ROMA - Il federalismo si è materializzato con il piano casa. Sono dodici le Regioni - compresa anche la Provincia autonoma di Bolzano - che hanno già approvato una legge per consentire l’ampliamento o la ricostruzione di immobili. L’accordo Stato-Regioni prevedeva che entro il 10 aprile sarebbe stato emanato un provvedimento d’urgenza per semplificare, fra l’altro, le procedure abilitative e permettere l’avvio sprint dei lavori di estensione delle abitazioni esistenti. Il decreto legge non è arrivato ma l’idea lanciata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di invertire il trend negativo del settore delle costruzioni - concedendo cubature aggiuntive ai proprietari che volevano allargare o ricostruire i loro edifici - non è rimasta sulla carta. Così le Regioni hanno fatto da sole. Con regole differenti e con possibilità di ampliamenti che, in molti casi, vengono estesi anche ai fabbricati non residenziali. E alle dodici potrebbero aggiungersene presto altre: sono infatti otto i disegni di legge delle giunte regionali che saranno sottoposti nei prossimi mesi all’approvazione dei rispettivi consigli.
Il primo tassello del piano casa federale lo ha messo la Toscana, limitando i premi di ampliamento a edifici mono e bifamiliari o, in ogni caso, con una superficie non superiore ai 350 metri quadrati. In pratica, l’aumento del volume del 20% non può superare i 70 metri quadrati. Disco rosso, invece, per gli immobili adibiti ad attività produttive. Di tutt’altro tenore la legge del Veneto, molto più generosa. Il bonus per ampliamento degli edifici viene riconosciuto nei limiti del 20% del volume se destinati ad uso abitativo e del 20% della superficie coperta se utilizzati, ad esempio, per l’esercizio di attività economiche. E in alcune ipotesi è ammessa la realizzazione di un corpo edilizio separato. Il piano casa veneto premia, inoltre, operazioni di abbattimento e ricostruzione degli edifici costruiti prima del 1989, con aumenti di volume (per le case) e di superficie (per gli edifici non residenziali) fino al 40%, in deroga agli strumenti urbanistici, a condizione, però, che gli interventi siano compatibili con la destinazione urbanistica dell’area, non modifichino l’utilizzo degli edifici e impieghino tecniche di edilizia sostenibile e fonti di energia rinnovabile. Sia gli ampliamenti che le ricostruzioni sono subordinate al via libera da parte dei Comuni: entro il 30 ottobre 2009 dovranno decidere se e con quali ulteriori limiti e modalità applicare la nuova normativa regionale. Per entrambi gli interventi edilizi, il contributo di costruzione è ridotto del 60% nell’ipotesi di edificio destinato a prima abitazione del proprietario. Gli interventi non possono essere realizzati per gli edifici situati all’interno dei centri storici.
Il Lazio, invece, ha approvato il piano per l’edilizia nella seduta del 6 agosto. Potranno ampliare la loro casa del 20% i proprietari di immobili con volume non superiore a mille metri cubi. L’incremento massimo per l’intero edificio sarà di 62,5 metri quadrati. Il "premio cubatura" del 10% scatta anche per gli edifici a destinazione non residenziale utilizzati per artigianato e piccola industria con superficie non superiore a mille metri quadrati. Ma non si potrà cambiare la destinazione d’uso per dieci anni. Nelle zone agricole, i benefici previsti dalla legge potranno essere utilizzati solo dai coltivatori diretti, dagli imprenditori agricoli a titolo professionale e i loro eredi.
Alcune normative prevedono poi dei superbonus di ampliamento collegati, spesso, a miglioramenti della prestazione energetica o a interventi anti-sismici. Ad esempio, la legge regionale dell’Emilia Romagna stabilisce che, per gli edifici esistenti al 31 marzo 2009 con una superficie non superiore a 350 metri quadrati, l’allargamento è ammesso fino al 20% in più e, in ogni caso, fino ad un massimo di 70 metri quadrati. Sarà possibile estendere l’immobile entro un massimo del 35% (e comunque fino a 130 metri quadrati) applicando i requisiti di prestazione energetica in tutto l’edificio e non solo sulla parte ampliata.
Vedi l'accurata analisi di Legambiente
La morte dei 73 eritrei ha evidenziato crudelmente una questione non nuova, ma che faticava a manifestarsi. Il tema dell’immigrazione costituisce una frattura profonda per le società contemporanee. Dunque, questa vicenda sembra poter rappresentare un punto di svolta. Sia chiaro: contrariamente a quanto si sente ripetere, l’immigrazione non è questione di solidarietà- i buoni sentimenti contrapposti al truce cattivismo della Lega -, bensì di economia e demografia, diritti e doveri, politiche pubbliche e strategie di inclusione, welfare universalistico e integrazione. Insomma, non è un problema di «generosità verso gli ultimi», bensì un fattore essenziale dei moderni sistemi di cittadinanza e un test cruciale per la qualità delle democrazie contemporanee.
Certo, è buona cosa che la Chiesa cattolica si sia mossa, e con tanta forza, in questa circostanza, ma è un errore pensare che la tutela dei diritti irrinunciabili della persona debba avere, di necessità, un’ispirazione religiosa. Quella tutela è, deve essere, fondamento di ogni politica democratica degna di questo nome. Dall’intransigente difesa di quei diritti discende la natura stessa dei regimi democratici: essa non può affidarsi alle virtù individuali e collettive (pure preziose), ma all’elaborazione di un sistema di garanzie che, quei diritti, renda esigibili ed effettivi. Per questo, la questione dell’immigrazione rappresenta davvero un discrimine che attraversa la società e il sistema politico.
Con l’introduzione del reato di clandestinità, il nostro ordinamento ha subito una lesione profonda come mai in passato: viene sanzionato non un comportamento criminale, bensì una condizione esistenziale. Si viene penalizzati per ciò che si è, non per ciò che si fa. Ma battersi contro questa mostruosità non è sufficiente, se non si hanno ben chiare le conseguenze di quella norma, nella vita sociale e nei livelli di tutela giuridica dei singoli e delle minoranze: ovvero il fatto che la società si organizza, di conseguenza, per selezionare, discriminare, sperequare tra chi è parte del sistema di cittadinanza, chi ne è fuori e chi (tantissimi) vive precariamente ai suoi margini, tra inclusione ed esclusione. Dunque, è tutta l’organizzazione sociale - l’idea e la struttura di comunità - che ne viene informata, intervenendo nei rapporti tra gruppi e classi, tra privilegiati e deprivati. L’atteggiamento verso gli immigrati e i profughi, cioè, condiziona profondamente la concezione dei diritti di cittadinanza per tutti e gli stessi connotati essenziali della vita democratica.
È probabile che oggi la maggior parte della società italiana esprima diffidenza, se non ostilità, verso le politiche di accoglienza-integrazione: non è una buona ragione per arrendersi. È fondamentale, certo, saper scegliere le parole e le politiche: ben venga il discorso profetico della Chiesa, ma a noi serve un altro linguaggio. Quello, appunto, dell’economia e della demografia, dei diritti e delle garanzie. E la capacità di far intendere che chiudere le frontiere, prima ancora che una manifestazione di egoismo, è segnale indubbio di autolesionismo.
Molte sono state le “città ideali” di derivazione platonica pensate, disegnate o dipinte fra ‘400 e ‘500. Basti pensare alle tre tavole, tutte urbinati, la più bella delle quali esposta in Palazzo Ducale, volta a volta attribuita a Laurana, a Francesco di Giorgio, o all’Alberti (con un pensiero a Piero). Poche invece quelle realizzate, fra cui spicca la gonzaghesca città-Stato di Sabbioneta (Mantova), assieme allo stesso “palazzo in forma di città” di Urbino, a Palmanova, a Pienza (Siena) “firmata” dal Rossellino, alla Ferrara rinascimentale, alla piazza di Vigevano.
Patrimonio conservato. Come lo sono, per lo più, migliaia di centri storici murati di origine remota. Non più offesi direttamente dagli anni del fascismo o del dopoguerra. Appena fuori le mura però, li stringe d’assedio un’edilizia brutta e volgare (legale o abusiva che sia) che sconcia il paesaggio circostante. Vogliamo vivere anche di turismo culturale e ci diamo la zappa sui piedi distruggendone le premesse, la “materia prima”. Un Paese di cretini.
Appena fuori le mura della metafisica, intatta Sabbioneta si vuole ora ampliare una fabbrica per la lavorazione del legno che, secondo gli abitanti, inquina pesantemente l’aria oltre che la vista della mirabile “città ideale”. Prima favorevole, ora perplessa la giunta Pdl. Contrario un comitato di cittadini che, denunciando i pericoli del doppio inquinamento, suggerisce saggiamente di spostare tutto in un’altra area della stessa società. Se fossimo in un Paese davvero “europeo”, il governo regionale avrebbe già orientato l’ampliamento in modo da rispettare Sabbioneta “patrimonio dell’Umanità” Unesco da appena un anno. Non si può essere un po’ meno ciechi?
Lo stabilimento balneare è stato inaugurato a luglio e per ora è raggiungibile solo via mare. Si chiama ‘Spiaggia del Fuenti’ ed è gestito dalla famiglia Mazzitelli, proprietaria di quel che fu l’Hotel Amalfitana. Più famoso come Mostro del Fuenti, il simbolo di tutte le devastazioni della costa campana e italiana, raso al suolo nel 1999 dopo un contenzioso trentennale.
Lo stabilimento balneare è il primo passo di un progetto di riqualificazione della costa di Vietri sul Mare, compromessa dall’abbattimento dell’ecomostro, che lasciò in eredità un brullo cratere più brutto persino dell’albergone distrutto. Ricordate? L’hotel di sei piani, 34mila metri cubi di cemento, ultimato nel 1971 e presto chiuso per una storia di licenze concesse e poi stracciate, per decenni al centro del mirino di una dura campagna degli ambientalisti. Conclusa d’imperio dal ministro verde dell’Ambiente Edo Ronchi, che ne decretò e ottenne la demolizione. Riuscendo lì dove per l’ecomostro dell’Alimuri di Meta, finora, si è fallito.
Eppure le due vicende hanno diversi punti in comune. Anzitutto, entrambi gli ecomostri non erano abusivi nel senso classico della parola. Lo sono diventati ‘dopo’. Nacquero, infatti, con regolari licenze edilizie. Poi annullate. Una follia, direte, concedere i permessi per edificare nel ventre dei costoni. Ma così fu. All’Amalfitana-Fuenti la licenza venne rilasciata nel 1968. Per l’albergo dell’Alimuri, cinque piani di cemento nel tratto di litorale tra Meta e Vico Equense, l’autorizzazione risale al 1962. Sono gli anni del saccheggio delle coste. Poi emergeranno le magagne. La licenza dell’Amalfitana-Fuenti viene revocata per sempre dal Consiglio di Stato del 1981 e inutilmente la giunta regionale guidata dal Dc Antonio Fantini concede nel 1990 il condono, invalidato da Soprintendenza e Ministero. La famiglia Mazzitelli si arrende nel 1998, quando il Consiglio di Stato conferma una sentenza del Tar e rigetta l’ultima domanda di condono. Mentre la licenza dell’Alimuri viene revocata dalla Regione nel 1975 perché in contrasto con il Programma di Fabbricazione. Ma il Tar Campania nel 1979 ed il Consiglio di Stato nel 1982 annullano gli atti adottati dalla Regione. Nel 1986 i lavori sono definitivamente bloccati dal Comune di Vico Equense perché si rendono necessari lavori di consolidamento del costone roccioso retrostante: piovono massi sui solai, uno buca un paio di piani.
Le analogie finiscono qui. Il Fuenti, infatti, era un albergo ultimato e operativo: ha vissuto tre anni, dal 1977 al 1980, poi la Protezione Civile lo ha utilizzato per ospitare i terremotati, fino alla definitiva chiusura del 1984. L’Alimuri è rimasto incompiuto: è solo uno scheletro di cemento armato, corroso dal mare e dalle intemperie.
La differenza più evidente, ovviamente, è che il Fuenti è stato abbattuto. Mentre il rudere dell’Alimuri resiste da 42 anni. Inoltre, il Fuenti è stato tirato giù a spese dei proprietari. Invece, secondo il protocollo promosso il 19 luglio 2007 dal ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli e finora inattuato, per demolire lo scempio dell’Alimuri e rimettere in sicurezza il costone, lo Stato e la Regione dovrebbero versare una consistente quota, superiore a quella dei privati. E nell’accordo si concede ai titolari la possibilità di realizzare un albergo di uguale cubatura in un’altra zona di Vico Equense.
In Campania, infatti, esistono i mostri ‘cattivi’ e i mostri ‘buoni’. Il Fuenti era senz’altro ricompreso tra i cattivi. Ed è stato incenerito senza tanti riguardi. L’Alimuri invece è un mostro buono, e se proprio bisogna ucciderlo, va fatto con dolcezza per poi farlo risorgere altrove. “Due pesi e due misure, dunque – scrisse nel 2007 Marco Demarco, direttore del Corriere del Mezzogiorno, giornale che sulla questione ha condotto una lunga campagna stampa – perché? C’entra qualcosa il fatto che il mostro di Alimuri sia di proprietà di Anna Normale, giovane imprenditrice e moglie dell’assessore regionale (all’epoca, oggi è europarlamentare, nda) Andrea Cozzolino”?
Risposte convincenti non ce ne sono e in assenza di queste, sottolineamo che la parentela non c’entra niente. Però ci chiediamo: come è andata a finire col Fuenti? Cosa è stato permesso ai Mazzitelli in cambio della demolizione dell’ecomostro amalfitano, compiuta a loro spese? Una lunga e laboriosa conferenza dei servizi con le istituzioni pubbliche e le associazioni ambientaliste si è conclusa nel marzo 2004 con un progetto di rinaturalizzazione e restauro paesaggistico dell’area – chiamato ‘Parco del Fuenti’ – dal costo superiore ai 22 milioni di euro, che non concede molto al cemento e alla speculazione. Si prevede uno stabilimento balneare (pronto), dei vigneti, un giardino mediterraneo che dalla roccia arrivi fino alla spiaggia, innesti di ginestre, ulivo, corbezzolo e lentisco, ovvero la stessa vegetazione divelta quando il promontorio venne sbancato. Mentre dentro il basamento dell’albergo, salvato dalla demolizione, si vorrebbero allestire il ristorante e il centro fitness. E anche se i lavori procedono molto lentamente, l’accordo ha strappato parole lusinghiere al presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo: “Se una volta per forza di cose eravamo contrapposti alla proprietà, ora siamo al loro fianco in piena sintonia, condividendo il progetto del Parco del Fuenti. Un percorso fatto insieme, grazie anche alla lungimiranza di imprenditori che hanno saputo con coraggio investire e realizzare un progetto ecocompatibile”.
la Repubblica
Pdl all´attacco di RaiTre spuntano Minoli e Mentana
Sotto tiro i programmi di Fazio, Dandini, Gabanelli
di Mauro Favale
ROMA - All´attacco di Raitre. Con l´obiettivo di ammorbidire l´unica rete Rai sgradita a Palazzo Chigi e mettere da parte Fabio Fazio, Luciana Litizzetto, Milena Gabanelli e Serena Dandini. Un disegno che prevede il cambio del direttore di Raitre Paolo Ruffini con Giovanni Minoli. Sembra questo l´obiettivo di Berlusconi e del direttore generale di Viale Mazzini Mauro Masi. Ed è ai «colpi di mano» che il Partito Democratico prova a trovare un argine.
Lo scontro al settimo piano di Viale Mazzini è aspro. Masi annuncia che le «nomine devono restare slegate dal congresso Pd», adombrando l´ipotesi che i "frenatori" al cambio dei vertici di Tg3 e RaiTre siano proprio i consiglieri di opposizione in Cda. Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten rigettano al mittente le accuse.
La quiete sulla Rai è durata il tempo di un temporale estivo. Nemmeno due settimane di tregua. E ora si ritorna a parlare di nomine in vista del prossimo Cda del 9 settembre. Obiettivi puntati sulla terza rete. Diretta da Paolo Ruffini dal 2002, aspramente criticata da Silvio Berlusconi nelle sue ultime uscite oggetto, pare, di un tentativo di "normalizzazione". Che il direttore generale proverebbe ad attuare portando in Cda un nome solo: Giovanni Minoli. Su di lui puntano Berlusconi e Masi. Ma il direttore di Rai Educational e Rai Storia, storico volto tv, ha una controindicazione di carattere anagrafico: è a otto mesi dalla pensione, visto che nel maggio del 2010 compie 65 anni. I più maliziosi, poi, ricordano le telefonate intercettate un anno fa ad Agostino Saccà che, da direttore di Rai Fiction, vicinissimo al Cavaliere, cercava di tessere una tela per portare Minoli alla direzione generale. Potrebbe passare dall´inventore di Mixer il ridimensionamento di "Report", "Che tempo che fa", "Parla con me"? Rizzo Nervo si guarda bene dal commentare quelli che definisce "nomi d´agosto". Però conferma: «Prima di qualsiasi cambio Masi ci deve dire esplicitamente che non ha intenzione di toccare né la satira né l´inchiesta di RaiTre. Se non ci dà questa garanzia ogni nome che propone diventa discutibile». Senza trascurare il fatto che, da sempre, le nomine per la Terza Rete, per consuetudine assegnate al centrosinistra, sono sempre state concordate.
La quadratura del cerchio, per il Pd, sarebbe mantenere Ruffini alla Rete e promuovere Bianca Berlinguer alla direzione del Tg3. Trovando una collocazione adeguata (probabilmente all´estero) per l´attuale direttore Antonio Di Bella. Proposte che il Pd afferma di aver avanzato al dg già prima della pausa estiva, per fugare i dubbi di voler attendere il congresso e i nuovi equilibri interni ai democratici. Masi, però, avrebbe detto di no, puntando ad un cambio di Ruffini e proponendo per l´attuale direttore di Rete una ricollocazione al Gr Parlamento. Una proposta definita dal Pd «indecente».
Il totonomine impazza e vedrebbe alla direzione del Tg3 anche Enrico Mentana o Barbara Palombelli. Il primo "epurato" da Canale 5 dopo aver denunciato che Mediaset era diventata «un comitato d´affari». La seconda è giornalista e scrittrice. La destra attacca parlando di «lottizzazione». Vincenzo Vita, Pd, membro della Commissione di Vigilanza risponde: «C´era una volta la lottizzazione. Ora, invece, c´è la berlusconizzazione della Rai». Con Di Pietro che accusa: «Ormai il servizio pubblico è una costola di Mediaset. Chiamiamola Raiset».
il manifesto
Raitre, il Cavaliere tenta il «filotto»
di Micaela Bongi
Il colpo di mano non sarà facilissimo né, eventualmente, immediato. Ma ormai l'allarme per le sorti del Tg3 e di Raitre è scattato. Il sogno proibito di Silvio Berlusconi - «normalizzare» il terzo canale - potrebbe diventare realtà, anche grazie alla battaglia intorno alla «riserva indiana» dell'attuale opposizione aperta tra le varie anime del Pd.
Nel partito si esclude che qualcuno - in particolare il segretario Dario Franceschini che puntava a mantenere l'attuale assetto - abbia chiesto, all'inizio dell'estate, il rinvio delle decisioni a dopo il congresso di ottobre. Più difficile negare che su chi dovrà dirigere la rete e la testata le opinioni nei democrat siano piuttosto diverse, soprattutto per quanto riguarda la prima, guidata ora dal cattolico Paolo Ruffini. E' un fatto che, dopo un tira e molla, per Tg3 e Raitre il rinvio all'autunno è stato deciso, complici anche le divisioni nella maggioranza su chi, tra Alberto Maccari, area pidiellina forzista, e Alessandro Casarini, leghista, dovrà dirigere la testata regionale. E nella polemica agostana sull'incertezza per le sorti del terzo canale - polemica rilanciata con forza domenica dal Corriere della sera - il Pdl si inserisce a gamba tesa, cercando e a quanto pare trovando sponda anche in pezzi di Partito democratico per procedere alla sostituzione di Ruffini e Antonio Di Bella, attuale direttore del tg.
E così ieri tra viale Mazzini e le location estive dei partiti risuonava il tam tam: per Raitre è pronta la nomina di Giovanni Minoli, mentre a dirigere il tg potrebbe arrivare Enrico Mentana. Decisa anche la sostituzioni di Corradino Mineo, direttore di Rainews 24, con il berlusconiano di provata fede (la dimostrò quando conduceva Punto e a capo su Raidue) Giovanni Masotti.
Delle tre ipotesi, la meno probabile sembra quella di Mentana, licenziato bruscamente da Mediaset, ma al quale Berlusconi, durante i festeggiamenti del 2 giugno al Quirinale, aveva pubblicamente lanciato segnali distensivi con un «coraggio, incontriamoci presto».
Al di là dei nomi, il comitato di redazione del Tg3 è già sulle barricate contro le «scelte liquidatorie del ruolo della testata nel sistema informativo italiano». I giornalisti chiedono ai sindacati Usigrai e Fnsi di continuare a vigilare, opponendo a chi trova il Tg3 «deviato» (il Cavaliere) o «noioso» (Aldo Grasso sul Corriere della sera), il successo in termini di ascolti e gradimento. Ma il cdr respinge anche «il principio che qualsiasi nomina debba dipendere dall'esito di un congresso». Per concludere: «Noi continueremo a fare il nostro lavoro senza accettare colpi di mano». L'Usigrai, il sindacato dei giornalisti della tv pubblica, risponde a stretto giro: il segretario Carlo Verna si dice d'accordo con il vicepresidente della commissione di vigilanza Giorgio Merlo, Pd, che chiede ai vertici Rai di prendere subito una decisione all'unanimità. Ma Verna chiede anche perché si dovrebbero sostituire direttori con ascolti in crescita. E il segretario della Federazione della stampa, Roberto Natale, chiede ai vertici di viale Mazzini di stoppare il «turbinio di chiacchiere».
Sulla possibilità di conquistare e smantellare l'ex Telekabul Berlusconi probabilmente scommette poco. Sulla rete l'offensiva sembrerebbe più decisa. I programmi e i conduttori di Raitre, da Milena Gabanelli a Giovanni Floris a Serena Dandini a Fabio Fazio, ma anche Federica Sciarelli con Chi l'ha visto, sono tutti finiti nel mirino di governo e maggioranza. E da tempo Sua emittenza accarezza l'ipotesi di una nomina «bipartisan», che insomma non sia platealmente berlusconiana ma nemmeno da lui ritenuta ostile. Il nome di Minoli era circolato già in passato. Tra l'altro l'attuale direttore di Raieducational aveva difeso l'ex responsabile di Raifiction Agostino Saccà ai tempi dello scandalo delle sue telefonate con il Cavaliere.
Ma in pista non c'è solo Minoli. L'altro nome che torna in circolazione con insistenza e con il quale il premier punta a sparigliare anche nel Pd, è quello di Barbara Palombelli.
L'allarme è così scattato nello stesso Partito democratico. «Compiuta la prima parte dello scempio - denuncia Vincenzo Vita - pare chiara la voglia matta di chiudere l'esperienza di Raitre e Tg3 e forse di Rainews. Battiamoci tutti contro i colpi di mano assestati e quelli in fieri».
PADOVA - Il muro di via Anelli, la recinzione antispaccio costruita a Padova, «non serve più» e se non fosse per il costo dell´eliminazione il Comune potrebbe toglierlo. È l´annuncio fatto dal sindaco di Padova Flavio Zanonato ospite, insieme a Don Mazzi, di un dibattito sulla sicurezza alla Festa nazionale del Pd di Genova. «Il muro, che in realtà è lamiera non serve più a niente. Non l´ho tolto perché costa soldi», ha detto Zanonato rivendicando la funzione del muro antispaccio e spiegando che ormai è inutile perché «le 250 famiglie di immigrati sono state trasferite da tuguri a case decenti».
Mafia, l’ira dei prefetti sul caso Fondi:
senza precedenti il no allo scioglimento
di Claudia Fusani
Un caso unico nella storia. La legge sullo scioglimento dei comuni per infiltrazioni è del luglio 1991 e in diciotto anni di vita mai era successo che la Presidenza del Consiglio respingesse la richiesta del ministro dell’Interno di sciogliere l’ente sotto inchiesta. Succede oggi, con il comune di Fondi. Una prima volta che arriva quasi a mettere in mora i responsabili politici e tecnici della sicurezza, dal prefetto di Latina Bruno Frattasi che chiede il commissariamento del comune dal settembre 2008 al ministro dell’Interno Roberto Maroni che ha presentato la stessa richiesta a febbraio scorso. In mezzo ci sono le inchieste della magistratura, arresti e indagini che raccontano un comitato d’affari di camorra, ‘ndrangheta, imprenditori e politici locali.
La battaglia del Pd
Una situazione gravissima, denunciata dal Pd (che in Commissione antimafia ne fa una battaglia da mesi), Idv e dalla stessa maggioranza. «In tanti anni non ho mai visto una situazione del genere» attacca Angela Napoli (Pdl), membro della Commissione Antimafia. L’eurodeputato Luigi De Magistris (Idv) vuole organizzare «una grande mobilitazione proprio davanti al mercato ortofrutticolo di Fondi», la vera calamita degli appetiti dei clan. Si muovono anche i prefetti, categoria per solito molto cauta a prendere posizione pubblicamente. Prima il piccolo Unadir, poi il Sinpref (Associazione sindacale dei funzionari prefettizi), sigla assai rappresentativa a cui non è piaciuto affatto l’intervento del presidente del Consiglio che il giorno di Ferragosto, mettendo in un angolo mesi di lavoro del prefetto e del ministro, ha detto che Fondi non sarà sciolta «perchè non ci sono indagati tra i membri della giunta e del consiglio comunale».
Una clamorosa inesattezza visto che il 6 luglio sono stati arrestati, tra gli altri, un ex assessore, il direttore dei Lavori pubblici, delle Attività produttive e del Bilancio, il comandante dei vigili e il suo vice. «Noi vogliamo prima di tutto ribadire la nostra vicinanza e solidarietà al prefetto Frattasi - spiega al telefono il segretario del Sinpref Giuseppe Forlani - e poi rimarcare stupore e preoccupazione per questo ennesimo rinvio». Molto attenti alla scelta delle parole, i prefetti però denunciano in un comunicato dell’8 agosto che «mai prima d’ora lo scioglimento di un ente locale era stato rinviato per motivi tecnico-giuridici o comunque attinenti al merito della proposta fondata su elementi di fatto già rigorosamente accertati e documentati dal prefetto». Significa che mai prima d’ora era stato messo in dubbio il lavoro di indagine di un prefetto. O di un ministro. Cosa che succede invece per Fondi visto che Frattasi prima e Maroni poi hanno entrambi chiesto, senza ottenerlo, lo scioglimento del Comune per infiltrazione mafiosa. Attenzione, scrivono ancora i prefetti, si rischia di indebolire la lotta alle mafie: «Altre ragioni - si legge nel comunicato del Sinpref - devono restare estranee alla conclusione di una procedura essenziale nell’azione tenace e continua contro l’infiltrazione mafiosa nelle pubbliche amministrazioni, vero cancro della legalità e della democrazia».
Governo sotto pressione
Una protesta con molti fronti, a cui si aggiungono associazioni come Libera e Legaambiente, E che mette sotto pressione Palazzo Chigi in serata costretto a promettere: «Il caso Fondi sarà presto in consiglio dei ministri, il tempo di adeguare il dossier alle nuove procedure».
Gli ultimi dati disponibili del ministero dell’Interno, aggiornati al 2008, dicono che dal 1991 sono stati 185 i decreti di scioglimento tra cui due Asl e un’azienda provinciale sanitaria. Con i decreti di quest’anno si fa in fretta ad arrivare a 200 scioglimenti. Curiosità: il 24 luglio il Consiglio dei ministri ha sciolto i comuni di Fabrizia e Vallelunga. Le regole sono uguali per tutti. Tranne che per Fondi.
La Fondi-connection: Asl, voti e ’ndrine all’ombra del Pdl
di Enrico Fierro
Nell’inchiesta scoperchiato il sistema: coinvolti il sindaco e altri funzionari. Nulla si muove che non voglia il senatore Fazzone, vero «re» della zona con una dote di 50mila schede elettorali. E il Comune «si salva»
Il Comune non si scioglie. Qui la mafia comanda, prende appalti, fa i soldi a palate, ha buoni amici dentro l’amministrazione comunale, ma il Comune non si scioglie. Carabinieri, questori e prefetti, vadano a farsi benedire con le loro inchieste e le loro scartoffie. Non si scioglie. Perché comanda la politica, l’ultima parola spetta a chi tiene i voti. E Claudio Fazzone i voti li produce a palate. 50mila per la precisione, percentuali bulgare a Latina, Fondi e dintorni. Tutti per Silvio Berlusconi, tantissimi da mettere la mordacchia anche al ministro Maroni. Ne ha fatta di strada l’ex appuntato della Ps. Sveglio da sempre, da quando indossava la divisa e entrò nelle grazie di Nicola Mancino quando l’attuale numero due del Csm era ministro dell’Interno. Autista, guardaspalle, uomo di fiducia, ma soprattutto intelligente galoppino elettorale della Dc. Ambizioni stratosferiche. Uomo dal fiuto politico sopraffino, l’ex appuntato capisce che la Dc è al tramonto e salta sul band wagon di Berlusconi. Anni di gavetta, poi l’elezione a consigliere regionale con la giunta Storace. Un mare di voti e la conquista dello scranno di presidente dell’assemblea. Fazzone costruisce una poderosa macchina clientelare. «Caro Benito ti segnalo... ». Era questo l’incipit che apriva tutte le lettere destinate al direttore della Asl di Latina. Decine di assunti, famiglie sistemate. Voti. L’elezione a senatore è scontata, il potere pure. Quando Berlusconi afferma che Fondi non si scioglie perché alcuni ministri gli hanno detto che nessun membro della giunta o del consiglio è stato raggiunto da avvisi di garanzia, non fa nomi. Ma a Fondi e Latina tutti sanno chi protegge Fazzone. Giorgia Meloni, Renato Brunetta, Maurizio Sacconi. Tutti in qualche modo legati al Sud Pontino. E tutti in buoni rapporti col padrone dei voti e dei seggi in questa parte del Lazio.
Dove imperano i fratelli Tripodo, Venanzio e Carmelo, uomini della ’ndrangheta calabrese. I loro legami con la politica sono riassunti in un dossier che fa tremare Fazzone e il suo sistema. 500 pagine e 9 faldoni. C’è tutto. Il tenente dei carabinieri Mario Giacona ha dettagliato i rapporti tra i Tripodo, la famiglia Trani e Peppe Franco. Il quale, secondo alcuni pentiti sentiti nel processo «Anni 90», mise a disposizione di Venanzio Tripodo i suoi mezzi di trasporto per consegnare armi al clan camorristico dei casalesi. «Peppe Franco – nota l’ufficiale dei carabinieri – è cugino di primo grado del sindaco di Fondi Luigi Parisella, suo fratello Luigi è socio in affari sia con il sindaco che con il senatore Fazzone nella gestione della Silo srl, società titolare di un capannone sito in località Pantanelle». Un struttura destinata alla lavorazione di frutta e ortaggi, che ha incassato contributi pubblici per oltre 2 miliardi di vecchie lirette. «Tuttavia – scrive sconsolato l’ufficiale dei Cc – questa attività non è mai iniziata, mentre l’area su cui sorge il capannone inutilizzato è stata interessata ad una variante al Piano regolatore generale approvata tra il 2002 e il 2004 che ha determinato un forte incremento delle infrastrutture viarie». Ma non è finita qui. Perché «l’ex autista di Carmelo Tripodo, Pasqualino Rega, è consigliere comunale a Fondi». I due sono stati indagati per reati contro il patrimonio, «attualmente il procedimento pende in fase dibattimentale». Rega ha ottenuto una palestra in affitto dal Comune. «La cosa singolare – mettono a verbale i Cc – è che lui se ne infischia di pagare il canone. È moroso da anni e il Comune non lo sfratta, anzi ha elargito sovvenzioni per alcune decine di migliaia di euro all’associazione Olimpica 92 dello stesso Rega». Un altro consigliere comunale di Fondi, Antonio Ciccarelli, eletto in Forza Italia e poi dimessosi, per i carabinieri «è sicuramente collegato alla criminalità calabrese, posto che lo stesso è stato arrestato unitamente a Salvatore Larosa, esponente del clan Bellocco-Pesce di Rosarno, insediato da anni anche lui a Fondi».
C’è un clima da Giorno della civetta a Fondi, il comune che non si deve sciogliere. Le note del tenente Mario Giacona sono tristi come quelle del capitano Bellodi di Sciascia. «Tutto questo intrecciarsi di rapporti familiari, economici e criminali, ha sicuramente condizionato l’attività amministrativa del Comune. L’amministrazione, dopo aver stabilito in modo francamente irrazionale di destinare l’area denominata Pantanelle (un pantano, appunto) ad area industriale – con la conseguenza che per costruire insediamenti produttivi sono necessarie spese di palificazione e bonifica sicuramente più rilevanti che in aree asciutte – ha poi previsto la costruzione di una grossa strada che sostanzialmente è al servizio della Silo srl». La società del senatore Fazzone, del sindaco e di suo cugino, fratello di uno che aveva legami strettissimi con i Tripodo. La mafia e gli imprenditori amici degli amici hanno sempre spadroneggiato a Fondi. Una sola società di Carmelo Tripodo, la «Lazio Net Service», ha ottenuto dal Comune 105mila euro dal 2003 al 2007. Grandi affari a Fondi, il Comune del senatore Claudio Fazzone, l’amico dei ministri. Quelli che...a Fondi la mafia non esiste.
La «guerra santa» del collega Ciarrapico
contro il nuovo ras
di Claudia Fusani
Il senatore scatenato per contrastare l’ascesa del rivale in quello
che è sempre stato il «suo» regno: interrogazioni parlamentari
e giornali sguinzagliati a denunciare il metodo-Fazzone
Una volta era il feudo del ras delle acque minerali, uomo d’affari della Dc andreottiana e nostalgico del Duce. Oggi è il territorio di un giovane senatore ex poliziotto, ciuffo sbarazzino, fedelissimo di Nicola Mancino e con un passato «nei ruoli della Presidenza del Consiglio». Giuseppe Ciarrapico e Claudio Fazzone: in realtà dietro il caso di Fondi, comune dell’agropontino infiltrato dalla mafia che il governo non vuole sciogliere, c’è uno scontro all’arma bianca tra anime diverse del Pdl. Uno scontro senza esclusione di colpi e in cui il gioco dei ruoli consegna proprio al Ciarra il compito di essere il più determinato accusatore di una presunta «malapolitica» di Fazzone. Sul piatto interessi economici e il controllo di un bacino di decine di migliaia di voti.
L’intramontabile e proteiforme Ciarrapico, da qualche anno anche prolifico editore, diventa senatore nel 2008 tra mille polemiche, rinnegando Fini, ma non la fede fascista, protetto da Silvio Berlusconi in persona. Dal 2006, però, l’anima destrorsa dell’agro pontino ha già un suo legale rappresentante: Claudio Fazzone, 48 anni, «cavallo di razza» - dicono - e astro nascente di Forza Italia. Un fenomeno, questo Fazzone: dal nulla, era un poliziotto seppur dalle ottime conoscenze, nel 2000 si candida alle regionali e tira su 27 mila voti. È il più votato d’Italia, dopo Berlusconi. Record bissato nel 2005 con 38 mila preferenze. Accade così dal 2008 i due, il Ciarra e l’ex sbirro, ingaggiano una battaglia che quasi quotidianamente attraversa l’aula del Senato e quelle dei tribunali. Se Fazzone ha presentato qualcosa come quaranta querele per diffamazione contro Ciarrapico, quest’ultimo ha scatenato i suoi giornali (una dozzina di testate tra la Ciociaria e Latina) per raccontare le malefatte vere o presunte di Fazzone & c, dal sindaco di Fondi Luigi Parisella al presidente della Provincia Armando Cusani, appalti truccati, tangenti, abusi edilizi, raccomandazioni, e chi più ne ha più ne metta. Latina oggi e Fondi News sono stati i più solerti e puntuali nello spiegare i passaggi delle inchieste giudiziarie che hanno portato l’amministrazione Fondi, tutti uomini di Fazzone, a un passo dallo scioglimento.
Non se ne sono risparmiata mezza, in questi anni. Il 17 giugno, per dirne una, mentre palazzo Chigi ha già da mesi sul tavolo la richiesta di scioglimento, Ciarrapico interroga il governo «sull’ennesima dimostrazione di cosa accade nell’allegro consiglio comunale di Fondi dove vengono assunti 5 giocatori di calcio arruolati nel “Football club Fondi”».
Appena mette piede in Senato (luglio 2008) il Ciarra presenta un’interpellanza contro il procuratore di Latina Giuseppe Mancini per la vicenda, tre le altre, del campeggio Holiday village «sequestrato per lottizzazzione abusiva e dissequestrato dopo l’inopportuno intervento di Fazzone presso l’ufficio dl giudice». Sempre Fazzone, secondo Latina oggi, salì al Viminale nell’autunno scorso appena arrivò la richiesta di scioglimento di Fondi da parte del prefetto Frattasi. In un modo o nell’altro, quella relazione fu congelata dal ministro Maroni che ne ordinò un approfondimento (giunto poi alle stesse conclusioni). Un dito nell’occhio, il Ciarra. E difatti Fazzone, un mese fa, ne ha chiesto «l’espulsione dal partito».
Vedi anche l'Unità del 5 agosto 2009
Solo una tenda è rimasta a cercare di salvare l'antico diritto dell'uso civico dei terreni dell'Appennino! La questione è: l'ultima casa rimasta a Vallibona, piccolo nucleo abitativo nella valle di Campanara, è stata occupata anni fa da uno dei fondatori dell'associazione Nascere Liberi. Dopo il foglio di via e le denunce per occupazione di proprietà della Regione, l'occupante ha fatto il passo di lasciare la camera che abitava nello stabile. Da giugno però dopo un periodo ospitato in giro, l'occupante ha deciso di tornare a Vallibona e proseguire l'occupazione montando una tenda. Ma convocato dai carabinieri, gli è stata incolpata la mancanza di fissa dimora, togliendogli così la possibilità di rinnovare la carta d'identità e di votare. Ha chiesto allora la residenza nella tenda, cosa dal punto di vista legale dovuta. Ma le autorità tergiversano, e il 20 agosto gli è stata consegnata dai vigili una raccomandata della Comunità Montana, organismo che gestisce il demanio per conto della Regione (il vero proprietario), in cui l'occupante è diffidato dal permanere nel territorio pubblico di Vallibona rendendo quindi impossibile il soggiorno in tenda sul terreno. La diffida pare non sia affatto legittima, e l'occupante sta cercando in tutti i modi di far valere i propri diritti: si è appellato al difensore civico, e ha contattato varie associazioni della zona. Invitiamo tutti coloro che oltre a difendere i diritti dei cittadini vorrebbero il recupero degli antichi borghi lasciati andare in rovina e poi ceduti per poche lire alla speculazione, a mobilitarsi. Avvieremo una raccolta di firme per sensibilizzare l'opinione pubblica, e speriamo in una forte partecipazione al presidio, con tante tende montate. Vorremmo che quest'azione diventasse un esempio della volontà della gente a non lasciarsi espropriare la montagna, grande bene collettivo: gli occupanti non vogliono diventare proprietari, chiedono soltanto di poter riabitare e salvaguardare le vecchie costruzioni abbandonate, di riportare a un uso agricolo rispettoso il territorio del demanio abbandonato a un'incuria irresponsabile. Per il recupero di Vallibona
Con un'impegnata intervista al Corriere Maurizio Sacconi lancia la campagna d'autunno del governo. Il ministro del welfare disegna il suo modello sociale che propone ai colleghi di esecutivo e ai sindacati «complici», firmatari dell'accordo sulla (contro)riforma dei contratti. Infine, invia un messaggio ultimativo alla Cgil.
Di che modello sociale si tratta? Dalle parole del ministro emerge un sistema di relazioni incentrate sull'esaltazione della competitività e sulla liquidazione di ogni forma di solidarietà generale tra i lavoratori e tra le generazioni. Primo, si ribadisce lo svuotamento dei contratti nazionali di categoria, rinviando ogni forma di simulata contrattazione al secondo livello. Secondo livello che - sotto i colpi della crisi, in un paese segnato dalla frantumazione del sistema industriale in piccole e piccolissime aziende e con un Mezzogiorno in cui i contratti aziendali sono inesistenti - è solo un lusso per pochi. Secondo, con una truffaldina mossa del cavallo il ministro boccia le gabbie salariali di Bossi (tanto ci sono già, sia per i lavoratori che per i pensionati) ma le ripropone in termini, se possibile, ancor peggiori: salari differenziati decentrando i contratti, definiti dalle parti sociali sulla base del costo della vita e della produttività. Siccome, dice Sacconi, non siamo tutti uguali, bisogna differenziare, cioè dividere. Terzo, che ne facciamo di chi resta indietro, di chi perde il lavoro o guadagna poco perché è meno «competitivo», di chi non ha accesso a sostegni e solidarietà? Presto detto: garantiamo a questi pezzenti un welfare caritatevole basato sul «dono», fino a usare il termine stesso di «carità». Si chiama sussidiarietà per nascondere un progetto fondato sullo svuotamento del welfare pubblico, sostituito da assicurazioni private (contrattate tra le parti sociali complici) su salute e previdenza, accompagnate o sostituite da donazioni caritatevoli da parte di chi più ha. Una strage dei diritti, sostituiti dalle donazioni dei ricchi di buona volontà. Le disuguaglianze non sono un effetto collaterale delle politiche economiche, ne sono un elemento costitutivo.
Sacconi ha origini socialiste, pensa di essere di sinistra e ha a cuore bisogni e tutele dei meno fortunati. Dice che il suo governo metterà al centro il «capitale umano». Come? Difendendo il valore della vita. Ed eccoci alla bioetica e all'etica senza bio, con cui Sacconi, dopo essersi presentato come mediatore tra la Lega e le parti sociali amiche, tenta di lusingare le gerarchie vaticane. Fino a pretendere, sempre in difesa della vita, l'alimentazione forzata.
Sacconi ha già raccolto gli applausi di due sindacati su tre. La Cgil si accomodi, o tolga il disturbo. Non è solo un modello sindacale in gioco ma quel che resta della nostra storia sociale, politica e culturale. Riguarda tutti e chiede una risposta forte, all'altezza della campagna d'autunno del governo.
I numeri scritti in rosso, rosso come l´allarme che sta suonando in città, scorrono sul tabellone luminoso che hanno messo nella vetrina di una farmacia tra le aspirine e i pannoloni. I veneziani che passano ci buttano sempre un occhio. Perché la cifra scritta sul tabellone diminuisce costantemente. Meno uno quasi ogni giorno che passa. Si misura la temperatura della città all´antica farmacia «Morelli» di campo San Bartolomio, ai piedi del ponte di Rialto, davanti alla statua di papà Goldoni. E il termometro segna febbre alta. Perché il «contatore della popolazione» aggiorna in tempo reale il numero degli abitanti rimasti nel centro storico. Sempre di meno. Adesso sono 60.052. Il numero più basso della sua storia. La città che fu dei Dogi sta inesorabilmente scivolando sotto la soglia dei 60mila, ritenuta la quota minima vitale per potersi considerare ancora una città e non solo un baraccone per turisti.
Quei birboni di www.venessia. com, un vivace sito cittadino, si stanno già organizzando. Il giorno che la città scenderà sotto i 60mila abitanti, le faranno il funerale. Un «funerale della residenza» con tanto di bara e corteo funebre per «il caro estinto abitante veneziano». Lo spopolamento, problema serio, serissimo, e mai risolto. L´esodo dal centro storico di Venezia, che nel 1400 era arrivato a contare 200mila abitanti (tra cui 11mila cortigiane), e ne aveva ancora 160mila nel 1930, va avanti inesorabile da decenni, al ritmo di 1.000-2.000 abitanti l´anno che se ne vanno. Nel 1966 il centro storico aveva ancora 121mila abitanti. Negli ultimi 40 anni si sono dimezzati. E i demografi prevedono che se andrà avanti così, nel 2030 Venezia non avrà più abitanti. Sarà occupata solo da frotte di turisti.
Colpa soprattutto dei prezzi elevati delle case. Ma colpa anche degli alti costi di manutenzione di edifici spesso vecchi, malandati, aggrediti dall´umidità. E colpa degli effetti perversi del turismo, che trasforma le case in locande (negli ultimi anni hanno aperto 706 nuove insegne), e rende difficile la vita di tutti i giorni, perché i vaporetti sono stracarichi, gli osti esosi, e boutique eleganti e negozietti di paccottiglie hanno preso il posto di panettieri, macellai, fruttivendoli, calzolai e sarti. Ma è colpa anche del fatto, sostiene il Sindaco Massimo Cacciari, che «le funzioni terziarie, che dovevano prendere il posto di quelle dismesse, non si sono insediate, e intanto la pressione turistica è diventata insostenibile». Un problema comune a molti centri storici, aggiunge il sindaco, che invita i veneziani a «smettere di piangersi addosso» per tentare invece di reagire invertendo la tendenza. Bisogna «uscire dalla monocultura turistica», spiega. Attivando nuove funzioni, attraendo imprenditori nel campo delle nuove tecnologie, favorendo la residenza e l´insediamento di campus universitari. Il Comune ha avviato una politica di «social housing» per mettere entro tre anni 1.200 alloggi «a canone sostenibile» a disposizione del ceto medio, che è quello più penalizzato. Proprio quello che se ne va.
Le cause immediate della diminuzione degli abitanti sono correttamente (e, bisogna aggiungere, facilmente) individuate dal bravo giornalista. Ma nessuno ricorda che vi sono state, negli anni passati, tre scelte politiche che sono all’origine di quelle cause.
In primo luogo, l’abolizione di quelle norme del piano regolatore del centro storico che consentivano di tutelare la destinazione delle abitazioni a residenza ordinaria, impedendo la trasformazione dell’edilizia residenziale ad alberghi e altre attività ricettive.
In secondo luogo, il rifiuto di adottare politiche capaci di governare il turismo riconducentolo a quantità e tipolgie adeguate alle caratteristiche della città storica (che non è né Parigi né Disneyland) e, anzi, il massimo sforzo a incentivarlo e a promuovere la “merce” Venezia con ogni mezzo (adesso continuano a insistere perfino con la metropolitana!).
Infine, il dirottamento su opere del tutto inutili (il ponte di Calatrava)i finanziamenti che il contribuente italiano paga a Venezia perché la città sia restaurata: a cominciare dagli alloggi dei residenti.
Le ultime ordinazioni sono state spedite di recente negli Emirati Arabi e in Brasile: 48 velivoli M-346 prodotti da Alenia Aermacchi e una commessa di elicotteri AgustaWestland. «Abbiamo piccole e grandi imprese all’avanguardia che destano l’interesse dei più grandi compratori internazionali», osserva il governatore Roberto Formigoni. Queste imprese, ora, chiedono alla Regione un cambio di passo: il riconoscimento normativo di distretto tecnologico aerospaziale. Un progetto sostenuto dal Pirellone. Il presidente Roberto Formigoni ha incontrato il ministro alle Attività produttive, Claudio Scajola, e sollecitato il governo. Obiettivo: mettere in «rete» imprese, centri di ricerca, Politecnico e università di Castellanza e dell’Insubria, investire su figure specializzate negli atenei ed «evitare la dispersione» dei fondi pubblici. Un distretto Milano-Varese con al centro Malpensa: nel 2010 partiranno i corsi del nuovo polo per la formazione dedicato al settore aeronautico, tra i Terminal 1 e 2. Così Formigoni: «La sfida del domani si vince su innovazione e formazione. Malpensa rinascerà anche come hub della conoscenza».
Il sistema aerospaziale lombardo conta 130 imprese, oltre 12 mila addetti e 180 brevetti depositati negli ultimi anni. Il 2008 s’è chiuso con un aumento del fatturato complessivo del 25 per cento rispetto al triennio precedente e l’export copre il 35 per cento del commercio internazionale di settore. La crisi c’è, ma qui si sente meno che altrove. Il Pirellone punta sull’industria aerospaziale e sulle nuove reti di traffico leggero (elicotteri). Ha stretto accordi con Paesi stranieri, firmato progetti di collaborazione e stanziato di recente un bando da 20 milioni di euro. Il distretto, per dirla con Formigoni, «è un valore aggiunto, che può affiancare il coordinamento con Campania, Lazio e Piemonte e ci consente di usare anche i fondi dell’Ue».
Il nodo è Malpensa. L’aeroporto, scaricato da Alitalia, fa volare 18 milioni di passeggeri l’anno ed è base della nuova Lufthansa Italia. «Oltre alla lotta dura per riportare l’aeroporto oltre gli splendori d’un tempo, e ce la faremo, diamo vita al polo della formazione e sfruttiamo la presenza nell’area di imprese aeronautiche e aerospaziali », sottolinea il governatore. Non solo: il distretto dovrà far decollare anche «i mezzi di trasporto di domani». Come l’elicottero supertecnologico, il convertiplano Agusta che vola come un aereo ma si alza e atterra in verticale. «Utilizzeremo sempre di più l’elicottero», anticipa Formigoni: «Può rispondere alle esigenze di trasporto velocissimo, da punto a punto, e alle richieste di uomini d’affari, viaggiatori d’alto livello».
Problema: gli eliporti non ci sono. Vanno costruiti. La Regione si sta confrontando con i produttori sulla mappa delle localizzazioni. Avrà una elisuperficie il tetto del Pirellone bis e si sta discutendo di una struttura sulla Stazione Centrale. Il numero uno di Agusta, Giuseppe Orsi, indica poi il centro congressi al Portello, l’area Fiera-Expo, le stazioni dell’Alta velocità: «Si può agevolare la mobilità del Paese con costi modesti, supportati dai privati. L’elicottero sarà sempre più un mezzo di trasporto comune, non solo di élite». In quindici minuti copre la distanza da Linate a Malpensa. «E costa meno di un taxi».
La voragine è lì, nascosta da montagne di terra: un cratere largo cento metri, lungo novanta e profondo quindici da cui emergono i camion che risalgono i tornanti come in una cava. Ti accorgi così che, al centro dei 255mila metri dove un tempo sorgevano i padiglioni della Fiera, sta nascendo quello che diventerà il grattacielo più alto d´Italia. Non hanno mai smesso di lavorare, gli operai che stanno costruendo Citylife: ora sono una cinquantina ma il numero salirà mano a mano che il progetto prenderà corpo. Anche nella settimana di Ferragosto, con il termometro di piazza Giulio Cesare che, alle tre del pomeriggio, segna 37 gradi. I rumori delle ruspe arrivano attutiti anche nel silenzio di via Spinola, una distesa di finestre sbarrate. Il quartiere che teme le ombre delle tre torri e che ha cercato di fermare il piano con proteste e ricorsi è ancora in vacanza. Eppure, oltre le palizzate alte otto metri che circondano il cantiere, il gigante progettato da Isozaki si sta preparando alla scalata: nel 2013 dominerà Milano da quota 222 metri. Dopo le demolizioni sono cominciati gli scavi preparatori e adesso tutto è pronto per la prima gettata di cemento.
Per vedere il cantiere di Citylife bisogna salire in alto. Ma anche così è impossibile scorgerlo fino in fondo, il cratere del grattacielo. Troppo profondo, troppo lontano e nascosto dalle montagne di terra di riporto. Da qui sorgerà la prima torre, quella più alta e che ha bisogno di un maggior tempo per venire su. Secondo il programma sarà terminata nel 2013. Gli scavi stanno preparando l´area anche per l´arrivo della fermata "Tre Torri" della metropolitana 5, al centro dei grattacieli, e di una "piazza" commerciale sotterranea. Lì accanto, sotto l´enorme gru che si erge al centro dell´area, spuntano, minuscoli, i caschi colorati degli operai e le ruspe rosse. Anche loro stanno lavorando sotto il livello del suolo, alle fondamenta dei primi edifici che verranno consegnati tra la fine del 2011 e l´inizio del 2012. In una distesa color sabbia, le uniche macchie grigie di cemento sono il segno concreto che lì stanno cominciando a prendere realmente forma le residenze disegnate da Zaha Hadid: sette palazzi che saliranno fino a 12 piani e che si affacceranno su via Senofonte. È da queste "case d´autore" che è partito non solo il piano di Citylife, ma anche la campagna vendite che vanta già prenotazioni per 60 milioni di euro.
La tabella di marcia è serrata. E anche in via Spinola sono visibili i segni dell´avanzamento dei lavori. Qui, sotto le finestre dell´hotel che fino a poco tempo fa doveva soltanto aspettare il ritmo cadenzato delle Fiere per riempirsi, è già stato scavato un altro buco. È l´inizio di un altro pezzo di cantiere che, presto, inizierà a crescere in altezza. Su questo lato Daniel Libeskind ha firmato il progetto di 380 appartamenti che verranno completati nel 2012: in media costeranno 8.500 euro al metro quadro con punte fino a 12mila per gli attici e saranno messi in vendita a partire da settembre.
E mentre gli operai hanno già iniziato a costruire sul lato più vicino a piazza Giulio Cesare, ci sono altre macerie da raccogliere. Basta percorrere il recinto del cantiere lungo viale Berengario e arrivare fino alla Porta Eginardo: ai confini di Citylife in questi giorni c´è un movimento intenso. Altri operai stanno infatti abbattendo le ultime palazzine destinate a scomparire per fare spazio al futuro Centro congressi della Fiera: con potenti getti d´acqua si cerca di non sollevare nuvole di polvere. Sembra una danza: la gru che sventra pareti e avanza all´interno di scheletri di ferro, i camion che si avvicinano in retromarcia per raccogliere i detriti e portarli lontano, uscendo da viale Duilio. Sotto gli occhi dei rari passanti che si fermano a guardare lo strano spettacolo d´agosto.
La prima reazione del governo italiano alla morte di 73 cittadini eritrei nel Canale di Sicilia è stata di fastidio e incredulità. Per bocca del suo ministro dell’Interno, che si è ben guardato dall’esprimere cordoglio e pietà, si è gettato discredito sul racconto dei cinque sopravvissuti. Sopravvissuti che – non fossero apparsi in pericolo di vita – sarebbero stati quasi certamente respinti, nonostante il diritto internazionale assegni loro lo status di rifugiati politici. I notiziari televisivi hanno fatto da cassa di risonanza a tale ignominia, lasciando sottintendere l’insinuazione che i disperati giunti a Lampedusa dopo aver visto morire di stenti i loro congiunti, potessero avere chissà quale interesse a mentire.
Sul piano morale, una tale prova di cinismo nei confronti di vittime inermi, che non ha precedenti nella storia repubblicana, giustifica il paragone avanzato ieri da Marina Corradi su Avvenire: evoca cioè l’indifferenza di tanti europei, 65 anni fa, di fronte alla discriminazione e alla deportazione degli ebrei considerati untermensch, sottouomini. Pure allora una martellante propaganda sollecitava a distinguere fra vite degne e vite indegne.
La pietà, come la bontà, è tornata a essere, nella propaganda governativa, un lusso che non ci potremmo permettere. Il dovere assoluto del soccorso in mare rischia di procurare a chi vi ottemperi accuse di favoreggiamento del reato di immigrazione illegale. Le motovedette della Guardia di Finanza hanno ricevuto l’ordine di procedere in mezzo al mare, frettolosamente, alla selezione degli stranieri dei paesi in guerra, titolati a richiedere asilo; anche se è palese l’impossibilità di condurre a bordo le indagini accurate che sarebbero obbligatorie.
Così lo scandalo del prolungato omesso soccorso in mare, denunciato dai pochi superstiti di un’odissea lunga venti giorni, ha trovato legittimazione postuma nell’insensibilità conclamata del ministro Maroni. Assistiamo a un abbrutimento delle coscienze che produce un guasto di civiltà e disonora chi l’ha perseguito. Non è solo la dottrina evangelica a uscirne calpestata, come denuncia la Conferenza episcopale italiana, ma il più elementare senso di umanità.
Da mesi assistiamo allo spettacolo di esponenti politici che esultano per i respingimenti, quasi che ci liberassimo di scorie tossiche e non di persone bisognose. Quando un partito di governo come la Lega diffonde su Facebook un gioco di società intitolato "Rimbalza il clandestino", festeggiando col suono di un campanello la sparizione di ogni barca di migranti, vuol dire che la velenosa ideologia dell’untermensch è di nuovo entrata a far parte del nostro senso comune.
La viltà di tale comportamento è suggellata dallo scaricabarile delle colpe su di una nazione infinitamente più piccola e meno attrezzata della nostra, qual è Malta. Crediamo forse di lavarci la coscienza addossando su la Valletta la responsabilità dei soccorsi? O non stiamo piuttosto assistendo a una lugubre replica della favola del lupo e dell’agnello?
La Libia sta giocando spregiudicatamente con la vita di migliaia di persone e con le aspettative politiche mirabolanti del governo italiano. I migranti vengono trattenuti per mesi nei suoi campi di lavoro e di prigionia; vengono sfruttati con la promessa di guadagnarsi i soldi necessari a salpare verso la sponda nord; e ora vengono di nuovo mandati allo sbaraglio in mare: perché ogni tanto bisogna pur saziare l’avidità dei trafficanti che godono di protezione all’interno del regime corrotto di Tripoli.
Rivelando che fra il 1 giugno e il 20 agosto 2009 le nostre motovedette hanno effettuato 13 interventi, prestando soccorso a 420 profughi del mare, il Viminale riconosce implicitamente che l’accordo bilaterale con la Libia, spacciato sui mass media di regime come risolutivo, è invece un colabrodo. Invece di rifugiarsi dietro al mancato sos di un gommone con 78 persone a bordo prive di strumenti di comunicazione, il ministro Maroni farebbe meglio a chiedere scusa alle persone di cui ha messo in dubbio la parola. Commettendo una bassezza morale.
Per mesi egli ha cercato di darci a bere un’altra favola, secondo cui sarebbe possibile fermare un esodo biblico dall’Africa all’Europa rinforzando la marina militare di Gheddafi. Come se potessimo ignorare che gli affamati nel mondo sono 1 miliardo e 20 milioni di persone, 100 milioni in più del 2008 (stima Fao del 19 giugno). Di questi affamati, 265 milioni vivono nell’Africa subsahariana, 42 milioni nel Vicino Oriente e nell’Africa del nord. Di fronte a una tragedia di tale portata, l’Italia ha finora reagito tagliando i fondi per la cooperazione allo sviluppo e disinteressandosi al rispetto dei diritti umani concernenti le persone che respinge.
Può capitare che per fare buoni affari petroliferi i nostri manager corrompano dei funzionari governativi, come in Nigeria; o che il fior fiore della nostra imprenditoria vada a rendere omaggio a Gheddafi sotto la tenda che un governo compiacente gli ha lasciato piantare nel parco di Villa Pamphili a Roma. Ma di progetti per lo sviluppo, per combattere la fame e le malattie, ci si riempie la bocca solo di fronte alle telecamere del G8, salvo poi dimenticarsene. Perché una cultura miope e razzista trova più conveniente assecondare l’istinto popolare. Si prendono più voti dicendo che abbiamo già troppi problemi noi per poterci interessare ai problemi di persone talmente disperate e diverse da apparirci minacciose.
Il Senatur e Tremonti hanno fatto l'uovo
di Enrico Pugliese
Tra le esternazioni estive dell'on Bossi, quella relativa al recupero produttivo di terreni agricoli male utilizzati affidandoli a giovani imprenditori appare come una delle più sensate. E il coro di apprezzamenti è stato vasto e unanime: ha visto, oltre che la Confidustria, anche il principale giornale di opposizione al governo, la Repubblica. Sulle pagine di quel giornale (rispettivamente lunedì 17 e martedì 18) un amichevole duetto di Carlo Petrini di Slow Food e del ministro dell'agricoltura Zaia esponente della Lega, ha mostrato i grandi vantaggi, le prospettive e - perché no? - i rischi connessi all'inziativa. Con chiaro e netto orientamento di classe, Petrini ha raccomandato con enfasi, tra l'altro, di semplificare la modulistica necessaria per accedere ai benefici dell'iniziativa. Insomma, l'idea è buona, si tratta gestirla al meglio. E il ministro ha prontamente ringraziato
D'altra parte la proposta di Bossi è un po' come l'uovo di Colombo: ci sono le terre male utilizzate, ci sono i giovani pronti a farle fruttare con grande risparmio per lo stato, allora perché non dare ai giovani una opportunità? Poi si tratta di terre demaniali: un anacronismo. O no?
Forse no. Pur riconoscendo un certo radicamento populista (che poi è l'altra faccia della xenofobia) della Lega, a me la cosa puzza un po' di bruciato. È dall'epoca delle ultime leggi eversive della feudalità (un paio di secoli addietro) che le terre demaniali hanno fatto gola ai privati, i quali in generale se ne sono appropriati con la frode o con la violenza. Lo stesso è avvenuto con i beni della mano morta espropriati a ordini religiosi e diventati di proprietà pubblica dopo l'Unità d'Italia.
Le terre dello stato e dei demani comunali se le sono accaparrate prima i galantuomini, poi, quando hanno potuto, anche strati piccolo borghesi. E a volte ce l'ha fatta pure qualche contadino ricco. Ricordo da ragazzo «le terre della comuna» a Montalto delle quali si era appropriato uno che di soprannome veniva detto 'U jngu' (il giovane toro) o, forse, i suoi antenati. Ora a privatizzare i beni pubblici ci pensano Bossi, Zaia e Tremonti.
Questa storica ingiustizia di classe, questa usurpazione, fu oggetto di lotta e di una polemica della sinistra (e nella sinistra). Era un chiodo fisso di Paolo Cinanni che ancora negli anni settanta pubblicava un libro importante per spiegare l'attualità del problema e l'esigenza di intervento dello stato. Non se ne fece nulla. Alle terre usurpate (questo è il termine tecnico) si aggiungono quelle ancora di effettiva proprietà demaniale, ma che sono già in mano a privati con vecchi contratti di affitto a canori irrisori per pascoli che in realtà sono sterminate stalle per bufale all'aperto dove il mangime (prodotto nelle produzioni estensive di mais e cereali) viene portato giornalmente a tonnellate. E si tratta di allevatori vecchi e giovani.
La questione delle terre demaniali venne portata all'attenzione del pubblico e della politica negli anni Settanta dal movimento di lotta per l'occupazione giovanile. Con la loro carica di illusioni e di speranze i giovani alla ricerca di un lavoro (e di un lavoro possibilmente diverso) costruirono cooperative, occuparono terre e le ebbero in concessione, ne presero anche in affitto e tentarono di viverci lavorando etc. Non andò benissimo. Ma fu un movimento importante e qualcuno imparò un mestiere Non è qui il caso di parlarne, salvo per ricordare che allora erano i giovani e non i ministri a chiedere che le terre, pubbliche e private, incolte o malcoltivate, venissero messe a profitto.
L'on Bossi ha parlato anche di spreco del danaro pubblico. E a ragione. Ma questo, per quel che ne so, riguarda soprattutto le grandi aziende private. Nel perverso meccanismo di sostegno alle aziende agricole si possono ricevere (e si ricevono) in maniera del tutto legale contributi per terreni che non si coltivano affatto.
È là che sta il vero spreco. C'è una spinta alla concentrazione che riguarda in maniera particolare le aziende zootecniche, che è l'effetto della PAC, della politica agricola comunitaria spesso sostenuta nei suoi aspetti peggiori dall'Italia. I compagni di Piadena hanno parlato sul manifesto degli orrori della produzione zootecnica su vasta scala e dei disastri ambientali che ad essa spesso si accompagnano. Queste problematiche non sono entrate affatto nel dibattito di questi giorni.
Eppure si sono sprecati paroloni. Federico Orlando alla lettura commento dei giornali su Rai Tre ha parlato di Riforma Agraria. A sinistra si è pensato che per una volta Bossi ha preso una iniziativa che avremmo dovuto prendere noi. Ma non è proprio così. Nel vuoto politico lasciato dalla crisi delle tradizionali organizzazioni degli agricoltori (a partire dal poderoso blocco di potere rappresentato dall'intreccio DC-Coldiretti) è facile inserirsi con proposte populiste e corporative. Ma non so ora i contadini poveri part-time, i semi-proletari agricoli (come si diceva una volta), del Mezzogiorno ( e non solo del Mezzogiorno) avranno nulla da guadagnare dalla proposta di Bossi. E comunque non sembrano esserne al corrente. Con buona pace di Federico Orlando, alla base delle riforme agrarie ci sono le mobilitazioni dei contadini, non le trovate dei ministri.
A rifletterci, più che di un uovo di Colombo forse si tratta di un uovo di Tremonti, come la proposta della privatizzazione delle spiagge.
«Terra e illibertà»
di Tommaso Di Francesco
Antonio Onorati «Problema vero, ma la Lega pensa solo al Nord. E sbaglia sul demanio»
Ad Antonio Onorati, esperto di politiche agricole internazionali - è stato docente universitario presso l'Instituto agronomico d'Algeri e segretario generale del «Comitato italiano per la Fao», e inoltre lui stesso agricoltore, abbiamo rivolto alcune domande sulla cosiddetta «provocazione» estiva di Bossi che in realtà rivela un terreno di intervento specifico del governo che già prevede in finanziaria la voce «terra ai giovani» e un «militante» già schierato nel ministro leghista dell'agricoltura Zaia, pronto a veicolare verso l'agricoltura del Nord i fondi interfnazionali dell'Unione europea previsti allo scopo. Il tutto sempre dentro una ideologia da piccola patria padana ma dentro una sorta di «rimascimento agricolo», per un nuovo «comunitarismo socialisteggiante e prealpino» in difesa e a protezione dei settori sociali sconvolti dai processi della globalizzazione.
Come rispondi alla proposta di Bossi di dare le «terre demaniali ai giovani» e a quella del suo ministro Zaia che lancia il «Rinascimento agricolo»?
Di certo non possono essere considerate alla stregua degli altri «lanci estivi» perché la Lega, con capacità, identifica un problema - quello della crisi dell'agricoltura nazionale e lo riconduce ad un'area di privilegio e consenso e lo trasforma in programma politico. In agricoltura questo è più facile visto che la sinistra, cosiddetta, da oltre un ventennio insegue l'idea che l'agricoltura è un problema e non una risorsa per il paese. In Italia, come in gran parte dei paesi europei, l'accesso alla terra per i contadini è di fatto impossibile e dagli anni novanta in poi assistiamo ad un processo tremendo di espulsione dalla terra con una enorme riduzione del numero delle aziende e del numero degli addetti.(cfr. « Un'agricoltura senza agricoltori»). Con il risultato di una forte concentrazione delle terre agricole in un numero ristretto di aziende. In Italia le aziende con taglia superiore ai 50 ettari coltivano il 40% delle terre ma sono solo il 2,38% delle aziende. Le aziende con taglia inferiore ai 5 ettari coltivano il 15,6% della SAU ma sono il 77.4% del numero totale delle aziende. Le aziende con taglia inferiore ai 2 ettari coltivano solo il 6% della terra e rappresentano la metà del numero totale delle aziende. Con queste dimensioni nessun giovane può iniziare un'attività agricola anche perché esiste un doppio mercato della terra, un falso prezzo «agricolo» ed un vero prezzo, in media 10 volte superiore, di vendita. Per effetto dell'accaparramento di una parte consistente del supporto della Unione Europea (PAC), per l'acquisizione di terreni da parte delle aziende agricole o da parte di investitori extrasettore che era avvenuta a partire dal 2000, non deve sorprendere se «...la crescita maggiore (della dimensione economica) si verifica nelle regioni del Nord (+20,3%), seguite da quelle del Mezzogiorno (+9,3%) e del Centro (+7,7%)». Confermando così il detto «piove sul bagnato», poiché le regioni del Nord stanno trascinando verso di sé - producendo così un forte processo di concentrazione - alcune delle attività agricole con maggior valore (allevamenti ) e di più semplice industrializzazione, senza peraltro arrestare la forte mortalità delle aziende. Infatti ad oggi la creazione di nuove aziende agricole forse non piacerà al ministro Zaia - è un fenomeno scarsamente significativo nel centro e nord Italia, mentre è molto forte nel Mezzogiorno, a testimonianza che in quella parte d'Italia l'attività agricola continua ad esercitare una forte funzione sociale (occupazione e reddito) e che il modello agricolo lì perseguito ha degli elementi di originalità rispetto al resto del paese, elementi che andrebbero compresi a fondo.
Ma se non si vuol mettere mano ai processi di concentrazione delle buone terre in poche aziende di grandi dimensioni sempre più industrializzate, perché si promettono ai giovani che vogliono tornare in agricoltura le terre demaniali? Che terre sono?
Intanto si sa che terre sono e non c'è bisogno di fare una nuova indagine, basta prendere il censimento dell'agricoltura, comune per comune, e rilevare la voce «forme giuridiche - Ente pubblico Stato, regione, provincia, comune e comunità montana». Una parte di queste terre sono coperte da diritti di uso civico che fino ad oggi con grande difficoltà ne hanno preservato l'uso agricolo (spesso per allevamenti bradi), un'altra parte sono di scarsa o cattiva qualità agricola, una parte effettivamente possono essere messe in valore per attività agricole di qualità ma necessitano comunque di supporto per potervi riavviare attività agricole tali da dare reddito. E soprattutto spesso mancano di tutte quelle condizioni che possano rendere la vita di giovani che si istallano accettabile (strade, scuole rurali chiuse da questo governo, sanità, comunicazione, accesso al mercato locale, etc). Chi metterà le risorse necessarie? Chi giudicherà «i buoni progetti»? Chi avrà il privilegio di ricevere le terre demaniali? E a che titolo: uso, concessione, affitto, proprietà? Ci sarà una nuova Opera Nazionale Combattenti alla base del Rinascimento Agricolo? C'è puzza di uso spregiudicato del potere, di privilegi, di diseguaglianze e di illibertà.
L'attenzione all'agricoltura è una novità tutta italiana o un affetto delle crisi globali attuali, tra cui quella agricola è forse la più pericolosa visto che è difficile confrontarsi con un miliardo di affamati?
Nessuna novità. Perfino il governo britannico, che due anni fa aveva sostenuto che «all'Europa non serve una sua agricoltura» oggi lancia un piano di «rivitalizzazione» della sua agricoltura. E negli Usa dopo oltre mezzo secolo di leggi di sostegno finanziario all'agroindustria, il presidente Obama mette nel suo programma elettorale un riferimento forte all'agricoltura, in particolare quella familiare perché negli Stati uniti quasi non esiste più, tanto è stata massacrata proprio dall'intervento federale - che deve produrre per nutrire meglio gli americani. Occorre riconoscere però che il ministro Zaia e la Lega con il loro costante riferimento alla territorialità delle produzioni riescono a far dimenticare altre iniziative prese dai governi di cui fanno parte che hanno già dato i loro effetti rendendo sempre più difficile la sopravvivenza delle piccole e medie aziende familiari, come quella di aver liberalizzato il mercato delle quote latte togliendo la «riserva regionale» (una specie di protezione per evitare che la produzione di una regione si sposti altrove dove c'è chi può ricomprarsi il diritto a produrre), con il risultato che in tutte le regioni c'è stata un'ecatombe di stalle che sarà impossibile riaprire. Anche con le terre demaniali a disposizione.
Diciotto mesi dopo la sua caduta in Senato, e cioè 18 mesi dopo la fine del centrosinistra (dell'Unione, dell'Ulivo e tutto il resto) Romano Prodi ha scritto un articolo, molto importante, per il Messaggero e ha demolito le basi politiche del suo governo e del centrosinistra. Anzi ha fatto di più: ha demolito l'intera esperienza di centrosinistra sul piano europeo e forse mondiale. E ha affermato, con grande nettezza, che è necessario, ai riformisti, cambiare del tutto strada, azzerare l'idea dei compromessi con le politiche moderate, sfidare lo stesso elettorato e prepararsi a progettare una società nuova che modifichi sostanzialmente il capitalismo e la vecchia idea di società di mercato.
L'articolo di Pordi è uscito il giorno di Ferragosto ed è passato abbastanza inosservato, ma è una vera e propia bomba, sul piano politico. Se qualcuno leggesse quell'articolo senza conoscerne l'autore, e poi gli fosse chiesto a bruciapelo: "chi l'ha scritto? , risponderebbe a colpo sicuro: Bertinotti. Non penserebbe mai che invece l'autore di una critica così feroce sia proprio il leader che guidò quella esperienza, sia nella sua prima fase, dal 1996 al 1998, sia nel tratto finale, dopo le elezioni del 2006 fino alla sconfitta definitiva del febbraio 2008.
L'articolo sul Messaggero è molto significativo proprio perché è di Prodi, ed è molto interessante perché mette in discussione tutto, ma proprio tutto quello che il cosiddetto riformismo ha fatto in questi 13 anni. Mette in discussione persino la parola, la parola riformismo, contestando l'ipotesi che il riformismo abbia tentato di compiere delle riforme. No, dice Prodi, da quando è nato, e cioè subito dopo la caduta del governo Thatcher in Gran Bretagna (poco dopo il ritiro di Reagan e la sconfitta di Bush padre negli Stati Uniti) il centrosinistra europeo "ha preso decisioni che non si discostavano da quelle precedenti, sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali...". A pagina 4 pubblichiamo integralmente l'articolo di Prodi. Comunque la sostanza è questa. E forse la parte più interessante dell'articolo è la parte finale, nella quale Prodi incita le forze politiche che si richiamano al centrosinistra o al riformismo a gettare via tutta l'eredità del passato e a ricominciare da capo a progettare una società diversa da quella attuale. Anche a costo di di dover rinunciare a una parte del proprio elettorato e di dover cercare nuovi pezzi di elettorati in settori nuovi della società.
Cosa dice, in sostanza, Prodi? Quello che da un po' di tempo cercano di dire gli esponenti più "illuminati" (per usare la vecchia terminologia politica) della sinistra. Azzeriamo e proviamo a ricostruire una nuova sinistra, non più divisa tra moderati e radicali e non più costretta a schiacciarsi sul centro o addirittura sulla destra. E neppure - viceversa - a invocare ogni piè sospinto la sua purezza rivoluzionaria. Facciamo saltare le vecchie barriere politiche, azzeriamo i vecchi campi degli schieramenti e delle vecchie correnti, e vediamo se possiamo mettere insieme un progetto di riforma della società che non dia per scontati i pilastri sui quali oggi si regge il capitalismo. Cioè la dittatura del mercato e il valore-competitività.
Naturalmente si può rispondere a Prodi anche con stizza. Non è stato forse lui a guidare l'esperienza, che oggi tratta persino con qualche derisione, del cosiddetto "Ulivo mondiale"? E dunque non pensa di avere qualche responsabilità nel suo fallimento, e di dover dire che aveva torto quando respingeva con sdegno le osservazioni che gli venivano da sinistra, sulla riforma del welfare, ad esempio, o sulla guerra, o sulla mancanza di strategia e di progetto del suo governo?
Però, diciamoci la verità, è abbastanza difficile trovare tra i dirigenti dei vari partiti di sinistra e di centrosinistra qualcuno che sia senza colpe, privo di responsabilità per la sconfitta. E allora, magari, possiamo anche dirci: chissenefrega, oggi, della ricerca dei colpevoli o dei "più colpevoli". E' l'ora forse, di interrompere il processo ai responsabili e le accuse reciproche. E persino è l'ora di sospendere la tiritera sulla necessità di una nuova generazione dirigente, e sull'accantonamento dei vecchi eccetera eccetera. Se c'è una nuova generazione dirigente, benissimo, facciamogli spazio. Ma non stiamo a trasformare il rinnovamento politico in un controllo delle carte d'identità e della nate di nascita, piuttosto prendiamo per buona l'analisi di Prodi e vediamo se ci sono le forze sufficienti per rifondare un centrosinistra che rinunci alle attrazioni fatali verso Berlusconi ( il moderatismo veltroniano ) e si proponga non come pura e semplice forza di governo, ma come forza di governo del cambiamento, e cioè di un progetto politico che porti ad un ridimensionamento del mercato, a una fortissima riduzione delle differenze sociali, e ad un netto innalzamento delle libertà
Sardegna, l'ira del mattone
Renato Soru fa votare un decreto che vieta di costruire lungo le coste della Sardegna e fino a 2 km dal mare. Contro la giunta si scatenano comuni di centrodestra, qualche amministratore di centrosinistra e i quotidiani dell'isola. Tutti hanno qualche interesse in campo
C. SA. - CAGLIARI «Un decreto choc», per il quotidiano La Nuova Sardegna. Soru fautore di un'isola «cavernicola», di un turismo di roulotte, tende, camper, per La Repubblica. Sono gli attacchi da sinistra, al neo presidente della regione sarda che alla terza riunione di giunta ha portato e fatto passare dopo qualche ora di discussione, un decreto che impone per sei mesi la salvaguardia delle coste della Sardegna dalla cementificazione, in attesa di una nuova legge urbanistica. Tutto alla luce del sole, al termine di una campagna elettorale vinta dal fondatore di Tiscali con un margine altissimo, e dove la materia della tutela delle coste era centrale, nel programma del centrosinistra, nella sensibilità dell'opinione pubblica. Proponente della legge è un assessore della Margherita, responsabile dell'Urbanistica, Gian Valerio Sanna, consenzienti tutti gli altri assessori, dai Ds all'Udeur, nonostante le spinte di molti amministratori locali di questi partiti sensibili alla lusinga dell'edilizia. La prima reazione è venuta, con la riunione della giunta ancora in corso, da un consigliere regionale di Forza Italia costruttore edile gallurese. E dalla Gallura proviene il coro di no. Sono tutti sindaci di centrodestra, da Olbia ad Arzachena, alla Maddalena. Avevano pronti piani per costruire insediamenti di alcuni milioni di metri cubi, dalla Costa Turchese della figlia di Berlusconi a sud di Olbia, ai piani del miliardario americano Tom Barrack, succeduto all'Aga Khan nella Costa Smeralda.
Insospettati, almeno insospettabili sino a qualche settimana fa, sono invece gli aiuti che vengono in queste ore al fronte del cemento, da La Nuova Sardegna a La Repubblica. Scontato quello dell'altro quotidiano dell'isola, L'Unione Sarda, dell'editore costruttore Sergio Zuncheddu. I due giornali del gruppo Espresso usano toni inusitati nei confronti di Soru. Per La Nuova Soru è «uno sceriffo», che «usa la mannaia». Poco meno di un incosciente che «va in vacanza mentre infuria la polemica», divertito dell'effetto che fanno i suoi primi provvedimenti. Inspiegabile attacco, per chi non conosce i primi atti della giunta Soru, gli altri «colpi di mannaia» del neo presidente. Uno in particolare, la sospensione di un appalto di 48 milioni di euro per l'informatizzazione della Regione, vinto insieme da un'associazione temporanea di imprese formata da Kataweb del gruppo Espresso, dall'Unione Editoriale dell'editore dell' Unione Sarda, e di Accenture, il cui responsabile per la Sardegna è un figlio del ministro degli interni Beppe Pisanu. L' Unione Sarda ha una ragione in più del giornale concorrente per avercela con Soru, responsabile della bocciatura di una delibera presa dalla giunta di centrodestra a quattro giorni dal voto per le regionali, l'8 giugno, che affidava a una società immobiliare appartenuta al suo editore un appalto di 83 milioni di euro per costruire i nuovi uffici della Regione in un'area al centro di Cagliari. Entrambi i giornali hanno gridato al conflitto di interessi. Soru replica: «Tiscali non parteciperà più ad appalti regionali». Ma ogni giorno è un nuovo assalto.
Il neo presidente gode però secondo molti di una popolarità crescente. Mantiene le promesse, ha bloccato la costruzione delle centrali eoliche, ormai proliferanti. Ha bloccato l'attività estrattiva e devastante delle cave di una società americana che cerca l'oro nell'isola. E' netto sulla costa: «Il turismo non è l'edilizia». Critica il modello dei villaggi al mare, strapieni d'estate, villaggi fantasma per dieci mesi all'anno, «i sardi manovali e camerieri quando va bene». I pezzi di Sardegna che il decreto della giunta salva dalla distruzione, dallo choc della distruzione, sono intere oasi verdi, fra Olbia e San Teodoro, fra Arzachena e Olbia, Santa Teresa e Palau. Vengono bloccati villaggi a Villasimius, Chia, Teulada, Cabras. I sardi che respirano, sollevati, anche increduli, non hanno voce sui giornali.
In difesa delle emozioni. E del turismo
di Sandro Roggio
Negli anni Settanta la regione Sardegna decise di salvaguardare una fascia di 150 metri dal mare che negli anni Novanta - sulla base del dibattito culminato con l'approvazione della legge urbanistica e dei piani paesistici - fu estesa a 300 metri. Poi i piani paesistici sono stati annullati e per lungo tempo non è successo nulla di buono. La politica, con rare eccezioni, ha scelto la strada conveniente dell'attesa, nella continua ricerca di espedienti per fare saltare il sistema delle regole.
La giunta Soru ha deliberato un vincolo provvisorio per una fascia di 2 chilometri dal mare: con una tempestività inattesa dopo tanto ritardo e che consente di guardare al futuro con altri occhi. Un atto salutato da molti, anche fuori della Sardegna, con soddisfazione: che in qualche modo decide l'inclusione delle coste isolane tra i grandi beni culturali del paese. Ma sono le argomentazioni dei vari detrattori di questa linea che spiegano la giustezza della misura.
Sindaci di comuni costieri rei di non avere aggiornato i loro piani urbanistici e qualche speculatore che si preparava ad approfittare dei vuoti normativi. Rieccole le tesi contro le norme di tutela «contrarie ai metodi raffinati della pianificazione» e ovviamente «contro lo sviluppo» e ancora (sob!) «contro l'autonomia dei comuni». Anche se nessuno nega che la sottrazione categorica di parti dei litorali alla trasformazione ha scongiurato uno scempio di considerevoli proporzioni.
Non è vero che il ricorso alle misure urgenti di salvaguardia sia operazione astratta e grossolana, specie nei casi in cui vi sia un ampio riconoscimento del valore di un ambiente e sia avvertito il rischio di danni irreversibili. E' già avvenuto per i beni storico artistici. Nessuno si sorprende che grandi parti delle città italiane siano sostanzialmente immodificabili ancora prima di essere state assoggettate a sofisticate analisi urbanistiche (non solo il profilo dei palazzi del Canal Grande a Venezia o quello di piazza di Spagna a Roma ma una miriade di paesaggi urbani consolidati ). Verso i paesaggi naturali il processo di affezione avviene con più lentezza. Ma per stare al caso serve osservare che in questi anni è cresciuta molto in Sardegna l'attenzione verso i suoi paesaggi litoranei e non è prematuro immaginare di ampliare, con gli strumenti della pianificazione, gli ambiti di tutela. Che potrà avvenire anche con molto consenso.
Nessun atto sopraffattore quindi. E' solo successo che la soglia di sopportazione verso le alterazioni dei luoghi più belli dell'isola è stata ampiamente superata, che i sardi dei paesi e delle città della Sardegna - non solo quelli che si affacciano sul mare - guardano con indignazione ai danni, questi si pregiudizievoli per il turismo dei prossimi anni. E nell'interesse di un'ampia comunità translocale che spetta alla regione continuare nella strada intrapresa. Un sistema di vincoli non è nient'altro che il riconoscimento di siti dove le sensazioni di chi si guarda attorno sono più forti e aumentano appunto quanto più ci si avvicina alla riva del mare, come ad un bosco, alla cima di un monte, ad un antico insediamento («tu chiamale se vuoi emozioni» cantava Lucio Battisti). E il valore di intensità emotiva di questi ambiti è confermato guarda caso dal valore di mercato (qui la rendita è molto elevata in caso di trasformazione) che si spiega con l'alta domanda di possesso esclusivo.
Ma sbaglia chi dice che tutto ciò sia contro il turismo nella linea del protezionismo autarchico. Nel piano paesistico (da redigere con un procedimento semplice) si troveranno le soluzioni per rispondere puntualmente alle attese degli operatori turistici che non hanno niente ma proprio niente in comune con faccendieri e palazzinari.
Vi ricordate Villa Certosa di Berlusconi? Eccola qui
Sono fra coloro che hanno duramente criticato il ‘piano casa’ del governo perché inutile rispetto agli obiettivi dichiarati, distruttivo del paese e immorale. A differenza di altre Regioni, fra cui spiccano i congruenti estremismi di Veneto e Campania, la Regione Toscana lo ha tradotto in una buona legge. La LR 24/2009, infatti, ha il merito fondamentale di permettere l’ampliamento o la riedificazione solo di una parte del patrimonio edilizio esistente e solo all’interno degli strumenti urbanistici vigenti; impedisce con ciò l’aspetto più nefasto del disegno berlusconiano, il colpo di spugna sulla pianificazione del territorio e il via libera a ogni forma di speculazione.
Più precisamente, la legge limita gli interventi di ampliamento ai casi in cui già i piani regolatori permettono la ‘ristrutturazione edilizia con incrementi volumetrici’. Quanto agli interventi di demolizione e ricostruzione, questi sono possibili esclusivamente sull’edilizia abitativa, senza cambio di destinazione. Inoltre, i provvedimenti non si applicano nei centri storici o nelle parti del territorio ad essi assimilate, a immobili vincolati o dichiarati di interesse storico-culturale dagli strumenti urbanistici, nei parchi o nelle riserve naturali, in zone di pericolosità idrogeologica e all’interno dei piani attuativi. Viene così disinnescata la peggiore pillola avvelenata del disegno di legge statale, la possibilità di riconvertire i capannoni dismessi o inutilmente costruiti con la Tremonti bis, e magari da ricostruire con la Tremonti ter, come residenze ed uffici. Se si considera, inoltre, che tutti gli interventi sono condizionati dall’utilizzazione di tecniche di sostenibilità ambientale e di risparmio energetico (nonché dall’eliminazione delle barriere architettoniche), si può sostenere che la legge, se correttamente applicata, potrebbe avere un impatto positivo sul patrimonio edilizio regionale. Un risultato non di poco conto e addirittura brillante se confrontato a quanto legiferato dalle altre regioni.
Chi critica la legge, sostenendo che comunque la Regione Toscana avrebbe potuto ignorare il ‘piano casa’ del governo, trattandosi di materia di esclusiva competenza regionale, non tiene conto che un rifiuto secco, data la popolarità dell’abuso edilizio, sarebbe stato un suicidio politico. Il fatto che la Regione Toscana abbia approvato rapidamente la legge (con l’astensione dell’opposizione), a mio parere - e in ciò dissento da altre osservazioni critiche - è stata una mossa intelligente che ha chiuso la questione prima che si scatenassero le pressioni di proprietari, costruttori, cooperative, professionisti e del potente battaglione edilizio.
Tuttavia il comportamento dei Comuni che ne dovranno dare attuazione può inficiare le potenzialità positive della legge. Sarebbe, infatti, una iattura se le amministrazioni locali rendessero più permissivi gli strumenti urbanistici o riclassificassero in basso le categorie di intervento sul patrimonio edilizio, in particolare nel territorio rurale, per ampliare e rendere possibile ciò che la Regione ha voluto limitare. E qui torniamo ad un punto dolente, al vero nodo di fondo che mette in crisi sistematicamente le buone intenzioni di governo del territorio della Toscana espresse anche nel PIT recentemente adottato come piano paesaggistico: la delega totale ai Comuni delle politiche urbanistiche reali e la altrettanto totale assenza di controlli e sanzioni, di fronte a plateali violazioni della legge e ad azioni non solo illecite, ma criminose e ripetute nel tempo. Vi è un caso esemplare che interessa un Comune situato in quel ‘patrimonio collinare’ che il piano paesaggistico definisce come ‘invariante strutturale’. Il Comune è Casole d’Elsa: qui la lettura dei verbali della Procura della Repubblica, da poco resi pubblici, dipinge un quadro drammatico e pone interrogativi non solo sulle possibilità, ma anche sulla volontà di controllo da parte degli organismi regionali in presenza di clamorose, insistite, ricorrenti e impudenti violazioni della legge. Il tema è cruciale dal momento che il piano paesaggistico adottato limita drasticamente il potere delle soprintendenze in merito alle autorizzazioni paesaggistiche (ormai richieste solo in casi particolari), trasferendo di fatto ogni potere ai Comuni. Se ciò interessa a qualche lettore di Eddyburg, questo sarà il tema di un prossimo intervento.
Sull’argomento vedi anche Piano casa alla Toscana, in “Eddyburg per Carta” http://eddyburg.it/article/articleview/13341/0/293/
L’Aquila è morta, ora. Nessuno si azzarda a stimare quanti soldi, quanto lavoro, quanto tempo servirà per rimettere in piedi una città che, circondario compreso, contava centomila abitanti. Un problema che per adesso non si pone nessuno: la priorità, dicono alla Protezione Civile e al Comune, è risolvere l’emergenza, far uscire prima dell’inverno dalle tendopoli le quasi 20.000 persone ancora alloggiate nei campi, riaprire le scuole. Ma dopo l’emergenza si rischia di trovare un deserto economico, sociale, urbanistico.
Oggi la «popolazione assistita» dal commissario straordinario Guido Bertolaso ammonta a 47.961 persone: 19.857 nelle tendopoli, 18.729 negli alberghi, 9.631 in case private. Di questi 48.000 sfollati, 27.886 vivevano in case attualmente del tutto inagibili (il 30,7% del totale). Circa 15.000 (4500 entro la fine di settembre, altrettanti dopo il 16 ottobre, e poi a seguire) finiranno nei 4950 appartamenti delle C.A.S.E. antisismiche realizzate in 19 aree, alcune distanti anche diversi chilometri dall’Aquila. Altri 5000 circa andranno nelle case sfitte, ne sono state censite 2600; 1000 negli alloggi usati per il G8 nella Caserma di Coppito della GdF. Altri 5000 torneranno nelle loro abitazioni classificate A, ovvero con danni inferiori a 10.000 euro. Il resto andrà negli alberghi o in case affittate utilizzando il contributo di 600 euro al mese della Protezione Civile. E l’emergenza dell’inverno sarà superata con sistemazioni «dignitose e confortevoli», come ha detto Guido Bertolaso.
Numeri che non tranquillizzano molti aquilani, a cominciare dalle associazioni che aderiscono al Comitato 3.32 (l’ora del sisma del 6 aprile) che hanno sempre contestato la filosofia Bertolaso delle C.A.S.E., chiedendo piuttosto di imitare quanto si fece in Umbria e Marche: sistemazioni temporanee in casette/container, ora moderne e abbastanza confortevoli, e contestuale avvio della ricostruzione delle case danneggiate. Una strada considerata ancora percorribile. «Le C.A.S.E. - spiega Sara Vegni, del “3.32” - sono state localizzate senza alcun confronto con gli aquilani e senza alcun riguardo per le esigenze delle persone. La risistemazione degli edifici A, B e C, quelli poco o nulla danneggiati, è completamente ferma anche per le procedure confuse e complesse stabilite dal commissario. Si sta strappando alle sue radici un’intera popolazione, sparpagliandola fra l’entroterra e la costa, e avviando una guerra tra poveri per avere le C.A.S.E.». Guerra tra poveri - 15 mila posti per 23 mila potenziali richiedenti - che verrà resa più spigolosa dai criteri per adesso definiti dal Comune dell’Aquila per l’assegnazione: saranno favorite le famiglie con molti figli, molti anziani, e disposte a coabitare, ovvero per definizione le famiglie di stranieri o immigrati. Una donna single con madre anziana a carico in pratica non avrà speranze. Uno dei molti grattacapi da risolvere per il sindaco Massimo Cialente (Pd), di fatto senza reali poteri di governo in questa fase di emergenza.
Il sindaco Cialente - lo incontriamo emaciato, stanchissimo - è il sindaco di una città che non esiste più. «Era dal terremoto del 1908 di Messina e Reggio - spiega Luigi Vicinanza, direttore del quotidiano abruzzese “il Centro” - che non veniva colpito in modo tanto distruttivo un grande capoluogo». Un capoluogo, spiega l’urbanista Vezio De Lucia, animatore del «Comitatus Aquilanus» (anch’esso contrarissimo alla filosofia Bertolaso), «che era già fortemente diffuso. Ma che viveva grazie a un centro storico eccellente, qualificato, ricco, che attirava 15.000 studenti universitari da tutto il Sud assicurando qualità della vita e buona offerta formativa. Un centro storico che oggi non esiste più né si pensa di riattivare. Con le C.A.S.E. ha prevalso la logica della diaspora».
Ad alimentare l’economia e la vita della città, oltre agli universitari che rendevano L’Aquila tanto vivace, c’era un tessuto imprenditoriale debole, con un polo dell’elettronica già in crisi da anni. Dopo il sisma, le imprese locali non sono riuscite a inserirsi (se non in minima parte per l'edilizia) nelle attività legate all’emergenza. Persino il latte distribuito nei campi viene da fuori, anche la manodopera per le C.A.S.E. non è aquilana, nel circondario sono piovute aziende da tutta Italia. Francesco Manni, direttore dei costruttori dell’Ance dell’Aquila, è ottimista per il futuro: «Avremo spazio e lavoro per tutti, la ricostruzione sarà una cosa gigantesca». Antonio Cappelli, direttore dell’Unione Industriali, ricorda però che ora sono in cassa integrazione circa 7000 persone. E discrimina tra un’industria manifatturiera (elettronica esclusa) che «si è rimessa in moto» e un terziario (specie il piccolo commercio e l’artigianato) del tutto paralizzato.
Molti sfollati non hanno letteralmente i soldi (anche 10-20 mila euro, che verranno rimborsati) da anticipare alle ditte per sistemare le case A e B. Molti terreni agricoli vengono comprati da speculatori, e venduti in lotti dove sorgono casette di legno a blocchi di favelas. E come chiariscono alla Protezione Civile, «la vera ricostruzione sarà un problema immenso, ci possono volere dieci, venti o cinquant’anni». I soldi arriveranno, si spera. Sarà questa la speranza per L'Aquila? «La verità - conclude amaro Vicinanza, che seguì a suo tempo il sisma e il dopo-sisma in Irpinia - è che un terremoto non è mai un’occasione di sviluppo. E’ un disastro e basta».
E’ un incanto la costiera amalfitana. Il clima assolato e colorato, intenso e denso. Natura e cultura travolgono bruscamente la quotidianità di chi viene da fuori. Uno spettacolo diffuso di colori, in una cura minuta di spazi, giardini, piccole case e alberghi di tradizione. L’atmosfera è rarefatta, ma sempre inclusiva. Ospitalità e disponibilità, nel culto del mare e del sole. C’è sempre una soluzione possibile, per tutto. Limoni, maioliche colorate, calce bianca sulle case con i tetti bombati, vigneti, terrazze e speroni sul mare. Il continuo camminare, lo scendere e salire nei piccoli centri, nei vicoli, nelle piazzette, con gli odori di natura e di cucina che si fondono dappertutto, veri e propri aperitivi “low cost” che stuzzicano di continuo l’appetito.
Ravello vigila dall’alto, al centro di questo panorama unico. Uno straordinario ambiente, in un clima temperato dall’aria fresca sotto le cime dei Lattari posti a cornice della Costiera. Ravello si affaccia da due lati, da una parte sulla gola che condivide con Scala fino al mare di Atrani, dall’altra sulla costiera di Maiori e Minori, in un blu totalizzante. Dalla piazza principale si arriva con un piccolo tunnel sul fianco che si affaccia sulla costiera verso Maiori, dove c’è una strada panoramica con un muretto basso e grigio a dorso d’asino. E’ via Giovanni Boccaccio e ci sono frotte di turisti da tutto il mondo. Si fanno le foto con quello sfondo unico alle spalle. Anche se sono le 12,30, nell’assolatissimo e caldo ferragosto. Il clima, l’atmosfera sono intensi. Tutti parlano sottovoce. Anche le poche macchine autorizzate sembrano procedere in punta di gomme. Nel soffuso brusìo di sottofondo, all’improvviso una frase si percepisce netta: “Not the station!” E’ una coppia di giovani inglesi, in un gruppetto di coetanei che si fanno le foto. Il ragazzo implora un amico di non includere nella foto ricordo qualcosa che sta lì sotto, nello sfondo. Basta avvicinarsi al muretto per capire cos’è che il turista non vuole nella foto: un enorme blocco di cemento bianco, sproporzionato rispetto alle costruzioni di contorno. Sembra la stazione ferroviaria di un treno che non c’è. E’ l’Auditorium di Ravello.
Tornano alla memoria le polemiche di 5-6 anni fa contro un’opera voluta dall’allora sindaco margheritino Secondo Amalfitano, con il sostegno militante del sociologo De Masi e di tutto il solito, indistinto panorama politico, da Brunetta a Realacci, da Bertinotti a Bassolino, con Augias, Cacciari e Cassano nelle retrovie. E tutti i partiti schierati a favore, senza eccezioni di rilievo. Come anche le associazioni ambientaliste: a partire dalla Legambiente, apertamente favorevole, con il Wwf silenziosamente complice. Era il periodo della critica diffusa all’ambientalismo del no, in piena subalternità alle ragioni del fare, del costruire. Tutti dentro un’armata potente, trasversale, francamente sproporzionata contro poche voci contrarie, uniche schierate accanto all’urbanista Vezio De Lucia: Italia Nostra, Vittorio Emiliani, Eddyburg, sito cult degli urbanisti. Quattro, essenziali, le obiezioni dei dissidenti: innanzitutto, l’opera era in contrasto con il piano urbanistico territoriale e mancava la preliminare variante del Consiglio regionale; eppoi, il prevedibile choc paesaggistico che sarebbe stato prodotto dall’impatto dell’Auditorium su quel contesto unico al mondo; inoltre, la stessa Regione Campania considerava Ravello turisticamente “satura” e quindi da non “sviluppare” ulteriormente. Infine, ma non ultima, l’esigenza di destinare le ingenti risorse economiche a situazioni campane assai più arretrate e quindi più meritevoli di attenzione, proprio sul tema della riqualificazione culturale (Scampìa? Bagnoli? L’agro nocerino?).
Il tema posto dai proponenti e dai loro sostenitori si fondava invece tutto sul potenziamento del turismo a Ravello, con la musica colta in grado di attrarre turisti anche fuori stagione. Si sono susseguiti ricorsi al Tar (che ha dato ragione a Italia Nostra) e al Consiglio di Stato (che ha invece giudicato irregolare il ricorso di Italia Nostra). E così l’armata della politica senza distinzione ha vinto, l’Auditorium è quasi completato. E il problema ora è chi lo deve gestire, se il Comune di Ravello o la Fondazione Ravello presieduta da De Masi, con Realacci e Brunetta ancor oggi assieme nel board di indirizzo strategico. L’ex sindaco Amalfitano, nel frattempo sostituito alla guida del Comune di Ravello, è passato al Pdl e collabora a Roma con il ministro della funzione pubblica Brunetta.
Ora l’opera c’è e fa impressione: non si capisce proprio che c’entra in quello straordinario contesto paesaggistico. Continua a non cogliersene il senso.
Per chi vuole invogliare frotte di turisti ad ascoltare musica tutto l’anno a Ravello resta il problema di come semplificarne i collegamenti, visto che d’estate è tutto molto complicato mentre d’inverno sono richieste addirittura le catene per passare il Valico di Chiunzi sui monti Lattari, per arrivare dall’autostrada che attraversa l’agro sarnese-nocerino. Ma c’è già una proposta, grottesca e agghiacciante, che si affaccia periodicamente: collegare direttamente la Costiera Amalfitana all’autostrada mediante un tunnel sotto i Lattari. La solita risposta, “per valorizzare il cemento ci vuole necessariamente altro cemento”, come è capitato proprio nell’agro sarnese-nocerino un tempo terra di coltivazioni e di produzioni ricchissime e oggi letteralmente coperto da cementificazioni e urbanizzazioni senza qualità.
Qui l'appello dei 165 intellettuali che difesero l'illeggittimo e devastante progetto, con tutte le firme. E qui una intera cartella di eddyburg dedicata all'evento e alla polemica.
Il nostro Paese, oggi, è impegnato in un grande dibattito sul futuro dell’assistenza sanitaria in America. Nel corso di queste ultime settimane, gran parte dell’attenzione dei media si è concentrata sulle voci di coloro che gridavano più forte. Ciò che non abbiamo udito sono le voci dei milioni di americani che silenziosamente lottano ogni giorno con un sistema che spesso avvantaggia più le compagnie di assicurazione che loro.
Sono persone come Lori Hitchcock, che ho incontrato nel New Hampshire la scorsa settimana. Lori, attualmente, è una lavoratrice autonoma e sta cercando di avviare un’attività commerciale, ma a causa di una epatite C non riesce a trovare un’assicurazione che le stipuli una polizza. Un’altra donna mi ha raccontato che una società di assicurazioni non copre le patologie dei suoi organi interni, provocate da un incidente avvenuto quando aveva 5 anni. Un uomo ha perso l’assicurazione sanitaria durante un ciclo di chemioterapia perché la società assicuratrice ha scoperto che aveva i calcoli biliari, di cui egli non era a conoscenza quando aveva stipulato la sua polizza. Poiché la cura è stata sospesa, l’uomo è morto. Ho ascoltato tutti i giorni tante storie come queste, ed è per questo che stiamo lavorando con rapidità affinché la riforma sanitaria possa essere approvata entro quest’anno.
Non devo spiegare ai quasi 46 milioni di americani sprovvisti di copertura sanitaria quanto ciò sia importante. Ma è altrettanto importante per gli americani che sono assicurati. Sono quattro i modi in cui la riforma che proponiamo darà più stabilità e sicurezza ad ogni americano. Primo, se non avete un’assicurazione sanitaria, potrete avere comunque una copertura di qualità ad un costo accessibile, per voi e per le vostre famiglie, copertura che vi seguirà anche se vi trasferirete, se cambierete lavoro o se lo perderete.
Secondo, la riforma metterà finalmente sotto controllo una spesa sanitaria che è alle stelle, il che significa un risparmio reale per le famiglie, per l’economia e per il governo. Taglieremo centinaia di miliardi di dollari di sprechi e di inefficienze che si nascondono nei programmi sanitari federali come Medicare e Medicaid (i due programmi di assistenza pubblica destinati agli anziani e ai poveri, ndt), e nei sussidi ingiustificati dati alle società di assicurazione che non fanno nulla per migliorare l’assistenza e tutto per aumentare i loro profitti.
Terzo, rendendo Medicare più efficiente, saremo in grado di garantire che venga destinato più denaro a favore dell’assistenza agli anziani, anziché per arricchire le assicurazioni.
Infine, la riforma darà ad ogni americano alcuni strumenti di tutela del consumatore che metteranno le assicurazioni nella condizione di rispondere del loro operato. Un’indagine nazionale del 2007, in effetti, dimostra che nei tre anni precedenti, le assicurazioni avevano discriminato più di 12 milioni di americani che avevano malattie o disturbi già in atto. Le società assicuratrici si sono rifiutate di stipulare loro una polizza, oppure hanno fatto pagare un premio più elevato. Noi metteremo fine a questa pratica. La nostra riforma proibirà alle società assicuratrici di rifiutare la copertura a causa della storia medica di un individuo. Né permetteremo loro di revocare l’assistenza in caso di malattia. Non potranno più ridurre la copertura proprio quando se ne ha più bisogno. Non potranno più limitare arbitrariamente il livello di copertura assicurativa che può essere ricevuta in un determinato anno o nel corso della vita. Nessuno in America deve rovinarsi in caso di malattia. Più importante di tutto, chiederemo alle società assicuratrici di coprire anche i controlli di routine, le cure preventive e gli esami di controllo, come le mammografie e le colonoscopie. Non c’è ragione per la quale non dovremmo affrontare queste malattie in via preventiva. È ragionevole, può salvare delle vite e far risparmiare denaro.
Il lungo e acceso dibattito sull’assistenza sanitaria che si è svolto negli ultimi mesi è un segno positivo. L’America è questo. Ma assicuriamoci di parlare gli uni con gli altri, non gli uni sopra gli altri. Possiamo essere in disaccordo, ma dobbiamo esserlo sui temi veri, non su assurdi travisamenti che non hanno nulla a che vedere con ciò che è stato proposto. Questo è un argomento complesso e delicato, e merita un dibattito serio.
Malgrado ciò che abbiamo visto in televisione, credo che in tutte le case americane si stia discutendo con serietà. Negli anni recenti ho ricevuto innumerevoli lettere e domande riguardo all’assistenza sanitaria. Alcuni sono favorevoli alla riforma, altri sono preoccupati. Ma quasi tutti si rendono conto che bisogna fare qualcosa. Quasi tutti sanno che dobbiamo iniziare a rendere le società assicuratrici responsabili e dare agli americani un maggior senso di stabilità e di sicurezza in materia di assistenza medica. Sono certo che quando tutto sarà stato detto e fatto, potremo avere il consenso di cui abbiamo bisogno per raggiungere questo obiettivo. Siamo più vicini ad avere una riforma della copertura sanitaria di quanto sia mai accaduto in passato. Abbiamo dalla nostra parte l’American Nurses Association e l’American Medical Association, perché le infermiere e i medici del nostro Paese sanno bene quanto sia necessaria questa riforma. Abbiamo un largo consenso al Congresso sull’80 per cento di ciò che stiamo tentando di fare. Abbiamo un accordo con le società farmaceutiche per rendere più economiche le prescrizioni mediche per gli anziani. L’AARP (associazione di tutela dei pensionati, ndt) sostiene questa linea politica e concorda con noi che la riforma deve entrare in vigore quest’anno.
Nelle prossime settimane, i cinici e gli oppositori continueranno a sfruttare politicamente i timori e le preoccupazioni. Ma ciò che è veramente spaventoso, e rischioso, è la prospettiva di non fare nulla. Se manteniamo lo status quo, continueremo a vedere ogni giorno 14.000 americani perdere la loro assicurazione sanitaria. I premi continueranno ad aumentare. Il nostro deficit continuerà a crescere. E le società di assicurazione continueranno a fare profitti discriminando chi è malato. Questo non è il futuro che voglio per i miei figli, o per i vostri. E non è il futuro che voglio per gli Stati Uniti d’America. Alla fine, questo non riguarda la politica. Riguarda la vita e la sopravvivenza della gente. Riguarda le attività economiche. Riguarda il futuro dell’America, se saremo capaci, negli anni a venire, di guardare indietro e dire "quello fu il momento in cui abbiamo fatto i cambiamenti di cui avevamo bisogno e abbiamo dato ai nostri figli una vita migliore". Sono convinto che possiamo farlo e che lo faremo.
(Copyright New York Times Syndicate/La Repubblica. Traduzione di Antonella Cesarini)
Una persona normale, non un turista ma una persona che vive e lavora a Venezia o viene da fuori per lavorare, e voglia prendersi una bottiglietta d’acqua da mezzo litro la paga due euro e cinquanta. In quasi tutti i bar di Venezia. Un lusso l’acqua. L’alternativa è prendere una pausa di un’ora, anziché di dieci minuti e andare in uno dei luoghi più rari e ricercati in laguna: un supermercato. Un lusso un supermercato.
Se a Venezia si arriva di notte, o di giorno, ma con qualche problema col bagaglio e un impiccio di salute personale, si può prendere il taxi acqueo. Per un tempo di percorrenza di circa tre-quattro minuti la tariffa è, se si chiede con un certo dialetto veneziano o con una cadenza del tutto lagunare, dai 40 ai 60 euro. Un lusso il taxi.
Sto facendo esempi di beni primari: acqua e trasporti. Non sto parlando di cinema, due sale in tutta la città, di librerie o di bagni pubblici che pure scarseggiano.
Ma ci sono cose che a Venezia non mancheranno mai: ponti, musei e negozi. I ponti sono più di 400, ma da qualche settimana se ne è aggiunto uno: il ponte di Calatrava. Un vero lusso per la città, con un costo di 12 milipni di euro e una infinità di tempo e polemiche che ancora non si spengono. La città museo-a-cielo-aperto di musei ne ha una moltitudine, l’ultimo arriverà a giugno 2009 e sarà il “Centro d’Arte Contemporanea di Punta della Dogana – François Pinault Foundation”: un costo di 20 milioni di euro di solo lavori su una superficie di 4290mq. Un polo del lusso, con lavori di lusso e collezioni di lusso. D’altronde tutto ciò arriva da François Pinault, che di lusso se ne intende.
Ma l’ultima notizia in questo campo è l’acquisto da parte del Gruppo Benetton del “Fontego dei tedeschi”, ovvero lo storico palazzo delle poste ai piedi di Rialto. Oltre dieci mila metri quadrati che tutte noi speravamo andasse a H&M o Zara, così da poterci permettere qualche acquisto nella città in cui viviamo. Invece no, con 53 milioni di euro Benetton non farà un negozio della propria marca (che tra l’altro è già lì vicino a soli venti metri in un palazzo storico di tre piani) bensì una galleria stile Galeries Lafayette, con negozi di lusso. Come se di negozi Armani e simili la città non fosse già piena. Un altro polo del lusso.
Cammino per la mia città e guardo le carovane di turisti giornalieri che ciondolano ovunque, osservo i giapponesi con grandi sacchetti con la scritta Versace, vedo palazzi storici, come il bellissimo palazzo delle entrate in campo sant’Angelo, che stanno cambiando sesso e diventano alberghi di lusso. Non mi stupisco più quando vedo i topi scorrazzare nelle calli, ma mi stupisco se vedo un gatto: un bene di lusso se l’associazione che da venti anni li sterilizza non ha beccato i suoi genitori.
Mi fermo di fronte ai manifesti di mostre e biennali che tappezzano la città e mi sorprendo a vedere la faccia di Cacciari che si versa l’acqua da una caraffa e dice “io bevo l’acqua del sindaco”. Anch’io bevo e pago cara quell’acqua. Caro sindaco, ogni anno Venezia nel centro storico registra tra i mille e i milleseicento residenti in meno… Tra qualche anno, per te, avere un cittadino sarà un lusso. Ma non ti mancheranno ponti, musei e negozi.
La città e i turisti, ci vuole il commissario
di Giacomo Cosua
Sono i veneziani che devono trattare meglio i turisti o viceversa? Polemica infinita, ma forse le soluzioni ci sono. Lo spunto arriva dall’Associazione veneziana albergatori che chiede a residenti e operatori del settore di dimostrarsi un po’ più aperti, gentili e disponibili nei confronti degli ospiti. E le reazioni piovono, con critiche e proposte, dimostrando quanto l’argomento sia sempre un nervo scoperto.
Secondo Ernesto Pancin, segretario dell’Aepe (pubblici esercenti), i turisti a Venezia sono i benvenuti, anzi è «senza senso» parlare di intolleranza da parte della cittadinanza nei loro confronti. «I turisti che vengono con la giusta cultura di ciò che significa essere a Venezia sono coloro che riescono ad accrescere il valore di questa città. Queste polemiche sul fatto che a Venezia la cittadinanza sia scortese con lo straniero arrivano sempre d’estate, magari da testate come il Times; gli inglesi sono solo invidiosi». Pancin non nega il fatto che qualcuno sia maleducato, ma «sono solo casi singoli».
Secondo Roberto Magliocco, presidente dell’Ascom Venezia, invece il problema è serio e articolato. E i flussi vanno regolamentati: «L’Actv dovrebbe differenziare il servizio tra turista e veneziano, non è possibile che i pendolari usino lo stesso mezzo pubblico degli ospiti, sempre sovraffollato». E poi una richiesta alle guide: «Bisogna che facciano fare alle comitive percorsi studiati in modo da ridurre i disagi al minimo, facendo camminare nelle calli più strette i turisti due a due oppure in fila indiana».
Sempre secondo il presidente dell’Ascom, «bisognerebbe mettere vigili sui ponti più affollati e divieti e sensi unici nelle calli per i turisti. D’altra parte capisco anche chi, per esempio, arriva al Tronchetto e non trova i servizi minimi di accoglienza: basti pensare all’assenza di wc.... E’ ora di finirla di vedere il turismo come un danno - aggiunge Magliocco - solo il sindaco ha capito che è una ricchezza».
Dal presidente dell’associazione Piazza San Marco, Alberto Nardi, arriva una proposta: «Ci vorrebbe, al posto dell’assessore al Turismo che cambia a ogni elezione, un commissario al Turismo che programmi la politica di attenzione a questo fenomeno chiave per l’economia cittadina». Nardi non giustifica alcun tipo di maleducazione da parte dei commercianti e dei residenti, e spiega: «Venezia è come una Ferrari che però viene guidata come una utilitaria. E’ ora di inserire professionalità e competenza in città in tutti i servizi legati al turismo, facendo sì che si riesca a gestire al meglio sia il decoro sia la domanda».
Renato Morandina, presidente Apt, scherza: «L’unico commissario valido è Montalbano». Poi aggiunge serio: «Bisogna fare una politica di crescita che ritorni a gestire le risorse al meglio, offrendo servizi in linea con i prezzi. Così si eviterebbero le lamentele dei turisti. Per questo ci vuole professionalità tra gli addetti».
Infine, ecco l’assessore Augusto Salvadori: «I turisti a Venezia sono i benvenuti, a patto che rispettino le norme di comportamento, sacre in una una città millenaria; inoltre il veneziano ha diritto vaporetti dove potersi sedere».
«Mandiamo gli operatori a lezione di bon ton»
di Giovanni Cagnassi
Albergatori veneziani e della costa a scuola di bon ton. Parola del presidente di Federalberghi Veneto, Marco Michielli, che dalla sua Bibione conferma: «Hanno ragione i turisti a lamentarsi e l’Ava a sollevare il problema: a Venezia, e anche nelle località lungo la costa veneziana, si sorride poco agli ospiti».
L’appello dell’Ava, che ha chiesto ai veneziani maggior gentilezza e disponibilità nei confronti dei turisti di tutto il mondo, vede Michielli perfettamente concorde.
Michielli, cosa si può fare per essere più gentili e sorridenti?
«Beh, prima di tutto si può imparare: e mi riferisco all’organizzazione di corsi di formazione specifici che rientrano nel campo della comunicazione, ma servono soprattutto a imparare come dare una sensazione di benessere, di serenità».
C’è chi lo fa meglio di noi?
«Sicuramente sulla costa romagnola è tutto molto diverso. La gente sorride, è felice e te lo fa capire quando arrivi anche al casello dell’autostrada. Poi penso alla Thailandia, un Paese dove la gente stenta a sopravvivere eppure è sempre felice e serena e accoglie i turisti a braccia aperte».
Ma forse c’è chi è anche peggio di noi.
«Direi di sì: se i veneziani non sorridono, figuriamoci i friulani...».
Ma c’è una differenza tra Venezia e le altre località della costa veneziana: da Jesolo a Bibione, da Caorle a Sottomarina?
«Non mi pare che non ci sia alcuna differenza. Qui tutti hanno il “muso”. Il mio sogno è invece di vedere anche lo spazzino che la mattina sorride al turista e gli dice buon giorno, lo stesso il vigile, magari con una fascia che indica che può essere anche interprete. Possiamo compiere molti passi avanti in questo senso».
E’ sempre stato così nella terra della Serenissima?
«No, il nostro modello è la locanda veneziana del ’500 che aveva fatto scuola. Se andiamo a scartabellare libri e archivi, scopriamo che loro già sapevano fare turismo e sorridevano esattamente come oggi fa la costa romagnola. Questo deve tornare il nostro obiettivo».
E cosa è cambiato nei secoli?
«La nostra economia era fondata sull’agricoltura, e il contadino non ha molto da ridere, piuttosto lavora sotto il sole cocente. Poi sono arrivate le fabbriche e anche gli operai non hanno tanto da stare allegri, soprattutto oggi. Dobbiamo tornare alla nostra anima commerciale, alla cortesia e alla trasmissione di una vera serenità che è fondamentale per chi fa turismo a certi livelli. Solo questo può salvarci nel futuro dalla concorrenza di altri Paesi che si affacciano nel panorama internazionale del turismo».
Pensiamo solo alla Croazia: se si spargesse la voce che, oltre ai prezzi più bassi e all’acqua turchese la gente ha anche imparato a essere gentile, per la costa veneziana sarebbero davvero dolori.
«La sublagunare sarebbe letale»
di Alberto Vitucci
«La sublagunare? Per Venezia potrebbe essere letale. Perché farà aumentare il numero di turisti mordi e fuggi, già oggi oltre i 20 milioni l’anno, e avrà un impatto pesantissimo sull’equilibrio di questa città». Beppe Caccia, capogruppo dei Verdi in Consiglio comunale, apre le ostilità sul grande progetto, di nuovo in discussione in questi giorni dopo qualche anno di oblìo. E firma una interpellanza urgente al sindaco Massimo Cacciari per chiedere quali siano le intenzioni della sua giunta sul futuro della grande opera. E’ vero che Caccia era in giunta con Paolo Costa quando, quattro anni fa, la sublagunare venne definita «di interesse pubblico». E che il sindaco Cacciari aveva predicato «discontinuità» rispetto a quella politica. Oggi Cacciari, pur molto perplesso sull’opera, è più prudente. E Caccia va all’attacco. «Giusto chiedere la Valutazione di Impatto ambientale nazionale, come ha fatto il sindaco», dice, «dovremo avere l’assoluta certezza che non buchino il caranto e non sfascino il territorio. Ma c’è anche il problema dell’impatto turistico». «La mobilità», conclude Caccia, «non può essere slegata dall’idea di città che vogliamo».
Intanto c’è chi come il consigliere regionale dell’Udc Francesco Piccolo chiede che la sublagunare sia prolungata fino al Lido e a Pellestrina. «Non ha senso limitarsi al tubo fra Tessera e l’Arsenale», dice. A lanciare per primo l’idea del treno subacqueo fu nel 1990 il sindaco democristiano - oggi compagno di partito di Piccolo - Ugo bergamo. Allora la proposta venne affossata sotto l’onda della protesta della cultura mondiale.
E c’è anche chi ricorda come fra Tessera e l’Arsenale sarebbe invece molto più conveniente una nuova linea di motonave. «Lo avevo proposto qualche anno fa, lo ha proposto inascoltata anche la Municipalità», dice il capogruppo di Rifondazione a Ca’ Loredan Sebastiano Bonzio, «c’è già il terminal a San Francesco della Vigna, e una motonave porta in un’ora il doppio di passeggeri di quanto gli studi hanno previsto per la sublagunare». E’ la famosa «opzione zero», che molti studiosi dei trasporti hanno indicato come ottimale. Perché il problema, secondo gli esperti, non è certo quello di come portare più gente a venezia.- ma di gestirli una volta che siano arrivati. Invece si va avanti con il rpogetto, affidato nel 2003 a una cordata di imprese con capofila la Mantovani (la stessa del Mose), con Sacaim, Actv, Bnl, Net Engineering, Studio Altieri, metropolitane milanesi. 450 milioni di euro per costruire il nuovo tunnel da Tessera all’Arsenale.
Chi passa qualche giorno a Venezia, e magari c'era già stato anni prima, è certamente sgomento per il degrado cui il turismo ingovernato (o governato da meri interessi bottegai) condanna la città. Questa non è più riconoscibile. Se è ancora in parte vivibile, lo è solo perchè sopravvive ancora la forma urbis costruita nei secoli della Serenissima: chi è venuto dopo ha tolto, non ha donato nulla.
Gli operatori del degrado non sono solo i bottegai che conducono a Venezia torme e carovane, nè quelli che - per guadagnare un po' di più - vendono paccottiglia globale. Colpevoli non sono soltanto quanti promossero l'eliminazione del controllo pubblico sui cambi di utilizzazione degli immobili e parti di essi, o se ne resero complici.
Colpevoli del degrado progrediente sono anche, e forse più di tutti, quanti governando la città hanno scelto di privilegiare gli interessi economici di qualche potente categoria (gli albergatori, i commercianti, i mediatori d'affari, i mercanti d'arte, e il "blocco turistico" che attorno di essi si aggrega) che da questo turismo traggono beneficio, contro la qualità della città lagunare.
La qualità di Venezia e questo turismo sono incompatibili.Possibile non accorgersene? Possibile non comprendere che questo turismo va combattuto, e sostituito con un diverso tipo di attività? O che, quanto meno, va governato, e in primo luogo ridimensionato e reso meno incompatibile con la città? Il dibattito che gli articoli qui riportati testimoniano è invece tutto sotto il segno dell'auspicata crescita dei flussi e delle presenze, della maggiore efficienza e cortesia degli noperatori. E se qualcuno si occupa del "decoro", si limita a chiedere che i turisti non si mostrino a petto nudo. Nessuno che pensa, per esempio, e vietare carovane di decine di persone in una città che è a dimensione d'uomo, e non di branco.
Se qulcosa si programma, sono infrastrutture che questo turismo possano agevolare ulteriormente. La metropolitana sublagunare, che riceve consensi inaspettati e provoca solo sparute resistenze, è una di queste.
Non sembra lontano il giorno in cui bisognerà dire: addio Venezia!
Quarant’anni dopo, l’alluvione è corporea, asciutta e costante. E’ fatta di milioni di passi che consumano, di mani che toccano, di umori che corrodono ma che rendono talmente bene e in modo talmente ecumenico da farla sembrare un’alluvione salvifica. La prima contraddizione è la più fragorosa. Con i 15 milioni di turisti che arrivano ogni anno in laguna ci mangiano in molti, e in molti ci banchettano, quindi è assai dura per la stragrande maggioranza dei veneziani dire che i turisti sono sgraditi o, peggio, nocivi.
I turisti ci sono sempre stati ma poichè il numero dei veneziani si è dimezzato mentre gli spazi della città sono rimasti pressochè uguali, la differenza al netto se la sono pappata i foresti. Nessuno, a onore del vero, li ha fermati. Venezia, anzi, continua ad accoglierli come se non avesse aspettato altro tutta la vita, sgranando una varietà di attrazioni come fosse una maga che fa giochi di prestigio su se stessa.
Con tre stanze e un bagno decente, oplà, gli appartamenti si trasformano in bed & breakfast. Con sette stanze si ha diritto a un alberghetto. Con un palazzo dismesso si può ambire a un albergone a cinque stelle. Compri un cinema e fai un ristorante. Prendi una panetteria e la converti in un emporio di maschere. Hai un banchetto della frutta e spunta un trabiccolo di souvenir. Incredibilmente, sembra che ancora ci sia posto per tutti.
Però fino a un certo punto. Gli stessi albergatori ora guardano perplessi al proliferare dei bed & breakfast. Mille posti letto in più in un anno, così, come fosse niente. A modo suo, tuttavia, il B&B ha ancora qualcosa di umano perchè per legge nel B&B il veneziano dovrebbe anche abitarci. Nell’appartamento invece no e ogni appartamento in più per i turisti è un appartamento in meno per i residenti.
Ora che il problema del turismo è anche e soprattutto fisico è rispuntata la manfrina del ticket. La città, corentemente, si è subito spaccata e si è fatto un gran baccano puramente teorico anche se il sindaco Cacciari propende per il sì visto che nelle casse del Comune non c’è un euro.
Prima, però, dovrà farla digerire a categorie - come ad esempio quella degli esercenti - refrattarie a tassare ulteriormente i turisti che saranno anche sporcaccioni però a Venezia pagano anche l’aria che respirano. Per interrompere il meccanismo perverso che lega la città ai suoi ospiti qualcuno dice che ci vorrebbe un genio o un pazzo che non guarda gli interessi di nessuno. Qualcuno, come spiega Franca Coin, in grado di rompere l’immobilismo che paralizza Venezia. «Ho grande rispetto per Cacciari, però qui non succede nulla - dice Franca - Un turismo con 15 milioni di visitatori è una ricchezza fantastica ma perchè nessuno è in grado di gestirla?».
Prendi i rifiuti. La sola Piazza San Marco produce ogni giorni venti metri cubi di monnezza prodotta dai turisti. In tutto il centro storico sono 70 mila tonnellate all’anno. Ogni pendolare costa a Vesta un euro al giorno. Però per fare la pipì non in un sottoportico, ogni pendolare spende un euro a minzione. A fine giornata è un salasso.
Quarant’anni dopo, per l’acqua alta ci sono sedici sirene, un centralino automatico, cinque chilometri di passerelle, stivali di gomma floreali col tacco e Sms che arrivano in tempo reale a 7.300 abbonati. Per l’alluvione fisica ci sono sei vigili a Piazzale Roma e sei in Piazza San Marco. Ci sono cartelli che suggeriscono il comportamento da adottare ma, poco elegantemente, sono stati attaccati sui bidoni delle immondizie.
Ieri, 4 novembre di quarant’anni dopo, la massima era di 77 centimetri. Con la minima, i palazzi mostravano le gengive nere delle fondamenta ma ai turisti piacevano lo stesso anche perchè la foto era gratis.
Molte cose sono già state dette sui meriti e i demeriti della Finanziaria 2007. Personalmente credo che la manovra non solo costituisca un passo importante nel tentativo di risanare i conti dello Stato, ma introduca anche una serie di innovazioni interessanti nel sistema della finanza pubblica italiana. Una di queste innovazioni, a mio avviso, è la altrettanto discussa tassa turistica.
Per capire fino in fondo il concetto di tassa turistica, è necessario impostare la questione correttamente. Innanzi tutto, va ricordato che le imprese turistiche già oggi contribuiscono pienamente al mantenimento del sistema Italia: un sistema che consiste di tantissimi sottosistemi regionali, provinciali e locali, che ricevono dallo Stato una parte delle entrate fiscali in base a delle procedure precise. Anche se è vero che queste procedure attualmente penalizzano le città turistiche, in quanto basate soprattutto sul peso della popolazione residente, occorre al più presto modificare i criteri di re-distribuzione del gettito nazionale, tenendo conto in modo esplicito dell’importanza del peso turistico per il mantenimento della qualità dei servizi pubblici locali. Insomma, va sensibilmente ridotta la differenza tra tasse pagate dai sistemi turistici e i trasferimenti che essi ricevono.
Chi attualmente non contribuisce in modo equo al mantenimento della città turistica non è l’industria turistica, bensì il visitatore stesso e in particolare quello che va e viene in giornata. La visita di un qualsiasi luogo turistico genera una tale soddisfazione rispetto al costo sostenuto per godersi la città, che il turista beneficia di quello che gli economisti chiamano il surplus del consumatore, ossia la differenza tra quello che una persona è disposta a pagare e quello che realmente paga. Non solo, il prezzo pagato per la visita non tiene affatto conto dei costi che la loro vista provoca per la città. Lo scopo della tassa turistica dovrebbe essere quello di ridurre il surplus del consumatore, rendendo la visita alla città turistica meno interessante per chi non è disposto a pagare per «l’esperienza» - in particolare i turisti «mordi e fuggi» - avendo, così, un impatto disincentivante sull’afflusso di visitatori «pendolari» e contribuendo, allo stesso tempo, alle entrate del sistema locale.
Per essere effettivamente utile alle destinazioni turistiche, tale ticket turistico dovrebbe avere alcune caratteristiche precise. In primo luogo, la tassazione dovrebbe privilegiare i visitatori più preziosi e penalizzare quelli meno desiderati. Più precisamente, i più preziosi sono quelli pernottanti e i meno desiderati gli escursionisti. Tutte le variazioni sulla tassa di soggiorno sinora proposte vanno contro questo semplice principio. In secondo luogo, la tassa non dovrebbe frustrare o falsificare il funzionamento dei processi concorrenziali. Non si possono colpire, ad esempio, soltanto alcuni operatori all’interno di un settore, oppure introdurre una tassa sui servizi pubblici, favorendo quindi il privato, o peggio ancora, tassare il regolare risparmiando l’abusivo. L’ultima regola fondamentale è che la tassa sia effettivamente di scopo, cioè che le entrate non vadano a finire nel solito calderone della spesa, ma vengano utilizzate per migliorare la qualità del sistema turistico stesso.
La risposta attuale della Finanziaria in questo senso è decisamente parziale. L’articolo che introduce la tassa turistica e che porta il titolo promettente «Contributo Comunale di Ingresso e di Soggiorno» in effetti parla soltanto di soggetti che prendono alloggio in via temporanea in strutture ricettive, dimenticandosi del tutto del contributo di ingresso. Vanno, di conseguenza, chieste urgentemente una serie di modifiche all’attuale testo, allargando le possibilità di tassazione anche ad altre tipologie di visitatori. Tali modifiche non comprometterebbero gli obbiettivi che il governo si è prefissato, ma metterebbero i sistemi turistici in condizione di introdurre tasse eque e efficienti, che non siano necessariamente variazioni sulle classiche imposte di soggiorno. Come si legge nella Finanziaria, la destinazione del contributo a «interventi di manutenzione urbana e valorizzazione dei centri storici» è (in teoria) perfettamente compatibile con quello che si intende con tassa di scopo. Credo sia opportuno che, in cambio della indispensabile collaborazione dell’industria turistica con le amministrazioni comunali nella riscossione della tassa, anche l’identificazione degli interventi prioritari sia fatta di comune accordo.
Per la città di Venezia, una delle priorità potrebbe essere quella di investire, finalmente, gran parte del ricavato in un riordino intelligente del sistema degli accessi. Gestire il flusso turistico vuol dire effettuare una separazione a monte, filtrando i flussi di traffico, separando quello turistico da quello non turistico prima che arrivino a piazzale Roma. Una volta rese attraenti, Finanziaria permettendo, queste aree di sosta possono diventare, di per sé, il servizio turistico che ingloba, in qualche modo, il ticket turistico. Ribadisco, infine, che l’idea della «prenotabilità» della visita alla città non deve essere abbandonata.
Jan van der Borg
janvanderborg@libero.it
Postilla
In conclusione del suo articolo van der Borg si riallaccia a un dibattito che si svolse a Venezia, in occasione della proposta di tenere nella città lagunare l’Expo mondiale. E sarebbe molto utile che il dibattito riprendesse proprio sul tema del “razionamento programmato dell’offerta turistica”, che dovrebbe costituire l’obiettivo strategico e il quadro di riferimento delle specifiche politiche. Il tema d’intreccia inevitabilmente con alcune questioni centrali dei nostri anni:
1. come accettare i limiti che l’esauribilità delle risorse pone alla società? Risorsa esauribile è l’acqua, ma anche il patrimonio storico, anche le società cui la loro vita è intrecciata.
2. come costringere i governanti a rendere trasparenti i costi che il turismo provoca, le categorie sociali che li pagano e quelle che beneficiano delle “entrate”?
3. come far sì che i costi vengano pagati da chi ne beneficia, e non scaricati sul quidam che paga le tasse o soffre per la congestione e i prezzi della vita?
Van der Borg ha espresso, una volta ancora, le sue valutazioni e proposte. Ne aspettiamo altre.