Vissuti diversi precipitano nel ventennale del crollo del Muro di Berlino, come diversi erano i vissuti che precipitarono vent'anni fa sull'evento, anche all'interno di quella sinistra radicale che respinse la conversione al verbo neoliberal adottata con la svolta della Bolognina dalla maggioranza del Pci. Il resoconto corrente delle posizioni, attestato sulla divisione fra «oltrepassatori» e «nostalgici» del comunismo, non ne rende conto. C'erano, per cominciare, differenze generazionali che pesavano non poco nella valutazione, e prim'ancora nella percezione emotiva, di quello che stava accadendo. Nella generazione che si era formata con la guerra, la Resistenza e poi la guerra fredda, il crollo del Muro significava il venir meno di un campo di appartenenza, per quanto già in precedenza criticato, e per qualcuno anche il tornare a galla di un incubo: raccontano le cronache postume che Alessandro Natta, ad esempio, reagì alle notizie che arrivavano da Berlino esclamando «Ha vinto Hitler», e non era certo l'unico, nel Pci e fuori dal Pci, a essere preoccupato dal ritorno della «Grande Germania».
Per la generazione che si era formata con il Sessantotto e contro i carri sovietici a Praga, il crollo del Muro significava invece la fine di un comunismo di stato e di partito con cui il «suo» comunismo libertario non si era mai identificato: crollava finalmente una gabbia che aveva resistito troppo a lungo. Vado con l'accetta naturalmente e me ne scuso, perché molte e variegate erano anche le linee di scorrimento fra queste differenze e infatti, fra differenze e linee di scorrimento, in quei mesi si discusse e si litigò, a sinistra, con una passione mai più ritrovata - se non, forse, su quell'altro evento decisivo che è stato l'11 settembre 2001. Il fatto è però che anche adesso che a sinistra ogni passione è spenta, molto di questo spegnimento ha ancora a che fare con i noccioli induriti o non sciolti di quell'anno.
Che infatti pare ieri, anche se è passato un ventennio densissimo di fatti e di misfatti per l'intera umanità, il mondo ha cambiato faccia con la globalizzzaione e tutti ragioniamo con categorie mutate. Bisognerebbe riponderare con pacatezza le ragioni e i torti di quella passione di allora, e filtrarli con la consapevolezza del dopo. Nella generazione della guerra fredda, ad esempio, l'incubo del ritorno della grande Germania era eccessivo; ma la percezione che col vento di libertà che spirava da Est sarebbe arrivata anche la tempesta di una nuova e durissima egemonia capitalistica da Ovest era giusta. Ed era viceversa sottovalutata dalla generazione successiva; che però aveva ragione a puntare sulle nuove contraddizioni, i nuovi conflitti e le nuove soggettività che si sarebbero dispiegati in un mondo solcato da fratture diverse da quelle geopolitiche e ideologiche novecentesche. Erano differenze che non avrebbero smesso, in seguito, di riflettersi in differenti letture della globalizzazione e differenti concezioni dell'agire politico.
Venti anni tuttavia non sono passati invano. A tutti, compresa la sinistra che allora scelse il verbo neoliberal, il ventennale che si celebra in questi giorni offrirebbe sul piatto un'agenda politico-culturale che invece tutti stentano a formulare con la necessaria convinzione. Come spesso capita, è un'agenda che si ricava facilmente, oltre che dall'analisi dei fatti, leggendo all'incontrario quella dell'ideologia dominante. Quest'ultima, in venti anni, non si è spostata di un millimetro, si è solo autoconfermata, fino a diventare un recitativo che non solo non rispecchia la realtà ma la contraddice. Il recitativo ripete che con il crollo del Muro ha vinto la democrazia, dando a questa parola la pienezza di un'autoevidenza che di evidente, invece, non ha più nulla.
E' precisamente da quando ha vinto la guerra fredda che la democrazia ha cominciato infatti a svuotarsi, a deformarsi, a decostituzionalizzarsi. E' precisamente da quando ha sconfitto il totalitarismo comunista che ha cominciato a far affiorare, come da un passato rimosso, rigurgiti del totalitarismo fascista che si insinuano nelle pieghe della passività politica, delle vocazioni plebiscitarie, dei culti del Capo. Ed è precisamente da quando ha vinto sullo stato sociale sovietico che la democrazia ha perso quel correttivo del welfare state che ne ha fatto nella seconda metà del 900 qualcosa di più credibile e più stabile dei regimi liberali d'inizio secolo. Nel corso di vent'anni, questa deformazione democratica ha percorso a Ovest il vecchio e il nuovo continernte, quasi un riflesso tellurico della scossa sistemica dell'89.
Metterla al primo posto dell'agenda politico-culturale è urgente, anzi indilazionabile. Per riparare i danni del fronte occidentale, ma non solo. Anche per decrittare il paradosso e la sorpresa di questo ventennale. Il paradosso è che la vera potenza vincente del ventennio non è l'America democratica ma la Cina non democratica. La sorpresa è che nell'America democratica una riforma sanitaria di valore epocale, con la sua iniezione di welfare sul liberismo sfrenato che fu, ha ottenuto il sì del congresso proprio allo scoccare del ventesimo compleanno del crollo del Muro.
Noi, docenti universitari di ruolo attivi in diversi atenei e facoltà, seguiamo con crescente apprensione le vicende dell'università italiana e le scelte assunte in proposito dal governo. Decidiamo di prendere pubblicamente la parola dopo avere letto il ddl di riforma dell'università,un progetto che ci sembra giustificare le più vive preoccupazioni soprattutto per quanto attiene alla governance degli atenei (per il previsto accentramento di potere in capo ai rettori e a consigli di amministrazione non elettivi, fortemente esposti agli interessi privati) e per ciò che concerne la componente più debole della docenza: decine di migliaia di studiosi, giovani e meno giovani, che da molti anni prestano la propria opera gratuitamente o, nel migliore dei casi, in qualità di assegnisti o borsisti, nel quadro di rapporti di collaborazione precari.
Le novità che il governo prospetta in materia di governance degli atenei ci paiono prive di qualsiasi ambizione culturale e di ogni volontà di risanare effettivamente i problemi dell'università pubblica, e ispirate esclusivamente a una logica autoritaria e privatistica, tesa a una marcata verticalizzazione del processo di formazione delle decisioni a discapito dell'autonomia degli atenei. Riteniamo che l'università debba cambiare, ma occorre a nostro giudizio procedere in tutt'altra direzione, salvaguardando il carattere pubblico dell'università e favorendo la partecipazione democratica di tutte le componenti del sistema universitario. Quanto previsto per la vasta area del precariato ci sembra profondamente iniquo e irrazionale, tale da mettere a repentaglio la funzionalità di molti dipartimenti.
I tagli alle finanze degli atenei e la nuova normativa per l'accesso alla docenza preludono all'espulsione in massa dal sistema universitario di persone meritevoli, stimate anche in ambito internazionale, che da tempo lavorano nell'università italiana, tra le ultime in Europa per quantità di docenti di ruolo e tra le più sfavorite per rapporto docenti/studenti. Al di là della retorica sul valore strategico della conoscenza e della ricerca, il governo - ostacolando i nuovi accessi, conservando le vecchie logiche baronali e non introducendo alcuna misura preventiva contro il malcostume accademico - pianifica un enorme spreco di risorse finanziarie, impiegate per la formazione di tanti studiosi ai quali sarà impedito l'accesso ai ruoli dell'università, e una perdita secca in termini di capacità, competenza ed esperienza, che rischia di determinare un incolmabile divario tra l'Italia e i Paesi più avanzati.
Chiediamo al governo di fermarsi, ma ci rivolgiamo anche al mondo universitario affinché faccia sentire la propria voce e manifesti con forza le proprie ragioni e preoccupazioni. Non difendiamo lo status quo: invochiamo una riforma seria che ampli gli spazi di partecipazione, salvaguardi il carattere pubblico dell'università e tuteli l'autonomia della didattica e della ricerca. Non ignoriamo l'esigenza di verificare la qualità dell'insegnamento e del lavoro scientifico di ciascun docente: esigiamo l'adozione di rigorose procedure di valutazione, non graduatorie improvvisate e funzionali a campagne di stampa più o meno denigratorie, ma criteri oggettivi, adeguati alle diverse specificità disciplinari e capaci di rilevare anche i pregi, internazionalmente riconosciuti, della ricerca italiana. Non auspichiamo un reclutamento ope legis: chiediamo lo stanziamento delle risorse necessarie a consentire l'accesso ai ruoli, previo concorso, di quanti abbiano acquisito, negli anni del precariato, comprovate competenze e attitudini professionali. L'università pubblica non può essere governata in modo autoritario né gestita con criteri ragionieristici. Il lavoro di quanti ne garantiscono l'attività deve essere riconosciuto e tutelato. La conoscenza è una risorsa del Paese e un diritto fondamentale che la Costituzione riconosce a ciascun cittadino.
(Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Giuseppe Ugo Rescigno, Gaetano Azzariti, Massimo Villone, Giorgio Lunghini, Riccardo Bellofiore, Riccardo Realfonzo, Adriano Prosperi, Angelo d'Orsi, Alessandro Portelli, Gianpasquale Santomassimo, Alberto Burgio, Alessandro Dal Lago, Salvatore Palidda, Michele Prospero, Franco Piperno, Annamaria Rivera e altri)
Per adesioni:
perluniversitapubblica@gmail.com
Tav, 741 milioni da pagare.
Mario Lancisi
Qualcuno ha provato a scherzarci sopra: «Ragazzi, cominciamo a fare una colletta...». Eh, sì: un brutto affare per le tasche di 52 amministratori e tecnici, tra i quali il presidente della Regione Claudio Martini e l’ex presidente Vannino Chiti. La Corte dei conti li ha infatti invitati a difendersi, in relazione alla realizzazione dell’Alta velocità ferroviaria Firenze-Bologna, prospettando guasti ambientali nel Mugello tali da comportare un danno erariale di 741 milioni. Una cifra che se venisse suddivisa equamente per 52, il numero delle persone coinvolte nell’inchiesta della procura della Corte dei conti, fa 14 milioni e spiccioli. Oltre 28 miliardi di vecchie lire, a testa. Cifre da far tremare i polsi e perdere il sonno. Chiti e Martini si sono detti «stupiti e amareggiati», ma profondamente tranquilli». Ha detto Chiti: «La tranquillità deriva dal fatto che, con le competenze e per il ruolo che la Regione aveva, abbiamo svolto i nostri compiti con serietà e con attenzione all’ambiente e alla sicurezza sul lavoro».
I danni provocati. La procura della Corte dei conti incolpa la Regione (tutti i componenti delle giunte Chiti, dal 1990 al 2000), i dirigenti regionali responsabili dell’istruttoria, i presidenti e membri delle commissioni nazionali per la valutazione di impatto ambientale, nonché i consiglieri delle commissioni ambiente del consiglio regionale di quel decennio, di aver dato il via libera al progetto dell’Alta velocità che ha provocato danni ambientali nel Mugello. Danni che, stimati da una perizia trasmessa dalla procura alla Corte dei conti, si riferiscono a quelli subiti dagli enti pubblici per la perdita della risorsa idrica in Mugello: il disseccamento o l’impoverimento di 81 corsi d’acqua, 37 sorgenti, una trentina di pozzi e cinque acquedotti.
Gli assessori di Chiti.
I nomi degli amministratori coinvolti non sono stati resi noti. Nelle due giunte Chiti c’erano, tra gli altri, Marialina Marcucci, Paolo Benesperi, lo stesso Martini (chiamato in causa come ex assessore e non come presidente), Tito Barbini, anche se il provvedimento riguarda solo quelli presenti alla seduta di giunta in cui è stato dato il via libera al progetto dell’Alta velocità (e relative varianti).
L’invito a dedurre rappresenta una prima fase dell’inchiesta: i destinatari hanno 60 giorni di tempo per presentare atti e documenti e chiedere di essere sentiti. Dopodiché la Corte dei conti deciderà se e quali posizioni archiviare e se e quali posizioni citare a giudizio.
Il processo penale.
Il processo penale di primo grado, che ha riguardato una cinquantina di imputati, fra responsabili e dipendenti del consorzio di imprese Cavet (che aveva in appalto i lavori), di ditte in subappalto, gestori di cave e di discariche, intermediatori per i rifiuti, si è concluso il 3 marzo scorso con 27 condanne da tre mesi d’arresto a 5 anni di reclusione e provvisionali per il risarcimento danni di oltre 150 milioni di euro. Alla Regione, che con il ministero per l’Ambiente e la Provincia si costituì parte civile, venne riconosciuta una provvisionale del risarcimento danni di 50 milioni di euro.
Nessun avviso ai ministri.
E quest’ultima è una delle due incongruenze evidenziate sia da Chiti che da Martini. «Come è possibile essere da una parte riconosciuti come parte lesa e dall’altra come responsabili?», si sono chiesti. L’altra incongruenza è il fatto che il progetto dell’Alta velocità appartiene al governo, mentre nessun ministro è stato chiamato in causa. Senza considerare il fatto - ha sottolineato Martini - che la Regione - unica in Italia - ha istituito un Osservatorio sui problemi ambientali dell’opera.
A chiamare in causa il governo è Marco Carraresi, capogruppo Udc in Regione, che nell’indagine della Corte dei conti, trova «conferma di quanto sempre sostenuto», mentre il capogruppo del Pdl Alberto Magnolfi è stato laconico: «I contorni della vicenda appaiono importanti e complessi».
Il ventre dell’Appennino si è ribellato ai martelli pneumatici e alle mine
Elisabetta Arrighi
Il termine tecnico è “ammalorata”. Una parola che nel corso degli ultimi dieci anni è stata ripetuta tante volte, riferita alle gallerie dove si sono aperte crepe e dove l’acqua ha bagnato pavimenti e volte.
L’associazione fiorentina di volontari Idra, che ha passato ai raggi x la costruzione della Tav nel tratto appenninico, non si è mai stancata di denunciare. Affiancata anche da associazioni ambientaliste e politici, fra cui Marco Carraresi, consigliere regionale Udc, che raccontò di quando bambino andava a pescare in Mugello. «Ma oggi - diceva a fine 2006 - non si può più fare perché i fiumi sono secchi».
Opera mastodontica e strategica la Tav toscana, che fra un mese si collegherà ai grandi corridoi europei: alta velocità per i passeggeri e alta capacità per le merci. Ma il Mugello, che dalla metà degli anni ’90 ha subito l’esplosione delle mine e il rumore dei “martelloni” con cui si perforava il ventre dell’Appennino, ha contato tanti danni: dall’intercettazione delle falde acquifere per arrivare all’essiccamento dei torrenti. Un danno anche economico se si pensa a due settori importanti come l’agricoltura e la zootecnia.
A cavallo fra il 2006 e il 2007 il problema del danno ambientale emerse in tutta la sua drammaticità. Il Carzola, uno di quei tipici fiumiciattoli che gorgogliano a mezza montagna, non aveva più un goccio d’acqua: l’alveo era diventato un acciottolato bianco che lo faceva assomigliare ad un sentiero da trekking. Di danni alle fonti idriche superficiali e sotterranee - ricordava Idra nel marzo 2007 - se ne sono contati a bizzeffe, compresi quelli a cinque acquedotti. E poi - proseguiva l’elenco - una settantina di sorgenti danneggiate; oltre 40 pozzi inservibili; una ventina i torrenti, i fiumi e i fossi prosciugati. Senza dimenticare l’impatto alle acque sotterranee di falda.
Fu in quel periodo che il presidente della Regione Claudio Martini si recò, insieme ad alcuni assessori e tecnici regionali, nei cantieri della Tav: qualche settimana prima una lettera e un programma tv avevano scatentato un putiferio politico. Il primo riferimento era alla galleria di Firenzuola, lunga 15,285 km, dove si stavano demolendo e rifacendo alcune centinaia di metri di rivestimento nel tratto compreso tra la finestra di San Giorgio e l’imbocco sud vicino all’autodromo del Mugello, nei pressi di Scarperia. Alla fine si era arrivati a circa 1500 metri di lavori-bis. Il secondo riferimento era al tunnel di Borgo Rinzelli, dove si stava rimuovendo il pavimento. Crepe e infiltrazioni, quindi, non solo alla volta delle gallerie, ma anche all’arco rovescio, cioè al calpestio delle stesse. «Problemi da ricercare - dissero Tav e Cavet (il realizzatore dell’opera) - nella composizione morfologica dell’Appennino». Ma già nel 1999, proprio a Firenzuola, si era verificata una cascata eccezionale d’acqua all’interno dello scavo: fu l’inizio degli ammaloramenti e dei danni ambientali.
Cresce l'abusivismo: senza permesso un'abitazione su dieci
Donato Antonucci -Il Sole 24 Ore
Un fenomeno che non conosce crisi. Tra quelli europei, il nostro Paese registra uno dei più alti livelli di abusivismo edilizio. I dati del Cresme per il 2009, che il Sole 24 Ore anticipa nel grafico qui a fianco, stimano un totale di 27mila abitazioni illegali, pari al 9,6% del totale. Ed evidenziano, in prospettiva storica, punte allarmanti in coincidenza dei condoni edilizi. Il tutto mentre il piano casa traccia nuove vie per realizzare legalmente molte delle piccole opere che spesso, in passato, erano attuate in modo abusivo (o regolarizzare abusi già effettuati: un punto sul quale i comuni saranno chiamati a vigilare). D'altra parte, a fronte dell'estrema rigidità formale delle disposizioni di legge, vi è anche la diffusa consapevolezza che un abuso edilizio difficilmente corre il rischio di essere demolito, per una serie di ragioni giuridiche (e pratiche) che i professionisti conoscono bene.
Segnalazioni mancate.
Innanzitutto, raramente si assiste alla denuncia dei vicini, che generalmente tollerano il fenomeno, salvo i casi di dissapori legati a vicende di violazioni che invadono le altrui proprietà. E così, molti abusi semplicemente restano sconosciuti. Del resto, i privati non hanno obbligo di denuncia. Obbligo che invece costituisce uno specifico dovere per i pubblici ufficiali e per gli incaricati di pubblico servizio (polizia municipale, funzionari di uffici tecnici comunali e del catasto). Così come per i notai, cui venga richiesto di rogare atti concernenti immobili abusivi, e per il direttore dei lavori. Nella prassi, però, le risorse per i controlli d'iniziativa dei comuni sono scarse. La conseguenza è che molti abusi vengono scoperti solo quando sono già stati ultimati, con tutti i problemi legati alla demolizione: se il privato non provvede spontaneamente, i comuni devono anticipare le spese e poi cercare di recuperarle. E la carenza di fonti a volte rinvia gli abbattimenti.
Le violazioni.
Quando venga accertata la violazione delle norme di legge e di regolamento in materia urbanistico-edilizia, delle prescrizioni degli strumenti urbanisticio delle modalità esecutive fissate nei titoli abitativi, l'articolo 27 del testo unico dell'edilizia (Dpr n. 380/2001) impone ai funzionari comunali di ordinare l'immediata sospensione dei lavori, che avrà effetto fino all'emanazione dei provvedimenti sanzionatori definitivi, da adottare e notificare ai responsabili entro i successivi 45 giorni. Le sanzioni amministrative e penali sono contenute negli articoli da 30 a 48 del testo unico. Nel caso di interventi eseguiti in assenza di permesso di costruire, in totale difformità o con variazioni essenziali, l'articolo 31 stabilisce che se il responsabile dell'abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi entro 90 giorni dall'ingiunzione, il bene e l'area di sedime sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del comune, che poi provvederà alla demolizione o all'eventuale riutilizzo del bene. Sino all'irrogazione delle sanzioni amministrative, però, il responsabile dell'abuso o l'attuale proprietario dell'immobile può tentare di ottenere il rilascio di un permesso in sanatoria, a patto che ci siano i requisiti (si veda la scheda). Accanto alla sanatoria che è una procedura a regime negli anni si sono succeduti tre condoni di carattere eccezionale, che hanno reso possibile sanare anche quegli abusi che non fossero conformi agli strumenti urbanistico-edilizi.
La sospensiva.
Il meccanismo si inceppa quando si tratta di applicare le procedure. Le amministrazioni comunali spesso impiegano tempi lunghi nell'istruire le pratiche di accertamento di conformità di condono. E, comunque, il titolare di un abuso edilizio che venisse stanato dal comune avrebbe ancora molte carte da giocare. Infatti, contro i provvedimenti amministrativi di sospensione dei lavori, di irrogazione di sanzioni o di rigetto della richiesta di accertamento di conformità o dell'istanza di condono, si può fare ricorso in sede commissariati di p.s., amministrativa o giurisdizionale (la più praticata). Insieme al ricorso al Tar, o con atto separato, si può chiedere l'emanazione di misure cautelari (la cosiddetta istanza di sospensiva): misure cautelari che vengono quasi sempre concesse dato che la demolizione comporterebbe quel «pregiudizio grave e irreparabile» richiesto dalla legge e che sospendono per anni l'efficacia di un ordine di demolizione. Se poi anche il ricorso alla fine dovesse essere rigettato, c'è sempre la chance dell'appello davanti al Consiglio di Stato, con la possibilità di ottenere - anche qui - la sospensione dell'esecuzione di una pronuncia sfavorevole. In pratica, solo al termine del giudizio d'appello si potrà procedere alla demolizione del manufatto o alla concreta immissione in possesso da parte del comune. Ai tempi lunghi dei comuni si sommano quelli della giustizia amministrativa, ove non è infrequente, ancora oggi, l'esame di ricorsi sul condono del 1994.
Il disastro normalizzato di Fregene
Giuseppe Strappa – Corriere della Sera
Qualche giorno fa gli agenti della Polizia ambientale e forestale, su provvedimento del tribunale di Civitavecchia, hanno posto i sigilli su quaranta abitazioni costruite tra il lungomare di Fregene e viale Viareggio per «lottizzazione abusiva in aree a tutela paesaggistica».
Il balletto dei ricorsi è solo iniziato, tra accertamenti di responsabilità e verifiche di sub deleghe, ma fin d’ora colpiscono due aspetti della vicenda.
Il primo è l’esiguità dei provvedimenti rispetto alla vastità delle distruzioni in atto, perché l’intera località sembra colta, da tempo, da un’inarrestabile attività costruttiva.
Certo, quegli ultimi resti di un paesaggio selvatico calpestati dalle volgari villette sequestrate, colpiscono l’occhio ed il cuore. Ma anche le più composte costruzioni che spuntano come funghi nelle aree verdi finiscono per dare un poderoso contributo alla rovina del paesaggio. E qualora fosse provato che tutte hanno rispettato le procedure, i piani, le norme, la contraddizione emergerebbe in tutta la sua allarmante evidenza: l’obbiettiva, progressiva, inaccettabile distruzione di uno straordinario patrimonio naturale sarebbe stata compiuta nel pieno rispetto delle leggi.
Il secondo aspetto che preoccupa di questa vicenda è l'assenza di proteste, la «normalizzazione» del disastro.
L’assalto alle coste ha, da noi, una tradizione antica. Ma decenni di battaglie civili hanno dimostrato, almeno, come fosse chiaro il confine tra profitto privato e diritti dei cittadini. Da allora qualche cosa sembra cambiato nel profondo delle coscienze.
Anni di condoni e di incertezza del diritto hanno minato quelle verità. Lo stesso termine «speculazione edilizia» è divenuto un relitto linguistico. Perché, del resto, non posso costruire una villetta in un'area protetta? Quando lo Stato finirà per darmi ragione o, almeno, per perdonarmi con una strizzatina d’occhio?
C’è voluto un esposto di Italia Nostra e quasi due anni d’indagini del pubblico ministero Pantaleo Polifemo per fermare, per ora, lo scempio. Ma, nel sonno delle coscienze, vedremo come andrà a finire.
Il muro di Berlino cadde sulla testa della sinistra italiana come il giorno del Signore nella prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Voi sapete bene che il giorno del Signore arriverà come un ladro, di notte. Proprio quando la gente dirà “Pace e sicurezza”, improvvisa piomberà su di essi la rovina, allo stesso modo che arrivano alla donna incinta i dolori del parto. E non scamperanno». Per alcuni nel partito comunista italiano fu proprio così: Alessandro Natta, che fino all’88 aveva guidato il Pci, confidò a Claudio Petruccioli (era il 10 novembre, poche ore dopo la notte fatale) che «Hitler aveva vinto».
Fu in quei giorni che il suo successore, Achille Occhetto, cominciò a parlare, alla Bolognina, della Cosa: non riuscì ancora a darle un nome, ma sentì che per scampare bisognava subito inventarsi un partito nuovo e soprattutto un nome che facesse dimenticare il passato con i suoi tanti pensieri falsi, le sue doppie verità, le sue volontarie impotenze. Per molti militanti fu una scossa, perché il passato non lo dismetti in una notte alla maniera in cui Stalin dismetteva storie e compagni, cancellandone le tracce.
Perché il nuovo non puoi definirlo una Cosa, solo perché hai paura di usare parole tragicamente disonorate come progetto, ideologia, meta. Non solo: se i vertici cambiarono così prontamente strada, vuol dire che per decenni avevano nascosto alla base il vero: se avessero parlato prima, non avrebbero permesso che l’Italia restasse senza alternanza per quasi mezzo secolo.
Da allora sono passati vent’anni, e gli eredi del Pci ancora soffrono quel congedo precipitoso, quel vocabolario che d’un colpo si svuota. Ci sono parole che lasciano l’impronta anche se son nebbia, e un destino simile toccò alla Cosa. Al posto dell’idea del mondo, comparve questo sostantivo che è un annuncio, un guscio che si promette di riempire: «un nome generico - scrive il Devoto - che riceve determinazione solo dal contesto del discorso». Tutto da allora è stato futuro appeso a un contesto indeterminato: anche le primarie, cui si era chiamati a aderire senza saper bene a cosa si aderisse.
Anche la speranza di coniugare le due forze fondatrici della repubblica: il socialismo e il cattolicesimo, dimenticando (lo storico Giuseppe Galasso l’ha ricordato il 30 agosto sul Corriere della Sera) il terzo incomodo che è la tradizione laica, liberale, radicale. Riesaminando l’ultimo ventennio, Arturo Parisi parla del controllo che le nomenclature dell’ex Pci hanno finito con l’acquisire sull’Ulivo, e del patto stretto da esse con i falsi innovatori dello stesso partito. I candidati segretari regionali provenienti dai Ds erano nelle ultime primarie il 75 per cento del totale, facendo «coincidere la geografia elettorale del Pd con i confini del voto comunista» e sconfiggendo l’Ulivo (intervista a Gianfranco Brunelli, Il Regno 16/2009).
Forza indispensabile della sinistra ma non bene identificata, l’ex Pci l’ingombra con il peso, non leggero, di una storia ripudiata. Sono anni che espia, fino all’eccesso, un passato di cui tuttavia non vuol parlare. Il centrismo, i toni bassi, la tregua fra i poli, la politica senza contrapposizioni: siamo in un paese dove il principale partito di sinistra, vergognandosi del passato, non fa vera opposizione per tema di somigliare a quel che era. Dallo spirito dell’89 ha appreso poco. Lo stato di diritto, l’onestà delle élite, la scoperta del conflitto sale della democrazia: la liberazione dell’89 ha preso da noi la forma di Mani Pulite, senza lambire la politica. Inutile prendersela con i magistrati, se l’ansia di rigenerazione hanno finito con l’esprimerla solo loro. Bersani ha preso atto, ieri, che dialogo è ormai una «parola malata e ambigua».
L’espugnazione dell’Ulivo e del Pd non crea identità. Anche il socialismo italiano fu espugnato così: usurpandolo, non integrandolo e cercando di capire l’altrui tracollo oltre che il proprio. Anche per il socialismo italiano la caduta del Muro spuntò infatti come un ladro notturno. Le metamorfosi del Pci sono una storia di crudele appropriazione, ma il socialismo è non meno colpevole di questo furto di vocaboli e identità. Non è mai riuscito a divenire dominante, come nel resto d’Europa. E quando con Craxi volle disputare la rappresentanza della sinistra al Pci non seppe trarne le conseguenze: continuò nei suoi doppi giochi, prospettò l’unità delle sinistre senza rinunciare a spartire potere, non si rinnovò moralmente ma degradò sino a divenire il simbolo della corruttela italiana.
In un lucido saggio sull’Italia, lo storico Perry Anderson descrive un partito socialista che ingenera il berlusconismo, spiegando come questi sia erede dell’ultimo Psi più che della Dc (London Review of Books, 21-3-02). La spregiudicatezza di Craxi è un tratto speciale e irripetibile della nostra cultura. Altrove lo spregiudicato è figura settecentesca che combatte pregiudizi, dogmi: non coincide con l’uomo senza scrupoli. Da noi i due tratti si confondono, e spregiudicatezza è encomiabile virtù di chi sprezza le regole, la legge, l’etica, nella certezza che il potere renda tutto lecito se non legale. L’intera classe dirigente ne è responsabile, e non stupisce che da decenni l’agenda della politica sia dettata da Berlusconi.
Occhetto sperava forse in una svolta autentica. Sperava in una carovana che viaggiando associasse forze diverse, e temeva la caserma anelata da Massimo D’Alema. Un timore che si rivelò giustificato, ma che non vede il solo D’Alema sul banco degli imputati. Questi fu almeno chiaro: l’Ulivo non gli piacque mai. Più colpevoli furono i falsi innovatori, che promettevano senza mantenere: che non hanno esitato, come Veltroni, a distruggere l’ultimo governo Prodi.
Ciononostante è D’Alema la persona chiave del ventennio. In qualche modo è restato quel che era, senza più dogmi ma con inalterata volontà di potenza. Dei comunisti ha la stessa insofferenza verso il dissenso, lo stesso fastidio freddo verso la stampa indipendente. Sono sue e non di Berlusconi frasi come: «I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in edicola». La morte temporanea dell’Unità, nel 2000, lo testimonia. Michele Serra parlò di delitto perfetto su la Repubblica: «La fine dell’Unità, forse più ancora della Bolognina, illumina lo sconquasso identitario della sinistra italiana. Ne racconta le insicurezze, i complessi di inferiorità, l’incerto e poco lineare incedere verso una modernità spesso vissuta da praticoni».
Vivere la modernità da praticoni è l’abbandono dell’ideologia, in nome dell’antidogmatismo. Il fatto che le ideologie totalitarie siano perite, non significa che un partito possa solo vivere di volontà di potenza, e su essa fabbricare inciuci. Che possa continuare a ricevere il colore da discorsi effimeri. Dotarsi di un’ideologia vuol dire avere un sistema coerente di immagini, metafore, princìpi etici. Vuol dire pensare un diverso rapporto con gli stranieri, la natura, il lavoro che muta, l’immaginario. A differenza della politica quotidiana, l’ideologia ha una durata non breve ma media, e la durata non è imperfezione. È perché non aveva idee sull’informazione di massa e sulla società di immigrazione che la sinistra fu travolta da Berlusconi. Che non seppe adottare, subito, una legge sul conflitto d’interesse. Che giunse sino a chiamare la Lega una propria costola.
Perry Anderson ritiene che la nostra sinistra sia invertebrata. Una Cosa appunto, senza scheletro: un metamorfo, come nel film di Carpenter. Il suo sogno ricorrente è quello d’un paese normale: un’altra Cosa - imprecisa, mimetica - che dall’89 cattura gli spiriti. La sinistra invertebrata ha corteggiato Clinton, Blair, Schröder, tessendo elogi del moderatismo, del centrismo. Vita normale, per la sinistra, ha significato sin qui smobilitazione ideologica, conformismo: il nuovo ancora lo si aspetta.
La relazione di esordio del neo-presidente dei costruttori napoletani (Acen) ha avuto l´utilità di rilevare con attenzione i difetti e le incongruenze dell´urbanistica regionale e alcune inefficienze amministrative del Comune di Napoli.
Ovviamente lo fa in maniera partigiana, traguardando la metà più conveniente del bicchiere, sia per quanto riguarda i diversi dati sul deficit di abitazioni, di infrastrutture, sia sui ritardi di ordine burocratico che non favoriscono gli investimenti, sia sui provvedimenti emergenziali, come il piano casa, che, nonostante dichiarati urgenti, tardano a partire. Su alcuni di questi temi vale forse la pena offrire un contributo.
Malgrado qualche recente timido scatto in avanti del consiglio regionale, era quasi inevitabile che il cosiddetto piano casa, che sarebbe meglio chiamare "piano edilizia", finisse nel magma di fine legislatura. E non si tratta di sole questioni di tipo "politico".
Con l´incongruenza e l´insipienza delle norme interamente deregolative in essa contenute, questa legge si è quasi subito manifestata, da un lato, di difficile applicazione e poco snella e proficua per gli investitori, dall´altra avrebbe addirittura messo in discussione la quantità non trascurabile di progetti, piani attuativi e programmi integrati che, sebbene rallentati (e spesso mortificati) dalle regie inadeguate degli enti pubblici, stanno mettendo in campo milioni di euro, in genere privati, a cui le norme-papocchio del "piano edilizia" non avrebbero certo fatto bene. Molti attori economici, anche all´interno dell´Acen, sono coscienti di questo virus contenuto nella legge e di certo non si sono affaticati più di tanto nel promuoverla e nel sostenerla attraverso le consuete metodologie e azioni lobbistiche.
Il caso Napoli può essere un utile esempio. Rivelandosi ancora una volta migliore delle tante critiche che lo vogliono obsoleto e da demolire, il Piano regolatore vigente dal 2004 ha consentito e sta consentendo, all´interno del territorio cittadino, una quantità di trasformazioni urbane (molte delle quali vedono proprio l´Acen in prima linea) che danno attuazione agli scenari previsti dal piano, muovendosi all´interno di regole chiare, univoche e, in parte, anche ragionevolmente flessibili. Vediamo i dati.
Il numero delle iniziative in corso, in attuazione del Prg, è di circa 200.
I Piani urbanistici attuativi (Pua) e i Grandi progetti urbani (Gpu) approvati o adottati sono 24, per una superficie di 8.079.335 mq, con urbanizzazioni per 788.648 mq.
I Pua e i Gpu in corso di adozione sono 8, per una superficie di 1.322.570 mq, con urbanizzazioni per 165.345 mq, quelli ancora in istruttoria sono 16, per una superficie di 3.018.420 mq e urbanizzazioni per 386.595 mq.
L´investimento per realizzare le attrezzature, le residenze e le infrastrutture in essi previste, è tutto a carico dei privati, così come a carico dei privati sono le opere compensative, le urbanizzazioni, spazi e attrezzature interamente cedute al pubblico.
La superficie destinata a urbanizzazioni derivanti dall´insieme delle iniziative già in corso ammontaa 2.945.981 mq, che corrisponde al 23 per cento del deficit dei cosiddetti "standard" calcolato e previsto dal Prg.
Questa immissione di spazi pubblici comporterebbe un incremento di circa 3 mq nella dotazione media per abitante in termini di attrezzature pubbliche, che rappresenta circa il 50 per cento dell´attuale.
Non è difficile ipotizzare che le norme factotum del "piano edilizia" sarebbero entrate a gamba tesa nei già complicati processi di attuazione, alterandone l´iter, innescando varianti a ripetizione e, soprattutto, mettendo in discussione proprio la parte "pubblica", e cioè quelle attrezzature e servizi che, con le regole del piano, i privati investitori dovranno obbligatoriamente cedere al Comune. E invece, come prevede espressamente il "piano edilizia" queste sarebbero le prime a essere derogate e a saltare assieme a indici di fabbricabilità, altezze massime, rapporti di coperture, e tutto l´armamentario urbanistico, forse un po´ vecchio, ma che serve ancora a regolare una crescita e una trasformazione sensata dei tessuti urbani.
Anche per quanto riguarda il semplice 20 per cento di allargamento delle villette si avanzano dubbi da più parti e le stime che misuravano, a livello nazionale, un impatto complessivo del provvedimento di 60 miliardi, sono oramai riviste al ribasso (su questo concordano anche i vertici nazionali dell´Acen).
A una scala diversa, lo stesso discorso vale anche per gli altri Comuni. La mole non piccola di programmi e progetti già in parte operativi, quindi, è senz´altro una positiva base di partenza sulla quale costruire un rilancio strutturale dell´attività edilizia a Napoli e in Campania. I ritardi amministrativi e lo stallo burocratico devono diventare problemi da risolvere e non pretesto per confidare ancora una volta nel solito provvedimento straordinario, nell´ennesima variante, in ulteriori sussidi.
Se non si corresse il rischio di fare un regalo a Mediaset, favorendo la concentrazione televisiva e pubblicitaria privata costituita dall’azienda del premier, forse bisognerebbe dire che è arrivata l’ora di non pagare più il canone d’abbonamento alla Rai. L’ora, cioè, dell’obiezione fiscale. O comunque, della disdetta collettiva, in forza di una protesta popolare e civile. Con la demolizione della terza rete, ultimo bastione di quella riserva indiana in cui è stata confinata l’informazione televisiva non ancora asservita al governo in carica, si completa la manovra di accerchiamento del servizio pubblico, con l’occupazione "manu militari" dell’azienda di viale Mazzini e la sua definitiva normalizzazione. Questo non è che l’epilogo di un lungo assedio in cui si intrecciano interessi privati e pretese di egemonia politica. L’assalto finale al Palazzo di vetro della televisione pubblica, tutt’altro che trasparente e luminoso.
Il declassamento annunciato di Rai Tre da rete nazionale a rete regionale, attraverso la rimozione del direttore Paolo Ruffini, non corrisponde però soltanto a un "escamotage" per smantellare trasmissioni considerate scomode o irriverenti: da Ballarò di Giovanni Floris a Che tempo che fa di Fabio Fazio, per arrivare fino al talk-show satirico Parla con me di Serena Dandini. Già questo, per la verità, sarebbe di per sé grave e preoccupante. E non tanto sul piano politico, del pluralismo interno o dell’indipendenza professionale; quanto proprio sotto l’aspetto del palinsesto, della produzione, della varietà e articolazione di scelte offerte al pubblico dei telespettatori.
Ma il progetto per così dire federalista che punta a trasformare la terza rete in una Repubblica televisiva separata, in una diaspora permanente di tg e programmi locali, insomma in un’appendice di viale Mazzini, minaccia in realtà di ridurre tutta la Rai da tv di Stato a tv di regime, mortificando l’identità e il ruolo istituzionale del servizio pubblico in funzione di una subalternità assoluta al governo e alla sua maggioranza. Se è vero che quest’ultima beneficia in Parlamento di una sia pur legittima maggiorazione, prodotta dal sistema elettorale vigente, è altresì vero che non gode di una maggioranza effettiva di voti e di consensi nel Paese. E ciò, evidentemente, rende ancora più abusiva la colonizzazione politica di viale Mazzini da parte del centrodestra, guidato da un premier-tycoon che è anche il principale concorrente privato dell’azienda pubblica.
Si dirà, magari, che in fondo è sempre stato così, che la Rai gravita da sempre nell’orbita governativa. Ovvero, per usare un’espressione di Bruno Vespa, che storicamente l’azienda ha considerato il partito di maggioranza come il proprio azionista di riferimento. Eppure, a parte la questione irrisolta del conflitto d’interessi in capo a Berlusconi, è stata proprio la presenza della terza rete a rappresentare finora un presidio di autonomia, a garanzia della minoranza, se non un alibi o una foglia di fico.
Ricordiamo tutti che, ai tempi della vituperata Prima Repubblica, questo fu il risultato di una spartizione fra maggioranza e opposizione, con l’appalto di Rai Tre e del Tg3 al vecchio Pci: era l’epoca della celebre "Tele Kabul", affidata all’esperienza e alla professionalità del povero Sandro Curzi. E sappiamo bene che, all’interno delle reti e delle testate giornalistiche, imperava (e continua a imperare) la legge della lottizzazione fra i partiti, le loro correnti e sottocorrenti. Ma la terza rete, al di là di certi estremismi e faziosità, ha rappresentato tuttavia un surrogato di alternativa, una zona franca, uno spazio di libertà, mentre oggi la sua amputazione rischia di compromettere la stessa ragion d’essere del servizio pubblico.
Con la forza profetica dei suoi arcani sondaggi, recentemente il capo del governo ha predetto che, in seguito al comportamento della Rai nei suoi confronti, l’evasione del canone è destinata a passare dal 30 addirittura al 50 per cento. Senza ricorrere all’ausilio di indagini demoscopiche, c’è da meravigliarsi semmai che ciò non sia ancora avvenuto. In rapporto al servilismo di gran parte dell’informazione – e in qualche caso anche dell’intrattenimento – propinato quotidianamente ai cittadini abbonati, la quota di evasione dovrebbe arrivare anzi al 65 per cento, corrispondente all’area elettorale che ha votato contro o comunque non ha votato a favore del centrodestra.
Sta di fatto che il servizio pubblico esiste in tutti i Paesi democratici e in alcuni di questi, a cominciare dalla Gran Bretagna della mitica Bbc, è finanziato soltanto dal canone d’abbonamento. Ora, se ne esiste uno al mondo in cui la sua funzione è assolutamente necessaria, questo è proprio il nostro, dominato dall’anomalia del conflitto d’interessi e ancor prima dalla concentrazione televisiva e pubblicitaria. L’obiettivo prioritario, piuttosto, resta quello di affrancare la Rai dalla sudditanza alla politica e dalla subalternità al governo.
Non c’è scritto in nessuna legge che in Italia la tv pubblica debba gestire tre reti: e infatti non accade altrove. Ma non c’è scritto neppure che un solo operatore privato ne debba detenere altrettante, in concessione dallo Stato. Né tantomeno che lo stesso soggetto controlli poi quelle pubbliche direttamente dalle stanze di Palazzo Chigi. Prima di abolire o disdire il canone, è necessario allora ridurre la concentrazione televisiva ed eliminare il conflitto d’interessi che condizionano l’intero sistema dell’informazione nel nostro Paese.
Da Parigi l'Ocse ci ha informati che il superindice dell'economia (una sorta di termometro) rileva «forti segnali di crescita in Italia, Francia, Gran Bretagna e Cina». A palazzo Chigi, Berlusconi come una molla ha rilanciato il dato Ocse e i suoi fedeli hanno calcato la mano, sostenendo che la sinistra dovrebbe vergognarsi di spargere allarmismo e riconoscere la bontà dell'azione di governo che sta portando l'Italia fuori delle secche della crisi.
Nessun dubbio che i dati Ocse siano positivi. Ma l'organizzazione parigina dice anche: stiamo attenti. E chiede di leggere i dati con cautela perché - è la sintesi - potrebbero nascondere non tanto una forte crescita, ma una crescita modesta rispetto al potenziale di lungo termine. Come dire: non c'è solo «un miglioramento dell'attività economica», ma più verosimilmente un attenuarsi del sentiero di crescita. Insomma, l'economia torna a salire, ma a livelli infimi. E non a caso, l'Italia tornerà - se tutto va bene - agli stessi livelli del Pil del 2007 soltanto nel 2013.
Sostiene l'Ocse che «una ripresa è chiaramente visibile negli Stati uniti». Vero: lo conferma il dato positivo del Pil nel terzo trimestre. Ma non tutto fila liscio e la conferma è arrivata ieri: in ottobre sono stati distrutti altri 190 mila posti di lavoro e le persone in cerca di occupazione sono ulteriormente aumentate, toccando quota 15,7 milioni, 558 mila in più in un solo mese. Il comunicato diffuso dal dipartimento al lavoro ci dice che dall'inizio della recessione (dicembre 2007) sono stati distrutti 8,2 milioni di posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è salito al 10,2%.
Alcuni giorni fa, dagli Usa avevamo anche saputo che la produttività sta salendo a ritmi pazzeschi, mentre i salari stanno diminuendo. Bene per i profitti, malissimo per l'economia. Non solo per gli effetti sociali, ma anche per quelli più economici: la crescente disoccupazione e la riduzione dei salari, stanno portando a una contrazione della domanda, esaltata solo da quella dei consumi di «lusso». Anche gli investimenti ristagnano: perché quando la domanda di consumi è bassa, la produttività in crescita e la capacità produttiva inutilizzata a livelli storicamente molto alti, le imprese non sentono il bisogno di investire.
Noriel Roubini, l'unico economista ad aver previsto la crisi, nei giorni scorsi con un saggio (pubblicato in Italia da Sole 24 ore) ha messo in guardia da questo tipo di ripresa e dalle follie finanziarie che stanno gonfiando nuove bolle speculative. Il messaggio è chiaro: senza una ripresa dell'economia reale, questa (ripresa) sarà effimera, di breve durata. Ma come fare per consolidarla, senza ripercorrere il vecchio modello di sviluppo che inevitabilmente condurrà a nuove crisi? Per Keynes certe decisioni di investimento non possono essere lasciate in mano al capitale privato. Senza essere così «estremisti» e pretendere la socializzazione dei mezzi di produzione, di spazio per la mano pubblica ce n'è in abbondanza. Per favorire la ripresa dell'accumulazione privata, sostituirla, se assente (anziché tagliare risorse come per la banda larga) e stimolare i consumi pubblici.
6 Novembre: sono passati sette mesi dal terremoto e la periferia della città va lentamente ripopolandosi anche se ancora più di ventimila persone sono ospitate negli alberghi della costa. Le scuole hanno riaperto negli edifici ristrutturati o nei cosiddetti MUSP (strutture provvisorie) e gli studenti frequentano regolarmente le lezioni, nonostante debbano percorrere ogni giorno molti chilometri in mezzo ad un traffico incontrollabile. La costruzione delle famose “case di Berlusconi” procede con qualche ritardo ma circa 1000 famiglie le abitano già e le altre dovrebbero avere l’assegnazione entro Gennaio.
Tutto bene dunque: è questa l’immagine veicolata dal Governo e ripresa dalla gran parte dei mezzi di informazione che parlano di compimento della prima fase di ricostruzione. In realtà a L’Aquila non è iniziata nessuna ricostruzione ma solo la costruzione di nuovi quartieri e villaggi, che sono peraltro privi di ogni struttura di servizio o di socialità. Tutta la città dentro le mura, il cosi detto centro storico che era abitato da 17.000 persone, è tuttora inaccessibile, se si escludono alcune arterie riaperte per motivi di viabilità, e nessuno può entrare nella propria abitazione senza la presenza dei vigili del fuoco. Le macerie non sono state rimosse e proprio ieri il Prefetto richiamava l’urgenza di questo problema segnalando che di questo passo la ricostruzione durerà 50 anni!
Il presidente Berlusconi, in visita ieri all’Aquila per la 24ma volta, lo ha rassicurato con una brillante idea: trasformare le macerie in collinette ricoperte di verde per abbellire il paesaggio. Nessuno ha ancora aperto una discussione pubblica su come e quando ricostruire il centro storico coinvolgendo i cittadini che pure stanno dando prova di uno straordinario attaccamento alla città. Nel frattempo le lungaggini burocratiche hanno impedito l’inizio dei lavori per la riparazione delle case della cintura periferica che sono meno compromesse. L’arrivo dell’inverno fa prevedere che tutto sarà rinviato alla prossima primavera.
Le cose non vanno meglio se guardiamo alla ricostruzione sociale. Il problema del lavoro rimane il più serio. Gli artigiani, i commercianti stanno faticosamente cercando di riprendere le loro attività, ma mancano gli spazi perché all’interno dei nuovi caseggiati non ci sono luoghi da utilizzare a questo fine e gli spazi riservati ai servizi attendono ancora progetti e risorse. Le fabbriche, già sofferenti per la crisi economica, tardano a riprendere la loro attività e anche l’edilizia locale e regionale non ha avuto ancora possibilità di incrementare la propria occupazione perché le imprese interessate alla costruzione dei nuovi insediamenti abitativi sono prevalentemente del Nord. Gli stessi lavoratori pubblici corrono il rischio di veder ridimensionati gli organici per la riduzione della popolazione.
L’Università, che, oltre ad essere un importante polo culturale e scientifico, costituiva una grande risorsa economica per la città, rischia un grave ridimensionamento degli iscritti, e conseguentemente dei docenti e degli impiegati, perché non ci sono risposte adeguate alla richiesta di alloggi per gli studenti fuorisede che pure avevano rinnovato la loro iscrizione. In questo contesto la Regione Lombardia ha costruito uno studentato di 120 posti letto che Formigoni ha inaugurato ieri alla presenza di tutte le autorità cittadine e dell’immancabile Bertolaso, affidandone la gestione non all’azienda per il diritto allo studio, come sarebbe stato logico trattandosi di soldi pubblici, ma alla Curia che ha già dichiarato che, per l’assegnazione dei posti, non si atterrà alle graduatorie formulate dagli uffici universitari.
Come si vede il terremoto ha distrutto molte certezze ma non l’intreccio tra potere pubblico e gerarchie ecclesiastiche.
A sette mesi dal terremoto, inoltre, gli aquilani non possono ancora contare su un Ospedale efficiente. Molti servizi sono ancora nelle tende, il laboratorio è costretto a mandare a Teramo gli esami batteriologici, le sale operatorie lavorano a ritmi ridotti, i posti letto disponibili sono meno di un terzo del necessario, i servizi di riabilitazione hanno dovuto ridurre drasticamente le prestazioni ai disabili. Eppure molte parti dell’Ospedale sono riparabili e riutilizzabili; la domanda che viene spontanea è perché, se è stato possibile costruire in 20 giorni un aeroporto per il G8, non sia stato invece possibile rendere agibile l’Ospedale in 7 mesi.
Potrei continuare ancora a lungo a citare problemi irrisolti che nessuno nomina ma penso che le cose dette fino a qui siano sufficienti a riconfermare che un terremoto è un evento catastrofico che lascia dietro di sé distruzioni materiali e sociali di grande rilevanza, tanto più se distrugge una città capoluogo di Regione ricca di storia e di monumenti. Pensare che si possa rispondere a questa situazione con un ottimismo di facciata, piuttosto che affrontando la realtà e chiamando all’impegno tutte le risorse dei cittadini, è una colpevole superficialità che rischia di condannare L’Aquila ad un futuro di mediocre cittadina di provincia e gli aquilani ad un vissuto di memorie senza prospettive.
Il link al sito sinistra-democratica.
«Éindiscutibile che gli stadi italiani siano i peggiori d’Europa e non c’è bisogno di frequentare quelli di Champions League per capirlo. Basta guardare agli impianti di Inghilterra, Germania o Spagna per rendersi conto quanto siamo lontani da una realtà appena discreta. I nostri sono stadi scomodissimi e obsoleti ». Sono parole di Sergio Campana, avvocato e presidente dell’Assocalciatori e riassumono l’anomalia italiana. Primo punto: nessun club di serie A e B è proprietario dello stadio dove gioca. Secondo punto: nessuna società ha sfruttato le possibilità offerte dall’organizzazione di Italia ’90, a parte Roma (Olimpico rifatto) e Milano (terzo anello a San Siro), con due impianti che sono considerati di alto livello da parte della Federcalcio europea e dove si sono giocate due finali di Champions League. In qualche caso, come a Bari, è stato costruito uno stadio bello, ma poco funzionale, soprattutto in rapporto alla capienza (60 mila spettatori). Terzo punto: non ci si è resi conto per tempo che la tv stava svuotando gli stadi: i primi segnali erano già apparsi chiari negli anni Novanta; l’introduzione del digitale terrestre (gennaio 2005) ha completato l’allontanamento della gente dal calcio visto dal vivo, trasformandolo in uno spettacolo da consumare in salotto davanti al televisore.
L’esempio di Torino
Adesso il calcio italiano sta cercando di riguadagnare il tempo perduto nei confronti degli altri Paesi europei. In un clima di incertezza assoluta, è iniziata la corsa all’ideazione di nuovi stadi o alla ristrutturazione di quelli vecchi. In verità, soltanto la Juve si è mossa con determinazione e con un progetto chiaro che fra 600 giorni le consentirà di inaugurare il vecchio stadio delle Alpi, completamente rifatto e di proprietà. Il disegno di legge Crimi è il prodotto di un’intesa trasversale fra maggioranza e opposizione: è stato approvato all’unanimità dalla Commissione Cultura del Senato, dopo un lungo lavoro di emendamenti e salterà il passaggio in Aula. Ora passa alla Camera, ma con profonde modifiche rispetto al momento della presentazione. Nei giorni scorsi il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro, aveva pubblicamente spiegato le perplessità del proprio dicastero: «Siamo di fronte a provvedimenti di legge che permettono una nuova impiantistica sportiva, ma anche dell’altro. Bisogna essere persone serie e pensare a proteggere il nostro patrimonio artistico. L’accordo di programma permetterà ai Comuni di andare in deroga, cioè di operare varianti al piano regolatore. Si potranno realizzare non soltanto gli stadi, ma anche appartamenti e palazzine in terreni al momento considerati inedificabili. Per questo occorre cautela. Capisco la fretta delle società calcistiche, ma qui si sta parlando di altro. Dobbiamo essere rigorosi, seri e responsabili ». Il disegno di legge non ha convinto tutti, anche all’interno del mondo sportivo, ai massimi livelli istituzionali.
San Siro: sì, no, forse
Juventus a parte, il quadro (modificabile) è questo. Il Milan è deciso a restare a San Siro, dopo ristrutturazione totale: 75 skybox sul primo anello, un ulteriore anello intermedio, per far spazio a nuove soluzioni commerciali (negozi e ristoranti), uno spazio adiacente allo stadio per lo shopping. La scelta nasce dalla considerazione che San Siro ristrutturato ha le stesse potenzialità di uno stadio moderno. Il presidente dell’Inter, Massimo Moratti, ha costituito una commissione di esperti, per essere pronto a realizzare un nuovo stadio nel caso in cui la legge dovesse rendere vantaggiosa la costruzione di un nuovo impianto (il progetto c’è già e da tempo). Ma anche Moratti non è del tutto convinto della necessità di lasciare San Siro, unico impianto, con l’Olimpico di Roma e il San Nicola di Bari, in grado di ospitare un (eventuale) Europeo.
Roma, Firenze e Bologna
Il caso più controverso è quello di Roma, dove i due club vogliono abbandonare l’Olimpico. A settembre, la Roma ha presentato un progetto per il nuovo stadio, intitolato a Franco Sensi, che dovrebbe sorgere in zona Massimina, lungo l’Aurelia. La struttura, ideata dall’architetto Gino Zavanella, dovrebbe ospitare 55-60 mila spettatori; gli appartamenti e il centro commerciale più grande d’Europa devono avere tutte le autorizzazioni urbanistiche e non sarà facile. È tutto da verificare il progetto dello stadio della Lazio, che dovrebbe sorgere in zona Tiberina, esposta al rischio di esondazioni. Il progetto di Alfonso Mercurio prevede la realizzazione di una cittadella dello sport, con case, hotel, shopping center: 2 milioni di metri cubi impegnati.
Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ha spiegato che «non avere uno stadio è come avere una società senza gli uffici». Da sette mesi gli architetti scelti dal presidente stanno studiando come rifare totalmente il San Paolo.
Ma il primo progetto di un nuovo impianto è della Fiorentina. È da più di un anno che Diego Della Valle ha illustrato le caratteristiche della cittadella viola: stadio da 40-50 mila posti, centro commerciale, hotel, parco a tema calcistico. Lo stadio è destinato a sorgere nell’area Castello, ancora sotto sequestro da parte della magistratura.
Giovedì il vertice fra le istituzioni, il Bologna e la Federcalcio sul nuovo stadio è finito con una bocciatura del progetto del nuovo impianto, perché ritenuto «non conforme agli interessi pubblici ».
A Genova, invece, non c’è chiarezza sull’area sulla quale dovrebbe sorgere il nuovo stadio.
L’equivoco di Euro 2016
In questo clima di incertezza, si è fatto strada un equivoco, che nessuno sembra in grado di cancellare: secondo questa tesi, rifatti gli stadi, sarebbe automatica l’assegnazione all’Italia, che ha già perso l’edizione 2012, dell’Europeo 2016. Niente di più sbagliato, perché stadi funzionali sono la condizione necessaria, ma tutt’altro che sufficiente per aggiudicarsi la manifestazione (la prima edizione a 24 squadre). C’è tempo fino al 15 febbraio 2010 per ufficializzare la candidatura, ma la concorrenza è fortissima: Francia, Turchia, Norvegia- Svezia. Occorre un impegno diretto del governo e soprattutto la certezza che verranno rispettati i tempi di costruzione dei nuovi stadi. Niente di più difficile, in Italia, come si è visto anche per il Mondiale ’90.
Va bene per avere finanziamenti dal governo, ma chi volete che venga qui? Su quell´asse un viale alberato è accettabile ma va salvata la prospettiva Ho grande stima per lui, non posso credere che faccia davvero sul serio Sarebbe come mettere piante in piazza del Campo a Siena: la storia ha un valore.
Architetto Gregotti, le piace l´idea di andare a passeggiare in piazza Duomo con le scarpe da trekking?
«L´idea di far diventare Milano più verde mi sembra bellissima, ma l´unico posto dove non vanno piantati degli alberi è la piazza del Duomo».
Vittorio Gregotti, uno dei massimi esponenti italiani dell´architettura contemporanea, uno che è ben più di un «archistar» perché la sua non è una fama recente né effimera, una firma rigorosa che ha sempre sfuggito le mode, sorride. È nel suo studio dalle parti di via San Vittore, immerso in mille progetti, e fa un po´ fatica a ragionare sull´ultima trovata che racconta il centro della città trasformato in un bosco. Quasi non ci crede. Ma se proprio deve rispondere facendo finta che si tratti di un progetto reale e non di una boutade, allora è categorico: no, non gli piace per niente. Anzi: gli sembra una cretinata.
«Quella piazza è storicamente consolidata con una struttura diversa: è il luogo deputato ad accogliere grandi eventi pubblici come assemblee, manifestazioni, comizi. Ed è così da un secolo e mezzo. Lì c´è la chiesa più importante della città... non è possibile trasformare quello spazio in un parco, significherebbe contraddire il suo carattere strutturale. Se l´idea è di piantare tre, quattro alberi negli angoli, allora è un altro discorso».
L´idea, come è stata presentata, non è così minimalista: almeno settanta alberi sul lato della piazza verso palazzo Carminati, una piccola parte dei novantamila che la città ha promesso a Claudio Abbado. E a realizzare il progetto sarà Renzo Piano che ha offerto a Milano la sua collaborazione.
«Ho grande stima per Piano, e poi Renzo è amico di Claudio ed è comprensibile che si sia offerto di dargli una mano e sono felicissimo che lo faccia. Il progetto di aumentare il verde è interessante e ragionevole, anche se novantamila mi pare una cifra che non ha molta attendibilità. A patto però di non pretendere di invadere il centro che ha già una sua struttura definita e di cambiare il significato dello spazio. Ci sono le periferie, lì si potrebbero distribuire ragionevolmente. I contesti contano, la storia di una città anche e quasi tutte le città italiane hanno una piazza che ha la funzione di luogo di adunanza pubblica. Sarebbe come pensare di mettere gli alberi sulla piazza del Campo di Siena. Mi sembra irragionevole».
Pare che i primi alberi saranno piantati alla fine di questo mese. E che saranno aceri; il suo collega Piano ha detto che qui i platani soffrono.
«Non ne so abbastanza per dare giudizi, dico solo che a me i platani piacciono. E non so nemmeno se stiamo parlando di qualcosa di concreto o di cose riferite male. Piano è un bravissimo architetto, magari è stato male interpretato, o si è pentito subito dopo aver parlato. Perché non posso credere che uno che stimo fino in fondo abbia pensato sul serio di fare un bosco in piazza Duomo. Non si può dire "facciamo Milano più verde" e pensare di cominciare da lì».
L´onda verde dovrebbe allargarsi anche a via Dante e seguire il percorso fino al Castello.
«Beh, ai lati di via Dante si può. Un percorso pedonale che diventa viale alberato. A patto che venga mantenuto come asse e che si salvi la prospettiva del Castello».
Non ci sono problemi dal punto di vista pratico?
«Certo, sotto è pieno di infrastrutture. Ma i problemi tecnici si possono superare, è solo questione di costi. Quello che non si può superare è il valore e il significato che un luogo ha per la città, quello va mantenuto. Direi che è importante soprattutto oggi, che c´è una tendenza alla privatizzazione degli spazi pubblici».
Milano si sta preparando all´Expo. Sulla carta ci sono molti progetti di modernizzazione. Nel 2015 sarà una città diversa e migliore?
«Perché, esiste l´Expo? È un´idea assurda che può avere solo due esiti pratici: o un modo per avere finanziamenti dal governo, e allora va bene; o tradursi in un flop. Ma chi vuole che venga a Milano, a vedere che cosa? Del cibo si sta occupando da sessant´anni la Fao. Se faranno una linea del metrò sarà già un gran risultato. E poi bisogna stare attenti al nuovo: modificare non vuole dire violentare e la modernizzazione non sono i grattacieli».
Si erano immaginate grandi cose: i Navigli scoperti, le vie d´acqua...
«Sa cosa le dico? Il buonsenso è un´utopia moderna, ed è qualcosa che non ha nessuno».
Da un punto di vista finanziario il Ponte sullo Stretto è un colosso dai piedi d’argilla. L’opera ieri ha avuto il via libera dal Cipe (il comitato interministeriale per la programmazione economica che si occupa anche di grandi opere) per la fase di progettazione. Ma la decisione del governo non cancella come d’incanto i molti dubbi che gravano sull’operazione. Sapete su che cosa poggia la fattibilità economica della struttura, cioè la possibilità che tutto il sistema possa risultare sostenibile, senza il rischio di restare travolto dai debiti crollando come un castello di carte? Sulle Ferrovie dello Stato. Proprio le Fs, la società pubblica più sussidiata d’Italia, quella del miracolo alla rovescia della Tav (Alta velocità), con l’allungamento assolutamente anomalo dei tempi di realizzazione e la moltiplicazione dei costi scaricati sul bilancio dello Stato, l’azienda che nonostante tutti i proclami non riesce a far circolare scorrevolmente i treni, soprattutto quelli per i pendolari, e a dispetto delle reiterate promesse non è in grado neanche di assicurare la pulizia delle carrozze.
Una decisione tenuta in ombra
Senza l’apporto economico delle Fs niente Ponte. Ma d’altra parte con l’apporto determinante delle Fs il Ponte, economicamente parlando, parte con il piede sbagliato ed appare un azzardo prima ancora della posa della prima pietra prevista per l’inizio di dicembre. È come se qualcuno volesse correre la maratona con le stampelle o come se si mettessero insieme due debolezze. La circostanza che siano proprio le Ferrovie il pilastro di tutta l’impalcatura finanziaria è apparsa probabilmente così avventata agli stessi propugnatori dell’opera, che di fatto hanno finito per nasconderla nelle comunicazioni ufficiali; nei siti governativi non è più neanche rintracciabile. Per recuperare i termini di una faccenda sempre tenuta in ombra bisogna rispolverare un vecchio documento prodotto nel 2004 dalla società Stretto di Messina in cui si riportano gli elementi del piano economico-finanziario con i dettagli del meccanismo alla base della fattibilità del progetto. Cinque anni fa il costo dell’operazione era previsto in 6 miliardi di euro (nel frattempo è salito a 6,3), da ammortizzarsi al 50 per cento in 30 anni (che è la durata della concessione) attraverso rate costanti. Queste rate devono essere pagate, appunto, dalle Fs con la controllata Rfi (Rete ferroviaria italiana) che si impegna a sborsare un canone minimo annuo per l’utilizzo dell’infrastruttura ferroviaria di 100,6 milioni di euro, più di 8 milioni al mese.
E non è finita perché le Ferrovie dovranno girare al gestore del Ponte anche il contributo che oggi ricevono dal ministero dei Trasporti a compensazione degli oneri sostenuti per il traghettamento da una parte all’altra del canale, cifre riscosse per garantire quella che gli addetti ai lavori chiamano la “continuità territoriale”. Sono un’altra trentina di milioni (27,8 nel 2008 per l’esattezza) che sommati alla quota precedente fanno circa 130 milioni, 11 milioni al mese. In più Rfi si impegna “ad effettuare a suo carico la manutenzione ordinaria e straordinaria”.
Tutto questo sforzo in cambio di che cosa? Ufficialmente Rfi diventa “gestore del collegamento ferroviario dell’opera”. E detto così sembra un grande affare. In realtà il traffico ferroviario sia di persone sia di merci tra la Sicilia e la Calabria è assai modesto, e negli ultimi anni si è ulteriormente rattrappito a vantaggio del trasporto aereo, soprattutto low cost. Secondo l’edizione 2008 del Conto nazionale dei trasporti, la bibbia del settore, in 18 anni, cioè a partire dal 1990, il totale delle carrozze transitate sullo Stretto è calato del 46,4 per cento. La diminuzione è stata repentina soprattutto negli ultimi 8 anni, a partire dal Duemila: meno 17, 8 per cento con punte del 37 per i treni viaggiatori e con un decremento più contenuto per le merci (meno 3,5). Peccato che le merci non abbiano granché bisogno di un collegamento veloce, e dal punto di vista degli scambi economici le 2-3 ore guadagnate sui tempi di percorrenza con il treno grazie al futuro Ponte siano di fatto quasi irrilevanti.
Boom del traffico aereo sull’Isola
Mentre diminuisce a rotta di collo il traffico dei treni, registra un boom il numero dei viaggiatori negli aeroporti siciliani, più 200 per cento in totale a Catania, Palermo e Trapani (fonte Assaeroporti ed Enac). A Catania, in particolare, negli ultimi vent’anni la crescita è stata del 219 percento; dal 2000 al 2008, il numero dei viaggiatori transitati nello scalo catanese è passato da poco meno di 4 milioni a 6. Se 19 anni fa, inoltre, sullo Stretto transitavano circa 15 milioni di passeggeri all’anno tra traghetti privati, Fs e treni, mentre i viaggiatori fuori dello Stretto erano appena 4 milioni, nel 2008 il rapporto si è invertito: i passeggeri passati dallo Stretto sono in minoranza, 10,7 milioni, in prevalenza trasportati dalle compagnie private tipo Caronte & Tourist della famiglia Matacena, mentre quelli fuori dallo Stretto sono più che raddoppiati e in totale ora sono un milione in più degli altri, e per di più quasi tutti clienti delle compagnie aeree. Gli affezionati del treno, infine, appaiono un’esigua minoranza della minoranza, sull’ordine delle centinaia di migliaia di viaggiatori.
Tra una sponda e l’altra, oggi transitano appena 8 coppie di treni passeggeri e 8 merci al giorno, cioè 32 convogli tra andata e ritorno. Quindi ogni anno sullo Stretto passano soltanto 11.680 treni, tanti quanti ne viaggiano in un solo giorno su tutta la rete ferroviaria nazionale, e una volta costruito il Ponte ogni treno tramite il canone elargito da Fs pagherà, di fatto, un pedaggio stratosferico, 11.130 euro in media per percorrere 3 chilometri e 300 metri, più di 3 euro per ogni metro di binario.
Sorride solo la Impregilo
Numeri alla mano, la faccenda del canone è quindi tutt’altro che un affare per le Ferrovie, mentre lo è, e parecchio, per il futuro gestore dell’opera, la società Impregilo, a cui nel 2005 il precedente governo Berlusconi affidò la realizzazione della struttura, e i cui soci di maggioranza, detto per inciso, sono anche i famosi “patrioti” del business Cai-Alitalia, da Marcellino Gavio ai Benetton a Ligresti. Ma perché le Fs avendo poca o nessuna convenienza ad infilarsi nell’affare del Ponte sullo Stretto non si sottraggono al patto leonino a favore di Impregilo? Perché non possono, probabilmente.
Essendo un’azienda pubblica dipendente dalle decisioni della politica e dai finanziamenti del governo non possono mettersi di traverso ad un affare che per l’esecutivo Berlusconi è diventato una specie di punto d’onore, un gigantesco monumento alla mitologia del fare. Del resto la relazione del 2001 del gruppo di lavoro del ministero dei Trasporti individuava proprio nello scarso traffico ferroviario il tallone d’Achille dell’impalcatura finanziaria dell’opera. E le banche chiamate a prestare il 60 per cento dei fondi necessari per l’infrastruttura fecero capire a suo tempo che senza adeguate garanzie avrebbero fatto dietro front. Quali garanzie? Che arrivassero soldi per l’ammortamento di almeno metà dell’opera tramite il pagamento certo di un canone.
Le Ferrovie, in sostanza, agiscono come sostituti finanziatori: la finzione è che paghino per un servizio, la realtà è che strapagano in cambio di poco. Ma tanto, gira e rigira, quei soldi Fs sono soldi pubblici, frutto della fiscalità generale, cioè sborsati dai cittadini onesti con le tasse.
All’origine del sentimento di giustizia c’é un sentimento naturale di vendetta – gli utilitaristi lo chiamavano sentimento "animale" per sottolinarne l’utilitá immediata per l’individuo ma anche la necessitá della sua rieducazione. È un sentimento "naturale" nel senso che viene prima di ogni educazione morale e intellettuale, prima della riflessione ragionata e delle istituzioni, e serve a orientare la nostra risposta all’ambiente in vista della nostra sopravvivenza, il bene primario.
Uno dei padri fondatori del liberalismo, John Locke, sosteneva per questo che benché capaci di naturale giudizio morale e di ragionevolezza, gli esseri umani non riescono a vivere fuori dello stato per una ragione molto semplice: perché non sanno essere imparziali. Quando vengono offesi o danneggiati giudicano in maniera parziale perché danno a se stessi e alle proprie cose un valore sproporzionato in eccesso. Per questo serve un giudice esterno: una norma che non sia fatta né da chi ha subito il danno (giustizia come vendetta) né da chi il danno vuole perpetrarlo (giustizia come licenza) ma da chi si mette ipoteticamente nella condizione ideale di un giudice disancorato o di chi non é parte in causa e che per questo riesce a valutare spassionatamente. Su queste premesse riposa la possibilitá di creare la pace sociale.
La civilitá puó essere a ragione definita come un processo faticoso, e a quanto pare mai compiuto, per superare o domare il sentimento "animale" della giustizia come vendetta e ritorsione in un sentimento riflessivo che sappia giudicare a prescindere dalle passioni che l’ingiustizia provoca nella vittima o dagli interessi che un comportamento equo può imporre di sacrificare. Come si può intuire, ragionare secondo giustizia é un esercizio tutt’altro che spontaneo e facile: l’educazione che i genitori ci impartiscono quando siamo bambini e che l’obbedienza delle leggi ci conferma quando siamo adulti é un segno di quanto sia innaturale ragionare secondo giustizia e quanto venga invece spontaneo farci guidare dall’istinto di proteggere noi stessi e le nostre cose con tutti i mezzi e sopra tutto e tutti. Lo Stato di diritto, la norma uguale per tutti, l’autonomia della sfera giuridica da quella politica sono gli esiti piú importanti di questo grande e difficile cammino della civiltà dalla naturalità del sentimento di vendetta al sentimento ragionato di giustizia.
In Italia si assiste a una trasvalutazione dei valori, a un rovesciamento vero e proprio del sentimento di giustizia per cui si sente dire con rituale frequenza e impudica chiarezza che i giudici perseguitano o che la giustizia si vendica, mentre la giustizia vera sarebbe quella più vicina ai propri desideri e interessi. Ovviamente la giustizia che si fa vendetta é un atto gravissimo. Ma quando ciò succede si é già fuori della giustizia, si é già nella dimensione del reato, per giudicare del quale é comunque necessaria una visione della giustizia come imparzialità. Per questo é sempre sbagliatissimo e improvvido associare la giustizia alla persecuzione o alla vendetta, anche quando per le ragioni le più diverse si dissente dall’operato dei giudici. Ed é sbagliatissimo soprattutto quando a fare questi proclami non sono cittadini ordinari che chiacchierano davanti a un bicchiere di vino, ma invece uomini delle istituzioni e mezzi di informazione. Siamo qui di fronte a un caso di stravolgimento di quella che é la relazione impersonale ordinata dalla legge tra il cittadino (potenzialmente tutti senza distinzione) che può aver o ha violato la legge e il magistrato che ha il compito di verificare che ciò sia avvenuto per poter giudicare il reato, comminare la pena e così restaurare l’integrità della legge.
Quando questa relazione viene stravolta dichiarandola vendicativa e questo stravolgimento addirittura esaltato in nome di più vera giustizia e fatto passare nel linguaggio ordinario si produce gravissimo danno non tanto o soltanto alle istituzioni, ma anche e soprattutto alla nostra personale sicurezza, poiché a cadere insieme al senso di giustizia é la fiducia reciproca (se giustizia é vendetta di chi ci si può più fidare?) e con essa la tranquillità della vita quotidiana. E purtroppo questo stravolgimento valoriale e linguistico ha effetti che sono difficili perfino da immaginare e controllare e che vanno ben al di là del fatto specifico per il quale esso é stato ad arte creato, ovvero la protezione degli interessi particolari di chi ci governa.
Il paradosso é che proprio colui dal quale vengono le accusa di persecuzione rivolte ai giudici, poi quando deve trovare un argomento di difesa del suo operato si appella proprio a una giustizia dei giudici. Rispondendo alle domande di Bruno Vespa sulla sua ricattabilitá, il Presidente del consiglio ha detto che quando nei suoi «confronti sono state avanzate richieste che secondo il giudizio [suo] e dei [suoi] legali si configuravano come ricattatorie, [egli si é] immediatamente rivolto all’autorità giudiziaria» – e se questo é vero é perché egli stesso deve presumere che questa autorità sia imparziale e per questo meritevole di autorità.
la Repubblica ed. Milano
Un bosco da Piazza Duomo al Castello
di Oriana Liso
La prima offerta era stata lanciata un mese fa. «Aiuterò Abbado nell´impresa di piantare i 90mila alberi, mi piace l´idea di una Milano più verde»: così l’archistar Renzo Piano, a margine di una lectio magistralis a Bologna. Un desiderio che ora si fa via via più concreto, con un grande progetto che l’architetto genovese sta mettendo a punto con il Comune: un "muro verde", fatto di alberi piantati nel suolo, sul lato di piazza Duomo verso palazzo Carminati. Una scia verde che potrebbe poi proseguire fino al Castello, attraverso piazza Cordusio e via Dante. Qui, dove il sottosuolo difficilmente permetterà piantumazioni, causa metropolitana, si potrebbero piantare degli alberi, magari quelle magnolie tanto care al maestro Claudio Abbado, in "vasconi" rialzati. Di certo non nei vasi, come è stato fatto finora, vista la riuscita poco felice di quell’esperimento, tra piante morte in poche settimane e vasi presto trasformati in discariche.
Insomma una collaborazione che entra nel vivo. Renzo Piano - che anche ieri era a Milano - ha scritto qualche tempo fa una lettera al sindaco Letizia Moratti. Per dirle, in sostanza: il desiderio di Abbado di vedere tanti alberi a Milano (messo come presupposto per un suo ritorno alla Scala l’anno prossimo, dopo 24 anni di assenza) non si sta realizzando come lui avrebbe sperato, quindi metto a disposizione la mia conoscenza (e il mio nome) per elaborare dei progetti che meglio possano concretizzare il sogno di una città più verde. Ci sono stati incontri e scambi di idee, anche con l’assessore al Verde Maurizio Cadeo e con il sovrintendente ai beni architettonici e del paesaggio Alberto Artioli, che dovrebbe in ogni caso dare il via libera a progetti che riguardano luoghi così importanti e centrali. Su via Dante, per esempio, non c’è solo il vincolo degli scavi (nei prossimi giorni dovrebbero essere completate le verifiche tecniche), ma anche quello di non rovinare la prospettiva che da Cordusio porta al Castello, né di oscurarla con alberi ad alto fusto, come platani o tigli (le magnolie, oltre a piacere ad Abbado, riprenderebbero anche l’aiuola alle spalle del Duomo).
Ma la collaborazione di Piano con il Comune potrebbe anche andare oltre i progetti di verde calibrati sull’architettura urbana del centro, perché tra le ipotesi a venire potrebbe esserci anche quella di una sua collaborazione sui Raggi verdi e, in futuro, anche su Expo. Ieri Piano ha partecipato, alla Fondazione Corriere della sera, a un incontro sul tema "Fare architettura", in occasione dell’uscita del numero speciale di "Abitare" diretto da Stefano Boeri che racconta sei mesi di lavoro dell’architetto genovese. E se Boeri spiegava che «il progetto di Expo è una svolta, e la scelta di piantare gli alberi in molti luoghi della città fa parte di una sfida più ampia a cui mi auguro che Piano voglia collaborare», quest’ultimo replicava: «Mi piace l’idea degli alberi, e anche il progetto Expo è molto innovativo».
Presto la collaborazione tra Piano e il Comune potrebbe dare i suoi frutti, con i progetti esecutivi dei nuovi viali verdi nel centro città. Secondo i piani del Comune - fondi e sponsor permettendo - nei prossimi mesi dovrebbe partire anche il progetto dei dieci "boschetti di benvenuto", con la piantumazione di 30mila alberi, mentre altre 1.600 piante dovrebbero andare a "costruire" il primo Raggio verde dal centro all’area espositiva di Expo.
Il Corriere della Sera
Un bosco al Duomo Il progetto di Piano per la Milano verde
di Stefano Bucci
MILANO — Un bosco («una settantina di piante») in Piazza del Duomo, a Milano, quasi come l’avevano immaginato Dino Buzzati e Bruno Munari (ma c’è anche il precedente storico della raccolta del grano durante la guerra); un centinaio di alberi in via Dante e poi altro verde in via Orefici (però sul lato non percorso dai tram) e in Piazza Cordusio (potrebbe essere una grande aiuola). E poi altre piante che scacciano macchine e motorini (quelli in circolazione e quelli parcheggiati in via Giulini). Renzo Piano immagina così i suoi primi interventi («un lavoro d’équipe: il Comune, la Soprintendenza, il mio studio, i tecnici») per piantare quei novantamila alberi («potrebbero essere aceri, i platani qui in città soffrono») che rappresentano il cachet «in natura » che riporterà Claudio Abbado a dirigere alla Scala (il 4 e il 6 giugno 2010 con l’ Ottava Sinfonia di Mahler).
L’architetto che sta cambiando Londra con il progetto per la sua London Bridge Tower (a Milano per presentare il numero monografico di Abitare a lui dedicato dal titolo Being Renzo Piano ) ha un’idea molto chiara di quello che dovrebbe essere il suo lavoro: «Qui faccio solo il contadino e il geometra per Claudio, il mio compito è piantare alberi e basta». Una boutade , sicuramente, perché questi novantamila alberi non sono altro (per il progettista premio Pritzker 1998) che un’occasione, l’ennesima (dopo il Beaubourg a Parigi e Postadmer Platz a Berlino) per riaprire il discorso intorno al futuro delle città, dal centro alle periferie.
Ieri, nuovo sopralluogo per Renzo Piano lungo la dorsale che collega Duomo e Castello Sforzesco: un gruppetto di otto persone (più un cane) a fare compagnia all’architetto che, ad un certo punto si mette addirittura a fare correzioni sul disegno di massima (naturalmente con il suo Pentel verde d’ordinanza) inginocchiato per terra con i passanti incuriositi ma non troppo (qualche tempo prima, aveva disegnato la sua green belt per Milano sulla tovaglia bianca di un ristorante toscano). «Il problema — spiega — è trovare un equilibrio tra la disposizione degli alberi, l’arredo urbano, le vetrine dei negozi, i servizi e i sottoservizi. Per questo è fondamentale questo lavoro di collaborazione». Intanto si parla di un modello settecentesco di «taglio» che permetta di lasciare libere le vetrine, di una «Berlino dove è più facile abbattere un albero se è malato»; di una «Milano che vuole bene alle piante»; di un arredo urbano che dovrà essere uniformato e migliorato»; di quanti alberi si potrebbero piantare tra due lampioni di via Dante (uno? due?); di un Expo 2015 «meno cementificato » che saprà ben considerare l’occasione di questi novantamila alberi.
L’idea del bosco in Piazza Duomo («opposto» alla Cattedrale) è affascinante ma, concorda Piano, «presenta una serie di difficoltà, perché, ad esempio, il bosco dovrà essere in qualche modo presidiato, per evitare ogni possibile forma di degrado» (altro ostacolo potrebbe essere l’«intoccabile» pavimento del Portaluppi). Eppure l’architetto sembra fiducioso: «il 30 di questo mese ci incontreremo con Claudio qui a Milano e se tutto va bene potremmo cominciare a piantare i primi alberi già entro la fine dell’anno, al più tardi ai primi di gennaio». Questo centro di Milano tutto pieno di alberi («Stiamo lavorando su una decina di case story ») non rappresenta che l’ulteriore frammento di un progetto ben più grande: che terrà conto delle aree di verde che già esistono (il Parco Sud come quella intorno a San Siro). E che «non si dimenticherà delle periferie». Piano l’ha ribadito spesso: «le città del futuro si ricostruiranno dalle periferie »; ieri, partendo per Parigi, ha aggiunto un’altra considerazione: «questi alberi sono un piccolo grande gesto di generosità verso le prossime generazioni» .
Un silenzio colpevole
Il manifesto ha iniziato a riprendere la storia delle rotte dei veleni il 5 settembre 2009, in un reportage sulla discarica di Borgo Montello, in provincia di Latina. Questa zona a pochi chilometri da Roma, dove secondo alcuni collaboratori di giustizia i casalesi hanno interrato per anni rifiuti pericolosi, ha una vocazione agricola. È una sorta di giardino dove vengono coltivati ortaggi, frutta, uva da vino. Pochi mesi fa l'Arpa Lazio (Agenzia regionale per la protezione ambientale), ha scritto che la falda acquifera è contaminata. Bene, il sospetto era - ed è - che qui siano finiti una parte di fusti con rifiuti pericolosi trasportati alla fine degli anni '80 da alcune navi dei veleni.
Il ritrovamento, ieri, di un container sul fondo del mare toscano aggiunge un altro tassello alla nostra ricostruzione. E, qualora fosse appurato che si tratti di rifiuti tossici, sarebbe la dimostrazione di quello che stiamo cercando di dimostrare: il «caso» non si ferma al relitto di Cetraro e quella che stiamo riprendendo non è solo una storia del passato, ma uno scempio che continua ancora oggi.
Il sistema delle rotte tossiche è stato utilizzato da almeno 140 "grandi marche", ovvero dal gotha del sistema industriale italiano, come abbiamo raccontato e documentato nei giorni scorsi. E quella stessa rete di connivenze, complicità criminali, dove accanto a pezzi dello stato vediamo all'opera le peggiori mafie - camorra e 'ndrangheta - si è poi allargata e specializzata nel corso degli ultimi anni. Ci sono almeno cinque questioni che aspettano una risposta.
Le cronache più recenti parlano di settori dell'Enea alleati con faccendieri come Flavio Carboni per gestire presunti traffici illeciti di amianto (inchiesta su discarica di Pomezia, 2009); abbiamo assistito alla gestione di immense discariche nel biutiful cauntri dei casalesi; abbiamo scritto di come società di grandi dimensioni bruciassero di tutto senza nessun controllo negli inceneritori. Sono pezzi della stessa storia, che prosegue dagli anni '80, da quando le navi italiane portavano in giro per il mondo gli scarti delle nostre industrie.
Per questo continueremo a parlare su queste pagine di navi dei veleni. Ci sono domande che da mesi aspettano una risposta dal governo. Tasselli di un unico disastro ancora avvolti da una fitta rete di reticenze politiche e istituzionali. Le elenchiamo, sperando che qualcuno un giorno riuscirà a sbrogliare la matassa e a dare qualche risposta. Eccole.
1)
Il 5 settembre abbiamo chiesto alla Protezione civile di sapere dove sono stati smaltiti i 10.500 fusti tossici riportati in Italia dalla nave Zanoobia nel maggio del 1988. La protezione civile fino ad ora non è stata in grado di rispondere. Chiediamo dunque al ministro dell'ambiente: il governo è in grado di spiegare come e dove sono stati smaltiti i rifiuti tossico-nocivi rientrati in Italia tra il 1988 e il 1989?
2)
Il ministro Carlo Giovanardi nel 2004 dichiarò in Parlamento: «Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali ed il traffico d'armi. (...) Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei». Quali sono questi paesi che sono stati coinvolti nel traffico internazionale di rifiuti?
3)
Il 24 gennaio del 2006 l'allora sostituto procuratore della Repubblica di Paola Francesco Greco riferì davanti alla commissione bicamerale sui rifiuti che era stato individuato al largo di Cetraro un relitto della lunghezza di 126 metri circa. Dopo ulteriori informazioni acquisite dal Procuratore di Paola Bruno Giordano, l'assessore regionale della Calabria Silvio Greco ha scritto il 14 maggio 2009 al ministro dell'ambiente chiedendo un intervento per lo studio del relitto. Perché in questi quasi quattro anni il Ministero dell'ambiente non ha mai approfondito quanto comunicato dalla Procura di Paola fin dal gennaio 2006?
4)
Nella stessa seduta del gennaio 2006, il pubblico ministero Francesco Greco affermò che non era riuscito ad ottenere informazioni precise dalle Capitanerie di Porto sui relitti presenti al largo di Cetraro e che in alcuni casi era stato opposto il segreto militare. Risulta al ministro che esista un segreto di stato o militare sui relitti presenti sui fondali del mare della Calabria? E' stato mai apposto il segreto sulla vicenda delle navi dei veleni? E' vero che la Guardia Costiera non fornì le informazioni chieste dalla Procura di Paola, come sostiene il magistrato Francesco Greco?
5)
Nel maggio del 2007 un imprenditore di Fondi (Latina), Massimo Anastasio Di Fazio, poi arrestato con l'accusa di usura con modalità mafiose, annunciò di aver concluso un accordo con la Liberia per l'esportazione di rifiuti in Africa per un valore di 170 milioni di euro. Secondo quanto riportato dal sito dell'emittente locale canale sette, all'accordo avrebbe partecipato anche l'ex sindaco Luigi Parisella. Oggi riportiamo poi la storia dei container buttati in mare da navi tedesche, solo quattro mesi fa. Risulta al ministro dell'ambiente che esistono oggi accordi per l'esportazione di rifiuti pericolosi da parte di aziende italiane verso l'Africa? Quali procedure di controllo dei nostri mari vengono attuate per bloccare lo scarico di rifiuti da parte di navi mercantili?
Il container sommerso
Andrea Palladino
Mentre lo sguardo era rivolto sulle mappe nautiche di Cetraro, alla ricerca di verità che ancora oggi stentano ad uscire, dalla Toscana arriva la notizia, secca e incredibile, che conferma in pieno le rotte dei veleni. Una nave della Nato Alliance, nel corso di una perlustrazione delle acque al largo dell'Isola d'Elba, ha trovato un container sul fondo del mare. Container sospetto, molto sospetto, della dimensione di tre metri per sei, che - secondo una prima ricostruzione - sarebbe stato buttato dolosamente in acqua solo quattro mesi fa. È la conferma - che arriva da una fonte sicuramente attendibile, il Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano - di una denuncia passata inosservata presentata da una associazione ambientalista tedesca, la Green Ocean, e da Legambiente l'estate scorsa. Un portacontainer, il Toscana, con bandiera maltese, appartenente ad un armatore tedesco, era stato sorpreso la sera del nove luglio scorso dalla nave Thales - utilizzata nel progetto di ricerca "plastic from the sea" - mentre azionava le gru per scaricare in mare container di 16 piedi. La Thales cercò di avvicinarsi per capire cosa stava accadendo. A luglio il sole cala molto tardi in mare e alle nove di sera la scena era chiaramente visibile.
«Ad una osservazione più vicina con l'aiuto di binocoli - racconta nel diario di bordo il capitano della Thales - abbiamo scoperto l'equipaggio della nave mentre lavorava sulle gru di bordo, gettando alcuni oggetti fuori bordo. Gli oggetti sembravano essere container da sedici piedi. Al momento dell'osservazione eravamo alla distanza di un miglio marino, dalla parte del porto rispetto alla Toscana». Il gruppo ambientalista tedesco riesce a fotografare velocemente quanto stava accadendo, mentre l'equipaggio della nave con bandiera maltese si accorge di essere stato scoperto. «Dopo poco tempo, circa due minuti, la nave "Toscana" ha aumentato la propria velocità - continua il diario di bordo - e preso una rotta di collisione con la nostra imbarcazione». I pirati non navigano solo in Somalia, ma scendono anche al largo delle nostre coste. «Abbiamo subito usato il Vhf, canale 16 e 13, per contattare la "Toscana" per capire le loro intenzioni. Le nostre chiamate non hanno avuto risposta». L'intenzione era chiara, la Thales andava speronata.
Il racconto dell'equipaggio continua con la descrizione dettagliata delle manovre difensive che la nave della Green Ocean ha dovuto fare. «La Toscana ha continuato sulla sua rotta di collisione, e la Thales - prosegue il diario di bordo - ha dovuto fare una manovra di emergenza girando di 45° ad est. Dopo alcuni minuti la "Toscana" ha cambiato nuovamente rotta ed era di nuovo in rotta di collisione. La MS Thales ha cambiato per una nuova rotta di 90° e così ha evitato una collisione diretta con la "Toscana"».
L'intera vicenda venne subito denunciata, allegando le fotografie e il diario di bordo, sottoscritto dall'intero equipaggio. È passata l'estate e la vicenda di Cetraro ha di fatto tolto l'attenzione da questo vero e proprio atto di pirateria al largo della Toscana. Fino a ieri, quando la nave della Nato ha individuato un primo container a novecento metri di distanza dalle coordinate fornite dalla Thales.
La richiesta d'intervento al Nato Undersea Research Center - Nurc - è arrivata dal Parco dell'arcipelago toscano, allarmato dal racconto dell'equipaggio del Thales. Il 2 e 3 novembre scorso la nave oceanografica Alliance ha scandagliato la zona indicata dalle coordinate registrate nel diario di bordo tenuto dal gruppo ambientalista tedesco. Per ora è stato individuato - grazie al Multi Beam e al Side Scan Sonar ad alta risoluzione - un primo contenitore, «un manufatto di 3 metri, per 3 per 6, di fattezze e dimensioni simili ad un container», per onore alla precisione. Le prime immagini sono state poi mostrate ieri sera durante il Tg 3 regionale della Toscana, che ha seguito l'operazione della Alliance.
La storia delle navi dei veleni è dunque aperta e tragicamente attuale. Se poi verrà confermato il nome dell'armatore della nave Toscana - che da una prima verifica risulta essere una importantissima azienda di logistica tedesca - sarà chiaro come il traffico internazionale di rifiuti non è una questione marginale. Rimane da stabilire con esattezza e con la massima chiarezza cosa contiene quel primo container individuato al largo della Toscana e recuperarlo immediatamente, prima che possa rilasciare eventuali scorie in una zona conosciuta come il santuario dei cetacei. E soprattutto occorrerà chiarire quali sono le organizzazioni nazionali ed internazionali che gestiscono gli attuali traffici velenosi.
Quasi tutte le inchieste che vennero aperte negli anni '80 e '90 sulle navi dei veleni finirono in archiviazione o in scandalose prescrizioni. Dietro c'erano vere e proprie reti di complicità ai massimi livelli, come lo stesso governo ammise nel 2004. Ora l'operazione trasparenza che le organizzazione ambientaliste chiedono dovrà coinvolgere l'intera costa italiana. Da Cetraro fino all'arcipelago toscano. 3 navi dei veleni
Sarebbero tanti i relitti sul fondo del mare di Cetraro, in Calabria, secondo l'avvocato del pentito Francesco Fonti
«Trovato per noi, ma per il ministro siamo un fastidio»
intervista a Mario Tozzi
«E' stato individuato in un'area a circa un chilometro dal punto indicato da Legambiente e da altre associazioni, e ha tutta l'aria di essere un container. Ora bisogna sapere cosa c'è dentro. Noi questo non lo sappiamo ancora. Certo è che se qualcuno si libera di un container in mare la preoccupazione c'è». Mario Tozzi è il presidente del parco dell'arcipelago toscano. E' lui che ha inviato la nave oceanografica della Nato a caccia del container trovato ieri al largo di Livorno e gettato probabilmente in mare a luglio da una nave maltese.
Dove si trova questo container?
E' stato individuato a 120 metri di profondità. Non sappiano cosa sia ma non promette nulla d buono.
Al largo di Livorno si sospetta sia stata affondata anche una delle cosiddette navi dei veleni.
Di questo io non so niente. Posso soltanto dire che il parco nazionale dell'arcipelago toscano, così come tutti i parchi, non tutela solo il suo ambiente naturale, ma anche quello che lo circonda. Quindi contribuisce con la ricerca scientifica a vigilare sugli avvelenamenti, gli inquinamenti e le ecomafie. E' un presidio di legalità non un fastidio, come invece il ministero dell'Ambiente sembra considerare i parchi.
Il ministero non l'aiuta in questo lavoro di tutela?
I fondi per la manutenzione ordinaria diminuiscono continuamente e noi siamo costretti a cercare finanziamenti da altre parti. I parchi sono davvero in una situazione disagiata.
Mancanza di fondi o scelta politica?
Tutte e due le cose. Certo mancano i soldi, ma a chi vogliamo dare quelli che ci sono? Al Ponte sullo Stretto di Messina, a cui il ministero dell'Ambiente si dice favorevole, oppure li vogliano usare per altre priorità? Non credo che ci sia una volontà malevola, ma di certo non ci si impegna. Abbiamo 23 parchi nazionali che sono altrettante perle, sono quelli che gratuitamente portano il nome dell'Italia in giro per tutto il mondo. Invece di essere favoriti, incrementati, ampliati nei loro territori, forniti di dotazioni straordinarie e ordinarie, di personale che vigili e salvaguardi che si fa? Si diminuiscono i soldi, il personale non si può aumentare, ci sono difficoltà di tutti i tipi. E adesso, come ultima cosa, sembra pure che i consigli direttivi debbano dimettersi. Si cerca di darne una caratterizzazione politica là dove c'è solo una caratterizzazione ambientale. Questo caso del container è emblematico. Il parco dell'arcipelago toscano non ha nemmeno giurisdizione a mare su quel tratto in cui è stato ritrovato, eppure si impegna in una ricerca che va a vantaggio di tutti. Francamente un minimo di riconoscimento bisogna darglielo. Invece non si sente niente.
La presenza del container dimostra che la pratica di buttare i rifiuti a mare non appartiene al passato.
Ma figuriamoci. Certo che continua anche oggi, ne siamo certi di questo. Il mare è la tomba per antonomasia.
«Odio i viaggi e gli esploratori», una frase indimenticabile, che apre il volume forse più letto e conosciuto di Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici (1955), una frase che rimane impressa indelebilmente anche nei lettori che non odiano affatto i viaggi e gli esploratori e che prediligono quella letteratura di viaggio al cui genere l'opera da cui è tratta nonostante tutto appartiene e che ha stimolato generazioni di viaggiatori e di ricercatori che si sono avventurati alla ricerca di tropici più o meno tristi. Una frase paradossale, dunque, che sembra riassumere i molteplici paradossi che caratterizzano l'opera e il pensiero di Lévi-Strauss: probabilmente l'antropologo più celebre e influente del Novecento, che tuttavia ha lasciato più critici che allievi, la cui opera è guardata con venerazione e rispetto ma per lo più scorsa frettolosamente dalle generazioni più recenti di studiosi.
L'antropologo francese ha avuto la singolare fortuna di poter assistere, nel corso della sua lunga vita, non solo al culmine della propria notorietà e del prestigio accademico e scientifico, ma anche al declino dell'interesse per le proprie opere, fin quasi alla tacita emarginazione, e infine alla lenta riscoperta e rivalutazione che si è fatta strada solo negli ultimi anni.
Sotto il segno dell'universale
L'opera immensa e straordinaria di Lévi-Strauss riscuote spesso reazioni contrastanti e diametralmente opposte: alcuni lo ammirano senza riserve e sono affascinati dallo stile raffinato ed elegante, mentre altri rimangono infastiditi e insofferenti di fronte al linguaggio a volte oscuro e a un argomentare fluido e sfuggente.
Eppure la figura di Lévi-Strauss segna una profonda trasformazione nella storia dell'antropologia: la disciplina, dopo aver assorbito gli stimoli e le sollecitazioni dovuti alla sua opera, non è stata più la stessa di prima. Il pensiero dell'autore di Tristi Tropici ne ha modificato la fisionomia, ne ha trasformato il ruolo e le prospettive, ne ha rinnovato l'autorevolezza e la notorietà. Lévi-Strauss ha rappresentato un genere di antropologia diversa da quella resa celebre, per esempio, da Malinowski: una ricerca dettagliata e approfondita di una singola realtà etnografica attraverso la ricerca lunga e sistematica sul terreno, lo sforzo di vivere come un nativo e di narrarne il significato e le implicazioni.
L'antropologia lévi-straussiana è piuttosto una ricerca comparativa di ampio respiro, che si propone di esplorare l'ampio spettro delle differenze e delle somiglianze tra le società umane per mettere in luce ciò che di universale le accomuna e le sottende. La sua opera sulle Strutture elementari della parentela (1949) ha costituito per oltre mezzo secolo un riferimento obbligato per gli studi antropologici e ha segnato una svolta nel modo di affrontare lo studio dei sistemi sociali. Quello che appariva come un caotico groviglio di usanze, costumi, regole e proibizioni estremamente variabili da una cultura all'altra comincia a prendere forma, sotto il rigoroso e sistematico esame dell'antropologo, mostrando l'esistenza di una serie di principi fondamentali che stanno alla base di tutta una vasta serie di fenomeni.
Le varie forme di prescrizione matrimoniale, che stabiliscono chi si può (o si deve) e che non si può (o non si deve) sposare, rimandano a un numero limitato di principi strutturali riconducibili al modello dello scambio. L'apparente disordine e confusione della variabilità culturale trova la propria giustificazione e possibilità di spiegazione attraverso l'individuazione di un nucleo di principi strutturali universali. Forse un meccanismo troppo semplice per spiegare adeguatamente la molteplicità dei fenomeni e delle situazioni empiriche, come è stato messo in evidenza dagli studi successivi, tuttavia il salto di qualità che quest'opera ha consentito di fare è stato immenso e ha fornito argomenti di discussione e di riflessione per i successivi cinquant'anni di studi e di ricerche.
Per Lévi-Strauss, questa ricerca di ordine nel caos delle percezioni e delle rappresentazioni è un'esigenza che si manifesta non soltanto nel lavoro dell'antropologo, ma più in generale in ogni sistema culturale umano. L'uomo è essenzialmente un «animale simbolico», la sua caratteristica fondamentale e universale consiste nel costruire un sistema di categorie attraverso cui dare ordine e significato al mondo che lo circonda. Così come ogni lingua si fonda su una particolare articolazione e scelta dei suoni, ciascuna cultura elabora un complesso sistema di classificazione della realtà, che si basa anch'esso su un numero limitato di regole e di principi ma che può dare luogo a un'immensa varietà di rappresentazioni.
È grazie all'opera di Lévi-Strauss, in particolare al suo volume sul Pensiero selvaggio (1962), che si è affermato ampiamente il principio secondo cui i popoli extra-europei non sono semplicemente dominati da un pensiero «magico», da superstizioni e credenze assurde e irrazionali, da concezioni empiricamente infondate, ma dispongono di complessi e articolati sistemi di classificazione e di descrizione del mondo. La conoscenza del mondo naturale, degli animali, delle piante, del territorio manifestata da molti popoli indigeni si rivelava, grazie alle pagine dell'antropologo francese, di un'inaspettata profondità e accuratezza. Non solo, ma questa propensione a classificare, osservare, descrivere, è stata ricondotta da Lévi-Strauss a una universale qualità intellettiva dell'uomo, che è indipendente dalle esigenze immediate di ordine materiale.
La famosa frase, rivolta in modo critico alla teoria utilitaristica di Malinowski, in cui si afferma che gli animali per il pensiero indigeno sono non tanto «buoni da mangiare» quanto soprattutto «buoni da pensare», costituisce per l'antropologia un momento di svolta decisivo: viene di colpo restituita a tutta l'umanità, anche a quella più lontana ed esotica, la dignità intellettuale, la capacità di interrogarsi e di osservare, la curiosità di indagare e di scoprire, la necessità di porsi delle domande e di cercare delle risposte. A molti antropologi della seconda metà del Novecento questa enfasi posta da Lévi-Strauss sulla dimensione intellettiva della cultura è sembrata eccessiva e squilibrata: lo si è accusato di mentalismo e di intellettualismo, di trascurare in modo indebito gli aspetti più materiali dell'esistenza, come i condizionamenti ecologici e le esigenze della produzione economica, la dimensione corporea e le pratiche ad essa collegate. Tuttavia, rimane a Lévi-Strauss l'indiscutibile merito di aver portato una ventata di aria fresca in un settore che era rimasto a lungo intriso da radicati pregiudizi e da prospettive obsolete.
La sua insistenza sul fatto che il pensiero umano funziona dappertutto secondo meccanismi identici e che gli uomini «hanno sempre pensato altrettanto bene» ha contribuito in modo decisivo ad abbandonare l'idea che vi fossero differenze sostanziali nelle facoltà intellettive e nelle capacità riflessive tra le società umane.
Nel regno del mito
A partire dagli anni Cinquanta, i principali lavori teorici di Lévi-Strauss si sono rivolti a un campo di studi particolare e alquanto inconsueto: quello dei miti. La scelta sembra apparentemente bizzarra: perché interessarsi per tanti anni e con tanto impegno a quel coacervo di storie improbabili, a quei racconti apparentemente incoerenti e fantasiosi provenienti dalle lontane foreste dell'Amazzonia o dagli altopiani delle Montagne Rocciose? Tuttavia, anche in questo caso, Lévi-Strauss è stato in grado di mostrare come dietro quell'insieme caotico di eventi e di narrazioni, che raccontano di incesti e di assassini, di uomini e di animali, di luoghi misteriosi e di poteri sovrumani, esisteva un ordine, un disegno nascosto. Sovrapponendo e confrontando fra loro una versione con l'altra, un racconto con un altro, cominciavano a emergere alcune linee guida che dimostravano come i creatori di quelle narrazioni avessero cercato di rispondere ad alcune importanti questioni, che riguardano anche noi, uomini e donne del XXI secolo.
L'analisi delle mitologie delle Americhe conduce Lévi-Strauss a individuare un sistema di pensiero in cui la distinzione tra la natura e la cultura svolge un ruolo centrale. In realtà, secondo Lévi-Strauss, questo tema è fondamentale per l'umanità nel suo complesso: come spiegare altrimenti la spontanea facilità con cui tendiamo a distinguere in modo netto e reciso tra noi umani e gli altri animali? Perché abbiamo la tendenza a porre una barriera tra l'uomo e, poniamo, il cane e lo scimpanzé e caso mai siamo disposti a riconoscere una certa affinità maggiore tra noi e il nostro cagnolino piuttosto che con una scimmia abitatrice delle foreste, quando la distanza genetica che ci separa da quest'ultima è molto più piccola di quella esistente tra noi e il cane e quando la distanza tra cane e scimmia è molto più grande di quella tra gli uomini e i primati?
Per rispondere a tali interrogativi occorre prendere in considerazione il ruolo del pensiero simbolico come fonte per la costruzione di un ordinamento del mondo in cui l'uomo vive. Tuttavia, le diverse società umane risolvono in modo diverso gli stessi interrogativi fondamentali e l'analisi delle mitologie amerindiane consente di mettere in luce proprio le modalità attraverso le quali quelle società hanno sviluppato il rapporto tra la natura e la cultura. Nella definizione del mondo umano e nella sua contrapposizione al mondo circostante, molte culture americane hanno sottolineato non tanto la radicale separazione e incommensurabilità tra una dimensione e l'altra, quanto piuttosto le varie forme di mediazione che rendono possibile il passaggio tra natura e cultura, tra animalità e umanità, tra continuo e discontinuo.
Nei lunghi percorsi tortuosi che si addentrano nell'intrico delle mitologie americane e si snodano nei quattro ponderosi volumi delle Mythologiques (1964-1971), l'autore mostra come ogni mito richiami altri miti, della stessa popolazione e di altre popolazioni, più o meno vicine, in un continuo processo di rifrazioni e di trasformazioni. Dal sovrapporsi e intersecarsi dei motivi mitici comincia poco a poco a delinearsi un certo ordine, in cui il tema della cucina costituisce il fattore ricorrente. Il fuoco infatti costituisce un elemento di distinzione per eccellenza tra gli uomini, che padroneggiano il fuoco e mangiano cibi cotti, e gli altri animali, che fuggono impauriti alla vista del fuoco e che si nutrono di cibi crudi. Il fuoco costituisce così un essenziale strumento di trasformazione: è grazie all'impiego del fuoco che gli uomini sono in grado di trasformare il cibo crudo, prodotto della natura, in cibo cotto, risultato dell'intervento della cultura. I miti che narrano l'origine del fuoco sono poi connessi, in vario modo, con altri miti che raccontano l'origine dei maiali selvatici, che costituiscono la fonte principale di cibo ottenuto attraverso la caccia, e quindi la materia prima su cui si esercita l'arte della cucina. Questi a loro volta richiamano altri due elementi: il tabacco e il miele.
Che cos'hanno in comune il miele, il tabacco e il fuoco da cucina? Lévi-Strauss mostra, con un talento e una raffinatezza di riflessione ineguagliabili, come il miele costituisca una sorta di alimento già «cotto», cioè preparato, allo stato di natura, quindi senza l'intervento dell'uomo. Il tabacco, invece, richiede, per essere consumato, di venire bruciato: si ha così una sorta di eccesso di intervento culturale, che pone il tabacco in relazione con gli esseri soprannaturali. Così mentre il miele è un prodotto elaborato da esseri non umani (le api), il tabacco è un prodotto il cui consumo culturale implica la sua distruzione, per aspirarne il fumo. Tutti questi racconti finiscono quindi per parlare delle stesse cose e per elaborare in vari modi il tema delle molteplici forme di passaggio dal mondo naturale al mondo culturale e viceversa.
Allievo e testimione dei primitivi
Le analisi di Lévi-Strauss sono complesse, intricate, si sviluppano per centinaia di pagine e non sono quindi facilmente ripercorribili. Molti autori le considerano elaborazioni cervellotiche e infondate. Tuttavia, il lettore che abbia la pazienza di scorrere quelle pagine ne rimarrà affascinato e coinvolto: non potrà sfuggire alla sensazione che quelle storie, apparentemente strane e sconnesse, devono essere prese sul serio e, con esse, i loro lontani e remoti creatori. E allora il ricordo corre inevitabilmente alla lezione inaugurale, tenuta nel 1960 al Collège de France, al termine della quale l'antropologo francese volle tornare con il pensiero ai popoli della foresta tropicale presso i quali aveva svolto le sue prime ricerche e di cui si definì «loro allievo e loro testimone». Generazioni di antropologi si sono sforzati e ancora si sforzeranno in futuro di sviluppare le profonde conseguenze e implicazioni di questa affermazione, per alcuni aspetti sorprendente, di Claude Lévi-Strauss.
Ancora una volta una sentenza prevedibile, ben argomentata giuridicamente, non suscita le riflessioni che meritano le difficili questioni affrontate, ma induce a proteste sopra le righe, annunci di barricate, ambigue sottovalutazioni.
Dovremmo ricordare che le precedenti decisioni italiane, che avevano ritenuto legittima la presenza del crocifisso nelle aule, erano state assai criticate per la debolezza del ragionamento giuridico, per il ricorso ad argomenti che nulla avevano a che fare con la legittimità costituzionale. E, considerando il fatto che la nostra Corte costituzionale aveva ritenuto inammissibile per ragioni formali un ricorso in materia, s’era parlato addirittura di una "fuga della Corte", nelle cui sentenze si potevano ritrovare molte indicazioni nel senso della illegittimità della esposizione del crocifisso.
Nella decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, che ha ritenuto quella esposizione in contrasto con quanto disposto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, non v’è traccia alcuna di sottovalutazione della rilevanza della religione, della quale, al contrario, si mette in evidenza l’importanza addirittura determinante per quanto riguarda il diritto dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni e la libertà religiosa degli alunni. La sentenza, infatti, sottolinea come la scuola sia un luogo dove convivono presenze diverse, caratterizzate da molteplici credenze religiose o dal non professare alcuna religione. Si tratta, allora, di evitare che la presenza di un "segno esteriore forte" della religione cattolica, quale certamente è il crocifisso, "possa essere perturbante dal punto di vista emozionale per gli studenti di altre religioni o che non ne professano alcuna".
Inoltre, il rispetto delle convinzioni religiose di alcuni genitori non può prescindere dalle convinzioni degli altri genitori. È in questo crocevia che si colloca la decisione dei giudici di Strasburgo che, in ossequio al loro mandato, devono garantire equilibri difficili, evitare ingiustificate prevaricazioni, assicurare la tutela d’ogni diritto.
Non si può ricorrere, infatti, all’argomento maggioritario, come incautamente aveva fatto il Tar del Veneto, che per primo aveva respinto la richiesta di togliere il crocifisso dalle aule, ricorrendo ai risultati di un sondaggio che sottolineava come la grande maggioranza degli interpellati fosse a favore del mantenimento di quel simbolo.
Un grande teorico del diritto, Ronald Dworkin, ha ricordato che «l’istituzione dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuole far funzionare il diritto, dev’essere ancor più sincera». La garanzia del diritto, fosse pure quella di uno solo, è sempre un essenziale punto di riferimento per misurare proprio la tenuta di uno Stato costituzionale.
Guai a considerare la sentenza di ieri come un documento che apre un insanabile conflitto, che nega l’identità europea, che è "sintomo di una dittatura del relativismo", addirittura "un colpo mortale all´Europa dei valori e dei diritti". Soprattutto da chi ha responsabilità di governo sarebbe lecito attendersi un linguaggio più sorvegliato. Non vorrei che, abbandonandosi a queste invettive e parlando di una "corte europea ideologizzata", si volesse trasferire in Europa lo stereotipo devastante dei giudici "rossi", che tanti guai sta procurando al nostro paese. Allo stesso modo sarebbe sbagliato se il fronte "laicista" cavalcasse il pronunciamento per rilanciare una battaglia anti-cristiana.
Mantenendo lucidità di giudizio, si dovrebbe piuttosto concludere che la sentenza della Corte europea vuole sottrarre il crocifisso a ogni contesa. In questo è la sua superiore laicità. Viviamo tempi in cui la difesa della libertà religiosa non può essere disgiunta dal rispetto del pluralismo, da una riflessione più profonda sulla convivenza tra diversi. L’ossessione identitaria, manifestata anche in questa occasione e che percorre pericolosamente i territori dell’Unione europea, era lontanissima dai pensieri e dalla consapevolezza che ispirarono i padri fondatori dell’Europa, tra i quali i cattolici Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, che proprio quando si scrisse la Convenzione sui diritti dell’uomo nel 1950, quella sulla quale è fondata la sentenza di ieri, mai cedettero alla tentazione di ancorarla a "radici cristiane", che avrebbero introdotto un elemento di divisione nel momento in cui si voleva unificare l’Europa, anche intorno all’eguale diritto di tutti e di ciascuno. Dobbiamo rimpiangere quella lungimiranza?
Questa sentenza ci porta verso un’Europa più ricca, verso un’Italia in cui si rafforzano le condizioni della convivenza tra diversi, dove acquista pienezza quel diritto all’educazione dei genitori che i cattolici rivendicano, ma che deve valere per tutti. Libera anche il mondo cattolico da argomentazioni strumentali che, pur di salvare quella presenza sui muri delle scuole, riducevano il simbolo drammatico della morte di Cristo a una icona culturale, ad una mediocre concessione compromissoria ai partiti d’ispirazione cristiana (così è scritto nella memoria presentata a Strasburgo della nostra Avvocatura dello Stato). L’Europa ci guarda e, con il voto unanime dei suoi giudici, ci aiuta.
Ieri mattina splendeva un sole freddo su Grant Park, in riva al lago Michigan, un vero e proprio mare interno: quasi zero gradi sotto un cielo terso spazzato dal vento. In questo parco, un anno fa, il 4 novembre 2008, Barack Obama aveva celebrato la sua vittoria di fronte a una folla immensa tra la cui esultanza quasi incredula mi ero aggirato per cogliere l'irripetibilità del momento storico. A mezzogiorno di ieri invece gli attivisti di Chicago hanno chiamato a una manifestazione proprio per l'anniversario di quell'elezione. Quanto diversi i due raduni: l'uno, un anno fa, immenso, oceanico in una notte quasi calda, brulicante di umanità; l'altro sparuto, in una mattina fredda, nel centro città semivuoto durante le ore di ufficio. Ma anche lo stato d'animo è opposto. Un anno fa l'aspettativa, persino eccessiva, dell'«ora è tutto possibile», e insieme la fierezza di avere vinto. Adesso invece una prudenza ansiosa, l'urgenza di criticare e di spingere dal basso, frenata dalla volontà di non indebolire il presidente, di non mettergli i bastoni tra le ruote.
Colpiva ieri la cautela dei manifestanti, proprio perché questi militanti sono il nucleo duro del «popolo di Obama», di quelle centinaia di migliaia di attivisti la cui dedizione aveva reso possibile la vittoria del primo presidente nero della storia Usa. Un anno è periodo troppo breve per tracciare il bilancio di una presidenza, ma i tempi della politica americana sono così frenetici che già oggi i candidati stanno decidendo le strategie da adottare per le elezioni di metà mandato ( mid term ) che si terranno tra un anno esatto e che rinnoveranno la totalità della Camera dei deputati e un terzo del Senato. Per ora, il presidente ha una maggioranza comoda alla Camera e una netta (anche se non a prova di ostruzionismo) al Senato. Ma se i cittadini non saranno convinti da questo primo anno, i democratici potrebbero andare in minoranza al Congresso, rendendo così impraticabile qualunque riforma auspicata da Obama.
È il dramma della politica Usa: le elezioni non finiscono mai, visto che subito dopo quelle di mid term già incombono le primarie per le presidenziali del 2012. La domanda che ieri inquietava i dimostranti era: Obama ha davvero voltato pagina rispetto all'America di Bush? Sta davvero iniziando una nuova stagione per gli Stati uniti? Malgrado le inquietudini dei militanti Usa, la risposta è positiva, anche se con qualche cautela e alcune riserve. Il bilancio di questo primo anno di Obama va infatti articolato su diversi piani.
La dimensione simbolica Il primo, e decisivo, terreno su cui Obama ha davvero voltato pagina, è quello simbolico . Non si sottolineerà mai abbastanza quale rivoluzione mentale sia stata l'elezione di un presidente afroamericano in una paese in cui il razzismo è ancora fortissimo, anche quando è sotterraneo. Non solo: l'annuncio della chiusura di Guantanamo, la fine del programma di extraordinary renditions (rapimento e deportazione clandestina dei sospetti terroristi in paesi che praticano la tortura) sono stati il segnale più chiaro di un nuovo modo di concepire il ruolo della potenza americana. Il discorso al Cairo sui rapporti con l'Islam ha gettato alle ortiche ogni riferimento alla disgraziata idea dello «scontro di civiltà», all'atmosfera da «nuova crociata» che era invalsa sotto George Bush jr. Il metodo con cui in aprile e settembre Obama ha condotto i summit dei G20 a Londra e a Pittsburgh, ha reintrodotto nelle trattative internazionali quel multilateralismo tanto disprezzato da Dick Cheney. Né va sottovalutata, dal punto di vista simbolico, la sovraesposizione mediatica del presidente che si è posto sempre sotto i riflettori, sempre usando (e i critici dicono abusando) del suo carisma.
Anche in questo Obama ha voltato pagina, spendendo a piene mani il suo capitale politico. Di questo protagonismo e di questa svolta simbolica, il riconoscimento più sensazionale (e meno atteso) è stato il premio Nobel per la pace di cui è stato insignito a ottobre. La dimensione simbolica e la manovra economica sono i due terreni che hanno monopolizzato il primi tre mesi di presidenza. In quel periodo Obama si è spinto il più lontano possibile in tutti i campi in cui poteva procedere a titolo personale, a colpi di decreti ( presidential orders ), in cui non doveva dipendere da un'elusiva maggioranza al Senato: perché, se è vero che i democratici dispongono di 59 seggi su 100, è anche vero che almeno 6 dei loro senatori si situano più a destra di Attila, veri e propri reazionari in politica economica e sociale (come si vede sul terreno della riforma sanitaria).
Proprio ieri alcuni dati mostravano che si moltiplicano i segnali di ripresa (produzione industriale in crescita, profitti boom per la Ford, costruzione di nuove case in salita), anche se bisogna andarci cauti perché questi dati sono pompati dalla necessaria ricostituzione degli stock che erano stati svuotati e dagli incentivi al consumo, che presto o tardi s'interromperanno. Qualunque sia però il giudizio sulla manovra di Obama, un risultato positivo è certo: ha interrotto la spirale discendente che stava portando il mondo in uno spaventoso baratro economico. Le vittorie incerte Il rovescio della medaglia è che questo risultato è stato conseguito concedendo tutto e di più ai banchieri e alla finanza di Wall street, senza chiedere in cambio nulla, condonando tutte le loro malefatte, socializzando le perdite accettando che i profitti continuino a essere privatizzati. E soprattutto lasciando il mercato del lavoro in una situazione disastrata.
Obama e i suoi consiglieri sono rimasti prigionieri dell'idea liberista che, per far ripartire l'economia, bisogna finanziare i ricchi e sgravare i miliardari: da qui la rabbia di tanta sinistra Usa che si è sentita tradita dalla munificenza con cui la presidenza Obama ha ricoperto d'oro le banche mentre ha solo tamponato il disagio sociale: ma senza il pacchetto obamiano, metà degli insegnanti Usa sarebbero oggi per strada. La disoccupazione resta il nodo su cui l'anno prossimo gli elettori giudicheranno la sua presidenza: senza segnali di ripresa del mercato del lavoro, il disincanto si farà sentire. D'altronde solo un errore prospettico aveva permesso di non cogliere il vistoso appoggio fornito da Wall street alla candidatura di Obama. Più in generale, la sinistra Usa rimprovera a Obama il suo desiderio di piacere a tutti, di farsi accettare da tutti, la sua sincera aspirazione a un mondo bipartisan , e quindi la sua riluttanza ad andare allo scontro. Un desiderio niente affatto ricambiato dai repubblicani o dalla finanza che interpretano lo spirito bipartisan come pura remissività. Da quest'ansia per il consenso a ogni costo nascono tutti i problemi della politica obamiana.
Una qualche riforma sanitaria vedrà probabilmente la luce, ma a prezzo di una formulazione che tutti prevedono abborracciata e costosa: anche qui si tratta di vedere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Già il fatto che una riforma sarà approvata è un risultato storico, dopo che da più di mezzo secolo tanti presidenti ci hanno provato invano. La sua formulazione ibrida e pasticciata può indicare però un'occasione persa. Per restare alla politica interna, anche sul tema dell'immigrazione Obama paga lo scotto del piede in due staffe, per cui non riesce a portare avanti la regolarizzazione dei clandestini, mentre deve rassicurare la frange xenofobe dell'elettorato punendo gli imprenditori che assumono immigrati in nero. Così Obama si sta alienando i latinos che costituiscono una delle fette più importanti del suo elettorato, senza per altro lenire l'ostilità dei conservatori che pretendono leggi leghiste. L'incapacità di andare allo scontro fa sì che in gran parte della politica estera la svolta sia rimasta più simbolica che reale, con la notevole eccezione dei rapporti con la Russia (con l'abbandono dello scudo spaziale in Europa orientale), e dell'America latina (con il netto miglioramento del clima con il Venezuela di Chavez e la Cuba di Raul Castro). Il discorso del Cairo non ha prodotto nulla sul conflitto israelo-palestinese su cui anzi si assiste a una progressiva acquiescenza di Washington alle tesi oltranziste del governo di destra di Netanyahu. E naturalmente su tutta l'area pesa l'incognita dell'escalation in Afghanistan: a tutt'oggi non è ancora chiaro se Obama avrà la forza di opporsi ai desiderata dei suoi generali che chiedono l'invio di altri 40.000 soldati, o se, per tenere buoni tutti, accetterà di mandare rinforzi, anche se non tutti quelli richiesti.
A un compromesso ci è già arrivato con i servizi segreti quando ha in pratica messo in cantina l'idea di abrogare il Patriot Act, la legge liberticida approvata l'indomani dell'11 settembre 2001, e quando ha rimandato alle calende greche l'idea di chiudere le altre prigioni clandestine, come quella di Bhgram in Afghanistan (Guantanamo invece pare proprio che sarà chiusa). Insomma, su tutti i punti su cui dovremo valutare la presidenza Obama il risultato è incerto: la partita è ancora aperta su disoccupazione, immigrazione, pace in Medio oriente, disimpegno da Iraq e Afghanistan (in Iraq sono destinati a restare più di 50.000 soldati dopo il «ritiro totale» del 2011). L'unico equivoco definitivamente chiarito è quello in cui era caduta la sinistra mondiale che aveva investito Obama di attese messianiche, addirittura rivoluzionarie, quasi che gli Usa avessero eletto un presidente antiamericano, una sorta di Gorbaciov statunitense che distruggesse dall'interno il suo impero. Ma a differenza che in Urss, negli Usa un siffatto leader verrebbe cancellato subito, con uno scandalo o una pallottola. E in realtà lo scopo più volte dichiarato di Obama è di rafforzare la potenza Usa, di fare in modo che anche il XXI sia un «secolo americano».
Solo che aspira a «un impero del bene», crede sinceramente che il modello americano possa portare pace prosperità al mondo. Ambisce a essere il leader del capitalismo buono. Più di questo non gli si può, anzi è sbagliato chiedere, ed è già tanto se riuscirà a realizzare almeno una parte del suo progetto.
Dopo anni di lavoro e mesi di polemiche, il Piano di governo del territorio, destinato a mandare in pensione il vecchio Piano regolatore, è pronto: questa mattina le nuove regole che ridisegneranno la Milano dei prossimi vent´anni, verranno approvate dalla giunta. Poi l´approdo in consiglio comunale all´inizio di dicembre per quella che si annuncia una maratona in aula. Con un obiettivo ribadito dal sindaco e dalla maggioranza anche ieri: riuscire a votare entro l´anno lo strumento con cui Palazzo Marino punta a costruire case per 300mila nuovi abitanti, che porteranno la popolazione a quota 1,6 milioni. Ma anche le infrastrutture, il verde e i servizi necessari: 4,5 milioni di metri quadrati (450 ettari) di nuove aree, è la stima. Per avere un ordine di grandezza corrispondono a 900 campi di calcio. Un progetto da realizzare grazie a un mezzo diverso rispetto al passato, una sorta di Borsa delle volumetrie per cui si potranno acquistare e scambiare non titoli ma metri quadrati da edificare. Si parte da un indice che, per tutta la città, il Comune ha fissato in 0,50 ma che potrà salire. E che, in alcune zone dotate di metropolitane o stazioni ferroviarie parte da un minimo di 1.
Eccolo, il Pgt. Che adesso inizia un nuovo percorso a ostacoli per essere adottato entro aprile del 2010, il termine fissato dalla Regione. Finora si conosceva soltanto una parte del documento: quello che stabilisce il destino di 31 grandi aree strategiche come gli ex scali ferroviari o le caserme. Da oggi anche il "documento dei servizi" e "quello delle regole" sono nero su bianco. Centinaia di pagine, cartine e tabelle per stabilire il futuro urbanistico della città.
La novità sarà la "perequazione", come si chiama in termini tecnici. Finora l´indice volumetrico generale della città era 0,65: diventerà 0,50 ma si potranno sommare metri cubi acquistati spostandoli da altre aree che interessano al Comune per realizzare parchi o infrastrutture. Nelle zone densamente collegate, invece, si parte da un minimo di 1 per salire. La Borsa servirà anche per far crescere i metri quadrati di verde e servizi pubblici: in proporzione dagli attuali 21 metri quadrati per abitante a 39,7. Dei 450 ettari totali, 250 saranno spazi a uso pubblico, compreso il verde; altri 200 ai trasporti definiti «la spina dorsale della vita della metropoli».
Si parla poco ormai del post-terremoto aquilano. E’ passata la consegna del silenzio o del “tutto va ben” assoluto. Ma qual è la situazione reale al di là del taglio di qualche nastro? Ecco un “diario” estratto dalle cronache locali del “Messaggero”, per lo più di Claudio Fazzi.
Lunedì 26 ottobre: nuova scossa di terremoto semina panico. Quanti sono rimasti fuori dalle assegnazioni di case e qui lavorano o hanno figli a scuola chiedono camper e container. Rifiutano di trasferirsi lontano. I costruttori locali denunciano: i siti che ricevono le macerie sono inesistenti. Quelli aperti hanno prezzi troppo alti. Così c’è chi scarica nei dirupi, lungo i torrenti o sopra altri cumuli. La Protezione Civile rimborsa soltanto le perizie geologiche.
Martedì 28: Il Rettore dell’Università dell’Aquila, Ferdinando di Orio: è pronto a dimettersi qualora “le giuste attese degli studenti restassero ancora inevase” per servizi e alloggi. Ha scritto una lettera al presidente Napolitano. Sospendere le iscrizioni “avrebbe significato la morte dell’Università aquilana” che dà lavoro a oltre mille persone.
Mercoledì 29: anche il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, minaccia di dimettersi, ma per problemi di giunta. Denuncia il grave ritardo nei lavori per l’Ospedale. Teme che si voglia, anche così, declassare l’Aquila. Tarda la ristrutturazione del laboratorio di analisi. “Sul blocco operatorio bisogna lavorare 24 ore su 24”. Cialente è pure preoccupato per la diffusione dell’influenza A nelle zone del sisma.
Giovedì 29: rapporti tesi fra consiglieri aquilani e Protezione Civile. Gli assistiti risultano così divisi: 8.637 in case private, 13.178 fra alberghi e caserme, 2.276 in tenda. Il Progetto case tanto sbandierato ha accolto per ora circa 2.000 persone fra Bazzano, Cese e MAP.
Venerdì 30: il sottosegretario Gianni Letta afferma: “L’Aquila è una città che non deve morire”. Aggiunge che “se non finisce l’emergenza, non può cominciare la ricostruzione”.
Sabato 31: la Caritas dell’Aquila esprime grande preoccupazione perché nell’area del sisma ci sono quartieri nuovi, nati in pochi mesi, e zone, invece, spopolate. Così si propone di “incontrare le famiglie che si sono spostate” e di “aiutare i parroci a ricostruire le comunità”. Preservare le comunità: è il problema di fondo di ogni post-terremoto.
Domenica 1 novembre: bufera all’interno del Pdl abruzzese, il coordinatore regionale Piccone afferma che “Pescara è il vero capoluogo d’Abruzzo”. “Affermazione offensiva, ingiusta e vile”, commentano dall’Aquila il sindaco Cialente e la presidente della Provincia Pezzopane. Sopravvissuta al crollo della Casa dello studente, Antonella, pugliese, racconta: “Nessuno mi ha mai ascoltata e sono senza una stanza.”
Nella storia di Roma, politica ma non solo, il 28 aprile 2008, elezione del "nero" Gianni Alemanno al soglio capitolino, è stato e resterà un giorno decisivo per comprendere cosa sia cambiato nel Paese. Come. Perché. E con una scelta evidentemente voluta, che gioca con la ricorrenza dei calendari, nell’ottantasettesimo anniversario della marcia su Roma (28 ottobre 1922), è arrivato in libreria La presa di Roma (Rizzoli, pagg. 208, euro 9.80) l’ultimo lavoro di Claudio Cerasa, eccellente giornalista del Foglio, cronista vivace e solido. «Cosa si nasconde - si chiede Cerasa - dietro la straordinaria ascesa di Gianni Alemanno? Per quali ragioni una città decide di affidare la propria sorte a un uomo dal passato così movimentato? Perché la destra sa parlare di sicurezza meglio della sinistra? Quali affari miliardari si nascondono dietro al governo dei diversi sindaci di Roma?».
Con il passo dell’inchiesta e metodo da entomologo, a queste domande Cerasa dà delle risposte. E - ciò che più importa - con nomi e cognomi, date, numeri, circostanze. Restituendo un quadro del Potere che muove la città, i suoi nessi, i suoi snodi, utile non solo a chi la abita, ma anche ai molti e confusi osservatori che, non conoscendone né l’anima, né la geografia, né le profonde discontinuità sociali e culturali che l’hanno attraversata negli ultimi vent’anni, si ostinano a semplificarne il tratto, aggiornando periodicamente il rosario di luoghi comuni che si è guadagnata nei secoli.
La "Presa di Roma" ha il pregio di illuminare, chiamandolo con il suo nome, il tratto politico della vittoria di Alemanno e, più in generale, del centro-destra che si è fatto maggioranza nel Paese. Alemanno vince con la Plebe che preme alle porte del fortilizio patrizio ormai identificato come la vera costituency della Roma di Veltroni. Racconta dunque il capovolgimento dei canoni dell’appartenenza politica, proletaria e borghese. Con una vittoria che, non a caso, comincia e viene costruita in quella cintura periferica, Ponte di Nona, che le amministrazioni del centro-sinistra avevano immaginato come monumento moderno e urbanisticamente sostenibile in cui alloggiare proletariato, piccola e media borghesia, storicamente "rosse" e da tempo espulse dal cuore della città. Abbandonate al loro senso di insicurezza materiale e fisica (reale e "percepita"). Alla prossimità imposta con gli ultimi degli ultimi (Rom e nuova immigrazione rumena).
Dopo un quindicennio di governo del centro-sinistra, la destra ha la fame, la forza e la disperazione degli esclusi. E vince non per un nuovo progetto o idea di città, di cui nel libro non a caso non c’è traccia. Vince per consunzione naturale dell’avversario e soprattutto perché i veri padroni di Roma, i suoi poteri forti - costruttori, manager delle municipalizzate, circoli Vaticani, lobby dei tassisti - nella migliore tradizione trasformista e cinica della città si liberano di un cavallo sfiancato (il Pd di Veltroni e Rutelli) da cui hanno ottenuto tutto quello che potevano ottenere e salgono sul nuovo, disposto, pur di vincere, a qualunque patto.
Il mantra di Alemanno e della sua campagna - "Sbullonare Roma" - se suona musica alle orecchie della Plebe, diventa così l’anticamera del suo inganno. Perché nelle scelte del nuovo Sindaco, nella sua nuova geografia del Potere - come Cerasa documenta - in realtà, quella Plebe viene (ri)consegnata allo stesso blocco Patrizio di cui, a parole, il neo sindaco ha promesso di volersi sbarazzare. Insomma, di rivoluzionario, nella nuova Presa di Roma c’è solo il rumore e la forza delle parole, la straordinaria suggestione della Storia, la prima volta degli esclusi da sempre. C’è soprattutto un presagio. Che una volta finito di "sbullonare" con furia la città i suoi nuovi padroni politici ne vengano rapidamente digeriti.
«Andate via», urla il guardiano uscito da un casotto prefabbricato, in cima a un´altura. Non sono le tombe di Tuvixeddu che sorveglia, i duemila sepolcri che vanno dall´età punica a quella imperiale, ma i cantieri disseminati in quest´area archeologica fra le più pregiate del Mediterraneo. A Tuvixeddu si costruisce. Le prime palazzine nella necropoli stanno sorgendo lungo via Is Maglias. Sono edifici di sei piani, un assaggio della colata di cemento che potrebbe sversarsi intorno alla collina che si erge nel cuore della città. Annullati dal Consiglio di Stato i vincoli che la giunta regionale di Renato Soru aveva imposto, gli edifici vengono su a poche decine di metri dal punto in cui si concentra la maggior parte delle sepolture, in una zona compresa nell´area archeologica, dove gli studiosi ritengono possano esserci altre sepolture, che resterebbero per sempre inesplorate.
Il guardiano caccia chiunque si avvicini. Come se le tombe non fossero un oggetto degno di visita. In totale i metri cubi previsti fra Tuvixeddu e il colle alle sue spalle, Tuvumannu, sono 260mila, grosso modo una cinquantina di palazzi. Un quartiere residenziale con vista su una delle pochissime sopravvivenze di archeologia punica, che finirebbe assediata e che invece respirerebbe, come insegna l´abc della valorizzazione, se fosse circondata da una zona di rispetto. Senza palazzi e senza niente. Solo brani di quel paesaggio aspro, ma ricco di una vegetazione che sfoggia orchidee, fichi d´india e piante di capperi.
Tuvixeddu è vilipesa da anni, trasformata in una discarica. Vi si accede intrufolandosi fra i palazzi, senza un accesso, senza un´indicazione, attraverso una rampa che da via sant´Avendrace sbuca in un cementificio abbandonato. E da qui ci si arrampica, fino a che non spunta il guardiano. La necropoli sembra un corpo estraneo alla città, poco conosciuto, mal tollerato. Oltre alle case, in fondo alla stretta gola di un canyon che sta ai bordi della collina, una specie di spettacolare fiordo senz´acqua, scorrerà una strada a due corsie che aggirerà la necropoli e si infilerà in un tunnel. La collina fu scelta come luogo di sepoltura nel VI secolo a. C., dopo la conquista della Sardegna da parte dei cartaginesi. E venne usata fino ai primi secoli dopo Cristo. L´altura sorge di fronte allo stagno di Santa Gilla, luogo delicatissimo oltre il quale c´è il mare. Ma di questo affaccio non si conserverà traccia, dato che fra il colle e lo stagno stanno ergendosi altri tre edifici che sfiorano i 500mila metri cubi e che occluderanno la vista del mare da Tuvixeddu e di Tuvixeddu dal mare.
All´assedio dei palazzi si oppone la Direzione regionale dei beni culturali, retta da Elio Garzillo. Si sono mobilitati intellettuali come lo scrittore Giorgio Todde e archeologi come Simonetta Angiolillo, Alfonso Stiglitz e Giovanni Lilliu. In prima fila Maria Paola Morittu di Italia Nostra, e Legambiente. Sono venuti a Cagliari gli inviati del Times e della Süddeutsche Zeitung. Ma gli strumenti a disposizione di chi difende Tuvixeddu non sono tanti. Nell´agosto del 2008 il Consiglio di Stato ha bocciato il vincolo della Regione e il Comune di Cagliari (che è sempre stato favorevole alla lottizzazione, sostenendo che in cambio delle case sarebbe stato realizzato un parco archeologico) ha rilasciato i nullaosta per costruire. Nullaosta a loro volta cancellati dall´allora soprintendente Fausto Martino. Ma contro questo provvedimento è stato presentato ricorso al Tar da parte dei costruttori. E il Tar ha dato loro ragione. Per novembre si attende la sentenza definitiva del Consiglio di Stato, che potrebbe dare il via libera alle edificazioni. Con il rischio che altre tombe facciano la fine delle quattrocento sepolture trovate dagli operai che lavoravano alle fondazioni di una mezza dozzina di edifici sorti nel 2000. Quelle tombe vennero segnalate, catalogate e poi seppellite per sempre da migliaia di metri cubi di cemento.
Eddyburg ha seguito con attenzione e partecipazione la vicenda di Tuvixeddu-Tuvumannu. Sono decine, a partire dal gennaio 2005, i documenti e gli articoli inseriti. Appena avremo tempo li raccoglieremo in un’apposita cartella. La maggior parte sono nella cartella “SOS - Sardegna”, ma li potete vedere anche lavorando sull’elenco che vi comparirà inserendo il nome “Tuvixeddu” nella finestra “cerca” di eddyburg, in cima a ogni pagina.
Al Presidente del Parlamento Europeo - “Petizione contro la legge della Regione Sardegna denominata”: Disposizioni straordinarie per il sostegno dell’economia mediante il rilancio del settore edilizio e per la promozione di interventi e programmi di valenza strategica per lo sviluppo”.
Premesso che con la legge 9 gennaio 2006, n. 14 avente per oggetto: “ratifica ed esecuzione della Convenzione europea sul paesaggio, fatta a Firenze il 20 ottobre 2000” l’Italia ha assunto precisi impegni internazionali per l’attuazione di politiche di tutela dei beni paesaggistici insistenti sul proprio territorio e che con decreto legislativo 22 gennaio n. 42 e successive modifiche ed integrazioni denominato “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, si è inteso applicare su tutto il territorio nazionale una disciplina uniforme ed innovativa in materia di tutela del paesaggio in attuazione dell’articolo 9 della Costituzione.
La Regione Sardegna in attuazione delle disposizioni contenute nella norma in premessa ha approvato in data 7 settembre 2006 (DPGR n.82), il Piano Paesaggistico Regionale attraverso le procedure previste dalla L.R. 25 novembre 2004 n.8 e così come espressamente previsto cal Codice Urbani ha sottoscritto specifica intesa con il Ministero del Beni Culturali attestante la piena conformità con la disciplina di cui all’articolo 143 del citato Codice dei beni culturali e paesaggistici.
A seguito dell’accordo Stato-Regioni del 1 aprile 2009 in materia di Piano Casa, la Regione Sardegna ha approvato in data 16 ottobre 2009 un provvedimento denominato: “disposizioni straordinarie per il sostegno dell’economia mediante il rilancio del settore edilizio e per la promozione di interventi e programmi di valenza strategica per lo sviluppo” nel quale si dispone in maniera del tutto arbitraria la soppressione delle norme di salvaguardia del Piano Paesaggistico in vigore con un processo e “de-pianificazione” in deroga che prevede aumenti volumetrici generalizzati dal 20 fino al 40 per cento dei volumi esistenti anche in aree sottoposte a regime di tutela integrale o differenziata in base all’articolo 142 del Codice (aree tutelate per legge), nonché in aree sottoposte a vincolo idrogeologico.
Poiché come affermato dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 51 del 2006 è “ il legislatore statale a conservare il potere di vincolare la potestà legislativa primaria della Regione speciale attraverso l’emanazione di leggi qualificabili come riforme economico-sociali” e che a fronte della vigenza del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio che informa le norme della disciplina paesaggistica della Sardegna, non risultano operanti altri indirizzi del legislatore statale che autorizzino disposizioni in deroga a quelle espressamente in vigore.
Evidenziato che per specifica disposizione del Codice e per le finalità in esso contenute “ le previsioni dei piani paesaggistici non sono derogabili da parte di piano, programmi e progetti nazionali e regionali di sviluppo economico” (comma 3 articolo 145 Decreto legislativo 26 marzo 2008 n. 63), e che per svariati ulteriori motivi la legge della Regione Sardegna appare in contrasto con le disposizioni del legislatore che attua un principio costituzionale di tutela del paesaggio in armonia con la Convenzione europea.
Considerato che l’eventuale applicazione sul territorio della Sardegna di dette norme regionali comporterebbe una grave ed irreversibile attività di depauperamento e devastazione del patrimonio paesaggistico tutelato dal Piano attraverso la liberalizzazione di svariate lottizzazioni in fascia costiera per volumi valutabili in circa 6 milioni di metri cubi e che le stesse norme regionali appaiono del tutto in contrasto sia con le norme statali che con quelle regionali di attuazione del Codice del Beni culturali e del Paesaggio.
Considerato che il Piano Paesaggistico adottata dalla Regione Sardegna ha avuto il pregio, riconosciuto da importanti organismi competenti, di arrestare la cementificazione delle coste e del paesaggio costiero della nostra regione e di promuovere, attraverso la costituzione di tutti i centri storici delle quali beni paesaggistici, una concreta politica di valorizzazione del patrimonio identitario, culturale ed architettonico dei nostri centri urbani.
Si chiede un pronunciamento del Parlamento europeo in ordine alle alle evidenti violazioni delle norme comunitarie e agli impegni assunti dall’Italia rispetto alla Comunità Europea in tema di tutela dell’ambiente e del paesaggio, contenute nella legge della Regione Sardegna denominata: ”:Disposizioni straordinarie per il sostegno dell’economia mediante il rilancio del settore edilizio e per la promozione di interventi e programmi di valenza strategica per lo sviluppo”,anche per la mancata individuazione, con legge dello Stato, di principi fondamentali in questo ambito.
Si chiede, altresì, l’intervento dei competenti Comitati di esperti già costituiti ai sensi dell’articolo 17 dello Statuto del Consiglio d’Europa incaricati dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa del controllo dell’applicazione della Convenzione Europea del Paesaggio.
L’articolo 5 della stessa Convenzione Europea impegna gli Stati membri a riconoscere giuridicamente il paesaggio in quanto componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione delle diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità; poiché la Convenzione chiede agli Stati aderenti di stabilire e attuare politiche paesaggistiche volte alla salvaguardia, alla gestione e alla pianificazione dei paesaggi tramite l’adozione delle misure specifiche di cui all’articolo 6 e dunque di integrare il paesaggio nelle politiche di pianificazione del territorio, urbanistiche e in quelle a carattere culturale, ambientale, agricolo, sociale ed economico, nonché nelle politiche che possono avere un’incidenza diretta o indiretta sul paesaggio la presente petizione sottoscritta anche a nome e per conto di innumerevoli cittadini della Sardegna chiede una espressione degli organi del Parlamento Europeo sulle politiche del territorio che si avviano in Sardegna a causa di tali norme.
f.to: Gianvalerio Sanna – Renato Soru
C’è allarme, da qualche tempo, su Obama e il suo cambiamento. Aumentano gli scontenti, specie nella sua base. Crescono campagne d’odio, in un partito repubblicano divenuto semi-fascista. Si moltiplicano le accuse di scarsa fermezza, sveltezza. Il cambiamento promesso il giorno dell’elezione, il 4 novembre 2008, ancora non si vede del tutto. Spesso pare smentito: su sicurezza e libertà, il Presidente è sospettato di proseguire, intimidito, alcuni costumi di Bush. Ciascuna di queste accuse ha una sua ragion d’essere. Ma tutte sembrano come cieche, incapaci di vedere la profondità della crisi americana e la tenace volontà con cui il Presidente l’affronta, non schivando pericoli e ostacoli ma andando ogni volta lì dove le loro radici sono più potenti, per studiarle e smontarle.
Quel che i critici non vedono è al tempo stesso la forza delle resistenze al cambiamento, i mali troppo antichi per esser sveltamente sanati, e il mutamento già avvenuto del clima mondiale. È come fossero impermeabili alla pedagogia della verità inaugurata da Obama sin dal primo giorno: «La strada è lunga e ripida, disseminata di sconfitte e inciampi. Non arriveremo alla meta in un anno, e forse neppure in quattro».
Obama si trova a guidare un paese che è, da molti punti di vista, la terra desolata di T.S. Eliot: un cumulo di immagini infrante.
È sempre ancora il paese più inventivo, e «la sua influenza resterà molto grande rispetto alla modestia della sua condotta», dice Kissinger. Ma la caduta, non solo economica, è tangibile. La Cina che diventa il primo creditore degli Stati Uniti, il dollaro che diffonde instabilità perché riflette la crisi di una sola nazione pur restando moneta mondiale, son segni di un equilibrio internazionale che si ricostruisce su basi diverse - un po’ come in Europa prima del ’14 - con l'America che non è più l’unica, la più sana, la più esemplare delle potenze. Le guerre di Bush contro il terrore volgono al fallimento, non solo in Iraq da cui Obama s’è ritirato. L’esitazione del Presidente sull’aumento di truppe in Afghanistan è segno di serietà: l’appoggio al regime corrotto di Karzai ha avuto come risultato la conquista talebana di oltre metà Afghanistan, e un’insurrezione antiamericana ormai disgiunta da taleban e Al Qaeda. Senza Obama, Karzai non sarebbe stato costretto a rifare le elezioni che aveva truccato.
Viene poi il disastro mentale, culturale: il disastro di un nazionalismo che ha radici secolari, e più volte è divenuto malattia acuta, apocalittica convinzione d'esser sempre nel bene trionfante. L’ideologia messianico-affaristica di Bush non è che l’apice di un'onda lunga, che risale alla seconda metà dell’800, e che vede nell’America una nazione eletta a guidare il mondo, la lucente città sulla collina che redime e rieduca la terra peccaminosa perché tale è il suo destino manifesto. Obama fa i conti anche con questa tradizione, che ha avuto come epigono farsesco Bush jr. e s’è impersonata in Wilson nel ’14-18, in Reagan negli Anni 80.
Anche qui non siamo che agli inizi, e Obama ha cominciato l'opera con un’ambizione più grande ancora di quella di Roosevelt, prima del ’39. Allora Washington rispose al collasso economico con il protezionismo, l’isolazionismo. Obama affronta ambedue i collassi, e proprio nel momento in cui cura il paese apre al mondo. Stabilisce un nesso fra le due crisi - sul piano interno una democrazia parlamentare corrosa dalle lobby e un potere esecutivo screditato da continue trasgressioni della legge e della costituzione; sul piano esterno il tracollo del prestigio Usa - e con atti e parole mostra di volerle combattere confutando certezze fin qui incrollabili.
Prima certezza messa in questione: quella di esser nel giusto, sempre. Una certezza smisuratamente dilatata dopo la guerra fredda. Sicure d’aver vinto grazie alla loro egemonia culturale, economica, politica, tre amministrazioni hanno dimenticato una verità elementare: è molto più facile per il vinto imparare dalle sconfitte, che per il vincitore apprendere dalla vittoria. Vincitrice, l’America ha smesso nell’89 di pensare, senza costruire il dopo. Negli anni dello scontro con l’Urss era stata la guida del mondo libero. Caduta l’Urss ha voluto divenire guida del mondo, quello libero e quello da liberare: potenza che non tollera rivali, persuasa d'esser sempre, sola, nel giusto. I neo-conservatori hanno perfino vagheggiato la replica dell’impero romano. Le abitudini della guerra fredda, che avevano favorito la sconfitta dell'avversario, son divenute vizi che frenano ogni capacità di capire il mondo e ridisegnarlo. Anche qui, il clima è mutato e risultati si vedono: in Iran, Iraq, nei discorsi sull’Islam, negli impegni su disarmo nucleare e clima, nel taglio ad alcune spese militari.
Obama è figlio dei movimenti civili che infransero il mito nazionalista del faro di libertà. È l’erede di chi lottò contro la guerra in Vietnam e l’odio razziale. Anche per questo suscita repulsioni così violente, non per quello che fa ma per quello che è e dice: sul rispetto dell’altro, del diverso. Per come ha commentato, mercoledì, la legge contro i crimini fondati sull’orientamento sessuale.
Il tempo della delusione forse verrà, se deve. Ma in una battaglia appena iniziata è insensato dar per scontata la disfatta, trasformare la speranza in vizio, e decretare già ora che il Presidente non si libererà da quella che lo storico Anders Stephanson chiama la «sovranità globale», la chimerica predestinazione americana al bene (Destino manifesto, Feltrinelli 2004). Sino a oggi, in fondo, l’America non aveva vissuto quel che l'Europa ha sperimentato nel ’45: la scoperta inorridita di sé, della propria insolenza nazionalista, e la svolta che rappresentò l'abbandono - tramite l’Europa unita - della sovranità assoluta degli Stati. Anche se non ha davanti a sé città annientate, l'America conosce un tracollo mentale non diverso.
Ma è un bivio difficile, perché antichi sono i mali, e lenta la cura. La coalizione di interessi che blocca il cambiamento è portentosa. Perché non continuare a spendere e arricchirsi come in passato, lasciando i deboli a terra, visto che comunque resteremo i primi nel mondo e che non si vedono in giro città rase al suolo? Questa la doppia presunzione, interna e mondiale, che ha visto nascere una superpotenza solitaria con i piedi d'argilla, perché dotata di un modello sociale che lascia più di 30 milioni di americani senza protezione sanitaria.
Resistono le lobby, le assicurazioni private, e quello che Eisenhower chiamava il complesso militare-industriale. Per questo è già un progresso grande: la riforma sanitaria è difficile, per quarant’anni è stata impossibile, e tuttavia Obama la farà. Smettere le guerre e tornare al multilateralismo è lento, eppure qualcosa già si muove.
Molto dipende da come son vissute in casa le mutazioni, e questo non vale solo per l'America.
Lo vediamo anche in Italia: i cambiamenti sono visti come qualcosa che spetta ai governi, non al cittadino che dopo il voto si scopre responsabile. Le società non sono traversate da grandi movimenti civili. L'America di Johnson abolì la segregazione razziale perché spinto da una corrente vasta che mai si scoraggiò. Obama non ha alle spalle simili movimenti ma una società più inerte, atomizzata, capricciosa.
Anche l’Europa può molto. Può mostrare che il suo modello di sovranità condivisa è la via. Anche per questo è un bene che la candidatura di Blair alla presidenza stia tramontando. Non tanto perché ha partecipato alla guerra in Iraq, ma perché l’Inghilterra è l’unica nazione importante, in Europa, che non ha rinunciato al mito, menzognero ormai anche per gli Stati Uniti, della sovranità assoluta. È un bene che Helmut Schmidt, il grande vecchio, abbia detto il vero: sarebbe pericoloso se un antieuropeo, per di più carismatico, diventasse il nostro portavoce in un’America che sta cambiando.