“Contraddittorio, incompleto, dannoso, arretrato. Solo tre le regioni promosse, tutte le altre bocciate o rimandate in attesa di nuove regole” - La pagella di Legambiente sull’operato di Governo e Regioni relativo al provvedimento che doveva rilanciare l’edilizia in Italia.
“Tanto rumore per nulla. O quasi. Doveva servire a ridare slancio in tutta Italia al settore edilizio in crisi. Doveva servire ad ammodernare e migliorare qualitativamente il patrimonio edilizio esistente e quello futuro. Se questi erano gli obiettivi il risultato è un sostanziale fallimento”. Questa l’opinione di Legambiente sul cosiddetto Piano Casa, il provvedimento annunciato come panacea per il paese in crisi e che invece, a quattro mesi dal suo risonante annuncio, ancora fatica a decollare.
“Il quadro che emerge nel Paese– ha dichiarato Edoardo Zanchini, responsabile energia e urbanistica di Legambiente - offre un'unica certezza: avremo un sistema di regole diverso in ogni Regione italiana. Come in un puzzle dove spiccano da un lato la Toscana, la Provincia di Bolzano e la Puglia, che hanno praticamente bloccato l'attuazione del provvedimento o posto seri vincoli, e dall’altro Veneto e Sicilia, che da subito si sono fatte paladine di una applicazione "generosa" con premi in cubatura dispensabili praticamente a qualsiasi tipo di edificio dovunque e comunque fosse collocato”. Legambiente mette in evidenza l’aspetto positivo che in metà delle Regioni italiane varranno almeno gli standard energetici obbligatori come riferimento per gli interventi che permetteranno di migliorare la prestazione degli edifici. Purtroppo nell’altra metà si potrà continuare a costruire male e a danno di chi in quegli edifici andrà a vivere, oltre che dell’ambiente. Ma ancora più grave risulta la contraddittorietà del messaggio che viene lanciato ai cittadini e alle imprese: nei prossimi 18-24 mesi si potranno realizzare interventi edilizi con una procedura semplificata, in deroga ai Piani regolatori. Il tutto con qualche attenzione ambientale e energetica la cui entità dipende da dove si trova l’abitazione da ampliare o da demolire e ricostruire.
“Si è persa l’occasione per dare un chiaro messaggio di innovazione al settore delle costruzioni – ha dichiarato Edoardo Zanchini, responsabile energia e urbanistica –, perché ancora una volta si è cercata la via più breve per risollevare le sorti del mercato edilizio. Siamo di fronte a una crisi del settore che non è congiunturale, veniamo da 10 anni di espansione edilizia e nonostante ciò nel Paese si vive una drammatica situazione sociale, con centinaia di migliaia di persone sotto sfratto e di famiglie che non riescono a pagare le rate del muto e dell’affitto”. Per Legambiente la strada da seguire è un'altra: se si vuole dare un futuro al settore edilizio bisogna dare risposte all’emergenza abitativa e legarla a un vasto programma di riqualificazione energetica di case, quartieri, periferie. L'edilizia è oggi, a tutti gli effetti, uno dei più interessanti cantieri della Green economy ma per affrontarla in modo utile bisogna indicare da subito la strada del futuro: introducendo la certificazione energetica di tutti gli edifici, prevedendo uno standard obbligatorio di Classe A con un contributo minimo delle fonti rinnovabili (solare termico, fotovoltaico, ecc.) in tutti gli interventi edilizi. E accompagnare questo processo con regole chiare, adeguata fornitura di servizi e incentivi - a partire dalle detrazioni del 55% a regime - che aiutino la messa in sicurezza statica degli edifici anche attraverso interventi di demolizione e ricostruzione. E poi basta premiare le seconde case e gli investimenti di privati e fondi speculativi nel mattone, con lo sviluppo di un mercato che ha reso le case inaccessibili proprio a chi ne avrebbe bisogno: nuove famiglie, immigrati, giovani. I fondi che il Governo ha stanziato per il “vero piano casa” permetteranno di realizzare solo 5mila alloggi di edilizia residenziale pubblica il prossimo anno. Una cifra ridicola, che non è possibile nemmeno confrontare con quel che succedeva nel 1984, quando il settore pubblico realizzava direttamente attraverso l’edilizia sovvenzionata 34mila abitazioni e promuoveva attraverso l’edilizia agevolata o convenzionata 56mila abitazioni. Questi provvedimenti non risolveranno i problemi, anzi. Chi oggi non è proprietario dell’immobile in cui vive ed ha problemi di morosità e sfratto continuerà ad averli, mentre dilagheranno interventi diffusi di ampliamento che riguarderanno soprattutto le seconde case.
Legambiente ha voluto quindi ricostruire il quadro delle norme e delle scelte regionaliper elaborare una sorta di pagella, una classifica dei provvedimenti che hanno determinato il giudizio dell’associazione, sulla base di domande relative al rispetto degli standard di efficienza energetica e uso di fonti rinnovabili, ai permessi per gli interventi di allargamento, innalzamento, superfetazione di volumi, alla possibilità di allargamenti in aree delicate o protette, alle demolizioni e nuove cubature eventualmente consentite.
Dall’indagine emergono tre soli promossi : Regione Toscana, che incardina gli interventi possibili all’interno di quanto previsto dal Prg comunale, la Provincia di Bolzano che prevede alti standard energetici con la certificazione CasaClima C, nonché la Regione Puglia,anche se andrà tenuta sotto controllo la deroga ai piani regolatori concessa ai Comuni.
Tutte le altre Regioni invece si barcamenano in modo diverso tra i vari criteri.
Energia. Sono previsti obblighi in Toscana, Puglia, Piemonte, Emilia Romagna, Basilicata, Lazio, Lombardia, Marche, Umbria e in Provincia di Bolzano. Nessuna indicazione se non di tipo generico in Veneto, Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Campania e Molise. In alcune di queste Regioni c’è un bonus opzionale, ma quello che è importante sottolineare è la differenza tra chi punta a migliorare le prestazioni energetiche degli edifici e chi vuole spingere semplicemente gli interventi.
Tutela del territorio. Per quanto riguarda le aree escluse sono da bocciare la Sicilia, la Lombardia e il Friuli Venezia Giulia che non esplicitano nessuna area (almeno fino al testo attualmente in discussione) in cui è vietato realizzare gli interventi. Ma anche in Veneto solo i centri storici sono esclusi, mentre in aree parco e vincolate si possono realizzare gli interventi. Tranne la Toscana dove prevale il Prg, in tutte le altre Regioni sono i Comuni a decidere se gli interventi sono possibili definendo criteri e limitazioni. Solo la Toscana, la Liguria e parzialmente la Puglia, escludono gli edifici abusivi anche se condonati.
Bonus edilizi. Per quanto riguarda i premi in cubatura, la Regione più generosa è la Sicilia, dove sommando le diverse possibilità (anche quelle dei vicini) si può arrivare al 45% per l’ampliamento e al 90% per la demolizione e ricostruzione. Per l’ampliamento i bonus maggiori sono anche in Friuli, Emilia Romagna e Lombardia con +35%, in Liguria si arriva a +50%. Per la demolizione e ricostruzione il massimo si può ottenere nel Lazio con +60% nel caso si preveda la delocalizzazione, in Emilia Romagna, Molise, Liguria e Campania con+50%; in Basilicata, Marche e Veneto con +40%.
“Bisogna affrontare con urgenza e competenza l’emergenza abitativa legandola ad un vasto programma di riqualificazione energetica di case, quartieri e periferie – ha aggiunto il presidente nazionale di LegambienteVittorio Cogliati Dezza-. Per questo bisogna investire in interventi che puntino a coniugare sicurezza statica e efficienza energetica, allargando questo obiettivo anche a tutti gli edifici non residenziali sfruttando l’opportunità di lavorare sul patrimonio esistente invece di occupare nuovi ettari di suoli agricoli. L’errore di base nel dibattito di questi mesi è stato proprio il non dare risposte a questi problemi e nel non affrontare la sfida dell’innovazione che potrebbe consentire la nascita di nuove competenze, lavoro e opportunità”.
“Un tema così delicato avrebbe bisogno di un indirizzo chiaro da parte del Governo e di collaborazione con le competenze di Regioni e Comuni. Migliorare la qualità edilizia e energetica attraverso la demolizione e ricostruzione di edifici e parti di città è una sfida non più procrastinabile, delicata e complessa – ha aggiunto il presidente dell’associazione - perché significa cambiare regole e abitudini, mettere mano a leggi e pertinenze, nelle quali occorre coinvolgere tutti in un processo trasparente. Finora invece, il comportamento del Governo è stato a senso unico: nessuna riflessione, nessun passo indietro rispetto alla proposta iniziale di un programma di premi in cubatura senza regole per qualsiasi tipo di edificio. Neanche lo stop avuto dalle Regioni ha portato a cambiare l’atteggiamento di totale chiusura rispetto a qualsiasi proposta qualitativa che introducesse criteri per selezionare gli interventi o spingesse l’innovazione energetica o magari (come dovrebbe essere obbligatorio secondo le Direttive Europee), vincolasse gli interventi alla certificazione energetica degli edifici. Solo la tragedia del terremoto in Abruzzo – conclude Cogliati Dezza - ha spinto dopo mesi di rimpalli di responsabilità a introdurre finalmente una normativa sulla sicurezza statica negli edifici che era nei cassetto ferma da tantissimo tempo”.
Segue classifica, vedi file allegato
La questione abitativa, torniamo a chiamarla così, sconta oggi l’inadeguatezza dell’azione dei governi e l’illusione che essa potesse essere risolta dal ”mercato”, per giunta da una mercato gonfiato dalla speculazione finanziaria.
Una quota di cittadini italiani, una quota intorno alla metà dei cittadini che non abitano in case di proprietà, mostra significative difficoltà sul fronte abitativo. In particolare non si trova nella possibilità di pagare gli affitti richiesti (che in non pochi casi assorbirebbero più della meta del reddito), vivono in situazione di sovra affollamento, in case molto spesso degradate e bisognose di rilevanti azioni di manutenzione. Non si tratta di qualche sparuto gruppo di marginali ma di una quota significativa delle famiglie italiane. Per non parlare di un’altra rilevante quota di famiglie oberate da rate di mutui oggi diventate insopportabili nonostante i provvedimenti, spesso contraddittori, presi in proposito. Va detto, a scanso di equivoci, che non si tratta dell’effetto della crisi economica, ma di una situazione strutturale che può essere sintetizzata nell’ovvia considerazione che il mercato liberalizzato non è in grado di dare risposte a queste situazioni.
Una situazione questa che a gran voce reclama una “politica per la casa” che garantisca a tutte le famiglie una condizione abitativa civile in una città anch’essa non degradata. Di questa politica non si vedono neanche i primi segni, ma piuttosto provvedimenti, spesso cervellotici, buoni per attività di propaganda, ma privi di un senso compiuto.
Il governo, in questo settore, ha promosso due iniziative, non per caso chiamate “piano casa”, il primo che promuoveva attraverso, di fatto, l’eliminazione di ogni norma di governo del territorio, un incremento volumetrico degli edifici esistenti; quello più recente a favore dell’housing sociale. Del primo si è già parlato a lungo, ma si vorrebbe sottolineare che esso non ha niente a che fare con il problema della casa come delineato prima. Non si riferisce a chi la casa non la possiede e quindi non interviene sul problema, non è casuale che alla fine la sottolineatura governativa è stata sul rilancio dell’economia,millantando quantità di investimenti inverosimili. Il provvedimento, si ricorda, permetteva aumenti volumetrici dal 20 al 40%, è stato di fatto ormai assegnato alle competenze delle regioni, con spesso dei peggioramenti rispetto a quanto previsto dal governo. Comunque avranno effetti modesti e questi stessi saranno negativi per il territorio (si chiuderanno balconi e terrazze; si costruirà qualche box per la macchina, ecc.) peggiorando l‘aspetto delle nostre città. Avrà qualche applicazione più estesa nelle seconde case che si affittano, perché una stanza in più può essere redditiva, e negli edifici non abitativi (non c’è bisogno di sottolineare gli aspetti negativi di queste interventi). L’unico aspetto positivo, ma sarà modesto per ovvi motivi, sarà quello relativo alla demolizione e ricostruzione di edifici fatiscenti o fortemente degradati.
Del provvedimento in via di approvazione e riferito a quella che una volta si chiamava edilizia economica e popolare, intanto, va detto, che si tratta di provvedimento che sblocca dei fondi destinati a questo settore dal governo Prodi (ministro di Pietro) e che erano stati bloccati dall’attuale governo. Ma anche in questo caso il provvedimento non può essere contrabbandato per una politica della casa. Intanto perché dopo aver sostenuto le “dismissioni” (su questa strada sono stati anche i governi di centrosinistra; ah! L’amore per il mercato) si rimettono nuovamente sulla stessa strada. E poi perché le cifre messe a disposizione sono ridicole rispetto ai roboanti annunzi. Si può prendere per buono che la situazione economica non permette di fare di più, ma non si po’ dire di fare 100 quando al massimo si potrà fare 10.
Le cifre fino a questo momento sono incerte, pare che l’emendamento che sarà presentato oggi abbassi ancora la disponibilità per questa voce, per adesso si fa riferimento a quanto noto che vale ancora di più se le cifre si riducessero. 550.000.000 di euro per 100.000 abitazioni annunziate, fanno 5.500 euro per abitazione. Ridicolo. Il governa stanzia il 5% circa del costo di costruzione, e il resto?
Intanto il governo adesso mette a disposizione 350 milioni di euro, così divisi: 200 milioni alle Regioni che serviranno per interventi, nelle situazioni di crisi abitativa, con progetti immediatamente canteriabili. Ammesso che le regioni riescano a contribuire con un 100% rispetto al fondo assegnato dal governo, mettendo a disposizione altri 200 milioni di euro, e ammesso che i comuni interessati riescano ad aggiungere 100 milioni di euro (tutte previsioni ottimistiche), avremo 500 milioni di euro con i quali si potranno costruire 5.000 abitazioni (anche qui cifra ottimistica). Una goccia; mancano all’appello ancora 95.000 abitazioni.
Gli altri 150 milioni (il governo parla di una prima tranche) dovrebbero “covare”, milioni e milioni di euro: fondazioni bancarie, cassa depositi e prestiti, le assicurazioni ecc. con la costituzione di fondi immobiliari di lunga durata. Per la costruzione dei rimanenti 95.000 abitazioni sarebbe necessario raccogliere una diecina e forse più di miliardi; probabile? sembra difficile. Anche perché queste case saranno affittate per 25 anni a canone convenzionato e dopo vendute (torniamo alle dismissioni) agli stessi inquilini o ai comuni o immessi nel mercato. Ritorniamo al mercato, mentre il rendimento di questi fondi sarà, tenuto conto dell’inflazione, della manutenzione, ecc., vicino allo zero.
Una politica della casa che affrontasse seriamente la questione abitativa, avrebbe dovuto, prima di tutto liberare il patrimonio pubblico dai non aventi diritto (condizioni di diritto da modificare in relazione all’evoluzione della società), in un paese nel quale il lavoro dipendente è quello che denunzia i redditi più alti (nei confronti di gioiellieri, commercianti, ecc.) è chiaro che molti occupanti non hanno le condizioni di reddito (effettivo) adeguato. Non si tratta di una persecuzione ma di un giusto criterio di redistribuzione.
In secondo luogo lo stato, le regioni e i comuni (se no che federalismo è?) dovrebbero costituire degli adeguati stock di abitazione da dare in affitto e da gestire con criteri di efficienza economica. I canoni d’affitto dovrebbero essere commisurati al mantenimento del patrimonio (manutenzione, ricostituzione, gestione ecc.), mentre le famiglie che non riuscissero, temporaneamente o per lungo periodo, a sopportare il canone così definito dovrebbero ricevere un “sussidio casa” in modo da raggiungere tra sussidio casa e propria disponibilità il canone fissato. Questa del sussidio dovrebbe essere gestita da una sezione specifica dell’ente di gestione attraverso personale specializzato. Questo meccanismo avrebbe il vantaggio di non scaricare sull’ente di gestione del patrimonio le morosità, con conseguente abbandono della manutenzione, litigiosità,ecc. e alla fine degrado del patrimonio e suo abbandono.
L’edilizia economica e popolare non può essere considerata la cenerentola del settore, abbandonata, localizzata nei posti peggiori della città,priva di una progettazione adeguata e moderna, lasciata al degrado, ecc. così facendo, infatti,si contribuisce al degrado urbanistico ed edilizio ma anche,ed è ancora più grave, a quello sociale. Modificare atteggiamenti, modificare modi operanti, immettere nel tessuto degradato delle nostre città germi positivi dovrebbe essere il compito dei governi a tutti i livelli, ma,come diceva mia nonna,il pesce puzza dalla testa.
Qui il sito di Sinistra democratica
Da una parte, l’assessore che rassicura: «Nessun problema per i residenti attuali e futuri». Dall’altra ci sono lo ro, i residenti, che aspettano ancora scuole, strade, mezzi pubblici e negozi. In mezzo, il fallimento di Luigi Zunino, l’immobiliarista che a Santa Giulia avrebbe voluto realizzare una «città nella città» e che aveva portato fin lì sir Norman Foster affidandogli il compito di progettare case di lusso che più lusso non si può. Di quella faraonica operazione restano soltanto le case costruite dalle cooperati ve, la sede che Sky ha appena finito e qualche altro raro big in arrivo. Nel frattempo, ai portoni di Palazzo Marino hanno bussato le banche finanziatrici dell’intervento Santa Giulia, proponendo la strada per salvare il salvabile venendo incontro ad una necessità dell'amministrazione: trasferire il Tribunale in quel la che altrimenti rischia di re stare una landa desolata.
I contatti fra Banca Intesa e i vertici del Comune si erano avviati il mese scorso: in fon do, è stato fatto notare, si tratterebbe soltanto di spostare di qualche centinaio di metri l’ubicazione originaria prevista per la cittadella della Giustizia, fin qui destinata a tra sferirsi a Porto di Mare. Con anche una ipotesi secondaria: che cioè il Tribunale resti do ve era previsto (ammesso che si superino i problemi economici sorti dopo la crisi) e che a santa Giulia si riuniscano tutti gli uffici complementari al 'palazzaccio'. L’assessore all’Urbanistica, Carlo Masseroli spiega che «noi parliamo soltanto con il proprietario delle aree, Risanamento, e finora ci è stato proposto il progetto originale con qualche ritocco, soprattutto per la parte che riguarda il centro congressi (destinato ad essere ospitato a Citylife, ndr ). Comunque, ci aspettiamo altre idee: e noi siamo aperti, per ché nostro obiettivo è che l’intervento si completi».
Più complesso il problema dei residenti. Dei 1887 appartamenti realizzati dalle cooperative, circa 600 sono già abitati, altre 500 famiglie arriveranno a settembre e tra fine anno e marzo dovrebbe completarsi la geografia abitativa. Ma i servizi mancano. Partiamo dalle scuole e dai 600 bambini neo residenti: la scuola di via Sordello non verrà aperta malgrado gli annunci e alcuni bambini che si so no iscritti alla materna non sanno ancora dove finiranno. «Verranno smistati — ipotizzano i consiglieri del Pd, Marco Cormio e Natale Comotti — tra le vecchie scuole di origine, un’altra struttura di via Sordello, le scuole di Rogoredo e Monte Popera. Resta l’ipotesi che una sezione di bambini venga ancora trasportata ogni giorno a Chiaravalle, con i disagi che ne conseguono».
Poi, i trasporti pubblici. La mitica linea 88 che avrebbe dovuto muover si all’in terno di Rogoredo, servendo le nuove residenze e collegando alle scuole, resta un miraggio. «Atm ha pronto il progetto, ma il Comune lo tiene bloccato», chiosa Cormio. Per la sicurezza,sono stati chiesti pattugliamenti ad hoc al questore; per il poliambulatorio, ci ha pensato la cooperative Ecopolis creando una struttura già funzionante. mancano però i negozi e i centri commerciali, così come i collegamenti alla paullese (lavori in corso), la 'promenade' centrale, la metrotranvia che avrebbe dovuto arrivare in piazza Duomo, lo sfondamento di via Pestagalli.
Cormio e Comotti tagliano corto: «Il Comune non ha sa puto garantire una regia a questa operazione, pur causata soprattutto dai problemi di Zunino. Ci chiediamo se gli assessori Simini, Masseroli, Croci e Moioli siano mai riusciti a sedersi intorno ad un tavolo per valutare insieme la situazione e coordinare le risposte ».
MILANO - «L’Ellisse di Norman Foster? Eccola là». Pietro Agosto, responsabile delle opere di urbanizzazione di Santa Giulia, punta il dito dritto davanti a sè. In direzione di quell’area che – parola del sito del Comune di Milano – avrebbe dovuto costituire «un salto di scala nel disegno urbano della città». L’avveniristico quartiere dell’Ellisse non c’è. Le case da 8mila euro al metro quadro orgoglio dell’archistar inglese e di Luigi Zunino – padrone (ancora per poco) di questi 1,2 milioni di metri quadri poco a sud della Madonnina – sono rimaste un miraggio. All’orizzonte solo un mare di ghiaia, mucchi di terra e qualche germoglio di robinia. L’immagine plastica – un po’ preoccupante in vista dell’Expo 2015 – dell’approssimazione con cui imprenditori, banche e politici meneghini sanno immaginare e poi costruire il futuro della capitale morale d’Italia.
A immaginarlo – dice chi ricorda le fastose presentazioni di pochi anni fa – sono stati insuperabili. Plastici avveniristici, feste, video tridimensionali che visti oggi fanno sorridere (per non piangere). A costruirlo un po’ meno: Santa Giulia ora è un quartiere con 1.800 appartamenti in edilizia convenzionata (venduti quasi tutti tra 2.400 e 3.500 euro al metro quadro), la sede di Sky completata per due terzi («siamo persino senza mensa», si lamentano alla tv di Murdoch) e quasi 1 milione di metri quadri (il 70% del totale) di terra incolta. «Siamo stati abbandonati per colpa di un imprenditore che ha sbagliato i suoi calcoli», dicono al Comitato di quartiere, sul piede di guerra perché – oltre all’Ellisse – mancano all’appello scuole, asili, tram e strade promesse. Vero. Ma solo in parte. Il flop, se non altro per le dimensioni (il progetto valeva 1,7 miliardi), non può essere figlio degli errori di un immobiliarista incauto che si è messo a far shopping (a debito) di case di lusso a Parigi e di titoli Mediobanca mentre Santa Giulia aveva già il fiato corto.
«Il colpo di grazia al quartiere l’ha dato a fine 2007 Palazzo Marino quando ha deciso di spostare il Centro Congressi da qui al Portello», giura ad esempio Carlo Pendinelli, che da due mesi ha traslocato lungo la "promenade", in teoria un’elegante arteria commerciale («ma di negozi ne hanno venduti pochissimi», dice Agosto) dove per ora le ruspe della Icems lavorano ancora nel fango. Il motivo del trasloco del complesso da 8mila posti a partita in corso? Semplice. Gli interessi di buona parte dell’estabilishment cittadino, in particolare quello più vicino alla Compagnia delle Opere, sono meglio rappresentati nell’area della ex-Fiera e di Citylife. «Subito dopo questa decisione sono iniziate le defezioni dei big che avevano prenotato un posto nel quartiere di lusso di Foster», assicurano fonti vicine a Zunino. La prima a dare l’addio è stata Esselunga. Poi se n’è andata la Feltrinelli mentre pure Dolce & Gabbana e le 12 sale previste da Uci Cinemas stanno valutando se disdettare i contratti.
La partita adesso è in mano alle banche. Le stesse che nell’epoca del credito facile hanno finanziato quasi al 100% e senza farsi troppo domande i sogni di Zunino. Fidandosi delle solite elasticissime stime dei big del mattone come Reag e Dtz che a fine 2008 valutavano ancora il vuoto pneumatico di Santa Giulia ben 917 milioni di euro. «Gli istituti e il Comune non possono permettersi di farci fallire», dice Agosto. E in effetti oggi tutti si spargono la cenere sul capo. Le banche, per tutelare i propri crediti, sono impegnate in una corsa contro il tempo (e il tribunale di Milano) per presentare un piano che eviti il fallimento. Palazzo Marino pensa di spostare qui carcere e cittadella della Giustizia. E – per agevolare il salvataggio – pare pronto ad approvare una nuova colata di cemento in zona (una specialità della casa). Sarà un caso, infatti, ma Risanamento – la società di Zunino – ha dato mandato la scorsa settimana a Foster & Partners di «redigere la variante urbanistica per incrementare l’edificabilità del progetto».
Il risultato, dice il tam tam dei bar di Santa Giulia, è già scritto. Le banche, magari con qualche nuovo partner, prenderanno il controllo del progetto. E archiviate l’Ellisse e le meraviglie architettoniche del passato, affideranno la costruzione di Santa Giulia-bis – ridimensionata a semplice quartiere residenziale – alle cooperative milanesi, intrecciate spesso a filo doppio con la politica locale. Come «salto di scala nel disegno urbano» della città (e come biglietto da visita per Expo 2015) non sarebbe davvero male.
Spenti i riflettori sul G8, smontato il circo di Coppito, L'Aquila vive a due tempi. Quelli frenetici di undici villaggi in costruzione e quelli morti delle tendopoli: nei cantieri del progetto C.a.s.e. si lavora senza respiro per inaugurarne un paio entro settembre; sotto le tende si muore di caldo, si litiga, si attende. Una doppia vita sotto l'impero di Bertolaso, profeta dei due tempi: le C.a.s.e. arriveranno presto, la ricostruzione aspetterà a lungo.
Millecinquecento operai costruiscono, violando regole infortunistiche e contrattuali, le abitazioni che permetteranno a Berlusconi di passare alla storia come l'uomo che in pochi mesi ha «dato una casa arredata ai terremotati». Ventimila sfollati aspettano accampati, depressi e alienati, di partecipare alla gara d'assegnazione, sapendo che almeno la metà di loro non troverà posto nei New Village voluti da Bertolaso. Tra cantieri e tendopoli si muovono altre migliaia di persone vincolate a un tempo indefinito e schizofrenico, perché serve un gran muoversi per conquistarsi la vita quotidiana: ogni giorno fanno la spola tra gli alloggi trovati sulla costa o nei paraggi per lavorare, subire la cassa integrazione di industrie in difficoltà già prima del 6 aprile, spendere ore per ottenere il più banale dei permessi da una burocrazia sparpagliata in decine di container, mangiare un panino o un piatto freddo tra tavole calde, bar e chioschi i cui abusi edilizi sono prolificati insieme agli affari di chi il 7 aprile si è fatto spazio. Viale della Croce Rossa è il nuovo asse centrale di una città sempre più simile a una periferia rumena. Solo i palloncini volanti del McDonald appena riaperto la rende un po' americana, ma di quell'America profonda - povera e frantumata - delle cittadine minerarie dismisse.
Cantieri fuori controllo
Cese di Petruro, Bazzano, Sassa: qui i New Village sono a buon punto. Entro la fine di settembre vi abiteranno 3/4.000 persone, il numero dipenderà dalla classifica che scaturirà dai criteri d'assegnazione, da quanto la corsa al tetto spingerà i nuclei familiari ad allargarsi a dismisura. Fino al sovraffollamento, perché vincerà chi avrà più punti e i punti saranno attribuiti secondo criteri anagrafici (i bambini valgono molto, i vecchi molto meno). Dal primo agosto sarà pronto il «bando comunale», a settembre la consegna delle prime chiavi: con l'inverno incombente e i posti insufficienti, sarà naturale coptare parenti di secondo o terzo grado, pur di fare punti. Il guaio è che gli alloggi più grandi avranno una superficie di 70 mq e lì bisognerà vivere per un bel po' d'anni, anche uno sull'altro. Oppure bisognerà andarsene, prendere il contributo di 400 euro per un affitto nei paraggi, visto che il centro storico e un bel po' delle case popolari costruite tra gli anni 60 e 70 resteranno inagibili a lungo, mentre i puntellamenti - edifici storici a parte - se li fa per conto proprio solo chi ha i soldi per pagare «interventi privati».
Ma, intanto, gli occhi sono puntati sugli undici cantieri in attività, la cui frenesia fa quasi dimenticare che sarà ben difficile raggiungere l'obiettivo dei 14/15.000 posti prima della fine dell'anno, mentre entro ottobre le tendopoli - causa freddo - dovrebbero essere smantellate; così bisognerà trovare soluzione d'emergenza per un bel po' di persone. Ma in quest'estate d'attesa i giornali locali si scaldano con i tetti quasi pronti di Bazzano e Cese, con il gran lavoro dei 1.500 operai. Le ditte che appaltatrici esultano: pagamenti a 60 giorni, dei 700 milioni di spesa prevista 450 sono già stati assegnati, mano libera sulla forza-lavoro. Un paradiso per aziende - come la Taddei, dal metalmeccanico alle costruzioni - che rivendicano orgogliosamente l'inesistenza del sindacato in casa loro. E' così che fioccano i subappalti, ingaggiando lavoratori che vivono in apnea (il sud è un pozzo senza fondo) senza quasi sapere dove si trovano di preciso e disponibili a lavorare a qualunque costo. Anche su tre turni giornalieri («giorno e notte», incita Berlusconi) in un settore in cui è vietato senza una deroga sindacale, quando piove (anche questo sarebbe vietato), nascondendo gli infortuni che invece fioccano: ce ne sono stati almeno due gravi, prontamente celati. Molti di questi lavoratori dormono e mangiano in cantiere per non perdere tempo - a Sessa c'è un dormitorio che accoglie anche quelli di Bazzano -, senza badare alle regole anti-infortunistiche. Nel nome della fretta e dell'emergenza si passa sopra a tutto, si lavora nell'illegalità e sempre: «Al primo giorno d'assenza sei fuori», racconta un edile che non ha potuto partecipare alla comunione della figlia, qualche domenica fa. «E tutto questo per un'operazione di propaganda di un uomo solo al comando», commenta Rita Innocenzi, segretaria della Fillea-Cgil, nella lacerante contraddizione di una terremotata che si occupa del lavoro edile e che considera il progetto C.a.s.e. «una truffa mediatica che distruggerà la città e dilazionenà all'infinito la ricostruzione». In teoria la sindacalista dovrebbe essere contenta di vivere in quello che per il premier sarà «il più grande cantiere d'Europa». Non è così. «Qui a L'Aquila - dice - si sperimenta un modello che vale per tutto il paese: zero partecipazione, persino zero concertazione». Anche Rita ha la casa inagibile, fa la pendolare dalla costa al capoluogo e non sa dove andrà a vivere tra qualche settimana. Problema condiviso da tanti, ma separatamente.
Abbandonati in tenda
Nell'area del «cratere» - da qualche giorno allargato ad altri otto comuni - la tendenza è a cavarsela con le «casette». Molte sono «autoprodotte» da singoli che non si affidano al progetto C.a.s.e., molte arrivano dal Trentino, spesso sono offerte e costruite proprio dalle autorità di quella regione: a Onna, San Demetrio, Villa Sant'Angelo batteranno sul tempo l'inaugurazione dei primi New Village di Bertolaso. Più o meno la stessa scelta è stata fatta per le scuole (prefabbricati), mentre per l'Università dell'Aquila - la «principale azienda» della città - il punto non sono le sedi di facoltà, rimediate qua e là tra ex caserme e palazzi pubblici, quanto gli studenti. Prima del terremoto la metà degli iscritti erano fuorisede, ora dovranno alloggiare tra Avezzano e Sulmona, perché i loro antichi «tetti» sono quasi tutti inagibili: vivevano nelle «seconde case» del centro storico, quelle per cui non sono previsti rimborsi e che - semmai - finiranno nelle braccia di Fintecna. Così si prospetta un nuovo pendolarismo e molti credono che ciò determinerà il declino dell'Ateneo aquilano. Il cui sviluppo aveva portato con sé un «indotto» di socialità che il terremoto ha spazzato via con la chiusura del centro storico. Adesso, la sera, i giovani rimasti in città si danno appuntamento all'Aquilone, centro commerciale Conad-Leclerc.
Non ci vanno in molti, perché non è il massimo della vita e perché nessuno viene più a passare le serate all'Aquila dai paesi del circondario. Non ci va soprattutto il popolo delle tendopoli, composto in gran parte da anziani, non-italiani, poveri. Quelli che non hanno dove andare. Quelli che passano le loro giornate in un'alienante far nulla. Il trauma del terremoto è stato progressivamente sostituito da una situazione di «sospensione», in cui si alternano depressione e ira. Si litiga per un telo parasole, ci si dispera per quei black out elettrici che fanno saltare l'aria condizionata e trasformano le tende in forni a 40 gradi e passa.
Ma c'è anche di peggio: qualcuno ha osservato uno strano aumento dei necrologi sulla stampa locale, negli uffici comunali osservano che la mortalità degli ultrasessantenni negli ultimi tre mesi è aumentata del 15-20% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Non è un dato scientifico, le statistiche si possono fare solo sul lungo periodo, ma queste cifre sembrano in perfetta sintonia con l'espressione dei volti che popolano le tendopoli. Che del G8 non si sono nemmeno accorti, che non hanno ricevuto la visita di nessun «grande» del mondo, che apprendono dai giornali della vacanza estiva che il Presidente del Consiglio farà a L'Aquila - una settimana nella caserma di Coppito - ogni tanto visitando i cantieri C.a.s.e. Con le forbici già pronte in mano per il nastro da tagliare di fronte alle telecamere. Nell'attesa, magari la sera lo ritroveremo all'Aquilone. Perfetto, per lui.
MILANO - Esiste un contraltare ai progetti sardanapaleschi che gli architetti da autografo hanno redatto per lusingare immobiliaristi e sviluppatori di facili guadagni. E di cui la Santa Giulia milanese cullata da Luigi Zunino è già un totem negativo, un´ambizione tanto alta da crollare fin dalle fondamenta. Il contraltare sono i miliardi concessi a palate dalle banche, che approfittando del boom ultimo scorso hanno lastricato di quattrini la vai di questi venditori di sogni di cemento. Ma ora il sogno dell´immobiliarista può diventare l´incubo del finanziatore.
Del resto i tassi erano risibili, come la percezione del rischio; le amministrazioni contrattavano l´edilizia su pezzi di città da riqualificare, garantendo cubature ingenti per far tornare bilanci sempre più magri. Per gli istituti fu facile: il denaro correva, cresceva un business importante tra prestiti, consulenze, compravendite, mutui. È un meccanismo non dissimile dalla catena di Sant´Antonio, e che puntualmente ha retto finché tutti gli anelli hanno creduto al mito dell´eterno rialzo. «La presunzione di questi soggetti ha portato gli istituti a prendere rischi speculativi – spiega un banchiere – così sono stati concessi fidi basati sulla crescita del mercato immobiliare, anziché su progetti concreti. C´era la sensazione di poter uscire a valori sempre più alti da questi investimenti, invece si sono rivelate solo cifre teoriche». Nella categoria si stima che una fetta cospicua delle sofferenze del sistema – in aumento dai 22,5 miliardi del 2008 ai 26,8 miliardi di maggio, e saranno almeno 30 miliardi a fine anno – faccia capo a questi operatori. Gente che non restituirà tanto facilmente i quattrini ricevuti.
Tre sono le tipologie critiche del rapporto spensierato tra loro e i banchieri. Ci sono i debiti "bullet", normalmente forniti per i grandi progetti di sviluppo, con durata media sui cinque anni, dopo di che vengono rimborsati o rinnovati. Secondo stime diffuse nel settore immobiliare, ammontano a 11 miliardi di euro "bullet" in scadenza l´anno prossimo. Ben pochi saranno realmente esigibili. E per allungarli, i tassi futuri saranno molto salati (visto il mutato scenario): si stimano interessi di 400-500 punti base oltre l´Euribor. Chi non rimborsa né allunga finisce in default, trovandosi con molti debiti a fronte di case sulla carta e cantieri spalancati.
Poi ci sono i patrimoni immobiliari che generano sofferenze, perché troppo "levereggiati". Comprati mettendo due soldi di capitale e il resto leasing o altri debiti. Ora qualche svalutazione si impone, dato che gli affitti non ripagano neppure gli interessi dei prestiti. Infine ci sono i fidi non tirati, che immobiliaristi e sviluppatori non hanno saputo usare nell´avanzamento dei loro lavori. Andranno richiesti ex novo; sempre se i soldi ci sono, e chissà a quale prezzo.
È impossibile fare un conto preciso dei debiti di queste attività; ma il solo conto approssimato inquieta, perché si tratta di qualche decina di miliardi di euro. Cifre che solo una «soluzione di sistema» potrebbe disinnescare. Forse, dopo il sacrificio del suo fondatore, il gruppo Zunino sarà salvato. Ma le banche non potranno salvare tutti i pifferai magici che come lui le hanno sedotte.
Palazzinari. Palazzo Chigi dà il via libera allo spot casa: un piano di centomila alloggi in cinque anni da realizzare con 550 milioni di euro. Finanziamenti già stanziati da Prodi che Berlusconi aveva cancellato con la finanziaria del 2008. I costruttori esultano. I sindacati degli inquilini: «Misure inutili, per le fasce popolari occorre abbassare i prezzi degli affitti».
Cinquecentocinquanta milioni di euro in cinque anni per risolvere l'emergenza abitativa e la crisi economica del settore. E' quanto ha affermato il presidente del Consiglio dei ministri: con il "piano casa" si darà un'abitazione ai nuclei familiari e giovani coppie a basso reddito, agli anziani in condizioni svantaggiate, agli studenti fuori sede, agli sfrattati, agli immigrati regolari. Un numero impressionante di famiglie troveranno casa con solo 550 milioni! Tanto per dare una dimensione, per la costruzione del palazzo del nuoto di Roma, che doveva rappresentare l'ottava meraviglia del mondo, ne servivano 600. Oltretutto un impianto sportivo che non verrà terminato.
Siamo di fronte all'ennesima manovra diversiva per sviare l'attenzione dell'opinione pubblica. Ma se cerchiamo nelle motivazioni del provvedimento, troviamo anche un'implicita ammissione del fallimento delle politiche del ventennio liberista. Poche settimane fa, l'Istat ha certificato che dal 1995 al 2006 sono stati costruiti oltre 3 miliardi di metri cubi di cemento. Il 40% di questa mostruosa quantità edilizia è costituita da case: sono state dunque costruite 2 milioni e mezzo di nuove abitazioni, mentre il numero delle famiglie è cresciuto soltanto di poche decine di migliaia. Qualunque governo dotato di un minimo di serietà sarebbe dovuto partire da questa gigantesca contraddizione: un mare di cemento e l'emergenza abitativa per una consistente fetta di popolazione.
La risposta sta nelle caratteristiche della fase economica che ha trionfato. Si è costruito per il "mercato" e basta, per i fondi immobiliari internazionali. I finanziamenti per le case popolari sono stati pressoché azzerati, mentre in tutta l'Europa occidentale si è invece continuato a costruire alloggi pubblici.
Mancando una cultura di opposizione, anche questo finto piano casa continuerà a mantenere in piedi la commedia degli equivoci che la potente lobby dei costruttori ha saputo costruire in questi anni. Il provvedimento governativo privilegia ancora il cosiddetto hausing sociale, una loro "denominazione d'origine controllata" che originava dall'obiettivo di cancellare l'intervento pubblico per lasciar fare ai privati. Ma sono proprio i dati dell'Istat a dimostrare che questa ipotesi è fallita.
L'unico modo per risolvere il problema della casa è declinare oggi un nuovo ruolo dello Stato. E' la mano pubblica che nei momenti di crisi deve saper indicare una prospettiva di grande respiro. Se le regioni progressiste smettessero di partecipare alla gara al ribasso con la cultura berlusconiana (vedi le brutte leggi del Piemonte, della Campania e del Lazio) e provassero a cimentarsi con questa sfida, potrebbero disegnare un futuro che affidi al recupero del paesaggio e dell'ambiente e alla riqualificazione delle città, i settori su cui fondare uno sviluppo nuovo.
Scusi, architetto,ma consiglierebbe mai a un giapponese di venire in Italia? Da turista naturalmente...
«Sì, gli consiglierei ancora di venire. Magari lo fornirei di una guidina: l’elenco di quanto sarebbe meglio evitare, mari, monti, città, paesi, ristoranti, eccetera eccetera...».
Una volta erano i tedeschi. Era Der Spiegelche sintetizzava in copertina: spaghetti troppo rossi e una pistola (della mafia,naturalmente). Ne seguirono altre di copertine “anti-italiane”.Ma quella fu tra le prime e fece scandalo. Adesso anche i giapponesi, quelli che facevano pazienti la coda a Milano davanti a Prada e a Roma davanti ai Musei Vaticani, cominciano ad avere qualche dubbio: prezzi troppo alti, il rischio della truffa dietro l’angolo, per ultimo il pericolo influenzale (malgrado i richiami all’ottimismo di alcuni ministri). Venire in Italia? Sì, risponde l’architetto Vittorio Gregotti, che in Italia ha costruito molto, dal contestatissimo Zen di Palermo al quartiere della Bicocca, tra Milano e Sesto San Giovanni, la dove si alzavano i capannoni della Pirelli. Dove abbiamo sbagliato?Chi ha sbagliato?
«Verrebbe da dire intanto che l’Asahi Shimbunha ragione, riconoscendo con amarezza il fallimento di una politica e di una cultura. Come se ci fossimo tutti piegati alle esigenze della speculazione o di un interesse individuale, negando il valore di una risorsa come il paesaggio, quello naturale e quello costruito. E del turismo. Malgrado tutto, in Italia resistono migliaia di capolavori da ammirare. Ma lo sperpero è stato brutale. L’amarezza nasce dalla constatazione che una volta era forte la speranza di cambiare, era vivo il dibattito, mentre adesso neppure più la speranza rimane. Come se avessimo imboccato la strada più veloce del declino. Con infinite responsabilità e complicità. Persino tra l’indifferenza di chi dovrebbe opporsi. Quando si sente parlare di “piani casa” c’è solo da spaventarsi».
La facoltà degli ampliamenti, in nome del risparmio energetico, del rinnovo edilizio, per premiare il piccolo proprietario... Ultima per ora è arrivata la Regione Lombardia. La verità è che quando si apre una porta, non c’è freno all’invasione. Del cemento in questo caso: s’è fatto il conto di nove milioni di abitazioni “ampliabili”...
«Senza considerare che l’equilibrio urbanistico-paesaggistico è spesso delicatissimo e basta niente per devastarlo. Bastano pochi metri cubi. E poi? Non si recupera nulla».
La sensazione è che ciascuno coltivi gli interessi propri, Ligresti e il padrone della villetta. Incuranti tutti delle conseguenze, figuriamoci dell’estetica o della salvaguardia...
«Trent’anni fa fu violenta la campagna contro il vincolismo dei piani regolatori e si alzò la bandiera della deregulation. La critica al vincolismo aveva un senso, se si fosse contrapposta un’idea forte di sviluppo diverso. Un disegno. Invece tanta battaglia ha partorito solo la miseria dell’urbanistica contrattata, che avrebbe dovuto mettere di fronte pubblico e privato. Senza tenere conto della debolezza del pubblico, debolezza indotta dalla corruzione. Ci siamo visti alle prese con amministratori incapaci, poveri e corrotti. Incapaci di concludere certi programmi, piegati dalle complicità».
La casistica è infinita: dalle coste alle aree dismesse di città industriali come Milano. Chicomanda? La sensazione è di un altro passo in avanti: prima si procedeva a colpi di tangenti, adesso si è addirittura consegnato il bastone del comando.
«Mettiamoci pure la responsabilità della cultura, cioè degli architetti. Alla fine gli architetti firmano solo il dieci per cento di quanto si costruisce. Il resto tocca a geometri e a ingegneri. Ma firmano e avrebbero pur dovuto, in generale, far valere una loro opi-nione, far risaltare un proprio punto di vista. Sarà un problema di committenza, in primo luogo, ma anche in un progetto si dovrebbe far opera di contrasto. La conseguenza è che la cultura del rapporto con il paesaggio è un disastro».
Qui sento la critica all’ennesimo rito ambrosiano: una manciata di grattacieli, progetti di grandi star, distribuiti in luoghi chiave della città, senza alcun riferimento al contesto, cioè con il costruito. Il grattacielo della regione, cioè il nuovo mausoleo di Formigoni, offre in questo senso scorci orripilanti. C’è anche chi ha inventato il grattacielo verde, con un po’ di vasi alle finestre per amore di ecologia.
«Quello lo aveva già inventato mia zia, che abitava in centro a Milano in una palazzina di quattro piani e impose ai condomini di lasciar crescere un bel glicine lungo tutta la facciata. Ma di invenzioni se ne leggono altre: c’è l’assessore che vuole moltiplicare gli abitanti di Milano,come se tutti fossero pronti a tornare e a pagare certi prezzi; c’è l’altro assessore che vuole trasferire il Palazzo di Giustizia, senza spiegare che cosa ne faranno di quello che c’è, se lo demoliranno, dove trasferiranno i mosaici di Sironi. L’architettura di Piacentini non è mai stata nelle mie corde. Ma insomma, un po’ di rispetto... Emi fermo a Milano
L’autore di questa nota, oggi consigliere regionale de La Sinistra, è stato l’eccellente sindaco di Eboli, cui si deve un ottimo piano per la salvaguardia del territorio e l’iniziativa della demolizione di alcune centinaia di costruzioni abusive nella pineta litoranea, organizzata con le autorità civili e militari del Salernitano. Inserire "eboli" nel Cerca di eddyburg per saperne di più
La Giunta Regionale ha presentato un disegno di legge avendo ad oggetto : “ Misure urgenti per il rilancio economico, per la riqualificazione del patrimonio esistente, per la prevenzione del rischio sismico, per la semplificazione amministrativa.”, più comunemente ribattezzato “Piano case”.
Ci permettiamo, con grande serenità, di non accelerare i tempi sull’approvazione di questa legge. Probabilmente la costituzione di una sub-commissione politica che riscrivi la legge e la porti in approvazione in Consiglio regionale, sarebbe la scelta più saggia.
Perché proponiamo questo?
- Non c’è nessuna fretta legata ad ipotesi di commissariamento, come si è voluto far credere in un primo momento. In realtà il disegno di legge della Giunta è frutto dell’intesa Stato/regioni del 31/03/2009. Cui non ha fatto seguito provvedimento legislativo per cui il commissariamento è una cosa che non esiste. L’unica urgenza può essere individuata nella necessità di mettere in campo provvedimenti per fronteggiare la crisi economica.
- L’accordo Stato- Regione nasce, esclusivamente, per individuare misure per “contrastare la crisi economica”! Tutto ciò che riguarda urbanistica, governo del territorio, manomissioni di leggi come la L.R. n. 16/2004, non solo sono inopportune ma, palesemente, al di fuori dell’oggetto dell’accordo.
- Le Leggi Regionali stando all’accordo Stato – Regioni dovrebbero mettere in campo interventi che si realizzano attraverso” Piano/programmi definiti fra Regioni e comuni”. Nel Disegno di >legge della Giunta i comuni “ scompaiono”! Sono soltanto soggetti passivi di scelte regionali!
- La legislazione regionale dovrebbe introdurre norme in “coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale. Il disegno di legge della Giunta assume tutto in deroga ai pani regolatori.
- Gli interventi, dice l’accordo, “non possono riferirsi ed edifici abusivi”, il disegno di legge promuove addirittura gli abusivi. Gli abusivi che hanno condonato, ampliano considerando anche le superfici abusive; e quelli che non hanno condonato finiscono per avere una doppia premialità : corsia preferenziale per il condono e superficie condonata considerata ai fini del calcolo dell’ampliamento!
- Nessun riferimento viene fatto alla “zona rossa” [l’area del Vesuvio ad alto rischio, che dovrebbe essere abbandonata dalla popolazione al primo segnale di eruzione – ndr]. Per cui alla fine si potrebbe ampliare in zone che dovrebbero essere svuotate.
- Labili sembrano le difese dei centri antichi e delle zone paesaggistiche e dei parchi
- Infine il fantastico articolo 5 ove tranquillamente si consente il cambiamento di destinazione d’uso delle strutture industriali. Nessun paletto temporale viene “ sistemato. Per cui un industriale che ha dubbi sul futuro della sua azienda, potrebbe trovare più conveniente, e sicuramente lo sarebbe, chiudere e trasformare l’industria in fabbricato per civili abitazioni. Nessun paletto temporale, inoltre, per la proprietà di strutture industriali, che possono essere riconvertite.
Ci si dimentica che noi siamo in Campania. E quale sarebbe la sorpresa se si scoprisse che già in questi giorni, avuto sentore della proposta di legge, c’è chi sta girando il territorio facendo incetta di strutture industriali abbandonate. Semmai pagando in contanti e, anche, oltre il prezzo di mercato, sapendo che nel giro di un paio d’anni quell’investimento decuplicherà? C’ è un solo problema. In Campania il potere economico che è capace di mettere subito, sul tavolo, un tale mole di liquidità è uno solo e si chiama : camorra!
Allora, in definitiva, riteniamo che sarebbe bene approfondire in sede politica la portata di questo disegno di legge, limitandolo all’obiettivo dell’accordo Stato - Regioni : immettere un po’ di dinamismo nell’edilizia per cercare di fronteggiare la crisi economica. Giusta o sbagliata che sia come strategia di risposte alla crisi economica, e noi riteniamo sbagliata, discutiamo di questo e non di altri aspetti collaterali, e pericolosi, che il disegno di legge come presentato pone , invece , sul tavolo e che sono inerenti al governo del territorio.
ROMA — «Stanno svendendo l’Italia solo per ricavare un utile immediato. Sul paesaggio, sul territorio italiani non c’è più da nutrire preoccupazione: ma autentica disperazione. Sarà una rovina irreversibile di cui soffriranno le nuove generazioni. E poi ne risentiranno il turismo, che abbandonerà il nostro Paese, e già sta avvenendo. Poi la salute, l’identità, le radici stesse degli italiani». Giulia Maria Crespi parla dalla sua casa in Sardegna, ma è in continuo collegamento con gli uffici del Fai, il Fondo ambiente italiano, trust privato che negli anni è riuscito a sottrarre straordinari beni culturali italiani alla speculazione e alla scomparsa. Un’esperienza citata in Europa come un modello di tutela in mano ai privati.
Qual è la ragione del suo allarme, signora Crespi?
«Prima di tutto la sorte del Codice dei Beni culturali, varato dal ministro Giuliano Urbani, in mezzo a mille difficoltà, sotto il precedente governo Berlusconi e concluso da Francesco Rutelli. Sandro Bondi mi aveva dato la sua parola d’onore davanti a quattro testimoni che la parte relativa al paesaggio sarebbe entrata in vigore a gennaio scorso, poi a giugno di quest’anno. Infine lo slittamento alla fine di dicembre... ».
Parla dell’articolo 146 che attribuisce ai soprintendenti il potere di esprimere un parere obbligatorio e vincolante sugli interventi nelle aree protette e che non è ancora andato in vigore? C’è un regime di proroga...
«Penso proprio a quel problema. I soprintendenti calano di numero e hanno sempre meno mezzi a disposizione. Ora c’è questa proroga che consente ai soprintendenti di pronunciarsi solo a cose fatte, a progetto varato. Intanto le regioni stanno approntando i loro piani. Il Veneto prevede la possibilità di intervenire nel 40% del territorio. La Lombardia nel 35% con la possibilità di intervenire anche nei parchi regionali. Allucinante. L’Umbria le sta seguendo. Altra tragedia: ora i comuni permettono ai costruttori di autocertificarsi l’idoneità del progetto. Sono insegnamenti che definirei di gravissimo scadimento morale dell’intero sistema italiano».
Bondi ha assicurato che la proroga finirà a dicembre...
«Spero. Anche se non ci credo più. Senza il Codice completo, il Piano Casa potrà avere effetti devastanti, purtroppo irreversibili sul paesaggio».
Dice però Berlusconi: con le nuove regole del Piano Casa verranno rimessi in circolazione tra i 70 e i 150 miliardi di euro ora inoperosi nelle banche. Non temete di apparire come ostacoli alla ripresa dell’economia?
«Questo è quello che dice Berlusconi, poi bisogna vedere se gli effetti economici saranno davvero quelli... Ma io guardo al futuro. Il Piano Casa prevede la possibilità di abbattere vecchi edifici, di aumentarne la cubatura, di stravolgere insomma interi panorami. Unico Paese in Europa: guardiamo cosa avviene in Francia o altrove. Ma qui non c’è solo il Piano Casa. È tutto un sistema... ».
A cosa si riferisce in particolare, signora Crespi?
«Ho tanti altri esempi che addolorano solo al pensarli. In Lombardia, nel cuore del parco del Curone, cioè della Brianza ancora ben conservata, un meraviglioso parco di 2.700 ettari, è pronto uno studio di fattibilità per permettere alla società australiana Australian Po Valley, per il 50% di proprietà Edison, di estrarre petrolio. Petrolio lì! Con conseguente emissione di acido solforico che avrà un’azione intossicante nell’arco di dieci chilometri, col problema dello smaltimento dei fanghi. Tutti i 21 comuni, di qualunque colore, e la provincia di Lecco protestano ma non hanno potere di bloccare il piano perché è stato dichiarato di pubblica utilità! Come si può solo immaginare tutto questo?».
Altri esempi che la preoccupano?
«Ho ancora un esempio legato alla Lombardia che, nel suo piano prevede la possibilità di intervenire addirittura nelle aree protette. Per esempio nel meraviglioso Parco Agricolo Sud: 47 mila ettari! Altro massacro che resterà indelebile che distruggerà un’area ricca di fontanili antichi, terreno ad alta fertilità, piena di antiche abbazie e cascine forzesche. Un polmone verde per i milanesi».
Se la prende con questo governo?
«Io credo che ormai circoli un ragionamento trasversale: fare soldi subito. E poi, dopo di me il diluvio. Lo disse Luigi XV, ma dopo ci fu la Rivoluzione francese. E dopo, per noi, ci sarà solo un territorio devastato per sempre. E qui nessuno è più sensibile. Non lo è la destra. Ma non lo è nemmeno la sinistra: neanche l’attuale opposizione colloca l’ambiente tra le sue priorità. Anzi, se ne disinteressa totalmente. Guardiamo cosa sta avvenendo in Toscana e presto in Umbria... Rimaniamo solo noi associazioni: Fai, Italia Nostra, Lipu, Wwf. Siamo visti da tutti come scomodi cretini. Poi, un giorno, forse qualcuno dirà che quegli scomodi cretini avevano ragione. Ma sarà troppo tardi. Un padre non svende la figlia per far cassa. Qui, lo ripeto, stanno svendendo la nostra Italia davanti all’indignazione del resto d’Europa».
Una domanda preliminare
Perché il Presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, a proposito della legge approvata in Giunta regionale (il cosiddetto Piano casa) ha dichiarato? “Gli obiettivi sono quelli di riqualificare il territorio". A legge approvata, infatti, "sarà possibile abbattere e ricostruire; abbiamo pensato agli agricoltori, alle coste, senza avere paura di dire checi potranno essere compensazioni di cubatura anche quantitativamente consistenti, ma in una città che possa essere moderna, con bioedilizia e attenzione al territorio".
Oggi che il testo della proposta è disponibile nella sua versione definitiva - così come è stata votata dagli assessori- cerchiamo di capire i motivi di tanto entusiasmo.
Che dice quel testo?
Con il titolo “misure straordinarie per il settore edilizio e interventi per l’edilizia residenziale sociale” la Giunta Regionale del Lazio, all’unanimità e con 22 articoli, risponde al Piano Casa del Governo. Il testo che, ricordiamo, dovrà ora essere portato al dibattito dell’aula consiliare per la sua traduzione in legge, con il proposito di offrire politiche di sostegno per il rilancio del settore edilizio, “affronta” quattro punti: rinnovare il patrimonio edilizio esistente; aumentare l’offerta di edilizia pubblica; operare con programmi integrati per promuovere contestualmente nuove quantità di edilizia pubblica e le necessarie operazioni di ripristino ambientale; snellire le procedure urbanistiche (articolo 1).
Fin qui gli obiettivi che hanno il merito, almeno, di rispondere in modo apparentemente organico al disordinato “rompete le righe” in materia urbanistica e edilizia lanciato con il decreto legislativo predisposto in aprile dal governo (G.U. n.98 28 aprile 2009). Il secondo capo del dispositivo regionale chiamato “misure straordinarie per il settore edilizio” stabilisce le modalità operative per realizzarle.
Gli edifici da trasformare dovranno (art.2) essere terminati alla data di approvazione della legge. Non potranno essere localizzati: nelle zone A o negli insediamenti urbani storici, così come individuati dal piano territoriale paesaggistico regionale; nelle aree naturali protette, nelle fasce di rispetto delle coste; nelle zone a rischio individuate dalle norme per la difesa del suolo, nelle are destinate a funzioni urbanistiche strategiche (per esempio quelle dove è prevista la localizzazione dei servizi pubblici generali). Per le zone agricole ecco però una prima smagliatura. Si concede un aumento di cubatura o della superficie lorda dell’unità edilizia del 20% (art.2 comma 2) che, stimato non poter eccedere i 200 metri cubi, “pesa”, pur sempre, quanto una nuova unità edilizia di tre stanze e servizi assecondando così l’incipit di Berlusconi sulla casa in più per il proprio figlio.
La Regione comunque, e questo è apprezzabile, “apre” alle sensibilità dei singoli comuni che (art.2 comma 3) potranno individuare autonomamente, modificandoli dunque, limiti e soglie particolari entro cui incardinare ogni possibile trasformazione.
La legge fissa nei prossimi tre anni (36 mesi a partire dal giorno della sua approvazione) la propria validità operativa. Si potrà così, oltre il già detto incremento del 20% per gli agricoltori, aumentare sempre del più 20% quella di residenze uni e plurifamiliari al disotto dei mille metri cubi. La proposta sembra parlare direttamente a quella melassa residenziale conosciuta con il nome (e i disastri) di “Villettopoli”. Si potranno inoltre aumentare del 10% edifici artigianali e industriali ovvero i cosiddetti capannoni che punteggiano indisturbati intere porzioni territoriali in forma sia organizzata che isolata.
Si potrà fare questo gonfiaggio di cubatura solo per adesione e addizione muraria. Niente sopraelevazione e la legge, va onestamente riconosciuto, sembra “sanare”, per fortuna, una pesante disattenzione tecnica prevista nella recente disposizione normativa in materia di recupero dei sottotetti che pur prevedendo la possibilità di modificare, baypassandolo, il rispetto del limite (35%) della pendenza delle falde di un tetto fissa l’ampliamento della superficie ottenibile ad un massimo del 20% secondo un principio che potremmo chiamare di riduzione di un danno.
Dovrà essere inoltre ottemperato a quanto alla normativa vigente in materia di distanze tra fabbricati e quanto previsto in materia di adeguamento sismico. Obbligatorio, inoltre, adeguare ogni edificio “gonfiato” a quanto ai dispositivi attuativi della Direttiva CEE per il risparmio energetico. Il nuovo edificio, così come modificato, dovrà essere dotato del proprio Fascicolo del fabbricato, (il documento che raccoglie la propria storia tecnica) e potrà essere realizzato solo in presenza del reale adeguamento delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria. Le addizioni, residenziali e non, produrranno, infatti, una modifica degli esistenti carichi urbanistici.
Tutto bene dunque? (si fa per dire). Non proprio. Con l’articolo 4 iniziano le sorprese. E che sorprese! Il comma 1 è perentorio: in deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici edilizi comunali vigenti, ad esclusione delle zone C di Piano Regolatore (con questa lettera si indicano le zone di espansione), si potranno demolire edifici residenziali (anche quelli che abbiano almeno per il loro 85% questa destinazione d’uso) e ricostruirli ingrassati fino a un massimo del 35%. Sempre con riferimento alla sostenibilità energetica, all’adeguamento sismico e al reperimento degli standard previsti per soddisfare il nuovo carico urbanistico. Nei comuni dove si registra una “sofferenza abitativa” aumentando il numero delle unità immobiliari presenti nel progetto originario, un quarto, di queste, dovrà essere destinato all’affitto. Solo quando gli interventi di demolizione interesseranno edifici di oltre 3000 metri cubi (più o meno alloggi;una palazzina di 10 alloggi per intenderci) sarà necessario il Permesso di Costruire. Per tutto il resto basterà una semplice DIA.(articolo 5).
Fermiamoci un momento prima d’andare avanti con la lettura riprendendo le considerazioni del governatore Marrazzo sulla “città moderna, con bioedilizia e attenzione al territorio”.
Colpisce, per esempio che quelli che dovrebbero essere atti dovuti - per tutti il rispetto alla normativa CEE in materia di contenimento energetico recepita (finalmente) nel nostro paese - debbano essere invece che magari incentivati con manovre fiscali, premiati con…altro volume. La legge parla di trasformazioni e recupero urbanistico Perché non si è voluto praticare la strada del recupero edilizio? Sommare mattoni tra loro, aggiungere, attaccare muri gli uni agli altri lascia libero ognuno di sentirsi padrone a casa propria. Ovviamente parliamo di chi la casa ce l’ha. Che vuol dire legare la possibilità del nuovo all’affitto solo in presenza di ulteriore aumento del numero delle unità immobiliari. Se resteranno identiche nel numero, ma diverse nel mix dei tagli, anche questa piccola conquista decadrà? Recuperare il molto patrimonio edilizio pubblico dismesso a fini abitativi è davvero impossibile? Si può solo abbattere per ricostruire (di più)? Non si può tentare la strada di costruire nel costruito? Marrazzo dice che lui non “ha paura di dire che ci potranno essere compensazioni di cubatura anche quantitativamente consistenti”.
Ha mai pensato al piacere (e l’orgoglio) che potrebbe provare dicendo che recuperare il tanto inutilizzato potrebbe essere il primo passo, per cominciare a mitigare la sudditanza verso gli interessi della proprietà fondiaria. Non è solo una questione di gusti. Solo che Marrazzo non lo può dire perché se nei primi articoli del dispositivo è descritta l’architettura della legge, l’ingegnerizzazione del prodotto è contenuta nei titoli di coda del Capo secondo. Travi e pilastri del suo costruire sono davvero pesanti.
Attenzioni territoriali compaiono all’articolo 6 dove viene indicato il riferimento operativo: la legge regionale 22 del 1977. La legge che fissa le norme d’intervento in materia di programmazione integrata per le riqualificazioni urbanistiche, edilizie e ambientali. Con il termine programma integrato si scrive la procedura studiata per favorire l’integrazione tra soggetti pubblici e privati negli interventi di riqualificazione urbana e ambientale di ambiti specifici. Con il termine programma integrato si legge, non solo nel Lazio, la totale abdicazione da parte del pubblico alla programmazione degli interventi, alle scelte. Marrazzo, conosce bene cosa è successo a Roma per esempio e il suo piano che come ricordava Vezio DeLucia, ( l’Altro 17 luglio 2009) ha “sepolto l’agro romano sotto 15 mila ettari di nuova espansione e sotto 70 milioni di metri cubi di nuova edificazione (che la nuova amministrazione sta incrementando)” Se di attenzioni si tratta si tratta di attenzioni particolari. Quelle che nascono con la proposta del privato acquisita dall’Amministrazione, l’approvazione del progetto e la sua, più o meno, immediata realizzazione attraverso Conferenze di servizi e Accordi di Programma.
Con i programmi integrati e il loro paradigma propositivo si mettono i lupi a guardia delle greggi.
Cosa succederà?
Le comunità, dopo essere state magari offese per anni da edifici che sono stati costretti a tollerare in porzioni di alto valore ambientale dovranno pure vedere quegli stessi proprietari continuare il proprio esercizio di rendita trasferendo tali cubature in altre aree ricevendo quale ulteriore premio la possibilità (art.6 comma 2 lettera b) di ricorrere anche al cambio di destinazione d’uso rispetto gli edifici demoliti, alla modifica delle destinazioni urbanistiche vigenti e all’aumento della capacità edificatoria.
Scegliendo, inoltre, con le nuove destinazioni d’uso cosa fare che, si potrà scommettere, sarà quello che il mercato vorrà fare o potrà offrire. Non resterà che prendere e accettare con annesso incremento. Fissato anche nel più 50% che per edifici da arretrare dal “litorale marino”arriva al 60% purché si costruiscano alberghi….
I privati faranno i programmi. Ai Comuni, così come già sperimentato con il Piano di Roma, il compito di registrare i cambiamenti. Niente di nuovo. Il solito (brutto) film.
All’articolo 7 si aggiunge, poi, che, comunque, i programmi potranno prevedere sostituzioni d’uso di aree e immobili fino a un incremento del 40% e prevedere una quota che non viene definita di edilizia residenziale sociale. Oggetto delle localizzazioni sono le zone B. I privati presentano i progetti che se, come ovviamente accadrà, saranno presentati in variante urbanistica dovranno essere approvati dal Comune stesso entro tre mesi. Ma è l’Articolo 9 che in un piccolo dettaglio spiega tutto. Siccome i progetti non basta pensarli, ma occorre realizzarli non sarà più la comunità a fare le proposte secondo desideri e, perché no, richieste di risarcimento per quanto fin qui subito. Ogni intervento sarà presentato da soggetti pubblici o privati che, è testuale nell’articolato , dovranno essere “associati con soggetti in possesso di capacità tecnica, organizzativa e economica adeguata all’importo dei lavori oggetto della proposta.
Ovvero la programmazione urbanistica affidata alle singole possibilità economiche di spesa e conseguenti previsioni di rendita dei singoli operatori.
Nessuna possibilità ad ascoltare esperienze di “progettazione partecipata”; a recepire saperi e pratiche sociali che quotidianamente si formano nella vita quotidiana e nella lotta nei territori.
Senza partner economico nessun progetto.
É scomparsa la casa?
Niente paura, Nel terzo capo (articoli da 10 a 19) la proposta legislativa affronta il tema dell’edilizia residenziale pubblica e sociale. Si introduce il concetto di housing sociale per la realizzazione di alloggi destinati all’affitto sostenibile (?) o a riscatto. La legge introduce in questa categoria anche una nuova tipologia: quella dell’ albergo sociale quale alloggio temporaneo, servizi e spazi comuni. Requisiti di accesso al servizio e determinazione del canone vengono rimandati a un futuro regolamento regionale. La gestione di questi pacchetti residenziali è già decisa ed è affidata a “gestori”(pubblici e privati); mentre la regia d’intervento è (art.10 comma 5) compito delle ATER. Commissioni comunali (art.11) sono chiamate a curare “il passaggio da casa a casa” di particolari categorie sociali che però, in queste commissioni non vengono rappresentate, visto che è prevista la sola presenza dei sindacati “concertativi” e dei rappresentanti della proprietà edilizia. L’articolo 12 sembra confermare che è la stessa legge a non credere più di tanto ad una possibile politica dell’affitto e/o a una robusta iniezione di edilizia sovvenzionata, promuovendo un sostegno all’acquisto dell’immobile.
Per la soglia dell’individuazione dei requisiti di reddito viene assunto l’I.S.E. ovvero l’autodichiarazione. L’articolo 13 parla di programmazione. Solo che al posto di un reale studio del fabbisogno (dove e come operare) e una sua prima necessaria valutazione rispetto per esempio la possibilità di recuperare il tanto patrimonio inutilizzato, la Regione metterà in campo: interventi di edilizia sovvenzionata (ma pare di capire che si tratti di attualizzare programmi fermi); interventi di housing sociale di cui, ricordiamo, ancora non si conosce la valutazione del canone che potrebbe risultare totalmente inaccessibile per molte famiglie attanagliate dalla crisi economica in atto; sostegno all’acquisto e possibilità della casa a riscatto che, se non esercitato, verrà girato all’ATER competente territorialmente.
Insomma, non un impegno per la realizzazione/formazione di un forte patrimonio pubblico con funzione di calmiere degli affitti e a permettere il passaggio da una casa all’altro secondo esigenze e disponibilità dell’utenza, ma esattamente il contrario promuovendo, nei fatti, una sorta di edilizia “agevolata” più o meno generalizzata che non potrà, certo, servire a intervenire sul mercato degli affitti né sulla”mobilità abitativa” cittadina.
Anche l’ATER che (art. 14) potrà operare, ovviamente in deroga a ogni strumento urbanistico e edilizio vigente, accede al premio di cubatura sia attraverso interventi di ampliamento (+20% della cubatura esistente) che di demolizione e ricostruzione (+35% della cubatura esistente) nonché potrà trasformare in unità abitative, negozi e altri locali. Con buona pace della qualità dell’abitare, Oltre che in negozi e magazzini si potrà vivere, in alloggi ritagliati all’interno di quelli esistenti di… 38 metri quadri.
L’articolo 15 fissa le coordinate della “densificazione edilizia” che i comuni potranno realizzare in: aree già destinate a edilizia pubblica; su aree a standard in eccesso da trasformare in edilizia residenziale sociale; attraverso varianti e programmi integrati. In presenza di edilizia destinata a studenti e/o anziani i comuni possono variare le destinazioni del proprio strumento urbanistico vigente, aumentando di un 10%in più le destinazioni stesse.
Con l’articolo 16 viene introdotto lo Standard per l’edilizia residenziale sociale. Viene, comma 1, fissato che: negli strumenti urbanistici generali, nei piani attuativi quale standard aggiuntivo venga introdotta l’acquisizione di aree e/o immobili da destinare al’edilizia residenziale sociale. La legge indica per gli interventi di nuova urbanizzazione una soglia minima del 20% di cessione gratuita da parte dei proprietari dell’area fondiaria edificabile che sale al 50% “ limitatamente all’edificabilità aggiunta generata dallo strumento urbanistico generato rispetto le previgenti previsioni”. É ammesso l’aumento, a discrezione di comuni, di volumetria premiale pari alla capacità edificatoria delle aree fondiarie cedute da destinare a edilizia residenziale libera destinata affitto a canone concordato. Ogni intervento che usufruirà di finanziamento pubblico dovrà curare la redazione dell’apposito “ fascicolo del fabbricato”e viene, articolo 19, introdotto lo standard sociale nella determinazione dei Piani Comunali così come nei dispositivi della legge 38/99 che viene a questo adeguata.
Troppo o troppo poco?
É una domanda legittima visto che questa legge poco parla di numeri e nulla della “spesa”necessaria a quanto programmato. Neppure per quel poco di pubblico di edilizia sovvenzionata qui e lì accennata. Per il troppo ovviamente il riferimento è all’articolo 9 e a quanto potranno fare i … privati. Si continua a navigare a vista, a rincorrere l’emergenza. A chiedere aiuto a chi la crisi ha prodotto e che, ora, si candida a come risolverla. A confondere il problema con la soluzione.
Ancora una volta Marrazzo con i suoi “pards” sceglie la morbosa attenzione territoriale rappresentata dal pensare al costruire prima che all’abitare. Mattoni, cemento, addizioni, più sempre qualche cosa. Come se il diritto alla casa, assolutamente in deficit nella nostra regione, non fosse tutt’uno con il diritto al reddito, al muoversi, alla tutela ambientale, alle forme di indirizzo pubblico del territorio, alla costruzione anche di significativi “vuoti”. La parola d’ordine sembra essere riempire tutto, annegando in un mare di cemento anche la proposta condivisibile di standard per l’edilizia sociale. Quale è l’immagine della città e del territorio che sta dietro questa proposta? Ritagliare cubature all’interno delle zone B, per esempio a Roma, vuol dire intervenire (cfr. art.107 norme del P.R.G. classificazione delle Zone territoriali omogenee) in Ambiti di valorizzazione della città storica, nelle componenti della città consolidata, oltre che in quelle della città da ristrutturare.
Zone in cui, per esempio, il patrimonio pubblico, rappresentato dalle proprietà ex IACP, sono parte significativa della storia e della vita della città. Edifici “individui edilizi” riconosciuti che appartengono, ormai, alla forma fisica della città. Un patrimonio che se è sopravvissuto alla svendita, ora si potrà demolire e/o ritagliare facendo uno spezzatino di mini alloggi. Dove la piaga dei “ residence” - Marrazzo conosce quello di Valcannuta? Marrazzo è mai stato nei loculi realizzati a campo Farnia?- è destinata continuare imbellettando quelle celle con il nome di Albergo sociale. Dove i privati potranno ricostruire, e vendere, a pochi, case a regola d’arte con riferimenti alla bioedilizia e a norma sismica e molti saranno destinati ad abitare (forse), così come pensa Di Carlo, l’assessore alla casa, in ex negozi e altri spazi “ trasformabili”o in 38 metri quadri .
Nulla viene detto sul tanto abbandonato (pubblico e privato) presente da molto tempo in questa regione. Che sarebbe facile acquisire e destinare a edilizia residenziale pubblica. Nulla sul patrimonio in dismissione dalle forze armate e sulla tragedia delle cartolarizzazioni e sulla dismissione immobiliare degli enti. Non viene indicata nessuna quota di quanta sovvenzionata sarebbe necessaria; né messe in campo le condizioni per almeno conoscere i numeri reali dell’emergenza; né tanto meno lo stato generale dei servizi presenti nei vari territori. Marrazzo sembra scordarsi del dettato costituzionale che impone di promuovere iniziative per rimuovere ogni ostacolo di ordine morale e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.
Abitare vuol dire partire da questo.
Il capo IV entra nel merito della velocizzazione procedurale prevedendo, di fatto, tutta una serie di nuove possibilità operative senza dover più ricorrere, come oggi, all’approvazione regionale. Si potranno cosi modificare tracciati della viabilità primaria nei comprensori; sforare, nel recupero dei nuclei edilizi abusivi, i confini fissati e trovare fuori di essa aree per verde, servizi e parcheggi; modificare perimetri delle aree di recupero, catturando nuovi edifici; modificare la forma plano volumetrica degli edifici; modificare, entro un massimo del 30%, la destinazione d’uso originaria. Sarà chiamato a decidere solo il comune, mentre, alla regione, resterà solo il compito di eventualmente proporre “osservazioni”.
Si potranno inoltre, senza passare per la Regione - quindi senza dover conoscere che cosa per esempio sta facendo il comune vicino- mutare per finalità pubbliche spazi originariamente destinati a verde pubblico e servizi; introdurre spazi per attrezzature pubbliche generali (che magari esistono poco distanti); variare l’altezza degli edifici, modificare il numero delle unità abitative, introdurre modifiche di limitata entità al perimetro del programma urbanistico.
Non è poco e soprattutto tutto lasciato alla volontà ( alle aspettative di rendita) dei proponenti.
In termini procedurali, rispetto la proposta governativa, la Regione Lazio respinge solo la possibilità di autorizzazione edilizia senza alcun titolo prevista dal decreto Berlusconi all’articolo 1 del proprio decreto. Lo fa conquistando la hit della classifica delle Regioni portando la possibilità di ricostruzioni con quantità premiali di cubatura fino a un più 60% ( per le opere provenienti dal litorale marino), allarga il tempo di operatività dell’intervento (36 mesi rispetto i più contenuti 18/24 mesi previsti negli altri dispositivi regionali) ottenendo così in questa speciale specifica a chi più è aderente al decreto del Presidente Berlusconi un significativo pic power; amplia le possibilità di intervento anche ad edifici non residenziali (cosa esclusa in molte altre Regioni) e, soprattutto introduce, attraverso questa proposta, direttamente per tutto il territorio regionale, l’attività della compensazione eleggendola, di fatto, a bussola della pianificazione regionale.
Alla domanda di Berlusconi, Marrazzo potrebbe rispondere “fatto”.
C’è ancora tempo o tutto è perso?
Anche se nessuno li ha invitati i movimenti, le associazioni e i cittadini, che hanno proposto con la Carovana del Bene Comune la legge d’iniziativa popolare sul diritto al’abitare, partecipano a questa sfida .
Il lavoro degli elettori (sempre più ex) per aiutare quello degli eletti. Appare molto più necessaria oggi che ci troviamo di fronte ad una proposta che, se non sarà modificata nella discussione in aula, continua a non risolver il problema. Troppo simile, come visto, rispetto al Piano Casa del governo Berlusconi rischia di far naufragare anche la questione (introdotta nel testo regionale) dello Standard per l’edilizia sociale come puro “accessorio” e non come momento essenziale della costruzione del reale diritto alla casa e all’abitare.
La legge d’iniziativa popolare indica, al posto del consumo di territorio presente nella proposta Marrazzo, nel recupero edilizio “lo strumento essenziale principale della pianificazione”. Un grande possibile progetto di restauro territoriale capace di mettere in sicurezza l’intero patrimonio edilizio (esistente e eventualmente da realizzare), anche attraverso operazioni di demolizione e ricostruzione da autorizzare su “edifici esclusivamente adibiti a uso abitativo o da impegnare al soddisfacimento esclusivo di edilizia residenziale pubblica con un ampliamento della Superficie utile lorda non superiore al 25 per cento e, solo, nei casi in cui lo prevedano gli strumenti urbanistici dei comuni interessati” (articolo 9 della proposta di legge d’iniziativa popolare depositata alla Regione Lazio). Ma soprattutto (comma 3 del medesimo articolo) “i programmi dovranno essere discussi, secondo le modalità stabiliti dai singoli comuni, ed accettate esplicitamente dalle comunità locali interessate dalle trasformazioni urbanistiche, secondo procedure di partecipazione pubblica che prevedano l’espressione di un parere sulle opere e i tempi di realizzazione”.
Siamo solo all’inizio della discussione in aula. Ci sarebbe (c’è) tutto il tempo possibile per fermarsi e trasformare il timbro “fatto”, richiesto e ottenuto da Berlusconi, in costruzione della possibile alternativa: sottrarre territorio alla speculazione e disegnare lo spazio dell’abitare a partire dal riconoscimento del diritto alla casa.
Citare un riferimento culturale per poi fare l’esatto contrario, è una delle consuetudini più diffuse nella storia. La legge sul piano casa delle Regione Piemonte (n.20 del 14 luglio 2009 “Snellimento delle procedure in materia edilizia e urbanistica”) non fa eccezione. Ci sono due esplicite citazioni della rigorosa legge urbanistica regionale n. 56 del 1977 “Tutela e uso del suolo”, la “legge Astengo”; la prima ad essere approvata dalle neonate regioni e una delle ultime, in ordine di tempo, della grande stagione delle riforme degli anni 60-70. La legge Astengo viene richiamata nel nuovo testo per limitare le possibilità di ampliamento degli immobili che possono beneficiare dei previsti aumenti di cubatura (gli ormai consueti 20% e 35%): si ammette l’ampliamento volumetrico ma si lascia inalterato il controllo dei tessuti insediati attraverso il parametro della densità fondiaria massima previsto nella legge urbanistica piemontese.
I riferimenti alla legge Astengo sembravano dunque alludere ad una interpretazione rigorosa delle sciagurata sollecitazioni berlusconiane. E questa impressione era anche confermata dall’articolo 6 che consente ai comuni di non applicare la legge su tutto o parte del territorio regionale, negando i previsti aumenti di cubatura per le tipologie edilizie private.
Ma già una prima avvisaglia arriva dal successivo articolo 7, “Interventi in deroga per l’edilizia produttiva”. Vengono previsti aumenti del 30% della superficie esistente attraverso soppalcatura se il lotto è già completamente edificato. Nel caso in cui sia possibile l’ampliamento, il regalo è pari al 20% della superficie utile lorda. Nell’uno e nell’altro caso “se gli standard urbanistici non sono reperibili”, si prevede la possibilità di monetizzazione. Uno dei pilastri dell’urbanistica lombarda viene così applicato nell’area piemontese.
Ma è soprattutto alla luce di quanto previsto dal capo III della legge che il riferimento alla legge 56 appare dettato con tutta evidenza dal dover tacitare le coscienze di una sempre più distratta opinione pubblica. Si mantiene in vigore una norma tutto sommato marginale della legge (quella del limite di densità urbanistica) perché si indebolisce fortemente la possibilità di governo pubblico delle trasformazioni urbane. Un modo come un altro per tentare di nascondere il grave arretramento che la legge introduce nell’urbanistica piemontese.
Nel citato capo III, “Interventi per il recupero e la riqualificazione del patrimonio esistente”, si ricorre infatti al peggior armamentario dell’urbanistica neoliberista. Afferma l’articolo 14 che “i comuni individuano ambiti di territorio su cui promuovere programmi di rigenerazione urbana, sociale e architettonica” finalizzati esclusivamente ad individuare edifici ritenuti incongrui, per dimensioni o tipologie, con il contesto edilizio circostante, per i quali gli strumenti urbanistici “possono” prevedere interventi di demolizione e ricostruzione.
La regione Piemonte, dunque, non elabora organici indirizzi sorretti da adeguati finanziamenti pubblici per favorire la redazione di organici strumenti urbanistici comunali volti alla ristrutturazione urbanistica o al riuso degli immobili produttivi dismessi o in via di dismissione. Costruisce una norma calibrata “sugli edifici”, e cioè su misura della proprietà fondiaria.
E qui viene la parte più grave. Afferma il comma 3 che la ricostruzione può avvenire sullo stesso sedime solo nel rispetto delle caratteristiche tipologiche del contesto, mentre la cubatura eccedente già esistente, sommata all’ulteriore “regalo” del 35 % (calcolato rispetto alla cubatura, si badi bene, non sulla superficie e trattandosi di immobili produttivi si può immaginare quale regalo alla rendita fondiaria venga previsto) “può essere ricostruita in altre aree, individuate dal comune, anche attraverso sistemi perequativi”.
Sempre con il comma 3 si prevede che anche la totale ricostruzione, compresa di ogni premialità, possa avvenire in altre aree, formalmente individuate dai comuni. E’ questa una questione decisiva che non deve essere sfuggita al legislatore regionale. Va benissimo che la legge preveda che sia il comune ad individuare le aree di arrivo della delocalizzazione produttiva, ma è del tutto evidente che questo è soltanto un passaggio formale. Nella sostanza, nella generale assenza di aree pubbliche e proprio sulla base dei sistemi perequativi previsti, sarà lo stesso proprietario ad indicare l’area di arrivo delle cubature da rilocalizzare..
Non è soltanto la fallimentare esperienza dell’urbanistica perequativa di Roma a far prevedere analoghi comportamenti in Piemonte, ma sono anche due ulteriori norme contenute nella legge a confermare questo rischio. Sempre nell’articolo 14, infatti, si afferma che le modalità operative per la ristrutturazione o la rilocalizzazione degli edifici possono essere preventivamente definite da una convenzione stipulata tra i comuni e gli operatori interessati. Resta evidente che saranno gli operatori privati a imporre il proprio punto di vista, volta per volta, senza alcun disegno complessivo.
La seconda norma introdotta riguarda invece l’abrogazione di una precisa disposizione della legge Astengo che nel caso il rilascio di concessioni relative alla realizzazione di impianti industriali di notevoli dimensioni prevedeva la preventiva autorizzazione della Regione, in conformità alle direttive del piano di sviluppo regionale e del Piano Territoriale. Una classica –per l’epoca- norma di tutela di una corretta pianificazione del territorio. Questa norma viene cancellata dall’articolo e il proprietario dell’immobile da rilocalizzare non resterà che scegliere a piacere l’area su cui ricostruire il nuovo edificio.
Come si vede, la regione della storica legge n. 56, volta pagina e si adegua alla moda della cancellazione dell’urbanistica. Che lo faccia proprio ora, quando nel mondo stanno arrivando le conseguenze del trionfo della cancellazione delle regole in ogni settore della società, getta un ombra molto pesante sulla capacità del sistema politico regionale di ragionare su uno sviluppo slegato dalla rendita speculativa immobiliare.
Nel fare questo, poi, utilizza strumenti moltiplicatori delle volumetrie edificabili come i cosiddetti ”sistemi perequativi” che nel famoso caso di Tormarancia a Roma hanno portato le volumetrie inizialmente previste ( un milione e ottocento mila metri cubi) a diventare cinque milioni e duecento mila, e cioè quasi tre volte di più! Oggi, mentre a livello nazionale si è finalmente aperta la questione del risparmio dell’uso del suolo, la regione Piemonte vara una legge che incrementerà non soltanto le cubature ma anche il consumo di suolo agricolo.
Ritengo importante diffondere l’informazione su una legge indecente approvata il 14 Luglio dal Consiglio regionale della Lombardia, contro la cui promulgazione Sinistra - Unaltralombardia ha condotto in aula una battaglia articolo per articolo, emendamento per emendamento. Un confronto puntiglioso, senza sconti, reso vano però dal contingentamento dei tempi e dall’impermeabilità a qualsiasi modifica del testo imposti dalla maggioranza Lega-PDL.
La lettura del testo esposto qui di seguito convincerà sulla necessità di mobilitarsi contro lo scempio di territorio e di bene pubblico perpetrato in Lombardia purtroppo con scarsissima opposizione sociale e una disattenzione colpevole dell’opinione pubblica
La genesi del “piano casa”
Alla volontà espressa da Berlusconi di affrontare le difficoltà indotte dalla crisi economico-produttiva mondiale promuovendo in Italia un incremento dell’attività edificatoria minuta attraverso la sospensione in via eccezionale dei limiti posti dalle regole urbanistiche in tema di rapporto tra quantità edificatorie e dotazioni di attrezzature pubbliche, la Conferenza Unificata delle Regioni ha risposto approvando un’Intesa che, mentre propone di adeguarsi, rivendica almeno margini di autonomia decisionale nel come farlo.
La Giunta Formigoni è andata oltre l’adeguamento, allargando le maglie di sfondamento delle regole. Ha di conseguenza formulato il “piano casa” (PdL 392) qui sotto riassunto e ne ha imposto l’approvazione, con il proposito “di un rilancio dell’economia e di una risposta ai bisogni abitativi delle famiglie”
Eppure, la Regione Lombardia aveva già da tempo autonomamente ottemperato ad una pesante deregolamentazione a tempo indeterminato, sia con la cessione di minori aree pubbliche rispetto a quelle prescritte dagli strumenti urbanistici, sia con la possibilità di trasformare ad uso abitativo tanto i sottotetti preesistenti che quelli delle nuove edificazioni.
Evidentemente, con l’approvazione della nuova legge la strada della messa a profitto del suolo pubblico continua ad essere la via maestra per questa Giunta
I contenuti del colpo di mano
Il “piano casa” della Lombardia, che per un anno e mezzo consentirà di aumentare di un quinto le volumetrie degli edifici costruiti, è passato con un colpo di mano dell’assessore al Territorio, il leghista Davide Boni, che ha presentato in aula una ventina di emendamenti al testo uscito dalla Commissione. Mossa tattica, per far decadere gli oltre 200 emendamentì presentati dall’opposizione e riuscita solo in parte, perché un centinaio sono stati ri-presentati come subemendamenti alle modifiche introdotte dall’assessore.
Da oggi, a conclusione della votazione in Consiglio, anche nei parchi si potrà demolire e ricostruire in deroga ai piani di coordinamento degli stessi Anche nei centri storici, come pressocchè ovunque nel territorio lombardo, si potrà ampliare e ricostruire (+20% o 30% di volumetria) sostituendo gli edifici esistenti che non si adattano al contesto storico e architettonico. Fuori dai centri storici si potrà incrementare la volumetria esistente perfino del 3O%, se si useranno tecniche e materiali in grado diminuire di un terzo i consumi per il riscaldamento. Ma l’interessato che costruisce in più dovrà solo «dotarsi» della certificazione energetica, non sarà più obbligato a presentarla in Comune.
Ancora, in caso di «congruo equipaggiamento arboreo» pari almeno a un quarto del lotto interessato, I’incremento di volumetria ammesso sarà del 35%. Si potranno convertire in residenza i capannoni industriali e artigianali - non commerciali e terziari - per una quota pari alle volumetrie definite dagli indici residenziali del luogo.
Infine, i quartieri di edilizia pubblica. Qui l’incremento massimo arriva al 40%. Potrà riguardare un complesso di edifici e non uno solo e potrà concretizzarsi in un palazzo nuovo di zecca. La volumetria potrà essere ceduta a operatori privati e la durata di applicazione della legge sarà di 24 mesi.
Ma difficilmente si finirà lì: l’assessore Boni, infatti, già anticipa la possibilità di una nuova legge dicendo che «potremmo essere interessati a far diventare fissa la norma sui centri storici perché, purtroppo, ci troviamo davanti a delle situazioni legate agli anni Cinquanta e Sessanta che non hanno nulla a che vedere con l’uniformità dei centri storici».
Il commento
Questa legge viene propagandata come la risposta lombarda alla crisi e alla domanda abitativa. Ma il suo contenuto nulla ha a che vedere con questi obiettivi.
Si tratta infatti di un provvedimento che non fa i conti coi problemi strutturali del settore e che non si pone il problema dell’utilizzo del patrimonio immobiliare già esistente ed inutilizzato, a partire dall’enorme numero di case sfitte.
Per di più, si tratta di una legge che non riguarda la difficile situazione di quanti vivono sulla loro pelle la crisi: quelli che fanno già fatica ad arrivare a fine mese, pagare l’affitto o il mutuo e che, molto probabilmente, non sono nelle condizioni di accedere ai benefici di questa legge.
Essere proprietari di immobile è la prima condizione, avere disponibilità economiche sufficienti è la seconda. Ma proprio in questa crisi inedita occorre ricordare che la bolla finanziaria è nata dall’eccesso di consumi individuali sostenuto dall’indebitamento a cui le banche hanno spinto i cittadini. Ebbene, è quanto spinge a fare la legge in discussione, frutto di un accordo instabile Lega-PDL (difficile punto di equilibrio di poteri e poltrone dentro cui finiscono in questi giorni le stesse nomine della sanità), che distrugge il concetto di casa come bene sociale e ne fa l’ennesima fonte di rendita, in particolare per quegli interessi immobiliari che si getteranno alla caccia dell’affare esteso a tutte le tipologie costruttive possibili ed immaginabili.
Fino all’edilizia residenziale pubblica, contemplata nel provvedimento forse per ingraziarsi il favore delle cooperative di ogni colore.
Dietro la risposta alla crisi e al fabbisogno abitativo si nasconde (malamente) l’ennesimo favore alla rendita e ai costruttori e l’attacco al territorio e all’ambiente.
Un attacco che non ha precedenti e che cancella, anche se per “soli” 24 mesi, le prerogative di comuni, province, parchi e comunità montane e che fa tabula rasa di tutti gli strumenti urbanistici.
Siamo abituati all’uso delle leggi in Lombardia per andare fuori legge…
Come se l’aumento del 20% o del 30%, a seconda dei casi, non avvenisse sottraendo altrettanto volume agli spazi comuni, caricando gli acquedotti, le fogne, i servizi comunali oltre misura, rompendo l’armonia di agglomerati frutto di una convivenza e di una storia comune. E’ il trionfo del “fai da te”, della prevalenza del privato sul pubblico, dell’uniformità dell’interesse economico usurante, che distrugge le diversità delle comunità.
I Comuni sono messi fuori gioco: verrebbe da ridere, se non ci fosse invece da piangere, di fronte al termine perentorio del 15 Ottobre prossimo posto agli enti locali per individuare e comunicare le zone nelle quali la legge non andrà applicata, per la presenza di eccezionali vincoli storici, ambientali, culturali. Senza contare sul danno erariale che deriverà con la riduzione del 30% degli oneri di urbanizazzione con cui verranno premiati i costruttori.
Si tratta di incrementi volumetrici che si concentreranno in particolare nelle zone urbane più fittamente utilizzate, soprattutto in ambito metropolitano: basti pensare alle cosiddette “coree” costituitesi nelle grandi periferie urbane del triangolo industriale negli anni Cinquanta inglobate nella successiva e più massiccia espansione metropolitana.
Si tratta, nel complesso, di una tendenza - precocemente praticata dalla Lombardia, ma poi generalizzatasi a livello di legislazioni nazionali e regionali - che alimenta una sostanziale sfiducia negli esiti prodotti dall’applicazione delle norme sui rapporti tra densità edificatorie e spazi pubblici.
Lariduzione dello spazio pubblico per abitante (realmente “inedificato”, cioè non pertinenziale ad un edificio), si risolve in un’accresciuta pressione antropica, che peggiora la qualità della vita, anche se aumenta la rendita monetaria dei proprietari.
In conclusione, una vera cuccagna per chi vuole costruire in barba ai piani regolatori: una vera disgrazia per quanti il diritto alla casa non l’hanno visto mai!
Qui il sito di Mario Agostinelli
È positivo che i mezzi di comunicazione di massa abbiano dato tanta attenzione alla pubblicazione del rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno. È anche positivo il fatto che, con l'eccezione de Il Giornale di Berlusconi i toni siano preoccupati. E da questo punto di vista i dati sono incontrovertibili.
In alcuni casi il significativo peggioramento della situazione è evidente. In altri non c'è nulla di nuovo e si tratta del proseguimento, senza alcuna modificazione della portata di un trend ormai decennale. È questo il caso della «ripresa dell'emigrazione dal Mezzogiorno» messa in evidenza per la prima volta dalla Svimez dieci anni addietro e ribadita annualmente nei rapporti. Insomma il vero merito della Svimez è stato quello di aver rilevato per prima dieci anni fa l'esistenza e l'importanza sociale del fenomeno, quando ancora sociologi, economisti e politici erano impegnati a spiegarsi un fenomeno che ormai non esisteva più: quello della presunta indisponibilità alla mobilità territoriale del Mezzogiorno, espressa soprattutto dal fatto che i giovani non volevano «lasciare il nido», non erano disponibili a muoversi dal paese e dalla comodità della famiglia nonostante gli elevati tassi di disoccupazione giovanile.
Passati dieci anni, e dopo che a lungo è stata sottolineata la presenza di una emigrazione significativa dal Sud, ora tutti scoprono improvvisamente che quasi un milione di persone se ne sono andate. E difatti con 70-80 mila persone all'anno (quale saldo migratorio, cioè partenze meno ritorni) si arriva a una cifra rispettabile: 780 mila persone.
Il dato non è neanche eclatante, soprattutto in considerazione delle condizioni del Mezzogiorno. Ma la questione principale è un'altra: il fenomeno effettivo è di proporzioni molto più rilevanti dal punto di vista sociale e numerico di quanto gli stessi dati statistici non mostrino. Di questo sembra non essersi accorto nessuno tranne il manifesto di ieri con l'intervista di Francesca Pilla e Enrica Morlicchio. Insomma - come si evince dall'intervista e come andrebbe studiato in dettaglio - questi dati mostrano solo la punta dell'iceberg. In Italia ci sono dei fenomeni di mobilità territoriale enormi che solo in parte risultano alle statistiche. D'altronde, anche quelli statisticamente documentati raramente sono oggetto di commento e analisi tranne che da parte di pochi specialisti. Così, ad esempio, raramente si discute di un intenso processo di mobilità territoriale, anch'esso spesso sottolineato dalla Svimez, all'interno delle stesse grandi aree del paese: cioè all'interno del Sud e del Nord e all'interno delle stesse regioni.
Per necessità o per virtù in Italia ormai ci si sposta molto e c'è da essere stufi delle lezioni sui tedeschi che vanno dalla Baviera ad Amburgo senza ritenersi emigranti. Il fenomeno che i dati invece non mostrano è quello di cui parlava l'articolo sul manifesto di ieri: il pendolarismo a lunga distanza dei lavoratori meridionali. Io ne sentii parlare per la prima volta in Italia non in un congresso di sociologi o demografi ma in uno spettacolo di Giovanna Marini, la quale raccontava di un giovanotto che, morto di sonno, le cascava addosso (senza cattive intenzioni) in un treno a lunga percorrenza tra Sud e Nord. La cantante e musicista - come per altro è suo solito - trova il tempo e la voglia per condurre l'inchiesta sociale. Scopre così, e racconta al suo pubblico, dell'esistenza del pendolarismo dei giovani che partono dalla Campania o dalla Puglia e per quattro o cinque giorni di lavoro a settimana, dormono dove hanno trovato lavoro solo due notti mentre altre due le passano viaggiando, in treno.
Questa è la nuova emigrazione: mica solo quella dei laureati della quale cianciano i giornali.
Quest'ultima è l'unica che c'è sempre stata. Quello che ora viene presentata come una novità è un fenomeno che è andato consolidandosi ormai da quasi mezzo secolo e che era forte e intenso anche quando tutti si chiedevano perché non si emigrava più dal Mezzogiorno. E difatti venti o venticinque anni addietro, quando i saldi migratori erano prossimi allo zero, c'era comunque chi partiva e chi tornava. Tornavano i vecchi operai che avevano buttato il sangue soprattutto nelle industrie del Nord-ovest, a partire dalla Fiat, all'epoca dei grandi licenziamenti e dei primi processi di deindustrializzazione. Partivano i giovani che, essendo andati a studiare alla Bocconi o al Politecnico di Milano o Torino, vi restavano e quelli che andavano a fare gli insegnanti o i segretari comunali nei comuni del Nord-est (dovendosi poi proteggere dagli insulti per avere la macchina targata Cosenza o Campobasso). Con la valigia di cartone non parte più nessuno da decenni e l'emigrazione altamente scolarizzata è al contempo una non-novità e una delle cose più enfatizzate dalle stampa quale grande notizia.
Ma torniamo alla punta dell'iceberg. Anche in passato, all'epoca della grande migrazione interna - di quella epopea migratoria ben presentata dal cinema e dalla letteratura, con poche indagini sociali veramente buone (Goffredo Fofi a Torino, Ferrarotti a Roma) - il dato statistico era insufficiente a rappresentare l'entità stessa del fenomeno. Passavano infatti molti anni prima che la gente decidesse di (o potesse, quando c'erano ancora le leggi contro l'urbanesimo) chiedere la residenza nel comune di arrivo. Ma ora i tempi dell'emigrazione senza cambiamento di residenza si sono allungati moltissimo tranne che per la componente borghese e altamente scolarizzata (magistrati, impiegati di alto livello, insegnanti e presidi, ecc.). Questi tempi sono diventati pressoché infinti per gli altri, per quelli che vanno avanti per anni con contratti a tempo determinato (quando va bene), co.co.pro e contratti analoghi (quando va meno bene ma almeno non si lavora al nero) o che lavorano semplicemente al nero, come decine e decine di migliaia di giovani, anche altamente scolarizzati. E pochi sanno che le rimesse di questi nuovi emigranti non esistono: semmai sono loro che le ricevono da casa (come risulta da più di una inchiesta), giacché con i loro salari non ce la fanno a campare.
Questi sono i nuovi emigranti Sud-Nord. Non sono ingegneri e donne magistrato (che pure ci sono e sono bravissimi, ma non sono la maggioranza). I nuovi emigranti sono i pendolari a lunga distanza, quelli che determinarono lo sdegno e l'irritazione dell'allora sindaco Veltroni per la loro cafonaggine un paio di anni addietro quando occuparono la Stazione Tiburtina (Che roba contessa!). Questo è l'iceberg che bisogna studiare e comprendere. La Svimez ha il merito di farci vedere ogni anno - e lo fa ormai da dieci anni - la sua punta.
Una formula matematica stabilisce la soglia di tolleranza massima della città
di Roberta De Rossi
VENEZIA. Centocinquantamila persone, tante ne può sopportare Venezia ogni giorno. E’ il risultato di una ricerca del Coses, che ha elaborato una formula matematica per «salvare» la città. Uno studio complesso per dare la possibilità al Comune di gestire il turismo. Oltre la capacità «pedonabile» di 150 mila persone la situazione diverrebbe insostenibile. E non si parla solo di turisti, ma anche di abitanti veri, lavoratori, studenti e, appunto, visitatori. In pratica il modello proposto prevede un numero massimo di 75 mila abitanti, senza andare a scapito dell’economia del turismo o della popolazione studentesca. Il vicesindaco Michele Vianello: «Questo studio sfata l’opinione che sia stato il turismo a scacciare i residenti dal centro storico». Gli albergatori e commercianti commentano: «Venice Connected non basta, mancano le infrastrutture per gestire i flussi di turisti».
Centocinquantamila persone. Tante è in grado di reggerne - fisicamente - Venezia: cioè, tante ne possono al massimo «camminare» tra Piazzale Roma e la stazione verso Rialto e piazza San Marco, lungo l’asse più frequentata della città. Poi il sistema città diventa ingestibile: 150 mila persone è, infatti, la capacità quotidiana «pedonabile» a Venezia. E non si parla ovviamente solo di turisti, ma di abitanti, studenti, lavoratori pendolari, e, appunto, visitatori, mordi-e-fuggi o pernottanti.
È questo un «valore vincolo» assunto dal Coses per elaborare il modello matematico richiesto dal Comune per sapere fino a quale soglia il turismo è sostenibile con la città. Un valore intrecciato con altre voci (items), frutto dell’analisi di una cascata di dati su capacità dei servizi pubblici, andamento della residenza, destinazione degli immobili, popolazione studentesca, impatto economico del turismo: un rapporto di 140 pagine. Naturalmente, al variare di una delle voci che compongono il modello, variano le altre. Con alcuni limiti: come quello di fissare in 75 mila il numero massimo di abitanti che Venezia potrebbe avere senza andare a scapito dell’economia del turismo o della popolazione studentesca. Tutto deve stare in equilibrio: al Comune scegliere se aprire il rubinetto del turismo pernottante (ma a 25 mila si ha saturazione) o degli studenti. Il totale deve tendere a 150 mila.
Stando all’oggi, non potendo - per ovvii motivi - «abbattere» qualche migliaio dei 60 mila residenti in occasione di picchi del turismo, le politiche dell’amministrazione dovrebbero quindi intervenire sulle altre voci, sia in termini strutturali che tenendo conto del calendario della stagionalità.
Di questo ha parlato ieri il vicesindaco e coordinatore del tavolo Turismo Michele Vianello, nel presentare insieme alla direttrice del Coses Isabella Scaramuzzi il modello «Turismo sostenibile», ricerca firmata insieme a Di Monte, Pedenzini e Santoro.«Noi abbiamo fornito al Comune un modello, che incrocia diverse variabili della sostenibilità urbana della città», spiega Scaramuzzi, «non diamo numeri del tipo “quale è la soglia massima di turisti” per Venezia, perché è una relazione tra diverse variabili e diversi tipi di popolazione equivalente: è l’amministrazione comunale che deve fare le scelte. Certo, c’è un vincolo di capacità di mobilità di 150 mila persone».
«Questo studio sfata l’opinione diffusa che sia stato il turismo a scacciare i residenti dal centro storico», ha sottolineato Vianello, che ancora non ha sciolto la riserva sull’offerta che gli è stata fatta di diventare direttore del Parco scientifico tecnologico Vega, «non è quindi limitando gli accessi alla città che si contrasta l’esodo. Certo, invece, sono evidenziate criticità come la stazione ferroviaria - variabile ingovernabile per l’amministrazione - o il fatto che l’apertura del Ponte di Calatrava ha spostato tutto il flusso su un’unica asse». Come governare il sistema città e trovare un punto di equilibrio? «Sostenendo l’insediamento della popolazione studentesca che, è dimostrato, non ha “rubato” case ai veneziani, e incentivandone la permanenza professionale con strumenti che permettano a queste persone di lavorare, relazionarsi e trovare abitazioni. Quanto al turismo, bisogna proseguire sulla strada del governo telematico dei flussi». E si torna a Venice Connected - con il sistema delle tariffe differenziate in base al semaforo delle giornate più o meno calde di attrattività di Venezia - che nell’ultimo mese ha registrato 531 mila contatti per 3 mila transazioni, del valore di 85 euro di media: «Finora l’offerta era solo quella pubblica e ce n’è anche troppa, dobbiamo semplificare. A giorni poi entreranno nel portale anche tour operator e albergatori, con i quali abbiamo chiuso le intese e a quel punto, conclude Vianello.
Lanciato anche un altro progetto, che s’intreccia con l’operazione «Cittadinanza digitale», banda larga e wifi gratuito per i residenti: «iVenice» rinascita a nuova vita della tessera «imob». «La giunta approverà il 22 le linee applicative del progetto», conclude il vicesindaco, «per trasformare la tessera imob - oggi una card solo a vocazione trasportistica - in una chiave di accesso a una piattaforma di servizi, ai quali il “cittadino digitale” potrà accedere anche attraverso una serie di terminali in città. Così per iscrivere i figli all’asilo nido, segnalare problemi di manutenzione urbana o far giungere petizioni dirette al Comune». «Fare rete», ha chiosato il sindaco Cacciari, «significa anche stabilire le priorità: possiamo avere le migliori tecnologie, ma se l’uomo pone ossessivamente l’accento su piccoli dettagli dei malfunzionamenti, si compromettono i risultati. E le priorità sono salvaguardia, oggi drammatica, organizzazione della formidabile economia del turismo, politica della residenza».
«Mancano le infrastrutture per gestire i flussi»
di Giacomo Cosua
I commenti di albergatori ed esercenti. Italia Nostra: «Bene gli studi, ma nessuno da anni prende decisioni»
I flussi turistici a Venezia: una risorsa o un problema? Un dibattito quello sulla gestione del turismo che tiene banco in città da molti anni, con soluzioni ipotizzate di tutti i tipi: dal ticket d’ingresso in città sul Ponte della Libertà al ticket volontario per l’ingresso in Piazza San Marco. Le proposte negli anni sono state diverse, ma in realtà poche sono risultate applicabili. Gli studi del Coses - con il loro «Modello logico di sostenibilità urbana per il turismo a Venezia» - hanno evidenziato come la città tra abitanti, visitatori e pendolari riesca a «sopportare» circa 150 mila persone al giorno: un numero che nei momenti di maggiore afflusso, come il Carnevale, Venezia supera largamente.
«Certamente lo studio del Coses è interessante», spiega Claudio Scarpa, direttore dell’Associazione Veneziana Albergatori, «quello che sta facendo Michele Vianello attraverso Venice Connected e con le altre formule di gestione del turismo, è sicuramente un passo avanti: peccato che si sia occupato di un asset strategico per la città solo così tardi a metà legislatura, abbiamo perso troppo tempo». «I turisti non sono tanto da limitare, quanto da gestire», sottolinea Scarpa, «sono d’accordo sul non incentivare il turismo pendolare quanto un turismo più attento. Speriamo che la direzione intrapresa sia quella giusta, anche se c’è ancora tanto da fare».
Ernesto Pancin, direttore dell’Aepe, che di certo non ha interesse nel veder limitato il numero di turisti in città, spiega: «Sono trent’anni che si discute a Venezia sul governo dei flussi, ben venga Venice Connected: è un ottimo strumento e siamo contenti che Vianello lo abbia creato, ma rimane ad ogni modo sul piano virtuale. Stiamo aspettando da troppo delle infrastrutture per la gestione degli accessi che non ci sono, non è tanto una questione di quanti turisti devono arrivare, ma di come gestirli». Tutti, quindi, puntano l’accento sulla mancanza di adeguate infrastrutture, situazione per quanto riguarda la gestione dei flussi inadeguata sul versante ferroviario. La ricerca del Coses ha evidenziato come la stazione a Santa Lucia, pur registrando un terzo degli arrivi in città, sia uno degli elementi con maggiori criticità. Una variabile, secondo l’amministrazione comunale non governabile direttamente. Il professor Gherardo Ortalli di Italia Nostra polemizza: «Si continuano a fare ogni anno studi sul turismo, con cifre eloquenti, ma rimangono tutti sul tavolo, nessuno prende poi decisioni», denuncia il professore. «Non servono tanti giri di parole, basta sedersi a un bar a Venezia, per capire che la situazione è diventata ingovernabile già da tempo».
Ahimè, la cifra di 150mila persone, proposto come limite massimo di ammissibilità delle presenze contemporanee a Venezia dalla direttrice del COSES, è assunto dagli attuali reggitori come obiettivo da raggiungere e, semmai, superare. Vogliamo intanto ricordare alcune cose, che probabilmente fuori da Venezia non sono note (e a Venezia sono dimenticate).
1. Nel 1989 due persone qualificate (il rettore pro tempore di Ca’ Foscari, Paolo Costa, e lo studioso nederlandese Jan van den Borg), in occasione del dibattito sull’accettabilità dell’EXPO 2000 a Venezia, calcolarono in 22mila il numero di non residenti che la città avrebbe potuto decentemente ospitare. Oggi questo numero è portato a 75mila (in aggiunta a 75mila residenti). Segno dei tempi. Ma chi assume ciome scenario quello della folla compatta tra piazzale Roma e Rialto si rende cionto che la capienza di una città come Venezia non si misura con gli stessi parametri adottati per uno stadio?
2. Il vicesindaco Michele Vianello, delegato a seguire l’attività turistica, ha detto: «Questo studio sfata l’opinione che sia stato il turismo a scacciare i residenti dal centro storico». Incredibile. Come se gli abitanti normali di Venezia non fossero stati cacciati, o non siano impossibilitati ad abitare nella città storica, perché gli affittacamere, le locande e gli alberghi, realizzati grazie alla colpevole cancellazione da parte del Comune nelle tutele sulla residenza ordinaria, hanno eliminato il mercato delle abitazioni “normali”. Come se tutti i locali e i servizi, pubblici e privati, destinati ai residenti non fossero scomparsi nella stragrande maggioranza, sostituiti da infinite botteghe di junk d’ogni origine e forma, pizzerie, rivendite di Cocacola e finte maschere. Come se le condizioni dei servizi pubblici per il trasporto non fossero impraticabili per i cittadini molte settimane all’anno e in molte ore della giornata. Come se le svendite del patrimonio immobiliare pubblico non fosse un ulteriore incentivo a rendere la città invivibile per i suoi abitanti. Come se il volto della città, la sua anima e il suo corpo, non fossero ogni giorno più sfigurati da un turismo brado, del tutto abbandonato a se stesso e anzi promosso e incentivato dagli amministratori. Una giunta berlusconiana difficilmente riuscirebbe a fare di peggio. Forse, anzi, la mercificazione sarebbe più attenta a non ridurrebbe troppo il valore (economico) del capitale.
Il modo in cui gli amministratori locali hanno accolto la ricerca del COSES fa pensare che, dopo oltre venti anni, nessuno ha la volontà e l’intelligenza di procedere a quella saggia politica di contenimento programmato del turismo che un altro vicesindaco, Gianni Pellicani, aveva proposto e che Luigi Scano, suo collaboratore, aveva definito “razionamento programmato dell’offerta turistica”. A mo’ di ulteriore commento rinviamo alla lettora dell’articolo di Scano, Turismo insostenibile. Si tratta di una questione –quella del turismo e delle altre forze che stanno distruggendo Venezia - a proposito della quale, in questa sede, si può solo lanciare un grido d’allarme. Ci torneremo presto.
Ignazio Marino, candidato numero tre alla segreteria nazionale del Pd, ha perso un’occasione d’oro. L’altro giorno, quando fu arrestato il giovane accusato di aver stuprato alcune giovani donne romane e si è saputo che era coordinatore di una sezione periferica del Pd, lo sprovveduto candidato ha chiassosamente dichiarato che nel partito si era aperta una grave questione morale. L’occasione persa è che non era quella la questione morale da denunciare, ma la sudditanza del suo partito agli interessi della proprietà fondiaria, com’è apparso evidente a tutti nella vicenda del vincolo di tutela proposto dalla soprintendente Federica Galloni su circa 2.700 ettari dell’agro romano fra la via Ardeatina e la Laurentina, su terreni di proprietà dei fratelli Caltagirone e altri. Qui non interessano i retroscena che alludono a uno sgarbo del ministro Sandro Bondi al sindaco Gianni Alemanno, un piccolo segnale in vista delle elezioni regionali del 2010, e sono scontate le reazioni negative dell’amministrazione capitolina e dei più autorevoli esponenti del Pdl.
Scandalizzano invece le scomposte reazioni del Pd, del presidente della provincia Nicola Zingaretti, del vice presidente della regione Esterino Montino, del capogruppo capitolino Umberto Marroni, che hanno raccolto “il grido di dolore dei costruttori romani” e hanno sollecitato la maggioranza a stabilire una linea comune contro l’invasione di campo della soprintendenza. Come osa una funzionaria mettere in discussione gli affari e le intese stipulate all’ombra del piano regolatore firmato Walter Veltroni? Silenzio assordante dal resto della sinistra, come ha scritto Anna Pacilli su eddyburg.
L’episodio dimostra con indiscutibile chiarezza che la sonora sconfitta del centro sinistra e della sinistra alle elezioni amministrative dell’anno scorso non è servita a nulla. La protesta e la contestazione di centinaia di comitati, di associazioni, di circoli, le denunce di urbanisti, intellettuali, scrittori, le inchieste di report, i libri di Paolo Berdini e Walter Tocci: tutto ciò non è servito a nulla. Mi limito qui a ricordare che il piano regolatore del centro sinistra ha sepolto l’agro romano sotto 15 mila ettari di nuova espansione e sotto 70 milioni di metri cubi di nuova edificazione (che la nuova amministrazione sta incrementando). Nella città storica e nella prima e seconda periferia ci sono sempre meno abitanti sostituiti da uffici, commercio, alberghi, altre attività. Le nuove famiglie, quelle che possono, trovano casa sempre più lontano, in remote, irraggiungibili periferie e nei comuni della cintura, senza servizi adeguati, condannate a ore di pendolarismo, di stress, d’inquinamento.
Quando, finalmente, una benemerita iniziativa della soprintendenza sembra mettere in discussione il permanente scempio urbanistico di Roma, ci aspettavamo che il centro sinistra e la sinistra cogliessero l’occasione per avviare una riflessione seria e autocritica su uno sviluppo comandato solo dal mattone, e sull’implicita questione morale. Invece no. Ieri si sono trovati tutti insieme Pd e Pdl, ministero, comune, provincia e regione per raccogliere il grido di dolore dei costruttori e trovare una via d’uscita che ripristini le vecchie regole del gioco. Auguri
Cardinale Dionigi Tettamanzi, quale messaggio ha portato ai giovani in campeggio vicino al Papa?
«Ai ragazzi ho detto “Siete benedetti da Benedetto”, cioè non soli ma accompagnati dalla vicinanza di chi crede nel futuro della società. L’enciclica sociale del Pontefice insegna che la felicità è possibile nella misura in cui ci apriamo agli altri. Dopo il G8 dell’Aquila e l’incontro tra Benedetto XVI e Obama si è diffuso un clima di speranza. E’ un’opportunità da non vanificare perché solo così possiamo progredire. La crisi economica è grave, però il lamento sistematico è deprimente, sterile. L’anima della solidarietà è la corresponsabilità, il sentirsi uniti in modo decisivo, sapendo che ogni nostra azione e ogni nostro comportamento hanno riflessi sulla vita degli altri. Non abbiamo bisogno di disperazione ma di speranza».
In che modo?
«Non c’è futuro senza solidarietà, la strada della felicità passa per forza dalla sobrietà. Per essere davvero un popolo non possiamo basare la vita privata e pubblica sull’esagerazione, sul consumismo, sull’arricchimento solo materiale. Servono maggiore senso della misura e più accoglienza verso chi è bisognoso, malato, straniero. Accogliere l’altro richiede la disponibilità ad ascoltare, ad interpretare le esigenze vere, profonde, a fare passi avanti insieme. Insomma, costruire ponti invece di alzare muri. Quando si rifiuta l’accoglienza ci si ritira in se stessi e si pensa che tutto il mondo sia racchiuso nel proprio io. Riconoscere e mettere al centro la dignità umana consente di equilibrare le istanze della sicurezza e quelle dell’accoglienza. La vera integrazione passa dal riconoscimento dell’uguaglianza degli esseri umani».
Condivide la preoccupazione del presidente Napolitano per il «giro di vite» del governo sull’immigrazione e la sicurezza?
«Non tocca a me entrare nelle dinamiche istituzionali. Una vera accoglienza implica un’apertura verso l’altro, richiede un’apertura, una disponibilità a conoscerlo, ad ascoltarlo, a leggere in profondità le istanze della sua vita. Tutti vogliamo la sicurezza, ma c’è necessità di una sicurezza che sia umana e umanizzante, altrimenti ne escono enormemente penalizzate e sminuite le dimensioni della solidarietà e dell’accoglienza. L’importante è non mettere mai in discussione l’uguale valore di ogni persona».
Cosa propone?
«Invece di rinchiudersi in se stessi occorre protendersi, sporgersi verso il prossimo. Certo, l’accoglienza implica anche il rispetto delle regole, della legalità da parte di chi arriva in Italia, però occorre un approccio realmente solidale. C’è bisogno di una mano tesa, di un aiuto a recuperare quell’umanità e quella dignità che si smarriscono nei percorsi dell’immigrazione e nella complicata transizione dai paesi più poveri all’Italia».
Dal voto in condotta della Gelmini alle polemiche sulla «generazione né, né», ossia sui giovani che non lavorano né studiano. Vede un’emergenza educativa?
«Sì. Continuiamo a giudicare gli adolescenti con i nostri occhi di adulti. Non entriamo nel loro modo di vedere la realtà, manca il coraggio di condividerne la vicenda umana. I giovani, a volte in maniera grezza o esagerata, esprimono esigenze che noi ignoriamo. La vera emergenza educativa non sono gli adolescenti, siamo noi adulti. Genitori, insegnanti, educatori non possono sottrarsi alle proprie responsabilità. Scarseggia la saggezza umile di mettersi alla pari con i ragazzi, mentre l’educazione deve essere una co-educazione perché se manca la condivisione non si ottiene alcun effetto positivo. Se non portiamo la luce della nostra esperienza nella zona grigia degli inattivi, rischiamo di perdere una generazione. Solo il dialogo e l’incontro fanno capire che c’è un valore nello studio, nel lavoro e che si diventa pienamente liberi solo se si è responsabili».
Colpa anche degli esempi negativi che arrivano dalla vita pubblica?
«Certo servono nuovi stili di comportamento quotidiano. Bisogna puntare all’essenziale per investire sul capitale umano. I ragazzi sono molto più seri dei vuoti modelli ai quali si vorrebbe conformarli. Anche la Chiesa deve sempre testimoniare valori in grado di dare significato all’esistenza. Dobbiamo essere i primi a dimostrare impegno. Lo stile di vita di Gesù non era l’egoismo, ma la generosità verso tutti. Come suoi discepoli siamo tenuti ad essere disponibili e accoglienti. Per una società diversa, migliore di quella attuale serve sobrietà. Io davanti ai giovani mi sento un mendicante. Dobbiamo imparare da loro che saranno quel che sono, ma del resto anche noi una volta eravamo quello che eravamo».
Un Comune cresciuto di 300 mila abitanti, fino a 1,6 milioni, senza ulteriore consumo di suolo. Non più tre, non più cinque, ma ben dieci linee di metropolitana. Un sistema di otto Raggi verdi ciclopedonali per raggiungere l'anello dei parchi periurbani. Venticinque diverse aree in trasformazione, tra spazi residuali, ex fabbriche, ex caserme, ex stazioni ferroviarie. Concentrazione di tribù creative e giovanili tra Porta Genova e i Navigli. Il ritorno dell'attività agricola dentro ai confini comunali, visione adattata al XXI secolo di un romanticismo alla Carlo Porta, quando nei salotti si parlava dei bachi da seta oltre che degli austriaci da cacciare. Un libro dei sogni per Milano?
Detto così, non è difficile far dell'ironia: la città oggi è dinamica, benestante, colta ma inquinata, trafficata, insalubre, punitiva per giovani e poveri, sempre meno ospitale verso gli stranieri e gestita da una giunta Moratti politicamente poco compatta e claudicante tra i ritardi e i black out informativi sull'Expo 2015, la presunta panacea di tutti i mali. No, gli esempi anzidetti non riguardano la città di oggi. Riguardano la Milano del 2030. Sono alcune delle linee strategiche contenute nel nuovo Pgt, il Piano di governo del territorio. Uno strumento urbanistico lungamente atteso (era dal 1980, 29 anni fa, che la città non varava un Piano regolatore, e a dirla tutta quello era una "variante generale" al Piano del 1953) e non ancora noto all'opinione pubblica. Perché ne parliamo su "L'espresso"? Per tre motivi: perché Milano interessa tutti noi, essendo il principale collante tra l'Italia e l'Europa (nel dubbio attaccarsi alle Alpi, raccomandava Ugo La Malfa), con una massa critica economica, creativa e di ricerca tuttora senza pari nel Paese; perché la giunta Moratti, dopo il primo confronto, si appresta a lanciare (previo dibattito consiliare e un'auspicata discussione pubblica) un documento d'indirizzo che individua le linee di sviluppo di Milano nei prossimi vent'anni; perché, infine, abbiamo avuto modo di conoscere la parte progettuale del Pgt, il cosiddetto documento di piano, prima della presentazione ufficiale.
Anche se di questo si è iniziato a discutere in un paio d'occasioni: a giugno all'Urban Center, su Milano e Parigi a confronto, e ai primi di luglio in un incontro che ha visto insieme, in spirito dialogante, la Fondazione per la sussidiarietà e la Fondazione Italianieuropei, l'assessore allo Sviluppo del territorio Carlo Masseroli, l'onorevole Maurizio Lupi per il governo e il democratico Carlo Cerami per l'opposizione. Il documento di piano è stato realizzato, su input dell'assessorato, da un gruppo di professionisti giovani e di esperienza internazionale, lo studio Metrogramma (architetti Andrea Boschetti e Alberto Francini) in coordinamento con l'Ufficio del Piano del Comune.
CRESCITA SOTTO CONTROLLO
Di quale Milano parliamo? Della città amministrativa: oggi 1,3 milioni di abitanti. Non ancora della città metropolitana, o Grande Milano, che a seconda degli studi comprende da 3,5 a 6 milioni di persone. La Milano di oggi è una città di pendolari e city users, in cui ogni mattina entrano 650 mila automobili. Ha una densità di oltre 7 mila abitanti al chilometro quadrato, tre volte e mezzo quella di Roma (ma la metà di Barcellona). Ospita 180 mila stranieri residenti (30 mila i soli filippini), ma nello scorso decennio ben 230 mila abitanti se ne sono andati nell'hinterland o altrove, la gran parte giovani e persone nel pieno dell'età produttiva.
Nel Pgt si conferma l'indirizzo della città attrattiva, che vuole riprendere a crescere dopo il calo demografico iniziato nel 1975, che è uno dei punti fermi della linea Moratti-Masseroli. Crescere, sì, ma come? Cementificare (come recita la vulgata d'opposizione) o densificare (come vuole il galateo dell'urbanistica internazionale)? Boschetti e Metrogramma ragionano su un'ipotesi di crescita consistente (seppure inferiore alla recente sparata dell'assessore Masseroli sui 700 mila abitanti in più grazie agli accresciuti indici di edificabilità): oggi i milanesi sono 1,3 milioni; l'obietivo è portarli a 1,6 in vent'anni. Alzando gli indici di edificabilità, ma senza ulteriore consumo di suolo: il consumo è oggi al 73 per cento del territorio; si vuole addidittura scendere, al 65. Può sembrare un paradosso: come si fa a ridurre il consumo di suolo se gli abitanti crescono? Vediamo.
SOTTO UN'ATTENTA REGIA
Il Pgt parla di riqualificazione. È come se la città fosse stata concettualmente divisa in una mappa di pieni e di vuoti, e si sia analizzato come dare nuovo senso ai vuoti (spazi residuali, aree in dismissione: industriali, ferroviarie, militari) senza costruire, allargandosi in orizzontale, come si è fatto finora. È chiaro che gli appetiti dei privati (a Milano i protagonisti sono noti e potenti: da Hines a Ligresti, da Cabassi alle Coop) spingono verso la deregulation.
Il Pgt è anche una camera di compensazione. Dà spazio ai privati, che hanno il capitale, ancorché risicato, ma mantiene una regia. Costruire non sarà solo, come vuole certa demagogia "di sinistra" o " di quartiere", l'arrembaggio del cemento, alias grattacieli e centri commerciali, argomento debole in tempi di perdurante recessione. L'intento è di riprogrammare Milano, come si esprime Boschetti, secondo una "dorsale continua e permeabile di città pubblica". In parole semplici, a Milano urge promuovere e riqualificare spazi civici, piazze, zone pedonali, parchi, boulevard alberati, piste ciclabili.
25 AREE STRATEGICHE
La Milano verso il 2030 si dovrebbe organizzare per aree di trasformazione urbana (la piantina è a pag. 57). Sono circa 25 aree, collegate da sei o sette cosiddetti epicentri che ne diffondano gli effetti in forma di servizi ai cittadini. La rinascita dello spazio pubblico in senso reticolare è un modello tipicamente europeo di questi anni: si pensi a Londra, Berlino, Barcellona, Lione, Rotterdam. L'esatto contrario, si può dire, del modello Dubai (che forse ispira alcuni dei grandi operatori immobiliari), basato su landmark architettonici, edifici simbolo di valenza promozionale. Di queste aree strategiche alcune sono già in trasformazione oggi ( Bovisa, Farini, Lambrate, Rogoredo) altre sono zone di sviluppo futuro, come l'Expo al confine con Rho, o San Siro, o le stazioni di Cadorna e Porta Genova.
Aree di trasformazione saranno le vecchie caserme (un solo esempio: nella caserma di via Mascheroni si trasferirà l'Accademia di Brera), ma anche il carcere di San Vittore. E chissà se traslocherà il Palazzo di Giustizia. Questo modello organizzato per reti di servizi potrebbe seguire anche vocazioni specifiche. Ricerca e università alla Bovisa; sport e spettacolo a San Siro; università a Città Studi-Lambrate; creatività giovanile a Porta Genova-Navigli.
Contemporaneamente il Piano ragiona in piccolo, sulla scala locale. Con i cosiddetti Nil, Nuclei di identità locale. C'è una mappa che mostra Milano come un tessuto maculato: 88 macchie, 88 quartieri da promuovere, arricchire di funzioni in una logica di prossimità. Perché si sa: c'è la città veloce, degli assi di attraversamento, e la città lenta, di piazze, quartieri storici, zone pedonali, dove ancora - è l'umanesimo italiano - ci si parla, ci si conosce, ci si aiuta.
COME MUOVERSI
Tema drammatico, per i milanesi. Oggi, oltre all'Ecopass (da migliorare), il Comune ha implementato gli ecobus e le tre linee di metrò, 75 chilometri attualmente, con indici di utilizzo crescenti (buona prova della gestione Moratti). Ma la nuova metropolitana M5 è a inizio cantiere, la M4 ai nastri di partenza ma solo in parte finanziata, la M6 persa nelle nebbie dell'Expo (cattiva prova). Lo scoop del Pgt è di quelli davvero onirici, in un Paese dal debito pubblico stellare: prevede sino a dieci linee di metrò in totale, le nuove in prevalenza radiali o tangenziali rispetto al centro. La seconda novità è la previsione di una rete ferroviaria circolare, una sorta di Circle line il cui tratto a ovest andrebbe chiuso con una metrotramvia, e una decina di nuove stazioni urbane. La terza, due nuovi assi attrezzati a sviluppo est-ovest: uno settentrionale, l'Interquartiere, dall'Expo all'ospedale San Raffaele; e uno meridionale, la Ronda del parco, da San Cristoforo a Santa Giulia-Rogoredo, tangente al Parco Sud.
FRA RAGGI E ANELLI VERDI
Se c'è una questione, diversamente da certi interventi di real estate pesante (vedi City Life), dove c'è maggior consenso tra maggioranza e opposizione, è il tema del verde. Sinistra e ambientalisti da tempo lanciano l'allarme sulle mire cementizie intorno al Parco Sud. Ma sull'idea di un Anello verde (i parchi periurbani) o sugli otto Raggi verdi, proposti da diversi soggetti, tra cui gli urbanisti del Politecnico e professionisti come Andreas Kipar o Stefano Boeri, il consenso è diffuso.
I Raggi verdi sono percorsi prevalentemente alberati per pedoni e ciclisti che dalla cerchia dei Bastioni si irradiano sino ai parchi di cintura. In tutto, il Pgt ipotizza sino a 250 chilometri di piste ciclabili, oggi un sogno, domani chissà. Nei quadranti sud e ovest il sistema dei parchi attende solo di essere sviluppato e collegato, altrove sarà lotta dura con proprietari e speculatori. Il Pgt, come peraltro lo schema individuato dal comitato di architetti dell'Expo, da Slow Food, dalle associazioni ambientaliste e agricole, vuole favorire il ritorno dell'attività agroalimentare nel Sud Milano. Il Comune e la Provincia, a prescindere dall'assai reclamizzata iniziativa a favore del verde di Claudio Abbado, hanno già iniziato a piantare decine di migliaia di alberi.
15 GRANDI PROGETTI PUBBLICI
Il Pgt è uno strumento nato da una legge regionale, la 12/2005 della Regione Lombardia. Ovviamente non contiene alcuna indicazione su chi debba costruire cosa. Tuttavia si ipotizzano 15 grandi progetti di interesse pubblico, indipendentemente dalle risorse finanziarie disponibili. Ne anticipiamo alcuni: la Passeggiata urbana dei Bastioni; la Circle line del ferro (citata sopra); il West park dell'intrattenimento tra Boscoincittà, Cave, Trenno e San Siro; il Filo rosso dei parchi periurbani, 72 chilometri ciclabili a sviluppo circolare collegati con i Raggi verdi. Oggi, anche soltanto un paio di queste idee ci sembrano, come si diceva, da libro dei sogni. Ma di qui al 2030, avendo a disposizione uno strumento forte, non ideologico, il più possibile condiviso tra diverse aree politiche, perché impedirci di sperare? La città di Ambrogio, con sette università e 180 mila studenti, è un laboratorio di idee assai vivace. Fatica a diventare politica e a tradursi in opere, è vero. Ma una Milano più europea può tornare a ispirare la parte moderna e viva dell'Italia.
Giorgio Napolitano poteva non firmare la legge sulla sicurezza, quella delle ronde e del reato di clandestinità. Poteva chiedere, com'è scritto nella Costituzione, una nuova deliberazione alle camere attraverso un messaggio motivato. Sarebbe stata una scelta di forte contrapposizione con l'esecutivo ma pienamente nel rispetto delle regole della Repubblica: il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi respinse per sei volte le leggi del secondo governo Berlusconi. Oppure Napolitano poteva firmare la legge sulla sicurezza, prendendo atto di non essere riuscito a migliorarla nonostante i molti consigli e avvertimenti discretamente dispensati al governo in un anno di lavori parlamentari. Ha scelto una terza via. Ha scritto una lettera mettendo in fila una lunga serie di «perplessità e preoccupazioni» per la legge, tutte molto gravi. Ma l'ha firmata.
La lettera di Giorgio Napolitano contiene tante e tali osservazioni critiche che la legge imposta dalla Lega al governo e dal governo al parlamento ne esce sostanzialmente a pezzi. A pezzi ma valida e in vigore proprio in virtù della firma del presidente della Repubblica. Il primo medico che segnalerà per l'espulsione uno straniero irregolare, il primo preside che rifiuterà l'iscrizione a scuola del figlio di un immigrato potranno ignorare le «perplessità» di Napolitano ma della sua firma dovranno tener conto. È un paradosso frutto del metodo scelto dal Quirinale, e del messaggio rivolto al governo e solo per conoscenza alle camere che pure hanno la responsabilità della funzione legislativa. Scelta pienamente politica quella del capo dello stato e per nulla da notaio della Repubblica. Eppure scelta quasi disperata nel momento in cui riconosce la ««irragionevolezza» e la «insostenibilità» della legge e poi la firma.
Perché l'ha fatto? Dal momento che si tratta di una scelta pienamente politica è legittimo cercare di interpretarla. Giorgio Napolitano aveva di fronte a sé un provvedimento blindato dal governo a colpi di fiducia. Passato in parlamento senza dibattito e senza modifiche di sostanza. Col supporto dell'informazione unica che ha suonato la grancassa dell'emergenza sicurezza.
Un provvedimento che ha messo l'Italia all'indice del resto del mondo, una legge che ha fatto litigare La Russa con le Nazioni unite. La «irragionevolezza» che il Colle ha riscontrato nella legge è un palese profilo di incostituzionalità. La legge poteva essere fermata. Ma Giorgio Napolitano ha voluto evitare lo scontro frontale con Silvio Berlusconi.
Può darsi che con questi rapporti di forza, con la maggioranza padrona del campo, il capo dello stato consideri non percorribile la via della contrapposizione. O peggio destabilizzante. Il rifiuto di promulgare una legge non è altro che una sua prerogativa, ma di certo il primo ministro lo avrebbe preso come uno strappo e un segnale di guerra. Ma è stato proprio il Quirinale a rafforzare non poco il primo ministro chiedendo per suo conto una tregua all'opposizione e ai giornali non berlusconiani.
Può darsi che - rifiutando l'idea di elezioni anticipate - il capo dello stato veda come unica alternativa al Berlusconi intemperante degli ultimi mesi un Berlusconi sorvegliato da vicino e ridotto a più miti consigli. Può darsi che il capo dello stato avverta su di sé il peso di questa responsabilità. In parte è una responsabilità che si è dato da solo, preoccupandosi di invitare alla tregua le opposizioni. In parte se l'è trovata in carico, vista la pochezza della minoranza che mentre tutto questo accade sta discutendo della tessera di Beppe Grillo. Ma con la definitiva approvazione di questa legge crudele quello che è certo è che la maggioranza è più solida e Berlusconi più forte. E niente affatto moderato.
ROMA - Da Totò Riina al vaudeville. Dalla lotta alle felpate banche svizzere agli insulti. Ai testi che entrano da una quinta e escono dall’altra, al giallo. Durante la gestazione del contrastato scudo fiscale-ter, il terzo che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è costretto a varare, si è sentito di tutto. Dalla ribellione di Di Pietro e del Pd, al nervosismo di Tremonti in conferenza stampa. Fino alle correzioni a penna e agli emendamenti scritti all’ultimo momento per evitare rampogne dalla Ue o altro ancora.
La misura ha una storia irta di polemiche e contrasti. Nei precedenti condoni del 2001-2003, che costavano il 2,5% (poi salito al 4) lo scudo, cioè una sorta di patente da opporre alla Guardia di Finanza per evitare accertamenti, passò come una misura giustificata dal passaggio dalla lira all’euro. Stavolta invece l’idea portante (almeno sulla carta) era quella di recuperare denaro per l’Abruzzo. Un meccanismo sofisticato: con una aliquota scontata avrebbe consentito agli evasori italiani di far rientrare i capitali, vincolarli per dieci anni in Bot, e soprattutto mettersi al riparo da indagini per molti reati, a partire dal falso in bilancio e dalla bancarotta.
Questa versione, anticipata nei giorni scorsi da Repubblica, ma circolata su molti tavoli, era troppo «hard» per sopravvivere. Il ministro dell’Economia non ne ha mai accettato la paternità, e ieri in conferenza stampa ha continuato a parlare di testi «apocrifi». Ma è stata sufficiente a svelare le intenzioni dell’esecutivo: un colpo di spugna generalizzato che ha portato Di Pietro a dire che piuttosto che varare lo scudo era meglio affidare lo Stato a «Totò Riina». Anche in settori della maggioranza, un simile testo era ritenuto impresentabile, soprattutto se affidato alla via parlamentare senza che il governo se ne assumesse la responsabilità, almeno attraverso i relatori. Anche Bruxelles ha trovato qualcosa da ridire sulla destinazione pro-Abruzzo e sull’aliquota speciale.
Così ieri è arrivato il primo emendamento ufficiale al decreto anticrisi. Scarno, confuso, già in odore di retromarcia rispetto alle precedenti versioni, ma ancora non chiaro sui reati esclusi dal colpo di spugna, a partire dal falso in bilancio e dalla bancarotta. In conferenza stampa, in un clima di tensione con i giornalisti, Tremonti diceva di non conoscere il testo, ma poi trascinato dalla polemica, entrava nel merito e lo difendeva. Salvo prendersela con un giornalista di Bloomberg (già insultato da Berlusconi in passato per la domanda sull’"abbronzatura" di Obama) che insisteva nel chiedere se Tremonti non vedesse una contraddizione tra la proposta di nuove regole mondiali per la finanza e il condono per i capitali esteri. «Che testa di cazzo», ha commentato il ministro parlando con Calderoli, che ha tentato di non annuire.
Ma mentre questa scena si consumava in sala stampa di Palazzo Chigi e le opposizioni tuonavano allo scandalo e insorgevano contro l’emendamento affidato agli ignari Moroni e Fugatti, già si preparava una nuova marcia indietro. Non passava molto tempo che scendeva in campo Marco Milanese, consigliere politico di Tremonti: «Arriva una nuova versione», annunciava. Le fessure per far passare il colpo di spugna sul falso in bilancio e bancarotta venivano chiuse: ai due relatori veniva affidato un nuovo emendamento che escludesse sanatorie per tutti i reati. Oltre alla "mafia" e alla "alienazione e acquisto di schiavi", entravano così nella lista dei reati non coperti anche il falso in bilancio e la bancarotta. Restava e resta aperta ancora una questione: nella norma si dice che le dichiarazioni "scudate" non possono essere usate come prova a «sfavore del contribuente» anche in sede giudiziaria. Un linguaggio criptico che potrebbe riaprire la porta a colpi di spugna. Per ora tuttavia il pericolo dello scudo versione «horror» sembra evitato. «C’avete provato», commenta Donatella Ferranti del Pd. E Stefano Fassina, anch’egli Pd, parla di «retromarcia». Il cammino parlamentare è tuttavia ancora lungo e visti i cambiamenti di rotta così repentini non è escluso che arrivino altre novità.
Qui il link alla registrazione audiovisiva della domanda del giornalista di Bloomberg, Steve Scherer, e dell’incredibile risposta del ministro Tremonti. Da YouTube
La leggenda del santo nucleare. Se dovessi scriverei un libro su quello che si dice lo intitolerei così. Ne sento di tutti i colori: che permette di combattere l’effetto serra, che è diventato sicuro, che è illimitato, che è conveniente. Un elenco di fesserie che andrebbero smontate una per una». Non ha dubbi Vincenzo Balzani, docente all’Università di Bologna e candidato al Nobel per la Chimica: le informazioni che girano sul nucleare sono inutili perché incomplete.
«Partiamo dai soldi: nessuno sa dire quanto costi davvero una centrale. E le cifre che girano sono tutte sbagliate. In questo campo c’è una lunghissima tradizione di preventivi sbagliati: solo per la costruzione si registrano sforamenti puntuali del 200 o anche del 250%, mica bruscolini».
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il pagare, lo sappiamo. Ma non mi dirà che i problemi del nucleare sono i preventivi sbagliati?
«Siamo solo all’antipasto. Passiamo alle scorie: quanto costa lo spostamento, lo stoccaggio, il portarle all’estero per trattarle e riportarle in Italia per conservarle? Il tutto con personale specializzato e strutture adeguate».
D’accordo, costruzione e scorie...
«Il piatto forte è il sacro mistero dello smantellamento: una centrale, in genere, dura 40-50 anni, poi va chiusa. E qui iniziano i dolori. Perché la centrale, che nel frattempo ha trattato e prodotto materiale radioattivo per mezzo secolo, non può essere smantellata dall’oggi al domani, va lasciata in uno stato di quiescenza: non funziona più, ma non può essere toccata per altri 50-100 anni. Solo allora si procede allo smantellamento, sperando nel frattempo di avere trovato un luogo dove mettere le scorie prodotte. Come dire: i genitori si fanno una bella centrale, si godono l’energia e il conto ambientale e di gestione lo lasciano ai figli. Un bell’approccio non le pare?».
Restiamo ai costi.
«È semplice: tra costruzione, smantellamento e gestione scorie nessuno sa davvero quale sarà il costo finale dell’operazione. In ogni caso, per le quattro centrali di cui si parla in Italia è lecito aspettarsi una spesa complessiva di almeno 40-50 miliardi di euro. Problemi esclusi».
Sta dicendo che il nucleare non conviene?
«Dal punto di vista finanziario si tratta di un’operazione pericolosa, perché costosa, a lungo termine e con troppe incognite. Vista la fatica per trovare i soci della nuova Alitalia, siamo sicuri che in Italia ci sia qualcuno disposto a mettere soldi in una operazione di cui si conosce l’inizio ma non la fine?».
C’è sempre lo Stato...
«È quello che temo. Perché alla fine i cittadini pagheranno due volte: prima le tasse, poi la bolletta. Non mi sembra giusto».
Continuiamo con le leggende.
«Il sito unico in profondità: viene presentato come la soluzione di tutti i mali. Si tratta di un luogo sotterraneo in cui radunare i rifiuti radioattivi. Si era persino individuato il posto, Scanzano Jonico, poi tutto fu annullato dopo le proteste della popolazione. Quello che nessuno dice è che gli Stati Uniti, dopo aver speso inutilmente 100 miliardi di dollari, hanno cancellato un progetto simile che prevedeva la costruzione di un sito in profondità sotto la Yucca Mountain, nel Nevada: troppo complicato e troppo costoso. Va bene che siamo il Paese di Leonardo e Galileo, ma siamo sicuri, oggi, di poter far meglio degli Stati Uniti? Mettiamoci una mano sulla coscienza: il nucleare non è alla nostra portata».
Leggende o no, l’Italia compra energia dalla Francia, che ha le centrali proprio al di là delle Alpi. Non le sembra un’ipocrisia dire no al nucleare in questo modo?
«Anche qui l’informazione è zoppa. La Francia si è dotata di centrali nucleari perché voleva l’atomica. E vi si è buttata a capofitto. Nemmeno loro però sanno quanto costi questo lusso, tanto c’è lo Stato che paga. E sul fatto che noi compriamo energia da loro è più corretto dire che è la Francia ad essere costretta a venderla. Le centrali devono funzionare senza sosta, solo che di notte, quando si abbassano i consumi, si ha un eccesso di energia che deve essere smaltita. Ecco allora che di notte i francesi ci girano energia, ovviamente a prezzi vantaggiosi».
Altre leggende?
«Che bisogna passare al nucleare perché il petrolio sta per finire. Un’autentica fesseria: anche l’uranio è una risorsa limitata. Se tutto il mondo, oggi, andasse a nucleare, ci sarebbe uranio per soli sette-otto anni. Parlare del nucleare come energia del futuro è un po’ azzardato, non le pare?».
E qual è l’energia del futuro?
«Quella che non si usa. Nel senso che dobbiamo imparare a risparmiare e, nel contempo, ad aumentare l’efficienza. Lo sa che nei Paesi sviluppati il 50% dell’energia viene banalmente sprecata? Il guaio è che il nucleare ti illude di avere tutta l’energia che vuoi: altro che risparmio, è la cultura dello spreco».
Proprio come il petrolio.
«Il petrolio è destinato a finire, dobbiamo imparare ad uscirne. E questo significa, come ho detto, risparmiare e aumentare l’efficienza ma anche puntare, con decisione, sulle energie rinnovabili, come eolico e solare. E quando parlo di Sole non intendo solo il fotovoltaico: c’è anche quello termodinamico di Rubbia che abbiamo gentilmente regalato a Paesi come la Spagna e la Germania. Questo non vuol dire cancellare del tutto il petrolio o il gas, ma che bisogna utilizzarli solo dove servono davvero, ad esempio nei trasporti, quello aereo in particolare».
Effetto serra.
«È indubbio che il nucleare, non producendo anidride carbonica non contribuisce alle dinamiche che portano al riscaldamento globale. Peccato che per combattere l’effetto serra dovremmo convertire in nucleare tutta la produzione energetica inquinante. Tanto per essere chiari significherebbe costruire 2500 centrali da 1000 megawatt: una a settimana da qui al 2050. Impensabile, ovviamente».
Sicurezza.
«Le centrali di quarta generazione esistono solo sulla carta. Dicono che saranno pronte fra 30-40 anni, ma si tratta solo di ipotesi. Lo stesso per la fusione: in teoria è il nucleare pulito, nella pratica è un terno al lotto: nessuno è mai riuscito a ottenere più energia di quella immessa nel sistema. Anche qui, siamo solo nel campo delle ipotesi. E intanto il mondo consuma».
È preoccupato dalla decisone del governo?
«Personalmente credo che non riusciranno a riportare l’Italia nel nucleare: non ci sono le risorse finanziarie. Il pericolo che vedo, piuttosto, è iniziare progetti costosi e inutili, che non verranno mai realizzati. Come il Ponte sullo Stretto. E questo solo perché si parla senza conoscere la realtà. Un po’ triste per un Paese moderno».
E infine, dopo settimane di annunci, smentite, commissioni sconvocate e sedute rinviate, martedì sera il Consiglio regionale ha approvato, con il voto contrario di tutte le opposizioni, il «piano casa» della Lombardia, in una versione persino peggiorata rispetto al testo originario. In tanti speravano invece in un esito diverso, visti i numerosi dissidi nella maggioranza,ma poi è successo l’esatto contrario, cioè il centrodestra si è improvvisamente ricompattato attorno agli interessi e alle spinte provenienti dai gruppi di potere immobiliare che ormai costituiscono il vero governo del territorio a Milano e dintorni. Certo, la ragione che ha portato di nuovo pace – e che aveva motivato la guerra? - nel centrodestra c’entra poco con l’urbanistica, ma così vanno le cose nel regno di Roberto Formigoni. Infatti, mentre il Consiglio dibatteva, in un’altra stanza il «governatore» ha formalizzato le nomine dei nuovi presidenti e direttori generali degli Irccs, cioè della cosiddetta «eccellenza» della sanità lombarda.
E a parte il fatto che Comunione e Liberazione ha ribadito il suo strapotere, compresa l’inquietante nomina al vertice della Fondazione Policlinico-Mangiagalli-Regina Elena dell’antiabortista e leader ciellino Giancarlo Cesana, la novità consiste proprio nei posti concessi alla Lega, che si aggiudica il presidente dell’Istituto Tumori e il direttore generale del Besta. Insomma, una poltrona vale ben un po’ di mattoni. Comunque sia, il prezzo di questo baratto di potere alla fine lo paga il territorio lombardo con una brutta legge, priva di progetto e consistente in una maxi-deroga alle norme urbanistiche ed edilizie e in bonus volumetrici generalizzati, per la durata di 18 mesi, che metterà a dura prova quei comuni che volessero garantire un minimo di controllo e governo della situazione, che aggiunge ulteriore confusione a un quadro normativo sempre più intricato e incoerente e che comporterà densificazione abitativa e consumo del territorio incontrollati. E tutto questo senza nemmeno rispettare i vincoli indicati dall’Accordo Governo-Regioni del 1° aprile scorso, che la stessa Lombardia aveva sottoscritto.
Per dare un’idea di che cosa stiamo parlando, ma senza perderci nei tecnicismi, basti ricordare che queste deroghe consentiranno di ampliare del 20% gli edifici residenziali della dimensione fino a 1200 metri cubi. In caso di sostituzione, cioè di demolizione e ricostruzione, il bonus volumetrico arriva invece al 30% (al 35% se ci metti anche qualche albero) e questo sarà possibile anche con edifici non residenziali, con tutte le annesse preoccupazioni circa la salvaguardia delle attività produttive. Nel caso dei quartieri popolari, cioè di edilizia residenziale pubblica, il bonus arriva fino al 40%, viene calcolato sulla base della volumetria complessiva esistente nel quartiere e può concretizzarsi anche in nuove costruzioni. E come se non bastasse, la volumetria aggiuntiva generata dall’edilizia pubblica può essere ceduta dalle Aler e dai Comuni a dei soggetti privati. Certo, c’è il vincolo della destinazione ad alloggi Erp, ma questo concetto significa ormai di tutto e di più. Anzi, nel caso in esame, significa tanta edilizia convenzionata e poca o nulla edilizia sociale. Va poi rammentato che tutte le deroghe e i bonus, sebbene con qualche vincolo in più, valgono anche nei centri storici e nei parchi. Infine, tra i peggioramenti introdotti dal Consiglio regionale di martedì va segnalata l’abolizione dell’obbligo di «produrre al comune» l’attestato di certificazione energetica ad intervento edilizio terminato. Sarà poca cosa in mezzo a tanto mattone libero, ma considerato che la presunta bontà di questa legge veniva giustificata con l’incentivo al risparmio energetico, forse questo particolare spiega molto più di tante parole.
L’autore Luciano Muhlbauer è consigliere regionale della Lombardia, Prc
Il piano casa in discussione in Consiglio regionale della Campania rappresenta una gravissima minaccia per il paesaggio, i centri storici e per l'assetto del territorio.
In spregio ai valori del paesaggio campano universalmente riconosciuti, la proposta della giunta consente ampliamenti e sostituzioni dei volumi esistenti anche in zone soggette al vincolo paesaggistico.
I poteri di pianificazione urbanistica dei comuni sono completamente esautorati. La Regione Campania peggiora persino l'intesa Stato/Regioni del 31 marzo 2009 che prevede la regolamentazione degli interventi "attraverso piani/programmi definiti tra regioni e comuni". Il disegno di legge in questione fa purtroppo piovere sui comuni deroghe ai loro piani urbanistici decise direttamente dalla proprietà fondiaria.
Ancora più scandalosa è poi la possibilità di sostituire volumetrie anche modificandone la destinazione d’uso, senza escludere con chiarezza i centri storici, compromettendo scelte urbanistiche fondamentali di competenza dei comuni. In particolare, l’assetto urbanistico della regione Campania, ma soprattutto quello della città di Napoli, verrebbe sconvolto da radicali trasformazioni in base a semplici istanze di privati cittadini (si pensi a cosa accadrebbe nella zona industriale di Napoli est).
Assisteremo così alla stravolgimento del territorio campano, già compromesso dalla speculazione e da anni di abusivismo edilizio.
Ci appelliamo pertanto al Capo dello Stato affinché richiami la Regione Campania al rispetto dell’art. 9 della Costituzione repubblicana, oltre che delle prerogative dei Comuni, scongiurando un irreparabile attentato al territorio e al suo intangibile patrimonio culturale e paesaggistico.
Inviare le adesioni a
carloiannello1@virgilio.it
Salvatore Settis, Direttore Scuola Normale Superiore di Pisa,
Lidia Croce,
Silvia Croce,
Alberto Asor Rosa, professore emerito di letteratura italiana,
Piero Craveri, preside della Facoltà di Lettere dell’Università Suor Orsola Benincasa,
Vezio De Lucia, urbanista,
Vittorio Emiliani, Comitato per la bellezza,
Marta Herling, segretario generale Istituto italiano per gli studi storici,
Luigi Labruna, professore di storia del diritto romano, Federico II
Giovanni Losavio, presidente nazionale di Italia Nostra,
Aldo Masullo, professore emerito di filosofia morale,
Gerardo Marotta, presidente Istituto Italiano per gli Studi Filosofici,
Giovanni Pugliese Carratelli, accademico dei Lincei,
Fulco Pratesi, presidente onorario WWF,
Edo Ronchi, presidente della fondazione per lo sviluppo sostenibile, già ministro dell’ambiente,
Edoardo Salzano, urbanista,
Antonello Alici, segretario generale di Italia Nostra
Gianfranco Amendola, magistrato,
Mirella Barracco, presidente della fondazione Napoli 99
Giovanna Aronne, docente facoltà di agraria portici
Maria Carmela Caiola, architetto
Francesco Canestrini, architetto, Italia Nostra Caserta,
Giuseppe Cantillo, professore di filosofia morale, Federico II
Ornella Capezzone, WWF Campania
Alfonso Cecere, professore di diritto amministrativo,
Antonino De Angelis, Italia Nostra penisola sorrentina
Alessandro Dal Piaz, professore di urbanistica, Federico II,
Luigi De Falco, segretario del consiglio regionale di Italia Nostra,
Mario De Cunzo, architetto, già soprintendente ai beni ambientali e architettonici,
Raffaella Di Leo, presidente del consiglio regionale della Campania di Italia Nostra,
Guido Donatone, presidente della sezione di Napoli di Italia Nostra,
Paola Gargiulo, architetto,
Alberto Gentile, direttore WWF salerno,
Andrea Fienga, WWF penisola sorrentina,
Maria Rosaria Iacono, Italia nostra Caserta,
Carlo Iannello, professore di diritto dell’ambiente, SUN,
Alberto Lucarelli, professore di Istituzioni di Diritto Pubblico, Federico II,
Sergio Marotta, professore di sociologia giuridica, Suor Orsola Benincasa,
Massimo Maresca, Italia nostra penisola sorrentina,
Luca Palladino, architetto,
Giulio Pane, professore di Storia dell’architettura, Federico II,
Luigi Rispoli, avvocato,
Massimo Rossano, Associazione Parco Sebeto,
Ulderico Pomarici, professore di filosofia del diritto, SUN,
Francesco Santoro, architetto, Italia nostra Cava de’Tirreni,
Valeria Santurelli, architetto, Italia nostra Napoli,
Francesco Saverio Lauro, avvocato marittimista, già presidente dell’autorità,
Eleonora Scirè, architetto, Italia nostra Salerno,
Sauro Turroni, architetto, già Senatore della Repubblica
Silvio Berlusconi deve rispondere alle domande di Repubblica sulla frequentazione di Noemi Letizia e sulle feste con le escort. Lo dice in una intervista l’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. «Quando un uomo di Stato è invitato a dare spiegazioni in Parlamento - sottolinea - l’appello non può restare inascoltato. Qui si tratta di questioni che presentano oggettivi profili di tutela dello Stato».Applicare due dottrine diverse a vita privata e vita pubblica è un costume al quale mi sono sempre ribellato
ROMA - Silvio Berlusconi, che tanta stima proclama e comuni sentimenti con Obama, impari da Obama l’amore per «la verità, la chiarezza e il dialogo. Tutti e tre insieme». È questo l’invito di Oscar Luigi Scalfaro al premier, convivente-rivale durante il suo settennato. «Chiarezza e verità» che l’ex capo dello Stato chiede siano applicate in tutte le occasioni.
Presidente Scalfaro, Repubblica pone da mesi domande che ritiene di interesse pubblico al capo del governo il quale tace. Lei che pensa: dovrebbe rispondere?
«Mi sono posto il problema. Penso che dovrebbe rispondere. Quando un uomo di Stato è invitato a dare spiegazioni in Parlamento su comportamenti che possono apparire privati ma lasciano ampi margini alla discussione pubblica, l’appello non può restare inascoltato». Anche se, come sostiene una parte del centrodestra, il tutto potrebbe tradursi in un pubblico processo su materie private?
«Nessuno ha titolo per pretendere confessioni pubbliche. Ma non c’è dubbio che su fatti che comunque interferiscono nelle responsabilità di governo, il Parlamento, che secondo la Costituzione è al centro della nostra vita democratica, abbia il diritto di sapere».
Lei che idea si è fatto dell’affare Noemi-D’Addario?
«Non voglio entrare nel merito. Il punto fondamentale è che le risposte arrivino e, soprattutto, che siano vere. Altrimenti si finirebbe solo per dar vita a una infinita catena di polemiche, procurando altri danni a questa democrazia tormentata. Gli interrogativi che vengono posti - e manteniamoci tutti al di là, e lontano, dalla morbosa curiosità che può facilmente subentrare - presentano degli oggettivi profili di tutela dello Stato nei suoi poteri e nell’attività all’interno e più ancora all’esterno del paese, e nell’intreccio dei suoi rapporti internazionali. Non dimentichiamo che donne come quelle di cui si parla e scrive sono le destinatarie, in genere, di chi fa spionaggio in casa nostra».
Quale dovrebbe essere l’atteggiamento di Berlusconi?
«Io credo che un uomo intelligente che si presentasse a dire: "Signori, assicuro sul mio onore che non ho mai violato il giuramento di fedeltà alla Costituzione, nel senso più ampio. Chiedo scusa al Parlamento e ai cittadini se ho dato adito a interrogativi e garantisco che non si ripeterà"... un uomo che si presentasse così, cospargendosi il capo con un pizzico di cenere, potrebbe vincere la partita. Ma se consente vorrei affrontare un discorso più generale, che mi è stato sempre a cuore nella attività politica. Riguarda appunto il tema della coesistenza tra politica e verità».
Restiamo comunque nei dintorni, mi pare.
«Sì, ma voglio uscire per un momento dalle ristrettezze dell’attualità. Vede, noi dobbiamo riconoscere che la distinzione fra una morale pubblica e una privata è sempre stata una tentazione marcata, anche in ambienti di convinzioni religiose cattoliche. Aggiungo che il riserbo spesso è un dovere, non sempre costituisce un arbitrio. Ma quando si viene al rispetto della verità, io ritengo che non si possa e non si debba affermare una specie di dottrina morale differenziata per la vita pubblica e per quella privata. E’ una distinzione alla quale mi sono sempre ribellato. Ecco perché sono rimasto ammirato dalla figura di Obama in questo suo primo viaggio in Europa e in Africa».
Non è il solo a professare ammirazione. Ma qual è esattamente l’attinenza?
«Sia nell’incontro con il presidente russo Medvedev per trattare della riduzione degli armamenti; sia nella presenza al G8, al quale indubbiamente ha dato un’impronta particolare e positiva; sia nella visita a Benedetto XVI, dove pure sono stati trattati temi irrinunciabili per la dottrina cattolica come la difesa della vita; sia, infine, nell’incontro in Ghana con gli africani attraverso un discorso veramente alto, da africano, Obama è sempre partito da una chiarezza assoluta delle posizioni. Non si è mai sentita, in questa prima esperienza di vertice del presidente statunitense, una precisazione, una marcia indietro, l’accusa di fraintendimenti. E questa chiarezza, unita al rifiuto della violenza e della guerra, ha imposto la ricerca del dialogo come fondamentale risorsa politica».
Tornando all’Italia, come tradurrebbe il metodo americano?
«Nella nostra tradizione, dove pure ce ne sono stati di uomini che si sono battuti per la verità, si è sempre dovuto constatare una certa tendenza a provare più attrattiva per la furbizia che per il rispetto spietato della verità. Ma se posso citare parole che ebbi modo di pronunciare in Parlamento anni addietro, "io voglio sperare di non aver mai negato la verità. Se per caso l’avessi fatto, la colpa è solo mia. Perché non è la politica che ci costringe a tormentare o occultare la verità. Quando accade, siamo noi i responsabili". Ecco, se dopo le esperienze di questi anni ci si invitasse reciprocamente a un ripensamento, la scelta del dialogo sarebbe certo la migliore. A condizione che il dialogo parta sempre dalla constatazione del vero».