni identitari, sulle norme transitorie e sull'applicazione dei Piani urbanistici comunali in vigore alla data di approvazione della legge sulle coste.
L’altravoce.net
Ppr, Piano Casa e Piano Alberghi
Cappellacci e il tris di mattoni
di Marco Murgia
Incassa e rilancia, Ugo Cappellacci. Spenta la candelina sui suoi primi cento giorni alla guida della Sardegna, il presidente della Regione si gode la ciliegina. Soddisfa la bulimia di cemento annunciata a più riprese durante la campagna elettorale e divide la torta con i rappresentanti istituzionali e delle associazioni presenti alla conferenza regionale del paesaggio. Incassa il sì più o meno convinto di tutti e rilancia: Piano casa e Piano alberghi, pronti e cucinati entro la metà di luglio. Tutto con il contentino per gli ambientalisti: «Non è volontà della Giunta mettere da parte quelli che sono i principi ispiratori del ppr», scandisce l'assessore all'Urbanistica Gabriele Asuni.
Un successo, dal punto di vista di viale Trento, questa mattinata al palazzo congressi della Fiera di Cagliari: è l'appuntamento conclusivo delle nove conferenze territoriali messe in campo dalla squadra Cappellacci. Unica azione concreta in cento e passa giorni di governo, a testimonianza dell'ossessione del mattone del nuovo corso di centrodestra. Senza uno straccio di opposizione - parlerà in serata solo Chicco Porcu, consigliere regionale del Pd, per sottolineare che «è evidente che si prepara un nuovo assalto speculativo alle coste sarde» - il gioco è facile facile.
Basta accontentare tutti. Costruttori, albergatori, imprenditori, amministratori in difficoltà con le norme troppo tecniche del piano Soru, e chi più ne ha più ne metta. Gli ambientalisti un po' meno, alla Fiera con il presidente di Legambiente Sardegna. Vincenzo Tiana chiede in sostanza due cose. Che non siano cancellati i principi del ppr vigente: accontentato, almeno nelle dichiarazioni; che al posto del Piano casa ci sia un piano di sviluppo sostenibile che non interessi solo l'edilizia «ma generi posti di lavoro per la gestione di beni paesaggistici sempre più fragili». Ma da quell'orecchio non ci si sente, anzi. Non solo il Piano casa sarà varato entro luglio, ma conterrà anche «le prime modifiche al ppr».
L'annuncio è di Cappellacci, e il rilancio è da brividi. C'è quello per la casa: 11 articoli già in bozza per un piano «che darà grandi possibilità e riguarderà anche gli edifici pubblici, entro metà luglio, dopo un confronto interno alla maggioranza di governo». E c'è quello per gli alberghi, indispensabile per rilanciare il turismo e «consentire alle strutture di recuperare il ritardo finora accumulato», attraverso strumenti urbanistici e «finanziari di largo favore». Centri benessere e turismo congressuale in prima fila, naturalmente: come diceva il premier Berlusconi durante le sue visite nell'isola per la campagna elettorale. Vengono confermate le premialità sulle cubature per chi decide di demolire e spostare la propria abitazione dai 300 metri dalla linea della battigia verso l'interno.
Edilizia senza paesaggio: per quello, il Piano conterrà le norme che andranno a modificare, nell'applicazione, il Piano paesaggistico regionale, in particolare sui beni identitari sulle norme transitorie e sull'applicazione dei Piani urbanistici comunali vigenti alla data di approvazione della Legge salvacoste. Per gli alberghi il presidente della Regione parla di una riqualificazione dell'offerta più che di un aumento dei posti letto: incremento che comunque «non viene escluso». Con l'aggiunta alle concessioni demaniali sulle spiagge, metri quadri in più a seconda del numero delle stanze, gli albergatori possono ben stare tranquilli. Occhio di riguardo anche per il patrimonio produttivo delle imprese sarde: ci sarà la possibilità di ampliare e modificare gli stabilimenti, i capannoni e gli impianti seguendo il principio del risparmio energetico e della bioedilizia.
A fare due più due, il risultato sembra cucito addosso al villaggio turistico-immobiliare di Costa Turchese: guarda caso, robetta che interessa alla famiglia del Cavaliere. La replica di Cappellacci lascia più di un portone aperto: «È nostro interesse garantire a qualunque cittadino regole chiare nel rispetto del nostro territorio. Dopo di che non importa se l'imprenditore si chiama Soru, Cappellacci, Berlusconi o Prodi». Così le cose, il premier non si fa sfuggire l'occasione. L'ostacolo, a questo punto, è solo Paolo Murgia: un pastore che da oltre trenta anni porta nei terreni individuati il suo gregge e tiene testa alle offerte di Edilizia Alta Italia, società del gruppo Fininvest. Battaglia a colpi di carta bollata e soldi, molti, messi sul tavolo: «Su questa terra ho l'usucapione, e non la cedo», racconta a Franco Bechis su “Italia oggi” di ieri: e qualcuno già lo indica come l'unico lin grado di opporsi a Berlusconi. Il Pd, in vista del congresso autunnale e delle beghe interne, ci faccia un pensiero.
Non ci sono pesci piccoli nella catena delle responsabilità per la tragedia di Viareggio. Questo è quello che sappiamo finora. A muovere il treno è il gigante Fs. I vagoni sono della Gatx, un colosso del settore, che ne gestisce 20 mila. Gli standard di sicurezza a cui devono attenersi sono stati fissati al massimo livello, la Commissione europea di Bruxelles. Il contenuto dei vagoni è gpl prodotto dalla Sarpom, proprietà del maggior gruppo petrolifero mondiale, la Exxon. Che ha affidato la verifica finale degli stessi vagoni di nuovo alle Ferrovie dello Stato, nella veste privata di Fs logistica. Non ci sono piccoli imprenditori disinvolti e faciloni, piccoli burocrati inesperti o poco competenti. Siamo di fronte ad una serie di protagonisti, con storia, esperienza, mezzi e strutture. Ma ognuno, in questa storia, sembra portare una porzione di responsabilità.
Il locomotore Trenitalia arriva alla stazione di Viareggio ad una velocità di 90 chilometri l’ora. La velocità massima prevista, su quel tratto di binari, è di 100 chilometri l’ora, ma c’è da chiedersi se 90 chilometri l’ora all’ingresso in una stazione non sia una velocità un po’ troppo sostenuta quando si trasportano carichi così pericolosi. In ogni caso, a quanto pare, l’asse del carrello di un vagone cede, la cisterna si apre, il gpl, compresso a 15 atmosfere, schizza fuori con una forza enorme che lo trascina a distanza, si ritrasforma in gas, incontra una scintilla ed esplode. Fosse avvenuto di giorno, anziché di notte, il massacro si sarebbe moltiplicato. Il vagone è della Gatx, società con sede a Vienna. La normativa europea impone una revisione dei vagoni merci – carrelli compresi – ogni 4-6 anni. Non sappiamo ancora dove sia avvenuta. Non necessariamente in Italia: di fatto, nel paese in cui il vagone si è trovato, vuoto, al momento in cui gli scadeva il «bollino» quadriennale. Questo stabilisce la Commissione europea, spesso criticata – evidentemente al di là del dovuto – per l’eccesso di occhiuta scrupolosità. È una garanzia sufficiente? Non pare proprio, soprattutto per un veicolo che, presumibilmente, la Gatx, che ci guadagna sopra, si sforza di tenere sui binari e in movimento 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per tutti i quattro anni di durata della revisione. Lo riconosce apertamente il vicepresidente della Commissione Ue, Antonio Tajani, anche se il riconoscimento suona, a questo punto, un po’ tardivo. Tajani ha comunque ragione ad indicare che maggiori garanzie si avrebbero da un sistema di revisione che, anziché su una scadenza a tempo, si basasse sul chilometraggio effettivamente percorso dal vagone e sul carico trasportato, cioè sullo sforzo sostenuto dalla sua struttura.
È la prima grossa falla di sicurezza, portata alla luce dalla tragedia di Viareggio. Ma non è l’unica. Osservano i dirigenti della Gatx che, una volta affittato il vagone, la sua gestione e manutenzione ricadono sotto la responsabilità di chi lo affitta. E la Sarpom sostiene di essersi affidata, per la verifica tecnica dei vagoni, a Fs Logistica. Rispuntano, insomma, le Ferrovie dello Stato, questa volta, però, nella veste di consulente tecnico privato, presente sul mercato, accanto e in concorrenza con altri consulenti, per fornire un servizio a pagamento ad un cliente. Una situazione che, bizzarramente, ricorda quella delle società di rating che, sulla qualità dei titoli-salsiccia all’origine dell’attuale crisi finanziaria, fornivano un giudizio in cambio di un pagamento da parte degli stessi presentatori dei titoli. È assolutamente prematuro individuare in Fs logistica l’anello finale delle responsabilità della tragedia di Viareggio. Saranno le inchieste a stabilirlo o a individuare altrove, come è perfettamente possibile, chi ha peccato di omissione o di leggerezza. Ma è con disagio e sconcerto che si registra come, in questo processo, dalla revisione alla verifica, la sicurezza e, di fatto, la vita delle persone siano affidate ad un processo sostanzialmente di autocertificazione, in cui l’autorità pubblica è presente solo all’inizio e non nel momento cruciale in cui il treno, materialmente, affronta i binari e parte verso le stazioni.
Manca, insomma, una presenza, esterna ed estranea al mercato, che imponga e, poi, controlli in proprio il rispetto delle regole. Non è questa assenza che si può intendere per «liberalizzazione». Un mercato liberalizzato non è una partita senza arbitro: è una partita in cui l’arbitro non gioca, ma accerta e fischia i falli. Anche se avere un arbitro efficiente può rappresentare un costo.
Per le Fs e per chi governa il sistema dei trasporti in Italia, è il momento di riflettere. Le Fs hanno colmato il disavanzo di bilancio pur portando, contemporaneamente, l’Italia nell’era moderna: con l’alta velocità, il Milano-Roma in tre ore e mezza e la concorrenza all’aereo. Ma bisogna chiedersi a quale prezzo: sulla rete, sul resto dei treni, sulla sicurezza. Se il prezzo deve essere lo scandalo quotidiano delle traversie di milioni di pendolari, il collasso di infrastrutture di rete, come due settimane fa sulla Firenze-Bologna, tragedie della sicurezza come a Viareggio, il prezzo è inaccettabile. Un Freccia Rossa efficiente e funzionale e un sistema ferroviario complessivamente obsoleto, fatiscente e pericolante è esattamente la fotografia del sistema ferroviario in India. Del resto, si diceva una volta che le catastrofi in cui, per cedimenti di un materiale obsoleto, muoiono un sacco di persone sono i disastri tipici del terzo mondo. E, adesso, Viareggio.
Venezia sempre più a misura di turista, nonostante gli sforzi del Comune per invertire la tendenza e tutelare la residenza. Lo certifica il rapporto annuale dell’Osservatorio Casa, riferito al 2008, presentato ieri a Ca’ Farsetti dall’assessore alle Politiche della Residenza Mara Rumiz, insieme alla ricerca commissionata al Coses sulla mobilità residenziale della città antica (di cui riferiamo a parte). Alcuni dei moltissimi dati forniti fotografano la situazione. Nell’ultimo anno gli alloggi turistici, quasi tutti concentrati in centro storico, sono aumentati di quasi il 20 per cento, ma anche affittacamere (+ 6,3 per cento) e bed &Breakfast (+8 per cento) hanno proseguito la loro crescita esponenziale. Gli sfratti sono invece aumentati del 17 per cento rispetto all’anno precedente e mentre quelli per finita locazione diminuiscono, quelli per morosità sono aumentati del 32 per cento: dai 193 del 2007 ai 255 del 2008. «Un dato drammatico - ha sottolineato l’assessore Rumiz - perché questi sfratti sono evidentemente legati all’impoverimento delle famiglie e anche se per legge questo tipo di sfratti non sono assistibili, è evidente che il Comune dovrà intervenire». Contemporaneamente, cresce il numero delle abitazioni occupate da non residenti in modo più o meno continuativo: sono ormai il 26 per cento, quasi un terzo dell’intero patrimonio abitativo della città. Erano poco più del 9 per cento solo cinque anni fa. Si tratta, evidentemente, non solo di studenti universitari fuori sede, ma anche di fasce di persone che per lavoro o per turismo fanno periodicamente base a Venezia. Il Comune fa quel che può e non a caso l’assessore Rumiz ha ricordato la politica di realizzazione di alloggi in social housing iniziata da tempo - prossimi interventi quelli al Coletti con sessanta nuovi alloggi, conme alla Celestia, oltre a quelli all’ex Caserma Manin - proprio per tutelare il ceto medio che non può aspirare a una casa del Comune, ma non è sufficientemente agiato da comprare una casa a Venezia o anche a pagare i canoni di affitto attuali (vedi gli sfratti per morosità). Lo stesso Coses, come ha sottolineato ieri il direttore Isabella Scaramuzzi, invita ormai a considerare Venezia alla stregua di un quartiere nel più vasto ambito della città metropolitana, come fosse Manhattan rispetto a New York. E non a caso si è insistito molto ieri sul concetto di “dimoranti”, rispetto a quello di residenti in centro storico, ampliando così la base demografica rispetto a quella quota 60 mila che nel giro di un paio di mesi siamo destinati ad abbattere. Prospettiva difficile da accettare per quei veneziani che credono ancora di vivere nella propria città. Ci si potrebbe consolare con il fatto che per il secondo anno consecutivo i residenti del Comune di Venezia sono aumentati: 1105 in più (lo 0,41 per cento). Ma la crescita è tutta legata all’ondata deii nuovi cittadini extracomunitari - grazie a cui manteniamo lo stesso livello di servizi - e non riguarda, comunque, Venezia, che continua a perdere inesorabilmente abitanti.
Mercato fermo, ma i prezzi calano poco
Ottomila euro al metro quadro tra l’Accademia e San Marco
Il mercato immobiliare è in buona parte fermo, mai i prezzi - nonostante la crisi - calano molto poco, soprattutto a Venezia, sempre secondo l’Osservatorio Casa. Il leggero calo (-3,8) per cento dei prezzi riguarda gli immobili in aree di pregio o in aree centrali (-6.3 per cento), Circa il 70 per cento delle transazioni riguarda la terraferna, mentre Castello Ovest e Cannaregio sud sono le zone più vivaci sul piano delle compravendite in centro storico. In controtendenza, invece, gli affitti che negli ultimi sei mesi del 2008 sono cresciuti del 2,4 per cento.
Il mercato immobiliare veneziano è ormai diviso in quattro fasce. Al vertice, con valori vicini agli 8 mila euro al metro quadro sono Dorsoduro est - tra la Salute e l’Accademia - e San Marco. La seconda fascia riguarda Santa Croce, San Polo, Dorsoduro Ovest e Cannaregio sud, oltre a Lido centro, con quotazioni tra i 6 mila e i 7 mila euro al metro quadro. Nella terza fascia sono compresi Cannaregio nord, Castello, Sant’Elena e Giudecca, oltre al Lido semicentro, con valori compresi tra i 5 e i 6 mila euro al metro quadro. Le aree considerate di minor pregio sul piano delle quotazioni immobiliari sono Murano, Burano e Lido periferia, con un valore medio compreso tra i 4 mila e i 4500 euro al metro quadro. Per immobili nuovi a Mestre i valori variano da oltre 4 mila euro al metro quadro nelle zone di pregio a poco più di 2600 euro per le aree periferiche. In centro il valore medio si attesta ad oltre i 3500 euro al metro quadro, mentre in semicentro tocca i 3 mila euro. Per gli affitti, a Dorsoduro est e San Marco - per un alloggio di 80 metri quadri - il canone medio è rispettivamente di 1760 e 1880 euro al mese. (e.t.)
Se ne vanno le famiglie arrivano i single
Se ne vanno da Venezia famiglie e arrivano soprattutto single o persone che si staccano, probabilmente per lavoro, dal loro nucleo originario, Lo dice l’indagine del Coses sulla mobilità residenziale del centro storico tra 261 famiglie che negli ultimi anni sono entrate o uscite da Venezia.
Entrano più giovani e persone con titoli di studio o qualifica professionale medio-alta e se la città non ha perso attrattiva, la sua situazione abitativa la penalizza. Il 69 per cento di chi se n’è andato giudica la casa attuale migliore di quella che aveva a Venezia, mentre tra chi arriva, solo il 42 per cento pensa di aver migliorato la sua condizione abitativa. La nostalgia resta, perché a distanza di tre-cinque anni oltre la metà (il 58 per cento) degli intervistati tornerebbe volentieri a Venezia, soprattutto i giovani terrafermieri. Ma i prezzi proibitivi degli alloggi lo rendono impossibile. Nel quinquennio 2004-2008 poco meno di 8400 persone si sono trasferite a Venezia e altre 9400 se ne sono andate. Complessivamente la questione casa è responsabile della metà degli abbandoni di Venezia, l’altra metà ha fatto, semplicemente, una scelta diversa. (e.t.)
Per comprendere meglio, leggi questa postilla , questo articolo sul turismo, e quest’altro sulla distruzione del Piano regolatore precedente alla Giunta Cacciari
Non è facile essere donne in questo tempo di stravolgimento dei valori e dei costumi, di smarrimento del senso comune. Non è facile trascendere ciò che ci sta intorno e ci offende: vicende di giovani donne che si lasciano abbagliare da vecchi e meno vecchi uomini potenti; che accettano di farsi rimpicciolire fingendosi "bimbe" di un "papi". Non c’è glamour in questa società dei diminutivi. Le ragazze che sono vel-ine, meteor-ine e ricevono farfall-ine e targarugh-ine: un linguaggio che le rimpicciolisce trasformando il serraglio in un parco ludico infantile. Nelle Lettere persiane di Montesquieu si trovano immagini rassomiglianti, rappresentazioni attualissime della vita servile di corte, più sordida perfino di quella dell’harem dove, se non altro, a fare da intermediari tra le donne e il sultano c’erano eunuchi. È questo l’esito delle fatiche che donne e uomini di più generazioni hanno sopportato per poter vivere come eguali nella vita pubblica e in quella privata?
Mary Wollstonecraft, la coraggiosa e giovane iniziatrice del femminismo moderno, aveva parole durissime contro una società che preparava le ragazze ad un futuro che era perfettamente funzionale alla società patriarcale: educate a essere cocotte appetibili mentre erano giovani per poi finire a procreare figli e servire mariti. Pensava, lei illuminista, che tutto cominciasse con l’educazione, che la ragione dell’assoggettamento delle donne fosse da cercare nell’ignoranza e nell’esclusione dalla vita della città. In una società dove tutto il vivere civile era strutturato e pensato come una succursale allargata della casa, quello che appariva agli occhi delle sue coetanee come un’occasione da sfruttare non era che una dorata prigione. Mary era durissima e severa con le donne del suo tempo perché remissive e docili; concentrate a sviluppare quelle competenze salottiere che potevano, questa la loro speranza, spianare la strada verso un buon matrimonio; per questo, si facevano complici del serraglio nel quale vivevano, «oggetto di attenzioni triviali da parte di uomini che considerano tali attenzioni un tributo virile da pagare al gentil sesso, quando in realtà essi lo insultano affermando la propria superiorità».
La bella Mary si rivoltò contro quel mondo goldoniano di serve furbette e padroni protervi e rivendicò l’inclusione delle donne nelle scuole e nella vita pubblica; donne protagoniste senza intermediari ma per loro capacità e con i loro sforzi, non attive da dietro le quinte. Il pubblico invece che l’esilio forzato nel privato; la sfera della politica per via di consenso aperto tra cittadini eguali invece che per via di intrigo di cortigiani; l’arma dei diritti invece e contro quella della forza: questa è stata dal Settecento la strada percorsa da chi ha difeso la dignità di uomini e donne; anche degli uomini, perché la condizione della donna è sicuramente lo specchio nella quale si riflette lo stato di tutta la società.
Da qui le donne sono partite nei decenni a noi più vicini per rivendicare un’altra fetta di diritto e di potere, quella che avrebbe dovuto sollevare finalmente il velo del privato per mostrare le nicchie di violenza e sopruso che ancora resistevano, non viste, non dette, non considerate: la violenza domestica in primo luogo, ma anche l’abitudine inveterata a leggere come naturalità ciò che invece era ed è sempre stato frutto di cultura e società, dominio e dipendenza. La stagione dei diritti ha rovesciato un modo di leggere i rapporti umani e tra i generi, nel privato e nel pubblico; ha svelato e decostruito l’interpretazione consolidata di ciò che è sociale e di ciò che è naturale, ridefinendo il genere e il ruolo dei e tra i sessi. Questa è stata la grande lezione delle battaglie per i diritti civili combattute dietro lo slogan "il privato è politico", "il privato è pubblico".
Decine di anni dopo quelle battaglie per i diritti, le società moderne, quella italiana in maniera abnorme, si trovano nella condizione paradossale di veder rovesciata quella logica, per cui tutto il pubblico è ora privato e il privato ha occupato il pubblico con le conseguenze aberranti per cui da un lato vi è una legge che mette la privacy sull’altare della religione secolare e dall’altro vi è una vita politica che è il palcoscenico sul quale si recita soltanto una parte, quella privata. E se questa parte si mescola (come può essere diversamente?) con questioni politiche o di Stato e i cittadini vogliono sapere e i giornali cercano di svelare, allora si evoca la sacralità della privacy, sulla quale si pretende di inchiodare l’informazione, facendola passare come un’intrusione invece che come un bene pubblico. Il paradosso è che chi per primo ha cancellato ogni distinzione tra pubblico e privato si fa ora rivendicatore di quella separazione. È evidente il giuoco delle parti che si cela dietro questa che è come la magia della stanza degli specchi: confondere tutti i piani per potere usare a piacere l’uno e l’altro a seconda dell’interesse. Allora, le ragioni di Stato sono l’arma per nascondere questioni che con lo Stato nulla hanno a che fare; e le ragioni del privato servono a nascondere ciò che è di interesse pubblico e di cui i cittadini hanno diritto di sapere.
In giuoco, è stata l’unanime e giusta diagnosi, c’è la legittimità e la credibilità delle nostre istituzioni, non solo di fronte a noi cittadini italiani, ma anche presso i paesi stranieri. L’Italia è una miniatura di se stessa, lo specchio di quel linguaggio di diminutivi che le giovani ragazze si lasciano appioppare con sorprendente indifferenza da profittatori di ogni età. La loro presenza sulla scena sociale è tutta privatissima, proprio come vogliono che sia da tempi immemorabili gli uomini "a mal più ch’a ben usi". Le donne sono sempre lo specchio della società, il segno più eloquente della condizione nella quale versa il loro paese: quando muoiono per le violenze perpetrate da un potere tirannico o quando viaggiano con voli prepagati per ritirare un cotillon a forma di farfalla. Nelle loro storie è riflessa la storia tragica o patetica delle loro case e delle loro città. E come nel caso delle donne vittima di violenza del tiranno, anche nell’altro è urgente che si levino voci di critica, di sconcerto, di denuncia; voci di donne. Questo silenzio ammorba l’aria.
Nell'icona un ritratto di Mary Wollstonecraft
SE L'AFFITTO E' TUTTO NERO
Una stanza fuori città a cinquecento euro e senza contratto. È la giungla dei prezzi per gli studenti e i precari che viaggiano a mille e duecento euro al mese. Così per i giovani diventa impossibile anche fare progetti semplici: finire gli studi, trovare lavoro mettere su famiglia
Camera cercasi lavoratrice 30enne. Zona centro o semicentro. Massima serietà. No agenzie». L’annuncio viene pubblicato un venerdì qualsiasi e il telefonino inizia a squillare già dalla prima mattina. Io sono una ricercatrice precaria dell’università: 1200 euro al mese di assegno mensile, due anni di contratto e poi chissà. Loro sono i padroni di casa a cui si è liberata una stanza. Devono rimpiazzare qualcuno, fare cassa. Prendo, in poche ore, cinque appuntamenti. Li distribuisco in un sabato bollente di fine maggio. Si disegna, lentamente, un mondo.
Comincio dal sontuoso quartiere dell’Eur. Davanti al laghetto, mi tende la mano Rossella, una signora sulla cinquantina, timida e nervosa. Stringe la sua borsa firmata sotto il braccio, mi fa strada con prudenza nel suo condominio: elegante, con un grande giardino. Ci passa accanto il portiere e lei abbassa la testa. Ci metto un po’ a capire che succede. «Glie lo dico subito: io le faccio vedere una stanza, ma non potrei. Insomma, affitto a nero». Parla sottovoce, si vergogna. Saliamo una rampa di scale in un silenzio surreale, come due ladre. Poi lei entra nella porta accanto. La lascia aperta per qualche secondo. Si scorge un appartamento enorme: soggiorno a perdita d’occhio, mobili di buona fattura. Esce con in mano un mazzo di chiavi. «In pratica saremo vicine, ma lei avrà un ingresso indipendente. È importante, per la sua autonomia». Finiamo dentro una camera buia, minimale e un po’ dimessa. Un corridoio stretto, un bagno in disordine, un letto a una piazza davanti a una finestra senza balcone, un piccolo frigo marrone, un armadio. Non vedo la cucina. Chiedo spiegazioni. «Ho due figli, ci teniamo alla nostra privacy e la nostra cucina non si può usare. Però lei si può organizzare: può portare un fornelletto da campeggio, oppure un forno a microonde, o il “bimbi”. Ha presente il robot? Con quello, al giorno d’oggi, si prepara ogni ricetta». Annuisco senza convinzione. Vengo a sapere che per questo accampamento di fortuna chiede 550 euro al mese. Più spese. La metà del mio stipendio. In contanti e sottobanco. «Il contratto io non glie lo posso proprio fare. Dall’altra parte sono in affitto. Ma mi sono separata e questa casa costa. Ha visto il portiere? Lo vede il giardino? Sono tutti lussi che uno si deve poter permettere. Allora mi sono organizzata così». Scivolo via con una strana angoscia addosso. Per un momento sono dispiaciuta per lei.
La macchina sfreccia sul raccordo anulare e, senza navigatore, la casa della signora Claudia è difficile da scovare. Siamo in zona Anagnina, qualche chilometro oltre l’Ikea, a due passi dal campus della Ericsson. La signora mi aveva contattata via sms: «Affitto stanza elegante 500 euro più spese». Ora mi accoglie sulla porta in tuta da ginnastica, rincorsa da un cane che sembra un cartone animato. Sono travolta dal suo calore meridionale. Mi accorgo subito, anche qui, di violare un segreto. «Vieni, entra, passiamo dal giardino. Qui c’è l’orto, guarda. Alla tua stanza si entra di lato». La “mia stanza”, effettivamente, è un incanto. Fa parte di un bilocale che Claudia ha ricavato facendo dividere la sua casa originaria, dove lei adesso abita con il figlio ventenne. «Sono rimasta vedova una decina d’anni fa, allora dovevo trovare un modo per andare avanti. Ho diviso la casa in due e ho ricavato nell’altro spazio due stanze. In una, se vorrai, ci vai tu. Nell’altra c’è una coppia di ragazzi di 25 anni. Lavoratori, puliti». C’è un bagno, c’è una cucina, c’è addirittura il camino. Il giardino con il tavolo e l’ombrellone. C’è il posto auto: è l’unica casa che vedrò in cui la mia macchina non è un problema. Non siamo a Roma, però, ma almeno a un’ora da dove lavoro. E non ci sono mezzi pubblici prima di qualche chilometro. A parte un autobus che sembra passare a singhiozzo. Non c’è il contratto, poi. Neanche qui. «Mi sono sempre regolata così, sulla fiducia. Sullo sguardo». Anche stavolta esco turbata. Divisa tra rabbia e comprensione. Turbata dall’empatia che provo per questa donna che affitta a nero e a prezzi stellari una stanza praticamente fuori città.
Bevo un caffè, lascio la campagna e scappo a vedere altre due stanze in centro. Una è a viale Libia. Zona università e, in teoria, a 10 minuti da dove lavoro. Dovrei abitare con cinque lavoratrici, tutte donne, in un appartamento enorme e fatiscente. La padrona di casa vive al piano di sopra. Non mi conosce, ma continua a chiamarmi con un diminutivo. «Per me siete come figlie, una volta al mese siamo abituate tutte ad andare a mangiare la pizza. A questa cosa, sia chiaro, ci tengo». Niente contratto («a che serve?»), due mesi di anticipo, 450 euro più spese. L’altra camera è in zona San Pietro. Me la mostra un single 40enne: ha ereditato l’appartamento da suo nonno, lui vivrebbe con me, ma non c’è mai, perché i suoi abitano fuori Roma. Affitta la stanza per coprire le spese di gestione. Bollette in comune, più 400 euro al mese. «Il contratto non serve, me li metti in una busta», chiarisce.
Finisco il mio giro dal signor Cesare in zona Capannelle. Di fronte all’ippodromo e alla stazione dei treni. «Ora sono in pensione, ma ero un bancario e ho sempre lavorato in centro. Da qui a Termini sono 10 minuti». È lui a chiedermi la cifra più bassa: 350 euro più spese. Peccato che la stanza sia un loculo e che l’appartamento va diviso con altre tre persone, con un solo bagno in comune. Una cucina appena abitabile, un corridoio stretto, niente soggiorno. Sul contratto, fa una proposta opaca: «Si può fare una scrittura privata, ma speriamo di non doverla usare mai». La filosofia di Cesare è quella di tanti. «Vivo al piano di sopra, ho comprato questa casa per mia figlia. Se un domani si sposa, siamo vicini. Quando mi servirà la casa, io vi avviso e voi ve ne andate. Due, tre mesi ve li do. Così vi trovate un’altra sistemazione. Oppure vi arrangiate. Tanto siete giovani, no?». Esco stordita. Il telefono continua a ricevere telefonate e sms per giorni. «Cerca ancora quella stanza?». No, grazie. Non la cerco più. Meglio restare ancora qualche anno da mamma e papà.
AFFITTARE COSÌ È LA LEGGE
Quattro tipologie contrattuali: dal canone libero a quello minimo prestabilito Molti proprietari italiani affittano casa in nero. Eppure esiste una legge, la 431/98, che stabilisce le tipologie contrattuali a cui attenersi. Che sono quattro: 1) contratto libero: consente al proprietario di stabilire liberamente il canone di affitto. Ma (salvo particolari eccezioni) ha una durata inderogabile 4+4: quattro anni, più rinnovo obbligatorio dello stesso periodo. 2) contratto regolato o concertato o convenzionato: il canone minimo e massimo è stabilito da accordi territoriali delle associazioni sindacali dei proprietari e degli inquilini, di concerto con le istituzioni interessate (Ministero dei Lavori Pubblici e Comuni). La durata è 3+2: tre anni più due di rinnovo. Essendo una forma contrattuale “calmierata”, prevede specifiche agevolazioni fiscali. 3) contratto di natura transitoria: si può stipulare solo in tassativi casi di transitorietà previsti dalla legge; ha una durata di minimo un mese e massimo 18 e non è rinnovabile. 4) contratto studenti universitari: si può stipulare solo nei comuni sede di corsi universitari e nei comuni limitrofi e riguarda solo gli studenti fuorisede. Il canone è compreso entro fasce di oscillazione stabilite dagli accordi sindacali territoriali.
Per far emergere il mercato nero degli affitti, una strada allo studio è quella di ridurre la pressione fiscale sui proprietari, che ad oggi pagano le tasse in base al reddito. Da qui la proposta, nella scorsa legislatura, di una “cedolare secca” sugli affitti: un’aliquota fissa del 20% per tutti i proprietari. A sostenere il provvedimento fu soprattutto Francesco Rutelli, ma mancarono le risorse per tradurlo in una norma. Secondo le stime di Visco, infatti, la manovra sarebbe costata 4 miliardi di euro.
Il 21 maggio scorso sulla proposta è tornato il Ministro Roberto Calderoli, annunciando a margine di un’assemblea di Confindustria di voler riprendere in mano il progetto sulla cedolare secca, assicurando che «presto la misura sarà inserita in un provvedimento». Già a marzo, il Pd si era detto d’accordo al varo di un decreto legge ad hoc. Ma si aspetta ancora.
LA SCHEDA
Nel secondo semestre 2008 gli affitti sono scesi in media in Italia del 4% rispetto al semestre precedente: lo rileva uno studio della Uil secondo il quale il peso dell'affitto sul reddito netto delle famiglie è passato dal 27% del primo semestre al 26,4% del secondo. Tra le città metropolitane solo Genova e Torino hanno registrato aumenti medi dei prezzi di affitto (rispettivamente del 15,8% e del 5,5%) mentre Milano (-17,9%), Bologna (-16,9%) e Roma (-7,9%) segnano una riduzione significativa dei prezzi di locazione. Anche le quotazioni immobiliari di vendita hanno segnato una battuta d'arresto (-0,6% tra il secondo e il primo semestre). La riduzione più pesante l'hanno registrata i prezzi a Bologna con un -6,94%. La città più cara per affittare casa è Roma dove per un appartamento di 70 metri servono in media 1.656,70 euro al mese. A Venezia gli affitti sono in media di 1.470 euro mentre a Firenze ce ne vogliono 1.020. A Milano, secondo lo studio bastano 845 euro a Caltanissetta servono 227
EUROPA A MISURA DI GIOVANI
Germania e Spagna sono le meno care. Qui un neoassunto trova affitti regolari e a prezzo sostenibile. Resta il miraggio di Londra: chi lavora nella capitale inglese spesso costretto a fare il pendolare
Per capire come funziona il mercato degli affitti negli altri paesi, basta scomodare un po’ di amici all’estero. Ne abbiamo tutti molti, in fuga dall’Italia. Esportano sogni e scommesse in posti dove spesso far fiorire i progetti è più facile che qui. A mettere insieme un po’ di storie - via mail, via Facebook o con una chiacchierata su Skype - il dato che emerge è sempre lo stesso: cercare casa a prezzi sostenibili, eccezion fatta per Spagna e Germania, è una fatica anche nel resto d’Europa; ma avere un contratto fuori è la norma. Laura ha 30 anni ed è nata a Pagani, vicino Salerno. Una laurea in architettura, qualche anno tra Parma, Milano e Venezia. È approdata a Parigi tre anni fa, dove lavora in uno studio associato di architetti italiani. «La domanda è molto alta e affittare casa è una guerra. Gli appartamenti per i single sono minuscoli: dai 12 ai 16 metri quadri di media. Tutti i padroni ti offrono un contratto, ma prima di “accettarti” come inquilina devi superare una specie di selezione», spiega. «Le cose vanno più o meno così: trovi un annuncio con sopra l’ora e il giorno per le visite; ti presenti e porti con te un dossier, che contiene le tue ultime buste paga (di solito si chiede una busta paga che sia tre volte il prezzo dell’affitto), una lettera di referenze del tuo precedente proprietario e la dichiarazione dei redditi di una persona che si fa garante per te». Laura spiega che per lei è stata dura: contratto a tempo determinato, genitori-garanti all’estero: ci ha messo un po’ a farsi “scegliere” dai suoi attuali proprietari. «Oggi vivo i miei 16 mq + 4 di soppalco-letto in centro. A 650 euro al mese, tutto incluso».
Angela di anni ne ha 28. Viene da Cagliari, ha studiato a Roma, da quattro anni ha scelto l’estero: prima due anni a Dublino, poi Londra, dove oggi lavora come giornalista freelance e media analyst. «Londra è in assoluto una delle città più care d’Europa. Anche sugli affitti. IPer risparmiare ho scelto una zona residenziale, ai limiti con Peckham, che è considerato un po’ il “bronx” della città. Pago 600 pound al mese, spese comprese. Con contratto».
C’è chi, pur lavorando a Londra come Rocco, - economista 31enne, in Inghilterra prima per un dottorato e adesso per lavoro - sceglie di fare vita da pendolare, per risparmiare un po’. «Sono andato a vivere a Oxford. In molti fanno così. Con 700 sterline». Isabella, invece, è un’antropologa di 30 anni originaria di Fabriano, e lavora a York. «Qui ti fanno sempre il contratto, anche se si tratta di formule più flessibili e meno rigide che in Italia. I contratti tipici durano sei mesi. Ma spesso gli affitti vanno a settimana. Io ho una stanza singola in una specie di studentato privato, dove abitano altre 16 persone, in pieno centro storico. Pago 72 sterline a settimana. Non è molto». Anche in Spagna la situazione è decisamente migliore. Come spiega Marilù, 31 anni, attrice di Taranto. «Abito da sola, in un monolocale a Malasagna, e pago 300 euro al mese, tutto in regola. Qui in Spagna le condizioni di vita per i giovani sono ideali Sto qui da tre anni e non ho mai avuto problemi a mantenermi. Quando abitavo a Roma era tutto più difficile».
VERONA — «Siamo troppo piccoli per essere grandi e troppo grandi per essere piccoli». Con questa riflessione, difficilmente contestabile, Rino Mario Gambari, consigliere delegato dell'autostrada Serenissima e soprattutto maggior azionista con oltre il 23%, lancia un messaggio per certi versi sorprendente: «Se davvero i soci pubblici decideranno di dismettere, il nostro gruppo di privati è interessato a comprare».
Sono tempi lontanissimi dal 2004, quando l'industriale bresciano, con una spettacolare se il termine è passabile - operazione finanziata da Mediobanca e Abn Amro acquistò il 20,3% della Brescia-Padova, valutando un miliardo l'intera società. Oggi, in tempi di recessione e di credito difficile, sembra azzardato immaginare altri grandi acquisti per una concessionaria autostradale che ha salutato da tempo il progetto di quotazione in Borsa, che ha un po' di problemi con le controllate (vedi Infracom) e che fa grande fatica a distribuire dividendi ai soci (l'Anas non vuole).
Ma tant'è. Gambari intende passare il guado, «perché la Serenissima ha la prospettiva concreta di aumentare il proprio valore nel tempo a condizione che, ovviamente, la concessione sia estesa davvero al 2026 e che si prosegua nel migliorare l'efficienza della società, sul fronte dei costi e della struttura organizzativa».
Il lombardo non desiste, quindi, dalla volontà di puntare finalmente al controllo o almeno a un ruolo da vero azionista di riferimento, magari in compagnia dei suoi attuali soci: la veronese Cis di Bruno Tosoni (che a sua volta ha trovato nel fondo F2i di Gamberale un alleato importante), la Abm Merchant di Alberto Rigotti, infine Guglielmo Tabacchi e figlio. Tutti presenti a vario titolo nelle società veicolo riconducibili al bresciano: nella compagine della Brescia-Padova risultano Re.consult Infrastrutture (20,3%) e Cif (3,13%), per un totale del 23,43%.
La questione è tornata di attualità per due motivi. Innanzi tutto, per le esternazioni recenti del presidente della Serenissima, Attilio Schneck. Stufo di oneri per più di un milione al l'anno che zavorrano l'intera gestione finanziaria della Provinciadi Vicenza, il leghista di Thiene ha detto chiaro e tondo che vuole vendere. Primo obiettivo, liberarsi di quel 3,86% acquistato per oltre 30 milioni nel 2005 per ordine di Manuela Dal Lago, che lo ha preceduto in entrambe le poltrone di presidente (Brescia-Padova e Provincia di Vicenza). Ma chissà, la dieta potrebbe essere anche più severa: la quota attuale è dell'8,86%, ben di più di tutti gli altri enti pubblici che al massimo superano di qualche decimale il 5%. Schneck si è spinto oltre: per vendere al miglior prezzo ed eludere il lungo e macchinoso iter del diritto di prelazione tra soci, gli enti azionisti potrebbero creare un veicolo societario verso cui far confluire le proprie partecipazioni. Quali altri soggetti potrebbero seguire il presidente? Da una vita si parla dell'intenzione a vendere del Comune di Milano (4,75%), ma stanno alla finestra anche altri enti e Camere di commercio, tutti assai interessati a far cassa.
L'altro fronte è dato dall'aumento di capitale. Se l'Ue archivierà finalmente la procedura d'infrazione contro il governo italiano sulla concessionelunga alla Serenissima, quest'ultima riformuleràsubito il piano finanziario per la realizzazione delle opere. Piano che dovrà contare anche su un rafforzamento patrimoniale della società, con un aumento di capitale che, nella versione precedente ora da aggiornare, era stato stimato in 150 milioni. L'operazione - inaccessibile agli azionisti pubblici - sarà una seconda chiave d'accesso per i privati.
In tutto questo, ricorre come formula magica l'eterna questione della concessione. Dallasocietà si fa professione di ottimismo, ma in queste settimane il cambio della guardia nella Commissione europea comporta un ulteriore ritardo nella decisione. Da Verona si spera nell'archiviazione del procedimento a Bruxelles a metà settembre.
Intanto, si dà corpo finalmente alla holding che separerà laconcessionaria dalle altre attività e partecipazioni del gruppo. Il 6 luglio è convocato un cda che dovrà provvedere alla costituzione del boarddella nuova società. Sarà l'organismo che dovrà gestire, in prima battuta, l'uscita dalle altre società auto stradali (Venezia-Padova, Cisa, Autobrennero, Autovie Venete solo per citare i soggetti principali). Sempre che si riesca a vendere bene. Gambari ha un'idea precisa: «Se le necessità di cassa ci spingeranno a farlo, lo faremo. Ma se non ne avremo bisogno, potremmo aspetta re un momento più favorevole per le valutazioni. Senza fretta».
Ci sono abitudini simili a bende sugli occhi, che impediscono di vedere. O simili a guinzagli, che accorciano il pensiero annodandolo al conformismo. Il nostro sguardo sull’Iran è prigioniero di queste bende e questi guinzagli, fin dai tempi dello Scià e poi anche dopo la rivoluzione di Khomeini. L’Iran lo identifichiamo ormai da trent’anni con il turbante, con il Corano, con la violenza in nome di Dio, con la religione che s’intreccia alla politica e l’inghiotte. Quando i suoi dirigenti si ergono contro il mondo esterno o contro il proprio popolo, subito tendiamo a scorgere la mano e la mente d’un clero retrogrado. Il suo establishment usiamo chiamarlo religioso, nell’élite sacerdotale ci ostiniamo a non vedere altro che integralismo.
È dagli Anni 50 che le amministrazioni americane sbagliano politica in Persia, suscitando sistematicamente le soluzioni peggiori e trascinando negli errori anche l’Europa. Tanto più urgente è congedarsi da bende e guinzagli, e cominciare a guardare quel che veramente sta succedendo in Iran.
Da quando si sono svolte le elezioni, il 12 giugno, sui tetti delle case si aggirano giovani assetati di libertà che gridano nella notte «Allah Akbar», Dio è grande, aggiungendo immediatamente dopo: «A morte il dittatore», proprio come nel 1979. Sono cittadini che di giorno hanno sfilato per strada contro i brogli elettorali: che hanno smesso la paura, e rischiano la vita parlando con frequenza di sacrificio di sé. Anche Mir Hossein Mousavi, il loro leader, annuncia che resisterà «fino al martirio».
A Qom, che è una delle città sacre dell’Islam sciita - di qui partì la rivoluzione khomeinista - vive una classe sacerdotale che nella stragrande maggioranza avversa il presidente. Non più di tre, quattro ayatollah lo sostengono, anche se i loro uomini occupano i principali centri di potere (Pasdaran, servizi, giustizia). I massimi teologi del Seminario di Qom hanno scritto una lettera aperta, dopo il voto, in cui dichiarano i risultati «nulli e non avvenuti». Viene da Qom ed è figlio di un ayatollah il presidente del Parlamento Larjiani, ostile a Ahmadinejad. Si è rinchiuso a Qom il numero due dello Stato, l’ayatollah Rafsanjani, per verificare se sia possibile mettere in piedi una maggioranza di religiosi, nel Consiglio degli esperti che presiede, capace di destabilizzare e forse spodestare la Guida suprema, l’ayatollah Khamenei che ancora difende la legittimità di Ahmadinejad. Il Consiglio degli esperti nomina la Guida suprema a vita, ma può destituirla se essa non mostra saggezza. Sembra che Rafsanjani abbia già convinto 40 capi religiosi, sugli 86 che compongono il Consiglio. Nella città religiosa di Mashhad, molti sacerdoti musulmani hanno partecipato alle manifestazioni contro il regime. Non trascurabile è infine il simbolo della resistenza: verde è il colore dell’Islam. Questo significa che non siamo di fronte a una sollevazione contro lo Stato religioso. Per il momento, siamo di fronte a un’insurrezione fatta in nome dell’Islam contro un gruppo dirigente considerato blasfemo e nemico del clero.
Ahmadinejad ha questo vizio blasfemo, agli occhi della maggioranza dei sacerdoti tradizionali e di grandissima parte della popolazione. In lui non si percepisce un leader integralista, ma un dittatore che ha motivazioni tutt’altro che religiose. Il suo potere è innanzitutto militare, e nel frattempo è anche divenuto economico. Le sue parole d’ordine sono improntate a un nazionalismo radicale, estraneo alla spiritualità. Il corrispondente della Frankfurter Allgemeine, Rainer Hermann, è un fine conoscitore del paese e parla di «svolta pakistana»: sotto la presidenza Ahmadinejad, negli ultimi quattro anni, avrebbe preso il potere un’élite che nella sostanza è laica, e che usa la religione non solo per abbattere ogni forma di democrazia ma per distruggere il clero tradizionale.
L’uso della religione è sin da principio politico, in Ahmadinejad.
Fedele alle dottrine apocalittiche dell’ayatollah Mesbah Yazdi, il presidente si dice convinto che l’era dell’ultimo Imam - il dodicesimo Imam messianico, il Mahdi occultato da Dio per oltre 1100 anni - stia per riaprirsi, con il ritorno del Mahdi. Tutte le apocalissi, anche quelle ebraiche e cristiane, sono rivelazioni che presuppongono tempi torbidi, in cui il male s’intensifica. Anche per la scuola Hakkani, che Yazdi dirige e cui appartengono gli Hezbollah iraniani, il male va massimizzato per produrre il Bene finale. L’ayatollah ha insegnato a Ahmadinejad l’uso del messianesimo a fini politici, non teologici. I politici messianici in genere parlano di Apocalisse non perché credono nella Rivelazione, ma perché nell’Apocalisse il dialogo con Dio è diretto (nell’Apocalisse di Giovanni scompaiono i templi) e il capopopolo non ha più bisogno del clero come intermediario. L’apocalisse serve a escludere il clero dalla politica e forse anche la religione.
Il segno più evidente della svolta laico-pakistana di Ahmadinejad è la militarizzazione del regime. I guardiani della rivoluzione, i Pasdaran, dipendono da lui oltre che da Khamenei. E i picchiatori delle milizie Basiji non sono nati nel fervore religioso ma nel fervore della guerra di otto anni tra Iran e Iraq. I Basiji erano i bambini o i giovanissimi che in quella terribile guerra, tra il 1980 e il 1988, venivano gettati, inermi, nei campi minati dal nemico: perirono in migliaia. Secondo alcuni storici (tra cui lo specialista Hussein Hassan) Ahmadinejad fu il giovane istruttore di quei martiri forzati. Il suo disegno: rompere il singolare equilibrio di poteri tra sovranità popolare-democratica, sovranità religiosa e sovranità militarizzata che caratterizza l’Iran. Un equilibrio ripetutamente violato ma che rispecchia la storia del paese, sempre oscillante fra il costituzionalismo democratico affermatosi nel 1906 e la brama mai spenta di Stato assoluto. Il potere di Ahmadinejad e dei Guardiani è ormai più forte anche presso i più poveri del paese di quello dei Mullah, i sacerdoti che fecero la rivoluzione.
Quel che è avvenuto sotto Ahmadinejad è una sorta di colpo di Stato modernista, che ha intronizzato l’élite formatasi nella guerra contro l’Iraq. È il potere di quest’élite che Ahmadinejad protegge, e esso non coincide con il potere religioso. Tra molti esempi si può citare la decisione di togliere al clero la gestione dei pellegrinaggi e di affidarla al ministero del Turismo: una misura che ha profondamente umiliato i religiosi. L’apocalisse è strumento di lotta molto terreno: nella conferenza stampa dopo le elezioni, Ahmadinejad ha ripetuto la formula d’obbligo che impone di parlare «in nome di Allah il Misericordioso», ma subito dopo ha rotto la tradizione invocando il dodicesimo Imam. Le milizie Basiji da qualche tempo si son tagliate la barba: è un altro segno di ribellione ai Mullah. Nella campagna elettorale, Mousavi si è presentato con il verde dell’Islam e del movimento riformatore. Ahmadinejad con la bandiera nazionale.
È dunque il nazionalismo militarizzato, il regime che oggi vacilla e sta riducendo al silenzio i riformatori. È il nazionalismo che si è abbarbicato all’atomica, e fatica a negoziare su di essa. Ma l’atomica è al tempo stesso la risposta dell’Iran intero ai tanti errori di valutazione dell’Occidente e alla cecità delle amministrazioni Usa, che mai hanno capito le riforme di cui questo paese aveva bisogno (non lo capirono con il Premier Mossadeq, che spodestarono nel 1953 per tutelare lo Scià e le vie del petrolio; non lo capirono quando minacciarono Teheran nonostante al governo ci fossero riformatori come Rafsanjani o Khatami). La sfida atomica iraniana non verrà meno, il giorno in cui vincessero i riformatori. Ma almeno non sarà al servizio del più tremendo dei nazionalismi: quello che sceglie comemaschera l’Apocalisse.
Concluso il turno elettorale di giugno, il Pd si è tuffato in una nuova sfida. Questa volta interna. Il congresso d’autunno per eleggere il segretario. Per mettere fine alla "supplenza" di Franceschini (non necessariamente alla sua carriera di leader). Nulla da eccepire sulle scelte autonome del principale partito di opposizione. Salvo che questo sarebbe, anzitutto, il momento di fare, appunto, l’opposizione. Non solo all’interno, come avviene da anni, segnati da conflitti e agguati (fatto un segretario, altri leader appaiono pronti a rimpiazzarlo). Dovrebbe invece fare opposizione al governo, ma soprattutto al premier e al suo partito. Che per la prima volta, dopo il voto del 2008, appaiono in difficoltà.
A modo suo, lo ha ammesso anche Silvio Berlusconi, quando, accennando alle vicende che gli stanno creando disagio, ha concluso: «Agli italiani piaccio così». Aggiungendo: «Il 61% degli italiani ha fiducia in me». Senza ulteriori chiarimenti circa la titolarità e la responsabilità dei sondaggi, il campione, il quesito impiegato, ecc…. Il premier, d’altronde, non si è mai preoccupato delle regole e dei vincoli circa l’uso e le fonti dei dati che distribuisce con tanta generosità. Nessun garante e nessuna authority, d’altronde, gliene hai mai chiesto conto, a quanto ci risulta. Tuttavia, il 61% significa, comunque, 15 punti in meno del grado di fiducia che Berlusconi si attribuiva un paio di mesi fa. Quando, peraltro, affermava che il Pdl avrebbe sfondato il muro del 40% dei voti. Anzi: si sarebbe avvicinato al 45%. Anche in questo caso: 10 punti più di quelli effettivamente ottenuti alle elezioni europee. D’altra parte, al di là della misura effettiva (al Cavaliere piace molto apparire più alto di quel che è), dalla fine di aprile gli indici di fiducia nei suoi riguardi hanno cominciato effettivamente a scendere. Molto più di quelli nei confronti del governo. Al tempo stesso, hanno iniziato a flettere, nei sondaggi, anche le intenzioni di voto per il Pdl. Senza che, peraltro, ne beneficiasse l’opposizione. Salvo l’Idv di Antonio Di Pietro. Insieme alla Lega: opposizione "nella" maggioranza. Principale dato effettivamente in aumento: l’incertezza.
Come abbiamo rilevato in diverse occasioni, la quota di elettori indecisi (cfr. fra gli altri, i sondaggi di Ipsos) in poche settimane si è allargata: dal 20% a un terzo degli elettori. Spinta, soprattutto, da coloro che nel 2008 avevano votato per il Pdl. Senza che, nel frattempo, nulla fosse cambiato sostanzialmente: nell’economia, nei consumi, nella sicurezza. D’altronde, un solo argomento, da due mesi, occupa le prime pagine dei giornali (ma non dei telegiornali): Berlusconi e le donne (per dirla in modo generico e allusivo). Non si è parlato d’altro in campagna elettorale. E ciò ha indebolito non tanto l’immagine del governo, ma direttamente quella del premier. Tuttavia, l’immagine personale del premier, assai più di quella del governo, coincide con l’identità della maggioranza. O meglio: del partito di maggioranza. Da ciò il fastidio e il disamore di molti elettori del Pdl che si è tradotto nel voto e, in particolare, nel non-voto. Incoraggiati - o scoraggiati - dallo specifico tipo di competizione, le europee. Usate, spesso, per lanciare messaggi ai partiti e soprattutto al governo. In questo caso: al premier. Da ciò l’astensione, che è cresciuta pesantemente rispetto all’anno scorso, ma anche rispetto alle precedenti europee del 2004. Ai danni soprattutto del Pdl. Come conferma l’analisi statistica dei flussi elettorali condotta dall’Istituto Cattaneo di Bologna (con il modello di Goodman) partendo dai risultati delle sezioni elettorali nelle principali città.
Tra coloro che avevano votato per il Pdl alle politiche del 2008, alle recenti europee si è astenuto: l’8,4% (sul totale degli elettori) a Torino, il 9% a Milano, circa il 7% a Brescia e a Verona. E ancora: intorno al 5-6% a Padova, Reggio Emilia e Firenze; ma l’11% a Napoli, il 14% a Roma e addirittura il 18% a Reggio Calabria e il 22% a Catania. L’astensione ha colpito di nuovo e in modo pesante il centrodestra anche ai ballottaggi delle amministrative. Soprattutto i candidati del Pdl: a Milano, Torino, Firenze, Bari, Padova. Il profilo di coloro che hanno abbandonato il Pdl in questa occasione (sondaggio LaPolis, Università di Urbino, 15-20 giugno, campione nazionale, 1400 casi) segnala che si tratta dell’elettorato "moderato", che nello spazio politico si posiziona intorno al "centro". Dal punto di vista sociale, la figura "tipica" dell’astensionismo nel Pdl è costituita dalla casalinga che risiede nel Sud. L’astensione massiccia che ha investito il Pdl, tuttavia, non segnala solo il disagio della base elettorale di centrodestra verso il partito di riferimento e il suo leader. Sottolinea, al tempo stesso, la debolezza del principale partito di opposizione.
Il Pd, infatti, si dimostra incapace di sfruttare il disagio degli elettori moderati di centrodestra. Non solo, ma, a sua volta, ha perso voti un po’ in tutte le direzioni. Dovunque. A Nord, nel Centro e nel Mezzogiorno. Verso l’astensione (anche se in misura molto più ridotta del Pdl). Ma soprattutto: verso l’Idv e l’Udc. Poi: verso i partiti di sinistra. E ancora, nelle città "rosse": verso la Lega. In alcuni casi, per quanto in misura ridotta: anche verso il Pdl. Il Partito democratico non riesce ad attrarre a sé una parte almeno degli elettori delusi ed elusi dal Pdl perché è afasico, abulico e un poco anonimo. Gli mancano un volto e le parole. In tema di sicurezza, immigrazione, ma perfino sui costi della politica e sull’economia: gli elettori ritengono il centrodestra più credibile e attrezzato del centrosinistra (sondaggio LaPolis Università di Urbino, 15-20 giugno 2009). Il Pd: fatica a tenere i piedi per terra. A tenere rapporti solidi con il territorio e con la società. Per cui non riesce a incalzare Berlusconi. A "sfruttarne" il disagio e gli imbarazzi. Come ai tempi della campagna elettorale del 2008. Quando Berlusconi era l’Innominato. Mai nominato per timore di fare antiberlusconismo. Con grande beneficio per l’Innominato.
In effetti, da allora il filo dell’opposizione è stato afferrato dall’Idv e perfino dalla Lega, alleata inquieta ma fedele di Berlusconi. Il problema del Pd, prima e oltre il congresso, è di "fare" opposizione. Non al proprio interno, riaprendo personalismi vecchi (magari in nome del "nuovo"). Ma a Berlusconi e al centrodestra. Dicendo tre-quattro parole chiare e condivise su altrettante questioni: lavoro, sicurezza, economia, Welfare. (Al momento non ne viene in mente nessuna). Senza inseguire la Lega e la Destra sul loro terreno (non c’è partita). E scegliendo un leader capace di sfidare e contrastare apertamente Berlusconi. Senza timore di fare dell’antiberlusconismo. Un modello di valori pubblici e privati e, al tempo stesso, uno stile di vita. A cui Berlusconi dà volto, voce e biografia. Occorre qualcuno in grado di fare altrettanto. In modo evidentemente - ed efficacemente - alternativo. Perché il paese, questo paese, è politicamente contendibile. Lo si è visto in questo turno elettorale. Ma ci vuole qualcuno che lo contenda veramente. Un contendente. Noi soffriamo da sempre di miopia (politica e non solo), ma per ora non ne vediamo.
Il ministro Tremonti, cui ieri si è aggiunto anche il presidente Berlusconi con un attacco durissimo, sembra deciso a delegittimare sistematicamente agli occhi degli italiani chiunque fornisca dati sulla economia che non corrispondono alla sua lettura della realtà, o meglio a quella che desidera comunicare ai cittadini. Ocse, Banca d´Italia, ora anche l´Istat vengono continuamente da lui smentiti come fornitori di dati sbagliati se non fantasiosi. Il dato che non piace viene negato non sulla base di fonti più attendibili, ma delegittimando puramente e semplicemente la fonte, l´istituzione che produce i dati scomodi. Anche (verrebbe da dire soprattutto) se è una fonte ufficiale, tenuta a protocolli di raccolta e produzione dei dati verificabili e certificati, anche a livello internazionale. Così la stima di Draghi di una caduta del 5% del Pil viene accantonata come non credibile solo perché "qualche mese fa", ovvero all´inizio della crisi e quando questa non si era dispiegata in tutte le sue conseguenze, soprattutto sul piano occupazionale, il governatore aveva fatto una stima meno pessimistica. Non conta che, appunto, contrariamente alle rassicurazioni dello stesso Tremonti, le cose siano andate di male in peggio, che l´occupazione sia crollata e così i consumi delle famiglie, e che molti di coloro che hanno perso il lavoro non abbiano nessun tipo di protezione (fatto accertato e accertabile ampiamente, nonostante le smentite di Berlusconi).
Ma la bordata più grossa Tremonti l´ha riservata all´Istat, e proprio sui dati sull´occupazione. Evidentemente gli sono piaciuti così poco, perché sono così in controtendenza con le sue rassicurazioni, che per toglierli dalla attenzione si è spinto a raccontare ad una platea della Confcommercio che le stime dell´Istat sono basate su interviste telefoniche fatte ad un campione di mille persone e con un´unica domanda ("Lei è disoccupato?"). Sembrava lo sketch di un comico. Peccato che un ministro della Repubblica, tanto più se ministro del Tesoro, dovrebbe pensarci due volte non solo a delegittimare le istituzioni che forniscono i dati ufficiali, ma a diffondere informazioni del tutto false. Come è ampiamente spiegato sul sito dell´Istat ed è stato ribadito in una nota dell´Istituto in risposta alla battuta di Tremonti, l´indagine sulle Forze di Lavoro effettuata dall´Istat è basata su un campione di 680.000 individui (140.000 circa ogni trimestre), con un complesso questionario concordato a livello dell´Unione Europea e con l´Ufficio internazionale del lavoro (Ilo), con interviste sia faccia a faccia che telefoniche. Se c´è un problema nelle definizioni di occupato e disoccupato utilizzate, è che la prima è troppo larga: basta aver svolto almeno un´ora di lavoro in una attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura. La seconda è invece troppo stretta. E´ definito disoccupato chi è senza lavoro, lo sta cercando attivamente ed è disponibile a iniziare a lavorare entro due settimane. Ciò esclude una larga fetta di persone che cercano sì un lavoro, ma, ad esempio, non potrebbero iniziare entro due settimane perché prima devono organizzare la cura dei figli.
Viene il sospetto che Tremonti, come il suo presidente del Consiglio, voglia presentarsi ai cittadini italiani come l´unica fonte attendibile, l´unico che può dirci dove stiamo andando e come stiamo. Per questo ha anche chiesto una moratoria, una sorta di silenzio stampa. Le sue uscite pongono anche un´ombra pesante sui criteri con cui sarà scelto il prossimo presidente dell´Istat.
Il disegno di legge sul cd. piano casa proposto dalla giunta regionale mette una pietra tombale sull’assetto urbanistico delle città.
Innanzitutto, questa normativa non esclude dal suo ambito di applicazione tutte le zone soggette a vincolo paesistico: sono solamente i vincoli di inedificabilità assoluta a impedirne l’applicazione. Dove è scritto nel disegno di legge che l’ampliamento non è possibile in ogni area sottoposta a vincolo paesistico? Manca pertanto una disposizione chiara del tipo «nei centri storici e nelle aree sottoposte a vincolo paesistico non si applica la disciplina della presente legge».
Inoltre, effetti ancora più dirompenti di quelli contenuti negli art. 3 e 4 del testo approvato in Giunta (i quali disciplinano, rispettivamente, l’ampliamento, in deroga alla pianificazione urbanistica, della volumetria degli edifici del 20% e del 35% ) provengono dall’art. 5 comma 4 ossia dalla possibilità di modificare, sempre in deroga alla pianificazione urbanistica, la destinazione d’uso degli edifici e di effettuare interventi di sostituzione edilizia a parità di volumi. Chiaramente questa disposizione si applica ad attività industriali rendendo possibile la riconversione in edilizia residenziale degli spazi attualmente utilizzati (o inutilizzati, si pensi alle attività dismesse) dalle imprese. Senza nessuna verifica dell’impatto di scelte di tale tipo sul contesto sociale e ambientale, si introduce una possibilità che vanifica d’un colpo la stessa funzione urbanistica. Per voluntas principis trasformazioni rilevanti dell’assetto urbanistico delle nostre città sono operate senza che vi sia la men che minima percezione degli effetti (potenzialmente devastanti) sulle città e sulla vita quotidiana dei cittadini.
Quali esiti, in una città come Napoli, potrebbe avere una disciplina di questo tipo? La trasformazione delle ex aree industriali potrebbe essere gestita in deroga alla pianificazione urbanistica. Si pensi a Napoli est, ma non solo. Si vanificherebbero, così, le più rilevanti decisioni urbanistiche adottate dalla città di Napoli. Il governo del territorio passerebbe dalla mano pubblica a quella dei privati proprietari delle aree.
Inoltre, siamo sicuri che questa normativa non si applichi nei centri storici? Gli interventi che prevedono l’ampliamento ne sono esclusi: La sostituzione edilizia a parità di volume, invece, non lo è, almeno in modo chiaro. La normativa è scritta male, anzi malissimo. È così piena di difetti e di ambiguità che si potrebbe sostenere l’applicabilità della disciplina sulla modifica di destinazione d’uso a parità di volume (art. 5, comma 4) anche ad edifici ricadenti nei centri storici per i quali la pianificazione comunale prevede invece l’abbattimento.
La critica che generalmente viene condotta contro questi provvedimenti, ossia che maschererebbero un condono anticipato, non coglie dunque nel segno. Gli effetti di questa legge sarebbero molto più devastanti di quelli di un condono. Le deprecabilissime leggi sul condono si limitavano a ratificare (entro certi limiti) l’esistente, per fare cassa (non senza incentivare, almeno sulla carta, un rafforzamento del rigore per il futuro). Senza nemmeno la giustificazione di fare cassa, la giunta regionale propone una legge che mina l’idea stessa di pianificazione urbanistica, concretandosi in una completa abdicazione dell’urbanistica pubblica a favore della più completa deregulation. Una legge che nella sostanza tradisce il compito che la costituzione ha –inopportunamente, stando a questo disegno di legge – affidato alle regioni denominato «governo» del territorio.
Per Luigi Pintor le vere emergenze morali e economiche dell'Italia erano l'evasione fiscale e i morti sul lavoro. Nel 2008 le morti («grazie» alla crisi) sono diminuite, ma l'evasione imperversa. Lo slogan «pagare meno, pagare tutti» è rimasto scritto sulla sabbia. L'Italia dei poveri assume contorni precisi: non quella dei veri poveri, ma quella dei «ricchi-poveri» che si mischiano nella folla degli 11 milioni di contribuenti che denunciano al fisco meno di 6 mila euro l'anno, che usufruiscono di alloggi in case popolari (sottratte ai veri poveri) e al tempo stesso hanno livelli di vita, e patrimonio elevatissimi. L'ultima scoperta della Guardia di finanza a Padova e dintorni è esemplare: nei parcheggi delle case c'era un autosalone di extra-lusso: Porche, Jaguar, Bmw. C'è chi possedeva barche a vela o ville di ingente valore. Ma uno di loro, negli ultimi 4 anni, aveva denunciato un reddito medio di 2.500 euro. Le Fiamme gialle lo hanno moltiplicato per cento.
Ieri la Corte dei conti ha lanciato un nuovo allarme: ha stimato che il recupero dell'evasione fiscale porterebbe nelle casse dello stato almeno 100 miliardi di euro l'anno. Ma ha aggiunto «è un recupero arduo». Perché? Chi evade ha spesso la certezza dell'impunità e l'ammirazione sociale perché gli evasori vengono giudicati dei furbi da imitare. Infine, la reiterazione dei condoni: Tremonti ne ha fatti a valanga e si appresta a farne altri. E' in arrivo quello sui capitali detenuti clandestinamente all'estero, ma anche quello tributario per gli ultimi tre anni, tanto che i commercialisti invitano i clienti a non pagare le tasse del 2008. Tremonti si vanta di «non mettere le mani nelle tasche degli italiani», ma da sempre allunga una mano per elemosinare quel che gli evasori ritengono di versare per mettersi in regola con la giustizia fiscale e quella penale.
Il governatore di Bankitalia ieri ha sostenuto che per favorire la ripresa, oltre a realizzare riforme, occorre rilanciare i consumi e sostenere l'occupazione. Le risorse non mancherebbero: se emergesse un po' di evasione fiscale sarebbe possibile aumentare le pensioni dei veri poveri e tagliare le tasse dei lavoratori. Ma questo governo non lo farà. Nei documenti pubblici è evidenziato: cifre ridicole come ricavato della lotta all'evasione. Che ha ripreso alla grande (soprattutto per l'Iva) come scrive oggi su il manifesto Alessandro Santoro, uno dei massimi esperti fiscali italiani. E come testimonia una indagine svolta dall'Associazione dei contribuenti italiani (crescita del 9,7% dell'evasione nei primi 5 mesi). Da ultimo, il «Rapporto» pubblicato ieri dal Centro studi Nens che fa le pulci ai conti pubblici italiani.
La Corte dei conti, non bastasse, ha denunciato una nuova emergenza: «una vera e propria tassa immorale» di 50/60 miliardi l'anno, derivante dalla corruzione nelle pubbliche amministrazioni. Chi paga questa tassa? Ovviamente quelli che già versano al fisco fino all'ultima lira. A beneficarne sono i soliti noti che non hanno problemi a pagare profumatamente quelle che la stampa «per bene» definisce «escort»: ogni mezzo è utile per non interrompere la catena della corruzione.