In questi giorni, nel corso di un intervento per la bonifica di parte della tenuta di S. Maria Nova, sull’Appia Antica, recentemente acquistata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma, è tornato alla luce un lungo tratto di strada romana basolata. Si tratta, con ogni probabilità, di una strada che collegava la Via Appia con la Via Latina, lo fanno pensare l’andamento e altre parti del tracciato trovate in passato nelle vicinanze. La strada partiva dal quinto miglio dell’Appia, luogo sacro pieno di memorie, limite dell’ager romanus, con la grandi tombe a tumulo, riconosciute dalla tradizione degli Orazi e Curiazi, la struttura forse un ustrino, il grande Sepolcro a Piramide, la Villa dei Quintili.
La strada basolata si trova solo in parte nella nuova proprietà pubblica, dove sarà lasciata a vista, per il resto rimarrà obliterata sotto muri, recinzioni, villette, proprietà private che, fino a qualche tempo, fa erano solo campagna. Allora ci si ritrova disorientati con il gruppetto di esperti che lavora per l’Appia, come un unico corpo di fronte al fenomeno che ogni giorno questo territorio fa scoprire, nel bene e nel male, sempre in bilico tra i risultati raggiunti e l’abisso dei problemi.
Le scoperte a Roma non ci sorprendono, sono all’ordine del giorno ma sull’Appia il miracolo poteva ancora accadere, fino a 50 anni fa, ma anche fino a 20 anni, anche meno, ancora oggi potrebbe accadere. Perché i monumenti, la strada basolata e tutto il patrimonio che c’è sarebbero ancora recuperabili e potrebbero essere una risorsa eccezionale, unica al mondo, da mettere a disposizione di tutti.
Lascio la Villa dei Quintili al tramonto e, come sempre, mi sorprendo per la bellezza indescrivibile dei luoghi, per la luce rossa tra le grande arcate dei monumenti, per la quiete che riesce a ignorare il traffico intenso che passa accanto.
Come sempre mi domando: cosa si può fare, come si può salvare tutto questo e farlo godere a tutti. Non sono riusciti personaggi importanti, non è riuscito Antonio Cederna, non sarà possibile.
Ma almeno, mi dico, non dovrà passare sotto silenzio, almeno si deve tentare di comunicare cosa accade lì ogni giorno, quanto sia costoso un piccolo risultato, quanto sia disarmante muoversi tra ricorsi, cause perse, sentenze ingiuste, tentativi continui di aggressione del bene prezioso che è il territorio: di tutto questo non si può dare colpa ai privati che perseguono il proprio interesse individuale ma piuttosto assegnare le responsabilità alle amministrazioni pubbliche che non fanno, fanno finta di ignorare, lasciano correre, mostrando poco interesse. Tutti i problemi rimangono affastellati in un ufficietto che ha il compito della tutela e della valorizzazione archeologica di questo comprensorio, che non ha una connotazione particolare, che va avanti solo per l’impegno personale di chi vi lavora, troppo spesso incredulo di fronte agli accadimenti. Si deve lasciar correre e ratificare tutto quello che è stato fatto illecitamente, si deve ostinatamente riaffermare che si tratta dell’Appia antica, ci si deve convincere che lo stato di fatto è più forte di ogni ragione di salvarla, che forse stiamo esagerando?
Rivolgere a eddyburg queste riflessioni è un modo per comunicare con i suoi lettori, che, sicuramente, potranno comprendere, per sentirsi meno soli e dare spazio a un “osservatorio” sull’Appia che possa informare, rispondere, vigilare.
Altri, forse, avranno voglia di segnalare, di rispondere, di porre quesiti e sarebbe davvero un gran successo poter creare una piccola rete di consenso per l’Appia.
Intanto, per non dimenticare rileggiamo Cederna, quanto mai attuale, e troviamo qui la forza per andare avanti.
Chissà mai accada un miracolo!
Sulla via Appia Antica, fuori Porta S. Sebastiano, c'è una «stazione di servizio» per automobili, mal situata, brutta, ridicola. Mal situata, perché appena cinquanta metri prima del Domine quo vadis?, cioè al bivio con la via Ardeatina, dove l'Appia si restringe e l'incrocio è pericoloso. Brutta, perché arieggia a portico di vecchia fattoria con le sue tre arcate, la tettoia coperta da tegole e qualche sparuta pianta verde in vasi di terracotta, nella pretesa di non stonare con «l'ambiente circostante». Ridicola, perché nel suo muro, a edificazione del turista, sono incastrati frammenti antichi di marmo, di iscrizioni greche e latine, sarcofagi, comici architettoniche: altri frammenti antichi di marmo e terracotta sono esposti in una vetrina tra i bidoni dell'olio, e ancora marmi, terrecotte, pezzi di stemmi medioevali, unti e macchiati, sono collocati sopra ai distributori di benzina. Tutte queste «antichità», in parte false, in parte comprate in via del Babuino, in parte rubate sulla via stessa, oltre a costituire un degno prologo per chi si accinge a visitare in macchina i resti di quella che fu la «regina delle vie», hanno un grande valore simbolico: oggi l'antico è tollerato solo se, fatto a pezzi insignificanti, può essere ridotto a ornamento, a fronzolo, a servo sciocco delle «esigenze della vita moderna», del «traffico», del «dinamismo del nostro tempo», insomma di quello che dicono «progresso». ù quello che sta succedendo a tutta la via Appia, destinata entro pochissimi anni a scomparire, per diventare un rigagnolo in mezzo alla nuova città che sta sorgendo sopra e intorno ad essa, grazie a una banda di speculatori, alla previdenza dei tecnici del Comune di Roma, all'inerzia degli organi ministeriali, teoricamente preposti alla tutela del nostro patrimonio archeologico, paesistico, monumentale.
Ammirato il distributore di benzina, voltiamo a destra per un sentiero in salita: fatta qualche decina di metri, restiamo esterrefatti. Abbiamo davanti a noi tutta la zona tra le vie Appia e Ardeatina da una parte e la via Cristoforo Colombo dall'altra, quasi un grande rettangolo di un chilometro per seicento metri: quello che l'anno scorso era ancora un pezzo di campagna romana, un dolce irregolare avvallamento a prati, alberi, orti, con qualche vecchio casale, è oggi un deserto d'inferno, ad altipiani e abissi, sconvolto dalle macchine scavatrici, che hanno distrutto alberi, prati e orti, che mangiano la terra intorno ai vecchi casali, lasciandoli sospesi in cima ad assurdi pinnacoli. Si sta sistemando il terreno, si stanno scavando le fondamenta di un nuovo quartiere di Roma extra moenia, esteso quanto Villa Borghese.
In prossimità della via Appia e dell'Ardeatina sorgerà una fascia di «villini» e di «villini signorili» a quattro piani, quindi una fascia di «palazzine» a cinque e sei piani, quindi verso la via Cristoforo Colombo un ampio agglomerato a costruzione intensiva, con edifici di almeno otto piani, per un'altezza massima di ventotto metri. A parte i consueti abusi, come l'aumento dei piani grazie ai finti seminterrati, gli attici «arretrati» ecc., il nuovo quartiere incomberà ad altezze scalate sulla via Appia, divenuta misero budello ai suoi piedi, tanto più che essa in quel tratto è a quota 16‑18, mentre il terreno del nuovo quartiere arriva a quota 30‑40. Qualche esigua e frammentaria zona di rispetto «assoluto» (un centinaio di metri sulla carta) e di rispetto «con particolari limitazioni», servirà soltanto ad attestare l'ipocrisia dei progettisti.
Il nuovo quartiere sarà naturalmente attraversato da strade. Una strada larga venti metri, partita dalla piazza dei Navigatori sulla via C. Colombo, dove sta la truce mole dell'ex‑«albergo di massa», oggi casa‑prigione popolare, attraverserà il nuovo quartiere in diagonale, scavalcherà la via Appia quasi all'altezza del Domine quo vadis? e andrà a finire al quartiere Appio‑Latino. Una seconda strada, di circonvallazione, larga cinquanta metri, partita dalla via Ostiense, scavalcherà la via Appia quasi all'altezza del Domine quo vadis? e arriverà all'Appia Nuova. Una terza strada, proveniente presumibilmente dall'E 42, scavalcherà la via Appia quasi all'altezza del Domine quo vadis? dove si unirà alle prime due. Altre strade minori taglieranno il nuovo quartiere recando nuova congestione al Domine quo vadis?: la scelta dell'illustre chiesina come centro di confluenza di tanto traffico è davvero una trovata ammirevole. Infine, un'altra strada di circonvallazione lungo la ferrovia Roma‑Pisa, di cui già esiste un tratto (via Cilicia), ma che si è dovuta arrestare di fronte alla scoperta dei ragguardevoli resti di un mausoleo, scavalcherà la via Appia a metà strada tra il Domine quo vadis? e la Porta S. Sebastiano. Chi arriverà a Roma dalla via Appia si meraviglierà di entrare in galleria.
Guardiamoci attorno: Roma col suo più bel tratto di mura è ancora, per il momento, davanti a noi. Ma già sulla via C. Colombo si alzano i sinistri scheletri di due smisurati casamenti a 10‑11 piani (cooperative Villa Madama e Montecitorio), destinati a case economiche per deputati, senatori e funzionari del Senato e del Parlamento: tutta la larghissima via, in origine destinata ad essere strada‑parco, diventerà una strada‑corridoio, costruita intensivamente con edifici colossali su entrambi i lati, anzi, un'apposita commissione ne garantirà il «carattere monumentale» (!). Più lontano, tutta la zona ai piedi del Bastione del Sangallo rigurgita di villini di freschissima data, costruiti ad opera di varie cooperative edilizie, per abitazione di funzionari delle Belle Arti, che si sono auto‑autorizzati a infischiarsi delle zone di rispetto: il «via» alle costruzioni abusive appena sotto alle Mura fu dato, poco prima della guerra, dalla villa di Eugenio Gualdi,presidente della Società Generale Immobiliare. Guardiamo infine al di là dell'Appia, al di là della valle dell'Acquataccio e della Caffarella: grotteschi edifici sono sorti in via Cilicia, la via Latina è scomparsa sotto un mucchio confuso di nuove costruzioni: tutta la zona tra la ferrovia Roma‑Pisa e la via Latina sarà costruita intensivamente, e gran parte della bella conca della Caffarella costruita a «villini» (o come altro saranno chiamati), per oltre mezzo chilometro.
Nella relazione che il 21 ottobre 1951, la Giunta romana tenne al Consiglio Comunale, intorno al nuovo piano regolatore, si diceva, in tono saggio e mellifluo, che Roma deve espandersi verso i Colli e verso il mare: tra queste due direttrici, sarebbe rimasto intatto «il grande cuneo della zona archeologica (che), a cavallo dell'Appia Antica, si spinge fino al cuore della città, al Campidoglio, come una riposante fascia di verde, dalla quale emergeranno, testimonianza perenne di storia e civiltà, i resti dei gloriosi monumenti», ecc. ecc. Farebbe un'opera buona chi volesse spiegarci perché mai, in meno di due anni, il cuneo archeologico e la riposante fascia di verde si sono trasformati in cuneo, fascia e baluardo di cemento armato.
Pochi metri oltre la basilica di S. Sebastiano, sulla nostra destra, il muro della via è abbattuto: un centinaio di metri in là, nella bella campagna, ecco il primo esempio della nuova edilizia che distruggerà per sempre l'integrità monumentale e paesistica di tutta la via Appia. Sei villini sono già pronti, arancione, gialli e rossi, strani nella pianta e nell'alzato, a mezzo tra la piccola stazione ferroviaria, la vecchia fattoria e la casina della bambola; tetti, terrazze, verande, scale esterne si accostano, si susseguono, si incastrano ad angoli retti, ottusi, acuti: vediamo finti comignoli di forma indescrivibile, torrette cilindriche, loggiati ad arcate, balconcini e tettoia sorretti da travi di legno, pensiline sorrette da pilastri di tufo, finestre lunghe e corte, alte e basse, strette e larghe, rettangolari e quadrate, barbacani ed oblò. Retrocediamo in fretta, e superiamo la Tomba di Cecilia Metella.
Comincia il tratto più splendido e più famoso della via Appia. Al quarto chilometro, di fronte alla casa in cui Pio IX nel 1853 si fermò a sperimentare il telegrafo (electrico relatori experiundo), entriamo nei campi alla nostra sinistra. Ecco, a un centinaio di metri, un altro gruppo di ville (tutto il vasto terreno è già lottizzato, tra la via Appia e la via dell'Acquasanta), giallognole, dal tetto a spioventi, con alti comignoli: nonostante che portici e finestre siano «moderni», queste ville hanno qualcosa di vecchio, di cui non sappiamo per ora renderci ragione. Ci inoltriamo ancora nella campagna, fin che arriviamo sul ciglio di una vecchia cava di selce, e per poco non vi precipitiamo dalla meraviglia: una decina di metri sotto ai nostri piedi ci appare una vasta macchia di un azzurro accecante, una grande piscina privata con fondo in mosaico di vetro, orlo ondulato di cemento come le fosse degli orsi, toboga, trampolino, ombrelloni gialli, rossi e blu.
Tornati sulla via e fatto un centinaio di passi, pieghiamo a sinistra in una nuova strada asfaltata: eccoci di fronte a un grande edificio in costruzione, arrivato al primo piano. A terra vediamo un mucchio di tegole, e comprendiamo quanto prima ci aveva sorpreso: l'aria di «antico» delle case, che a decine e a centinaia vanno sorgendo sulla via Appìa, deriva in gran parte dall'impiego di tegole usate; un muratore che sta lavandosi i piedi in una vasca dove sono a bagno i mattoni ci spiega che ciò avviene per legge. Con simili espedienti i responsabili si mettono a posto la coscienza.
Guardiamo meglio l'edificio in costruzione, un'altra grande sorpresa ci aspetta: per un paio di metri di altezza il muro esterno è rustico, fatto di pietre chiare e scure, ma tutte, di nuovo, hanno qualcosa di «antico», molte addirittura sono già coperte di muschio. C'era da aspettarselo: per tutta la sua ampiezza il muro è composto di pietre antiche, rubate alla via Appia e ai suoi monumenti. Giriamo intorno all'edificio, tra cataste di mattoni e pozzi di calce, e contiamo, sull'erba, una dozzina di grossi mucchi (carico di altrettanti camion) di pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumenti: sono blocchi di selce del pavimento antico della via, inconfondibili per la forma e l'impronta delle carreggiate, sono grossi pezzi di marmo lunense e di pietra albana tolti al rivestimento dei sepolcri, sono (chi non ci crede vada a verificare) grossi frammenti di statue.
Non basta: tutti i muretti e relativi pilastri d'ingresso, che sono stati costruiti per centinaia di metri lungo la via Appia, a delimitazione delle nuove proprietà, sono tutti fatti con pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumenti; tra le pietre antiche vediamo ancora iscrizioni, frammenti di sarcofagi, di ornati architettonici, di colonne, basi e capitelli, frantumi di selce dell'antico pavimento. Un secolo fa l'archeologo Luigi Canina eresse lungo la via delle piccole pareti in cotto e con gusto eccellente vi murò i frammenti antichi che man mano veniva scoprendo: da anni, un giorno dopo l'altro, questi frammenti vengono smurati, trafugati, venduti, usati come materiale di costruzione.
Torniamo sull'Appia: un cartello ci informa che «42.000 metri quadrati di terreno, eventualmente divisibili» sono in vendita; passiamo davanti a una nuova villa (n. 201, «Sola beatitudo»: vedremo tra un paio d'anni dove sarà andata a finire la beata solitudo), e arriviamo al n. 203: ci balza innanzi la massa informe, orrenda della Pia Casa Santa Rosa, ormai famosa per lo scandalo che suscitò un paio di anni fa. Se non ricordiamo male, l'edificio, progettato a tre piani, venne autorizzato dal Consiglio Superiore del Ministero della P.I. «per deferenza alla benefica istituzione» (bel principio urbanistico).
Nell'entusiasmo dei lavori l'architetto (Spina Alberto) pensò bene di aggiungere un quarto piano: contro il quarto piano insorsero la Commissione provinciale per le bellezze naturali, panoramiche e paesistiche, insorse la Soprintendenza ai Monumenti, insorse lo stesso Consiglio Superiore, che ne ordinò «l'immediata demolizione». L'ordine rimase naturalmente lettera morta, capitò invece che i fondi stanziati venissero anzitempo esauriti, tanto che si sperò vivamente che la Pia Casa rimanesse incompiuta: ma intervenne la Provvidenza, e oggi la Pia Casa è in funzione, con tutti i suoi quattro piani e il suo macabro intonaco violetto. E’ psicologicamente interessante ricordare che l'architetto Spina si difese dalle critiche, non solo paragonando il suo capolavoro alle badie di Farfa, Casamari e Subiaco e al Monastero di Montecassino, ma sostenendo che la via Appia, lungi dall'esseme danneggiata, ci guadagnava.
Andiamo avanti ancora, osservando i monumenti a testa bassa, per non scoprire altri scempi. Ma i monumenti stessi sono ridotti a letamai, sommersi da immondizie di ogni genere: sembra che per il bilancio del Comune di Roma (o della Sopraintendenza alle Antichità o di quella ai Monumenti?) un paio di spazzini per la via Appia siano un carico eccessivo. Giungiamo all'altezza di Tor Carbone: qui sulla destra dell'Appia dovrebbe sorgere, grazie alla Società Immobiliare, un grande quartiere di villini di lusso, collegato con una strada all'E 42. Prendiamo a sinistra la via Erode Attico che porta all'Appia Pignatelli: fatti pochi metri, riceviamo un altro tremendo colpo nello stomaco. Nel vasto angolo formato dalla via Erode Attico con la via Appia, ci feriscono la vista una dozzina di «villini signorili», di varia foggia e dimensione. Tra i colori predominano il viola e l'arancione: le case hanno forma assai complessa, con avancorpi, sporgenze e rientranze, i tetti hanno i soliti comignoli e le solite tegole; vediamo portici ad arco pieno, ad arco ribassato, ad architrave, finestre a feritoia, arcuate, quadrate, finte colombaie, lampioni di ferro battuto: ogni casa è recintata da un muro di tufo giallo, talvolta con pilastri coperti a tettuccio. Il bel quartierino ha la solita aria finto paesana da città dei balocchi, come fosse costruito da uno scenografo incerto tra Italia centrale, Tirolo e Svizzera, con qualche reminiscenza classica. Tra le curiosità principali notiamo una casa con grondaia in su anzi che in giù, e una specie di pagoda cinese a due piani, il primo ad arcate di mattoni, il secondo a vetrate continue.
Giriamo intorno gli occhi: verso Nord, dietro al bel quartierino, si innalza in tutta la sua profondità lo spettro della Pia Casa; verso Sud, cioè sempre sulla sinistra della via Appia, ci appaiono adesso altre ville e villini; verso Oriente, in basso, ecco distendersi un nuovo e maggiore quartiere, dall'aspetto meno «signorile» del primo; scendiamo nella stessa direzione e passiamo in mezzo alla vasta e miserabile nuova Borgata di Santa Maria Nuova. Quanto all'Appia Pignatelli, la bella via solitaria a valle dell'Appia Antica, sappiamo che verrà allargata per essere trasformata in grande strada di traffici (naturalmente con costruzioni ai lati, anche attomo al Circo di Massenzio), che sarà prolungata fino a Roma con un tronco parallelo all'Appia Antica, portando nuova rovina nella valle della Caffarella, fino a Porta Latina: sarà quindi la quinta grande nuova strada che cancellerà dalla faccia della terra la campagna a Sud di Roma.
Rientrati a Roma, fermatici davanti alla stupida e spropositata mole del palazzo della FAO, rovina della Passeggiata Archeologica, cioè del primo tratto della via Appia, nel riporre una vecchia guida, rileggiamo la frase di Goethe, dell'11 novembre 1786, messa a epigrafe del primo capitolo: «Questi uomini lavoravano per l'eternità; tutto essi hanno preveduto tranne la demenza dei devastatori, cui tutto ha dovuto cedere».
La demenza dei devastatori ha raggiunto oggi vette inimmaginabili: un ultimo esempio corona per il momento il nostro triste e parzialissimo elenco. Al sesto chilometro della via Appia, sulla sinistra, isolate nella campagna, sorgono le rovine famose, vaste, imponenti della Villa dei Quintili, del secondo secolo dopo Cristo, avanzi di un ninfeo, di un acquedotto, di un criptoportico, di terme, di cisterne, di sale grandiose, ecc., con una vista stupenda sui Colli e i Castelli. Ebbene, anche qui i nuovi vandali dementi stanno tramando un colpo inaudito: un «nucleo residenziale» (grazie alla Società Generale Immobiliare) sorgerà immediatamente a ridosso delle rovine, per una profondità di circa trecento metri nella campagna; la lottizzazione si estenderà in uguale misura, complessivamente per una cinquantina di lotti, anche sulla destra della via Appia: questa, chiusa in mezzo, sarà affiancata da due strade parallele, una a destra, l'altra a sinistra. Lottizzare il Foro Romano o la Villa Adriana non sarebbe misfatto peggiore.
Ingenuo chiedersi come avvenga tutto ciò. Esistono articoli di leggi (legge 1939 sulla tutela delle cose d'interesse artistico e storico, legge 1939 sulla protezione delle bellezze naturali e panoramiche, regolamento 1940 per l'applicazione della precedente), intesi a salvaguardare «l'integrità», le condizioni di «prospettiva», «luce», «ambiente», «decoro», dei monumenti, la «bellezza panoramica», la «spontanea concordanza e fusione fra la espressione della natura e quella del lavoro umano», e via dicendo. Esiste un vincolo di rispetto per un centinaio di metri da una parte e dall'altra della via Appia, esiste un altro vincolo di poco più esteso, proposto il gennaio scorso dalla Commissione provinciale per le bellezze naturali ecc., ma che non comporta l'inedificabilità delle aree, limitandosi solo a imporre generici riguardi ai costruttori. Esistono organi di tutela, statali, comunali, provinciali, cui manca spesso la cultura e l'intelligenza, cui manca sempre l'iniziativa e la forza di intervenire.
Da un paio d'anni lo scempio della via Appia è entrato nella sua fase definitiva. Le lottizzazioni da sporadiche si vanno facendo organizzate, stringendosi a soffocare tutta la via in un abbraccio mortale, la campagna assume un aspetto da stazione climatica, gli edifici cui abbiamo accennato (ipocrisia delle sottili strisce di rispetto) sono e saranno tutti visibili dalla via: il gioco degli interessi stronca in partenza qualsiasi iniziativa sensata.
Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall'altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti. Perfino per la cattiva letteratura che nel nostro secolo vi era sorta intorno. Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l'avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un'opera d'arte di una opera d'arte: la via Appia era intoccabile, come l'Acropoli di Atene. Ma che importa ai funzionari, agli architetti, agli speculatori? Il loro ideale estetico sono gli obelischi di via della Conciliazione, e i baracconi di gesso dell'E 42, nati per ospitare le «Olimpiadi della Civiltà» e scaduti, com'era giusto, a fiera campionaria e parco dei divertimenti.
Giardini di cemento accanto ai prati verdi. Per il nuovo stadio “Delle Aquile”, da edificare sui 600 ettari di proprietà dei fratelli Mezzaroma sulla Via Tiberina, “la nuova casa della Lazio”, il Presidente Claudio Lotito aveva fatto i conti senza il fiume. Alberghi, campi sportivi, parcheggi, piscine, uffici, musei tematici. Il tutto in un’area a forte rischio esondazione del Tevere. Il terreno, che dopo la costruzione delle strutture, avrebbe visto il suo valore moltiplicarsi, forse rimarrà tale. Campagna romana senza gloria. I tifosi ironizzano: “Avremmo giocato a pallanuoto”, Lotito, contestato, tace. Storia non dissimile per la Roma di Rosella Sensi, che avrebbe individuato nella“Massimina-La Monachina”, area non edificabile (perché dichiarata “destinazione agricola”), il luogo eletto per il futuro impianto della società. Richiedendo la cancellazione dei vincoli del piano paesaggistico adottato dalla Regione, che prevede di legiferare proprio in materia di tutela dell’Agro Romano.
A Firenze, per i suoi parchi tematici torniti da negozi, Diego Della Valle aveva individuato la zona di Castello. Le ruspe di Ligresti e il non ostracizzante interesse dell’ex sindaco Leonardo Domenici, dopo un intenso traffico di intercettazioni telefoniche, avevano allarmato la magistratura. Tutto sotto sequestro da parte della Procura della Repubblica (con malcelata rabbia del patron di Tod’s) e nuova linfa al progetto, da parte dell’uomo (nuovo?) del palazzo toscano, Matteo Renzi. Si decide a giorni e Castello non ha perso appeal. Renzi si era orientato verso Osmannoro (proprietà del costruttore Fratini) e Ligresti, per cui la questione non è relativa, attende comunque il via libera.Senza imparare dai propri errori, la storia si ripete. A quasi vent’anni dalla sbornia di Italia ‘90, col suo corollario di stazioni ferroviarie abbandonate, progetti iniziati e lasciati a metà del guado, indagini, arresti e processi, ecco riapparire una nuova crociata. Immaginare stadi avveniristici è la moda del momento. Costruirli, il passaggio successivo. Le arene del paese sono vuote. Dopo Milan e Inter, nella classifica dei 50 club europei capaci di riempire tribune e gradinate, l’Italia occupa la retroguardia. La Juve è fuori e dentro il recinto, ma oltre il 30° posto, resistono Napoli, Lazio e Fiorentina. Lontanissime dal Manchester United, capace di trascinare all’Old Trafford, una media di oltre 75.000 persone a gara.
Per eliminare la burocrazia, il Ddl 1881: “Disposizioni per favorire la costruzione e la ristrutturazione degli impianti sportivi”, giunge al momento giusto. Nel progetto di legge firmato (per quanto valgano le categorie) da 32 deputati di centro, destra e sinistra, in testa Butti del Pdl, si postula la rivoluzione. In seguito ad un accordo di programma tra la società sportiva che vuole realizzare la struttura e la Regione, infatti, ogni procedura avrà una corsia preferenziale e i tempi non potranno superare i dieci mesi. Obbiettivo principe, gli Europei del 2016, non ancora assegnati ma prospettati come l’avvento del Messia dall’intero movimento calcistico.
Il termine per avanzare le candidature è il 15 gennaio e in molti, hanno cominciato a correre. In un pallone che lamenta modesti incassi complessivi se paragonati a quelli inglesi o spagnoli, i presidenti hanno iniziato a far cadere carte topografiche e plastici dall’alto. Ventiquattro società hanno presentato il loro progetto. Come in Dogville di Lars Von Trier, esistono realtà virtuali ed effettive. Un mondo di proiezioni economiche e un altro pianeta, quello politico, non indisposto ad assecondare le brame di chi nel calcio, scorge una slot machine potenzialmente fruttuosa.
Approvata senza indugi al Senato, la legge sui nuovi stadi italiani, è passata senza intoppi anche al vaglio della VII commissione cultura, scienza e istruzione della Camera dei Deputati, con una deliberante che ha evitato il voto in Aula e il parere consultivo delle commissioni Ambiente e Lavori Pubblici. Alla prova del voto definitivo però, non è detto che tutto fili liscio.
"Si dovrà sentire il parere di tutti", afferma Fabio Granata del Pdl aprendo a parziali modifiche del testo. Oltre le veline entusiastiche e le vuote enunciazioni, si è affacciato il sospetto della speculazione edilizia. Legambiente l’ha detto senza indugi: “È la più grande del dopoguerra, lo sport non c’entra niente”. Milioni di metri cubi di cemento, griffati da architetti celebri (c’è anche l’onnipresente Fuksas), con un impatto significativo e distante dall’ecologia su enormi zone ancora non edificate della prima periferia. Evadere dalle città, sembra essere infatti il primo imperativo. Il fatto che gli stadi attuali, siano stati eretti in aree “sottoposte a vincoli urbanistici e monumentali”, viene sventolato come un grave problema di ordine pubblico, da risolvere, in maniera equanime, distribuendo tessere per i tifosi, biglietti nominali (criticati dall’Uefa e unico caso europeo) e patenti di libera azione ai palazzinari.
Che gli impianti italiani siano vecchi non è una menzogna. Quasi ottuagenari per età media, nelle 126 strutture utilizzate da società professionistiche, ben 69 hanno una capienza inferiore ai 10.000 posti. Su sei miliardi di giro d’affari complessivo a stagione, (quasi mezzopunto di Pil), solo una piccola fetta, meno del 5 per cento, arriva dagli stadi. Per Juventus, Roma, Milan e Inter, la casa ospitante non vale più del 15% complessivo degli introiti. In Inghilterra, la percentuale degli incassi derivanti dagli stadi (rispetto al fatturato) sale fino al 42%. Quasi tre volte. Qui però si va molto oltre la modernizzazione.
A fondo valle, esaurita la forza argomentativa di cifre e grafici, rimangono i sospetti. Di passaggio agognato da “stadio calcistico” a “stadio produttivo” (multifunzionalità dell’impianto, aree specifiche destinate all’intrattenimento e alla cultura) si parla da anni. Una formula, denunciano i detrattori, (in testa moltissime sigle ultras), volta ad affinare gli appetiti di chi sogna un nuovo boom. Costruzioni di centri residenziali e commerciali, privatizzazione degli impianti esistenti, modificazione di destinazioni d’uso delle aree pubbliche.
Il tutto, naturalmente, attingendo con generosità al denaro pubblico. Deformando gli esempi inglesi (Taylor Act, 170 milioni di Sterline destinate alla costruzione di costosissime cattedrali) e tedeschi, l’Italia s’è desta.
In un Paese che riduce al di sotto della minima soglia di accettazione, le erogazioni per servizi essenziali (scuola, ricerca, giustizia e sanità), il tema divide. Bianco o nero, senza mediazioni.“Con la scusa degli Europei di calcio, si stanno facendo passare scelte in cui a pesare sono interessi immobiliari di tipo speculativo”, dice Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente che attacca la parte della legge riguardante i “complessi funzionali”. Nel Ddl, insieme allo stadio, si può costruire anche un nuovo quartiere con attività commerciali, ricettive, di svago, unitamente a insediamenti residenziali. Da realizzarsi addirittura “in aree non contigue all’impianto”. Per facilitare il tutto, un piano triennale di intervento straordinario (soldi pubblici) che prevede la concessione di “contributi destinati all’abbattimento degli interessi sul conto capitale degli investimenti”. Davanti a un cataclisma simile, Alfredo Cazzola non avrebbe lasciato il Bologna in un amen. Romilia, l’arena che avrebbe dovuto sostituire il glorioso Dall’Ara, posta lontano dai portici, tra Budrio e Medicina, tramontò all’inizio di agosto di due anni fa. Anche in quel caso, parchi tematici, villette a schiera per 30mila mq, rischio esondazione e 234 ettari lontani da autostrade e ferrovie.
I tifosi avrebbero dovuto, in estate e in inverno, sobbarcarsi quasi due chilometri a piedi dalla stazione più vicina. La provincia bocciò senz’appello il piano Cazzola “Non esistono le condizioni per procedere in un ambito agricolo ancora integro”. Cazzola non si trattenne: “Da oggi, tutti sanno che a Bologna non si può più investire” e cedette l’impresa ai Menarini, anch’essi costruttori non disinteressati a un progetto simile che ora langue, in una partita a scacchi tra Pd e Udc, nelle segrete stanze di Palazzo D’Accursio. Diversi ma non troppo, i casi di Palermo e Genova. In Sicilia, Maurizio Zamparini, smania. Accantonato il disagiato quartiere, Zen, il presidente punta sul Velodromo. Zampa vuole comprare l’area “Per innalzare l’impianto e altre opere sportive, ludiche e commerciali”. Ineluttabilmente, Zampa bussa al Comune. “Chiederò di venderci i terreni e fare presto con le autorizzazioni”, mischiando voglia di cambiamento e pretesa nell’abusato richiamo “all’orgoglio siciliano”. Ultima stazione, Genova. Il “Ferraris” è tra gli italiani, il più inglese tra gli stadi. Nonostante ciò, è allo studio il progetto di abbatterlo. Nuovo contenitore: introiti e appalti. Per il parlamentare del Pd, Roberto Della Seta, “La costruzione di nuovi stadi è solo un pretesto per dare mano libera ai poteri forti”.
Intanto gli ultras non rimangono in silenzio. “Il solo costo dei biglietti per una famiglia di 4 persone si aggira in media sui 200 euro. Quante persone potranno sottrarre dal bilancio familiare 5000 euro a stagione?” replica Lorenzo Contucci, avvocato. In realtà chi ha un basso salario non può più permettersi lo stadio: “Si sta operando una sostituzione antropologica dei tifosi. Una pulizia etnica di classe”. Anche senza giungere a tanto, un piano esiste. L’isola che non c’è, prevede doppiopetto e invito. Il resto di niente, è una partita in tv. Senza rumore, urla, voci, passioni. Intorno fluttuano figure colorate. Da una parte all’altra, come in un acquario.
Cina e Stati uniti, insieme, producono il 40% di tutte le emissioni umane di anidride carbonica. Gli scienziati hanno mostrato che le emissioni sono responsabili del riscaldamento climatico e dei disastri ambientali conseguenti. La Conferenza delle nazioni unite che si aprirà il 7 dicembre a Copenhagen, dopo una lunga preparazione, caricata di tutte le speranze, ha il compito di decidere forme comuni di mitigazione e adattamento - o per dirla tutta, di sopravvivenza. Cina e Stati uniti hanno però deciso, insieme, di non accettare vincoli di sorta. Sono disponibili a una dichiarazione d'intenti, politica e forte, ma non a un impegno preciso. A questo punto, la Conferenza danese potrebbe anche non cominciare. Il suo esito deludente è scontato. Il 40% si è chiamato fuori.
I due paesi del nuovissimo G2 si equivalgono per le emissioni, ma mentre quelle cinesi crescono anno dopo anno, quelle della potenza rivale si stanno, lentamente, riducendo. Pechino esige un risarcimento preventivo per l'inquinamento americano del passato; non vuole dollari, visto che ne ha già troppi, ma tecnologie appropriate. Washington, dal canto suo, afferma la propria disponibilità a tagliare le proprie emissioni all'unisono con gli altri grandi inquinatori, ma non prima degli altri. Da sempre l'America pretende di decidere in modo autonomo; e oggi il problema del presidente Barack Obama è quello di strappare al suo Senato un voto accettabile sulla sanità. A questo fine è disposto a ogni compromesso, per quanto devastante sia sul piano ambientale.
Nel frattempo, a Roma, la Conferenza della Fao (Organizzazione del cibo e dell'alimentazione) si è aperta con queste parole del segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon: «Oggi moriranno 17mila bambini. Di fame». La scarsità di cibo, in forma grave, tocca ormai un miliardo di persone.
I problemi sono noti: l'aridità crescente, forma crudele e inevitabile dei cambiamenti climatici, la rapina di terreni fertili alle popolazioni poverissime, denunciata da Manitese, la produzione agricola indirizzata all'esportazione verso i consumi dei ricchi, il potere delle multinazionali dei semi. Le promesse del Millennio di dimezzare la fame entro il 2015 resta lettera morta. Agli affamati solo buoni consigli, cinque in tutto e anche assai complicati. Solo per capire di che si tratta occorre un dottorato in scienze alimentari e politiche. Cinque consigli e niente soldi. I 44 miliardi di dollari promessi dai paesi ricchi sono aria fritta.
Sempre a Roma, sempre oggi, per rendere onore alla fame e all'aridità crescente, all'inquinamento dell'aria, si sta vendendo l'acqua ai privati. Alla Camera dei deputati si decide di privatizzare. Un frammento dell'opposizione si oppone; tutti gli altri stanno a guardare. Per qualche modesto intrigo politico la Lega ha cambiato posizione e grandi gruppi, italiani e multinazionali stanno vincendo la partita dell'acqua. Stanno vincendo non vuol dire che abbiano già vinto. I movimenti dell'acqua - il Forum, il Contratto mondiale - sono ancora in campo.
Le tre questioni - aria, pane, acqua - sono beni comuni, inalienabili. Nessuna persona dovrebbe esserne privata; nessuna costretta a mendicare. Il capitale che vuole impadronirsi di tutto non è in gran forma. Ha quasi portato alla rovina il pianeta. Si dovrebbe metterlo in condizione di non nuocere, non uccidere, non inquinare. Non rubare la nostra acqua.
Il caso Mario Resca si fa sempre più imbarazzante. Ieri ha esposto i dati della crisi degli ingressi nei musei e le linee-guida della “sua” valorizzazione. Per i servizi aggiuntivi egli ha una delega specifica del ministro e però si tiene stretto un posto nel CdA della Mondadori SpA che controlla (100 per 100) Electa SpA capofila fra le imprese appaltatrici dei servizi museali medesimi. Quindi - nota la Confsal-Unsa - come Ministero, Resca prepara le nuove gare alle quali, come Mondadori-Electa, poi parteciperà. Conflitto di interessi da manuale. Ma il ministro Bondi e il sottosegretario Giro lo negano. Forse temono che, ammettendolo, “offenderebbero” il Grande Capo che ne ha uno gigantesco.
Intanto però dai Beni Culturali – sostiene Confsal - Resca percepisce 160.000 euro lordi l’anno (un direttore di grande museo non arriva ad un quarto), ma ha mantenuto pure la lucrosa presidenza di Finbieticola (che dismette gli ex zuccherifici) e quella di Confimprese. Fioccano le interrogazioni. Rispondendo all’on. Giulietti, il sottosegretario Giro ha negato ogni possibile incompatibilità con Finbieticola, annunciando: “con grande senso istituzionale, il dott. Resca comunicherà, nei prossimi giorni, la sua disponibilità agli azionisti della società a sospendere il proprio mandato”. Attenzione: sospensione, non dimissioni. E ci sono voluti mesi di polemiche e una interrogazione. Su Mondadori-Electa ha presentato un’interrogazione circostanziata l’on. Giovanna Melandri (Pd). Aspettiamo la risposta.
La vicenda di Finbieticola si complica. I proventi della vendita dell’area di Casei Gerola (500mila mq all’incrocio fra le autostrade To-Pc e Mi-Ge) sono stati prosciugati dalla bonifica. Eseguita dal rag. Giuseppe Grossi oggi ospite di San Vittore per l’altra di Santa Giulia a Rogoredo (Mi) “gonfiata” – lo accusano - per creare supposti fondi neri. Lui poi ha acquistato l’area di Casei (per un maxi-centro commerciale?) e lui doveva, con la Finbieticola di Resca, costruire una centrale elettrica a sorgo al posto dell’ex zuccherificio (55 milioni di fondi Ue). Ma i Comuni di Silvano e di Casei ed ora anche quello di Voghera dicono no alla centrale, accusando Resca di comportarsi “come un signorotto locale”. La Forestale indaga sulle bonifiche di Grossi in Oltrepò, inclusa Casei. Si concilia tutto ciò con la dignità di un direttore generale ai Beni culturali? Chi valorizza chi? e che cosa?
Il progetto è stato bocciato in sede tecnica. Ma i soldi sono garantiti lo stesso. Succede alla sublagunare, che il governo e la Regione hanno definito «infrastruttura prioritaria». Promettendo 290 milioni.
Italia Nostra annuncia battaglia. «Vogliamo avviare una campagna a livello nazionale», dice Alvise Benedetti, ricercatore veneziano e consigliere nazionale dell’associazione, «per sensibilizzare l’opinione pubblica. Si stanno ignorando dubbi e critiche e si va avanti comunque. Occorre avere studi sull’impatto, anche sul tessuto residenziale della città».
Sulla linea della prudenza anche Piergiorgio Baita, amministratore della Mantovani che sta costruendo il Mose e principale azionista privato del gruppo che si è candidato all’opera con il sistema del project financing. «Non siamo ancora alla fase esecutiva», dice, «la sublagunare non è una cosa semplice, la città è divisa. Io naturalmente sono per fare l’opera, ma il percorso è lungo. I problemi minori come sempre in questi casi sono quello tecnico e quello economico». Non preoccupano le imprese i forti rilievi tecnici avanzati anche dalla Soprintendenza e dai vigili del fuoco, che hanno chiesto che il progetto sia rivisto per motivi di sicurezza. E nemmeno le incognite sul caranto, lo strato di pietra su cui poggiano i fanghi della laguna e la città di Venezia. Dibattito aperto anche dal punto di vista ambientale, perché gli 8 chilometri di percorso da Tessera all’Arsenale avrebbero bisogno di almeno dieci uscite di sicurezza, piattaforme di cemento in mezzo alla laguna. Un’opera gigantesca con stazioni e tapis roulants alle Fondamente Nuove, che stravolgerebbe per sempre un paesaggio millenario per far risparmiare qualche minuto, portando in città milioni di turisti in più. Ma i soldi sono già stati messi da parte.
Un’intera cartella di eddyburg.it è dedicata alla “ Metropolitana sublagunare”. Ricordiamo che il progetto di metropolitana sub lagunare è connesso all’altro grande progetto, Marco Polo City, previsto da una potente lobby sul margine della Laguna, in corrispondenza dell’aeroporto di Tessera: identico a quello per lo sfruttamento del territorio proposto vent’anni fa dal Consorzio Venezia Expo. Una ipotesi folle, che - in questo clima dominato da una consonanza bipartisan per le grandi opere e i grandi affari – procede senza incertezze. A danno di noi tutti. Vedi anche l’’editoriale de l ’Unità del 13 giugno 1990.
La star della musica italiana sarà Luciano Ligabue. E poi il gruppo che ha fatto la storia dell’heavy metal, gli AC/DC. Si sta definendo in queste setti mane il programma dei concer ti per la prossima estate a San Siro. Con una novità: una delle cinque date sarà riservata all’opera lirica, l’intero campo trasformato in palcoscenico per il «Nabucco» o il «Renzo e Lucia». Eventi che richiameranno al «Meazza» centinaia di migliaia di persone. E che allo stesso tempo disegnano il futuro dello stadio: la stessa erba può essere calpestata da Milito e Ronaldinho; dagli All Blacks; dal pubblico metallaro degli AC/DC; da soprani e tenori. Impianto «multi-evento», come vuole la moderna filosofia di gestione degli stadi europei. Il modello sono loStade de Francedi Parigi e l’ AmsterdamArena .
Inter, Milan e Comune stanno programmando gli interventi per portare San Siro a quel livello. I nuovi lavori parti ranno tra qualche mese.
L’entusiasmo degli 80 mila spettatori che sabato pomeriggio hanno assistito a Italia-Nuova Zelanda di rugby sarà una spinta in più sulla strada del nuovo San Siro. A partire da una certezza: «Le fonda menta dello stadio sono ancora quelle di ottant’anni fa — riflette Alfonso Cefaliello, amministratore delegato del Consorzio San Siro 2000 in quota Milan — ma il 'Meazza' dimostradi essere flessibile per ospitare eventi al massimo livello». Co me dire: storia e futuro. Una miscela in grado di rendere unico un evento (che sia concerto o partita di calcio) se la cornice è San Siro. «La prova del rugby — spiega Pierfrancesco Barletta, amministratore delegato del Consorzio per l’Inter — dimostra che lo stadio, quando non ci sono partite di calcio, può essere aperto ad altre iniziative che da una parte rappresentano un’occasione e un servizio per la città, dall’altra aumentano i ricavi dell’impianto ». La sfida dei prossimi anni: aumentare i servizi perrendere San Siro più moderno e accogliente.
Il programma dei prossimi mesi prevede: ristrutturazione dell’intera copertura (a partire da giugno); rinnovamento del museo; creazione di due nuovi megastore, uno dedicato all’Inter e l’altro al Milan; quattro nuove salelounge ,più grandi delle attuali, nei settori d’angolo del primo anello; «una nuova offerta di ristorazione — conclude Cefaliello — più ampia sia per quantità, sia per qualità». Serviranno investimenti. E per questo il Comunesta mettendo a punto una modifica nel contratto d’affitto al le due società: oggi Inter e Milan pagano il 50 per centocashe il 50 per cento in opere di ristrutturazione dell’impianto. L’obiettivo è quello di passare a una proporzione 30-70, per aumentare i lavori e puntare a ospitare la finale di Champions League nel 2015.
La società di Massimo Moratti continuerà ad investire in questo progetto a medio termine, anche se non ha ancora abbandonato l’idea di costruire un nuovo stadio di proprietà. «Sabatoabbiamo assistito a un grande evento sportivo — dice l’assessore comunale allo Sport, Alan Rizzi — che ha confermato le eccezionali potenzialità dell’impianto. Stiamo lavorando per renderlo più moderno e fruibile, non solo in occasione delle partite e dei concerti, ma sette giorni su sette».
Col rinnovamento si parte già oggi: questa mattina, dopo la serie infinita di mischie tra Italia e All Blacks, inizierà il rifacimento completo del prato.
La prima chiave di lettura è una delle ultime frasi, ovviamente quella che dice “non ha ancora abbandonato l’idea di costruire un nuovo stadio di proprietà ”. Ovvero che il riuso della struttura urbana rischia di essere un “inoltre” e non un “invece”, e quindi siamo ancora dalle parti della pura speculazione, delle corsie preferenziali, dello sprawl suburbano indotto da nuove opere sul territorio aperto ecc. ecc. Potrei anche aggiungerci, nota puramente personale, che ho una sorella che sta da quelle parti (in un raggio di alcune centinaia di metri) e deve suo malgrado seguire da parecchi anni le cronache sportive e dello spettacolo giusto per sapere come organizzarsi la vita, i rientri, le uscite, il sonno.
Ma, escluse queste premesse, rimane una convinzione: è fuor di dubbio che gli operatori delle trasformazioni territoriali, e chi poi le sfrutta per le varie attività, stiano puntando sul modello del grande, a volte enorme, polo multifunzionale attrezzato. Come doveva, e deve, essere evidente che non è più - quantomeno - maggioritario e dominante il modello di erogazione di commercio e servizi spontaneo così come siamo stati abituati a vederlo per generazioni nei nostri quartieri, specie nei centri minori.
Se si vuole evitare che una pura opposizione di principio a questi “mostri” non finisca per rivelarsi un boomerang, probabilmente val la pena iniziare a riflettere sui migliori strumenti ad esempio sovra comunali, ad esempio di coordinamento delle attività, per integrarli nel territorio, favorire una loro collocazione urbano-metropolitana, trasformarli insomma nei limiti del possibile anche in valore aggiunto per la comunità. Anziché annegare nel cemento inutile sognando improbabili età dell’oro, quando si stava peggio ma si stava tanto meglio … (f.b.)
Nuova spallata al Codice dei Beni Culturali, con l’aggravante di conflitti interni al ministero. Dopo le dismissioni di Patrimonio Spa, dopo sanatorie e condoni edilizi e ambientali, dopo il rinvio delle norme di tutela del paesaggio, dopo le deroghe e i trucchi del "piano-casa", è il turno del patrimonio mobile. Il casus belli è (per ora) uno splendido comò del Settecento, opera di Antoine-Robert Gaudreaus, ebanista del re di Francia Luigi XV (valore dichiarato 15 milioni di euro). È un mobile di altissima qualità le cui tracce in Francia si perdono nel 1794, finché rispunta a Roma verso il 1980, e viene immediatamente vincolato dalla Soprintendenza. Altri mobili francesi di tal pregio raggiunsero le corti italiane, per esempio Parma (una figlia di Luigi XV andò sposa al duca Filippo di Borbone), anzi uno assai simile è al Quirinale. Non c’è da stupirsi che un pezzo come questo sia stato vincolato pur essendo di proprietà privata. Il Codice dei Beni Culturali, come già la legge Bottai del 1939, inserisce fra i beni culturali vincolabili «le cose mobili e immobili che presentano interesse artistico particolarmente importante» di proprietà privata (art. 10).
Che la commode sia stata prodotta da un artista francese, non importa: la legge italiana si fonda sui caratteri intrinseci delle opere da tutelare, e non sulla nazionalità, l’etnia o il sangue degli artisti che le hanno prodotte. Perciò sbalordisce che l’istanza di rimozione del vincolo, avanzata sin dal 1999 e più volte respinta dal ministero dei Beni Culturali, sia stata ora accolta con una motivazione giuridicamente insussistente: il mobile non apparterrebbe al patrimonio storico-artistico italiano in quanto di produzione francese. Più ancora stupisce la procedura: il 6 luglio il direttore generale per le Belle Arti ha chiesto il parere dell’ufficio legislativo del ministero, che ha prontamente risposto ribadendo la legittimità del vincolo sulla base di valutazioni di merito e di diritto; ma senza nemmeno citare questo parere, il direttore generale ha annullato il vincolo (1 ottobre). Doppiamente giustificati, dunque, tanto il ricorso contro l’annullamento avanzato da Italia Nostra quanto l’interrogazione alla Camera presentata dall’on. Giovanna Melandri.
Una motivazione come quella del decreto di annullamento scavalca di molto la commode e i suoi proprietari recenti (fra cui Edmond Safra, il finanziere di origine libanese ucciso a Monaco in circostanze misteriose nel 1999), anzi spalanca un abisso, affermando un principio che rischia di estendersi a tutte le opere di artisti stranieri presenti in Italia. Saranno esportabili i quadri di artisti portoghesi, fiamminghi, provenzali, catalani presenti nelle nostre chiese, collezioni e musei? Non fanno parte del patrimonio artistico italiano i van Dyck di Genova, i Rubens di Mantova e di Roma, l’Innocenzo X o il Francesco I d’Este di Velázquez? Diventeranno ipso facto esportabili le centinaia di arazzi fiamminghi in musei, chiese, case e collezioni private? Dovremmo disfarci anche dei bronzi di Riace, visto che sono indubbiamente opera di artisti greci? E il grande modello per il monumento a Innocenzo XI in San Pietro (1701), premiato un mese fa come la più bella scultura della Biennale dell’antiquariato a Firenze (e a quel che pare non ancora vincolato), è forse esportabile, dopo secoli in casa Odescalchi, solo perché l’autore, Pierre-Étienne Monnot, non era italiano ma francese?
L’annullamento del vincolo della commode fa di peggio: onde consentirne l’esportazione, si appella alla normativa sulla circolazione dei beni negli stati dell’Unione europea. Ora, si sa che sul patrimonio artistico le leggi dei singoli Stati membri divergono profondamente: la tradizione di tutela, tipica dell’Italia o della Grecia, si contrappone alla deregulation di Stati (come la Gran Bretagna), che non per niente sono il paradiso dei mercanti d’arte. Ma la circolazione dei beni di pertinenza italiana all’interno della Comunità non può includere il patrimonio artistico senza violare l’art. 9 della nostra Costituzione, che è sovraordinato a qualsivoglia convenzione europea. Come ha scritto Giuseppe Severini, lo statuto giuridico dei beni artistici nell’ordinamento italiano «fa eccezione ai principi generali della piena proprietà e del libero commercio» (così l’art. 42 Cost.). La disciplina della tutela, anche dei beni di proprietà privata, si impernia sulla priorità del pubblico interesse, che si esprime mediante la «dichiarazione di interesse culturale particolarmente importante» prevista dal Codice. Questa la strada sempre seguita dal ministero, e ribadita poche settimane fa dall’ufficio legislativo. Demolirla in nome del libero commercio, anche per una sola commode, apre una falla pericolosissima, su cui si avventeranno come avvoltoi mercanti e legulei, presto in caccia di opere "esportabili perché non italiane" su cui speculare. La domanda è: questa spallata al Codice è un incidente di percorso, o segnala all’interno del ministero l’esistenza di un "partito" votato allo smantellamento delle norme di tutela? C’è davvero qualcuno che vuol rinunciare alla gloriosa cultura italiana della tutela in nome di un immiserito neoprovincialismo?
Da quando ricopre la terza carica dello Stato, Gianfranco Fini ha un’aspirazione che lo domina, costante: quella a esser statista oltre che uomo politico, e a scorgere nelle trasgressioni istituzionali di Berlusconi pericoli che lui, anche se solitario, vuol diminuire o combattere. Il suo magistero, come quello di Napolitano, è delicato: egli rappresenta la nazione, non può esser presidente di parte. Ma Fini ha osato molto, ultimamente, fino a praticare quella che Albert Hirschman chiama l’autosovversione: esprimendosi su temi essenziali come l’immigrazione, i diritti civili, il testamento biologico, la laicità. Il libro che ha appena pubblicato (Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989, Rizzoli) conferma una volontà precisa, e il desiderio di pensare la democrazia italiana nel tempo lungo, prendendo congedo dai dizionari delle «parole neoideologiche» e dei luoghi comuni («Il caso di Eluana Englaro ci ha dimostrato in modo eclatante che la politica italiana tende ancora a presentarsi, nei momenti di più aspro confronto, non secondo le linee contemporanee del “fare”, ma secondo le linee novecentesche dell’ “essere”, vale a dire le linee in definitiva rassicuranti, ma immobili, dell’ “identità”»).
Proprio perché ha deciso di scandagliare nuovi mari, vorrei porre al presidente una domanda di fondo, attorno a un assioma apparentemente importante che lo guida: se sia giusto, nonché utile, perseguire sistematicamente il Male Minore, nella resistenza al degrado delle istituzioni democratiche. Se davvero la situazione sia così degradata e povera di alternative, da imporre questa classifica dei mali, basata sulle categorie economiche del più e del meno. Nelle dittature la ricerca del male minore è spesso la sola via, anche se non necessariamente la più feconda.
Spesso è un camuffamento per iniziare i recalcitranti; solo di rado ingenera i casi Schindler, che accettò il nazismo salvando 1100 ebrei. Ma nella democrazia? L’economia dei mali è usanza antica, ma ha senso farne un assioma?
L’interrogativo si pone perché tutta la politica italiana, da anni, ruota attorno a questo concetto. L’hanno interiorizzato le opposizioni, svariati giornali, anche la Chiesa. Lo difendono i centristi (nuovi o vecchi): spesso moderati per non-scelta, per calcolo breve, per conformistica aderenza all’opinione dominante. L’ultimo esempio di politica del male minore è quello di Fini nell’incontro col presidente del Consiglio del 10 novembre: per evitare il peggio - la prescrizione rapida, cui Berlusconi assillato dai processi Mills e Mediaset teneva molto - il presidente della Camera gli ha concesso il processo breve, che è una prescrizione camuffata e accorcia i procedimenti con l’eccezione di alcuni reati (non i più gravi d’altronde, essendo escluso anche il reato di clandestinità: «una semplice contravvenzione punibile con banale ammenda», commenta Giulia Bongiorno, deputato, vicina a Fini).
La giustizia lenta affligge gli italiani, ma il rimedio non consiste nel dichiarare che il processo si estingue automaticamente dopo tre gradi di giudizio per la durata complessiva di 6 anni, bensì nell’introdurre preliminarmente le riforme che consentono di abbattere i tempi. Riforme da applicare a monte, senza toccare i processi pendenti. Non si tratta di troncare i processi, ma di accelerarne il corso. Dichiarare estinto un processo perché dopo due anni non c’è sentenza di primo grado è di una gravità estrema. In certi casi, soprattutto per reati delicati con rogatorie internazionali, due anni davvero non bastano. Scansare il male maggiore è buona cosa, ma quello minore - ambiguo, sdrucciolevole - non è detto dia frutti.
Classificare i mali e le colpe è attività millenaria, in teologia e filosofia. Cominciò il cristianesimo nel IV secolo a graduarli, con Agostino, introducendo nella valutazione il calcolo economico (il filosofo Foucault parla di teologia economica). C’erano colpe più o meno nefaste, e alcune erano talmente nefaste che in assenza di alternative la Chiesa tollerava mali minori. Nell’«economia del male», sosteneva Agostino, meglio le prostitute che l’adulterio; meglio uccidere l’aggressore prima che egli uccida l’innocente. La guerra, se proporzionata e volta al bene, divenne giusta. Il fine comunque rimaneva determinante, e il fine era il perfezionamento e l’imprescindibile trasformazione dell’uomo cui esso conduce.
Secolarizzandosi, tuttavia il male minore non punta più alla perfezione-trasformazione, ma all’ottimizzazione dell’esistente e del male.
Cessa d’essere tappa d’un cammino accorto, si fa consustanziale alla democrazia, addirittura suo sinonimo. Lo descrive con maestria Hannah Arendt, negli Anni 50 e 60, con ragionamenti che sono ripresi oggi da Eyal Weizman, l’architetto israeliano direttore del Centre for Research Architecture a Londra, in un eccellente libricino intitolato Male Minore (Nottetempo 09). Marco Belpoliti l’ha recensito su la Stampa il 28-8-09.
Accade a ciascuno di cercare il male minore, nella vita individuale e pubblica. È il momento in cui urge, tatticamente, scongiurare il precipizio nel peggio. In politica spingono in questo senso la prudenza, l’astuzia. Ma il male minore rischia di installarsi, di divenire concetto stanziale anziché nomade: non ambivalente paradosso ma via aurea, con esiti e danni collaterali che possono esser devastanti, non subito ma nel lungo periodo. A forza di mitigare l’iniquità agendo dal suo interno, in effetti, sorgono insidie che la Arendt spiega bene: «Lungi dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori in politica ci hanno invariabilmente condotti ai primi». «Ossessionati dai mali assoluti» (Shoah, Gulag) ci abituiamo a non vedere il nesso, stretto, tra male maggiore e minore.
La mente stessa muta, quando il male minore si cristallizza in norma. Chi l’adotta tende a scordarsi, dopo, che in fin dei conti ha optato per un male. Nella memoria, l’opzione si trasfigura e si naturalizza, in politica, trasformando l’eccezione in regola: «Una misura meno brutale - scrive Weizman - è anche una misura facilmente naturalizzabile, accettabile, tollerabile. Quando misure eccezionali vengono normalizzate, possono venire applicate più frequentemente». E applicandole con crescente frequenza, «qualsiasi senso dell’orrore verso il male si perde», non solo nei politici ma nell’insieme della nazione.
Quando Fini sceglie un piccolo male per evitare al peggio, è pur sempre nel male che resta, anche se forse a disagio: con effetti infausti sul futuro cui tiene tanto. Una successione di piccoli mali finisce infatti col produrre un male grande raggiunto cumulativamente, non fosse altro perché è impossibile calcolare l’estensione dei loro guasti.
Fini e Napolitano vengono da esperienze non dissimili. Ambedue hanno accostato i mali assoluti, avendone condivise le ideologie, e con coraggio ne sono usciti. Ambedue hanno scoperto le virtù del moderatismo pragmatico, del male minore. Ma il male minore è una trappola, se il suo essere anfibio e la miopia del pragmatismo son taciuti. Il male assoluto, paradossalmente, attenua la vigilanza: «Chi sceglie il male minore dimentica rapidamente d’aver scelto a favore del male», dice la Arendt. Dimentica che l’eroe delle tragedie greche è sempre alle prese con un dilemma: con due mali più o meno terribili, con le due corna del toro infuriato. La via di Robert Pirsig, evocata da Weizman, è non privilegiare un corno piuttosto che l’altro, ma prendere il toro per le corna (Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi 1981). Il che significa: disobbedire, rifiutare il miserando gioco della torre. Oppure: «Si può gettar sabbia negli occhi del toro; si può tentare di addormentare il toro con una ninna nanna; e infine ci si può rifiutare di scendere nell’arena».
La manifestazione della Cgil, oggi a Roma, ("Il lavoro e la crisi: esigiamo le risposte") è un fatto politico importante per questa nostra Italia, sempre più mal ridotta.
Stiamo ai fatti. Ogni giorno che passa c'è un attacco e una limitazione dei principi democratici sanciti dalla Costituzione. Si è avviata una marcia verso un presidenzialismo autoritario, che vuole mettere in cantina il potere legislativo e quello giudiziario. E, di fronte a questa prospettiva evidente, c'è una sinistra politica a pezzi, che non costruisce un programma unitario, ma continua a dividersi e suddividersi, che non costruisce (e neppure lo tenta) un complesso di iniziative comuni.
In questa situazione, che non è di superficie, ma profonda (Gobetti scriveva di "autobiografia di una nazione"), la Cgil è l'unica valida forza di sinistra in campo con la capacità di sviluppare un suo dibattito interno sulle cose da fare. E ha un ruolo politico di primaria importanza, come altre volte nel passato, senza bisogno di ricordare Giuseppe Di Vittorio.
La Cgil ha il suo rapporto istituzionale e fondamentale con i lavoratori che l'attuale crisi mette in estrema difficoltà. Ci sono stati e ci sono i cambiamenti del mondo del lavoro come altre volte nel passato, ma questa volta più gravi. Si sono ridotti e si riducono sempre più i contratti a tempo indeterminato e siamo a una straordinaria crescita del precariato, cioè dell'isolamento o della solitudine dei singoli lavoratori. I grandi e straordinari cortei dei metalmeccanici degli anni caldi, della crescita economica e della contestazione, sono diventati più rari. C'è anche un problema dell'associazione sindacale dei lavoratori. Tutti ci dicono: stiamo uscendo dalla crisi, ma con più disoccupati.
Tutti questi nodi ci sono e vanno affrontati, proprio per questo la manifestazione di oggi può essere un inizio. Dopo la Cgil si tornerà in piazza, contro Berlusconi, il 5 dicembre, per una manifestazione nata dalle maglie di Internet, con l'adesione di Di Pietro e Rifondazione. Una occasione importante di partecipazione e di opposizione, in un momento di divisione interna alla maggioranza, come dimostra la bocciatura, ieri in senato, dell'emendamento su quella banca del Sud, voluta dal ministro Tremonti e bocciata dal presidente Schifani.
Dunque un inizio di ripresa sindacale, della politica e della sinistra. I grandi e antichi obiettivi dell'eguaglianza e della libertà tornano di attualità perché sono negati, tornano a essere praticabili e sono quanto mai necessari in una situazione nella quale anche il regime berlusconiano mostra segni di crisi. Il berlusconismo si conferma un aggregato di interessi particolari, che, in quanto tali, cominciano a confliggere tra loro.
Una situazione nella quale anche l'attuale potere manifesta segni di crisi accresce la pericolosità della situazione, di feudalizzazione della Repubblica, o, addirittura, di una peronizzazione.
Proprio per tutto questo siamo con la manifestazione di oggi della Cgil e anche di quelle che verranno.
Pur di acquisire il consenso della Lega a un provvedimento di vitale interesse per il loro principale, i maldestri giuristi di Berlusconi, in spregio al codice penale, patrocinano una riforma del processo che modifica profondamente il senso comune di giustizia e lo stesso orizzonte dei valori civili. Di fatto, introducono nel diritto italiano il principio della discriminazione su base etnica e di censo. Come definire altrimenti la scelta di escludere dal beneficio della prescrizione gli imputati di immigrazione clandestina? Questo prevede il disegno di legge "per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi". Una scelta inequivocabile, come del resto quella di considerare il furto e lo scippo reati più gravi della corruzione.
Esprimendo "indignazione e tristezza", lo denuncia il padre gesuita Giovanni La Manna: "La già insensata fattispecie di reato di immigrazione clandestina, semplice contravvenzione punita con un´ammenda, da oggi viene equiparata ai reati di mafia e terrorismo". Non è un paradosso. Lo straniero irregolare, se approvata la nuova legge, subirà la medesima limitazione di garanzie riservata a presunti mafiosi e terroristi.
La fretta di escogitare un salvacondotto che preservi un singolo potente dal naturale corso della giustizia genera dunque un mostro giuridico. La destra al governo, vincolata dall´allarme sociale che la sua stessa propaganda ha esasperato, agita come un vessillo la fermezza nei confronti della microcriminalità di strada e degli stranieri irregolari, sebbene in realtà oggi stia perseguendo l´impunità dei suoi vertici. Le riesce impossibile coniugare garantismo e populismo. Ridisegna piuttosto un´iniqua mappa dei cittadini meritevoli di essere protetti dalle lungaggini dei tribunali; da privilegiare rispetto ad altri, indegni perché estranei ai suoi criteri di onorabilità.
È tipico di un regime plutocratico e demagogico tollerare la corruzione come reato meno grave dello scippo. Confidando sul fatto che un´anziana cui hanno strappato la borsetta al mercato desideri giustamente la punizione severa del «suo» ladro, rassegnata viceversa all´inevitabile spregiudicatezza di chi sta troppo in alto, intoccabile. Vogliono convincerla che il governante è perseguitato per invidia o fanatismo politico. Come ricompensa, la rassicurano: lo straniero suo vicino di casa resterà perseguibile. C´è un diritto mite per la gente perbene, di cui anche lei fa parte, e un diritto implacabile per gli estranei.
La colpa originaria del clandestino sia dunque imperscrittibile. Egli appartiene a una categoria destinata a restare priva di garanzie. Il principio costituzionale dell´uguaglianza di fronte alla legge non deve riguardarlo. Tale riforma del diritto, che spacca in due la cittadinanza, trova conferma nella norma che privilegia gli incensurati rispetto a coloro che hanno precedenti penali quand´anche siano processati insieme per il medesimo reato: dopo due anni il giudice dovrà prosciogliere l´incensurato, ma non il suo complice recidivo.
La carica ideologica della norma che rende imperscrittibile la condizione di «clandestino» sovrasta i suoi effetti pratici. Sappiamo bene che il reato di immigrazione illegale minaccia l´esistenza di molti stranieri cui è scaduto il permesso di soggiorno – e non solo coloro che varcano di nascosto le nostre frontiere – senza che la salatissima multa eserciti alcuna dissuasione concreta. Ma la regola introdotta su richiesta della Lega – a dispetto dell´equità giuridica e di quanto concordato al vertice del Pdl – sancisce una novità di portata storica.
La legge introdotta di recente, come è noto, punisce con la sola sanzione amministrativa il comportamento di chi si trova in Italia senza permesso. Pochi mesi dopo, a dispetto della norma appena stabilita, ecco che un nuovo disegno di legge ingigantisce la valutazione di gravità del medesimo comportamento fino a prevederne il trattamento giuridico speciale.
Un´altra volta, con la consueta prontezza, la Lega approfitta delle difficoltà del premier imponendogli la sua egemonia culturale. Prosegue così la codificazione normativa del sentimento xenofobo, ultimo effetto di una giustizia spaccata in due.
Sono passati oltre vent’anni dalla creazione del parco regionale dell’Appia Antica, fortissimamente voluto da Antonio Cederna e previsto fin dal Piano regolatore del 1962. Circa 3.500 ettari di verde ricco di archeologia attorno alla «regina delle strade» romane sono sotto tutela, dal territorio di Marino fino alle Mura Aureliane. Anni fa la giunta regionale aggiunse altri 1.500 ettari, ma il consiglio non ne ha mai discusso. Il parco ha 45 dipendenti, tra cui una dozzina di sorveglianti, e un bilancio francescano. Valeva la pena istituire questa riserva urbana? Adriano La Regina, l'ex sovrintendente archeologico che ha tutelato Roma per un trentennio, è a capo del parco e dice che sì, «ne è valsa la pena». È stato evitato lo scempio attuato in ogni altra parte periferica della città, sono al sicuro preziose aree verdi seminate di importanti testimonianze del passato. Sono stati perfino creati nuovi spazi per la fruizione pubblica, tenuto conto che i terreni del parco sono in massima parte privati.
Ma cosa c’è che non va, allora? La Regina non riesce a vedere negli amministratori locali l’impegno che meriterebbe un vero e proprio bacino culturale mondiale com’è il parco. L’area è attraversata da un intenso traffico come se non fosse «speciale», non c’è neppure una Ztl. Le violazioni ai vincoli spesso non vengono sanzionate, i soldi arrivano col contagocce. Il parco è vissuto come una semplice area protetta, da difendere. Ma non da valorizzare con un impegno corale, di tutte le amministrazioni. Insomma, «sembra che basti che ci sia, ma non c’è l’intenzione di farlo fiorire facendolo diventare un esempio per tutto il mondo. Forse — dice mesto La Regina — non ci si rende conto di cosa rappresenta in termini culturali ».
Negli anni in cui «valorizzare» un bene pubblico significa solo metterlo a reddito, si capisce la distrazione e il disinteresse generale per la «fioritura» di un parco che difficilmente può fare cassa per superare le spese. Il valore del parco dell’Appia Antica è incommensurabile e non passa attraverso i ticket che si potrebbero vendere. Perché dunque non «valorizzarlo» come si deve, con un grande progetto che chiami a raccolta politica, amministrazioni, cultura, finanza. Ma per carità, un progetto onlus. Niente equivoci.
La caccia alle guardie organizzata dai ladri della politica sembra concludersi, dopo quindici anni, con la diciannovesima legge ad personam, forse la peggiore. Solito nome accattivante, «processo breve». Solita traduzione: «Impunità per Berlusconi».
Un colpo di spugna definitivo sui due processi in corso del premier, la corruzione dell’avvocato Mills e l’evasione fiscale sui diritti televisivi. Berlusconi con tutta evidenza mentiva quando ha giurato, dopo la bocciatura del Lodo Alfano, che si sarebbe difeso «come un leone» in tribunale smontando le tesi accusatorie. Al coraggio del leone, preferisce sempre la strategia del caimano.
Oltre all’impunità del premier, la legge garantisce quella di migliaia di altri nei processi in corso, dai crac Parmalat e Cirio allo scandalo dei rifiuti a Napoli. Anche qui, i soliti effetti collaterali della guerra di Berlusconi ai magistrati. Decine di migliaia di cittadini, compresi i risparmiatori truffati da Tanzi e Cragnotti, vedono svanire le residue speranze di ottenere giustizia.
La maggioranza aveva promesso un testo in grado di «mettere d’accordo destra e sinistra» e in un certo senso ha mantenuto. La legge è giudicata «imbarazzante» dal giurista Antonio Baldassarre, vicino al centrodestra, e «indecente» dal capogruppo democratico Anna Finocchiaro, che l’ha sbattuta contro il muro. Dalle prime reazioni pare compatto anche il fronte dell’opinione pubblica internazionale, senza tante distinzioni fra conservatori e socialisti, Europa e America, Est e Ovest, nel considerare l’ultima trovata salva-ladri del premier l’ennesima buffonesca manifestazione di un regimetto che sputtana l’Italia nel mondo.
Poiché si tratta per l’’appunto della diciannovesima legge ad personam in materia di giustizia, tocca ripetersi. La prima osservazione è che il testo, come i precedenti, è incostituzionale. In presenza di una costituzione democratica (ma per quanto ancora?) e più in generale della logica, è arduo far passare la corruzione come reato meno grave dello scippo. Oppure sostenere che un incensurato accusato di reati gravissimi si debba privilegiare rispetto a un cittadino già condannato, magari per un furto di motorino. È assai probabile che la Consulta boccerà anche questa legge. Ma nel frattempo il presidente del Consiglio più furbo degli ultimi 150 anni l’avrà scampata ancora una volta. Almeno per i processi in corso. Per quelli a venire, si sta provvedendo con la riesumazione dell’immunità parlamentare. «I tempi sono maturi» annunciano festanti gli azzeccagarbugli in Parlamento. Sono infatti trascorsi tre lustri e più da Mani Pulite. È vero che restiamo gloriosamente in cima alla classifica delle nazioni più corrotte. Ma ormai la gente si è abituata e il tanfo di mazzette, tangenti sulla sanità, appalti truccati, è diventato un profumo di buon governo.
Che fare? Se Berlusconi e i suoi servi si ripetono, bisogna almeno sperare che l’opposizione non ricalchi il copione dei precedenti, piuttosto inutili. L’opposizione tutta, in Parlamento con le sue varie sigle, e nella società. Si può e si deve sperare che il Pd di Pier Luigi Bersani riesca ad affrontare questa sfida senza se e senza ma, con la decisione necessaria. Si può sperare che i moderati di Pier Ferdinando Casini e il neo convertito Francesco Rutelli, capiscano che questa battaglia non c’entra con la destra o la sinistra o il centro, ma con la difesa dello stato di diritto tout court. Si deve sperare che Antonio Di Pietro non ricominci gli appostamenti alle mura del Quirinale. Perché qui non si tratta soltanto di discutere una firma, ma di raccoglierne milioni. Non è questione di riempire una piazzetta di lazzi, ma di convocare nelle strade della protesta milioni di cittadini. Soltanto con una grande rivolta dell’Italia onesta si potrà mettere fine a una vergogna che dura da quindici anni, alla mortificazione del diritto da parte di una classe dirigente con troppi scheletri nell’armadio. Soltanto così si potrà salvare la faccia del Paese nel mondo, anche la faccia di chi è abituato a voltarla sempre da un’altra parte.
Ci sono località che mai diventerebbero note se non per gli scempi che vi si compiono. San Nicola Varco è una di queste, né più né meno che altre campagne del Mezzogiorno dove quotidianamente un esercito di invisibili popola le campagne per conto di altri che beneficeranno del loro lavoro. Ogni tanto assurgono agli onori della cronaca, e quando accade è perché è avvenuto qualcosa di molto spiacevole. Vuoi che la camorra spari alla cieca come a Castelvolturno un anno fa, vuoi che qualcuno decida che non si può vivere in mille come bestie in un tugurio.
È quello che è accaduto ieri nella Piana del Sele, una delle campagne del sud a più alto tasso di utilizzo di extracomunitari al nero, dove da sempre i caporali sono i veri boss del territorio per conto dei loro mandanti, padroni e padroncini proprietari di terre. È la terra del pomodoro, delle fragole e delle mozzarelle, e sarebbe perfino un bel posto se invece che a spezzarsi la schiena nei campi ci si andasse a sdraiare in spiaggia al sole.
Non è così, e per questo gli immigrati del ghetto di San Nicola Varco sono stati sgomberati su ordine della magistratura. Motivo: la loro situazione igienica e ambientale non era più tollerabile. Una soluzione perfino auspicabile, se in un paese in cui il tasso di ipocrisia è inversamente proporzionale a quello di intolleranza qualcuno si fosse degnato nel frattempo di pensare a una sistemazione più dignitosa. Anche perché a mandarli via davvero non ci pensa proprio nessuno. Chi rimpiazzerebbe così tante braccia a buon mercato?
Eppure basterebbe volgere lo sguardo poco lontano. «La vera utopia non è la caduta del muro, ma quello che ho visto in Calabria», ha detto Wim Wenders presentando ieri a Berlino il film sulla straordinaria accoglienza ai rifugiati di Scilla, Riace e Badolato. Proviamo ad ampliare queste piccole crepe nel muro dell'ipocrisia.
Non è un incidente se il manifesto, che si definisce ancora «quotidiano comunista», ha elegantemente glissato sul ventesimo anniversario del 1989; non per distrazione, ci strillano da vent'anni che la distruzione del muro di Berlino segnava la fine del comunismo, «utopia criminale». Noi su quella «utopia» ambiziosa eravamo nati, ed eravamo stati i primi a denunciare nella sinistra che con essa avevano chiuso da un pezzo i «socialismi reali». Li denunciavamo nell'avversione del partito comunista e nella scarsa attenzione delle cancellerie e della stampa democratiche. Il movimento del '68 ne aveva avuto un'intuizione, ma non il tempo né la preparazione per andare oltre.
Avevamo aggiunto che almeno dalla crisi del 1974 l'egemonia dell'occidente non mirava più alla messa a morte del comunismo, ma a quella del compromesso socialdemocratico nella sua veste keynesiana. Questo ammetteva che il conflitto tra capitale e lavoro era intrinseco al sistema e per evitare involuzioni fasciste occorreva garantire il lavoro dipendente e una parte consistente di beni pubblici.
Se no anche la società europea sarebbe andata, nell'ipotesi migliore, a quella che non Lenin ma Hannah Arendt aveva definito un'americanizzazione fondata sulla libertà politica e la schiavitù sociale. Non è fin risibile, tutt'al più dipietresco, battersi contro le derive autoritarie e presidenzialiste di Berlusconi, e non solo, quando dalla metà degli anni settanta sono tornate a risuonare come novità le trombe di Von Hajek, la correzione rooseveltiana è stata definita, anche dalla nuova sinistra, statalista dunque fascistizzante, e sul «meno stato più mercato» nonché «la crisi fiscale dello stato sociale» si divagava anche sulle nostre pagine, mentre l'Unione europea si avviava con una liberalizzazione dopo l'altra?
E come si poteva non chiedersi, alla luce di questo esito, perché il gigantesco tentativo del 1917 era finito così? L'errore era cominciato quando, perché, dove? Stava in Stalin, in Lenin, in Marx? Cioè nella ipotesi stessa che fosse possibile una società libera non sovradeterminata dalla proprietà e dal mercato? Eppure, dopo la prima rivista del manifesto, i primi anni del giornale e i convegni del 1978 e del 1981, non ce lo chiedemmo più. Possiamo darci tutte le giustificazioni, per prima la difficoltà a sopravvivere come testata, ma era una resa non confessata all'egemonia della destra, del neoliberismo, dunque dei neocon negli Usa, e della Commissione in Europa.
Malamente nascosta dall'esorcismo: sono problemi del novecento, oggi sono superati dalle nuove realtà e dalle soggettività delle nuove generazioni. Come se le une e le altre ne avessero risolta almeno una. Come se oggi il presidente degli Usa, Barack Obama, non vedesse dimezzata dalle lobbies e dai poteri sistemici che pesano sul suo stesso partito, la sua riforma sanitaria, non fosse inchiodato in Medioriente e riuscisse a eliminare una sola delle pratiche che hanno dato origine alla crisi finanziaria del 2008.
La sinistra è a pezzi e noi non stiamo meglio. Né come finanze, né come peso nell'opinione, né fra di noi. «Isoletta socialista», senza padroni, non ci troviamo di fronte a qualcosa che avevamo già intravisto nei socialismi reali: produttività scarsa, demotivazione, fine di un progetto comune, ciascuno per sé, insofferenza verso gli altri? Quando ho lasciato la redazione nel 1993, battuta dall'assemblea la proposta di applicare una piccola dose di Marx anche a noi stessi, ho sperato che le cose ci avrebbero fatto crescere, che occorreva calma e pazienza. Il 10 novembre mi sono finite tutte e due. Datevi una mossa.
Bellezze naturali all’asta. Lo Stato vuol fare cassa ma la Toscana si ribella
Giuliano Fontani
Lo Stato ha bisogno di soldi e per questo sta vendendo, all’asta, alcuni “pezzi” pregiati della Toscana. Con l’obiettivo di fare cassa, dopo lo scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero, ecco la vendita dei beni ambientali, i gioielli di famiglia.
Non desta meraviglia che in Toscana a rischiare di più sia l’isola d’Elba, dove il demanio possiede spiagge e campagne su cui da sempre sono puntati gli occhi degli speculatori edilizi. Ma sono in vendita anche beni “minori”, appartamenti, appezzamenti di terra, magazzini, perfino cabine telefoniche. Una strategia politica tesa a monetizzare, che non risparmia neppure gli “affitti”, vale a dire le concessioni demaniali.
«Quel che meraviglia e che ci sentiamo di contrastare - dice l’assessore regionale Paolo Cocchi - è la mancanza di concertazione con gli enti territoriali. Anche la Regione qualche volta è nella necessità di vendere, ma l’ha sempre fatto tenendo conto delle osservazioni delle amministrazioni interessate, delle loro prospettive di sviluppo, dei loro progetti. Qui invece, come nel caso di Pianosa, si calano dall’alto decisioni, senza alcun confronto. E’ il metodo, anzitutto, ad essere sbagliato».
La vendita di Capo Bianco. Il caso più emblematico, ma anche il più importante, riguarda la spiaggia di Capo Bianco, all’asta con una base di centodiecimila euro. Un pezzo di paradiso che il Comune di Portoferraio è deciso a difendere con gli strumenti a sua disposizione. Non avendo il denaro per partecipare e vincere l’asta, l’amministrazione locale deve fare di tutto per rendere difficile, se non impossibile, la vendita ai privati.
E’ quel che pensa di fare il sindaco di Portoferrario, Roberto Peria, che ha dato mandato agli uffici comunali di trasformare l’area in invariante strutturale. Ciò significa che adesso e neppure in futuro a Capo Bianco non si potrà murare neppure un mattone.
«Intendiamo intervenire con decisione - sottolinea il sindaco Peria - per evitare speculazioni su un bene che rappresenta un pezzo della nostra identità. Se proprio qualcuno vorrà comprare l’ex batteria di Capo Bianco, si dovrà rassegnare a coltivare fagioli...».
Le spiagge all’asta. La partita è aperta. In questo contesto si inserisce un altro capitolo che tiene in allarme centinaia di operatori turistici toscani, tenuti appesi al “gancio” del rinnovo delle concessioni demaniali. Il ministro Giulio Tremonti sembra molto attento nel seguire l’applicazione della direttiva europea che rimette tutto in gioco, alla scadenza dei contratti, per quanto riguarda la titolarità dei bagni e la loro gestione. La logica che sta dietro la normativa europea è chiara: concessioni all’asta al termine dei sei anni di contratto.
Le amministrazioni locali, da Massa alla Versilia, hanno già detto che per il momento non intendono applicare la normativa europea e tutto andrà avanti come prima. Ma fino a quando?
«Un primo effetto - spiega Francesco Belli, presidente dei balneari di Marina di Pietrasanta - si è già avuto: i concessionari stanno bloccando gli investimenti. Chi può dare il torto a loro, se non hanno sicurezza sul tempo degli ammortamenti?».
Non manca, ovviamente, la dietrologia di sempre. Chi si vuol favorire? E’ la domanda che i balneari rivolgono maliziosamente al governo: in tempi di crisi industriale, le sole risorse che non si possono delocalizzare sono quelle strettamente legate al territorio. Dunque si aspetta che sia qualche multinazionale del turismo a partecipare ai bandi di gara e a vincere le aste?
Dall’altra parte ci sono gli argomenti di chi sostiene le regole del libero mercato, della logica del massimo profitto, con lo Stato imprenditore di se stesso che non guarda in faccia a nessuno pur di tutelare i propri interessi.
La Regione cerca di contemperare le due esigenze. Dice l’assessore Cocchi: «Stiamo predisponendo un provvedimento di legge-ponte, che prevede una breve deroga alle scadenze contrattuali, in attesa di esaminare i piani di investimento degli operatori turistici».
«Per anni - questa la conclusione - i governi si sono dimenticati di fissare regole precise, adesso si vuole passare a una disciplina ferrea in tempi radicalmente brevi, senza calcolare cosa accadrebbe nel settore in caso di un’applicazione rigida delle norme».
Se lo Stato mette all’asta il nostro tesoro
Mario Tozzi
Ma è possibile mettere in vendita un’isola o una montagna? Nell’Italia del terzo millennio sì, e non solo isole, ma anche parchi naturali, frammenti di territori di pregio, paesaggi incontaminati, insomma tutto quello per cui il nostro è stato per secoli il giardino d’Europa. Tutto nasce quando i nostri padri stilarono l’articolo 9 della Costituzione. Anzi, quando lo scrissero una seconda volta, eliminando una parola fondamentale.
Una parola fondamentale, presente nella prima stesura: «I monumenti storici, artistici e naturali del paese costituiscono patrimonio nazionale e sono sotto la protezione dello Stato», invece di «La Repubblica (...) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».
La natura appunto, cancellata, aggiungendo al danno delle guerre quello dell’oblìo giuridico-istituzionale. E infine il colpo di grazia, una legge dello Stato che rinuncia a proteggere i suoi valori culturali, naturali o artistici: la famigerata Patrimonio S.p.A. e la sua collegata Infrastrutture S.p.A. con cui si mette a garanzia del denaro necessario alle opere pubbliche il patrimonio inalienabile dello Stato. Gli strascichi di quei provvedimenti stanno producendo danni ancora oggi. In pochi pensano oggi che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco vada tutelato né più né meno della Cappella Sistina o di Venezia. Il collegamento fra cultura e natura è molto stretto: il nostro bene più prezioso non è tanto la somma di monumenti e bellezze naturali, ma il contesto, quello che rende unico nel mondo un paese che pone a fulcro della propria identità nazionale e della memoria collettiva il patrimonio culturale e naturalistico.
In una sciagurata storia cominciata con Veltroni e Melandri e finita con Urbani - ma che inizia da quando si parlò di arte come “petrolio d’Italia” (!) - il valore venale del patrimonio culturale (e naturalistico) diventa qualcosa da investire per fare altro (le opere pubbliche), una risorsa da spremere, dando la tragicomica impressione di essere arrivati al fondo del barile mentre si hanno aspirazioni da quinta potenza industriale del mondo. Nessuno dice che si porrà in vendita l’isola di Budelli ma è grave che intanto sia diventato teoricamente possibile.
Se si gestiscono i beni ambientali e culturali in ottiche di mercato il cittadino viene alienato di un patrimonio che è prima di tutto collettivo e viene trasformato in un mero consumatore; distinguendo la gestione dei beni dalla tutela si potrebbe poi avere l’impressione che privato sia comunque meglio che pubblico, magari riferendosi erroneamente all’esperienza americana i cui musei sono in realtà tutti in perdita: qualcuno sembra pensare che il Getty campi solo su biglietti e gadget, mentre è sostenuto soprattuto da donazioni a fondo perduto.
Che ci sia qualcosa di altro sotto è chiaro: se si voleva far fruttare i soli beni di minor pregio non c’era bisogno di questa legge, lo si poteva tranquillamente fare prima e, anzi, lo si doveva. Il dubbio è che al pratone vicino alla ferrovia nessuno sia interessato e che le mani vogliano esser allungate sui beni di valore e sulle aree naturali ancora intatte, del resto se si ha bisogno di molti denari si devono mettere a garanzia i pezzi pregiati. E - se è vero che è meglio non fare una lista dei beni certamente inalienabili per non lasciarne fuori nessuno - perché non si rendono noti quelli eventualmente alienabili, per tacitare appetiti male indirizzati?
L’autore è Presidente del Parco dell’Arcipelago toscano
In fondo al mare italiano non ci sono solo centinaia di navi affondate. I nostri fondali hanno nascosto per almeno un ventennio verità che nessun governo vuole rivelare. È il nostro un paese non solo di navigatori, ma anche di trafficanti di rifiuti, di logge massoniche più o meno coperte che sulle scorie fanno campare generazioni di imprenditori senza scrupoli, di servizi molto segreti che pensano più alla copertura degli affari sporchi che alla difesa della democrazia. Di governi impegnati - ora come nel passato - ad appoggiare accordi inconfessabili con paesi lontani, per esportare il peggior made in Italy, i rifiuti mortali della nostra industria. La storia delle navi dei veleni non è finita a Cetraro. Il caso non è chiuso, anzi, si è arricchito di nuove storie da raccontare, da passare alle generazioni più giovani. È una sorta di testimone che viene dal passato, una staffetta mantenuta in piedi dalla libertà di stampa e da quelle forze sociali che non accettano le verità di comodo. Oggi sono due mesi esatti dal ritrovamento di un relitto di una nave al largo di Cetraro, in Calabria. Il ministro Stefania Prestigiacomo ha voluto chiudere la vicenda con un sorriso, quasi ironico: quanto siete ingenui - raccontava il suo volto - avete abboccato, era solo un piroscafo affondato nel 1917. Rapida, definitiva la sua risposta. Ma dal fondo del mare la verità, a volte, torna a galla.
Settanta nomi
Questi due mesi hanno avuto il pregio di recuperare l'intera storia delle navi a perdere e delle rotte dei veleni. Sono riapparsi elenchi dimenticati, pezzi di inchieste archiviate, indagini realizzate da straordinari investigatori, come il capitano di vascello Natale De Grazia. Occorre, dunque, ripartire da questo materiale che era stato abbandonato per anni, dai nomi delle tante navi affondate in maniera sospetta, spesso con un carico dichiarato - ovvero assolutamente ufficiale - di sostanze tossiche. La Athina R., colata a picco nel 1981, trasportava solventi chimici; la Scaleni, affondata nel 1991, con nitrato d'ammonio; la Agios Panteleimon, affondata nel 1998, carica di solfato di ammonio; la Kaptan Manolis I, finita in fondo al mare a ovest della Sicilia, con un carico di fertilizzanti. E tante altre, i cui carichi spesso non erano dichiarati, oppure in apparenza sembravano contenere merci senza valore. Settanta navi, settanta storie, che il manifesto ha ricostruito, per avere un quadro complessivo della storia delle navi a perdere. Storie che da oggi sono consultabili liberamente e da tutti su un sito pensato per mantenere la memoria storica dell'intera vicenda.
Perché le navi?
Siamo stati abituati a considerare il traffico di rifiuti una attività soprattutto terrestre. La vicenda dei rifiuti dei casalesi - che iniziano ad occuparsi dello smaltimento criminale delle scorie in maniera industriale dal 1989 in poi - ha fatto conoscere l'impatto degli scarti dell'industria in Terra di lavoro, come era chiamata anticamente la provincia di Caserta. Un traffico con coperture politiche di alto livello, che - secondo la Dda di Napoli - avrebbe coinvolto anche il vice ministro dell'economia Cosentino, il cui arresto è stato chiesto l'altro ieri anche per vicende collegate al traffico di rifiuti.
Il complesso sistema del traffico di rifiuti è flessibile, non lineare, capace di adattarsi ai cambiamenti delle normative, da una parte, e alle esigenze dell'industria dall'altra. Gli anni '80 hanno rappresentato la prima fase, dove l'esportazione verso l'Africa e l'America Latina era la soluzione a portata di mano, silenziosa e conveniente. La necessità di avere una rete di armatori pronti a trasportare oltre il Mediterraneo migliaia di fusti velenosi fu la fortuna dei primi broker organizzati, di società con capitale italiano in grado di avere il contatto giusto. Nascono le rotte dei veleni, percorsi che iniziano in piccoli porti poco conosciuti e che terminano sulle spiagge africane, dove se muore qualcuno intossicato nessuno, nel mondo occidentale, se ne accorge. Ma c'è un filo che inevitabilmente riporta la traccia di quei rifiuti verso chi lo ha spediti.
Le prime rotte dei trafficanti
Gibuti, Somalia, Venezuela e Romania. Poi Nigeria: sono queste le rotte preferite dai trafficanti di rifiuti tossici. Almeno fino al 1989, fino a quando una legislazione internazionale molto permissiva lo permetteva. È uno schema che si ripete come racconta la storia della Zanoobia: c'è un ammassatore autorizzato dalla regione di turno che raccoglie i rifiuti tossici; questa paga poi un'azienda che abbia accordi con un paese estero - un broker internazionale - per portare altrove i rifiuti. Passato il carico la prima azienda se ne può lavare le mani e soprattutto lo schema rende invisibili le industrie che avevano prodotto le scorie. Il broker a sua volta millanta impianti di depurazione all'estero che tutti sanno inesistenti. E così si riempiono campi, discariche, fiumi, deserti di paesi terzi.
Il grande business ha il suo cuore dal biennio 1986-1987 fino alla grande crisi di navi rifiutate qui e là, di cui però la dormiente Italia capisce qualcosa sono nell'88 quando esplode il grande caso delle "navi dei veleni". Migliaia di bidoni pieni di veleni iniziano a tornare nei nostri porti, rifiutati persino di paesi con regimi democratici precari. Si scatena un finimondo, la questione arriva in parlamento e l'allora ministro all'ambiente Giorgio Ruffolo riferiva serafico che la produzione di rifiuti tossici in Italia si aggirava probabilmente intorno ai 45 milioni di tonnellate, mentre i rifiuti tossici nocivi prodotti dalle industrie erano 5 milioni di tonnellate e «per quanto riguarda i rifiuti industriali noi valutiamo la capacità di smaltimento a meno di un quinto della quantità prodotta, cioè a circa il 15 per cento» di quei 5 milioni. L'esportazione, anche se Ruffolo non lo dice, diventava così un'ottima soluzione per tutti: per il governo, per le industrie, per i trafficanti e per quella rete di interessi indicibili che si andava creando.
I porti delle nebbie
Regola numero uno: cercare porti defilati, dove i controlli sono minori, dove si riesce a ungere qualche ruota e con pochi occhi indiscreti. Porti minori, come Chioggia o Marina di Carrara, da dove parte nel febbraio 1987 la Lynx - la nave che tenterà di far sparire i 10.500 fusti tornati poi in Italia con la Zanoobia. Porti che dovevano garantire discrezione e silenzio. Ma qualcosa all'inizio del 1987 s'inceppa.
Riccardo Canesi, Antonella Cappè e Alberto Giorgio Dell'Amico della Lista verde di Carrara inviano il 6 febbraio 1987 una denuncia al pretore della loro città, al procuratore della repubblica dell'ufficio circondariale marittimo di Marina di Carrara e al Ministero dell'ambiente: «Al porto di Marina di Carrara, nella banchina di sud-ovest del molo di ponente sono depositati fusti contenenti sostanze non precisate collocati in pallets che emanano odori pestilenziali. A quanto ci risulta tali fusti (dei quali una parte è già stata caricata) dovrebbero contenere rifiuti tossici e nocivi (spediti dalla presunta ditta Gellyfax) e dovrebbero essere caricati sulla motonave Lynx (della compagnia Cargo Ship) battente bandiera maltese, in rada presso il porto di Marina di Carrara, con destinazione Gibuti (ex Somalia francese)». Il 10 febbraio anche il presidente della Regione Toscana Sergio Bartolini chiede con un telex l'intervento dei magistrati di Massa, Carrara, Genova e della capitaneria di porto di Marina di Carrara. Nessuno interviene, le denunce finiscono in cassetti ancora oggi chiusi. La nave Lynx parte l'11 febbraio con 2.147 tonnellate contro una portata di almeno 5 mila.
«Avevamo delle dritte dall'ambiente del porto di Marina e da Legambiente lombarda - racconta oggi Canesi, che è stato anche capo della segreteria del ministro Edo Ronchi e ora è con gli ecologisti democratici - della Linx ricordo che i fusti erano piuttosto anonimi, risalimmo alla Jelly Wax perché era nelle polizze di carico e poi indagammo su Gibuti e Porto Cabello scoprendo che non c'era là nessun impianto di trattamento dei rifiuti». Impianti fantasma , esistenti solo sulla carta, che servivano a bypassare le pochissime norme internazionali esistenti. Bastava far risultare da qualche parte che in Africa c'era un impresa pronta a ricevere il carico e nessuno, in realtà, si metteva a controllare. «Chiamai anche il sostituto procuratore dell'epoca - continua Chianesi - che mi disse di lasciar perdere e far partire le navi. Se invece la magistratura avesse bloccato subito quelle partenza si sarebbero risparmiati miliardi di lire che servirono poi per far tornare quei carichi in Italia e bonificare quei rifiuti adeguatamente».
La Lista verde all'epoca presentò anche altri esposti il 6 aprile 1987 per la nave Akbay; il 12 giugno 1987 per la Radhost e il 13 luglio 1987 per la Baru Luch e nuovamente li mandò al pretore di Carrara, al procuratore della Repubblica di Massa, all'ufficio marittimo di Marina di Massa al ministero per l'ambiente e questa volta anche all'Usl di Massa Carrara, alla provincia e al comune di Carrara. Nulla accade. I veleni poi in parte tornano in Italia, dove il governo dovrà spendere oltre 250 miliardi di lire per uno smaltimento di cui oggi non sappiamo nulla. Perché la fine del percorso non è ancora nota, visto che la Protezione civile prima e il Ministero dell'ambiente poi non sono ancora stati in grado di rispondere ad una semplice domanda de il manifesto: dove sono finiti i fusti delle navi dei veleni?
L'elenco misterioso
Il 27 ottobre scorso, ventiquattro ore prima dell'annuncio sorridente del ministro Prestigiacomo, la direzione marittima di Reggio Calabria consegna alla commissione antimafia un elenco di quarantaquattro navi affondate nella zona di sua competenza. Ci sono nove affondamenti fantasma, con coordinate conosciute ma senza un nome della nave. Tra questi c'è anche il relitto di Cetraro, che il giorno dopo verrà identificato come Catania. Ma c'è qualcosa che non torna in quell'elenco. Nella lista mancano però molte navi, il cui affondamento è noto e certo. La Capraia, la Orsay e la Maria Pia, ad esempio, risultano essere affondamenti sospetti - o almeno da verificare - secondo i dati dei Lloyd's (le schede possono essere consultate sul sito infondoalmar.info). Altre navi potrebbero dunque mancare all'appello. E viene da chiedersi perché in commissione antimafia viene presentato un elenco incompleto? La nostra Marina non possiede tutti i dati? La vicenda di Cetraro e la gestione dell'informazione in questi ultimi mesi non fa che rilanciare i tantissimi dubbi e qualche legittimo sospetto.
Ripartire dal passato
Almeno settanta navi sospette sono sui fondali del mediterraneo, con coordinate note, con documentazione facilmente accessibile, con carichi spesso dichiaratamente tossici. Il ministro Prestigiacomo ha spiegato che non può seguire quello che raccontano i giornali, ma per andare a cercare una nave la notizia deve partire da una Procura. I dati che oggi presentiamo sulle settanta navi sono ufficiali, tratti dai registri navali, riscontrati uno per uno negli uffici dei Lloyd's di Londra. In alcuni casi si tratta delle stesse navi che apparivano nelle mappe del faccendiere Giorgio Comerio, sequestrate nella sua casa di Garlasco. Sono nomi che il capitano di vascello De Grazia stava verificando, uno per uno.
Le rotte dei veleni proseguono
Le tante archiviazioni e la mancata volontà di andare a verificare i casi sospetti hanno trasformato il nostro paese in una specie di zona franca per i traffici dei rifiuti. Non solo a terra, ma secondo i racconti che arrivano da Livorno anche nei mari protetti, nei santuari ecologici. Come il manifesto ha raccontato nei giorni scorsi, appartenenti alla Ong tedesca Green Ocean hanno denunciato di aver visto la nave cargo Toscana buttare differenti oggetti in mare il 5 luglio scorso, tra cui diversi container, mentre erano sulla nave Thales impegnata nel progetto di ricerca ambientale "Plastic From Sea". A sostegno della loro accusa, un container è stato poi ritrovato da una nave della Nato a 900 metri dalla posizione indicata dallo skipper della Thales, mentre i pescatori locali hanno trovato pesci morti nelle loro reti.
È una storia da approfondire prima di tutto per capire se i traffici clandestini coinvolgono ancora oggi il nostro paese. Anche in questo caso la documentazione in possesso dei Lloyds sulla nave oggetto della denuncia è il riferimento più certo da dove è possibile partire. Al momento del presunto scarico in mare la nave era in viaggio da Panama a Livorno. Prima di entrare nel Mediterraneo la nave aveva attraversato l'Atlantico dopo aver fatto tappa nei porti a Houston, in Cile e in Argentina.
Elemento sospetto sono le numerose ispezioni subite dalla nave - ben 10 tra 2008 e 2009, di cui una mentre era in transito a Gibilterra. Secondo un'analista dei Lloyds di Londra, che vuole mantenere l'anonimato, questo numero di ispezioni è la spia che questa nave sarebbe chiacchierata e «viene tenuta sott'occhio». Al telefono la compagnia tedesca Bertling Reederei, con sede ad Amburgo, non ha nessuna voglia di parlare della denuncia e ancor meno di rispondere alle domande dei giornalisti. E Paul Thomson responsabile della flotta, compagnia tedesca proprietaria della nave Toscana, si è limitato a dire che non ha «nulla da dire riguardo a una storia tanto assurda». Che cosa trasportava il Toscana durante il viaggio verso Livorno? «Non sono tenuto a rispondere». E cosa ne pensa del container trovato a 900 metri dal punto segnalato dalla Thales? «No comment», e ha buttato giù il telefono irritato. In fondo al mar i veleni sono segreti da tenere ben chiusi.
Si andrà presto da Roma a Milano in 3 ore con l’Alta velocità. Evviva. Questa linea è la spina dorsale del paese, rende più vicino il nord al sud, e sarà ragionevolmente ben utilizzata. Però non ci saranno miracoli: per le merci non servirà a nulla, nonostante che il termine Alta Capacità, fatto aggiungere per far piacere ai verdi, alludesse a un traffico merci che non ci sarà. I trasporti-merci ferroviari in Italia di tutto hanno bisogno, esclusa nuova capacità (e velocità). Manca la domanda e l’offerta è di bassa qualità, ma non per scarsità di infrastrutture. Le merci che viaggiano in ferrovia non hanno particolare fretta, come dimostra la scelta francese (i pionieri dell’Av) di non consentirne affatto il passaggio, per risparmiare sui costi di costruzione delle nuove linee. Noi siamo riusciti a far aumentare i costi dell’Av anche per questa via.
Ma anche per i passeggeri non c’è da aspettarsi grandi numeri. L’aereo avrà una concorrenza vincente sulla Milano-Napoli, ma tutto il traffico aereo su questa tratta riempirebbe circa 6 treni al giorno, su una capacità aggiuntiva della nuova linea di 300 treni al giorno (e costi di costruzione proporzionali, tutti pagati dai contribuenti). Anche in Spagna e su diverse linee francesi i risultati sono stati quantitativamente modesti. E gli italiani che hanno molta fretta non avrebbero potuto continuare a pagarsi loro l’aereo? È un dubbio superato, ma una traccia rimane, dati anche i costi esorbitanti dell’opera rispetto al resto d’Europa. Infine, l’affermazione che l’Av gioverebbe ai pendolari liberando capacità sulle linee ordinarie, stravagante in sé, è poi risultata clamorosamente smentita dai fatti. Il vero problema è che si vogliono costruire dappertutto nuove linee che saranno ancor meno utilizzate di questa, ma avranno costi non inferiori. E due in particolare sono state citate come essenziali contemporaneamente dal ministro Matteoli, e un po’ incautamente, nell’ottima trasmissione della Gabanelli, “Report”.
Le due linee sono parallele, e vicine tra loro: sono il “terzo valico”, Av tra Milano e Genova, in gran parte in galleria, e il raddoppio, con galleria nuova, delle linea Pontremolese tra Parma e La Spezia. Ma il traffico merci ferroviario trova giustificazione funzionale solo sulle lunghe distanze (altrimenti le “rotture di carico” rendono il camion invincibile anche tenendo conto dell’ambiente). Quindi sulle distanze lunghe quelle due linee servono la stessa domanda. La linea Pontremolese è poi pesantemente sottoutilizzata, e non certo perché non è veloce, come si è detto. Stesso quadro per le due linee già esistenti da Genova alla pianura padana: sono ancor più sottoutilizzate, al punto che lo stesso ad di Fs ha dichiarato più volte pubblicamente che l’Av su quella direttrice non serve (la forma ufficiale in questi casi è “non prioritaria…”), tanto da dover essere richiamato all’ordine, con lettera pubblica al Sole 24 Ore, dal ministro Lunardi.
In “Report” inoltre si è affermato, certo con le migliori intenzioni data la qualità complessiva della trasmissione, che in Italia si è fatta una politica in favore del trasporto stradale, e ciò nel paese che da 40 anni presenta i maggiori sussidi ai trasporti pubblici, ferrovie incluse, e la maggior tassazione su quelli su gomma. Ma se si vuole conoscere di più sulla “galassia ferroviaria”, il libro appena uscito di Claudio Gatti (“Fuori orario”, edizioni Chiarelettere) è una fonte ricca e illuminante. Sei miliardi di euro pubblici all’anno, erogati da decenni, ovviamente generano interessi molto intrecciati, protezioni politiche, e appetiti, legittimi o meno, diffusi e radicati.
Che fare? La ricetta è semplice da dire, ma incontra formidabili resistenze: privatizzare i servizi (non la rete!), ma solo a patto di avere per i servizi una reale concorrenza, sussidiare quelli sociali mettendoli in gara, e creare come per l’energia e le telecomunicazioni, una autorità indipendente per tutelare utenti e contribuenti. Certo l’intreccio di interessi illustrati da Gatti reagirebbe furiosamente. L’alternativa però è continuare a pagare in silenzio.
L’autore è docente di Economia dei Trasporti al Politecnico di Milano
Non speculiamo sui morti! È quello che spesso sentiamo dire in occasione di eventi luttuosi come quello successo a Ischia. Come è capitato alcune settimane or sono in Sicilia, come è successo qualche anno fa in Costiera amalfitana e poi a Sarno, Cervinara, la frana sulla A3 in Calabria, nello scorso mese di gennaio, e prima ancora sempre a Ischia. Si potrebbe continuare scrivendo molte righe di eventi luttuosi, ormai dimenticati, connessi all’abusivismo edilizio e al dissesto del territorio.
Non speculiamo sui morti. Ma se di questi morti non si parla quando sono ancora lì, a ricordarci la nostra incapacità a governare i processi antropici e naturali che trasformano il territorio, non ne parleremo mai più. Subentreranno l’approssimazione e il fatalismo con il quale affrontiamo le tematiche di governo del territorio, contrapponendo alla devastazione dell’abusivismo ragioni economiche e sociali; come se queste non possano essere coniugate con il corretto uso del territorio. L’abusivismo edilizio è uno dei temi dove si cerca di far scontrare le libertà sociali e quelle economiche con la tutela del territorio. Il diritto alla casa e ai comfort abitativi, che il tempo che viviamo ci consentono, così come la libertà di intraprendere sono un diritto inalienabile ma non si possono affermare attraverso processi illegali. Questo è giusto che lo comprendano coloro che hanno il culto dell’abusivismo edilizio; quelli che pensano che la tutela dell’ambiente si misuri con la quantità di norme che debbono gravano sul territorio; quei magistrati, che persi nel mare delle leggi, subordinano il principio generale del diritto alla casa o alle altre libertà costituzionali alla sanzione della infrazione specifica e quindi, come è capitato proprio a Ischia, accolgono richieste di non abbattimento di opere abusive alimentando speranze che si infrangeranno contro i provvedimenti definitivi, che non potranno che sanzionare l’abuso.
Che lo comprendano i preti che organizzano marce di preghiera e veglie notturne per giustificare comportamenti illegali per i quali alcune volte si perde la vita. Perché, quando avremo dimenticato i morti, non ci ricorderemo più che di abusivismo edilizio e di mancata tutela del territorio si muore. Perché i fabbricati realizzati abusivamente non possono essere considerati sicuri dal punto di vista statico, in quanto non sono stati sottoposti alle procedure che la legge prevede per garantire la sicurezza statica e quella antisismica. Mentre, da una parte, il legislatore emana norme sempre più severe, in materia di resistenza delle strutture portanti, dall’altra si continua a ignorarle, consentendo a chi costruisce abusivamente di abitare manufatti pericolosi. Perché, o i manufatti abusivi sono pericolosi, oppure le norme in materia di statica degli edifici non servono a nulla. Delle due l’una.
Siccome le norme riguardanti la sicurezza degli edifici sono fondate e servono a salvare la vita delle persone, speculiamo sui morti, non consentendo più a nessuno di vivere in condizioni di pericolo e affrontiamo subito e risolviamo il fenomeno dell’abusivismo edilizio, come succede in alcuni Stati europei dove non solo non esiste il fenomeno ma non esiste neanche il termine linguistico.
L’abusivismo diffuso non è solo uno sfregio ambientale. È uno sfregio alla legalità. Ai cittadini onesti, che pur avendo l’esigenza della casa, in ossequio alle leggi, sono stati privati del loro diritto, consentendo ai "più furbi" l’abusivismo edilizio, usato come ammortizzatore di una necessità primaria. Il fabbisogno abitativo deve essere affrontato attraverso adeguati strumenti urbanistici, dei quali sono privi i Comuni di Ischia. L’abusivismo edilizio falsa l’economia, in quanto consente solo agli spregiudicati di accrescere le proprie strutture produttive. Seleziona una classe di imprenditori che guardano all’illegalità come modalità per accrescere il loro patrimonio. Crea il bisogno di avere una copertura amministrativa e politica perciò falsa la democrazia.
L’abusivismo edilizio, abbattiamolo!
A venire allo scoperto per primo è stato ieri Maurizio Lupi, il vicepresidente della Camera da sempre "mente" del Pdl nei settori della casa e delle infrastrutture. «C'è bisogno di un provvedimento nazionale urgente per la semplificazione delle procedure del piano casa perché questa è un'emergenza nazionale ed è evidente che non bastano le leggi regionali a mettere in moto gli interventi. O con un'iniziativa del governo o con un'iniziativa del Parlamento su corsia preferenziale occorre riprendere i contenuti del testo accantonato». Lupi interveniva all'Ance alla presentazione dell'Osservatorio congiunturale. Totalmente d'accordo con il rilancio del decreto semplificazioni il presidente dell'Ance, Paolo Buzzetti, che ha ribadito per le opere pubbliche finanziate dal Cipe e per il piano casa l'urgenza di passare dalla fase della carta a quella operativa. «Se il problema è accelerare interventi che altrimenti sarebbero spalmati in 24 mesi - dice Buzzetti - il governo potrebbe prevedere un incentivo fiscale per i primi sei mesi».
Questi interventi potrebbero essere registrati come materia da convegno se non ci fosse contemporaneamente una forte spinta ad accelerare l'attuazione del piano casa che arriva direttamente da Silvio Berlusconi. A più riprese, nelle settimane scorse, il presidente del Consiglio ha chiesto a ministri e uffici un'analisi per capire cosa non sta funzionando nel piano casa. Perché, in altre parole, gli interventi previsti dalle leggi regionali impiegano tanto tempo a tradursi in cantieri. Un'eco di questa preoccupazione si è vista nelle parole del premier nel consiglio dei ministri di venerdì scorso, quando ha detto di voler richiamare le tre regioni inadempienti (Campania, Calabria e Molise). L'unica azione di governo messa in cantiere per ora è infatti proprio la lettera di diffida a queste regioni, per poi arrivare al commissariamento.
Ma i ritardi del piano casa non possono essere addebitati solo alle inadempienze delle tre regioni che non hanno ancora varato la legge. Questo Berlusconi lo ha capito. Il punto è che il piano casa non funziona come stimolo anticongiunturale neanche nelle regioni che sono partite per prime: in Toscana sono qualche decina le domande presentate nonostante la legge sia di aprile. Sia chiaro: non c'è nessuna intenzione da parte di Palazzo Chigi di riaprire il contenzioso con i governatori su questo punto, come fu a marzo. Nessuno contesta oggi gli strumenti messi in campo dalle leggi regionali ed è difficile che il governo assuma iniziative presso la Consulta per contestarle (fa eccezione il fascicolo del fabbricato insetrito nella legge del Lazio). Berlusconi vuole però lanciare un segnale forte al pubblico che il piano casa c'è ed è, di fatto, operativo. In questa direzione vanno i due segnali lanciati ieri all'Ance: un incentivo fiscale ad hoc e il decreto legge di snellimento delle procedure.
A bloccare il decreto era stato l'intervento del presidente della Repubblica sulle norme per le aree vincolate, bocciate dal consiglio superiore dei beni culturali, e la richiesta delle regioni di incentivi per l'adeguamento alle norme antisismiche. Sui beni culturali c'era già stata la marcia indietro e si era trovato un punto di equilibrio. Quanto agli incentivi per l'adeguamento antisismico, Buzzetti invita le regioni a desistere per affrontare la questione in altro provvedimento.
Vade Retro Manhattan
di Enrico Bertolino
Ogni anno il Corriere mi cerca per chiedermi un articolo sull'Isola, ovviamente ironico e se possibile anche un po' comico.
Per due anni ce l'ho quasi fatta ad essere divertente e divertito, a commentare la vita di questo quartiere, Isola felice in un mare di problemi che Milano sta affrontando, con la determinazione e la grinta di sempre... ma ora si fa dura.
« Chi volta el cù a milan volta el cù al pan» si diceva una volta... (la traduzione dato che siamo sulle pagine locali la lascio alla fantasia del lettore milanese) ma oggi non si tratta di gente che volta la faccia e se ne va, anzi...
Magari se ne andassero. Stiamo parlando invece di personaggi che più che la faccia ci mettono le mani sopra. E non se ne vanno più. Negli ultimi anni qui all'Isola di persone conosciute nel mondo dello spettacolo ne sono venute a vivere tante, tutti attratti dal miraggio del quartiere «friendly living» (dove si vive bene a misura d'uomo) tipo Berlino, dagli sviluppi culturali che si prospettavano e dagli spazi che avrebbero dovuto rendere quest'Isola il paradiso dei naufraghi, sopravvissuti alla deriva veloce di una città che si muove come l'acceleratore di particelle del Cern di Ginevra. Accelera accelera poi basta un tombino che salta e si ferma tutto per giorni. «All'Isola se stava ben... ma — dicono i più ottimisti — aspettiamo e vedarem», tanto l'Expò sarà nel 2015 chi vivrà vedrà. E qui mio padre che ha 83 anni «el se da una gratada ai ball» con antica discrezione.
E così un quartiere che ho visto sin da bambino (sono nato qui a pochi isolati da dove nacque il Nostro Conducator, Silvio Primo... e Ultimo, io in via Volturno, Lui in Via F. Confalonieri non Fedele ma Federico), un aggregato urbano a vocazione popolare, con botteghe artigiane (a parte la «fu» Stecca rasa al suolo alla svelta nemmeno fossimo a Dresda), un tessuto sociale misto, dalle case popolari ai nuovi stabili ma soprattutto con un clima da grande Paesone, con persone che si salutano ancora e massaie che si fermano con la gamba alzata come le Gru a chiacchierare sugli angoli, di ritorno dal mercato rionale.
Ebbene, lungi da me l'idea pasionaria di una Milano che torna al calesse trainato dai cavalli, mentre a Londra si mette la banda larga nei parchi... a Londra perché da noi nei parchi per fare largo si tolgono le panchine; però tra la trasformazione dell’antico Paesone in un moderno quartiere di una capitale europea e la frenetica rincorsa per ridurlo ad una pseudo Manhattan dei Bauscia c'è una bella differenza... anche economica.
Infatti l'esempio di Santa Giulia la dice lunga su come gli interventi urbanistici vadano valutati più sulle risorse disponibili e sull'ottimizzazione delle stesse piuttosto che sui plastici di architetti che, ovviamente qui all'Isola non ci sono nati e che si guarderanno bene di venirci a vivere dopo averla cementata con il grattacielo di vetro nel nome della trasparenza, detto il Palazzo dell’Uno, ovvero del Presidente della Regione.
E così l'anno prossimo, se il Corriere rivolesse un altro articolo da me mi troveranno sempre qui perché per me l'Isola che non c'è invece c'è ancora, e non ho alcuna intenzione di abbandonarla nelle mani dei pirati.
Isola, cantiere aperto verso il futuro Grattacieli, metrò e cittadini antidegrado
di Armando Stella
«Io riciclo. Io riutilizzo. Insieme ri-arrediamo». L’ultimo progetto per l’Isola è firmato da una squadra di mini-architetti, sono Rachel, Armando e i compagni delle sezioni B e C, seconda elementare «Confalonieri»: hanno chiesto al sindaco i vasi di fiori attorno alla scuola, se ne occuperebbero loro e li difenderebbero coi cartelli «si prega di non toccare», ché in via Dal Verme s’aggirano «pericolosi ladri di primule». Davvero.
Lo sanno anche i bambini: qui si disegna il futuro di quel pezzo di città che fu di don Bussa e dei partigiani eroi, si sta rivoluzionando il quartiere che ha visto la mala nei bar e adesso osserva crescere i grattacieli nei cantieri Expo. Le torri di Porta Nuova (Isola, Garibaldi, Varesine e Repubblica). La Regione che alza il Pirellone bis. Lo scavo del metrò 5. Oggi i lavori provocano rumore, polvere e proteste. Tra cinque anni, chissà: questa zona avrà il terzo parco pubblico cittadino (90 mila metri quadri), un’unica isola ciclopedonale tra piazza XXV Aprile, via Confalonieri e l’hotel Principe di Savoia, oltre a 7 fermate tra metrò e passante, i treni e la Tav, i tram e i bus. Dicono in Comune: «Sarà il quartiere italiano con più infrastrutture di trasporto pubblico».
Intanto, è il laboratorio della Milano che cambia. Tra ruspe e proteste. Con i valori delle case triplicati in dieci anni e destinati a crescere. Nell’attivismo dei comitati contro e nel super impegno delle associazioni per. La Fondazione don Eugenio Bussa e la Fondazione Catella hanno ottenuto dal Comune il trasloco del monumento ai Caduti per la libertà dell’Isola, dall’incrocio trafficato di Gioia al podio di piazzale Segrino: il cantiere è aperto, arriveranno luci e aiuole. «Bisognerebbe dare decoro anche a piazza Minniti», aggiungono da Botteghe Isola: il problema è il mercato, Palazzo Marino e ambulanti non si mettono d’accordo. I sette artigiani «sfrattati» dalla vecchia Stecca (marzo 2007) si ritroveranno invece nell’Incubatore d’arte in via De Castillia: la Stecchetta sarà pronta nell’estate 2010, le polemiche sulla demolizione del rudere sono archiviate.
«Il cambiamento è nell’aria», è lo slogan di un’associazione di quartiere. Lo hanno disegnato venti archistar e tra quest’anno e il prossimo sono programmati investimenti per 1,2 miliardi: le torri Varesine, le case a prezzo convenzionato all’Isola e i grattacieli in Garibaldi saranno conclusi nel (2011); seguiranno l’inaugurazione di centro espositivo, museo della Moda, Casa della Memoria e Bosco Verticale (2012) e infine il parco pubblico che ricoprirà l’area (2013). Parliamo di circa 400 appartamenti (prezzi da 3 mila a oltre 7 mila euro al metro), negozi, uffici e 80 mila metri quadri di posteggi. La cima Coppi è a 219 metri d’altezza, punta della torre di Cesar Pelli (antenna inclusa). La Hines, società capofila dell’affare Porta Nuova, l’ha definito un progetto «romantico »: perché è stato «condiviso» coi cittadini e «ricuce» una vecchia frattura urbanistica. La nuova linea del metrò 5 garantirà un afflusso ecologista: i lavori del secondo lotto, Garibaldi- San Siro, partiranno all’inizio del 2010; la prima tratta, da Zara a Bignami, sarà «in esercizio » nel primo semestre 2011.
Il Pirellone bis cresce «secondo programma»: l’edificio sarà consegnato a dicembre, per gli allestimenti interni, e nel luglio 2010 inizierà il trasloco dei dipendenti sparsi in 31 uffici decentrati. L’unico nodo, per la Regione, è la palazzina verde su cinque piani realizzata nel 1939 in via Bellani 3: un tempo si affacciava sul Bosco in Gioia, oggi è accerchiata dai vetri a specchio del grattacielo. Infrastrutture Lombarde ha spedito un’ultima proposta d’acquisto dell’immobile ancora il 4 novembre scorso, vuole comprare ai «prezzi di mercato» del 2008, con il «consenso unanime» delle sedici famiglie residenti. E poi demolire. Loro, gl’inquilini, hanno rifiutato: «Noi vorremmo andar via contenti, non con una ciotola di riso...». Tradotto: chi ci ripaga il disturbo per i cantieri e i costi imposti dal trasloco, chissà dove, dopo una vita di sacrifici? «Siamo noi, i prigionieri. Senza un’offerta adeguata, restiamo qui. E vediamo come va». Intanto, questi milanesi vedono solo i canali Rai: l’antenna sul tetto non prende, il segnale è «oscurato» dal Pirellone bis. Tutto cambia, ma la tv è tornata agli anni Settanta.
Ferdinando Formisano, capo dell’ufficio tecnico comunale, allarga le braccia: «Progetti di bonifica? Solo per sentito dire. Si è fatta la pulizia ordinaria di alcuni alvei che è competenza della Provincia. Ma la manutenzione è rarissima. C’era un progetto del Genio civile di Napoli per interventi su tutti i valloni, importo 10 milioni, con fondi del commissariato di governo e Protezione civile. La sovrintendenza ai Beni ambientali l’ha bocciato».
È una storia di progetti mancati, quella della frana assassina di Casamicciola, dell’ordinaria manutenzione mai fatta, di costoni disboscati dagli incendi, gli stessi da cui si sono staccati i massi. Intanto oggi il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo presenterà in consiglio dei ministri un decreto legge per un piano straordinario per la difesa del suolo dal dissesto idrogeologico. E ricorda che ad Ischia era stato finanziato nel 2006 un intervento per la stabilizzazione del costone tufaceo in località Castiglione e Cafiero per l´importo di 259 mila euro. Lavori che non sono stati mai avviati».
Antonio Piro, dipendente dell’Ufficio tecnico comunale, ricorda che a Cava Fontana «che confluisce nella zona dove è passata la frana, si è fatta una bonifica 10 anni fa, poi però si è riempita di nuovo di detriti. Magari dentro ci buttano anche l’immondizia, materiali da risulta, bombole del gas, termosifoni». Si affaccia al balcone: «Vede quegli alberi bruciati? Da lì si è staccata la parete».
Giuseppe Conte, ingegnere, capogruppo Pd all’opposizione, urla al vento. Dal 2007 denuncia la mancata manutenzione dei costoni, «l’ultima volta dieci giorni fa in consiglio. Mi hanno pure detto che porto sfortuna». Mostra il faldone con un progetto per il risanamento dei costoni e recupero degli alvei Sinigallia, Negroponte e Fasaniello, connessi alle antiche fonti termali del Gurgitiello, in piazza Bagni, epicentro della colata di fango. «Erano interventi per l’ingabbiamento dei massi e opere di ingegneria naturalistica, è finita che hanno rifatto la strada con i basoli». La relazione geologica che accompagna quel piano di risanamento lo dice chiaro e tondo, che a monte di piazza Bagni, zona termale per eccellenza, «parallelamente a via Tresta, la valle si presenta stretta e ricolma di detriti che in alcuni tratti impediscono il naturale deflusso delle acque».
Che si è fatto nel tempo per evitare la catastrofe? «Per questa zona mai nulla. L’amministrazione l’ha abbandonata», accusa un geologo, Aniello Di Iorio, «per le opere di protezione alla cava di Pozzillo si sono trovati fondi comunitari gestiti dalla Regione».
Davanti alle "Terme Manzi", una delle più antiche, le ruspe spalano fango e detriti e tronchi di castagno recisi. C’è chi fruga nella melma per recuperare oggetti perduti e gli speleologi esplorano il canale delle acque che corre sotto la strada, alla ricerca di altri punti di ostruzione. A piazza Bagni si è rischiata la strage. Perché in cima alla salita chiamata via della Lava c’è la scuola più grande, l’istituto per ragionieri "Mattei", frequentato da sei, settecento alunni, che proprio martedì, per fortuna, era chiuso per disinfestazione.
Ora ce la racconteranno come una grande riforma "erga omnes", che tutela l’interesse di tutti i cittadini. Un compromesso sofferto e importante, che difende lo «stato di diritto» finora vulnerato da una magistratura politicizzata e inefficiente. E invece il "lodo" Berlusconi-Fini sulla giustizia è l’ennesima e scandalosa legge su misura, che copre gli interessi di una singola persona. Un patto scellerato e indecente, che conferma lo «stato di eccezione» in cui è precipitata la nostra democrazia. I due leader erano arrivati a questo faccia a faccia in condizioni molto diverse.
Il presidente del Consiglio, scoperto dalla bocciatura del Lodo Alfano, era agito dalla necessità di risolvere ancora una volta per via legislativa le sue passate pendenze di natura giudiziaria, e di salvarsi anche dai rischi futuri. Obiettivo irrinunciabile, per non perdere il governo. Il presidente della Camera, schiacciato dalla formidabile pressione mediatica e politica della macchina da guerra berlusconiana, aveva l’opportunità di uscire dall’angolo nel quale lo stava relegando il Pdl, e di salvare anche il suo profilo istituzionale. Obiettivo raggiungibile, per non perdere la faccia. L’accordo raggiunto, anche se umilia il dettato costituzionale e distorce l’ordinamento giuridico, soddisfa le esigenze del capo del governo e della terza carica dello Stato.
Il disegno di legge che sarà presentato nei prossimi giorni (e qui sta il salvacondotto del premier e del suo avvocato Ghedini) conterrà la riforma del processo, che diventerà "breve". Non potrà durare più di sei anni, cioè due anni per ciascun grado di giudizio. Formalmente, una giusta risposta all’insopportabile lunghezza dei processi italiani, che durano mediamente sette anni e mezzo nel civile e 10 anni nel penale. Sostanzialmente, un colpo di spugna su due processi che vedono coinvolto il Cavaliere: il processo Mediaset per frode fiscale sui diritti televisivi (che con le nuove norme decade a fine novembre) e il processo Mills per corruzione in atti giudiziari (che a "riforma" approvata decade nel marzo 2010).
Ma nello stesso disegno di legge (e qui sta la via di fuga di Fini e del suo avvocato Bongiorno) non ci saranno le norme sulla prescrizione breve, che lo stesso Berlusconi avrebbe voluto inserire nel testo e Fini gli ha chiesto di espungere per non incappare nel no di Giorgio Napolitano. Questa norma, che ridurrebbe di un terzo la prescrizione dei reati la cui pena edittale è inferiore ai 10 anni, non si può proprio infilare in una "riforma", per quanto sedicente o bugiarda possa essere. Renderebbe ancora più estesa, e dunque insostenibile, la già colossale amnistia che si realizzerà con la modifica del "processo breve". L’opinione pubblica non la capirebbe. E il Quirinale, ammesso che possa considerare costituzionalmente legittima l’abbreviazione del processo, sicuramente non firmerebbe anche l’abbreviazione della prescrizione. Meglio soprassedere, per ora. Questo è lo schema. Questo è lo "scambio". Che riproduce del resto un metodo già collaudato nelle passate legislature: Berlusconi chiede 1000, sapendo che si potrà accontentare di 100. Gli alleati glielo concedono, facendo finta di avergli tolto 900. È così. È sempre stato così. Almeno quando in gioco ci sono le due questioni cruciali, sulle quali il Cavaliere non ha mai ceduto e mai cederà: gli affari e la giustizia.
Certo, a Berlusconi avrebbe fatto più comodo portare a casa l’intero pacchetto. Il "processo breve" porta all’estinzione del processo stesso, e quindi copre il premier sul passato. La "prescrizione breve" porterebbe alla decadenza del reato, e quindi lo coprirebbe anche su eventuali inchieste future. Ma per ora gli conviene accontentarsi. Nulla vieta, magari durante il dibattito parlamentare sul ddl, di ripresentare la norma sulla prescrizione breve con un bell’emendamento intestandolo al solito, apposito peone della maggioranza (come insegna l’esperienza delle precedenti leggi-vergogna varate o tentate del premier, dalla Cirielli alla Nitto Palma, dalla Cirami alla Pittelli). Oppure, perché no, nulla vieta di tradurre subito in legge quello che ormai possiamo chiamare il "Lodo Minzolini", cioè la reintroduzione dell’immunità parlamentare, avventurosamente ma forse non casualmente suggerita dal (o al) direttore del Tg1 in un editoriale televisivo di due sere fa.
Eccolo, il "paesaggio" di questo drammatico autunno italiano. Ancora una volta, in questo Paese si straccia il contratto sociale e costituzionale, che ci vuole tutti uguali davanti alla legge. Si sospende l’applicazione dello stato di diritto, che ci vuole tutti ugualmente sottoposti alle sue regole. In nome della "volontà di potenza" di un singolo, e di un’idea plebiscitaria e populista della sua fonte di legittimazione: sono stato scelto dagli elettori, dunque i cittadini vogliono che io governi. O in nome della "ragion politica" di un sistema: non c’è altro premier all’infuori di me, dunque io e solo io devo governare. Questo c’è, oggi, sul piatto della bilancia della nostra democrazia. Lo "stato di eccezione", appunto. Quello descritto da Carl Schmitt. Che è simbolo dell’autoritarismo poiché sempre lo "decide il sovrano". Che si presenta "come la forma legale di ciò che non può avere forma legale". Che è "la risposta immediata del potere ai conflitti interni più estremi". Che costituisce un "punto di squilibrio fra diritto pubblico e fatto politico", poiché precipita la democrazia in una "terra di nessuno".
Se questa è la portata della sfida, occorre che il Pd si mostri all’altezza di saperla raccogliere. Di fronte a questa nuova distorsione della civiltà repubblicana non basta rifugiarsi nella routinaria ripetizione di uno slogan generale al punto da risultare quasi generico. Sì a riforme della giustizia, no a norme salva-processi, sostiene Pierluigi Bersani. Sarebbe ora che il centrosinistra cominciasse a spiegare qual è, se esiste, la "sua" riforma della giustizia. Ma nel far questo, dovrebbe anche spiegare all’opinione pubblica, con tutta la forza responsabile di cui è capace, che quella di Berlusconi non è una riforma fatta per i cittadini, ma solo un’altra emanazione della sua "auctoritas", che ormai sovrasta ed assorbe la "potestas" dello Stato e del Parlamento.
La partita vera, a questo punto, è più alta e più impegnativa. Si può continuare a tollerare uno "stato di eccezione" sistematicamente decretato da Berlusconi? E il Pd vuol giocare fino in fondo questa partita, mobilitando su di essa la sua gente e sensibilizzando su di essa tutti gli elettori? Scrive Giorgio Agamben che quando "auctoritas" e "potestas" coincidono in una sola persona, e lo stato di eccezione in cui essi si legano diventa la regola, allora «il sistema giuridico-politico diventa una macchina letale». Il Paese sarebbe ancora in tempo per fermarla, se solo se ne rendesse conto.
Massimo Giannini Lo stato d’eccezione
Quando "auctoritas" e "potestas" coincidono in una sola persona il sistema giuridico-politico diventa una macchina letale. La Repubblica, 11 novembre 2009
Ora ce la racconteranno come una grande riforma "erga omnes", che tutela l’interesse di tutti i cittadini. Un compromesso sofferto e importante, che difende lo «stato di diritto» finora vulnerato da una magistratura politicizzata e inefficiente. E invece il "lodo" Berlusconi-Fini sulla giustizia è l’ennesima e scandalosa legge su misura, che copre gli interessi di una singola persona. Un patto scellerato e indecente, che conferma lo «stato di eccezione» in cui è precipitata la nostra democrazia. I due leader erano arrivati a questo faccia a faccia in condizioni molto diverse.
Il presidente del Consiglio, scoperto dalla bocciatura del Lodo Alfano, era agito dalla necessità di risolvere ancora una volta per via legislativa le sue passate pendenze di natura giudiziaria, e di salvarsi anche dai rischi futuri. Obiettivo irrinunciabile, per non perdere il governo. Il presidente della Camera, schiacciato dalla formidabile pressione mediatica e politica della macchina da guerra berlusconiana, aveva l’opportunità di uscire dall’angolo nel quale lo stava relegando il Pdl, e di salvare anche il suo profilo istituzionale. Obiettivo raggiungibile, per non perdere la faccia. L’accordo raggiunto, anche se umilia il dettato costituzionale e distorce l’ordinamento giuridico, soddisfa le esigenze del capo del governo e della terza carica dello Stato.
Il disegno di legge che sarà presentato nei prossimi giorni (e qui sta il salvacondotto del premier e del suo avvocato Ghedini) conterrà la riforma del processo, che diventerà "breve". Non potrà durare più di sei anni, cioè due anni per ciascun grado di giudizio. Formalmente, una giusta risposta all’insopportabile lunghezza dei processi italiani, che durano mediamente sette anni e mezzo nel civile e 10 anni nel penale. Sostanzialmente, un colpo di spugna su due processi che vedono coinvolto il Cavaliere: il processo Mediaset per frode fiscale sui diritti televisivi (che con le nuove norme decade a fine novembre) e il processo Mills per corruzione in atti giudiziari (che a "riforma" approvata decade nel marzo 2010).
Ma nello stesso disegno di legge (e qui sta la via di fuga di Fini e del suo avvocato Bongiorno) non ci saranno le norme sulla prescrizione breve, che lo stesso Berlusconi avrebbe voluto inserire nel testo e Fini gli ha chiesto di espungere per non incappare nel no di Giorgio Napolitano. Questa norma, che ridurrebbe di un terzo la prescrizione dei reati la cui pena edittale è inferiore ai 10 anni, non si può proprio infilare in una "riforma", per quanto sedicente o bugiarda possa essere. Renderebbe ancora più estesa, e dunque insostenibile, la già colossale amnistia che si realizzerà con la modifica del "processo breve". L’opinione pubblica non la capirebbe. E il Quirinale, ammesso che possa considerare costituzionalmente legittima l’abbreviazione del processo, sicuramente non firmerebbe anche l’abbreviazione della prescrizione. Meglio soprassedere, per ora. Questo è lo schema. Questo è lo "scambio". Che riproduce del resto un metodo già collaudato nelle passate legislature: Berlusconi chiede 1000, sapendo che si potrà accontentare di 100. Gli alleati glielo concedono, facendo finta di avergli tolto 900. È così. È sempre stato così. Almeno quando in gioco ci sono le due questioni cruciali, sulle quali il Cavaliere non ha mai ceduto e mai cederà: gli affari e la giustizia.
Certo, a Berlusconi avrebbe fatto più comodo portare a casa l’intero pacchetto. Il "processo breve" porta all’estinzione del processo stesso, e quindi copre il premier sul passato. La "prescrizione breve" porterebbe alla decadenza del reato, e quindi lo coprirebbe anche su eventuali inchieste future. Ma per ora gli conviene accontentarsi. Nulla vieta, magari durante il dibattito parlamentare sul ddl, di ripresentare la norma sulla prescrizione breve con un bell’emendamento intestandolo al solito, apposito peone della maggioranza (come insegna l’esperienza delle precedenti leggi-vergogna varate o tentate del premier, dalla Cirielli alla Nitto Palma, dalla Cirami alla Pittelli). Oppure, perché no, nulla vieta di tradurre subito in legge quello che ormai possiamo chiamare il "Lodo Minzolini", cioè la reintroduzione dell’immunità parlamentare, avventurosamente ma forse non casualmente suggerita dal (o al) direttore del Tg1 in un editoriale televisivo di due sere fa.
Eccolo, il "paesaggio" di questo drammatico autunno italiano. Ancora una volta, in questo Paese si straccia il contratto sociale e costituzionale, che ci vuole tutti uguali davanti alla legge. Si sospende l’applicazione dello stato di diritto, che ci vuole tutti ugualmente sottoposti alle sue regole. In nome della "volontà di potenza" di un singolo, e di un’idea plebiscitaria e populista della sua fonte di legittimazione: sono stato scelto dagli elettori, dunque i cittadini vogliono che io governi. O in nome della "ragion politica" di un sistema: non c’è altro premier all’infuori di me, dunque io e solo io devo governare. Questo c’è, oggi, sul piatto della bilancia della nostra democrazia. Lo "stato di eccezione", appunto. Quello descritto da Carl Schmitt. Che è simbolo dell’autoritarismo poiché sempre lo "decide il sovrano". Che si presenta "come la forma legale di ciò che non può avere forma legale". Che è "la risposta immediata del potere ai conflitti interni più estremi". Che costituisce un "punto di squilibrio fra diritto pubblico e fatto politico", poiché precipita la democrazia in una "terra di nessuno".
Se questa è la portata della sfida, occorre che il Pd si mostri all’altezza di saperla raccogliere. Di fronte a questa nuova distorsione della civiltà repubblicana non basta rifugiarsi nella routinaria ripetizione di uno slogan generale al punto da risultare quasi generico. Sì a riforme della giustizia, no a norme salva-processi, sostiene Pierluigi Bersani. Sarebbe ora che il centrosinistra cominciasse a spiegare qual è, se esiste, la "sua" riforma della giustizia. Ma nel far questo, dovrebbe anche spiegare all’opinione pubblica, con tutta la forza responsabile di cui è capace, che quella di Berlusconi non è una riforma fatta per i cittadini, ma solo un’altra emanazione della sua "auctoritas", che ormai sovrasta ed assorbe la "potestas" dello Stato e del Parlamento.
La partita vera, a questo punto, è più alta e più impegnativa. Si può continuare a tollerare uno "stato di eccezione" sistematicamente decretato da Berlusconi? E il Pd vuol giocare fino in fondo questa partita, mobilitando su di essa la sua gente e sensibilizzando su di essa tutti gli elettori? Scrive Giorgio Agamben che quando "auctoritas" e "potestas" coincidono in una sola persona, e lo stato di eccezione in cui essi si legano diventa la regola, allora «il sistema giuridico-politico diventa una macchina letale». Il Paese sarebbe ancora in tempo per fermarla, se solo se ne rendesse conto.
La Repubblica
Terrore a Ischia, ancora una frana killer quindicenne travolta e uccisa dal fango
di Roberto Fuccillo
ISCHIA - L’isola si sbriciola. Sono quasi le otto e mezzo di ieri mattina quando il monte sopra Casamicciola frana a valle e riversa un fiume di fango, terra, detriti di ogni genere. La fiumana, inarrestabile, si incanala lungo uno degli assi viari del paese: piazza Bagni, uno slargo in discesa, fa quasi da collettore dei flussi provenienti da più smottamenti e poi scarica il tutto lungo una strada dal nome predestinato, via Lava. Da qui, portandosi dietro massi, tronchi divelti, decine e decine di auto accartocciate, la colata di fango piomba sul porticciolo, sfonda il parapetto che separa la strada dalla spiaggia sottostante, termina la sua corsa lungo il molo e a mare. Lungo il tragitto ha travolto anche i passanti. Alcuni si sono scansati per tempo, una quindicina verranno estratti più tardi dei vigili del fuoco. Una studentessa invece non ce l’ha fatta. Anna De Felice, 15 anni, stava andando all’alberghiero con i genitori. La macchina è stata inghiottita dalla frana, la famiglia si è ritrovata a mare, ma Anna è annegata in auto. A lungo si è temuto anche per un piccolo di 5 anni, poi trovato. A fine giornata il bilancio sarà più lieve del temuto: venti feriti medicati all’ospedale Rizzoli, di cui 11 ricoverati. Mentre il direttore sanitario Valentina Grosso nega che ci sia stato qualche ricovero a Napoli.
Alla base del disastro certamente le forti piogge. Dalla mezzanotte alle 15 di ieri si sono avuti oltre 69 millimetri di pioggia. Quanto basta per provocare già in nottata quattro o cinque smottamenti lungo il monte Vezzi. Poi, in mattinata, l’evento più traumatico. Almeno tre i punti di cedimento, da una altitudine di circa 200 metri. La terra si è incanalata più a valle in due valloni che sono confluiti poi in un punto preciso in paese per precipitare poi fino al mare. «E certamente un ruolo l’ha giocato la forte pendenza delle pareti, che ha accelerato il tutto», spiega Sergio Basti, direttore centrale per l’emergenza dei vigili del fuoco che sono intervenuti in forze: 30 mezzi, 2 elicotteri, 100 uomini, fra cui i nuclei Saf (specialisti in tecniche speleo-alpino-fluviali), cani e sommozzatori che hanno cercato di eventuali dispersi e carcasse di auto.
Alle vittime è giunto il dolore e il cordoglio di Giorgio Napolitano e dei presidenti delle Camere. Ma sul disastro fioriscono anche le polemiche. «La zona era già stata perimetrata e ritenuta ad alto rischio frane - dice Francesco Russo, presidente dell’Ordine dei geologi campano - eppure non sono stati effettuati i necessari lavori». E Russo punta il dito contro «l’insufficiente portata» di una canale nella zona. Difficile la giornata di Guido Bertolaso, che pure ha mandati sull’isola i suoi uomini. Prima si sfoga: «Mi fa grande rabbia. Finché non si fa manutenzione e messa in sicurezza continueremo a dover subire questo genere di situazioni». Poi si trova sotto l’attacco del sindaco di Ischia, Giuseppe Ferrandino: «Per la frana del 2006 sul Monte Vezzi (quattro morti non lontano dal luogo del disastro di ieri, ndr) l’unico competente era lui e non mosse un dito». Replica della Protezione civile: «É bene ricordare che per quella frana fu nominato commissario con pieni poteri il presidente della Regione Campania Bassolino». Il quale Bassolino, a sua volta, ha stanziato un milione e chiesto lo stato di calamità per la zona e un piano nazionale di interventi.
Sull’evento indaga la Procura. Fascicolo in mano a due pm, Ettore Della Ragione e Antonio D’Alessio. Dice Aldo De Chiara, coordinatore del pool per i reati ambientali, «in caso di condotte omissive, si potrebbero ipotizzare reati che vanno dall’omicidio al disastro colposo». A Ischia intanto ieri sera è ripreso a piovere: l’unità di crisi controlla i punti a rischio, la stato di allerta dovrebbe cessare fra stasera e domattina.
Lo shock dei sopravvissuti "Temevamo di venire sepolti vivi"
La colata si è portata via mio figlio, pensavo non ce l’avesse fatta. Invece l’hanno ritrovato un chilometro più a valle Mi sono salvato aggrappandomi al palo di un cartello stradale Pensavo che fosse finita invece sono qui
Perdere una figlia di quindici anni mentre la si accompagna a scuola. È il tragico destino di Aurora De Felice, la mamma dell’unica vittima della frana. Ha rischiato la vita anche lei, ora è ricoverata all’ospedale Rizzoli, sull’isola, e ovviamente non può darsi pace: «Anna, Anna - ripete ossessivamente - piccola mia, dove sei? Non posso pensare che non ci sei più, piccola mia. Amore mio dove sei? Cosa faccio io ora senza di te?» Accanto a lei scuote la testa il marito, Claudio, affranto dal dolore. Gli amici vicino provano a rincuorarli e raccontano: «Anna era allegra, solare». Una testimonianza che in serata si trasferirà su Facebook, dove gli amici della ragazza hanno circondato di messaggi di incredulità la foto che la ritrae abbracciata al suo fidanzato. E dove il fratello Simone, 17 anni, saluta così la sorella: «Litigavamo sempre... ma poi ci ridevamo sempre su. Vivrò perché tu non hai potuto farlo, vivrò per ricordarti, per portare sempre la tua immagine indelebile nel mio cuore. Mi dispiace averti vissuto così poco, ma Dio così ha voluto. Aveva bisogno di un altro angelo che regnasse in Paradiso. Un bacio».
Al dolore dei De Felice si aggiunge, in altre corsie dell’ospedale, il racconto drammatico di chi invece ce l’ha fatta. C’è il papà del piccolo Arnaldo Maio, 5 anni. Per qualche ora si è temuto che il bambino potesse essere la seconda vittima, il papà racconta: «Ci siamo ritrovati in una morsa di fango, ho perso mio figlio, ero sicuro di non rivederlo più. Poi mi hanno detto che lo avevano trovato giù al porto, un miracolo». E ancora Giuseppe Amalfitano, un altro degli scampati: «Tentavo inutilmente di aggrapparmi a qualcosa. Ero sicuro di morire, poi mi sono fermato a un tubo, ho visto che era un segnale stradale».
Fra quelli che hanno rischiato c’è lo stesso sindaco Vincenzo D’Ambrosio: «Sono passato pochi minuti dopo le 8 da lì, dopo aver accompagnato mio figlio a scuola, e non c’era nessun segnale di quanto sarebbe accaduto». C’è invece chi è stato avvisato in mare. «Mi ha chiamato mia madre per dirmi che a casa stavano nel fango». Così racconta Salvatore Lombardi, operatore sui traghetti. Mi sono precipitato sul luogo, in località Perrone, ci sono tre palazzine di sfollati, una quarantina di persone fuori delle loro case». Sono gli abitanti delle case Gescal. Il vialetto del loro parco, ridotto a una piscina di fango, finisce proprio a ridosso di una delle pareti di montagna venute giù: «Aspettiamo che prima o poi venga qualche pompa anche quassù». Giù al porto c’è invece un’altra sopravvissuta. É la zia delle tre ragazze morte col padre sotto un’altra frana, a qualche chilometro da qui, tre anni fa. Va in giro con le fototessera dei suoi carri, e lamenta: «Ora piove e ci dicono di andare in un palazzetto dello sport, la verità è che aspettano sempre i morti».
la Repubblica
Decenni di abusi e ventimila condoni l’assalto all’isola dai piedi d’argilla
di Stella Cervasio
CASAMICCIOLA - L’orrore è venuto dal bosco. Con quel nome turistico che le hanno dato, "isola verde", Ischia ne possiede un’alta concentrazione proprio alle spalle di uno dei suoi posti più panoramici, l’unica piazza termale d’Italia. Sotto il manto d’asfalto di piazza Bagni corrono le acque bollenti e curative del Gurgitiello (che vuol dire gorgoglio) che servirono a Garibaldi per curare le ferite riportate in battaglia sull’Aspromonte.
Da quel fondale verde cupo di castagni e pini, alle otto di ieri mattina è venuta giù a pezzi la montagna. Tonnellate di acqua con un carico di massi di tufo, alberi, panchine e masserizie raccolte sul percorso hanno invaso velocissime due stradine, via Ombrasco e via Nizzola, dove stanno appollaiati alberghi e pensioni. Da queste parti le chiamano "cupe": sono le vie naturali dell’acqua quanto piove, e proprio come una pista da sci, guai se non sono sempre libere. Un’enorme lava di fango è scesa di qua a cento all’ora, proprio come accadde tre anni fa dall’altra parte dell’isola, nel comune di Ischia. Su un’altra altura, il monte Vezzi, morirono quattro persone, e gli sfollati sono ancora nei container. Erano case abusive, quella volta: a Ischia sono previsti 500 abbattimenti e ventimila pratiche di condono sono sospese nei cassetti dei sei comuni dell’isola. Poco dopo quell’altra frana, il vescovo di Ischia lanciò un anatema contro chi voleva picconare l’edilizia illegale.
L’orrore non è nuovo su questa piazza. Poche ore dopo la tragedia, su Facebook, insieme a un’immagine dei detriti depositati sulla riva del mare sotto l’arcobaleno, girava una foto del 1910, con i palazzi di piazza Bagni mezzo sommersi dal fango di un’altra alluvione. Ogni calamità sembra accanirsi sulle pendici del monte Epomeo: terremoti come quello del 1881 (oltre cento i morti), e del 1883, in cui Benedetto Croce fu ferito e perse il padre, la madre e una sorella. «Chi ha la montagna sopra la testa, lo sa», dice l’ex sindaco Luigi Mennella, che sulla bella piazza ha un antico negozio di ceramiche. Ha dovuto lasciare la sua macchina e scappare, prima che il fiume lo travolgesse. «Il problema endemico resta l’abusivismo: diversi valloni, canali che facevano defluire l’acqua, sono stati ostruiti negli anni da abitazioni costruite senza permesso».
Non condivide l’attuale sindaco, il pediatra Vincenzo D’Ambrosio: stava portando i figli a scuola quando è arrivata la colata di fango e pietre. «È un fenomeno naturale eccezionale, si ripete il terribile evento che ha colpito la stessa zona nel 1910. In quella occasione ci furono decine di vittime. Le case non sono state per niente interessate da questo dilavamento. La frana ha avuto origine molto in alto, dove non c’era stato né disboscamento né abusivismo. Solo gole naturali dove l’acqua è esondata. È capitato a noi, purtroppo abbiamo perso una concittadina, domani sarà lutto. Spero che si possa finanziare uno studio per ridurre il rischio che da noi è sempre così alto».
Legambiente, però, se non l’aveva previsto, ci era andata vicino. «Appena dieci giorni fa nel corso della presentazione del rapporto "Ecosistema Rischio Campania" - spiega il responsabile scientifico di Legambiente Campania Giancarlo Chiavazzo - abbiamo fatto appello al buon senso e alla coscienza dei sindaci affinché colmassero i ritardi nella messa a regime dei sistemi di protezione civile locale. Una tragedia annunciata, quindi, e così purtroppo ce ne potranno essere ancora, fino a quando i sindaci dei 474 comuni a rischio idrogeologico della regione (una superficie di 2250 chilometri quadrati) non si attiveranno con piani d’emergenza». Gli ambientalisti invocano strutture locali di protezione civile collegate con quella regionale. Un sistema di allarme capillare capace di far scattare l’emergenza nei comuni indicati nei Piani di assetto idrogeologico redatti dalle Autorità di Bacino. Tradotto, significa che quando piove molto, si va via. Ma il futuro qual è, per posti come questi? «Delocalizzazione dev’essere la parola d’ordine, come per Sarno - dice Chiavazzo - metterli in sicurezza non è possibile»
la Repubblica
Il dissesto del Sud
di Giovanni Valentini
Un’altra storia di ordinario degrado ambientale, di incuria, di abbandono del territorio. E naturalmente, di abusivismo edilizio, di illegalità. Come a Messina, poco più di un mese fa.
Come nella stessa Ischia ad aprile del 2006; come già in tante altre regioni della Penisola, ma in particolare al Sud, nel nostro povero Sud. Sotto la pioggia battente di questi giorni, anche le dichiarazioni e i buoni propositi espressi all’indomani dell’ultimo disastro sono franati nel mare davanti a Casamicciola, provocando morte e rovina. La frana di Ischia è un nuovo segnale e un nuovo avvertimento contro il mancato o cattivo governo del territorio. Contro la mala-politica, a livello nazionale e locale. Contro un’amministrazione pubblica che privilegia gli interessi privati, spesso e volentieri illeciti, rispetto a quelli della collettività, in base a una gerarchia di priorità che segue i criteri di un malinteso sviluppo, del clientelismo o addirittura della corruzione.
Al tempo delle scorribande e delle invasioni, dei corsari e dei pirati, il pericolo per le popolazioni costiere arrivava dal mare. Oggi, al contrario, viene dall’interno, da un dissesto del territorio che improvvisamente trascina in acqua esseri umani, abitazioni, masserizie, automobili. La normalità della vita quotidiana è stravolta così dalla furia degli elementi, con la complicità attiva dell’ignoranza e dell’irresponsabilità. Continuiamo a subire alluvioni e frane, mentre continuiamo a vagheggiare il Ponte sullo Stretto in una sorta di dissociazione onirica e megalomane. Eppure, dopo il disastro di inizio ottobre, era stato il presidente della Repubblica a censurare pubblicamente la retorica delle «opere faraoniche» d’infausta memoria.
La verità nuda e cruda delle cifre è che in diciotto mesi - come denuncia il neo-presidente dei Verdi, Angelo Bonelli - sono stati tagliati oltre cinquecento milioni di euro destinati alla difesa del suolo. Ridotti i fondi iniziali a 270 milioni, il centrodestra ha soppresso poi quelli per il monitoraggio sismico (4,5 milioni); i finanziamenti di 151 milioni per il territorio della Sicilia e della Calabria; i 45 milioni per il ripristino del paesaggio; i 15 milioni per i piccoli Comuni. Un «risparmio» sulla prevenzione che si traduce in un danno immediato per la popolazione, per il territorio e per l’ambiente, ma anche per il turismo.
Altro che fatalità o calamità naturale. Questo è il risultato di una politica ottusa e miope. Ma è soprattutto la demolizione di un’immagine e di un’attrattiva su cui poggia la maggiore industria nazionale, regredita non a caso dal primo al quarto posto nella graduatoria mondiale. «Chist’è ò paese d’o sole, chist’è ò paese d’o mare», assicura la celebre canzone napoletana. Nella realtà, questo rischia di diventare invece il Paese dei terremoti, delle frane e delle alluvioni. Un Malpaese infido e insicuro, sempre più distante dalla sua storia civile, dalla sua tradizione artistica e culturale.
Nonostante la prova di efficienza organizzativa in Abruzzo, di cui pure bisogna dare atto al governo, le foto delle tendopoli tuttora in piedi all’Aquila, i recenti filmati di Messina e di Ischia, sono destinati purtroppo a fare il giro del mondo. E come i rifiuti nelle strade di Napoli all’epoca del centrosinistra, non alimentano certamente una campagna promozionale. In mancanza di materie prime da sfruttare, sono proprio il territorio, l’ambiente, il paesaggio, le nostre principali risorse da difendere e valorizzare.
il manifesto
Ischia: frana il condono
di Adriana Pollice
Chi avesse alzato gli occhi ieri mattina a Ischia, intorno alle otto, avrebbe visto una valanga di acqua, fango ed enormi massi travolgere il comune di Casamicciola fino a investire, come un enorme proiettile, il suo porto. Una frana in località Tresca, staccatasi in tre punti, venire giù dal Monte Epomeo trascinando via automobili, alberi e persone. Sono bastate le prime piogge autunnali e, dopo il cedimento del Monte Vezzi nel 2006, l'isola verde deve rifare la conta dei danni, rimettendo il lutto al braccio. Questa volta a morire è stata una ragazza di appena quindici anni, Anna De Felice, trascinata in mare nella vettura dei genitori in cui viaggiava, sabbia e acqua nei polmoni fino all'annegamento. Una ventina i feriti, assistiti nell'ospedale locale, il Rizzoli, i più gravi sono stati portati a Napoli in elicottero. Sommozzatori e vigili del fuoco, ricoperti di melma, a pattugliare costa e strade, quelli finiti in acqua messi in salvo su barconi attrezzati. Un ragazzino di sei anni, di cui si erano perse le tracce, ritrovato nell'auto dei genitori, una ragazzina di undici estratta dal fango ferita in modo grave ma non in pericolo di vita. In quindici tirati fuori dalla frana che li aveva sommersi. Soccorsi difficili in una Casamicciola isolata per tutta la mattinata, cielo livido e pioggia battente fino alle 12, unico accesso via mare.
Case e negozi bloccati da muri di melma. «È un miracolo che la slavina non abbia distrutto le case - commenta l'architetto Simone Verde - La marea si è immessa nell'antico alveo scivolando fino a valle. Quel costone era già franato nel 1910, si sa che è a rischio dissesto, si sarebbe dovuto mettere in sicurezza da tempo».
Risalendo le stradine dal porto verso il Monte Epomeo, sembra di trovarsi sul luogo di un attentato, piazza Bagni il centro della deflagrazione: l'edicola divelta, alberi sradicati, infissi esplosi. Terra e pietre a ricoprire cose e case, i colori dell'intonaco spariti sotto il grigio-marrone della terra. Più su e più giù una scia di autovetture sventrate, trascinate via fino al porto, in bilico sui muri di contenimento, rivoltate sulla marina in mezzo alle barche. Alcune persone bloccate a Santa Maria al Monte per una piccola frana in località Corvaro, bloccati anche i turisti dell'Hotel Michelangelo nella zona alta di Casamicciola. «Appena due giorni fa l'alveo attraverso cui l'acqua è scesa fino a via Martini - commentava incredulo il sindaco, Vincenzo D'Ambrosio - era stato oggetto di manutenzione ordinaria da parte della Sma Campania».
«Fino a una decina di anni fa una conta dei danni di queste proporzioni non sarebbe stata possibile», spiega Giuseppe Mazzara, referente di Legambiente a Ischia, «Fino agli anni settanta i costoni ripidi della montagna erano orti e frutteti a terrazza. Con il boom turistico i contadini si sono riconvertiti nel settore dei servizi e le terre sono diventate boschi selvatici. Poi è arrivato il primo condono edilizio nel 1994 e la prima colata di cemento». Oggi il comune è assediato dalle costruzioni abusive, l'amministrazione non vede o finge di non vedere, quando la procura di Napoli manda le ruspe per gli abbattimenti, almeno seicento, i sindaci si sollevano indignati: «Addirittura - prosegue Giuseppe - hanno provato a modificare il piano urbanistico provinciale per far declassare le terre da rurali a edificabili. Il tentativo non è passato e allora si sono limitati a lasciare fare, si tratta non solo di terre sottoposte a vincolo ma anche a forte rischio idrogeologico». Tre anni fa, all'alba del 30 aprile, un'altra frana provocò la morte di quattro persone tra Barano e Forio, circa in 250 rimasero senza tetto, la maggior parte delle quali è tuttora nei container sistemati nel camping di Ischia Porto, dove probabilmente finiranno anche gli sfollati della nuova frana. «Mi fa grande rabbia - dichiarava ieri Guido Bertolaso - perché tutto il lavoro che è stato fatto fino a oggi non è stato sufficiente». Ma è ancora Giuseppe che spiega: «Nel 2006 fecero degli interventi nei dintorni di Monte Vezzi, su Forio o Casamicciola nulla».
I sindaci sostengono che le case abusive vanno sanate perché situazioni di necessità. «Non si può coprire la mancanza di una politica di edilizia pubblica con l'illegalità - ribatte Michele Buonomo, presidente regionale di Legambiente - soprattutto se non si fa prevenzione e manutenzione del territorio. L'86% dei comuni campani sono a rischio idrogeologico e l'81% delle amministrazioni hanno abitazioni in aree a rischio frana». La giunta regionale ieri ha deliberato lo stato di calamità naturale per il comune di Casamicciola con un primo finanziamento di un milione di euro. Angelo Bonelli dei Verdi punta il dito contro il dicastero dell'Ambiente: «Il ministro Prestigiacomo è riuscita a farsi tagliare ben 570 milioni di euro per la difesa del suolo. Dal 1 ottobre 2009 è stata addirittura eliminata la segreteria tecnica del ministero, che aveva il compito di istruire le pratiche per la valutazione dei progetti per il rischio idrogeologico e di assegnare i fondi conseguenti».
CAMPANIA DAI PIEDI D'ARGILLA, 86% DEI COMUNI A RISCHIO
«Il territorio campano è segnato drammaticamente dalla mancanza di una seria politica di prevenzione e manutenzione. Una regione dai piedi d'argilla con l'86% dei comuni classificati a rischio idrogeologico in tutte le cinque province, con Salerno in vetta con il 99% delle amministrazioni a rischio. L'81% delle amministrazioni hanno abitazioni nelle aree golenali, negli alvei dei fiumi e nelle aree a rischio frana, il 25% delle municipalità monitorate presenta addirittura interi quartieri in zone a rischio, mentre il 44% ha edificato in tali aree strutture e fabbricati industriali». A fornire i dati è Legambiente Campania, secondo la quale «il 23% dei casi presi in esame sono presenti in zone esposte a pericolo strutture sensibili come scuole e ospedali e strutture ricettive turistiche come alberghi e campeggi». «Per troppi anni nella nostra regione dissesto idrogeologico, incendi, scarsa manutenzione, cementificazione selvaggia spesso abusiva hanno rappresentato il modello di sviluppo del territorio», spiega il presidente regionale Michele Buonomo.
Il Corriere della Sera
Ischia, frana dalla discarica abusiva Il fango uccide una ragazza
di Lorenzo Salvia
ISCHIA (Napoli) — Frigoriferi, bombole del gas, mattoni, calcinacci e altri scarti di quell’industria locale che qui, creativi, chiamano edilizia spontanea e in tutto il mondo con il suo nome, abusivismo. La diga che ha trasformato questo smottamento in un fiume di fango era proprio lì dove non doveva essere, nel mezzo della Cava Fontana. È una valle che dovrebbe funzionare da canale di scolo e dal monte Epomeo scende giù fino a Casamicciola. Il fango che scivolava a valle è stato fermato da questa discarica abusiva. «Così si è accumulato — spiega Vincenzo Stabile, comandante provinciale del Corpo forestale, appena finito il sopralluogo in elicottero — e quando la pressione è diventata insostenibile ha portato tutto giù, moltiplicando la sua forza distruttiva».
No, non si può puntare il dito contro il cielo per questa frana che si è portata via una ragazza di 15 anni, Anna De Felice, e ha fatto 20 feriti. Anche questa volta la mano dell’uomo c’entra e parecchio. «Una tragedia annunciata, avevamo chiesto di mettere in sicurezza quella zona» dice il sindaco di Casamicciola, Vincenzo D’Ambrosio. Ma i soldi sono quelli che sono: per la messa in sicurezza di tutto il territorio italiano, dice Bertolaso, servono 5 miliardi e ci sono 300 milioni di euro. E non è l’unico guaio.
In quello stesso vallone il Corpo forestale aveva sequestrato un agriturismo e il cantiere di una palazzina. Nella zona di Tresca, da dove si è staccata la frana, non c’è solo la discarica che ha fatto da sbarramento, tutte le cave abbandonate sono state riempite di rifiuti, e in tutta l’isola Legambiente stima 50 siti abusivi. Gran parte della zona è venuta su negli ultimi dieci anni al di fuori di ogni autorizzazione. C’è questo, oltre alla pioggia, dietro la colata di fango che poco dopo le otto del mattino è precipitata nel centro di Casamicciola, trascinando fino al mare una decina di auto e anche un autobus vuoto. Quindici le persone tirate fuori vive dai vigili del fuoco. E adesso nell’isola guardano tutti verso quei monti con la faccia degli scampati.
Aldo De Chiara, responsabile della sezione reati ambientali della Procura di Napoli, è prudente ma anche arrabbiato: «È chiaro che alla base c’è una gestione poco oculata del territorio». Dal suo ufficio sono partiti più di 600 ordini di abbattimento ma ne sono stati eseguiti poco più di una decina. Gli altri sono fermi perché i soldi li devono mettere i sindaci. E qui mettersi contro gli abusivi vuol dire perdere matematicamente le elezioni. «Due terzi delle case fatte dopo gli anni Settanta — dice Peppe Mazzara di Legambiente — erano abusive al momento della costruzione». Molte sono state condonate, ma non tutte. Solo pochi mesi fa i sindaci dei sei comuni dell’isola hanno chiesto di agganciare Ischia all’ultimo condono utile, quello del 2003. Non è stato possibile perché ora è sottoposta ad un vincolo totale. La loro richiesta era stata appoggiata anche dal vescovo, monsignor Filippo Strofaldi. «E qui — dice Salvatore Perrone, comandante dei vigili del fuoco di Napoli — l’abusivismo non è solo un problema etico ma una questione di sicurezza». E spesso di vita o di morte
La madre salva per un soffio «Le avevo urlato di uscire»
«Forse potevo fare qualcosa per salvarla. Non me lo perdonerò mai». Ospedale Rizzoli di Lacco Ameno, reparto di Medicina, piano terra. Sdraiato sul lettino, la voce solo un sussurro, Claudio De Felice si copre gli occhi con le mani e continua a rivedere la scena che gli ha cambiato per sempre la vita. È il papà di Anna, 15 anni, l’unica vittima di questa che poteva essere una strage. «Le ho detto di rimanere in macchina, pensavo fosse più sicuro». Nella stanza affianco sua moglie, Aurora De Vargas, continua a ripetere lentamente il nome della figlia: «Anna, Anna, non posso pensare che non ci sei più, piccola mia. Amore mio dove sei? Cosa faccio io senza di te?». Erano tutti e tre in macchina, stavano andando all’istituto alberghiero. Il fiume di fango è arrivato mentre stavano per attraversare piazza Bagni, proprio quando le strade di Ischia erano piene di genitori che accompagnavano i bambini a scuola. L’idea di uscire dalla macchina venuta alla mamma, «andiamo via, andiamo via», il ripensamento, il panico. Nessuno dei due, adesso, riesce a darsi pace. Simone, il fratello 17enne di Anna, le dà l’addio con un messaggio su Facebook : «Ti ho amata, ti amo e ti amerò sempre sorellina... vivrò perché tu non hai potuto farlo, per ricordarti».
Giuseppe Amalfitano, professore di inglese in pensione, ha avuto subito la prontezza di aprire lo sportello della sua Punto: «Mi sono ricordato dei servizi al Tg su Sarno. I vigili del fuoco dicevano che bisogna uscire subito dalla macchina. Sono vivo grazie a Sarno». E ad un divieto di sosta. Si è messo a correre verso l’edicola, il signor Giuseppe. «Sono scivolato, l’acqua e il fango mi trascinavano a mare. Provavo ad aggrapparmi ai rami degli alberi ma niente. Mi sono detto, è fatta, sono morto». E invece è qui, le mani coperte di graffi e una gamba fasciata. «Ad un certo punto con la mano ho sentito il palo di un cartello stradale, l’ho acchiappato come se fosse la cosa più cara al mondo ». Il vigile del fuoco che lo ha tirato fuori lo ha trovato ancora lì, aggrappato a quel divieto di sosta. Arnaldo Maio era in macchina con il figlio Nicola. Per un paio d’ore il ragazzino è stato nella lista dei dispersi. «Siamo usciti tutti e due dall’auto ma non l’ho visto più. Mi sono messo a correre verso il mare, non me ne sfotteva niente di morire, lo volevo ritrovare ». Lo hanno dovuto fermare, sarebbe morto. Nicola lo hanno trovato coperto di fango, sotto choc ma in buone condizioni. È ricoverato al piano di sopra. «E mo, scusate, vado ad abbracciarlo».
Il Corriere della Sera
Le Cinque Terre e una diga tra i 500 mila luoghi a rischio
di Paolo Conti
ROMA — Il professor Nicola Casagli, del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze, ha realizzato per conto del Dipartimento della Protezione Civile, col ricercatore del suo gruppo Riccardo Fanti, uno studio sul dissesto idrogeologico in Italia. Una mappatura dettagliata che non indica responsabilità politiche ma fotografa un tipo di rischio, afferma Casagli, che «assume una valenza unica in ambito europeo e mediterraneo, subordinata solo al Giappone nel contesto dei Paesi tecnologicamente avanzati». Perché Ischia fa da sfondo a tante catastrofi, professore? «Gran parte delle linee superficiali di drenaggio delle acque sono diventate strade. Se piove poco, l’acqua defluisce. Se piove tanto, le strade riescono solo a trasportare fango. In più siamo (come gran parte della Campania) in una zona di depositi piroclastici, ovvero il prodotto delle eruzioni vulcaniche, che tende a creare frane».
Sul territorio nazionale (dati della Protezione Civile) sono registrate 500 mila frane. Oltre 10 mila sono considerate a rischio idrogeologico «estremamente alto per l’incolumità di beni e persone». Negli ultimi cinquant’anni in Italia le frane hanno ucciso 2.500 persone e provocato decine di migliaia di senzatetto. Mentre Puglia e Sardegna sono regioni quasi prive di frane, la Lombardia da sola ne totalizza 90 mila, ma in compenso è dotata della più accurata mappatura regionale. L’Emilia Romagna è invece la regione con la più alta densità di frane. L’Italia è, insomma, «strutturalmente» a rischio ma il problema è la pessima «antropizzazione», l’intervento umano: strade, sbancamenti del territorio, edilizia più o meno regolare. Ancora Casagli: «Si è costruito su aree a rischio. Se ci fosse stata una pianificazione urbanistica in armonia con i fattori geologici di instabilità, i danni quasi non ci sarebbero. Invece si edifica dove c’è pericolo non solo di frane ma anche di eruzioni o alluvioni. Qui lo scienziato non può dire nulla, la parola passa alla politica».
La diffusione delle frane sul territorio italiano è capillare e ciò rende difficile individuare le aree a maggior rischio, sulle quali concentrare le attività di prevenzione. Si può solo procedere per «landslide hotspots», zone a maggior concentrazione di fenomeni franosi.
La Penisola racconta mille storie. Le frane nelle Langhe in Piemonte, lungo piani di scivolamento formati da rocce sedimentarie di origine marina. Certi depositi di detriti, mischiati alle acque, possono produrre torrenti di fango capaci di raggiungere i 100 chilometri di velocità. Ecco la Lombardia, con 90 mila frane mappate: la più grande è la Ruinon che continua a muoversi con i suoi 35 milioni di metri cubi. In Trentino le frane nelle vicinanze di Merano, la Val Passiria. In Veneto, a rischio, ci sono la Val Fiscalina, le Dolomiti Bellunesi e l’area di Cortina. In Friuli sono 40 i milioni di metri cubi della frana del Passo della Morte. In Liguria le montagne sono erose dalle correnti di aria calda e umida e dalle precipitazioni intense e concentrate, il fenomeno di frane con fango e detriti è frequentissimo. Nelle Cinque Terre tutti i sentieri di campagna sono a rischio frane. La frazione di Castagnola è di fatto un piccolo paese che cede e si muove su una sola frana.
In Emilia Romagna la frana di Corniglio «pesa» 150 milioni di metri cubi. In Toscana è ancora a rischio l’area di Cardoso, in Versilia (tredici anni fa una «bomba d’acqua» rovesciò due milioni di metri cubi di detriti uccidendo 13 persone). In Umbria è storica la grande frana di Orvieto, così come nelle Marche la frana di Ancona. Nel Lazio l’area del Viterbese (Civita di Bagnoregio, per esempio). In Abruzzo la zona appenninica è caratterizzata da frane velocissime e pericolose per le forti pendenze. In Campania c’è il problema dei materiali provocati dalle eruzioni passate, nell’area vesuviana e a Ischia: l’edificazione è selvaggia. Sulla costiera amalfitana sono frequenti le colate di fango.
In Basilicata molti paesi sono costruiti sul dorso delle frane, per esempio Craco. In Calabria è impressionante il numero di centri edificati su frane argillose, per esempio Cavallerizzo di Cerzeto, altro paese che «si muove». In Sicilia è a rischio frana il quartiere di Sant’Anna a Caltanissetta, la stessa cattedrale di Agrigento sorge su terreno franoso. Fenomeni simili esistono a Enna.
Infine la quieta Sardegna: l’unico pericolo è la frana sulla diga del Flumendosa. Ma rispetto ad altre frane che gravano su altre dighe (quella toscana di Vagli, in Garfagnana) rappresenta quasi una preoccupazione di routine.
L’Unità
L’isola delle frane dove grazie agli abusi si aspetta il peggio
di Pietro Greco
La collina è venuta giù all’improvviso. Gli alberi, sradicati e aggrovigliati, hanno fatto barriera, trattenendo le pietre più grosse. Ma nulla hanno potuto contro l’acqua e il fango, che sono piombati d’improvviso in cortile e sono giunti a lambire la porta di casa. La casa dove chi scrive ha abitato, fino a non molto tempo fa. Quella che sto raccontando è una delle cinque frane rilevanti che hanno ferito l’isola d’Ischia ieri mattina. Non è quella grossa e assassina, che alle8 del mattino è venuta giù pochi metri più in là e si è abbattuta sulla marina, trascinando con sé decine di auto e molte persone. Cinque frane rilevanti ci dicono quanto sia piovuto in quelle ore a Ischia. Ma ci raccontano soprattutto quanto sia fragile e a rischio il territorio sull’«isola verde».
Ma, se la fragilità è naturale – l’isola ha un’origine giovane e una forte dinamica vulcanica e sismica – il rischio a essa associato non lo è affatto. Quello ha, soprattutto, origine antropica. Ed è venuta aumentando, negli ultimi decenni, da quando l’isola a economia contadina si è trasformata in uno dei centri a più alta intensità turistica e a più alta intensità di ricchezza d’Europa. In quei 46 chilometri quadrati, per lo più ancora verdi, si concentra, infatti, una recettività alberghiera pari a quello dell’intero Friuli Venezia Giulia e a un terzo di quella dell’intera Campania. Tutto costruito, in diverse ondate, nel corso degli ultimi cinquant’anni. Ma più che i vani alberghieri sono le civili abitazioni che hanno coperto il territorio. In soli trent’anni, dal 1951 al 1981 i vani sull’isola sono aumentati di 50.000 unità, passando da 18.000 a 68.000. E dal 1981 a oggi Legambiente calcola che siano aumentati ancora di 100.000 unità. I conti non sono precisi, perché sull’isola di è prodotto uno dei più devastanti fenomeni di abusivismo edilizio dell’intera Italia.
Lo prova il fatto che giacciono inevase ben 10.000 domande di condono e che un magistrato, Aldo De Chiara, ha chiesto (inutilmente, finora) l’abbattimento di ben 600 abitazioni del tutto abusive. Non sappiamo la cause precise delle frane di ieri. Ma sappiamo che l’abusivismo diffuso moltiplica il rischio associato alla fragilità idrogeologica del territorio. Ma, probabilmente, il fattore di rischio maggiore ha una natura passiva. È la semplice l’incuria. La mancanza di cultura della prevenzione. E così sull’isola d’Ischia viene falsificato ogni giorno un teorema caro agli economisti ecologici: il teorema che prevede l’aumento lineare della domanda di qualità ambientale con il reddito. A Ischia – come in tante altre perle del turismo del Mezzogiorno d’Italia – questo teorema semplicemente non vale. Il reddito, ci dicono anche le più recenti indagini dello Svimez, continua ad aumentare più che nel resto del Sud. Ma sia la domanda di qualità ambientale sia la domanda di qualità sociale ristagnano. Così l’isola contempla il suo opulento declino.
l’Unità
La maledizione di Casamicciola
di Bruno Gravagnuolo
«È succiess Casamicciol». Oppure: «È succiess Pumpei». Ovvero in ambo i casi e con facile traduzione: «È stato uno sconquasso, un terremoto». In Campania per descrivere eventi caotici oppur calamitosi, si ricorre a queste due locuzioni, piuttosto che dire «è stato un Quarantotto ».Con Pompei più gettonata per dire caos, anche sociale, e Casamicciola con riferimento più tellurico e materiale. Pompei è metafora atavica, a datare dall'eruzione del 79 dc. E Casamicciola metafora recente, visto che si rifà a due sciagure molto più vicine: i terremoti nell’Isola di Ischia del 1881 e del 1883. Alla fine però Casamicciola battè sia Pompei che il 1848.PerchéquelliaIschia, di cui Casamicciola è comune, furono eventi celebri,che come il terremoto di Messina,commossero tutta l’Italia post-unitaria. Nel 1881, il 4 marzo, ci fu una scossa di sette secondi, che fece 124 morti. Mentre il 28 luglio di due anni dopo, la scossa fu lunghissima. Ottavo grado della scala Mercalli, con 2033mortie1784feriti.Fudurantequellascossacheil filosofo Benedetto Croce vide sparire tra pavimento e soffitto, padre, madre e sorella. E la solidarietà dell’Italia di allora raccolse la cifra astronomicadiben6milionidi lire! E oggi?Casamicciola è ancora lì, a rinverdire il suo primato. Per colpa dell’incuria idrogeologica e del taglio di fondi alla protezione civile. Dopo le frane del 2006 e la rottura di cavi del 2005, che inondò mare e falde di policromobifenili inquinanti. Perciò ieri e oggi è sempre Casamicciola. È la Campania infelix bellezza!
I geologi: in Campania 210 comuni a rischio. La procura indaga
«Forse si poteva evitare. Come al solito noi le cose le diciamo in tempi non sospetti, ma poi tutto viene disatteso. Le finanziarie degli ultimi anni invece che incrementare i fondi alla difesa del suolo li hanno dimezzati o azzerati. Il problema è uno: zero fondi per la sicurezza. E poi andiamo a fare i funerali di Stato». Così Francesco Russo, presidente dell'Ordine dei Geologi della Campania, commenta la frana che a Ischia ha provocato un morto e decine di feriti. La cattiva gestione del territorio, in condizioni ambientali già delicate, finisce ancora una volta sotto accusa ad Ischia: sono al vaglio della Procura di Napoli le circostanze che hanno provocato la frana a Casamicciola, uccidendo una ragazza e provocando il ferimento di diverse persone. Il pm Della Ragione arrivato sull'isola (l'altro è Antonio D'Alessio), parla di «cause naturali con risvolti di natura antropica che sono al vaglio della Procura». Intanto il comandante provinciale del corpo forestale dello Stato spiega: «Sull'isola si sono verificati diversi smottamenti. I più gravi e vistosi, fra sette e otto,sono confluiti nella frana di Casamicciola».