VENEZIA — «Il turismo veneto ha due nemici. Innanzitutto gli immobiliaristi che riempiono il territorio di seconde case, in particolare sulle coste, ormai solo un costo e non un investimento produttivo. Poi i politici che non capiscono come questo settore non va più valutato in base alle semplici presenze, ma alla loro qualità e redditività». Un attacco duro quello lanciato in piena stagione estiva da Marco Michielli, albergatore veneziano di Bibione, presidente regionale di Federalberghi e di Confturismo, la branca della Confcommercio che rappresenta tutto il comparto. Ma anche la base di una sorta di manifesto per il rilancio del settore a partire dalla regione che in Italia ne detiene il primato. Però anche in Veneto si vedono sempre più evidenti i segnali della crisi complessiva che hanno fatto scivolare il Belpaese al quinto posto della classifica mondiale per visitatori, superata anche dalla Cina, nella quarta piazza, con davanti i capolista Usa, seguiti da Francia e Spagna.
Ma come presidente, l'altro giorno la Regione ha dato le ultime statistiche: nel 2006 le presenze turistiche hanno quasi raggiunto quota 60 milioni, in crescita del 4,6% rispetto all'anno prima...
«Va bene, però quanto rende questa massa? Anche nel nostro ambito i numeri vanno "pesati" più che contati. Quello che conta è quanto ci si guadagna. Per capirci, la Fiat ora ha utili maggiori di quando produceva più automobili. Qualcuno, soprattutto a livello politico, si augura di arrivare a 80 milioni di presenze. Ma lo sanno che un'invasione del genere metterebbe a rischio i fragili equilibri di una regione che è già la più antropizzata d'Italia? Il 15% del territorio, compresi monti, laghi e lagune è urbanizzato. I paesaggi del Giorgione e del Tiepolo sono tempestati di capannoni».
Da imprenditore turistico ad ambientalista?
«No, parlo da chi vive del suo lavoro. I beni naturali e culturali sono la materia prima per la nostra attività che, lo ricordo, è la prima in Veneto per quota di Pil, la ricchezza prodotta e numero di addetti. Ambiente e patrimonio artistico vanno tutelati per garantire il futuro del turismo che, secondo me e tanti analisti, coincide con quello della nostra economia in generale. Tra vent'anni non sarà la manifattura a basso valore aggiunto a trainare il Veneto, ma quella hi-tech. E soprattutto il turismo. Guardiamo cos'è successo in Spagna: partendo da questo settore hanno creato un'economia che ci sta superando».
E invece cosa minaccia l'industria dell'ospitalità veneta?
«Proprio il consumo eccessivo e il saccheggio del territorio avvenuto dagli anni '60 ad oggi. La maggior parte delle vedute dei pittori paesaggisti toscani del '400 è oggi come allora, altrettanto non è possibile qui. Non siamo più poveri e le nostre priorità non sono più quelle degli anni '60. È ora che ci impegniamo a tutelare quanto rimasto per la qualità della vita nostra e dei nostri figli, oltre che per rilanciare il turismo. Questo devono capirlo tutti».
Chi non ci sente?
«Per esempio gli immobiliaristi, non tutti, dediti alla pura speculazione. Alla cementificazione già avvenuta delle coste se ne sta per aggiungere una ulteriore, con milioni di metri cubi edificabili già approvati. E quel che è più grave quasi tutti dedicati ad appartamenti e seconde case in genere, tra l'altro con una crisi in corso da anni delle locazioni balneari. È l'ora di dire basta a queste a nuove costruzioni sulle coste. Con quella tipologia poi significa rovinare il paesaggio e gravare i Comuni di costi per servizi come la nettezza urbana che comunque devono garantire, anche se spesso si tratta di immobili occupati un mese all'anno. D'altra parte i sindaci sono diventati complici, loro malgrado. Per compensare i tagli dei finanziamenti statali agli enti locali concedono licenze edilizie per guadagnarci in oneri di urbanizzazione e introiti del-l'Ici ».
«I politici che devono fare il loro mestiere, cioè programmare senza farsi tirare la giacchetta dagli interessi immobiliari e avvalendosi degli esperti del settore. Devono stoppare i cantieri sulle coste e incentivare le demolizioni degli edifici peggiori e più vecchi sul litorale. Anche concedendo maggiori cubature all'interno, come si fa in Spagna. In Regione l'assessore Zaia è brillante e rapido, ma deve capire che i nodi del turismo veneto non stanno tanto nel
marketing e nella comunicazione. Bensì nella carenza del prodotto che vendiamo su un mercato mondiale sempre più competitivo. Non è integrato, manca la parte d'intrattenimento oggi fondamentale per attirare clientela. Lavoriamo su queste cose, altro che puntare agli 80 milioni di presenze».
«Prendiamo le ville venete. Ce ne sono quattromila, ma solo sette sono visitabili, peraltro in orario d'ufficio. A Grenada l'Alhambra si può visitare anche alle 3 di notte. Le nostre ville, se opportunamente usate e penso al turismo congressuale, si ripagherebbero le spese e magari produrrebbero reddito invece di pesare sulle tasche dei cittadini».
Insomma far ripartire il turismo, veneto e italiano, si può...
«Certo i fattori per essere competitivi li abbiamo, ma non li usiamo. Il governo ripristini il ministero del Turismo per coordinare lo sbando attuale delle strategie di promozione di Regioni. Sul prezzo i Paesi del Sud del mondo ci batteranno sempre. In Veneto si renda l'offerta più appetibile e la si faccia pagare di più. Altrimenti saremo sommersi dall'orda di turisti low cost ».
Marco Michielli è presidente regionale per il Veneto di Federalberghi e di Confturismo
Incrementare il turismo. Fare del turismo il volano della ripresa. Imparare a sfruttare l’Italia, paese particolarmente adatto - per le sue eccezionali qualità storiche, artistiche, paesistiche, climatiche - a un turismo d’élite non meno che a un turismo di massa. Eccetera. Sono auspici con insistenza ricorrenti sulle bocche di politici di ogni livello, leader di partito, ministri, presidenti di regione, sindaci di piccoli comuni periferici. Puntualmente seguono, pronunciate con virtuosa convinzione, frasi del tipo “Anche perché il turismo non inquina”, “Molto meglio che alimentare consumi inutili”. Eccetera.
Nessuno, ch’io sappia, ha mai avuto nulla da obiettare. Incredibile. Nessuno sembra riflettere un attimo sulla sorte di città uniche e preziose (vedi Firenze, Venezia, il centro storico di Roma, ma gli esempi potrebbero essere infiniti) addirittura stravolte dal turismo di massa. E non solo per via delle folle stipate e faticosamente semoventi all’interno di stradine minime, vicoli e callette, nati quando gli umani erano meno di un decimo di quelli oggi viventi sulla Terra, e solo una quota minima di loro abitava in città, la maggioranza essendo allora residente e operante nelle campagne. Stradine vicoli callette che addirittura la massa dei visitatori impedisce, a sé e agli altri, di vedere, e che d’altronde pur restando (quando accade, e accade sempre più di rado) gli stessi di quattro cinque sei più secoli fa, nella struttura muraria, nelle facciate, nei tetti, negli infissi, risultano radicalmente trasformati, privi di senso, se la bottega del vecchio artigiano è stata sostituita da un fast food, e il negozio d’abbigliamento di antica tradizione si è trasformato in una jeanseria, e accanto a una celebre cattedrale staziona una bancarella traboccante di “ricordini” in alabastro e finto murano, e dovunque c’è un minimo di spazio sono tavoli e sedie di caffè trattorie pizzerie a occuparlo, e i rifiuti si ammucchiano in libertà e in vigoroso aumento.
Nessuno sembra ricordare che è stato il turismo, ricco o povero, di massa o d’élite, la causa prima della mostruosa cementificazione delle coste, non solo italiane, ma spagnole, greche, turche, nordafricane, e via via del mondo intero, invase da alberghi albergoni pensioni seconde e terze case. Che sempre il turismo, nelle sue diverse pratiche e accezioni, alla caccia di sempre nuovi e più lontani “paradisi incontaminati”, è tra i responsabili dell’abbattimento di foreste millenarie per far posto a villaggi turistici e centri commerciali, del dissesto ecologico di interi arcipelaghi, e (con il moltiplicarsi di natanti di tutti i tipi e misure, di porti grandi e piccoli, di depuratori malfunzionanti o inesistenti, di bagnanti distratti o maleducati) del crescente e sempre più allarmante inquinamento dei mari di tutte le latitudini; e quindi della distruzione di irripetibili fondali, della perdita di un altissimo numero di specie vegetali e animali, il corallo in primis, di uno squilibrio cui non pochi studiosi attribuiscono anche tsunami sempre più numerosi e violenti.
Men che meno qualcuno sembra considerare quale cospicuo apporto alla generale crisi ecologica rappresenti la mobilità che per definizione al turismo appartiene, qualunque sia il mezzo di trasporto. Automobile, con relativa produzione di gas serra, e insieme crescita esponenziale di produzione di macchine, di autostrade, di problemi di traffico urbano ed extraurbano, di malattie dell’apparato respiratorio. Aereo, con analogo ma enormemente più alto contributo all’effetto serra, e non piccolo contributo alla cementificazione del mondo mediante la moltiplicazione di aeroporti di ogni dimensione. Treno, con minore ma non trascurabile impatto ambientale connesso al numero crescente dei convogli, all’apertura di nuovi tunnel, all’alta velocità, e così via.
So benissimo, nel dire queste cose, di attirare la dura riprovazione non solo di quanti, direttamente o indirettamente, sul turismo di massa vivono e prosperano, ma anche di coloro che lo vedono come una conquista sociale, come il diritto di accesso da parte di tutti (o quasi) a quello che era privilegio di pochi, come nuova opportunità esperienziale e cognitiva da annoverare sul piano del diritto alla scuola e al sapere nella sua interezza, come strumento di sensibilizzazione e arricchimento mentale. Ma siamo certi che questa sia la funzione, e questo sia il risultato, del tipo di viaggi e vacanze “tutto compreso”, così come vengono organizzati e offerti, a prezzi di “assoluta competitività”, insomma il tipo di turismo più diffuso, in quanto accessibile a quelle masse che un tempo dal turismo erano escluse?
Viaggi per gruppi massicci, organizzati come catene di montaggio, secondo tempi strettissimi e obbligati, tappe di un giorno o due quando non addirittura di poche ore in famose città d’arte e soste di qualche minuto di fronte ai monumenti più significativi, il tutto a volte sostituito da un giro in bus con la voce della guida a indicare il Colosseo, il Louvre, il Partenone. Sempre però lasciando largo spazio a foto e filmati, e puntualmente prevedendo visite al vecchio mercatino o al nuovissimo shopping center per gli acquisti ricordo, includendo nel programma ristoranti “etnici” con cibi tradizionali da tempo adattati ai gusti dei visitatori, serate in locali di folklore anch’esso debitamente riveduto e corretto; in un sapiente gioco di rimando e accumulo tra mercato turistico e tutti i possibili mercati collaterali. Quanto può tutto questo contribuire all’apertura mentale, all’arricchimento culturale, al fervore immaginativo di una persona? E analogamente - fatta salva la “ricreazione” fisica - quanto può servire a questi scopi la vacanza in terre sempre più lontane, che proprio l’afflusso turistico non solo rende sempre più somiglianti all’occidente (nell’edilizia, nel traffico, nella cucina, nell’intrattenimento, nella crescente disponibilità di merci di produzione occidentale appunto) ma separa dal contesto generale del paese, in un processo che non ne risana ma ne contamina e squilibra la realtà, sovente creando due economie parallele, una (relativamente prospera) in dollari, l’altra (poverissima) in moneta locale?
Il fatto è che il turismo è soggetto a quel processo di assimilazione di ogni attività individuale e sociale alla merce (alla progettazione, alla produzione, alla commercializzazione, al consumo delle merci), che sempre più definisce sotto ogni aspetto l’attuale forma del sistema capitalistico, cioè il neoliberismo; il quale solo all’aumento del prodotto finalizza il proprio agire, del tutto trascurandone i contenuti, la qualità, le conseguenze. E’ un processo che riguarda ormai la totalità dei servizi, inclusi quelli che più dovrebbero restarne immuni, in quanto riguardano quella che Engels chiamava “produzione delle persone”, appunto distinguendola dalla produzione di merci: cioè non solo sanità, istruzione, ricerca scientifica, informazione di ogni tipo, ma anche le tante altre attività che hanno una significativa ricaduta sociale e culturale, che intervengono nella formazione dell’immaginario e dell’inconscio collettivi, di cui anche il “divertimento” in tutte le sue manifestazioni (ivi compreso il turismo) è parte non certo secondaria.
C’è qualcosa da fare? Non molto, temo, finché le sinistre non si accorgeranno che adeguarsi alle politiche economiche della destra, continuando a inseguire crescita, competitività, profittabilità, ecc., imponendo la quantità come categoria portante del nostro esistere, così come oggi accade, ci sta conducendo alla catastrofe, e non solo ambientale. Dopotutto il turismo, così come viene proposto e praticato oggi, appartiene a questa logica. Forse però, anche senza uscire da questa logica (cosa per ora difficilissima), si potrebbe riflettere che puntare sul continuo aumento del turismo per la ripresa economica, significa distruggere proprio quello che fa del nostro paese una meta turistica privilegiata, e dunque pervenire all’effetto opposto.
O si potrebbe almeno smettere di affermare che il turismo non inquina?
Un programma di 100 pagine con dati, informazioni e progetti, stilati in vista di due grandi eventi: il 150° anniversario dell'Unità d'Italia nel 2011 e l'Expo del 2015 di Milano. Cento pagine che il sottosegretario al Turismo, Michela Vittoria Brambilla, anticipa a Panorama, in vista del 20 giugno, quando si terrà la conferenza annuale di Riva del Garda: primo incontro ufficiale del governo con la categoria, gli operatori del settore e le regioni.
Può fare qualche esempio di cantiere già approvato?
“Il nuovo Palazzo del cinema di Venezia e la riqualificazione delle aree limitrofe: il futuro della mostra e dell'economia del Lido è legato alla realizzazione di questo complesso che favorirà l'occupazione e lo sviluppo durante tutto il corso dell'anno.”
Come sarà il nuovo spazio?
“Una grande sala da 2.400 posti e l'area del mercato dei film, composta da 15 sale di proiezione polivalenti e da aree commerciali per un totale di 7 mila mq.”
Altri progetti?
“La costruzione del nuovo auditorium a Firenze. Nascerà lungo la linea che separa la Firenze verde da quella di pietra, giocherà infatti un delicato ruolo tra le diverse parti della città. Ci sarà una cavea all'aperto, giardini interni e spazi coperti, anche un ponte pedonale che a sud-ovest supera il fosso Macinante.”
Questo per le città d'arte. Quali altri centri sono interessati?
”Il museo dell'arte contemporanea a Cagliari, che mira anche alla riqualificazione del fronte mare della città, e l'ampliamento dell'aeroporto internazionale di Perugia S. Egidio. L'Umbria infatti, pur avendo una posizione geografica molto favorevole, non ha mai avuto collegamenti viari, ferroviari e aerei importanti, sebbene ospiti da diversi anni manifestazioni di risonanza come UmbriaJazz, Eurochocolate e il Festival dei due mondi. E ancora: la nascita di un polo, un grande parco urbano territoriale, con aree boschive pregiate, tra il parco della Reggia di Caserta e quello nell'area dell'ex Macrico con edifici dedicati al turismo e al tempo libero.”
Qual è la prima cosa che ha fatto quando è entrata nei suoi uffici?
“Una riunione con i dipendenti per dire che la parola d'ordine è operatività. A ogni euro speso deve corrispondere un turista in più. Basta con gli sprechi.”
Piglio manageriale. La reazione?
“Ottima: non vedevano l'ora di rimettersi al lavoro. Ho intenzione di operare una sintesi fra tutti i contributi dei vari enti, dando vita a un'unica politica nazionale di promozione e sostegno del turismo. Credo sia questa una delle mancanze degli ultimi anni.”
Qualcuno l'ha ribattezzata strategia acchiappaturisti. È così?
“Senza essere paradossali diciamo che ce n'è bisogno. I dati parlano chiaro: dal 1991 al 2006 c'è stata una crescita di presenze nel nostro Paese del 36,8 per cento. Non è un numero rassicurante: basti pensare che in Spagna sono aumentate del 63, in Francia del 44,8, nel Regno Unito del 66,5, in Turchia dei 323 e in Cina del 346 per cento. I dati ci dicono di un settore che cresce ma non abbastanza, o perlomeno non quanto sta crescendo in altri paesi del Mediterraneo.”
Altri dati di confronto?
“Il World travel & tourism council (Wttc) ci dice che siamo al 173° posto nella
graduatoria mondiale delle previsioni di crescita. Se l’Italia sale dell’ 1,4 per cento, la Spagna, nostra diretta concorrente, si sviluppa del 2,8: il doppio.”
Perché questa differenza?
“Intanto occorre ricordare che il 60 per cento del turismo nel nostro Paese è fatto da nostri connazionali. Inoltre un dato significativo è che i due terzi del turismo non va più giù di Roma. Il che vuol dire che Nord e Sud hanno necessità totalmente differenti. Venezia viene visitata ogni anno da circa lo stesso numero di turisti di tutto il Sud. Inoltre c’è un problema di qualità dei servizi offerti e di formazione professionale che varia a seconda delle diverse aree del Paese.”
Ci saranno anche altre carenze...
“Le stiamo ancora analizzando. A intuito possiamo dire che l'Italia ha bellezze artistiche e paesaggistiche ma manca di infrastrutture. Nell'ultimo anno abbiamo scoperto che sono stati cancellati 7 mila treni locali. Dovremo identificare le zone di maggior crisi e quelle di maggior competitività, con uno sguardo complessivo.”
Male i treni, ma anche le autostrade non stanno tanto bene.
“Dagli anni Settanta a oggi nei paesi europei la rete autostradale è cresciuta del 230 per cento, in Italia solo del 67. La rete dell'alta velocità copre nel nostro Paese soltanto 590 chilomentri, circa un terzo rispetto alla rete francese, che arriva a 1.540 chilometri.”
E per quanto riguarda i porti?
“I paesi con il maggior numero di ormeggi sono i Paesi Bassi (220 mila) e la Gran Bretagna (175 mila), seguono la Francia e la Spagna.”
Perché le grandi catene alberghiere sono controllate dagli stranieri?
“Ci dovremo lavorare: nemmeno nei primi 50 gruppi europei figura oggi una catena italiana. La jolly hotel infatti è stata acquistata nel 2007 da un gruppo spagnolo.”
Ha un obiettivo per il suo mandato?
“Aumentare i flussi turistici in modo da portare a casa almeno 3-4 punti di pil. Tempo massimo: 5 anni.”
Managerialità, operatività, concorrenza e - immancabile – competitività. Eccolo il programma della fulvocrinita sottosegretaria: tale è la foga dell'azione che vi traspare, da provocare un senso di stanchezza alla sola lettura. Qualcuno deve aver suggerito alla wonderwoman della Brianza che buttarla sul numero fa molto executive e, se non altro, aiuta a seppellire sotto un diluvio di cifre pescate un po' a casaccio da qualche documento qua e là l'eventuale ignoranza della materia su cui si discetta. E quando persino l'intervistatore pur amichevolissimo tenta di porre un argine a tale cumulo di banalità (avreste mai sospettato, ad esempio, che il Nord abbia necessità totalmente differenti dal Sud?) la nostra ermeneuta da agenzia viaggi si affida all'intuito (sic!), che le suggerisce la consueta lezione: porti, aereoporti, autostrade e in generale infrastrutture e costruzioni di ogni genere e foggia; persino l'unico esempio evocato di progetto di parco urbano, oltre a qualche accessorio esemplare botanico, sarà fruttuosamente destinato ad ospitare non meglio precisati edifici per il tempo libero e il turismo. Nella panoplia dell'armamentario sviluppista nulla ci viene risparmiato e così non possono mancare i centri commerciali a indispensabile coronamento del Palazzo del Cinema e la consueta equazione ad usum plebis: più costruzioni=più lavoro.
La Napoleonessa delle EPT venuta a risvegliare i letargici dipendenti dal loro torpore (“non vedevano l'ora di rimettersi al lavoro”, sic!) pare divorata dall'ansia da guinness: sembra che l'obiettivo prioritario per il nostro paese (da raggiungere, guarda caso, in un lasso di tempo che coincide perfettamente con quello della legislatura) sia quello di scalare le classifiche del settore, risalire le posizioni, sconfiggere gli avversari e, goal!, guadagnarsi la Coppa Campioni del turismo.
E in questa tragicomica manifestazione di sindrome da horror vacui cementizio neanche il più vago accenno ad un impiego di risorse destinato a ciò che di tutto questo movimentismo vacanziero dovrebbe essere lo scopo principale e cioè la fruizione del nostro patrimonio paesaggistico e culturale: l'anelito al primato della nostrana combattente sul fronte dell'ufficio prenotazioni è talmente scevro da ogni preoccupazione di carattere latamente culturale, da svelare senza reticenze e senza dubbi come, in questa visione, il nostro paesaggio e il nostro patrimonio culturale nel loro insieme siano al più sentiti come un utile gadget, da sfruttare e spremere finchè serve per “portare a casa” - quella della libertà, s'intende - qualche punto percentuale di fatturato in più. E in questo ribaltamento assoluto di mezzi e fini che rimescola in un unico melting pot da film di Cronenberg Eurochocolate assieme al Festival dei due mondi, le uniche pulsioni ideologiche paiono rifarsi ad un nazionalismo da figurina Panini, condito in salsa similbocconiana e veterolittoria.
Ma forse le ascendenze sono da recuperare un po' più vicino nel tempo e nel genere: a rileggere l'assertivo slogan “voglio un turista per ogni euro speso”, davvero la memoria corre alle esortazioni prescrittive della Wanna Marchi nazionale che, nell'impeto della televendita e con esilarante sprezzo dell'evidenza, vista la non esile figura, ci ingiungeva: “Vi voglio tutti magri!” (m.p.g.)
All'Aquila in questi giorni il clima sta cambiando, di notte la temperatura precipita e presto farà troppo freddo per vivere in tenda. La gente è preoccupata e comincia ad arrabbiarsi, ma tiene ancora la voce bassa: nei campi, luoghi di concentramento coatto dove le persone dipendono completamente dall'assistenza, non ci si può riunire, il regolamento lo vieta. E senza confronto è difficile far emergere il dissenso, soprattutto quando le necessità in gioco sono irrinunciabili. Specialmente quella delle case, che mancheranno a lungo, nonostante le promesse di alloggi subito per tutti. A quattro mesi dal sisma gli aquilani sfollati continuano a essere moltissimi: più di 60.000, di cui 45.000 assistiti tra alberghi, case affittate e, soprattutto, le tendopoli, dove vivono ammassate ancora almeno 20.000 persone.
Tra pochi giorni si conoscerà il numero delle case inagibili. I cittadini residenti in edifici dichiarati tali avevano infatti tempo fino al 10 agosto per presentare la domanda di assegnazione della casa. Ai richiedenti verranno attribuiti dei punti e, sulla base della graduatoria, si farà l'assegnazione. Ma non ci saranno case per tutti. Infatti, solo 13.000 potranno alloggiare nelle palazzine del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili) che stanno sorgendo come funghi nel territorio del comune dell'Aquila. La sorte degli altri, meno fortunati, non si conosce. Per ora non c'è traccia di un concreto piano di requisizione degli alloggi sfitti o invenduti, non danneggiati o ripristinabili, che sono molti e potrebbero ospitare gran parte dei senza tetto. Non solo, gli interventi di recupero degli edifici meno compromessi stentano a partire, da un lato per le contraddizioni tecniche delle diverse ordinanze, dall'altro per i contributi che non arrivano ancora e che, comunque, riguarderanno solo i proprietari di prime case.
Invece, l'unica soluzione abitativa che sta prendendo alacremente forma, per merito degli operai delle ditte subappaltatrici che lavorano fino a notte, è il progetto Case, la new town distribuita sul territorio, tanto sostenuta da Berlusconi e Bertolaso. L'affidamento dei lavori è stato fatto in fretta: in regime di ordinanza si saltano via tutte le prescrizioni legislative sulle aggiudicazioni. Il progetto non prevede una vera e propria nuova città, come si disse all'inizio, ma tanti insediamenti più piccoli e meno invasivi, sparsi però nel vastissimo e assai differenziato territorio del comune dell'Aquila. In teoria una scelta migliore, in pratica uno scempio ambientale che innescherà un processo di allontanamento della popolazione da quel che resta della città. Infatti, molti dei 19 siti individuati dalla protezione civile (di concerto col comune) per le nuove palazzine prefabbricate, poggiate come palafitte sui piloni delle piattaforme antisismiche, non sono vicini alla città, bensì dislocati nella campagna circostante o, addirittura, arrampicati sulle pendici del Gran Sasso. «Il problema è proprio quello del posizionamento. Una localizzazione più razionale e meno attenta agli interessi economici, fondata su un criterio di prossimità alla città e sulla difesa delle specificità ambientali, avrebbe garantito agli aquilani sradicati un minimo di continuità con la propria storia spezzata, il mantenimento dell'identità e, soprattutto della socialità», come ci spiega Antonello Ciccozzi, docente di antropologia culturale all'Università dell'Aquila. Invece, quando si è trattato di scegliere dove collocare i costosissimi insediamenti (circa 3000 euro a mq), «della qualità della vita e del rapporto indissociabile tra esistenza e luogo non si è ricordato nessuno».
Il territorio comunale aquilano non potrebbe essere più vario: non solo il bellissimo centro storico oggi zona rossa interdetta alla popolazione (dove vivevano però circa 6000 persone), l'ampia periferia frutto di un'urbanizzazione non pianificata (nei cui palazzi e condomini viveva invece la maggior parte degli sfollati), la zona industriale a est e ovest, ma anche larghe zone rurali e frazioni montane poco popolate, comprese nel Parco Nazionale. Una di queste è Camarda, sulla strada che sale sul Gran Sasso. Di fronte al paese di pietra arrampicato sul monte stanno cominciando i lavori di Case. Due immense gru dominano il paesaggio, finora protetto dai vincoli del Parco. Le ruspe hanno già sbancato il terreno: resiste solo una quercia secolare, difesa strenuamente dai pochi abitanti del paese. Davanti a Camarda presto sorgeranno 4 o 5 palazzine destinate ai senza tetto aquilani con meno punti, che saranno sradicati da un contesto cittadino e trasferiti all'interno di un vero e proprio non luogo, una tipica periferia suburbana delocalizzata all'interno di una comunità montana «con effetti di completo spaesamento», spiega Ciccozzi.
Se la scelta di Camarda appare del tutto irragionevole, l'insediamento previsto ad Assergi, pochi chilometri più in alto verso il traforo, crea non meno problemi. Anche se l'individuazione del sito tra i monti ha una specie di giustificazione: in quel posto vi erano ancora i resti fatiscenti delle baracche utilizzate, più di vent'anni fa, dagli operai che hanno scavato il traforo, abbandonati dall'ultima impresa impegnata nella grande opera, Impregilo, che non si era curata di bonificare la zona, forse nemmeno dall'amianto. Adesso il progetto Case ha permesso il recupero ambientale: al posto delle baracche sorgeranno i consueti piccoli condomini che, per ora, rovineranno soltanto il paesaggio ma, più avanti, quando tra qualche anno gli aquilani deportati rientreranno a casa, si trasformeranno in contesti degradati, ben più invasivi delle baracche. Il discorso della degenerazione vale per tutti gli insediamenti, anche i più vicini alla città, che si teme diventino, nel tempo, contenitori di ogni sorta di emarginazione.
Nessuno fiata davanti a questo progetto, anzi lo si guarda come una panacea. Il rischio è essere tacciati di disfattismo o, meglio ancora, accusati di esser tutti comunisti. «Qui ci stanno aiutando, mica si può sputare sul piatto in cui si mangia».
Ma dove vanno gli aiuti, ci si chiede seguendo Ciccozzi, che parla della catena distorta della solidarietà e dice che «chi aiuta, alla fine, in varia misura aiuta anche sé stesso». E, richiamando la teoria della Shock Economy di Naomi Klein, spiega che «le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale non solo le case. Favoriscono il capitalismo di conquista, che subito programma investimenti. Invece bisognava mettere al centro la difesa della qualità della vita, porsi il problema di ricucire la socialità interrotta, tutelare l'identità dei luoghi e delle persone». A chi conveniva il costosissimo Progetto Case imposto dall'alto senza negoziazione? Perché non sono stati espropriati i terreni più vicini alla città, le cui quotazioni cresceranno subito e saranno preda di facili speculazioni? E, soprattutto, perché non si è perseguita la strada della requisizione degli alloggi vuoti, che avrebbe aiutato anche le piccole imprese locali? Ad Assergi, ad esempio, un grande edificio mai completato domina con la sua mole tutta la valle. Un ecomostro da abbattere che, intanto, poteva essere reso abitabile con poco sforzo e gran risparmio di denaro pubblico e beni comuni, in primo luogo il paesaggio.
170 mila maxi evasori
Befera (Entrate): il crollo dell'Iva non c'entra nulla
di Sara Farolfi
Sono 170 mila i cittadini italiani nel mirino dell'Agenzia delle entrate nell'ambito delle indagini contro i paradisi fiscali. Dopo averne dato notizia, ieri il direttore delle Entrate, Attilio Befera, ha voluto rassicurare i paperoni: «L'obiettivo non è quello di perseguire i miliardari, ma di intensificare l'azione nei confronti di tutti coloro che hanno capitali detenuti illegalmente all'estero». I quali, per riportare in Italia senza conseguenze giuridiche i capitali illecitamente detenuti all'estero, potranno servirsi dello scudo fiscale ter (il terzo di Tremonti) che il governo ha inserito nel pacchetto anticrisi. I 'grandi' evasori potranno cioè rimpatriare i loro capitali pagando un'aliquota più che amica del 5% e con la garanzia che il loro rientro non verrà accompagnato da misure investigative e di controllo. Ma i 170 mila grandi evasori in questione potranno utilizzare lo scudo se le Entrate notificheranno gli atti entro ottobre (a partire da quando lo scudo entrerà in vigore). «Stiamo facendo il possibile per riuscire a notificarli nel più breve tempo possibile», dice al manifesto Attilio Befera.
Della lotta ai paradisi fiscali, come capitolo di una più generale battaglia per l'etica contro gli animal spirits del mercatismo, Tremonti vorrebbe fare la sua bandiera. Non lo aiutano provvedimenti come lo scudo, appunto, che molti commentatori hanno definito, non solo come l'ennesimo condono ma anche come una sorta di amnistia (perché estinguerebbe il reato). Tanto più se si considera - come fanno gli economisti de Lavoce.info - che «solo una parte trascurabile dei capitali rientrati in Italia con gli scudi fiscali dei primi anni Duemila si sono diretti verso investimenti nell'economia, mentre del terzo potrebbero ora approfittare le holding mafiose».
Non è tutto: dichiarare guerra ai paradisi fiscali senza la stipula di accordi bilaterali - come quelli siglati da Obama negli Usa - che impegnino i paesi in questione alla pubblicizzazione di dati, altrimenti coperti da segreto, sarà operazione ardua. Sollecitato, così risponde Befera: «La Svizzera e San Marino stanno dando segnali di collaborazione, quanto agli accordi noi siamo in Europa e gli Usa sono in un altro continente. Su questo comunque stiamo lavorando e sta lavorando soprattutto il ministero».
Ha spiegato ieri Befera che le Entrate sono in possesso di «una lista di nominativi sequestrati a un avvocato svizzero arrestato di recente dalla procura di Milano, una lista di conti presenti presso Ubs Italia e che si presume abbiano qualche riferimento con Ubs Svizzera e una lista di detentori di capitali nel Liechtenstein». Questo per quanto riguarda i «grandi», ma l'Italia come si sa è un paese fatto soprattutto di piccoli e medi evasori, un paese, per dirla con l'ex ministro delle finanze Vincenzo Visco, «dove l'evasione è fenomeno di massa». «I dati - dice al manifesto l'ex ministro - dicono che c'è un crollo micidiale dell'Iva, e questo è da ricondurre direttamente a un aumento dell'evasione». Befera d'altro canto contesta questa lettura e risponde: «Se così fosse allora paesi come la Spagna, la Gran Bretagna e la Francia, dove il calo Iva è stato decisamente più marcato, dovrebbero avere tassi di evasione di gran lunga più alti che da noi. A diminuire è stata l'Iva sugli investimenti, che è al 20%, e questo non significa affatto evasione fiscale».
Certo, le dichiarazioni dei redditi 2008 (relative ai guadagni 2007) rese note poche settimane fa dal dipartimento delle finanze, dicono tutt'altro. Ristoratori che dichiarano redditi da pensionati, metà paese sotto i 15 mila euro, una società di capitali su due che ha dichiarato di essere in perdita e solo lo 0,2% dei contribuenti italiani a dichiarare guadagni superiori ai 200 mila euro. Non sarà un caso se, come certificano i dati della Banca d'Italia, l'economia irregolare viene stimata in 230 mila miliardi di euro. Oltre il 15% del Pil.
Il PD Fassina: smantellati tutti gli strumenti
«Non conosceremo mai i nomi dei trasgressori»
di Antonio Sciotto
«Il governo intensifica i controlli fiscali? Più verifiche ci sono, meglio è, certo: ma in realtà è pura propaganda. Perché dall'altro lato l'esecutivo ha smantellato, sin dal suo insediamento, tutti gli strumenti per una vera lotta all'evasione, e questa è aumentata: lo dicono i dati sul gettito Iva». Stefano Fassina, responsabile Finanza pubblica del Pd, ha lavorato a lungo con l'ex ministro Vincenzo Visco, e conosce a fondo i provvedimenti adottati dal passato governo di centrosinistra, come i problemi legati al fisco. Boccia senza mezze misure il comportamento del governo verso gli evasori, e spiega che l'annuncio dell'accertamento sui 170 mila conti esteri, è motivato dal «rassicurare l'opinione pubblica interna dopo le cifre sul calo del gettito diffuse da Bankitalia, due giorni fa» e, dall'altro lato, «serve a giustificare il nuovo condono operato con lo scudo fiscale». Mentre «dall'estero l'Agenzia delle entrate non potrà avere in realtà i nomi degli evasori, per il semplice fatto che non ci sono accordi politici analoghi a quelli realizzati da Obama con le banche svizzere, o dalla Germania e dal Regno Unito con il Liechtenstein».
Insomma, non ci può consolare il fatto che questa lista di 170 mila nomi è in mano all'Agenzia delle entrate... Secondo voi hanno le armi spuntate.
Credo che sia solo propaganda. Ci sono due modi per combattere l'evasione, entrambi importanti e da attivare insieme. Se è bene che ci siano i controlli, dall'altro lato in un paese come l'Italia, con 40 milioni di contribuenti e 150 miliardi di euro di evasione, non puoi basarti solo sulle verifiche: per quanto le potenzi, al massimo potrai arrivare allo 0,5% dei contribuenti. Serve anche innalzare la cosiddetta «adesione spontanea», cioè tutti quegli strumenti che spingono chi evade a denunciare prima che ci sia un controllo. Con il governo Prodi avevamo creato un sistema che è stato smantellato del tutto da Berlusconi, appena si è insediato: con il decreto del giugno 2008, e poi con la finanziaria triennale del luglio 2008.
Ma l'evasione secondo i dati in vostro possesso è aumentata nell'ultimo anno?
Sì, dalla seconda metà del 2008 a oggi si sono persi circa 10 miliardi di gettito Iva, pari a un calo di circa il 10%. Al contrario, la base imponibile su cui principalmente questo gettito si forma, cioè i consumi delle famiglie, è lievemente aumentata. E attenzione: stiamo parlando di aumento effettivo dei consumi e di gettito Iva, dunque sono dati al netto della crisi. Ebbene: se aumenta la base imponibile e diminuisce il gettito corrispondente, non è forse un chiaro segno di evasione? Inoltre, all'Iva evasa, corrisponde anche un tot di Irpef evasa, dato che parliamo di reddito nascosto al fisco.
Quali strumenti ha smantellato il governo Berlusconi?
Quelli principali sono tre: 1) l'obbligo per le partite Iva di fornire l'elenco clienti-fornitori: permetteva di incrociare i dati sulle fatturazioni; 2) la tracciabilità dei corrispettivi e l'innalzamento del limite per emettere assegni circolari e pagare in contanti: noi lo avevamo fissato a 5 mila euro, l'attuale governo lo ha portato a 12.500 euro; 3) l'accertamento con adesione: sono state abbattute le sanzioni a un livello tale per cui conviene non dichiarare e aspettare l'eventuale comunicazione di accertamento; a quel punto dichiari e paghi la sanzione, che tanto è molto bassa. Comunque sui controlli dico: se è vero, come dice il direttore dell'Agenzia delle entrate Befera, che il gettito da controlli è salito da 600 milioni a 1 miliardo, dall'altro lato va considerato che sull'Iva perdiamo 10 miliardi.
Ma almeno adesso ci saranno gli accertamenti sui 170 mila evasori con i conti esteri.
Lo ripeto: è propaganda. Nei paradisi fiscali resta in vigore il segreto bancario, per cui finché non hai ottenuto, con precise negoziazioni e accordi, la possibilità di accedere agli elenchi - come di recente gli Stati Uniti con le banche svizzere, o il Regno Unito e la Germania con il Liechtenstein - è perfettamente inutile che inasprisci le sanzioni o inverti l'onere della prova sul contribuente, come ha fatto il governo. Tanto i nomi non te li danno: l'attuale esecutivo non ha raggiunto accordi precisi con i paradisi fiscali, non ci ha lavorato come gli altri Paesi.
Allora perché dichiarano di essere avanti su questo fronte?
Per rassicurare l'opinione pubblica dopo i dati diffusi da Bankitalia sul calo del gettito. Ma anche per spingere questi 170 mila evasori - di cui possono pure avere i nomi, ma che non possono accertare con la collaborazione delle banche dei paradisi fiscali - ad aderire allo scudo fiscale. Uno strumento, quest'ultimo, immorale e anche inefficace. Innanzitutto renderà al massimo il 2% del capitale rientrato: perché tutti dichiareranno di avere evaso solo nell'ultimo anno. E pensiamo che quei capitali, tassati normalmente, renderebbero il 40-45%. Poi è anonimo: dunque permette il rientro anche a capitali frutto di attività illecite o criminali. Infine è l'ennesimo condono, quindi alimenta inevitabilmente nuova evasione futura.
«Segnali di ripresa? Non ne vedo. A parte che un +0,3 di Pil non è una gran cosa, anche se ci si aspettavano valori negativi, non è certo a una cifra trimestrale puramente contabile che bisogna guardare. Il vero indicatore è la disoccupazione, e questa è disastrosa, in Europa come in America». Jean-Paul Fitoussi, uno dei più prestigiosi economisti europei, professore a Parigi e alla Luiss di Roma, non è per niente convinto che si stia imboccando la via virtuosa di uscita dal tunnel. «Le dirò di più: si stanno ripetendo gli stessi errori che hanno portato alla crisi: squilibri mondiali, disavanzo di bilancio americano, surplus della Cina, e via dicendo».
Eppure la stessa Bce ha fatto un’inconsueta professione di ottimismo.
«Sono sorpreso. La crisi non è passata, né in America né in Europa né in nessun paese. Il dato del Pil trimestrale non significa nulla. Primo, perché è destinato ad essere continuamente rivisto, e diventa affidabile ben cinque trimestri più tardi. Secondo, perché è composto di elementi palesemente forzati come i sussidi pubblici che non si sa quando finiranno ma non potranno essere eterni. Terzo, perché non tiene conto dell’indicatore principale, appunto il tasso di disoccuazione, che è sotto gli occhi di tutti. E non voglio parlare delle banche».
Le banche?
«I loro bilanci entrano nel Pil, e questo è il paradosso più irritante. A parte i contributi pubblici, le banche hanno bilanci fantastici solo perché prestano soldi alle imprese, che hanno disperate esigenze di finanziamento, a condizioni durissime».
Ma la politica della Bce e della Fed non tiene sotto controllo l’insieme degli interessi?
«Macché, il prime rate non lo applicano per nessuno. Riescono sempre per un motivo o l’altro ad applicare dei "risk premium" da capogiro. Altrimenti non si spiegherebbe perché le aziende ricorrono in misura crescente al mercato obbligazionario, emettendo titoli che costano loro il 6 o 7% ma sono sempre più convenienti del credito bancario».
Sta di fatto che la Germania ha ripreso ad esportare. Non è un segno di buona salute?
«No, è uno degli squilibri di cui parlavo all’inizio. La Germania esporta solo perché ha ridotto i costi in modo spietato, comprimendo di fatto la domanda interna perché ha un mare di disoccupati e di sottopagati, fenomeno che inevitabilmente si allarga all’intera comunità europea».
Fin quando continueranno, allora, le difficoltà?
«Ripeto, fin quando non cesserà di aumentare la disoccupazione, il che non è in vista. In Europa ci siamo assuefatti ad una disoccupazione di massa, ma è inaccettabile».
Servirebbero grandi investimenti pubblici, ma le risorse?
«Un po’ più di coraggio sull’indebitamento pubblico non guasta. L’America avrà anche spalle più forti, ma a fine anno avrà un rapporto deficit/Pil del 12%. E l’Europa?»
A una distanza ancora ragionevole dalla prossima campagna elettorale per le regionali, che tenderà a ricondurre critiche e riflessioni a più innocue polemiche di matrice politica, è forse ancora possibile tentare un valutazione minima delle politiche per il territorio che la Regione ha messo in campo.
In maniera molto sintetica, visto lo spazio ovviamente contingentato di questo articolo, si può fare riferimento a tre grandi famiglie di strumenti di intervento, attraverso i quali ricostruire in maniera strumentale le opzioni (o le retro-opzioni) che la Regione Campania ha utilizzato per intervenire, tutelare o pressare sul territorio.
Le tre famiglie sono: i progetti integrati legati alla programmazione di indirizzo e cofinanziamento comunitario; la pianificazione di area vasta; leggi, normative e regolamenti in materia urbanistica ed edilizia.
Sulle speranze (e, spesso, sulle credenze) legate al ruolo della prima famiglia di strumenti (in gran parte denominati Pit, Progetti integrati territoriali), si è scritto parecchio e la fase di cosiddetta "sperimentazione", durata almeno una decina d´anni, ha consentito di procrastinare continuamente una stima seria dei processi e degli esiti. Ora che alcune prime valutazioni indipendenti e sostenute da dati statistici sufficienti sono state elaborate, sta emergendo che, a fronte di una metodologia severa imposta dall´Unione europea (qualità dei progetti, priorità selezionate, concentrazioni di risorse in programmi di massa critica adeguata, attivazione di partenariato istituzionale e sociale, documentazione dei risultati in maniera rigorosa), gli esiti sono stati per lo più effimeri in termini fisici, clamorosi in termini di flussi finanziari finiti in mille rivoli e mille tasche, inconsistenti dal punto di vista di uno sviluppo duraturo legato ai territori, e si sono conseguentemente chiusi con valutazioni fittizie e furbe, consegnate a una Unione europea che non ha saputo e voluto verificare.
L’unico esito positivo è stato quello di indurre all´apprendimento e all’innovazione la farraginosa macchina burocratica regionale che ha indubbiamente acquisito dimestichezza con pratiche amministrative meno obsolete e grossolane. A questa famiglia, è bene ricordarlo, appartengono anche i nuovi programmi Piu, come quello già partito sul centro storico di Napoli, che si spera utilizzino l´esperienza dei fallimenti passati.
Il secondo gruppo di strumenti, e cioè quelli che fanno riferimento alla pianificazione di area vasta, si identifica in particolare con i Piani territoriali di coordinamento provinciale e il Piano territoriale regionale. Nonostante l’enorme mole di lavoro e di speranze, nessun piano provinciale è stato mai approvato da quando, a partire più o meno dal 2000, le varie province hanno cominciato a elaborare questo tipo di piano. Non c’è riuscita nemmeno la Provincia di Napoli che, arrivata quasi alla fine del processo, ha visto un cambio di maggioranza che rischia di rendere improduttivi i circa 1,5 milioni di euro che si sono spesi, negli ultimi 8 anni, per la redazione del piano. A essere approvato definitivamente, invece, è stato, nel 2008, il Piano territoriale regionale (Ptr). E non è un caso.
Priva di un disegno chiaro su che cosa la Campania dovrà essere nel medio-lungo periodo, la Regione ha approvato l´unico piano che non creava problemi. Il Ptr infatti è un piano di indirizzi, poco cogente, fatto di visioni, scenari e cartografie sufficientemente generiche e poco chiare, utili per consentire infinite interpretazioni e tali da non garantire alcun orizzonte solido verso il quale si sarebbero potuti densificare i contrasti interni alla stessa maggioranza. L´unico elemento positivo del Ptr sono le allegate Linee guida per il paesaggio, un insieme di indirizzi e di prescrizioni che, a partire da una conoscenza puntuale dell´intero territorio regionale, costituiscono uno sfondo argomentato che difficilmente potrà essere messo in discussione, se non dalla poca cogenza del Ptr stesso.
L’ultimo gruppo di strumenti che in queste due legislature di centrosinistra ha "lavorato" sul territorio è quello delle leggi e delle norme. Esse ruotano tutte attorno alla nuova legge urbanistica regionale 16/2004. Una legge che offre spunti di innovazione (generalmente copiati da leggi di altre Regioni), molti punti di inammissibile incertezza (come quella di non prevedere per i piani comunali la suddivisione in parte programmatica e parte operativa, come hanno fatto quasi tutte le altre Regioni d’Italia), e un generale impianto ibrido che manifesta il fatto di essere stata scritta da legulei e non da tecnici urbanisti, rendendola "edibile" ma certamente un´occasione persa per fare qualcosa di più.
Ma la politica regionale per il territorio, quella vera, ha il suo snodo nella legge 19/2001 che (utilizzando simulazioni ingenue, facili da individuare) liberalizza la materia edilizia e fornisce un grimaldello eccezionale per demolire i vincoli paesaggistici, delegando la loro essenza a controlli che non ci sono, all´etica del privato, alla benevolenza del mercato. Con questa legge, ad esempio, la giunta di Antonio Bassolino ha reso edificabile l´intera Penisola sorrentina. Esclusi i centri storici e le aree di tutela integrale (Zt 1 e Zt 9 del Put), circa il 20 per cento del territorio, è in pratica possibile sbancare dovunque la Penisola (come nei fatti si sta facendo) nel restante 80 per cento per realizzare al posto di noceti e oliveti mega-parcheggi interrati che, al netto del metro di terreno in copertura, sono costruzioni a tutti gli effetti che rendono l’area di sedime irreversibilmente compromessa alla pari di un edificio di 10 piani. Si può discutere su altri strumenti e su altre leggi, ma che questo scempio sia l’eredità più solida lasciata al territorio dalle ultime stagioni della politica regionale, è indubbio. E tutto questo in attesa di vedere quello che succederà col "piano casa".
Insomma, un quadro poco confortante, perché fatto di cose effimere, fragili e poco funzionali in termini di promozione dello sviluppo, nei casi migliori, palesemente contro il territorio e a favore della speculazione, in quelli peggiori. L’ultimo anno di tempo è forse poco per mutare il segno di questa tendenza, ma probabilmente dei correttivi sono possibili, per lenire, almeno nel limitato campo urbanistico, il peso di una così poco confortante eredità.
A causa di una lunga serie di scelte sbagliate, a cui si sommano interventi di restauro non rispettosi delle prescrizioni su criteri e materiali, il terremoto dell'aprile scorso ha colpito un patrimonio culturale estremamente fragile. All'Aquila e nel resto del territorio hanno avuto la peggio chiese e edifici che da sempre rappresentano i picchi di vulnerabilità dell'intera area
Nella Cronica di Buccio di Ranallo, il più importante scrittore aquilano del XIV secolo, si racconta in versi la storia della città dell'Aquila, la cui fondazione risale alla prima metà del Duecento, quando furono riuniti in un solo centro gli abitanti di numerosi castelli sparsi sull'altipiano (novantanove secondo la leggenda, come le cannelle della famosa fontana). Da questa unione tra le genti derivò l'impianto originario dell'Aquila: tanti rioni uno accanto all'altro, ciascuno con una piazza, una chiesa, una fontana, le case.
Ferite nel tempo
Tra i fatti più salienti che Buccio richiama nelle sue quartine, spicca il terremoto del 1349, che solo all'Aquila fece più di ottocento morti, distrusse le mura, le case e le chiese e costrinse, come oggi, la popolazione a abbandonare l'abitato. Gli scienziati e gli storici hanno potuto ricostruire che quel funesto terremoto ebbe un'intensità pari al grado 6.5 della scala Richter e produsse danni valutabili attorno al decimo grado della scala Mercalli. Valori dunque leggermente superiori a quelli del terremoto che il 6 aprile scorso ha colpito l'Abruzzo, provocando, oltre alle vittime e ai gravissimi danni, anche nuove e forse insanabili ferite al patrimonio culturale.
Inventariando queste ferite, per valutare i costi e le possibilità di un intervento di recupero ancora tutto da progettare, osservando lo strazio e le macerie delle chiese, dei palazzi e dell'edilizia minuta, che insieme componevano il tessuto abbastanza compatto del centro storico aquilano, è inevitabile notare che mai come in questo caso la tragedia consumata fosse prevedibile se non addirittura annunciata. E non per lo sciame sismico che ha preceduto le scosse del 6 aprile o per i timori del ricercatore Giuliani. Lo prova il quadro delle lesioni e dei crolli del patrimonio culturale, che ricalca quello generato degli eventi sismici precedenti. Ma gli esperti della Protezione civile, che si erano riuniti proprio all'Aquila il 31 marzo per rispondere in modo tecnico alle preoccupazioni crescenti, avevano stigmatizzato l'allarmismo senza approntare alcun piano di sicurezza. Nessuna precauzione, benché L'Aquila sorga in uno dei territori a maggior sismicità della penisola e la sua storia sia profondamente segnata dai continui terremoti ricordati dalle fonti. Ripercorrere l'elenco è istruttivo: 1315, 1349, 1389, 1455, 1459, 1461 (che rase al suolo il paese di Onna e fu analogo per intensità a quello del 1349), 1501, 1646, 1672, 1762, 1789, 1848 1874, 1895, 1915 (che provocò più di 33.000 morti nella sola Avezzano) per arrivare a quelli più recenti.
Cattedrali in pericolo
Il più grave di tutti fu probabilmente il terremoto del 1703, che contò circa ottomila morti e che venne anticipato da un lunghissimo sciame sismico, proprio come oggi. Le violente scosse (6,7 della scala Richter con danni superiori al decimo grado della scala Mercalli), già in gennaio fecero crollare molte chiese: i cronisti ricordano in macerie san Quinziano, san Pietro di Sassa e san Pietro di Coppito, viste in frantumi anche oggi. A febbraio, un'altra scossa diede il colpo di grazia, facendo crollare anche le capriate del tetto della chiesa di S. Domenico, che rovinò sopra a centinaia di fedeli raccolti per la funzione. Oggi la chiesa di S. Domenico sta collassando di nuovo, anche per colpa degli interventi di restauro che hanno appesantito la copertura e irrigidito la sommità delle murature con un cordolo in cemento armato. Allora vennero giù le chiese di San Bernardino che oggi ha perso il campanile ed è lesionata nella zona absidale; San Filippo, la Cattedrale, Sant'Agostino, S. Francesco: le principali chiese della città, che abbiamo visto cedere nuovamente sotto i colpi del sisma di aprile. La cattedrale in particolare, apparentemente integra, rivela al suo interno la rovina del transetto.
Dall'altro lato della piazza, tra le più grandi e belle d'Italia, si affaccia la chiesa di santa Maria del Suffragio o delle Anime Sante, costruita dopo il terremoto del 1703 anche con il concorso di Valadier, che ne progettò la cupola. Proprio la cupola non ha resistito al trauma e versa in pietose condizioni, parzialmente recuperate da un tecnologico intervento di messa in sicurezza coperto da un leggerissimo ombrello, destinato a diventare uno dei simboli della macchina dei soccorsi guidata, in questi quattro mesi, soprattutto dagli ingegneri, che hanno anche progettato le puntellature dei vigili del fuoco. Invece, la grave e ininterrotta storia sismica dell'Aquila avrebbe dovuto produrre particolare attenzione nelle scelte costruttive e di restauro, negli indirizzi politici e culturali e, soprattutto, nella prevenzione del rischio: fatta di saggia valutazione della vulnerabilità, di opportuni presidi e di continua e paziente manutenzione. Ma la città, classificata fin dal tempo del terremoto del 1915 tra quelle più sismiche del paese, era stata in anni recenti declassata dalla zona 1 di massima pericolosità alla zona 2 di sismicità media, alla quale si attribuisce minor rischio e conseguenti minori limitazioni, soprattutto dal punto di vista costruttivo. Diminuire il grado di rischio comportava costi più bassi per l'edilizia e consentiva criteri diversi, assai più permissivi, ad esempio riguardo all'altezza dei nuovi edifici, subito cresciuti anche nelle zone meno sicure della città (l'area di Fossa ad esempio, dove si sono polverizzati i palazzi più recenti, tutta cava all'interno, come d'altronde dice il nome stesso).
Forse anche in ragione di queste scelte (a cui si sommano interventi di restauro non rispettosi delle prescrizioni su criteri e materiali), il terremoto di aprile ha colpito un patrimonio culturale estremamente fragile sia all'Aquila che nel resto del territorio dove, come sempre, hanno avuto la peggio gli edifici storici scarsamente conservati e le chiese che, nella maggior parte dei casi, rappresentano, per ragioni strutturali e morfologiche, i picchi di vulnerabilità dell'intera area. Nonostante gli sforzi individuali e collettivi, la solidarietà e la partecipazione, il sisma ha rivelato, purtroppo, anche i limiti e l'impreparazione delle istituzioni deputate alla tutela del patrimonio. A fronte del ripetersi, quasi secondo copione, dei terremoti nel nostro paese, il ministero per i beni e le attività culturali non è riuscito a strutturare nel tempo un modello di gestione del patrimonio culturale nell'emergenza sismica. Facendo, ad esempio, tesoro delle esperienze passate, come quella del terremoto del 1997 in Umbria e nelle Marche.
Solidarietà e limiti istituzionali
Da anni si ripete che ci sarebbe bisogno di una squadra operativa aggiornata, cresciuta sul campo nel corso delle precedenti emergenze, pronta a entrare in gioco al fianco della Protezione civile al momento del bisogno e in grado di trasmettere rapidamente istruzioni e competenze ai tecnici presenti sul territorio colpito, depositari, viceversa, di conoscenze indispensabili per affrontare la specificità della situazione. Ma questo non è mai stato fatto e ogni volta si riparte da zero, senza le preziose competenze ma con la contrattazione sindacale che permette a tutti, esperti e no, di partecipare al «progetto sisma». Specialmente in questa occasione, tanto pervasivamente gestita dalla Protezione civile, che ha monopolizzato ed occupato fisicamente ogni spazio, anche quelli di pertinenza del Mibac. Anche nel campo dei beni culturali, infatti, si sta compiendo, nel laboratorio emergenziale dell'Aquila, l'esautoramento delle istituzioni pubbliche, statali e non, a favore del corpo scelto della Protezione civile, che prende in carico tutto: le scelte calano dall'alto, non c'è partecipazione diretta del ministero deputato alla tutela, tantomeno delle soprintendenze locali che presidiano il territorio. Per la prima volta il vicecommissario straordinario per i beni culturali non è nei ruoli del Mibac ma dipende direttamente dalla Protezione civile. D'altronde anche il ministero sta subendo la stessa sorte di lenta ma progressiva dismissione, tra commissariamenti e drastiche riduzioni di risorse. Per l'ufficio del vicecommissario lavorano sia i tecnici delle Soprintendenze abruzzesi che quelli degli altri uffici del ministero che a turno contribuiscono alla prima speditiva valutazione dei danni, che ha l'obiettivo di fornire anche un'indicazione economica di massima, utile a prevedere le coordinate del piano di recupero.
Ma nessuno ha un quadro completo, neppure settoriale: secondo una logica eterodiretta, si procede in maniera puntuale, senza aver chiari gli obiettivi generali, se pur ci sono. Anni luce di distanza dalla necessaria multidisciplinarietà sperimentata ai tempi del Gruppo nazionale difesa terremoti del Cnr, quando si discuteva dell'opportunità di protocolli operativi e schede di rilevamento danni anche per il patrimonio artistico (beni mobili e apparati decorativi fissi) e non solo, come adesso, per i contenitori architettonici, le chiese ed i palazzi. Manca il confronto, sotto il tallone di ferro della Protezione civile, e la partita è grande e davvero difficile.
Scelte tragiche
Non si tratta, naturalmente, di restituire L'Aquila così com'era ai suoi cittadini, come ha promesso il presidente del consiglio, bensì di studiare un piano di ricostruzione che conservi il più possibile ma non si accanisca terapeuticamente sugli edifici crollati: abbia il coraggio di demolire con coscienza laddove inevitabile. All'opera ci dovrebbero essere non solo gli ingegneri ma squadre di architetti, pianificatori, urbanisti, restauratori e storici dell'arte, che potrebbero, in tempi rapidi, progettare insieme la nuova città.
Il problema vero e critico riguarda infatti i centri storici (soprattutto quello aquilano, ma il discorso vale anche per il territorio), in cui le emergenze monumentali e gli edifici vincolati non sono isolati, bensì connessi da una fitta trama di edilizia minore. Questo è il punto chiave di cui non parla nessuno. Forse si potrà restaurare la cupola delle Anime Sante ma certo non l'edilizia storica minuta, costruita con materiali poveri malamente conservati. La partita da giocare è quella della ricostruzione e riconnessione del tessuto storico: il rapporto tra architettura contemporanea e ferite aperte della città, progetto e memoria. Nel centro storico vi saranno, inevitabilmente, dei buchi che dovranno essere studiati e riempiti senza ripetere gli errori del passato.
Per far questo bisognerebbe unire tutte le forze. Invece, mentre da un lato vertici centrali dell'amministrazione che tutela il patrimonio culturale consegnano la gestione dell'emergenza alla Protezione civile, dall'altro il mondo dei musei si è mosso in autonomia. Il presidente dell'International Council of Museum (Icom) Italia ha chiesto a tutti i soci solidarietà con l'Abruzzo e i suoi beni culturali colpiti. Sulla base di un protocollo di intesa con Legambiente, che già in passato si è distinta con interventi in favore del patrimonio culturale danneggiato dal sisma, Icom indica ai soci la strada maestra del volontariato. Legambiente, intanto, si propone e viene accreditata dalla Direzione che coordina, solitamente, l'attività locale delle Soprintendenze.
Dove il ministero fatica a mandare personale qualificato, l'associazione supplisce e entra in gioco con le sue strutture di volontari con la pettorina gialla (finora 300) che si lanciano al recupero e messa in sicurezza dei beni mobili danneggiati (circa 1300). Straordinario l'impegno dei ragazzi, dei quali qualcuno avrà ben valutato le competenze, che sostituiscono operativamente gli specialisti e i tecnici.
Alla fine i volontari vuotano chiese, palazzi e musei mentre i funzionari si impegnano a schedare i beni vincolati coinvolti (a oggi circa 1600 schede) per valutare il danno e fornire cifre di riferimento alla Protezione civile, secondo indici previsti dagli ingegneri delle università accreditate, che si occupano di danni sismici. Che poi sono le stesse che producono i progetti della messa in sicurezza e, a lungo andare, anche del recupero dei monumenti. Ma quali monumenti? La prospettiva della ricostruzione cozza contro gli ostacoli e i tempi lunghi imposti dalla smisurata messe dei danni. Il Presidente del Consiglio, rifiutando sulle prime gli aiuti internazionali, aveva detto che gli stati stranieri avrebbero potuto adottare uno dei monumenti colpiti. Da parte sua, il ministro Sandro Bondi ne aveva subito individuati quarantacinque, in pessime condizioni, anche per colpa di poco opportuni interventi di restauro recenti, basti osservare la fiancata della chiesa di San Marco, che si sta aprendo come un fiore e dentro è un cumulo di rovine, per capire come i carichi di cemento armato abbiano contributo al dissesto. L'edificio sarà ingabbiato da un ponteggio, frutto della donazione del Veneto. Solo l'intervento di messa in sicurezza costerà 240.000,00 euro: i restauri chi lo sa, magari venti volte tanto.
Il calcolo, a spanne, di quanto servirà per restaurarli parla di 450 milioni di euro, che non si sono ancora trovati, nonostante gli impegni a parole. Su queste cifre bisognerebbe cominciare a riflettere, date le precedenti esperienze di mala gestione dei finanziamenti per la ricostruzione. Chi realizzerà i restauri? Chi valuterà i progetti? Chi gestirà gli appalti, in regime di ordinanza? E, soprattutto, quanti anni ci vorranno?
«I senzatetto non sono una falla del sistema, ma la condizione del suo funzionamento». Questa citazione, tratta da uno dei suoi libri, decora le pareti dell'ufficio newyorchese di Peter Marcuse, figlio del «filosofo del '68» Herbert e professore di pianificazione urbana alla Columbia University. Oggi potremmo sostituire i senzatetto con le migliaia di americani che si trovano in mezzo a una strada in seguito alla crisi dei mutui. Cambiano le forme, ma non il meccanismo che regola il sistema. Per questo con Marcuse, e con Neil Brenner, professore di sociologia e di metropolitan studies alla New York University, proviamo a discutere della crisi attuale e dei suoi effetti sulla geografia delle città, delle nazioni e del mondo. E degli spazi che questa potrebbe aprire per le sinistre e i movimenti sociali.
In che modo la crisi può costituire un'opportunità per la sinistra e i movimenti sociali?
Peter Marcuse: Il punto da cui partire per capire quali sono i limiti e le possibilità per la sinistra in questa crisi economica è la situazione attuale del mercato immobiliare, in particolare quello cittadino. Negli Stati Uniti c'è grande solidarietà verso coloro che perdono la propria casa e si moltiplicano i tentativi di evitare i pignoramenti. Tra i più radicali, vi è un movimento di occupazione delle case sequestrate, attivo in varie zone: a New York prende il nome di Picture the Homeless, a Miami si chiama Take Back the Land. Gli attivisti aiutano le persone a occupare le case rimaste vuote, conquistando così molta simpatia da parte della popolazione. Alla domanda su quale fossero i loro obiettivi, hanno tuttavia spesso risposto che sono coscienti che le loro azioni sono illegali e che le famiglie occupanti dovranno prima o poi andarsene. Quello che cercano di fare è solo rendere pubbliche le tragedie di chi è sbattuto fuori dalla propria abitazione. Il passo seguente, a rigor di logica, dovrebbe essere il riconoscimento che il libero mercato è lo strumento sbagliato per distribuire le case e che gli edifici occupati dovrebbero essere messi in modo permanente al servizio di chi ne ha bisogno. Questo ragionamento però non viene fatto. La recente formazione e crescita di movimenti sociali radicali è indubitabile. Al tempo stesso, non riescono a esplicitare il carattere politico delle loro rivendicazioni.
Neil Brenner: Se le persone capissero che questa è la logica inevitabile del capitalismo si arriverebbe ad una critica sistemica e ad una soluzione. Non si tratta infatti di correggere alcuni «casi isolati» di espulsione di persone che si sono trovate in «circostanze sfortunate». La situazione attuale è infatti il risultato di oltre un decennio di una speculazione di un mercato immobiliare orientato a trarre profitto dalle fasce più deboli della popolazione.
Quali sono dunque gli effetti della crisi economica sulle metropoli statunitensi?
Peter Marcuse: Per il momento, non vi sono cambiamenti significativi nel modo in cui il capitalismo interviene sulle città. Ma le gerarchie di potere potrebbero risultarne modificate, anche se non è ancora chiaro in quale direzione. È forte la possibilità che accada qualcosa sul fronte politico, il che influenzerebbe il governo cittadino. Con l'elezione di Obama c'è stato uno spostamento generale verso sinistra, anche se certamente non in modo radicale. Si è così diffuso il bisogno di un ruolo più forte delle istituzioni pubbliche e di una maggiore regolazione dell'economia di mercato. Inoltre, non c'è più un'accettazione acritica del ruolo centrale della finanza nel settore dello sviluppo urbanistico. Allo stesso tempo, l'uso che si sta facendo degli aiuti di stato suggerisce però l'importanza continua se non crescente del settore finanziario.
Neil Brenner: La domanda che la sinistra si deve porre non è «crisi o stabilità» ma cosa distingue questa crisi dalle altre. Questa, infatti, è un'occasione per politicizzare la finanziarizzazione dell'economia in generale e dell'economia urbana in particolare. Il ruolo della finanza come meccanismo centrale del capitalismo è stato dato per scontato, mentre sottende decisioni e rapporti di forza che decidono della distribuzione delle risorse pubbliche. Con questo oggi ci dobbiamo confrontare in modo molto esplicito e a tutti i livelli: locale, nazionale e globale.
Peter Marcuse: La parola chiave è «politicizzare». Non è ancora accaduto. La sfiducia nel settore finanziario non è molto distante dal diventare una critica del capitalismo, ma questa possibilità resta ai margini della discussione pubblica. Il che mette in evidenza i limiti nel funzionamento della democrazia rappresentativa. Suggerisce che l'unidimensionalità prodotta dal sistema è molto profonda. Quando Obama parla nei campus universitari, le questioni sollevate riguardano però la necessità di prevenire gli aborti piuttosto che limitare il potere di Wall Street.
Si può dunque parlare di una distanza se non di una frattura tra il livello della rappresentanza democratica e quello dei fenomeni sociali che si manifestano nelle metropoli?
Neil Brenner: Una delle risposte potrebbe essere questa: le istituzioni rappresentative garantiscono un certo livello di diritti civili propedeutici al perseguimento di altre forme di democrazia radicale. Il punto è però un altro, cioè se i movimenti globali operano per affermare un progetto di democrazia popolare, o di autogestione, più radicale delle procedure elettorali sulle quali si basa la democrazia parlamentare. Ci si deve dunque chiedere se i processi di ristrutturazione economica globale negli ultimi due decenni, oltre a limitare i movimenti sociali, abbiano anche contribuito a far sorgere nuove strategie in questa direzione nelle città di tutto il mondo.
Peter Marcuse: Io vedo una situazione di grande ambiguità. Il luogo in cui la democrazia diretta è possibile sono le città, il livello locale, perché è lì che vivono gli uomini e le donne. Il malcontento nei confronti di questa crisi si esprime nelle città e, in una certa misura, nelle politiche cittadine. Però il fenomeno non è locale, ma nazionale e globale. Quindi abbiamo delle risposte ambigue: l'indignazione si esprime a livello locale ma il suo obiettivo è sovralocale. Una conseguenza negativa della crisi sulle politiche locali è la subordinazione dei problemi relativi alla qualità della vita o ai salari e alla distribuzione delle risorse alle misure per la crescita economica. È quello che sta succedendo a New York, dove l'amministrazione sta investendo in infrastrutture nel lower Manhattan per ottenere maggiore sviluppo economico invece di investire nelle scuole pubbliche, nella sanità. In questa situazione di crisi, il perdurare del dominio della sfera economica avrà effetti negativi sui movimenti sociali progressisti a livello locale.
La globalizzazione, in tutte le sue forme, mette in gioco il rapporto tra il capitale e la trasformazione spaziale del mondo. Che relazione c'è oggi tra lo sviluppo capitalistico e la creazione di nuovi spazi?
Neil Brenner: La trasformazione spaziale è al centro dell'accumulazione di capitale, perché l'estrazione del plusvalore implica la creazione di una rete globale di infrastrutture per facilitare l'accumulazione. Questi temi sono il cuore del nostro progetto «città per le persone, non per il profitto». Da una parte vi sono i processi di accumulazione e di mercificazione che producono vari modi di appropriazione dello spazio orientati al profitto. Dall'altra vi sono lotte per appropriarsi dello spazio per uso popolare, per la riproduzione sociale. Ma il confine tra mercificazione e riproduzione sociale è fluttuante. La crisi ha evidenziato l'estensione crescente della mercificazione del mercato immobiliare e l'opposizione che ha incontrato. È, questa, un conflitto sulla produzione dello spazio. Prende forme diverse rispetto a trenta, cinquanta o centocinquanta anni fa, ma è endemico al capitalismo come il conflitto per estrarre plusvalore dal lavoro.
Peter Marcuse: La crisi attuale è stata prodotta dalla ricerca di luoghi ulteriori per l'investimento di capitale: i salari non erano sufficienti per far fruttare il settore immobiliare in termini di investimenti, dunque si è deciso di estendere il credito per produrre profitto. Quando i salari non sono abbastanza alti per ripagare il credito si ha una crisi come questa.
Negli Stati Uniti la teoria critica non si manifesta più negli ambiti del pensiero politico o della scienza politica, ma negli studi di geografia e di urbanistica critica. Perché? Ha a che fare con i processi di globalizzazione e denazionalizzazione?
Neil Brenner: A partire dagli anni Ottanta abbiamo assistito a una significativa riarticolazione dello spazio politico-economico. Alcuni studiosi ne hanno parlato in termini di globalizzazione, deterritorializzazione o denazionalizzazione. Io preferisco parlare di rescaling,, di ridefinizione delle scale spaziali. Una delle sfide oggi è dare un senso a queste nuove geografie. Penso che il termine «denazionalizzazione» sia problematico. La dimensione nazionale è significativa in termini strutturali e politici come lo era in passato, ma è inserita in un contesto geografico mutato. Quindi, è necessario comprendere la riarticolazione del livello nazionale con il livello locale e quello globale dell'autorità politica. L'Unione europea è un case study molto importante per comprendere questa nuova configurazione dello spazio politico e dell'autorità politica a partire dal nuovo sistema di relazioni tra nazionale, subnazionale e sovranazionale. Si tratta di un ridimensionamento dello spazio politico nazionale più che la sua dissoluzione
Peter Marcuse: La geografia ha un rapporto mediato con il politico. Se si deve analizzare cosa sta accadendo negli Stati Uniti con la crisi utilizzando gli strumenti di una buona scienza politica, la conclusione sarebbe immediatamente che serve una rivoluzione. Se si prende in considerazione il sistema spaziale, bisogna fare alcune inferenze ulteriori prima di giungere alla stessa conclusione, perché, introducendo il livello spaziale, si produce una formulazione mediata della crisi. Sono stupito dal fatto che la geografia sia oggi più radicale della scienza politica o dell'economia, perché è in un certo senso illogico. La crisi sottostante riguarda le relazioni economiche e politiche nella società e lo spazio è uno strumento per influenzarle e strutturarle, ma ne è un riflesso.
Caro direttore, da vent’anni le urla roche di Bossi costruiscono l’immaginario geografico e la mappa costituzionale dell’Italia. Performano la sua intelaiatura territoriale. Ora spostano il gioco direttamente sui simboli. Un dispositivo semiotico dall’intento sfacciatamente separatista per marcare differenze, frantumare la faticata unità, giustificare le gabbie, gli sbarramenti culturali, le xenofobie. Icone inventate, sconosciute, pure finzioni. Sulle identità regionali, qui sta il paradosso.
Tutta la geografia delle regioni è inventata. Eppure esiste dall’atto costituente. Le regioni costituzionali potrebbero infatti rientrare a pieno diritto tra i falsi storici. Non sono mai esistite prima del 1948. Quelle che noi chiamiamo regioni, e sulla cui istituzione in organi di governo periferico i costituenti hanno discusso lungamente, erano in realtà i "compartimenti statistici" che vennero ritagliati per l’organizzazione del primo censimento del Regno. Ribattezzati con noncuranza "regioni" a inizio Novecento senza che ne fossero mutati fisionomia e significato. Partizioni disegnate per la raccolta dei dati ma prive di altre implicazioni, se non per qualche vago e impreciso riferimento a denominazioni tramandate (come tante altre toponomastiche locali che pure non hanno avuto medesimo riconoscimento: perché non anche una Daunia o una Lunigiana, di cui pure si discusse in Assemblea?).
Un equivoco che ai costituenti poco importava, il problema vero era la natura della statualità. Il reticolo astratto dei compartimenti statistici, forse proprio perché non intriso di sentimenti di appartenenza, alla fine è sembrato il modo migliore per maturare il compromesso tra centralismo e autonomismo che arroventavano gli schieramenti. Non a caso si attueranno solo nel 1970, in clima politico ed economico ben diverso (avvisaglie della crisi economica, crisi di consenso dei partiti, del centralismo, ecc.) con la finalità di presiedere alla programmazione economica, nel tentativo di controllare la crisi frantumando e decentrando il dissenso – operazione mal riuscita come sappiamo.
Si commette però il primo degli scivoloni, cadendo in un’ambiguità mai sanata sulla forma dello stato. Ambiguità perdurante, sul cui terreno Bossi si è sempre mosso con destrezza, giocata sulle mille, diversissime, opposte accezioni attribuite al federalismo (ogni volta evocando il fantasma dolente di Cattaneo). Ma se il regionalismo dei costituenti (la regionalizzazione, avrebbe precisato Gobetti) è stata la sconfitta del federalismo alto scaturito dalla critica al centralismo fascista, il federalismo voluto dalla Lega segna la sconfitta del regionalismo. Quando con regionalismo si intenda una visione condivisa di identificazione territoriale – che pure è esistito in alcuni (rari) momenti e situazioni.
La vicenda regionale italiana ha sempre marciato sul filo del rasoio: chi vuole e ha voluto le regioni? Come in Assemblea costituente, dove il balletto delle posizioni ha visto un ribaltamento diametrale degli schieramenti, anche dopo l’attuazione, poi il perfezionamento in chiave di sussidiarietà e ora di nebuloso federalismo fiscale, il gioco avviene sempre su posizioni sfuggenti. Si è sempre preferito, per tatticismi politici del momento (il più eclatante la Bicamerale), rimanere nel vago e strappare di volta in volta qualche concessione. L’identità regionale, in tutto questo mercanteggiare tra potere centrale e potestà decentrate, è l’ultimo dei paraventi.
La pretesa di attribuire personalità (nazionalità?) alle regioni stride con la sterilizzazione delle identità avvenuta negli ultimi decenni. La loro fisionomia è da sempre pallida – salvo alcune che hanno voluto emergere dal panorama piatto di un decentramento rappresentato come meramente amministrativo, esecutivo, e mostrare invece capacità di autodeterminazione; un’epoca anche questa tramontata. Neppure sul piano funzionale le regioni si presentano come autonomi sistemi territoriali. Al punto che alla fine degli anni ‘90 un’indagine della Fondazione Agnelli arrivava a proporre aggregati multiregionali, "mesoregioni". Anche in quel caso dopo la provocazione di Miglio e Bossi sulle "macroregioni": Nord-Centro-Sud. Siamo di nuovo qui a parlarne, lungo la strada intanto abbiamo perso il Centro.
Le metafore territoriali sono ballerine, come ritagli di carta volano al primo soffio. Alcune sono più eteree, altre si stabilizzano se ispessite di narrazioni, di conferme. In questa nostra era dominata dalla capacità affabulatoria e mediatica, creare rappresentazioni territoriali e fissarle nel palinsesto comunicazionale con marcatori simbolici può diventare pericoloso, attualizzante. La Padania è una figura nuova, ma resta lì, ben inchiodata dai segni cari al popolo leghista, tanto più efficaci quanto più rudimentali. Uno dei travestimenti della cosiddetta questione settentrionale, tanto insistita da scatenare analoga richiesta di visibilità, attenzione - e traduzione in privilegi - da parte del Sud.
Cambiano insomma le formule ma non la sostanza del contendere: le relazioni di potere tra centro e periferia. Il federalismo ibrido e incompiuto entro cui vivono le istituzioni locali avrebbe bisogno di ben altri contributi. La governabilità territoriale è ingolfata da un apparato pletorico, sovraffollato, obsoleto. Anche la sola mappa dei reticoli confinari riproduce uno scenario intricato e contorto di competenze sovrapposte che attendono semplificazione e ri-forma. Ma per questo bisogna sfuggire alle comode scappatoie della retorica identitaria, ai tranelli della governance, alle contraddizioni della sussidiarietà e ripensare il territorio come soggetto della decisione politica.
A rilento la collaborazione Stato-Regioni sul paesaggio. Sono soltanto otto, infatti, le amministrazioni che hanno già siglato un'intesa di copianificazione col ministero per i Beni e le attività culturali (secondo le informazioni fornite dalla direzione generale paesaggio, Parc) per l'elaborazione congiunta del piano paesistico o, quantomeno, per fissare insieme la disciplina di tutela per le aree vincolate. Il codice Urbani (Dlgs 42/2004) prevede infatti che le Regioni possano seguire un doppio binario per adeguare la propria normativa in materia di paesaggio: siglare un'intesa più ampia, per scrivere insieme al ministero Beni culturali e all'Ambiente il nuovo piano, oppure decidere di limitare la copianificazione alle sole aree vincolate. Le amministrazioni che hanno finora siglato un accordo col Mibac sono Abruzzo, Campania, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Puglia, Sardegna. Toscana e, dallo scorso 15 luglio, il Veneto.
Il protocollo d'intesa è stato invece predisposto, ma attende la sottoscrizione, per Calabria, Lazio e Marche. In altri casi, come per Emilia Romagna e Umbria, è in atto il tavolo di copianificazione, mentre per Lombardia e Liguria sono in corso le trattative per la stesura di un accordo condiviso. Sicilia, Valle d'Aosta e Trentino Alto Adige, infine, fanno eccezione perché seguono procedure ad hoc legate allo statuto speciale. Le Regioni possono inoltre stipulare intese col ministero anche per disciplinare lo svolgimento congiunto della verifica e dell'adeguamento dei piani al codice. Un processo al termine del quale, dopo la verifica degli strumenti urbanistici, le autorizzazioni paesaggistiche potranno "svincolarsi" dal parere delle soprintendente, che resterà obbligatorio, ma non più vincolante, L'intesa su questo punto (ex art. 156 del codice) è in alcuni casi andata avanti di pari passo con l'accordo sulla copianificazione (art. 143). Fanno eccezione Campania, Friuli Venezia Giulia e Veneto, che hanno firmato soltanto il secondo.
Le differenze tra Regioni nella road map sulla copianificazione si inseriscono in un quadro, quello della tutela del paesaggio in Italia, che già si presenta molto frammentato. Con la maggior parte delle amministrazioni molto lontana dal centrare l'obiettivo di adeguare, o realizzare, i piani paesistici entro il temine fissato dal codice con successive proroghe al 31 dicembre 2009. ll tutto senza contare il successivo recepimento (delle prescrizioni d'uso su zone vincolate) da parte degli enti locali attraverso i propri strumenti di governo del territorio. La legislazione sul paesaggio appare un mosaico con tessere tutte diverse tra loro.
Il Piemonte è riuscito ad adottare il Piano in Giunta il 3 agosto (con pubblicazione sul Bollettino il 6 agosto, data dalla quale le prescrizioni entrano in salvaguardia). La Calabria, invece, è tuttora sprovvista di una disciplina ad hoc, ma ha siglato l'intesa col Mibac. In Lombardia è in vigore il Ptpr (Piano territoriale paesistico regionale) del 2001, aggiornato lo scorso anno, ma il 30 luglio scorso è stato adottato dal Consiglio regionale il Piano territoriale regionale (Ptr), al cui interno c'è il nuovo piano paesistico lombardo. La Giunta dell'Emilia Romagna ha appena dato il via libera alla legge di "Tutela e valorizzazione del paesaggio" (che ora passa al consiglio) per l'adeguamento del piano regionale, mentre nel Lazio le nuove norme, adottate nel 2007, sono in via di approvazione. La tutela di cipressi e colline in Toscana sarà affidata al piano adottato lo scorso 16 giugno e che dovrebbe entrare in vigore entro fine anno. In Sardegna, invece, si è chiuso il giro di conferenze territoriali sul paesaggio, organizzate dall'assessorato Urbanistica in vista della riforma delle norme di tutela (che a oggi non coprono l'intero territorio ma solo il primo ambito "costiero").
Poche certezze, dunque, per il paesaggio italiano. Una situazione precaria aggravata da ulteriori fattori di instabilità. Come le continue proroghe per il regime transitorio dell'autorizzazione, da ultimo reso valido fino al 31 dicembre prossimo.
La recessione ridisegna l’universo del gioco d’azzardo. A farlo è l’ingresso in massa in questo settore delle classi medie e medio basse, quelle colpite dall’aumento della disoccupazione. Mentre sprofondano nella povertà sognano di salvarsi vincendo la lotteria o ottenendo il cosidetto jackpot, i tre simboli identici alle slot machines che producono una pioggia di monetine. Non si gioca più per divertimento ma per disperazione, questo il messaggio che arriva dai paesi anglosassoni, da sempre all’avanguardia nel gioco d’azzardo. Questo è quel che ci racconta “The Millionaire”, il film pluripremiato agli Oscar in cui la febbre per la «ruota della fortuna» diventa la malattia e la cura di milioni di disperati negli slum di Mumbai. Di questo, anche di questo, parla la corsa collettiva al Superenalotto che in Italia accomuna classi sociali e categorie, suore preti e immigrati, poveri e amministrazioni comunali, classe media, tutti: l’ultima carta, la carta della fortuna.
I giocatori incalliti sono stati duramente colpiti dalla recessione, ecco perchè i grandi casinò sono ormai semivuoti; se non ci fosse il crimine organizzato che li usa ancora per riciclare il denaro sporco molti sarebbero costretti chiudere. La recessione sembra schivare quel settore del gioco d’azzardo non frequentato dai professionisti: lotterie e bingo. Ecco spiegato perchè mentre Las Vegas, tempio dei piaceri proibiti degli adulti, è ormai semideserta, i piccoli casinò disseminati nelle riserve indiane dell’Ovest pullulano di gente che tenta la sorte al Kino, una specie di lotteria permanente. Uno studio della società britannica Global Betting and Gambling Consultants (GBGC) descrive la crisi come la tempesta perfetta per il gioco d’azzardo tradizionale. Il settore sta mutando profondamente perché la recessione cambia le motivazioni del gioco. Tentare la sorte diventa un modo per esorcizzare la disperazione di una classe che sa benissimo di non essere più in grado con il proprio lavoro di ottenere la mobilità sociale dei propri genitori.
La distanza tra le classi medie e medio basse e i ricchi è talmente tanta che solo un colpo di fortuna può colmarla. In questo mondo che tanto assomiglia al nostro passato remoto, quella antecedente alla nascita della classe operaia, un mondo senza coscienza politica né identità di classe, il fato è tornato di moda. Tutti si affidano alla sorte e tutti giocano. Una sorta di tassa sulla perdita di speranza nei propri mezzi. In netto aumento il gioco d’azzardo online, quello che si fa seduti comodamente in casa, lontano dagli occhi degli altri. Costa poco e crea una dipendenza quasi immediata. A detta di GBGC gran parte della crescita prevista nei prossimi anni nel settore dell’azzardo proverrà proprio dai casinò virtuali.
Nonostante la crisi, dunque, le proiezioni per il settore sono molto ottimiste: dai 345 miliardi di dollari del 2001 si passerà a 433 miliardi nel 2012. Ne basterebbe una piccolissima percentuale per iniziare a finanziare la riconversione industriale verde dei paesi occidentali e interrompere la crescita della disoccupazione. Ma nessun governo ha pensato di tassare pesantemente il piccolo azzardo.
L´Egocrate è ossessionato. Diventa isterico, quando lo si contraddice con qualche fatterello o addirittura con qualche domanda. Se non parli il suo linguaggio di parole elementari e vaghe senza alcun nesso con la realtà; se non alimenti le favole belle e stupefacenti del suo governo; se non chiudi gli occhi dinanzi ai suoi passi da arlecchino sulla scena internazionale; se non ti tappi la bocca quando lo vedi truccare i numeri, il niente della sua politica e addirittura le sue stesse parole, sei «un delinquente», come ha detto di Repubblica qualche giorno fa.
O la tua informazione è «giornalismo deviato»: lo ha detto di Repubblica, ieri. Che al Prestigiatore d´affari e di governo appaia «deviato» questo nostro giornalismo non deve sorprendere e non ci sorprende. È "naturale", come la pioggia o il vento, che il monopolista della comunicazione giudichi il nostro lavoro collettivo una «deviazione». Lo è in effetti e l´Egocrate non sa darsene pace: ecco la sua ossessione, ecco la sua isteria. Deviazione – bisogna chiedersi, però – da quale traiettoria legittima? Devianza da quale "ordine" conforme alla "legge"? E qual è poi questa "legge" che Berlusconi ritiene violata da un giornalismo che si fa addirittura "delinquenza"? La questione merita qualche parola.
Il potere e il destino di Berlusconi non si giocano nella fattualità delle cose che il suo governo disporrà o ha in animo di realizzare, ma soltanto in un incantato racconto mediatico. Egli vuole poter dire, in un monologo senza interlocutori e interlocuzione e ogni volta che lo ritiene necessario per le sue sorti, che ha salvato il mondo dal Male e l´Italia da ogni male. Esige una narrazione delle sue gesta, capace di creare – attraverso le sinergie tra il "privato" che controlla e il "pubblico" che influenza – immagini, umori, riflessi mentali, abitudini, emozioni, paure, soddisfazioni, odi, entusiasmi, vuoti di memoria, ricordi artefatti. Berlusconi affida il suo successo e il suo potere a questa «macchina fascinatoria» che si alimenta di mitologie, retorica, menzogna, passione, stupidità; che abolisce ogni pensiero critico, ogni intelligenza delle cose; che separa noi stessi dalle nostre stesse vite, dalla stessa consapevolezza che abbiamo delle cose che ci circondano. Mettere in dubbio questa egemonia mediatica che nasconde e, a volte, distrugge la trama stessa della realtà o interrompere, con una domanda, con qualche ricordo il racconto affascinato del mondo meraviglioso che sta creando per noi, lo rende isterico.
È una «deviazione» – per dire – ricordare che non si ha più notizia dei mutui prima casa e della Robin tax o rammentare che dei quattro "piani casa" annunciati, è rimasto soltanto uno, e soltanto sulla carta. È una «deviazione» ripetere che non è vero che «nessuno è stato lasciato indietro», come non è vero che i nostri «ammortizzatori sociali» siano i «migliori del mondo». È "criminale" chiedere conto a Berlusconi della realtà, delle sue menzogne pubbliche, delle sue condotte private che disonorano le istituzioni e la responsabilità che gli è stata affidata. Lo rende ossessivo che ci sia ancora da qualche parte in Italia la convinzione che la realtà esista, che il giornalismo debba spiegare «a che punto stanno le cose» al di là della comunicazione che egli può organizzare, pretendere, imporre protetto da un conflitto di interessi strabiliante nell´Occidente più evoluto.
Nessuna sorpresa, dunque, che l´Egocrate ritenga Repubblica un giornale di «delinquenti» indaffarati a costruire un´informazione «deviata». Più interessante è chiedersi se, ammesso che non l´abbia già fatto, il governo voglia muovere burocrazie sottomesse – queste sì, nel caso, «deviate» – contro questa «deviazione» – e deviazione deve apparirgli anche una testimonianza contro di lui di una prostituta che ha pagato o l´indagine di un pubblico ministero intorno ai suoi comportamenti. È un fatto che Berlusconi esige e ordina che la Rai si pieghi nei segmenti ancora non conformi, come il Tg3, a quel racconto incantato della realtà italiana.
Ancora ieri, Berlusconi – mentendo a gola piena e manipolando le circostanze – ha tenuto a dire che «è inaccettabile che la televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, sia l´unica tv al mondo ad essere sempre contro il governo». Sarà questa la prossima linea di frattura che attende un paese rassegnato, una maggioranza prigioniera dell´Egocrate, un´opposizione arrendevole. Lo si può dire anche in un altro modo: accetteremo di vivere nel mondo immaginario di Berlusconi o difenderemo il nostro diritto a sapere «a che punto siamo»? Se questa è la prossima sfida, i dirigenti i lavoratori della Rai, del servizio radiotelevisivo sapranno mettere da parte ambizione, rampantismo, congreghe e difendere la loro "missione" pubblica, la loro ragione di essere? Per quanto riguarda Repubblica, Berlusconi può mettersi l´anima in pace: faremo ancora un´informazione deviata dall´ordine fantastico, mitologico che vuole imporre al Paese.
Titolo originale: Wish you weren't here: The devastating effects of the new colonialists – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Sono migliaia i contestatori che scendono in piazza sventolando le bandiere arancio dell’opposizione. Poco dopo, comincia il saccheggio. Si appicca il fuoco agli edifici. Il punto si svolta arriva però quando la folla si sposta dalla piazza principale verso il palazzo presidenziale. Nella confusione, qualcuno preso dal panico dà ordine alle truppe schierate a guardia del palazzo di aprire il fuoco. Parecchi morti. I leaders della protesta decidono di farla finita: si assale il palazzo e il presidente fugge.
Un tipico colpo di stato africano? Non proprio. Di sicuro c’erano accuse di corruzione nelle alte sfere. Il presidente aveva comprato un jet privato – da un componente della famiglia Disney – per uso personale. Era accusato di stravaganze eccessive, di uso improprio delle risorse pubbliche e di mescolare gli interessi dello stato coi propri. Ma era qualcosa d’altro ad aver fatto montare la protesta a Antananarivo, la capitale del Madagascar, qualche mese fa, e a far abbattere il governo di Marc Ravalomanana nell’ex colonia francese.
I poveri della città erano infuriati per il prezzo degli alimentari, aumentati da quando l’anno precedente c’era stato un forte aumento di quelli globali di grano e riso. I poveri sono più colpiti di quanto avviene nel nostro caso, perché spendono due terzi del proprio reddito per l’alimentazione. Ma quello che li aveva spinti all’azione era la notizia di un accordo siglato di recente dal governo con la multinazionale coreana Daewoo, e che concedeva 1,3 milioni di ettari di superficie agricola – quasi le dimensioni di un paese come il Belgio, circa metà dell’arativo dell’isola – in uso alla compagnia straniera per 99 anni. La Daewoo intendeva coltivarci granturco e palme da olio: ed esportare tutto il raccolto in Corea del Sud.
Originariamente non erano stati resi pubblici i termini dell’accordo. Ma poi erano filtrate notizie, attraverso il Financial Times di Londra, secondo le quali non era stato pagato nulla in cambio. La Daewoo aveva promesso di intervenire sulle infrastrutture dell’isola in cambio del proprio investimento. “Daremo posti di lavoro in cambio della possibilità di coltivare, il che conviene al Madagascar” diceva un portavoce Daewoo. Ma il vantaggio diretto in denaro per il Madagascar era pari a zero: in un paese dove si riesce a malapena a produrre alimentari per il consumo interno: quasi la metà dei bambini dell’isola con meno di cinque anni risulta malnutrita.
Il governo del presidente President Ravalomanana è stat oil primo al mondo ad essere rovesciato a causa di quello che la FAO/ONU definisce “ landgrabbing” accaparramento di terreni. L’accordo Daewoo è solo uno dei cento e più siglati negli ultimi dodici mesi, che hanno visto enormi distese di superfici coltivabili in tutto il globo acquisite da paesi ricchi o multinazionali. Il fenomeno sta subendo una allarmante accelerazione, che ha coinvolto solo negli ultimi sei mesi una superficie pari a tutta quella agricola europea.
Per meglio comprendere la furia impotente che ciò può provocare nei contadini impoveriti, pensiamo alla reazione che potrebbe provocare qualcosa del genere in Gran Bretagna. Il consulente internazionale Mark Weston prova con questa vivida immagine: “Diciamo, se la Cina, dopo una breve negoziazione con un governo britannico disposto a tutto per avere un po’ di valuta estera dopo un crollo economico, si comprasse tutto il Galles, sostituisse gli abitanti con lavoratori cinesi, trasformasse l’intero territorio in una enorme risaia, e spedisse per 99 anni tutta la produzione in Cina”.
“Immaginiamoci che né i gallesi deportati, né il resto degli abitanti sapesse cos’ha avuto in cambio da tutto questo, e si debba contentare di vaghe promesse secondo le quali i nuovi padroni interverranno su qualche porto, o strade, creando dei posti di lavoro.
“E poi immaginiamoci che dopo qualche anno – teniamo sempre presente che recessione e crollo della sterlina hanno già resi difficoltoso per il paese comprare alimenti all’estero – il picco petrolifero o un disastro ambientale in uno dei grandi produttori mondiali di cereali spinga ad impennarsi di colpo i prezzi alimentari mondiali, oltre le possibilità di moltissimi britannici. Nel frattempo i cinesi dal Galles continuano a spedire riso in Cina, e gli affamati guardano senza poter far nulla, stramaledendo il giorno in cui il loro governo ha svenduto metà delle superfici arabili. Qualcuno inizierà a preparare la ripresa con la violenza delle valli gallesi”.
Se cambiamo i nomi e ci mettiamo Africa, lo scenario diventa assai meno ipotetico. Anzi sta già iniziando a succedere, ed ecco perché sono in molti, come Jacques Diouf, che dirige la FAO/ONU, ad avvertire che si sta scivolando verso un sistema di “neo-colonialismo” mondiale. Anche quei grandi sostenitori del libero mercato che scrivono sul FT, definiscono l’accordo della Daewoo come “rapace” e avvertono come si tratti di un “esempio particolarmente sfacciato di un fenomeno molto più ampio” in cui nazioni ricche cercano di acquisire le risorse naturali di quelle povere.
Questo nuovo colonialismo ha caratteri molto ampi. Chi compra sono nazioni ricche le quali non riescono a coltivare ciò che serve per mangiare. Sono gli Stati del Golfo all’avanguardia del nuovo investimento. Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar – che complessivamente controllano il 45% del petrolio mondiale – si stanno aggiudicando fertili terreni agricoli fra Brasile, Russia, Kazakhstan, Ucraina, Egitto. Ma si rivolgono anche a paesi molto più poveri, come l’Etiopia, il Camerun, l’Uganda, lo Zambia e la Cambogia.
Incredibili le suerfici di terreni coinvolte. Compagnie sud-coreane si sono comprate 690.000 ettari di Sudan, e ci sono almeno sei altri paesi che hanno acquisito grosse proprietà terriere o le controllano: là dove l’alimentazione per le popolazioni locali ha la più elevata precarietà del mondo. I sauditi stanno trattando per 500.000 ettari in Tanzania. Alcune imprese degli Emirati Arabi Uniti hanno concluso per 324.000 ettari in Pakistan.
Non sono i soli. Paesi con grandi popolazioni, come Cina, Corea del Sud, anche l’India, stanno acquisendo ampie superfici di territorio africano per produrre alimenti destinati all’esportazione. Il governo indiano ha concesso prestiti a 80 compagnie per l’acquisto di 350.000 ettari in Africa e ha recentemente abbassato i dazi di importazione per i prodotti agricoli dall’Etiopia. Uno dei più grossi conglomerati agricoli del mondo è una compagnia di Bangalore, Karuturi Global, che ha acquisito di recente alcune aree fra Etiopia e Kenya.
E non è solo all’alimentazione che guardano i nuovi colonialisti. Circa un quinto di questi accordi riguarda terreni per la coltivazione di prodotti da biocarburanti. Compagnie britanniche, Usa e tedesche, con nomi come Flora Ecopower, hanno comprato terreni in Tanzania o Etiopia. Il paese diventato famoso per il problema della fame ai tempi dei concerti Live Aid, oggi vede oltre 50 investitori che siglano accordi definitivi o dichiarazioni preliminari di interesse per coltivare biofuel sul suo territorio.
Dal punto di vista dell’Etiopia, la logica economica sembrerebbe impeccabile: il paese importa petrolio e quindi è esposto alle fluttuazioni dei prezzi nel mercato mondiale; producendo biocarburanti si diminuisce la dipendenza. Ma è una cosa che si paga. Per far contenti gli investitori, il paese non deve chiedere alcuna valutazione di impatto ambientale. Attivisti locali affermano che il 75% dei terreni destinati a queste colture sono oggi coperti di boschi destinati ad essere tagliati.
Più preoccupanti i progetti di una compagnia norvegese, per realizzare “la più grande piantagione di jatropha del mondo” deforestando enormi superfici del Ghana settentrionale. La jatropha, che cresce anche su terreni molto poveri, dà semi oleosi che si usano per i biocombustibili. Un attivista locale, Bakari Nyari, dell’African Biodiversity Network, accusa la compagnia di “usare metodi che ci fanno tornare ai tempi più bui del colonialismo ... a ingannare qualche capotribù analfabeta convincendolo a siglare con l’impronta del pollice la cessione di 38.000 ettari”. La compagnia sostiene che il piano creerà posti di lavoro, ma con l’enorme deforestazione si toglierà agli abitanti la fonte di reddito tradizionale da raccolta dei suoi prodotti, come la noce della Vitellaria Paradoxa.
Il mancato accordo Daewoo in Madagascar sarebbe stato quello per la superficie più grande siglato sinora, ma non è certo l’unico.
Quali sono le cause di questa improvvisa esplosione negli acquisti di terreni in tutto il mondo? le radici affondano nella crisi alimentare del 2007/8, quando i prezzi di riso, grano e altri cereali sono schizzati alle stelle in tutto il mondo, accendendo rivolte da Haiti al Senegal. Il picco dei prezzi ha anche spinto i paesi produttori a intervenire sui dazi di esportazione delle colture essenziali per ridurre le quantità che uscivano dai confini. Restringendo ulteriormente l’offerta, e facendo crescere ancora i prezzi per via di una situazione determinata da scelte politiche, anziché dai meccanismi di domanda e offerta.
Si è anche iniziato a chiedersi in molti paesi ricchi che dipendono da massicce importazioni, se avesse ancora senso seguire quello che pareva un elemento fondamentale dell’economia globalizzata: l’idea che ciascun paese dovesse concentrarsi sui propri prodotti migliori, e per il resto affidarsi al mercato. Improvvisamente, anche avere somme inimmaginabili derivanti ad esempio dal petrolio, non era più sufficiente a garantire tutti gli alimenti necessari. Gli sceicchi del petrolio negli stati del Golfo scoprivano che nel giro di cinque anni le importazioni alimentari avevano raddoppiato il prezzo. E il futuro riserbava anche di peggio. Non ci si poteva più basare solo su mercati regionali, né globali. Iniziava l’accaparramento delle terre.
La logica era evidente. La popolosissima Corea del Sud è il quarto importatore mondiale di granturco; l’accordo del Madagascar avrebbe tagliato di metà queste importazioni, come vantava un portavoce Daewoo. Anche per gli stati del Golfo la cosa era simile: il controllo su terreni all’estero non assicurava solo forniture di cibo, avrebbe anche eliminato la quota degli intermediari, riducendo di un ulteriore 20% la bolletta delle importazioni.
I vantaggi potevano solo aumentare. Le condizioni fondamentali che avevano condotto alla crisi alimentare globale restavano identiche, col rischio di probabile ulteriore peggioramento. L’ONU prevede che entro il 2050 la popolazione mondiale sarà aumentata del 50%. Coltivare per dar da mangiare a nove miliardi di persone significa una pressione enorme sul pianeta, erosione dei suoli, deforestazione, prosciugamento de fiumi. Col cambiamento climatico le cose si fanno anche peggiori. Continueranno ad aumentare i prezzi del petrolio, e insieme quelli dei fertilizzanti e dei carburanti per i trattori. La domanda di biocarburanti restringerà ancora le superfici disponibili alle colture alimentari. La stretta sui prezzi del 2007/8 potrebbe essere solo un assaggio di qualcosa di molto peggio. I tempi dell’abbondanza sono già finiti. Ci aspettano tempi in cui non ci sarà da mangiare a sufficienza, anche per chi ha tanti soldi.
Qui non ce ne siamo ancora accorti, perché nel Regno Unito, un po’ come negli Usa, sembra si abbia una istintiva e illimitata fiducia nella capacità del mercato di risolvere tutto. Altri paesi però hanno già cominciato a studiare risposte strategiche di lungo periodo.
Il segnale più chiaro è emerso in giugno, quando appena prima del G8 in Italia il primo ministro giapponese Taro Aso ha chiesto: “L’attuale crisi alimentare è solo un’altra piccola deviazione momentanea del mercato?” Ma si è subito risposto da solo: “Sembra proprio di no: siamo in una fase di transizione verso un nuovo equilibrio, che rispecchi la nuova realtà economica, climatica, demografica ed ecologica”.
Anche il mercato ha da dire la sua: il costo dei terreni è in aumento. I prezzi sono balzati del 16% in Brasile, del 31% in Polonia, del 15% negli Stati Uniti medio-occidentali. Ci sono veterani della speculazione come George Soros, Jim Rogers o Lord Jacob Rothschild che si stanno accaparrando terreni agricoli anche in questo stesso momento. Rogers – che fra il 1970 e il 1980 ha aumentato il valore del suo portfolio titoli del 4.200%, e che si è fatto una ulteriore fortuna prevedendo le incursioni nelle merci del 1999 – lo scorso mese ha dichiarato: “Sono convinto che i terreni agricoli rappresentino uno degli investimenti migliori della nostra epoca”.
Dopo il disastroso coinvolgimento degli speculatori finanziari nel settore della casa – la recessione globale affonda le sue radici nello sviluppo di derivati dai mutui – non appare certo rassicurante che siano i medesimi prestigiatori a trasformare le terre in nuova fonte di profitti. “La crisi finanziaria e quella alimentare si combinano” commenta il gruppo di pressione filippino sulle questioni alimentari Grain, “e hanno trasformato la terra agricola in un nuovo cespite strategico”.
Da un certo punto di vista, si tratta di un’ottima cosa per i paesi poveri. La terra è una cosa di cui c’è abbondanza da loro. E il settore agricolo nelle nazioni in via di sviluppo ha bisogno urgente di capitale. Un tempo proveniva dagli aiuti, ma la quota di questi destinata all’agricoltura è caduta dai 20 miliardi di dollari l’anno del 1980 a soli 5 miliardi nel 2007, secondo Oxfam. É solo il 5% degli aiuti che va all’agricoltura e allo sviluppo rurale, nonostante nelle zone più povere come l’Africa, sia oltre il 70% della popolazione a basarsi su questa attività per il proprio reddito. Decenni di scarsi investimenti significano ristagno di produzione e produttività.
Gli accordi per lo sfruttamento delle terre agricole dovrebbero se non altro risolvere questo aspetto, riversando investimenti molto necessari nell’agricoltura di questi paesi. Ciò dovrebbe creare nuovi posti di lavoro e un reddito costante ai poveri delle zone rurali. E poi nuove tecnologie e conoscenze agli operatori locali. Sviluppare le infrastrutture rurali, strade, sistemi di immagazinaggio dei cereali, a vantaggio dell’intera comunità. Contribuire alla costruzione di nuove scuole, strutture sanitarie utili a tutti. Dare ai governi africani il gettito fiscale di cui c’è tanto bisogno, da investire nello sviluppo dei propri paesi. Tutto questo dovrebbe diminuire la dipendenza dagli aiuti per l’alimentazione. Insomma il landgrab come situazione in cui guadagnano tutti.
È questa l’interpretazione del tutto positiva data dal governo del Kenya all’accordo siglato recentemente con lo stato del Qatar. Nell’emirato arabo solo l’1% della terra è coltivabile, e dunque il Qatar è fortemente dipendente dalle importazioni alimentari. L’accordo prevede che il Qatar acquisisca 40.000 ettari di terreni per coltivare alimenti in cambio della costruzione di un porto container del valore di 2,5 miliardi di dollari a Lamu in Kenya.
Purtroppo, nel corso dell’avanzamento delle negoziazioni col Qatar, il governo africano è stato costretto a dichiarare lo stato di emergenza: un terzo della popolazione del paese (in tutto 34 milioni di persone) aveva carenze alimentari. Il presidente Mwai Kibaki ha chiesto l’aiuto internazionale. Gli elettori se sono affamati non riescono a capire bene i vantaggi economici di lungo termine che possono arrivare al Kenya dalla creazione del proprio secondo porto container, in cambio della cessione di un terzo del paese – nell’arido è dimenticato nord-est – allo sviluppo agricolo. Dopo tutto, questo è un paese dove per la terra si uccide, come dimostrato dopo le pasticciate elezioni del 2007.
Se peggiora la crisi alimentare mondiale, come tutti sembrano prevedere, diventerà anche meno politicamente appetibile per un governo come quello del Kenya incoraggiare enormi esportazioni di cibo in momenti di carenza. Cosa tanto più vera in un continente politicamente instabile come l’Africa.
Esiste comunque già, una forte opposizione da parte di molti a progetti di questo tipo. Le terre offerte al Qatar si trovano nel delta del fiume Tana. Terre fertili con acqua dolce in abbondanza, ma abitate da 150.000 famiglie di agricoltori e pastori che le considerano di uso comune, e dove pascolano 60.000 capi. Hanno minacciato resistenza armata. Sono sostenuti da attivisti di opposizione, i quali non sono tanto contrari alla trasformazione delle terre, ma vorrebbero che fossero usate per dar da magiare agli affamati kenyani. Poi ci sono gli ambientalisti, contrari alla distruzione di un ecosistema di acquitrini di mangrovie, boschi e savana.
Perché è l’ambiente, una delle grosse preoccupazioni di questa corsa agli accordi per la terra. Le grandi piantagioni significano di norma monocoltura intensiva con grosse quantità di pesticidi e fertilizzanti. Con risultati produttivi spettacolari in un primo tempo, in grado di soddisfare il portafoglio degli investitori esterni in cerca di profitti di breve termine. Ma si rischia di danneggiare la sostenibilità a lungo termine, perché i terreni tropicali non sono adatti alle colture intensive, e con gravi ripercussioni sul sistema idrico locale. Si riduce la varietà delle piante, degli animali, degli insetti, la fertilità di lungo periodo dei terreni attraverso l’erosione del suolo, saturazione d’acqua o incremento di salinità. L’uso intensive di prodotti chimici per l’agricoltura può condurre a problemi di qualità dell’acqua, e l’irrigazione delle terre per gli investitori stranieri può avvenire a scapito di altri usi.
L’acqua è una questione fondamentale. In un certo senso, più che sottrarre terre qui ci si prende l’acqua, osserva il responsabile esecutivo della Nestlé, Peter Brabeck-Letmathe. Insieme al terreno c’è il diritto di usare l’acqua che ci sta sotto, che può dimostrarsi l’aspetto più vantaggioso dell’accordo. “Il prelievo di acqua per l’agricoltura continua a crescere rapidamente. In alcune delle regioni più fertili del mondo (America, Europa meridionale, India settentrionale, Cina nord-orientale), il suo uso eccessivo, principalmente per l’agricoltura, sta portando a uno sprofondamento delle falde. Si preleva acqua dal sottosuolo, e non più sul’arco dell’anno come complemento, ma in modo costante, principalmente perché l’acqua è considerata un bene liberamente disponibile”.
Il mondo deve urgentemente iniziare a riflettere sul tema dell’acqua. Mediamente una persona usa fra i 3.000 e i 6.000 litri al giorno. A malapena un decimo viene usato per l’igiene o la produzione industriale. Tutto il resto va per l’agricoltura. E il tipo di vita che si conduce, con cose come l’incremento nel consumo di carne, sta esasperando il problema. Per la carne sono necessarie quantità d’acqua di 10 volte superiori a quelle delle piante per ogni caloria. E i biocarburanti sono fra le colture più assetate del pianeta: servono 9.100 litri d’acqua per far crescere la soia necessaria a un litro di biodiesel, e 4.000 litri per il granturco che diventerà bioetanolo. Alle condizioni attuali, così come viene gestita l’acqua, continua il responsabile capo della Nestlé, “la finiremo molto prima dei carburanti”.
E già in molte situazioni la falda sotterranea precipita di parecchi metri l’anno. Fiumi si prosciugano per eccesso di sfruttamento. I problemi peggiori sono in alcune delle più importanti aree agricole del mondo. Se continua la tendenza attuale, avvere Frank Rijsberman dell’International Water Management Institute, presto “potremmo avere perdite annuali equivalenti all’intero raccolto di cereali dell’India e degli Usa insieme”. Che fra tutti e due producono un terzo dei cereali del mondo.
C’è un futuro? L’International Food Policy Research Institute di Washington crede di si. Ha recentemente pubblicato un rapporto con raccomandazioni per un rigido codice di condotta, a promuovere quello che il Giappone, principale importatore di alimenti al mondo, chiedeva al G8 in Italia: investimenti stranieri responsabili nel settore agricolo, in relazione all’attuale distorta pandemia degli accaparramenti di terre.
Ci vogliono regole “con gli artigli” ad assicurare che i piccoli operatori che vengono sfrattati dalle proprie terre possano concordare vantaggi mutui con governi stranieri e multinazionali. Ci vogliono regole per far sì che in qualunque accordo, se si promettono posti di lavoro, poi si rispettino livelli retributivi e si realizzino le strutture. Ci vuole trasparenza, e azioni legali negli stati delle imprese che utilizzano la corruzione, anziché cause intentate e processi nei paesi del terzo mondo. Ci vuole rispetto per i diritti vigenti sulle terre: non solo quelli scritti, ma anche quelli consuetudinari e derivanti dalle pratiche. Occorre una condivisione regolamentata dei vantaggi, in modo che si realizzino scuole e ospedali, e chi abita nelle aree circostanti a quelle cedute abbia abbastanza da mangiare. Si indicano tempi più brevi per la durata dei contratti, perché ci sia un reddito regolare ai contadini a cui è stata sottratta la terra per altri usi. Meglio ancora sarebbe avere contratti che consentono ai piccoli operatori di continuare a gestire le terre anche se a certe condizioni concordate con l’investitore straniero. Si chiedono valutazioni di impatto ambientale adeguate. E che gli investitori esteri non abbiano il diritto di esportare durante le gravi crisi alimentari interne.
Nessuno certo può credere che questo sia facile. Le elites locali dei paesi in via di sviluppo hanno certo forti e ovvi interessi nei vantaggiosi accordi che si offrono. Il governo della Cambogia promuove ampiamente questa pratica del landgrab, avvantaggiandosi del fatto che molti certificati di proprietà dei terreni sono stati distrutti nel periodo del terrore dei Khmer Rouge. Il Mozambico ha siglato un accordo da due miliardi di dollari che comporta 10.000 “coloni” cinesi sul suo territorio, in cambio di 3 miliardi di dollari in aiuti militari da Pechino. Chiarissime le considerazioni strategiche. “In questo mondo il cibo può essere un’arma” per usare le parole di Hong Jong-wan, dirigente della Daewoo.
Ma si stanno raccogliendo le forze anche nell’altro campo. Gli accparramenti di terra sono “una grave violazione del diritto umano al cibo”, secondo Constanze von Oppeln dell’importante agenzia di sviluppo tedesca Welthungerhilfe, una delle più importanti del settore. Parla a nome dei molti che non hanno voce a livello internazionale, anche se fanno sentire sempre più forte la propria presenza nei loro paesi. É esplosa una fortissima reazione pubblica in Uganda quando il governo ha iniziato gli incontri col ministero egiziano dell’agricoltura, per la concessione di quasi un milione di ettari a imprese egiziane destinati a produrre grano e mais per il Cairo. Anche in Mozambico c’è stata una resistenza simile all’insediamento delle migliaia di coloni cinesi nelle terre concesse. All’inizio di quest’anno, i filippini infuriati sono riusciti a bloccare un accordo del proprio governo con la Cina per la strabiliante superficie di 1.240.000 ettari. Il mese scorso gli stessi attivisti hanno reso pubblico quello che definiscono un “patto agricolo segreto” fra il governo filippino e quello del Bahrain. In presenza di un 80% dei 90 milioni di abitanti privo di terre, l’accordo è “illegale e immorale”, hanno dichiarato.
Ciò che si mangia tocca qualcosa di assai profondo nella psiche umana. C’è da credere che nessuna delle due parti cederà senza lottare.
I grigi capannoni cementizi sfigurano già tanti paesaggi italiani. Tuttavia, con alcune delle leggi regionali partorite dal Piano Casa del Primo Immobiliarista, il cav. Berlusconi, andrà molto peggio. Nel Veneto l’ampliamento di quelli esistenti arriva al 20% della superficie coperta: uno di 5.000 mq si dilaterà a 6.000 (a 7.500 mq qualora il proprietario li adegui al risparmio energetico).
In Lombardia avverrà di peggio: chi li demolisce e li ricostruisce in toto, potrà riutilizzarli a fini residenziali. Lo prevedeva la primissima bozza del Piano Casa berlusconiano: cambiare la destinazione d’uso come cambiarsi la camicia, ma la misura (un flagello per l’urbanistica delle nostre città e periferie) era stata cassata per l’intervento della Conferenza Stato-Regioni. Tuttavia qualche Regione (vedi Lombardia) se l’è tenuta di riserva, mentre altre prevedono agevolazioni parziali. Qualcuna (vedi Piemonte) consente, entro certi limiti, di soppalcare gli amati capannoni. La Valle d’Aosta si segnala fra le più permissive, con tanti saluti alle bellezze naturali e al turismo di qualità.
Ma c’è bisogno di tutta questa fiumana di nuova edilizia? No. Il costruito è già enorme, il boom edilizio tutto di speculazione, o di seconde e terze case è durato dal 2000 al 2007, senza nemmeno sfiorare l’edilizia economica, quella sociale, per la quale siamo precipitati all’ultimo posto in Europa. Sarebbe stato quindi essenziale varare un grande piano per quel tipo di alloggi (destinati a giovani coppie, a famiglie di immigrati, ad anziani soli, ecc... ), puntando contemporaneamente sul recupero del patrimonio esistente, vuoto o degradato. Solo che il governo Berlusconi, indebitato ben oltre i pochi capelli, non ha denari da mettere nel social housing, e quindi offre agli italiani di investire in questo nuovo boom prevalentemente privato impiccandosi per una vita ai mutui. Tanto per rianimare così, nel modo più cinico, un’economia e un PIL altrimenti in netta flessione.
Avremo così una miriade di interventi che gonfiano le cubature esistenti (di un 20-30%), sopraelevano gli edifici (anche fino a 4 metri, nella solita disastrata Lombardia), consentono di demolire e trasferire altrove, con un premio del 60%, costruzioni alzate sul litorale, per esempio, del Lazio (dove le cacceranno non oso pensarlo).
Eppure a Roma un alloggio su sette è vuoto e a Milano risultano deserti ben 900.000 metri cubi di uffici che - come denuncia l’architetto Stefano Boeri, docente al Politecnico - equivalgono a 30 grattacieli Pirelli, mentre sulla città già si addensano le nuove enormi cubature dell’Expo 2015. Non siamo all’impazzimento generale?
Misura perversa Vanno contro la Costituzione e provocano effetti negativi a catena - Il Meridione sconta già stipendi più bassi e un Pil pro capite considerevolmente inferiore
Più che uno studioso qui ci vorrebbe un comico. Eh sì, perché questa storia delle gabbie salariali è un perfetto esempio di umorismo nero. Il Meridione se la passa male? Si può anche riuscire a farlo stare peggio... Insomma, se Berlusconi ha deciso di dare retta ad una delle ultime richieste strampalate della Lega il motivo può essere individuato nella politica, non certo nella ricerca del bene comune». Professore emerito dell’Università di Torino, il sociologo Luciano Gallino è persona dall’esposizione pacata, che però questa volta non può esimersi dall’utilizzare toni forti. Troppo squinternato il progetto governativo dell’Agenzia per il Sud, con i suoi annessi e connessi, per consentire una riflessione asettica.
Il premier, come al solito, celebra le sue iniziative in pompa magna. Per il piano destinato al Mezzogiorno si è evocato nientemeno che il New Deal di roosveltiana memoria.
«Che dire? Visto che l’architrave del progetto consta, appunto, nel differenziare i salari fra Nord e Sud, oppure, usando il linguaggio edulcorato di questi giorni, parametrare le buste paghe al costo della vita, è bene sottolineare che si tratta di un’idea che non sta in piedi da qualunque prospettiva venga considerata».
C’è il risvolto etico-politico...
«Che è assolutamente insostenibile. La nostra Costituzione spiega che ad uguale lavoro dovrebbe corrispondere uguale compenso, il che, usando un eufemismo, mi sembra una cosa un po’ diversa dalle gabbie salariali».
Ci sono poi le conseguenze economiche e sociali.
«Che sarebbero semplicemente devastanti. Pagare delle retribuzioni più basse nel Meridione provocherebbe una catena di effetti negativi. Basti pensare all’ammontare delle pensioni, che dopo le micidiali riforme succedutesi a partire dagli anni Novanta si sono già impoverite arrivando a scendere fino al 40% dell’ultimo salario corrisposto. E che ne sarebbe della domanda, del livello dei consumi, a fronte di stipendi ancora più bassi? Il tutto in un territorio che sconta già un cospicuo arretramento rispetto al Nord del Paese. Insomma, con le gabbie salariali verrebbe alimentato una sorta di circolo perverso della diseguaglianza. Senza contare i paradossi pratici che sarebbero causati da una tale iniziativa».
Vale a dire?
«Di fatto, a parità di impiego, gli stipendi nel Sud dell’Italia sono già più bassi rispetto a quelli pagati al Nord, in media inferiori del 15% per quanto riguarda gli operai e del 22% per impiegati e quadri intermedi. E allora che cosa si vuol fare? Non applicare a questi sfortunati lavoratori i prossimi contratti, o magari tagliargli da subito gli emolumenti? Il tutto in un’area del Paese dove, è sacrosanto ricordarlo, il Pil pro capite è gia inferiore del 40% rispetto a quello prodotto nel Settentrione, 18.000 euro contro 30.000».
Per i sindacati sarebbe ancora possibile gestire dei rinnovi nazionali dei contratti?
«Non credo proprio, se già consideriamo le attuali difficoltà da parte delle forze sociali nel restare unite e tenere tutti i lavoratori dentro i contratti. In realtà, con l’introduzione delle gabbie salariali diverrà ancor più frenetico un fenomeno drammatico: l’esodo di massa verso le zone più benestanti. Del resto i numeri parlano chiaro: negli ultimi 10/11 anni sono partiti verso il Nord qualcosa come 700.000 persone, molte delle quali in possesso di laurea o diploma. Per le regioni del Mezzogiorno si tratta di una colossale perdita di capitale umano, ma anche di soldi e servizi, qualcosa come 70 miliardi di euro che hanno attraversato il Paese dal basso verso l’alto».
Meno male che c’è Roberto Formigoni, testè nominato «governatore della Lombardia a vita» dall’amico Silvio. Senza di lui, nessuno avrebbe potuto sospettare che le mafie stessero tentando di mettere le mani sui 15 miliardi di euro che stanno per piovere su Milano per la baracconata di Expo 2015. Invece, vigile come una talpa in letargo, il pio governatore ha ricevuto «segnali da più parti di tentativi molto preoccupanti di infiltrazioni mafiose nei cantieri». Probabilmente, scartando il pesce, dev’essergli capitato un foglio di giornale con uno delle migliaia di articoli usciti negli ultimi due-tre anni sugli allarmi lanciati da magistrati, analisti, forze dell’ordine. Così, vivamente «preoccupato», ha varato in men che non si dica un «Comitato per la legalità» per la «prevenzione al crimine organizzato». Sfumate le candidature dell’eroico Vittorio Mangano, prematuramente mancato all’affetto dei suoi cari, e di Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro, molto devoti anche loro, si è optato alla fine per due ex giudici di chiara fama, Giuseppe Grechi e Salvatore Boemi.
Per non lasciarli soli, i due saranno affiancati da due carabinieri provenienti dal Ros e dal Sisde: il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno. In qualità, si presume, di esperti in materia: si tratta infatti degli stessi Mori e De Donno che nel 1992, subito dopo Capaci e poi anche dopo via d’Amelio, avviarono una trattativa con Vito Ciancimino e i capi di Cosa Nostra, Riina e Provenzano, che avevano appena assassinato Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte: la trattativa del «papello», consegnato da Riina a Ciancimino e da questo a Mori, almeno secondo le ultime rivelazioni del figlio del sindaco mafioso di Palermo. Mori, poi, è stato imputato per la mancata perquisizione del covo di Riina nel gennaio ’93 (assoluzione, ma con pesanti addebiti sul piano disciplinare) e lo è tuttora per favoreggiamento aggravato alla mafia con l’accusa di non aver arrestato Provenzano già nel 1995, quando l’ex mafioso Luigi Ilardo ne segnalò la presenza in un casolare di Mezzojuso al colonnello Michele Riccio.
Ora Mori aiuterà Formigoni a «monitorare, vigilare, studiare le procedure di controllo sugli appalti e dare consulenza alle imprese» perché stiano alla larga dalla mafia. Noi ovviamente non crediamo a una sola delle accuse che pendono sul suo capo, certamente frutto di «teoremi giudiziari» e «giustizia spettacolo», come direbbero Berlusconi e Vendola. Ma una domanda a Formigoni vorremmo porla lo stesso: non le pare che l’uomo che dimenticò di perquisire il covo di Riina, che si scordò di denunciare alla magistratura le richieste estorsive della mafia allo Stato nel famigerato papello, che pensò di combattere la mafia delle stragi trattando con chi le aveva appena realizzate e che è accusato di essersi lasciato sfuggire Provenzano, come sentinella antimafia sia un po’ sbadato?
Non basta il lavoro dei guardiaparco che vigilano nel parco della «Regina Viarum ». E non basta neanche il controllo dei tecnici del Municipio. Sono oltre duemilacinquecento gli abusi edilizi, quindi i fascicoli aperti negli uffici dell’XI municipio, sull’Appia Antica e che si dovrebbero sanare con l’abbattimento.
Una tendenza in continua crescita, visto che solo dal 2007 le opere illegali sulla «Regina Viarum» sono state oltre cento. «Situazioni che stiamo analizzando per capire la gravità e per decidere in che modo possiamo intervenire », racconta Andrea Catarci, presidente del Municipio. «Parliamo ovviamente di illegalità di vario tipo - spiega Massimo Miglio, dirigente dell'ufficio regionale sull’abusivismo edilizio - che vanno dai passi carrabili, alle ristrutturazioni, dalle sopraelevazioni ai cambi di destinazione d’uso». Abusi e microabusi che gravano su una delle strade più «pregiate» del mondo, nonostante i vincoli paesaggistici ed archeologici che dovrebbero proteggerla. Ma è proprio la sua storia millenaria a rendere più facile gli illeciti edilizi, nascosti dietro giardini alberati, monumenti funerari e pietre miliari.
«Proprio per la tipologia della zona - racconta Catarci - completamente all’interno di un parco, una grande area archeologica e paesaggistica dove è facile nascondere gli abusi. Una tendenza che secondo i nostri accertamenti è in continuo aumento, e che noi vogliamo contrastare attraverso una meticolosa operazione di controllo e prevenzione ». Per questo motivo, mentre la Capitale si godrà il silenzio e il riposo della settimana di Ferragosto, la task-force antiabusivismo guidata da Massimo Miglio (è stato il vicepresidente della Regione Lazio, Esterino Montino a dargli la delega a lavorare con i municipi), in collaborazione con Andrea Catarci e Orlando Corsetti (I municipio) si prepara a fare un lavoro di ricognizione completa sull’Appia Antica. E probabilmente proprio sotto il sole agostano qualche veranda abusiva o qualche ampliamento di metratura non consentito sarà demolito.
«Abbiamo duecento richieste di condono - continua Miglio - che impediscono controlli, ma anche eventuali demolizioni, anche su strutture per cui sarà impossibile alcuna sanatoria. Come ad esempio l’ex-Casa del Fascio, di via Appia Nuova, all’interno del Parco dell’Appia Antica, dove hanno ricavato 18 miniappartamenti. Un frazionamento illecito, un cambio di destinazione d’uso che ha provocato il sequestro da parte della Procura di Roma».
Oltre il 70% degli abusi all’interno del Parco e sull’Appia Antica pesano sull’XI municipio. «E la responsabilità penale della materia è tutta in capo ai Municipi - precisa Catarci - per questo abbiamo chiesto 50 mila euro al bilancio di assestamento capitolino: non abbiamo ricevuto nulla, ma in ogni caso dobbiamo continuare il nostro lavoro di controllo e prevenzione sul territorio. Fondamentale sia per ristabilire la legalità urbanistica e quindi il decoro di una zona di altissimo pregio. Sia per dissuadere in futuro altri dal commettere irregolarità».
Per intervenire nei confronti di un abuso edilizio il Municipio ha due strade: l’intervento diretto, oppure può rivolgersi all’ufficio regionale, ma solo dopo aver dimostrato l’eventuale inadempienza del Comune di Roma. «Per operare in questo delicatissimo settore - conclude Miglio - è molto importante conoscere l’urbanistica che è materia davvero complicata. La città di Roma è ormai fuori controllo urbanistico, ma manca una visione puntuale del territorio, bisogna tornare ad occuparsene ».
Nel giorno in cui in questo paese la condizione di clandestinità diventa reato Fini e Napolitano onorano la memoria degli italiani morti a Marcinelle, emigrati in cerca di lavoro e sepolti nella tomba di una miniera cinquant’anni fa. È una piccola Italia questa che dimentica Little Italy, Rocco e i suoi fratelli, Pane e cioccolata. Da Sud a Nord, da Est a Ovest. Stranieri siamo tutti, lo siamo stati - additati per strada - appena ieri. Scrive oggi nel blog una lettrice, Concetta: «In Svizzera gli italiani li chiamano “tschinke”. Pare derivi da “cinque” perché i primi immigrati giocando a dadi invocavano l’uscita del 5, venivano perciò identificati col suono di quella parola. Per gli svizzeri equivaleva a “zingari”, “pezzenti”. Ma non a “delinquenti” perché i delinquenti fanno paura e quelli veri venivano solo denunciati, non aggrediti. I semplici “tschinke”, invece, venivano offesi e maltrattati e anche picchiati (in gruppo, di solito). Gli italiani - del Nord (quanti veneti!), del Sud e delle Isole - le hanno subite queste cose e se le ricordano. Ma avevano sempre un atteggiamento dignitoso, onesto ed erano alla lunga affidabili. Gli svizzeri se ne sono accorti anche se periodicamente, ogni due tre anni, c’era il Bossi della situazione (Schwarzenbach, si chiamava) che proponeva un referendum per cacciarli. Andava in tv in cravatta nera. Aveva argomenti del tipo “bisogna aprire le porte, ma non abbattere le staccionate” e una volta disse che bisognava tenere i laureati (aveva molto a cuore i medici, mi ricordo) e rimandare in patria gli altri». Noi teniamo le badanti, abbiamo molto a cuore loro.
È una piccola ipocrita Italia quella che finge di concedere l’accesso ai regolari e poi li truffa e li costringe alla clandestinità, come accade a San Nicola Varco - ci racconta in una bellissima inchiesta Gabriele Del Grande - ma anche nelle periferie e nelle campagne del Nord. Si fa così: un’azienda chiede di assumere immigrati dalle “quote”, li chiama attraverso intermediari (il servizio ha un prezzo, l’immigrato paga), loro arrivano in aereo e con le carte in regola, quando sono a destinazione si accorgono che la ditta che li ha chiamati non esiste. Vuoto, niente: non c’è. Otto giorni e diventano clandestini, sfruttabili per la raccolta di pomodori, per l’edilizia e certo per la manovalanza del crimine, se disperati, davvero a poco prezzo. Basterebbe andare a vedere, controllare, avere, anziché ronde in costume, un servizio pubblico di polizia messo in grado di lavorare con dignità in modo capillare: sarebbe facile allora sapere cosa accade davvero attorno a noi, dietro e oltre il terrore per lo straniero che ogni giorno si instilla. Alessandro Dal Lago, sociologo, racconta di quel che già succede a Genova e profetizza che il reato di clandestinità avrà il solo effetto di far nascondere i clandestini. Un popolo invisibile, braccato e ricattabile. Preda di chi voglia servirsene. A volte sarebbe sufficiente ascoltare la lingua del popolo: Anna Finocchiaro ci racconta dei «cristiani» di Sicilia, cristiani che vuol dire persone, cristiani bianchi e neri. Musulmani, comunque cristiani. Parlando di cinema, del Padrino e di Sacco e Vanzetti, Alberto Crespi conclude che sì, abbiamo esportato in America sia mafiosi che anarchici. I mafiosi sono stati trattati molto meglio.
Il premier sulle escort: "Non sono ricattabile". Il Pd: pronti a mobilitarci
Un uomo politico che di criminali se ne intende, come provano le condanne inflitte per reati molto gravi ad alcuni dei suoi più stretti amici, ieri si è permesso di attaccare i cronisti politici di Repubblica, indicandoli così: «Quelli sono dei delinquenti».
Bisogna risalire a Richard Nixon nei nastri del Watergate per trovare un simile giudizio nei confronti di un giornale. Oppure bisogna pensare alla Russia dove impera a carissimo prezzo la verità ufficiale di Vladimir Putin, non a caso amico e modello del nostro premier.
Questa isteria del potere rivela la disperazione di un leader braccato da se stesso, con uno scandalo internazionale che lo sovrasta mandando a vuoto il tallone di ferro che schiaccia le televisioni e spaventa i giornali conformisti, incapaci persino di reagire agli insulti contro la libertà di stampa.
Quest´uomo che danneggia ogni giorno di più l´immagine del nostro Paese e toglie decoro e dignità alle istituzioni, farà ancora peggio, perché reagirà con ogni mezzo, anche illecito, al potere che gli sta sfuggendo di mano, un potere che per lui è un fine e non un mezzo.
Noi continueremo a comportarci come se fossimo in un Paese normale. In fondo, questo stesso personaggio ha già cercato una volta di comperare il nostro giornale e il nostro gruppo editoriale, ed è stato sconfitto, dopo che – come prova una sentenza – con i suoi soldi è stato corrotto un magistrato: a proposito di delinquenti. Non tutto si può comperare, con i soldi o con le minacce, persino nell´Italia berlusconiana.
Il discorso pubblico sull’Unità d’Italia è rapidamente scivolato nel discorso sulla sua disunione. Non c’è da meravigliarsene: si parla sempre del medesimo oggetto, del ruolo che la politica ha, o non ha, nella vita del nostro Paese.
Alla sua origine l’Unità fu l’esito di un’azione politica, non di una necessità storica: nonostante le grandi narrazioni delle intelligenze più generose e progressiste, da Mazzini a Manzoni, non vi era un’Unità in potenza, un popolo unito dalla storia, pronto a diventare una realtà effettuale. Quando l’Italia fu fatta, fu chiaro ai suoi stessi artefici che si trattava di una arrischiata scommessa, di uno Stato nazionale senza Nazione.
Fatta l’Italia, toccò alla politica fare anche gli Italiani. Il che avvenne – al prezzo di dolorosissime esclusioni (i milioni di emigranti) – attraverso le istituzioni (dal Parlamento nazionale ai Regi Licei al Regio Esercito), ma anche con la nazionalizzazione delle masse (indotta dalle mitologie patriottiche postrisorgimentali, e dalla Grande Guerra), col nazionalismo sociale e imperialistico del fascismo, e infine con la democrazia. Nella quale la forza civile di una cittadinanza pensata finalmente per tutti si è combinata con la formidabile potenza inclusiva del capitalismo, in un rapporto di dura competizione ma anche di collaborazione con le rappresentanze politiche del lavoro (sindacati e partiti di sinistra), sotto la garanzia della Democrazia Cristiana.
È da questa modernizzazione democratica – all’insegna dello Stato sociale, della produzione, e dei consumi – che sono risultati gli Italiani: che sono oggi una società di massa occidentale, e quindi relativamente omogenei quanto a cultura, lingua, stili di vita, esperienze, aspettative. Ma mentre, durante la Prima Repubblica, venivano fatti gli Italiani, era scarsamente manutenzionata l’Italia politica: la sua esistenza veniva data per scontata, e non era un vero problema. Anche il suo funzionamento pareva accettabile: dopo tutto, le istituzioni democratiche e l’Unità d’Italia sembravano avere retto bene o male, le prove del dopoguerra: i separatismi, le contrapposizioni ideologiche, i terrorismi, le rivoluzioni di costume (anche le Mafie, benché mai sconfitte, parevano entità parassitarie, in fondo subalterne, rispetto alla forza della democrazia).
Che dietro agli Italiani ci fosse in realtà poca Italia – che l’omogeneità della società di massa fosse percorsa da contraddizioni e da scomposizioni che sempre meno trovavano sintesi politica – è apparso chiaro quando, dopo la paralisi dei partiti costituzionali negli anni Ottanta, e dopo le inchieste giudiziarie degli anni Novanta, su questa Italia si è abbattuta una politica giocata sulla forzata contrapposizione e sulla strumentale mobilitazione permanente di una parte degli Italiani contro l’altra (dei ‘liberali’ contro i ‘comunisti’): la politica di Berlusconi. Cioè, paradossalmente, di un uomo che molto ha contribuito con le tv commerciali all’unificazione, e all’omologazione, degli Italiani, a renderli ciò che oggi sono; e che all’Italia – trasfigurata in uno slogan sportivo – ha intitolato il proprio partito, e dedicato la dichiarazione d’amore con cui ha iniziato la sua carriera politica ("l’Italia è il Paese che amo").
Fino a quando Berlusconi ha conservato il suo potere politico, l’italianità fittizia – di cui egli produceva la rappresentazione con le sue televisioni, e con la sua stessa persona, dilatata a icona in cui gli Italiani si immedesimavano – compensava, apparentemente, le divisioni che egli creava, o che acuiva, fra gli Italiani; e col suo populismo egli in parte copriva, o almeno lo pretendeva, anche l’indebolimento delle istituzioni democratiche, il deficit di spirito pubblico e di patriottismo costituzionale dell’Italia politica, che il suo stile di lotta e di governo produceva o accelerava.
Ma oggi il suo potere si è parecchio affievolito, tanto per le sue vicende private (che egli stesso ha da sempre voluto far valere come pubbliche, e che ora gli si rivoltano contro, in patria e all’estero) quanto per la crescente difficoltà che egli incontra a supplire con la sua fittizia immagine unitaria d’Italia le lacerazioni reali che la crisi economica, poco governata, induce e amplifica fra gli Italiani. I quali restano sì uniti dallo stile di vita, dalla cultura, dalla lingua, ma si dividono per redditi, per interessi sempre più parziali e confliggenti, secondo linee di frattura sia sociali sia locali.
Mentre barcolla la sua capacità di produrre identificazione simbolico-emotiva per gli Italiani, Berlusconi si trova di fatto a inseguire i suoi alleati che scommettono sulla frammentazione e sulla divisione d’Italia: ovvero tanto la Lega Nord, alle cui assurde provocazioni su dialetti e territori non ha saputo opporre una risposta dignitosa (e del resto l’incalzante offensiva leghista sulle gabbie salariali e sul tricolore fa parte di una calcolata strategia di disunione), quanto l’embrione della Lega Sud, ricettacolo di antiche e nuove clientele notabilari e frustrazioni popolari, che egli ha per ora tacitato elargendo denari virtuali.
È dunque l’attuale estrema debolezza della politica – prima di tutto del governo e del premier, ma anche dell’opposizione, tutta presa dalle sue interne difficoltà – a far dire che oggi esistono sì gli Italiani, ma che nel frattempo, cosa impensabile ai tempi dell’Italietta del cinquantenario (nel 1911) e dell’Italia del boom del centenario (nel 1961), l’Unità d’Italia è tornata a essere un problema politico, serio e incombente.
Stagione terribile per il lavoro. Ogni giorno l'elenco delle società che chiudono i battenti si allunga, accompagnato dallo scempio di professionalità, che si tratti di ricercatori o di operai. Eppure, c'è chi ci racconta che il peggio della crisi è passato, magari perché quelle banche che tanta responsabilità hanno nella crisi, salvate con i soldi dalla collettività, riprendono a girare con gli stessi meccanismi taroccati di sempre. Pazienza se gli effetti sociali dello tsunami finanziario e industriale stiano cominciando a precipitare proprio ora. Ebbene, se in una stagione come questa arrivano delle mezze buone notizie, siano le benvenute.
La prima mezza buona notizia è che per la Innse una soluzione produttiva esiste, grazie a un'offerta d'acquisto avanzata da una società italiana di reindustrializzazione. Dunque, non è vero che l'unico modo per rendere produttiva quella fabbrica consista nella svendita delle macchine a un rottamatore, e dell'area in cui sorge, una volta «liberata» dagli operai, agli speculatori. È una mezza buona notizia, perché fino al momento in cui scriviamo questa proposta non è stata presa sul serio dalle istituzioni locali, quelle che fanno le gradasse con la lombarditudine e poi sottostanno agli input leghisti e romani. Come se la proposta d'acquisto della Innse minacciasse di rovinare le vacanze a presidenti e consiglieri accaldati che avrebbero preferito mettere una croce sopra la vecchia Innocenti e i 49 combattenti che la difendono. Cosicché, la polizia al servizio del rottamatore non è ancora stata tolta dai cancelli. È normale che i cinque operai arrampicati sul piano ponte proseguano la battaglia, insieme ai loro compagni ai cancelli.
La seconda mezza buona notizia viene da Torino: al termine di una lotta durata 5 anni, fatta di sacrifici e persino di rinuncia alla liquidazione per pagarsi l'amministrazione straordinaria, 1.137 operai dello storico marchio del carrozziere Bertone potranno tornare al lavoro. Sotto un altro padrone, la Fiat di Marchionne. Anche questa notizia, pur nella sua straordinarietà, è buona per metà: la Fiat compra a Grugliasco e vuole chiudere a Imola la Cnh e la produzione di automobili a Termini Imerese. E ancora, se è vero che a Grugliasco Marchionne intende produrre per il «suo» nuovo marchio, la Chrysler, le vetture che usciranno dalle linee di montaggio saranno modelli ecologici, oppure suv?
La terza buona notizia arriva dall'isola di Wight. Da giorni oltre 600 lavoratori occupano un impianto di produzione di energia eolica che una multinazionale danese, colosso europeo del settore, vorrebbe chiudere. La parte buona di questa storia è data dal fatto che, insieme agli operai, stanno presidiando l'impianto gli ambientalisti inglesi. Segno che il conflitto tra ambiente e lavoro può essere evitato e la solidarietà è ancora possibile. La parte negativa della storia sta nel fatto che un esito positivo della lotta non è ancora arrivato.
Morale? L'unica possibile è che, invece di affidarsi al destino o al buon cuore dei padroni dell'economia e dei loro delegati in politica, bisogna battersi per riprendersi in mano il futuro. Qualche volta si può anche vincere.
Le favole sono sovente metafora della realtà od anche lettura mascherata dell’inconscio. Ce lo fa venire in mente Angelo Panebianco ("Corriere" del 3 u.s.) quando ripropone la versione di una sinistra sovrastata "dall’ingresso in politica dell’Uomo Nero Silvio Berlusconi", paralizzata "di fronte all’Orco, simbolo di tutti i vizi e le turpitudini del Paese", tanto infantile da raccontare da quindici anni questa fiaba ai propri elettori. Così precipitando nella rovina, ingannata per sovrappiù dai "giornali di riferimento", alias "la Repubblica", che in questo scenario svolge evidentemente la parte del Lupo, con le sue astute lusinghe intento ad adescare la sperduta bambina nel bosco, l’innocente Cappuccetto Rosso.
Può spiacere - e a me personalmente spiace - che uno studioso di scuola liberale sostituisca i fratelli Grimm ad Hayek e Popper, ma cosa non si farebbe al giorno d’oggi nel regno degli struzzi, pur di non porsi il problema di Berlusconi, del significato del suo agire politico, della sua concezione dell’etica pubblica? Riluttanti, quindi, nel riconoscere l’incolmabile antinomia, creata tra comportamenti, pulsioni, proponimenti del Cavaliere e principi irrinunciabili di uno stato liberale: la separazione dei poteri e il loro dialettico rapporto, l’indipendenza della magistratura, il rispetto dei diritti dell’uomo, come individuo e come cittadino, come credente e come ateo, la libertà dell’informazione, sia pur spiacevole ai governanti, la gelosa custodia dei diritti delle minoranze, evitando ogni dittatura della maggioranza.
Basta scorrere le cronache dell’ultimo quindicennio per percepire quanto siano lontane e avverse a tutto ciò la concezione e la pratica berlusconiana del potere. Questo non fa del premier un Orco o un Uomo Nero ma un "monstrum", nel senso latino della definizione (vedi dizionario Georges-Talonghi). Cioè una figura che può essere mostruosa in quanto diversa, ma altresì vista come "strana", "prodigiosa" e persino "meravigliosa", tutti aggettivi che i tanti fans possono, dunque, tranquillamente attribuire al loro Capo: ferma restando la piena attinenza del giudizio espresso da quanti, per contro, paventano il picconamento dello stato liberale e, senza abbandonarsi ad affabulazioni, percepiscono e giudicano il Demolitore come un personaggio alieno alla nostra vicenda nazionale quanto avverso ai valori sui quali, dalla Destra storica alla Repubblica democratica e solidale, era venuta tessendosi la trama dell’unità d’Italia.
C’è bisogno di una casistica per rammentare che Berlusconi, "scendendo in campo", segnò l’avvento al governo della Repubblica dell’uomo più ricco d’Italia, le cui fortune erano in primo luogo determinate dal controllo pressoché monopolistico delle televisioni private e, ben presto, pubbliche, una lesione gravissima che anziché suturata è stata col tempo vieppiù aggravata? Sono ben conscio, ripetendo queste cose ormai vetuste, d’incorrere nella conclamata noia di quanti amerebbero esistesse una decorrenza dei termini anche per la denuncia giornalistica delle pubbliche indecenze, Ma questo benefit mediatico, se è entrato ormai nell’uso di tante anime prudenti, seguita pur sempre a scontrarsi con la testarda reiterazione della denuncia da parte di qualche residuo manipolo di spiriti critici, vocati ad infastidire i potenti.
Così, sotto analoga rampogna, cade chi ancor rammenta le infinite vicende giudiziarie di un premier sfuggente a ogni processo, ed elenca le sentenze abortite per decorrenza dei termini o per prescrizione, per patteggiamento o per sospensione del giudizio (legge Alfano), per intervenuta legislazione ad personam o per indulto. E che sequela di campagne contro la magistratura, indicata al popolar ludibrio, e quanti fendenti alla giurisdizione e quante riforme tese a soggiogare l’indipendenza di giudici e procuratori.
Insomma, Silvio Berlusconi non è - e ha dimostrato di non saperlo, e di non volerlo neppure diventare - un normale leader della destra democratica europea. Non è un Sarkozy, una Merkel, tanto meno un David Cameron, il distinto conservatore, capo dell’opposizione di Sua Maestà, la regina Elisabetta. Per questo non è l’opposizione ad aver le traveggole e ad inventarsi l’Uomo Nero, ma l’aliena natura politica e morale del Cavaliere a rendere la contesa politica italiana simile alla commedia greca (o all’opera dei Pupi?) con personaggi contrapposti, inchiodati a un ruolo e a una maschera fissi, senza variabili all’orizzonte.
Obiettano, peraltro, Panebianco e molti altri che il popolo è con Lui.
Lo vota, lo plaude e quando pronuncia quattro paroline magiche - «non sono un santo» - anche di fronte "alla sua disordinata e sconsiderata vita privata", gli fa l’occhiolino e si sente complice. Una volta ancora la sovrapposizione tra pubblico e privato provoca stravolgimenti di giudizio. Un uomo politico, tanto più un leader, non può non aver presente il pubblico giudizio anche quando agisce privatamente. Da questo punto di vista, il suo diritto alla privacy risulta affievolito. Berlusconi avrebbe dovuto saperlo in partenza, ma anche in questo caso la sua "alienità" o "anti-politicità" che dir si voglia, lo ha assai mal consigliato. Se fosse rimasto solo un tycoon della Tv commerciale e avesse voluto trascorrere le notti nelle sue ville e palazzi tra escort, ballerine, ruffiani e attricette, sarebbe stato affar suo e solo la moglie e i figli avrebbero avuto diritto a protestare.
Come ricca di precedenti sarebbe apparsa la promessa alla favorita del momento di un provino o di una particina. Ma così non è: un presidente del Consiglio che trasforma la sue dimore ufficiali, vigilate in permanenza da carabinieri e servizi segreti, in rutilanti set dove si sfiora l’orgia collettiva e dove la fiction erotica si trasforma in reality, promette seggi a Strasburgo, partecipa a ludici incontri in una capitale della camorra per festeggiare un protetta che compie la maggiore età, rivela di considerare l’etica pubblica alla stregua di un satrapo asiatico dotato di potere assoluto.
Del tutto ignaro della prudenza di comportamento e di rapporti propria dell’uomo di stato occidentale. Per cui, se un rimprovero si può muovere alla opposizione in questo caso, è di essersi attenuta ad una timidezza eccessiva, ai limiti del timore. Altro che di aver cavalcato il moralismo. Aggiungo, a scanso di equivoci, che tutto quello che son venuto fin qui elencando non cancella affatto il giudizio critico sulla insipienza tante volte analizzata delle confuse e contraddittorie velleità della minoranza riformista, sulla sua incapacità di sfuggire al populismo dipietrista, sulla sua carenza di proposte autonome anche in materia di giustizia.
Per contro, di fronte alla noncuranza di certi commentatori liberali, c’è da chiedersi se considerino accettabile il concetto berlusconiano di maggioranza, come potere sottratto a vincoli, norme, contrappesi ed efficaci istituti indipendenti di garanzia e, soprattutto, dominus della Tv. Eppure proprio questa è la filosofia di questo singolare imprenditore che ha trasformato la sua Mediaset in un partito politico. Di qui la convinzione che lo Stato altro non sia che una azienda, più o meno con le stesse regole di governance: fino a quando è lui il padrone, è lui che comanda. Gli avversari, se vogliono sostituirlo, lancino una Opa ostile, se ce la fanno si prendono il pacchetto di maggioranza con quel che segue. Se no, se ne vadano con le pive nel sacco.
Ha un senso in questa situazione suggerire un riformismo di ricasco, che si accodi alla maggioranza, contrattando su qualche briciola di benevolenza padronale? O anche contrapporre il consenso di cui gode il leader alle inutili velleità di una opposizione destinata a restare minoritaria? A chi sostiene una simile arrendevolezza val forse la pena ricordare che anche Mussolini godette per lunghi anni del consenso degli italiani ma l’esigua opposizione non avrebbe mai conosciuto il giorno della rinascita se si fosse rifugiata in un silenzio senza futuro. Paragone forse azzardato perché Berlusconi non è Mussolini e l’opposizione vegeta nei dintorni del Palazzo e non in esilio, ma per favore non spieghiamo tutto ciò con la sindrome dell’Uomo Nero e dell’Orco mangiabambini.
Non poteva esserci più singolare coincidenza nella vicenda della Innse, la storica fabbrica meccanica milanese della quasi contemporanea approvazione da parte della regione Lombardia del cosiddetto piano casa. Nella vicenda da una parte ci sono persone in carne ed ossa che tentano di difendere il proprio lavoro, il proprio sapere, la propria dignità. Dall'altra parte il proprietario, uno dei tanti esponenti della "classe dirigente" cui sarebbero affidati i destini del futuro dell'Italia. Anzi, un esponente molto rappresentativo, poiché ha venduto alla chetichella i macchinari e ora vuol farci una delle infinite speculazioni immobiliari cui siamo abituati in questi anni di delirio del cemento.
Ma nella vicenda c'è anche il "potere pubblico", comune e regione Lombardia, quello che ai sensi della Costituzione repubblicana dovrebbe tutelare gli interessi della collettività. Il primo, il comune assiste senza intervenire sperando che dalla consueta valorizzazione immobiliare arrivi qualche soldo nelle sempre più esangui casse pubbliche. La regione, invece interviene. Eccome. Ha approvato il 16 luglio scorso il piano per il rilancio del settore dell'edilizia. Prevede, tra le altre sconcezze, che i proprietari di immobili produttivi possano aumentare la volumetria esistente (nel caso delle vecchie fabbriche è enorme!) del 35% e cambiare la destinazione d'uso da produttiva a residenziale. Per farlo basta soltanto una semplice deliberazione del consiglio comunale che lo consenta (comma 5 dell'articolo 3). E, dati i rapporti di dipendenza della politica dall'economia, c'è da giurare che tutti i comuni si precipiteranno a consentire la dismissione degli impianti produttivi. La regione Lombardia così silenziosa nella vicenda Innse, è stata invece molto efficiente nel tutelare gli interessi degli speculatori.
Altri palazzi, allora, per la felicità degli energumeni del cemento. Come dare torto al proprietario, al secolo Silvano Genta, se manda a casa gli "esuberi" e si mette a fare speculazione immobiliare? Fare impresa significa investire, innovare, essere in grado di valutare opportunità di mercato. Un mestiere difficile in cui si rischia continuamente. Molto più comodo e senza rischi fare speculazione edilizia. Del resto era stato il piano casa del governo nazionale serviva soltanto a questo, a premiare le grandi proprietà immobiliari; le grandi catene dei supermercati sempre più in difficoltà; le grandi catene di alberghi; i proprietari di grandi fabbriche dismesse.
Ma ancora non bastava. I famelici "imprenditori" nostrani non erano evidentemente soddisfatti ed hanno imposto e ottenuto un altro enorme regalo per la rendita. I primi due scudi fiscali, e cioè il ritorno dei capitali illegalmente esportati all'estero, furono preparati dal ministro Tremonti a partire dal 2001. Rientrarono circa 80 miliardi di euro e non furono utilizzati per investimenti produttivi. Lo disse anche un berlusconiano di ferro come Vittorio Feltri. Ecco un passo dell'editoriale di Libero del 10 aprile 2005: «Berlusconi e Tremonti hanno agevolato il rientro dei capitali dall'estero imponendo una tassa ridicola. I capitali sono rientrati, ma non erano certo i soldi della signora Maria, bensì dei ricchi. E non sono servito a rilanciare l'economia, semmai ad incrementare gli investimenti immobiliari, sicché gli immobili sono aumentati vertiginosamente di prezzo, rendendo impossibile l'acquisto ai non miliardari». Parole sante, ma oggi che si è varato il terzo scudo fiscale tutti zitti. Come sulla vicenda Innse. Un altro fiume di denaro sarà indirizzato verso gli investimenti immobiliari. Mentre l'Europa cerca di costruire un'uscita produttiva dalla crisi, l'Italia berlusconiana è preda della rendita speculativa immobiliare. Un paese senza futuro.