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«Alle new town aquilane, per come stanno sorgendo, manca soprattutto una cosa: l´essere città o parti di città». Per l´architetto Pier Luigi Cervellati, che insegna all´Iuav di Venezia, «sono agglomerati di case che non hanno minimamente l´aspetto di una città».

Cosa manca a quegli insediamenti per essere città, o parti d´essa?

«Ho visto le new town realizzate dalla Provincia di Trento: appartamenti con tutti i requisiti, sia di sicurezza sia di comfort. Ma perché un gruppo di case diventi un quartiere occorre un tessuto di servizi, occorrono trasporti pubblici, spazi pubblici, tutti quegli elementi che agevolano il formarsi di relazioni sociali e che tengono insieme una comunità».

Qualche settimana fa è stato pubblicato uno studio di Vezio De Lucia e Georg Frisch che segnalava proprio questi problemi.

«Condivido quelle preoccupazioni. Intanto non chiamerei new town quegli insediamenti. Le new town inglesi vengono realizzate dopo la guerra. Sono città che hanno una popolazione complessiva fra i 50 e i 100 mila abitanti mentre quelle più recenti ne contano da 250 a 430 mila. In Inghilterra hanno insediato cinque milioni di persone in questo modo. Ma villes nouvelles le troviamo anche in Francia. Si può discutere se siano un esperimento riuscito o meno: sono comunque città, custodiscono la complessità, persino il conflitto tipico di una città».

Perché in Italia non si è fatto nulla di simile?

«Perché da noi la crescita delle città dal dopoguerra è stata in gran parte diretta da una matrice privata e speculativa. Le new town sono il frutto di un grande intervento pubblico. In Italia si sono tentati i cosiddetti quartieri-satellite, ma sono un´altra cosa. Secondo qualcuno, comunque, dietro le new town c´è anche la suggestione delle città di fondazione realizzate in Italia negli anni Trenta».

Quindi che giudizio dà della ricostruzione in Abruzzo?

«Si è scelta una strada sbagliata. Questi insediamenti mi paiono nuclei periferici che servono solo per dormire, senza collegamenti fra loro e con quel che resta del centro storico dell´Aquila. Il cui abbandono è l´altro disastro di questa operazione».

Perché?

«Se riprendiamo l´esempio londinese vediamo che, mentre si progettavano le new town, intanto si interveniva sulla città bombardata. A volte si diradava l´edilizia, a volte si ricostruiva. Ma tutto rispondeva a un progetto. A L´Aquila non c´è un piano che immagini come sarà la città del futuro. Nel centro storico non si restaura nulla, e si va verso il suo spopolamento, che temo preluda a colossali operazioni speculative. Si dissemina invece il territorio di piccoli insediamenti che consumano suolo e la cui somma non farà mai una città».

Il Governo del fare non fa. Non è un’opinione, lo dicono i dati sulle costruzioni. Cifre fornite non da qualche sedizioso centro studi dell’opposizione, ma dall’autorevole e da sempre filogovernativa Ance (Associazione nazionale costruttori edili). In un rapporto dal titolo “La struttura della domanda di lavori pubblici” che Il fatto quotidiano è riuscito ad avere in anteprima c’è scritto che “nel primo semestre del 2009 il numero dei bandi pubblicati e l’importo totale posto in gara subisce una nuova contrazione del 3,3 per cento in termini reali”.

Non solo: le grandi imprese fanno la parte del leone e molte medie e piccole cominciano ad avere il fiato corto. “La trasformazione della domanda verso bandi di dimensioni elevate contrasta con le caratteristiche dell’offerta” ammoniscono gli esperti dell’Ance. Per un motivo semplice: il tessuto produttivo delle costruzioni in Italia è costituito soprattutto da imprese non grandi. Delle 34 mila aziende iscritte al sistema di qualificazione, il 66 per cento può partecipare solo a gare sotto il milione di euro e addirittura l’83 per cento è abilitato per gare non superiori a 2,6 milioni.

La predilezione per i grandi appalti fa felici i soliti noti del mattone tricolore, ma fa tribolare parecchio molti degli altri. L’Ance lo scrive papale papale: “Lo spostamento della domanda verso i grandi lavori pone un problema di tenuta del tessuto produttivo”. Come dire: incalzate dalla crisi, molte aziende vedono l’orizzonte tragico del dissesto. La conclusione è lapidaria: “E’ necessario contrastare il gigantismo degli appalti”.

È una parola… Gigantismo e sistema delle imprese generali e dei general contractor sono pane e companatico delle costruzioni in Italia. Il risultato, purtroppo, non è consolante. I general contractor, a dispetto dell’inglesismo che fa moda, ripropongono un cliché stagionato e tradizionale, un metodo che in Italia si basa su una serie di elementi ricorrenti. Ma che finora ha dato esiti complessivamente negativi facendo precipitare la dotazione infrastrutturale italiana al 54esimo posto, così come certificato dal World Economic Forum.

Il primo elemento è un mix di simbiosi con la politica, una capacità di lobby strepitosa e una delega di fatto ampia e praticamente in bianco ottenuta dagli enti pubblici. Il secondo è il ricorso programmato, costante e massiccio ai subappalti. Il general contractor all’italiana, inoltre, ha comportato quasi di regola scarsità di controlli sulla qualità dei manufatti, tempi biblici di realizzazione delle opere (anche dieci volte più lente rispetto all’Europa), lievitazione dei costi in media tre volte superiori nei confronti degli altri paesi e oltretutto sopportati per intero dai bilanci pubblici. Tutto ciò si è ovviamente ripercosso sulla dotazione infrastrutturale ormai scaduta a livelli infimi.

Nel dossier preparato all’inizio d’ottobre dal Comitato tecnico infrastrutturale, logistica e mobilità della Confindustria l’arretratezza italiana è denunciata in termini chiarissimi e riguarda tutti i comparti delle infrastrutture, da quelle a supporto della mobilità e della logistica a quelle energetiche (i rigassificatori, per esempio), idriche (le dighe e gli acquedotti) e ambientali. Dal 1970 al 2006 la rete autostradale è cresciuta in Italia del 67,5 per cento, ma la Spagna ha aumentato i chilometri delle sue autostrade di 30 volte, la Francia di 6 e la Germania di 2. La crescita media annua della rete autostradale è stata del 4,3 per cento nell’Europa a 15, con punte dell’11,7 per cento in Spagna e del 6,5 in Francia. In Italia è stata solo dell’1,7.

Note dolenti anche per la dotazione ferroviaria. Annotano i tecnici della Confindustria: “Nel periodo 1970-2007 la dotazione ferroviaria è rimasta ben distante dai valori medi comunitari. Nel 2007 presentiamo ancora indici nettamente più bassi di Francia e Germania. Non solo, nel nostro paese sono stati sì realizzati miglioramenti tecnologici (elettrificazione, doppi binari, controllo ed Alta velocità), ma meno velocemente che negli altri. E la qualità scadente dei servizi ha sensibilmente inciso sulla nostra capacità d’offerta, in particolare quella dei servizi per i passeggeri che potrebbe contribuire a ridurre la congestione stradale”.

Infine il sistema dei general contractor si è caratterizzato anche per gli alti costi sociali, con una sequela di incidenti sul lavoro favoriti dall’abuso di imprese subappaltatanti di dimensioni spesso modeste scelte dalle aziende capofila non perché qualitativamente più affidabili o più efficienti. Ma proprio per l’esatto opposto, in quanto disposte a risparmiare su tutto, dalle paghe dei dipendenti alla sicurezza nei cantieri trattata con una disinvoltura disarmante e quindi ideali come alleate subordinate in appalti vinti con il criterio del massimo ribasso.

Non è una novità che la maggior parte delle morti sul lavoro in edilizia sia appannaggio proprio delle aziende di subappalto, una catena di morti stigmatizzata pubblicamente dal coro di rappresentanti delle istituzioni, dai politici e dai procuratori antimafia preoccupati per le frequenti infiltrazioni malavitose. E anche dai sindacati, i quali, però, assai raramente osano spingersi fino alla critica della radice del problema, temendo forse di mettere in discussione un sistema giudicato per certi versi discutibile, ma che dal loro punto di vista dà lavoro su larga scala e garantisce comunque il funzionamento della Cassa edile.

Fino ad ora il governo, e in particolare il ministro per le Infrastrutture, Altero Matteoli, non ha avuto orecchie che per i Grandi cavalieri del cemento. Ma la partita non è chiusa. Dopo il terremoto dell’Aquila i grandi costruttori stavano addirittura per fare cappotto con l’assenso del governo all’estensione del subappalto fino ad un tetto del 50 per cento anche per la realizzazione dei prefabbricati, entrando a piedi uniti proprio in un settore specifico di intervento delle aziende specializzate. Solo in extremis sono stati fermati. E in Confindustria, dopo aver lavorato per più di un anno al piano di riforma infrastrutturale consegnato all’inizio del mese ai ministri Matteoli e Stefania Prestigiacomo (Ambiente), hanno deciso di lasciare in bianco proprio il capitolo dell’organizzazione degli appalti non riuscendo a trovare una sintesi tra gli interessi delle imprese generali e quelli delle aziende specializzate. Tutto rinviato sperando in un accordo.

L’esito del braccio di ferro in corso stabilirà non solo quali interessi in campo saranno premiati, ma farà intuire anche la piega che potrà essere impressa al ciclo delle grandi opere e questo è l’aspetto cruciale della partita. Interessa in primo luogo le imprese perché le infrastrutture sono il retroterra per la competitività e la crescita delle aziende. Ma riguarda da vicino anche i cittadini normali, la qualità della vita, la possibilità di spostarsi in modo decente, di avere energia in quantità sufficienti e a costi accettabili e di accedere ad Internet con facilità e tempi di trasmissione da paese moderno.

Sarà pur vero che la nonostante tutto ancora bella Venezia, come molte volte è accaduto nella sua lunga e spesso luminosa storia, ci sorprende sempre. Talora anche con effetti speciali e trovate circensi. Ma c’è da restare allibiti, o semplicemente divertiti, dipende dai punti di vista, ascoltando le chiacchiere di questi giorni

(chiacchiere, parlare di progetti pare francamente eccessivo) sul futuro della città che fu dei Dogi. C’è chi propone di fare una metropolitana subacquea che corra in mezzo ai granchi sotto la laguna, chi vuole allargare il ponte della Libertà per farlo diventare nientemeno che un boulevard (!) con negozi e terrazze, e chi sogna addirittura le Olimpiadi (!). Manca solo il matto che proponga di asfaltare i canali per farne piste di pattinaggio.

Sulle Olimpiadi poi, sarà il magico effetto dei cerchi, la fantasia si è scatenata. C’è chi le vuole allargare anche a Padova e a Treviso, chi a tutto il Veneto, chi all’intero Nord Est, e qualcuno persino a tutta l’Italia sull’asse Venezia-Roma «che tanto sono vicine». Senza sapere (o fingono di non sapere?) che le rigide regole olimpiche internazionali prevedono che possano candidarsi solo singole città, e che tutti gli impianti, dicasi tutti, debbano stare obbligatoriamente nel raggio di otto chilometri.

Molto difficile che si possa pensare a Venezia, che non ha alcun impianto sportivo che possa definirsi neanche lontanamente olimpico, e che anche ammesso che volesse costruirli tutti ex novo in qualche punto imprecisato del suo territorio (Tessera? Marghera?) dovrebbe fare un mutuo di decine di miliardi che di questi tempi nemmeno il Padreterno sarebbe disposto a concedere. Impensabile.

Ma ciò che più inquieta è il perché di tutte queste idee balzane. Il primo motivo che viene alla mente è il più logico, ed è, per alcuni, un movente interessantissimo: sono tutte fantasie costosissime che andrebbero ad arricchire enormemente chi deve costruire il costruibile. Nel passato di questa città, ma anche nel presente, ci sono molti esempi, e non certo tutti positivi, che si potrebbero fare al riguardo. E questo è comunque l’unico motivo plausibile. Leggermente disgustoso ma plausibile. Perché, tolta la voglia smisurata di denaro, per certi versi anche comprensibile in tempi di magra come gli attuali, l’unico altro effetto che sortirebbero queste gigantesche diavolerie, sarebbe quello di gonfiare ulteriormente di milioni di turisti una città che già soffoca per troppo turismo e che rischia di morirvi strangolata.

Basta pensare che tra alcuni anni, anche indipendentemente dai giochi, dai metrò e dai boulevard, pioveranno comunque sulla laguna altri milioni di turisti che si andranno ad aggiungere, con inevitabili e facilmente immaginabili problemi, ai venti milioni e passa di turisti attuali. Con il risultato che la città sarà ancora più invivibile, e non soltanto per i sempre più esigui residenti, e verrà definitivamente consegnata nelle mani del turismo di massa e dei suoi allegri sfruttatori. Defunta come comunità civile e risorta come parco giochi.

Dietro questo «obiettivo unico», mai dichiarato apertamente come soluzione finale, anzi pubblicamente confutato ma privatamente perseguito tenacemente da tempo, rimane un’altra amara constatazione: che come avvenne vent’anni fa in occasione della candidatura perdente di Venezia per l’Expo (contestata anche da chi adesso sostiene le Olimpiadi, guarda come il tempo cambia le cose), la classe dirigente veneziana, sia politica che imprenditoriale, sembra puntare a vendere sogni proibiti, per la maggior parte irrealizzabili (e quindi solo fumo) anziché pensare a fare con semplicità e umiltà quelle cose normali legate alla soluzione dei problemi quotidiani del vivere civile di una comunità e di una città normale.

Ma Venezia forse non è una città «normale». Probabilmente non lo è mai stata. Sicuramente non lo è più. E allora largo ai sogni. Il più bello sarebbe se il prossimo sindaco ci risparmiasse giochi, boulevard, metrò e altre bizzarrie. Scendesse dalle nuvole e tornasse coi piedi per terra. Anzi, nell’acqua. Con o senza stivali.

La cronaca

Cacciari ha ufficializzato

la candidatura al Coni

VENEZIA.. Formalizzata la candidatura di Venezia per ospitare i Giochi Olimpici del 2020. Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, ha inoltrato ieri al presidente del Coni, Giovanni Petrucci «A nome del sistema delle rappresentanze politiche, sociali, economiche di Venezia e della sua area metropolitana in maniera compatta e univoca», la richiesta formale di candidatura di Venezia a ospitare la 32ª edizione dei Giochi olimpici estivi, nel 2020. Il sindaco ricorda come l’assegnazione dei Giochi del 2016 a Rio de Janeiro ha di fatto reso possibile il ritorno dei Giochi Olimpici in Europa nel 2020, per la consuetudine dell’alternanza tra continenti, e ha quindi ricordato che lo scorso 2 ottobre, assieme al presidente e al vicepresidente della giunta regionale del Veneto, e al presidente di Confindustria Veneto, ha annunciato l’intenzione della candidatura. Ancora, ha ricordato come Venezia, oltre alla storia millenaria e al fascino universale è meta di milioni di turisti da tutto il mondo, è una della grandi capitali della cultura e della ricerca artistica, e capitale di un territorio che da decenni è all’avanguardia in tutti i settori economici, sociali, scientifici, e sportivi. Il sindaco ha quindi scritto che «la città di Venezia ha la consapevolezza di poter esprimere un progetto di candidatura olimpica in grado di: rispondere a tutti i requisiti fissati dalla Carta Olimpica e dagli elevati standard richiesti da un evento olimpico; disegnare e realizzare un progetto olimpico di assoluta professionalità e credibilità, sia sotto il profilo organizzativo che sotto quello della sostenibilità economico-finanziaria; poter rappresentare in modo autorevole, innovativo, sostenibile e, ci auguriamo, efficace il nostro Paese nella lunga e articolata corsa all’assegnazione del prestigioso evento». Cacciari ha quindi assicurato che «la struttura del già costituito Comitato Venezia 2020 si adopererà nei prossimi mesi per predisporre tutta la documentazione, le analisi e le procedure funzionali alla presentazione di un dossier da sottoporre alla valutazione degli organi competenti del Coni».

CAGLIARI - Via libera a nuove colate di cemento sui litorali sardi. Sotto attacco la fascia di 300 metri dal mare. Almeno per possibili ampliamenti di alberghi, residence e strutture turistiche (sino al 25% delle volumetrie esistenti). Secondo il centrosinistra e gli ambientalisti, l’inversione di tendenza rappresenta un primo, durissimo colpo alla legge salvacoste varata nel 2004 dall’ex governatore Renato Soru. A dare il disco verde è stato il consiglio regionale. Il testo sull’edilizia, che in qualche misura comincia ad attuare il piano casa nazionale su scala isolana, è stato approvato ieri mattina: 39 i favorevoli, 20 i contrari, 1 astenuto. Ha votato sì l’intero schieramento di centrodestra che sostiene il presidente, Ugo Cappellacci, a suo tempo fortemente voluto da Silvio Berlusconi come candidato alla guida della giunta sarda.

L’iter del provvedimento è stato contrassegnato da un forte scontro in aula tra maggioranza e opposizione. La minoranza ha presentato oltre 400 emendamenti contro quello che ha più volte chiamato «Progetto cemento». Il centrosinistra, che nella scorsa legislatura approvò il Piano paesaggistico sardo e confermò il vincolo dell’inedificabilità nei 300 metri dal mare, ha criticato pesantemente le deroghe. Gli aumenti di cubatura potranno riguardare solo fabbricati a uso residenziale. Ma senza sopraelevazioni. E a condizione che gli ampliamenti migliorino la qualità architettonica dell’immobile, secondo quanto vagliato da una Commissione regionale ad hoc istituita con l’articolo 7 del provvedimento.

Sul patrimonio delle costruzioni in aree urbane gli indici massimi di edificabilità potranno essere superati fino al 20%. Ma solamente nel caso di fabbricati per uso residenziale uni-bifamiliare. Con una premialità fino al 30% di fronte a miglioramenti per il risparmio energetico. Gli incrementi potranno interessare anche le zone agricole. Per i centri storici dell’isola saranno invece subordinati a delibera da parte dei consigli comunali. Previsto infine il recupero a fini abitativi di sottotetti e seminterrati, tranne in aree a rischio idrogeologico.

«Profonda soddisfazione» viene espressa dal capogruppo del Pdl, Mario Diana. Mentre secondo Ance e Confindustria sarde è «un’opportunità per la ripresa dell’economia dell’isola». «È iniziata l’operazione verità: che la nostra legge sia un Piano cemento è una menzogna, semmai i cementificatori erano gli esponenti della precedente giunta»: così Ugo Cappellacci, che ieri sera ha rimandato al mittente le accuse di «deregulation selvaggia». «È una legge semplicemente vergognosa - ha invece commentato senza mezzi termini l’ecologista Stefano Deliperi, presidente sardo del Gruppo d’intervento giuridico - Riapre le coste al cemento selvaggio. Minaccia l’ambiente. Crea pericoli in zone dove già si sono verificate calamità "innaturali". Come a Capoterra, vicino a Cagliari, quando sono morte sei persone e ci sono stati danni per decine di milioni. Presenteremo perciò ricorso: le nuove disposizioni hanno profili d’incostituzionalità perché violano il codice del paesaggio».

"Si vanifica la risorsa più grande: il turismo"

(intervista a Massimo Carlotto)

CAGLIARI - «È una follia: e lo è da ogni punto di vista». Lo scrittore padovano Massimo Carlotto, che in Sardegna ha da tempo trovato nuove radici, condanna senza esitazioni la nuova legge. L’autore ha affrontato di frequente temi eco-sociali nei suoi romanzi, spesso ambientati nell’isola, come "Perdasdefogu", uno degli ultimi. Ed è quindi rimasto particolarmente colpito dalle possibilità aperte dal provvedimento varato ieri in consiglio regionale.

Perché parla di follia, Carlotto?

«Interventi del genere rischiano di compromettere seriamente le coste della Sardegna».

Con quali conseguenze?

«Prima di tutto di compromettere la risorsa che si vorrebbe tutelare: il turismo. Di fronte alle devastazioni selvagge dei litorali naturalmente i clienti dell’industria delle vacanze non potranno che andare da un’altra parte».

Come mai, secondo lei, si è arrivati a questa decisione?

«È semplice: Ugo Cappellacci l’aveva promesso in campagna elettorale al partito dei costruttori, nell’isola da sempre fortissimo. Oggi, da governatore, non ha fatto che mantenere i suoi impegni».

Pensa che la legge farà mutare connotati al turismo sardo?

«Non credo si arriverà mai a una riminizzazione dell’isola. Tuttavia il pericolo di cementificazione dei litorali è molto concreto».

Lo avevano promesso in campagna elettorale. Lo aveva detto Berlusconi che bisognava interrompere la carestia edilizia degli anni di Soru; e sembra di vederlo il suo sorriso alla notizia di un’altra Regione che ha seguito alla lettera il suo consiglio. E viene pure il sospetto che il piano casa (?) sia stato pensato con un’occhiata alle coste sarde. D’altra parte il provvedimento sardo raccoglie il massimalismo della prima proposta del premier, prendendo al volo l’occasione per dare un colpo al Piano paesaggistico.

Ogni volume edilizio nelle parti più sensibili dei litorali potrà essere incrementato senza tante storie (addirittura nella fascia dei 300metri dal mare tutelata già negli anni ‘80). Una botta da milioni di metri cubi. La casa necessità non c’entra nulla, perché questa è un’altra storia - direbbe Lucarelli. Un’altra storia del programma demagogico, sapientemente pop.

Prima si attizza l’insofferenza verso ogni forma di tutela, poi si dà il via all’azzoppamento delle regole, cambiando il Piano senza prendersi neppure la briga di fare una vera variante.

In modo improprio - dicono i giuristi. Senza remore e non stupisce. Figuriamoci se chi ha creduto di modificare la Costituzione con il lodo Alfano può esitare di fronte al rischio per la bellezza e la sicurezza del territorio. E i modi spicci piacciono. Se si potrà fare o ci saranno impedimenti si vedrà, intanto ecco la legge: la risposta in blocco alle attese di proprietari di pochi mq di terra e di altri più cospicui patrimoni.

Se poi l’interesse per il bene comune scivola all’ultimo posto nella gerarchia dei valori poco importa. Perché il danno è oltre gli effetti che si vedranno in Sardegna. La cosa peggiore è il messaggio: la tutela del bene comune è una fissazione dei soliti pessimisti che vaneggiano sul paesaggio invece di calcolare con ottimismo quanti bilocali starebbero su quel versante così tenero che si taglia con un grissino.

Disposizioni inopportune e, queste sì, antitaliane. Giungono proprio ora che si scopre il territorio malandato e vulnerabile. Le disgrazie recenti, nel Paese e anche in Sardegna, sono indizi di uno stato patologico che consiglia prudenza e il fai-da-te assecondato e blandito non promette nulla di buono. Questa indifferenza al principio di precauzione colpisce, tanto più se si leggono le dichiarazioni del presidente della Regione Sicilia che dubita sulla approvazione di una legge su questa linea in quella Regione. Chi pensa alla Sardegna come immune da rischi si sbaglia. Anche qui e dopo questa scelta avremo molti scempi sulla coscienza. Il rimorso che veniva dopo ora ci precede, notava Flaiano.

È bastata una nuova ondata di maltempo per riportare la paura nelle zone del Messinese distrutte dall’alluvione del primo ottobre. La pioggia che si è abbattuta l’altra notte sulla Sicilia, ed in particolare su Palermo e sulla costa di Messina, ha creato non pochi problemi alla popolazione. Tra Taormina e Santa Teresa di Riva alcuni torrenti sono straripati e si sono registrate frane e allagamenti. Alcune auto sono rimaste intrappolate nel fango e sull’autostrada Messina-Catania, nel tratto della galleria Giardini, a causa di uno smottamento, si circolava solo sulla corsia di sorpasso.“Ma se non riusciamo a uscire dalla città perché la situazione delle infrastrutture è già disastrosa, che ce ne facciamo di un Ponte che ci colleghi al continente?”. Non ha dubbi, nel bocciare la grande opera, Claudio Villari, ingegnere strutturista di Messina, ex docente della Facoltà di Architettura all’Università di Reggio Calabria, grande esperto di terremoti. “Perfettamente inutile, sia in un’immediata visione della realtà, sia in una prospettiva futura. Noi non abbiamo problemi a raggiungere l’altra sponda, ma abbiamo moltissimi problemi a raggiungere l’altra parte dell’isola. L’attuale sistema ferroviario e viario è fragilissimo”.

Sicilia e Calabria, secondo Villari, sono due terre che scontano decenni di abbandono, ma che hanno anche gravissimi problemi idrogeologici. “Si parla di territori che subiscono profonde modificazioni perché di recente formazione”, spiega.

E il cuore della questione è proprio questo: “Non esiste un progetto definitivo per il Ponte sullo Stretto - prosegue Villari - né esiste uno studio ufficiale di fattibilità. Un’opera di queste dimensioni e che richiede un tale impegno finanziario non può essere fatta se non si è assolutamente certi che non si siano situazioni di instabilità dovuta ai movimenti tellurici, al terreno e, in generale, al contesto idrogeologico. Come si fa a dire che si farà in piena sicurezza quando non esiste una progettazione definitiva, che abbia avuto un esame di fattibilità e di buona esecuzione formale? Tutto ciò finora non esiste, c’è solo un progetto di massima e una dichiarazione informale di fattibilità”.

C’è poi un discorso economico da fare, perché, secondo l’ingegnere, non c’è la copertura finanziaria per un simile progetto, che deve comprendere anche tutte le opere connesse (come le infrastrutture). “Il primo finanziamento è di 2.100 miliardi di euro (sui 6.500 ritenuti necessari per il completamento dei lavori), effettuato dal Cipe con il denaro pubblico, mentre il resto viene subordinato ad un inesistente interesse privato”.

Eppure pochi giorni fa il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli ha annunciato in pompa magna che i cantieri partiranno a dicembre e dureranno sei anni. Se volessimo fare l’avvocato del diavolo, si potrebbe dire: finalmente, dopo 40 anni, una data certa. “Ma quali cantieri? Hanno annunciato soltanto una modifica dell’asse ferroviario della stazione di Villa San Giovanni: faranno quella, poi si fermeranno perché avranno finito i soldi. E a quel punto si metteranno nelle condizioni di farsi ricattare dall’impresa aggiudicataria dell’appalto. Tutto ciò è contrario ai principii fondamentali di chi appalta un’opera: non ci sono soldi e non c’è progetto. Eppure sono 40 anni che vengono elargiti fondi alle varie società che si sono susseguite. C’è tutta l’aria dell’imbroglio, o di una sottovalutazione ignobile delle urgenze e delle priorità che drammaticamente si impongono”.Non tutti i siciliani la pensano come il professor Villari, però. “I cittadini non hanno la possibilità di farsi un’idea precisa di questa grande opera - risponde lui - la società ha costruito un bellissimo modellino di ponte (visibile al pubblico), con tanto di aria calma e mare cristallino; hanno raccontato che servirà anche ad incrementare il turismo. La gente si illude che l’opera possa realizzarsi subito e che tutto sia semplice e scontato. Ma si tratta di sensazioni sbagliate, fondate su un errore di fondo”.

Dunque una condanna senza appello: “Inutile, lo ripeto. Nessuno mi convincerà mai dell’utilità di un’opera simile, neanche se vi fossero un progetto definitivo e uno studio di fattibilità che tenga conto del dissesto del territorio. Abbiamo bisogno di strade, non di ponti”.

«Lo vedi, stanno iniziando ad abbandonarci. Lo sapevo». Così il mio caposcorta mi ha salutato ieri mattina. Il dolore per la protezione che cercano di farmi pesare, di farci pesare, era inevitabile. La sensazione di solitudine dei sette uomini che da tre anni mi proteggono mi ha commosso. Dopo le dichiarazioni del capo della mobile di Napoli che gettano discredito sul loro sacrificio, che mettono in dubbio le indagini della Dda di Napoli e dei Carabinieri, la sensazione che nella lotta ai clan si sia prodotta una frattura è forte. Non credo sia salutare spaccare in due o in più parti un fronte che dovrebbe mostrarsi, e soprattutto sentirsi, coeso. Società civile, forze dell’ordine, magistratura. Ognuno con i suoi ruoli e compiti. Ma uniti. Purtroppo riscontro che non è così. So bene che non è lo Stato nel suo complesso, né le figure istituzionali che stanno al suo vertice a voler far mancare tale impegno unitario. Sono grato a chi mi ha difeso in questi anni: all’arma dei Carabinieri che in questi giorni ha mantenuto il silenzio per rispetto istituzionale ma mi ha fatto sentire un calore enorme dicendomi «noi ci saremo sempre».

Mi ha difeso l’Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico Cafiero De Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il capo della Polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò che era stato detto da un funzionario. Mi ha difeso il mio giornale. Mi hanno difeso i miei lettori.

Ma uno sgretolamento di questa compattezza è malgrado tutto avvenuto e un grande quotidiano se ne è fatto portavoce. Ciò che dico e scrivo è il risultato spesso di diversi soggetti, di cui le mie parole si fanno portavoce. Ma si cerca di rompere questa nostra alleanza, insinuando «tanti lavorano nell’ombra senza riconoscimento mentre tu invece…».

Chi fa questo discorso ha un unico scopo, cercare di isolare, di interrompere il rapporto che ha permesso in questi anni di portare alla ribalta nazionale e internazionale molte inchieste e realtà costrette solo alla cronaca locale. Sento di essere antipatico ad una parte di Napoli e ad una parte del Paese, per ciò che dico per come lo dico per lo spazio mediatico che cerco di ottenere. Sono fiero di essere antipatico a questa parte di campani, a questa parte di italiani e a molta parte dei loro politici di riferimento. Sono fiero di star antipatico a chi in questi giorni ha chiamato le radio, ha scritto sui social forum "finalmente qualcuno che sputa su questo buffone". Sono fiero di star antipatico a queste persone, sono fiero di sentire in loro bruciare lo stomaco quando mi vedono e ascoltano, quando si sentono messi in ombra. Non cercherò mai i loro favori, né la loro approvazione. Sono sempre stato fiero di essere antipatico a chi dice che la lotta alla criminalità è una storia che riguarda solo pochi gendarmi e qualche giudice, spesso lasciandoli soli. Sono sempre stato fiero di essere antipatico a quella Napoli che si nasconde dietro i musei, i quadri, la musica in piazza, per far precipitare il decantato rinascimento napoletano in un medioevo napoletano saturo di monnezza e in mano alle imprenditorie criminali più spietate. Sono sempre stato antipatico a quella parte di Napoli che vota politici corrotti fingendo di credere che siano innocui simpaticoni che parlano in dialetto. Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi dice: «Si uccidono tra di loro», perché contiamo troppe vittime innocenti per poter continuare a ripetere questa vuota cantilena. Perché così permettiamo all’Italia e al resto del mondo di chiamarci razzisti e vigliacchi se non prestiamo soccorso a chi tragicamente intercetta proiettili non destinati a lui. Come è accaduto a Petru Birladeanu, il musicista ucciso il 26 maggio scorso nella stazione della metropolitana di Montesanto che non è stato soccorso non per vigliaccheria, ma per paura.

Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi mal sopporta che vada in televisione o sulle copertine dei giornali, perché ho l’ambizione di credere che le mie parole possano cambiare le cose se arrivano a molti. E serve l’attenzione per aggregare persone. Sarò sempre fiero di avere questo genere di avversari. I più disparati, uniti però dal desiderio che nulla cambi, che chi alza la testa e la voce resti isolato e venga spazzato via com’è successo già troppe volte. Che chi "opera" sulle vicende legate alla criminalità organizzata e all’illegalità in generale, continui a farlo, ma in silenzio, concedendo giusto quell’attenzione momentanea che sappia sempre un po’ di folklore. E se percorriamo a ritroso gli ultimi trent’anni del nostro Paese, come non ricordare che Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Giancarlo Siani – esposti molto più di me e che prima di me hanno detto verità ora alla portata di tutti – hanno pagato con la vita la loro solitudine. E la volontà di volerli ridurre, in vita, al silenzio.

Sono sempre stato fiero, invece, di essere stato vicino a un’altra parte di Napoli e del Sud. Quella che in questi anni ha approfittato della notorietà di qualcuno emerso dalle sue fila per dar voce al proprio malessere, al proprio impegno, alle proprie speranze. Molti di loro mi hanno accolto con diffidenza, una diffidenza che a volte ha lasciato il posto a stima, altre a critiche, ma leali e costruttive. Sono fiero che a starmi vicino siano stati i padri gesuiti che mi hanno accolto, le associazioni che operano sul territorio con cui abbiamo fatto fronte comune e tante, tantissime persone singole. Sono fiero che a starmi vicino sia soprattutto chi, ferocemente deluso dal quindicennio bassoliniano, cerca risposte altrove, sapendo che dalla politica campana di entrambe le parti c’è poco da aspettarsi. Sono sempre stato fiero che vicino a me ci siano tutti quei campani che non ne possono più di morire di cancro e vedere che a governare siano arrivati politici che negli anni hanno sempre spartito i propri affari con le cosche. Facendo, loro sì, soldi e carriera con i rifiuti e col cemento, creando intorno a sé un consenso acquistato con biglietti da cento euro.

È stato doloroso vedere infrangersi un fronte unico, costruito in questi anni di costante impegno, che aveva permesso di mantenere alta l’attenzione sui fatti di camorra. È stato sconcertante vedere persone del tutto estranee alla mia vicenda esprimere giudizi sulla legittimità della mia scorta. La protezione si basa su notizie note e riservate che, deontologia vuole, non vengano rese pubbliche. Sono stato costretto a mostrare le ferite, a chiedere a chi ha indagato di poter rendere pubblico un documento in cui si parla esplicitamente di "condanna a morte". Cose che a un uomo non dovrebbero mai essere chieste.

Ho dovuto esibire le prove dell’inferno in cui vivo. Ho esibito, come richiesto, la giusta causa delle minacce. Sento profondamente incattivito il territorio, incarognito. Gli uni con gli altri pronti a ringhiarsi dietro le spalle. Molti hanno iniziato a esprimere la propria opinione non conoscendo fatti, non sapendo nulla. Vomitando bile, opinioni qualcuno addirittura ha detto "c’è una sentenza del Tribunale che si è espressa contro la scorta". I tribunali non decidono delle scorte, perché tante bugie, idiozie, falsità? Addirittura i sondaggi online che chiedevano se era giusto o meno darmi la scorta. Quanto piacere hanno avuto i camorristi, il loro mondo, lì ad osservare questo sputare ognuno nel bicchiere dell’altro?

Dal momento in cui mi è stata assegnata una protezione, della mia vita ha legittimamente e letteralmente deciso lo Stato Italiano. Non in mio nome, ma nel nome proprio: per difendere se stesso e i suoi principi fondamentali. Tutte le persone che lavorano con la parola e sono scortate in Italia, sono protette per difendere un principio costituzionale: la libertà di parola. Lo Stato impone la difesa a chi lotta quotidianamente in strada contro le organizzazioni criminali. Lo Stato impone la difesa a magistrati perché possano svolgere il loro lavoro sapendo che la loro incolumità fa una grande differenza. Lo Stato impone la difesa a chi fa inchieste, a chi scrive, a chi racconta perché non può permettere che le organizzazioni criminali facciano censura. In questi anni, attaccarmi come diffamatore della mia terra, cercare di espormi sempre di più parlando della mia sicurezza, è un colpo inferto non a me, ma allo stato di salute della nostra democrazia e a tutte le persone che vivono la mia condizione. Sento questo odio silenzioso che monta intorno a me crea consenso in molte parti

Sta cercando il consenso di certa classe dirigente del Sud che con il solito cinismo bilioso considera qualunque tentativo di voler rendere se non migliore, almeno consapevole la propria terra, una strategia per fare soldi o carriera.

Ma mi viene chiesta anche l’adesione a un "codice deontologico", come ha detto il capo della Mobile di Napoli, il rispetto delle regole. Quali regole? Io non sono un poliziotto, né un carabiniere, né un magistrato. Le mie parole raccontano, non vogliono arrestare, semmai sognano di trasformare. E non avrò mai "bon ton" nei confronti delle organizzazioni criminali, non accetterò mai la vecchia logica del gioco delle parti fra guardie e ladri. I camorristi sanno che alcuni di loro verranno arrestati, le forze dell’ordine sanno in che modo gestire gli arresti che devono fare. Lo hanno sempre detto a me, ora sono io a ribadirlo: a ognuno il suo ruolo. La battaglia che porto avanti come scrittore è un’altra. È fondata sul cambiamento culturale della percezione del fenomeno, non nel rubricarlo in qualche casellario giudiziario o considerarlo principalmente un problema di ordine pubblico.

Continuare a vivere in una situazione così è difficile, ma diviene impossibile se iniziano a frapporsi persone che tentano di indebolire ciò che sino a ieri era un’alleanza importante, giusta e necessaria. So che è molto difficile vivere la realtà campana, ma c’è qualcuno che ci riesce con tranquillità. Io non ho mai avuto detenuti che mi salutassero dalle celle, né me ne sarei mai vantato, anzi, pur facendo lo scrittore, ho ricevuto solo insulti. Qualcuno dice a Napoli che è riuscito a fare il poliziotto riuscendo a passeggiare liberamente con moglie e figli senza conseguenze. Buon per lui che ci sia riuscito. Io non sono riuscito a fare lo scrittore riuscendo a passeggiare liberamente con la mia famiglia. Un giorno ci riuscirò lo giuro.

© 2009 Roberto Saviano. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

Ci sono cose che tocca rileggere almeno due volte per convincersi che la realtà, di questi tempi, supera la fantasia. Anche la più inconcepibile. Dunque, al nostro sindaco Letizia Moratti piace da pazzi l’idea di un tunnel automobilistico sotterraneo da Linate a Rho: quattordici chilometri che dovrebbero tagliare la città da Est a Nord-ovest, congiungendo il "city airport" al nuovo polo fieristico. Costo previsto 2,4 miliardi di euro, finanziamento interamente privato, sette anni di lavori, inizio dei cantieri nel 2011, fine nel 2018, pedaggio stimato 10 euro per l’intera tratta, profondità dello scavo fino a 40 metri. Tralasciando il fatto che la scaramanzia consiglierebbe prudenza nel promuovere una maxi-opera di dimensioni colossali come questa a ridosso della decisione di buttare a mare il progetto del parcheggio alla Darsena, è quasi imbarazzante mettere in fila incongruenze, contraddizioni, controindicazioni, insensatezze di una simile idea.

La prima incongruenza riguarda il calendario: l’opera sarà completata fuori tempo massimo per l’Expo, nel 2018, ma in compenso l’Expo riuscirà a disturbarla alla grande, essendo inimmaginabile che il cantiere per un’autostrada urbana underground rimanga invisibile e non sconvolga mezza città. Il sindaco dice: sarà pronto metà tunnel. Ma che ce ne facciamo di un tunnel da Lancetti a Rho, visto che per tre quarti del percorso coincide con lo snodo autostradale di Certosa?

Seconda assurdità, non meno stupefacente della prima: il collegamento con l’aeroporto di Linate. Scusate, ma non si era detto e ripetuto che Linate, giocoforza, è destinato a ridimensionarsi per non infliggere il colpo definitivo, probabilmente letale, a Malpensa? È vero o no che si sta discutendo della riduzione di Linate ad aeroporto d’affari, destinato a gestire un traffico passeggeri di cinque milioni l’anno contro i dieci degli anni scorsi? Ma se è così, e il Comune dovrebbe saperlo benissimo essendo azionista di larga maggioranza della Sea, a che serve prevedere un maxitunnel di collegamento a un aeroporto dimezzato, oltretutto in sovrapposizione con la nuova linea del metrò, prevista da Lorenteggio al Forlanini?

Ma non è finita. Terza follia, il costo. Ogni chilometro di tunnel costerà circa 150 milioni di euro. È tanto? Probabilmente troppo poco, tenendo conto che si dovrà perforare, ancora una volta, il cuore di una città che negli ultimi cinquantenni è stata bucata e ribucata come un groviera. Si dovrà scendere con gli scavi fino a 40 metri, passando sotto le linee di tre metropolitane e incrociando i cantieri delle nuove linee progettate, si incontreranno le falde, i parcheggi sotterranei, qualche antica necropoli, qualche resto medievale e spagnolesco. Si inietterà un’altra mostruosa quantità di cemento in un sottosuolo esausto, sempre più impermeabilizzato.

I costi, come accade regolarmente, saliranno di molto rispetto alle previsioni iniziali, ma facciamo finta che davvero l’opera si possa fare con 2,4 miliardi. Li metteranno i privati, spiega Letizia Moratti, che rientreranno dall’investimento incassando i pedaggi. Si prevedono 10,22 euro per l’intero tracciato, con un costo a chilometro di 0,70 centesimi. Ma ammesso e non concesso che il costo di transito rimanga questo, chi sarà disposto a pagare una cifra simile? Difficile pensare che saranno i cinquantamila al giorno previsti dal progetto, numero minimo per rendere conveniente l’impresa. Oggi con 10,10 euro di pedaggio si va da Milano a Modena, per 173 chilometri di percorso. E se pare inverosimile che si trovino cinquantamila automobilisti disposti a pagare 10 euro per andare da Linate a Rho, non può stupire che, finora, non si sia capito chi scucirà 2,4 miliardi di euro per placare la voglia di grandi opere di Donna Letizia.

postilla

Naturalmente, come si intuisce al volo, le questioni in gioco sono altre: prima fra tutte la solita politica al servizio degli interessi di “sviluppo del territorio”: come non notare la sovrapposizione del tracciato del tunnel con l’asse trasversale della mitica T rovesciata del Documento di Delega agli Amici delle Politiche Urbanistiche Comunali? Ma oltre le facili polemiche su attori forti, comparse e suggeritori dietro le quinte, forse val la pena di ricordare la vicenda, assai poco nota qui da noi, dello Zar dei Lavori Pubblici di New York, Robert Moses. Del suo sistematico smantellamento di una idea di città collettiva e condivisa, in sostanza di qualunque politica urbanistica in senso proprio, a favore delle Grandi Opere. Proprio in questi giorni la massima responsabile per la pianificazione urbana della città, la signora Amanda M. Burden, di estrazione alto borghese e nominata da un’amministrazione di destra, riceve il più alto riconoscimento da una prestigiosa associazione di costruttori privati (Urban Land Institute) … esattamente per “remare contro” la vecchia impostazione di Moses: la città disegnata attorno a autostrade, gallerie, ponti ecc. E operare invece a favore del Piano, senza enfasi e soluzioni spicce studiate a tavolino, ma seguendo quell’impiccio che da noi pare sempre inutile tara: le regole condivise. Per chi vuole saperne di più, su Mall ho riportato una nota di agenzia con le motivazioni del premio alla signora Burden. Per saperne di più su questa demenza anni ’50 del tunnel milanese, traslocata di peso da un’altra signora borghese nel terzo millennio, non mancheranno purtroppo le occasioni in futuro (f.b.

Mancano ancora Matera, Campobasso, Savona, Carugate, Cerveteri, Ciriè e qualche altra ma la lista delle città italiane che vogliono le Olimpiadi 2020 si allunga in modo significativo. Dopo Venezia e Roma si sono infatti aggiunte ufficialmente, in attesa di nuove ed estrose candidature, Palermo e Bari. E a questo punto non c’è più dubbio: magari il Cio non assegnerà i Giochi a nessuna delle nostre brave concorrenti, ma sul podio ci andiamo di sicuro: quello del ridicolo.

A premere per la candidatura di Chicago alle Olimpiadi 2016 volò a Copenaghen, inutilmente, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Quale credibilità può avere un Paese dove una cosa seria come la candidatura ai Giochi, affare costosissimo che richiede un immenso sforzo finanziario, viene annunciata in Sicilia dall’assessore regionale al turismo (col sindaco Diego Cammarata offeso: «Potevate almeno dirmelo...») e in Puglia dall’assessore comunale allo sport? Cos’è: un gioco a chi mette per primo il cappello sulla sedia?

Una manovra per dare vita a un comitato di studio (poltrone) e poi a un comitato promotore (altre poltrone) e poi a una struttura operativa progettuale (altre poltrone) e via così di prebenda in prebenda? Come ultimo tedoforo a Bari vedrei bene la D’Addario», ha ghignato subito il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni, figurandosi la escort barese in marcia col cero in pugno. Quanto a Palermo, ogni battuta sarebbe di troppo: parlano già i precedenti. Ma sul serio torna a proporsi per questo appuntamento mondiale una città dove allo stadio di «Italia 90» non sono bastati 19 anni anni per demolire come previsto le tribune provvisorie che non avevano l’agibilità?

Dove quello di baseball fatto per le Universiadi (che non prevedevano il baseball) non hanno visto una partita? Dove il Velodromo dei Mondiali di Ciclismo cade a pezzi e il palazzo dello sport distrutto da un fortunale non hanno i soldi per rifarlo perché si son dimenticati di chiedere i soldi all’assicurazione con cui avevano una polizza da 95 mila euro?

Il governatore Raffaele Lombardo dice che lui non capisce proprio le perplessità degli scettici: «Non vedo perché non possiamo ambire a ospitare le Olimpiadi». Cos’avrà mai la città di santa Rosalia meno di Sydney, Londra o di Pechino? Ciò che gli dà più fastidio, dice, «è l’atteggiamento razzista di Galan, che avevamo avuto modo di notare già in occasione della polemica su Baaria». Il suo assessore al turismo e allo sport, Nino «Mortadella» Strano, noto agli italiani perché il giorno della caduta di Prodi si riempì la bocca al Senato di fette di «Bologna» col pistacchio, è ancora più rassicurante: «Quando ho letto che si erano già candidate sia Venezia che Roma ho ritenuto doverosa una proposta formulata dal Sud. E quale migliore città di Palermo per ospitare le olimpiadi?».

Il passato? Iiiiih, stavolta sarà diverso: «Siamo in grado di mettere in moto una macchina ciclopica». Ciclopica. E le ferrovie ottocentesche che viaggiano ancora coi tempi delle «littorine»? Gli acquedotti che perdono acqua e obbligano decine di migliaia di cittadini a rifornirsi con le autobotti? Le autostrade mai finite da decenni come la Catania-Siracusa? Le colline che franano al primo acquazzone portandosi via le case e le persone? Le aree industriali cosparse di cadaveri di edifici diroccati che non vengono rimossi? La spazzatura che invade le strade palermitane come quando Goethe scriveva che i bottegai buttavano tutto in mezzo alla via col risultato che essa «diventa sempre più sudicia e finisce col restituirvi, a ogni soffio di vento, il sudiciume che vi avete accumulato»? E la manutenzione quotidiana dell’esistente? Non ci vorrebbe lì, l’impegno ciclopico? Guai a dirlo.

L’accusa è automatica: disfattisti, leghisti, anti-meridionalisti! Eppure sono palermitani quelli che ieri hanno riso per primi. Palermitano è l’editore Enzo Sellerio: «E i promotori chi sono, Andersen e i fratelli Grimm?». Palermitano l’attore Pino Caruso: «Allora mi candido al Nobel». Palermitano il giornalista Enrico Del Mercato che su La Repubblica siciliana ha chiesto dove mai credono, gli autori della pensata, di poter trovare i soldi se Atene per i suoi Giochi ha speso 12 miliardi di dollari e Pechino 40,9 e dove credono di mettere la gente se in tutta la provincia ci sono 25.787 posti letto e cioè troppo pochi (anche a lasciare a casa gli spettatori e gli accompagnatori e tutti gli altri) perfino per i soli atleti e i cronisti, che a Pechino furono rispettivamente 11 mila e 21 mila.

Conosciamo l’obiezione: ma le Olimpiadi sarebbero proprio l’occasione per fare le cose! La «data catenaccio» per il grande riscatto! Esattamente quello che è stato detto le altre volte. E com’è finita? La prima data catenaccio furono i Mondiali 1990. In calendario c’erano tre partite: rifecero lo stadio (30 miliardi preventivati: 50 spesi) con quelle tribune posticce mai più rimosse, costruirono un capannone abusivo (la fretta...) per la sala stampa che nonostante l’impegno ad abbatterlo è ancora lì, pretesero tutte le deroghe possibili sugli appalti per finire in tempo l’aeroporto completato sette anni dopo l’ultima partita. Per non dire del treno da Punta Raisi a Palermo, la cui prima corsa sarebbe avvenuta nel 2001. Cioè quando erano finiti da 11 anni i Mondiali in Italia, da 7 quelli in Usa, da 3 quelli in Francia e stavano per arrivare quelli in Giappone e Corea.

E la seconda data-catenaccio? Per avere un’idea di come organizzare i mondiali di ciclismo del 1994, pensarono di andare a vedere come i norvegesi avessero organizzato i loro. E volarono a Oslo in 120: assessori, deputati, portaborse, mogli, cuochi e i musicisti di una banda folk preceduti via terra da un tir così carico di prodotti siciliani che vennero pagati sei milioni di solo sdoganamento. Perché tutte quelle mogli? «Che dovevamo fare?», si ribellò l’assessore Sebastiano Spoto Puleo, «Poi ci dicevano che siamo i soliti siculi che lasciano a casa i fimmini!».

La terza data, quelle delle Universiadi, non fu meno indimenticabile. Non solo per i relitti di impianti sportivi lasciati alle spalle, sui quali avrebbero fatto un’inchiesta dura il settimanale Il Palermo e una relazione micidiale la Corte dei conti, ma per un viaggetto sventato solo all’ultimo istante dalla magistratura.

Questa volta, nella scia della trasferta norvegese, avevano deciso di andare in Giappone, per vedere i mondiali universitari di Fukuoka, in 231. Il solito giro di deputati, funzionari e amici più gli «artisti» per uno show per i nipponici: 30 sbandieratori di Siena, 30 trampolieri emiliani, 30 gondolieri veneziani, 30 Pulcinella napoletani... Tutti all’Hyatt Residence: mezzo milione di lire a testa al giorno. L’assessore al turismo Luciano Ordile spiegò che era il minimo: «Mi dicono che un caffé costa 10 mila lire». E l’ultima data catenaccio? Chi se li dimentica, i campionati militari di Catania del 2003? Dovevano essere ai primi di settembre ma, rinvia oggi e rinvia domani, riuscirono ad aprirli solo a dicembre: «Eh, che sarà mai, a Catania sempre bello è!».

Macché: un freddo islandese. Ideale per l’atletica. Risultato: l’unico record mondiale battuto e ineguagliabile fu la gara d’appalto per una serie di costosi servizi di appoggio. La bandirono di venerdì pomeriggio con scadenza alle 12 del martedì e l’obbligo, nonostante il weekend di mezzo, di mandar le offerte per posta. Prodigio: ci fu chi ci riuscì. Una sola società. E chi era uno dei soci? Il figlio dell’allora senatore e assessore comunale Nino Strano. Lo stesso Strano di oggi? Lui. Pensa che strano..

Con la presentazione da parte della giunta Regionale del Piano casa, o meglio il Piano per il rilancio dell'edilizia è ormai definitivamente chiaro, per diretta ammissione della Giunta Cappellacci, che di case, intese come abitazioni da destinare a chi non ne dispone per viverci, se ne parla molto piano, anzi per adesso non se ne parla proprio. Se ne parlerà, semmai, più in là

"Non vogliamo scaricare cemento sulle coste, in Sardegna il territorio è una risorsa straordinaria, non vogliamo disperderla né dissiparla. Non c'è nessun atteggiamento filo-cementificatore da parte nostra ma siamo convinti che l'ambiente possa essere rispettato con l'intervento dell'uomo e con uno sviluppo sostenibile. La miglior tutela dell'ambiente si ottiene proprio con l'intervento dell'uomo". Parole rassicuranti queste del Governatore della Sardegna Ugo Cappellacci, pronunciate solo qualche mese fa. Note di violino per le orecchie di chi paventava terrificanti colate di cemento lungo le coste della Sardegna dopo le promesse di anti-carestia edilizia fatte da Berlusconi in campagna elettorale (d'altronde i muratori devono pur lavorare e anche.... i "liberi muratori"!).

Peccato che a distanza di così poco tempo la musica sia cambiata, con la presentazione da parte della giunta Regionale del Piano casa, o meglio il Piano per il rilancio dell'edilizia. Lo strumento più idoneo ad eseguire la nuova melodia e ad estrarne la musicalità più profonda ora appare il pianoforte (Piano Casa - Forte Village) essendo ormai definitivamente chiaro, per diretta ammissione della Giunta Cappellacci che di case, intese come abitazioni da destinare a chi non ne dispone per viverci, se ne parla molto piano, anzi per adesso non se ne parla proprio. Se ne parlerà, semmai, più in là. La priorità ora è data dall'esigenza di assegnare i premi di cubatura aggiuntiva, fino al 40%, per costruzioni e ricostruzioni, ai resort e agli alberghi che insistono sulla costa anche, e forse soprattutto, entro la fascia di 300 metri. D'altronde i muratori (soprattutto quelli "liberi") devono pur lavorare.

Così pure deve lavorare il gruppo che fa capo al presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, la stessa che ha avuto in gestione per dieci euro a metro quadro l'ex Arsenale Militare della Maddalena per trent'anni, poi diventati quaranta per ripagarla del danno subito dalla Mita Resort, per l'appunto azienda del gruppo Marcegaglia, a causa del trasferimento del G8 all'Aquila (vedi l'articolo " G8 affare privato" nel settimanale L'Espresso del 30 giugno 2009). Alla Sardegna e ai sardi quale risarcimento è stato invece riconosciuto per lo scippo del G8? Lo scippo dei fondi FAS! Quei fondi che, per dirla come il segretario del PD Franceschini, il ministro Tremonti utilizza come un suo personalissimo bancomat.

La Mita Resort gestisce a Santa Margherita di Pula il Forte Village, uno dei principali resort europei, un complesso composto da 7 alberghi, 21 ristoranti, spazi e servizi ricettivi di grande prestigio. Si potrebbe mai negare al Forte Village, la cui gestione fa capo al presidente della Confindustria, una bella premialita' in termini di consistenti volumetrie aggiuntive?

Si potrebbe mai negare questo al presidente della Confindustria, invitata dal premier Berlusconi a diventare il vice presidente del Consiglio? "E' il ministro honoris causa all'attuazione del programma. Dato che non ho un vicepresidente del Consiglio mi piacerebbe che Emma potesse venire a farlo. Siamo sempre andati d'accordo", ha detto Berlusconi parlando di Emma Marcegaglia all'assemblea degli industriali di Monza, grato dell'invito rivoltogli dalla presidente nazionale degli industriali italiani ad "andare avanti" e a "fare le grandi riforme di cui ha bisogno questo Paese, evitando le polemiche".

No, non è neppure pensabile di poter negare ad un supporter così autorevole del Governo, come pure agli altri imprenditori sostenitori del "Governo del fare" e della Sardegna da edificare, qualche premialità volumetrica nelle attività immobiliari di suo interesse. Basterà approvare una legge regionale che, come ha commentato Renato Soru, "favorirà pochi, darà un contentino a tanti, ma in futuro ci impoverirà tutti".

La Sardegna ha potuto andare fiera del proprio il Piano paesaggistico varato dalla giunta Soru, considerato una delle esperienze di pianificazione più interessanti in Italia e in Europa, sia per il carattere pionieristico, essendo il primo piano paesaggistico approvato secondo le norme del Codice dei beni culturali e del paesaggio, sia per essere stato concepito e costruito in maniera coerente ad un più generale modello di sviluppo e di crescita economica. Ha goduto della considerazione nazionale e internazionale avendo il Piano paesaggistico acquisito, a livello europeo, una valenza di "best practice" da prendere ad esempio, a cui guardare con interesse. Se il piano casa/piano per l'edilizia dovesse passare così come l'infeudata Giunta di centrodestra propone, la Sardegna potrebbe retrocedere al livello di "bad practice" se non, addiritura, di "worse practice".

Con le coste sature di costruzioni la sopravvivenza economica del modello di sviluppo esistente in molte zone costiere, lungi dall'essere valorizzata, sarebbe certamente compromessa e progressivamente impoverita.

Il Consiglio approva il Piano casa ma boccia nuove aree protette

di Oriana Liso

Dopo quattro ore e mezza di discussione passa, con 37 voti su 41, la delibera della giunta che mette una serie di paletti al Piano casa della Regione. Dodici, per la precisione: perché alle undici aree individuate dai tecnici dell’assessorato all’Urbanistica come "città-giardino" da salvare da iniezioni di cemento, ieri l’aula del consiglio comunale ne ha voluto ribadire solo un’altra, ovvero tutto il perimetro del Parco Nord. Bocciati o ritirati gli emendamenti sulle altre zone da tutelare, presentati soprattutto dall’opposizione. E riformulato solo come ordine del giorno - che verrà votato lunedì - un contestato emendamento del leghista Matteo Salvini (con firme bipartisan) sulla tutela delle cascine di Milano. Voto contrario alla delibera dei Comunisti italiani; astenuti Rifondazione e Sinistra democratica. Voto a favore del resto dell’opposizione, con una forte riserva generale sul Piano casa formigoniano.

L’approvazione del provvedimento disegnato dall’assessore Carlo Masseroli - che sarà subito operativo - arriva a 24 ore dalla data limite per imporre limiti al Piano casa della Regione: le nuove regole saranno in vigore da domani per i prossimi 18 mesi e permette ai proprietari di case (privati e pubblici) di aumentare le volumetrie fino al 30 per cento con una serie di interventi di risparmio energetico. La legge regionale pone alcuni vincoli sui centri storici - nel caso di Milano, l’area della Cerchia dei Bastioni - , ma il Comune ha deciso di escludere dall’applicazione anche quei quartieri periferici con un tessuto particolare. A quelli, nei giorni scorsi, i consiglieri avevano proposto se ne aggiungessero altri - come Lampugnano, Trenno, Cantalupa, le casette di via Barzoni e il quartiere Umanitaria - ma ieri, durante l’acceso dibattito, queste ipotesi sono venute meno. Lo scontro più acceso è arrivato sull’emendamento presentato dall’Udc Pasquale Salvatore (e firmato da Manca e Gallera del Pdl): la delibera prevede la possibilità di incrementare del 40 per cento le volumetrie delle case popolari, ma solo se lo stabile viene abbattuto e ricostruito. Per l’opposizione l’emendamento - poi modificato profondamente - apriva la possibilità a speculazioni edilizie per i privati: nella versione definitiva, invece, si potrà abbattere una casa popolare e ricostruirla nella stessa zona (anche non sul suolo originario), con la possibilità di vendere quel 40 per cento di volume in più come edilizia convenzionata.

Alle critiche che l’opposizione ha ribadito fino al momento della votazione sul Piano casa e sulle sue implicazioni l’assessore Masseroli ha risposto che «ogni nuova costruzione consentita a Milano dal Piano casa sarà comunque sottoposta al vaglio preliminare della commissione comunale paesaggistica», che prende il posto di quella edilizia e dovrebbe essere operativa a breve. Ma Fai, Italia Nostra e Wwf rilanciano: «Per fortuna molti Comuni lombardi hanno colto il nostro invito per una applicazione molto restrittiva del piano (tra questi, le amministrazioni del Parco Sud): è evidente che sono stanchi di fare cassa svendendo il proprio territorio».

"Per Milano poche tutele si doveva fare di più"

intervista al presidente di Legambiente Damiano di Simine

di Alessia Gallione

Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, cosa ne pensa dei vincoli di Palazzo Marino al Piano casa?

«La delibera di Milano contiene aspetti migliorativi come quelli decisi da molti altri Comuni. Purtroppo è il Piano della Lombardia a essere uno dei peggiori d’Italia dal punto di vista delle garanzie: ha permesso di fare aumenti di volumetrie indifferenziati o demolizioni e ricostruzioni con criteri poco chiari senza mettere paletti».

Quelli messi dal Comune bastano?

«Sono state salvate alcune zone di pregio: sono poche ma comunque sono qualcosa. Se non altro hanno affermato che il Comune ha una potestà di pianificazione urbanistica. Il problema è che Milano è una città talmente complessa che pensare di decidere cosa salvare dalla deturpazione in tempi così stretti è al limite del possibile».

Altre proposte sono state bocciate dall’aula, però.

«Stiamo parlando di pezzi di città che hanno tutti una forte valenza e che con questo Piano, invece, vengono venduti al mercato delle vacche. Si perde di vista che la città è un organismo da tutelare complessivamente: non si può decidere di lasciare carta bianca alle manomissioni di alcune aree invece di altre. Milano ha patrimoni sparpagliati su tutto il territorio che spesso rappresentano l’identità dei quartieri come nel caso di Lampugnano o le case di via Dezza».

Si poteva fare di più?

«Senza giustificarla, posso anche capire una certa prudenza istituzionale del Comune. Molti amministratori sono preoccupati di dover affrontare i ricorsi dei cittadini che, magari, si vedranno negata la possibilità di intervento».

Cosa rischiamo adesso?

«Di giocarci pezzi importanti di patrimonio della città. Abbiamo già visto cosa è successo con i sottotetti. In questo caso, però, sono più preoccupato per i quartieri periferici».

Perché avete presentato un esposto alla Corte di giustizia europea contro il Piano casa?

«Per noi è illegittimo visto che non prevede la partecipazione dei cittadini alle scelte e neanche quel passaggio oggi obbligatorio in tutta l’Unione Europea che è la Valutazione ambientale strategica».

nel cuore di Milano fu una tappa fondamentale nella storia contemporanea della città riguardo all’architettura e all’urbanistica. Era in corso di completamento la potente operazione immobiliare alla Bicocca concordata fra il Comune e la Pirelli, cioè fra il sindaco Albertini e Tronchetti Provera, che per la prima volta designava a grande scala l’espansione urbana fuori di qualsiasi pianificazione generale e persino di una qualche idea complessiva di città presentata pubblicamente. Una pretesa autoritaria oltre che un grave sbaglio verso la realtà milanese e gli esistenti o futuribili equilibri territoriali e sociali. Con l’iniziativa ex-Fiera (poi “City Life”) fu peggio. Erano coinvolti il destino della città storica, la vita dell’architettura urbana, centro di una questione generale che non è quella di un’architettura isolata quale monumento d’autore, bensì di un’urbanistica che diventa forte se inclusiva di un’architettura civile; insomma, parliamo di architettura della città, la forma funzionale e rappresentativa che ha contraddistinto la storia del nostro paese. Erano in causa all’interno della città compatta la cura e la tutela oppure la trasformazione aggressiva di un consolidato ambiente fisico e sociale. Vinse il nuovo modo privatistico di organizzare, progettare, realizzare; sarà l’unico per il futuro. Il concorso non aveva nulla della forma tradizionale di affidabile confronto, nominativo o no, fra diversi progetti di architetti o équipe professionali. È l’impresa o il gruppo di imprese a gareggiare, se così si può dire dubbiosamente, a offrire il prodotto e il prezzo. Il progettista è al suo servizio, è subalterno, fornisce gli elaborati figurativi adatti a colpire l’immaginazione. Il caso dell’ex-Fiera preluse a una miriade di altri analoghi, diffusi a Milano e in tutto il paese, pseudo concorso o commessa diretta che sia. Una particolare condizione di base li collega tutti: la totale assenza di analisi urbana, di studio del luogo e della società, di considerazione della situazione fisica e sociale al contorno e nell’intera città. Soffermandosi sul progetto vincitore per “City Life”, peraltro il peggiore (è bene ricordare: cordata di imprese Generali-Ligresti-Lanaro-Grupo Lar Desarollos Residential, triade di architetti Hadid-Isozaki-Lebeskind), Alain Croset scrisse di progetto, anziché rappresentativo di una “Nuova Milano”, «emblematico dell’autoreferenzialità di una parte dell’avanguardia internazionale. Nessun riguardo per le relazioni con la città esistente». Nello stesso momento Dejan Sudijc, commentando la mostra della Biennale veneziana (quella curata da Kurt Forster) scriveva che gli architetti «vogliono proporsi come figure creative autonome avulse dalla funzionalità, dal contenuto e persino dalla costruibilità».

Cinque anni non sono passati invano per decretare la sconfitta forse definitiva sia dell’urbanistica sia dell’architettura come le abbiamo considerate e coltivate, unite, nella nostra preparazione disciplinare e nella contesa a favore del bene pubblico e contro lo strapotere di proprietari fondiari e imprenditori. Costoro e i loro architetti detti archi-star o super-architetti a causa della loro appartenenza a un mercato internazionale dell’edilizia “grandiosa”, godono di illimitata libertà; agiscono per così dire extra legem, in conformità a indici di fabbricazione decretati per il luogo dall’amministratore pubblico e dal proprietario o impresario privato accordati: indici tutti a beneficio del secondo per larghezza di sfruttamento e scelta di destinazione, di tipo, di forme e misure, di materiali, senza alcuna preoccupazione delle doti urbane esistenti, locali e generali. Così sorgeranno, fra tanto d’altro astruso per lo più in veste di grattacielo, la banana di Lebeskind, lo sciancato di Hadid, il materasso verticale di Isozaki, il tortiglione di Fuksas alla Magonara di Savona, il doppio fungone di Botta a Sarzana, i nuovi Punta Perotti di Bofill a Savona e di Bohigas a Mola di Bari, i volumi rotti o molli di Gehry e di suoi provinciali imitatori (come per Via Principe Eugenio a Milano), il pretenzioso svettante gigante di Renzo Piano sbeffeggiante la Mole Antonelliana di Torino…

Non esiste un’autorevole critica dell’architettura paragonabile alla critica d’arte. Solo la stampa quotidiana locale è talvolta attenta alle più gravi vessazioni verso la città. Solo la vitalità di certi comitati di abitanti riesce magari a ritardare il danno che gli crea la nuova edificazione distruttiva del loro ambiente, a ottenere qualche modifica di scarso rilievo; non a impedirla. Un articolo del Manifesto del 2 settembre riportato in eddyburg (Un albero di trenta piani) torna sul caso milanese del quartiere Isola. Ci informa della lotta degli abitanti nell’ultima trincea dopo le avanzate del nemico: i giardini, ubicati fra due strade storiche, da sottrarre alla cementificazione prevista da impresa e progettista. I quali continuano a vantare i loro ingannevoli “grattacieli verdi” (perché dotati di terrazze cespugliose) e a trovare consenso anche sulla stampa giacché, scrive Nicola Bertasi, «sono troppo importanti per essere criticati».

Grattacieli… Ormai scelta quasi inevitabile, maniacale degli operatori pubblici, privati, professionali ben conciliati (Comune, proprietario, imprenditore, progettista).

La cultura architettonica rappresentata in questi casi dal progettista di turno si sottopone a diversi dogmi:

- indiscutibilità dell’abnorme densità di fabbricazione e perseguimento fino all’ultimo centimetro cubo dell’inusitata e sostanzialmente illegittima volumetria, mentre sono proprio queste le condizioni di partenza da contestare;

- obbligo, più che preferenza, di edificazione in altezza come menzognera occasione di ottenere grandi superfici verdi in regime di forte densità, mentre per ricavare larghi spazi verdi davvero efficaci la forte altezza deve accompagnarsi con la bassa densità e garantire così grandi distanze fra i volumi;

- accettazione del verde prativo quasi totalmente posato sui solettoni sotto i quali brulicheranno i box per le automobili, falso verde incapace di sopportare la piantumazione di alberi ad alto fusto;

- condivisione morale, umile e umiliante, del fallimento economico dello speculatore, prima accettato a occhi chiusi senza la minima preoccupazione etica, come nella vicenda dell’incredibile finanziere Zunino accudito da Foster per il quartiere Santa Giulia a Milano (lavori sospesi) e da Renzo Piano per il grande progetto sulle aree Falk di Sesto San Giovanni (accantonato).

Sic transit [infelicĭter] gloria ad architécti artem pertĭnens.

Milano, 8 settembre 2009

Vedi anche Nnpp, nella cartella delle Opinioni di Ludovico Meneghetti

La cronaca di oggi reca un invito alla ribellione contro un giornale – questo giornale – perché «parla male del governo». È difficile cercar di ragionare con un presidente del Consiglio dei Ministri che scatena il suo uditorio contro due pilastri del sistema politico, non solo di quello italiano: la libertà di opinione, incluso il sacrosanto diritto di critica della libera stampa e la funzione di supremo garante del nostro ordinamento svolta dal presidente della Repubblica. È una violenta semplificazione del sistema fondato sulla separazione dei poteri fondamentali e sulla gelosa tutela dei diritti sanciti dalla Carta costituzionale, sottratta per definizione alle turbolenze della politica quotidiana. Di questo attacco, indiscutibilmente eversivo, vorremmo qui esaminare pacatamente l´unico argomento su cui si regge, che è questo: l´eletto del popolo, chi possiede la maggioranza del consenso popolare, non deve essere criticato né può sottostare alle regole dei normali cittadini. Chi lo critica o lo ostacola boicotta il paese intero che lui incarna per effetto dell´investitura popolare. Da tempo in Italia si fa un uso quotidiano, aggressivo ma anche fastidiosamente lamentoso e piagnucoloso del principio di maggioranza. Si dice: la maggioranza parlamentare ha il diritto di governare . Il governo è l´espressione della maggioranza degli elettori, dunque le leggi varate dalla maggioranza non debbono essere ostacolate dalle minoranze. I ministri rivendicano il diritto-dovere di comandare e di essere obbediti. Un preside di scuola non obbedisce al ministro della Pubblica istruzione? Un magistrato applica una sentenza e consente la sospensione delle cure a un malato terminale? Ecco fioccare dalla maggioranza disobbedita ispezioni, minacce, ritorsioni. E il principio è sempre quello: gli eletti del popolo rappresentano la maggioranza e non debbono essere ostacolati. La punta massima di questa tendenza è stata toccata dagli avvocati/parlamentari di Berlusconi che hanno sostenuto davanti alla Corte costituzionale che il leader eletto dal popolo è non un primo tra pari ma il primo sopra tutti e perciò sottratto alla legge comune: un principio che solo il papato teocratico del Medioevo tentò di sostenere, sia pure in nome di Dio. Alla ambizione del leader e dei suoi corrisponde un sentimento di frustrazione, un misto di rabbia e di violenza impotente ogni volta che nei campi più diversi, dalla giustizia all´economia, dalla politica alla religione, non si riesce ad applicare il principio dell´incontrastato diritto della maggioranza di comandare. Comandare, non governare. Ci sono minoranze religiose in Italia ma l´unico insegnamento obbligatorio è quello della religione cattolica . C´è un milione di disoccupati ma la maggioranza se la cava bene e di quelli non s´ha da parlare. C´è un giornale che critica e domanda: è un nemico, non si risponde e si chiede di boicottarlo. Il diritto della maggioranza di cancellare la minoranza si declina anche in chiave locale: e così via l´italiano , avanti i dialetti; via dal nord gli insegnanti e i presidi meridionali; via la minoranza degli immigrati, per definizione senza diritti. Intanto la maggioranza si prepara a infliggerci l´obbligo di cure forzate anche per chi vorrebbe avere il diritto di scegliere la sua morte, a saldo del conto livoroso aperto col caso Englaro. Così, passo dopo passo, è tornato in vigore il principio che ciò che vuole il capo eletto dalla maggioranza deve essere legge per il popolo, senza che nessun altro organo dello stato possa opporsi. Come il borghese gentiluomo di Molière, il nostro presidente del Consiglio e i suoi parlano in prosa senza saperlo: una prosa non neoliberale come mostrano di credere gli ossequienti commentatori dell´establishment italiano, ma vetero-dittatoriale. E perché inconsapevoli della lingua che usano , osano sostenere che per l´ideologia neoliberale chi ha avuto l´investitura dal popolo deve comandare senza intralci. Da qui le continue grida di un fastidio volgarissimo anche nei modi (ci vorrebbe altro che Monsignor Della Casa) verso le lentezze del potere legislativo, l´autonomia del potere giudiziario, la funzione di garanzia della Presidenza della Repubblica, la stessa carta costituzionale e la Corte che si ostina - con indubbio coraggio civile - a tutelarla. C´è chi prova a alleggerire la tensione suggerendo di ricorrere al bromuro. Ma queste sono manifestazioni di una sindrome assai più grave di una alterazione di umore individuale: una sindrome che si riassume nell´idea che il capo dell´esecutivo non debba conoscere limiti alla sua volontà in quanto espressione mistica della volontà di tutti. Come ha osservato Hanna Arendt, questa idea si fonda su di una finzione: la maggioranza finge di essere la totalità e facendo di questo la regola di una democrazia senza costituzione, schiaccia i diritti delle minoranze e cancella il dissenso senza nemmeno ricorrere alla violenza. Sono parole da meditare in un paese come il nostro dove dissenso e diritti di minoranza stanno scomparendo silenziosamente e la costituzione è sotto attacco.

In Italia c´è stato chi ha spiegato bene come sia nato e quanti problemi abbia posto il principio di maggioranza: è stato Edoardo Ruffini, autore di un profilo storico del principio maggioritario uscito nel lontano 1927 , mentre il padre suo Francesco Ruffini , maestro del giovane Bobbio, pubblicava i suoi «Diritti di libertà» per le edizioni di Piero Gobetti. Edoardo Ruffini spiegò qui e in altri studi, ripresi e stampati poi tra il 1976 e il 1977, come il principio maggioritario avesse dovuto fare i conti nella sua lunga e non lineare storia col problema della tutela dei diritti delle minoranze, garantiti per esempio nel caso degli Stati Uniti d´America sottraendo le leggi fondamentali all´arbitrio della maggioranza. Le ragioni di quella ricerca si radicavano nella coscienza dell´autore e trovarono un esito nelle sue scelte di cittadino. Per lui i diritti individuali della libera coscienza erano il limite insuperabile da opporre alla dittatura di una maggioranza che tendeva alla soppressione delle minoranze. Edoardo fu, accanto al padre Francesco, uno dei dodici professori che non si piegarono all´infamia del giuramento di fedeltà al regime fascista e persero di conseguenza la cattedra.

Dodici su dodicimila. Una trascurabile minoranza: «sublimato all´un per mille», scrisse la stampa del regime. E il regime, che dal consenso della maggioranza aveva fatto nascere uno stato totalitario, tirò dritto per la sua strada. Oggi sappiamo come finì.

Ancora una volta, vicino Messina, una frana ha spazzato via vite umane, povere case e le loro suppellettili e ricordi. Qualcuno ha detto che non è stata colpa della natura, ma dell'"uomo", quasi genericamente malvagio e nemico della natura; in realtà la colpa è della forza del denaro e della speculazione e di un potere politico attento agli interessi degli affari e dei soldi, anche a costo del disprezzo della vita umana e della natura.

L'acqua fa il mestiere per il quale è stata predisposta dall'inizio del pianeta, come fonte della vita, non di morte: cade ogni anno sulla superficie della Terra in quantità abbastanza costante e abbastanza prevedibile da luogo a luogo, da stagione a stagione. L'acqua raggiunge il terreno e scorre verso il piano lungo i fianchi delle valli, e poi nei canali e nei torrenti e poi nei fiumi più grandi fino al mare; nel cadere sulla superficie della terra l'acqua viene a contatto con le rocce e il terreno e ne sposta le parti più leggere che diventano sabbia e limo, che scendono per gravità, depositandosi nelle parti più basse, creando quei beni utili agli esseri umani come le fertili pianure alluvionali e le spiagge. In questo suo instancabile e provvidenziale andare, l'acqua da vita ai vegetali, disseta gli animali, assicura la vita umana.

E la vegetazione, in tutte le sue forme, dai prati agli alberi, alla macchia spontanea, è anche fondamentale nel regolare la forza che l'acqua esercita nel disgregare e spostare il terreno; le foglie sono state inventate dal Padreterno proprio perché attenuano la forza erosiva dell'acqua. Nel corso dei millenni e dei secoli le acque si sono assicurato lo spazio in cui muoversi a seconda della loro velocità, cambiando talvolta il loro corso e riservandosi degli spazi in cui adagiarsi nei periodi di piogge più intense e di piene dei fiumi.

"Purtroppo" le pianure e le zone accanto ai torrenti e ai fiumi e ai laghi sono quelle più pregiate per gli insediamenti umani; i terreni agricoli si sono estesi anche sulle rive dei fiumi nelle zone che la natura aveva riservato a se stessa per far espandere le acque di piena; case e villaggi e poi città e fabbriche hanno occupato i fianchi delle valli e i fondo valle e le rive dei fiumi, dei laghi e del mare creando ostacoli al moto delle acque; così quando vi sono piogge più intense, le acque aumentano di velocità e di forza erosiva e cercano con violenza uno spazio per scendere a valle spostando masse di terra, alberi e addirittura edifici e ponti e strade.

Tutto qui; le frane e le alluvioni e i costi e i dolori e i morti sono dovuti al fatto che alcuni "soggetti economici", nel nome del proprio interesse "economico", hanno edificato o occupato gli spazi che dovrebbero essere liberi per il moto delle acque incanalando fiumi e torrenti in prigioni di cemento; altri, sempre per motivi "economici", per guadagnare spazi edificabili, hanno distrutto, anche col fuoco degli incendi, gli alberi e la vegetazione spontanea e le macchie, per cui le acque hanno finito per muoversi con maggiore violenza sul suolo; molte pratiche agricole intensive hanno reso il terreno più esposto all'erosione che sposta a valle la terra fertile.

Terra, fango, detriti, ramaglie, alberi, rocce, trascinati dalle acque sempre più veloci, diventano un "tappo" fisico dei corsi di acqua e ne facilitano l'uscita dalle loro vie naturali. E' il quadro che si è visto nei paesi intorno a Messina oggi e che si vede in tutti i casi di frane e alluvioni che divorano, da decenni, ogni anno in Italia, miliardi di euro di ricchezza e centinaia di vite umane. L'unica nostra difesa sarebbe "lo Stato" che, se operasse per il bene pubblico, dovrebbe impedire, con le leggi e con il loro rispetto, dal livello nazionale a quello delle amministrazioni locali, la costruzione di opere, private e pubbliche, edifici e strade e ponti, eccetera, nei luoghi che sarebbero riservati al moto delle acque; che dovrebbe ricostruire la copertura vegetale vietando la distruzione del verde e dei boschi e dovrebbe provvedere alla pulizia del greto di canali, torrenti e fiumi per assicurare il regolare fluire delle acque.

Purtroppo le leggi, che sono giustamente attente a punire la violenza ai privati, sono silenziose, talvolta compiacenti, quando si tratta di impedire la violenza di privati --- e talvolta dello stesso stato --- contro la natura, cioè contro la vita di altri cittadini. Anche se è certo che tale violenza si manifesterà periodicamente, sotto forma di disastri e morti e dolori. Ogni volta che lo stato dovrebbe dire a un cittadino che "non deve" costruire in una golena o in una lama o nel greto di un torrente o in una zona franosa, sta zitto, perché bisogna "fare", costruire, anche se ciò sarà pagato da altri e da tutti, oggi e in futuro. Eppure, con leggi e con una buona amministrazione, si può "fare" e assicurare lavoro e case e strade, costruendo diversamente, in altri luoghi, proteggendo il suolo contro l'erosione con il rimboschimento, combattendo gli incendi.

E le leggi ci sono state; nel 1985 la legge 431 stabiliva che dovevano essere sottoposte a vincolo le rive dei torrenti e dei fiumi e del mare, la legge 183 del 1989 (venti anni fa) stabiliva regole di difesa del suolo e delle acque; e così prevedevano le leggi "Sarno" (267 del 1998), e Soverato (365 del 2000), emanate dopo i rispettivi disastri idrogeologici. Tutte leggi non applicate o violate, o rimandate o vanificate da condoni. Si sentono promesse e programmi in vista di future elezioni, ma non sento nessun impegno di aggiornare e far rispettare le leggi che impediscono gli interventi sul territorio nocivi per la vita futura degli italiani.

Se proprio i futuri governi locali e nazionali non hanno "il coraggio di dire no" alla speculazione, all'egoismo, all'avidità che si mangiano il territorio italiano, alla violenza contro la natura, almeno abbiano il pudore di smetterla con i piagnistei sui cadaveri che sono generati dalla loro incapacità di prevedere e prevenire le cause, che sono sotto gli occhi di tutti, delle morti e dei dolori e dei costi di ieri, di oggi, di domani e dopodomani.

Le ultime notizie giungono dalla Sardegna. L´assalto alle sue coste, fra le più belle del Mediterraneo, non arriva più soltanto dai costruttori di complessi edilizi, finti villaggi, seconde e terze ville, ma direttamente dal mare. Sulla costa del Sinis, nella provincia di Oristano, precisamente davanti al litorale di Is Arenas, Su Pallosu e S´Archittu dovrebbe, infatti, sorgere una centrale eolica composta da 80 torri off shore, alte 130 metri (100 sopra il pelo dell´acqua), in uno spazio marittimo di circa 22 milioni di mq, a una distanza fra 2 e 8 chilometri dalla costa. Ne sarebbe devastato il paesaggio, il turismo, la pesca, tre fra le maggiori fonti di ricchezza dell´Isola.

Sarebbe questa la seconda centrale eolica off shore installata in Italia, dopo quella nel mare di Termoli, al confine tra la Puglia e il Molise, che suscitò non poche proteste. Ora, sulla spiaggia sarda qualche migliaio di persone hanno dato vita nei giorni scorsi a una manifestazione per chiedere che il Demanio marittimo neghi l´autorizzazione ma i precedenti lasciano poco spazio all´ottimismo. Nelle delibere dei consigli comunali e nelle convenzioni regionali fa testo, infatti, una assurda sentenza del Tar della Puglia che ha dichiarato «irricevibile» un ricorso contro un impianto eolico, in quanto impianto, opere connesse e infrastrutture sarebbero realizzazioni di «pubblica utilità, indifferibili ed urgenti». Abbiamo chiesto agli organizzatori della protesta sarda (Amici della Terra e Gruppo d´intervento giuridico) quale sia l´impresa interessata alla costruzione ma l´unica sigla che hanno reperito corrisponde ad una non meglio precisata Arenas Renewables Energies, controllata da un´altra ignota società, residente nel Liechtenstein.

Probabilmente, dunque, una delle solite scatole vuote, domiciliate in un paradiso fiscale, da dove possono operare nella più tranquilla opacità. In questo caso, come è già avvenuto, potrebbe anche darsi che, una volta ottenuta la concessione, la società del Principato la rivenda al migliore offerente, realizzando sicuramente un buon guadagno. In Italia l´autorizzazione a costruire e a gestire un parco eolico rappresenta, infatti, uno degli affari più lucrosi e privi di rischi offerti dal mercato drogato di questa specifica voce dell´energia pulita. Il livello di rendita, procurato dagli incentivi in Italia (pagati dagli utenti nella bolletta) è di gran lunga il più alto fra tutti i Paesi dell´Unione europea, circa 100 euro per MWh (megawatt ore) per sito eolico medio, mentre in Germania è inferiore ai 10 euro e in Spagna non arriva a 20 euro. L´onere fra dieci anni graverà sulle bollette delle nostre famiglie e imprese per 7 miliardi di euro. Questo spiega la corsa che sta spingendo non solo regolari imprenditori italiani e stranieri ma anche speculatori di ogni risma compresa - come provano inchieste della magistratura in Sicilia e Calabria - la criminalità organizzata, alla costruzione di migliaia di torri eoliche dal Sud al Nord, anche laddove il vento non soffia regolarmente e forte, come occorre per raggiungere un livello minimo di efficienza.

Alla fine del 2008 risultavano già in esercizio 3.640 torri eoliche. Se si considerano quelle in costruzione, quelle già autorizzate e quelle in istruttoria si arriverebbe nei prossimi anni ad una selva di 50.560 dalle Prealpi alla Sicilia, dai colli della Toscana alle coste dell´Adriatico e del Tirreno. Dovunque ci sia ancora un po´ di spazio. Il profilo dell´ineguagliabile paesaggio italiano ne uscirebbe deturpato. E tutto questo non certo per darci almeno una quantità consistente di energia pulita, visto che tutti i dati, sia presentati dal governo che dagli «imprenditori del vento», affermano che se oggi l´energia eolica rappresenta solo lo 0,25% dei consumi energetici, nel 2020, pur triplicata, arriverà al massimo a coprire l´1,3% dei consumi elettrici complessivi. E per una simile inezia il volto dell´Italia dovrebbe essere sconciato?

Il sindaco dà il via libera al tunnel di 14 chilometri che collegherà Linate all´autostrada dei Laghi. E chiede di accelerare sui tempi per portare il progetto in giunta entro la fine del mese. La maxigalleria dunque si farà. A realizzarla saranno due società, Torno e Condotte, sarà completamente finanziata dai privati e costerà 2,4 miliardi. Entro la fine dell´anno partirà la gara d´appalto per la prima tratta. Cambia il conto economico: percorrere tutto il tunnel costerà oltre 10 euro.

Il progetto del maxitunnel che attraverserà la città collegando l´aeroporto di Linate all´autostrada dei Laghi procede spedito. E già entro la fine del mese lo studio di fattibilità della prima parte della galleria (da Expo a Garibaldi) potrebbe arrivare in giunta per l´approvazione definitiva. Dopo di che l´opera verrà inserita nel piano delle opere dell´anno venturo. Un passaggio importante che riporterà alla ribalta l´opera promossa dall´ex sindaco Albertini e che sembrava dimenticata nei cassetti.

A spingere sui tempi è stato il sindaco Moratti a cui, nei giorni scorsi, è stata sottoposta l´ultima versione del progetto: un´opera mastodontica, completamente finanziata dai privati e realizzata da due società la Torno e la Condotte, appoggiata dalla Regione Lombardia, la cui realizzazione costerà 2 miliardi e 400 milioni di euro. Una galleria ultramoderna, con un sistema di areazione antismog e nove uscite lungo il percorso, che potrebbe cambiare radicalmente la mobilità in città, spostando sotto terra 50 mila auto al giorno. Il tutto però a un costo non indifferente: il nuovo conto economico infatti ha fatto salire il pedaggio da 0,50 centesimi al chilometro (prima ipotesi della società Torno) a 0,70, che significa 10,22 euro se si percorre tutta la tratta. Un cifra salata che non è detto i milanesi siano disposti a spendere pur di saltare la coda delle tangeziali.

L´entusiasmo dal sindaco, che quando riprese in mano il progetto della giunta Albertini chiese il prolungamento della galleria fino a Linate, è già stato tradotto dagli uffici tecnici in una tabella di marcia serrata. Se tutto procederà come previsto i lavori partiranno nel 2011 e l´opera sarà consegnata alla città entro il 2018. Il primo passo sarà l´approvazione della giunta della prima tratta, quella che dovrà realizzare la Torno. Intantola Condotte, la seconda società entrata nel progetto prima dell´estate, dovrà preparare uno studio di fattibilità per il tratto da Garibaldi a Linate, che entro Natale sarà sottosposto all´esecutivo. Quindi le due gare d´appalto (per la prima parte fra tre mesi, per la seconda nel 2010) e l´avvio dei lavori senza ulteriori indugi. Non è ancora stato stabilito se gli scavi saranno in contemporanea nelle due tratte, ma è più probabile di no. Forse anche per arrivare all´appuntamento con l´Expo con almeno un pezzo di galleria concluso, quello che da Cascina Merlata arriverà a Lancetti passando in prossimità dei capannoni della fiera di Rho-Pero.

Sempre in tema di infrastrutture, la riunione del Cipe di venerdì potrebbe dare finalmente una risposta agli interrogativi sul futuro delle metropolitane M4 e M5. Soprattutto sulla linea 4 di cui mancano ancora i finanziamenti del governo per la seconda tratta. Un ritardo che per i tecnici di Palazzo Marino mette a serio rischio la realizzazione di tutta l´opera. Tanto che è già allo studio la possibilità di costruirne solo un pezzo per non arrivare al 2015 con la città bloccata dai cantieri della linea che dovrà collegare Linate a Lorenteggio passando per il centro storico.

La prima visita lunedì 28 settembre 2009: un duro avvertimento. Mercoledì 7 ottobre scorso: presa di possesso in pompa magna. I rappresentanti di Comune e Provincia di Milano, di Regione Lombardia e del Consorzio Garibaldi-Repubblica (Catella-Hines, Ligresti, ecc.) con avvocati e poliziotti e uomini della vigilanza urbana, sono entrati nella Cascina Romagnina in via De Castillia al numero 30, al quartiere Isola di Milano, per appropriarsi degli edifici e degli spazi verdi dell’Immobiliare Romagnina. Obiettivo: demolirli subito e costruire sull’area una strada e infrastrutture funzionali al megaprogetto Isola-Garibaldi-Repubblica- Varesine. Nonostante sia aperto il contenzioso giuridico, si vuole predeterminare il fatto compiuto. E’ l’ennesimo delitto urbanistico di questa pestilenziale città che affoga nel cemento. La preda o la vittima è un complesso di valore storico e architettonico, culturale e sociale: l’antica Cascina Romagnina (già Colombara) che faceva parte di un sistema di cascine, peculiare sin dall’epoca romana del borgo Isola.

È l’unica testimonianza rimasta, in zona centrale di Milano, della civiltà rurale che, a parole, si dice di volere valorizzare in occasione dell’EXPO 2015!... I nuovi proprietari dettero vita (fine XIX secolo) alle Officine Villa, che si specializzarono nella lavorazione del ferro battuto. I loro manufatti diventarono opere molto richieste e di prestigio, che una buona amministrazione pubblica avrebbe potuto valorizzare. Cascina-officina: testimonianza di due culture, e della trasformazione del quartiere da rurale in industriale con l’insediamento dagli inizi del ‘900 di fabbriche importanti, quali Pirelli, Breda, Tecnomaso, ed altre. Finora i locali della cascina venivano usati per tre sere settimanali come discoteca (Nuova Idea), che si è cominciato a smantellare e quindi ad approntare la demolizione completa. Stabili, che potevano essere conservati come patrimonio di archeologia industriale e riutilizzati per altre funzioni, sono già stati distrutti: le scuderie Del Nero, la fabbrica di pettini Janecke e del sapone Heiman, la Tecnomaso Brown Boveri ridenominata «Stecca degli Artigiani»...

Si vuole completare la tabula rasa dell’Isola per correre dietro al business del mattone. È una politica urbanistica nefasta che investe l’intera città. La fa respirare male (il climaviene sconvolto e peggiora anche per la sovrabbondante cementificazione). La inquina ancora di più. La distrugge nella sua identità storica e culturale. E’ sensato aver distrutto il verde già fruibile (Bosco di Gioia, giardini di Via Gonfalonieri...) e concentrato in uno spazio ristretto (ribattezzato Porta Nuova) un accumulo cementizio di proporzioni gigantesche: più di un milione di metri cubi e sette cantieri aperti contemporaneamente per costruire uffici, abitazioni, impossibili «città della moda» e centri commerciali, ampliamenti stradali ed enormi parcheggi sotterranei, una selva di grattacieli tra cui quello faraonico dannoso dispendioso e inutile di Formigoni per la nuova sede della regione e le torri «verdi verticali» (?!) dell’architetto sedicente innovatore Stefano Boeri... E’ sensato concentrare in un solo punto della città un gran numero di sedi e funzioni?

È tollerabile che gli amministratori e i politici non prendano in alcuna considerazione precise e serie proposte, avanzate da comitati ed associazioni di cittadini e di artigiani ed artisti, da urbanisti e studiosi di problemi urbani? E si continua a violare norme e regolamenti, come dimostrano tanti ricorsi

la Repubblica

La leggenda del premier eletto dal popolo

di Ilvo Diamanti

"Presidente eletto dal popolo". Così si definisce Silvio Berlusconi. Sempre più spesso, da qualche tempo. Per rivendicare rispetto dai molti nemici che lo assediano.Ma, al tempo stesso, per marcare le distanze dall´altro presidente. Giorgio Napolitano. Il Presidente della Repubblica. Il quale, al contrario, è "eletto dal Parlamento". Anzi da una parte di esso. Perché Napolitano non è "super partes", ma di sinistra. Come tutte le altre istituzioni dello Stato. Corte Costituzionale e magistratura in testa. Non garanti. Ma soggetti politici. Di parte. Per questo Berlusconi non ne accetta le decisioni, ma neppure il ruolo. In pratica: considera le istituzioni dello Stato – e quindi la Costituzione – inadeguate. Peggio: illegittime. Meno legittime di lui, comunque. Presidente eletto dal popolo.

Queste affermazioni, sostenute a caldo e a tiepido dal premier, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, si fondano su premesse discutibili, anzitutto sul piano dei fatti. Dati per scontati. Che scontati non sono.

Il primo fatto è che Berlusconi sia un presidente "eletto dal popolo". È quanto meno dubbio. Perché l´Italia non è (ancora) un sistema presidenziale. I cittadini, gli elettori, votano per un partito o per una coalizione. Non direttamente il premier o il presidente. Anche se, dopo il 1994, abbiamo assistito a una progressiva torsione delle regole elettorali e istituzionali in senso "personale". Senza bisogno di riforme. Così, nella scheda elettorale, accanto ai partiti e alle coalizioni viene indicato anche il candidato premier. (Come ha lamentato, spesso, Giovanni Sartori). Tuttavia, non si vota direttamente per il premier, ma per i partiti e gli schieramenti. Silvio Berlusconi, per questo, non è un presidente eletto dal "popolo". Semmai dal "Popolo della Libertà". Da una maggioranza di elettori, comunque, molto relativa. Alle elezioni politiche del 2008 il partito di cui è leader Berlusconi, il Pdl, ha, infatti, ottenuto il 37,4% dei voti validi, ma il 35,9% dei votanti e il 28,9% degli aventi diritto. Intorno a un terzo del "popolo", insomma. Peraltro, prima di unirsi con An, fino al 2006, il partito di Berlusconi era Forza Italia, che non ha mai superato il 30% dei voti (validi). Al risultato del Pdl si deve, ovviamente, aggiungere il 10% (o l´8%, a seconda della base elettorale prescelta) ottenuto dalla Lega. I cui elettori, però, non hanno votato per Berlusconi. Visto che al Nord la Lega ha sottratto voti al Pdl, di cui è alleata e concorrente. E quando ha partecipato al governo (come in questa fase) si è sempre preoccupata di fare "opposizione". Questa considerazione risulta ancor più evidente se si fa riferimento al risultato delle recenti europee. Dove si è votato con il proporzionale e con le preferenze personali. Il Pdl, il partito di Berlusconi, ha infatti ottenuto il 35,3% dei voti validi, ma il 33% dei votanti e il 21,9% degli aventi diritto. Lui, il Presidente, ha personalmente ottenuto 2.700.000 preferenze. Il 25% dei voti del Pdl, ma meno del 9% dei votanti. Il risultato "personale" più limitato, dal 1994 ad oggi.

Tutto ciò, ovviamente, non intacca la legittimità del governo e del premier. Semmai la sua pretesa di interpretare la "volontà del popolo".

D´altronde, si vota una volta ogni cinque anni, mentre i sondaggi si fanno quasi ogni giorno. Per cui, più che sul voto, il consenso tende a poggiare sulle opinioni. Sulla "fiducia". Ma stimare la "fiducia" dei cittadini è un´operazione difficile e opinabile. Che non coincide con il consenso elettorale. Non si capirebbe, altrimenti, perché, se davvero – come sostiene Berlusconi – il 70% degli italiani ha fiducia in lui, alle recenti elezioni europee il Pdl si sia fermato al 35%, la coalizione di governo al 45% e le preferenze personali per il premier al 9% (dei voti validi).

La fiducia, inoltre, è difficile da misurare. Per ragioni sostanziali, ma anche metodologiche. Soprattutto attraverso i sondaggi. Dipende dalle domande poste agli intervistati. Dagli indici che si usano. Alcuni fra i principali istituti demoscopici (come Ipsos di Nando Pagnoncelli e Ispo di Renato Mannheimer) utilizzano una scala da 1 a 10, per analogia al voto scolastico. Per cui l´area della "fiducia" comprende tutti coloro che danno a un leader (o a un´istituzione) la sufficienza (e quindi almeno 6). Oggi, in base a questo indice, circa il 50% degli italiani esprime fiducia nel premier Berlusconi (le stime di Ipsos e Ispo, al proposito, convergono). Mentre a fine aprile, dopo il terremoto in Abruzzo, superava il 60%. Ciò significa che negli ultimi mesi la "fiducia" del popolo nel premier si è ridotta, anche se risulta ancora molto ampia. Tuttavia, anche accettando questi indici, un 6 può davvero essere considerato un segno di "fiducia"? Ai miei tempi, nelle scuole dell´obbligo – ma anche al liceo – era una sufficienza stretta. Come un 18 all´università. Che si accetta per non ripetere l´esame. Ma resta un voto mediocre. Basterebbe alzare la soglia, anche di pochissimo, un solo punto. Portarla a 7. Per vedere la fiducia nel premier (e in tutti gli altri leader) scendere sensibilmente. Al 37%. Più o meno come i voti del Pdl. Con questi dati e con queste misure appare ardita la pretesa del premier di parlare in "nome del popolo". Tanto più che, con qualunque metro di misura, il consenso personale verso il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, risulta molto più elevato. Fino a una settimana fa, prima della recente polemica, esprimeva fiducia nei suoi confronti circa l´80% degli italiani, utilizzando come voto il 6. Oltre il 50%, con una misura più esigente: il 7. Lo stesso livello di consenso raccolto dal predecessore, Carlo Azeglio Ciampi. Anche da ciò originano le tensioni crescenti tra il premier e il Presidente della Repubblica. Nell´era della democrazia del pubblico. Maggioritaria e personalizzata. Dove i media sono divenuti lo spazio pubblico più importante. E il consenso è misurato dai sondaggi. Nessuno è "super partes". Sono tutti "parte". Tutti concorrenti. Avversari o alleati. Amici oppure nemici. Anche Napolitano, soprattutto Napolitano. Per la carica che occupa e la fiducia che ottiene. Agli occhi di Berlusconi, impegnato a costruire la leggenda del "presidente votato e voluto dal popolo". Non può apparire amico.

Corriere della sera

Lodo, no dal 72 per cento. Consensi alti al premier

di Renato Mannheimer

Agli italiani, ormai da molti anni, non piacciono — a torto o a ragione — i privilegi concessi agli esponenti politici. Quando, in occasione di tangentopoli, venne revocata l’immunità parlamentare, l’opinione pubblica reagì con soddisfazione. Da allora il «sentimento» è rimasto per molti versi lo stesso. Per questo, non sorprende più di tanto il fatto che, di fronte al quesito relativo ai benefici previsti dal Lodo Alfano, l’ampia maggioranza della popolazione (72%) bocci il provvedimento. In particolare, il 58% dichiara di non condividere «per nulla» la legge in questione: a costoro si affianca il 14% che afferma comunque di condividerla «poco».

Manifesta invece il proprio consenso per la legge poco meno di un italiano su quattro (24%) (è bene ricordare che gran parte dei giudizi espressi dalla «gente comune» sono formulati solamente sulla base della propria impressione, del proprio generico orientamento, senza particolari competenze in campo giuridico o, talvolta, politico).

Risultano particolarmente in disaccordo col provvedimento i più giovani, specie se laureati, i residenti al Nord-Ovest e, in generale, nelle grandi città. Ma il dato più significativo — e inaspettato per alcuni — concerne l’orientamento politico.

Non sorprende, infatti, la grande percentuale di contrari tra gli elettori del Pd e dell’Idv (86%). Ma colpisce il fatto che i votanti per il centrodestra risultino assai più divisi fra loro, tanto da suggerire l’esistenza, di una vera e propria frattura di opinioni al loro interno. Se è vero, infatti, che grosso modo metà degli elettori per la coalizione di governo (45% per il Pdl, 42% per la Lega) manifesta il suo sostanziale accordo col provvedimento, è vero anche che una percentuale simile (anche se lievemente maggiore: 51%) esprime al contrario perplessità.

Si tratta di una delle rare volte in cui si intravede l’emergere di dubbi diffusi all’interno dell’elettorato di centrodestra su di un provvedimento proposto dal governo. Può essere il segnale del principio di una più generale disaffezione, ma, molto più probabilmente, è solo la reazione isolata ad un singolo provvedimento, i cui contenuti risultano poco condivisi dalla «cultura politica» degli italiani, compresa buona parte dell’elettorato di centrodestra. Insomma, le perplessità paiono riguardare soprattutto il merito della legge in sé. Tanto che il livello di popolarità del presidente del Consiglio non pare essere stato intaccato da quanto è accaduto. Il consenso per Berlusconi, rilevato proprio il giorno dopo gli episodi e le esternazioni seguite alla bocciatura del Lodo, risulta infatti sostanzialmente simile a quanto emerso il mese precedente e rimane poco sotto il 50%.

In definitiva, malgrado tutto — le polemiche, i toni aspri, le proteste — la fiducia popolare nel Cavaliere pare restare assai diffusa (anche se con un lieve decremento rispetto ai livelli raggiunti la scorsa primavera). E’ quantitativamente molto inferiore a quella riscossa dal presidente della Repubblica (che gode del favore dell'88% dei cittadini), ma rimane elevata, tanto da superare ancora oggi quella relativa a molti presidenti del Consiglio del passato. Insomma — sorprendentemente per molti osservatori italiani e stranieri — il Cavaliere continua a mantenere il proprio legame col suo elettorato, anche se si accresce di intensità la disapprovazione nei suoi confronti tra i suoi oppositori. Senza che, tuttavia, il loro numero si sia sin qui ampliato più di tanto.

AdessoBarack Obama andrà in giro per il mondo con quel peso: che lo premia in anticipo, lo lega, lo segna. Il comitato di Oslo non premia un’azione, una carriera compiuta. Premia forze impalpabili eppure decisive come la parola, la speranza suscitata, l’attesa che somiglia a un’enorme sete, il valore attribuito da un leader all’imperio della legge e della Costituzione, più forte di ogni convenienza. Ricompensa uno stile, un essere nel mondo che non è in sintonia con il predominio americano e la sua dismisura, la sua hybris nazionale. Siamo abituati a pensare che la speranza sia poco più di uno scintillio ineffabile, essendo fatta di cose non avvenute, malferme.

Siamo abituati a pensare che la parola, diversamente dall’atto, sia fame di vento. Che ripensare la politica e le sue routine sia vano. Non è così. Abbiamo solo dimenticato che la parola è tutto nei testi sacri che fondano le civiltà, compresa la nostra. Per il Siracide, nella Bibbia, «meglio scivolare sul pavimento che con la lingua», e «un uomo senza grazia è pari a un discorso inopportuno».

Da ora Obama porta questo fardello. Deve ancor più dar senso alla parola, e in primo luogo tenerla. Lui stesso è parso colto da tremore, all’annuncio. Era serio davanti al microfono, come Buster Keaton che non ride mai. Faceva pensare a quei profeti o sentinelle turbati dall’appello, che ammutoliscono o «hanno un gran bue sulla lingua», come nella Bibbia o nell’Agamennone di Eschilo. Ha detto: «Onestamente non credo di meritarlo», intendendo che ancora non è divenuto quello che pure già è - una transformative figure. La notizia lo ha «sorpreso e reso umile», nel Nobel vede non una gratificazione ma una «chiamata all’azione». I premi mettono sempre spavento. Se non lo mettono, più che chiamare lusingano.

La parola che già oggi fa di Obama una figura trasformativa concerne questioni essenziali: la coscienza che la solitaria superpotenza americana è un’impotenza, se non cerca la cooperazione col mondo; l’ascolto dell’altro e la mano tesa giudicati indispensabili, purché a essi non si opponga il pugno che non s’apre. E ancora: inutile provare a fermare gli Stati aspiranti all’atomica, quando il nucleare è l’unico passaporto di potenza e quando i Grandi non cominciano da se stessi, riducendo i loro esorbitanti arsenali. Anche questo cambiamento ha risonanze bibliche. Dice ancora il Siracide: «Quando un empio maledice un avversario, maledice la propria psiche». Inferni e assi del male non sono fuori: vedere anche in se stessi il male che suscita caos è inizio di conversione e guarigione.

Obama non fa discorsi facili, è un comunicatore ma non un semplificatore: il suo discorso sulla razza, a Philadelphia il 18 marzo 2008, il discorso al Cairo del 4 giugno 2009 e quello del 17 maggio 2009 all’università cattolica di Notre Dame in Indiana, il discorso infine su clima, disarmo nucleare e multilateralismo, all’Onu il 23 settembre, non sono lisci, non hanno due colori, uno puro e uno impuro. Neppure la chiusura di Guantanamo è facile e ancor meno la rinuncia agli antimissili in Est Europa, che mette fine alla strategia del divide et impera nel Vecchio Continente e sicuramente urta il complesso militare-industriale Usa. Sono discorsi che educano alla complessità, e a vedere le cose da più punti di vista, non uno solo.

I cambiamenti decisivi esordiscono così: dalla parola e dallo sguardo su di sé. Non eravamo avvezzi a questo con i presidenti Bush, con Reagan e Clinton. Paziente, ostinato, Obama tenta di far capire che la potenza Usa non ha il destino manifesto che la mette sopra le altre e ne fa un’eccezione, «città sulla collina» come nel messianesimo politico teorizzato nell’800. Il punto da cui parte è il precipizio: il declino della supremazia Usa dopo la fine dell’Urss, in politica ed economia; il dominio non solo contestato ma inefficace. Come gli europei presero atto che la hybris nazionalista aveva prodotto mostri, e dopo il ’45 escogitarono l’Unione per recuperare in Europa le perdute sovranità nazionali, Obama scopre che sovrano è chi può far seguire l’azione alla parola, non opera da solo, calcola le conseguenze di quel che fa. A cominciare dalla guerre: quella finita in Iraq, e quella che stenta a finire in Afghanistan. Anche qui il Nobel è fardello. Difficile l’escalation chiesta dai militari, con un sacco sì ingombrante da trascinare.

Ma c’è anche qualcosa di conturbante nel Nobel, di ominoso. Il premio è come dato in grande fretta, come se non vi fosse molto tempo e occorresse lanciare un segnale subito. A circondare Obama infatti non ci sono solo attese, speranze. C’è, sempre più acuta, un’immensa fragilità, se non un pericolo che incombe. Thomas Friedman ha scritto un articolo impaurente, il 29 settembre sul New York Times. Racconta di un clima in America che non tollera l’intruso, che trama tribali ordalie: che ricorda, tenebroso, l’atmosfera in Israele prima dell’omicidio di Yitzhak Rabin. Rabin aveva preso il Nobel con Arafat e Peres, nel ’94. L’anno successivo, il 4 novembre, il colono estremista Ygal Amir l’uccise ma alle sue spalle c’era un’opposizione che lo demonizzava da tempo, Netanyahu in testa con il Likud e molti rabbini.

Lo stesso sta avvenendo in America. Nei manifesti ostili e in numerosi discorsi dell’opposizione e di giornalisti astiosi, Obama appare come un alieno comunista, ma secondo l’analista Philip Kennicott è altra la colpa che gli viene imputata: non il socialismo ma il suo essere afro-americano, meticcio, dunque antiamericano (Washington Post 6-8-09). Su Facebook è apparso un sondaggio che chiede se Obama debba o no essere ucciso. Con risposte a scelta tra «sì-no-forse» e «sì, se taglia la sanità».

Tutto questo il Presidente nero non l’ignora. Sappiamo che l’ha messo in conto fin dalla candidatura. Ciononostante insiste: nel voler trasformare il proprio paese, nel dire che da una specie di conversione urge ricominciare. Per questo la parola è tanto importante: perché disturba, scavando. Chi a Oslo ricompensa questa cocciutaggine sembra anche tremare per la sua vita. Chi dice che il premio giunge troppo presto non sa quel che dice e che accade, è cieco alla campagna di odio disseminata negli Stati Uniti.

Obama impersona l’America complicata, che diffida di sé. Non la nazione di Bush che si compiace nel parlar perentorio e approssimativo, ma l’America della grande contorta letteratura, della musica, del cinema, che ragiona sottile e resuscita le parole di John Quincy Adams, il segretario di Stato che nel 1821 dice: «L’America non si avventura nel mondo in cerca di mostri da abbattere. Essa auspica la libertà, l’indipendenza di tutti. È campionessa solo della propria libertà, indipendenza. Si batte per grandi cause con la compostezza della sua parola e la benigna simpatia del suo esempio. (...) Potrebbe divenire dittatore del mondo: non sarebbe più padrona del proprio spirito».

Obama dice spesso che la sua ascesa è frutto di americani come Reinhold Niebuhr, un autore che stima per aver raccomandato al paese non il messianesimo politico ma l’umile consapevolezza dei propri limiti. Solo una cultura di questo genere poteva permeare le svolte del Presidente. Solo in un’America simile, la discendente di un’adolescente schiava nera stuprata da un padrone bianco poteva divenire first lady degli Stati Uniti.

I gesti e la parole possono molto. Creano storie e cammini nuovi. Willy Brandt che il 7 dicembre 1970 cade d’un tratto in ginocchio di fronte al memoriale del ghetto distrutto di Varsavia non aveva ancora riconosciuto la linea Oder-Neisse tra Germania e Polonia. Quel gesto cambiò tutto, prima che lo scabro itinerario cominciasse. Così Obama a Philadelphia, al Cairo, a Notre Dame, all'Onu.

Prendete un luogo benedetto dagli dei, in questo caso una valle pedemontana, che si snoda magnifica tra colline, ulivi, vigneti, boschi e pascoli. Piantateci un'industria impattante, in questo caso un cementificio con la sua brava miniera di marna per la materia prima. Non succede niente. Sono gli anni '60, la gente emigra ancora dalle campagne, la fabbrica viene accolta con gioia perché significa occupazione, lavoro, sicurezza del pane.

Mettete quella stessa situazione quasi cinquant'anni dopo, cioè adesso. Il cementificio è ancora lì, la "coltivazione" di marna s'è mangiata le colline dietro alla fabbrica, il filone si sta esaurendo e gli impianti della cementeria sono diventati obsoleti. Pronti, richiesta di ammodernamento e richiesta di concessione per una nuova "coltivazione", da iniziarsi in una delle oasi naturalistiche della zona, di cui buona parte è inserita in un parco naturale. Stavolta qualcosa succede, non c'è più fame, c'è un'altra sensibilità per il territorio e per i suoi prodotti di pregio. La gente protesta, fa petizioni, ricorsi, manifestazioni, l'ultima proprio oggi, in mattinata.

Perché il territorio da salvare è nientemeno che la Valpolicella, zona di produzione di vini di eccellenza, il rosso doc, il Recioto, l'Amarone. Vini che non solo hanno deliziato e deliziano i palati di mezzo mondo ma hanno costruito negli anni un'economia di pregio, legata anche alla gestione intelligente di una valle che, seppur selvaggiamente urbanizzata, resta una delle perle della provincia di Verona.

Fumane è un paese di circa 4.000 abitanti e sorge all'imbocco della cosiddetta "Val dei Progni", che, tra strapiombi e torrenti (progno è il nome dialettale che indica un piccolo corso d'acqua), sale verso Molina e il Parco delle Cascate, una delle meraviglie del Parco Naturale Regionale della Lessinia. Proprio qui, dove la strada comincia a salire, nel 1962 inizia la propria attività la Cementi Verona S.p.A., oggi Industria Cementi Giovanni Rossi S.p.A., che produce e vende leganti idraulici. Allora la strada principale del paese non aveva costruzioni ai lati e l'Amarone era un vino gustato da pochi eletti. Nel corso degli anni Settanta il cementificio viene ampliato e dotato di un secondo forno, viene aggiunto un nuovo mulino per il cemento e, nei primi anni Ottanta, mentre il costo del petrolio continua a crescere, si introduce il carbone come combustibile. Il cementificio ha circa cento dipendenti, con un indotto di altre centocinquanta persone, cifra occupazionale tuttora invariata. Quello di Fumane non è l'unico stabilimento del gruppo Cementi Rossi, che ha sede a Piacenza. Nella città emiliana ci sono il cementificio principale e il centro di ricerca, l'altro impianto di produzione è a Pederobba (Treviso), dove si bruciano come combustibile 60mila tonnellate all'anno di pneumatici, mentre a Ozzano Monferrato (Alessandria) il forno è disattivo ed è rimasto il centro di macinazione. Nel complesso l'industria è una realtà produttiva di rilievo sul mercato nazionale - l'Italia è il secondo produttore europeo dietro la Spagna - ed è inserita, attraverso la compartecipazione con Holcim, multinazionale di cementi e aggregati (da cui Rolcim, società di cui la Cementi Rossi detiene il 40%), sul mercato internazionale.Per quanto riguarda Fumane, non vi è alcun dubbio che il cementificio sia, come scritto nei documenti di presentazione dei recenti progetti, "cittadino della Valpolicella". Nemmeno i relativamente nuovi atteggiamenti verso l'ambiente - che hanno dato vita a due associazioni, "Valpolicella 2000" e "Comitato Fumane Futura", in prima linea nella battaglia per la dismissione dell'industria cementiera - hanno smosso il profondo convincimento di una discreta parte di popolazione. Nel corso del nostro "giro di perlustrazione" a Fumane, una delle maestre della scuola elementare, situata esattamente all'angolo della strada che va al cementificio, con i bambini che giocano in un cortile affumicato dagli scarichi dei camion, ci ha detto che lei abita da quarant'anni in paese e sta benone, «che il cementificio sia nocivo, è tutto da vedere». E, in effetti, come darle torto? La "sbattellata" di concessioni, rinnovi di concessioni e pareri favorevoli dei vari enti locali collezionata dal cementificio, a fronte di domande di ammodernamento che prevedono la costruzione di un camino alto 103 metri con l'utilizzo di 120mila tonnellate di "rifiuti non nocivi" (di cui 80mila tonnellate di ceneri pesanti) nella miscela cementizia, oltre allo scavo di una nuova miniera in zona protetta, danno in tutto ragione all'insegnante poco ecologista.

Il 22 dicembre 1999 il Distretto Minerario di Padova autorizza il rinnovo della concessione mineraria "Monte Noroni" per la durata di 25 anni a decorrere dall'aprile del 2000; il 6 agosto 2009 la Giunta Provinciale, convocata dal vicepresidente Luca Coletto (già condannato con altri cinque leghisti, tra cui il sindaco di Verona Flavio Tosi, per propaganda razzista), esprime «giudizio favorevole di compatibilità ambientale» sul progetto di ammodernamento del cementificio; il 20 agosto 2009 la Giunta Provinciale, convocata dal presidente Giovanni Miozzi (An), esprime «giudizio favorevole di compatibilità ambientale» sul progetto relativo alla «riduzione del consumo di materie prime naturali nel processo produttivo mediante utilizzo di rifiuti non pericolosi»; l'1 settembre 2009 la Provincia di Verona, Settore Ambiente, approva il progetto presentato dalla Cementi Rossi per la riduzione del consumo di materie prime naturali nel processo produttivo, mediante utilizzo di rifiuti non pericolosi e rilascia l'Autorizzazione Integrata Ambientale, esclusivamente per quanto attiene la realizzazione dell'impianto di recupero rifiuti, finalizzata alla durata dell'esercizio provvisorio. Provvede anche, secondo le normative vigenti, a fornire le prescrizioni di legge sul trasporto, stoccaggio e gestione dei suddetti rifiuti.

In realtà il cementificio già da anni utilizza sostitutivi di materia prima in quantitativi ridotti, non «per bruciarli - ci tiene a precisare l'ingegner Pierandrea Fiorentini, responsabile ambientale della Cementi Rossi - anche se lo abbiamo fatto per due anni con le farine animali ai tempi di "mucca pazza". Ora vorremmo smantellare i forni "Lepol" che non sono più attuali e sostituirli con un'unica linea costituita da un forno a cicloni, che riduce le emissioni, soprattutto l'ossido di azoto, ed ottimizza le prestazioni. Siamo consapevoli che l'aspetto paesaggistico è importante e siamo disponibili ad ogni confronto con i soggetti pubblici interessati a minimizzare l'impatto della nuova linea».

Il "confronto" è una vera e propria battaglia senza esclusione di colpi. Sulla barricata gli ambientalisti e le loro associazioni, che chiedono, con una petizione, la «revoca di tutte le autorizzazioni per fermare questo progetto insensato, nocivo ed esclusivamente speculativo», preparando nel contempo una serie di ricorsi e organizzando costantemente iniziative sul territorio. La settimana scorsa erano fuori dal teatro Filarmonico di Verona, dove si svolgeva la 28a edizione del prestigioso "Premio Masi", azienda vitivinicola di proprietà, da sei generazioni, della famiglia Boscaini. Proprio a Sandro Boscaini, attuale presidente di Masi, chiedevano conto, con grandi cartelli che recitavano "Amarone o Rifiuti?", "Recioto o Cemento?", della mancata presa di posizione dei viticoltori rispetto ai progetti del cementificio: «Diciamolo chiaramente e sinteticamente - dicono Daniele Todesco, presidente di Valpolicella 2000, e Mimmo Conchi, presidente del Comitato Fumane Futura - la Cementi Rossi deve chiudere il ciclo produttivo. Lo sviluppo dell'economia basata sulla valorizzazione del territorio collide con lo sfruttamento del territorio che, in quella zona, è ormai totalmente fuori posto. Non stanno insieme perché si danneggiano e questo è quanto. Tant'è vero che l'allarme lanciato dal cementificio sull'esaurimento del filone di marna che stanno scavando, motivo per cui hanno chiesto una nuova concessione a Marezzane (vedi box), è strumentale. Vogliono creare allarme occupazionale, il cementificio chiude perché la miniera si è esaurita. Studino invece il modo corretto di uscirne, riconvertendo magari. Intanto potrebbero escludere i rifiuti dal processo produttivo e nel frattempo prepararsi ad una dismissione onorevole». Una proposta forte, su cui il Comune di Fumane, con il sindaco di centrodestra Domenico Bianchi, già amministratore per quindici anni ai tempi della Dc - sostituito poi da una giunta di centrosinistra che ha perso le elezioni nel giugno di quest'anno - dovrebbe avere l'ultima parola: «La precedente giunta - dichiara Bianchi - aveva già chiuso la vicenda dando l'ok del Comune, che sarebbe compensato dal cementificio con la realizzazione di opere pubbliche (la nuova scuola elementare, ndr). Se la Regione dicesse no agli scavi a Marezzane, i discorsi sarebbero già definiti. Per noi la salute dei cittadini non ha prezzo e non ha colore e quindi attualmente ci stiamo prendendo il tempo per riflettere ma potremmo arrivare a pensare ad una consultazione popolare con il coinvolgimento dei Comuni vicini. Le emissioni non si fermano ai confini».

La manifestazione

Una mattina a passeggio per i boschi di Marezzane

Il ritrovo è fissato per le 10.30 a Malga Biancari, in località Girotto (Marano di Valpolicella). Si camminerà sul sentiero, tra prati e boschi, per raggiungere lo straordinario "balcone" panoramico di Marezzane, involontario testimone di tutte le contraddizioni di questo territorio. A monte una corona splendente di montagne e verdi canaloni (vaj), a valle gli scavi e il cementificio. Grazie alle firme raccolte durante la marcia dello scorso anno, Marezzane è diventata uno dei "luoghi del cuore" (iniziativa del Fai-Fondo per l'ambiente italiano) più segnalati d'Italia. Ora la Cementi Rossi (vedi l'articolo sopra) vorrebbe iniziare una "coltivazione" mineraria proprio qui, a ridosso della zona Sic (Sito di Interesse Comunitario) di Molina, punto di congiunzione tra la Valpolicella e la Lessinia. Già oggetto di interrogazioni in Regione (ente che ha la competenza per questo tipo di concessioni) da parte dei consiglieri dell'opposizione Gianfranco Bettin, Gustavo Franchetto e Piero Pettenò, in cui si ricorda che l'ente parco nel 2000 era ricorso al Tar per bloccare gli scavi, Marezzane è un sito di pregio non solo naturalistico, con la presenza di un'area in cui crescono una trentina di specie di orchidee selvatiche. Conserva infatti siti di grande importanza archeologica e paesaggistica. Un paradiso che minaccia di sparire, dove oggi si potrà pranzare e ascoltare buona musica.

Aumenti volumetrici del 10%, rinnovabili, demolizioni e ricostruzioni nel regolamento approvato dal Consiglio dei Ministri

09/10/2009 -Procedimento semplificato di autorizzazione paesaggistica per gli interventi di lieve entità sui beni immobili vincolati. La proposta di regolamento, approvata in via preliminare nel Consiglio dei Ministri di oggi, potrebbe modificare l’articolo 146 del Decreto Legislativo 42/2004, Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

Obiettivi: L’iniziativa giunge dopo il fallimento del decreto legge governativo sul Piano Casa, mai approvato a causa dei contrasti con gli enti locali.

Pur non apportando le liberalizzazioni previste dal piano per il rilancio delle costruzioni attraverso l’aumento delle cubature e gli interventi di edilizia libera, vengono proposte diverse semplificazioni e tipologie di intervento. Data la vastità dei territori assoggettati a vincolo paesaggistico, è stato infatti rilevato come ogni anno le migliaia di istanze presentate riguardino interventi di lieve entità, che costituiscono il 75% delle domande totali di autorizzazione paesaggistica. La conseguenza è la congestione degli uffici degli enti locali, e delle soprintendenze, che hanno funzioni di codecisione nel procedimento autorizzatorio.

Riduzione dei tempi: Il regolamento si propone un generale snellimento delle procedure. I tempi per il rilascio dell’autorizzazione potrebbero ridursi da 105 a 60 giorni. E' previsto infatti lo screening immediato delle istanze per decidere se l'intervento possa essere sottoposto a procedura ordinaria o semplificata. Al momento la verifica da parte dell’ente locale impegna 40 giorni, il parere della Soprintendenza ne impiega 45, mentre sono necessari 20 giorni per l’emanazione del provvedimento definitivo.

Con la nuova norma, invece, l’ente locale dovrebbe pronunciarsi entro 30 giorni. Il procedimento si bloccherebbe poi automaticamente nel caso di un suo parere negativo. La Soprintendenza potrebbe esprimersi in 25 giorni. Nettamente ridotta inoltre la predisposizione del provvedimento finale, con un tempo che passerebbe a 5 giorni.

Snellimento burocratico: Necessari meno documenti, che potrebbero anche essere presentati per via telematica, con un notevole alleggerimento degli oneri a carico dei privati. Le pratiche allo sportello potrebbero invece restare per le imprese industriali e artigiane. Le istanze dovrebbero essere corredate solo da una relazione paesaggistica semplificata, redatta dal professionista sulla base di una scheda-tipo, contenente l'attestazione di conformità dell'intervento alla disciplina del paesaggio e alla vigente normativa urbanistica.

Interventi ammessi: Tra gli interventi di lieve entità rientrano l’installazione di antenne paraboliche, pannelli solari e fotovoltaici, oltre che l’adeguamento alle misure antisismiche.

Possibili anche gli incrementi volumetrici fino al 10% e non oltre i 100 metri cubi, le demolizioni e ricostruzioni nel rispetto della sagoma e della volumetria precedente, gli interventi su porte, finestre e coperture, l’eliminazione delle barriere architettoniche, la realizzazione o modifica di autorimesse pertinenziali, tettoie, pensiline e gazebo.

Nelle disposizioni rientrano anche i lavori pubblici di piccola entità, come arredi urbani, adeguamento della viabilità e allacci alla rete elettrica e telefonica su pali di altezza non superiore ai 6 metri.

Se approvato in via definitiva, il regolamento potrebbe superare le previsioni delle leggi regionali per il rilancio dell'edilizia, che già prevedono aumenti delle cubature e procedimenti più o meno aggravati per il rilascio delle autorizzazioni nelle aree sottop

Qui anche i documenti citati

«Ma non aggrediamo il paesaggio»

di Giulia Maria Crespi e Fulco Pratesi

(Lettera aperta al presidente del Senato, al presidente della Camera, ai senatori e ai deputati)



IlPaese guarda smarrito le immagini del disastro di Messina e si interroga sulle responsabilità e sul futuro. È evidente che una dissennata e disonesta politica territoriale è sotto accusa; non solo per quanto è successo in Sicilia ma anche per rischi idrogeologici a cui gran parte del nostro territorio è esposto. Su questo quadro allarmante pesa oggi ancora di più la sconsiderata scelta compiuta con il Piano casa, approvato nella Conferenza Stato-Regioni del 31 marzo e sulla quale abbiamo già diffuso valutazioni negative.

L’intervento, come è noto, si proponeva di contribuire al «rilancio dell’economia » con lo scopo di «rispondere anche ai bisogni abitativi delle famiglie». Questo si è tradotto nella possibilità di aumentare le cubature di ville e villette del 20% e di demolire interi edifici per ricostruirli più grandi del 30%. Tutto senza previsioni sugli impatti territoriali che potrebbero essere dirompenti: se solo un decimo degli aventi diritto ampliasse del 20% la propria casa si produrrebbe un volume di cemento di oltre 50 milioni di metri cubi! Quasi come se la città di Milano raddoppiasse in superficie e altezza.

Le finalità del Piano casa sono state fatte proprie, fino ad oggi, da 12 Regioni mentre il Governo non ha emanato quel decreto legge al quale si era impegnato nella Conferenza Stato-Regioni e che avrebbe dovuto costituire una cornice per l’operato locale. Ogni Regione, dunque, su un tema così cruciale come la pianificazione del territorio, ha fatto da sola e in totale assenza dello Stato. La lacunosità dell’intesa è quindi emersa dalla disomogeneità delle leggi regionali come se l’Italia, quando si parla di urbanistica, non fosse una sola; le possibilità di aumentare le cubature variano dal 20 al 65%; a Bolzano e in Lombardia si può liberamente intervenire anche nei centri storici mentre sia in Lombardia che in Valle d’Aosta addirittura nelle aree protette; in Veneto e in Umbria sarà possibile aumentare le cubature degli edifici industriali e nel Lazio di edifici commerciali, con possibilità di cambi nelle destinazioni d’uso per Lazio, Veneto e Valle d’Aosta; le conseguenze saranno devastanti. Molto differenti, inoltre, sono i parametri di risparmio energetico richiesti ai nuovi edifici: da standard protocollati a mere indicazioni generiche non vincolanti.

Ci troviamo oggi nella paradossale situazione in cui le Regioni hanno innovato la normativa in materia di governo del territorio in totale assenza di una legge quadro nazionale e quindi esautorando di fatto il potere legislativo del Parlamento. Perché nessuno ha sollevato dubbi di costituzionalità? Come è possibile che su tante altre questioni si discuta per mesi e sulla gestione del futuro del nostro territorio neanche un minuto? Vi sembra davvero una questione così marginale?

Questo comportamento appare esiziale sia per la palese violazione della omessa disciplina comunitaria in materia di Valutazione Ambientale Strategica, sia per il colpo mortale inferto al concetto stesso di pianificazione in quanto impone ai Comuni una deroga totale ai loro Piani regolatori. Una specie di obbligo a non curarsi della pianificazione che non è errato interpretare come un condono edilizio preventivo.

Gli effetti del Piano casa si tradurranno dunque in una nuova aggressione al paesaggio italiano, tesoro insostituibile e non replicabile e primo attrattore della più grande risorsa economica del Paese: il turismo.

Signori presidenti, a questo punto vi chiediamo di non accettare alcuna proroga al Piano casa e di agire con fermezza sui vostri partiti per porre la massima attenzione a quelle norme regionali non ancora approvate e che toccano regioni dal delicato equilibrio ambientale, quali Campania, Liguria, Sicilia e Sardegna. Vi chiediamo inoltre di avviare un dibattito che porti a nuove misure legislative che fermino il crescente degrado del territorio e del paesaggio ponendo un freno al consumo di suolo; come del resto avviene nei maggiori Paesi europei.

Nessun momento sarebbe più appropriato di questo per affrontare al più alto livello di rappresentanza politica, e dunque in Parlamento, un serio dibattito sull’uso e l’abuso del territorio e sulla tutela del paesaggio che l’articolo 9 della Costituzione pone tra i massimi capisaldi della nostra identità nazionale e che noi auspicheremmo fosse una delle priorità per chi abbiamo eletto a rappresentarci in Parlamento. In un’Italia unita nel dolore per la tragedia evitabile ci aspettiamo da tutti voi, oggi più che mai, una risposta concreta e una seria, onesta e responsabile presa di coscienza.

Giulia Maria Crespipresidente Fai

Fulco Pratesipresidente onorario Wwf Italia

Piano casa, l’Italia delle tante regole (diverse)

diAntonella Baccaro



Ampliamenti e demolizioni: 12 leggi regionali più Bolzano Cambiano i metri cubi concessi in più, i divieti e i permessi

Il federalismo entra nelle case degli italiani. E ne aumenta le cubature. L’annuncio di un Piano casa per il rilancio dell’edilizia, effettuato dal governo Berlusconi all’inizio dell’anno, seguito, a marzo, da un’intesa-quadro Stato-Regioni, ha prodotto finora 12 leggi regionali, la delibera di una Provincia autonoma e poche, pochissime pratiche.

Si è delineata intanto una sorta di «autonomia immobiliare» degli enti locali, ciascuno dei quali ha interpretato a proprio modo il canovaccio dell’intesa Stato-Regioni sui possibili aumenti di cubatura in caso di ampliamenti degli immobili, demolizioni e ricostruzioni. In quell’accordo si stabilivano solo alcuni paletti, tra cui il divieto d’intervenire nei centri storici oppure su aree di inedificabilità assoluta. Nel contempo si lasciava alla determinazione delle Regioni la possibilità di porre ulteriori limiti agli interventi in aree di pregio culturale, paesaggistico o ambientale.

Da parte propria il governo aveva promesso di emanare, nel giro di dieci giorni, un decreto-legge di semplificazione delle procedure edilizie. Ma il provvedimento non c’è ancora mentre la Finanziaria si è limitata a prorogare fino al 2012 l’agevolazione fiscale del 36% per le ristrutturazioni edilizie.



Le magnifiche sette

A tagliare per prime il traguardo del varo della legge sono state in sette: Toscana, la prima, Emilia-Romagna, Umbria, Valle d’Aosta, Piemonte, Puglia e Provincia di Bolzano. In tutti questi ambiti è già scaduto il termine entro il quale i Comuni avevano la possibilità di introdurre proprie limitazioni. A parte la Valle d’Aosta, che non ha posto alcuna scadenza alle agevolazioni, in tutti gli altri casi non si va oltre il 2011: in Piemonte ad esempio, la domanda va presentata entro quel termine, in Emilia-Romagna e Toscana la dichiarazione d’inizio attività (Dia) va depositata entro il 2010, entro la stessa data a Bolzano vanno invece iniziati i lavori. Nel merito degli interventi, Toscana, Emilia-Romagna e Umbria consentono ampliamenti del 20% per edifici residenziali fino a 350 metri quadri, chiedendo in cambio una riqualificazione energetica e l’adeguamento sismico. In Puglia si comprendono anche gli edifici rurali a prevalente uso abitativo. La Provincia di Bolzano consente un aumento di 200 metri cubi, la sopraelevazione e l’intervento, previa autorizzazione, anche nei centri storici. Qui però le demolizioni vengono concesse fino al 50% dell’immobile, ma senza premio in cubatura. In Emilia- Romagna, d’altra parte, il premio per demolire può arrivare fino al 50% se si tratta di delocalizzare un edificio «incongruo». In Toscana qualsiasi intervento è possibile soltanto se i regolamenti comunali consentono «addizioni funzionali» in base a una legge regionale del 2005.



Dall’Abruzzo alla Lombardia

Il 15 ottobre prossimo scade il termine entro il quale i Comuni lombardi potranno limitare l’applicazione della legge regionale. Termini più lunghi hanno i municipi abruzzesi, lucani, laziali e veneti. In Lombardia gli edifici residenziali mono-bifamiliari, ultimati al 31 marzo del 2005, che non superino i 1.200 metri cubi possono ottenere un premio del 20% se, nei lavori di ampliamento, sarà assicurato un risparmio energetico del 10%. Quanto alle demolizioni, è possibile un cambio di destinazione d’uso in residenziale ma senza premio volumetrico. Le domande vanno presentate entro il 15 aprile 2011. Nessun limite di tempo hanno invece i cittadini del Lazio. Qui se si abbatte un immobile che sta sul litorale, delocalizzandolo, e lo si riconverte in struttura ricettiva, si può godere di un premio del 50%. In Abruzzo ampliamenti del 20% sono consentiti solo nel caso venga assicurata l’antisismicità. In Basilicata gli abbattimenti possono godere di un aumento di cubatura del 60% se vengono adottate tecniche di bioedilizia o se si aumenta il verde del 60%. In Veneto si possono ricostruire solo gli immobili, anche non residenziali, realizzati prima del 1989 con un premio del 40%, che diventa del 50% in caso di delocalizzazione. Entro il 30 ottobre i Comuni veneti dovranno pronunciarsi sulla legge regionale, altrimenti varrà solo per la prima casa.



I fanalini di coda

Il Consiglio regionale delle Marche ha approvato il Piano casa mercoledì scorso. Le Regioni mancanti all’appello, Calabria, Campania, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Molise, Sicilia e Sardegna, hanno effettuato solo il passaggio in giunta. La Provincia di Trento non ha aderito all’intesa, confermando gli attuali contributi per le ristrutturazioni senza premi volumetrici.

Interessante il caso della Liguria che ha graduato gli aumenti di cubatura in base alla grandezza dell’edificio: +30% fino a 200 metri cubi, +20% tra i 200 e i 500, +10% tra i 500 e i mille, richiedendo l’adeguamento sismico dell’intero edificio. Un ulteriore 5% può essere ottenuto utilizzando materiale locale come l’ardesia. Limiti sono previsti per le aree delle Cinque Terre e di Portofino.

In Sardegna la giunta ha cercato di utilizzare gli incentivi per delocalizzare gli immobili siti sulla costa: un premio del 40% viene concesso se alla nuova costruzione delocalizzata si applicherà un risparmio energetico del 15%, si arriva a un +45% se il risparmio è del 20%. In Sicilia la legge consente interventi anche sugli edifici coperti da tutela, purché previa autorizzazione.

Finora il governo ha impugnato due leggi regionali: quella pugliese per un codicillo sui parcheggi e quella lucana perché introducendo l’obbligo di un fascicolo del fabbricato, aggrava gli adempimenti e gli oneri amministrativi dei privati.

Sullo stato dell’arte del Piano Casa interviene Confedilizia stigmatizzando il mancato rilancio della locazione attraverso misure come l’incentivo fiscale della cedolare secca del 18-20%: «Nei sette mesi dall’annuncio del Piano Casa — si fa osservare — quegli incentivi avrebbero dato il via alla ristrutturazione di almeno 500 mila dei 700-800 mila immobili inabitabili, attivando lavori di recupero per 7,5 miliardi di euro».

Massimo Giannini La notte della Repubblica

Sappiamo bene che la notte della Repubblica berlusconiana è appena agli inizi. E sappiamo altrettanto bene che, con il Cavaliere, a scommettere sul peggio non si sbaglia mai. Ma vorremmo rassicurare il presidente del Consiglio: non c’è bisogno di aspettare il prossimo strappo costituzionale, o la prossima intemperanza verbale, per vedere «di che pasta è fatto», come minaccia lui stesso. L’avevamo capito da un pezzo.

Abbiamo avuto una prima conferma due sere fa, subito dopo la sentenza che ha bocciato il Lodo Alfano, con le accuse infamanti contro Giorgio Napolitano. Poi una seconda conferma ieri sera, con il farneticante documento del Pdl che rilancia le accuse incongruenti contro la Consulta. A lasciare basiti non è solo la violenza politicamente distruttiva degli attacchi contro tutti gli organi di garanzia: presidenza della Repubblica, Corte costituzionale, giudici ordinari. Ma è anche e soprattutto la valenza tecnicamente "eversiva" del ragionamento con il quale il premier (purtroppo sempre insieme ai docili maggiorenti del suo partito) sta delegittimando, in un colpo solo, le tre più alte magistrature della Repubblica. Di fronte a tanta irresponsabilità, conforta il comunicato col quale i presidenti di Camera e Senato hanno fatto quadrato intorno al Quirinale. Ma questo atto dovuto (voluto fermamente da Fini e a quanto si racconta subito passivamente da Schifani) non basta a ridimensionare la portata di uno scontro istituzionale inaudito e pericoloso.

Le parole che Berlusconi ha pronunciato l’altro ieri, prima in strada poi in diretta televisiva, andranno studiate a fondo. Servono a comprendere la vera essenza del moderno populismo plebiscitario che, in nome di un suffragio universale trasformato in ordalia personale, snatura lo Stato di diritto perché uccide, allo stesso tempo, sia lo Stato che il diritto. La prima affermazione del Cavaliere è la solita invettiva anti-comunista. «Napolitano, voi sapete da che parte sta... Poi abbiamo giudici della Corte costituzionale eletti da tre Capi di Stato della sinistra che fanno della Corte non un organo di garanzia ma un organo politico». Ma quando, poco più tardi, il presidente della Repubblica replica che lui «sta dalla parte della Costituzione», scatta l’escalation del premier: «Non mi interessa quello che dice Napolitano. Io mi sento preso in giro e non mi interessa, chiuso».

Quel «preso in giro» non può passare inascoltato. Infatti più tardi (nel confortevole salotto di Porta a Porta, dove il beato cerimoniere Bruno Vespa non si degna neanche di difendere Rosy Bindi dagli insulti da trivio del premier e di un inqualificabile Castelli) il Cavaliere rincara la dose dei veleni. «Su Napolitano ho detto quello che penso: non ho nulla da modificare sulle mie dichiarazioni che potrebbero essere anche più esplicite e più dirette». Un’allusione tanto vaga quanto pesante. E poi: «Il presidente della Repubblica aveva garantito con la sua firma che la legge sarebbe stata approvata dalla Consulta, posta la sua nota influenza sui giudici di sinistra della Corte». Vespa, ossequioso, tace. Parla il leader dell’Udc Casini, per fortuna: «È un’accusa inaccettabile nei riguardi di Napolitano». Ma il premier non arretra. Anzi, porta il colpo finale: «Non accuso il capo dello Stato, prendo atto di una situazione in cui c’erano certi suoi comportamenti e sappiamo tutti quali relazioni intercorrano tra i capi dello Stato e i membri della Consulta. Sono da anni in politica, so quali siano i rapporti che intercorrono».

Con questa micidiale miscela di allusioni e intimidazioni (indegnamente condita dalla ridicola accusa del Pdl alla Consulta per aver «sviato l’azione legislativa del Parlamento») si celebra la negazione della democrazia liberale. Non si scherza sulla pelle delle istituzioni repubblicane. Se Berlusconi è a conoscenza di trattative politiche avvenute sottobanco tra i palazzi del potere intorno al Lodo Alfano, ha il dovere di denunciarle con chiarezza, raccontando fatti e facendo nomi e cognomi davanti al Parlamento e al Paese. Ma poiché, con tutta evidenza, non ha in mano nulla se non il suo disperato furore ideologico, allora ha il dovere di tacere, e soprattutto di chiedere scusa. Ma non lo farà. Le sue parole dissennate tradiscono la sua visione "originale" e del tutto illiberale del costituzionalismo democratico.

Nello schema del Cavaliere, Napolitano (o perché aveva promulgato a suo tempo lo scudo salva-processi per il premier o perché gli aveva «promesso» riservatamente non si sa cosa) avrebbe dovuto fare ciò che la Costituzione gli vieta: interferire nella decisione dei giudici della Consulta, convincendoli a dare via libera al Lodo Alfano. Avrebbe dovuto, lui sì, chiedere ai giudici una «sentenza politica», che violasse apertamente la legge con l’unico obiettivo di proteggere il «sereno svolgimento» della legislatura. In questa logica, aberrante, non esiste la «leale collaborazione» tra istituzioni, ma il banale "collaborazionismo" tra complici. Non esistono il "nomos", le regole, la divisione dei poteri e il "check and balance". Esistono l’anomia, l’arbitrio, la potestà illimitata del leader consacrato per sempre dall’investitura popolare. Non esistono organi di garanzia sovrani e indipendenti, che decidono autonomamente, ciascuno nel proprio ambito e secondo i principi sanciti dalla Carta fondamentale. Esistono solo semplici emanazioni del potere esecutivo, che condiziona le altre istituzioni e comanda, in un meccanismo di pura cinghia di trasmissione, il legislativo e il giudiziario.

Quali altre estreme forzature del quadro politico-istituzionale dobbiamo attenderci, nei prossimi giorni e nei prossimi mesi? Quale piano inclinato sta prendendo, questa anomala democrazia italiana dove l’"autoritas" del Principe rivendica il primato indiscusso sulla "potestas" delle istituzioni? Già si evocano nuove riforme della giustizia da usare come una clava contro i magistrati, e magari come ennesimo trucco "ad personam" per fermare qualche processo. Viene in mente Ehud Olmert che, sospettato per corruzione, si dimette dicendo: «Sono orgoglioso di aver guidato un Paese in cui anche un primo ministro può essere indagato come un semplice cittadino». Ma l’Italia non è Israele. Il coraggio dei giudici della Consulta, la tenuta del presidente della Repubblica, la tenacia del presidente della Camera, rappresentano una speranza. Ma non nascondiamocelo: il Potere, quando non vuole riconoscere che la democrazia è limite, fa anche un po’ paura.

Disastro Italia

Tommaso Cerno

Fango e morte potevano colpire dovunque. Le case di Giampilieri sono le case di tutta Italia, così come le vittime dell'alluvione di Messina. Non solo in Sicilia poco o nulla è stato fatto per prevenire la seconda, tragica frana in meno di due anni. Ora sappiamo che quel disastro potrebbe ripetersi. In ogni momento, in ogni angolo del Paese. Lo sussurrano dalla Calabria all'Umbria, dalla Toscana al Piemonte, molti sindaci che ormai quando piove non dormono nemmeno più. E lo conferma l'ultimo rapporto nazionale sul rischio frane e alluvioni, redatto dalla Protezione civile e da Legambiente nello scorso novembre. È tutto scritto in ottanta pagine che non lasciano dubbi: "Sono ben 5.581 i centri abitati a rischio idrogeologico", denuncia il dossier. Significa che il dramma di Messina poteva capitare nel 70 per cento dei Comuni, in montagna o in pianura, nelle metropoli o nei piccoli paesi sparsi sulla pedemontana. Non è finita qui: "Spesso le opere di messa in sicurezza si trasformano in alibi per continuare a costruire". Ovvero molti cantieri, spacciati dalle amministrazioni locali per "manutenzione dei bacini", coprono le speculazioni edilizie lungo fiumi e torrenti. Proprio nella "zona rossa", quella a più alto rischio di calamità naturali.

E così le immagini della Sicilia fanno ancora più rabbia. Perché stavolta la distesa indistinta di fango, l'acqua nera che porta via tutto, le urla dei superstiti che chiedono aiuto nel buio della notte, i cadaveri allineati a terra e avvolti da coperte e teli di plastica, si potevano davvero mettere in conto. L'ha detto anche Silvio Berlusconi agli sfollati, in mezzo a tronchi, cemento, mattoni e carcasse di auto: "Avevamo previsto il disastro". Quello che il premier non ha spiegato, invece, è quanto fosse facile quella previsione. L'indagine 'Ecosistema rischio' era stata presentata dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, meno di un anno fa. Eccola. Contiene la classifica dei Comuni a rischio inondazione, l'elenco dei pericoli per gli abitanti, il conteggio ufficiale dei ritardi imputabili a governatori e sindaci. Si legge che la Sicilia è ultima nella graduatoria della prevenzione, con l'8 per cento di interventi adatti a mitigare l'allarme idrogeologico. Sembra un presagio del disastro che ha spazzato la costa orientale, dove i turisti di solito si godevano i Giardini Naxos. In quel dossier c'è Giampilieri e c'è quel che resta di Scaletta Zanclea. Ma c'è anche molto altro: "Dei quasi 1.500 Comuni monitorati, il 77 per cento mostra abitazioni minacciate da frane e alluvioni, quasi il 30 per cento ha interi quartieri esposti e oltre la metà vede sorgere in zone non idonee fabbricati industriali", spiega il rapporto.

Un allarme nazionale che, ancora una volta, è rimasto inascoltato. La Corte dei conti lo conferma in una relazione del 6 aprile scorso, dove parla di "anomala lentezza" ed evidenzia un "mancato o tardivo avvio degli interventi pur in presenza di specifici finanziamenti". Carenze e degrado non della sola Sicilia, ma diffusi in tutto il Paese. Gli amministratori si difendono agitando le richieste di "stato di calamità naturale" dopo le continue frane degli ultimi 15 anni. Che responsabilità hanno loro? Eppure un colpevole sembra esserci. È il cemento selvaggio, che ha l'effetto di una bomba inesplosa. Speculazioni, che il nuovo piano casa del governo Berlusconi farà proliferare, anziché ridurre. Gli scempi vanno da Nord a Sud. Interi quartieri pagati con i fondi anti-alluvione risultano edificati in aree ad alta pericolosità. In Liguria come in Calabria sono spuntati edifici dove non si sarebbe dovuto gettare nemmeno un metro cubo di cemento. Non sono casi isolati: "Il 73 per cento dei Comuni ha realizzato opere di messa in sicurezza di corsi d'acqua e dei versanti, che però rischiano di accrescere la fragilità del territorio piuttosto che migliorarne la condizione", osservano i tecnici. Il resto lo fa il maltempo, come un detonatore. I temporali autunnali, improvvisi, sono ormai forti come uragani. È capitato lungo i sette chilometri di litorale fra Messina e Catania, così come era già successo altre volte nelle vallate alpine e nelle città d'arte. Piovono anche 200 millimetri l'ora, quando in un anno il totale dovrebbe essere di 800. E quell'acqua si accumula come dietro una diga: il terreno non assorbe più, gli alberi non la trattengono e lei, viscida e scura, trascina via tutto ciò che incontra, come a Giampilieri.

E come potrebbe capitare altrove: "Un Comune su quattro non fa praticamente nulla per prevenire i danni da alluvione, nel 42 per cento dei casi non viene svolta nemmeno la manutenzione ordinaria dei corsi d'acqua", dice il rapporto. Solo cinque sindaci su cento hanno ordinato di spostare le case: praticamente nessuno. Genova, Casale Monferrato, Napoli, Palermo, Carnia o Valtellina... È un viaggio nell'Italia delle quotidiane leggerezze burocratiche e delle colpevoli omissioni. Storie di ordinaria follia edilizia. C'è il supermercato sul fiume Pescara, il centro commerciale Megalò a Chieti Scalo (costruito su un'area definita "altamente pericolosa" dalla stessa Regione che aveva concesso l'autorizzazione solo cinque mesi prima). Ma c'è anche Crotone: dopo che nel 1996 il fiume Esadro allagò la cittadina e fece sei morti, si ricostruì sulle macerie. Più di prima. Quattro anni dopo, il fango travolse un campeggio nell'alveo del fiume Beltrame a Soverato. Altre 13 vittime. Chiunque avrebbe deciso di spostare quei centri da un'altra parte, "delocalizzarli", come da giorni va ripetendo Bertolaso. E invece no: trionfano cemento, centri direzionali, mega-market, bar, casermoni, negozi e parcheggi multipiano. "Pur sapendo che i fiumi tornano a colpire nello stesso luogo anche più volte negli anni", avvertono gli esperti. E che la paura dell'alluvione non sparirà dalla memoria dei superstiti, pronta a riemergere quando non te l'aspetti.

Legambiente lo aveva denunciato già 16 mesi fa, nel rapporto choc 'E se piovesse come allora?', a dieci anni esatti dalla tragedia di Sarno, il 5 maggio 1998, quando la montagna travolse interi paesi, seppellendo 160 persone sotto il fango. Eppure in Italia nemmeno questo basta. Si costruisce ancora senza regole, segnala la Corte dei conti. "Emergono non poche perplessità", scrivono i magistrati contabili riferendosi ai lavori di sistemazione di alvei e versanti mai appaltati dal lontano 2002. "Risulta ovvio chiedersi come possano essere considerati urgenti interventi che, a distanza di anni, non sono stati nemmeno avviati". Senza parlare di quelli ancora in fase di progettazione e di quelli abusivi. Addirittura nella stessa Sarno, pochi giorni dopo la frana si scavavano le fondamenta di una casa non autorizzata. Un'altra era già in costruzione nel luogo dove c'era stata la prima vittima, un bambino. E l'elenco è lungo, come quello dei morti che produce. Al Vallone di Santa Lucia, anche questo considerato ad alto rischio esondazioni, sono spuntate palazzine irregolari, una addirittura sulla sorgente già utilizzata in passato dalle ecomafie come deposito di rifiuti.

È una cronistoria di illeciti che torna tragicamente di attualità. Sia nelle tre regioni italiane dove il 100 per cento dei comuni è classificato "a rischio" (Calabria, Umbria e Valle d'Aosta). Sia in quelle dove l'allarme riguarda l'80 o il 90 per cento dei centri abitati. Solo in quattro (Trentino Alto Adige, Veneto, Puglia e Sardegna), infatti, almeno la metà degli edifici non corre pericoli. Equivale a dire che in Italia dovrebbero essere svuotati da abitazioni, insediamenti produttivi, attività agricole circa 30 mila chilometri quadrati, se si vorranno scongiurare altre Messina. È un'area vasta quanto Lombardia e Liguria insieme, e sempre più in emergenza man mano che aumenta l'intensità delle piogge (cresciuta del 5 per cento nell'ultimo secolo). Dal disastro di Sarno ad oggi, i morti sono stati oltre trecento e i danni causati dall'acqua ammontano a una decina di miliardi di euro. Eppure secondo i calcoli del ministero dell'Ambiente di soldi ne servirebbero molti di più. Per mettere in sicurezza l'intero territorio ci vorrebbero 43 miliardi, di cui 27 diretti al Nord e al Centro, 13 al Sud e tre sulle coste. Fondi che a bilancio non ci sono e che, anche quando c'erano, non venivano spesi bene. "Sono 787 le amministrazioni che risultano svolgere un lavoro di prevenzione del rischio idrogeologico negativo". Equivale a due terzi dei comuni monitorati. I virtuosi? "Solo quattro in tutta Italia raggiungono la classe di merito ottimo", spiegano alla Protezione civile. Con casi che hanno dell'incredibile. A Genova il torrente Bisagno è coperto nel tratto finale, e sopra ci passa viale Brigate Partigiane. È da lì che le acque invasero la città durante l'alluvione del 1970, la 'Dolcenera' che uccise 44 persone. Bene, il Comune sta spendendo 170 milioni per aumentare la portata di quelle condotte sotterranee, "eppure a monte, dove il torrente non ha spazio per defluire, si continua a edificare". A La Spezia, a pochi chilometri dalla foce del Magra, il rapporto punta l'indice contro l'Anas, che progetta uno svincolo stradale. E gli esempi sono centinaia.

Anche il Tevere resta in emergenza dall'alluvione del dicembre 2005 che, oltre all'Umbria, aveva messo in allarme Roma e Fiumicino. Si è arrivati al 2008, quando la piena di dicembre mobilitò i soccorsi nella capitale. Così, a gennaio sono partiti il piano di pulizia, il censimento delle strutture galleggianti e il nuovo rilievo dei fondali. Che non sono ancora terminati. In Valle d'Aosta, invece, sono stati investiti 500 milioni in opere di canalizzazione, anche qui fra le polemiche, come nel caso del torrente Comboè. A pochi mesi dalla sistemazione delle sponde, "i vigili urbani furono costretti a chiudere due strade dopo una forte pioggia durata una sola notte".

E avanti così. Dei venti capoluoghi italiani, diciassette sono considerati a rischio idrogeologico dal ministero e dell'Unione delle Province, già dal 2003. Tutti tranne Venezia, Trieste e Bari. Una sola cosa sembra funzionare bene: i soccorsi. La Protezione civile ha sedi e mezzi capaci di arrivare dappertutto. Otto sindaci su dieci hanno varato un piano per le emergenze. Peccato che, quando i volontari si mettono al lavoro, ci siano già morti da seppellire e sfollati da sistemare nelle tende o negli alberghi. Come a Messina. E chissà ancora dove.

Cemento boomerang

Marco Guazzetti

In Sicilia fondi irrisori per la difesa. E spesi spesso per barriere pericolose. Come la muraglia che minaccia un paese ma protegge l'azienda del sindaco

Lo scaricabarile corre più veloce dell'onda di fango che ha cancellato i palazzi del messinese, uccidendo almeno venticinque persone e facendone scomparire altre dieci sotto montagne di detriti. Prima ancora che il problema dei fondi, dei miliardi necessari per risanare regioni ferite dal disboscamento e dalle colate di cemento, viene la questione delle competenze. Prima ancora di individuare le zone a rischio, in Italia bisogna scoprire chi se ne deve occupare. E nel rispetto di quali regole. La pianificazione, il controllo e la tutela sono affidati a Stato, Regioni e Comuni, Genio e Protezione civile. E fanno tutti a gara l'uno contro l'altro. Oggetto del contendere i Pai, i piani per l'assetto idrogeologico. Tocca ai Comuni scriverli. Ma non ci sono i quattrini per realizzarli. Dichiarazioni del premier Berlusconi a parte (per l'emergenza Sicilia ha promesso una "somma analoga" a quanto dato all'Abruzzo), l'unica riserva finanziaria per cercare di puntellare la penisola potrebbe venire l'Unione Europea. In Sicilia gli unici interventi concreti sono stati resi possibili proprio dai fondi della programmazione comunitaria. Con la prima tranche (2000-2006) è stato finanziato un piano di assetto idrogeologico che conta su 107 bacini. Per ognuno c'è un accurato piano di stralcio, indicando criticità e stima dei fondi necessari. Sono quasi tutti pronti. Da due anni, però, il vuoto. Non ne vengono preparati quasi più: quelli approvati dalla giunta regionale si contano sulle dita di una mano. La leva finanziaria è comunque partita. In questi anni in Sicilia sono stati investiti quasi 180 milioni di euro, garantendo una copertura pari al 72 per cento del territorio regionale. Una somma di pari importo, in arrivo sempre da Bruxelles, verrà spesa da qui al 2013. Fa parte di un maxi finanziamento per la difesa del territorio: 801 milioni di euro. I soldi andranno spalmati nei prossimi quattro anni. Basteranno? No, sono solo un'aspirina per la Sicilia, regione dove, proprio grazie al lavoro della task force del Pai (54 tra geologi e ingegneri, tutti precari, che vedono il loro contratto rinnovarsi di triennio in trienno), sono state censite 21.249 zone di dissesti.

Che il meccanismo non funzioni correttamente emerge a chiare lettere proprio dai piani. Impossibile finanziare tutti i Comuni. Soltanto per il torrente Timeto servirebbero 23 milioni di euro. Non sempre, poi, le richieste sono chiare. Nel compilare le tabelle del fabbisogno finanziario, i tecnici regionali annotano come gli elaborati di molti Comuni si distinguano per "poca attendibilità nella qualificazione contenuta della scheda".

Leggere i piani dopo la catastrofe provoca grande amarezze. Perché quelle schede testimoniano un disastro annunciato. Tra le carte del Pai siciliano è impossibile rintracciare Giampilieri (vedi box a pag. 47). Eppure, dopo l'allarme per la frana di due anni fa, il Genio civile di Messina ha proposto un progetto da 11 milioni di euro ma con ordinanza commissariale ne sono stati stanziati appena tre. La spesa s'è fermata a soli 45 mila euro: è stata realizzata come unica barriera di protezione una rete metallica di contenimento e un corridoio di mattoni. Una rete e un muretto per cercare di frenare un'intera montagna, che infatti l'ha spazzata via. I rischi di Scaletta Zanclea, invece, sono cristallizzati nel piano regionale numero 102. Risale al 2006. Trenta le aree di rischio individuate nel comune, quattro le indicazioni R4, massimo grado di rischio per dissesto idrogeologico. Proprio in quel documento, che descrive l'area compresa tra il bacino del torrente Fiumedinisi e Capo Peloro, sono raccolte le immagini di Scaletta prima dell'Apocalisse. Vengono fissate delle precise richieste del Comune, proprio per rendere sicuri quei borghi ora sepolti dal fango: si chiedono 12, 8 milioni di euro. Ma viene ammessa una spesa di poco più di un milione. "Alle parole devono seguire fatti. I piani non bastano", spiega con amarezza Anna Giordano, responsabile del Wwf, "e mi chiedo quale credibilità abbia oggi che si scaglia contro il partito del cemento ma prima ha chiuso gli occhi. Qui sono capaci di realizzare un aeroporto sul letto di una fiumara".

Sono molti tra gli ambientalisti a temere che i Pai divengano armi improprie per ferire ancor di più montagne e fiumi. Il Wwf lancia il suo j'accuse proprio da Fiumedinisi, in provincia di Messina. Lì il primo cittadino è Cateno De Luca, deputato regionale del Movimento per l'Autonomia, partito del presidente Lombardo. Le associazioni hanno inviato alla Procura di Messina un esposto corredato da un dossier fotografico: spiegano che i fondi per il rischio idrogeologico sarebbero stati utilizzati per realizzare una muraglia di cemento armato.

Una barriera di 700 metri di lunghezza per 10 di altezza, definita inutile per bonificare il territorio. All'inizio anche la Regione aveva stoppato il progetto, ipotizzando violazioni allo schema originale. Ora il muro è quasi completo: sorregge una zona destinata alla creazione di ville residenziali e soprattutto protegge un centro benessere in fase di costruzione. Di chi è quel centro benessere? Appartiene alla Dioniso srl e sarà realizzato grazie a un contratto di quartiere siglato nel 2006 con la Regione. Fino a un anno e mezzo fa proprio Cateno De Luca deteneva il 70 per cento delle quote di Dioniso. E ora il sindaco e deputato regionale difende a spada tratta le scelte sulla prevenzione: per sbloccare il progetto, ha spiegato che l'argine serve a difendere il paese dalle esondazioni. Aspettando la prossima piena, tutti sanno che non è così. Il muro è stato costruito sulla sponda opposta al centro abitato. Prevedono che l'acqua rimbalzerà dritta verso le case. Per tutti sarà un disastro ancora più grave, soltanto i soci della Dioniso resteranno all'asciutto e potranno godersela in tutta bellezza.

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