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Il servizio è aperto da un corsivo di Michele Fullin dedicato a raccogliere le opinioni (per fortuna tutte contrarie) alla stravagante proposta di un albergatore il quale vorrebbe promuovere l’apertura- a pagamento – delle case dei veneziani ai turisti.

IL BOOM DELL'EXTRALBERGHIERO NEGLI ULTIMI 10 ANNI

(da.sca.) Due date: 1962 e 1997. Sono gli anni in cui vengono approvati il Prg del Comune di Venezia e la Variante per la Città antica. La prima importante delibera (sindaco Favaretto Fisca, giunta Dc) blocca di fatto l'aumento delle strutture ricettive per turisti e persino i passaggi di categoria. Trentacinque anni dopo, l'amministrazione Cacciari adotta la Variante che viene approvata in Regione alla fine del 1999. Gli effetti di questa delibera, nata con lo scopo di salvaguardare le caratteristiche strutturali e distri butivedegli edifici veneziani e la residenza, sono in realtà di segno opposto. La nascita di attività alberghiere ed extralberghiere viene agevolata, si riducono i requisiti personali del titolare e quelli tecnici delle strutture, viene dato vigore al cambio d'uso degli immobili e si autorizza la trasformazione degli edifici in esercizi ricettivi. Risultato: in centro storico in poco più di tre anni la ricettività aumenta del 30 per cento, gli esercizi extralberghieri (sud divisi in ben 12 tipologie) registrano un grande balzo, passano da una sessantina a quasi 500 e soprattutto, si stima, in questa fase sono state sottratte alcune centinaia di appartamenti al precedente uso abitativo residenziale.

Tutto questo lo dice, chiaramente, uno studio del Coses, il Centro ricerche controllato da Provincia e Comune. La ricerca, pubblicata nell'aprile 2004. si chiama "Venezia sistema turismo: le dinamiche dell'offerta" (a cura di Zanon, Barbiani, Aliprandi). Da Cacciari 1997 a Cacciari 2006, dunque: nemmeno dieci anni dopo l'amministrazio ne comunale, tramite l'assessore Bortolussi, chiede ora regole certe per limitare il proliferare di strutture che tolgono residenzialità. Ma l'impressione è che si chiuda la stalla quando i buoi sono scappati. Nel frattempo l'extralberghiero è proliferato, ma so prattutto sono proliferate le strutture abusive. Che la realtà sia andata in contrasto alle intenzioni della Variante, lo dice lo stesso studio del Coses. È vero che ad esempio quella Variante, limata poi da un'altra delibera del 2003, escludeva il cambio di destinazione da abitativo a ricettivo se l'unità immobiliare era inferiore ai 120 metri quadrati, ma è altrettanto vero che la delibera, scrive il Coses, «include una norma che prevede che non possa essere interrotto l'iter delle richieste già presentate all'ammunistrazione», che negli anni si sono moltiplicate. Insomma, con una mano si è tolto e con l'altra si è dato. La legge, poi, è stata aggirata con mille escamotage. Nell'ultimo decennio c'è stato l'ultimo decennio c'è stato chi ha be­neficiato dei contributi di Legge spe­ciale per i restauri per ristrutturare immobili poi destinati al turismo e a goderne, tra gli altri, sono state anche le categorie artigiane che operano nel settore. «Non ci si può stupire - dice infatti lo studio - nel constatare che le operazioni di ristrutturazione volte a incrementare l'offerta ricettiva abbia­no attraversato un periodo di eccezio­nale effervescenza... Con l'adozione della Variante al Prg della Città anti­ca, quanti nel frattempo avevano ma­turato progetti imprenditoriali nel set­tore alberghiero, hanno colto l'occa­sione per realizzarli». Dunque, ricapi­tolando, chi ci ha guadagnato di più nella trasformazione urbana che si è realizzata negli ultimi decenni? L'elenco è semplice: gli albergatori, i quali hanno vissuto una continua cre­scita (visto che, con l'aumento della domanda turistica, il tasso di utilizza­zione delle strutture ricettive è passa­to dal 50 per cento alla fine degli anni Settanta al 70 per cento del 1997); le imprese del settore edile con il loro indotto e i subappalti legati all"'effer­vescenza" del mercato delle ristruttu­razioni; i proprietari di immobili che hanno beneficiato di una bolla specu­lativa con i prezzi lievitati grazie alla

trasformazione turistica di edifici «che un tempo erano destinati al set­tore terziario» (lo dice sempre il Co­ses); la grande finanza immobiliare che «ha manifestato particolare inte­resse per l'investimento nel settore turistico che, in termini di valore, si è apprezzato ancora più del settore de­gli uffici». Senza contare le altre cate­gorie legate al turismo.

E chi ci ha perso? Anche qui le con­clusioni sono nelle parole del Coses. Il proliferare di appartamenti turistici più o meno alla luce del sole, ha eroso zone sempre più "veneziane". «La rin­corsa a utilizzare tutto lo spazio che si rende disponibile - scrive il Centro studi - sottraendolo a precedenti fun­zioni urbane, spinge gli operatori a collocare ovunque unità ricettive, fin negli angoli più remoti: i nuovi eserci­zi, soprattutto extralberghieri, sono un numero molto rilevante e le zone centrali, o lungo gli assi più importan­ti, sono già sature». Il risultato è, come dimostra il grafico in alto, che l'espan­sione turistica erode sestieri popolari come Castello, Cannaregio e alcune isole della laguna. Il confronto tra chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso è quindi la risposta a chi si chiede per­ché, in tanti anni, la tendenza non si sia mai invertita.

I BENEFICI DEL SETTORE RICETTIVO

NON SEMPRE SI RIVERSANO SULLA CITTÀ

di Isabella Scaramuzzi

La legge arriva fin dove può. Molto più potenti sono la pressione economica e il talento per l'abuso. Storia vecchia. La polemica sul B&B infuria nuovamente su Venezia, ma è come i tornado negli Usa: fre uenti, dannosi, poi passano. Ci siamo abituati. Ciò detto, quando si tratta di abusi, di frodi, di violazioni patenti delle leggi perché prendersela con le regole? Se la dizione 'propria abitazione' della legge attuale sui B&B fosse interpretata come abitazione in cui il conduttore ha la propria residenza anagrafica la regola sarebbe chiara anche se forse insufficiente. Venezia la salunga sull'abilità di intestare seconde e terze case ad anziane zie che fingono di risiedervi. Ignorare la legge e frodare il fsco non significano che la legge sia cattiva o confusa. Non dico niente di nuovo neppure se ricordo che le unità abitative non sono affittacamere ed entrambi non sono B&B: mescolare tutto l'extralberghie.ro in un gran calderone, straccia ogni pretesa di ragionamento utile sull'espansione della ricettività - il vero tema- e sulle imprese di conduzione, in un sistema economico che nella nostra provincia e nel capoluogo è uno dei più rilevanti e dei più facili'.

La straordinaria dinamica dei posti letto, in comune, si è manifestata a ridosso del nuovo piano regolatore, nel 1999; un combinato disposto tra regole urbanistiche locali e regole turistiche regionali, poiché anche la legge regionale 49 è del 1999. Su entrambe le regole, si è stesa la benedizione del Giubileo 2000, che ha 'drogato' in tutto il Paese, una esplosione di ricettività, anche alberghiera, spesso generosamente sovvenzionata.

E’ successo, insomma, al volgere del secolo, quello che per quasi 30 anni non era accaduto, l'aumento dei posti letto in città antica, e con essi la possibilità che molti dei pendolari 'involontari' (i tanto criticati mordi e fuggi) potessero pernottarvi, avendo più scelta nel rapporto qualità prezzo. Il blocco dell'offerta era stato spesso indicato come una tra le ragioni di overflow della domanda: si andava a dormire a Mestre, ad Abano o a Jesolo anche perché Venezia era satura o troppo esosa. Adesso che ci sono almeno 4.000 mila nuovi posti letto (per stare solo alle cifre ufficiali), tutti si lamentano lo stesso.

In quello che si definisce lo 'spirito della legge', il B&B, e anche l'affittacamere e le unità abitative non classificate, dato il vincolo rigido del numero di letti, sono pensate come attivi tà famigliari, non Iva, destinate per definizione ad integrare redditi. Sono una delle soluzioni più immediate per catturare i henefici della pressione turistica, che non conosce declino in un luogo altamente attrattivo. Diciamo che diffondono tali benefici, senza chiedere eccessi di investimento o di specializzazione imprenditoriale: in questi termini possono anche essere la porta di accesso ad attività più strutturate. secondo la fisiologia della crescita economica.

Possiamo discutere, come si era cominciato a fare nel 1999 (che anno catartico!), con lo studio del Coses sulle 'case dei turisti' (Manente e Scaramuzzi, 1999, Il Mulino Bologna), sulle convenienze economiche, fi scali, sociali di queste forme quasi-imprenditoriali, quest' area malva dell'economia turi stica che, sul litorale veneziano, è straordinariamente rilevante. Nel caso della città antica, dovremmo discutere se la manutenzione, costosissima, della risorsa primaria e insostituibile costituita dal patrimonio immobiliare veneziano sia 'pagata' anche da questi quasi-imprenditori o dai loro 'sostituti impropri': le società di comodo o gli albergatori in incognito, con la bauta per non essere riconosciuti. Abusi, elusioni e frodi a parte è questo uno dei modi in cui il turismo conserva Venezia.

Postilla

Gli eventi sintetizzati nella nota di da.sca. sono senz'altro esatti: per la prima volta la stampa locale fa il punto di una situazione grave della città storica, e ne attribuisce le responbsabilità ai veri responsabili. Ma trascura un elemento che rende più chiaro il quadro.

La variante al PRG per la città storica approvata dalla Regione nel 1999, cui giustamente lo studio del COSES atribuisace la responsabilità del boom degli affittacamere, è il risultato di una profonda deformazione compiuta dalla prina Giunta Cacciari di uno strumento urbanistico che era stato formato e adottato dalle giunte che l'avevano preceduto con obiettivi radicalmente diversi. Il nuovo piano per la Città storica, di cui la Giunta Rigo-Pellicani (assessore all'urbanistica Edoardo Salzano) aveva preparato gli elaborati tecnici, che la Giunta Casellati (assessore all'urbanistica Stefano Boato) aveva completato e portato all'attenzione del Consiglio comunale e della città, che la giunta Bergamo (assessore Vittorio Salvagno) aveva fatto adottare al Consiglio comunale, fu revocata dalla giunta Cacciari (assessore Roberto D'Agostino) e profondamente snaturata proprio eliminando le norme che avrebbero consentito una rigorosa tutela della residenzialità contro l'invasione del turismo. I particolari sono raccontati nelle denunce, ad opera soprattutto di Luigi Scano, una delle quali è inserita qui.

PALAIA. Le mura esterne hanno un colore indistinto, alcune sono scrostate o cadenti; i tetti in più punti mostrano cedimenti. Lo scenario è vuoto, nel corridoio selciato che attraversa il borgo di Villa Saletta. Una cittadella inanimata in realtà, che si staglia in alto sulla collina lungo la strada palaiese. Risale al mille il suo primo nucleo, fatto costruire dal vescovo di Lucca Guido. Cresciuta nel medioevo (insieme alla tenuta), più tardi parte delle costruzioni borgo nacque per volontà dei Medici, che ne furono proprietari nel milleseicento. Poi la cittadella passò ai Riccardi e da questi alla famiglia Niccolai Gamba Castelli. Il resto è storia recente, che ha visto la villa e la tenuta passare da una società inglese (già proprietaria di una catena di alberghi) a un’altra, che ha diviso il patrimonio in tre società: Fattoria Villa Saletta, Frantoio Villa Saletta, Hotel Borgo Villa Saletta. Un progetto che inizia sette anni fa e che traghetterà (per il 2011) il borgo millenario verso scenari internazionali: lo riporterà a nuova vita, spiega l’amministratore delegato delle tre società, il 43enne newyorkese Douglas Platt, conservandone la struttura ma lanciandola nel mondo del super lusso. L’investimento previsto è di oltre duecento milioni di euro. E le aspettative di nuova occupazione sono stimate in cinquecento posti di lavoro: 250 diretti (come camerieri, inservienti, cuochi, receptionist nell’albergo) e 250 indiretti, soprattutto nell’ambito del catering. L’imperativo: conoscere la lingua inglese.

Ma se quello che si prospetta come epilogo per il borgo di Villa Saletta è improntato nelle migliori direzioni, dalla fine degli anni Novanta il complesso millenario ha vissuto nel bel mezzo di un’altalena di progetti mancati e iter autorizzativi del Comune mai giunti concretamente in porto. «La proprietà precedente a quella attuale - spiegano il sindaco di Palaia Alberto Falchi e l’ingegner Borsacchi dell’ufficio tecnico comunale - aveva presentato un progetto per fare della villa un complesso turistico ricettivo con centro benessere, campi da golf. Ma i pareri favorevoli all’iter autorizzativo che il Comune aveva emesso sono rimasti lettera morta. Quella società non ha mai chiesto concessioni». E il borgo è rimasto lì, in decadenza.

Come spesso accade, la svolta è frutto del caso. Un giorno di sette anni fa Douglas Platt, manager del settore immobiliare nato e cresciuto nella Grande Mela, passa da Villa Saletta con la moglie Barbara Bertini, origini pontaegolesi ma residente a Firenze, dove la coppia si era stabilita e vive tuttora (in attesa di trasferirsi a Venzano di Volterra, dove i Platt, insieme ad altri soci, hanno acquistato l’ex monastero agostiniano nel quale gli australiani Lindsay Megarrity e Donald Leevers avevano realizzato un agriturismo e un giardino delle essenze fra i più famosi al mondo).

Rimangono stregati dal fascino del borgo e Platt prende subito contatti con la proprietà. Forte di quattro trust di imprese britanniche disposte a investire, conclude in breve tempo l’affare, e Villa Saletta, con i suoi 600 ettari di tenuta (di cui venti coltivati a vite e con un’oliveta di 2.500 piante) e le sue 25 case coloniche, passa di mano.

Dal 2000 comincia la gestazione del maxi progetto, che ora, afferma il manager, è in dirittura d’arrivo. Sono in corso le consultazioni con la Sovrintendenza e presto verranno presentate le richieste di concessioni edilizie. Intanto è stato ristrutturato un palazzo, dove hanno sede gli uffici, e da pochi giorni è partito il restauro di una parte di tetti.

«Dopo tanti anni il progetto sta partendo - dice infatti Platt -. Il borgo sarà convertito in un hotel a cinque stelle, del calibro di Danieli a Venezia o di quelli della catena Four Seasons. Avrà 130 camere di sessanta metri quadrati ciascuna, e 26 suites, cinque ristoranti, pizzeria, pub, bar, centro benessere e spazi per conferenze. Tutti i locali e le strutture avranno accessori di alta tecnologia. Nel 2008 inizieranno i lavori. Sarà l’albergo più bello di tutta la Toscana e tra i più belli d’Europa. Solo per l’albergo abbiamo un budget di cento milioni di euro, mentre l’investimento complessivo supera i duecento».

Cibo e prodotti naturali saranno il filo rosso del complesso turistico ricettivo, pensato per una clientela high level (di alto livello), soprattutto britannica e americana. Al suo interno nascerà una cooking school, scuola di cucina che utilizzerà i prodotti dei campi della tenuta; una wine academy, accademia del vino che farà perno su quelli prodotti nel vigneto di casa e anche i trattamenti del centro benessere avranno come base ingredienti naturali.

Sarà bene che gli abitanti della zona comincino a studiare l’inglese: l’intenzione della proprietà, spiega Platt, è di assumere soprattutto persone del posto per l’albergo e le altre attività che saranno inaugurate a gennaio 2011.

Un altro caso recente in Tuscany, a Castelfafi.

C’è un concorrente nascosto all’edizione 2007 dell’“Isola dei famosi”.È Astaldi, la seconda società di costruzioni in Italia. A luglio ha firmato il contratto per iniziare i lavori del megaprogetto turistico “Laguna de los Micos”. Il complesso verrà realizzato nella Bahia de Tela, sulla costa caraibica dell’Honduras, a pochi chilometri dalle isole dei Cayos Cochinos, dove il 20 settembre inizia la nuova serie del reality show.La regione è abitata dal popolo afro-indigeno dei garifuna, che vive di pesca in comunità lungo la costa e teme l’impatto sociale e ambientale del turismo di massa.Oggi la Laguna de los Micos è un paradiso di mangrovie, una striscia vergine di spiaggia e vegetazione di oltre 3 km. Il progetto nella Bahia de Tela prevede la realizzazione di quattro hotel di lusso, 256 ville, un campo di golf, un club ippico e un centro commerciale -su una superficie complessiva di oltre 300 ettari-. Il tutto verrà realizzato all'interno del Parco nazionale intitolato a Jeanette Kawas (Pnjk) e di una laguna registrata (con il numero 722) nell'elenco delle paludi protette dalla Convezione internazionale di protezione delle paludi (conosciuta come Ramsar). Perciò il riempimento di gran parte della palude per la realizzazione del campo da golf è illegale. Non ci sono state nemmeno le consultazioni con le popolazioni locali, come vorrebbe l'Accordo n. 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro. Astaldi si incaricherà di realizzare la rete di infrastrutture di base, per un importo complessivo di circa 18 milioni di dollari (il budget complessivo del progetto è di circa 200): l'azienda italiana costruirà le strade, le fognature, il sistema elettrico, quello per la raccolta dei rifiuti solidi e per immagazzinare l'acqua potabile.Il 17 agosto scorso il ministero del Turismo ha posto “la prima pietra” del megaprogetto: presto arriveranno i villaggi vacanze, pronti ad attrarre nel Paese un numero sempre maggiore di turisti occidentali (da Milano ogni settimana parte già un volo charter diretto in Honduras, porta i turisti sull'isola di Roátan, attualmente l'unica “Cancún” del Paese). Non è un caso, perciò, se per il secondo anno consecutivo “i famosi” e l'Isola metteranno per tre mesi le spiagge honduregne in vetrina davanti a milioni di telespettatori italiani (lo scorso anno il programma raccolse il 25% di share). Cosa nasconde l'Isola? Nel dicembre 2006 un'inchiesta della rivista Altreconomia ha rivelato che le isolette dei Cayos, sedi del reality, sono in vendita. In più, il format prodotto da Magnolia e trasmesso dalla Rai sconvolge gli equilibri su cui si regge la vita delle popolazioni locali. Lo scorso anno, ad esempio, la gente del Cayo Chachahuate non poté uscire in barca a pescare per tutto il tempo delle riprese.Il Collettivo Italia Centro America (Cica), impegnato al fianco dei garifuna di Ofraneh, l'Organizzazione fraterna dei popli negri dell'Honduras, lancia domani una campagna internazionale contro Astaldi. Sul blog lisolaeilmattone.blogspot.com dossier e una dettagliata lettera di denuncia (in tre lingue: italiano, inglese e spagnolo) da inviare ai rappresentanti dell'azienda in Italia e in Honduras.

Il Collettivo Italia Centro America (Cica) è un collettivo di base, formato da persone che negli ultimi anni hanno lavorato in progetti di cooperazione popolare in diversi Paesi del Centro America. Lavora per monitorare gli interessi del capitale italiano in America Centrale e denunciare le violazioni dei diritti umani nella regione. (Web: www.puchica.org)

Si consiglia anche di consultare il blog nato per promuovere questa campagna:

http://lisolaeilmattone.blogspot.com/

Il turismo italiano deve puntare su pochi progetti di sviluppo, intorno ai quali raccogliere l'interesse di finanziatori nazionali ed esteri. Lo ha detto Pietro Modiano, direttore generale del gruppo bancario Sanpaolo, intervenendo ieri a Milano a un convegno, organizzato da Banca Imi, sul tema “Turismo: come diventare grandi”.

Del nanismo degli operatori italiani si è detto e scritto fin troppo negli ultimi tempi. La novità è che alcune realtà bancarie e finanziarie si stanno muovendo per promuovere progetti di aggregazione, per cercare di dar vita a un campione nazionale in grado di aggredire il mercato. La riprova è il piano di rilancio della catena alberghiera Jolly, recentemente annunciato da Banca Intesa. Per Modiano, “in Italia si muore di localismo, mentre servono cose grandi e simboliche”. In concreto, occorre individuare due o tre grandi progetti regionali su cui investire e far convergere tutti gli sforzi.

Di più il d.g. del Sanpaolo non ha detto, ma uno studio curato da Banca Imi e dall'università Luiss ha identificato quattro prodotti chiave per lo sviluppo: un resort mediterraneo; un hub crocieristico, con un porto da 5-6 mila passeggeri; Italian lifestyle, un'offerta di arte e cultura intorno alle città; un distretto integrato del golf. La ricerca evidenzia inoltre che, se l'Italia attuerà investimenti di alto profilo, il turismo potrà contribuire alla crescita annuale del pil nell'ordine di mezzo punto percentuale. Intanto, però, emerge nuovamente una grave lacuna: l'assenza, nel ramo alberghiero e dei tour operator, di soggetti in grado di fare numeri importanti.

Un altro punto ripreso da Banca Imi riguarda la concentrazione delle ferie in agosto. Su questo aspetto è intervenuto recentemente il vicepresidente del consiglio Francesco Rutelli, che ieri ha rilanciato l'idea di distribuire meglio, nell'arco di tutto l'anno, le vacanze degli italiani: sono stati costituiti, a livello governativo, due distinti tavoli per reimpostare il calendario scolastico, insieme ai rappresentanti delle famiglie. Rutelli ha promesso che nel giro di pochi mesi sarà pronta un'iniziativa concreta per favorire la destagionalizzazione delle ferie.

Restano, tuttavia, dei nodi da sciogliere. Vasco Errani, presidente della Conferenza stato-regioni, ritiene indispensabile la creazione di “un cluster di operatori”. Se è vero che “non riusciremo mai a costruire la Tui italiana”, bisogna almeno sforzarsi di dar vita a una rete di imprenditori in grado di presentare un'offerta di migliaia di camere. Ma, con l'aiuto delle banche, è necessario anche stimolare i piccoli albergatori a mettersi insieme, realizzando reti attraverso nuove forme partecipative.

E se Pier Luigi Celli, direttore della Luiss, ha denunciato che il brand Italia “si sta rapidamente logorando”, il presidente dell'agenzia Enit, Umberto Paolucci, ha detto che in queste settimane si sta ridisegnando l'organizzazione dell'ente, partendo dai dirigenti: per esempio, saranno istituite le figure dei product manager. Nel contempo, bisogna puntare sui nuovi mercati, aprendo un ufficio a Pechino. Sempre che si trovino i soldi. Inoltre l'Enit stimolerà gli operatori congressuali a portare avanti il progetto di un convention bureau nazionale.

L’ultimo documento di grande rilievo internazionale sulla conservazione e il restauro del patrimonio costruito è senza dubbio la Carta Cracovia 2000, che ha raccolto l’adesione di studiosi di 34 paesi europei ed extra europei. Al punto 11, si sottolinea come «il turismo culturale, oltre che per il suo positivo influsso sull’economia locale, deve essere considerato anche come un fattore di rischio». Si parla solo di turismo culturale, non prendendo nemmeno in considerazione quello con altre finalità e dando quindi per scontato l’altissimo rischio per il patrimonio che queste comportano. In un recente incontro culturale all’Ateneo Veneto è stato reso pubblico che nel 1950 vi era, nel centro storico di Venezia, una popolazione di 145 mila abitanti a fronte delle 500 mila presenze annue di turisti. Per il 2004 i dati parlano di 64 mila abitanti e 14 milioni di presenze annue di turismo.

Le cifre parlano da sole e forse non vi sarebbe bisogno di commento se non fosse per un’incredibile, insostenibile assunto che accomuna quasi tutti gli uomini politici che amministrano direttamente o indirettamente la città di Venezia, così come d’altronde altre città d’Europa. Per tale assunto il turismo dovrebbe sempre aumentare, in conformità alla domanda mondiale. Questo mancato senso del limite, che ottant’anni fa si definiva ingenuamente ed entusiasticamente progressista, è oggi del tutto contrario ad ogni concezione umanistica della realtà ed è contrario, qui a Venezia, allo stesso senso o spirito della città, che fu costruita in riferimento a limiti successivi, con territori acquisiti dalla laguna e nella laguna, con profondissimo rispetto di essa, nonché delle situazioni socio-economiche della collettività in tutti i momenti della storia della città.

Il termine sviluppo, ci dice Abbagnano, deve essere inteso come movimento verso il meglio. Dove è qui il meglio? La parola progresso deriva dal latino, mi muovo pro; questo pro non deve necessariamente intendersi solo come oltre, ma anche a vantaggio. A vantaggio di chi nel nostro caso?

A favorire il senso di sviluppo illimitato, vi è una menzogna, fra le tante qui a Venezia, che ha la finalità di voler far «aggredire» la città da più punti, facendo pensare così di «decongestionare» il centro costituito dalle aree attorno a Piazza San Marco, dove la popolazione ha quasi smarrito ogni suo riscontro psicologico con la città. Al contrario, quest’idea non è che un sotterfugio che condurrà e conduce a un intasamento delle aree periferiche così come sono intasate oggi quelle centrali. Una fermata di ciò che si definisce linea sub-lagunare alle Fondamente Nuove, sarebbe, per esempio, in tal senso decisamente devastante. Si parla, in un panorama mondiale, della limitatezza delle risorse e proprio qui a Venezia, in questa città ricca di risorse culturali, che sono però fragilissime, si vuole pervicacemente procedere ad un cosiddetto sviluppo che è in realtà distruzione.

E in nome di un progresso, che non è certamente a vantaggio dei cittadini, non contenti dello stato di degrado culturale e sociale in cui versa una comunità sempre più privata della propria identità, si tende inevitabilmente ad intaccare la stessa esistenza del costruito.

Le legittime aspirazioni anche economiche dei cittadini veneziani non possono realizzarsi a discapito della città, come se essa fosse un «usa e getta».

Tra le molte mistificazioni della campagna elettorale, una si ripropone con particolare insistenza. E’ contenuta nello slogan della destra a proposito delle politiche di governo del territorio che avrebbero bloccato lo sviluppo economico della Sardegna. L’argomento, molto capzioso, sottintende l’equivoco alla base degli assalti al paesaggio - soprattutto costiero - che si sono ripetuti in questo mezzo secolo, con danni irreversibili e con scarsi tornaconti per le comunità locali. Turismo è fare case - è il messaggio di Berlusconi molto chiaro a riguardo -; l’obiettivo è insieme quello di saldare tutte le attese, pure quelle in contrasto, come se non ci fosse nessuna differenza tra palazzinari e pizzaioli. Occorre replicare alla cattiva informazione con dati inequivocabili a proposito della crescita della Sardegna in un momento di grave crisi economica.

Non mi soffermo sul successo che l’isola riscuote proprio per le sue scelte di tutela rigorosa dei luoghi, cosa che la premierà in futuro anche perché i turisti si sono fatti esigenti e disdegneranno - già evitano se possono - le falsificazioni dei villaggi vacanze. Ma sono i numeri qui ed ora che incoraggiano e smentiscono alla radice la descrizione dell’isola castigata dalle scelte del Piano paesaggistico. Quelli del 2007 che indicano una crescita degli occupati, pure in quadro drammatico soprattutto per il Sud del Paese; e per stare ai flussi turistici della stagione trascorsa occorre rilevare che, a fronte di un preoccupante calo in molte regioni, la Sardegna segna un incremento significativo di arrivi e presenze. Cresce soprattutto il numero di viaggiatori interessati a paesaggi naturali e culture e tradizioni locali, sempre più distanti, si prevede, dal modello alimentato dal consumo delle risorse ambientali e dal ciclo edilizio che Berlusconi vorrebbe perpetuare. Ma è un altro dato che emerge di recente a smentire la destra: a proposito del blocco dei cantieri che sarebbe provocato dai provvedimenti di questa legislatura.

Dovrebbe fare riflettere - l’indizio è di non poco conto - la crisi del comparto dell’edilizia ad Arzachena cioè in quelle zone a più intensa propensione al rischio d’impresa, per via dei valori sbalorditivi dei volumi edificati da quelle parti. La notizia clamorosa («La Nuova Sardegna» del 24 scorso) è in contraddizione con le affermazioni della destra («Soru ha impedito alla Sardegna di crescere»). Perché se su quattrocento concessioni edilizie in uscita, cento non sono state ritirate vorrà dire qualcosa. Vuol dire che la domanda di case è in calo (e Soru non c’entra proprio nulla), è in calo almeno quanto basta perché alcuni operatori decidano di non investire. Tant’è che il Comune ha pensato, molto saggiamente, di interrogarsi sul modello di sviluppo («si deve creare una mentalità differente rispetto al passato»), usando gli stessi argomenti posti alla base del del Piano paesaggistico che appunto scommette su un nuovo modo di governare il territorio basato soprattutto sulla conservazione delle risorse, sulla qualità degli interventi, sul recupero del patrimonio edilizio esistente. Segno che la propaganda non sempre funziona?

Due sono state le notizie principali in Sardegna, nelle prime settimane di Agosto. Di peso ed interesse diverso esse mi hanno offerto l’occasione di una riflessione.

La prima, non molto importante, è l’appello di Briatore contro la cosiddetta “tassa sul lusso” in Sardegna; un appello che sicuramente si presta a facili ironie: in ogni caso il suo nocciolo è che il turismo dei ricchi porta benessere.

La seconda, molto importante, è l’annuncio che fra due anni si chiuderà la base militare della Maddalena; e qui mi sono ricordato che il Presidente della Sardegna Soru da tempo ha condotto questa benemerita battaglia (ed anche quella sulle servitù militare), ma che tra le sue proposte per l’economia della Maddalena c’è il cosiddetto turismo di lusso (o dei ricchi: riassumibile nella formula “hotel a cinque stelle e campi da golf”).

In un certo senso, nonostante le polemiche tra loro, vi è forse un “comune sentire” fra Briatore e Soru.

Non voglio paragonare il faccendiere Briatore, che pure è persino simpatico (a parte il rispetto che va tributato a chi ha avuto al fortuna ed il merito di essere scelto come fidanzato da Naomi Campbell), ma che miliardario (billionaire) probabilmente non è, a Soru.

Soru miliardario lo è per davvero: è stato tra i primi cento ricchi del mondo nella classifica di Forbes, ma soprattutto è un grande imprenditore, capace di innovazione e visione (un innovatore nel senso che gli dava Schumpeter).

Ma sembrano entrambi convinti che il turismo buono sia quello di lusso.

Questo vorrei porre in dubbio.

Lo faccio anche considerando un’altra iniziativa del Presidente Soru: quella relativa al “Bando per la cessione, riqualificazione e trasformazione di ambiti di particolare interesse paesaggistico del parco geominerario della Sardegna”.

È un bando che prevede la vendita di edifici in “luoghi ormai abbandonati da molti decenni, che sono stati nel passato centro di importanti vicende operaie e industriali, costituiti da villaggi operai raccolti attorno a piccole chiese, palazzine direzionali, edifici scolastici, che si affiancano alle grandi strutture legate all'attività estrattiva, imponenti laverie, pozzi, giganteschi impianti industriali. Sono le architetture di un'epoca passata che sorgono in una zona costiera, in gran parte intatta, un vero spettacolo della natura.”

Si tratta di 260.000 metri cubi, da destinare “a strutture alberghiere ricettive con annessi centri benessere, strutture sportive e per il golf, interventi di miglioramento ambientale e di forestazione, realizzazione di strutture di supporto alla fruizione turistica dei siti di archeologia industriale eventualmente insistenti su tali aree.”

Anche qui ci si immaginano le cinque stelle, mentre il golf è esplicitamente citato.

Vero è che l’elenco delle destinazioni d’uso è “esemplificativo e non esaustivo”, come è stato precisato in un dei “quesiti e chiarimenti”, ma esemplificare significa appunto “proporre ad esempio”.

Ci sono delle considerazioni di tipo generale: perché vendere e non dare in concessione o gestire direttamente o con una società mista?

Ci sono considerazione legate ai quei luoghi: perché vendere quelle straordinarie architetture che sono luoghi di grande rilievo storico, culturale ed identitario (io le ho conosciute attraverso il film di Cabiddu, Il figlio di Bakunin)? Perché destinare a “strutture per il golf” zone estremamente “sensibili” per le emozioni e le memorie, che poi sorgono in una zona costiera “che è un vero spettacolo della natura”, estremamente sensibile dal punto di vista ambientale?

Ma quello che non mi convince, che mi pare non meditato, banale e non motivato è il convincimento che traspare qui, come in molti altre proposte, secondo cui il “turismo di lusso” è un buon turismo.

Non è così; in linea generale, almeno.

Non lo è (certamente) da un punto di vista ambientale: l’impronta ecologica del turista di lusso è enorme e assai fetida.

Non lo è (io credo) da un punto di vista economico: tende a creare ghetti autosufficienti, occupazione di bassa qualità e di tipo servile, servizi di tipo “internazionale” e non legati ai luoghi, incentiva il turismo “mordi e fuggi” dei voyeurs, è egoista e tendenzialmente stagionale, provoca aumenti di prezzi, privatizza spazi pubblici.

Può darsi che in altri tempi non ci fossero alternative, ma quella era l’epoca in cui si veniva mandati in Sardegna per punizione e non per premio.

Il turismo “buono”, sostenibile ambientalmente ed economicamente, non si distingue per fascia di reddito, ma per il rapporto che ha con i luoghi.

Facciamo degli esempi.

È buono il turismo dei giovani e degli studenti, che magari spendono poco, ma si muovono sul territorio, interagiscono tra loro e con i residenti e si affezionano e tornano e ne parlano.

È buono il turismo “elitario” di persone ad alto reddito (in genere non strettamente “ricchi”) che cercano situazioni e sensazioni “speciali”, che hanno cultura e rispetto per i luoghi e che hanno bisogno di servizi ad alto valore aggiunto.

È buono il turismo fedele si persone a reddito medio, magari di pensionati, che “si affezionano” ad un luogo, tornano anno dopo anno, magari nei periodi non di punta, magari per risparmiare (è la propensione al risparmio uno dei fattori possibili di successo di azioni per “destagionalizzare”.

In genere è buono un turismo di “cittadini”, ovvero di persone che si sentono a casa loro e che perciò danno oltre che prendere e che si mescolano ai residenti e che vivono un po’ della loro stessa vita; tra loro forse qualche ricco vero cui proporre qualche cinque stelle o qualche bell’hotel de charme (che tra l’altro non sono tutti a cinque stelle).

Certo nella miscela necessaria per una massa critica si dovrà scontare per un po’ una quota di turismo omologato (ricco, povero e medio), ma una “politica del turismo” punta non tanto ad aumentare questo tipo di turismo, ma a lavorare per migliorare questo turismo e a competere per attrarne un altro.

La giusta battaglia che in altre epoche è stata fatta per evitare di “diventare un popolo di camerieri” può aver condotto a qualche guaio ambientale , ma aveva un senso ed esprimeva una necessità anche economica; un buon turismo è un turismo senza troppi camerieri (con tutto il rispetto e la stima per i camerieri, anche perché esistono camerieri di grande qualità e di grande valore aggiunto che è bene avere e – a quel livello – è anche un buon mestiere).

Un buon turismo non è una mono-cultura.

Un buon turismo è un’attività economica che si integra con altre.

E allora è bene essere prudenti e non seguire i luoghi comuni, ma è opportuno “calcolare” (come avrebbe detto forse Leibniz).

Ad esempio dire “basta seconde case” non è la stessa cosa di dire “facciamo più alberghi”; può darsi che qualche volta sia così e senza dubbio basta con altre seconde case, ma delle seconde case che ci sono già cosa ne facciamo? Che se ne stiano vuote per 335 giorni all’anno? E se magari un alcuni contesti, fossero proprio quelle case gli “alberghi” che servono?

Ad esempio “più occupazione nel settore del turismo” non è sempre una cosa positiva; c’è occupazione e occupazione: ci sono posti di lavoro servili e precarie indotti dal “turismo di rapina” (come giustamente lo ha definito il Presidente Soru) e ci sono quelle prestigiose e di qualità.

Che tipo di turismo serve per una “buona occupazione”?

Intanto partiamo da qui: vendere per un turismo così (che forse non distinguerebbe la Sardegna da Marrakesh, come dice giustamente il Presidente Soru) proprio quei luoghi della Sardegna sud-occidentale tra il Guspinese e il Sulcis Iglesiente, non è neppure un affare, credo.

Non mi riferisco al fatto che 40 milioni di euro siano pochi o tanti; non lo so.

Mi riferisco al fatto che il turismo possibile ed utile in quei luoghi è un altro; per luoghi carichi di storia, c’è bisogno di sobrietà e di rispetto; i luoghi della memoria vanno conosciuti ed assimilati, recuperati poco a poco e delicatamente, man mano che si bonificano, trasformandoli in un processo che crei una comunità di persone che imparano a conoscerli e ad amarli, persone che da sempre hanno vissuto in quei luoghi e persone che li hanno visitati una sola volta.

Esperienze sagge e di successo non mancano.

Un passo indietro: prima di vendere, pensiamo a cosa è meglio.

Con la capacità di visione delle persone creative, con la capacità di correggere i propri errori delle persone intelligenti: insomma con le doti dell’imprenditore schumpeteriano.

A questo punto, potrebbe diventare una rubrica nella rubrica: «Sardinians», ovvero «impressioni e preoccupazioni estive dei molti innamorati di un'isola unica». Ogni anno, infatti, succede la stessa cosa. Arrivo, deciso a non occuparmi dell'argomento. Poi accade qualcosa, e mi ritrovo le mani sulla tastiera.

So cosa vi aspettate: un commento sulla compagnia di giro a Porto Cervo, che quest'anno ha aggiunto personaggi e trame. C'è — lo sapete — l'ex-banchiere Giampiero Fiorani, diventato intimo di Lele Mora, che vuole una trasmissione TV per «difendere i consumatori dalle banche». Ottima idea. Poi chiediamo a Costantino Vitagliano di celebrare in diretta la prima messa in latino, affidiamo la Domenica Sportiva a Luciano Moggi e andiamo tutti all'estero.

Scherzi a parte: non sono queste, le cose che mettono in ansia i sardi e i sardofili d'Italia. I Costacei che affiorano intorno al Billionaire sono come le meduse: conseguenze inevitabili di un nuovo clima (sociale, morale), ed è sbagliato dargli troppa importanza. Il dramma di quest'isola è un altro: la troppa bellezza della terra e del mare, contro cui non esistono difese. Non è un complimento: è un guaio. Mai vista la Sardegna così affollata, a luglio. Ho trovato la Pelosa di Stintino assediata, Isola Rossa assaltata, Rena Bianca (Santa Teresa) travolta. Cala Battistoni (ora, più banalmente, Baia Sardinia) è un alveare. Mi scrive Lamberto Oldrizzi ( oldrizzi@interfree.it): «Sono tornato da una vacanza a Capo Coda Cavallo.

Sono rimasto colpito da quello che sembra un progressivo suicidio turistico e ambientale. La famosa Cinta, Cala Brandinchi, Lu Impostu, l'Isuledda: tutte colonizzate da migliaia di turisti».

Il lettore ha ragione, ma dimentica una cosa: è un turista anche lui, come lo sono io. La Sardegna sta pagando un amore esagerato, ma spiegabile: non c'è nulla di simile, nel Mediterraneo, e la gente se n'è accorta. Scrivo da Rena Majore, in Gallura: trent'anni fa c'erano duecento case ordinate, oggi ce ne sono duemila, stile volonteroso-approssimativo.

È così dovunque, e l'assalto sarebbe già alla battigia, se non fosse per il «decreto salva-coste». «Da Palau a Orosei fin giù a Costa Rei — continua Olbrizzi — distese di villette costruite/ vendute sulle pendici delle colline o nascoste nel verde; gru e cantieri per centinaia di abitazioni; cartelloni che annunciano nuovi villaggi e residenze estive». Un'altra lettrice, Roberta Nanni ( rbnanni@yahoo.com), scrive da Costa Paradiso, su al nord: «Rocce rosse con forme e tonalità stupefacenti, immerse nel verde, affacciate sul mare più azzurro del mondo. Finora s'era costruito con un minimo di criterio; adesso ogni giorno un cantiere fa saltare rocce e vegetazione per creare alveari di cubicoli uno sull'altro. Che faccio, cerco una ruspa davanti alla quale sdraiarmi?».

Potrebbe essere un'idea. Già che c'è, Roberta, chieda al ruspista o al geometra: perché — tutti insieme — stiamo distruggendo (anche) la Sardegna? Le diranno: perché è un luogo arioso, profumato e bellissimo. Chi viene, ritorna. Chi non è ancora arrivato, arriverà. Alla domanda, ovviamente, segue l'offerta. Volete voli, navi, pizzerie, supermercati, locali, microappartamenti? Eccoli: basta pagare.

È la Legge Naturale del Turismo, quella contro cui il povero Soru sta lottando invano. La LNT prevede infatti che i bei posti vengano scoperti da pochi (1), si sviluppino grazie all'arrivo di alcuni (2), vengano lodati da molti (3) e siano soffocati dalla calata di moltissimi (4). A quel punto i ricchi si barricano, i pochi scappano, e il gioco ricomincia.

Il problema è che i bei posti stanno esaurendosi. Un'altra Sardegna, per esempio, non c'è.

C’è un’ambiguità senza soluzione nei discorsi di chi parla di turismo interno che consisterebbe nell’arte di convincere chi se ne sta al mare ad alzarsi, scuotersi il torpore di dosso ed andare verso le zone interne e impervie le quali, secondo i teorici di questo tipo di turismo, sarebbero in questo modo finalmente “valorizzate”. Insomma, traslando il turista bagnante in una zona montuosa, si vorrebbe trasformarlo da essere inanimato su una sedia a sdraio in un viaggiatore interessato ad usi e costumi diversi dai suoi, mosso dalla forza della curiosità e dotato di un’anima nuova.

Ma una creatura del genere è difficile da trovare in natura: bisogna crearla.

Bene, vediamo come dovrebbe accadere e partiamo da qualche osservazione sulle vacanze di un turista di terra e di un turista di mare, generi che sono di solito separati anche nei menù. Due categorie di pensiero diverse, due specie diverse che adesso si vorrebbero incrociare per creare una razza nuova: un ibrido molto difficile da ottenere. Serviranno l’ingegneria genetica ed investimenti ma c’è anche il rischio, manipolando i cromosomi turistici, di creare mostri imprevedibili.

Analizziamo la fisionomia che ha assunto la vacanza dalle nostre parti.

Prima di tutto qua si viene, appunto, in vacanza e bisognerebbe mettersi d’accordo proprio sulla parola vacanza che contiene una quota di significato già di per sé pericolosamente tossica.

La vacanza, etimologicamente, proviene da vacuum ovvero vuoto. La vacanza è un periodo di vuoto che può essere anche drammatico e lo si può riempire come si vuole. Perciò la vacanza riflette un vuoto oppure cerca di colmarlo: due condizione opposte.

Gli sviluppisti che vogliono divorare l’isola e trasformarla in un postribolo estivo teorizzano la vacanza vuota, coltivano e propagano il modello della vacanza vacua, senza significato. Giorni trascorsi nel nulla perché il nulla sarebbe riposo.

Gli sviluppisti, in generale se ne impipano del turismo interno. Loro non vogliono che il turista si muova dall’incubatrice turistica dove viene conservato. Considerano, si sa, il turista una merce da movimentare e il viaggio un prodotto.

Non si immagina come il turista disposto a farsi ipnotizzare nel ciclo del cosiddetto riposo vacanziero, che rende ebeti anche se per una sola settimana, possa mutare di colpo. E’ improbabile che un essere ridotto ad uno stato elementare di organismo semplice, monocellulare, che il turista, insomma, si trasformi di colpo, lasci il vuoto in cui l’hanno imprigionato e prenda la corriera attratto dalle cosiddette zone interne.

Altra definizione potenzialmente drammatica. Tecnicamente il termine è ineccepibile: sono in effetti zone interne.

Ma si trascura di dire che sono territori in via di abbandono. Insomma sono aree interne e deserte che si stanno svuotando perché tutti accorrono verso il vuoto morale dell’idea sviluppistica che affligge e impesta le coste.

Le zone interne non sono solo aree recondite, sono zone dove l’uomo nativo non si troverà più se non conservato come in un museo. Sono zone quasi morte dove la memoria dell’isola resiste, conservata da pochissimi che ancora praticano l’identità e conservano caratteri identitari. Che non diventi, appunto, un museo vivente in cambio di qualche turista.

Se, poi, quei pochi visitatori diventassero molti, allora in esatta proporzione alla “crescita” turistica, i “sardi sopravvissuti” si estinguerebbero, sostituiti da sardi finti, di plastica, simili a quei souvenir – gondolette, colossei ecc. – che si conservano nelle vetrinette di casa.

E’ perfino ingiurioso che qualcuno arrivi qua da un villaggio vacanze per vedere che esistono mondi arcaici dei quali, poi, parleranno come di un viaggio nella macchina del tempo. Loro, i turisti, erano nel proprio luna park quando li hanno prelevati e condotti a vedere per un giorno uomini e donne nella loro riserva mentre tosano oppure tessono all’arcolaio.

Insomma, è una fortuna che il cosiddetto flusso turistico – dannoso come un’infestazione – non sia orientabile verso le zone interne che, proprio perché interne, devono restare inaccessibili e devono interessare solo uomini curiosi e desiderosi di osservare un mondo e una società differente, conservativa e fragile come la nostra.

Basterebbero due, tre stagioni turistiche come quelle che qualcuno auspica per le zone interne per renderle un posto qualunque, abitato da gente qualunque, un posto uguale a tanti altri posti uguali..

Ma è solo una questione di tempo.

Il turismo distruttivo come un’invasione di locuste che gli sviluppisti desiderano per l’isola la distruggerà in modi diversi e tutti efficaci. Però cerchiamo di ritardare la fine e lasciamo in pace le zone interne.

Ci sarà una distruzione del paesaggio, una distruzione geologica, come un’effusione lavica che ricopre tutto e rende tutto grigio. Ci sarà una distruzione dei caratteri e, se esiste, della psicologia isolani che tenderanno a rassomigliare a quelli di chi viene a consumare il paesaggio come un dvd. Ci sarà una distruzione economica perché tutto dipenderà da quanti, fotocamera a tracolla, sbarcheranno nell’isola. E ci sarà una distruzione morale poiché questo modello turistico verrà condotto, spinto dalle regole della concorrenza, sino alle sue estreme conseguenze, sino alle sue forme più turpi.

Meno male, meno male che il turista di terra e il turista di mare sono due categorie dello spirito talmente differenti che non si incontreranno mai e che l’unico congiungimento riuscito tra terra e mare è stato e rimane, come dice Achille Campanile, quello perfetto delle seppie con i piselli.

L'articolo è comparso su la Nuova Sardegna nell'aprile 2005

Appia Antica, ruspe su villa Gaucci

Carlo Picozza – la Repubblica, ed. Roma, 12 agosto 2009

La vegetazione fitta non è bastata a coprire gli abusi edilizi nel cuore dell’Appia antica (al civico 56 di via Erode Attico), consumati nella proprietà di Luciano Gaucci. Così ieri mattina i guardaparco della Regione e gli uomini della task force contro gli abusi edilizi del Municipio XI, hanno abbattuto i due metri di sopraelevazione del fabbricato dell’ex presidente del Perugia calcio.

Tuie, cipressi, pini, alberi da frutta. Ma la vegetazione fitta della macchia mediterranea non è servita a coprire gli abusi edilizi nel cuore dell’Appia antica (al civico 56 di via Erode Attico), consumati nella proprietà di Luciano Gaucci, già patron del Perugia calcio, riparato nei villaggi turistici che a Santo Domingo ha concorso a edificare, per scansare la giustizia italiana.

Un taglio netto di cesoie alla catena che teneva serrato il vecchio cancello arrugginito e i guardaparco della Regione, gli uomini della task force contro gli abusi edilizi del Municipio XI guidati da Massimo Miglio, operai e mezzi, hanno fatto irruzione in quell’oasi verde macchiata di cemento. Trovando, con i due metri di elevazione abusiva del fabbricato centrale, pollai fatiscenti, baracche improbabili (adibite a ricovero di materiale edile pronto per la messa in opera), spciati nella domanda di sanatoria come residenze e pertinenze edilizie. «Cinque opere abusive che, senza il nostro intervento, sarebbero state condonate», commenta Miglio, che dirige in Regione l’ufficio contro gli abusi edilizi.

Ma sul blitz, è già polemica. «La demolizione nel parco dell’Appia antica», per il vicepresidente della giunta regionale, Esterino Montino, «prova che la collaborazione tra istituzioni dà risultati eccellenti in tempi rapidi. Anche sotto ferragosto». Lo dice lanciando un appello al Comune di Roma, grande assente dall’operazione di cancellazione degli scempi: «Questa collaborazione» argomenta, «potrebbe estendersi alla città tutta perché non c’è intento alcuno della Regione contro il Comune di Roma». Pronta la replica dell’assessore capitolino all’Urbanistica, Marco Corsini che, dopo i ringraziamenti di rito, critica: «Per la lotta all’abusivismo edilizio servono fondi: la Regione metta a disposizione maggiori stanziamenti per contribuire a combatterlo». «La giunta Alemanno», spiega Corsini, «è impegnata nell’azione di contrasto degli illeciti edilizi: ogni aiuto è ben accetto, nel rispetto delle competenze, ma senza puntare a riciclare qualcuno e a screditare l’Amministrazione capitolina».

Corsini si riferisce a Miglio, il supertecnico allontanato dal Comune e recuperato dalla Regione. Ma il suo intervento è giudicato «animoso» da Montino che invita a «stare ai fatti»: «Le risorse per la lotta all’abusivismo bisogna impegnarle prima di chiederne altre. Comunque, il costo finale degli abbattimenti è a carico di chi ha consumato l’abuso». Montino si sofferma sulla «qualità degli abusi edilizi»: «Spesso» dice, «germogliano nelle aree di maggiore pregio urbanistico-ambientale, per mano di cittadini che non hanno un fabbisogno abitativo primario. Si tratta di speculazioni belle e buone per lucrare sul patrimonio ambientale, e anche su quello archeologico, in barba al diritto degli altri di goderne. A Roma, come nelle aree più incantevoli della Regione ci sono grandi appetiti che devono essere contrastati senza indugi né polemiche».

"Una campagna sostenuta dai cittadini, contro gli sfregi alla Regina viarum"

Intervista a cura di Carlo Picozza – la Repubblica, ed. Roma, 12 agosto 2009

«Cancelliamo abusi edilizi nel cuore dell’Appia Antica scoprendone altri, mentre le ruspe sono al lavoro, ma con questa giunta del Comune ci sembra di combattere una guerra stellare con l’alabarda».

Andrea Catarci, presidente del Municipio XI, però non si rassegna.

Mentre gli operai stanno abbattendo la sopraelevazione di due metri della costruzione di proprietà di Luciano Gaucci, Catarci guarda alla «campagna di demolizioni di opere abusive lanciata dal Municipio con un sostegno vasto dei cittadini e delle loro associazioni ambientaliste, da Italia nostra a Legambiente». «Con risorse economiche negate dal Comune», scandisce deciso, « ci muoveremo con le nostre forze».

Perché, la giunta comunale vi ostacola?

«Sì, non ha riconosciuto al Municipio le risorse finanziarie per la lotta all’abusivismo e, quando l’abbiamo chiamata in causa segnalando illeciti come questo, ci ha risposto, con l’assessore all’Urbanistica Marco Corsini, che si trattava di episodi di "importanza trascurabile". D’altro canto la giunta Alemanno, di demolizioni ne ha già fatte di "importanti", prima tra tutte quella dell’ufficio contro gli abusi edilizi del Comune decapitandone, con il vertice, gli obiettivi e l’impronta. Siamo stati noi a servirci della competenza di Massimo Miglio, ex responsabile di quel Servizio, e a rimetterla in circolo, al servizio della città».

L’ufficio capitolino contro gli abusi edilizi, però, è rimasto.

«Certo, ma ha stretto i cordoni della borsa tenendo per sé tre milioni di euro e lasciando a secco i Municipi che combattono contro abusi devastanti con risorse e mezzi scarsi. Il Campidoglio si è prodigato più a intimidire i tecnici dei Municipi con la richiesta di improbabili motivazioni agli abbattimenti, che a sostenere la loro opera di governo del territorio per la tutela del suo patrimonio. L’intervento di oggi è stato eccezionale perché, mentre si abbatteva una sopraelevazione abusiva, abbiamo scoperto altri cinque manufatti clandestini, residenze sulla carta, pollai veri e propri, per di più fatiscenti per chi ha la possibilità di vederli. Anche per questi manufatti giaceva negli uffici comunali la domanda di condono contro la quale il Municipio ha già chiesto la bocciatura. Continueremo a perlustrare l’Appia antica e a difenderla da voracità e istinti di espansione».

Appia Antica, sorvegliata speciale. Operazioni anti-abusi: accordo tra Regione e soprintendenza

Carlo Alberto Bucci- la Repubblica, ed. Roma, 15 agosto 2009

Un patto tra Regione e Soprintendenza per fermare gli scempi sull’Appia antica, l’area più vincolata d’Italia dove però sono stati rilevati oltre 2.500 abusi edilizi. L’assessore regionale all´Urbanistica Esterino Montino nei giorni scorsi ha proposto al soprintendente Angelo Bottini un accordo per l’impiego sul territorio del Parco della sua squadra anti abusivismo. La firma del protocollo potrebbe arrivare già alla fine del mese. E nei prossimi giorni, annuncia Montino, «realizzeremo altre demolizioni come quella del piano abusivo nella villa di Gaucci».

Le forze di opposizione all’assalto del cemento all’Appia Antica hanno finalmente iniziato a fare quadrato. «Nei prossimi giorni realizzeremo altre demolizioni come quella nella villa di Gaucci appena eseguita» annuncia Esterino Montino, assessore regionale all’Urbanistica. Che aggiunge: «A settembre entrerà a far parte del nuovo sistema anti-abusi edilizi anche la Soprintendenza archeologica». Così, dopo le diversità d’opinione con il ministero Beni culturali che ha posto vincoli paesaggistici nell’Agro romano, la Regione ora stringe alleanze con lo Stato per difendere il parco dell’Appia Antica (l’area più vincolata d’Italia) da circa 2500 abusi edilizi.

Nei giorni scorsi Montino ha spedito agli uffici del soprintendente Angelo Bottini una proposta di accordo mettendo a disposizione - come ha già fatto nei confronti del I e dell’XI municipio con la firma dell’intesa di luglio - la squadra anti abusivismo regionale: 18 persone, guidate da Massimo Miglio, che grazie a una legge regionale del 2008, possono intervenire con le ruspe laddove i Comuni non lo fanno; oppure su richiesta esplicita delle amministrazioni locali.

Gli archeologi statali sono d’accordo e firmeranno presto il protocollo d’intesa. Entusiasta anche Adriano La Regina, presidente del Parco regionale dell’Appia Antica: il quinto "giocatore" del nuovo team anti scempio nella Regina viarum; e poiché l’ex soprintendente di Roma è anche consulente della Sovrintendenza comunale, c’è da sperare nei suoi buoni uffici per coinvolgere il Campidoglio nella partita. «Ho fatto un pubblico appello al sindaco Alemanno e all’assessore Corsini per estendere questi interventi in tutta la città» spiega Montino. Il vicepresidente della giunta è certo che «la collaborazione con le istituzioni è fruttuosa». E che a settembre «il consiglio voterà finalmente il "piano di assetto" del parco che porterà allo spostamento delle attività produttive oltre il Gra».

La task force che deve controllare 3500 ettari di parco è composta, tra l’altro, da 16 guardiaparco regionali, 5 archeologi statali, 2 dei 7 vigili urbani dell’XI gruppo addetti all’edilizia. Non è molto ma il coordinamento fa la forza. «Nell’ultimo anno - sostiene Montino – c’è stato un vuoto politico nella lotta all’abusivismo. L’aggressione ha fatto un salto di qualità: non abusivismo di necessità, ma lo scempio tra le mure di case lussuose e ville faraoniche e in zone di altissimo pregio come il centro storico, l’Appia, il Litorale».

Rita Paris l’archeologa responsabile della zona: "C’è il rischio Piano casa"

Intervista a cura di Carlo Alberto Bucci - la repubblica, ed. Roma, 15 agosto 2009

«La proposta di accordo della Regione è sul nostro tavolo, il soprintendente Bottini ne ha preso atto "con soddisfazione" e anche io sono contenta di questa intesa che coinvolge anche il I e l’XI municipio: a fine mese firmeremo il protocollo» dice Rita Paris, l’archeologo dello Stato responsabile della Regina viarum.

Voi continuerete a segnalare gli abusi, loro interverranno più rapidamente. Ma anche sugli scempi meno recenti?

«Su tutti, indipendentemente dalla data. Eccezion fatta per gli abusi per i quali è stato chiesto il condono edilizio».

Ora non ci sono altre sanatorie in vista. Eppure sembra che siano aumentati gli illeciti anche nell’area super vincolata dell’Appia antica. Le risulta? E perché?

«Purtroppo è vero. Ed è stato il "Piano casa" del governo che, sebbene non riguardi in nessun modo le aree protette, ha risvegliato molti appetiti».

I condoni, veri o presunti, sono il cancro dell’Appia antica.

«Sì, Roberto Cecchi (neo commissario per l’archeologia romana, ndr) si è detto letteralmente "sconcertato" dopo aver letto la nostra relazione: ci sono tutti i tipi di vincoli, però qui si continuano a fare abusi di ogni sorta».

Il parco è per il 95 per cento in mano ai privati.

«Sono molti i proprietari che rispettano le regole e che, con la buona manutenzione del verde, fanno un servizio prezioso per la collettività. Però lo Stato deve aumentare la percentuale di proprietà pubblica e investire nella conservazione e negli scavi archeologici».

Nei ricorsi spesso però il Tar vi dà torto. Perché?

«Perdiamo per cavilli burocratici impugnati dagli avvocati. I giudici amministrativi dovrebbero però capire che ci vuole una visione più ampia del problema. La posta in gioco è la salvaguardia di un bene pubblico di immenso valore: l’Appia».

All'inizio di luglio ho trascorso qualche giorno in Tunisia coi colleghi dell’Università e del Ministero per un progetto comune sulla salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali in area mediterranea. Il progetto è attualmente fortemente sponsorizzato dal governo locale, che vi intravede la possibilità di positive ricadute per l’incremento del settore turistico: risorsa sulla quale tutto il Maghreb sta puntando molto.

In realtà il turismo rappresenta ormai il settore trainante di tutta l’economia in un numero sempre maggiore dei paesi in via di sviluppo: già Rifkin, fra gli altri, ci aveva insegnato che il turismo era destinato a divenire l’attività prevalente nel passaggio che la globalizzazione sta accelerando fortemente fra un’economia a produzione industriale ed una nella quale prevarrà la produzione culturale. In questo ambito il mutamento è già compiuto: da alcuni anni, infatti, il turismo rappresenta la prima industria mondiale; con un giro di affari di $ 500 billioni annui e il 35% dei servizi esportati, l’industria turistica rappresenta il settore che, secondo gli analisti economici, è destinato ad avere la crescita più rapida nell’economia globale: nel 2020 il traffico turistico mondiale si attesterà vicino a 1.6 billioni di arrivi. L’Europa sarà destinata a cedere il primato assoluto che tuttora conserva, pur rimanendo per molto tempo ancora una delle destinazioni preferite, anche se superata dalla Cina.

In tale contesto ben si comprendono gli sforzi che in tale direzione i paesi in via di sviluppo stanno compiendo: la torta è troppo ghiotta per poterci rinunciare, ma gli ingredienti rischiano di essere, in larga parte, molto indigesti. Così come altrove, in queste aree, il modello di sviluppo turistico largamente prevalente si sta rivelando un giano bifronte che distrugge le ricchezze sulle quali prolifera. Il capitale principale, spesso assolutamente l’unico di cui dispongano questi paesi, è costituito da una natura incontaminata e da una cultura indigena autentica: la loro salvaguardia è un problema che ci riguarda da vicino soprattutto perché noi turisti occidentali siamo fra i principali fruitori – distruttori di queste risorse. I pericoli insiti in questo modello sono stati più volte analizzati con grande lucidità anche in numerosi interventi di eddyburg (cfr. soprattutto Ravaioli), ma vale forse la pena sottolinearli ancora una volta, con attenzione particolare a contesti extraeuropei.

Cominciamo dall’urbanistica. Lungo le coste del Mediterraneo, il secolo scorso ha visto la crescita e l’addensamento di strisce a forte urbanizzazione, un vero e proprio sprawl costiero, scarsamente connesso con le zone dell’interno e fruito da una popolazione che raggiunge picchi altissimi stagionali per poi decrescere drasticamente in alcuni mesi dell’anno. In brevissimo volgere d’anni sono sorti villaggi, resorts, alberghi dalle architetture improbabili e assolutamente sciatte che nulla hanno a che fare con le tradizioni costruttive locali. Il panorama è peggiorato, in Tunisia, ma non solo, dal compresente fenomeno per cui gli spazi vuoti della costa, fra un enclave e l’altro, sono devastati da pessime costruzioni nella quasi totalità appartenenti alla tipologia della casa unifamiliare e ascrivibili ad uno stile che potremmo definire arabo modernista, sconfortante oltre che nei moduli raccogliticci che assembla, per la desolante ripetitività. Percentualmente numerosissimi, poi, all’interno di questa ‘villettopoli’ di serie b che assume il carattere di una vera e propria lottizzazione dispersa, gli scheletri di edifici: un pessimo effetto di dejà vu per chi ha anche superficiale esperienza di certe zone del nostro meridione.

Sul piano ambientale, l’irragionevole dispendio di risorse provocato da questo modello di sviluppo turistico è ben esemplificato dall’uso dell’acqua: uno studio delle Nazioni Unite ha calcolato che le risorse idriche necessarie a 100 turisti per 55 giorni, sono equivalenti all’acqua necessaria a coltivare una quantità di riso sufficiente per nutrire 100 abitanti locali per 15 anni (avete letto bene, ‘anni’).

I pacchetti all inclusive costituiscono già oggi la tipologia prevalente in Tunisia, ma non solo: i grandi operatori turistici, sempre più globalizzati, (le ‘7 sorelle’ dell’era dell’accesso?), stanno espandendo ed omologando questo tipo di offerta secondo una consolidata tecnica di progressivo controllo dei mercati. Le analisi al proposito, del resto, evidenziano come, in un pacchetto all- inclusive, circa l’80% delle spese del turista vadano a compagnie aeree, hotels, altre compagnie internazionali: alle economie locali rimangono le briciole, quindi.

Altre pesanti ricadute negative sono costituite dall’aumento del costo della vita per i locali determinato dalle richieste dei turisti, primo fra tutti quello delle abitazioni. L’industria turistica, inoltre, per lo più esclude l’imprenditoria locale di medio e basso livello innanzi tutto per la sua incapacità di investire risorse adeguate, come per la mancanza di contatti, e l’insufficiente gestione del marketing: attività anche questa largamente monopolizzata dai circuiti degli operatori finanziariamente più consistenti.

Complessivamente, infine, l’economia fondata solo sul turismo è fragile, largamente dipendente da troppi fattori esterni: crisi politiche, terrorismo, disastri ambientali, cambio delle mode. Le infrastrutture richieste dagli investitori turistici sono molto alte e richiedono sforzi notevoli da parte dei governi che spesso, con l’illusione di ritorni economici a breve termine, stornano risorse da altri settori (educazione, assistenza sanitaria, ecc.) per adeguarsi alle richieste degli investitori stranieri. Il carattere stagionale del lavoro incrementa la precarizzazione: l’incertezza della continuità lavorativa è un elemento ormai globalizzato…

Per quanto riguarda la Tunisia, la ricchezza del suo patrimonio culturale è risaputa: alcuni dei siti romani, ampiamente diffusi su tutto il territorio, sono fra i più belli di tutto il Maghreb, per non parlare delle testimonianze dell’architettura araba e dei siti berberi cinematograficamente pluricelebrati dalla saga di Star Wars. Eppure anche qui il modello ampiamente più diffuso è quello costituito da enclavi rigidamente separate dal resto del territorio. In villaggi vacanze e resorts spesso suddivisi per nazionalità e dall’accesso sorvegliatissimo (motivi di sicurezza, ci si dice) un turista non particolarmente motivato dal punto di vista culturale può trascorrere un’intera vacanza senza alcun contatto con la realtà locale se non quello costituito dalla presenza di personale autoctono e dalle serate a tema: vale a dire per 6 giorni su 7 si mangiano spaghetti e per una volta ci si traveste da beduino e si mangia cous-cous. Tali situazioni sono vissute con ostilità crescente dalla popolazione ‘esterna’, tanto più che le possibilità di lavoro che offrono ai locali si limitano a mansioni dei livelli più umili: il resto del personale (direttori, animatori, ecc.) è di ‘importazione’. A ciò si aggiunga che tali strutture sono nella quasi totalità dei casi estremamente dispendiose dal punto di vista delle risorse energetiche e ambientali: chissà perché prati all’inglese e piscine di ogni foggia e dimensione (anche a bordo mare) sono considerati imprescindibili, così come la presenza di temperature irreali dovute alla presenza costante di aria condizionata in ogni ambiente. Comincia a diffondersi anche qui la perversa moda dei campi da golf, idricamente costosissimi e per favorire i quali le amministrazioni locali non esitano ad espropriare a bassissimo prezzo terreni agricoli contribuendo ad espellere da attività di sostentamento tradizionali percentuali sempre più rilevanti di popolazione locale.

Al di fuori di queste zone franche, i turisti trasmigrano intruppati lungo gli itinerari più reclamizzati e spesso si limitano a gironzolare alla ricerca del ricordo di viaggio per medine e souk, dove i pochissimi manufatti di artigianato locale cedono sempre più spazi all’invasione globalizzante dei gadget Ferrari o di derivazione calcistica. In questi giorni di altissima presenza turistica abbiamo visitato, in perfetta solitudine, gli straordinari siti di Sufetula, Cillium, Haidra, mentre qualche straniero in più (non italico) era presente nelle famosissime aree di Dougga e Bulla Regia.

In generale, infine, l’esperienza della cultura locale diviene qualcosa di completamente asettico che può addirittura prescindere dal contatto con la popolazione locale: ciò che Daniel Boorstin definisce pseudo-evento. Ma anche laddove il contatto sia ricercato, l’istinto profondamente tradizionalista del turista tipo spinge affinchè il “colore locale” rimanga immutato anche a costo di mantenere zone di degrado. In tal senso è stato verificato, da studi recenti, come talune aree, quali il South Bronx a New York, stiano diventando meta turistica proprio perché consentono, al turista un po’ più avventuroso, il brivido dell’esperienza fuori dalle regole. Ad evidenziare quanto tali meccanismi incidano poi sulle politiche urbane delle amministrazioni locali, basterebbe ricordare il celeberrimo e nostrano affaire di Piazza della Signoria a Firenze, dove uno straordinario palinsesto archeologico messo in luce durante i lavori di ripavimentazione della Piazza è stato ricoperto a furor di popolo perché non consono alla perpetuazione dell’atmosfera medicea del luogo. I beni culturali quando sono capitalizzati a fini esclusivamente turistici sono vissuti, insomma, come esperienze chiuse scarsamente efficaci sul piano della divulgazione e dell’interazione culturale.

"Trionfo di Bacco", Museo archeologico di Sousse (Tunisia)

Di fronte alla constatazione di un paesaggio dall’aspetto ormai diffusamente predesertico, i colleghi tunisini ci hanno sottolineato come il degrado ambientale non sia solo un fenomeno legato ai tempi moderni. L’espansione agricola dei romani distrusse buona parte delle foreste della Tunisia (dal 30% stimato in epoca romana si è arrivati a meno del 2% di oggi), con una conseguente grave perdita di biodiversità: scomparso per sempre l’ampio campionario zoologico che popolava gli splendidi mosaici di domus e villae. L’equilibrio biologico degli altipiani è stato distrutto per sempre e la Tunisia perde ogni anno all’incirca 23.000 ettari di terra coltivabile a causa dell’erosione. Le regioni del Tell dedicate alla coltura dei cereali fin dall’epoca romana sono segnate da profonde gole causate dai fenomeni erosivi e molti terreni un tempo agricoli oggi sono adatti solo a pascolo. Gli enormi consumi idrici richiesti dall’industria turistica hanno abbassato il livello dei pozzi artesiani e prosciugato le sorgenti: questa situazione è evidente soprattutto a Djerba dove le esigenze idriche degli alberghi e dei resorts dell’isola hanno minacciato la sussistenza dell’agricoltura e reso l’acqua non potabile.

A buon diritto si può affermare quindi che i turisti abbiano assunto il ruolo dei nuovi coloni delle zone costiere del mediterraneo. Certo l’attività turistica è destinata a provocare, seppur in maniera più limitata del dovuto, anche ricadute positive; così il miglioramento delle infrastrutture e dei servizi determinato e spesso imposto dalle grandi compagnie di turismo, produce, in ogni caso vantaggi anche per i residenti e le popolazioni locali e consente spesso rapidi miglioramenti di reti idriche, elettriche, stradali. Proprio perché fattore determinante e ormai irrinunciabile di sviluppo, il fenomeno va quindi piuttosto governato e ridefinito, alla luce di differenti obiettivi come quelli di salvaguardia culturale e ambientale, gli unici compatibili, del resto, con proiezioni di sviluppo economico a lungo termine. Occorre insomma uscire dall’alternativa esiziale: sottosviluppo attuale vs depauperamento a medio e lungo termine. Alla fase di stagnazione del modello Butler cui le attuali tendenze rischiano di condurre inevitabilmente queste aree e che è caratterizzata da un uso eccessivo delle risorse e dalla crescente opposizione locale oltre che all’esplicitarsi di problemi ambientali e sociali, bisogna contrapporre azioni di aggiustamento e vera e propria riduzione dei ritmi di crescita, così come imposto dalle sempre più urgenti azioni di protezione delle risorse.

Gli introiti derivati dal turismo debbono rimanere nei paesi ospitanti ed essere destinati a opere di protezione ambientale.

Qui come altrove, qui più che altrove, occorre costruire in maniera eco-compatibile. Complessivamente vi è quindi la necessità di compiere uno sforzo intellettuale per immaginare approcci alternativi, dal punto di vista urbanistico e culturale prima di tutto. In questa direzione e in tempi recentissimi, qualcosa si sta muovendo: ad esempio ad opera di gruppi di urbanisti- architetti spagnoli che propongono, oltre all’istanza ‘zero consumo’ di nuovo territorio, un sistema di azioni destinate ad attivare un turismo ‘attivo’, fondate sulla molteplicità e sovrapposizione di usi di una determinata area e creatrici di quella che viene definita “intelligenza di costa”. Analogamente, in un’altra area mediterranea dove ci si confronta da alcuni anni con le conseguenze di questo turismo invasivo, la Croazia, attraverso il Matra Projects Program finanziato dal ministero degli affari esteri olandese a sostegno del processo di trasformazione nelle aree del centro ed est europa, si sta sostenendo l’attività dell’Associazione di architetti croati che ha elaborato una serie di progetti fondati su un’impostazione ideologica alternativa ai modelli correnti. Secondo tale impostazione i cambiamenti territoriali possono essere solo il frutto di una intelligenza collettiva, debbono coinvolgere tutti i rappresentati dello spazio sociale e si pongono come fine, oltre ad un diverso modello di sviluppo del territorio, una forma di democratizzazione della società stessa.

Infine, la rete. Anche in questo ambito Internet può dare una mano dispiegando innanzi tutto le proprie potenzialità di strumento di critica attiva. La rete può innescare positivi dispositivi di autorganizzazione: così come ha contribuito ad un generale abbassamento dei costi dei viaggi aerei ed ha incrementato una reale competizione fra tour operators, così può contribuire a creare e consolidare, ad esempio, le comunità e le pratiche del turismo fair-trade, che attualmente seppur in crescita, rappresentano ancora percentuali troppo minoritarie per poter incidere sull’impatto globale. Attraverso Internet si possono diffondere notizie per itinerari meno banali e scontati e accrescere una maggiore consapevolezza nei confronti dei luoghi visitati, dando voce ad opinioni alternative e soprattutto al punto di vista dei locali e proponendo alternative ai circuiti chiusi e rigidamente consumer-oriented della maggior parte dei tour operators e della consona documentazione di viaggio oggi disponibile.

Durante una riunione di lavoro al museo del Bardo, ci sono giunte le notizie degli attentati londinesi: nello smarrimento iniziale, con sottile inquietudine, ho avvertito come i commenti dei nostri ospiti fossero improntati oltre che alla dovuta pietas nei confronti delle vittime, anche ad una sorta di neutrale constatazione dell’inevitabile. Anche lì, nella laica, occidentalizzata, modernista Tunisia, dove i rigurgiti di integralismo islamico, pur esistenti e periodicamente riafforanti come fuoco sotto la cenere, sono stati sempre stroncati, a volte brutalmente. “Non cambieremo il nostro stile di vita” abbiamo ripetuto – noi occidentali – in quei giorni, eppure l’impressione, da quei luoghi, è che se per molti aspetti non impareremo a farlo (ovviamente in altro senso da quello prefigurato da terroristi brutali), chi è dall’altra parte troverà motivi altrettanto forti del mantenimento di uno status quo.

E pensare che poche sere prima, durante il concerto di Riccardo Muti nell’anfiteatro romano di El Djem, alle 10,30 il maestro aveva interrotto ex abrupto l’esecuzione perchè il muezzin della vicina moschea potesse recitare la sua preghiera: in quell’atmosfera irreale e fantastica creata da un silenzio sospeso e dalle mille candele che illuminavano i fornici di pietra rosa una convivenza possibile era sembrata, a tutti noi, così vicina, così inevitabile.

* Il ciclo Butler ( http://www.geographyonline.co.uk/sitetour/resources/leisure/info3.html ) utilizzato per l’analisi dell’evoluzione del fenomeno turistico è contraddistinto dal succedersi delle fasi di: esplorazione, coinvolgimento dei locali, sviluppo, consolidamento, stagnazione, cui può eventualmente seguire una fase di ripresa.

D’ESTATE LE NOTIZIE meno importanti si adeguano alla spensieratezza delle vacanze. Frivole e drammatiche, più o meno sempre le stesse. Vip in spiaggia, 30 morti a Baghdad, sbarco di clandestini, meduse rosse in agguato, pulizia etnica nel Darfur, la casa al mare di Bruno Vespa. E fuoco che continua a bruciare foreste e villaggi. Bel paese che va in fumo. Chissà perché le polemiche dei soccorsi in ritardo trascurano da trent’anni la disattenzione amministrative e le trame politiche che preparano con pazienza queste tragedie. Al primo temporale d’agosto ce ne saremo dimenticati e fino alla prossima estate nessuno parlerà più su come prevenire i disastri. Le spiegazioni di oggi rimandano alle spiegazioni del secolo scorso: vento africano, mancate assunzioni dei forestali ausiliari i quali si fanno sentire col gioco dei piromani. Speculatori che soffiano pianificando le tariffe: la categoria degli incendiatori professionisti ha unificato i prezzi dal nord al sud.

Tremila euro al giorno per incenerire le pinete mettendo in moto la macchina costosissima e tanto attesa della riforestazione, appalti, progetti e giuramenti solenni: nessun terreno svuotato dalle fiamme potrà diventare area edificabile. Ma le promesse volano e le case al mare crescono. Crescono anche in montagna. La parola «verde» resta insopportabile ai costruttori e ai politici raccolti alle loro spalle. E la morbidezza delle cementificazioni si esalta nella elegia delle riviste per signore pronte a decantare la razionalità del palazzone vacanze o l’idillio della casetta-villaggio «7,8 metri quadrati di giardino personale» firmato dall’architetto di grido. Non basta la buona notizia dell’ecomostro abbattuto sulla costa amalfitana. Mille mostri stanno crescendo mentre i giornali del posto battono le mani: editori e imprenditori intrecciano le convenienze mascherando gli affari con bugie provvisorie. Costruire case, alberghi, campi da golf e piscine, dà lavoro a chi non ha lavoro. Non dicono che lo perderà appena le opere della speculazione coprono il tetto oppure chiudono i battenti.

Sviluppo senza progresso, ipotesi che Antonio Cederna, difensore del paesaggio italiano degradato dagli appetiti dei mattonari, aveva cercato di contrastare sul Corriere della Sera anni 70. Ma dopo le mani sulle città sono cominciate le mani sulle vacanze; mani sulle discariche; mani sulle sorgenti dell’acqua pubblica che diventa oro nelle bollicine della minerale. Mentre il Gargano bruciava, in fondo alla Puglia si tremava nelle pinete rinsecchite e mai ripulite. Costosissimi canali di irrigazione soffocati dalle immondizie. Anche se l’acqua scorresse abbondante non arriverebbe mai. Anni fa il Claudio Signorile, ministro socialista, si era impegnato a trasformare il meridione nella California del Mediterraneo impreziosita da una storia della quale si conserva memoria attorno ad ogni braccio di mare. La fretta dei costruttori ha trasformato il sogno nel posto-spiaggia per tutti. Il progresso non può essere frenato da quattro muri diroccati. E non importa se le strade restano carraie con un velo d’asfalto. Se mancano depuratori e parcheggi. Se i servizi sono improvvisati. Se i camping dilagano senza regole sicure. Se la professionalità del personale non ricorda la professionalità romagnola: studenti che arrotondano; precari che per due mesi in qualche modo respirano. Gentili ed affettuosi ma alla prima nuvola, tutti a casa. Nel sud la solidarietà negli affari attraversa i partiti, da destra a sinistra: non è diversa dal nord se non nel perbenismo delle forme. La sostanza non cambia. E neanche i soldi.

Mancano testimoni in grado di mettere le mani sotto la realtà, mancano perché demonizzati alla prima manifestazione di indipendenza. Guai analizzare l’onore di certi protagonisti, ondivaganti da un partito all’altro, dipende dalle convenienze. Cosa possono fare i cronisti che lavorano in tv o in giornali dalle proprietà meticce, mezzi affari e mezza politica locale? La professionalità resta ideale quando chi cerca può scrivere su giornali nazionali più complicati da imbrigliare. Non sempre, ma succede. È successo a Carlo Vulpio: racconta il Sud per il Corriere della Sera. Ed è successo ai giornalisti de Il resto, periodico di Matera, e a Carbone della Rai. Gli agenti hanno perquisito per sette ore la casa di Vulpio portando via sei computer: anche i computer di moglie e figli. Non si sa mai. Vulpio l’ha saputo dal telefono: stava raccontando i fuochi del Gargano. È accusato di concorso morale in associazione a delinquere per le cronache che raccolgono le indagini della procura di Catanzaro sulle toghe lucane. La denuncia viene da Emilio Nicola Buccio, ex membro del Csm, senatore di Alleanza Nazionale iscritto (assieme ad altri) nel registro degli indagati. Vulpio ne ha raccontato per primo la storia. La meraviglia è che i suoi articoli non appaiono fra i documenti d’accusa. Un modo per intimidire: o metti la testa a posto o la vita diventa difficile. Non è la prima volta che gli succede.

Il sud e il nord dei signori degli affari prediligono il silenzio o l’applauso mentre i loro piccoli e grandi mostri stanno crescendo. Querelano per fermare le inchieste degli uomini liberi di un libero giornalismo. Lontani dagli occhi della curiosità civile moltiplicano le nefandezze.

Il cimitero di Otranto è un bell’esempio. Dietro la sigla dell’agriturismo a volte si nascondono speculazioni ruspanti. Ibridi di strutture precarie e parcheggi al di là del consentito. La legge 447 permette a regioni, province e comuni di favorire poli di sviluppo per occupare braccia senza lavoro in deroga alla pianificazione urbanistica. Varianti autorizzate a fin di bene. Bene di chi? La filosofia della legge è sensata, dipende da cosa si intende per «deroga». Attorno alle pinete di Otranto sta crescendo un agriturismo che sembra un cimitero. Non è un paragone forzato: d’istinto ci si fa il segno della croce. Bungalow cappelle di famiglia, miniabitazioni, una sull’altra, tetto spiovente come nel Tirolo che fa scivolare la neve. Cappelle in fila nel malinconico camposanto per spensierati masochisti. 600 posti letto così. La bruttezza non è il solo problema. L’agriturismo nasce nella prospettiva di dare una mano alla piccola agricoltura che traballa. Grande successo quando è seria. Ma non trasforma i contadini in affittacamere. Li obbliga a servire in tavola solo i prodotti che raccoglie. Di fianco al cimitero di Otranto (località Frassineto) un altro agriturismo funziona proprio così: 70 posti letto dove gli ospiti mangiano e bevono le cose che il contadino fa in casa mentre il cimitero ricopre quasi per intero i tre ettari di orti disponibili. Resta lo spazio per un fazzoletto di prezzemolo. Sparisce la campagna, strade impossibili per le auto che non si possono incrociare stravolgono l’identità di una zona che affascina il turismo: il Comune l’ha abbandonata. Decisione presa da un sindaco Forza Italia con l’incoraggiamento della regione Puglia quando Fitto regnava. La stessa giunta si è impegnata con fervore nella creazione di un altro ecomostro. Attorno a Otranto è sbarcato Enea. Ipogei e tracce archeologiche lasciate dai monaci di San Basilio in viaggio da Oriente verso Roma, raccolti in un monachesimo ascetico al quale si rifà San Benedetto. L’insediamento nel Salento precede di due secoli la costruzione della cattedrale (1080): lo sterminato mosaico ricorda Aquileia intrecciando misteri greci, normanni e bizantini. Il tessuto incantato della città ha richiamato nel tempo un turismo non banale che le ruspe di un gigantesco albergo stanno sgretolando. Banalizza il cammino dei monaci nel nome scelto dai proprietari del resort: “I Basiliani”. 350 posti letto nella valle delle Memorie. Si annunciano straordinarie comodità: centro benessere e centro estetico. E il mare in bocca. Insomma, paradiso da rotocalco che qualcosa doveva pur sacrificare. Pazienza per il passato. Aggrapparsi al nome di un protagonista o dei monumenti trascurati non è solo debolezza pugliese. Leggendo i nomi di caffè e risoranti, i viaggiatori che attraversano Praga hanno l’impressione di visitare una città beatificata da Kafka. Scrittore amatissimo anche se in passato soffocato dalle repressione nazista perché ebreo, dalla censura sovietica perché piccolo borghese. È stato pubblicato timidamente nove anni fa. «La metamorfosi», tanto per cominciare. L’editore non ha azzardato un secondo libro: del primo capolavoro ha venduto 1890 copie. Pacchi di rese si impolverano nel magazzino. I Basiliani di Otranto (intesi come albergo) ripropongono lo stesso meccanismo: luce al neon come ricordo del passato, ma le memorie che lo rappresentano sepolte sotto il piano bar.

Per fortuna Maria Corti, nata da queste parti, è morta prima dello scempio. Ha dedicato uno dei suoi romanzi più belli («L’ora di tutti») al massacro turco dei cristiani di Otranto: non avrebbe sopportato la banalizzazione della storia tanto amata. Inutilmente Lega Ambiente denuncia la distruzione ambientale, paesaggistica e archeologica. Muri e grotte tagliare; cripte rupestri deturpate, rocce e verde impacchettati. Il Comune di Forza Italia ha approvato il progetto e la regione di Fitto lo ha benedetto. Una volta firmato il via ai lavori si è dimesso un assessore azzurro, farmacista nella vita e proprietario del terreno nella concretezza. Improvvisamente la politica gli è venuta a noia. Nessuna inchiesta, nessun trasalimento giornalistico. Le voci dell’architetto Fernando Miggiano e di qualche volonteroso sono rimaste proteste isolate. Voci redarguite pubblicamente: ma di cosa ti impicci? Da oggi alla prossima estate bisognerebbe tenerne conto. In un paese civile il turismo comincia a bruciare bruciando la memoria.

mchierici2@libero.it

L’introduzione dell’articolo 14 (legge obiettivo per il turismo di qualità) nel Decreto sulla competitività, proposto dall’on. Crosetto (FI) merita qualche ulteriore considerazione. La proposta di cedere in concessione a privati beni demaniali costieri per un periodo di 90 anni al fine di impiantare strutture alberghiere di qualità e case da gioco, per contribuire al decollo dell’economia del Mezzogiorno, in deroga a qualunque previsione urbanistica e di tutela vigente, è la cosiddetta ciliegina sulla torta. La trovata si inserisce infatti perfettamente in quella linea di pensiero e di azione più volte esplicitata dall’attuale maggioranza politica al governo del paese sintetizzabile nell’obiettivo di rastrellare risorse economiche comunque e dovunque, senza andare troppo per il sottile.

La famosa cartolarizzazione, cioè la vendita del patrimonio immobiliare pubblico, con la conseguenza di un gran numero di sfratti agli inquilini di case di proprietà di enti pubblici, per non parlare delle implicazioni squisitamente culturali sulla alienazione del patrimonio edilizio storico; la deregulation in campo urbanistico con l’ingresso sempre più invasivo del privato nelle decisioni urbanistiche, consacrato nella legge nazionale sul “governo del territorio” nota come legge Lupi, fortunatamente bloccatasi per mancanza di copertura finanziaria, sono alcune delle performances più significative dell’attuale maggioranza politica al governo del paese.

A onor del vero l’insofferenza verso le regole dell’urbanistica (i cosiddetti lacci e lacciuoli che impediscono la libera iniziativa degli imprenditori privati) si è manifestata da più di un decennio e ha prodotto il varo di strumenti urbanistici che prevedono l’affermazione del partenariato pubblico-privato, il ruolo crescente del partner privato e la deroga sistematica alle norme contenute negli strumenti urbanistici. Ci riferiamo ai cosiddetti “programmi complessi” tra cui si annoverano i PIT (Programmi integrati di intervento) i PRUSTT (Programmi di riqualificazione urbana e sviluppo sostenibile del territorio); iniziative promosse da privati, spesso sostenute da finanziamenti europei, con percorsi molto accelerati di progettazione e di approvazione, a scapito della qualità progettuale e della trasparenza delle procedure.

Sulle questioni accennate non ci è sembrato cogliere un grande interesse e un adeguato atteggiamento critico da parte delle forze politiche del centro-sinistra, che sono sembrate tendenti a sposare tout-court le innovazioni, dimenticando forse che la paleo-urbanistica, tradizionalmente affidata al soggetto pubblico, nonostante alcune innegabili rigidezze, garantiva almeno irrinuciabili fasi di pubblicizzazione delle scelte urbanistiche e di democrazia partecipativa alle scelte stesse (pubblicazione dei piani, osservazioni e opposizioni dei cittadini e dei soggetti portatori di interessi collettivi come le associazioni culturali, ambientaliste, etc..). Le procedure accelerate, gli “sportelli unici” e i “silenzi-assenso” rendono molto difficile l’informazione e la conoscenza delle iniziative proposte dal privato di turno.

Nell’art. 14 proposto dall’on. Crosetto troviamo tutti gli ingredienti di cui sopra tendenti a spianare la strada del privato, ma gli stessi contenuti e obiettivi erano stati dichiarati più volte in precedenza dall’on. Miccichè, in varie interviste rilasciate da quando ha assunto la carica di Ministro per la Coesione Territoriale (?) con particolare riferimento allo sviluppo del Mezzogiorno.

Ascoltando e leggendo le interviste dei suddetti politici c’è da chiedersi in che misura essi conoscano il Mezzogiorno, le relative angosciose problematiche, le straordinarie risorse territoriali, ancorchè sottoutilizzate, e che cosa intenda il Ministro Miccichè per “coesione territoriale.”

Il Mezzogiorno, come è noto, è una terra di forti squilibri e di grandi contraddizioni: abbandono e spopolamento delle aree interne; congestione delle aree costiere; inquinamento marino di natura antropica; carenza di infrastrutture territoriali di collegamento; dissesto idrogeologico; carenza idrica; crescita dissennata delle città con croniche carenze di attrezzature e servizi pubblici; degrado e abbandono dei centri storici; dismissioni industriali e crollo degli indotti; agricoltura precaria. A ciò fa da contraltare la ricchezza del patrimonio naturalistico, paesaggistico, storico, archeologico, culturale, ubicato anche in aree interne e poco conosciute; la qualità architettonica e paesaggistica dei centri storici; la gastronomia e alcune piccole produzioni pregiate che cominciano ad affermarsi; una nuova attitudine imprenditoriale nel settore dell’agriturismo e del turismo rurale che utilizza una piccolissima parte della grande quantità di manufatti storici diffusi nel territorio. Da non dimenticare, ovviamente, l’ipoteca della criminalità organizzata su qualsivoglia iniziativa.

L’art. 14 mette su carta le intuizioni del Ministro Miccichè sul ruolo salvifico del turismo d’élite per il decollo del Mezzogiorno, tramite le procedure deregolatorie di cui si è già detto e che sono state evidenziate da altri commentatori sulla stampa nazionale.

E’ stato evidenziato giustamente anche che l’impresa mafiosa, che è l’unica ad avere capitali da investire nel Mezzogiorno, correrebbe a vele spiegate a cogliere le opportunità offerte dalla nuova normativa, ivi compresa la possibilità di aprire case da gioco, che come tutti sanno, servono egregiamente a ripulire il denaro di provenienza sospetta.

Ma i problemi sono anche altri e investono il ruolo che può avere realisticamente il turismo per contribuire allo sviluppo economico delle comunità del Mezzogiorno. Infatti la crisi dei sistemi produttivi tradizionali sembra affidare lo sviluppo del territorio delle regioni meridionali quasi esclusivamente all’incremento delle economie derivanti dall’attività turistica, invocata sistematicamente, ma in maniera piuttosto astratta, nei documenti delle forze politiche e sempre più presente nei progetti di sviluppo locale, anche se in forme disorganiche e di dubbia efficacia.

A tali manifestazioni di indirizzo programmatico non è comunque corrisposta una crescita del settore turistico come rivelano dati e statistiche recenti; infatti, il turismo, per diventare una attività produttiva di rilievo, deve fare parte di un progetto politico complessivo, in grado di intervenire non solo su tutta la filiera dell’offerta turistica, ma anche sulla riqualificazione del territorio, sul ripristino dell’equilibrio ambientale, sull’integrazione dei collegamenti territoriali, sull’incremento della portualità, etc…

L’offerta turistica del Mezzogiorno, al centro del Mediterraneo, che costituisce uno dei più grandi bacini turistici esistenti, dove confluisce il 35% del turismo mondiale, è ancora poco articolata per genere con prevalenza del turismo balneare, caratterizzata da una breve durata (il periodo di luglio e agosto) e concentrata su poche località da sempre inserite nei circuti turistico-balneari tradizionali.

Sicuramente non basta il cosiddetto turismo d’élite (alberghi a cinque stelle, campi da golf e case da gioco) specie se destinato a congestionare ulteriormente le fasce costiere a dare una spinta significativa e sana allo sviluppo delle comunità del Mezzogiorno.

Una autentica sensibilità verso la “coesione territoriale” dovrebbe indurre il governo a occuparsi del Mezzogiorno in maniera più organica, guardando anche alle risorse potenziali espresse dalle aree interne come parchi e riserve naturali, aree archeologiche, centri storici, produzione agricola ed eno-gastronomica di qualità; risorse straordinarie, che comunque non riescono ancora a fare “sistema” e a diventare attrattori di varie tipologie di turismo.

Il Ministero della “coesione territoriale” forse dovrebbe iniziare ad applicare sul campo la ragione sociale che lo definisce.

VENEZIA — «Il turismo veneto ha due nemici. Innanzitutto gli immobiliaristi che riempiono il territorio di seconde case, in particolare sulle coste, ormai solo un costo e non un investimento produttivo. Poi i politici che non capiscono come questo settore non va più valutato in base alle semplici presenze, ma alla loro qualità e redditività». Un attacco duro quello lanciato in piena stagione estiva da Marco Michielli, albergatore veneziano di Bibione, presidente regionale di Federalberghi e di Confturismo, la branca della Confcommercio che rappresenta tutto il comparto. Ma anche la base di una sorta di manifesto per il rilancio del settore a partire dalla regione che in Italia ne detiene il primato. Però anche in Veneto si vedono sempre più evidenti i segnali della crisi complessiva che hanno fatto scivolare il Belpaese al quinto posto della classifica mondiale per visitatori, superata anche dalla Cina, nella quarta piazza, con davanti i capolista Usa, seguiti da Francia e Spagna.

Ma come presidente, l'altro giorno la Regione ha dato le ultime statistiche: nel 2006 le presenze turistiche hanno quasi raggiunto quota 60 milioni, in crescita del 4,6% rispetto all'anno prima...

«Va bene, però quanto rende questa massa? Anche nel nostro ambito i numeri vanno "pesati" più che contati. Quello che conta è quanto ci si guadagna. Per capirci, la Fiat ora ha utili maggiori di quando produceva più automobili. Qualcuno, soprattutto a livello politico, si augura di arrivare a 80 milioni di presenze. Ma lo sanno che un'invasione del genere metterebbe a rischio i fragili equilibri di una regione che è già la più antropizzata d'Italia? Il 15% del territorio, compresi monti, laghi e lagune è urbanizzato. I paesaggi del Giorgione e del Tiepolo sono tempestati di capannoni».

Da imprenditore turistico ad ambientalista?

«No, parlo da chi vive del suo lavoro. I beni naturali e culturali sono la materia prima per la nostra attività che, lo ricordo, è la prima in Veneto per quota di Pil, la ricchezza prodotta e numero di addetti. Ambiente e patrimonio artistico vanno tutelati per garantire il futuro del turismo che, secondo me e tanti analisti, coincide con quello della nostra economia in generale. Tra vent'anni non sarà la manifattura a basso valore aggiunto a trainare il Veneto, ma quella hi-tech. E soprattutto il turismo. Guardiamo cos'è successo in Spagna: partendo da questo settore hanno creato un'economia che ci sta superando».

E invece cosa minaccia l'industria dell'ospitalità veneta?

«Proprio il consumo eccessivo e il saccheggio del territorio avvenuto dagli anni '60 ad oggi. La maggior parte delle vedute dei pittori paesaggisti toscani del '400 è oggi come allora, altrettanto non è possibile qui. Non siamo più poveri e le nostre priorità non sono più quelle degli anni '60. È ora che ci impegniamo a tutelare quanto rimasto per la qualità della vita nostra e dei nostri figli, oltre che per rilanciare il turismo. Questo devono capirlo tutti».

Chi non ci sente?

«Per esempio gli immobiliaristi, non tutti, dediti alla pura speculazione. Alla cementificazione già avvenuta delle coste se ne sta per aggiungere una ulteriore, con milioni di metri cubi edificabili già approvati. E quel che è più grave quasi tutti dedicati ad appartamenti e seconde case in genere, tra l'altro con una crisi in corso da anni delle locazioni balneari. È l'ora di dire basta a queste a nuove costruzioni sulle coste. Con quella tipologia poi significa rovinare il paesaggio e gravare i Comuni di costi per servizi come la nettezza urbana che comunque devono garantire, anche se spesso si tratta di immobili occupati un mese all'anno. D'altra parte i sindaci sono diventati complici, loro malgrado. Per compensare i tagli dei finanziamenti statali agli enti locali concedono licenze edilizie per guadagnarci in oneri di urbanizzazione e introiti del-l'Ici ».

«I politici che devono fare il loro mestiere, cioè programmare senza farsi tirare la giacchetta dagli interessi immobiliari e avvalendosi degli esperti del settore. Devono stoppare i cantieri sulle coste e incentivare le demolizioni degli edifici peggiori e più vecchi sul litorale. Anche concedendo maggiori cubature all'interno, come si fa in Spagna. In Regione l'assessore Zaia è brillante e rapido, ma deve capire che i nodi del turismo veneto non stanno tanto nel

marketing e nella comunicazione. Bensì nella carenza del prodotto che vendiamo su un mercato mondiale sempre più competitivo. Non è integrato, manca la parte d'intrattenimento oggi fondamentale per attirare clientela. Lavoriamo su queste cose, altro che puntare agli 80 milioni di presenze».

«Prendiamo le ville venete. Ce ne sono quattromila, ma solo sette sono visitabili, peraltro in orario d'ufficio. A Grenada l'Alhambra si può visitare anche alle 3 di notte. Le nostre ville, se opportunamente usate e penso al turismo congressuale, si ripagherebbero le spese e magari produrrebbero reddito invece di pesare sulle tasche dei cittadini».

Insomma far ripartire il turismo, veneto e italiano, si può...

«Certo i fattori per essere competitivi li abbiamo, ma non li usiamo. Il governo ripristini il ministero del Turismo per coordinare lo sbando attuale delle strategie di promozione di Regioni. Sul prezzo i Paesi del Sud del mondo ci batteranno sempre. In Veneto si renda l'offerta più appetibile e la si faccia pagare di più. Altrimenti saremo sommersi dall'orda di turisti low cost ».

Marco Michielli è presidente regionale per il Veneto di Federalberghi e di Confturismo

Incrementare il turismo. Fare del turismo il volano della ripresa. Imparare a sfruttare l’Italia, paese particolarmente adatto - per le sue eccezionali qualità storiche, artistiche, paesistiche, climatiche - a un turismo d’élite non meno che a un turismo di massa. Eccetera. Sono auspici con insistenza ricorrenti sulle bocche di politici di ogni livello, leader di partito, ministri, presidenti di regione, sindaci di piccoli comuni periferici. Puntualmente seguono, pronunciate con virtuosa convinzione, frasi del tipo “Anche perché il turismo non inquina”, “Molto meglio che alimentare consumi inutili”. Eccetera.

Nessuno, ch’io sappia, ha mai avuto nulla da obiettare. Incredibile. Nessuno sembra riflettere un attimo sulla sorte di città uniche e preziose (vedi Firenze, Venezia, il centro storico di Roma, ma gli esempi potrebbero essere infiniti) addirittura stravolte dal turismo di massa. E non solo per via delle folle stipate e faticosamente semoventi all’interno di stradine minime, vicoli e callette, nati quando gli umani erano meno di un decimo di quelli oggi viventi sulla Terra, e solo una quota minima di loro abitava in città, la maggioranza essendo allora residente e operante nelle campagne. Stradine vicoli callette che addirittura la massa dei visitatori impedisce, a sé e agli altri, di vedere, e che d’altronde pur restando (quando accade, e accade sempre più di rado) gli stessi di quattro cinque sei più secoli fa, nella struttura muraria, nelle facciate, nei tetti, negli infissi, risultano radicalmente trasformati, privi di senso, se la bottega del vecchio artigiano è stata sostituita da un fast food, e il negozio d’abbigliamento di antica tradizione si è trasformato in una jeanseria, e accanto a una celebre cattedrale staziona una bancarella traboccante di “ricordini” in alabastro e finto murano, e dovunque c’è un minimo di spazio sono tavoli e sedie di caffè trattorie pizzerie a occuparlo, e i rifiuti si ammucchiano in libertà e in vigoroso aumento.

Nessuno sembra ricordare che è stato il turismo, ricco o povero, di massa o d’élite, la causa prima della mostruosa cementificazione delle coste, non solo italiane, ma spagnole, greche, turche, nordafricane, e via via del mondo intero, invase da alberghi albergoni pensioni seconde e terze case. Che sempre il turismo, nelle sue diverse pratiche e accezioni, alla caccia di sempre nuovi e più lontani “paradisi incontaminati”, è tra i responsabili dell’abbattimento di foreste millenarie per far posto a villaggi turistici e centri commerciali, del dissesto ecologico di interi arcipelaghi, e (con il moltiplicarsi di natanti di tutti i tipi e misure, di porti grandi e piccoli, di depuratori malfunzionanti o inesistenti, di bagnanti distratti o maleducati) del crescente e sempre più allarmante inquinamento dei mari di tutte le latitudini; e quindi della distruzione di irripetibili fondali, della perdita di un altissimo numero di specie vegetali e animali, il corallo in primis, di uno squilibrio cui non pochi studiosi attribuiscono anche tsunami sempre più numerosi e violenti.

Men che meno qualcuno sembra considerare quale cospicuo apporto alla generale crisi ecologica rappresenti la mobilità che per definizione al turismo appartiene, qualunque sia il mezzo di trasporto. Automobile, con relativa produzione di gas serra, e insieme crescita esponenziale di produzione di macchine, di autostrade, di problemi di traffico urbano ed extraurbano, di malattie dell’apparato respiratorio. Aereo, con analogo ma enormemente più alto contributo all’effetto serra, e non piccolo contributo alla cementificazione del mondo mediante la moltiplicazione di aeroporti di ogni dimensione. Treno, con minore ma non trascurabile impatto ambientale connesso al numero crescente dei convogli, all’apertura di nuovi tunnel, all’alta velocità, e così via.

So benissimo, nel dire queste cose, di attirare la dura riprovazione non solo di quanti, direttamente o indirettamente, sul turismo di massa vivono e prosperano, ma anche di coloro che lo vedono come una conquista sociale, come il diritto di accesso da parte di tutti (o quasi) a quello che era privilegio di pochi, come nuova opportunità esperienziale e cognitiva da annoverare sul piano del diritto alla scuola e al sapere nella sua interezza, come strumento di sensibilizzazione e arricchimento mentale. Ma siamo certi che questa sia la funzione, e questo sia il risultato, del tipo di viaggi e vacanze “tutto compreso”, così come vengono organizzati e offerti, a prezzi di “assoluta competitività”, insomma il tipo di turismo più diffuso, in quanto accessibile a quelle masse che un tempo dal turismo erano escluse?

Viaggi per gruppi massicci, organizzati come catene di montaggio, secondo tempi strettissimi e obbligati, tappe di un giorno o due quando non addirittura di poche ore in famose città d’arte e soste di qualche minuto di fronte ai monumenti più significativi, il tutto a volte sostituito da un giro in bus con la voce della guida a indicare il Colosseo, il Louvre, il Partenone. Sempre però lasciando largo spazio a foto e filmati, e puntualmente prevedendo visite al vecchio mercatino o al nuovissimo shopping center per gli acquisti ricordo, includendo nel programma ristoranti “etnici” con cibi tradizionali da tempo adattati ai gusti dei visitatori, serate in locali di folklore anch’esso debitamente riveduto e corretto; in un sapiente gioco di rimando e accumulo tra mercato turistico e tutti i possibili mercati collaterali. Quanto può tutto questo contribuire all’apertura mentale, all’arricchimento culturale, al fervore immaginativo di una persona? E analogamente - fatta salva la “ricreazione” fisica - quanto può servire a questi scopi la vacanza in terre sempre più lontane, che proprio l’afflusso turistico non solo rende sempre più somiglianti all’occidente (nell’edilizia, nel traffico, nella cucina, nell’intrattenimento, nella crescente disponibilità di merci di produzione occidentale appunto) ma separa dal contesto generale del paese, in un processo che non ne risana ma ne contamina e squilibra la realtà, sovente creando due economie parallele, una (relativamente prospera) in dollari, l’altra (poverissima) in moneta locale?

Il fatto è che il turismo è soggetto a quel processo di assimilazione di ogni attività individuale e sociale alla merce (alla progettazione, alla produzione, alla commercializzazione, al consumo delle merci), che sempre più definisce sotto ogni aspetto l’attuale forma del sistema capitalistico, cioè il neoliberismo; il quale solo all’aumento del prodotto finalizza il proprio agire, del tutto trascurandone i contenuti, la qualità, le conseguenze. E’ un processo che riguarda ormai la totalità dei servizi, inclusi quelli che più dovrebbero restarne immuni, in quanto riguardano quella che Engels chiamava “produzione delle persone”, appunto distinguendola dalla produzione di merci: cioè non solo sanità, istruzione, ricerca scientifica, informazione di ogni tipo, ma anche le tante altre attività che hanno una significativa ricaduta sociale e culturale, che intervengono nella formazione dell’immaginario e dell’inconscio collettivi, di cui anche il “divertimento” in tutte le sue manifestazioni (ivi compreso il turismo) è parte non certo secondaria.

C’è qualcosa da fare? Non molto, temo, finché le sinistre non si accorgeranno che adeguarsi alle politiche economiche della destra, continuando a inseguire crescita, competitività, profittabilità, ecc., imponendo la quantità come categoria portante del nostro esistere, così come oggi accade, ci sta conducendo alla catastrofe, e non solo ambientale. Dopotutto il turismo, così come viene proposto e praticato oggi, appartiene a questa logica. Forse però, anche senza uscire da questa logica (cosa per ora difficilissima), si potrebbe riflettere che puntare sul continuo aumento del turismo per la ripresa economica, significa distruggere proprio quello che fa del nostro paese una meta turistica privilegiata, e dunque pervenire all’effetto opposto.

O si potrebbe almeno smettere di affermare che il turismo non inquina?

Un programma di 100 pagine con dati, informazioni e progetti, stilati in vista di due grandi eventi: il 150° anniversario dell'Unità d'Italia nel 2011 e l'Expo del 2015 di Milano. Cento pagine che il sottosegretario al Turismo, Michela Vittoria Brambilla, anticipa a Panorama, in vista del 20 giugno, quando si terrà la conferenza annuale di Riva del Garda: primo incontro ufficiale del governo con la categoria, gli operatori del settore e le regioni.

Può fare qualche esempio di cantiere già approvato?

“Il nuovo Palazzo del cinema di Venezia e la riqualificazione delle aree limitrofe: il futuro della mostra e dell'economia del Lido è legato alla realizzazione di questo complesso che favorirà l'occupazione e lo sviluppo durante tutto il corso dell'anno.”

Come sarà il nuovo spazio?

“Una grande sala da 2.400 posti e l'area del mercato dei film, composta da 15 sale di proiezione polivalenti e da aree commerciali per un totale di 7 mila mq.”

Altri progetti?

“La costruzione del nuovo auditorium a Firenze. Nascerà lungo la linea che separa la Firenze verde da quella di pietra, giocherà infatti un delicato ruolo tra le diverse parti della città. Ci sarà una cavea all'aperto, giardini interni e spazi coperti, anche un ponte pedonale che a sud-ovest supera il fosso Macinante.”

Questo per le città d'arte. Quali altri centri sono interessati?

”Il museo dell'arte contemporanea a Cagliari, che mira anche alla riqualificazione del fronte mare della città, e l'ampliamento dell'aeroporto internazionale di Perugia S. Egidio. L'Umbria infatti, pur avendo una posizione geografica molto favorevole, non ha mai avuto collegamenti viari, ferroviari e aerei importanti, sebbene ospiti da diversi anni manifestazioni di risonanza come UmbriaJazz, Eurochocolate e il Festival dei due mondi. E ancora: la nascita di un polo, un grande parco urbano territoriale, con aree boschive pregiate, tra il parco della Reggia di Caserta e quello nell'area dell'ex Macrico con edifici dedicati al turismo e al tempo libero.”

Qual è la prima cosa che ha fatto quando è entrata nei suoi uffici?

“Una riunione con i dipendenti per dire che la parola d'ordine è operatività. A ogni euro speso deve corrispondere un turista in più. Basta con gli sprechi.”

Piglio manageriale. La reazione?

“Ottima: non vedevano l'ora di rimettersi al lavoro. Ho intenzione di operare una sintesi fra tutti i contributi dei vari enti, dando vita a un'unica politica nazionale di promozione e sostegno del turismo. Credo sia questa una delle mancanze degli ultimi anni.”

Qualcuno l'ha ribattezzata strategia acchiappaturisti. È così?

“Senza essere paradossali diciamo che ce n'è bisogno. I dati parlano chiaro: dal 1991 al 2006 c'è stata una crescita di presenze nel nostro Paese del 36,8 per cento. Non è un numero rassicurante: basti pensare che in Spagna sono aumentate del 63, in Francia del 44,8, nel Regno Unito del 66,5, in Turchia dei 323 e in Cina del 346 per cento. I dati ci dicono di un settore che cresce ma non abbastanza, o perlomeno non quanto sta crescendo in altri paesi del Mediterraneo.”

Altri dati di confronto?

“Il World travel & tourism council (Wttc) ci dice che siamo al 173° posto nella

graduatoria mondiale delle previsioni di crescita. Se l’Italia sale dell’ 1,4 per cento, la Spagna, nostra diretta concorrente, si sviluppa del 2,8: il doppio.”

Perché questa differenza?

“Intanto occorre ricordare che il 60 per cento del turismo nel nostro Paese è fatto da nostri connazionali. Inoltre un dato significativo è che i due terzi del turismo non va più giù di Roma. Il che vuol dire che Nord e Sud hanno necessità totalmente differenti. Venezia viene visitata ogni anno da circa lo stesso numero di turisti di tutto il Sud. Inoltre c’è un problema di qualità dei servizi offerti e di formazione professionale che varia a seconda delle diverse aree del Paese.”

Ci saranno anche altre carenze...

“Le stiamo ancora analizzando. A intuito possiamo dire che l'Italia ha bellezze artistiche e paesaggistiche ma manca di infrastrutture. Nell'ultimo anno abbiamo scoperto che sono stati cancellati 7 mila treni locali. Dovremo identificare le zone di maggior crisi e quelle di maggior competitività, con uno sguardo complessivo.”

Male i treni, ma anche le autostrade non stanno tanto bene.

“Dagli anni Settanta a oggi nei paesi europei la rete autostradale è cresciuta del 230 per cento, in Italia solo del 67. La rete dell'alta velocità copre nel nostro Paese soltanto 590 chilomentri, circa un terzo rispetto alla rete francese, che arriva a 1.540 chilometri.”

E per quanto riguarda i porti?

“I paesi con il maggior numero di ormeggi sono i Paesi Bassi (220 mila) e la Gran Bretagna (175 mila), seguono la Francia e la Spagna.”

Perché le grandi catene alberghiere sono controllate dagli stranieri?

“Ci dovremo lavorare: nemmeno nei primi 50 gruppi europei figura oggi una catena italiana. La jolly hotel infatti è stata acquistata nel 2007 da un gruppo spagnolo.”

Ha un obiettivo per il suo mandato?

“Aumentare i flussi turistici in modo da portare a casa almeno 3-4 punti di pil. Tempo massimo: 5 anni.”

Postilla

Managerialità, operatività, concorrenza e - immancabile – competitività. Eccolo il programma della fulvocrinita sottosegretaria: tale è la foga dell'azione che vi traspare, da provocare un senso di stanchezza alla sola lettura. Qualcuno deve aver suggerito alla wonderwoman della Brianza che buttarla sul numero fa molto executive e, se non altro, aiuta a seppellire sotto un diluvio di cifre pescate un po' a casaccio da qualche documento qua e là l'eventuale ignoranza della materia su cui si discetta. E quando persino l'intervistatore pur amichevolissimo tenta di porre un argine a tale cumulo di banalità (avreste mai sospettato, ad esempio, che il Nord abbia necessità totalmente differenti dal Sud?) la nostra ermeneuta da agenzia viaggi si affida all'intuito (sic!), che le suggerisce la consueta lezione: porti, aereoporti, autostrade e in generale infrastrutture e costruzioni di ogni genere e foggia; persino l'unico esempio evocato di progetto di parco urbano, oltre a qualche accessorio esemplare botanico, sarà fruttuosamente destinato ad ospitare non meglio precisati edifici per il tempo libero e il turismo. Nella panoplia dell'armamentario sviluppista nulla ci viene risparmiato e così non possono mancare i centri commerciali a indispensabile coronamento del Palazzo del Cinema e la consueta equazione ad usum plebis: più costruzioni=più lavoro.

La Napoleonessa delle EPT venuta a risvegliare i letargici dipendenti dal loro torpore (“non vedevano l'ora di rimettersi al lavoro”, sic!) pare divorata dall'ansia da guinness: sembra che l'obiettivo prioritario per il nostro paese (da raggiungere, guarda caso, in un lasso di tempo che coincide perfettamente con quello della legislatura) sia quello di scalare le classifiche del settore, risalire le posizioni, sconfiggere gli avversari e, goal!, guadagnarsi la Coppa Campioni del turismo.

E in questa tragicomica manifestazione di sindrome da horror vacui cementizio neanche il più vago accenno ad un impiego di risorse destinato a ciò che di tutto questo movimentismo vacanziero dovrebbe essere lo scopo principale e cioè la fruizione del nostro patrimonio paesaggistico e culturale: l'anelito al primato della nostrana combattente sul fronte dell'ufficio prenotazioni è talmente scevro da ogni preoccupazione di carattere latamente culturale, da svelare senza reticenze e senza dubbi come, in questa visione, il nostro paesaggio e il nostro patrimonio culturale nel loro insieme siano al più sentiti come un utile gadget, da sfruttare e spremere finchè serve per “portare a casa” - quella della libertà, s'intende - qualche punto percentuale di fatturato in più. E in questo ribaltamento assoluto di mezzi e fini che rimescola in un unico melting pot da film di Cronenberg Eurochocolate assieme al Festival dei due mondi, le uniche pulsioni ideologiche paiono rifarsi ad un nazionalismo da figurina Panini, condito in salsa similbocconiana e veterolittoria.

Ma forse le ascendenze sono da recuperare un po' più vicino nel tempo e nel genere: a rileggere l'assertivo slogan “voglio un turista per ogni euro speso”, davvero la memoria corre alle esortazioni prescrittive della Wanna Marchi nazionale che, nell'impeto della televendita e con esilarante sprezzo dell'evidenza, vista la non esile figura, ci ingiungeva: “Vi voglio tutti magri!” (m.p.g.)

All'Aquila in questi giorni il clima sta cambiando, di notte la temperatura precipita e presto farà troppo freddo per vivere in tenda. La gente è preoccupata e comincia ad arrabbiarsi, ma tiene ancora la voce bassa: nei campi, luoghi di concentramento coatto dove le persone dipendono completamente dall'assistenza, non ci si può riunire, il regolamento lo vieta. E senza confronto è difficile far emergere il dissenso, soprattutto quando le necessità in gioco sono irrinunciabili. Specialmente quella delle case, che mancheranno a lungo, nonostante le promesse di alloggi subito per tutti. A quattro mesi dal sisma gli aquilani sfollati continuano a essere moltissimi: più di 60.000, di cui 45.000 assistiti tra alberghi, case affittate e, soprattutto, le tendopoli, dove vivono ammassate ancora almeno 20.000 persone.

Tra pochi giorni si conoscerà il numero delle case inagibili. I cittadini residenti in edifici dichiarati tali avevano infatti tempo fino al 10 agosto per presentare la domanda di assegnazione della casa. Ai richiedenti verranno attribuiti dei punti e, sulla base della graduatoria, si farà l'assegnazione. Ma non ci saranno case per tutti. Infatti, solo 13.000 potranno alloggiare nelle palazzine del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili) che stanno sorgendo come funghi nel territorio del comune dell'Aquila. La sorte degli altri, meno fortunati, non si conosce. Per ora non c'è traccia di un concreto piano di requisizione degli alloggi sfitti o invenduti, non danneggiati o ripristinabili, che sono molti e potrebbero ospitare gran parte dei senza tetto. Non solo, gli interventi di recupero degli edifici meno compromessi stentano a partire, da un lato per le contraddizioni tecniche delle diverse ordinanze, dall'altro per i contributi che non arrivano ancora e che, comunque, riguarderanno solo i proprietari di prime case.

Invece, l'unica soluzione abitativa che sta prendendo alacremente forma, per merito degli operai delle ditte subappaltatrici che lavorano fino a notte, è il progetto Case, la new town distribuita sul territorio, tanto sostenuta da Berlusconi e Bertolaso. L'affidamento dei lavori è stato fatto in fretta: in regime di ordinanza si saltano via tutte le prescrizioni legislative sulle aggiudicazioni. Il progetto non prevede una vera e propria nuova città, come si disse all'inizio, ma tanti insediamenti più piccoli e meno invasivi, sparsi però nel vastissimo e assai differenziato territorio del comune dell'Aquila. In teoria una scelta migliore, in pratica uno scempio ambientale che innescherà un processo di allontanamento della popolazione da quel che resta della città. Infatti, molti dei 19 siti individuati dalla protezione civile (di concerto col comune) per le nuove palazzine prefabbricate, poggiate come palafitte sui piloni delle piattaforme antisismiche, non sono vicini alla città, bensì dislocati nella campagna circostante o, addirittura, arrampicati sulle pendici del Gran Sasso. «Il problema è proprio quello del posizionamento. Una localizzazione più razionale e meno attenta agli interessi economici, fondata su un criterio di prossimità alla città e sulla difesa delle specificità ambientali, avrebbe garantito agli aquilani sradicati un minimo di continuità con la propria storia spezzata, il mantenimento dell'identità e, soprattutto della socialità», come ci spiega Antonello Ciccozzi, docente di antropologia culturale all'Università dell'Aquila. Invece, quando si è trattato di scegliere dove collocare i costosissimi insediamenti (circa 3000 euro a mq), «della qualità della vita e del rapporto indissociabile tra esistenza e luogo non si è ricordato nessuno».

Il territorio comunale aquilano non potrebbe essere più vario: non solo il bellissimo centro storico oggi zona rossa interdetta alla popolazione (dove vivevano però circa 6000 persone), l'ampia periferia frutto di un'urbanizzazione non pianificata (nei cui palazzi e condomini viveva invece la maggior parte degli sfollati), la zona industriale a est e ovest, ma anche larghe zone rurali e frazioni montane poco popolate, comprese nel Parco Nazionale. Una di queste è Camarda, sulla strada che sale sul Gran Sasso. Di fronte al paese di pietra arrampicato sul monte stanno cominciando i lavori di Case. Due immense gru dominano il paesaggio, finora protetto dai vincoli del Parco. Le ruspe hanno già sbancato il terreno: resiste solo una quercia secolare, difesa strenuamente dai pochi abitanti del paese. Davanti a Camarda presto sorgeranno 4 o 5 palazzine destinate ai senza tetto aquilani con meno punti, che saranno sradicati da un contesto cittadino e trasferiti all'interno di un vero e proprio non luogo, una tipica periferia suburbana delocalizzata all'interno di una comunità montana «con effetti di completo spaesamento», spiega Ciccozzi.

Se la scelta di Camarda appare del tutto irragionevole, l'insediamento previsto ad Assergi, pochi chilometri più in alto verso il traforo, crea non meno problemi. Anche se l'individuazione del sito tra i monti ha una specie di giustificazione: in quel posto vi erano ancora i resti fatiscenti delle baracche utilizzate, più di vent'anni fa, dagli operai che hanno scavato il traforo, abbandonati dall'ultima impresa impegnata nella grande opera, Impregilo, che non si era curata di bonificare la zona, forse nemmeno dall'amianto. Adesso il progetto Case ha permesso il recupero ambientale: al posto delle baracche sorgeranno i consueti piccoli condomini che, per ora, rovineranno soltanto il paesaggio ma, più avanti, quando tra qualche anno gli aquilani deportati rientreranno a casa, si trasformeranno in contesti degradati, ben più invasivi delle baracche. Il discorso della degenerazione vale per tutti gli insediamenti, anche i più vicini alla città, che si teme diventino, nel tempo, contenitori di ogni sorta di emarginazione.

Nessuno fiata davanti a questo progetto, anzi lo si guarda come una panacea. Il rischio è essere tacciati di disfattismo o, meglio ancora, accusati di esser tutti comunisti. «Qui ci stanno aiutando, mica si può sputare sul piatto in cui si mangia».

Ma dove vanno gli aiuti, ci si chiede seguendo Ciccozzi, che parla della catena distorta della solidarietà e dice che «chi aiuta, alla fine, in varia misura aiuta anche sé stesso». E, richiamando la teoria della Shock Economy di Naomi Klein, spiega che «le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale non solo le case. Favoriscono il capitalismo di conquista, che subito programma investimenti. Invece bisognava mettere al centro la difesa della qualità della vita, porsi il problema di ricucire la socialità interrotta, tutelare l'identità dei luoghi e delle persone». A chi conveniva il costosissimo Progetto Case imposto dall'alto senza negoziazione? Perché non sono stati espropriati i terreni più vicini alla città, le cui quotazioni cresceranno subito e saranno preda di facili speculazioni? E, soprattutto, perché non si è perseguita la strada della requisizione degli alloggi vuoti, che avrebbe aiutato anche le piccole imprese locali? Ad Assergi, ad esempio, un grande edificio mai completato domina con la sua mole tutta la valle. Un ecomostro da abbattere che, intanto, poteva essere reso abitabile con poco sforzo e gran risparmio di denaro pubblico e beni comuni, in primo luogo il paesaggio.

Anche se piuttosto datato, il testo che segue mantiene un notevole interesse, se non altro perché – come molti altri già proposti in questa sezione – offre un punto di vista non convenzionale. Non convenzionale almeno per chi di solito vede solo alcuni aspetti del problema: il territorio, l’ambiente, la società locale, le abitudini consolidate ecc.

Dei parchi tematici ci siamo già occupati secondo vari aspetti: questo è quello più direttamente economico, e probabilmente più “onesto” nel presentare scenari, che invariabilmente vedono trionfare la concentrazione di capitali, l’omologazione di comportamenti e stili di vita, la ricchezza sociale ridotta a folklore da vendere nei chioschi all’ombra di qualche pupazzone.

Al limite dell’inquietante, la digressione finale (che secondo me anticipa con eleganza concetti del genere “liberismo compassionevole”) dove i parchi tematici diventano paladini della conservazione dell’ambiente, della società locale, delle tradizioni e di non si sa bene cos’altro. Al limite dell’inquietante, ma presumibilmente molto “venduta”, visto che poi rivediamo concetti del genere sbucare sempre dai comunicati ufficiali delle amministrazioni locali, sempre ammantati di “identità”, “tutela”, “occupazione”.

Pure, questo è il mondo con cui abbiamo a che fare, e dobbiamo tenercelo. Direi, meglio se per il collo, quando possibile. (fb)

Titolo originale The Future Role of Theme Parks in Internazional Tourism, Estratti e traduzione di Fabrizio Bottini

Introduzione

Il parco a tema ha molti precedenti storici, compresi i parchi divertimenti “a giostre” in America all’inizio del ventesimo secolo, e le attrazioni installate nei giardini pubblici d’Europa.

Ad ogni modo, la nascita del parco a tema moderno è generalmente individuata nell’apertura di Disneyland, circa trent’anni fa.

La Economic Research Associates (ERA), nel corso degli anni ha portato a termine molti studi per la Walt Disney Company e, dai tempi di Disneyland, i parchi a tema si sono moltiplicati per tutto il mondo. Tutti hanno le seguenti caratteristiche base:

  1. sono attrattivi per le famiglie;
  2. contengono uno o più ambienti tematizzati;
  3. hanno qualche tipo di “intrattenimento diffuso”, vale a dire attrazioni mobili come musicisti, giocolieri, personaggi in costume e simili, che si esibiscono “gratis”;
  4. hanno un alto livello di investimento per ogni singola attrazione o spettacolo;
  5. hanno un alto standard di servizi, manutenzione, pulizia;
  6. contengono abbastanza attività (entertainment content) da determinare una permanenza media tipo per visitatore, da 5 a 7 ore; e infine
  7. di solito, anche se non sempre, praticano una politica di ingresso a tariffa unica.

Recentemente, ci sono state variazioni nella formula. Esse comprendono parchi a tema rivolti particolarmente a un ambito o a un mercato, come quelli per bambini o quelli acquatici. Una seconda articolazione rispetto al parco a tema tradizionale, è quello in spazi chiusi, combinato con un centro commerciale. I più grossi esempi di questo tipo sono West Edmonton Mall in Canada, Lotte World a Seul, e Mall of America a Minneapolis.

Stato dell’arte

L’industria dei parchi a tema ha visto un’espansione internazionale piuttosto rapida negli anni recenti. La crescita si è concentrata per la maggior parte in Europa e Giappone. È piuttosto significativa la comparazione degli sviluppi negli USA con quelli degli altri mercati.

L’attività negli Stati Uniti è cresciuta per trent’anni, sino all’attuale maturità. Si caratterizza per un periodo iniziale, con Disney a fare da pioniere alla fine degli anni Cinquanta e primi Sessanta, una rapida crescita nei Settanta, e la maturità negli Ottanta. L’Europa e il Nord Asia sono al momento attuale nella fase di crescita rapida della propria attività nei parchi a tema. I paesi in via di sviluppo sono agli inizi. Anche se l’esperienza USA non può essere trasposta direttamente nei mercati esteri, si può essere ragionevolmente certi che l’Europa e il Nord Asia continueranno ad avere una forte crescita nei prossimi dieci anni, circa, e ci vorranno cinque anni o più prima di vedere qualunque crescita significativa nei paesi in via di sviluppo.

Europa

L’Europa ha già un certo numero di parchi. L’attività si è espansa in Europa occidentale con una grossa concentrazione in Germania, Francia, Benelux, e Regno Unito. Ora sta avendo luogo una espansione nell’area sud del continente, con parecchi parchi progettati o in corso di realizzazione in Spagna, Italia, Turchia e Grecia. C’è anche un certo numero di proposte per il Nord Africa e il Medio Oriente.

Al momento attuale, l’industria dei parchi tematici in Europa consiste di 19 principali centri, con un flusso annuale di oltre un milione di visitatori, e 45 centri di dimensioni minori con presenze fra 500.000 e 1.000.000 l’anno. I parchi d’Europa complessivamente generano 70 milioni di visite, con introiti di circa 1,5 miliardi di dollari. In termini di incassi, l’attività in Europa è circa 1/3 di quella degli USA.

Il mercato europeo sta cambiando, naturalmente, dopo la recente apertura del progetto EuroDisney.

Ora le chiavi di lettura del contesto europeo sono PREVISIONE, RIPOSIZIONAMENTO, ESPANSIONE, CONCENTRAZIONE.

Previsione

Ovunque i parchi tematici Disney entrino in nuovi mercati, generano significativi mutamenti strutturali nelle attività simili locali. Negli USA la prima attrazione, Disneyland, ha inaugurato questo tipo di attività. In Florida, ha trasformato una sconosciuta palude nella destinazione turistica principale d’America, e in un mercato attrattivo, e in Giappone, Disneyland Tokyo ha stimolato la crescita dell’industria locale di parchi tematici. Riteniamo che Disney avrà un significativo impatto sull’attività turistica, in Francia e in tutta Europa. Questo avverrà in sei settori chiave:

a) EuroDisney espanderà in generale l’attività dei parchi tematici in Europa, e la focalizzerà su Parigi creando un sistema di attrazione multi-parco.

b) Disney educherà il mercato riguardo al prodotto parco tematico, alla qualità dell’esperienza nel parco a tema, alla validità del sistema di ingresso a tariffa unica per un giorno di intrattenimento ad alta qualità.

c) Disney avrà la leadership del mercato riguardo ai prezzi. Questo farà si che gli altri si allineino ai livelli di Disney.

d) EuroDisney creerà una consapevolezza nei mercati. I suoi solidi e creativi programmi di mercato creeranno consapevolezza e indicheranno anche ai concorrenti metodi efficaci di marketing.

e) EuroDisney migliorerà la capacità di gestione dei parchi europei. EDL (EuroDisneyLand) creerà e formerà un bacino di managers specializzati nei parchi a tema, che in futuro potrà contribuire al miglioramento dell’efficienza del sistema europeo nel suo insieme.

f)Infine, EDL genererà un bisogno di complementarità, di prodotti in posizioni diverse nel mercato. Varie strategie di marketing e posizionamento si sono dimostrate valide altrove, in contesti condivisi coi parchi Disney.

Riposizionamento

Molti dei parchi europei si sono ampliati e riposizionati con nuova enfasi sull’investimento e sul marketing. Molte delle attrazioni europee hanno subito programmi di espansione aumentando la capacità di rides e spettacoli, aumentando i servizi come ristoranti e commercio (aree dove i parchi europei sono tradizionalmente arretrati rispetto agli USA). Sono stati attuati importanti programmi di crescita a Alton Towers in Inghilterra, De Efteling in Olanda, Gardaland in Italia, Parc Asterix in Francia, Walibi in Belgio, e in altri centri europei.

Parecchi si sono riposizionati nel mercato. Nel passato, i parchi contavano su un flusso stabile e ripetuto dall’area locale. Questo mercato rispondeva ai prezzi di ingresso bassi, alle aree da pic-nic, all’ambiente relativamente passivo, che offriva un’esperienza quasi da parco pubblico tradizionale. Attraverso i più recenti programmi di investimento, questi parchi tematici si sono riposizionati come attrazioni commerciali, con prezzi di ingresso più elevati, attirando visitatori da mercati più vasti.

Espansione

L’industria europea dei parchi tematici è stata segnata negli anni recenti da una nuova attività costruttiva. Negli ultimi quattro anni, questo sviluppo si è concentrato principalmente in Francia. EuroDisney ha aperto nel 1992, ma era stata preceduta (forse non molto saggiamente) da quattro altre nuove attrazioni: Asterix, Smurf Park, Mirapolis e Zygofolis. Disney deve ancora essere pienamente accettato dal mercato francese, anche se sta andando abbastanza bene coi turisti stranieri. Gli altri nuovi parchi francesi hanno avuto difficoltà finanziarie, a causa di errori di progetto, realizzazione e gestione. Due (Mirapolis e Zygopolis) sono falliti, diminuendo di molto l’entusiasmo di investitori e azionisti. Busch sta portando avanti il suo parco a Tarragona, Spagna, e vengono proposti altri progetti per il Sud Europa. Anche Legoland si sta espandendo verso nuovi mercati.

Concentrazione

Per ultima, c’è la tendenza alla concentrazione delle attività europee in parchi tematici, in alcuni gruppi chiave. Accade a queste attività nella fase matura, ed è stata questa la tendenza negli USA. In Europa, il processo è iniziato con l’acquisizione di molte attrazioni. Nel 1990, Madame Trussaud compra Alton Towers (Madame Trussaud possiede molti piccoli parchi in tutto il Continente, e Rock Circus a Londra). La compagnia Walibi acquista Smurf Park (ora Walibi Smurf), aumentando le proprietà nel settore a quattro parchi. Infine Accor, il maggiore operatore alberghiero in Francia, prende il controllo di Parc Asterix. Con l’unificazione d’Europa e la continua maturazione nell’attività dei parchi a tema, questa tendenza continuerà.

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Parchi tematici e turismo

Veniamo ora alle correlazioni fra parchi a tema e turismo. Si tratta di relazioni complesse, che dipendono in larga parte dalla dimensione del parco, dalla sua qualità, dalla sua singolarità.

Normalmente i residenti nell’area (in un raggio da 1,5 a 2 ore) rappresentano l’80 per cento delle visite in un parco a tema tradizionale. Anche i visitatori/turisti spesso sono nella zona per altri motivi (come ad esempio la visita ad amici o parenti). Così, il fatto di avere un parco a tema non assicura di per sé automaticamente un flusso turistico. Invece, per generare un movimento di tipo turistico, un parco deve:

Posto che questi criteri siano parte del programma turistico del parco a tema, i risultati possono essere eccezionali, con un solido ritorno economico. Per esempio, a Walt Disney World il turismo è aumentato da 2,8 milioni di visitatori nel 1970 a oltre 35 milioni nel 1992. L’incremento nel numero di visitatori, solo per quanto riguardo gli spostamenti aerei, è stato di 20 milioni. Questo aumento di visitatori (in particolare di chi pernotta) ha stimolato la realizzazione di oltre 50.000 stanze d’albergo, creando impiego diretto per oltre 250.000 persone. Una storia di successo, senza dubbio, per quella che era solo una palude infestata di zanzare, comprata a un prezzo medio di 500 dollari l’ettaro. Anche strutture di dimensione più piccola, come il Polynesian Cultural Center nelle Hawaii, hanno costruito un giro d’affari stabile di circa un milione di visitatori l’anno, e una forte penetrazione nel mercato turistico.

Tendenze di sviluppo

Avvicinandoci al 2000, ci chiediamo in che modo si evolveranno i parchi a tema come elemento componente del turismo internazionale. Non si seguirà ciecamente il modello USA, ma si evolveranno nuove forme di parchi, in cui il turismo sia una importante fonte collaterale. Dal nostro punto di vista di analisi delle tendenze di sviluppo e delle nuove proposte, individuiamo i seguenti cambiamenti:

Tematizzazione nazionale/regionale – I nuovi parchi avranno una più forte tematizzazione legata alla nazione o regione che li ospita. I parchi tematici stano diventando sempre più un simbolo e vetrina per l’identità regionale, la cultura, i traguardi tecnologici. Il pericolo qui, naturalmente, è che essendo troppo seri rispetto all’aspetto culturale i parchi smettano di essere divertenti. Dobbiamo ricordare sempre ai nostri clienti che il primo obiettivo di un parco tematico è il divertimento. È questo lo “zucchero” che fa andar giù anche la pillola della cultura e dell’apprendimento.

Parte di un più ampio programma di utilizzazioni miste – Nel contesto urbano/suburbano, vediamo ora i parchi tematici e le attrazioni di grande scala progettati entro complessi commerciali regionali, insediamenti costieri a usi misti, e anche complessi con usi terziari. In ambienti meno urbanizzati, le componenti addizionali spesso comprendono strutture per la villeggiatura, parchi di bungalows, villaggi con ristoranti e strutture commerciali, centri per eventi speciali ed esposizioni.

Maggior partecipazione e interazione dei visitatori – Le nuove attrazioni sono progettate per offrire maggior controllo e partecipazione, e incoraggiare un rapporto attivo fra il visitatore e l’ambiente. Questo è un portato naturale sia delle nuove tecnologie disponibili, sia della dimostrata attrattività di questo coinvolgimento in casi come il San Francisco Exploratorium. Vengono offerti nuovi percorsi emozionanti in cui si può controllare individualmente l’intensità dell’esperienza. Altri concetti tematici saranno in futuro ancora più basati su attività di partecipazione (sport, musica) rivolte al pubblico, anziché su caratterizzazioni da personaggi dei fumetti.

Uso di esperienze simulate e realtà virtuali – Probabilmente una delle aree più eccitanti di sviluppo è quella della simulazione. Gli avanzamenti tecnologici hanno consentito ai progettisti di attrazioni di replicare realisticamente e virtualmente qualunque esperienza naturale o da effetti speciali. Combinando una qualità visuale delle immagini estremamente alta, con sedili programmati per muoversi insieme all’azione, i visitatori possono gustare in modo realistico esperienze prima impensabili in un parco a tema. Il primo esempio altamente popolare di queste tecnologie è lo Star Tours di Disneyland. Comunque, queste nuove simulazioni comprendono la discesa delle rapide in Nuova Zelanda, la corsa in macchina sulle Alpi italiane, e le gare spaziali intergalattiche. Queste simulazioni vengono prodotte ad una frazione del costo di quelle tradizionali. La tecnologia è anche più flessibile (si può cambiare esperienza semplicemente cambiando software (il film proiettato) anziché cambiare struttura). Una sfida importante, ad ogni modo, sarà quella di sfondare dal punto di vista tecnologico, mantenendo intatta l’emozione e spontaneità del rischio personale percepito e dell’interazione di gruppo.

Maggior orientamento al tema acqua – Si sta verificando un maggiore uso delle attività, attrazioni e ambienti legati all’acqua. Numerosi parchi (Ocean Park a Hong Kong; Dreamland in Australia; Walibi in Belgio) combinano un parco a tema acquatico con attrazioni e divertimenti di tipo tradizionale. Parchi con spettacoli come Sea World sono ancora popolari ma l’espansione futura sarà limitata dalle restrizioni sulla cattura e l’esibizione di mammiferi acquatici. Assistiamo ad una crescente accettazione di acquari di tipo nuovo, ad alta tecnologia, che usano tunnels in acrilico a combinare l’esperienza del panorama marino di un’immersione con quella di una “ ride” tradizionale. Alcuni saranno realizzati in oceano aperto.

Progetti per un uso con qualunque tempo/ambienti artificiali – I nuovi parchi a tema sono progettati per aver più attrazioni al coperto, percorsi a clima controllato, zone di riposo. Questo consente un più rapido ammortamento degli alti costi di investimento in strutture fisse. I nuovi parchi sono progettati con più spazi coperti per fornire una attività più prolungata oltre la stagione estiva, e più ore di apertura al giorno.

Se si guarda al futuro, e al maggior numero di turisti che si prevede viaggeranno verso nuove destinazioni (in particolare Asia-Regione del Pacifico) si prevede una crescente pressione sulle risorse ambientali e sociali delle varie destinazioni. Sta emergendo un nuovo ruolo per i parchi a tema. Per loro natura, essi sono progettati ad accogliere grandi numeri di persone entro uno spazio controllato, con impatti gestibili. Nel futuro, essi avranno una nuova funzione educativa da svolgere, nell’introdurre, guidare, sensibilizzare il turista straniero all’ambiente ospite, ai suoi valori. I parchi a tema possono diventare la nuova soglia dell’ospitalità turistica nazionale. Anziché essere visti come attrazione isolata, essi diverranno parte di un equilibrato prodotto fatto di tempo libero e inserito nel sistema turistico, che contribuirà allo sviluppo economico, all’occupazione, e alla conservazione delle risorse di un’intera regione.

Nota: forse potrà avere qualche interesse in più, ora, la rilettura del pezzo su Mediapolis Canavese, e relativi links. (fb)

L’intervento introduttivo alla tavola rotonda conclusiva del Simposio scientifico internazionale “Roma, la città eterna in mutamento”, Università di Karlsruhe 18-20 aprile 2008

1. I processi di riconversione urbana avviati intorno agli anni ’80 al fine di ridurre la disoccupazione derivante dalla chiusura o crisi delle industrie, e portati a compimento in questi ultimi anni in termini di turismo, cultura e creatività, sono stati un prodotto di complesse strategie di marketing della città, finalizzate ad attrarre visitatori-consumatori, investimenti e flussi finanziari. In Italia i primi esempi di questa riconversione li abbiamo in città tradizionalmente industriali, Torino, Genova, Milano. Soprattutto le prime due oggi rappresentano complessivamente un esempio significativo di trasformazione e un modello di riferimento per altre città italiane, proprio perché sono riuscite a coniugare la riqualificazione urbana con il patrimonio architettonico e le imprese culturali (Bovone, Mazzette, Rovati 2005). Roma, invece, richiede un ragionamento a sé perché non ha vissuto i passaggi dal fordismo al post-fordismo e perché è una ‘classica’ città amministrativa a chiara vocazione turistica.

È in questo contesto che le città storiche italiane stanno assolvendo ad un importante ruolo attrattivo in termini di attività creative, di nuove popolazioni, di consumatori/visitatori. La bellezza (soprattutto quella ereditata dal passato) è diventata uno dei i fattori principali di questa rinnovata centralità. In altri termini, il passato non solo non è più ingombrante e residuale come lo è stato nella modernità (città industriale) ma è diventato una risorsa immediatamente spendibile in termini materiali e simbolici, in quanto elemento che rende unico e riconoscibile il paesaggio urbano.

E se la bellezza concorre al successo urbano in quanto elemento fondamentale di attrazione urbana, la città nel suo complesso è diventata una macchina multimediale che si organizza per produrre eventi e per diventare essa stessa evento (Sgroi 1997; 2001). In questa direzione si sono mosse gran parte delle città italiane, qualunque sia la dimensione e a seconda del patrimonio architettonico e culturale di cui ognuna dispone. Direzione che si alimenta di una forte competizione che tra le grandi città è finalizzata a diventare sede di importanti appuntamenti e che può trasformarsi in ‘lotta senza esclusione di colpi’ - si pensi per ultimo a ciò che Milano ha fatto per aggiudicarsi l’Expo del 2015 -, perché esporre l’immagine della città allo sguardo del mondo, significa riportare alla città concreti risultati in termini di pubblicità, di investimenti finanziari, di rivitalizzazione urbana (in poco tempo si realizzano grandi opere urbanistiche e architettoniche), di riscoperta dell’efficienza e delle capacità organizzative. Mentre la competizione tra le medie e piccole città si esprime inventando mostre e iniziative culturali locali di vario genere, per lo più collocate in palazzi di pregio riconvertiti a questo fine. L’elemento accomunante è che la bellezza come bene culturale è ormai considerata in tutti gli insediamenti urbani (ricchi e poveri, grandi e piccoli) una risorsa economica spendibile.

Ma il successo di questa formula finora è stato possibile soprattutto in quelle città dove si sono verificate almeno alcune delle seguenti condizioni: a) rigenerazione del vecchio ambiente costruito; b) miglioramento infrastrutturale; c) costruzioni di installazioni ‘simbolo’; d) cambiamento della cosiddetta landmark strategy; e) creazione di eventi sempre più nuovi; f) investimenti nel marketing territoriale e locale (place marketing), ovvero tutte quelle attività di comunicazione interne alla città e proiettate verso l’esterno. Investimenti e flussi finanziari possibili solo con un elevato grado di collaborazione tra amministrazioni pubbliche e imprese private (strategie di governance).

Alla luce di ciò, soprattutto le città storiche sono diventate la sede ‘naturale’ di attrazione per un pubblico vasto e composito, dove musei, opere di risanamento e opere costruite ex-novo, luoghi tradizionali di cultura (università, teatri e sale concerti) e nuovi luoghi di produzione culturale si mescolano ai luoghi di consumo e del divertimento, per diventare ‘la cartolina’ da esibire e vendere (Ingersoll 2004). In relazione a tutto ciò, negli ultimi anni si è diffuso un fenomeno di ‘dilatazione’ del centro, nel senso che aree sorte nella prima metà del Novecento, a ridosso dei centri e che fino a pochi anni fa erano considerate semi-periferie, tendono oggi a rappresentarsi come centro storico: un esempio significativo a Roma sono le aree attorno alle mura aureliane.

E se l’urbanistica continua ad essere assente da questi processi, l’architettura è ridiventata il collante principale di questa rivitalizzazione e costituisce il marchio (Amendola 1997) che può rendere unico il luogo e gli avvenimenti che vi si organizzano. Così, le singole opere architettoniche diventano esse stesse ragione di rivitalizzazione e di attrazione. Un esempio per tutti è la Biosfera di Renzo Piano a Genova.

2. Questo complesso processo di attrazione e competizione si accompagna al fatto che i paesi a sviluppo avanzato sono diventati paesi dal punto di vista sociale e territoriale estremamente mobili, e una delle cause principali della mobilità è il consumo, materiale e immateriale.

I due tipi di consumo non sono separabili, anzi, l’uno non può esserci senza l’altro perché il consumatore è diventato un soggetto sociale estremamente abile che, quanto più esplica grandi capacità di accesso e di selezione - è, per così dire, un soggetto blasé nel senso simmeliano del termine - tanto più accede alle risorse urbane.

In questo gioco di attrazione e di competizione gran parte delle città italiane, seppure non abbiano le caratteristiche delle città globali (Sassen 1991), hanno adottato politiche e strategie di rivitalizzazione urbana (urban regenaration), utilizzando come motore principale il nesso produzione culturale, servizi, consumo. Al centro di questo nesso va ricompreso il patrimonio architettonico, l’arte, il saper fare delle culture locali, il variegato sistema dei servizi tradizionali ed avanzati e, in modo particolare, il consumo di beni materiali e immateriali, a partire dal consumo di territorio. Grazie a tutto ciò, le città sono riuscite a produrre trasformazioni specificamente in tre tipi di aree: a) quelle centrali e con patrimonio storico-architettonico, più o meno ricco a seconda della lunga durata della singola città; b) quelle semiperiferiche e dismesse dove vi erano gli insediamenti industriali; c) i vasti territori di congiunzione tra un insediamento urbano e l’altro. E se nei primi due casi vi è stata una riconversione funzionale ed estetica che ha avuto un’immediata ricaduta economica e ha rinviato un’immagine di successo urbano (Sgroi 2001), nel terzo caso vi è stata la proliferazione di un insieme composito di periferie e che Koolhaas ha definito città generica, ovvero la città senza storia (2006). Questa apparente dualità tra centro e periferie ha a che fare direttamente con questioni controverse come ‘segni identitari’, ‘passato/presente’, ‘appartenenza territoriale’ e così via.

Vorrei però sottolineare il fatto che solo le città che hanno adottato e saputo applicare le politiche di rigenerazione hanno mantenuto il loro potere di monopolio e di ‘esclusività’ (target) e hanno trasformato in beni economici quell’insieme di caratteri che appartengono al passato e alla storia locale urbana - come esigenza rinnovata del cosiddetto ‘postmodernismo’ – e che si basa su quella che Urry ha definito “disease of nostalgia” (1990). Il tutto mescolato con tutte quelle attività che appartengono al tempo da dedicare allo svago e al consumo seguendo quelle note dinamiche, che coniugano i termini divertimento e intrattenimento (entertainment) con un insieme di attività ad essi complementari racchiusi in quattro sistemi di consumo: lo shopping, il mangiare, le attività educative nel loro significato più tradizionale e la cultura (Hannigan 1998). Dinamiche che non riguardano più soltanto le città più avanzate - come Roma e Milano -, ma che hanno contagiato tutti i territori.

Il binomio turismo/consumo lo si ritrova ormai ovunque, seppure con livelli differenziati di successo, ma tutti i territori (urbani ed extra-urbani) hanno adottato strategie attrattive simili, modificandosi nelle funzioni e nella forma giacché hanno assunto il consumo e lo svago come funzioni primarie, mentre le altre funzioni, soprattutto quelle abitative e quelle produttive nel senso materiale del termine, hanno subito un processo di periferizzazione o un valore di nicchia, a seconda dei casi.

3. Quali sono stati gli effetti più eclatanti di questi cambiamenti?

Innanzitutto, la città si è trasformata da luogo da vivere a luogo da consumare prevalentemente in senso turistico, trasformazione che ha accentuato i processi di spopolamento delle aree centrali, o città storiche, proprio perché le esigenze del mercato urbano sono nei fatti incompatibili con quelle di chi vi abita stabilmente. All’interno di questa trasformazione si possono individuare i segni di gentrificazione all’italiana e di folklorizzazione del centro (Mela 1996; Strassoldo 2003) che si affermeranno pienamente a partire dagli anni ’80 e ’90, al di fuori di qualunque programmazione urbanistica. Gentrificazione e folklorizzazione che in Italia fanno perno sulla bellezza, qui intesa nel senso estetico del termine.

In secondo luogo, il fatto che nella nostra epoca l’individuo da homo politicus sia via via diventato homo consumens (Bauman 2007), significa che i nuovi nomadi, i visitatori/consumatori, si sono appropriati della città pur essendo per definizione estranei ad essa, nel senso che il loro senso di appartenenza al luogo è provvisorio, così come è provvisorio il loro stare nel luogo. Questo determina una sorta di dissesto sociale e culturale i cui effetti sono ancora sottovalutati e poco studiati, non ultimo perché è difficile calcolare i costi della perdita dell’anima sociale di una città, o di parti di essa. In questo quadro, la bellezza è una merce al pari di qualunque altro prodotto, e perciò suscettibile di obsolescenza.

In terzo luogo, si è andato estendendo il consumo del suolo in senso urbano. Mi riferisco al fenomeno dello sprawl che riguarda il consumo del territorio e che rinvia sia al fatto che i mutamenti funzionali degli insediamenti non rispondono più a un’immagine di città compatta ed articolata per ambiti specializzati e rispondenti a un ordine razional-funzionalista, sia al fatto che lo sprawl è causa ed effetto della crescita della mobilità privata e individuale. Ossia, non si sarebbe potuto creare sprawl se non fosse stato portato a compimento il duplice processo di acquisizione della mobilità come una delle funzioni centrali e di dilatazione sociale del consumo tout court. Nel caso italiano lo sprawl è anche il prodotto di una mai dichiarata forma di deregulation, ovvero, le regole del mutamento sono state in buona misura dettate dalle forze economiche e dai nuovi protagonisti sociali di questi spazi urbani (Salzano 2006).

In quarto luogo, si è stabilito un difficile rapporto tra consumo e cittadinanza, perché acquisire come prevalenti le regole del consumo, significa avere come interlocutori individui che hanno una forte capacità di rappresentanza degli interessi di cui sono direttamente o indirettamente portatori; mentre, adottare gli strumenti di governo pubblico significa avere come interlocutori i cittadini, portatori di diritti e di doveri che prescindono dalle loro capacità individuali economiche e di rappresentanza politica.

4. In riferimento a questo processo generale Roma si colloca in modo originale, anzitutto, perché non ha dovuto subire la crisi cosiddetta post-fordista e perché i primi segni di folklorizzazione della bellezza vi sono già intorno alla seconda metà degli anni ’70 con la rapida affermazione di quella che venne definita ‘politica dell’effimero’, inaugurata a Roma dall’allora assessore Nicolini nel tentativo di ‘far incontrare’ i giovani delle borgate con le bellezze del centro e utilizzando il divertimento come medium culturale al fine di rendere il centro una zona sicura; inoltre, perché le ragioni dell’attrazione e del consumo sono legate alla sua storia certamente unica nel mondo (e non solo perché è capitale di due Stati); infine, perché l’architettura contemporanea ha un ruolo attrattivo - se si vuole - marginale perché le architetture del passato continuano ad essere la ragione centrale di attrazione: l’esempio della teca di Richard Meier per l’ARA PACIS, è significativo, giacché, nonostante tutte le polemiche che ha sollevato quel tipo di opera, i visitatori vi si recano per vedere il contenuto (l’Ara Pacis), più che il contenitore seppur ideato da un architetto-star.

Nonostante ci siano profonde differenze tra Roma e le altre città italiane, gli effetti sono abbastanza simili in termini di cambiamento delle funzioni, di spopolamento della città storica, di mobilità ed estensione urbana, di consumo, a partire da quello del suolo. Il PRG recentemente approvato non solo non coglie questi nodi critici, ma sembra volerne accrescere le criticità (in merito rinvio al ricco dibattito presente nel sito di Edoardo Salzano eddyburg.it) (De Lucia 2003; AA:VV. 2007). Il che significa che mobilità, spopolamento e sprawl diventeranno per Roma fattore emergenziale e non di governo ordinario, ma su questo entrerò nel merito nella tavola rotonda.

5. Riferimenti bibliografici

- AA.VV. (2007), Modello Roma, Odradek edizioni, Roma;

- Amendola G., (1997), La città postmoderna, Laterza, Roma-Bari;

- Bovone L., Mazzette A., Rovati G. (2005), (a cura di), Effervescenze urbane, Angeli, Milano;

- Bauman Z. (2002), Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari.

- Bauman Z. (2007), Homo consumens, Erickson, Trento.

- De Lucia V. (2003), Il nuovo piano regolatore di Roma e la dissipazione del paesaggio romano, in “Meridiana”, nn. 47-48

- Hannigan J. (1998), Fantasy City, Routledge, London and New York.

- Koolhaas R. (2006), Junkspace, Quodlibet, Macerata.

- Ingersoll R. (2004), Sprawltown, Meltemi, Roma.

- Mazzette A. (cur.), (2003), La città che cambia, Angeli, Milano.

- Mazzette A., Sgroi E. (2007), La metropoli consumata, Angeli, Milano;

Mela A. (2006), Sociologia delle città, La Nuova Italia Scientifica, Roma.

- Salzano E. (2006), Introduzione: su alcune questioni di fondo, in Gibelli M.C., Salzano E., No Sprawl, Alinea editrice Firenze.

- Salzano E. (2007), Ma dove vivi?, Corte del Fontego, Venezia;

- Sassen S. (1991), The Global City, Princeton University Press, Princeton N.J.

- Sgroi E. (1997), Mal di città, Angeli, Milano.

- Sgroi E. (2001), La città nel XX secolo: il successo infelice, in “Enciclopedia Italiana. Eredità del Novecento”, Treccani, Roma.

- Strassoldo R. (2003), “Aspetti sociologici dell’urbanistica postmoderna”, in Mazzette A. (cur.) La città che cambia, Angeli, Milano.

- Urry J. (1990), The Tourist Gaze, Sage Publications, London.

L´Egitto vuole salvare i suoi tesori dal turismo di massa, anche a costo di vietare l´accesso ai siti più visitati. «Dobbiamo dimezzare il numero dei visitatori. Dagli attuali 8-10 milioni all´anno bisogna arrivare a 4-5 milioni», annuncia dal Cairo Zahi Hawass, l´archeologo a capo del Consiglio supremo per le antichità egiziane. Tremila anni di storia vacillano infatti sotto al peso di 10 milioni di turisti. Se necessario, dice Hawass, non si deve esitare a sbarrare i siti più fragili e imporre biglietti-capestro all´intera area di Luxor, come già avviene per l´interno delle piramidi di Giza, le tombe del faraone Tutankhamon e della regina Nefertari.

Drastiche le misure annunciate da Hawass per il futuro. Presto la maggioranza delle tombe di Luxor e dintorni potranno essere chiuse per salvarle dagli effetti del turismo mordi e fuggi: «Centinaia di visitatori ogni giorno, il fiato, il sudore, per non parlare di chi tocca tutto o usa il flash sfuggendo alla sorveglianza. Tutto questo sta facendo sparire le pitture, la cui brillantezza e definizione si perdono a vista d´occhio». La soluzione secondo Hawass - ma non si conosce ancora il parere del ministro del turismo - è puntare ad avere in Egitto la metà dei visitatori, ma disposti a pagare di più. Tutti gli altri, ha annunciato l´archeologo egiziano, potranno godere delle meraviglie del regno dei faraoni tramite una ricostruzione virtuale. Pitture a grandezza naturale e un sistema di videoriproduzione laser restituiranno fra breve l´atmosfera della tomba di Tutankhamon. Successivamente il progetto sarà esteso alle sepolture di Nefertari e Seti I.

Il patrimonio archeologico della Valle del Nilo pone al Cairo seri problemi di conservazione. Tanto che Hawass un paio di settimane fa aveva lanciato il primo allarme. «Fino a oggi il 18 per cento del nostro patrimonio archeologico è andato perso a causa della mancanza di restauri», ha dichiarato al quotidiano al Masry al Yom. «Ci siamo sempre concentrati sull´avvio di nuove campagne di scavo e sugli annunci sensazionali delle scoperte. Lasciando al proprio destino i monumenti già famosi».

Resta da vedere se le misure auspicate da Hawass verranno accettate da tutto il governo: il turismo in Egitto è la prima industria del paese, una fonte di reddito di 5 miliardi di euro, alimentata proprio dai pacchetti a basso costo e dai numerosi voli charter.

Qualche perplessità in realtà viene sollevata anche dagli esperti. Le idee di Hawass non convincono ad esempio Maria Casini, responsabile della sezione archeologica del Centro culturale italiano al Cairo. «Non credo che aumentare i prezzi dei biglietti sia la soluzione giusta. Tra l´altro il paese già si avvale del contributo di moltissimi restauratori stranieri, fra i migliori al mondo. Anche gli italiani sono presenti con decine di progetti».

Intanto, per rimediare alla sovrappopolazione delle aree di Luxor, Karnak, della Valle dei Re e di quella delle Regine, dal 2 dicembre verranno trasferite 3200 famiglie acquartierate fra i monumenti, in quella che i giornali egiziani hanno definito «la più grande migrazione organizzata dalla costruzione della Grande Diga». Gli abitanti che ora vivono tra centinaia di sepolture dell´età faraonica, saranno trasferiti a una decina di chilometri di distanza, nel villaggio di Qurna al Gadida, la "nuova Qurna".

Piccoli bradisismi sulla costa calabra: a destare preoccupazione, però, non sono i movimenti tellurici propriamente detti, ma piccoli movimenti sotterranei che lasciano presagire un'altra ondata di sventure per il già tartassato territorio calabrese.

Stavolta, sul banco degli imputati c'è Europaradiso, mega villaggio turistico che avrebbe dovuto sorgere sulla costa crotonese e a cui, l'anno scorso, la Regione aveva detto un no che sembrava definitivo.

La vicenda era già salita agli onori della cronaca nazionale: nel 2003, David Appel, imprenditore israeliano, aveva proposto al comune di Crotone, all'epoca guidato dal centrodestra, un progetto ambizioso, che avrebbe potuto portare alla realizzazione di 120.000 posti letto e di circa 15.000 posti di lavoro. Una manna dal cielo in una regione in cui la disoccupazione dichiarata è ai massimi livelli e che cerca faticosamente di imboccare la strada dello sviluppo turistico.

Sulla strada del magnate, la cui storia personale era quantomeno poco chiara, c'era un ostacolo che, forse, in anni passati non avrebbe destato troppa preoccupazione: gran parte del territorio della Provincia di Crotone, infatti, è stata dichiarata Zona a Protezione Speciale (ZPS), in particolar modo tutta l'area della foce del Neto, proprio lì dove Europaradiso avrebbe dovuto sorgere.

Il progetto, però, riesce a fare proseliti molto in fretta, e un folto gruppo di sostenitori, costituitosi presto in comitato, propone alla Regione la modifica della perimetrazione delle ZPS per poter avviare il progetto. Un progetto che prevede parchi tematici, alberghi, multisala, campi da golf, centri commerciali: il tutto adagiato su 140 ettari lungo la costa crotonese.

Ma per fortuna, a riprova che non tutto va male in Calabria, la Regione non modifica i perimetri delle ZPS; addirittura, in una inconsueta botta di buon senso, si asserisce che il progetto si dimostra « non coerente con le linee di indirizzo per lo sviluppo dell'industria turistico-alberghiera» e che « la presentazione di “Europaradiso” ha illustrato un progetto di un numero di posti letto pari ad oltre un terzo dell'intero patrimonio ricettivo regionale…Tale ipotesi progettuale, pertanto, non persegue la necessità di garantire l'alta qualità e la sostenibilità turistica dell'area interessata, favorendo, di converso, fenomeni di sovraffollamento» (delibera della Giunta Regionale del 5 marzo 2007).

Un no secco, dunque, che per una volta non viene motivato con cavilli o con scuse di altro genere ma attacca frontalmente il progetto, dicendo, chiaro e tondo, che non va bene. Avevamo tirato un sospiro di sollievo, pensando che ci sarebbe potuti dedicare alla contestazione di altre speculazioni e di altri disastri, quand'ecco che arrivano le elezioni e con le elezioni la prospettiva che quei politici che ieri dicevano di no vengano sostituiti domani da altri pronti a dire di si.

A complicare ulteriormente le cose, un comitato pro Europaradiso che continua combattivamente a lavorare perchè il progetto non venga abbandonato: in fondo, non tutti sono disposti a dire un secco no alla promessa di 15000 posti di lavoro.

Arriviamo così all'oggi, alla conferenza stampa tenuta solo qualche giorno fa da David Appel per dire che lui al progetto – e all'affare - non ha affatto rinunciato; non si spiega Appel come mai tante resistenze, quando « sono stato contattato da altre nazioni, ad esempio dalla Francia, dalla Spagna: volevano che realizzassi lì quello che invece ho pensato per Crotone, che rimane il posto in assoluto più adatto».

Leggiamo qualche altro passaggio della conferenza stampa dell'imprenditore. Europaradiso « è un fuoco dentro me, che mi spinge ad andare avanti e a realizzare questo progetto, quello che amo di più. Con me i più grandi imprenditori del mondo credono nella realizzazione di Europaradiso qui a Crotone». Se qualcuno gli ricorda che la relazione della Commissione Parlamentare Antimafia non è stata tenerissima nei suoi confronti, lui risponde che non capisce come « un progetto importante che darà posti di lavoro, aiutando la Calabria, possa essere avversato da alcune persone che hanno tanta cattiveria e cercano solo di far del male, questa gente è irresponsabile e non sa i danni che sta facendo». Infine, a proposito di Francesco Forgione, presidente della Commissione, dice « non capisco come il suo partito (Rifondazione Comunista, ndr) non decida di buttarlo fuori. Non è possibile che una persona che non mi conosce scriva quelle cose su di me. A noi non interessa la politica, vi dico solo che sono venuto qui a realizzare un business importante, sono venuto non solo per fare del bene alla Calabria, ma anche ovviamente per fare soldi». Viva la sincerità.

Alcuni interrogativi sono d'obbligo. Il primo di questi, almeno in una regione come la Calabria, è come mai di fronte a tante imprese taglieggiate dalla 'ndrangheta che vanno via o che chiudono i battenti, sembri così scandaloso parlare del pericolo di possibili infiltrazioni mafiose. O se è un caso che un imprenditore indagato per un'analoga operazione in Grecia e per casi di corruzione in Israele – denunciati tra l'altro dal quotidiano nazionale Haaretz – abbia deciso di venire a fare del bene proprio a Crotone, in un'area dove la strada più importante, la statale 106, è soprannominata la “strada della morte” per la sua pericolosità, dove l'impresa più nota è arrivare con il treno e dove l'aeroporto stenta a decollare.

Ma soprattutto, sarà un caso che la conferenza stampa si sia tenuta una decina di giorni prima della campagna elettorale? Domanda retorica: almeno su questo non ci possono essere accuse di disfattismo. Pasquale Senatore, ex-sindaco di Crotone, colui che diede il là ad Europaradiso, ha già detto che se la destra vince le elezioni farà di tutto per riaprire la questione: più o meno quello che Berlusconi va dicendo a proposito del Ponte sullo Stretto di Messina.

Le incognite sono troppe per poter prevedere come andrà a finire. Pur se tra luci e ombre, la Regione, almeno per il momento, è riuscita a respingere l'attacco e difficilmente ritratterà le proprie scelte. C'è, per fortuna, anche un rinnovato impegno dello Stato contro la 'ndrangheta, che, se proseguito con la stessa sistematicità degli ultimi tempi, potrebbe dare presto buoni risultati. E poi ci sono le elezioni, che dovranno ridisegnare gli equilibri di potere su scala nazionale e locale e stabilire chi dovrà pronunciarsi una volta per tutte sull'operazione.

La preoccupazione più grande, però, resta l'idea sbagliata che la gente comune, quella perbene, ha di sviluppo e di crescita. Ancora una volta essa coincide con quella del mattone e con un modello, il divertimentificio, che va bene, forse, per zone che non hanno nulla ma non certo per aree di valore paesaggistico come la costa ionica calabrese.

Quand'anche Europaradiso fosse un progetto chiaro, limpido, al sicuro dalle infiltrazioni mafiose e dalle speculazioni, sarebbe davvero questo il modello più valido per risollevare le sorti di terre in crisi? Oggi è Crotone, domani sarà qualche altro posto, con o senza 'ndrangheta, ma il problema sarà sempre lo stesso: quello di un'idea sostenibile di sviluppo e di crescita, capace di portare lavoro e benessere, sociale ed economico, senza compromettere per sempre un patrimonio che dovremo tramandare ai nostri figli. Un'idea che, più semplicemente, consideri il territorio non merce ma bene comune.

Tutte le citazioni della conferenza stampa sono state tratte dall'articolo di Massimiliano Franco, "Il magnate punta sul Comune", pubblicato su Calabria Ora il 4 aprile 2008.

Le immagini, riportate anche in un pdf scaricabile, sono tratte dal sito ufficiale del progetto, www.europaradiso.com e da quello del comitato www.comitatoeuroparadiso.com.

Su eddyburg altri due articoli su Europaradiso, qui e qui.

Dalla stampa e dalla televisione si è appreso che nei primi giorni di dicembre il Ministero per lo Sviluppo economico ha sottoscritto l’accordo di programma quadro tra tutti i soggetti interessati pubblici e privati per la realizzazione del parco di divertimenti più grande d’Europa, che sorgerà su un’area di circa 300 ettari nel comune di Regalbuto (provincia di Enna) intorno al lago Pozzillo. Si tratta di un piccolo comune di circa 8000 abitante, ricadente in una delle aree più depresse della regione, a 59 chilometri da Catania e a 128 da Palermo. E di un investimento di circa 600 milioni di euro, di cui 100 dello Stato, 25 della Regione e la restante parte a carico del privato: la Società Atlantica Investimenti di Basilea. In questi giorni sta per esser firmato anche il “contratto di localizzazione”.

L’iniziativa, che è documentata su un apposito sito (www.parcotematico.com) è in marcia da alcuni anni e prevede la realizzazione di due alberghi da 2.600 posti letto, un campo da golf a 27 buche, ristoranti, discoteche, parcheggi, un centro di produzione televisiva, un eliporto, canali, porti, il rifacimento di paesaggi esotici e di pezzi di città italiane e americane.

Fra le attrazioni del parco un Etna di cemento attraversata da un treno, gondole che si muoveranno verso una finta piazza S. Marco, il Colosseo, il Campidoglio, la Torre di Pisa, piazza della Signoria, il circuito di Monza, il Palazzo dei Normanni di Palermo, il corso principale di Taormina, le Piramidi, la torre Eiffel, una città del far West, un angolo della Louisiana e un villaggio svizzero.

Il progetto gode di un consenso politico trasversale, che va dagli amministratori locali, a quelli regionali, a importanti esponenti nazionali di Forza Italia e dei DS. Soltanto gli ambientalisti hanno manifestato notevoli perplessità.

Secondo i proponenti, per rendere remunerativo un tale investimento ci vorranno 1.600.000 visitatori l’anno. Una cifra ragguardevole, e forse velleitaria, se si pensa che il parco dovrebbe essere realizzato in un’area interna della Sicilia non facilmente raggiungibile. Al di là di tutto ci si domanda se lo sviluppo di un territorio anche a fini turistici debba proporre per forza questa accozzaglia di volgarità. Da questo punto di vista non riusciamo proprio ad accorgerci della differenza tra il passato governo di centro destra e quello attuale di centro sinistra.

A propositol del parco tematico dell'Etna, su Mall anche questo articolo di Attilio Bolzoni da la Repubblica; altre notizie e particolari del progetto a questa pagina dedicata del sito parksmania

Sul modo assolutamente acritico del ministro per lo sviluppo di intendere il termine che etichetta il suo ministero avevamo già avuto altre testimonianze; quindi il finanziamento statale concesso a questo nuovo tassello del degrado del territorio in nome della “crescita” non ci meraviglia più di tanto. Benché al peggio non c’è mai fine, non vorremmo però che a Bersani si aggiungesse Rutelli, visti gli indubbi meriti culturali di un’iniziativa che mette insieme Colosseo e gondole, Torre di Pisa ed Etna, piazza della Signoria e piramidi…

La sera di domenica 2 ottobre parecchie migliaia di persone si sono affollate alla Marina di Siracusa davanti al Tir giallo di Prodi per sentire dalla sua voce qual è il programma dell’Unione, ovvero anche – l’impressione era palpabile – per manifestare la propria protesta verso quanto sta accadendo in questi giorni.

Prodi ha detto cose in gran parte note, lo ha fatto con chiarezza e da questo punto di vista la manifestazione è riuscita. In me ed altri amici è rimasta però una forte delusione riguardo a quel che è stato detto, o non detto, su due questioni centrali per la Sicilia.

La prima è la mafia. Il professore ne ha parlato di sfuggita, a proposito degli ostacoli che l’illegalità diffusa nel Sud costituirebbe… per gli investitori cinesi. In una città fino ad ieri immune dal flagello e che proprio adesso sta cadendo nelle mani del racket, dove quasi ogni notte brucia un negozio o un’automobile, m’è parso davvero poco. Al diavolo i cinesi. Mi sarei atteso piuttosto una presa d’atto della strategia della mafia “sommersa” (le analisi ormai non mancano) e la proposizione di una serie d’interventi rigorosi “a monte”, per esempio in materia di controllo sul riciclaggio dei capitali, di appalti e subappalti, di confisca dei beni. Come ci hanno insegnato Falcone e La Torre – i quali hanno pagato con la vita proprio per questo – la pista da seguire è quella dei soldi, ed è qui che la mafia dev’essere combattuta. A Siracusa specialmente, poi, era il caso di denunciare l’inerzia colpevole dell’attuale commissione antimafia, presieduta da un senatore di Forza Italia nostro concittadino.

Il secondo motivo di delusione riguarda il turismo. Su questo tema, ormai cruciale, Prodi non ha saputo far altro che lamentare la mancanza d’infrastrutture e di coordinamento fra le regioni. In positivo però, il suo modello dichiarato sono state la Tunisia e Malta e le infrastrutture auspicate villaggi turistici e ahimè – proprio così! – campi da golf. Ritengo che simili cadute (almeno dal mio punto di vista) possano essere fatte risalire per una parte a mancanza d’informazione – rimediabile – e per il resto invece all’influenza di un’ideologia “sviluppista”, di cui evidentemente Prodi è in qualche modo partecipe, e che, all’interno del centrosinistra bisognerebbe contrastare con forza.

Mancanza d’informazione. Non è vero, come ha detto Prodi alla folla, che il centrodestra “non ha fatto niente” per il Mezzogiorno. Qualcosa ha fatto e fra le poche, perniciose, misure adottate ci sono quelle promosse dall’attuale ministro per la “coesione territoriale” Miccichè, con le quali sono stati creati giganteschi “poli turistici” (villaggi e campi da golf) in Sicilia, in Basilicata e altrove. Vediamo qualche esempio.

A Sciacca un complesso di 500 posti letto con due green, a ridosso di un sito comunitario, 58% di contributi pubblici, imprenditore inglese (il mediatore dell’affare è stato indicato nel noto Zappia, quello arrestato per le infiltrazioni mafiose nell’affare del Ponte di Messina), su terreni in parte proprietà della moglie e del suocero di Miccichè.

A Regalbuto (Enna) lo stesso Miccichè ha autorizzato la costruzione di un parco tematico con annessi campi da golf e alberghi per 2600 posti letto, sempre all’interno di un sito comunitario. Il parco è grande all’incirca cinque volte la Disneyland di Parigi ed è, a detta degli esperti in materia, destinato a sicuro fallimento sebbene coperto con fondi pubblici al 53% (o forse proprio per questo). La legge 488 per altro (fondi nazionali, tabelle di competenza regionale), nel bando 2003 ora in via di attuazione, ha privilegiato in Sicilia proprio le strutture dotate di campi da golf, e queste adesso spuntano come funghi un po’ dovunque, monopolizzando i sussidî (la presenza dei campi, infatti, fa scattare altri indicatori delle tabelle, legati all’estensione dei progetti). Per i mafiosi festa grande: la legge, strutturalmente, pare fatta su misura per loro (puro movimento terra e speculazione sulle aree, con le spese pagate). Non sono illazioni, sono loro stessi a farcelo sapere illustrando le loro iniziative: si vedano per esempio le straordinarie intercettazioni ambientali del boss di Brancaccio Guttadauro.

Altri poli turistici sono stati proposti pochi giorni fa, in un disegno di legge regionale, addirittura all’interno dei parchi dell’Etna, delle Madonie e dei Nebrodi, con vivo allarme dei naturalisti.

E proprio nella città in cui Prodi ha parlato, Siracusa, è stato costruito, con un contributo di sette milioni della legge 488 ed eludendo le norme sulla VIA, un villaggio Alpitour di oltre 1500 posti letto, della cui superfluità anche economica la città si sta pian piano accorgendo. Altre iniziative consimili, promosse dalla locale amministrazione di centrodestra, sono state fermate dopo dure polemiche, la cui è eco qui è ancora viva.

Non è vero perciò, in via di fatto, che il centrodestra non abbia realizzato niente. Magari.

Quanto alla parte propositiva del discorso di Prodi sul turismo, non mi pare che, per com’è stata presentata, essa si discosti granché nella sostanza dal modello ora malamente seguito. Né conta molto se si riuscirà ad evitare, di quest’ultimo, le forzature clientelari e localistiche. Nemmeno su ciò per altro c’è da giurare: l’incredibile Disneyland di Regalbuto è appoggiata coralmente anche dai sindaci e dal deputato locale del centrosinistra!

Senza dilungarmi (nel sito del resto sono già apparsi, sul tema, alcuni contributi pertinenti, per esempio quelli di Carla Ravaioli e Giorgio Todde), accenno in modo sommario ai requisiti che dovrebbero caratterizzare il nuovo modello, da contrapporre a quello affaristico-speculativo ora invalso. Dovrebbe essere sostenibile (trovate pure un’altra espressione se questa vi pare consunta), endogeno e diffuso. La sostenibilità bene intesa esclude di per sé quasi tutte le iniziative promosse dalle lobbies e in parte accettate dallo stesso Prodi: dai villaggi spalmati su quanto resta delle nostre coste per finire con i campi da golf, un insulto e un crimine in una terra povera d’acqua. Essere endogeno significa promuovere le iniziative locali, arrestando la colonizzazione delle multinazionali del turismo e il drenaggio delle risorse. Essere diffuso vuol dire tener conto, senza superarle, delle capacità di carico, ambientale e sociale, delle singole aree, e delle loro vocazioni.

Prodi – per cui malgrado tutto voterò alle primarie – porta a modello la Tunisia (che non è più, è vero, quella degli anni ‘60) [1] e Malta, la cui politica turistica si segnala per un’indubbia dinamicità “levantina”, ma che di certo sostenibile non si può definire. Ci sarebbe molto da precisare al riguardo, a cominciare dall’opportunità di accostamenti con paesi in via di sviluppo, la concorrenza con i quali, per tanti motivi, ci vedrà sempre perdenti.

Mi limito a chiedere qui: e se invece il modello a cui guardare, fondato sulla non esauribilità della crescita e delle risorse e sulla loro “monopolizzazione” virtuosa, fosse da cercare molto più vicino, per esempio nella Sardegna di Soru?

[1] Qui su eddyburg, si vedano le riflessioni e le impressioni, di prima mano, dedicate al turismo in Tunisia da Maria Pia Guermandi.

L'idea è di quelle capaci di far venire l'acquolina in bocca a tutti, un vero e proprio bocconcino bipartisan. «Un'occasione unica, che non bisogna lasciarsi sfuggire», la definisce ad esempio l'ex sindaco di Crotone, oggi consigliere di An alla regione Calabria Pasquale Senatore, per il quale «dai tempi dell'industrializzazione degli anni Venti non si era mai vista nella zona, e credo nel resto del Mezzogiorno, un investimento di queste dimensioni». Una convinzione sostenuta, dall'altra sponda politica, da Dorina Bianchi, responsabile per il Terzo settore della Margherita, per la quale invece il progetto «conferma ancora una volta l'impegno del centrosinistra calabrese a favore dello sviluppo e del lavoro». L'idea in questione si chiama «Europaradiso», cittadella del turismo e del tempo libero da realizzare su 1.200 ettari di terreno a nord di Crotone, quasi tutti considerati vero e proprio paradiso naturale dall'Unione europea e per questo classificati come Sito di interesse comunitario e protetti da un apposito decreto presidenziale. La cittadella dovrebbe essere costruita dalla multinazionale israeliana Madpit group di proprietà di David Appel, un imprenditore finito nei guai in patria con l'accusa, poi decaduta, di aver corrotto il premier Ariel Sharon quando era ministro degli Esteri e suo figlio Ghilad.

A Crotone il progetto prevede la costruzione, a 300 metri dalla costa del mare e non distante dalla foce del fiume Neto di alberghi di lusso per un totale di 10 mila posti letto, campi da golf, una metropolitana leggera per i collegamenti con la città e l'aeroporto, uno stadio da 12 mila posti («dove potrebbe giocare la squadra del Crotone») una multisala cinematografica e un villaggio di divertimenti (si sarebbero già detti interessati la Warner Bross e la Disney). Più che un sogno, l'impresa ha tutta l'aria di una megaspeculazione edilizia del valore di 5 miliardi di euro, in cambio della quale vengono promessi dai 4 ai 15 mila posti di lavoro (inizialmente erano molti di più) e garantita la gioia di migliaia di turisti al giorno, trasportati in Calabria da 50-60 aerei in arrivo quotidianamente allo scalo Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto. Un progetto, quello di Europaradiso, che non dispiacerebbe al presidente della regione Agazio Loiero, ma che fa tremare le associazioni ambientaliste che ne hanno chiesto la sospensione al ministero dell'Ambiente. «L'impatto ambientale di una simile cittadella turistica è devastante per la biodiversità e per i già delicati equilibri dell'ecosistema della Foce del Neto», denunciano Italia nostra, Enpa, Lipu, Wwf, Altura, Cnp, Aiig. «Considerato lo stato di degrado della costa ionica calabrese, una simile opera contribuirebbe unicamente alla cementificazione indiscriminata di uno degli ultimi tratti ancora integri».

A sponsorizzare l'idea della cittadella del turismo è soprattutto l'ex sindaco della città Pasquale Senatore, oggi consigliere regionale di An. Un tipo tosto, Senatore. Il 13 giugno scorso per protestare contro il presidente del consiglio regionale, ha fatto come Nikita Krusciov: si è sfilato una scarpa dal piede e ha cominciato a sbatterla contro lo scranno. Con la stessa veemenza durante le ultime elezioni regionali Senatore ha sbandierato i vantaggi che deriverebbero dalla costruzione di Europaradiso insieme alle migliaia di presunti posti di lavoro, riuscendo così a farsi eleggere. Ma alla base del progetto - e vera garanzia di successo - ci sarebbe un'idea definita rivoluzionaria dagli ideatori di Europaradiso: offrire alle decine di migliaia di turisti in arrivo volo, soggiorno e prima colazione gratuiti, in modo da permettergli di spendere tutti i soldi nei servizi offerti dalla cittadella: ristoranti, campi da golf, beauty farm, visite guidate e quant'altro.

Una vera e propria pacchia - si fa per dire - per un possibile bacino d'utenza valutato in milioni di turisti provenienti ogni anno non solo dall'Europa ma anche da Nord Africa e Medio oriente. «In Europa non c'è un posto che può risolvere il problema del tempo libero», ha spiegato David Appel, che durante la presentazione a Crotone del progetto ha avuto la possibilità di spiegare la sua filosofia imprenditoriale: «Le settimane lavorative sono scese da sette giorni a cinque, e forse scenderanno a quattro. L'idea è quella di dare la possibilità alle persone di arrivare qui e di soggiornare quasi gratis, in modo che spendano i loro soldi nelle attrezzature del villaggio».

Ciò di cui Appel sembra non tenere conto in alcun modo, è il fatto che Europaradiso rischierebbe di distruggere in maniera irreparabile una delle are protette più importanti della Calabria. L'oasi di protezione della Foce del Neto fa infatti parte delle zone sottoposte a vincoli particolari con cui vengono protette aree ritenute particolarmente pregiate dal punto ambientale o archeologico. «Aree in cui oggi vivono specie animali protette dalla Comunità europea, verrebbero ricoperte di cemento - denuciano le associazioni ambientaliste - Non capiamo proprio come sia possibile chiudere gli occhi davanti a uno scempio simile».

La simulazione grafica del progetto è tratta da il manifesto

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