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Lo studio di Vezio De Lucia sul centro storico e sui guai provocati dai nuovi insediamenti. - Un libro di Giovanni Pietro Nimis, che curò il recupero dei paesi distrutti in Friuli nel 1976

L’Aquila aveva 54 mila abitanti nel 1951. 72 mila il 6 aprile scorso, quando fu distrutta dal terremoto. Nello stesso arco di tempo in cui la popolazione cresceva del 25 per cento, il suolo urbanizzato è esploso: da 590 a 3.100 ettari, oltre il 500 per cento in più. Sono numeri che impressionano, ma non diversi da quelli di altre città italiane. Con i nuovi quartieri previsti dal piano di ricostruzione - 20 insediamenti per 15 mila persone, 3 mila a settembre e il resto a novembre - questo meccanismo di una città che deborda e invade il territorio è in qualche modo programmato, viene stabilizzato. Risorge l’idea delle new town, molto criticata dalla cultura urbanistica quando Silvio Berlusconi ne parlò. «Invece che una, di new town ce ne saranno 20», dice Giovanni Pietro Nimis, l’urbanista che fu artefice dei piani di recupero di Gemona e Venzone, due dei principali comuni friulani distrutti dal terremoto del 1976 e la cui rinascita è spesso indicata come esemplare.

Nimis ha scritto un libretto, Terre mobili. Dal Belice al Friuli, dall’Umbria all’Abruzzo (Donzelli, pagg. 110, euro 14, introduzione di Guido Crainz), che confronta i diversi modelli di ricostruzione, addebitando a quello abruzzese il ritorno a un usurato centralismo - tutto nelle mani della Protezione civile - che risale alla fallimentare vicenda del Belice. Spiega Nimis: «I nuovi villaggi mescolano emergenza e ricostruzione e creano una situazione malata, che sembra solo voler stupire con promesse capaci di vincere le ragioni del tempo e dello spazio, cancellando l’esperienza del Friuli e dell’Umbria, dove erano state le Regioni a intervenire, delegando a loro volta ai Comuni».

In Friuli, racconta Nimis, la gente venne alloggiata nelle tende, poi si passò ai prefabbricati e nel frattempo si ricostruirono i centri storici, dov’erano e com’erano - si disse allora. Nessuno però immaginava di resuscitare i nuclei antichi «riproducendo in pochi anni la patina di secoli di storia». Quello slogan aveva anche un sapore terapeutico. «Era un proponimento enigmatico e generico», lo definisce Nimis, «ma nello smarrimento apparve l’alternativa efficace contro le proposte di chi farneticava di città ideali, di rifondazioni ex novo, di trasferimenti altrove».

Nell’inverno furono installati 20 mila alloggi provvisori e dopo dieci anni «nei centri storici erano state recuperate le strade corridoio, le quinte edilizie, le piazze. Com’erano e dov’erano: si fa per dire, perché era comunque scontata l’inautenticità». Progettare divenne una pratica sociale. Sollecitò una partecipazione popolare quasi frenetica. «Per ogni decisione era diventata obbligatoria l’approvazione di assemblee popolari: senza quella copertura i consigli comunali non deliberavano nulla». Erano gli anni Settanta, anni di grande fervore democratico (come sottolinea Crainz). Per Nimis non fu tutto rose e fiori. Per esempio si allargò lo scarto fra lo scopo individuale, richiesto nelle assemblee, di ricostruire le case, e l’interesse sociale di ricostruire le aree pubbliche. Inoltre riproporre tutto impedì di bonificare le aree periferiche cresciute male dagli anni Sessanta. Ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

A L’Aquila la strada intrapresa è diversa. Gli abitanti vengono poco coinvolti e le proteste si moltiplicano. Inoltre dalle tende si dovrebbe andare direttamente in case semidefinitive. Ma che tipo di città prefigurano i 20 nuovi quartieri sparsi nel territorio? È quel che stanno studiando Vezio De Lucia e un gruppo di collaboratori (fra gli altri, il sismologo Roberto De Marco e gli architetti Georg Frisch e Paolo Liberatore), ai quali si devono i dati citati all’inizio sull’espansione della città. «Dal dopoguerra L’Aquila è esplosa in tutte le direzioni formando innumerevoli nuclei periferici», spiega l’urbanista, che dopo il terremoto del 1980 diresse a Napoli la prima fase della ricostruzione. «I nuovi insediamenti frammenteranno ulteriormente la città, con costi drammatici per i collegamenti e per il buon funzionamento dell’organismo urbano».

Nel capoluogo, secondo i calcoli di De Lucia, gli edifici inagibili sono 8.748, molta parte dei quali - 1.855 - nel centro storico. Il che vuol dire 13.258 appartamenti: «È questa la domanda di alloggi espressa dalla popolazione de L’Aquila». Ma le case in costruzione «soddisferanno meno di un terzo di quella domanda».

E nel frattempo il centro storico resta inaccessibile. Italia Nostra ha chiesto che tutto il nucleo antico della città sia vincolato. Ma, insiste De Lucia, nel centro storico «non sono state attuate misure di protezione neanche per tutti gli edifici monumentali. Gli immobili danneggiati sono avviati alla rovina. L’architrave spezzata sulla quale si legge "Palazzo del governo" certifica l’irresponsabile sottovalutazione del recupero». Tutte le energie sono destinate ai 20 nuovi insediamenti. «Nel 2001», continua De Lucia, «circa 9.500 persone vivevano ancora nel centro storico, per cui la dispersione era comunque controbilanciata. Ora non più».

Torna alla memoria il fantasma del Belice (1968). «Fu l’ultimo caso di approccio centralistico», ricorda Nimis. Un modello, ha raccontato l’urbanista Teresa Cannarozzo, che si accostava alle linee generali della politica per il Mezzogiorno, quello fallito delle cattedrali nel deserto. La ricostruzione prevedeva rifondazione di paesi e industrializzazione. I comuni vennero esautorati. Ma dopo dieci anni non era ancora iniziato nulla. I paesi distrutti - Gibellina, Salaparuta, Santa Ninfa - erano compatti, percorribili a piedi. I nuovi insediamenti, invece, misuravano anche tre volte quelli vecchi. Nel frattempo i centri storici marcivano. La grande mobilitazione popolare organizzata da Danilo Dolci e Lorenzo Barbera cercò di fronteggiare una politica ottusa, nazionale e locale. «Ma forse per quella politica c’era persino una giustificazione, non essendoci precedenti modelli», dice Nimis. Ora le esperienze, fallite e riuscite, qualcosa dovranno pur insegnare.

Autostrade oggi e ieri. Oggi si parla molto di unità e disunità d’Italia ma ho l’impressione che la vera unità d’Italia fu proclamata cent’anni dopo la data ufficiale, intorno alla prima metà degli Anni Sessanta, quando il governo democristiano inaugurò l’Autostradadel sole.Prima si viaggiava meno, e sulle strade a due corsie si correva meno, si beveva meno, e si moriva meno. Se l’Autostrada del sole ha semplificato un itinerario che prima era spezzettato e tortuoso, questa semplificazione ha portato per il guidatore monotonia, un nastro d’asfalto sempre uguale davanti agli occhi, tendenza a premere sull’acceleratore e dunque pericolo maggiore.

Contrappunto 1 – Il motivo principale per cui si viaggiava meno, nei cosiddetti bei tempi andati, è che eravamo tutti più poveri, e ci si spostava solo per seri e gravi motivi. L’equazione appare semplicissima: meno persone per strada, meno incidenti, ecc. ecc. Anche il mitico film “Il Sorpasso” racconta una vicenda del tutto elitaria: il modello di Lancia Flaminia guidato da Gassman era meno diffuso ai tempi di quanto non lo siano ai nostri giorni le Ferrari. Dunque qualsiasi paragone è improprio, ivi compresa la faccenda del “bere meno”, che sarebbe una vera e propria sciocchezza se non ci fosse la licenza poetica.

L’incidente sull’autostrada è assurdo e più devastante della morte in una guerra perché questa almeno è nell’ordine delle cose prevedibili ed è riservata al singolo combattente, mentre quella sull’autostrada colpisce imprevedibilmente e a tradimento un’intera famigliola che se ne sta andando spensieratamente in vacanza. Quando per andare da Napoli a Milano si percorreva la Domiziana, e poi la Cassia con la curva di Radicofani, e dopo Firenze, la Futa, il viaggio era lungo e tortuoso, c’erano più svolte e risvolte, più dislivelli, solo due corsie, ma più attenzione, più paesaggi in vista, menoincidenti. Non voglio fare l’elogio del bel tempo che fu perché è certo che oggi si fa più presto, c’è più comodità e le distanze non creano problemi, ma tutto si paga.

Contrappunto 2 – La Capria prova giustamente a precisare di non voler “fare l’elogio del bel tempo che fu” ma in qualche modo ci ricasca, nel quando si stava peggio si stava meglio. Da Napoli a Milano in macchina, passando per la Domiziana, la Cassia ecc. era prima delle autostrade un viaggio a malapena reso meno arduo dalla sparizione dei briganti con cappellaccio e trombone, ivi compreso il mitico Ghino di Tacco da Radicofani.

Indiscutibile, certo, che una maggiore integrazione delle autostrade col territorio saprebbe recuperare e valorizzare molto di quanto pur bizzarramente sostenuto. Lo diceva un ex presidente della Società, Mario Virano, puntualmente inghiottito da qualche rettifilo ipnotizzante …



Oggi il numero delle automobili è aumentato in modo eccessivo e anche la qualità. Una volta superare i cento chilometri orari era considerato un azzardo, oggi i centoquaranta sono sconsigliabili ma piuttosto abituali. Ho letto in un racconto di Faulkner che un personaggio andava «alla folle velocità di settanta chilometri all’ora ». Eravamo negli Anni Venti. Oggi quei settanta all’ora fanno ridere. La percezione della velocità è cambiata, e rispetto a quei settanta si può direche è raddoppiata. Il sorpasso al l’epoca delle due corsie era «una manovra », ci si «preparava» al sorpasso. Oggi il sorpasso è premere un po’ più il piede sull’acceleratore.

Contrappunto 3 - Continua imperterrito il “come si stava meglio …”, in questo caso prendendosela ad esempio coi poveri operai della Fiat che sono riusciti un centesimo alla volta a comprarsi, una generazione più tardi, almeno una imitazione del bolide di Gassman. Macché: tutta colpa loro questo “aumento eccessivo”, che tornassero su quei bei treni del sole, con la folkloristica valigia di cartone e la damigiana a carico con venti litri di olio genuino del paese …

La jalopee (termine slang usato durante la Depressione per definire le vecchie carrette mangia olio) di Faulkner con tutta probabilità caracollava pericolosamente tra le buche della via del tabacco, mica sotto i pini dell’Aurelia. I risultati di questa epoca d’oro li potete vedere anche online nel film-documentario The City ,curato da Lewis Mumford (Parte 2, ci si arriva dal link Città Visibili in alto a destra su Mall), dove i morti in incidenti stradali abbondano. Anche perché (forse) i “70 all’ora” erano espressi in miglia. O no?



E poi i tir, gli enormi mostruosi schiaccianti tir stracarichi, col guidatore che per rispettare i tempi è costretto a viaggiare per ore fino allo sfinimento, quei tir in fila interminabile e minacciosa, una volta non c’erano, non erano un incubo. Oggi sì, la fila interminabile, senza soluzione di continuità si allunga minacciosa di lato al la tua corsia. Sembra a volte che l’autostrada l’abbiano costruita per loro, per questi tir, privilegiando il trasporto su ruote a quello ferroviario. E non parliamo di quello che i tir portano, chissà quali sorprese ci riserverebbe. Infine quello che è accaduto in questi giorni sulla forcella di Mestre non avrebbe potuto accadere.

Contrappunto 4 – Una nota personale. Ho abitato per i primissimi anni della mia vita, più o meno fino alle elementari, in una villetta affacciata su una importantissima statale che collegava la città principale al suburbio industriale. In quell’epoca d’oro, oltre alle autostrade non erano neppure tanto di moda, salvo che in pochi capoluoghi, le circonvallazioni. Così tutto il traffico (succede ancora adesso, nei regni di generazioni di sindaci omissivi o sfigati) attraversava l’abitato, strusciando le fiancate su siepi e tende dei negozi. Posso assicurare che, con l’aggiunta di musi rostrati, cofano bivalve ed eruzioni di fumo da Krakatoa, i camion c’erano anche allora, tanti, tantissimi, e chissà cosa portavano, a partire ad esempio dai lastroni di eternit, già individuato come sicuramente cancerogeno sin dall’epoca d’oro degli anni Venti ….

Una volta erano rari l’ingorgo e la coda, non c’eran tante automobili tutte dirette in una sola direzione in montagna o al mare, non c’era la coda per il solito incidente che bloccava tutto anche quando la causa era irrilevante. Si, è vero, oggi l’Italia è diventata più corta, la lunghezza dello stivale non è più un così notevole svantaggio rispetto alla forma geografica del le altre nazioni europee, questo svantaggio, anche economico è diminuito. Ma come ho detto in molti modi lo abbiamo dovuto pagare.

Contrappunto finale – La nota personale qui diventa addirittura doppia. Si andava in vacanza, quando si andava, pochi giorni dalla nonna in campagna. La stessa idea di vacanza nell’Italia ancora in maggioranza contadina era qualcosa di simile alle tette in barca di oggi: se ne legge parecchio nell’anticamera del dottore o del parrucchiere, ma poi sono in pochi a sventolarle. Per la coda, ricordo quelle infinite della domenica pomeriggio, con la mamma che mi spiegava “sono i milanesi che tornano dopo aver mangiato il gelato sul lago”. Anche loro la pagavano, e anche noi, costretti prima a respirare quei fumi di potente benzina italiana (piacentina all’1%) al piombo, e poi a scoprire che invece stavamo benissimo, come ci spiegano certi nostalgici articoli.

Il che non toglie che chi pianifica, progetta e costruisce autostrade, nonché chi prende le decisioni strategiche sulla mobilità e l’insediamento nel nostro paese, potrebbe fare infinitamente di meglio: su questo non c’è dubbio. (f.b.)

Riguarda la Sardegna il bel servizio su L'Espresso in edicola (n.31/2009). L'inchiesta “ Sommersi dal cemento” dedica due intere pagine all'isola, segno che è avvertito il pericolo grazie al programma della Regione governata da Cappellacci. Nell'articolo di Maurizio Porcu c'è un riferimento a Costa Turchese, cioè al programma -anni Ottanta- di sviluppo edilizio a Capo Ceraso in Comune di Olbia, promosso dalla famiglia Berlusconi.

Colpisce il resoconto della vicenda svolto con l'aiuto del senatore PD Gianpiero Scanu, sindaco del capoluogo gallurese fino ai primi anni Novanta. Ed è il suo ragionamento che suscita qualche preoccupazione specie quando ricorda di avere ridimensionato il progetto dell' impresario pronto a scendere in politica.

Non è la prima volta che si certifica il “successo” nel confronto tra comuni e imprese edilizie costrette a ridimensionare le velleità palazzinare. Riconosce Scanu che la proposta dei Berlusconi era “eccessivamente impattante”; così due milioni e mezzo di metri cubi diventarono -oplà - 450mila.

In verità la prima avance di Berlusconi misurava un milione e mezzo di metri cubi (2mila posti barca, 3mila case), e si trattava del solito giochetto delle imprese di sparare numeri spropositati nel prologo. Come in tutte le trattative si partiva da 100 per accomodarsi su 20. L' epilogo sempre lo stesso. Con ossequiosa disponibilità l'impresa raccoglieva le obiezioni del Comune che a sua volta faceva il figurone di avere impedito il disastro. Più l'impresa azzardava all'inizio, più appariva la fierezza del negoziatore. Tutti ricordano in Sardegna la vicenda del Masterplan di Costa Smeralda. Debuttava con una richiesta di una decina di milioni di metri cubi via via ridimensionati negli anni. Fine alla soluzione accolta da Tom Barrack per aggiustamenti dell'esistente. Poche decine di migliaia di metri cubi per servizi, per non rompere l'equilibrio raggiunto si diceva nello staff del nuovo proprietario.

Insomma, se la prima proposta per Costa Turchese/ Olbia2 (ah, l'amore per le città nuove!) sembrava a me e ad altri amici una volgare assurda provocazione, la mediazione era comunque una roba da matti: 450mila metri cubi in riva al mare - forse un tantino più sopra - sarebbero stati una botta letale in un'area con quei caratteri. Una ventina di ettari di superfici coperte con estese urbanizzazioni strazierebbero quella speciale situazione ambientale in modo irrimediabile. Non se ne fece nulla - per fortuna. La pensata per favorire questa e altre iniziative - l'accordo di programma nella legge urbanistica- era zoppicante sul piano tecnico-giuridico più di quanto sospettassero i suoi fautori.

Poi il Ppr del 2006 ha cancellato, come è noto, ogni previsione in quell'area e in aree simili. Zero volume come doveva essere, sulla base di valutazioni svolte nell'interesse collettivo.

E' per questo che non si capisce la conclusione dell'ex sindaco. “ Evitando l'ombra della speculazione -dice- siamo arrivati ai 450mila metri cubi dell'attuale progetto... non in contrasto con il territorio circostante e con la promessa della realizzazione di un parco faunistico a spese dell'imprenditore”. Ma che vuol dire “attuale” ? Ma quale buon “attuale” progetto? Il progetto per Costa Turchese - sia chiaro - non è “attuale” neanche un pò, e servirebbe una variante molto temeraria al Ppr per resuscitarlo. Con effetto domino assicurato. Basti pensare al valore simbolico che si attribuisce a quel disegno per prevedere le conseguenze.

Vorrei allora che si dicesse a chiare lettere, in questa delicata fase, che le previsioni del Ppr non sono in discussione, almeno per chi sta da questa parte e guarda con preoccupazione ai paesi che si chiudono per alimentare ignobili periferie costiere. Non ho dubbi che il senatore Scanu - persona stimabile- sia oggi di questo avviso (e credo pure che all'epoca del suo sindacato non disponesse di adeguate valutazioni tecniche). Serve piuttosto, in questo clima, evitare i fraintendimenti. La destra è pronta a cavalcare ogni incertezza nei giudizi a sinistra, cosa che potrebbe alimentare la voglia di procedure ipersemplificate (già ben presenti del progetto di legge presentato nei giorni scorsi dalla giunta regionale sarda d'accordo con Berlusconi). Penso agli articoli 13 e 14 del cosiddetto piano casa di Cappellacci: nel caso li avessero pensati per aprire la strada a casi come Costa Turchese. Perchè credo che possiamo aspettarci di tutto.

La lotta dell'Innse è un'anomalia. Dice che esistono ancora degli operai che amerebbero continuare a fare gli operai, non sognano di aprire un bar o di farsi scritturare dal grande fratello. Rimette in discussione il nostro sguardo sugli operai. Il professor Ichino, invece, resta catafratto nelle sue certezze. Giuslavorista di vaglia, docente stimolante, uomo coraggioso, senatore non assenteista. Anche chi non condivide le sue idee e le sue ricette - e noi siamo tra questi - riconosce delle qualità a Pietro Ichino.

Ma della vicenda Innse, sia detto fuori dai denti, il professore non ha capito un tubo. Il suo commento, pubblicato ieri sul Corriere , brilla per ottusa insensibilità. Ichino riduce la lotta dei 49 operai dell'Innse a caso qualsiasi tra altri mille. L'interpreta come mera (e pigra, ai suoi occhi) lotta per non perdere il salario e un posto di lavoro qualsiasi. Gli sfugge che i 49 non resistono da 14 mesi perché vogliono assicurarsi un «posto» purchessia. Vogliono mantenere il loro di lavoro, quello che per anni hanno dimostrato di saper fare bene, in quella fabbrica lì, a Lambrate. Una fabbrica che, nonostante la ruggine sul cancello, potrebbe ancora avere commesse, se solo si trovasse un padrone un gradino sopra il livello di rottamaio. I tre mesi di autogestione gli operai di via Rubattino non li hanno fatti per tenersi in allenamento, ma per dimostrare la loro professionalità e il loro attaccamento a impianti da cui sono usciti pezzi che hanno portato il marchio Innse nel mondo. Per bloccare lo smontaggio di quegli impianti, e non per sport, in cinque sono saliti martedì sul carroponte.

Gronda di soggettività operaia e di storia industriale il caso Innse. Il senatore del Pd non vede né l'una, né l'altra. Lui vede solo «riti stanchi», lo «stesso logoro schema», un sindacato che spinge i lavoratori in «un vicolo cieco», costringendoli a «rimanere attaccati a tutti i costi a un padrone» incapace e inaffidabile. Perché tanto accanimento, argomenta Ichino, quando sarebbe facilissimo, persino in condizioni di crisi, «ricollocare altrove» quei 49 lavoratori? Basterebbe che il sindacato invece di mettersi di traverso, accettasse i licenziamenti, subordinandoli però a serie politiche di outplacement a carico dell'imprenditore che chiude un'azienda o la ristruttura. La parola inglese, che significa «ricollocazione», è un prezzemolo che non manca mai negli accordi di ristrutturazione. Anni dopo, quando si fanno i bilanci, si scopre che i «ricollocati» si contano sulle dita di una mano. E che nei rari casi in cui avviene, la ricollocazione si fa sempre al ribasso: chi era un operaio provetto finisce a mettere le scatole di biscotti sugli scaffali di un supermercato.

I 49 dell'Innse rifiutano questa prospettiva. Rifiutano un «altrove» dove la loro professionalità sarà inutile e «rottamata». Stupisce in questa epoca di operai senza identità il loro orgoglio e la loro cocciutaggine. Ma è tutta farina del loro sacco. Non è stato il sindacato, come a Ichino fa comodo credere trattandosi della Fiom, a fargli il lavaggio del cervello. Sfugge qualcosa anche ad alcuni lettori intervenuti sul nostro sito a proposito del caso Innse. Chi suggerisce ai 49 di Lambrate di «fare come in Francia», di ricorrere a metodi di lotta più «incisivi» e «violenti» dimentica una differenza sostanziale. L'obiettivo di quasi tutti i sequestri di manager in Francia è stato quello di spuntare più consistenti buone uscite, non di evitare la chiusura delle fabbriche. In via Rubattino non si lotta per ottenere qualche migliaia di euro per rimpolpare il magro assegno di mobilità. Si lotta per tenere in vita la fabbrica. Sempre sul nostro sito, qualcuno ha il dente avvelenato con gli operai diventati in massa berlusconiani o leghisti. «Vadano a farsi difendere da loro». Detto che anche gli operai leghisti meritano di essere difesi, se hanno ragione, la contumelia non si attaglia ai 49 dell'Innse. Di leghisti tra loro non ce ne sono, sono mosche bianche (o meglio rosse) anche in questo. Nel loro presidio gli zingari e i migranti sono sempre stati sempre benvenuti. Nell'Italia del rancore, della paura, dell'egoismo via Rubattino è uno dei rari luoghi in cui ultimi e penultimi si sono trovati dalla stessa parte della barricata.

La vicenda della Innse di Lambrate dimostra quali sviluppi drammatici possono presentarsi quando un numero crescente di persone vede violato a proprio danno un fondamentale diritto umano. E cioè il diritto ad una ragionevole sicurezza socio-economica. È l’esperienza di chi perde il lavoro senza averne alcuna responsabilità. Chi sia costretto a tale esperienza è colto anzitutto dall’angoscia per l’immediato futuro. Come farò, si chiede, a pagare le rate del mutuo e dell’auto, le cure odontoiatriche per i figli più piccoli, il costo della scuola superiore o dell’università per i più grandi. In secondo luogo la stessa persona si sente vittima di una grave ingiustizia, di un inganno che qualcuno ha ordito alle sue spalle e che improvvisamente si rivela come tale. Quando si colpisce il diritto a una giusta sicurezza socio-economica, sono queste le emozioni che si diffondono come un incendio boschivo sia tra i diretti interessati, sia tra coloro - molto più numerosi - che pensano domani potrebbe toccare a me.

Il punto critico non è quindi se i lavoratori della Innse abbiano esagerato o no nel salire su una gru per impedire lo smantellamento dei macchinari da parte del nuovo proprietario, ovvero se non avrebbero potuto trovare forme di protesta o di contrattazione meno trasgressive. Il punto è se il nostro paese possa ancora permettersi a lungo l’assenza di una politica della sicurezza socio-economica.

Dire che una simile politica non esiste da almeno vent’anni significa in verità dire troppo. Le politiche del lavoro di tale periodo non ignoravano certo la questione.

Semplicemente partivano dall’assunto, rivelatosi poi totalmente sbagliato, che in una economia dinamica, con elevati tassi di sviluppo, la sicurezza sarebbe stata assicurata agevolmente dal gran numero di veloci compensazioni che si svolgono sul mercato del lavoro: chi perda il lavoro il venerdì, si postulava, ne troverà sicuramente un altro il lunedì successivo. La moltiplicazione infinita delle occupazioni flessibili è stata fondata precisamente su tale assunto, che non ha alcuna base nemmeno negli Stati Uniti. Figuriamoci in Italia.

Al presente il problema, se possibile, si è ulteriormente complicato. Non soltanto l’economia crea nuovi posti di lavoro a un ritmo molto basso, ma è possibile che per un lungo periodo ne crei assai meno di quanti se ne stanno perdendo. E per accrescere la sicurezza dei milioni di individui che l’hanno già persa, o che temono di perderla tra breve, non basteranno né la ripresa - posto che questa arrivi nel 2010, o nel 2011, o ancora dopo - né un potenziamento dei cosiddetti ammortizzatori sociali. Sarebbero assolutamente necessarie politiche industriali realmente innovative rispetto ai modelli precedenti, che in altri paesi a partire dagli Stati Uniti, si cominciano a intravedere. Ci vorrebbero inoltre interventi radicali di sostegno al reddito, quale sarebbe ad esempio un reddito di base o reddito di cittadinanza che sia, nonché una redistribuzione del lavoro disponibile che non abbia paura di quello che fu in passato uno slogan - lavorare meno per lavorare tutti - ma che potrebbe rivelarsi come una ricetta indispensabile per il prossimo futuro. Bisognerebbe anche impedire che operazioni apparentemente razionali sotto il profilo industriale come il trasferimento di rami d’azienda, la vendita in blocco di imprese piccole e medie, o la cessione di impianti a terzi, non fossero usati semplicemente per licenziare d’un colpo centinaia di lavoratori senza giusta causa.

Per i lavoratori della Innse una soluzione dovrà essere comunque trovata in tempi rapidi. Senza ignorare che le imprese piccole e medie in difficoltà, da qui all’autunno, sono e saranno parecchie migliaia. Tuttavia a quei lavoratori va riconosciuto in ogni caso il merito di aver attirato l’attenzione, con il loro comportamento estremo, sulla necessità di riprendere a ragionare in merito all’economia e al lavoro come a strumenti che devono essere impiegati primariamente per assicurare al maggior numero di persone il diritto a un livello accettabile di sicurezza socio-economica. Non sarebbe nemmeno una novità.

Per almeno trent’anni, tra gli anni ‘50 e gli anni ‘80, quello che fu definito il compromesso capitale-lavoro funzionò efficacemente proprio nel produrre e diffondere in Europa tale forma essenziale di sicurezza e di diritto.

La solitudine del Prefetto

che volle «sciogliere» Fondi

di C. F.

Un prefetto «abbandonato» nel suo territorio dal suo governo. Altri prefetti che solidarizzano con il collega. Una bella fetta della città - dal Pd all’Idv passando per tutta la sinistra radicale (Sl,Comunisti), la Fondazione antimafia Caponnetto e Murales - che chiede l’intervento del Presidente della Repubblica in quanto «ultimo e unico garante delle istituzioni a cui è possibile rivolgersi». Succede a Fondi,agro pontino,il basso Lazio terra di mare e frutta e verdura. La conca d’oro, una volta,per via di quelle arance succose che prima della guerra prendevano il treno e finivano inGermania. Terra di mafia,oggi, dicono le inchieste della procura antimafia, del prefetto e del ministro dell’Interno. Brutta storia questa di Fondi. E urgente,a cui certo non giovano le ferie estive.

Iatituzioni lasciate sole. Il prefetto «abbandonato» è Bruno Frattasi,il rappresentante del governo nella provincia di Latina che a settembre2008ha chiesto lo scioglimento del comune perché «sono emersi elementi su collegamenti diretti degli amministratori con la criminalità organizzata talida compromettere la libera determinazione degli organi elettivi e il regolare funzionamento dei servizi». La sua richiesta di scioglimento,che significa decadenza di tutte le cariche dal sindaco in giù,è stata ribadita nel febbraio 2009 ministro dell’Interno. In genere,quando il ministro dell’Interno chiede lo scioglimento il Consiglio dei ministri accoglie e dispone nel giro di quindici giorni. Per Fondi la prassi è rivoluzionata. Non solo il comune non è stato ancora sciolto. Ma venerdì scorso il Consiglio dei ministri se n’è uscito con una giravolta tanto inattesa quando ambigua: «La decisione rinviata in attesa che il ministro dell’Interno presenti un’altra relazione alla luce della nuova legge». Nel multiforme pacchetto sicurezza,infatti,quello che introduce il reato di clandestinità e le ronde,c’è anche la revisione della norma antimafia che riguarda gli enti locali.

Uno choc. Il prefetto Frattasi è stato contattato solo dall’ufficio di gabinetto del ministro. Che fare? Boh, non si sa,«bisogna vedere come calare nella realtà il comunicato di palazzo Chigi».Da qui la rivolta. Silenziosa ma decisa quella dei prefetti. tra mille difficoltà si batte per il rispetto della legalità e la tutela dei valori costituzionali» dice il viceprefetto Maria Rosaria Ingenito segretario nazionale di Unadir. Punta al Quirinale quella fetta di città che non ne può più di negozi che «aprono e chiudono»,di speculazioni e abusi edilizi. Per non parlare del Mercato dell’ortofrutta. «Ci rivolgiamo al Presidente – spiega Bruno Fiore, coordinatore del Pd di Fondi – perché non ci resta che il Quirinale. Questo rinvio è una vergogna, un’operazione di smaccato salvataggio politico nonché una forzatura dell’applicazione di una legge dello Stato». Salvataggio del sindaco Luigi Parisella (Pdl) e del plenipotenziario locale il senatore Claudio Fazzone (Pdl). Durissima la Fondazione Caponnetto. «Ormai nell’agro pontino è radicato un sistema criminale mafioso” dicono Elvio Di Cesare e Vincenzo Trani . E questo è un governo che fa antimafia solo a parole ».

Dal MOF all’edilizia

gli affari delle cosche nel comune pontino

di Claudia Fusani

Felice attraversa in bicicletta il cortile del mercato ortofrutticolo di Fondi, anima e motore dell’economia del paese, 400 ettari di depositi di frutta e verdura, 800 milioni di fatturato l’anno che danno da vivere a migliaia di famiglie. Si chiama MOF,è il più grande d’Europa. Da qualche anno, dicono le inchieste della magistratura, «snodo di affari di ‘ndrangheta e camorra». La mafia? «Qui – ragiona Felice - i problemi sono gli scoperti delle ditte,crediti che andiamo a riscuotere anche dopo 120 giorni,se va bene...». E quando non va bene, si deve ricorrere a chi è esperto nel recupero dei crediti. La famiglia Tripodo, ad esempio, un pezzo importante di ‘ndrangheta,contanti subito che significano salvezza ma anche diventare schiavi. La direzione delMof,spa a maggioranza pubblica, presidente Giuseppe La Rocca (Pd),amministratore delegato Vincenzo Addessi,calcola che siano «intorno al 25 per cento del fatturato gli scoperti delle aziende».

Montagne di cocomerie meloni, cataste di pesche gialle e bianche, insalata, pomodori, peperoni giganti,susine e albicocche, bilici di limoni e uva. Le mafie sanno nascondersi anche in questo paradiso di odori e sapori. Soprattutto qua. Ma non solo qua. A leggere la lettera con cui il prefetto Frattasi nel settembre 2008 chiese,ma ancora non ha ottenuto,lo scioglimento del consiglio comunale di questa cittadina dell’agro pontino,vengono i brividi. All’inizio degli anni settanta qui furono mandati al confino una decina di famiglie di ‘ndrangheta e camorra, una mappa che parla da sola: i casalesi a Minturno,i Bardellino a Formia, Tripodo e Galluzzo a Fondi, Ciarelli,Di Silvio e Baldascini a Latina e poi Alvaro e Nitta- Strangio. La serie A della criminalità organizzata. «Appaiono altamente significative – scrive il prefetto - le connessioni,emerse chiaramente tra la famiglia Tripodo e soggetti legati,per via parentale, anche a figure di vertice del comune di Fondi,nonché a titolari di attività commerciali pienamente inserite nel mercato ortofrutticolo». Segnati in rosso sono poi «i rapporti tra Tripodo Antonio Venanzio,fratello di Carmelo,Peppe Franco, titolare di attività ortofrutticola nell’ambito del Mof,Luigi Parisella,sindaco del comune di Fondi e cugino di Peppe Franco».

Tutto questoera stato scritto nell’ottobre 2008. Il 6 luglio l’operazione della Dda Damasco conferma lo schema arrestando17persone: i fratelli Tripodo,l’imprenditore della frutta Peppe Franco,un vero boss al Mof ,e poi il direttore dei Lavori Pubblici Gianfranco Mariorenzi,il direttore delle Attività produttive e del Bilancio Tommasina Biondino, il comandante dei vigili urbani e il suo vice. Insomma,mezza città quella che,secondo l’accusa del gip Cecilia Demma,«si muove intorno al sodalizio costituito dai fratelli Tripodo,dai Peppe e dai Trani e dai loro prestanome». Sodalizio che da almeno due anni «ha in mano gli appalti pubblici,i servizi funebri, le pulizie, l’edilizia». Per Gemma Peppe,invece, la figlia di Franco che cerca di lavorare al box 5 dell’ultimo corridoio del Mof mentre gli uomini di casa sono in cella o latitanti,«sono tutte storie»: «A Fondi ci sono solo ladri di polli».

È più o meno, questa,la stessa posizione del sindaco Luigi Parisella e del suo sponsor politico,il senatore Claudio Fazzone,48 anni, ex poliziotto,autista di Mancino quando era ministro dell’Interno. Una carriera fulminante,la sua: nel Duemila,esordio nelle liste di Fi alle regionali,risulta il più votato d’Italia dopo Berlusconi. Diventa presidente del consiglio regionale, e da allora non l’ha fermato più nessuno.È lui che a novembre sale al Viminale e la pratica Fondi,in qualche modo,si ferma. Uomo potente, Fazzone. Mai un’inchiesta, eppure è ancora avviata presso la procura di Latina quella che riguarda alcuni suoi presunti beneficiati alla Asl di Latina,dai portantini agli infermieri. «Basta con questa storia della mafia a Fondi» ripete il senatore. «Ormai possiamo stare tranquilli» fa eco il sindaco. Certo lo scioglimento sarebbe una tragedia,per lui e per la sua giunta: appalti, urbanizzazioni, oltre cinque mila nuovi alloggi,la nuova Casa comunale e il centro commerciale. Appalti,spiega Bruno Fiore,coordinatore del Pd,«in mano a prestanome».

L’ex assessore ai Lavori Pubblici Riccardo Izzi che ha dato il via alle inchieste ha parlato di «un accordo perchè i clan Tripodo,Zizzo e Bouzan si spartiscano la provincia di Latina». Un sistema criminale, raccontato e svelato. Ma il governo prende tempo.

LE TAPPE DELLA VICENDA

FEBBRAIO 2008

Il prefetto di Latina Bruno Frattasi invia una commissione d’accesso al Comune di Fondi per verificarne probabili infiltrazioni mafiose.

SETTEMBRE 2008

La commissione termina il proprio lavoro. E consegna al ministro dell’Interno Roberto Maroni una relazione in cui chiede lo scioglimento.

OTTOBRE 2008

Il ministro dell’Interno Roberto Maroni insedia una nuova Commissione d’inchiesta che lavora fino al mese di dicembre.

FEBBRAIO 2009

Il ministro dell’Interno,dopo le dovute verifiche della Commissione,chiede lo scioglimento del Consiglio comunale di Fondi.

6 LUGLIO 2009

La Dda arresta diciassette persone tra boss,ex assessori, consiglieri e funzionari comunali del comune del basso Lazio.

24 LUGLIO 2009

In Consiglio dei Ministri delibera lo scioglimento dei comuni di Fabrizia e Vallelunga Pratameno ma non quello di Fondi.

Intervista ad Achille Serra

“Su Fondi il governo ha il dovere di assumere una decisione”

di Jolanda Bufalini

Ecco lo spot di Maroni, dice che i reati sono diminuiti dell’8%. Ma quello che è diminuito è lo spazio nelle Tv. Sulla povera signora Reggiani fu costruita un’intera campagna elettorale. Ora, una violenza carnale scompare subito dai primi titoli dei notiziari».

Senatore Serra, qual è lo stato della sicurezza?

«Facciamo un esame tecnico, non politico: perché dovrebbe essere migliorata la sicurezza? Il “pacchetto” appena pubblicato sulla Gazzetta ufficiale non può aver esplicato i suoi effetti. L’utilizzo sparso dei militari? Le ronde? Non cadiamo nella farsa. Gli sbarchi? Fino alla fine di maggio mai se ne erano verificati tanti. I nomadi? Quando con Veltroni dicevamo che italiani e rumeni non si possono mandare via, che il problema va gestito, ci si scagliarono contro. Non solo non sono riusciti a mandarne via nemmeno uno, ma non hanno governato il problema, con l’allestimento dei nuovi campi come stavamo facendo noi».

Ma i reati sono diminuiti?

«Da anni i reati diminuiscono grazie a un lavoro straordinario delle forze dell’ordine, che però hanno subito un ulteriore fortissimo taglio alle risorse, tanto da unificare sindacati di destra e di sinistra nella contestazione al governo».

Il Consiglio dei ministri ha rinviato la decisione sullo scioglimento del comune di Fondi. Cosa ne pensa?

«C’è una relazione eccellente del prefetto Frattasi, c’è la richiesta del ministro Maroni di scioglimento per infiltrazione mafiosa. Il comportamento del governo è da biasimare, deve pronunciarsi. Da prefetto io ho chiesto lo scioglimento di alcuni comuni, il ministro Amato si prese il tempo necessario ma poi la sua richiesta fu accolta dal consiglio dei ministri».

Il ministro Maroni ha, per due volte, confermato la richiesta.

«Do atto al ministro, che stimo, di aver fatto ciò che doveva. In commissione antimafia abbiamo chiesto gli atti e li abbiamo avuti. C’è stato un intervento della capogruppo Pd Laura Garavini. Il prefetto Frattasi ha fatto un’istruttoria eccellente. Ed se lui dice che c’è un pericolo di mafia non se lo sogna. Il suo lavoro è il terminale di una commissione di cui fanno parte finanzieri, carabinieri, poliziotti, ragionieri. Il ministro ha valutato come corretta la relazione del prefetto. Se il governo ha un parere diverso deve dirlo, ma non può non pronunciarsi. Poi discuteremo. Se c’èun pericolo di mafia quel consiglio comunale va sciolto».

Il prefetto Frattasi è un funzionario dello Stato,potrebbe trovarsi in una situazione esposta...

«Neanche mi sfiora l’idea. Guai se in Italia si arrivasse a questo. Io da prefetto di Roma o di Palermo ho fatto proposte di scioglimento dei comuni. Mai ho pensato a ritorsioni e nessuno Mi ha mai dato adito, ci fossero governi di destra e di sinistra, a pensieri di questo tipo. Veramente sarebbe di estrema di gravità se si verificasse anche solo un sospetto.

Il progetto di Renzo Piano non si tocca. E non solo, dice Giorgio Oldrini, «per la sua qualità indiscussa e il valore internazionale». Ma anche perché, avverte, «è il frutto di un lavoro durato due anni e chiunque pensi di farne un altro deve sapere che vorrebbe dire ricominciare da capo: non credo che convenga a nessuno». Un progetto vitale, insomma, per il futuro di Sesto San Giovanni. Ed è per questo che sindaco e assessori hanno incontrato i nuovi amministratori di Risanamento. È il primo contatto dopo il crac del gruppo immobiliare, per capire quale sarà il destino delle ex Falck e di quel milione e mezzo di metri quadrati che Luigi Zunino (il socio di controllo che si è fatto da parte lasciando tutte le cariche e il cda) aveva affidato alla creatività di Piano. Oldrini adesso torna a sperare: «Ci hanno ribadito che entro il 1° settembre verrà presentato il nuovo piano industriale e che il progetto che contemplerà sarà quello di Piano». Anche se tutto rimane legato a molte incognite finanziarie.

Per colmare i vuoti delle Falck e dell’ex Marelli, ma anche la frattura con Milano, l’architetto ha disegnato una città trasparente, con case "sospese" a dodici metri d’altezza per lasciare spazio a verde, istituti universitari, incubatori di impresa, laboratori di ricerca e una parte fondamentale riservata alle energie rinnovabili. Oldrini ci crede: «Questo progetto può essere un’occasione di rilancio per tutta l’Italia». Ma comporterebbe anche un investimento non indifferente. Ancora da sciogliere, poi, il nodo dell’accordo con Fs, proprietaria di un’area confinante e della stazione che il Comune vuole sia rinnovata.

Quello con il nuovo presidente di Risanamento spa, Vincenzo Mariconda - avvocato e docente della Cattolica - e Salvatore Mancuso, un banchiere che agisce in qualità di consulente per Intesa San Paolo, per il Comune «è stato il primo incontro. Continueremo a vederci per seguire l’evolversi della situazione». I nuovi vertici avrebbero fatto intendere che si dovrà lavorare tutto il mese per presentare il piano di rilancio entro il primo settembre: una data, questa, garantita al Tribunale fallimentare che ha concesso altro tempo prima di mandare il gruppo in liquidazione, come avevano chiesto i pm che stanno indagando sui possibili risvolti penali del crac. Ciò potrebbe far tornare in discussione non tanto il progetto Piano, quanto quello finanziario che prevedeva l’affidamento delle aree Falck a un fondo immobiliare costituito dalle banche creditrici e di cui anche il Comune di Sesto avrebbe avuto una quota "simbolica" inferiore all’1%. Due dei più importanti istituti avrebbero visioni opposte: Intesa spinge per il fondo, Unicredit frena. Ma la nomina del nuovo cda e il nuovo piano industriale potrebbero rimescolare le carte.

Il Governo Berlusconi vuole realizzare il Ponte sullo Stretto, nomina commissario straordinario Pietro Ciucci, ma poi frena sulle risorse per finanziarlo. Intanto la rete No Ponte riparte e si prepara a manifestare a Messina l’8 di agosto contro il progetto e per la difesa del territorio.

Si potrebbero riassumere così le ultime novità sul progetto Ponte sullo Stretto.

Inserito “naturalmente” dal Governo nell’Allegato Infrastrutture al DPEF 2010-2012 tra le priorità, in realtà un emendamento al Decreto Legge Anticrisi approvato dal Parlamento a fine luglio tira fortemente il freno sulle risorse finanziarie da assegnare al progetto. L’emendamento precisa che le risorse - pari ad 1,3 miliardi prenotate per l’opera - saranno date annualmente “compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica” e deliberate dal CIPE: quindi niente assegnazione immediata ed in blocco delle risorse alla società Stretto di Messina da parte del Cipe come era stato annunciato più volte. E’ stato il Ministro Tremonti a volere questa misura cautelativa che ha scatenato le reazioni dell’MPA di Lombardo, che non ha partecipato al voto anche a causa dello scippo sistematico dei fondi FAS al sud.

Nello stesso articolo viene anche nominato Pietro Ciucci, commissario straordinario per il Ponte, incarico che aggiunge al ruolo di Amministratore Delegato della società Stretto di Messina e di Presidente-Direttore dell’ANAS, che per l’82% è l’azionista principale dello società Stretto di Messina. Tutto il potere nelle mani di un solo commissario per superare le difficoltà finanziarie e procedurali del progetto, che se da un lato sono la solita scorciatoia per evitare le procedure ordinarie (già semplificate dalla legge obiettivo) dall’altro indicano le grandi difficoltà in cui è immerso il progetto.

Il commissario Ciucci dice la norma “dovrà rimuovere tutti gli ostacoli frapposti al riavvio delle attività anche mediante l’adeguamento dei contratti stipulati con il contraente generale” e la conseguente approvazione delle eventuali modifiche del piano economico-finanziario. I costi sono dunque destinati a lievitare anche se adesso non è ancora noto di quanto. E che vi siano difficoltà finanziarie ne è la riprova anche la dichiarazione di Mario Ciaccia, AD e Direttore Generale di Biis Banca Intesa San Paolo, che ha dichiarato di essere pronti a fare la loro parte nel progetto di Ponte sullo Stretto.

Il Commissario Straordinario avrà 60 giorni di tempo per svolgere il suo mandato e quindi a fine settembre dovrà riferire al Cipe ed al Ministro delle Infrastrutture e Trasporti: ma è davvero inaccettabile che sia un solo uomo a decidere del piano economico e finanziario di un progetto che costa sei miliardi di euro solo alla fase preliminare.

Dopo il tremendo terremoto in Abruzzo, per una attimo anche il progetto del Ponte sullo stretto di Messina era sembrato tornare in discussione perché troppo vistosa la sproporzione tra costruire un’opera di dubbia utilità ed un’area ad elevato rischio sismico che se vivesse un nuovo e grave terremoto – hanno detto i tecnici – vedrebbe crollare a Messina la metà della case con un carico di morte e sofferenza devastante ed insostenibile.

Anche l’economista Alberto Quadro Curzio, preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’università Cattolica di Milano, aveva scritto un pezzo sul Corriere della Sera in cui proponeva che per recuperare risorse da destinare alla ricostruzione in Abruzzo fosse opportuna “la revisione di alcune priorità del governo tra cui il Ponte sullo Stretto” che essendo in progettazione da almeno 4 decenni non era certo una urgenza nazionale.

Ma quasi di nascosto, venerdì 17 aprile, il progetto ha fatto un balzo in avanti: la Società Stretto di Messina ha firmato l’accordo con Eurolink spa per la realizzazione dell’opera, alla presenza del ministro per le infrastrutture Matteoli. Soddisfatto Massimo Ponzellini, AD di Impregilo, impresa capofila di Eurolink con il 45% di azioni, che con questa commessa si porta a casa tra i 4,5 ed i 5 miliardi di lavori.

L’accordo stima il costo dell’opera in 6,3 miliardi di euro ( 200 milioni in più rispetto al 2006) e viene tre anni dopo la firma del contratto con Impregilo, sottoscritto a pochi giorni dalle elezioni politiche da Pietro Ciucci, AD della Stretto di Messina (poi diventato anche presidente di ANAS). Contratto poi congelato dalla decisione del Governo Prodi di sospendere l’iter di realizzazione del ponte sospeso, come scritto del programma dell’Unione.

Inutilmente Verdi e Rifondazione Comunista hanno chiesto ripetutamente che venisse anche sciolta la società Stretto di Messina ma l’opposizione del Ministro Di Pietro ( che agitava il fantasma di una maxipenale) e dell’Italia dei Lavori non hanno consentito di ottenere questo risultato.

In sede europea hanno riaperto il fascicolo sul progetto del Ponte di Messina perché la procedura d’infrazione aperta con l’ipotesi di violazioni ambientali era stata poi sospesa a causa della decisione del governo Prodi di fermare il progetto. Ma le questioni ambientali non sono mai state risolte ed ora la Commissione Europea vuole vederci chiaro ed entro fine settembre si dovrà pronunciare.

Un primo passo era stato deciso dal Governo Berlusconi il 6 marzo 2009 dal CIPE con la prenotazione di 1,3 miliardi alla società Stretto di Messina Spa, ma il piano economico e finanziario dovrà essere rifatto e secondo la nuova norma del DL Anticrisi le risorse verranno assegnate annualmente sulla base delle effettive disponibilità di risorse. Va poi ricordato che il Ponte non rientra tra i progetti TEN finanziati con risorse europee.

Nessuno ha ancora risposto alle pesanti obiezioni tecniche del prof. Remo Calzona, ex coordinatore scientifico della Società Stretto di Messina sulle reali condizioni sismologichedell’area secondo cui il progetto attuale, ha totalmente e colpevolmente trascurato la presenza di faglie attive che interessano pesantemente l’area, specie dalla parte calabrese. “Misteriosamente in questa rappresentazione (……) sono scomparse le faglie sotto le pile, portando a pensare che queste potessero cadere in zone non interessate da faglie. La realtà delle sezioni, fatta nell’ambito degli studi per il progetto di massima, contraddice questa tesi e pone una nuova argomentazione ostativa alla realizzazione del ponte a campata unica proposta dalla Società SdM nel 2002” scrive nel suo libro “La ricerca non ha fine. Il Ponte sullo Stretto di Messina” (ed. DEI Tipografia del Genio Civile).

Un’accusa pesante e documentata, che già esperti, geologi ed ambientalisti avevano segnalato durante la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, ma che viene bellamente trascurata, come se niente il governo Berlusconi avesse imparato dalla dura lezione del terremoto in Abruzzo.

Anche per queste ragioni, la rete No Ponte (www.retenoponte.it) con l’adesione delle associazioni ambientaliste WWF, Italia Nostra e Legambiente, di sindacati, centri sociali e comitati si sono dati appuntamento a Messina per l’8 agosto “Contro il Ponte e per la tutela dei territori”, per rimettere in marcia una grande battaglia popolare.

Il Ponte di Messina va avanti, Impregilo incassa, ma i cittadini e le cittadine fanno sentire di nuovo la loro voce, come già hanno fatto tante altre volte in passato, perché insieme possiamo fermarlo di nuovo.

Spaccio, furti, pitbull e un esercito di baby-senti nelle dell’illegalità, bambini in bicicletta pronti a da­re l’allarme. Sei palazzi prigionieri del crimine alla periferia nord di Milano, case popolari senza legge. Cocaina porta a porta. I boss bus sano e passano la droga. Bande di ragazzi vigilano.

In una cantina, sul muro, tra bestemmie e frasi di sesso, hanno tirato una scritta, enorme, che schiaccia e nasconde le al tre: the ghetto of Milan .I pitbull vengono lasciati appesi una notte e un giorno a un albero, per educarli alla rabbia, così diventano più che da guardia cani da assalto, assalto contro i poliziotti.

I bimbi girano su biciclettine nei grandi giardini interni spogliati di alberi, altalene, scivoli; hanno otto e nove anni, fanno le sentinelle per trenta euro a settimana. Quando arriva un estraneo, fischiano. Allora altri bambini vanno su e giù a bussare, due tocchi brevi e uno lungo, oppure tre lunghi e uno breve, è un linguaggio in codice. Bussano agli appartamenti di insospettabili e incensurati — ultimi arrestati un magazziniere e una mamma — ai quali i boss, per quattrocento euro la settimana, ordinano di conservare la cocaina. La coca è acquistata dai narcotrafficanti sudamericani: le analisi della polizia scientifica hanno rilevato una purezza dell’84%. In città, dove 150mila persone pippano in un anno sei tonnellate di roba, la media di purezza è del 40%, con un prezzo al grammo di 70 euro. Alle «case» è di 90, 100. È cocaina altrove tagliata con aspirina, gesso e la velenosa stricnina, e qui invece trattata quasi con delicatezza. È la più buona. Non si tirano mai pacchi. E infatti c’è la coda.

dal cantiere della metropolitana (foto f. bottini)

Le «case» e basta. Le chiamano così. Lo schema (il fantasma?) di Gomorra. I boss garantiscono assistenza legale e sostegno economicoa chi finisce in galera. Sei civici di palazzi popolari dell’Aler, l’Azienda lombarda di edilizia residenziale; palazzi uguali e vicini, al ti nove piani, in mezzo a due stradone della periferia nord, prima che inizino Sesto San Giovanni e l’hinterland.

I civici: 304, 306, 308 e 310 in viale Fulvio Testi; 361 e 365 in via le Sarca. L’Aler ha messo le «case» tra le priorità, manda ispettori, li rimanda; deve fare i conti con il 24% delle famiglie in arretrato da più di un anno con il pagamento dell’affitto. Dei 216 alloggi (36 in mano agli abusivi) la metà sono abitati da stranieri. Ma questa non è una storia di stranieri. Negli anni Settanta i sei condomini furono occupati ancor prima che chiudesse il cantiere. Negli anni Ottanta arrivò la solita soluzione all’italiana, una megasanatoria per tutti, fosse ro pregiudicati e operai (siamo in un’antica terra industriale, nobile e proletaria: la Pirelli, la Breda).

I boss, racconta la polizia, sono itre Porcino, fratelli originari di Melito di Porto Salvo, il Paese più a sud dell’Italia peninsulare, e due famiglie di nomadi italiani, i Braidic e gli Hudorovich. Gli investiga tori associano questi ultimi ai furti di motorini e auto (agguantati nei parcheggi dei vicini centri commerciali, trasportati nelle cantine delle «case», spezzettati e venduti), mentre sui primi la voce è una soltanto: cocaina. Per comprare la droga l’accesso è su viale Fulvio Testi, da un parcheggio che costeggiala cancellata e separa da un hotel quattro stelle.

C’è un’inchiesta della Direzione antimafia. Cocaina partita dalle «case» e consegnata agli emissari della ’ndrangheta in Calabria. Con tatti dei padrini anche durante le partite allo stadio Meazza di Inter e Milan contro la Reggina, la squadra di Reggio Calabria. La Reggina, nel campionato appena finito, è retrocessa.

La presenza del Comune è una telecamera che fa tenerezza e fa ridere. Sporge da un muro, ha funzionato per qualche minuto; tempo di installarla, e i giovani si arrampicarono e la girarono verso lo stesso muro. Poi, certo, diranno che ci sarà il nuovo metrò. A dieci metri, su viale Fulvio Testi, sta sor gendo una delle stazioni della linea 5.

Il questore Vincenzo Indolfi considera questo posto una ferita, anzi, dice, «un tumore». Ha dato mandato al commissariato di Greco-Turro, guidato da Manfredi Fa va, di martellare le «case». Fava ha una squadra di gente da strada, che salta amori e riposi. I risultati ci sono, anche se certe amministrazioni gradirebbero altre operazioni, magari più in centro. Ogni due settimane, comunque, c’è un arresto. Faticoso: i residenti non collaborano, non denunciano. Sotto­missione. Terrore. L’abitudine che non prevede scatti, di rabbia o indignazione. La routine di un’esistenza in ciabatte e canottiera.

Servirà alle grandi navi che dovranno trasportare le paratoie del Mose. E’ già in fase di costruzione una passerella larga tre metri sulle mura esterne dello storico complesso

Un nuovo molo in laguna dietro le mura dell’Arsenale nord. Per ospitare le grandi navi da cinquanta metri (jack up) che dovranno trasportare le paratoie del Mose. E una passerella larga tre metri sulle mura esterne dello storico complesso. Sono cominciati da qualche giorno, nell’area tra l’Arsenale e il Canale delle navi, i lavori di preparazione di quel tratto di laguna, che sarà «occupata» dai mezzi del Mose. Bricole transennate con la plastica arancione e bandierine piantate per avvisare i naviganti. Sul fondo sono già stati piantati decine di cilindri in metallo e calcestruzzo che dovranno sostenere la nuova struttura. Una parte di laguna che cambia aspetto. Verso San Michele e le Vignole, mezzi del Consorzio sono all’opera per ricavare le «barene artificiali». Isole dove mettere i fanghi scavati dalle bocche di porto di Lido. Un progetto che ha sollevato molte critiche e che attende di essere discusso in Comune e in Municipalità.

I lavori intanto proseguono anche fuori dell’Arsenale. La mura del lato nord è stata tagliata in due punti per consentire l’accesso diretto dai bacini all’acqua. La parte dell’Arsenale Novissimo è stata affidata in concessione al Consorzio Venezia Nuova per trent’anni dal governo Berlusconi nel 2005. I bacini di carenaggio serviranno per la manutenzione della paratoie del Mose, che dovranno essere periodicamente sollevate dal fondo e trasportate proprio all’Arsenale per la manutenzione. Per fare questo il Consorzio ha fatto costruire due grandi navi, i jack up, lunghe cinquanta metri, che saranno ormeggiate nella nuova «darsena» esterna dell’Arsenale. In quella storica, da dove sono state sfrattate le barche tradizionali dell’Associazione Arzanà, sono già ormeggiate le navi che lavorano alla bocca di porto. Il Consorzio avrà in uso anche alcuni dei capannoni storici (Tese) che sono stati in parte restaurati. Per raggiungerli si sta ricostruendo anche la passerella sul lato verso la laguna nord. Ma intanto i lavori proseguono. La nuova «darsena» per le meganavi è già stata autorizzata dal Comitato tecnico di Magistratura, presieduto da Patrizio Cuccioletta. Un sì di massima era arrivato lo scorso anno dalla Commissione di Salvaguardia per un progetto che proponeva di adeguare il molo, utilizzato fino a qualche anno fa per la manutenzione delle navi, per imbarcazioni più grandi. Lavori che proseguono mentre sul Mose la polemica non si placa. Mentre il Consorzio ha iniziato la sperimentazione delle cerniere delle paratoie, uno studio commissionato dal Comune alla società Principia ha concluso che in condizioni di mare agitato il Mose diventa un sistema instabile e rischia di non funzionare perché l’acqua entra tra una paratoia e l’altra. /article/articleview/13598/0/178/

Ferrovecchio da rottamare. Sono ferrovecchio tanto i macchinari quanto gli operai. E' difficile trovare una metafora più calzante per la storia della Innse, una fabbrica milanese passata attraverso mille traversie, vendite e svendite dai tempi in cui si chiamava Innocenti, poi Iri, poi Demag, fino all'ultimo passaggio che l'ha portata nelle braccia di un rottamatore. Parliamo di impianti pregiati per la costruzione di macchinari per l'industria e le infrastrutture che potrebbero ancora dare lavoro a una classe operaia altamente specializzata - quella dei simboli del boom italiano: dai mitici tubi Innocenti, alla Lambretta, alla Mini - ma che oggi vogliono buttare in un altoforno con i suoi operai. E contro chi ci lavorava fino a 14 mesi fa e da 14 mesi presidia i cancelli per evitare lo svuotamento della fabbrica, è intervenuta, per la seconda volta, la polizia.

La storia della Innse è dunque la classica storia di distruzione di capitale, industriale e umano. Una distruzione che avviene nell'area più ricca d'Italia, tra le più ricche d'Europa, nell'occhio della più spregiudicata speculazione edilizia e commerciale. L'idelogia postindustrialista che la governa si fonda sulla cancellazione di saperi, di culture, di una memoria collettiva del territorio. Se non servono a far soldi, le professionalità operaie, meglio rottamarle. Eppure servirebbero anche a far soldi. Sì, ma anche se così fosse non risponderebbero al progetto di rottamatori e speculatori, dunque avanti con le cariche poliziesche per spazzar via ogni residuo ostacolo novecentesco. Come se il Duemila potesse vivere seguendo le stesse regole che hanno costruito la più grave crisi finanziaria, economica e sociale dal lontano '29.

Questo giornale ha raccontato e oggi ripropone racconti di questi operai che non si accontentano di un salario ma difendono la loro professionalità e anche la qualità della vita del ricco (e attraente per i capitali speculativi che vogliono l'area libera e vendibile) territorio di Lambrate, in cui la loro fabbrica ha la sfortuna di trovarsi. Pensate, è a loro che si rivolgono i rom della zona per avere un po' d'acqua, e magari anche un piatto di risotto cucinato nella mensa improvvisata dai lavoratori. Ma se in quel cuore europeo del futuro postindustriale sono di troppo gli operai, figuriamoci gli «zingari», e con loro quegli scapigliati dei centri sociali che danno manforte agli uni e agli altri. Bisogna fare pulizia, anche con la polizia se necessario. Non è tempo di solidarietà, è tempo di Lega. E si racconta che il rottamatore abbia avuto l'appalto grazie alle sue frequentazioni con il ministro Castelli.

Lo sciopero di due ore di tutti i metalmeccanici milanesi indetto per oggi, in pieno agosto, dalla Fiom, è qualcosa di più di un momento di solidarietà di classe: è una tappa nella lotta per la difesa di un'identità collettiva, che vive nel territorio e nelle relazioni sociali tra le persone. E per un futuro vivibile per tutti. Settembre e l'autunno, quando l'emergenza sociale sarà il primo punto nell'agenda di una politica, se va bene distratta sennò nociva, non sono alle porte: iniziano oggi, con lo sciopero dei metalmeccanici per difendere il capitale umano e industriale della Innse.

La speranza, si sa, è l'ultima a morire. Se si mischia alla rabbia, alla forza di volontà, alla cocciutaggine di chi non vuole arrendersi alla rassegnazione di vedere scomparire il proprio mondo solo per l'ingordigia di uno speculatore, può diventare una miscela esplosiva. Di quelle che, a forza di insistere, la può avere vinta, anche contro i pronostici negativi che danno la battaglia ormai persa.

Gli operai della Innse Presse sono così, testardi fino all'inverosimile. Sanno di essere nel giusto, di avere ragione. E non mollano, nemmeno davanti ai manganelli della polizia: «Noi non ce ne andremo mai da qui - dicono tutti uniti - Abbiamo passato qui davanti 14 mesi e non è certo questo il momento di andarsene». Non si sono arresi quando il loro padrone, il «signor» Silvano Genta, ha dato loro un benservito collettivo, a fine maggio dello scorso anno. Si sono rimboccati le maniche, hanno autogestito la fabbrica per alcuni mesi. Perché alla Innse, alla faccia della crisi, non è il lavoro che manca. Le commesse ci sono, gli ordini arrivano. Ci sarebbe pure un compratore disposto a rilevare l'azienda. A mettersi di traverso, c'è solo la cupidigia di un padrone che vuole speculare per fare una palata di quattrini sulla pelle dei lavoratori. Ha già venduto i preziosi macchinari della fabbrica, guadagnando un paio di milioni di euro. Se si pensa che nel 2006, grazie alla Prodi-bis, aveva rilevato l'intera azienda con soli 700mila euro...

Ma i lavoratori non vogliono saperne di vedersi portar via sotto il naso i loro strumenti di lavoro. Da mesi, da più di un anno ormai, presidiano la fabbrica, giorno e notte. Con la solidarietà di altri lavoratori, dei cittadini del quartiere, dei sindacati. Ultimamente, almeno a parole, anche delle istituzioni locali. Solo pochi giorni fa il consiglio regionale ha approvato, all'unanimità, un ordine del giorno che parla della Innse come di un «patrimonio consistente» per cui bisogna attuare «tutte le iniziative utili per rilanciare l'azienda e salvarla». Era stato anche assicurato che si sarebbe fatto passare il mese di agosto prima di tornare a fare qualcosa, e invece...

E invece domenica mattina è arrivata una squadra di operai di altre ditte, scortata dalla polizia, per iniziare a smantellare la fabbrica, a smontare pezzo a pezzo i macchinari. I lavoratori della Innse non ci sono stati a questa «presa per il culo», con un tam-tam veloce hanno radunato altra gente, tutti lì, sotto il sole, a protestare. Quando hanno provato ad occupare la vicina tangenziale milanese si sono beccati pure le manganellate delle forze dell'ordine. Una giornata di tensione, fino a sera, quando è arrivata la rassicurazione che il giorno successivo ci sarebbe stato un incontro con il presidente della Regione Roberto Formigoni. Che ieri però se n'è bellamente lavato le mani. I lavoratori della Innse, insieme ai rappresentanti sindacali della Fiom, Giorgio Cremaschi e Maria Sciancati, si sono trovati davanti a dei semplici funzionari. Il governatore, dopo una conferenza stampa su tutt'altro argomento, ha pensato bene di andarsene al mare, lasciando tutti ad aspettarlo. Del resto, già il giorno prima aveva fatto capire che aria tirasse: «La Regione Lombardia ha fatto tutto il possibile, ma non si è arrivati a una conclusione». E ieri ha scaricato le responsabilità di quanto successo sulla magistratura: «Dopo lo sforzo messo in atto dalla sola Regione in questi mesi notiamo che l'intervento delle forze dell'ordine e il sequestro dei macchinari è stato disposto dalla prefettura in ottemperanza a una decisione della magistratura», ha fatto sapere in una nota. Nulla di più, Ponzio Pilato ha immerso le mani nella bacinella dell'acqua ed è scappato al mare.

Intanto però la solidarietà ai lavoratori della Innse si è ampliata. Alcuni parlamentari del Partito democratico hanno presentato un'interpellanza al ministro Maroni per avere spiegazioni sull'uso della forza da parte della polizia domenica. Ieri davanti ai cancelli della Innse, insieme ai lavoratori, c'erano esponenti delle forze di opposizione regionali, provinciali e comunali. E la Fiom al gran completo: la segretaria milanese Maria Sciancati, Giorgio Cremaschi e Gianni Rinaldini. A denunciare la vergogna di uno stato che «con un dispendio altissimo di soldi per il dispiegamento delle forze dell'ordine sta difendendo gli interessi di uno speculatore contro i diritti dei lavoratori».

Oggi tutte le fabbriche metalmeccaniche del milanese scenderanno in sciopero per due ore a sostegno della lotta degli operai della Innse. Che ribadiscono le loro intenzioni: «Non ci fermiamo, noi continueremo a lottare fino alla fine, siamo pronti anche a compiere gesti estremi per difendere il nostro lavoro». Sperano ancora, con rabbia e determinazione, di riuscire a ottenere qualcosa. Il presidio continua, i lavoratori fanno turni davanti alla fabbrica per impedire che si portino via i loro macchinari, quelli su cui si sono costruiti una professionalità nel corso degli anni, riconosciuta a livello europeo. Davanti a una tenacia così, non sarà facile averla vinta, neanche se si utilizzerà ancora la forza bruta.

Non c'era delegazione sindacale all'estero che non venisse confortata nelle sue visite ad impianti industriali del marchio Innse, sovraimpresso sulle grandi presse della Zastava a Kragujevec, della Volkwagen a San Bernardo, alla Krupp nella Ruhr, alla Lunakod a San Pietroburgo. Un segno dell'«eccellenza lombarda» - quella vera - fatta di orgoglio professionale, audacia tecnica, rispetto dell'impresa per il sindacato, garanzia dei diritti conquistati con le lotte.

Altro che l'«eccellenza» propagandata a piene mani da Formigoni, fondata sull'invasione del privato sul pubblico, sull'irresponsabilità dei nuovi padani, sull'ossessivo confronto non con le regioni di Europa in evoluzione, ma con un Sud devastato e ingiuriato per alimentare la cultura arrogante della Gelmini e dei Maroni approdati a Roma. Un sud che poi penetra da noi con le sue mafie e con impressionanti saldature con l'illegalità locale, senza rivolta nemmeno dell'opinione pubblica.

Questo gioiello dell'industria milanese, che ha tuttora ordini e mercato, è rimasto presidiato da oltre un anno, giorno e notte, da tutte le maestranze, unite tra di loro, ma isolate dalla classe dirigente milanese, dalla stessa cultura una volta ben più attenta, dall'umore di una maggioranza rancorosa che invade i territori fino negli strati popolari. Gli operai della Innse sono assediati dagli interessi immobiliari coperti dalla Moratti che non ha speso una sola parola per loro e dai liquidatori del territorio che si preparano per l'Expo 2015. Perciò sono diventati uno scandalo per Milano. Difesi dalle sole forze politiche della sinistra, dai centri sociali e dalla Fiom, segnalavano caparbiamente una potenzialità alternativa del lavoro organizzato, per riportare giustizia e orientare lo sviluppo.

Uno scandalo da rimuovere, ma non a viso aperto, in un pomeriggio della domenica dell'esodo di agosto, a fabbriche chiuse, come ben sa la destra che ha collocato perfino le stragi in quel limbo temporale. Una lezione da dare a consiglio regionale sospeso, dopo la disattenta approvazione all'unanimità di un ordine del giorno a difesa di una classe operaia a cui è stata tolta la voce. In questa vicenda emerge uno dei nodi dell'attuale regime, con tratti fascisti ormai così marcati da indurci a rimuoverli inconsapevolmente, per non precipitare nello sconforto. C'è la complicità di Maroni dietro lo sgombero vile e un clima antioperaio che purtroppo invade la magistratura e consiglia al prefetto di Milano di chiudere la partita con un colpo di mano.

C'è la rivincita dei costruttori, ringalluzziti dall'approvazione del «piano casa» che la giunta lombarda ha esteso ai centri storici. C'è l'incapacità di Formigoni di occuparsi di riconversione e specializzazione produttiva nella regione che ha tuttora 26 milioni di metri quadrati di aree dismesse senza uno straccio di politica industriale. I suoi interessi elettorali e i suoi legami con il mondo economico vanno infatti in tutt'altra direzione: quella della sanità ospedaliera, dell'edilizia, della scuola privata e delle grandi opere, come si può dedurre dalla sua inconsistente finanziaria approvata la settimana scorsa. E c'è quasi da credergli quando sostiene di aver cercato soluzioni per la Innse: ma i Rocca o i Tronchetti Provera a cui potrebbe rivolgersi sono assai più interessati a costruire cliniche private o a procurarsi affari immobiliari, che a rischiare in imprese di qualità!

C'è infine la Lega di Bossi che monopolizza il sentire popolare e che non tollera operai organizzati e con una visione generale e solidale, mentre li vuole impauriti dall'«invasione» extracomunitaria e alleati ai padroncini in una dimensione di privilegio territoriale escludente. Credo che per la sinistra la partita non debba proprio considerarsi chiusa. Anzi, la situazione deve giocarla a fondo. A partire da qui tutta la sinistra potrebbe provare a ricucire un pezzo della propria identità e a mettere un tassello da collegare ai mille altri, non solo per resistere, ma per dare speranza di uscire dalla crisi con la sconfitta di una destra fallimentare che si è impadronita del nostro futuro.

Per Max Weber, una delle funzioni essenziali e imprescindibili dello Stato è il "monopolio della violenza legittima". Per Hobbes, senza questo monopolio, la vita umana è solitaria, povera, cattiva e brutale. Cosa si nasconde dietro l’ideologia anti unitaria

Nel corso degli ultimi decenni ha preso corpo un’ideologia anti-unitaria costruita su due identificazioni pregiudiziali: dell’unità dello Stato con lo statalismo e della Nazione con il nazionalismo. Unità dello Stato e unità della Nazione sono diventati il bersaglio polemico di movimenti e partiti che sono riusciti a siglare un’alleanza egemonica tra l’ideologia dell’anti-stato sociale e l’ideologia localistica. Il cemento di questa alleanza è stato trovato nell’idea di "libertà da": libertà dallo Stato e libertà dalle responsabilità verso l’unità larga in nome di unità strette. Con la prima libertà si é inteso restringere il ruolo dello Stato per dare più potere non semplicemente al mercato, ma ai privati, alle associazioni e alle comunità. Con la seconda libertà si é inteso deprimere il valore del soggetto macro-collettivo (la nazione) per esaltare soggetti micro-collettivi (dalle regioni ai borghi). Esempi recentissimi di questi due processi devolutivi di autorità da entità impersonali e anonime a entità personali e quasi domestiche sono l’istituzione delle ronde e la proposta sulla cultura locale. In entrambi i casi, la rivolta contro il principio unitario è stata presentata come estensione della libertà dell’individuo. Le cose sono però più complicate e ambigue.

La partecipazione della società civile alla gestione della sicurezza può andare nella direzione contraria a quella rivendicata dai difensori delle ronde, proprio perché mette a repentaglio le basi dello Stato togliendogli una delle sue funzioni essenziali e imprescindibili - per usare le parole di Weber, «il monopolio della violenza legittima». Nel Leviatano, Hobbes scrive che senza questo monopolio, la vita umana è solitaria, povera, cattiva, brutale e corta perché non c’è agio per occuparsi di arti, commerci e ricerca; lo stato di natura come guerra di tutti contro tutti è l’incubo per neutralizzare il quale è sorto lo Stato moderno. Le ronde incrinano questo principio classico con il rischio di alimentare discordia tra i cittadini perché devolgono alla società un potere che, per essere accettato da tutti indistintamente, deve essere esercitato con burocratica imparzialità da "persone" giuridiche non da "individui" privati: i poliziotti e i carabinieri sono la faccia dello Stato; ma i volontari che fanno le ronde sono l’espressione diretta della società civile, dei suoi giudizi parziali e partigiani. Il paradosso di questa politica è che rende lo Stato più debole.

Veniamo ora al secondo caso, quello relativo all’incrinatura dell’unità della Nazione. La proposta di radicare insegnanti e insegnamenti delle scuole dell’obbligo nella tradizione locale di storie e dialetti intende rivedere al ribasso il ruolo della storia e della lingua nazionale, contestando alla radice che la nazione sia il soggetto politico dello Stato. Della nazione sono state date diverse rappresentazioni. Molto schematicamente, la costruzione di quella che Benedict Anderson ha chiamato "comunità immaginata" é avvenuta con la Rivoluzione francese su due direttrici ideologiche: una giuridico-politica e una etnico-culturale. La prima è quella che la nostra Costituzione designa come la sorgente della sovranità. La seconda è stata l’oggetto di interpretazioni molto controverse. Ma due cose sembrano sfuggire a chi magnifica il locale: prima di tutto che la Nazione come sorgente di sovranità è costitutiva degli stati democratici, anche di quelli federali; infine, che il nazionalismo non è un difetto solo della nazione: l’esaltazione delle piccole patrie per la loro presunta purezza originaria non è al fondo che una versione di nazionalismo, spesso più esclusiva e illiberale proprio perché il suo raggio d’azione è più refrattario al pluralismo. Sembra dunque che anziché negare il principio di unità l’ideologia anti-unitaria lo ricollochi: dal generale al particolare.

ROMA - «Ricordo perfettamente», dice Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica nel settennato precedente a quello di Giorgio Napolitano.

«Ricordo quei giorni del ‘93. Ero da poco stato eletto presidente del Consiglio in un momento non facile. C´era un clima molto teso dopo le bombe di Firenze, Milano, Roma. Quando presi la parola sul palco per ricordare la bomba alla stazione di Bologna di oltre un decennio prima cominciò la contestazione».

Fischi, grida, che cos´altro?

«Ostilità varie, diffuse. Che però si placarono quasi subito. E partì un applauso non a me ma all´istituzione che rappresentavo: la presidenza del Consiglio».

Ieri però a Bologna il clima era ben diverso. Spazientito dal rito delle celebrazioni, dalla passerella delle autorità che sfilano davanti alla tv. Un´insofferenza che ricordava i cupi funerali all´indomani della strage, poche bare sul sagrato di san Petronio, Pertini che appoggia il braccio su quello del sindaco Zangheri, i fischi in piazza per Craxi e Cossiga. Stesso clima?

«No, qualcosa è cambiato. La gente che protesta chiede la verità su una vicenda che tanto dolore ha provocato. Io capisco quel desiderio di conoscere la verità»

Per quella strage tra gli altri è stato condannato in tribunale a Bologna un alto funzionario dello Stato imputato di depistaggio delle indagini. Lo Stato depistava lo Stato? Ma allora hanno ragione quelli che hanno parlato, per la lunga tragedia italiana che ha insanguinato parte del dopoguerra, di "guerra civile a bassa intensità"?

«Non sono in grado di entrare nei particolari delle indagini. Quella cerimonia è capitata in un periodo davvero speciale. Ricordo l´entusiasmo del ‘93 per l´accordo sul costo del lavoro. Poi la lunga serie di attentati in nottata. Ero a Santa Severa, rientrai con urgenza a Roma, di notte. Accadevano strane cose. Io parlavo al telefono con un mio collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra. Al largo dalla mia casa di Santa Severa, a pochi chilometri da Roma incrociavano strane imbarcazioni. Mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge che istituiva per loro il carcere duro. Chissà, forse lo volevano morbido, il carcere».

C´era uno strano clima in quei giorni, strane voci, timori diffusi...

«E forse anche qualcosa di più. Alle otto di mattina del giorno dopo il ministro dell´Interno Nicola Mancino e io riferivamo in Parlamento. Poco dopo ci fu l´anniversario della strage di Bologna. Una celebrazione sotto la canicola. Quando cominciai a parlare la piazza iniziò a rumoreggiare. Poi ci fu l´applauso per gli scomparsi. Più tardi incontrai i familiari delle vittime».

Avvertiva anche lei l´ombra di qualcosa, di qualcuno nei palazzi del potere che remava contro l´Italia?

«Certo anch´io mi chiedo come mai la grande, lunga complessa inchiesta della commissione parlamentare sulla loggia P2 guidata da Tina Anselmi a Palazzo San Macuto abbia avuto così poco seguito. Ricordo quei giorni, ricordo che l´onorevole Anselmi era davvero sconvolta. Mi chiamò alla Banca d´Italia (ero ancora governatore) e mi disse "lei non sa quel che sta venendo a galla". Lei, la Anselmi, il suo dovere lo compì. Non credo però che molti uomini della comunicazione siano andati a fondo a leggere quelle carte. Il procuratore Vigna sapeva quel che faceva».

In quasi trent´anni ancora non si sa nulla dei mandanti. Né si sospetta nulla?

«La violenza purtroppo era ed è diffusa in Europa. Penso alla Spagna, alla Grecia. Anche adesso la violenza continua a manifestarsi, talvolta si prendono gli esecutori, quasi mai i mandanti nell´ombra. Penso all´indagine dei giudici Vigna e Chelazzi (purtroppo scomparso) nel ‘93-´94: avevano trovato gli esecutori, ma non i mandanti. Ricordo però che di mezzo c´era spesso la mafia che si batteva per modificare la legge sul carcere duro».

Che cosa le è rimasto di quei giorni, a distanza di tanto tempo?

«E´ una materia vissuta molto dolorosamente e con grande partecipazione, mentre resta forte il desiderio di conoscere tutta la verità. In quelle settimane davvero si temeva anche un colpo di Stato. I treni non funzionavano, i telefoni erano spesso scollegati. Lo ammetto: io temetti il peggio dopo tre o quattro ore a Palazzo Chigi col telefono isolato. Di quelle giornate, quel che ricordo ancora molto bene furono i sospetti diffusi di collegamento con la P2».

Galan e Tondo contro l’Anas che dispone l’ispezione: «Patetica sceneggiata». Radicali e Pd contro il centrodestra: «Blocco prevedibile». Ancora Galan contro i media e la commissione Via, che rilancia.

Continuano le polemiche, nel day-after del maxi ingorgo nel quale sabato sono finiti imbottigliati centinaia di migliaia di automobilisti.

«Non colgo il senso dell’inchiesta disposta dal presidente dell’Anas Pietro Ciucci - osserva Renzo Tondo, presidente del Friuli Venezia Giulia e commissario per la terza corsia della A4 - Le code sono l’ovvia conseguenza del fatto che il Passante è a cinque corsie, e l’A4 Venezia-Trieste è a due». Rincara la dose il collega veneto. «L’Anas faccia pure quello che ritiene di dover fare - osserva Giancarlo Galan - Ma quello che l’Anas considera un atto dovuto a me ricorda una patetica sceneggiata. Restiamo in attesa invece di tutti quei sostegni finanziari e di quelle scelte politiche capaci di risolvere i problemi infrastrutturali: Pedemontana veneta, nuova Romea da Mestre sino a Civitavecchia e l’alta velocità e capacità ferroviaria». E il «suo» assessore Renato Chisso «richiama l’attenzione e le responsabilità su chi negli anni 2006-2008 si è opposto fermamente alla nomina del commissario per far partire i lavori della terza corsia».

Galan ne ha anche per i media. «Un amico incappato in un blocco stradale a Francoforte dopo ore di attesa non ha visto nè Protezione civile nè inviati di qualche giornale in cerca di lamentele e bestemmie. Qui da noi, invece, servizi, paginate, articoli, interviste. Chissà perchè?». E addebita agli «ambientalisti ministeriali e locali» la mancanza di aree di ristoro lungo i 32 chilometri. Pronta la replica di Andreina Zitelli, componente della commissione Via. «Ricordo che la commissione che nel 2003 assogettò il Passante a procedura speciale di valutazione d’impatto ambientale era nominata dal ministro Matteoli, governo Berlusconi - ribatte Zitelli - Quanto alle aree di ristoro venne bocciata un’area di sosta prevista vicino a una villa di Mirano, tutelata dai Beni culturali. Nulla vietava che se ne prevedessero altre. Se per la fretta non si è fatto non è colpa della commissione Via».

Per la senatrice del Pd Franca Donaggio, quello che è successo sabato sul Passante di Mestre era «facilmente prevedibile». «Il fatto che si siano attivati per la terza corsia sulla Venezia-Trieste solo dopo l’ennesimo incidente con dimensioni catastrofiche dello scorso anno - attacca Donaggio - dimostra che non hanno poi quella lungimiranza politica decantata fin troppo spesso». Critico anche Michele Bortoluzzi (Radicali). «Il Passante è un’opera non terminata, non ancora pronto a svolgere il suo lavoro - conclude - La sua inaugurazione pre-elettorale, salutata dal peana di troppi, è stata solo un effetto ottico».

Postilla

Anche sulla stampa la verità comincia ad emergere. Tentano di indicare i colpevoli negli ambientalisti: quelli “ministeriali” e quelli “locali”, come li classifica Galan.

Per i “ministeriali” risponde Andreina Zitelli, che ricorda come quel progetto fosse stato bocciato (da una commissione VIA istituita dal ministro Matteoli del governo Berlusconi) perché era previsto in un’area protetta. Perché non hanno presentato un progetto diverso? La fretta: velocizziamo, e freghiamocene del resto.

Per i “locali” hanno risposto ieri, sueddyburg, Mariarosa Vittadini e Carlo Giacomini. Avevano da tempo criticato gli errori del Passante, li trovate puntualmente elencati, e qualcuno comincia ad emergere nei giornali. Non ha senso rafforzare un segmento di una rete indipendentemente dalle condizioni della rete. É sbagliato privilegiare gli interessi aziendali rispetto a quelli generali. É sbagliato irrigidire le soluzioni adottando sistemi chiusi invece di sistemi aperti al territorio, più flessibili in caso di emergenze temporanee. É sbagliato saltare i controlli e tagliare le procedure istituendo commissari dotati di pieni poteri.

Infine, qualcuno comincerà a domandarsi perché la costruzione della terza corsia della tratta Mestre – Trieste, prescritta dalla concessione prorogata trent’anni fa, non è stata realizzata? Giacomini, su eddyburg, ha dato le risposte. Qualcuno verificherà gli atti della concessione?

eddyburg.it

Una storia esemplare

di Mariarosa Vittadini

L'entusiasmo per la rimozione del collo di bottiglia è durato poco. 30 chilometri di coda sul passante di Mestre nuovo di zecca nel grande esodo di agosto stanno lì a dimostrare l'inanità della rincorsa infrastrutturale a problemi che non possono avere una risposta solo infrastrutturale. Quanti successivi colli di bottiglia? dove finisce la bottiglia? 10 chilometri di coda alla barriera del Lisert, sulla stessa direttrice, ma altrettanti chilometri verso la Svizzera a Como e, c'è da giurarlo, sulla Salerno-Reggio Calabria o alle uscite verso le spiaggie romagnole.

I manuali americani (che stanno base della cultura ingegneristica italiana) dicono che occorre dimensionare le infrastrutture per far fronte alla "trentesima ora di punta" ovvero quella quantità di traffico che non viene superata per più di trenta volte l'anno. Andare oltre significa costruire capacità inutile, sprecare denari e ambiente. Dunque, con buona grazia del coro (ampio per la verità) che trae occasione dall'accaduto per rivendicare nuove autostrade, nuove pedemontane, nuove corsie, aumentare la capacità stradale per l'esodo d'agosto è una eminente sciocchezza.

Ciò non significa che occorra rassegnarsi all'incivile spettacolo di ieri.

Escluso il potenziamento infrastrutturale cosa si poteva e si doveva fare?

Innanzi tutto informare. Nell'epoca delle conclamate "strade intelligenti", nell'epoca delle tecnologie dell'informazione nessun messaggio orientativo è stato dato agli ignari automobilisti per evitare di imbottigliarsi. Bella differenza con le strategie e le tecniche di ramp metering con le quali in paesi più civili del nostro si dosano le entrate in autostrada sul presupposto di dover garantire al "cliente" ragionevoli livelli di servizio. Taluni giornali riferiscono persino che la vecchia tangenziale manteneva amplissimi margini di capacità non utilizzata. Ma tant'è: avvertire di non entrare o di uscire quando si è ancora a tempo significa, per le concessionarie, perdere entrate da pedaggio. E dunque non si fa, anche quando ci sarebbero i mezzi tecnici per farlo.

In secondo luogo occorre ammodernare radicalmente la rete autostradale introducendo ultramature tecnologie di riconoscimento telematico dei veicoli e di esazione automatica del pedaggio, che consentono di moltiplicare le connessioni con la rete ordinaria, di evitare caselli e rallentamenti. Con l'avvertenza che per funzionar bene la capacità autostradale deve essere coerente con la capacità della rete ordinaria; le strade ordinarie devono essere in grado di ricevere i flussi in uscita e anche di far fronte alle emergenze come quella di ieri.

Per l'emergenza occorre predisporre piani capaci di mettere d'accordo enti locali, concessionarie, aziende di trasporto al fine di predisporre le misure per utilizzare l'intera capacità (autostrade più viabilità ordinaria) con i minori inconvenienti possibili (pericolosità, inquinamento, ecc,). Piani difficili dunque dal punto di vista politico e istituzionale, ma resi ancor più difficili dalle caratteristiche di una rete autostradale pensata per massimizzare il pedaggio.

Le misure per l'emergenza, ma anche quelle per il razionale utilizzo quotidiano delle reti, confliggono oggettivamente con la struttura di uscite rade e lontane tra loro e con l'assenza di intermedie vie di fuga di sicurezza. E confliggono con problemi della viabilità ordinaria nella gran parte dei casi sovraccarica di domanda locale consegnata alla strada anche dall'enorme ritardo delle città italiane in materia di trasporto pubblico locale.

Occorrerebbe un governo unitario della rete stradale, di tutta la rete, autostrade, strade statali e strade regionali comprese, come era stato proposto dal compianto Piano generale dei trasporti rapidamente affossato dalla Legge obiettivo e dalla bulimia infrastrutturale (promessa) che ne è conseguita. Un governo che manca così come manca un credibile governo del sistema dei trasporti, oggi frammentato in potentati settoriali tra loro concorrenti e conflittuali. Come stupirsi dunque della endemica inefficienza del sistema, della scarsa coerenza tra i pur costosi interventi infrastrutturali, dell'uso inefficace delle risorse e della resistenza corporativa ad introdurre una buona volta tariffe di efficienza in sostituzione delle tariffe di (improbabile) finanziamento della infrastruttura? La completa assenza di diagnosi sulla reale natura dei problemi non lascia ben sperare per un futuro meno assurdamente difficile della giornata trascorsa ieri sul Passante di Mestre.

eddyburg.it

Errori di sistema ed errori di progetto

intervista a Carlo Giacomini

Carlo Giacomini è un esperto in infrastrutture del traffico e ha lavorato molto sul sistema della mobilità, in particolare nel Veneto. Ha collaborato con puntuali relazioni alla critica dei piani provinciali e regionali, in particolare al piano regionale dei trasporti e al recente Ptrc del Veneto. Chiediamo il suo parere sullo scandalo del giorno: la crisi del nuovissimo Passante di Mestre, inaugurato da Silvio Berlusconi e Giancarlo Galan pochi mesi or sono. Secondo la stampa il passante è entrato in crisi perché si è creata una strozzatura quando il traffico dal nuovo Passante (3 corsie) e la vecchia tangenziale (2 corsie) si è immesso nella A4 in direzione Trieste (2 corsie).

Giacomini, ma è possibile che qualcuno abbia potuto progettare un sistema nel quale la sezione si riduce istantaneamente da cinque corsie a due corsie?

“La questione principale non è questa. Bisogna fare una premessa: non si possono progettare le autostrade rincorrendo la domanda dei giorni e delle ore di punta. É l’errore si è fatto per il Passante di Mestre e che si è fatto e si sta facendo per qualunque altra infrastruttura dal Ponte sullo Stretto alle autostrade che si stanno progettando (per esempio quelle dolomitiche) ai raccordi autostradali (per esempio quello di Mestre)

Come si fa allora a risolvere il problema del maggior traffico nei periodi di punta?

“Bisogna intervenire sulla domanda, bisogna regolare la domanda di traffico limitando quello che si prevede siano i picchi, sia del traffico veicolare sia ambientali. Le moderne tecnologie consentono di farlo in molti modi. Già oggi, per esempio con la tariffazione differenziata: se nei momenti di cui sono previste punte di traffico la tariffa è triplicata, l’automobilista lo sa e quindi si regola. In prospettiva ravvicinata si può ricorrere anche alla prenotazioni via internet (come avviene per le ferrovie) ed ad altri strumenti analoghi. Altrimenti le autostrade non basteranno mai: ogni crisi anche momentanea provocherà un aumento della sezione, ogni allargamento in un punto giustificherà l’allargamento di altri pezzi della rete”.

Veniamo al Passante di Mestre. Oggi, vista la strozzature che si è manifestata, la richiesta è di portare a tre corsie l’autostrada A4 verso Trieste.

“Questo è un vero scandalo. La costruzione della terza corsia era prescritta fin dal rinnovo della concessione negli anni 80. Perché non è stata realizzata? Perché nessuno ha contestato alla società concessionaria questa vistosa inadempienza?”.

Ci sarà stata l’opposizione degli ambientalisti…

“Chi lo dicesse direbbe una balla. Ho seguito la cosa fin dall’inizio, e non c’è mai stata la minima critica da parte di nessuno. Ma è comodo attribuire la colpa agli ambientalisti. La verità è che queste inadempienze delle società concessionarie derivano da mere speculazioni, calcoli basati sull’interesse aziendale , spesso in contrasto con l’interesse pubblico. Rinviare di decennio in decennio la terza corsia consente alla concessionaria di rinegoziare l’ulteriore proroga, e nel frattempo di non adeguarsi alle normative per la sicurezza: sulla Mestre-Trieste non hanno adeguato i guardrail e questo continua a provocare incidenti e morti. Dare le opere in concessione è una scelta delicatissima, che può provocare problemi anche gravi”.

Eddyburg ha spesso criticato il trasferimento di competenze dal pubblico al privato, soprattutto dove ci sono o si creano posizioni di monopolio: questo ce l’avevano insegnato economisti liberali, come Luigi Einaudi. Soprattutto dove lo Stato è debole e la pubblica amministrazione è considerata la cenerentola anzichè lo strumento essenziale dell’interesse pubblico. Ma il pensiero comune spera almeno che gli interessi aziendali privilegino la qualificazione tecnica degli interventi. Qui, invece, sembra che siano stati commessi pesanti errori di impostazione e tecnici.

“C’è un errore di fondo, ed è aver privilegiato un segmento (il tratto a cavallo di Mestre) sull’insieme della rete e del suo equilibrio, e di aver privilegiato una esigenza (velocizzare il traffico di lunga percorrenza) sulle esigenze complessive del traffico. Lo stesso dimensionamento del Passanta è stato fatto in relazione a una previsione di traffico che ci sarà solo in una prospettiva molto lontana nel tempo, che richiederebbe un potenziamento complessivo della rete. E chiaro che finchè questa condizione non si realizzerà e si rafforzerà solo un segmento il complesso della rete andrà in crisi”.

Oltre a questo errori di fondo ci sono anche degli errori tecnici?

“Certamente, e anche questi li avevamo argomentatamente contestati in un’osservazione che avevamo presentato al progeto del Passante come Ecoistituto Alexander Lange. É sbagliata, per esempio, la progettazione dei nodi tra il Passante e il resto della rete. Ma c’è un altro errore, un’altra critica di cui ciò che è successo ha dimostrato la giustezza: è stato un errore di progettare i 30 km del passante come un’autostrada con il sistema chiuso, e non un’arteria a sistema aperto, sempre a pedaggio ma con un sistema diverso e con più possibilità d’entrata e d’uscita: come la stessa provincia aveva chiesto, come è adoperato nella Vecchia tangenziale di Mestre e in quella di Milano, Torino a altri segmenti”.

Già. In effetti i tecnici dell’autostrada hanno invitato gli automobilisti a scegliere la Tangenziale come alternativa al Passante.

“Un’autostrada a pedaggio aperta al territorio, oltre tutto, è molto più utile ai cittadini e offre a tutti maggiori garanzie di sicurezza: puoi uscirne più facilmente, puoi reagire meglio ai momenti di crisi o di difficoltà. Più utile e più sicura per le persone, anche se forse pone qualche maggiore difficoltà di gestione (e quindi torniamo al contrasto d’interessi tra pubblico e concessionaria). A proposito di persone vorrei fare un’altra osservazione. Il blocco del Passante ha provocato danni molto consistenti ai numerosissimi abitanti delle aree attraversate: c’è stato un forte aggravamento dell’inquinamento atmosferico e di quello acustico”.

Non si era fatta la valutazione d’impatto ambientale (VIA) sul progetto dell’autostrada?

“Certo ma, come abbiamo puntualmente rilevato nell’osservazione, la VIA è stata fatta male. Intanto, il dimensionamento della sezione è fatto sulle punte di traffico, mentre le previsioni ambientali trascurano le giornate critiche. E poi non è stato considerato l’impatto sul sistema idraulico, che è gravissimo e prima o poi presenterà il suo conto. Il Passante ha un fortissimo debito ambientale, sul versante atmosferico, acustico e idraulico”.

Questo debito aumenterà ancora se saranno realizzate le previsioni del Piano territoriale regionale di coordinamento, il “Piano territoriale regionale di cementificazione”, come l’abbiamo ribattezzato.

“Come ricorderai abbiamo messo pienamente in evidenza il peggioramento che deriverà al traffico, all’inquinamento, al degrado territoriale e ambientale sulla Tangenziale (che tornerà alla drammatica situazione del passato) e sull’autostrada verso Padova, se se si realizzeranno le “nuove città” (Veneto City, Marco Polo City) e gli altri insediamenti lungo la rete autostradale previsti da quel piano”.

Un’ultima domanda. Lo snellimento del traffico su gomma attorno al nodo di Mestre e stato oggetto di numerose proposte, sulle quali si è discusso per anni. Poi è stato istituito un commissariato per tagliare il nodo gordiano e giungere rapidamente a una soluzione. A me sembra che ci sia una relazione tra questa decisione e la crisi di ieri.

“Sono pienamente d’accordo. Il commissario raggiunge l’obiettivo che gli si affida come quello primario, ma non tiene conto del complesso delle relazioni e delle condizioni. Il territorio è una realtà complessa, ogni decisione coinvolge moltissime questioni, che sono reali, non possono essere ignorate. Privilegiarne una significa sacrificare tutte le altre. E allora, per velocizzare il traffico dal punto A al punto B si sacrifica tutto quello che c’è in mezzo: dal traffico tra i punti intermedi, dall’equilibrio complessivo della rete, fino alle varie componenti dell’ambiente e alle condizioni di vita delle popolazioni. Per rendere rapidamente efficaci le decisioni si tagliano tutti i passaggi procedurali, ignorando che ciascuno di essi è garanzia di un aspetto che esiste nella realtà e, se sarà trascurato, si vendicherà. Purtroppo in questo senso la crisi del Passante è l’anticipazione di ciò che succederà in molte altre situazioni, visto che il metodo del commissariamento sempre essere quello che Brlusconi predilige, e gli altri non gli contestano. É significativo che, contestualmente alla denuncia della crisi del Passante, la stampa locale abbia dato la notizia che la Regione, per la Pedemontana e per la Caamionale dei Brenta ricorrerà al commissariamento e taglierà corto con le critiche, le opposizioni e le contestazioni di legalità.”.

Del resto lo stesso presidente del consiglio ha minacciato, pochi giorni fa, che le autostrade si faranno nonostante le proteste delle “minoranze organizzate”. E calpestare la legalità privilegiando il decisionismo rispetto alla democrazia è diventato norma nel nostro paese.

Chiunque può pubblicare questi articoli alla condizione di citare gli autore e la fonte ( http://eddyburg.it)

I più giovani non possono neanche immaginare quali e quanti rigurgiti del passato, in questi giorni, affollino la mente dei meno giovani. Il mio pacco di giornali, ieri, era un florilegio di amarcord. La copertina dell’Espresso sulla nuova cementificazione del Paese rimandava diritti alle antiche gloriose campagne di Antonio Cederna, e alla vecchia fetida speculazione edilizia contro la quale registi oramai vegliardi, giornalisti defunti, intellettuali in pensione spesero (inutilmente) le loro animose giovinezze. Come idea di sviluppo e perfino come scandalo, la cementificazione ha la stessa freschezza, la stessa fantasia, la stessa modernità di un faldone di Pretura di cinquant’anni fa.

Poi c’è la Cassa del Mezzogiorno, tornata per davvero, con il misero Tremonti baciato dai questuanti di oggi che hanno in tasca gli stessi pacchetti di voti, le stesse clientele, la stessa desolante furbizia politica di mezzo secolo fa. E consumano gli stessi ricatti, accontentati dagli stessi complici (settentrionali) di oggi. Come in un remake degli anni del dopoguerra e del boom, ma senza quell’euforia, quella spinta sociale. Solo un gran puzzo di muffa. E l’incredulità: ancora lì, siamo? Ancora quelli, siamo?

Per ovvie esigenze redazionali La Nuova Venezia ha ridotto l’articolo dalle oltre 10mila battute originarie a circa 5mila. Inseriamo perciò anche il testo integrale, cortesemente trasmessoci dall’autore

Dando seguito alle raccomandazioni fatte qualche anno fa da alcuni cattedratici del settore marino offshore, il Comune ha commissionato uno studio volto ad analizzare il comportamento dinamico del progetto Mose (che contrasta la marea entrante con la spinta della paratoia inclinata verso la laguna). Lo studio è stato affidato alla Società francese Principia, uno dei leader mondiali nella modellazione e calcolo dinamico dei sistemi marini complessi in moto ondoso, studiosi recentemente contattati dallo stesso Consorzio Venezia Nuova per una consulenza. Sono state esaminate due frequenze del picco d’onda, dove si concentra la massima energia del mare irregolare. Con lo spettro di 8 sec la paratoia MoSE manifesta un comportamento caratterizzato da instabilità dinamica. La instabilità dinamica comporta una incontrollata amplificazione dell’oscillazione della paratoia che mette in discussione la efficacia stessa della barriera al contenimento della marea.

Nel caso di sistemi dinamicamente instabili al moto ondoso non è possibile identificare un dimensionamento attendibile delle strutture, delle cerniere e dei connettori. In tali condizioni non è neanche possibile utilizzare la sperimentazione in vasca su modelli in scala ridotta, come dicono gli esperti. I risultati dello studio sulla paratoia dimostrano che risulta instabile con mare irregolare e quindi confermano l’errore del Comitato Tecnico di Magistratura che ha approvato il progetto definitivo (8 novembre 2002). E contraddicono anche le conclusioni del Gruppo di lavoro che ha valutato negativamente le alternative al progetto Mose il 28 novembre 2006. Il progetto Mose prevede che la «parte femmina» delle cerniere resti al fondo, imbullonata al cassone di fondazione, per la vita dell’opera (100 anni). Allo stato dell’arte non si ha esperienza di una vita operativa così lunga per un organo meccanico sollecitato come questo e istallato sott’acqua. E oggi c’è la certezza che la paratoia Mose è instabile.

Il giorno dell’approvazione del progetto Mose in Commissione di Salvaguardia (20.1. 2004) in rappresentanza del Ministero dell’Ambiente ho inutilmente illustrato i problemi di inaffidabilità del progetto depositando agli atti dodici documenti che documentavano la «inaffidabilità della gestione delle paratoie» e la inaffidabilità del funzionamento del sistema di paratoie e la possibilità del fenomeno di entrata in risonanza delle paratoie. Ricordo inoltre che, nelle riunioni svoltesi a palazzo Chigi nel novembre 2006 per la verifica del progetto Mose e dei progetti alternativi, il Comune di Venezia presentò un dossier in undici punti sugli «Aspetti critici strutturali del Mose»; in particolare il primo punto era relativo alla «Instabilità intrinseca del Mose» e il secondo alla «Criticità dei connettori».

In quella occasione fui incaricato di presentare il documento ufficiale del ministero dell’Ambiente che in particolare recita quanto segue: «Valutazione dei progetti alternativi:...A.r.c.a. (cassoni autoaffondanti). Il progetto risulta particolarmente interessante perché permette di evitare quasi completamente gli impatti ambientali e paesaggistici...i criteri base sono la sperimentalità, la gradualità e la reversibilità. Analoghe valutazioni positive sono state date dalle Soprintendenze e dalla Direzione Regionale per i Beni culturali e paesaggistici sulla Paratoia a gravità, che funziona con la forza di gravità del peso proprio a differenza del Mose, e richiede pertanto struttura delle paratoie, basi di alloggiamento e impianti molto meno impegnativi. Di queste problematiche si è impedita la verifica.

Questi aspetti dovrebbero essere posti al centro di una revisione del Progetto che però non può essere fatta dalle stesse persone e strutture che hanno fino ad oggi già approvato più volte il Progetto Mose. Occorre individuare un gruppo di esperti estremamente competenti in tecnologie off shore in posizione terza per poter valutare in termini scientifici e tecnici posizioni molto diversificate e su taluni aspetti contrapposte. Il ministero dell’Ambiente è della convinzione che prima di procedere alla fase esecutiva il Progetto di Salvaguardia di Venezia e della sua Laguna debba essere adeguatamente modificato. Appare infatti auspicabile l’elaborazione di una radicale variante al progetto definitivo che recepisca compiutamente le indicazioni della deliberazione assunta dal Consiglio dei Ministri del 15.3.2001.

E come prescriveva il ministero dell’Ambiente «è indispensabile riesaminare il progetto Mose dal punto di vista strutturale, funzionale e gestionale».

In quella occasione il governo Prodi non ascoltò i rilievi critici e le alternative. Ora si dispone di un nuovo autorevole studio che conferma e ulteriormente approfondisce e dimostra la gravità delle criticità del progetto Mose. Il nuovo governo, con visione lungimirante e strategica, saprà assumere decisioni adeguate e intervenire per raddrizzare la barra di questa navigazione a vista prima di finire sulle secche o peggio sulle scogliere?

Il testo integrale dell’articolo

Nel 2005-2006 il Comune di Venezia ha effettuato una valutazione del MoSE e dei progetti alternativi e i risultati avevano evidenziato aspetti critici strutturali del MoSE. Dando seguito alle raccomandazioni fatte in quella occasione da alcuni cattedratici del settore marino offshore, il Comune ha commissionato uno studio volto ad analizzare il comportamento dinamico del progetto MoSE (che contrasta la marea entrante con la spinta della paratoia inclinata verso la laguna)e per confronto anche quello del progetto “Paratoia a gravità” (che agisce grazie al solo peso della paratoia inclinata verso il mare). Lo studio è stato affidato alla Società francese Principia, uno dei leader mondiali nella modellazione e calcolo dinamico dei sistemi marini complessi in moto ondoso, studiosi recentemente contattati dallo stesso Consorzio Venezia Nuova per una consulenza.

Il documento descrive la metodologia, le assunzioni numeriche e gli strumenti usati per le analisi, che rappresentano lo stato dell’arte più avanzato nella modellazione idrodinamica e nell’interazione tra più corpi in moto ondoso. Sono state esaminate due frequenze del picco d’onda, dove si concentra la massima energia del mare irregolare. Con lo spettro di 8 sec la paratoia MoSE manifesta un comportamento caratterizzato da instabilità dinamica. Lo studio ha dimostrato che la instabilità inizia con condizioni che hanno una probabilità di verificarsi molto alta, che si sono già verificate due volte nei 4 anni di registrazione dei parametri d’onda.

La instabilità dinamica comporta una incontrollata amplificazione dell’oscillazione della paratoia ed una “risposta caotica con elevata amplificazione dinamica” che mette in discussione la efficacia stessa della barriera al contenimento della marea. Nel caso di sistemi dinamicamente instabili al moto ondoso non è possibile identificare un dimensionamento attendibile delle strutture, delle cerniere e dei connettori. In tali condizioni non è neanche possibile utilizzare la sperimentazione in vasca su modelli in scala ridotta che, data l’impossibilità di modellare correttamente gli effetti viscosi, non consente un trasferimento diretto dei dati misurati al sistema vero in scala reale (aspetto evidenziato anche dagli Esperti internazionali che esaminarono il progetto di massima del MoSE).

L’analisi della schiera di paratoie, effettuata tenendo conto di una differenza di 2 metri tra i livelli mare-laguna. ha dimostrato che l’interazione idrodinamica tra le 20 paratoie ha una notevole influenza sui moti relativi tra paratoie adiacenti.

In conclusione dallo studio risulta che:

- il sistema instabile (MoSE) non può essere analizzato neppure con i software di simulazioni più avanzati esistenti e non è possibile ottenere risultati affidabili per un progetto corretto;

- la paratoia MoSE richiede un sistema di controllo attivo continuo dell’acqua di zavorra.

I risultati dello studio sulla paratoia isolata del MoSE dimostrano che risulta instabile con mare irregolare e quindi confermano l’errore del Comitato tecnico di magistratura che ha approvato il progetto definitivo (8 novembre 2002) quando afferma che “ la instabilità dinamica viene introdotta dalla schiera di paratoie e si verifica solo con onde regolari e non si ha con il mare irregolare”. E contraddicono anche le conclusioni del Gruppo di lavoro che ha valutato negativamente le alternative al progetto MoSE (Relazione del 28 novembre 2006) e che il giorno dopo nella veste di Comitato tecnico di magistratura ha approvato la sua stessa relazione.

Si consideri in particolare che:

- lo studio fatto ha dimostrato rilevanti criticità funzionali della paratoia MoSE, anche con condizioni di mare relativamente ricorrenti: ci si chiede con quali criteri e con quali carichi sono state dimensionate queste cerniere.

- il progetto MoSE prevede che la “parte femmina” delle cerniere resti al fondo, imbullonata al cassone di fondazione, per la vita dell’opera (100 anni); allo stato dell’arte non si ha esperienza di una vita operativa così lunga per un organo meccanico sollecitato come questo ed istallato sott’acqua; deve garantire che non si verifichino nel tempo delle vie d’acqua che porterebbero all’allagamento del tunnel sottostante;

- a suo tempo si era da più parti espressa pubblicamente la necessità che un componente così essenziale e critico come i connettori del Mose fosse opportunamente progettato, collaudato e qualificato per l’uso prima di dare inizio al progetto esecutivo ed alla costruzione dell’opera; oggi c’è la certezza che la paratoia MoSE è instabile. Le normali tecniche di progettazione non permettono di definire i carichi trasmessi alla base di fondazione per mezzo delle cerniere e quindi i carichi di progetto. Per un motivo molto semplice: nessuno progetta un sistema instabile. Allorquando si individua che un sistema è instabile il progettista ne cambia le caratteristiche perché diventi stabile.

Giunti a questo punto di consapevolezza, devo ricordare che il giorno dell’approvazione del progetto MoSE in Commissione di salvaguardia (20.1. 2004) in rappresentanza del ministero dell’Ambiente ho inutilmente illustrato i problemi di inaffidabilità del progetto depositando agli atti dodici documenti tra cui in particolare tre che documentavano la “Inaffidabilità della gestione delle paratoie” (rapporto del CNR italiano e CNRS francese), la “Inaffidabilità del funzionamento del sistema di paratoie” e la possibilità del fenomeno di entrata in risonanza delle paratoie (relazione e lettera dell’ing. Di Tella inviate al Magistrato alle acque e alla Commissione di salvaguardia); criticità già inutilmente da me contestate all’ing. Scotti (progettista del MoSE) in sede di sotto-Commissione di salvaguardia.

Ricordo inoltre che, nelle riunioni svoltesi presso il governo a Roma (a palazzo Chigi) nel novembre 2006 per la verifica del progetto MoSE e dei progetti alternativi, il Comune di Venezia presentò, tra gli altri documenti, un dossier in undici punti relativi agli “Aspetti critici strutturali del MoSE”; in particolare il primo punto era relativo alla “Instabilità intrinseca del MoSE” e il secondo alla “Criticità dei connettori”.

In quella occasione fui incaricato di presentare il documento ufficiale del Ministero dell’Ambiente che in particolare recita quanto segue.

“Valutazione dei progetti alternativi:

A.R.C.A. (cassoni autoaffondanti). Il progetto risulta particolarmente interessante perché permette di evitare quasi completamente gli impatti ambientali e paesaggistici…i criteri base sono la sperimentalità, la gradualità e la reversibilità (come da prescrizione di legge speciale) e la stagionalità (i cassoni si installano a settembre e si rimuovono a marzo) … analoghe valutazioni positive sono state date dalle Soprintendenze e dalla Direzione Regionale per i Beni culturali e paesaggistici’.

Paratoia a gravità. Il progetto prevede un tipo di paratoie ‘intrinsecamente stabili’ che funziona con la forza di gravità del peso proprio (funzionamento diverso da quelle del MoSE ‘intrinsecamente instabili’ che agiscono per spinta creata di momento in momento dagli impianti) e richiedono pertanto struttura delle paratoie, basi di alloggiamento e impianti molto meno impegnativi. La Sovrintendenza per i Beni Archeologici ritiene il progetto decisamente poco impattante e particolarmente flessibile, permette di seguire in modo quasi perfetto l’attuale profilo dei fondali con la riduzione drastica dei volumi di dragaggio previsti dal MoSE”.

“Relativamente al progetto MoSE e alle criticità irrisolte:

“Queste problematiche, in parte aggiuntive a quelle che hanno portato, nel 1998, alla Valutazione di impatto ambientale negativa, sono state formalmente poste dal rappresentante di questo Ministero nella Commissione di salvaguardia nel gennaio 2004 ma se ne è impedita la verifica rinviando ad una risposta scritta (dopo la votazione) da parte del Presidente del Magistrato alle Acque (ing. Piva) che non è mai pervenuta. Sono documentati e depositati agli atti della Commissione i quesiti relativi al …funzionamento e inaffidabilità tecniche del sistema di paratoie … inaffidabilità della gestione delle paratoie.

“Questi aspetti dovrebbero essere posti al centro di una revisione davvero competente del progetto in quanto investono problemi strutturali altamente specialistici. Come richiesto dal Comune questa revisione non può però essere fatta dalle stesse persone e strutture che hanno fino ad oggi già approvato più volte il Progetto MoSE. Occorre individuare un gruppo di esperti estremamente competenti in tecnologie off shore in posizione “terza” per poter valutare in termini scientifici e tecnici posizioni molto diversificate e su taluni aspetti contrapposte.

“Il Ministero dell’Ambiente è della convinzione che prima di procedere alla fase esecutiva il Progetto di Salvaguardia di Venezia e della sua Laguna debba essere adeguatamente modificato.

“Appare infatti auspicabile l’elaborazione di una radicale variante al progetto definitivo che recepisca compiutamente le indicazioni della deliberazione assunta dal Consiglio dei Ministri del 15.3.2001 e sia adeguato ai criteri di gradualità e reversibilità ed in grado si affrontare i problemi lagunari in una ottica di stagionalità.

“In relazione alle competenze di questo Ministero, i riscontri di cui sopra relativi all’avanzamento dei cantieri, appaiono di tutta gravità dal punto di vista contabile, della legittimità delle autorizzazioni e del danno ambientale.

“Nel cercare soluzioni più idonee a rispondere alla compatibilità ed alla funzionalità per la salvaguardia di Venezia è indispensabile riesaminare il progetto Mo.S.E. dal punto di vista strutturale, funzionale e gestionale in quanto non vi sono certezze dimostrate innanzitutto in termini di funzionalità, affidabilità, gestibilità nel tempo”.

In quella occasione il governo Prodi non ascoltò i rilievi critici e le proposte alternative. Ora si dispone di un nuovo autorevolissimo studio che conferma e ulteriormente approfondisce e dimostra la gravità delle criticità del progetto MoSE. Il nuovo Governo, con visione lungimirante e strategica, saprà assumere decisioni adeguate ai problemi rilevati e intervenire per raddrizzare la barra di questa navigazione “a vista” prima di finire sulle secche o peggio sulle scogliere

I pozzi erano previsti nel Parco del Curone, decisive le proteste ambientaliste Archiviato il progetto di sfruttamento della società australiana "Po Valley"

MONZA - La Brianza non sarà il nuovo Texas. Addio carotaggi esplorativi, addio pozzi petroliferi. L´oro nero resta nella "pancia" del Parco del Curone, a Montevecchia, borgo arroccato sulle colline lecchesi che nasconderebbe un tesoro. Po Valley, la società australiana che aveva chiesto di perforare il sottosuolo, ha fatto un passo indietro, pur restando convinta che gli idrocarburi ci siano. Titolare di una concessione governativa in joint venture al 50 per cento con Edison, giovedì sera ha alzato bandiera bianca, rinunciando alla possibilità di cercare prove della presenza di petrolio in un´area di 30 chilometri quadrati, 14 i comuni coinvolti. La maggior parte tutelati dal Parco, nato nel 1983 per mettere al riparo da speculazioni un territorio di 2.350 ettari.

Gli australiani erano pronti a scommettere 20 milioni di euro sulla zona, sicuri che sarebbe stata in grado di fornire 75 milioni di barili. Ieri mattina la conferma ufficiale dell´abbandono, subito ratificato dal Ministero per lo Sviluppo Economico che ha annullato l´iter avviato lo scorso aprile. "Abbandoniamo il campo, ma siamo convinti che a Montevecchia e dintorni siano custoditi importanti giacimenti di greggio", sottolinea Michael Masterman, amministratore delegato di Po Valley. Pratica archiviata, almeno per ora.

Decisive le barricate alzate dalle comunità locali, pronte a difendere la loro terra a tutti i costi. Determinante il rischio che la protesta nata dal basso - e che in meno di tre settimane ha raccolto 30 mila firme contro le esplorazioni - potesse bloccare all´ultimo minuto la valutazione di impatto ambientale necessaria per scavare. A guidare il fronte dei contrari Alberto Saccardi, docente di statistica della Bocconi e i sindaci della zona, che hanno costituito il comitato "No al pozzo", ottenendo il supporto di studiosi di mezzo mondo, dalle università di Istanbul fino a quella di Philadelphia. Tra loro anche Esseghair Skawder, professore di economia della New York University, che ha esultato alla notizia dello scampato pericolo.

Per gli esperti schierati in difesa del territorio, il problema non era solo quello dell´impatto ambientale. Sul piatto della bilancia pesavano soprattutto considerazioni di carattere economico-sociale. "Questo lembo di Brianza ha fatto della qualità della vita la propria cifra distintiva - spiega Skawder - . Il benessere locale si basa su prodotti "Igp" e capacità di attirare turisti. Un modello in continua espansione. I pozzi petroliferi avrebbero mutato il dna dell´area trasformandola in un´anonima periferia suburbana, destinata all´abbandono dopo vent´anni di sfruttamento". Dissente Masterman: "Il problema dell´approvvigionamento energetico a basso impatto, perché così sarebbe stato, è un nodo cruciale per il futuro dell´Italia. In Brianza si è persa un´occasione".

Il piano di Po Valley prevedeva l´apertura di due pozzi esplorativi entro i prossimi 14 mesi e nel 2011 la coltivazione vera e propria, così si dice in gergo riferendosi all´estrazione dell´oro nero. Contro le trivelle, le istituzioni locali. "Abbiamo conservato intatto il territorio per le generazioni future", festeggia Daniele Nava, presidente della Provincia di Lecco. Alza il calice anche Marco Panzeri, sindaco di Rovagnate, uno dei comuni epicentro delle ricerche: "Siamo contenti ma non abbassiamo la guardia".

Non bisogna farsi ingannare, e soprattutto tranquillizzare, dalla sostanziale stabilità della diffusione della povertà nel nostro paese anche in un anno, il 2008, segnato nella sua seconda parte dalla crisi economica. É vero che a livello nazionale la diffusione della povertà relativa ormai da quattro anni si attesta attorno all’11,3% delle famiglie (2 milioni e 737 mila circa) e il 13,6% della popolazione (circa 8 milioni e 78 mila individui). Ed è rimasta stabile, al 4,9%, anche l’incidenza di quella assoluta. Ma vecchi divari si sono ampliati e specifici gruppi hanno aumentato la propria vulnerabilità.

In primo luogo, nonostante situazioni di peggioramento emergano anche nel Centro e soprattutto al Nord, il divario tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno è aumentato e complessivamente l’incidenza della povertà in queste regioni, già molto più elevata che nelle altre, è ulteriormente aumentata. Significativamente tale aumento si riscontra sia se si utilizza la linea della povertà relativa, uguale per tutto il paese, sia che si utilizzi quella della povertà assoluta, che viceversa, a parità di beni considerati necessari, tiene conto, oltre che della numerosità della famiglia, anche del diverso costo della vita nelle varie aree del paese. In particolare, la diffusione della povertà assoluta nel Mezzogiorno è passata dal 5,8% delle famiglie nel 2007 al 7,9% nel 2008, a fronte di una media nazionale del 4,9% (3,2% nel Nord, 2,9% nel Centro).

In secondo luogo è aumentata l’incidenza della povertà, sia relativa che assoluta, tra le famiglie numerose, in particolare quelle con due o più figli, specie se minori. Ciò, tra l’altro, significa che la povertà tra i minori è aumentata più che tra gli adulti. Un fenomeno per nulla contrastato, nel nostro paese, da misure quali assegni per i figli di tipo universalistico e non riservate solo alle famiglie di lavoratori dipendenti a basso reddito. Tanto meno da una social card di valore irrisorio e destinata solo ai bambini sotto i tre anni. Il fenomeno della povertà minorile nel nostro paese è grave ed ha caratteri di persistenza, quindi effetti di lunga durata sulle chances di vita, maggiori che per gli adulti. È stato da tempo segnalato dai vari rapporti della Commissione di indagine sulla esclusione sociale. Anche i Rapporti dell’Unicef sulla condizione dei minori nei paesi sviluppati indicano che l’Italia è collocata, insieme agli Stati Uniti e all’Inghilterra, tra i paesi in cui la percentuale di minori in condizioni di disagio economico è più serio. Ma i diversi governi che si sono succeduti, a differenza, ad esempio, di quello inglese, non lo hanno mai considerato una priorità da affrontare con misure non occasionali e puramente simboliche. Anche il Libro bianco sul futuro del modello sociale non fa pressoché menzione.

In terzo luogo, l’incidenza della povertà sia relativa che assoluta è aumentata nelle famiglie in cui gli adulti sono a bassa istruzione e in quelle in cui sono in cerca di lavoro. Sia avere una bassa qualifica che perdere il lavoro, in altri termini, ha presentato nel 2008 un rischio più elevato di caduta in povertà che in passato. La cosa non sorprende, perché i lavoratori a bassa qualifica hanno sia meno riserve che minori possibilità di ricollocarsi, specie in un periodo di diminuzione della domanda di lavoro. E sappiamo che molti di coloro che hanno perso il lavoro non hanno diritto a nessuna forma di protezione del reddito, stante il nostro sistema frammentato e pieno di trappole. Il fatto è che il numero di coloro che hanno perso il lavoro è nel frattempo aumentato ed è destinato ad aumentare ancora, senza che si sia messo mano ad un sistema di protezione più adeguato. Anzi, per certi versi si sono accentuati i difetti dell’esistente: discrezionalità, categorialità, criteri di esclusione sorprendenti e così via.

Al Mose due miliardi, al Comune nemmeno un centesimo. Un fiume di denaro arriva ogni anno in laguna, ma Ca’ Farsetti è all’emergenza. Costretta a chiudere i cantieri e a cercare soldi dai privati. Un paradosso che riapre una questione antica.

Chi comanda davvero a Venezia? «Non più il sindaco, ridotto a soprammobile», ha dichiarato ieri al Corriere l’economista Francesco Giavazzi, «comanda chi riceve i finanziamenti, cioè in primo luogo il Consorzio Venezia Nuova. E il Comune non controlla più niente». Il sindaco Cacciari lo ha detto più volte: «Sono un sindaco a sovranità limitata, ci sono aree del mio territorio dove io non ho alcuna giurisdizione». «Un problema reale», dice il senatore Felice Casson (Pd), «è il monopolio del Consorzio. C’è stato anche un recente intervento della Corte dei Conti sulla gestione dei fondi in contrasto con la normativa europea e nazionale. E l’ente pubblico non controlla più niente».

«Il vero nodo», conferma Roberto D’Agostino, ex assessore e presidente di Arsenale spa, «è che qui spesso comandano poteri autocratici e non revocabili che non sono soggetti al controllo democratico dei cittadini». E’ proprio così?

Venezia Nuova. Il pool di imprese che dal 1984 si occupa in concessione unica della salvaguardia della laguna è diventato ben più di un concessionario privato. Ha ricevuto negli ultimi anni oltre 3 miliardi di euro per il progetto Mose, più altri fondi per ricerche e interventi di disinquinamento. Il presidente è l’ingegnere Giovanni Mazzacurati, il socio di maggioranza - subentrato a Impregilo - la Mantovani di Padova.

Mantovani. Non c’è appalto o project financing nel Veneto in cui la Mantovani non sia presente. La grande azienda di proprietà della famiglia Chiarotto e presieduta da Piergiorgio Baita - già presidente del Consorzio Venezia Disinquinamento ai tempi di Carlo Bernini - lavora oltre che per il Mose per la costruzione di strade e autostrade, del Passante, del depuratore di Fusina, per le rive e gli scavi in laguna, interventi per il porto e l’aeroporto.

Save. Altro «punto franco» del territorio veneziano, che gode di entrate proprie e competenze autonome è la Save, società ormai privatizzata che gestisce l’aeroporto Marco Polo. Presidente è Enrico Marchi, finanziere di Conegliano vicinissimo a Giancarlo Galan. Il bilancio 2008 ha toccato i 327 milioni di euro (la metà dell’intero Comune) ma l’utile ha raggiunto i 50 milioni di euro nel 2007, 14 nel 2008. Adesso Save ha in programma investimenti da miliardi di euro per il nuovo Quadrante di Tessera.

Porto. Anche l’area portuale è in qualche modo sottrattata alla competenza del Comune. In zona portuale comanda l’Autorità, e ai vertici dello scalo Galan e Berlusconi hanno voluto un anno fa l’ex sindaco del Pd Paolo Costa. Anche sulle acque portuali (canale della Giudecca, bacino San Marco) il Comune non può intervenire, la competenza è della Capitaneria di porto e in laguna del Magistrato alle Acque.

Sanità. Altro settore di competenza regionale dove Ca’ Farsetti quasi sempre deve stare a guardare. Nuovi ospedali e strutture sanitarie sono stati costruiti con il sistema del project financing e i privati che investono e poi fanno pagare i servizi. Anche qui un ruolo di primo piano è stato svolto dalla Mantovani, insieme a Studio Altieri e Gemmo, la società vicentina del presidente di Veneto Sviluppo - la Finanziaria regionale - Irene Gemmo.

La Regione. In tutte le grandi operazioni e investimenti (Mose, ospedali, strade, depuratori, cultura) la Regione svolge un ruolo di primo piano. Condizionando l’attività del Comune anche dal punto di vista urbanistico, visto che controlla la commissione di Salvaguardia e che tutti i Piani devono essere approvati da palazzo Balbi.

Arsenale. L’Arsenale e altre aree strategiche sono ancora in mano ai militari. L’Arsenale Novissimo è stato affidato per 30 anni al Consorzio Venezia Nuova.

Il governo Berlusconi ha promesso di battere la crisi rilanciando il business del mattone. In realtà dietro ai piani dell'esecutivo, a cominciare da quello sulla casa, non c'è altro che un nuovo sacco edilizio. Regione per regione ecco la mappa della nuova speculazione

Più cemento per tutti. Con il cosiddetto piano casa, e con altri interventi ispirati alla stessa ideologia della deregulation edilizia, il governo Berlusconi promette di battere la crisi rilanciando il business del mattone. Ma la ripresa resta dubbia. La crisi e il crescente indebitamento delle imprese e delle famiglie compromettono le capacità di investimento dei privati. A guadagnarci sicuramente saranno pochi grandi speculatori. Mentre per la maggioranza dei cittadini il nuovo boom dei cantieri rischia di produrre danni a lungo termine molto più gravi dei benefici apparenti e immediati. Un colpo di grazia per il già moribondo territorio italiano. Un'ipoteca pesante sul futuro del turismo, dell'agricoltura di qualità e della nuova economia verde. A lanciare l'allarme,insieme a tutte le più importanti associazioni per la difesa dell'ambiente e del paesaggio, sono autorevoli studi tecnicoscientifici e perfino gli asettici rapporti dell'Istituto nazionale di statistica. A differenza dei politici, gli esperti concordano che gran parte delle regioni hanno già raggiunto un livello di «saturazione edilizia ». Una nuova ondata di cemento «in un Paese come l'Italia, in cui il territorio è da sempre molto sfruttato», avverte l'Istat, «non può essere considerata in nessun caso un fenomeno sostenibile». Ma il peggio è che il piano casa è come una scommessa al buio: l'Italia è l'unico Stato occidentale dove già ora l'edilizia è fuori controllo, perché mancano perfino le misurazioni di quanti boschi, prati e campi vengono ricoperti ogni giorno dalla crosta inquinante del cemento e dell'asfalto.

Assalto al territorio

Dagli anni Novanta i comuni italiani stanno autorizzando nuove costruzioni a ritmi vertiginosi: oltre 261 milioni di metri cubi ogni 12 mesi. Nel giro di tre lustri, dal 1991 al 2006, ai fabbricati già esistenti si sono aggiunti altri 3 miliardi e 139 milioni di metri cubi di capannoni industriali e lottizzazioni residenziali.

È come se ciascun italiano, neonati compresi, si fosse costruito 55 scatole di cemento di un metro per lato. Il record negativo è del Nordest, con oltre un miliardo di metri cubi, pari a una media di 98 scatoloni di cemento per ogni abitante. Il risultato, secondo l'Istat, è «impressionante ». Al Nord l'intera fascia pedemontana è diventata un'interminabile distesa di cemento e asfalto «quasi senza soluzioni di continuità»: città e paesi si sono fusi formando «una delle più vaste conurbazioni europee». Una megalopoli di fatto, cresciuta senza regole e senza alcuna pianificazione, che dalla Lombardia e dal Veneto arriva fino alla Romagna. Al Centro «stanno ormai saldandosi Roma e Napoli». E nel Mezzogiorno «l'urbanizzazione sta occupando gran parte delle aree costiere». L'escalation edilizia, come certifica sempre l'Istat, non ha alcuna giustificazione demografica. Tra il 1991 e i 2001, date degli ultimi censimenti, la popolazione italiana è lievitata solo del 4 per mille, immigrati compresi, mentre «le località edificate sono cresciute del 15 per cento».

Nonostante questo, dal 2001 al 2008 il consumo di territorio è aumentato ancora: in media del 7,8 per cento, con punte tra il 12 e il 15 in Basilicata, Puglia e Marche e un record del 17,8 in Molise. Fino agli anni '80 la Liguria era la regione più cementificata. Negli ultimi sette anni le capitali del mattone, come quantità assolute, sono diventate Lazio, Puglia e Veneto. Solo quest'ultima regione ha perso altri 100 chilometri quadrati di campagne. A colpi di condoni Le statistiche dell'Istat segnalano un rapporto diretto tra i nuovi fabbricati e le sanatorie dei vecchi abusi, varate sia dal primo che dal secondo governo Berlusconi. Nonostante i proclami di regolarizzazione che accompagnavano ogni condono, l'edilizia selvaggia ha continuato ad arricchire i furbi: nel 2008 l'Agenzia per il territorio ha scoperto, solo grazie alle foto aeree, oltre un milione e mezzo di immobili totalmente sconosciuti al catasto, cioè non registrati neppure come abusivi. Uno scandalo concentrato al Sud. Al Nord invece la legge Tremonti del '94, che detassava gli utili per farli reinvestire in nuovi macchinari aziendali, in realtà ha fatto esplodere la costruzione e l'ampliamento dei capannoni industriali e commerciali: oltre 156 milioni di metri cubi all'anno.

Dietro la cementificazione del territorio c'è anche un'altra ingiustizia fiscale. Damiano Di Simine, responsabile di Legambiente in Lombardia, spiega che «l'assurdità del caso italiano è che i comuni sono costretti a finanziarsi svendendo il territorio »: «Gli oneri di urbanizzazione, da contributi necessari a dotare le nuove costruzioni di verde e servizi, si sono trasformati in entrate tributarie, per cui le giunte più ricche e magari più votate sono quelle che favoriscono le speculazioni». Nei paesi europei più avanzati succede il contrario: apposite "tasse di scopo" puniscono chi consuma territorio. Mentre in Italia, come segnala l'Istat, la pressione edilizia è tanto forte da scaricare i cittadini perfino «in aree inidonee per il rischio sismico o idrogeologico ». E tra migliaia di enti inutili, non esiste neppure un ufficio pubblico che misuri l'avanzata del cemento. La distruzione del verde L'unico studio di livello scientifico è stato pubblicato all'inizio di luglio da un gruppo di ricercatori del Politecnico di Milano, dell'Istituto nazionale di urbanistica e di Legambiente. L'Istat infatti può quantificare, scontando i ritardi delle burocrazie locali, solo i «permessi di costruire», cioè le licenze legali. Alle statistiche ufficiali, dunque, sfuggono tutti gli abusi edilizi, oltre alle chilometriche colate di asfalto, dalle strade ai parcheggi, che accompagnano e spesso precedono le nuove costruzioni.

Mettendo a confronto foto aree e mappe della stessa scala, disponibili solo in tre regioni e in poche altre province, i ricercatori di questo "Osservatorio nazionale sui consumi di suolo" hanno scoperto che in Lombardia, tra il 1999 e il 2005, sono spariti 26.728 ettari di terreni agricoli. È come se in sei anni fossero nate dal nulla cinque nuove città come Brescia. La media quotidiana è spaventosa: ogni giorno il cemento e l'asfalto cancellano più di 10 ettari di campagne in Lombardia e altri 8 in Emilia, dove tra il 1976 e il 2003 (ultimo aggiornamento geografico) è come se Bologna si fosse moltiplicata per 14. Lo studio smentisce anche il luogo comune che vede nel cemento l'effetto dello sviluppo produttivo. In Friuli, tra il 1980 e il 2000, è scomparso meno di un ettaro al giorno. Mentre il Piemonte ha perso più di 68 chilometri quadrati di campagne nel decennio 1991-2001, quando il suolo urbanizzato è aumentato dell'8,7 per cento, mentre la popolazione è scesa dell'1,4. Gli urbanisti del Politecnico ammoniscono che questo modello di sfruttamento (l'Istat lo chiama «consumismo del territorio») ha ricadute pesantissime sulla vita delle famiglie. «Il fenomeno delle seconde e terze case è legato anche alla fuga dalle città sempre più invivibili», riassume il professor Arturo Lanzani: «Ma la scarsissima qualità dei nuovi progetti finisce per spostare il traffico e lo smog verso nuovi spazi congestionati ». Paolo Pileri, il docente che dirige l'Osservatorio, fa notare che «in Germania, Olanda, Gran Bretagna, Svezia e Svizzera i governi cambiano le leggi urbanistiche per limitare fino ad azzerare i consumi di suolo. Mentre in Italia non abbiamo neppure dati attendibili». Anzi, il governo punta tutto su un nuovo boom edilizio.

Le pagelle al piano casa

Per il presidente di Italia Nostra, Giovanni Losavio, la riforma berlusconiana «è peggio di un condono, perché abolisce le regole anche per il futuro: permessi e controlli diventano inutili, ora basta la parola del progettista». «Bocciatura piena » anche da Legambiente, che ha fatto l'esame delle singole leggi (o progetti) regionali di attuazione: «promosse» solo Toscana, Puglia e provincia di Bolzano, che oltre a salvare parchi e centri storici, impongono rigorose migliorie ecologiche e risparmi energetici. A meritare i voti peggiori sono i piani casa delle regioni più cementificate: in Veneto la legge Galan concede aumenti di volume perfino ai capannoni più orribili, in Sicilia la giunta progetta «bonus edilizi fino al 90 per cento acquistabili dai vicini». E in Lombardia spunta il "lodo Cielle": un premio del 40 per cento per l'edilizia sociale, ma con «possibile vendita a operatori privati». «Rimandate con debiti» tutte le altre regioni, mentre in Val d'Aosta è pronto il «piano camere»: più cubatura anche per gli alberghi. Il bilancio nazionale è «un puzzle urbanistico con regole diverse in ogni regione». E se in generale le giunte di sinistra resistono al Far West edilizio, la Campania fa eccezione. Vezio De Lucia, urbanista di Italia Nostra, e Ornella Capezzuto, presidente del Wwf Campania, sono i primi firmatari di un appello che descrive il piano casa varato dalla giunta Bassolino come «un nuovo sacco edilizio»: «Il solo annuncio della liberalizzazione delle nuove residenze nelle aree dismesse, senza neppure il limite che le fabbriche interessate siano davvero già chiuse, ha fatto triplicare in pochi giorni il valore dei capannoni». Il consigliere regionale della sinistra Gerardo Rosania, che da sindaco di Eboli fece demolire 437 villette abusive, lancia una mobilitazione antimafia: «Ci si dimentica che qui siamo in Campania. Chi può fare incetta di industrie abbandonate pagando subito è solo la camorra». (30 luglio 2009)

Una vergogna solo italiana

di Paolo Biondini

'I paesi civili frenano il cemento, qui il governo lo incentiva': colloquio con Edoardo Salzano

Edoardo Salzano è uno dei più autorevoli urbanisti italiani. Il suo sito Eddyburg.it sta diventando il primo forum di informazione e discussione democratica sullo sviluppo edilizio, l'ambiente e il paesaggio.

Che ne pensa del piano casa?

"È un'iniziativa vergognosa, che avrà effetti devastanti. È' l'ennesima conferma che la cementificazione è una scelta politica: si favorisce uno sviluppo basato solo sull'appropriazione privata della rendita fondiaria. L'ideologia della bolla immobiliare ha fatto danni in tutto il mondo, ma l'Italia è l'unico Paese che continua a incentivarla. Ci stiamo allontanando sempre di più dall'Europa".

Come si costruisce nei paesi più civili?

"Per capirlo basta sorvolare l'Europa in aereo. In paesi come Austria, Germania, Olanda e Francia c'è una pianificazione rigorosa che segna un taglio netto tra città e campagna. In Italia c'è una marmellata edilizia, chiamata 'sprawl', spalmata su quasi tutto il territorio. La grande differenza è che nei paesi avanzati si cerca da tempo di controllare e limitare la cementificazione".

Qualche buon esempio?

"La Germania ha programmato dal '98 una direttiva rigorosa per ridurre entro il 2020 il consumo di suolo, facendolo scendere da 120 a meno di 30 ettari al giorno. E ci sta riuscendo. Nel Regno Unito fin dal '99 l'obiettivo è di realizzare almeno il 60 per cento della nuova edilizia abitativa in aree già urbanizzate. Perfino negli Usa, dove le estensioni sono gigantesche, alcuni Stati come l'Oregon hanno imposto confini invalicabili allo sviluppo delle città. In Italia il problema è totalmente ignorato. Cresce solo quella che Tonino Cederna chiamava la crosta di cemento e asfalto".

Molti cittadini si mobilitano con associazioni, comitati e raccolte di firme. Il vero problema è che la lotta alla speculazione edilizia non trova un'adeguata rappresentanza politica?

"Purtroppo non è solo il centrodestra, ma anche una parte del centrosinistra a teorizzare la cosiddetta urbanistica contrattata, le grandi opere in deroga a tutto e magari gli accordi sottobanco con i furbetti del quartierino e gli immobiliaristi d'avventura. C'è un pensiero unico che va combattuto con una svolta culturale: il suolo libero è una risorsa scarsa che va conservata. E per farlo serve una pianificazione più seria e più vasta di quella comunale". (30 luglio 2009)

Il secondo scudo fiscale, e cioè il ritorno dei capitali illegalmente esportati all’estero, fu preparato dal ministro Tremonti nel 2001. Rientrarono circa 80 miliardi di euro e non furono utilizzati per investimenti produttivi. Lo disse pure un berlusconiano di ferro come Vittorio Feltri che qualche anno dopo, nel 2005, scrisse che quei soldi erano andati ad ingrassare la rendita immobiliare, grazie ai provvedimenti di abbattimento di ogni regola urbanistica.

Oggi sta per essere varato il terzo scudo fiscale. Come indirizzare questo altro fiume di soldi nella rendita immobiliare deve essere stato un rompicapo anche per i disinvolti economisti di via XX Settembre. L’Istat ha infatti certificato che dal 1995 (quando riprese il ciclo edilizio dopo Tangentopoli) al 2006 sono stati costruiti oltre 3 miliardi di metri cubi di edilizia. Il 40%, e cioè 1 miliardo e 300 milioni, di questa mostro di cemento è costituita da case: due milioni e mezzo di nuove abitazioni, mentre il numero delle famiglie italiane è cresciuto soltanto di poche decine di migliaia. Ci sono dunque tante case vuote, circa due milioni. Chi mai investirebbe in nuove edificazioni?

Ma ecco la trovata geniale. Due mesi fa, Berlusconi in persona anticipò il meccanismo con cui si sarebbe aperta una nuova fase di alimentazione della rendita fondiaria. Ogni edificio poteva aumentare la propria cubatura del 20 o del 35 %. Tutti felici? A dire il vero molti no: tutti i proprietari di case in condominio, la stragrande maggioranza delle famiglie italiane, che rimanevano esclusi dal regalo. Alcuni felici, ma moderatamente, e cioè i possessori di ville e case unifamiliari, parte consistente dell’elettorato di centro destra.

Solo i soliti pochi noti potevano brindare ad un nuovo gigantesco arricchimento sulle spalle della collettività. Le grandi proprietà immobiliari; le grandi catene dei supermercati sempre più in difficoltà; le grandi catene di alberghi; i proprietari di grandi fabbriche dismesse. Loro si, date le dimensioni degli immobili, che potevano arricchirsi enormemente. Solo un esempio. Nelle foto si vede come le Assicurazioni Generali, uno dei pilastri del capitalismo italiano, abbiano pensato bene di sperimentare il funzionamento del generoso regalo del governo. In questi giorni è stato smontato il cantiere del restauro degli uffici di via Bissolati, nel cuore del centro antico di Roma, ed è apparso un piano in più! Come se la legge fosse già in vigore e valesse anche per i centri storici. Un abuso in piena regola, ma facciamo i conti in tasca alla “classe dirigente”. Supponiamo che siano stati realizzati 300 nuovi metri quadrati con immenso terrazzo con vista su Roma. Al valore di mercato l’Ina mette all’incasso oltre 5 milioni di euro di rendita parassitaria. Viva Berlusconi, dunque! Se poi le città diventano più brutte e volgari, se il paesaggio viene calpestato, se le campagne sono cementificate, non è cosa che li riguarda.

La dimostrazione della direzione classista del governo si trova poi confermata anche nel secondo dei provvedimenti, il cosiddetto “piano casa”. La precisione con cui sono stati calcolati gli arricchimenti dei pochi grandi proprietari con il primo annuncio, diventano approssimazioni e aria fritta nella seconda legge. Sono infatti previsti 550 milioni di euro in cinque anni per risolvere l’emergenza abitativa e risolvere la crisi economica del settore edilizio. E’ stato detto che con quella somma verranno realizzate 100 mila abitazioni. Per ogni abitazione si prevede allora di spendere 5 mila e 500 euro! La cifra è così palesemente ridicola che già in sede di presentazione si è dovuto correre ai ripari. Ha affermato il ministro Matteoli che quello stanziato è soltanto il contributo pubblico. Saranno i privati a correre ad investire –ci metteranno 3 miliardi di euro- nel previsto “hausing sociale” .

Purtroppo per l’Italia l’opposizione è temporaneamente liquefatta e questa panzana non è stata ridicolizzata come si doveva. Bastava citare i molti i libri che hanno analizzato le cause della crisi immobiliare statunitense. Ad esempio, La valanga di Massimo Gaggi racconta in un paragrafo gli esiti dell’hausing sociale negli Stati Uniti: soldi pubblici che hanno gonfiato le tasche degli speculatori e hanno lasciato senza casa la povera gente. Anche in quel paese l’hausing sociale è stato abbandonato. In tutta l’Europa occidentale si è continuato a costruire alloggi pubblici. In Spagna il governo sta acquistando una parte del gigantesco stock invenduto per farne alloggi pubblici. Da noi, si vuole continuare nella commedia. L’unico modo per risolvere il problema della casa è dunque quello di saper declinare oggi un nuovo ruolo dello Stato. E’ la mano pubblica che nei momenti di crisi deve saper indicare una prospettiva di grande respiro.

Un compito di straordinaria importanza che potrebbe essere inaugurato dalle Regioni. E qui veniamo al terzo capitolo dei provvedimenti sull’edilizia, perché proprio le Regioni avevano rivendicato la podestà legislativa in materia e hanno iniziato ad approvare leggi che declinavano la volontà governativa di consentire aumenti volumetrici ai proprietari di immobili. E le regioni di centro destra si stanno scatenando, Veneto e Sardegna in prima fila. Purtroppo, anche le regioni progressiste hanno scelto la stessa filosofia berlusconiana. Nel Piemonte che approvò nel 1977 la prima rigorosa legge regionale sull’urbanistica, si consente oggi ai proprietari di fabbriche di demolire e ricostruire altrove con un premio di cubatura del 50%. Altra rendita speculativa. Nel Lazio la giunta regionale ha approvato un disegno di legge che si basa proprio su quell’housing sociale abbandonato nel mondo. Addirittura si vogliono rendere edificabili i terreni destinati a servizi pubblici e verde “quando eccedono la quota minima prevista dalla legge”.

E proprio questo è il migliore epitaffio –se non verrà cancellato- per la stagione riformista dell’urbanistica pubblica. La storica legge sugli standard del 1968 prevedeva, come noto, una quota minima di aree da destinare a servizi. Ogni amministrazione comunale poteva aumentarle perché perseguiva un legittimo obiettivo sociale. Oggi quella stagione tramonta. Su quelle aree su cui dovevano sorgere parchi o servizi, meglio costruire case. I soldi per le attrezzature pubbliche non ci sono mai, come noto. Per l’housing sociale che risolve soltanto i problemi patrimoniali dei costruttori e non quello della casa per le famiglie a basso reddito, invece i soldi si trovano. L’Italia è purtroppo diventata il paese della rendita immobiliare speculativa.

Quanto costa il monopolio? In tempi di tagli ai finanziamenti e di scarse risorse per gli enti locali, si fanno i conti in tasca al Consorzio Venezia Nuova. Pool di imprese che ha dal 1984 la concessione unica delle opere di salvaguardia. E i finanziamenti garantiti dallo Stato per la realizzazione del Mose e di altri interventi in laguna come i marginamenti, le barene, gli scavi dei canali industriali, le nuove rive delle Zattere, Giudecca, Fondamente Nuove. Rilievi che animano la polemica politica di fine luglio. Ma che sono scritti nero su bianco sulla recente ordinanza della Corte dei Conti sullo stato di avanzamento dei lavori in laguna. La relazione finale firmata da Antonio Mezzera e dal presidente nazionale della Corte Tullio Lazzaro, avanza pesanti rilievi sulla gestione della salvaguardia. E soprattutto sui costi lievitati, su consulenze e collaudi affidati «con scarsa trasparenza e un rapporto sbilanciato a favore del concessionario».

Mose. Il costo della grande opera, scrivono i giudici contabili, è passato da 2700 milioni di euro a 4271, adesso il «prezzo chiuso» è stato aggiornato a 4 miliardi e 700 milioni. Dei costi originari circa la metà (1200 milioni su 2700) se ne vanno in «oneri tecnici e per il concessionario, somme a disposizione e Iva».

Gli oneri. Da sempre tutti i lavori affidati al Consorzio Venezia Nuova costano il 12 per cento in più. Gli «oneri del concessionario» consentono di mantenere la struttura organizzativa e comunicativa del Consorzio Venezia Nuova. «Ingenti appaiono gli oneri di concessione», scrivono ancora i giudici nella loro ordinanza. E aggiungono: «Alcune di tali risorse si sarebbero potute utilizzare per il rafforzamento dell’apparato amministrativo pubblico». Una percentuale, il 12 per cento, che era stata ridotta qualche anno fa dall’allora presidente del Magistrato alle Acque Felice Setaro al 10.

Gli appalti. Per il particolare status di concessionario unico il Consorzio non ha bisogno di indire gare d’appalto per l’affidamento dei lavori. Che vengono assegnati quasi sempre alle imprese che compongono il pool, a conminciare dall’azionista di maggioranza Mantovani spa. Un altro punto che fa lievitere i costi. Non si applica infatti ai lavori la procedura del massimo ribasso, come invece succede per gli interventi di restauro appaltati da Comune o da Insula, la società di manutenzione di Ca’ Farsetti. E secondo l’Ance la media dei ribassi si aggira intorno al 15-20 per cento del valore dell’appalto.

I costi. E’ il punto finito nel mirino dei giudici contabili. Che hanno messo sotto accusa proprio la procedura della concessione unica, abolita dalle leggi europee e nazionali ma rimasta in essere per il Mose. «Sotto il profilo dell’economicità dell’agire amministrativo», scrivono nell’ordinanza, «suscita perplessità che la determinazione delle voci di costo e dell’elenco prezzi sia stata rimessa al concessionario».

I poteri. Polemica rilanciata in questi giorni dall’economista Giavazzi. «Chi comanda in città è chi ha i soldi, cioè il Consorzio Venezia Nuova», ha detto. Polemica a cui se ne aggiunge un’altra. In periodo di carenza di fondi, con il Comune costretto a chiudere i suoi cantieri perché i finanziamenti non arrivano, si riapre il dibattito sui costi del Mose. «La situazione di monopolio ha portato al lievitare dei costi e la mancanza di alternative non ha consentito di studiare soluzioni più economiche.

«Di questo la politica si deve occupare», dice il senatore del Pd Felice Casson, che da pm aveva avviato numerose inchieste proprio sul monopolio della salvaguardia in laguna.

Postilla

Questi sono i maggiori costi che si valutano per la sciagurata decisione, presa da Franco Nicolazzi, ministro per i Lavori pubblici, venticinque anni fa (e confermata da Antonio Di Pietro, Paolo Costa, Romano Prodi, Silvio Berlusconi) di assegnare a un consorzio di imprese private gli studi, le sperimentazioni, la progettazione e l’esecuzione delle opere nella Laguna. Ma nessuno mette in conto i costi giganteschi che si dovranno pagare (e che pagheremo noi e i nostri posteri) per la gestione manutenzione del complicatissimo sistema, se mai dovesse entrare in funzione. E neppure quelli, che pagherà l’intera umanità, per la distruzione di quell’ecosistema, assolutamente unico al mondo, costituito dalla Laguna di Venezia.

Infine, come non indignarsi se si considera che il Comune di Venezia, che si lamenta di non avere le risorse per i restauri degli edifici, ha investito i finanziamenti della legge speciale per Venezia nella costruzione dell’inutile ponte di Calatrava? Se ne stima il prezzo in 15 milioni di euro.

Si legga l’articolo di Luigi Scano su La nascita e i primi anni del Consorzio Venezia Nuova. Per approfondire, il suo libroVenezia. Terra e acqua, Corte del fòntego editore, Venezia 2009.

PALAU. «Sono in Sardegna da 50 anni e l’amo un po’ come se fosse la mia terra. Ne ho vissuto tutti i passaggi. Quel che sarebbe importante è mantenere per le future generazioni un patrimonio che altri vogliono distruggere». É la premessa di Giulia Maria Crespi, presidente del Fai, nella sua casa di Palau prima di una lunga chiacchierata che verte attorno ai problemi di un’isola che ha adottato e che l’ha adottata.

Signora Crespi, non ha mai nascosto di apprezzare la politica ambientale di Soru.

«Trovo che Soru avesse fatto delle norme che proteggevano l’isola dalle mire dei palazzinari. La verità è che chi vuole speculare in Sardegna sono i continentali. Sulla pelle di chi ci abita».

- I sardi stanno cedendo alle lusinghe dei cementificatori?

«Mi sembra che il territorio sia in mano agli speculatori, guardate cosa vogliono fare in Costa Smeralda, Ma non mi pare che ci siano troppi proprietari sardi. Certo l’isola è molto poco aiutata. Ad esempio: un mio vicino agricoltore in primavera ha visto andare in malora i suoi campi perchè mancava l’acqua. Eppure il Liscia è pieno, ma mi dicono che non è stata prevista l’irrigazione per le coltivazioni sulle riva del fiume, come altrove. Eppure ci sono i rondò con l’ erbetta inaffiata e le ville con le piscine piene».

Soru cercò di cambiare le regole: Cappellacci le sembra altrettanto riguardoso delle esigenze ambientali?

«Le regole davano fastidio a molti. Col progetto della nuova Giunta aumentano le volumetrie sino al 20%, anche in sopralevazione; +30% con la riqualificazione dell’immobile; entro i 300 metri dal mare si può costruire il 10% in più. Si può avere il 30% in più per abbattimento e ricostruzione, il 40% per abbattimento entro i 300 metri con trasferimento di cubatura in lotti compatibili previe delibere comunali e cessione dell’area. E dove mettiamo l’autocertificazione dei costruttori? Basta la firma di un professionista qualunque».

- Se Soru difendeva l’isola, perchè l’hanno bocciato?

«Non sono una politica per dirlo. Forse ci sono stati errori nella comunicazione. Il fatto è che la gente pensa solo all’immediato e non pensa al domani. Ma il domani arriva. Quando sarà troppo tardi ci si renderà conto dei disastri compiuti. L’errore che si fa è pensare che a quest’isola occorra il turismo di massa. Ma non porterebbe soldi per davvero».

- E cosa serve, allora?

«Un turismo di qualità, un turismo disciplinato, rispetto per i piani paesistici».

Che suggerimento darebbe a chi sta per approvare il Piano casa sardo?

«Di fare un passo indietro. Di ripensare. Di non avallare l’ autocertificazione. Di aiutare piuttosto l’agricoltura, la zootecnia; di favorire e aiutare i prodotti tipici locali, l’artigianato, di promozionarli».

Lei che in Sardegna è di casa, può dirci se e come l’ha vista cambiare?

«Certo che l’ho vista cambiare. Terribilmente in peggio. Ho visto troppe costruzioni, brutture di ogni tipo. La conseguenza è che anche il turismo negli ultimi anni non va poi così bene. La Sardegna ha un patrimonio di siti antichi non valorizzati, anche quelli nuragici e prenuragici. Tutto questo non fa molto bene. La ripresa in grande stile della piaga degli incendi contribuisce a peggiorare le cose: un incendiario io lo metterei in cella per anni, ci sono stati morti e danni enormi ma tutti se ne infischiano. La proposta dell’ergastolo? Lo sostengo da anni. Perché questi fenomeni prima non si verificavano?»

Che interessi ci sono dietro questi fatti?

«Ci sono in mezzo un po’ di vendette, un po’ di speculazioni e un po’ di “divertimento”. Ci vorrebbero delle leggi speciali, con una notevole rivalutazione del ruolo della Forestale. I ritardi nell’arrivo degli aerei e elicotteri da cosa dipendono? Le disfunzioni nell’ apparato di intervento sono state tantissime».

- Signora Crespi, sta facendo un quadro poco rassicurante. La Sardegna ha parte del territorio intatto, si può ancora salvare?

«La Sardegna è talmente bella, talmente straordinaria, che in molti punti si può ancora salvare. Ma occorre cancellare la mentalità per cui io vendo mio figlio per fare cassa. È una delle regioni che ha recepito nella maniera peggiore il Piano casa nazionale, perchè? Stanno svendendo la Sardegna facendo credere che in questo modo si incentiva la ripresa. Aver dato alle regioni la possibilità di darsi ciascuna le sue regole è come dividere l’Italia in pillole, per dirla con Einaudi. Una cosa triste, L’Italia è una sola, con bellissime specificità. Occorrono regole unitarie: piani paesistici, piani regolatori, puc».

Il mattone come unica soluzione alla crisi?

«Certo qualche soldo in più entrerà. Ma a che prezzo? No, non c’è solo il mattone. Non ci si occupa delle campagne, si potrebbe puntare sulle primizie e non viene fatto. Invece si combinano un sacco di stupidaggini, costruendo nelle zone fluviali, deviando le acque, così da provocare disastri come le alluvioni di qualche mese fa».

Si rende conto che parlare di ambiente non è molto di moda. C’è la crisi...

«Infatti un’ambientalista come me è considerata una specie di cretina. Ma di questi cretini al mondo ce ne sono sempre di più. E vedremo cosa succederà se si permette la distruzione. La distruzione significa che una cosa è distrutta e basta. Ma i cementificatori saranno felici. E’ come un padre che rende la figlia puttana per fare soldi. Vabbene che le puttane ultimamente sono piuttosto in voga... Come dire: piacciono».

Berlusconi e la crisi?

«Preferisco non parlare di politica».

Un bene il G8 spostato all’Aquila? Lei se lo sarebbe ritrovato a domicilio.

«A Palau sono arrabbiati per questo. Probabilmente è un’occasione persa. A La Maddalena sono stati spesi dei soldi per dei lavori, spero che ora non distruggano anche l’arcipelago con la scusa di rilanciare l’ economia. Ma le economie sono tante, c’è ad esempio quella dei pescatori che sono sempre meno, hanno sempre meno pesce, e devono fare i conti con l’inquinamento».

A proposito di inquinamento, la chimica sarda rischia di chiudere.

«Se parliamo di Porto Torres, ci sarebbe da rilevare che la chimica ha distrutto una zona stupenda da sfruttare per il turismo. Però c’è il problema dei tanti disoccupati. Occorre programmare una riconversione, riportare la gente nelle campagne. Invece chi lavora nei campi è considerato di seconda categoria. E’ un lavoro duro che ha una resa limitata. Ma qui in Sardegna ci sono prodotti straordinari, primizie, prosciutti, formaggi, ricotte, miele. Non rendono come un condominio. Ma attenzione, molte case cominciano a essere vuote. Guardiamo cosa succede in Spagna, in che stato si è ridotta con tutti i suoi vani sfitti. Ma i palazzinari, loro sì, possono sorridere».

Vuol dire che l’isola rischia di fare lo stesso?

«Dipende da chi Cappellacci vuole accontentare. Io mi limito a osservare. Il Piano proposto mi spaventa molto. Occorre tornare alle vie legali. Invece cosa si fa? Si educa il cittadino all’immoralità. Chi segue la prassi regolare è un imbecille. Ma la società è anche piena di gente onesta. Qui ne conosco tanta ed è per questo che l’amo questo posto. Come se nelle mie vene scorresse quel sangue sardo che invece non ho».

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