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Scandalo a Roma a margine dei Mondiali della scorsa estate: violate norme urbanistiche e paesaggistiche. Tra gli indagati anche Giovanni Malagò

ROMA, 8 ottobre 2009 - Era nell’aria: il pm della Procura della Repubblica di Roma, Sergio Colaiocco, aveva nel cassetto da tempo il decreto di sequestro per undici impianti sportivi della capitale. Ieri il Gip Donatella Pavone ha dato il via libera alle richieste della Procura e questa mattina sono stati posti i sigilli da parte della polizia municipale a strutture abusive, ancora in fase di edificazione, nei circoli Roma 70, Polisportiva Parioli tiro a volo, Roma team sport, Polisportiva Città futura. Sigilli, inoltre, anche alle strutture già ultimate nei circoli Acqua Aniene, Cristo Re, Axa Immobil sport, Real sport village, Associazione Agepi, Villa Flaminia, Sport 2000. Erano già stati sottoposti a sequestro gli impianti del Salaria Sport Village, Tevere Remo, Gav New city, Flaminio sporting club. Il gip nelle ordinanze di sequestro ipotizza, a vario titolo, la violazione delle norme urbanistiche, paesaggistiche, per le opere realizzate senza l'intesa con il Comune di Roma che non ha riscosso oneri concessori per circa cinque milioni di euro.

le indagini — Nel mesi scorsi era stato iscritto nel registro degli indagati il Commissario dei Mondiali Claudio Rinaldi. Gli indagati sono ora una trentina: oltre a Rinaldi sono sotto inchiesta i presidenti e responsabili legali dei circoli oggetto oggi di sequestro e tra questi anche il presidente del circolo Aniene e presidente anche del comitato organizzatore dei Mondiali di nuoto, Giovanni Malagò. Quelli posti sotto sequestro sono tutti impianti realizzati con la finalità, in alcuni casi non rispettata, di essere utilizzati per la rassegna iridata. La procura sta indagando, oltre sulle presunte violazioni edilizie contestate oggi, anche su presunti abusi commessi all'epoca della gestione dall'ex Commissario di "Roma 2009", Angelo Balducci, attualmente presidente del Consiglio superiore del lavori pubblici per quanto riguarda la vicenda del "Salaria Sport Village" di Settebagni in cui sono state realizzate, e sequestrate, opere di ampliamento per 160 mila metri cubi con piscine e foresterie.Anche il suo successore Claudio Rinaldi era stato iscritto nei mesi scorsi nel registro degli indagati.

Tempo qualche giorno e rimuoveremo dalla nostra memoria i morti di Messina, così come abbiamo fatto per quelli dell’alluvione di Capoterra e di tutte le calamità cosiddette naturali ma che, in realtà, sono derivanti dall’opera devastatrice del genere umano e che hanno attraversato l’Italia degli ultimi 50 anni.

Il sottosegretario Bertolaso dice che sono necessari un grande piano nazionale di risanamento e almeno 25 miliardi di euro per le zone a rischio. Buon senso vorrebbe che i nostri governanti, quelli locali e quelli nazionali, dicessero STOP ai provvedimenti di ripresa edilizia, camuffati da piani casa; STOP alle opere faraoniche quali il Ponte di Messina, per investire invece gli stessi denari nel risanamento delle infrastrutture della Sicilia e della Calabria, magari facendo attenzione alle pericolose intrusioni della criminalità organizzata; STOP alle centrali nucleari perché in una nazione così dissestata, con un malaffare diffuso e con uno scarsissimo senso di responsabilità individuale e collettivo, anche un minimo errore nello stoccaggio delle scorie sarebbe causa di tragedie inimmaginabili.

Ma i nostri governanti faranno e diranno di tutto, tranne applicare quel buon senso prima richiamato. Anzi, sono iniziati i consueti balletti di dichiarazioni tra gli amministratori locali e la protezione civile su chi siano i responsabili. Accade oggi per Messina, è accaduto ieri per Capoterra. Il risultato si conosce già: nessuno si assumerà neanche la più piccola responsabilità, né come singolo cittadino né, tantomeno, come amministratore. Berlusconi, dal canto suo, infonderà un’illusoria speranza che si farà come in Abruzzo, quando gli abruzzesi ben sanno che per risanare la loro terra ci vorrà tempo e volontà di fare piani rigorosissimi.

E le popolazioni coinvolte che cosa fanno, a parte il gridare che “sono state lasciate sole”? Perché non chiedono ai governanti di cambiare la direzione della loro politica e di rimettere in ordine il territorio? Perché non chiedono di interrompere la commistione tra politica e rendita immobiliare che ha avvelenato il Paese in termini sociali oltre che in termini ambientali?

Se non in limitati casi, non lo chiedono perché ognuno spera di mettersi d’accordo con l’amministratore di turno sui metri cubi da costruire, non oggi se costui non ne ha le possibilità ma magari un domani. In Italia è diventato un fatto “normale” considerare il suolo un vuoto da riempire di cemento perché, così inteso, è diventato una concreta possibilità di trarre profitti e di scaricare i rischi sul pubblico. Se ciò è praticato su grande scala dalle imprese, su micro scala è una logica acquisita dai singoli, proprietari o no che siano. Ovvero, si sono saldati gli interessi di pochi con l’universo variegato di piccoli e potenziali proprietari, costituendo un vero e proprio blocco sociale.

Per costoro è evidente che una politica territoriale fatta di regole ferree e inderogabili è considerata un ostacolo da abbattere quanto prima: sta accadendo per il Piano Paesaggistico istituito dall’amministrazione Soru che di fatto viene smantellato, grazie ai recenti provvedimenti di ripresa edilizia, senza prendersi peraltro il disturbo di predisporne un altro.

Eppure, le tragedie devono pur servire a qualcosa. Che almeno aiutino a riflettere sugli scempi ai paesaggi urbani e naturali di questi ultimi decenni. Scempi che non sono mai serviti a risolvere i problemi di chi non ha una casa, mentre sono stati utili alle pratiche speculative di ogni tipo. Se vogliamo che la tragedia di Messina sia l’ultima, si faccia almeno in modo che si frantumi la sciagurata idea che il territorio sia un vuoto da riempire perché ogni tragedia ci ha finora detto che è giunto il momento di soffermare lo sguardo sulle penose condizioni del nostro Paese.

E se la politica non lo capisce, che venga mandata a casa senza tanti complimenti, l’Italia è ricca di giovani sensibili e preparati.

Un provvedimento per compensare i mancati introiti che il Comune incassa quando concede di costruire. Non un centimetro quadrato dei pregiati terreni comunali compresi fra il Ticino e il Naviglio Maggiore verrà dunque occupato da nuove costruzioni. Si ristruttura solo quel che già c´è. La piccola rivoluzione i cittadini amministrati da Finiguerra l´accolgono con favore: per loro vale la pena pagare un po´ più di soldi, ma avere un territorio e un paesaggio intatti. E così, quando vanno a votare per le politiche, assicurano a Pdl e Lega il 65 per cento dei voti, ma quando rinnovano il Consiglio comunale non hanno tentennamenti. La lista civica di centrosinistra guidata da Finiguerra, classe 1971, laurea in scienze politiche, direttore della Biblioteca comunale di Opera, ha preso il 51 per cento nel 2003 e il 62 nel 2007, un mese dopo aver approvato il piano regolatore.

Cassinnetta ha 1.800 abitanti. È un borgo solcato dal Naviglio, che disegna un paesaggio d´acqua dove le grandi famiglie milanesi fra Cinquecento e Settecento edificarono splendide ville, come i casati veneziani fecero sul Brenta (i Visconti Maineri, i Trivulzio, i Birago Clari Monzini, i Negri Campi). Ma Cassinetta, dichiarata Riserva della biosfera dall´Unesco (ce ne sono solo altre sei in Italia), è al centro di una regione in cui le pressioni edilizie sono imponenti. Confina con Abbiategrasso e lambisce l´estrema periferia milanese. È sulla direttrice che porta a Malpensa e potrebbe veder scorrere, a poche centinaia di metri, l´autostrada a quattro corsie che dovrebbe condurre all´aeroporto, con il corredo di svincoli, capannoni e centri commerciali che simili infrastrutture trascinano. Qui il cemento avanza a ritmi vorticosi: il 43 per cento di tutto il territorio della provincia di Milano è urbanizzato, ma Finiguerra può vantare che nel suo paese la percentuale scende al 19. E l´altro 80? Fa gola, sarebbe lo sfogo naturale di quell´incontinenza edilizia che dilaga nella "megalopoli padana", come la chiamava il geografo Eugenio Turri. Ma tutti i progetti, le pressioni, le chiacchiere suadenti vanno a sbattere contro la porta del sindaco. Alcuni anni fa la Villa Clari Monzini, gioiello dell´architettura tardo cinquecentesca, era in rovina. Venne acquistata da un immobiliarista che si presentò al Comune proponendo di costruire nel parco una sessantina di appartamenti divisi in tre palazzine. La risposta di Finiguerra fu: niente palazzine, ristrutturi la villa. E così è andata. Ora l´edificio splende con i suoi colori tenui.

Il verde è salvo, salve sono le rogge che irrigano i campi, ma per il Comune, ogni volta che svaniscono oneri di urbanizzazione (prima che arrivasse Finiguerra erano dai 100 ai 150 mila euro l´anno) si apre un buco nel bilancio. Eppure, al cemento che garantisce gli oneri, Cassinetta preferisce le tasse. Qui è stata aumentata l´Ici e adesso che l´hanno abolita sulla prima casa, Finiguerra l´ha incrementata di un punto su tutte le attività produttive. Poi ha alzato del 10 per cento il costo delle mense scolastiche e raddoppiato quello dei centri estivi. «Non abbiamo toccato le spese sociali», spiega, «ma abbiamo tagliato su tutto il resto: io prendo 500 euro mensili, i quattro assessori 70. Non abbiamo macchine di servizio, solo una Panda del 1990. Abbiamo sostituito tutte le lampadine del cimitero per risparmiare elettricità e sulla scuola materna abbiamo installato pannelli fotovoltaici».

Il Comune non ha spese di rappresentanza, tutte le iniziative culturali sono pagate da sponsor. Scatta la molla della "finanza creativa", ma invece che svendite di patrimonio pubblico e cartolarizzazioni, ecco i matrimoni in villa. A Cassinetta vengono a sposarsi da tutta la Lombardia e allora si è fatto un accordo con la proprietaria di una villa settecentesca, che offre il catering, e il Comune si fa pagare da 750 a 1.500 euro per celebrare nozze anche a mezzanotte, con passeggiata sui bordi del Naviglio.

Finiguerra è stato chiaro fin da subito con gli elettori di Cassinetta. Il suo programma prevedeva stop al consumo di suolo, bene non riproducibile e indispensabile sia per le produzioni agricole sia per i paesaggi che genera. E con quel programma ha vinto, nonostante le tasse.

Su eddyburg una cartella dedicata a Cassinetta di Lugagnano

Nella foto (di Cristina Gibelli) Domenico Finiguerra a Lodi, tra F. Bottini ed E. Salzano

Può apparire curioso che, a distanza di oltre trent’anni dall’ultima elaborazione di un nuovo piano per Milano, essa avvenga, oggi come allora, nel pieno svolgersi di una crisi economica drammatica. Certamente, il contesto non è paragonabile a quello della fine degli anni 70; e anche ciò che si intende per governo del territorio è ben diverso dall’elaborazione di un vecchio piano regolatore urbanistico (come nel caso dello strumento approvato nel 1980).

Tuttavia, atti di governo di tale significato non possono e non debbono ignorare il contesto generale e – per quanto riguarda il nuovo Pgt – la specificità della crisi in atto. Una crisi che ha mostrato fin dall’inizio le relazioni distorte proprio tra le dinamiche finanziarie e i processi di produzione e allocazione di beni immobiliari (ricordiamo tutti i cosiddetti subprime statunitensi). Realtà distinte e lontane, si potrebbe dire con alcune ragioni: basta poi sfogliare i giornali per comprendere quanto i legami tra banche e settore immobiliare mostrino segni preoccupanti anche in Italia e a Milano in particolare. Questo per dire che la classe dirigente locale farebbe bene a prendere sul serio il mutamento di fronte imposto dalla crisi e – come sembra per l’Expo – orientare con lungimiranza le proprie scelte strategiche, a partire da quelle nevralgiche riguardanti lo sviluppo territoriale.

Dalla prima lettura dei documenti sinora elaborati – mancano il documento delle regole e un compiuto piano dei servizi – sembrano presenti molte suggestioni che alludono a una diversa strada, maggiormente sostenibile. Ma sappiamo quanto scarto possa esistere tra carta e pratiche effettive di costruzione della città. Ci limitiamo a constatare che la sfida è lanciata. Non è poco, in una città come Milano: e ciò va attribuito al tenace lavoro dell’assessore Masseroli. Ma sembra necessario un serio bilancio del recente sviluppo urbanistico della città, senza il quale ogni proiezione in avanti appare più una fuga dalle responsabilità che una necessaria precisazione della rotta di governo. Infatti, una volta tramontata ogni visione salvifica dei piani e della pianificazione, il nuovo Pgt non sarà certo giudicato per la raffinatezza di alcune rappresentazioni grafiche o per l’eleganza di alcune interpretazioni della città, ma per la capacità effettiva di intercettare i concreti processi di sviluppo e per orientarne efficacemente alcuni esiti. Milano ha maledettamente bisogno di produrre sensibili effetti di governo nella produzione di beni pubblici indispensabili a qualificarne la crescita (spazi pubblici e servizi alle varie popolazioni, in primo luogo), ma la strada per conseguire tali risultati non può che essere strategicamente selettiva. Saprà la gestione del nuovo strumento dare segnali in questo senso? È questa la chiave migliore per valutare l’urbanistica milanese dei prossimi anni e per coglierne la sua autentica dimensione politica e civile.

Adiacente all’acquedotto dei Quintili, nel cuore del parco dell’Appia antica, il grande supermercato era privo di qualsiasi licenza edilizia. Una struttura che misurava ben 540 metri quadri (circa 1.700 metri cubi) ed era sequestrata fin dal 2008: ieri la Procura di Roma ha autorizzato il dissequestro per la demolizione.

E così al posto dell’acciaio e del cemento verrà un parco pubblico attrezzato a disposizione dei romani e del quartiere. «Si tratta della più imponente operazione antiabusivismo edilizio conclusa nel parco dell’Appia antica - afferma il vicepresidente della Regione Esterino Montino - Inoltre è la prima volta che in base alle legge regionale del 2008 si procede all’acquisizione al patrimonio pubblico di un terreno offeso dall’abuso e alla sanzione per chi ha commesso l’illecito. Deve essere ormai chiaro a tutti che le ruspe non si fermeranno e che nessun tipo di abuso sarà più tollerato in quell’area ». La demolizione di ieri, i lavori proseguiranno anche oggi, vanta anche un altro primato. «Per la prima volta spiega il presidente dell’XI Municipio Andrea Catarci - si acquisirà l’area dell’abuso, 2.200 metri quadri con l’obiettivo di realizzare un’area verde attrezzate ».

Le spese di demolizione, circa 25 mila euro, come previsto dalla legge regionale sono state anticipate dalla Regione, ma saranno addebitate a totale carico dell’abusivo, oltre una multa di 20 mila euro. Appartenente alla società Colombina srl, l’edificio ha avuto un lungo contenzioso iniziato circa due anni fa, che si è concluso con le sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, che hanno ritenuto perfettamente legittimo il provvedimento definitivo di demolizione emesso dal Municipio XI il 5 dicembre del 2008. E l’intervento di ieri, l’ennesimo nel parco dell’Appia, è stato possibile grazie all’accordo raggiunto tra la Regione, i municipi I e XI, la sovrintendenza per i beni archeologici di roma e l’ente parco dell’Appia: alle operazioni, condotte dal direttore dell’ufficio regionale antiabusivismo Massimo Miglio, era presente anche Rita Paris, l’archeologa responsabile dell’Appia. Demolizione con sorpresa: perché «durante i lavori abbiamo fatto un’ispezione nelle zone circostanti - racconta Massimo Miglio - e abbiamo rilevato che la stessa società titolare di questo supermercato di frutta e verdura che aveva ingrandito in maniera esponenziale, aveva realizzato altri 1000 metri quadri di plateatico con tettoie in cemento armato, tutto rigorosamente abusivo, oltre a una volumetria adibita a ristorazione di 1.500 metri cubi: con le Guardiaparco regionali, guidate da Guido Cubeddu, l’abbiamo messo sotto sequestro penale».

È arrivata la decisione che s’intravedeva già prima della discussione e della camera di consiglio. Nelle ultime settimane i giudici costituzionali avevano studiato e cominciato ad affrontare tra loro il nodo del Lodo Alfano, sciogliendolo (a maggioranza) con l’idea di rispedire al mittente una legge illegittima.

L’altro ieri hanno ascoltato gli avvocati, tutti schierati a difesa della norma blocca- processi per le più alte cariche dello Stato, ma senza cambiare idea. Anzi. Qualche accenno nelle arringhe ha convinto almeno un paio di indecisi a dire che proprio no, un Lodo così fatto e così scritto non andava bene.

Qualcuno nella minoranza di chi voleva salvare la norma, almeno nella parte che sospendeva il processo milanese a carico di Silvio Berlusconi per la presunta corruzione dell’avvocato Mills, ha provato a proporre le cosiddette «soluzioni intermedie»: sancire l’incostituzionalità ma sanandola con una sentenza che lasciasse intatta la parte che più interessava il governo e la maggioranza che lo sostiene. Non ce l’ha fatta, e nemmeno ha insistito più di tanto. Ha capito in fretta, dopo la decisa introduzione del relatore Gallo, che le sue argomentazioni erano troppo deboli rispetto al «macigno» già individuato dalla maggioranza dei giudici: una legge illegittima due volte, nella forma e nella sostanza. Perché doveva essere costituzionale e non ordinaria; e perché il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge è uno di quei capisaldi che per essere intaccato ha bisogno di tali giustificazioni, filtri e controfiltri (com’era ad esempio la vecchia immunità parlamentare abrogata nel ’93) che forse il Lodo Alfano non sarebbe andato bene nemmeno nella veste di una riforma della Costituzione. Ovviamente bisognerà attendere le motivazioni della sentenza, ma ieri sera era questa la più accreditata interpretazione della decisione della Corte. Le voci che filtrano dalla riservatezza che avvolge il palazzo della Consulta parlano di una votazione finita 9 a 6 in favore della bocciatura, ma qualcuno ipotizza un scarto addirittura maggiore, 10 a 5 o anche di più. Circolano liste di nomi coi voti espressi, verosimili ma senza certezze. Nell’elenco di chi avrebbe voluto mantenere in vita la legge ci sono i tre giudici votati dal Parlamento e indicati dal centrodestra (Frigo, Mazzella e Napolitano) più due o tre eletti dalle alte magistrature. Tutti gli altri si sono detti contrari (compresi i cinque nominati dal capo dello Stato e il presidente della Corte Amirante, che nel 2004 aveva steso le motivazioni della bocciatura del Lodo Schifani), al termine di una camera di consiglio dai toni rimasti sempre pacati e tutto sommato sereni. Anche da parte di chi vedeva profilarsi la sconfitta e ha tentato di scongiurarla confidando sui desideri istituzionali di una soluzione meno traumatica.

Nemmeno l’argomento che ancora ieri sera veniva sbandierato dai parlamentari del centrodestra (la sentenza sul Lodo Schifani non aveva detto che serviva una legge costituzionale) ha fatto breccia tra i giudici. Che in grande maggioranza, 11 su 15, non facevano parte del collegio del 2004. Però sanno leggere le motivazioni dei giuristi; è vero che nel precedente verdetto è scritto che il vecchio Lodo era illegittimo «in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione», senza menzionare il 138 che regola le riforme della Carta, ma subito dopo c’era un’aggiunta: «Resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale ». Il che può significare che una volta individuate le due violazioni citate potevano essercene anche altre, ma si decise di non entrare nel merito. Perché considerate «assorbite», appunto, dalla prima bocciatura.

Questa dunque la sintesi della discussione di palazzo della Consulta, per come s’è svolta sul piano tecnico e giuridico. Però tutti i giudici erano consapevoli che la loro decisione avrebbe avuto anche significati ed effetti politici, e quindi può esserci una lettura anche «politica» della sentenza. C’è chi pensa, ad esempio, che con questo verdetto la maggioranza degli inquilini della Consulta ha voluto rivendicare la propria autonomia rispetto a qualunque pressione o tentativo di influenzare le proprie decisioni; dai più felpati ai più espliciti, come la drammatizzazione dell’attesa nei palazzi della politica, gonfiata dalle dichiarazioni sempre più allarmate accavallatesi fino a pochi minuti prima della sentenza.

La Corte ha fatto vedere di essere impermeabile a tutto ciò, e ha fatto sapere che se si vogliono riformare la Costituzione e i suoi principi fondamentali bisogna farlo con chiarezza e con le procedure previste, non attraverso qualche scorciatoia. È come se le argomentazioni usate nell’udienza pubblica dai difensori di Berlusconi su una Costituzione materiale ormai diversa da quella scritta — quando l’avvocato Pecorella ha evocato un capo del governo eletto direttamente dal popolo; o quando l’avvocato Ghedini ha sostenuto che la legge è uguale per tutti ma la sua applicazione no — avessero svelato un tentativo di cambiare le regole (o darle per cambiate) senza rispettare le procedure. Disegnando una situazione di fatto diversa da quella scritta nelle leggi, e prima ancora nella Costituzione. Così non è e non può essere, hanno stabilito i giudici della Consulta. Certamente alcune immunità o protezioni dai processi penali si possono prevedere e stabilire, ma assumendosi la responsabilità di farlo con gli strumenti adeguati. Che non a caso prevedono l’ipotesi del referendum confermativo. Passando da quella porta la riforma è praticabile, altrimenti no. Anche quando le esigenze della politica fossero diverse.

Due secoli fa il malato d’Europa era l’Impero ottomano, guarito attraverso radicali terapie laiche. La prognosi è severa nel caso clinico Italia 2009: malattia organica, ormai conta trent’anni, da quando governi corrotti aprono l’etere al pirata venuto dalla P2, covo d’una pericolosa criminalità eversiva in colletto bianco.

E s’insedia, monopolista d’una televisione con cui disgrega i neuroni collettivi; tre volte occupa Palazzo Chigi adoperando i mangiatori dell’erba televisiva quale massa elettorale. Mentre istupidiva l’audience rastrellando pubblicità, allungava i tentacoli negli affari: editoria, banca, finanza, commercio, cinematografo, assicurazioni e via seguitando; ogni atto del governo in materia economica tocca interessi suoi (in quale misura gli riesce comodo lo scudo fiscale?); nessuno lo vede eroico asceta. Chiamarlo illegalista è eufemismo: edifica l’impero mediante corruzione, frode, plagio; vince le cause comprando chi giudica. Le guerre da corsa implicano dei rischi. Sinora li ha elusi, aiutato da oppositori imbelli o quasi complici: saliti due volte al governo, chiudono gli occhi sul conflitto d’interessi che trasforma l’Italia in una signoria privata indefinibile secondo le categorie politiche; ha tante pendenze e se ne disfa mutando le norme penali (vedi falso in bilancio) o attraverso partite defatigatorie, finché il tempo estingua i delitti; diabolicamente fortunato, esce indenne dal caso monstre perché, a causa d’una svista legislativa poi corretta, la pena inasprita non gli risulta applicabile e la meno grave, graziosamente addolcita dalle attenuanti cosiddette generiche, sta nei limiti in cui opera la prescrizione del reato. Salvo per il rotto della cuffia, ma Dio sa quanta materia pericolosa nasconda un sottosuolo blindato da scatole cinesi e paradisi fiscali. Gli serviva un’immunità: gliela votano, invalida, ma nel dichiararla tale (gennaio 2003), la Corte scioglie questioni collaterali; risalito al governo, la pretende, minacciando misure devastanti quale sarebbe la sospensione dei processi (almeno due su tre), incluso il suo, dove l’accusa, congeniale ai precedenti, è d’avere corrotto l’avvocato inglese testimone (il lupo non perde i vizi); in lingua anglosassone, bill of indemnity, così nei cinque anni seguenti nessun pubblico ministero gli viene tra i piedi; poi scalerà il Quirinale, padrone d’una Repubblica ridisegnata sulle sue molto anomale misure. Vengono utili le metafore inglesi: affollate da asini che dicono sì muovendo la testa (nodding ass), le Camere votano; il Capo dello Stato non obietta; l’indecoroso bill diventa legge ma obiettano i giudici chiamati ad applicarla e gli atti finiscono alla Consulta.

Cominciamo dalla prospettiva: questioni simili sono definibili in vacuo, fuori d’ogni riferimento all’attuale realtà italiana, come fossimo sulla luna tra spiriti disincarnati? No, il controllo delle leggi cade in spazi storicamente determinati: la Corte le vaglia, caso mai fossero passibili d’uso perverso, contro i fini dell’ordinamento definiti dalla Carta; e sappiamo lo sfondo. Eccolo, l’Italia invasa dal plutocrate populista, pifferaio, re delle lanterne: non sa un acca dell’ars gubernandi occidentale, coltiva gl’interessi suoi, converte il pubblico in privato, odia i poteri separati e non vede l’ora d’abolirli in una regressione al dominio prepolitico; perciò l’Europa trattiene il fiato davanti allo scempio italiano. Non sto chiedendo scelte in odio al tiranno: sarebbe decisione politica; idem se santificasse il fatto (monopolista dei poteri esecutivo, legislativo, mediatico, economico, s’impadronirà anche del giudiziario); e sottintendeva logiche d’un quietismo padronale l’argomento addotto dall’Avvocatura dello Stato (una sentenza ostile al famigerato lodo indebolirebbe il governo, ergo lasciamo le cose come stanno). La politica non c’entra. Va stabilito se nell’Italia 2009 le norme fondamentali tollerino un capo del governo immune: i tre contitolari hanno la funzione delle finestre dipinte, salvano la simmetria; l’interessato è lui; e notiamo en passant come sia l’unico, mancando ogni termine analogo (Europa, Usa, ogni Stato evoluto).

Nel merito la questione è presto risolta. Gli avvocati della corona d’Arcore ventilano un’immunità compatibile con l’art. 3 (i cittadini eguali davanti alla legge): l’art. 24 Cost., c. 2, garantisce la difesa, diritto inviolabile; e come può difendersi l’augusta persona, dedita alla res publica? Fossi in loro, non insisterei: Sua Maestà esercita una napoleonica capacità d’attenzione sincrona dividendosi tra gli affari suoi e le cose pubbliche, talvolta mischiandoli; e le cronache dicono quanto tempo gli resti da spendere nel rituale serotino. Suona futile anche il sèguito, che la gestione della res publica esiga uno scenario psichico quieto: sapersi imputato glielo disturba, con danni ai sudditi. La versatilità dell’homo in fabula scongiura ogni pericolo. Anche quest’argomento, poi, riesce pericoloso dove tira in ballo i pregi del lavoro tra palazzo e ville: non merita tutela l’interesse dei cittadini ad avere governanti seri?; lo sarebbe un barattiere cronico? Da notare come il bill of indemnity sia assoluto: copre ogni delitto comune, fosse anche enorme (prassi mafiosa, narcotraffico planetario, Spectre); chiunque abbia la testa sul collo ammetterà che sia un privilegio eccessivo. Importa poco che le Camere obbedienti non l’abbiano votato come legge costituzionale (mancava il tempo, incombendo la decisione nella maledetta causa milanese): nascerebbe altrettanto invalido sotto tale forma, perché vigono delle priorità tra gl’interessi tutelati dalle norme fondamentali; e qui è in gioco niente meno che la divisione dei poteri. Concedergli l’immunità significa ungerlo monarca assoluto, in figure reminiscenti della scalata hitleriana 1933-34. Mancano solo la legge dei pieni poteri e il cumulo cancellierato-presidenza della Repubblica, fusi nel nome mistico "Führer". C’è poco da stare allegri, anzi cade l’umore: una volta nascevano dei giuristi; che salto da Bartolo, Baldo, Alciato ad Angiolino Alfano, ma siamo equanimi. Chi l’aveva preceduto nell’ultimo governo soi-disant centrosinistro? Clemente Mastella, attuale europarlamentare berlusconiano.

Il Corriere della Sera ed. MIlano

Dibattito sui cento borghi nel parco Sud

di Maurizio Giannattasio

Il sasso è stato lanciato. Le reazioni sono state immediate. Cento borghi intorno alle cascine del Parco Sud. La proposta dell’architetto Paolo Caputo. Dice no Legambiente. Senza se e senza ma. Dice no anche la Coldiretti, ma con una differenza. «Siamo pronti a sederci intorno a un tavolo. «Siccome il nostro approccio alle cose non è mai ideologico spiega in comunicato Coldiretti Lombardia - diciamo che vogliamo sederci attorno al tavolo per capire e discutere perché abbiamo più di una osservazione da fare e qualche preoccupazione da manifestare. Stiamo parlando di Milano e Parco Sud. Ogni nuovo insediamento residenziale consuma altro terreno agricolo. Tra l'altro abbiamo visto che fine hanno fatto borghi che erano agricoli, come Niguarda o Lambrate».

Una linea di pensiero ripresa in maniera più radicale dal presidente di Legambiente, Damiano Di Simine: «Così non si salvano le aziende agricole, così si ammazzano. Se si pensa di costruire intorno alle cascine insediamenti di 500-600 residenti, le aziende agricole verranno irrimediabilmente chiuse, perché nessuno vuole vivere vicino a un allevamento bovino o suino. Per queste cose c’è bisogno di suolo e di spazio». E c’è un altro motivo che spinge Legambiente a dire no. «Questo è l’esatto contrario di quanto prevede il nuovo piano del governo del territorio: perché va a creare insediamenti dove mancano servizi e infrastrutture. Le persone che andranno ad abitare nei borghi dovranno per forza muoversi in auto». Conclude Coldiretti: «Non portiamo via altra terra all’agricoltura, ma garantiamo quella che c'è e recuperiamone altra allo sviluppo agricolo ».

la Repubblica, ed Milano, 7 ottobre 2009

Cascina Romagnina, pericolo ruspe per l’ultima trincea dell’antica Isola

di Ilaria Carra



IL PROPRIETARIO che in quella cascina, con la sua famiglia, ci ha trascorso una vita intera non sarà solo quando, stamattina, scatterà l’ora X: quella del funerale all’ultima costruzione storica del quartiere Isola che sparirà per lasciare il passo a una strada. Oggi si procederà all’esproprio dell’ area su cui sorge la cascina Colombara, oggi Romagnina, in via De Castillia 30 dalla metà del ‘ 700 e dagli anni ‘ 70 adibita in parte, assieme ad altri tre capannoni, a discoteca. E ad accogliere forza pubblica, avvocati e ruspe ci sarà anche un muro umano, a difesa di quel pezzo di storia in un quartiere-cantiere che sta subendo una profonda trasformazione, urbanistica e sociale.

Residenti, ma anche l’associazione ChiamaMilano, il Prc e l’Arcigay, dato che da anni il locale, il Nuova idea,è anche un noto ritrovo gay: un presidio pacifico a difesa di quei tremila metri quadri da asfaltare per collegare meglio viale Zara a via Gioia, come impone la "pubblica utilità" dell’ accordo di programma per i grattacieli in costruzione del progetto Porta Nuova, di cui fa parte anche il Pirellone bis, che all’Isola porteranno nuovi abitanti. Ma che per poter sorgere hanno già sacrificato altri punti di riferimento del quartiere: la Stecca degli artigiani e i giardini di via Confalonieri, oggi terreno di gru e ruspe; le centinaia di alberi del Bosco di Gioia, buttati giù per farci il nuovo palazzo della Regione; la fabbrica di pettini Heimane poi le Scuderie Del Nero, diventate un campo di bocce, e la Fondazione Catella.

Oggi tocca, invece, all’ultima roccaforte, la cascina Romagnina, registrata nel catasto teresiano del 1757, sopravvissuta ai bombardamenti della guerra e simbolo di un quartiere rurale prima che industriale, con le successive Breda e Pirelli. E la sua stessa riconversione in Officine Cesare Villa per la lavorazione del ferro battuto dal 1878, poi trasformata in sala da ballo, il Kursaal, oggi Nuova Idea. Un edificio non vincolato dalla Belle arti, che ne riconoscono però il notevole pregio storico, passato di mano tra famiglie importanti tra cui anche i Visconti Borromeo. Già a fine settembre il Comune, che ha in carico l’ area che cederà poi alla Società di sviluppo Garibaldi-Repubblica (che fa capo ad Hines e Ligresti), si era presentato per espropriare. Il proprietario, però, si oppose e non volle firmare: «A differenza degli altri che hanno trovato un accordo- denuncia Augusto Villa che con quella cascina perderà anche un pezzo della sua vita - non mi hanno mai proposto un’area equivalente dove ricreare quello che mi portano via qui. E l’offerta che mi hanno fatto, di circa 5 milioni, è solo un quinto del suo vero valore».

Ma c’è dell’altro. Su questa vicenda pende un contenzioso giuridico: venerdì è attesa l’ordinanza cautelare del consiglio di Stato che potrebbe sospendere l’esproprio. La proprietà, l’immobiliare Romagnina, ha difatti impugnato non solo il ritardo nella comunicazione dell’esproprio, giunta a metà luglio, ma anche l’illegittimità del Pii del progetto di Garibaldi- Repubblica, Isola e Varesine, che se accolta dal Tar potrebbe obbligare a un ritocco degli standard qualitativi dell’intero progetto Porta Nuova.

La sospensione, invece, se concessa bloccherebbe le ruspe, in attesa almeno della sentenza nel merito del Tar del 18 novembre. E non sono in pochi a credere che eseguire l’esproprio prima di quella data non sia proprio un caso: «Si vuole forzare la mano - dice l’avvocato della proprietà, Matteo Salvi - nel timore di un esito positivo da parte del consiglio di Stato». Se la sospensione arriverà, la pubblica amministrazione potrebbe essere obbligata a risarcire. «Ma per salvare la cascina dalle ruspe - dice Augusto Villa - potrebbe essere troppo tardi».

la Repubblica ed. Milano, 8 ottobre 2009

Cascina, demolizione rinviata "Ora si attenda la sentenza"

di Ilaria Carra

Dal presidio si è lanciato un appello: prima di demolirla, Palazzo Marino aspetti almeno fino a domani, con il Consiglio di Stato che con un´ordinanza potrebbe sospendere l´abbattimento. In via De Castillia ieri mattina il Comune ha espropriato la cascina Romagnina, ultimo edificio storico dell´Isola, su cui sorgerà una strada per il progetto Porta Nuova. Ad attendere i vigili una cinquantina tra residenti, Arcigay, ChiamaMilano e vari consiglieri d´opposizione e di zona. Nessuna ruspa, però. E di qui la richiesta: «L´assessore Masseroli garantisca che la Cascina Romagnina non sarà demolita prima della pronuncia del Consiglio di Stato» chiede il Prc in Regione con Luciano Muhlbauer. «È paradossale - denuncia Massimo Gatti di un´Altra provincia-Prc-Pdci - che il sindaco dichiari di voler valorizzare il sistema delle cascine per l´Expo e poi ne permetta l´abbattimento». Per il passaggio di chiavi dei tremila metri quadri, in parti adibiti alla discoteca Nuova idea, primo locale gay in città, ci sono volute dieci ore: le misure degli immobili del Comune erano tutte sballate e, in più, sul tetto è stato trovato amianto. «il Comune ha assicurato che non interverrà - dice Matteo Salvi, legale della proprietà - fino a che non avrà l´autorizzazione».

Nota: i dettagli della proposta di Paolo Caputo per i "borghi", con qualche doveroso commento, nel primo articolo della serie del Corriere (f.b.)

Anche il capo dello Stato, dopo la tragedia annunciata di Messina, è intervenuto con parole molto nette: prima di realizzare opere faraoniche bisogna mettere in sicurezza il territorio. E tutti hanno pensato al Ponte sullo Stretto di Messina, l’opera simbolo del governo Berlusconi che costa 6,3 miliardi di euro. Nemmeno le esortazioni di Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, hanno indotto una seria riflessione nel governo, quando ha detto che per rendere sicuro il nostro territorio e mettere un freno al dissesto idrogeologico servono 25 miliardi di euro e che bisogna smettere di costruire in modo abusivo parti di territorio e città. Niente da fare, non servono i morti e non servono gli autorevoli interventi: il governo Berlusconi tira dritto sul progetto del Ponte sullo Stretto e non ritira il famoso Piano casa di cementificazione selvaggia, dell’urbanistica “fai da te”.

Tanto, è il ritornello ricorrente, Ponte, Piano casa, dissesto idrogeologico e tragedia di Messina sono cose diverse, che non c’entrano, e il ripeterlo in modo ossessivo è la miglior prova della “relazione”. Il governo ha ammesso di non avere i 25 miliardi necessari (come una manovra finanziaria) e che quindi il Ponte sullo Stretto può andare avanti perché in fondo costa “solo” 6,3 miliardi, che per il 60% verranno da fondi privati. Proprio in questi giorni è scaduto il mandato del commissario straordinario Pietro Ciucci, “l’uomo del Ponte “ che è anche amministratore delegato della Società Stretto di Messina e presidente di Anas, che aveva il compito di presentare il nuovo piano finanziario evitando le forche caudine del Cipe.

Secondo le prime indiscrezioni uscite dai giornali, il progetto preliminare costa 6,3 miliardi di euro, sono prenotati 1,3 miliardi da Fintecna (ma erogati di anno in anno secondo le disponibilità della Finanziaria, come ha voluto il ministro Tremonti); il 40% dovrebbe provenire da risorse pubbliche e il 60% da capitale privato da ricercare sul mercato. è la solita favola che abbiamo contestato e vissuto con la Tav e le concessioni autostradali: che i privati siano disposti a rischiare capitale proprio per grandi opere. Niente di più falso, e l’alta velocità ferroviaria, come in tutto il resto d’Europa, è stata pagata interamente con soldi pubblici e anche nel caso delle autostrade si è intervenuto con proroghe delle concessioni (per incassi sicuri) e con garanzie pubbliche di subentro alla scadenza delle concessioni.

Una Grande Milano dai cento borghi. Dove? Intorno alle cascine del Parco Sud. Con nuclei di 500-600 abitanti. Paolo Caputo, architetto, conosce bene la città. Ha vinto il concorso per la realizzazione del villaggio Expo a Cascina Merlata, si è aggiudicato la gara per il Pirellone bis assieme a Pei, Cobb, Freed e Partners, ha fatto la sua parte realizzando una serie di strutture a Santa Giulia prima dei problemi finanziari di Zunino. E sa bene che andare a toccare il Parco Sud è come andare a toccare i fili dell’alta tensione. «Ma questo sarebbe l’unico modo per tutelare veramente il parco».

Come?

«Partiamo dall’inizio. E cioè da Expo».



Expo?

«Sì, Expo e il suo tema legato all’agricoltura di prossimità».



Che può fare Expo per la trasformazione urbanistica di Milano?

«Rafforzare un modello insediativo metropolitano che da una parte si oppone alla città infinita di Milano Nord e dall’altra alla contrapposizione storica tra città e campagna di Milano Sud. La chiamerei la Metropoli Giardino».

Cos’è la Metropoli Giardino?

«Una città fatta più di vuoti che di pieni, di intervalli tra il costruito e il non costruito, i campi».



In pratica?

«In pratica, bisogna ridisegnare il bordo della città nei confronti della campagna come è previsto dal nuovo piano del governo del territorio».

Come?

«Con la valorizzazione delle cascine che caratterizzano il sud di Milano e sono al centro del progetto Expo. Si può pensare a realizzare dei veri e propri borghi intorno alle centinaia di cascine sparse sul territorio».

Quanto grandi?

«Cinquecento o seicento abitanti. In modo da raggiungere quella dimensione critica che giustifica la creazione di servizi per le persone a partire dagli asili nido».

E i terreni agricoli?

«Con la realizzazione dei bordi e dei borghi si definisce finalmente il parco vero e prop rio e non un rimasuglio di territorio agricolo».

Tutto bene se non si trattasse del Parco Sud. Un «non costruito» che secondo lo stesso Comune dovrebbe rimanere «non costruito».

«Nel momento in cui si consolida un sistema come quello dei borghi e della Metropoli Giardino e si arriva alla definizione di un parco a tutti gli effetti, abbiamo la garanzia che il verde verrà tutelato. Apparentemente si va ad erodere del territorio, in realtà si costruisce una quota parte contenuta e con questa quota parte si va a tutelare la parte più cospicua del territorio ».

Altra contestazione. Ricreare un borgo non è antistorico?

«Sarebbe antistorico se i borghi venissero considerati un’antitesi alla città come è stato nell’Ottocento e poi alla fine degli anni ’50 con la costruzione di quartieri autonomi rispetto alla città ».



Invece?

«Costruire borghi oggi vuol dire realizzare reti di collegamento che costituiscono il sistema metropolitano. Per cui a borghi solo residenziali si devono affiancare nuclei che si appoggino a eccellenze sanitarie, universitarie, di ricerca. Penso al Cerba».



Temi scottanti. Al centro del braccio di ferro tra Comune e Provincia...

«Se si individuano i contenuti, verranno a mancare i motivi dell’incomprensione. Il vero tema è lavorare tutti su un modello insediativo che se è chiaro è in grado di mettere tutti d’accordo».



postilla

A ben vedere è del tutto logico e coerente: l’architetto armato delle migliori intenzioni vuole “riqualificare” il territorio, e lo fa coi propri strumenti di lettura e proposta: il territorio è tale soprattutto nella sua versione antropizzata, e l’uomo moderno mica abita in un buco nel suolo, ma per esempio dentro a un bel “borgo”. Peccato che questi borghi siano, esattamente e storicamente, quanto poi ha cancellato e cancella il territorio agricolo della greenbelt metropolitana. Qui non siamo, che so, nella Capitanata foggiana degli anni ’20, dove l’ingegnere milanese Cesare Chiodi progettava piccoli borghi rurali, new towns agricole tascabili, a contenere l’esodo di manodopera dalle campagne, nel quadro della bonifica integrale fascista. Siamo invece nel regno dei Ligresti & Co. per i quali l’agricoltura si esprime al massimo in una bella bancarella in centro storico, dove una comparsa in abiti rustici porge caciotte a peso d’oro all’elegante moglie dell’evasore che può comprarsele. Tutto il resto, è retorica per gonzi: diciamocelo, il fango e il letame fanno un po’ schifo a tutti! Se sono queste le premesse dell’Expo, e pare siano proprio e quasi solo queste, stiamo proprio freschi, con buona pace delle migliori intenzioni progettuali, che sono proprio mal poste in assenza di strategie metropolitane. Almeno, di strategie diverse da quelle della neo installata Provincia di centrodestra che contesta la Milano da due milioni di Cielle, ma solo per proporre di “spalmare” cubature democraticamente sui comuni di cintura. Magari travestendole proprio da borghi, magari con qualche impavido amministratore/trebbiatore pronto a tagliare il nastro … pardon: il fieno (f.b.)

MESSINA — Beffardo il gran cartello che campeggia fra il torrente e la montagna di Giampilieri, accanto alla scuola trasformata in ricovero, davanti ai mezzi dei vigili del fuoco. Ecco il «Giardino dei limoni» con l’annuncio che si vendono ville. Per la verità sembrano case popolari, appartamenti a schiera. Costruiti, come è accaduto in questo borgo disastrato per altri 32 progetti, con emendamenti e varianti in deroga al rigido piano regolatore che ancora rimproverano al sindaco-magistrato di Messina, rimasto in carica per quattro anni fino al 1998. Ed è derogando oggi, derogando domani e anche il giorno dopo, che si è arrivati a quota 800, con altrettante modifiche capaci di trasformare il cosiddetto Prg in carta straccia, piantando palazzoni ovunque, cementificando i torrenti e pure le foci.

Per l’improbabile Giardino dei limoni il proprietario del terreno, Domenico Lupò, è pronto a mostrare il via libera del consiglio comunale. Come l’ebbe, cento metri più giù, sempre all’ombra delle frane di Giampilieri, un dinamico affarista, Cesare D’Amico, costruttore di tre grigie cooperative da 60 appartamenti per poi tornare a Messina, rilevare il Jolly e finire dentro per bancarotta fraudolenta.

Ecco alcuni dei beneficiari di quella che in modo grossolano viene chiamata la «variante mille deroghe». Con un numero gonfiato forse perché riflette l’aspirazione di palazzinari ben inseriti nel sistema città. Come sa l’ex sindaco- magistrato Franco Pulvirenti, un giurista di sinistra oggi impegnato in politica «solo via mail». Sorride amaro. Soprattutto pensando a quel piano regolatore che varò appena insediatosi: «Capii subito che bisognava farne uno rigido, molto rigido. Scoprii una bozza gonfiata per 300 mila abitanti. Ma se siamo poco più di 200 mila? Ordinai di ridurre. Calcolammo solo i bisogni veri. Imponendo i vincoli. Soprattutto su colline e alvei dei torrenti. Vincoli ignorati. Appunto, con varianti e deroghe che hanno stravolto il Prg». E anche se adesso se ne sta in disparte, un po’ schifato dall’andazzo, indica la tecnica degli affaristi: «Il privato presenta un progetto e chiede una piccola variante al Prg. L’ufficio tecnico dà un parere a trasiri e nesciri

(a entrare e uscire). Il costruttore si muove. Parla, avvicina. E nel consiglio comunale dove poi la variante diventa elastica si creano maggioranze casuali, intese trasversali, la delibera passa, il palazzo va...».

Sa cosa accadeva anche un ex consigliere comunale di An, l’avvocato Francesco Rizzo, oggi difensore civico a Lipari: «Uno dei trucchi è portare l’edificabilità da 1,5 a 3. Su un metro quadrato puoi realizzare un metro e mezzo di altezza? Porti l’indice a tre e raddoppi il guadagno».

Il caso più clamoroso, culminato in un’inchiesta con l’arresto dell’ex presidente del consiglio comunale Umberto Bonanno, dell’avvocato che mediava, Pucci Fortino, e di sei spregiudicati imprenditori è quello del «Green Park», con un indice passato da 1,5 a 5. Risultato: tre orrori in cemento armato già realizzati sotto i viadotti dell’autostrada e altri tre rimasti sulla carta. Di «green» non c’è traccia su questa arida arteria che s’inerpica poggiata su un torrente, il «Trapani Alto», soffocato, letteralmente tappato, come indicano Anna Giordano del Wwf e l’avvocato che sostiene gli ambientalisti, Aura Notarianni. Oltrepassati gli scheletri sotto sequestro giudiziario, ecco «Il Grande Olimpo», come pomposamente annuncia il cartello, fra pecore, casermoni piantanti sulla collina e una discarica aperta sul torrente che, ancora cento metri più sopra, si vede. Il letto è largo almeno venti metri. Di botto ridotti a un buco alto due metri, proprio un canale che corre giù, sotto l’asfalto, per un ripidissimo pendio di oltre un chilometro. Un imbuto.

«Naturale che ad ogni ondata di piena l’acqua rischi di traboccare trasformando la strada in una pericolosa cascata», spiega il geologo Alfredo Natoli, che con dieci suoi colleghi fu incaricato di redigere la carta geologica della provincia di Messina: «La consegnammo nel 2000, ma fingono di non sapere che esistono torrenti soffocati, terreni franosi sui quali continuano a costruire...».

E s’affaccia verso la collina «Paradiso », vista mozzafiato sulla Calabria. Per arrivarci ci si inerpica su un budello dove un camion passa a stento, «Strada Fosso», lo stesso nome del torrente che sta sotto, appunto infossato. Arrivi in cima e scopri gli operai al lavoro su quattro palazzoni ancora grezzi, vicini vicini, altra deroga. E, quindi, in regola. Non a caso fa bella mostra di sé il tabellone della ditta Minutoli, colorato ovviamente di verde e presuntuoso perché nel «Victoria Park» non c‘è spazio per piantare un albero. Ma il sogno di un innamorato può esplodere anche su un muro grezzo: «Ti giuro voleremo sull’isola ke non c’è».

Qui non c’è più il torrente. Nascosto sotto la stradina con una grata ogni trecento metri. S’intravede il letto compresso del corso d’acqua. Uno di quei torrenti da niente che possono diventare valanghe d’acqua e fango. Ma senza spazio. Sempre più stretto lungo la discesa che va giù dalla collina per due chilometri di palazzoni. Una vena tortuosa che si stringe fino a sfociare sulla litoranea della città, il mare di fronte. Basta andare sulla spiaggia per capire dove finisce. Interrato sotto le pedane del «Vintage Drink & Food», stabilimento balneare e pub notturno. «Acque bianche sono», giura il capocantiere che sta smontando tutto perché siamo a fine stagione e ricompaiono i due lunghi tubi nei quali è incapsulata la foce del torrente. In pieno centro città. Senza che nessuno veda, senza bisogno di deroghe.

Ma quanto lavora questo Mario Resca. Vabbè, è un supermanager e tiene vicino a sé il ritratto di Super Silvio, però mettere d’accordo la premiata ditta Raffaello, Michelangelo, Caravaggio & C. con gli ex zuccherifici, le aree fabbricabili da dismettere e magari le virtù energetiche del sorgo non dev’essere semplicissimo. Lui però dal Collegio Romano, o dal San Michele, zompa come niente al Municipio di Voghera dove “alza la voce” per convincere il sindaco ad accogliere in quel territorio agricolo un’altra centrale elettrica, la “sua”.

Ma non era stato reclutato per valorizzare il patrimonio artistico italiano con un contratto privato, con ogni probabilità sontuoso, almeno per i Beni Culturali (dove il direttore di un grande Museo non arriva a 1.800 euro al mese)? In effetti sì. Senonché al multiforme Resca (ex Mc Donald’s, ex Casinò di Campione) la Finbieticola – erede di Italiana Zuccheri da lui presieduta – dev’essere rimasta nel cuore oltre che nella dichiarazione dei redditi. Al punto da non poterla lasciare. Con qualche conflitto di interesse. Ad esempio, come la mette se contro la Centrale da lui perorata – coi fondi dell’ex zuccherificio – vengono invocati vincoli paesaggistici? Come la mette col suo coinquilino direttore generale che decide, appunto, di quei vincoli? Più in generale: è legittimo che un supermanager di Stato detenga in un sol colpo incarichi pubblici strategici e incarichi privati con interessi così corposi? E’ legittimo che vada da un sindaco a convincerlo della bontà della “sua” Centrale? In questo Paese succede di tutto, però un qualche paletto, magari, ancora c’è. O forse il nostro è il solito “complotto della sinistra”? Il solito subdolo “accerchiamento”?

MILANO - Una "Serenissima" in salsa padana. Un´autostrada d´acqua da Milano a Venezia attraverso il Po. Ma c´è chi già lo chiama il ponte sullo Stretto del Nord imposto dalla Lega. C´era infatti anche il leader del Carroccio Umberto Bossi, ieri, col governatore lombardo Roberto Formigoni a Truccazzano, comune ad Est di Milano, per il sopralluogo al progetto per riportare il più grande fiume d´Italia al 1954. Quando era in gran parte navigabile. Prima che i continui prelievi dalle cave di materiali da costruzione ne abbassassero il livello anche di cinque metri. Un sogno incompiuto che dura da oltre cent´anni. E che ora risorge grazie all´Expo di Milano del 2015. Ma gli agricoltori temono che il canale da Milano e Cremona fino alle foci del Mincio lascerà i campi a secco.

Unico tratto realizzato a Pizzighettone (foto F. Bottini)

Il costo dell´opera, 2,4 miliardi di euro, è faraonico. L´unione Europea finora ha stanziato solo 80 milioni, ma la Lega ci tiene. Il vice ministro alle Infrastrutture Roberto Castelli ammette: «Non esiste ancora nemmeno il progetto preliminare». Formigoni dice che «dobbiamo vedere accuratamente la fattibilità», ma il Senatùr insiste: «Unire Milano a Venezia ha una valenza economica. Vogliamo riportare le aziende lombarde sul mare». Scettici sulla reale utilità la Coldiretti, il Pd e i Verdi. Il progetto preliminare dovrebbe essere pronto nel 2010. L´opera nel 2015.

In realtà se ne parla dal 1902, quando il primo progetto fu presentato alla commissione per la Navigazione. Nel 1918 arriva il progetto Majocchi e Villa. Nel 1921 è la volta di un piano regolatore per le grandi vie d´acqua dell´Italia settentrionale. Nel 1926 il progetto viene presentato al ministero dei Lavori Pubblici e nel 1939 a Ferrara. Nel 1941 viene istituito il consorzio del canale navigabile Milano-Cremona. Nel ‘55 la conferenza europea dei ministri dei Trasporti definisce l´idea d´interesse generale. Il patrimonio dell´azienda portuale di Milano passa al Consorzio e, nel 1960, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi pone la prima pietra del tratto di 15 chilometri tra Cremona e Pizzighettone, l´unico realmente costruito.

Solo tra il 1989 e il 1992 si riparla della costruzione del tratto tra Pizzighettone e l´area milanese. Ma nel 1994 il consorzio del canale è soppresso come ente inutile malgrado l´Ue avesse ratificato il progetto. Il piano che permetterebbe di eliminare dalle strade lombarde 4mila Tir al giorno, però, risorge nel 1998 e viene inserito nei progetti di sviluppo europei: il Consorzio fa una nuova proposta, poi di nuovo più nulla.

«Non tenemo ’i piccioli». Non hanno i soldi però la voce sì. Questa non è una storia di omertà, di paesani fatalisti che aspettano la disgrazia come un tempo si attendeva il raccolto. Non è solo una questione di “abusivismo”, la parolina magica che qui va sempre bene e che Bertolaso ha gettato in pasto ai giornali e alle televisioni per smarcarsi dalle sue responsabilità. Ci sono scelte “colpevoli”, se è vero che tutti sapevano del rischio e non si è provveduto. E negligenza, dove si sono lasciate “stagionare” le pratiche: i cittadini costituendosi in comitati, i vigili spiccando multe, i politici locali sollecitando l’intervento dello Stato, perché qui non c’è una lira, se è vero che il Comune è in pre-dissesto, scampato al fallimento ma pur sempre commissariato in due occasioni negli ultimi 5 anni. Ma dall’alto è partito lo scaricabarile: colpa di abusivismo e sindaci permissivi. Questo il coro. Dai ministri alla Protezione civile fino al premier. È più facile additare che rispondere.

Il ministro dell’ambiente, la siracusana Stefania Prestigiacomo, potrebbe spiegare (e con lei il collega Giulio Tremonti: il documento è a doppia firma) perché hanno scelto di depennare dai finanziamenti «le opere di mitigazione del rischio idrogeologico nella zona di Giampilieri», così come indicate dall’assessorato all’ambiente della Sicilia. Il governo aveva comunicato la disponibilità di106 milioni di euro per la difesa del suolo, destinati all’Isola. Aveva chiesto alla Regione quali progetti urgeva realizzare e fu indicata la copertura di 81 interventi, classificati per luogo e preventivo. Sono elencati nella lettera spedita al ministero della Prestigiacomo il 9 novembre 2009: al punto n.40 c’è la richiesta di 1 milione per la sistemazione di Giampilieri. Niente di corposo e organico, solo una toppa. Ma quando la Prestigiacomo e Tremonti compilano il decreto, e lo trasmettono alla Corte dei Conti, le opere finanziate sono 71, dieci di meno: fra le altre, è stata tolta la messa in sicurezza della montagna, che la Regione Sicilia ha classificato ad alto rischio. Ma ignorata dal governo. Perché si è preferito addobbare il lungomare di Trapani? O ritoccare Panarea? Questa è una risposta che manca. Ma il ministro sceglie la solita via: «Cito per danni l’Unità, ha diffuso notizie palesemente false». Questo giornale ha pubblicato documenti che la stessa Prestigiacomo ha firmato. Non è l’unica risposta che manca. Il sindaco di Scaletta Zanclea, Mario Briguglio, è nel mirino per le case costruite nella foce del torrente. Si tratta di una ristrutturazione, tecnicamente non è un abuso, ma resta lo scempio: «Due anni fa – dice lui – ho chiesto 20 milioni di euro per mettere tutto in sicurezza. Me ne hanno promessi 500 mila, ma i lavori non sono mai stati fatti: non c’erano i soldi».

Certo, le case abusive andrebbero abbattute e non ristrutturate. Negli ultimi due anni e mezzo l’attività di controllo del nucleo “tutela del territorio” della polizia municipale ha inventariato una cittadella da demolire: mille e 191 manufatti da abbattere, il 40% di questi (450 immobili abusivi) si trovano nella zona sud – quella alluvionata – e il 15% proprio a Giampilieri. Questa la denuncia: nessuna di queste demolizioni è stata eseguita. Niente. Né da parte del comune (in danno dell’utente) né dall’inquilino o padrone stesso, di sua iniziativa. E niente si è fatto sul costone che sovrasta Giampilieri, non quello franato ma quello contiguo: la protezione civile ha in mano l’opera di sistemazione, da due anni: fra rimpalli e bisticci, i lavori sarebbero dovuti iniziare oggi. Questa volta c’erano perfino i “piccioli”, 780 mila euro. Ma non c'è più la montagna.

Poco più di sette anni fa — era il 2002 — scrivevo dell'immunità parlamentare e avanzavo una proposta: «consentire al parlamentare di scegliere tra sottomettersi al giudizio della magistratura o invocare l'immunità. Però nel secondo caso non si potrà ripresentare alle elezioni e dovrà affrontare, a mandato scaduto, il corso della giustizia. Questa proposta protegge il rappresentante nell'esercizio delle sue funzioni ma non consente a nessuno di sfuggire alla giustizia per tutta la vita. Immunità sì; ma non un’immunità che trasformi le Camere in un santuario di indiziati in altissimo odore di colpevolezza».

Va da sé che questa proposta non fu accolta. Venne invece approvata una legge che fu poi bocciata, nel 2004, dalla Corte Costituzionale. Così ora ci risiamo con il cosiddetto Lodo Alfano. Le novità sono due. Intanto scompare la parola immunità sostituita dalla melliflua dizione «sospensione del processo penale». In secondo luogo questa immunità (perché tale è) si applica soltanto alle più alte cariche dello Stato, e così diventa, in apparenza, «immunità salva-quattro».

In apparenza, perché anche questo è un camuffamento. I presidenti delle due Camere non hanno mai chiesto un’immunità privilegiata, speciale, né si capisce perché ne abbiano bisogno, e cioè perché debbano essere insostituibili. Quanto al capo dello Stato, l'inquilino del Quirinale è già tutelato dall'articolo 90 della Costituzione, che lo rende indiziabile soltanto per «alto tradimento e per attentato alla Costituzione»; e in tal caso «è messo in stato d'accusa dal Parlamento» (non dalla magistratura). Ne consegue che la «salva- quattro» è in realtà una cortina fumogena per una leggina ad personam (davvero con fotografia) che è soltanto «salva-uno» che è soltanto salva-Cavaliere.

Il fatto è che in tutte le democrazie un capo del governo viene sostituito senza drammi e senza che questo evento «possa ostacolare seriamente l'esercizio delle funzioni politicamente più elevate» (come sostiene melodrammaticamente l'Avvocatura dello Stato). Melodrammatico o no, l'argomento (discutibilissimo) non è un argomento giuridico. La Corte, che udirà il caso domani, dovrà soltanto valutare se il privilegio di intoccabilità a vita appetito da Berlusconi sia costituzionalmente accettabile.

Già, a vita. Il Lodo parla di sospensione temporanea; ma sembra che lasci aperto, senza dare nell'occhio, un varco fatto su misura per Berlusconi. Nel testo Alfano, articolo 5, la «sospensione non è reiterabile » se applicata a successive investiture in altre cariche; ma tace su successive investiture nella stessa carica. Pertanto basta che Berlusconi si faccia sempre rieleggere presidente delConsiglioperessere salvaguardato sine die , senza termine.

Intravedo già che l’onorevole avvocato Ghedini dirà proprio così.

Mi chiedo se la mia proposta del 5 agosto 2002 non fosse meglio dei mostriciattoli

Chi leggesse oggi il piano regolatore per Firenze del 1962 rimarrebbe colpito dalla straordinaria distanza fra il dibattito in corso sul piano strutturale fiorentino adottato nel 2007 e la cultura e la qualità politica di quei tempi. Erano gli anni della prima sperimentazione del centrosinistra che vedeva in Firenze un laboratorio di eccezione, data la figura del suo protagonista – il sindaco La Pira, democristiano eterodosso, cristiano profondamente - e la statura del coprotagonista, Edoardo Detti, uno dei padri dell’urbanistica italiana, prestato alla politica nel tentativo di dare alla città uno strumento non solo in grado di regolarne lo sviluppo, ma anche di svolgere un ruolo guida nel rinnovamento del paese. Un piano esemplare, perciò, quello del 1962 e allo stesso tempo uno dei più evidenti fallimenti dell’urbanistica riformista.

Le cause per cui il piano Detti quasi subito venne accantonato e nel corso del tempo stravolto da innumerevoli varianti sono tante, fra cui la brusca frenata dell’economia nell’anno successivo; ma il principale motivo (d’altronde visto lucidamente da Detti) fu l’ostilità dei comuni della cintura rossa nei confronti dell’amministrazione di Firenze e il loro interesse a non coordinarsi con il capoluogo in un piano intercomunale, tentato in varie riprese ma senza un vero e proprio appoggio da parte degli amministratori locali. Il piano regolatore fiorentino prevedeva, infatti, che la città si sviluppasse attraverso piani attuativi di mano pubblica, avvalendosi delle possibilità di esproprio offerte dalla legge 167 dello stesso anno. I comuni limitrofi, fra cui spiccano Sesto Fiorentino, Campi Bisenzio e Scandicci, adottano invece politiche urbanistiche permissive che consentono di sviluppare interi plessi urbani mediante licenze singole o piani privati di lottizzazione con scarsissime tutele dell’interesse pubblico (il decreto sugli standard obbligatori arriverà solo nel’68). Il risultato è che in breve tempo, già a partire dal ’63, si blocca la crescita demografica di Firenze e il ‘mancato sviluppo’ fiorentino si trasferisce nei comuni limitrofi che in pochi anni raddoppiano o triplicano la loro popolazione.

In uno scenario radicalmente diverso rispetto a quello previsto, la strategia pubblica del piano del ‘62 viene abbandonata e anche Firenze procederà per licenze singole e lottizzazioni private; le scelte infrastrutturali rimangono sulla carta; il trasferimento dell’aeroporto da Peretola, ferocemente avversato per opposti motivi dalle classi dirigenti fiorentine e pratesi, è accantonato sine die (se ne sta riparlando in modo del tutto estemporaneo ai nostri giorni); il decentramento del terziario nel nuovo polo direzionale e dell’università nella localizzazione di Castello è contraddetto dalle effettive trasformazioni della città che vedono gli uffici e le attività commerciali diffondersi nella periferia. Il quartiere di Sorgane, anch’esso approvato nel ’62 e costruito nella parte opposta alla direttrice nord-ovest, rappresenta il segno concreto di un’urbanistica che sta andando in senso contrario rispetto al piano. L’alluvione del 1966 ne segnerà il colpo di grazia.

Negli anni ’70 Firenze si adegua, almeno formalmente, alla normativa sugli standard con il ‘piano dei servizi’. Negli stessi anni le due grandi opzioni del piano Detti, il centro direzionale e la nuova università – ora trasferita a Sesto - sono oggetto di concorsi che paradossalmente ne prefigurano la fine, almeno nelle forme e nell’idee originarie. Ma la vera svolta si ha nei primi anni ’80 - sindaco Elio Gabbuggiani alla guida di un’amministrazione di sinistra - quando la dirigenza locale del Pci convince la società Fondiaria, allora controllata da un gruppo di azionisti fiorentini, a comprare i terreni compresi fra viale XI agosto e la pista di Peretola – per un totale di circa 190 ettari - l’ultima area inedificata nella piana inclusa nel comune.

Siamo nella stagione dei ‘progetti urbani’, la Milano craxiana fa da capofila, la strada della modernità sembra svilupparsi negli accordi fra privati e amministrazioni pubbliche, teorizzati come ‘urbanistica contrattata’. L’obiettivo iniziale, condivisibile da un punto di vista strategico, è di favorire una modernizzazione dell’economia fiorentina, una diversificazione strutturale rispetto allo sfruttamento banale della rendita medicea; di creare, perciò, nuovi legami produttivi anche con l’area metropolitana, secondo le idee di un acuto economista come Giacomo Becattini. Firenze quindi non solo bazar di scarpe, borse, souvenir e pizza a taglio, ma luogo di ricerca e innovazione tecnologica. L’idea, che ha come promotore Thomas Maldonado, prevede peraltro una quantità spropositata di metri cubi che viene ridotta prima a 3 milioni e poi ulteriormente ridimensionata negli anni ’90. Molto più rapido è l’abbandono del progetto di modernizzazione di Firenze, ammesso che non si trattasse solo di un ‘ballon d’essai’ del proponente.

D’ora in poi le vicende che legano l’area di Castello ai progetti della società Fondiaria saranno la cartina di tornasole dell’urbanistica fiorentina, il filo attorno al quale si dipaneranno vicende più o meno nobili, fra cui la più recente è il tentativo da parte del Comune di introdurre in extremis la previsione di un nuovo stadio, in parziale omaggio ai desideri dei fratelli Della Valle, patron della Fiorentina calcio. Il peccato originale, il fatto cioè che l’urbanizzazione dell’area sia stata inizialmente contrattata fra politici e privati, peserà come un macigno sui piani regolatori successivi – il progetto preliminare di Campos Venuti presentato nel 1985 e messo in crisi dallo stop imposto da Occhetto all’approvazione del piano particolareggiato e della relativa convenzione per Castello e il successivo piano regolatore di Marcello Vittorini adottato nel 1992.

Cambia nel 1990 il sindaco (da Bogiankino a Morales), cambia l’assessore all’urbanistica, ma rimane il leit motiv di piani che cercano di rimettere insieme i cocci di una crescita che – contrariamente a quanto prevedeva il piano del ’62 – si è sviluppata a macchia d’olio, senza un disegno unitario, accompagnata da infinite varianti che rendono ormai anche materialmente illeggibile il PRG vigente. La missione principale del piano è comunque permettere la realizzazione di due grandi progetti urbani. Quello dell’area di Castello e quello legato al riuso dell’area della FIAT a Novoli; molto minore come superficie impegnata, ma molto più facilmente sfruttabile in termini di appetibilità e fattibilità.

Approvato il piano Vittorini, se ne rende quasi immediatamente necessaria la rielaborazione a seguito della riforma urbanistica o – se si preferisce – di ‘governo del territorio’ – introdotta dalla LR 5/95. Siamo dunque nella storia recente, perché a tredici anni di distanza, nel luglio 2007 è stato adottato il piano strutturale che, tuttavia, l’amministrazione uscente non è riuscita ad approvare per dissidi interni alla maggioranza. Nel frattempo nell’area di Castello è in costruzione il gigantesco complesso della scuola sottoufficiali dei carabinieri (contestato per il mancato rispetto della normativa antisismica), mentre è ancora in corso il balletto delle destinazioni che sembravano essere consolidate nella previsione delle sedi operative di Regione e Provincia, di un grande plesso scolastico, sempre della Provincia, oltre le case, gli uffici, gli esercizi commerciali e ricettivi, per un volume totale di 1.400.000 mc. e un parco, la cui funzione fondamentale è di mitigare gli impatti nocivi del limitrofo aeroporto.

La storia si ripete: nell’unica area strategica ancora inedificata di Firenze nell’arco di 25 anni sono state proposte, adottate o approvate le più svariate funzioni: il polo scientifico, il ‘village’ per 12.000 abitanti, il grande centro commerciale, il polo espositivo, il centro direzionale di Regione e Provincia, mentre l’unica realizzazione - la scuola sottufficiali rappresenta quanto di peggio possa immaginarsi da un punto di vista urbanistico: un gigantesco tappo di 200.000 mc., destinato a interrompere l’unico corridoio paesaggistico ed ecologico rimasto fra l’arco collinare settentrionale e la piana. L’aleatorietà e la variabilità delle destinazioni significano il rovesciamento totale dell’impostazione pubblicistica del piano del ’62: ora sono le convenienze private, variabili a seconda degli andamenti del mercato immobiliare, a stabilire le scelte di piano e non l’interesse dei cittadini. Il tutto aggravato dalla totale mancanza di coordinamento fra opzioni infrastrutturali e destinazioni urbanistiche; le prime – il caso più clamoroso è la tramvia – progettate in un’ottica settoriale, le seconde prospettate senza tenere conto né del sistema dei trasporti attuale, né dei programmi della sua implementazione, peraltro incerti e per quanto riguarda tempi e risorse finanziarie.

Le vicende dell’area di Castello, quindi come specchio di un governo del territorio in cui le uniche vere invarianti strutturali sono i ‘diritti edificatori acquisiti’, mentre tutto il resto è oggetto di una continua contrattazione. In questa linea, che è difficile definire come ‘governance’, si colloca il piano strutturale adottato, che cerca di istituzionalizzare ciò che finora si svolge in modo contorto nelle maglie dei vecchi piani regolatori.

Il nuovo piano è un documento di cattiva retorica nella relazione generale, pleonastico e superficiale nella formulazione del statuto del territorio e delle relative ‘invarianti strutturali’, evasivo e generico nelle norme tecniche di attuazione che suonano come un manifesto politico in cui il Comune impegna se stesso su azioni rispetto alle quali non ha competenze, non ha risorse finanziarie e che spesso ricadono o dovrebbero ricadere fuori dai confini comunali. Ma la vera missione del piano strutturale è da una parte permettere la conclusione di una serie di operazioni in corso o sul piede di partenza e dall’altra rimandare ogni ulteriore scelta al futuro regolamento urbanistico, dove le decisioni si esplicheranno con un complicato gioco di progetti e di scambi all’interno del territorio comunale. Scambi e progetti che saranno decisi e autorizzati mediante avvisi o bandi promossi e sollecitati dai privati. In pratica, ogni trasformazione in ambito urbano sarà possibile, dati gli obiettivi quanto mai generici del piano strutturale, con l’arbitraggio del Comune. Si tratta di un’anticipazione - ottenuta con una interpretazione riduttiva e capziosa della legge toscana di governo del territorio - della deregulation urbanistica prevista nella legge delega contenuta nel cosiddetto ‘piano casa’. Deregulation, d’altra parte già sperimentata con la legge 12/2005 della Lombardia e in corso di applicazione a Milano in numerose aree dove, in modo del tutto palese prima viene contratta la rendita fondiaria spettante ai proprietari e, di conseguenza, viene stabilito quanto e cosa si deve costruire.

Riassumendo: ciò che più colpisce osservando l’itinerario dell’urbanistica fiorentina dal 1962 ai nostri giorni è il suo andamento regressivo. Dall’interesse pubblico e dei cittadini a quello privato degli immobiliaristi; da un piano concepito innanzitutto come grande operazione culturale, a un piano pensato come strumento burocratico di distribuzione della rendita fondiaria, di cui solo qualche briciola è destinata alla città. Da un comportamento di rigorosa moralità, alle innumerevoli inchieste aperte dalla magistratura sulla gestione urbanistica. Da un’idea alta di Firenze e del suo ruolo nel mondo, ad un insieme di dichiarazioni di intenti tanto generiche e vuote quanto poco credibili. In sostanza, la politica da impegno civile e disinteressato è diventata mero strumento di conservazione del potere; in questo senso è anti-politica, per il significato che a questa parola davano La Pira e Detti.

Il giorno dopo aver annunciato a sorpresa di voler candidare Venezia e l’area metropolitana alle Olimpiadi del 2020, il sindaco Massimo Cacciari snocciola progetti e idee, con un’avvertenza: Venezia non farà solo da richiamo per un evento che si celebrerà altrove. E’ entusiasta il filosofo mentre elenca le potenzialità del territorio veneziano, un triangolo che va da Marghera al Lido a Tessera: «Tutti i progetti già in corso a Venezia sono perfettamente coerenti con l’organizzazione dei Giochi olimpici», dice pensando per prima cosa al Quadrante di Tessera, l’area dove sorgerà il nuovo stadio, oltre che il Casinò, ma dove potrebbero trovare sede anche molte altre strutture sportive. «Penso ad esempio a una piscina olimpionica », aggiunge. Ma un altro pensiero molto suggestivo riguarda le aree dismesse di Porto Marghera, dove il sindaco vorrebbe far sorgere il futuro villaggio olimpico.

C’è però una questione che preme molto a Cacciari e riguarda il ruolo della città lagunare in questa partita «metropolitana», dove sono chiamate a giocare un ruolo decisivo anche Padova e Treviso. Il timore è che il nome di Venezia venga sfruttato come specchietto per le allodole, per promuovere la candidatura presso il Cio, ma che poi le gare olimpiche si disputino tutte distanti dalla laguna. «Di Venezia non sarà usato soltanto il nome – avverte –. Qui si vuole creare un progetto tutti insieme e il nostro territorio ha le caratteristiche per ospitare gare e infrastrutture. Le Olimpiadi possono essere un’occasione per la città e per tutta l’area metropolitana per dare una definitiva sistemazione alle infrastrutture, alla mobilità, alla ricettività. C’è un disegno in prospettiva che riguarda tutto questo».

Un disegno non improvvisato. Venerdì quando il primo cittadino veneziano aveva annunciato l’ipotesi candidatura, sembrava quasi una boutade. Invece si è capito ben presto che dietro c’è un progetto che parte da lontano. «Ci lavoravamo da mesi ma siamo riusciti a custodire il segreto — racconta con un pizzico di soddisfazione —. Ora le istituzioni lavoreranno insieme agli imprenditori e a tutti gli attori economici interessati. E’ chiaro che occorreranno degli investimenti per la progettazione, ma deve essere altrettanto chiaro che gli enti pubblici non metteranno un euro, soldi non ce ne sono ».

Entrando nello specifico veneziano, le strutture già previste sono quelle che gravitano nella zona di Tessera dove sarà costruito il nuovo stadio, ma dove si prevede sorga una vera e propria cittadella dello sport. «Qui si potrebbe realizzare anche la piscina olimpionica», insiste il sindaco. Tessera poi, fa notare Cacciari, sarà il punto d’arrivo dell’Alta velocità, dato che proprio davanti all’aeroporto sarà collocata, in futuro, la nuova stazione dei treni super veloci. E se davvero in laguna si realizzerà la sublagunare, di cui si è tornati a dibattere proprio in questi giorni, il cerchio si chiuderà: con il metrò che da Tessera corre sotto acqua, il centro storico veneziano e il Lido diventerebbero improvvisamente vicinissimi.

Così collegato, anche il Lido entrerebbe nella partita olimpica: «Nel tratto di mare antistante il litorale potrebbero sicuramente essere disputate tutte le gare di vela. Mentre il canottaggio no, perché per il campo di gara – ricorda Cacciari – serve l’acqua dolce». Ma c’è un’altra partita molto ambiziosa che si può giocare sull’altro vertice del triangolo, e cioè a Porto Marghera. Il sindaco tiene a precisare: «Gli spazi disponibili sono tanti, ma sono quelli delle aree già dismesse dalle attività industriali, non fraintendiamo. Che a qualcuno non venga in mente di approfittare per dismettere ciò che è tuttora in attività». Fatta la premessa, a Marghera nelle suggestioni del filosofo potrebbe sorgere il villaggio olimpico, con tutti gli spazi per alloggiare gli atleti delle diverse squadre nazionali. «Perché no? Sarebbe un’area perfetta ». Perfetta, come la prospettiva di sviluppo che, secondo Cacciari, potrebbe derivare dalle Olimpiadi in salsa veneta. «Tutta l’area metropolitana potrebbe diventare motore economico dello sviluppo del territorio. E Venezia potrebbe esserne la guida, così come oggi – conclude – lo è già sul piano culturale ».

Postilla

La guida a destra caratterizza sempre di più Venezia. Del resto già qualche tempo fa dalle file degli ex Pci si erano levate voci che rimpiangevano l’arresto che, nel 1990, il Pci e molte altre forze della politica, della cultura e della società veneziana, italiana ed europea avevano saputo intimare alla devastazione dell’Expo 2000, auspicato dai poteri forti di allora. Ma di i poteri dele capita2lismo parassitario e rentier di oggi la politica, almeno a Venezia, è succube, travestita da mosca cocchiera. Così continuano a non capire (o a far finta) che realizzare una Expo o unìOlimpiade a Venezia sarebbe come invitare un elefante a visitare una cristalleria. Al di là delle apparenze partitiche, la destra che sembra comandare oggi non è quella dei Bruno Visentini o degli Ashley Clark, che insieme a molti altri (alla maggioranza del Parlamento italiano) si opposero allora alla devastazione annunciata di una Expo in Laguna. É la destra becera, che apre la strada ai Brunetta.

C'era un solo Paese, fino a ieri, dove si potesse definire una "farsa" una manifestazione per la libertà di stampa in Italia. Indovinate un po', il nostro. Nel resto d'Europa e dell'universo democratico, l'anomalia italiana è ormai evidente a tutti. Bene, da oggi diventa più difficile per il potere negarla. La folla di cittadini che ha riempito all'inverosimile Piazza del Popolo e dintorni ha avuto l'effetto di far crollare un muro di finzione.

Ha portato un pezzo di realtà sulla scena pubblica, restituito un senso alle parole rubate dal marketing politico, come popolo e libertà, segnalato l'esistenza e la resistenza di un'Italia aperta al mondo, allegra e pronta a scendere in piazza per i propri diritti. Ed è un segnale del paradosso orwelliano in cui ci tocca vivere che proprio questa Italia si presenti in piazza al grido: "Siamo tutti farabutti".

È crollata in un pomeriggio una finzione costruita da mesi e anni di propaganda. Quella per cui la questione della libertà d'informazione in Italia è soltanto una lotta di élites nemiche, di qui Berlusconi e i suoi media, di là Repubblica e un pugno di giornalisti di tv e carta stampata, spalleggiati dalla fantomatica Spectre internazionale del giornalismo di sinistra. Se così fosse, aggiungiamo, avremmo già perso da un pezzo, visto i rapporti di forza.

Ma la questione è altra ed è quella che vede benissimo l'opinione pubblica internazionale. Da un lato c'è una concezione classica delle libertà democratiche, per cui il governo e l'informazione fanno ciascuno il proprio mestiere. Dall'altro, il fronte berlusconiano, dove è affermata ormai a chiare lettere una concezione di democrazia mutilata in cui i media debbono astenersi dal criticare il potere politico, perfino dal porre domande non previste dal protocollo. Altrimenti rischiano ritorsioni economiche, politiche, giudiziarie.

Sullo sfondo di un irrisolto e monumentale conflitto d'interessi, il progetto di Berlusconi è di costringere l'intero campo dell'informazione a due sole possibilità. Una metà militante a favore del padrone, cioè servile. E l'altra metà comunque deferente.

Nei quindici anni di carriera politica, Berlusconi non era mai giunto tanto vicino a raggiungere questo obiettivo come al principio del suo terzo mandato. Una televisione e una stampa prone ai voleri del governo, in molti casi liete di fare da semplici megafoni, hanno scortato il premier fra infinite passerelle nella luna di miele con l'elettorato. Poi qualcosa si è rotto. Le voci non servili o non deferenti rimangono poche, ma suonano forte e soprattutto sono sostenute da un crescente sostegno popolare.

Perfino il pubblico televisivo, il "popolo" di Berlusconi, ha cominciato a ribellarsi a una rassegnata deriva. Per il re delle antenne, abituato a riferire dell'azione di governo prima (o solo) in tv piuttosto che in Parlamento, far segnare record negativi di ascolti, quando il "nemico" Santoro polverizza un primato dopo l'altro, è davvero un brutto segno di declino. La risposta di massa in piazza all'appello del sindacato giornalisti è un altro pessimo segnale. Pessimo, s'intende, per l'egemone. Magnifico per chi continua a pensare all'Italia come a una grande democrazia occidentale.

Non sappiamo se l'opinione pubblica è davvero e ancora "una forza superiore a quella dei governi", come scriveva Saint Simon agli albori della democrazia. Nell'Italia di oggi è in ogni caso una forza superiore a quella di un'opposizione politica divisa, confusa e a giudicare dagli ultimi voti parlamentari anche distratta. Il potere ne è consapevole e infatti gli attacchi agli organi d'informazione in questi mesi hanno raggiunto toni mai toccati dalla polemica politica.

Per finire con una nota grottesca, parliamo del Tg1, ormai scaduto a bollettino governativo. Ieri sera il direttore Augusto Minzolini è intervenuto con un editoriale nel quale, dopo aver esordito definendo una manifestazione di cittadini in favore della libertà di stampa "incomprensibile per me" (nel suo caso, si capisce), ha ripetuto parola per parola gli slogan appena usati nel pastone politico dagli esponenti del Pdl.

Minzolini, che è quello senza occhiali - per distinguerlo da Capezzone - non è l'ennesimo portavoce del premier, ma un dipendente del servizio pubblico, pagato coi soldi del canone versato anche dai manifestanti. Anzi, forse più da loro che da altri. Dovrebbe tenerne conto e dare qualche notizia in più, invece di propinarci per la seconda volta il Berlusconi-pensiero mascherato da editoriale.

Tragedia prevedibile, anzi annunciata, quella di Messina. Quante volte lo abbiamo sentito dire negli ultimi giorni! Il presidente della Repubblica, quello della Regione, il ministro dell'Ambiente ripetono parole di dolore e indignazione che appaiono di circostanza: le stesse di altre volte. Questa volta però, c'è chi spera che le voci istituzionali non parlino «sull'onda dell'emozione ma per una consapevolezza finalmente acquisita dalla classe dirigente di questo Paese e di questa Regione... ed è necessario che alle parole seguano fatti coerenti».

Quello che precede è un passo della dichiarazione congiunta di Mimmo Fontana, presidente di Legambiente Sicilia e di Gianvito Graziano, presidente dell'Ordine dei geologi della Sicilia. La verifica della coerenza è immediata. «Proprio in questi giorni l'Assemblea sta esaminando il testo del Piano casa siciliano proposto dal governo. Chiediamo un atto di responsabilità e di rispetto delle vittime». Il Piano deve essere ribaltato; non si può consumare altro suolo e aumentare ancora le cubature edilizie in una Regione «in cui l'80% dei Comuni è a rischio di dissesto idrogeologico... La Sicilia decida di trasformare il Piano casa in un grande progetto di riqualificazione del territorio».

Qualche anno fa, nel 2006, Legambiente e il Dipartimento della protezione civile svolsero un'indagine dal nome «Operazione fiumi». Un capitolo era dedicato alla Sicilia. Consisteva nel monitoraggio sulle azioni dei comuni per la mitigazione del rischio idrogeologico. 273 comuni dell'isola erano classificati ad alto rischio di alluvioni e frane. In provincia di Messina erano 91, pari all'84% di tutti i comuni della provincia. Tra questi, il capoluogo, cui sulla base di una votazione da 10 a 0 veniva dato un 2.

È difficile scherzare, oggi, su un voto tanto meritato. L'insufficienza era dovuta all'urbanizzazione con fabbricati industriali e case di abitazione in aree a rischio. Nessuno fece niente. Anzi l'ultima uscita prima della frana fu una distrazione di fondi, stanziati per la mitigazione del danno «distraendo infrastrutture urgenti e attrezzature territoriali» per 1,3 miliardi in Calabria e Sicilia; muovendo, al contrario, un altro passo, probabilmente finto, come ha spiegato sul manifesto di ieri Alberto Ziparo, per la erezione del Ponte sullo Stretto di Messina.

Tutto questo è intollerabile; il nostro giornale ieri ha titolato «Sotto il Ponte», per segnalare questa vergogna; proprio mentre ieri su altri giornali si leggeva anche: «Il ministro rilancia sul Ponte 'Tutto pronto, a dicembre i lavori'».

I movimenti come il no Ponte e tanti altri no, sono stati spesso accusati di egoismo. È stata anche coniata una sigla di successo per descrivere l'effetto Nimby (Non nel mio cortile): per deplorare che nessuno accettasse una grande opera nei pressi di casa con la conseguenza che naturalmente le grandi opere non partissero mai.

Ora va detto che proprio soltanto l'effetto Nimby, può salvarci dai disastri. Solo chi conosce bene il suo territorio e riesce a organizzarsi, e partecipa, e lotta, può battere la speculazione, piccola e grande, del capitale e salvare il territorio, l'ambiente, il paesaggio, perfino: in sostanza la qualità della vita e la vita stessa di molte persone. Altrimenti, dopo, dopo il fatto, ci saranno soltanto gli atti di eroismo e la tragedia, in tante case.

Ieri è stata una grande giornata per i media, in Piazza del Popolo. Tutti insieme abbiamo rivendicato un ruolo forte, libero, capace di resistere al governo e ai padroni. Abbiamo rialzato la testa. È importante però ricordare che il nostro ruolo non finisce lì. Tenere sempre in mente che non si tratta solo di parlare dopo, a cose avvenute, quando i disastri sono ormai irrimediabili. Piangere dopo, scrivere pagine su pagine e accorrere con gli inviati, a tragedie avvenute, è fare come i coccodrilli del potere, pronti a disperarsi, prontissimi a dimenticare tutto. Si tratta di agire prima, quando è ancora possibile interrompere il circuito perverso tra potere, consenso, e, appunto, media. Può darsi che il Nimby non venda, o venda pochissimo, in fatto di pubblicità, ma è certo che salva molte vite.

Lo chiamano nubifragio, quello che ha ucciso decine di persone nei villaggi del Messinese e gettato nel fango le loro case, e invece la natura matrigna non c’entra. Non è lei a tradire, ingannare. C’entra invece lo Stato matrigno, e c’entrano le opere pubbliche, le infrastrutture, gli amministratori matrigni. È a loro e non alla natura che occorre rivolgersi con la domanda che Leopardi lancia alla natura: «Perché non rendi poi/Quel che prometti allor?/ perché di tanto/ Inganni i figli tuoi?». È l'Italia che vediamo piano piano autodistruggersi, e non solo nel modo in cui si governa ma nel suo stesso fisico stare in piedi, nel suo esser terra, fiumi, colline, modi di abitare. Si va sgretolando davanti ai nostri occhi come fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta, anziché di mattoni. Che ciascuno di noi accetta - per noia, per fretta, per indolente fatalismo - di fare di carta.

E’ essenziale leggere Gomorra per capire l’estensione del dominio del male ma basta mettere in fila i tanti disastri visti in televisione, e il cittadino non si sottrarrà all’impressione di un Paese dove perfino la terra frana a causa di questo lungo dominio.

Inutile dividere i mali italiani in compartimenti stagni: la morte della politica da una parte, l’informazione ammaestrata o corriva dall’altra, le speculazioni edilizie da un’altra ancora. Tutte queste cose sono ormai legate, fanno un unico grumo di misfatti e peccati d'omissione che mescola vizi antichi e nuovi. È l’illegalità che uccide l’Italia politica e anche quella fisica, la sua stima di sé, la sua speranza, con tutti i vizi che all’illegalità s’accompagnano: la menzogna che il politico dice all’elettore e quella che ciascuno dice a se stesso, il silenzio di molte classi dirigenti su abusivismo e piani regolatori rimaneggiati, il territorio che infine soccombe. Nella recente storia non sono caduti uccisi solo eroici servitori della Repubblica, che hanno voluto metter fine all’anti-Stato che mina la nazione dagli Anni 60. Muoiono alla fine gli uomini comuni, en masse: abbattuti dalla menzogna, dall’abusivismo, dalla disinvoltura con cui si costruiscono case, scuole, ospedali con materiali di scarto. Non da oggi ma da decenni, destre e sinistre confuse.

Il servizio pubblicato ieri su La Stampa da Francesco La Licata è tremendo. Non è solo Giampilieri che l’abusivismo ha colpito, perché le fondamenta del villaggio erano inaridite da disboscamenti irrazionali e poggiavano «su creta incerta, massacrata dalla furia della corsa al cemento» - in particolare dal cemento «allungato», che le mafie usano per guadagnare molto e presto, senza pensare al domani: l’ingordigia delle mafie e soprattutto l’impunità di cui esse godono nella penisola minacciano opere pubbliche di mezza Sicilia (gli aeroporti di Palermo e Trapani, il porto turistico di Balestrate, il lungomare di Mazara del Vallo, il commissariato di polizia che si sta costruendo a Castelvetrano). La terra trema in Italia e il gran traditore non è la natura ma l’omertà di un’intera società. Omertà è una parola etimologicamente incerta: pare provenga da umirtà, e sia dunque una versione succube, perversa dell’umiltà. L’abbiamo sentito dire quando ci fu il disastro abruzzese e lo stesso vale per Messina: in Giappone o in Germania non ci sarebbero tanti morti, in presenza di intemperie. Giampilieri non è un’eccezione che conferma buone regole ma è la nostra regola.

È diventata la nostra regola perché tutto, appunto, si tiene: la cultura dell’illegalità che si tollera e l’abusivismo che si accetta sperando di trarne, individualmente, qualche vantaggio immediato. Perché tutto trema in contemporanea: terra e politica, senso dello Stato e maestà della legge. Perché intere regioni (non solo a Sud) sfuggono al controllo dei poteri pubblici, intrise di mafia e omertà. E perché l’informazione non circola, non aiuta le autorità municipali, regionali, nazionali a correggersi, essendo inascoltata e dando solo fastidio. L’informazione indipendente irrita quando denuncia lo svilimento dello Stato che nasce dalle condotte private di un presidente del Consiglio. Irrita quando ricorda che il ponte di Messina è una sfarzosa e temeraria tenda su infrastrutture siciliane degradate. Allo stesso modo danno fastidio, e non solo all’attuale governo, le indagini di Legambiente o della magistratura. La Licata spiega come non manchino indagini e moniti che da anni denunciano la criminalità edilizia, i brogli sui piani regolatori, la cementificazione fatta di molta sabbia e poco ferro: sono a rischio di crollo trenta capannoni dell’area industriale di Partinico, sono sotto inchiesta la Calcestruzzi Spa e la Calcestruzzi Mazara Spa. In un Paese dove la legalità non ha buon nome è ovvio che l’informazione in sé fa paura, quando porta chiarezza.

Dipende da ciascun cittadino far sì che queste abitudini cessino. Finché penseremo che i disastri sono naturali, non faremo nulla e sprofonderemo. È un po' come nella Dolce vita di Fellini. Nella campagna romana, una famiglia aristocratica possiede una villa del '500 caduta a pezzi e nessuno l’aggiusta. Il capofamiglia s’aggira sconsolato fra le rovine, sogna di mettere un pilastro qui, una trave lì. Si lamenta col figlio che non fa nulla per riparare, che bighellona a Roma stanco di tutto. «Ma cosa vuoi che faccia, papà?», replica quest’ultimo, stomacato. È la cinica, accidiosa risposta che l’italiano continua a dare a se stesso, ai propri padri e anche ai propri figli.

L’indebolirsi della politica e la non volontà di governare il territorio li tocchiamo con mano e hanno ormai un loro teatrale, quasi macabro rituale. L’Italia è divenuta massima esperta in funerali, opere misericordiose, messe riparatrici, offerte di miracoli stile padre Pio. Tutta l’attenzione si concentra, spasmodica, compiaciuta, sulla nostra inclinazione a piangere, a ricevere le stigmate da impersonali forze esterne, a ripartire da zero nella convinzione (falsamente umile, ancora una volta) che da zero comunque si ricomincia sempre. Come vi sentite lì all’addiaccio? avete voglia di ricostruire? forza di credere, sopportare? così fruga l’inviato tv, il microfono brandito come una croce davanti ai flagellanti, e le lacrime sono assai domandate. L’occhio della telecamera punta su ricostruzione e espiazione, più che sul crimine che viene trattato alla stregua di fatalità. Importante è vivere serenamente il disastro, più che evitarlo cercandone con rabbia le cause. Anche il politico agisce così: non lo interessa la stortura, ma l’anelito alla lacrima e alle esequie teletrasmesse. Simbolo del disastro riparato più che prevenuto, la Protezione Civile è oggi un immenso lazzaretto, un potere divoratore di soldi e non controllato.

Di fronte a tanta catastrofe viene in mente il grido di Rosaria Costa, la vedova di un agente di scorta morto con Giovanni Falcone a Capaci. La giovane prese la parola il giorno dei funerali di Stato, il 25 maggio 1992 nella chiesa di San Domenico a Palermo, e disse: «Mi rivolgo agli uomini della mafia, vi perdono ma voi vi dovete mettere in ginocchio, dovete avere il coraggio di cambiare». D'un tratto la voce si rompe e grida: «Ma voi non cambiate, io lo so che voi non cambiate». Nulla può cambiare se l’impunità continua. Se l’informazione non circola, non esce dai recinti di Internet, di Legambiente, delle associazioni volontarie antimafia. Se la gente non smette di ascoltare solo messe funebri. Mario Calabresi ha scritto ai lettori indignati di questo giornale, ieri, che il «grande sacco dell’Italia» è avvenuto e avviene perché esiste un terreno fertile a disposizione di mafie e criminalità: non c’è politica seria se al primo posto non sarà messo il ripristino della legalità. Legalità e parola libera sono il farmaco di cui c'è bisogno, Falcone ne era convinto quando diceva: «Chi tace e piega la testa muore ogni volta che lo fa. Chi parla e cammina a testa alta muore una volta sola». Per questo tutto si tiene: la manifestazione di ieri sulla stampa indipendente e l’indignazione per il disastro di Messina.

“Ho già parlato con Ciucci, amministratore delegato di Stretto di Messina spa, e mi ha detto che tutto è a posto. La società e Impregilo hanno già trovato gli accordi. Il Ponte si farà”. Così ha parlato il Ministro Altero Matteoli di fronte all’ennesima tragedia annunciata che ha cancellato decine di vite a Messina. Mentre il governatore, Raffaele Lombardo, fautore del Ponte, piange lacrime di coccodrillo: “bisogna smetterla di intaccare la natura”.

L’uomo nominato dal precedente Governo Berlusconi, ad della società Sdm, nata per realizzare l’opera più discussa mai messa in cantiere con un preventivo di investimento in project financing di 6 miliardi di euro, si chiama Pietro Ciucci. Manager con stipendio da superenalotto: 900.000 euro l’anno. Riconfermato dal Governo Prodi e nominato presidente della più grande azienda dello Stato, l’Anas, azionista di maggioranza della Sdm. Senza contare che l’Anas ha anche funzioni di controllo sulle pubbliche concessionarie. Privatizzate proprio da lui, quando era direttore finanziario dell'Iri con Prodi. La staffetta prosegue, il testimone è sempre lo stesso: Ciucci. L’attuale Governo lo riconferma all’Anas e lo nomina anche commissario straordinario della Sdm per superare le difficoltà finanziarie e procedurali e rilanciare il Ponte.

Ciucci, come commissario straordinario, verifica quello che lui stesso fa: un personaggio, dunque, capace di incarnare il mistero della santissima trinità riuscendo a sedere, contemporaneamente, in due, tre consigli di amministrazione dando vita ad un conflitto di interessi sovrumano. C’è da chiedersi: con quali soldi verrà realizzato il Ponte visto che di nuovi finanziamenti non c’è neppure l’ombra e il miliardo e mezzo di euro che avrebbe dovuto mettere la Fintecna è stato, dapprima, assegnato ad altro dal Governo Prodi, poi utilizzato dal Governo Berlusconi per compensare l’abolizione dell’Ici? Semmai si farà, verrà adottato il cosiddetto ‘modello Tav’: prestiti erogati dalle banche, garantiti dallo Stato. Uguale: debiti che condizioneranno il futuro delle giovani generazioni, mentre i profitti saranno privati. Intanto Eurolink (associazione di imprese che oltre alla capofila Impregilo comprende la giapponese Ishikawajima, la spagnola Sacyr e altre imprese italiane) vincitrice della gara per la realizzazione del Ponte, per il non rispetto dei termini contrattuali ha già collezionato con la Sdm un contenzioso, che, a colpi di 3milioni di euro al mese, è schizzato a 100 milioni. Le organizzazioni criminali intanto festeggiano.

Il Ponte, come rivelano diverse inchieste in corso, fra cui quella sul riciclaggio di capitali di presunta provenienza mafiosa del cosiddetto “tesoro” di Vito Cincimino, per dirla con Niki Vendola: “più che unire due coste unirà due cosche”.

Ma quanti soldi ha mangiato finora la Sdm? La sede, 3600 metri quadrati su quattro piani, attico, seminterrato e giardino nella centralissima via Po della capitale, è costata, in questi anni, 75 mila euro al mese di affitto incassato dalla srl Fosso del Ciuccio, immobiliare della Cisl. Ma nulla è cambiato per Ciucci nonostante molti parlamentari del centro sinistra lo ritenessero responsabile di aver presentato un piano di project financing ‘taroccato’ per far credere che il Ponte si sarebbe realizzato con i soldi di Fintecna, delle Ferrovie e dell’Anas e un piccolo contributo dei privati. Mentre, secondo questi parlamentari, si trattasse di un piano che giustificava l’opera sulla base di dati gonfiati, e i costi (e i prezzi) della società lievitassero a causa delle spese di propaganda e pubblicità, passate in due anni da 110.000 euro a 1.480.000 euro. E a causa degli aumenti degli emolumenti e dei gettoni di presenza agli amministratori, stabiliti in 526.000 euro nel 2002 e arrivati a 1.616.000 euro nel 2006.

Neppure il Governo Prodi è riuscito a eliminare questa ‘scatola vuota’ macina soldi e ha premiato Ciucci con la presidenza dell’Anas. Viene da domandarsi: lo scioglimento della società Stretto di Messina spa non era nel programma dell’Ulivo? La risposta è sì. Anche se il Ministro Di Pietro assieme al ministro Mastella e al centro destra votò contro l’emendamento proposto dalla sua maggioranza facendo andare in minoranza il Governo al Senato, durante la discussione dei 47 articoli del decreto fiscale collegato alla manovra finanziaria. La motivazione fu: chiudere la società comporterebbe una penale di centinaia di milioni di euro da pagare a Eurolink, perchè Ciucci nel 2006, poco prima della vittoria di Prodi, aveva firmato il contratto di 3,9 miliardi di euro con il general contractor Eurolink (impresa capofila Impregilo). Ma in caso di fallimento della società, la penale non l’avrebbe dovuta pagare la Stretto di Messina spa attingendo dal suo capitale sociale? In quel caso però il capitale non sarebbe bastato e Impregilo ne sarebbe uscita con le ossa rotte.

L’emendamento istituiva una fantomatica società per svolgere attività “proprie dei Ministeri competenti e delle Regioni, un nuovo carrozzone per coltivare clientele e spreco di soldi” si difese allora Di Pietro proponendo di far confluire Stretto di Messina spa nell’Anas. Ovvero di mettere Stretto di Messina e il contrato di Impregilo in una cassaforte, visto che l’Anas vanta un capitale di oltre 400 milioni di euro. Alla vigilia delle elezioni del 2008 che sarebbero state vinte da Berlusconi, per cui il Ponte era la priorità, Ciucci esegue l’ordine di Di Pietro e avvia lo smantellamento della società: sito online del Ponte scomparso, sedi di Villa San Giovanni e Messina chiuse, computer mobili venduti, personale dimezzato e nei 3600 metri quadri della sede romana viene trasferito l’ispettorato di vigilanza sulle concessionarie autostradali dell’Anas. E Stretto di Messina spostata a Piazza Cinquecento, proprio sopra alla galleria centrale della stazione Termini. Zona meno prestigiosa, sede più piccola ma più costosa al metro quadro, di proprietà della società Grandi Stazioni di cui è azionista Sintonia del gruppo Benetton che controlla Atlantia, cioè autostrade per l’Italia, che attraverso Igli detiene un terzo di Impregilo, impresa capofila dell’Eurolink che ha vinto la gara per il Ponte. Come dire: in attesa che la storia senza fine della società Sdm veda la luce, una quota dell’affitto va a finire a casa Benetton.

Oggi si ha una sola certezza: Ciucci, uno dei tanti manager pubblici della società post moderna, frutto del sistema partitocratico trasversale basato sulla cooptazione politica (requisito necessario: eseguire la volontà dei premier che si succedono) continua a guadagnare 900.000 euro l’anno, cioè 75.000 euro al mese. Un emolumento che va misurato con le parole affidate il 14 agosto scorso da Prodi a Il Messaggero: “la mia affermazione che vent’anni fa la differenza di remunerazione tra il direttore e gli operai di una stessa azienda era da 1 a 40, creò scandalo. Oggi, dopo un iniziale sdegno, nel momento più acuto della crisi, nessuno si stupisce del fatto che questa differenza sia in molti casi da 1 a 400. Tutto è stato dimenticato”. Forse anche da lui. Che da Premier ha nominato Moretti amministratore delegato di Ferrovie dello Stato spa a 1 milione di euro l’anno e Ciucci Presidente dell’Anas a 900.000 euro, conflitto di interessi compreso.

Il Belpaese stuprato. Stuprato da chi lo abita e continua a costruire dove non si può e non si deve. Stuprato da Comuni e Province che chiudono gli occhi su abusi edilizi di massa che scempiano il paesaggio e pongono le premesse per disgrazie a non finire. Stuprato da Regioni che, a cominciare dalla disastrata Sicilia, assolvono tutti quanti. Stuprato da governi che tagliano i fondi (a metà quest’anno quelli già magri per il Ministero dell’Ambiente) e varano un condono edilizio dopo l’altro (due a distanza di dieci anni il governo Berlusconi, 1994 e 2004) incoraggiando altro cemento e altro asfalto abusivo su pendii scoscesi, impermeabilizzando i terreni, accelerando la velocità dell’acqua, preparando, con lo sfascio del territorio, lutti e sciagure inesorabili. Con la tropicalizzazione del clima e piogge più violente e improvvise tutto è destinato a complicarsi.

La frazione messinese di Giampilieri, nelle immagini televisive girate dall’alto, appare come un tragico “caso di scuola”: costa alta, aggredita da costruzioni tanto intensive quanto insensate, persino dentro la fiumara che, quando piove forte, si apre a forza la strada verso il mare, sormontata da un costone di roccia che nessuno ha messo in sicurezza. Giampilieri di Messina come Ischia, come tanti abitati costieri. Il Comune di Messina era stato già colpito nel 1998 con 4 morti. Ma l’amministrazione locale non ha fatto praticamente nulla. “La mancanza di fondi non ci ha consentito di intervenire”, si giustifica il sindaco Giuseppe Buzzanca.

Lo stesso dirà la Regione Sicilia che però continua a gonfiarsi di personale e ad aumentare le indennità dei consiglieri invece di destinare risorse al suo sfasciato territorio. Per giunta sismico, a partire dal Messinese, per cui ogni scossa, anche modesta, aggrava ed estende i movimenti franosi su colline dove un tempo c’erano boschi o colture agricole a filtrare le piogge, e magari non ci sono più perché “cotti” da incendi estivi appiccati da speculatori criminali. Anche il governo Berlusconi si nasconderà dietro la crisi generale dell’economia e quindi delle risorse pubbliche. Ma è lo stesso governo, è lo stesso premier che ha deciso di “passare alla storia” col costosissimo, inutile e dannosissimo, sul piano idrogeologico, Ponte sullo Stretto fra Messina e Reggio Calabria. Eppure il 10 per cento del Belpaese è “ad altra criticità idrogeologica”.

In un documento del 26 settembre scorso il Wwf denunciava: “Ruspe, lottizzazioni impressionanti su pendii fragili, coperture di impluvi naturali, sbancamenti enormi, sono continuati imperterriti, accelerando la fragilità intrinseca dei Monti Peloritani, geologicamente giovani e pertanto soggetti più di altri a fenomeni franosi, che la mano dell’uomo ha aggravato e reso pressoché costanti. Messina ha scelto, come economia unica e sola, il cemento e le opere faraoniche”. Mentre l’intera Sicilia, l’intero nostro antico, consumato, cementificato, asfaltato e quindi fragile Paese – che, dal Polesine in qua, ha visto morire nelle alluvioni circa 1.500 persone - ha bisogno di tornare ad investire seriamente, costantemente nel restauro strutturale del suo corpo. Come aveva cominciato a fare dopo le buone leggi sui piani paesaggistici (1985), sulle autorità di bacino e sulla difesa del suolo (1989), sui parchi di ogni livello (1991). Devitalizzate dall’idea che “ognuno è padrone a casa propria” (Berlusconi) e che pianificare paesaggio e territorio è inutile, anzi dannoso. Non dà ritorno di immagine. Al di là di “escort”, festini privati, ridicole esibizioni internazionali, questo è uno dei più diffusi, devastanti, cronici guasti dei governi Berlusconi.

Sette comuni su 10 a rischio frane "E il Sud Italia è il più minacciato"

Antonio Cianciullo

La ricetta del disastro è precisa. Si prende un territorio come l’Italia, con 7 Comuni su 10 a rischio idrogeologico. Si spargono case abusive a profusione, possibilmente nelle aree in cui si espandono fiumi e torrenti in piena. S’immettono in atmosfera gas serra, quanto basta per modificare il ciclo idrico e produrre piogge interminabili e violente. Poi si aspetta. Non a lungo. Nell’ottobre dell’anno scorso è toccato a Cagliari; a dicembre Roma ha convissuto con l’incubo alluvione; adesso è Messina a pagare un prezzo molto alto. Cosa ci aspetta nel prossimo futuro?

La risposta è contenuta in «Ecosistema a rischio» un documento firmato dalla Protezione civile e dalla Legambiente che sintetizza, regione per regione, la capacità di risposta alla minaccia del dissesto idrogeologico. La base di partenza è oggettivamente preoccupante: ci sono 1.700 Comuni a rischio frana, 1,285 Comuni a rischio alluvione e 2.596 Comuni a rischio sia di frane che di alluvioni. Una classifica guidata da Calabria, Umbria, Val d’Aosta, Marche e Toscana.

Ma il rischio di base, quello legato alla conformazione del territorio, non è in fin dei conti determinante: in Giappone e in California scosse che farebbero una strage nei paesi più poveri o più disattenti lasciano intatte case costruite per resistere a quelle sollecitazioni.

«Noi possiamo smettere di progettare opere inutili come il Ponte sullo Stretto e investire quei soldi nella messa in sicurezza del paese per convivere con il rischio frane e alluvioni, dando tra l’altro lavoro a centinaia di migliaia di persone», osserva Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. «Oppure possiamo continuare a varare piani casa che puntano sulla quantità invece che sulla qualità e sulla sicurezza e assistere così al progressivo aumento del rischio, che si concentrerà sulle regioni meridionali, meno abituate a progettare le difese contro le inondazioni».

«Al momento», accusa Ermete Realacci, responsabile ambiente del Pd, «stiamo puntando dritti dritti verso lo smantellamento delle difese contro le calamità che fino a ieri chiamavamo naturali e che ci costano 6-7 miliardi l’anno: gli stanziamenti governativi per l’assetto idrogeologico nel 2008 erano 510 milioni di euro, nel 2009 sono scesi a 269, il prossimo anno saranno 120 e nel 2011 precipiteranno a 93».

La disattenzione si declina anche a livello comunale. Il 77 per cento dei Comuni censiti nell´analisi della Protezione civile ha nel proprio territorio case in aree a rischio frana o alluvione e solo 1 Municipio su 20 ha cominciato a eliminarle dando un´alternativa a chi le abita. Nel 42 per cento dei Comuni non viene svolta regolarmente la manutenzione ordinaria dei corsi d´acqua e delle opere di difesa idraulica.

Invece di rimuovere le cause del rischio, gli amministratori si preparano ad affrontare il peggio. L’82 per cento dei Comuni si è dotato di un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione. E due Comuni su tre hanno una struttura di protezione civile operativa 24 ore su 24.

Complessivamente dal rapporto «Ecosistema a rischio» esce un quadro estremamente critico: solo il 37 per cento dei Comuni svolge un lavoro positivo di mitigazione del rischio, mentre 787 amministrazioni comunali si danno da fare per peggiorarlo. Tra le maglie nere citate, due Comuni del Messinese: Ucria e Alì.

Non chiamatela calamità

Giovanni Valentini

Una valanga scura di fango, macerie e detriti che invade le strade, sbriciola i muri, travolge le auto, ghermisce case e negozi, sommerge porte e finestre.

Se non le avete ancora viste, andate a sfogliarle una per una su Repubblica.it le foto di Giampilieri, frazione di Messina sulla costa dello Stretto, scattate il 26 ottobre 2007. È una retrospettiva di immagini impressionanti, la documentazione fotografica di un disastro annunciato che purtroppo s’è ripetuto ieri con la puntualità irrevocabile della rovina e della morte, provocando un’altra strage nella memoria dolente del Malpaese.

Sono passati due anni da quell’avvertimento e, per ammissione dello stesso comandante in capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, non è stato fatto niente per prevenire ed evitare un tragico replay. Per incuria, per abbandono, per irresponsabilità di tutti coloro, amministratori locali, politici nazionali, uomini e donne di governo, che avrebbero dovuto intervenire per tempo.

Di quale autonomia si appropria allora il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, se proprio sul suo territorio un nubifragio arriva a uccidere tanti cittadini inermi? Di quale ambiente si occupa il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo da Siracusa, quando proprio nella sua isola un’alluvione può generare una tale catastrofe? E soprattutto, di quale Ponte sullo Stretto vagheggiano i governanti del centrodestra, mentre non si riesce neppure a proteggere le colline e le strade che franano sotto la pioggia proprio in quell’area?

Ha perfettamente ragione il Capo dello Stato a invocare maggiore sicurezza piuttosto che «opere faraoniche». C’è una sproporzione intollerabile fra la retorica megalomane delle cosiddette grandi opere e l’ignavia rituale delle piccole opere, quelle normali, regolari, quotidiane, che sarebbero utili per impedire il saccheggio del territorio; la speculazione edilizia e la cementificazione selvaggia; o soltanto per provvedere alla manutenzione ordinaria dei paesi, delle città, delle infrastrutture. Un gap indecente intessuto di affari, di abusi e di scempi che producono un danno irreparabile all’intera collettività: alla popolazione, innanzitutto; ma anche all’ambiente naturale, al paesaggio o perfino al turismo e quindi all’economia.

È proprio il governo del territorio che manca o difetta, e non certo da ieri né soltanto in Sicilia, nell’amministrazione pubblica nazionale. Tanto più in un Mezzogiorno d’Italia abbandonato a se stesso, relegato nel suo progressivo degrado, consegnato all’emarginazione dell’illegalità e della criminalità organizzata. E nonostante i ricorrenti e accorati appelli del presidente della Repubblica, l’antica e irrisolta "questione meridionale" sembra rimossa ormai dall’agenda nazionale, dall’ordine del giorno di un governo d’ispirazione nordista, dominato da una preminente tendenza separatista o addirittura secessionista.

Ma il peggio è che non impariamo niente dai disastri, dalle catastrofi, dalle tragedie precedenti. Dalle alluvioni, dalle frane, dai terremoti. Senza disconoscere qui l’impegno profuso in Abruzzo dal governo di centrodestra, dalla Protezione civile e dai volontari, alla fine il trionfalismo mediatico sembra prevalere sul senso del rigore e della responsabilità, in una sorta di reality permanente, uno show autocelebrativo finalizzato più che alto a fare ascolti e a raccogliere voti.

Vogliamo costruire nuovi ponti e nuove autostrade, ma non abbiamo strade sicure e non riusciamo a fare una manutenzione regolare nelle grandi città nemmeno per coprire le buche o riparare i marciapiedi. Vogliamo i treni ad alta velocità, ma quelli dei pendolari sono indegni di un Paese civile e gli altri per lo più scomodi e sporchi. Vogliamo installare le centrali nucleari, ma la rete elettrica fa acqua da tutte le parti e intanto produciamo meno energia solare della fredda Germania.

In un Paese senza catasto edilizio, o con un catasto a dir poco obsoleto, non c´è una mappa aggiornata delle zone a rischio idrogeologico; un censimento effettivo delle aree pericolanti; un registro o un inventario completo delle tante Giampilieri che al nord, al centro o al sud, insidiano l’assetto del territorio. E soprattutto, non c’è un protocollo ufficiale, regione per regione, su cui pianificare un programma di interventi mirati per la difesa del suolo, in base a una scala di priorità.

Queste non sono calamità naturali. Eventi imprevedibili o incontrollabili. Sono colpe e omissioni che chiamano in causa precise responsabilità politiche, amministrative e spesso anche giudiziarie.

Aumenta il controllo sull’Appia Antica per combattere l’abusivismo edilizio. Ieri è stata firmata una convenzione tra il Municipio XI, Regione Lazio e la Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma, un documento per rendere più operativi e veloci gli abbattimenti di abusi edilizi.

«È un’area di grande pregio che ha una concentrazione di illegalità che non ha eguali in Italia, ma forse nel resto del mondo. Questa convenzione è una novità che aspettavamo da tempo, avevamo bisogno di questo filo diretto con gli altri enti. Finalmente lavoreremo con tempestività », racconta Rita Paris, direttrice e archeologa della Soprintendenza, responsabile dell’Appia Antica.

Il documento firmato da Andrea Catarci (Municipio), Esterino Montino (Regione) e Angelo Bottini (Soprintendenza) impegna le tre istituzioni a lavorare in sinergia per controllare l’area vincolata anche con il sistema foto aereo. Ed eventualmente per procedere agli abbattimenti di abusi accertati, attività operativa che sarà realizzata dall’ufficio di Massimo Miglio, dirigente regionale dell’ufficio che combatte l’abusivismo edilizio, con l’ausilio delle ditte vincitrici dell’appalto. «Questa è una collaborazione tra istituzioni molto importante - racconta Esterino Montino, vicepresidente della Regione e assessore all’Urbanistica - perché velocizza sia la decisione che l’esecuzione degli interventi da fare, dato che in passato la sovrapposizione di competenze, anche di fronte ad abusi conclamati, impediva di colpire direttamente ed efficacemente le illegalità edilizie. In questo modo diventeremo più operativi, potremmo anche intervenire nel momento in cui l’abuso edilizio viene realizzato. E c’è anche una novità: in alcuni casi potremmo anche procedere all’acquisizione del lotto, sia esso terreno o fabbricato ».

La Regione ha messo a disposizione dell’ufficio antiabusivimo un milione e mezzo di euro per interventi da realizzare in tutti i municipi, ma con ogni probabilità molti di questi fondi andranno al parco dell’Appia Antica.

«Perché è un’area che ha una situazione davvero estrema - precisa Vezio De Lucia, architetto urbanista - da un confronto cartografico del 2003 abbiamo rilevato che dall’anno in cui tutto il parco è stato dichiarato inedificabile, era il 1985, c’è stato un aumento di un milione di metri cubi di cemento. E da allora la situazione è nettamente peggiorata. Sarebbe importante fare questi rilievi più frequentemente». Ma è sicuramente utile sapere che nell’ufficio tecnico del Municipio sono 2500 i fascicoli riguardanti gli abusi edilizi nell’area vincolata del parco dell’Appia Antica. Da tempo il Municipio XI lavora per ripristinare la legalità sulla «Regina Viarum», ovvero abbattere verande, sopraelevazioni, costruzioni accessorie che non dovevano esserci.

«In particolare abbiamo cinquanta interventi da realizzare al più presto - spiega Catarci, presidente del Municipio - illegalità già accertate su cui bisogna intervenire. I nostri fondi già scarsi sono terminati, per questo la convenzione ci permette di tornare al più presto nuovamente operativi. E i nostri interventi stanno anche cambiando la mentalità di molti residenti, tanto che alcuni stanno procedendo alle autodemolizioni, che ovviamente fanno risparmiare soldi all’amministrazione. E sono meno traumatiche per il cittadino».

E infatti ieri sulla via Ardeatina, non lontano dalle Fosse Ardeatine, una sopraelevazione di un bar di fronte ad un ex-ristorante, è stata demolita dallo stesso proprietario, sotto il controllo del Municipio che gli aveva notificato l’abuso. «È uno dei risultati più importanti del nostro lavoro - commenta Massimo Miglio - la consapevolezza da parte del cittadino che non si può continuare nell’illegalità. E inoltre da quando abbiamo iniziato questo lavoro capillare sulla 'Regina Viarum' sono diminuite le segnalazioni di illegalità edilizie».

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