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Bene ha fatto Piero Marrazzo ad autosospendersi da governatore della Regione Lazio. Meglio avrebbe fatto a dimettersi: non ieri, dopo aver ammesso quello che l'altro ieri negava ostinatamente e incomprensibilmente, ma in quel di luglio, all'indomani degli ormai noti fatti, quando capì di essere sotto ricatto e, stando alle sue stesse dichiarazioni, pagò i ricattatori nel tentativo di mettere tutto a tacere. Tentativo vano, perché nell'epoca della riproducibilità tecnica di tutto vana è la speranza di mettere a tacere qualsivoglia cosa. Tentativo colpevole, perché un uomo di governo sotto ricatto ha l'obbligo di denunciare i ricattatori e, a meno che la causa del ricatto sia inesistente, non può fare l'uomo di governo. Non può fare nemmeno la vittima, o solo la vittima, come invece Marrazzo ha fatto nell'immediatezza dello scandalo.

Il governatore del Lazio è vittima e colpevole, tutt'e due. E' vittima di un'aggressione indecente dell'Arma dei carabinieri, un'aggressione su cui a noi tutti è dovuta piena luce dai vertici dell'Arma e dai ministeri competenti, i quali ci facciano il piacere di non provare a cavarsela con la solita tesi delle mele marce. E' colpevole di aver taciuto, sottovalutato, occultato quanto gli stava accadendo, con la solita tesi che la vita privata è privata e non c'entra niente con la vita pubblica.

Rieccoci al punto che tiene inchiodato il dibattito politico da sei mesi: e quando un punto ritorna così insistentemente, sia pur sotto una differenziata casistica, significa che è un punto dolente. Sono patetici i vari Cicchitto, Cota, Lupi e relativi giornalisti organici alla Feltri che si lanciano sulla succulenta occasione per salvare Berlusconi col duplice argomento che a) tutti hanno i loro peccati, a destra e a sinistra, b) chi di moralismo e violazione della privacy ferisce, di moralismo e violazione della privacy perisce.

Non casualmente, solo da destra si chiede che il governatore resti al suo posto, con l'unico scopo di far restare al suo anche il premier. Purtroppo però qui non si tratta di salvare tutti, bensì di non salvare nessuno. Pur cercando di esercitare la sempre più difficile arte delle distinzioni.

Piero Marrazzo non è colpevole di frequentare trans, come Silvio Berlusconi non è colpevole di frequentare escort o di avere, o millantare, tutte le fidanzate che crede. Entrambi sono colpevoli però di non aver capito che la vita privata di un uomo politico riverbera sulla sua immagine (e sulla sua sostanza) politica. Nonché di scindere, nella miglior tradizione della doppia morale di un paese cattolico, i lori vizi privati dalle loro dichiarazioni pubbliche di fede nei sacri valori della famiglia. Dopodiché le analogie finiscono. Marrazzo si dimette e Berlusconi no. Marrazzo si chiude disperatamente a Villa Piccolomini e Berlusconi fa un proclama al giorno per rivendicare che lui, l'eletto dal popolo, fa quello che vuole. Marrazzo - stando alle testimonianze - ha avuto relazioni personali con alcuni trans, Berlusconi è al centro di un sistema diffuso di scambio fra sesso, danaro e potere, in cui «il divertimento dell'imperatore» viene retribuito in candidature e comparsate in tv (privata e pubblica). Fa qualche differenza, e nel senso opposto a quello che scrive Il Giornale, che già salva la candida «normalità» del premier che va a donne contro l'immonda ambiguità sessuale del governatore che va a trans.

Per tutte e tutti noi si spalancano ogni giorno di più tre questioni. La prima - il punto dolente di cui sopra - è che l'ostinazione a scindere il privato dal pubblico e la vita personale dalla vita politica, in tempi in cui i telefoni filmano e registrano, la Rete diffonde e le donne non stanno zitte, rasenta la stupidità: vale per la destra ma anche per quella sinistra che oggi ne è colpita ma fino a ieri è stata su questo reticente. La seconda è che è vero che sui comportamenti sessuali non si può sindacare moralisticamente, ma se quelli che la cronaca ci rimanda sono sempre più spesso comportamenti sessuali di uomini di potere mediati dai soldi è lecito quantomeno interrogarsi sullo stato della loro sessualità e del loro potere. La terza è che se la politica, ripetutamente, inciampa nel sesso, in un sesso siffatto, qualcosa s'è rotto nel segreto legame che unisce qualità delle relazioni interpersonali e qualità del legame sociale, passioni personali e passioni collettive, desiderio individuale e felicità pubblica. C'è un brutto nodo che stringe questione maschile, questione sessuale e crisi della politica. Se è vero che, come ci insegnavano a scuola, oportet ut scandala eveniant, che almeno ci servano a vedere questo nodo, e a scioglierlo.

La (non) santa alleanza tra pubblico e privato rischia di schiacciare i nostri aeroporti sul modello autostradale, notoriamente poco virtuoso. Se ne discute poco, con tutta l’attenzione mediatica concentrata sul problema dello smarrimento dei bagagli, ma ciò che sta succedendo negli scali italiani è quantomeno paradossale. Della qualità e del costo dei sevizi forniti - nel complesso modesti - sembra importare assai poco alle nostre autorità di settore. In compenso, conta sempre di più una sola logica: fare molti investimenti sempre e comunque. Anche se la crisi attuale li rende certamente non tutti inutili, ma neppure tutti urgenti. E forse per questa peculiare pulsione ad annunciare grandi investimenti vi sono solide spiegazioni economiche. Innanzitutto, negli aeroporti gli investimenti sono potenzialmente molto redditizi e privi di rischi reali, in quanto garantiti dalle tariffe che pagano i passeggeri, direttamente o indirettamente.

Quando compra un biglietto aereo, il passeggero sovente ignora che sta pagando anche gli aeroporti, sia per la gestione che per gli investimenti. Mentre chi prende il treno non paga nemmeno tutti i costi di gestione. Gli aeroporti sono in parte pubblici (la Sea ad esempio è del comune di Milano) e in parte a capitale misto come Torino, Firenze e Venezia, o completamente privati come gli Aeroporti di Roma della famiglia Benetton. I fratelli di Ponzano Veneto sono anche concessionari di Autostrade per l’Italia, che gestisce il 70% del traffico autostradale a pedaggio nel nostro paese.

E anche degli investimenti autostradali gli utenti ne pagano la gran parte e, in alcuni casi, persino molto più del 100%. Perché anche qui ci sono molte autostrade pubbliche o semipubbliche. Dunque, aeroporti e autostrade sono potenzialmente grandi fonti di reddito, pubblico e privato, e gli utenti hanno poca scelta e non sanno esattamente se pagano il giusto oppure no. Questa situazione genera una spinta a un’alleanza pubblico-privato assai poco innocente, dove si riesce a massimizzare i ritorni economici, senza contraccolpi di consenso sociale. Insomma, un capolavoro di marketing e sedicente “capitale di rischio”.

Però la redditività delle infrastrutture (dette “monopoli naturali”) dovrebbe essere oggetto di regolazione pubblica, come l’energia o le telecomunicazioni, per difendere gli ignari utenti da possibili spoliazioni dei monopolisti (“rendite di monopolio”), o dalle loro inefficienze se prevalgono obiettivi politici, come l’eccesso di forza lavoro, i consigli di amministrazione gonfiati, gli appalti e subappalti a imprese “amiche”. Inoltre, visto che anche gli investimenti li pagano gli utenti, il regolatore pubblico dovrebbe verificare che si facciano solo quelli necessari, e senza sprechi di sorta (ai minimi costi, non con granito rosso di Svezia e moquette di vero leopardo). Da qui, la necessità della creazione di autorità indipendenti di regolazione, invise sia ai monopolisti che alla sfera politica, che non ha molto voglia di regolare se stessa e rinunciare alle relative rendite. Nel caso dei trasporti, la politica si è adoperata con successo per evitarne il varo, anche se c’era un vago impegno nel programma di Romano Prodi.

Tornando agli aeroporti, recentemente è stato deciso un curioso aumento “ponte” delle tariffe che devono pagare gli utenti: tre euro per quelli grandi; due per quelli medi e uno per quelli piccoli. Questo, senza alcuna verifica se le diverse gestioni aeroportuali siano efficienti o no. Insomma: aumenti uguali per tutti, efficienti e inefficienti, in attesa di firmare poi i soliti “contratti di programma” di lunghissima durata. L’Antitrust si è vanamente opposta a queste lunghissime durate, che generano uno strapotere negoziale dei concessionari, senza alcuna motivazione tecnica, ed eliminano la possibilità di bandire gare periodiche per l’affidamento delle concessioni. Inoltre, questi “contratti di programma” saranno tutti centrati sui futuri investimenti, ma dell’efficienza gestionale si parla pochissimo.

Ora, l’organo di regolazione “facente funzione” della mancante autorità, ovvero l’Enac, dichiara di essere in difficoltà a valutare anche solo i piani di investimento che gli saranno sottoposti. Quegli aumenti arbitrari rischiano così di diventare permanenti. Le compagnie aeree ovviamente protestano, ma l’assenza di un’Autorità indipendente li priva di un avvocato essenziale. E lo Stato ha già dimostrato di poter intervenire pesantemente, e contro le regole del mercato, nella vicenda Alitalia. Logico, allora, essere molto prudenti. D’altronde anche per la regolazione delle autostrade è andato in scena un film molto simile: dopo lunghissimi conflitti e dibattiti, la regolazione stessa del settore è stata di fatto cancellata; gli investimenti saranno fatti direttamente dai concessionari (“in house”) e pagati dagli utenti sostanzialmente a piè di lista. Questa non santa alleanza tra pubblico e privati sembra perciò destinata a un analogo “successo” anche nel settore aeroportuale. Il tutto, naturalmente, a danno del cittadino-utente.

L’autore è ordinario di Economia Applicata al Politecnico di Milano

Expo 2015 ha un masterplan concettuale. Il consenso politico è unanime: una buona notizia, dopo mesi di baruffe sulla guida della società di gestione. E a soli sei mesi dalla presentazione al Bie del masterplan esecutivo. Un’altra buona notizia è la sobrietà del nuovo site layout, pur se concettuale. Più di un anno e mezzo è passato dalla vittoria e molte cose sono cambiate, in Italia e nel mondo. Ridimensionare il dossier di candidatura, disegnare un sito in linea con il tema dell’Esposizione era indispensabile. Così è stato: dunque, si può ben dire che l’indisponibilità a ogni modifica non derivava dal timore della revoca dell’assegnazione, ma da una banale sordità politica.

Transeat. Veniamo a oggi. Il nuovo masterplan abbandona la monumentalità. Promuove l’esperienza diretta dei visitatori. Immagina un grande parco botanico da lasciare in eredità a Milano. Enuncia impegni per la sostenibilità. Dispensa leggerezza a piene mani. Contiene anche qualche sana furbizia, dovuta alla ristrettezza delle risorse. La via d’acqua tra la Darsena e l’Expo riappare in forma di canali navigabili interni al sito. La monumentale via di terra di 22 chilometri, tra Milano e l’Expo, è ridotta a itinerario turistico, tra il Palazzo di giustizia e il Castello Sforzesco, passando per piazza Duomo.C’è qualche dimenticanza (che fine fanno i raggi verdi e la "cintura verde" del dossier di candidatura?) E qualche strizzata d’occhio alla storia: i due assi ortogonali che dividono l’area assurgono a "cardo e decumano", la piazza posta al loro incrocio diventa un "foro centrale". Ci sono anche idee meno che abbozzate, come il "tavolo planetario" lungo l’asse principale, o le grandi serre bioclimatiche perimetrali, elevate a principale attrattiva per i visitatori (e si tratta di ben 29 milioni di persone, uno su quattro dall’estero).

Questo l’Expo concettuale, che diventerà reale a tappe forzate: masterplan esecutivo in aprile, concorsi da concludere entro l’autunno del 2011, poi inizierà la preparazione del sito. Come evolveranno le idee della consulta nelle mani della società di gestione? Per evitare che l’attivismo meneghino distribuisca biciclette in assenza di piste ciclabili, proviamo a elencare alcuni temi degni di attenzione.

[Il risultato finale]

Ora l’area è coperta, non ce ne vogliano i progettisti, da una distesa di tende: quale trasformazione verrà indotta dalle opere oggetto di concorso e dai padiglioni nazionali che dovranno ospitare (per ben sei mesi) coltivazioni esemplari di ogni Paese?

[Il post-Expo]

Tramontato il referendum, l’unica indicazione viene dalla Consulta degli architetti: «Expo creerà le condizioni per un nuovo pezzo di città che crescerà attorno ad una grande area aperta, verde e produttiva». Tradotto con malizia: il parco centrale, più o meno esteso, sarà il fulcro di nuovi quartieri residenziali. Del resto, la diatriba sull’acquisto delle aree lascia intendere che la direzione è quella, al di là delle enunciazioni di principio.

[La sostenibilità dell’evento]

La fitodepurazione nei canali è un’idea suggestiva, ma non è certo questa la partita decisiva. Nulla si dice sui temi dell’energia. O sull’accessibilità: eppure, dopo il via libera a infrastrutture di rilievo regionale, ma poco significative per l’Expo (Pedemontana, Tem, Brebemi), mancano le risorse per le opere davvero necessarie, come le linee 4 e 5 del metrò e il collegamento ferroviario Malpensa-Centrale. La stessa ipotesi di costruire strutture riciclabili va meglio precisata: perché non decidere fin d’ora di ricavare dai padiglioni e dagli impianti moduli di case, ospedali e scuole da destinare ai paesi in via di sviluppo?

[Il recupero delle cascine]

Se l’obiettivo principale è riqualificare gli edifici e recuperare spazi per l’ospitalità, prima bisognerebbe indirizzarsi agli oltre 300 mila metri quadrati di terziario inutilizzato. Per le cascine metropolitane, il tema fondamentale è quello di aggiornare le funzioni produttive; anche per questo, stupisce l’assenza di richiami al Parco agricolo Sud Milano, paglione en plein air già pronto per Expo 2015.

[Il rapporto con la città]

Ultimo tema, ormai dimenticato. La Regione tiene le fila della partecipazione (gli Stati generali) e delle scelte infrastrutturali (il Tavolo Lombardia). Il Comune sta per varare il nuovo Piano di governo del territorio, con un percorso parallelo e autonomo. Partite riferite allo stesso tema, ma irrimediabilmente divise: il masterplan di Expo finisce così per rifugiarsi all’interno dell’area "di competenza". Ci dicevano che l’Esposizione non sarebbe stata solo un evento e non si sarebbe ridotta alla trasformazione di un’area libera di 1,7 milioni di metri quadrati. Al contrario, si trattava di una straordinaria occasione per ripensare a fondo la nostra città e il suo futuro. Dobbiamo ancora esserne convinti?

Difficile dire chi ha vinto e chi ha perso, nella guerra lampo tra Salvatore Ligresti e il Comune di Milano, guerra che tanto imbarazzo ha creato al sindaco Letizia Moratti e che è riuscita a frantumare in poche settimane l´utopia da campagna elettorale della magica armonia tra Palazzo Marino e la Provincia di Milano, oggi finalmente governati da una maggioranza monocromatica.

Difficile dire se è stato Ligresti, a cedere, o non piuttosto il Comune. Difficile perché la trattativa tra l´amministrazione comunale (pubblica) e il più potente esponente del business immobiliare (privato) a Milano è avvenuta tutta nelle segrete stanze. Di Palazzo Marino e, quel che è peggio, di casa Moratti. Più facile immaginare che l´oggetto del negoziato non siano state solo le due pratiche immobiliari di via Natta e via Macconago, tutto sommato modeste. La vera posta in palio, quella che ha spinto Ligresti a inviare il suo avviso a Palazzo Marino è, come hanno capito anche i bambini, il Piano di governo del territorio. E allora, in attesa di atti pubblici, di carte e numeri su metri quadri e volumetrie, è lecito avanzare qualche domanda, alla quale un´amministrazione trasparente avrebbe il dovere di dare risposte nette.

La rinuncia alla richiesta di commissariamento del Comune da parte di Ligresti è avvenuta in cambio di una contropartita? Nel caso, la contropartita riguarda le altre proprietà ligrestiane interessate dal Pgt? E, in particolare, quelle nel Parco Sud? O, se corrispondono al vero le indiscrezioni secondo cui il progetto Citylife (di cui Ligresti è grande azionista) non navigherebbe in acque finanziariamente tranquille, l´imprenditore siciliano ha incassato qualche rassicurazione sul futuro del quartiere? («Ho chiesto personalmente alle banche di lavorare per dare risposte positive per lo sviluppo della città», ha detto il sindaco il 21 ottobre scorso). Ha qualcosa a che vedere con ciò lo stop (benedetto) alla costruzione di un nuovo quartiere a cinque stelle sulle piste dell´ippodromo di San Siro, potenziale concorrente di Citylife sul mercato delle residenze di lusso?

Domande maliziose? Forse. Necessarie, quando le trattative sono opache e le decisioni sul futuro della città si prendono tra i velluti del salotto di casa Moratti, anziché nelle sedi istituzionali a ciò preposte, insieme ai leader dei partiti di maggioranza, magari pure amici di famiglia del re del mattone. Il Pgt è un rivoluzionario progetto di ridisegno della città che, per quello che si è visto fin qui, contiene alcuni principi condivisibili e tante buone intenzioni. Merita, nella sua applicazione (che è il passaggio più delicato), fermezza nella tutela dell´interesse pubblico e massima trasparenza.

Da anni la Campania è sottoposta al potere di un commissario straordinario per l'emergenza rifiuti di nomina governativa; una figura introdotta più o meno nello stesso lasso di anni anche in Calabria, Sicilia, Puglia e ultimamente in Lazio, per far fronte al problema dei rifiuti solidi urbani. A quindici anni dalla sua istituzione è ormai chiaro che questa figura non è stata la soluzione ma il problema. I commissari che si sono succeduti nel tempo non hanno fatto altro che ostacolare l'unica soluzione del problema dei rifiuti urbani, che è la raccolta differenziata domiciliare.

Basta pensare che in meno di un anno e mezzo la città di Salerno, sottrattasi ai diktat del commissario, è riuscita a portare la raccolta differenziata da pochi punti percentuali al 72 per cento, piazzandosi al primo posto tra i comuni ricicloni e sfatando definitivamente la calunnia razzista secondo cui il disastro della Campania sarebbe colpa delle cattive abitudini delle sua popolazioni.

Ma il guasto maggiore indotto dal commissariamento è stato focalizzare l'attenzione del pubblico, a livello locale, nazionale e planetario, sul problema dei rifiuti urbani, che è il minore dei mali. Tutto quel clamore è servito solo a coprire il vero disastro campano - e di tutte le altre regioni commissariate - che sono i milioni di tonnellate di rifiuti tossici, di origine industriale e ospedaliera, o addirittura nucleare, che sono stati sversati nelle campagne di queste regioni durante tutto il periodo del loro commissariamento, e che continuano a venir sversati tutt'oggi, di notte e di giorno, spesso sotto gli occhi dell'esercito che presidia tutti gli impianti di trattamento e smaltimento della Campania: non per difendere il territorio dai soprusi della camorra, ma per difendere gli impianti dalla popolazione che vorrebbe vederli chiusi o funzionare nel rispetto dei più elementari principi di tutela della salute.

Questo è il vero disastro dei rifiuti in tutte o quasi le regioni del Mezzogiorno; un disastro contro il quale commissari e sottosegretari non hanno mosso un dito, limitandosi, come nel caso della Campania, a sperperare in una gestione demente e criminale dei rifiuti urbani i fondi a suo tempo stanziati per le bonifiche di un territorio devastato dai rifiuti industriali. Il problema è che per porre mano a queste bonifiche sono necessari stanziamenti dell'ordine di decine e decine di miliardi di euro. Un programma da far impallidire i fondi destinati alle "Grandi opere", inutili e dannose, messe in cantiere o promesse dai governi che si sono succeduti nel tempo. Un programma fatto però in gran parte di migliaia e migliaia di interventi - circoscritti e mirati, zona per zona, sulla tipologia particolare del terreno, dei rifiuti riscontrati, della destinazione d'uso dei suoli - che non può essere messo in opera senza un attivo coinvolgimento delle amministrazioni locali, dell'imprenditoria, soprattutto quella agricola, del coinvolgimento di migliaia e migliaia di tecnici da impiegare in loco e della conoscenza del territorio di cui dispongono solo coloro che ci vivono e ci lavorano. Esattamente come succede nel contenimento del dissesto idrogeologico.

In queste condizioni non era difficile prevedere che quello che stava emergendo in Campania, grazie all'opera di denuncia di decine e decine di cittadini e di associazioni che hanno sfidato e continuano a sfidare una delle organizzazioni criminali più pericolose del mondo, sarebbe ben presto emerso anche nelle altre regioni del mezzogiorno. E tra queste la candidata numero uno era la Calabria.

L'intempestivo riemergere all'onor delle cronache della vicenda delle "navi dei veleni" dolosamente affondate al largo delle coste calabre (e pugliesi: si calcola che quelle affondate nei nostri mari non siano meno di trenta), già assurta all'onore delle cronache anni fa tra l'indifferenza generale delle autorità competenti, mette il paese di fronte alle dimensioni catastrofiche di un disastro non solo regionale, ma di portata nazionale e europea. Come nazionali ed europee sono le origini accertate o presunte sia dei rifiuti che delle operazioni che questi affondamenti hanno organizzato. Ma non c'è solo il mare: una situazione di per sé sufficiente ad ammazzare in poco tempo il turismo e ogni attività agroalimentare in tutte le regioni del Mezzogiorno, oltre a consumare negli anni salute, vite e vivibilità di interi insediamenti umani.

Il fatto è che anche la Calabria è stata per anni il recapito finale di migliaia e migliaia di convogli che sotto la protezione e grazie alla mediazione della malavita locale, hanno interrato in ogni angolo del territorio milioni di tonnellate di rifiuti tossici. Un'attività con alle spalle organizzazioni imprenditoriali che operavano alla luce del sole, con coperture governative, in grado di ricorrere a veri e propri sistemi industriali per occultare i loro carichi, come evidenzia anche la costruzione di veri e propri sarcofaghi in cemento armato per intombare i rifiuti radioattivi della Jolly Rosso. Nei loro confronti governi nazionali e locali hanno scientemente chiuso gli occhi per anni. In parte, perché le constiuencies elettorali dei partiti che si sono alternati al governo regionale e nazionale sono indissolubilmente intrecciate alle cosche della malavita locale che controllano il territorio. In parte - e la cosa non va sottovalutata, dato che volenti o nolenti, sarà uno dei temi politici di fondo dei prossimi anni - perché prendere atto del problema significa arrendersi alla necessità di un programma di risanamento del territorio capace di sovvertire completamente piani economici, criteri di spesa, rapporti tra centro e periferia, strutture produttive.

Oggi però, in Calabria come in Campania, la popolazione ha capito la gravità di quanto per anni è stato perpetrato alle sue spalle e ha deciso - nella sua parte più attiva, quella che oggi inizia il suo percorso con la manifestazione di Amantea - di riprendere in mano il suo destino. Una decisione che prelude a un lungo tragitto; perché non si tratta solo di ottenere l'individuazione e il perseguimento penale e civile dei responsabili, ma di promuovere, a partire da questa volontà, una bonifica del territorio che comporta la riconversione dell'intera politica economica nazionale.

La maledizione di Venezia: troppi turisti, pochi abitanti. «E dov’è la novità? Non certo la differenza tra 60.000 residenti e 59.999». Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, con una battuta ironica, sdrammatizza il segnale d’allarme. Ovvero gli ultimi dati sulla «fuga» della popolazione dal centro storico lagunare. Ormai ridotto a «una collezione di monumenti» (questa, invece, è la sintesi dell’ex primo cittadino, Paolo Costa, oggi presidente del Porto). Per l’esattezza, il numero dei residenti segnalato dall’Ufficio statistica del Comune (rilevazione del 21 di ottobre) è 59.984. Cifra più cifra meno non fa la differenza, ma a preoccupare è la tendenza. Se ne va circa un abitante al giorno. Irreversibile. Così, l’andare sotto i 60.000 assume anche un significato simbolico. Venezia e i suoi abitanti, insomma, sono numericamente assimilabili ai nuclei di Molfetta, Crotone, Vigevano. Messi insieme, i veneziani doc riempirebbero lo stadio di Firenze.

La curva dell’erosione, lenta e costante, tradotta in cifre: 174.000 (Venezia e Giudecca) nel 1951, circa 100.000 nel ’78. 80.000 nel 1989, 70.000 nel ’96. Fatto sta che un gruppo di «indigeni » (riuniti nel sito venessia. com) si prepara a celebrare li funerale della città. Il sindaco- filosofo, c’è da scommetterlo, bollerà la cerimonia come folklore. Cacciari del resto, non è pessimista. Sostiene, infatti, che oggi non ha senso considerare il centro storico staccato da Mestre, da Marghera. Poiché quel che succede a Venezia, più o meno succede anche a Milano e a Roma: per varie ragioni, la gente tende a trasferirsi nelle cinture urbane. Il fatto è — e qui starebbe la differenza — che a Venezia il distacco fisico tra centro e periferia è ben visibile: il ponte della Libertà unisce/ divide la terraferma dalla città lagunare. Ma che cos’è rimasto, obiettano altri, del tessuto urbano? I veneziani fuggono, chiudono le botteghe storiche, gli artigiani danno forfait. Victor Gómez Pin, docente di Filosofia a Barcellona, si è aggiudicato il Premio 2009 dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, con un articolo pubblicato dal País , che denuncia le ricadute negative dello spopolamento della storica e famosa Serenissima.

«Venezia — scrive — si svuota di veneziani e si popola di centinaia di migliaia di turisti che dall’alba al tramonto vagano, guida alla mano, alla ricerca di qualche briciola dell’anima cittadina...». Luca Marzotto, amministratore delegato di Zignago holding, quest’anima riesce a vederla. «Il mio lavoro è a Portogruaro, ma da qualche anno vivo a Venezia — racconta —. Qualche disagio c’è, tuttavia il contesto è così affascinante che ne vale la pena». L’imprenditore Luigino Rossi e la moglie Roberta risiedono in Laguna, soprattutto per i bambini. «I pericoli sono inesistenti, le scuole sono buone, non c’è traffico», spiega lei. «Certo, non tutti possono permetterselo, la vita è costosa», ammette lui. Rossi, che è anche presidente di uno dei 24 Comitati privati per la salvaguardia di Venezia, rilancia una proposta, che già fece capolino in passato: «Dobbiamo far diventare Venezia una città speciale, una sorta di porto franco. Ciò servirebbe non solo ad attrarre capitali, utili per la vita di questa città fragile, ma le agevolazioni fiscali ed altri benefici ne stimolerebbero il ripopolamento ».

Paolo Costa punta invece sul lavoro. «È una mia vecchia idea, in cui continuo a credere — afferma l’ex sindaco —. Per trattenere i veneziani, ma anche i forestieri, occorre creare un tessuto produttivo moderno, che attragga colletti bianchi. Servono, però, agibilità, trasporti veloci, Ecco perché ritengo indispensabile la metropolitana sublagunare». «Vene­zia con pochi abitanti langue nel degrado sociale e materiale — osserva Elio Dazzo, neopresi­dente dell’Apt —. Meno buro­crazia e più agevolazioni aiute­rebbero a portare abitanti nel centro. Inoltre, si potrebbero in­centivare taluni settori. Penso alla creazione di atelier, di aree urbane per residenze di artisti». Il lamento sulla città in decli­no, a onor del vero, riemerge puntualmente quando cala il si­pario sulla sfavillante stagione mondana e culturale. Non si di­ceva, infatti, nei mesi scorsi, du­rante la Biennale, la Mostra del Cinema, mentre si inaugurava, tra folla e consensi, Punta della Dogana del magnate Pinault, «com’è grande Venezia»? Mari­no Folin, presidente della Fon­dazione Iuav, invita (come il sindaco Cacciari) a smetterla di vedere il bicchiere mezzo vuo­to. «Venezia non è mai stata vi­tale come ora — asserisce —. La fuga? Le statistiche sono fuorvianti. Abitare a Venezia non significa per forza avere la residenza. Moltissimi, italiani e stranieri, la abitano molti mesi l’anno. E’ linfa nuova che spaz­za via i luoghi comuni».

Il generale Mario Mori, quando ha preso la parola per le sue dichiarazioni spontanee al processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, l’ha ripetuto un’altra volta. Per lui la causa principale delle stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992 va ricercata nelle indagini, condotte un anno prima proprio dai carabinieri, sugli appalti pubblici spartiti in Sicilia con il benestare della mafia. Anche perché, ha sostenuto Mori il 20 ottobre, quelle inchieste furono archiviate in tutta fretta all’indomani dell’omicidio di Paolo Borsellino. La trattativa dello Stato con Cosa Nostra, insomma, non c’entra. E per capire cosa è successo bisogna scavare sul sistema dei lavori pubblici. Come spesso accade nelle vicende di mafia ci troviamo di fronte a due diverse verità.

A delle storie parallele che però, non divergono, ma anzi collimano, tra loro. Perché quando Cosa Nostra decide un omicidio eccellente non lo fa mai per un unico motivo.

È un fatto che le indagini dell’Arma facessero paura a molti. Il giovane capitano Giuseppe De Donno ci aveva lavorato per più di un anno. Così, il 16 febbraio del 1991, consegna nelle mani di Giovanni Falcone un rapporto di 900 pagine che, senza pentiti, sembra anticipare di più di un anno l’inchiesta milanese di Mani Pulite. Falcone però non lo può esaminare. Sta partendo per Roma, dove diventerà direttore degli affari penali al ministero, perché ormai a Palermo lui non può più lavorare. A metterlo in un angolo non sono stati i mafiosi. Sono stati alcuni suoi colleghi e soprattutto l’allora procuratore Pietro Giammanco.

Il rapporto di De Donno è una bomba. Per la prima volta viene svelato il ruolo di Angelo Siino, l’uomo che per conto di Cosa Nostra curava la spartizione di lavori e mazzette. E viene anche spiegato quello del gruppo Ferruzzi di Ravenna, in affari con la mafia. Nella relazione sono citati i nomi di aziende come la Grassetto di Salvatore Ligresti, la Tordivalle di Roma (degli eredi di De Gasperi), la Rizzani De Eccher di Udine, le imprese dei cavalieri del lavoro di Catania, la SII poi rilevata dall’ex direttore generale della Edilnord di Berlusconi, Antonio D’Adamo, una serie di cooperative rosse, la Impresem del costruttore agrigentino Filippo Salamone e poi tutte le società che fanno capo a Bernardo Provenzano. Nonostante questo Mani Pulite alla siciliana non parte. Perché la questione degli appalti e del pizzo diviso tra mafiosi e politici arrivi realmente alla ribalta bisogna attendere che a Palermo giunga il procuratore Giancarlo Caselli.

Ma c’è di peggio. Il rapporto di De Donno finisce presto in mano ai mafiosi. Chi lo abbia consegnato, le indagini, tutte archiviate, non lo hanno mai stabilito. Restano sul tavolo le accuse: quelle del Ros ai magistrati e quelle dei magistrati ai carabinieri. L’ex braccio destro di Provenzano, il capomafia oggi pentito Nino Giuffrè, è però certo che il contenuto di quel rapporto impresse un’accelerazione alla decisione, secondo lui già presa, di uccidere sia Falcone che Borsellino. In ballo c’erano infatti più di mille miliardi di lire da spartire tra mafia e politica.

È indiscutibile, poi, che anche Borsellino, subito dopo la morte dell’amico, si sia messo a battere pure il fronte dei lavori pubblici. Proprio per questo ebbe allora un incontro con Antonio Di Pietro, all’epoca uomo simbolo di Mani Pulite, e, secondo Mori, il 25 giugno discusse la questione appalti anche con lui e De Donno: un’inchiesta senz’altro rallentata, se non insabbiata, nei mesi successivi. Un’indagine che oltretutto sarà poi falcidiata da prescrizioni e sentenze contraddittorie nei confronti di imprese e politici. Sulla morte di Borsellino, insomma, il rapporto mafia-appalti pesa. E da solo spiega molto. Ma non tutto.

Il Piano Casa della Regione Campania non garantisce la tutela del vasto patrimonio edilizio di interesse storico e architettonico che allo stato attuale non è ancora vincolato dal Codice dei Beni culturali; di conseguenza, esso non garantisce la tutela dei numerosi paesaggi campani che proprio da tale patrimonio traggono valore e identità.

Si sperava che il testo portato in Consiglio regionale fosse il frutto di un lavoro condiviso in commissione Urbanistica, scaturito dall´esame delle osservazioni costruttive inoltrate da qualificati istituti e associazioni operanti nel settore dell´urbanistica e della tutela ambientale, preoccupati per gli effetti negativi innescati in maniera casuale dagli incrementi dei carichi abitativi e da trasformazioni edilizie diffuse e poco attente al valore del nostro patrimonio edilizio di qualità.

Sono essenzialmente due gli interventi straordinari che possono avere effetti davvero disastrosi su numerose e importanti aree campane al momento fragili per carenza normativa: l´ampliamento di volumetria e la demolizione e ricostruzione di edifici di interesse storico e/o architettonico ancora privi di vincolo ai sensi del decreto legislativo 42/2004 e, per aggravio di pena, ubicati in aree non ancora classificate come zone A, in zone (agricole e no) prive di vincolo di inedificabilità assoluta o non collocati in riserve e parchi nazionali e regionali.

In poche parole potremmo perdere una mole di quegli edifici monumentali e di quella edilizia minore di valore, che, pur essendo ancora privi di vincolo, svolgono un ruolo essenziale, quello di fornire la misura del tempo e dunque della storicità dei luoghi; e, in uno con la componente naturale, di definire, poi, l´identità del paesaggio.

Che ne sarà, ad esempio, degli arcaici paesaggi della Piana Campana laddove il millenario disegno delle centuriazioni romane si coniuga ancora a filari di pioppi, strade rurali, termini lapidei e antiche masserie superstiti, che coralmente compongono ancora un paesaggio antico e allo stesso tempo vitale? Sarà la fatiscenza dei manufatti a determinarne il destino? Che ne sarà di Ischia, già collassata da una urbanizzazione selvaggia, che ha provocato una diffusa messe di case, separate ormai solo da piccole frange di verde: si dovrà saturare del tutto fino a formare un unico agglomerato urbano coincidente con l´intero territorio isolano? Purtroppo potremmo citare numerosissimi esempi. È noto, infatti, che il patrimonio culturale italiano - in particolare monumenti e paesaggi - è tutelato solo in piccola parte rispetto alle reali potenzialità: per la sua estensione, infatti, censimenti e catalogazioni vanno a rilento così come le complesse procedure di vincolo.

Che cosa fare dunque per dare un contributo alla salvaguardia della nostra regione? Innanzitutto accettare il principio culturale che il rilancio dell´edilizia non può avvenire a danno del nostro patrimonio paesaggistico. Per ottenere ciò occorre promuovere nei territori di riconosciuta qualità attività legate al restauro, limitare, inoltre, gli interventi di ampliamento e di sostituzione all´edilizia post-bellica, esprimere con chiarezza nel testo (onde evitare future controverse interpretazioni) che i due interventi suddetti non possono essere realizzati nei territori soggetti alla disciplina dei piani territoriali paesistici di cui alle leggi 1497/1939 e 431/1985 e in quelli vincolati ai sensi del Dlgs 42/2004.

È inoltre fondamentale accelerare i processi di conoscenza del territorio regionale per individuare e tutelare aree e manufatti di rilevante interesse. Una maggiore estensione della tutela prevista dal Codice dei Beni culturali appare in ogni caso uno strumento-paracadute da attivare per salvare il salvabile, soprattutto se in sede regionale non si dovesse ritenere di accogliere gli emendamenti volti a garantire la conservazione del nostro patrimonio culturale, per lo più ancora ufficialmente sconosciuto.

Un piano casa perpetuo, che di fatto è operativo da oltre vent’anni. Il sacco edilizio di città e campagna perennemente appaltato al partito dei «calce-struzzi». Una colata continua di condomini, capannoni, magazzini e centri commerciali, che fa balzare il Veneto in cima alla classifica delle regioni più edificate. E’ la transizione dalla scintillante «locomotiva» del Nord Est alla partita doppia della betoniera.

Con l’implosione dell’impresa familiare e il default delle logistiche strozzate dalla stretta del credito, il cemento armato rimane l’unica «benzina». Fonte «naturale» di guadagni, rendite, favori e voti; strutturalmente al riparo dagli scossoni di ogni mercato. Funziona al di là della recessione e degli schieramenti politici.

Il Veneto gioca la partita della crisi puntando (ancora) sull’asso pigliatutto del mattone. Alimentando una bulimia edilizia patologica, che divora migliaia di ettari di territorio ogni anno. Oltre 290 milioni di metri cubi di edifici residenziali direzionali e commerciali costruiti dal 1983 al 2006 sono il bilancio dell’economia «impalcaturiera» del Nord Est imbullonata sulle gru. Cemento armato che si traduce in un giro di appalti milionario: più che vitale per enti locali preoccupati di raddrizzare bilanci votati al rosso. Ma anche per l’affollato giro d’affari di costruttori e immobiliaristi con l’acqua alla gola. Muove la cazzuola dell’edilizia «in chiaro» e stende anche la malta di quella «criptata». Politicamente è la «colla» dell’ unico vero «partito del Nord».

L’effetto collaterale è un territorio irrimediabilmente degradato, banalmente omologato dal Bellunese al Polesine, violentato nei tratti somatici dell’identità non solo paesaggistica. Sotto i metri cubi di calcestruzzo, acciaio e bitume spariscono per sempre campi, paludi e aree boschive. Insieme alla rete idrica, «stuprata» da passanti, bretelle, raccordi e direttissime.

Il piano casa regionale varato a luglio spara il colpo di grazia al precario equilibrio ecologico. Sulla carta, il provvedimento non serve. Il patrimonio immobiliare dei 581 comuni veneti copre il fabbisogno abitativo fino al 2022, immigrati compresi. «Nelle sole province di Padova e Treviso le aree urbane ormai corrispondono al 20% del territorio. Una quantità enorme che non ha eguali in nessun altra regione italiana» spiega Sergio Lironi, urbanista di Legambiente. Sul tavolo, i dati del Centro ricerche economiche sociali di mercato per l'edilizia e il territorio e gli studi della Cassa edile artigiana veneta: dal 1999 al 2008 quasi 340 mila nuove abitazioni. Sono 135 milioni di metri cubi di cemento armato.

«E’ il risultato della filosofia dell’urbanistica contrattata, del caso per caso e giorno per giorno. Una gestione dei piani caratterizzata da continue varianti e deroghe ha consentito l’arrogante prevalere degli interessi privati delle grandi società immobiliari dando via libera alle logiche speculative – denunciano gli ambientalisti - La città tentacolare si è sparpagliata nel territorio cancellando luoghi identitari, risorse ambientali e beni culturali. E degradando la qualità del vivere quotidiano».

Ma non c’è solo il lato B della mitologica polis diffusa: a puntellare l’ossatura edile c’è soprattutto la sconfinata melassa di capannoni, centri commerciali, attrezzature «di servizio» e «rurali» solo nei registri dei catasti.

Un boom mai regolato nemmeno dal «libero» mercato, volontariamente sordo al paradigma domanda-offerta. Nel lustro 2002-2007 sono stati costruiti oltre 114 milioni di metri cubi in depositi e magazzini poi svuotati dalla crisi. Si è edificato troppo (oltre 275 metri cubi per ogni nuovo abitante) e male: «La dispersione insediativa ha distrutto risorse naturalistiche, agronomiche e paesaggistiche fondamentali, con tipologie e costi che non corrispondono alla domanda reale, usando tecnologie obsolete non adeguate agli standard energetici e di comfort ambientale stabiliti dall’Unione europea» puntualizzano a Legambiente. Con un lassismo «colposo» da parte di enti locali pronti a incamerare Ici e oneri di urbanizzazione barattando pezzi del territorio.

L’incredibile numero di varianti urbanistiche presentate nel solo 2005 rende l’idea di una morbosa frenesia costruttiva: 1.276 richieste di scostamento dai piani comunali (+ 220% rispetto alla media degli anni precedenti) fanno impressione. Si appoggiano a 389 Piruea (piani di riqualificazione urbanistica e ambientale) attuati nel biennio 2005-2006: la soluzione più semplice per accontentare la voglia di «villettopoli» dei veneti.

Chilometri di bifamiliari a schiera, versioni economiche di Milano2 e residence metropolitani diventano però un miraggio per chi vive sulla soglia della povertà. Immigrati, giovani coppie e pensionati affollano le graduatorie degli alloggi popolari.

Domande sostanzialmente inevase. Le cifre della Direzione regionale per l’edilizia abitativa registrano un migliaio di assegnazioni a fronte di 16.500 richieste. Nei comuni schiacciati dalla tensione abitativa è una lotteria: il 99% di chi chiede una casa ad affitto calmierato non riceve risposta. Per ora, gli enti locali riescono ad arginare l’esercito di poveri ufficialmente conclamati: 20 mila potenziali morosi schivano lo sfratto grazie ai contributi pubblici.

Dal 2002 al 2007, le volumetrie ultimate hanno superato gli 89 milioni di metri cubi. Uno stock di tutto rispetto: dovrebbe bastare ad accomodare circa 600 mila nuovi abitanti, compresi i 78 mila immigrati del Trevigiano. Senza contare lottizzazioni già approvate e concessioni da tempo operative.

Cinque anni fa la deregulation edilizia era parsa un’enormità perfino a palazzo Ferro-Fini, tanto che la legge urbanistica regionale del 2004 limitava le aree agricole trasformabili in terreni con altra destinazione d’uso. «Uno stop praticamente inutile: perché consentirà comunque di sottrarre all’agricoltura altri 93 milioni di metri quadrati nei prossimi 10 anni» osservano gli ambientalisti.

L’impatto della valanga di lottizzazioni si rileva calcolando l’impronta ecologica rilasciata da 4,9 milioni di veneti. La misura del territorio biologicamente attivo per equilibrare produzione, consumo, assorbimento dei rifuti ed emissioni inquinanti è un’efficace cartina di tornasole. Ne risulta un’«orma» abbondantemente oversize: 6,43 ettari equivalenti per abitante fanno impallidire la media nazionale ferma a quota 4,3.

E poi c’è l’impatto atmosferico della «betoniera» a ciclo continuo: 1,9 milioni di abitazioni emettono 7,2 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Basterebbe mettere a norma i fabbricati per risparmiare all’ambiente 4, 4 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Ma a Nord Est non si cambia rotta. Per Legambiente «Il piano casa si rivela un sistema di regole diverso in ogni regione. Spiccano la Toscana e la Provincia di Bolzano, che hanno praticamente bloccato l’attuazione, e il Veneto con la Sicilia, da subito paladine di un’applicazione generosa, con premi in cubatura dispensabili a qualsiasi tipo di edificio dovunque e comunque collocato. In pratica il piano casa regionale diventa una scorciatoia per risollevare le sorti del mercato edilizio, senza un’idea capace di muovere il settore fuori da una crisi che non è congiunturale».

Preoccupa anche la troppo generica indicazione energetica per ottenere l’ambito «premio» di volume. Molte regioni hanno stabilito un tetto massimo di mille metri cubi per gli ampliamenti. In Veneto, invece, non c’è mai limite.

Scheda

Valido per due anni con aumenti fino al 50%

Il piano casa del Veneto (L.R. 14/2009) è stato approvato dal consiglio regionale il 1 luglio scorso. La prima stesura del programma edilizio includeva la possibilità di ampliamenti nei centri storici, interventi poi esclusi nella versione definitiva. Altre correzioni hanno riguardato il depennamento delle seconde case e il ruolo dei Comuni nell’applicazione della norma. Il piano consente aumenti di cubatura «ordinari» del 20%, che salgono al 30 % in caso di demolizione e successiva ricostruzione. Possono raggiungere il 40% se si utilizzano criteri di bioediliza o fonti rinnovabili. Se gli interventi sono oggetto di un piano attuativo la quota può arrivare al 50%. La riduzione degli oneri (60%) sarà applicabile solo per le prime case. Per avviare i lavori non servirà più il permesso di costruire, ma una semplice Dia. Le norme si applicano anche a edifici non residenziali e ai condomini. Non concorrono alla cubatura totale dell’edificio pensiline e tettoie, purché finalizzate all’installazione di impianti fotovoltaici o di energia rinnovabile. I Comuni hanno tempo fino al 30 ottobre 2009 per stabilire eventuali limitazioni all’applicazione della legge. Se i municipi non si pronunceranno, la Regione nominerà un commissario con il compito di far deliberare l’amministrazione locale. La validità delle norme del piano casa veneto è stata fissata a due anni.

Qui la legge del Veneto in corso di distruzione. E qui la delibera della resistenza del sindaco Domenico Finiguerra.

Giovedì 15 ottobre il ponte sullo Stretto di Messina è piombato nella vita degli italiani. Il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, ha annunciato che a Natale partiranno i lavori per spostare la ferrovia che arriva al porto di Villa San Giovanni. La costruzione del ponte, costo stimato 6,3 miliardi di euro, sarà finita in sette anni. Per il ministro i dibattiti sul progetto definitivo che manca, sugli interessi mafiosi per gli appalti, sull'utilità di un'opera che mai si ripagherà sono finiti: il ponte si farà.

Nel fronte dei contrari tanta sicurezza è stata letta come una mossa politica: il governo è alla ricerca di un colpo a effetto e l'apertura in diretta televisiva del cantiere per un'opera accessoria si riduce a mera propaganda. I reali motivi dell'accelerazione di Matteoli, però, sono probabilmente diversi. Le più recenti cifre sul traffico, infatti, dicono che il passaggio sullo Stretto sta diventando sempre meno cruciale nelle rotte per la Sicilia. Da quando il progetto preliminare è stato varato, infatti, l'isola ha vissuto un boom di voli low cost e di navi cargo che saltano lo Stretto, collegando direttamente Palermo con Napoli, Livorno, Genova. E questo, per Matteoli, è un grosso problema.

Il piano finanziario prevede infatti che una fetta consistente dei soldi necessari, circa 3,8 miliardi, venga presa a prestito in banca e restituita nel tempo con i pedaggi incassati da chi userà il ponte. Soltanto 2,5 miliardi dovrebbero venire dalle casse dello Stato e, di questi, appena 1,3 miliardi a fondo perduto: il resto dovrebbe essere restituito al socio pubblico nei modi previsti per le banche.

Questa struttura, però, è a rischio.

Gli istituti di credito vogliono certezze su quando riavranno indietro i loro prestiti. E ci sono i consueti dubbi su un costo reale che potrà essere più alto del previsto. Timori che potrebbero far saltare i prestiti bancari, una prospettiva che va sempre tenuta in considerazione, vista la lezione del fallimento finanziario dell'Eurotunnel, la galleria sotto la Manica che, pur collocata sull'asse fra due megalopoli vivissime come Londra e Parigi, ha causato perdite miliardarie agli investitori. Di qui il tentativo in extremis di Matteoli per serrare le fila, convincere le banche sulla serietà delle intenzioni e non mandare all'aria un progetto fortemente voluto dal premier Silvio Berlusconi e dal partito del cemento, visto l'appalto affidato a un consorzio guidato da Impregilo, società che conta fra i soci pezzi da novanta come i Ligresti, i Benetton e il costruttore Marcellino Gavio.

In apparenza, il traffico sullo Stretto è tutto fuorché in crisi. Fra traghetti privati e navi delle Ferrovie dello Stato, ai moli messinesi di Rada San Francesco e di Tremestieri e a quelli calabresi di Reggio e Villa San Giovanni si contano 280 partenze giornaliere, che salgono a 400 in alta stagione. Gli imprenditori sostengono che i treni merci prima di essere imbarcati aspettano anche due giorni. Per chi viaggia con l'auto i ritardi sono una dannazione, come appare inevitabile se si considera che lo Stretto è affollato anche da 20 mila cargo l'anno in viaggio fra Tirreno e Mediterraneo. Di qui la difesa dell'utilità del ponte fatta da Pietro Ciucci, numero uno della Stretto di Messina Spa, la società dell'Anas chiamata prima a sovrintenderne la costruzione e poi a gestirlo per trent'anni: "Anche un non amico del ponte come Alessandro Bianchi, l'ex ministro dei Trasporti, in un'audizione definì lo Stretto una delle aree più trafficate del Mediterraneo. Ogni quattro minuti parte un traghetto, mentre un terzo delle navi che incrociano trasporta prodotti chimici e petroliferi: i rischi per la sicurezza e l'ambiente sono facilmente immaginabili", dice Ciucci.

Se però si scende nei particolari, le prospettive di ritorno economico di un'infrastruttura tanto impegnativa appaiono fortemente dubbie. Basta prenotare un viaggio via Internet per farsene un'idea. In un giorno feriale di novembre, un trasferimento da Trapani a Roma con la compagnia aerea Ryanair costa 30 euro e dura un'ora e mezza, mentre con il treno si va dai 55 euro dell'interregionale ai 126 dell'Intercity e ci vogliono da 16 a 23 ore, cambi compresi. Da Palermo a Roma si vola con EasyJet a 40 euro e con WindJet a 75 euro, mentre in treno - scegliendo il Frecciarossa da Napoli - ci vogliono 11 ore e 87 euro.

Il passaggio via ponte accorcerà un po' i tempi, ma il vero ostacolo restano l'arretratezza della linea di oltre 400 chilometri fra Reggio e Napoli, nonché quella delle ferrovie che congiungono Messina a Catania e Palermo. Dipende anche da questo il successo negli ultimi anni del traffico aereo. Se si guardano solo i viaggi tra la Sicilia e il resto d'Italia, il boom è superiore a quello nazionale. Nel 2001 era il 13,4 per cento dei viaggiatori a utilizzare l'aereo, mentre nella prima parte del 2009 si è raggiunto il 17 per cento.

Dagli aerei alle navi, i dubbi sul ponte non vengono meno. L'anno scorso sono diminuiti sia i passeggeri che le merci passate per lo Stretto. Le Ferrovie, in particolare, hanno tagliato del 5 per cento le corse rispetto alle previsioni, ma sono molte le valutazioni che indicano come il transito da Reggio a Messina non sia più un passaggio obbligato per i trasporti di merce per la Sicilia. I camion hanno molteplici rotte con il resto d'Italia. Il 42 per cento dei posti disponibili, stando ai dati di Confitarma, è su navi che collegano Palermo con tutto il Tirreno: solo il 23 per cento passa da Messina. Persino la Caronte & Tourist, la storica società dei traghetti dello Stretto, realizza ormai metà dei propri ricavi su rotte diverse: una diversificazione attuata in vista del ponte, ma che già oggi dà i suoi frutti.

La questione è delicata. "Se alla fine le stime di traffico non dovessero essere rispettate, chi ci metterà i quattrini necessari: le banche, i privati o i contribuenti?", si domanda Marco Ponti, che insegna Economia dei trasporti al Politecnico di Milano. A domande come queste, Ciucci risponde che i piani elaborati dalla Stretto Spa non presentano falle: "È stato considerato un ventaglio di scenari sia in relazione alla crescita del Pil che all'evoluzione del traffico. A settembre, come ulteriore prudenza è stato scelto di utilizzare le nuove previsioni di traffico stradale ridotte del 5 per cento e di calcolare, a partire dal quinto anno, flussi di traffico stradale e ferroviario costanti. Anche in questo scenario, molto prudenziale, il progetto è risultato economicamente fattibile", dice.

Può darsi che sia così. Il problema, però, resta quello delle cifre in gioco. Se si guardano i bilanci delle Ferrovie e della Caronte & Tourist, emerge un dato interessante: oggi il giro d'affari del trasporto sullo Stretto vale circa 120 milioni di euro. Una piccola torta, se si considera che la Stretto Spa dovrà restituire alle banche e ai soci pubblici (l'Anas e le Fs) circa 5 miliardi su 6,3. Se anche riuscisse ad accaparrarsi l'intero business del transito, polverizzando la concorrenza navale e aumentando i prezzi, ci vorrebbero decenni per ripagare l'investimento. È questo il nodo principale che, probabilmente, Matteoli e Ciucci dovranno sciogliere con le banche: se anche le cose andassero al meglio, nei 30 anni di concessione la Stretto Spa non riuscirà a restituire l'intera cifra.

Dal punto di vista tecnico, Ciucci la mette così: "Abbiamo previsto di effettuare nel periodo di gestione un ammortamento dell'opera non inferiore al 50 per cento dell'investimento ed il riconoscimento alla Stretto di Messina da parte dello Stato di un valore di riscatto pari, al massimo, al 50 per cento dell'investimento stesso al termine del periodo di gestione". Il valore di riscatto, aggiunge, troverà "integrale copertura mediante utilizzo di parte delle risorse che verranno acquisite dallo Stato rimettendo a gara la gestione al termine del periodo della prima concessione". Che cosa significa? Che anche se tutto filerà liscio alla fine dei 30 anni metà dei 5 miliardi probabilmente non sarà ancora stata restituita ai finanziatori e dovrà essere, nella migliore delle ipotesi, spalmata su una nuova concessione trentennale. I banchieri lo chiamano 'balloon', che in italiano vuol dire mongolfiera. Una mongolfiera di debiti che, prima o poi, bisognerà restituire.

È possibile migliorare le nostre città? E renderle più competitive sul piano turistico e culturale? Sono domande su cui da anni, con le trasformazioni urbane del postfordismo, si concentrano le forze di sociologi e di esperti del cosiddetto city-marketing. Intanto, anche in Italia, come nel resto del mondo, qualcosa sta cambiando nel segno della riconversione. E i cittadini lo sanno, a giudicare da un’indagine coordinata da Ezio Marra dell’Università Bicocca di Milano con la collaborazione di altri atenei (Calabria, Torino, Piemonte Orientale). La ricerca verrà presentata in un convegno che si terrà oggi alla Bicocca e in cui confluiscono due sondaggi. Il primo, raccolto a Milano, Genova e Torino, si riassume in un’altra domanda: «Le piace vivere nella sua città?». Il secondo indaga sull’immagine dell’Italia da parte dei turisti francesi, tedeschi e britannici.

Soffermandosi sull’idea dell’Italia all’estero, non si può dire che resista lo stereotipo del Belpaese tutto sole, spiagge e mare se è vero che tedeschi, francesi e inglesi affermano di essere attratti ormai in gran parte dalle nostre città. Dunque, secondo gli studiosi è lì che bisogna puntare per un più efficace marketing turistico. Infatti, se si osservano quali sono i simboli associati ai singoli centri urbani non troviamo nulla che si discosti molto dai luoghi sacri tradizionali dell’arte e della cultura. Con qualche segnale incoraggiante che sa di novità: per esempio, a Genova ha fatto molto bene, fino a cambiarne la percezione anche all’estero, l’ideazione dell’Acquario in occasione delle Colombiadi (con un milione e centomila visitatori l’anno). E a Torino giova l'immagine di città del cinema, il cui Museo, all’interno della Mole, è la maggiore attrattiva per gli stranieri insieme con il Museo Egizio, specie dopo l’intervento di illuminazione artistica ad opera Dante Ferretti. Sono bastati pochi interventi mirati per raddoppiare le visite negli ultimi tempi.

Non altrettanto, come segnala Ezio Marra, si può dire di Milano, le cui potenzialità culturali si concentrano soprattutto sul Duomo (il 25 per cento dei turisti che sono arrivati nel capoluogo lombardo ricorda la Madonnina), ma non sul Cenacolo, i cui visitatori curiosamente non superano la metà di quelli (600 mila) che annualmente a Torino frequentano l’Egizio. Milano, però, a differenza delle altre città italiane, che godono essenzialmente delle attrazioni lasciate dal loro passato, ha una carta ben radicata nella contemporaneità commerciale. E se chiedete a cento stranieri che cosa evoca loro la città di Manzoni, 17 risponderanno lo shopping e 13 la moda. Il che in termini tecnici si definisce «riposizionamento».

In genere non sfiorisce la leggenda dell’Italia eden del cibo e del vino (da cui il 90 per cento dei forestieri sembra ampiamente appagato). Ma a questo proposito la domanda chiave, per lo straniero che già conosce le nostre città, è: ritornerebbe? E qui a volte sono dolori. Se 8 su dieci rispondono affermativamente per Venezia, Roma e Firenze, 7 per Milano e per Verona (le cui iniziative in ambito lirico o, ultimamente, lirico- pop sono fondamentali), per gli altri centri si scende tra le 5 e le 6 risposte positive. Ciò significa in tutta evidenza che gli altri non hanno gradito troppo. C’è poi una complicata tabella con ascisse e ordinate, definita tecnicamente «Matrice di similarità », che, adeguatamente interpretata (dallo stesso Marra), offre elementi interessanti: segnala, per esempio, che i tedeschi vorrebbero un’alleanza turistica Milano-Verona, mentre i francesi sarebbero più contenti se venisse loro offerto un pacchetto Milano-Torino.

E veniamo ai questionari rivolti agli autoctoni. Stando alle interviste realizzate dal gruppo di studio, emerge subito una consapevolezza impensabile solo una decina d’anni fa. Se prima i capoluoghi del Nord venivano definiti dai loro abitanti come centri esclusivamente industriali, oggi avanza la coscienza di vivere in città dalle forti potenzialità tecnologiche, artistiche e culturali. Lo spiega Chito Guala, professore di Sociologia a Torino: «I mega-eventi hanno rigenerato le città: le Colombiadi del ’92 e poi Genova Capitale europea della cultura nel 2004, ma soprattutto le Olimpiadi invernali a Torino nel 2006 hanno avuto un effetto determinante sull’immagine urbana. A Torino l’effetto è stato indubbiamente più duraturo, si pensi che in tre anni i biglietti venduti per l’accesso ai musei della zona centrale sono raddoppiati ». Non siamo al livello di Barcellona, su cui i Giochi Olimpici del ’92 hanno avuto risultati catartici. Ma qualcosa è successo se oggi oltre l’80 per cento dei torinesi e dei genovesi considera la propria città votata alla cultura e all’arte più che all’industria. «Succederà probabilmente anche a Milano con Expo 2015», auspica Guala. Ma su questo bisogna ancora lavorare: pochi all’estero sanno che Milano è destinata ad ospitare l’Expo, si va dal 3 per cento dei francesi al 10 per cento degli inglesi.

Vivibilità e attrattività future si giocheranno, sempre secondo i cittadini, su alcune iniziative-simbolo come la riqualificazione dell’acqua, un elemento su cui si investono molte speranze: basta vedere alla voce Navigli (Milano), sponde del Po (Torino), vecchio porto (Genova), che nove intervistati su dieci considerano luoghi-chiave di rilancio. E su percentuali di quasi unanime consenso si assestano le voci: musei, cultura locale, eventi e spettacoli. Insomma, se i cittadini dovessero scegliere su cosa puntare, si concentrerebbero a occhi chiusi sull'ambiente e sull'arte.

Se Milano è percepita da 6 abitanti su 10 come la città dei grandi eventi internazionali, è pochissimo apprezzata per la qualità della vita. Ma sette milanesi su dieci sono contenti di viverci, mentre solo due genovesi su dieci cambierebbero volentieri città, e quasi esclusivamente per motivi di lavoro. A smentire i cliché sulla sicurezza, arriva poi un’altra tabella, da cui si desume che solo il 20 per cento è preoccupato dalla criminalità: a Milano i problemi urbanistici più gravi sembrano essere, piuttosto, il traffico e l’inquinamento, più o meno come a Torino e a Genova.

Ma la percezione della propria città viene riassunta molto adeguatamente dalle coppie aggettivali che sono state sottoposte agli abitanti. Vediamo un po’. Milano per i milanesi e Torino per i torinesi sono città moderne. Vecchia è invece Genova per i genovesi. Nove milanesi su dieci ritengono di abitare nel caos e però in un luogo di ricchezza. A differenza dei torinesi che si considerano essenzialmente poveri. Milano è abbastanza organizzata, internazionale, soprattutto dinamica, poco solidale e un po’ triste oltre che pericolosa. I genovesi si percepiscono più allegri e solidali dei torinesi, ma quasi immobili. In compenso, l’allegria supera sempre la tristezza e la vivacità il grigiore. Chissà se all’estero sono d’accordo.

Solo un cretino può pensare che il massimo desiderio di un operaio che lavora alla linea di montaggio, terzo livello metalmeccanico, salario di merda per un lavoro di merda, ipersfruttato e alienante, un operaio a cui è tolto persino il diritto di esprimersi sul suo contratto, abbia come sogno di restare per tutta la vita inchiodato alla catena. E magari di inchiodarci anche il figlio. E solo un cretino può credere che se quell'operaio si aggrappa alla catena, se si arrampica sul carroponte o sul tetto o sul Colosseo, o occupa l'autostrada Roma-Napoli, è perché senza lo sfruttamento selvaggio non riesce a sognare, ad amare, persino a far figli. Il fatto è che nella cultura liberista applicata al nostro paese l'unica mobilità conosciuta - l'unica flessibilità concessa - è quella in uscita: fuori dal lavoro quando non servi più e si può fare profitto senza di te. Perché la crisi devono pagarla i lavoratori, c'è da ristrutturare, da delocalizzare là dove salari e diritti valgono zero. In un paese, il nostro, dove la mobilità sociale, la ricerca, la riqualificazione non esistono.

E dire che nel '68 e nel '69 qualcuno aveva provato a dire: formazione permanente, metà tempo di studio e metà di lavoro, socializzazione dei lavori nocivi, 150 ore e tante altre belle cose che quarant'anni dopo fanno arricciare il naso agli oppositori di Berlusconi.

Adesso Tremonti e Berlusconi scoprono le meraviglie del posto fisso. Proprio loro, che in buona (pessima) compagnia hanno messo al rogo non tanto la cultura del posto fisso, quanto la sicurezza del lavoro. Hanno smantellato diritti, sbrindellando i rapporti di lavoro in una cinquantina di forme contrattuali diverse, per dividere e colpire meglio, con la speranza di rovesciare il conflitto verticale capitale-lavoro in un conflitto orizzontale tra lavoratori portatori di oneri e diritti diversi. Ci sono anche riusciti, almeno in parte.

E' un progetto a cui, magari con meno professionalità della destra, hanno lavorato in tanti, anche nel centrosinistra, anche nei sindacati. E vogliamo la Confindustria? Forse proprio la ricerca della legittimazione da parte degli imprenditori ha spinto le destre e molta opposizione a cavalcare, anzi a far cavalcare a chi lavora, la precarietà, vestita da flessibilità.

A Tremonti e a Berlusconi si potrebbe contestare la ricerca di rinsaldare il consenso tra le fasce «basse» del mercato del lavoro, quelle su cui stanno scaricando il peso della crisi, mentre le azioni concrete del governo salvano non i poveracci ma gli evasori fiscali. Hanno così paura dell'invasione degli alieni (leggi immigrati) notoriamente «prolifici», da risfoderare radici cattoliche e sane famiglie italiche, paffuti e abbondanti bambini bianchi che, senza alcuna certezza del futuro, i nostri giovani precari non hanno coraggio di mettere al mondo. I principi della deregulation si vestono da regolatori.

Tanto altro si potrebbe contestare a Tremonti e Berlusconi. Invece i nostri democratici spiegano che la cultura del posto fisso è vecchia e loro sono per il nuovo, che tutti i paesi che contano vanno in direzione opposta e dunque la nostra strada è segnata. Poi, se contro Tremonti e Berlusconi si arrabbia la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, non si può che fare fronte contro il governo.

L'amara considerazione è che in Italia la destra fa sia la destra che la sinistra mantenendo stretti in mano due scettri, quello della maggioranza e quello dell'opposizione per abbandono del campo da parte di quest'ultima. Il che non può non far pensare che, semmai Berlusconi non riuscisse a concludere il mandato e fosse costretto a perdere il posto fisso a palazzo Chigi e tornarsene in villa liberandoci della sua asfissiante presenza, il merito non sarebbe dell'opposizione che non c'è. I muri, anche quelli di Arcore, prima o poi possono crollare. Ma come la storia ci ha insegnato, possono anche essere buttati giù dalla destra.

L'ultima impresa sospetta viene dalla Campania. Ha preso lavori per 44 milioni di euro, a leggere bene assetti societari e bilanci è tutto in regola, tutto pulito, certificazione antimafia compresa. Ma il sospetto, molto fondato, degli investigatori dell'antimafia è che dietro un paravento apparentemente legale si nasconda un tentacolo della camorra spa. Che certo non poteva farsi sfuggire il grande business della ricostruzione dell'Abruzzo. Il 15 ottobre i parlamentari della Commissione antimafia sono rimasti a bocca aperta quando investigatori della Dia e magistrati della procura nazionale hanno illustrato il primo dossier su mafie e ricostruzione. Tre ditte sono state già bloccate (“Fontana costruzioni”, di San Cipriano d'Aversa, “Di Marco”, di Carsoli, e la “Icg” di Gela), ma i nomi sono molti di più.

L'ultimo blitz nei cantieri del progetto “C.a.s.e.” sabato scorso con l'individuazione di almeno altre quattro imprese diretta emanazione o in collegamento con mafia e camorra. Ma il lavoro è ancora lungo. “Perché – spiega un investigatore – non troveremo mai una ditta con dentro gli assetti societari nomi compromessi. Il gioco è più complesso. Si parte da una azienda capofila e si arriva ad un ginepraio di subappaltatori, sigle e nomi che rimandano ad altri nomi. La grossa impresa nazionale che si aggiudica lavori importanti, quando scegli il subappalto bada solo al prezzo basso. Non si pone altri problemi”.

Sarebbero almeno una ottantina le ditte “sospette” pronte a spartirsi una torta da 169 milioni di euro, a tanto ammontano i subappalti del dopoterremoto. E i controlli? Scarsi e contraddittori. Durante la visita della Commissione antimafia ha fatto scalpore la vicenda di una gara d'appalto per la fornitura di calcestruzzo. Tre lotti vinti da un’impresa insospettabile che per una subfornitura si è però rivolta alla “Sicabeton”, una società segnalata in una sorta di black list il 20 maggio dalla Direzione nazionale antimafia, un elenco di ditte che hanno avuto problemi di collegamenti con soggetti mafiosi. In una informativa si faceva riferimento a un ex direttore tecnico che negli anni ottanta sarebbe stato legato ad Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra ai tempi di Totò Riina. Il 2 giugno la Prefettura de l'Aquila sconsiglia alla Protezione civile l'impiego della “Sicabeton”, salvo poi cambiare idea il 19 giugno. Ora quell'impresa può ricevere l'ordine di subfornitura.

Il 25 agosto nuovo cambio di scena: la “Sicabeton” deve essere tenuta fuori. Una confusione evidente che certo non aiuta la lotta alle infiltrazioni mafiose.

Ma a favorire l'ingresso di imprese “in odore” nel più grande cantiere d'Europa, sono le stesse leggi del governo. All'articolo 2 del decreto per la ricostruzione dell'Abruzzo si affida al capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, il potere di assegnare appalti con procedura negoziata, senza bando di gara, nonché la possibilità di subappaltare fino al 50% delle opere. Tutto in deroga alle norme del codice sugli appalti.

Un decreto del capo del governo avrebbe dovuto definire le modalità per la tracciabilità dei flussi finanziari, nonché la costituzione di un elenco di fornitori e prestatori di servizio non a rischio di inquinamento mafioso. “Ma tutto ciò – denuncia il senatore Luigi Li Gotti, di Italia dei valori – non è avvenuto. L'articolo 2 del decreto è stato applicato, il sottosegretario Bertolaso ha proceduto ad affidare appalti con subappalti fino al 50%”. Li Gotti ricorda la visita della Commissione parlamentare antimafia. “Il quadro emerso delinea uno scenario preoccupante. La ricostruzione attira le mafie, nascono società, aprono uffici, si formano complessi intrecci, il danaro ha cominciato a scorrere, imprese a rischio mafioso si affacciano e ricevono incarichi di lavoro senza bandi di gara”.

Un allarme lanciato anche da Vittorio Cogliati Dozza, presidente di Legambiente. “Il fatto che vi siano aziende edili riconducibili alle cosche non solo nei subappalti ma anche titolari degli appalti per i lavori del progetto Case, dimostra che la vigilanza del governo ha fatto fiasco. Ma, accanto alle forze dell’ordine, è importante che ci sia interesse alla legalità e alla trasparenza. È per questo che l’‘Osservatorio Ricostruire pulito’, che abbiamo istituito con Libera e Provincia, chiede agli aquilani di segnalare qualsiasi situazione che possa indurre al sospetto”.

Il Comune di Cassinetta di Lugagnano ha approvato la sua “delibera di resistenza” al Piano Casa Berlusconiano in salsa Formigoniana. Al netto delle popolarissime stanze del figlio a risparmio energetico, i fronti che la legge regionale lombarda apre sono molti. Ma quello più grave è sicuramente l’introduzione spinta del concetto culturale della deroga: In una legge di soli 5 articoli, la parola deroga appare 6 volte (deroga agli strumenti urbanistici, deroga ai regolamenti edilizi, deroga ai piani territoriali di coordinamento dei parchi regionali). L’anticamera dell’abuso? il preludio di un nuovo condono?

Una deroga concessa dal livello regionale che è una vera e propria ingerenza, una violazione della titolarità dei comuni in materia di pianificazione urbanistica. A fronte di una crisi economica mondiale che è anche effetto dell’eccesso di offerta immobiliare, si mette in campo l’ennesima ricetta a base di cemento. La cura peggiore del male. L’ultimo bicchiere di vino al viandante ubriaco.

Facendo leva sulle perenni e croniche difficoltà economiche dei comuni, si indica quale migliore soluzione ai problemi di bilancio la possibilità di trasformazioni da industriale/artigianale a residenziale, con incremento di volumetrie fino al 30% e i conseguenti oneri di urbanizzazione per le casse comunali. Una norma che si presta molto a diverse e controverse interpretazioni. Che rischia di aggiungere confusione al già caotico mondo giuridico in cui vive l’edilizia e l’urbanistica.

Insomma, l’ennesimo passo indietro che rischia di allontanarci ulteriormente rispetto al traguardo della pianificazione urbanistica e territoriale fatta nell’interesse generale e collettivo, spingendoci, come se non fosse già abbastanza, nell’opposta direzione.

POTENZIALITA’…

Il “piano casa” lombardo se non integrato/applicato da parte dei Comuni, per un anno e mezzo, consente di aumentare di un quinto le volumetrie degli edifici costruiti. Nei parchi si potrà demolire e ricostruire in deroga ai piani di coordinamento. Anche nei centri storici, come pressoché ovunque nel territorio lombardo, si potrà ampliare e ricostruire (+20% o 30% di volumetria) sostituendo gli edifici esistenti che non si adattano al contesto storico e architettonico. Fuori dai centri storici si potrà incrementare la volumetria esistente del 3O%. In caso di «congruo equipaggiamento arboreo» pari almeno a un quarto del lotto interessato, l’incremento di volumetria ammesso sarà del 35%. Si potranno convertire in residenza i capannoni industriali e artigianali – non commerciali e terziari – per una quota pari alle volumetrie definite dagli indici residenziali del luogo.

… E POSSIBILI RESISTENZE

Ma il provvedimento della Regione Lombardia, predisposto dall’Assessore leghista Davide Boni, prevedeva la facoltà per il Comune di deliberare (entro il 15 ottobre) in ordine ad alcune limitazioni e all’applicazione concreta del cosiddetto “Piano Casa”. Facoltà di cui l’Amministrazione Comunale di Cassinetta di Lugagnano ha deciso di avvalersi, alla luce del proprio PGT (Piano di Governo del Territorio) che ha come sua prerogativa principale l’azzeramento del consumo di suolo el’eliminazione di nuove aree di espansione urbanistica, nonché l’attenzione e la spinta al recupero del patrimonio esistente, la promozione dell’agricoltura e la valorizzazione del paesaggio ambientale e architettonico.

TRASFORMAZIONI

La legge regionale consentiva la possibilità di individuare zone industriale e/o artigianale da classificarsi a specifica destinazione produttiva secondaria ove è possibile l’applicazione del Piano Casa. Il Comune di Cassinetta di Lugagnano non ha individuato ne trasformato la destinazione d’uso di nessuna area.

ESCLUSIONI

Con motivata deliberazione i comuni potevano individuare parti del proprio territorio nelle quali le disposizioni della legge non troveranno applicazione, in ragione delle speciali peculiarità storiche, paesaggistico-ambientali ed urbanistiche, compresa l’eventuale salvaguardia delle cortine edilizie esistenti. Il Comune di Cassinetta di Lugagnano ha così escluso dall’applicazione del Piano Casa: il Centro Storico (e tutte le zone interessate dal Piano del Colore), i Piani di Recupero Obbligatori individuati dal Piano di Governo del Territorio, i Piani di Recupero vigenti.

ONERI DI URBANIZZAZIONE

Secondo la legge lombarda, la ripresa edilizia andrebbe incentivata tramite uno sconto sugli oneri di urbanizzazione che potrebbe arrivare fino al 50%. L’amministrazione non ha ritenuto opportuno operare una discriminazione tra interventi ordinari ed eventuali interventi da realizzarsi ai sensi del Piano Casa, concedendo a questi ultimi una riduzione del solo 0,1% (10 euro ogni 1000 euro).

VERDE E PARCHEGGI

La delibera del comune di Cassinetta di Lugagnano ha stabilito che gli interventi attuati secondo la legge regionale devono essere dotati di spazi a parcheggio e verde privato nelle misure stabilite dalle vigenti norme tecniche attuative dello strumento urbanistico comunale, senza possibilità di monetizzazione, e che in difetto di tali spazi gli interventi non potranno essere ammessi.

Ecco emanata dal presidente della Regione Veneto la circolare esplicativa della legge regionale n° 14 del 29.09.2009 che, meglio conosciuta come “piano casa”, è ufficialmente denominata come segue: “intervento regionale a sostegno del settore edilizio per favorire l’utilizzo dell’edilizia sostenibile e modifica della legge regionale 12 luglio 2007, n. 16”. Il titolo sa tanto da scusatio non petita: la ridondante definizione e l’utilizzo del tanto abusato termine “sostenibile” manifesta la chiara intenzione di giustificare una misura almeno discutibile qualificandola come intesa a un nobile fine.

La contraddizione principale della legge (che, ricordiamolo, arriva dopo tre condoni edilizi) viene esplicitata dalla stessa circolare nella quale si legge che “pare opportuno specificare che la LR 14/2009 non è una legge urbanistica né edilizia pur avendo contenuti che incidono significativamente sulla disciplina di queste materie ma è , prima di tutto, una legge economico e finanziaria”. Infatti “la legge, di carattere straordinario, prevale sulle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali, comunali, provinciali e regionali, nonché sulle altre leggi regionali in contrasto con essa”. Rimane ai Comuni la potestà di deliberare (entro il 30 ottobre 2009) se e con quali limiti e modalità applicare le disposizioni; trovano, invece, immediata applicazione gli interventi sulle “prime case”.

Evitando di entrare nel merito di temi quali l’opportunità della normativa o dell’indifferenza al problema della necessità di alloggi popolari, analizziamo alcuni aspetti della legge regionale, alla luce della recente circolare.

In primo luogo è previsto, in deroga a strumenti di ogni ordine, l’ampliamento degli edifici esistenti (come definiti dalla stessa circolare) nei limiti del 20 % del volume se destinati ad uso residenziale e del 20 % di superficie coperta se destinati ad uso diverso.

E’ poi ammessa la demolizione e ricostruzione degli edifici legittimi realizzati prima del 1989; la demolizione e ricostruzione può prevedere aumenti fino al 40% della cubatura e fino al 40% della superficie coperta a seconda delle destinazioni, percentuali che possono essere elevate fino al 50% nel caso della ricomposizione volumetrica nell’ambito di un piano attuativo.

Va evidenziata la modifica della nozione stessa di ristrutturazione: il piano casa prevede che in caso di demolizione e ricostruzione possano essere mantenute le distanze precedenti, incidendo sulla consolidata prassi derivata da decenni di evoluzione normativa e da decenni di giurisprudenza, in base alla quale tutto ciò che è qualificato come “aliquid novi” deve rispettare i distacchi previsti dalle normative nazionali e dagli strumenti urbanistici. Va evidenziato che questa è una disposizione non legata agli interventi da realizzare con il “piano casa” ma a regime. Quindi con una normativa che ha valenza economica finanziaria si va ad incidere sulla delicata questione dei distacchi in probabile contrasto, ad esempio, con l'articolo 9 del decreto interministeriale 1444/1965, che stabilisce le distanze minime tra i fabbricati.

Dagli interventi suddetti non sono esclusi i fabbricati ricadenti in zona agricola anche nel caso in cui l’edificio non sia più funzionale alla conduzione del fondo, in aperto contrasto con quanto disposto dalla legge urbanistica regionale se non altro nelle more di approvazione del primo Piano di assetto del territorio. Nello specifico per la prima casa di abitazione ricadente in zona agricola è ammesso l’ampliamento calcolato non sulla volumetria esistente, ma sulla volumetria massima realizzabile.

Inoltre, le disposizioni si applicano anche a edifici soggetti a specifiche forme di tutela (ad es. “gradi di protezione”) a condzione, in questo caso, che gli interventi siano conformi alla normativa statale e regionale e agli strumenti urbanistici e territoriali.

Di immediata applicazione, infine, la facoltà di realizzare pensiline o tettoie destinate all’installazione di impianti solari e fotovoltaici, le quali non concorrono a formare cubatura nel caso in cui la superficie coperta non superi i 60 mq.

Evidenti sono le distorsioni che tale normativa comporta e i rischi ad essa connessi. Emergono subito il fallimento della pianificazione territoriale ad ogni livello e il fallimento degli intenti della nuova legge urbanistica regionale. Viene inoltre da chiedersi a cosa siano servite tutte le verifiche attuate dagli uffici tencici negli anni passati, per garantire la corretta attuazione dei piani regolatori generali con particolare riferimento al loro dimensionamento.

Quali, inoltre, i risultati attesi? Il “piano casa” viene proposto dai media come indirizzato a favorire la ripresa del settore edilizio e a permettere alle famiglie che hanno una casetta di aggiungere la stanza per il secondo figlio senza la difficoltà dei soliti “lacci e lacciuoli”.

Premesso che, gli interventi su case a schiera o condomini sono praticamente resi impossibili dal necessario accordo di tutti i proprietari, entriamo nel merito dell’equità della norma. L’ampliamento di volume o superficie è proporzionale all’esistente. Come sempre accede in questo paese, chi più ha più avrà: chi possiede una villa di 2000 mc potrà realizzarne ulteriori 400; chi invece possiede un piccolo alloggio, forse riuscirà a realizzare un ripostiglio (per realizzare il quale magari aveva potenzialità edificatoria residua).

Per non parlare di cosa si intende per ampliamento, considerato che la circolare ribadisce che, qualora l’ampliamento compromettesse “l’estetica del fabbricato”, è possibile effettuarlo su un corpo edilizio separato di carattere accessorio e pertinenziale: chi verrà ritenuto depositario della conoscenza necessaria per decidere se l’ampliamento compromette l’estetica del fabbricato non è dato saperlo.

Rimane poi la questione della difficoltà economica in cui versano molte famiglie italiane in questo momento: chi avrà comprato una casa accedendo ad un mutuo, non avrà presumibilmente difficoltà ad impegnarsi economicamente per un ampliamento?

A vantaggio di chi andrà, allora, questa misura (sempre ammesso che vi siano nel territorio le risorse per investire)? Un vantaggio limitato per chi possiede una casa monofamiliare modesta; un grosso vantaggio per chi possedere una grande villa; rimane nebuloso il possibile vantaggio per chi possiede un’attività commerciale essendo gli edifici con questo uso esclusi dai benefici qualora gli interventi “siano volti ad eludere o derogare le disposizioni regionali” (non è dato sapere chi valuterà tutto questo); un enorme vantaggio per chi possiede alberghi e attività produttive. Viene da chiedersi dove sia finita la volontà di fermare il consumo indiscriminato del territorio veneto sottesa alla cosiddetta “Legge blocca capannoni” (LR 35/2002) emanata dalla Regione Veneto in attesa della Legge urbanistica regionale 11/2004.

Un enorme vantaggio, infine, andrà agli avvocati, vista l’altissima probabilità di contenziosi con particolare riferimento alle distanze.

Interessante è, poi, la questione dell’onerosità e delle opere di urbanizzazione. Il comma 4 della LR 14/2009 subordina gli ampliamenti all’esistenza e all’adeguatezza (o il previsto adeguamento) delle opere di urbanizzazione primaria; si specifica che l’eventuale carenza è superabile solo con l’adeguamento delle stesse nei modi consentiti dalla legge. Ad una prima lettura sembrerebbe che sia concesso realizzare in deroga una serie di interventi che incidono pesantemente sul carico urbanistico, previo il pagamento di un contributo di costruzione in misura eventualmente ridotta nelle quantità e modi previsti dai Comuni (salvo che per la prima casa per la quale casistica il contributo è da subito ridotto del 60%; notare che attualmente, ai sensi degli art. 17 comma 3 lettera b. del Testo unico per l’edilizia, gli ampliamenti fino al 20% del volume di case monofamiliari sono esentati dal pagamento del contributo di costruzione) e che, qualora non vi siano le necessarie opere di urbanizzazione queste dovranno essere adeguate non si sa da chi (dal comune?) e non si sa con quali risorse considerata la possibilità della riduzione del contributo di costruzione.

Infine, con riferimento alla retorica della riduzione dei tempi della burocrazia, tanto cara al centro destra, evidenzio che le opere consentite dal Piano casa, avrebbero dovuto essere attuate con Denuncia di inizio attività, intenzione pericolosissima rilevato che, come sa bene chi opera negli uffici tecnici della pubblica amministrazione, la verifica dei requisiti oggettivi (parametri, vincoli, ecc…) da parte dei tecnici progettisti (che nel caso della denuncia di inizio attività si sostituiscono alla pubblica amministrazione nell’attestazione della conformità dell’opera in progetto), in molti casi è errata, certamente anche a causa della complessità dei regolamenti edilizi e le abissali differenze fra i comuni.

In merito al necessario titolo abilitativo, la circolare esplicativa chiarisce che, nella Regione Veneto, rimane la facoltà di realizzare le opere previste dal piano casa con DIA, ma è possibile presentare in alternativa Permesso di cCostruire. Addirittura la presentazione dell’istanza di permesso di costruire è obbligatoria qualora si intenda eseguire un intervento che in parte esuli dall’ambito di applicazione della legge speciale.

Se da un lato questa decisione riduce il rischio di errori (più e meno voluti) nella valutazione dei requisiti per la realizzazione delle opere, dall’altro viene eluso l’obiettivo della riduzione dei tempi che rimangono quelli della normale istanza di un permesso di costruire.

La scelta potrebbe comportare un enorme carico di lavoro per gli uffici tecnici comunali, peraltro ridotti notoriamente all’osso grazie al patto di stabilità, viste sia la quantità delle pratiche che potrebbero pervenire presso i comuni, sia la complessità delle verifiche da effettuare. Ricordo che la percentuale di ampliamento realizzabile è legata alla prestazione energetico-ambentale da valutare mediante il complesso di 34 criteri. Ovviamente, tutto ciò, con lo scopo dell’osannata semplificazione.

Chiunque può pubblicare questo articolo alla condizione di citare l’autore, e la fonte come segue: tratto dal sito web http://eddyburg.it

Il primo grido di allarme per le tentazioni distruttive verso la nostra Costituzione manifestate dalle maggioranze guidate da Silvio Berlusconi venne lanciato nel 1994 da Giuseppe Dossetti, uno dei padri più rappresentativi della nostra carta fondamentale e della nostra coscienza costituzionale. Con una lettera inviata il 25 aprile di quello stesso anno all’allora sindaco di Bologna, Walter Vitali, Dossetti lanciava i comitati per la difesa della Costituzione con queste parole: «Si tratta cioè di impedire ad una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo di mutare la nostra Costituzione: [quella maggioranza] si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo, e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un colpo di stato».

Dossetti fu uno dei 556 deputati dell’Assemblea Costituente eletta il 2 giugno 1946, e poi membro della Commissione per la Costituzione (conosciuta anche come commissione dei 75) il cui compito era di elaborare un progetto di Costituzione. Il 21 novembre 1946, Dossetti presentò in Commissione la proposta relativa al diritto di resistenza. Queste le sue parole: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». Rileggere oggi le discussioni dei costituenti sul tema dell’oppressione e della necessità che la Costituzione si doti di strumenti di autodifesa è un’esperienza intellettuale unica perché rivela quanta attenzione, preparazione e serietà ci fosse in quell’Assemblea costitutiva della nostra democrazia.

Riprendere in mano quella storia, quelle discussione è diventato essenziale per la nostra libertà.

Dossetti era un tomista e pensava al potere politico (quello costituito nello stato) come alla fonte di un rischio permanente dal quale premunirsi. Aldo Moro fu dalla sua parte e nonostante le ragionevoli perplessità nei confronti di un principio che era essenzialmente metagiuridico e di difficile traduzione in legge, tuttavia anche lui come Dossetti comprese quanto fosse essenziale per una democrazia che la cittadinanza venisse concepita e vissuta come un’identità politica non solo giuridica, perché alla sua base stava il dovere morale di preservare i fondamenti della sua stessa esistenza. È il cittadino che preserva se stesso preservando la carta.

E così, quando nel 1994 il padrone di Mediaset impresse una direzione autoritaria alla politica italiana e i partiti dell’opposizione anche allora sembrarono non comprendere per davvero la natura nuova e inquietante di quel corso politico, Dossetti riprese il ruolo morale di padre costituente e tornò a fare il dovere che la cittadinanza richiede: lanciò un movimento di cittadini attivi per esprimere un chiaro e forte "No!" alle manipolazioni della carta da parte di maggioranze o leader bramosi di dominio illimitato; un movimento che avesse il compito di far capire a tutta la nazione che la Costituzione non era a disposizione – proprio come non lo sono le donne, secondo la bella risposta di Rosy Bindi al capo della maggioranza.

La sovranità non è la stessa cosa del governo; e non lo sarebbe nemmeno se per ipotesi il governo godesse del 99% dei consensi elettorali. La differenza tra sovranità e maggioranza eletta che governa per un tempo limitato non è numerica, ma di forma e di sostanza. E infatti, nonostante Berlusconi si riempia la bocca della parola "popolo" egli pensa ai suoi elettori e a quelli che le sue strategie commerciali possono eventualmente catturare. Ma la sovranità e la costituzione non sono a disposizione di una parte, di nessuna parte, e non hanno nulla a che fare con la massa che un leader pensa di catturare, tenere o imbonire.

La ragione di questa indisponibilità è ancora una volta ben espressa dalle parole di Dossetti: «C’è una soglia che deve essere rispettata in modo assoluto... oltrepasserebbe questa soglia qualunque modificazione che si volesse apportare ai diritti inviolabili civili, politici, sociali previsti nell’attuale Costituzione. E così pure va ripetuto per una qualunque soluzione che intaccasse il principio della divisione e dell’equilibrio dei poteri fondamentali, legislativo, esecutivo e giudiziario, cioè per ogni avvio, che potrebbe essere irreversibile, di un potenziamento dell’esecutivo ai danni del legislativo, ancorché fosse realizzato con forme di referendum, che potrebbero trasformarsi in forme di plebiscito... In questo senso ho parlato prima di globalità del rifiuto cristiano e ritengo che non ci sia possibilità per le coscienze cristiane di nessuna trattativa».

La coscienza cristiana di Dossetti coincideva in quel caso perfettamente con quella pubblica del cittadino perché la difesa delle prerogative costituzionali era difesa della libertà di ciascuno di distinguersi ed essere autonomo dalla pretesa di omologazione e dominio di una maggioranza. Nel maggio 1947, intervenendo sul tema proposto da Dossetti, Antonio Giolitti (allora Pci) ricordò che «la garanzia essenziale del regime democratico è... l’autogoverno morale e politico del cittadino». Per questa ragione, benché il diritto di resistenza (che avrebbe dovuto essere contenuto nell’Articolo 50) non passò l’esame, esso fa parte comunque nella cultura etica della cittadinanza democratica. La vita della Costituzione è nelle mani dei cittadini. Ha scritto anni fa Paolo Pombeni che le idee dossettiane e dei costituenti sulla resistenza come autodifesa della Costituzione «scomparvero dall’attenzione dell’Assemblea Costituente e dalla stessa memoria storica», ma il loro principio ispiratore ha una portata che «dovrebbe essere rivalutata» perché, si potrebbe aggiungere, la Costituzione, scritta da una generazione che non è piú, è viva nel nostro presente e la sua persistenza é un nostro dovere civile.

Su Il Foglio è stata ripubblicata ieri in prima pagina una lettera apparsa sul il manifesto martedì scorso. Il nostro lettore (a proposto delle previsioni economiche, dei guru e dei teorici che spesso ci ripensano) scriveva che sicuramente «giustificheranno domani la stabilità del lavoro così come oggi la flessibilità». Dopo sette giorni Giulio Tremonti, superministro dell'economia, sembra aver fatto sue quelle osservazioni e ci ha ripensato. Ieri, nel corso di un convegno ha sostenuto: «La mobilità non è un valore, il posto fisso è la base per progetti di vita». E ha incalzato: «In strutture sociali come la nostra il posto fisso» è «la base su cui si organizza il progetto di vita e la famiglia».

Per Luigi Angeletti, mega segretario della Uil, dimentico di aver aver siglato tutti i protocolli che favorivano la flessibilità, «Tremonti parla come un iscritto alla Uil». Guglielmo Epifani, invece, non lo ha iscritto al suo sindacato, ma si è limitato a un più «banale»: «Sulla mobilità chiedete un commento alla Confindustria». Che da sempre non brilla per coerenza. Ultimo esempio: la posizione sull'innalzamento dell'età pensionabile sulla quale a viale dell'Astronomia sono concordi. Salvo poi assistere a livello di singole imprese, ma nel complesso tantissime, a licenziamenti di massa. Espulsioni che riguardano in particolare i lavoratori più anziani (oltre i 50 anni) e le donne. Si potrebbe obiettare: è il profitto che lo impone, le imprese fanno quel che devono fare e, semmai, è lo stato che non provvede con un legislazione adeguata che garantisca ammortizzatori sociali e formazione permanente.

A questo punto la palla torna al governo: a Tremonti e al ministro Sacconi, su tutti. Per anni hanno sostenuto come la flessibilità - in tutte le sue forme - era propedeutica allo sviluppo, a contrastare la concorrenza globale. Il risultato è stato un impoverimento del lavoro, il ritorno al dominio del capitale sul lavoro. Senza contare che un lavoro ipersfruttato e sempre ricattabile ha accompagnato una esaltazione dei profitto a una compressione dei salari a livelli di sussistenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, esemplificato dalla crisi attuale. Il punto è che se solo alcuni paesi adottano forme di lavoro precario e flessibile, quei paesi vanno economicamente bene. Ma quando le precarizzazione e i bassi salari sono pratica comune, a rimetterci sono tutti. Perché - lo insegna anche l'economia liberista - non c'è equilibrio tra offerta di merci e domanda.

E questo fa inevitabilmente esplodere la recessione. È quello che è accaduto negli ultimi anni: profitti crescenti, consumi calanti con il precipitare nella povertà (assoluta e relativa) di milioni di nuove persone.

Sicuramente si potrebbero bilanciare gli squilibri con un'intensa operazione di distribuzione del reddito sotto forma di maggior welfare. Ma anche questa ricetta semplice non è stata seguita. Anzi, con le privatizzazioni (perfino di monopoli naturali) si è data nuova linfa al profitto. Tremonti ci pensi. A meno che la sua vera intenzione non sia quella espressa dalla vignetta di Vauro.

Adesso gli amici del cemento hanno due patroni da celebrare: San Ugo Cappellacci, il 16 ottobre, e San Claudio Burlando, il 28 ottobre. La prima data, ricorderanno i libri di storia urbanistica, celebra l’approvazione del piano casa sardo che in un colpo cancella l’èra Soru e spinge il limite di edificabilità praticamente sul bagnasciuga. La seconda, invece, ricorderà il giorno in cui una giunta di centrosinistra varerà un piano casa che farebbe impallidire perfino il Cavaliere. Qui dove ci sono migliaia di case vuote.

IL PIANO

“Il destino del paesaggio ligure si gioca il 28 ottobre”, avverte Carlo Vasconi. Il consigliere regionale dei Verdi, in veste di presidente della VI Commissione ha in mano le bozze del piano casa che sta per essere approvato e indica alcuni emendamenti: “Ampliamenti di immobili residenziali fino al 75%, tanto per cominciare. Poi possibilità di ampliare del 20% anche gli insediamenti agricoli, artigianali e industriali”. Vasconi fa parte della maggioranza, ma soffre, e si vede: “Sono compresi negli aumenti perfino gli immobili condonati, un segnale tremendo per chi ancora crede nella legalità. La giunta di centrosinistra è andata molto oltre il centrodestra, molto più in là di Berlusconi. Questo è un piano casa che sembra scritto apposta per le lobby del cemento”. Attaccano gli ambientalisti, ma anche esponenti politici dello stesso centrosinistra: “È il peggior piano casa d’Italia”, sostiene Roberto Della Seta, capogruppo Pd nella commissione Ambiente del Senato. É già toccato alla Sardegna amministrata da Cappellacci, pochi, però, si aspettavano che ad ampliare ulteriormente i limiti suggeriti da Berlusconi fossero regioni di centrosinistra. Una in particolare, la Liguria, come ha annunciato Bruno Lugaro sul “Secolo XIX”.

SPREMUTA

La stessa Liguria che negli ultimi anni ha già spremuto ogni centimetro quadrato ancora libero dal cemento e, come la Sardegna, campa con il turismo. Negli ultimi anni, infatti, giunte di centrodestra (Sandro Biasotti) e centrosinistra (Claudio Burlando) hanno dato via libera a progetti per oltre tre milioni di metri cubi di nuove costruzioni, mica pochi, soprattutto se concentrati sulla costa, una striscia di terra profonda poche centinaia di metri. Case e moli: nel giro di dieci anni Biasotti e Burlando hanno approvato la costruzione di decine di nuovi porticcioli turistici, raddoppiando di fatto i posti barca da 14 mila a quasi 30 mila. La Liguria detiene ormai il record di un ormeggio ogni 47 abitanti. Il 28 arriverà il voto decisivo.

Le novità più contestate dovrebbero passare senza problemi all’esame dell’aula. Vasconi riassume il piano: “Saranno ammessi aumenti fino al 60% (che arriveranno al 75% per chi realizza migliorie architettoniche, energetiche e antisismiche) per gli immobili residenziali sotto i 150 metri cubi, del 40% sotto i 200. Sarà possibile costruire stanze e nuovi piani, con quelle aggiunte posticce che hanno effetti orrendi sul paesaggio”. Ma i parchi dell’Entroterra? “Gli ampliamenti saranno possibili, ma ci vorrà il permesso del Parco”. I centri storici? “Occorrerà il via libera del Comune”. Nessuna clemenza, nemmeno un panorama fermerà le ruspe: “Nelle aree definite zone-anima, cioè quelle di grande pregio paesistico, ma con vincoli meno stringenti, si potranno ampliare i volumi fino al 60%, purché le costruzioni si trovino ad almeno 300 metri dal mare.

Un disastro, perché la bellezza della nostra regione, quella che noi liguri amiamo e che richiama i turisti, dipende proprio dall’integrità delle zone-anima”. E’ previsto anche un aumento del 20% dei volumi per edifici artigianali, agricoli e industriali (con una soglia, però, ancora da definire). Ci sono delle esclusioni: condomini, fabbricati abusivi, aree inondabili o a rischio frana. A Sanremo ricordano un episodio denunciato dalla Stampa un anno fa: nel 2008 il Comune votò compatto – con il sì della maggioranza di centrosinistra e il solo voto contrario della Lega – la trasformazione in zona edificabile di un’area che appena 20 anni prima era stata definita “frana attiva”.

A nulla valgono le proteste di chi fa notare che la Liguria detiene il record italiano di case vuote (65.000) in rapporto agli abitanti e soprattutto di spopolamento (secondo i dati della stessa Regione la popolazione nei prossimi 20 anni scenderà a poco più di 1,4 milioni, quasi 200 mila in meno di oggi).

L’ASSESSORE

Colate di cemento? Nessuna, solo illusione ottica, per l'assessore all’urbanistica, Carlo Ruggeri: “Il piano era necessario. Il testo approvato in giunta non prevede alcuno scempio. Chi vuole ampliare sino ai 200 metri cubi può usufruire del 30%, poi abbiamo previsto delle fasce. Noi vogliamo aiutare chi possiede poco, non chi ha tanto: non daremo oltre il 10% per i 1.000 metri cubi”. E chi prevede misure antisismiche, pannelli solari? “Potrà usufruire di una premialità, ovvero dei bonus, un altro 10%, per chi ha meno di 200 metri cubi si potrà arrivare al massimo, proprio al massimo al 40%. Il 75? Non esiste”. Eppure all'articolo 4 del disegno di legge, oltre il 10% per gli ambientalisti, si prevedono due “ulteriori” 5%: ovvero 20 in totale e, per chi vuole ampliare 200 metri cubi, è a disposizione un bel 50% e non 40. E per le case condonate? “Noi abbiamo escluso i condoni gravi e meno gravi, certo dobbiamo appurare la legittimità del comma. Se lei compra da me una casa condonata sei anni fa, qual è il problema? Lei non ha un problema. Ci sono una trentina di emendamenti, vedremo”. Ruggeri è infastidito: “Non mettiamo in giro false notizie. Chi dice queste cose? Della Seta?”.

PROTESTA

Inizia una settimana decisiva, il testo già di per sé violento con l'ambiente potrebbe inasprirsi, e quindi il presidente Claudio Burlando vuole silenzio intorno. Comincia con il non rispondere al telefono. L’opposizione sollecita un’approvazione rapida, qui dove la trasversalità politica spunta sulle beghe: “Abbiamo perso anche troppo tempo”, spiega Biasotti. Se destra e sinistra sembrano compatti, il Pd e la maggioranza si sfaldano all'interno. I consiglieri delusi di centrosinistra si confidano: “Erano state presentate due versioni del piano. Una, più restrittiva, della maggioranza, un’altra del Pdl con primo firmatario Nicola Abbundo, imprenditore, guarda caso del settore immobiliare. Stranamente gli emendamenti presentati da Luigi Cola, consigliere del Pd e già sindaco di Cogoleto attivissimo nel concedere permessi edilizi, hanno recepito le principali richieste del centrodestra. Sono tutti d’accordo”. Se la politica sembra aver già deciso, il popolo dei blog si mobilita. Il sito della Casa della Legalità ha lanciato un appello: “Sommergiamo di mail la Regione. Per fare un favore ai costruttori, qui si distrugge l’ambiente” Il destino del paesaggio ligure sembra già segnato: i candidati alle prossime elezioni regionali del 2010 saranno Claudio Burlando e Sandro Biasotti (gli stessi del 2005, alla faccia del rinnovamento). Chiunque sia eletto, vincerà il mattone.

Nell'estate del 2004 fu uno dei primi atti della giunta regionale appena eletta: divieto di costruzione entro i due chilometri dalla linea della costa. Un decreto firmato da Renato Soru, che della tutela del paesaggio aveva fatto uno dei temi forti della campagna elettorale che s'era chiusa, nel giugno di quell'anno, con la vittoria della coalizione di centrosinistra. Al primo alt agli appetiti dei cementificatori (industria edile, albergatori, immobiliaristi) Soru fece seguire il "Piano paesaggistico regionale", uno strumento di tutela senza eguali in Italia e tra i più avanzati in Europa. Tutela non solo delle zone più vicine al mare, ma anche di quelle interne, comprese le aree agricole intorno ai centri urbani e le zone collinari e montuose. Tutto il territorio regionale veniva coperto, per la prima volta, da un sistema di regole che dettavano i criteri d'interesse generale in base ai quali l'attività edilizia doveva essere svolta. Per una regione come la Sardegna, e per un paese come l'Italia, una novità epocale: il paesaggio riconosciuto come bene comune rispetto al quale l'ordine di priorità che guida le logiche degli imprenditori del mattone e degli speculatori veniva disinnescato, destituito della legittimità e della priorità che le amministrazioni pubbliche, non solo in Sardegna, le avevano sempre riconosciuto.

A caldo il commento di Soru, capo dell'opposizione in consiglio, alla decisione dell'assemblea regionale di ridare disco verde a chi all'ambiente preferisce l'edilizia di rapina è durissimo: «Noi faremo di tutto perché la legge che è stata approvata venerdì sia cancellata. Se passasse, per la Sardegna sarebbe un disastro di dimensioni storiche».

Il presidente della giunta di centrodestra, Ugo Cappellacci, dice che lei e tutto il centrosinistra fate un allarmismo ingiustificato...

Cappellacci mente in maniera spudorata. La prima bugia che dice è che la legge approvata dal consiglio regionale non è altro che l'attuazione del Piano casa nazionale. La seconda bugia è che in fondo ciò che è stato deciso è solo un aumento delle cubature finalizzato alla riqualificazione delle strutture turistiche e al risparmio energetico.

Queste cose non ci sono nelle legge regionale?

Non è questo il punto. Il punto è che la legge di fatto reintroduce nella normativa urbanistica le vecchie zone F, le famigerate zone di sviluppo turistico. In tutte le aeree costiere della Sardegna di qualche pregio ambientale, ma proprio in tutte, sono pronti progetti di lottizzazione che, con la legge della giunta Cappellacci, ripartiranno alla grande. Cappellacci e i suoi assessori cercano di far credere che il loro progetto sia solo chiudere terrazzini e scantinati e concedere agli alberghi un po' di volumetrie in più se ristrutturano in funzione del risparmio energetico. E questo purtroppo è anche il messaggio che passa nei media. Invece il vero obiettivo è un altro. E' quello di ritornare al sacco indiscriminato delle coste. E sarà una colata di cemento mostruosa, da nord a sud, dall'Argentiera ad Alghero, da Bosa a Chia, da Pula a Capo Malfatano, da Nora a Capo Spartivento, da Teulada a Olbia. Uno scempio a confronto del quale il più grande disastro ambientale subito dalla Sardegna, la deforestazione compiuta dai piemontesi nella seconda metà dell'Ottocento, che non è stata poi neanche così grande com'è stata dipinta, è una cosa da niente. Se la legge approvata dalla maggioranza di centrodestra sarà attuata, la nostra generazione sarà ricordata per sempre come quella che ha irreparabilmente devastato un patrimonio ambientale e paesaggistico straordinario.

Come intendete opporvi?

Faremo tutto ciò che è possibile fare per fermare lo scempio che il centrodestra sta preparando. Ricorreremo alla Corte Costituzionale, che su queste materie si è già pronunciata a nostro favore contro il tentativo di cancellare il Piano paesaggistico. Promuoveremo un referendum regionale che dia la parola a tutte i sardi e spiegheremo che in gioco non ci sono solo aumenti di volumetria, ma la sopravvivenza di quel bene prezioso e unico che è il nostro ambiente e il nostro paesaggio, contro il quale si sta tentando di sferrare un colpo mortale.

Più cubature, anche in riva al mare Via la salva coste

«Piano casa» secondo il centrodestra, «piano cemento» secondo l'opposizione di centrosinistra. Venerdì il consiglio regionale sardo ha approvato un disegno di legge che il presidente della giunta, Ugo Cappellacci, aveva messo al centro della sua campagna elettorale, quella che nel febbraio di quest'anno lo vide correre, e vincere, contro il governatore uscente, Renato Soru.

Cappellacci promise agli elettori che una delle prime cose che avrebbe fatto sarebbe stata la modifica radicale delle norme urbanistiche approvate da Soru, quel "Piano paesaggistico" che il centrodestra indicò, durante lo scontro elettorale, come una delle cause principali, se non la principale, delle difficoltà dell'economia sarda. In una regione dove l'industria è al collasso e gli agricoltori sono strangolati dai debiti contratti con le banche, era gioco facile, per Cappellacci e soci, presentare turismo e sviluppo dell'edilizia come i toccasana per curare il crollo del pil regionale e l'impennata del tasso di disoccupazione.

Ora la promessa viene puntualmente mantenuta. C'è voluto un mese e mezzo dalla presentazione del testo della giunta e due settimane di scontri molto aspri in consiglio regionale, ma alla fine, venerdì scorso a tarda sera, l'aula ha approvato il progetto con il voto compatto di tutta la maggioranza.

Inutili i tentativi dell'opposizione di introdurre parziali modifiche. Inutile il tentativo-provocazione dell'ex assessore Gian Valerio Sanna, principale collaboratore di Renato Soru nell'elaborazione e nella gestione del Piano paesaggistico, che ha presentato un documento per chiedere ai consiglieri regionali di impegnarsi a non usufruire personalmente dei benefici della legge. Né sono serviti a molto gli interventi dei capigruppo del Pd, Mario Bruno, della Sinistra, Luciano Uras, dell'Idv, Adriano Salis. Al vice presidente del consiglio, Giuseppe Cucca, che chiedeva di mettere da parte le contrapposizioni della passata legislatura e di aprire un confronto nel merito della legge, Chicco Porcu, uno dei consiglieri più vicini a Soru, ha replicato: «Se confronto deve essere sia sulle riforme vere, a iniziare dai conflitti di interessi».

La battaglia più aspra è stata quella sull'articolo 13 della legge, che consente aumenti di cubature sino al 10 per cento dei volumi già esistenti "in strutture a finalità turistico-ricettiva" anche entro la fascia sinora protetta dei trecento metri dalla linea del mare. E questo senza la verifica prevista dal "Piano paesaggistico" attraverso il meccanismo dell'intesa preventiva tra enti locali, costruttori e assessorati all'ambiente e all'urbanistica. Un meccanismo che garantiva il controllo regionale sulla base delle norme generali dettate dal Piano paesaggistico. La cancellazione della procedura dell'intesa è uno stravolgimento palese del sistema di tutela voluto dalla giunta Soru, ma anche delle norme del Codice Urbani. Lo ha ricordato Gian Valerio Sanna. «Non si possono usare norme urbanistiche, come quelle approvate dal consiglio, per intervenire sulla tutela paesaggistica, garantita sia dal piano regionale sia dal Codice Urbani. La legge ora prevede che si potrà costruire entro i trecento metri dalla costa a condizione che venga concessa un'autorizzazione paesaggistica da parte di una commissione nominata, in pratica, dalla maggioranza. Ma non può essere concessa alcuna autorizzazione paesaggistica entro zone che sono, sia secondo la normativa regionale sia secondo quella nazionale, zone a vincolo integrale». Secondo il piano casa di Cappellacci, nelle aree non costiere gli attuali indici di edificabilità potranno essere superati del 20%, ma solamente per fabbricati ad uso residenziale uni-bifamiliare (escluse le villette a schiera), con una premialità sino al trenta per cento di volumetria in più se si ristruttura casa con tecnologie che garantiscano un risparmio energetico. Sottotetti e seminterrati potranno ottenere l'abitabilità. I cosiddetti "vuoti tecnici" all'interno della facciate, in pratica verande e terrazzi, potranno essere chiusi se non danno in facciata.

Netta l'opposizione del fronte ambientalista. Per Vincenzo Tiana (Legambiente), Fanny Cao (Italia Nostra) e Luca Pinna (Wwf) il consiglio regionale ha approvato una legge peggiorativa delle norme di salvaguardia paesaggistica: «I sardi devono essere informati che attraverso un dispositivo di legge in teoria volto a rendere possibili e più semplici piccoli ampliamenti edilizi, si vuole far passare una modifica di fatto delle norme di tutela del paesaggio».

La terza proroga fa già capolino. Nel consistente pacchetto di emendamenti al decreto legge salva-infrazioni (Dl 135), in discussione presso la commissione Affari costituzionali del Senato, ce n'è uno a firma Lega che propone di spostare di altri sei mesi, cioè fino al 30 giugno 2010, il termine per le nuove procedure sull'autorizzazione paesaggistica. Quelle che, in buona sostanza, richiamano in campo le regioni, ma soprattutto affidano al soprintendente il potere di esprimere un parere preliminare e vincolante sulle richieste di interventi in aree protette, che ricoprono circa il 50% del territorio nazionale.

L'attuale regime transitorio che riproduce i meccanismi introdotti nel 1985 dalla legge Galasso (si veda lo schema a fianco) dovrebbe (e a questo punto il condizionale è d'obbligo) cessare a fine anno per lasciare il posto alle nuove procedure volute dal codice dei beni culturali. Passaggio di testimone che sarebbe dovuto avvenire il primo gennaio di quest'anno, ma che poi è stato fatto slittare a giugno e successivamente a fine dicembre. Il ministero dei Beni culturali, chiamato nei giorni scorsi, come è prassi, a esprimere un parere sull'emendamento leghista, si è detto nettamente contrario all'ulteriore proroga. Per sapere chi l'avrà vinta, però, bisognerà aspettare giovedì, quando la Affari costituzionali inizierà a votare gli emendamenti.

Ma anche l'eventuale bocciatura dell'emendamento non esclude visti i precedenti che da qui a fine dicembre si riaffacci l'ipotesi della proroga. In ballo c'è non solo il nuovo profilo dell'autorizzazione paesaggistica, con il conseguente impegno delle regioni a portare a termine i piani di intervento sulle aree vincolate (compito su cui la stragrande maggioranza delle amministrazioni è in ritardo), ma anche le recenti misure di semplificazione per il rilascio del via libera a modifiche di lieve entità da realizzare nelle zone protette. Il provvedimento, approvato in prima lettura dal consiglio dei ministri, sta ora iniziando l'iter Conferenza unificata, Consiglio di Stato e commissioni parlamentari, per poi ritornare a Palazzo Chigi per il varo definitivo in modo da poter essere pronto a dispiegare gli effetti dal I° gennaio prossimo. Il progetto di semplificazione, infatti, si innesterà sul regime dell'autorizzazione paesaggistica che partirà con il nuovo anno. Se non ci sarà il secondo, perché ancora soggetto a proroga, dovrà, giocoforza, attendere anche il primo.

L'obiettivo del ministero dei Beni culturali è di far procedere in parallelo, senza nuovi slittamenti, i due meccanismi, anche perché con le procedure semplificate si potrebbe affrontare almeno il 70% delle circa 300mila pratiche di autorizzazione paesaggistica che arrivano ogni anno sui tavoli di enti locali e soprintendenze e che quasi sempre riguardano interventi di lieve entità. Uno degli sforzi della commissione ministeriale che ha messo a punto il testo, insieme ai rappresentanti delle regioni e dei comuni,è stato proprio quello diindividuare 42 tipologie di lavori di lieve entità, così che le amministrazioni locali e le soprintendenze abbiano una base uniforme per decidere se rilasciare o meno il nullaosta paesaggistico.

Altri elementi di semplificazione riguardano la documentazione da presentare - è prevista una sola relazione paesaggistica al posto della mole di carte richieste per gli interventi ordinari - e le modalità di invio (si dovrà privilegiare la trasmissione telematica). Una volta ricevuta la pratica, l'amministrazione - gli enti interessati sono soprattutto i comuni, delegati in tal senso dalle regioni - verificherà in via preliminare la fondatezza della richiesta, ovvero se l'intervento è in linea con gli strumenti urbanistici ed è di lieve entità. Nel caso, infatti, sia invasivo, si dovrà seguire la nuova procedura ordinaria. Tutto questo comporterà un sensibile risparmio di tempo: gli attuali 120 giorni (60 per l'istruttoria del comune e 60 per il parere del soprintendente), da gennaio diventeranno 105 (40 per la valutazione dell'ente locale, 45 per il parere vincolante della soprintendenza e 20 per il rilascio dell'autorizzazione) per le procedure ordinarie e si ridurranno a 60 con la procedura semplificata: 30 giorni per l'esame dell'amministrazione, 25 per quello del soprintendente e 5 per l'emissione del provvedimento.

Le coste del Mezzogiorno sono sotto attacco. Centinaia e forse migliaia di torri eoliche, se i progetti non verranno bloccati, le deturperanno, dal mar di Sardegna a quello di Sicilia mentre in Adriatico, a quanto finora ne sappiamo, l’aggressione off shore sta per colpire la costa molisana. Per aver denunciato i due primi insediamenti – quello molisano e quello sardo sulla costa del Sinis (Oristano) – sono stato gratificato di una lettera d’insulti, in cui mancava solo l’attribuzione di "farabutto" per raggiungere lo stile adeguato ai tempi correnti. La lettera porta la firma del signor Simone Togni, segretario della associazione nazionale energia del vento (Anev), una specie di Confindustra delle imprese eoliche.

Lasciando da parte le ingiurie e i dati di fonte Anav (quelli nostri, sul costo addossato ai consumatori, sono dell’Autorità pubblica dell’Energia e dell’Eurostat che valutano l’incentivazione in 7 miliardi di euro al 2020, la più alta d’Europa) val la pena segnalare le più eclatanti incongruenze della presunta smentita, laddove accusa di «approccio prevenuto l’intero articolo», che sarebbe, quindi, «destituito di fondamento» poiché il sottoscritto parla di «un progetto che non conosce, in quanto non ancora pubblico». E, a suffragio di questo innovativo principio sulla libertà d’informazione, lecita solo se certificata dal timbro pubblico, il segretario dell’Anav, aggiunge che neppure lui conosce di cosa si tratti visto che la società che ha firmato il progetto (con sede nel Liechtenstein, ndr) «non è nostra associata». Quindi non può esistere? E contro chi sta protestando la Regione sarda che si vede sottratto il potere di decidere, visto che il mare territoriale non rientra nelle sue competenze esclusive ma ricade sotto la giurisdizione di un organo governativo, il Demanio marittimo, dipendente dal ministero delle Infrastrutture e Trasporti? Il quale, assieme al ministero dell’Ambiente, regge la trafila delle autorizzazioni off shore.

Ma il Togni, oltre a non sapere, per sua esplicita ammissione, di cosa parla, non conosce neppure il condizionale, come si evince dall’interpretazione di una mia frase a proposito del progetto molisano, laddove affermavo che «sarebbe questa (se venisse realizzata, ndr) la seconda centrale eolica installata in Italia».

«Cosa falsa – tuona l’incauto – in quanto nessuna centrale eolica è mai stata installata». Ma vengo ai meriti involontari della lettera dell’Anav che mi ha spinto ad aggiornare le informazioni. La prima riguarda l’assedio eolico alle, finora splendide, coste sarde. Ebbene di progetti in corso non ve ne è uno solo ma già quattro: oltre a quello (80 torri) sulla costa del Sinis (Oristano), ve ne sono due nel Golfo degli Angeli, tra Cagliari e Sarroch, con 70 torri ed uno davanti a Sant’Antioco nel golfo di Palmas con previste 30 pale. Tutto avviene al di fuori di ogni progettazione globale e senza alcuna trasparenza, tanto che una parlamentare dell’Isola, l’on. Caterina Pes, ha rivolto una interrogazione al ministro delle Infrastrutture, Matteoli, per conoscere quanti progetti esistano per i mari della Sardegna, stando che alcune voci non controllate parlano addirittura di parchi eolici off shore per 40.000 MW, con molte migliaia di aerogeneratori. Anche le coste siciliane sono appetite dai "palazzinari del vento": un progetto si affaccia addirittura sulla Valle dei Templi e un altro su Mazara del Vallo (Trapani).

Torno, infine, sul Molise (Petacciato-Termoli). Qui la minaccia è più vicina. Il decreto anti-crisi ha inserito il progetto tra le grandi opere di interesse economico nazionale. Il 14 settembre il ministero dell’Ambiente ha emesso un decreto che sblocca la Valutazione d’Impatto Ambientale. Voglio almeno sperare che Stefania Prestigiacomo non sia informata che le cantierizzazioni e le installazioni a terra incombono su un territorio particolarmente tutelato dall’Ue in quanto zona Sic (Sito d’interesse comunitario), per le sue particolari qualità naturali.

Venticinque persone che si suicidano alla Telecom francese in un anno e mezzo: è sconvolgente perché somiglia a un’ecatombe, a una guerra inconfessata. I profitti dell’azienda sono altissimi, la semi-privatizzazione del 2004 è stata un successo, ed ecco: l’operazione è riuscita, ma i morti sono tanti. Non siamo di fronte all’immolazione d’un capro espiatorio: il capro stesso tende il collo, si considera degno di olocausto. Un divario così grande fra utili dell’impresa e sofferenza umana riguarda la società, non semplicemente la psiche di individui che fanno harakiri, il più delle volte dimostrativamente nel posto di lavoro. Che non riescono a traversare indenni la nuova mobilità, i licenziamenti sempre incombenti, l’ansia che recide tranquillità e speranza, l’organizzazione del lavoro fondata sulla nuova cultura della valutazione, tutta protesa a cifrare come a scuola risultati, ritmi lavorativi, comportamenti psichici, su base quantitativa e mai qualitativa: «Una cultura di morte e per la morte», scrive Bernard-Henri Lévy sul Corriere della Sera del 17 ottobre.

Strano come negli ultimi due-tre anni la morte volontaria abbia messo radici in una terra di rivoluzioni, di regicidi. Il fenomeno si è rivelato più tenace dei sequestri di manager. Oltre ai suicidi in Telecom vanno ricordati quelli al centro Guyancourt di Renault nel 2006-2009 (4 suicidi, l’ultimo in ottobre), nella fabbrica Peugeot-Citroën di Mulhouse (6 suicidi nel 2007), nel gruppo Electricité de France (3 suicidi in 6 mesi, nel 2007).

I dati parlano di 500 suicidi l’anno per lavoro, ma gli esperti sono convinti che il numero sia assai più alto.

A Telecom i sindacati sono presenti, altrove c’è deserto sindacale e la notizia s’insabbia.

Bisognerebbe fare una raccolta delle lettere che alcuni hanno lasciato, prima di uccidersi, come si fa con le lettere dei condannati a morte. Aiuterebbe molti a capire, a rettificare parole, certezze, a vedere un’emergenza sociale dietro le intimità di una psiche. Il lavoro occupa l’intera mente dei suicidi, e l’intera esistenza. Illuminante e terribile è la lettera di Michel D, il quadro dirigente che si è tolto la vita il 14 luglio scorso. È indirizzata ai familiari e a tutti i colleghi: «Mi uccido a causa del mio lavoro a France Telecom. È l'unico motivo. Urgenza permanente, sovraccarico di lavoro, assenza di formazione, disorganizzazione totale dell’azienda: questo mi ha completamente disorganizzato e perturbato. Sono diventato un relitto, meglio farla finita». E in un post scriptum: «So che molte persone diranno che esistono altre cause (sono solo, non sposato, senza bambini). Alcuni insinueranno che non accettavo d’invecchiare. Ma no, con tutto questo mi sono arrangiato abbastanza bene. L’unica causa è il lavoro».

I rapporti degli esperti (psichiatri, medici del lavoro, sociologi, mobilitati nell’ultimo anno) individuano nel lavoro l’epicentro del terremoto suicida. Jean-Claude Delgenes, fondatore della società Technologia che studia questi casi, elenca numerosi motivi ma su uno insiste, in particolare. Il male è nella parola, dice: nella parola che perisce prima della persona, cancellando ogni legame sociale. Il flusso dell’informazione si dissecca, e il singolo si sente solo, minacciato da declassamento, controllato da troppi occhi che «lo assillano moralmente e lo spingono a lasciare l’azienda per esaurimento». La Telecom è un caso speciale, perché per oltre mezzo secolo è stata un grande servizio pubblico: il 65% degli impiegati sono tuttora funzionari dello Stato. La maggior parte dei suicidi avviene tra loro e nelle classi alte: quadri e ingegneri di 48-50 anni, sconvolti dall’avvento di cellulari e internet.

L’assenza di parola è malefica, quando non circola più e si allontana come un Dio dichiarato morto: non viene data a chi forse si salverebbe parlando, non viene ascoltata quando stentatamente è detta dal sofferente, non è scambiata tra colleghi. Qui è il crimine, e tutti sono responsabili di un’afasia proliferante e contagiosa: i manager ma anche i sindacati, i politici che non illustrano i costi della crisi e i mezzi di comunicazione. Un mondo sta finendo - il lavoro fisso, il sindacato forte che arginava le disperazioni - e l’enorme mutazione è occultata, sottovalutata.

Ivan du Roy, giornalista a Témoignage chrétien e autore di un libro sui suicidi a Telecom, ricorda che non fu diverso l’affare dell'amianto: ci vollero decenni per riconoscere che i tumori nascevano in fabbrica. Lo stesso accadrà per il nesso lavoro-suicidio (Du Roy, Orange stressé: Le management par le stress à France Telecom, Parigi 2009). Gli amministratori della compagnia hanno esitato a lungo, prima di ammettere che qualcosa non andava, a cominciare dai vocabolari. Il management attraverso la paura, denunciato da Michel D, è qualcosa che non vogliono afferrare. Per mesi, il presidente Lombard ha parlato di «moda dei suicidi».

Questo linguaggio sprezzante è mortifero, soprattutto in un’azienda che è stata servizio pubblico dove il lavoro significava fierezza, prestigio. È un linguaggio sfrontato nato dal fondamentalismo anti-statalista. Mette in luce gli ingiusti privilegi di certi lavoratori ma fa loro mancare quello che più li motiva e li aiuta: il riconoscimento, la stima di sé. La parola d’ordine è, in Francia: Il faut secouer le cocotier - bisogna scuotere l’albero di cocco. Un’espressione perfida che richiama l’usanza, osservata in alcune etnie polinesiane nell’800, di eliminare fisicamente i vecchi quando non erano più capaci di arrampicarsi sugli alberi e raccogliere il cocco. Usato oggi, il termine significa: bisogna eliminare gli improduttivi. In Italia un ministro usa vocaboli simili (fannulloni, parassiti) senza sapere che la storia di certe parole è tragica, proprio quando esse diventano popolarissime.

I sindacati sono specialmente in causa, perché spetta a loro incanalare le ribellioni, educare al nuovo, e dare ai lavoratori non illusioni ma verità. Il suicidio smaschera la loro inconsistenza, essendo una rivolta strozzata subito. Il ribelle, lo dice l'etimologia, ricomincia sempre la guerra (re-bellum). Il suo linguaggio (militanza, mobilitazione) è militare. Il suicida grida, muto, che la guerra è finita: è infinitamente stanco di storia. Come l’Amleto europeo che Valéry descrive dopo il 14-18, «pensa alla noia di ricominciare il passato, alla follia di voler sempre innovare. Barcolla fra due baratri, perché due pericoli incessantemente minacciano il mondo: l’ordine e il disordine».

Non è vero che troppa informazione è deleteria, come dicono molti governanti. La maggior parte dei suicidi lamentano di non esser mai informati, su crisi e ristrutturazioni: né dai manager, né dai sindacati, né dai politici. Sentono solo parole offensive nei loro confronti. Sentono «un’agitazione permanente chiamata pomposamente innovazione», scrivono il 28 settembre i firmatari di una lettera aperta al presidente Telecom. Invitati ossessivamente a pensare positivo, nulla li prepara psicologicamente a tempi duri, al lavoro che ridiventa necessità e pena.

Non meno responsabile è la professione giornalistica. Da tempo ormai le pagine economiche dei giornali sono monopolizzate da articoli su imprese, finanza. I servizi sul lavoro sono pressoché scomparsi. Il capo della Confindustria si esibisce quasi fosse un ministro, pur essendo rappresentante di un sindacato come altri. Lo studioso Michael Massing scrive che la stampa Usa non si occupa praticamente più dei problemi sociali (New York Review of Books, 1-12-05). Il New York Times ha 60 reporter che seguono il business, e uno che segue il lavoro.

Il respiro breve, il tempo corto: sono mali che non affliggono solo la finanza ma anche il lavoro. Tutto deve esser ottenuto subito. Chi regna è il cliente: una giusta rivalutazione del consumatore, che rischia tuttavia di ributtare il produttore nel nulla («Je suis nul - Sono nullo, sarò licenziato», dice un altro suicida nell'ultima lettera). Tutto questo è moderno e tragico al tempo stesso. Sfocia in un brave new world dove mai sfuggi al sorvegliante. Dove ti ordinano di pensare positivo, e se pensi negativo ti eliminano come i vecchi che non sanno più inerpicarsi sull’albero di cocco.

Una cosa sola non ti tradisce mai nella Napoli dei disastri: ‘a munnezza. Non trovi più i sacchetti neri ammassati per le strade del centro come nei giorni dell'emergenza nera. Berlusconi "ha fatto 'o miracolo", ha ripulito la città. Ad Acerra ha inaugurato l'inceneritore sulle note di ‘O sole mio. I militari armati sorvegliano discariche e impianti. Nessuno protesta più. La Campania è pulita e Bassolino si avvia mestamente sul viale del tramonto. Ma davvero la monnezza di Napoli è scomparsa? Non proprio.

È nascosta nelle discariche disseminate su tutto il territorio della regione. Costruite nel mezzo di centri abitati, a ridosso di ospedali, sulle colline della Campania dell’"osso", o sulle terre di quella che prima della devastazione era la "Campania felix". Migliaia di tonnellate di monnezza, impacchettata in cubi enormi giacciono nei depositi degli stabilimenti che una volta chiamavano Cdr (combustibile da rifiuto) o nelle discariche a formare montagne di "ecoballe". Sorvegliate da militari armati. Vietato fare riprese, vietato fotografare, vietato porre domande. Vietato tutto. Ma non buttare rifiuti bidoni, copertoni, pezzi d'auto, materassi, medicine scadute, vecchi mobili ai bordi delle strade.

La periferia di Giugliano e le vie che portano alla grande discarica di Taverna del Re e dell'ex Cdr, sono un letamaio di veleni. "I camion della camorra li scaricano qui di notte - racconta Raffaele Del Giudice, il direttore di Legambiente Campania - è un traffico continuo". La tecnica per bruciare i rifiuti pericolosi per strada è collaudata. Si prepara prima un "letto di combustione", paglia e vecchi materassi, poi si appoggiano sopra bidoni, scarti di amianto, plastiche. Brucia tutto in questa enorme periferia che dall'Asse Mediano (la spina dorsale del diavolo, la chiamano) ci porta a Giugliano, Qualiano, e verso i comuni del Casertano. Le terre perse dove si può tutto. E nessuno vede.

Neppure i militari bardati come in zona di guerra che a poche centinaia di metri sorvegliano lo "Stir", un altro "miracolo" della gestione dell'emergenza rifiuti di Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso. Sono i sette vecchi impianti Cdr, quelli che dovevano trasformare la monnezza in combustibile da rifiuti, ora - e dopo una spesa di almeno 20 milioni di euro - sono stati trasformati in Stabilimenti per la triturazione e l'imbustamento dei rifiuti. Stir, basta la parola.

Ma è monnezza, ecoballe come prima, robaccia che difficilmente potrà essere bruciata ad Acerra, finora l'unico inceneritore esistente in Campania. Lo dicono gli esperti. "Cosa c'è in quelle balle, e lo scarto, la frazione organica, dove va?". Raffaele Del Giudice si pone mille domande. Le risposte non ci sono. Le ecoballe, o come si chiamano ora, sono danari. Centinaia di milioni di euro quando saranno incenerite e trasformate in energia. È scritto in una legge del 1992 che finanziava l'energia prodotta da fonti rinnovabili, o "assimilate".

Bastò quest'ultima parolina a trasformare la monnezza ufficiale in grande business per le grandi compagnie, un affare da 30 miliardi di euro. Miracolo "Cip6", soldi che pioveranno anche sulle grandi imprese che gestiscono l'inceneritore di Acerra (Impregilo e A2A, la società che fa funzionare i termovalorizzatori di Milano e Brescia), quello costruito dalla sola Impregilo e finito al centro dei vari scandali di munnezzopoli, e sugli altri inceneritori che saranno tirati su a Salerno, a Santa Maria La Fossa e a Napoli città. Trent'anni fa, analizzando un altro disastro della Campania, il terremoto del 1980, e la pioggia di 60mila miliardi che inondò la regione, la studiosa Ada Becchi Collidà parlò di "economia della catastrofe". Una manna per le grandi imprese del nord e per la camorra. Oggi Naomi Klein ci racconta la shock economy.

Due conclusioni simili: "Le grandi catastrofi sgretolano il tessuto sociale, non solo le case". E vista dalle terre perse di Giugliano e dintorni, ti accorgi che qui la teoria è già drammatica realtà. Ferite sulla carne viva delle gente che vive in questa immensa metropoli. Cemento, centri commerciali e business rifiuti. Non c'è altro.

Ci guadagna la camorra che continua ad importare scarti industriali pericolosi dal Nord. Tra Napoli e Caserta sono almeno nove le discariche abusive del clan dei Casalesi. Nessuno le ha bonificate. Affari, puliti, certificati per legge, anche per le grandi imprese che gestiscono gli inceneritori. Ad Acerra il miracolo si chiama Cip6. "Abbiamo fatto bandi di gara per due volte per il termovalorizzatore di Acerra e per due volte la gara è andata deserta perché non ci si poteva avvalere dei contributi Cip6. Se noi non consentiamo questo le prossime gare andranno deserte e allora possiamo prendere il decreto e metterlo nel cassetto''. Il 18 giugno 2008, Guido Bertolaso parlò alla Camera e convinse maggioranza e opposizione. Ma ad Acerra le cose non vanno. "Perché il collaudo della struttura viene fatto bruciando rifiuti tal quale, quelli dei cassonetti. Perché i dati dell'Arpac ci dicono che i limiti di emissione di Pm10 sono stati superati nella misura di 17 giorni su 60 e di ben 11 volte negli ultimi 14 giorni. Perché non c'è un adeguato sistema di monitoraggio delle emissioni e quindi non viene garantita una tempestiva e necessaria valutazione della quantità e qualità degli inquinanti emessi.

Perché una situazione di questo tipo determina una esposizione della popolazione alla inalazione, e comunque all'assunzione attraverso il ciclo alimentare di sostanze altamente tossiche e nocive per la salute". Il 1 giugno di quest'anno Tommaso Sodano, presidente della Commissione ambiente quando era senatore di Rifondazione comunista, ha presentato un dettagliato esposto alla Procura di Napoli. Guido Bertolaso si è offeso e ha annunciato una querela. Sodano la sta ancora aspettando.

Il nuovo discorso bulgaro di Berlusconi è solo apparentemente più conciliante del diktat che sette anni fa attuò una prima pulizia etnica del video. Anzi, contiene elementi per certi versi ancora più inquietanti.

Si ammette, certo, la facoltà della stampa, e dei media in generale, di criticare il potere politico; ma questo è immediatamente personalizzato nella figura del premier, e nella sua asserita volontà d’amore e di giustizia, una volontà talmente universalistica da consentirgli di accettare (viene da dire ‘tollerare’) anche le critiche, purché, naturalmente, restino "nei confini della moderazione"; in questo caso possono essere "usate per colmare le mancanze" dell’azione di governo. Se vanno oltre, però, se cioè non sono "moderate" – se non condividono le cose che il governo fa, anziché limitarsi a criticare il modo in cui le fa – allora diventano calunnie, che "non fanno piacere a chi è calunniato"; e che per di più si ritorcono provvidenzialmente contro il calunniatore, data l’istintiva simpatia che un popolo di grande intelligenza e saggezza come l’italiano prova per i perseguitati. La critica o è ‘costruttiva’, e accetta il terreno concettuale e valoriale del potere, o è una cattiveria, e lede il vincolo sentimentale che unisce la società, e che trova espressione nell’amore (ricambiato) del leader per la "gente".

A fronte di ciò, nel discorso bulgaro si parla di «preoccupazione per l’opposizione che ci ritroviamo in Italia», motivo non ultimo, insieme alla condivisione di valori e programmi, perché l’alleanza di governo sia salda. Il nemico è alle porte, insomma, e anzi sta per entrare: da qui l’esigenza di una compatta unità delle forze nostre. Improvvisamente l’immagine della società amorevole è sostituita da accenni di guerra e di oscuri fantasmi. Il che significa, anche se a Sofia non è stato detto esplicitamente, che le riforme – della giustizia, e forse della Costituzione – si hanno da fare da soli, e non dialogando con l’opposizione, tranne che questa non accetti obiettivi e metodi del governo, limitandosi a proporre qualche variante in uno schema già definito (da altri).

Da una parte, insomma, Berlusconi propone l’immagine di una società omogenea, coesa, sostanzialmente pacificata, perché condivide – grazie a un rapporto affettivo col capo – valori e stili di pensiero, senza voci dissonanti e fuori dal coro. Una società in cui il conflitto non esiste, né quello di classe né quello ideale, né quello – aperto e proclamato – degli interessi; una società in cui le voci della critica, dei media e delle altre istanze che costituiscono la pubblica opinione, non portano altro contributo che qualche variazione su un unico tema. Una società che si compiace delle stesse evidenze, che si turba per le stesse inquietudini; una sfera pubblico-sociale anestetizzata, e certamente assai diversa da quelle che storicamente sono state le società liberali e democratiche, caratterizzate da intensa e vivacissima dialettica di posizioni, dalla violenza della polemica nella stampa, nelle accademie, nelle case editrici, nei salotti intellettuali. Una società omogenea, insomma, e una stampa allineata o molto prudente.

A ciò si contrappone una visione della politica come combattimento contro estranei o nemici, come una lotta tanto aspra che non trova moderazione e neutralizzazione neppure nelle istituzioni, nei poteri dello Stato. Queste, anziché essere interpretate come sistemi di regole intrinsecamente neutrali, la cui finalità è di lasciare sussistere il conflitto fra le parti senza essere esse stesse ‘parte’ – tranne il caso del potere esecutivo, che può essere ‘parte’, ma soltanto secondo precisi limiti –, paiono a Berlusconi sempre attraversate dall’energia della polemica, dalla partigianeria. Una sorta di iper-politicismo per cui la politica esce dalle istituzioni, le eccede continuamente, le travolge come la piena inarrestabile di un fiume, gonfio di polemicità. Tutte le magistrature sono necessariamente parziali e mai neutrali, la politica è sempre faziosità, la dismisura non può non travalicare la misura.

Sembra a volte di avere a che fare con un’applicazione domestica e in tono minore del celebre ‘politico’ di Carl Schmitt, il teorico secondo il quale la politica consiste essenzialmente nel rapporto amico-nemico. Oppure possono venire alla mente interpretazioni della politica come volontà di potenza, come grandioso e tragico destino di conflitto; una visione terribile, certo, ma anche nobile, che sta fra Nietzsche e Lenin. Ma lo sembra soltanto. Infatti, queste concezioni della politica la vedono come un’energia pubblica, che emana da un popolo, come una forza collettiva rivoluzionaria che mobilita ogni ordine giuridico-istituzionale. Berlusconi, invece, pensa alla politica come alla sua personale volontà di potenza, come a un eccesso privato che dilaga nel pubblico. In mano a lui, insomma, quello che in altri contesti è la rivoluzione che travolge le istituzioni, diventa più banalmente tentativo di prevaricazione, unito a un continuo sospetto della prevaricazione altrui.

Tutto ciò non è né rassicurante né innocuo, soprattutto se è diventata la nuova costituzione materiale del nostro Paese, e se diventerà – come sostengono e auspicano esponenti della maggioranza – la nuova costituzione formale. Infatti, lo scenario che prevede istituzioni politiche ‘calde’ percorse da spasimi di polemicità, e la società civile ‘fredda’, libera da conflitti e unificata semmai nel tepore pacificante dell’amore, è un’inversione quasi perfetta dell’Abc della moderna democrazia: è l’immagine, non rassicurante ma inquietante, di una democrazia autoritaria.

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