C’è un’ambiguità senza soluzione nei discorsi di chi parla di turismo interno che consisterebbe nell’arte di convincere chi se ne sta al mare ad alzarsi, scuotersi il torpore di dosso ed andare verso le zone interne e impervie le quali, secondo i teorici di questo tipo di turismo, sarebbero in questo modo finalmente “valorizzate”. Insomma, traslando il turista bagnante in una zona montuosa, si vorrebbe trasformarlo da essere inanimato su una sedia a sdraio in un viaggiatore interessato ad usi e costumi diversi dai suoi, mosso dalla forza della curiosità e dotato di un’anima nuova.
Ma una creatura del genere è difficile da trovare in natura: bisogna crearla.
Bene, vediamo come dovrebbe accadere e partiamo da qualche osservazione sulle vacanze di un turista di terra e di un turista di mare, generi che sono di solito separati anche nei menù. Due categorie di pensiero diverse, due specie diverse che adesso si vorrebbero incrociare per creare una razza nuova: un ibrido molto difficile da ottenere. Serviranno l’ingegneria genetica ed investimenti ma c’è anche il rischio, manipolando i cromosomi turistici, di creare mostri imprevedibili.
Analizziamo la fisionomia che ha assunto la vacanza dalle nostre parti.
Prima di tutto qua si viene, appunto, in vacanza e bisognerebbe mettersi d’accordo proprio sulla parola vacanza che contiene una quota di significato già di per sé pericolosamente tossica.
La vacanza, etimologicamente, proviene da vacuum ovvero vuoto. La vacanza è un periodo di vuoto che può essere anche drammatico e lo si può riempire come si vuole. Perciò la vacanza riflette un vuoto oppure cerca di colmarlo: due condizione opposte.
Gli sviluppisti che vogliono divorare l’isola e trasformarla in un postribolo estivo teorizzano la vacanza vuota, coltivano e propagano il modello della vacanza vacua, senza significato. Giorni trascorsi nel nulla perché il nulla sarebbe riposo.
Gli sviluppisti, in generale se ne impipano del turismo interno. Loro non vogliono che il turista si muova dall’incubatrice turistica dove viene conservato. Considerano, si sa, il turista una merce da movimentare e il viaggio un prodotto.
Non si immagina come il turista disposto a farsi ipnotizzare nel ciclo del cosiddetto riposo vacanziero, che rende ebeti anche se per una sola settimana, possa mutare di colpo. E’ improbabile che un essere ridotto ad uno stato elementare di organismo semplice, monocellulare, che il turista, insomma, si trasformi di colpo, lasci il vuoto in cui l’hanno imprigionato e prenda la corriera attratto dalle cosiddette zone interne.
Altra definizione potenzialmente drammatica. Tecnicamente il termine è ineccepibile: sono in effetti zone interne.
Ma si trascura di dire che sono territori in via di abbandono. Insomma sono aree interne e deserte che si stanno svuotando perché tutti accorrono verso il vuoto morale dell’idea sviluppistica che affligge e impesta le coste.
Le zone interne non sono solo aree recondite, sono zone dove l’uomo nativo non si troverà più se non conservato come in un museo. Sono zone quasi morte dove la memoria dell’isola resiste, conservata da pochissimi che ancora praticano l’identità e conservano caratteri identitari. Che non diventi, appunto, un museo vivente in cambio di qualche turista.
Se, poi, quei pochi visitatori diventassero molti, allora in esatta proporzione alla “crescita” turistica, i “sardi sopravvissuti” si estinguerebbero, sostituiti da sardi finti, di plastica, simili a quei souvenir – gondolette, colossei ecc. – che si conservano nelle vetrinette di casa.
E’ perfino ingiurioso che qualcuno arrivi qua da un villaggio vacanze per vedere che esistono mondi arcaici dei quali, poi, parleranno come di un viaggio nella macchina del tempo. Loro, i turisti, erano nel proprio luna park quando li hanno prelevati e condotti a vedere per un giorno uomini e donne nella loro riserva mentre tosano oppure tessono all’arcolaio.
Insomma, è una fortuna che il cosiddetto flusso turistico – dannoso come un’infestazione – non sia orientabile verso le zone interne che, proprio perché interne, devono restare inaccessibili e devono interessare solo uomini curiosi e desiderosi di osservare un mondo e una società differente, conservativa e fragile come la nostra.
Basterebbero due, tre stagioni turistiche come quelle che qualcuno auspica per le zone interne per renderle un posto qualunque, abitato da gente qualunque, un posto uguale a tanti altri posti uguali..
Ma è solo una questione di tempo.
Il turismo distruttivo come un’invasione di locuste che gli sviluppisti desiderano per l’isola la distruggerà in modi diversi e tutti efficaci. Però cerchiamo di ritardare la fine e lasciamo in pace le zone interne.
Ci sarà una distruzione del paesaggio, una distruzione geologica, come un’effusione lavica che ricopre tutto e rende tutto grigio. Ci sarà una distruzione dei caratteri e, se esiste, della psicologia isolani che tenderanno a rassomigliare a quelli di chi viene a consumare il paesaggio come un dvd. Ci sarà una distruzione economica perché tutto dipenderà da quanti, fotocamera a tracolla, sbarcheranno nell’isola. E ci sarà una distruzione morale poiché questo modello turistico verrà condotto, spinto dalle regole della concorrenza, sino alle sue estreme conseguenze, sino alle sue forme più turpi.
Meno male, meno male che il turista di terra e il turista di mare sono due categorie dello spirito talmente differenti che non si incontreranno mai e che l’unico congiungimento riuscito tra terra e mare è stato e rimane, come dice Achille Campanile, quello perfetto delle seppie con i piselli.
L'articolo è comparso su la Nuova Sardegna nell'aprile 2005
Appia Antica, ruspe su villa Gaucci
Carlo Picozza – la Repubblica, ed. Roma, 12 agosto 2009
La vegetazione fitta non è bastata a coprire gli abusi edilizi nel cuore dell’Appia antica (al civico 56 di via Erode Attico), consumati nella proprietà di Luciano Gaucci. Così ieri mattina i guardaparco della Regione e gli uomini della task force contro gli abusi edilizi del Municipio XI, hanno abbattuto i due metri di sopraelevazione del fabbricato dell’ex presidente del Perugia calcio.
Tuie, cipressi, pini, alberi da frutta. Ma la vegetazione fitta della macchia mediterranea non è servita a coprire gli abusi edilizi nel cuore dell’Appia antica (al civico 56 di via Erode Attico), consumati nella proprietà di Luciano Gaucci, già patron del Perugia calcio, riparato nei villaggi turistici che a Santo Domingo ha concorso a edificare, per scansare la giustizia italiana.
Un taglio netto di cesoie alla catena che teneva serrato il vecchio cancello arrugginito e i guardaparco della Regione, gli uomini della task force contro gli abusi edilizi del Municipio XI guidati da Massimo Miglio, operai e mezzi, hanno fatto irruzione in quell’oasi verde macchiata di cemento. Trovando, con i due metri di elevazione abusiva del fabbricato centrale, pollai fatiscenti, baracche improbabili (adibite a ricovero di materiale edile pronto per la messa in opera), spciati nella domanda di sanatoria come residenze e pertinenze edilizie. «Cinque opere abusive che, senza il nostro intervento, sarebbero state condonate», commenta Miglio, che dirige in Regione l’ufficio contro gli abusi edilizi.
Ma sul blitz, è già polemica. «La demolizione nel parco dell’Appia antica», per il vicepresidente della giunta regionale, Esterino Montino, «prova che la collaborazione tra istituzioni dà risultati eccellenti in tempi rapidi. Anche sotto ferragosto». Lo dice lanciando un appello al Comune di Roma, grande assente dall’operazione di cancellazione degli scempi: «Questa collaborazione» argomenta, «potrebbe estendersi alla città tutta perché non c’è intento alcuno della Regione contro il Comune di Roma». Pronta la replica dell’assessore capitolino all’Urbanistica, Marco Corsini che, dopo i ringraziamenti di rito, critica: «Per la lotta all’abusivismo edilizio servono fondi: la Regione metta a disposizione maggiori stanziamenti per contribuire a combatterlo». «La giunta Alemanno», spiega Corsini, «è impegnata nell’azione di contrasto degli illeciti edilizi: ogni aiuto è ben accetto, nel rispetto delle competenze, ma senza puntare a riciclare qualcuno e a screditare l’Amministrazione capitolina».
Corsini si riferisce a Miglio, il supertecnico allontanato dal Comune e recuperato dalla Regione. Ma il suo intervento è giudicato «animoso» da Montino che invita a «stare ai fatti»: «Le risorse per la lotta all’abusivismo bisogna impegnarle prima di chiederne altre. Comunque, il costo finale degli abbattimenti è a carico di chi ha consumato l’abuso». Montino si sofferma sulla «qualità degli abusi edilizi»: «Spesso» dice, «germogliano nelle aree di maggiore pregio urbanistico-ambientale, per mano di cittadini che non hanno un fabbisogno abitativo primario. Si tratta di speculazioni belle e buone per lucrare sul patrimonio ambientale, e anche su quello archeologico, in barba al diritto degli altri di goderne. A Roma, come nelle aree più incantevoli della Regione ci sono grandi appetiti che devono essere contrastati senza indugi né polemiche».
"Una campagna sostenuta dai cittadini, contro gli sfregi alla Regina viarum"
Intervista a cura di Carlo Picozza – la Repubblica, ed. Roma, 12 agosto 2009
«Cancelliamo abusi edilizi nel cuore dell’Appia Antica scoprendone altri, mentre le ruspe sono al lavoro, ma con questa giunta del Comune ci sembra di combattere una guerra stellare con l’alabarda».
Andrea Catarci, presidente del Municipio XI, però non si rassegna.
Mentre gli operai stanno abbattendo la sopraelevazione di due metri della costruzione di proprietà di Luciano Gaucci, Catarci guarda alla «campagna di demolizioni di opere abusive lanciata dal Municipio con un sostegno vasto dei cittadini e delle loro associazioni ambientaliste, da Italia nostra a Legambiente». «Con risorse economiche negate dal Comune», scandisce deciso, « ci muoveremo con le nostre forze».
Perché, la giunta comunale vi ostacola?
«Sì, non ha riconosciuto al Municipio le risorse finanziarie per la lotta all’abusivismo e, quando l’abbiamo chiamata in causa segnalando illeciti come questo, ci ha risposto, con l’assessore all’Urbanistica Marco Corsini, che si trattava di episodi di "importanza trascurabile". D’altro canto la giunta Alemanno, di demolizioni ne ha già fatte di "importanti", prima tra tutte quella dell’ufficio contro gli abusi edilizi del Comune decapitandone, con il vertice, gli obiettivi e l’impronta. Siamo stati noi a servirci della competenza di Massimo Miglio, ex responsabile di quel Servizio, e a rimetterla in circolo, al servizio della città».
L’ufficio capitolino contro gli abusi edilizi, però, è rimasto.
«Certo, ma ha stretto i cordoni della borsa tenendo per sé tre milioni di euro e lasciando a secco i Municipi che combattono contro abusi devastanti con risorse e mezzi scarsi. Il Campidoglio si è prodigato più a intimidire i tecnici dei Municipi con la richiesta di improbabili motivazioni agli abbattimenti, che a sostenere la loro opera di governo del territorio per la tutela del suo patrimonio. L’intervento di oggi è stato eccezionale perché, mentre si abbatteva una sopraelevazione abusiva, abbiamo scoperto altri cinque manufatti clandestini, residenze sulla carta, pollai veri e propri, per di più fatiscenti per chi ha la possibilità di vederli. Anche per questi manufatti giaceva negli uffici comunali la domanda di condono contro la quale il Municipio ha già chiesto la bocciatura. Continueremo a perlustrare l’Appia antica e a difenderla da voracità e istinti di espansione».
Appia Antica, sorvegliata speciale. Operazioni anti-abusi: accordo tra Regione e soprintendenza
Carlo Alberto Bucci- la Repubblica, ed. Roma, 15 agosto 2009
Un patto tra Regione e Soprintendenza per fermare gli scempi sull’Appia antica, l’area più vincolata d’Italia dove però sono stati rilevati oltre 2.500 abusi edilizi. L’assessore regionale all´Urbanistica Esterino Montino nei giorni scorsi ha proposto al soprintendente Angelo Bottini un accordo per l’impiego sul territorio del Parco della sua squadra anti abusivismo. La firma del protocollo potrebbe arrivare già alla fine del mese. E nei prossimi giorni, annuncia Montino, «realizzeremo altre demolizioni come quella del piano abusivo nella villa di Gaucci».
Le forze di opposizione all’assalto del cemento all’Appia Antica hanno finalmente iniziato a fare quadrato. «Nei prossimi giorni realizzeremo altre demolizioni come quella nella villa di Gaucci appena eseguita» annuncia Esterino Montino, assessore regionale all’Urbanistica. Che aggiunge: «A settembre entrerà a far parte del nuovo sistema anti-abusi edilizi anche la Soprintendenza archeologica». Così, dopo le diversità d’opinione con il ministero Beni culturali che ha posto vincoli paesaggistici nell’Agro romano, la Regione ora stringe alleanze con lo Stato per difendere il parco dell’Appia Antica (l’area più vincolata d’Italia) da circa 2500 abusi edilizi.
Nei giorni scorsi Montino ha spedito agli uffici del soprintendente Angelo Bottini una proposta di accordo mettendo a disposizione - come ha già fatto nei confronti del I e dell’XI municipio con la firma dell’intesa di luglio - la squadra anti abusivismo regionale: 18 persone, guidate da Massimo Miglio, che grazie a una legge regionale del 2008, possono intervenire con le ruspe laddove i Comuni non lo fanno; oppure su richiesta esplicita delle amministrazioni locali.
Gli archeologi statali sono d’accordo e firmeranno presto il protocollo d’intesa. Entusiasta anche Adriano La Regina, presidente del Parco regionale dell’Appia Antica: il quinto "giocatore" del nuovo team anti scempio nella Regina viarum; e poiché l’ex soprintendente di Roma è anche consulente della Sovrintendenza comunale, c’è da sperare nei suoi buoni uffici per coinvolgere il Campidoglio nella partita. «Ho fatto un pubblico appello al sindaco Alemanno e all’assessore Corsini per estendere questi interventi in tutta la città» spiega Montino. Il vicepresidente della giunta è certo che «la collaborazione con le istituzioni è fruttuosa». E che a settembre «il consiglio voterà finalmente il "piano di assetto" del parco che porterà allo spostamento delle attività produttive oltre il Gra».
La task force che deve controllare 3500 ettari di parco è composta, tra l’altro, da 16 guardiaparco regionali, 5 archeologi statali, 2 dei 7 vigili urbani dell’XI gruppo addetti all’edilizia. Non è molto ma il coordinamento fa la forza. «Nell’ultimo anno - sostiene Montino – c’è stato un vuoto politico nella lotta all’abusivismo. L’aggressione ha fatto un salto di qualità: non abusivismo di necessità, ma lo scempio tra le mure di case lussuose e ville faraoniche e in zone di altissimo pregio come il centro storico, l’Appia, il Litorale».
Rita Paris l’archeologa responsabile della zona: "C’è il rischio Piano casa"
Intervista a cura di Carlo Alberto Bucci - la repubblica, ed. Roma, 15 agosto 2009
«La proposta di accordo della Regione è sul nostro tavolo, il soprintendente Bottini ne ha preso atto "con soddisfazione" e anche io sono contenta di questa intesa che coinvolge anche il I e l’XI municipio: a fine mese firmeremo il protocollo» dice Rita Paris, l’archeologo dello Stato responsabile della Regina viarum.
Voi continuerete a segnalare gli abusi, loro interverranno più rapidamente. Ma anche sugli scempi meno recenti?
«Su tutti, indipendentemente dalla data. Eccezion fatta per gli abusi per i quali è stato chiesto il condono edilizio».
Ora non ci sono altre sanatorie in vista. Eppure sembra che siano aumentati gli illeciti anche nell’area super vincolata dell’Appia antica. Le risulta? E perché?
«Purtroppo è vero. Ed è stato il "Piano casa" del governo che, sebbene non riguardi in nessun modo le aree protette, ha risvegliato molti appetiti».
I condoni, veri o presunti, sono il cancro dell’Appia antica.
«Sì, Roberto Cecchi (neo commissario per l’archeologia romana, ndr) si è detto letteralmente "sconcertato" dopo aver letto la nostra relazione: ci sono tutti i tipi di vincoli, però qui si continuano a fare abusi di ogni sorta».
Il parco è per il 95 per cento in mano ai privati.
«Sono molti i proprietari che rispettano le regole e che, con la buona manutenzione del verde, fanno un servizio prezioso per la collettività. Però lo Stato deve aumentare la percentuale di proprietà pubblica e investire nella conservazione e negli scavi archeologici».
Nei ricorsi spesso però il Tar vi dà torto. Perché?
«Perdiamo per cavilli burocratici impugnati dagli avvocati. I giudici amministrativi dovrebbero però capire che ci vuole una visione più ampia del problema. La posta in gioco è la salvaguardia di un bene pubblico di immenso valore: l’Appia».
All'inizio di luglio ho trascorso qualche giorno in Tunisia coi colleghi dell’Università e del Ministero per un progetto comune sulla salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali in area mediterranea. Il progetto è attualmente fortemente sponsorizzato dal governo locale, che vi intravede la possibilità di positive ricadute per l’incremento del settore turistico: risorsa sulla quale tutto il Maghreb sta puntando molto.
In realtà il turismo rappresenta ormai il settore trainante di tutta l’economia in un numero sempre maggiore dei paesi in via di sviluppo: già Rifkin, fra gli altri, ci aveva insegnato che il turismo era destinato a divenire l’attività prevalente nel passaggio che la globalizzazione sta accelerando fortemente fra un’economia a produzione industriale ed una nella quale prevarrà la produzione culturale. In questo ambito il mutamento è già compiuto: da alcuni anni, infatti, il turismo rappresenta la prima industria mondiale; con un giro di affari di $ 500 billioni annui e il 35% dei servizi esportati, l’industria turistica rappresenta il settore che, secondo gli analisti economici, è destinato ad avere la crescita più rapida nell’economia globale: nel 2020 il traffico turistico mondiale si attesterà vicino a 1.6 billioni di arrivi. L’Europa sarà destinata a cedere il primato assoluto che tuttora conserva, pur rimanendo per molto tempo ancora una delle destinazioni preferite, anche se superata dalla Cina.
In tale contesto ben si comprendono gli sforzi che in tale direzione i paesi in via di sviluppo stanno compiendo: la torta è troppo ghiotta per poterci rinunciare, ma gli ingredienti rischiano di essere, in larga parte, molto indigesti. Così come altrove, in queste aree, il modello di sviluppo turistico largamente prevalente si sta rivelando un giano bifronte che distrugge le ricchezze sulle quali prolifera. Il capitale principale, spesso assolutamente l’unico di cui dispongano questi paesi, è costituito da una natura incontaminata e da una cultura indigena autentica: la loro salvaguardia è un problema che ci riguarda da vicino soprattutto perché noi turisti occidentali siamo fra i principali fruitori – distruttori di queste risorse. I pericoli insiti in questo modello sono stati più volte analizzati con grande lucidità anche in numerosi interventi di eddyburg (cfr. soprattutto Ravaioli), ma vale forse la pena sottolinearli ancora una volta, con attenzione particolare a contesti extraeuropei.
Cominciamo dall’urbanistica. Lungo le coste del Mediterraneo, il secolo scorso ha visto la crescita e l’addensamento di strisce a forte urbanizzazione, un vero e proprio sprawl costiero, scarsamente connesso con le zone dell’interno e fruito da una popolazione che raggiunge picchi altissimi stagionali per poi decrescere drasticamente in alcuni mesi dell’anno. In brevissimo volgere d’anni sono sorti villaggi, resorts, alberghi dalle architetture improbabili e assolutamente sciatte che nulla hanno a che fare con le tradizioni costruttive locali. Il panorama è peggiorato, in Tunisia, ma non solo, dal compresente fenomeno per cui gli spazi vuoti della costa, fra un enclave e l’altro, sono devastati da pessime costruzioni nella quasi totalità appartenenti alla tipologia della casa unifamiliare e ascrivibili ad uno stile che potremmo definire arabo modernista, sconfortante oltre che nei moduli raccogliticci che assembla, per la desolante ripetitività. Percentualmente numerosissimi, poi, all’interno di questa ‘villettopoli’ di serie b che assume il carattere di una vera e propria lottizzazione dispersa, gli scheletri di edifici: un pessimo effetto di dejà vu per chi ha anche superficiale esperienza di certe zone del nostro meridione.
Sul piano ambientale, l’irragionevole dispendio di risorse provocato da questo modello di sviluppo turistico è ben esemplificato dall’uso dell’acqua: uno studio delle Nazioni Unite ha calcolato che le risorse idriche necessarie a 100 turisti per 55 giorni, sono equivalenti all’acqua necessaria a coltivare una quantità di riso sufficiente per nutrire 100 abitanti locali per 15 anni (avete letto bene, ‘anni’).
I pacchetti all inclusive costituiscono già oggi la tipologia prevalente in Tunisia, ma non solo: i grandi operatori turistici, sempre più globalizzati, (le ‘7 sorelle’ dell’era dell’accesso?), stanno espandendo ed omologando questo tipo di offerta secondo una consolidata tecnica di progressivo controllo dei mercati. Le analisi al proposito, del resto, evidenziano come, in un pacchetto all- inclusive, circa l’80% delle spese del turista vadano a compagnie aeree, hotels, altre compagnie internazionali: alle economie locali rimangono le briciole, quindi.
Altre pesanti ricadute negative sono costituite dall’aumento del costo della vita per i locali determinato dalle richieste dei turisti, primo fra tutti quello delle abitazioni. L’industria turistica, inoltre, per lo più esclude l’imprenditoria locale di medio e basso livello innanzi tutto per la sua incapacità di investire risorse adeguate, come per la mancanza di contatti, e l’insufficiente gestione del marketing: attività anche questa largamente monopolizzata dai circuiti degli operatori finanziariamente più consistenti.
Complessivamente, infine, l’economia fondata solo sul turismo è fragile, largamente dipendente da troppi fattori esterni: crisi politiche, terrorismo, disastri ambientali, cambio delle mode. Le infrastrutture richieste dagli investitori turistici sono molto alte e richiedono sforzi notevoli da parte dei governi che spesso, con l’illusione di ritorni economici a breve termine, stornano risorse da altri settori (educazione, assistenza sanitaria, ecc.) per adeguarsi alle richieste degli investitori stranieri. Il carattere stagionale del lavoro incrementa la precarizzazione: l’incertezza della continuità lavorativa è un elemento ormai globalizzato…
Per quanto riguarda la Tunisia, la ricchezza del suo patrimonio culturale è risaputa: alcuni dei siti romani, ampiamente diffusi su tutto il territorio, sono fra i più belli di tutto il Maghreb, per non parlare delle testimonianze dell’architettura araba e dei siti berberi cinematograficamente pluricelebrati dalla saga di Star Wars. Eppure anche qui il modello ampiamente più diffuso è quello costituito da enclavi rigidamente separate dal resto del territorio. In villaggi vacanze e resorts spesso suddivisi per nazionalità e dall’accesso sorvegliatissimo (motivi di sicurezza, ci si dice) un turista non particolarmente motivato dal punto di vista culturale può trascorrere un’intera vacanza senza alcun contatto con la realtà locale se non quello costituito dalla presenza di personale autoctono e dalle serate a tema: vale a dire per 6 giorni su 7 si mangiano spaghetti e per una volta ci si traveste da beduino e si mangia cous-cous. Tali situazioni sono vissute con ostilità crescente dalla popolazione ‘esterna’, tanto più che le possibilità di lavoro che offrono ai locali si limitano a mansioni dei livelli più umili: il resto del personale (direttori, animatori, ecc.) è di ‘importazione’. A ciò si aggiunga che tali strutture sono nella quasi totalità dei casi estremamente dispendiose dal punto di vista delle risorse energetiche e ambientali: chissà perché prati all’inglese e piscine di ogni foggia e dimensione (anche a bordo mare) sono considerati imprescindibili, così come la presenza di temperature irreali dovute alla presenza costante di aria condizionata in ogni ambiente. Comincia a diffondersi anche qui la perversa moda dei campi da golf, idricamente costosissimi e per favorire i quali le amministrazioni locali non esitano ad espropriare a bassissimo prezzo terreni agricoli contribuendo ad espellere da attività di sostentamento tradizionali percentuali sempre più rilevanti di popolazione locale.
Al di fuori di queste zone franche, i turisti trasmigrano intruppati lungo gli itinerari più reclamizzati e spesso si limitano a gironzolare alla ricerca del ricordo di viaggio per medine e souk, dove i pochissimi manufatti di artigianato locale cedono sempre più spazi all’invasione globalizzante dei gadget Ferrari o di derivazione calcistica. In questi giorni di altissima presenza turistica abbiamo visitato, in perfetta solitudine, gli straordinari siti di Sufetula, Cillium, Haidra, mentre qualche straniero in più (non italico) era presente nelle famosissime aree di Dougga e Bulla Regia.
In generale, infine, l’esperienza della cultura locale diviene qualcosa di completamente asettico che può addirittura prescindere dal contatto con la popolazione locale: ciò che Daniel Boorstin definisce pseudo-evento. Ma anche laddove il contatto sia ricercato, l’istinto profondamente tradizionalista del turista tipo spinge affinchè il “colore locale” rimanga immutato anche a costo di mantenere zone di degrado. In tal senso è stato verificato, da studi recenti, come talune aree, quali il South Bronx a New York, stiano diventando meta turistica proprio perché consentono, al turista un po’ più avventuroso, il brivido dell’esperienza fuori dalle regole. Ad evidenziare quanto tali meccanismi incidano poi sulle politiche urbane delle amministrazioni locali, basterebbe ricordare il celeberrimo e nostrano affaire di Piazza della Signoria a Firenze, dove uno straordinario palinsesto archeologico messo in luce durante i lavori di ripavimentazione della Piazza è stato ricoperto a furor di popolo perché non consono alla perpetuazione dell’atmosfera medicea del luogo. I beni culturali quando sono capitalizzati a fini esclusivamente turistici sono vissuti, insomma, come esperienze chiuse scarsamente efficaci sul piano della divulgazione e dell’interazione culturale.
| "Trionfo di Bacco", Museo archeologico di Sousse (Tunisia) |
Di fronte alla constatazione di un paesaggio dall’aspetto ormai diffusamente predesertico, i colleghi tunisini ci hanno sottolineato come il degrado ambientale non sia solo un fenomeno legato ai tempi moderni. L’espansione agricola dei romani distrusse buona parte delle foreste della Tunisia (dal 30% stimato in epoca romana si è arrivati a meno del 2% di oggi), con una conseguente grave perdita di biodiversità: scomparso per sempre l’ampio campionario zoologico che popolava gli splendidi mosaici di domus e villae. L’equilibrio biologico degli altipiani è stato distrutto per sempre e la Tunisia perde ogni anno all’incirca 23.000 ettari di terra coltivabile a causa dell’erosione. Le regioni del Tell dedicate alla coltura dei cereali fin dall’epoca romana sono segnate da profonde gole causate dai fenomeni erosivi e molti terreni un tempo agricoli oggi sono adatti solo a pascolo. Gli enormi consumi idrici richiesti dall’industria turistica hanno abbassato il livello dei pozzi artesiani e prosciugato le sorgenti: questa situazione è evidente soprattutto a Djerba dove le esigenze idriche degli alberghi e dei resorts dell’isola hanno minacciato la sussistenza dell’agricoltura e reso l’acqua non potabile.
A buon diritto si può affermare quindi che i turisti abbiano assunto il ruolo dei nuovi coloni delle zone costiere del mediterraneo. Certo l’attività turistica è destinata a provocare, seppur in maniera più limitata del dovuto, anche ricadute positive; così il miglioramento delle infrastrutture e dei servizi determinato e spesso imposto dalle grandi compagnie di turismo, produce, in ogni caso vantaggi anche per i residenti e le popolazioni locali e consente spesso rapidi miglioramenti di reti idriche, elettriche, stradali. Proprio perché fattore determinante e ormai irrinunciabile di sviluppo, il fenomeno va quindi piuttosto governato e ridefinito, alla luce di differenti obiettivi come quelli di salvaguardia culturale e ambientale, gli unici compatibili, del resto, con proiezioni di sviluppo economico a lungo termine. Occorre insomma uscire dall’alternativa esiziale: sottosviluppo attuale vs depauperamento a medio e lungo termine. Alla fase di stagnazione del modello Butler cui le attuali tendenze rischiano di condurre inevitabilmente queste aree e che è caratterizzata da un uso eccessivo delle risorse e dalla crescente opposizione locale oltre che all’esplicitarsi di problemi ambientali e sociali, bisogna contrapporre azioni di aggiustamento e vera e propria riduzione dei ritmi di crescita, così come imposto dalle sempre più urgenti azioni di protezione delle risorse.
Gli introiti derivati dal turismo debbono rimanere nei paesi ospitanti ed essere destinati a opere di protezione ambientale.
Qui come altrove, qui più che altrove, occorre costruire in maniera eco-compatibile. Complessivamente vi è quindi la necessità di compiere uno sforzo intellettuale per immaginare approcci alternativi, dal punto di vista urbanistico e culturale prima di tutto. In questa direzione e in tempi recentissimi, qualcosa si sta muovendo: ad esempio ad opera di gruppi di urbanisti- architetti spagnoli che propongono, oltre all’istanza ‘zero consumo’ di nuovo territorio, un sistema di azioni destinate ad attivare un turismo ‘attivo’, fondate sulla molteplicità e sovrapposizione di usi di una determinata area e creatrici di quella che viene definita “intelligenza di costa”. Analogamente, in un’altra area mediterranea dove ci si confronta da alcuni anni con le conseguenze di questo turismo invasivo, la Croazia, attraverso il Matra Projects Program finanziato dal ministero degli affari esteri olandese a sostegno del processo di trasformazione nelle aree del centro ed est europa, si sta sostenendo l’attività dell’Associazione di architetti croati che ha elaborato una serie di progetti fondati su un’impostazione ideologica alternativa ai modelli correnti. Secondo tale impostazione i cambiamenti territoriali possono essere solo il frutto di una intelligenza collettiva, debbono coinvolgere tutti i rappresentati dello spazio sociale e si pongono come fine, oltre ad un diverso modello di sviluppo del territorio, una forma di democratizzazione della società stessa.
Infine, la rete. Anche in questo ambito Internet può dare una mano dispiegando innanzi tutto le proprie potenzialità di strumento di critica attiva. La rete può innescare positivi dispositivi di autorganizzazione: così come ha contribuito ad un generale abbassamento dei costi dei viaggi aerei ed ha incrementato una reale competizione fra tour operators, così può contribuire a creare e consolidare, ad esempio, le comunità e le pratiche del turismo fair-trade, che attualmente seppur in crescita, rappresentano ancora percentuali troppo minoritarie per poter incidere sull’impatto globale. Attraverso Internet si possono diffondere notizie per itinerari meno banali e scontati e accrescere una maggiore consapevolezza nei confronti dei luoghi visitati, dando voce ad opinioni alternative e soprattutto al punto di vista dei locali e proponendo alternative ai circuiti chiusi e rigidamente consumer-oriented della maggior parte dei tour operators e della consona documentazione di viaggio oggi disponibile.
Durante una riunione di lavoro al museo del Bardo, ci sono giunte le notizie degli attentati londinesi: nello smarrimento iniziale, con sottile inquietudine, ho avvertito come i commenti dei nostri ospiti fossero improntati oltre che alla dovuta pietas nei confronti delle vittime, anche ad una sorta di neutrale constatazione dell’inevitabile. Anche lì, nella laica, occidentalizzata, modernista Tunisia, dove i rigurgiti di integralismo islamico, pur esistenti e periodicamente riafforanti come fuoco sotto la cenere, sono stati sempre stroncati, a volte brutalmente. “Non cambieremo il nostro stile di vita” abbiamo ripetuto – noi occidentali – in quei giorni, eppure l’impressione, da quei luoghi, è che se per molti aspetti non impareremo a farlo (ovviamente in altro senso da quello prefigurato da terroristi brutali), chi è dall’altra parte troverà motivi altrettanto forti del mantenimento di uno status quo.
E pensare che poche sere prima, durante il concerto di Riccardo Muti nell’anfiteatro romano di El Djem, alle 10,30 il maestro aveva interrotto ex abrupto l’esecuzione perchè il muezzin della vicina moschea potesse recitare la sua preghiera: in quell’atmosfera irreale e fantastica creata da un silenzio sospeso e dalle mille candele che illuminavano i fornici di pietra rosa una convivenza possibile era sembrata, a tutti noi, così vicina, così inevitabile.
* Il ciclo Butler ( http://www.geographyonline.co.uk/sitetour/resources/leisure/info3.html ) utilizzato per l’analisi dell’evoluzione del fenomeno turistico è contraddistinto dal succedersi delle fasi di: esplorazione, coinvolgimento dei locali, sviluppo, consolidamento, stagnazione, cui può eventualmente seguire una fase di ripresa.
D’ESTATE LE NOTIZIE meno importanti si adeguano alla spensieratezza delle vacanze. Frivole e drammatiche, più o meno sempre le stesse. Vip in spiaggia, 30 morti a Baghdad, sbarco di clandestini, meduse rosse in agguato, pulizia etnica nel Darfur, la casa al mare di Bruno Vespa. E fuoco che continua a bruciare foreste e villaggi. Bel paese che va in fumo. Chissà perché le polemiche dei soccorsi in ritardo trascurano da trent’anni la disattenzione amministrative e le trame politiche che preparano con pazienza queste tragedie. Al primo temporale d’agosto ce ne saremo dimenticati e fino alla prossima estate nessuno parlerà più su come prevenire i disastri. Le spiegazioni di oggi rimandano alle spiegazioni del secolo scorso: vento africano, mancate assunzioni dei forestali ausiliari i quali si fanno sentire col gioco dei piromani. Speculatori che soffiano pianificando le tariffe: la categoria degli incendiatori professionisti ha unificato i prezzi dal nord al sud.
Tremila euro al giorno per incenerire le pinete mettendo in moto la macchina costosissima e tanto attesa della riforestazione, appalti, progetti e giuramenti solenni: nessun terreno svuotato dalle fiamme potrà diventare area edificabile. Ma le promesse volano e le case al mare crescono. Crescono anche in montagna. La parola «verde» resta insopportabile ai costruttori e ai politici raccolti alle loro spalle. E la morbidezza delle cementificazioni si esalta nella elegia delle riviste per signore pronte a decantare la razionalità del palazzone vacanze o l’idillio della casetta-villaggio «7,8 metri quadrati di giardino personale» firmato dall’architetto di grido. Non basta la buona notizia dell’ecomostro abbattuto sulla costa amalfitana. Mille mostri stanno crescendo mentre i giornali del posto battono le mani: editori e imprenditori intrecciano le convenienze mascherando gli affari con bugie provvisorie. Costruire case, alberghi, campi da golf e piscine, dà lavoro a chi non ha lavoro. Non dicono che lo perderà appena le opere della speculazione coprono il tetto oppure chiudono i battenti.
Sviluppo senza progresso, ipotesi che Antonio Cederna, difensore del paesaggio italiano degradato dagli appetiti dei mattonari, aveva cercato di contrastare sul Corriere della Sera anni 70. Ma dopo le mani sulle città sono cominciate le mani sulle vacanze; mani sulle discariche; mani sulle sorgenti dell’acqua pubblica che diventa oro nelle bollicine della minerale. Mentre il Gargano bruciava, in fondo alla Puglia si tremava nelle pinete rinsecchite e mai ripulite. Costosissimi canali di irrigazione soffocati dalle immondizie. Anche se l’acqua scorresse abbondante non arriverebbe mai. Anni fa il Claudio Signorile, ministro socialista, si era impegnato a trasformare il meridione nella California del Mediterraneo impreziosita da una storia della quale si conserva memoria attorno ad ogni braccio di mare. La fretta dei costruttori ha trasformato il sogno nel posto-spiaggia per tutti. Il progresso non può essere frenato da quattro muri diroccati. E non importa se le strade restano carraie con un velo d’asfalto. Se mancano depuratori e parcheggi. Se i servizi sono improvvisati. Se i camping dilagano senza regole sicure. Se la professionalità del personale non ricorda la professionalità romagnola: studenti che arrotondano; precari che per due mesi in qualche modo respirano. Gentili ed affettuosi ma alla prima nuvola, tutti a casa. Nel sud la solidarietà negli affari attraversa i partiti, da destra a sinistra: non è diversa dal nord se non nel perbenismo delle forme. La sostanza non cambia. E neanche i soldi.
Mancano testimoni in grado di mettere le mani sotto la realtà, mancano perché demonizzati alla prima manifestazione di indipendenza. Guai analizzare l’onore di certi protagonisti, ondivaganti da un partito all’altro, dipende dalle convenienze. Cosa possono fare i cronisti che lavorano in tv o in giornali dalle proprietà meticce, mezzi affari e mezza politica locale? La professionalità resta ideale quando chi cerca può scrivere su giornali nazionali più complicati da imbrigliare. Non sempre, ma succede. È successo a Carlo Vulpio: racconta il Sud per il Corriere della Sera. Ed è successo ai giornalisti de Il resto, periodico di Matera, e a Carbone della Rai. Gli agenti hanno perquisito per sette ore la casa di Vulpio portando via sei computer: anche i computer di moglie e figli. Non si sa mai. Vulpio l’ha saputo dal telefono: stava raccontando i fuochi del Gargano. È accusato di concorso morale in associazione a delinquere per le cronache che raccolgono le indagini della procura di Catanzaro sulle toghe lucane. La denuncia viene da Emilio Nicola Buccio, ex membro del Csm, senatore di Alleanza Nazionale iscritto (assieme ad altri) nel registro degli indagati. Vulpio ne ha raccontato per primo la storia. La meraviglia è che i suoi articoli non appaiono fra i documenti d’accusa. Un modo per intimidire: o metti la testa a posto o la vita diventa difficile. Non è la prima volta che gli succede.
Il sud e il nord dei signori degli affari prediligono il silenzio o l’applauso mentre i loro piccoli e grandi mostri stanno crescendo. Querelano per fermare le inchieste degli uomini liberi di un libero giornalismo. Lontani dagli occhi della curiosità civile moltiplicano le nefandezze.
Il cimitero di Otranto è un bell’esempio. Dietro la sigla dell’agriturismo a volte si nascondono speculazioni ruspanti. Ibridi di strutture precarie e parcheggi al di là del consentito. La legge 447 permette a regioni, province e comuni di favorire poli di sviluppo per occupare braccia senza lavoro in deroga alla pianificazione urbanistica. Varianti autorizzate a fin di bene. Bene di chi? La filosofia della legge è sensata, dipende da cosa si intende per «deroga». Attorno alle pinete di Otranto sta crescendo un agriturismo che sembra un cimitero. Non è un paragone forzato: d’istinto ci si fa il segno della croce. Bungalow cappelle di famiglia, miniabitazioni, una sull’altra, tetto spiovente come nel Tirolo che fa scivolare la neve. Cappelle in fila nel malinconico camposanto per spensierati masochisti. 600 posti letto così. La bruttezza non è il solo problema. L’agriturismo nasce nella prospettiva di dare una mano alla piccola agricoltura che traballa. Grande successo quando è seria. Ma non trasforma i contadini in affittacamere. Li obbliga a servire in tavola solo i prodotti che raccoglie. Di fianco al cimitero di Otranto (località Frassineto) un altro agriturismo funziona proprio così: 70 posti letto dove gli ospiti mangiano e bevono le cose che il contadino fa in casa mentre il cimitero ricopre quasi per intero i tre ettari di orti disponibili. Resta lo spazio per un fazzoletto di prezzemolo. Sparisce la campagna, strade impossibili per le auto che non si possono incrociare stravolgono l’identità di una zona che affascina il turismo: il Comune l’ha abbandonata. Decisione presa da un sindaco Forza Italia con l’incoraggiamento della regione Puglia quando Fitto regnava. La stessa giunta si è impegnata con fervore nella creazione di un altro ecomostro. Attorno a Otranto è sbarcato Enea. Ipogei e tracce archeologiche lasciate dai monaci di San Basilio in viaggio da Oriente verso Roma, raccolti in un monachesimo ascetico al quale si rifà San Benedetto. L’insediamento nel Salento precede di due secoli la costruzione della cattedrale (1080): lo sterminato mosaico ricorda Aquileia intrecciando misteri greci, normanni e bizantini. Il tessuto incantato della città ha richiamato nel tempo un turismo non banale che le ruspe di un gigantesco albergo stanno sgretolando. Banalizza il cammino dei monaci nel nome scelto dai proprietari del resort: “I Basiliani”. 350 posti letto nella valle delle Memorie. Si annunciano straordinarie comodità: centro benessere e centro estetico. E il mare in bocca. Insomma, paradiso da rotocalco che qualcosa doveva pur sacrificare. Pazienza per il passato. Aggrapparsi al nome di un protagonista o dei monumenti trascurati non è solo debolezza pugliese. Leggendo i nomi di caffè e risoranti, i viaggiatori che attraversano Praga hanno l’impressione di visitare una città beatificata da Kafka. Scrittore amatissimo anche se in passato soffocato dalle repressione nazista perché ebreo, dalla censura sovietica perché piccolo borghese. È stato pubblicato timidamente nove anni fa. «La metamorfosi», tanto per cominciare. L’editore non ha azzardato un secondo libro: del primo capolavoro ha venduto 1890 copie. Pacchi di rese si impolverano nel magazzino. I Basiliani di Otranto (intesi come albergo) ripropongono lo stesso meccanismo: luce al neon come ricordo del passato, ma le memorie che lo rappresentano sepolte sotto il piano bar.
Per fortuna Maria Corti, nata da queste parti, è morta prima dello scempio. Ha dedicato uno dei suoi romanzi più belli («L’ora di tutti») al massacro turco dei cristiani di Otranto: non avrebbe sopportato la banalizzazione della storia tanto amata. Inutilmente Lega Ambiente denuncia la distruzione ambientale, paesaggistica e archeologica. Muri e grotte tagliare; cripte rupestri deturpate, rocce e verde impacchettati. Il Comune di Forza Italia ha approvato il progetto e la regione di Fitto lo ha benedetto. Una volta firmato il via ai lavori si è dimesso un assessore azzurro, farmacista nella vita e proprietario del terreno nella concretezza. Improvvisamente la politica gli è venuta a noia. Nessuna inchiesta, nessun trasalimento giornalistico. Le voci dell’architetto Fernando Miggiano e di qualche volonteroso sono rimaste proteste isolate. Voci redarguite pubblicamente: ma di cosa ti impicci? Da oggi alla prossima estate bisognerebbe tenerne conto. In un paese civile il turismo comincia a bruciare bruciando la memoria.
mchierici2@libero.it
170 mila maxi evasori
Befera (Entrate): il crollo dell'Iva non c'entra nulla
di Sara Farolfi
Sono 170 mila i cittadini italiani nel mirino dell'Agenzia delle entrate nell'ambito delle indagini contro i paradisi fiscali. Dopo averne dato notizia, ieri il direttore delle Entrate, Attilio Befera, ha voluto rassicurare i paperoni: «L'obiettivo non è quello di perseguire i miliardari, ma di intensificare l'azione nei confronti di tutti coloro che hanno capitali detenuti illegalmente all'estero». I quali, per riportare in Italia senza conseguenze giuridiche i capitali illecitamente detenuti all'estero, potranno servirsi dello scudo fiscale ter (il terzo di Tremonti) che il governo ha inserito nel pacchetto anticrisi. I 'grandi' evasori potranno cioè rimpatriare i loro capitali pagando un'aliquota più che amica del 5% e con la garanzia che il loro rientro non verrà accompagnato da misure investigative e di controllo. Ma i 170 mila grandi evasori in questione potranno utilizzare lo scudo se le Entrate notificheranno gli atti entro ottobre (a partire da quando lo scudo entrerà in vigore). «Stiamo facendo il possibile per riuscire a notificarli nel più breve tempo possibile», dice al manifesto Attilio Befera.
Della lotta ai paradisi fiscali, come capitolo di una più generale battaglia per l'etica contro gli animal spirits del mercatismo, Tremonti vorrebbe fare la sua bandiera. Non lo aiutano provvedimenti come lo scudo, appunto, che molti commentatori hanno definito, non solo come l'ennesimo condono ma anche come una sorta di amnistia (perché estinguerebbe il reato). Tanto più se si considera - come fanno gli economisti de Lavoce.info - che «solo una parte trascurabile dei capitali rientrati in Italia con gli scudi fiscali dei primi anni Duemila si sono diretti verso investimenti nell'economia, mentre del terzo potrebbero ora approfittare le holding mafiose».
Non è tutto: dichiarare guerra ai paradisi fiscali senza la stipula di accordi bilaterali - come quelli siglati da Obama negli Usa - che impegnino i paesi in questione alla pubblicizzazione di dati, altrimenti coperti da segreto, sarà operazione ardua. Sollecitato, così risponde Befera: «La Svizzera e San Marino stanno dando segnali di collaborazione, quanto agli accordi noi siamo in Europa e gli Usa sono in un altro continente. Su questo comunque stiamo lavorando e sta lavorando soprattutto il ministero».
Ha spiegato ieri Befera che le Entrate sono in possesso di «una lista di nominativi sequestrati a un avvocato svizzero arrestato di recente dalla procura di Milano, una lista di conti presenti presso Ubs Italia e che si presume abbiano qualche riferimento con Ubs Svizzera e una lista di detentori di capitali nel Liechtenstein». Questo per quanto riguarda i «grandi», ma l'Italia come si sa è un paese fatto soprattutto di piccoli e medi evasori, un paese, per dirla con l'ex ministro delle finanze Vincenzo Visco, «dove l'evasione è fenomeno di massa». «I dati - dice al manifesto l'ex ministro - dicono che c'è un crollo micidiale dell'Iva, e questo è da ricondurre direttamente a un aumento dell'evasione». Befera d'altro canto contesta questa lettura e risponde: «Se così fosse allora paesi come la Spagna, la Gran Bretagna e la Francia, dove il calo Iva è stato decisamente più marcato, dovrebbero avere tassi di evasione di gran lunga più alti che da noi. A diminuire è stata l'Iva sugli investimenti, che è al 20%, e questo non significa affatto evasione fiscale».
Certo, le dichiarazioni dei redditi 2008 (relative ai guadagni 2007) rese note poche settimane fa dal dipartimento delle finanze, dicono tutt'altro. Ristoratori che dichiarano redditi da pensionati, metà paese sotto i 15 mila euro, una società di capitali su due che ha dichiarato di essere in perdita e solo lo 0,2% dei contribuenti italiani a dichiarare guadagni superiori ai 200 mila euro. Non sarà un caso se, come certificano i dati della Banca d'Italia, l'economia irregolare viene stimata in 230 mila miliardi di euro. Oltre il 15% del Pil.
Il PD Fassina: smantellati tutti gli strumenti
«Non conosceremo mai i nomi dei trasgressori»
di Antonio Sciotto
«Il governo intensifica i controlli fiscali? Più verifiche ci sono, meglio è, certo: ma in realtà è pura propaganda. Perché dall'altro lato l'esecutivo ha smantellato, sin dal suo insediamento, tutti gli strumenti per una vera lotta all'evasione, e questa è aumentata: lo dicono i dati sul gettito Iva». Stefano Fassina, responsabile Finanza pubblica del Pd, ha lavorato a lungo con l'ex ministro Vincenzo Visco, e conosce a fondo i provvedimenti adottati dal passato governo di centrosinistra, come i problemi legati al fisco. Boccia senza mezze misure il comportamento del governo verso gli evasori, e spiega che l'annuncio dell'accertamento sui 170 mila conti esteri, è motivato dal «rassicurare l'opinione pubblica interna dopo le cifre sul calo del gettito diffuse da Bankitalia, due giorni fa» e, dall'altro lato, «serve a giustificare il nuovo condono operato con lo scudo fiscale». Mentre «dall'estero l'Agenzia delle entrate non potrà avere in realtà i nomi degli evasori, per il semplice fatto che non ci sono accordi politici analoghi a quelli realizzati da Obama con le banche svizzere, o dalla Germania e dal Regno Unito con il Liechtenstein».
Insomma, non ci può consolare il fatto che questa lista di 170 mila nomi è in mano all'Agenzia delle entrate... Secondo voi hanno le armi spuntate.
Credo che sia solo propaganda. Ci sono due modi per combattere l'evasione, entrambi importanti e da attivare insieme. Se è bene che ci siano i controlli, dall'altro lato in un paese come l'Italia, con 40 milioni di contribuenti e 150 miliardi di euro di evasione, non puoi basarti solo sulle verifiche: per quanto le potenzi, al massimo potrai arrivare allo 0,5% dei contribuenti. Serve anche innalzare la cosiddetta «adesione spontanea», cioè tutti quegli strumenti che spingono chi evade a denunciare prima che ci sia un controllo. Con il governo Prodi avevamo creato un sistema che è stato smantellato del tutto da Berlusconi, appena si è insediato: con il decreto del giugno 2008, e poi con la finanziaria triennale del luglio 2008.
Ma l'evasione secondo i dati in vostro possesso è aumentata nell'ultimo anno?
Sì, dalla seconda metà del 2008 a oggi si sono persi circa 10 miliardi di gettito Iva, pari a un calo di circa il 10%. Al contrario, la base imponibile su cui principalmente questo gettito si forma, cioè i consumi delle famiglie, è lievemente aumentata. E attenzione: stiamo parlando di aumento effettivo dei consumi e di gettito Iva, dunque sono dati al netto della crisi. Ebbene: se aumenta la base imponibile e diminuisce il gettito corrispondente, non è forse un chiaro segno di evasione? Inoltre, all'Iva evasa, corrisponde anche un tot di Irpef evasa, dato che parliamo di reddito nascosto al fisco.
Quali strumenti ha smantellato il governo Berlusconi?
Quelli principali sono tre: 1) l'obbligo per le partite Iva di fornire l'elenco clienti-fornitori: permetteva di incrociare i dati sulle fatturazioni; 2) la tracciabilità dei corrispettivi e l'innalzamento del limite per emettere assegni circolari e pagare in contanti: noi lo avevamo fissato a 5 mila euro, l'attuale governo lo ha portato a 12.500 euro; 3) l'accertamento con adesione: sono state abbattute le sanzioni a un livello tale per cui conviene non dichiarare e aspettare l'eventuale comunicazione di accertamento; a quel punto dichiari e paghi la sanzione, che tanto è molto bassa. Comunque sui controlli dico: se è vero, come dice il direttore dell'Agenzia delle entrate Befera, che il gettito da controlli è salito da 600 milioni a 1 miliardo, dall'altro lato va considerato che sull'Iva perdiamo 10 miliardi.
Ma almeno adesso ci saranno gli accertamenti sui 170 mila evasori con i conti esteri.
Lo ripeto: è propaganda. Nei paradisi fiscali resta in vigore il segreto bancario, per cui finché non hai ottenuto, con precise negoziazioni e accordi, la possibilità di accedere agli elenchi - come di recente gli Stati Uniti con le banche svizzere, o il Regno Unito e la Germania con il Liechtenstein - è perfettamente inutile che inasprisci le sanzioni o inverti l'onere della prova sul contribuente, come ha fatto il governo. Tanto i nomi non te li danno: l'attuale esecutivo non ha raggiunto accordi precisi con i paradisi fiscali, non ci ha lavorato come gli altri Paesi.
Allora perché dichiarano di essere avanti su questo fronte?
Per rassicurare l'opinione pubblica dopo i dati diffusi da Bankitalia sul calo del gettito. Ma anche per spingere questi 170 mila evasori - di cui possono pure avere i nomi, ma che non possono accertare con la collaborazione delle banche dei paradisi fiscali - ad aderire allo scudo fiscale. Uno strumento, quest'ultimo, immorale e anche inefficace. Innanzitutto renderà al massimo il 2% del capitale rientrato: perché tutti dichiareranno di avere evaso solo nell'ultimo anno. E pensiamo che quei capitali, tassati normalmente, renderebbero il 40-45%. Poi è anonimo: dunque permette il rientro anche a capitali frutto di attività illecite o criminali. Infine è l'ennesimo condono, quindi alimenta inevitabilmente nuova evasione futura.
«Segnali di ripresa? Non ne vedo. A parte che un +0,3 di Pil non è una gran cosa, anche se ci si aspettavano valori negativi, non è certo a una cifra trimestrale puramente contabile che bisogna guardare. Il vero indicatore è la disoccupazione, e questa è disastrosa, in Europa come in America». Jean-Paul Fitoussi, uno dei più prestigiosi economisti europei, professore a Parigi e alla Luiss di Roma, non è per niente convinto che si stia imboccando la via virtuosa di uscita dal tunnel. «Le dirò di più: si stanno ripetendo gli stessi errori che hanno portato alla crisi: squilibri mondiali, disavanzo di bilancio americano, surplus della Cina, e via dicendo».
Eppure la stessa Bce ha fatto un’inconsueta professione di ottimismo.
«Sono sorpreso. La crisi non è passata, né in America né in Europa né in nessun paese. Il dato del Pil trimestrale non significa nulla. Primo, perché è destinato ad essere continuamente rivisto, e diventa affidabile ben cinque trimestri più tardi. Secondo, perché è composto di elementi palesemente forzati come i sussidi pubblici che non si sa quando finiranno ma non potranno essere eterni. Terzo, perché non tiene conto dell’indicatore principale, appunto il tasso di disoccuazione, che è sotto gli occhi di tutti. E non voglio parlare delle banche».
Le banche?
«I loro bilanci entrano nel Pil, e questo è il paradosso più irritante. A parte i contributi pubblici, le banche hanno bilanci fantastici solo perché prestano soldi alle imprese, che hanno disperate esigenze di finanziamento, a condizioni durissime».
Ma la politica della Bce e della Fed non tiene sotto controllo l’insieme degli interessi?
«Macché, il prime rate non lo applicano per nessuno. Riescono sempre per un motivo o l’altro ad applicare dei "risk premium" da capogiro. Altrimenti non si spiegherebbe perché le aziende ricorrono in misura crescente al mercato obbligazionario, emettendo titoli che costano loro il 6 o 7% ma sono sempre più convenienti del credito bancario».
Sta di fatto che la Germania ha ripreso ad esportare. Non è un segno di buona salute?
«No, è uno degli squilibri di cui parlavo all’inizio. La Germania esporta solo perché ha ridotto i costi in modo spietato, comprimendo di fatto la domanda interna perché ha un mare di disoccupati e di sottopagati, fenomeno che inevitabilmente si allarga all’intera comunità europea».
Fin quando continueranno, allora, le difficoltà?
«Ripeto, fin quando non cesserà di aumentare la disoccupazione, il che non è in vista. In Europa ci siamo assuefatti ad una disoccupazione di massa, ma è inaccettabile».
Servirebbero grandi investimenti pubblici, ma le risorse?
«Un po’ più di coraggio sull’indebitamento pubblico non guasta. L’America avrà anche spalle più forti, ma a fine anno avrà un rapporto deficit/Pil del 12%. E l’Europa?»
A una distanza ancora ragionevole dalla prossima campagna elettorale per le regionali, che tenderà a ricondurre critiche e riflessioni a più innocue polemiche di matrice politica, è forse ancora possibile tentare un valutazione minima delle politiche per il territorio che la Regione ha messo in campo.
In maniera molto sintetica, visto lo spazio ovviamente contingentato di questo articolo, si può fare riferimento a tre grandi famiglie di strumenti di intervento, attraverso i quali ricostruire in maniera strumentale le opzioni (o le retro-opzioni) che la Regione Campania ha utilizzato per intervenire, tutelare o pressare sul territorio.
Le tre famiglie sono: i progetti integrati legati alla programmazione di indirizzo e cofinanziamento comunitario; la pianificazione di area vasta; leggi, normative e regolamenti in materia urbanistica ed edilizia.
Sulle speranze (e, spesso, sulle credenze) legate al ruolo della prima famiglia di strumenti (in gran parte denominati Pit, Progetti integrati territoriali), si è scritto parecchio e la fase di cosiddetta "sperimentazione", durata almeno una decina d´anni, ha consentito di procrastinare continuamente una stima seria dei processi e degli esiti. Ora che alcune prime valutazioni indipendenti e sostenute da dati statistici sufficienti sono state elaborate, sta emergendo che, a fronte di una metodologia severa imposta dall´Unione europea (qualità dei progetti, priorità selezionate, concentrazioni di risorse in programmi di massa critica adeguata, attivazione di partenariato istituzionale e sociale, documentazione dei risultati in maniera rigorosa), gli esiti sono stati per lo più effimeri in termini fisici, clamorosi in termini di flussi finanziari finiti in mille rivoli e mille tasche, inconsistenti dal punto di vista di uno sviluppo duraturo legato ai territori, e si sono conseguentemente chiusi con valutazioni fittizie e furbe, consegnate a una Unione europea che non ha saputo e voluto verificare.
L’unico esito positivo è stato quello di indurre all´apprendimento e all’innovazione la farraginosa macchina burocratica regionale che ha indubbiamente acquisito dimestichezza con pratiche amministrative meno obsolete e grossolane. A questa famiglia, è bene ricordarlo, appartengono anche i nuovi programmi Piu, come quello già partito sul centro storico di Napoli, che si spera utilizzino l´esperienza dei fallimenti passati.
Il secondo gruppo di strumenti, e cioè quelli che fanno riferimento alla pianificazione di area vasta, si identifica in particolare con i Piani territoriali di coordinamento provinciale e il Piano territoriale regionale. Nonostante l’enorme mole di lavoro e di speranze, nessun piano provinciale è stato mai approvato da quando, a partire più o meno dal 2000, le varie province hanno cominciato a elaborare questo tipo di piano. Non c’è riuscita nemmeno la Provincia di Napoli che, arrivata quasi alla fine del processo, ha visto un cambio di maggioranza che rischia di rendere improduttivi i circa 1,5 milioni di euro che si sono spesi, negli ultimi 8 anni, per la redazione del piano. A essere approvato definitivamente, invece, è stato, nel 2008, il Piano territoriale regionale (Ptr). E non è un caso.
Priva di un disegno chiaro su che cosa la Campania dovrà essere nel medio-lungo periodo, la Regione ha approvato l´unico piano che non creava problemi. Il Ptr infatti è un piano di indirizzi, poco cogente, fatto di visioni, scenari e cartografie sufficientemente generiche e poco chiare, utili per consentire infinite interpretazioni e tali da non garantire alcun orizzonte solido verso il quale si sarebbero potuti densificare i contrasti interni alla stessa maggioranza. L´unico elemento positivo del Ptr sono le allegate Linee guida per il paesaggio, un insieme di indirizzi e di prescrizioni che, a partire da una conoscenza puntuale dell´intero territorio regionale, costituiscono uno sfondo argomentato che difficilmente potrà essere messo in discussione, se non dalla poca cogenza del Ptr stesso.
L’ultimo gruppo di strumenti che in queste due legislature di centrosinistra ha "lavorato" sul territorio è quello delle leggi e delle norme. Esse ruotano tutte attorno alla nuova legge urbanistica regionale 16/2004. Una legge che offre spunti di innovazione (generalmente copiati da leggi di altre Regioni), molti punti di inammissibile incertezza (come quella di non prevedere per i piani comunali la suddivisione in parte programmatica e parte operativa, come hanno fatto quasi tutte le altre Regioni d’Italia), e un generale impianto ibrido che manifesta il fatto di essere stata scritta da legulei e non da tecnici urbanisti, rendendola "edibile" ma certamente un´occasione persa per fare qualcosa di più.
Ma la politica regionale per il territorio, quella vera, ha il suo snodo nella legge 19/2001 che (utilizzando simulazioni ingenue, facili da individuare) liberalizza la materia edilizia e fornisce un grimaldello eccezionale per demolire i vincoli paesaggistici, delegando la loro essenza a controlli che non ci sono, all´etica del privato, alla benevolenza del mercato. Con questa legge, ad esempio, la giunta di Antonio Bassolino ha reso edificabile l´intera Penisola sorrentina. Esclusi i centri storici e le aree di tutela integrale (Zt 1 e Zt 9 del Put), circa il 20 per cento del territorio, è in pratica possibile sbancare dovunque la Penisola (come nei fatti si sta facendo) nel restante 80 per cento per realizzare al posto di noceti e oliveti mega-parcheggi interrati che, al netto del metro di terreno in copertura, sono costruzioni a tutti gli effetti che rendono l’area di sedime irreversibilmente compromessa alla pari di un edificio di 10 piani. Si può discutere su altri strumenti e su altre leggi, ma che questo scempio sia l’eredità più solida lasciata al territorio dalle ultime stagioni della politica regionale, è indubbio. E tutto questo in attesa di vedere quello che succederà col "piano casa".
Insomma, un quadro poco confortante, perché fatto di cose effimere, fragili e poco funzionali in termini di promozione dello sviluppo, nei casi migliori, palesemente contro il territorio e a favore della speculazione, in quelli peggiori. L’ultimo anno di tempo è forse poco per mutare il segno di questa tendenza, ma probabilmente dei correttivi sono possibili, per lenire, almeno nel limitato campo urbanistico, il peso di una così poco confortante eredità.
A causa di una lunga serie di scelte sbagliate, a cui si sommano interventi di restauro non rispettosi delle prescrizioni su criteri e materiali, il terremoto dell'aprile scorso ha colpito un patrimonio culturale estremamente fragile. All'Aquila e nel resto del territorio hanno avuto la peggio chiese e edifici che da sempre rappresentano i picchi di vulnerabilità dell'intera area
Nella Cronica di Buccio di Ranallo, il più importante scrittore aquilano del XIV secolo, si racconta in versi la storia della città dell'Aquila, la cui fondazione risale alla prima metà del Duecento, quando furono riuniti in un solo centro gli abitanti di numerosi castelli sparsi sull'altipiano (novantanove secondo la leggenda, come le cannelle della famosa fontana). Da questa unione tra le genti derivò l'impianto originario dell'Aquila: tanti rioni uno accanto all'altro, ciascuno con una piazza, una chiesa, una fontana, le case.
Ferite nel tempo
Tra i fatti più salienti che Buccio richiama nelle sue quartine, spicca il terremoto del 1349, che solo all'Aquila fece più di ottocento morti, distrusse le mura, le case e le chiese e costrinse, come oggi, la popolazione a abbandonare l'abitato. Gli scienziati e gli storici hanno potuto ricostruire che quel funesto terremoto ebbe un'intensità pari al grado 6.5 della scala Richter e produsse danni valutabili attorno al decimo grado della scala Mercalli. Valori dunque leggermente superiori a quelli del terremoto che il 6 aprile scorso ha colpito l'Abruzzo, provocando, oltre alle vittime e ai gravissimi danni, anche nuove e forse insanabili ferite al patrimonio culturale.
Inventariando queste ferite, per valutare i costi e le possibilità di un intervento di recupero ancora tutto da progettare, osservando lo strazio e le macerie delle chiese, dei palazzi e dell'edilizia minuta, che insieme componevano il tessuto abbastanza compatto del centro storico aquilano, è inevitabile notare che mai come in questo caso la tragedia consumata fosse prevedibile se non addirittura annunciata. E non per lo sciame sismico che ha preceduto le scosse del 6 aprile o per i timori del ricercatore Giuliani. Lo prova il quadro delle lesioni e dei crolli del patrimonio culturale, che ricalca quello generato degli eventi sismici precedenti. Ma gli esperti della Protezione civile, che si erano riuniti proprio all'Aquila il 31 marzo per rispondere in modo tecnico alle preoccupazioni crescenti, avevano stigmatizzato l'allarmismo senza approntare alcun piano di sicurezza. Nessuna precauzione, benché L'Aquila sorga in uno dei territori a maggior sismicità della penisola e la sua storia sia profondamente segnata dai continui terremoti ricordati dalle fonti. Ripercorrere l'elenco è istruttivo: 1315, 1349, 1389, 1455, 1459, 1461 (che rase al suolo il paese di Onna e fu analogo per intensità a quello del 1349), 1501, 1646, 1672, 1762, 1789, 1848 1874, 1895, 1915 (che provocò più di 33.000 morti nella sola Avezzano) per arrivare a quelli più recenti.
Cattedrali in pericolo
Il più grave di tutti fu probabilmente il terremoto del 1703, che contò circa ottomila morti e che venne anticipato da un lunghissimo sciame sismico, proprio come oggi. Le violente scosse (6,7 della scala Richter con danni superiori al decimo grado della scala Mercalli), già in gennaio fecero crollare molte chiese: i cronisti ricordano in macerie san Quinziano, san Pietro di Sassa e san Pietro di Coppito, viste in frantumi anche oggi. A febbraio, un'altra scossa diede il colpo di grazia, facendo crollare anche le capriate del tetto della chiesa di S. Domenico, che rovinò sopra a centinaia di fedeli raccolti per la funzione. Oggi la chiesa di S. Domenico sta collassando di nuovo, anche per colpa degli interventi di restauro che hanno appesantito la copertura e irrigidito la sommità delle murature con un cordolo in cemento armato. Allora vennero giù le chiese di San Bernardino che oggi ha perso il campanile ed è lesionata nella zona absidale; San Filippo, la Cattedrale, Sant'Agostino, S. Francesco: le principali chiese della città, che abbiamo visto cedere nuovamente sotto i colpi del sisma di aprile. La cattedrale in particolare, apparentemente integra, rivela al suo interno la rovina del transetto.
Dall'altro lato della piazza, tra le più grandi e belle d'Italia, si affaccia la chiesa di santa Maria del Suffragio o delle Anime Sante, costruita dopo il terremoto del 1703 anche con il concorso di Valadier, che ne progettò la cupola. Proprio la cupola non ha resistito al trauma e versa in pietose condizioni, parzialmente recuperate da un tecnologico intervento di messa in sicurezza coperto da un leggerissimo ombrello, destinato a diventare uno dei simboli della macchina dei soccorsi guidata, in questi quattro mesi, soprattutto dagli ingegneri, che hanno anche progettato le puntellature dei vigili del fuoco. Invece, la grave e ininterrotta storia sismica dell'Aquila avrebbe dovuto produrre particolare attenzione nelle scelte costruttive e di restauro, negli indirizzi politici e culturali e, soprattutto, nella prevenzione del rischio: fatta di saggia valutazione della vulnerabilità, di opportuni presidi e di continua e paziente manutenzione. Ma la città, classificata fin dal tempo del terremoto del 1915 tra quelle più sismiche del paese, era stata in anni recenti declassata dalla zona 1 di massima pericolosità alla zona 2 di sismicità media, alla quale si attribuisce minor rischio e conseguenti minori limitazioni, soprattutto dal punto di vista costruttivo. Diminuire il grado di rischio comportava costi più bassi per l'edilizia e consentiva criteri diversi, assai più permissivi, ad esempio riguardo all'altezza dei nuovi edifici, subito cresciuti anche nelle zone meno sicure della città (l'area di Fossa ad esempio, dove si sono polverizzati i palazzi più recenti, tutta cava all'interno, come d'altronde dice il nome stesso).
Forse anche in ragione di queste scelte (a cui si sommano interventi di restauro non rispettosi delle prescrizioni su criteri e materiali), il terremoto di aprile ha colpito un patrimonio culturale estremamente fragile sia all'Aquila che nel resto del territorio dove, come sempre, hanno avuto la peggio gli edifici storici scarsamente conservati e le chiese che, nella maggior parte dei casi, rappresentano, per ragioni strutturali e morfologiche, i picchi di vulnerabilità dell'intera area. Nonostante gli sforzi individuali e collettivi, la solidarietà e la partecipazione, il sisma ha rivelato, purtroppo, anche i limiti e l'impreparazione delle istituzioni deputate alla tutela del patrimonio. A fronte del ripetersi, quasi secondo copione, dei terremoti nel nostro paese, il ministero per i beni e le attività culturali non è riuscito a strutturare nel tempo un modello di gestione del patrimonio culturale nell'emergenza sismica. Facendo, ad esempio, tesoro delle esperienze passate, come quella del terremoto del 1997 in Umbria e nelle Marche.
Solidarietà e limiti istituzionali
Da anni si ripete che ci sarebbe bisogno di una squadra operativa aggiornata, cresciuta sul campo nel corso delle precedenti emergenze, pronta a entrare in gioco al fianco della Protezione civile al momento del bisogno e in grado di trasmettere rapidamente istruzioni e competenze ai tecnici presenti sul territorio colpito, depositari, viceversa, di conoscenze indispensabili per affrontare la specificità della situazione. Ma questo non è mai stato fatto e ogni volta si riparte da zero, senza le preziose competenze ma con la contrattazione sindacale che permette a tutti, esperti e no, di partecipare al «progetto sisma». Specialmente in questa occasione, tanto pervasivamente gestita dalla Protezione civile, che ha monopolizzato ed occupato fisicamente ogni spazio, anche quelli di pertinenza del Mibac. Anche nel campo dei beni culturali, infatti, si sta compiendo, nel laboratorio emergenziale dell'Aquila, l'esautoramento delle istituzioni pubbliche, statali e non, a favore del corpo scelto della Protezione civile, che prende in carico tutto: le scelte calano dall'alto, non c'è partecipazione diretta del ministero deputato alla tutela, tantomeno delle soprintendenze locali che presidiano il territorio. Per la prima volta il vicecommissario straordinario per i beni culturali non è nei ruoli del Mibac ma dipende direttamente dalla Protezione civile. D'altronde anche il ministero sta subendo la stessa sorte di lenta ma progressiva dismissione, tra commissariamenti e drastiche riduzioni di risorse. Per l'ufficio del vicecommissario lavorano sia i tecnici delle Soprintendenze abruzzesi che quelli degli altri uffici del ministero che a turno contribuiscono alla prima speditiva valutazione dei danni, che ha l'obiettivo di fornire anche un'indicazione economica di massima, utile a prevedere le coordinate del piano di recupero.
Ma nessuno ha un quadro completo, neppure settoriale: secondo una logica eterodiretta, si procede in maniera puntuale, senza aver chiari gli obiettivi generali, se pur ci sono. Anni luce di distanza dalla necessaria multidisciplinarietà sperimentata ai tempi del Gruppo nazionale difesa terremoti del Cnr, quando si discuteva dell'opportunità di protocolli operativi e schede di rilevamento danni anche per il patrimonio artistico (beni mobili e apparati decorativi fissi) e non solo, come adesso, per i contenitori architettonici, le chiese ed i palazzi. Manca il confronto, sotto il tallone di ferro della Protezione civile, e la partita è grande e davvero difficile.
Scelte tragiche
Non si tratta, naturalmente, di restituire L'Aquila così com'era ai suoi cittadini, come ha promesso il presidente del consiglio, bensì di studiare un piano di ricostruzione che conservi il più possibile ma non si accanisca terapeuticamente sugli edifici crollati: abbia il coraggio di demolire con coscienza laddove inevitabile. All'opera ci dovrebbero essere non solo gli ingegneri ma squadre di architetti, pianificatori, urbanisti, restauratori e storici dell'arte, che potrebbero, in tempi rapidi, progettare insieme la nuova città.
Il problema vero e critico riguarda infatti i centri storici (soprattutto quello aquilano, ma il discorso vale anche per il territorio), in cui le emergenze monumentali e gli edifici vincolati non sono isolati, bensì connessi da una fitta trama di edilizia minore. Questo è il punto chiave di cui non parla nessuno. Forse si potrà restaurare la cupola delle Anime Sante ma certo non l'edilizia storica minuta, costruita con materiali poveri malamente conservati. La partita da giocare è quella della ricostruzione e riconnessione del tessuto storico: il rapporto tra architettura contemporanea e ferite aperte della città, progetto e memoria. Nel centro storico vi saranno, inevitabilmente, dei buchi che dovranno essere studiati e riempiti senza ripetere gli errori del passato.
Per far questo bisognerebbe unire tutte le forze. Invece, mentre da un lato vertici centrali dell'amministrazione che tutela il patrimonio culturale consegnano la gestione dell'emergenza alla Protezione civile, dall'altro il mondo dei musei si è mosso in autonomia. Il presidente dell'International Council of Museum (Icom) Italia ha chiesto a tutti i soci solidarietà con l'Abruzzo e i suoi beni culturali colpiti. Sulla base di un protocollo di intesa con Legambiente, che già in passato si è distinta con interventi in favore del patrimonio culturale danneggiato dal sisma, Icom indica ai soci la strada maestra del volontariato. Legambiente, intanto, si propone e viene accreditata dalla Direzione che coordina, solitamente, l'attività locale delle Soprintendenze.
Dove il ministero fatica a mandare personale qualificato, l'associazione supplisce e entra in gioco con le sue strutture di volontari con la pettorina gialla (finora 300) che si lanciano al recupero e messa in sicurezza dei beni mobili danneggiati (circa 1300). Straordinario l'impegno dei ragazzi, dei quali qualcuno avrà ben valutato le competenze, che sostituiscono operativamente gli specialisti e i tecnici.
Alla fine i volontari vuotano chiese, palazzi e musei mentre i funzionari si impegnano a schedare i beni vincolati coinvolti (a oggi circa 1600 schede) per valutare il danno e fornire cifre di riferimento alla Protezione civile, secondo indici previsti dagli ingegneri delle università accreditate, che si occupano di danni sismici. Che poi sono le stesse che producono i progetti della messa in sicurezza e, a lungo andare, anche del recupero dei monumenti. Ma quali monumenti? La prospettiva della ricostruzione cozza contro gli ostacoli e i tempi lunghi imposti dalla smisurata messe dei danni. Il Presidente del Consiglio, rifiutando sulle prime gli aiuti internazionali, aveva detto che gli stati stranieri avrebbero potuto adottare uno dei monumenti colpiti. Da parte sua, il ministro Sandro Bondi ne aveva subito individuati quarantacinque, in pessime condizioni, anche per colpa di poco opportuni interventi di restauro recenti, basti osservare la fiancata della chiesa di San Marco, che si sta aprendo come un fiore e dentro è un cumulo di rovine, per capire come i carichi di cemento armato abbiano contributo al dissesto. L'edificio sarà ingabbiato da un ponteggio, frutto della donazione del Veneto. Solo l'intervento di messa in sicurezza costerà 240.000,00 euro: i restauri chi lo sa, magari venti volte tanto.
Il calcolo, a spanne, di quanto servirà per restaurarli parla di 450 milioni di euro, che non si sono ancora trovati, nonostante gli impegni a parole. Su queste cifre bisognerebbe cominciare a riflettere, date le precedenti esperienze di mala gestione dei finanziamenti per la ricostruzione. Chi realizzerà i restauri? Chi valuterà i progetti? Chi gestirà gli appalti, in regime di ordinanza? E, soprattutto, quanti anni ci vorranno?
«I senzatetto non sono una falla del sistema, ma la condizione del suo funzionamento». Questa citazione, tratta da uno dei suoi libri, decora le pareti dell'ufficio newyorchese di Peter Marcuse, figlio del «filosofo del '68» Herbert e professore di pianificazione urbana alla Columbia University. Oggi potremmo sostituire i senzatetto con le migliaia di americani che si trovano in mezzo a una strada in seguito alla crisi dei mutui. Cambiano le forme, ma non il meccanismo che regola il sistema. Per questo con Marcuse, e con Neil Brenner, professore di sociologia e di metropolitan studies alla New York University, proviamo a discutere della crisi attuale e dei suoi effetti sulla geografia delle città, delle nazioni e del mondo. E degli spazi che questa potrebbe aprire per le sinistre e i movimenti sociali.
In che modo la crisi può costituire un'opportunità per la sinistra e i movimenti sociali?
Peter Marcuse: Il punto da cui partire per capire quali sono i limiti e le possibilità per la sinistra in questa crisi economica è la situazione attuale del mercato immobiliare, in particolare quello cittadino. Negli Stati Uniti c'è grande solidarietà verso coloro che perdono la propria casa e si moltiplicano i tentativi di evitare i pignoramenti. Tra i più radicali, vi è un movimento di occupazione delle case sequestrate, attivo in varie zone: a New York prende il nome di Picture the Homeless, a Miami si chiama Take Back the Land. Gli attivisti aiutano le persone a occupare le case rimaste vuote, conquistando così molta simpatia da parte della popolazione. Alla domanda su quale fossero i loro obiettivi, hanno tuttavia spesso risposto che sono coscienti che le loro azioni sono illegali e che le famiglie occupanti dovranno prima o poi andarsene. Quello che cercano di fare è solo rendere pubbliche le tragedie di chi è sbattuto fuori dalla propria abitazione. Il passo seguente, a rigor di logica, dovrebbe essere il riconoscimento che il libero mercato è lo strumento sbagliato per distribuire le case e che gli edifici occupati dovrebbero essere messi in modo permanente al servizio di chi ne ha bisogno. Questo ragionamento però non viene fatto. La recente formazione e crescita di movimenti sociali radicali è indubitabile. Al tempo stesso, non riescono a esplicitare il carattere politico delle loro rivendicazioni.
Neil Brenner: Se le persone capissero che questa è la logica inevitabile del capitalismo si arriverebbe ad una critica sistemica e ad una soluzione. Non si tratta infatti di correggere alcuni «casi isolati» di espulsione di persone che si sono trovate in «circostanze sfortunate». La situazione attuale è infatti il risultato di oltre un decennio di una speculazione di un mercato immobiliare orientato a trarre profitto dalle fasce più deboli della popolazione.
Quali sono dunque gli effetti della crisi economica sulle metropoli statunitensi?
Peter Marcuse: Per il momento, non vi sono cambiamenti significativi nel modo in cui il capitalismo interviene sulle città. Ma le gerarchie di potere potrebbero risultarne modificate, anche se non è ancora chiaro in quale direzione. È forte la possibilità che accada qualcosa sul fronte politico, il che influenzerebbe il governo cittadino. Con l'elezione di Obama c'è stato uno spostamento generale verso sinistra, anche se certamente non in modo radicale. Si è così diffuso il bisogno di un ruolo più forte delle istituzioni pubbliche e di una maggiore regolazione dell'economia di mercato. Inoltre, non c'è più un'accettazione acritica del ruolo centrale della finanza nel settore dello sviluppo urbanistico. Allo stesso tempo, l'uso che si sta facendo degli aiuti di stato suggerisce però l'importanza continua se non crescente del settore finanziario.
Neil Brenner: La domanda che la sinistra si deve porre non è «crisi o stabilità» ma cosa distingue questa crisi dalle altre. Questa, infatti, è un'occasione per politicizzare la finanziarizzazione dell'economia in generale e dell'economia urbana in particolare. Il ruolo della finanza come meccanismo centrale del capitalismo è stato dato per scontato, mentre sottende decisioni e rapporti di forza che decidono della distribuzione delle risorse pubbliche. Con questo oggi ci dobbiamo confrontare in modo molto esplicito e a tutti i livelli: locale, nazionale e globale.
Peter Marcuse: La parola chiave è «politicizzare». Non è ancora accaduto. La sfiducia nel settore finanziario non è molto distante dal diventare una critica del capitalismo, ma questa possibilità resta ai margini della discussione pubblica. Il che mette in evidenza i limiti nel funzionamento della democrazia rappresentativa. Suggerisce che l'unidimensionalità prodotta dal sistema è molto profonda. Quando Obama parla nei campus universitari, le questioni sollevate riguardano però la necessità di prevenire gli aborti piuttosto che limitare il potere di Wall Street.
Si può dunque parlare di una distanza se non di una frattura tra il livello della rappresentanza democratica e quello dei fenomeni sociali che si manifestano nelle metropoli?
Neil Brenner: Una delle risposte potrebbe essere questa: le istituzioni rappresentative garantiscono un certo livello di diritti civili propedeutici al perseguimento di altre forme di democrazia radicale. Il punto è però un altro, cioè se i movimenti globali operano per affermare un progetto di democrazia popolare, o di autogestione, più radicale delle procedure elettorali sulle quali si basa la democrazia parlamentare. Ci si deve dunque chiedere se i processi di ristrutturazione economica globale negli ultimi due decenni, oltre a limitare i movimenti sociali, abbiano anche contribuito a far sorgere nuove strategie in questa direzione nelle città di tutto il mondo.
Peter Marcuse: Io vedo una situazione di grande ambiguità. Il luogo in cui la democrazia diretta è possibile sono le città, il livello locale, perché è lì che vivono gli uomini e le donne. Il malcontento nei confronti di questa crisi si esprime nelle città e, in una certa misura, nelle politiche cittadine. Però il fenomeno non è locale, ma nazionale e globale. Quindi abbiamo delle risposte ambigue: l'indignazione si esprime a livello locale ma il suo obiettivo è sovralocale. Una conseguenza negativa della crisi sulle politiche locali è la subordinazione dei problemi relativi alla qualità della vita o ai salari e alla distribuzione delle risorse alle misure per la crescita economica. È quello che sta succedendo a New York, dove l'amministrazione sta investendo in infrastrutture nel lower Manhattan per ottenere maggiore sviluppo economico invece di investire nelle scuole pubbliche, nella sanità. In questa situazione di crisi, il perdurare del dominio della sfera economica avrà effetti negativi sui movimenti sociali progressisti a livello locale.
La globalizzazione, in tutte le sue forme, mette in gioco il rapporto tra il capitale e la trasformazione spaziale del mondo. Che relazione c'è oggi tra lo sviluppo capitalistico e la creazione di nuovi spazi?
Neil Brenner: La trasformazione spaziale è al centro dell'accumulazione di capitale, perché l'estrazione del plusvalore implica la creazione di una rete globale di infrastrutture per facilitare l'accumulazione. Questi temi sono il cuore del nostro progetto «città per le persone, non per il profitto». Da una parte vi sono i processi di accumulazione e di mercificazione che producono vari modi di appropriazione dello spazio orientati al profitto. Dall'altra vi sono lotte per appropriarsi dello spazio per uso popolare, per la riproduzione sociale. Ma il confine tra mercificazione e riproduzione sociale è fluttuante. La crisi ha evidenziato l'estensione crescente della mercificazione del mercato immobiliare e l'opposizione che ha incontrato. È, questa, un conflitto sulla produzione dello spazio. Prende forme diverse rispetto a trenta, cinquanta o centocinquanta anni fa, ma è endemico al capitalismo come il conflitto per estrarre plusvalore dal lavoro.
Peter Marcuse: La crisi attuale è stata prodotta dalla ricerca di luoghi ulteriori per l'investimento di capitale: i salari non erano sufficienti per far fruttare il settore immobiliare in termini di investimenti, dunque si è deciso di estendere il credito per produrre profitto. Quando i salari non sono abbastanza alti per ripagare il credito si ha una crisi come questa.
Negli Stati Uniti la teoria critica non si manifesta più negli ambiti del pensiero politico o della scienza politica, ma negli studi di geografia e di urbanistica critica. Perché? Ha a che fare con i processi di globalizzazione e denazionalizzazione?
Neil Brenner: A partire dagli anni Ottanta abbiamo assistito a una significativa riarticolazione dello spazio politico-economico. Alcuni studiosi ne hanno parlato in termini di globalizzazione, deterritorializzazione o denazionalizzazione. Io preferisco parlare di rescaling,, di ridefinizione delle scale spaziali. Una delle sfide oggi è dare un senso a queste nuove geografie. Penso che il termine «denazionalizzazione» sia problematico. La dimensione nazionale è significativa in termini strutturali e politici come lo era in passato, ma è inserita in un contesto geografico mutato. Quindi, è necessario comprendere la riarticolazione del livello nazionale con il livello locale e quello globale dell'autorità politica. L'Unione europea è un case study molto importante per comprendere questa nuova configurazione dello spazio politico e dell'autorità politica a partire dal nuovo sistema di relazioni tra nazionale, subnazionale e sovranazionale. Si tratta di un ridimensionamento dello spazio politico nazionale più che la sua dissoluzione
Peter Marcuse: La geografia ha un rapporto mediato con il politico. Se si deve analizzare cosa sta accadendo negli Stati Uniti con la crisi utilizzando gli strumenti di una buona scienza politica, la conclusione sarebbe immediatamente che serve una rivoluzione. Se si prende in considerazione il sistema spaziale, bisogna fare alcune inferenze ulteriori prima di giungere alla stessa conclusione, perché, introducendo il livello spaziale, si produce una formulazione mediata della crisi. Sono stupito dal fatto che la geografia sia oggi più radicale della scienza politica o dell'economia, perché è in un certo senso illogico. La crisi sottostante riguarda le relazioni economiche e politiche nella società e lo spazio è uno strumento per influenzarle e strutturarle, ma ne è un riflesso.
Caro direttore, da vent’anni le urla roche di Bossi costruiscono l’immaginario geografico e la mappa costituzionale dell’Italia. Performano la sua intelaiatura territoriale. Ora spostano il gioco direttamente sui simboli. Un dispositivo semiotico dall’intento sfacciatamente separatista per marcare differenze, frantumare la faticata unità, giustificare le gabbie, gli sbarramenti culturali, le xenofobie. Icone inventate, sconosciute, pure finzioni. Sulle identità regionali, qui sta il paradosso.
Tutta la geografia delle regioni è inventata. Eppure esiste dall’atto costituente. Le regioni costituzionali potrebbero infatti rientrare a pieno diritto tra i falsi storici. Non sono mai esistite prima del 1948. Quelle che noi chiamiamo regioni, e sulla cui istituzione in organi di governo periferico i costituenti hanno discusso lungamente, erano in realtà i "compartimenti statistici" che vennero ritagliati per l’organizzazione del primo censimento del Regno. Ribattezzati con noncuranza "regioni" a inizio Novecento senza che ne fossero mutati fisionomia e significato. Partizioni disegnate per la raccolta dei dati ma prive di altre implicazioni, se non per qualche vago e impreciso riferimento a denominazioni tramandate (come tante altre toponomastiche locali che pure non hanno avuto medesimo riconoscimento: perché non anche una Daunia o una Lunigiana, di cui pure si discusse in Assemblea?).
Un equivoco che ai costituenti poco importava, il problema vero era la natura della statualità. Il reticolo astratto dei compartimenti statistici, forse proprio perché non intriso di sentimenti di appartenenza, alla fine è sembrato il modo migliore per maturare il compromesso tra centralismo e autonomismo che arroventavano gli schieramenti. Non a caso si attueranno solo nel 1970, in clima politico ed economico ben diverso (avvisaglie della crisi economica, crisi di consenso dei partiti, del centralismo, ecc.) con la finalità di presiedere alla programmazione economica, nel tentativo di controllare la crisi frantumando e decentrando il dissenso – operazione mal riuscita come sappiamo.
Si commette però il primo degli scivoloni, cadendo in un’ambiguità mai sanata sulla forma dello stato. Ambiguità perdurante, sul cui terreno Bossi si è sempre mosso con destrezza, giocata sulle mille, diversissime, opposte accezioni attribuite al federalismo (ogni volta evocando il fantasma dolente di Cattaneo). Ma se il regionalismo dei costituenti (la regionalizzazione, avrebbe precisato Gobetti) è stata la sconfitta del federalismo alto scaturito dalla critica al centralismo fascista, il federalismo voluto dalla Lega segna la sconfitta del regionalismo. Quando con regionalismo si intenda una visione condivisa di identificazione territoriale – che pure è esistito in alcuni (rari) momenti e situazioni.
La vicenda regionale italiana ha sempre marciato sul filo del rasoio: chi vuole e ha voluto le regioni? Come in Assemblea costituente, dove il balletto delle posizioni ha visto un ribaltamento diametrale degli schieramenti, anche dopo l’attuazione, poi il perfezionamento in chiave di sussidiarietà e ora di nebuloso federalismo fiscale, il gioco avviene sempre su posizioni sfuggenti. Si è sempre preferito, per tatticismi politici del momento (il più eclatante la Bicamerale), rimanere nel vago e strappare di volta in volta qualche concessione. L’identità regionale, in tutto questo mercanteggiare tra potere centrale e potestà decentrate, è l’ultimo dei paraventi.
La pretesa di attribuire personalità (nazionalità?) alle regioni stride con la sterilizzazione delle identità avvenuta negli ultimi decenni. La loro fisionomia è da sempre pallida – salvo alcune che hanno voluto emergere dal panorama piatto di un decentramento rappresentato come meramente amministrativo, esecutivo, e mostrare invece capacità di autodeterminazione; un’epoca anche questa tramontata. Neppure sul piano funzionale le regioni si presentano come autonomi sistemi territoriali. Al punto che alla fine degli anni ‘90 un’indagine della Fondazione Agnelli arrivava a proporre aggregati multiregionali, "mesoregioni". Anche in quel caso dopo la provocazione di Miglio e Bossi sulle "macroregioni": Nord-Centro-Sud. Siamo di nuovo qui a parlarne, lungo la strada intanto abbiamo perso il Centro.
Le metafore territoriali sono ballerine, come ritagli di carta volano al primo soffio. Alcune sono più eteree, altre si stabilizzano se ispessite di narrazioni, di conferme. In questa nostra era dominata dalla capacità affabulatoria e mediatica, creare rappresentazioni territoriali e fissarle nel palinsesto comunicazionale con marcatori simbolici può diventare pericoloso, attualizzante. La Padania è una figura nuova, ma resta lì, ben inchiodata dai segni cari al popolo leghista, tanto più efficaci quanto più rudimentali. Uno dei travestimenti della cosiddetta questione settentrionale, tanto insistita da scatenare analoga richiesta di visibilità, attenzione - e traduzione in privilegi - da parte del Sud.
Cambiano insomma le formule ma non la sostanza del contendere: le relazioni di potere tra centro e periferia. Il federalismo ibrido e incompiuto entro cui vivono le istituzioni locali avrebbe bisogno di ben altri contributi. La governabilità territoriale è ingolfata da un apparato pletorico, sovraffollato, obsoleto. Anche la sola mappa dei reticoli confinari riproduce uno scenario intricato e contorto di competenze sovrapposte che attendono semplificazione e ri-forma. Ma per questo bisogna sfuggire alle comode scappatoie della retorica identitaria, ai tranelli della governance, alle contraddizioni della sussidiarietà e ripensare il territorio come soggetto della decisione politica.
L´Egocrate è ossessionato. Diventa isterico, quando lo si contraddice con qualche fatterello o addirittura con qualche domanda. Se non parli il suo linguaggio di parole elementari e vaghe senza alcun nesso con la realtà; se non alimenti le favole belle e stupefacenti del suo governo; se non chiudi gli occhi dinanzi ai suoi passi da arlecchino sulla scena internazionale; se non ti tappi la bocca quando lo vedi truccare i numeri, il niente della sua politica e addirittura le sue stesse parole, sei «un delinquente», come ha detto di Repubblica qualche giorno fa.
O la tua informazione è «giornalismo deviato»: lo ha detto di Repubblica, ieri. Che al Prestigiatore d´affari e di governo appaia «deviato» questo nostro giornalismo non deve sorprendere e non ci sorprende. È "naturale", come la pioggia o il vento, che il monopolista della comunicazione giudichi il nostro lavoro collettivo una «deviazione». Lo è in effetti e l´Egocrate non sa darsene pace: ecco la sua ossessione, ecco la sua isteria. Deviazione – bisogna chiedersi, però – da quale traiettoria legittima? Devianza da quale "ordine" conforme alla "legge"? E qual è poi questa "legge" che Berlusconi ritiene violata da un giornalismo che si fa addirittura "delinquenza"? La questione merita qualche parola.
Il potere e il destino di Berlusconi non si giocano nella fattualità delle cose che il suo governo disporrà o ha in animo di realizzare, ma soltanto in un incantato racconto mediatico. Egli vuole poter dire, in un monologo senza interlocutori e interlocuzione e ogni volta che lo ritiene necessario per le sue sorti, che ha salvato il mondo dal Male e l´Italia da ogni male. Esige una narrazione delle sue gesta, capace di creare – attraverso le sinergie tra il "privato" che controlla e il "pubblico" che influenza – immagini, umori, riflessi mentali, abitudini, emozioni, paure, soddisfazioni, odi, entusiasmi, vuoti di memoria, ricordi artefatti. Berlusconi affida il suo successo e il suo potere a questa «macchina fascinatoria» che si alimenta di mitologie, retorica, menzogna, passione, stupidità; che abolisce ogni pensiero critico, ogni intelligenza delle cose; che separa noi stessi dalle nostre stesse vite, dalla stessa consapevolezza che abbiamo delle cose che ci circondano. Mettere in dubbio questa egemonia mediatica che nasconde e, a volte, distrugge la trama stessa della realtà o interrompere, con una domanda, con qualche ricordo il racconto affascinato del mondo meraviglioso che sta creando per noi, lo rende isterico.
È una «deviazione» – per dire – ricordare che non si ha più notizia dei mutui prima casa e della Robin tax o rammentare che dei quattro "piani casa" annunciati, è rimasto soltanto uno, e soltanto sulla carta. È una «deviazione» ripetere che non è vero che «nessuno è stato lasciato indietro», come non è vero che i nostri «ammortizzatori sociali» siano i «migliori del mondo». È "criminale" chiedere conto a Berlusconi della realtà, delle sue menzogne pubbliche, delle sue condotte private che disonorano le istituzioni e la responsabilità che gli è stata affidata. Lo rende ossessivo che ci sia ancora da qualche parte in Italia la convinzione che la realtà esista, che il giornalismo debba spiegare «a che punto stanno le cose» al di là della comunicazione che egli può organizzare, pretendere, imporre protetto da un conflitto di interessi strabiliante nell´Occidente più evoluto.
Nessuna sorpresa, dunque, che l´Egocrate ritenga Repubblica un giornale di «delinquenti» indaffarati a costruire un´informazione «deviata». Più interessante è chiedersi se, ammesso che non l´abbia già fatto, il governo voglia muovere burocrazie sottomesse – queste sì, nel caso, «deviate» – contro questa «deviazione» – e deviazione deve apparirgli anche una testimonianza contro di lui di una prostituta che ha pagato o l´indagine di un pubblico ministero intorno ai suoi comportamenti. È un fatto che Berlusconi esige e ordina che la Rai si pieghi nei segmenti ancora non conformi, come il Tg3, a quel racconto incantato della realtà italiana.
Ancora ieri, Berlusconi – mentendo a gola piena e manipolando le circostanze – ha tenuto a dire che «è inaccettabile che la televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, sia l´unica tv al mondo ad essere sempre contro il governo». Sarà questa la prossima linea di frattura che attende un paese rassegnato, una maggioranza prigioniera dell´Egocrate, un´opposizione arrendevole. Lo si può dire anche in un altro modo: accetteremo di vivere nel mondo immaginario di Berlusconi o difenderemo il nostro diritto a sapere «a che punto siamo»? Se questa è la prossima sfida, i dirigenti i lavoratori della Rai, del servizio radiotelevisivo sapranno mettere da parte ambizione, rampantismo, congreghe e difendere la loro "missione" pubblica, la loro ragione di essere? Per quanto riguarda Repubblica, Berlusconi può mettersi l´anima in pace: faremo ancora un´informazione deviata dall´ordine fantastico, mitologico che vuole imporre al Paese.
Titolo originale: Wish you weren't here: The devastating effects of the new colonialists – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Sono migliaia i contestatori che scendono in piazza sventolando le bandiere arancio dell’opposizione. Poco dopo, comincia il saccheggio. Si appicca il fuoco agli edifici. Il punto si svolta arriva però quando la folla si sposta dalla piazza principale verso il palazzo presidenziale. Nella confusione, qualcuno preso dal panico dà ordine alle truppe schierate a guardia del palazzo di aprire il fuoco. Parecchi morti. I leaders della protesta decidono di farla finita: si assale il palazzo e il presidente fugge.
Un tipico colpo di stato africano? Non proprio. Di sicuro c’erano accuse di corruzione nelle alte sfere. Il presidente aveva comprato un jet privato – da un componente della famiglia Disney – per uso personale. Era accusato di stravaganze eccessive, di uso improprio delle risorse pubbliche e di mescolare gli interessi dello stato coi propri. Ma era qualcosa d’altro ad aver fatto montare la protesta a Antananarivo, la capitale del Madagascar, qualche mese fa, e a far abbattere il governo di Marc Ravalomanana nell’ex colonia francese.
I poveri della città erano infuriati per il prezzo degli alimentari, aumentati da quando l’anno precedente c’era stato un forte aumento di quelli globali di grano e riso. I poveri sono più colpiti di quanto avviene nel nostro caso, perché spendono due terzi del proprio reddito per l’alimentazione. Ma quello che li aveva spinti all’azione era la notizia di un accordo siglato di recente dal governo con la multinazionale coreana Daewoo, e che concedeva 1,3 milioni di ettari di superficie agricola – quasi le dimensioni di un paese come il Belgio, circa metà dell’arativo dell’isola – in uso alla compagnia straniera per 99 anni. La Daewoo intendeva coltivarci granturco e palme da olio: ed esportare tutto il raccolto in Corea del Sud.
Originariamente non erano stati resi pubblici i termini dell’accordo. Ma poi erano filtrate notizie, attraverso il Financial Times di Londra, secondo le quali non era stato pagato nulla in cambio. La Daewoo aveva promesso di intervenire sulle infrastrutture dell’isola in cambio del proprio investimento. “Daremo posti di lavoro in cambio della possibilità di coltivare, il che conviene al Madagascar” diceva un portavoce Daewoo. Ma il vantaggio diretto in denaro per il Madagascar era pari a zero: in un paese dove si riesce a malapena a produrre alimentari per il consumo interno: quasi la metà dei bambini dell’isola con meno di cinque anni risulta malnutrita.
Il governo del presidente President Ravalomanana è stat oil primo al mondo ad essere rovesciato a causa di quello che la FAO/ONU definisce “ landgrabbing” accaparramento di terreni. L’accordo Daewoo è solo uno dei cento e più siglati negli ultimi dodici mesi, che hanno visto enormi distese di superfici coltivabili in tutto il globo acquisite da paesi ricchi o multinazionali. Il fenomeno sta subendo una allarmante accelerazione, che ha coinvolto solo negli ultimi sei mesi una superficie pari a tutta quella agricola europea.
Per meglio comprendere la furia impotente che ciò può provocare nei contadini impoveriti, pensiamo alla reazione che potrebbe provocare qualcosa del genere in Gran Bretagna. Il consulente internazionale Mark Weston prova con questa vivida immagine: “Diciamo, se la Cina, dopo una breve negoziazione con un governo britannico disposto a tutto per avere un po’ di valuta estera dopo un crollo economico, si comprasse tutto il Galles, sostituisse gli abitanti con lavoratori cinesi, trasformasse l’intero territorio in una enorme risaia, e spedisse per 99 anni tutta la produzione in Cina”.
“Immaginiamoci che né i gallesi deportati, né il resto degli abitanti sapesse cos’ha avuto in cambio da tutto questo, e si debba contentare di vaghe promesse secondo le quali i nuovi padroni interverranno su qualche porto, o strade, creando dei posti di lavoro.
“E poi immaginiamoci che dopo qualche anno – teniamo sempre presente che recessione e crollo della sterlina hanno già resi difficoltoso per il paese comprare alimenti all’estero – il picco petrolifero o un disastro ambientale in uno dei grandi produttori mondiali di cereali spinga ad impennarsi di colpo i prezzi alimentari mondiali, oltre le possibilità di moltissimi britannici. Nel frattempo i cinesi dal Galles continuano a spedire riso in Cina, e gli affamati guardano senza poter far nulla, stramaledendo il giorno in cui il loro governo ha svenduto metà delle superfici arabili. Qualcuno inizierà a preparare la ripresa con la violenza delle valli gallesi”.
Se cambiamo i nomi e ci mettiamo Africa, lo scenario diventa assai meno ipotetico. Anzi sta già iniziando a succedere, ed ecco perché sono in molti, come Jacques Diouf, che dirige la FAO/ONU, ad avvertire che si sta scivolando verso un sistema di “neo-colonialismo” mondiale. Anche quei grandi sostenitori del libero mercato che scrivono sul FT, definiscono l’accordo della Daewoo come “rapace” e avvertono come si tratti di un “esempio particolarmente sfacciato di un fenomeno molto più ampio” in cui nazioni ricche cercano di acquisire le risorse naturali di quelle povere.
Questo nuovo colonialismo ha caratteri molto ampi. Chi compra sono nazioni ricche le quali non riescono a coltivare ciò che serve per mangiare. Sono gli Stati del Golfo all’avanguardia del nuovo investimento. Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar – che complessivamente controllano il 45% del petrolio mondiale – si stanno aggiudicando fertili terreni agricoli fra Brasile, Russia, Kazakhstan, Ucraina, Egitto. Ma si rivolgono anche a paesi molto più poveri, come l’Etiopia, il Camerun, l’Uganda, lo Zambia e la Cambogia.
Incredibili le suerfici di terreni coinvolte. Compagnie sud-coreane si sono comprate 690.000 ettari di Sudan, e ci sono almeno sei altri paesi che hanno acquisito grosse proprietà terriere o le controllano: là dove l’alimentazione per le popolazioni locali ha la più elevata precarietà del mondo. I sauditi stanno trattando per 500.000 ettari in Tanzania. Alcune imprese degli Emirati Arabi Uniti hanno concluso per 324.000 ettari in Pakistan.
Non sono i soli. Paesi con grandi popolazioni, come Cina, Corea del Sud, anche l’India, stanno acquisendo ampie superfici di territorio africano per produrre alimenti destinati all’esportazione. Il governo indiano ha concesso prestiti a 80 compagnie per l’acquisto di 350.000 ettari in Africa e ha recentemente abbassato i dazi di importazione per i prodotti agricoli dall’Etiopia. Uno dei più grossi conglomerati agricoli del mondo è una compagnia di Bangalore, Karuturi Global, che ha acquisito di recente alcune aree fra Etiopia e Kenya.
E non è solo all’alimentazione che guardano i nuovi colonialisti. Circa un quinto di questi accordi riguarda terreni per la coltivazione di prodotti da biocarburanti. Compagnie britanniche, Usa e tedesche, con nomi come Flora Ecopower, hanno comprato terreni in Tanzania o Etiopia. Il paese diventato famoso per il problema della fame ai tempi dei concerti Live Aid, oggi vede oltre 50 investitori che siglano accordi definitivi o dichiarazioni preliminari di interesse per coltivare biofuel sul suo territorio.
Dal punto di vista dell’Etiopia, la logica economica sembrerebbe impeccabile: il paese importa petrolio e quindi è esposto alle fluttuazioni dei prezzi nel mercato mondiale; producendo biocarburanti si diminuisce la dipendenza. Ma è una cosa che si paga. Per far contenti gli investitori, il paese non deve chiedere alcuna valutazione di impatto ambientale. Attivisti locali affermano che il 75% dei terreni destinati a queste colture sono oggi coperti di boschi destinati ad essere tagliati.
Più preoccupanti i progetti di una compagnia norvegese, per realizzare “la più grande piantagione di jatropha del mondo” deforestando enormi superfici del Ghana settentrionale. La jatropha, che cresce anche su terreni molto poveri, dà semi oleosi che si usano per i biocombustibili. Un attivista locale, Bakari Nyari, dell’African Biodiversity Network, accusa la compagnia di “usare metodi che ci fanno tornare ai tempi più bui del colonialismo ... a ingannare qualche capotribù analfabeta convincendolo a siglare con l’impronta del pollice la cessione di 38.000 ettari”. La compagnia sostiene che il piano creerà posti di lavoro, ma con l’enorme deforestazione si toglierà agli abitanti la fonte di reddito tradizionale da raccolta dei suoi prodotti, come la noce della Vitellaria Paradoxa.
Il mancato accordo Daewoo in Madagascar sarebbe stato quello per la superficie più grande siglato sinora, ma non è certo l’unico.
Quali sono le cause di questa improvvisa esplosione negli acquisti di terreni in tutto il mondo? le radici affondano nella crisi alimentare del 2007/8, quando i prezzi di riso, grano e altri cereali sono schizzati alle stelle in tutto il mondo, accendendo rivolte da Haiti al Senegal. Il picco dei prezzi ha anche spinto i paesi produttori a intervenire sui dazi di esportazione delle colture essenziali per ridurre le quantità che uscivano dai confini. Restringendo ulteriormente l’offerta, e facendo crescere ancora i prezzi per via di una situazione determinata da scelte politiche, anziché dai meccanismi di domanda e offerta.
Si è anche iniziato a chiedersi in molti paesi ricchi che dipendono da massicce importazioni, se avesse ancora senso seguire quello che pareva un elemento fondamentale dell’economia globalizzata: l’idea che ciascun paese dovesse concentrarsi sui propri prodotti migliori, e per il resto affidarsi al mercato. Improvvisamente, anche avere somme inimmaginabili derivanti ad esempio dal petrolio, non era più sufficiente a garantire tutti gli alimenti necessari. Gli sceicchi del petrolio negli stati del Golfo scoprivano che nel giro di cinque anni le importazioni alimentari avevano raddoppiato il prezzo. E il futuro riserbava anche di peggio. Non ci si poteva più basare solo su mercati regionali, né globali. Iniziava l’accaparramento delle terre.
La logica era evidente. La popolosissima Corea del Sud è il quarto importatore mondiale di granturco; l’accordo del Madagascar avrebbe tagliato di metà queste importazioni, come vantava un portavoce Daewoo. Anche per gli stati del Golfo la cosa era simile: il controllo su terreni all’estero non assicurava solo forniture di cibo, avrebbe anche eliminato la quota degli intermediari, riducendo di un ulteriore 20% la bolletta delle importazioni.
I vantaggi potevano solo aumentare. Le condizioni fondamentali che avevano condotto alla crisi alimentare globale restavano identiche, col rischio di probabile ulteriore peggioramento. L’ONU prevede che entro il 2050 la popolazione mondiale sarà aumentata del 50%. Coltivare per dar da mangiare a nove miliardi di persone significa una pressione enorme sul pianeta, erosione dei suoli, deforestazione, prosciugamento de fiumi. Col cambiamento climatico le cose si fanno anche peggiori. Continueranno ad aumentare i prezzi del petrolio, e insieme quelli dei fertilizzanti e dei carburanti per i trattori. La domanda di biocarburanti restringerà ancora le superfici disponibili alle colture alimentari. La stretta sui prezzi del 2007/8 potrebbe essere solo un assaggio di qualcosa di molto peggio. I tempi dell’abbondanza sono già finiti. Ci aspettano tempi in cui non ci sarà da mangiare a sufficienza, anche per chi ha tanti soldi.
Qui non ce ne siamo ancora accorti, perché nel Regno Unito, un po’ come negli Usa, sembra si abbia una istintiva e illimitata fiducia nella capacità del mercato di risolvere tutto. Altri paesi però hanno già cominciato a studiare risposte strategiche di lungo periodo.
Il segnale più chiaro è emerso in giugno, quando appena prima del G8 in Italia il primo ministro giapponese Taro Aso ha chiesto: “L’attuale crisi alimentare è solo un’altra piccola deviazione momentanea del mercato?” Ma si è subito risposto da solo: “Sembra proprio di no: siamo in una fase di transizione verso un nuovo equilibrio, che rispecchi la nuova realtà economica, climatica, demografica ed ecologica”.
Anche il mercato ha da dire la sua: il costo dei terreni è in aumento. I prezzi sono balzati del 16% in Brasile, del 31% in Polonia, del 15% negli Stati Uniti medio-occidentali. Ci sono veterani della speculazione come George Soros, Jim Rogers o Lord Jacob Rothschild che si stanno accaparrando terreni agricoli anche in questo stesso momento. Rogers – che fra il 1970 e il 1980 ha aumentato il valore del suo portfolio titoli del 4.200%, e che si è fatto una ulteriore fortuna prevedendo le incursioni nelle merci del 1999 – lo scorso mese ha dichiarato: “Sono convinto che i terreni agricoli rappresentino uno degli investimenti migliori della nostra epoca”.
Dopo il disastroso coinvolgimento degli speculatori finanziari nel settore della casa – la recessione globale affonda le sue radici nello sviluppo di derivati dai mutui – non appare certo rassicurante che siano i medesimi prestigiatori a trasformare le terre in nuova fonte di profitti. “La crisi finanziaria e quella alimentare si combinano” commenta il gruppo di pressione filippino sulle questioni alimentari Grain, “e hanno trasformato la terra agricola in un nuovo cespite strategico”.
Da un certo punto di vista, si tratta di un’ottima cosa per i paesi poveri. La terra è una cosa di cui c’è abbondanza da loro. E il settore agricolo nelle nazioni in via di sviluppo ha bisogno urgente di capitale. Un tempo proveniva dagli aiuti, ma la quota di questi destinata all’agricoltura è caduta dai 20 miliardi di dollari l’anno del 1980 a soli 5 miliardi nel 2007, secondo Oxfam. É solo il 5% degli aiuti che va all’agricoltura e allo sviluppo rurale, nonostante nelle zone più povere come l’Africa, sia oltre il 70% della popolazione a basarsi su questa attività per il proprio reddito. Decenni di scarsi investimenti significano ristagno di produzione e produttività.
Gli accordi per lo sfruttamento delle terre agricole dovrebbero se non altro risolvere questo aspetto, riversando investimenti molto necessari nell’agricoltura di questi paesi. Ciò dovrebbe creare nuovi posti di lavoro e un reddito costante ai poveri delle zone rurali. E poi nuove tecnologie e conoscenze agli operatori locali. Sviluppare le infrastrutture rurali, strade, sistemi di immagazinaggio dei cereali, a vantaggio dell’intera comunità. Contribuire alla costruzione di nuove scuole, strutture sanitarie utili a tutti. Dare ai governi africani il gettito fiscale di cui c’è tanto bisogno, da investire nello sviluppo dei propri paesi. Tutto questo dovrebbe diminuire la dipendenza dagli aiuti per l’alimentazione. Insomma il landgrab come situazione in cui guadagnano tutti.
È questa l’interpretazione del tutto positiva data dal governo del Kenya all’accordo siglato recentemente con lo stato del Qatar. Nell’emirato arabo solo l’1% della terra è coltivabile, e dunque il Qatar è fortemente dipendente dalle importazioni alimentari. L’accordo prevede che il Qatar acquisisca 40.000 ettari di terreni per coltivare alimenti in cambio della costruzione di un porto container del valore di 2,5 miliardi di dollari a Lamu in Kenya.
Purtroppo, nel corso dell’avanzamento delle negoziazioni col Qatar, il governo africano è stato costretto a dichiarare lo stato di emergenza: un terzo della popolazione del paese (in tutto 34 milioni di persone) aveva carenze alimentari. Il presidente Mwai Kibaki ha chiesto l’aiuto internazionale. Gli elettori se sono affamati non riescono a capire bene i vantaggi economici di lungo termine che possono arrivare al Kenya dalla creazione del proprio secondo porto container, in cambio della cessione di un terzo del paese – nell’arido è dimenticato nord-est – allo sviluppo agricolo. Dopo tutto, questo è un paese dove per la terra si uccide, come dimostrato dopo le pasticciate elezioni del 2007.
Se peggiora la crisi alimentare mondiale, come tutti sembrano prevedere, diventerà anche meno politicamente appetibile per un governo come quello del Kenya incoraggiare enormi esportazioni di cibo in momenti di carenza. Cosa tanto più vera in un continente politicamente instabile come l’Africa.
Esiste comunque già, una forte opposizione da parte di molti a progetti di questo tipo. Le terre offerte al Qatar si trovano nel delta del fiume Tana. Terre fertili con acqua dolce in abbondanza, ma abitate da 150.000 famiglie di agricoltori e pastori che le considerano di uso comune, e dove pascolano 60.000 capi. Hanno minacciato resistenza armata. Sono sostenuti da attivisti di opposizione, i quali non sono tanto contrari alla trasformazione delle terre, ma vorrebbero che fossero usate per dar da magiare agli affamati kenyani. Poi ci sono gli ambientalisti, contrari alla distruzione di un ecosistema di acquitrini di mangrovie, boschi e savana.
Perché è l’ambiente, una delle grosse preoccupazioni di questa corsa agli accordi per la terra. Le grandi piantagioni significano di norma monocoltura intensiva con grosse quantità di pesticidi e fertilizzanti. Con risultati produttivi spettacolari in un primo tempo, in grado di soddisfare il portafoglio degli investitori esterni in cerca di profitti di breve termine. Ma si rischia di danneggiare la sostenibilità a lungo termine, perché i terreni tropicali non sono adatti alle colture intensive, e con gravi ripercussioni sul sistema idrico locale. Si riduce la varietà delle piante, degli animali, degli insetti, la fertilità di lungo periodo dei terreni attraverso l’erosione del suolo, saturazione d’acqua o incremento di salinità. L’uso intensive di prodotti chimici per l’agricoltura può condurre a problemi di qualità dell’acqua, e l’irrigazione delle terre per gli investitori stranieri può avvenire a scapito di altri usi.
L’acqua è una questione fondamentale. In un certo senso, più che sottrarre terre qui ci si prende l’acqua, osserva il responsabile esecutivo della Nestlé, Peter Brabeck-Letmathe. Insieme al terreno c’è il diritto di usare l’acqua che ci sta sotto, che può dimostrarsi l’aspetto più vantaggioso dell’accordo. “Il prelievo di acqua per l’agricoltura continua a crescere rapidamente. In alcune delle regioni più fertili del mondo (America, Europa meridionale, India settentrionale, Cina nord-orientale), il suo uso eccessivo, principalmente per l’agricoltura, sta portando a uno sprofondamento delle falde. Si preleva acqua dal sottosuolo, e non più sul’arco dell’anno come complemento, ma in modo costante, principalmente perché l’acqua è considerata un bene liberamente disponibile”.
Il mondo deve urgentemente iniziare a riflettere sul tema dell’acqua. Mediamente una persona usa fra i 3.000 e i 6.000 litri al giorno. A malapena un decimo viene usato per l’igiene o la produzione industriale. Tutto il resto va per l’agricoltura. E il tipo di vita che si conduce, con cose come l’incremento nel consumo di carne, sta esasperando il problema. Per la carne sono necessarie quantità d’acqua di 10 volte superiori a quelle delle piante per ogni caloria. E i biocarburanti sono fra le colture più assetate del pianeta: servono 9.100 litri d’acqua per far crescere la soia necessaria a un litro di biodiesel, e 4.000 litri per il granturco che diventerà bioetanolo. Alle condizioni attuali, così come viene gestita l’acqua, continua il responsabile capo della Nestlé, “la finiremo molto prima dei carburanti”.
E già in molte situazioni la falda sotterranea precipita di parecchi metri l’anno. Fiumi si prosciugano per eccesso di sfruttamento. I problemi peggiori sono in alcune delle più importanti aree agricole del mondo. Se continua la tendenza attuale, avvere Frank Rijsberman dell’International Water Management Institute, presto “potremmo avere perdite annuali equivalenti all’intero raccolto di cereali dell’India e degli Usa insieme”. Che fra tutti e due producono un terzo dei cereali del mondo.
C’è un futuro? L’International Food Policy Research Institute di Washington crede di si. Ha recentemente pubblicato un rapporto con raccomandazioni per un rigido codice di condotta, a promuovere quello che il Giappone, principale importatore di alimenti al mondo, chiedeva al G8 in Italia: investimenti stranieri responsabili nel settore agricolo, in relazione all’attuale distorta pandemia degli accaparramenti di terre.
Ci vogliono regole “con gli artigli” ad assicurare che i piccoli operatori che vengono sfrattati dalle proprie terre possano concordare vantaggi mutui con governi stranieri e multinazionali. Ci vogliono regole per far sì che in qualunque accordo, se si promettono posti di lavoro, poi si rispettino livelli retributivi e si realizzino le strutture. Ci vuole trasparenza, e azioni legali negli stati delle imprese che utilizzano la corruzione, anziché cause intentate e processi nei paesi del terzo mondo. Ci vuole rispetto per i diritti vigenti sulle terre: non solo quelli scritti, ma anche quelli consuetudinari e derivanti dalle pratiche. Occorre una condivisione regolamentata dei vantaggi, in modo che si realizzino scuole e ospedali, e chi abita nelle aree circostanti a quelle cedute abbia abbastanza da mangiare. Si indicano tempi più brevi per la durata dei contratti, perché ci sia un reddito regolare ai contadini a cui è stata sottratta la terra per altri usi. Meglio ancora sarebbe avere contratti che consentono ai piccoli operatori di continuare a gestire le terre anche se a certe condizioni concordate con l’investitore straniero. Si chiedono valutazioni di impatto ambientale adeguate. E che gli investitori esteri non abbiano il diritto di esportare durante le gravi crisi alimentari interne.
Nessuno certo può credere che questo sia facile. Le elites locali dei paesi in via di sviluppo hanno certo forti e ovvi interessi nei vantaggiosi accordi che si offrono. Il governo della Cambogia promuove ampiamente questa pratica del landgrab, avvantaggiandosi del fatto che molti certificati di proprietà dei terreni sono stati distrutti nel periodo del terrore dei Khmer Rouge. Il Mozambico ha siglato un accordo da due miliardi di dollari che comporta 10.000 “coloni” cinesi sul suo territorio, in cambio di 3 miliardi di dollari in aiuti militari da Pechino. Chiarissime le considerazioni strategiche. “In questo mondo il cibo può essere un’arma” per usare le parole di Hong Jong-wan, dirigente della Daewoo.
Ma si stanno raccogliendo le forze anche nell’altro campo. Gli accparramenti di terra sono “una grave violazione del diritto umano al cibo”, secondo Constanze von Oppeln dell’importante agenzia di sviluppo tedesca Welthungerhilfe, una delle più importanti del settore. Parla a nome dei molti che non hanno voce a livello internazionale, anche se fanno sentire sempre più forte la propria presenza nei loro paesi. É esplosa una fortissima reazione pubblica in Uganda quando il governo ha iniziato gli incontri col ministero egiziano dell’agricoltura, per la concessione di quasi un milione di ettari a imprese egiziane destinati a produrre grano e mais per il Cairo. Anche in Mozambico c’è stata una resistenza simile all’insediamento delle migliaia di coloni cinesi nelle terre concesse. All’inizio di quest’anno, i filippini infuriati sono riusciti a bloccare un accordo del proprio governo con la Cina per la strabiliante superficie di 1.240.000 ettari. Il mese scorso gli stessi attivisti hanno reso pubblico quello che definiscono un “patto agricolo segreto” fra il governo filippino e quello del Bahrain. In presenza di un 80% dei 90 milioni di abitanti privo di terre, l’accordo è “illegale e immorale”, hanno dichiarato.
Ciò che si mangia tocca qualcosa di assai profondo nella psiche umana. C’è da credere che nessuna delle due parti cederà senza lottare.
I grigi capannoni cementizi sfigurano già tanti paesaggi italiani. Tuttavia, con alcune delle leggi regionali partorite dal Piano Casa del Primo Immobiliarista, il cav. Berlusconi, andrà molto peggio. Nel Veneto l’ampliamento di quelli esistenti arriva al 20% della superficie coperta: uno di 5.000 mq si dilaterà a 6.000 (a 7.500 mq qualora il proprietario li adegui al risparmio energetico).
In Lombardia avverrà di peggio: chi li demolisce e li ricostruisce in toto, potrà riutilizzarli a fini residenziali. Lo prevedeva la primissima bozza del Piano Casa berlusconiano: cambiare la destinazione d’uso come cambiarsi la camicia, ma la misura (un flagello per l’urbanistica delle nostre città e periferie) era stata cassata per l’intervento della Conferenza Stato-Regioni. Tuttavia qualche Regione (vedi Lombardia) se l’è tenuta di riserva, mentre altre prevedono agevolazioni parziali. Qualcuna (vedi Piemonte) consente, entro certi limiti, di soppalcare gli amati capannoni. La Valle d’Aosta si segnala fra le più permissive, con tanti saluti alle bellezze naturali e al turismo di qualità.
Ma c’è bisogno di tutta questa fiumana di nuova edilizia? No. Il costruito è già enorme, il boom edilizio tutto di speculazione, o di seconde e terze case è durato dal 2000 al 2007, senza nemmeno sfiorare l’edilizia economica, quella sociale, per la quale siamo precipitati all’ultimo posto in Europa. Sarebbe stato quindi essenziale varare un grande piano per quel tipo di alloggi (destinati a giovani coppie, a famiglie di immigrati, ad anziani soli, ecc... ), puntando contemporaneamente sul recupero del patrimonio esistente, vuoto o degradato. Solo che il governo Berlusconi, indebitato ben oltre i pochi capelli, non ha denari da mettere nel social housing, e quindi offre agli italiani di investire in questo nuovo boom prevalentemente privato impiccandosi per una vita ai mutui. Tanto per rianimare così, nel modo più cinico, un’economia e un PIL altrimenti in netta flessione.
Avremo così una miriade di interventi che gonfiano le cubature esistenti (di un 20-30%), sopraelevano gli edifici (anche fino a 4 metri, nella solita disastrata Lombardia), consentono di demolire e trasferire altrove, con un premio del 60%, costruzioni alzate sul litorale, per esempio, del Lazio (dove le cacceranno non oso pensarlo).
Eppure a Roma un alloggio su sette è vuoto e a Milano risultano deserti ben 900.000 metri cubi di uffici che - come denuncia l’architetto Stefano Boeri, docente al Politecnico - equivalgono a 30 grattacieli Pirelli, mentre sulla città già si addensano le nuove enormi cubature dell’Expo 2015. Non siamo all’impazzimento generale?
A rilento la collaborazione Stato-Regioni sul paesaggio. Sono soltanto otto, infatti, le amministrazioni che hanno già siglato un'intesa di copianificazione col ministero per i Beni e le attività culturali (secondo le informazioni fornite dalla direzione generale paesaggio, Parc) per l'elaborazione congiunta del piano paesistico o, quantomeno, per fissare insieme la disciplina di tutela per le aree vincolate. Il codice Urbani (Dlgs 42/2004) prevede infatti che le Regioni possano seguire un doppio binario per adeguare la propria normativa in materia di paesaggio: siglare un'intesa più ampia, per scrivere insieme al ministero Beni culturali e all'Ambiente il nuovo piano, oppure decidere di limitare la copianificazione alle sole aree vincolate. Le amministrazioni che hanno finora siglato un accordo col Mibac sono Abruzzo, Campania, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Puglia, Sardegna. Toscana e, dallo scorso 15 luglio, il Veneto.
Il protocollo d'intesa è stato invece predisposto, ma attende la sottoscrizione, per Calabria, Lazio e Marche. In altri casi, come per Emilia Romagna e Umbria, è in atto il tavolo di copianificazione, mentre per Lombardia e Liguria sono in corso le trattative per la stesura di un accordo condiviso. Sicilia, Valle d'Aosta e Trentino Alto Adige, infine, fanno eccezione perché seguono procedure ad hoc legate allo statuto speciale. Le Regioni possono inoltre stipulare intese col ministero anche per disciplinare lo svolgimento congiunto della verifica e dell'adeguamento dei piani al codice. Un processo al termine del quale, dopo la verifica degli strumenti urbanistici, le autorizzazioni paesaggistiche potranno "svincolarsi" dal parere delle soprintendente, che resterà obbligatorio, ma non più vincolante, L'intesa su questo punto (ex art. 156 del codice) è in alcuni casi andata avanti di pari passo con l'accordo sulla copianificazione (art. 143). Fanno eccezione Campania, Friuli Venezia Giulia e Veneto, che hanno firmato soltanto il secondo.
Le differenze tra Regioni nella road map sulla copianificazione si inseriscono in un quadro, quello della tutela del paesaggio in Italia, che già si presenta molto frammentato. Con la maggior parte delle amministrazioni molto lontana dal centrare l'obiettivo di adeguare, o realizzare, i piani paesistici entro il temine fissato dal codice con successive proroghe al 31 dicembre 2009. ll tutto senza contare il successivo recepimento (delle prescrizioni d'uso su zone vincolate) da parte degli enti locali attraverso i propri strumenti di governo del territorio. La legislazione sul paesaggio appare un mosaico con tessere tutte diverse tra loro.
Il Piemonte è riuscito ad adottare il Piano in Giunta il 3 agosto (con pubblicazione sul Bollettino il 6 agosto, data dalla quale le prescrizioni entrano in salvaguardia). La Calabria, invece, è tuttora sprovvista di una disciplina ad hoc, ma ha siglato l'intesa col Mibac. In Lombardia è in vigore il Ptpr (Piano territoriale paesistico regionale) del 2001, aggiornato lo scorso anno, ma il 30 luglio scorso è stato adottato dal Consiglio regionale il Piano territoriale regionale (Ptr), al cui interno c'è il nuovo piano paesistico lombardo. La Giunta dell'Emilia Romagna ha appena dato il via libera alla legge di "Tutela e valorizzazione del paesaggio" (che ora passa al consiglio) per l'adeguamento del piano regionale, mentre nel Lazio le nuove norme, adottate nel 2007, sono in via di approvazione. La tutela di cipressi e colline in Toscana sarà affidata al piano adottato lo scorso 16 giugno e che dovrebbe entrare in vigore entro fine anno. In Sardegna, invece, si è chiuso il giro di conferenze territoriali sul paesaggio, organizzate dall'assessorato Urbanistica in vista della riforma delle norme di tutela (che a oggi non coprono l'intero territorio ma solo il primo ambito "costiero").
Poche certezze, dunque, per il paesaggio italiano. Una situazione precaria aggravata da ulteriori fattori di instabilità. Come le continue proroghe per il regime transitorio dell'autorizzazione, da ultimo reso valido fino al 31 dicembre prossimo.
La recessione ridisegna l’universo del gioco d’azzardo. A farlo è l’ingresso in massa in questo settore delle classi medie e medio basse, quelle colpite dall’aumento della disoccupazione. Mentre sprofondano nella povertà sognano di salvarsi vincendo la lotteria o ottenendo il cosidetto jackpot, i tre simboli identici alle slot machines che producono una pioggia di monetine. Non si gioca più per divertimento ma per disperazione, questo il messaggio che arriva dai paesi anglosassoni, da sempre all’avanguardia nel gioco d’azzardo. Questo è quel che ci racconta “The Millionaire”, il film pluripremiato agli Oscar in cui la febbre per la «ruota della fortuna» diventa la malattia e la cura di milioni di disperati negli slum di Mumbai. Di questo, anche di questo, parla la corsa collettiva al Superenalotto che in Italia accomuna classi sociali e categorie, suore preti e immigrati, poveri e amministrazioni comunali, classe media, tutti: l’ultima carta, la carta della fortuna.
I giocatori incalliti sono stati duramente colpiti dalla recessione, ecco perchè i grandi casinò sono ormai semivuoti; se non ci fosse il crimine organizzato che li usa ancora per riciclare il denaro sporco molti sarebbero costretti chiudere. La recessione sembra schivare quel settore del gioco d’azzardo non frequentato dai professionisti: lotterie e bingo. Ecco spiegato perchè mentre Las Vegas, tempio dei piaceri proibiti degli adulti, è ormai semideserta, i piccoli casinò disseminati nelle riserve indiane dell’Ovest pullulano di gente che tenta la sorte al Kino, una specie di lotteria permanente. Uno studio della società britannica Global Betting and Gambling Consultants (GBGC) descrive la crisi come la tempesta perfetta per il gioco d’azzardo tradizionale. Il settore sta mutando profondamente perché la recessione cambia le motivazioni del gioco. Tentare la sorte diventa un modo per esorcizzare la disperazione di una classe che sa benissimo di non essere più in grado con il proprio lavoro di ottenere la mobilità sociale dei propri genitori.
La distanza tra le classi medie e medio basse e i ricchi è talmente tanta che solo un colpo di fortuna può colmarla. In questo mondo che tanto assomiglia al nostro passato remoto, quella antecedente alla nascita della classe operaia, un mondo senza coscienza politica né identità di classe, il fato è tornato di moda. Tutti si affidano alla sorte e tutti giocano. Una sorta di tassa sulla perdita di speranza nei propri mezzi. In netto aumento il gioco d’azzardo online, quello che si fa seduti comodamente in casa, lontano dagli occhi degli altri. Costa poco e crea una dipendenza quasi immediata. A detta di GBGC gran parte della crescita prevista nei prossimi anni nel settore dell’azzardo proverrà proprio dai casinò virtuali.
Nonostante la crisi, dunque, le proiezioni per il settore sono molto ottimiste: dai 345 miliardi di dollari del 2001 si passerà a 433 miliardi nel 2012. Ne basterebbe una piccolissima percentuale per iniziare a finanziare la riconversione industriale verde dei paesi occidentali e interrompere la crescita della disoccupazione. Ma nessun governo ha pensato di tassare pesantemente il piccolo azzardo.
Misura perversa Vanno contro la Costituzione e provocano effetti negativi a catena - Il Meridione sconta già stipendi più bassi e un Pil pro capite considerevolmente inferiore
Più che uno studioso qui ci vorrebbe un comico. Eh sì, perché questa storia delle gabbie salariali è un perfetto esempio di umorismo nero. Il Meridione se la passa male? Si può anche riuscire a farlo stare peggio... Insomma, se Berlusconi ha deciso di dare retta ad una delle ultime richieste strampalate della Lega il motivo può essere individuato nella politica, non certo nella ricerca del bene comune». Professore emerito dell’Università di Torino, il sociologo Luciano Gallino è persona dall’esposizione pacata, che però questa volta non può esimersi dall’utilizzare toni forti. Troppo squinternato il progetto governativo dell’Agenzia per il Sud, con i suoi annessi e connessi, per consentire una riflessione asettica.
Il premier, come al solito, celebra le sue iniziative in pompa magna. Per il piano destinato al Mezzogiorno si è evocato nientemeno che il New Deal di roosveltiana memoria.
«Che dire? Visto che l’architrave del progetto consta, appunto, nel differenziare i salari fra Nord e Sud, oppure, usando il linguaggio edulcorato di questi giorni, parametrare le buste paghe al costo della vita, è bene sottolineare che si tratta di un’idea che non sta in piedi da qualunque prospettiva venga considerata».
C’è il risvolto etico-politico...
«Che è assolutamente insostenibile. La nostra Costituzione spiega che ad uguale lavoro dovrebbe corrispondere uguale compenso, il che, usando un eufemismo, mi sembra una cosa un po’ diversa dalle gabbie salariali».
Ci sono poi le conseguenze economiche e sociali.
«Che sarebbero semplicemente devastanti. Pagare delle retribuzioni più basse nel Meridione provocherebbe una catena di effetti negativi. Basti pensare all’ammontare delle pensioni, che dopo le micidiali riforme succedutesi a partire dagli anni Novanta si sono già impoverite arrivando a scendere fino al 40% dell’ultimo salario corrisposto. E che ne sarebbe della domanda, del livello dei consumi, a fronte di stipendi ancora più bassi? Il tutto in un territorio che sconta già un cospicuo arretramento rispetto al Nord del Paese. Insomma, con le gabbie salariali verrebbe alimentato una sorta di circolo perverso della diseguaglianza. Senza contare i paradossi pratici che sarebbero causati da una tale iniziativa».
Vale a dire?
«Di fatto, a parità di impiego, gli stipendi nel Sud dell’Italia sono già più bassi rispetto a quelli pagati al Nord, in media inferiori del 15% per quanto riguarda gli operai e del 22% per impiegati e quadri intermedi. E allora che cosa si vuol fare? Non applicare a questi sfortunati lavoratori i prossimi contratti, o magari tagliargli da subito gli emolumenti? Il tutto in un’area del Paese dove, è sacrosanto ricordarlo, il Pil pro capite è gia inferiore del 40% rispetto a quello prodotto nel Settentrione, 18.000 euro contro 30.000».
Per i sindacati sarebbe ancora possibile gestire dei rinnovi nazionali dei contratti?
«Non credo proprio, se già consideriamo le attuali difficoltà da parte delle forze sociali nel restare unite e tenere tutti i lavoratori dentro i contratti. In realtà, con l’introduzione delle gabbie salariali diverrà ancor più frenetico un fenomeno drammatico: l’esodo di massa verso le zone più benestanti. Del resto i numeri parlano chiaro: negli ultimi 10/11 anni sono partiti verso il Nord qualcosa come 700.000 persone, molte delle quali in possesso di laurea o diploma. Per le regioni del Mezzogiorno si tratta di una colossale perdita di capitale umano, ma anche di soldi e servizi, qualcosa come 70 miliardi di euro che hanno attraversato il Paese dal basso verso l’alto».
Meno male che c’è Roberto Formigoni, testè nominato «governatore della Lombardia a vita» dall’amico Silvio. Senza di lui, nessuno avrebbe potuto sospettare che le mafie stessero tentando di mettere le mani sui 15 miliardi di euro che stanno per piovere su Milano per la baracconata di Expo 2015. Invece, vigile come una talpa in letargo, il pio governatore ha ricevuto «segnali da più parti di tentativi molto preoccupanti di infiltrazioni mafiose nei cantieri». Probabilmente, scartando il pesce, dev’essergli capitato un foglio di giornale con uno delle migliaia di articoli usciti negli ultimi due-tre anni sugli allarmi lanciati da magistrati, analisti, forze dell’ordine. Così, vivamente «preoccupato», ha varato in men che non si dica un «Comitato per la legalità» per la «prevenzione al crimine organizzato». Sfumate le candidature dell’eroico Vittorio Mangano, prematuramente mancato all’affetto dei suoi cari, e di Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro, molto devoti anche loro, si è optato alla fine per due ex giudici di chiara fama, Giuseppe Grechi e Salvatore Boemi.
Per non lasciarli soli, i due saranno affiancati da due carabinieri provenienti dal Ros e dal Sisde: il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno. In qualità, si presume, di esperti in materia: si tratta infatti degli stessi Mori e De Donno che nel 1992, subito dopo Capaci e poi anche dopo via d’Amelio, avviarono una trattativa con Vito Ciancimino e i capi di Cosa Nostra, Riina e Provenzano, che avevano appena assassinato Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte: la trattativa del «papello», consegnato da Riina a Ciancimino e da questo a Mori, almeno secondo le ultime rivelazioni del figlio del sindaco mafioso di Palermo. Mori, poi, è stato imputato per la mancata perquisizione del covo di Riina nel gennaio ’93 (assoluzione, ma con pesanti addebiti sul piano disciplinare) e lo è tuttora per favoreggiamento aggravato alla mafia con l’accusa di non aver arrestato Provenzano già nel 1995, quando l’ex mafioso Luigi Ilardo ne segnalò la presenza in un casolare di Mezzojuso al colonnello Michele Riccio.
Ora Mori aiuterà Formigoni a «monitorare, vigilare, studiare le procedure di controllo sugli appalti e dare consulenza alle imprese» perché stiano alla larga dalla mafia. Noi ovviamente non crediamo a una sola delle accuse che pendono sul suo capo, certamente frutto di «teoremi giudiziari» e «giustizia spettacolo», come direbbero Berlusconi e Vendola. Ma una domanda a Formigoni vorremmo porla lo stesso: non le pare che l’uomo che dimenticò di perquisire il covo di Riina, che si scordò di denunciare alla magistratura le richieste estorsive della mafia allo Stato nel famigerato papello, che pensò di combattere la mafia delle stragi trattando con chi le aveva appena realizzate e che è accusato di essersi lasciato sfuggire Provenzano, come sentinella antimafia sia un po’ sbadato?
Non basta il lavoro dei guardiaparco che vigilano nel parco della «Regina Viarum ». E non basta neanche il controllo dei tecnici del Municipio. Sono oltre duemilacinquecento gli abusi edilizi, quindi i fascicoli aperti negli uffici dell’XI municipio, sull’Appia Antica e che si dovrebbero sanare con l’abbattimento.
Una tendenza in continua crescita, visto che solo dal 2007 le opere illegali sulla «Regina Viarum» sono state oltre cento. «Situazioni che stiamo analizzando per capire la gravità e per decidere in che modo possiamo intervenire », racconta Andrea Catarci, presidente del Municipio. «Parliamo ovviamente di illegalità di vario tipo - spiega Massimo Miglio, dirigente dell'ufficio regionale sull’abusivismo edilizio - che vanno dai passi carrabili, alle ristrutturazioni, dalle sopraelevazioni ai cambi di destinazione d’uso». Abusi e microabusi che gravano su una delle strade più «pregiate» del mondo, nonostante i vincoli paesaggistici ed archeologici che dovrebbero proteggerla. Ma è proprio la sua storia millenaria a rendere più facile gli illeciti edilizi, nascosti dietro giardini alberati, monumenti funerari e pietre miliari.
«Proprio per la tipologia della zona - racconta Catarci - completamente all’interno di un parco, una grande area archeologica e paesaggistica dove è facile nascondere gli abusi. Una tendenza che secondo i nostri accertamenti è in continuo aumento, e che noi vogliamo contrastare attraverso una meticolosa operazione di controllo e prevenzione ». Per questo motivo, mentre la Capitale si godrà il silenzio e il riposo della settimana di Ferragosto, la task-force antiabusivismo guidata da Massimo Miglio (è stato il vicepresidente della Regione Lazio, Esterino Montino a dargli la delega a lavorare con i municipi), in collaborazione con Andrea Catarci e Orlando Corsetti (I municipio) si prepara a fare un lavoro di ricognizione completa sull’Appia Antica. E probabilmente proprio sotto il sole agostano qualche veranda abusiva o qualche ampliamento di metratura non consentito sarà demolito.
«Abbiamo duecento richieste di condono - continua Miglio - che impediscono controlli, ma anche eventuali demolizioni, anche su strutture per cui sarà impossibile alcuna sanatoria. Come ad esempio l’ex-Casa del Fascio, di via Appia Nuova, all’interno del Parco dell’Appia Antica, dove hanno ricavato 18 miniappartamenti. Un frazionamento illecito, un cambio di destinazione d’uso che ha provocato il sequestro da parte della Procura di Roma».
Oltre il 70% degli abusi all’interno del Parco e sull’Appia Antica pesano sull’XI municipio. «E la responsabilità penale della materia è tutta in capo ai Municipi - precisa Catarci - per questo abbiamo chiesto 50 mila euro al bilancio di assestamento capitolino: non abbiamo ricevuto nulla, ma in ogni caso dobbiamo continuare il nostro lavoro di controllo e prevenzione sul territorio. Fondamentale sia per ristabilire la legalità urbanistica e quindi il decoro di una zona di altissimo pregio. Sia per dissuadere in futuro altri dal commettere irregolarità».
Per intervenire nei confronti di un abuso edilizio il Municipio ha due strade: l’intervento diretto, oppure può rivolgersi all’ufficio regionale, ma solo dopo aver dimostrato l’eventuale inadempienza del Comune di Roma. «Per operare in questo delicatissimo settore - conclude Miglio - è molto importante conoscere l’urbanistica che è materia davvero complicata. La città di Roma è ormai fuori controllo urbanistico, ma manca una visione puntuale del territorio, bisogna tornare ad occuparsene ».
Nel giorno in cui in questo paese la condizione di clandestinità diventa reato Fini e Napolitano onorano la memoria degli italiani morti a Marcinelle, emigrati in cerca di lavoro e sepolti nella tomba di una miniera cinquant’anni fa. È una piccola Italia questa che dimentica Little Italy, Rocco e i suoi fratelli, Pane e cioccolata. Da Sud a Nord, da Est a Ovest. Stranieri siamo tutti, lo siamo stati - additati per strada - appena ieri. Scrive oggi nel blog una lettrice, Concetta: «In Svizzera gli italiani li chiamano “tschinke”. Pare derivi da “cinque” perché i primi immigrati giocando a dadi invocavano l’uscita del 5, venivano perciò identificati col suono di quella parola. Per gli svizzeri equivaleva a “zingari”, “pezzenti”. Ma non a “delinquenti” perché i delinquenti fanno paura e quelli veri venivano solo denunciati, non aggrediti. I semplici “tschinke”, invece, venivano offesi e maltrattati e anche picchiati (in gruppo, di solito). Gli italiani - del Nord (quanti veneti!), del Sud e delle Isole - le hanno subite queste cose e se le ricordano. Ma avevano sempre un atteggiamento dignitoso, onesto ed erano alla lunga affidabili. Gli svizzeri se ne sono accorti anche se periodicamente, ogni due tre anni, c’era il Bossi della situazione (Schwarzenbach, si chiamava) che proponeva un referendum per cacciarli. Andava in tv in cravatta nera. Aveva argomenti del tipo “bisogna aprire le porte, ma non abbattere le staccionate” e una volta disse che bisognava tenere i laureati (aveva molto a cuore i medici, mi ricordo) e rimandare in patria gli altri». Noi teniamo le badanti, abbiamo molto a cuore loro.
È una piccola ipocrita Italia quella che finge di concedere l’accesso ai regolari e poi li truffa e li costringe alla clandestinità, come accade a San Nicola Varco - ci racconta in una bellissima inchiesta Gabriele Del Grande - ma anche nelle periferie e nelle campagne del Nord. Si fa così: un’azienda chiede di assumere immigrati dalle “quote”, li chiama attraverso intermediari (il servizio ha un prezzo, l’immigrato paga), loro arrivano in aereo e con le carte in regola, quando sono a destinazione si accorgono che la ditta che li ha chiamati non esiste. Vuoto, niente: non c’è. Otto giorni e diventano clandestini, sfruttabili per la raccolta di pomodori, per l’edilizia e certo per la manovalanza del crimine, se disperati, davvero a poco prezzo. Basterebbe andare a vedere, controllare, avere, anziché ronde in costume, un servizio pubblico di polizia messo in grado di lavorare con dignità in modo capillare: sarebbe facile allora sapere cosa accade davvero attorno a noi, dietro e oltre il terrore per lo straniero che ogni giorno si instilla. Alessandro Dal Lago, sociologo, racconta di quel che già succede a Genova e profetizza che il reato di clandestinità avrà il solo effetto di far nascondere i clandestini. Un popolo invisibile, braccato e ricattabile. Preda di chi voglia servirsene. A volte sarebbe sufficiente ascoltare la lingua del popolo: Anna Finocchiaro ci racconta dei «cristiani» di Sicilia, cristiani che vuol dire persone, cristiani bianchi e neri. Musulmani, comunque cristiani. Parlando di cinema, del Padrino e di Sacco e Vanzetti, Alberto Crespi conclude che sì, abbiamo esportato in America sia mafiosi che anarchici. I mafiosi sono stati trattati molto meglio.
Il premier sulle escort: "Non sono ricattabile". Il Pd: pronti a mobilitarci
Un uomo politico che di criminali se ne intende, come provano le condanne inflitte per reati molto gravi ad alcuni dei suoi più stretti amici, ieri si è permesso di attaccare i cronisti politici di Repubblica, indicandoli così: «Quelli sono dei delinquenti».
Bisogna risalire a Richard Nixon nei nastri del Watergate per trovare un simile giudizio nei confronti di un giornale. Oppure bisogna pensare alla Russia dove impera a carissimo prezzo la verità ufficiale di Vladimir Putin, non a caso amico e modello del nostro premier.
Questa isteria del potere rivela la disperazione di un leader braccato da se stesso, con uno scandalo internazionale che lo sovrasta mandando a vuoto il tallone di ferro che schiaccia le televisioni e spaventa i giornali conformisti, incapaci persino di reagire agli insulti contro la libertà di stampa.
Quest´uomo che danneggia ogni giorno di più l´immagine del nostro Paese e toglie decoro e dignità alle istituzioni, farà ancora peggio, perché reagirà con ogni mezzo, anche illecito, al potere che gli sta sfuggendo di mano, un potere che per lui è un fine e non un mezzo.
Noi continueremo a comportarci come se fossimo in un Paese normale. In fondo, questo stesso personaggio ha già cercato una volta di comperare il nostro giornale e il nostro gruppo editoriale, ed è stato sconfitto, dopo che – come prova una sentenza – con i suoi soldi è stato corrotto un magistrato: a proposito di delinquenti. Non tutto si può comperare, con i soldi o con le minacce, persino nell´Italia berlusconiana.
Il discorso pubblico sull’Unità d’Italia è rapidamente scivolato nel discorso sulla sua disunione. Non c’è da meravigliarsene: si parla sempre del medesimo oggetto, del ruolo che la politica ha, o non ha, nella vita del nostro Paese.
Alla sua origine l’Unità fu l’esito di un’azione politica, non di una necessità storica: nonostante le grandi narrazioni delle intelligenze più generose e progressiste, da Mazzini a Manzoni, non vi era un’Unità in potenza, un popolo unito dalla storia, pronto a diventare una realtà effettuale. Quando l’Italia fu fatta, fu chiaro ai suoi stessi artefici che si trattava di una arrischiata scommessa, di uno Stato nazionale senza Nazione.
Fatta l’Italia, toccò alla politica fare anche gli Italiani. Il che avvenne – al prezzo di dolorosissime esclusioni (i milioni di emigranti) – attraverso le istituzioni (dal Parlamento nazionale ai Regi Licei al Regio Esercito), ma anche con la nazionalizzazione delle masse (indotta dalle mitologie patriottiche postrisorgimentali, e dalla Grande Guerra), col nazionalismo sociale e imperialistico del fascismo, e infine con la democrazia. Nella quale la forza civile di una cittadinanza pensata finalmente per tutti si è combinata con la formidabile potenza inclusiva del capitalismo, in un rapporto di dura competizione ma anche di collaborazione con le rappresentanze politiche del lavoro (sindacati e partiti di sinistra), sotto la garanzia della Democrazia Cristiana.
È da questa modernizzazione democratica – all’insegna dello Stato sociale, della produzione, e dei consumi – che sono risultati gli Italiani: che sono oggi una società di massa occidentale, e quindi relativamente omogenei quanto a cultura, lingua, stili di vita, esperienze, aspettative. Ma mentre, durante la Prima Repubblica, venivano fatti gli Italiani, era scarsamente manutenzionata l’Italia politica: la sua esistenza veniva data per scontata, e non era un vero problema. Anche il suo funzionamento pareva accettabile: dopo tutto, le istituzioni democratiche e l’Unità d’Italia sembravano avere retto bene o male, le prove del dopoguerra: i separatismi, le contrapposizioni ideologiche, i terrorismi, le rivoluzioni di costume (anche le Mafie, benché mai sconfitte, parevano entità parassitarie, in fondo subalterne, rispetto alla forza della democrazia).
Che dietro agli Italiani ci fosse in realtà poca Italia – che l’omogeneità della società di massa fosse percorsa da contraddizioni e da scomposizioni che sempre meno trovavano sintesi politica – è apparso chiaro quando, dopo la paralisi dei partiti costituzionali negli anni Ottanta, e dopo le inchieste giudiziarie degli anni Novanta, su questa Italia si è abbattuta una politica giocata sulla forzata contrapposizione e sulla strumentale mobilitazione permanente di una parte degli Italiani contro l’altra (dei ‘liberali’ contro i ‘comunisti’): la politica di Berlusconi. Cioè, paradossalmente, di un uomo che molto ha contribuito con le tv commerciali all’unificazione, e all’omologazione, degli Italiani, a renderli ciò che oggi sono; e che all’Italia – trasfigurata in uno slogan sportivo – ha intitolato il proprio partito, e dedicato la dichiarazione d’amore con cui ha iniziato la sua carriera politica ("l’Italia è il Paese che amo").
Fino a quando Berlusconi ha conservato il suo potere politico, l’italianità fittizia – di cui egli produceva la rappresentazione con le sue televisioni, e con la sua stessa persona, dilatata a icona in cui gli Italiani si immedesimavano – compensava, apparentemente, le divisioni che egli creava, o che acuiva, fra gli Italiani; e col suo populismo egli in parte copriva, o almeno lo pretendeva, anche l’indebolimento delle istituzioni democratiche, il deficit di spirito pubblico e di patriottismo costituzionale dell’Italia politica, che il suo stile di lotta e di governo produceva o accelerava.
Ma oggi il suo potere si è parecchio affievolito, tanto per le sue vicende private (che egli stesso ha da sempre voluto far valere come pubbliche, e che ora gli si rivoltano contro, in patria e all’estero) quanto per la crescente difficoltà che egli incontra a supplire con la sua fittizia immagine unitaria d’Italia le lacerazioni reali che la crisi economica, poco governata, induce e amplifica fra gli Italiani. I quali restano sì uniti dallo stile di vita, dalla cultura, dalla lingua, ma si dividono per redditi, per interessi sempre più parziali e confliggenti, secondo linee di frattura sia sociali sia locali.
Mentre barcolla la sua capacità di produrre identificazione simbolico-emotiva per gli Italiani, Berlusconi si trova di fatto a inseguire i suoi alleati che scommettono sulla frammentazione e sulla divisione d’Italia: ovvero tanto la Lega Nord, alle cui assurde provocazioni su dialetti e territori non ha saputo opporre una risposta dignitosa (e del resto l’incalzante offensiva leghista sulle gabbie salariali e sul tricolore fa parte di una calcolata strategia di disunione), quanto l’embrione della Lega Sud, ricettacolo di antiche e nuove clientele notabilari e frustrazioni popolari, che egli ha per ora tacitato elargendo denari virtuali.
È dunque l’attuale estrema debolezza della politica – prima di tutto del governo e del premier, ma anche dell’opposizione, tutta presa dalle sue interne difficoltà – a far dire che oggi esistono sì gli Italiani, ma che nel frattempo, cosa impensabile ai tempi dell’Italietta del cinquantenario (nel 1911) e dell’Italia del boom del centenario (nel 1961), l’Unità d’Italia è tornata a essere un problema politico, serio e incombente.
Stagione terribile per il lavoro. Ogni giorno l'elenco delle società che chiudono i battenti si allunga, accompagnato dallo scempio di professionalità, che si tratti di ricercatori o di operai. Eppure, c'è chi ci racconta che il peggio della crisi è passato, magari perché quelle banche che tanta responsabilità hanno nella crisi, salvate con i soldi dalla collettività, riprendono a girare con gli stessi meccanismi taroccati di sempre. Pazienza se gli effetti sociali dello tsunami finanziario e industriale stiano cominciando a precipitare proprio ora. Ebbene, se in una stagione come questa arrivano delle mezze buone notizie, siano le benvenute.
La prima mezza buona notizia è che per la Innse una soluzione produttiva esiste, grazie a un'offerta d'acquisto avanzata da una società italiana di reindustrializzazione. Dunque, non è vero che l'unico modo per rendere produttiva quella fabbrica consista nella svendita delle macchine a un rottamatore, e dell'area in cui sorge, una volta «liberata» dagli operai, agli speculatori. È una mezza buona notizia, perché fino al momento in cui scriviamo questa proposta non è stata presa sul serio dalle istituzioni locali, quelle che fanno le gradasse con la lombarditudine e poi sottostanno agli input leghisti e romani. Come se la proposta d'acquisto della Innse minacciasse di rovinare le vacanze a presidenti e consiglieri accaldati che avrebbero preferito mettere una croce sopra la vecchia Innocenti e i 49 combattenti che la difendono. Cosicché, la polizia al servizio del rottamatore non è ancora stata tolta dai cancelli. È normale che i cinque operai arrampicati sul piano ponte proseguano la battaglia, insieme ai loro compagni ai cancelli.
La seconda mezza buona notizia viene da Torino: al termine di una lotta durata 5 anni, fatta di sacrifici e persino di rinuncia alla liquidazione per pagarsi l'amministrazione straordinaria, 1.137 operai dello storico marchio del carrozziere Bertone potranno tornare al lavoro. Sotto un altro padrone, la Fiat di Marchionne. Anche questa notizia, pur nella sua straordinarietà, è buona per metà: la Fiat compra a Grugliasco e vuole chiudere a Imola la Cnh e la produzione di automobili a Termini Imerese. E ancora, se è vero che a Grugliasco Marchionne intende produrre per il «suo» nuovo marchio, la Chrysler, le vetture che usciranno dalle linee di montaggio saranno modelli ecologici, oppure suv?
La terza buona notizia arriva dall'isola di Wight. Da giorni oltre 600 lavoratori occupano un impianto di produzione di energia eolica che una multinazionale danese, colosso europeo del settore, vorrebbe chiudere. La parte buona di questa storia è data dal fatto che, insieme agli operai, stanno presidiando l'impianto gli ambientalisti inglesi. Segno che il conflitto tra ambiente e lavoro può essere evitato e la solidarietà è ancora possibile. La parte negativa della storia sta nel fatto che un esito positivo della lotta non è ancora arrivato.
Morale? L'unica possibile è che, invece di affidarsi al destino o al buon cuore dei padroni dell'economia e dei loro delegati in politica, bisogna battersi per riprendersi in mano il futuro. Qualche volta si può anche vincere.
Le favole sono sovente metafora della realtà od anche lettura mascherata dell’inconscio. Ce lo fa venire in mente Angelo Panebianco ("Corriere" del 3 u.s.) quando ripropone la versione di una sinistra sovrastata "dall’ingresso in politica dell’Uomo Nero Silvio Berlusconi", paralizzata "di fronte all’Orco, simbolo di tutti i vizi e le turpitudini del Paese", tanto infantile da raccontare da quindici anni questa fiaba ai propri elettori. Così precipitando nella rovina, ingannata per sovrappiù dai "giornali di riferimento", alias "la Repubblica", che in questo scenario svolge evidentemente la parte del Lupo, con le sue astute lusinghe intento ad adescare la sperduta bambina nel bosco, l’innocente Cappuccetto Rosso.
Può spiacere - e a me personalmente spiace - che uno studioso di scuola liberale sostituisca i fratelli Grimm ad Hayek e Popper, ma cosa non si farebbe al giorno d’oggi nel regno degli struzzi, pur di non porsi il problema di Berlusconi, del significato del suo agire politico, della sua concezione dell’etica pubblica? Riluttanti, quindi, nel riconoscere l’incolmabile antinomia, creata tra comportamenti, pulsioni, proponimenti del Cavaliere e principi irrinunciabili di uno stato liberale: la separazione dei poteri e il loro dialettico rapporto, l’indipendenza della magistratura, il rispetto dei diritti dell’uomo, come individuo e come cittadino, come credente e come ateo, la libertà dell’informazione, sia pur spiacevole ai governanti, la gelosa custodia dei diritti delle minoranze, evitando ogni dittatura della maggioranza.
Basta scorrere le cronache dell’ultimo quindicennio per percepire quanto siano lontane e avverse a tutto ciò la concezione e la pratica berlusconiana del potere. Questo non fa del premier un Orco o un Uomo Nero ma un "monstrum", nel senso latino della definizione (vedi dizionario Georges-Talonghi). Cioè una figura che può essere mostruosa in quanto diversa, ma altresì vista come "strana", "prodigiosa" e persino "meravigliosa", tutti aggettivi che i tanti fans possono, dunque, tranquillamente attribuire al loro Capo: ferma restando la piena attinenza del giudizio espresso da quanti, per contro, paventano il picconamento dello stato liberale e, senza abbandonarsi ad affabulazioni, percepiscono e giudicano il Demolitore come un personaggio alieno alla nostra vicenda nazionale quanto avverso ai valori sui quali, dalla Destra storica alla Repubblica democratica e solidale, era venuta tessendosi la trama dell’unità d’Italia.
C’è bisogno di una casistica per rammentare che Berlusconi, "scendendo in campo", segnò l’avvento al governo della Repubblica dell’uomo più ricco d’Italia, le cui fortune erano in primo luogo determinate dal controllo pressoché monopolistico delle televisioni private e, ben presto, pubbliche, una lesione gravissima che anziché suturata è stata col tempo vieppiù aggravata? Sono ben conscio, ripetendo queste cose ormai vetuste, d’incorrere nella conclamata noia di quanti amerebbero esistesse una decorrenza dei termini anche per la denuncia giornalistica delle pubbliche indecenze, Ma questo benefit mediatico, se è entrato ormai nell’uso di tante anime prudenti, seguita pur sempre a scontrarsi con la testarda reiterazione della denuncia da parte di qualche residuo manipolo di spiriti critici, vocati ad infastidire i potenti.
Così, sotto analoga rampogna, cade chi ancor rammenta le infinite vicende giudiziarie di un premier sfuggente a ogni processo, ed elenca le sentenze abortite per decorrenza dei termini o per prescrizione, per patteggiamento o per sospensione del giudizio (legge Alfano), per intervenuta legislazione ad personam o per indulto. E che sequela di campagne contro la magistratura, indicata al popolar ludibrio, e quanti fendenti alla giurisdizione e quante riforme tese a soggiogare l’indipendenza di giudici e procuratori.
Insomma, Silvio Berlusconi non è - e ha dimostrato di non saperlo, e di non volerlo neppure diventare - un normale leader della destra democratica europea. Non è un Sarkozy, una Merkel, tanto meno un David Cameron, il distinto conservatore, capo dell’opposizione di Sua Maestà, la regina Elisabetta. Per questo non è l’opposizione ad aver le traveggole e ad inventarsi l’Uomo Nero, ma l’aliena natura politica e morale del Cavaliere a rendere la contesa politica italiana simile alla commedia greca (o all’opera dei Pupi?) con personaggi contrapposti, inchiodati a un ruolo e a una maschera fissi, senza variabili all’orizzonte.
Obiettano, peraltro, Panebianco e molti altri che il popolo è con Lui.
Lo vota, lo plaude e quando pronuncia quattro paroline magiche - «non sono un santo» - anche di fronte "alla sua disordinata e sconsiderata vita privata", gli fa l’occhiolino e si sente complice. Una volta ancora la sovrapposizione tra pubblico e privato provoca stravolgimenti di giudizio. Un uomo politico, tanto più un leader, non può non aver presente il pubblico giudizio anche quando agisce privatamente. Da questo punto di vista, il suo diritto alla privacy risulta affievolito. Berlusconi avrebbe dovuto saperlo in partenza, ma anche in questo caso la sua "alienità" o "anti-politicità" che dir si voglia, lo ha assai mal consigliato. Se fosse rimasto solo un tycoon della Tv commerciale e avesse voluto trascorrere le notti nelle sue ville e palazzi tra escort, ballerine, ruffiani e attricette, sarebbe stato affar suo e solo la moglie e i figli avrebbero avuto diritto a protestare.
Come ricca di precedenti sarebbe apparsa la promessa alla favorita del momento di un provino o di una particina. Ma così non è: un presidente del Consiglio che trasforma la sue dimore ufficiali, vigilate in permanenza da carabinieri e servizi segreti, in rutilanti set dove si sfiora l’orgia collettiva e dove la fiction erotica si trasforma in reality, promette seggi a Strasburgo, partecipa a ludici incontri in una capitale della camorra per festeggiare un protetta che compie la maggiore età, rivela di considerare l’etica pubblica alla stregua di un satrapo asiatico dotato di potere assoluto.
Del tutto ignaro della prudenza di comportamento e di rapporti propria dell’uomo di stato occidentale. Per cui, se un rimprovero si può muovere alla opposizione in questo caso, è di essersi attenuta ad una timidezza eccessiva, ai limiti del timore. Altro che di aver cavalcato il moralismo. Aggiungo, a scanso di equivoci, che tutto quello che son venuto fin qui elencando non cancella affatto il giudizio critico sulla insipienza tante volte analizzata delle confuse e contraddittorie velleità della minoranza riformista, sulla sua incapacità di sfuggire al populismo dipietrista, sulla sua carenza di proposte autonome anche in materia di giustizia.
Per contro, di fronte alla noncuranza di certi commentatori liberali, c’è da chiedersi se considerino accettabile il concetto berlusconiano di maggioranza, come potere sottratto a vincoli, norme, contrappesi ed efficaci istituti indipendenti di garanzia e, soprattutto, dominus della Tv. Eppure proprio questa è la filosofia di questo singolare imprenditore che ha trasformato la sua Mediaset in un partito politico. Di qui la convinzione che lo Stato altro non sia che una azienda, più o meno con le stesse regole di governance: fino a quando è lui il padrone, è lui che comanda. Gli avversari, se vogliono sostituirlo, lancino una Opa ostile, se ce la fanno si prendono il pacchetto di maggioranza con quel che segue. Se no, se ne vadano con le pive nel sacco.
Ha un senso in questa situazione suggerire un riformismo di ricasco, che si accodi alla maggioranza, contrattando su qualche briciola di benevolenza padronale? O anche contrapporre il consenso di cui gode il leader alle inutili velleità di una opposizione destinata a restare minoritaria? A chi sostiene una simile arrendevolezza val forse la pena ricordare che anche Mussolini godette per lunghi anni del consenso degli italiani ma l’esigua opposizione non avrebbe mai conosciuto il giorno della rinascita se si fosse rifugiata in un silenzio senza futuro. Paragone forse azzardato perché Berlusconi non è Mussolini e l’opposizione vegeta nei dintorni del Palazzo e non in esilio, ma per favore non spieghiamo tutto ciò con la sindrome dell’Uomo Nero e dell’Orco mangiabambini.
Non poteva esserci più singolare coincidenza nella vicenda della Innse, la storica fabbrica meccanica milanese della quasi contemporanea approvazione da parte della regione Lombardia del cosiddetto piano casa. Nella vicenda da una parte ci sono persone in carne ed ossa che tentano di difendere il proprio lavoro, il proprio sapere, la propria dignità. Dall'altra parte il proprietario, uno dei tanti esponenti della "classe dirigente" cui sarebbero affidati i destini del futuro dell'Italia. Anzi, un esponente molto rappresentativo, poiché ha venduto alla chetichella i macchinari e ora vuol farci una delle infinite speculazioni immobiliari cui siamo abituati in questi anni di delirio del cemento.
Ma nella vicenda c'è anche il "potere pubblico", comune e regione Lombardia, quello che ai sensi della Costituzione repubblicana dovrebbe tutelare gli interessi della collettività. Il primo, il comune assiste senza intervenire sperando che dalla consueta valorizzazione immobiliare arrivi qualche soldo nelle sempre più esangui casse pubbliche. La regione, invece interviene. Eccome. Ha approvato il 16 luglio scorso il piano per il rilancio del settore dell'edilizia. Prevede, tra le altre sconcezze, che i proprietari di immobili produttivi possano aumentare la volumetria esistente (nel caso delle vecchie fabbriche è enorme!) del 35% e cambiare la destinazione d'uso da produttiva a residenziale. Per farlo basta soltanto una semplice deliberazione del consiglio comunale che lo consenta (comma 5 dell'articolo 3). E, dati i rapporti di dipendenza della politica dall'economia, c'è da giurare che tutti i comuni si precipiteranno a consentire la dismissione degli impianti produttivi. La regione Lombardia così silenziosa nella vicenda Innse, è stata invece molto efficiente nel tutelare gli interessi degli speculatori.
Altri palazzi, allora, per la felicità degli energumeni del cemento. Come dare torto al proprietario, al secolo Silvano Genta, se manda a casa gli "esuberi" e si mette a fare speculazione immobiliare? Fare impresa significa investire, innovare, essere in grado di valutare opportunità di mercato. Un mestiere difficile in cui si rischia continuamente. Molto più comodo e senza rischi fare speculazione edilizia. Del resto era stato il piano casa del governo nazionale serviva soltanto a questo, a premiare le grandi proprietà immobiliari; le grandi catene dei supermercati sempre più in difficoltà; le grandi catene di alberghi; i proprietari di grandi fabbriche dismesse.
Ma ancora non bastava. I famelici "imprenditori" nostrani non erano evidentemente soddisfatti ed hanno imposto e ottenuto un altro enorme regalo per la rendita. I primi due scudi fiscali, e cioè il ritorno dei capitali illegalmente esportati all'estero, furono preparati dal ministro Tremonti a partire dal 2001. Rientrarono circa 80 miliardi di euro e non furono utilizzati per investimenti produttivi. Lo disse anche un berlusconiano di ferro come Vittorio Feltri. Ecco un passo dell'editoriale di Libero del 10 aprile 2005: «Berlusconi e Tremonti hanno agevolato il rientro dei capitali dall'estero imponendo una tassa ridicola. I capitali sono rientrati, ma non erano certo i soldi della signora Maria, bensì dei ricchi. E non sono servito a rilanciare l'economia, semmai ad incrementare gli investimenti immobiliari, sicché gli immobili sono aumentati vertiginosamente di prezzo, rendendo impossibile l'acquisto ai non miliardari». Parole sante, ma oggi che si è varato il terzo scudo fiscale tutti zitti. Come sulla vicenda Innse. Un altro fiume di denaro sarà indirizzato verso gli investimenti immobiliari. Mentre l'Europa cerca di costruire un'uscita produttiva dalla crisi, l'Italia berlusconiana è preda della rendita speculativa immobiliare. Un paese senza futuro.