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«Via dal vento». A pochi giorni dal summit dei Grandi che ha lanciato l’appello a frenare il caos climatico, una secessione nel movimento ambientalista prova a bloccare la corsa dell’energia eolica. Coldiretti, Amici della Terra, Mountain Wilderness, Altura, Vas, Movimento Azzurro, Comitato del paesaggio, Comitato per la bellezza, Fareverde, Italia Nostra hanno convocato per questa mattina una conferenza stampa in cui lanciano l’offensiva contro le pale eoliche proponendo una moratoria europea per bloccarle.

«Nel nostro nuovo sito, Viadalvento, diamo conto dell’ampiezza della rete costruita: oltre 500 comitati presenti in 19 paesi europei, dalla Lapponia a Gibilterra», spiega Carlo Ripa di Meana, presidente del Comitato nazionale per il paesaggio. «E in Italia, dove sono state costruite 3.500 torri eoliche e altre 10 mila sono state pianificate, stiamo cominciando a ottenere risultati importanti, come il no di Volterra».

Dopo aver chiesto per oltre 30 anni la fuoriuscita dall’era dei combustibili fossili, il movimento ecologista mette sotto accusa la fonte rinnovabile più vicina alla competitività con il petrolio? Proprio mentre la causa dell’energia pulita viene sposata non solo dalla comunità scientifica ma dai leader dei principali paesi? «Il nostro non è un movimento contro tutte le rinnovabili, ma contro l’eolico», risponde Betto Pinelli, di Mountain Wilderness. «Il paesaggio è la natura che si è fatta storia, è un divenire, ma non può subire l’immissione massiccia di oggetti così ingombranti come le torri eoliche: sarebbe la cancellazione di quella rete di rapporti culturali, microstorici, che sono l’essenza stessa del paesaggio. Un danno enorme con vantaggio zero visto che l’incidenza del vento nella produzione elettrica è minima».

Opposto il parere delle tre maggiori associazioni ambientaliste, Legambiente, Greenpeace e Wwf che offrono dati completamente diversi. Le pale installate nel 2008 in Europa forniscono l’elettricità equivalente a quella prodotta da 3 centrali nucleari da mille megawatt. E l’eolico presente in Italia dà la stessa energia di una centrale nucleare. «Da qui al 2020 in Italia l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari annunciate sarà zero, quella delle centrali eoliche previste per quella data equivarrà a oltre 4 centrali nucleari da mille megawatt», precisa Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace.

Qualche errore in passato c’è stato - ammette Mariagrazia Midulla, del Wwf - ma, dopo aver ridotto i consumi migliorando l’efficienza energetica, si tratta di costruire meglio gli impianti eolici usando precise linee guida, non di lasciare campo libero a carbone e nucleare. «Sarebbe folle mettere una centrale sulle cime di Lavareto, ma in luoghi impoveriti, come le colline disboscate o le alture attraversate dagli elettrodotti, le pale eoliche migliorano il paesaggio», osserva Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. «Del resto poco più di cent’anni fa c’era chi voleva smantellare la Tour Eiffel: dicevano che era brutta».

Hanno già iniziato le regioni. No al nucleare, dicono quasi tutti i governatori. Dice no Nichi Vendola, governatore della Puglia di Sinistra e Libertà. E dice no anche Ugo Cappellacci, neoeletto governatore della Sardegna che è del Pdl, il partito di Silvio Berlusconi. Per qualcuno è un’opposizione di principio. Per qualche altro è un no frutto di un attenta valutazione tra costi e benefici. Per qualche altro ancora è semplicemente la sindrome NIMBY: non nel mio giardino. Per tutti parla Vasco Errani (Emilia-Romagna), presidente dei presidenti di regione: «Il governo ha imboccato la strada sbagliata».

È la riproposizione del modello autoritario di gestione delle scelte tecniche e scientifiche, utilizzate con apparente (solo apparente) successo da Guido Bertolaso per gestire l’emergenza rifiuti in Campania o l’emergenza terremoto in Abruzzo. Ma è un metodo che non sempre funziona. Questa è la lezione che è venuta da Scanzano Jonico, nel 2003, quando la protesta popolare costrinse il governo - il secondo governo Berlusconi - a ritirare l’atto unilaterale con cui aveva scelto (male peraltro) il sito di profondità per stoccare le scorie nucleari dell’intero Paese. Cosicché è facile prevedere che il no dei governatori alle nuove centrali nucleari sarà fatto proprio dalle popolazioni, se il quarto governo Berlusconi dovesse continuare a procedere in maniera unilaterale e scegliere d’imperio i siti per le centrali nucleari che intende costruire e per le scorie che quelle centrali produrranno.

Qui non discutiamo la scelta di merito:nucleare sì o nucleare no. Questo nucleare di terza generazione e d’importazione francese, o il nucleare di quarta generazione, realizzato con una filiera di conoscenza tutta italiana. Discutiamo del metodo: la politica nucleare di un Paese libero non può essere imposta per coercizione, ma deve essere fondata sulla convinzione. Dopo una grande (non necessariamente lunga, ma reale) discussione, cui possano partecipare i tecnici, le istanze democratiche e l’intera popolazione. Come avviene in tutta Europa e in ogni Paese che riconosce i nuovi diritti della “cittadinanza scientifica”. Non è solo una questione di prassi democratica ma di efficienza della decisione. In una società complessa e in una moderna democrazia tutti coloro che hanno una posta in gioco (i sociologi li chiamano stakeholders) vogliono dire la loro sulle scelte rilevanti. E se non hanno una camera dove parlare ed essere ascoltati cercano di esercitare con tutti i mezzi leciti il loro potere, più o meno grande di veto. L’Italia può anche decidere di ritornare sui suoi passi e scegliere (anche) l’opzione nucleare per modificare l’antico paradigma energetico fondato sui combustibili fossili, superare col minor danno possibile il «picco del petrolio» e contrastare i cambiamenti climatici. Ma solo se la scelta è condivisa, non se è imposta. Solo se è negoziata con le popolazioni e gli enti locali, dopo aver deciso con prassi trasparente e scientificamente fondata i tempi e i luoghi degli interventi. Non è possibile, in una società complessa e in un Paese democratico, somministrare, con atto d’imperio, «il trattamento nucleare obbligatorio».

Giorgio Napolitano è persona seria, nel senso antico della parola, e con una storia politica che Barak Obama - nonostante le differenze - ha sentito il dovere di apprezzare al pari della sua «integrità».

Fatta questa doverosa premessa - e con tutte le differenze da Di Pietro - questo giornale non concorda affatto con l'invito alla tregua, sia essa - come dice Napolitano - portatrice di pace o di riapertura delle ostilità. Nella situazione data una tregua sarebbe solo un regalo a Berlusconi, la cui crisi non è stata affatto cancellata dal successo di «anfitrione» (come ha scritto Eugenio Scalfari) ottenuto all'Aquila. La crisi economica si aggrava come ci dice anche la Consob e dal governo vengono solo annunci di provvedimenti e regali ai grandi evasori fiscali, in un paese dove la metà degli italiani dichiara meno di quindicimila euro. Dare respiro al Cavaliere non è proprio cosa utile.

E poi. Il ritorno «a un clima più civile» dovrebbe, come neve al sole, dissolvere tutte le vergogne pubbliche che si sono accumulate sulla persona del presidente del consiglio? Giustamente Stefano Rodotà su la Repubblica di ieri si domanda se «un nuovo corso politico può cominciare all'insegna di una omissione?». E, sempre Rodotà aggiungeva: «Il premier ha un'opportunità. Andare in un luogo che non ama, ma centrale per le istituzioni come il Parlamento, e rispondere alle domande che gli sono state poste». Insomma una tregua che divenga di fatto una rimozione di quel passato che fino a qualche giorno fa ha animato la stampa di quasi tutto il mondo e che, certo, non tornava ad onore dell'Italia, aggiungerebbe male al male. Non si può alfanizzare tutto (avete presente il lodo Alfano?).

Le parole del Presidente della Repubblica, del tutto condivisibili pure in una situazione di straordinaria polemica politica, sarebbero, a nostro avviso, assai controproducenti nell'attuale contesto; rischiano di trasformarsi in una inaccettabile assoluzione non solo del Cavaliere, ma di tutta la sua politica.

Cinque euro e 18 centesimi l'anno. Cioè 43 centesimi al mese. È questa la cifra stanziata per ogni africano dal G8 dell'Aquila. Ed è questa la ragione per cui il Papa, denunciando «sperequazioni sociali e ingiustizie strutturali non più tollerabili», tocca una ferita che butta sangue. Tanto più che la somma degli aiuti complessivi ai Paesi poveri arriva appena appena allo 0,13% dei soldi stanziati in questi mesi per arginare la crisi nei Paesi ricchi.

Si dirà: l'aiuto massiccio alle banche, alle imprese, all'economia occidentale era prioritario per contenere l'onda di piena e rimettere in moto quei meccanismi che, passata la grande crisi, consentiranno di redistribuire ricchezza. Difficile negarlo: un tracollo del mondo più forte non aiuterebbe certo quello più fragile. Di più: lo stesso Obama ha spiegato ad Accra che «il futuro dell'Africa dipende dagli africani» e che «se è vero che l'Occidente ha avuto spesso un approccio da padrone non è responsabile della distruzione dell'economia dello Zimbabwe, delle guerre coi bambini-soldati, della corruzione o del tribalismo che pesarono anche sulla vita di mio padre». Insomma: a ciascuno le proprie responsabilità. Colpisce tuttavia lo squilibrio tra i due investimenti, quelli per «noi» e quelli per «loro».

La Banca Mondiale, ha scritto Iacopo Viciani su lavoce.info, aveva chiesto mesi fa «ai Paesi industrializzati di destinare lo 0,70% delle risorse stanziate dai provvedimenti nazionali anticrisi per interventi a sostegno di infrastrutture e welfare di base nei 43 Paesi in via di sviluppo più esposti alla crisi». Non per carità cristiana: perché siamo dentro un sistema globale dove tutto si tiene e dunque tutti insieme si affonda, ricchi e poveri, e tutti insieme si resta a galla. Due conti? Stando a un rapporto della Bank of England, Financial Stability Review, gli Usa, i Paesi dell'area euro e la Gran Bretagna hanno investito in aiuti vari contro la crisi (comprese le garanzie) 14.800 miliardi di dollari. Una somma stratosferica. In rapporto alla quale, se i Paesi ricchi avessero accolto l'invito a versare lo «0,70% delle risorse stanziate dai provvedimenti nazionali anticrisi», avrebbero dovuto mettere insieme 103,6 miliardi di dollari. Cinque volte più di quei 20 miliardi decisi a L'Aquila (i più tirchi siamo noi, che tagliamo e tagliamo dal 1993) pari appunto allo 0,13%. Insomma, ogni mille euro andati ai «ricchi» ne andranno ai poveri 13. Per carità, può darsi che le due tabelle non siano perfettamente confrontabili. Ma certo fa effetto mettere a confronto i toni dell'annuncio per quei «venti miliardi di dollari in tre anni!» con i grandi numeri. Non solo quei venti miliardi (pari a circa 14,4 miliardi di euro) sono pari a un trentunesimo di quanto persero le sole Borse europee nella sola giornata nera del 21 gennaio scorso.

Ma in rapporto ai 920 milioni di abitanti del continente nero, ammesso che quei soldi siano reali e arrivino solo lì, significano 21,7 dollari per ogni africano in tre anni. Cioè, come dicevamo, 5 euro e 18 cent l'anno a persona. Cosa ci viene ripetuto da sempre: che bisogna smettere di regalare ai miserabili un pesce perché è meglio dargli una canna e insegnar loro a pescare? Bene: con quei soldi un africano può comprare, una volta l'anno, si e no un amo e due metri di filo. La canna e i vermi deve procurarseli da sé. Dopodiché, s'intende, gli resterà il problema dell'acqua. Immaginiamo l'obiezione: la via d'uscita non può essere la carità. Vero. Come ricorda la stessa voce.info c'è chi, quale Adrian Wood, professore di economia a Oxford, ha sostenuto sul Financial Times che poiché in molti Paesi «gli aiuti costituiscono più del 10% del prodotto nazionale e quasi metà del bilancio pubblico» e poiché questa dipendenza «è causa di una serie di gravi problemi, dovuti soprattutto al fatto che i governi devono rendere conto principalmente ai Paesi donatori invece che ai propri cittadini», bisognerebbe «limitare i flussi degli aiuti a ciascun Paese al 50% delle tasse che il governo è in grado di raccogliere a livello domestico». Giusto? Sbagliato? Il dibattito è aperto. Certo è che, come gli stessi grandi hanno riconosciuto al G8, la rimonta dei Paesi poveri non può cominciare senza nuove regole del commercio mondiale. «I dazi imposti dai Paesi industrializzati su alimenti base quali carne, zucchero e latticini sono circa cinque volte superiori ai dazi imposti sui manufatti. Le tariffe doganali dell'Ue sui prodotti della carne raggiungono punte pari all'826%» accusava nel 2001 Kofi Annan. Tre anni fa, lo United Nations Development Programme confermava: «Le tariffe commerciali più alte del mondo sono erette contro alcuni dei Paesi più poveri. In media le barriere commerciali per i Paesi in via di sviluppo che vogliono esportare verso i Paesi ricchi sono da tre a quattro volte più alte di quelle in vigore tra i Paesi ricchi». Per non dire degli aiuti agli agricoltori: un miliardo al giorno in sussidi per prodotti coi quali, a quel punto, i contadini dei Paesi in via di sviluppo non possono sognarsi di competere. Nel 2006 la Oxfam (una grossa ong britannica) ha fatto una stima: se Africa, Asia e America Latina aumentassero la loro quota del commercio mondiale dell'1% (l'uno per cento!) uscirebbero dalla povertà 128 milioni di persone.

Eppure, spiega Paolo de Renzio, dell'Università di Oxford, le cose sono addirittura peggiorate: «Nel 2009, l'Overseas Development Institute di Londra ha accertato che il valore del commercio per i Paesi in via di sviluppo sta scendendo. In Indonesia, le esportazioni di prodotti elettronici, 15% del totale, sono calate in un anno del 25%. Nel settore tessile in Cambogia, il valore delle esportazioni è sceso da 250 milioni di dollari al mese a 100 milioni. Il prezzo di materie prime come rame e petrolio è calato drasticamente, con effetti devastanti, in Nigeria, Zambia, Bolivia». Conclusione: «Quei venti miliardi, di cui solo una parte dovuti a nuove iniziative, sono in realtà una semplice pezza per i problemi, aggravati, che tanti Paesi devono affrontare a causa di una crisi globale di cui non sono affatto responsabili».

Archiviato il G8, con un indubbio successo personale del presidente del Consiglio, dovranno pure essere archiviate tutte le vicende che, negli ultimi turbinosi tempi, hanno riguardato la sua figura pubblica? Può un nuovo corso politico cominciare all’insegna di una omissione? Non è un accanimento ingiustificato a sollecitare queste domande, ma proprio la necessità di avere una vita politica davvero limpida. Peraltro, era stato lo stesso Silvio Berlusconi a annunciare una svolta sul piano dei comportamenti. Un proposito limitato ai giorni aquilani o destinato a produrre qualche frutto anche in futuro? Il premier ha un’opportunità. Andare in un luogo che non ama, ma centrale per le istituzioni come il Parlamento, e rispondere alle domande che gli sono state poste.

Ricordava ieri Eugenio Scalfari che la maggiore sobrietà mostrata da Berlusconi durante il G8 può darsi che sia stata determinata anche dalla chiarezza con la quale una parte del sistema dell’informazione ha criticato il suo modo d’impersonare la più alta responsabilità politica del Paese, con echi globali che certamente non hanno giovato né alla sua credibilità, né a quello che enfaticamente si chiama il buon nome dell’Italia. È così emersa, inaspettatamente, la forza d’una opinione pubblica che si pensava ormai indifferente o addirittura dissolta, incapace di avere reazioni politicamente significative. Gli effetti si sono visti in occasione delle elezioni europee, nelle parole taglienti del segretario della conferenza episcopale italiana. Proprio questa risvegliata opinione pubblica, questo mondo che non ha dimenticato i doveri della moralità pubblica, sono ancora in credito. I buoni propositi sono sempre importanti, ma la loro fondatezza si deve subito misurare dal modo in cui si dimostra consapevolezza piena della responsabilità degli uomini pubblici nei confronti dei cittadini, di tutti i cittadini.

È giusto non alzare inutilmente i toni, ma questo non può significare dimenticare frettolosamente quel che è avvenuto e che, per altri versi, continua a essere oggetto di accertamenti giudiziari e inchieste giudiziarie. Se si scegliesse questa strada e non si continuasse a chiedere con voce sommessa ma chiara la verità, il già debole tessuto civile sarebbe ulteriormente logorato. Sono state proprio le troppe compiacenze e assoluzioni a buon mercato dei potenti a dare una spinta decisiva all’antipolitica, a creare un clima politico che ha spalancato le porte a una ricerca del consenso che fa leva più sui vizi che sulle virtù repubblicane. Illegalità sempre blandita, razzismo sempre meno strisciante, frequentazioni a dir poco disinvolte hanno legittimato una clima diffuso che costituisce un brodo di coltura che certo non fa bene alla democrazia.

Qui è il punto. La vicenda delle frequentazioni di Berlusconi, che nessun criterio consente di confinare nel privato, dev’essere chiarita per evitare che, per l’ennesima volta, la resistenza passiva dei politici, il loro "ha dda passà ‘a nuttata" o "chinati juncu che passa la china", alla fine trionfino, non solo garantendo impunità, ma dando un pessimo esempio sociale. Non si tratta di andare alla ricerca di responsabilità penali, ma di rimettere in onore la responsabilità politica, praticamente cancellata in questi anni. È una impresa impegnativa, perché il fronte della responsabilità politica deve essere presidiato da molti soggetti. Quanta parte del sistema dell’informazione ha fatto il suo dovere? Quanta parte del ceto politico non vede l’ora di chiudere la "parentesi moralistica" per tornare agli usati costumi? Se attingiamo alla cultura pop, ci imbattiamo in Caterina Caselli: «La verità ti fa male, lo so…Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu». Probabilmente queste sono oggi le fonti, consapevoli o no, alle quali ci si ispira in un momento che esigerebbe meno leggerezza e maggiore consapevolezza di che cosa voglia dire far politica in un sistema democratico. Non suggerisco altre canzoni o altre letture. Richiamo il senso della verità in politica, che è componente essenziale della legittimazione stessa delle istituzioni, e che non può essere accantonato con una mossa cinica o di malinteso realismo politico (che, peraltro, non ha finora dato alcun profitto alle opposizioni).

L’obbligo di verità da parte delle istituzioni diviene diritto d’informazione sul versante dei cittadini. Nell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’Onu si afferma che «ogni individuo ha diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee con ogni mezzo e senza riguardo a frontiere». Questo diritto individuale alla ricerca della verità attraverso le informazioni chiarisce bene quale sia il significato della verità nelle società democratiche, che si presenta come il risultato di un processo aperto di conoscenza, che lo allontana radicalmente da quella produzione di verità ufficiali tipica dell’assolutismo politico, che vuole proprio escludere la discussione, il confronto, l’espressione di opinioni divergenti, le posizioni minoritarie. Proprio questa ovvia considerazione ci dice che la partita in corso intorno alle mille verità, contraddizioni, reticenze, bugie sulla vicenda personale del presidente del Consiglio deve concludersi in modo da evitare ogni inquinamento del sistema democratico. Aspettiamo pazienti. Ma della pazienza si può abusare, come si disse per quel Catilina citato a sproposito nei paraggi berlusconiani. Perché l’abuso non si consolidi, e diventi regola, bisogna non stancarsi di insistere.

La tregua che è stata invocata nei giorni scorsi, per proteggere da aggressioni l’immagine dell’Italia durante il G8, introduce nella politica democratica un’esigenza di immobile quiete su cui vale la pena riflettere. Presa in prestito dal vocabolario guerresco, tregua significa sospensione delle operazioni belliche, concordata di volta in volta per stanchezza, timore del pericolo, subitanee emergenze. Fino alla rivoluzione francese, scrive Clausewitz, le guerre erano fatte soprattutto di pause: l’ozio assorbiva i nove decimi del tempo trascorso in armi. Era «come se i lottatori stessero allacciati per ore senza fare alcun movimento». Le battaglie smettono quest’usanza quando si fa più possente il pensiero dello scopo per il quale si guerreggia, giacché solo tale pensiero può vincere la «pesantezza morale» del combattente.

Ma la tregua non è solo «pesantezza, irresolutezza propria all’uomo». L’etimologia dice qualcos’altro: perché ci sia tregua efficace occorre che i lottatori siano leali, che la sospensione sia un patto, che non sia unilaterale. L’etimologia, germanica, rimanda all’inglese true-vero, e al tedesco treu-leale, fiducioso.

Verità, fiducia, lealtà, patto: sono gli ingredienti essenziali della tregua, specie quando dal teatro di guerra ci si sposta a quello di pace, e quando il concetto si applica alla selezione dei governanti migliori che avviene in democrazia. Un prorompente atto terrorista, una calamità naturale, possono comportare la sospensione della conflittualità propria alle democrazie.

Non per questo vengono sospese la ricerca di verità, la pubblicità data all’azione dei politici, il contrasto fra partiti, l’informazione indipendente. Altrimenti la tregua politica altro non è che continuazione della guerra con altri mezzi, e per essa vale quel che Samuel Johnson usava dire dei conflitti armati, nel 1758: «Fra le calamità della guerra andrebbe annoverata la diminuzione dell’amore della verità, ottenuta tramite le falsità che l’interesse detta e che la credulità incoraggia». Se sostituiamo la parola tregua a guerra, vediamo che i rischi sono gli stessi.

Quando ha chiesto una tregua, il 29 giugno, il presidente Napolitano non pensava certo a questo sacrificio della verità. Ma il rischio è grande che i governanti l’intendano in tal modo: usando il Colle, rompendo unilateralmente la tregua come ha subito fatto Berlusconi aggredendo oppositori e giornali. Il conflitto maggioranza-opposizione, le inchieste giornalistiche o della magistratura sul capo del governo, sono automaticamente bollate come poco patriottiche, fedifraghe, addirittura eversive. Questo in nome di uno stato di emergenza trasformato in condizione cronica anziché occasionale, necessitante la sospensione di quel che dalla Grecia antica distingue la democrazia: la parresia, il libero esprimersi, la contestazione del potere e dell’opinione dominante, il domandare dialogico.

Significativa è l’allergia del potente alle domande, non solo quelle di Repubblica ma ogni sorta di quesiti: netto è stato il rifiuto di Berlusconi di permettere domande ai giornalisti, il primo giorno del G8. Sulla scia dell’11 settembre 2001 Bush reclamò simile tregua, che non migliorò la reputazione dell’America ma la devastò. Washington si gettò in una guerra sbagliata, in Iraq, senza che opinione pubblica e giornali muovessero un dito. La recente storia Usa dimostra che la democrazia guadagna ben poco dalle tregue politiche, quando i governi possono tutto e l’equilibrio dei poteri è violato. Il vantaggio delle tregue è la coesione nazionale: falsa tuttavia, se passiva. Lo svantaggio è la libertà immolata. Tanto più grave lo svantaggio, se l’emergenza è un mero vertice internazionale.

Ripensare la tregua e le sue condizioni può servire, perché la tendenza è forte, in chi governa, a prolungare emergenze e sospensioni della parresia, rendendole permanenti. Purtroppo la tendenza finisce con l’estendersi all’opposizione, alla stampa, e anche qui vale la descrizione di Clausewitz sul cessate il fuoco: che spesso interviene non perché la tregua sia necessaria, ma perché nell’uomo che rinvia decisioni c’è pavidità. Perché dilaga «l’imperfezione delle conoscenze, delle facoltà di giudizio». Perché, soprattutto, opposizione e giornali non hanno un «chiaro pensiero dello scopo» per cui si oppongono, analizzano, interrogano. Sono le occasioni in cui la tregua non è un patto di verità ma una variante dell’illusionismo e della menzogna.

Ma c’è una condizione supplementare, affinché la tregua si fondi su verità e fiducia. La condizione è che la memoria resti viva, e non solo il ricordo del passato ma la memoria del presente, meno facile di quel che sembri perché essa presuppone un legame tra i frammenti dell’oggi e aborre la fissazione su uno solo di essi: l’ultimo della serie. È la memoria di cui parla Primo Levi, quando descrive la tregua nei campi. Nel Lager, simbolo della condizione umana, esistono remissioni, «tregue». Ma esse sono chimere se non s’accompagnano alla memoria di quel che ineluttabilmente avverrà al risveglio, quando risuonerà il «comando dell’alba»: l’urlo in polacco - wstawac - che intima di alzarsi.

Meditare attorno all’idea di tregua è fecondo perché aiuta a capire come deve organizzarsi, in Italia e altrove, la parresia greca che i latini traducevano con libertas. Parresia è letteralmente parlare con libertà: un compito che politici e stampa condividono col medico, che non deve dire tutto alla rinfusa ma andare all’essenza e fare sintesi. Galeno, medico del primo secolo dopo Cristo, scriveva che «non si può guarire senza sapere di cosa si deve guarire»: il malato ha diritto alla verità, detta «senza ostilità ma senza indulgenza». La tregua anche in Italia ha senso se non si sacrifica il vero. Se non è solo la stampa estera a indagare sulla nostra singolare apatia etica.

Il mondo dell’informazione non è estraneo a tale apatia, incomprensibile all’opinione straniera e da essa biasimata. Il difetto, il più delle volte, è lo sguardo corto: uno sguardo che non collega i fatti, che sempre si fissa sull’ultimissimo evento, che non scava con la memoria né nel passato né nel presente. L’influenza della mafia sulla politica, i cedimenti di quest’ultima, il conflitto d’interesse che consente al privato di manomettere il pubblico, l’impunità reclamata dai massimi capi politici, infine la lunga storia italiana di stragi e corruzioni su cui mai c’è stata chiarezza: c’è un nesso fra queste cose, ma l’ultimo scandalo da noi scaccia il precedente e ogni evento (buono o cattivo) cancella il resto. Lo scandalo delle ragazze a Palazzo Grazioli cancella la corruzione di Mills, le minorenni di Berlusconi obnubilano la mafia, le dieci domande di Repubblica cancellano innumerevoli altri quesiti. Anche l’opposizione si nutre di amnesia: i successi di Prodi (aiuti allo sviluppo, clima, liberalizzazioni, infrastrutture, accordo vantaggioso per Alitalia) sprofondano nell’oblio, se ne ha vergogna. Non stupisce che perfino fatti secondari siano mal raccontati, come fossero schegge insensate: ad esempio l’assenza dal programma G8 di Carla Sarkozy, giunta all’Aquila il giorno dopo il vertice. I giornali arzigogolano su una persona che ha voluto far l’originale, differenziarsi. Nessuno rammenta l’appello di 13.000 donne italiane - presumibilmente ascoltato da Carla - perché le first ladies non venissero al G8.

L’Italia come tutti i paesi è una tela, non un’accozzaglia caotica di episodi. Se non ricordiamo questo quadro non solo le tregue saranno basate su contro-verità. Si faticherà anche a ricominciare i normali conflitti e il parlare franco, finita la tregua. Sotto gli occhi della stampa mondiale appariremo come i lottatori di Clausewitz: allacciati ininterrottamente l’uno all’altro, senza fare alcun movimento.

Il piano casa, approvato in via definitiva il 1 luglio 2009 dal consiglio regionale, pur corretto in alcuni punti grazie all’insistenza di alcuni consiglieri dell’opposizione, rimane una brutta legge che apre la strada ad un nuova massiccia densificazione del territorio e che, a fronte di benefici assai modesti sotto il profilo ambientale, avrà gravi conseguenze sulla forma e sull’immagine delle città venete.

Gli aspetti migliorativi introdotti riguardano: l’esclusione dei centri storici dal disordinato aumento di volumetria indotto dalla legge, l’obbligo della compatibilità urbanistica dell’area per poter ricostruire ed ampliare gli edifici non residenziali e la soppressione del “silenzio assenso” nel caso in cui i comuni non decidessero nei termini quali aree tutelare dall’applicazione della legge. Restano però troppi aspetti negativi che inducono a confermare decisamente la bocciatura della legge.

Non si è tenuto in alcun conto l’accordo Stato-Regioni sottoscritto il 31 marzo 2009. Il Consiglio regionale ha voluto eccellere nella “deregolazione”, consentendo l’ampliamento per tutte le tipologie di edifici, residenziali e no, indipendentemente dal volume esistente e senza alcun limite massimo di volumetria. Anche i condomini potranno essere ampliati, purché sia unicamente rispettato il regolamento interno. Ognuno può immaginare quale effetto sulla qualità dell’ambiente urbano delle periferie comporterà questa attività edilizia senza regole.

L’aspetto peggiore della legge riguarda però la possibilità di ampliare gli edifici non residenziali.

Tutti i documenti di analisi, allegati ai piani urbanistici comunali e sovracomunali, hanno denunciato la dispersione insediativa che ha caratterizzato lo sviluppo del territorio, sia per quanto riguarda il sistema residenziale che quello produttivo. Logica vorrebbe che la Regione prescrivesse che all’interno dei Piani di Assetto del Territorio comunali (PAT) ed intercomunali (PATI), che i comuni stanno elaborando, fosse prevista la razionalizzazione degli insediamenti attraverso l’accorpamento delle aree produttive. Invece, la possibilità di demolire ed ampliare fino al 50% del volume esistente tutti edifici produttivi, anche quelli incongrui, di fatto vanifica qualsiasi intento di riordino del territorio e di riqualificazione delle aree cementificate disperse e atomizzate.

Un altro aspetto negativo si configura nel fatto che l’obiettivo di incentivare il ricorso all’edilizia ecocompatibile ed alle fonti rinnovabili di energia, risulta debole e residuale rispetto a quello, di gran lunga prevalente, di riaprire i cantieri edilizi. L’ampliamento del 20% è concesso a tutti, così come il 30% in più in caso di ricostruzione. Per le buone tecniche della bioedilizia e del risparmio energetico sono previsti solamente un bonus di volume aggiuntivo del 10% e la riduzione degli oneri di costruzione. Ci si sarebbe aspettato che una legge orientata a promuovere l’edilizia sostenibile subordinasse la possibilità di ampliare gli edifici, in deroga alle norme urbanistiche, al rispetto integrale di precisi requisiti prestazionali sia per l’utilizzo di materiali ecocompatibili che per il conseguimento del risparmio energetico. Il “Piano Casa” regionale, invece, non prescrive nessun requisito prestazionale per ottenere l’ampliamento volumetrico e si presta, pertanto, a facili furbizie (basterà un’autocertificazione che attesti di aver inserito qualche riduttore di flusso nei rubinetti o una vernice di origine naturale o un pannello solare, dai costi irrilevanti) per avere diritto ad un significativo aumento di cubatura e di plusvalore dell’immobile. L’unico parametro preciso di risparmio energetico prescritto dalle norme è quello per ottenere l’annullamento del costo di costruzione nei casi di ampliamento e di demolizione con ricostruzione. Sicuramente un dispositivo molto generoso per i costruttori, che vengono addirittura “pagati” con la riduzione degli oneri per costruire in modo ambientalmente sostenibile.

Ultimo appunto contrario al disposto regionale è quello relativo all’assenza di Valutazione Ambientale Strategica (VAS). La direttiva comunitaria 2001/42/CEE impone la VAS per i piani e programmi elaborati nel settore della pianificazione territoriale e della destinazione dei suoli che abbiano effetti significativi sull'ambiente. Non v’è dubbio che la legge regionale approvata ha un impatto assai rilevante sul territorio e produrrà, di conseguenza, effetti significativi sull’ambiente. La VAS pertanto era obbligatoria. Avere approvato la legge in sua assenza ipotizza un vizio di legittimità, che potrà essere impugnato presso il tribunale amministrativo, e che costituisce, in ogni caso, un’infrazione alle leggi comunitarie passibile di sanzioni da parte della comunità europea.

Lorenzo Cabrelle è membro del direttivo Legambiente Padova

Ampliamento del 20% (articolo 3); uni-bi familiare, volume massimo 1000 metri cubi, non più alta di 7 metri: sono questi i requisiti dell'edilizia esistente che godrà in Campania della cementizia manna governativa. Questo tipo edilizio, in Lombardia, nel Veneto, in Friuli, è assai diffuso: è la villetta dei "cumenda" brianzoli, del varesotto, della brembana, che sistematico sostegno assicurano ai partiti di maggioranza (e vanno sì premiati). Villette disegnate nei piani regolatori di quei territori come edilizia sparsa. In Campania invece è quell'edilizia che ha devastato il territorio in decenni di attività abusive, che la legge recepita talquale dalla giunta regionale la norma governativa di indirizzo premia con ulteriori possibilità edificatorie. E se del condono ancora non hanno fruito, in quanto edificate (tante, in Campania) dopo i termini previsti dalla leggi di sanatoria, ecco come legittimarle. Anche in deroga ai piani paesistici: a Ischia come a Cuma o a Massalubrense, o sulle pendici del Vesuvio o del Faito e altrove ancora.

Sostituzione edilizia con ampliamento del 35% (articolo 4). Anche in deroga ai piani paesistici: a Ischia, a Cuma, a Massalubrense, sulle pendici del Vesuvio, del Faito... stavolta la preesistenza edilizia può non avere limiti dimensionali di sorta e per tutti indistintamente il premio è del 35%. E così anche le Masserie della Piana del Sele potranno diventare, una volta demolite, bei condomini di cemento armato.

Riqualificazione aree urbane degradate (articolo 5). A definire il significato del termine aree urbane stavolta non è la Regione, ma sono incaricate le amministrazioni comunali. Esse, se vorranno intendere la norma in tal senso, potranno anche definire i centri storici come aree urbane degradate. Mentre infatti negli altri casi (articoli 3 e 4 della legge) i centri storici sono espressamente fatti salvi, l'articolo 5 rinvia in maniera assai ambigua al 4, lasciando ampi spazi di interpretazione.

Una ad una, le regioni, predisponendo le rispettive leggi, si apprestano a rinunciare al governo pubblico del territorio, accettando supinamente (o convenientemente) l'ordine del governo centrale. È la sublimazione dell'estemporaneità, dell'improvvisazione: l'esatto contrario della pianificazione. Allineata a tante altre, la Campania rinnega anni di lavoro e di discussioni democraticamente sviluppate sul territorio, che hanno portato solo qualche mese fa all'approvazione del suo primo Piano territoriale.

In sostanza, la giunta propone al Consiglio di gettare a mare il lavoro fin qui svolto, riconoscendo nel nuovo testo normativo, una più congeniale risposta ai fabbisogni.

Il Ptr, pur discutibile in quanto ancora privo di norme attuative, ancora non calibrato sulla dimensione concreta del paesaggio, ancora privo di un confronto adeguato con la seria pianificazione paesistica vigente disegnata dal ministero per i Beni culturali, merita una sintesi sui temi del disagio abitativo, del recupero delle aree industriali in dismissione, della sicurezza del patrimonio edilizio, della salvaguardia dei centri storici e delle aree rurali, mirata allo snellimento delle procedure necessarie per concretizzare tali obiettivi e alle forme di incentivi necessarie per il coinvolgimento dei privati.

La nuova disciplina regionale non contiene il paesaggio: anzi, contrasta con il decreto legislativo numero 627/08 che ha modificato il Codice dei Beni culturali prescrivendo che i piani paesistici non possano essere più redatti, modificati, né a maggior ragione derogati dalle Regioni. Recependo le indicazioni della Corte costituzionale, lo Stato da appena un anno è tornato a impossessarsi dell'obbligo costituzionale della tutela del paesaggio, rammentando che alle regioni ne è invece affidata la valorizzazione. La novità del Codice è pure che gli stessi centri storici debbano essere soggetti a tutela. Il disegno di legge regionale pecca pertanto di un gravissimo e palese vizio di incostituzionalità.

L’autore è segretario regionale di Italia Nostra Campania

La "terza via" della Cgil. Perché "tra la minaccia di un fermo dell’edilizia e il superamento dei vincoli ambientali, c’è un’altra soluzione". La indica Claudio Di Berardino, il segretario della camera del Lavoro di Roma e del Lazio, prendendo una posizione diversa sia da quella dei costruttori ("si rischia il blocco degli investimenti privati"), sia da quella a oltranza degli ambientalisti.

Con i nuovi proposti dalla sovrintendenza non temete anche voi un fermo nelle costruzioni?

"No, perché non si può approfittare della crisi per proporre uno stravolgimento delle regole o dei vincoli ambientali. Non può passare l’idea che lo sviluppo di Roma coincida solo con nuove urbanizzazioni: bisogna invece parlare di investimenti produttivi, di rilancio del turismo, dei servizi, di economia e di qualità del lavoro".

Ma i costruttori sostengono che l’edilizia muove il 25 per cento dell'economia romana.

"È vero. Edilizia, però, non è solo nuove urbanizzazioni. Ripeto esiste una 'terza via'".

Quale?

"Dare inizio ad un nuovo ciclo (in genere i cicli edilizi durano dai 10 ai 15 anni) fatto di piani di recupero, di riqualificazione della città iniziando dalle periferie, come il completamento degli interventi dei così detti articoli 11, e di contratti di quartiere".

Qualifichiamo quello è già urbanizzato e non pensiamo solo a nuove urbanizzazioni?

"Esatto. Come ad esempio la costruzione di nuovi alloggi di edilizia sociale. In una proposta che abbiamo avanzato, con le attuali norme del Piano regolatore si possono costruire subito 7.000 alloggi di edilizia sociale, le ex case popolari".

Anche senza i 5.400 ettari fra l'Ardeatina e la Laurentina?

"In quella zona era edilizia privata e agevolata: ovvero l’impresa costruisce, poi applica canoni particolari. Ma non sono case popolari come quelle che vengono costruiti dal Comune su finanziamenti regionali o statali. E questi alloggi sono previsti su tutta Roma: questi 7.000 alloggi si possono costruire al di là dei vincoli".

Quindi siete perché i vincoli rimangano?

"Diciamo che il Prg e i vincoli sono parte delle regole, che servono a fare in modo che ci sia uno sviluppo armonico e sostenibile ".

Tifate per la sovrintendenza?

"Per le regole. La sovrintendenza è un’istituzione, se il vincolo è giusto va messo. E il tavolo interistituzionale dovrebbe servire per progettare lo sviluppo della città e attuare le norme".

Regole che non impedirebbero il lavoro dei costruttori?

"No, possiamo aprire un ciclo di recupero e di riqualificazione, mettere in sicurezza il patrimonio edilizio, costruito nel dopoguerra in cemento armato, che quindi ha subito un deterioramento. Pensiamo alle infrastrutture che non devono più rincorrere l’espansione edilizia ".

E per gli alloggi popolari?

"Sono state individuate aree intorno alle stazioni ferroviarie, c’è il recupero di scuole abbandonate e delle caserme dismesse. E facciamo ripartire i cantieri pubblici: con l’attuale crisi l’economia romana non gira se non si riparte dal pubblico. Va rimessa al centro la linea strategia della qualità urbana e del lavoro.

Dal 1995 al 2006 i Comuni italiani (il dato è dell’Istat) hanno concesso autorizzazioni per tre miliardi di metri cubi di edilizia residenziale e non residenziale. Un’autentica colata di cemento che, secondo alcuni, si traduce in sviluppo. Per altri rappresenta in molti casi, certo non in tutti, una ferita indelebile al Paesaggio italiano, vera car­ta d’identità del nostro Paese che nei propri Beni culturali potrebbe avere un futuro assicurato grazie a un turismo internazionale sempre più colto, sensibile, consapevole. E capace di confronti.

Dunque, troppi sfregi. Eppure l’articolo 9 della Costituzione repubbli­cana parla chiaro. Lo Stato è obbligato alla tutela del "paesaggio e del patrimonio storico e artistico". Non parliamo insomma di un optional, né di un lusso riservato a pochi raffinati ecologisti. Riguarda la collettività. Ma la cementificazione selvaggia del Centro-Nord, del Sud, della stessa Toscana dimostra che quell’obbligo spesso rimane carta stampata: la rete dei Comitati spontanei toscani guidata da Alberto Asor Rosa dà voce a una protesta contro un centrosinistra al potere molto legato al "partito del fare". Il Codice dei Beni cul­turali firmato da Giuliano Urbani, nelle sue ultime varianti volute sia da Rocco Buttiglione che da France­sco Rutelli (con una preoccupazione evidentemente bipartisan) ha introdotto una grossa novità: all’articolo 146 si prevede il "parere preventivo, obbligatorio e vincolante" delle Soprintendenze su ogni progetto per le aree tutelate. Ovvero quel 40% di territorio nazionale che costituisce il paesaggio-bene culturale.

Per parlare con chiarezza: se il soprintendente dice no a un intervento su un’area vincolata (diniego motivato, non suggerito da personali snobismi estetici) niente da fare. Ovviamente c’è un "ma", tipicamente italiano. L’articolo 146 non è ancora in vigore perché, dal 2008, siamo in un regime transitorio con l’articolo 159. Prima prorogato al 31 dicembre 2008, poi al 31 dicembre 2009. L’articolo 159, la proroga, nasceva dall’esigenza di adeguare strutture e prassi alle nuove procedure, per abituare al nuovo ritmo Soprintenden­ze e uffici comunali e regionali. Per ora resta in vigore la vecchia norma che concede al soprintendente solo il potere di annullare entro sessanta giorni l’autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Comune e della Regione. Col risultato che in passato solo tre autorizzazioni su cento, in media, sono state bloccate e la metà di quelle annullate dai Tar.

Naturalmente il regime di proro­ga è visto con immenso favore dai Comuni. I permessi edilizi producono oneri di urbanizzazione, ovvero denaro fresco che può (ancora) fini­re nei bilanci correnti in un momen­to in cui sono poverissimi. Altrettan­to favore viene dal partito trasversale del mattone, dell’"impresa in un giorno", molto potente sia in Tosca­na che nel Nord-Est dove "l’intera pedemontana lombardo-veneta è una continua conurbazione edilizia ", come lamenta Vittorio Emiliani presidente del Comitato per la Bellezza. L’Italia così come ancora la conosciamo è, insomma, sempre più in pericolo. E troppo spesso gli interventi edilizi sono di qualità sca­dente, in contrasto con il "linguag­gio " dei nostri panorami. L’Italia è un "museo diffuso", un tutt’uno tra Paesaggio e patrimonio artistico, concetto caro a Cesare Brandi come a Federico Zeri.

Sono in molti ad attendere dal mi­nistro Sandro Bondi un gesto coraggioso di governo: far sì che questa sia l’ultima proroga, dando via libera all'articolo 146. E alla pienezza della tutela, soprattutto ora che siamo a un passo dal Piano casa. Preoccupazione notoriamente condivisa da Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei beni culturali.

Stanno per finire i lavori della commissione di semplificazione dell’articolo 146, voluta da Bondi e presieduta dal professor Sandro Amorosino, esperto di diritto urbanistico. Si tratta di distinguere il banale permesso per l’apertura di una finestra, mettiamo, in una casa di Ischia (zona tutelata) da una costruzione vera e propria. Lo strumento libererà Soprintendenze e Comuni da molti vincoli lasciando sul tavolo i problemi veri del Paesaggio. Chiusa l’operazione, occorre un gesto forte, il varo dell’articolo 146. Altrimenti la tutela, nei prossimi anni, rischia di essere pura finzione burocratica. Non realtà politica e culturale.

Per Berlusconi sarà stato forse un successo (mediatico), ma per l’Africa, il nostro pianeta e le persone in carne ed ossa che subiscono il peso della crisi il G8 dell’Aquila è stato un clamoroso fallimento.

Gli stanziamenti per l’Africa (passati da 25 a 15 per poi assestarsi a 20 miliardi di dollari) non sono altro che merce riciclata (e anche un po’ avariata) delle promesse fatte al G8 di Glenagles e, prima ancora, all’Assemblea del Millennio delle Nazioni unite nel 2000 (ed ad altri appuntamenti internazionali). Non si sa questi soldi chi e come li raccoglierà e da dove verranno, né come – se trovati - verranno spesi. L’accordo sul clima è al di sotto delle aspettative delle Nazioni unite e il loro Segretario generale se ne è lamentato pubblicamente. Fissare tra 41 anni (nel 2050) l’obiettivo della riduzione dei gas serra è il modo più comodo per prendere tempo, salvo poi rivedere al ribasso gli obiettivi ora posti, via via che si dimostreranno irrealizzabili. La conclamata lotta ai paradisi fiscali e agli inusitati profitti dei petrolieri è una pura petizione di principio. E “people first” (prima le persone) è solo un vacuo slogan per nascondere l’assenza di misure vere per fronteggiare la crisi economica e finanziaria globale. Per nuove regole sul commercio si rinvia al vertice di Doha del 2010. E per i mercati l’enfasi è che continuino a rimanere “aperti” (non sia mai, il protezionismo!), non sul fatto che si stabiliscano regole dure e stringenti per evitare il casinò finanziario che ha dominato indisturbato in questi anni. Dei “diritti” del mercato si parla in lungo e in largo nelle dichiarazioni dei G8, dei diritti del lavoro non c’è traccia.

Il G8 continua ad essere un club inutile (per il mondo) e anzi, spesso dannoso. Inefficace nel regolare le politiche globali ed ambientali sullo sviluppo ed egualmente inefficace nel fare fronte comune per rispondere ad una crisi economica e finanziaria senza precedenti nel secondo dopoguerra. Con un’operazione di maquillage politico e mediatico il G8 si allarga – a seconda dei giorni - a G14 e poi a G20, ma nella sostanza nulla cambia. I paesi emergenti rimangono alla finestra, ma soprattutto sono tenuti fuori dalla porta gli altri 180 e passa paesi sulla cui testa ricadono alcune decisioni prese dal G8. Le Nazioni unite sono isolate ed emarginate, fuori dal gioco: eppure sarebbero le uniche titolate a parteciparvi.

Anche l’invito – nella dichiarazione finale - a seguire l’esempio del “trattato di non proliferazione e l’impegno a creare le condizioni di un mondo senza armi nucleari” suona un po’ strano alle orecchie di chi aspira alla pace. Sicuramente giusto. Ma mentre si lavora per creare “le condizioni” di un mondo senza armi nucleari, il G8 si dimentica di dirci che ogni anno si spendono oltre 1.200 miliardi di dollari per le armi (l’80% a carico dei paesi del G8) e basterebbe ridurre del 4% la spesa militare mondiale per avere a disposizione il doppio dei soldi stanziati per l’Africa.

Per l’Africa di soldi ne sono stati stanziati in questi anni. A parole. Infatti gli obiettivi del Millennio – per mancanza di risorse - sono nel frattempo falliti e Berlusconi di promessa in promessa è arrivato a ridurre del 56% i fondi per la cooperazione allo sviluppo nell’ultima finanziaria, portando allo 0,11% la percentuale del PIL destinata ai paesi poveri. Rivendicare il “successo”del G8 è un’ipocrisia assoluta di fronte a tante migliaia di persone che muoiono di fame e di malattia nel continente africano – e ai milioni di lavoratori che perdono il posto - alle quali si fanno continue promesse che non vengono mantenute. Il G8 è ormai un vecchio arnese degli anni del neoliberismo. E’ ora di cambiare rotta, di tornare alle Nazioni unite e ad un’idea di mondo diversa, fondata sulla pace, la democrazia, un’economia di giustizia. Ovviamente di questo al G8 non si è parlato.

Ora che «il mondo» ci ha lasciato di nuovo soli, con le nostre anomalie, ricordiamo dove ci siamo interrotti. Con la solita mossa da lupo, mentre ciascuno con responsabilità segnava una pausa «per il bene del Paese» (Repubblica, 8 luglio), il premier ha approfittato del G8 per afferrare qualche beneficio personale (abusivo, come se i «Grandi della Terra» fossero venuti all’Aquila per soddisfare il loro Ego con giudizi personali e non a rappresentare gli interessi nazionali).Berlusconi – «sorriso, piagnisteo, ringhio» – si è illuso di acconciare alla meglio la sua infelice reputazione. Ha rilanciato il suo mantra («Calunnie!») per esorcizzare i fatti nel caleidoscopio delle verità rovesciate che si è combinato. Ci ritorna per due giorni di seguito. «Sulla strada delle menzogne si sbatte contro il muro dei fatti», dice (la Stampa, 9 luglio). «Ci sono due tipi di realtà, quella vera della gente comune e l’altra, la realtà descritta dai giornali che è pura fantasia», ripete (Repubblica, 10 luglio)

Dunque, se non a ugole gregarie per vocazione (come Piero Ostellino, soi-disant liberale di via Solferino, parolaio indifferente ai fatti, che vede separazione dei poteri dove c’è – macroscopico – un "potere unico" che liquida il principio costituzionale d’eguaglianza), almeno al capo del governo è chiaro di che cosa si discute. Parliamo di «fatti» e di «menzogne», quindi di una tecnica della politica contemporanea che trova in Berlusconi un artefice ineguagliato nel mondo evoluto: valgono ancora le qualifiche "vero", "falso" nel virtuale politico e televisivo che domina? Ci si interroga su una strategia che riduce i fatti a trascurabili opinioni lasciando campo libero a una menzogna deliberata che soffoca la realtà. Ci si chiede se siamo disposti a ridurre la complessità del reale a dato manipolabile, e quindi superfluo. Ci si domanda quale funzione specifica e drammatica abbia la menzogna nell’epoca dell’immagine, della Finktionpolitik. Sono i "falsi indiscutibili" di Berlusconi a rendere rassegnata l’opinione pubblica italiana o il «carnevale permanente» l’ha già uccisa? Di questo discutiamo.

Se gli interrogativi fanno massa intorno ai comportamenti privati del premier, accade perché egli stesso – guadagnandone grande consenso – lo ha voluto. Ha eliminato, fin dall’inizio della sua avventura politica, ogni confine tra il suo "privato" e il suo "pubblico". Ha preteso – una volta al governo – di legiferare con mano ferma quale debba essere il nostro "privato": dal momento in cui nasciamo fino all’ultimo respiro. Infine, ha negato in pubblico (Porta a Porta, 4 maggio) i comportamenti che la moglie giudica inaccettabili.

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Bisogna definire, ora, quali siano – in questa storia – i fatti e quali le menzogne a uso degli spiriti cortigiani – nella lobby c’è chi declassa a notiziuccia anche le parole terribili del segretario generale della Cei: «Nessuno deve pensare che non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati, soprattutto quando sono implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio» (Ansa, 6 luglio).

Finora Silvio Berlusconi ha mentito a ogni posta di questa storia. Lo si può documentare, al di là del chiasso sollevato da un’informazione servile, e dire di lui con quieta serenità: il capo del governo è Gran Bugiardo.

a. Ha negato di aver voluto candidare veline al parlamento europeo. È stato contraddetto finanche dalle veline deluse per l’esclusione e smentito dalle prostitute a cui aveva promesso un seggio a Strasburgo.

b. Ha negato di aver frequentato minorenni, ha giurato di aver incontrato Noemi Letizia soltanto «tre, quattro volte e sempre alla presenza dei genitori». Ha dovuto ammettere di aver avuto Noemi, minorenne e senza genitori, prima accanto ad una cena del governo, poi tra le ospiti del suo Capodanno 2009 a Villa Certosa.

c. Ha dichiarato di non aver mai conosciuto l’avvocato David Mills. È stato accertato che il corrotto (Mills) e il corruttore (Berlusconi) si sono parlati per lo meno in un’occasione e incontrati in un’altra, ad Arcore.

d. Ha dichiarato di aver usato i "voli di Stato" soltanto per «esigenze di servizio» anche quando erano a bordo musici e ballerine, ma ha dovuto proteggere con il segreto di Stato le liste dei passeggeri e i piani di volo degli aerei presidenziali.

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La quinta posta di questa storia, ancora per esclusiva responsabilità di Berlusconi, parla di prostituzione e di abitudini sessuali che il capo del governo vuole punire con il carcere. Anche in questo caso, il presidente del Consiglio ha ingannato il Paese che governa.

Patrizia D’Addario racconta di aver fatto sesso a pagamento con il capo del governo, la notte del 4 novembre 2008 (la paga un prosseneta, abituale ospite delle feste del premier). La donna raccoglie, a Palazzo Grazioli, fotografie e registrazioni di quella notte. La sua testimonianza è indiscutibile. Berlusconi e il suo avvocato ne sono consapevoli e accennano a una manovra di aggiramento. Ghedini si preoccupa innanzi tutto di evitare guai giudiziari al Capo: «Ancorché fossero vere le indicazioni di questa ragazza, e vere non sono, il premier sarebbe l’utilizzatore finale e quindi mai penalmente punibile". (Affaritaliani.it, 17 giugno)

Berlusconi, dice l’avvocato, «sarebbe soggetto inconsapevole». Magari incantato, una notte, dalla bellezza di quella donna che non sapeva si prostituisse. Un povero diavolo, insomma, un po’ ingenuo e citrullo. Ne ha approfittato gentaglia rapace e ingrata. È la linea di difesa che il premier accentua. «Purtroppo abbiamo sbagliato l’ospite, e lui ha sbagliato l’ospite dell’ospite», dice dalla «capitale del dolore», L’Aquila. (Ansa, 25 giugno). E poi perbacco, gli dà manforte Ghedini, davvero qualcuno può credere che un "sultano" debba pagarsi il sesso? «Il presidente è uomo ricco di denari e di simpatia e di voglia di vivere. Certamente non ha bisogno che qualcuno gli porti le donne. Pensare che Berlusconi abbia bisogno di pagare 2000 euro una ragazza, perché vada con lui, mi sembra un po’ troppo. Penso che potrebbe averne grandi quantitativi, gratis» (Corriere, 17 giugno). Grandi quantitativi, gratis. Lo lascia intendere anche Berlusconi. Si fa chiedere da un salariato della Casa: «Ha mai pagato una donna perché restasse con lei?». Risponde: «Naturalmente no. Non ho mai capito che soddisfazione ci sia, se non c’è il piacere della conquista…» (Chi, 24 giugno). Il piacere della conquista.

Questa è la scena. Già vista, la strategia di banalizzazione. Nessun eccesso, nessuna disinvoltura. Soltanto qualche decisione infelice, un carnet disordinato, un’incuria nell’aprire la porta di casa a chi non lo merita. Nulla di cui Berlusconi si debba vergognare: «Io non ho nulla di cui dovermi scusare. Non c’è nulla nella mia vita privata di cui mi debba scusare» (Chi, 24 giugno).

Anche stavolta Silvio Berlusconi inganna chi lo ascolta perché – anche se non c’è alcun rilievo penale in questi comportamenti, come teme Ghedini, né la magistratura pare interessata al "caso" – i ricordi invincibili dei testimoni, le parole intercettate da un’inchiesta giudiziaria, raccontano come le residenze private di Berlusconi (Villa Certosa, Palazzo Grazioli) si affollino con regolarità di prostitute di caro prezzo – «grandi quantitativi», direbbe Ghedini – ingaggiate dagli amici e dalle amiche del presidente secondo un rituale preciso e sempre uguale. Convocazione a Roma; obbligo di vestire in nero; di truccarsi con leggerezza; di essere gentile con il «presidente»; di trascorrere la notte con lui in pratiche che la malavita, a Bari, definisce «torte» (ma questa è un’altra storia).

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Ora che «il mondo» ci ha lasciato di nuovo soli con noi stessi, immaginiamo di poter attribuire ai «Grandi della Terra» quel che si può assegnare al nostro premier. Immaginiamo di poter dire, senza timore di essere contraddetti, che Barack Obama è un bugiardo e ha mentito al suo Paese; che Nicholas Sarkozy va in vacanza con minorenni; che Angela Merkel porta con sé in voli di Stato musici e ballerini che allietano le sue serate; che Gordon Brown, imputato in un processo, ha corrotto un testimone; che Taro Aso si riempie la casa di prostitute a frotte, pagate da un suo amico a cui poi promette affari. Pensate che, con questo peso, le opinioni pubbliche consentirebbero a chiunque di quei «Grandi» di restare al loro posto? Perché questo da noi non avviene dovrebbe interessarci: ci mostra la malattia organica di un’Italia moralmente «gobba». A meno di non voler pensare, con Giolitti, che convenga soltanto tagliarle addosso un abito deforme.

Etica pubblica. Parole perdute, e al loro posto un deserto, dove scompare la responsabilità della politica, privacy vuol dire fare il comodo proprio, il senso dello Stato è ormai un’anticaglia. Ogni giorno, più che una nuova pena, porta una mortificazione continua del vivere civile, con un circuito di imbarazzanti ospitalità, che vanno da quella generosamente offerta a schiere di ragazze dal Presidente del Consiglio fino a quella elargita con altrettanta generosità allo stesso Presidente da giudici costituzionali.

Registrare questi fatti vuol dire moralismo, eccesso di voyeurismo, ultima spiaggia di una opposizione senza idee, antiberlusconismo da abbandonare? O siamo di fronte ai segni di un processo di decomposizione di cui i protagonisti non sembrano neppure consapevoli, tanto sono sgangherate le difese loro e dei loro sostenitori, affidate alla disinvoltura del mentire e del contraddirsi senza pudore, a censure televisive, a lettere imbarazzanti e più rivelatrici d’una confessione?

Il catalogo è questo, ed è lungo. Tutto comincia con la pretesa dell’impunità, ma una impunità totale, che non si concentra solo nel lodo Alfano e dintorni, ma si estende in ogni direzione, diventa diritto assoluto di stabilire che cosa possa essere considerato lecito e che cosa (poco, assai poco) illecito, che cosa sia pubblico e che cosa debba rimanere privato. Il voto popolare diventa un lavacro e una unzione. Ancora oggi, quando si parla di conflitto d’interessi, spunta una schiera di avvocati difensori che esibisce un argomento in cui si mescolano arroganza e disprezzo d’ogni regola: "Di conflitto d’interesse si è parlato mille volte, i cittadini lo sanno e il loro voto a Berlusconi, quindi, respinge nell’irrilevanza politica e giuridica quel conflitto". Non si potrebbe trovare una mortificazione della democrazia e della sovranità popolare più eloquente di questa. Il voto dei cittadini è degradato a scappatoia per sottrarsi alle regole e alla decenza etica. E, quando, finalmente qualcuno dice che il re è nudo (ahimè, in tutti i significati possibili), il re s’infuria, si comporta come se chiedere spiegazioni fosse un delitto di lesa maestà.

Improvvisamente lo spazio pubblico gli sembra insopportabile, proprio quello spazio che aveva voluto costruire a propria immagine e somiglianza, e nel quale si radica non piccola parte del suo consenso. Alla vigilia di una tornata elettorale di qualche anno fa, milioni di italiani ricevettero un colorito libretto dove Silvio Berlusconi esibiva e rivelava infiniti dettagli della propria vita privata, compresi il nome del suo camiciaio e quello del fornitore di cravatte. Campagna all’americana si disse, ovviamente. Ma l’America è un’altra cosa, è il paese dove la Corte Suprema fin dal 1973 ha stabilito che gli uomini pubblici hanno una minore "aspettativa di privacy", dove proprio in questi giorni, sull’onda di uno scandalo che rischia di spegnere le ambizioni del governatore della Carolina del Sud, si sono unanimemente ribaditi due capisaldi dell’etica pubblica: un uomo politico non può mentire; deve accettare la pubblicità di ogni sua attività quando questa serve per valutare la coerenza tra i valori proclamati e i comportamenti tenuti. Niente doppia morale, niente vizi privati e pubbliche virtù per chi riveste funzioni pubbliche, alle quali è giunto per scelta e non per obbligo, e del cui esercizio deve in ogni momento rendere conto alla pubblica opinione. Ma il contagio berlusconiano si è diffuso, come dimostra l’imbarazzante vicenda che ha visto protagonisti due giudici costituzionali.

"A casa mia faccio quello che mi pare", diceva il Presidente. "A casa mia invito chi mi pare" (con contorno di assicurazioni sulla riservatezza della fedele domestica), viene di rincalzo il giudice. E chi non accetta queste sbrigative forme di autoassoluzione viene bollato come gossipparo, guardone dal buco della serratura, spione, nostalgico dell’Inquisizione, fautore della società della sorveglianza… Ma le cose non stanno così, e basta un’occhiata alle regole della tanto invocata privacy per confermarlo. Certo, anche le "figure pubbliche" hanno diritto a un loro spazio di intimità, ma questa tutela è garantita solo se le informazioni non hanno "alcun rilievo" per definire il ruolo nella vita pubblica della persona interessata (articolo 6 del codice deontologico sull’attività giornalistica in tema di privacy).

Proprio così’: "alcun rilievo". Non solo questa formula è netta, senza equivoci, ma proprio l’attenzione della stampa internazionale è prova evidente dell’esistenza di un interesse forte a conoscere, così come è clamoroso il fatto che vi sia stata una cena "privata" tra il Presidente del Consiglio, il ministro della Giustizia che ha dato il nome al famoso "lodo" e due tra i giudici che dovranno valutare la costituzionalità della più personale tra le leggi ad personam. Non si può invocare la privacy per interrompere il circuito del controllo democratico.

Proviamo di nuovo a dare un’occhiata alle regole, alle odiatissime regole. Qui troviamo un’altra formula eloquente: "commensale abituale". Dobbiamo ritenere che questa sia la condizione del Presidente del Consiglio, visto che il giudice costituzionale invitante ha detto che quella cena non era la prima e non sarebbe stata l’ultima. Gli implicati in questa vicenda protestano, dicendo che quella situazione, che obbliga ogni altro magistrato ad astenersi quando abbia frequentazioni della persona che deve giudicare, non è prevista per i giudici costituzionali. Ma questo non vuol dire che i giudici della Consulta possano fare i loro comodi. Proprio perché la loro funzione richiede indipendenza assoluta da tutto e da tutti, sì che giustamente il Presidente della Repubblica ha escluso la possibilità di un suo intervento, massimo deve essere il rigore del loro comportamento. Non un meno, ma un più, rispetto agli altri giudici.

Moralismo, o grado minimo della deontologia professionale e dell’etica pubblica? Proprio questi riferimenti sembrano scomparsi. Mentre la quotidiana attività legislativa smantella pezzo a pezzo lo Stato costituzionale di diritto, negando diritti fondamentali agli immigrati o dando in outsourcing a ronde private l’essenziale compito della sicurezza pubblica (qui s’incontrano le pulsioni della Lega e la concezione aziendalistica del Presidente del Consiglio), è quasi fatale che il senso dello Stato venga relegato in un angolo, considerato un inciampo dal quale liberarsi.

Interviene qui la questione del moralismo, del quale in altri tempi ho scritto un pubblico elogio e del quale torno a dichiararmi un fedele. Non voglio nobilitare le miserie di questi tempi invocando la lettura di quelli che, giustamente, vengono detti "moralisti classici". Registro due fatti. Il primo riguarda l’uso italiano e inverecondo dell’esecrare il moralismo per liberarsi della moralità. E’ una vecchia trappola, alla quale si può sfuggire solo se si hanno convinzioni forti e non si cede al realismo da quattro soldi, che spinge ad accettare qualsiasi cosa in nome d’una politica senza respiro.

Il secondo lascia aperto uno spiraglio alla speranza. Proprio una rivolta in nome della moralità politica e dell’etica pubblica ha scosso le fondamenta d’un potere che sembrava saldissimo e che i vecchi riti della politica d’opposizione non riuscivano a scalfire. Lo conferma l’annuncio che il Presidente del Consiglio vorrebbe compiere una "svolta personale". Ancora uno sforzo, moralisti!

La crisi, iniziata nel 2007 in un piccolo segmento del mercato del credito Usa (quello dei mutui subprime), è oggi una recessione globale. Essa ha quattro caratteristiche distintive. La prima è il suo essere veramente globale, poiché è iniziata proprio al centro del sistema. La seconda è che, più di quanto non sia accaduto in altre crisi del passato, la crisi attuale è dominata da un senso diffuso di ingiustizia. La terza peculiarità è che le sue radici affondano tanto in cause strutturali quanto nella rilassatezza della cornice di regolamentazione del settore finanziario. La quarta è che è «un prodotto della dottrina». L'aver creduto nella capacità di autoregolazione dei mercati ha portato alla deregulation e a una diffusa sfiducia nell'intervento pubblico.

La crisi finanziaria, scatenata da un numero modesto di inadempienze sui mutui subprime, si è trasformata in una crisi di sistema a causa della catena di innovazioni finanziarie indotte dal lassismo della politica monetaria e dalla rilassatezza della cornice di regolamentazione, che hanno moltiplicato gli effetti dello shock iniziale. Il contagio dell'economia reale avviene principalmente attraverso l'inasprimento delle condizioni del credito per le famiglie e le imprese. Nel tentativo di ricostituire rapporti più ragionevoli, le banche o accumulano liquidità, o prestano a tassi più alti. D'altro canto, le imprese tendono a usare il loro flusso di cassa per ricostituire rapporti più prudenti tra debito e capitale, posticipando così l'investimento. Le famiglie subiscono un effetto negativo sulla ricchezza. Il risultato è una diminuzione generalizzata della domanda aggregata, che spinge la maggior parte degli economisti a prevedere il prolungarsi della recessione anche nel 2010, con effetti eccezionalmente forti di disoccupazione e povertà in tutto il mondo. Oggi appare probabile che gli scenari più foschi prefigurati dall'Oil (Organizzazione internazionale del lavoro), secondo cui la disoccupazione sarebbe destinata ad aumentare di 50 milioni di unità in tutto il mondo nel 2009, si riveleranno eccessivamente ottimistici. Oltre 200 milioni di lavoratori potrebbero essere sospinti in una condizione di povertà estrema, soprattutto nei paesi in via di sviluppo ed emergenti, dove non ci sono reti di protezione sociale. Ciò significa che il numero di lavoratori poveri, cioè persone che guadagnano meno di 2 dollari Usa al giorno per ciascun membro del nucleo familiare, potrebbero arrivare a 1,4 miliardi di unità. Il 60% delle persone povere nel mondo è costituito da donne.

La crisi ha radici strutturali. La carenza di domanda aggregata ha preceduto la crisi finanziaria ed è stata dovuta a cambiamenti strutturali nella distribuzione del reddito. A partire dal 1980, in quasi tutti i paesi avanzati il salario mediano è stato stagnante, e sono aumentate le disuguaglianze a tutto vantaggio dei redditi alti. Ciò rientra in un processo più ampio che ha investito anche svariati settori dei paesi in via di sviluppo. Questo trend ha molte cause, tra cui una globalizzazione asimmetrica (con una maggiore liberalizzazione del mercato dei capitali rispetto al mercato del lavoro), le carenze nella corporate governance (le regole che presiedono alla gestione delle imprese, ndt) e il crollo delle convenzioni sociali egualitarie emerse dopo la seconda guerra mondiale. Poiché la propensione al consumo nei redditi bassi è generalmente maggiore, questo trend a lungo termine nella redistribuzione del reddito avrebbe avuto di per sé l'effetto macroeconomico di deprimere la domanda aggregata.

Negli Usa la compressione dei redditi bassi è stata compensata dalla riduzione del risparmio delle famiglie e da un crescente indebitamento. Ciò ha permesso che i modelli di spesa restassero virtualmente inalterati. Allo stesso tempo, la limitatezza delle reti di protezione ha costretto il governo a perseguire attivamente politiche macroeconomiche per combattere la disoccupazione, anche facendo aumentare il debito pubblico. Così, la crescita è stata mantenuta al prezzo di far aumentare l'indebitamento pubblico e privato.

La maggior parte dei paesi europei segue un percorso diverso. La redistribuzione verso i redditi più alti si è tradotta in un maggiore risparmio nazionale e in una depressione della crescita. Negli ultimi quindici anni l'assetto istituzionale, e in modo particolare le limitazioni al deficit contenute nei parametri di Maastricht e nel Patto di stabilità e crescita, hanno prodotto una bassa reattività delle politiche fiscali e di una politica monetaria restrittiva. Questo, insieme a un settore finanziario meno propenso all'innovazione, ha limitato l'accesso al prestito per i consumatori. La diversa distribuzione ha prodotto una crescita modesta.

Questi due percorsi si sono rafforzati a vicenda perché i risparmi provenienti dalla zona Ue hanno contribuito a finanziare l'indebitamento negli Usa, insieme ai surplus di altre regioni che per diversi motivi - sostanzialmente, per garantirsi contro l'instabilità macroeconomica causata dalla crisi della bilancia dei pagamenti e dalla conseguente perdita di sovranità dovuta all'intervento delle istituzioni finanziarie internazionali - hanno registrato anch'esse alti tassi di risparmio (in modo particolare i paesi produttori di petrolio dell'Asia orientale e del Medio Oriente). Così, la combinazione di squilibri strutturali che va sotto il nome di «sbilanciamento globale» si è tradotta in un fragile equilibrio che ha momentaneamente risolto il problema della domanda aggregata su scala globale a discapito della crescita futura. Una componente importante di questo fragile equilibrio era il lassismo della politica monetaria. In effetti, senza una politica monetaria di continua espansione la carenza di domanda aggregata avrebbe influito negativamente sull'attività economica. La politica monetaria, in un certo senso, era endogena rispetto allo squilibrio strutturale della distribuzione del reddito

(*) Quest'anno i Grandi della Terra si incontrano in un momento critico della storia, quantomeno della storia economica e sociale. Essi dovranno misurarsi con la crisi economica e sociale più grave in quasi ottant'anni. Parafrasando Keynes, il destino del mondo è nelle mani dei Grandi della Terra. Con le loro scelte essi potrebbero farci uscire da questa situazione, creando un futuro in cui la crescita sia più sostenibile, più amica dell'ambiente, e i cui frutti siano distribuiti in modo più equo sia all'interno dei singoli paesi, sia tra di essi. Diversamente, avranno una responsabilità enorme innanzi alla storia, quella di non aver onorato il compito affidatogli dalla loro gente, pur essendosi trovati in circostanze eccezionali che gli hanno concesso più spazio di manovra di quanto ne avrebbero avuto in tempi "normali". Ecco perché un gruppo di "esperti", senza altro impegno se non quello di essere cittadini del mondo, ha deciso di incontrarsi per riflettere su cosa si potrebbe fare, sperando che dalla sua riflessione emergano raccomandazioni utili ai potenti del mondo. Questo gruppo, che si è autobattezzato «Gn ombra», si è costituito sotto la guida di Joseph Stiglitz e Jean-Paul Fitoussi, grazie a una partnership tra la Luiss e la Columbia University. E si è incontrato due volte: una a New York alla Columbia University il 4-5 febbraio 2009, e una a Roma il 6-7 maggio 2009.

Traduzione Marina Impallomeni

Fra la popolazione gira una battuta: il primo esodo ce lo ha imposto il terremoto e il secondo, come se non bastasse, il G8. La città è un deserto. Le forze dell'ordine hanno fatto il giro degli esercizi pubblici, consigliando la chiusura. Ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono state imposte le ferie forzate. La viabilità è sconvolta, molte strade vietate alla circolazione. Per gli abitanti delle tendopoli, la vita quotidiana in questi giorni è diventata una avventura da corso di sopravvivenza. La sicurezza dei grandi è insicurezza per gli aquilani. Chi ne aveva la possibilità, se ne è andato. Il sogno di Berlusconi, che sperava di accogliere i grandi della Terra fra ali di terremotati festanti si è infranto da tempo. Gli aquilani, aldilà delle appartenenze politiche o culturali, hanno ormai chiaro in testa ciò che sta a loro accadendo.

L'aiuto umanitario, l'assistenza alle popolazioni civili nell'emergenza, come sperimentato in tante parti del mondo, non sono neutrali. Possono essere orientati alla valorizzazione delle energie locali, alla salvaguardia dello spirito comunitario, alla partecipazione cittadina. Possono essere anche però uno strumento potente per favorire passività e dipendenza, ed è questo ciò che il Governo ha scelto di fare a L'Aquila.

I piani per la ricostruzione e i progetti per l'inverno, se esistono, sono un mistero per gli aquilani e perfino per gli amministratori locali, che hanno già espresso la propria contrarietà a quel poco che si sa. Il rapporto fra gli abitanti della città e l'intervento statale è tutto impostato in una relazione fra privati, accentuando la solitudine di chi non si può permettere di intervenire, per reddito o per gravità della distruzione, sulla propria casa.

La ricostruzione poteva essere l'occasione per un processo partecipativo e democratico teso a ridisegnare la città secondo criteri che favorissero una nuova socialità, la sostenibilità ambientale, la coesione comunitaria. Si poteva insomma ricostruire l'Aquila come si dovrebbe ricostruire il mondo del dopo crisi. Sta avvenendo il contrario, in una situazione di incertezza che distrugge l'animo di chiunque ne sia coinvolto, in un clima di militarizzazione e di controllo che diventa ogni giorno più pesante, anche prima del G8.

La gente aquilana che raccoglie i propri panni e lascia la città è, con il suo silenzio, la più forte manifestazione di dissenso che si potesse immaginare, con il suo segno tragico e la sofferenza che porta con sé. E' assai probabile che i media non ce la faranno vedere ma chiunque conosca un aquilano la sa, e ognuno di noi ha il dovere di raccontarla.Quelli che a L'Aquila rimangono, trovano il modo di esprimere la propria voce, in modo dignitoso, pacifico, anche in questi giorni difficili, così come hanno fatto in tanti nella manifestazione sotto palazzo Chigi e nella intensa e forte fiaccolata alle 3,32 di domenica scorsa, a tre mesi esatti dal terremoto.

E' un periodo in cui le persone sentono una distanza abissale dalla politica e anche dalle forze progressiste, dimentiche ormai che la loro sola forza risiede nella condivisione della vita quotidiana delle comunità locali. Le rappresentazioni simboliche di conflitto agite sulla testa, o senza il consenso, delle popolazioni che si vuole difendere secondo noi non colgono nel segno. Gli aquilani vogliono affermare il loro inalienabile diritto di rappresentarsi da sé. Questa esigenza va rispettata, sostenuta, favorita, con spirito di servizio e di solidarietà, in questi giorni assurdi e in tutti quelli che verranno poi.

La soprintendente di Roma mette i vincoli su un pezzo di agro romano, dove il Piano regolatore prevede oltre un milione di metri cubi di nuova edificazione. Il ministro Bondi la sostiene, Pdl e Pd di Regione, Provincia e Comune la attaccano e si schierano con i costruttori

La soprintendenza ai beni architettonici del comune di Roma sta tentando di mettere i vincoli a una porzione di agro romano e scatena le reazioni dell’amministrazione capitolina [Pdl], della Provincia di Roma [centrosinistra] e della Regione Lazio [centrosinistra]. Si costituisce così un fronte trasversale a sostegno dei costruttori romani che rivendicano i diritti acquisiti con il Piano regolatore targato Veltroni, che lì prevede oltre un milione di metri cubi di nuove edificazioni. E’ questa, in estrema sintesi, la vicenda generata dal recente provvedimento della soprintendente Federica Galloni, che ha apposto la tutela su 2.700 ettari di campagna romana nella zona fra via Laurentina e via Ardeatina, su terreni di proprietà dei due fratelli Caltagirone, Francesco Gaetano e Leonardo, e del gruppo di Paolo Santarelli, potentissimi costruttori della capitale. L’azione della soprintendente era partita già lo scorso anno, con la presentazione di 120 osservazioni al Prg della capitale, evidentemente ignorate. Da qui la recente apposizione dei vincoli su terreni di pregio ricadenti nelle zone Cecchignola, Tor Pagnotta, Castel di Leva, Falcognana, Santa Fumia e Solforata, ex borgate già ampiamente massacrate dalla speculazione edilizia e dalle previsioni del Piano regolatore di Veltroni. La soprintendente è sostenuta dal ministro dei beni culturali Sandro Bondi, coordinatore nazionale del Pdl, al quale il sindaco Gianni Alemanno a un certo punto ha fatto appello anche in nome della comune appartenenza politica. Invece, il ministro Bondi per ora tiene e concede solo un tavolo di concertazione con le istituzioni competenti, cioè comune e Regione. E c’è già chi parla di uno “sgarbo” ad Alemanno ben meditato all’interno del Pdl, per creare problemi al sindaco e alla sua area politica con i “grandi elettori romani” in vista delle elezioni regionali nel 2010.

Chi invece non tiene proprio e sembra essere sull’orlo di una crisi di nervi è il Pd, nelle autorevoli figure del capogruppo in comune Umberto Marroni, del presidente della Provincia Nicola Zingaretti e del vice presidente della Regione Esterino Montino. Manco fossero in campagna elettorale. O invece sì. Evidentemente sono in corso le grandi manovre per il congresso del partito a ottobre e per le prossime regionali: tentano di portare in dote i poteri forti romani, i “palazzinari”. Gli stessi corteggiati da Alemanno. Così facendo il Pd continua a confondere le idee a una parte consistente del suo elettorato, non a caso in costante erosione, che vede il centrosinistra insieme al centrodestra a raccogliere “il grido dei costruttori” e degli “interessi locali”, tralasciando ogni attenzione per gli interessi generali, per una qualità di vita che precipita e per un territorio massacrato dal cemento. Dalla loro parte c’è il sindaco Alemanno, che si candida come interlocutore più credibile per i palazzinari: dice che il Piano regolatore di Veltroni non gli è mai piaciuto, ma che non accetta di perdere gli investimenti e i posti di lavoro che i costruttori promettono per quelle aree. Intanto, una parte del centrosinistra cerca di nobilitare la battaglia contro i vincoli sostenendo che in quel pezzo di agro romano sono previste case “popolari”.

Centrodestra e centrosinistra insieme parlano della necessità di rilanciare lo sviluppo e fronteggiare la crisi con le consuete colate di cemento. Sarà così anche il Piano casa che la Regione si appresta ad approvare? Solo le associazioni ambientaliste, Wwf, Legambiente e Italia nostra innanzitutto, difendono il vincolo della soprintendenza e parlano di ignoranza delle leggi da parte dei vari amministratori quando lamentano l’ingerenza del ministero dei beni culturali che esercita il potere di tutela sull’agro romano: il fatto che nessun ministro prima se ne sia fatto carico non vuol dire che non si possa fare. Dal resto della sinistra un silenzio assordante.

La prima parte del piano di governo del territorio che l’assessore Carlo Masseroli ha presentato in giunta è un progetto che non può essere liquidato con le solite quattro parole: ci risiamo con la cementificazione. Non si può nemmeno prendere le distanze e passare oltre. Prima di esaminarne i contenuti vale la pena di fare due considerazioni. La prima: la congiuntura attuale di bassissima domanda di mercato se da un lato rende inattuale uno degli obiettivi del piano – l’edilizia a basso costo – dall’altro rende lo scenario degli operatori meno aggressivo, con tutto vantaggio di una riflessione più pacata e minori spinte sull’amministrazione.

La seconda considerazione è forse di maggior peso politico. È chiaro che il Pgt dell’assessore Masseroli, almeno nelle intenzioni, disegna uno scenario urbano all’interno del quale si vogliono definire aree con funzioni precise, si vuol proporre un riequilibrio di parti della città, si vogliono dotare i quartieri dei servizi dei quali hanno bisogno, in particolare del verde, si cerca di utilizzare aree dismesse – prevalentemente demaniali – il tutto con forte privilegio dell’interesse pubblico.

Insomma, un impegno che sembra guardare al rapporto pubblico-privato in maniera assai diversa da quella che è stata la prassi degli ultimi anni: meno disponibile verso gli interessi del blocco edilizio. Velleità? In questo momento un’apertura di credito è indispensabile, poi si vedrà.

Se queste sono le premesse, il conflitto di principio col piano casa in approvazione in Regione appare insanabile. Il piano casa non guarda in faccia a nessuno, non ha cultura, non si pone grandi problemi, è un’operazione fortemente connotata Lega, chi vuole e ha i soldi allarghi, alzi e ampli senza riguardo alle destinazioni d’uso: densificare la città come capita capita e accentuarne certamente gli squilibri. Ecco la vera sostanza del dibattito all’interno della maggioranza. La vena populista della Lega le fa dire di no all’edificazione sulle piste di allenamento dell’Ippodromo ma solo per dimostrare che sta dalla parte del popolo e non dei signori, poi però vuole la mano libera nel devastare la città.

Questa è la coalizione che governa Milano, questa è la gente che tiene in piedi il governo Berlusconi qui e a Roma: l’alleato fedele. Quanto al Pgt di Masseroli, di cose da dire ce ne sono molte. Abbiamo accennato alla connessione tra sviluppo dell’edilizia e realizzazione di case a basso costo; se l’edilizia nel suo insieme, quella privata sostenuta da acquirenti solvibili, non riprende, restiamo al palo e ci restiamo su due versanti: da un lato non ci saranno oneri di urbanizzazione per dar corpo a quelle parti del Pgt che dipendono dalla mano pubblica (verde, infrastrutture viabilistiche, spazi pubblici, arredo urbano), dall’altra non si darà risposta alla domanda di fascia bassa che ha bisogno di case a prezzo contenuto, prezzo al di sotto dei valori di mercato. Ma è da qui che si mette in moto il volano della ripresa e la mobilità del mercato immobiliare. Abbiamo bisogno di un consistente investimento pubblico in edilizia economica: non è una novità per nessuno che gli anni migliori per il mercato immobiliare milanese abbiano coinciso con quelli dell’investimento in edilizia pubblica. Quanto alla qualità della nuova Milano indicate dall’assessore nel suo documento – La città sicura di sé, la città vivibile, la città efficiente – il discorso non si può esaurire in poche battute.

Finalmente si parla di città sicura di sé senza evocare ronde, caserme di carabinieri e ciarpame destro-leghista, ci si confronta forse troppo in alto pensando alle case a basso costo di Madrid o al verde di Copenaghen o alla capillarità del trasporto pubblico londinese: per una volta in un documento pubblico non si sente parlare delle "eccellenze" milanesi ma si tratta di un ambizioso progetto. Finalmente siamo in grado di confrontarci con qualcosa di definito e chi si oppone potrà farlo con critiche puntuali là dove il progetto sembra più debole: la distribuzione delle aree di intervento, alcune scelte di destinazione d’uso francamente discutibili o molto controverse e la mancanza totale di ipotesi di coordinamento sovracomunale, tanto per cominciare.

«Un grande piano di restauro e di manutenzione dell’ambiente e dei paesaggi italiani». Il rapporto che ogni anno la Società Geografica Italiana elabora sullo stato, appunto, dei paesaggi italiani, si condensa in un appello. Che ha i toni ultimativi. Una specie di manifesto rivolto alle tante istituzioni, c’è chi dice troppe, che intrecciandosi fra loro e spesso confliggendo hanno in mano la cura di quello che Massimo Quaini, geografo dell’Università di Genova e coordinatore del gruppo di lavoro che ha elaborato il rapporto del 2009, definisce «il nostro più grande patrimonio».

Il documento verrà presentato stamattina a Roma, a Montecitorio. E insieme alle duecento pagine del rapporto (intitolato I paesaggi italiani. Fra nostalgia e trasformazione), verrà illustrato anche un decalogo di buone politiche a difesa di un paesaggio aggredito da un’urbanizzazione dissennata e disordinata, ma anche da trasformazioni agricole incongrue oppure dall’abbandono sempre più vorticoso di estese aree rurali.

Le buone politiche riguardano intanto la conoscenza analitica dello stratificato mosaico di paesaggi di cui è ricca l’Italia, "area per area", insistono i geografi, "sito per sito". Il decalogo poi sottolinea che il paesaggio è "un bene comune" e che va considerato, e quindi tutelato, come "un complesso unitario", senza spezzettamenti tra enti pubblici, sovente contrapposti. Di qui si passa a imporre il paesaggio e la sua protezione come "un limite invalicabile" di ogni intervento sul territorio, sia esso un insediamento edilizio, sia essa un’infrastruttura.

La Società Geografica Italiana è un istituto culturale (è nata a Firenze nel 1867), ma sulla base di analisi, di riflessioni scientifiche, ogni anno rende pubbliche questioni scottanti. E chiama alla mobilitazione. Nell’Italia di oggi, si legge nel rapporto 2009, «il disastro ai danni del paesaggio non sta tanto nello scandalo dei grandi abusi e nei mostri edilizi, quanto piuttosto nell’erosione continua, quotidiana, che si consuma sotto ai nostri occhi, e minaccia di cancellare del tutto il confine fra città e campagna». Il disastro, poi, è ingrandito dal ritardo del nostro Paese: «Confrontandoci per esempio con la Francia, ci è mancato il senso vivo e diffuso di un’identità rurale non meno forte dell’identità urbana, che concorre, a pieno titolo, alla costituzione dell’identità nazionale».

Fra i casi più eclatanti di avvelenamento da parte della città nei confronti della campagna, il Rapporto cita Malagrotta, vicino a Roma, e le aree appena esterne a Napoli e a Caserta, dove si sversano tonnellate di rifiuti. E invece proprio le aree periurbane vengono ritenute dalla Convenzione Europea del Paesaggio come le più delicate e quelle degne di maggior salvaguardia. Il Rapporto indica come esemplare il Parco Sud di Milano, minacciato da interventi speculativi, come una delle aree in cui si tenta «di bloccare l’informe espansione della città diffusa» e «di salvare e ricostituire in forme nuove il paesaggio agrario storico».

Uno dei punti deboli italiani, sottolinea il Rapporto, resta la conoscenza. Per esempio si assiste a disinvolti balletti di cifre sul consumo di suolo. Mentre in altri paesi, come la Gran Bretagna, esistono sistemi di monitoraggio affidabili e costantemente aggiornati, in Italia si annaspa. Si passa da valutazioni allarmistiche (i 3 milioni di ettari persi dall’agricoltura in dieci anni vengono tout court assegnati al cemento) a cifre tranquillizzanti, però molto sospette (fondate sulla rilevazione satellitare, alla quale sfuggono le villette con un ettaro di giardino intorno). Ma per tutelare il paesaggio, sostengono i geografi, occorre prima sapere di cosa si parla.

Sull’inaffidabilità delle cifre “sparate” sul consumo di suolo vedi l’eddytoriale n. 108 del 26 novembre 2007 e gli altri documenti ivi citati in calce

200mila metri quadri ogni giorni mangiati dal cemento che avanza nel bacino del Po. Questo l’inquietante risultato che emerge dal primo rapporto sui consumi di suolo presentato oggi a Milano dall'Osservatorio Nazionale sul Consumo di Suolo (ONCS), costituito da INU, Legambiente e DiAP del Politecnico di Milano. 20 ettaridi territorio che l'urbanizzazione ricopreogni giorno, in un processo inesorabile che cancella quotidianamente aree grandi come 12 piazze del Duomo di Milano o, se preferite, 28 volte Piazza Maggiore di Bologna.

Il primo rapporto sui consumi di suolo è lo strumento necessario per avviare nel nostro Paese la raccolta sistematica di dati necessari a conoscere le dimensioni di un problema ambientale, fortemente connesso al modo in cui si sviluppano le nostre città, ma fino ad oggi sostanzialmente inesplorato.

Su 20 regioni infatti, solo 6 hanno avviato la ricognizione delle trasformazioni del suolo nel tempo, e tra queste spicca la Lombardia con 288.000 ettari di superficie ormai 'sigillati' dall'urbanizzazione. In Emilia Romagna invece, su un arco temporale esteso dal 1976 al 2003, il territorio urbanizzato è quasi raddoppiato, passando dal 4,8 al 8,5% della superficie regionale, mentre ancora maggiore è stata la perdita di aree agricole: ben 198.000 ettari, l'intera superficie media di una delle 9 province emiliano-romagnole.

In Friuli Venezia Giulia, nel ventennio 1980-2000 si sono dilapidati 'solo' 6.482 ettari agricoli, ma dobbiamo tener conto che siamo in presenza di una regione di dimensioni ben più modeste e con una popolazione inferiore a 1.200.000 abitanti. Altissimo poi il dato dell'urbanizzato consolidato pro-capite: per ogni abitante residente vi sono ben 581 mq di superfici urbanizzate, contro i 456 dell'Emilia Romagna, i 310 della Lombardia e i 296 del Piemonte.

“Siamo partiti dal prendere atto di questa situazione di grave carenza informativa – dichiara Federico Oliva, Presidente nazionale INU – che costringe coloro che si confrontano con il governo delle trasformazioni, e quindi in primo luogo gli urbanisti e gli amministratori, ad essere privi di qualsiasi riscontro reale circa l'efficacia delle scelte di pianificazione: da qui la decisione di costituire un Osservatorio Nazionale sui Consumi di Suolo, che produca dati ma soprattutto pungoli le istituzioni a farlo in modo sistematico, coordinato e trasparente”. ONCS infatti può contare solo sull'impegno e sul lavoro volontario promosso dalle organizzazioni che lo compongono, ma lo sforzo di ricerca ed elaborazione necessario a raggiungere l'obiettivo, quello di produrre una rappresentazione fedele e aggiornata del consumo di suolo in tutta Italia, è davvero immane.

Tra le regioni su cui l'Osservatorio ha potuto lavorare con dati di buona qualità vi sono le tre del bacino padano (Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte): 200.000 metri quadri, ovvero 20 ettari è la superficie di territorio che l'urbanizzazione ricopre ogni giorno nel bacino del Po, tenendo conto che 20 ettari corrispondono alla dimensione di 12 Piazze del Duomo di Milano o, se preferite, a 28 volte Piazza Maggiore di Bologna.

Il lavoro dell'osservatorio non si è limitato a misurare il suolo 'consumato' dall'urbanizzazione, ma ha valutato anche le trasformazioni del suo uso: suoli agricoli che vengono abbandonati alla natura, zone umide bonificate o ripristinate, insomma una 'fotografia' delle mutazioni recenti del nostro paesaggio. Anche per quanto riguarda il fenomeno preoccupante dell'erosione delle superfici agricole il protagonista resta l'urbanizzazione, responsabile di 2/3 delle perdite di suolo agricolo, con l'aggravante che ben difficilmente i suoli 'sigillati' da cemento e asfalto potranno mai tornare ad essere produttivi: nelle regioni del Grana Padano e dei salumi 'made in Italy', Emilia Romagna e Lombardia, ogni giorno scompaiono 32 ettari di superfici agricole: le dimensioni di una media azienda cerelicola.

“Il dato ha una sua chiara e drammatica gravità, legata alla scomparsa definitiva delle terre più fertili e produttive d'Europa – rileva Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia – seguendo l'esempio della Germania della Merkel, l'Italia deve darsi un piano nazionale di lotta al consumo di suolo, per questo i dati che descrivono la gravità del fenomeno sono indispensabili, sia per averne piena consapevolezza, sia per monitorare il raggiungimento di obiettivi di riduzione. La mancanza di dati attendibili sul consumo di suolo non giova a nessuno, se non a chi intende avere le mani libere per continuare a spalmare cemento sul territorio'

Tra le maggiori difficoltà nel 'misurare' il consumo di suolo vi è quella di individuare regole comuni di riferimento, che permettano di rendere confrontabili i dati raccolti dalle diverse istituzioni: anche questa è una parte (forse la più importante) della sollecitazione che l'osservatorio intende esprimere nei confronti della comunità scientifica “Rimettere al centro delle politiche urbanistiche la ‘questione suolo’ con tutte le implicazioni sul piano ambientale e sociale che essa impone – dichiara Paolo Pileri del DIAP Politecnico di Milano - è oggi urgent, ha a che fare con la vita di tutti noi e con la qualità di questa vita nei luoghi in cui viviamo. Il suolo è un bene comune sul quale occorre una politica saggia e lungimirante che non può essere quella attuale, peraltro basata sulla quasi totale non conoscenza di quali e quanti suoli si consumano e dove: ad esempio l ’agricoltura paga un prezzo elevatissimo (-10 ettari/giorno in Lombardia, -8 in Emilia Romagna) e su questo l’università può e deve dare il suo contributo tecnico e scientifico per migliorare lo stato delle conoscenze e contribuire a dare risposte”.

Nel dettaglio, dalle aggregazioni provinciali emerge il primato della Lombardia: regione capofila, in Italia, nella produzione di valore aggiunto agrozootecnico, un settore che dipende strettamente dalla disponibilità di suolo agricolo. Ebbene, nel periodo 1999-2006 questa regione ha perso 26.778 ettari di superfici agricole, in gran parte (oltre 22.000 ettari) divenuti urbanizzati, quindi persi irreversibilmente, il resto abbandonati o perchè in aree montane o perchè ridotti a scampoli dove l'interesse a coltivare terreni è crollato. Il risultato consolidato è quello di una regione in cui 288.000 ettari di superficie sono ormai 'sigillati' dall'urbanizzazione: vuol dire che quasi il 14% dell'intera superficie regionale è urbanizzata ma, se ci riferiamo alle superfici della pianura (circa il 55% del territorio regionale), la Lombardia ha già consumato e coperto di cemento quasi un quarto dei suoi territori ad alta vocazione agricola. Perfino peggiori, se rapportati ad una regione che ha meno della metà della popolazione lombarda, sono i numeri dell'Emilia Romagna. Qui i dati sono disponibili su un arco temporale più esteso, dal 1976 al 2003, nel corso del quale il territorio urbanizzato è quasi raddoppiato, passando dal 4,8 al 8,5% della superficie regionale. Ancora maggiore è stata la perdita di aree agricole: ben 198.000 ettari, l'intera superficie media di una delle 9 province emiliano-romagnole, 'bruciati' in un solo trentennio, anche se nel caso di questa regione l'abbandono di ampie superfici coltivate nell'area appenninica ha fornito un contributo determinante alla trasformazione dei suoli. Solo apparentemente più contenuti i dati per un'altra regione settentrionale, il Friuli Venezia Giulia, che dispone di una banca dati sull'uso del suolo. Qui nel ventennio 1980-2000 si sono dilapidati 'solo' 6.482 ettari agricoli, ma dobbiamo tener conto che siamo in presenza di una regione di dimensioni ben più modeste e con una popolazione inferiore a 1.200.000 abitanti. Il dato pro-capite del suolo consumato infatti è alto anche qui: ogni anno, per ogni abitante del Friuli Venezia Giulia, vengono urbanizzati 2,5 mq di territorio. Altissimo è poi il dato dell'urbanizzato consolidato pro-capite: per ogni abitante residente in Friuli Venezia Giulia vi sono ben 581 mq di superfici urbanizzate, contro i 456 dell'Emilia Romagna, i 310 della Lombardia e i 296 del Piemonte. Dati che si spiegano almeno in parte con la presenza, in Piemonte e Lombardia, di aree metropolitane caratterizzate da una forte densità di popolazione in rapporto alla superficie urbanizzata e che danno conto anche di forti differenze tra province della stessa regione (l'urbanizzato pro-capite della Provincia di Milano, ad esempio, è pari a 221 mq/ab, mentre in una provincia a forte caratterizzazione rurale, come quella di Mantova, il dato pro-capite è pari a 684 mq/ab), una forbice destinata ad accrescersi con l'espandersi incontrollato del fenomeno dello 'sprawl' insediativo: in pratica, il consumo di suolo legato all'urbanizzazione è soprattutto a carico delle superfici coltivate, confermando una tendenza storica che, nell'arco di un intero secolo, ha visto la crescita di città e insediamenti a danno della campagna. Arrestare la crescita del consumo di suolo non è dunque solo una grande sfida per la tutela del nostro paesaggio, ma anche una garanzia di presidio delle superfici agricole che da secoli sono state destinate a 'nutrire il pianeta'.

Superficie urbanizzata nelle regioni: dato complessivo e pro-capite


Abitanti (stima '04) Superficie urbanizzata, ettari (anno di riferimento) Sup. urbanizzata pro-capite, mq/ab
Lombardia 9300000 288.000 (2006) 310
Piemonte 4400000 130275 (2001) 296
Emilia Romagna 4100000 187000 (2003) 456
Friuli Venezia Giulia 1200000 69717 (2000) 581

Postilla

Finalmente. Nel 2005 eddyburg aveva lanciato in Italia il tema del consumo di suolo, fino ad allora del tutto ignorato non solo dalla politica e dalle istituzioni, ma anche dalla cultura urbanistica, fin dai tempi della ricerca di Giovanni Astengo sulle aree metropolitane (vent'anni fa); salvo pochissime eccezioni, come il lavoro di R. Camagni, M.C. Gibelli e P. Rigamonti sul costo dell’insediamento diffuso (2002). Abbiamo dedicato al tema, quell’anno, la prima edizione dellla Scuola di eddyburg; i materiali hanno dato luogo a un libro, No Spraw, edito da Alinea nel 2006. Contemporaneamente un gruppo di amici di eddyburg ha proposto un progetto di legge centrato sul contrasto al consumo di suolo, elaborato sulla base di una proposta formulata da Luigi Scano e presentata dall’associazione Polis e da Italia nostra alla commissione parlamentare (2004). Alcuni gruppi della sinistra oggi non rappresentata al Parlamento presentava, quasi integralmente, la proposta di eddyburg.

Intanto, mentre l’Accademia taceva, l’INU era affaccendato a tentar di mediare tra la Legge Lupi per la privatizzazione dell’urbanistica e le deboli posizioni della sinistra maggioritaria. Del resto, aveva plaudito a quel piano regolatore di Roma che, appellandosi a inesistenti “diritti edificatori”, aveva avviato una gigantesca operazion e di consumo del suolo prezioso dell’Agro romano.

Si è persa così l’occasione di una maggioranza di centro-sinistra per approdare a una buona legge . Il quadro politico è peggiorato, ma per fortuna oggi non siamo più soli, sebbene l’attenzione al tema cruciale del consumo di suolo sia molto al di sotto del livello necessario. Si comincia a studiare. Questoperò è lungi dal bastare. Soprattutto se contemporaneamente si mostra cedevolezza, comprensione e perfino accordo su una politica di ulteriore incentivo al consumo di suolo, come quelle espressa dalla recenti “leggi-casa” d’aprés Berlusconi, o da piani regionali pieni di chiacchiere e poveri d’efficacia, o da grandi attenzioni verso i “promotori immobiliari” e i fan dello “sviluppo del territorio”

Dopo tanto tergiversare dei laici é arrivata infine la scure della Conferenza Episcopale Italiana che per bocca del suo Segretario generale ha in un colpo solo liquidato qualche secolo di arte liberale della distinzione per dire quello che molti italiani in cuor loro pensano: che il nostro Presidente del consiglio é un immorale e il suo comportamento non può essere rubricato come affare privato. Monsignore Mariano Crociata lo ha detto dal pulpito di una chiesa, non in un luogo pubblico-civile. Il suo é un giudizio morale e così vuole essere. Ma, nelle condizioni eccezionali nelle quali versa il nostro paese, questo giudizio morale ha immancabilmente una valenza pubblica e politica. Quando i padri fondatori del liberalismo hanno messo in chiaro la distinzione tra le sfere di vita - quella economica e politica, quella privata e pubblica, quella religiosa e civile - essi presumevano che alla base di questa distinzione ci fosse una sostanziale condivisione da parte di tutti i membri della comunità di un codice di comportamento che viveva nel senso comune senza dover essere imposto con la forza. Perché solo a questa condizione sarebbe stato possibile edificare una società di individui autonomi, dotati cioè di un senso della norma che li rendesse in grado di agire moralmente senza la presenza di un´autorità coercitiva che li controllasse direttamente. Se per operare correttamente ci fosse sempre bisogno del gendarme, si avrebbe una società di soffocante autoritarismo nella quale nessuno sarebbe libero. La distinzione tra pubblico e privato, quindi, non é un dualismo schizofrenico perché non contempla individui doppi come il Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Presume invece persone che sappiamo valutare le conseguenze delle loro azioni e in alcuni casi, come quelli che riguardano gli uomini pubblici, le azioni private non possono che avere molto spesso conseguenze pubbliche. È dunque obsoleta la distinzione liberale? No, non é obsoleta. Occorre però interpretarla senza semplicismi.

La regola aurea della distinzione é che il potere civile (lo stato, per intenderci) debba giudicare le azioni dei suoi cittadini con il metro non del moralmente "buono" ma del legalmente "giusto". La legge non può punire chi invita a casa propria uno stuolo di ragazze non minorenni. Ma la legge deve e non può esimersi dal punire chi, avendone la possibilità, promette incarichi pubblici (per esempio un seggio in un parlamento o in un consiglio comunale) in cambio di favori privati - quali che essi siano, sessuali o monetari. Ora, provato che la persona pubblica in questione non sia incorsa in questa o altre azioni penalmente perseguibili, quale é il ruolo del giudizio pubblico? È ammissibile che le azioni private diventino oggetto di scrutinio pubblico? Detto altrimenti, é giustificabile l´applicazione della regola aurea della separazione delle sfere di vita in un caso in cui é coinvolto non un cittadino ordinario, ma un rappresentante eletto (le cui azioni devono poter essere monitorate perché i cittadini abbiano la possibilità di giudicarle)?

In circostanze normali, il giudizio pubblico dovrebbe contenersi nei limiti dei comportamenti pubblici o che abbiano rilevanza pubblica. Si tratta come si può intuire di categorie molto scivolose e lasciate all´interpretazione del buon senso; fino a quando il comportamento del politico non ha così tanto tracimato i limiti del senso comune da non poter essere ignorato, anche con la buona volontà dei liberali più ortodossi. Ad un certo punto, la quantità si fa qualità.

Scriveva John Stuart Mill nel Saggio sulla libertà che se é vero che non si può con la legge interferire nelle decisioni personali di un adulto qualora non arrechino danno ad alcuno (un concetto, quello del "danno", di per sé molto complicato e controverso), é altrettanto vero che noi possiamo decidere di non voler come amico colui le cui azioni disapproviamo. Tradotta questa decisione morale in termini di opinione pubblica, l´esito é questo: tutti noi possiamo decidere di non approvare e anzi di criticare pubblicamente quelle azioni che, sebbene non illecite, confliggono gravemente con le nostre concezioni morali. La critica, il giudizio pubblico, é anzi la sola arma ammissibile in una società liberale, anche se non va mai trasformata in incitamento alla violenza o alla discriminazione. L´opinione pubblica é un potere molto efficace e per questo lo si dovrebbe usare sempre con cautela. Ma é un potere fondamentale senza il quale nessuna democrazia può essere al riparo da chi detiene il potere (e cerca di nascondere i propri misfatti).

A maggior ragione quando si tratta di giudicare le azioni di uomini politici, poiché se queste diventano, cosíccome succede oggi in Italia, un vero e proprio caso nazionale, allora é chiaro che non é in questione il giudizio morale semplicemente, ma la fiducia politica stessa. E noi sappiamo che la democrazia moderna riposta su due pilastri: la volontà che si esprime con il voto, e la fiducia che si esprime con il giudizio pubblico. Il primo pilastro é depositario dell´autorizzazione formale a governare (legittimità istituzionale), il secondo dell´autorizzazione informale nel tempo che intercorre tra un´elezione e l´altra (legittimità politica). Anche se il voto resta il dato incontrovertibile, può tuttavia succedere che nel corso del suo mandato un governo perda la fiducia dei cittadini, e il giudizio negativo espresso dagli organi di informazione e dalla società civile é un segno importante di questo declino di fiducia.

La Chiesa dunque ha le sue buone ragioni a criticare l´operato degli uomini pubblici con argomenti morali e privati; e in questo senso di partecipare indirettamente alla costruzione del giudizio. Ma il suo linguaggio non é il solo di cui noi disponiamo e possiamo avvalerci. La politica, o se si vuole l´etica pubblica, ha anch´essa strumenti altrettanto severi e, nel rispetto della distinzione tra pubblico e privato, sa comprendere quando i limiti vengono travalicati e un´azione, anzi una serie di azioni private hanno un impatto che é decisamente pubblico. Del resto, qui é in questione l´immagine intera del paese perché un popolo si porta addosso l´immagine che di esso dà il suo rappresentante politico. A questo punto le azioni immorali del nostro leader hanno effetti politici diretti, non solo effetti morali. L´immoralità di chi ci governa costituisce un gravissimo danno all´immagine di ciascuno di noi; é da questo punto di vista che occorrerebbe criticarla, ovvero per il danno politico che arreca.

«Arriva Bertolaso, l'emergenza fatta persona», così titolava l'editoriale di Gabriele Polo sul manifesto di mercoledì 2 luglio. Mi viene subito da aggiungere (è una scommessa) che, con i tempi che corrono, sempre più tempestosi, Guido Bertolaso arriverà a Palazzo Chigi al posto del cavaliere o, al peggio, come reggente di un presidente in riposo. Bertolaso, scrive ancora Gabriele, è «un uomo per tutte le emergenze, in un paese che di emergenza vive».

Quest'ultima è la frase chiave della situazione presente e del prossimo futuro e dei modi in cui saranno affrontati i problemi. Le emergenze sono tante, provo a indicarne solo tre:

1) C'è l'attuale, ennesima, crisi capitalistica. Non voglio pensare alla «crisi finale», ma certo è più complicata e vasta di tutte le precedenti. In Italia poi il governo ha difficoltà a intervenire con una grande spesa pubblica, per mancanza di soldi e debiti.

2) La maggioranza parlamentare di Berlusconi è vasta, ma è solo un affastellamento di individui e che con Berlusconi in crisi andrebbe in crisi anche lei, capace di trovare concordia

3) Berlusconi è «malato» come, con cognizione di causa, ha autorevolmente detto Veronica Lario.

Ha poi, secondo la saggezza etiopica, una malattia inguaribile che è la vecchiaia. Per di più attraversa una fase di sfortuna: l'Aquila, Viareggio, le foto e quant'altro verrà: ai vescovi chi ci avrebbe pensato? E, forse, è solo un inizio, come cantavamo una volta.

Date le premesse, la crisi di governo sembra inevitabile, ma non sarà una normale crisi parlamentare e mi sembra da escludere un governo tecnico. Sarà una crisi emergenziale (quindi pericolosa) come già anticipano arresti, pacchetti sicurezza, intercettazioni e altro (qualche giornale ha titolato di anarchici attentatori del treno Orte-Ancona e di residuati delle Br).

Insomma in una situazione di pericolosa emergenza, altamente probabile mi sembra l'emergere dell'«emergenza fatta persona», peraltro capo e garante della «Protezione civile», insomma di Guido Bertolaso. Potrebbe avere il consenso di maggioranza e opposizione.

P.s. Giuliano Ferrara è tornato a scrivere di «24 luglio».

Quel mondo solido tra affari e politica

di Edmondo Berselli

Fino a qualche mese fa l’emergenza erano i rifiuti a Napoli; poi c’è stato il caso vistoso della sanità in Abruzzo; infine l’annosa vicenda fiorentina di un recupero urbanistico, legato all’area della Fondiaria e al costruttore Ligresti, che ha messo in seria difficoltà l’amministrazione comunale di Firenze.

In una parola: in un’Italia fatta di città, il problema si chiama cemento. Perché il cemento è il punto di incrocio fra procedure amministrative locali, politica sul territorio e affari. Non è un caso che le esperienze migliori di organizzazione urbanistica risalgano ormai agli anni Settanta, sotto la spinta progettuale di critici come Antonio Cederna, ma grazie anche alla capacità propositiva di architetti come Pier Luigi Cervellati e Leonardo Benevolo, ispirati da un’idea di città legata al senso della comunità più che all’interesse privato.

A quell’epoca, sotto il profilo economico e politico, l’aspetto critico principale era la rendita, a cui si connettevano possibilità speculative impressionanti; e le amministrazioni progressiste, con i progetti legati alla cultura del recupero e della riqualificazione urbana, rappresentavano un argine, non soltanto ideologico bensì materiale ed effettivo, alla progressiva espansione cementificatrice delle città.

Non è facile da stabilire che cosa sia cambiato dall’epoca in cui i centri storici costituivano il fiore all’occhiello delle giunte più illuminate (non soltanto di sinistra, perché la pianificazione bresciana di Benevolo avviene sotto una giunta democristiana), insieme con la tutela ambientale delle aree immediatamente extraurbane, come la collina bolognese. Ma in primo luogo c’è da riconoscere che l’edilizia è la principale forma di imprenditoria che entra immediatamente a contatto con le amministrazioni territoriali: non l’unica, perché anche sanità, energia, smaltimento dei rifiuti, servizi di welfare locale, sistema dei trasporti incrociano necessariamente la politica; ma senz’altro il settore in cui le potenzialità di profitto in seguito a una decisione politica possono mutare in modo esponenziale. Tutto questo vale in misura assai minore per l’imprenditoria industriale o dei servizi, che al massimo offre qualche chance di sostegno politico ed elettorale attraverso contributi e favori, ma è estranea alla stratosferiche possibilità di rendita offerte dal variare delle coalizioni d’interessi fra politica e settore delle costruzioni.

Si intuisce senza difficoltà, infatti, che un nuovo piano regolatore, con le inevitabili varianti contrattate con le corporazioni economiche, può spostare volumi ingenti di risorse e di ricchezza, e che quindi il ruolo del ceto politico risulta decisivo nell’orientare futuri flussi di profitto. Accade qualcosa di simile in tutte le opere infrastrutturali (strade, ponti, edifici pubblici, tratti ferroviari, metropolitane), ma con gli interventi nel tessuto urbano gli incrementi di valore possono risultare colossali.

Non è una condizione inedita, ma oggi c’è da considerare la fame di suolo e di volumetrie suscitata dalle trasformazioni metropolitane. C’è da mettere insieme un quadro che contempla la metamorfosi demografica, che moltiplica i nuclei famigliari, il proliferare delle strutture di servizio, l’abbandono di stabilimenti industriali storici. Tutto questo vale sia per i centri minori sia per le grandi città. A Trento, il recupero di alcuni insediamenti industriali dismessi ha portato l’amministrazione comunale a progettare, in modo quasi visionario, la città del prossimo secolo; a Modena il recupero della Manifattura Tabacchi amplierà significativamente l’offerta di appartamenti e uffici nel centro storico, con effetti ancora imprecisati sul mercato. Nell’area metropolitana di Milano, si pensi alle "quote di città" spostate dalle operazioni sulla Bicocca e la Fiera, anche in relazione all’Expo del 2015. A Torino, è risultata di buona qualità l’opera di riconversione urbana determinata dai finanziamenti per le Olimpiadi invernali. A Roma, il piano regolatore di Veltroni è apparso come un progetto contrattuale fra l’establishment politico e l’élite dei "palazzinari", destinato a stabilizzare per decenni l’equilibrio fra la politica e il sistema degli affari capitolino (poi le cose sono andate diversamente, ma l’idea su cui si era mosso Giuseppe Campos Venuti era decifrabile: un compromesso con le richieste dei costruttori, che consentiva buoni volumi di affari limitando ragionevolmente le cubature).

Tuttavia c’è un altro aspetto da considerare. Perché se è vero che gli animal spirits dell’economia guardano con strenua attenzione alle possibilità di reddito offerte dall’intervento urbanistico, sul fronte opposto è la politica a guardare con interesse analogo alle opportunità offerte dal cemento. Il fatto è che non esiste nella tradizione amministrativa italiana la concezione secondo cui il volume di spesa degli enti pubblici va verificato a ogni bilancio e tarato sulle future esigenze effettive. Si tende piuttosto a considerare ogni capitolo di spesa come un dato da aggiornare in via progressiva: e nel momento in cui le risorse vengono ridimensionate dal governo centrale, le amministrazioni territoriali si trovano nella necessità di aumentare i propri introiti. Molte di esse lo hanno fatto incrementando la tassazione, contando sulla sopportazione dei cittadini; altre hanno valorizzato il patrimonio pubblico mettendolo sul mercato, o gestendolo in combinazione con i privati. Ma la tecnica prevalente consiste ormai da tempo, senz’altro prima dei problemi determinati dall’abolizione dell’Ici, nel variare quei parametri urbanistici, come le destinazioni d’uso, che possono modificare in modo rilevante il valore di immobili e terreni.

Tutto questo ha una sua razionalità economica, e talora anche motivazioni tutt’altro che ignobili (ad esempio, il comune "vende" cubature ai privati in cambio di edifici pubblici, scuole, asili), ma si scontra innanzitutto con una preveggente azione sull’ambiente, perché se prevale il bruto interesse economico, tutto il resto rischia di passare inevitabilmente in secondo piano. In secondo luogo il rapporto, o finanche la coalizione, con settori economici identificabili tende a stratificare un insieme di scambi e concessioni che fa riferimento ai partiti, alle maggioranze, ma via via anche alle correnti e ai circuiti di potere afferenti alle singole personalità politiche. Talora questo gioco di alleanze interessate giunge a provocare serie distorsioni nel mercato, a cominciare dalla trasparenza e correttezza degli appalti; può determinare quindi effetti negativi sui costi delle opere progettate, e interconnessioni opache fra responsabili tecnico-politici e imprese (o rappresentanze delle imprese).

Infine è tutto da vedere, e meriterebbe approfondimenti da parte degli economisti, se la "città infinita", che si espande senza limiti oltre le periferie, è un soggetto economico in equilibrio o è fonte di costi che graveranno in modo insostenibile nel lungo periodo, per i servizi che implicano, i trasporti, le opere di urbanizzazione. Cioè se quella che Cervellati ha chiamato ironicamente "Villettopoli" è occasione di profitto o alla lunga un aggravio di spesa: insomma se l’economia del cemento, all’ultima riga del bilancio, non rappresenti una perdita per tutta la comunità.

La civiltà dell’abuso

di Carlo Petrini

Attorno al cemento si scontrano due visioni del mondo. Da un lato l’economia dei grandi numeri, ancora dominante, della crescita a tutti i costi, del costruire come elemento di potere, motore di finanze e di presunto progresso. Dall’altro la piccola economia del conservare, avere memoria e migliorare l’esistente, del considerare l’ambiente come risorsa e non come intralcio, della crescita umana piuttosto che quella del prodotto interno lordo.

Sono due visioni antitetiche che hanno nello stile del costruire, come ogni forma di civiltà, la loro espressione più immediata e d’impatto, quella che si tramanderà. Se in Italia negli ultimi 15 anni abbiamo coperto di cemento una superficie equivalente a quella di Lazio e Abruzzo messi insieme, nel mondo non si è certo stati da meno: in altre regioni d’Europa si è forse viaggiato a ritmo leggermente (solo leggermente) ridotto, ma quello che sta avvenendo nelle zone a forte sviluppo, come Cina, India, Brasile, Messico o certi posti dell’Africa, in alcuni casi ha dell’orribile.

Orribile non è solo l’ingordigia di chi si arricchisce senza scrupoli, e nemmeno soltanto il fatto che si distruggano immense porzioni di natura o intere zone rurali; orribili sono pure gli ambienti che si vanno a creare, quello che si edifica: megalopoli senza senso e senza nulla di bello, spesso nemmeno degnamente abitabile.

Eppure il cemento continua ad avere appeal: la sua capacità di generare denaro a costi che non si vedono (ambientali, energetici, in termini di qualità della vita per chi ci lavora e per chi poi ci vivrà in mezzo) rimane inossidabile, tant’è vero che la ricetta che molti propongono per uscire dalla crisi è quella di costruire ancora di più. Le recenti polemiche sui progetti di trasformazione di Milano in ottica Expo 2015 rappresentano forse il terreno di scontro e l’esempio più lampante. Pensare a come sia diventata più brutta negli ultimi 50 anni quella città e a come potrebbe ancora peggiorare fa tristezza. Intanto il Governo sottrae risorse alle detrazioni per intervenire sulle case secondo parametri ecologici (pannelli solari, caldaie a bassa condensazione, finestre a norma con vetri isolanti, cappotto esterno o isolamento interno ecologici, ecc), per destinare il risparmiato alle "opere", grandi e piccole che siano.

Opere che non prevedono di ristrutturare, ma di occupare terre agricole e parchi; non rendere più piacevole l’esistente, ma fare colate di nuovo cemento, non importa dove e con che caratteristiche. È tipico della società dei consumi: produrre cose nuove per poi buttarle, illudere di soddisfare bisogni mentre non si fa altro che disattenderli, perché il sistema ha un disperato bisogno di autogenerarsi. Non siamo noi che abbiamo bisogno di ciò che produce il sistema consumistico, ma è il sistema che ha "bisogno" dei nostri bisogni: c’è dunque da sospettare che scientemente questi non saranno mai soddisfatti.

Lo spreco è il motore. Come lo sono le montagne di rifiuti di ogni tipo o di cibo ancora edibile buttato via (4.000 tonnelate al giorno nella sola Italia, fa sempre bene ricordarlo), lo è anche lo spreco di verde, di terreni agricoli, della ruralità, di spazi urbani a misura d’uomo, del bello.

Non si costruisce più per tramandare ai posteri qualcosa. Il cemento ha una deperibilità maggiore rispetto ad altri materiali, è il simbolo di una civiltà che inserisce i geni di una fine programmata in quasi tutto quello che produce: che sia un palazzone di periferia, l’imballo di un prodotto da supermercato o un seme Ogm che dà un raccolto sterile da cui non si possono trarre altri semi. L’Italia è piena di edifici fatiscenti costruiti negli anni ‘60 e ´70, certi addirittura negli anni ´80, alcuni già disabitati, impraticabili, che penzolano scrostati e pericolosi, terribili. Tutti noi li vediamo, ovunque. Abbiamo continuamente sotto gli occhi la dimostrazione di com’è assurdo continuare a edificare qualcosa che nel giro di qualche decennio non servirà più: quegli obbrobri dovrebbero servirci adesso come il senno di poi.

Oggi, imparando dagli errori commessi in passato, avremmo l’opportunità di ripensare le città in maniera sostenibile, di ricostruire il rapporto tra città e campagna affinché sia produttivo e mutuamente vantaggioso per chi abita questi ambienti. Ci sono i modi per farlo e sono anche economicamente vantaggiosi. Non è soltanto una questione estetica o ecologica: bisogna cambiare modo di fare economia. Bisogna ripensare il costruire, perché oggi, per come si realizza, è sempre più sinonimo di distruggere.

Il sistema del mattone

di Filippo Ceccarelli

Si scherzava nei corridoi di Montecitorio alla metà degli anni Settanta a proposito di un’ormai dimenticata assessore ai Lavori Pubblici della regione Lazio, una donnina apparentemente inoffensiva e naturalmente democristiana: «Ha un figlio solo: Cemento Armato». A pensarci bene quella remota, stralunatissima maternità, così come il battesimo che quell’incarnazione cementifera comportava in un mondo intriso di cinismo e di sacralità, dicono meglio di tante analisi i singolari rapporti decisamente mitologici che da tanto tempo intercorrono tra l’edilizia e il potere. Perché governare, in Italia, assai più che asfaltare, è stato tirare su costruzioni su costruzioni. E se ancora oggi è un po’ così, se sindaci e governanti continuano a guadagnare e a perdersi dietro l’edificazione di case, ponti, centri commerciali e stadi per aggiornati circenses converrà riconoscere il prima possibile la suprema ambivalenza del mattone politico, il suo essere al tempo stesso una benedizione e una sciagura.

Dopo tutto, per limitarsi al secondo dopoguerra, certe cose andavano realizzate per il semplice fatto che ce n’era bisogno. Ma le motivazioni di fondo, specie quando sono limpide, sembrano determinare anche i metodi. Il piano Ina-Casa, per esempio, energicamente varato dal giovane Fanfani a partire dal 1948 per dare un’abitazione dignitosa e riscattabile ai lavoratori e al tempo stesso provvedere alla mancanza di occupazione. Ebbene, fu quello uno dei più grandi successi della Ricostruzione: due milioni di vani, 355 mila alloggi resi disponibili in poco più di dieci anni, senza scandali, senza ruberie e senza nemmeno troppi sacrifici (all’inizio si parlò di impegnare le tredicesime).

L’allora ministro del Lavoro riuscì prodigiosamente a combinare San Francesco e Lord Beveridge, come dire l’ispirazione cristiana a favore dei poveri con il keynesismo. De Gasperi, che pure sulle prime era un po’ scettico, si lasciò trascinare. «Intesi il piano casa - proclamò Fanfani qualche anno dopo in Parlamento (rispondendo alle interruzioni di Giorgio Amendola) - come un vincolo rinnovato di solidarietà, un invito ai senza tetto a riconciliarsi con la società che li attende operosi, controllori e attori della sua vita e del suo progresso». Sono parole che oggi suonano inesorabilmente retoriche. Eppure, se questo accade è anche perché dall’Ina-casa in poi il laterizio, il foratino, quindi il blocchetto e pure il tondino del consenso hanno contribuito non solo alle distorsioni dello sviluppo economico, ma anche a quelle del comando politico e dell’autorità istituzionale in un intreccio di mancati controlli, orrori e disastri del territorio, speculazioni, bustarelle e così via, fino a Tangentopoli e oltre. Si pensi alle tante disumane "coree" e "muraglie cinesi" cresciute selvaggiamente ai margini delle metropoli del Nord, al "sacco di Roma" («Capitale corrotta, nazione infetta», secondo uno storico titolo dell’Espresso) e a quello insanguinato da Cosa Nostra a Palermo. Si pensi alle tante coste meravigliose deturpate dalle casupole abusive, agli scempi di Punta Perotti sul lungomare di Bari, all’interminabile ricostruzione del Belice e alle follie di quella dell’Irpinia. Si pensi alla frana di Agrigento, all’opera dei Quattro Cavalieri dell’apocalisse di Catania e ai rischi che tuttora corrono, per aver costruito sul vuoto, migliaia di condomini napoletani.

Si apre con un crollo in effetti il capolavoro di Rosi, Le mani sulla città (1963), dove Rod Steiger interpreta la figura di uno spregiudicatissimo costruttore e politico napoletano, Nottola, colto nel delicato passaggio tra il potere di Lauro e quello democristiano di matrice e derivazione gavianea. Ed ecco che dodici anni dopo, tra i capi d’accusa che Pier Paolo Pasolini imputava al partito democristiano, c’era appunto «la distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia». Ma non dovette servire a molto, quel processo mai celebrato, se dopo appena un quinquennio Franco Evangelisti, e cioè l’aiutante di campo di Andreotti, condensò il suo rapporto con il principe dei palazzinari romani, Gaetano Caltagirone, nel celebre interrogativo che quest’ultimo candidamente gli rivolgeva: «A Fra´ che te serve?». A veder bene erano i primi bagliori di un tramonto. Il cemento del potere cominciava a cercarsi scenari più ampi. Non solo case, ma nuove città. Così nasce in ambito craxiano il progetto di "Mito", new town da insediare tra Milano e Torino; e lo stesso Bettino vagheggia "Mediterranea", di qua e di là del Ponte sullo stretto. Fino a quando non arriva Berlusconi, il demiurgo di EdilNord che addirittura se la prese a male quando nella P2 gli assegnarono il ruolo di apprendista muratore. Ma come, apprendista al fondatore di Milano 2 e 3? Adesso che è tornato a Palazzo Chigi il Cavaliere ha ricacciato fuori il progetto "Cantiere Italia" e, ribattezzatolo "Cento Città", di nuovo prevede la costruzione di centri satelliti per anziani e giovani coppie. I sopralluoghi aerei sono attesi a marzo.

Il Corriere della Sera, ed. Milano, 7 luglio 2009

Via libera al piano del territorio Pdl-Lega: salvo l’ippodromo

di Andrea Senesi

Venticinque aree per costruire la Milano dei prossimi de cenni. Venticinque, meno una: all'Ippodromo il cemento non arriverà.

Via libera all’accordo sul Piano di governo del territorio, il documento quadro che disegnerà l’urbanistica di Milano dei prossimi decenni. Dopo mesi di infinite trattative, ieri la Lega ha pronunciato il sì definitivo. Il Pgt arriverà in giunta oggi, come chiesto dal sindaco Letizia Moratti e dall’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli. Secondo il documento generale saranno 25 le aree di trasformazione, ciascuna con tanto d’indice volumetrico. «Non è un documento chiuso», assicura Palazzo Marino.

Venticinque aree per costruire la Milano dei prossimi decenni, la metropoli dal la ritrovata grandeurcapace di richiamare dentro i suoi confini i giovani e il ceto medio. Venticinque, meno una: l'ippodromo. Sulle piste dove da decenni galoppano e trottano i cavalli il cemento non arriverà.

«Il percorso è avviato. Entro settembre contiamo di portare la delibera in Consiglio per la prima approvazione », spiega l’assessore.

L’ippodromo, dunque. Con le parole del capogruppo lumbard Matteo Salvini e dello stesso Masseroli che confermano: «Sulle due piste non si costruirà nemmeno un metro cubo». Il che, sottolinea l’assessore, non vuol dire per forza di cose che entrambe le piste rimarranno al loro posto. Il trotto, per dire, potrebbe anche essere trasferito altrove, magari, come si dice, fuori Mila no. Ma su quell’area non potrà nascere niente più che un parco.

Rimane il documento generale. Con le 25 aree di trasformazione, ciascuna con tanto d’indice volumetrico. «Non è un documento chiuso. Saranno gli accordi di programma che di volta in volta, area per area, confermeranno o modificheranno le volumetrie indicate».

«È solo l’inizio di un percorso. Oggi abbiamo salvato un milione di metri quadrati dall'avanzare del cemento», sottolinea Salvini che si godela vittoria, mentre tutti gli altri capigruppo della maggioranza di Palazzo Marino brindano comunque all’accordo raggiunto. «Un documento di un’importanza epocale», dice Giulio Gallera del Pdl. Che racconta di una proposta spuntata tra le pieghe del futuro Pgt e immediatamente condivisa da tutti: «Realizzare un nuovo Qt8. Un nuovo quartiere dove tutti i grandi architetti di fama mondiale daranno ilproprio contributo». «Si passa da una cultura dirigista, quella che animava il vecchio piano regolatore del 1980, a una visione liberale e moderna di governo del territorio », esulta anche l’Udc Pasquale Salvatore. «L’ottica di ragionamento deve rima nere quella della grande area metropolitana», osserva il repubblicano Franco De Angelis.

Di tutt’altro umore l’opposizione. Ammette il capo gruppodel Pd Pierfrancesco Majorino: «Siamo molto preoccupati ». «Anche perché la nascita di questo Pgt è stata gestita come una trattativa puramente privata. I contorni dell’accordo poi confermano tutte le ambiguità sul tema del verde e delle aree pubbliche». In conclusione: «Se l’idea è quella della cementificazione selvaggia, noi siamo pronti a un'opposizione durissima».

La Repubblica ed. Milano, 8 luglio 2009

La città del futuro apre i cantieri

di Alessia Gallione

Nasce la Milano del 2030. Quella che dovrà trasformare 31 aree – dalle ex stazioni alle caserme, dall´Ippodromo all´Ortomercato – in tutto undici chilometri quadrati su cui si potranno costruire undici milioni di metri cubi, equivalenti a circa mille condomini. «Zone oggi degradate – dice l´assessore all´Urbanistica Carlo Masseroli – che recupereremo senza consumare suolo». Con l´obiettivo di realizzare case a prezzi bassi come a Madrid o quartieri con servizi a 5 minuti di distanza come a New York.

Dagli scali ferroviari abbandonati alle caserme dismesse, dalla zona attorno a San Siro a quella che sorgerà attorno ai padiglioni di Expo. In tutto 11 chilometri quadrati di superficie su cui si potrà costruire fino a 11 milioni di metri cubi, equivalenti a circa mille nuovi condomini di medie dimensioni (35 appartamenti ciascuno), che potranno aggiungersi ai 640mila esistenti. Con una visione generale del futuro della città, però, che l´assessore all´Urbanistica Carlo Masseroli, definisce «rivoluzionaria». Perché, nelle intenzioni di Palazzo Marino, nei prossimi vent´anni Milano dovrà arrivare ad avere il 35 per cento delle case a basso costo come a Madrid, dovrà raddoppiare la quantità di verde attrezzato puntando al modello di Copenhagen, somigliare sempre più a New York per i quartieri con servizi raggiungibili a piedi in cinque minuti o a Berlino per gli spostamenti con i mezzi pubblici. «La nostra sfida - sintetizza ancora Masseroli - è realizzare una "Milano per scelta", in cui chiunque potrà trovare quello di cui ha bisogno per abitare, divertirsi, studiare, lavorare».

Gli obiettivi internazionali sono ambiziosi. Così come le promesse del Comune. E il percorso è appena iniziato. Dopo quasi due anni di lavoro, discussioni, incontri e scontri politici, la prima parte del Piano di governo del territorio, che sostituirà il vecchio Piano regolatore, è stato approvato dalla giunta. Diventerà "legge", però, non prima di luglio del prossimo anno. Ma l´impostazione c´è. Ed è quella che avuto il via libera della maggioranza, dopo l´ultimo confronto con la Lega che ha chiesto garanzie sull´Ippodromo: sulla zona San Siro si potrà costruire, ma non sulle piste di allenamento. In tutto, i nuovi edifici che potranno sorgere equivalgono a circa mille condomini: 11 milioni di metri cubi contro i circa 250 milioni che già oggi esistono in città. «È il 4 per cento in più», spiega Masseroli. Che dice: «Questo piano non parte dalle quantità o dalle destinazioni d´uso, come in passato. Ma dall´interesse pubblico, dall´idea di città che vogliamo creare. A partire dalla prima di cinque regole d´oro che ci siamo dati: non consumeremo suolo e salvaguarderemo il Parco agricolo Sud. Non c´è nessun rischio di cementificazione perché le aree che verranno trasformate oggi sono degradate, insicure, spazi su cui non si può accedere».

In totale le zone (compresi i cosiddetti piani di cintura) che cambieranno volto sono 31. Non in tutti, però, si potrà costruire la stessa quantità di palazzi: il piano, infatti, si basa su un principio che permette di spostare le volumetrie acquisite dai privati da quartieri da riqualificare a verde ad altri, in cui sarà più spiccata la vocazione abitativa. Palazzo Marino ha già delineato dieci macro-aree con possibili destinazioni. «Ma sono solo indicazioni - precisa Masseroli - tutto potrà cambiare a seconda delle esigenze della città». E così potrà nascere un distretto con la vocazione della ricerca e della tecnologia in Bovisa, dell´università a Lambrate, della pratica sportiva a Forlanini, dell´attività amministrativa con la Cittadella della Giustizia di Porto di Mare; e poi uno spazio che guardi al design e alla creatività tra l´ex stazione di Porta Genova e quella di San Cristoforo; il commercio e l´artigianato che, come in un enorme centro commerciale diffuso, potranno cambiare le arcate della stazione in via Aporti e Sammartini. San Siro e la piazza d´armi della caserma Santa Barbara sono immaginati come una cittadella dello sport e dello spettacolo. E poi l´Ortomercato: qui dovrà sorgere la Città del gusto e della Salute legata a Expo. Ma da sempre, questa fetta di Milano fa gola a molti appetiti immobiliari. Non solo: in ballo rimane il trasferimento dei mercati generali. E, dopo i danni per il nubifragio di ieri, il leghista Davide Boni attacca: «Credo che ormai non sia più rimandabile la chiusura dell´Ortomercato e il necessario spostamento di una struttura ormai fatiscente».

"Che rischio affidare il futuro agli appetiti dei costruttori"

intervista di Maurizio Bono a Massimiliano Fuksas

Fantastico: una camera a gas di 14 chilometri, e a pagamento. Non sanno che quelle trappole nessuno le fa più?

La trasformazione urbana non è compito di cooperative e imprese, gli indirizzi devono essere pubblici

Massimiliano Fuksas, il papà della nuova Fiera di Rho Pero, è appena tornato di ottimo umore dal cantiere della sua "Nuvola", il nuovo Centro congressi di Roma all´Eur che sarà finito tra un paio d´anni: «Tutto secondo i piani, è conclusa la parte sotterranea con la grande sale da novemila persone e stiamo innalzando il primo pilastro della teca che conterrà la nuvola vera e propria, il contenitore translucido che ha dentro la sala congressi. Ma parliamo pure di Milano, che a differenza di voi milanesi che ne parlate sempre male, io trovo una città interessante. Certo, un po´ complicata da vivere... ».

Come vede il Piano di governo del territorio milanese presentato ieri? Undici milioni di metri quadrati di aree da trasformare, 31 aree identificate su cui edificare mille nuovi condomini.

«Mi pare molto, per una città di un milione e 300mila abitanti scarsi. E soprattutto mi colpisce che riguardi solo il territorio comunale. Io ho sempre pensato che Milano debba prima di tutto integrare il proprio hinterland e la provincia, per far massa critica, piuttosto che individuare al suo interno nuove aree su cui costruire».

Ma che male c´è a far nuove case recuperando aree dismesse?

«Nessun male in sé, però francamente mi pare che pensare di incontrare tanta domanda sia un po´ irrealistico, sapendo che intanto sta venendo su un´altra intera nuova città, coi grandi progetti in corso a Milano. E tutta di uffici, mentre nell´ultimo paio d´anni, con la crisi, gli uffici non li vuole più nessuno».

Il Piano di governo del territorio però guarda molto avanti, fino al 2030. Si spera ben oltre la crisi.

«Si spera. Ma oltre a sperare, bisognerebbe muoversi in modo diverso per uscirne. Per carità, io i vecchi piani regolatori rigidi li ho sempre odiati, che si superino è un successo. Conosco i giovani architetti di Metrogramma che hanno fatto lo studio preliminare del Pgt, uno ha anche lavorato con me. Ma la loro è un´idea, poi bisogna come la si trasforma in progetto, con quali strumenti e piani attuativi. Di sicuro non si può pensare di rifare le città solo con le cooperative e le imprese di costruzioni. Da questa logica lottizzatoria è difficile far nascere una cultura del vivere collettivo, perché a loro interessano le volumetrie. Vuol sapere come stanno facendo a Parigi? »

Ce lo dica...

«Non voglio fare il trombettiere di Sarkozy, ma lì il primo passo per collegare città, periferie e l´intera Île de France è stato mettere in cantiere 158 chilometri di metropolitana, a un costo per lo Stato di 38 miliardi di euro. Poi, intorno alle 38 stazioni create hanno lasciato mano libera per costruire, ponendo come condizione l´alta qualità architettonica e paesaggistica dei progetti».

Gli amministratori locali però risorse simili non le hanno. E a quanto pare per fare i metrò Milano fatica ad averli anche dal governo di Roma.

«Dove trovi i soldi? Beh, in un paese normale li trovi facendo pagare le tasse. È lo Stato, bellezza. Se invece di abolire l´Ici fai pagare il giusto, o magari anche un po´ di più come in Francia, le risorse si possono investire, anche in funzione anticrisi. Per poi naturalmente recuperarli vendendo i diritti edificatori, come accade dappertutto. Ma la differenza è che l´intervento pubblico orienta le scelte. Invece la via imboccata dal Pgt non mi sembra poi così inedita: deregulation e poi, con il meccanismo a venire delle perequazioni, possibilità di molti scambi con poche garanzie di effettivi controlli».

Nel campo delle infrastrutture per i trasporti, il Pgt prevede anche un grande tunnel di 14 chilometri che attraversa Milano da Rho a Linate: come trova l´idea?

«Assolutamente fantastica: una bella camera a gas di 14 chilometri, e per di più anche a pagamento... No, seriamente, sono anni che nelle grandi città non si progettano tunnel, inghiottono migliaia di automobili e la necessità di farle uscire da quella trappola produce disastri urbani in forma di rampe e viadotti. Ma perché non si concentrano su metropolitane pulite come ormai fanno anche in Asia? E per i progetti bislacchi i soldi dove li trovano? Speriamo nella crisi edilizia... ».

Il Corriere della Sera ed. Milano, 8 luglio 2009

Il Comune: cambieremo 12 quartieri Via libera per costruire mille case

di Andrea Senesi

Come mille palazzoni da 35 appartamenti. Undici milioni di metri cubi spalmati su 25 aree «di trasformazione urbana» (più altre cinque in altrettanti parchi di cintura, dove però non arriverà neanche un centimetro di cemento e si lavorerà solo sul verde). Il Piano di governo del territorio, il documento quadro destinato a mandare in pensione dopo trent’anni il vecchio piano regolatore, da ieri è nero su bianco. La giunta ha dato ufficialmente il via libera, dopo l’accordo sancito lunedì all’interno della maggioranza servito di fatto a stralciare l’ippodromo dall’elenco delle aree edificabili.

Altri numeri. Le nuove volumetrie che con il nuovo documento urbanistico si realizzeranno nel corso dei prossimi decenni sono in totale il quattro per cento di quanto edificato fino ad oggi all’in terno dei confini comunali. Altro esempio. Partiamo dalla superficie: undici chilometri quadrati su cui costruire. L’assessore all’Urbanistica, Carlo Masseroli, assicura che, decimale in più decimale in meno, la media degli indici di edificabilità (metri cubi per metro quadrato) sulle 25 aree non supererà quota uno. Si torna così al dato di partenza, quello che fotografa in undici milioni di metri cubi la quantità di cemento destinata ad abbattersi sulla città. Spulciando nei dettagli del piano si scopre che in via Stephenson, zona abbandonata dietro Quarto Oggiaro, l’indice di densità è fissato addirittura a tre. Facile immaginare allora che lì arriveranno grattacieli e palazzoni. Strategici saranno soprattutto due ambiti d’intervento: le stazioni ferroviarie dismesse e le caserme rimaste vuote con la fine del servizio di leva e con l’esercito affidato ai soli professionisti. «Nessuna colata di cemento — assicura però Masseroli —. Le nuove case nasceranno assieme al verde in aree oggi completamente abbandonate a incuria e degrado». Non si consumerà nuovo suolo, in somma. Dice Maurizio Cadeo (Arredo urbano) che conl’arrivo del Pgt si allargheranno anche tre aree verdi: piazza Vetra (si uniranno i due spezzoni ora divisi), il parco di Trenno e quello delle Cave. Nei piani del Comune ciascuna macrozona (una dozzina, in totale) avrà tanto di personale «vocazione». Sport e spettacolo, per dire, nella nuova zona di San Siro, che nel frattempo avrà inglobato anche la piazza d’armidella caserma Santa Barbara; la cittadella della ricerca in torno alla Bovisa, quella del la giustizia con il trasferimento di carcere e Palazzo di Giustizia in zona Rogoredo-Porto di Mare. Lungo via Sam martini e via Ferrante AportiPalazzo Marino vorrebbe poi veder nascere il futuro polo commerciale della città, con l’arrivo di negozi e botteghe artigiane. Ma vincoli e destinazioni d’uso, fa capire lo stesso assessore, sono concetti ormai da archeologia urbanistica: «Noi non diremo mai che cosa dove nascere in questo o in quel luogo. Noi poniamo soltanto le cornici e fissiamo le regole per un governo del territorio che parta davvero dall'interesse pubblico. Ma secondo la nostra filosofia la cultura dei vincoli del vecchio piano regolatore è definitivamente morta».

C’è il tema della perequazione, poi. Il sistema, cioè, che introduce la possibilità di trasferire o addirittura scambiare i diritti volumetrici dei singoli operatori. E c’è l’housing sociale, infine. Con l’obbligo di destinare agli al loggi a basso costo almeno il 35% delle nuove residenze costruite. «Il rischio è quello di un uso barbaro delle aree pubbliche e di una guerra al verde» attacca il pd Pierfrancesco Majorino. Replica di Masseroli: «Vogliamo offrire a tutti l’opportunità di vivere o di tornare a vivere a Mila no. E lo faremo aumentando la qualità della vita». E il milione e ottocentomila abitanti? «Non c’è un obiettivo legato alla quantità. Conta solo la qualità».

Nota: anche se non si tratta di documenti aggiornatissimi, si può comunque far riferimento anche ai volumi "Milano verso il suo futuro" scaricabili dalle pagine PgT del Comune (f.b.)

Non sappiamo se nel tempismo di monsignor Crociata ci sia più un omaggio alla virtù illibata di Santa Maria Goretti o un intervento a gamba tesa sui vizi impenitenti di Silvio Berlusconi alla vigilia del G8. Fatto sta che il giudizio del segretario della Cei sul «libertinaggio gaio e irresponsabile che invera la parola lussuria» e non è rubricabile sotto la voce «affari privati» sembra non ammettere retromarce. Se si somma questo giudizio a quello espresso domenica sera alla festa del Pd da Massimo D’Alema, sull’«eccessivo ritegno» avuto dal suo partito a denunciare «un’esibizione di volgarità che quando viene da alte cariche istituzionali è un fatto inequivocabilmente pubblico», è lapalissiano che il cerchio magico di autoprotezione del premier si è spezzato. Quel cerchio era imbastito sulla base dell’impresentabile argomento della tutela della sua privacy violata. Ma ormai è chiaro a tutti che di privato la sua politica della sessualità non ha proprio niente. Ed è rimasto solo lui con i suoi più fedeli velini a pensare di poter sostenere che le prossime foto in libera uscita all’estero sui fasti e i festini di Villa Certosa siano un «fotomontaggio» intrusivo della sua intimità, e non una ulteriore prova del «sistema di intrattenimento dell’imperatore» denunciato due mesi orsono da sua moglie.

Mentre minaccia la stampa internazionale come ha fatto fin qui con quella nazionale, Berlusconi ostenta, come al suo solito, una sicurezza pari alla fragilità su cui traballa. Lui è «il più esperto» fra i leader che si incontreranno all’Aquila, lui sa come infondere fiducia per uscire dalla crisi, lui sa come si sta vicino a chi perde il posto di lavoro, lui sa come soccorrere i paesi africani che finora hanno avuto nella sua agenda un rilievo pari a zero, lui può esibire al G8 «un bel biglietto da visita» per via del suo cruciale ruolo sulla crisi in Georgia e sui rapporti Usa-Russia. A fare da megafono a questa ennesima esibizione di sicumera è il «suo» Giornale, ma perfino la potenza mediatica di Berlusconi pare ormai piccola cosa a confronto con il discredito in cui è precipitato, e ci ha precipitati, sui media internazionali. Cresciuto grazie alla sua speculazione antipolitica sul declino della politica nazionale, Berlusconi ha sottovalutato anche sul terreno dei media la forza dirompente della globalizzazione; e non solo sul terreno dei media.

Opponendo al «complotto» mediatico internazionale e agli «agguati della sinistra» alla sua privacy la sua ostentata sicurezza di presidente del G8, Berlusconi non fa che tentare di occultare, ancora una volta, la triste verità che lo riguarda. E la triste verità è che il suo declino, deciso e accelerato dalla sequenza di disvelamenti iniziata con il caso-Veronica e proseguita con il caso-Noemi e il caso-D’Addario, ha agito in realtà non contro la sua forza ma in concomitanza con la sua debolezza internazionale. Una debolezza che non si può nemmeno imputare direttamente a lui, alla sua inadeguatezza, alle gaffe che l’hanno reso tristemente famoso nel mondo fin dalle sue performance nei suoi precedenti governi; e che va piuttosto ricondotta ai cambiamenti dello scenario geopolitico e culturale che si sono innescati con la fine dell’era Bush e l’elezione di Barack Obama. Molto più che un cambio di governo nella potenza alleata di riferimento, l’elezione del presidente «abbronzato» ha segnato fin dallo scorso autunno, per Berlusconi, la fine di una sponda politica e ideologica che dava una parvenza di plausibilità internazionale al laboratorio italiano della destra neoliberista e neoconservatrice. E vista a-posteriori, appare tutt’altro che casuale l’imbarazzante coincidenza fra la notte dell’elezione di Obama e la notte trascorsa dal premier italiano con Patrizia D’Addario a palazzo Grazioli, quasi un rito, aggressivo e mortifero, di rimozione di un evento per lui catastrofico. Così come a posteriori acquista un’altra luce, anch’essa decadente e profetica, l’imbarazzante sequenza di performance del premier italiano al G20 di Londra, il suo patetico tentativo di entrare nella scia carismatica del giovane presidente americano, di farsi fotografare con lui, di ottenere l’invito alla Casa bianca, di surrogare con un protagonismo improvvisato la solitudine di un leader privo di first lady. Già in quei giorni, quando il Pdl era stato da poco battezzato alla Fiera di Roma inneggiando alla «leadership carismatica» del suo Capo, fu un collaboratore di Zapatero a dichiarare che all’estero Berlusconi era considerato «uno senza vergogna, altro che carisma». Eppure, le foto di villa Certosa non circolavano ancora, Sofia Ventura non si era ancora pronunciata contro le candidature delle veline, Veronica Lario non aveva chiesto il divorzio, non c’era nessuna Noemi Letizia e nessuna Patrizia D’Addario all’orizzonte, e nemmeno una giudice, donna anche lei, che di lì a poco avrebbe emesso la sentenza sul caso Mills.

Poi si sono manifestate una dietro l’altra, smontando uno dopo l’altro i trucchi di una finta potenza pulsionale e politica. E’ con questa compagnia femminile, per una volta indesiderata, che il premier bianco affronta di nuovo il confronto col presidente «abbronzato». Fra carisma e seduttività, si sa già che non c’è gara.

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