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Una guerra mentale è in corso in Italia, condotta dall’esecutivo per tacitare, intimidendola, il controllo esercitato dalla stampa e per neutralizzare ogni sorta di contropotere. Nei confronti della stampa assistiamo a vere rese dei conti, e per capire quanto sta accadendo è più che mai urgente distinguere tra due attività: la diffusione di dicerie, e l’accertamento dei fatti. La guerra non ha come soli protagonisti l’élite politica e giornalistica: ogni cittadino - se vuol restar cittadino - è chiamato a distinguere l’opinione dal fatto, la calunnia dal disvelamento di reati. L’offensiva di Berlusconi contro la stampa libera è predisposta per accentrare ancor più il potere esecutivo ma è al contempo guerra mentale, per conquistare il cervello degli italiani e creare in essi uno stato confusionale diffuso.
All’origine del dispositivo bellico c’è una sensazione di debolezza acuta: l’esecutivo ha l’impressione di non poter fare politica senza un’opinione pubblica che non solo approvi i suoi programmi ma esalti il capo considerandolo legibus solutus, non soggetto alla legge.
Manuel Castells, studioso dell’informazione, si sofferma sui metodi delle guerre mentali nei media. Il termine fu coniato a proposito del conflitto in Vietnam da Paul Vallely, analista di Fox News: «Se perdemmo la guerra - così Vallely - non è perché fummo sconfitti sul campo ma per la guerra psicologica dei media», e perché il potere non seppe contrapporre una sua «guerra mentale» (Castells, Comunicazione e potere, Università Bocconi 2009). È simile la guerra mentale di Berlusconi, e simili sono gli strumenti, da lui maneggiati con perizia e risorse sovrabbondanti prima ancora di entrare in politica: sin dall’inizio la sua battaglia fu di trasformare i mezzi televisivi d’informazione in mezzi di distrazione, infotainment, gossip. «Per questo è così importante - prosegue Castells - che i magnati dei media non diventino leader politici, come nel caso di Berlusconi». Per questo è legittima la domanda del direttore di Famiglia Cristiana, don Sciortino: «Quello che accade non riguarda solo il giornalismo. Quando in un Paese è in discussione la funzione del giornalismo, la sua libertà di esprimersi, di criticare o di commentare le azioni di un potere che non è solo potere di governo, ma pervasivo controllo del sistema mediatico, possiamo parlare di vera democrazia?».
La guerra mentale ha fini e mezzi specifici. Il fine è il pensiero dell’uomo della strada («questa creatura mitologica che ha rimpiazzato la cittadinanza nel mondo mediatico», scrive Castells). Il mezzo è la confusione dei concetti, il caos nell’uso delle parole. Si parla molto, in questi giorni, di killeraggio o imbarbarimento generale: concetti perversi oltre che diseducativi, perché escogitati per rendere appunto confondibili, in un magma indistinto, i due comportamenti radicalmente diversi che sono la diceria e l’accertamento dei fatti. Tutti sarebbero killer: il giornalista che interroga criticamente il Premier (rapporti di suoi collaboratori con la mafia, corruzione di testimoni e magistrati, coinvolgimento in giri di prostituzione) e quello che costringe alle dimissioni il direttore dell’Avvenire Dino Boffo, usando veline anonime. Proviamo dunque a distinguere quel che viene confuso.
Una cosa è la diceria. Nella Russia di Putin si chiama kompromat, materiale che compromette e può anche spedirti in Siberia. È la calunnia che insinua fabbricando prove, e mira a distruggere il carattere dell’avversario politico (character assassination, in inglese). In genere la diceria ha come obiettivo la vita privata del politico, non il suo programma o la cura che egli ha della repubblica e dei suoi vincoli.
Altra cosa è l’indagine sui comportamenti dei politici (comprese le massime cariche dello Stato) e sulla verità dei fatti. L’oggetto della ricerca sono condotte che hanno rilevanza pubblica. Da questi comportamenti può derivare un carattere personale più o meno ostico, ma il bersaglio non è il carattere.
Ambedue i procedimenti, è vero, si propongono di indebolire chi è preso di mira, di delegittimare il leader. Sono ambedue guerre mentali, volendo persuadere chi l’uomo della strada, chi il cittadino, ma il funzionamento della democrazia è influenzato in modi ben diversi dai due operati.
La democrazia accetta il conflitto, esige e stimola la ricerca del vero, anche se il vero è scomodo per il potente. E l’accetta continuativamente, non solo il giorno del voto, perché democrazia non è Unzione dell’Eletto ma un arcipelago di poteri che si frenano l’un l’altro affinché nessuno commetta abusi. Questo gioco di equilibri è garantito dalle costituzioni e da poteri autonomi, tra cui campeggiano la stampa e la televisione. È in tale ambito che la differenza fra accertamento dei fatti e calunnia diventa cruciale. La verità sul comportamento del politico è il fine di chi esercita un contropotere, e l’effetto che si vuol ottenere è la correttezza e l’autolimitazione del potere. Non vuol distruggere, ma correggere. Può darsi che la verità si riveli falsa. È per questo che il cercatore del vero raduna prove, fatti, sentenze di tribunale.
La diceria vuole non salvaguardare ma abolire l’equilibrio dei poteri: personalizzando-privatizzando la politica, accentrando tutti i poteri. La sua guerra mentale è distruttiva: nella testa degli elettori, dei telespettatori, dei lettori, va lacerato tutto quel che li lega alle norme costituzionali, alla politica, allo Stato, alle istituzioni, ai giornali, alla chiesa stessa. È uno strumento antico, è l’anti-Stato teorizzato nelle stagioni terroriste. Fruga, non cerca. La diceria ha un rapporto singolare con la verità, non più fine ma mezzo di scambio utile a sganciare il principe dalle leggi: se tu dici una verità amara su di me, io ne dirò una peggiore su di te. Da tempi immemorabili la calunnia viene usata in tempi di torbidi, non quando lo Stato è forte ma quando vacilla (Rivoluzione francese, uscita dal Terrore nel Termidoro).
Se tutto è diffamazione privata, anche la ricerca della verità pubblica scade al rango di diceria, di assassinio di carattere. Perfino chi condanna l’attacco al direttore dell’Avvenire, perfino chi chiede più prudenza alla Chiesa (un direttore gay è ricattabile se dirige il quotidiano della Cei, scrive Vittorio Messori sul Corriere della Sera), dimentica che la parola chiave nella questione Boffo non è l’omosessualità, ma le minacce a un privato cittadino: un decreto penale di condanna, nel 2004, lo giudicò colpevole di molestie telefoniche, nei confronti di una giovane donna, durate 6 mesi. L’omosessualità non c’entra niente: quel che conta è un comportamento (l’intimidazione) di rilevanza pubblica. Patteggiamenti o risarcimenti aboliscono la pena, non il fatto.
La cosa più grave per i giornalisti sarebbe reagire all’offensiva contro alcuni giornali e reti televisive dividendosi. Accusandosi l’un l’altro di temerarietà o codardia, a seconda. Sostiene Berlusconi che alle dieci domande risponderebbe, se fossero altri giornali a porle. Dicendo questo, egli ammette che domandare è lecito e che rispondere è doveroso. Motivo di più perché tutti continuino a porre domande al premier.
Ricordiamo quel che accadrebbe in Francia e Germania, in simili circostanze. In entrambi i paesi è ben raro che i giornalisti si aggrediscano l’un l’altro (tranne in presenza di reati). Ma se una o più testate sono attaccate per la determinazione con cui indagano sui potenti, tutta la professione fa quadrato. È come se valesse, non scritta, una legge simile all'articolo 5 del Patto Atlantico: «Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse... sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti». Fare lo stesso in Italia aiuterebbe a preservare l’arcipelago di poteri di cui è fatta la democrazia.
la Repubblica, 9 settembre 2009
Expo 2015, il mondo in una mega-serra
di Alessia Gallione e Giuseppina Piano
MILANO - Un’Expo ridimensionata causa crisi e fondi in bilico. Un’Expo a cemento (quasi) zero. Dove l’area espositiva sarà un’isola circondata da canali e laghetti artificiali. Dove i classici padiglioni spariscono per diventare grandi serre di vetro. Dentro marchingegni per ricreare il clima del deserto o della tundra, delle piantagioni tropicali di caffè. Fuori, un gigantesco orto globale dove i Paesi espositori letteralmente coltiveranno il loro cibo. Il simbolo? Un boulevard di un chilometro e mezzo che attraverserà i campi e le serre, rappresentando una chilometrica tavola virtuale a cui sedersi. Così l’Esposizione universale dedicata all’alimentazione che Milano ospiterà nel 2015 alle porte della città, accanto alla nuova Fiera aperta a Rho-Pero nel 2005, cambia completamente volto.
Il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, proprio ieri, ha voluto lanciare il suo monito: «Mi pare che il tema dell’Expo, il rapporto di accoglienza che Milano è chiamata a realizzare con chi arriverà, sia finora rimasto sempre piuttosto secondario rispetto a tanti altri problemi». È passato un anno e mezzo da quando la città del sindaco Letizia Moratti vinse l’Expo del 2015. Un anno e mezzo di liti nel centrodestra sulla gestione di appalti e opere. Adesso la ripartenza con la presentazione, ieri, del masterplan generale per l’area espositiva, firmato da una cinquina internazionale di archistar: il milanese Stefano Boeri, l’inglese Richard Burdett, lo svizzero Jacques Herzog, lo spagnolo Joan Busquets, l’americano William McDonough. Con il guru di Slow food Carlo Petrini a "ispirare" la visione. Il risultato è un progetto ecosostenibile, dove non si costruirà quasi nulla se non padiglioni in vetro. E dove si esporrà negli orti. Il tema dell’alimentazione sarà declinato attraverso le colture reali trapiantate alle porte di Milano. Un’Expo senza monumenti. E dove alla fine dei sei mesi di esposizione tutto sarà smontato per far posto a un nuovo quartiere, solo l’orto globale è candidato a sopravvivere.
Il progetto con cui Milano si era candidata prevedeva una torre-simbolo di 200 metri d’altezza, padiglioni classici per quasi 400mila metri quadrati di superficie. Tutto sparito. Una scelta dettata anche dalla crisi economica e dall’incertezza assoluta che regna sui fondi previsti: i tre miliardi di investimenti in opere e collegamenti stradali potrebbero ridursi a metà. L’area espositiva costerà sicuramente meno rispetto al preventivo di 1,3 miliardi. Quanto esattamente? «Di costi non abbiamo ancora parlato», dice il sindaco Letizia Moratti. Preferendo insistere su «un sogno, il mio sogno, che diventa realtà» con un progetto urbanistico che guarda al contenuto e non al contenitore. Assicura, il sindaco che «il progetto è piaciuto molto al presidente del Consiglio Berlusconi. Ci ha dato anche dei consigli». Lucio Stanca, parlamentare del Pdl e qui a capo della società che gestirà l’Expo, dice che sì, questo è un progetto «moderno, leggero, più sobrio anche perché è concepito in un momento di crisi». Ma ripete: «Nessun ridimensionamento: mi spiace per i gufi ma i fondi previsti ci sono tutti». Nel centrosinistra, però, la storia la ricordano diversamente. «Un progetto al ribasso, fortemente ridimensionato», è il riassunto del segretario milanese del Pd Ezio Casati.
Il Corriere della Sera, 9 settembre 2009
Un’isola con gli orti del pianeta Ecco l’Expo (senza grattacieli)
diElisabetta Soglio
MILANO — Parigi ha avuto la Tour Eiffel, Milano avrà il suo bioparco. Un «orto botanico planetario» realizzato su un’isola artificiale, dove i visitatori di Expo 2015 potranno percorrere un giro virtuale fra i sapori del mondo, gli ambienti climatici, l’organizzazione agricola dei diversi Paesi. In una sala di Palazzo Reale, troppo calda e troppo piccola per tutti i presenti, è stato ieri svelato il «mistero » del masterplan di Expo 2015. Gli architetti Stefano Boeri, Jacques Herzog, Ricky Burdett, Joan Busquets, William McDonough hanno unito esperienza, sensibilità e visioni per definire una filosofia apprezzata anche dal premier Silvio Berlusconi, a cui il masterplan era stato mostrato in anteprima il giorno prima.
Si parte dal tema con cui Milano ha conquistato Expo: «Nutrire il pianeta, Energia per la vita ». Ed è il tema stesso a diventare la sede espositiva, il cosiddetto sito, nel senso che invece di realizzazioni monumentali si è scelto di proporre un’esposizione «radicalmente rivoluzionaria » che mette insieme tutte le forme di produzione del mondo, tutti i prodotti delle varie terre «e che consente di entrare anche nel tema degli squilibri nutrizionali», come sottolinea Boeri.
Bisogna così immaginare una grande area, quasi un milione di metri quadrati, circondata quasi totalmente da acqua e strutturata sul modello delle città romane, con cardo e decumano a dare il ritmo. In mezzo, un lunghissimo viale su cui si muoveranno i visitatori e che avrà al centro un grande tavolo per guardare e gustare i prodotti del mondo. Nessuno stand nel senso tradizionale del termine, ma tanti lotti di terreno coperti da strutture leggere, tende e simili, sotto le quali ogni paese sperimenterà il proprio orto e le proprie colture. Lungo il perimetro del sito si alterneranno invece grandi serre bioclimatiche che riprodurranno i cinque climi del pianeta. Alle due estremità, poi, avremo una Arena teatrale e una Collina realizzata con il terreno ricavato dagli scavi di cantiere. Infine, nei padiglioni tematici verranno affrontate le questioni aperte sul tema dell’alimentazione.
Sarà un’Expo ridimensionata nei costi (un miliardo di euro circa) e nelle volumetrie: ma non un evento in tono minore. «Il sito — assicura l’ad della società di gestione, Lucio Stanca — sarà molto attrattivo e invoglierà i visitatori a venire a vivere una grande emozione. Inoltre, lasceremo in eredità ai milanesi e a tutti quanti vorranno goderne un’area di grande valore ». Il sindaco-commissario Letizia Moratti parla di «un sogno diventato realtà condivisa» e di un’Expo «innovativa perché per la prima volta si privilegia il contenuto anziché il contenitore e si offre una elaborazione legata a ciò che non si può toccare e diventa esperienza». Il governatore Roberto Formigoni spiega che «vedere non è più abbastanza e vogliamo che le persone vengano per partecipare. E in questo crediamo di aver cominciato ad individuare la nuova forma per gli Expo del futuro, grazie ai temi come l’accoglienza e la sostenibilità». Così il presidente della Provincia, Guido Podestà che considera «straordinaria la suggestione trovata dagli architetti perché ci hanno regalato qualcosa di altamente immateriale». Carlo Sangalli, presidente della Camera di Commercio che insieme alle istituzioni è nella società, condivide la soddisfazione ma ricorda che non tutti i problemi sono risolti: «Oltre alle vie di acqua e di terra serve una via d’aria che consenta all’esposizione di volare alto. Servono collegamenti aeroportuali, e l’occasione Malpensa non va sprecata, e servono infrastrutture veloci». Ma questa è un’altra storia.
Questa volta è stata la stessa proprietaria e demolire il proprio salone (di circa 40 metri quadri) costruito senza licenza edilizia nella sua bella villa sull’Appia antica. A darne l’annuncio è stato lo stesso direttore dell’ufficio anti-abusivismo della Regione Massimo Miglio insieme al presidente dell'XI municipio Andrea Catarci. Aveva già ricevuto un primo avviso, ma dopo la demolizione a luglio della sopraelevazione della villa di Gaucci e neppure una settimana fa del parcheggio per 130 posti macchina a ridosso dell’ex villa di Silvana Mangano e Dino De Laurentiis, la proprietaria non ha aspettato le ruspe istituzionali.
E così ieri c’è stata la prima auto-demolizione. «Si registrano gli effetti della campagna di tutela del patrimonio ambientale, paesaggistico e storico della 'Regina Viarum'- afferma Andrea Catarci - che è stata lanciata dal Municipio XI in collaborazione con la Regione Lazio, la Sovrintendenza Statale e l’Ente Parco, con la prima auto-demolizione di costruzioni abusive». «Grazie all’importante opera di prevenzione e repressione del fenomeno dell’abusivismo edilizio portata avanti dal Municipio XI, anche senza disporre delle risorse economiche necessarie, sembra arrivare forte e chiaro - sottolinea Andrea Catarci con Massimo Miglio - il messaggio che non è e non sarà più possibile continuare impunemente a violare e ferire le aree di pregio come l’Appia Antica. Infatti, quest’oggi, un proprietario irregolare ha spontaneamente provveduto ad effettuare la demolizione dell'ampliamento abusivo».
Un’auto-demolizione che ha un duplice effetto: evita l’anticipo di risorse da parte del municipio e «innesca una presa di coscienza del problema da parte di chi si è macchiato dell’abuso». Il salone extra della villa faceva parte del gruppo di 15 situazioni già inserite nel cronoprogramma degli interventi da attuare da parte di Massimo Miglio, su un totale di 50 abusi che ufficio e municipio stanno studiando prima di intervenire.
E ieri, per essere sicuri che la proprietaria della villa eseguisse a dovere la demolizione, sul luogo sono andati sia Miglio che i vigili dell’XI gruppo, il personale della Guardia parco: «Invitiamo i proprietari irregolari a imitare l’esempio odierno - ha detto l’assessore all’Urbanistica dell’XI municipio Alberto Attanasio prima dell'intervento delle ruspe municipali».
Liquami in mare. Un deplorevole incidente: è la formula elegante usata nella curiosa propensione a minimizzare il “fenomeno” ( proprio così: “fenomeno” hanno detto, sostantivo buono a indicare ogni evento che la natura ci riserva). Ma per precisione: non è un acquazzone che ha fatto nera l'acqua cristallina, ma l' insipienza degli uomini che credono ad altri uomini: quelli che la tecnologia “tutto può”, anche fare scomparire nelle condizioni più estreme la sporcizia dei vacanzieri. Basta un un filtro in più. E ci si crede come alla crema che toglie il sovrappeso in tempo per mettersi in mostra nella spiaggia alla moda.
Ci piacerebbe quella sola faccia luccicante della medaglia. Quella che consente di dire, a metà di luglio, con toni trionfali, di navi e aerei a pieno carico, di ingorghi di auto e di barche, di surplus di veline e vip in costa che non bastano sei pagine di giornale per raccontarlo ogni giorno. E invece c'è anche l'altra faccia, i risvolti maleodoranti di un uso del territorio eccedente la soglia di sopportazione. La calca attorno alla mercanzia per una settimana richiede un apparato smisurato di attrezzature che non reggono. Così ti svegli una mattina e vedi il fiume nero. Finita la festa. Il paesaggio mozzafiato non è più una metafora.
Si potrebbe ironizzare sulle vanterie del turismo a cinque stelle. E invece la prudenza induce a pensare al danno che patiscono gli operatori turistici seri da queste cose.
Pensando anche a quelli che si chiamano consumatori (e produttori di sporcizia) che hanno 72 ore di ferie (perché la crisi si ha mangiato pure le vacanze) e si trovano senza mare per un pezzo delle brevi ferie nel mare trasparente (?) di Sardegna. Danno grave “d'immagine”( si dice così, come Briatore per chiedere i danni da plebeo pic-nic nel suo Rubacuori).
Ma chi tiene al futuro della Sardegna dovrebbe avere meno fretta a rubricare i liquami tra i contrattempi estivi (gli screanzati, i vandali fracassoni, i conti abnormi, ecc.)
E contenere il blabla su efficienza della tecnologia, ricerca dei responsabili tra i gestori degli impianti, task force per studiare il caso e così via. Perchè il tema è un altro. Non piace sentirlo ma è il modello di sviluppo senza limitazioni che è una follia. La disseminazione di attrezzature per l'accoglienza dovunque e comunque. Tutto esaurito? Mai! Serve volume per altra ricettività un mese all'anno? Pronto. Da qui il danno, altro che immagine.
E per stare alle opere di urbanizzazione, occorre dirlo che è roba da matti immaginare dotazioni misurate per il picco di gente a Ferragosto. Il tempo breve nel quale si mette in moto un sistema frammentato in mille nuclei. Nulla di più squilibrato, squilibrante, energivoro, dissipatore, oneroso, ecc.
Della discussione per ridare efficienza al sistema inefficiente ( per colpa di chi?) interessa ora l'aspetto economico. A proposito di obsolescenza di impianti, sarebbe bene sapere chi pagherà gli adeguamenti. Capire le convenienze: cosa ci torna da un investimento pubblico.
Esiste la regola che impone alle imprese che trasformano i suoli per farli diventare case da vendere o da affittare, di pagare le opere di urbanizzazione. Tanto più nel caso di villaggi distanti da insediamenti si pone la necessità di provvedere -non solo con denaro pubblico - alla realizzazione di quanto occorre per tenerle in efficienza. E non è serio immaginare di accollare a una comunità povera i costi di un modello che esibisce lo spreco. Le cinque stelle, le bandiere blu, non dipendono dal pregio dei pavimenti di una suite.
L’AQUILA — Ci vivevano 20 mila aquilani, oggi invece milleduecento gatti, secondo l’ultimo censimento del Comune. Felini veri e propri, non un modo di dire. È il centro storico dell’Aquila, cinque mesi esatti dopo il terremoto del 6 aprile. «Silenzio tombale, finestre che sbattono, tende che volano agitate dal vento, ormai sembra un posto abitato solo da fantasmi...».
C’è grande tristezza nella voce di Stefania Pezzopane, presidente della Provincia dell’Aquila.«Sono preoccupata — confessa la Pezzopane — perché tra poco verrà la neve e molte case, molti monumenti, non sono stati ancora puntellati. Se arriva un’altra scossa, oppure una forte pioggia, quei muri rischieranno seriamente di crollare». Il presidente, così, lancia l’allarme: «Il centro storico è stato abbandonato. Perché mancano le risorse e anche gli uomini sul campo sono di meno rispetto ai primi mesi. Finita l’emergenza, infatti, molti vigili del fuoco hanno lasciato l’Aquila per fare rientro nelle loro caserme sparse per l’Italia. Però, qui da noi, i problemi restano. E sono ancora enormi...».
La città, va detto, con i suoi 3 milioni di metri cubi da demolire e 1.500 puntellamenti da fare, prova lo stesso a reagire. Nonostante la situazione sia difficilissima: 16.500 lavoratori in cassa integrazione, 1.500 piccole e medie imprese della «zona rossa» ormai ferme da cinque mesi, a spasso anche i 100 ambulanti storici di piazza Duomo. Un’altra risorsa era l’università: con 28 mila studenti iscritti (la metà «fuorisede»). Erano loro, soprattutto, ad animare la «movida» aquilana e il suo indotto: bar, ristoranti, turismo, servizi. Chissà se (e quanti) torneranno.
Ma tant’è. Ieri, con un’ordinanza, il sindaco Massimo Cialente ha voluto riaprire alcune strade del centro, per dare comunque un segnale di rinascita: via Zara, i Quattro Cantoni, corso Vittorio Emanuele, via Signorini Corsi, via Tedeschi, via San Bernardino, piazza Duomo. Già a giugno Cialente aveva riaperto il primo varco (corso Federico II) e così ieri, passeggiando per le vie picchettate, gli aquilani per qualche ora si sono ripresi un altro pezzetto di cuore (in serata c’è stata pure una fiaccolata in memoria delle vittime, la prima dopo 5 mesi a sfilare per le strade del Centro).
Oggi pomeriggio, a 150 giorni dal sisma, arriverà il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che visiterà il nuovo villaggio di Onna (costruito a tempo di record) e poi assisterà al concerto di Riccardo Muti nella caserma di Coppito. Il corteo presidenziale passerà anche per via XX settembre, la strada dove sorgeva la Casa dello Studente, la via dei 18 morti in una notte sola: ai lati sono rimaste le macerie.
«Dopo il G8 di luglio — incalza il presidente della Provincia Pezzopane — i Grandi del Mondo s’impegnarono ad adottare ciascuno un monumento della città. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, promise di prendersi carico della chiesa di Santa Maria Paganica; il premier spagnolo Zapatero s’interessò al Castello; Carla Bruni in Sarkozy disse di volersi occupare della chiesa delle Anime Sante. Benissimo, ora però speriamo che mantengano gli impegni».
Il sindaco Cialente condivide le preoccupazioni della Pezzopane: «Ci vorrebbero 3 miliardi di euro per rimettere a posto monumenti, chiese, edifici pubblici. Purtroppo i soldi non ci sono e dunque non sarà facile compiere il miracolo. A Noto, i siciliani furono bravissimi a ricostruire la loro cattedrale crollata, ma noi a L’Aquila solo in centro abbiamo almeno 25 basiliche da restaurare. Senza contare gli edifici storici: palazzo Carli, palazzo Margherita, la scuola De Amicis, il cortile di palazzo Dragonetti, le bellezze distrutte di via Roma. Eppoi l’Auditorium, il Teatro, la Biblioteca. Così, visto che a suo tempo non si è voluta la tassa di scopo, ora confido molto nella prossima Finanziaria...
». Cialente dice che sono ben 3.600 ore che non dorme: 5 mesi, appunto. «Stiamo facendo i salti mortali — racconta —. Per fortuna anche le grandi banche, le singole Regioni, le Province, perfino i Cavalieri del Lavoro, si stanno facendo avanti per adottare ciascuno un monumento. Le difficoltà, però, sono tantissime». Un esempio? «Ho chiesto di assumere in Comune 120 persone per seguire le migliaia di pratiche della ricostruzione, rimborsi, finanziamenti, controlli dei cantieri, ma ancora non mi arriva l’ok dall’amministrazione centrale », accusa il sindaco.
Riflette, dal canto suo, Stefania Pezzopane: «Bene hanno fatto governo e Protezione civile. È stato giusto, fin qui, concentrare ogni sforzo per realizzare le case provvisorie a beneficio di migliaia e migliaia di persone (entro il 28 settembre saranno consegnate le prime 13 palazzine antisismiche, mentre in vista dell’autunno cominciano a chiudere le tendopoli e in molti hanno già traslocato nella caserma del G8, ndr ). Però, poi, servirà un impegno altrettanto straordinario per mettere mano al degrado del Centro...», ammonisce il presidente della Provincia.
«Ci vuole un salto di qualità — conclude Gianni Chiodi, presidente della Regione Abruzzo e commissario per la ricostruzione del patrimonio culturale —. Finora, infatti, c’è stata troppa frammentazione nel processo di governance . Intrecci di funzioni, responsabilità, competenze. Bisognerà cambiare. Davanti ci aspettano dieci anni duri di lavoro, ma dico subito che non basterà ricostruire la città così com’era. Per l’Aquila urgono nuovi scenari».
Lo scenario politico degli ultimi anni sta arrivando a consunzione. Non sarà facile metterne alla luce uno più decente tanta è la bassezza, istituzionale e culturale, in cui siamo per responsabilità di molti, forse di tutti, nell'inseguire una transizione verso una seconda repubblica che, in assenza di un progetto di qualche spessore, si è risolta soltanto nel tentativo di minare lettera e spirito della Costituzione del 1948 - largo a un mercato da Far West, concessioni illimitate a una proprietà senza coraggio, abbattimento, e possibilmente fine, di ogni diritto sociale. Risultato, un decisionismo cialtrone sommato alla tradizione nazionale di evadere il più possibile la legge e il fisco.
In questo quadro, l'ascesa folgorante di una figura come quella di Silvio Berlusconi ha la sua logica. Non è solo per le sue imprese sessuali - ciliegina sulla torta della legge sulla sicurezza più indecente d'Europa - che si ride di noi, perduto quel rispetto che nel dopoguerra eravamo con fatica riusciti a conquistarci. Tale è l'imbarazzo che circonda l'Italia che siamo usciti perfino dalle abituali statistiche, non siamo neanche un'anomalia, siamo da non prendere sul serio.
Gli scricchiolii si avvertono a destra e a sinistra. Sulla sinistra è perfino superfluo tornare, è detta estrema solo perché ha una certa attenzione alle sofferenze del lavoro e una certa sensibilità allo scombussolamento delle coscienze, ma non è in grado di uscire dalla ripetitività di formule da una parte, Ferrero e Diliberto, e dall'altra dal troppo silenzio di un Vendola diventato oggetto di tiro regionale al bersaglio.
Né è possibile attendersi dal Partito democratico almeno un aggiornamento del keynesismo a livello 2009 - la crisi è tornata tutta nelle mani di chi l'ha provocata e a pagarne le spese sono i ceti più deboli e i lavoratori di ogni tipo, per il calo continuo dell'occupazione. Questo non è solo un problema nostro, anche Obama è in pericolo, incastrato com'è fra il corporativismo della società americana e l'eredità sempre più avvelenata del Medio Oriente.
Insomma "sinistra", parola che credevamo impraticabile per mollezza, è diventata addirittura simbolo di estremismo, neanche il Pd la pronuncia senza scusarsi, cosa che non succede neppure alla Spd, per non dire della Linke. Di Bersani non ricorderemo certo i voli di pensiero, noioso com'è a forza di buon senso emiliano, e di Franceschini ci rimarrà in mente lo sforzo d'un democristiano perbene per tenere assieme ai ds un settore cattolico lusingato da sirene da tutte le parti.
Questa inaffondabilità dei cattolici è il solo processo che emerga con qualche chiarezza assieme alla crisi del ciclo berlusconiano. Come succede con i personaggi del suo tipo, sarà una fine agitata, a colpi di coda, ma il suo blocco si è rotto.
La scelta del cavaliere per la Lega - unica vera tendenza di fascismo localista e in abiti nuovi - ha posto Fini in posizione di challenger, in nome di una destra meno turpe che non gli sarà facilissimo rappresentare; certo ce la mette tutta. Se l'ex Forza Italia non sa bene dove guardare, An è divisa fra lui e un Gasparri che lo sfida. Lega e Pdl sono entrati in conflitto con la Chiesa (s'erano tanto amati!) per le intemperanze del cavaliere e di Feltri: così pieni di sé che la prudenza è andata a farsi benedire.
Così sotto traccia riappare la voglia di un partito cattolico, sia in chi sta scomodo nel Pd sia in chi sta scomodo nel Pdl, via Casini. L'Italia continua a replicare la partizione tricolore, con un rosso sempre più sbiadito, un bianco sempre più sporco e un verde da giocare non con la Lega, ma con il Vaticano.
Verrebbe da dire "tanto rumore per nulla", se il suicidio del Pci e del Psi non avesse spostato a destra l'asse del centro. È curioso che il paese dove più lunghe sono state le code del sessantotto sia destinato a diventare di nessuna, o scarsa, importanza per l'Europa.
Il delitto è compiuto
di Giuseppe D’Avanzo
Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, si è dimesso e non tiene conto discutere del sicario. È stato pagato per fare il suo sporco lavoro, se l’è sbrigata in fretta. Ora se ne vanta e si stropiccia le mani, lo sciagurato. Appare oggi più rilevante ricordare come è stato compiuto il delitto; chi lo ha commissionato e perché; quali sono le conseguenze per noi tutti: per noi che viviamo in questa democrazia; per voi che leggete i giornali; per noi che li facciamo. Dino Boffo è stato ucciso sulla pubblica piazza con una menzogna che non ha nulla a che fare - né di diritto né di rovescio - con il giornalismo, ma con una tecnica sovietica di disinformazione che altera il giornalismo in calunnia. Il mondo anglosassone ha un’espressione per definire quel che è accaduto al direttore dell’Avvenire, character assassination, assassinio mediatico.
Il potere che ci governa ha messo in mano a chi dirige il Giornale del capo del governo - una sorta di autoalimentazione dell’alambicco venefico a uso politico - un foglio anonimo, redatto nel retrobottega di qualche burocrazia della sicurezza da un infedele servitore dello Stato. C’era scritto di Boffo come di «un noto omosessuale attenzionato dalla Polizia di Stato». L’assassino presenta quella diceria poliziesca come un fatto, addirittura come un documento giudiziario. È un imbroglio, è un inganno. Non c’è alcuna «nota informativa». È soltanto una ciancia utile al rito di degradazione. L’assassino la usa come un bastone chiodato e, nel silenzio degli osservatori, spacca la testa all’errante. L’errore di Boffo? Ha criticato, con i toni prudentissimi che gli sono propri e propri della Chiesa, lo stile di vita di Silvio Berlusconi. Ha lasciato che comparissero sulle pagine del quotidiano della Conferenza episcopale l’amarezza delle parrocchie e dei parroci, il disagio dei credenti e del mondo cattolico più popolare dinanzi all’esempio di vita di Quello-Che-Comanda-Tutto.
Ora che c’è un morto, viene il freddo alle ossa pensare che anche una prudente critica, una sorvegliata disapprovazione può valere, nell’infelice Paese di Berlusconi, il prezzo più alto: la distruzione morale e professionale. Ma soltanto le prefiche e gli ipocriti se ne possono meravigliare. Da mesi, il presidente del Consiglio ha rinunciato ad affermare la legittimità del suo governo per mostrare, senza alcuna finzione ideologica, come la natura più nascosta del suo potere sia la violenza pura. Con l’assassinio di Dino Boffo, prima vittima della "campagna d’autunno" pianificata con lucidità da Berlusconi (ha lavorato a questo programma in agosto dimenticando la promessa di andare all’Aquila a controllare i cantieri della ricostruzione), questa tecnica di dominio politico si libera di ogni impaccio, di ogni decenza o scrupolo democratico. Berlusconi decide di muovere contro i suoi avversari, autentici e presunti, tutte intere le articolazioni del multiforme potere che si è assicurato con un maestoso conflitto d’interesse. Stila una lista di nemici. Vuole demolirli. Licenzia quelli tra i suoi che gli appaiono pirla, fessi, cacaminuzzoli. Vuole sicari pronti a sporcarsi le mani. È il padrone di quell’industria di notizie di carta e di immagini. Muove come vuole. È anche il presidente del Consiglio e governa le burocrazie della sicurezza (già abbiamo visto in un’altra stagione i suoi servizi segreti pianificare la demolizione dei "nemici in toga"). Il potere che ci governa chiede e raccoglie nelle sue mani le informazioni - vere, false, mezze vere, mezze false, sudicie, fresche o ammuffite - che possano tornare utili per il programma di vendetta e punizione che ha preparato. Quelle informazioni, opportunamente manipolate, sono rilanciate dai giornali del premier nel silenzio dei telegiornali del servizio pubblico che controlla, nell’acquiescenza di gruppi editoriali docili o intimiditi. È questo il palcoscenico che ha visto il sacrificio di Dino Boffo ordinato da Quello-Che-Comanda-Tutto.
È la scena dove ora salmodiano il coro soi-disant neutrale, le anime fioche e prudenti in cerca di un alibi per la loro arrendevolezza, gli ipocriti in malafede che, riscoprendo fuori tempo e oltre ogni logica la teoria degli "opposti estremismi" mediatici, accomunano senza pudore le domande di Repubblica alle calunnie del Giornale; un’inchiesta giornalistica a un rito di degradazione sovietico; la vita privata di un libero cittadino alla vita di un capo di governo che liberamente ha deciso di rendere pubblica la sua; la ricerca della verità all’uso deliberato della menzogna. È questa la scena che dentro le istituzioni e nel Paese dovrebbe preoccupare chiunque. Per punirlo delle sue opinioni, un uomo è stato disseccato, nella sua stessa identità, da una mano micidiale che ha raccolto contro di lui il potere della politica, dello Stato, dell’informazione, dei giornali di proprietà del premier usati come arma politica impropria. Nei cromosomi della democrazia c’è la libertà di stampa e, come si legge nell’articolo 21 della Costituzione, «il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero». È questa libertà che è stata umiliata e schiacciata con l’assassinio di Dino Boffo. Lo si vede a occhio nudo, anche da lontano. «Un giornalista è l’ultima vittima di Berlusconi», scrive il New York Times. Chi, in Italia, non lo vuole vedere e preferisce chiudere gli occhi è un complice degli uccisori e di chi ha commissionato quel character assassination.
Don Sciortino: una pagina triste della storia italiana
"La democrazia scricchiola ma non ci fermeranno"
di Conchita Sannino
Massa LUBRENSE - «Gli attentati possono procurare ferite e sgomento, ma non possono cancellare la verità odiata, anzi qualche volta avviene che la esaltino. I sicari non hanno fermato la voce della Chiesa, della sua dottrina sociale, in tanti secoli. Non la fermeranno ora». Don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, già finito nel mirino dei media di casa Berlusconi per le posizioni espresse contro i provvedimenti sulla sicurezza e gli stili di vita del premier, commenta quasi in diretta le dimissioni del direttore di Avvenire. «È una pagina triste della storia italiana. La nostra democrazia sta scricchiolando». Da una terrazza sospesa sulla costiera sorrentina, a Massa Lubrense, don Sciortino presenta il suo libro («La Famiglia Cristiana») di fronte a centinaia di persone, la luce ispira quiete, i Faraglioni di Capri quasi troppo vicini. Ma il sacerdote indica le ombre. Non solo la crisi che falcidia le famiglie, l’emergenza povertà, gli immigrati «di cui vorremmo prenderci solo le braccia e buttare il resto», i precari. «Non sono tempi buoni. Il Paese si interroghi. Quello che accade non riguarda solo il giornalismo. Quando in un Paese è in discussione la funzione del giornalismo, la sua libertà di esprimersi, di criticare o di commentare le azioni di un potere che non è solo potere di governo, ma pervasivo controllo del sistema mediatico, possiamo parlare di vera democrazia?»
Don Sciortino interviene sulle azioni civili promosse contro i giornalisti. «Da noi, già fatto. Il ministro Maroni ha querelato "Famiglia Cristiana" per le critiche al pacchetto sicurezza». E ancora. «Siamo al pensiero unico, non c’è un’opinione pubblica, si vuole istituzionalizzare questa mancanza nel Paese. Perciò il giornalismo indipendente è minacciato». Sul caso Boffo, il direttore annota ancora: «Se un giornale di casa Berlusconi sferra un attacco di questa gravità contro il giornale dei vescovi, si può credere davvvero alla sua dissociazione? Se fosse vero, dovrebbero esserci conseguenze su chi ha compiuto il killeraggio».
In architettura sembra che, nei nostri anni, la saggezza (quando non sia solo mediocrità) sia diventata una qualità molto sottovalutata. È invece proprio sotto questo segno che è cresciuta in poco meno di una quarantina d’anni Milton Keynes, una «new town» inglese di seconda generazione che ha raggiunto oggi i 220 mila abitanti, con un invidiabile equilibrio anche economico tra le attività e la vita quotidiana, tanto da dare almeno l’impressione di una città relativamente agiata o quanto meno senza la presenza di un evidente sottoproletariato pur con un elevato numero di immigrati extraeuropei.
Dopo il celebre piano di Abercrombie per la grande Londra degli anni Quaranta — che già prevedeva una cintura verde di limitazione dell’espansione e una serie di insediamenti nella forma di una costellazione di «new town» al di là della cintura, ben connesse con l’area centrale di Londra, che permettessero di riequilibrare con la loro realizzazione dopo il conflitto mondiale l’espansione senza limiti della capitale —, negli anni Sessanta fu presa la decisione di rendere tali «new town» più robuste e autonome collocandole a una maggiore distanza da Londra, anche distribuite strategicamente nel territorio dell’intero Paese.
A partire da questa nuova strategia, nel 1967 fu deciso di collocare una «new town» a una settantina di chilometri a nord-est di Londra, nel Buckinghamshire, in una località tangente all’autostrada M1, il principale asse stradale nord-sud della Gran Bretagna, accanto al piccolo villaggio di Milton Keynes e strategicamente localizzata a un’ora di distanza da Birmingham, Oxford, Cambridge (ma con un’autonomia di servizi universitari) e ad altrettanta distanza dagli aeroporti di Luton e di Heathrow.
Il paesaggio, lievemente ondulato, era sgombro di insediamenti e facilmente espropriabile, soprattutto ai tempi del London County Council, l’importante struttura che guidava la cultura della pianificazione pubblica con cui aveva cominciato a lavorare nel dopoguerra la generazione dei migliori architetti britannici, poi eliminata dal primo ministro Thatcher.
Visitando dopo quarant’anni Milton Keynes, si può constatare come siano stati ragionevolmente rispettati una serie di principi: opportunità e libertà di scelta, equilibri e varietà, efficiente e immaginativo utilizzo delle risorse naturali. L’insediamento è cioè in relazione con un paesaggio naturalistico opportunamente modificato; è favorita la mescolanza funzionale tra le parti: uffici, abitazioni, servizi distribuiti ad attività industriali compatibili; sono presenti più di mille chilometri di ciclopiste. Il centro, sempre affollatissimo, è costituito da una grande piastra a un solo piano densamente frequentata a ogni ora del giorno dove sono presenti i diversi esercizi commerciali a varie scale ma anche una grande biblioteca e sale di spettacolo. La densità edilizia per ettaro è assai bassa e permette una netta prevalenza del verde e delle acque; la varietà degli schemi insediativi è così alta da rendere secondarie e poco riconoscibili le parti e il privato è tanto importante da prevalere sul principio della prossimità urbana.
Niente di più lontano dalla città consolidata europea tanto che i bordi della città stessa sono difficilmente riconoscibili. I temi della flessibilità, della libertà personale delle scelte, forse influenzati dalla sociologia americana di Melwin Webber che raccomandava in quegli anni Los Angeles come modello di città, ma anche dal neoempirismo nordico così come da una tradizionale inclinazione verso il pittoresco sono anche alla base dell’insediamento di Milton Keynes e della sua stessa modesta ma civile architettura. Anzi, le qualità delle architetture e i loro diversi stili sembrano contare assai poco. Ciò che conta sembra essere la mescolanza e la varietà.
L’ascendenza delle «garden cities» degli anni Venti e delle esperienze delle prime «new town» è a Milton Keynes combinata con una dilatazione delle dimensioni tanto ampie da proporsi come il regno dell’auto privata anche se perfettamente regolata, tanto da far pensare a una influenza di alcuni modelli di periferie organizzate della città americana.
Ai nostri occhi abituati alla città europea della tradizione e alla sua attuale degenerazione Milton Keynes appare così doppiamente strana; nello stesso tempo una città fantasma ma anche il fantasma buono della città dove i contrasti sembrano minimizzarsi, forse appiattirsi rispetto alle aspettative, positive o negative, del nostro modo di pensare la vita urbana. Una città comunque, almeno all’apparenza, altamente civile dove drammi e contrasti sembrano interiorizzati per minimizzare il disturbo, all’insegna di un’efficienza complessiva non esibita. Forse non si tratta di un modello facilmente esportabile, né certamente perfetto o attuale, che la «supermodernità » dei nostri anni può considerare poco avventuroso, ma con la cui saggezza dei concreti risultati le nostre istituzioni farebbero bene a confrontarsi.
L'immagine è una foto aerea della città, cortesemente fornita dal Milton Keynes Council
All’aria il grosso parcheggio costruito illegalmente due anni fa nella villa sull’Appia antica che fu di Silvana Mangano. Giù la tettoia abusiva installata in cima a un grande bar. In polvere anche l’ampliamento costruito addosso al salone, la piscina in cemento armato, la strada scavata nel verde: tre scempi in altrettante ville che si trovano nell’area più vincolata e più martoriata d’Italia. Ossia la Regina viarum: 3.500 ettari di natura, templi, tombe romane; e ben 2.500 abusi edilizi. Ora però sono una quindicina le demolizioni che, eliminati tutti i possibili riscorsi, a partire da oggi saranno eseguite lungo il tracciato dell’Appia antica, accanto a quello della Nuova, su via dell’Almone o sull’Ardeatina.
Sono circa 50 però le pratiche di demolizione in via di completamento, in una campagna di salvaguardia e ripristino mai vista prima tra le bellezze antiche salvate grazie ad Antonio Cederna. Nella lista ci sono anche intere case o piscine dentro lussuosi centri sportivi. Ma quando Andrea Catarci, l’uomo di Sinistra e libertà che guida l’XI municipio, su cui si trova la maggior parte del parco archeologico, ha chiesto all’assessore comunale all’Urbanistica, Marco Corsini, i fondi per le demolizioni, si è sentito rispondere (il 24 luglio): «Si tratta di fatti di trascurabile importanza».
Certo, niente ecomostri tipo Punta Perotti o Fuenti. Ma in questa zona senza autorizzazione non si può montare neanche un gazebo. E chi lo fa ugualmente, spera sempre che dalla tela e dal legno, grazie a condoni o "piani casa", si possa passare poi a mattoni, putrelle, cemento.
«Le "piccole" demolizioni, come balconi o tettoie, sono le più difficili» rivela Massimo Miglio, a capo della squadra antiabusivismo regionale che è stata chiamata in causa dall’XI municipio dopo il «no» del Campidoglio. Ma la Regione Lazio ha ora coinvolto nel team anche la Soprintendenza. E oggi ci saranno anche gli archeologi dello Stato a seguire i primi abbattimenti.
«Non è fatto di sole demolizioni il nostro piano» spiega Catarci, illustrando il "Progetto di salvaguardia della legalità e della qualità ambientale nel Parco regionale dell’Appia antica e delle zone limitrofe comprese nell’XI municipio". «Ma di controllo e tutela di un territorio che, grazie alle sue bellezze, deve diventare anche una ricchezza economica». Per il suo vice, Alberto Attanasio, assessore pd all’Urbanistica, «le demolizioni, più che le condanne, hanno una grande efficacia come deterrente». Alcune volte, però, la scoperta del capannone o dell’ampliamento arriva quando l’abuso è già costruito. «In questi casi - sottolinea Miglio - si può applicare l’articolo 31 del testo unico che prevede l’acquisizione del fabbricato e fino a dieci volte la superficie del suo sedime».
Concita De Gregorio, Natalia Lombardo, Federica Fantozzi, Maria Novella Oppo, Silvia Ballestra. Sono tutte donne le colleghe e amiche dell'Unità citate per danni dal presidente del consiglio per "lesa dignità". E' un caso e non lo è. Perché fin dall'inizio dell'affaire che lo sta coprendo di ridicolo, in Italia e nel mondo, sono soprattutto donne, a partire da Veronica Lario, quelle che si sono prese la libertà di dire "vedo" di fronte al poker delle sue performance da "vero uomo". Vedo e non credo.
Basta questo per mandare in briciole il mito del grande seduttore a cui nessuna resiste. Vediamo, non crediamo, resistiamo. La libertà di stampa brucia. Se è libertà femminile brucia il doppio, perché per un vero uomo è doppiamente insopportabile. Lesiva non della sua dignità ma del suo narcisismo. E va doppiamente punita.
Come è stato per Veronica, data per "nervosa" («capita talvolta alle donne di essere un po' nervose», commentò suo marito: questione ormonale), inaffidabile e manipolabile, e triturata dalla stampa del principe come "velina ingrata" (quel gentiluomo di Feltri) nonché moglie infedele. Com'è stato per Patrizia D'Addario, manovrata e pagata da chissà chi. Com'è stato per altre che si sono impicciate di altri affari del premier, a cominciare da Nicoletta Gandus, giudice sul caso Mills (qualcuno ricorda la faccia di Ghedini in tv mentre commentava la sua sentenza?).
Il premier e la sua corte hanno un'idea precisa di dove deve stare una donna e di come la si possa "utilizzare". Se una, due, cinque, cinquanta, cinquantamila in quel posto non ci stanno sono guai. Per lui, perché questo è l'ennesimo segnale di dove sia finito il mitico fiuto di Silvio Berlusconi che pareva metterlo sempre dalla parte del senso comune. In quel posto non ci stiamo, il senso comune stavolta dice questo. Il fiuto del grande comunicatore è svaporato.
Fa davvero piacere vedere il premier riconciliato con le virtù di quella giustizia che per anni ha denigrato, appellarsi pieno di fiducia a quegli stessi magistrati per i quali un tempo invocava test attitudinali e prove di stabilità psicologica. Aveva ragione. Ci vuole effettivamente molto equilibrio per decidere di questioni tipo questa: Luciana Littizzetto avrà leso o no l'onore del premier con le sue battute "sull'utilizzo di speciali accorgimenti contro l'impotenza sessuale"? Avrà leso o no «la sua identità personale presentando l'onorevole Berlusconi come soggetto che di certo non è, ossia come una persona con problemi di erezione»? Non invidiamo i magistrati, e nemmeno i periti di parte. Neanche per sorridere indagheremmo mai su quel "di certo": non ci serve. Di certo, quando un "vero uomo" mette sul tavolo l'evidenza letterale della sua potenza, è perché traballa quella simbolica.
Silvio Berlusconi è di certo un "vero uomo", di quelli che affidano alla mascherata sessuale la certificazione della loro misura. Altrettanto di certo è un uomo politico finito: nella miseria, nella rabbia, nella dismisura.
Mai come oggi, i caratteri del "male italiano" sono il conformismo, l’obbedienza, l’inazione. Anche ora che un assassinio è stato commesso sotto i nostri occhi. Assassinio.Con quale altra formula si può definire – in un mondo governato dalla comunicazione – la deliberata e brutale demolizione morale e professionale di Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, "reo" di prudentissimi rilievi allo stile di vita di Quello-Che-Comanda-Tutto? Un funzionario addetto al rito distruttivo – ha la "livrea" di Brighella, dirige il Giornale del Padrone – «carica il fucile». Così dice. Il proiettile è un foglietto calunnioso, anonimo, privo di alcun valore. Si legge che Boffo è un «noto omossessuale». La diceria medial-poliziesca ripetuta tre o quattro volte assume presto la qualità di un prova storica. Non lo è. Non lo è mai stata. Brighella è un imbroglione e lo sa, ma è lì per sbrigare un lavoro sporco. Gli piace farlo. Se lo cucina, goloso. Colto con le mani nel sacco delle menzogne, parla ora d’altro: qualcuno gli crede perché sciocco o pavido. Non è Brighella a intimorire. È Quello-Che-Comanda-Tutto. È lui il mandante di quel delitto. È lui il responsabile politico. Contro Silvio Berlusconi ci sono quattro indizi. Già in numero di tre, si dice, valgono una prova.
Il primo indizio ha un carattere professionale. Qualsiasi editore che si fosse trovato tra i piedi un direttore che, con un indiscutibile falso, solleva uno scandalo che mette in imbarazzo Santa Sede, Conferenza episcopale, comunità cattoliche gli avrebbe chiesto una convincente spiegazione per l’infortunio professionale. In caso contrario, a casa. A maggior ragione se quell’editore è anche (come può accadere soltanto in Italia) un capo di governo che tiene in gran conto i rapporti con il Papa, i vescovi, l’opinione pubblica cattolica. Non è accaduto nulla di tutto questo. Gianni Letta ha dovuto minacciare le dimissioni per convincere Berlusconi a mettere giù due righe di «dissociazione». Può dissociarsi soltanto chi è associato e tuttavia nei giorni successivi, mentre il lento assassinio di Boffo continua, non si ode una parola di disagio dell’editore-premier a dimostrazione che il vincolo dell’associazione è ben più stretto di quella rituale presa di distanza: Berlusconi vuole far sapere Oltretevere che non ammette né critici né interlocutori né regole.
Il secondo indizio è documentale. Il 21 agosto, Mario Giordano, direttore del Giornale, è costretto a lasciare la poltrona a Brighella. Ne spiega così le ragioni ai suoi lettori: «Nelle battaglie politiche non ci siamo certi tirati indietro (…) Ma quello che fanno le persone dentro le loro camere da letto (siano essi premier, direttori di giornali, editori, ingegneri, first lady, body guard o avvocati) riteniamo siano solo fatti loro. E siamo convinti che i lettori del Giornale non apprezzerebbero una battaglia politica che non riuscisse a fermare la barbarie e si trasformasse nel gioco dello sputtanamento sulle rispettive alcove». Giordano non poteva essere più chiaro: mi è stato chiesto (e da chi, se non dall’editore-premier?) di fare del mio quotidiano una bottega di miasmi, per decenza non me la sono sentita e lascio l’incarico a chi quel lavoro sporco è disposto a farlo. Che il Giornale sia diventato un’officina di veleni lo conferma un redattore in fuga. Luca Telese, sul suo blog, racconta di dossier e schifezze già pronte al Giornale contro «giornalisti o parenti di giornalisti di Repubblica». L’indiscrezione è confermata in Parlamento da «uomini vicini al premier» (la Stampa, 29 agosto)
Il terzo indizio è, diciamo così, politico e cronachistico. Berlusconi, incapace di governare nonostante i numeri in eccesso e un’opposizione fragile, ha «rinunciato al suo profilo riformatore» (Il Foglio, 31 agosto). Non ha più alcun "fine". Difende soltanto "i mezzi", il suo potere personale. Lo vuole assoluto. Conosce un unico metodo per tenerselo ben stretto nelle mani: un giornalismo pubblicitario e servile che consenta di annullare ciò che accade nel Paese a vantaggio di una narrazione fatta di emozioni e immagini composte e ricomposte secondo convenienza; un racconto che elimina ogni criterio di verità; un caleidoscopio mediatico che produce un’ignoranza delle cose utile a credere in un’Italia meravigliosa senza alcun grave problema, in pace con se stessa, governata da un «Superman». Per questa ragione Berlusconi ingaggia l’obbediente Augusto Minzolini al telegiornale del servizio pubblico Rai. Per la stessa ragione, ma di segno opposto, liquida in un paio di mesi tre direttori di giornale. 2 dicembre 2008. Il Corriere della sera (direttore Paolo Mieli) e la Stampa (direttore Giulio Anselmi) rilevano il conflitto d’interessi dietro la decisione di inasprire l’Iva per Sky, diretto concorrente di Mediaset. Da Tirana, Berlusconi lancia il suo «editto»: «I direttori di giornali, come la Stampa e il Corriere dovrebbero cambiare mestiere». 10 febbraio. Enrico Mentana, fondatore del Tg5 e anchorman di Matrix, non riesce a ottenere uno spazio informativo da Canale5 per raccontare la morte di Eluana Englaro. Protesta. L’Egoarca lo licenzia su due piedi. In aprile l’editto di Tirana trova il suo esito. Il 6, Mieli lascia il Corriere. Il 20, tocca ad Anselmi. Mentana non è più tornato in video. Anselmi e Mieli non fanno più i giornalisti. Hanno davvero cambiato mestiere.
Il quarto indizio contro Berlusconi è concreto, diretto e recente. Quando non può licenziare o far licenziare i giornalisti che hanno rispetto di se stessi, Quello-Che-Comanda-Tutto organizza contro di loro intimidazioni: trascina in tribunale Repubblica colpevole di avergli proposto dieci domande e l’Unità per gli editoriali – quindi, per le opinioni – che pubblica. O dispone selvagge aggressioni. È il responsabile politico dell’assassino morale di Boffo preparato da Brighella. La maschera salmodiante combina campagne di denigrazione contro l’editore e il direttore di questo giornale. Poi l’editore-premier – come utilizzatore finale – si incarica di far esplodere quelle calunnie con pubbliche dichiarazioni rilanciate al tiggì della sera dall’obbediente Minzolini, che tace su tutto il resto.
Questa è la scena del delitto perfetto della realtà e del giornalismo. Sono in piena luce gli assassinii, gli assassinati, gli uccisori, il mandante. Vi si scorge anche un coro soi-disant neutrale. Vi fanno parte politici di prima e seconda fila che dicono: basta, torniamo alla realtà dei problemi del Paese. È proprio vero che «la pratica del potere ispessisce le cotenne». Queste teste gloriose, soffocate nella propria autoreferenzialità, non comprendono che è appunto questa la posta in gioco: la possibilità stessa di portare alla luce la realtà, di evitarne la distruzione, di raccontarla; di non fare incerta la distinzione tra reale e fittizio come Berlusconi pretende dai giornalisti anche a costo di annientare chi non accetta di farsi complice o disciplinato. Il dominio di Quello-Che-Comanda-Tutto passa, oggi e prima di ogni altra cosa, da questa porta. La volontà di tanti giornalisti "normali" che chiedono soltanto di fare il proprio lavoro con onestà e dignità ne esce umiliata. La loro inazione oggi non ha più una ragion d’essere di fronte alla brutalità dei "delitti" che abbiamo sotto gli occhi. La prudenza che induce tanti, troppi a decidere che qualsiasi azione o reazione sia impossibile, non li salverà. Il conformismo non li proteggerà. Il mandante dei delitti è un proprietario che conosce soltanto dipendenti docili e fedeli. Se non lo sei, ti bracca, ti sbrana, ti digerisce.
Si parlerà del piano casa per i giovani al Consiglio dei ministri di oggi, anche se le misure annunciate da Silvio Berlusconi non sono ancora state tradotte in un articolato pronto per l'esame collegiale del Governo.
Fonti di Palazzo Chigi confermano che aggi il tema potrebbe emergere nell'ambito di una più generale discussione imperniata su terni economici e ricordano che la misura annunciata dal premier si raccorda al più ampio progetto del social housing. Progetto cui collabora anche l'agenzia del Demanio, che, come riporta l'agenzia Radiocor, sta portando avanti il censimento dei beni demaniali - aree e immobili - passibili di un utilizzo e di una riconversione all'insegna dell'edilizia a basso costo. Allo stesso fine contribuiranno anche le strutture gestite dagli ex Iacp, con la vendita, anche ai giovani sposi, con mutuo a tasso agevolato, o con la demolizione e costruzione di nuovi edifici. Il patrimonio ex lacp interessate dal piano conta circa un milione di appartamenti,
Non è, però, ancora terminata la mappatura del Demanio, per selezionare il parco aree al servizio del piano casa, E' poi scontato che per il piano serva la collaborazione di Regioni e Comuni, sia per le procedure urbanistiche che per l'individuazione di ulteriori aree a basso costo.
Fondamentale poi il ruolo dei privati, che hanno preso molto sulk serio l’ultimo annuncio di Berlusconi. «Ned abbiamo parlato a lungo questa mattina in un incontro anche con il mondo delle cooperative», riferisce Claudio de Albertis, presidente dei costruttori di Milano (Assismpredil), la città che più di altre sta sperimentando le soluzioni di social housing. «I1 ragionamento di Berlusconi é giusto - giudica de Albertls - oggi ci vogliono interventi di grandi dimensioni, con prodotti pensati per singole categorie, come appunto le giovani coppie. Un esempio è quello che si è fatto in Abruzzo, dove si é realizzato un prodotto in tempi rapidi che costa meno». C'e pero ancora molto da fare, secondo il presidente dei costruttori privati milanesi, su vari fronti: «Il quadro normativo é quella del 1950, sotto il profilo architettonico, igienico-sanitario e tecnologico», Sul prodotto «bisogna aprire il confronto a progettisti per lavorare sull'innovazione di qualità e di prestazione. All'Aquila ho visto progetti molto belli da un punto di vista architettonico. C'è effettivamente una nuova stagione che si apre». «C'è poi il problema finanziario, risolvibile con un mix di possibilità per mantenere basso il costo del denaro, e in ogni caso con l'equity di imprese e operatori», l poi c'è la gestione: se si pensa al riscatto o al patto di futura vendita, la gestione pesa per anni sull'operatore privato.
L'annuncio del premier non convince 1'Anci. «Del progetto cento cîtta avevo sentito parlare tre anni fa, quando una delegazione del governo Prodi, insieme a imprenditori, si recò in Cina per studiare un progetto per il contenimento della forte ondata migratoria che dalle campagne portava la popolazione cinese verso le città - commenta il presidente della consulta Casa dell'Anci, Roberto Tricarico -, Evidenetemente il governo Berlusconi intende mutuare quel progetto adattandolo all’Italia, che invece dovrebbe lavorare per usare lo spazio esistente al Nord come al Sud, conseguente al processo di deindustrializzazione del Paese».
Passeggiando per le strade dell'Isola verso l'ora di pranzo, quando i negozi sono chiusi e la gente è impegnata in un pranzo fugace per affrontare l'ennesimo, caldo e snervante pomeriggio di estate milanese qualsiasi, le serrande colorate sono la prima cosa che salta agli occhi. E i colori sono disposti con cura, costruiscono visionari scenari metropolitani; ma questi colori sono soprattutto testimonianza di un'altra città. Sono i ricami di un tessuto urbano vivo e pulsante. Le saracinesche volute da Isola Art Center sono una risposta allo sgombero e alla demolizione della Stecca degli Artigiani. Mentre nei salotti del potere si disegnano le nuove piantine del quartiere, mentre i parchi spariscono e i cantieri si moltiplicano, mentre si sta di fatto rinunciando all'idea stessa del coinvolgimento dei cittadini nei processi politici che portano a decisioni così importanti, una parte dell'Isola non ci sta. Queste persone cercano oggi una soluzione alternativa al diktat edilizio del progetto Porta Nuova che all'Isola ha portato alla sostituzione di un parco pubblico con costruzioni residenziali, centri commerciali e grattacieli. Ci sono anche spazi verdi nel nuovo progetto, ma si tratta di strisce di terra; questo nuovo verde crescerà infatti sopra i parcheggi sotterranei, senza sufficiente profondità perché le piante possano mettere le radici, diventando poco più che una distesa di erbetta decorativa.
Sono tante le voci che lo definiscono un progetto discutibile. E così sono spuntate le saracinesche colorate. Ai margini dei cantieri dei colossi Hines e Ligresti, responsabili e proprietari di gran parte delle planimetrie del progetto comunale, è cresciuta l'alternativa. All'avanguardia.
Un sarcastico bosco orizzontale sale sul ferro arrugginito di un elettricista, un bozzetto di un parco possibile per il quartiere rende meno monotona la vetrina di un alimentari, un chiosco di giornali che denuncia l'abbellimento strategico voluto da Manfredi Catella e dalla Moratti se ne sta da solo in mezzo a una piazza. La realtà è che sono moltissimi gli artisti coinvolti in questo progetto di rilancio anche estetico dell'Isola che nasce direttamente dal basso, in questo tentativo popolare di riappropriarsi con i mezzi dell'arte di una certa idea di bellezza possibile e condivisibile da tutti, per cercare di far sì che una buona volta siano gli abitanti a prendere le decisioni, i cittadini a scegliere il loro futuro e il loro cemento. E così, mentre dall'alto tentano di convincere il pubblico con l'estetica americana anni ottanta del grattacielo altissimo e portatore dei valori di progresso e felicità irraggiungibili dalla maggioranza, il quartiere si riappropria di un futuro realmente possibile dove la condivisione delle esperienze costituisca la base per costruire un quartiere di tutti e un laboratorio di nuove proposte sociali.
Sono queste le persone che all'Isola criticano e mettono in discussione le verità del mainstream e che si lasciano quindi provocare dall'instancabile fruscio lussemburghese della voce di Bert Theis e dall'energia di tutti gli artisti e attivisti di Isola Art Center, convinti che, nonostante tutto, la parola fine sia ancora da scrivere. L'idea del Centro per l'Arte e il Quartiere, al quale lavorano anche il Comitato I Mille e i genitori delle scuole Confalonieri, è quella di chiedere alla maggior parte dei commercianti di partecipare attivamente donando i propri spazi privati all'attività di protesta, con lo scopo di impedire la cementificazione e la privatizzazione dei giardini fra via de Castilla e via Confalonieri, storico polmone verde dell'Isola, e che ora è parte del massiccio progetto privato Porta Nuova .
Mariette Schiltz, artista e compagna di Bert Theis si rammarica della poca attenzione che i giornali dedicano alla loro campagna contro la speculazione edilizia all'Isola: «Da quando hanno scelto Stefano Boeri come architetto del progetto ci siamo ritrovati quasi tutti contro, compresa la maggioranza del centrosinistra. Come mai?» E Bert interviene con un'ipotesi: «Personaggi milanesi del mondo della cultura di sinistra o ex di sinistra, come nel caso di Boeri, sono troppo importanti per essere criticati. Boeri ad esempio non è solo un architetto, ha tutta una sua rete di contatti, è direttore di una rivista di architettura, ha tanti amici, è quasi intoccabile.» Mentre Mariette parla arriva la notizia che il Tar ha bloccato le varianti che erano state fatte nel 2005 al progetto Garibaldi- Repubblica, anche nell'area dove c'erano i giardini dell'Isola e oggi ci sono i cantieri, e quindi adesso: «devono diminuire le costruzioni e aumentare il verde - dice Mariette - sono nei pasticci, devono fermare i lavori, che si basano sulle varianti bloccate, questo dimostra che le cose non si fanno così, speriamo...».
Esiste anche una parte del mondo culturale milanese, tra cui la Naba (Nuova accademia di belle arti di Milano), tante associazioni della rete Incontemporanea che sostengono i progetti artistici e collettivi di Isola Art Center. Il sostegno internazionale invece viene da istituzioni come Platform Garanti di Istanbul o i musei di Ginevra, di Lussemburgo e di Eindhoven. Isola Art Center quando parla dei suoi tentativi parla anche degli uomini, degli abitanti dell'Isola perché solo coinvolgendo le persone si può cercare di creare un'alternativa al potere in mano ai pochi che stanno di fatto decidendo il futuro di un intero quartiere. «Ogni progetto artistico deve essere legato ad un progetto sociale, altrimenti l'arte rimane solo quella del museo, è chic ma non incide; la gente deve sentirsi parte di una comunità, deve coltivare le relazioni umane e sentirsi in grado di incidere nelle decisioni.» E tra i cittadini c'è Xabier Iriondo che vive all'Isola da sempre, ha un negozio di strumenti musicali in piazzale Segrino e ospita le iniziative di Isola Art Center. Xabier è preoccupato di quello che sta succedendo: «L'idea di ridimensionare completamente il quartiere e di portarlo a diventare un luogo di passaggio e di fruizione di nuovi servizi, come li chiamano, è sbagliato. Questo non è un quartiere di grandi boulevards, è pieno di sensi unici e strade strette. Quello che vogliono fare è l'esatto opposto di quello che ha bisogno l'Isola. Un traffico su ruote imponente senza avere parcheggi è follia pura. Stanno ribaltando l'impianto urbanistico, in nome di interessi privati. Non si può accettare. «È quindi fondamentale fare politica, occuparsi della polis in un modo diverso dalle istituzioni» dice Bert Theis. Xabier è d'accordo e aggiunge che partecipa perché si sente minacciato dal progetto anche nelle sue vesti di commerciante. «Bisogna mettersi realmente in gioco e lottare contro i poteri forti. La soluzione può arrivare solo dal basso.».
L'Osterialnove è un bellissimo ristorante in via Thaon di Revel, il suo proprietario, Alfredo Galimberti si dice contrario al progetto: «Sono dei progetti assurdi, dice Alfredo, che io da ex architetto non avrei mai realizzato. Invece che fare solo palazzi residenziali, io farei grandissimi parchi. Così ci guadagnano solo i ricchi, le multinazionali e non la gente normale». Ci sono poi due signori cileni, Leonardo Luque e Mariana Huidobro, che hanno una libreria in via Pollaiuolo, Puerto de Libros. Leonardo è al fianco di Bert, tutte e due non sono nati qui ma entrambi si sentono a disagio per la situazione delicata del quartiere: «I problemi sono infiniti. Il primo problema è un problema morale, etico. C'è una forma di resistenza ma esiste anche una certa ignoranza che impedisce analisi giuste della situazione. I cambiamenti si presentano sempre con una veste fantastica ma poi Quello che si deve fare è informare, lottare e recuperare una dimensione collettiva». Mariana è ancora più arrabbiata :«Noi vorremmo fare cose che sono troppo difficili da fare. La gente è chiusa. Il problema non è solo dell'Isola e di Milano. È un problema più grande. Quello che noi dobbiamo fare è aprire le porte ai cambiamenti, ma bisogna trovarsi, discutere e lottare».
Tra via Borsieri, Porro Lambertenghi e piazzale Segrino ci si imbatte in altre opere d'arte e in altri commercianti stufi della situazione, che hanno donato le loro serrande agli artisti. La ditta di Giuliano Vecchiato in via Borsieri ha ospitato l'opera forse più rappresentativa, realizzata da OsservatorioinOpera, che ironizza sul progetto di Boeri, il bosco verticale, e si stupisce del successo che ha avuto sui suoi clienti: «La gente si ferma, mi chiede. Voglio che rimanga così perché può essere uno spunto di riflessione».
Anche Michele Carulli, macellaio al mercato comunale è in linea con la protesta. È un uomo sorridente Michele e, dietro il suo bancone di vetro che riflette la sua immagine mentre taglia una bistecca di manzo, si rammarica del cambiamento che subisce il quartiere. «Io faccio il macellaio, ma mi interesso di problemi sociali, non parlo solo di donne e di calcio, per me è normale. Ho paura del cemento ma soprattutto mi chiedo: Chi può accedere a quel tipo di immobile? Chi ? Pochissimi». Michele poi finisce di tagliare la carne, la intinge in un intingolo di rosmarino e olio, la incarta e ce la offre: «Alla griglia è buonissima.». Semplicemente buona, ci fidiamo.
Ha ragione Rosa Serrano (la Repubblica, 28 agosto) di parlare di «fai-da-te» delle regioni sul «piano-casa», con conseguente «giungla di regole». Ma c’è di più. L’accordo-beffa del 1° aprile (data ben scelta, non c’è che dire) prevedeva una precisa sequenza: il governo s’impegnava a emanare entro 10 giorni un decreto-legge di «semplificazioni normative», di fatto un maxi-condono edilizio preventivo; le regioni avevano poi tre mesi di tempo per emanare le proprie norme. Cinque mesi sono passati senza che il governo abbia emanato il suo decreto; intanto, come ha scritto Rosa Serrano, «sono 12 le leggi già pronte, altre 8 allo studio», ma alla scadenza di tre mesi di cui all’accordo del 1° aprile solo due regioni (Toscana e Umbria) e la provincia autonoma di Bolzano avevano emanato la propria legge. È dunque evidente che l’accordo del 1 aprile è saltato.
Una cosa hanno in comune le norme regionali, varate o da varare: sono illegittime, perché prevedono deroghe al Codice dei Beni culturali e ad altre leggi dello Stato, dunque vanno oltre la competenza delle regioni. L’ordine logico e cronologico è quello previsto il 1° aprile: prima una legge-quadro statale, dopo le leggi regionali, di natura attuativa. Se il governo le impugnasse alla Corte Costituzionale, cadrebbero con un sol colpo di bowling, ma è improbabile che accada. Due gli scenari possibili: primo, il governo aspetta che tutte le regioni abbiano fatto la propria leggina per poi «adeguarsi» con una legge nazionale giustificata, esautorando il Parlamento, come l’esito di una spinta dal basso. Secondo scenario: la norma nazionale non viene mai emanata, il governo fa finta che l’accordo del 1 aprile sia un surrogato della legge e, in connivenza con le regioni, omette di impugnare le loro leggine davanti alla Corte, come dovrebbe.
In questo teatrino della politica, vittima della beffa è il paesaggio come bene comune, cioè noi. L’aggiunta di volumetrie vietate fu l’oggetto dei condoni edilizi di Berlusconi deprecati dalla sinistra; ma ora le regioni «di sinistra», sbandierando la dubbia etica del male minore, difendono il proprio piano-casa con un argomento miserevole: perché esso consente devastazioni minori di quelli delle regioni «di destra». La differenza fra destra e sinistra non è dunque nel rispetto delle leggi, ma nella misura in cui esse vengono violate. Per esempio l’Umbria, la cui presidente Lorenzetti aveva dichiarato all’Unità che il piano-casa di Berlusconi «favorisce l’abuso e distrugge il territorio», ha prodotto una legge che legittima persino l’abbattimento degli uliveti (in Umbria!) in favore di progetti edilizi. Italia Nostra ha denunciato il «piano per la cementificazione dell’Umbria» alla Commissione Europea per infrazione del principio di sviluppo sostenibile, e ha chiesto al governo di impugnarlo per incostituzionalità.
La convergenza fra governo e «opposizione» non è un caso, è il cuore del problema. La nuova disciplina di tutela del paesaggio, che prevede la pianificazione congiunta Stato-Regioni e «il minor consumo del territorio», è in un Codice bipartisan, prodotto da due governi Berlusconi e da un governo Prodi. Ma non meno trasversale è stata la decisione di rinviarne tre volte l’entrata in vigore, ora prevista al 1° gennaio 2010. Intanto, la devastazione dell’agro romano continua quale che sia il segno politico delle amministrazioni regionale e comunale. L’ottimo rapporto 2009 della Società Geografica Italiana (curato da Massimo Quaini) analizza il caso di Malagrotta, luogo di nuove lottizzazioni con 50.000 abitanti e di alcuni ipermercati, ma anche di una raffineria petrolchimica e della più vasta discarica d’Europa, che assorbe ogni giorno 5000 tonnellate di rifiuti, compresi (fino al 2008) i fanghi di depuratori e fogne: la gloriosa Campagna romana è diventata un paesaggio di morte. L’amministrazione dei beni culturali ha dato da poco un ottimo segnale con un vincolo di tutela paesaggistica (applicando per la prima volta l’art. 138 del Codice) sul vasto territorio a sud di Roma (fra Laurentina e Ardeatina), dove casali, torri e acquedotti ancora connotano un paesaggio amato da Goethe e Stendhal. Eppure Comune e regione sono subito scesi in campo: per Alemanno il vincolo è un «fulmine a ciel sereno», per la regione Lazio è inaccettabile perché «non tiene conto della pianificazione intrapresa». Destra e sinistra accorrono in soccorso dei palazzinari che vogliono cementificare anche questo lembo prodigiosamente (quasi) intatto di Campagna. Il Ministero ha finora resistito, e questo vincolo sull’agro romano, per la sua straordinaria importanza, ha ormai il valore di un simbolo e di una cartina di tornasole. Questa istruttiva vicenda mostra che l’amministrazione dei beni culturali (lo Stato) ha a cura la tutela del paesaggio molto più delle amministrazioni locali; la partita fra Stato e regioni è assai più decisiva della differenza di colore politico fra Veltroni e Alemanno o fra Storace e Marrazzo.
Il paesaggio è il grande malato d’Italia. Il rapporto Istat 2009 registra un incremento del costruito di 3,1 miliardi di metri cubi nel decennio 1995-2006, nonché l’evoluzione in senso meramente consumistico del rapporto popolazione-territorio, che va verso «la saturazione territoriale, in nessun caso sostenibile». Ma i dati Istat sono approssimati per difetto: nel 2008 l’Agenzia del Territorio ha scoperto un milione e mezzo di fabbricati abusivi, una vera megalopoli fantasma (Paolo Biondani sull’Espresso del 6 agosto). Come ha scritto Romano Prodi, «la devastazione del territorio continua e sarà ricordata anche fra molti secoli come il documento più buio dell’Italia del dopoguerra» (Il Messaggero, 26 agosto). Una situazione così drammatica impone di fermarsi a pensare. E’ necessario ripartire dai valori della Costituzione: il paesaggio come bene comune, luogo identitario, orizzonte del benessere e della qualità della vita. Nell’incultura e incoerenza diffuse in tutte le forze politiche, resta un soggetto che può e deve riaffermarlo con forza. Noi, i cittadini.
La guerra ingaggiata dai paesi totalitari contro la libertà di informazione su Internet costituisce la manifestazione ultima e spettacolare di un conflitto secolare, di una insofferenza di tutti i poteri costituiti nei confronti di chi agisce per rendere trasparente e controllabile il loro operato. È una vicenda lunga, accompagna la nascita dell’opinione pubblica moderna, che riesce a strutturarsi e a far crescere la sua influenza proprio grazie al ruolo della stampa. Qui è la radice di un processo che, insieme, dà senso alla democrazia e fa progressivamente emergere la stessa stampa come potere, il "quarto potere", al quale ne seguirà un "quinto", identificato nella televisione: poteri oggi unificati dal riferimento comune al sistema della comunicazione.
Non dimentichiamo che la democrazia è anche, e forse soprattutto, governo "in pubblico". Una caratteristica istituzionale affidata per lungo tempo quasi esclusivamente al parlamento, la cui funzione "teatrale" significava appunto che la politica doveva svolgersi su una scena visibile al pubblico. Una funzione prima accompagnata, poi appannata, infine spesso cancellata dal trasferimento della politica sulla scena televisiva: non è un caso che una trasmissione come "Porta a porta" sia stata definita "una terza Camera". Sono così cresciuti ruolo e responsabilità del sistema informativo. E la definizione della stampa come quarto potere significava proiettarsi al di là della tripartizione di Montesquieu, rafforzando proprio la funzione di garanzia che, nel dilatarsi del ruolo dello Stato e nell’ampliarsi della sfera pubblica, non poteva essere pienamente assicurata nell’ambito delle tradizionali strutture istituzionali. La stampa prima, e l’intero sistema della comunicazione poi, si presentavano così come luogo della libertà e di una nuova forma di rappresentanza della società.
Ma questa trasformazione portava con sé anche l’allargarsi dell’area del conflitto, e un ricorso diffuso a strumenti capaci di controllare il sistema dell’informazione. Si tratta di tecniche ben note, dalla censura al condizionamento economico, dal regime proprietario all’accurata selezione di giornalisti compiacenti, dalle minacce all’eliminazione fisica. Tecniche che continuano a convivere, caratterizzate tutte da un’intima carica di violenza. L’italiano Antonio Russo scompare in Cecenia; Anna Politkovskaja è divenuta il simbolo di una indomabile devozione alla libertà che può essere spenta solo con l’assassinio; Yahoo! si fa complice del governo cinese svelando il nome di un giornalista che aveva inviato alcune notizie negli Stati Uniti, Shi Tao, che così può essere arrestato e condannato a dieci anni di carcere. Sono soltanto tre esempi di uno stillicidio quasi quotidiano, di una irresistibile voglia di bavaglio di cui ci parlano vicende recenti in Cina, Birmania, Iran.
Ma non sono soltanto i regimi totalitari e autoritari a doverci inquietare. Nei paesi democratici il carattere pervasivo dei diversi strumenti di comunicazione, che strutturano la sfera pubblica, fa crescere le pretese di un potere politico che considera appunto il sistema della comunicazione come uno strumento essenziale per acquisire e mantenere il consenso. Si opera così un capovolgimento istituzionale. Il sistema dell’informazione vede alterata la propria natura e si trasforma in strumento servente di un potere che, insieme, si libera del controllo esterno e accentua il suo controllo sulla società.
Tutto questo avviene in forme che mantengono l’apparenza del pluralismo. A che vale, però, l’offerta di centinaia di canali televisivi se le centrali di produzione dei contenuti sono nelle mani di monopolisti, obbediscono alla stessa logica, hanno gli stessi "azionisti di riferimento"? Rendere possibile l’esposizione di ciascuno al massimo possibile di opinioni diverse è ormai la condizione fondamentale per il funzionamento dei sistemi democratici. Altrimenti la democrazia pluralista si trasforma in un guscio vuoto. Di questo è ben consapevole il nuovo "Zar dell’informazione", Cass Sunstein, nominato da Obama proprio per affrontare i nuovi problemi del sistema della comunicazione, che ha proposto per i siti Web particolarmente influenti l’obbligo di indicare un collegamento con siti che manifestano opinioni diverse. E, proprio per allentare la presa dei vari centri di potere sull’informazione, in Francia si prepara un sistema di calcolo dei tempi televisivi che escluda privilegi per lo stesso Sarkozy, mentre in Gran Bretagna si guarda alle tv private in un’ottica che tenga conto della funzione pubblica che anch’esse rivestono.
Rispetto a tutto questo, la situazione italiana si configura non solo come eccezione, ma come profonda deviazione. Consideriamo un caso davvero esemplare per il rapporto potere, informazione, cittadini. Un recente rapporto Censis ha rilevato che il 69.3% degli elettori forma le proprie opinioni in base alle informazioni fornite dai telegiornali. Il controllo dei telegiornali, dunque, è un veicolo essenziale per l’acquisizione del consenso. E il fatto che si tratti di una informazione quasi monocorde, ridotta a un denominatore davvero minimo, che nega alla radice il pluralismo, altera i caratteri democratici del sistema e svela pure il carattere ormai ingannevole dei sondaggi, la cui attendibilità dipende dall’ampiezza del patrimonio informativo di cui dispone ciascuno degli interrogati.
Ma la normalizzazione del sistema televisivo evidentemente non basta. E così, con una mossa tipicamente autoritaria, si vuole normalizzare anche la stampa, spegnendone le voci dissenzienti. Non si commetta l’errore di ritenere che, in definitiva, siamo di fronte a casi isolati, di cui ci si può disinteressare. Le resistibili ascese sono sempre cominciate così – ci ammonisce la storia dei rapporti tra stampa e potere. Quando, poi, ci si accorge che quello era solo un primo passo, che si voleva colpirne uno per educarne cento, può essere troppo tardi.
C’era una volta la Punta della Dogana. Un punto cardinale, un luogo magico. L’ombelico di Venezia, della laguna, un tempo dell’intero Adriatico. L’anti-monumento verso cui guardano tutti i monumenti, a incominciare dalle chiese del Palladio che si affacciano sul Bacino di San Marco. Se uno vuole capire che cosa è urbanistica vada a fare quattro passi su quel triangolo di terra che separa le acque del Canal Grande da quelle del canale della Giudecca. Credo che pochi edifici al mondo siano riusciti meglio ad integrare contesto ambientale, funzionalità, estetica. Un controcanto tra il massimo del barocco (e del sacro) del cupolone di marmo della Madonna della Salute di Baldassarre Longhena e l’essenzialità piana, bassa della teoria dei saloni di mattoni, depositi di granaglia e mercanzie varie (navate di una cattedrale laica al lavoro e ai mercati) che formano la Dogana da Mar disegnata (nel 1677) da Giuseppe Belloni, un ingegnere idraulico, “sottoposto del Magistrato alle Acque”, che per rispetto di tanto contesto e nella consapevolezza dell’azzardo dell’inserimento si è concesso (oltre all’essenziale) solo un simbolico segno architettonico, una torretta che fa da piedistallo ad un mappamondo (una sfera dorata, un punto luminoso) e una fortuna alata che ancora oggi segna la direzione del vento ai naviganti. Insomma uno dei tanti contrasti che catturano il cuore e la testa del visitatore della città d’acqua che ha ispirato Calvino per parlare della città, di qualsiasi città immaginabile.
Non solo. L’edificio in sé risolve in pianta – con evidenza assoluta – una tensione tra la proiezione dell’angolo acuto del triangolo che si slancia in mezzo al Bacino di San Marco, e le capriate ortogonali dei magazzini, scansite dalle grandi porte d’acqua sovrastate da archi nei due prospetti, come onde mosse dalla prua della nave Dogana. Un “taglio” a pelo d’acqua e una “increspatura” ortogonale lunga otto capriate a scalare. Cesure e congiunzioni.
Una lettura così facile e persino banale della “fabbrica della Dogana” che si faceva al primo esame di restauro della indimenticata professoressa Egle Trincanato all’Istituto universitario di architettura. Un corso che evidentemente non ha frequentato l’archistar Tadao Ando, giapponese “architetto autodidatta”,” meglio noto per edifici che ha progettato interamente” (come si legge onestamente nella, brutta, pubblicazione, Punta della Dogana François Pinault Fondation, Beaux arts èdition, 12 Euro), grande esperto di cemento, tanto da averlo definito “il marmo del XX secolo”, giunto in laguna compreso nel pacchetto “chiavi in mano” (restauro, allestimento, gestione) del nuovo centro espositivo permanente d’arte contemporanea che lo Stato italiano nelle sue varie articolazioni istituzionali e sfaccettature politiche (ministeri, sopraintendenze, Regione, Comune) ha deciso di appaltare, offrendo in concessione per 99 anni la Punta della Dogana a privati facoltosi. Ma a presentarsi sono stati solo due “collezionisti”: la più nota fondazione Guggenheim e, il vincitore, François Pinault, già subentrato alla famiglia Agnelli nella gestione di palazzo Grassi.
Non sappiamo e non vogliamo discutere qui se Venezia avesse più bisogno di un nuovo museo d’arte, piuttosto che di una adeguata sede per l’Accademia delle Belle Arti, o per gli archivi storici, o per sevizi sociali ai residenti o d’accoglienza per turisti, che potrebbero accampare qualche diritto di prelazione essendo la vera moderna mercanzia della città. Basti sapere che nessun dibattito ha coinvolto le assemblee elettive e tantomeno i cittadini. La questione è che il progetto del signor Ando ha letteralmente sventrato due degli antichi capannoni (per costruirci un cubo del suo prezioso cemento armato), tagliato in due in altezza altre capriate, oscurato con una grata di bande di ferro intrecciato tutti i portali, compresi i finestroni del “belvedere”, interdetto l’entrata principale dalla Torre, aperto lucernai, fatto sparire pavimentazioni antiche, montato uno scatolotto di vetro sulla fondamenta a protezione della scultura di Charles Ray, Boy with Frog. Prossimamente saranno eretti due obelischi (in cemento, vera ossessione di Ando) sul campo della Madonna della Salute, contro cui si sta però battendo Italia Nostra.
14 mesi il tempo del restauro, 20 milioni di euro il costo dei lavori, cinque mila metri quadrati la superficie utile per esporre le passioni private accumulate da un multimiliardario con un patrimonio stimato dalla rivista americana Forbes nel 2007 in 14,5 miliardi di dollari, questo lo rende il 34esimo uomo più ricco del mondo. Grande amico dell'ex-Presidente della repubblica francese Jacques Chirac e dell’ex ministro alla cultura Jean-jacque Aillagon, che di François Pinault scrive sul suddetto catalogo una agiografia esilarante: “Nessun atavismo lo predisponeva, nessuna eredità lo invitava, nessun contesto lo determinava. E’ dunque una sorta di libero arbitrio o, ad ogni modo, una singolare capacità di non opporre alcuna resistenza inutile alla grazia, al richiamo, alla vocazione che lo stimolavano, che gli ha permesso (sempre a François Pinault, ndr) di fare dell’arte la passione essenziale di una vita, peraltro già piena”. Un tempo queste parole venivano usate per principi e papi che si distinguevano per mecenatismo. Con il neoliberalismo i grandi committenti diventano gli imprenditori. Ma come un tempo - quando si studiava, oltre che il restauro anche la storia sociale dell’arte - ci permettiamo di mettere in discussione il loro disinteresse. Dovete sapere che il nostroFrançois Pinault possiede e gestisce la catena di vendita e produzione di beni di lusso PPR ed è anche proprietario della holdingArtemis S.A.che possedeva Converse (ora di proprietà della Nike), Samsonite, il Vail Ski Resort nel Colorado e la prestigiosa casa d'aste Christie's. Insomma compra e vende marchi, inventa e promuove mode, gusti, stili di riferimento. In una società tecnologicamente avanzata come la nostra, dove le difficoltà non risiedono più nel produrre (a quello ci pensano i nuovi proletari di Cindia) ma nel riuscire a vendere, la creatività, le dimensioni immateriali, gli attributi simbolici ed estetici sono ciò che più fa aumentare di valore le merci. Gli oggetti materiali sono solo supporti poveri, quel che conta nella produzione di plusvalore è la capacità delle merci di attrarre e stimolare i consumatori, di allargare i mercati, di accelerare l’obsolescenza dei messaggi. Questo, signori, è biocapitalismo; quello che ti legge nel cervello e che ti scorre nelle vene.
Nel signor Pinault l’arte come forma di esplorazione dei sentimenti umani si fonde magnificamente con l’arte di espandere i propri business. Peccato che per farlo abbia deciso di appropriarsi di uno dei più bei luoghi del mondo e di adattarlo alle proprie finalità, megalomani e banalizzanti. Peccato che le istituzioni culturali (sopraintendenze, università, commissioni di salvaguardia) siano ridotte a zerbini dei promotori/costruttori. Peccato che le istituzioni politiche intendano il loro ruolo come ufficiali liquidatori del suolo e dei beni pubblici.
Il progetto di riqualificazione delle cascine verrà presentato con il masterplan di Expo l´8 settembre. Un piano di massima preparato dal Comune e dal Politecnico che prevede il rilancio dell´agricoltura di prossimità all´interno del Parco Sud, ma anche l´ipotesi di trasformare le cascine abbandonate e degradate che non si possono salvare in strutture per il turismo e in spazi per il terzo settore. E per rilanciare l´agricoltura cittadina nasce anche un comitato di cui fanno parte, oltre al Politecnico, Coldiretti, Sloow Food, Esterni, Vita e il consorzio Sir.
Cascine Expo: potrebbe chiamarsi così il progetto di riqualificazione delle cascine di Milano e dell´hinterland che verrà presentato l´8 settembre insieme al masterplan dell´esposizione universale 2015. Un progetto di massima, messo a punto dal Comune insieme al Politecnico, che rivede completamente il sistema dei casolari, in parte funzionanti in parte abbandonate, che risiede soprattutto all´interno del Parco Sud. E sostenuto dal neonato comitato che riunisce, oltre all´università, anche la Coldiretti, Slow Food, Esterni, l´associazione Vita e il consorzio Sir, istituitosi prima dell´estate per promuovere il progetto e cercare l´adesione di chi attualmente opera nelle cascine.
«La riqualificazione delle cascine di Milano e dell´hinterland potrebbe essere una delle eredità che l´Expo lascia alla città dopo il 2015 - spiega l´assessore all´Urbanistica Carlo Masseroli - L´Esposizione può essere un´opportunità importante per ricucire una grossa ferita della nostra città mettendo insieme tradizione e innovazione». Da mesi Masseroli lavora insieme ai colleghi di giunta Giovanni Terzi, responsabile dell´Agricoltura, e Gianni Verga, del Demanio, a un piano di rilancio di uno dei beni più nascosti del territorio, procedendo prima con una mappatura dell´esistente poi con incontri con chi già opera sul territorio. Un´indagine che sta iniziando a delineare il futuro delle cascine. Il progetto punta soprattutto sul rilancio dell´agricoltura di prossimità, ma prevede, là dove non si possono salvare gli antichi edifici, anche la trasformazione delle strutture degradate e abbandonate in bed & breakfast e agriturismi, oltre a spazi per il terzo settore che potrebbero essere dati in concessione al volontariato.
Contrario alla realizzazione di strutture per il turismo Maurizio Baruffi, capogruppo dei Verdi a Palazzo Marino. «La sfida è il rilancio dell´agricoltura, rendendola economicamente appetibile, magari anche per un giovane - commenta il consigliere - Il Comune dovrebbe fare uno sforzo per sostenere chi vuole investire in questo settore, non certo puntare sull´aumento delle volumetrie. Quindi ben vengano progetti di ristrutturazione, ma non se l´idea è quella di utilizzare parte dei terreni verdi per nuove edificazioni o strutture ricettive e alberghiere».
Il provvidenziale flop (per ora) del piano casa versione Bassolino è l’ultimo episodio di una complessa partita che il centrosinistra campano sta giocando da quindici anni con se stesso e con il suo elettorato di riferimento.
All’inizio c’è il piano regolatore di Napoli, un piano subito accusato di dirigismo, e che invece rappresenta il più alto momento di democrazia partecipata che la città abbia mai conosciuto. Le scelte che quel piano proponeva furono infatti discusse in decine di assemblee pubbliche con i cittadini, le associazioni, gli operatori economici. Fu in quei mesi che il centrosinistra costruì le basi del consenso, con l’assessore De Lucia che finì inevitabilmente per divenire il volto più credibile e apprezzato della nuova amministrazione, probabilmente più ancora dello stesso Bassolino.
Incredibilmente a questo punto, invece di raccogliere i frutti del lavoro svolto dedicandosi seriamente all’attuazione del piano, lo stesso centrosinistra, che governa anche la provincia, propone un piano territoriale che sconfessa completamente il Prg del capoluogo. Tra le altre cose, il piano provinciale cancella del tutto il Parco delle colline di Napoli, la grande infrastruttura verde nata per tutelare i 2.200 ettari di boschi e masserie miracolosamente scampati al sacco edilizio, e al suo posto rispolvera le vecchie lottizzazioni. Succede il finimondo. Per bloccare il piano provinciale le associazioni ambientaliste, gli agricoltori, i comitati locali si riuniscono in un coordinamento permanente. Per un mese i media nazionali seguono con risalto la vicenda, che si conclude con le dimissioni dell’assessore, il ritiro del piano provinciale, e le pubbliche scuse su Repubblica del segretario regionale Ds.
Il centrosinistra accusa il colpo e si rimette al lavoro, anche per dimostrare di aver appreso la lezione. Viene allora il turno della Regione, che propone un piano territoriale (il primo dopo quarant’anni) che fa sua la strategia di Napoli, mettendo al sicuro centri storici, paesaggio e territorio rurale, puntando tutto sulla riqualificazione dell’esistente e sul recupero delle aree dismesse e inquinate, mettendo finalmente un freno al consumo di suolo. Così come avvenuto per il Prg di Napoli, il piano regionale viene discusso in numerose conferenze e assemblee pubbliche, con migliaia di osservazioni, valutate e controdedotte una per una. Sull’onda della massiccia partecipazione il piano viene approvato dal consiglio regionale quasi all’unanimità, in una versione addirittura migliorata rispetto a quella licenziata dalla giunta.
E’ a questo punto della storia che spunta fuori la scellerata proposta di piano casa in versione vesuviana. Una proposta incredibile che, travalicando i contenuti dell’accordo Stato-Regioni, liberalizza di fatto la riconversione abitativa delle aree produttive, anche di quelle attive, affidando l’iniziativa alla proprietà fondiaria, in deroga ai piani vigenti, esautorando a tempo indeterminato sindaci ed amministratori. Ancora una volta sarebbe il de profundis per il Prg di Napoli e per il piano regionale fresco di approvazione, se non ci fosse l’energica reazione delle associazioni, anche di quelle professionali, che reclamano il ritiro del provvedimento, o almeno la sua radicale modifica. Il consiglio regionale, convocato ad oltranza per l’approvazione, preferisce a questo punto soprassedere, grazie alla decisa presa di posizione della Sinistra, e di pochi consiglieri più avvertiti del Pd. Se ne riparlerà a settembre (cioè ora).
La morale, se è possibile trovarne una in tutta questa scombinata vicenda, è un po’ desolante, ed è quella di un centrosinistra spaventato dai suoi successi, infastidito dal consenso, fragile e disorientato quando scopre che le cose che fa sono troppo distanti da quelle appuntate nell’agenda del satrapo col cerone.
I «miglioramenti»: meno fabbriche e nuovi parchi «puliti e ben gestiti», palazzi a basso impatto ambientale e l’Ecopass, «prima vera misura antitraffico ». I «peggioramenti»: quartieri popolari abbandonati e degradati e «la mancanza di un progetto urbanistico e politico per la città». Sono Legambiente, Italia Nostra e Fondo per l’ambiente italiano (Fai) a leggere i cambiamenti di Milano negli ultimi vent’anni.
Obiettivo dell’indagine: capire dove sta andando la città che in due decenni ha perso 400 mila abitanti e che qualcuno, nel 2015, immagina in piena espansione. Il futuro, allora. Legambiente fissa un obiettivo: «Bisogna immaginare una Milano che passi da 65 auto, come oggi, a 30 auto in media ogni cento abitanti»
Nella colonna dei «miglioramenti »: vent’anni fa c’erano le industrie, che avvelenavano l’aria e la terra, e oggi non ci sono più. Nella colonna dei «peggioramenti »: esisteva un tessuto agricolo, a Sud della città, che ormai è stato dimenticato. Tema: guardare Milano in prospettiva storica. Limite temporale: gli ultimi vent’anni. Cosa va peggio e cosa meglio. Trasformazioni positive e negative.
Può sembrare un gioco, perché i cambiamenti di una metropoli seguono strade complesse. Ma è anche un’occasione per un dibattito. Per rivendicare i progressi. E allo stesso tempo indicare il degrado. Urbanistica, ambiente, qualità della vita. Con un occhio al futuro.
Si può partire da un esempio: «Vent’anni fa andavamo in parco Sempione a strappare le erbacce », ricorda Luca Carra, presidente milanese di Italia Nostra. «Oggi invece i parchi sono di solito puliti e ben gestiti, sono stati creati il parco Nord e quello delle Groane. L’attenzione per il verde è di gran lunga aumentata». Lì, all’origine di questo cambiamento, si scopre però anche una strada senza uscita: «Quei parchi — continua Carra — sono frutto di una progettualità che non esiste più. Il passante è un altro esempio di come ci fosse un’idea di governare Milano come grande area metropolitana. Un obiettivo che si è perso». E che, pensando al futuro, secondo Italia Nostra andrebbe recuperato.
In mezzo, in questi vent’anni, qualcuno rimprovera il passaggio da un’idea di Grande Milano a quella di una città-condominio. Tendenza che (ovviamente) non riguarda soltanto un’amministrazione, «ma è una trasformazione molto più ampia e generalizzata ». E, comunque, mette sul banco degli imputati la politica.
Ecco il punto comune: la mancanza di un progetto. Andrea Poggio, vice direttore nazionale di Legambiente, indica un cambiamento epocale, e cioè il passaggio «dai riscaldamenti a olio combustibile al metano: un progresso — spiega — che ha migliorato in proporzioni enormi la qualità dell’aria. In generale, la qualità dell’abitare a Milano è uno dei grandi momenti di progresso nella storia recente». Allo stesso tempo, mentre l’edilizia faceva passi avanti, «Milano ha via via abbandonato e lasciato degradare il grande polmone agricolo a Sud del Comune. Era una delle grandi ricchezze lombarde ».
La storia recente si può leggere anche attraverso piccoli segni. Elementi che diventano però emblematici: «Il cantiere in Sant’Ambrogio — spiega Marco Magnifico, direttore generale e culturale del Fondo per l’ambiente italiano — è deleterio soprattutto per il messaggio che manda. Con l’Ecopass si è avviata una grande stagione in cui i cittadini hanno preso coscienza del problema inquinamento, con quel parcheggio ricevono invece un messaggio opposto. Manca coerenza, linearità e coraggio nelle scelte».
La città del futuro, almeno dal punto urbanistico, si intravede già. Da Garibaldi, a CityLife: è una città che va verso l’alto. «Ma Milano cosa ha a che fare con i grattacieli? — chiede il direttore del Fai — La nostra tradizione culturale e architettonica è di città bassa, rappresentativa di un’eleganza austera, aperta, riservata, accogliente. Non si possono scimmiottare Hong Kong o Dubai, architetture completamente avulse dalla nostra storia. È un assurdo segno di provincialismo».
In una parola, secondo il Fai, la città ha perso il suo «stile». È un punto critico, pensando al futuro. E chiedendo un impegno alla politica. Ecco le priorità, in prospettiva. Legambiente: «Immaginare una città che passi da 65 auto, come oggi, a 30 auto in media ogni cento abitanti». Italia Nostra: «Recuperare lo spirito di progettare Milano su larga scala, in un tutt’uno con l’area metropolitana». Il Fai: «Puntare a un progresso che sia in linea con le nostre radici».
L'autunno non è ancora cominciato e lo stato della politica italiana è già un disastro, con sicuro danno per i cittadini italiani. Un disastro con alcuni paradossi: il primo che il manifesto stia dalla parte della gerarchia cattolica; il secondo che il Cavalier Silvio si sia convertito al culto della Chiesa Padana. Viene il dubbio che l'astinenza dalle escort, cui l'avrebbe obbligato la stampa di tutto il mondo, gli abbia dato alla testa. Capita.
Il punto è che dopo le critiche della Chiesa a Berlusconi, quest'ultimo aveva pensato a una riconciliazione con un pranzo con il cardinal Bertone, ma il cardinal Bertone ha mandato al diavolo il cavaliere dicendo che le spese del pranzo sarebbe stato meglio spenderle per opere di bene. Certo le cannonate sparate dal giornale di famiglia devono aver fatto traboccare il vaso. Vittorio Feltri direttore del Giornale e indomito combattente accusa Dino Boffo direttore de l'Avvenire di omosessualità (che in verità non sarebbe un reato) e di molestie alla moglie di un suo amico. Siamo indubbiamente nell'alta politica.
Nei 45 anni di vita repubblicana credo che mai fossimo arrivati a questo punto e non so bene come il Presidente Giorgio Napolitano riuscirà a metterci una pezza. Ma c'è più di una ragione per sperare che di qui al prossimo 2 giugno l'Italia sia guarita, o almeno convalescente, dal berlusconismo, che oggi la infetta con una diffusione incredibile. Anche Fini si rende conto che in questo modo non si può andare avanti. E poi, massimo del tragico ridicolo, la querela di Berlusconi alle 10 domande di Repubblica, per danni morali valutati in un milione di euro, cioè il valore effettivo del prestigio dell'attuale presidente del consiglio: chi non è pronto a fare una colletta anche di dieci milioni di euro purché si tolga dalle palle?
L'opposizione (salvo alcune forze o debolezze extraparlamentari) è convinta che la grande stagione, quando si parlava di socialismo e addirittura di comunismo, è tramontata per sempre. Non ci sono più grandi obiettivi: si agitano solo per vincere il congresso. Ma sarebbe ora che cominciassero a pensare di battere Berlusconi al più presto, già ai primi dell'autunno. È possibile, e certo più importante che vincere il congresso.
Ps. La tardiva dissociazione di Berlusconi dalle accuse omofobiche del Giornale con la dichiarazione che «la vita privata è uguale per tutti» è una chiara rivendicazione e, insieme, la conferma che non sa più dove mettere i piedi.
ROMA - «Che errore», dice Carlo Azeglio Ciampi a proposito della querela di Berlusconi a Repubblica. «Ma come si fa? E’ incredibile, davvero inconcepibile». L’ex capo dello Stato interviene, rispondendo a Repubblica, sull’attacco del presidente del Consiglio alla libera stampa. Un evento inedito e clamoroso, che sembra lasciarlo senza parole. Lui, che ha sempre avuto estremamente a cuore la libertà di stampa. Il presidente che in un messaggio alle Camere difese il pluralismo dell’informazione costringendo l’allora governo Berlusconi (e il suo ministro Gasparri) a un imbarazzante dietro front, correggendo il testo d’una legge sulla tv. Le cose sono arrivate a questo punto, in Italia? E nessuno si oppone, nessuno più reagisce?
Anziché rispondere alle domande di un giornale il capo del governo preferisce dunque trascinare quel giornale in tribunale?
«Io parto sempre dall’idea che le cose strampalate chi le compie prima o poi le paga. La gente non è così sciocca. Sa leggere bene il significato vero degli eventi, errori compresi. Oltretutto, si va a un processo sulle cose scritte e pubblicate? Bene. Con quale esito possibile, ridicolo a parte?»
Forse l’unico vero obiettivo (pensato ma non dichiarato) è forzare la libera stampa, almeno quella che non gli è pregiudizialmente favorevole. Colpirne uno per educarne cento, come si dice? Guarda caso il giorno prima di uno scontro col Vaticano ora gli sembra ostile?
«A me non pare proprio che la cosa debba finire in sede giudiziaria. Oltretutto mi pare evidente il rischio d’una auto condanna».
Vuol dire che la mossa di Berlusconi profila un evidente rischio di autogol?
«Voglio dire che quella querela contiene tutti i segni distintivi d’un passo falso per chi l’ha fatto».
Ritiene che, per come si presenta, la querela abbia scarse possibilità di successo?
«Non conosco gli avvenimenti in dettaglio, ma direi che prendere sul serio quella denuncia sarebbe un errore. E il primo danneggiato rischia d’essere lo stesso denunciante».
La morte dei 73 eritrei ha evidenziato crudelmente una questione non nuova, ma che faticava a manifestarsi. Il tema dell’immigrazione costituisce una frattura profonda per le società contemporanee. Dunque, questa vicenda sembra poter rappresentare un punto di svolta. Sia chiaro: contrariamente a quanto si sente ripetere, l’immigrazione non è questione di solidarietà- i buoni sentimenti contrapposti al truce cattivismo della Lega -, bensì di economia e demografia, diritti e doveri, politiche pubbliche e strategie di inclusione, welfare universalistico e integrazione. Insomma, non è un problema di «generosità verso gli ultimi», bensì un fattore essenziale dei moderni sistemi di cittadinanza e un test cruciale per la qualità delle democrazie contemporanee.
Certo, è buona cosa che la Chiesa cattolica si sia mossa, e con tanta forza, in questa circostanza, ma è un errore pensare che la tutela dei diritti irrinunciabili della persona debba avere, di necessità, un’ispirazione religiosa. Quella tutela è, deve essere, fondamento di ogni politica democratica degna di questo nome. Dall’intransigente difesa di quei diritti discende la natura stessa dei regimi democratici: essa non può affidarsi alle virtù individuali e collettive (pure preziose), ma all’elaborazione di un sistema di garanzie che, quei diritti, renda esigibili ed effettivi. Per questo, la questione dell’immigrazione rappresenta davvero un discrimine che attraversa la società e il sistema politico.
Con l’introduzione del reato di clandestinità, il nostro ordinamento ha subito una lesione profonda come mai in passato: viene sanzionato non un comportamento criminale, bensì una condizione esistenziale. Si viene penalizzati per ciò che si è, non per ciò che si fa. Ma battersi contro questa mostruosità non è sufficiente, se non si hanno ben chiare le conseguenze di quella norma, nella vita sociale e nei livelli di tutela giuridica dei singoli e delle minoranze: ovvero il fatto che la società si organizza, di conseguenza, per selezionare, discriminare, sperequare tra chi è parte del sistema di cittadinanza, chi ne è fuori e chi (tantissimi) vive precariamente ai suoi margini, tra inclusione ed esclusione. Dunque, è tutta l’organizzazione sociale - l’idea e la struttura di comunità - che ne viene informata, intervenendo nei rapporti tra gruppi e classi, tra privilegiati e deprivati. L’atteggiamento verso gli immigrati e i profughi, cioè, condiziona profondamente la concezione dei diritti di cittadinanza per tutti e gli stessi connotati essenziali della vita democratica.
È probabile che oggi la maggior parte della società italiana esprima diffidenza, se non ostilità, verso le politiche di accoglienza-integrazione: non è una buona ragione per arrendersi. È fondamentale, certo, saper scegliere le parole e le politiche: ben venga il discorso profetico della Chiesa, ma a noi serve un altro linguaggio. Quello, appunto, dell’economia e della demografia, dei diritti e delle garanzie. E la capacità di far intendere che chiudere le frontiere, prima ancora che una manifestazione di egoismo, è segnale indubbio di autolesionismo.
La Rai censura il trailer di Videocracy. «Un film sulla cultura televisiva in Italia, non scindibile da Berlusconi», dice il regista. Per viale Mazzini «non viene rispettato il pluralismo». I consiglieri del Pd: «C'è un disegno, intervenga il cda»
Eccola qui, la videocrazia nell'era di Silvio. La Rai non ha nessun problema a confermarlo, anzi. Il trailer del film di Erik Gandini Videocracy, appunto, già rifiutato da Mediaset (protagonista della pellicola), perché «lesivo delle prerogative della tv commerciale», non potrà andare in onda nemmeno sugli schermi della tv pubblica. Il film sarà a Venezia, non nella selezione ufficiale ma nella Settimana della critica, e uscirà nelle sale il 4 settembre. Però l'ufficio legale di viale Mazzini, non nuovo a cercare improbabili cavilli per giustificare iniziative censorie dietro input berlusconiano, soprattutto nel lungo periodo in cui è stato diretto da Rubens Esposito, esagerando al massimo uno zelo già eccessivo ha deciso di oscurarlo. Motivo: il trailer non è «informato al principio del contraddittorio» che deve essere rispettato «anche in periodo non elettorale».
Argomentazione ridicola, che viale Mazzini cerca di avvalorare richiamandosi agli indirizzi della commissione di vigilanza, a quelli dell'Authority per le comunicazioni, al contratto di servizio e pure al Codice etico aziendale. Nella nota diffusa ieri dalla direzione generale della Rai (il dg Mauro Masi in privato sostiene di aver appreso della decisione da Repubblica , eppure facendosi scudo con l'ufficio legale la conferma), si arriva a ricordare che i citati testi sacri impongono che «i messaggi pubblicitari siano leali, onesti, corretti e non contengano elementi atti ad offendere le convinzioni morali, civili e politiche dei cittadini e la dignità della persona umana», nientemeno. E dire che, per evitare di offendere chissà chi (uno solo: Silvio), la Rai aveva fatto una bella proposta alla Fandango, che distribuisce il film, «nel massimo spirito di collaborazione»: sì alla trasmissione del trailer, ma solo «nell'ipotesi in cui la società produttrice avesse assicurato il rispetto dei principi essenziali del contraddittorio e del pluralismo informativo». Forse la Fandango avrebbe dovuto aggiungere il commento di Sandro Bondi alle immagini di veline e tronisti, a quelle di Lele Mora o di Silvio Berlusconi sugli spalti delle celebrazioni per il 2 giugno che compaiono nel montaggio. E invece «nessuna adesione allo stato attuale è pervenuta dalla società che quindi non ha messo la Rai nella condizione di poter trasmettere lo spot».
Insomma, tutta colpa di Domenico Procacci, al quale l'azienda ha spiegato che il trailer «veicola un inequivolcabile messaggio di critica al governo» e ripropone la questione del conflitto di interessi. Non solo: poiché mostra «immagini di donne prive di abiti» richiama «le problematiche all'ordine del giorno riguardo alle attitudini morali dello stesso» (sempre Silvio), facendo magari pensare che già in passato, quando era solo un imprenditore televisivo, il premier avesse «tali caratteristiche personali». Sembra satira, anche perché di fatto la Rai conferma che «tali caratteristiche» Sua emittenza almeno attualmente le possiede.
A questo punto i consiglieri d'amministrazione del Pd, Nino Rizzo Nervo e Giorgio van Straten, intendono portare la vicenda al primo cda dopo la pausa estiva, il 9 settembre. Secondo Rizzo Nervo «sostenere il dovere di pluralismo negli spot è giuridicamente abnorme oltre che ridicolo». E questa censura «dimostra con chiarezza che sulla Rai vi è un preciso disegno di controllo e di annullamento delle libertà editoriali», cercando di «normalizzare» anche la terza rete. E Van Straten riferisce di aver parlato del caso anche con il presidente Rai Paolo Garimberti, che però è all'estero e ufficialmente non commenta.
Protestano invece a gran voce contro la «vergognosa decisione» la Federazione nazionale della stampa, il cui segretario Roberto Natale rilancia la proposta di una mobilitazione nazionale, e l'Usigrai. Il segretario del Pd Franceschini incalza: «Bisogna reagire all'assuefazione» e al tentativo di «imbavagliare Raitre», e mette il trailer di Videocracy sul suo sito. Mentre Pierluigi Bersani domanda: «Per Ombre rosse chiesero la replica agli indiani?». E Ignazio