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MOLTI si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento.

Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un'opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all'altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.

Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: "Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?". Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati.

Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita.

In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l'incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l'informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale?

Chi ha votato per l'attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?

Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell'Italia?

Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l'Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi.

Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all'anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L'Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia.

È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall'opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l'esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.

Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva "sei alleato di una persona solo quando la ricatti". Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell'intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto.

Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l'alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo?

Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.

Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un'informazione libera.

In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell'Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato.

La scure dello spoils system di Guido Podestà s´abbatte sulla Pedemontana e sul suo presidente e amministratore delegato, Fabio Terragni. Il manager, che aveva condotto il progetto della Bergamo-Malpensa fuori dalle secche di vincoli e proteste di comitati, cade all´indomani della presentazione del primo bilancio sociale della società e alla vigilia del via libera del Cipe sull´opera. Paga, Terragni, la casacca di «uomo di Penati» ma la sua è una caduta annunciata da fine agosto, da quando cioè l´attuale presidente della Provincia aveva dato i primi colpi di forbice ai vertici delle società partecipate. Una mossa forte esercitata alla prima occasione utile, con cui il neopresidente provinciale potrebbe rafforzarsi nella partita delle nomine rispetto a Regione e Comune.

Non sembra un caso, maligna più di un osservatore della vicenda, che il cambio della guardia arrivi proprio durante il viaggio di Roberto Formigoni in California. È stato tutto il cda di Pedemontana a decadere, a causa delle dimissioni di quattro dei sette consiglieri: a quelle di Leonardo Carioni, presidente leghista della Provincia di Como, e di Luca Urzì, consigliere in quota Serravalle, si sono aggiunte quelle di Maurizio Pagani e Ferruccio Rocco, uomini del socio di minoranza Intesa Infrastrutture attraverso le controllate Biis ed Equiter. Una mossa, raccontano i dietro le quinte, che sarebbe stata chiesta da Podestà a Corrado Passera, l´amministratore delegato di Intesa San Paolo. Nelle cinque righe di comunicato che annunciano l´azzeramento dei vertici non viene menzionato alcun interim: Pedemontana ad oggi è ferma, la corsa alla successione ha tempi strettissimi - l´ultimo atto di Terragni è stata la convocazione dell´assemblea dei soci per la nomina del nuovo cda il 19 ottobre in prima convocazione, e il 21 in seconda - e nomi probabilmente già blindati. Così non fosse, l´inizio dei lavori della nuova autostrada, affidati a un consorzio con Impregilo in testa e previsti tra gennaio e marzo 2010, rischierebbe un robusto ritardo.

Preoccupazioni che animano opposizione e ambientalisti. «Mi auguro - sottolinea Matteo Mauri, capogruppo Pd in Provincia - che questa scelta non rallenti un progetto già in fase avanzata. Ringraziamo Terragni che è riuscito a portare la società ad un passo dalla realizzazione di questa opera, sviluppando un dialogo con il territorio che non ha eguali». Critico il responsabile trasporti di Legambiente Lombardia, Dario Balotta: «Il nuovo cda non deve azzerare le compensazioni ambientali già definite dalla passata gestione. Altrimenti si rischia di fare una strada inutile e dannosa per l´ambiente»

Fabio Fazio non ha dubbi: «C´è questo clima in televisione perché la politica pensa di essere proprietaria di tutto. Non è così». Da sabato torna su RaiTre con "Che tempo che fa", nel giorno della manifestazione della libertà di stampa. La rete per cui lavora è assediata; i toni diplomatici lasciano il posto a qualche battuta caustica.

Fazio, ha mai pensato veramente che non le avrebbero rinnovato il contratto?

«Mi è sempre parsa un´ipotesi eccessiva, salvo nelle ultime settimane».

Tutti i fucili sono puntati su RaiTre.

«C´è un annoso problema, si dà per scontato che la politica sia proprietaria del paese e i cittadini sudditi. Invece dobbiamo recuperare il diritto di cittadinanza, dettando a noi stessi l´agenda della nostra vita senza temere le conseguenze dei nostri gesti. Credo che fare servizio pubblico significhi confrontarsi onestamente dal punto di vista intellettuale, rispettando il pubblico. Poi pazienza se qualcuno non si confronta e attacca».

Quindi lei dice che vi attaccano per il solo fatto che esistete.

«Se uno si ritiene proprietario, ma io non mi ritengo proprietà di nessuno».

Cosa la offende?

«La violenza verbale di cui sono fatte oggetto persone, con nomi e cognomi, la rete per cui lavoro. Gocce d´odio che vengono instillate tutti i giorni, disgustose e temo pericolose, perché chi legge certe frasi, chi le ascolta, si abitua all´idea che sia un linguaggio accettabile. Non è possibile che il maggioritario invece di essere un sistema elettorale sia diventato una linea spartiacque: o con noi o contro di noi».

"Annozero" è finito nel mirino del governo.

«Fa parte dell´atteggiamento proprietario di cui sopra: l´idea che lo spazio pubblico, sia esso la televisione o la scuola, non sia quello del confronto di tutte le idee, ma lo spazio del potere da usare in una solo direzione. La negazione del servizio pubblico».

Sabato ci sarà la manifestazione per la libertà di stampa.

«La libertà di stampa è un valore fondamentale e un diritto da rivendicare giorno per giorno, se ti rendi indisponibile a fare compromessi, a obbedire. Non è obbligatorio dire sempre di sì».

L´hanno accusata di fare "domande accomodanti".

«Mi fa ridere: certi giornalisti piuttosto che fare una domanda si ammazzano, e rompono le scatole a me? Da Vespa nella serata col premier non si è sentita una domanda».

Viene considerata una persona cauta; Berlusconi parla di "partito di RaiTre".

«Non si può rinunciare al proprio carattere e alla buona educazione, uno non può sputare per terra per fare piacere agli idioti che hanno inventato il termine buonismo. Il partito di RaiTre non esiste, è una rete dove lavora tanta gente che non la pensa allo stesso modo. Ci sono programmi che possono dare fastidio, altri non sono graditi dai non elettori di Berlusconi. Non per questo se ne chiede la chiusura... È sempre il problema di pensare lo spazio pubblico proprietà privata. Invece io penso che si paghi il canone proprio perché quello spazio non sia proprietà di nessuno».

Che ha pensato quando hanno cancellato "Ballarò"?

«Mi è sembrato inutile oltre che sbagliato. L´azienda che ho conosciuto 27 anni fa non c´è più, questa non la conosco».

Chi vorrebbe come ospite?

«Il presidente della Camera Fini».

La terza fase del calcio, l´era dei nuovi stadi, è iniziata. Ieri mattina, ancora un passo avanti con la presentazione dell´impianto della Roma titolato a Franco Sensi, il presidente dell´ultimo scudetto, il padre di Rosella presidentessa in carica e contestata.

La terza fase, il calcio finanziariamente maturo, nasce per seppellire l’epoca dei diritti tv che, a sua volta, aveva lasciato nel giurassico il lungo evo in cui i club fondavano i bilanci sui biglietti venduti al botteghino. Il calcio maturo dovrà vivere di stadio e con lo stadio, sette giorni su sette, anche la notte. Vivrà di partite viste a ridosso dei giocatori e soprattutto di consumi all’esterno della struttura. Oggi il cliente-spettatore nei vetusti impianti italiani spende 50 centesimi a domenica: l’obiettivo è di arrivare a otto euro, media inglese.

La presentazione di ieri, a Trigoria, è la terza in tre anni. Nel 2007 venne rivelato il plastico del nuovo stadio della Juventus (cantiere oggi a metà dell’opera) e nel 2008 l’Eurodisney della Fiorentina (progetto, questo, da rifare dopo l’intervento della magistratura). L’accelerazione nell’autunno del 2009 dell’As Roma poggia su un evento politico consumato il 23 settembre scorso: alla commissione cultura del Senato è stata approvata all’unanimità la legge sugli stadi, presentata da Pd e Pdl insieme. Prevede una corsia preferenziale per chi costruisce - 10 mesi e arrivano tutti i pareri delle amministrazioni - più venti milioni l’anno per abbattere gli interessi alle società che chiederanno mutui. L’approdo dell’intera operazione è immaginato per l’estate 2016: la Federcalcio conta, grazie a nuovi e più sicuri stadi, di ottenere l’assegnazione dei campionati europei.

Oggi la situazione si presenta come una caccia all’oro, forsennata: 39 club italiani, tutta la serie A, ma anche il Casarano e il Gallipoli, si sono affacciate alla questione stadi. Uno studio presentato in Parlamento parla di un investimento globale e privato da 6 miliardi di euro, quasi il doppio della spesa pubblica ipotizzata per il Ponte di Messina, cinque volte i costi affrontati nel 1990 per i dodici stadi dello scandaloso Mondiale ‘90. Ventiquattro club hanno già presentato un plastico, un rendering. Scorrendoli, i progetti si scoprono interessanti: vecchie "nuvole" rianimate da archistar come Fuksas e stadi cangianti al sole come quello, appunto, della Roma dell’architetto Zavanella, già autore del nuovo Delle Alpi e di quattro minori. Lasciati i progetti, però, si scoprono corredi attorno allo stadio da "sacco del Duemila". Un’enorme speculazione travestita da futuro.

Se si prendono i dieci progetti più dettagliati, la somma delle aree interessate ai "nuovi stadi" è pari a 1.920 ettari: metà del territorio, per capire, su cui si produce tutto il vino della Basilicata. Ancora, la volumetria dichiarata dei tre disegni più importanti (Lazio più Roma più Fiorentina in ordine di impatto) è di 4 milioni di metri cubi di costruito, un terzo in più di ciò che si è edificato in Liguria negli ultimi sei anni. Ecco, lo stadio di proprietà italiano è una buona idea patrimoniale per sanare i bilanci in rosso dei nostri club e un segno architettonico forte della modernità, ma scatena appetiti mai sazi di imprenditori del calcio che si stanno affidando a rentier e palazzinari contando su amministrazioni pubbliche con le casse vuote e la necessità di consenso. Il rischio è lo stravolgimento di ampie aree della media periferia delle metropoli italiane.

Un esempio plateale è il progetto Lazio di Claudio Lotito: ci lavora dal 2004, vuole investirci 800 milioni. Su 600 ettari (la città di Amalfi) di proprietà del suocero Mezzaroma (costruttore) e accatastati come agricoli, Lotito vuole edificare: il nuovo stadio Delle Aquile con quattro ristoranti nei torrioni, tre campi di calcio esterni, uno per il calcio a 5, sei campi da tennis, uno da rugby, uno da football americano, uno per l’hockey su prato e uno per l’arco, un diamante per il baseball, una pista di atletica, quattro piscine, un palazzetto per basket e volley. Poi, gli uffici del club, il museo della Lazio, un centro commerciale su due livelli, un albergo a 4 stelle, parcheggi per 40 ettari e altri 25 ettari per un parco giochi. Sulla collina (che ha vincoli paesaggistici) Lotito immagina una cementata di villette. Per raggiungere questa nuova città a nord di Roma si prevede una nuova stazione, un nuovo svincolo autostradale, un approdo in battello sul Tevere. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, in campagna elettorale aveva promesso due stadi privati ai club della capitale a costo zero per il Comune. Ora è imbarazzato. Il progetto Lotito insiste su un’area a rischio esondazione e il braccio destro di Alemanno, Claudio Barbaro, di fronte a questi volumi si è dimesso.

A Firenze Della Valle vuole costruire anche la downtown dello shopping e un parco a tema che si rifà al calcio fiorentino e ai lanzichenecchi. L’area di Castello, prescelta, è sotto sequestro: la magistratura non ha gradito i precedenti accordi tra il proprietario Ligresti e l’ex sindaco Leonardo Domenici. Il neosindaco Matteo Renzi ripropone la stessa area (a dicembre sarà libera) allargando gli spazi verdi: «In un mese decidiamo e in quattro anni si può fare tutto». Ligresti ha pronte le licenze per le sue case. Ecco, Maurizio Zamparini allo Zen di Palermo insieme allo stadio vuole costruire il centro commerciale più grosso dell’isola, ramo suo. E a Bologna il costruttore Menarini (Cogei), fallito il progetto Romilia, sta cercando un’altra area e nuovi soci con denaro fresco: a questo gli serve Luciano Moggi, ha promesso al presidente che tirerà dentro l’affare Flavio Briatore.

Anche se nulla ancora emerge dall’informazione televisiva che ci inonda con le immagini delle inaugurazioni delle case per i terremotati dell’Aquila, il tragico fallimento dell’esperienza guidata da Bertolaso sta iniziando ad essere evidente a tutta la popolazione aquilana, anche a quella che aveva creduto alla favola delle new town. Ma proprio quando gran parte della stampa grida al miracolo della realizzazione di (poche) case in tempi rapidissimi, come è possibile parlare di fallimento? È che nella popolazione abruzzese inizia a rendersi evidente la cinica disinvoltura con cui il governo li priverà per molti anni a venire del bene più prezioso che essa aveva: le città, i borghi, i centri storici.

Una popolazione che era abituata a vivere in luoghi in cui le relazioni umane erano rese possibili e facilitate proprio dai luoghi urbani, inizia a toccare con mano che dovrà abituarsi a vivere per molti e molti anni in condizioni di isolamento sociale, con le difficoltà a risolvere anche le esigenze primarie come quelle degli acquisti o dell’uso dei servizi pubblici. In quelle che hanno chiamato spudoratamente new town esistono solo abitazioni e nessun presidio sociale. Le città si riconoscono per i servizi sociali, ma questo ai liberisti fa evidentemente orrore. Se si tiene poi conto che buona parte di quella popolazione è anziana e non è in grado di spostarsi autonomamente con l’automobile, si comprende di quale misfatto si sia macchiato il governo.

Non saranno dunque i fuochi artificiali di questi giorni a cancellare l’infamia di aver scelto deliberatamente di trasferire in luoghi isolati, senza alcun servizio pubblico, senza la minima dotazione di quelle attrezzature private che rende gradevole (o almeno meno disagevole) la vita di tanti cittadini aquilani. E la condanna della popolazione sarà senza appello perché, come racconta nel suo bel libro Giovanni Pietro Nimis (Terre mobili, Donzelli editore, 2009), le alternative esistevano. Gli straordinari esempi di ricostruzione da eventi sismici sperimentati negli altri tragici casi (Friuli 1976 e Umbria-Marche 1997) sono lì a dimostrare che in tempi contenuti e con il coinvolgimento pieno delle popolazioni locali sono stati raggiunti risultati straordinari con un consenso generalizzato. Il Friuli è un esempio celebre di rinascita di una popolazione. I centri antichi dell’Umbria e delle Marche sono di nuovo vitali e abitati. Le case sono state rese sicure. Si obietterà che le popolazioni hanno dovuto passare qualche anno in scomodi container. Ma la scomodità era resa meno acuta dalla vicinanza alla propria abitazione, dall’essere localizzati all’interno dei luoghi urbani, dalla condivisione con le stesse persone con cui si erano condivise vite di relazioni,. L’assegnazione delle case abruzzesi è avvenuta per sorteggio: la vita ridotta ad una tombola a premi in cui guadagnano soltanto coloro che stanno realizzando alloggi che costano 2.800 euro a metro quadrato a fronte dei mille con cui si costruisce in ogni luogo d’Italia.

Così, famiglie che abitavano in un luogo conosciuto e misurabile nella vita di ogni giorno saranno costrette a vivere da tutt’altra parte, in tanti luoghi periferici scelti in base alla disponibilità dei suoli e non sulla base di un ragionamento sul futuro di una comunità urbana. E questo avviene senza che nulla si sappia sui tempi e sulle modalità della ricostruzione dei centri antichi, ad iniziare da quello de L’Aquila. Insomma pochi cittadini abruzzesi si vedono assegnare una casa mentre tutti non hanno ancora alcuna certezza su quando partiranno i lavori per la ricostruzione delle loro meravigliose città. A sei mesi dal terremoto del 1997, le due regioni coinvolte avevano già deciso criteri e suddiviso i centri da ricostruire in comparti operativi. A sei mesi dall’evento del 6 aprile 2009 sono state consegnate solo poche case. Ad un ragionamento organico si è sostituito un gesto teatrale sotto gli occhi delle televisioni. La complessità della città è stata sostituita dalla semplificazione di case in desolate periferie.

In questi giorni in cui Il Manifesto sta svelando la impressionante ragnatela con cui imprese blasonate hanno inquinato tanti luoghi del nostro paese. Mi hanno colpito le frasi di un colloquio di due malavitosi che parlavano dell’affondamento delle navi dei veleni lungo le coste calabresi. Dice il primo che a causa dell’affondamento il mare si guasterà per sempre. Il secondo risponde che con tutti i soldi guadagnati potranno cercare mari lontani e puliti. L’inquinamento, insomma, non li riguarda. Anche in questo caso la distruzione chissà per quanti anni delle comunità urbane non coinvolge i decisori. Nelle periferie de L’Aquila ci andrà la parte debole della società. Mica loro.

COMO — Alla fine il sindaco ha alzato bandiera bianca. Travolto dall’ondata di protesta dei comaschi, con un’inchiesta della magistratura appena avviata, scaricato da Bossi e messo con le spalle al muro anche dai consiglieri della maggioranza, ieri mattina Stefano Bruni (Pdl) ha chiesto aiuto al presidente della Regione Formigoni, poi a mezzogiorno è uscito dal suo fortino e ha annunciato: «Abbatteremo completamente il muro».

Un sospiro di sollievo per i comaschi che nel giro di qualche giorno avevano visto spuntare sul lungolago una barriera di cemento armato alta due metri e che una volta completata sarebbe stata lunga 120, coprendo del tutto la vista del Lario. Un’improvvisa e misteriosa variante al sistema di paratie, in costruzione da due anni, che dovrebbe proteggere la città dalle esondazioni.

Nessuno fino a oggi ha fornito spiegazioni sul perché di quello scempio. Ancora ieri Bruni, subito dopo aver annunciato che il progetto sarà cambiato e saranno installate solo paratie mobili e trasparenti, si è rifiutato di parlare, spalleggiando l’assessore alle Grandi opere Fulvio Caradonna che alla domanda «perché il progetto è stato cambiato? », ha risposto: «Non è vero niente e non sono tenuto a rispondere».

A volerci vedere chiaro nel mistero (alimentato dal silenzio dei due) adesso è anche la Regione che, dopo aver dato il suo appoggio al sindaco per la modifica del progetto (finanziato con 15 milioni di euro della legge Valtellina ma anche con il contributo del Pirellone), ha garantito che accerterà di chi siano le responsabilità e poi chiederà «come sempre » il risarcimento del danno.

Il perché di quella variante, spuntata all’improvviso in pieno agosto, resta un mistero anche dal punto di vista tecnico, come spiega l’ingegner Franco Panzeri, già amministratore comunale, che nel 2003 aveva fatto parte della commissione incaricata di valutare i progetti presentati da quattro imprese.

Così come resta inspiegabile perché il sindaco abbia difeso strenuamente l’ecomostro, annunciando poi qualche modifica dopo il crescendo di proteste dei cittadini. Giovedì era arrivato a dire genericamente che il muro sarebbe stato abbassato. Poi, domenica, cinquecento persone sono scese in piazza e i malumori nei consiglieri di maggioranza sono diventati un ultimatum al sindaco: «O il muro si abbatte o tu vai a casa». È stata una vittoria della gente, che si è sentita tradita dal primo cittadino (rieletto nel 2007 con il 60% dei voti) e che non riesce a capire che cosa abbia spinto Bruni a resistere sino alla fine, asserragliato con il suo assessore e con tutte le forze politiche contro. Lo stesso Formigoni ha ammesso che il muro va abbattuto. Da oggi il suo assessore al territorio Davide Boni (Lega) sarà a Como per valutare con il Comune strategie e costi della modifica del progetto che comunque anche nella versione ufficiale — da molti contestata all’epoca — prevedeva un certo impatto ambientale con un muro alto 90 centimetri interrotto da due paratie mobili. Adesso la barriera scomparirà del tutto e i cittadini si sentono doppiamente presi in giro: perché non si è adottata subito questa soluzione? Per lunedì 5 ottobre è fissata una riunione straordinaria del consiglio comunale e c’è da scommettere che anche questa volta i comaschi faranno sentire la loro voce.

Napoli. Esasperati da quattro mesi di cassa integrazione che coinvolge o sta per coinvolgere 400 dipendenti sui 680 in totale, giovedì mattina gli operai della Fincantieri di Castellammare di Stabia, polo navale di rilievo nazionale, hanno occupato per la seconda volta in tre settimane la statale sorrentina. Traffico paralizzato per ore da e verso le capitali del turismo della costiera amalfitana. Nelle scorse settimane cinque lavoratori dell’Alcatel di Battipaglia si sono barricati in fabbrica minacciando di darsi fuoco per la paventata chiusura dello stabilimento che da lavoro a 200 interni e 300 interinali. La protesta si è chiusa, per ora, solo dopo il blocco della cessione alla Btp Techno srl, che si temeva essere il primo passo verso la dismissione. A Pomigliano d’Arco 5 mila lavoratori della Fiat e 5 mila tute blu dell’indotto arrivano a fine mese grazie ai 200 euro supplementari alla cassa integrazione, stanziati grazie al rimescolamento di alcuni fondi regionali per progetti di formazione e pubblica utilità. La catena di montaggio, che assembla modelli di auto tagliate fuori dagli incentivi sulle rottamazioni, marcia a singhiozzo.

Nubi nere anche sul futuro di Bticino di Torre del Greco, che ha già licenziato 14 lavoratori su 250, della Metalfer di Torre Annunziata, con 100 operai che resteranno disoccupati alla scadenza della cassa integrazione a dicembre, e dell’Avis di Castellammaredi Stabia, 90 operai che sopravvivono tra cassa integrazione e progetti pubblici di integrazione al reddito. L’ultimo rapporto Istat riferisce di 108mila posti di lavoro persi in Campania rispetto al 2008. Altri 2200 posti, sostengono i sindaci dell’area torrese-stabiese in una lettera aperta al Governo, stanno per andare in fumo tra Castellammare e dintorni entro i primi mesi del 2009.

In questo quadro di crisi e di tensione, va avanti in Regione Campania un “Piano Casa” che all’articolo 5 potrebbe rappresentare il via libera verso la definitiva desertificazione industriale. La delibera licenziata a maggio dalla giunta Bassolino e in attesa di approvazione (si vota domani) in consiglio prevede, caso unico in Italia, la possibilità di riconvertire le aree industriali dismesse in aree residenziali.

Evidenti le controindicazioni: si offre un ulteriore incentivo al disinvestimento, si spunta un’arma ai sindacati nel corso delle contrattazioni – le imprese spesso non chiudono perché non è conveniente svuotare capannoni per i quali è impossibile il cambio di destinazione d’uso – c’è il pericolo di ‘premiare‘ imprenditori che dopo aver munto i soldi pubblici dei contratti d’area e degli altri strumenti di programmazione negoziata stanno cercando di abbandonare il campo. E alla finestra c’è la potentissima camorra del napoletano. Il capogruppo regionale di Sinistra Democratica, Tonino Scala, è da mesi che grida l’allarme: “E’ un provvedimentovoluto soltanto per dare ossigeno all’economia edilizia e che qui in Campania rischia di favorire solo la criminalità organizzata, l'unica che ha la liquidità necessaria ad acquistare i capannoni industriali dismessi in zone come Bagnoli o Ponticelli”.

Proprio il destino di Napoli Est, area periferica e degradata dove si concentrano grandi opere incompiute come l’ospedale del Mare, è uno dei grandi punti interrogativi degli effetti di questo piano. Un piano fermo in commissione Urbanistica da tre mesi, schiacciato dal peso di 427 emendamenti: l’ok per ora è arrivato solo per i primi quattro articoli su nove. Ma le pressioni affinché il ddl venga approvato sono fortissime. A cominciare da quelle dell’Ance, l’associazione campana dei costruttori. “Bisogna far presto – ha detto il presidente Nunzio Coraggio nel corso di un convegno organizzato per fare lobbying – superando le logiche di schiarimenti e unarigidità che non ha ragione di esistere”. In nome di una fame di abitazioni, quantificata nel corso del convegno in ben 300mila unità, gli imprenditori del mattone chiedono un’accelerazione che finora il consiglio regionale non ha impresso, rinviandodal 23 al 30 settembre la trattazione in aula (sempre se la commissione ce la farà a licenziare il tutto). Salvatore Vozza, il sindaco di Castellammare che il 4 settembre scorso ha marciato alla testa del corteo Fincantieri, da uomo di sinistra (ex deputato e segretario provinciale Pds, oggi sta con Nichi Vendola) definisce la proposta relativa alle aree industriali “assurda e inaccettabile, perché offre la possibilità a nuove speculazioni su terreno martoriato. In una terra come la nostra il diritto alla casa è sacrosanto quanto quello a un futuro fatto di lavoro e rispetto per l'ambiente". Anche il Pd, attraverso il capogruppo in Regione, il giurista Pietro Ciarlo, si è dissociato dalla delibera della giunta Bassolino, chiedendo modifiche: “Se dovesse passarela linea speculativa, meglio bloccare tutto”. Viene da chiedersi: che fine ha fatto il Bassolino che nel 2003 impugnò il condono edilizio di Berlusconi in nome della difesa del territorio? “Ha ceduto al pensiero berlusconiano – risponde l’urbanista Vezio De Lucia, assessore comunale di Bassolino ai tempi del ‘Rinascimento Napoletano’ – questo piano ha ceduto al pensiero unico del privatistico e del liberalismo: la casa piuttosto che la città, il bisogno individuale contro i valori sociali negativi”.

Un sindaco che nega l'autorizzazione a una manifestazione antimafia non si vedeva in Italia dai tempi di Danilo Dolci: è accaduto tre giorni fa a Fondi, provincia di Latina. Un partito di governo che cancella per decreto e per protervia la memoria di un caduto di mafia non si vedeva dai tempi in cui erano i fascisti a cancellare a manganellate la storia del paese: è accaduto a Ponteranica, provincia di Bergamo, una settimana fa. E poco importa che le camicie non siano più nere ma verdi: un partito che si mette in divisa alla fine è capace solo d'inventarsi ronde e di fregarsene della lotta a Cosa Nostra. Qualcosa sta accadendo nel paese.Qualcosa di più profondo e di più preoccupante dei festini di Berlusconi con le sue cortigiane. Qualcosa che ci interroga tutti, nessuno escluso: anche a sinistra. Sono i pensieri d'abitudine che accompagnano questi fatti, pensieri mesti e rassegnati di chi crede che siano solo bravate di provincia e non vale il caso di perderci il sonno che tanto i problemi sono altri, che con la lotta alla mafia non si riprendono i posti di lavoro perduti e che in piazza non ci si può andare sempre e solo a protestare, benedetti figlioli, ieri a Fondi, oggi a Ponteranica, domani chissà dove. Ci stiamo abituando ai nostri luoghi comuni, a considerare la memoria solo un puntiglio da orfani, ad aspettare che siano i processi a consegnarci ogni verità, a ritenere la questione morale una cosa ingiallita, da museo, da circolo dei civili. Ci stiamo abituando ai passi di danza di una politica con le unghie tagliate, a un’opposizione attenta solo alle buone maniere, ai toni accomodanti, alle cose da non dire. E invece alcune cose vano dette: non solo a Berlusconi, non solo al suo scudiero Dell' Utri.

Dov’era, ad esempio, il presidente della Commissione antimafia Pisanu mentre diecimila ragazzi a Ponteranica ricordavano il sacrificio di Impastato? Perché non ha speso una sola parola sulla sacrosanta richiesta del prefetto di Latina di scioglimento del comune di Fondi per infiltrazioni mafiose? Che senso ha presiedere - super partes - una commissione parlamentare sulla mafia e non trovare il coraggio civile per dire che il consiglio dei ministri da un anno ha dolosamente insabbiato la relazione di quel prefetto? Chi ha sentito profferir verbo al ministro dell'interno Maroni di fronte allo sciacallaggio della giunta di Ponteranica che ci ha mandato a dire: tenetevi i vostri morti di mafia, teneteveli in Sicilia, teneteveli fuori dalle nostre valli?

Vorrei dire, per una volta, che delle escort del signor presidente del Consiglio non me ne frega nulla e che questi silenzi mi sembrano perfino più colpevoli, più sordidi, più oscuri. Se vogliamo cambiare qualcosa in questo paese, rimbocchiamoci le maniche. Andiamo a rimetterla noi al suo posto la targa di Peppino Impastato. Occupiamo il comune di Fondi e quello di Paternò, giù in Sicilia, fino a quando il consiglio dei ministri non discuterà sul loro scioglimento. Piantiamo di nuovo il nostro ulivo: ma poi difendiamolo. Senza lamenti, senza vittimismi, senza chiedere permesso.

Fin dal 1982, quando l’eccentricità tedesca sembrava a molti un irremovibile dato della storia, lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger ruppe le regole con un saggio che fece parecchi scontenti in patria e nelle sinistre. Il saggio s’intitolava Difesa della normalità, e raccontava la perseveranza, il silenzio pieno di saggezza, il senso comune un po’ ottuso, materiale, della Germania ricostruitasi dopo il ’45. Le parole altisonanti le erano divenute detestabili, avendo generato disastri. L’eroe da celebrare non era romantico e idealista, non aveva colori smaglianti, non era stregato dal verbo che trascina. Non era un originale.

Il vero eroe era la Trümmerfrau, la donna che raccatta i detriti del paese bombardato e piano piano, cocciuta, taciturna, irriducibile, riaggiusta prima la propria casa sventrata, poi la città, infine la Germania. Angela Merkel risveglia il ricordo di quelle donne, anche se è una donna dei detriti prodotta dalla versione comunista e orientale dell’idealismo nazionale.

Anche lì non son restate che macerie, rovine. Il miracolo tedesco nell’89 si ripeté e produsse ancora una volta la filosofia delle rovine su cui si è edificata la normalizzazione tedesca. Anche il candidato socialdemocratico Steinmeier, con il suo eloquio misurato, incarna questa filosofia. Ascoltiamo ancora Enzensberger: «La normalità è una forza difensiva, ma incapace di rassegnarsi. Non la si lusingherà con opinioni, visioni del mondo, ideologie. Nella sua piccola vita - ma può la vita essere qualcosa di piccolo? - ci sono enormi riserve di laboriosità, astuzia, disponibilità all’aiuto, indocilità, energia, voglia di vendetta, prudenza, coraggio, selvatichezza». Con queste riserve la Germania è diventata profondamente democratica, allergica a politici carismatici gridati. Le scosse estreme le ha superate con un lavoro su di sé, e sulla memoria, senza eguali in Europa. Qui i grandi dibattiti non s’insabbiano come da noi: né sul nazismo, né sul ’68 e il terrorismo, né sul revisionismo storico.

Ne è risultata una sorta di ottusità noiosa, che Roger Cohen descrive magistralmente sul New York Times del 24 settembre e che ha grandi virtù e anche vizi: c’è qualcosa nella dullness tedesca che secerne massima puntualità, e poca sottigliezza. Ma è questa non sottile puntualità che ha infine consentito la «digestione del crimine», e ha estinto la catastrofe che è stata, nel cuore d’Europa, l’«eruzione dello Stato-nazione tedesco» fra il 1871 e il 1945. La storia della normalità tedesca ha oggi 64 anni: poco meno della storia dell’eruzione.

Il desiderio di normalità ha coinciso con l’adesione entusiasta all’Europa unita, dopo il ’45. Grazie a politici come Adenauer, Brandt, Schmidt, Kohl, la Germania si è sgermanizzata, come ha scritto sulla Stampa Gian Enrico Rusconi, e nell’Unione è stata il Paese che con più convinzione ha scelto la fine della sovranità nazionale assoluta e il doppio patriottismo tedesco ed europeo. Più che sgermanizzarsi, in realtà, il Paese si liberava dell’idealismo romantico e tornava alla cittadinanza del mondo di Schiller, alla letteratura mondiale di Goethe. Nell’Est tedesco il lavoro su di sé è più lento, essendo cominciato da poco: è il motivo per cui la socialdemocrazia è alle prese con una sinistra ( Die Linke) che sarà difficile da assorbire. Se Angela Merkel governasse con i liberali, la socialdemocrazia avrebbe più tempo per accingersi a un compito che sarà lungo e faticoso.

La normalizzazione ha tuttavia i suoi demoni nascosti. Come il pragmatismo, è una virtù che secerne anche chiusure, avversioni al rischio, pensieri e calcoli corti. Un’involuzione simile la Germania la sta vivendo oggi: soprattutto sull’Europa e l’economia. È una svolta iniziata dopo l’89: prima impercettibilmente, poi in maniera più palese, qualcosa è accaduto nella mente tedesca e ha preso a mutarla. D’un tratto, è stato come se tutte le cose in cui la Germania aveva creduto grazie alla filosofia delle rovine - l’Europa, il mondo più vasto della propria casa - avessero perso attrattiva, senso. Come se l’Europa fosse stata, negli anni in cui la Germania aveva tanto creduto in essa, un mezzo più di un fine: un mezzo che aveva riabilitato il Paese, mettendo fine alla sua eccentricità. Che aveva i vantaggi del Persilschein: dello speciale lasciapassare che nel dopoguerra veniva rilasciato dalle forze d’occupazione e ripuliva i tedeschi dalle loro colpe con la forza del detersivo Persil.

La maggioranza dei tedeschi resta europeista ma in modo apatico, anche nelle élite. Riconquistata l’unità si riscoprono le delizie di una certa separatezza, perfino della vecchia specificità nazionale. Si fanno sogni niente affatto nuovi sullo Stato-nazione autosufficiente, sulla sovranità, sulla cura esclusiva del proprio giardino, dei propri interessi immediati. Il negoziato su Opel ha disvelato questa tendenza, ma il culmine è stato raggiunto con la sentenza della Corte Costituzionale sul trattato costituzionale di Lisbona, il 30 giugno scorso: una sentenza che ha detto sì al Trattato, ma no a un’unione europea più perfetta. Per la prima volta, un’istituzione tedesca di massimo rango mette in guardia contro salti di qualità della costruzione europea e ricorda che la sovranità della nazione è un principio costituzionale irrinunciabile. Riccardo Perissich, che per anni ha lavorato nelle istituzioni europee, ha criticato il verdetto con pertinenza, in un articolo per Astrid, parlando di gollismo tedesco: «I giudici tedeschi non negano la possibilità di una prospettiva federale, sembrano quasi dire che essa è necessaria. Tuttavia nel definirne le caratteristiche e negando che la legittimità “europea” possa svilupparsi parallelamente a quella nazionale senza sostituirsi ad essa, pongono anche chi vorrebbe fare il salto di fronte ad un fossato talmente ampio e così “tedesco”, da renderlo di fatto invalicabile». La Corte ha svilito perfino la legittimità del Parlamento europeo, contraddicendo le tante battaglie tedesche per l’Europa politica democratica.

Questa regressione è un frutto tardivo della perseveranza un po’ torpida delle generazioni postbelliche, e rischia non solo di paralizzare l’Europa ma di ottundere le menti tedesche nel momento preciso in cui nel mondo si tentano nuove vie di cooperazione. La normalità non impedì in passato alla Germania di essere all’avanguardia nell’inventare l’Europa, lo Stato post-nazionale, la stabilità economica condivisa. Al momento decisivo sacrificò perfino il suo principale attributo di sovranità: la moneta. La questione del clima fu lei a porla e affrontarla per prima. Ora assapora i piaceri non sempre sottili della retroguardia, del rinchiudersi, del potere esercitato per mantenerlo e non per agire azzardando il nuovo e lo slancio. Da realista che era, rispolvera una sovranità non più aggressiva ma non meno illusoria. «I tedeschi stanno accovacciati: non infelici e non ispirati», scrive Cohen. Altri sono ispirati oggi dalla filosofia delle rovine: a cominciare da Obama, che constata la crisi dello Stato-nazione onnipotente, solitario. Sta cambiando posizione perfino Kissinger, che per decenni teorizzò la balance of power alla Metternich, l’equilibrio-competizione fra potenze nazionali: un concetto che giudica superato, dopo la crisi dell’economia e dell’egemonia Usa (La Stampa, 23-8-09).

Proprio questo è il momento in cui la Germania della Merkel, invece di tesaurizzare la saggezza postbellica, guarda indietro, si ri-germanizza. Su questo giornale Marcello Sorgi ha evocato con acume la Ostalgie, l’irrazionale nostalgia di muro e di provincia che pervade l’Est tedesco. Ma c’è qualcosa di nostalgico anche nella scoperta tardiva della sovranità nazionale. Qualcosa che rende la Germania un po’ vendicativa come l’Est europeo, e un po’ boriosa come la Francia.

Pubblichiamo, in anteprima per eddyburg, il dossier completo sull’analisi urbanistica delle vicende della ricostruzione post-terremoto a L’Aquila.

E’ il contributo, già ripreso dagli organi di stampa, dovuto ad alcuni collaboratori di eddyburg e ad altri studiosi per aprire finalmente quella discussione sul destino della splendida città abruzzese fino a questo momento accuratamente evitata.

Come leggerete, l’analisi degli autori ha dovuto innanzi tutto superare l’enorme difficoltà della mancanza di dati documentali ufficiali sull’intera situazione edilizia ed urbanistica della zona. Ciò nonostante il dossier si attiene ad una precisa ed esplicitata metodologia e si pone come documento di riflessione allargata per tutti coloro che hanno ruolo attivo nelle vicende della ricostruzione e per tutti i cittadini aquilani.

Ma non solo, un’analisi come questa, oltre ad evidenziare, con rigore, le criticità presenti nelle operazioni della ricostruzione dal punto di vista urbanistico, sociale, economico, sottolinea con forza un elemento che scorre sotto traccia in questa vicenda: quella mancanza di trasparenza, quel rifiuto del confronto su basi scientificamente documentate, che, pur complesso, è l’unico strumento politicamente ammissibile in una democrazia degna di questo nome (m.p.g.)

Il corriere della Sera ed. Milano, 28 settembre 2009

“No al Muro di Como, non è Berlino”

di Anna Campaniello

COMO — Soli contro tutti. Il sindaco Stefano Bruni e l'assessore alle Grandi opere, Fulvio Caradonna, sono rimasti isolati sul caso del muro costruito sul lungolago. Ieri oltre cinquecento persone sono scese in piazza per chiederne l'abbattimento e in poche ore sono state raccolte duemila firme. La Lega Nord, con il leader Umberto Bossi, si è schierata ufficialmente contro il progetto e il malcontento è ormai palese anche tra gli stessi esponenti del Pdl, che sarebbero pronti a far cadere la giunta. Convocata con poche ore di preavviso, la manifestazione per dire «No» al muro ha radunato sul lungolago esponenti delle forze politiche dell'opposizione, ambientalisti e sindacalisti, ma soprattutto centinaia di cittadini comaschi «senza bandiera», decisi solo a difendere il capoluogo da quello che è già stato ribattezzato un «ecomostro».

«Per il bene della città Bruni va a cà» — si leggeva sulle magliette di alcuni manifestanti. Qualcuno, invece, si è presentato con il piccone per dimostrare la volontà di abbattere il muro. Tra rulli di tamburi e cori da stadio, gli organizzatori hanno srotolato uno striscione con la scritta «Buttiamo giù il muro e questa giunta di incapaci». Tra i presenti anche due consiglieri comunali di maggioranza, Stefano Molinari e Pasquale Buono: «Questa barriera deve essere eliminata — hanno detto —. Chiediamo che si torni al progetto originale e che non sia impedita la vista del lago». La Lega Nord si è schierata apertamente contro il progetto. «Ne ho parlato con Umberto Bossi — ha detto il presidente della Provincia, Leonardo Carioni — e mi ha chiesto di stampare manifesti con lo slogan 'No al muro. Como non è Berlino'. Il sindaco Bruni sta sbagliando. Non entro nel merito del progetto, ma davanti a una simile sollevazione popolare è giusto ascoltare i cittadini». Schierati al gran completo gli esponenti dell'opposizione. «Abbiamo toccato davvero il fondo — ha attaccato il segretario provinciale del Pd, Luca Corvi —. Questa giunta abbia la dignità di dimettersi prima di far affondare completamente la città». «Il sindaco non fa dietrofront perché ha paura dei possibili danni economici e delle richieste di risarcimento — ha aggiunto il capogruppo Pd in consiglio comunale, Luca Gaffuri —. Stefano Bruni deve dimettersi, il muro deve essere abbattuto».

Al termine della manifestazione, un gruppo di giovani ha organizzato un presidio sotto l'abitazione del sindaco: una ventina di persone sono entrate nel cortile e per alcuni minuti hanno gridato e fischiato chiedendo le «dimissioni immediate». Sul cantiere delle paratie ieri si è svolto anche un sopralluogo della Sovrintendenza. Oggi giorno cruciale per il futuro della giunta. I consiglieri del Pdl hanno convocato un incontro dal quale potrebbe arrivare un ultimatum al sindaco: giù il muro o tutti a casa.

da la Repubblica, 28 settembre 2009

Como, battaglia sul muro della discordia "Abbattetelo, nasconde la vista del lago"

di Enrico Bonerandi

COMO - Quasi non si riesce a camminare per la folla domenicale sul lungolago di Como, ma gli occhi non sono puntati sulle acque o sui monti all´orizzonte: l´attrazione ormai sono gli oblò, che ogni trenta metri si affacciano nella palizzata sul cantiere, e la gente ci lascia su volentieri un ricordo, un pensiero scritto su foglietti appiccicati con lo scotch, anche solo un vaffanc. Rivolto probabilmente al sindaco pdl di Como, Stefano Bruni, che sta facendo costruire a tradimento dei suoi concittadini una muraglia che nasconderà dalla strada la vista del lago. Perché? «Per difendere Como dalla esondazioni», si giustifica lui. «Per sperperare i soldi della ricostruzione valtellinese», gli rispondono i nemici del progetto. Cioè, più o meno, tutti. Pure Umberto Bossi, che ieri si è fatto vivo per bocca del suo federale comasco e avrebbe già trovato lo slogan: «Como non è Berlino».

Ieri c´è stata la prima manifestazione pubblica anti-muro, organizzata dal Pd, e in pochi minuti i giardini a lago si sono riempiti di gente. Di destra e di sinistra. Di Como e di ogni parte del mondo, visto che le fortune del Lario - anche per merito di George Clooney - sono al massimo e richiamano migliaia di turisti. Qualcuno riesuma la canzone dei Pink Floyd, «Another brick in the wall». Dicono gli organizzatori: «Avevano promesso paratie mobili a scomparsa e invece a scomparire è il lago. Ci ritroviamo con la città murata». Non è una battuta: è proprio così. Ma tale è la forza della protesta che sta attraversando trasversalmente partiti e istituzioni, che forse lo scempio sarà evitato. In quel caso, a crollare insieme al muro potrebbe essere il sindaco e la sua giunta. Il giornale comasco La Provincia sta già raccogliendo firme e trionfano su internet i siti dedicati. Dall´estero pare siano in arrivo reporter e telecamere.

La storia inizia tanti anni fa, quando vengono stanziati fondi sostanziosi per la ricostruzione, dopo l´alluvione dell´87 nella vicina (ma non tanto) Valtellina. I 17 milioni di euro assegnati al Comasco attendono solo di essere spesi, finchè il Comune decide di usare quei finanziamenti per mettere in sicurezza il lago, che ogni 4-5 anni esonda e copre la piazza Cavour con qualche centimetro d´acqua. In realtà, manovrando le chiuse di Olginate, i tecnici ormai governano tranquillamente il livello del Lario, e il progetto comasco è più che altro destinato a risistemare in bellezza il lungolago con i soldi dello Stato e della Regione. Iniziano i lavori, si alza la palizzata, tutti tranquilli e contenti finchè un pensionato Sherlock Holmes che si chiama - suo nome vero - Innocente Proverbio ficca il naso nel cantiere e scopre che in silenzio il sindaco ha introdotto «la Variante». Illegalmente, a quanto pare, tanto che la Procura ha aperto un fascicolo. E cioè: sul lungo lago ci saranno non le promesse paratie a scomparsa, ma un vero e proprio muro che nasconderà la sponda alla vista di chi si troverà sulla strada, in piazza Cavour o nelle vicinanze. Come mai? Non c´è ancora stata una vera risposta: di certo il muro costa meno delle paratie. Più solido. Più affidabile. L´unico neo - diciamo così - è che nasconde il lago.

Il sindaco Bruni si erge come San Sebastiano trafitto: «Ma che mi importa se dalla strada gli automobilisti non vedono il lago? Lo vedrà chi passeggia e quel tratto sarà abbellito con le fioriere». In pratica, il progetto farà elevare la passeggiata di circa un metro e mezzo sul fondo stradale. A questo punto, però, dalla città non si vedranno le acque e dal lago non si vedrà la città. Black-out, che non è il massimo per una zona turistica di fama mondiale. Sulla palizzata che nasconde caterpillar e gru una mano straniera ha lasciato scritto: «Troppa bellezza per passare avanti».

Tutti ricordano il terremoto,fra ottobre e novembre 2002, di San Giuliano di Puglia (Campobasso), che seminò la morte nella scuola del paese:27 bambini e un’insegnante schiacciati. Il resto dell’abitato non aveva subito danni gravi.Ma Silvio Berlusconi subito parlò di una«San Giuliano di Puglia 2», avendo fissa in testa la «sua» Milano 2. Poi la cosa non andò avanti. Stavolta,col solito tecnico privato di fiducia,l’ingegner Michele Calvi (sempre Milano 2), ci ha riprovato straparlando di newtown aquilane, in realtà una congerie scollegata di banali lottizzazioni. V’è di più. «Si sono rifatti i conti e le new town sono diventate inaspettatamente (per la Protezione Civile) insufficienti. E la gente riparte per il mare». Uno show illusorio dunque.

Lo scrivono gli urbanisti Vezio De Lucia e Georg Josef Frisch, e il sismologo Roberto De Marco nel rapporto ancora inedito di cui diamo conto in anteprima «L’Aquila. Non si uccide così anche una città?». Essi affrontano, oltre all’insufficienza quantitativa delle abitazioni previste per i terremotati aquilani (senza servizi, oltretutto), il nodo dei costi della soluzione prescelta.Per ricostruire la casa com’era e dov’era (ma sicura) ai circa 7.000cittadini della zona rossa del centro storico, occorrerebbero 380 milioni di euro. Inoltre, quei cittadini dovrebbero essere sistemati provvisoriamente per il tempo necessario con Moduli Abitativi Permanenti(MAP).A quali costi? «La Protezione Civile», rispondono i tre esperti,«sta spendendo, chiavi in mano,1.000 euro per mq, mediamente50.000 euro ad alloggio MAP». Per i2.820 alloggi necessari, farebbero140 milioni di euro. Sommati ai 380 milioni precedenti, si salirebbe a circa5 20 milioni.

Il Progetto C.A.S.E. in corso di realizzazione,cioè le 20 micro-newtown, o lottizzazioni, prevede invece un costo di 2.800 euro al metro quadrato per un importo complessivo di 710 milioni di euro. Badate, si tratta di mini-alloggi: da 40 a 70 mq contro i 90 mq della media Istat. Fra l’altro li stanno rimpicciolendo per stiparne di più nei 20 lotti essendosi accorti che sono di molto inferiori ai bisogni. Quindi, per i 7.000 aquilani della zona rossa «avere una casa nelle new town costerà 440 milioni dieuro». Non è finita. C’è da calcolare il costo del temporaneo, non breve soggiorno negli alberghi della costa. Circa 8,4 milioni al mese. In sei mesi(e non so se bastino), un costo aggiuntivo di 50 milioni, da sommare ai 440 milioni di poco sopra. In totale, circa 490 milioni di euro.

Non è tutto, perché nella versione finale del decreto sul terremoto (28aprile 2009) il governo ha dovuto riconoscere ai residenti del centro storico con abitazione in E (cioè gravemente danneggiata) la totale copertura delle spese di ricostruzione e aip roprietari di seconde case in E «un ristoro di 80.000 euro». A questo punto dobbiamo sommare i 380 milionidi euro calcolati per ricostruzione e recupero della zona rossa delcentro storico ai 490 milioni per le cosiddette new town e fanno 870 milioni di euro.

Una obiezione è scontata: «Le new town sono un patrimonio edilizio a futura diversa destinazione».Già, però si tratta di alloggi definiti dalla Protezione Civile soltanto «durevoli», decisamente piccoli, più piccoli di un terzo delle abitazioni andate distrutte. E per ora non ci sono fondi per i servizi. Insomma,concludono gli autori dello studio, «non si può però essere sicuri che costruire case al costo di un appartamento dilusso sia stato un buon investimento». La ricostruzione aquilana, con tutte le declamate pretese di efficienza,costerà di più di una «ricostruzione tradizionalmente intesa».

E qui torna il discorso fatto nella prima puntata: la fretta presuntuosa con cui si è voluto agire senza tenere in alcun conto le esperienze friulane e umbro-marchigiane sarà nemica di una «buona ricostruzione». Della cui elaborazione progettuale, del resto, nemmeno si discute. Nasce allora un sospetto di fondo: questa urbanistica «di emergenza» non diventerà«permanente»? Della bella Aquila oggi in macerie che ne sarà? Prima del sisma nelle case e nei nuclei sparsi risiedeva il 34 per cento della popolazione del Comune; con le new town vi risiederà il 56 per cento. Nel centro storico abitava il 15 per cento che si ridurrà ad un misero 6per cento. Come diminuirà (dal 51 al 38 percento), a vantaggio dei nuclei e case sparse, la quota di quanti avevanocasa nelle zone urbane. Prima del terremoto, «ben due terzi della popolazione del Comune abitava nel capoluogo(centro storico e zone adiacenti),mentre solo un terzo era residente nelle frazioni e nei nuclei periferici». Con la centrifugazione prodotta dal Progetto new towns, o C.A.S.E., il capoluogo perde «un terzo degli abitanti, mentre il centro storico subisce un vero e proprio tracollo». L’Aquila sarà così trasformata in «una città più piccola contornata da venti periferie?».

Se ricordate, nella prima versione del decreto legge, si insisteva sul ruolo di Fintecna incaricata di subentrare agli aquilani con casa danneggiata che non ce la facevano a ricostruire. A tutt’oggi non c’è nessuna ombra – a differenza del modello umbro-marchigiano – di comparti omogenei perimetrati, di programmi integrati,né di consorzi obbligatori fra i proprietari per il recupero degli edifici distrutti o lesionati. Campo libero dunque, per selezione «naturale»,ai singoli, ovviamente ricchi o agiati,che vorranno qua e là recuperare mettendo in sicurezza. «Per dar vita ad una L’Aquila-land per turisti e fruitori di shopping, richiamati dalla possibilità di ammirare come erauna città preziosa prima del terremoto». Una vuota scena. Una bella occasione speculativa.

In tanta inerzia, difficilmente l’Ateneo aquilano riavrà i suo i27.000 iscritti, con parecchi fuorisede. Faticheranno Conservatorio, Accademia e altri istituti. Languiranno gli 800 esercizi commerciali dei quartieri storici. Il Tribunale è sbriciolato,l’Ospedale lesionato. Le imprese si saranno riposizionate sul territorio. Si pagherà un altissimo prezzo:la disgregazione di una comunità. Possibile che di ciò che tocca il cuore, gli elementi vitali del primo grande centro storico terremotato dopo Messina (1908) la classe dirigente,intellettuale italiana non senta il bisogno di discutere in senso positivo, progettuale? Non senta l’urgenza di sostenere quanti nelle istituzioni(il sindaco Massimo Cialente, la combattiva presidente della Provincia Stefania Pezzopane) non si rassegnano? Possibile che questo nostro Paese sia, in tutto, così sfibrato,disanimato, incapace di reagire, persinoal «tutto va ben» strombazzato da Berlusconi e dai suoi contro ognicifra, contro ogni realtà? Ma dove sono urbanisti, pianificatori, sindacati,partiti dalla parte dei cittadini?

Ma i servizi in queste «città»

dove si pensa di metterli?

Silvio Berlusconi ha detto che risponderà solto a domande serie, per esempio sul post-terremoto all’Aquila. Noi gliene poniamo altre 5 dopo quelle della prima puntata.

1) All’Aquila si stanno, di fatto, costruendo20 quartieri periferici“durevoli”, 20 nuove, confuse periferie. Con quali servizi se per questa voce non ci sono ancora stanziamenti?

2) Lo sa che, per non voler essere“tradizionali” come in Friuli o inUmbria,le case in costruzione all’Aquila(in numero insufficiente) costeranno come appartamenti di lusso?

3) Per il centro storico dell’Aquila non si parla ancora di “ricostruire”,non ci sono perimetrazioni di comparti omogenei, né programmi integrati, né consorzi fra privati: che ne sarà nel tempo del centro storico abbandonato? Diverrà una sorta di Aquilaland per turisti (e per speculatori)?

4) Non ritiene pericolosissimo chel’Aquila divenga una città più piccola con tante periferie disgregando così il cuore della comunità aquilana?

5) Se l’Aquila, dove quasi tutto è fermo,non riparte al più presto, come crede che potrà ripartire l’intera provincia e la stessa regione? V.E.

Qui è scaricabile il testo integrale del rapporto Di Frisch, De Lucia, De Marco, Liberatore

Cancellato. Trasformato in tante villette a schiera come ne è pieno l’entroterra del XIII Municipio. Ci troviamo in Via Antifonte di Ramnunte, nella zona Nuova Palocco, di fronte alla scuola elementare Palocco ’84. All’angolo con Vicolo Canale della Lingua, uno splendido casale si erge solitario a ricordo della vocazione agricola del XIII Municipio. Ma quanti ne esistono in tutto il nostro territorio ? Almeno 53, da una prima stima. Infatti la Carta dell’Agro Romano, che dovrebbe tutelare le presenza storiche, archeologiche e paesistiche presenti appunto nell’Agro Romano, non li censisce tutti (come il caso del Casale del Porro, all’Infernetto, nei cui pressi non solo è presente un acquedotto romano, ma esiste numeroso materiale archeologico in superficie). Scompare la storia del territorio, scompaiono gli spazi verdi ex-agricoli, ma soprattutto scompaiono gli spazi pubblici. Di recente, il 6 agosto, il Consiglio della Regione Lazio ha approvato il Piano Casa con 36 voti a favore e 9 contrari, consentendo (inizialmente) ai proprietari di ristrutturare i casali oppure di trasformarli in piccole abitazioni da affittare a prezzo concordato, consentendo così un cambio di destinazione d’uso. Addirittura si è parlato di aprire sul posto asili nido. Si utilizzano, in questo modo, strutture oggi abbandonate, come stalle e vecchi magazzini, per farne, grazie alle loro cubature, alberghi, ristoranti, discoteche e finti agri-turismo, distruggendo l’unico elemento conservativo della campagna così com’era fino a 50 anni fa. Per fortuna, sempre il 6 Agosto, è stato votato l’emendamento all’articolo 2 della proposta di Legge Regionale che tutela i casali storici dell’Agro Romano e del territorio laziale. Potrebbe sembrare apparentemente una conquista e sulla carta effettivamente lo è. Ma se un casale come quello di Nuova Palocco (censito nel foglio 30S della Carta dell’Agro al numero 63) è comunque destinato a sparire, cosa ne sarà degli altri? E soprattutto cosa ne sarà di questi potenziali spazi pubblici a servizio dei quartieri dell’entroterra ostiense, nati come una città diffusa che hanno consumato ormai quasi tutto il territorio con le loro villette tutte uguali? Niente strade, piazze e giardini. Adesso neanche più gli spazi verdi agricoli.

Il suolo, su cui si sviluppa una città, è patrimonio della collettività anche se di proprietà di un singolo. E’ necessario dunque recuperare la memoria storica, ma soprattutto dare risposte alle nuove richieste di spazi pubblici che non possono tradursi in un aumento artificioso di ‘consumo di merci’. La politica deve ridurre il peso della rendita immobiliare che è in stretto rapporto con la rendita finanziaria e dunque con la speculazione, che non è imprenditoria.

L’azione che Italia Nostra sta portando avanti a sostegno della battaglia della Sovrintendenza Archeologica per la difesa e tutela dell’Agro romano ci auguriamo che non sia limitata solo ad alcuni municipi, ma estesa anche a tutti gli altri, compreso il XIII Municipio che ha conservato, meglio di altri, il patrimonio paesaggistico e storico di quella parte dell’Agro conosciuta come Marittima e che presto vedrà una delle cementificazioni più pesanti di Roma. Il Litorale infatti ha ricevuto premi di cubatura nel nuovo piano casa fino al 60% e il rischio fondato che si attui la visione fascista di espandere Roma “sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro sino alle spiagge del Tirreno” diventerà una promessa mantenuta.

L’autrice è Vice presidente del Comitato civico entroterra XIII

«Ci hanno mandato la variante, perché era un atto dovuto, ma non era vincolante il nostro parere. In ogni caso lo avevamo espresso e in Comune c’è una lettera nostra che riassume quello che pensiamo». Non vorrebbe dire altro l’ingegner Carlo Terragni, uno dei tre progettisti delle paratie e del nuovo lungolago, assieme al collega Ugo Majone (che si è occupato delle parte idraulica) e all’architetto Renato Conti. Anzi, non vorrebbe nemmeno uscire sul giornale, rimandando la conversazione ai prossimi giorni, dopo che si sarà incontrato con i due coprogettisti e avranno deciso che linea tenere. Per ora, ribadisce, «non parliamo con nessuno».

È comprensibile che dei professionisti ci pensino due volte, o anche tre, prima di esprimersi su un problema che rischia di mandare a soqquadro gli equilibri politici, oltre che paesaggistici, della città. Ma sarebbe decisamente poco serio da parte de «La Provincia» non chiedere un chiarimento a chi - l’ingegner Terragni, appunto - all’inizio degli scavi sul lungolago, quando in un sondaggio otto lettori su dieci si schierano contro le paratie, rassicurò tutti. «Risolveranno tanti problemi e non deturperanno certo il paesaggio - affermò -: non mi sarei mai permesso di progettare qualcosa che andasse a rovinare la città che tanto amo». «Molti tra coloro che sollevano obiezioni non sono esperti in materia - aggiunse -, quindi non si tratta di valutazioni attendibili».

Dopo che, ironia della sorte, un pensionato a spasso con il cane ha notato per primo il muro che nasconde il lago e, segnalandolo a «La Provincia», ha sollevato un problema paesaggistico riconosciuto "a denti stretti" anche dal sindaco, non è possibile non sollecitare una risposta da parte da chi a suo tempo aveva garantito che il nuovo «lungolago avrà una veste splendida». Perciò riportiamo subito le poche, ma significative frasi, con cui l’ingegner Terragni ha risposto alla sollecitazione, pur chiedendo che rimanessero riservate. Converrà, il medesimo, che è uno dei classici casi in cui prevale l’interesse pubblico. È giusto che i cittadini comaschi sappiano che «abbiamo presentato un progetto e questo progetto è stato disatteso completamente», come dice Terragni. Che gli stessi progettisti non sono stati «mai interpellati» in corso d’opera, se non per un problema secondario relativo alle fondazioni («Ma non solleviamolo adesso - si raccomanda l’ingegnere - sennò aumentiamo ancora i pasticci»). Che quello parzialmente realizzato «è un altro progetto», rispetto all’originale, e quindi «è difficile giudicarlo» per chi, evidentemente, non vi si riconosce più. «La finalità è garantita - osserva sconsolato Terragni - ma sono cambiate tante altre cose». Intende dire che il muro al centro delle polemiche non è l’unico "dettaglio" modificato? «L’aspetto più significativo - replica Terragni - è l’arretramento delle paratie su piazza Cavour». Com’è possibile che siano intervenuti tutti questi cambiamenti senza che nessuno abbia posto delle obiezioni? «Il grosso problema è a Palazzo Cernezzi», dice l’ingegnere. Certo, a questo punto, sotto il muro che oscura il lago, rischia di rimanere schiacciata la Giunta... «Non mi riferisco tanto alla Giunta - precisa - bensì a questi tecnici che credono di potersi sostituire agli architetti».

In attesa che i tre progettisti si consultino e forniscano più approfondite argomentazioni, vale la pena riportare lo stralcio di una lettera scritta da Majone prima dell’avvio del cantiere: «Le opere mobili sono meno impattanti rispetto alle arginature fisse, consentendo di non sottrarre alla vista di chi si trova in città o a navigare sul lago, scorci paesaggistici di straordinaria bellezza». Invece è stata stravolta la filosofia dell’intervento e oggi, anche uscendo in barca sul primo bacino, si vedono «pannelli inguardabili», che fanno dire all’ingegner Terragni: «Mi hanno fregato».

Non credo proprio di essere anti-italiano se rilevo che, di fronte ai grandi problemi del Paese, questo governo e il suo leader risultano inadeguati, portati allo spot autopromozionale anziché a quelle scelte concrete che pure Berlusconi rivendica per sé ad ogni minuto, vantando che nessuno si è portato meglio di lui e di loro. Frottole. Nella graduatoria del BIL (Benessere Interno Lordo) le prime regioni sono Emilia-Romagna, Marche e Toscana, in testa la provincia di Forlì-Cesena. Non le regioni, non le province governate dal Pdl e dalla Lega. Solo un caso?

Torniamo al governo, al premier e alla loro superficialità e inadeguatezza. Nel post-terremoto d’Abruzzo, malgrado le frequenti marce di Berlusconi e del suo proconsole sull’Aquila, i prefabbricati sono in ritardo (i primi consegnati erano della Provincia di Trento) e insufficienti di numero. Anche perché non si è sprezzantemente voluto tener conto delle esperienze positive del Friuli, dell’Umbria, delle Marche dove enti e comunità locali furono fortemente responsabilizzate e motivate nella ricostruzione. Mentre qui risultano disperse, frustrate, tagliate fuori dalla Protezione Civile.

E’ così nella vicenda della nave dei veleni ritrovata nel fondo dello Jonio grazie alla tenacia di un assessore regionale, Salvatore Greco, stimatissimo biologo marino, che “l’Unità” intervista, di magistrati che non si sono persi d’animo di fronte ad una vicenda oscura che dal 1994-95 (gli anni dei dossier di Legambiente e Wwf) esigeva di venire scoperchiata. Risale a quel tempo la prima commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti tossici presieduta da Massimo Scalia. Ne feci parte e ricordo come rimanemmo scioccati già al primo giorno quando dall’audizione degli ufficiali dei Noe, della Finanza, del Corpo Forestale, della Ps emersero crimini inimmaginabili sintetizzati nella frase di uno di loro: “Smaltire una cisterna di rifiuti tossici è facilissimo: basta superare di notte il casello di una autostrada, poi il contenuto viene sversato dove capita”. La stessa facilità rivelata da un collaboratore di giustizia per l’affondamento criminale della nave dei veleni.

Lo Stato assente, il governo latitante. Basterebbe finanziare seriamente quei corpi speciali, potenziare e integrare le loro reti. Con soli 77.000 euro la cooperativa Nautilus ha individuato, in due giorni, il pericoloso relitto. Tanto assente il governo italiano che l’assessore regionale Salvatore Greco (un altro anti-italiano, evidentemente) ha avanzato l’ipotesi di un intervento straordinario della UE essendo quei veleni un pericolo gravissimo per i 22 Paesi affacciati sul Mediterraneo. Come dargli torto?

Vogliamo poi parlare della arrendevolezza del governo verso quanti evadono, eludono, speculano? Il provvedimento sullo “scudo fiscale” passa un autentico colpo di spugna su vari reati finanziari, a cominciare dal falso in bilancio. “Una schifezza”, l’ha definito la senatrice Anna Finocchiaro. Una schifezza che nessun ministro di questo governo ha avuto il coraggio di illustrare ai senatori. “Così finanzieremo le scuole”, si è vantato il senatore Gasparri. Magari quelle private. Coi soldi “mafiosi” di ritorno però.

Lo ricordo bene: dopo i terremoti del Friuli, dell’Umbria e delle Marche - i meglio risolti fra i tanti - il dibattito sulla ricostruzione di centri storici e monumenti fu subito intenso, acceso, coinvolse, appassionò intere comunità, produsse soluzioni alla fine valide. In Friuli lo slogan della ricostruzione fu «prima le fabbriche, poi le case e le chiese». In Umbria venne corretto in «prima le chiese (“Sono le nostre fabbriche”, fece notare un vescovo saggio, attento al turismo religioso di massa), poi le case e le fabbriche». Lo fa notare il solo studio complessivo – anche socio-culturale, anche economico - sin qui prodotto sul terremoto abruzzese: «L’Aquila. Non si uccide così anche una città?». Una brochure fitta di analisi, argomentazioni, piantine, tabelle di costi, che va sotto la sigla storica di Comitatus Aquilanus.

Vi hanno lavorato intensamente soprattutto l’urbanista Vezio De Lucia, con vaste esperienze di amministratore, l’ex direttore del Servizio Sismico nazionale, Roberto De Marco, l’architetto Georg Josef Frisch, coordinatore della ricerca che pubblichiamo in anteprima.

Prima notazione: nulla delle esperienze positive antecedenti già citate è stato tenuto in conto. È prevalsa su tutto la visione «edilizia», immobiliaristica del presidente Berlusconi, attuata «militarmente» dalla Protezione Civile. Difatti, qui in Abruzzo, all’Aquila, la parola «ricostruzione » non viene pronunciata, c’è uno spettrale silenzio attorno ad essa. Anche da parte degli intellettuali (tutti ipnotizzati?), dei giornali, di quasi tutte le tv. Dove un’altra parola risulta bandita: «pianificazione ». Tutto sul territorio aquilano avviene nella più totale assenza di un disegno urbanistico complessivo, con mille episodi sconnessi e con un consumo di suoli agricoli alla fine disastroso. Il solo slogan è quello efficientistico «dalle tende alle case», o meglio «alle casette» (magari donate dai trentini).

Ma ci sono poi case o casette per tutti? Neanche per idea. Ci sono prima che arrivi novembre e magari la prima neve? Soltanto in parte. Sere fa ha fatto sensazione a Ballarò l’intervento del direttore generale del Comune de L’Aquila, Massimiliano Cordeschi, accusato dal ministro Tremonti di «esortare alla rivoluzione» soltanto per aver detto che, in conclusione, a sei mesi dal sisma, su 40.000 senzatetto, ce ne sono 26.000 fuori da ogni prospettiva di residenza che non siano gli alberghi della costa, case di parenti, o la diaspora.

Lo studiodi De Lucia-De Marco-Frisch ci dice subito che la Protezione Civile ha censito gli edifici inagibili o danneggiati. Non gli alloggi. Dato fondamentale invece per stimare la gravità del danno e quindi la «domanda di ricostruzione». Loro tre calcolano che a L’Aquila siano 15.746 gli alloggi resi inagibili, per una superficie lorda di 1 milione e mezzo di metri quadrati. Una parte rilevante dei quali nel bellissimo ed ora spettrale centro storico, nella «zona rossa »: il 63%. Sono residenze di aquilani e case per studenti fuori sede. Lo slogan della ricostruzione (se di ricostruzione qualcuno parlasse nel primo grande centro storico atterrato dopo Messina) dovrebbe infatti mettere al primo posto, fra le «fabbriche », l’Università, vero «motore» di tanta vita economica e sociale aquilana, col Conservatorio, con l’Accademia di Belle Arti e altri Istituti. Pertanto, se migliaia di studenti sceglieranno altre sedi, tutta L’Aquila ne riceverà un colpo mortale. Ma se la ricostruzione non solo non parte (rimuovendo le macerie, puntellando, progettando, ecc.), ma neppure viene nominata, quali speranze si possono dare a questi giovani affluiti qui da altre regioni? Cosa può trattenerli dal fare altre scelte? In Umbria e Marche, dopo aver sistemato, con fatica certo, i terremotati in container attrezzati e in casette prefabbricate, vennero formati dalla Regione e dagli enti locali i consorzi obbligatori fra i proprietari privati onde far partire progetti integrati e pianificati di ricostruzione «in sicurezza ». Qui siamo sotto lo zero. E anche giornali, tv, opinionisti, gli stessi partiti di opposizione non ne parlano. Paiono come annichiliti e senza voce. Peggio, senza idee.

La sensazioneche gli autori di questa ricerca hanno avuto è che il sindaco de L’Aquila Massimo Cialente sia stato lasciato piuttosto solo dallo stesso Pd anch’esso come catturato dalla logica tutta «edilizia» del duo Berlusconi-Bertolaso. Da qui l’ordinanza di giugno che lasciava libertà di costruire casette provvisorie dove si poteva. Da qui il Progetto dei Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili (C.A.S.E.) che il premier un po’ chiama newn town e un po’ no, anzi si offende.˘«In buona sostanza », si legge nel rapporto, sono «lottizzazioni residenziali su 20 aree individuate dalla Protezione Civile (…), 164 edifici per un totale di circa 4.000-4.500 appartamenti che saranno adatti ad ospitare circa 15.000 persone», cioè un terzo soltanto dell’effettivo fabbisogno espresso dai cittadini del capoluogo. Adesso anche la Protezione Civile si è accorta che sono poche e allora si affanna a mandare altrove il popolo degli attendati, prima che il gelo li attanagli. Di nuovo negli alberghi della riviera adriatica. A costi notevolmente elevati. Senza che i senzatetto abbiano potuto esprimere una preferenza, senza che si sia lasciato uno spiraglio alla autodeterminazione democratica, senza che si sia potuto opporre qualcosa alla scelta centrifuga delle 20 micro-newtown e di tante altre casette sparse, a spray, sui terreni agricoli, a macchia d’olio. Il tutto a costi molto alti. Come sempre allorché non si pianifica praticamente nulla. Ne parleremo nella successiva puntata. Fermiamoci ad un costo sociale: «Una volta sgomberate le macerie e rese accessibili le case non danneggiate gravemente, solo uno su tre dei vecchi abitanti potrà tornare a casa». Più il tempo passa senza che inizi la ricostruzione e peggio è. Qui e nei centri storici minori. Sul piano oggettivo, psicologico, morale. «Non si uccide così anche una città?».

(1-continua)

Dai centri storici alle “new towns”

Cinque domande al premier

Nella conferenza-stampa di martedì Silvio Berlusconi ha detto che risponderà soltanto a domande serie, per esempio sulla consegna di case prevista il 29 in Abruzzo. L’inchiesta qui a fianco ne contiene tante di domande. Proviamo ad estrarne qualcuna:

1) Perché non si sono tenuti in alcun conto i risultati positivi della ricostruzione post-terremoto in Friuli e in Umbria-Marche?

2) Perché la Protezione Civile ha censito gli edifici e non invece gli alloggi colpiti per avere una stima più esatta dei bisogni?

3) Come mai le casette prefabbricate possono ospitare soltanto un terzo dei circa 40.000 senzatetto? E gli altri, dove finiranno?

4) È vero che nelle sue amate «new town» gli alloggi stanno fra i 40 e i 70mqe che ci si orienta sempre più verso i 40 mq?

5) Perché nemmeno si parla, per ora, di piani e progetti di ricostruzione dei centri storici, dell’Aquila in primo luogo? Cosa si vuol fare?

Tante sono le domande che urgono. Magari domanine faremo altre.

V.E.

Al Comune di Viterbo esiste anche un assessore per l’aeroporto che ancora non c’è. Il nome: Giovanni Bartoletti. Ha 42 anni, un passato da ufficiale pilota e un presente da presidente del comitato per l’aeroporto della Tuscia. È stato eletto nel 2008 per il centrodestra con la lista civica «Viterbo vola» e prontamente il nuovo sindaco Giulio Marini l’ha messo in giunta. Questo per dire che Gianni Alemanno avrà pane per i suoi denti.

Il sindaco di Roma parte lancia in resta alla difesa dell’aeroporto di Ciampino contro il futuro scalo che dovrebbe portargli via il traffico low cost da e per la Capitale, evocando il fantasma di una nuova Malpensa? Ebbene, a Viterbo i suoi colleghi di partito montano le artiglierie pesanti.

Nel Paese dei campanili ognuno vuole anche la sua pista. E pazienza se già ne abbiamo (in rapporto alla superficie) il doppio della Francia, se si fagocitano l’un l’altro, se in qualche scalo i passeggeri sono rari come i canguri albini. Quando si deve perorare una causa aeroportuale non c’è politico, di destra o sinistra, che si tiri indietro.

Nel novembre 2007 un aeroplanino sorvolò Viterbo trascinando uno striscione dove c’era scritto a caratteri cubitali: «Grazie!». Di che? Ma di aver scelto la città della Tuscia come base per il terzo aeroporto del Lazio. Il ringraziamento era rivolto al ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi ma soprattutto al suo collega dell’Istruzione Giuseppe Fioroni, margheritino, viterbese ex sindaco di Viterbo, che si era battuto come un leone contro Latina e soprattutto contro Frosinone. In pieno dramma psicologico Francesco Scalia, presidente anch’egli margheritino della Provincia ciociara, arrivò a minacciare le dimissioni. Ma allora Fioroni era ministro e davvero c’era poco da fare. Tanto più considerando che l’aeroporto viterbese aveva anche il sostegno di un altro pezzo da novanta della maggioranza di governo: il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti.

Lo schiacciasassi politico macinò chi contrastava il progetto, come il Comitato per il No guidato dall’ex sindaco di Soriano del Cimino, Alessandro Pizzi, che paventavano seri danni ambientali (l’aeroporto è a due passi dalle terme). Inutili si rivelarono gli appelli al leader della Margherita Francesco Rutelli e le proteste di Verdi e sinistra radicale.

C’è da dire che fra le tre soluzioni che erano state proposte l’Enav aveva chiaramente indicato Viterbo per motivi tecnici: Latina è congestionata e interferisce con Pratica di Mare e Napoli, Frosinone è in una conca fra le montagne, spesso nebbiosa. Ma c’è da dire che anche l’opposizione politica di allora non si oppose. Basti pensare che il comitato per l’aeroporto è capeggiato da un uomo di centrodestra. Per non parlare del nuovo sindaco Marini. Il quale, per inciso, è anche deputato del Popolo della libertà. E questo nonostante per legge l’incarico di parlamentare sia incompatibile con quello di sindaci di città con oltre 20 mila abitanti (Viterbo ne ha 59.308).

Non che per l’aeroporto le cose sarebbero cambiate di molto se il centrodestra non avesse vinto le elezioni: candidato sindaco dello schieramento opposto era Sposetti. Senza contare che anche alla presidenza della Provincia, in mano al centrosinistra, c’è un altro sostenitore dello scalo, ovvero l’ex segretario provinciale diessino Alessandro Mazzoli. Nato, per ironia della sorte, a Frosinone. Sulla carta, dunque, l’aeroporto è blindato. «Su questo c’è forte sintonia fra il governo, la Regione, la Provincia e il Comune », ha detto ieri il governatore del Lazio Piero Marrazzo. Quanto al rischio di creare una Malpensa in sedicesimi, è un’altra faccenda.

Innanzitutto i soldi. Per l’adeguamento delle strutture aeroportuali servirebbero circa 260 milioni. Ma è il meno. Viterbo dista da Roma circa 90 chilometri: almeno un’ora e mezzo con l’automobile e un paio d’ore con il treno. Ci sono ben due ferrovie che collegano la Capitale con la città della Tuscia, ma servono fondamentalmente il traffico pendolare e andrebbero seriamente adeguate. Per la linea delle Ferrovie dello Stato (tempo di percorrenza da un’ora e tre quarti a due ore e dieci) è previsto un raddoppio fino a Bracciano, mentre non esiste un progetto, né un finanziamento, per il potenziamento del tratto fino a Viterbo. Per la linea ferroviaria regionale gestita dalla romana Metro (tempo di percorrenza due ore e mezzo) l’ipotesi del raddoppio invece esiste. Ma bisognerà trovare altri 600 milioni di euro, e comunque per la realizzazione si parla di svariati anni.

Infine, va da sé che l’aeroporto low cost a Viterbo ha senso se si svuota Ciampino. Diversamente, non ce l’ha. Peccato che uno dei maggiori vettori, cioè Ryanair, non ne voglia sapere di rinunciare a un privilegio che in Europa non ha nessuna compagnia a basso costo: quello di un aeroporto praticamente in città. Il suo capo, Michael O’Leary, ha avvertito che se dovrà lasciare Ciampino la compagnia irlandese abbandonerà Roma: mettendo a rischio, argomento molto convincente, 3.500 posti di lavoro. E ha comunque avviato una dura resistenza legale. Nel frattempo, notizia della scorsa primavera, la Regione Lazio ha dato il via a un quarto aeroporto. Dove? Ma a Frosinone, che domande...

La Tav è il futuro mezzo di trasporto europeo, collegherà le città italiane e, aprendosi liberamente al mercato, offrirà servizi frequenti a tariffe differenziate, come già succede con gli aerei. Sarà perciò accessibile a tutti, e, mentre scompariranno i “lenti” scomodi intercity, prenderà vigore ed efficienza il servizio regionale-metropolitano-locale, con grandi benefici ambientali e sociali.

Tutto questo rappresenta, per Firenze, un’occasione storica. La prima dai tempi della Capitale. Ma purtroppo è stato adottato (e appaltato) un insensato progetto di sottoattraversamento urbano con stazione sotterranea in zona Macelli, che esporrebbe la città, in fase di costruzione, a cantieri annosi e devastanti (oltretutto costosissimi), poi, in fase di esercizio, ai pericoli di incidenti. Con la prospettiva certa di essere trafitta anche dalle “frecce” Roma-Milano che non fermeranno (la tragedia di Viareggio purtroppo insegna) saranno messe a repentaglio zone densamente popolate, aggredite dai fattori inquinanti provocati dai sempre più numerosi passaggi (polveri, vibrazioni, rumori..). La proposta alternativa che cerca di “frenare” la Tav con un passaggio promiscuo in superficie è anch’essa nociva e impattante. Si può dire in sintesi che le soluzioni di attraversamento urbano non inquadrano le prospettive, non solo dell’accesso logistico, ma dello sviluppo urbanistico ed economico, ma soprattutto di qualità della vita, che, con la Tav, si aprono alla città.

L’unica soluzione che salva Firenze dai cantieri e dai pericoli, ma che velocizza la Tav e che apre le prospettive appena dette, è il cosiddetto Passante Nord (da Rovezzano a Castello), illustrato nel sito www.firenzesicambia.com, che ha già raccolto centinaia di adesioni “eccellenti”.

Il nuovo Sindaco Matteo Renzi si trova in posizione ideale per ripensare Firenze, dovendo anche redigerne il Piano Strutturale. Lui stesso ha definito il passaggio Tav “la madre di tutte le battaglie”.

Mi auguro perciò che possa vincere la battaglia, in nome dei benefici ambientali ed economici, senza aprire cantieri in città, adottando la soluzione che garantisce meno disagi, tempi più corti di esecuzione e prestazioni migliori.

Lasciatemi fare un po' di storia, a cominciare dall’86 quando, inaugurata la Linea Direttissima Roma-Firenze, che uscendo dal tunnel “San Donato” (11 km, realizzato nel 1970) entra da sud nel nodo fiorentino a Rovezzano, la soluzione che sembrò più economica fu quella di fissare la stazione in superficie a Campo di Marte e proseguire sottoterra, ma girare direttamente verso Bologna. Soluzione poi scartata poiché la tratta appenninica fu spostata reincludendo l'importante snodo ferroviario di Castello, a nord di Firenze, da cui la linea Tav definitiva oggi parte. La riapparizione di Castello, baricentrico nell'area metropolitana, coincidente con l'areoporto, collegatissimo via ferro a Santa Maria Novella, mi aveva convinto a riesaminare tutto il percorso e riprendere l’idea che il prof. Detti aveva inserito, con grande lungimiranza (Tav e aeroporto non esistevano) nel suo Piano Regolatore del 1962, in cui era presente l’ipotesi di un passante a nord e della trasformazione del “laccio” ferroviario, cioè della rete di binari interna alla città. Tali opportunità erano così espresse: “ Dal punto di vista urbanistico i vantaggi sono ancora più rilevanti: la sistemazione delle aree ferroviarie aderisce al programma di ristrutturazione della città e anzi lo provoca e lo favorisce….”. Tuttavia, rispetto al 1962 (le proiezioni demografiche prevedevano un incremento da 450 a 700mila abitanti) la città si è invece progressivamente svuotata di residenti. Non è quindi più necessario creare “quantità”, come Detti era costretto a fare, trovando gli spazi nelle aree ferroviarie, ma c’è l’opportunità oggi di lanciare una politica urbanistica di qualità, ricucendo le aree pregiate del laccio ferroviario liberato dai passaggi attraverso la città: in altre parole creare “la spina dorsale per il nuovo piano della città, innervata da varie stazioni e da treni corti, frequenti e silenziosi, "domestici", rivalutando case ed esercizi lungo i dieci chilometri della ferrovia interna da Rovezzano a Castello”. Questesono parole mie…che ricordano una regola inglese per cui “il treno dove passa impoverisce, dove ferma arricchisce” e che lanciano l’idea di un gran progetto di “rigenerazione urbana” tipo Valencia o Barcellona.

Con il Passante Nord (tunnel di 9,5km a doppia canna in linea diritta e veloce sotto le colline) la Tav avrà la sua stazione a Castello (può essere la stazione di Foster prevista ai Macelli, magari raddoppiata con la nuova aerostazione) ed il forte collegamento con Santa Maria Novella creerà sinergia fra città storica e metropolitana, ferrovie locali, aeroporto e autostrade. Distanti quattro minuti di navetta interna a servizio continuo gratuito panoramica... e welcome coffee, SMN, per i fiorentini del centro ed i turisti, e Castello, per gli utenti dell’area metropolitana e del resto della Toscana, diventano quindi i due terminal di un'unica macrostruttura urbana funzionante a sistema!

Ma attenzione a Santa Maria Novella! E’ un bene prezioso, poche altre città possono disporre di una “testa” di arrivo inclusa nel raggio pedonale del centro, sarebbe come se la Stazione Termini fosse a trecento metri dal Colosseo o da San Pietro… Bisogna dunque agire per mantenerla viva a tutti i costi. I tour operator potrebbero creare treni speciali granturismo per le capitali d'Europa che entrerebbero nelle linee Tav a Castello; potrebbe anche diventare il terminal cittadino dell'aeroporto (vorrei poter dire: del sistema aeroportuale toscano Pisa-Firenze). Con il check-in in stazione si ammortizzano i tempi del volo…. Ecco come dovrebbe essere intesa la vera "centralità di Santa Maria Novella", in nome della quale, invece, si è proceduto, negli ultimi 15 anni (15anni!) a farne crescere il figlio illegittimo ai Macelli, che, al pari della soluzione a Campo di Marte, sciocca e sbrigativa, causerebbe un degrado nerissimo per SMN, tagliata fuori dal turismo e dai visitatori in genere. Par di leggere un manuale di "inner city decay": vuoto funzionale, aumento dei problemi sociali e di ordine pubblico (ci sono già ora) con l'ingresso trionfale e inarrestabile dellaspeculazione, alla fine.

Il dibattito che riscalda ogni giorno le cronache fiorentine sulla posizione della stazione ha la vista corta: penso che sia più importante per il cittadino sapere come si parte e si arriva in città, piuttosto che dove. In altre parole: quanto tempo ci vuole a raggiungere la stazione con mezzi pubblici sicuri e affidabili dai vari luoghi della città centrale e da quella metropolitana? E viceversa. La stessa considerazione vale per l'areoporto....

La soluzione del Passante Nord è concepita per dare le migliori risposte alla domanda.

Nota: l'autore dell'articolo è progettista del passante nord per il nodo TAV di Firenze. Sul medesimo tema si veda qui anche l’intervento di Alberto Ziparo (f.b.)

L’art. 158 del Codice dei beni culturali e del paesaggio rimette alle Regioni l’emanazione di “apposite disposizioni di attuazione”. Si tratta dunque della disciplina regolamentare in materia – la tutela del paesaggio – di potestà legislativa esclusiva dello Stato. La Regione Emilia-Romagna si accinge ad esercitare quella attribuzione e presso l’assemblea è in discussione la relativa proposta di legge di iniziativa della giunta. Pubblichiamo le osservazioni che Italia Nostra, associazione nazionale, ha presentato nella audizione promossa dalla competente commissione consiliare, rilevando nella proposta preoccupanti profili di contrasto con i vincolanti modelli della pianificazione paesaggistica come dettati dal Codice. Se così approvata, la legge, a giudizio di Italia Nostra, si esporrebbe a rilievi di legittimità costituzionale.

OSSERVAZIONI DI ITALIA NOSTRA ALLA PROPOSTA DI MODIFICA DELLA LEGGE DELLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA N. 20 DEL 2000 CON INSERIMENTO DEL “TITOLO III-BIS” “TUTELA E VALORIZZAZIONE DEL PAESAGGIO”.

Si deve rilevare in premessa che l’analitica disciplina della “Parte terza”del Codice dei beni culturali e del paesaggio (come definita con la conclusiva revisione del 2008) lascia margini assai ristretti per più specifiche disposizioni applicative attraverso la legislazione regionale. E non può stupire che il testo normativo qui in esame per la gran parte delle sue prescrizioni sia meramente ripetitivo della disciplina del “Codice”, sicché risulta infine per quella parte superfluo rispetto alla completezza della normazione statale di riferimento.

I

Ma sul punto essenziale della pianificazione paesaggistica la proposta di legge regionale, in luogo di dettare (nei pur ristretti limiti di una praticabile specificazione) le prescrizioni attuative del “Codice”, prospetta uno strumento normativo e procedimentale essenzialmente diverso, dunque alternativo, rispetto al vincolante modello come disegnato nell’art. 143 dello stesso “Codice”. Il quale articolo vuole un unitario piano speciale esteso all’intero territorio regionale dove, alla esauriente ricognizione analitica dei molteplici valori paesaggistici, identificati precisamente attraverso una apposita rappresentazione cartografica “in scala idonea”, corrisponda una disciplina immediatamente applicativa con la “determinazione delle specifiche prescrizioni d’uso” per le singole aree e i singoli immobili considerati. Un piano, in conclusione, le cui necessariamente specifiche “previsioni e prescrizioni sono immediatamente cogenti e prevalenti sulle previsioni dei piani territoriali ed urbanistici”.

Ebbene, il PTPR (piano territoriale paesaggistico regionale) della proposta di legge è strumento essenzialmente diverso, che dà “direttive” (art. 40-bis) alla pianificazione di province e comuni, limitandosi a stabilire “prescrizioni generali di tutela” per gli individuati “sistemi”, “zone”, “elementi territoriali meritevoli di tutela” “come aspetti e riferimenti strutturanti del territorio” (art. 40-quater, c. 2), si limita a definire “i criteri per l’apposizione, la verifica e l’aggiornamento dei vincoli paesaggistici” (art. 40-quater, c. 5), in luogo di apporli esso stesso, nonché “i criteri di rappresentazione, specificazione e articolazione dei sistemi, delle zone e degli elementi ai fini dell’elaborazione della cartografia dei PTCP e dei PSC” (art. 40-quater, c. 3). E infatti l’unico riferimento cartografico per l’attuazione delle funzioni di gestione in concreto di tutela, delegate ai comuni, è costituito dai PTCP che danno attuazione alle disposizioni del PTPR (art.40-bis, c. 5), essendo rimesso appunto alle province, attraverso i piani di coordinamento, il compito di fornire la rappresentazione grafica dei vincoli sulla base della metodologia fissata dal piano territoriale (art. 40-novies). E dunque al PTPR, privo di una esauriente e prescrittiva rappresentazione cartografica, non può certo riconoscersi natura di piano paesaggistico come voluto dal “Codice”.

In conclusione la proposta di legge qui in esame, coerente con il procedimento di pianificazione territoriale disciplinato nella legge regionale urbanistica n. 20 del 2000, è però in aperto contrasto con lo speciale vincolante modello unitario dell’art. 143 del “Codice”, al quale oppone il sistema a cascata, dove il piano paesaggistico risulta infine costituito dall’insieme dei piani di coordinamento provinciale e anzi dal mosaico dei piani strutturali comunali.

E poiché il piano paesaggistico rientra per certo nella materia della “tutela” rimessa alla legislazione esclusiva dello Stato, la disciplina al riguardo proposta dalla Giunta Regionale sembra a Italia Nostra che si esponga a insuperabili rilievi di legittimità costituzionale.

II

Allo stesso rilievo si espone, per contrasto con la vincolante disciplina degli artt. da 137 a 140 del “Codice”, la normativa degli artt. 40- duodecies e 40- terdecies in tema di istituzione, composizione, procedimenti di competenza, delle commissioni regionali che l’art. 137 pone appunto al livello della istituzione regionale, coerentemente con la riserva regionale della pianificazione paesaggistica. E dunque alla regione, non alla provincia, deve spettare la nomina della commissione (nella vincolata composizione) e non al consiglio provinciale la dichiarazione di notevole interesse pubblico (in accoglimento della proposta della commissione), con la specifica disciplina per il territorio considerato che “costituisce parte integrante del piano paesaggistico” (art. 140).

III

L’art. 40- quinquies limita la prescritta copianificazione a un accordo preliminare sui contenuti condivisi del PTPR, escludendo l’istituzione statale della tutela dalla consecutiva elaborazione del piano che l’art. 143, c. 2 del “Codice” vuole invece “congiunta”, sicché l’approvazione conclusiva del procedimento deve necessariamente avvenire, prima della sanzione formale per atto della assemblea legislativa, nei modi del concerto sul modello dell’art. 15 della legge 241/1990.

IV

L’art. 40-decies, definendo i compiti dei comuni, attribuisce loro quello di “rettificare le delimitazioni dei sistemi, delle zone e degli elementi operate dal PTCP fino a portarle a coincidere con le suddivisioni reali rilevabili sul territorio”. Si tratta di una discrezione non soggetta a verifica che ben potrebbe essere esercitata per contrarre arbitrariamente l’efficacia dei vincoli di tutela. E perciò deve essere negata.

V

Una disposizione che esige una specificazione attuativa è per certo quella (art. 146, c. 6 del “Codice”) che impone alle regioni di condizionare la delega della funzione autorizzatoria alla dotazione negli enti destinatari di strutture analoghe a quelle regionali in grado di assicurare un adeguato livello di competenze tecnico-scientifiche. Sicché non può certo costituire valido adempimento di tale previsione la generale delega ai comuni o alle unioni di comuni disposta dall’art. 40- decies, con la

generica prescrizione di assicurare quell’adeguato livello di competenza, quando invece si impone di definire normativamente i requisiti specifici di organizzazione e competenza degli uffici tecnici dell’ente destinatario. E ciò anche al fine di dare adempimento alla disposizione di regime transitorio (art. 159 del “Codice”) che impone alle regioni di verificare la sussistenza attuale di quei requisiti negli enti già delegati secondo la previgente disciplina, sotto sanzione di decadenza della stessa delega.

VI

Sembra infine che l’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali (IBACN) della Regione Emilia-Romagna, in ragione dello straordinario patrimonio di competenze e conoscenze acquisite negli anni, indiscutibilmente si candidi a costituire all’interno delle proprie strutture l’Osservatorio regionale per la qualità del paesaggio per il quale invece l’art. 40- octies prevede un ruolo del tutto marginale dello stesso Istituto.

Roma – Bologna, 15 settembre 2009.

“Oramai abbiamo il sovversivismo al governo...». Aldo Schiavone, storico, direttore dell’Istituto Italiano di Scienze Umane, non usa mezzi termini per descrivere lo stato presente dell’Italia. «Certo, la democrazia corre rischi seri,ma io sono convinto che il berlusconismo stia tramontando », aggiunge con sicurezza. «Questo premier non interpreta più il sentimento degli italiani».

Professore, a proposito dei sovversivi al governo il premier ha di nuovo attaccato l’opposizione accusandola di essere anti-italiana. Davvero la nostra democrazia è in pericolo?

«Guardi, Berlusconi sta stressando la democrazia, la tira per i capelli. La sta impoverendo. Per lui democrazia vuol dire: si vota, chi vince comanda. In questa idea non c’è più ruolo per il Parlamento, si figuri la divisione dei poteri. Resta solo il rapporto carismatico del leader con il popolo che lo ha scelto. In questo senso certo che c’è un rischio per la democrazia. Però, anche se l’Italia rappresenta una versione estrema, la questione democratica è globale. Io dico che in tutto ilmondoc’è bisogno di un rinvigorimento della democrazia».

Ha visto quel che ha detto il ministro Brunetta? Ha parlato di golpe e di una sinistra che deve “morire ammazzata”...

«Questi atteggiamenti ricordano molto quello che Gramsci chiamava il “sovversivismo delle classi dirigenti”. Ceti fragili e senza storia, proiettati all’improvviso al potere, assumono posizioni sovversive, ai limiti dell’anarchia. Chi guida questa logica è Berlusconi, Brunetta non fa altro che interpretare ».

Ma è sicuro che Berlusconi sia al capolinea? Lo abbiamo sentito dire tante volte...

«Sì, il declino c’è. Ma non per la storia delle escort. Il berlusconismo è esaurito, evaporato. Si ricordi che lui vince negli anni Novanta con un messaggio di ottimismo: arricchitevi senza regole. Allora interpretava una voglia di dinamismo della società italiana. Oggi invece è costretto a rovesciare il suo discorso. E infatti nel 2008 ha vinto facendo leva sulla paura. Il disfacimento che vediamo attorno a lui è conseguenza di questa perdita di rappresentanza».

È possibile che nasca in Italia una destra non più populista?

«Credo di sì. In Italia ci sono due destre possibili. C’è quella di Bossi e Tremonti che hanno in mente un’Italia divisa, con un regionalismo lacerato. È una destra arroccata, ringhiosa, contraria al multiculturalismo, paurosa dell’Europa e della globalizzazione e che cerca di ritagliarsi un angolino ai margini. Su questa si posa l’ala protettiva della Chiesa. Poi c’è una destra che fa riferimento a Fini di cui ancora non capisco i confini ma che sembra più moderna, aperta, legalista. Possiamo dire: una destra dei diritti. Queste due destre si contendono il campo. E l’esito è ancora difficile da intravedere».

Come ha fatto secondo lei Berlusconi a cambiare lo spirito degli italiani? Come ha fatto a vincere culturalmente?

«Berlusconi è l’erede di Craxi. Lui e Craxi sono stati gli unici, anche se con pesanti limiti etici e culturali, che hanno letto la modernizzazione, hanno capito l’Italia post-industriale. Diciamo che, in un modo un po’ straccione, sono stati i Reagan e le Thatcher italiani. Berlusconi ha potuto svolgere questo lavoro in un vuoto politico, con una sinistra ancora legata al passato e incapace di interpretare il presente. Così è passato il suo messaggio: individualismo, consumismo, egoismo sociale, niente regole».

Insomma,la sinistra gli ha lasciato campo libero?

«Certo, alla fine della prima repubblica la sinistra non è stata capace di fare una proposta al Paese. Ha compiuto troppi errori, si è trasformata tardi e in modo pasticciato. Se il Pci avesse avuto il coraggio di cambiare prima, credo che Berlusconi non ci sarebbe stato. Possiamo dire, in un certo senso, che Berlusconi è la conseguenza del ritardo della sinistra ».

Ma chi ha sbagliato, Berlinguer?

«No, perché Berlinguer non poteva fare di più, era dentro la storia del comunismo. Gli errori più grandi li hanno commessi i suoi eredi tra l’84 e l’89. Si è perduto troppo tempo».

Oggi come la vede l’Italia:un paese stanco,depresso?

«Vedo un paese provato, toccato dalla crisi che avrà conseguenze che ancora non abbiamo visto. Stiamo andando verso un autunno che sarà pesante. Però io credo che l’Italia ha le risorse per reagire. Noi diamo il meglio nei momenti di difficoltà, quando siamo con le spalle al muro».

Ma come uscirne?

«Questo paese ha un grande bisogno di una leadership politica. Berlusconi non è più in grado di rispondere a questa domanda, la sua visione è entrata in crisi. All’Italia serve un leader che racconti un’altra storia».

Un bel compito per la sinistra...

«Sì, la sinistra ha una grande occasione, si sta aprendo uno spazio enorme: ora deve saper essere espressione della modernizzazione del Paese. Quando negli anni Sessanta e Settanta ha interpretato la spinta verso l’industrializzazione il Pci è diventato polo di attrazione per tante forze diverse per provenienza e matrice culturale. E lo sa perché? Perché vedevano quel partito come soggetto forte del cambiamento».

Ma che vuol dire modernizzazione? È una parola che si può declinare in modi diversi...

«Le dico alcune parole fondamentali. Uguaglianza, ma non intesa in modo seriale: penso invece all’uguaglianza del merito. Nuovi legami sociali. Solidarietà. Nuovi rapporti tra generazioni. E nuovi rapporti anche tra vita e innovazione tecnologica, perché non si può lasciare tutto al mercato. Questi devono essere, per il centrosinistra, i capisaldi della modernità. Qualcuno potrà dirmi: facile a dirsi. Lo so,ma questa è la grande sfida».

Nel suo ultimo libro “L’Italia contesa”lei sostiene che c’è bisogno di un nuovo soggetto politico. Ce la farà il Pd?

«Penso che il Pd abbia bisogno di una forte leadership unita a una forma partito robusta. È sbagliato mettere in contrasto partito del leader e partito organizzato, devono tenersi insieme. C’è bisogno di una pesantezza territoriale. Però attenzione alla fretta, queste sono operazioni che richiedono tempo. Quello del Pd è sicuramente un amalgama difficile ma guai se interpretassimo questa difficoltà come una impossibilità e quindi si reagisca con la voglia di tornare indietro, ai Ds e alla Margherita. Oggi non vedo altra prospettiva oltre al Pd».

Scusi, professore: che cosa c’è di sinistra nel Pd?

«Veltroni ha compiuto diversi errori ma ha avuto un’intuizione giusta. Oggi serve una nuova cultura politica. La sinistra deve essere un’altra cosa rispetto al Novecento, non si può tornare alla vecchia cultura socialista».

Qualcuno le obietterà: ma in Europa i socialisti ci sono...

«Sì, ma guardi bene. Guardi i socialisti francesi che cosa sono diventati, ormai sembrano ridotti a un’ombra di se stessi. E in Germania? La Spd soffre, non sa indicare una prospettiva e infatti vince la Merkel. Persino in Inghilterra è fallito il modello Blair che pure aveva tentato un certo rinnovamento. Questo succede perché tutte e tre le socialdemocrazie (anche se meno quella inglese) sono state esperienze legate al mondo industriale strutturato in classi, non sono state capaci di cogliere le novità dirompenti che entravano in scena. Non hanno compiuto la loro rivoluzione culturale».

C’è un’eccezione: Zapatero. Che ne dice?

«Dico: aspettiamo, bisogna vedere come va a finire. Anche nei paesi dove la tradizione socialista è forte ci sono difficoltà. Bisogna sapere vedere il nuovo: sono cambiati i confini dell’uguaglianza, dello stato sociale, del lavoro. È ora di chiudere con il Novecento. Non dico di cancellare il passato. Dico: usiamolo per fare qualcosa di veramente nuovo».

Chi è Aldo Schiavone

Studioso di diritto e di storia Ha raccontato l’«Italia contesa» Aldo Schiavone è nato a Napoli nel 1944. Laureato in Giurisprudenza, insegna Diritto romano ed è attualmente direttore dell’Istituto Italiano di Scienze Umane (Firenze - Napoli).Dal 1980 al 1988 è stato direttore dell’Istituto Gramsci. Autore di numerosi saggi di diritto ha pubblicato recentemente con Laterza «L’Italia contesa». La tesi del libro è che il berlusconismo è al declino e che nel Paese si apre un immenso spazio politico e di pensiero che la sinistra deve essere in grado di occupare costruendo un’altra idea di Italia.

La Magliana è un luogo di Roma singolare. Di abbastanza recente formazione urbana (più o meno una palude fino al 1960) è diventata il terreno in cui si sono accumulati nel tempo tentativi, plurali e dissimili tra loro, di costruzione di un forte immaginario. Prima come luogo di forte radicamento e protagonismo sociale, capace di sconfiggere la forza di chi aveva autorizzato e costruito case sotto il livello del fiume. Un luogo che una volta che queste case, strappate alla rendita, venivano in massa occupate e fatte proprie da chi quella lotta aveva condotto, si è voluto subito quale “ghetto” per antonomasia. Una location metropolitana. Per ogni delitto sempre più efferato e la messa in scena di mostri urbani descritti nelle cronache cittadine. Dal “canaro”, ai protagonisti della banda di quel romanzo criminale che, per oltre vent’anni avrebbe partecipato, come braccio armato, al dispiegarsi di quella ragnatela di episodi locali capaci di intrecciare e renderli oscuri gli avvenimenti più dolorosi della politica del nostro paese.

La storia è sembrata continuare, con un altro capitolo all’alba di qualche giorno fa. Le forze di polizia, al comando addirittura di un generale, (come sottolineano tutte le cronache) sono state impegnate nello sgombero di una scuola occupata da alcuni anni abitata da precari, migranti, sfrattati, giovani. Più o meno “terroristi” per la stampa di proprietà dei costruttori cittadini. In realtà parte di quel mondo che non può varcare la soglia dei 240 mila appartamenti tenuti sfitti a Roma; quel mondo per cui non esiste nessun alloggio popolare perché non se ne costruisce; quel mondo che è costretto a vagare in una città senza case (popolari) e fatta di case che, senza città, sono cresciute quale informe melassa edilizia, una accanto all’altra.

Decidendo di trasformare, mostrando i muscoli, un’emergenza sociale in problema di ordine pubblico, cosa di meglio che la Magliana. Un ghetto che più ghetto non si può. Dove saldare il ricordo di tensioni antiche, costruite su inesistenti paure, con le nuove che si vorrebbero addossare, fino a farli diventare portatori, ai movimenti di lotta per la casa.

Non era stata “buona la prima”, tuttavia. Non ci si era riusciti, infatti, cacciando chi occupandolo ci viveva, anche qui con un’operazione spettacolare, oltre cinquecento persone dall’ospedale abbandonato Regina Elena perché, non solo si era scoperto che si trattava nella maggior parte di donne e bambini che lì avevano, ottenuta dallo stesso Comune, la loro residenza ufficiale, ma soprattutto perché subito era stato evidente a tutti che la residenza che Alemanno aveva pensato per loro era un lager come manufatto architettonico; un campo di concentramento per come viene gestito; un inferno per chi, lì è, ora, deportato e costretto a vivere e a coabitare.

Non è casuale che tutto questo non sia avvenuto con la città chiusa per ferie, ma si sia aspettato il rientro per varare il primo atto “politico” di Alemanno. Come se si fossero aspettati “i più” per farglielo vedere. Alemanno non ha, con gli sgomberi, sparato ad alzo zero contro i movimenti di lotta per la casa. Ha fatto anche questo certo. Ha inteso prendere realmente possesso della città, dopo un anno di surplace in cui l’aveva assediata. Come tutti i nuovi padroni lo ha fatto ridisegnando le mappe della sua proprietà.

Avendo letto Moby Dick Alemanno sa che le mappe devono mentire sempre, affinché i veri luoghi non vengano mai trovati. Alemanno deve iniziare, cancellando i molti spazi liberati alla rendita, a tenere alta l’emergenza, trasformarla in ordine pubblico. Solo così potrà assicurare, al pacchetto di mischia dei medi e piccoli costruttori che hanno contribuito a costruirlo come Sindaco, di candidarsi a risolvere l’emergenza abitativa da loro stessi provocata. Semplice il loro ragionamento. Le case –per il Sindaco- costano troppo perché a Roma il costo delle aree (nelle mani dei grandi costruttori) fa salire il prezzo finale di vendita sul mercato di oltre il 40% del prezzo di costruzione. Dateci aree agricole e vedrete- dicono al Sindaco i suoi partners di cemento- e faremo case anche per l’affitto. Loro chiamano aree a “saldo” quel vasto territorio chiamato in realtà “agro romano”. In quelle aree, si dicono disposti a realizzare sì case in affitto, ma quale quota edilizia di un pacchetto residenziale assai più consistente. Come hanno sempre fatto: drenando finanziamenti per l’edilizia residenziale pubblica (sovvenzionata e convenzionata) e ritagliandosi i soliti convenienti spazi di manovra con queste nuove case da vendere (molte) e da affittare (poche) quale compenso per il disturbo.

A questo servono le truppe e i generali dislocati sull’argine del Tevere, schierate contro una ciclofficina e una scuola abbandonata fatta diventare casa: alla costruzione dell’immaginario. A dire basta con l’abitazione collettiva, con il luogo dell’abitare eguale, al sottrarsi al mercato e al capestro dell’indebitamento senza fine su cui loro hanno vissuto lucrando e su cui vorrebbero continuare a farlo. Un no esplosivo. Non scritto, ma reso ancora più evidente dalle nubi di polvere sollevate dallo sferragliare dei mezzi e dal battere sugli scudi degli uomini in tenuta antisommossa. Attaccare un luogo occupato, cercando di “finirlo” poi dalle pagine dei giornali compiacenti, vuol dire smontare, mattone dopo mattone, e definitivamente sotterrare nelle sue stesse macerie, l’idea stessa di una città dove pensare all’abitare prima del costruire e ribadire, come evidente, esattamente l’opposto: il costruire sempre e ovunque prima ancora di considerare l’abitare.

Questo dice la nuova cartografia urbana voluta dal sindaco. Per questo la facciata michelangiolesca dei musei capitolini è stata scalata dai movimenti. Ma la resistenza, l’occupazione del tetto affacciato sulla piazza del Campidoglio, il possedere la città dall’alto del desiderio, ha fatto esplodere, anche, la solitudine dei movimenti di lotta per la casa. In un attimo tutto è sembrato disperdersi.

Eppure era quella la strada giusta, nessuno deve sentirsi solo nel difendere e rivendicare i propri diritti. Non possiamo pensare di costruire spazi di conflitto, che siano separati e disposti secondo graduatorie di merito, la lotta per la casa non può essere vincente se non si lega a quella per una mobilità sostenibile, o a quella per la difesa delle aree agricole, all’abitare.

La mappa di Alemanno ha funzionato: disegnando quei corpi, che vivevano sulla sommità dell’edificio michelangiolesco, all’interno della rete della “marginalità sociale”. Ecco allora circondare Marc’Aurelio con il lunapark: dal carro attrezzi, ai vigili che contavano i turni degli scalatori, al pallone anticadute, alla richiesta di staccare o, almeno ridurre, qualche manifesto; a volte turisti e sposi avessero mai alzato gli occhi al cielo…

Il tetto dei musei capitolini era diventato un altro luogo vero; più delle tende montate ai fori. Non un “presidio degli antagonisti”, ma un modo di spendere la propria vita capace di alludere alle tante vite sottratte a chi la casa non ce l’ha. Solo a quelli?

Perché i“climbers for housing” non sono riusciti a trasformarsi in “ climbers for freedom”? A parlare ai tanti ai quali, pur vivendo in una casa, si impedisce di abitare la città. A riuscire a opporsi al fatto che le mappe di Alemanno si trasformino in altrettanti spazi dove non sarà più possibile “pensare” a un altro modo di vivere la nostra vita. Per questo atto dopo atto, vediamo dispiegarsi l’odio che a seconda dei casi, colpisce con contenuti omofobi (e coltelli) la comunità gay; negare il grande square di piazza Vittorio alle celebrazioni della fine del ramadan alla comunità che lì vive, costruire “ teoremi “ su presunti racket all’interno delle occupazioni delle comunità resistenti.

Vogliono farci vivere, creando continue emergenze, all’interno di nuove mappe dove, ogni luogo venga annullato all’interno di un territorio destinato a produrre rendita attraverso la rendita. Una “vice vita” costruita sull’appropriazione di quel che è comune a tutti e di cui, proprio la rendita, si impossessa. A partire dalla distruzione delle risorse e attaccando la capacità di relazione che, in ogni bene, caratterizza la propria identità.

Sta ora ai movimenti romani ridisegnare nuove mappe, partendo dalla convinzione che solo costruendo un grande progetto comune, che veda protagonisti tutti nel disegnare una città che non sia più luogo dell’esclusione, sarà possibile sconfiggere la solitudine. Un “insieme” che non sia la sommatoria di esperienze cresciute separatamente, ma la costruzione paziente di una cultura dell’abitare che garantisca non solo un tetto a chi non ce l’ha, ma restituisca a tutti la dignità di abitanti della città. Se al contrario si rafforzeranno comunità identitarie impegnate in singole rivendicazioni, la solitudine e la perdita di ogni diritto saranno inevitabili.

L´impero milanese di Salvatore Ligresti è un gigantesco Monòpoli fatto di grattacieli e stalle, ospedali avveniristici e cascine, con due spade di Damocle sul capo: un nuovo Piano di governo del territorio che rischia di far saltare le speculazioni dell´ingegnere e (soprattutto, dicono i maligni) una situazione finanziaria personale che si è un po´ deteriorata negli ultimi tempi. Costringendo l´uomo che ha costruito le sue fortune grazie ai buoni rapporti con la politica a rompere l´apparente pace sociale del mattone meneghino, chiedendo il commissariamento di Palazzo Marino pur di sbloccare i suoi progetti.

I numeri parlano da soli: Sinergia, la cassaforte dell’imprenditore siciliano, ha chiuso i conti del 2008 in rosso per 24 milioni. Di più: lo scorso 20 aprile non è riuscita a trovare i soldi per rimborsare un prestito da 31 milioni, avviando un negoziato con gli istituti di credito per rinegoziare un’esposizione debitoria preoccupante, visto che il prossimo novembre scadrà un altro finanziamento da 108 milioni. Dove trovare i soldi? In tempi di vacche grasse per un uomo come Ligresti, snodo chiave del salotto buono, azionista di Mediobanca, Generali, Rcs e Alitalia, sarebbe stata una passeggiata. Ma oggi, con la Borsa in crisi - sulla quota di Premafin in portafoglio a Sinergia grava una perdita teorica di 30 milioni - e il mattone in stallo, persino per lui la strada è in salita. E nemmeno i progetti fermi da anni come quelli oggetto della querelle con il Comune possono rimanere dimenticati nel cassetto.

La scommessa immobiliare su Milano, in effetti, è la partita decisiva per il futuro dell’imprenditore di Paternò che dopo i guai di Tangentopoli e le incursioni finanziarie a Piazzetta Cuccia e dintorni di inizio millennio è tornato negli ultimi anni a coltivare l’antica passione per il mondo delle costruzioni. Un’offensiva giocata su più tavoli. I grandi progetti, dove ha calato l’asso di Impregilo e i soldi di Fondiaria-Sai, ma anche le speculazioni sui terreni in periferia - in particolare a margine delle zone verdi di Trenno, Forlanini e Parco Sud - dove si è mosso attraverso Sinergia e la galassia di controllate della Imco (Immobiliare Costruzioni).

Oggi la ragnatela di Ligresti in città è fittissima. Ci sono la sua mano e i suoi soldi nelle opere che diventeranno il simbolo di Milano come Citylife, il quartiere Isola-Garibaldi, l’ampliamento dell’Istituto europeo di oncologia e la costruzione del Cerba, il Centro europeo di ricerca biomedica. Lavori da decine di milioni. Ma è solo la punta dell’iceberg. Il vero affare per il portafoglio di famiglia, mercato e Palazzo Marino permettendo, dovrebbe essere la valorizzazione delle decine di cascine, campi, fienili, stalle e fontanili comprati con un lavoro certosino e con grande discrezione negli ultimi anni. Parcelle rurali ed edifici a volte diroccati, acquistati in qualche caso per due lire ma destinati a trasformarsi, in caso di adeguate riconversioni edilizie, in miniere d’oro: proprietà come cascina Campazzo nel parco del Ticinello, difesa a spada tratta dalla Lega dopo che Ligresti ha cercato di sfrattarne gli inquilini, cascina Ambrosiana nel Parco Sud, i prati della Bellaria e del Belgioioso al margine del verde di Trenno, le stalle della Canavese e della cascina Casanova al Forlanini.

La passione per l’agricoltura c’entra poco. Basta pensare che il 25 febbraio 2009 è stato approvato a livello di segreteria tecnica l’accordo di programma per la costruzione del Cerba su 620mila metri quadri di terreni in zona Ripamonti di proprietà di Sinergia e Imco. Un progetto da 900 milioni su un’area costata poco meno di 10 milioni. Oppure che nell’ambito dell’Expo si starebbe valutando un piano di aiuti per la trasformazione di aziende agricole metropolitane in strutture alberghiere di accoglienza. Manna - se tutto andrà in porto - per i conti un po’ traballanti dell’impero Ligresti, il cui rientro nel mattone è stato fino ad oggi un po’ ad ostacoli sia per la crisi (Citylife fatica a far quadrare i finanziamenti malgrado gli aiutini di Palazzo Marino) che per qualche vicenda giudiziaria come i recenti sequestri in via De Castillia.

I tempi però stringono. Le scadenze delle rate sui debiti non conoscono i tempi lunghi della congiuntura e delle concessioni edilizie. La Imco, dopo un 2007 d’oro, ha chiuso il 2008 in rosso per 13 milioni con un’esposizione bancaria cresciuta da 212 a 305 milioni. E l’idea di Letizia Moratti e dell’assessore Carlo Masseroli di rivedere il Piano di governo del territorio in termini che rischiano di penalizzare le speculazioni di Ligresti ha fatto saltare i fragili equilibri che sovrintendono allo sviluppo immobiliare della città. E lui - che pure negli anni aveva accumulato in sordina oltre 40 contenziosi giudiziari con il Comune senza finire in prima pagina sui giornali - ha deciso di forzare la mano. Quasi come se ci fosse in gioco la sopravvivenza del suo impero di famiglia.

L'attacco terroristico che a Kabul ha spento la vita di sei soldati italiani, assieme a quella di circa venti civili afghani, dovrebbe indurci ad una seria riflessione politica, molto al di là del cordoglio d'occasione. Dovrebbe anzitutto ricordarci che oggi, più di sempre, la guerra comporta la strage di vite umane e che la guerra in Afghanistan ha già sacrificato la vita di decine di migliaia di persone e continuerà a sacrificarla. Altre centinaia di civili afghani e di militari occidentali moriranno nei prossimi mesi. L'imponente operazione «Colpo di spada», voluta dal presidente Barack Obama all'inizio del suo mandato, non si fermerà facilmente. Fra le vittime ci saranno inevitabilmente altri giovani italiani. Sembra che i combattenti afghani abbiano ben capito quello che il ministro La Russa ha sbandierato in lungo e in largo nelle ultime settimane: gli italiani sono in Afghanistan non per una missione di pace ma per fare la guerra.

Che senso ha tutto questo? Che cosa legittima questo fiume di sangue? Quali sono gli obiettivi perseguiti dai combattenti occidentali, quelli italiani inclusi? In gioco sono valori irrinunciabili come la libertà e la democrazia o la guerra ha invece origine in spietati interessi economici e in strategie di dominio neocoloniale?

In questi giorni di lutto i rappresentanti del governo e del parlamento italiano si sono espressi in termini singolarmente concordi: i militari italiani sono impegnati in una guerra legittima che deve continuare nonostante le perdite umane. La missione Isaf-Nato alla quale essi aderiscono - si sostiene - è stata legittimata dalle Nazioni Unite ed è dunque in perfetta sintonia con il diritto internazionale vigente, oltre che con la Costituzione italiana. E ciò che rende nobile oltre che legale la presenza militare dell'Italia in Afghanistan è la volontà di contribuire alla ricostruzione dello Stato afghano e alla esportazione in Afghanistan dei valori della libertà e della democrazia.

Si tratta - da Ignazio La Russa a Pier Ferdinando Casini, a Pier Luigi Bersani, a Massimo D'Alema - di una sconfortante retorica bipartisan, espressione della dipendenza della politica estera italiana dalla volontà degli Stati Uniti e, di conseguenza, dagli ordini della Nato. Come è noto, in Afghanistan la Nato non è che la longa manus europea della superpotenza americana. E l'intesa bipartisan si alimenta di una complice deformazione delle circostanze di fatto e di diritto, oltre che di una opportunistica declamazione della missione umanitaria dell'Italia nel mondo.

Ciò che si deve dire con fermezza è che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu non ha mai autorizzato la guerra scatenata nell'ottobre 2001 dal presidente Bush contro l'Afghanistan - la famigerata missione Enduring Freedom -, né ha mai consacrato come legittima la leadership di potere del collaborazionista Hamid Karzai, sostenuto dagli occupanti statunitensi. E neppure ha mai incaricato l'Isaf (poi passata nel marzo 2003 sotto il controllo della Nato) di dar vita ad una operazione bellica contro gli insurgents afghani, in particolare dell'etnia Pashtun, fermamente impegnati nella resistenza agli invasori.

Assecondando una richiesta emergente dai controversi «Accordi di Bonn» del 5 dicembre 2001, il Consiglio di Sicurezza aveva assegnato all'Isaf (non a caso denominata International Security Assistance Force) il solo compito di «assistere l'Autorità afghana provvisoria nel mantenimento della sicurezza nella città di Kabul e nei suoi dintorni, in modo che l'Autorità provvisoria e il personale delle Nazioni Unite fossero in grado di operare in un ambiente sicuro». Se è questo che aveva affermato la Risoluzione 1386 del 20 dicembre 2001, allora la missione dell'Isaf non aveva nulla a che fare con la guerra sanguinosissima che la Nato avrebbe poco dopo scatenato nell'intero territorio afghano, spesso agli ordini di comandanti statunitensi, con l'obiettivo di distruggere per sempre il movimento talibano.

Quanto alla motivazione umanitaria della guerra - l'esportazione in Afghanistan della democrazia e dei diritti di libertà - basterebbe a sottolineare che in oltre otto anni di occupazione la struttura politica afghana non è stata neppure sfiorata dai valori e dalla procedure della democrazia rappresentativa. Nessuno osa più negare che le elezioni del 2004 e del 2008 sono state una farsa grottesca voluta e organizzata dagli Stati Uniti. E non c'è chi non riconosca che il governo che fa riferimento ad Hamid Karzai è, oltre che illegittimo, profondamente corrotto e senza la minima autorità rappresentativa. Chi in questi anni ha visitato l'Afghanistan conferma che la tradizione politica afghana è incompatibile con la democrazia ed è lontanissima dalla sue procedure. E riconosce che non esiste alcuno «Stato nazionale» afghano. Emerge qui il delicato problema del possibile rapporto fra democrazia e mondo islamico, un problema complicato dal tribalismo che caratterizza l'organizzazione politico-sociale dei paesi islamici o a maggioranza musulman. In Afghanistan il problema è reso ulteriormente complesso da una struttura tribale policentrica - pashtun, tagiki, uzbeki, hazara, ecc. - molto differenziata e con spiccate identità etniche. Ciascun gruppo tribale, come ha mostrato Louis Dupree (Afghanistan, Oxford, 1997), è un network delicato di diritti e di doveri, sorretto da strutture di potere fortemente personalizzate. Uno Stato unitario non dispotico forse potrebbe riuscire ad affermarsi solo a condizione di assimilare progressivamente - non di cancellare - alcune funzioni politiche svolte dalle unità tribali, rispettandone pienamente l'autonomia e l'identità.

La pretesa occidentale di trasferire coattivamente nei paesi di religione musulmana il modello della democrazia rappresentativa come se fosse un valore assoluto e universalmente praticabile, è un'ottusa pretesa neocoloniale che ha caratterizzato in particolare la presidenza Bush. C'è da augurarsi su questo tema - dopo i primi passi che sembrano in linea con la strategia concepita dal suo predecessore - che il nuovo presidente degli Stati Uniti si ravveda, come mostra lo scontro in atto tra la Casa bianca e l'establishment militare Usa che chiede più truppe «altrimenti la guerra è persa». Ai generali Obama, per ora, risponde: «Non è vero che più truppe vuol dire automaticamente più sicurezza a casa nostra».

George Bush dichiarava di voler «democratizzare» con la forza l'intera area medio-orientale - il Broader Middle East -, ben consapevole che quest'area è il più ricco deposito di risorse energetiche del mondo oltre che uno spazio strategico di eccezionale rilievo. C'è da sperare che Barack Obama si renda conto che una guerra di aggressione camuffata con vesti umanitarie non può che essere percepita dalle popolazioni afghane come una guerra terroristica, alla quale esse resistono con i mezzi spietati di cui dispongono. Al «terrorismo umanitario» della coalizione occidentale, gli insorti afghani oppongono il terrorismo suicida, ottenendo risultati esattamente opposti a quelli che le potenze occidentali dichiarano di voler raggiungere.





«Proteggete le bellezze del nostro territorio dal piano casa». Questo l’appello lanciato dalla Fai a tutti i sindaci della Lombardia, a pochi giorni dell’entrata in vigore della legge che permetterà ai cittadini di ampliare, fino al 20%, la volumetria di edifici esistenti.

Entro il 15 di ottobre ogni singola amministrazione comunale dovrà decidere - e quindi comunicare alla Regione - quali aree non potranno essere interessate dall’attuazione del piano casa. Da qui la richiesta della presidente del Fondo ambientale italiano, Giulia Maria Mozzoni Crespi, che con una lettera inviata ai 1546 primi cittadini lombardi invita i Comuni a «prendere coscienza del valore del paesaggio, sia dal punto di vista culturale che ambientale».

La presidente dell’associazione ambientale dà quindi alle amministrazioni alcune linee guida da seguire nella scelta delle aree da preservare: «Bisogna difendere i caratteri identitari del nostro Paese - si legge nella lettera - . Si raccomanda quindi l’esclusione dei centri storici e di tutte le zone di particolare valore paesaggistico e ambientale». E ancora: «Ogni Comune deve attivarsi in tutti i modi per evitare l’ulteriore involgarimento e degrado del nostro territorio a causa di una legge che appare come strumento di disordine ai danni della collettività».

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